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I re d'Italia 476-963

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Indice
Voci
Odoacre

Ostrogoti

Teodorico il Grande

16

Conquista dell'Italia di Teodorico

21

Regno ostrogoto

27

Atalarico

37

Teodato

38

Vitige

39

Ildibaldo

40

Erarico

41

Totila

41

Teia (re)

44

Guerra gotica (535-553)

46

Longobardi

69

Regno longobardo

97

Fara (Longobardi)

115

Societ longobarda

118

Diritto longobardo

124

Alboino

128

Clefi

134

Autari

135

Agilulfo

138

Adaloaldo

143

Arioaldo

145

Rotari

146

Rodoaldo

150

Pertarito

151

Godeperto

153

Grimoaldo

155

Garibaldo (re)

158

Cuniperto

159

Liutperto

162

Ragimperto

163

Ariperto II

164

Ansprando

166

Liutprando

168

Rinascenza liutprandea

175

Ildebrando

176

Rachis

178

Astolfo (re)

181

Desiderio (re)

185

Ducato di Benevento

189

Langobardia Minor

195

Carlo Magno

200

Pipino d'Italia

220

Bernardo d'Italia

225

Ludovico I del Sacro Romano Impero

229

Lotario I del Sacro Romano Impero

234

Ludovico II del Sacro Romano Impero

245

Carlo il Calvo

253

Carlomanno di Baviera

263

Carlo III il Grosso

270

Berengario del Friuli

278

Guido II di Spoleto

281

Lamberto da Spoleto

284

Arnolfo di Carinzia

285

Ludovico III il Cieco

293

Rodolfo II di Borgogna

299

Ugo di Provenza

305

Lotario II d'Italia

314

Berengario II d'Ivrea

318

Arduino d'Ivrea

320

Note
Fonti e autori delle voci

326

Fonti, licenze e autori delle immagini

329

Licenze della voce


Licenza

334

Odoacre

Odoacre
Odoacre

Moneta di Odoacre, coniata a Ravenna nel 477. Notare i baffi "barbarici" del re germanico.
Re d'Italia
In carica

476
493

Predecessore

Romolo Augustolo

Successore

Teodorico il Grande

Nascita

433

Morte

Ravenna, 15 marzo 493

Flavio Odoacre (o Flavius Odovacer; 433[1] Ravenna, 15 marzo 493) fu un generale di origine germanica che nel
476 divenne il primo Re d'Italia (rex Italiae). Il suo regno viene solitamente usato dagli storici per segnare il termine
dell'Impero Romano d'Occidente.[2] Nonostante egli esercitasse de facto il suo potere sull'Italia, Odoacre si present
prima come cliente del legittimo imperatore d'Occidente Giulio Nepote e poi, dopo la morte di questi nel 480, come
rappresentante dell'Impero Romano d'Oriente. Odoacre viene indicato come re (Latino rex) in numerosi documenti
ed egli stesso utilizz questo titolo almeno una volta, mentre in un'altra occasione venne cos indicato dal console
Basilio.[3] Odoacre introdusse alcuni importanti cambiamenti nel sistema amministrativo dell'Italia; ebbe il supporto
del senato romano e fu in grado di distribuire terre fra i suoi seguaci senza incontrare molta opposizione. Eccezion
fatta per isolati atti di violenza nel 477-478 da parte di alcuni suoi soldati insoddisfatti, il regno di Odoacre fu
relativamente tranquillo e pacifico sul fronte interno. Pur professando fede ariana, egli non interfer quasi mai negli
affari della Chiesa Cattolica di Roma.
Di probabile discendenza sciriana, Odoacre era un comandante militare stanziato in Italia che guid la rivolta di
Eruli, Rugi e Sciri che il 4 settembre 476 port alle deposizione dell'imperatore Romolo Augustolo. Nel 480 Odoacre
invase la Dalmazia (odierna Croazia) e nel giro di due anni conquist l'intera regione. Quando Illo, generale ribelle
dell'Impero d'Oriente, chiese l'aiuto di Odoacre nella sua lotta per deporre Zenone, Odoacre invase le province
occidentali bizantine. L'imperatore d'Oriente rispose incitando i Rugi, stanziati in un'area corrispondente alla
moderna Austria, ad invadere la penisola italiana. Nell'inverno 487-488 Odoacre attravers il Danubio e sconfisse i
Rugi nel loro stesso territorio. Nel 488 il re ostrogoto Teodorico fu incaricato da Zenone di invadere l'Italia e deporre
Odoacre. Gli Ostrogoti invasero la penisola nel 489 ed entro un anno posero sotto il loro controllo gran parte
dell'Italia, costringendo Odoacre ad asserragliarsi nella capitale Ravenna. La citt, dopo un lungo assedio, si arrese il
5 marzo 493; Teodorico invit Odoacre ad un banchetto per sancire la pace fra i due sovrani, ma lo uccise nel corso
dello stesso.
Odoacre il primo dominatore d'Italia di cui sia sopravvissuto fino ai giorni nostri il documento autografo di un suo
atto di governo: trattasi di un atto ufficiale col quale Odoacre concedeva al proprio comes domesticorum romano

Odoacre
Pierius alcune propriet in Sicilia e nell'isola di Meleda.

Biografia
Origini
Se si eccettua il fatto che non fosse
considerato
"romano",
sappiamo
relativamente poco sulle origini e la figura
di Odoacre. Gli Annales Valesiani e
Giovanni di Antiochia sostengono che il
padre si chiamasse Edicone, da molti
identificato con il principe sciro di nome
Solido coniato da Odoacre, ma recante il nome dell'imperatore Zenone, cui
Edicone annoverato da Prisco di Panion fra i
[4]
Odoacre era ufficialmente sottomesso.
generali di Attila, re degli Unni . L'ipotesi
che Odoacre appartenesse a una famiglia
principesca contrasta tuttavia con la povert materiale di Odoacre in giovent, testimoniata da Eugippio, il biografo
di San Severino contemporaneo di entrambi. Il giovane Odoacre stato infatti descritto da Eugippio come un
adolescente di alta statura che, coperto di misere pelli, si sarebbe recato dal santo eremita il quale lo avrebbe
benedetto e invitato a recarsi in Italia. L in futuro sarebbe assurto a un potere tale da permettergli di concedere doni
preziosi a molti[5].
Non nota con certezza neanche la nazione di origine di Odoacre. La maggior parte degli storici lo ritiene sciro, a
causa della probabile discendenza da Edicone; Procopio di Cesarea[6] ed Eugippio lo dicevano natione Rugus,
nonostante la feroce lotta condotta da Odoacre contro i Rugi; altri lo chiamavano turcilingio, erulo o unno[7], mentre
Teofane lo diceva di stirpe gotica[8], ma probabilmente senza validi motivi.
Gli storici Reynolds e Lopez esplorarono la possibilit che Odoacre non fosse di origine germanica in un articolo
pubblicato dalla rivista American Historical Review nel 1946. Attraverso alcune solide argomentazioni, i due
suggerirono che le sue origini fossero da ricercare altrove. Una delle basi della loro teoria era legata al nome
"Odoacre", per il quale non stata ancora trovata una convincente etimologia nelle lingue germaniche. Fu suggerita
anche una possibile origine turca, ad esempio dal termine "Ot-toghar" ("nato dal fuoco" o "nato dal pascolo"), o la
forma ridotta "Ot-ghar" ("pastore"). "Se Ratchis pot diventare Radagaisus, perch Ot-toghar o Ot-ghar non pu
essere diveuto Odoacre o Odovacer?" chiesero Reynolds e Lopez.[9] Altre fonti suggeriscono che il nome Odoacre
derivi dal germanico "Audawakrs", ossia "guardiano del benessere" o "guardiano della ricchezza".[10]
Alla met del XX secolo l'origine unna di Odoacre era sostenuta da un certo numero di autorevoli ricercatori, come
Edward Arthur Thompson e J. M. Wallace-Hadrill, nonostante il ragionevole dubbio espresso da Otto J.
Maenchen-Helfen secondo cui l'analisi dei nomi personali non era una prova infallibile nell'indagine
sull'appartenenza etnica di un personaggio storico.[11] Successivamente, nel 1983, durante un'analisi delle fonti
primarie, Bruce MacBain evidenzi diversi e fastidiosi "silenzi" nelle testimonianze storiche a noi disponibili e
ritenne possibile che la madre fosse scira e il padre turingio, ma che di certo Odoacre non era di origine unna.[12]
Al di l di queste ipotesi, attualmente la maggior parte dei ricercatori propende per un'origine germanica.[13][14][15]

Odoacre

L'ascesa al potere
Non sappiamo quando Odoacre inizi il suo servizio nell'esercito romano. Nel 472, all'epoca della lotta finale fra
l'imperatore Antemio e Ricimero, era gi membro della guardia pretoriana; pi tardi (473/474) divenne comes
domesticorum di Glicerio, l'imperatore eletto dal patricius burgundo Gundobado. Nel 474 la corte dell'impero
romano d'oriente, al cui soglio era intanto asceso Zenone, scelse come imperatore d'occidente il magister militum
della Dalmazia, Giulio Nepote. A questa nomina si ribell il generale romano Flavio Oreste, il quale riusc a
prevalere su Giulio Nepote soprattutto grazie all'appoggio militare di Odoacre, capo di una milizia di mercenari eruli,
sciri, rugi e turcilingi[16][17][8]. Flavio Oreste non assunse tuttavia il potere imperiale, preferendo che il titolo di
imperatore andasse al figlio tredicenne Romolo Augusto (ottobre 475) riservando a s, col titolo di "patrizio", il
potere effettivo.
Come capo delle trib germaniche che costituivano le truppe imperiali, Odoacre aveva chiesto a Oreste, quale
compenso del servizio, un terzo delle terre in Italia a titolo di hospitalitas[18]. Il rifiuto di Oreste scaten la reazione
delle truppe mercenarie, che si rivolsero ad Odoacre come loro guida. Oreste fu ucciso a Piacenza e suo fratello
Paulus fuori da Ravenna. I foederati germanici acclamarono quindi Odoacre come rex Italiae o rex gentium. Nel
476 Odoacre avanz su Ravenna e prese la citt, costringendo il giovane Romolo Augusto ad abdicare (4 settembre).
Secondo gli Annali Valesiani Odoacre, colpito dalla bellezza e dalla giovane et del deposto imperatore, non solo gli
risparmi la vita, ma gli riconobbe anche una pensione di 6.000 solidi e lo mand in Campania a vivere con i suoi
parenti.[19]
Invece di nominare a sua volta un imperatore fantoccio, come avevano fatto prima di lui i generali germanici
Ricimero e Gundobado, Odoacre decise di inviare le insegne imperiali (cio diadema, scettro, toga ricamata in oro,
spada e paludamentum porpora[20]) all'imperatore d'Oriente Zenone, chiedendo per s il solo titolo di patrizio.
L'impero romano d'occidente "cadde" quindi per un colpo di stato militare di mercenari germanici[21]; questa caduta,
che per i moderni costituisce lo spartiacque fra la storia antica e quella medievale, non sembra abbia suscitato
eccessivo interesse negli storici dell'epoca, probabilmente perch, essendo ancora in vita nel 476 Giulio Nepote ,
ufficialmente il legittimo imperatore d'occidente (morir nel 480), la portata dell'evento venne sottostimata[22].

Il regno
La posizione istituzionale di Odoacre
non era ben chiara. Il suo potere era
fondato sulla forza dei soldati, il cui
appoggio, secondo Procopio, era stato
ottenuto con la promessa della
hospitalitas
negata
da
Flavio
[23]
Oreste.
Il comportamento della
corte orientale nei confronti di Odoacre
fu ambiguo: alla richiesta del titolo di
"patrizio" fatta da Odoacre, Zenone
rispose che la concessione era
Il regno di Odoacre nel 480.
competenza di Giulio Nepote, ma in
una lettera privata a Odoacre lo stesso
Zenone gli si rivolgeva chiamandolo proprio "patrizio"[16]. L'invio delle insegne imperiali a Costantinopoli era
tuttavia un messaggio chiaro: l'Occidente non aveva pi bisogno di un imperatore separato, poich "un monarca era
sufficiente per governare il mondo". In risposta, Zenone accett i doni osservando che "...i Romani d'Occidente
hanno ricevuto due uomini dall'Impero d'Oriente, cacciandone uno e uccidendo l'altro, Antemio". Zenone quindi

Odoacre

riconobbe a Odoacre l'autorit legale per governare in Italia: gli sugger per di riaccogliere Giulio Nepote come
imperatore dell'Occidente "se davvero desiderava agire secondo giustizia".[24] Odoacre tuttavia non invit mai Giulio
Nepote a rientrare in Italia, e questi rimase in Dalmazia fino alla morte. Odoacre rispett solamente le formalit
richieste dal caso, sostenendo di agire su autorit di Giulio Nepote e coniando monete in suo nome. Dopo la morte di
Nepote, Zenone assunse, a livello formale, il ruolo di unico imperatore d'Oriente e d'Occidente.
Lo status regale, l'appoggio dell'esercito, il rispetto mostrato da Odoacre per le istituzioni (l'impero di Costantinopoli,
il Senato di Roma, e la Chiesa Cattolica) e, di converso, l'apparente mancanza di ostilit da parte di queste istituzioni,
aumentarono il prestigio di Odoacre e gli permisero la collaborazione della classe dirigente latina[16]. Il senato
riguadagn notevole prestigio e influenza a livello politico dopo che la creazione del Dominato aveva pressoch
azzerato le sue capacit nel tardo impero. Per la prima volta dal III secolo furono emesse monete in rame con incisa
nella parte posteriore la sigla SC (Senatus Consulto). Lo storico Jones rilev che queste "belle, massicce" monete di
rame avevano una qualit di gran lunga superiore al misero nummus emesso nel basso impero, tanto che ne vennero
coniate di simili dai Vandali e Anastasio I le prese come modello per la riforma monetaria bizantina di fine V secolo.
I principali atti di Odoacre sono stati registrati anche nei Consularia Italica.[25] Egli govern in maniera molto pi
attiva e decisa rispetto agli ultimi imperatori d'Occidente: represse ribellioni interne giustiziandone i capi, per es.
Brachila nel 477[17] e Adarico, nell'anno successivo[26] e ottenne importanti risultati anche in politica estera: gi nel
476-477, attraverso il pagamento di un tributo, acquis il controllo della Sicilia centro-orientale dai Vandali di
Genserico (successivamente fu annessa con la forza anche la parte occidentale dell'isola); vista la palese inferiorit
delle sue truppe, che secondo Paolo Diacono contavano ancora un certo numero di effettivi italici, deline le Alpi
come confine naturale rispetto al regno dei Visigoti nella Gallia meridionale; nel 481-482 occup la Dalmazia dopo
aver sconfitto e ucciso Ovida, l'assassino di Giulio Nepote[27]; nel 487 mosse guerra contro i Rugi, catturando il loro
re, Feleteo.[28][29][30] I danni subiti dal Norico - teatro dei combattimenti - e il concreto pericolo di incursioni dei
Bavarii furono tali che i superstiti latini preferirono riparare in Italia sotto la scorta di Onulfo e Pierio.[31] I rimanenti
Rugi trovarono invece rifugio presso gli Ostrogoti. Il Norico fu quindi occupato dai Longobardi, che ne fecero la
loro base di operazioni fino alla met del VI secolo.[32]
Pur professando fede ariana, i rapporti di Odoadre con la Chiesa Cattolica furono particolarmente buoni. Come nota
G.M. Cook nella sua introduzione alla "Vita di San Epifanio" di Magno Felice Ennodio, Odoacre mostr grande
stima per Epifanio di Pavia: in risposta ad una petizione del vescovo, il re germanico riconobbe agli abitanti della
Liguria e di Pavia cinque anni di esenzione fiscale. Grazie a questi provvedimenti Pavia pot riprendersi in tempi
piuttosto brevi dagli effetti della scorreria compiuta da Odoacre durante la guerra con Oreste. Sempre in risposta ad
un appello di Epifanio, pose fine agli abusi del prefetto pretoriano della Liguria Pelagio.[33] La biografia di papa
Felice III contenuta nel Liber Pontificalis riporta apertamente che il pontefice amministr la Chiesa durante il regno
di Odoacre e che non vi furono contrasti col re germanico.[34]

La caduta
Per approfondire, vedi Conquista dell'Italia di Teodorico.

Odoacre rimase al potere fino al 493. Tuttavia, gi da diversi anni i successi ottenuti dal re germanico avevano
iniziato a preoccupare l'imperatore Zenone, che sempre pi vedeva in lui un fastidioso rivale. Secondo Giovanni di
Antiochia Odoacre scambi diversi messaggi con il generale Illo, che dal 484 era entrato in aperta rivolta contro
Zenone.[35] I rapporti del re germanico con Costantinopoli ne furono irrimediabilmente danneggiati: nel 488 Zenone
offr a Teodorico, re degli Ostrogoti, la possibilit di insediarsi in Italia se egli fosse riuscito a rimuovere Odoacre.
Come evidenziato da Herwig Wolfram e Peter Heather, Teodorico aveva i suoi motivi per accettare questa offerta:
"Teodorico possedeva sufficiente esperienza per comprendere (o almeno sospettare) che Zenone non avrebbe mai
tollerato a lungo il suo potere indipendente. Quando Teodorico si ribell nel 485, ci viene detto che egli aveva in
mente il trattamento riservato da Zenone ad Armazio. Nel 476 Armazio aveva disertato Basilisco per passare dalla

Odoacre
parte di Zenone e fu da questi nominato magister militum praesentialis a vita. Entro un anno, Zenone lo fece
assassinare".[36] Nel 489 Teodorico guid gli Ostrogoti in Italia attraverso le Alpi Giulie. Il 28 agosto Odoacre gli
diede battaglia presso l'Isonzo, ma fu sconfitto. Si ritir quindi a Verona, raggiunta il 27 settembre, dove innalz
immediatamente un campo fortificato. Teodorico lo insegu, sconfiggendolo una seconda volta tre giorni dopo.[37]
Odoacre si rifugi allora a Ravenna; ma invece di inseguirlo, Teodorico procedette verso Mediolanum, dove la
maggior parte dell'esercito di Odoacre - incluso il suo generale, Tufa - gli si arrese.[38] Teodorico non aveva motivo
di dubitare la lealt di Tufa e invi il suo nuovo generale a Ravenna con un manipolo dei suoi soldati migliori.
Herwig Wolfram osserva: "ma Tufa cambi sponda, il contingente gotico posto al suo comando fu distrutto e
Teodorico sub la sua prima seria sconfitta sul suolo italiano".[39] Teodorico ripar a Ticinum (Pavia): Odoacre allora
emerse da Ravenna e inizi ad assediare il suo rivale. Intanto i Burgundi approfittavano dell'occasione per
saccheggiare e devastare la Liguria: molti degli abitanti furono presi come prigionieri e tali rimasero fino a quando
Teodorico non li riscatt tre anni dopo.[39]
L'estate successiva, il re visigoto Alarico II dimostr quello che Wolfram definisce "uno dei rari esempi di solidariet
gotica" inviando aiuti militari al re ostrogoto, costringendo Odoacre ad abbandonare l'assedio. Teodorico lasci
Pavia e l'11 agosto 490 i due eserciti si scontrarono presso l'Adda: anche questa volta furono gli Ostrogoti a
prevalere e Odoacre fu costretto a ritirarsi nuovamente a Ravenna. I ruoli si invertirono e ora tocc a Teodorico
assediare il rivale. Ravenna si dimostr inespugnabile, circondata com'era da paludi ed estuari ed essendo
costantemente rifornita da piccole imbarcazioni provenienti dall'entroterra (come successivamente indicato da
Procopio). Inoltre, Tufa rimaneva attivo nella strategica valle dell'Adige, vicino a Trento, e ricevette rinforzi
inaspettati quando si verificarono alcune diserzioni tra le fila di Teodorico.[40] Quello stesso anno, i Vandali colsero
anch'essi l'occasione per intervenire in Italia ed invasero la Sicilia. Intanto Fredericus, re dei Rugi e alleato di
Teodorico, rimasto a proteggere Pavia, inizi ad opprimerne gli abitanti. Quando Teodorico intervenne di persona
nel tardo agosto del 491, i suoi atti punitivi spinsero Fredericus a passare dalla parte di Tufa. Successivamente per i
due entrarono in disaccordo e si combatterono in una battaglia nella quale entrambi persero la vita.[41]
A questo punto Odoacre aveva ormai perso ogni speranza di vittoria. Una sortita su larga scala appena fuori
Ravenna, nella notte tra il 9 e il 10 luglio 491, si rivel un completo fallimento, con la morte del suo generale Livilia
assieme ai migliori soldati eruli. Nella tarda estate del 492 gli Ostrogoti ultimarono l'assemblaggio di una flotta
presso Rimini con la quale iniziare un blocco marittimo di Ravenna. Nonostante questo, la guerra si protrasse fino al
25 febbraio 493 quando Giovanni, vescovo di Ravenna, riusc a negoziare un accordo tra le due parti: Odoacre e
Teodorico avrebbero regnato insieme. Cos, dopo un assedio durato tre anni, il 5 marzo Teodorico fece il suo
ingresso nella citt. Dieci giorni dopo, venendo meno ai patti presi, Teodorico uccise Odoacre con la sua stessa spada
durante un banchetto.[42] Il re ostrogoto aveva gi cospirato con alcuni suoi seguaci per uccidere Odoacre mentre i
due banchettavano assieme in un palazzo chiamato Ad Laurentum; quando questa congiura fall, Teodorico prese la
sua spada e colp Odoacre alla clavicola. Pare che, in risposta alla domanda del morente Odoacre, "Dov' Dio?", il re
ostrogoto abbia risposto: "Questo quel che hai fatto ai miei amici".[43]
Secondo una fonte, "quello stesso giorno, l'intero esercito di Odoacre, ovunque si trovasse, fu ucciso per ordine di
Teodorico, cos come i suoi familiari.[44] Sunigilda, moglie di Odoacre, fu lapidata a morte; suo fratello Onoulfo
venne ucciso da degli arcieri mentre tentava di rifugiarsi in una chiesa; Thela, figlio di Odoacre, fu esiliato in Gallia,
ma quando questi tent di rientrare in in Italia, Teodorico lo fece uccidere.[45]

Donazione di Odoacre
Odoacre il primo sovrano d'Italia del quale sia sopravvissuto fino ai giorni nostri un atto ufficiale. In esso Odoacre
riconosce al proprio comes domesticorum romano Pierius diverse propriet in Sicilia, per la precisione vicino a
Siracusa, e sull'isola di Meleda in Dalmazia, del valore complessivo di 690 solidi. La donazione fu fatta il 18 marzo
488 e il documento, scritto su papiro, fu preparato poco pi tardi. La sezione d'apertura risulta mancante e il testo
divisio in due parti: una si trova presso la Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III a Napoli, mentre l'altra alla

Odoacre
Biblioteca Nazionale Austriaca di Vienna. Sopravvive il corpo principale del documento, incluse le firme dei
testimoni e degli ufficiali.[46]

Giudizio storico
L'amministrazione di Odoacre non fu certo quella tipica di un sovrano sovvertitore dell'ordine: cambi solo
parzialmente la posizione dei consociati, in particolare per quanto riguardava la gestione dell'esercito, composto
ormai interamente da elementi germanici. Le truppe vennero mantenute tramite il pagamento di un salario su parte
dell'erario, ma queste provvidero anche autonomamente ed arbitrariamente alla realizzazione dei propri desideri
materiali tramite la costituzione (da parte del prefetto del pretorio Felice Liberio) di un istituto di esazione abusiva
che and molto diffondendosi in quel periodo: il salgamum, strumento tipico della mentalit germanica. Esso
consisteva nella suddivisione delle villae dei ricchi latifondisti in tre parti: il proprietario aveva diritto di scelta per la
parte di suo uso, i capi militari sceglievano quella che serviva per l'acquartieramento e l'ultima era destinata ai coloni
che mantenevano Germani e Romani. In generale si ebbe un trasferimento e un accentramento di competenze tra i
militari, lasciando ai latini la possibilit di mantenere l'esercizio delle cariche minori e la professione libera del
cristianesimo.

Note
[1] The Prosopography of the Later Roman Empire, Vol. 2, s.v. Odovacer, pp. 791 793
[2] "Odoacer was the first barbarian who reigned over Italy, over a people who had once asserted their just superiority above the rest of
mankind." Edward Gibbon, The Decline and Fall of the Roman Empire, Chapter XXXVI
[3] Marcellino, Cassiodoro e alcuni documenti papali fanno riferimento ad Odoacre come rex. Giordane ad un certo punto si riferisce a lui come
Gothorum Romanorumque regnator: dominatore dei Goti e dei Romani. Procopio lo descrive come un autokrator (autocrate) e un "tyrannos"
(usurpatore, tiranno) nel suo Bellum Gothicum. La sola citazione di Odoacre come "Re d'Italia" la si trova in Vittore Vitense: Odouacro Italiae
regi.
[4] Priscus, Ambasceria di Teodosio il Giovane ad Attila re degli Unni, descritta dall'istorico Prisco; ora per la prima volta dal greco in italiano
recata da Pietro Manzi. Roma: per la Societ tipografica, 1827
[5] Eugippius, Vita Sancti Severini, "Commemoratorium", VII. P. Knoell edidit, Vienna: CSEL, 1886 ( on-line) (http:/ / www. thelatinlibrary.
com/ eugippius. html)
[6] Corpus Scriptorum Historiae Byzantinae. Editio emendatior et copiosior, Consilio B. G. Niebuhrii C. F. Institut A, Auctoritate Academiae
Litterarum Regiae Borussicae Continuata. Pars II. Procopius. Volumen III. p. 493 ( (http:/ / books. google. it/ books?id=-yEAAAAAYAAJ&
pg=PA493& dq="natione+ rugus")).
[7] Robert L. Reynolds e Robert S. Lopez (1946). "Odoacer: German or Hun?" The American Historical Review, 52:1 (Oct.), pp. 3653 ( on-line
(http:/ / www. kroraina. com/ varia/ pdfs/ reynolds& lopez_Odoacer - German or Hun. pdf))
[8] Ludovico Antonio Muratori, Annali d'Italia dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750, Monaco: Stamperia di Agostino Olzati, 1762,
Tomo Terzo (Dall'anno 401 dell'era volgare fino all'anno 600), pp. 123-4 ( on-line (http:/ / books. google. it/ books?id=j0wOAAAAQAAJ&
pg=RA1-PA124& lr=& as_drrb_is=q& as_minm_is=0& as_miny_is=& as_maxm_is=0& as_maxy_is=& as_brr=0& as_pt=ALLTYPES))
[9] Robert L. Reynolds and Robert S. Lopez, "Odoacer: German or Hun?" American Historical Review (http:/ / www. jstor. org/ stable/
1845067), 52 (1946), p. 45
[11] "Communications", American Historical Review (http:/ / www. jstor. org/ stable/ 1842348), 53 (1947), p. 836
[12] Bruce Macbain, "Odovacer the Hun?," Classical Philology (http:/ / www. jstor. org/ stable/ 269961), 78 (1983), pp. 323-327
[13] http:/ / www. britannica. com/ EBchecked/ topic/ 425187/ Odoacer
[14] http:/ / ancienthistory. about. com/ od/ fallofrome/ a/ EndofRome. htm
[15] http:/ / www. historyfiles. co. uk/ KingListsEurope/ BarbarianScirii. htm
[16] Maria Cesa, "Odoacre nelle fonti letterarie dei secoli V e VI". In: Paolo Delogu (a cura di), Le invasioni barbariche nel meridione
dell'impero: Visigoti, Vandali, Ostrogoti, atti del convegno svoltosi alla Casa delle culture di Cosenza dal 24 al 26 luglio 1998. Soveria
Mannelli: Rubbettino Editore srl, 2001, ISBN 88-498-0064-9, ISBN 978-88-498-0064-7, pp. 41-59 ( on-line (http:/ / books. google. it/
books?id=FRRC377jbV8C& printsec=frontcover& source=gbs_summary_r& cad=0#PPA41,M1))
[17] Giordane, De origine actibusque Getarum, XLVI, 242
[18] Arnaldo Marcone, "I regni romano-barbarici: dall'insediamento all'organizzazione statale". In: Cinzia Bearzot, Franca Landucci Gattinoni,
Franca Landucci, Giuseppe Zecchini (a cura di), Gli stati territoriali nel mondo antico, Milano: Vita e Pensiero, 2003, pp. 135-155 ( on-line
(http:/ / books. google. it/ books?id=FNIiTnT_FUoC& pg=PA143& dq=procopio+ odoacre+ hospitalitas))
[19] Annales Valesiani, 8.38
[20] Aurelio Bernardi, "La fine dell'impero d'occidente". In: Aurelio Bernardi et al. (a cura di), La Storia: 4. Dall'impero romano a Carlo Magno.
Milano: Mondadori, 2004

Odoacre

[21] "Origini germaniche del medioevo". In: Annamaria Ambrosioni e Pietro Zerbi (a cura di),Problemi di storia medioevale. Milano: Vita e
Pensiero, 1988, ISBN 88-343-7593-9, ISBN 978-88-343-7593-8, p. 29 ( (http:/ / books. google. it/ books?id=N4iEHNdsyUEC& pg=PA29&
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[22] Giuseppe Zecchini, "Il 476 nella storiografia tardoantica". In: Giuseppe Zecchini, Ricerche di storiografia latina tardoantica. Roma: L'Erma
di Bretschneider, 1993, ISBN 88-7062-822-1, ISBN 978-88-7062-822-7, p. 65 ( (http:/ / books. google. it/ books?id=p-bp2Vb4owMC&
pg=PA81& dq=odoacre+ rex& as_brr=3#PPA65,M1))
[23] Procopio di Cesarea, De bello Gothico I, 1
[24] Malco di Filadelfia, frammento 10
[25] I Consularia Italica sono la cronaca ufficiale della redatta dalla cancelleria imperiale di Ravenna, il cui contenuto ricostruibile soprattutto
in base a compilazioni pi tarde, come i Fasti Vindobonenses priores e l UNIQ-nowiki-0-3cd61f4f6b33dec4-QINU Auctarium Havniense
[26] Auctarium Havniense ordo prior, 478
[27] Auctarium Havniense ordo prior, 482
[28] Auctarium Havniense ordo prior, 487, 1
[29] Fasti Vindobonenses priores, 635
[30] Ludovico Antonio Muratori, Annali d'Italia dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750, Prato: Giachetti, 1867, Vol. II, p. 303 ( (http:/
/ books. google. it/ books?id=8gVbAAAAQAAJ& pg=PA303& dq=rugi))
[31] Eugippius, Commemoratorium Severinus, chapter 44
[32] Paolo Diacono, Historia Langobardorum, 1.19
[33] Sr. Genevieve Marie Cook, The Life of Saint Epiphanius by Ennodius: A translation with an introduction and commentary (Washington:
Catholic University of America, 1942), pp. 12f
[34] Tradotto da Raymond Davis, The Book of Pontiffs (Liber Pontificalis) (Liverpool: University Press, 1989), pp. 41f
[35] Giovanni di Antiochia, frammento 214
[36] Peter Heather, The Goths (Oxford: Blackwell, 1996), p. 217
[37] Annales Valesiani, 11.50f
[38] Annales Valesiani, 11.52
[39] Wolfram, History of the Goths, tradotto da Thomas J. Dunlap (Berkeley: University of California, 1988), p. 281
[40] Heather, The Goths, p. 219
[41] Wolfram, History of the Goths, p. 282
[42] Wolfram, History of the Goths, p. 283
[43] Giovanni di Antiochia, frammento 214a; tradotto da C. D. Gordon, Age of Attila, pp. 182f. Sia gli Annali Valesiani (11.55) che Andreas
Agnellus (Liber pontificalis ecclesiae Ravennatis, ch. 39) pongono l'assassinio nel palazzo Ad Laurentum. Herwig Wolfram spiega il
riferimento di Teodorico ai suoi "amici" come vendetta personale per l'uccisione della coppia reale dei Rugi, configurando quindi l'assassinio
di Odoacre come atto di giustizia in accordo con le tradizioni germaniche -- "apparentemente non importava il fatto che il figlio dei sovrani
rugi fosse in quel momento in aperta ribellione contro Teodorico" (Wolfram, History of the Goths, p. 283)
[44] Annali Valesiani 11.56
[45] Giovanni di Antiochia, frammento 214a. Wolfram tuttavia sostiene che Sunigilda fu lasciata morir di inedia. (History of the Goths, p. 283)
[46] Jan-Olof Tjder, Die Nichtliterarischen Lateinischen Papyri Italiens aus der Zeit (Lund: Gleerup, 1955), vol. 1 pp.279-293. Una traduzione
in inglese del documento stata fatta da Thomas Hodgkin nel suo Italy and her Invaders (Oxford, 18801899), vol. 3 pp. 150-154.

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Collegamenti esterni
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BancaDati/Enciclopedia_online/O/BIOGRAFIE_-_EDICOLA_O_148503.xml) nell'Enciclopedia Biografica
Universale Treccani
(EN) NNDB, Biografia di Odoacre (http://www.nndb.com/people/033/000102724/)
Predecessore

Re d'Italia

Successore

476 - 493

Teodorico il Grande

Odoacre

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Ostrogoti
Gli Ostrogoti (in latino Ostrogothi o
Austrogothi) erano il ramo orientale
dei Goti, una trib germanica che
influenz gli eventi politici del tardo
Impero Romano.
Sconfissero Odoacre, che aveva
deposto Romolo Augustolo, ultimo
Imperatore Romano d'Occidente, e si
insediarono in Italia. Furono poi
sconfitti dai Bizantini.

Palazzo di Teodorico a Ravenna, mosaico nella basilica di Sant'Apollinare Nuovo

Erano denominati dai Romani col


generico termine di "Barbari".

Relazione con i Grutungi


La divisione dei Goti viene attestata la prima volta nel 291.[1] La prima
citazione dei Grutungi si ha in uno scritto di Ammiano Marcellino non
precedente al 392, probabilmente successivo al 395. Egli bas la sua
descrizione sulle parole di un capo Tervingio del 376.[1] Gli Ostrogoti
vengono citati la prima volta in un documento del settembre 392 di
Milano.[1] Claudiano li cita assieme ai Grutungi che abitavano la
Frigia.[2] Secondo Herwig Wolfram le fonti primarie parlavano di
Tervingi/Grutungi o di Vesi/Ostrogoti senza mai mischiare le coppie.[1]
I quattro nomi venivano usati contemporaneamente, ma sempre
rispettando le coppie, come in Gruthungi, Austrogothi, Tervingi,
Visi.[3]
Herwig Wolfram e Thomas Burns concludono che il termine
"Grutungi" era un identificativo geografico usato dai Tervingi per
descrivere un popolo che si autodefiniva Ostrogoti.[3][4] Questa
terminologia spar dopo che i Goti vennero fatti scappare dall'invasione
unnica. A suo supporto, Wolfram cita Zosimo che parla di un gruppo
Fibula ostrogota a forma di aquila
di Sciti a nord del Danubio chiamati "Grutungi" dai barbari dell'Ister.[5]
Wolfram conclude che questo popolo erano i Tervingi rimasti dopo la conquista degli Unni.[5] Secondo questa
concezione Grutungi ed Ostrogoti furono pi o meno lo stesso popolo.[4]
Che i Grutungi fossero gli Ostrogoti era anche il parere di Giordane[6] Egli identific i re Ostrogoti da Teodorico il
Grande a Teodato come gli eredi del re Grutungio Ermanarico. Questa interpretazione, nonostante sia condivisa da

Ostrogoti
molti odierni studiosi, non universalmente condivisa. La nomenclatura di Grutungi e Tervingi cadde in disuso poco
dopo il 400.[1] In generale, la terminologia di una trib gotica divisa dagli altri scomparve gradatamente dopo
l'assorbimento fatto dall'impero romano.[3]
Peter Heather ritiene invece che l'identificazione tradizionale degli Ostrogoti con i Greutungi sia errata. Secondo
Heather gli Ostrogoti nacquero solo nella seconda met del V secolo dalla coalizione tra i Goti Amal in Pannonia (ex
sudditi degli Unni) e i Goti foederati dell'Impero in Tracia.[7] I Greutungi che nel 382 si stanziarono all'interno
dell'Impero come foederati, secondo Heather, non erano lo stesso popolo che fond un regno romano-barbarico in
Italia negli ultimi anni del V secolo sotto Teodorico il Grande, ma i progenitori (insieme ai Tervingi e ai goti
superstiti dell'armata di Radagaiso) dei Visigoti. Secondo Heather, i Visigoti nacquero agli inizi del V secolo dalla
coalizione, sotto Alarico, di tre gruppi gotici:[8]
1. Tervingi (stanziati come foederati nei Balcani nel 382 e poi uniti sotto la guida di Alarico)
2. Grutungi (stanziati come foederati nei Balcani nel 382 e poi uniti sotto la guida di Alarico)
3. Goti di Radagaiso (invasa l'Italia nel 405, vennero sconfitti da Stilicone e arruolati nell'esercito romano; dopo
l'uccisione di Stilicone, vi fu un'ondata repressiva da parte dell'Impero contro i soldati di origine barbarica, che
decisero dunque di unirsi ad Alarico)
Secondo Heather, dunque, i Grutungi erano i progenitori dei Visigoti, non Ostrogoti.

Storia
Dal III al V secolo
Secondo le loro stesse tradizioni erano originari dell'attuale isola svedese di Gotland e la regione di Gtaland.
Nel 250 si divisero dai Goti e nacque appunto il regno ostrogoto. Il primo re si chiamava Ostrogota ed era della
stirpe degli Amali. Wikipedia:Uso delle fonti
Nel 251 gli Ostrogoti uccisero l'imperatore Decio, pi tardi saccheggiarono alcune isole dell'Egeo e conquistarono la
Tracia e la Mesia.
La prima menzione di Ostrogoti si ha nel 269, quando l'imperatore Claudio II li riconobbe fra i barbari sciti. In
quell'anno Claudio II riusc a fermare l'avanzata degli Ostrogoti.
Nelle prime fasi della loro migrazione dalla Scandinavia, gli Ostrogoti, o goti d'Oriente fondarono un regno a nord
del Mar Nero, dal III al IV secolo (Cultura di ernjachov).
Ma nel 340 ricominciarono le scorrerie e conquistarono il regno vandalo (che prima della conquista del nord Africa
si trovava in Dacia) e presero questa popolosa regione. Dopo queste vittorie assoggettarono popoli slavi ed
arrivarono fino al Baltico, ed alcuni storici paragonarono le loro imprese a quelle di Alessandro Magno, perch
avevano creato un regno che partiva dalla Grecia ed arrivava fino al mar Baltico.

Invasioni degli Unni


Incalzati dagli Unni che li avevano scacciati dalla loro regione d'insediamento tra il Danubio e il Mar Nero, gli
Ostrogoti chiesero pressantemente asilo a Valente, accalcandosi ai confini dell'Impero, precisamente lungo il
Danubio. L'imperatore romano Valente accett di accogliere le popolazioni barbare come foederati, allo scopo di
rafforzare il proprio esercito e per aumentare la base imponibile del fisco.[9] Gli Ostrogoti si stabilirono cos nel
territorio della Mesia e della Dacia.

Ostrogoti

10

Dopo le invasioni degli Unni


Dopo il collasso dell'Impero degli Unni nel 454, molti Ostrogoti vennero spostati dall'imperatore Marciano in
Pannonia con la qualifica di foederati. Nel 460, durante il regno di Leone I, dal momento che l'impero romano smise
di pagare la quota annuale, devastarono l'Illiria. Venne firmata la pace nel 461 in seguito alla quale il giovane
Teodorico Amalo, figlio di Teodemiro della dinastia Amali, venne mandato a Costantinopoli come ostaggio, dove
ricevette un'educazione romana.[10]

Regno in Italia
Per approfondire, vedi Regno ostrogoto e Teodorico il Grande.

In Italia, nel 476 il barbaro Odoacre depose l'ultimo imperatore romano


Romolo Augusto, detto Augustolo, e non osando proclamarsi
imperatore si proclam re di un misto di popoli barbari (Eruli, Sciri,
Rugi, Gepidi, Turcilingi). Egli riscatt dai Vandali con un tributo la
Sicilia, che rimase dunque unita all'Italia e ne segu le sorti. Caduto
l'Impero Romano d'Occidente, era rimasto in piedi quello d'Oriente, il
cui imperatore Zenone intendeva riconquistare l'Occidente, in mano ai
barbari. L'imperatore era preoccupato dall'intraprendenza di Odoacre,
che aveva saputo governare in modo da non urtare la suscettibilit dei
Latini e da estendere i confini del suo regno.

Il 30 settembre 489 Teodorico sconfigge Odoacre


(Antica pergamena)

Il periodo compreso tra il 477 ed il 483 vide una lotta a tre tra
Teodorico Amal, che successe al padre nel 474, Teodorico Strabone e
l'imperatore Zenone. Nel corso di questo conflitto le alleanze
cambiarono pi volte, e buona parte dei Balcani vennero devastati.
Alla fine, dopo la morte di Strabone avvenuta nel 481, Zenone scese a
patti con Teodorico. Parte della Mesia e della Dacia vennero cedute ai
Estensione del Regno degli Ostrogoti
Goti, e Teodorico venne nominato magister militum praesentalis e
Console nel 484.[11] Solo un anno dopo Teodorico e Zenone ripresero
il loro conflitto, e di nuovo Teodorico invase la Tracia saccheggiandola. Fu allora che Zenone pens di prendere due
piccioni con una fava, ed aizz Teodorico contro un altro vicino nemico dell'Impero, il regno italiano di Odoacre.
In numero forse di 250.000 tra uomini, donne e bambini[12], da Nouae risalirono la Sava condotti da Teodorico loro
re, si scontrarono con Odoacre ad Aquileia e lo batterono a Verona (489). Odoacre scese invano nell'Italia centrale
per ottenere aiuti da Roma. Riguadagnata Ravenna riusc a battere l'avversario e a chiuderlo in Pavia: ma i Visigoti,
giunti dalla Spagna in aiuto dei loro consanguinei, ruppero il blocco. La guerra continu un altro anno finch l'11
agosto 490 Odoacre fu sconfitto definitivamente sull'Adda[13] e venne costretto a rifugiarsi a Ravenna. Dopo un
lungo assedio a Ravenna, nel febbraio 493 Odoacre si arrese a Teodorico con la promessa di aver salva la vita; ma
Teodorico, violando i patti, uccise Odoacre a tradimento durante un banchetto, con le proprie mani, e ne fece
uccidere i parenti e i seguaci[14].
Gli Ostrogoti costituirono un nuovo regno romano-barbarico in Italia, che si estendeva fino alla Pannonia a nord est e
alla Prouincia (l'odierna Provenza) a nord ovest. Come Odoacre, anche Teodorico poteva vantare il titolo di patrizio
e rispondeva all'imperatore di Costantinopoli con la qualifica di vicer d'Italia, titolo riconosciuto dall'imperatore
Anastasio nel 497.
Il regno sopravvisse fino all'intervento diretto in Italia dell'imperatore d'Oriente Giustiniano I e alla susseguente
guerra goto-bizantina.

Ostrogoti

11

La caduta
Per approfondire, vedi Guerra gotica (535-553).

Impero di Teodorico - La mappa mostra i regni germanici nel 526, l'anno in cui mor
Teodorico. Oltre all'Italia, la Dalmazia e la Provenza, regn anche sui Visigoti

Dopo la morte di Teodorico del 30


agosto 526, le sue conquiste iniziarono
a collassare. Successore di Teodorico
fu il neonato nipote Atalarico, tutelato
dalla madre Amalasunta come
reggente. La mancanza di un erede
forte port ad una rete di alleanze che
condussero lo stato ostrogoto alla
disintegrazione: il regno visigoto
riconquist la propria autonomia sotto
Amalarico, i rapporti con i Vandali
divennero ostili, ed i Franchi
iniziarono una nuova campagna
espansionistica
sottomettendo
i
Turingi, i Burgundi e quasi sfrattando i
Visigoti dalla loro patria, la Gallia
meridionale.[15] La posizione di
predominanza che il regno ostrogoto
acquis grazie a Teodorico in Europa

occidentale pass ora ai Franchi.


Non sopportando la reggenza di una donna, n l'educazione romana impartita al ragazzo, n i rapporti ossequiosi di
Amalasunta verso Bisanzio e neppure il suo spirito conciliante verso i Romanici, la nobilt gota riusc a strapparle il
figlio e a educarlo secondo le usanze del suo popolo. Tuttavia il giovane Atalarico si diede ad una vita di sperperi ed
eccessi trovando una morte prematura.[16] Allora Amalasunta, che voleva mantenere il potere, spos suo cugino
Teodato, duca di Tuscia. Costui, per, la releg in un'isola del lago di Bolsena, dove poi la fece uccidere da un suo
sicario nel 535. L'esilio e l'assassino di Amalasunta fu il casus belli che permise a Giustiniano di invadere l'Italia.[17]
Teodato tent di evitare la guerra, spedendo messaggeri a Costantinopoli, ma Giustiniano era gi pronto a reclamare
l'Italia. Solo la rinuncia al trono di Teodato, e la consegna del suo regno all'impero, avrebbero evitato la guerra.
Il generale incaricato di dirigere le operazioni fu Belisario, che da poco aveva combattuto con successo contro i
Vandali, a cui furono affidati 10.000 uomini tra comitatensi, foederati e buccellarii. Il generale bizantino conquist
velocemente la Sicilia, per poi occupare Rhegium (Reggio Calabria) e Napoli prima del novembre 536. A dicembre
era a Roma, costringendo alla fuga il nuovo Re dei Goti Vitige che da poco era stato chiamato a sostituire Teodato.
Rimase fermo a lungo a Roma poi, grazie a rinforzi giunti da Costantinopoli, il generale sped Narsete a liberare
Ariminum (Rimini), e Mundila a conquistare Mediolanum (Milano). I conflitti interni fra Narsete e Belisario fecero
s che Milano, assediata, dovette capitolare per fame venendo saccheggiata da 30.000 Goti che, guidati da Uraia,
trucidarono gli abitanti (539).

Ostrogoti

Nel frattempo erano arrivati in Italia anche i Franchi ed i Burgundi,


discesi nella Pianura Padana al comando di Teodeberto. Belisario
riusc ad espugnare Ravenna, capitale degli Ostrogoti, e a catturare
Vitige, grazie ad un'astuzia: finse di accettare l'offerta da parte dei Goti
di diventare loro re per farsi aprire le porte e conquistarla. Giustiniano,
spaventato, richiam in patria Belisario lasciando campo libero ai Goti.
Nel 541 sal al potere Totila, che ottenne l'appoggio della popolazione
italica grazie ad una politica agraria di eguaglianza, in base alla quale i
servi, affrancati, si arruolavano in massa nell'esercito di Totila. Grazie
a questo e ad altri fattori, riconquist l'Italia settentrionale. Totila
arriv fino a Roma assediandola e conquistandola; per la sua difesa
venne richiamato Belisario che la riprese nel 547. Giustiniano, dopo
Ritratto di Teodato su una sua moneta.
aver richiamato Belisario, lanci nel 549 una nuova campagna di
conquista dell'Italia, con a capo Germano. Durante la riconquista di Roma guidata da Narsete, Totila venne ferito e
mor poco dopo. Il successore di Totila fu Teia che, sconfitto velocemente (552), fu anche l'ultimo re dei Goti. La
sua sconfitta non determin per l'automatica sottomissione delle guarnigioni ostrogote, che, pur non eleggendo un
nuovo re, continuarono avanti una lotta disorganizzata, chiamando in loro aiuto i Franchi-Alamanni condotti da
Butilino e Leutari: Narsete, comunque, riusc a sconfiggere i franco-alamanni, spingendoli al ritiro e nello stesso
tempo ottenne la sottomissione delle ultime fortezze ostrogote della Tuscia, di Cuma e di Conza (553-555).
Rimaneva per ancora da conquistare la regione transpadana, in cui i Goti, condotti da Widin, non avevano
intenzione di arrendersi e avevano ottenuto inoltre l'appoggio del comandante franco Amingo: la loro resistenza dur
fino al 561/562, quando Narsete sconfisse sia Widin che Amingo e sottomise Verona e Brescia, le ultime sacche di
resistenza.
La Prammatica Sanzione del 554 ricondusse tutti i territori dell'Italia sotto la legislazione dell'Impero bizantino, e
reintegr tutti i proprietari terrieri delle terre alienate dall'"immondo" Totila a favore dei contadini. Gli Ostrogoti, in
seguito alla vittoria bizantina, scomparvero praticamente come componente demica, venendo dispersi o arruolati
come mercenari per servire in Oriente nell'esercito bizantino, mentre pochi rimasero in Italia; la Chiesa ariana venne
perseguitata e molti Ostrogoti vennero convertiti al cattolicesimo, cancellando ulteriori differenze tra essi e i
Romanici.

12

Ostrogoti

13

Cultura
Architettura
A causa della breve storia del regno, l'arte di Ostrogoti e Romani
non sub una fusione. Sotto il patrocinio di Teodorico ed
Amalasunta, comunque, vennero svolti numerosi restauri di edifici
dell'antica Roma. A Ravenna vennero costruite nuove chiese ed
edifici monumentali, molti dei quali sono tuttora in piedi. La
Basilica di Sant'Apollinare Nuovo, il suo battistero, e la Cappella
Arcivescovile seguono uno stile architettonico tardo romanico,
mentre il Mausoleo di Teodorico mostra elementi puramente
gotici, tipo il mancato uso di mattoni a cui vennero preferiti
blocchi di calcare istriano, o il tetto in monoblocco di pietra da 300
tonnellate.

Letteratura
Orecchini ostrogoti in stile policromo, Metropolitan
Museum of Art, New York

Buona parte dei lavori di letteratura gotica (redatti durante il regno


ostrogoto) sono in lingua latina, nonostante alcuni dei pi vecchi
siano stati tradotti in greco ed in gotico (ad esempio il Codex
Argenteus). Cassiodoro, provenendo da un contesto diverso, ed esso stesso incaricato di compiti importanti nelle
istituzioni (console e magister officiorum), rappresenta la classe dirigente romana. Come molti altri con le stesse
origini, serv lealmente Teodorico ed i suoi eredi, come descritto nelle sue opere del tempo. Il suo Chronica, usato in
seguito da Giordane per il proprio Getica, ed altri panegirici scritti da lui e da altri romani per i re Goti del tempo,
vennero redatti sotto alla protezione dei signori Goti stessi. La sua posizione privilegiata gli permise di compilare il
Variae Epistolae, un epistolario di comunicazioni di stato, che ci permette un'ottima conoscenza della diplomazia
gotica del tempo.
Boezio un'altra importante figura del tempo. Ben educato e proveniente da una famiglia aristocratica, scrisse di
matematica, musica e filosofia. Il suo lavoro pi famoso, il De consolatione philosophiae, venne scritto mentre si
trovava imprigionato con l'accusa di tradimento.

Re ostrogoti
Per approfondire, vedi Sovrani ostrogoti.

Dinastia degli Amali

Valamiro circa 447-465


Teodemiro 468-474
Teodorico 476-526
Atalarico 526-534
Teodato 534-536

Ostrogoti

14

Re successivi

Vitige 536-540
Ildibaldo 540-541
Erarico 541
Totila 541-552 (anche conosciuto come Baduela)
Teia 552-553

Note
[1] Herwig Wolfram, Storia dei Goti, Roma, Salerno editrice, 1985 (orig. ted. 1979), p. 24.
[2] Wolfram, 387 n52.
[3] Herwig Wolfram, p. 25
[4] Thomas S. Burns, A History of the Ostrogoths (Bloomington: Indiana University Press, 1984), p. 44.
[5] Wolfram, 387 n57.
[6] Heather, Peter, 1998, The Goths, Blackwell, Malden, 52 - 57, 300 - 301.
[7] Heather 2005, p. 543.
[8] Heather 2005, p. 542.
[9] Wolfram, pp. 81-82.
[10] Giordane, Getica, 271
[11] Bury (1923), Cap. XII, pp. 413-421
[13]
[14]
[15]
[16]
[17]

Aldo A. Settia (1999), "Il fiume in guerra. L'Adda come ostacolo militare (V-XIV secolo)", Studi storici, XL(2): 487-512
Gabriele Pepe, Il Medio Evo barbarico d'Italia. Torino: Giulio Einaudi, 1959, p. 31
Bury (1923), Cap. XVIII, p. 161
John Bagnell Bury (1923), History of the Later Roman Empire Vols. I & II., Cap. XVIII, pp. 159-160
Procopio di Cesarea, De Bello Gothico I, 5.1

Bibliografia
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www.ucalgary.ca/~vandersp/Courses/texts/jordgeti.html)
Cassiodoro, Chronica
Cassiodoro, Varia epistolae (http://www.gutenberg.org/etext/18590) ("Lettere"), presso il Progetto Gutenberg
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Excerpta_Valesiana/2*.html)

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(http://www.worldwideschool.org/library/books/hst/roman/TheDeclineandFallofTheRomanEmpire-4/
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Thomas S. Burns, A History of the Ostrogoths, Boomington, 1984.
John Bagnell Bury, History of the Later Roman Empire Vol. I & II (http://penelope.uchicago.edu/Thayer/E/
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Peter Heather, The Goths (http://books.google.com/books?id=eCf0Tjg0BukC&printsec=frontcover&
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Herwig Wolfram, Storia dei Goti, Roma, Salerno editrice, 1985 (orig. ted. 1979), pp. 431 ss.

Ostrogoti

15

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In italiano

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Gabriele Pepe, Il Medio Evo barbarico d'Italia. Torino: Giulio Einaudi, 1959
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nell'Italia ostrogota, L'Erma di Bretschneider, Roma 1999.

Voci correlate

Goti
Sovrani ostrogoti
Regno ostrogoto
Lingua gotica
Teodorico il Grande
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Teodorico il Grande

16

Teodorico il Grande
Teodorico

Teodorico rappresentato in una miniatura del XII secolo.


Re degli Ostrogoti
In carica

474
526

Incoronazione

478

Predecessore

Teodemiro

Successore

Atalarico
Re d'Italia

In carica

493
526

Predecessore

Odoacre

Successore

Atalarico

Nascita

Pannonia, 454

Morte

Ravenna, 526

Sepoltura

Ravenna

Padre

Teodemiro

Madre

Ereleuva

Figli

Amalasunta

Religione

Arianesimo

Teodorico, detto il Grande, pi correttamente Teoderico, dal goto iudareiks (Pannonia, 12 maggio 454
Ravenna, 5 aprile 526), fu re degli Ostrogoti dal 474 e re d'Italia dal 493 al 526, secondo dei re barbari di Roma.

L'attivit
Teodorico era un uomo di grande distinzione e di buona volont verso tutti e govern per trentatr anni. Per trent'anni
l'Italia godette di tale buona fortuna che i suoi successori ereditarono la pace, poich qualunque cosa facesse era buona. Egli
govern cos due stirpi, i romani e i goti, e- sebbene fosse un ariano- non attacc mai la religione cattolica, organizz giochi
nel circo e nell'anfiteatro, sicch infine dai romani fu chiamato Traiano o Valentiniano, i cui tempi prese a modello; e dai
goti, per il suo editto col quale stabiliva la giustizia, egli fu considerato sotto ogni punto di vista il loro re migliore
(Uno storico latino)

Teodorico il Grande

17
Teoderico (il cui nome in norreno e islandese irik af Bern, mentre
in tedesco Dietrich von Bern, dove Bern il nome di Verona nel
tedesco altomedioevale) nacque in Pannonia, fra le attuali Ungheria e
Austria.

Mattone che reca inciso il nome di Teodorico,


ritrovato a Roma.

Figlio del re ostrogoto Teodemiro e di una sua concubina, Erelieva,


all'et di otto anni fu inviato come ostaggio, a garanzia della pace tra
Bizantini ed Ostrogoti, presso la corte dell'imperatore Leone I, dove
visse per dieci anni. Nella capitale dell'Impero romano d'Oriente venne educato e apprese il latino e il greco.
Riscattato dal padre, si fece subito valere come comandante degli Ostrogoti in diverse battaglie, conquistandone ben
presto la fiducia.

La successione
Teodorico succede al trono degli Ostrogoti dopo la morte del padre (474) e prosegue la politica di alleanza con il
vicino Impero, dal quale otteneva compensi per i servigi di protezione dei confini. L'imperatore bizantino, alleandosi
con Teoderico, sperava che questi riuscisse a porre sotto il controllo ostrogoto le nuove popolazioni barbariche che
spingevano ai confini dell'Impero, assicurando cos a Bisanzio una zona di influenza che fungesse da cuscinetto tra
l'Impero e le popolazioni barbariche.
I successi di Teoderico portarono l'imperatore Zenone a riconoscere al re ostrogoto lo stato di federato romano e di
eleggerlo a console nell'anno 484 (alcuni anni dopo gli fu anche eretta una statua equestre a Costantinopoli),
ufficializzando in questo modo il predominio ostrogoto sull'area balcanica.
La presenza di Teoderico stava diventando per sempre pi ingombrante per Zenone e nel contempo Odoacre in
Italia stava allargando la sua zona di influenza minacciando gli interessi di Bisanzio. Zenone pens di risolvere i suoi
problemi mettendo l'uno contro l'altro i due re barbari, per cui, con l'aiuto di Bisanzio, nel 488 Teoderico prepar la
spedizione verso l'Italia, intrapresa nell'autunno dello stesso anno.

La spedizione in Italia
Per approfondire, vedi Regno ostrogoto#La conquista dell'Italia da parte dei Goti.

Teoderico varc le Alpi orientali nel 489 con al seguito un esercito di circa 100.000 Ostrogoti e condusse le sue genti
in una serie di cruenti scontri contro gli Eruli, scontri che terminarono dopo cinque anni (493), quando Teoderico
fece uccidere a tradimento il suo rivale Odoacre e tutta la sua corte durante un banchetto che avrebbe dovuto sancire
la pace tra i due re. L'eliminazione di Odoacre, che pare volesse a sua volta insidiare la vita di Teoderico, segn
l'inizio del dominio degli Ostrogoti in Italia, dominio che rappresent un lungo periodo di pace e stabilit per molti
anni.

Teodorico il Grande

18

I rapporti tra Ostrogoti e


Romani
Teoderico segu le linee guida gi
tracciate da Odoacre, lasciando ai
Romani, che gli si dimostrarono fedeli,
gli impieghi amministrativi e politici
che gi possedevano, riservando nel
contempo esclusivamente ai Goti i
compiti di sicurezza e difesa. Inoltre,
per pacificare l'Italia, riscatt i cittadini
Palazzo di Teodorico a Ravenna, mosaico nella basilica di Sant'Apollinare Nuovo
romani fatti prigionieri da altri popoli
barbari e procedette alla distribuzione delle terre. Tale liberalit e avvedutezza nella ripartizione dei terreni da
attribuire all'esiguo numero di Ostrogoti rimasti dopo aver varcato le Alpi.

Opere pubbliche
Teodorico si distinse anche per l'esecuzione e il ripristino di opere
pubbliche, come la ristrutturazione dell'acquedotto costruito da
Traiano che dall'Appennino, attraverso la localit di Galeata (dove
sono stati recentemente ritrovati i quartieri termali di un palazzo
da caccia appartenuto a Teodorico), scende verso Forl e Ravenna.
L'importanza di tale opera pubblica testimoniata anche dalla
attuale presenza di toponimi come quello della Pieve di Santa
Maria in Acquedotto, presso il casello autostradale di Forl. Queste
e altre misure permisero all'economia italica di riprendersi dal
lungo ristagno a cui era stata soggetta.
Il Mausoleo di Teodorico a Ravenna
Si ha notizia di almeno altri due Palazzi di Teodorico: il pi noto e
del quale rimane forse qualche resto a Ravenna; un secondo
Palazzo di Teodorico fu fatto erigere dal re ostrogoto a Monza.
Teodorico fece costruire, inoltre, il Mausoleo destinato a custodire le sue spoglie. Il Mausoleo formato da due
ambienti sovrapposti, con una pesantissima copertura monolitica a calotta in pietra d'Istria che non ha eguali
nell'architettura tardoantica e bizantina. Questo enigmatico edificio, infatti, si inserisce nella tradizione dei
monumenti imperiali. Molti edifici e acquedotti di Roma furono pure soggetti ad accurata riparazione dei danni
subiti a causa dei terremoti e dei saccheggi del secolo precedente.

Dispute religiose
Anche in ambito religioso Teodorico, bench seguace del Cristianesimo ariano, non perseguit la fede cattolica,
seguendo anche in questo l'esempio di Odoacre.
Il nuovo imperatore Giustino I, che ambiva a un nuovo ruolo dell'Impero anche in relazione alle questioni religiose
che agitavano il cristianesimo, dette inizio alla sua personale crociata contro l'arianesimo, visto come fede
inconciliabile e soprattutto pericolosa per il crescente potere della Chiesa cattolica. Fedele a questa sua linea di
ostilit nei confronti dell'eresia ariana, nel 524 decret che i luoghi di culto ariani venissero consegnati alla Chiesa
cattolica.

Teodorico il Grande
Teodorico, convinto che ci fosse un'intesa segreta tra l'impero di Costantinopoli e gli abitanti romani d'Italia, reag
con violenza: fece uccidere alcuni dei suoi pi preziosi collaboratori, tra cui Severino Boezio. In seguito Teodorico
costrinse papa Giovanni I a recarsi a Costantinopoli per chiedere la revoca del decreto a Giustino I e chiedere per
giunta che gli ariani convertiti forzatamente al cattolicesimo potessero riabbracciare la fede ariana. Il Papa ottenne la
revoca dell'ordine, ma si rifiut anche solo di chiedere all'imperatore il permesso per gli ariani convertiti al
cattolicesimo di tornare all'arianesimo. Cos, quando torn a Roma, Giovanni I fu imprigionato e lasciato morire in
carcere nel 526 da Teodorico.
Teodorico, sconvolto dagli avvenimenti degli ultimi mesi e ormai vecchio, mor nello stesso 526 lasciando l'Italia,
pacificata, al nipote Atalarico sotto la reggenza della figlia Amalasunta.

La leggenda
Teoderico fu protagonista di numerose leggende. Una leggenda romantica sulla morte vuole che a Teoderico sia
giunta un giorno la notizia che era stata avvistata nei boschi una cerva dalle corna d'oro. Armatosi di arco e frecce, il
sovrano s'incammin alla sua ricerca, ma improvvisamente il cavallo che lo trasportava, imbizzarritosi, cominci a
correre senza fermarsi, fino ad arrivare (scavalcando lo Stretto di Messina con un salto spettacolare) al cratere
dell'Etna, dentro al quale si gett con il re in groppa. La leggenda stata ripresa con qualche variante dal Carducci,
che ne scrisse un poemetto in versi a quartina doppia: La leggenda di Teoderico, nella raccolta pubblicata con il
titolo Rime nuove.
Una variante di questa leggenda quella che narra che Teoderico avesse paura dei fulmini e un giorno, durante un
temporale, avesse deciso di fare un bagno nella vasca del suo mausoleo per essere al sicuro. Cadde tuttavia un grosso
fulmine sul mausoleo, che ne spacc la volta creando una crepa a forma di croce e uccidendo Teoderico. Poi dal
cielo scese un cavallo nero che lo caric in groppa e and a gettarlo nel cratere dell'Etna.Wikipedia:Uso delle fonti
Un altro episodio d una versione "leggendaria" dell'uccisione del rivale Odoacre il quale, dopo essere stato sconfitto
da Teoderico in battaglia, sarebbe stato invitato amichevolmente a cena da quest'ultimo che, approfittando del fatto
che erano soli, lo avrebbe fatto uccidere a tradimento da un servo con una pugnalata alle spalle. Da quest'episodio
sarebbe derivato il celebre proverbio: A tavola non si invecchia.[1]
Nel folklore delle popolazioni alpine vi sono numerose leggende che menzionano Teodorico di Verona.
A Brescia, invece, una delle leggende sorte attorno al Mostas dle Cosre, rilievo in pietra dalle dubbie origini, vi
vedrebbe un ritratto abbozzato di Teodorico, scolpito sul posto[2], mentre a Bolzano si trova un imponente ciclo
pittorico dedicato alla leggenda di Re Laurino, eseguito nel 1911 dall'artista Bruno Goldschmitt di Monaco di
Baviera. La scultura in marmo bianco raffigura il re degli Ostrogoti Teodorico il Grande (Dietrich von Bern nella
irekssaga), che sottomette il re del popolo delle Dolomiti, re Laurino.

Note
[1] Menzionato in Dai barbari ai capitani di ventura, Arnoldo Mondadori, Milano, 1978, 1996, primo volume del progetto Storia d'Italia a
fumetti di Enzo Biagi.
[2] Braga, Simonetto, p. 56-57

Bibliografia
AA. VV., Teoderico il grande e i Goti d'Italia. Atti del XIII Congresso internazionale di studi sull'Alto Medioevo
(Milano, 2-6 novembre 1992), CISAM, Spoleto 1993.
Marina Braga, Roberta Simonetto, Il quartiere Carmine in Brescia citt museo, Brescia 2004
G. Garollo, Teoderico re dei Goti e degl'Italiani, Tip. Gazzetta dItalia, Firenze 1879.
W. Ensslin, Theoderich der Grosse, B. F. Bruckmann, Mnchen 1947.
P. Lamma, Teoderico, La Scuola Editrice, Brescia 1951.
J. Moorhead, Theoderic in Italy, Oxford University Press, Oxford 1992.

19

Teodorico il Grande

20

P. Amory, People and identity in Ostrogothic Italy, 489-554, Cambridge University Press, Cambridge 1997.
A. Giovanditto, Teodorico e i suoi goti in Italia (454-526), Jaca Book, Milano 1998.
B. Saitta, La civilitas di Teoderico: rigore amministrativo, tolleranza religiosa e recupero dell'antico
nell'Italia ostrogota, L'Erma di Bretschneider, Roma 1999.

Voci correlate
Regisole

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Predecessore

Re degli Ostrogoti

Successore

Teodemiro

474-526

Atalarico

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Odoacre

493 - 526

Atalarico

Controllo di autorit VIAF: 27864382 (http:/ / viaf. org/ viaf/ 27864382) LCCN: n80060662 (http:/ / id. loc. gov/
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Conquista dell'Italia di Teodorico

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Conquista dell'Italia di Teodorico


Conquista dell'Italia di Teodorico

Moneta di Odoacre, il re sconfitto nella guerra


Data

488 - 493

Luogo

Italia

Esito

Vittoria degli Ostrogoti


Schieramenti

Ostrogoti
Visigoti
(solo dal 490 al
491)
Rugi
(fino al 492)

Eruli
Sciri
Gepidi dell'esercito del Re d'Italia Odoacre

Comandanti

Teodorico il Grande
Tufa* (solo nel 489)
Federico* (solo nel
490-1)
Alarico II

Odoacre
Tufa (dal 490 al 492)
Federico (solo nel
492)
Pierio
Tuldila
Effettivi

20.000 Ostrogoti
25.000 Eruli
5.000 Rugi (solo nel 491)
10.000 Gepido (solo nel 488)
10.000 Visigoti (solo nel 490)
Perdite

Conquista dell'Italia di Teodorico

22

Ingenti
Ingenti
forse tra 6.000 - 8.000 forse tra 8.000 - 10.000
* Tufa e Federico cambiarono pi volte schieramento fino a uccidersi a vicenda in una sanguinosa battaglia.
Voci di battaglie presenti su Wikipedia

La Conquista dell'Italia di Teodorico fu una delle guerre pi decisive della storia dei regni romano-barbarici, visto
che decise il distacco definitivo dell'Italia dall'Impero romano d'Oriente, di cui Odoacre si era dichiarato vicario. La
guerra vide inoltre come protagonisti due dei pi abili comandanti di tutti i tempi, Odoacre e Teodorico. Entrambi
dimostrarono una grande tenacia, tanto che tutte le battaglie campali sarebbero state vinte dal primo senza il coraggio
del secondo, che combatteva in prima fila incitando i guerrieri a combattere pi valorosamente. La guerra riveste una
grande importanza anche perch vide la nascita del Regno ostrogoto, che fu per rapidamente conquistato come era
stato rapidamente eretto, nel 553, quando gli ultimi Goti vennero sconfitti dai Bizantini, che come gli Ostrogoti non
poterono stabilire il loro potere stabilmente a causa dei Longobardi.

Contesto Storico
Odoacre e l'Impero Romano d'Oriente
Quando, nel 476 l'ultimo imperatore romano, Romolo Augusto fu deposto, Odoacre, il capo delle genti germaniche
all'interno dell'Esercito Romano, in prevalenza Eruli e Gepidi, decise, per non inimicarsi la nobilt senatoria dell'ex
impero e guadagnarsi la fiducia dell'impero Orientale, decise di dichiararsi Vicario o "Patricius" dell'Impero Romano
D'Oriente, mantenendo cos buoni rapportoi con la nobilt senatoria e assumere agli occhi dei Romani non la figura
del sovvertitore ma quella del restauratore. Ma l'imperatore D'Oriente, Zenone sopportava a malapena l'idea di un re
barbaro in Italia, e fin dall'inizio i rapporti tra lui e Odoacre si guastarono, anche per l'autonomia che Odoacre
esercit in politica estera. Infatti Odoacre cominci una politica estera aggressiva contro i popoli ai confini del suo
dominio come i Gepidi e i Rugi. All'interno Odoacre stabil una buona politica che gli ingrazi il senato e per il fatto
che rispett le regople dell'esercito barbarico stabilite nel 398. L'obiettivo era infatti non spaventare i senatori con il
miraggio di saccheggi e distruzioni da parte delle truppe barbariche, che dovettero come sempre restare negli
acquartieramenti in terra italica. La politica religiosa fu ancora pi prudente: egli infatti cominci una politica di
tolleranza religiosa, ma ci furono dei guai quando il vescovo di Roma Simplicio mor, e si vociferava di colpi di stato
a favore dei Bizantini, e Odoacre decise di mettere una legge che vietava al neoeletto di alienare i beni ecclesiastici
che potevano servire per finanziare una politica contrapposta alla sua. Odoacre decise inoltre di dare il proprio aiuto
al vescovo di Pavia Epifanio, che chiedeva tasse pi basse e che venne accontentato con l'esenzione da tributi per
cinque anni.
Un altro modo di mettersi in mostra fu di
intervenire contro il prefetto ligure Pelagio,
reo di aver imposto tasse sui beni
ecclesiastici di Epifanio. Il funzionario
venne arrestato. Anche con altri ecclesiastici
venne raggiunto un accordo con Severino,
vescovo del Norico. In politica estera
Odoacre oper, tra il 486 e il 488 contro i
Rugi, Nella campagna, Odoacre decise di
dare un aiuto a un tale Illio, o almeno
Possedimenti di Odoacre nel 488

Conquista dell'Italia di Teodorico


quello che ci dicono le fonti a proposito dell'alleanza tra il re degli Ostrogoti Teodorico e i Rugi. Comunque la
campagna fin in una netta vittoria per Odoacre, che per intraprese un nuovo passo verso la guerra: rinunci ai
territori conquistati e si dichiar Rex, guadagnandosi cos l'inimicizia di Zenone, che decise di sbarazzarsi di lui e
dell'altro personaggio d'incomodo: Teodorico, re dei Goti. Quest'ultimo infatti aveva guerreggiato a lungo contro i
barbari, sconfiggendoli sempre, e nel 486 aveva sconfitto Ullio, un usurpatore e che si era fatto portavoce delle
richieste del suo popolo insoddisfattop della terra loro aggiudicata: arriv a minacciare Costantinopoli e a devastarne
i sobborghi. Fu cos che, per sbarazzarsi dei due nemici, Zenone decise di concedere il titolo di Re d'Italia a
Teodorico, e di spingerlo ad attaccare Odoacre.

La guerra
Scontri sul Danubio
Secondo le diverse fonti che trattano della guerra l'esercito di Teodorico era composto da almeno 20.000 guerrieri
Goti e da alcuni contingenti di natura diversa, probabilmente Rugi. La marcia del popolo ostrogoto (almeno 100.000
uomini, donne e bambini), cominci a Sirmiun, da dove percorsero la Slovenia per attaccare Odoacre nella pianura
padana. Purtroppo per i Gepidi, un popolo che viveva in quelle zone aveva creato un lungo sbarramento sul fiume
Vuka, vicino all'odierna Vukovar. Gli storici discutono molto su questo fatto. Non ci sono certezze su ci, ma a
causa dei pessimi rapporti tra i due popoli improbabile che i due fossero alleati: semplicemente i Gepidi erano ostili
ad un'invasione di Teodorico, e che il loro sbarramento non fosse legato per niente a Odoacre.
Teodorico cominci a prepararsi per la battaglia. La battaglia cominci con un attacco sanguinoso da parte dei Goti
che per vennero messi in difficolt in una sanguinosa mischia, ma Teodorico, che era rimasto in posizione arretrata
con un contingente di soldati attacc con grande valore il centro del nemico mettendolo in fuga mentre i soldati dei
lati si slanciarono sulle ali dei Gepidi che rimasero senza speranza di fuggire, e che furono sterminati senza piet dai
vincitori. A questa vittoria, probabilmente seguirono numerose scaramucce, ma le fonti non ne riportano traccia, e
probabilmente non ci furono grandi battaglie campali. Intanto, Odoacre si trovava in difficolt: infatti, nonostante la
politica moderata non era benvisto, in quanto barbaro, dalla classe senatoria, che quindi, col sopraggiungere di un
esercito forte guuidato da un re forte e valoroso, peraltro sostenuto da Costantinopoli, cominciarono le prime
defezioni, ma Odoacre non si fece scoraggiare e con il suo nuovo magister militum, Tufa si port a ridosso delle
Alpi, proprio quando nel 489 gli Ostrogoti attraversarono le Alpi e si trovarono in Italia

Battaglie di Isonzo e Verona


Teodorico entr in Italia nel 489, e Odoacre, che era arrivato sul fiume Isonzo con 10.000 soldati venne sconfitto
vicino ad Aquileia il 28 agosto. Le fonti ce ne parlano come se fosse una scaramuccia, dato i pochi accenni, ma dato
il fatto che Odoacre si ritir molto indietro, attestandosi sull'Adige presso Verona, probabile che la battaglia si
fosse conclusa con una vittoria di Teodorico. Quel poco che le fonti ci dicono ci permette di stabilire che la battaglia
avvenne su un ponte e che Teodorico avesse guidato i cavalieri Ostrogoti contro Odoacre sul ponte mentre la fanteria
passava il fiume poco lontano per sorprendere Odoacre che si ritir prima di farsi accerchiare. Odoacre, inoltre
arretr molto per raccogliere quante pi truppe possibile, pronto a combattere contro il suo mortale nemico. La
fanteria di Odoacre era composta probabilmente da mercenari come gli Eruli: si trattava di fanti ben disciplinati e
ben armati, tanto da godere la nomea di "migliore fanteria dell'epoca", soprattutto per la loro capacit di formare
schieramenti serrati. Secondo le fonti si trattava di guerrieri alti e possenti, con grosse armature a scaglie che li
rendevano per lenti e impacciati. Poi c'erano i cavalieri Alani e Sciri, indisciplinati e combattere con armature
leggere.
Teodorico, invece disponeva di una cavalleria molto pi potente di quella di Odoacre: i cavalieri Ostrogoti erano
agili e armati in modo da combattere velocemente. Avevano lunghi scudi e lance ben affilate, e sapevano estrarre la
spada con destrezza. La fanteria era invece divisa tra i pesantemente armati ma inesperti Rugi e gli Ostrogoti stessi,

23

Conquista dell'Italia di Teodorico


che erano coraggiosi ed esperti, ma che cedevano facilmente sotto pressione di una fanteria meglio addestrata.
Nonostante ci potevano contare su un capo esperto come Teodorico, che era uno stratega migliore di tanti altri, e,
forse, anche dello stesso Odoacre. A Verona si doveva combattere la battaglia decisiva che si svolse tra il 28 e il 30
settembre.
La battaglia cominci con un attacco massiccio dei Goti contro gli Eruli, che si trovavano a ridosso del fiume.
L'attacco venne respinto, mentre il combattimento tra le cavallerie era ancora in forse. Gli Eruli allora avanzarono
contro i Goti in fuga. Teodorico, visto i suoi arretrare decise di raccogliere alcuni drappelli che nascose dietro i
carriaggi che fece schierare davanti al nemico, mentre con un contingente attacc il nemico combattendo in prima
fila con i soldati incitandoli a essere valorosi e senza paura. la cavalleria, si ritirava, mentre i cavalieri Alani e Sciri,
invece di obbedire agli ordini di Odoacre si gettarono sui carriaggi dove i drappelli nascosti li massacrarono. Intanto
i Goti stavano avanzando in una mischia sanguinosa, nella quale gli Eruli cominciarono a fuggire. L'attacco della
cavalleria Ostrogota sul lato costrinse gli Eruli a scappare verso il fiume dove molti di loro o affogarono o vennero
macellati dai Goti all'inseguimento. La battaglia era stata una grande vittoria, e Teodorico decise di non lanciare i
suoi all'inseguimento degli sconfitti a causa dalle perdite ingenti. Odoacre decise allora, conoscendo le scarse
tecniche d'assedio dei Goti si asserragli a Ravenna, ma Teodorico lo sorprese occupando Milano e Pavia che gli apr
le porte per evitare il saccheggio. Secondo le fonti, inoltre, Odoacre sarebbe andato a Roma che gli avrebbe chiuso le
porte in faccia, ma gli storici tendono a credere che si tratti di una notizia poco attendibile.

Tufa
Proprio quando Odoacre aveva pi bisogno di uomini avvenne un fatto imprevisto: il magister militum , infatti,
defezion, e cpn molti soldati abbandon Odoacre per passare ai Goti. La fonte principale di questo evento,
Anomino Valesiano, non d spiegazioni credibili all'evento. Non da escludere che la mossa di Tufa servisse a
ritardare l'attacco finale a Odoacre(infatti Tufa avrebbe potuto chiedere piet per il proprio generale), ma l'ipotesi
poco credibile, in quanto Teodorico era un personaggio spietato e ambizioso. Teodorico, allora, decise di affidare a
Tufa la conduzione delle operazioni a Ravenna, dove per un'altra sorpresa avvenne. Infatti qui pass nuovamente
dalla parte di Odoacre, e fece massacrare i Goti che erano con lui.
Non improbabile che in verit Tufa fosse d'accordo con Odoacre fin dall'inizio, esercitando una specie di
doppiogioco, per imbrogliare Teodorico e indurlo a fidarsi di colui che lo avrebbe tradito. In effetti il risultato fu
brillante: un intero esercito Ostrogoto era stato distrutto e ora Odoacre poteva riprendere l'iniziativa contro il nemico.
Le truppe di Odoacre marciarono allora verso Milano dove Teodorico ordin alle truppe di ritirarsi. Milano venne
quindi saccheggiata barbaramente, mentre Teodorico, assediato a Pavia era sotto pressione nemica. Fu allora che
Odoacre commise due gravi errori politici: il primo fu saccheggiare Milano perdendo il favore della popolazione, e il
secondo fu dichiararsi Augusto e mettere il figlio Tela come Cesare. La classe senatoria non la prese bene, e l'intera
Italia Meridionale si ribell: Cassiodoro e l'intera Sicilia si staccarono da Odoacre e si offrirono a Teodorico, che ora
poteva dichiararsi salvato da una sconfitta.

Intervento barbarico: L'Adda


In quello stesso momento, per peggiorare la situazione di Odoacre avvenne una vera e propria invasione da parte dei
Burgundi del re Gundobaldo che decisero di approfittare delle divisioni in Italia per operare delle scorrerie in
Liguria. Sembra che i prigionieri fossero moltissimi e che solo tempo dopo Teodorico si sarebbe occupato di loro,
pagandone i riscatti. L'attacco dei Burgundi fu molto dannoso all'immagine di Odoacre che non era n intervenuto,
n tantomeno aveva tentato di mandare dei soccorsi. L'incursione dei Burgundi poco conosciuta nei particolari, e
non si ha traccia di eventi bellici del periodo di incursione burgundo, e ci fa pensare che si tratt di un'incursione
costellata di saccheggi e distruzioni che non incontrarono opposizione. Ma, per peggiorare ancora di pi la situazione
ci si misero i Visigoti del re Alarico II, che per solidariet etnica con gli Ostrogoti incvase l'Italia, liberando Pavia
dalla morsa di Odoacre. Per Teodorico la situazione volgeva a favore, e, lasciati Federico, il comandante dei Rugi al

24

Conquista dell'Italia di Teodorico


suo servizio, e i suoi soldati a Pavia, marci per ricongiungersi con i Visigoti. Odoacre si accorse troppo tardi
dell'errore e decise di attaccare le truppe Gote riunite, che contavano almeno 40.000 soldati. Odoacre inoltre
disponeva di soli 20.000 soldati, e la battaglia che si stava per combattere sull'Adda nei pressi dell'odierna
Pizzighettone sembrava ormai gi decisa.
Odoacre disponeva di soldati inoltre inferiori in disciplina e in armamento rispetto a quelli di Verona, visto che molti
Eruli erano morti. Odoacre e il suo comes Pierio si stabilirono al cantro, con Tufa che si poneva al fianco. Dal canto
suo, Teodorico stava al centro mentre i Visigoti di Alarico II si ponevano sul fianco. Si sa che la battaglia cominci
in una mischia senza strategia o tattica: si combatteva in modo sanguinoso e senza esclusione di colpi. La battaglia
era ormai decisa solo dal numero, e in breve i soldati di Odoacre scapparono via, mentre Tufa e i suoi scappavano
lungo la Valle dell'Adige. La vittoria non fu una sorpresa per Teodorico, che ormai poteva fruire di pi soldati
dell'avversario. A Odoacre rimaneva solo Ravenna, Rimini e Cesena oltre alla Valle dell'Adige presidiata da Tufa, il
quale poteva essere determinante nella guerra come lo era stato nel 489.

Assedio a Ravenna e fine di Tufa


Federico e i Rugi
Intanto a Pavia stava un altro degli alleati di Teodorico, il re dei Rugi, Federico un soldato violento e avido, o
almeno cos ce lo descrivono le fonti che ci riferiscono della sua tirannia a Pavia che occupp in modo violento e che
govern male. Federico aveva infatti vessato la popolazione con un saccheggio delle chiese e poi in una violenta
tassazione. Tutto ci danneggiava la figura di Teodorico, la cui immagine di liberatore dalle tirannie doteva essere
distrutta dal comportamento di Federico. Non improbabile che, per, Federico e i suoi non fossero altro che dei
capri espiatori per alcuni comportamenti degli Ostrogoti che Teodorico non poteva punire per non guadagnarsi
l'antipatia del proprio popolo.
Fu cos che, una volta arrivato a Pavia, e ricevuto il vescovo Epifanio, che gli parl del malgoverno (sempre secondo
le fonti come Cassiodoro e Anomino Valesiano) Teodprico convoc il re rugo per disacutere della fraccenda. Per
Federico non ne poteva pi dei suoi ordini, e ordin ai suoi di abbandonare la citt dopo un violento alterco. Forse
avvenne persino un combattimento, che comunque vide i Rugi fuggire e passare dalla parte di Odoacre. Intanto nel
resto dell'Italia, Teodorico stava guadagnando diversi consensi, e il re chiese la porpora regia all'imperatore Zenone
di Bisanzio, che per, proprio nell'aprile dello stesso anno mor. Il suo successore Anastasio I, era meno sotile a
Odoacre rispetto al predecessore, e non bad pi alla questione italica. Intanto a Ravenna, Oodacre si stava preparare
a difendere la citt, che Teodorico fece bloccare solo per terra, mentre dal mare arrivavano i rifornimenti.

Tufa e Federico
Fu cos che Federico e i suoi Rugi si unirono al magister militum Tufa. Si tratt di una defezione grave per gli
Ostrogoti, che si trovarono con ben 5.000 nuovi nemici. Odoacre, assediato a Ravenna, esult per la notizia, e si
prepar per una sortita al di fuori della citt, che intanto era stata messa sotto assedio. Infatti Teodorico aveva deciso
di circondare Ravenna sulla terra, senza per lanciare degli attacchi troppo rischiosi per i suoi Goti, famosi per la
loro incapacit negli assedi, mentre attaccava Rimini e Cesena, gli ultimi due centri a favore di Odoacre oltre a
Ravenna. Soprattutto su Rimini si concentravano gli sforzi di Teodorico, che aveva bisogno della piazzaforte per far
partire un blocco a Ravenna anche sul mare. Intanto, Tufa e Federico avevano deciso di attaccare gli Ostrogoti a
Pavia, ma secondo le fonti, i due non andavano affatto d'accordo, forse a causa della diffidenza tra i Rugi e gli Eruli
che tante volte si erano fatta la guerra. Forse altri disaccordi derivavano dal carattere di Federico, un sovrano crudele,
che forse ambiva addirittura a diventare re d'Italia aspettando che Teodorico e Odoacre si distruggessero a vicenda.
Ma le fonti dicono che i due litigassero peri i bottini di guerra, e forse pi probabile ci: in ogni caso si arriv allo
scontro, avvenuto tra Trento e Verona.

25

Conquista dell'Italia di Teodorico


La battaglia fu una mischia sanguinosa, e probabilmente i due capi combattevano in prima fila. Nella mischia, Tufa
mor colpito da una lancia, e siccome probabile che anche Federico fosse morto nello scontro, i due eserciti si
annientarono a vicenda, anche se alcuni Rugi riuscirono a tornare da Teodorico. La notizia dovette abbattere Oodacre
che si vide privato di 10.000 soldati necessari per la guerra.

La fine di Ravenna
Presa di Rimini e sortite di Odoacre
Nel 492, Teodorico si era sbarazzato di Tufa, e poteva occuparsi di Odoacre e di Ravenna, che ormai erano
praticamente isolate. Il re goto, per, prima si occup di Rimini, la cui presa era necessaria per bloccare i
rifornimenti a Ravenna. Mentre intensificava gli sforzi, Odoacre stava preparando i piani per delle sortite. Infatti il
suo prestigio, dall'inizio delle guerra era crollato per via delle continue sconfitte in campo aperto, e doveva, per
recuperare l'immagine del conquistatore e del condottiero, condurre delle offensive al di fuori di Ravenna. Anche per
Teodorico, la presa della citt era di priorit, visto che il suo grande prestigio non doveva crollare, e anche per
consolidare il suo dominio in Italia. Infatti il Sud e il Centro si erano arresi, ma c'era il pericolo di rivolte, e per
evitare ci, decise di inviare una carica a Costantinopoli per legalizzarla. In questo modo sarebbe apparso come un
sovrano legittimo.
Intanto, Odoacre aveva nominato un nuovo magister militum, un barbaro di nome Tuldila, forse un soldato
particolarmente valoroso (le fonti, a parte Tufa, sono piuttosto vaghe sulla personalit e la provenienza dei vice di
Odoacre. Tuldila propose allora uno sfondamento su due direttrici: una su Ponte Candiano, e sulla Pineta Classe.

Sortita a Classe
Oodacre e Tuldila decisero di attaccare la notte il 15 luglio 492, e il primo attacco fu diretto verso la Pineta Classe,
guidata da Oodacre, che sconfisse i Goti costringendoli a fuggire, ma Teodorico decise di formare una seconda linea,
dove Odoacre fu costretto ad arretrare. Su Ponte Candiano, Tuldila riusc ad avanzare, ma Teoodrico lanci i suoi
contro Oodacre, che fugg addosso a Tuldila. I due eserciti alleati cozzarono contro, e Teodorico attacc il ponte, che
croll portandosi via Tuldila che mor affogato nel fiume Ronco. L'ennesima vittoria di Teodorico segn la fine di
Oodacre, e in un certo senso, anche delle invasioni barbariche del V secolo. Oodacre decise di fortificarsi all'interno
dell'imprendibile Ravenna, ma all'improvviso, Rimini, stremata dalla fame, si arrese, dando a Teodorico un porto da
dove far partire il blocco a Ravenna.

Odoacre sconfitto
Ormai la fortuna aveva definitivamente voltato le spalle a Odoacre, che da quel momento si trov rinchiuso a
Ravenna di cui Teodorico fece bloccare il porto con una grande flotta. Un altro incarico, oltre a impedire l'arrivo dei
rifornimenti via mare, aveva anche il compito di sorvegliare Odoacre ed impedirne una fuga improbabile ma non
impossibile. Odoacre, rinchiuso all'interno della citt, si trov di colpo senza cibo, anzi, a causa della sua sicurezza
della continuit dei rifornimenti via mare, non aveva provveduto a far riempire i magazzini anche se le fonti non
parlano per di rivolte della popolazione contro Odoacre. Teodorico, intanto si trovava davanti diverse situazioni da
risolvere: l'imperatore bizantino Anastasio aveva cominciato a guardarlo con crescente ostilit, mentre i Rugi e i
Gepidi, oltre ovviamente ai Burgundi e ai Franchi, minacciavano le frontiere e in alcune zone i latini si stavano
ribellando.
Per questi motivi Teodorico decise di affrettare le operazioni militari: Cesena cedette per fame, e Odoacre si trov
confinato a Ravenna. Qui, ormai, io cibo era ridotto all'osso, e ormai erano finite le scorte di grano. Molti morivano
per fame, e i soldati si aggredivano tra di loro per pochi grammi di cibo. Nonostante ci, sapeva che il rivale non si
trovava comunque in una buona posizione.

26

Conquista dell'Italia di Teodorico

27

Intanto Teodorico stava gestendo l'assedio con sempre meno interesse, visto che doveva occuparsi di altre faccende,
e decise di stipulare una tregua con Odoacre. In quello stesso momento gli giunse notizia che alcuni Gepidi avevano
attraversato le Alpi. Dopo averli sconfitti, Teodorico strinse con loro una pace, e torn a Ravenna. Secondo le fonti
Teodorico offr al proprio mortale nemico un accordo di pace, che venne stipulato il 5 marzo. Ma per quali motivi lo
fece? Odoacre era ormai allo stremo, e sarebbe stata solo questione dei tempo che Ravenna cadesse. Forse, il vero
motivo stava nella minaccia che gli Eruli e gli Sciri, insieme ai Rugi minacciavano di attaccarlo insieme ai Bizantini
per proteggere Odoacre. Quindi si pu ipotizzare che Teodorico volesse togliere ai Bizantini e agli altri barbari ogni
pretesto per attaccarlo.
Qualunque fosse il patto, Odoacre decise di accettarlo, e lui, insieme al figlio Tela furono dichiarati Cesari del re
d'Italia Teodorico. Ma quest'ultimo non era incline ad accettare di governare con Odoacre, e il 15 marzo lo invit al
suo palazzo per pranzare. Odoacre venne con una guardia del corpo composta da bucellari (ossia soldati barbarici.).
Ma Teodorico fece scattare la trappola. Un centinaio di guerrieri circondarono la guardia di Odoacre, ma nessuno
osava colpirlo. Allora Teodorico, che intendeva dimostrare di essere superiore ai suoi soldati, afferr una spada e lo
trafisse allo stomaco, infierendo poi sul corpo. Sembra che in quell'occasione abbia detto "Sembra che costui non
abbia ossa". Da quest'omicidio deriva il proverbio "A tavola non si invecchia"Wikipedia:Uso delle fonti.
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Regno ostrogoto
Regno ostrogoto

Dati amministrativi
Nome completo

Regno ostrogoto

Lingue parlate

Latino - Gotico

Capitale
Dipendente da

[1]

Ravenna (fino al 540) ; Pavia


Impero bizantino
Politica

Forma di governo
Re d'Italia
Organi deliberativi

Monarchia ereditaria
elenco
Senato romano

Nascita

493 con Teodorico il Grande

Causa

Battaglia dell'Isonzo

(dal 540)

Regno ostrogoto

28
Fine
Causa

553 con Teia


Battaglia dei Monti Lattari
Territorio e popolazione

Territorio originale Italia, Illirico, Noricum, Pannonia e parte della Gallia Narbonensis
Religione e societ
Religioni preminenti Arianesimo (Goti), Chiesa romana (Romani)
Evoluzione storica
Preceduto da

Impero d'Oriente (Regno di Odoacre)

Succeduto da

Impero bizantino (Prefettura d'Italia)

Il Regno ostrogoto venne stabilito dagli Ostrogoti in Italia e nelle zone confinanti tra il 493 ed il 553. In Italia gli
Ostrogoti rimpiazzarono Odoacre, il padrone de facto dell'Italia che aveva deposto l'ultimo imperatore dell'Impero
romano d'Occidente nel 476. La penisola venne divisa quindi in 17 distretti con a capo dei governatori che avevano
ampi poteri fiscali, giuridici e civili. Tutti costoro rispondevano del proprio operato direttamente al prefetto del
pretorio che risiedeva a Ravenna ed era di nomina regia.

Storia
Contesto storico
Gli Ostrogoti
Per approfondire, vedi Ostrogoti.

Gli Ostrogoti erano la branca orientale dei Goti. Si insediarono in Dacia dove stabilirono un potente stato, ma
durante il IV secolo caddero sotto il dominio degli Unni. Dopo il collasso dell'Impero degli Unni nel 454, molti
Ostrogoti vennero spostati dall'imperatore Marciano in Pannonia con la qualifica di foederati. Nel 460, durante il
regno di Leone I, dal momento che l'impero romano smise di pagare la quota annuale, devastarono l'Illiria. Venne
firmata la pace nel 461 in seguito alla quale il giovane Teodorico Amalo, figlio di Teodemiro della dinastia Amali,
venne mandato a Costantinopoli come ostaggio, dove ricevette un'educazione romana.[2] Negli anni precedenti molti
Goti, guidati prima da Ardaburio Aspare e poi da Teodorico Strabone, prestarono servizio nell'esercito romano
diventando figure di primo piano in campo politico e militare alla corte di Costantinopoli. Il periodo compreso tra il
477 ed il 483 vide una lotta a tre tra Teodorico Amal, che successe al padre nel 474, Teodorico Strabone ed il nuovo
imperatore bizantino Zenone. Nel corso di questo conflitto le alleanze cambiarono pi volte, e buona parte dei
Balcani vennero devastati. Alla fine, dopo la morte di Strabone avvenuta nel 481, Zenone scese a patti con
Teodorico. Parte della Mesia e della Dacia vennero cedute ai Goti, e Teodorico venne nominato magister militum
praesentalis e Console nel 484.[3] Solo un anno dopo Teodorico e Zenone ripresero il loro conflitto, e di nuovo
Teodorico invase la Tracia saccheggiandola. Fu allora che Zenone pens di prendere due piccioni con una fava, ed
aizz Teodorico contro un altro vicino nemico dell'Impero, il regno italiano di Odoacre.

Regno ostrogoto

29

Il regno di Odoacre
Per approfondire, vedi Odoacre.

Nel 476 Odoacre, un magister militum germanico, depose l'imperatore romano Romolo Augusto autoincoronandosi
rex Italiae ("Re d'Italia"), mentre restava ufficialmente sotto la sovranit dell'impero bizantino. Questo fatto venne
riconosciuto da Zenone nel 477 quando insign Odoacre del rango di Patrizio. Odoacre mantenne inalterato il sistema
amministrativo, cooperando attivamente con il Senato romano, ed il suo governo fu efficiente. Elimin i Vandali
della Sicilia tra il 477 e il 485 prima per vie diplomatiche poi con le armi, e nel 480 conquist la Dalmazia in seguito
alla morte di Giulio Nepote.[4][5]

La conquista dell'Italia da parte dei Goti


Venne raggiunto un accordo tra Zenone e Teodorico in base al quale il secondo, in caso di vittoria, avrebbe
governato l'Italia col titolo di rappresentante dell'imperatore.[6] Teodorico ed il suo popolo partirono da Novae in
Mesia nell'autunno del 488, attraversando la Dalmazia ed oltrepassando le Alpi Giulie entrando in Italia alla fine
dell'agosto del 489. Il primo confronto con l'esercito di Odoacre si ebbe sul fiume Isonzo (Battaglia dell'Isonzo) il 28
agosto. Odoacre venne sconfitto e fugg verso Verona, dove un mese dopo si svolse un'altra battaglia conclusa con
una vittoria gotica sanguinosa e schiacciante. Odoacre si ritir nella capitale Ravenna, mentre il grosso del suo
esercito guidato da Tufa si arrese ai Goti. Teodorico mand Tufa ed i suoi uomini da Odoacre, ma questi si riunirono
al loro re. Nel 490 Odoacre fu in grado di organizzare una nuova campagna militare contro Teodorico, conquistando
Milano e Cremona, ed assediando la principale base gotica sul Ticino, Pavia. A questo punto intervennero i Visigoti;
l'assedio venne tolto, ed Odoacre sub una nuova sconfitta sulle rive dell'Adda l'11 agosto 490. Odoacre torn a
Ravenna, mentre il Senato e numerose citt italiane si consegnarono a Teodorico.[7]
A questo punto fu il turno dei Goti di assediare Ravenna ma, dal momento che non disponevano di una flotta, e che
la citt poteva essere rifornita via mare, l'assedio avrebbe potuto protrarsi all'infinito. Fu solo nel 492 che Teodorico
ebbe una flotta a disposizione per poter conquistare il porto di Ravenna, tagliando completamente le sue connessioni
con il mondo esterno. Gli effetti di questa azione si videro sei mesi dopo quando, tramite la mediazione di Giovanni,
vescovo della citt, iniziarono le negoziazioni tra le due parti. Venne raggiunto l'accordo il 25 febbraio 493, secondo
il quale i due si sarebbero dovuti dividere l'Italia. Venne organizzato un banchetto per celebrare il trattato. Fu a
questa festa che, il 15 marzo, Teodorico, dopo un brindisi, uccise Odoacre con le proprie mani. Segu il massacro di
tutti i soldati di Odoacre. A questo punto Teodorico divenne il padrone dell'Italia.[8]

Il regno di Teodorico il Grande


Per approfondire, vedi Teodorico il Grande.

La natura del regno di Teodorico


Come Odoacre, anche Teodorico poteva vantare il titolo di patrizio e rispondeva all'imperatore di Costantinopoli con
la qualifica di vicer d'Italia, titolo riconosciuto dall'imperatore Anastasio nel 497. Contemporaneamente era a capo
del proprio popolo, che non era composto da cittadini Romani. In realt ag con una certa autonomia nonostante, a
differenza di Odoacre, mantenne ufficialmente la dipendenza da Bisanzio.
Il sistema amministrativo del regno di Odoacre, che in essenza corrispondeva a quello del precedente impero, venne
mantenuto e gestito da soli cittadini Romani, come ad esempio il letterato Cassiodoro. Il Senato continu a
funzionare normalmente, e le leggi dell'impero venivano riconosciute dalla popolazione romana, mentre i Goti
venivano governati usando le proprie leggi.

Regno ostrogoto

30

Essendo un regnante subordinato, Teodorico non aveva il diritto di emanare proprie leggi (leges) nel sistema del
diritto romano, ma solo editti (edicta), o precisazioni di alcuni dettagli.[9] La continuit dell'amministrazione
dimostrata dal fatto che molti ministri esperti di Odoacre, come Liberio e Cassiodoro, vennero tenuti al vertice delle
istituzioni nel nuovo impero.[10]
La stretta cooperazione tra Teodorico e la classe dirigente romana inizi ad entrare in crisi negli anni seguenti,
soprattutto dopo la ricomposizione della frattura ecclesiastica tra Roma e Costantinopoli, quando alcuni importanti
senatori cospirarono contro l'imperatore. Questo port all'arresto ed all'esecuzione del magister officiorum Boezio e
del fratellastro Simmaco nel 524.[11]
Il governo di Teodorico

Teodorico fu un uomo di grandi qualit e altruismo, e govern per trent'anni. Durante il suo regno l'Italia per 35 anni
ebbe buone fortune ed i suoi successori ereditarono la pace. Tutto quello che fece fu buono. Govern due razze
contemporaneamente, Romani e Goti, e nonostante fosse egli stesso ariano non attacc la religione cattolica;
organizz giochi nel circo e nell'anfiteatro, tanto che dai Romani venne chiamato Traiano o Valentiniano, due
imperatori da cui aveva tratto l'ispirazione; e dai Goti, a causa dell'editto in cui defin la legge, venne giudicato degno
dei migliori re.
Anonimoymus Valesianus, Excerpta II 59-60
D'altra parte, l'esercito e tutti gli ufficiali militari rimasero ad appannaggio dei Goti. I Goti erano insediati soprattutto
in Italia settentrionale, e si tennero distanti dai Romani, tendenza rafforzata dai loro differenti destini: i Goti erano
soprattutto ariani, mentre le persone che comandavano erano principalmente Calcedoniani. Nondimeno, e a
differenza di Visigoti e Vandali, esisteva un'ampia tolleranza religiosa, che venne estesa anche agli ebrei.[12] La
diplomazia di Teodorico viene ben dimostrata dalle sue lettere agli ebrei genovesi: "Il vero segno della civilitas
l'osservanza della legge. questo che rende possibile la convivenza comunitaria, e che separa gli uomini dai bruti.
Siamo lieti di accettare le vostre richieste di rinnovo dei privilegi garantiti a voi in precedenza..."[13] e "Non
possiamo imporre una religione, perch nessuno pu essere obbligato a credere contro la propria volont".[14]
L'editto di Teodorico
Nel 500 lo stesso Teodorico eman un editto nominato Edictum
Theodorici Regis composto da 154 articoli. Lo spirito alla sua base era
di origine romana, cos come le normative che lo componevano. Ad
esempio erano di estrazione latina quelle disposizioni che delegavano
ai tribunali civili le cause di natura economico-sociale, e a quelli
militari le cause in campo bellico. Solitamente, i primi erano retti da
magistrati romani e i secondi da generali goti. Difficilmente un romano
Il 30 settembre 489 Teodorico sconfigge Odoacre
compariva
davanti ad un giudice goto, a meno che l'altro contendente
(Antica pergamena)
non fosse goto. In questi casi al magistrato di estrazione gota ne veniva
affiancato un altro di origine romana. Il codice di leggi promulgate da Teodorico, quindi, si basava essenzialmente
sulla personalizzazione del diritto, ovvero: la legge applicata cambiava a seconda dell'appartenenza etnica.
I goti, secondo le leggi dell'hospitalitas reclamarono un terzo dei territori di cui rivendicavano il possesso essendone
rimasti gli unici difensori. Il sovrano era anche comandante supremo dell'esercito e lo richiamava alla mobilitazione
generale, che avveniva solitamente nel distretto immediatamente pi vicino al teatro bellico. I cittadini goti
provvedevano personalmente al loro equipaggiamento, ed i romani avevano l'obbligo di fornire ai militari di
passaggio vitto e alloggio gratuito.
Il senato romano mantenne le prerogative "puramente onorifiche" attribuitegli verso la fine dell'impero. Aveva
l'obbligo di offrire aiuto e sussidi alla plebe mediante distribuzioni settimanali di grano, ed i due consoli davano il
nome all'anno in corso. I senatori, in linea teorica, rappresentavano ancora il massimo organismo civile della citt,
ma in realt Teodorico li mise sotto tutela del praefectus urbi (a sua volta dipendente dal prefetto del pretorio di

Regno ostrogoto

31

nomina regia) che estendeva la sua legislazione anche sulla composizione del senato.
Relazioni con gli stati germanici occidentali
Fu in politica estera, piuttosto che in
quella interna, che Teodorico apparve
come un governatore autonomo.
Attraverso alleanze strette grazie ai
matrimoni, tent di guadagnarsi una
posizione di primo piano tra gli stati
germanici occidentali. Come disse
Giordane: "...non vi fu razza tra i regni
occidentali con cui Teodorico non
abbia stretto amicizia o sottomesso
durante la sua vita".[15] Questo fu in
parte dovuto ad una cautela difensiva,
ed in parte per controbilanciare
l'influenza dell'Impero. Le figlie
vennero sposate al re Visigoto Alarico
II
ed
al
principe
Burgunde
[16]
Sigismondo,
la sorella Amalfrida
Impero di Teodorico - La mappa mostra i regni germanici nel 526, l'anno in cui mor
[17]
Teodorico. Oltre all'Italia, la Dalmazia e la Provenza, regn anche sui Visigoti
spos il re Vandalo Trasamondo,
mentre egli stesso prese in moglie
Audofleda, sorella del re Franco Clodoveo I.[18]
Queste politiche non furono sempre coronate dalla pace: Teodorico si trov in guerra contro Clodoveo quando
quest'ultimo attacc i domini dei Visigoti in Gallia nel 506. I Franchi vinsero in breve tempo, uccidendo Alarico
durante la battaglia di Vouill e sottomettendo l'Aquitania nel 507. A partire dal 508 Teodorico diede il via alle
campagne in Gallia, riuscendo a salvare la Settimania per conto dei Visigoti, estendendo il dominio ostrogoto nella
Gallia meridionale (Provenza) a spese dei Burgundi. Qui Teodorico ristabil l'antica Prefettura del pretorio delle
Gallie. Ora Teodorico aveva un confine condiviso con il regno visigoto dove, dopo la morte di Alarico, egli
governava in qualit di tutore del nipote neonato Amalarico.[19]
I legami familiari servirono a poco anche con Sigismondo che, essendo un seguace della chiesa Calcedoniana,
coltivava stretti legami con Costantinopoli. Teodorico giudic la cosa come una minaccia, e gli dichiar guerra, ma i
Franchi fecero la prima mossa invadendo la Burgundia nel 523, sottomettendola in poco tempo. Teodorico pot
reagire solo espandendo i suoi domini in Provenza a nord del fiume Durance, fino all'Isre.
La pace con i Vandali, assicurata nel 500 grazie al matrimonio con Trasamondo, ed i comuni interessi ariani contro
Costantinopoli, collass dopo la morte di Trasamondo avvenuta nel 523. Il suo successore, Ilderico, mostr di
preferire i cattolici di Nicea e, quando Amalfrida protest, Ilderico fece uccidere lei e la sua corte. Teodorico stava
preparando una spedizione vendicativa quando mor.[20]
Relazioni con l'impero
I rapporti con l'impero

Regno ostrogoto

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Sta a noi, clemente imperatore, cercare la pace, visto che non ci sono motivi per odiarci. [...] La nostra regalit
un'imitazione della vostra, modellata sui vostri buoni propositi, una copia dell'unico impero; e dal momento che vi
seguiamo, eccelliamo sulle altre nazioni. Spesso mi avete costretto ad amare il Senato, per accettare cordialmente le
leggi dei passati imperatori, per fonderci in una cosa unica con tutto il resto d'Italia. [...] C' qualcosa oltre ai nobili
sentimenti, all'amore per la citt di Roma, per cui due principi, che entrambi governano in suo nome, non dovrebbero
essere divisi.
Lettera di Teodorico ad Anastasio
Cassiodorus, Variae I.1
I rapporti di Teodorico con chi gli garantiva la nomina di reggente, l'impero romano d'Oriente, furono sempre tesi,
sia in senso politico sia per ragioni religiose. Soprattutto durante il regno di Anastasio, questi problemi portarono a
numerosi scontri, nessuno dei quali si trasform in guerra. Nel 504-505 le forze di Teodorico lanciarono una
campagna per riconquistare la Pannonia e la strategica citt di Sirmio, in precedenza parte della Prefettura del
pretorio d'Italia, occupata in quel periodo dai Gepidi. La campagna ebbe successo, ma port anche ad un breve
conflitto con le truppe imperiali vinto dai Goti e dai loro alleati. Lo scisma acaciano intercorso tra i patriarcati di
Roma e Costantinopoli, causato dal supporto dell'impero all'Enotico e dalle credenze monofisiche di Anastasio,
aiutarono Teodorico, visto che il clero e l'aristocrazia romana dell'Italia, guidata da Papa Simmaco, li contrast con
vigore. Per un certo periodo Teodorico non pot contare sul loro supporto. La guerra tra Franchi e Visigoti port a
nuove frizioni tra Teodorico e l'imperatore, visto che Clodoveo si present come campione della Chiesa Cattolica
che combatteva contro gli "eretici" Goti ariani. Alla fine questo caus una spedizione navale ordinata da Anastasio
nel 508, che devast le coste dell'Apulia.[21]
Con la salita al potere di Giustino I nel 518, vennero intraprese relazioni pi armoniose. Eutarico, genero di
Teodorico e successore designato, venne nominato Console nel 519, mentre nel 522, per celebrare la ricomposizione
dello scisma acaciano, Giustino permise ad entrambi i consoli di essere nominati da Teodorico.[22] In breve tempo,
un rinnovato clima di tensione port ad una legislazione Giustina contro l'arianesimo, ed aumentarono le tensioni tra
i Goti ed il Senato i cui membri, come i Calcedoniani, divennero fedeli all'imperatore. I sospetti di Teodorico
vennero confermati con l'intercettazione di un epistolario compromettente tra i principali senatori e Costantinopoli.
In seguito a questo fatto venne imprigionato ed ucciso Boezio nel 524. Papa Giovanni I venne mandato a
Costantinopoli per mediare per conto degli ariani e, nonostante riusc nella sua missione, al suo ritorno venne
imprigionato e mor poco dopo. Questi eventi acuirono ulteriormente le tensioni del popolo contro i Goti.[23]

Morte di Teodorico e dispute dinastiche


Dopo la morte di Teodorico del 30 agosto 526, le sue conquiste iniziarono a collassare. Dopo la morte di Eutarico
del 523, questi venne rimpiazzato del neonato nipote Atalarico, tutelato dalla madre Amalasunta come reggente. La
mancanza di un erede forte port ad una rete di alleanze che condussero lo stato ostrogoto alla disintegrazione: il
regno visigoto riconquist la propria autonomia sotto Amalarico, i rapporti con i Vandali divennero ostili, ed i
Franchi iniziarono una nuova campagna espansionistica sottomettendo i Turingi, i Burgundi e quasi sfrattando i
Visigoti dalla loro patria, la Gallia meridionale.[24] La posizione di predominanza che il regno ostrogoto acquis
grazie a Teodorico in Europa occidentale pass ora ai Franchi.
Questo pericoloso clima esterno venne esacerbato dal debole governo. Amalasunta era stata educata dai Romani ed
intendeva continuare la politica di conciliazione tra Goti e Romani che suo padre avvi. Essa corteggi il Senato ed
il nuovo imperatore Giustiniano I, fornendogli anche basi in Sicilia durante la guerra vandalica. Queste idee non
trovarono sostegno tra i Goti, che inoltre non sopportavano l'idea di essere guidati da una donna. Protestarono
quando lei fece impartire al figlio un'educazione romana, preferendo che il giovane Atalarico crescesse come un
guerriero. Venne obbligata a fare a meno dei tutori romani, ma Atalarico si diede ad una vita di sperperi ed eccessi
trovando una morte prematura.[25]
La morte di Amalasunta

Regno ostrogoto

33

[Amalasunta] temeva di essere detronizzata dai Goti a causa della debolezza del suo sesso. Cos dopo averci pensato a
lungo decise [...] di chiamare il cugino Teodato di Tuscia, dove si era ritirato a vita privata, e lasciare che questi
prendesse le redini del popolo. Ma egli non si ricord della parentela e, dopo poco tempo, la fece trasferire da Ravenna
ad un'isola nel lago di Bolsena dove visse in esilio. Dopo aver passato molti giorni di dolore, venne strangolata in
bagno dai suoi domestici.
Giordane, Getica 306
Venne creata una cospirazione tra i Goti con il fine di detronizzarla. Amalasunta decise di muovere battaglia contro
di loro ma, per precauzione, prepar anche la fuga a Costantinopoli, e scrisse a Giustiniano chiedendo protezione.
Decise di giustiziare i tre cospiratori, e la sua posizione rimase sicura finch, nel 533, la salute di Atalarico inizi a
peggiorare seriamente. Amalasunta si rivolse all'unico parente rimastole, il cugino Teodato, in cerca di aiuto. Nel
frattempo mand ambasciatori da Giustiniano proponendo di cedergli l'Italia. Giustiniano invi uno dei suoi pi abili
agenti, Pietro di Tessalonica, per svolgere le negoziazioni, ma prima che questi entrasse in Italia Atalarico mor (il 2
ottobre 534), ed Amalasunta dovete incoronare Teodato nel tentativo di assicurarsi la sua protezione, ma ottenendo
di venire da lui deposta ed imprigionata. Teodato, uomo pacifico, invi subito dei messaggeri da Giustiniano per
comunicargli la sua ascensione al trono, e per rassicurarlo riguardo alla salute di Amalasunta.[26]
Giustiniano reag offrendo il suo aiuto alla regina deposta, ma all'inizio di maggio del 535 venne giustiziata.[27]
Questo crimine fu un ottimo pretesto per Giustiniano, fresco della vittoria sui Vandali, per poter invadere il regno
ostrogoto.[28] Teodato tent di evitare la guerra, spedendo messaggeri a Costantinopoli, ma Giustiniano era gi
pronto a reclamare l'Italia. Solo la rinuncia al trono di Teodato, e la consegna del suo regno all'impero, avrebbero
evitato la guerra.

Il crollo del regno ostrogoto


Per approfondire, vedi Guerra gotica (535-553).

L'esilio e l'assassino di Amalasunta fu il casus belli che permise a Giustiniano di invadere l'Italia. Il generale
incaricato di dirigere le operazioni fu Belisario, che da poco aveva combattuto con successo contro i Vandali. Per
assolvere il nuovo incarico, Belisario chiese proprio a costoro di appoggiarlo nell'imminente guerra contro gli
Ostrogoti.
Il generale bizantino conquist velocemente la Sicilia, per poi occupare Rhegium (Reggio Calabria) e Napoli prima
del novembre 536. A dicembre era a Roma, costringendo alla fuga il nuovo Re dei Goti Vitige che da poco era stato
chiamato a sostituire Teodato.
Rimase fermo a lungo a Roma poi, grazie a rinforzi giunti da Costantinopoli, il generale sped Narsete a liberare
Ariminum (Rimini), e Mundila a conquistare Mediolanum (Milano). I conflitti interni fra Narsete e Belisario fecero
s che Milano, assediata, dovette capitolare per fame venendo saccheggiata da 30.000 Goti che, guidati da Uraia,
trucidarono gli abitanti (539).
Nel frattempo erano arrivati in Italia anche i Franchi ed i Burgundi, discesi nella Pianura Padana al comando di
Teodeberto. Belisario riusc ad espugnare Ravenna, capitale degli Ostrogoti e a catturare Vitige. Anche la presa di
Ravenna fu violenta e distruttiva. I Goti tentarono di comprare Belisario offrendogli la corona, ma egli rifiut.
Giustiniano, spaventato, richiam in patria Belisario lasciando campo libero ai Goti. Nel 541 sal al potere Totila,
che si fece amici gli italiani grazie ad una politica agraria di eguaglianza, riconquistando l'Italia settentrionale. Totila
arriv fino a Roma assediandola e conquistandola; per la sua difesa venne richiamato Belisario che la riprese nel
547. Giustiniano, dopo aver richiamato Belisario, lanci nel 549 una nuova campagna di conquista dell'Italia, con a
capo Germano. Durante la riconquista di Roma guidata da Narsete, Totila venne ferito e mor poco dopo. Il
successore di Totila fu Teia che, sconfitto velocemente (553), fu anche l'ultimo re dei Goti.
La Prammatica Sanzione del 554 ricondusse tutti i territori dell'Italia sotto la legislazione dell'Impero bizantino, e
reintegr tutti i proprietari terrieri delle terre alienate dall'"immondo" Totila a favore dei contadini.

Regno ostrogoto

Re del regno ostrogoto

Teodorico il Grande (Thiudoric) 489-526


Atalarico (Atthalaric) 526-534
Teodato (Thiudahad) 534-536
Vitige (Wittigeis) 536-540
Ildibaldo (Hildibad) 540-541
Erarico (Heraric, Ariaric) 541
Totila (Baduila) 541-552
Teia (Theia, Teja) 552-553

Cultura
Architettura
A causa della breve storia del regno, l'arte
dei due popoli non sub una fusione. Sotto il
patrocinio di Teodorico ed Amalasunta,
comunque, vennero svolti numerosi restauri
di edifici dell'antica Roma. A Ravenna
vennero costruite nuove chiese ed edifici
monumentali, molti dei quali sono tuttora in
piedi. La Basilica di Sant'Apollinare Nuovo,
il suo battistero, e la Cappella Arcivescovile
Il palazzo di Teodorico, rappresentato sulle mura di Sant'Apollinare Nuovo. Le
seguono uno stile architettonico tardo
figure tra le colonne, rappresentanti Teodorico e la sua corte, vennero rimosse dopo
la riconquista dell'impero bizantino
romanico, mentre il Mausoleo di Teodorico
mostra elementi puramente gotici, tipo il
mancato uso di mattoni a cui vennero preferiti blocchi di calcare istriano, o il tetto in monoblocco di pietra da 300
tonnellate.

Letteratura
Buona parte dei lavori di letteratura gotica (redatti durante il regno ostrogoto) sono in lingua latina, nonostante alcuni
dei pi vecchi siano stati tradotti in greco ed in gotico (ad esempio il Codex Argenteus). Cassiodoro, provenendo da
un contesto diverso, ed esso stesso incaricato di compiti importanti nelle istituzioni (console e magister officiorum),
rappresenta la classe dirigente romana. Come molti altri con le stesse origini, serv lealmente Teodorico ed i suoi
eredi, come descritto nelle sue opere del tempo. Il suo Chronica, usato in seguito da Giordane per il proprio Getica,
ed altri panegirici scritti da lui e da altri romani per i re Goti del tempo, vennero redatti sotto alla protezione dei
signori Goti stessi. La sua posizione privilegiata gli permise di compilare il Variae Epistolae, un epistolario di
comunicazioni di stato, che ci permette un'ottima conoscenza della diplomazia gotica del tempo. Boezio un'altra
importante figura del tempo. Ben educato e proveniente da una famiglia aristocratica, scrisse di matematica, musica
e filosofia. Il suo lavoro pi famoso, il De consolatione philosophiae, venne scritto mentre si trovava imprigionato
con l'accusa di tradimento.

34

Regno ostrogoto

Nella cultura popolare


Nel 1876 Felix Dahn scrisse Ein Kampf um Rom, un romanzo storico ambientato durante la guerra tra bizantini,
Ostrogoti e nativi Italici per il controllo dell'Italia dopo la morte di Teodorico. Ne stato girato un adattamento
per la televisione in due parti, uscite nel 1968 [29] e nel 1969 [30]
Nel 1941 Lyon Sprague de Camp scrisse L'abisso del passato, una storia alternativa in cui un moderno archeologo
viaggia involontariamente nel tempo fino a trovarsi nel regno ostrogoto, aiutando a stabilizzare la situazione in
seguito alla morte di Teodorico, evitando la vittoria di Giustiniano.
Guy Gavriel Kay ambient la serie The Sarantine Mosaic nel periodo di poco precedente alla guerra gotica.
Nel 1993 Gary Jennings scrisse Predatore, un romanzo che documenta la salita al potere di Teodorico e del regno
ostrogoto visto con gli occhi di Thorn, il suo confidente ermafrodita.

Note
[1]
[2]
[3]
[4]
[5]
[6]

Herwig Wolfram, History of the Goths, p. 289. University of California Press, 1990.
Giordane, Getica, 271
Bury (1923), Cap. XII, pp. 413-421
"In quel tempo, Odovacar sconfisse ed uccise Odiva in Dalmatia", Cassiodoro, Chronica 1309, s.a.481
Bury (1923), Cap. XII, pp. 406-412
Bury (1923), Cap. XII, p. 422

[7] Bury (1923), Cap. XII, pp. 422-424


[8] Bury (1923), Cap. XII, pp. 454-455
[9] Bury (1923), Cap. XIII, pp. 422-424
[10] Bury (1923), Vol. II, Cap. XIII, p. 458
[11] Bury (1923), Cap. XVIII, pp. 153-155
[12] Bury (1923), Cap. XIII, p. 459
[13] Cassiodoro, Variae, IV.33
[14] Cassiodoro, Variae, II.27
[15] Giordane, Getica 303
[16] Giordane, Getica, 297
[17] Giordane, Getica, 299
[18] Bury (1923), Cap. XIII, pp. 461-462
[19] Bury (1923), Cap. XIII, p. 462
[20] Procopio, De Bello Vandalico I.VIII.11-14
[21] Bury (1923), Cap. XIII, p. 464
[22] Bury (1923), Cap. XVIII, pp. 152-153
[23] Bury (1923), Cap. XVIII, p. 157
[24] Bury (1923), Cap. XVIII, p. 161
[25] Bury (1923), Cap. XVIII, pp. 159-160
[26] Bury (1923), Cap. XVIII, pp. 163-164
[27] La data esatta e le circostanze della morte restano un mistero. Nel suo Storia segreta Procopio ipotizza che l'imperatrice Teodora potrebbe
essere implicata nell'affare, avendo avuto interesse ad eliminare una potenziale rivale. Nonostante sia stato sconfessato da storici quali Gibbon
e Charles Diehl, Bury (Cap. XVIII, pp. 165-167) sostiene che la storia sia dimostrata da prove circostanziate.
[28] Procopio, De Bello Gothico I.V.1
[29] http:/ / www. imdb. com/ title/ tt0063174/
[30] http:/ / www. imdb. com/ title/ tt0064534/

35

Regno ostrogoto

36

Fonti
Fonti primarie
Procopio, De Bello Gothico, Volumi I-IV
Giordane, De origine actibusque Getarum ("Origine e azioni dei Goti"). traduzione di Charles C. Mierow (http://
www.ucalgary.ca/~vandersp/Courses/texts/jordgeti.html)
Cassiodoro, Chronica
Cassiodoro, Varia epistolae (http://www.gutenberg.org/etext/18590) ("Lettere"), presso il Progetto Gutenberg
Anonymus Valesianus, Excerpta, Par. II (http://penelope.uchicago.edu/Thayer/E/Roman/Texts/
Excerpta_Valesiana/2*.html)

Fonti secondarie
Edward Gibbon, History of the Decline and Fall of the Roman Empire Vol. IV, Capitoli 41 (http://www.
worldwideschool.org/library/books/hst/roman/TheDeclineandFallofTheRomanEmpire-4/chap9.html) e 43
(http://www.worldwideschool.org/library/books/hst/roman/TheDeclineandFallofTheRomanEmpire-4/
chap19.html)
Thomas S. Burns, A History of the Ostrogoths, Boomington, 1984.
John Bagnell Bury, History of the Later Roman Empire Vol. I & II (http://penelope.uchicago.edu/Thayer/E/
Roman/Texts/secondary/BURLAT/home.html), Macmillan & Co., Ltd., 1923.

Altri progetti

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Collegamenti esterni
Rubrica di storia e cultura degli Ostrogoti in Italia (http://italia-ostrogota.ilcannocchiale.it)
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Atalarico

37

Atalarico
Atalarico, in gotico Aalareiks e in tedesco Athalaric (516 2 ottobre 534) fu re degli Ostrogoti e re d'Italia dal 526
al 534.

Biografia
Atalarico, figlio di Eutarico (morto nel 522) e di Amalasunta, figlia di Teodorico, nacque nel 516[1]
Fu designato suo successore dal nonno Teodorico ma Amalasunta, essendo il figlio molto giovane, tenne le vere
redini del potere. Non sopportando la reggenza di una donna, n l'educazione romana impartita al ragazzo, n i
rapporti ossequiosi di Amalasunta verso Bisanzio e neppure il suo spirito conciliante verso i romani, la nobilt gota
riusc a strapparle il figlio e a educarlo secondo le usanze del suo popolo.
Il giovane, per, non resistette a ci e mor. Allora Amalasunta, che voleva mantenere il potere, spos Teodato, duca
di Tuscia e uno dei capi del partito nazionale. Costui, per, la releg in un'isola del lago di Bolsena, dove poi la fece
uccidere da un suo sicario nel 535.

Note
[1] Jordanes, nel De origine actibusque Getarum, LIX, 304 scrive che alla morte di Teodorico, nel 526, aveva dieci anni: Athalaricum
infantulum adhuc vix decennem, e nel De origine actibus gentis Romanorum, 367, afferma che Atalarico regn otto anni fino alla morte
avvenuta nel 534: octo annos quamvis pueriliter vivens matre tamen regente Amalasuentha degebat.
Predecessore

Re degli Ostrogoti

Successore

Teodorico

526-534

Teodato

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Teodorico

526-534

Teodato

Controllo di autorit VIAF: 57002253 (http://viaf.org/viaf/57002253)


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Teodato

38

Teodato
Teodato (Tauresio, 482 536) fu re degli Ostrogoti, Duca di Tuscia e re d'Italia dal 534 al 536.
Teodato

Ritratto di Teodato su una sua moneta


Re d'Italia e degli Ostrogoti
In carica

534
536

Predecessore Atalarico
Successore

Vitige

Nascita

Tauresium (presso Skopje), 482

Morte

536

Nato a Tauresium, vicino all'odierna Skopje (in Macedonia), Teodato (Thiudahad nelle lingue germaniche) fu Duca
di Tuscia e nipote di Teodorico, in quanto nato dalla sorella Amalafrida, venne associato al trono dalla cugina
Amalasunta. Dopo averla esiliata e fatta uccidere sul lago di Bolsena, tent inutilmente di contrastare la reazione di
Giustiniano. Dopo che il generale bizantino Belisario ebbe conquistato Napoli nel 536, Teodato fu rovesciato dagli
stessi goti, che elessero Vitige come suo successore.
Fuggito precipitosamente verso Ravenna con l'intenzione d'imbarcarsi successivamente verso Costantinopoli, venne
fatto inseguire dall'appena eletto Vitige che non poteva permettersi di lasciare Teodato libero di agire. Raggiunto dai
sicari del nuovo re e prima che potesse rifugiarsi a Ravenna, fu scannato sul posto.
Procopio di Cesarea ci ha lasciato un ritratto di Teodato profondamente negativo: esso viene descritto come un
principe avido e codardo, e che era impopolare sia tra l'elemento romano che tra quello goto.

Altri progetti

Commons [1] contiene immagini o altri file su Teodato [2]


Predecessore

Re degli Ostrogoti

Successore

Atalarico

534-536

Vitige

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Atalarico

534 - 536

Vitige

Portale Biografie

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Teodato

39

Note
[1] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Pagina_principale?uselang=it
[2] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Theodahad?uselang=it

Vitige
Vitige (... Costantinopoli, 540) fu re degli Ostrogoti e re d'Italia dal 536 al 540.

Biografia
L'ascesa al trono
Vitige non era di famiglia nobile. Generale dell'esercito ostrogoto, fu eletto re al posto di Teodato (534), lo fece
eliminare (sulla strada tra Roma e Ravenna) e poi ne prese il posto a Ravenna. Spos l'unica figlia della regina
Amalasunta, Matasunta (536), creando cos un legame con la famiglia di Teodorico.

Guerra gotica
Nel 535 l'esercito di Giustiniano I aveva conquistato la Sicilia e sotto il comando di Belisario in quel momento si
trovava nel sud dell'Italia. Vitige riorganizz l'esercito e nel 537 assedi Roma facendo tagliare tutti gli acquedotti
cha portavano l'acqua alla citt. Nel marzo del 538 fu costretto ad interrompere l'assedio per riprendere le operazioni
militari nel nord Italia, dove il generale Giovanni stava rapidamente avvicinandosi a Ravenna.
Nel 540 Belisario attacc la capitale degli Ostrogoti. Vitige fu preso prigioniero e fu portato assieme alla moglie a
Costantinopoli dove mor senza eredi. La sua successione era destinata al nipote Uraia, che tuttavia prefer cedere il
posto a Ildibaldo[1].
Dopo la sua morte Matasunta spos Germano Giustino, un cugino dell'imperatore.

Note
Predecessore

Re degli Ostrogoti

Successore

Teodato

536-540

Ildibaldo

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Teodato

536 - 540

Ildibaldo

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Ildibaldo

40

Ildibaldo
Ildibaldo, detto anche Ildibad o Hildebad o Heldebadus (... 541), fu re degli Ostrogoti e re d'Italia dal 540 al
541.

Biografia
Ildibaldo era in realt un visigoto nipote del re dei visigoti di Spagna, Teudi.
Fu scelto da Uraia (originale erede al trono)[1] per sostituire Vitige che era stato coinvolto da Belisario in complicati
intrighi di corte ed aveva dovuto lasciare Ravenna.
Regn solo per circa un anno prima di essere ucciso nel 541 da un gepido durante un banchetto di corte. Gli
succedette per un breve periodo Erarico e quindi il nipote Totila.

Note
Predecessore

Re degli Ostrogoti

Successore

Vitige

540-541

Erarico

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Vitige

540 - 541

Erarico

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Erarico

41

Erarico
Erarico (Heraric, Ariaric) (... novembre 541) fu re degli Ostrogoti e re d'Italia nel 541.
Fu eletto re degli Ostrogoti dai Rugi nel giugno del 541, dopo l'assassinio di Ildibaldo. I Goti, per, stanchi e irritati
dalla sua inettitudine e credendo che avesse stretto accordi segreti con i Bizantini, offrirono la corona al nipote
Totila. Dopo cinque mesi di regno, Erarico fu eliminato da una congiura.
Predecessore

Re degli Ostrogoti

Successore

Ildibaldo

541

Totila

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Ildibaldo

541

Totila

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Portale Storia

Totila
Totila, attestato anche come Baduila[1] (... loc. Caprara di Gualdo
Tadino, luglio 552), fu re degli Ostrogoti e re d'Italia dal 541 al 552.

Biografia
Totila ("l'immortale" in lingua gota) sal al trono dopo la morte di suo
zio Ildibaldo e l'assassinio di suo cugino Erarico. Dopo le pesanti
sconfitte subite contro il generale Belisario e dopo la conseguente
cattura di Vitige nel 540, gli Ostrogoti riuscirono faticosamente a
tenere in vita uno stato a nord del fiume Po. Totila era il comandante
della truppe gote presso Treviso e fu probabilmente nominato re
intorno alla met del 541.
Totila

Totila

Il suo obiettivo fu subito quello di sventare


la politica dell'imperatore Giustiniano I, che
mirava alla presa di possesso dell'Italia.
Totila ebbe inizialmente molto successo,
approfittando del fatto che le truppe di
Giustiniano I erano impegnate dal 540 in
una guerra contro i Sasanidi nell'Impero
Romano d'Oriente. Consegu notevoli
successi sul campo di battaglia assediando e
saccheggiando Alatri nel 543, reclutando
contadini e servi per rafforzare l'esercito, e
riusc a conquistare la citt di Roma per ben
due volte, alla fine del 546 ed all'inizio del
550), pur non riuscendo a tenerla per molto
tempo.
La prima volta Totila pose sotto assedio
Totila fa distruggere la citt di Firenze, miniatura da un manoscritto della Cronaca
Roma nel 544: il 17 dicembre 546 i
di Giovanni Villani
guardiani si accordarono con l'esercito
ostrogoto ed aprirono le porte della citt,
consentendone l'invasione. Roma venne depredata e le sue mura smantellate, mentre i suoi abitanti furono cacciati o
uccisi. Nella primavera del 547 Belisario riusc a liberarla, ed un secondo assedio di Totila nel maggio dello stesso
anno non ebbe successo.
Nell'autunno del 549 Totila pose sotto
assedio Roma per la terza volta, e riusc a
conquistarla grazie ad un nuovo tradimento
dei guardiani che aprirono le porte al suo
esercito. La citt cont pochi sopravvissuti
ed il Senato si trasfer quasi completamente
a Bisanzio. Totila durante il saccheggio
proib di uccidere e insultare le donne.[2] La
seconda guerra gotica fu molto pi
sanguinosa della prima negli anni tra il 535
ed il 540. Dopo la seconda conquista di
Roma, Totila avvi inoltre una campagna di
propaganda, in cui mise a confronto lo stile
Totila incontra san Benedetto, affresco di Spinello Aretino, San Miniato al Monte,
di vita degli Ostrogoti ai tempi di Teodorico
Firenze
il Grande, con gli anni della sofferenza,
della guerra e della politica fiscale di Giustiniano I. Ebbe meno successo con la politica estera, in quanto non riusc a
stringere l'alleanza con i Franchi.
Nel 551, Giustiniano I affid il comando dell'esercito ad un anziano eunuco di corte, Narsete e lo mand ad occupare
l'Italia: le sue truppe entrarono in Italia da nord attraverso i Balcani, evitando le linee difensive gotiche. Totila allora
abbandon Roma, portando con s 300 giovani ostaggi scelti tra famiglie pi importanti della citt.
Il 30 giugno o il 1 luglio del 552, l'esercito gotico venne intercettato nei pressi del villaggio di Tagina (il moderno
Gualdo Tadino), da Narsete. Dopo che Totila si accorse di avere un'armata molto meno numerosa del nemico,
comunic di voler arrendersi, ma invece attacc di sorpresa i bizantini e conquist una piccola collina. L'armata di

42

Totila
Narsete si dispose ad "arco", con la fanteria formata dai longobardi e dagli eruli nel centro e ai lati gli arcieri con alle
spalle la cavalleria. Totila dispose i suoi arcieri di fronte con la cavalleria alle spalle. Inizialmente, un gruppo di
disertori bizantini si un agli ostrogoti e iniziarono un combattimento corpo a corpo, ma furono sconfitti, a questo
punto comparve Totila che esegu una danza di guerra o un esercizio equestre (le testimonianze sono vaghe su questo
punto). Dopo che furono arrivati in rinforzo a Totila 2000 cavalieri, tutta l'armata ostrogota pranz, infatti il re
voleva provocare un crollo di morale nell'esercito bizantino. Ovviamente Narsete era pronto a questo e mosse i suoi
arcieri e fece attaccare la cavalleria sui lati dello schieramento avversario, provocando enormi perdite. Nel primo
pomeriggio gli ostrogoti erano completamente disorganizzati e quando Narsete ordin un'avanzata generale,
scapparono e si dispersero. Gli ostrogoti subirono un totale di 6000 vittime.
Lo stesso Totila fu ferito dalle frecce dei tiratori dell'esercito bizantino e con pochi fedeli seguaci fugg verso Caprae
(Caprara di Gualdo Tadino) dove mor per le ferite riportate in battaglia; gli Ostrogoti si riunirono sotto l'ultimo re
Teia. Tuttavia, a causa della perdita della maggior parte della cavalleria che non pot pi offrire una resistenza
adeguata, il sogno degli Ostrogoti di un'affermazione in Italia ebbe fine, mentre Totila continu a vivere da figura
eroica.
La probabile tomba di Totila stata rinvenuta nel XVIII secolo a Matelica, presso il Piano dei cavalieri, chiamato in
origine Piano delle tombe o delle capre. L'identificazione avvenuta tramite il percorso e la descrizione della
battaglia fornita dal cronista Procopio di Cesarea. Nella cripta, di chiara origine gota, fu ritrovato un cadavere
tumulato secondo le usanze dei nobili goti, con un anello d'oro al dito, quattro corpi di soldati di guardia e una spada.

Note
[1] Sebbene Totila sia quello pi usato dagli storici, in realt Baduila (o anche Badunila, Baduela) il nome pi corretto essendo attestato nella
monetazione dell'epoca. La questione dei due nomi non ha ancora trovato una spiegazione esauriente (qualcuno ha ipotizzato una ragione
"fonetica").
[2] C.Fleury,Storia Ecclesiastica,t.IV,p.189,Genova,1749.

Fonte
Procopio di Cesarea, La guerra gotica

Bibliografia
Thomas Hodgkin, La battaglia degli Appennini fra Totila e Narsete (a.D. 552), (Trad. di C. Santi Catoni), in "Atti
e mem. della R. Dep. di st. patria per le prov. di Romagna", 3. ser., vol. 2 (1883/1884), pp. 35-70.
Thomas Hodgkin, Italy and her invaders, 3: Book 4: The Ostrogothic invasion: 476-535, 2. ed., Clarendon press,
Oxford 1896.
Gino Sigismondi, La battaglia tra Narsete e Totila nel 552 d.C. in Procopio, in "Bollettino della deputazione di
storia patria per l'Umbria", vol. 65, 1968,
Valerio Anderlini, La battaglia di Tagina in Procopio e nella toponomastica locale, Gualdo Tadino 1985
Herwig Wolfram, Die Goten: von den Anfangen bis zur Mitte des sechsten Jahrhunderts Entwurf einer
historischen Ethnographie, Beck, Munchen 1990'. Ed. it.: Storia dei Goti, (Biblioteca storica; 2) Salerno ed.,
Roma 1985. ISBN - 88-85026-70-2.
Mauro Ambrosi, Perch Tagina? dalla 'Guerra gotica' di Procopio alla ricerca del sito in cui Narsete ha
sconfitto Totila (552 d.C.), Sassoferrato 1999
Marisa Padoan - Franco Borella, Busta Gallorum: la battaglia tra Totila e Narsete del 552 d.C.: i cronisti,
l'ambiente, la vicenda, 2 voll. , Mestre-Venezia 2002

43

Totila

44

Altri progetti

Commons (http://commons.wikimedia.org/wiki/Pagina_principale?uselang=it) contiene immagini o altri


file su Totila (http://commons.wikimedia.org/wiki/Totila?uselang=it)

Collegamenti esterni
Le sepolture regie del regno italico (secoli VI-X) - Totila (541-552) (http://sepolture.storia.unipd.it/index.
php?page=scheda&id=8)
Totila durante la battaglia finale a Gualdo Tadino (http://www.ilpalo.com/libri-scientifici-interessanti/libri/
Procopio-di-Cesarea-La-Guerra-gotica.htm)
Predecessore

Re degli Ostrogoti

Successore

Erarico

541-552

Teia

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Erarico

541 - 552

Teia

Portale Biografie

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Portale Medioevo

Teia (re)
Teia (Teja, Theia, Thila, Thela o Teias; ... presso Nuceria Alfaterna, 553) fu l'ultimo re degli Ostrogoti in Italia dal
552 al 553.

Biografia
Sembra che fosse un ufficiale che serv sotto Totila e che venisse poi scelto come suo successore dopo che Totila era
stato ucciso nella battaglia di Tagina (battaglia di Busta Gallorum). Si rec in Italia meridionale, dove ottenne il
supporto di importanti personaggi quali Scipuar, Gundulf (Indulf), Gibal e Ragnaris con l'intento di chiudere la
partita con i bizantini del generale Narsete. Si accamp sulle rive del Sarno. I due eserciti si scontrarono ai Monti
Lattari, a sud di Napoli, presso Angri o Sant'Antonio Abate, nell'ottobre del 552 o agli inizi del 553. Lo scontro
definitivo avvenne nella valle del Sarno, a qualche chilometro da Pompei. L'armata ostrogota fu sconfitta di nuovo e
Teia fu ucciso nelle prime fasi della battaglia, colpito da un giavellotto ben mirato, mentre il fratello Aligerno si
arrese al nemico. Anche Scipuar e Gibal furono probabilmente uccisi. Gundulf e Ragnaris, invece, riuscirono a
scappare, ma il secondo dei due fu ferito a morte da un sicario di Narsete.
Procopio narra che quando il cadavere di Teia venne riconosciuto fu decapitato e la sua testa innalzata su un'asta
affinch i due eserciti la vedessero. In questo modo i Bizantini sarebbero stati incitati a combattere, mentre gli
Ostrogoti, alla vista del proprio sovrano morto, si sarebbero convinti ad arrendersi. Tuttavia ci non accadde e la
battaglia continu a protrarsi fino al tramonto del giorno dopo quando i pochi superstiti decisero di negoziare.
Firmarono un trattato di pace con il quale accettavano di abbandonare l'Italia e si impegnavano a non fare mai pi
guerra all'Impero. La disperata battaglia sotto il Vesuvio segn la loro sconfitta definitiva. L'ambizione di
Giustiniano di riappropriarsi dell'Italia si era realizzata.

Teia (re)

45

La fine del regno ostrogoto


Con la sconfitta di Nocera ebbe fine la resistenza organica ostrogota, sebbene l'ultimo nobile ostrogoto attestato sia
Widin, che guid una ribellione nell'Italia settentrionale nel corso degli anni cinquanta del VI secolo e fu catturato
nel 561 o 562. Da questo momento gli ostrogoti scomparvero dalla storia.

Bibliografia
Agnello Ravennate, Liber pontificalis Ecclesiae Ravennatis, 79, p. 331
Procopio di Cesarea, La guerra gotica, IV 35
John Julius Norwich, "BISANZIO" Splendore e decadenza di un Impero, pagg. 91 e 92

Voci correlate
Storia d'Italia
Guerra Gotica
Battaglia dei Monti Lattari
Predecessore

Re degli Ostrogoti

Successore

Totila

552-553

titolo soppresso

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Totila

552 - 553

Alboino (dal 568)

Portale Biografie

Portale Medioevo

Guerra gotica (535-553)

46

Guerra gotica (535-553)


Guerra gotica

Movimenti di truppe durante la Guerra gotica.


Data

535 - 553

Luogo

Italia, Dalmazia

Esito

Vittoria bizantina
Schieramenti

Ostrogoti
Impero romano d'Oriente Franchi
Alemanni
Comandanti

Belisario, Narsete Teodato, Vitige, Totila, Teia

Voci di guerre presenti su Wikipedia

La guerra gotica (535-553) fu un lungo conflitto che contrappose l'Impero bizantino agli Ostrogoti nella contesa di
parte dei territori che fino al secolo precedente erano parte dell'Impero romano d'Occidente. La guerra fu il risultato
della politica dell'imperatore bizantino Giustiniano I, gi messa in atto precedentemente con la riconquista
dell'Africa contro i Vandali, mirante a riconquistare all'impero le province italiane e altre regioni limitrofe
conquistate da Odoacre prima e dagli Ostrogoti (Goti orientali) di Teodorico il Grande alcuni decenni prima.
Il conflitto ebbe inizio nel 535 con lo sbarco in Sicilia di un esercito bizantino sotto il generale Belisario; risalendo la
penisola le forze di Belisario ebbero ragione delle truppe gote dei re Teodato prima e di Vitige poi, conquistando
molte importanti citt tra cui le stesse Roma e Ravenna. L'ascesa al trono goto di Totila ed il richiamo di Belisario a
Costantinopoli portarono alla riconquista da parte dei Goti di molte delle posizioni perdute; solo con l'arrivo di una
nuova armata sotto il generale Narsete le forze imperiali poterono riprendersi, e dopo la morte in battaglia di Totila e
del suo successore Teia la guerra si concluse nel 553 con una completa vittoria per i Bizantini.

Guerra gotica (535-553)


La lunga guerra provoc vaste distruzioni alla penisola, spopolando le citt ed impoverendo le popolazioni,
ulteriormente flagellate da un'epidemia di peste e da una carestia; l'occupazione dell'Italia da parte dei bizantini si
rivel effimera visto che gi dal 568 le forze dei Longobardi iniziarono a calare nella penisola, occupandone vasti
tratti anche grazie alla debolezza dei difensori.

Contesto storico
Nel 476 Odoacre, il generale delle truppe mercenarie barbariche dell'esercito romano d'Occidente in Italia, depose
l'ultimo imperatore romano d'Occidente, Romolo Augusto, assumendo il governo dell'Italia nominalmente sotto
l'autorit dell'Imperatore d'Oriente Zenone ma di fatto governando autonomamente; durante il suo regno Odoacre
difese con successo l'Italia dai Visigoti e dai Vandali, recuperando la Sicilia. Contrasti con Zenone convinsero
tuttavia quest'ultimo a spingere il re degli Ostrogoti Teodorico, che stava devastando le province balcaniche
dell'Impero, a invadere l'Italia e porre fine al regime di Odoacre. Nel 489 Teodorico invase l'Italia con circa
100.000-125.000 goti di cui 25.000 guerrieri e, dopo una guerra di cinque anni, conquist interamente la penisola
rovesciando Odoacre. Il regno ostrogoto in Italia fu caratterizzato da molti risultati positivi, come il ristabilimento di
parte dell'antica prosperit dell'Italia e la conquista di vari territori dell'ex Impero romano d'Occidente, come la
Provenza, il Norico e la Pannonia. Il sistema statale tardo-romano non venne abolito: le cariche civili (come i
governatori civili delle province, i vicari delle diocesi e il prefetto del pretorio) continuarono ad essere esercitate da
cittadini romani, sebbene la loro autonomia fosse limitata da un funzionario goto detto "conte". Teodorico,
nonostante fosse di fede ariana, come del resto il suo popolo, si dimostr tollerante nei confronti dei suoi sudditi
romani e cattolici.
Deceduto Teodorico (526), il trono fu ereditato dal nipote Atalarico
sotto la reggenza della madre Amalasunta; perito anche Atalarico in
tenera et, Amalasunta fu costretta a condividere il trono con Teodato
(534).[1] Nel frattempo (527) era asceso sul trono dell'Impero romano
d'Oriente un nuovo ambizioso imperatore, Giustiniano I, che ambiva
alla riconquista dei territori che un tempo appartenevano alla pars
occidentis. Conclusa una pace con la Persia (532), Giustiniano decise
di riconquistare l'Africa, finita in mano ai Vandali: la spedizione,
affidata al generale Belisario, si risolse con un successo e con
l'annessione dell'Africa vandalica all'Impero. Nel frattempo
Giustiniano strinse relazioni amichevoli con Amalasunta, con cui
sembra avesse avviato trattative per la cessione dell'Italia all'Impero.[]
Teodato (qui raffigurato in una moneta antica)
Le tendenze filo-bizantine di Amalasunta erano per osteggiate da
depose la reggente ostrogota Amalasunta, alleata
di Giustiniano che ebbe cos un pretesto per
parte dei Goti e nel 535 Teodato, messosi d'accordo con la frangia
dichiarare guerra al nuovo re ostrogoto.
anti-bizantina dei Goti, organizz un colpo di stato con cui rovesci ed
esili Amalasunta in un'isola del Lago di Bolsena; quest'ultima venne
poi strangolata per ordine di Teodato quello stesso anno.[] Giustiniano, alleato di Amalasunta, colse il pretesto per
dichiarare guerra ai Goti.

Forze in campo

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Guerra gotica (535-553)

Impero romano d'Oriente


La forza iniziale che invase il regno ostrogoto nel 535 era costituita da soli 10.000 uomini (4.000 tra comitatensi e
foederati, 3.000 isauri, 200 bulgari, 300 mauri e i bucellarii al servizio di Belisario). Durante l'assedio di Roma, tra il
537 e il 538, ulteriori rinforzi arrivarono in Italia, portando il totale teorico dei soldati a disposizione di Belisario a
circa 24.000 uomini, a cui per deve essere detratta la diserzione di 2.000 eruli che si erano rifiutati di servire i
Bizantini dopo il richiamo a Costantinopoli del loro leader Narsete.[]
Nella seconda fase del conflitto, a partire dal richiamo di Belisario, il numero di soldati bizantini in Italia si
assottigli sempre di pi, a causa delle perdite subite per opera del re goto Totila e delle massicce diserzioni.[] Al
contrario l'esercito goto era diventato molto numeroso, crescendo dagli appena 1.000 soldati del 540 ai 15.000 nel
552.[] Nel 552 Giustiniano, constatando che la situazione in Italia era molto critica, diede il comando della guerra a
Narsete, affidandogli un esercito di circa 20.000-30.000 uomini, con il quale il generale pot annientare dapprima
l'esercito di Totila (forte di 15.000 goti contro i 25.000 soldati bizantini) a Busta Gallorum, poi quello di Teia sui
monti Lattari, ponendo fine al regno dei Goti.
Per quanto riguarda la tattica adoperata, sotto il comando di Belisario i Bizantini evitavano per quanto possibile lo
scontro in campo aperto con il nemico, adoperando soprattutto la guerriglia; inoltre assediavano e conquistavano
sistematicamente tutti i centri fortificati che incontravano sul loro cammino, per non correre il rischio di lasciarsi alle
spalle eserciti ostili in armi.[2] La conquista delle citt costiere (come Ancona e Otranto) era essenziale per garantire
il rifornimento (tramite la flotta) all'esercito imperiale, ma i centri conquistati potevano essere utilizzati anche per
logorare l'esercito nemico assediante con piccole sortite fuori le mura.[3]
La tattica del generale Narsete (utilizzata nel 552-553) era invece diversa, privilegiando i grandi scontri campali alla
guerriglia e all'assedio dei centri fortificati.[4] Quando giunse in Italia, nel 552, and subito a scontrarsi con Totila in
campo aperto senza assediare alcuna citt; successivamente, dopo aver recuperato Roma, combatt un altro grande
scontro campale con Teia, annientando l'esercito goto. Solo dopo aver annientato l'esercito dei Goti in queste due
battaglie campali Narsete procedette ad assediare le citt ancora in mano nemica che rifiutavano la resa.

Regno ostrogoto
Il regno ostrogoto nel 537 poteva contare probabilmente su 30.000 soldati, stima degli studiosi moderni che hanno
ritenuto non credibile ed esagerata la cifra di 150.000 soldati fornita da Procopio.[] A causa delle sconfitte subite, il
numero si assottigli a circa 1.000 soldati nel 540.[] L'ascesa di Totila e la discordia tra i generali imperiali in seguito
alla partenza di Belisario risollev l'esercito goto, che gi nel 542 poteva contare su 5.000 soldati.[] A causa della
politica di affrancamento dei servi (che poi venivano arruolati nell'esercito goto) attuata da Totila e dell'accoglimento
dei disertori imperiali, l'esercito ostrogoto si accrebbe di molto, fino a raggiungere i 15.000 soldati nel 552.[] Le
sconfitte inflitte da Narsete nel 552 portarono tuttavia alla rapida disgregazione dell'esercito goto. Si ignora il vero
numero delle armate franco-alemanne che nel 553-554 invasero la Penisola accorrendo in soccorso delle ultime
sacche di resistenza ostrogota: Agazia riporta la non attendibile cifra di 75.000 guerrieri, una cifra troppo alta per
essere reputata credibile.[5]
L'esercito goto era costituito prevalentemente da cavalieri, anche se esistevano alcuni reggimenti di fanteria; la loro
cavalleria era corazzata e usava come armi da combattimento spada e lancia.[6] L'esercito goto era relativamente
inferiore a quello bizantino, soprattutto per quanto riguarda la flotta e le tattiche negli assedi. Nella prima fase del
conflitto i Goti mostrarono pi volte di non padroneggiare appieno le macchine e le tattiche di assedio, errori che
spesso risultarono in insuccessi e in perdite consistenti. Nonostante l'iniziale superiorit numerica dei Goti sui
Bizantini, l'uso sapiente dei centri fortificati da parte di questi ultimi, oltre alla loro abilit nello scagliare frecce da
cavallo, permise loro di logorare le forze assedianti gotiche, che subivano perdite consistenti negli assalti e in piccoli
scontri fuori le mura.[7] Per quanto riguarda la flotta, quella ostrogota era molto inferiore rispetto a quella imperiale e
nella prima fase del conflitto non pot impedire a quest'ultima di rifornire i soldati e le citt assediate. Totila, quando
ascese al trono nel 541, comprese gli errori tattici dei suoi predecessori e cerc di non ripeterli, evitando per quanto

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Guerra gotica (535-553)

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possibile gli assalti alle mura e costringendo le citt alla resa per fame. Inoltre, una volta conquistata una citt, ne
abbatteva le mura, per evitare di doverla assediare di nuovo se i Bizantini se ne fossero nuovamente impadroniti e
per costringere il nemico alla battaglia campale;[8] inoltre, compresa l'importanza della flotta (che i suoi predecessori
avevano trascurato), la potenzi al punto che inizi ad essere una seria minaccia per quella imperiale.[9] La flotta
ostrogota fu determinante negli assedi di Napoli e di Roma e nella conquista ostrogota di Sicilia, Sardegna e Corsica,
e inizi persino a compiere incursioni piratesche nell'Illirico e in Dalmazia, anche se si dimostr ancora inferiore a
quella imperiale in una battaglia navale al largo di Senigallia, dove sub pesanti perdite.

Fasi della guerra


Conquista della Sicilia (535-536)
Cogliendo come casus belli l'assassinio di Amalasunta (secondo uno
schema gi collaudato contro i Vandali di Gelimero in Africa),
Giustiniano incaric il generale Belisario di dirigere le operazioni
contro i Goti.
Alla testa di 7.200 cavalieri e 3.000 fanti Belisario, ricevuta la carica di
console, salp per lItalia.[10][11] Il generalissimo (strategos autokrator)
bizantino conquist in breve tutta la Sicilia; in particolare la conquista
di Palermo venne raggiunta grazie a un'astuzia: le scialuppe furono
issate con funi e carrucole fino alla cima degli alberi delle navi e
furono riempite di arcieri, che da quella posizione dominavano le mura
della citt.[][11] Giunto a Siracusa, Belisario distribu trionfante
Rappresentazione di Belisario a Palazzo
medaglie d'oro alla plebe, che essendo scontenta della dominazione
Beneventano del Bosco, a Siracusa.
gota aveva accolto i Bizantini da liberatori.[][11] Belisario svern quindi
[][11]
a Siracusa, nel palazzo degli antichi re della citt.
Nel frattempo il
generale imperiale Mundo invase con un esercito la Dalmazia, sottomettendola.[11]
Contemporaneamente il re dei Goti Teodato, temendo di subire la stessa sorte di Gelimero, accett di cedere
all'Impero d'Oriente la Sicilia, mostrandosi addirittura disposto a cedere l'Italia intera ai Bizantini in cambio di una
pensione di 1.200 libbre d'oro.[12] Tuttavia la notizia di una sconfitta inflitta ai Bizantini in Dalmazia (nella quale
per il comandante Mundo) gli fece cambiare idea,[13][14] e si rimangi la parola data, respingendo gli ambasciatori
bizantini a lui inviati per concludere la pace. La guerra di conseguenza continu. Dopo la sconfitta di Mundo,
Giustiniano invi in Dalmazia il comes sacri stabuli Costanziano con un esercito per recuperare il controllo di
Salona e della Dalmazia: il nuovo generale riusc nell'intento sottomettendo la Dalmazia e la Liburnia (inverno
535/536).[14]

Presa di Napoli e Roma (536-537)


Per approfondire, vedi Assedio di Napoli (536).

Belisario, dopo aver sottomesso la Sicilia, si prepar a invadere anche la penisola italica. Salpando da Messina, fece
rotta verso Reggio Calabria dove era pronto ad attenderlo un esercito goto sotto il comando di Ebermore, il genero di
Teodato; tuttavia Ebermore non oppose resistenza e disert.[15][16] Belisario si diresse poi verso Napoli, non
trovando quasi alcuna opposizione durante il suo tragitto: gli abitanti della Calabria, scontenti del malgoverno goto,
si arresero facilmente ai Bizantini, adducendo come pretesto il cattivo stato delle mura.[15][16]
Durante lassedio di Napoli Belisario diede udienza ai deputati del popolo, che lo esortarono a cercare il re goto,
vincerlo e rivendicare come propria Napoli e le altre citt, invece di perdere tempo ad assediarla.[] La citt resistette

Guerra gotica (535-553)

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all'assedio per pi di 20 giorni e capitol solo grazie alla scoperta, ad opera di un isaurico facente parte dellesercito
bizantino, di un acquedotto da cui si poteva aprire un passaggio per entrare in citt; la notte dopo dunque 400 soldati
bizantini entrarono nel cuore della citt attraverso lacquedotto e riuscirono nellimpresa di aprire le porte ai loro
compagni.[17] Il saccheggio fu per limitato per volont di Belisario, che ferm i suoi soldati mentre stavano
massacrando la popolazione, dicendo loro di fare incetta di oro e argento, premio per il loro valore, ma di risparmiare
gli abitanti, che erano cristiani come loro.[17]
Nel frattempo Teodato, a causa della sua inazione, venne ucciso e gli succedette Vitige.[18] Belisario, dopo aver fatto
fortificare Cuma e Napoli,[19] si diresse verso Roma dove, nel 536, venne acclamato come un liberatore, e gli furono
aperte le porte nonostante la presenza delle guarnigioni di Ostrogoti in citt.[] Il capitano della guarnigione gota,
Leutari, venne inviato a Costantinopoli per consegnare le chiavi della Citt Eterna a Giustiniano.[] La liberazione di
Roma dai barbari venne festeggiata con i Saturnali, e Belisario decise di marciare oltre sottomettendo anche citt
come Narni, Perugia e Spoleto.[]

Assedio di Roma (537-538)


Per approfondire, vedi Assedio di Roma (537-538).

Vitige non era comunque disposto ad arrendersi e preparava la riconquista di Roma: a due miglia dalla citt Bizantini
e Goti combatterono una battaglia che vide prevalere i primi, i quali uccisero pi di mille nemici e li costrinsero alla
fuga.[20] Si diffuse il timore, poi rivelatosi infondato, che Belisario fosse morto in battaglia:[20] in realt il generale
era stato solo ferito.[20] Tuttavia i Goti non si arresero e tornarono ad assediare la citt: lassedio dur per un anno ma
fall,[21] ed i Goti furono costretti a ritirarsi con gravi perdite (si dice che circa 1/3 dellesercito goto and distrutto).[]
Essendo in inferiorit numerica (5.000 bizantini contro 30.000 goti), Belisario decise di attuare la sua tattica
preferita, ovvero evitare di affrontare per quanto possibile in uno scontro aperto il nemico ma piuttosto rinserrarsi in
una fortezza ben protetta e logorare il nemico assediante conducendo azioni di guerriglia.[22] La tattica funzion e
nel 18 giorno di assedio un assalto alle mura da parte dei Goti fu respinto infliggendo al nemico pesanti perdite; da
quel momento in poi i Goti non osarono pi assaltare le mura, preferendo piuttosto cercare di spingere il nemico alla
resa per fame, bloccando i rifornimenti alla citt assediata con l'occupazione di Porto (il porto di Roma). La
superiorit della flotta imperiale su quella gota permise comunque alla citt di ricevere rinforzi e rifornimenti anche
nei momenti peggiori.[22]
Durante lassedio della citt il popolo pat la fame e la carestia per il progressivo esaurirsi delle riserve di cibo;
Belisario cerc di fare quello che pot per soddisfare i bisogni dei Romani ma rigett con disdegno la proposta di
capitolare al nemico.[23] Prese delle severe precauzioni per assicurarsi la fedelt dei suoi uomini: cambiava due volte
al mese gli ufficiali posti a custodia delle porte della citt,[23] ed essi venivano sorvegliati da cani e da altre guardie
per prevenire un eventuale tradimento.[][24] Quando venne intercettata una lettera che assicurava al re dei Goti che la
Porta Asinaria sarebbe stata segretamente aperta alle sue truppe,[] Belisario band numerosi senatori e convoc nel
suo ufficio (Palazzo Pinciano) papa Silverio e gli comunic che per decreto imperiale non era pi Papa e che era
stato condannato allesilio in Oriente.[25][24] Al posto di Silverio venne nominato papa Vigilio, che aveva comprato
la nomina a Papa per 200 libbre doro.[25] Belisario nel fare ci obbediva agli ordini dellimperatrice Teodora che
voleva un Papa contrario alle tesi propugnate al Concilio di Calcedonia.[25]
Belisario chiese urgentemente all'Imperatore nuovi rinforzi in quanto le truppe che aveva non erano sufficienti per
soggiogare l'Italia:[][26]
Secondo i vostri ordini, sono entrato nei domini dei Goti, e ho ridotto alla vostra obbedienza lItalia, la Campania, e la citt
di Roma. [] Fin qui abbiamo combattuto contro sciami di barbari, ma la loro moltitudine pu alla fine prevalere. []
Permettetemi di parlarvi con libert: se volete, che viviamo, mandateci viveri, se desiderate, che facciamo conquiste,
mandateci armi, cavalli e uomini. [] Quanto a me la mia vita consacrata al vostro servizio: a voi tocca a riflettere, se []
la mia morte contribuir alla gloria e alla prosperit del vostro regno.

Guerra gotica (535-553)

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(Belisario)

Giustiniano rispose alle richieste del suo generale inviando in Italia 1.600 mercenari tra slavi e unni, sotto il
comando dei generali Martino e Valente; in seguito vennero inviati anche 3.000 isauri e pi di 2.000 cavalli[], e tutti
questi rinforzi si riunirono a Roma. Sentendosi pi sicuro, Belisario continu ad attuare la sua tattica di logoramento,
inviando di volta in volta piccoli reggimenti di arcieri a cavallo fuori le mura a combattere brevi scontri contro il
nemico, raccomandando loro di tenersi a distanza dal nemico usando solo frecce e di tornare dentro le mura non
appena queste fossero finite. Grazie alla superiorit degli arcieri a cavallo bizantini, contro i quali i mal equipaggiati
e appiedati arcieri goti non potevano competere, i Bizantini uscirono complessivamente vincitori nei 69
combattimenti svoltisi fuori le mura nel corso dell'assedio.[27]
I Goti, successivamente, tentarono di bloccare l'arrivo di rifornimenti alla citt assediata bloccando la via Appia e la
via Latina; nonostante i Romani, oppressi dalla fame, pregassero il generale di affrontare i Goti in campo aperto per
porre fine all'assedio e, con esso, alle loro sofferenze, Belisario decise di non tentare azioni rischiose, essendo
conscio che ben presto sarebbero giunti da Bisanzio nuovi rinforzi; per risolvere il problema del cibo, invi il suo
segretario Procopio a Napoli con l'incarico di procurarsi alimenti da trasportare nella Citt Eterna, missione che ebbe
successo e non fu ostacolata dai Goti. La mancata opposizione dei Goti fece comprendere a Belisario che anch'essi
erano esausti per il lungo assedio, per cui decise di adoperare una nuova tattica: diede ad alcuni suoi soldati il
compito di assalire i convogli dei Goti e prese altre misure per fare in modo che credessero di essere assediati non
meno dei loro nemici.[28] Ben presto anche i Goti soffrirono la fame e furono colpiti da una carestia. Nel frattempo
ulteriori rinforzi raggiunsero Roma, ingrossando le fila dell'esercito di Belisario.
I Goti decisero di negoziare allora la pace, proponendo ai Bizantini la cessione della Sicilia in cambio della fine delle
ostilit.[29] Belisario, pur rifiutando le offerte dei Goti, permise ai loro ambasciatori di parlare con Giustiniano, che
concesse una tregua di tre mesi durata poi per tutto linverno.[]
Durante la tregua, Belisario decise di creare un diversivo in modo che i Goti levassero l'assedio:[30] egli infatti ordin
a Giovanni, nipote di Vitaliano, di conquistare il Piceno, provincia che conteneva molte ricchezze e che era stata
sguarnita dai Goti per tentare la presa di Roma.[31] Vitige, venuto a conoscenza che Giovanni aveva conquistato il
Piceno e concentrato le sue ricchezze nelle mura di Rimini, decise di togliere l'assedio. Dopo un anno e nove giorni
di assedio, i Goti si ritirarono quindi dalle mura della Citt Eterna.[30]

Distruzione di Milano e conquista di Ravenna


Per approfondire, vedi Assedio di Milano (538-539) e Assedio di Ravenna (539-540).

Durante l'assedio di Roma Belisario aveva ricevuto dei Romanici provenienti da


Milano che chiesero al generale di inviare truppe nella provincia di "Liguria"
(grossomodo le attuali Liguria, Lombardia e Piemonte) per strapparla ai Goti.[]
Belisario accett e durante la tregua di tre mesi invi un contingente di un
migliaio di uomini a sottomettere la provincia: sbarcati a Genova, i Bizantini si
impadronirono in breve tempo dell'intera provincia, compresa Milano.[] Vitige
tuttavia reag prontamente mandando un esercito ad assediare Milano; ben presto
giunsero in sostegno dei Goti diecimila guerrieri burgundi inviati dal re dei
Franchi Teodeberto I, che decise prudentemente di non impiegare direttamente i
guerrieri del suo popolo nel conflitto dato che aveva stretto degli accordi con
Giustiniano.[]

Orecchini ostrogoti, Metropolitan


Museum of Art, New York.

Guerra gotica (535-553)


Vitige al contempo invi un esercito ad assediare Rimini, che era stata conquistata da Giovanni: errori di tattica
impedirono tuttavia ai Goti di impadronirsi della citt, mentre ben presto, nell'estate del 538, sbarc nel Piceno un
nuovo esercito imperiale di 7.000 uomini condotto dall'eunuco Narsete.[32] Questi and subito in attrito con
Belisario: il generalissimo voleva infatti assediare Osimo, mentre l'eunuco al contrario intendeva salvare dall'assedio
goto l'amico e generale Giovanni; alla fine Belisario cedette, e l'esercito bizantino marci in direzione di Rimini, che
venne liberata dall'assedio goto.[]
Una volta salvato Giovanni dall'assedio goto, Belisario decise di inviare un contingente per liberare Milano,
anch'essa assediata dai Goti. Tuttavia, nuovi contrasti con Narsete gli impedirono di attuare questa decisione: infatti
il generale eunuco riteneva pi opportuno dare la precedenza alla sottomissione dell'Emilia, in modo da avvicinarsi a
Ravenna, capitale gota; e quando Belisario non si mostr d'accordo, Narsete gli rinfacci di non stare agendo negli
interessi dell'impero e gli mostr una lettera di Giustiniano che lo obbligava ad obbedire a Belisario tranne che nei
casi di "vantaggio pubblico". Convinto che conquistare l'Emilia sarebbe stato vantaggioso per l'Impero, il generale
eunuco part con i soldati a lui fedeli per l'Emilia, che venne rapidamente conquistata, mentre Belisario assediava
Osimo e Urbino.[] La rivalit tra Belisario e Narsete ebbe quindi l'effetto di generare divisioni nellesercito, con una
fazione dalla parte di Belisario e unaltra dalla parte di Narsete, rendendo pi difficoltosa la conquista dellItalia.
A pagare le conseguenze di questa rivalit furono i cittadini di Milano, che, assediati da 30.000 Goti guidati da Uraia
(rinforzati da contingenti burgundi) e difesi solamente da una guarnigione di 800 uomini al comando di Mundila,
furono costretti per fame a capitolare; Mundila fu spedito a Rimini, ma i cittadini milanesi furono in gran parte
trucidati e la citt saccheggiata e devastata (marzo 539). Dopo la distruzione di Milano, i Burgundi abbandonarono di
nuovo la penisola con un ricco bottino, mentre a Costantinopoli Giustiniano, comprendendo come fosse deleteria la
rivalit tra Belisario e Narsete, decise di richiamare leunuco a Costantinopoli ridando cos a Belisario il completo
controllo dellesercito.[]
Tuttavia, dopo il richiamo di Narsete, i Franchi invasero all'improvviso la penisola con l'intento di impadronirsene di
una buona parte approfittando dell'indebolimento delle due contendenti. Condotti da Teodeberto in persona,
irruppero nella pianura padana: i Goti erano convinti che fossero venuti in loro aiuto, ma presto si accorsero che non
era cos. Infatti, giunti nei pressi di Pavia, i Franchi aggredirono i Goti rapendo le loro mogli e i loro figli che
vennero sacrificati alle divinit pagane.[] I Goti, per sfuggire alla nuova minaccia franca, ripiegarono in direzione di
Ravenna; nel corso della ritirata attirarono l'attenzione di un esercito bizantino che, convinto che fossero stati messi
in rotta da Belisario, avanz senza volerlo verso i Franchi, venendo poi anch'esso sconfitto dall'esercito di
Teodeberto.[] I Franchi furono per costretti da un'epidemia di dissenteria a tornare in patria, cosa che fecero non
prima di aver messo a sacco Genova.[]
Scampata la minaccia franca, Belisario attacc nel 540 Ravenna, capitale degli Ostrogoti; tuttavia durante l'assedio
della citt ricevette la notizia che Giustiniano aveva firmato un trattato di pace con i Goti, che stabiliva che questi
ultimi avrebbero ceduto ai Bizantini solo l'Italia a sud del Po mentre la "Gallia cisalpina" (Italia al nord del Po)
sarebbe rimasta in loro possesso;[][33] Belisario rifiut per questo trattato, essendo determinato a condurre Vitige
prigioniero ai piedi di Giustiniano. I Goti proposero quindi a Belisario di diventare loro re al posto di Vitige:
Belisario fece finta di accettare la proposta, allo scopo di farsi aprire le porte con la promessa che sarebbe stato
incoronato successivamente;[33] entrato nella citt, ordin che Vitige fosse fatto prigioniero ed inviato con sua
moglie a Costantinopoli.[33] Approfittando della convinzione da parte dei Goti che Belisario sarebbe presto diventato
loro re, il generale ottenne la sottomissione spontanea delle fortezze gote nel Veneto; successivamente ripart con
Vitige, il tesoro del sovrano e i prigionieri per Costantinopoli, deludendo i Goti convinti che il generale avrebbe
mantenuto la promessa di diventare loro re.
I Goti nominarono allora re Ildibaldo, mentre Belisario, tornato a Costantinopoli, fu accolto freddamente da
Giustiniano che non volle decretargli il trionfo e non permise che il tesoro di Teodorico il Grande venisse esposto al
pubblico, riservando a s il diritto di conservarlo ed ammirarlo. Probabilmente l'offerta dei Goti a Belisario aveva
suscitato sospetti sulla sua fedelt nella mente di Giustiniano, il quale decise allora di trattenerlo in Oriente, anche

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Guerra gotica (535-553)


perch la sua presenza era decisiva per respingere i Persiani i quali nel 540 avevano vittoriosamente invaso le terre
orientali dell'Impero, dando alle fiamme l'importante citt di Antiochia.

Ascesa di Totila
L'assenza di Belisario dall'Italia e i dissensi fra i vari generali bizantini permisero ai Goti di riorganizzare le loro
forze in Italia settentrionale, sulla scia del successo avuto a Milano. Essi nel 541 acclamarono Badila (passato alle
cronache come Totila, "l'immortale"), capo della guarnigione di Treviso, come loro nuovo condottiero, dopo che
questi aveva assassinato il predecessore, Erario, reo di aver avviato dei negoziati con l'Impero.[34] Totila cap subito
gli errori commessi da Vitige ed evit di impegnarsi in estenuanti assedi, in cui i Bizantini potevano avere la meglio.
Anche per questo motivo, quando conquistava delle citt, ne abbatteva le mura, per evitare che i Bizantini, nel caso
fossero riusciti a riconquistarle, si rinserrassero dentro di esse costringendo il re goto a un altro assedio.[35] Inoltre,
resosi conto che con una flotta avrebbe avuto maggiori possibilit di vittoria, allest una potente flotta in grado di
intercettare le navi nemiche e saccheggiare i territori dell'Impero.[]
Il re goto si rese poi conto che la guerra non poteva essere vinta senza l'appoggio delle genti italiche, che erano in
massima parte favorevoli ai Bizantini: non potendo per avere il sostegno dei latifondisti e dei patrizi locali (in gran
parte legati all'Impero), cerc e in parte ottenne l'appoggio delle popolazioni rurali, impegnandosi in una riforma
agraria di stampo egualitaristico in base alla quale i grandi latifondisti venivano espropriati dei loro terreni e i servi
venivano affrancati per entrare in massa nell'esercito di Totila.[] Per lo stesso scopo cerc di essere il meno brutale
possibile con le popolazioni civili sottomesse.[]
Nel frattempo, su pressioni di Giustiniano, i comandanti imperiali
decisero di sferrare l'offensiva finale al regno goto: il loro piano era
quello di espugnare Verona e poi affrontare in battaglia Totila per
vincerlo; in un primo momento i Bizantini ebbero successo,
conquistando Verona, ma i Goti contrattaccarono e riuscirono a
sconfiggere il nemico che fu costretto ad evacuare la citt e a ritirarsi a
Faenza.[36] Totila, dopo questo successo, and ad affrontare i Bizantini
presso Faenza dove ottenne, nonostante l'inferiorit numerica, un'altra
vittoria; rinvigorito dal successo, il re goto tent l'assedio di Firenze
Giustiniano, mosaico nella chiesa di San Vitale a
Ravenna.
ma alla notizia dell'arrivo di un forte esercito imperiale, prese la
decisione di abbandonare l'assalto della citt e di dirigersi nella valle
del Mugello dove si scontr con l'esercito imperiale. La scarsa coordinazione tra i comandanti imperiali, unita alla
falsa notizia diffusasi tra i Bizantini che il loro generale Giovanni era morto, favor una nuova vittoria di Totila, che
in estate si impadron di Cesena, Rocca Pertusa, Urbino e San Leo, mentre i comandanti sconfitti nella battaglia del
Mugello si rinserrarono nelle loro rispettive fortezze timorosi di affrontarlo.[37] Il re goto scese quindi lungo la
Flaminia (pur lasciando in mano bizantina alcune roccaforti come Spoleto e Perugia) ed, evitando Roma, riusc ad
espugnare Napoli (543).
Totila, re di un popolo ariano, rapido nelle decisioni, audace e nemico dei proprietari terrieri (fra cui molti
ecclesiastici) fu dipinto a tinte fosche dai membri della Chiesa in Italia, guidata all'epoca da un papa, Vigilio, legato
strettamente a Giustiniano che lo aveva posto al soglio pontificio. Papa Gregorio I descrisse poi Totila come un
anticristo, e lo stesso San Benedetto (che secondo la leggenda ricevette a Montecassino la visita del re goto poco
prima della conquista di Napoli) gli predisse il successo, la conquista di Roma, ma poi la rovina se non si fosse
redento dai suoi "propositi delittuosi".[38]
Giustiniano non stette con le mani in mano. Mentre Totila assediava Napoli, l'Imperatore invi il neoeletto prefetto
del pretorio d'Italia Massimino in soccorso della citt partenopea, ma quest'ultimo, essendo inesperto negli affari
militari e timoroso di affrontare il nemico, si attard prima nell'Epiro e poi in Sicilia, inviando soccorsi alla citt solo
dopo molte pressioni e con molti mesi di ritardo; il risultato fu che Totila riusc a vincere la flotta bizantina e a

53

Guerra gotica (535-553)

54

costringere la citt alla resa per fame.[39] Totila fu clemente con i vinti: dopo aver abbattuto le mura della citt,
risparmi e sfam la popolazione e scort il presidio bizantino con cavalli e uomini fino a Roma. La situazione per
l'Impero era ora disperata: Totila, oltre a Napoli, aveva sottomesso molte regioni del sud Italia e aveva inoltre
l'appoggio della popolazione, inasprita dall'eccessivo fiscalismo bizantino (Giustiniano aveva inviato in Italia,
immediatamente dopo la partenza di Belisario, un esattore (logoteta) rapace di nome Alessandro detto Forficula
("forbicella").[40]

Il fallimento della controffensiva di Belisario

Presunto ritratto di Belisario in un


mosaico della Basilica di San Vitale
a Ravenna.

Vista la situazione disperata, nel 544 Belisario fu nuovamente inviato in Italia. Il


generale organizz la spedizione a sue spese e, con un esercito di 4.000 uomini
tra Traci e Illirici, sbarc ad Otranto riuscendo a liberarla dall'assedio goto;[41]
tuttavia la scelta sbagliata della sede da cui condurre le operazioni militari,
Ravenna,[42] influenz negativamente il proseguimento della guerra: l'antica
capitale dell'Impero d'Occidente era infatti poco adatta in quanto lontana da
Roma e dal mezzogiorno d'Italia, che bisognava liberare dai Goti di Totila. A
influenzare negativamente la guerra contribuirono anche gli scarsi rifornimenti di
uomini e mezzi, dovuti alla gelosia di Giustiniano; per la carenza di denaro
Belisario fu costretto a depredare gli Italici, causando tra le altre cose la resa di
Spoleto, che venne consegnata ai Goti da Erodiano a cui Belisario aveva chiesto
dei soldi giungendo persino a ricattarlo con ogni sorta di minacce.[43] Sempre per
lo stesso motivo, Belisario fu costretto di viaggiare da una postazione all'altra
facendo il periplo per mare, non potendo affrontare una battaglia via terra contro
i Goti per la sua inferiorit numerica.

Nell'estate del 545 Belisario scrisse all'Imperatore la seguente lettera:[44]


Sono arrivato in Italia senza uomini, cavalli, armi, o soldi. Le province non possono fornire entrate, sono occupate dal
nemico; e il numero delle nostre truppe stato ridotto da larghe diserzioni ai Goti. Nessun generale potrebbe aver successo
in queste circostanze. Mandatemi i miei servitori armati e una grande quantit di Unni e di altri Barbari, e inviatemi del
denaro.

Con questa lettera Belisario invi a Giustiniano Giovanni; quest'ultimo, tuttavia, invece di tornare subito con i
rinforzi, si ferm nella capitale per alcuni mesi sposando la figlia di Germano, un patrizio bizantino.[44] Nel
frattempo Totila stava soggiogando la Toscana e il Piceno.
Verso la fine del 545 Belisario lasci Ravenna e si diresse a Durazzo dove invi all'Imperatore richieste di
rinforzi,[45] e venne qui raggiunto dai generali Giovanni e Isacco intorno al 546; Belisario decise quindi di spingersi
via mare a Roma mentre Giovanni sarebbe sbarcato in Calabria e lo avrebbe raggiunto nella citt via terra. Giunto a
Porto, Belisario rimase l in attesa di Giovanni ma quest'ultimo, dopo aver soggiogato Puglia, Calabria, Lucania e
Bruzio, decise di non spingersi fino a Roma per la presenza dei Goti a Capua. Secondo la Storia segreta di Procopio
il rifiuto di Giovanni di raggiungere Belisario a Roma sarebbe dovuto ai suoi timori di venire assassinato da
Antonina, moglie di Belisario ed amica dell'imperatrice Teodora, a sua volta ostile allo stesso Giovanni.[46]
Nel mentre il re ostrogoto pose l'assedio a Roma dopo aver espugnato Assisi e Spoleto; Roma era difesa dal generale
Bessa, il quale per si arricchiva a spese della popolazione vendendo le scorte di cibo a carissimo prezzo: di
conseguenza molti Romani soffrirono la fame e molti, per la disperazione, abbandonarono la citt.[47] Belisario,
giunto a Porto, a pochi passi da Roma, tent di portare provviste in citt cercando di superare con uno stratagemma
ingegnoso gli sbarramenti goti piazzati sul fiume Tevere, ma proprio quando il suo piano stava per funzionare al
generale giunse la notizia che Isace, a cui era stata affidata la difesa di Porto, era stato vinto dai Goti: temendo che a
causa della sconfitta di Isace Porto, importantissima strategicamente come punto di riparo, fosse stata occupata dai

Guerra gotica (535-553)


Goti, Belisario ordin ai suoi uomini di abbandonare il piano e di ritornare in fretta a Porto per cercare di salvarla;
quando scopr che Porto era ancora in mano imperiale e che per un falso allarme aveva fatto fallire il suo piano,
Belisario per lo sconforto si ammal.[48] Nel frattempo le truppe a presidio di Roma, poich erano mal pagate,
aprirono a tradimento le porte della citt a Totila, il quale vi fece ingresso il 17 dicembre 546. Le offerte di pace di
Totila tramite il prelato Pelagio (futuro papa) furono per rifiutate da Giustiniano che rispondeva di "trattare
direttamente con Belisario"; Totila minacci di distruggere la citt ma a fargli cambiare idea giunse una lettera di
Belisario che gli intim di non deturpare la bellezza di Roma.[49] Totila con generosit risparmi la citt e
momentaneamente si ritir da essa, perdendola in tal modo pochi mesi pi tardi: dopo aver recuperato Spoleto,
Belisario decise infatti di marciare contro Roma, rioccupandola e ricostruendo parzialmente le mura abbattute da
Totila.[50] Nonostante non avesse ancora sostituito le porte della citt, distrutte dai Goti, riusc a respingere un primo
assalto di Totila che aveva tentato invano di reimpadronirsi della citt;[50] ottenuto questo successo, il generale
ricostru le porte e sped le chiavi della citt a Giustiniano.
La sconfitta inflitta loro da Belisario demoralizz i Goti, che dovettero dunque essere rincuorati con un'orazione da
Totila. Il re goto con il suo esercito si diresse ad assediare Perugia, mentre in Lucania continuavano le operazioni
militari del generale bizantino Giovanni: questi, dopo aver assediato Acerenza, si diresse in Campania con il
proposito di liberare i senatori romani tenuti in ostaggio dai Goti; grazie a una vittoria sui Goti a Capua, Giovanni
riusc a liberare i senatori tenuti in cattivit in quella regione e li invi in Sicilia.[51] Quando Totila seppe
dell'impresa di Giovanni, decise di affrontarlo: lasci un piccolo reggimento a continuare l'assedio di Perugia e si
diresse in Lucania, dove attacc l'esercito di Giovanni nel cuore della notte: Totila usc complessivamente vincitore
nello scontro ma le tenebre favorirono la fuga dei Bizantini, che subirono in questo modo meno perdite di quanto ne
avrebbero potuto subire se si fosse combattuto di giorno. Giovanni riusc quindi a rifugiarsi a Otranto.[52]
Nel frattempo Belisario scrisse numerose lettere a Giustiniano chiedendo rinforzi, ed alla fine l'Imperatore decise di
accontentarlo inviando truppe in Calabria sotto il comando del generale Valeriano (dicembre 547).[53] Belisario part
quindi per raggiungere i rinforzi a Taranto, dopo aver selezionato 900 tra i suoi uomini migliori, 700 cavalieri e 200
fanti;[53] la difesa di Roma venne affidata al generale Conone con il resto dell'esercito.[53] Il cattivo tempo costrinse
per Belisario a sbarcare a Crotone per poi ripiegare a Messina.[54]
Nel giugno 548 arrivarono i rinforzi guidati da Valeriano; Belisario quindi, sapendo quanto Antonina e Teodora
fossero amiche, invi sua moglie a Costantinopoli per ottenere dall'Imperatrice ulteriori aiuti: tuttavia al suo arrivo
Antonina scopr che Teodora era morta (28 giugno 548).[55] Con i rinforzi Belisario tent di liberare Rossano
dall'assedio dei Goti ma il suo sbarco venne impedito dal nemico.[55] Il generale decise quindi di tornare a Roma,
affidando l'esercito a Giovanni e a Valeriano; una volta in citt venne richiamato a Costantinopoli dall'Imperatore,
persuaso a farlo da Antonina[55] (secondo la Storia Segreta invece fu Belisario stesso a chiedere di ritornare a
Costantinopoli).[46]
Questo fu il giudizio di Procopio sulla seconda campagna in Italia di Belisario:
Belisario fece un ben vergognoso ritorno dalla sua seconda missione in Italia. In cinque anni non riusc mai, come ho
detto nei precedenti libri, a sbarcare su un tratto di costa che non fosse controllato da un suo caposaldo: per tutto questo
tempo continu a bordeggiare le coste. [...]

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Presa di Roma
Approfittando dell'assenza di Belisario, Totila assedi nuovamente
Roma, difesa da Diogene: questi garant agli abitanti della citt il
rifornimento di grano, che venne fatto seminare all'interno delle mura
in modo che non soffrissero la fame neanche quando i Goti
conquistarono Porto.[] Tuttavia il tradimento dei malpagati soldati
isaurici segn per l'ennesima volta la capitolazione della citt: il 16
gennaio 550 Totila, messosi d'accordo con essi, ordin a parte dei suoi
di suonare le trombe mentre il resto dell'esercito fu posto in prossimit
della Porta San Paolo; quando i Bizantini udirono suonare le trombe,
Porta San Paolo nel XVIII secolo. Da qui nel 550
Totila entr in Roma occupando la citt.
accorsero subito verso la zona da dove veniva il suono pensando che i
Goti stessero attaccato l, mentre i traditori indisturbati aprirono la
porta San Paolo ai Goti di Totila.[] Pochi sopravvissero al massacro dei Goti, anche se parte dei soldati bizantini
riuscirono a rinserrarsi nel mausoleo di Adriano, dove resistettero all'assalto goto per due giorni; Totila propose ai
soldati bizantini o di andarsene indenni senza armi e cavalli dalla citt oppure di entrare nel suo esercito: i soldati,
tranne il loro comandante, optarono per la seconda opzione.[]
Totila, insediatosi a Roma, cerc di non comportarsi da nemico vittorioso dandosi da fare per ripopolarla e portarla
all'antico splendore;[] tuttavia la guerra aveva inferto colpi mortali alla citt, con la distruzione di statue e monumenti
(utilizzati per gettarli dalle mura contro i nemici oppure per la ricostruzione di chiese o per rinforzare le porte) e il
crollo demografico della popolazione (passata da 100.000 abitanti di inizio VI secolo a non pi di 30.000 alla fine
della guerra gotica).[56] Totila tent quindi di negoziare la pace con Giustiniano, inviando un messo romano di nome
Stefano a Costantinopoli, ma l'Imperatore rifiut;[] il re goto decise quindi di stringere alle strette il nemico,
espugnando dapprima Civitavecchia e successivamente Taranto e Rimini.[]
Giustiniano fu costretto pertanto a lanciare in quello stesso anno (549) una nuova campagna di conquista dell'Italia;
era per indeciso se affidare il comando della spedizione a Liberio o a Germano, suo nipote. Nel frattempo la guerra
si faceva sempre pi difficile per Bisanzio e sempre pi vittoriosa per i Goti: questi infatti nel maggio del 550, dopo
aver rinunciato all'espugnazione di Reggio, invasero e saccheggiarono la Sicilia. Giustiniano invi in un primo
momento Liberio a cacciare dall'isola i Goti, ma poi ci ripens e affid il comando della spedizione in Sicilia ad
Artabane.[] Nel frattempo nomin Germano generalissimo (stratgos autokratr), affidandogli uomini e mezzi
sufficienti per ottenere una vittoria definitiva su Totila; Germano, per legittimare di fronte ai Goti la restaurazione
imperiale, spos la vedova di Vitige Matasunta, ma per prima ancora di giungere in Italia.[] Il comando dell'esercito
venne momentaneamente affidato a Giovanni, e Totila decise di abbandonare per il momento la Sicilia per andare ad
affrontarlo, lasciando sull'isola solo quattro presidi goti che vennero poi abbandonati verso la fine del 550.[]

Campagne di Narsete e vittoria bizantina


551: preparativi di Narsete e tentativi di negoziazione
Per approfondire, vedi Battaglia di Sena Gallica.

Nel 551 Narsete ottenne di nuovo il comando delle operazioni in Italia:[57] radun un esercito imponente, senza farsi
molti scrupoli di arruolare con generosi donativi barbari Unni, Gepidi, Eruli, Longobardi e Persiani fra le sue
schiere;[] l'esercito di Narsete radunatosi a Salona arriv quindi a comprendere all'incirca 30.000 uomini.[] Totila
reag ai preparativi di Narsete ripopolando Roma con una parte dei cittadini e dei senatori tenuti in cattivit in
Campania e affidando agli stessi senatori il compito di provvedere alla difesa della citt;[][58] successivamente ordin
alla flotta gota (di 300 navi) di saccheggiare la Grecia e Corf, intercettando in questo modo alcuni dei rifornimenti
destinati all'esercito di Narsete.[][58] Infine decise di conquistare la strategicamente importante citt di Ancona: in

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questo per egli fall perch la flotta gota che assediava la citt insieme all'esercito terrestre, a causa della relativa
inesperienza dei Goti nella guerra in mare rispetto agli imperiali, sub una completa disfatta in una battaglia navale
presso Sena Gallica; non pi supportati dalla propria flotta, i Goti dovettero quindi levare l'assedio.[][59] Totila,
contrario ad ogni resa, ordin allora l'invasione della Sardegna e della Corsica, che ebbe buon esito in quanto la flotta
bizantina inviata dall'Africa venne sconfitta dai Goti presso Cagliari.[][60]
Questi furono per gli ultimi successi per i Goti, che iniziavano a mostrare segni di declino: infatti in quello stesso
anno il generale bizantino Artabane riusc a cacciarli dalla Sicilia,[60] mentre l'assedio goto di Crotone fall per
l'arrivo di truppe bizantine provenienti dalle Termopili.[][61] Totila invi degli ambasciatori alla corte di Giustiniano,
facendogli notare che una consistente parte dell'Italia era in mano ai Franchi, mentre il resto era desolato a causa
della lunghissima guerra; proponeva quindi all'Imperatore la pace in cambio della cessione della Sicilia e della
Dalmazia all'Impero e di un tributo annuale.[60] Giustiniano, tuttavia, rifiut le proposte di pace provenienti da
Totila, e invi un ambasciatore, Leonzio, presso i Franchi al fine di persuaderli ad allearsi con l'Impero contro i Goti,
ma senza esito positivo.[60]
552: campagne di Narsete e uccisione di Totila e Teia
Per approfondire, vedi Battaglia di Tagina e Battaglia dei Monti Lattari.

Terminati i preparativi nella primavera del 552 Narsete da Salona part per l'Italia, cercando di raggiungerla via terra
non avendo abbastanza navi a disposizione per giungervi via mare;[] il rifiuto dei Franchi stanziatisi nelle Venezie di
concedere il passaggio nei loro territori agli imperiali costrinse Narsete a raggiungere Ravenna passando per le
lagune, allora disabitate, su cui poi sorger Venezia.[][62] Non potendo attraversare la via Flaminia da Fano, perch la
roccaforte della gola del Furlo era ben presidiata, Narsete probabilmente prese la via di Sassoferrato e Fabriano,
evitando di attardarsi in assedi in quanto li riteneva una perdita di tempo; la tattica di Narsete dava infatti la priorit
all'annientamento del nemico attraverso rischiose battaglie campali, a cui seguiva solo successivamente la cattura
delle fortezze che rifiutavano la resa.[63] Gli eserciti di Totila e Narsete si scontrarono in campo aperto nella battaglia
di Tagina (Gualdo Tadino), detta dei Busta Gallorum: dopo un'accesissima battaglia gli imperiali, sfruttando un
attacco imprudente dei Goti (che li espose ai dardi degli arcieri imperiali), ebbero nettamente la meglio sul nemico,
infliggendogli gravissime perdite; Totila riusc a fuggire ferito, ma mor nelle immediate vicinanze in un luogo
chiamato Caprae, corrispondente all'attuale frazione di Caprara, dove tuttora esiste un sito chiamato "Sepolcro di
Totila".[64]
Dopo la battaglia decisiva, Narsete conged i guerrieri mercenari longobardi al suo seguito, perch si
abbandonavano al saccheggio delle citt (al punto di "violare le donne nei templi"), affrettandosi quindi a rispedirli
alle loro sedi (anche se Paolo Diacono, egli stesso appartenente a tale stirpe, nella sua Historia Langobardorum, non
fa menzione dell'episodio pur essendo un religioso).[65] Affid quindi i Longobardi al generale Valeriano e al nipote
di lui Damiano, ordinando loro di vigilare affinch, durante il loro ritorno in Pannonia, non commettessero atti
iniqui.[65] Mentre Valeriano, fatti ritornare i Longobardi nelle proprie terre, tent di espugnare Verona invano a
causa dell'opposizione delle truppe franche a presidio delle Venezie, e gli Ostrogoti eleggevano a Pavia un nuovo re,
Teia, gli imperiali si reimpadronivano di Narni, Perugia e Spoleto, giungendo infine ad assediare Roma:[65] grazie a
una sortita di Dagisteo, i Bizantini riuscirono infine a costringere alla resa i Goti che ancora occupavano la citt.[65]
Qui si inserisce il celebre commento di Procopio, che mise in evidenza come la vittoria bizantina si rivelasse invece
un'ulteriore disgrazia per gli abitanti di Roma: i barbari arruolati nelle file di Narsete si abbandonarono al saccheggio
e al massacro, e lo stesso fecero i fuggitivi Ostrogoti mentre si apprestavano a lasciare dalla citt; inoltre il nuovo re
goto Teia, alla notizia della caduta della citt in mano imperiale, per rappresaglia fece giustiziare diversi figli di
patrizi in sua mano.[66]

Guerra gotica (535-553)

Mentre i Bizantini si impadronivano anche di Porto e Petra Pertusa,


Teia tent senza successo di stringere un'alleanza con i Franchi.[66]
Narsete, nel frattempo, invi truppe ad assediare Civitavecchia e
soprattutto Cuma, dove era custodito il tesoro dei Goti;[66] Teia,
allarmato, raccolse le truppe che aveva a disposizione e part per la
Campania, riuscendo ad eludere, con lunghe marce, le truppe imperiali
condotte da Giovanni e dall'erulo Philemuth, inviate da Narsete nella
Tuscia per ostacolare la sua avanzata.[66] Narsete, allora, richiam i
due generali e procedette alla volta della Campania, con l'intento di
Battaglia dei monti Lattari tra Romani e Goti
scontrarsi con i Goti in una battaglia decisiva che avrebbe decretato le
(l'equipaggiamento anacronistico).
[66]
sorti della guerra.
I due eserciti stettero per pi di due mesi a stretta
vicinanza tra loro, senza per scontrarsi direttamente perch separati
dal fiume Draconte: gli unici scontri che avvenivano erano quelli a distanza tra gli arcieri, mentre i Goti costruirono
baliste con cui colpire dall'alto i nemici.[67] A cambiare la situazione fu l'intercettazione da parte degli imperiali della
flotta gota che, attraverso il fiume, riforniva il proprio esercito: ci costrinse gli Ostrogoti a ripiegare sui monti
Lattari, dove speravano che il terreno impervio del luogo li avrebbe protetti dagli attacchi del nemico, ma ben presto
compresero l'errore commesso, trovandosi lass privi di vettovaglie per s stessi e per i cavalli.[67] Non avendo altra
scelta, i Goti decisero quindi di affrontare in una disperata battaglia gli imperiali, scendendo dai monti e assalendo il
nemico: nella conseguente battaglia dei Monti Lattari, combattuta nell'ottobre 552, i Goti si batterono accanitamente
ma alla fine Teia fu ucciso e, dopo una disperata resistenza, i suoi guerrieri si arresero e si sottomisero a Bisanzio.[67]
Teia fu l'ultimo re dei Goti.[67]

L'invasione franco-alemanna
553: l'assedio di Cuma e l'invasione di Butilino e Leutari
Tuttavia la guerra non era ancora finita del tutto: non solo alcune fortezze gote sparse per la penisola, infatti, ancora
rifiutavano la resa, ma gli Ostrogoti che avevano rifiutato di abbassare le armi avevano inviato un'ambasceria al re
dei Franchi Teodobaldo, chiedendogli sostegno militare contro i Bizantini;[68] il re dei Franchi, tuttavia, rifiut di
intervenire direttamente nel conflitto pur non impedendo a due comandanti alemanni del suo esercito, Butilino e
Leutari, di invadere la penisola alla testa di un'orda franco-alemanna comprendente, secondo almeno Agazia, ben
75.000 guerrieri (cifra che sembra comunque esagerata).[][69] Narsete ricevette la notizia dell'invasione
franco-alemanna mentre era alle prese con l'assedio di Cuma, che gli stava provocando diversi problemi, e reag
lasciando una piccola parte dell'esercito a continuare l'assedio della citt mentre egli con il grosso dell'esercito si
diresse verso nord, non solo per respingere la nuova minaccia ma anche per sottomettere le fortezze gote che ancora
resistevano nella Tuscia.[] La sottomissione della Tuscia fu raggiunta senza incontrare resistenza, fatta eccezione per
la fortezza di Lucca che continu a resistere sperando nel soccorso franco-alemanno;[] Lucca si arrese poi a
dicembre, dopo tre mesi di assedio, mentre quasi contemporaneamente nel sud anche Cuma capitol.[] Durante
l'assedio, Narsete invi anche una parte consistente della sua armata a sorvegliare il Po, nel tentativo di contrastare
l'invasione franco-alemanna.[70]
Le misure prese da Narsete non furono per sufficienti per arginare tale invasione: nel corso dell'assedio di Lucca gli
giunse, infatti, la notizia che l'esercito che aveva inviato nel nord Italia per fermare i Franco-alemanni si era ritirato
da Parma verso Faenza, segno che la sua strategia era fallita e ora era esposto a un attacco nemico. Invi, allora, il
suo sottoposto Stefano a Faenza per intimare all'esercito di ritornare a Parma: la missione di Stefano fu coronata dal
successo e Narsete pot riprendere l'assedio di Lucca con una certa tranquillit; dopo tre mesi di assedio la citt si
arrese a condizione di non subire rappresaglie.[71] Lasciata una forte guarnigione a Lucca, Narsete ordin ai suoi
soldati di ritirarsi nei propri quartieri invernali per poi ricongiungersi a Roma nella primavera successiva, e si diresse

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Guerra gotica (535-553)

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a Ravenna dove risiedette a Classe;[72] qui ricevette la notizia della resa di Cuma e della conquista del tesoro dei
Goti,[73] ed invi quindi il goto Aligerno presso i franco-alemanni per informarli che ora esso era in mano bizantina,
sperando che, visto sfumare il sogno di impadronirsene, si sarebbero cos ritirati: tale tentativo, per, non ebbe esito
favorevole.[73] In seguito Narsete si diresse a Rimini, dove strinse un'alleanza con Teodobaldo, comandante dei
Varni.
554: la battaglia del Volturno e la sconfitta di Butilino
Per approfondire, vedi Battaglia del Volturno (554).

Dopo aver messo in fuga un esercito franco-alemanno di 2.000 uomini nella


primavera del 554, Narsete ritorn a Ravenna e da qui si diresse verso Roma;[74]
rimase nella citt, dove si era riunito tutto l'esercito, fino all'estate del 554,
addestrando i suoi uomini in modo che potessero migliorare le loro abilit
combattive.[75]
Nel frattempo i franco-alemanni, giunti ormai nel Sannio, si erano divisi in due
gruppi: uno, condotto da Leutari, raggiunse Otranto per poi ritornare in nord
Italia; l'altro invece, condotto da Butilino, raggiunse lo Stretto di Messina.
Entrambi gli eserciti compirono saccheggi ed uccisioni: i Franchi, tuttavia, a
differenza degli Alemanni, non saccheggiarono gli edifici religiosi in quanto
cristiani.[] Mentre l'esercito di Leutari tornava nel nord Italia venne sconfitto
presso Pesaro dagli Imperiali; i superstiti trovarono rifugio nella Venezia in
mano franca dove per molti morirono di dissenteria.

Uomo tradizionalmente identificato


con Narsete, dal mosaico raffigurante
la corte di Giustiniano nella Basilica
di San Vitale, a Ravenna.

Butilino, speranzoso di diventare re dei Goti una volta vinti i Bizantini, giunto
allo Stretto di Messina decise di dirigersi in Campania per affrontare Narsete;
accampatosi a Capua, Butilino, forte di 30.000 uomini seppur in parte colpiti dalla dissenteria, si prepar allo scontro
con Narsete: i due eserciti si scontrarono dunque nella battaglia del Volturno in cui ebbe la meglio il generale
bizantino, che distrusse l'esercito franco costringendolo al ritiro.[] Questa vittoria, che pose fine alle grandi
operazioni militari della guerra gotica, venne celebrata da Narsete a Roma.[]
555-562: le ultime sacche di resistenza
Alcune citt rimanevano tuttavia ancora in mano gota e franca; deciso a conquistarle, Narsete si diresse in direzione
di Conza, ultima fortezza a sud del Po ancora in mano gota, per assediarla: nonostante la strenua resistenza della
guarnigione gota, essa fu costretta a capitolare (555).[] Negli anni successivi Narsete procedette alla sottomissione
delle restanti fortezze a nord del Po ancora in mano gota e franca: queste campagne, iniziate probabilmente nel 556,
portarono a buoni risultati e gi nello stesso anno, se prestiamo fede al cronista Mario Aventicense (non sempre
esatto nelle date), i Franchi furono almeno temporaneamente espulsi dallItalia.[76] Tre anni dopo, nel 559, Milano e
gran parte delle Venezie erano di nuovo in mano imperiale.[]
Rimanevano per alcune sacche di resistenza, come Brescia e Verona, che continuavano a resistere sembra sotto la
guida del nobile goto Widin, che nella sua rivolta aveva ricevuto il sostegno del comandante dell'esercito franco
nelle Venezie, Amingo. Narsete, dirigendosi verso Verona e Brescia per riconquistarle, tent di oltrepassare il fiume
Adige, venendo per impedito in ci dal condottiero Amingo che alla guida di un numeroso esercito si era posto
sulla riva opposta del fiume: un'ambasceria inviata dal generale bizantino per convincerlo con la diplomazia a
concedergli il passaggio del fiume non ebbe successo,[77] e Narsete fu costretto ad affrontare gli eserciti di Amingo e
Widin in battaglia. Tale scontro fu vittorioso per i Bizantini: Amingo venne ucciso dalla spada di Narsete mentre
Widin, catturato, venne inviato in esilio a Costantinopoli.[78] Sconfitti gli eserciti ribelli in battaglia, Narsete
procedette cos all'assedio delle due citt: Verona fu espugnata il 20 luglio 561, mentre Brescia si arrese nel

Guerra gotica (535-553)

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medesimo anno o al pi tardi nell'anno successivo.[79][] Sottomesse ormai le ultime sacche di resistenza, il generale
bizantino inform Costantinopoli degli ultimi trionfi: la notizia della resa delle due fortezze arriv nel novembre
562.[80]

Conseguenze
Reazioni immediate
Il 13 agosto 554, con la promulgazione a Costantinopoli da parte di Giustiniano
di una pragmatica sanctio pro petitione Vigilii ("Prammatica sanzione sulle
richieste di papa Vigilio"), l'Italia veniva fatta rientrare, sebbene non ancora del
tutto pacificata, nel dominio "romano";[81] con essa Giustiniano estese la
legislazione dell'Impero all'Italia, riconoscendo le concessioni attuate dai re goti
fatta eccezione per l'"immondo" Totila (la cui politica sociale fu quindi annullata
portando alla restaurazione dell'aristocrazia senatoriale e costringendo i servi
affrancati da Totila a ritornare a servire i loro padroni), e promise fondi per
ricostruire le opere pubbliche distrutte o danneggiate dalla guerra, garantendo
inoltre che sarebbero stati corretti gli abusi nella riscossione delle tasse e
sarebbero stati forniti fondi per promuovere la rifioritura della cultura.[82]
La prefettura del pretorio d'Italia,

Narsete rimase ancora in Italia con poteri straordinari e riorganizz l'apparato


suddivisa in province.
difensivo, amministrativo e fiscale; a difesa della penisola furono stanziati
quattro comandi militari, uno a Forum Iulii, uno a Trento, uno presso i laghi Maggiore e di Como ed infine uno
presso le Alpi Graie e Cozie.[] L'Italia fu organizzata in Prefettura e suddivisa in due diocesi, a loro volta suddivise in
province.[] La Sicilia e la Dalmazia vennero per separate dalla prefettura d'Italia: la prima non entr a far parte di
nessuna prefettura, venendo governata da un pretore dipendente da Costantinopoli, mentre la seconda venne
aggregata alla Prefettura dell'Illirico;[] la Sardegna e la Corsica facevano gi parte, fin dai tempi della guerra
vandalica (533-534), della Prefettura del pretorio d'Africa. Secondo la "Prammatica Sanzione" i governatori
provinciali sarebbero stati eletti dalle popolazioni locali, ovvero i notabili e i vescovi; tuttavia sull'effettiva
applicazione di tale principio sono emersi dubbi, dato che da tempo i governatori provinciali erano controllati
dall'autorit centrale.[82] La guerra aveva comunque inflitto all'Italia danni che non fu possibile cancellare in breve
tempo e, anche se Narsete e i suoi sottoposti ricostruirono numerose citt distrutte dai Goti, la situazione della
penisola era comunque disastrosa, dato che, come ammise in due lettere papa Pelagio, le campagne erano talmente
devastate da essere irrecuperabili e la Chiesa riceveva proventi solo dalle isole o da zone esterne alla penisola.
Se si presta fede alla "Prammatica Sanzione", le tasse non furono incrementate rispetto all'epoca gotica, ma
evidentemente i danni provocati dalle devastazioni belliche resero molto difficile pagarle e, del resto, sembra che
Narsete non ricevesse sussidi da Costantinopoli, ma dovesse provvedere da s per il mantenimento dell'esercito e
dell'amministrazione. Nel 568 Giustino II, in seguito alle proteste dei Romani per l'eccessiva pressione fiscale,[83]
rimosse dall'incarico di governatore Narsete sostituendolo con Longino. Il fatto che Longino sia indicato nelle fonti
primarie[84] come prefetto indica che governasse l'Italia in qualit di "prefetto del pretorio", sebbene non si possa
escludere che fosse anche il generale supremo delle forze italo-bizantine.[85]

Guerra gotica (535-553)

Impatto nella storia


Decadenza dell'Italia
Le conseguenze della guerra si fecero sentire sull'Italia per alcuni secoli, anche perch la popolazione, per non essere
coinvolta, aveva abbandonato le citt per rifugiarsi nelle campagne o sulle alture fortificate meglio protette, portando
a compimento quel processo di ruralizzazione e di abbandono dei centri urbani iniziato nel V secolo.[86] Anche se le
cifre delle vittime riportate da Procopio sono forse esagerate,[87] si pu stimare che buona parte della popolazione
italiana fosse stata decimata dagli assedi, dalle carestie e dalla peste. Particolarmente raccapriccianti sono, nella
testimonianza di Procopio, i dettagli degli stenti subiti dalla popolazione di Milano durante l'assedio del 539 e quelli
subiti dalle popolazioni della Penisola nello stesso anno:

Pass il tempo e venne di nuovo l'estate. Nei campi il grano maturava, ma non pi abbondante come negli anni precedenti.
Non era stato seminato in solchi ben tracciati dagli aratri e lavorati dalla mano dell'uomo, ma sparso solo sulla superficie, e
perci la terra aveva potuto farne germogliare soltanto una piccola parte; siccome poi nessuno lo aveva mietuto, giunto a
maturazione, era caduto a terra, e non era pi nato niente. Questo era accaduto anche in Emilia; perci gli abitanti di quella
regione avevano lasciato le loro case ed erano trasmigrati nel Piceno, pensando che, siccome quella terra era sul mare, non
dovesse soffrire una totale mancanza di viveri. Anche i tusci erano angustiati per la fame... e molti di essi, che vivevano sui
monti, macinavano le ghiande delle querce come se fosse frumento, e mangiavano le pagnotte fatte con quella farina.
Naturalmente moltissimi caddero vittime di ogni specie di malattie... Nel Piceno, si parla di non meno di 50.000 tra i
contadini, che perirono di fame, e molti di pi ancora furono nelle regioni a nord del golfo Ionico... Taluni, forzati dalla
fame, si cibarono di carne umana. Si dice che due donne, in una localit di campagna sopra la citt di Rimini, mangiarono 17
uomini... Molte persone erano cos indebolite dalla fame, che... si gettavano su di essa [sull'erba] con bramosia, chinandosi
per strapparla da terra; ma siccome non riuscivano perch le forze le avevano completamente abbandonate, cadevano
sull'erba con le mani tese, e l perirono... non si accostava neppure un avvoltoio, perch non offrivano nulla di cui essi
potevano cibarsi. Infatti tutta la carne... era stata ormai consumata dal digiuno. Cos stavano le cose in conseguenza della
carestia.
(Procopio, La Guerra Gotica, II,20.)

Se alcune fonti propagandistiche parlano di un Italia florida e rinata dopo la conclusione del conflitto,[88] la realt
doveva essere ben diversa.[] I tentativi di Giustiniano di combattere gli abusi fiscali in Italia risultarono vani e,
nonostante Narsete e i suoi sottoposti avessero ricostruito, in tutto o in parte, numerose citt distrutte dai Goti,[89]
l'Italia non riusc a recuperare la sua antica prosperit.[] Nel 556 papa Pelagio si lament in una lettera al vescovo di
Arelate delle condizioni delle campagne, cos desolate che nessuno in grado di recuperare;[] proprio a causa della
situazione critica in cui versava lItalia, Pelagio fu costretto a chiedere al vescovo in questione di inviargli i raccolti
dei patrimoni pontefici nella Gallia meridionale, oltre a una fornitura di vesti, per i poveri della citt di Roma.[90] A
peggiorare le condizioni del paese, gi provato dal fiscalismo bizantino, contribu inoltre un'epidemia di peste che
spopol l'Italia dal 559 al 562; ad essa, inoltre, fece poi seguito anche una carestia.[91]
Anche Roma fatic, nonostante i fondi promessi, a riprendersi dalla guerra e l'unica opera pubblica riparata nella
citt di cui si ha notizia il ponte Salario, distrutto da Totila e ricostruito nel 565.[] La guerra rese Roma una citt
spopolata e in rovina: molti monumenti si deteriorarono e dei 14 acquedotti che prima della guerra fornivano acqua
alla citt ora solo uno, secondo gli storici, rimase in funzione, l'Aqua Traiana fatto riparare da Belisario.[] Anche per
il senato romano inizi un irreversibile processo di declino che si concluse con il suo scioglimento verso l'inizio del
VII secolo: molti senatori si trasferirono a Bisanzio o vennero massacrati nel corso della guerra.[][86] Roma, alla fine
della guerra, contava non pi di 30.000 abitanti (contro i 100.000 di inizio secolo) e si avviava alla completa
ruralizzazione, avendo perduto molti dei suoi artigiani e commercianti e avendo accolto al contempo numerosi
profughi provenienti dalle campagne.[86] Il declino non coinvolse, tuttavia, tutte le regioni: quelle meno colpite dalla
guerra, come la Sicilia o Ravenna, non sembrano aver risentito in misura rilevante degli effetti devastanti del
conflitto, mantenendo la propria prosperit.[86]

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Guerra gotica (535-553)


Anche i patrimoni della Chiesa subirono le conseguenze della guerra: nel 562 papa Pelagio si lamentava, scrivendo
al prefetto del pretorio d'Africa Boezio, del fatto che a causa delle devastazioni provocate dalla lunga e distruttiva
guerra ormai riceveva proventi solo dalle isole e dalle zone al di fuori dell'Italia, essendo impossibile, dopo
venticinque anni continui di guerra, ricavarli dalla penisola desolata; e, essendo i proventi della Chiesa necessari per
sfamare la popolazione povera di Roma, anch'essa ne avrebbe fatto le spese;[92] tuttavia Pelagio e la Chiesa
riuscirono a superare la crisi e a riprendersi, anche grazie alla confisca dei beni della Chiesa ariana che passarono alla
Chiesa cattolica.[]
Il governo bizantino sul territorio italiano fu, inoltre, contraddistinto da una forte pressione fiscale che ricadeva sulle
genti italiche, dovuta alla natura stessa del sistema fiscale bizantino, ereditato dall'Impero romano.[93] Il sistema
romano-bizantino della iugatio-capitatio, istituito da Diocleziano e rimasto in vigore fino al VII secolo,[94] stabiliva
infatti in anticipo l'ammontare della cifra che i contribuenti dovevano sborsare, senza tener conto di eventuali
devastazioni ad opera di invasori, carestie, epidemie e altri fattori che potessero provocare un cattivo raccolto; solo in
casi di devastazioni molto gravi le autorit riducevano temporaneamente il carico fiscale della provincia colpita dalla
catastrofe.[95] Nonostante la "Prammatica Sanzione" avesse stabilito che le tasse non sarebbero state incrementate
rispetto all'epoca gotica, evidentemente i danni provocati dalle devastazioni belliche e le continue pestilenze e
carestie che afflissero la penisola tra il 562 e il 571 avevano reso molto difficile pagarle e, del resto, sembra che
Narsete non ricevesse sussidi da Costantinopoli, ma dovesse provvedere da s per il mantenimento dell'esercito e
dell'amministrazione, venendo quindi costretto ad incrementare la pressione fiscale.[96] A ci si aggiunse la
corruzione di taluni funzionari imperiali, i quali abusavano del proprio potere per arricchirsi a spese dei sudditi e
dello stato, male tipico del Tardo Impero romano. I provvedimenti di Giustiniano per alleviare l'oppressione fiscale,
come una moratoria di cinque anni per coloro i quali si fossero indebitati durante la guerra, oppure i vari tentativi di
porre fine alla corruzione dei funzionari fiscali, non ebbero inoltre particolare successo e, in un'epistola diretta alla
moglie dell'imperatore Maurizio (risalente alla fine del VI secolo), papa Gregorio Magno si lament delle iniquit
commesse dagli esattori imperiali in Sicilia, Sardegna e Corsica che avevano spinto parte della popolazione ad
emigrare nella nefandissima nazione dei Longobardi.[97]
Non va nemmeno dimenticata l'impellente necessit di entrate che affliggeva l'Impero romano d'Oriente, a causa non
solo del fatto che il lungo conflitto aveva drenato le casse dello stato ma anche a causa dell'epidemia di peste del
542, che aveva compromesso gravemente l'economia statale.[98] Storici moderni hanno attribuito molti degli abusi
commessi dai ministri di Giustiniano alla necessit di mantenere il bilancio in attivo nonostante l'epidemia di peste
avesse ridotto di molto le entrate statali, provocando al contempo una netta crisi nei commerci, nell'agricoltura e in
altri settori dell'economia.[99]
A vanificare, almeno a breve termine, ogni possibile, anche se molto difficile, tentativo di ripresa dell'Italia, fu
l'invasione dei Longobardi (568) che provoc devastazioni e saccheggi nella penisola, a dire di Ravegnani per nulla
inferiori a quelli della guerra gotica.[100] I Longobardi in un primo momento esercitarono sui Romanici un brutale
diritto di conquista[101], e si narra che Venezia sia sorta proprio perch gli abitanti, in cerca di riparo dai Longobardi,
si sarebbero stanziati nelle lagune. Durante il Periodo dei Duchi (574-584), le condizioni degli italici sottomessi ai
Longobardi si aggravarono, avendo i duchi spogliato le chiese, ucciso i sacerdoti, rovinato le citt e decimato le
popolazioni che erano cresciute come messi sui campi;[102] nello stesso capitolo Paolo Diacono sostiene che molti
nobili Romani furono uccisi per cupidigia, mentre gli altri furono divisi tra i Longobardi secondo il sistema
dellospitalit e resi tributari con lobbligo di versare la terza parte dei loro raccolti ai Longobardi.[102][103] I duchi
longobardi, inoltre, condussero scorrerie nei territori ancora in mano bizantina, saccheggiando le chiese, violentando
i monaci e devastando a tal punto la citt di Aquino che dopo alcuni anni era senza popolo e senza vescovo; Roma,
minacciata, richiese aiuti militari sia all'Imperatore che dai Franchi, ma senza risultati.[104]
Tuttavia, gi ai tempi di Autari (584-590), le condizioni dei Romanici sotto il dominio longobardo migliorarono:

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Cera per questo di meraviglioso nel regno dei Longobardi: non cerano violenze, non si tramavano insidie; nessuno
opprimeva gli altri ingiustamente, nessuno depredava; non cerano furti, non cerano rapine; ognuno andava dove voleva,
sicuro e senza alcun timore.
(Paolo Diacono, Historia Langobardorum, III,16.)

Il suo successore Agilulfo avvi la conversione al cattolicesimo del suo popolo e, su richiesta di papa Gregorio
Magno, firm nel 598 una tregua con Bisanzio che, salvo alcune sporadiche guerre (601-603; 605; 617-619;
639-643; 663), fu rinnovata quasi ogni anno e port la pace in Italia per quasi tutto il VII secolo, consentendole una
graduale ripresa. Nell'VIII secolo, ai tempi del re longobardo Liutprando, i Longobardi erano in gran parte
romanicizzati, abbandonando molti dei loro costumi adottando invece quelli romanici, e si verific una relativa
ripresa demografica ed economica, con l'espandersi del commercio, che provoc a sua volta un'espansione
dell'economia monetaria; anche se non si raggiunse mai una completa parificazione sociale, le condizioni dei
Romanici migliorarono al punto che alcuni di essi riuscirono, in virt delle loro capacit e di un po' di fortuna, a
ricoprire posizioni di un certo rilievo nella societ longobarda.[105] La completa ripresa economica dell'Italia, in ogni
modo, potr dirsi conclusa non prima della nascita e dello sviluppo dei primi comuni (XI secolo).[]
Conquista effimera: l'invasione longobarda e la perdita dell'unione politica
Per approfondire, vedi Regno longobardo e Esarcato d'Italia.

La conquista di alcune regioni italiane risult essere effimera per i


Bizantini, mentre il dominio di altre si protrasse per alcuni secoli.
Stando a ci che scrive Paolo Diacono, dissensi fra Narsete e il nuovo
imperatore Giustino II (oppure, come indica Paolo Diacono con ironia,
le continue contumelie dell'imperatrice Sofia), spinsero il primo a
chiamare in Italia il re dei Longobardi Alboino.[106] Tali asserzioni
sono prive di fondamento storico:[107] gli storici moderni ritengono pi
probabile che i Longobardi abbiano invaso l'Italia piuttosto perch
pressati dall'espansionismo degli Avari;[108][109] altri studiosi invece,
nel tentativo di rendere pi credibile la leggenda dell'invito di Narsete,
hanno congetturato che i Longobardi potrebbero essere stati invitati in
Italia dal governo bizantino con l'intenzione di utilizzarli come
foederati per contenere eventuali attacchi franchi, ma le loro asserzioni
non sono verificabili e universalmente condivise.[] Secondo la
L'Italia nel 572.
tradizione riportata da Paolo Diacono, il giorno di Pasqua del 568
Alboino entr in Italia; sono state avanzate varie ipotesi sui motivi per
cui Bisanzio non ebbe la forza di reagire all'invasione:[][110]
la scarsit delle truppe italo-bizantine, indebolite anche da una pestilenza seguita da una carestia;
la mancanza di un generale talentuoso dopo la rimozione di Narsete;
il probabile tradimento dei Goti presenti nelle guarnigioni che, secondo alcune ipotesi, avrebbero aperto le porte
ai Longobardi;
l'alienazione delle genti locali per la politica religiosa di Bisanzio;
la possibilit che potrebbero essere stati i Bizantini stessi a invitare i Longobardi nel nord Italia per utilizzarli
come foederati;
la prudenza dell'esercito bizantino che in genere, invece di affrontare subito gli invasori con il rischio di farsi
distruggere le proprie truppe, attendeva che si ritirassero con il loro bottino e solo in caso di necessit interveniva.

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Cos negli anni settanta del secolo i Longobardi posero la loro capitale a Pavia conquistando tutto il nord della
penisola tranne le coste della Liguria e del Veneto. Al centro e al sud si formarono invece i ducati longobardi di
Spoleto e di Benevento: i duchi fondatori (Faroaldo a Spoleto e Zottone a Benevento) non sembrerebbero essere
venuti in Italia con Alboino, ma secondo alcune congetture - ora divenute maggioritarie - sarebbero arrivati in Italia
gi prima del 568, come foederati al servizio dell'Impero rimasti dopo la guerra gotica; solo nel 576, dopo il
fallimento della spedizione contro i Longobardi del generale bizantino Baduario, i foederati longobardi di Spoleto e
Benevento si sarebbero rivoltati a Bisanzio, formando questi due ducati autonomi.[111] Dopo la formazione dei due
ducati longobardi meridionali, Roma era apertamente minacciata e nel 579 fu essa stessa assediata; il senato romano
invi richieste di aiuto all'imperatore Tiberio II ma questi, essendo impegnato sul fronte orientale, non pot far altro
che consigliare al senato di corrompere col denaro i duchi longobardi per spingerli a passare dalla parte dell'Impero e
combattere in Oriente al servizio di Bisanzio contro la Persia, oppure di comprare un'alleanza con i Franchi contro i
Longobardi.
Per arginare l'invasione longobarda il nuovo imperatore Maurizio prese nuovi provvedimenti nell'Italia bizantina,
decidendo di sopprimere la "prefettura del pretorio d'Italia" sostituendola con l'"Esarcato d'Italia" governato da un
esarca, la massima autorit civile e militare della nuova istituzione; la carica di "prefetto d'Italia" non venne abolita
fino ad almeno a met del VII secolo anche se divenne subordinata all'esarca.[] Il primo riferimento nelle fonti
dell'epoca all'esarcato e all'esarca si ha nel 584 in una lettera di papa Pelagio II in cui si menziona per la prima volta
un "esarca" (forse il patrizio Decio citato nella medesima lettera); secondo storici moderni l'esarcato, all'epoca della
lettera (584), doveva essere stato istituito da poco tempo.[] I confini dell'Esarcato d'Italia non furono mai definiti dato
l'incessante stato di guerra tra Bizantini e Longobardi.
Grazie alla riforma mauriziana, Roma e parte del Lazio, Venezia, Ravenna e la Romagna, la Sicilia e la Sardegna
resteranno in mano bizantina per altri due secoli, e vaste zone costiere dell'Italia del sud faranno parte dell'Impero
romano d'Oriente fino alla conquista normanna (XI secolo). Inoltre, la differenziazione fra domini longobardi nella
terraferma, tipicamente organizzati in ducati (tra i principali, Friuli, Trento, Verona, Brescia, Bergamo, Pavia,
Tuscia, Spoleto, Benevento), e domini bizantini sulla costa (Venezia, Napoli, Ravenna, la Pentapoli), diede avvio a
un processo di frammentazione politica che sar tipico dell'Italia fino al XIX secolo.

Fonti storiografiche
La gran parte delle informazioni oggi disponibili sulla guerra gotica sono state tramandate da Procopio di Cesarea,
segretario di Belisario, in 4 degli 8 libri che formano la sua Storia delle guerre di Giustiniano. Procopio partecip
direttamente alle prime fasi del conflitto, in particolare durante il primo assedio di Roma (537-538); lo storico, per,
non era favorevole a Giustiniano e per tale ragione, secondo alcuni studiosi, le sue affermazioni e valutazioni non
sono sempre attendibili. Non vanno dimenticate le Storie di Agazia, continuatore di Procopio, che narr la campagna
di Narsete contro i Franchi e gli Alemanni (553-554).
Un'altra fonte per la conoscenza del popolo dei Goti offerta dal De Bello Gothico ("La guerra gotica"), un
panegirico composto da Claudio Claudiano dove per in realt si celebra un episodio delle invasioni barbariche
accaduto pi di 150 anni prima, in particolare la battaglia di Pollenzo e la cacciata di Alarico dall'Italia. La storia
raccontata dal punto di vista di Flavio Stilicone, generale dell'Impero Romano d'Occidente, che Claudiano definisce
come "il restauratore della gloria della civilt".
Infine, una testimonianza importante fornita dalla opera De origine actibusque Getarum dello storico Giordane,
meglio nota come Getica: Giordane, essendo di origine gotica, fornisce una visione complementare di molti fatti
testimoniati da Procopio.

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Influenze sulla letteratura e sulle arti


Sembra che la guerra gotica abbia suscitato l'interesse di Torquato Tasso: infatti, come scrisse Edward Gibbon nella
sua opera Storia del declino e della caduta dell'Impero romano (Capitolo 43):[112]
Procopio riferisce tutta la serie di questa seconda guerra gotica e della vittoria di Narsete (l. IV c. 21, 26-35). Splendido
quadro! Fra i sei argomenti di poema epico che il Tasso volgeva in mente, egli esitava tra la conquista d'Italia fatta da
Belisario e quella fatta da Narsete (Hayley's Works, vol. IV p. 70).

Il letterato vicentino Gian Giorgio Trissino (1478-1550) dedic alla guerra gotica addirittura un poema epico,
L'Italia liberata dai Goti, definito da alcuni critici letterari come il poema pi noioso della letteratura italiana.[113]
Il poema in questione, in 27 canti e in endecasillabi sciolti, dedicato all'Imperatore mecenate Carlo V del Sacro
Romano Impero:[113] esso inizia con Giustiniano che riceve da un angelo che gli appare in sogno la missione di
liberare l'Italia dalla tirannia degli eretici Ostrogoti (di fede ariana);[113] Giustiniano affida quindi la missione a
Belisario ma, dopo alcuni iniziali successi, la profanazione di un altare da parte di un soldato greco fa s che la
Vergine Maria inizi a favorire gli Ostrogoti, con il risultato che Belisario viene sconfitto.[113] La guerra comunque
volge in favore di Bisanzio grazie all'arrivo di una nuova armata condotta da Narsete che, dopo aver vinto il re goto
Vitige in una disfida tra 12 guerrieri greci e 12 guerrieri ostrogoti, lo fa catturare e sottomette tutta l'Italia a Bisanzio,
riunendola all'Impero.[113]
Nel 1876 il letterato tedesco Felix Dahn scrisse il romanzo storico Ein Kampf um Rom (traduzione letterale: Guerra
per Roma), ispirato liberamente all'opera di Procopio di Cesarea. Esso narra la lotta tra Bizantini e Ostrogoti per il
possesso di Roma e dell'Italia, ma inserisce anche una terza fazione, quella capeggiata dal senatore romano fittizio
Cetego, il quale vorrebbe restaurare l'Impero romano d'Occidente, cacciando sia i Greci che gli Ostrogoti dalla
penisola; alla fine del romanzo il re ostrogoto Teia viene sconfitto dal generale Narsete, portando alla rovina della
nazione ostrogota, sottomessa a Bisanzio. Per questi motivi, il romanzo stato interpretato a posteriori come una
predizione della caduta dell'Impero tedesco (Secondo Reich) al termine della prima guerra mondiale. Per
l'inserimento nel romanzo di diversi atti di sacrificio eroici, il romanzo venne a lungo considerato "per ragazzi",
venendo letto da generazioni di adolescenti tedeschi.
Nel 1968 e nel 1969 usc anche un adattamento cinematografico in due parti dell'opera di Dahn, Kampf um Rom I e
Kampf um Rom II - Der Verrat. Il film, a cui prese parte persino Orson Welles, usc anche in Italia con il titolo La
calata dei Barbari, ma in versione rimaneggiata: per ridurre le due parti del film in una sola, furono tagliate diverse
scene, con il risultato che la versione italiana dura solo 89 minuti contro i 189 minuti della versione originale.[114]

Note
[10]
[11]
[12]
[13]
[14]
[15]
[16]
[17]
[18]
[19]
[20]
[21]
[22]
[23]

.
Procopio, De Bello Gothico, I, 5
Procopio, De Bello Gothico, I, 6
.
Procopio, De Bello Gothico, I, 7
.
Procopio, De Bello Gothico, I, 8
Procopio, De bello Gothico, I, 10
.
.
.
.
.
.

[24] Procopio, De Bello Gothico, I, 25.


[25] .
[26] Procopio, De Bello Gothico, I, 24.

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[27] .
[29] Procopio, De bello Gothico, II, 6
[30] Procopio, De bello Gothico, II, 10
[31] .
[33] Procopio, De Bello Gothico, II, 29
[34] Procopio, III, 2.
[35] Procopio, III, 8.
[38] Papa Gregorio I, Dialogi, II,15.
[39] Procopio, III, 6-7.
[40] Procopio, II, 1;
[41] Procopio, De Bello Gothico, III, 10
[42] Procopio, De Bello Gothico, III, 11
[43] Procopio, Storia Segreta, 8
[44] Procopio, De Bello Gothico, III, 12
[45] Procopio, De Bello Gothico, III, 13
[46] Procopio, Storia Segreta, 9
[50] Procopio, De Bello Gothico, III, 24
[53] Procopio, De Bello Gothico, III, 27
[54] Procopio, De Bello Gothico, III, 28
[55] Procopio, De Bello Gothico, III, 30
[56] Per le cifre degli abitanti, cfr. AA.VV., Il mondo bizantino, I, p. 34; per la distruzione di statue e monumenti per utilizzarli come arma contro
il nemico, cfr. Procopio, La Guerra Gotica, Libro I.
[57] Procopio, IV,21
[58] Procopio, IV,22
[59] Procopio, IV,23
[60] Procopio, IV,24
[61] Procopio, IV,25-26
[62] Procopio, IV,26
[63] Procopio, IV,28
[64] Procopio, IV,32
[65] Procopio, IV,33
[66] Procopio, IV,34
[67] Procopio, IV,35
[68] Agazia, I,5.
[69] Agazia, I, 6.
[70] Agazia, I, 11.
[71] Agazia, I, 18.
[72] Agazia, I, 19.
[73] Agazia, I, 20.
[74] Agazia, I, 22.
[75] Agazia, II, 2.
[76] Mario Aventicense, s.a. 556.
[77] "Nonostante gli ambasciatori Bono e Pamfronio gli avessero ricordato che il suo rifiuto nel lasciar passare il fiume agli Imperiali avrebbe
significato violare la tregua in corso tra Bizantini e Franchi, Amingo rispose che non avrebbe concesso il passaggio ai Romei, finch avesse
avuto una mano con cui poter avventare un dardo". Cfr. Menandro Protettore, frammento 8.
[78] Paolo Diacono, II,2.
[79] Agnello Ravennate, 79.
[80] Teofane, s.a. 562.
[82] .
[83] I Romani chiesero all'Imperatore di rimuovere Narsete dal governo dell'Italia in quanto si stava meglio sotto i Goti che sotto il suo governo,
minacciando di consegnare l'Italia e Roma ai barbari. V. P. Diacono, Historia Langobardorum, II, 5 e
[84] P. Diacono, II, 5.
[86] AA.VV., Il mondo bizantino, I, p. 34.
[87] Procopio, Storia Segreta, 18, stima milioni e milioni di vittime: Laonde io non so, se conti giusto chi dica in Africa essere periti cinque
milioni di persone... LItalia, quantunque lAfrica dessa sia tre volte maggiore, di una assai pi grande quantit duomini fu spogliata: onde
pu argomentarsi il numero, che per le stragi ivi seguite ne per... Col eziandio mand gli estimatori, chiamati logoteti; e ad un tratto scosse e
corruppe tutto. Prima della guerra italica il regno deGoti dalle contrade deGalli protraevasi sino ai confini della Dacia, ove la citt di
Sirmio. Quando l'esercito de Romani era in Italia, i Germani occupavano una gran parte de paesi deGalli e deVenetici... Tutto questo tratto
di terre fu nudo affatto di abitatori, estinti parte per la guerra, parte per le malattie e pestilenze che alla guerra sogliono succedere.

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[88] ; Liber Pontificalis, p. 305 (Erat tota Italia gaudiens); Auct Haun. 2, p. 337 ((Narses) Italiam romano imperio reddidit urbes dirutas
restauravit totiusque Italiae populos expulsis Gothis ad pristinum reducit gaudium)
[89] Secondo Mario Aventicense, s.a. 568, Narsete ricostru Milano, distrutta dagli Ostrogoti nel 539, e numerose altre citt. Un'epigrafe () attesta
la ricostruzione, per merito di Narsete, di un ponte di Roma, distrutto dagli Ostrogoti. Narsete, inoltre, secondo la cronaca dei vescovi di
Napoli, ripar le mura della citt partenopea, che erano state danneggiate dagli Ostrogoti di Totila, ampliandole in direzione del porto (Vita di
Atanasio Vescovo di Napoli).
[90] Papa Pelagio, Epistola 4.
[91] Paolo Diacono, II, 4.
[92] Papa Pelagio, Epistola 85.
[93] Per una descrizione del sistema fiscale tardo-imperiale/protobizantino e la sua rapacit, vedasi Gibbon, Storia della decadenza e rovina
dell'Impero romano, Capitolo 17.
[94] Secondo Ostrogorsky,Storia dell'Impero bizantino, p. 118 il sistema della iugatio-capitatio venne abolito da Giustiniano II (685-711) nel
tardo VII secolo.
[95] Cfr. , dove si sostiene inoltre che il fiscalismo tardo-romano/proto-bizantino era talmente gravoso da spingere i contribuenti ad
abbandonare terre e case prima dell'arrivo degli esattori imperiali.
[96] "Prammatica Sanzione", 10, per il non incremento delle tasse; per il mancato ricevimento di sussidi da Costantinopoli, che costrinse Narsete
a utilizzare i proventi del fisco per pagare l'esercito invece di inviarli a Costantinopoli, la fonte un dubbio brano dell'opera di Costantino
Porfirogenito De administrando imperii, dove l'invito di Narsete e l'invasione dei Longobardi sono clamorosamente ed erroneamente datati ai
tempi dell'Imperatrice Irene, cio nel tardo VIII secolo (De administrando imperii, 27); cfr. anche Savino, pp. 123-124.
[97] Papa Gregorio Magno, V,41 (http:/ / books. google. it/ books?id=mp4BAAAAQAAJ& pg=PA364& dq=Corsica+ nefandissimi+
Longobardi& hl=it& ei=BmLnTu-PMoeSswbjhfnUBw& sa=X& oi=book_result& ct=result& resnum=1&
ved=0CDIQ6AEwAA#v=onepage& q=Corsica nefandissimi Longobardi& f=false) (traduzione in inglese qui (http:/ / christianbookshelf. org/
gregory/ the_epistles_of_saint_gregory_the_great/ epistle_xli_to_constantina_augusta. htm)). Il fenomeno della fuga presso i Barbari a causa
dell'oppressione fiscale era presente anche nell'Impero romano d'Occidente verso la met del V secolo (cfr. Salviano, Il governo di Dio, Libro
V (http:/ / www. tertullian. org/ fathers/ salvian_gov_05_book5. htm)).
[98] Cfr. , in cui analizza gli effetti disastrosi della peste sull'Impero, e
[99] cfr. in cui giustifica le iniquit del prefetto del pretorio d'Oriente Pietro Barsime con la necessit di far fronte alle spese statali, nonostante
la perdita delle entrate causata dalla peste. A p. 92 Treadgold valuta che a causa della peste un quarto delle ricchezze dell'Impero fosse
andata in fumo e a p. 93 afferma che se non fosse stato per Giustiniano la peste avrebbe potuto causare il collasso fiscale e militare
dell'Impero.
[101] Jrg Jarnut, Storia dei Longobardi, p. 31.
[102] Paolo Diacono, II,32.
[103] Jrg Jarnut, Storia dei Longobardi, pp. 46-48.
[104] Ravegnani 2009, pp. 203-204.
[105] Jarnut, Storia dei Longobardi, pp. 98-106.
[106] Paolo Diacono, II.
[109] Sergio Rovagnati, I Longobardi, p. 30.
[110] Jrg Jarnut, Storia dei Longobardi, p. 31.
[111] Jarnut, Storia dei Longobardi, p. 34; ; Savino, pp. 126-127.
[112] Edward Gibbon, Storia del declino e della caduta dell'Impero romano, Capitolo 43.
[113] LItalia Liberata dai Goti di Gian Giorgio Trissino (http:/ / www. dazebao. org/ news/ index. php?option=com_content& view=article&
id=6683:litalia-liberata-dai-goti-di-gian-giorgio-trissino& catid=71:letteratura& Itemid=166)
[114] La calata dei Barbari - Cinekolossal (http:/ / www. cinekolossal. com/ 2/ c/ calata/ )

Bibliografia
Fonti primarie
Procopio di Cesarea, La Guerra Gotica, 4 libri
Procopio di Cesarea, Storia segreta
Agazia Scolastico, Storie (Libri I-II)

Studi
Mischa Meier, Giustiniano, Bologna, Il Mulino, 2007 pp. 57-64 (ed. orig.: Justinian, Herrschaft, Reich und
Religion, Mnchen, Bech, 2004. ISBN 978-88-15-11552-2)

67

Guerra gotica (535-553)

68

Giovanni Tabacco, La Storia politica e sociale, dal tramonto dell'Impero romano alle prime formazioni di Stati
regionali, in: Storia d'Italia, vol. I, Einaudi, Torino 1974
Franco Cardini, Cassiodoro il Grande. Roma, i barbari e il monachesimo, Jaca Book, Milano 2009.
Tamassia, Storia del regno dei Goti e dei Longobardi in Italia, Vol. II.
Giorgio Ravegnani, I Bizantini in Italia, Il Mulino, Bologna, 2004.
Giorgio Ravegnani, Soldati e guerre a Bisanzio. Il secolo di Giustiniano, Il Mulino, Bologna, 2009.
Warren Treadgold, Storia di Bisanzio, Il Mulino, Bologna, 2005.
Edward Luttwak, La grande strategia dell'Impero bizantino, Rizzoli, Milano, 2009.
Eliodoro Savino, Campania tardo-antica: 284-604, Edipuglia srl, 2005.

Voci correlate

Restauratio imperii
Battaglia di Tagina, luglio 552
Battaglia dei Monti Lattari, Ottobre 553
Battaglia del Volturno, Ottobre 554

Altri progetti

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Collegamenti esterni
Estratti dal libro La Guerra Gotica (http://www.ilpalo.com/libri-scientifici-interessanti/libri/
Procopio-di-Cesarea-La-Guerra-gotica.htm)
La battaglia dei Busta Gallorum (http://www.fabrianostorica.it/contributi/altomedioevo/bustagallorum.htm)
Portale Bisanzio
Portale Guerra

Portale Germani
Portale Medioevo

Longobardi

Longobardi
I Longobardi furono una popolazione germanica,
protagonista tra il II e il VI secolo di una lunga
migrazione che la port dal basso corso dell'Elba
fino all'Italia. Il movimento migratorio ebbe inizio
nel II secolo, ma soltanto nel IV l'intero popolo
avrebbe lasciato il basso Elba; durante lo
spostamento, avvenuto risalendo il corso del fiume,
i Longobardi approdarono prima al medio corso del
Danubio (fine V secolo), poi in Pannonia (V
secolo), dove consolidarono le proprie strutture
politiche e sociali, si convertirono - solo
parzialmente - al cristianesimo ariano e inglobarono
elementi etnici di varia origine, germanici per la
massima parte.
Entrati a contatto con il mondo bizantino e la
politica dell'area mediterranea, nel 568, guidati da
Alboino, si insediarono in Italia, dove diedero vita a
un regno indipendente che estese progressivamente
il proprio dominio sulla massima parte del territorio
italiano continentale e peninsulare. Il dominio
longobardo fu articolato in numerosi ducati, che
godevano di una marcata autonomia rispetto al
Fonte battesimale del patriarca Callisto, 730-740. Cividale del Friuli,
potere centrale dei sovrani insediati a Pavia; nel
Museo Cristiano.
corso dei secoli, tuttavia, grandi figure di sovrani
come Autari, Agilulfo (VI secolo), Rotari,
Grimoaldo (VII secolo), Liutprando, Astolfo e Desiderio (VIII secolo) estesero progressivamente l'autorit del re,
conseguendo progressivamente un rafforzamento delle prerogative regie e della coesione interna del regno. Il Regno
longobardo, che tra il VII e l'inizio dell'VIII secolo era arrivato a rappresentare una potenza di rilievo europeo, cess
di essere un organismo autonomo nel 774, a seguito della sconfitta subita a opera dei Franchi guidati da Carlo
Magno.
Nel corso dei secoli, i Longobardi, inizialmente casta militare rigidamente separata dalla massa della popolazione
romanica, si integrarono progressivamente con il tessuto sociale italiano, grazie all'emanazione di leggi scritte in
latino (Editto di Rotari, 643), alla conversione al cattolicesimo (fine VII secolo) e allo sviluppo, anche artistico, di
rapporti sempre pi stretti con le altre componenti socio-politiche della Penisola (bizantine e romane). La contrastata
fusione tra l'elemento germanico longobardo e quello romanico pose le basi, secondo il modello comune alla
maggior parte dei regni latino-germanici altomedievali, per la nascita e lo sviluppo della societ italiana dei secoli
successivi.

69

Longobardi

70

Etnonimo
lo stesso Paolo Diacono, che con la sua Historia Langobardorum
("Storia dei Longobardi") la principale fonte di conoscenza della
storia longobarda[1], a fornire l'etimologia dell'etnonimo "Longobardi"
(Langbrte in antico germanico, latinizzato in Langobardi):

Cavaliere, lastrina in bronzo dorato dello Scudo


di Stabio, VII secolo. Berna, Historisches
Museum.

(LA)
Ab intactae ferro barbae longitudine [...] ita postmodum
appellatos. Nam iuxta illorum linguam "lang" longam,
"bart" barbam significat.

(IT)
Furono chiamati cos [...] in un secondo tempo per la
lunghezza della barba mai toccata dal rasoio. Infatti nella loro
lingua lang significa lunga e bart barba.

(Paolo Diacono, Historia Langobardorum, I, 9)

Paolo Diacono, che riporta la tradizionale spiegazione mitica di questo appellativo, rileva come sia anche congruente
con l'acconciatura tipica dei Longobardi, caratterizzata in effetti dalle lunghe barbe che li differenziano, per esempio,
dai Franchi accuratamente rasati. L'etimologia proposta dallo storico stata accolta anche dalla moderna ricerca, che
conferma come l'acconciatura tradizionale fosse a sua volta avvalorata da una forma rituale di culto al dio Odino. Al
contrario, la storiografia ha ormai abbandonato l'ipotesi alternativa che spiegava l'etnonimo come popolo "dalle
lunghe lance", dall'alto tedesco antico "barta" ("lancia")[2].

Storia
Origini
Mito
Secondo le loro tradizioni, riportate nell'Origo gentis Langobardorum[3] e riprese da Paolo Diacono nella sua
Historia Langobardorum (dove tuttavia lo storico rigetta la leggenda, qualificandola come ridiculam fabulam,
"fiaba ridicola", e bollando i fatti narrati come risu digna et pro nihilo habenda, "degni di riso e privi di qualsiasi
valore")[4], i Longobardi in origine si chiamavano Winnili e abitavano la Scania. Sotto la guida dei fratelli Ibor e
Aio, figli di Gambara, migrarono verso sud, sulle coste meridionali del Mar Baltico, e si stabilirono nella regione
chiamata "Scoringa". Presto vennero in conflitto con i vicini Vandali, anch'essi Germani, e si trovarono in difficolt
poich il loro valore non bastava a compensare l'esiguit numerica.

Longobardi

71
Narra la leggenda che i capi dei Vandali pregarono Odino di concedere
loro la vittoria, ma il dio supremo disse che avrebbe decretato il
successo al popolo che, il mattino della battaglia, avrebbe visto per
primo. Gambara e i figli invece ricorsero alla moglie di Odino, Frigg,
che diede loro il consiglio di presentarsi sul campo di battaglia al
sorgere del sole: uomini e donne insieme, queste con i capelli sciolti fin
sotto il mento come fossero barbe. Al sorgere del sole Frigg fece s che
Odino si girasse dalla parte dei Winnili e il dio, quando li vide, chiese:
Chi sono quelli con le lunghe barbe?. Al che la dea rispose: Poich
hai dato loro un nome, dai loro anche la vittoria[4].

Odino in un'illustrazione di Georg von Rosen per


la traduzione svedese dell'Edda poetica curata da
Fredrik Sander nel 1893.

L'aneddoto riguarda non solo la leggenda di formazione del nome del


popolo, ma informa anche di una sorta di passaggio delle consegne fra
gli di dell'antica religione dei Vanir, che probabilmente avevano il
patronato della stirpe dei Winnili e tra cui primeggiava la dea
Frigg/Freyja, e la nuova religione degli Asi capeggiati da
Odino/Wotan. Si tratt quindi dell'evoluzione da una religione
orientata al culto della fertilit a una che promuoveva i valori della
guerra e la classe dei guerrieri[5][6]. Non solo nelle abitudini dei
Germani, ma in numerose altre culture il diritto di imporre il nome ad
un'altra persona impone una serie di doveri che corrono nei due sensi,

una sorta di padrinaggio[7].


Una conferma indiretta del mito di fondazione del popolo longobardo forse contenuta in Giordane che, nel 551,
parl di una trib chiamata "Vinoviloth"[8] per la quale stata ipotizzata una connessione con "Winnili"[9]. Stando
per allo stesso Giordane, a quel tempo i "Winnili" vivevano ancora in Scandinavia: si ritiene quindi comunemente
che si trattasse di tutt'altro popolo, forse finnico[10].
Testimonianze storiche e archeologiche
La coincidenza della Scandinavia meridionale con la patria originaria dei Longobardi comunemente accettata dalla
storiografia moderna[10][11]. Tuttavia, l'assenza di ritrovamenti archeologici chiaramente riconducibili ai Longobardi
in Scandinavia ha fatto pensare alcuni storici che le tarde testimonianze di Paolo Diacono e della Origo gentis
Langobardorum siano in realt scorrette, forse ispirate per analogia alla tradizione dei Goti (spesso assunti come
esempio dagli altri popoli germanici)[12]. Alcune tracce rinvenute in Scandinavia sono per compatibili con una
presenza longobarda nel I secolo a.C., specie tenendo conto di similitudini tra la mitologia longobarda e quella
nordica e tra il diritto e la societ dei Longobardi e quella degli antichi popoli della Scandinavia[13].

Longobardi

72

Migrazione verso sud

[14]

Le principali tappe della migrazione dei Longobardi

Per approfondire, vedi Migrazione longobarda.

Stanziamento sul basso Elba


Gli storici concordano nel collocare la prima tappa della migrazione verso sud, la "Scoringa", presso le coste
sudoccidentali del Mar Baltico, identificandola forse con l'isola di Rgen[15], forse con la Zelanda o Lolland[16]. Tale
movimento migratorio avvenne con ogni probabilit ancora nel I secolo a.C.[13]; poco dopo si stabilirono prima in
"Mauringa" e poi in "Golanda"[17]. L'identificazione di questi territori ancora oggetto di dibattito tra gli storici, ma
si tratta comunque di aree comprese tra le sponde del Baltico e il fiume Elba[18]. Mentre erano in queste aree
avvennero i primi contatti con i Germani occidentali e, nel 5 d.C. durante la campagna germanica di Tiberio, con
l'Impero romano, che li sconfissero in battaglia[19]. Si allearono in seguito, sempre in opposizione ai Romani, con
Maroboduo, re dei Marcomanni[20] e poi con Arminio, re dei Cherusci[20][21]. Tacito, nel suo saggio Germania (98
d.C.), conferm lo stanziamento alle foci dell'Elba[22].

Longobardi

73

[23]
I popoli germanici nel I secolo, secondo la Germania di Tacito
.I
Longobardi erano stanziati presso il basso e medio Elba, in
prossimit dei Popoli germanici occidentali (tanto da essere dallo
stesso Tacito inseriti tra gli Herminones, appunto Germani
occidentali).

Circa settant'anni dopo la Germania di Tacito, i


Longobardi sono annoverati fra le popolazioni
coinvolte nella prima campagna (167169) di
combattimenti fra le legioni romane di Marco Aurelio e
numerosi popoli; nel 167 presero parte all'incursione in
Pannonia superiore[24][25]. Dopo la sconfitta della
coalizione marcomannica, la diminuzione del potere
dei Longobardi seguita alla ritirata del 167 li port
probabilmente ad allearsi a popoli vicini pi forti, come
i Sassoni, mantenendosi comunque indipendenti[26].
Rimasero presso l'Elba fino alla seconda met del IV
secolo, anche se un nuovo processo migratorio verso
sud aveva gi avuto avvio agli inizi del III.
Migrazione dall'Elba al Danubio

Nel periodo successivo alle Guerre marcomanniche la


storia dei Longobardi sostanzialmente sconosciuta.
L'Origo riferisce di un'espansione nelle regioni di "Anthaib", "Bainaib" e "Burgundaib"[27], spazi compresi tra il
medio corso dell'Elba e l'attuale Boemia settentrionale[28][29]. Si tratt di un movimento migratorio dilazionato nel
corso di un lungo periodo, compreso tra il II e il IV secolo, e non costitu un processo unitario, quanto piuttosto una
successione di piccole infiltrazioni in territori abitati contemporaneamente anche da altri popoli germanici[28][30][31].
Tra la fine del IV e l'inizio del V secolo, i Longobardi tornarono a darsi un re, Agilmondo[32], e dovettero
confrontarsi con gli Unni, chiamati "Bulgari" da Paolo Diacono[33]. Sempre tra IV e V secolo ebbe avvio la
trasformazione dell'organizzazione tribale longobarda verso un sistema guidato da un gruppo di duchi; questi
comandavano proprie bande guerriere sotto un sovrano che, ben presto, si trasform in un re vero e proprio. Il re,
eletto come generalmente accadeva in tutti i popoli indoeuropei per acclamazione dal popolo in armi, aveva una
funzione principalmente militare, ma godeva anche di un'aura sacrale (lo "heill", "carisma"); tuttavia, il controllo che
esercitava sui duchi era generalmente debole[34].
Nel 488-493 i Longobardi, guidati da Godeoc e poi da Claffone, "ritornarono" alla storia e, attraversata la Boemia e
la Moravia[35][36], si insediarono nella "Rugilandia", le terre a ridosso del medio Danubio lasciate libere dai Rugi a
nord del Norico dove, grazie alla fertilit della terra, poterono rimanere per molti anni[36][37]; per la prima volta
entrarono in un territorio marcato dalla civilt romana[35]. Giunti presso il Norico, i Longobardi ebbero conflitti con i
nuovi vicini, gli Eruli, e finirono per stabilirsi nel territorio detto "Feld" (forse la Piana della Morava, situata a
oriente di Vienna[36][38]).
Stanziamento in Pannonia
Per approfondire, vedi Guerra gotica (535-553).

Un'alleanza con Bisanzio e i Franchi permise a re Vacone di mettere a frutto le convulsioni che scossero il regno
ostrogoto dopo la morte del re Teodorico nel 526: sottomise cos gli Svevi presenti nella regione[39] e occup la
Pannonia I e Valeria (l'attuale Ungheria a ovest e a sud del Danubio)[40][41]. Alla sua morte (540) il figlio Valtari era
minorenne; quando, pochi anni dopo, mor, il suo reggente Audoino usurp il trono[42] e modific il quadro delle
alleanze del predecessore, accordandosi (nel 547 o nel 548) con L'imperatore bizantino Giustiniano I[42] per
occupare, in Pannonia, la provincia Savense (il territorio che si stende fra i fiumi Drava e Sava) e parte del Norico, in
modo da schierarsi nuovamente contro i vecchi alleati Franchi e Gepidi e consentire a Giustiniano di disporre di rotte

Longobardi
di comunicazione sicure con l'Italia[43][44].
Grazie anche al contributo militare di un modesto contingente bizantino e, soprattutto, dei cavalieri avari[12], i
Longobardi affrontarono i Gepidi e li vinsero (551)[45], mettendo fine alla lotta per la supremazia nell'area
norico-pannonica. In quella battaglia si distinse il figlio di Audoino, Alboino. Ma uno strapotere dei Longobardi in
quella zona non serviva gli interessi di Giustiniano[46][47] e quest'ultimo, pur servendosi di contingenti longobardi
anche molto consistenti contro Totila e perfino contro i Persiani[48], cominci a favorire nuovamente i Gepidi[46][47].
Quando Audoino mor, il suo successore Alboino dovette stipulare un'alleanza con gli Avari, che per prevedeva in
caso di vittoria sui Gepidi che tutto il territorio occupato dai Longobardi andasse agli Avari[47]. Nel 567 un doppio
attacco ai Gepidi (i Longobardi da ovest, gli Avari da est) si concluse con due cruente battaglie, entrambe fatali ai
Gepidi, che scomparivano cos dalla storia; i pochi superstiti vennero assorbiti dagli stessi Longobardi[49][50]. Gli
Avari si impossessavano di quasi tutto il loro territorio, salvo Sirmio e il litorale dalmata che tornarono ai
Bizantini[50][51].
Invasione dell'Italia
Sconfitti i Gepidi, la situazione era cambiata assai poco per Alboino, che al loro posto aveva dovuto lasciar insediare
i non meno pericolosi Avari; decise quindi di lanciarsi verso le pianure dell'Italia, appena devastate dalla sanguinosa
Guerra gotica. Nel 568 i Longobardi invasero l'Italia attraversando l'Isonzo[52]. Insieme a loro c'erano contingenti di
altri popoli[53]. Jrg Jarnut, e con lui la maggior parte degli autori, stima la consistenza numerica totale dei popoli in
migrazione tra i cento e i centocinquantamila fra guerrieri, donne e non combattenti[52]; non esiste tuttavia pieno
accordo tra gli storici a proposito del loro reale numero[54].
La resistenza bizantina fu debole; le ragioni della facilit con la quale i Longobardi sottomisero l'Italia sono tuttora
oggetto di dibattito storico[55]. All'epoca la consistenza numerica della popolazione era al suo minimo storico, dopo
le devastazioni seguite alla Guerra gotica[55]; inoltre i Bizantini, che dopo la resa di Teia, l'ultimo re degli Ostrogoti,
avevano ritirato le migliori truppe e i migliori comandanti[55] dall'Italia perch impegnati contemporaneamente anche
contro Avari e Persiani, si difesero solo nelle grandi citt fortificate[52]. Gli Ostrogoti che erano rimasti in Italia
verosimilmente non opposero strenua resistenza, vista la scelta fra cadere in mano ai Longobardi, dopotutto Germani
come loro, o restare in quelle dei Bizantini.[55]

74

Longobardi

75

La prima citt a cadere nelle mani di Alboino fu


Cividale del Friuli (allora "Forum Iulii"); poi cedettero,
in rapida successione, Aquileia, Vicenza, Verona e
quasi tutte le altre citt dell'Italia nordorientale[57]. Nel
settembre 569 aprirono le porte agli invasori Milano e
Lucca e nel 572, dopo tre anni di assedio, cadde anche
Pavia; Alboino ne fece la capitale del suo regno[58].
Negli anni successivi i Longobardi proseguirono la loro
conquista discendendo la penisola fino all'Italia
centromeridionale, dove Faroaldo e Zottone, forse con
l'acquiescenza di Bisanzio, conquistarono gli
Appennini centrali e meridionali, divenendo
rispettivamente i primi duchi di Spoleto e di
Benevento[59]. I Bizantini conservarono alcune zone
costiere dell'Italia continentale: l'Esarcato (la Romagna,
con capitale Ravenna), la Pentapoli (comprendenti i
territori costieri delle cinque citt di Ancona, Pesaro,
Fano, Senigallia e Rimini) e gran parte del Lazio
(inclusa Roma) e dellItalia meridionale (le citt della
costa campana, Salerno esclusa, la Puglia e la
Calabria)[56].

I domini longobardi dopo la morte di Alboino (572) e le conquiste di


Faroaldo e Zottone nel centro e nel sud della penisola (575
[56]
circa)
.

Inizialmente il dominio longobardo fu molto duro, animato da spirito di conquista e saccheggio: un atteggiamento
ben diverso, quindi, da quello comunemente adottato dai barbari foederati, per pi lungo tempo esposti all'influenza
latina[55]. Se nei primi tempi si registrarono numerose violenze, gi verso la fine del VI secolo l'atteggiamento dei
Longobardi si addolc[60], anche in seguito all'avvio del processo di conversione dall'arianesimo al credo niceno della
Chiesa di Roma[61].

Regno longobardo
Per approfondire, vedi Regno longobardo.

Fondazione del regno


Con l'irruzione dei Longobardi, l'Italia si trov divisa tra questi e i Bizantini, secondo confini che nel corso del
tempo subirono notevoli oscillazioni. I nuovi venuti si ripartirono tra la Langobardia Maior (l'Italia settentrionale e il
Ducato di Tuscia) e la Langobardia Minor (i ducati di Spoleto e Benevento nell'Italia centro-meridionale), mentre la
terra rimasta sotto controllo bizantino ("Romnia") aveva come fulcro l'Esarcato di Ravenna. Dopo il Ducato del
Friuli, creato nel 569 dallo stesso Alboino, altri ducati furono creati nelle principali citt del Regno longobardo: la
soluzione fu dettata da esigenze in primo luogo militari (i duchi erano prima di tutto comandanti), ma gett il seme
della strutturale debolezza del potere regio longobardo[62]. Nel 572, dopo la capitolazione di Pavia e la sua
elevazione a capitale del regno, Alboino cadde vittima di una congiura ordita a Verona dalla moglie Rosmunda e da
alcuni guerrieri[63].

Longobardi

76

VI secolo
Pi tardi nello stesso anno i duchi acclamarono re Clefi. Il nuovo sovrano estese i confini del regno, completando la
conquista della Tuscia, e tent di continuare coerentemente la politica di Alboino, eliminando l'antica aristocrazia
latina per acquisirne terre e patrimoni. Clefi fu ucciso, forse su istigazione dei Bizantini, nel 574[64]; i duchi non
nominarono un altro re e per un decennio regnarono da sovrani assoluti nei rispettivi ducati (Periodo dei Duchi)[65].
Commenta Machiavelli:
Questo Clefi fu in modo crudele, non solo contro agli esterni, ma ancora contro ai suoi Longobardi, che quegli, sbigottiti
della potest regia, non vollono rifare pi re; ma feciono intra loro trenta duchi, che governassero gli altri. Il quale consiglio
fu cagione che i Longobardi non occupassero mai tutta Italia, e che il regno loro non passasse Benevento, e che Roma,
Ravenna, Cremona, Mantova, Padova, Monselice, Parma, Bologna, Faenza, Furl, Cesena, parte si difendessero un tempo,
parte non fussero mai da loro occupate
(Niccol Machiavelli, Istorie fiorentine, I, 8)

Nel 584 i duchi, davanti alla chiara necessit di una forte monarchia
centralizzata per far fronte alla pressione dei Franchi e dei Bizantini,
incoronarono re Autari e gli consegnarono met dei loro beni[66][67].
Autari riorganizz i Longobardi e il loro insediamento in forma stabile
in Italia e assunse il titolo di Flavio, con il quale intendeva proclamarsi
anche protettore di tutti i romani[66]. Nel 585 respinse, nell'attuale
Piemonte, i Franchi e indusse i Bizantini a chiedere, per la prima volta,
una tregua. Nel 590 spos la principessa bavara Teodolinda, di sangue
letingio.
Autari mor in quello stesso 590 e a succedergli fu chiamato il duca di
Torino, Agilulfo, che spos a sua volta Teodolinda; a sceglierlo come
nuovo marito e sovrano, secondo la leggenda, fu la stessa giovane
vedova[68]. L'influenza della regina sulla politica di Agilulfo fu
notevole e le decisioni principali vengono attribuite a entrambi[69].

Teodolinda, affresco degli Zavattari, Cappella di


Teodolinda, Monza, 1444.

Agilulfo e Teodolinda garantirono i confini del regno attraverso trattati


di pace con Franchi e Avari; le tregue con i Bizantini, invece, furono
sistematicamente violate e il decennio fino al 603 fu segnato da una
marcata ripresa dell'avanzata longobarda. Al nord Agilulfo occup, tra
le varie citt, anche Parma, Piacenza, Padova, Monselice, Este,
Cremona e Mantova, mentre anche a sud i duchi di Spoleto e
Benevento ampliavano i domini longobardi[70].

Il rafforzamento dei poteri regi avviato da Autari prima e Agilulfo poi


segn anche il passaggio a una nuova concezione territoriale basato
sulla stabile divisione del regno in ducati. Ogni ducato era guidato da un duca, non pi solo capo di una fara ma
funzionario regio, depositario dei poteri pubblici e affiancato da funzionari minori (sculdasci e gastaldi). Con questa
nuova organizzazione il Regno longobardo avvi la sua evoluzione da occupazione militare a Stato[69]. L'inclusione
dei vinti Romanici era un passaggio inevitabile e Agilulfo comp alcune scelte simboliche volte ad accreditarlo
presso
la
popolazione
latina:
per
esempio,
si
defin
Gratia
Dei
rex
totius
Italiae

Longobardi

77

("Per grazia di Dio, re dell'Italia intera") e non pi soltanto Rex


Langobardorum ("Re dei Longobardi")[71]. In questa direzione si
inscrive anche la forte pressione - svolta soprattutto da Teodolinda, che
era in rapporti epistolari con lo stesso papa Gregorio Magno[72] - verso
la conversione al cattolicesimo dei Longobardi, fino a quel momento
ancora in gran parte pagani o ariani, e la ricomposizione dello Scisma
tricapitolino[70]. Paolo Diacono esalta la sicurezza finalmente
raggiunta, dopo gli sconvolgimenti dell'invasione e del Periodo dei
Duchi, sotto il regno di Autari e Teodolinda:

Basilica Autarena (Fara Gera d'Adda), abside.

(LA)
Erat hoc mirabile in regno Langobardorum: nulla erat
violentia, nullae struebantur insidiae; nemo aliquem
iniuste angariabat, nemo spoliabat; non erant furta, non
latrocinia; unusquisque quo libebat securus sine timore.

(IT)
C'era questo di meraviglioso nel regno dei Longobardi: non
c'erano violenze, non si tramavano insidie; nessuno opprimeva
gli altri ingiustamente, nessuno depredava; non c'erano furti,
non c'erano rapine; ognuno andava dove voleva, sicuro e senza
alcun timore.

(Paolo Diacono, Historia Langobardorum, III, 16)

VII secolo
Alla morte di Agilulfo, nel 616, il trono pass al figlio minorenne Adaloaldo. Teodolinda, reggente e detentrice
effettiva del potere anche dopo l'uscita dalla minorit del figlio, prosegu la sua politica filo-cattolica e di
pacificazione con i Bizantini, suscitando per una sempre pi decisa opposizione tra i Longobardi; il conflitto
esplose nel 624 e fu capeggiato da Arioaldo, che nel 625 depose Adaloaldo e si insedi al suo posto[73][74]. Il "colpo
di Stato" apr una stagione di conflitti tra le due componenti religiose maggioritarie nel regno, dietro alle quali si
celava l'opposizione tra i fautori di una politica di pacificazione con i Bizantini e di integrazione con i "Romanici"
(Bavaresi) e i propugnatori di una politica pi aggressiva ed espansionista (nobilt ariana)[74]. Il regno di Arioaldo fu
travagliato da questi contrasti, oltre che dalle minacce esterne.

Longobardi

78

Corona Ferrea, VII secolo, 15 cm. Monza,


Duomo, Cappella di Teodolinda. Il manufatto,
modellato in oro e pietre intorno a una lamina
ottenuta, secondo la tradizione, dal ferro di un
chiodo della crocifissione di Ges, stato
utilizzato per le incoronazioni dei re d'Italia fino
al XIX secolo.

Nel 636 ad Arioaldo successe l'ariano Rotari, duca di


Brescia[75], che regn fino al 652 e conquist quasi
tutta l'Italia settentrionale, occupando Oderzo e la
Liguria e completando la conquista dell'Emilia dopo la
vittoria nella battaglia dello Scultenna nel 643.[76]. La
sua memoria legata al celebre Editto, promulgato nel
medesimo anno e che codificava le norme germaniche,
ma introduceva anche significative novit (come la
sostituzione della faida con il guidrigildo)[77].
Nel 653, con Ariperto I, ritornava sul trono la dinastia
Bavarese, segno del prevalere della fazione cattolica su
quella ariana[78]. Ariperto si segnal per la dura
repressione dell'arianesimo; alla sua morte (661) divise
il regno tra i due figli, Pertarito e Godeperto. L'inusuale
partizione entr immediatamente in crisi: tra i fratelli si
accese un conflitto che coinvolse anche il duca di
Benevento, Grimoaldo, che scalz entrambi e ottenne
l'investitura dai nobili longobardi. Grimoaldo favor
l'opera di integrazione tra le diverse componenti del
regno ed esercit i poteri sovrani con una pienezza fino
ad allora mai raggiunta dai suoi predecessori[79].

Alla morte di Grimoaldo, nel 671, Pertarito rientr in


Italia e svilupp una politica in linea con la tradizione
della sua dinastia. Ottenne la pace con i Bizantini e
rintuzz una prima ribellione del duca di Trento,
Alachis[80], che per torn a sollevarsi, coalizzando
intorno a s gli oppositori alla politica filo-cattolica[81],
alla morte di Pertarito, nel 688. Il suo figlio e
successore Cuniperto soltanto nel 689 riusc a venire a
capo della ribellione, uccidendo Alachis nella battaglia
di Coronate[82]. La crisi era figlia della divergenza che
vedeva contrapposte le due regioni della Langobardia
Maior:
da un lato le regioni occidentali ("Neustria"),
I domini longobardi alla morte di Rotari (652).
fedeli ai sovrani Bavaresi, filo-cattoliche e sostenitrici
della politica di pacificazione con Bisanzio e Roma; dall'altra le regioni orientali ("Austria"), che non si
rassegnavano a una mitigazione del carattere guerriero del popolo[81].
VIII secolo
Per approfondire, vedi Rinascenza liutprandea.

La morte di Cuniperto, nel 700, apr di una grave crisi dinastica, con scontri civili, reggenze effimere e ribellioni;
solo nel 702 Ariperto II riusc a sconfiggere Ansprando e Rotarit, che gli si opponevano, e pot sviluppare una
politica di pacificazione. Nel 712 Ansprando, rientrato dall'esilio, spodest Ariperto, ma mor dopo appena tre mesi
di regno.

Longobardi

79

Sul trono sal Liutprando, il figlio di Ansprando gi associato al potere;


il suo regno fu il pi lungo di tutti quelli dei Longobardi in Italia, che
sotto di lui toccarono l'apogeo della loro parabola storica[83]. Il suo
popolo gli riconobbe audacia, valor militare e lungimiranza politica,
ma a questi valori tipici della stirpe germanica (elementi in declino
dell'identit longobarda, che lo stesso sovrano tent di rivitalizzare)
Liutprando, re di una nazione ormai in stragrande maggioranza
cattolica, un quelle di piissimus rex[84]. Testimonianza
dell'ammirazione che gli tributarono i Longobardi il panegirico
tessuto da Paolo Diacono nel descriverne la figura:

(LA)
Fuit vir multae sapientiae, consilio sagax, pius
admodum et pacis amator, belli praepotens,
delinquentibus clemens, castus, pudicus, orator pervigil,
elemosinis largus, litterarum quidem ignarus, sed
philosophis aequandus, nutritor gentis, legum
augmentator.

Figure di sante in stucco nel Tempietto


longobardo di Cividale del Friuli, VIII secolo. Il
Tempietto costituisce una delle meglio conservate
testimonianze del fiorire artistico proprio della
Rinascenza liutprandea.

(IT)
Fu uomo di molta saggezza, accorto nel consiglio, di grande
piet e amante della pace, fortissimo in guerra, clemente verso i
colpevoli, casto, virtuoso, instancabile nel pregare, largo nelle
elemosine, ignaro s di lettere ma degno di essere paragonato ai
filosofi, padre della nazione, accrescitore delle leggi.

(Paolo Diacono, Historia Langobardorum, VI, 58)

Liutprando si alle con i Franchi, attraverso un patto coronato dalla simbolica adozione del giovane Pipino il
Breve[85], e con gli Avari, ai confini orientali: una doppia garanzia contro i potenziali nemici esterni che gli consent
di avere le mani libere nello scacchiere italiano[86]. Nel 726 si impadron di molte citt dell'Esarcato e della
Pentapoli, atteggiandosi a protettore dei cattolici; per non inimicarsi il papa, tuttavia, rinunci all'occupazione di
Sutri[87], che restitu non all'imperatore ma agli apostoli Pietro e Paolo[88]. Questa donazione, nota come
Donazione di Sutri, forn il precedente legale per attribuire un potere temporale al papato, che avrebbe infine
prodotto lo Stato della Chiesa[87]. Un momento di forte tensione si ebbe quando Liutprando mise l'assedio a Roma: il
papa chiese aiuto a Carlo Martello che, intervenendo diplomaticamente, riusc a far desistere il sovrano longobardo
(739). Negli anni successivi Liutprando port anche i ducati di Spoleto e di Benevento sotto la sua autorit: mai
nessun re longobardo aveva ottenuto simili risultati[89]. La solidit del suo potere si fondava, oltre che sul carisma
personale, anche sulla riorganizzazione delle strutture del regno che aveva intrapreso fin dai primi anni[90]. Il nuovo
papa Zaccaria ottenne nuove cessioni territoriali da Liutprando, che nel 742 trasfer al pontefice diverse terre dell'ex
"Ducato romano"[91].
Dopo la morte di Liutprando (744) una rivolta destitu suo nipote Ildebrando e insedi al suo posto il duca del Friuli,
Rachis, che tuttavia si dimostr un sovrano debole. Cerc sostegno presso la piccola nobilt e i Romanici[92],
inimicandosi la base dei Longobardi che lo costrinse presto a tornare all'offensiva e ad attaccare la Pentapoli. Il papa
lo convinse a desistere e il suo prestigio croll; i duchi elessero come nuovo re suo fratello, Astolfo, e Rachis si ritir
a Montecassino[93].

Longobardi

80

Rachis in una miniatura medievale.

La massima estensione dei domini longobardi dopo le conquiste di


Astolfo (751).

Astolfo, espressione della corrente pi aggressiva dei


duchi, intraprese una politica energica ed
espansionistica[93] e all'inizio colse notevoli successi,
culminati nella conquista di Ravenna (751); le sue
campagne portarono i Longobardi a un dominio quasi
completo dell'Italia, con l'occupazione (750-751) anche
dell'Istria, di Ferrara, di Comacchio e di tutti i territori a
sud di Ravenna fino a Perugia, mentre nella
Langobardia Minor riusc a imporre il suo potere anche
a Spoleto e, indirettamente, a Benevento[94]. Proprio
nel momento in cui Astolfo pareva ormai avviato a
vincere tutte le opposizioni su suolo italiano, Pipino il
Breve, nuovo re dei Franchi, si accord con papa
Stefano II che, in cambio della solenne unzione regale,
ottenne la discesa in Italia dei Franchi. Nel 754
l'esercito longobardo fu sgominato dai Franchi e
Astolfo dovette accettare consegne di ostaggi e cessioni
territoriali. Due anni dopo riprese la guerra contro il
papa, che richiam i Franchi. Sconfitto di nuovo,
Astolfo dovette accettare patti molto pi duri: Ravenna
pass al papa, incrementando il nucleo territoriale del
Patrimonio di San Pietro e il re dovette accettare una
sorta di protettorato[95].
Alla morte di Astolfo, nel 756, Rachis usc dal
monastero e tent, inizialmente con qualche successo,
di ritornare sul trono. Si oppose Desiderio, duca di
Tuscia, che riusc a ottenere l'appoggio del papa e dei
Franchi. I Longobardi gli si sottomisero e Rachis
ritorn a Montecassino. Desiderio riafferm il controllo
longobardo sul territorio facendo di nuovo leva sui
Romanici, creando una rete di monasteri governati da
aristocratici longobardi e arrivando a patti con il nuovo
papa, Paolo I. Svilupp una disinvolta politica
matrimoniale sposando una figlia al duca di Baviera,
Tassilone, e un'altra al futuro Carlo Magno[96].
Caduta del regno

Nel 771 la morte del fratello Carlomanno lasci mano libera a Carlo Magno che, ormai saldo sul trono, ripudi la
figlia di Desiderio. L'anno successivo un nuovo papa, Adriano I, del partito avverso a Desiderio, pretese la consegna
di alcuni territori promessi e mai ceduti da Desiderio e portandolo cos a riprendere la guerra contro le citt della
Romagna. Carlo Magno venne in aiuto del papa e tra il 773 e il 774 scese in Italia e conquist la capitale del regno,
Pavia. Il figlio di Desiderio, Adelchi, trov rifugio presso i Bizantini; Desiderio e la moglie furono condotti in
Francia e chiusi in un monastero. Carlo si fece chiamare da allora Gratia Dei rex Francorum et Langobardorum,
realizzando un'unione personale dei due regni, mantenendo le Leges Langobardorum ma riorganizzando il regno sul
modello franco, con conti al posto dei duchi[97].

Longobardi

81

Cos fin lItalia longobarda, e nessuno pu dire se fu, per il nostro Paese, una fortuna o una disgrazia. Alboino e i suoi
successori erano stati degli scomodi padroni, pi scomodi di Teodorico, finch erano rimasti dei barbari accampati su un
territorio di conquista. Ma oramai si stavano assimilando allItalia e avrebbero potuto trasformarla in una Nazione, come i
Franchi stavano facendo in Francia.
Ma in Francia non cera il Papa. In Italia, s.
(Indro Montanelli - Roberto Gervaso, L'Italia dei secoli bui)

Dopo il 774 - la Langobardia Minor


Per approfondire, vedi Ducato di Benevento e Langobardia Minor.

I domini longobardi dell'Italia centro-meridionale


(quella che si chiamava Langobardia Minor, rispetto a
quella pi vasta del settentrione), subirono destini
differenti. Il Ducato di Spoleto cadde immediatamente
in mano franca, mentre quello di Benevento si
mantenne, invece, autonomo. Il duca Arechi II, al
potere al momento del crollo del regno, aspir
inutilmente al trono reale; assunse poi il titolo di
principe[98].

L'interno della chiesa di Santa Sofia a Benevento,


completata all'epoca di Arechi II (758-787).

Il Ducato di Benevento nell'VIII secolo.

Nei secoli seguenti gli Stati longobardi del meridione


(dal Principato di Benevento si staccarono presto il
Principato di Salerno e la Signoria di Capua) furono
travagliati da lotte intestine e da contrasti con le
potenze maggiori (il Sacro Romano Impero e l'Impero
bizantino), con i vicini ducati campani della costa e con
i Saraceni. Vennero infine (XI secolo) assorbiti dai
Normanni, come tutta l'Italia meridionale[98].
Benevento, conquistata da Roberto il Guiscardo nel
1053, entr a far parte dello Stato pontificio, anche se
continuarono a essere nominati duchi longobardi
(direttamente dal papa) fino al 1081. Sempre dopo il
Mille, il Principato di Salerno, sotto il principe
Guaimario IV, si espanse ed inglob quasi tutta l'Italia
meridionale continentale (1050); tuttavia anche questo
principato divenne normanno con l'arrivo di Roberto il
Guiscardo, che spos Sichelgaita (figlia di Guaimario
IV). Nel 1139 il principato (che fu anche chiamato
"longobardo-normanno") evolse nel Regno di Sicilia
(durato - con vari nomi - sette secoli, fino al 1861).

La persistenza di Stati autonomi permise ai Longobardi di salvaguardare una propria identit culturale e mantenne
gran parte dell'Italia del Sud nell'orbita culturale occidentale, anzich in quella bizantina[98].

Longobardi

82

Societ
Per approfondire, vedi Fara (Longobardi) e Societ longobarda.

I Longobardi si definivano gens Langobardorum[99]: una gens,


quindi, ovvero un gruppo di individui che aveva ben chiara la
consapevolezza di formare una comunit e convinto di condividere
un'ascendenza comune. Questo, tuttavia, non significava che i
Longobardi fossero un gruppo etnicamente omogeneo; durante il
processo migratorio inclusero al loro interno individui isolati o
frammenti di popoli incontrati durante i loro spostamenti, soprattutto
attraverso l'inserimento di guerrieri. Per accrescere il numero di uomini
in armi ricorsero spesso all'affrancamento degli schiavi. La maggior
parte degli individui via via inclusi era probabilmente composta da
elementi germanici, ma non mancavano origini etniche diverse (per
esempio, Avari del ceppo turco) e perfino Romani del Norico e della
Pannonia[100].
I Longobardi erano un popolo in armi guidato da un'aristocrazia di
cavalieri e da un re guerriero. Il titolo non era dinastico ma elettivo:
l'elezione si svolgeva nell'ambito dell'esercito, che fungeva da
assemblea degli uomini liberi (arimanni)[101]. Alla base della piramide
Fibula longobarda.
sociale c'erano i servi, che vivevano in condizioni di schiavit; a livello
intermedio si trovavano gli aldii, che avevano limitata libert ma una
certa autonomia in ambito economico[102]. Al momento dell'invasione dell'Italia (568), il popolo era suddiviso in
varie fare[103][104], raggruppamenti familiari con funzioni militari che ne garantivano la coesione durante i grandi
spostamenti. A capo di ogni fara c'era un duca[105].

Umbone longobardo proveniente da Fornovo San


Giovanni. Bergamo, Museo civico archeologico

In Italia le fare si insediarono sul territorio ripartendosi tra gli


insediamenti fortificati gi esistenti e una prima fase respinsero ogni
commistione con la popolazione di origine latina (i Romanici),
arroccandosi a difesa dei propri privilegi[105]. Minoranza, coltivarono i
tratti che li distinguevano sia dai loro avversari Bizantini sia dai
Romanici: la lingua germanica, la religione pagana o ariana, il
monopolio del potere politico e militare[106]. L'irruzione dei
Longobardi sulla scena italiana sconvolse i rapporti sociali della
Penisola. La maggior parte del ceto dirigente latino (i nobiles) fu
uccisa o scacciata, mentre i pochi scampati dovettero cedere ai nuovi
padroni un terzo dei loro beni, secondo il procedimento
dell'hospitalitas[107].

Anche una volta insediati in Italia, i Longobardi conservarono il valore attribuito all'assemblea del popolo in armi, il
"Gairethinx", che decideva l'elezione del re e deliberava sulle scelte politiche, diplomatiche, legislative e giudiziarie
pi importanti. Con il radicarsi dell'insediamento in Italia, il potere divenne territoriale, articolato in (ducati). Gli
sculdasci governavano i centri pi piccoli, mentre i gastaldi di nomina regia amministravano la porzione dei beni dei
longobardi assegnati, a partire dall'elezione di Autari (584) al sovrano[62].
Una volta stabilizzata la presenza in Italia, nella struttura sociale del popolo iniziarono a manifestarsi segnali di
evoluzione, registrati soprattutto nell'Editto di Rotari (643). L'impronta guerriera, che portava con s elementi di
collettivismo militaresco, lasci progressivamente il passo a una societ differenziata, con una gerarchia legata anche

Longobardi
alla maggiore o minore ampiezza delle propriet fondiarie. L'Editto lascia intendere che, anzich in fortificazioni pi
o meno provvisorie, i Longobardi vivessero ormai nelle citt, nei villaggi o - caso forse pi frequente - in fattorie
indipendenti (curtis). Con il passare del tempo anche i tratti segregazionisti andarono stemperandosi, soprattutto con
il processo di conversione al cattolicesimo avviato dalla dinastia Bavarese[108]. Il VII secolo fu segnato da questo
progressivo avvicinamento, parallelo a un pi ampio rimescolamento delle gerarchie sociali. Tra i Longobardi vi fu
chi discese fino ai gradini pi bassi della scala economico-sociale, mentre al tempo stesso cresceva il numero dei
Romanici capaci di conquistare posizioni di prestigio. A conferma della rapidit del processo c' anche l'uso
esclusivo della lingua latina in ogni scritto[109].
Sebbene le leggi rotariane proibissero, in linea di principio, i matrimoni misti, era tuttavia possibile per un
longobardo sposare una schiava, anche romanica, purch emancipata prima delle nozze[110]. Gli ultimi re longobardi,
come Liutprando o Rachis, intensificarono gli sforzi d'integrazione, presentandosi sempre pi come re d'Italia
anzich re dei Longobardi. Le novit legislative introdotte dallo stesso Liutprando mostrano anche il ruolo sempre
pi rilevante rivestito da nuove categorie, come quelle dei mercanti e degli artigiani. Con l'VIII secolo, i Longobardi
erano in tutto adattati agli usi e ai costumi della maggioranza della popolazione del loro regno[111].

Religione
Gli indizi contenuti nel mito[3] lasciano intuire che
inizialmente, prima del passaggio dalla Scandinavia
alla costa meridionale del Mar Baltico, i Longobardi
veneravano gli dei della stirpe Vanir; in seguito, a
contatto con altre popolazione germaniche, adottarono
il culto degli sir: un'evoluzione che segnava il
passaggio dall'adorazione di divinit femminili, legate
alla fertilit e alla terra, al culto di dei maschili di
ispirazione guerriera[6][112]. In seguito, durante lo
stanziamento tra Norico e Pannonia, si avvi il
processo di conversione al cristianesimo. L'adesione
alla nuova religione fu, almeno inizialmente, spesso
Maestro di Castelseprio, Sogno di Giuseppe, affresco del ciclo della
superficiale (tracce dei culti pagani sopravvissero a
chiesa di Santa Maria Foris Portas, VIII-IX secolo. Castelseprio.
lungo) se non strumentale. Ai tempi di Vacone (intorno
agli anni quaranta del VI secolo), alleato dei Bizantini
cattolici, ci fu un avvicinamento al cattolicesimo; appena un paio di decenni dopo Alboino, progettando la calata in
Italia, scelse invece l'arianesimo, al fine di ottenere l'appoggio dei Goti ariani contro gli stessi Bizantini. Queste
conversioni "politiche" riguardavano esclusivamente il sovrano e pochi altri esponenti dell'aristocrazia; la massa del
popolo rimaneva fedele agli antichi culti pagani[113].
In Pannonia i Longobardi vennero in contatto con altri popoli nomadi e guerrieri, tra i quali i Sarmati; questa stirpe,
indoeuropea di lingua iranica, aveva subito influssi culturali di origine orientale. Da loro i Longobardi trassero, in
ambito simbolico-religioso, l'usanza delle "perticae": lunghe aste sormontate da figure di uccelli (particolarmente
frequente la colomba), derivate dalle insegne portate in battaglia. I Longobardi ne fecero un uso funerario: quando
una persona moriva lontano da casa o risultava dispersa in battaglia, la famiglia compensava l'impossibilit di
celebrarne i funerali piantando nel terreno una di queste aste, con il becco dell'uccello orientato verso il punto in cui
si credeva fosse morto il familiare[114].

83

Longobardi

84

Conversione al cattolicesimo
Giunti in Italia, il processo di conversione al cattolicesimo si intensific
al punto da indurre Autari a vietare espressamente ai Longobardi di far
battezzare con rito cattolico i propri figli. Anche in questo caso, pi che
mossa da interessi spirituali, la misura mirava evitare spaccature politiche
tra i Longobardi e a scongiurare i pericoli di assimilazione da parte dei
Romanici. Gi con il suo successore Agilulfo, tuttavia, l'opposizione al
cattolicesimo si fece meno radicale, soprattutto per influsso di
Teodolinda, cattolica. Dopo un iniziale appoggio allo Scisma
tricapitolino, la regina (che era in corrispondenza con papa Gregorio
Magno) favor sempre pi l'ortodossia cattolica[113]. Un segnale decisivo
fu il battesimo cattolico impartito, nel 603, all'erede al trono
Adaloaldo[115].
Rimaneva comunque costante lo scarso coinvolgimento spirituale di gran
parte dei Longobardi nelle controversie religiose, tanto che la
contrapposizione tra cattolici, da un lato, e pagani, ariani e tricapitolini,
dall'altro, assunse ben presto valenze politiche. I sostenitori
dell'ortodossia romana, capeggiati dalla dinastia Bavarese, erano
politicamente i fautori di una maggior integrazione con i Romanici,
accompagnata da una strategia di conservazione dello status quo con i
Bizantini. Ariani, pagani e tricapitolini, radicati soprattutto nelle regioni
nord-orientali del regno ("Austria"), si facevano invece interpreti della
Croce di Agilulfo, inizio VII secolo, 22,5x15
conservazione dello spirito guerriero e aggressivo del popolo. Cos, alla
cm. Monza, Museo e tesoro del Duomo.
fase "filo-cattolica" di Agilulfo, Teodolinda ed Adaloaldo segu, dal 626
(ascesa al trono di Arioaldo) al 690 (sconfitta definitiva dell'antire Alachis), una lunga fase di ripresa dell'arianesimo,
incarnato da sovrani militarmente aggressivi come Rotari e Grimoaldo. Tuttavia la tolleranza verso i cattolici non
venne mai messa in discussione dai vari re, salvaguardata anche dall'influente apporto delle rispettive regine (in gran
parte scelte, per motivi di legittimazione dinastica, tra le principesse cattoliche della dinastia Bavarese)[81].
Con il progredire dell'integrazione con i Romanici, il processo di conversione al cattolicesimo divenne di massa,
soprattutto grazie alla sempre pi stabile convivenza sullo stesso territorio e, al tempo stesso, del progressivo
allontanamento delle province italiane dall'Impero bizantino (veniva cos meno uno dei principali motivi
politico-diplomatici di avversione al cattolicesimo). Ancora nel VII secolo, nel ducato di Benevento, si ha
notizia[116] di una diffusione ancora molto ampia, almeno nell'ambito aristocratico - nominalmente convertito - di riti
che comprendevano sacrifici animali o idolatria (per lo pi di vipere) e competizioni rituali di carattere chiaramente
germanico, che venivano praticati in piccoli boschi sacri che daranno origine alle leggende sul noce di
Benevento[117].
L'intero popolo divenne, almeno nominalmente, cattolico sul finire del regno di Cuniperto (morto nel 700), e i suoi
successori (su tutti, Liutprando) fecero coscientemente leva sull'unit religiosa (cattolica) di Longobardi e Romanici
per ribadire il loro ruolo di rex totius Italiae[118]. All'interno del ceto guerriero, particolarmente diffusa era la
devozione all'arcangelo Michele, il "guerriero di Dio", al quale furono intitolate numerose chiese[119].

Longobardi

85

Diritto
Per approfondire, vedi Diritto longobardo.

Il diritto longobardo, a lungo tramandato oralmente nelle


Cawarfidae[120], inizi a svilupparsi realmente a partire dal regno di
Autari, per poi trovare una prima sistematizzazione con l'Editto di
Rotari, promulgato nel 643. Accanto alla conferma della personalit
della legge (il diritto longobardo era cio valido per i soli Longobardi,
mentre i Romanici rimanevano soggetti al diritto romano), l'Editto
introdusse significative novit, come la limitazione della pena capitale
e della faida, sostituita con risarcimenti in denaro (guidrigildo)[77][120].
Il corpus delle leggi longobarde fu in seguito ampliato e aggiornato,
evolvendosi verso una maggiore integrazione con il diritto romano e
con quello canonico, da diversi sovrani (particolarmente estesa fu
l'azione di Liutprando)[121].
Tra le figure fondamentali del diritto civile longobardo spicca il
mundio, ovvero il diritto di protezione-tutela accordato al capo di una
fara e che portava tutti gli altri componenti del gruppo famigliare (in
particolare le donne) a essere sottoposti alla sua autorit[122]. Dal punto
Illustrazione miniata di un codice contenente
di vista penale, invece, particolare rilievo aveva il guidrigildo:
l'Editto di Rotari. Vercelli, Museo del Duomo.
sostituendosi alla faida come strumento di riparazione delle offese
personali, questo istituto giuridico era regolato da una minuziosa elencazione, pi volte rimaneggiata nel tempo,
dell'esatto ammontare in denaro che doveva corrispondere ai danni arrecati. Particolarmente significativo, poi,
l'estrema rarit del ricorso alla pena di morte tra i Longobardi, che ne ritenevano passibili soltanto i pi gravi reati di
tradimento (regicidio, congiura contro il re, sedizione, diserzione, uxoricidio)[77].

Economia
Durante la lunga fase nomade, l'economia dei Longobardi si basava su rudimentali forme di allevamento e
agricoltura, senza che fossero presenti differenziazioni di ceto significative. La continua conflittualit con altri popoli
vicini aggiungeva poi le risorse derivanti dalle razzie[123].
Il processo di crescita del rilievo economico e sociale dei guerrieri crebbe considerevolmente durante le ultime fasi
della migrazione, con lo stanziamento in Rugilandia, nel Feld e soprattutto in Pannonia: le necropoli di questo
periodo attestano infatti la presenza di ricchi corredi funebri composti soprattutto di armi e di oggetti d'oreficeria. I
Longobardi inglobarono le popolazioni romanizzate della Pannonia e ne assimilarono quindi anche le pratiche
economiche, con un'agricoltura stanziale e sviluppata. Diversi guerrieri servirono, in qualit di mercenari, l'Impero
bizantino[124]
In Italia, i Longobardi si imposero in un primo momento come casta dominante al posto di quella di ascendenza
romana preesistente, soppressa o scacciata. I prodotti della terra venivano ripartiti con i sudditi romanici che la
lavoravano, riservando ai Longobardi un terzo (tertia) dei raccolti. I proventi non andavano a singoli individui, ma
alle fare, che li amministravano nelle sale. Il sistema economico della tarda antichit, imperniato su grandi latifondi
lavorati da contadini in condizione semi-servile, non fu rivoluzionato, ma solo modificato affinch avvantaggiasse i
nuovi dominatori[125].

Longobardi

86

Nei secoli seguenti la struttura socio-economica del


regno si modific progressivamente. La crescita
demografica favor la frammentazione dei fondi, tanto
che crebbe il numero dei Longobardi che cadeva in
stato di povert, come attestano le leggi mirate ad
alleviare le loro difficolt; per contro, anche alcuni
Romanici cominciarono ad ascendere nella scala
sociale, arricchendosi con il commercio, con
Tremisse aureo di Liutprando: al dritto (sinistra) il busto del re; al
l'artigianato, con le professioni liberali o con
rovescio (destra), l'arcangelo Michele.
l'acquisizione di terre che i Germani non avevano
saputo amministrare proficuamente. Liutprando
riform la struttura amministrativa del regno, anche liberando dagli obblighi militari i Longobardi pi poveri[126].
L'VIII secolo, apogeo del regno, fu un periodo di benessere anche economico. L'antica societ di guerrieri e sudditi si
era trasformata in una vivace articolazione di ceti e classi, con proprietari fondiari, artigiani, contadini, mercanti,
giuristi; conobbero grande sviluppo, anche economico, le abbazie, soprattutto benedettine, e si espanse l'economia
monetaria, con la conseguente creazione di un ceto bancario[127]. Dopo un primo periodo durante il quale la
monetazione longobarda coniava esclusivamente monete bizantine d'imitazione, i re di Pavia svilupparono una
monetazione autonoma, aurea e argentea. Il ducato di Benevento, il pi indipendente dei ducati, ebbe anche una
propria monetazione autonoma.

Lingua
Per approfondire, vedi Lingua longobarda.

I Longobardi parlavano originariamente una lingua germanica; probabilmente apparteneva al gruppo orientale ed era
affine al gotico. Non esistono testimonianze scritte del longobardo, se non alcune parole sporadicamente contenute in
testi giuridici, come l'Editto di Rotari, o storici (soprattutto l'Historia Langobardorum di Paolo Diacono)[128].
L'uso del longobardo declin rapidamente dopo l'insediamento in Italia, soppiantato fin dai primi documenti ufficiali
dal latino. Anche nell'uso quotidiano l'idioma germanico, parlato da un'esigua minoranza della popolazione italiana
dell'epoca, si perse nel volgere di pochi decenni[110]. Non si tratt tuttavia di una dissoluzione nel nulla; anzi,
l'influsso germanico ha significativamente contribuito, soprattutto nel lessico, al passaggio dal latino volgare ai vari
volgari italiani, che si sarebbero poi evoluti nei vari dialetti e nella stessa lingua italiana. La prima attestazione del
volgare italiano, l'Indovinello veronese, risale alla fine dell'VIII secolo.

Longobardi

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Cultura
Letteratura
Non ci sono pervenute testimonianze originali della cultura letteraria
germanica, propria dei Longobardi. Il patrimonio delle saghe,
tramandato oralmente, andato perduto, eccezion fatta per quanto
conservato nel testo, redatto in latino, della Origo gentis
Langobardorum, conservato in alcuni manoscritti delle Leges
Langobardorum e quanto tramandato in forma di aneddoti, o
addirittura ridicolizzato come ridiculam fabulam[4], da Paolo
Diacono[129].
In seguito all'integrazione tra Longobardi e Romanici, avviata con
decisione a partire dagli inizi del VII secolo, risulta difficile isolare i
Paolo Diacono effigiato in un manoscritto
altomedievale.
contributi propri dell'una o dell'altra tradizione nella produzione
letteraria dell'Alto Medioevo italiano (inclusi gli anni successivi alla
caduta del Regno longobardo, nel 774, che non comport la sparizione del popolo)[130]. Esemplare di questa
commistione la pi alta figura della cultura longobarda: Paolo Diacono. Originario del Ducato del Friuli,
orgogliosamente longobardo, adott tuttavia nelle sue opere (su tutte, la capitale Historia Langobardorum) la lingua
latina.

Arte
Per approfondire, vedi Arte longobarda.

Durante la lunga fase nomade (I-VI secolo), i Longobardi svilupparono un linguaggio artistico che aveva molti tratti
in comune con quello delle altre popolazioni germaniche dell'Europa centro-settentrionale. Popolo nomade e
guerriero, non pot dedicarsi allo sviluppo di tecniche artistiche che presupponessero un insediamento stanziale e
l'uso di materiali di difficile trasporto. Nelle loro tombe troviamo quasi solo armi e gioielli, che rappresentano
l'essenza della creazione artistica materialmente eseguita da artefici longobardi[123]. La situazione si modific con
l'insediamento in Pannonia[123] prima e, soprattutto, in Italia poi, quando i Longobardi vennero a contatto con
l'influsso classico e si avvalsero di maestranze romaniche, quando non addirittura di artisti bizantini. Il risultato, al di
l dell'appartenenza etnica degli artisti, stata comunque una produzione artistica per molti versi di sintesi,
sviluppata con tratti anche originali durante l'epoca del regno longobardo lungo l'intera Penisola[131][132].

Longobardi

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Architettura
Per approfondire, vedi Architettura longobarda.

L'attivit architettonica sviluppata in Langobardia Major andata in


gran parte perduta, per lo pi a causa di successive ricostruzioni degli
edifici sacri e profani eretti tra VII e VIII secolo. A parte il Tempietto
longobardo di Cividale del Friuli, rimasto in gran parte intatto, gli
edifici civili e religiosi di Pavia (il Palazzo Reale, la chiesa di
Sant'Eusebio, la basilica di San Pietro in Ciel d'Oro), Monza (la
Residenza estiva, la basilica di San Giovanni) o altre localit sono stati
ampiamente rimaneggiati nei secoli seguenti. Ancora integre
rimangono cos soltanto poche architetture, o perch inglobate negli
ampliamenti successivi (la chiesa di San Salvatore a Brescia, la
Basilica Autarena a Fara Gera d'Adda, la chiesa di Santo Stefano
Protomartire a Rogno), o perch periferiche e di modeste dimensioni
(la chiesa di Santa Maria foris portas a Castelseprio). Testimonianze
maggiormente fedeli alla forma originale si ritrovano, invece, nella
Langobardia Minor: a Benevento si conservano la chiesa di Santa
Chiesa di San Salvatore (Brescia), interno.
Sofia, un ampio tratto delle Mura e la Rocca dei Rettori, unici esempi
superstiti di architettura militare longobarda, mentre altre
testimonianze si sono conservate in centri minori del ducato beneventano e in quello di Spoleto (la chiesa di San
Salvatore a Spoleto, il Tempietto del Clitunno a Campello sul Clitunno).
Notevole, in ambito religioso, fu l'impulso dato da diversi sovrani longobardi (Teodolinda, Liutprando, Desiderio)
alla fondazione di monasteri, strumenti al tempo stesso di controllo politico del territorio e di evangelizzazione in
senso cattolico di tutta la popolazione del regno[133]. Tra i monasteri fondati in et longobarda, spicca l'abbazia di
Bobbio, fondata da san Colombano.
Scultura
Per approfondire, vedi Scultura longobarda.

La scultura longobarda rappresenta una delle pi eleganti


manifestazioni dell'Arte altomedievale. Tipici della scultura
longobarda sono le rappresentazioni zoomorfe e il disegno geometrico;
tra le sue manifestazioni sopravvissute fino ai nostri giorni, si
annoverano pannelli d'altare, fonti battesimali e soprattutto splendide
lapidi dai bassorilievi fitomorfi. Ne sono un esempio i Plutei di
Teodote, entrambi conservati a Pavia: si tratta di due lastre tombali
risalenti alla prima met dell'VIII secolo che rappresentano,
rispettivamente, l'albero della vita tra draghi marini alati e pavoni che
Altare del duca Rachis, pietra d'Istria, 737-744.
bevono da una fonte sormontata dalla Croce (simbolo della fonte della
Cividale del Friuli, Museo Cristiano.
Grazia divina)[134]. Sempre a Pavia custodita la Lastra tombale del
duca Adaloaldo, risalente al 718 e recante una lunga iscrizione
arricchita da bassorilievi a soggetto vegetale, mentre mirabile la raffinatezza esecutiva della Lastra tombale di san
Cumiano, presso l'abbazia di Bobbio: risalente agli anni del regno di Liutprando, reca anch'essa un'iscrizione
centrale, racchiusa da una doppia cornice a motivi geometrici (serie di croci) e fitomorfi (tralci di vite).

Longobardi

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Tra le opere scultoree sopravvissute fino ai nostri giorni, spicca, nel Tempietto longobardo di Cividale del Friuli,
l'Altare di Rachis, tipico esempio artistico della "Rinascenza liutprandea": la tendenza, nota appunto a partire dal
regno di Liutprando, volta a integrare l'arte longobarda con gli influssi romani[134]. L'altare, realizzato nella prima
met dell'VIII secolo, decorato da alcuni pannelli scolpiti a bassorilievo che riportano scene della vita di Ges
Cristo. Sempre a Cividale conservato, presso il Museo archeologico nazionale, il Fonte battesimale del patriarca
Callisto, anch'esso risalente all'VIII secolo; ottagonale, reca alcuni eleganti bassorilievi nella parte inferiore (la
Croce, i simboli degli evangelisti) ed sormontato da un tegurio. Anch'esso ottagonale, questo sostenuto da
colonne corinzie ed scandito da ampi archi a tutto sesto, a loro volta adornati da iscrizioni e da motivi vegetali,
animali e geometrici[135].
Pittura
Per approfondire, vedi Pittura longobarda.

Tra i rari esempi di arte di epoca longobarda


sopravvissuti ai secoli, spiccano gli affreschi della
chiesa di Santa Maria foris portas a Castelseprio, in
provincia di Varese. Anche se improbabile l'origine
etnica longobarda dell'autore, la sua opera, compiuta
nell'VIII o nel IX secolo, resta un'alta e originale
espressione dell'arte sviluppata nel regno longobardo.
Gli affreschi, rinvenuti casualmente nel 1944,
rappresentano scene dell'infanzia di Cristo ispirate,
sembra, soprattutto ai Vangeli apocrifi. Sorprendente
la tecnica compositiva, che lascia emergere una sorta di
Battesimo di Cristo, affresco del ciclo della Grotta di San Michele,
schema prospettico di diretta ascendenza classica, oltre
IX secolo. Olevano sul Tusciano.
a un chiaro realismo nella rappresentazione di ambienti,
figure umane e animali. Il ciclo di affreschi testimonia
cos la permanenza, in tarda et longobarda, di elementi artistici classici sopravvissuti all'innesto della concezione
germanica dell'arte, priva di attenzione ai risvolti prosepttici e naturalistici e pi concentrata sul significato simbolico
delle rappresentazioni[136]. Anche dal punto di vista dei contenuti simbolici il ciclo esprime una visione della
religione perfettamente congruente con l'ultima fase del regno longobardo; eliminata - almeno nominalmente - la
concezione di Cristo ariana, quella messa in luce dagli affreschi di Castelseprio specificamente cattolica, poich
insiste nel ribadire la consustanzialit delle due nature - umana e divina - del Figlio di Dio.
Diversi esempi di pittura di epoca longobarda si sono conservati anche in Langobardia Minor. Una testimonianza
costituita dal ciclo pittorico nella cripta del monastero di San Vincenzo al Volturno (fondato alla fine dell'VIII
secolo), risalente al tempo dell'abate Epifanio (797-817). Altri esempi di pittura nell'area beneventana si trovano
nella chiesa di san Biagio a Castellammare di Stabia, nella chiesa dei Santi Rufo e Carponio a Capua, nella Grotta di
San Michele a Olevano sul Tusciano, nella chiesa di Santa Sofia a Benevento[137] e nella cripta del peccato originale
a Matera.

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Oreficeria
Per approfondire, vedi Oreficeria longobarda.

La branca artistica della quale si sono conservate le pi note e


abbondanti testimonianze di et longobarda l'oreficeria, che annovera
tra gli altri capolavori come la Chioccia con i pulcini, la Croce di
Agilulfo (o di Adaloaldo), la Corona Ferrea o l'Evangeliario di
Teodolinda. L'oreficeria era l'arte prediletta dei Germani che, come
tutti i nomadi e guerrieri, potevano portare con s solo armi adorne di
metalli preziosi e ornamenti per il corpo o per la cavalcatura; oggetti
piccoli, dotati di valore intrinseco, sempre a portata di mano per un
Evangeliario di Teodolinda, 603. Monza, Museo
dono o per uno scambio, facili da portar via in caso di fuga. Di
e Tesoro del Duomo.
conseguenza, l'arte orafa pu essere vista come in gran parte eseguita
da artigiani o artisti di etnia longobarda. Elementi fondamentali dell'arte orafa dei maestri longobardi sono l'uso della
lamina d'oro, della lavorazione a sbalzo e delle pietre preziose e semipreziose. Tra i numerosi reperti orafi
longobardi, si contano fibule, orecchini, guarnizioni da fodero in lamina d'oro lavorata a giorno degli scramasax (la
tipica spada longobarda, corta e dritta a un solo taglio), guarnizioni di sella, piatti di legatura, croci e reliquiari[138].
L'oreficeria e l'artigianato longobardi, ben rappresentati dai numerosi reperti tombali, mostra un processo evolutivo
evidente. Nel VI secolo, fino agli inizi del VII, predominano gli elementi della tradizione germanica, soprattutto
bestie mostruose che testimoniano la percezione di una natura ostile e minacciosa. A partire dalla met del VII
secolo, invece, prendono rapidamente il sopravvento motivi simbolici pi eleganti e leggeri, con influenze
mediterranee[139]. Uno degli esempi pi noti dell'oreficeria longobarda di questo periodo la Lamina di re Agilulfo,
frontale di elmo che reca una rappresentazione simbolica del potere sovrano, ma che attinge a una simbologia
tipicamente romana. A partire dalla fine del VII secolo gli elementi di distinzione tra l'arte longobarda e quella
romano-bizantina si affievoliscono fino quasi a scomparire, tanto che il termine stesso di "arte longobarda" assume il
significato pi ampio di arte creata nel regno longobardo, indipendentemente dall'origine etnica e linguistica degli
artisti e degli artigiani[140].
Un elemento caratteristico dell'arte orafa longobarda costituito dalle
crocette in foglia d'oro. Di origine bizantina, le croci erano tagliate in
lamine d'oro; venivano poi cucite ai vestiti o deposti nelle tombe. Nel
corso del VII secolo, di pari passo con la conversione al cattolicesimo
dei Longobardi, le crocette presero il posto delle monete bratteate di
ascendenza germanica, gi ampiamente diffuse come amuleti. Le croci
che le sostituirono mantennero, accanto a quello devozionale cristiano,
lo stesso valore propiziatorio; dal punto di vista formale, mostrano
elementi ornamentali che rielaborano antichi elementi provenienti dalla
mitologia pagana, segno di una fase sincretista nel passaggio dal
paganesimo al cristianesimo[138][141].

Crocetta nastriforme, VII secolo, 10 cm. Verona,


Museo di Castel Vecchio.

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Miniatura
Per approfondire, vedi Scuola beneventana.

La miniatura in et longobarda conobbe, soprattutto all'interno dei monasteri, un particolare sviluppo, tanto che
definita Scuola longobarda (o "franco-longobarda") una peculiare tradizione decorativistica. Questa espressione
artistica raggiunse la pi alta espressione nei codici redatti monasteri dalla seconda met dell'VIII secolo[142], mentre
nel Ducato di Benevento la Scuola beneventana svilupp caratteri propri, visibili anche in varie opere pittoriche
dell'epoca.

Note
[1] Sergio Rovagnati, I Longobardi, p. 5.
[2] Lida Capo, Commento a Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, p. 380.
[3] Origo gentis Langobardorum, 1.
[4] Paolo Diacono, Historia Langobardorum, I, 8.
[5] Jrg Jarnut, Storia dei Longobardi, p. 6.
[6] Rovagnati, p. 99.
[7] Capo, p. 379.
[8] Giordane, De origine actibusque Getarum, III, 23.
[9] Ernesto Sestan, La storiografia dell'Italia longobarda: Paolo Diacono, p. 373.
[10] Capo, p. 371.
[11] Jarnut, p. 4; Rovagnati, pp. 11-13.
[12] Franco Cardini e Marina Montesano, Storia medievale, p. 80.
[13] Rovagnati, p. 12.
[14] Capo, cartina 1, pp. LII-LIII.
[15] Jarnut, p. 5.
[16] Rovagnati, p. 13.
[17] Paolo Diacono, I, 11-13.
[18] Jarnut, pp. 7-8; Rovagnati, pp. 14-15.
[19] Velleio Patercolo, Historiae romanae ad M. Vinicium libri duo, II, 106.2.
[20] Jarnut, p. 8.
[21] Capo, pp. 383-384.
[22] Publio Cornelio Tacito, Germania, XL.
[23] Tacito, Germania, XL.
[24] Cassiodoro, Chronica.
[25] Dione Cassio, Historia Romana, LXXII, 1a.
[26] Rovagnati, p. 17.
[27] Origo gentis Langobardorum, 2.
[28] Capo, pp. 384-385.
[29] Jarnut, p. 12; Rovagnati, pp. 17-18.
[30] Jarnut, p. 13.
[31] Rovagnati, p. 18.
[32] Paolo Diacono, I, 14.
[33] Paolo Diacono, I, 16.
[34] Jarnut, pp. 24-26; Rovagnati, pp. 18-19.
[35] Jarnut, p. 14.
[36] Rovagnati, p. 22.
[37] Paolo Diacono, I, 19.
[38] Jarnut, p. 15.
[39] Paolo Diacono, I, 21.
[40] Rovagnati, p. 24.
[41] Jarnut, p. 17.
[42] Paolo Diacono, I, 22.
[43] Rovagnati, p. 27.
[44] Jarnut, p. 19.
[45] Paolo Diacono, I, 23.

Longobardi
[46] Jarnut, p. 21.
[47] Rovagnati, p. 30.
[48] Procopio, De bello Gothico, IV, 26.
[49] Paolo Diacono, I, 27.
[50] Rovagnati, p. 31.
[51] Jarnut, p. 22.
[52] Jarnut, p. 30.
[53] Paolo Diacono, II, 26.
[54] Per Giorgio Ruffolo, per esempio, i Longobardi che invasero l'Italia erano circa trecentomila (Giorgio Ruffolo, Quando l'Italia era una
superpotenza, p. 175).
[55] Jarnut, p. 31.
[56] Capo, p. LVI.
[57] Paolo Diacono, II, 14.
[58] Paolo Diacono, II, 25-26.
[59] Jarnut, p. 34.
[60] Jarnut, p. 33.
[61] Cardini-Montesano, p. 81.
[62] Jarnut, pp. 48-50.
[63] Paolo Diacono, II, 28.
[64] Paolo Diacono, II, 29.
[65] Paolo Diacono, II, 30.
[66] Paolo Diacono, III, 16.
[67] Jarnut, p. 37.
[68] Paolo Diacono, III, 35.
[69] Jarnut, p.44.
[70] Jarnut, p. 42.
[71] Jarnut, p. 43.
[72] Paolo Diacono, IV, 9.
[73] Paolo Diacono, IV, 41.
[74] Jarnut, pp. 54-55.
[75] Paolo Diacono, IV, 42.
[76] Paolo Diacono, IV, 45.
[77] Jarnut, pp. 71-72
[78] Jarnut, p. 57.
[79] Jarnut, p. 59.
[80] Paolo Diacono, V, 36.
[81] Jarnut, pp. 61-62.
[82] Paolo Diacono, V, 38-41.
[83] Jarnut, p. 80.
[84] Jarnut, p. 97.
[85] Paolo Diacono, VI, 58.
[86] Rovagnati, p. 69.
[87] Jarnut, pp. 88-89.
[88] Liber pontificalis, "Gregorio II", 18, 21.
[89] Jarnut, p. 94.
[90] Jarnut, p. 82; Rovagnati, pp. 75-76.
[91] Liber pontificalis, "Zaccaria", 6-11.
[92] Jarnut, pp. 108-109.
[93] Jarnut, p. 110.
[94] Jarnut, pp. 112-113.
[95] Jarnut, p. 117.
[96] Jarnut, pp. 118-123.
[97] Jarnut, pp. 123-127.
[98] Rovagnati, pp. 92-93.
[99] Leges Langobardorum, "Edictus Rothari", prologo.
[100] Jarnut, pp. 22-24.
[101] Jarnut, pp. 24-26.
[102] Cardini-Montesano, p. 82.
[103] Paolo Diacono, II, 9.

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[120]
[121]
[122]
[123]
[124]
[125]

Mario di Avenches, Chronica, "anno 569".


Jarnut, p. 46.
Jarnut, p. 48.
Jarnut, p. 47.
Jarnut, pp. 73-76.
Jarnut, pp. 76-77.
Jarnut, p. 78.
Jarnut, pp. 102-106.
Karl Hauk, Lebensnormen und Kultmythen in germanischen Sammes- und Herrscher genealogien.
Jarnut, p. 51.
Rovagnati, pp. 102-103.
Paolo Diacono, IV, 27.
Vita Barbati episcopi Beneventani, pp. 555-563.
Rovagnati, p. 101.
Rovagnati, p. 64.
Jarnut, p. 70.
Rovagnati, pp. 109-110.
Jarnut, p. 73.
Rovagnati, p. 107.
Rovagnati, p. 105.
Rovagnati, pp. 106-107.
Jarnut, pp. 46-48.

[126] Jarnut, pp.98-101.


[127] Jarnut, p. 102.
[128] Jarnut, p. 77.
[129] Rovagnati, p. 103.
[130] Capo, p. XXXII.
[131] Jarnut, p. 131.
[132] Pierluigi De Vecchi-Elda Cerchiari, I Longobardi in Italia, p. 314.
[133] Jarnut, pp. 127-129.
[134] De Vecchi-Cerchiari, p. 311.
[135] De Vecchi-Cerchiari, p. 316.
[136] Piero Adorno, L'Alto Medioevo, p. 578.
[137] De Vecchi-Cerchiari, p. 312.
[138] De Vecchi-Cerchiari, pp. 306-308.
[139] L'aspetto d'insieme di questi lavori, tuttavia, mostra ancora una maggiore prossimit ai modelli germanici; cfr Helmut Roth, Die
Ornamentik der Langobarden in Italien, pp. 117 sgg.
[140] Jarnut, pp. 131-132.
[141] Jarnut, pp. 130-131.
[142] Jarnut, p. 132.

Bibliografia
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Magistra Barbaritas. I barbari in Italia. Premessa di Giovanni Pugliese Carratelli. Milano, Garzanti, 1984. ISBN
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Santa Giulia di Brescia. Archeologia, arte, storia di un monastero regio dai Longobardi al Barbarossa. Atti del
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Longobardia e Longobardi nell'Italia meridionale. Atti del II convegno internazionale di Benevento 29-31
maggio 1992, a cura di Giancarlo Andenna e Giorgio Picasso. Milano, Vita e pensiero, 1996.
Anulus sui effigii. Identit e rappresentazione negli anelli-sigillo longobardi. Atti della giornata di studio di
Milano 29 aprile 2004, a cura di Silvia Lusuardi Siena. Milano, Vita e Pensiero, 2006. ISBN 88-3431-338-0
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Settimane, XVII, I, Spoleto, 1970.

95

Longobardi

96

Voci correlate
Contesto storico generale

Approfondimenti sull'et longobarda

Alto Medioevo
Franchi
Germani
Esarcato d'Italia
Impero bizantino
Invasioni barbariche
Italia medievale
Regni latino-germanici
Stato Pontificio

Arte longobarda
Duca (Longobardi)
Ducati longobardi
Longobardi in Italia: i luoghi del potere
Migrazione longobarda
Monetazione longobarda
Regno longobardo
Societ longobarda
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Altri progetti

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Collegamenti esterni
(LA) Scriptores rerum Langobardicarum et Italicarum saec. VIIX in Monumenta Germaniae Historica (http://
mdz10.bib-bvb.de/~db/bsb00000858/images/index.html?id=00000858&fip=81.208.40.195&no=16&
seite=2)
Longobardi in Italia: i luoghi del potere:
Il sito ufficiale della candidatura (http://www.italialangobardorum.it/index.asp?).URL consultato in data 26
giugno 2011.
(EN) La candidatura sul sito dell'Unesco (http://whc.unesco.org/en/tentativelists/333).URL consultato in data
26 giugno 2011.
Longobardi (http://www.hls-dhs-dss.ch/textes/i/I8029.php) in Dizionario storico della Svizzera
L'arte dei Longobardi

Arte longobarda: Architettura - Oreficeria - Pittura - Scultura


Longobardi in Italia: i luoghi del potere (patrimonio dell'umanit UNESCO) - Rinascenza liutprandea - Scuola beneventana
Immagini di arte longobarda: su it.Wikipedia - su Commons

Longobardi

97

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Regno longobardo
Regno longobardo

(dettagli)

Dati amministrativi
Nome completo

Regno longobardo
Regno dei Longobardi
Regno d'Italia

Nome ufficiale

Regnum Langobardorum
Regnum totius Italiae

Lingue ufficiali

Latino

Lingue parlate

Latino, longobardo, volgare italiano

Capitale
Altre capitali

Pavia
Monza, Milano
Politica

Forma di governo

Monarchia elettiva

Rex Langobardorum Elenco


Rex totius Italiae
Organi deliberativi

Gairethinx (Assemblea del popolo in armi)

Nascita

568 con Alboino

Causa

Invasione longobarda dell'Italia

Fine
Causa

774 con Desiderio (Adelchi associato al trono)


Invasione franca dell'Italia

Regno longobardo

98
Territorio e popolazione

Bacino geografico
Massima estensione

Italia
Italia continentale eccetto Venezia, Ducato romano, Napoli, Salento, Calabria nel 753 (conquiste di Astolfo)
Economia

Valuta

Tremisse
Religione e societ

Religioni preminenti Cattolicesimo


Religione di Stato

Arianesimo fino al VII secolo, poi cattolicesimo

Religioni minoritarie Arianesimo, paganesimo, Scisma tricapitolino


Classi sociali

Arimanni, aldi, Romanici


Evoluzione storica

Preceduto da

Impero bizantino

Succeduto da

Impero carolingio
Ducato di Benevento
Ducato di Spoleto
Stato pontificio

Il Regno longobardo o Regno dei Longobardi (Regnum Langobardorum in latino, Langbardland in antico
germanico) fu l'entit statale costituita in Italia dai Longobardi tra il 568-569 (invasione dell'Italia) e il 774 (caduta
del regno a opera dei Franchi di Carlo Magno), con capitale Pavia. L'effettivo controllo dei sovrani sulle due grandi
aree che costituivano il regno, la Langobardia Maior nel centro-nord (a sua volta ripartita in un'area occidentale, o
Neustria, e in una orientale, o Austria) e la Langobardia Minor nel centro-sud, non fu costante nel corso dei due
secoli di durata del regno; da un'iniziale fase di forte autonomia dei numerosi ducati che lo componevano, si svilupp
con il tempo una sempre maggior autorit del sovrano, anche se le pulsioni autonomiste dei duchi non furono mai del
tutto imbrigliate.

Il VI secolo

La Corona Ferrea, inizio VII secolo, 22,50 x 15 cm. Monza, Duomo

Regno longobardo

99

La fondazione del regno


Per approfondire, vedi Langobardia Maior e Langobardia Minor.

L'irruzione dei Longobardi pose fine all'effimera riconquista bizantina di Giustiniano e, per la prima volta dai tempi
della conquista romana (III-II secolo a.C.), ruppe l'unit politica della penisola italiana che si trov infatti divisa tra i
Longobardi e i Bizantini, secondo confini soggetti a variabilit nel corso del tempo date le caratteristiche
dell'insediamento longobardo e le oscillazioni dei rapporti di forza.
I nuovi venuti si ripartirono tra Langobardia Maior (l'Italia settentrionale gravitante intorno alla capitale del regno,
Ticinum - oggi Pavia -; da qui il nome dell'odierna regione Lombardia) e Langobardia Minor (i ducati di Spoleto e
Benevento), mentre i territori rimasti sotto controllo bizantino erano chiamati "Romnia" (da qui il nome dell'odierna
regione Romagna) e avevano come fulcro l'Esarcato di Ravenna.
All'ingresso in Italia, Alboino affid il controllo delle
Alpi orientali a uno dei suoi pi fidi luogotenenti,
Gisulfo, che divenne il primo duca del Friuli. Il ducato,
con sede a Cividale del Friuli (allora Forum Iulii),
sempre in lotta con le popolazioni straniere che si
affacciavano dalla Soglia di Gorizia,[1] avrebbe
mantenuto fino al regno di Liutprando una maggiore
autonomia nei confronti degli altri ducati della
Langobardia Maior, giustificata dai suoi eccezionali
bisogni militari.
In seguito altri ducati furono creati nelle principali citt
del regno: la soluzione fu dettata da esigenze in primo
luogo militari (i duchi erano prima di tutto comandanti,
con il compito di completare il controllo del territorio e
tutelarlo da possibili contrattacchi), ma gett il seme
della strutturale debolezza del potere regio
longobardo.[2]
Nel 572, dopo la capitolazione di Pavia e la sua
elevazione a capitale del regno, Alboino cadde vittima
di una congiura ordita a Verona dalla moglie
Rosmunda, in combutta con alcuni guerrieri gepidi e longobardi. L'aristocrazia longobarda, comunque, non avall il
regicidio e costrinse Rosmunda alla fuga presso i Bizantini, a Ravenna.
I domini longobardi alla morte di Alboino (572)

Clefi e il periodo dei Duchi


Per approfondire, vedi Periodo dei Duchi e Societ longobarda.

Pi tardi, in quello stesso 572, i trentacinque duchi riuniti in assemblea a Pavia acclamarono re Clefi. Il nuovo
sovrano estese i confini del regno, completando la conquista della Tuscia e cingendo d'assedio Ravenna. Clefi tent
di portare avanti coerentemente la politica di Alboino, che mirava a spezzare istituti giuridico-amministrativi ormai
consolidati durante il dominio ostrogoto e bizantino, eliminando buona parte dellaristocrazia latina, occupandone le
terre e acquisendone i patrimoni. Anch'egli, per, nel 574 cadde vittima di un regicidio, sgozzato da un uomo del suo
seguito forse istigato dai Bizantini.

Regno longobardo

In seguito a questo fatto non venne nominato un altro re, e per un


decennio[3] i duchi regnarono da sovrani assoluti nei rispettivi
ducati, non senza lotte intestine (Periodo dei Duchi o
dell'anarchia). A questo stadio dell'occupazione i duchi erano
semplicemente i capi delle diverse fare del popolo longobardo;
non ancora stabilmente associati alle citt, agivano semplicemente
in modo indipendente, anche perch subivano le pressioni dei
guerrieri nominalmente sotto la loro autorit per approfittare delle
ancora larghe possibilit di bottino. Questa situazione instabile,
protrattasi nel tempo, port al definitivo crollo dellassetto
politico-amministrativo romano-italico, che fino all'invasione era
stato pressoch mantenuto, tanto che la stessa aristocrazia
romano-italica
aveva
conservato
la
responsabilit
dellamministrazione civile (basti pensare a Cassiodoro).

100

Cavaliere, lastrina dello scudo di Stabio, bronzo dorato

In Italia i Longobardi si imposero quindi in un primo momento come casta dominante al posto di quella preesistente,
soppressa o scacciata. I prodotti della terra venivano ripartiti con i sudditi romanici che la lavoravano, riservando ai
Longobardi un terzo (tertia) dei raccolti. I proventi non andavano a singoli individui, ma alle fare, che li
amministravano nelle sale (termine che ricorre tuttora nella toponomastica italiana). Il sistema economico della tarda
antichit, imperniato su grandi latifondi lavorati da contadini in condizione semi-servile, non fu rivoluzionato, ma
solo modificato affinch avvantaggiasse i nuovi dominatori[4].

Regno longobardo

101

L'insediamento definitivo: Autari, Agilulfo e Teodolinda


Per approfondire, vedi Arte longobarda.

Dopo dieci anni di interregno, la necessit di una forte monarchia


centralizzata era ormai chiara anche ai pi indipendentisti dei duchi;
Franchi e Bizantini premevano e i Longobardi non potevano pi
permettersi una struttura del potere troppo fluida, utile soltanto per
compiere scorrerie in cerca di saccheggio. Nel 584 i duchi si
accordarono per incoronare re il figlio di Clefi, Autari, e consegnarono
al nuovo monarca la met dei loro beni (per poi probabilmente rifarsi
con un nuovo giro di vite ai danni della superstite propriet fondiaria
romana.[5]) Autari pot cos impegnarsi nella riorganizzazione dei
Longobardi e del loro insediamento in forma stabile in Italia. Assunse,
come i re ostrogoti, il titolo di Flavio, con il quale intendeva
proclamarsi protettore anche di tutti i Romanici presenti sul suo
territorio: era un esplicito richiamo, fatto in chiave anti-bizantina,
all'eredit dall'Impero Romano d'Occidente.[6]
Dal punto di vista militare, Autari sconfisse sia i Franchi sia i Bizantini
e ne spezz la coalizione, adempiendo al mandato che gli stessi duchi
gli avevano affidato al momento della sua elezione. Nel 585 respinse i
Franchi nell'attuale Piemonte e indusse i Bizantini a chiedere, per la
prima volta da quando i Longobardi erano entrati in Italia, una tregua.
Allo scadere, occup l'ultimo bastione bizantino in Italia settentrionale:
l'Isola Comacina nel Lago di Como. Per garantire una pace stabile con
Teodolinda, affresco degli Zavattari, Cappella di
i Franchi, Autari tent di sposare una principessa franca, ma il progetto
Teodolinda, Monza, 1444.
non riusc. Allora il re, con una mossa che avrebbe influenzato le sorti
del regno per pi di un secolo, si rivolse ai tradizionali nemici dei Franchi, i Bavari, per sposarne una principessa,
Teodolinda, che per di pi era di sangue letingio (discendeva cio da Vacone, re dei Longobardi tra il 510 e il 540 e
figura circondata da un'aura di leggenda, esponente di una stirpe regale di grande ascendente sui Longobardi).
L'alleanza con i Bavari port a un riavvicinamento tra Franchi e Bizantini, ma Autari riusc (nel 588 e di nuovo,
nonostante alcuni gravi rovesci iniziali, nel 590) a respingere gli attacchi franchi. Il periodo di Autari segn, secondo
Paolo Diacono, la conquista di una prima stabilit interna al regno longobardo:
(LA)
Erat hoc mirabile in regno Langobardorum: nulla erat
violentia, nullae struebantur insidiae; nemo aliquem
iniuste angariabat, nemo spoliabat; non erant furta, non
latrocinia; unusquisque quo libebat securus sine timore

(IT)
C'era questo di meraviglioso nel regno dei Longobardi: non
c'erano violenze, non si tramavano insidie; nessuno opprimeva
gli altri ingiustamente, nessuno depredava; non c'erano furti,
non c'erano rapine; ognuno andava dove voleva, sicuro e senza
alcun timore

(Paolo Diacono, Historia Langobardorum, III, 16)

Autari mor in quello stesso 590, probabilmente avvelenato in una congiura di palazzo e, stando alla leggenda
riportata da Paolo Diacono,[7] la successione al trono fu decisa in maniera romanzesca. Fu la giovane regina vedova
Teodolinda, bavara ma portatrice del sangue dei Letingi, a scegliere l'erede al trono e suo nuovo marito: il duca di
Torino, Agilulfo. L'anno successivo (591) Agilulfo ricevette l'investitura ufficiale da parte dell'assemblea dei
Longobardi, riunita a Milano. L'influenza della regina sulla politica di Agilulfo fu notevole e le decisioni principali
vengono attribuite a entrambi.[8]

Regno longobardo

102
Stroncata nel 594 la ribellione di alcuni duchi, Agilulfo
e Teodolinda svilupparono una politica di
rafforzamento in Italia, garantendo i confini attraverso
trattati di pace con Franchi e Avari. Le tregue con i
Bizantini furono sistematicamente violate e il decennio
fino al 603 fu segnato da una marcata ripresa
dell'avanzata longobarda. Nel nord Agilulfo occup, tra
le varie citt, anche Parma, Piacenza, Padova,
Monselice, Este, Cremona e Mantova, mentre anche a
sud i duchi di Spoleto e Benevento ampliavano i
domini longobardi.

Il rafforzamento dei poteri regi, avviato da Autari prima


e Agilulfo poi, segn anche il passaggio ad una nuova
concezione territoriale basata sulla stabile divisione del
regno in ducati. Ogni ducato era guidato da un duca,
non pi solo capo di una fara ma funzionario regio,
depositario dei poteri pubblici. Le sedi dei ducati
venivano stabilite in centri strategicamente importanti,
I domini longobardi alla morte di Agilulfo (616)
favorendo quindi lo sviluppo di molti nuclei urbani
posti lungo le principali vie di comunicazione del
tempo (Cividale del Friuli, Trento, Treviso, Verona, Brescia, Bergamo, Ivrea, Torino, Lucca). Nella gestione del
potere pubblico i duchi erano affiancati da funzionari minori, detti sculdasci (sculdahis in longobardo) e da gastaldi,
che gestivano le grandi aziende rurali.
La nuova organizzazione del potere, meno legata ai rapporti di stirpe e di clan e pi alla gestione del territorio, segn
una tappa fondamentale del consolidamento del regno longobardo in Italia, che progressivamente perse i caratteri di
un'occupazione militare pura e si avvicin a un modello pi propriamente statale.[9] L'inclusione dei vinti (i
Romanici) era un passaggio inevitabile, e Agilulfo comp alcune scelte simboliche volte al tempo stesso a rafforzare
il proprio potere e ad accreditarlo presso la popolazione di discendenza latina. La cerimonia di associazione al trono
del figlioletto Adaloaldo, nel 604, segu un rito bizantineggiante; scelse come capitale non pi Pavia, ma l'antica
metropoli romana di Milano e Monza come residenza estiva; defin se stesso, in una corona votiva, Gratia Dei rex
totius Italiae ("Per grazia di Dio re di tutta Italia", quindi non pi soltanto rex Langobardorum, "Re dei
Longobardi").[10]
In questa direzione mosse anche la forte pressione, svolta
soprattutto da Teodolinda, verso la conversione al cattolicesimo
dei Longobardi, fino a quel momento ancora in gran parte pagani o
ariani. Dopo un sostegno iniziale agli scismatici (al patriarca
Giovanni nel 606) i sovrani si adoperarono per la ricomposizione
dello Scisma tricapitolino (che contrapponeva Roma al Patriarcato
di Aquileia), tennero rapporti diretti con papa Gregorio Magno (
stato conservato un suo scambio epistolare con Teodolinda) e
favorirono la creazione di monasteri, come quello fondato da san
Colombano a Bobbio.

Evangeliario di Teodolinda (legatura), oro, smalti e


pietre preziose

Anche l'arte visse, con Agilulfo e Teodolinda, una stagione fiorente. In architettura Teodolinda fond la Basilica di
San Giovanni e il Palazzo Reale di Monza, mentre dell'oreficeria sono arrivati fino a noi capolavori quali la Croce di

Regno longobardo

103

Agilulfo, la Chioccia con i pulcini, l'Evangeliario di Teodolinda e la celeberrima Corona Ferrea.

Il VII secolo
La ripresa degli ariani: Arioaldo, Rotari
Per approfondire, vedi Diritto longobardo e Editto di Rotari.

Alla morte di Agilulfo, nel 616, il trono pass al figlio minorenne Adaloaldo. La reggenza (che di fatto prosegu
anche dopo l'uscita del re dalla minorit[11]) fu esercitata dalla regina madre Teodolinda, che affid il comando
militare al duca Sundarit. Teodolinda prosegu la sua politica filo-cattolica e di pacificazione con i Bizantini,
suscitando per una sempre pi decisa opposizione da parte della componente ariana e guerriera dei Longobardi. Il
conflitto esplose nel 624 e fu capeggiato da Arioaldo, duca di Torino e cognato di Adaloaldo (aveva sposato sua
sorella Gundeperga). Adaloaldo fu deposto nel 625 e al suo posto si insedi Arioaldo.
Il "colpo di Stato" ai danni della dinastia Bavarese di
Adaloaldo e Teodolinda, che port al trono Arioaldo,
apr una stagione di conflitti tra le due componenti
religiose del regno. Dietro o accanto alle scelte di fede,
tuttavia, la contrapposizione aveva coloriture politiche,
in quanto opponeva i fautori di una politica di
pacificazione con i Bizantini e con il Papato e di
integrazione con i Romanici (Bavaresi) ai propugnatori
di una politica pi aggressiva ed espansionista (nobilt
ariana).[12] Il regno di Arioaldo (626-636), che riport
la capitale a Pavia, fu travagliato da questi contrasti,
oltre che dalle minacce esterne; il re riusc a respingere
in Friuli un attacco degli Avari, ma non a limitare il
crescere dell'influenza dei Franchi nel regno. Alla sua
morte la leggenda narra che, con procedura identica a
quella seguita con sua madre Teodolinda, la regina
Gundeperga ebbe il privilegio di scegliersi il nuovo
sposo e re.[13] La scelta cadde su Rotari, duca di
Brescia e anch'egli ariano.
I domini longobardi alla morte di Rotari (652)

Rotari regn dal 636 al 652 e condusse numerose


campagne militari, che portarono quasi tutta l'Italia settentrionale sotto il dominio del regno longobardo. Conquist
(643) la Liguria, compresi il capoluogo Genova e Luni, e Oderzo, mentre neppure una schiacciante vittoria ottenuta
sull'esarca bizantino di Ravenna, sconfitto e ucciso insieme a ottomila suoi uomini nella battaglia dello Scultenna
(presso il fiume Panaro), riusc a costringere l'Esarcato a sottomettersi ai Longobardi.[14] In ambito interno, Rotari
rafforz il potere centrale a danno dei ducati della Langobardia Maior, mentre al sud anche il duca di Benevento
Arechi I (che a sua volta stava espandendo i domini longobardi) riconobbe l'autorit del re di Pavia.
La memoria di Rotari legata al celebre Editto; promulgato nel 643, era scritto in lingua latina nonostante fosse
rivolto soltanto ai Longobardi, secondo il principio della personalit della legge. I Romanici restavano soggetti al
diritto romano. L'Editto ricapitolava e codificava le norme e le usanze germaniche, ma introduceva anche
significative novit, segno del progredire dell'influsso latino sugli usi longobardi. L'Editto proib la faida (vendetta
privata) a favore del guidrigildo (risarcimento in denaro) e conteneva anche drastiche limitazioni all'uso della pena di
morte.

Regno longobardo

104

La dinastia bavarese
Per approfondire, vedi Dinastia Bavarese.

Dopo il brevissimo regno del figlio di Rotari, Rodoaldo (652-653),


i duchi elessero re Ariperto I, duca di Asti e nipote di Teodolinda.
Ritornava cos sul trono la dinastia Bavara, segno del prevalere
della fazione cattolica su quella ariana; il regno di Ariperto si
segnal infatti per la dura repressione dell'arianesimo. Alla sua
morte (661) il testamento di Ariperto divise il regno tra i due figli,
Pertarito e Godeperto. La procedura era usuale tra i Franchi,[15] ma
tra i Longobardi rimase un unicum. Forse anche perch la
partizione entr immediatamente in crisi: tra Pertarito, insediato a
Milano e Godeperto, rimasto a Pavia, si accese un conflitto che
coinvolse anche il duca di Benevento, Grimoaldo. Il duca
intervenne con consistenti forze militari per sostenere Godeperto,
ma appena giunse a Pavia uccise il sovrano e ne prese il posto.
Pertarito, in evidente inferiorit, fugg presso gli Avari.
Grimoaldo ottenne l'investitura dei nobili longobardi, ma dovette
comunque confrontarsi con la fazione legittimista, che allacci
L'interno della chiesa di Santa Sofia (Benevento)
alleanze internazionali per riportare sul trono Pertarito. Grimoaldo
ottenne dagli Avari la restituzione del sovrano deposto e Pertarito, non appena fu rientrato in Italia, dovette fare atto
di sottomissione all'usurpatore prima di riuscire a fuggire presso i Franchi di Neustria, che nel 663 attaccarono
Grimoaldo. Il nuovo re, inviso alla Neustria poich alleato dei Franchi di Austrasia, li respinse a Refrancore, presso
Asti, e rest padrone della situazione.
Grimoaldo, che nello stesso 663 aveva respinto un tentativo di riconquista dell'Italia da parte dell'imperatore
bizantino Costante II, esercit i poteri sovrani con una pienezza fino ad allora mai raggiunta dai suoi predecessori.[16]
Alla fedelt del suo ducato di Benevento, affidato al figlio Romualdo, aggiunse quella dei ducati di Spoleto e del
Friuli, dove impose duchi a lui leali. Favor l'opera di integrazione tra le diverse componenti del regno e offr ai suoi
sudditi un'immagine che prendeva a modello quella del suo predecessore Rotari, al tempo stesso saggio legislatore
(Grimoaldo aggiunse nuove leggi all'Editto), mecenate (eresse a Pavia una chiesa intitolata a sant'Ambrogio) e
valente guerriero.[17]
Alla morte di Grimoaldo, nel 671, Pertarito rientr dall'esilio e
pose fine all'effimero regno di Garibaldo, figlio di Grimoaldo e
ancora bambino. Si accord immediatamente con l'altro figlio di
Grimoaldo, Romualdo I di Benevento, al quale impose fedelt in
cambio del riconoscimento dell'autonomia del suo ducato.
Pertarito svilupp una politica in linea con la tradizione della sua
dinastia e sostenne la Chiesa cattolica a danno dell'arianesimo e
degli aderenti allo Scisma tricapitolino. Cerc e ottenne la pace
con i Bizantini, che riconobbero la sovranit longobarda su gran
parte dell'Italia, e rintuzz la ribellione del duca di Trento, Alachis,
anche se a costo di dure cessioni territoriali (il duca ottenne per s
anche il Ducato di Brescia).
Fibula longobarda, VII secolo

Regno longobardo
Alachis torn a sollevarsi, coalizzando intorno a s gli oppositori alla politica filo-cattolica dei Bavaresi, alla morte
di Pertarito, nel 688. Il suo figlio e successore Cuniperto fu inizialmente sconfitto e costretto a rifugiarsi sull'Isola
Comacina; soltanto nel 689 riusc a venire a capo della ribellione, sconfiggendo e uccidendo Alachis nella battaglia
di Coronate, presso l'Adda. La crisi derivava dalla divergenza che vedeva contrapposte le due regioni della
Langobardia Maior: da un lato le regioni occidentali (Neustria), fedeli ai sovrani Bavaresi, filo-cattoliche e
sostenitrici della politica di pacificazione con Bisanzio e Roma; dall'altra le regioni orientali (Austria), legate alla
tradizione longobarda che, dietro all'adesione a paganesimo e arianesimo, non si rassegnava a una mitigazione del
carattere guerriero del popolo. La fronda dei duchi d'Austria contestava la crescente "latinizzazione" di costumi,
pratiche di corte, diritto e religione, che accelerava la disgregazione e la perdita d'identit germanica della gente
longobarda.[18] La vittoria consent tuttavia a Cuniperto, gi da tempo associato al trono dal padre e attore non
secondario della sua politica, di proseguire nell'opera di pacificazione del regno, sempre in chiave filo-cattolica. Un
sinodo, convocato a Pavia nel 698, sanc il riassorbimento dello Scisma tricapitolino, con il ritorno degli scismatici
all'obbedienza romana.

L'VIII secolo
La crisi dinastica
La morte di Cuniperto, nel 700, segn l'apertura di una grave crisi dinastica. L'ascesa al trono del figlio minorenne di
Cuniperto, Liutperto, fu immediatamente contestata dal duca di Torino, Ragimperto, anche lui esponente del casato
Bavarese. Ragimperto sconfisse a Novara i sostenitori di Liutperto (il suo tutore Ansprando, duca di Asti, e il duca di
Bergamo, Rotarit) e, agli inizi del 701, sal al trono. Mor tuttavia dopo appena otto mesi lasciando il trono al figlio
Ariperto II; Ansprando e Rotarit reagirono immediatamente e imprigionarono Ariperto, restituendo il trono a
Liutperto. Ariperto, a sua volta, riusc a fuggire e a scontrarsi con i tutori del suo antagonista. Nel 702 li sconfisse a
Pavia, imprigion Liutperto e occup il trono. Poco dopo stronc definitivamente l'opposizione: uccise Rotarit,
soppresse il suo ducato e fece affogare Liutperto. Solo Ansprando riusc a sfuggire, rifugiandosi in Baviera. Poco pi
tardi Ariperto stronc una nuova ribellione, quella del duca del Friuli Corvolo, e pot sviluppare una politica di
pacificazione, sempre favorendo l'elemento cattolico del regno.
Nel 712 Ansprando torn in Italia con un esercito raccolto in Baviera e si scontr con Ariperto; la battaglia fu
incerta, ma il re diede prova di vilt e fu abbandonato dai suoi sostenitori.[19] Mor mentre tentava la fuga verso il
regno dei Franchi, affogato nel Ticino dove sprofond a causa del peso dell'oro che portava con s.[20] Con lui ebbe
termine la presenza della dinastia Bavarese sul trono dei Longobardi.

105

Regno longobardo

106

Liutprando: l'apogeo del regno


Per approfondire, vedi Rinascenza liutprandea.

Ansprando mor dopo appena tre mesi di regno,


lasciando il trono al figlio Liutprando. Il suo regno, il
pi lungo di tutti quelli longobardi in Italia, fu
caratterizzato dall'ammirazione quasi religiosa che
veniva tributata al re dal suo popolo, che riconosceva in
lui audacia, valentia e lungimiranza politica;[21]
Liutprando riusc a sfuggire a due attentati alla propria
vita (uno organizzato da un suo parente, Rotari) grazie
a queste doti, e diede prove non inferiori nella condotta
delle tante guerre del suo lungo regno. A questi valori
tipici della stirpe germanica Liutprando, re di una
nazione ormai in stragrande maggioranza cattolica, un
quelle di piissimus rex (nonostante avesse tentato pi
volte di impadronirsi di Roma). In due occasioni, in
Sardegna e nella regione di Arles (dove era stato
chiamato dal suo alleato Carlo Martello) si contrappose
con successo ai pirati Saraceni, accrescendo la sua
reputazione di re cristiano.
I domini longobardi alla morte di Liutprando (744)

Figure di sante nel Tempietto longobardo di Cividale


del Friuli

infine prodotto lo Stato della Chiesa.

La sua alleanza con i Franchi, coronata da una


simbolica adozione del giovane Pipino il Breve, e con
gli Avari, ai confini orientali, gli consent di avere le
mani relativamente libere nello scacchiere italiano,
anche se presto arriv a uno scontro con i Bizantini e
con il Papato. Un primo tentativo di approfittare di
un'offensiva araba contro Costantinopoli, nel 717,
riscosse scarsi risultati; per riavvicinarsi al papato
dovette quindi aspettare lo scoppio delle tensioni
causate dall'inasprirsi della tassazione bizantina e la
spedizione condotta nel 724 dall'esarca di Ravenna per
destituire il ribelle papa Gregorio II. Pi tardi sfrutt le
dispute fra il papa e Costantinopoli sull'iconoclastia
(dopo il decreto dell'imperatore Leone III di Bisanzio
del 726) per impadronirsi di molte citt dell'Esarcato e
della Pentapoli, atteggiandosi a protettore dei cattolici.
Per non inimicarsi il papa, rinunci all'occupazione del
borgo di Sutri; Liutprando restitu per la citt non
all'imperatore, ma "agli apostoli Pietro e Paolo",
secondo quanto riferisce Paolo Diacono nella sua
Historia Langobardorum.[22] Questa donazione, nota
come Donazione di Sutri, forn il precedente legale per
attribuire un potere temporale al papato, che avrebbe

Regno longobardo

107

Negli anni successivi Liutprando stipul un'alleanza con l'esarca


contro il papa, senza rinunciare a quella precedente con il papa
contro l'esarca; coron questo classico doppio gioco con
un'offensiva che port i ducati di Spoleto e di Benevento sotto la
sua autorit, riuscendo infine a negoziare una pace tra papa ed
esarca vantaggiosa per i Longobardi. Mai nessun re longobardo
aveva ottenuto simili risultati nelle guerre con le altre potenze sul
territorio italiano. Nel 732 suo nipote Ildebrando, che gli succeder
sul trono, riusc addirittura, per breve tempo, a impadronirsi di
Ravenna, da dove tuttavia fu cacciato poco dopo dai Veneziani
chiamati dal nuovo papa, Gregorio III.
Anello con sigillo, VIII secolo

Liutprando fu l'ultimo sovrano longobardo a poter contare sulla


coesione del suo regno; dopo di lui nessun re riusc a eliminare le
opposizioni e a regnare indisturbato, anzi varie defezioni dei duchi e i continui tradimenti avrebbero portato alla
sconfitta definitiva. La solidit del suo potere si fondava, oltre che sul carisma personale, anche sulla
riorganizzazione delle strutture del regno che aveva intrapreso fin dai primi anni. Rafforz la cancelleria del Palazzo
reale di Pavia e defin in modo organico le competenze territoriali (giuridiche e amministrative) di sculdasci, gastaldi
e duchi. Molto attivo fu anche nel settore legislativo: i dodici volumi di leggi da lui emanate introdussero riforme
legali ispirate al diritto romano, migliorarono l'efficienza dei tribunali, modificarono il guidrigildo e, soprattutto,
tutelarono i settori pi deboli della societ (minorenni, donne, debitori, aldii, schiavi).[23]
Gi a paritre dal VII secolo la struttura socio-economica del regno era andata progressivamente modificandosi. La
crescita demografica favor la frammentazione dei fondi, tanto che crebbe il numero dei Longobardi che cadeva in
stato di povert, come attestano le leggi mirate ad alleviare le loro difficolt; per contro, anche alcuni Romanici
cominciarono ad ascendere nella scala sociale, arricchendosi con il commercio, con l'artigianato, con le professioni
liberali o con l'acquisizione di terre che i Germani non avevano saputo amministrare proficuamente. Liutprando
intervenne anche in questo processo, riformando la struttura amministrativa del regno e liberando dagli obblighi
militari i Longobardi pi poveri[24].

Regno longobardo

Gli ultimi re
Il regno di Ildebrando dur solo pochi mesi, poi venne rovesciato
da una rivolta capeggiata dal duca Rachis. I contorni dell'episodio
non sono chiari, essendo la fondamentale testimonianza di Paolo
Diacono terminata con un panegirico in morte di Liutprando.
Ildebrando era stato consacrato re nel 737, durante una grave
malattia di Liutprando (che non grad affatto: "Non aequo animo
accepit", scrisse Paolo Diacono[25]), anche se una volta
ristabilitosi accett la scelta. Il nuovo re, quindi, almeno
inizialmente godette del sostegno della maggior parte
dell'aristocrazia, se non di quella del grande monarca. Rachis, il
duca del Friuli che sal al trono al suo posto, proveniva da una
famiglia con una lunga tradizione di ribellioni al potere centrale e
di rivalit con la famiglia reale, ma d'altro canto doveva la vita e il
titolo ducale a Liutprando, che lo aveva perdonato dopo aver
scoperto un complotto capeggiato da suo padre Pemmone.
Rachis in una miniatura
Rachis fu un sovrano debole: dovette da una parte concedere
maggior libert d'azione agli altri duchi, dall'altra prestare estrema
attenzione a non esasperare i Franchi e, soprattutto, il loro maggiordomo di palazzo e re de facto Pipino il Breve,
figlio adottivo del re di cui aveva spodestato il nipote. Non potendo fidarsi delle tradizionali strutture d'appoggio alla
monarchia longobarda, cerc sostegno presso i gasindi, cio la piccola nobilt legata al re da patti di protezione[26] e
soprattutto presso i Romanici, cio i sudditi non longobardi. Queste sue innovazioni dell'antico costume, accanto ad
atteggiamenti pubblici filo-latini (si spos con una donna romana, Tassia, e con rito romano; adott il titolo di
princeps al posto del tradizionale rex Langobardorum) gli inimicarono sempre pi la base dei Longobardi, che lo
costrinse a cercare un totale rovesciamento di fronte, con un attacco improvviso alle citt della Pentapoli. Il papa,
per, lo convinse a rinunciare all'assedio di Perugia. Dopo questo fallimento il prestigio di Rachis croll e i duchi
elessero come nuovo re suo fratello Astolfo, che gi gli era succeduto come duca a Cividale e che ora, dopo una
breve lotta, lo costrinse a rifugiarsi a Roma e infine a farsi monaco a Montecassino.

Astolfo fu espressione della corrente pi aggressiva dei duchi, che rifiutava un ruolo attivo alla componente
romanica della popolazione. Per la sua politica espansionistica per dovette riorganizzare l'esercito in modo da
includervi, seppur nella posizione subalterna di fanteria leggera, tutte le componenti etniche del regno. Ad essere
soggetti agli obblighi di leva erano tutti i liberi del regno, sia quelli di origine romanica sia quelli di origine
longobarda; le norme militari emanate da Astolfo citano pi volte i mercanti, indice di come ormai la classe fosse
divenuta rilevante.[27]

108

Regno longobardo

I domini longobardi dopo le conquiste di Astolfo (751)

Pannello dell'Altare del duca Rachis, a Cividale del


Friuli

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Inizialmente Astolfo colse notevoli successi, culminati
nella conquista di Ravenna (751); qui il re, risiedendo
nel Palazzo dell'esarca e battendo moneta di tipo
bizantino, espose il suo programma: raccogliere sotto il
suo potere tutti i Romanici fino ad allora soggetti
all'imperatore, senza necessariamente fonderli con i
Longobardi. L'Esarcato non fu omologato agli altri
possedimenti longobardi in Italia (non fu cio eretto a
ducato), ma mantenne la sua specificit come sedes
imperii: in questo modo Astolfo si proclamava erede
diretto, agli occhi dei Romanici italiani, dell'imperatore
bizantino e dell'esarca, suo rappresentante.[28] Le sue
campagne portarono i Longobardi a un dominio quasi
completo dell'Italia, con l'occupazione (750-751) anche
dell'Istria, di Ferrara, di Comacchio e di tutti i territori a
sud di Ravenna fino a Perugia. Con l'occupazione della
roccaforte di Ceccano accentu la pressione sui territori
controllati dal papa Stefano II, mentre nella
Langobardia Minor riusc a imporre il suo potere anche
a Spoleto e, indirettamente, a Benevento.
Proprio nel momento in cui Astolfo pareva ormai
avviato a vincere tutte le opposizioni sul suolo italiano,
nelle Gallie Pipino il Breve, vecchio nemico degli
usurpatori della famiglia di Liutprando, riusc a
rovesciare definitivamente la dinastia merovingia
deponendo Childerico III e divenendo re anche de jure;
decisivi furono l'appoggio del Papato, nonostante
fossero in corso anche trattative (presto fallite) tra
Astolfo e il papa, e il tentativo di indebolire Pipino
incitandogli contro il fratello Carlomanno.

A causa della minaccia che questa mossa costituiva per il nuovo re


dei Franchi, un accordo fra Pipino e Stefano II stabil, in cambio
della solenne unzione regale, la discesa in Italia dei Franchi. Nel
754 l'esercito longobardo, schierato a difesa delle Chiuse in Val di
Susa, fu sgominato dai Franchi. Astolfo, arroccato a Pavia, dovette
accettare un trattato che imponeva consegne di ostaggi e cessioni
territoriali, ma due anni dopo riprese la guerra contro il papa, che a
sua volta richiam i Franchi. Sconfitto di nuovo, Astolfo dovette
accettare patti molto pi duri: Ravenna fu restituita non ai
Bizantini ma al papa, incrementando il nucleo territoriale del
Patrimonio di San Pietro; Astolfo dovette accettare una sorta di
protettorato franco, la perdita della continuit territoriale dei suoi
domini e il pagamento di un forte indennizzo. I ducati di Spoleto e
di Benevento si affrettarono ad allearsi coi vincitori. Astolfo mor
poco dopo questa grave umiliazione, nel 756.

La cripta di Sant'Eusebio a Pavia

Regno longobardo
Il fratello Rachis usc dal monastero e tent, inizialmente con qualche successo, di ritornare sul trono. Si oppose
Desiderio, messo da Astolfo a capo del Ducato di Tuscia con sede a Lucca; non apparteneva alla dinastia friulana,
malvista dal papa e dai Franchi, e riusc ad ottenere il loro appoggio. I Longobardi gli si sottomisero per evitare
un'altra discesa dei Franchi e Rachis fu convinto dal papa a ritornare a Montecassino.
Desiderio con un'abile e discreta politica riafferm poco a poco il controllo longobardo sul territorio facendo di
nuovo leva sui Romanici, creando una rete di monasteri governati da aristocratici longobardi (sua figlia Anselperga
fu creata badessa di San Salvatore a Brescia), trattando col successore di papa Stefano II, Paolo I, e riconoscendone il
dominio nominale su molti territori in realt in suo potere, come i riconquistati ducati meridionali. Inoltre attu una
disinvolta politica matrimoniale, dando in moglie sua figlia Liutperga al duca di Baviera, Tassilone (763), avversario
storico dei Franchi e, alla morte di Pipino il Breve, facendo sposare l'altra figlia Desiderata (che nella tragedia
Adelchi Alessandro Manzoni immortal dandole il nome di Ermengarda) al futuro Carlo Magno, offrendogli un utile
appoggio nella lotta contro il fratello Carlomanno.
Nonostante le alterne fortune del potere politico centrale, l'VIII secolo rappresent l'apogeo del regno, periodo di
benessere anche economico. L'antica societ di guerrieri e sudditi si era trasformata in una vivace articolazione di
ceti e classi, con proprietari fondiari, artigiani, contadini, mercanti, giuristi; conobbero grande sviluppo, anche
economico, le abbazie, soprattutto benedettine, e si espanse l'economia monetaria, con la consuegente creazione di
un ceto bancario[29]. Dopo un primo periodo durante il quale la monetazione longobarda coniava esclusivamente
monete bizantine d'imitazione, i re di Pavia svilupparono una monetazione autonoma, aurea e argentee. Il ducato di
Benevento, il pi indipendente dei ducati, ebbe anche una propria monetazione autonoma.

La caduta del regno


Proprio quando, nel 771, Desiderio stava per cogliere i frutti della
sua abile politica riuscendo a fare accettare al nuovo papa, Stefano
III, la sua protezione, la morte di Carlomanno lasci mano libera a
Carlo Magno che, ormai saldo sul trono, ripudi la figlia di
Desiderio. L'anno successivo un nuovo papa, Adriano I, del partito
avverso a Desiderio, ne ribalt il delicato gioco di alleanze,
pretendendo la consegna dei territori mai ceduti da Desiderio e
portandolo cos a riprendere la guerra contro le citt della
Romagna. Carlo Magno, nonostante avesse appena cominciato la
campagna contro i Sassoni, venne in aiuto del papa, temendo la
conquista di Roma da parte dei Longobardi e la perdita di prestigio
Adelchi, sconfitto da Carlo Magno, opta per l'esilio
conseguente. Tra il 773 e il 774 scese in Italia - ancora una volta la
difesa delle Chiuse fu inefficace, per colpa delle divisioni fra i Longobardi[30] - e, avendo la meglio contro una dura
resistenza, conquist la capitale del regno, Pavia. Il figlio di Desiderio, Adelchi, trov rifugio presso i Bizantini;
Desiderio e la moglie furono deportati in Gallia. Carlo si fece chiamare da allora Gratia Dei rex Francorum et
Langobardorum ("Per grazia di Dio re dei Franchi e dei Longobardi"), realizzando un'unione personale dei due
regni; mantenne le Leges Langobardorum, ma riorganizz il regno sul modello franco, con conti al posto dei duchi.
Cos fin l'Italia longobarda, e nessuno pu dire se fu, per il nostro Paese, una fortuna o una disgrazia. Alboino e i suoi
successori erano stati degli scomodi padroni, pi scomodi di Teodorico, finch erano rimasti dei barbari accampati su un
territorio di conquista. Ma oramai si stavano assimilando all'Italia e avrebbero potuto trasformarla in una Nazione, come i
Franchi stavano facendo in Francia.
Ma in Francia non cera il Papa. In Italia, s.
(Indro Montanelli - Roberto Gervaso, L'Italia dei secoli bui)

110

Regno longobardo

111

Giudizi storiografici
L'et del regno longobardo stata, soprattutto in Italia, a lungo svalutata come regno delle barbarie[31] nel pieno dei
"Secoli bui". Un periodo di confusione e dispersione, segnato dalle abbandonate vestigia di un glorioso passato e
ancora in cerca di nuova identit; lo testimoniano, per esempio, i versi dell'Adelchi manzoniano:

Figura zoomorfa, lastrina dello scudo di Stabio, bronzo


dorato

Dagli atri muscosi, dai Fori cadenti,


dai boschi, dall'arse fucine stridenti,
dai solchi bagnati di servo sudor,
un volgo disperso repente si desta.
(Alessandro Manzoni, Adelchi, Coro dell'Atto Terzo.)

L'economista Giorgio Ruffolo, riprendendo il giudizio sui Longobardi di Gabriele Pepe[32], ne parla in termini assai
poco lusinghieri: Diciamo la verit: all'Italia, forse per una oscura legge di contrappasso, sono toccati, in definitiva,
i barbari meno intelligenti e pi grossolani d'Europa. Totalmente incapaci di fondersi con il popolo vinto, allevatori
di maiali e cacciatori forsennati, totalmente incapaci di lavoro produttivo, gente rozza senza idealit, senza poesia,
senza leggi, senza ricchezza, senza patria (si scannavano tra loro, tradendosi continuamente), sono stati per l'Italia
una vera maledizione. Hanno segnato il secolo pi infelice della nostra storia[33].
Sergio Rovagnati arriva a definire il perdurante pregiudizio negativo sui Longobardi una sorta di damnatio
memoriae, comune a quella spesso riservata a tutti i protagonisti delle Invasioni barbariche.[34] Gli orientamenti
storiografici pi recenti, tuttavia, hanno ampiamente rivalutato l'et longobarda della storia d'Italia. Lo storico
tedesco Jrg Jarnut ha puntualizzato[35] l'insieme degli elementi che costituiscono l'importanza storica del regno
longobardo. Alla separazione tra Langobardia Maior e Langobardia Minor risale la bipartizione storica dell'Italia che
ha, per secoli, fatto orientare il nord verso l'Europa centro-occidentale e il sud, invece, verso l'area mediterranea,
mentre il diritto longobardo condizion a lungo l'impianto giuridico italiano, tanto da non essere del tutto
abbandonato nemmeno dopo la riscoperta del diritto romano, tra XI e XII secolo. Ampio il contributo del
longobardo, lingua germanica, alla formazione della lingua italiana, che proprio nei secoli del regno longobardo
maturava il proprio distacco dal latino volgare per assumere forme autonome.
Per quanto concerne il ruolo ricoperto dai Longobardi in seno alla nascente Europa, Jarnut[36] evidenzia che, dopo il
declino del regno dei Visigoti e durante il periodo di debolezza del regno dei Franchi in epoca merovingia, Pavia era
stata sul punto di assumere una funzione guida per l'Occidente, dopo aver determinato, strappando gran parte
dell'Italia al dominio dei basileus, la definitiva linea di confine tra l'Occidente latino-germanico e l'Oriente
greco-bizantino; a spezzare bruscamente l'ascesa europea dei Longobardi intervenne per il rafforzamento del regno
franco sotto Carlo Magno, che inflisse agli ultimi sovrani longobardi le sconfitte decisive. Alla disfatta militare,

Regno longobardo

112

tuttavia, non corrispose un annullamento dell'elemento longobardo: Claudio Azzara precisa che la stessa Italia
carolingia si configur, in realt, come un'Italia longobarda, nei meccanismi costitutivi della societ e nella
cultura.[37]

Il regno longobardo nelle arti


Letteratura
Il persistente pregiudizio storiografico sui "Secoli bui" ha a lungo gettato ombre sul
regno longobardo, distogliendo l'interesse dei letterati da quel periodo storico. Poche
sono state dunque le opere letterarie ambientate nell'Italia tra VI e VIII secolo; tra queste,
eccezioni rilevanti sono quelle di Giulio Cesare Croce e Alessandro Manzoni. In epoca
pi recente al regno longobardo ha dedicato una trilogia narrativa lo scrittore friulano
Marco Salvador.
Bertoldo
La figura di Bertoldo, umile e astuto contadino originario di Retorbido e vissuto durante
Giulio Cesare Croce
il regno di Alboino (568-572), ispir numerose tradizioni orali durante tutto il Medioevo
e la prima Et moderna; a esse si ispir il letterato secentesco Giulio Cesare Croce nel suo Le sottilissime astutie di
Bertoldo (1606), al quale nel 1608 aggiunse il seguito Le piacevoli et ridicolose simplicit di Bertoldino, figlio di
Bertoldo. Nel 1620 l'abate Adriano Banchieri, poeta e compositore, elabor un ulteriore seguito: Novella di
Cacasenno, figliuolo del semplice Bertoldino. Da allora le tre opere vengono generalmente pubblicate in unico
volume, sotto il titolo di Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno.
Adelchi
Ambientata durante l'estremo scorcio del regno longobardo, la tragedia manzoniana
Adelchi narra le vicende dell'ultimo re dei Longobardi, Desiderio e dei suoi figli
Ermengarda (il cui vero nome era Desiderata) ed Adelchi: la prima sposa ripudiata di
Carlo Magno, e il secondo ultimo difensore del regno longobardo contro l'invasione
franca. Manzoni ha utilizzato il regno longobardo come scenario, adattandolo alla sua
interpretazione dei personaggi (vero centro dell'opera) e ha fornito ai Longobardi un
ruolo di precursori dell'unit e dell'indipendenza nazionale italiana, pur riprendendo
l'immagine allora dominante di un periodo di barbarie dopo gli splendori della classicit.

Cinema

Alessandro Manzoni in un
ritratto di Francesco Hayez

Ben tre sono state le pellicole ispirate dalle novelle di Croce e Banchieri e ambientate nel
periodo iniziale del regno longobardo (interpretato assai liberamente):
Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno (1936), diretto da Giorgio Simonelli;
Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno (1954), diretto da Mario Amendola e Ruggero Maccari;
Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno (1984), diretto da Mario Monicelli.
Di gran lunga pi celebre l'ultima delle tre pellicole, che vantava un cast composto, tra gli altri, da Ugo Tognazzi
(Bertoldo), Maurizio Nichetti (Bertoldino), Alberto Sordi (fra Cipolla) e Lello Arena (re Alboino).

Regno longobardo

Note
[1] Cfr. Paolo Diacono, Historia Langobardorum, IV, 37; VI, 24-26 e 52.
[2] Jrg Jarnut, Storia dei Longobardi, pagg. 48-50.
[3] O dodici anni, secondo l'Origo gentis Langobardorum e Fredegario.
[4] Jarnut, pp. 46-48.
[5] Jarnut, cit., pag. 37.
[6] Paolo Diacono, cit., III, 16.
[7] Ivi, III, 35.
[8] Jarnut, cit., pag. 44.
[9] Ibidem.
[10] Ivi, pag. 43.
[11] Paolo Diacono, cit., IV, 41.
[12] Jarnut, cit., pag. 61.
[13] Ivi, pag. 56.
[14] Paolo Diacono, cit., IV, 45.
[15] A tal proposito si ricorda la partizione che Pipino il Breve fece del suo regno tra i due figli Carlomanno e Carlo (futuro Carlo Magno), e la
divisione predisposta dallo stesso Carlo Magno in favore dei tre eredi.
[16] Jarnut, cit., pag. 59.
[17] Paolo Diacono, cit., IV, 46.
[18] Franco Cardini e Marina Montesano, Storia medievale, pag. 86.
[19] Ivi, VI, 35.
[20]
[21]
[22]
[23]
[24]
[25]
[26]
[27]
[28]
[29]
[30]
[31]
[32]
[33]
[34]
[35]
[36]
[37]

Ibidem.
Jarnut, cit. pag. 97.
Paolo Diacono, cit., VI, 49.
Jrg Jarnut, cit., pag. 82; Sergio Rovagnati, I Longobardi, pagg. 75-76.
Jarnut, pp.98-101.
Paolo Diacono, cit., VI, 55.
Leges Langobardorum, Ratchis Leges, 14, 1-3.
Jarnut, cit., pag. 111.
Ivi, pag. 112.
Jarnut, p. 102.
Ivi, pag. 125.
cfr. Claudio Azzara, L'Italia dei barbari, pag. 135.
Gabriele Pepe, Il Medio Evo barbarico d'Italia.
Giorgio Ruffolo, Quando l'Italia era una superpotenza, p. 299.
Rovagnati, cit., pag. 1.
Jarnut, cit., pagg. 135-136.
Ivi, pagg. 136-137.
Azzara, cit., pag. 138.

Bibliografia
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Germaniae Historica SS rer. Mer. I 1, Hannover 1951
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Paolo Diacono, Historia Langobardorum (Storia dei Longobardi, Lorenzo Valla/Mondadori, Milano 1992)

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Regno longobardo

Letteratura storiografica
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Giovanni Tabacco, Egemonie sociali e strutture del potere nel medioevo italiano, Torino, Einaudi, 1999. ISBN
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Voci correlate
Singoli aspetti dell'et longobarda

Arte longobarda
Duca (Longobardi)
Ducati longobardi
Sovrani longobardi
Societ longobarda

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Regno longobardo

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Il contesto storico europeo

Alto Medioevo
Esarcato d'Italia
Impero bizantino
Invasioni barbariche
Italia medievale
Migrazione longobarda
Regni latino-germanici
Stato Pontificio
Storia della Gallia tardo-antica e alto-medioevale

Collegamenti esterni
Ministero per i Beni e le attivit culturali, Italia Langobardorum. Centri di potere e di culto (568-774 d.C.),
candidatura alla Lista dei patrimoni dell'umanit Unesco, La storia del Longobardi in Italia (http://www.
beniculturali.it/pdf/2-LangobardorumSTORIA.pdf).URL consultato in data 03-10-2008..
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Portale Storia d'Italia

Fara (Longobardi)
La fara (plurale: fare in italiano, farae in latino) era l'unit fondamentale dell'organizzazione sociale e militare dei
Longobardi. Essa era costituita dall'aggregazione di un gruppo omogeneo e compatto di famiglie (originate dallo
stesso clan gentilizio) ed era in grado di organizzarsi in contingente con funzioni militari di esplorazione, di attacco e
di occupazione di territori durante le grandi migrazioni che condussero il popolo longobardo dall'area del Baltico,
alla Pannonia, fino in Italia.

La fara come struttura militare


Un orientamento storiografico tradizionale identificava la fara con gruppi famigliari estesi, ma ormai da tempo si
consolidata un'interpretazione che sottolinea maggiormente il ruolo di unit militare della fara. In accordo con
l'etimologia (si veda il tedesco fahren, andare, viaggiare), Jrg Jarnut propende per una definizione della fara come
di "associazione in marcia",[1] che includeva, accanto ai guerrieri, tutti gli affini non combattenti (donne, vecchi,
bambini, schiavi, perfino bestiame). Paolo Diacono invece parla di "farae" come stirpi o linee di discendenza.
Nella fara confluirono due strutture fondamentali della societ germanica: la Sippe (la famiglia allargata) e la
Gefolgschaft (la libera unione di guerrieri attorno a un capo). La seconda assomigliava al comitatus gi descritto da
Tacito nel I secolo. Resta difficile capire in quale misura le due componenti familiari e militari vi avessero
importanza. Durante un momento cruciale come una migrazione intuibile come il carattere di Gefolgschaft
prendesse il sopravvento. Erano Gefolgschaft i gruppi di cynocefali, cio quei guerrieri scelti che, con particolari
acconciature, cercavano di terrorizzare i nemici assomigliando a cani e lupi. Una mediazione pu essere pensata
come un gruppo di consanguinei, simili ai clan di matrice celtica, con un maggiore inquadramento militare di altre
analoghe strutture societarie di altre popolazioni germaniche.
Durante la fase nomade del popolo longobardo (II-VI secolo) infatti ai compiti militari, nella fara, si
accompagnavano quelli sociali: il gruppo doveva garantire la pace interna, assicurare il sostentamento di tutti, erigere
i ricoveri provvisori al termine degli spostamenti. A capo delle fare era posto un duca,[2] guerriero insignito di tale
dignit per i legami dinastici e per il valore militare mostrato in guerra e premiato dal sovrano. La coesione interna

Fara (Longobardi)
era assicurata dai legami famigliari che i membri di una fara ritenevano di avere gli uni con gli altri; durante il
ventennale stanziamento in Pannonia (547 circa-568), tuttavia, l'inevitabile nascita di differenze economiche
consent ai pi ricchi e potenti fra i duchi di accogliere all'interno della propria fara combattenti meno provvisti di
mezzi.
L'invasione dell'Italia, nel 568, fu organizzata da Alboino sulla base delle fare, che costituirono le unit, militari e
migratorie insieme, per mezzo delle quali i Longobardi penetrarono nella Penisola (ossia il populus congregatus in
armis).[2] Una volta giunti in un nuovo territorio, una fara veniva prescelta per essere insediata nel suo complesso in
un punto strategico, di norma appoggiandosi a strutture preesistenti. Ad esempio Gisulfo I del Friuli, il primo duca
longobardo insediatosi in Italia (e l'unico creato direttamente da Alboino), si stanzi con il suo seguito di arimanni
nella citt di Cividale (gi Forum Iulii).[2]
A conquista avvenuta, le fare conservarono ancora per alcuni anni i loro caratteri di mobilit e di provvisoriet, per
poi progressivamente evolversi in insediamenti stabili. L'autonomia di mobilit delle fare ancora ricordata dal cap.
177 dell'Editto di Rotari, che in caso di spostamento della fara da un territorio prevede la restituzione al duca delle
donazioni eventualmente fatte da questi al gruppo.[2] Esempi di costituzione spontanea di ducati ad opera delle fare
sono i ducati di Spoleto e di Benevento, isolati rispetto alla maggior parte dei ducati concentrati nel Nord Italia.[2]

La fara come struttura sociale


Il ruolo delle fare era determinante anche nel diritto longobardo. In assenza di un forte elemento statale i rapporti
giuridici infatti erano intesi come rapporti tra le fare (analogamente a quanto si verificava tra le gentes alle origini del
diritto romano, nella societ pre-civica: si veda ad esempio l'istituto della noxae deditio):[3] pertando la reazione ad
un torto subito avveniva a livello di gruppo attraverso la faida.
In seguito all'insediamento stabile, con il rafforzamento di un potere statale organizzato, la faida and cedendo il
posto alla compositio, sanzione il pi delle volte pecuniaria irrogata dall'autorit per i crimini (commessi contro
l'autorit stessa, ad esempio l'attentato alla vita del re secondo il cap. 1 dell'Editto di Rotari) o per i delitti pi gravi
(crimina atrocissima).[4]

Gli insediamenti
I luoghi dove si stabilirono le fare, ubicati spesso nelle zone di confine dell'espansione longobarda, divennero in
molti casi centri abitati permanenti dei quali rimasta traccia nella toponomastica.

La toponomastica
In Italia numerosi sono i paesi, le frazioni o le semplici localit che conservano nel proprio nome, in forme diverse,
traccia delle loro origini di fara, ovvero di antico insediamento longobardo; anche se sempre in epoca longobarda si
era diffuso il culto devozionale a santa Fara:

Fara, localit nel comune di Gallarate (Va)[]


Fara Basiliana, antico nome di Basiano (Mi)
Fara Filiorum Petri (Ch)
Fara Gera d'Adda (Bg)[]
Fara in Sabina (Ri)
Fara Novarese (No)
Fara Olivana con Sola (Bg)
Faraone, frazione di Sant'Egidio alla Vibrata (Te)
Fara San Martino (Ch)

Fara Vetula, antico nome di Fallavecchia, localit nel comune di Morimondo (Mi)[]
Fara Vicentino (Vi)

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Fara (Longobardi)

Farinate, frazione di Capralba (Cr)


Farra, gi frazione di Feltre (Bl) posta sulla strada per Pedavena, ora inglobata nella citt.[]
Farra, frazione di Mel (Bl).
Farra d'Alpago (Bl).
Farra d'Isonzo (Go).
Farra di Soligo (Tv).[]
Faruciola (piccola fara), localit nel comune di Morimondo (Mi)
Leofara, frazione di Valle Castellana (Te)
Fragneto Monforte (Fara di Gnito) (Bn)
Piana La Fara, frazione del comune di Atessa (Ch), situata in val di Sangro
Piano della Fara o anche Piano Fara, frazione del comune di Rosciano (Pe)
Faraclovus (anche Faraclonus o Faradomus), nel territorio dell'attuale comune di San Giovanni in Fiore (Cs),
dove Gioacchino da Fiore fond nel 1195 l'abbazia Florense che diede origine poi all'attuale comune.
Fara di San Giacomo Filippo (SO)[]
Foramagno di Linate (MI)[]

Note
[1]
[2]
[3]
[4]

Storia dei longobardi, pag. 45


Giovanni Diurni, Aspirazioni di giuridicit del Medioevo d'Italia, p. 60, Giappichelli, Torino, 2011.
Tra gli altri Feliciano Serrao, Diritto privato, economia e societ dell'antica Roma, vol. I, pp. 178 ss., Jovene Editore, Napoli, 2008.
Giovanni Diurni, Il Medioevo, in Alessandro Dani, Maria Rosa Di Simone, Giovanni Diurni, Marco Fioravanti, Martino Semeraro, Profilo di
storia del diritto penale dal Medioevo alla Restaurazione, pp. 1 ss., Giappichelli, Torino, 2012.

Bibliografia
Adriano Cavanna, Fara, sala, arimannia nella storia di un vico longobardo, Milano, 1967
Jrg Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino, Einaudi, 2002. ISBN 8846440854

Voci correlate
Duca (Longobardi)
Longobardi
Societ longobarda
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Societ longobarda

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Societ longobarda
La societ longobarda costitu la struttura sociale del popolo longobardo, durante la lunga fase migratoria dal basso
Elba fino all'Italia (I-VI secolo), e in seguito quella del Regno longobardo (568-774). Nel corso dei secoli, la societ
longobarda si caratterizz per continui processi di inclusione: prima, durante la fase nomade, dei vari popoli
(principalmente germanici, ma anche di altra origine linguistica) incontrati lungo la migrazione; poi, all'interno del
loro regno, con i Romanici di cultura latina.

Evoluzione storica
La fase nomade
Fin dalle fonti pi antiche, i Longobardi si sono sempre definiti gens Langobardorum: una gens, quindi, ovvero un
gruppo di individui che aveva ben chiara la consapevolezza di formare una comunit e convinto di condividere
un'ascendenza comune. Questo, tuttavia, non significava che i Longobardi fossero un gruppo etnicamente omogeneo;
durante il processo migratorio inclusero al loro interno individui isolati o frammenti di popoli incontrati durante i
loro spostamenti, soprattutto attraverso l'inserimento di guerrieri. Per accrescere il numero di uomini in armi
ricorsero spesso all'affrancamento degli schiavi, per lo pi provenienti da altri popoli. La maggior parte degli
individui via via inclusi era probabilmente composta da elementi germanici, ma non mancavano origini etniche
diverse (per esempio, Avari del ceppo turco). Durante la permanenza alle foci dell'Elba i Longobardi vennero in
contatto con altre popolazioni di Germani occidentali, quali Sassoni e Frisoni. Da queste popolazioni, che a lungo
erano state in contatto con i Celti (soprattutto i Sassoni), appresero un'organizzazione sociale in caste, raramente
presente in altre popolazioni germaniche[1].
Il processo di aggregazione con altri popoli and
intensificandosi via via che la potenza del popolo cresceva,
soprattutto a partire dagli anni dell'insediamento in
Pannonia (VI secolo). Entrare nella gens significava
condividere le aspettative di gloria guerriera e di bottino dei
Longobardi, affrancandosi dalle proprie origini sociali e
cogliendo opportunit di carriera. Dopo la decisiva vittoria
sui Gepidi (567) l'esercito longobardo, che si apprestava
ormai a invadere l'Italia, includeva certamente anche
Gepidi, Unni, Sarmati, Sassoni, Svevi e perfino Romani del
Norico e della Pannonia.
I Longobardi erano un popolo in armi guidato da
un'aristocrazia di cavalieri e da un re guerriero.
L'importanza della funzione militare per i Longobardi era
pi marcata di quella, per esempio, dei Sassoni[2]. La lancia, arma tipica dei cavalieri, era il simbolo della sua
regalit. Quando un guerriero moriva veniva tumulato con il suo equipaggiamento in sepolcreti appartati rispetto a
quelli del resto della popolazione. Il titolo non era dinastico ma elettivo. L'elezione si svolgeva nell'ambito
dell'esercito, che fungeva da assemblea; l'uomo libero, detto arimanno (cfr il tedesco Heer, esercito, e Mann, uomo),
era colui che portava le armi e formava l'esercito. L'assemblea era quindi appropriatamente detta Gairethinx
(assemblea delle lance). Alla base della piramide sociale c'erano i servi a cui venivano affidati i lavori di pastorizia e
agricoltura che vivevano in condizioni di schiavit.
Umbone longobardo

A livello inferiore si trovavano invece gli aldii, dotati di una certa autonomia in ambito economico, ma di una
limitata libert, molto pi vicini alla condizione degli schiavi rispetto a classi analoghe come i liti dei sassoni[3].

Societ longobarda

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Nonostante i tentativi di preservare incorrotta la propria specificit etnico-culturale, i Longobardi in Pannonia


subirono le prime influenze bizantine, anche attraverso i rapporti organici e diplomatici stabiliti con l'Impero. Ci
furono elementi di vera e propria integrazione nello Stato bizantino, come testimonia, a met del VI secolo, la
partecipazione di contingenti longobardi alle guerre bizantine contro Ostrogoti e Persiani. Lo status di "federati"
port anche a una maggior definizione del ruolo e dei compiti dei duchi, su ispirazione dell'articolato apparato
istituzionale bizantino.
Le fare
Per approfondire, vedi Fara (Longobardi).

Al momento dell'invasione dell'Italia, il popolo era suddiviso in varie fare, raggruppamenti familiari con funzioni
militari che ne garantivano la coesione durante i grandi spostamenti. A capo delle fare erano i duchi, che facevano da
intermediari tra il re e i liberi. A partire dal momento dell'insediamento in Pannonia (prima met del VI secolo), i
Longobardi erano entrati in diretto contatto con istituzioni romane. Le fare si insediarono sul territorio ripartendosi
tra gli insediamenti fortificati gi esistenti e abbozzarono un sistema di esazione delle imposte dalle popolazioni
romane sottomesse. Si trattava di un embrione di organizzazione territoriale che poi, una volta giunti in Italia, i
Longobardi avrebbero evoluto nella rete dei loro ducati.

L'insediamento in Italia
Giunti in Italia, i Longobardi in una prima fase respinsero ogni commistione con la massa della popolazione di
origine latina (i Romanici, secondo il lessico del tempo) e si arroccarono a difesa dei propri privilegi. Nettamente in
minoranza, coltivarono i tratti che li distinguevano sia dai loro avversari Bizantini sia dai Romanici: la lingua
germanica, la religione pagana o ariana, il monopolio del potere politico e militare. Il loro insediamento stravolse
profondamente gli assetti fondiari della penisola, poich numerosi latifondi furono confiscati per essere redistribuiti
tra i nobili e gli arimanni longobardi.
L'irruzione dei Longobardi sulla scena italiana, gi profondamente segnata dalla Guerra gotica, sconvolse i rapporti
sociali della Penisola. La maggior parte del ceto dirigente latino (i nobiles) fu uccisa o scacciata, mentre i pochi
scampati dovettero cedere ai nuovi padroni un terzo dei loro beni; il procedimento, noto come hospitalitas, non era
un'innovazione introdotta dai Longobardi, ma un modello ampiamente diffuso in et tardo-antica, che costituiva uno
schema di coesistenza sullo stesso territorio di due popolazioni che rimanevano indipendenti l'una dall'altra. I vinti
perdevano l'antico privilegio della totale esenzione fiscale, tuttavia mantenevano il diritto di propriet, sia pur
decurtata. Se il sistema socio-economico ereditato dall'Impero romano rimaneva in gran parte operante, nel VI secolo
al vertice si poneva per la ristretta aristocrazia guerriera longobarda, che ripart le terre e i raccolti tra le proprie
fare.
Anche una volta insediati in Italia, i Longobardi conservarono il valore attribuito all'assemblea del popolo in armi. Il
Gairethinx decideva l'elezione del re e deliberava sulle scelte politiche, diplomatiche, legislative e giudiziarie pi
importanti; depositaria delle Cawarfidae, le norme tradizionali del popolo, non era tuttavia tanto un'arena
pienamente democratica, assimilabile a un moderno parlamento, quanto il luogo nel quale i duchi e i capi delle fare
facevano valere la propria prominenza. Con il radicarsi dell'insediamento in Italia, il potere assunse, nelle sue varie
articolazioni, aspetti sempre pi marcatamente territoriali; le citt dove si erano insediato un duca divennero il centro
(politico, amministrativo e militare) del territorio (ducato) nel quale si erano insediate le fare che ne riconoscevano la
supremazia. Allo stesso modo, gli sculdasci governavano i centri pi piccoli, mentre i gastaldi di nomina regia
amministravano la porzione dei beni dei Longobardi assegnati, a partire dall'elezione di Autari (584) al sovrano.

Societ longobarda

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La concezione della regalit


L'approccio verso la regalit dei Longobardi si differenziava sostanzialmente da quello degli altri popoli
germanici[4], poich sul carattere sacro della figura del sovrano prevaleva la funzione come capo dell'esercito[5]. A
differenza dei Franchi, per esempio, il cui re proveniva da una stirpe divina, i re longobardi venivano scelti in
maniera "democratica" durante un'assemble di pari (il Gairethinx), che sceglieva il pi valoroso in termini di doti
militari, quale sintesi di coraggio, forza e astuzia. In Paolo Diacono si trovano vari riferimenti indiretti[6] a questo
concetto di regalit connesso al valore militare: come nel gesto di afferrare la lancia come simbolo di potere,
specialmente quando i legami di sangue vengono a mancare per la successione.
Non erano comunque estranee alla concezione dei Longobardi le idee di stirpi nobili: tra le pi importanti, i Letingi, i
Gausi, i Bavaresi e gli Arodingi. Sono per segno di altre influenze esterne, di gruppi assimilati a loro nel corso dei
secoli[7].
Ideali guerreschi e religiosit popolare
Per approfondire, vedi Culto micaelico presso i Longobardi.

Vale la pena di ricordare come la religiosit dei guerrieri longobardi si sia appropriata di San Michele Arcangelo il
guerriero di Dio, rappresentato sempre con la spada sguainata, nel quale identificavano l'antico dio pagano Odino,
adottandolo come Santo Patrono della nazione longobarda. Moltissime delle chiese costruite in territorio longobardo
portano ii suo nome, cos come molti degli insediamenti urbani di fondazione longobarda, in cima ai campanili dei
quali, anche se connessi a chiese dedicate ad altri santi svettava, e in molti casi ancora svetta, l'Angelo con la spada e
le ali semiaperte. Talvolta anemostato. Anche l'Arcibasilica Reale di Pavia, dove venivano incoronati i re longobardi
e che custodiva la Corona Ferrea gli dedicata. E importantissimo era il santuario di San Michele a Monte
Sant'Angelo sul Gargano, nel luogo dov'Egli era apparso, come pure la Sacra di San Michele, alla cui protezione era
affidato il sistema difensivo delle Chiuse (del Valico del Moncenisio) in Val di Susa, fatalmente aggirate da Carlo
Magno. Questi due santuari (il primo dei quali fa ora parte del sito seriale Longobardi in Italia: i luoghi del potere,
inserito nella Lista dei patrimoni dell'umanit dell'Unesco nel giugno 2011), erano parte di un cammino di
pellegrinaggio che si estendeva fino a Mont Saint-Michel in Normandia, tratto della Via Francigena che collegava i
tre principali luoghi dedicati all'Arcangelo. Fu infine papa Gregorio Magno, lo stesso che aveva donato a
Teodolinda, che tanto si prodig per la conversione dei longobardi, il chiodo della Vera Croce con cui fu composta la
Corona Ferrea, a ribattezzare la Mole Adriana Castel Sant'Angelo, ponendovi sopra la notissima statua nella quale
San Michele diplomaticamente rappresentato nell'atto di ringuainare la spada.

La differenziazione sociale
Una volta stabilizzata la presenza longobarda in Italia, nella struttura sociale del popolo iniziarono a manifestarsi
segnali di evoluzione, registrati soprattutto nell'Editto di Rotari. L'impronta guerriera, che portava con s elementi di
collettivismo militaresco, lasci progressivamente il passo a una societ differenziata, con una gerarchia legata anche
alla maggiore o minore ampiezza delle propriet fondiarie.
Se il VI secolo vide ancora i Longobardi come elementi sostanzialmente estranei, dal punto di vista sociale, al loro
nuovo territorio, nel VII i rapporti con i Romanici iniziarono a diventare regolari e organici. L'Editto lascia intendere
che, anzich in fortificazioni pi o meno provvisorie come quelle in cui si erano acquartierate le fare al tempo della
conquista, gi una cinquantina di anni dopo (l'Editto del 643) i Longobardi vivessero per lo pi nelle citt, nei
villaggi o - caso forse pi frequente - in fattorie indipendenti[8]. Parallelamente, da collettiva che era (assegnata alle
fare), la propriet delle terre divenne individuale, trasmessa ereditariamente e tutelata dalle leggi.
La fine del nomadismo intensific la differenziazione economica e sociale tra i Longobardi[9]. La stratificazione
sociale era riconosciuta dal sistema del guidrigildo, che calcolava l'ammontare dei risarcimenti alle persone offese
seguendo un complesso sistema di valutazione della dignit individuale delle vittime. La distinzione fondamentale,

Societ longobarda
comunque, restava quella tra i liberi (i Longobardi di ogni ceto sociale) e i non liberi; marginale, sostanzialmente, il
ruolo dei semiliberi (gli aldii). Nell'Editto di Rotari si equiparavano gli aldii e i servi ministeriales riguardo al danno
ricevuto, mentre erano considerati superiori ai servi rustici. Nel campo matrimoniale un aldio poteva sposare una
donna libera, sebbene secondo alcune determinate condizioni, mentre era proibito l'opposto, comunemente con tutte
le legislazione germaniche. L'emancipazione, comunque, era possibile e anzi con il tempo divenne un fondamentale
processo di incanalamento e di regolamentazione della mobilit sociale. Esponenti degli strati gerarchici inferiori
potevano, con atto pubblico, essere "liberati" e considerati da quel momento in poi longobardi a tutti gli effetti, quale
che fosse la loro origine etnica[10].

L'integrazione con i Romanici


I Longobardi rimasero per decenni una ristretta aristocrazia militare, che coscientemente persegu una politica di
segregazione rispetto alla stragrande maggioranza della popolazione italiana: i Romanici cattolici e per molti versi
culturalmente "superiori". Con il passare del tempo i tratti segregazionisti andarono stemperandosi, soprattutto con il
processo di conversione al cattolicesimo avviato dalla dinastia Bavarese. Il VII secolo fu segnato da questo
progressivo avvicinamento, parallelo a un pi ampio rimescolamento delle gerarchie sociali. Tra i Longobardi vi fu
chi discese fino ai gradini pi bassi della scala economico-sociale[11], mentre al tempo stesso cresceva il numero dei
Romanici capaci di conquistare posizioni di prestigio nell'ambiente dei dominatori, soprattutto tra gli esponenti del
clero. Anche il trattato di "pace eterna", siglato nel 680 tra re Pertarito e l'Impero bizantino, contribu al processo di
integrazione, togliendo ai Romanici ogni speranza di una restaurazione bizantina. A conferma della rapidit del
processo c' anche l'uso esclusivo, attestato fin dagli inizi della dominazione longobarda in Italia, della lingua latina
in ogni loro atto scritto, incluso quell'Editto di Rotari che pure era rivolto esclusivamente ai Longobardi.
Sebbene le leggi rotariane proibissero, in linea di principio, i matrimoni misti, era tuttavia possibile per un
longobardo sposare un schiava, anche romanica, a patto che fosse emancipata prima delle nozze[12]. Questa
possibilit, dettata probabilmente dalle esigenze imposte dall'esiguit numerica dei Longobardi, funzion da cavallo
di Troia per la romanizzazione dei Longobardi; gi nell'ultimo scorcio del VII secolo, sotto i re cattolici della
dinastia Bavarese, si contavano alcuni elementi di origine latina all'interno dell'esercito (ascritti quindi alla categoria
degli arimanni e soggetti al diritto longobardo).
Gli ultimi re longobardi, come Liutprando o Rachis, intensificarono gli sforzi d'integrazione, presentandosi sempre
pi come re d'Italia anzich re dei Longobardi, sebbene molto spesso rimasero profondi attriti con la nobilt di
origine romana. Il processo di spartizione delle terre e delle cariche, in linea di massima, tuttavia rimase, come
dimostra la politica seguita per le diocesi, affidate sempre a prelati germanici in netta contrapposizione con il papa di
Roma, spesso considerato troppo vicino ai bizantini.
Parallelamente all'integrazione, si verific un progressivo impoverimento di molti Longobardi: la frammentazione
ereditaria delle propriet, le donazioni a istituzioni ecclesiastiche e la cattiva gestione port, nell'VIII secolo, molti
liberi a non essere pi padroni della propria casa n della terra che lavoravano. Prendendo atto della nuova
situazione, nel 726 Liutprando esent i Longobardi pi poveri dal servizio militare, sottoponendoli per, in caso di
guerra, a corve obbligatorie. Al tempo stesso, come emerge sempre dalle novit legislative introdotte da Liutprando,
acquisirono un ruolo sempre pi rilevante nuove categorie, come quelle dei mercanti e degli artigiani; aumentarono
gli ecclesiastici di origine longobarda mentre fecero la loro ricomparsa, inoltre, professioni legate all'ambito artistico
e intellettuale. L'insieme di questi fattori port a un netto predominio della citt sulla campagna; i centri urbani
vennero abbelliti con edifici lussuosi e opere d'arte, e i loro abitanti sperimentarono una sempre pi vivace mobilit
verticale.
I Longobardi si adattarono agli usi e ai costumi della maggioranza della popolazione del loro regno. Dismisero il loro
abito tradizionale a balze variopinte per adottare quello romanico; abbandonarono l'antica rasatura della nuca (atto
dal forte valore simbolico[13]) e passarono all'uso di calzoni e gambali di panno. La lingua longobarda venne
abbandonata anche nell'uso quotidiano, anche se a favore di un latino volgare che accolse dal loro idioma germanico

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numerosi elementi; proprio a questo innesto, anzi, possibile far risalire la nascita del volgare italiano (la sua prima
attestazione, l' Indovinello veronese, risale alla fine dell'VIII secolo). Allo stesso modo, anche i nomi propri persero
connatazioni etniche e tanto quelli di origine germanica quanto quelli di origine latina venivano imposti,
indifferentemente, ai nuovi nati di una societ ormai in gran parte omogenea. Soltanto ai vertici della nobilt
longobarda si conserv una certa identit di gens (bench perfino l'ultimo re longobardo, Desiderio, avesse un nome
latino), che si sarebbe preservata ancora per decenni dopo la caduta del regno (774) e l'immissione della Langobardia
Maior nell'Impero carolingio.

Elementi di cultura materiale


La famiglia e la condizione della donna
Nell'Editto di Rotari pi di venti paragrafi regolano il diritto dei rapporti familiari, prova di una grande attenzione a
tale argomento. In particolare, venivano regolati i rapporti patrimoniali ed ereditari, soprattutto riguardo ai figli
legittimi.
Veniva riservata una rigorosa protezione alle donne non sposate di dignit libera: poich non potevano difendersi da
sole in caso di violenze, la compensazione in denaro di delitti che le riguardassero era pi elevata di quanto fosse
richiesto per un uomo in un caso omologo. Il marito non aveva potere illimitato su una donna onesta, ma poteva
ottenerlo in caso di situazioni particolari, quali l'adulterio, il disinteresse o la lontananza della famiglia della
donna[14].
Da un punto di vista patrimoniale, la donna aveva alcuni diritti. Il faderfium era una dote concessa dal padre della
donna che si sposava di entit liberamente disposta; in caso di morte del marito, se la donna tornava alla famiglia di
origine, poteva portare con s il faderfium[15]. Ma il faderfium tornava ad essere patrimonio della famiglia di origine
della donna, quindi da dividere, per esempio, con le sue sorelle in caso di morte del padre o del fratello maggiore.
Altre elargizioni restavano invece di propriet strettamente personale della donna ed erano la meta, promessa il
giorno delle nozze (una specie di dote maschile), e il morgingab o morgengabio, elargito pubblicamente il mattino
successivo alle nozze a suggellare la consumazione e la validit del matrimonio. Inizialmente pare[16] che il
morgengabio fosse corrisposto alla famiglia della donna, poi in seguito era elargito direttamente ad essa. Queste due
elargizioni, in caso di vedovanza, restavano sempre di propriet della donna, che non era tenuta a spartirle con
nessuno[17].
Per approfondire, vedi Diritto longobardo.

L'alimentazione
Tacito, nel suo saggio Germania, informa che i Longobardi erano devoti alla dea Nerthus e al culto della fertilit[18],
il che fa pensare[19] ad un'attivit agricola che affiancasse quelle tipicamente barbariche (caccia, pastorizia raccolta
di frutti spontanei). Durante l'epoca delle migrazioni comunque impensabile un'attivit agricola, infatti le analisi
sui ritrovamenti archeologici in Pannonia hanno evidenziato[20] una dieta a base di latte, burro, grasso e carne.
Anche nell'Editto di Rotari si trovano poche norme dedicate all'attivit agricola e sono per lo pi spiegate come un
adattamento alla situazione italica preesistente[21].

Societ longobarda

L'allevamento dei cavalli


Il cavallo era un animale sacro, fondamentale per le pratiche guerriere. I Longobardi nell'uso del cavallo si
distinguevano nettamente dai Germani occidentali, per la conoscenza approfondita del cavallo imparata
probabilmente dai nomadi delle steppe e dai Germani orientali[22].
L'editto di Rotari dedica ben cinque paragrafi alla tutela del cavallo, indicando anche norme per la cura dell'estetica
equina[23]. Paolo Diacono parla invece di cavalli selvatici portati in Italia con lo scopo di migliorare le razze[24].

Fonti

Paolo Diacono, Historia Langobardorum (Storia dei Longobardi, Lorenzo Valla/Mondadori, Milano 1992)
Origo gentis Langobardorum, ed. G. Waitz in Monumenta Germaniae Historica SS rer. Lang.
Leges Langobardorum (643-866), ed. F. Beyerle, Witzenhausen 1962
Tacito, De Origine et situ Germanorum, XL.

Note
[1] Cardini-Montesano, cit., pag. 82.
[2] ibidem
[3]
[4]
[5]
[6]

Franco Cardini e Marina Montesano, Storia medievale, pag. 82


Cardini-Montesano, cit., pag. 83.
Jrg Jarnut, Storia dei Longobardi, pag. 24.
Paolo Diacono sembra non considerare la monarchia come un'istituzione originaria della sua gente. Per esempio nell'episodio dei leggendari
condottieri fratelli Ibor e Aio essi vengono scelti dal popolo (Historia Langobardorum, I, 3); Lamissone invece attira le attenzioni di re
Agilmondo quando, unico neonato sopravvissuto tra sette fratelli annegati, afferra la lancia con la quale il re stava scostando i corpi (Historia
Langobardorum, I, 15); in seguito Lamissione viene eletto re per le sue doti militari (Historia Langobardorum, I, 17). Il gesto del prendere la
lancia come simbolo di passaggio al potere si trova a proposito di re Alboino. Cfr. Cardini-Montesano, cit., pag. 84.
[7] ibidem
[8] Il termine usato dall'Editto curtis, corrispondente a un territorio circoscritto, protetto e rigorosamente tutelato dal diritto; la violazione della
curtis era punita da pene severe. Nella fattoria vivevano, insieme al libero longobardo, la sua famiglia e i suoi schiavi; evidente l'affinit con
quel microcosmo politico, economico e sociale che la storiografia definisce abitualmente come sistema curtense
[9] Nel Prologo al suo Editto, Rotari fa esplicito riferimento alla sua volont di fissare norme che proteggano i Longobardi poveri dalle
prepotenze di quelli ricchi; cfr. Jarnut, cit., pag. 74.
[10] Nel suo Il longobardo, il documentato scrittore Marco Salvador si spinge perfino, nella sua invenzione letteraria ma senza per questo forzare
i termini della realt storica, a immaginare un longobardo "nero", di origine siriana
[11] Per i Longobardi di rango subordinato dell'VIII secolo stata proposta da alcuni storici la definizione di "farimanni" ("uomini di una fara"
dipendenti da un duca), per distinguerli dagli arimanni alle dirette dipendenze del re (Pierre Toubert, La libert personnelle au haut moyen ge
et le problme des arimanni, in "Le Moyen Age" 73 (1967) pp. 127-144, cit. in ). Tale definizione, tuttavia, non divenuta di uso corrente
nella letteratura storiografica.
[12] Con il tempo si sarebbe arrivati perfino alle nozze di un re longobardo, Rachis, con una nobildonna romanica, Tassia.
[13] Ancora nel 702 re Ariperto II umili il suo rivale Rotarit imponendogli una rasatura secondo l'uso romano.
[14] Cardini-Montesano, cit., pag. 84, per tutto il capoverso.
[15] Cardini-Montesano, cit, pag. 85.
[16] ibidem, il testo usa la parola "sembra".
[17] ibidem.
[18] Tacito, Germania, XL, 6
[19] Il culto della fertilit (della terra) connesso con le stagioni e le pratiche agricole, Cardini-Montesano, cit, pag. 85
[20] ibidem
[21] ibidem
[22] Per tutto il capoverso, ibidem
[23] ibidem
[24] ibidem

123

Societ longobarda

Bibliografia
Franco Cardini e Marina Montesano, Storia medievale, Firenze, Le Monnier, 2006. ISBN 8800204740
Stefano Gasparri, La cultura tradizionale dei longobardi. Struttura tribale e resistenze pagane, Spoleto, Edizioni
Centro Italiano di Studi sull'Alto Medioevo, 1983. ISBN 8879883550
Jrg Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino, Einaudi, 2002. ISBN 8846440854
Paolo Possenti, Le radici degli italiani. Vol. II: Romania e Longobardia, Milano, Effedieffe, 2001. ISBN
8885223273
Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003. ISBN 8872734843
Amelio Tagliaferri, I longobardi nella civilt e nell'economia italiana del primo medioevo, Milano, 1969.

Voci correlate

Italia medievale
Longobardi
Migrazione longobarda
Regno longobardo
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Diritto longobardo
Un diritto longobardo vero e proprio comincia a sorgere dopo l'ascesa al trono di Autari nel 584, dopo dieci anni di
anarchia durante i quali parecchi potenti longobardi avevano giurato nuovamente fedelt a Costantinopoli, in
concomitanza col programma di restaurazione del nuovo re di un potere germanico indipendente ed unitario.
Nato come diritto consuetudinario, la prima raccolta normativa di diritto longobardo venne alla luce nel 643 sotto
Rotari, il quale redasse il celebre Codice (o Editto). Particolare curioso riguardante la promulgazione di tale Editto,
fu il fatto che Rotari lo scrisse con il consenso dei primati iudices (maggiorenti) e dell'esercito vittorioso, fatto unico
e insolito della storia germanica. In seguito il corpus legislativo delle Leges Langobardorum venne raccolto nel
Liber legis Longobardorum.

La concezione longobarda del diritto


Gli istituti romanistici non crollarono sotto l'influsso del penetrante Cristianesimo, in quanto questo accett l'Impero
come un'istituzione voluta da Dio e quindi mantenne sostanzialmente l'organizzazione giuridica ed amministrativa
dei Romani.
Tali istituzioni avrebbero retto anche di fronte alle invasioni vandaliche e gotiche, ma si dissolsero dinanzi alla forza
invasiva dei Longobardi, un popolo germanico nomade che transitava da un territorio all'altro e si comportava da
padrone di quel territorio fin quando vi risiedeva. Importante studio storico di comparazione del diritto longobardo
con il diritto romano il De differentiis inter ius longobardorum et ius romanorum di Biagio da Morcone.
Le particolari figure del diritto longobardo hanno origine in questi capisaldi ideologici:
1. lo Stato l'unione di tutti gli uomini liberi e idonei alle armi, la cui volont si esprime nelle assemblee generali.
2. i membri delle famiglie, come quelli della comunit, hanno un diritto esclusivo di godimento sulle cose possedute
(corrispettivo all'obbligo di difesa del territorio), pi che un diritto di tipo proprietario (di natura dispositiva).
3. le suddivisioni amministrative tipiche dei romani (citt, municipia, vici, pagi) sono poste alla base della
formazione dei ducati longobardi.
4. la natura nomade del popolo longobardo aveva generato anche una concezione personale dell'applicabilit del
diritto: a differenza del diritto visigoto (cfr. Codice di Eurico che era un codice cd. territoriale, cio rivolto sia ai

124

Diritto longobardo

125

Goti che ai Romani), l'Editto di Rotari era personale e veniva applicato in base allappartenenza etnica, nel senso
che le norme giuridiche seguivano la popolazione nel corso dei suoi spostamenti e non tenevano conto del
contingente stanziamento geografico, tant' vero che la giustizia veniva amministrata tramite l'assemblea
(itinerante) dei guerrieri, detta gairethinx.

Diritto civile
Il mundio
Uno degli istituti pi noti del diritto civile longobardo fu il mundio. Supremo mundialdo era il re; il figlio maschio,
raggiunta l'et per portare armi, poteva uscire dalla tutela paterna e costituire unaltra famiglia. Chi invece non poteva
liberarsi dal mundio era la donna.
Da notare che, nonostante soggetta al mundio per tutta la vita, una donna poteva ereditare l'impero, perch il diritto
longobardo non riconosceva la legge salica. La donna non poteva alienare o donare alcun bene senza l'autorizzazione
del mundio. Il mundio contiene aspetti potestativi, protettivi e patrimoniali.

Il thinx
Il thinx o gairenthix un atto mortis causa, con cui si dispone del patrimonio a favore di estranei, che ricalca le
forme del testamentum per aes et libram dei Romani, effettuato mediante mancipatio. Il thinx utilizzato anche per
laffrancazione dei servi, secondo uno schema molto simile allemancipazione romana. Entrambi i casi confermano
che il thinx altro non che la germanizzazione della mancipatio.

Il launechild
Per approfondire, vedi Launegildo.

Come tutti i popoli germanici, i Longobardi non concepivano la concessione a titolo gratuito di beni o diritti n la
donazione sic et simpliciter, in quanto erano atti dispositivi che "diminuivano il patrimonio". Il launechild o
launegild (it. launegildo), istituto di diritto consuetudinario, ristabiliva una certa bilateralit nello spostamento di
ricchezze, cui dava anche una certa stabilit, e consisteva nella dazione di un oggetto come controprestazione, anche
simbolica, di una donazione.
Il launechild un'usanza che si ritrova a distanza di molti secoli (dall'Editto di Rotari) in alcuni documenti datati
intorno al 1095, dove, a fronte di un atto di liberalit, oltre ad un oggetto (generalmente un capo di vestiario), era
data anche una controprestazione in denaro.
Col tempo, il launegildo divent una forma di pagamento finalizzata a convalidare una donazione tra vivi, ma non
era previsto per le donazioni nei confronti di monasteri e abbazie.
Nelle leggi di Liutprando del 728, vi anche un elenco di oggetti che possono essere dati come launechild: cavallus
vel boves, aurum velargentum, vestimenta, aeramenta, ferramenta aut animalia minuta.

La wadia
Il wadia (lat. guadium) era una garanzia consistente nel dare in pegno i propri beni.
Secondo gli studi di G. Astuti (I contratti obbligatori nella storia del diritto italiano, I, Milano, 1952), la wadiatio
un contratto formale, o pi esattamente una forma negoziale capace di qualsiasi contenuto obbligatorio, e quindi
mezzo per attuare o rafforzare la tutela giuridica dei pi svariati rapporti.
La finalit generica era quella di impegnarsi ad assolvere agli impegni assunti; la wadia poteva perci essere:
prestata dal debitore a garanzia della sua presenza nel placito (cio in giudizio);
per assicurare l'esecuzione di atti processuali;

Diritto longobardo

126

data come garanzia di un negozio reale, a mo' di cauzione per evitare eventuali future controversie, oppure come
garanzia nel caso di differimento del pagamento del prezzo (vendita consensuale);
come garanzia della propria presenza in un futuro duello.
Il formalismo del diritto longobardo imponeva che il debitore prestasse la wadia in forma orale al fideiussore (non
gi al creditore) in presenza di testimoni. Pochissime le testimonianze di una wadia scritta su chartula, come quella
aggiunta in calce ad una chartula promissionis di prestazioni d'opera a Chiusi, risalente al 765.

Il faderfio e il morgengabio
Nel campo del diritto matrimoniale, era noto il faderfio, la cd. "dote paterna", ossia il dono nuziale che il padre dava
alla figlia in occasione delle nozze, a titolo di anticipata successione: la donna, infatti, era esclusa dall'eredit; solo in
un secondo momento il diritto longobardo la legittima ad entrare nel patrimonio ereditario qualora la donna non sia
sposata (se sposata non ne ha diritto perch ha goduto del faderfio) e non vi siano fratelli maschi.
Il morgengabio un dono fatto dallo sposo alla sposa, la mattina dopo la prima notte di nozze, come premio per
l'accertata verginit.

Diritto penale
Il guidrigildo
Per approfondire, vedi Guidrigildo.

In materia penale, i Longobardi preferivano comminare pene pecuniarie piuttosto che sanzionare i reati con la pena
capitale.
Reati gravi erano ritenuti la profanazione delle tombe, la spoliazione e l'occultamento di cadavere, l'oltraggio, lo
sbarramento della via, il disarcionamento di un cavaliere, la violenza perpetrata ai danni di una donna, l'irruzione con
la forza in casa altrui. In questi casi, il diritto longobardo prevedeva il pagamento del guidrigildo, una sorta di
compenso ritenuto idoneo a risarcire il danneggiato e i suoi parenti, commisurato a seconda del valore sociale del
danneggiato. Ad esempio, i capitoli 53, 54 e 55 dell'Editto di Rotari, cos recitavano:
52. Dei denti della mascella. Se qualcuno fa cadere ad un altro uno o pi denti della mascella, paghi per un dente una
composizione di 8 solidi.
53. Dell'orecchio tagliato. Se qualcuno taglia un orecchio ad un altro, gli paghi una composizione pari alla quarta parte del
suo valore.
54. Della ferita al volto. Se qualcuno provoca una ferita al volto ad un altro, gli paghi una composizione di 16 solidi.

La pena di morte era applicata solo per ipotesi criminose ritenute di estrema gravit: ad es. per i regicidi e chi
congiurava contro il sovrano, per sedizione e altri delitti contro la sicurezza del popolo, per tradimento e diserzione
in battaglia, e per uxoricidio (uccisione della moglie da parte del marito).
Pene severe erano previste anche per chi catturava e uccideva una donna, accusandola di stregoneria: oltre al
guidrigildo, era comminata la confisca dei beni del reo.

Diritto longobardo

127

Voci correlate
Cawarfidae
Diritto medievale
Longobardi

Bibliografia
Paolo Grossi, L'ordine giuridico medievale, Roma - Bari 1995 (prima edizione).

Collegamenti esterni

La wadia germanica [1]


Dizionario di lingua longobarda [2]
Studi medioevali [3]
Storia del diritto medievale [4]
Diritto longobardo [5] in Tesauro del Nuovo Soggettario [6]. BNCF, marzo 2013
Portale Diritto

Note
[1]
[2]
[3]
[4]
[5]
[6]

http:/ / www. viella. it/ Edizioni/ IusNos/ IusNos_31. htm


http:/ / www. nautilaus. com/ crs/ lingualongobardi. htm
http:/ / fermi. univr. it/ medioevostudiedocumenti/ castagnetti. pdf
http:/ / amscampus-giurisprudenza. cib. unibo. it/ 33/ 01/ Corso_Sarti. rtf
http:/ / thes. bncf. firenze. sbn. it/ termine. php?id=8199
http:/ / thes. bncf. firenze. sbn. it/

Portale Longobardi

Alboino

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Alboino
Alboino

Ritratto di Re Alboino, dalle Cronache di Norimberga


Re d'Italia e Re dei Longobardi
In carica

560-572

Incoronazione

circa 560

Predecessore

Audoino

Successore

Clefi

Nascita

circa 530

Morte

Verona, 28 giugno 572

Padre

Audoino

Madre

Rodelinda

Alboino (circa 530 Verona, 28 giugno 572) fu re dei Longobardi dal 560 circa e re d'Italia dal 568 al 572. Nel 568
guid il suo popolo alla conquista dell'Italia.
Alboino, il re dei Longobardi che riesce nella impresa che tutti i Germani avevano sognato farsi padrone
dell'Italia , diviene un personaggio leggendario. Esistevano diversi canti epici longobardi sulle sue imprese; Paolo
Diacono vi si ispira per numerosi episodi da lui narrati nella sua Historia Langobardorum[1].Tali tradizioni,
sovrappostesi alle cronache storiche, rendono arduo definire con precisione la reale figura del personaggio.

Biografia
I primi anni
Alboino era figlio di Audoino, reggente (540) e, successivamente re (546) dei Longobardi, e di Rodelinda.[2]
Sappiamo da Procopio che Audoino spos una principessa ostrogota, pronipote di Teodorico il Grande, re degli
Ostrogoti) e appartenente alla stirpe dei Gausi, ma ci avvenne dopo il 540, per cui improbabile che tale
principessa fosse RodelindaWikipedia:Uso delle fonti. Alboino, infatti, nacque prima, tra il 510 e il 540, in
Pannonia, dove all'epoca i Longobardi erano stanziati. Guerriero, prese certamente parte alle vicende belliche del
tempo. Paolo Diacono racconta le sue imprese in una battaglia, identificata in quella combattuta nel 551 contro i
Gepidi, in cui avrebbe ucciso Torrismondo, figlio del re Turisindo.[3] Racconta Paolo che la sera della battaglia, il
padre Audoino rifiuta di ricompensarlo con il posto d'onore al banchetto, poich secondo "il costume del suo popolo"
non poteva riconoscerne lo status in quanto non era stato armato da un principe straniero (probabile allusione alla
pratica germanica del fosterage, l'educazione di giovani di sangue reale presso un'altra famiglia). Allora Alboino con
quaranta giovani si reca dal re dei Gepidi Torisindo, di cui aveva ucciso il figlio, a chiedergli di ricevere da lui le

Alboino
armi. Ricevuto con onore, si siede al posto del giovane appena morto. Ma il rammarico del padre esplode e i principi
dei Gepidi iniziano a provocare i Longobardi; questi ultimi rispondono con alterigia e solo l'intervento del re
Torisindo riesce ad evitare che l'ospite venga ucciso nella stessa tenda del re. Torisindo alla fine del banchetto dona
ad Alboino le armi del figlio morto e lo rimanda a suo padre incolume. Cos Alboino pu a buon diritto partecipare
dei piaceri della tavola del re, mentre i Longobardi lodano la perfetta lealt del re dei Gepidi. Tale racconto deriva
certamente da una canzone epica fiorita intorno alla figura di Alboino e il suo fondamento storico va considerato con
cautela.
Sal al trono alla morte del padre, nel 560 o poco dopo, e dovette subito affrontare nuovi scontri con i Gepidi, ora
guidati da Cunimondo. Nel 565 i Gepidi, sostenuti dai bizantini (preoccupati per il potere che i Longobardi stavano
conquistando), inflissero una sconfitta ad Alboino, che l'anno successivo cerc a sua volta un'alleanza. Strinse cos
un patto con gli Avari, stanziati a est dei Gepidi. I termini dell'accordo prevedevano che, in caso di vittoria, i
Longobardi avrebbero lasciato agli Avari le terre occupate dai Gepidi in Pannonia. Nel 567 Longobardi e Avari
attaccarono contemporaneamente, da nordovest e da nordest, i Gepidi. La vittoria and ad Alboino, che uccise lo
stesso re Cunimondo. Alboino, in seguito alla sua vittoria definitiva sui Gepidi, aveva ucciso il loro re Cunimondo e
sposato sua figlia Rosmunda.[4] Del cranio di Cunimondo aveva fatto una coppa. Sul preciso significato di questa
abitudine, abbastanza diffusa fra i Germani, non vi accordo fra gli studiosi, ma si trattava ovviamente di un oggetto
potentemente simbolico.Wikipedia:Uso delle fonti
Alboino ebbe due mogli. Intorno al 555 suo padre Audoino l'aveva sposato a Clodosvinta, figlia del re dei Franchi
Clotario I;[5] sopravvissuta una lettera del vescovo Nicezio di Treviri a Clodosvinta, nella quale l'ecclesiastico
chiede alla regina di allontanare Alboino dall'eresia ariana.[6] Dopo la sconfitta dei Gepidi, probabilmente per
aggregare ai Longobardi i guerrieri superstiti di quel popolo, spos Rosmunda, figlia di Cunimondo, in base al
concetto della trasmissione del carisma regale per via femminile, accettato dalla cultura longobarda. Dalla prima
moglie ebbe una figlia, Alpsuinda, morta a Costantinopoli in data ignota.

129

Alboino

La conquista dell'Italia
La vittoria sui Gepidi rafforz il prestigio e
il potere di Alboino, ma al tempo stesso gli
cre non poche difficolt: la voglia di
bottino dei suoi guerrieri, esaltati dalle
vittorie; l'accresciuta consistenza numerica
del suo popolo, che ormai includeva una
vasta schiera di alleati e tributari (Avari e
Gepidi, ma anche Sarmati, Turingi, Rugi,
Sassoni, Alani, Eruli, Unni); la pressione
degli stessi alleati Avari. Il re usc dalla
stretta
progettando
una
nuova
migrazione-conquista: questa volta verso
l'Italia appena tornata sotto controllo
bizantino che, seppure impoverita dalla
lunga Guerra gotica, prometteva ricchezze e
preda.[7] Non da escludere che il
trasferimento in Italia fosse stato concordato
con le autorit bizantine, che avrebbero
chiesto ai Longobardi di stanziarsi in Italia
settentrionale come foederati per contenere
gli attacchi franchi.[8] La teoria, gi avanzata
in passato, stata ripresa di recente, per
I domini longobardi alla morte di Alboino (572)
esempio da Neil Christie e da Werner Pohl,
pur essendo una congettura non supportata
dalle fonti. Per garantirsi le spalle, Alboino strinse un nuovo accordo con gli Avari offrendo loro le terre fin l
occupate in Pannonia; tuttavia, se l'invasione fosse fallita, i Longobardi avrebbero riottenuto la Pannonia.[9]
Stretta l'alleanza, Alboino convoc per il giorno di Pasqua del 568 l'assemblea del popolo in armi, che deliber la
partenza. Nel maggio dello stesso anno la massa part, composta da centomila-centocinquantamila persone (le stime
sono molto incerte); i guerrieri erano una minoranza (circa 30000), perch il grosso era costituito dalle loro famiglie;
alla spedizione parteciparono anche guerrieri sassoni.[10] Pi che strettamente militare, l'esodo aveva quindi
caratteristiche migratorie, con masserizie e mandrie di bestiame al seguito.
Il percorso seguito dall'orda incerto, ma probabilmente sfrutt le strade romane che dalla Pannonia la port a
varcare l'Isonzo. Una leggenda narra che, prima di entrare in Italia, Alboino sal su un monte, il Matajur, che da lui
avrebbe preso il nome ("Monte Re").[11] Il monte si trova sulla valle del fiume Natisone, tuttavia pi probabile che
i Longobardi abbiano percorso la comoda strada romana che da Emona (l'odierna Lubiana) scendeva ad Aquileia,
lungo la valle del fiume Vipacco.
I Bizantini non offrirono resistenza, rinchiudendosi nelle loro citt fortificate, il che potrebbe avvalorare la teoria di
un trasferimento concordato, anche se pu spiegarsi altrimenti con la tattica usuale dell'esercito bizantino, che,
piuttosto che affrontare l'invasore in una battaglia con il rischio di farsi annientare l'esercito, preferiva attendere che
l'invasore si ritirasse con il bottino, cosa che i Longobardi non fecero, occupando invece permanentemente le terre
invase.[8] La prima citt di rilievo a cadere nelle mani di Alboino, all'inizio del 569, fu Forum Iulii (Cividale del
Friuli), che il re assegn al nipote Gisulfo, che divenne cos il primo duca di Cividale con il compito di difendere
l'avanzata longobarda da eventuali attacchi da est e di garantire una via di fuga.[12]

130

Alboino
La conquista delle principali citt dell'Italia nordorientale procedette con rapidit nell'estate-autunno 569; caddero
Aquileia, Vicenza e Verona, dove Alboino stabil il suo primo quartier generale.[13] La presa di Milano, il 3
settembre[14], concluse la migrazione. I Longobardi si erano stanziati nella fascia pedemontana fra le Alpi e il Po,
quasi a protezione del resto della penisola, ancora sotto governo bizantino. Paolo Diacono riferisce che solo Pavia si
oppose ai nuovi venuti. L'assedio della citt sul Ticino si sarebbe protratto per tre anni.[15] Lo storico Aldo Settia ha
peraltro messo in dubbio la realt storica di tale assedio.[16]

La morte
Narra Paolo Diacono, nel secondo libro della sua
Historia Langobardorum, che Alboino fu ucciso in
seguito ad una congiura organizzata dalla moglie
Rosmunda e da un nobile del suo seguito, Elmichi.
Riferisce Paolo Diacono[17] che Alboino, ormai
saldamente re d'Italia, durante un banchetto a
Verona offr il teschio del suocero alla moglie,
perch vi bevesse. Anche qui possibile
interpretare il gesto in modo simbolico (alcuni vi
riconoscono addirittura una sorta di gesto di
pacificazione), ma gi per Paolo, che scrive circa
duecento anni dopo i fatti, si trattava solo di una
terribile
provocazione,
forse
causata
dall'ubriachezza del re. La regina decise di
vendicarsi dell'affronto e si accord col suo
L'assassinio di Alboino, re dei Longobardi di Charles Landseer (1856)
(probabile) amante Elmichi, fratello di latte di
Alboino, e Peredeo, fortissimo guerriero gepido,
forse appartenente al seguito di Rosmunda. Paolo, che guarda Peredeo con simpatia, riferisce che, per coinvolgerlo
nonostante il suo rifiuto, Rosmunda con un inganno lo attir nel suo letto e lo ricatt con la minaccia di denunciarlo
al re. Organizzata cos la congiura, Rosmunda leg la spada di Alboino alla testata del letto, in modo che il re non
potesse sfoderarla, e introdusse l'assassino, Elmichi secondo alcuni, Peredeo secondo altri, nella camera. Alboino,
afferrato uno sgabello, si difese come gli fu possibile prima di soccombere. I congiurati, che si aspettavano di
mantenere il potere nelle loro mani, furono costretti a fuggire dalla furiosa opposizione dei Longobardi, fedelissimi
al grande condottiero, e fuggirono a Ravenna col tesoro del re. Poco dopo, in mezzo alle manovre del prefetto di
Ravenna, Longino, che cerc di sfruttarli come elemento di divisione tra gli invasori, tutti e tre i congiurati trovarono
la morte, in circostanze che Paolo Diacono riferisce in forma epicamente romanzata.[18]
Il racconto deriva da una saga epica, ancora diffusa ai tempi di Paolo Diacono e ripresa anche da Agnello Ravennate.
Pi prosaicamente, dietro alla leggenda Jrg Jarnut legge l'episodio come un tentativo di usurpazione da parte di
Elmichi, appoggiato dalla regina, da alcuni guerrieri longobardi e gepidi aggregati all'esercito e appoggiato da
Bisanzio. Il tentativo fall per la resistenza della maggior parte del popolo longobardo; Rosmunda fugg con Elmichi
e la figlia di Alboino, Alpsuinda, a Ravenna e i Longobardi elessero re Clefi. L'ipotesi plausibile, ma lo
altrettanto quella di una morte naturale di Alboino. Secondo una prassi che si ripeter ancora con Teodolinda e con
Gundeperga, la regina vedova sceglieva il nuovo re, con l'assenso dell'aristocrazia, e lo legittimava sposandolo. La
scelta di Elmichi, sostenuta, forse, solo dai Gepidi e dalla fazione favorevole a un accordo con i bizantini, non
incontr il consenso generale. Un'assemblea dei guerrieri fu radunata a Pavia e fu contrapposto Clefi ad Elmichi.
Dopo la vittoria di Clefi, fu elaborata la saga poetica per condannare la memoria di Rosmunda.Wikipedia:Uso delle
fonti

131

Alboino

132

Alboino nelle arti


Alboino e Rosmunda furono usati come personaggi pi
volte nella letteratura italiana: in una tragedia di
Giovanni Rucellai ( "Rosmunda" 1516), in una tragedia
di Vittorio Alfieri (Rosmunda, 1783), in una commedia
di Sem Benelli del 1911 (anch'essa dal titolo
Rosmunda) e in una parodia giovanile di Achille
Campanile, che fece entrare nel linguaggio corrente la
frase: Bevi Rosmunda dal teschio di tuo padre!, ripresa
pi volte da canzoni e parodie.
Arena nel ruolo del re Alboino in Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno

Percorso contrario ebbero gli scritti su Bertoldo,


(1984)
Bertoldino e Cacasenno di Giulio Cesare Croce, che
nel XVI secolo ambient le sue narrazioni alla corte di re Alboino a Verona, riprendendo scritti e canzoni popolari
che ambientavano la vicenda tanto a Pavia quanto a Verona. Molte delle vicende del personaggio daranno spunto
alla realizzazione di tre film che s'ispirano alla avventure scritte da Croce: il film del 1936, al secondo del 1954 e
all'ultimo pi conosciuto del 1984, diretto da Mario Monicelli.
L'episodio della congiura ispir anche almeno un film, diretto nel 1961 da Carlo Campogalliani: Rosmunda e
Alboino.[19]

Note
[1] Cfr. I, 23, 24, 27; II, 28.
[2] Origo gentis langobardis, 5; Paolo Diacono, I,23 e I,27.
[3] Paolo Diacono, I,23-24.
[4] Paolo Diacono, I,27.
[5] Gregorio di Tours, IV,41; Paolo Diacono, I,27.
[6] Ep. Austr.,8. (Monumenta Germaniae Historica, Epp. III, p. 119.)
[7] Mario Aventicense, anno 569; Gregorio di Tours, IV,41; Origo Gentis Langobardorum, 5.
[8] Ravegnani, I Bizantini in Italia, p. 73.
[9] Paolo Diacono, II,7.
[10] Paolo Diacono, II,6.
[11] Paolo Diacono, II,8.
[12] Paolo Diacono, II,9.
[13] Paolo Diacono, II,14.
[14] Paolo Diacono, II,25.
[15] Paolo Diacono, II,26-27.
[16] Aldo Settia, "Aureliano Imperatore e il cavallo di re Alboino", "Bollettino della Societ Pavese di Storia Patria", Anno C, 2000.
[17] Historia Langobardorum, II, 28.
[18] Paolo Diacono, II,29-30.
[19] Scheda del film Rosmunda e Alboino su mymovies.it (http:/ / www. mymovies. it/ dizionario/ recensione. asp?id=21236)

Alboino

133

Bibliografia
Fonti primarie

Paolo Diacono, Historia Langobardorum (Storia dei Longobardi, Lorenzo Valla/Mondadori, Milano, 1992)
Origo gentis Langobardorum, ed. G. Waitz in Monumenta Germaniae Historica SS rer. Lang.
Gregorio di Tours, Historia Francorum
Mario Aventicense, Cronaca

Letteratura storiografica
Jrg Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino, Einaudi, 2002, ISBN 8846440854
Alberto Magnani, "Re Alboino fuori dalla leggenda", "Bollettino della Societ Pavese di Storia Patria", Anno CX,
2010.
Walter Pohl, "Le origini etniche dell'Europa", Roma, Viella, 2000.
Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003
Aldo Settia, "Aureliano Imperatore e il cavallo di re Alboino", "Bollettino della Societ Pavese di Storia Patria",
Anno C, 2000.

Altri progetti

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Predecessore

Re dei Longobardi

Successore

Audoino

560 circa - 572

Clefi

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Teia (fino al 553)

568 - 572

Clefi

Controllo di autorit VIAF: 80322103 (http:/ / viaf. org/ viaf/ 80322103) LCCN: no94016040 (http:/ / id. loc. gov/
authorities/names/no94016040)
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Clefi

134

Clefi
Clefi (... 574) fu re dei Longobardi e re d'Italia dal 572 al 574.
Dopo la morte di Alboino, ucciso nel 572 nella congiura ordita dalla moglie Rosmunda, i trentacinque duchi
longobardi riuniti a Pavia, appena conquistata ed elevata a capitale del regno longobardo, elessero Clefi come suo
successore, secondo re longobardo d'Italia. La sua ascesa al trono segn l'interruzione della dinastia dei Gausi,
poich Clefi apparteneva alla stirpe dei Beleos.
Clefi estese le conquiste longobarde a nuovi territori continuando l'avanzata di Alboino con la conquista della Tuscia
e cingendo d'assedio Ravenna. Perseguit i nobili romani e bizantini nel tentativo di continuare coerentemente la
politica di Alboino che mirava a spezzare gli istituti giuridico-amministrativi gi consolidati durante il precedente
dominio ostrogoto e bizantino, eliminando buona parte dellaristocrazia latina, occupandone le terre e acquisendone i
patrimoni.
Il suo regno dur poco, appena 18 mesi: nel 574 fu sgozzato con una spada da una guardia del corpo, assieme alla
moglie Masane, secondo quanto riporta Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum (libro II, capitolo 31).
L'aggressione al re fu guidata da alcuni duchi o forse dall'esarca di Ravenna. In seguito alla sua morte, i Longobardi
rinunciarono all'elezione di un successore e si costituirono in 36 ducati separati, sostanzialmente indipendenti tra loro
(Periodo dei Duchi).

Bibliografia

Paolo Diacono, Historia Langobardorum (Storia dei Longobardi, Lorenzo Valla/Mondadori, Milano 1992)
Origo gentis Langobardorum, ed. G. Waitz in Monumenta Germaniae Historica SS rer. Lang.
Jrg Jarnut. Storia dei Longobardi. Torino, Einaudi, 2002. ISBN 8846440854
Sergio Rovagnati, I Longobardi (Milano, Xenia 2003)
Predecessore

Re dei Longobardi

Successore

Alboino

572 - 574

Autari (dal 584)

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Alboino

572 - 574

Autari (dal 584)

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Autari

135

Autari
(LA)
Erat hoc mirabile in regno Langobardorum: nulla erat
violentia, nullae struebantur insidiae; nemo aliquem
iniuste angariabat, nemo spoliabat; non erant furta, non
latrocinia; unusquisque quo libebat securus sine timore

(IT)
C'era questo di meraviglioso nel regno dei Longobardi: non
c'erano violenze, non si tramavano insidie; nessuno opprimeva
gli altri ingiustamente, nessuno depredava; non c'erano furti,
non c'erano rapine; ognuno andava dove voleva, sicuro e senza
alcun timore

(Paolo Diacono, Historia Langobardorum, III, 16)

Autari (... 5 settembre 590) fu re dei Longobardi e re d'Italia dal 584


al 590.

L'elezione e la politica
Figlio di Clefi, il sovrano ucciso nel 574 e al quale i duchi longobardi
per un decennio non diedero un successore (Periodo dei Duchi), Autari
fu eletto re dagli stessi duchi nel 584, quando si resero conto che
l'assenza di un potere centrale minacciava l'esistenza stessa del popolo
longobardo nell'Italia recentemente conquistata. Autari ascese al trono
in un contesto di forte frammentazione del dominio longobardo,
sottoposto alla duplice pressione dei Franchi e dei Bizantini, eppure
ottenne un deciso sostegno dai duchi, che gli assegnarono un tesoro
pari alla met dei propri beni.
Autari in una miniatura delle Cronache di

Autari promosse l'evoluzione del proprio popolo da insieme


Norimberga
scoordinato di unit militari a stirpe unitaria, in grado di generare un
vero e proprio Stato; in questo sforzo, si attribu il titolo di Flavio, riferendosi a una tradizione che risaliva a Odoacre
e a Teodorico il Grande. Si tratt di una precisa scelta politica, volta ad affermare la legittimit del potere longobardo
non solo sulla propria stirpe, ma sulla totalit della popolazione italica, in larga maggioranza di stirpe latina,
richiamandosi esplicitamente (in chiave anti-bizantina) all'eredit dell'Impero Romano d'Occidente.
In tal senso, Autari, bench seguace dell'interpretazione del Cristianesimo data da Ario, e condannata come eretica,
cerc cautamente di avvicinarsi alla fede cattolica, professata dalla popolazione romano-italica. Gregorio Magno
(Registrum Epistolarum, VII, 23) riferisce dell'invio di una reliquia in dono a papa Pelagio II. Le ostilit con i
Franchi e con l'Impero Bizantino - le due maggiori potenze cattoliche del tempo - finirono per con l'indurlo a
misure in chiave anticattolica, con la proibizione dei battesimi secondo il rito romano.
Per stabilizzare il dominio longobardo, sostitu all'hospitalitas vigente durante il Periodo dei duchi (la cessione,
arbitrariamente manipolabile, ai Longobardi di un terzo dei prodotti del suolo) un sistema pi definito, con una
divisione dei latini in scaglioni di ricchezza, dai quali dipendevano le imposte da versare ai dominatori che
assicuravano la sicurezza militare. Il sistema colp duramente l'aristocrazia latifondista latina, ma rappresent un
fattore di stabilit per la massa della popolazione e per l'equilibrio complessivo del regno.
Paolo Diacono, nella sua Historia Langobardorum (libro III, capitolo 16), narra di un episodio dalla significativa,
doppia simbologia: arrivato nei pressi dell'attuale Reggio Calabria Autari tocc con una lancia una colonna immersa
nell'acqua a pochi metri dalla riva, segnando i confini del regno dei Longobardi e confermando la diffidenza per il
mare che ha percorso la loro storia. L'episodio, del tutto leggendario, esprime l'aspirazione dei Longobardi a
estendere i propri domini su tutta la penisola.

Autari

Le guerre con i Franchi


Tenendo fede al motivo per cui era stato eletto re dopo il Periodo dei duchi, contrast sia i Franchi sia i Bizantini e
ne spezz la coalizione. Nel 585 respinse un attacco dei Franchi d'Austrasia, inducendo i Bizantini a concludere, per
la prima volta, una tregua. Allo scadere dell'armistizio, Autari conquist l'ultimo bastione bizantino sulle Alpi, l'Isola
Comacina nel lago di Como.
Anche i Franchi si rassegnarono a cercare un accordo, tanto che si arriv a un fidanzamento tra lo stesso Autari e
Clodosvinta, sorella del re dei Franchi Childeberto II. Ma la regina madre dei Franchi, Brunechilde, si oppose al
matrimonio, con la scusa che una cattolica non poteva sposare un ariano. Il suo rifiuto pu essere interpretato in
vario modo: forse si era determinato un nuovo equilibrio alla corte franca, meno propenso alla pace con i
Longobardi, oppure Brunechilde riteneva pi vantaggioso far sposare la figlia con Recaredo Re dei Visigoti; n si
possono escludere pressioni da parte di Papa Pelagio II.
Nel 588 Autari respinse un nuovo attacco franco e rivolse la sua politica verso un accordo con i Bavari, a loro volta
nemici dei Franchi, fidanzandosi in quello stesso anno con la principessa Teodolinda. Nel 590 si rinnov l'alleanza
fra Franchi e Bizantini che, complice un accordo tra i Franchi e numerosi duchi longobardi (quelli di Bergamo,
Treviso, Parma, Reggio Emilia e Piacenza), condusse i Longobardi alla perdita di tutta l'Emilia. Autari fu costretto a
trincerasi a Pavia, mentre Childeberto spezz in due parti il regno longobardo, occupando Verona ed infilandosi
nella Valle dell'Adige fin oltre Trento.
Autari riusc tuttavia a risollevarsi da questa difficile situazione, aiutato anche dalle difficolt causate ai Franchi dal
caldo, dalle epidemie e dalla mancanza di disciplina. A Salorno un'esondazione dell'Adige quasi travolse l'esercito
franco e Autari sconfisse ad Asti una colonna dell'esercito dei Franchi. Childelberto, provato e deluso, si accord con
Autari e ripass le Alpi. Autari mor improvvisamente il 5 settembre di quello stesso 590, avvelenato, secondo
quanto scrive Paolo Diacono. Il Re potrebbe per essere morto in seguito all'epidemia che infieriva nella Valle
Padana.

136

Autari

137

Il matrimonio con Teodolinda


Nel 589 Autari spos Teodolinda, figlia del duca
baiuvaro Garibaldo, rinforzando cos un'alleanza gi
esistente: Teodolinda discendeva dai Longobardi per
via materna, essendo figlia di Valderada, a sua volta
figlia di Vacone. In questo modo, sul trono longobardo
ritornava il "carisma" della stirpe regia dei Letingi,
rafforzando sensibilmente la legittimit del regno di
Autari.
Il matrimonio si celebr a Verona il 15 maggio 589,
presso il campo di Sardi, rinsaldando l'alleanza con i
Baiuvari e fissando il confine fra gli alleati a Salorno,
localit che oggi segna il confine tra il Trentino
italofono e l'Alto Adige a maggioranza germanofona
(ma al tempo la germanizzazione dell'Alto Adige era
ancora da compiersi, il territorio era abitato per lo pi
da genti di etnia reto-romanza, gli antenati degli attuali
ladini). Il fratello di Teodolinda, Gundoaldo, fu
nominato duca di Asti. Una sorella, di cui non
conosciamo il nome, spos invece (o aveva gi sposato
in precedenza) il duca di Trento Ewin.
La Basilica autarena di Fara Gera d'Adda (Bergamo)

Nell'ottobre di quell'anno Autari assistette nella basilica


di San Zeno, sempre a Verona, a uno dei miracoli del
santo. L'episodio, descritto da Paolo Diacono, da ricollegarsi agli atteggiamenti filocattolici perseguiti dal Re.
Alcuni autori sostengono che dal matrimonio di Autari e Teodolinda nacque Gundeperga, ma l'opinione prevalente
che quest'ultima fosse figlia del successivo marito di Teodolinda, Agilulfo.

Bibliografia

Paolo Diacono, Historia Langobardorum (Storia dei Longobardi, Lorenzo Valla/Mondadori, Milano 1992)
Felice Bonalumi, Teodolinda. Una regina per l'Europa (Torino, San Paolo 2006)
Jrg Jarnut. Storia dei Longobardi. Torino, Einaudi, 2002. ISBN 88-464-4085-4
Alberto Magnani-Yolanda Godoy, "Teodolinda la Longobarda", Milano, Jaca Book, 1998, pp. 31-37.
Sergio Rovagnati, I Longobardi (Milano, Xenia 2003)
Predecessore

Re dei Longobardi

Successore

Clefi (fino al 574)

584 - 590

Agilulfo

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Clefi (fino al 574)

584 - 590

Agilulfo

Controllo di autorit VIAF: 90823517 [1]


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Autari

138

Note
[1] http:/ / viaf. org/ viaf/ 90823517

Agilulfo
Agilulfo (... Milano, 616) fu re dei Longobardi e re d'Italia dal 591 al
616.

Agilulfo in una miniatura delle Cronache di


Norimberga

L'ascesa al trono
Agilulfo, lontano parente del suo predecessore Autari, era di
origine turingia e apparteneva al clan degli Anawas. Paolo
Diacono nella sua Historia Langobardorum[1] descrive in forma
romanzesca l'investitura di Agilulfo. Nell'autunno del 590, poco
dopo la morte improvvisa di Autari, i duchi longobardi diedero
alla regina Teodolinda, rimasta vedova dopo poco pi di un anno
dalle nozze con Autari, il mandato di scegliere il nuovo re.
Agilulfo, allora duca di Torino, and a rendere omaggio alla
regina e ne baci la mano in segno di rispetto. Teodolinda gli
La Corona Ferrea, VI secolo, Monza, Duomo
chiese il motivo per cui lui le baciasse la mano, quando aveva il
diritto di baciarle la bocca. In questo modo, lo invest del diritto di essere re e contestualmente suo sposo. Si
sposarono nel novembre di quello stesso 590.
Pi verosimilmente, l'intera operazione fu orchestrata dallo stesso Agilulfo, che nel maggio dell'anno successivo 591
ottenne l'investitura ufficiale da parte del suo popolo, riunito a Milano (proprio Milano sar, insieme con la residenza
estiva di Monza, la nuova capitale di Agilulfo e Teodolinda, al posto di Pavia).
In ogni caso, fu di primissimo piano l'influenza esercitata dalla moglie nella politica del nuovo sovrano, tanto che
generalmente gli storici attribuiscono a entrambi le decisioni principali del loro lungo regno. Il matrimonio con
Teodolinda rappresent per Agilulfo, anche a prescindere dal "romanzo", un forte fattore di legittimazione, e non

Agilulfo

139

soltanto perch si trattava gi della regina. Teodolinda, infatti, era figlia del duca dei Bavari Garibaldo e, soprattutto,
discendeva per parte di madre dal re longobardo Vacone, appartenuto alla prestigiosa dinastia dei Letingi.
Alcuni duchi, soprattutto tra quelli che nel 590 avevano disertato il campo longobardo per unirsi a Franchi e
Bizantini, non lo accettarono subito come re, ed Agilulfo fu costretto a conquistarsi con le armi la fedelt. La
ribellione di alcuni duchi, tra i quali spiccava Gaidulfo di Bergamo dur fino al 594, quando Agilulfo sconfisse e
condann al patibolo come traditori molti dei duchi ribelli.

La politica
Agilulfo prosegu le linee guida politiche del
suo predecessore, Autari. Per liberarsi del
pericolo di una guerra da combattere su due
fronti, contro i Franchi e contro i Bizantini,
concluse una pace con i Franchi di Austrasia
che, in cambio della sicurezza del confine
nord-occidentale, impose ai Longobardi una
sudditanza e un tributo ai vicini. A met
degli anni novanta Agilulfo concluse anche
un'alleanza con gli Avari, garantendosi il
confine orientale.
La sicurezza esterna consent ad Agilulfo di
riprendere in forze la pressione contro i
Bizantini, impegnati in quegli anni anche
contro i Persiani. Tra il 590 e il 603 si
registr una decisa avanzata longobarda
nella Penisola, nonostante le tregue
ripetutamente firmate con i Bizantini a
partire dal 598, quando, con la sostituzione
dell'esarca di Ravenna Romano con il pi
politico Callinico, nacque un accordo a tre
(che includeva anche papa Gregorio Magno)
I domini longobardi dopo le conquiste di Agilulfo
per un equilibrio nel centro-nord Italia. Al
sud, invece, furono anni di notevoli
progressi militari, guidati dai duchi Arechi di Benevento e Ariulfo di Spoleto. Agilulfo stesso procedette alla
riconquista di Parma e Piacenza e arriv, nel 593, a minacciare la stessa Roma. Papa Gregorio I, per evitare il sacco
della citt, nel 593, dovette versare ad Agilulfo, Re dei Longobardi e Capo della Chiesa Cristiano Ariana, 500 libbre
d'oro. [2].
Nel 601-602 la tregua fu spezzata e alcuni duchi del nord si ribellarono al re. Spalleggiati dai Bizantini, a Parma
fecero prigionieri il duca Godescalco e sua moglie, figlia di Agilulfo. La reazione di Agilulfo fu durissima; sconfisse
e uccise i ribelli e successivamente conquist, per la prima volta per i Longobardi, Padova. Successivamente entr a
Este, Abano e Monselice, territori soggetti a Ravenna ma con forte autonomia, e infine a Cremona e Mantova. I
Bizantini furono costretti, nel 603, a restituire i prigionieri e a chiedere una nuova tregua.
Rafforzato ulteriormente da tanti successi, nel 604 si associ al trono il figlio Adaloaldo, di appena due anni. La
cerimonia si svolse con un rito di ispirazione bizantina, a esplicito rafforzamento dell'intento di Agilulfo di
presentarsi come re di tutta l'Italia e non solo dei Longobardi: scelse per questo l'antica metropoli di Milano tanto per
l'incoronazione quanto come sua capitale (la residenza estiva era nella vicina Monza) e si design, secondo quanto

Agilulfo
iscritto su una corona votiva, Gratia Dei rex totius Italiae. Accanto alla rivendicazione dell'unit tra Longobardi e
Latini, per la prima volta nella storia longobarda compariva un riferimento alla volont divina nella legittimazione
del re.
Negli ultimi anni di regno prosegu l'opera di integrazione tra le due stirpi sotto il suo scettro e rafforz la sicurezza
dei confini rinnovando i trattati con Franchi e Avari. Con l'appoggio di questi ultimi stronc la ribellione del duca del
Friuli, Gisulfo II.
Agilulfo mor a Milano nel 616, dopo 25 anni di regno, primo re longobardo in Italia a morire di morte naturale.

I rapporti con il papato


Sotto l'influsso della cattolica Teodolinda, Agilulfo inizi la conversione al cattolicesimo dei Longobardi e lavor
per la ricomposizione dello Scisma tricapitolino che coinvolgeva le diocesi di Milano e Aquileia. La correzione dei
rapporti col papato port alla restituzione dei beni ecclesiastici espropriati confermando l'inizio della integrazione
religiosa e politica.
L'inizio del regno coincise con il consolidarsi dell'eresia. Il vescovo di Milano, fedele a Roma era ospite a Genova, e
alla corte di Monza assunse il ruolo di figura di riferimento della Chiesa presso i Longobardi Secondo di Non.
Appartiene a Secondo di Non un documento, che fu fonte di Paolo Diacono per la sua Historia Langobardorum, che
risulta essere il pi vecchio scritto dell'era longobarda: la Historiola de Langobardorum gestis. Dal punto di vista
religioso, all'epoca tra i Longobardi si contavano cattolici, tricapitolini, ariani e pagani.
Risale a di quel periodo uno scambio di lettere fra Gregorio Magno e Teodolinda, che costruirono un fruttuoso
rapporto. Nel 594, a Roma, il papa incontr il re che prefer accordarsi al posto di tentare la conquista della citt. Il
contatto con il papa port anche ad un accordo di tregua con Ravenna, accordo annuo rinnovato pi volte. Gregorio
Magno, in cambio, ebbe riconosciuta la totale indipendenza di Roma.

140

Agilulfo

141

Un passo decisivo verso la riunificazione religiosa del suo regno,


decisivo elemento di coesione politica, fu compiuto da Agilulfo nel
603, quando fece battezzare con rito cattolico il figlio ed erede
Adaloaldo. Agilulfo tuttavia non si convert, temendo di indispettire i
guerrieri del suo popolo, ancora in maggior parte ariani e pagani.
Alla fine del suo regno prese sotto la sua protezione l'abate
Colombano e gli concesse dei terreni per costruire una abbazia, sugli
Appennini; l'Abbazia di Bobbio venne fondata nel 614.

La Croce di Agilulfo, Monza, Museo del Duomo

L'arte nell'et di Agilulfo e Teodolinda


Per approfondire, vedi Oreficeria longobarda.

Con Agilulfo e Teodolinda vi furono interessanti produzioni artistiche, sia coeve sia successive e legate ai loro
personaggi.
Il nome di Agilulfo legato ad un gioiello detto Croce di Agilulfo. La croce votiva era probabilmente appesa al
centro della sua corona regale. a forma di croce latina, con i bracci che si intersecano nelle reciproche met. I
bracci sono svasati verso le estremit, in oro tempestato di pietre preziose.
I Longobardi, come tutte le popolazioni barbariche, raramente raffiguravano figure umane o animali. Un'eccezione
data dalla Chioccia con i pulcini, scultura in argento dorato e lavorata a sbalzo, raffigurante una chioccia con i suoi
sette pulcini. Le otto piccole sculture sono poste su di un piatto base di rame che sostituisce l'originale che era in
argento. Fu probabilmente fatto eseguire da Teodolinda, ed riprodotto nella lunetta del Duomo di Monza come uno
dei doni offerti dalla regina a San Giovanni Battista.
L'Evangeliario di Teodolinda, a suo volta, sfoggia un'elegante custodia in oro, decorata con pietre preziose, ed un
capolavoro dell'antica oreficeria cristiana.
Altro gioiello risalente a quel periodo la Corona Ferrea. strutturata in sei placche rettangolari di oro legate fra
loro da cerniere e vincolate da un anello di ferro interno. La tradizione narra che il ferro fu ricavato da un chiodo con
cui fu crocefisso Ges Cristo e da qui ne discende il nome. Le placche sono decorate da gemme, smalti e rosette
d'oro che creano un delicato insieme floreale. Il valore della Corona Ferrea fortemente simbolico: la corona con

Agilulfo

142

cui furono incoronati re d'Italia e re conquistatori, fino a Napoleone.


Tutti questi gioielli sono custoditi presso il Museo del Duomo di Monza, chiesa che deve la sua fondazione alla
stessa Teodolinda: a lei si deve l'erezione di un oraculum (cappella della regina) di pianta a croce greca, del quale
oggi rimangono solo i muri perimetrali.

Note
[1] Paolo Diacono, Historia Langobardorum, III, 35.
[2] Bibliotheca Sanctorum, Roma, 1966, V.VII, p.244

Bibliografia

Paolo Diacono, Historia Langobardorum (Storia dei Longobardi, Lorenzo Valla/Mondadori, Milano 1992)
Felice Bonalumi, Teodolinda. Una regina per l'Europa, Torino, San Paolo, 2006.
Jrg Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino, Einaudi, 2002. ISBN 8846440854
Alberto Magnani-Yolanda Godoy, Teodolinda la longobarda, Milano, Jaca Book, 1998.
Carlo Guido Mor, San Colombano e la politica ecclesiastica di Agilulfo, Piacenza, 1933.
Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003. ISBN 8872734843

Voci correlate
Duomo di Monza
Lamina di re Agilulfo
Arte longobarda

Collegamenti esterni
Pagina con immagini dei capolavori orafi (http://www.marcopolovr.it/progetti/barbari/Arte2.htm)
Il sito del Museo del Duomo di Monza (http://www.duomomonza.it//index.php?option=com_content&
task=category&sectionid=5&id=14&Itemid=31)
Predecessore

Re dei Longobardi

Successore

Autari

591 - 616

Adaloaldo

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Autari

591 - 616

Adaloaldo

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Adaloaldo

Adaloaldo
Adaloaldo (Monza, 602 o 603 Ravenna, 626) fu re dei Longobardi e re d'Italia dal 616 al 625 (dal 604 associato al
trono dal padre Agilulfo).

Biografia
Figlio di Agilulfo e di Teodolinda, fu il primo sovrano longobardo a essere battezzato secondo il rito cattolico nel
603, un anno dopo la sua nascita, avvenuta nel Palazzo Reale di Monza (eretto a residenza estiva della coppia reale).
Bench all'epoca il cattolicesimo fosse ancora minoritario tra i Longobardi, che contavano anche pagani, ariani e
aderenti allo Scisma tricapitolino (che contrapponeva Roma al Patriarcato di Aquileia), la scelta dell'ariano Agilulfo
e della cattolica Teodolinda segn in modo decisivo l'evoluzione del popolo longobardo.
Adaloaldo fu battezzato la vigilia di Pasqua del 603, il 6 aprile, da Secondo di Non, monaco ascoltato a corte[1].
Nel 604, Adaloaldo fu associato al trono con una incoronazione avvenuta nell'Ippodromo romano di Milano, a
imitazione del cerimoniale bizantino. Agilulfo, infatti, mirava a creare una monarchia romanizzante e una propria
dinastia. Alla morte di Agilulfo, Adaloaldo divenne unico re, ma, essendo ancora minorenne, fu affiancato dalla
madre Teodolinda, che esercit la reggenza per alcuni anni e conserv una posizione autorevole anche in seguito.
L'esercito fu affidato al comando del duca Sundrarit, gi comandante militare e uomo di fiducia di Agilulfo. Poco
dopo l'ascesa al trono di Adaloaldo, Sundrarit inflisse una dura sconfitta all'esarca Eleuterio, imponendo ai Bizantini
un tributo. Pi tardi, verso il 616-617, i Longobardi si emanciparono anche dal vassallaggio verso i Franchi, ai quali
fino ad allora dovevano versare tributi periodici.
Decisivo, in quegli anni, era il versante della politica religiosa. L'Italia era divisa, sia nell'elemento latino che in
quello germanico, dallo Scisma tricapitolino che contrapponeva il papa di Roma al patriarca di Aquileia; tra i
Longobardi, inoltre, si contavano anche numerosi pagani e ariani. Teodolinda, di origine bavara, seppur nipote del re
longobardo Vacone, era stata seguace dello Scisma tricapitolino, ma fin per assumere posizioni sempre pi
filocattoliche.
Tra il 615 e il 620, il re dei Visigoti Sisebuto, fervente cattolico, scrisse una lettera alla corte longobarda, elogiando
Teodolinda e mostrandosi preoccupato circa le sorti del cattolicesimo in Italia. Ci rispecchia, forse, un
atteggiamento favorevole all'arianesimo da parte del giovane Adaloaldo. Questi, comunque, quando assunse i pieni
poteri riprese la politica filocattolica e filoromana. Nonostante la debolezza dei Bizantini, impegnati in quegli anni
contro gli Avari e i Persiani, Adaloaldo punt piuttosto a una generale pacificazione con Ravenna e con Roma: un
comportamento incomprensibile per i duchi longobardi, tutti di cultura militare, che accusarono il re di essere pazzo.
A capo della fronda si pose il cognato Arioaldo, marito della sorella del re Gundeperga. Il conflitto esplose nel 624, e
l'anno seguente il trono di Adaloaldo fu occupato da Arioaldo.
Adaloaldo mor nel 626, forse avvelenato. Al suo nome Adaloaldo associata la Croce di Adaloaldo, secondo la
tradizione donata dal papa Gregorio Magno per il suo battesimo e che custodita nel Museo del Duomo di Monza.

143

Adaloaldo

144

Note
[1] L'abate Secondo, citato da Paolo Diacono come consigliere spirituale della regina Teodolinda e padrino di battesimo del principe ereditario
Adaloaldo, secondo il Daquino altri non sarebbe che il vescovo Astese Secondo.

Il Diacono nella sua cronaca parla anche del battesimo di Agilulfo, che sarebbe avvenuto per opera del vescovo di
Trento Secondo, notizia, questa, considerata per improbabile. Per il Vergano ed il Cipolla, infatti, questo non
sarebbe stato possibile perch collocano in quel periodo a capo della diocesi di Trento il vescovo Agnello.

Bibliografia
Fonti primarie
(LA) Paolo Diacono, Historia Langobardorum, in Georg Waitz (a cura di), Monumenta Germaniae Historica,
Hannover, 1878, Scriptores rerum Langobardicarum et Italicarum saec. VIIX, 12219.. Trad .it: Paolo Diacono,
Lidia Capo (a cura di), Storia dei Longobardi, Milano, Lorenzo Valla/Mondadori, 1992. ISBN 8804330104 Testo
disponibile su Wikisource (http:/ / la. wikisource. org/ wiki/ Historia_Langobardorum).
MGH, Epistolarum tomus III, Epistolae Wisigothicae, IX [lettera di Sisebuto]
"Chronicum" di Fredegario, in "Patrologia Latina", LXXI.

Letteratura storiografica
Lidia Capo, Commento in Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, Milano, Lorenzo Valla/Mondadori, 1992. ISBN
8804330104
Jrg Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino, Einaudi, 2002. ISBN 8846440854
Alberto Magnani-Yolanda Godoy, "Teodolinda la longobarda", 1998, Jaca Book, Milano, pp. 103-116.
Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003. ISBN 8872734843

Voci correlate
Croce di Teodolinda (o di Adaloaldo)
Predecessore

Re dei Longobardi

Successore

Agilulfo

616 - 625

Arioaldo

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Agilulfo

616 - 625

Arioaldo

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Arioaldo

145

Arioaldo
Arioaldo
Re dei Longobardi
In carica

626 - 636

Predecessore Adaloaldo
Successore

Rotari

Re d'Italia
In carica

626 - 636

Predecessore Adaloaldo
Successore
Morte

Rotari
636

Arioaldo (o Ariovaldo) (... 636) fu re dei Longobardi e re d'Italia dal 626 al 636.
Duca di Torino della stirpe dei Caupu, ariano, Arioaldo fu marito di Gundeperga, figlia di Teodolinda e del re
Agilulfo.
Non ci sono pervenute informazioni sulla vita di Arioaldo prima dell'ascesa al trono. Si ha notizia di un suo primo
matrimonio, ma niente si sa della moglie, n di un'eventuale discendenza. Presumibilmente era uomo di fiducia di
Agilulfo, cui succedette nel Ducato di Torino e di cui spos la figlia Gundeperga. Durante gli ultimi anni di regno
del predecessore Adaloaldo, suo cognato (figlio di Agilulfo e di Teodolinda, era fratello di Gundeperga), guid la
fronda ariana ai tentativi di cattolicizzazione dei Longobardi condotti dalla regina madre Teodolinda,
congiuntamente al figlio. Pi che da motivazioni religiose, l'opposizione alla politica di Teodolinda derivava dalla
conseguente rinuncia a ulteriori espansioni territoriali nelle aree italiane rimaste sotto controllo bizantino e
rappresentate dal papa.
La rivolta esplose apertamente nel 624 e condusse rapidamente, tra il 625 e il 626, all'affermazione di Arioaldo, che
fece tornare il regno sotto controllo ariano. Ci provoc la preoccupazione di papa Onorio, che sollecit un
intervento dell'esarca bizantino contro il nuovo re. Di fatto, prese forma una congiura di palazzo, in cui era in
qualche modo coinvolta la regina Gundeperga, appoggiata dal duca del Friuli Taso. Arioaldo svent la congiura e
releg per qualche tempo la moglie lontano da Pavia, forse a Lomello.
In seguito, per, fece richiamare Gundeperga a corte e la reintegr nella sua dignit. Ci corrispondeva alla politica
conciliante avviata da Arioaldo, che ristabil relazioni amichevoli con papa Onorio e mantenne un atteggiamento di
equilibrio fra cattolici ed ariani. Giona, autore di una biografia di San Colombano, narra (II, 24) che Arioaldo era
rimasto tanto colpito dalla dignit dell'abate Bertulfo dell'Abbazia di Bobbio da rinunciare, dopo l'incontro, a una
rivalsa ariana verso i cattolici. Si tratta di un'interpretazione in chiave miracolistica della politica adottata dal re.
Arioaldo riport la capitale a Pavia e blocc una invasione degli Avari in Friuli. Durante il suo regno crebbe
l'influenza del vicino regno dei Franchi su quello longobardo. Il suo governo assicur un periodo di tranquillit e
consolidamento al regno, durato un decennio. Arioaldo mor nel 636.

Arioaldo

146

Bibliografia

Paolo Diacono, Historia Langobardorum (Storia dei Longobardi, Lorenzo Valla/Mondadori, Milano 1992)
Stefano Gasparri, "I duchi longobardi", Roma, ISIM, 1978, p. 51.
Jrg Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino, Einaudi, 2002, pp. 54-55. ISBN 8846440854
Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003. ISBN 8872734843
Predecessore

Re dei Longobardi

Successore

Adaloaldo

626 - 636

Rotari

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Adaloaldo

626 - 636

Rotari

Portale Longobardi

Portale Biografie

Rotari
Rotari
Re dei Longobardi
In carica

636 - 652

Predecessore Arioaldo
Successore

Rodoaldo

Re d'Italia
In carica

636 - 652

Predecessore Arioaldo
Successore

Rodoaldo

Nascita

Brescia, 606

Morte

652

Rotari

147

Rotari (in latino Rothari, in antico tedesco ChrotharWikipedia:Uso


delle fonti; Brescia, 606 652) fu re dei Longobardi e re d'Italia dal
636 al 652.

Manoscritto dell'Editto di Rotari

Biografia
Per approfondire, vedi Editto di Rotari.

Gi duca di Brescia, ariano, apparteneva alla stirpe degli Arodingi, termine che potrebbe indicare la discendenza da
una popolazione, gli Arudi, anticamente stanziata nello Jutland. Ascese al trono nel 636 alla morte di Arioaldo, del
quale spos la vedova Gundeperga, cattolica e portatrice del carisma dell'antica dinastia dei Letingi ereditato dalla
madre Teodolinda.
Secondo la tradizione, alla morte di Arioaldo i duchi longobardi avrebbero incaricato Gundeperga di scegliere il
nuovo re e sposo, secondo una modalit gi applicata dalla monarchia longobarda con Rosmunda (che scelse
Elmichi, peraltro rifiutato dalla maggioranza dei duchi) e Teodolinda (che scelse Agilulfo, questa volta con largo
consenso). Anche la scelta di Gundeperga - presumibilmente pilotata dai duchi - ebbe successo. Rotari rinnov
pertanto la formula di un re ariano affiancato da una regina cattolica, che, dai tempi di Teodolinda, assicurava un
sostanziale equilibrio nel Regno e una politica di tolleranza.

Rotari

148
Rotari condusse numerose campagne militari, che portarono quasi
tutta l'Italia settentrionale sotto il dominio del regno longobardo.
Ci fu possibile in quanto l'Impero Bizantino attraversava una
grave crisi interna, che lo distoglieva dall'Occidente. Rotari,
pertanto, conquist (642) la Liguria (compresi il capoluogo
Genova e Luni) e Oderzo. Tuttavia, neppure la schiacciante
vittoria ottenuta sull'esarca bizantino di Ravenna, sconfitto e
ucciso insieme a ottomila suoi uomini presso il fiume Panaro, fu
sufficiente a sottomettere l'Esarcato.

I domini longobardi dopo le conquiste di Rotari.

La memoria di Rotari legata soprattutto al celebre Editto,


promulgato alla mezzanotte tra il 22 novembre ed il 23 novembre
643, con il quale codific il diritto longobardo rimasto fino ad
allora legato alla trasmissione orale. L'Editto apport significative
innovazioni, come la sostituzione dell'antica faida (vendetta
privata) con il guidrigildo (risarcimento in denaro), e limit
fortemente il ricorso alla pena capitale.

Govern con energia e colp con durezza i duchi che gli si opponevano, facendone eliminare molti; questo tuttavia
non gli alien il sostegno e l'affetto del suo popolo, che in lui ammirava il legislatore e, soprattutto, il guerriero.
Anche il Ducato di Benevento, che durante il suo regno espanse a sua volta il suo dominio conquistando la Puglia e
la citt di Salerno, riconobbe l'autorit del re; il duca Arechi invi alla corte di Milano il proprio figlio ed erede
Aione.
Rotari mor nel 652 e venne sepolto a Pavia, nella basilica di San Giovanni Battista[1]. Gli successe il figlio
Rodoaldo.

Note
[1] L'identificazione della basilica di San Giovanni Battista ricordata da Paolo Diacono (IV, 47) discussa: vi chi la identifica con la chiesa
omonima di Monza e chi, invece, pone la sepoltura a Pavia, capitale del Regno, nella basilica fondata dalla figlia di Agilulfo e Teodolinda e
moglie di Rotari, Gundeperga. Cfr. Lida Capo, Commento a Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, p. 526.

Bibliografia
Fonti primarie
Paolo Diacono, Historia Langobardorum (Storia dei Longobardi, cura e commento di Lidia Capo, Lorenzo
Valla/Mondadori, Milano 1992), IV, 42-45.
Origo Gentis Langobardorum, VI.
Fredegario, Chronicarum Libri, IV, 70.

Rotari

149

Letteratura storiografica
Lidia Capo. Commento a Paolo Diacono, Lidia Capo (a cura di), Storia dei Longobardi, Milano, Lorenzo
Valla/Mondadori, 1992. ISBN 8804330104
Paolo Delogu,Il Regno Longobardo, in Storia d'Italia, Torino 1980, vol. I, pp.5455.
Jrg Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino, Einaudi, 2002. ISBN 8846440854
Alberto Magnani, Gundeperga. Una regina longobarda a Pavia, in "Bollettino della Societ Pavese di Storia
Patria", 2004.
Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003. ISBN 8872734843

Voci correlate

Diritto longobardo
Editto di Rotari
Longobardi
Storia di Brescia
Predecessore

Re dei Longobardi

Successore

Arioaldo

636 - 652

Rodoaldo

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Arioaldo

636 - 652

Rodoaldo

Portale Biografie

Portale Longobardi

Rodoaldo

150

Rodoaldo
Rodoaldo (... 653) fu re dei Longobardi e re d'Italia dal 652 al 653.

Biografia
Salito al trono alla morte del padre Rotari e come lui ariano della stirpe degli Arodingi, Rodoaldo lo conserv appena
per pochi mesi, senza lasciare tracce significative del suo governo. Pare che, circa sei mesi dopo la sua elezione, sia
stato ucciso da un longobardo, del quale aveva insidiato la moglie. Al suo posto i duchi longobardi elessero Ariperto
I, riportando cos al trono un cattolico della dinastia bavarese.

Bibliografia
Paolo Diacono, Historia Langobardorum (Storia dei Longobardi, Lorenzo Valla/Mondadori, Milano 1992)
Jrg Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino, Einaudi, 2002. ISBN 8846440854
Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003. ISBN 8872734843
Predecessore

Re dei Longobardi

Successore

Rotari

652 - 653

Ariperto I

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Rotari

652 - 653

Ariperto I

Portale Biografie

Portale Longobardi

Pertarito

151

Pertarito
Pertarito
Re d'Italia
In carica

661-662 (prima fase, insieme a


Godeperto)
671-688 (seconda fase)

Incoronazione

661

Predecessore

Ariperto I (1)
Garibaldo (2)

Successore

Grimoaldo (1)
Cuniperto (2)

Nome completo Perctarit (in longobardo)


Altri titoli

Rex Langobardaorum
Rex totius Italiae

Nascita

?, 645 circa

Morte

Pavia (?), 688

Sepoltura

[1]

Pavia, San Salvatore

Dinastia

Bavarese

Padre

Ariperto I

Consorte

Rodelinda

Figli

Cuniperto, Vigilinda

Pertarito, o Bertarido (645 circa Pavia?, 688), fu re dei Longobardi e re d'Italia dal 661 al 662 e, in una seconda
fase, dal 671 al 688.

Il primo regno
Nel 661, alla morte di Ariperto I e secondo la sua volont, i suoi due figli Godeperto e Pertarito furono nominati
successori congiunti sul trono longobardo. Il regno fu bipartito (procedimento rimasto unico nella storia dei
Longobardi ma frequente, per esempio, tra i vicini Franchi); Pertarito elesse a sua capitale Milano, mentre il fratello
si insedi a Pavia.
Tra i due fratelli si apr immediatamente un conflitto civile e Godeperto invoc l'aiuto del duca di Benevento,
Grimoaldo. Il duca accorse insieme a consistenti forze militari ma, giunto a Pavia, uccise Godeperto e ne occup il
trono (662). Pertarito, consapevole della sua evidente inferiorit, abbandon a sua volta il regno e ripar presso gli
Avari. In seguito sembra che l'usurpatore, che aveva sposato la sorella di Pertarito e Godeperto, tent una
riconciliazione con il cognato invitandolo a Pavia. Preoccupato per dall'appoggio di cui il sovrano detronizzato
godeva ancora tra i Longobardi, Grimoaldo progett anche la sua eliminazione. Avvertito per tempo, Pertarito
scamp presso i Franchi di Neustria.
possibile che lo scontro dinastico fosse il riflesso dell'interferenza politica franca sul regno longobardo: Grimoaldo
era alleato del suo omonimo maggiordomo di palazzo dell'Austrasia (Grimoaldo I, antenato dei Carolingi), mentre
Pertarito era sostenuto dalla regina di Neustria, Balthid. Da questo contrasto discesa la spedizione dei Franchi di
Neustria in Italia: lo scontro con Grimoaldo avvenne nel 663 a Refrancore, presso Asti, dove l'usurpatore ottenne una
schiacciante vittoria; Pertarito rimase in esilio in Neustria.

Pertarito

Il secondo regno
L'ascesa al trono
Alla morte di Grimoaldo il trono pass a suo figlio Garibaldo, che tuttavia vi sedette per poche settimane: Pertarito
rientr infatti immediatamente dall'esilio e scalz il figlio dell'usurpatore. Secondo la leggenda, al momento della
morte di Grimoaldo Pertarito, ancora esule in Francia, era sul punto di salpare verso la Britannia anglosassone a
causa di un'alleanza tra il re dei Franchi, Dagoberto II, e Grimoaldo. Un simile accordo avrebbe reso insicuro il suo
esilio ma, all'ultimo minuto, una voce divina l'avrebbe trattenuto, informandolo che il suo nemico era morto da tre
giorni. A quel punto rientr a Pavia, depose Garibaldo e si fece nuovamente eleggere re dall'assemblea del popolo in
armi. L'elezione fu probabilmente un tentativo della nobilt longobarda di riaffermare la propria tutela sul sovrano,
dopo il regno fortemente accentratore di Grimoaldo.
Pertarito raggiunse subito un'intesa con il duca di Benevento, Romualdo I, che era il figlio maggiore di Grimoaldo.
In cambio del riconoscimento della sua autonomia, il duca consent alla moglie e al figlio del re suoi ostaggi,
Rodelinda e Cuniperto, di rientrare a Pavia.

La politica
Pertarito diede un forte sostegno alla Chiesa cattolica, favorendone l'opera evangelizzatrice nei confronti dei
Longobardi e dei Romanici ariani, pagani o scismatici. Esort i vescovi cattolici a rientrare nelle diocesi che avevano
abbandonato a causa delle pressioni longobarde, edific chiese e monasteri in tutto il regno e consent all'arcivescovo
di Milano, Mansueto, di convocare un grande sinodo provinciale.
Nel 680 associ al trono il figlio Cuniperto, che ben presto assunse un'ampia influenza sulla politica del regno, e
concluse una "pace eterna" con i Bizantini che ratificava la divisione dell'Italia tra le due potenze. Il trattato fu
ratificato nel 680-681 a Costantinopoli dagli ambasciatori longobardi che presero parte al concilio che condann il
monotelismo. La firma per i Bizantini fu il riconoscimento formale della sovranit longobarda su gran parte
dell'Italia, in cambio della rinuncia a ulteriori attacchi nei territori (Ravenna, Esarcato, Pentapoli, ufficialmente anche
Roma) rimasti sotto sovranit bizantina.

La ribellione di Alachis
Il successo della politica di pacificazione di Pertarito suscitarono malcontento in alcune aree del regno. A capitanare
l'opposizione furono le regioni nord-orientali, dove si contavano ancora numerosi sostenitori dello Scisma
tricapitolino, dell'arianesimo o del paganesimo. Gli oppositori si sentivano al tempo stesso minacciati nella loro
esistenza e privati della prospettiva, tradizionalmente imperante tra i Longobardi, di ulteriori operazioni militari di
conquista; si coalizzarono quindi contro Pertarito, troppo sbilanciato secondo il loro sentire "guerriero" verso il
cattolicesimo e verso la pace. A loro capo elessero il duca di Trento, Alachis.
A far deflagrare il conflitto fu, probabilmente, l'associazione di Cuniperto al trono, che indicava nuovamente la
volont di prediligere la via dinastica a quella elettiva nella successione al trono. Pertarito tent di arginare la
ribellione ricorrendo al sostegno dei suoi alleati: invoc l'aiuto dei Bavari, ai quali era legato anche dinasticamente,
che calarono in Trentino e si scontrarono con Alachis. Il ribelle, tuttavia, ebbe la meglio e riusc a trincerarsi nella
sua Trento, cinta immediatamente d'assedio dallo stesso re. Una sortita di Alachis riusc a ricacciare Pertarito, che
affid i successivi negoziati a Cuniperto, in passato amico di Alachis. La pacificazione, provvisoria (lo scontro si
sarebbe riacceso alla morte di Pertarito, nel 688), fu ottenuta a prezzo di una dura cessione territoriale - il ducato di
Brescia - a favore di Alachis.

152

Pertarito

153

Note
Bibliografia
Paolo Diacono, Historia Langobardorum (Storia dei Longobardi, Lorenzo Valla/Mondadori, Milano 1992)
Jrg Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino, Einaudi, 2002. ISBN 88-464-4085-4
Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003. ISBN 88-7273-484-3
Predecessore

Duca di Asti

Successore

Ariperto I

661 - 662 (con Godeperto)

Cuniperto

Predecessore

Re dei Longobardi

Successore

Ariperto I

661 - 662 (con Godeperto)

Grimoaldo

Garibaldo

671 - 688

Cuniperto

II

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Ariperto I

661 - 662 (con Godeperto)

Grimoaldo

Garibaldo

671 - 688

Cuniperto

II

Portale Longobardi

Portale Biografie

Godeperto
Godeperto
Re d'Italia
In carica

661-662 (insieme a Pertarito)

Incoronazione

661

Predecessore

Ariperto I

Successore

Grimoaldo

Nome completo Godepert (in longobardo), Godepertus o Godipertus (in latino)


Altri titoli

Rex Langobardaorum
Rex totius Italiae

Nascita

?, 645 circa

Morte

Pavia, Palazzo Reale

[1]

Dinastia

Bavarese

Padre

Ariperto I

Figli

, 662

Ragimperto

Godeperto (o Godeberto; 645 circa Pavia, 662) fu re dei Longobardi e re d'Italia dal 661 al 662.

Godeperto

154

Biografia
Nel 661, alla morte di Ariperto I e secondo la sua volont, i suoi due figli Godeperto e Pertarito furono nominati
successori congiunti sul trono longobardo. Il regno fu bipartito (procedimento rimasto unico nella storia dei
Longobardi ma frequente, per esempio, tra i vicini Franchi); Godeperto elesse a sua capitale Pavia, mentre il fratello
si insedi a Milano.
Tra i due fratelli si apr immediatamente un conflitto civile; Godeperto invoc, tramite il duca di Torino Garibaldo,
l'aiuto del duca di Benevento, Grimoaldo, che accorse con truppe provenienti, oltre che sal suo ducato, anche da
quelli di Spoleto e di Tuscia (662). Giunto a Pavia, il duca, istigato da Garibaldo, uccise il sovrano e ne occup il
trono.

Note
[1] Paolo Diacono, Historia Langobardorum, IV, 51.

Bibliografia
Fonti primarie
(LA) Paolo Diacono, Historia Langobardorum, in Georg Waitz (a cura di), Monumenta Germaniae Historica,
Hannover, 1878, Scriptores rerum Langobardicarum et Italicarum saec. VIIX, 12219.. Trad .it: Paolo Diacono,
Lidia Capo (a cura di), Storia dei Longobardi, Milano, Lorenzo Valla/Mondadori, 1992. ISBN 8804330104 Testo
disponibile su Wikisource (http:/ / la. wikisource. org/ wiki/ Historia_Langobardorum).

Letteratura storiografica
Lidia Capo, Commento in Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, Milano, Lorenzo Valla/Mondadori, 1992. ISBN
8804330104
Jrg Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino, Einaudi, 2002. ISBN 8846440854
Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003. ISBN 8872734843
Predecessore

Duca di Asti

Successore

Ariperto I

661 - 662 (con Pertarito)

Cuniperto

Predecessore

Re dei Longobardi

Successore

Ariperto I

661 - 662 (con Pertarito)

Grimoaldo

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Ariperto I

661 - 662 (con Pertarito)

Grimoaldo

Portale Biografie

Portale Longobardi

Grimoaldo

155

Grimoaldo
Grimoaldo
Re d'Italia
In carica

662-671

Incoronazione

662

Predecessore

Godeperto e Pertarito

Successore

Garibaldo

Nome completo Grimoald o Grimwald (in longobardo), Grimualdus (in latino)


Altri titoli

Rex Langobardorum
Rex totius Italiae

Nascita

Cividale, 600 circa

Morte

Pavia, Palazzo Reale

Sepoltura

Pavia, Sant'Ambrogio

[1]

[1][2]

Padre

Gisulfo II del Friuli

Madre

Romilda

Consorte
Figli

, 671

?, sorella di Godeperto e Pertarito


Romualdo, Garibaldo

Grimoaldo (Cividale del Friuli, 600 circa 671) fu re dei Longobardi e re d'Italia dal 662 al 671.

Biografia
I primi anni
Per approfondire, vedi la voce Storia di Oderzo.

Figlio minore del duca del Friuli Gisulfo II e di Romilda, nel 610 fu fatto prigioniero insieme ai fratelli (Caco,
Tasone e Radoaldo) dagli Avari che progettarono di sterminarli dopo averne ucciso il padre. I fratelli maggiori
pianificarono la fuga e, secondo la leggenda riportata da Paolo Diacono[3], uno dei fratelli, ritenendo che fosse
troppo piccolo per reggersi su un cavallo in corsa, "pens che era meglio per lui morire di spada che sopportare il
giogo della prigionia e decise di ucciderlo". Grimoaldo per l'implor in lacrime di risparmiarlo e di metterlo alla
prova; il fratello acconsent e il bambino dimostr di saper tenere le redini e seguire i fratelli nella fuga. Era tuttavia
pi lento di loro, tanto che un avaro lo raggiunse e lo cattur; non lo uccise, ritenendolo troppo giovane per essere
pericoloso, e pens di tenerselo come servo. Grimoaldo tuttavia
(LA)
(IT)
Ingentes animos angusto in pectore versans Agitando grande animo in piccolo petto
(Paolo Diacono, Historia Langobardorum, IV, 37)

sguain la sua piccola spada e abbatt con un fendente l'avaro seduto in sella davanti a lui; quindi si impadron del
cavallo, riprese la fuga e raggiunse i fratelli.

Grimoaldo
Dopo l'uccisione a Oderzo, per mano bizantina, dei suoi fratelli maggiori, Caco e Tasone, coreggenti del trono
ducale, divenne duca il loro zio Grasulfo II. Non volendo sottostare al parente, Grimoaldo e il suo terzo fratello
maggiore Radoaldo ripararono a Benevento presso il duca Arechi, che li accolse come figli. Alla morte di Arechi il
ducato di Benevento pass prima a suo figlio Aione e poi, dopo che quest'ultimo cadde in combattimento per mano
dei pirati slavi sbarcati a Siponto, a Radoaldo.

L'usurpazione
Succeduto, nel 651, come duca di Benevento al fratello Radoaldo, nel 662 intervenne nella lotta per la successione
scatenatasi tra Godeperto e Pertarito, i due figli di Ariperto I tra i quali il testamento del sovrano aveva ripartito il
regno. Grimoaldo, nel tentativo di imporsi su entrambi e salire al trono, approfitt della richiesta di aiuto rivoltagli da
Godeperto, che gli offr la sorella in moglie. Sentendosi legittimato nella sua pretesa proprio in virt di questo
matrimonio, affid al figlio Romualdo il ducato e marci verso nord con truppe, oltre che del suo ducato, anche di
quelli di Spoleto e della Tuscia. Giunto a Pavia, eletta da Godeperto a capitale della sua porzione di regno, uccise il
sovrano legittimo; a Milano Pertarito, consapevole della sua evidente inferiorit, abbandon a sua volta il regno e
ripar presso gli Avari.
Un'assemblea nazionale legittim l'usurpazione, ma i seguaci della dinastia Bavarese si riunirono ad Asti e Torino,
da dove intrapresero contatti con la Franconia contro Grimoaldo. Il nuovo re minacci allora gli Avari con la guerra
se non gli avessero consegnato Pertarito, che si vide quindi costretto a tornare in Italia e a sottomettersi al re.
Pertarito, pur avendo ricevuto una rendita e una residenza, costituiva tuttavia un pericolo costante come pretendente
al trono; Grimoaldo progett allora anche la sua eliminazione ma, avvertito per tempo, Pertarito riusc a scampare
presso i Franchi di Neustria.
possibile che lo scontro dinastico fosse il riflesso dell'interferenza politica franca sul regno longobardo: Grimoaldo
era alleato del suo omonimo maggiordomo di palazzo dell'Austrasia (Grimoaldo I, antenato dei Carolingi), mentre
Pertarito era sostenuto dalla regina di Neustria, Balthid. Da questo contrasto discese la spedizione dei Franchi di
Neustria in Italia: lo scontro con Grimoaldo avvenne nel 663 a Refrancore, presso Asti, dove l'usurpatore ottenne una
schiacciante vittoria; Pertarito rimase in esilio in Neustria.

Il regno
Nello stesso 663 Grimoaldo ottenne anche un'importante vittoria contro i Bizantini. L'imperatore Costante II tent di
riconquistare l'intera Italia e sbarc con forti contingenti militari nel Meridione; irruppe nei territori della Puglia
sottomessi al ducato di Benevento, ottenne alcuni successi su Romualdo e cinse d'assedio la stessa Benevento.
L'intervento in forze di Grimoaldo costrinse tuttavia l'imperatore a ritirarsi a Napoli, dopo aver subito gravi perdite.
La vittoria rafforz la posizione del re, ancora precaria. In seguito suo figlio Romualdo pass all'offensiva e occup
l'intera Puglia, con la sola eccezione di Otranto.
Grimoaldo esercit i poteri sovrani con una pienezza fino ad allora mai raggiunta dai suoi predecessori. Rafforz
ulteriormente il controllo dell'Italia centro-meridionale assoldando un contingente di Bulgari che avevano disertato le
file bizantine e insediandolo nel poco popolato territorio compreso tra Sepino, Boiano e Isernia in un gastaldato
creato ad hoc. Sempre nel 663 promosse a duca di Spoleto il genero Trasmondo, gi conte di Capua.
Anche nella Langobardia Maior la struttura del potere venne riorganizzata. Nel Friuli minacciato da Avari e Slavi
sostitu il duca Lupo, che durante la campagna contro Costante era stato reggente per l'Italia settentrionale e che
aveva dato scarsa prova di fedelt, con il pi affidabile Vectari. La sua opera di rafforzamento del potere regio,
avviata fin dal momento della sua scesa al trono attraverso l'assegnazione ai suoi fedeli beneventani di ampie
propriet in Val Padana, prosegu favorendo l'opera di integrazione tra le diverse componenti del regno. Offr ai suoi
sudditi un'immagine in continuit con quella del suo predecessore Rotari, al tempo stesso saggio legislatore
(aggiunse nuove leggi all'Editto), mecenate (eresse a Pavia una chiesa intitolata a Sant'Ambrogio) e valente
guerriero. Mor nel 671 a causa delle complicazioni seguite a un salasso. Corse voce che i medici, nel tamponare la

156

Grimoaldo

157

ferita, avessero applicato garze imbevute di veleno.[4]

Grimoaldo secondo Paolo Diacono


Nonostante l'immagine di spregiudicatezza che suggerisce l'eliminazione di Godeperto, Grimoaldo venne trattato
molto favorevolmente da Paolo Diacono, che nella sua Historia Langobardorum ne narra le gesta nel quarto e nel
quinto libro. Lo storico attribuisce la responsabilit dell'omicidio di Godeperto non all'usurpatore, ma al duca di
Torino Garibaldo, il quale avrebbe ordito un intrigo per contrapporre il legittimo sovrano all'allora duca di
Benevento. Il favore mostrato da Paolo Diacono, orgoglioso patriota longobardo, deriva in parte dal fatto che sotto il
regno di Grimoaldo il regno raggiunse uno degli apici della sua fortuna, e in parte dall'essere come Grimoaldo di
ascendenze friulane.
(LA)
Fuit autem corpore praevalidus, audacia primus, calvo
capite, barba prominenti, non minus consilio quam viribus
decoratus

(IT)
Fu gagliardo di corpo, primo fra tutti per audacia, dalla
testa calva, dalla lunga barba, ornato di saggezza non meno
che di forza

(Paolo Diacono, Historia Langobardorum, V, 33)

Note
[1] Paolo Diacono, Historia Langobardorum, V, 33.
[3] Paolo Diacono, IV, 37.
[4] Luigi Bossi, Della istoria d'Italia antica e moderna Libro III, Cap. XXIV, Vol. XII, pag. 530, Editori Giegler-Bianchi e C., Milano, 1820

Bibliografia
Fonti primarie
(LA) Paolo Diacono, Historia Langobardorum, in Georg Waitz (a cura di), Monumenta Germaniae Historica,
Hannover, 1878, Scriptores rerum Langobardicarum et Italicarum saec. VIIX, 12219.. Trad.it: Paolo Diacono,
Lidia Capo (a cura di), Storia dei Longobardi, Milano, Lorenzo Valla/Mondadori, 1992. ISBN 8804330104 Testo
disponibile su Wikisource (http:/ / la. wikisource. org/ wiki/ Historia_Langobardorum).

Letteratura storiografica
Lidia Capo, Commento in Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, Milano, Lorenzo Valla/Mondadori, 1992. ISBN
8804330104
Jrg Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino, Einaudi, 2002. ISBN 8846440854
Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003. ISBN 8872734843
Predecessore

Duca di Benevento

Successore

Radoaldo di Benevento

651 - 671

Romualdo I di Benevento

Predecessore

Re dei Longobardi

Successore

Pertarito e Godeperto

662 - 671

Garibaldo

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Pertarito e Godeperto

662 - 671

Garibaldo

Grimoaldo

158

Portale Biografie

Portale Longobardi

Garibaldo (re)
Garibaldo
Re d'Italia
In carica
Predecessore
Successore

671
Grimoaldo
Pertarito

Nome completo Garibald (in longobardo)


Altri titoli

Rex Langobardaorum
Rex totius Italiae

Nascita

?, 665 circa

Morte

?, ?

Padre

Grimoaldo

Madre

?, sorella di Godeperto e Pertarito

Garibaldo (o GariboldoWikipedia:Uso delle fonti; 665 circa ...) fu re dei Longobardi e re d'Italia nel 671.

Biografia
Figlio di Grimoaldo e della sorella di Godeperto e Pertarito, TeodotaWikipedia:Uso delle fonti, eredit il trono alla
morte del padre nel 671, quando era ancora bambino. Il suo regno dur poche settimane: saputo della morte di
Grimoaldo, Pertarito, deposto dallo stesso Grimoaldo nel 662, rientr dal suo esilio nel Regno franco e subentr al
nipote. La deposizione fu sancita dall'assemblea del popolo longobardo[1].
La deposizione di Garibaldo fu favorita, oltre che dalla giovane et del sovrano (puerulo, lo definisce Paolo
Diacono[1]), anche dalle scelte dei duchi longobardi, che in questo modo si opposero al principio dinastico e
riaffermarono quello elettivo nell'ascesa al trono longobardo (sebbene lo stesso Pertarito fosse a sua volta il figlio di
re Ariperto I)[2]. Della vita di Garibaldo dopo la detronizzazione non si sa pi nulla, tanto che nel XX secolo
trovarono spazio fantasiose leggende su una sua fuga in Liguria; probabile che sia stato ridotto a vita privata[3].

Note
[1] Paolo Diacono, Historia Langobardorum, V, 33.
[2] Jrg Jarnut, Storia dei Longobardi, p. 60.
[3] Lida Capo, Commento a Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, p. 553.

Bibliografia
Fonti primarie
(LA) Paolo Diacono, Historia Langobardorum, in Georg Waitz (a cura di), Monumenta Germaniae Historica,
Hannover, 1878, Scriptores rerum Langobardicarum et Italicarum saec. VIIX, 12219.. Trad .it: Paolo Diacono,
Lidia Capo (a cura di), Storia dei Longobardi, Milano, Lorenzo Valla/Mondadori, 1992. ISBN 8804330104 Testo
disponibile su Wikisource (http:/ / la. wikisource. org/ wiki/ Historia_Langobardorum).

Garibaldo (re)

159

Letteratura storiografica
Lidia Capo, Commento in Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, Milano, Lorenzo Valla/Mondadori, 1992. ISBN
8804330104
Jrg Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino, Einaudi, 2002. ISBN 8846440854
Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003. ISBN 8872734843

Voci correlate
Grimoaldo
Pertarito
Regno longobardo
Predecessore

Re dei Longobardi

Successore

Grimoaldo

671

Pertarito

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Grimoaldo

671

Pertarito

Portale Biografie

Portale Longobardi

Cuniperto
Cuniperto

Tremisse di Cuniperto
Re d'Italia
In carica

688-700

Incoronazione

680 (associato al trono dal padre Pertarito

Predecessore

Pertarito

Successore

Liutperto

Nome completo Cunincpertus (in latino),


Cunicpert, Cunincpert (in longobardo)
Altri titoli

Rex Langobardaorum
Rex totius Italiae

Nascita

?, 660 circa

Morte

Pavia (?), 700

Sepoltura
Dinastia

[1]

Pavia, San Salvatore


Bavarese

Cuniperto

160
Padre

Pertarito

Madre

Rodelinda

Consorte

Ermelinda

Figli

Liutperto

Cuniperto, conosciuto anche come Cuniperto il Pio o Cunimperto o Cuniberto (660 circa Pavia?, 700), fu re
dei Longobardi e re d'Italia dal 688 al 700.

L'associazione al trono
Cuniperto nacque (forse a Pavia, forse a Milano, intorno al 660: quando nel 662 suo padre Pertarito fugg presso gli
Avari perch insidiato da Grimoaldo, infatti, Cuniperto era molto piccolo, secondo quanto riferito da Paolo Diacono
(IV, 51).
Associato al trono dal padre Pertarito, reinsediato, nel 680, fin dai primi anni di coreggenza esercit un notevole
influsso sulla politica del regno. Nel 680-681 sottoscrisse insieme al padre il trattato di pace con l'Impero bizantino
che, in cambio della rinuncia a ulteriori espansioni territoriali, sanciva il riconoscimento formale del dominio
longobardo da parte di Bisanzio.
La cooptazione al trono fu probabilmente la miccia che fece divampare la rivolta dei duchi delle regioni
nord-orientali del regno (Austria, secondo la denominazione del tempo), che opponevano le istanze guerriere e
religiose di una parte ancora consistente dei Longobardi (pagani, ariani o aderenti allo Scisma tricapitolino) alla
politica dinastica, filo-cattolica e di pacificazione portata avanti dalla dinastia Bavarese incarnata da Pertarito e
Cuniperto. La rivolta fu guidata dal duca di Trento Alachis, amico di Cuniperto; proprio in virt del loro legame, il
coreggente riusc a ottenere una provvisoria riappacificazione, dopo che il ribelle aveva ricacciato tanto l'attacco
degli alleati Bavari di Pertarito, quanto un assedio condotto dallo stesso sovrano. Prezzo dell'accordo fu la cessione
ad Alachis del Ducato di Brescia.

Il regno
Le ribellioni
Subentrato al padre nel 688, subito dovette affrontare una nuova ribellione di Alachis che, in quello stesso anno,
riusc a scacciare il re dalla capitale Pavia e a costringerlo a rifugiarsi sull'Isola Comacina. Nel 689, grazie al
sostegno della popolazione e del clero cattolici, fu in grado di allestire un esercito con il quale affront l'usurpatore
nella battaglia di Coronate, lungo l'Adda che segnava il confine tra Austria e Neustria. La battaglia, nella quale
Alachis cadde, si concluse con la vittoria del legittimo sovrano.
Pochi anni dopo, sempre in Austria, scoppi una nuova ribellione. A guidarla fu il comandante della fortificazione di
Ragogna, presso Udine, Ansfrido. Dopo aver usurpato il trono del ducato del Friuli, retto da Rodoaldo, il ribelle
tent di occupare anche quello di Pavia ma, nel 698, Cuniperto riusc a prenderlo prigioniero a Verona e a
condannarlo all'accecamento e all'esilio. Al suo posto insedi un fratello di Rodoaldo a lui fedele, Adone, ottenendo
la pacificazione dell'Austria.

Cuniperto

161

La politica religiosa
Cuniperto continu la politica filocattolica della dinastia Bavarese, fondando alcuni monasteri e pose fine allo
Scisma tricapitolino convocando (d'intesa con papa Sergio I) a Pavia un sinodo che, nel 698, sanc il ritorno
all'obbedienza romana delle ultime roccaforti ribelli (Como e alcune diocesi suffraganee di Aquileia.
Durante il regno di Cuniperto si complet la conversione dei Longobardi al cattolicesimo, salvo elementi isolati, e
quindi crebbe la coesione del regno (anche se i ducati centro-meridionali riguadagnarono parte della loro autonomia,
che Grimoaldo aveva limitato). Mor nel 700 rimpianto dal suo popolo, che ne aveva amato lo spirito guerriero.

Note
Bibliografia
Paolo Diacono, Historia Langobardorum (Storia dei Longobardi, Lorenzo Valla/Mondadori, Milano 1992)
Jrg Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino, Einaudi, 2002. ISBN 88-464-4085-4
Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003. ISBN 88-7273-484-3
Predecessore

Duca di Asti

Successore

Pertarito

671 - 688

Ansprando

Predecessore

Re dei Longobardi

Successore

Pertarito

688 - 700

Liutperto

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Pertarito

688 - 700

Liutperto

Portale Biografie

Portale Longobardi

Liutperto

162

Liutperto
Liutperto
Re d'Italia
In carica

700-702 (in due fasi)

Incoronazione

700

Predecessore

Cuniperto (1)
Ragimperto (2)

Successore

Ragimperto (1)
Ariperto II (2)

Nome completo Liutpertus (in latino)


Altri titoli

Rex
Langobardaorum
Rex totius Italiae

Nascita

Pavia?

Morte

Pavia?, 702

Dinastia

Bavarese

Padre

Cuniperto

Madre

Ermelinda

Liutperto (o Liutberto; Pavia?, ... Pavia?, 702) fu re dei Longobardi e re d'Italia dal 700 al 701 e, in una seconda
fase, dal 701 al 702.

Biografia
Il primo regno
Ancora minorenne alla morte del padre Cuniperto (700), quando sal al trono fu affiancato dal tutore Ansprando,
duca di Asti. Immediatamente insorse Ragimperto, duca di Torino e anche lui esponente della dinastia Bavarese, che
affront presso Novara le truppe di Ansprando e del suo alleato Rotarit, duca di Bergamo. Ragimperto vinse e
depose Liutperto, dopo appena otto mesi di regno, agli inizi del 701.

Il secondo regno
Ragimperto mor alla fine di quello stesso 701 lasciando il trono al figlio Ariperto II, che aveva gi associato.
Ansprando e Rotarit reagirono immediatamente e imprigionarono Ariperto, restituendo il trono a Liutperto. Ariperto,
tuttavia, riusc a fuggire e a scontrarsi con i tutori del suo antagonista. Nel 702 li sconfisse a Pavia, imprigion
Liutperto e occup il trono. Poco dopo stronc definitivamente l'opposizione di Rotarit e fece uccidere Liutperto,
affogato durante un bagno.

Liutperto

163

Bibliografia
Paolo Diacono, Historia Langobardorum (Storia dei Longobardi, Lorenzo Valla/Mondadori, Milano 1992)
Jrg Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino, Einaudi, 2002. ISBN 88-464-4085-4
Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003. ISBN 88-7273-484-3
Predecessore

Duca di Asti

Successore

Ansprando

701

Teodone

Predecessore

Re dei Longobardi

Successore

Cuniperto

700 - 701

Ragimperto

Ragimperto

701 - 702

Ariperto II

II

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Cuniperto

700 - 701

Ragimperto

Ragimperto

701 - 702

Ariperto II

II

Portale Biografie

Portale Longobardi

Ragimperto
Ragimperto
Re d'Italia
In carica

701

Incoronazione

701

Predecessore

Liutperto

Successore

Liutperto

Nome completo Ragimpertus o Raginpertus (in latino)


Altri titoli

Rex Langobardaorum
Rex totius Italiae

Nascita

?, ante 662

Morte

?, 701

Dinastia

Bavarese

Padre

Godeperto

Figli

Ariperto II

Ragimperto (o Rangiperto o Regimberto; ante 662 701) fu re dei Longobardi e re d'Italia nel 701.

Ragimperto

164

Biografia
Duca di Torino, era figlio di Godeperto e nipote di Ariperto I: un esponente, quindi, della dinastia bavarese. Alla
morte di Cuniperto, nel 700, il trono pass a suo figlio Liutperto, ma Ragimperto si ribell e reclam per s il titolo
regio. Lo scontro si risolse con una battaglia, combattuta a Novara agli inizi del 701, che lo vide vincitore sul tutore
di Liutperto, Ansprando, e sul suo alleato Rotarit, duca di Bergamo. Ragimperto depose Liutperto e si fece
proclamare re, associando immediatamente al trono suo figlio Ariperto. Mor poco dopo, ancora nel 701.

Bibliografia
Paolo Diacono, Historia Langobardorum (Storia dei Longobardi, Lorenzo Valla/Mondadori, Milano 1992)
Jrg Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino, Einaudi, 2002. ISBN 88-464-4085-4
Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003. ISBN 88-7273-484-3
Predecessore

Re dei Longobardi

Successore

Liutperto

700 - 701

Liutperto

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Liutperto

700 - 701

Liutperto

Portale Biografie

Portale Longobardi

Ariperto II
Ariperto II
Re d'Italia
In carica

702-712

Incoronazione

702

Predecessore

Liutperto

Successore

Ansprando

Nome completo Aripertus (in latino),


Aripert (in longobardo)
Altri titoli

Rex Langobardaorum
Rex totius Italiae

Nascita

Morte

Pavia, marzo 712

Dinastia
Padre

Bavarese
Ragimperto

Ariperto II o Ariberto (... Pavia, marzo 712) fu re dei Longobardi e re d'Italia dal 702 al 712.

Ariperto II

Biografia
Figlio del duca di Torino Ragimperto, nel 700 sostenne il padre nella sua ascesa al trono contro il figlio del defunto
Cuniperto, Liutperto. Il tentativo riusc grazie al sostegno dei Longobardi di Neustria (come all'epoca era chiamata la
regione nord-occidentale del regno) e Ragimperto associ il figlio al trono (701), ma pochi mesi dopo mor; Ariperto
venne imprigionato dai sostenitori di Liuperto, il reggente Ansprando e il duca di Bergamo Rotarit, che riportarono
sul trono il giovane figlio di Cuniperto.
Ariperto riusc a fuggire e l'anno successivo 702 sconfisse a Pavia i protettori di Liutperto; depose e fece
imprigionare il giovane re e si incoron al suo posto. Rotarit, a Bergamo, persever nella sua opposizione e si
proclam a sua volta re; Ariperto marci contro di lui, lo sconfisse dopo un sanguinoso assedio e, dopo avergli fatto
rasare il capo e la barba in segno di disprezzo (era il trattamento applicato a schiavi e prigionieri di guerra), lo releg
a Torino dove lo fece uccidere. Anche Liutperto venne soppresso, affogato durante un bagno. Sfugg alla cattura
Ansprando, che ripar prima sull'Isola Comacina, poi presso il duca di Baviera. Ariperto imprigion per i suoi
famigliari (la moglie e i figli), che fece orribilmente mutilare; si salv soltanto il giovanissimo figlio minore,
Liutprando, che venne restituito al padre.
Ridusse, subito dopo, il ducato di Bergamo a gastaldato per controllare direttamente, attraverso suoi uomini di
fiducia, il gruppo di potere che si era costituito a Bergamo divenuta, fin dalla morte di Clefi, uno dei pi forti ducati
longobardi. Un nuovo tentativo di rivolta fu ordito, poco dopo, dal duca del Friuli, Corvolo; Ariperto lo sconfisse, lo
fece accecare e lo sostitu con il fedele Pemmone.
Prosegu la politica filocattolica della dinastia bavarese, cui apparteneva, restituendo al papa i territori sulle Alpi
Cozie occupate dai suoi predecessori[1] e cercando l'amicizia tanto del pontefice quanto dei Bizantini, senza
approfittare dalla crisi che in quel momento colpiva l'Impero e che stava portando le sue province italiane a sempre
maggiori distacco e autonomia.
Superate le tensioni iniziali, il regno di Ariperto fu pacifico e prosperoso ma, stando a Paolo Diacono, il re matur
con il tempo una crescente e profonda diffidenza verso tutti, rasentando la mania di persecuzione. Si travestiva per
poter ascoltare in incognito ci che si pensava di lui nella corte e tra il popolo di Pavia. Leggendaria era anche la sua
avarizia: quando riceveva un ambasciatore straniero, si presentava in abiti grossolani e dimessi, per non incoraggiare
la voglia di bottino degli altri sovrani.
All'inizio del 712 Ansprando riusc a raccogliere un esercito in Baviera e cal in Italia; lo scontro, protratto fino al
calar delle tenebre, avvenne a marzo ed ebbe un esito incerto. Ariperto sembrava avere la meglio, tanto che i Bavari
erano sul punto di abbandonare il campo, ma commise il grave errore di rientrare immediatamente a Pavia. I suoi
soldati, offesi da quello che ritennero un atto di vilt, lo abbandonarono. Ariperto tent di eclissarsi abbandonando la
capitale per rifugiarsi presso i Franchi, mentre fuggivano anche suo fratello e suo figlio. Ariperto anneg nel Ticino,
appesantito dal tesoro con cui stava cercando di fuggire, e dopo di lui nessun altro esponente della dinastia bavarese
sarebbe ritornato sul trono longobardo.

165

Ariperto II

166

Note
[1] Cf. O. Bertolini, "Le origini del potere temporale e del dominio temporale dei Papi", in I problemi dell'Occidente nel secolo VIII, Settimane di
studio del Centro Italiano di Studi sull'Alto Medioevo, Spoleto 1973, p. 247.

Bibliografia
Paolo Diacono, Historia Langobardorum (Storia dei Longobardi, Lorenzo Valla/Mondadori, Milano 1992)
Jrg Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino, Einaudi, 2002. ISBN 88-464-4085-4
Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003. ISBN 88-7273-484-3
Predecessore

Re dei Longobardi

Successore

Liutperto

702 - 712

Ansprando

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Liutperto

702 - 712

Ansprando

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Portale Longobardi

Ansprando
Ansprando
Re d'Italia
In carica

marzo-luglio 712

Incoronazione

712

Predecessore

Ariperto II

Successore

Liutprando

Nome completo Ansprandus (in latino),


Ansprand (in longobardo)
Altri titoli

Rex Langobardaorum
Rex totius Italiae

Nascita

?, 657 circa

Morte

Pavia (?), luglio 712

Sepoltura

Pavia, basilica di San Pietro in Ciel d'Oro

Consorte

Teodorada

Figli

Sigiprando, Aurona, Liutprando, Imberga

Ansprando (657 circa Pavia?, luglio 712) fu re dei Longobardi e re d'Italia nel 712. Dal 688 al 701 era stato duca
di Asti.

Ansprando

167

Biografia
Duca di Asti dal 688, alla morte di Cuniperto assunse la reggenza per il figlio minorenne del re appena scomparso,
Liutperto. Dovette fronteggiare l'immediata ribellione del duca di Torino, Ragimperto, che lo affront presso Novara
agli inizi del 701 e lo sconfisse, nonostante il sostegno del duca di Bergamo, Rotarit. Alla morte di Ragimperto,
ancora nel 701, Ansprando e Rotarit tentarono nuovamente di insediare Liutperto e riuscirono a sconfiggere e a fare
prigioniero il figlio e successore di Ragimperto, Ariperto II. Dopo breve tempo, tuttavia, Ariperto fugg e affront in
battaglia i tutori di Liutperto, sconfiggendoli a Pavia (702). Ansprando ripar prima sull'Isola Comacina, poi presso
il duca di Baviera. Ariperto imprigion i suoi famigliari (la moglie e i figli), che fece orribilmente mutilare; si salv
soltanto il giovanissimo figlio minore, Liutprando, che venne restituito al padre.
All'inizio del 712 riusc a raccogliere un esercito in Baviera e cal in Italia; lo scontro, protratto fino al calar delle
tenebre, avvenne a marzo ed ebbe un esito incerto. Ariperto sembrava avere la meglio, tanto che i Bavari erano sul
punto di abbandonare il campo, ma commise il grave errore di rientrare immediatamente a Pavia. I suoi soldati,
offesi da quello che ritennero un atto di vilt, lo abbandonarono e Ariperto mor mentre tentava la fuga. Ansprando
fu allora acclamato re, forte sia del sostegno di quanti non avevano gradito l'usurpazione di Ragimperto e Ariperto II
ai danni di Liutperto, sia di quello degli stessi partigiani di Ariperto, conquistati dal suo carisma. Immediatamente
associ al trono il figlio Liutprando che gli successe quando mor, appena tre mesi pi tardi.

Bibliografia
Paolo Diacono, Historia Langobardorum (Storia dei Longobardi, Lorenzo Valla/Mondadori, Milano 1992)
Jrg Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino, Einaudi, 2002. ISBN 88-464-4085-4
Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003. ISBN 88-7273-484-3
Predecessore

Duca di Asti

Successore

Cuniperto

688 - 701

Liutperto

Predecessore

Re dei Longobardi

Successore

Ariperto II

712

Liutprando

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Ariperto II

712

Liutprando

Portale Biografie

Portale Longobardi

Liutprando

168

Liutprando
(LA)
Fuit vir multae sapientiae, consilio sagax, pius
admodum et pacis amator, belli praepotens,
delinquentibus clemens, castus, pudicus, orator pervigil,
elemosinis largus, litterarum quidem ignarus, sed
philosophis aequandus, nutritor gentis, legum
augmentator

(IT)
Fu uomo di molta saggezza, accorto nel consiglio, di grande
piet e amante della pace, fortissimo in guerra, clemente verso i
colpevoli, casto, virtuoso, instancabile nel pregare, largo nelle
elemosine, ignaro s di lettere ma degno di essere paragonato ai
filosofi, padre della nazione, accrescitore delle leggi

(Paolo Diacono, Historia Langobardorum, VI, 58)


Liutprando

Tremisse di Liutprando, coll'Arcangelo Michele in sustituzione della Vittoria.


Re d'Italia
In carica

712-744

Incoronazione

712

Predecessore

Ansprando

Successore

Ildebrando

Nome completo

Altri titoli

Liutprandus (in latino),


Liutprand (in longobardo)
Rex Langobardaorum
Rex totius Italiae

Nascita

?, 690 circa

Morte

Pavia (?), gennaio 744

Sepoltura

Pavia, basilica di San Pietro in Ciel d'Oro

Padre

Ansprando

Madre

Teodorada

Consorte

Guntrude

Liutprando (690 circa Pavia?, gennaio 744) fu re dei Longobardi e re d'Italia dal 712 al 744.
Tra i pi grandi sovrani longobardi, cattolico, fu "litterarum quidem ignarus" ("alquanto ignorante nelle lettere",
secondo quanto dice Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum), ma intelligente, energico ed ambizioso. La
sua volont di potere derivava dalla consapevolezza di essere stato oggetto di una speciale scelta divina, come
annuncia lui stesso nel prologo alle Liutprandi Leges. Fu amato e temuto dal suo popolo, che ammirava la saggezza
del legislatore, l'efficacia del comandante militare e anche il coraggio personale - manifestato per esempio quando
sfid a duello, solo, due guerrieri che architettavano un attentato contro di lui.
Accentr il governo del regno longobardo nelle sue mani, limitando fortemente l'autonomia dei duchi, arricchendo la
legislazione e portando avanti con decisione l'integrazione tra la cultura germanica e quella latina in Italia. Accrebbe
i possedimenti del regno, contenne il potere del papato e svolse una politica di respiro europeo. Fu, accanto a

Liutprando
Grimoaldo, il sovrano longobardo che pi si avvicin al progetto di divenire nei fatti ci che tutti i re di Pavia
proclamavano di essere: rex totius Italiae.

Biografia
I primi anni
Figlio di Ansprando, scamp in giovanissima et alla vendetta di Ariperto II, che fece imprigionare e mutilare la
madre e i fratelli; Liutprando fu invece riconsegnato al padre, esule in Baviera. Rientr in Italia nel 712, quando il
padre sconfisse e subentr ad Ariperto, e venne immediatamente associato al trono. Ansprando mor dopo appena tre
mesi, lasciando Liutprando unico re.

Il regno
L'organizzazione del potere
Rafforz la struttura del palazzo reale di Pavia trasformandolo nel vero centro politico del regno, ampliando la
cancelleria (equivalente medievale del moderno governo) in modo da poter sostenere le esigenze di un regno sempre
pi basato sull'uso di documenti scritti. Nucleo dell'attivit di palazzo erano il maresciallo (strator o marphais), lo
scudiero regio (spatharius), il tesoriere (vesterarius) e il maggiordomo di palazzo, capo dell'amministrazione.
Accentu il carattere sacro del Palazzo regio (sacrum palatium) e la centralit della capitale. Pavia, sede del re, della
corte e dell'annuale assemblea del popolo, venne arricchita da costruzioni adatte a sottolinearne la funzione. Gi i re
della dinastia Bavarese avevano eretto edifici di rappresentanza; Liutprando diede ulteriore impulso all'attivit,
facendo di Pavia anche la capitale architettonica del regno.
Ristruttur con leggi apposite le cariche dei funzionari regionali, definendone la gerarchia e le funzioni per ottenere
una pi equa amministrazione della giustizia, una pi completa registrazione degli obblighi militari e una pi stabile
sicurezza interna. Lo sculdascio amministrava la giustizia in un villaggio; i decani e i saltarii erano responsabili di
un distretto rurale e i sindaci di una citt. Entrambi erano sottoposti agli iudices, ovvero duchi e gastaldi che
esercitavano il dominio su una civitas (citt sede vescovile) e sul suo contado. Gli iudices rispondevano direttamente
al re, vertice dell'intero sistema. Il potere di Liutprando si fond anche sul rafforzamento del demanio regio, fonte di
sostentamento per la corte e per l'intera struttura amministrativa che da essa dipendeva.
La sua personalit e l'organizzazione che diede al regno segnarono un periodo aureo dell'Italia longobarda, evidente
anche ai contemporanei che potevano paragonare la solidit del dominio di Liutprando ai conflitti che avevano
caratterizzato gli anni precedenti. Tale istanza di stabilit venne ribadita da Liutprando anche quando accett
l'associazione al trono di suo nipote Ildebrando, nel 737. L'iniziativa fu presa dalla nobilt longobarda in occasione
di una grave malattia del re, che aveva sposato Guntruda, figlia del duca di Baviera Teodeberto (l'antico protettore di
suo padre Ansprando), ma non aveva avuto figli maschi. Secondo quanto riferisce Paolo Diacono, Liutprando reag
dapprima infuriandosi, ma poi riconoscendo la necessit di quell'atto per garantire una successione pacifica.
L'attivit legislativa
Fin dal suo primo anno di regno intervenne sul corpus legislativo longobardo, emanando sei norme giuridiche di
integrazione all'Editto di Rotari. Tra il 713 e il 735 promulg altre centocinquantatr leggi, divenendo dopo Rotari il
pi attivo legislatore longobardo. Introdusse riforme legali ispirate al diritto romano e le nuove leggi erano contenute
in dodici volumi. Rese efficienti i tribunali (Corti di giustizia) e modific la tradizione longobarda del guidrigildo,
ovvero del denaro dato in risarcimento per offese o omicidi, aggiungendo alla pena pecuniaria anche la confisca dei
beni del reo (di cui una met andava ai parenti della vittima, l'altra met nelle casse reali).
I numerosi provvedimenti miravano sia a rimediare a carenze del diritto longobardo, sia a realizzare quella che
considerava una sua funzione primaria: adempiere alla volont divina. Secondo le sue parole, "le leggi che un

169

Liutprando

170

principe cristiano e cattolico ha deciso di stabilire e valutare con saggezza non le ha concepite nell'animo, ponderate
nella mente e rese proficuamente compiute con le opere per la propria previdenza, ma per volont e ispirazione di
Dio, perch il cuore del re nelle mani di Dio" (prologo alle Liutprandi Leges raccolte nelle Leges Langobardorum).
L'attivit di redazione e di promulgazione delle nuove leggi erano eventi che rafforzavano l'unit dei Longobardi,
poich avvenivano in occasione dell'assemblea del popolo che si teneva ogni anno a Pavia il primo marzo.
Liutprando presentava le nuove leggi come frutto di un accordo con i duchi e i gastaldi e si mostrava all'assemblea
dei suoi guerrieri come il saggio signore, guidato da Dio, di un regno saldo e coeso.
Obiettivo generale dell'attivit legislativa fu garantire la certezza del diritto, per ridurre i rischi di conflitti interni.
Oper quindi in particolare negli ambiti pi frequentemente forieri di contrapposizioni: il diritto di famiglia, la
compravendita e l'abigeato, la validit dei documenti, il diritto di pegno. Favor l'attivit dei giudici per ottenere
sentenze rapide e si prodig per i deboli, senza limitarsi ad affermazioni di principio: tutel dal rischio di perdita di
beni i minorenni e le donne libere, difese i debitori dagli interventi troppo brutali dei creditori, proib la vendita di ex
liberi come schiavi al di fuori dell'Italia, difese l'integrit del matrimonio tra i membri delle classi inferiori (aldii e
schiavi).
Tutel la Chiesa cattolica, nella quale ormai si riconosceva la stragrande maggioranza dei Longobardi, riconoscendo
tra l'altro alle chiese l'inviolabilit, ponendo le monache sotto la sua diretta e particolare protezione, vietando alcune
pratiche pagane e introducendo nel diritto matrimoniale longobardo le prescrizioni del diritto canonico.
Per rafforzare la tutela del demanio regio, eman norme che impedivano ai gastaldi e agli altri amministratori
l'alienazione di beni pubblici senza la sua esplicita autorizzazione.
Le campagne militari
Insediatosi dopo un periodo di guerre civili,
in un primo momento persegu una politica
di pacificazione con l'Impero bizantino e
con Roma, tanto da costringere il duca di
Spoleto, Faroaldo II, a restituire ai bizantini
il porto ravennate di Classe (712-713).
Ancora nel 715 sembr voler rimanere nel
solco del trattato di pace siglato nel 680 con
Bisanzio da Pertarito e Cuniperto: come atto
di amicizia e di devozione verso il nuovo
papa, Gregorio II, gli restitu il patrimonio
delle Alpi Cozie, che era stato nuovamente
confiscato dopo la morte di Ariperto II.

I domini longobardi dopo le conquiste di Liutprando

La debolezza dell'Impero bizantino,


sconvolto dalle lotte interne seguite alla fine
della dinastia di Eraclio I (711), favoriva
l'allontanamento delle province italiane,
provate da un'insostenibile pressione fiscale.
L'inazione, da parte di Liutprando, avrebbe
a quel punto potuto alienargli il sostegno
popolare, sempre incline, tra i Longobardi, a
non lasciar cadere lo spirito guerriero che li
aveva sempre caratterizzati. La facilit

Liutprando

171

stessa del colpo di mano su Classe aveva dimostrato come la situazione fosse favorevole a una ripresa
dell'espansione ai danni dei domini bizantini in Italia. Nel 717 quindi, sfrutt l'attacco degli Arabi all'impero per
attaccare a sua volta Ravenna e saccheggiare Classe. Contemporaneamente, e con un'azione concertata con lui, il
Ducato di Spoleto occup Narni e il Ducato di Benevento si impadron di Cuma. I colpi di mano portarono
all'interruzione dei contatti tra Roma e gli altri possedimenti bizantini in Italia, ma gli esiti furono di breve durata:
presto Liutprando si ritir a nord, mentre il duca bizantino di Napoli, Giovanni I, riconquist Cuma.
In seguito (726) Liutprando sfrutt le agitazioni causate dalla politica iconoclasta dell'imperatore bizantino Leone III
per intraprendere una nuova campagna. Bisanzio appesant la pressione fiscale anche sull'Esarcato d'Italia. Per
reazione, divamparono rivolte contro l'Impero bizantino in diverse citt. Liutprando, approfittando del clima
infuocato, attravers il fiume Po ed invase l'Esarcato occupando Bologna e minacciando Ravenna. Tra il 727 e il 728
si sottomisero a Liutprando diverse localit fortificate dell'milia (Frignano, Monteveglio, Busseto, Persiceto)
nonch Osimo, nella Pentapoli.
Nell'Italia centro-meridionale si era intanto rafforzato il legame tra il Papato e i ducati di Spoleto e di Benevento, che
cercavano nel papa un appoggio alle loro ambizioni di indipendenza da Pavia. Nel 729, con un rovesciamento di
alleanze, Liutprando scese a patti con l'esarca, Eutichio: un accordo rivolto, nella prospettiva del re, contro i duchi
autonomisti e, in quella dell'esarca, contro il papa "ribelle" a Bisanzio. Liutprando marci su Spoleto e ottenne la
sottomissione dei duchi Trasmondo di Spoleto e Romualdo II di Benevento, che gli giurarono fedelt e gli offrirono
ostaggi come pegno. Poi si port sotto le mura di Roma, per poter trattare da una posizione di forza con il papa.
Incontr Gregorio II, al quale attest la sua devozione, e si rec in preghiera sulla Tomba di Pietro. Orchestr poi la
riappacificazione tra il papa e l'esarca, sancendo cos un dominio senza precedenti nella storia del regno longobardo:
non soltanto esercitava un effettivo potere su tutti i ducati longobardi, ma era anche arbitro delle poche e divise aree
bizantine rimaste in Italia (l'Esarcato di Ravenna e Roma), cadute in una condizione di confusione.
Intorno al 732, mentre Liutprando si trovava a Benevento per riaffermare l'autorit del potere centrale sul riottoso
ducato, suo nipote Ildebrando e il duca di Vicenza Peredeo riuscirono a espugnare la stessa Ravenna. La conquista,
che sembrava preludere all'unificazione dell'intera Italia sotto la corona longobarda, si rivel per per il momento
effimera: dopo breve tempo la flotta di Venezia, chiamata in aiuto dal nuovo papa Gregorio III, riport la capitale
dell'Esarcato sotto l'autorit bizantina. Peredeo cadde e Ildebrando fu fatto prigioniero, ridando slancio ai bizantini; il
duca bizantino di Perugia, Agatone, tent la riconquista di Bologna, ma venne duramente sconfitto dall'esercito
longobardo (bench Liutprando fosse ancora a Benevento).
Con la nomina a papa di Zaccaria Liutprando torn a cercare il consenso pontificio: i due si incontrarono, nel 743, a
Terni dove il re longobardo fece atto di rinuncia al possesso di alcune citt umbre occupate nel 742, allorch aveva
annesso i ducati di Spoleto e di Benevento, donando al ducato romano Narni, Blera, Orte, Bomarzo e Terni. Per la
seconda volta il pontefice il rappresentante supremo degli ex-territori bizantini nel Lazio[1]
(LA)
Veniens itaque ad civitatem Interamnis, ubi tunc dictus rex
cum suis exercitibus erat, cum rex audiret eius adventum,
omnes duces exercituum suorum maiores usque ad octo
miliaria misit obviam illi. Sed et ipse rex usque ad medium
miliare processit obvia Zachariae summo pontifice,
illumque cum gaudio magno et summa reverentia intra
civitatem suscepit. Cumque in ecclesia beati valentini ambo
consedissent.....huius autem sanctis persuasionibus
compunctus rex langobardus, ad mandatum pontificis
civitates, quas Romanis abstulerat, restituit.

(IT)
Mentre, cos, stava giungendo [papa Zaccaria] nella citt di
Interamna, dove il re si era gi attestato con tutto il suo
esercito, il re, che era venuto a sapere del suo arrivo, mand
tutti i suoi comandanti di grado pi alto fino all'ottavo miglio
per accoglierlo. Ma lo stesso re procedette incontro al sommo
pontefice Zaccaria e lo accompagn all'interno della citt con
grande gioia e massimo rispetto. Dopo essersi assisi ambedue
nella chiesa del Beato Valentino.....colpito dalle sante parole
persuasive di costui [papa Zaccaria] il re longobardo restitu al
pontefice le citt che aveva tolto ai Romani

(Pauli Continuationes, III , 9-18,)

Invase quindi l'Esarcato, occup Cesena e assedi Ravenna. Zaccaria intervenne tuttavia come mediatore e,
appellandosi alla religiosit del sovrano, indusse Liutprando a conservare lo status quo.

Liutprando
L'opposizione interna
Nonostante il largo seguito di cui godeva tra il suo popolo, Liutprando fu oggetto di diversi attacchi personali.
All'inizio del suo regno scamp miracolosamente a un attentato ordito da un suo parente, Rotari.
Nel 732, dopo la morte del duca di Benevento Romualdo II (sposato ad una nipote di Liutprando, dalla quale aveva
avuto un figlio, Gisulfo, ancora minorenne), dovette fronteggiare l'opposizione della fazione autonomista, capeggiata
dal gastaldo Audelais. Liutprando depose l'usurpatore e insedi come duca, in attesa della maggiore et di Gisulfo,
un altro suo nipote (Gregorio, gi duca di Chiusi), riportando il ducato sotto il suo pieno controllo.
Altre minacce alla sua opera di consolidamento del potere centrale gli vennero dal potente duca del Friuli, Pemmone.
Negli anni Trenta sfrutt una contesa che opponeva il duca al patriarca di Aquileia Callisto, per deporre Pemmone e
sostituirlo con il fedele Rachis, nipote del re (737).
Nel 739, un'altra rivolta del duca di Spoleto, Trasmondo, compromise la pace; Liutprando marci su Spoleto e
insedi come duca un suo fedele, Ilderico, mentre Trasmondo cerc rifugio a Roma, presso papa Gregorio III. Il papa
non consegn l'alleato al re, che cinse d'assedio Roma, saccheggi il suo contado e fece rasare e vestire i nobili
romani secondo l'uso longobardo, chiaro segnale della sua volont di farne suoi sudditi. Prima di rientrare a Pavia, in
agosto, occup le roccaforti di Amelia, Orte, Bomarzo e Blera. Il papa chiese aiuto al maggiordomo di palazzo
franco, Carlo Martello, e riprese l'iniziativa non appena Liutprando si fu allontanato: affid un esercito a Trasmondo,
che in dicembre rioccup Spoleto ed elimin Ilderico. Contemporaneamente moriva a Benevento il fedele Gregorio e
il partito autonomista, sostenuto dal papa, elesse al suo posto Godescalco (740).
Liutprando non accett un simile ridimensionamento della sua opera unificatrice e torn ad attaccare Ravenna,
devastando l'Esarcato e il ducato romano. Nel 741, quando preparava un nuovo attacco a Roma, papa Gregorio III
mor e il suo successore, Zaccaria, abbandon Trasmondo in cambio della restituzione delle quattro roccaforti. Nel
742 Liutprando marci verso sud e affront in battaglia l'esercito bizantino-spoletino tra Fano e Fossombrone. Nello
scontro si distinsero i figli del duca del Friuli, Rachis e Astolfo. Liutprando entr a Spoleto, imprigion e fece
rinchiudere in convento Trasmondo e lo sostitu con il nipote Agilprando, gi duca di Chiusi. Cal quindi su
Benevento; Godescalco fu ucciso mentre tentava la fuga e sul trono ducale sal finalmente Gisulfo, ora maggiorenne.
La politica religiosa e la Donazione di Sutri
Definiva se stesso re cattolico e i Longobardi popolo cattolico e si adoper per il rafforzamento della Chiesa.
Accanto all'attivit legislativa, favor il consolidamento delle strutture ecclesiastiche. Istitu la diocesi di Ceneda
trasferendola da Oderzo e si propose come mediatore nei conflitti che opponevano, in Toscana, quella di Siena ad
Arezzo e quella di Lucca a Pistoia.
Fu il primo re longobardo ad avere una cappella palatina, dove ogni giorno veniva tenuto il servizio divino. Istitu
chiese e monasteri; fond quello di San Pietro in Ciel d'Oro a Pavia e sostenne quello del Monte Bardone. La
religione cattolica divenne un nuovo elemento di coesione del regno, essendo ormai la fede comune tanto dei
dominatori longobardi quanto dei sudditi romanici.
Nel 728, nel quadro della sua campagna espansionista ai danni dei domini bizantini, occup le fortificazioni di Sutri,
nella parte settentrionale del ducato romano. Dopo cinque mesi, e in seguito alle pressanti insistenze del Papa
Gregorio II, don il borgo e alcuni castelli "agli apostoli Pietro e Paolo". Si trattava del primo nucleo del potere
territoriale della Chiesa cattolica, passato alla storia come Donazione di Sutri.
La politica estera
Dopo la morte di Pertarito i sovrani longobardi avevano dedicato scarse attenzioni alle relazioni con gli altri regni
europei. Liutprando, al contrario, gi prima di salire al trono aveva maturato ampia esperienza sia del Ducato di
Baviera, sia del regno franco. Una volta salito sul trono, intervenne - unico tra i sovrani longobardi - pi volte nelle
vicende politiche europee, mirando soprattutto a mantenere un equilibrio di pace - ma che lo vedeva comunque
protagonista - con i popoli confinanti (Franchi e Avari).

172

Liutprando

173

Nel 717 intervenne nei contrasti interni della Baviera, sostenendo il fratello di sua moglie Guntrude, Ucberto, anche
occupando alcune fortificazioni di confine nel territorio di Merano.
Con il regno dei Franchi, nominalmente governato dai Merovingi ma di fatto dai maggiordomi di palazzo Carolingi,
i rapporti furono inizialmente tesi, a causa della tradizionale ostilit tra questi e i Bavari alleati di Liutprando. La
situazione mut quando Carlo Martello, nel 725, intervenne a sua volta nei conflitti interni bavaresi e spos una
nipote di Guntrude. Tra il maggiordomo di palazzo franco e Liutprando prese forma uno stretto legame che si
consolid, intorno al 730, in un'alleanza formale (amicitia).
Il legame con Carlo Martello venne rafforzato nel 737, quando il sovrano de facto dei Franchi invi a Pavia suo
figlio Pipino affinch Liutprando lo adottasse. Il re lo accolse benevolmente, lo fece rasare all'uso longobardo e lo
rimand al padre con ricchi doni. L'episodio rappresent un passaggio fondamentale nella storia dei Franchi:
attraverso quell'adozione Pipino divenne figlio di re e quindi legittimato, nell'ottica del tempo, ad assumere
formalmente il trono a danno della dinastia Merovingia (cosa che fece nel 751).
Nel 738 Liutprando sostenne nuovamente Carlo Martello che, impegnato in quel momento a nord contro i Sassoni,
non poteva far fronte al contemporaneo attacco degli Arabi che, a sud, avevano invaso il territorio di Arles.
Liutprando mobilit il suo esercito, penetr in Provenza e volse in fuga gli invasori. La vittoria sugli "infedeli"
rafforz anche le sue vesti di difensore della cristianit, gi messe in luce quando, pochi anni prima, aveva messo in
salvo dalla Sardegna (minacciata sempre dagli Arabi) quelle che si supponeva fossero le reliquie di sant'Agostino
d'Ippona.
I vantaggi dell'alleanza con i Carolingi, allora in
piena ascesa, si videro immediatamente: nel 739,
nel quadro delle azioni di Liutprando per affermare
il proprio potere anche nel centro Italia, l'esercito
longobardo saccheggi il ducato romano e occup
varie roccaforti. Papa Gregorio III invoc l'aiuto di
Carlo Martello offrendogli la sovranit sui domini
bizantini in Italia, che avrebbe dichiarato decaduti.
Ma il maggiordomo di palazzo franco non rispose
all'appello.

La tomba di Liutprando nella Basilica di San Pietro in Ciel d'Oro a Pavia

Il mecenatismo
Per approfondire, vedi Rinascenza liutprandea.

Legato al suo nome il cosiddetto periodo della "Rinascenza liutprandea", momento di confronto dell'arte
longobarda con i modelli classici romani, che produsse alcuni capolavori; per esempio, a Cividale del Friuli, il
Tempietto Longobardo.

Liutprando

174

La morte
Mor nel gennaio 744 e il suo corpo oggi conservato - insieme a quello di suo padre Ansprando - nella basilica di
San Pietro in Ciel d'Oro, a Pavia, accanto al monastero che fu fatto costruire per custodirvi le reliquie di
sant'Agostino, prese in Sardegna nel 723 per evitare il pericolo di profanazione da parte dei pirati saraceni e donate
alla citt di Pavia.

Note
[1] Sull'importanza storica dei contenuti dell'incontro si pu vedere un vecchio saggio ancora molto importante come quello di Oreste Bertolini,
Il problema delle origini del potere temporale dei papi nei suoi presupposti teoretici iniziali: il concetto di 'restitutio' nelle prime cessioni
territoriali alla chiesa di Roma in Scritti scelti di storia medievale, vol II, 'Il Telegrafo', Livorno 1968, pp. 487-550

Bibliografia
Paolo Diacono, Historia Langobardorum (Storia dei Longobardi, Lorenzo Valla/Mondadori, Milano 1992)
Jrg Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino, Einaudi, 2002. ISBN 88-464-4085-4
Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003. ISBN 88-7273-484-3

Altri progetti

Commons (http://commons.wikimedia.org/wiki/Pagina_principale?uselang=it) contiene immagini o altri


file su Liutprando (http://commons.wikimedia.org/wiki/category:Liutprand?uselang=it)

Collegamenti esterni
La leggenda (http://www.liutprand.it/liutprando.htm)
Biografia di Liutprando (http://www.roth37.it/COINS/Longo/liutprando.html)
Il riscatto delle reliquie di S. Agostino (http://www.30giorni.it/it/supplemento_articolo.asp?id=9935)
Predecessore

Re dei Longobardi

Successore

Ansprando

712 - 744

Ildebrando

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Ansprando

712 - 744

Ildebrando

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Portale Biografie

Portale Longobardi

Rinascenza liutprandea

175

Rinascenza liutprandea
La cosiddetta Rinascenza liutprandea un periodo della storia
dell'arte longobarda situato all'inizio dell'VIII secolo, in particolare
nel decennio 730-740 circa.
Venne cos chiamata la tendenza, nota appunto a partire dal regno
di Liutprando, volta ad introdurre nell'arte longobarda influssi
dell'arte romana. Questo recupero di forme e stili antichi, pur
sempre interpretati secondo la sensibilit "nordica" dei longobardi,
si inser a pieno titolo nel filone che segna la continuit dell'arte
classica anche nell'alto medioevo, che prosegu con l'arte
carolingia e ottoniana, grazie anche alla presenza di artisti di
formazione longobarda nei grandi cantieri dell'VIII e IX secolo.
La "rinascenza" ebbe come centro la citt di Cividale del Friuli,
dove resta il capolavoro architettonico di questa epoca, il
cosiddetto Tempietto longobardo, che ancora conserva gran parte
della decorazione originale dell'VIII secolo.

Tempietto di Cividale del Friuli

Altri capolavori sono le sculture conservate nel Museo Cristiano di


Cividale, quali l'altare del Duca Ratchis e il Battistero di Callisto.
Nell'ambito della rinascenza liutprandea viene fatta rientrare anche la Lastra con pavone conservata nella chiesa di
San Salvatore a Brescia, all'interno del percorso espositivo del museo di Santa Giulia[1].

Note
[1] Ragni, Morandini, Tabaglio, Leonardis, p. 47

Bibliografia
Pierluigi De Vecchi, Elda Cerchiari, I tempi dell'arte, volume 1, Bompiani, Milano 1999.
Elena Lucchesi Ragni, Francesca Morandini, Piera Tabaglio, Francesco de Leonardis (a cura di), I tesori di Santa
Giulia museo della citt, volume II, Grafo, Brescia 2011

Voci correlate
Liutprando
Longobardi
L'arte dei Longobardi

Rinascenza liutprandea

176

Arte longobarda: Architettura - Oreficeria - Pittura - Scultura


Longobardi in Italia: i luoghi del potere (patrimonio dell'umanit UNESCO) - Rinascenza liutprandea - Scuola beneventana
Immagini di arte longobarda: su it.Wikipedia - su Commons

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Ildebrando
Ildebrando
Re d'Italia
In carica

gennaio-agosto 744

Incoronazione

737 (associato al trono con Liutprando)

Predecessore

Liutprando

Successore

Rachis

Nome completo Hildebrandus o Hildeprandus (in


latino)
Hildeprand (in longobardo)
Altri titoli

Padre

Rex Langobardaorum
Rex totius Italiae
Sigiprando

Ildebrando (o Ildeprando o Ilprando[1][2]; ... post 744) fu re dei Longobardi e re d'Italia nel 744.

Ildebrando

177

Figlio del duca di Asti Sigiprando e nipote di


Liutprando, intorno al 732 riusc, insieme al duca di
Vicenza Peredeo, a espugnare Ravenna. La conquista,
che sembrava preludere all'unificazione dell'intera Italia
sotto la corona longobarda, si rivel per effimera:
dopo breve tempo la flotta di Venezia, chiamata in
aiuto da papa Gregorio III, riport la capitale
dell'Esarcato sotto l'autorit bizantina. Peredeo cadde e
Ildebrando fu fatto prigioniero, ridando slancio ai
bizantini tanto che il duca bizantino di Perugia,
Agatone, tent la riconquista di Bologna, ma venne
duramente sconfitto dall'esercito longobardo.
Il cosiddetto Catino di Pilato nella chiesa di Santo Stefano a

Nel 737 fu associato al trono per iniziativa della nobilt


Bologna, che reca un'iscrizione di Liutprando e Ilprando
longobarda, in occasione di una grave malattia del suo
predecessore. Secondo quanto riferisce Paolo Diacono, Liutprando, ristabilito, reag dapprima infuriandosi, ma poi
riconoscendo la necessit di quell'atto per garantire una successione pacifica (non avendo figli maschi).
Dopo la morte di Liutprando regn per otto mesi (da gennaio ad agosto) nel 744, prima di essere deposto da quella
parte dei duchi che miravano all'autonomia dei propri domini e a una politica di pace verso Roma e Bisanzio. La
deposizione di Ildebrando, figura comunque incolore, segn una svolta nella politica longobarda, guidata sotto il
lungo regno di Liutprando dall'espansionismo guerriero e dall'accentramento del potere.

Note
[1] Universit di Siena, Dipartimento di storia (http:/ / www. storia. unisi. it/ index. php?id=441)
[2] Lodovico Antonio Muratori. Annali d'Italia: dal principio dell'era vulgare sino all'anno 1749, Volume 6. 1753. p.139 (http:/ / books. google.
com/ books?id=uGEPAAAAQAAJ& pg=PA139& lpg=PA139& source=bl& ots=UeNoMcFK3-& sig=2mCnkJYzsKy_H_Xy4rUvyewoegk&
hl=it& ei=noFQS4-1NsOY_Qaq3ZycCg& sa=X& oi=book_result& ct=result& resnum=1& ved=0CAcQ6AEwAA#v=onepage& q=&
f=false)

Bibliografia
Jrg Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino, Einaudi, 2002. ISBN 8846440854
Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003. ISBN 8872734843
Predecessore

Re dei Longobardi

Successore

Liutprando

744

Rachis

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Liutprando

744

Rachis

Portale Biografie

Portale Longobardi

Rachis

178

Rachis
Rachis

Rachis in una miniatura


Re d'Italia
In carica

744-749
756-757 (trono conteso a Desiderio)

Incoronazione

744

Predecessore

Ildebrando

Successore

Astolfo

Nome completo Rachis o Ratchis (in latino)


Altri titoli

Rex Langobardorum
Rex totius Italiae

Nascita

Cividale (?)

Morte

Montecassino (?)

Padre

Pemmone

Madre

Ratperga

Consorte
Figli

[]

Tassia
Rattruda

Rachis (o Ratchis, raramente italianizzato in RachiWikipedia:Uso delle fonti; Cividale?, ... Montecassino?, post
757) fu re dei Longobardi e re d'Italia dal 744 al 749 e dal 756 al 757.

Biografia
Il Ducato del Friuli
Nipote di re Liutprando, nel 737 fu nominato duca del Friuli. A insediarlo fu lo stesso sovrano, che lo considerava
fedele nonostante fosse figlio di Pemmone, il duca deposto da Liutprando a causa delle tendenze autonomiste
manifestate contrastando duramente il patriarca di Aquileia, Callisto. La casata del Friuli si era trovata in contrasto
con quella di Liutprando gi ai tempi di suo padre Ansprando, eppure il sovrano manifest ampiamente la sua fiducia
in Rachis, concedendogli anche la grazia per il padre. Narra Paolo Diacono[1] che tale fiducia fu immediatamente
ripagata: quando Liutprando, sedendo in giudizio a Pavia, ordin l'arresto di tutti i sostenitori di Pemmone (fatti salvi
appunto il duca deposto e i suoi figli, ai quali era stata concessa l'immunit), il fratello minore di Rachis, Astolfo,
minacci di sguainare la spada seduta stante e uccidere il re. A impedirglielo fu lo stesso Rachis.

Rachis
Rientrato a Cividale, condusse una spedizione in Carniola contro gli Slavi, costante minaccia da Oriente contro il
regno longobardo, eliminandone un gran numero e devastandone il territorio. In quell'occasione si distinse per un
atto di eroismo militare: attaccato dai nemici quando ancora non aveva potuto impugnare la sua lancia, riusc tuttavia
ad abbattere lo slavo che lo stava affrontando con la sola clava che aveva in mano.

Il primo regno
L'ascesa al trono
A elevarlo al trono di Pavia nel 744, deponendo Ildebrando, fu probabilmente la corrente pi autonomista dei duchi,
che da un esponente della famiglia di Pemmone si attendeva maggiori concessioni di autogoverno. Rachis, tuttavia,
cerc di legittimare la propria usurpazione presentandosi come erede e continuatore della politica di Liutprando.
Nonostante il prestigio militare che aveva conquistato in precedenza si trov quindi presto a dover bilanciare una
difficile mediazione tra istanze opposte, senza possedere le doti politiche e diplomatiche di Liutprando.
La politica
La sua debolezza politica si manifest in un governo stabile e pacifico in politica estera, ma turbolento e segnato da
profondi contrasti all'interno. Testimonianza di ci sono le leggi emanate da Rachis, dalle severe punizioni
comminate ai giudici che trascuravano i propri doveri agli sforzi per contenere l'insubordinazione e lo spionaggio a
danno dei duchi e della corte. Queste e altre norme (in particolare quelle volte a controllare il movimento degli
stranieri in Italia e a limitare gli espatri) lasciano intendere il timore di rivolte sostenute da altre potenze europee, in
particolare da quei Franchi il cui maggiordomo di palazzo, Pipino il Breve (re de facto prima ancora di esserlo de
iure dal 751), era figlio adottivo di Liutprando, e dunque potenzialmente ostile all'usurpatore del legittimo successore
del grande re al quale, tra l'altro, doveva gran parte della sua legittimazione a regnare.
Per rafforzare la propria posizione, scarsamente sorretta dalla grande aristocrazia guerriera longobarda, si prodig
per sostenere la piccola nobilt dei "gasindi", i liberi che si stavano impoverendo e la massa della popolazione
romanica. Lui stesso spos una donna romana, Tassia, e lo fece seguendo il rito romano anzich quello tradizionale
longobardo. A partire dal 746 si attribu, al posto del tradizionale titolo di re dei Longobardi, quello romaneggiante
di princeps: chiara manisfestazione della sua volont di porsi, sulla scorta degli imperatori romani, al di sopra delle
diverse etnie che abitavano il suo regno.
La deposizione
Queste scelte politiche, rafforzate dall'ammissione a corte di caratteristiche filo-romane, suscitarono la reazione dei
tradizionalisti longobardi, irritati anche dal fatto che il re cercasse una pace duratura con Roma e i Bizantini. Per
rispondere al crescere di queste pressioni invert la rotta della sua politica nel 749, invadendo la Pentapoli e cingendo
d'assedio Perugia, nodo cruciale sulla via di collegamento tra Roma e l'Esarcato. Un intervento di papa Zaccaria lo
convinse tuttavia a togliere l'assedio; il prestigio di Rachis tra i suoi uomini sub cos un colpo decisivo.
Nel luglio di quello stesso 749 l'assemblea dei Longobardi, riunita a Milano, lo dichiar decaduto e insedi al suo
posto il fratello Astolfo. Rachis tent di opporsi alla deposizione, ma presto fu costretto a rifugiarsi a Roma, dove
prese i voti insieme a tutta la sua famiglia. Con i figli maschi si ritir quindi a Montecassino, mentre Tassia e la figlia
Rottudra entrarono nel convento di Plumbariola. La scelta di Rachis, accreditata come puramente spirituale dalle
fonti ecclesiastiche, era comunque l'unica alternativa all'eliminazione fisica per un re spodestato. La ricerca storica,
tuttavia, non esclude del tutto la possibilit di un reale conflitto interiore; in Rachis come in altri sovrani longobardi
(incluso suo fratello e successore Astolfo) emerge l'insanabile contrasto tra la coscienza cattolica individuale e le
esigenze di opposizione al Papato dettate dalla politica di unificazione dell'Italia condotta dal re. Una leggenda
attribuisce a Rachis la fondazione dell'Abbazia del Santissimo Salvatore, alle pendici orientali del Monte Amiata. Il
re, secondo la tradizione, vide la Trinit stagliarsi sopra le chiome della selva amiatina e ci lo indusse a disporre la
costruzione, nel punto dell'apparizione, di un monastero dedicato al Salvatore.

179

Rachis

180

Il secondo regno
Alla morte di Astolfo, nel 756, lasci Montecassino e tent di riprendere il trono; raggiunse Pavia e si impadron del
palazzo regio, raccogliendo vasti consensi nell'Italia settentrionale. Dalla Toscana per mosse il duca di Tuscia,
Desiderio, che reclam per s il trono e raccolse il sostegno di tutti gli oppositori al casato friulano di Rachis e
Astolfo. Il pretendente ottenne anche l'appoggio di papa Stefano II e dei Franchi di Pipino il Breve, che gli misero a
disposizione delle truppe. Il papa esercit poi pressioni dirette sul "re monaco", che si mostrava esitante ed era
ulteriormente indebolito dalla defezione di quanti, tra i suoi sostenitori, temevano un nuovo intervento franco. Nel
marzo del 757 rientr allora in monastero e intraprese opere di evangelizzazione nella Terra di San Benedetto. Nello
stesso anno si ritir nell'abbazia di Montecassino[] oppure nei pressi di Cervaro dove diede vita ad una comunit
monastica ispirata al culto mariano; oggi l un monte prende il nome da luiWikipedia:Uso delle fonti.

Note
[1] Paolo Diacono, Historia Langobardorum, VI, 51.

Bibliografia
Paolo Diacono, Historia Langobardorum (Storia dei Longobardi, Lorenzo Valla/Mondadori, Milano 1992).
Jrg Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino, Einaudi, 2002. ISBN 8846440854
Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003. ISBN 8872734843

Altri progetti

Commons (http://commons.wikimedia.org/wiki/Pagina_principale?uselang=it) contiene immagini o altri


file su Rachis (http://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Ratchis?uselang=it)
Predecessore

Duca del Friuli

Successore

Pemmone

737 - 744

Astolfo

Predecessore

Re dei Longobardi

Successore

Ildebrando

744 - 749

Astolfo

Astolfo

756 - 757

Desiderio

II

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Ildebrando

744 - 749

Astolfo

Astolfo

756 - 757

Desiderio

II

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Portale Biografie

Portale Longobardi

Astolfo (re)

181

Astolfo (re)
Astolfo

Follis di Astolfo
Re d'Italia
In carica

749-756

Incoronazione

749

Predecessore

Rachis

Successore

Desiderio

Nome completo

Aistulfus (in latino),


Aistulf (in longobardo)

Altri titoli

Rex Langobardaorum
Rex totius Italiae

Nascita

Cividale (?)

Morte

Pavia, dicembre 756

Padre

Pemmone

Madre

Ratperga

Astolfo (Cividale del Friuli, ... Pavia, dicembre 756) fu re dei Longobardi e re d'Italia dal 749 al 756.

La figura
Figlio del duca del Friuli Pemmone e fratello di Rachis, divenne a sua volta duca del Friuli nel 744, quando suo
fratello fu elevato al trono dei Longobardi, e mantenne la carica fino a quando, nel 749, fu chiamato ancora a
sostituire il fratello, questa volta sul trono di Pavia. Figura nettamente pi carismatica di quella di Rachis, ribalt
l'atteggiamento del fratello, che si era prodigato nel favorire l'elemento romanico al fine garantire, attraverso una
maggior coesione, pi stabilit al regno. Un simile atteggiamento filo-romano provoc la reazione dei tradizionalisti
longobardi, che si rivolsero ad Astolfo. Divenuto re, esalt quindi l'elemento longobardo; fin dal suo primo anno di
regno si defin nuovamente rex gentis Langobardorum ed esplicit il suo programma espansionista precisando, nel
prologo alle leggi da lui emanate: "Assegnatoci dal Signore il popolo dei Romani".
Agli inizi degli anni cinquanta dell'VIII secolo raggiunse una posizione di potere sull'Italia pari, se non superiore, a
quella dei suoi grandi predecessori Grimoaldo e Liutprando, tanto da sfiorare la piena unificazione della Penisola
sotto il suo scettro. L'intervento dei Franchi di Pipino il Breve, invocati dai papi, ridimension tuttavia rapidamente
la potenza del regno, riportandolo al rango di un potentato regionale.

Astolfo (re)

182

Il Ducato del Friuli


Ultimogenito di Pemmone e Ratperga, gi quando il padre fu deposto
nel 737 diede segno di un carattere pi risoluto e impulsivo del fratello
Rachis, frattanto asceso al trono ducale. Quando infatti Liutprando,
sedendo in giudizio a Pavia, ordin l'arresto di tutti i sostenitori di
Pemmone (fatti salvi il duca deposto e i suoi figli, ai quali era stata
concessa l'immunit), Astolfo minacci di sguainare la spada seduta
stande e uccidere il re. A impedirglielo fu lo stesso Rachis. In seguito,
tuttavia, anche Astolfo si riappacific con il re, tanto da segnalarsi
durante la campagna condotta da Liuprando nel 742 contro i Bizantini,
mettendosi particolarmente in luce - insieme al fratello - nello scontro
avvenuto tra Fano e Fossombrone.

Wiligelmo e seguaci, Re Astolfo fa una donazione


all'abate Anselmo per fondare l'abbazia di
Nonantola, portale dell'abbazia di Nonantola (XII
secolo)

Nel 744, quando Rachis venne prescelto come nuovo re dei


Longobardi in sostituzione del deposto Ildebrando, Astolfo divenne
duca del Friuli. Scarse le notizie sul suo governo, nei pochi anni
durante i quali resse il ducato.

Il regno
La riorganizzazione dell'esercito

Divenuto re, per conseguire l'obiettivo di portare sotto il suo dominio l'intera Italia, si dedic fin da principio alla
riorganizzazione e al rafforzamento dell'esercito. Disciplin il servizio militare, commisurando gli obblighi alle
disponibilit economiche degli uomini soggetti alla leva. I latifondisti e i mercanti agiati erano tenuti a prestare
servizio con corazza e cavallo; i medi proprietari e mercanti dovevano presentarsi con cavallo, scudo e lancia. I pi
poveri dovevano essere dotati di scudo, arco e frecce.
Ad essere soggetti agli obblighi di leva erano tutti gli uomini liberi del regno; dalle norme, inoltre, emerge come a
met dell'VIII secolo le differenze economiche tra i liberi si fossero approfondite e come la classe mercantile fosse
divenuta rilevante. Accanto a queste indicazioni, Astolfo eman anche leggi relative alla disciplina dei comandanti,
soprattutto contro quelli che esentavano i ricchi dalla leva.
Temendo attacchi esteri, soprattutto franchi, ripristin e rafforz le difese sulle Alpi e regolament severamente il
flusso di merci e persone. I commerci con l'estero divennero possibili solo previa autorizzazione regia.

Astolfo (re)

183

Le conquiste
Riorganizzato e rafforzato l'esercito, Astolfo pass
immediatamente all'offensiva contro i territori italiani
ancora soggetti (anche se pi di nome che di fatto)
all'Impero bizantino.
Nel 750 invase da nord l'Esarcato occupando Comacchio e
Ferrara; nell'estate del 751 riusc a conquistare l'Istria e poi
la stessa Ravenna, capitale e simbolo del potere bizantino in
Italia. Si install nel palazzo dell'esarca, che venne
parificato al palazzo regio di Pavia come centro del regno
longobardo.

I domini longobardi raggiunsero la loro massima estensione


dopo le conquiste di Astolfo (751)

Astolfo punt ad accrescere il suo prestigio anche attraverso


segnali plastici; fece coniare monete con la sua effigie,
stilizzata secondo l'uso bizantino. L'Esarcato non fu
omologato agli altri possedimenti longobardi in Italia (non
fu cio eretto a ducato), ma mantenne la sua specificit
come sedes imperii: in questo modo Astolfo si proclamava
erede diretto, agli occhi dei Romanici italiani,
dell'imperatore bizantino e dell'esarca, suo rappresentante.

Nel 752 diede seguito a questa sua concezione del proprio ruolo ponendo richieste in termini ultimativi al nuovo
papa Stefano II. Chiese al pontefice un tributo di un soldo d'oro per ogni abitante del Ducato romano e il
riconoscimento della sua sovranit sull'intero territorio. Il papa rifiut le richieste, reiterate in lunghe trattative.
Astolfo, per ribadire la propria superiorit militare, comp numerose scorrerie entro il Ducato, occupando anche la
roccaforte di Ceccano (753); tuttavia, comprendendo come i suoi predecessori l'importanza di apparire re cattolico,
esitava ad attaccare direttamente Roma.
La minaccia di Astolfo sul Ducato romano era rafforzata dal controllo che aveva acquisito anche sui ducati dell'Italia
centro-meridionale, Spoleto e Benevento. Nel 751 a Spoleto aveva rimosso il duca Lupo, fedele al deposto Rachis, e
aveva assunto direttamente il controllo del ducato; a Benevento si assicur la fedelt di Scauniperga, reggente a
partire dalla met del 751 (momento della morte del duca Gisulfo II) per il figlio minorenne Liutprando.

Le guerre contro i Franchi


Prima fase (753-754)
Stretto in una morsa, papa Stefano II chiese l'intervento di Pipino il Breve, re dei Franchi, gi preoccupati per
l'ascesa del potere longobardo. Il re franco era inoltre fresco debitore (750) al papato per la legittimazione della sua
usurpazione a danno dei Merovingi e voleva impedire che la massima autorit religiosa cattolica, influente anche
all'interno del suo regno, divenisse vassalla dei Longobardi.
La controversia tra Astolfo e Stefano II si trascin in lunghe trattative diplomatiche, che videro coinvolti inviati di
Pipino, il vescovo di Metz ed emissari imperiali. Nell'ottobre 753 il pontefice stesso, non vedendosi sostenuto dai
bizantini, si mosse da Roma per trattare direttamente con Astolfo a Pavia, ma il re longobardo rifiut ogni
concessione. Dopo un mese di trattative, Stefano II si rimise in viaggio, questa volta verso il regno dei Franchi. Il
Papa incontr Pipino il 6 gennaio 754, che gli promise di intervenire in Italia. Il 14 aprile Pipino riusc a convincere
la nobilt franca ad approvare la guerra contro i Longobardi. Il suo progetto prevedeva una linea di demarcazione
Luni-Monselice; i territori posti a sud di questo nuovo confine (inclusi quindi l'Esarcato, la Pentapoli e i ducati di
Spoleto e Benevento) sarebbero divenuti domini pontifici.

Astolfo (re)

184

Per sventare la minaccia, Astolfo si accord con il fratello di Pipino, Carlomanno, che nel 747 si era ritirato a
Montecassino. Carlomanno rientr in Francia, dove capeggi l'opposizione al re, ma presto (753) fu internato in un
monastero a Vienne dove l'anno seguente mor.
Nell'agosto del 754 Pipino mosse contro Astolfo, lo affront in battaglia alle chiuse (fortificazioni di confine) della
Val di Susa e gli inflisse una dura sconfitta. Il re longobardo fugg a Pavia, che venne assediata da Pipino. Tuttavia
riusc a ottenere l'appoggio della nobilt franca che si opponeva a Pipino e, quindi, a spuntare condizioni di pace
relativamente miti: riconobbe (anche di fronte a Bisanzio) la superiorit franca, consegn alcuni ostaggi e promise di
cedere i territori che aveva strappato al Papa.
Seconda fase (756)
Poco dopo il ritiro dell'esercito franco Astolfo torn all'offensiva, assediando nuovamente Roma (756). Si ripet
quando accaduto due anni prima: Pipino torn con il suo esercit in Italia, sconfisse Astolfo alle chiuse valsusine e lo
cinse d'assedio a Pavia. Astolfo capitol e dovette subire condizioni di pace ancora pi dure: la consegna di un terzo
del tesoro longobardo, il versamento di un tributo annuale a Pipino e la cessione al papa della citt di Ravenna e
delle altre citt dell'Esarcato che aveva occupato in precedenza.
La vittoria franca, netta sul piano militare, non fu tuttavia tale da consentire a Pipino la piena attuazione del suo
progetto iniziale, che prevedeva l'attribuzione alla sovranit papale dell'intera Italia centro-meridionale, inclusa
l'attuale Romagna. Il regno longobardo perse parte della sua autonomia e dei territori pi recentemente conquistati,
ma conserv l'indipendenza. Astolfo mor poco dopo, sempre nel 756, in seguito a una caduta da cavallo[1].

Note
[1] Le sepolture regie del regno italico (secoli VI-X) - Astolfo (749-756) (http:/ / sepolture. storia. unipd. it/ index. php?page=scheda& id=34)

Bibliografia
Jrg Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino, Einaudi, 2002. ISBN 88-464-4085-4
Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003. ISBN 88-7273-484-3
Ottorino Bertolini (1892-1977), Astolfo, pp. 246/247.

Altri progetti

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Predecessore

Duca del Friuli

Successore

Rachis

744 - 749

Anselmo e Pietro

Predecessore

Re dei Longobardi

Successore

Rachis

749 - 756

Rachis e Desiderio
(trono conteso)

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Rachis

749 - 756

Rachis e Desiderio
(trono conteso)

Controllo di autorit VIAF: 76706671 (http://viaf.org/viaf/76706671)

Astolfo (re)

185

Portale Biografie

Portale Longobardi

Desiderio (re)
Desiderio
Re d'Italia
In carica

756-774

Incoronazione

757

Predecessore

Astolfo

Successore

Carlo Magno

Nome completo Desiderius (in latino)


Altri titoli

Rex Langobardaorum
Rex totius Italiae

Nascita

Brescia

Morte

Liegi (?)

Consorte
Figli

Ansa
Adelchi, "Ermengarda", Gerberga, Adelperga, Liutperga, Anselperga

Desiderio, noto anche come Daufer, Dauferius, Didier, in francese, e Desiderius, in latino (Brescia, ... Liegi?,
post 774), fu re dei Longobardi e re d'Italia dal 756 al 774.

L'ascesa al trono
Originario di Brescia, fu creato da Astolfo duca di Tuscia. Alla morte di Astolfo aspir al trono longobardo in
opposizione al fratello e predecessore del defunto, Rachis, che aveva abbandonato il monastero di Montecassino
dove si era ritirato ed era ritornato a Pavia, occupando il palazzo regio. Rachis raccolse inizialmente vasti consensi
nell'Italia settentrionale, mentre tutti gli oppositori del casato friulano di Rachis e Astolfo sostennero Desiderio, che
si guadagn anche l'appoggio di papa Stefano II e del re dei Franchi, Pipino il Breve, grazie alla promessa di
rispettare le condizioni di pace accettate da Astolfo dopo la sua sconfitta e di ritirarsi dai territori bizantini occupati
da Liutprando (alcune citt dell'Esarcato e della Pentapoli). Il papa esercit pressioni dirette sul "re monaco", che si
mostrava esitante ed era ulteriormente indebolito dalla defezione di quanti, tra i suoi sostenitori, temevano un nuovo
intervento franco. Nel marzo del 757 Rachis rientr in monastero, spianando la strada all'incoronazione di Desiderio.
Fin dall'inizio cerc di consolidare il potere del regno, in opposizione ai duchi di Spoleto e di Benevento, e di
arginare l'influenza dei Franchi sul papato. I due ducati si appoggiarono allora, per riconquistare la propria
autonomia, al papato. Spoleto, da Astolfo amministrata direttamente, nomin un nuovo duca, Alboino, sostenuto dal
papa e dai Franchi; a Benevento il nuovo reggente Giovanni si schier, in nome dell'ancora minorenne duca
Liutprando, dalla parte di Stefano e Pipino.

Desiderio (re)

Il regno
La politica espansionistica
Alla morte di papa Stefano II (aprile 757), Desiderio non mantenne le promesse fatte, sfruttando un momento
turbolento nella vita della Chiesa (la successione al soglio del fratello di Stefano, papa Paolo I, fu aspramente
contrastata). Non soltanto non consegn a Roma i territori conquistati da Liutprando, ma nel 758 si assicur
l'appoggio diplomatico dell'Impero bizantino per estendere nuovamente i suoi domini.
Attraverso la Pentapoli penetr nel Ducato di Spoleto e imprigion il duca Alboino; poi prosegu verso Benevento,
da dove cacci Liutprando e il reggente Giovanni, insediando come duca il proprio genero Arechi. Nel 759 nomin
un nuovo duca di Spoleto, che fino a quell'anno aveva amministrato direttamente (come gi Astolfo): Gisulfo. In
questo modo ripristin il controllo regio, gravemente compromesso durante gli ultimi anni del regno di Astolfo,
sull'intera Italia longobarda. L'opera di rafforzamento del potere regio di Desiderio culmin, nel 759, con
l'associazione al trono del figlio Adelchi.
Anche la rete dei monasteri italiani divenne strumento di dominio. Nel 753 con sua moglie Ansa fond a Brescia, la
sua citt natale, il monastero di San Salvatore, dotato di un'eccezionale ricchezza e affidato come badessa alla figlia
Anselperga. Alla giurisdizione di San Salvatore sottomise un'intera rete di complessi monastici tra Lombardia,
Emilia e Toscana, creando una federazione da lui direttamente controllata. Un altro monastero da lui fondato in terra
bresciana fu la Badia Leonense, terminata di costruire nel 758 e guidata da monaci Benedettini giunti alla Badia
situata a Leno direttamente dal monastero di Montecassino creato da Benedetto da Norcia nel 529.
Gli attriti con la Chiesa furono appianati solo nel 763, grazie ad appositi accordi. Memore del precedente di Astolfo,
ritenne di poter evitare nuovi interventi dei Franchi a sostegno del papato attraverso una politica di piccole
concessioni al pontefice. Nel 757 consegn al Papa Ferrara, Faenza e alcuni possedimenti nella Pentapoli, ma
conserv la maggior parte dei territori a suo tempo promessi a papa Stefano II. In quel momento, tuttavia, Pipino il
Breve era costretto da problemi interni al suo regno a non impegnarsi nuovamente in Italia, cos papa Paolo I
sottoscrisse un accordo che accettava la situazione che si era venuta a creare. A suggello dell'intesa, Desiderio si rec
a Roma, preg sulla Tomba di Pietro e garant i diritti del papa; Paolo, in cambio, avvert Pipino che Desiderio era il
suo difensore contro gli intrighi dei bizantini.
Desiderio intervenne attivamente negli scontri per la successione di papa Paolo I, morto nel giugno del 767. Dal
Ducato di Spoleto invi un esercito a Roma, guidato dal prete Valdiperto, che il 31 luglio riusc a far elevare al
soglio il cappellano Filippo che tuttavia rinunci il giorno stesso. Divenne cos papa, contro la volont di Desiderio,
Stefano III, il candidato della curia romana guidata dal primicerio Cristoforo.[1]

La politica dinastica
Desiserio dopo la morte di Pipino il Breve nel 768 riusc ad imparentarsi con uno dei figli, Carlo Magno, dandogli in
sposa la figlia, Desiderata.[2] In questo modo riusc a interferire con la politica interna del regno franco, in crisi per
una contrapposizione tra i due fratelli che si sarebbe conclusa soltanto nel 771, con la morte di Carlomanno. Questa
politica di alleanze matrimoniali, destinata a fallire, trovava fin dall'inizio l'opposizione del papa Stefano III, che si
opponeva al matrimonio della cosiddetta "Ermengarda" con Carlo Magno[3] in quanto l'alleanza tra franchi e
longobardi gli avrebbe impedito di utilizzare gli uni o gli altri a seconda del suo vantaggio. Nel 769 Desiderio, con la
scusa di un pellegrinaggio a Roma, entr nei territori della Chiesa accompagnato da un esercito. Accampatosi nei
pressi di San Pietro, appoggi il partito longobardo capeggiato da Paolo Afiarta e condann a morte il capo del
partito opposto, il primicerio Cristoforo, pare con la tacita approvazione di papa Stefano III che si era visto
abbandonato dal suo antico sostenitore.[4] Grazie anche alle divisioni interne del regno dei Franchi, Desiderio riusc
cos ad assurgere a un ruolo di primo piano nella politica europea del tempo ma, in reazione alla sua politica
aggressiva, Carlo Magno, rimasto unico re dei Franchi, ripudi Ermengarda; e questo fu il colpo definitivo che
mand a monte la sua politica di alleanze dinastiche.

186

Desiderio (re)

La guerra contro i Franchi


Nel gennaio del 772 mor papa Stefano III, cui succedette Adriano I, che si sbarazz del capo del partito
filo-longobardo, Paolo Afiarta, e appoggi quello di Cristoforo, cui doveva la sua elezione. Desiderio colse il
pericolo di una nuova alleanza tra il papa e i Franchi e tent di sventarla per via diplomatica. Adriano rimase per
irremovibile nella sua richiesta di completa esecuzione degli accordi precedenti, con la cessione al papato di tutti i
territori che reclamava; Desiderio pass quindi all'offensiva, tornando a invadere l'Esarcato, riconquistando Faenza,
Ferrara e Comacchio e minacciando Ravenna. La pressione militare mirava a convincere il papa a conferire l'unzione
regale ai figli di Carlomanno, che avrebbe spezzato il legame tra Adriano e Carlo Magno e creato disordini nel regno
franco. Adriano non solo non si pieg, ma procedette all'eliminazione dei capi del partito longobardo a Roma.
Alla fine del 772, Desiderio intensific la pressione militare occupando Senigallia, Jesi e Gubbio, entrando nel
Ducato romano e minacciando la stessa Roma. Adriano scomunic il re longobardo e chiese l'aiuto di Carlo Magno.
Il re franco era all'epoca impegnato nelle guerre contro i Sassoni, ma si risolse comunque a rispondere all'appello
perch non poteva permettere che fosse appannato il suo prestigio come protettore del papato. Nella primavera del
773 Carlo radun il proprio esercito presso Ginevra e lo ripart in due tronconi: uno avrebbe disceso la Valle d'Aosta,
difesa da Adelchi, l'altro, condotto dallo stesso Carlo, avrebbe seguito la tradizionale via attraverso il Moncenisio.
L, alle Chiuse presso Susa, Desiderio riusc a frenare i Franchi, ma il fronte presidiato da Adelchi cedette sotto
l'urto dell'esercito guidato dallo zio di Carlo, Bernardo.
Colte dal panico, le schiere longobarde si ritirarono disordinatamente in Val Padana. Adelchi con i figli di
Carlomanno si rinserr a Verona, Desiderio e la moglie si chiusero invece nella capitale, Pavia, mentre i contingenti
provenienti dai vari ducati fecero ritorno alle proprie sedi. I Longobardi non erano stati compatti nell'opporsi
all'attacco franco; gi prima della battaglia diversi non avevano appoggiato Desiderio, alcuni spingendosi fino al
tradimento e alla fuga nel regno franco, e dopo la sconfitta del re le spinte centrifughe si intensificarono. I notabili
spoletini scesero a Roma, si fecero rasare secondo l'uso romano e chiesero al papa Adriano I la nomina di un nuovo
duca; il pontefice scelse Ildebrando, che riprese il controllo del Ducato e lo consegn a San Pietro. Analogamente, si
sottomisero a Roma anche i Longobardi di Fermo, Osimo e Ancona.
Carlo Magno continu la sua campagna in Italia, conquistando altre citt e riuscendo a far prigionieri i figli di
Carlomanno, ma Pavia continuava a resistere. Soltanto all'inizio del 774 la citt, stremata, cadde. Desiderio fu
mandato assieme alla moglie Ansa in Francia, e imprigionati in un monastero, a Liegi o forse a Corbie; Adelchi
ripar a Bisanzio, mentre Carlo Magno si proclam rex Francorum et Langobardorum.

Matrimonio e discendenza
Desiderio spos Ansa (o Ansia) dalla quale ebbe :
Desiderata (o Berterada)[5] andata sposa nel 770 a Carlo Magno e da questi ripudiata l'anno successivo
Adalgiso (o Adelchi), associato al trono dal 759 al 774 dal padre Desiderio, fu sconfitto da Carlo Magno nel 774 e
si rifugi a Bisanzio
Liutberga, andata sposa a Tassilone III di Baviera
Adelperga, della quale era stato precettore Paolo Diacono, che and sposa ad Arechi II, duca di Benevento

187

Desiderio (re)

188

Influenze nella cultura


Desiderio appare nei romanzi del Ciclo carolingio, personaggio delle canzoni che narrano le imprese del re franco
nella campagna contro i Longobardi.
Appare come personaggio anche nella tragedia Adelchi di Alessandro Manzoni; in essa il re viene caratterizzato
da ardore vendicativo, in contrapposizione con la superiore sensibilit del figlio Adelchi.

Note
[1] Claudio Rendina, I papi, Roma, Ed. Newton Compton, 1990. pp. 231-232
[2] Nel 769 Carlomanno, fratello di Carlo Magno, spos Gerberga, una nobile franca, che alcuni storici accreditano come figlia di Desiderio per
il fatto che, nel 772, dopo che i figli avuti da Carlomanno erano stati spodestati da Carlo Magno, trov rifugio alla corte del re Desiderio e poi,
dopo la vittoria dei Franchi, nel 773, si rifugi nella fortezza di Verona assieme ad Adelchi, che pare che messo sotto assedio dai Franchi,
avesse consegnato Gerberga e i due figli a Carlo, che chiuse i due bimbi in convento, mentre di Gerberga non si hanno pi notizie.
[3] John N.D. Kelly, Gran Dizionario Illustrato dei Papi, Casale Monferrato (AL), Edizioni Piemme S.p.A., 1989, ISBN 88-384-1326-6. p. 261
[4] Claudio Rendina, I papi, Roma, Ed. Newton Compton, 1990. pp. 232-233
[5] Il nome della prima figlia di Desiderio e sposa di Carlo Magno non sicuro: indicato dagli storici con Desiderata e poi dal cronista del IX
secolo, Andrea da Bergamo, con Berterada, venne "inventato" da Alessandro Manzoni in Ermengarda.

Bibliografia
Jrg Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino, Einaudi, 2002. ISBN 88-464-4085-4
Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003. ISBN 88-7273-484-3
Franca d' Amico Sinatti, Il mistero del silenzio, il ritorno di un re longobardo, Rimini, Rafaelli Editore, 2005.
ISBN 88-89642-02-5

Altri progetti

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Predecessore

Re dei Longobardi

Successore

Astolfo

756 - 774

Carlo Magno

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Astolfo

756 - 774

Carlo Magno

Portale Biografie

Portale Longobardi

Ducato di Benevento

189

Ducato di Benevento
Ducato di Benevento

Dati amministrativi
Nome completo

Ducato di Benevento

Lingue parlate

latino, longobardo (fino al VII secolo)

Capitale

Benevento

Dipendente da

Regno Longobardo
Politica

Forma di governo
Duca
Nascita
Fine

monarchia assoluta
elenco
570 con Zottone
1077 con Landolfo VI

Territorio e popolazione
Religione e societ
Religioni preminenti Cattolicesimo

Evoluzione storica
Preceduto da
Succeduto da

Regno Longobardo
Ducato di Puglia, Calabria e Sicilia

Il Ducato di Benevento costitu l'estrema propaggine meridionale del dominio longobardo in Italia ed insieme al
Ducato di Spoleto costituirono quella che venne chiamata Langobardia Minor.
Formalmente soggetta al dominio dei pontefici romani (Ducato romano), che con i loro possedimenti nelle regioni
centrali la tagliavano fuori dal resto dell'Italia longobarda, Benevento fu sostanzialmente indipendente fin dal
principio della fondazione del ducato. I suoi destini furono strettamente legati alla corona reale longobarda solo
durante il regno di Grimoaldo e dei sovrani succeduti a Liutprando. Dopo la caduta del regno, tuttavia, il dominio
beneventano rimase l'unico dei territori longobardi a mantenere de facto la propria indipendenza per quasi trecento
anni, malgrado la divisione dei suoi territori subita nell'851.

Ducato di Benevento

La fondazione del Ducato


Le circostanze della costituzione del ducato sono ancora dibattute fra gli storici. La data di fondazione rimane infatti
controversa poich le notizie in proposito contrastano con i tempi della discesa dei Longobardi in Italia, che secondo
alcuni sarebbero stati presenti nel Mezzogiorno ben prima della completa conquista della pianura padana. In ogni
caso, la fondazione del ducato si fa risalire al 576 e i Longobardi sarebbero quindi giunti soltanto in seguito, intorno
al 590. Quello che certo che il primo duca fu Zottone, comandante di un'orda di soldati che stava discendendo la
Penisola lungo le coste della Campania. Il ducato fu costituito subito come entit statale indipendente, ma ben presto
Zottone fu costretto a sottomettersi all'autorit regia costituita nel nord Italia. Gli successe il nipote Arechi I, che con
la sua ascesa al potere inaugur l'adozione del principio di successione ereditaria, quasi inesistente nella cultura
politica longobarda.
La sottomissione di Zottone alla corona non limit pi di tanto l'autonomia del ducato, che pur essendo parte del
regno si mantenne essenzialmente indipendente. Eppure, tra Benevento e il resto del dominio longobardo esisteva
una forte comunanza di radici: si condividevano la lingua, le leggi, la religione. In pi, era in vita l'usanza per cui i
duchi beneventani prendevano in mogli principesse della famiglia reale. Ma se da una parte esistevano innegabili
tratti comuni, dall'altra rimaneva una lontananza geografica che ben presto si trasfer anche sul piano culturale. I
duchi di Benevento e i sovrani di Pavia erano infatti separati da un vasto territorio che rispondeva ad alleanze con
Roma o con Ravenna. L'autonomia culturale che si gener fu la naturale conseguenza di questo stato di cose. Nella
chiesa di Benevento, ad esempio, si svilupp e diffuse un particolare tipo di canto liturgico, il Canto beneventano,
caratterizzato da uno stile e un andamento ritmico propri e da una sua fraseologia. Inoltre, mentre il canto gregoriano
possedeva otto "modi", al beneventano ne bastavano due.
In questo ambito di autonomia si svilupp anche la forma di scrittura detta beneventana, attraverso la quale veniva
messo per iscritto il latino. Il canto beneventano resist alla diffusione dei canti gregoriani fino all'XI secolo, quando
fu proibito da papa Stefano IX.
Preziose informazioni sulla storia di questo stato longobardo ci provengono dallo scrittore dell'VIII secolo Paolo
Diacono, giunto a Benevento al seguito di una principessa di Pavia, sposa del duca. Stabilitosi nel grande monastero
di Montecassino, Diacono scrisse prima la storia di Roma, poi quella dei Longobardi, fornendoci la principale fonte
di informazioni storiche sul ducato dalle origini fino a quel momento.
Al contrario che nell'Italia del nord, la conquista della zona non fu frutto di un piano articolato come pot essere il
trasferimento in massa dalla Pannonia. Nel meridione d'Italia si diressero soprattutto guerrieri, dedicati a razzie e ad
assedi e formati in bande. Si erano recati l come mercenari al servizio dei Bizantini nelle guerre greco-gotiche. Lo
stesso Zottone potrebbe essere stato un capo di milizie mercenarie longobarde, forse parte integrante della
guarnigione bizantina di Benevento. All'arretramento bizantino corrispose l'avanzata longobarda, ma non nella forma
delle farae, bens del comitatus, cio di quel legame di fedelt che legava i militi al capo e che in nuce contiene il
futuro feudalesimo. Per conseguenza, l'influenza culturale nel meridione d'Italia fu pi debole e, parallelamente, pi
semplice l'integrazione con le popolazioni vinte, numericamente maggioritarie, anche se socialmente emarginate. I
corredi funerari confermano questo panorama.
Una delle prime incombenze dei nuovi conquistatori fu quella di ripristinare la cerchia difensiva della citt. La
residua popolazione di origine romana (di certo assai ridotta) fu confinata nella parte bassa della citt, mentre i
Longobardi si installarono nella zona collinare: i nuovi quartieri furono costruiti prevalentemente in legno. Come si
era soliti fare a quei tempi, le emergenze monumentali romane furono convertite in elementi difensivi. In particolare,
i nuovi conquistatori temevano che alcuni edifici (il teatro e le terme, ad esempio), essendo rimasti al di fuori della
cinta, con la loro mole, fungessero da avamposti per i nemici. Fu per questa ragione che essi costruirono la Torre
della Catena, un fortilizio a base poligonale e di forma piramidale, costruito con ciottoli di fiume disposti ad opus
incertum, laterizi e materiale di spoglio.
Fu nel 600, secondo la tradizione, che venne consacrata la cattedrale. La tecnica costruttiva, assai irregolare e con
uso di pietre di spoglio, fa pensare che essa sia contemporanea alla cinta muraria.

190

Ducato di Benevento

191

Espansione del dominio


Sotto il regno dei successori di
Zottone, il ducato cominci ad
espandersi a danno dell'Impero
bizantino. Arechi, proveniente dal
ducato del Friuli, sottomise al dominio
di Benevento le citt di Capua e
Crotone, saccheggi la bizantina
Amalfi, ma non riusc a impossessarsi
di Napoli. Alla sua morte, i presidi
bizantini nel sud Italia erano
notevolmente ridotti. A Bisanzio
restavano solo Napoli, Amalfi, Gaeta,
Sorrento, parte della Calabria e le citt
marittime della Puglia (Bari, Brindisi,
Otranto).

Il Ducato nell'VIII secolo

Nel 662 il duca Grimoaldo (al potere dal 647) si rec nel regno del nord in appoggio al re Godeberto, in lotta con il
fratello Bertarido, suo co-reggente. Grimoaldo comprese bene quale occasione gli si offriva e abbandonando i patti e
le alleanze uccise entrambi i fratelli e conquist Pavia, diventando re dei longobardi. In questi anni tent di riportare
in auge l'arianesimo a danno del cattolicesimo, diffuso dall'ultimo re Ariperto I. Ma l'arianesimo stava ormai
scomparendo anche nel suo ducato, perdendo cos quella caratteristica di tratto distintivo fra la minoranza etnica
longobarda e la popolazione di lingua latina. Il cattolicesimo favor invece la fusione delle due componenti e la
formazione di una coscienza nazionale unica.
Nel 663 la stessa Benevento fu messa sotto assedio dai bizantini. Questi, guidati da Costante II, erano sbarcati a
Taranto nel tentativo di recuperare i domini perduti e ristabilire l'autorit dell'Impero sul meridione d'Italia. Il duca
Romualdo I difese coraggiosamente la citt e spinse l'imperatore, che da parte sua temeva l'arrivo del padre del duca,
re Grimoaldo, a ritirarsi a Napoli. Romualdo intercett parte dell'esercito bizantino a Forino, tra Avellino e Salerno, e
lo annient. La pace fra il ducato e l'Impero d'Oriente fu siglata solo nel 680.
Nei decenni successivi, Benevento riusc a strappare ai bizantini diversi territori. Ma a questo punto, il principale
nemico del ducato era diventato lo stesso regno longobardo del nord Italia. Re Liutprando intervenne pi volte nelle
vicende beneventane, tentando di imporre propri candidati al trono ducale. Il suo successore, Rachis, dichiar i
ducati di Benevento e Spoleto territori stranieri, nei quali era proibito circolare senza un regolare permesso reale.

Dal Ducato al Principato


Nel 758 gli attriti fra i presidi meridionali e quelli settentrionali del dominio longobardo si acuirono. Le citt di
Spoleto e Benevento furono occupate per un breve tempo da re Desiderio, ma con la sconfitta di quest'ultimo e la
conquista del regno longobardo da parte di Carlo Magno (774), il trono longobardo rimase vacante. Il duca Arechi II
pens di approfittare della situazione e tentare un colpo di mano per impossessarsi della corona. Ma l'impresa si
rivel ben presto impraticabile, soprattutto perch in questo modo Arechi avrebbe attirato su di s l'attenzione dei
Franchi, esponendosi a facili pericoli. Il duca non perse comunque l'occasione di innalzare la propria dignit e si
fregi del titolo di Principe, elevando il suo dominio a Principato. La sua ascesa dovette per interrompersi: nel 787
l'assedio di Salerno da parte di Carlo Magno lo costrinse a sottomettersi alla signoria dei Franchi.

Ducato di Benevento

Fu in questo periodo che Benevento fu indicata da un cronista con


l'appellativo di Ticinum geminum ("gemella di Ticinum", antico nome
di Pavia): in pratica, fu considerata una seconda Pavia. La citt sub in
effetti importanti interventi di ampliamento: Arechi espanse la vecchia
citt romana, estendendo nuove mura e fortificazioni anche nella parte
sud-occidentale della citt. Qui il principe fece radere al suolo le
vecchie costruzioni ed edificare un nuovo palazzo principesco, la cui
corte interna ancora oggi visibile in quella parte dell'acropoli detta
Piano di Corte. Come i loro nemici bizantini, i duchi integrarono
nell'architettura del palazzo la loro chiesa nazionale, quella di Santa
Sofia.
Nel 788 il principato fu nuovamente invaso dalle truppe bizantine,
guidate stavolta da Adelchi, il figlio di Desiderio, che aveva trovato
rifugio a Costantinopoli. Un tentativo di riscossa che fu abilmente
ostacolato dal figlio di Arechi II, Grimoaldo III, che era riuscito anche
a rovesciare i rapporti di forza con i Franchi giungendo ad ottenere da
L'Annuncio a Zaccaria, affresco della chiesa di
Santa Sofia (fine VIII-inizi IX secolo)
questi una parziale sottomissione. Alla guerra contro Adelchi presero
parte anche i Franchi, che nel corso delle vicende belliche si lanciarono
pi volte all'attacco degli stessi territori di Benevento, ottenendo alcune piccole conquiste. Notevole fu solo
l'annessione di Chieti al ducato di Spoleto.
Nell'814 l'imperatore Ludovico il Pio pretese ancora una volta la sottomissione di Benevento e il principe Grimoaldo
IV gli rese alcune vaghe promesse di tributi e obbedienza. Nessuno di questi impegni, pur rinnovati dal successore
Sicone, fu realmente osservato: al contrario, il potere sempre pi declinante dei sovrani carolingi consent al
principato di allargare i margini della propria autonomia.

192

Ducato di Benevento

Divisione, riunificazione e declino del Principato


Malgrado l'incessante ostilit dei carolingi, Benevento raggiunse nel secolo seguente l'apice della sua grandezza,
arrivando ad imporre tributi alla citt di Napoli e conquistando Amalfi sotto il duca Sicardo. Quando quest'ultimo fu
ucciso da una congiura di palazzo, nel principato fu la guerra civile. Il fratello di Sicardo, Siconolfo, fu proclamato
principe dal popolo di Salerno, mentre l'assassino Radelchi fu acclamato sovrano dai beneventani.

Il capitolare dell'851
Lo scontro si concluse solo dopo dieci anni
di lotte con la divisione del principato,
sancita dallo stesso imperatore Ludovico II
con il capitolare dell'851. Dalla divisione
nacque il Principato di Salerno, mentre al
Principato di Benevento, ridotto nella sua
estensione territoriale, rimasero il Sannio, il
Molise e la Puglia a nord di Taranto.
Molti dei gastaldi e dei conti della zona,
come quelli di Capua, approfittarono di
questa situazione di caos per dichiararsi
indipendenti da entrambe le signorie.
Una crisi aggravata dall'arrivo delle
Il Principato di Salerno nell'851, sancito dal Capitolare dell'851 e retto da Pietro di
Salerno
invasioni saracene, che per la prima volta
erano stati chiamati in Italia dallo stesso
Radelchi e poi da Siconolfo durante la pi che decennale guerra per la successione a Sicardo. Non di rado, infatti, i
mercenari musulmani venivano spronati all'intervento armato in Europa dagli stessi governanti cristiani in guerra fra
loro.
Napoli, Salerno e Benevento subirono in questo periodo violenti saccheggi e devastazioni. La colonia saracena
costituita nel sud del Lazio fu annientata solo nel 915, dopo la battaglia del Garigliano. Nello stesso tempo, l'Impero
bizantino tornava alla carica riconquistando gran parte della Puglia e riducendo il gi declinante potere di Benevento.

La riunificazione con Pandolfo Testa di Ferro


Nell'899, Atenolfo I di Capua conquist Benevento e unific i due ducati, dichiarandoli giuridicamente inseparabili.
Egli introdusse il principio della co-reggenza, attraverso il quale diventava prassi che i figli venissero associati al
governo dai padri regnanti. Un metodo che fu subito adottato anche dai sovrani di Salerno. L'intera Langobardia
Minor fu riunificata per l'ultima volta dal duca Pandolfo Testa di Ferro, che nel 978 divenne anche Principe di
Salerno. A lui si deve la costituzione dell'Arcidiocesi di Benevento nel 969. Prima della sua morte (avvenuta nel
marzo del 981), aveva ottenuto dall'imperatore Ottone I anche il titolo di Duca di Spoleto. Tuttavia, egli non lasci
un'eredit unitaria, ma divise il suo dominio fra i suoi due figli: Landolfo IV ebbe il Principato di Benevento e
Capua, mentre Pandolfo II ottenne Salerno. Ma Benevento fu di nuovo strappata al suo signore quando Pandolfo II,
nipote di Testa di Ferro, si ribell allo status quo chiedendo la sua parte di eredit.

193

Ducato di Benevento

194

Il declino e l'arrivo dei Normanni


I primi decenni dell'XI secolo videro Benevento declinare molto pi rapidamente degli altri ducati come Salerno,
allora in posizione di assoluta predominanza, o Capua. L'imperatore Enrico II, nel 1022, conquist Capua e
Benevento, ma fu costretto ad un rapido ritorno in Germania dopo il fallito assedio di Troia. Furono questi gli anni
dell'arrivo dei Normanni nel meridione d'Italia. Benevento, che di l a poco avrebbe accettato la sudditanza allo Stato
Pontificio, fu per essi solo un debole alleato. Il duca beneventano, tuttavia, aveva ancora abbastanza prestigio da
potersi permettere di mandare suo figlio, Atenolfo, a comandare la ribellione normanno-longobarda in Puglia. In
realt, fu un disastro: Atenolfo abbandon subito l'impresa e Benevento perse allora tutto ci che restava della sua
influenza.
Roberto il Guiscardo conquist Benevento nel 1053 e ne dichiar la sudditanza formale al papato. Da Roma fu
nominata una serie di duchi longobardi minori fino al 1078, quando la Santa sede affid la signoria sul principato
allo stesso Guiscardo. Ma gi nel 1081, esso fu restituito nuovamente al papato. Benevento era ridotta ormai ad una
piccola citt marginale e questo era tutto ci che restava di un principato un tempo potente, capace di determinare le
rotte della politica nel Mezzogiorno per intere generazioni. Da questo momento in poi non furono pi nominati duchi
n principi. Solo nel 1806, dopo la conquista di Benevento da parte di Napoleone, fu nominato principe Charles
Maurice de Talleyrand. Ma il titolo non aveva nessun significato concreto e scomparve con Napoleone nel 1815.
Benevento rimasta dominio pontificio fino all'Unit d'Italia (1861).

Voci correlate

Ducati longobardi
Ducato di Spoleto
Elenco dei duchi e principi di Benevento
Langobardia Minor
Longobardi
Monetazione longobarda di Benevento
Principato di Salerno
Normanni
Signoria di Capua
Stato della Chiesa
Storia di Benevento

Altri progetti

Commons [1] contiene immagini o altri file su Ducato di Benevento [1]

Collegamenti esterni
Il Ducato e il Principato di Benevento [2] - I.D.I.S. (Istituto per la Dottrina e l'Informazione sociale)
I Longobardi del Sud [3]
Portale Benevento

Portale Longobardi

Ducato di Benevento

Note
[1] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Duchy_of_Benevento?uselang=it
[2] http:/ / www. alleanzacattolica. org/ idis_dpf/ voci/ b_ducato_benevento. htm
[3] http:/ / www. longobardidelsud. it/

Langobardia Minor
Langobardia Minor era il nome che, in et altomedievale, veniva dato ai domini longobardi dell'Italia
centro-meridionale, corrispondente ai ducati di Spoleto e di Benevento. Dopo la conquista del regno longobardo da
parte di Carlo Magno, nel 774, rimase ancora a lungo sotto controllo longobardo.

Territorio
Entrati in Italia attraverso il Friuli nel 568, i
Longobardi strapparono ai Bizantini una
larga parte del territorio continentale a sud
delle Alpi, senza tuttavia poter costituire,
almeno inizialmente, un dominio omogeneo
e contiguo. Le terre sottomesse vennero
raggruppate, nella terminologia dell'epoca,
in due grandi aree: la Langobardia Maior,
dalle Alpi all'odierna Toscana, e la
Langobardia Minor che includeva i territori
posti a sud dei possedimenti bizantini (che
in quell'ultimo scorcio del VI secolo si
stendevano da Roma a Ravenna attraverso le
attuali Umbria e Marche). L'Esarcato di
Ravenna era collegato a Roma mediante il
cosiddetto "corridoio bizantino", che
passava per Orvieto, Chiusi e Perugia e
separava la Langobardia Minor dalla Maior.
Mentre la Langobardia Maior fu spezzettata
in numerosi e mutevoli ducati e gastaldati, la
Minor conserv per l'intera durata del regno
longobardo (568-774) una notevole stabilit
I domini longobardi alla morte di Agilulfo (616)
istituzionale, rimanendo sempre articolata
nei due ducati di Spoleto e di Benevento. Furono costituiti immediatamente dopo la penetrazione longobarda
nell'area, negli anni Settanta del VI secolo, e i primi duchi furono Faroaldo a Spoleto e Zottone a Benevento.
Territorialmente inclusero inizialmente soltanto le aree interne, lasciando ai Bizantini il controllo delle fasce costiere;
soltanto in un secondo momento (in particolare in corrispondenza al regno di Agilulfo, 591-616) i possessi
longobardi si estesero anche alle coste. Divenne cos soggetto ai due ducati l'intero versante adriatico compreso tra i
capisaldi bizantini di Ancona, a nord, e Otranto, a sud; quello ionico e quello tirrenico, invece, solo parzialmente
ricaddero sotto l'autorit del duca di Benevento, che non riusc mai a occupare stabilmente Napoli, il Salento e
l'estremit della Calabria (a sud di Cosenza e Crotone), oltre che, naturalmente, Roma con il suo contado.

195

Langobardia Minor

Storia
Nel regno longobardo (568-774)
Bench strutturalmente legati al regno longobardo di Pavia, i ducati di Spoleto e di Benevento conservarono per
lunghi periodi un'ampia autonomia (durante il Periodo dei Duchi, tra il 574 e il 584, anche una piena indipendenza)
rispetto al governo centrale. Tra i due, quello nettamente pi rilevante sulla scena politica italiana del tempo fu
quello di Benevento, che per lunghi tratti della sua storia riusc a sviluppare un principio di successione ereditaria. La
sottomissione al re di Pavia era spesso soltanto formale, e anzi con Grimoaldo (originario del Ducato del Friuli ma
adottato dal beneventano Arechi I) un duca di Benevento riusc addirittura a imporre la propria persona come re di
tutti i longobardi (662). Fu proprio il suo regno, per, a sancire una prima organica sottomissione della Langobardia
Minor al potere centrale. Se prima di lui, salvo episodi sporadici come l'atto di omaggio di Arechi I a Rotari,
l'autonomia era stata pressoch totale, con Grimoaldo l'intervento di Pavia sui Longobardi del sud divenne pi
incisivo. Non soltanto il re conserv anche il titolo ducale beneventano, ma impose il genero Trasamondo I come
duca di Spoleto e cre un nuovo gastaldato nel poco popolato territorio compreso tra Sepino, Boiano e Isernia, dove
insedi i Bulgari che avevano disertato le file bizantine per sottomettersi al re longobardo. Lo stesso Grimoaldo,
tuttavia, conserv nel suo testamento la separazione tra Pavia e Benevento, lasciando i due troni a due diversi suoi
figli.
Il nuovo duca di Benevento, Romualdo I, si trov subito in una posizione di forza, tanto che Pertarito, il re
spodestato da Grimoaldo e che ora ritornava sul trono, dovette scendere a patti con lui, riconoscendone l'autonomia.
L'allontanamento di Spoleto e Benevento dalla Langobardia Maior crebbe durante i contrastati regni di Pertarito e
Cuniperto e giunse al culmine nei primi anni dell'VIII secolo, quando colpi di Stato, usurpazioni e guerre civili
travagliarono il regno longobardo. L'ascesa al trono di Liutprando (712), tuttavia, segn una netta inversione di
tendenza: il pi potente dei sovrani longobardi riusc a riportare stabilmente i ducati di Spoleto e di Benevento sotto
il suo controllo, sia ottenendo con le armi la sottomissione dei rispettivi duchi, sia sostituendoli con uomini a lui
fedeli.
Gli ultimi anni del regno longobardo, dalla morte di Liutprando (744) all'invasione dei Franchi (774), furono anche
quelli durante i quali il controllo dei re sull'intero territorio sottomesso fu maggiormente effettivo. Dopo la
deposizione di Rachis, che aveva dovuto scendere a patti con la corrente pi autonomista dei duchi, i regni dei suoi
successori Astolfo e Desiderio segnarono non soltanto la riaffermazione del potere reale, ma anche la ripresa di
un'offensiva militare sui territori non ancora sottomessi; soltanto l'intervento dei Franchi di Carlo Magno, invocato
dal papa, imped ai due sovrani di arrivare alla completa unificazione dell'Italia. La Langobardia Minor fu comunque
ampiamente ricondotta sotto il potere centrale, anche attraverso le temporanee soppressioni delle sedi ducali e
l'amministrazione diretta di Spoleto da parte dei due re (Astolfo nel 751-756, Desiderio nel 758-759). Le espansioni
territoriali di questi anni, anche quelle in aree prossime al territorio dei ducati (Perugia, la Pentapoli, diverse
roccaforti del Ducato romano) non vennero integrate nella struttura dei ducati longobardi, ma vennero anch'esse
assoggettate direttamente all'autorit dei re.
I sempre pi pesanti interventi franchi in Italia sancirono una nuova situazione, che coinvolse anche i ducati
meridionali. Accordandosi con papa Stefano II, nel 754, Pipino il Breve progett di assegnare al pontefice, in caso di
una sua vittoria su Astolfo, l'intera Italia centro-meridionale, inclusi quindi non soltanto gli ex domini bizantini, ma
anche i ducati di Tuscia, Spoleto e Benevento. Il piano fall poich Astolfo, sia pur sconfitto in due occasioni (754 e
756), riusc a non capitolare completamente a Pipino. Il regno longobardo cadde definitivamente nel 774, per opera
di Carlo Magno.

196

Langobardia Minor

197

Dal 774 all'arrivo dei Normanni


Per approfondire, vedi Ducato di Benevento e Principato di Salerno.

Alla caduta di Desiderio per opera di Carlo


Magno, nel 774, anche il Ducato di Spoleto
cadde immediatamente in mano franca. Non
si conosce il destino dell'ultimo duca
longobardo, Ildebrando; l'entit statale
sopravvisse ancora per secoli, ma il trono
ducale divenne esclusiva di stirpi franche. Il
ducato entr progressivamente sempre di
pi nell'orbita dello Stato Pontificio, nel
quale entr definitivamente a far parte nel
1230.
In quello stesso 774, invece, il duca di
Benevento Arechi II progett un colpo di
Il Ducato Longobardo di Benevento nell'VIII secolo d.C.
mano per impossessarsi del titolo regale, del
quale si era insignito lo stesso Carlo Magno (si era proclamato Gratia Dei rex Francorum et Langobardorum).
L'ipotesi tuttavia non prese corpo, a causa dei rischi di ritorsione da parte dei Franchi che Arechi non avrebbe potuto
fronteggiare. A parziale ricompensa, sempre nel 774, ottenne da Desiderio la promozione del proprio dominio da
ducato a principato. La rinuncia al trono di Pavia non evit in ogni caso un intervento franco nella Langobardia
Minor: Carlo Magno pose l'assedio a Salerno (787), obbligando Benevento a fare atto di sottomissione. Il regno di
Arechi si distinse per il fervore urbanistico della capitale, soprannominata Ticinum geminum ("Pavia gemella"): il
duca espanse la vecchia citt romana. Realizz un nuovo sistema difensivo a Salerno che includeva la torre
semaforica bizantina, in seguito denominata Castello di Arechi in un sistema di cinta murarie che scendeva lungo i
lati della citt cingendola in un abbraccio difensivo quasi inespugnabile. Contemporaneamente fece edificare la
basilica di Santa Sofia che sfrutt per il suo programma di legittimazione del potere facendovi traslare molte reliquie.
Nel 787 il nuovo principe Grimoaldo III, appena subentrato al padre Arechi, respinse e uccise in battaglia il figlio di
Desiderio, Adelchi, che era sbarcato in Calabria con l'obiettivo di riconquistare il regno perduto. I rapporti con i
Franchi, in quelle fasi convluse, furono mutevoli: se alcuni contingenti transalpini aveva offerto sostegno a
Grimoaldo nella lotta contro Adelchi, l'impegno del principato a Sud forn l'opportunit di vari attacchi condotti a
Nord. La citt di Chieti fin cos annessa al ducato di Spoleto, ormai stabilmente in mani franche. La sottomissione
all'impero franco divenne nel tempo sempre pi solo formale, di pari passo con il progressivo indebolimento del
potere centrale con i successori di Carlo Magno.

Langobardia Minor

Il pi potente dei Principi di Benevento fu Sicone,


conquistatore di Napoli, da cui port in citt il corpo
di San Gennaro. Il IX secolo fu il periodo di maggior
splendore del principato di Benevento, che con il
principe Sicardo occup Amalfi e impose un tributo a
Napoli.Port da Lipari il corpo di San Bartolomeo
Apostolo nell'832; da allora il Santo patrono di
Benevento. Nell'839 un regicidio ai danni di Sicardo
provoc una scissione del principato: furono
proclamati nuovi principe sia il fratello di Sicardo,
Siconolfo, sia il regicida Radelchi; Siconolfo ebbe
l'appoggio della citt di Salerno, mentre Radelchi
quello di Benevento. La situazione di stallo si
protrasse, con incessanti guerre intestine, per pi di
dieci anni; fino a quando, cio, l'intervento
dell'imperatore Ludovico II il Germanico non sanc la
divisione. Il capitolare dell'851 segn la nascita del
Principato di Salerno, affidato a Siconolfo, sotto la cui
sovranit ricadde la parte centro-meridionale del
vecchio ducato longobardo. Il principato di
Benevento, ridotto a Sannio, Molise e Puglia (escluso
il Salento, sempre bizantino), tocc a Radelchi.
I principati di Salerno e di Benevento intorno all'Anno Mille
La divisione segn l'inizio di un periodo di grave crisi,
complicata dalle ribellioni autonomistiche di gastaldi
e piccoli feudatari, dalle incursioni dei Saraceni e dai tentativi di riconquista dell'Impero bizantino, che riusc a
strappare al gi indebolito Principato di Benevento gran parte della Puglia. Tra i potentati locali che emersero in
questa fase, particolarmente influente divenne la Signoria di Capua. Negli anni successivi si contarono diversi
tentativi di riunificare l'antico ducato, ma i successi di Atenolfo I (899) e di Pandolfo I Testa di Ferro (971) si
rivelarono effimeri.

La decadenza del Principato di Benevento acceler all'inizio dell'XI secolo: nel 1022 l'imperatore Enrico II espugn
la capitale, anche se dovette presto far precipitorso ritorno in Germania. Poco pi tardi fu l'arrivo dei Normanni a
sancire la fine del ducato: Roberto il Guiscardo conquist Benevento nel 1053 e ne dichiar la sudditanza allo Stato
Pontificio. Il pontefice nomin alcuni principi a lui soggetti, fino alla soppressione definitiva del ducato nel 1081[1].
Il Principato di Salerno conserv pi a lungo un ruolo maggiormente attivo. Guaimario IV, principe dal 1027 al
1052, espanse notevolmente i confini del principato, che arriv a includere Amalfi, Sorrento, Gaeta e gran parte di
Puglia e Calabria. Presto tuttavia anche Salerno dovette confrontarsi con i Normanni, che con Roberto il Guiscardo
assediarono la capitale nel 1076. Espugnata, divenne nel 1078 sede dei domini normanni; l'ultimo duca longobardo,
Gisulfo II, prese la via dell'esilio.

198

Langobardia Minor

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Arte
Alcune straordinarie testimonianze di pittura si trovano in alcuni
monasteri della Langobardia Minor, in particolare negli odierni Molise,
Campania e Puglia. Queste testimonianze risalgono soprattutto tra la
fine dell'VIII e il IX secolo. Tra centri monastici pi importanti vi
furono il santuario di San Michele Arcangelo sul Gargano (fondato nel
VI secolo), la potente abbazia di Montecassino (fondata nel 529 e
molto attiva nel periodo dell'abate longobardo Gisulfo, 797-817), San
Vincenzo al Volturno (fondato alla fine dell'VIII secolo).
Nella cripta di San Vincenzo si conservato un importante ciclo di
pitture del tempo dell'abate Epifanio (797-817), con uno stile legato
alla coeva scuola di miniatura beneventana, con colori luminosi e
ricchi di lumeggiature, dal disegno piuttosto sciolto.
Altri esempi di pittura nell'area beneventana si trovano nella chiesa di
san Biagio a Castellammare di Stabia, nella chiesa dei Santi Rufo e
Carponio a Capua, ma i resti pi importanti si trovano nella chiesa di
Santa Sofia a Benevento, fondata nel 760 da Arechi II. Caratterizzata
da una pianta centrale, con un'originale struttura con nicchie stellari,
possiede tre absidi e notevoli resti di affreschi sulle pareti. Nel
salernitano si ricordano la Grotta di San Michele a Olevano sul
Tusciano e la Chiesa di Santa Maria de Lama a Salerno.

Benevento, chiesa di Santa Sofia, Annuncio a


Zaccaria (particolare), affresco della fine
dell'VIII-inizio IX secolo.

Note
[1] Il titolo di principe di Benevento venne rispolverato soltanto nel 1806 da Napoleone Bonaparte, che ne insign Charles Maurice de
Talleyrand-Prigord. L'assegnazione, puramente nominale, decadde con la sconfitta di Napoleone del 1815.

Fonti
Paolo Diacono, Historia Langobardorum (Storia dei Longobardi, Lorenzo Valla/Mondadori, Milano 1992)

Bibliografia
Jrg Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino, Einaudi, 2002. ISBN 88-464-4085-4
Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003. ISBN 88-7273-484-3
Paolo Peduto, Materiali per l'Archeologia Medievale, Pietro Laveglia editore, 2003. ISBN 88-88773-22-3

Voci correlate

Ducati longobardi
Ducato di Benevento
Ducato di Spoleto
Longobardi
Langobardia Maior
Principato di Salerno

Regno longobardo
Signoria di Capua

Langobardia Minor

200

Collegamenti esterni
I longobardi del Sud (http://www.longobardidelsud.it/)
Portale Longobardi

Portale Medioevo

Carlo Magno
Carlo Magno

Statua di Carlo Magno davanti al museo storico di Francoforte.


Re dei Franchi, dei Longobardi e Sacro Romano Imperatore
In carica

25 dicembre 800 28 gennaio 814

Incoronazione

25 dicembre 800, Basilica di San Pietro, Roma

Predecessore

Pipino il Breve

Successore

Ludovico il Pio

Nome completo Carlo


Altri titoli

Re d'Aquitania congiuntamente a Carlomanno sino al 771, poi da solo sino al 781

Nascita

Sconosciuto, 2 aprile 742

Morte

Aquisgrana, 28 gennaio 814

Casa reale

Dinastia carolingia

Padre

Pipino il Breve

Madre

Bertrada di Laon

Consorte
Figli

Imiltrude, Ermengarda, Ildegarda, Fastrada, Liutgarda


Pipino IV, Carlo il Giovane, Carlomanno-Pipino, Ludovico il Pio

Firma

Carlo, detto Magno, o Carlomagno, in tedesco Karl der Groe, in francese Charlemagne, in latino Carolus
Magnus (2 aprile 742 Aquisgrana, 28 gennaio 814), fu re dei Franchi e dei Longobardi e imperatore del Sacro
Romano Impero. L'appellativo Magno (in latino Magnus, "grande") gli fu dato dal suo biografo Eginardo, che

Carlo Magno

201

intitol la sua opera Vita et gestae Caroli Magni.


Grazie a una serie di fortunate campagne militari allarg il regno dei Franchi fino a comprendere una vasta parte
dell'Europa occidentale. La notte di Natale dell'800 papa Leone III lo incoron imperatore, fondando l'Impero
carolingio, ponendo fine alla dinastia merovingia
Con Carlo Magno si assistette quindi al superamento, riguardo alla storia dell'Europa occidentale, dell'ambiguit
giuridico-formale dei regni romano-barbarici in favore di un nuovo modello imperiale. L'Impero resistette fin quando
fu in vita il figlio di Carlo Ludovico il Pio, venendo in seguito diviso fra i suoi tre eredi, ma la portata delle sue
riforme e la sua valenza sacrale influenzarono radicalmente tutta la vita e la politica del continente europeo nei secoli
successivi.

Giovinezza
Carlo nacque tradizionalmente il 2 aprile 742, primogenito di Pipino il
Breve (714 - 768), primo dei re Carolingi.

Ritratto immaginario di Carlo Magno, di


Albrecht Drer.

Difficile stabilire con esattezza la data di nascita del futuro Imperatore:


Eginardo, suo biografo di corte nel Vita Karoli ce ne propone almeno
tre, nel 742, nel 743 o 744. Queste date non sono attendibili in quanto
la lotta per il potere tra Pipino III e suo fratello, Carlomanno (morto nel
754), avviene dopo il 748, e non prima, quindi si preferisce datare la
nascita di Carlo tra il 748 e il 749. Inoltre per i franchi non era
importante la data di nascita ma solo quella di morte, perch costituisce
la nascita alla vita eterna. Cos si comporta anche Eginardo quando
scrive la Vita Karoli, con una differenza: afferma che l'et di Carlo alla
morte si aggira sui settant'anni, ma un dato da considerare con cautela
per due motivi. Il primo la concezione simbolica del tempo dell'uomo
medievale, quindi settant'anni indicano solo che Carlo era anziano per
le aspettative di vita del tempo. Il secondo il modello che segue
l'autore per la biografia, Svetonio, infatti quest'ultimo nelle Vite dei
Cesari indicava sempre l'et degli imperatori defunti. Inoltre possibile
che Carlo fosse nato prima del matrimonio tra Pipino e Bertrada;
essendo il concubinato tollerato tra i Franchi, non c'era niente di male
che i sovrani avessero figli prima del matrimonio. Comunque questi
ultimi si erano convertiti al cattolicesimo, ed essendo Eginardo un
cortigiano fedele, lo infastidiva dire che il suo re fosse nato prima del
matrimonio dei suoi genitori. La data pi probabile infine, sembra
essere quella del 742.

Alla morte di Pipino il Breve nel 768, i suoi due figli Carlo Magno e Carlomanno si spartirono l'eredit. Al primo
andarono l'Austrasia, gran parte della Neustria e la met nord-occidentale dell'Aquitania, con capitale Aquisgrana
(ossia il nord e l'occidente della Francia pi la bassa valle del Reno), mentre al secondo spettarono la Borgogna, la
Provenza, la Gotia, l'Alsazia, l'Alamagna, e la parte sud-orientale dell'Aquitania, con capitale Samoussy (cio il sud e
l'Oriente della Francia pi l'alta valle del Reno). Quando Carlomanno mor nel 4 dicembre 771, all'et di soli 20 anni,
Carlo Magno si ritrov a governare il regno dei franchi unificato. L'incoronazione avvenne nella cittadina di Noyon,
la stessa che vide l'incoronazione del padre.

Carlo Magno

202

Campagne militari
Dinastia carolingia
Pipinidi

Pipino di Landen ( 640)


Grimoaldo I ( 661 ?)
Childeberto ( 661 ?)

Arnolfingi
Arnolfo di Metz ( 640)
Clodolfo di Metz ( 696)
Ansegiso ( 679 circa)
Pipino di Herstal ( 714)
Drogone di Champagne ( 708)
Grimoaldo II ( 714)
Teodoaldo ( 714)

Carolingi

Carlo Martello ( 741)


Carlomanno ( 754)
Pipino il Breve ( 768)
Carlomanno ( 771)
Carlo Magno ( 814)
Ludovico il Pio ( 840)

Dopo il Trattato di Verdun (843)


Lotario I
(Imperatore)
Carlo il Calvo
(Re dei Franchi Occidentali)
Ludovico II il Germanico
(Re dei Franchi Orientali)

La prima fase del regno di Carlo Magno fu volta alle continue campagne militari, intraprese per affermare la sua
autorit innanzitutto all'interno del regno dei Franchi stessi, tra i suoi familiari e le voci dissidenti.
Una volta stabilizzato il fronte interno inizi una serie di campagne al di fuori dei confini del regno, per assoggettare
i popoli vicini e per aiutare la Chiesa di Roma, stringendo con essa un rapporto ancora pi stretto di quello di suo
padre Pipino il Breve. Dal rapporto col papa e la Chiesa, intesa ormai come diretta erede dell'Impero romano
d'Occidente, Carlo ottenne l'autenticazione del potere che trascendeva ormai l'Imperatore di Bisanzio, lontano e
incapace di far valere i propri diritti soprattutto in un momento di debolezza e di dubbia legittimit del regno
dell'imperatrice Irene.

Premesse
Il successo di Carlo Magno nel fondare il Sacro Romano Impero non pu essere spiegato senza tener conto di alcuni
processi che erano in corso dai secoli precedenti. Nei decenni precedenti l'ascesa di Carlo la popolazione degli Avari
si era sedentarizzata e non costituiva pi una minaccia, le migrazioni dei popoli Germanici e Slavi si erano fermate
quasi del tutto; a occidente si era esaurita la forza espansionistica degli arabi grazie alle battaglie combattute da
Carlo martello, inoltre a causa di rivalit personali e contrasti religiosi la Spagna mussulmana era divisa da lotte
intestine.
Secondo una tesi molto famosa (ma ridimensionata da studi pi recenti) dello storico belga Henri Pirenne c'era stato
uno spostamento del baricentro del mondo occidentale verso nord dopo la perdita di importanza dei traffici nel
Mediterraneo causato dalla conquista musulmana dell'Africa del Nord e del Vicino Oriente,

Carlo Magno

203

Inoltre si deve tener conto della fondamentale opera di evangelizzazione nei territori della Germania orientale e
meridionale da parte dei monaci benedettini provenienti dall'Inghilterra e guidati da san Bonifacio tra il 720 e il 750
circa, che aveva dato una prima struttura e organizzazione a territori fino ad allora dominati da trib
fondamentalmente ancora barbare e pagane.

Campagna contro i Longobardi


Su Carlo esercit un grosso ascendente la madre
Bertrada che, insieme a Papa Stefano II, fu una
convinta assertrice della politica di distensione tra
Franchi e Longobardi.

Adelchi sconfitto da Carlo Magno, opta per l'esilio.

Carlo Magno conferma a Papa Adriano I le donazioni del padre


Pipino Il Breve.

Nell'estate del 770, la regina organizz un viaggio in


Italia, riuscendo a tessere importanti alleanze attraverso
il matrimonio dei suoi figli con quelli del re longobardo
Desiderio. Il primogenito di quest'ultimo, Adelchi,
venne dato in sposo alla principessa franca Gisilda,
mentre Carlo Magno marit la figlia di Desiderio,
Desiderata (resa celebre dall'Adelchi manzoniano con il
nome di "Ermengarda"). Il Papa all'inizio fu contrario
al matrimonio, ma Bertrada ed il re longobardo gli
fecero dono di alcune citt dell'Italia Centrale
rassicurandolo. Carlo Magno, che era gi stato sposato
con Imiltrude, ricevette ad Aquisgrana la nuova regina
che ben presto, per, si rivel sterile. L'anno seguente
(primavera 771) il re franco la ripudi e la risped
presso la corte longobarda.
Tra la fine del 771 e l'inizio del 772, quasi
contemporaneamente morirono due dei protagonisti
della politica contemporanea: il fratello di Carlo
Magno, Carlomanno, e Papa Stefano III. Al soglio
pontificio venne eletto Papa Adriano I, un nobile
romano dal carattere deciso e dalle idee decisamente
anti-longobarde.
L'elezione
venne
inutilmente
contrastata dal partito filo-longobardo di Roma ma, alla
fine, Desiderio invi un'ambasceria a Roma per
stringere contatto con il nuovo pontefice e sventare la
minaccia di una nuova alleanza tra Franchi e Papato
contro i longobardi.

Adriano I invit gli ambasciatori nella Laterano e poi, davanti a tutta la curia, accus il loro re di tradire i patti a
causa della mancata consegna dei territori promessi ai predecessori del pontefice. Desiderio pass quindi
all'offensiva invadendo l'Esarcato di Ravenna e la Pentapoli. Carlo Magno, impegnato in quel momento contro i
Sassoni, cerc di riappacificare la situazione donando numerosi tesori a Desiderio e sperando di riottenerne in
cambio i territori strappati al papa. Il re longobardo rifiut lo scambio e Carlo, che non poteva permettere che fosse
appannato il suo prestigio come protettore del papato, mosse guerra ai Longobardi e invase l'Italia nel 773.
Il grosso dell'esercito, comandato dal sovrano stesso, super il passo del Moncenisio e attacc le armate di Desiderio
presso la citt di Susa, nella battaglia delle Chiuse longobarde. Il re longobardo riusc ad arginare l'invasione, ma

Carlo Magno
intanto un'altra armata franca, guidata dallo zio di Carlo, Bernardo, attravers il Gran San Bernardo e ridiscese la
Valle d'Aosta, puntando contro il secondo troncone dell'esercito longobardo, affidato ad Adelchi. Quest'ultimo fu
sbaragliato e dovette ritirarsi a marce forzate mentre Desiderio si rinserrava nella capitale del suo regno, Pavia. I
Franchi posero l'assedio alla citt dall'ottobre del 773 sino all'inizio dell'anno successivo.
Carlo Magno si diresse a Roma per incontrare Adriano. Giunto in San Pietro, venne incoronato re dei Franchi e il
pontefice ottenne in cambio la riconferma dei territori attribuiti in precedenza alla Chiesa dai re longobardi. Nel 774,
alla capitolazione di Pavia e di tutto il Regno longobardo, Desiderio fu rinchiuso in un monastero, mentre il figlio
Adelchi ripar presso la corte dell'imperatore bizantino Costantino V di Bisanzio. Conquistata l'Italia, il 10 luglio
774 il re carolingio fu incoronato Gratia Dei Rex Francorum et Langobardorum a Pavia con la Corona ferrea[1],
mantenne le istituzioni, le leggi longobarde e conferm i possedimenti ai duchi che avevano servito il precedente re:
il ducato di Benevento rimase indipendente ma tributario a Carlo Magno.

Campagna contro i Sassoni


I sassoni erano una popolazione di origine
germanica abitante nella zona a nord-est
dell'Austrasia, oltre il Reno, nei bassi bacini del
Weser e dell'Elba.
Erano rimasti di credo pagano ed erano guerrieri
arditi ed irrequieti; gli stessi Imperatori romani
avevano cercato inutilmente di assoggettarli
come federati. Pipino il Breve era riuscito a
contenerne la sete di saccheggio e ad imporre
loro un tributo annuo di alcune centinaia di
cavalli. Nel 772 per rifiutarono il pagamento e
ci consent a Carlo Magno di procedere
all'invasione della Sassonia. La campagna di
Carlo Magno sottomette Vitughindo.
Sassonia venne sospesa durante l'invasione
dell'Italia per essere ripresa con maggior vigore dopo il 774. L'esercito carolingio oltrepass il Reno e, puntando
verso nord, riusc a sconfiggerli a pi riprese e a distruggere l'irminsul, l'idolo pagano di questo popolo.
Nel 780 una nuova ribellione scoppi nella regione e Carlo Magno, impegnato in Spagna nell'assedio di Saragozza,
dovette accorrere in Sassonia per poter aver ragione dei rivoltosi. La zona venne smembrata in contee e ducati, che
precedettero l'evangelizzazione della popolazione. I Sassoni, riuscirono in seguito a riunificare le varie trib sotto la
reggenza di Vitikindo, che fu la vera e propria anima della resistenza. Nel corso del 785, la conquista procedette in
modi sempre pi repressivi, con la conversione forzata e la dispersione del popolo (soppressione di intere trib a
migrazione forzata). Lo stesso Carlo promulg uno statuto d'occupazione chiamato Capitolare Sassone riassunto
nella formula: "Cristianesimo o morte". Molti Sassoni vennero giustiziati e lo stesso Vitughindo venne battezzato.
Creando fedeli in Cristo, Carlo Magno otteneva lo scopo di far nascere anche sudditi sottoposti al governatorato
carolingio, che aveva come centri amministrativi diocesi e abbazie.
Nel 790 la rivolta dei Sassoni assunse i contorni di una vera e propria sommossa popolare. Carlo Magno la soppresse
sul nascere, attuando la deportazione di migliaia di contadini sassoni in Austrasia e rimpolpando la regione di sudditi
franchi.
Quando l'Imperatore ordin l'ultima deportazione nel 804, oramai la Sassonia costituiva uno Stato importante
nell'ambito del dominio franco. Rappresent poi il cuore della futura Germania.

204

Carlo Magno

205

Campagna di Baviera
Nel 780 la Baviera, una delle regioni pi civili
d'Europa, assunse al rango di ducato. A capo di questo
dipartimento c'era il cugino di Carlo Magno, Tassilone.
Nello stesso anno della spedizione franca in Spagna,
per sostenere la rivolta del governatore della Marca
Superiore, Abd al-Ramn, contro l'emiro di Cordova,
Tassilone si associ il figlio con il medesimo titolo di
duca. Carlo Magno, momentaneamente impegnato, fece
finta di nulla ma nel 781 pretese dal cugino il rinnovo
del giuramento di fedelt a Worms. Vedendosi sempre
pi pressato dalle ingerenze di Carlo, il duca di Baviera
chiese nel 787 la protezione di Papa Adriano I. Costui,
non solo rifiut un accordo, ma ribad le pretese del re.
Regno di Carlo, dopo la sconfitta degli Avari (791)

Nel 788 Carlo Magno gli mosse guerra scoprendo, tra


l'altro, un'alleanza stipulata tra il cugino e l'ex re
longobardo Adelchi che era frattanto riparato a Bisanzio. La Baviera venne annessa all'impero carolingio e Tassilone
fu esautorato e rinchiuso in un monastero.

Campagna contro gli Avari


Dopo la liquidazione di Tassilone, l'Impero Carolingio si vedeva confinante, sia a nord che al confine con il Friuli,
con una bellicosa popolazione di origine turanica, gli Avari. Appartenenti alla grande famiglia delle popolazioni
turco-mongoliche, come gli Unni, si erano organizzati attorno ad un capo militare, il Khan e si erano stanziati nella
pianura pannonica, pi o meno l'odierna Ungheria. Essi assoggettarono i vari popoli slavi che stanziavano sul
territorio, insieme agli appartenenti di un'etnia affine alla loro, i Bulgari. Pur riconvertendosi all'allevamento e alla
pastorizia, non rinunciavano ad effettuare ripetute scorrerie ai confini del regno carolingio e dell'Impero Bizantino.
La loro minaccia era ormai per piuttosto ridotta, ma la loro tesoreria di stato era colma di ricchezze accumulate dai
sussidi che gli imperatori bizantini versano nelle loro casse e perci Carlo Magno cominci a studiare a tavolino
un'invasione della regione. Carlo aveva bisogno di una grande vittoria militare nella quale coinvolgere anche la
nobilt franca in modo che essa si rinsaldasse attorno a lui.
Vennero istituiti dei comandi militari alla frontiera come l'Ostmark (costituente la futura Austria), per meglio
coordinare le manovre dell'esercito. Le truppe imperiali procedettero nel 791 all'invasione, percorrendo il Danubio
da entrambe le sponde. L'esercito a nord, guidato personalmente dall'Imperatore poteva effettuare collegamenti,
ricevere e dare rifornimenti ed eventualmente dare assistenza ai feriti a quello stanziatosi a sud e comandato dal
figlio Pipino che muoveva dal Friuli, mediante la costruzione di un ponte di barche ed al trasporto merci mediante
chiatte e barconi.
Sino all'autunno dello stesso anno, i Franchi penetrarono sin nelle vicinanze della capitale avara, il "Ring" ma
dovettero riparare in Sassonia a causa della stagione avanzata che causava problemi di collegamento tra i reparti,
rendendo difficili le comunicazioni ed inoltre impedendo nel periodo invernale di poter mantenere le cavalcature.
Le devastazioni comunque provocarono il malcontento tra i generali avari che uno dietro l'altro abbandonarono il
loro Khan convertendosi al Cristianesimo. Nel 795, in seguito a massacri ben pi duri di quelli perpetrati contro i
Sassoni, il regno avaro cadde come un castello di carte e i pochi superstiti degli Avari si fusero con gli Slavi che
abitavano nei territori un tempo da loro occupati, mentre le terre vennero ripopolate con l'immigrazione di contadini
dal Friuli e dalla Baviera.

Carlo Magno

206

Carlo Magno, nonostante le ripetute rivolte protrattesi negli anni, non torn mai personalmente nell'area, delegando
il figlio Pipino a svolgere le operazioni militari.

Campagna contro i musulmani di al-Andalus


Carlo cerc di riconquistare agli arabi di al-Andalus (da
questo toponimo arabo prender poi il nome la regione
dell'Andalusia) almeno una parte della Spagna, al fine
di realizzare un disegno "imperiale" di antica
concezione, gi carezzato da suo nonno Carlo Martello
dopo la sua vittoria di Poitiers, e da suo padre Pipino
con un primo riconoscimento concesso al Papa della
cosiddetta Donazione di Costantino, (rivelata, secoli
pi tardi, come un falso storico grazie agli umanisti
Niccol Cusano e Lorenzo Valla) grazie alla quale il re
franco aveva riconosciuto al Papa un dominio
temporale, ottenendo in cambio l'onore di diventare il
protettore della Chiesa latina.

Carlo Magno piange la morte del Conte Rolando

L'intervento di Carlo Magno nella Penisola iberica fu tutt'altro che trionfale, e non privo di momenti dolorosi e gravi
rovesci. Innanzi tutto Carlo cerc di inserirsi quale mediatore tra i vari emiri aragonesi in lotta tra loro nel 778. Si
ebbe la morte di uno dei due figli gemelli nell'accampamento reale nei pressi di Saragozza, dai cui cristiani, per
colmo d'ironia, non ricevette alcun aiuto, palese o segreto, vista l'assai maggior convenienza di costoro di rimanere
sotto la sovranit islamica[2] anzich cadere sotto il dominio del sovrano franco, la cui totale obbedienza al Papa
romano metteva a rischio l'autonomia della Chiesa mozaraba, imponendo anche altri obblighi di non piccolo conto.[3]
Celeberrimo , poi, l'episodio della rotta di Roncisvalle, dove la retroguardia franca sub un'imboscata da parte di
popolazioni barbariche, da tempo cristianizzate ma spesso ribelli ai Franchi e gelose della loro autonomia, in seguito
alla quale mor il conte Rolando (conosciuto anche con il nome di Orlando), suo conte palatino e duca della Marca di
Bretagna e forse parente. L'episodio ebbe sicuramente una maggior valenza letteraria che storico-militare, ispirando
uno dei passi pi noti della successiva Chanson de Roland, uno dei testi epici fondamentale della letteratura
medievale europea.
La sconfitta di Roncisvalle non fece diminuire l'impegno di Carlo nella difesa del confine iberico, di fondamentale
importanza per impedire che le armate arabe dilagassero in Francia. Pertanto, per pacificare l'Aquitania, la trasform
nel 781 in un regno autonomo, al cui vertice pose il figlio Ludovico, di appena tre anni. Dopo la morte dell'emiro di
Cordova(797) fu proprio Ludovico, su ordine del padre, ad adoperarsi per estendere il dominio franco oltre confine e
rendere sicuro il confine iberico, che successivamente raggiunse il fiume Ebro.Fu creata allora la Marca Hispanica,
riconoscibile nell'odierna Catalogna, con capitale Barcellona: uno Stato-cuscinetto, dotato di una relativa autonomia,
posto a difesa dei confini meridionali della Francia da eventuali attacchi musulmani. All'inizio del IX secolo dunque,
i Franchi controllavano un regno compreso tra Barcellona(a occidente), la Bretagna e la Danimarca(a nord), l'Italia
centrale(a sud), la Germania(a est): il domino europeo pi ampio dai tempi dell'antico impero romano d'Occidente.

Carlo Magno

Rapporti con il Papato


Generalmente, i re franchi si presentavano come naturali difensori della Chiesa cattolica, avendo restituito al
pontefice ai tempi di Pipino quei territori dell'Esarcato di Ravenna e della Pentapoli che per concezione comune
erano creduti appartenenti al Patrimonio di San Pietro. Carlo sapeva bene che al Papa importava soprattutto ritagliare
un sicuro territorio di sua pertinenza in Italia Centrale, libero da altri poteri temporali, compreso quello bizantino.
La morte di Papa Stefano III, diede mano libera a Carlo Magno per invadere l'Italia e liberarla dai Longobardi,
appoggiando nei fatti, la politica del nuovo pontefice Adriano I. I rapporti tra l'Imperatore e il nuovo Papa, sono stati
ricostruiti dalla letteratura delle missive epistolari che i due si scambiarono per oltre un ventennio. Molte volte,
Adriano cercava di ottenere l'appoggio di Carlo riguardo alle frequenti beghe territoriali che minavano lo Stato
Pontificio. Una lettera datata 790, contiene le lamentele del pontefice nei riguardi dell'arcivescovo ravennate, Leone,
reo di avere sottratto alcune diocesi dell'Esarcato. Durante la sua terza visita a Roma nel 787, Carlo Magno venne
raggiunto da un'ambasceria del Duca di Benevento, capeggiata dal figlio Grimoaldo. Lo stesso duca, Arichi,
implorava l'Imperatore franco di non invadere il ducato minato dalle mire espansionistiche di Adriano I che
intendeva cos annettersi i territori a sud del Lazio. Carlo Magno in un primo momento mosse guerra al ducato di
Benevento ma in seguito alla morte dello stesso Duca e del figlio, l'Imperatore si decise a liberarne il secondogenito
Romualdo e a reinsediarlo nel regno. Probabilmente Carlo, non voleva compromettere i precari equilibri nell'Italia
meridionale. Papa Adriano I ne fu talmente risentito che i rapporti tra i due si raffreddarono irrimediabilmente.
Alla morte del pontefice nel 795, quando la notizia gli fu riferita, il sovrano scoppi in pianto ed il suo biografo
Eginardo ci assicura che il cordoglio era sincero.
Assunse la tiara Papa Leone III che dovette immediatamente vedersela con la famiglia del defunto Adriano, che ne
contestava l'elezione. La guerra sotterranea tra i Palatini e i nipoti dell'ex-pontefice scoppi nel 799.
Mentre Leone guidava una processione per le vie di Roma, i due nobili Pascale e Campolo guidarono la rivolta:
assaltarono la funzione e accecarono il Papa, staccandogli anche un pezzo di lingua. Secondo il Libro Pontificale i
suoi sostenitori lo salvarono e a stento ripararono sul monte Celio. La notte stessa apparve in sogno al Papa
l'Apostolo Pietro che gli restitu la vista e l'udito. Carlo Magno allora lo invit a stretto giro di posta a Paderborn, sua
residenza estiva in Vestfalia. Secondo alcuni storici durante questi colloqui riservati che il re franco propose al
papa di coronarlo Imperatore essendo gi di fatto, padrone di gran parte dell'Europa. In cambio si prodig per far
cadere le accuse mosse al pontefice dalla nobilt romana.
Immediatamente prima dell'incoronazione, nella settimana dei preparativi (nel dicembre dell'800) il re franco costitu
un'assemblea composta da nobili franchi e vescovi per far conoscere le conclusioni della commissione d'inchiesta
riguardo ai due ribelli, Pascale e Campolo. Ufficialmente la sua venuta a Roma aveva lo scopo di dipanare la
questione tra il Papa e gli eredi di Adriano I, che accusavano il pontefice di essere assolutamente inadatto alla tiara
pontificia, in quanto "uomo dissoluto". A questo proposito, Carlo convoc un concilio di vescovi che, trovando una
scappatoia, sentenziarono che il Papa era la massima autorit in materia di morale cristiana, cos come di fede, e che
nessuno poteva giudicarlo se non Dio: cos gli fu richiesto di giurare la propria innocenza su di un Vangelo, cosa che
Leone III si affrett a fare. Al termine della seduta della commissione d'inchiesta contro Pascale e Campolo, i due
vennero condannati a morte - pena in seguito commutata nell'esilio - e Leone III fu riconosciuto legittimo
rappresentante del soglio pontificio.

207

Carlo Magno

Incoronazione imperiale
Nella messa di Natale del 25 dicembre 800 a Roma,
nella basilica di san Pietro papa Leone III incoron
Carlo imperatore, titolo mai pi usato in Occidente
dopo la destituzione di Romolo (detto Augustolo) nel
476, dato che Odoacre, il generale romano, di probabile
origine scira, che depose l'ultimo Imperatore
d'Occidente, restitu le insegne imperiali, di cui si era
impossessato, a Bisanzio, governando l'Italia con il
titolo bizantino di "Praefectus Italiae".
Esistono alcune fonti che parlano di questa
incoronazione. In questo caso ne citiamo due: gli
Annales e la Vita Karoli. La prima dice che Carlo
venne incoronato imperatore seguendo il rituale degli
antichi imperatori romani, gli venne revocato il titolo di
patrizio ed acquis il titolo di Augusto. La seconda dice
che se quella sera Carlo avesse saputo delle intenzioni
Carlo Magno incoronato imperatore da papa Leone III
del papa, anche se era una festivit importante, non
sarebbe entrato in chiesa. Quindi, secondo questo
documento, Carlo venne incoronato imperatore contro la sua volont.
La Vita Karoli racconta di come Carlo non intendesse assumere il titolo di Imperatore dei Romani per non entrare in
contrasto con l'Impero Romano d'Oriente, il cui sovrano deteneva dall'epoca di Romolo Augusto il legittimo titolo di
Imperatore dei Romani: quando Odoacre aveva deposto l'ultimo Imperatore d'Occidente le insegne imperiali erano
state rimesse a Bisanzio, sancendo in tal modo la fine dell'Impero d'Occidente. Dunque, per nessun motivo i
Bizantini avrebbero riconosciuto ad un sovrano franco il titolo di Imperatore. Carlo avrebbe avuto gi abbastanza
nemici (Sassoni e Arabi, per esempio) per mettersi in urto con l'Impero Bizantino.
Sulla questione autorevoli studiosi, in primis Federico Chabod, hanno ricostruito magistralmente la vicenda,
dimostrando come la versione di Eginardo rispondesse a precise esigenze di ordine politico, ben successive
all'accaduto, e come essa fosse stata artatamente costruita per le esigenze che s'erano venute affermando. L'opera del
biografo di Carlo fu infatti redatta fra l'814 e l'830, notevolmente in ritardo rispetto alle contestate modalit
dell'incoronazione.
Inizialmente le cronache coeve concordavano sul fatto che Carlo fosse tutt'altro che sorpreso e contrario alla
cerimonia. Sia gli Annales regni Francorum[4] (o Annales Laurissenses maiores), sia il Liber Pontificalis riportano la
cerimonia, parlando apertamente di festa, massimo consenso popolare ed evidente cordialit fra Carlo e Leone III,
con ricchi doni portati dal sovrano franco alla Chiesa romana (tra cui una "mensa d'argento").
Solo pi tardi, verso l'811, nel tentativo di attenuare l'irritazione bizantina per il titolo imperiale concesso (che
Costantinopoli giudicava usurpazione inaccettabile), i testi franchi (gli Annales Maximiani[5]) introdussero
quell'elemento di "rivisitazione del passato" che fece parlare della sorpresa e dell'irritazione di Carlo per una
cerimonia d'incoronazione cui egli non aveva dato alcun'autorizzazione preventiva al Papa che a ci l'aveva
indirettamente forzato.
Il giorno della sua incoronazione, Carlo Magno si present in San Pietro tra due ali di folla, abbigliato alla romana
(abbandonando il consueto costume franco che prevedeva di norma braghe di lino, mantello di pelliccia e stivali
annodati a stringhe), con tanto di tunica bianca, e i calzari ai piedi.
Secondo il suo biografo Eginardo, papa Leone III, dopo aver incoronato Carlo, si sarebbe prostrato a terra - secondo
l'uso bizantino della proskynesis - quasi in segno di adorazione (riferita ovviamente alla carica che l'imperatore

208

Carlo Magno

209

rappresentava).
Per altri testimoni che si proclamarono oculari (ma sui quali sono stati avanzati parecchi logici dubbi), il pontefice,
prima di porgli la corona sul capo, lo avrebbe denudato e unto con olio santo dalla testa ai piedi. L'acclamazione
popolare (elemento non presente su tutte le fonti e forse spurio) sottoline comunque l'antico diritto formale del
popolo romano di eleggere l'imperatore. La cosa irrit non poco la nobilt franca, che vide il "popolus Romanum"
prevaricare le proprie prerogative, acclamando Carlo come "Carlo Augusto, grande e pacifico Imperatore dei
Romani".
Occorre tuttavia ricordare come l'incoronazione a imperatore fosse per pi d'un verso riconducibile alla volont
franca (gi espressa all'epoca di Pipino) di riconoscere reale la falsa donazione di Costantino. In tale ottica,
l'incoronazione del re franco a Imperatore sarebbe stato il corrispettivo per la legittimazione del potere temporale
della Chiesa. Secondo alcuni storici, in effetti Carlo voleva il titolo imperiale, ma avrebbe preferito auto-incoronarsi,
perch l'incoronazione da parte del papa rappresentava simbolicamente la subordinazione del potere imperiale a
quello spirituale.
In ogni caso Carlo si trov su un piano moralmente superiore di autorit su tutto l'Occidente, che nessun re
germanico aveva mai avuto fino ad allora.

L'Impero
Per approfondire, vedi Impero carolingio.

Carlo aveva unificato quasi tutto quello che restava del mondo civilizzato accanto ai grandi imperi arabo e bizantino
ed ai possedimenti della Chiesa, con l'esclusione delle isole britanniche e di pochi altri territori.
Dopo essersi garantito la sicurezza dei confini, Carlo procedette alla riorganizzazione dell'Impero. In tutta la sua
estensione, l'Impero era suddiviso in circa 200 province e da un numero sensibilmente maggiore di vescovati. Ogni
singola provincia era governata da un conte, vero e proprio funzionario pubblico dell'Imperatore. La marca invece,
era la circoscrizione fondamentale ai confini dell'Impero che poteva comprendere al suo interno pi comitati. I pi
eruditi chiamavano queste circoscrizioni con la denominazione classica di limes, perci esistevano un limes
bavaricus, un limes avaricum e cos via.
A livello centrale l'istituzione fondamentale dello stato carolingio era l'Imperatore stesso, poich Carlo Magno era
sommo amministratore e legislatore che, governando il popolo cristiano per conto di Dio, poteva avere diritto di vita
o di morte su tutti i sudditi a lui sottoposti. Tutti erano sottoposti alla sua inappellabile volont, fossero anche
notabili di rango elevato come Conti, Vescovi, Abati e Vassalli Regi. Nel corso dei suoi spostamenti l'imperatore
Carlo Magno era solito indire importanti riunioni denominate placita nel corso delle quali amministrava direttamente
la giustizia giudicando le cause che gli venivano sottoposte. In base ai casi che gli venivano sottoposti poteva optare
per promulgare nuove leggi che andavano poi raccolte nei capitularia.[6]
Il governo centrale era costituito dal palatium. Sotto questa denominazione si designava il consiglio dei ministri alle
sue dipendenze. Organo puramente consultivo, era costituito da rappresentanti laici ed ecclesiastici che aiutavano il
sovrano nell'amministrazione centrale.

Carlo Magno

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Monetazione
Proseguendo le riforme iniziate dal padre,
Carlo, una volta sconfitti i Longobardi,
liquid il sistema monetario basato sul
solido d'oro dei romani. Egli e il re Offa di
Mercia ripresero il sistema creato da Pipino
e da Aethelberto II; Carlo (tra il 781 e il
794) estese nei suoi vasti domini un sistema
monetario basato sul monometallismo
argenteo: unica moneta coniata era il
"denaro". Non essendo prevista la
Denaro di Carlo Magno
coniazione di multipli, l'uso port
all'affermazione di due unit di conto: la libbra (pound, unit monetaria e ponderale allo stesso tempo) che valeva 20
solidi (come fu successivamente per lo scellino) o 240 denari (come per il penny).
Durante questo periodo la libbra ed il solido furono esclusivamente unit di conto, mentre solo il "denaro" fu moneta
reale, quindi coniata.
Carlo applic il nuovo sistema nella maggior parte dell'Europa continentale e lo standard di Offa fu volontariamente
adottato, dai Regni di Mercia e Kent, in quasi tutta l'Inghilterra.
Per oltre cento anni il denaro mantenne inalterato peso e lega. I primi slittamenti iniziarono nel X secolo. I primi
Ottoni (961-973 e 973-983) misero ordine nel sistema consacrando lo slittamento del denaro in termini di peso e di
fino: una "lira" (ossia 240 denari) pass da g 410 a g 330 di una lega argentea peggiore (da g 390 di argento fino a g
275).

Rinascita carolingia
Per approfondire, vedi Rinascita carolingia.

Spesso si parla a torto di Rinascita carolingia, volendo sottolineare la fioritura che innegabilmente si ebbe durante il
regno di Carlo Magno in ambito politico e culturale.
Ma il re franco, persegu piuttosto una riforma in tutti i campi per poter "correggere" delle inclinazioni che avevano
portato ad un decadimento generale in tutti e due i campi. Ma quando l'Imperatore pensava alla ristrutturazione e al
governo del suo regno, rivolgeva le sue attenzioni a quell'Impero Romano di cui si faceva prosecutore sia nel nome,
sia nella politica.
La riforma della Chiesa si attu tramite una serie di provvedimenti per poter elevare, sia a livello qualitativo sia a
livello comportamentale, il personale ecclesiastico operante nel regno. Carlo Magno era ossessionato dall'idea che un
insegnamento sbagliato dei testi sacri, non solo dal punto di vista teologico, ma anche da quello "grammaticale",
avrebbe portato alla perdizione dell'anima poich se nell'opera di copiatura o trascrizione di un testo sacro si fosse
inserito un errore grammaticale, si sarebbe pregato in modo non consono, dispiacendo cos a Dio. Venne istituito
quel motore propulsore dell'insegnamento che doveva diventare la scuola palatina, presso Aquisgrana. Sotto la
direzione di Alcuino di York, vennero redatti i testi, preparati i programmi scolastici ed impartite le lezioni per tutti i
chierici. In ogni angolo dell'Impero sorsero delle scuole vicino alle chiese ed alle abbazie. Carlo Magno pretese
anche di fissare e standardizzare la liturgia, i testi sacri, e perfino di perseguire uno stile di scrittura che riprendesse
la fluidit e l'esattezza lessicale e grammaticale del latino classico. Neanche la grafia venne risparmiata entrando in
uso corrente la minuscola carolina, la cui introduzione nei vari centri monastici ed episcopali si deve ad Alcuino,
intellettuale dell'Accademia Palatina.

Carlo Magno
La riforma della Giustizia si attu tramite il superamento del principio di personalit del diritto, vale a dire che ogni
uomo aveva diritto di essere giudicato secondo l'usanza del suo popolo, con la promulgazione dei capitolari, che
servivano ad integrare le leggi esistenti e che spesso sostituirono pezzi completamente mancanti dei vecchi codici.
Queste norme avevano valore di legge per tutto l'impero ed il Re volle farle sottoscrivere da tutti i liberi durante il
giuramento collettivo dell'806. Cercando di correggere i costumi ed elevando la preparazione professionale degli
operanti nella giustizia, Carlo Magno prima nella Admonitio Generalis e poi nell'809 cerc di promulgare dei
richiami che dovevano essere vincolanti per tutti. Si decise la diversa composizione delle giurie (che da ora in poi
dovevano essere costituite da professionisti e non giudici popolari) e che al dibattimento non partecipassero altre
persone se non il conte coadiuvato dagli avvocati, notai, scabini e quegli imputati che erano direttamente interessati
alla causa. Le procedure giudiziarie vennero standardizzate, modificate e semplificate.
La situazione culturale del regno sotto i merovingi e dei Pipinidi era pressoch tragica. Carlo Magno dette impulso
ad una vera e propria riforma in pi discipline: in architettura, nelle arti filosofiche, nella letteratura, nella poesia.
Carlo era un illetterato ma comprendeva l'importanza della cultura nel governo dell'impero. Sotto il suo regno la
grafia venne nuovamente unificata, prese forma la "minuscola carolina" (fino a quel momento si utilizzavano quasi
esclusivamente le maiuscole) e venne inventato un sistema di segni di punteggiatura per indicare le pause (e
collegare il testo scritto alla sua lettura ad alta voce).[7]

Rapporti con Bisanzio


I rapporti con l'impero bizantino furono saltuari, essendo quest'ultimo in una situazione di crisi. importante
comunque rilevare come Carlo si presentasse all'imperatore come un suo pari, con il quale doveva ormai trattare
nella spartizione del mondo.
Come re d'Italia Carlo era di fatto confinante con i possedimenti bizantini nel meridione. Carlo arriv a proporre un
matrimonio tra un suo figlio ed una figlia dell'imperatrice Irene. Carlo capiva per anche che la benevolenza del
papato era causata dal suo isolamento rispetto a Bisanzio, per questo non cerc mai di far riavvicinare quei due poli,
anzi, fece redigere i Libri carolini con i quali si immischiava nella disputa teologica delle immagini che avrebbero
dovuto portare a una revisione del problema in maniera diversa dai punti di vista di Costantinopoli o di Roma.
L'incoronazione di Carlo quale imperatore era un atto che formalmente avrebbe dovuto far irritare Bisanzio,
esautorata illegittimamente di un potere che le spettava. Dopo l'incoronazione, Carlo tent in ogni modo di mitigare
le ire bizantine, con l'invio di importanti ambascerie e con l'espressione di un'estrema cordialit nelle sue missive. La
cosa inizialmente non ebbe buon frutto e si avvi una lunga serie di vane scaramucce. Fu solo nell'812 che si giunse
ad un accordo: Bisanzio riconosceva l'autorit imperiale di Carlo e quest'ultimo rinunciava, in favore di Bisanzio, al
possesso del litorale veneto.

Rapporti con l'Islam


Con la qualifica di Imperatore, Carlo Magno intrattenne rapporti con tutti i sovrani europei ed orientali.
Nonostante le sue mire espansionistiche nella marca spagnola, e il conseguente appoggio ai governatori rivoltosi al
giogo dell'emirato di Cordova di al-Andalus, tess una serie di importanti relazioni con il mondo musulmano.
Corrispose addirittura con il lontano califfo di Baghdad Hrn al-Rashd, al quale chiese gli fosse concessa la
protezione del Santo Sepolcro di Ges a Gerusalemme e sulle carovane di pellegrini che vi si recavano. Il califfo, che
vedeva in lui un possibile antagonista dei suoi nemici Omayyadi di al-Andalus e di Bisanzio, rispose positivamente
alla richiesta anche se - con evidente ironia - gli concesse quell'onore, ma solo su un piano formale.
Non mancarono comunque missioni diplomatiche dall'una e dall'altra parte, agevolate da un intermediario ebreo Isacco - che, come traduttore per conto dei due inviati, Landfried e Sigismondo, nonch per la sua "terziet", ben si
prestava allo scopo.[8] I due sovrani si scambiarono cos alcuni doni e, durante uno dei suoi molteplici viaggi in
Italia, Carlo Magno ritir a Pavia una scacchiera completa con pedine in avorio regalatagli dal califfo abbaside.

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Carlo Magno

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Ad Aquisgrana, l'Imperatore ospitava il regalo a cui teneva di pi: si trattava di un elefante, di nome Abul-Abbas,
donatogli (forse dietro sua stessa richiesta[9]) dallo stesso califfo abbaside. Carlo lo considerava come un ospite
straordinario, da trattare con tutti i riguardi: lo faceva tenere pulito, gli dava personalmente da mangiare e gli parlava.
Probabilmente il clima gelido in cui il pachiderma era costretto a vivere lo fece deperire fino a condurlo alla morte
per congestione. L'Imperatore ne pianse, ordinando tre giorni di lutto in tutto il regno.

Caratteristiche personali
L'aspetto fisico di Carlo Magno
Nelle riproduzioni equestri, notiamo un'imponenza fisica notevole
e lo stesso Eginardo ce lo descrive di corporatura imponente sin
dalla giovent (nonostante una tendenza alla pinguedine). Il suo
volto era incorniciato da una folta capigliatura che scendeva alle
sue spalle e da una barba contornata da grossi baffi che gli
spiovevano ai lati della bocca. Eginardo parla, oltre che della
possanza fisica, di un grande naso e di un collo tozzo.
Queste descrizioni ci vengono confermate dalla ricognizione nel
suo feretro del 1861. Secondo le misurazioni antropometriche
infatti, l'Imperatore sarebbe stato alto 192cm, praticamente un
gigante per gli standard dell'epoca. Peraltro, a fronte di questa
imponenza fisica, i biografi di corte descrivono il tono della sua
voce come decisamente stridula.

Carattere

Profilo verosimile di Carlo Magno, ripreso dalla statua

equestre in bronzo fatta fondere nell'860-870 circa,


Il carattere dell'imperatore, che traspare dalle biografie ufficiali,
ispirandosi alla statua di Teodorico portata da Ravenna
dev'essere valutato con cautela, perch le notazioni sulla sua
ad Aquisgrana
indole sono spesso modellate su schemi precostituiti, ai quali
veniva adattata la realt. Eginardo per esempio, autore della
biografia pi famosa dell'Imperatore, si bas sulle Vitae di Svetonio per offrire un ritratto ideale del sovrano e delle
sue virt, basate su quelle degli imperatori romani.

Tra le tante affermazioni comunque ve ne sono alcune che, non inquadrabili in un contesto celebrativo, potrebbero
forse davvero costituire una testimonianza attendibile del carattere e delle abitudini di Carlo Magno: gran bevitore e
mangiatore, si dice che non rifuggisse l'adulterio ed ebbe numerose concubine, in un regime poligamico che era
abbastanza consueto tra i Germani, sebbene fossero formalmente cristianizzati .
Come tutti i signori dell'epoca, e anche di quelle successive, era un grandissimo amante della caccia. Era anche noto
per il suo amore per i cani: pare che nella sua reggia ne tenesse ben 24 esemplari.

Abitudini alimentari
La dieta di Carlo Magno era tutt'altro che vegetariana. Il sovrano era ghiotto soprattutto di carni rosse e di
selvaggina, come tutti gli altri Germani, i quali, tra l'altro, odiavano i bolliti e preferivano gli arrosti. I pasti caldi gli
venivano serviti di norma al tocco del vespro, da conti e marchesi in funzione di camerieri come segno di
sottomissione. Preferiva la carne di maiale a quella di manzo e poich era goloso di arrosti, i medici di corte gli
consigliarono, anche a causa della sua malattia (gotta) un'alimentazione pi equilibrata. Tuttavia, Carlo fu sempre
geloso della propria "libert alimentare", e rifiut sempre di cambiare dieta, fatto che lo condusse, probabilmente, a
una morte precoce.

Carlo Magno

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Spada
Altachiara era la spada di Carlo Magno, detta pure "la Gioiosa". Tuttavia lo stesso nome figura pure nei racconti
della Tavola Rotonda, attribuito alla spada di Lancillotto. L'origine del nome ignota.

Famiglia
Mogli e concubine
Carlo ebbe probabilmente sei mogli (o forse otto come sostengono
alcuni storici). Tuttavia, neppure Eginardo, biografo ufficiale e
consigliere del sovrano, pot ricordare il nome di tutte al momento
della redazione della sua opera.
Imiltrude, franca, sposata prima del 770 dalla quale aveva avuto,
prima del matrimonio Pipino il Gobbo e Alpaide.
Desiderata, conosciuta come Ermengarda,[10] figlia del re
longobardo Desiderio, sposata nel 770 e ripudiata nel 771
Ildegarda ( 783), sveva, figlia di Geroldo I di Vintzgau e di Emma
di Germania, dalla quale ebbe:
Carlo, futuro re dei Franchi ed imperatore
Adlade (774)
Rotrude, convivente di Rorgone, primo conte del Maine, dal
quale ebbe un figlio, Luigi, abate di Saint-Denis
Pipino, re d'Italia

Il monogramma di Carlo Magno.

Ludovico I, detto il Pio, re dei Franchi e imperatore carolingio


Lotario, fratello gemello di Ludovico il Pio, morto infante
Berta (779 circa - 823), andata sposa ad Angilberto cui diede tre figli;
Gisela (781 - dopo l'814)
Ildegarda (782 - 783).
Fastrada (794), figlia di Raoul III di Franconia e di Ada di Baviera, sposata nel 784, dalla quale ebbe
Teodorada (circa 785 - circa 853), badessa di Argenteuil
Iltrude (circa 787- ?) badessa di Faremoutiers
Liutgarda, sveva, sposata nel 794 e morta nell'800, dalla quale non ebbe figli
Numerose furono poi le concubine, fra le quali ci sono note:
Madelgarda, figlia di Madelberto di Lommois, conte di Hainaut e duca di Dentelin, dalla quale ebbe una figlia:
Rothilde o Ruothilde o Clothilde (784 - 852), badessa di Faremoutiers
Gerswinde di Sassonia (verso il 782 - verso l'834), figlia di Vitikindo, duca di Sassonia, dalla quale ebbe una
figlia:
Adeltrude (814 - ?)
Rgina, dalla quale ebbe due figli:
Drogone, abate di Luxeuil e vescovo di Metz
Ugo, abate di San Quintino, di San Bertino e di Lobbes
Adelinda, dalla quale ebbe un figlio:
Teodorico (807 - dopo l'818), chierico

Carlo Magno
Da una concubina ignota ebbe inoltre Rothaide (verso il 784 - dopo l'814)

Figli
Anche calcolando approssimativamente il numero di figli dell'Imperatore, non si otterr un numero estremamente
preciso. Si sa, per certo, che dalle sue cinque mogli ufficiali Carlo ebbe non meno di 10 maschi e 10 femmine, cui si
aggiunge la prole avuta dalle concubine. Non potendo assurgere a posti di potere nella famiglia imperiale, Carlo
diede loro in usufrutto dei benefici sottratti a quelle terre organizzate a regime fiscale. Il primogenito conosciuto
come Pipino il Gobbo ebbe vita pi sfortunata: nato dalla relazione prematrimoniale tra l'imperatore e Imiltrude, non
era riconosciuto come figlio legittimo di Carlo perch nato fuori dal matrimonio inoltre venne scoperta una congiura
nel 792 ordita dallo stesso a cui venne comminata la pena capitale, permutata in seguito in un esilio forzato in
monastero mediante tonsura e l'obbligo del silenzio.

Figlie
difficile comprendere l'atteggiamento di Carlo verso le figlie. Nessuna di esse contrasse infatti un matrimonio
regolare. Questo pu essere stato un tentativo di controllare il numero delle potenziali alleanze ma occorre ricordare
anche che il suo affetto paterno era talmente possessivo che egli non se ne separava mai, portandole con s anche nei
suoi numerosi spostamenti.
Dopo la sua morte le figlie superstiti vennero allontanate dalla corte da Ludovico il Pio ed entrarono, o furono
costrette a entrare, in monastero.

Successione
Carlo Magno, seguendo la tradizione franca, non riteneva n fattibile n opportuno tenere unito un regno cos vasto,
per questo aveva previsto la spartizione del regno tra i suoi figli maschi alcuni anni prima della morte. I confini
spettanti a ciascuno dei suoi tre figli legittimi dovevano essere i seguenti:
a Carlo la Neustria, l'Austrasia e parti della Baviera;
a Ludovico l'Aquitania, la Borgogna pi la Linguadoca.
a Pipino il Regno d'Italia e la Provenza.
Sfortunatamente, Carlo e Pipino morirono improvvisamente. L'Imperatore dovette affiancare Ludovico al governo
del regno nel 811, nominandolo unico erede.

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Carlo Magno

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Vecchiaia e morte
Negli ultimi anni di vita Carlo Magno aveva ormai perso il vigore della giovinezza e, stanco nel fisico e nello spirito,
si era votato alle pratiche religiose. Questa svolta sembr poi segnare l'esperienza al governo di suo figlio Ludovico,
detto appunto "il Pio". Mentre sembrava che l'impero stesse fallendo per via della debolezza centrale e dell'arroganza
dell'aristocrazia franca, Carlo mor, il 28 gennaio dell'814 ad Aquisgrana. Venne sepolto nella cattedrale di
Aquisgrana.

Canonizzazione
L'8 gennaio 1166 Carlo Magno venne canonizzato in Aquisgrana
dall'antipapa Pasquale III su ordine dell'imperatore Federico
Barbarossa. Ci fu imbarazzo per questa canonizzazione in ambito
cristiano a causa della vita privata non irreprensibile dell'imperatore. Il
Concilio Lateranense III, nel marzo 1179, dichiar nulli tutti gli atti
compiuti dall'antipapa Pasquale III, ivi compresa la canonizzazione di
Carlo Magno. Ad oggi, il culto viene celebrato nella diocesi di
Aquisgrana e ne viene tollerata la celebrazione nei Grigioni.[11]

Carlo "Padre" della futura Europa unita


I maggiori unificatori dell'Europa - da Federico Barbarossa a Luigi
XIV, da Napoleone a Jean Monnet - ma anche moderni statisti come
Helmut Kohl e Gerhard Schrder hanno tutti menzionato Carlo Magno
indicandolo come padre della futura Europa unita.

Statua equestre di Carlo Magno, Agostino

Cornacchini (1725), Basilica di San Pietro in


In un documento celebrativo di un poeta anonimo, redatto durante gli
Vaticano.
incontri a Paderborn tra l'Imperatore e Papa Leone III; si celebra la
figura di Carlo Magno Rex Pater Europae il padre dell'Europa. Nei
secoli successivi si molto discusso sulla consapevolezza, da parte del re franco, di essere stato il promotore di uno
spazio politico ed economico che pu essere fatto ricondurre all'attuale concetto di continente europeo unificato.

Immediatamente verso la fine del XIX secolo, e durante tutta la prima met del XX, il problema veniva posto in
termini prettamente nazionalisti: in particolar modo, storici francesi e tedeschi si disputavano la primogenitura del
Sacro Romano Impero. Oggi acclarato che rivisitazioni di natura nazionalistica non hanno fondamento preciso,
tanto pi che Carlo Magno non poteva essere considerato n francese n tedesco poich i due popoli non si erano
ancora formati. pur vero che il re franco governava su di un regno dove la frattura etnica tra germani e latini aveva
lasciato una forte impronta geografica nell'area. All'epoca per quando ci si rifaceva all'appartenenza ad una certa
etnia, non si prendeva in considerazione la lingua di ciascuno popolo come aspetto fondamentale di demarcazione. I
franchi ad esempio, specialmente in Neustria ed Aquitania, costituivano un'infima minoranza rispetto ai residenti di
origine gallo-romana e quindi, pur essendo un popolo di origine germanica parlavano la lingua romanza degli
abitanti della zona. Oltre la Senna, in special modo in Neustria continuavano a tramandarsi la lingua dei padri che
poteva essere assimilata ad altre lingue teutoniche parlate da Sassoni e Turingi. Semmai quindi, queste popolazioni
avevano una comunanza e si rifacevano ad un'etnia ben precisa, dal ricordo delle invasioni. Bisogna capire che questi
popoli, ancorch all'epoca di Carlo Magno, avevano ben presente la distinzione tra "Romano" e "Germanico". Nella
prima met del XX secolo, verso la fine degli anni trenta, l'analisi venne indirizzata in altri metodi; soprattutto grazie
all'opera dello storico belga Henri Pirenne che analizzava gli avvenimenti storici secondo un'altra prospettiva.
L'Impero governato dal re dei Franchi doveva essere studiato secondo la sua posizione
politico-economico-amministrativa rispetto a quell'Impero Romano di cui portava avanti se non l'eredit, almeno il

Carlo Magno
nome.
Henri Pirenne[12] affermava che, dal punto di vista sociale, le invasioni barbariche non comportarono grandi
mutamenti e per questo si pu benissimo parlare di et tardo-antica almeno sino all'avvento di Maometto e alla
conseguente espansione araba. Espansione che costrinse l'Europa a precludersi quegli spazi commerciali con il
Mediterraneo che erano stati alla base della ricchezza degli imperatori romani. Di conseguenza, tutto il continente si
ripieg su s stesso contraendo il volume dei commerci, ed infeudandosi a livello territoriale.
Questa visione stata contestata da molti studiosi i quali, al giorno d'oggi, hanno potuto collocare con precisione
temporale l'inizio della cosiddetta epoca tardo-antica; vale a dire immediatamente dopo le riforme di Diocleziano e
Costantino. Inoltre l'abbandono dei traffici mediterranei, il decadimento della vita urbana e l'abbandono quasi totale
del sistema monetario come unit di conto, possono essere fatti risalire chiaramente al periodo tardo-romano o tutt'al
pi alle disastrose campagne militari dell'Imperatore Giustiniano. Possiamo suddividere cos l'analisi storica in due
grandi correnti: quella della continuit e quella della discontinuit. Al momento attuale sembrano prevalere le ragioni
degli storici appartenenti alla prima corrente. Fatto salvo che, evidentemente, non si ha una frattura tra
l'espansionismo arabo e l'inizio dell'epoca medievale, non si pu neanche affermare che l'Impero carolingio fosse
diretto continuatore a livello amministrativo e politico ed economico degli ultimi cesari. innegabile il fatto che il
Regnum Francorum si stanziava su un territorio prevalentemente isolato, a livello economico-commerciale dal
bacino mediterraneo. Senza dimenticare l'asse portante su cui si muovevano le merci e dove circolavano le monete,
che era quello del Reno.
La teoria della continuit con l'epoca antica, si suddivide a sua volta in altre categorie: quella degli "iper-romanisti" o
fiscalisti, e quella degli analisti del sistema sociale e produttivo. I primi, affermano che in un certo senso, un
embrione amministrativo, dominate nell'economia europea, non si era affatto disgregato dopo le invasioni barbariche
. A sostegno dell'ipotesi, gli storici pretendono di ritrovare nella documentazione carolingia delle disposizioni che
rimandino alla politica fiscale dei romani. L'imposta fondiaria ad esempio, non scomparse del tutto ma dovette essere
percepita dalle popolazioni come una specie di tassa, senza un uso specifico, che andava a confluire nelle casse regie.
Gli altri analisti invece sostengono che il problema debba essere analizzato dal punto di vista sociale e produttivo: la
condizione sociale dei contadini (coloni, servi, liberti o schiavi casati) che lavoravano nei fondi fiscali non si
discostava troppo dalla posizione giuridica che avevano gli schiavi dell'antica Roma. Anche questa teoria stata
quasi completamente smantellata anche perch si visto che dal punto di vista sociale, i lavoratori avevano fatto
considerevoli passi avanti (seppur pochi). Sotto il regno di Carlo Magno, questi lavoratori (servi della gleba)
rimanevano, s, incorporati al possedimento terriero da essi lavorato in precaria, ma potevano addirittura contrarre
matrimonio e il loro signore era tenuto a rispettarne la decisione. Infine possedevano una propria abitazione nella
quale venivano spesso accolte diverse famiglie contadine. Oltretutto la religione incoraggiava alla liberazione degli
schiavi, esortando i padroni a compiere quest'atto di clemenza che veniva riconosciuto a livello giuridico con la
denominazione di "manipolazione". Insomma lampante che l'Impero carolingio conservasse sotto alcuni aspetti,
elementi continuativi con l'et tardo-romana (pi evidenti peraltro ai contemporanei) ma altrettanto pacifico che il
processo di trasformazione del continente europeo era gi partito proprio dal progressivo disgregamento della
finanza pubblica e dell'amministrazione a seguito della calata dei barbari.
In definitiva, il continente governato da Carlo Magno, agli occhi del cittadino moderno appare straordinariamente
familiare: un continente dove abbiamo un settentrione italiano pi integrato del sud italico al mondo carolingio. Una
regione, la Catalogna, pi "europea" nei confronti del resto della Spagna e una Francia dominante insieme alla
Germania, con le isole britanniche sostanzialmente estranee alle tribolazioni delle istituzioni centrali comunitarie.
Questa tesi, di recente, stata sostenuta anche dallo storico italiano Alessandro Barbero.[13]. Sfugge per con ogni
evidenza a questa ipotesi il sud bizantino e, particolarmente, la Sicilia, che a partire dall'827 comincer a entrare
corposamente nell'area d'espressione culturale, istituzionale, economica e linguistica dell'Islam.

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Carlo Magno

Filmografia
Carlo Magno (Charlemagne, le prince cheval), miniserie televisiva del 1994 in tre puntate sulla vita del re,
prodotta da Francia e Italia, con la regia di Clive Donner. Carlo Magno interpretato dall'attore Christian Brendel.
SuperQuark. Carlo Magno: la Corona e la Spada, documentario sulla vita del personaggio a cura di Piero
Angela, per la serie degli Speciali di Superquark, andato in onda 14 dicembre 2005.

Note
[1] Claudio Rendina, I papi.
[2] Pur con alcuni limiti e discriminazioni, i musulmani di al-Andalus avevano garantito ai cristiani e agli ebrei piena libert di fede e (per i
cristiani mozarabi) libert di liturgia. Inoltre era assicurata piena libert di esercizio delle professioni liberali, in cambio del pagamento (non
troppo gravoso) dell'imposta personale chiamata jizya.
[3] Basterebbe ricordare come i cristiani adulti dovessero esser sempre disponibili a rispondere al bannum - vale a dire alla chiamata generale alle
armi - laddove dall'obbligo militare essi erano totalmente esonerati dalle diffidenti autorit islamiche andaluse.
[4] Ed. E. Kurze, in: Scriptores rerum Germanicarum in usum Scholarum, Hannover, 1895, p. 112.
[5] Annales Maximiani, ed. G. H. Perz, in: Monumenta Germaniae Historica, III, Hannover, 1839, p. 23.
[6] Franco Cardini e Marina Montesano, Storia Medievale, Firenze, Le Monnier Universit/Storia, 2006, p. 151-152 "L'imperatore poi, anch'egli
spostandosi si pu dire di continuo da un punto all'altro del suo impero, indiceva continuamente grandi riunioni (placita) durante le quali
giudicava delle cause che venivano portate dinanzi a lui, e pubblicava nuove leggi attraverso speciali raccolte normative chiamate capitularia.
I capitularia, appunto, ci consentono di vedere in dettaglio come funzionava il sistema politico ed economico concepito da Carlo."
[8] S. Katz, The Jews in the Visigothic and Frankish kingdoms of Spain and Gaul, Cambridge, Mass., The Mediaeval Academy of America,
1937, p. 133.
[9] Cfr. Giosu Musca, Carlo Magno ed Harun al Rashid, Bari, Dedalo, 1963, pp. 21-22.
[10] Ermengarda fu il nome che le attribu Alessandro Manzoni nella sua tragedia Adelchi
[11] Bibliotheca Sanctorum, Vol. III.
[12] Maometto e Carlo Magno, Roma-Bari, Laterza, 19733, passim. (Opera lasciata incompiuta nel 1935, completata dal figlio Jacques Pirenne e
pubblicata postuma: 1e dition Bruxelles, 1937)
[13] vedi: Alessandro Barbero, Carlo Magno: un padre dell'Europa, Roma-Bari, Laterza, 2006.

Bibliografia
In italiano
Alessandro Barbero, Carlo Magno - Un padre dell'Europa, Laterza, 2006. ISBN 8842072125
Gianni Granzotto, Carlo Magno, France, 1978. ISBN 8804148268
Henri Pirenne, Mahomet et Charlemagne, Laterza, Bari 1939 (trad. dell'originale stampato a Bruxelles dalla
Nouvelle socit d'ditions e a Parigi da F. Alcan nel 1937),
Fichtenau, Heinrich, von, L'impero carolingio, Bari, Gius. Laterza & Figli, 2000,
Hgermann Dieter, 'Carlo Magno, Il signore dell'Occidente, Milano, Einaudi, 2004
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217

Carlo Magno
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978-88-06-19077-4

Voci correlate

Carolingi
Impero Carolingio
Rinascita carolingia
Arte carolingia
Sacro Romano Imperatore
Imperatori del Sacro Romano Impero
Pax Nicephori

218

Carlo Magno

219

Altri progetti

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Collegamenti esterni
(DE) Onlineversion (http://ri-regesten.adwmainz.de) dei Regesta Imperii

Successioni
Predecessore

Re dei Franchi

Successore

Pipino il Breve

768 - 814
Coreggenza di Carlomanno fino al 771
Coreggenza di Carlo il Giovane dall'800 all'811

Ludovico il Pio

Predecessore

Re dei Longobardi

Successore

Desiderio

774 - 814
Coreggenza di Pipino Carlomanno dal 781 all'810
Coreggenza di Bernardo di Vermandois dall'810

Ludovico il Pio

Predecessore

Sacro Romano Imperatore

Successore

Titolo istituito da papa Leone III

800 - 814

Ludovico il Pio
che lui incorona nell'813

Predecessore

Re dei Franchi d'Aquitania

Successore

Hunaldo II

768781
Coreggenza di Carlomanno I fino al 771

Ludovico il Pio

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Desiderio

774 - 814

Pipino d'Italia

Controllo di autorit VIAF: 89643029 (http:/ / viaf. org/ viaf/ 89643029) LCCN: n79043619 (http:/ / id. loc. gov/
authorities/names/n79043619)
Portale Biografie

Portale Medioevo

Pipino d'Italia

220

Pipino d'Italia
Pipino
Re d'Italia
Rex Longobardorum
In carica

Predecessore

781
810
Italia
Carlomagno

Erede

Bernardo d'Italia

Successore

Bernardo d'Italia
[1]

[2]

Nascita

Aprile 773

Morte

Milano, 8 luglio 810

o 777

Luogo di sepoltura Milano


Dinastia

carolingia

Padre

Carlomagno

Madre

Ildegarda

Figli

Religione

Bernardo
Adelaide (o Aeda)
Adele (o Adula)
Gudrada
Bertaide e
Theodrada, illegittimi
cattolica

Carlomanno ribattezzato Pipino al momento dell'incoronazione a Re d'Italia (Rex Longobardorum) (Aprile 773[1] o
777[2] 8 luglio 810) fu re dei Longobardi sotto la sovranit del re dei Franchi e poi imperatore, suo padre Carlo
Magno dal 781 fino alla morte.

Origine
Secondo il Pauli Gesta Episcop. Mettensium Carlomanno era il secondo figlio maschio del re dei Franchi e Re dei
Longobardi, poi imperatore, Carlomagno e di Ildegarda[3] (758 Thionville, 30 aprile 783), che, secondo la Vita
Hludowici Imperatoris[4], era di origine sveva, discendente, da parte di madre, da Goffredo, duca degli Alemanni[5],
essendo figlia di Emma di Alamania, figlia di Hnabi, Duca di Alamania[6], mentre secondo il Codex Laureshamensis
il padre di Ildegarda e marito di Emma era il conte Geroldo di Vinzgouw[7].

Biografia
Alla nascita gli era stato imposto il nome Carlomanno, ma, prima di essere unto re d'Italia, fu ribattezzato col nome
reale Pipino (secondo la storica, Sandrine Vassileff, perch il nome Carlomanno era legato negativamente all'Italia,
sia per lo zio, che per il fratello, di suo padre Carlomagno[8]), anche perch il suo fratellastro Pipino il Gobbo, pur
vivendo a corte, era stato diseredato, in quanto dichiarato illegittimo e forse anche perch malformato. Secondo la
Pauli Continuatio Romana, Carlomanno, nel 781, fu ribattezzato Pipino da Papa Adriano I[9] e, dallo stesso fu unto
"re d'Italia" (regem super Italiam), mentre il fratello minore, Ludovico fu unto re d'Aquitania[10], a Roma, il giorno
di Pasqua, il 15 aprile[11] dopo che suo padre, nel 773, aveva soggiogato i Longobardi e conquistato il loro regno[10].

Pipino d'Italia

221
Dinastia carolingia
Pipinidi

Pipino di Landen ( 640)


Grimoaldo I ( 661 ?)
Childeberto ( 661 ?)

Arnolfingi

Arnolfo di Metz ( 640)


Clodolfo di Metz ( 696)
Ansegiso ( 679 circa)
Pipino di Herstal ( 714)
Drogone di Champagne ( 708)
Grimoaldo II ( 714)
Teodoaldo ( 714)

Carolingi

Carlo Martello ( 741)


Carlomanno ( 754)
Pipino il Breve ( 768)
Carlomanno ( 771)
Carlo Magno ( 814)
Ludovico il Pio ( 840)

Dopo il Trattato di Verdun (843)


Lotario I
(Imperatore)
Carlo il Calvo
(Re dei Franchi Occidentali)
Ludovico II il Germanico
(Re dei Franchi Orientali)

Pipino sotto la tutela del cugino di suo padre, Adelardo di Corbie, dopo aver cinto la Corona Ferrea, risiedette a
Pavia[11].
Fu assai attivo in Italia per espandere l'Impero franco. Nel 788-789 inizi la conquista dell'Istria, e nel 791 condusse
il suo esercito nella valle della Drava e saccheggi la Pannonia, mentre il padre marciava, seguendo il corso del
Danubio, nel territorio degli Avari. Carlo Magno fu poi costretto ad abbandonare l'impresa per affrontare
l'insurrezione sassone del 792.
Nel 793, Pipino invase il Ducato di Benevento[11], ancora sotto il dominio dei Longobardi.
Il margravio Enrico del Friuli ed il principe slavo Voinimiro, nel 795, attraversarono il Danubio ed attaccarono le
fortificazioni degli Avari costruite a forma di anello, riuscendo a conquistare, secondo gli Annales Fuldenses, il
grande Anello degli Avari, la fortezza principale[12]. Pipino, l'anno successivo complet l'opera, distruggendo il Ring
dopo averlo espugnato per la seconda volta[12], sottomettendo definitivamente gli Avari[10]. Il bottino fu immenso e
fu inviato a Carlo Magno ad Aquisgrana[12] e distribuito a tutti i suoi seguaci e persino a governanti stranieri,
compreso il re Offa di Mercia.
Per la vittoria sugli Avari fu composto un poema in onore di Pipino: De Pippini Regis Victoria Avarica[13].
Nell'806, a Thionville, suo padre Carlomagno redasse un progetto di divisione dell'impero in tre parti[11], una a
ciascun figlio, senza menzionare chi gli sarebbe successo sul trono imperiale ed invi il documento al Papa Leone
III: a Pipino sarebbe toccato l'Italia, la Baviera, parte della Carinzia e l'Alemannia[11]. Esistono tuttavia du versioni
differenti riguardo alla sconfitta dei Franchi.
Secondo lo storico francese Christian Settipani, esperto di genealogie, Pipino, nell'810, occup l'Istria e la laguna
veneta[14].
Nell'ambito di queste imprese di Pipino da ricordare anche il disastroso attacco alla laguna di Venezia, allora

Pipino d'Italia
territorio bizantino ma di fatto indipendente.
Secondo la storiografia veneziana, Pipino, occupato il porto di Albiola, organizz una flotta per conquistare la laguna
(allora ancora non esisteva la vera Venezia), ma gli assediati, ritiratosi nelle isole pi interne, come Rialto,
aspettarono che le grandi navi franche si arenassero nelle secche lagunari per poi attaccarle con piccole e leggere
imbarcazioni, bruciando la flotta e massacrando l'esercito nemico - da cui il toponimo canale dell'Orfano.
Secondo la versione francese, Pipino si sarebbe a quel punto mosso verso la Dalmazia, ma l'arrivo di una flotta
bizantina al comando di Paolo prefetto di Cefalonia lo dissuase dal procedere nelle operazioni militari. L'imperatore
bizantino Niceforo, frattanto, volle chiudere i conti in sospeso con i Carolingi e riapr le trattative, inviando un
ambasciatore a Pipino.
Pipino si ammal poco dopo per l'insalubrit delle paludi e e mor. Una tradizione locale racconta che il decesso
avvenne a Pietrasecca, dove in precedenza aveva fondato un castello.
A seguito della morte di Pipino e della riapertura dei negoziati tra Carlo Magno e Bisanzio, in virt dei quali il
sovrano franco, finalmente riconosciuto dalla controparte come imperatore, rinunciava a ogni pretesa sul Veneto e
sulla Dalmazia. Limportanza della conquista di Venezia si misura non tanto, quindi, sul piano politico-militare ma
su quello diplomatico: convinse Bisanzio a rinunciare al suo oltranzismo nei confronti di Carlo Magno, visti peraltro
i pericoli che limpero dOriente paventava sul fronte bulgaro e sul fronte islamico.
La morte di Pipino ci viene confermata sia dagli Annales Fuldenses che dagli Annales Sancti Emmerammi
Ratsponensis Maiores e avvenne l'8 luglio 810[15][16], a Milano[11], e fu tumulato a Verona, nella chiesa di San Zeno
Maggiore[11].
Dopo la sua morte suo padre, Carlomagno, pur riconoscendo al figlio illegittimo, Bernardo, il diritto di succedere a
Pipino, sino all'et di 15 anni lo invi nel monastero di Fulda[17].
Bernardo, secondo Eginardo, fu inviato ufficialmente in Italia (col titolo di Rex Logobardorum) dall'imperatore
nell'812[18].

Matrimonio e discendenza
Di una eventuale moglie di Pipino non si hanno notizie, mentre, secondo la Vita Hludowici Imperatoris[4], ebbe
almeno un'amante[19], che secondo alcune fonti fu una delle figlie di Guglielmo di Gellone oppure una delle figlie
del conte Bernardo, figlio di Carlo Martello, oppure entrambe. Da una o forse due amanti, Pipino ebbe sei figli (le
figlie sono confermate da Eginardo[11]):
Bernardo[19] (797-818), re d'Italia
Adelaide o Aeda (798- dopo l'810), alla corte imperiale nell'807[11], spos il principe sassone Billung da cui ebbe
una figlia, Oda, citata coi genitori nel Carmen de Primordiid Coenobii Gandesheimensis[20]
Adula o Adele (800/810- dopo l'810), alla corte imperiale prima dell'814[11]. Forse moglie del conte Lamberto I di
Nantes, futuro duca di Spoleto[21]
Gontrada (800/810- dopo l'810), alla corte imperiale prima dell'814[11]. Forse moglie del conte Lamberto I di
Nantes, futuro duca di Spoleto[21]
Bertaide (800/810- dopo l'810), alla corte imperiale prima dell'814[11]. Forse moglie del conte Lamberto I di
Nantes, futuro duca di Spoleto[21]
Theodrada (800/810- dopo l'810), alla corte imperiale prima dell'814[11]. Forse moglie del conte Lamberto I di
Nantes, futuro duca di Spoleto[21].

222

Pipino d'Italia

Note
[1] #ES Genealogy : Carolingi - Pepin I (http:/ / genealogy. euweb. cz/ carolin/ carolin1. html#IR)
[2] #ES Foundation for Medieval Genealogy : Carolingi - CARLOMAN (Pepin) (http:/ / fmg. ac/ Projects/ MedLands/ CAROLINGIANS.
htm#Rotruddied810)
[3] Monumenta Germaniae Historica, tomus II: Pauli Gesta Episcop. Mettensium, pag. 265 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/ goToPage/
bsb00000869. html?pageNo=265& sortIndex=010:050:0002:010:00:00#ES)
[4] La Vita Hludowici Imperatoris sono due biografie, dalla nascita all'840, dell'imperatore Ludovico il Pio, scritte, in latino, da due monaci, uno
anonimo, conosciuto come "l'Astronomo", mentre del secondo si conosce il nome: Thegano.
[5] Monumenta Germaniae Historica, tomus II: Thegani Vita Hludovici Imperatoris, pag. 590, par. 2 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/
display/ bsb00000869_00614. html?sortIndex=010:050:0002:010:00:00& zoom=0. 50#ES)
[6] Monumenta Germaniae Historica, tomus II: Thegani Vita Hludovici Imperatoris, pag. 591, par. 2 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/
display/ bsb00000869_00615. html?sortIndex=010:050:0002:010:00:00& zoom=0. 50#ES)
[7] Codex Laureshamensis, tomus II: MDCCCLXXX, Donatio Geroldi, p. 475 (http:/ / www. literature. at/ viewer. alo?objid=18718&
viewmode=fullscreen& scale=3. 33& rotate=& page=478#ES)
[8] Sandrine Vassileff#ES La place du nom Carloman dans le systme anthroponymique de la famille carolingienne (http:/ / www2. univ-mlv. fr/
fr/ intranetumlv/ telechargeable/ dir. recherche/ pj00236. pdf)
[9] Claudio Rendina, I papi. Storia e segreti.
[10] Monumenta Germaniae Historica, Scriptores Rerum Longobardicarum et Italicarum saec. VI-IX, Pauli Continuatio Romana, pag. 202 (http:/
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[11] #ES Foundation for Medieval Genealogy : Re d'Italia - CARLOMAN (Pepin) (http:/ / fmg. ac/ Projects/ MedLands/ ITALY, Kings to 962.
htm#PepinIItalyB)
[12] Monumenta Germaniae Historica, tomus I: Enhardi Fuldensis Annales, pag. 351, anno 796 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/
goToPage/ bsb00000868. html?pageNo=351& sortIndex=010:050:0001:010:00:00#ES)
[13] Monumenta Germaniae Historica, Poetarum Latinorum Medii Aevi, tomus I: De Pippini Regis Victoria Avarica, pagg. 116 e 117 (http:/ /
www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/ goToPage/ bsb00000831. html?pageNo=116& sortIndex=050:010:0001:010:00:00#ES)
[14] Settipani (1993), pag 211
[15] Monumenta Germaniae Historica, tomus I: Enhardi Fuldensis Annales, pag. 355, anno 810 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/ display/
bsb00000868_00390. html?sortIndex=010:050:0001:010:00:00#ES)
[16] Monumenta Germaniae Historica, tomus I: Annales Sancti Emmerammi Ratsponensis Maiores, pag. 93, anno 810 (http:/ / www. dmgh. de/
de/ fs1/ object/ goToPage/ bsb00000868. html?pageNo=93& sortIndex=010:050:0001:010:00:00#ES)
[17] #ES Foundation for Medieval Genealogy : Re d'Italia-BERNARD (http:/ / fmg. ac/ Projects/ MedLands/ ITALY, Kings to 962.
htm#BernardIitalyB)
[18] Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, tomus I: Einhardi Annales, anno 812, Pag 199 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/
goToPage/ bsb00000868. html?pageNo=199& sortIndex=010:050:0001:010:00:00#ES)
[19] Monumenta Germaniae Historica, tomus II: Thegani Vita Hludovici Imperatoris, pag. 596, par. 22 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/
goToPage/ bsb00000869. html?pageNo=596& sortIndex=010:050:0002:010:00:00#ES)
[20] Monumenta Germaniae Historica, tomus IV: Hrotsuithae Carmina, pag. 306 e seguenti (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/ goToPage/
bsb00000871. html?pageNo=306& sortIndex=010:050:0004:010:00:00#ES)
[21] Solo una delle quattro sorelle, ma non se ne conosce il nome, spos il conte Lamberto I di Nantes, futuro duca di Spoleto, da cui discesero
sia i conti di Nantes che i duchi di Spoleto.

Bibliografia
Fonti primarie
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bsb00000868_00003.html?sortIndex=010:050:0001:010:00:00l).
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bsb00000871_00003.html?sortIndex=010:050:0004:010:00:00l).

223

Pipino d'Italia

224

(LA) Codex Laureshamensis, tomus II (http://www.literature.at/viewer.alo?objid=18718&


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Voci correlate

Storia della Gallia tardo-antica e altomedievale


Franchi (storia dei regni Franchi)
Sovrani franchi
Storia della Francia
Regnum Italiae

Collegamenti esterni
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(EN) Foundation for Medieval Genealogy : Re d'Italia - CARLOMAN (Pepin) (http://fmg.ac/Projects/
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6000000003962328571).
Predecessore

Re d'Italia
Rex Longobardorum

Successore

Carlo Magno

781 - 810
Sotto la sovranit del padre, l'imperatore Carlo
Magno

Bernardo
Sotto la sovranit del nonno, l'imperatore Carlo
Magno

Controllo di autorit VIAF: 69737846 (http://viaf.org/viaf/69737846)


Portale Biografie

Portale Medioevo

Portale Storia

Bernardo d'Italia

225

Bernardo d'Italia
Bernardo
Re d'Italia
Rex Longobardorum
In carica

810
818
Italia

Predecessore

Pipino

Erede

Pipino I di Vermandois

Successore

Lotario I

Nascita

797

Morte

Milano, 17 agosto 818

Luogo di sepoltura Basilica di Sant'Ambrogio, a Milano


Dinastia

carolingia

Padre

Pipino d'Italia

Consorte

Cunegonda di Laon

Figli

Pipino I di Vermandois

Religione

cattolica

Bernardo d'Italia (797 Milano, 17 aprile 818) fu re d'Italia dall'810 all'818.

Origine
Secondo la Vita Hludowici Imperatoris[1] Bernardo era figlio del re d'Italia, Pipino I[2][3] (a sua volta secondo figlio
maschio dell'imperatore Carlo Magno e dalla terza moglie, Ildegarda (758-783), figlia del Conte Gerold di Vinzgouw
e Emma di Alamania, figlia di Hnabi, Duca di Alamania) e di una sua concubina[4]. Anche lo storico francese
Christian Settipani, esperto di genealogie, citando una litania di San Gallo che elenca Bernardo tra i Carolingi di
nascita illegittima[5], conferma la illegittimit di Bernardo[6].

Biografia
Dinastia carolingia
Pipinidi

Pipino di Landen ( 640)


Grimoaldo I ( 661 ?)
Childeberto ( 661 ?)

Arnolfingi

Arnolfo di Metz ( 640)


Clodolfo di Metz ( 696)
Ansegiso ( 679 circa)
Pipino di Herstal ( 714)
Drogone di Champagne ( 708)
Grimoaldo II ( 714)
Teodoaldo ( 714)

Bernardo d'Italia

226
Carolingi

Carlo Martello ( 741)


Carlomanno ( 754)
Pipino il Breve ( 768)
Carlomanno ( 771)
Carlo Magno ( 814)
Ludovico il Pio ( 840)

Dopo il Trattato di Verdun (843)


Lotario I
(Imperatore)
Carlo il Calvo
(Re dei Franchi Occidentali)
Ludovico II il Germanico
(Re dei Franchi Orientali)

Bernardo rimase orfano all'et di circa tredici anni, infatti suo padre, Pipino mor nell'810[7], per una malattia
contratta all'assedio di Venezia. Il nonno Carlomagno, pur riconoscendogli il diritto di succedere al padre, sino all'et
di 15 anni lo invi nel monastero di Fulda[6].
Bernardo, secondo Eginardo, fu inviato ufficialmente in Italia (col titolo di Rex Logobardorum) dall'imperatore
nell'812[8]. Il nuovo Re venne accettato e rispettato dai nobili italiani, anche se il suo potere era caratterizzato da una
forte dipendenza e un controllo continuo da parte di Carlo Magno, che, per questo motivo, aveva inviato in Italia,
assieme a Bernardo, suo cugino Wala[8], il figlio di suo zio Bernardo.
Bernardo fu solennemente confermato, ad Aquisgrana, l'11 settembre 813, come vassallo di suo nonno, l'imperatore,
Carlomagno[6].
La situazione non cambi neanche quando l'imperatore mor (gennaio 814) e il suo posto venne preso da suo figlio
Ludovico il Pio. Nonostante ci, Bernardo e Ludovico avevano un buon rapporto. Nel novembre 816, Ludovico
descrive Bernardo in un documento ufficiale come dilectus filius noster.
I problemi politici tra i due regnanti nacquero nell'817, alla dieta di Aquisgrana, con l'emissione dell'Ordinatio
Imperii (Ordinamento dell'impero: Provvedimento emanato per regolare la successione):
al suo primogenito, Lotario, concesse il titolo imperiale[9], e con l'incoronazione a imperatore aggiunto, fu sancita la
sua superiorit sui fratelli[10], mentre al secondogenito, Pipino, concesse la sovranit, col titolo di re, sull'Aquitania,
il tolosano e la Settimania[11], che gi governava, e al terzogenito, Ludovico, che sar detto il Germanico, concesse
la sovranit, col titolo di re, sulla Baviera, la Carinzia e la Boemia[12].
Nel documento, di Bernardo, non veniva fatta parola. Dell'Italia veniva detto solo che sarebbe passata alle
dipendenze del nuovo imperatore, come il resto dell'impero. I motivi che spinsero Ludovico a prendere questa
decisione sono tutt'oggi poco chiari perch Bernardo non aveva mai ostacolato l'imperatore ma anzi gli aveva sempre
giurato fedelt. Probabilmente per, era stato convinto da sua moglie, l'imperatrice Ermengarda de Hesbaye, la quale
aveva una grande influenza sul marito, e voleva favorire i propri figli.
Bernardo, temendo di perdere il potere, influenzato da alcuni ecclesiastici (il vescovo di Milano, Anselmo e quello di
Orleans, Teodulfo[4]) e nobili del suo regno (il ciambellano Raniero ed il conte Egidio[4]), progett un tentativo di
ribellione[13], che, secondo il cronista Thegano, avrebbe dovuto usurpare il trono imperiale[4] e occup con le sue
truppe i principali passi delle alpi occidentali senza per mai sembrare intenzionato ad attaccare. Si tratt pi che
altro di una mossa di carattere difensivo anche perch Bernardo era ben consapevole di essere militarmente inferiore
alle forze imperiali. L'imperatore, dopo essere stato informatosugli avvenimentiin corso[4], dal vescovo di Verona,
Ratoldo e dal conte di Brescia, Suppone, lasciata Aquisgrana, si mise a capo del suo esercito presso
Chalon-sur-Sane (Francia)[4], dove, per prepararsi ad un eventuale conflitto armato, aveva radunato il suo esercito
composto da truppe provenienti da tutte la parti del regno. Bernardo, si spavent e valutando di non poter affrontare
lo zio, assieme ai suoi seguaci pi fedeli, si rec a Chalon, onde poter incontrare lo zio[6]. Bernardo si present[4],
ma con l'inganno[6] fu messo sotto custodia, coi suoi fedeli[4].

Bernardo d'Italia

Affresco seicentesco della tomba di Bernardo in Sant'Ambrogio, a


Milano.

227
Nella primavera dell'anno successivo (818), ad
Aquisgrana (Germania), si tenne una dieta e ci fu il
processo contro il re d'Italia ed i suoi alleati[4]. Gli
ecclesiastici vennero privati delle loro cariche[4]
(Teodulfo fu privato della carica di vescovo di
Orleans[14]) e mandati in esilio o condannati alla
clausura monastica, mentre Bernardo e gli altri
complici laici vennero condannati a morte[4], per alto
tradimento. Ludovico per, dopo un ripensamento, fece
grazia di vita ai ribelli e tramut la pena in condanna
all'accecamento[4].
L'esecuzione, avvenne nell'agosto 818[14].

La morte colse Bernardo dopo tre giorni di agonia[15]


(il 17 agosto) a causa delle terribili ferite riportate, a Milano[6], dove fu seppellito, nella Basilica di
Sant'Ambrogio[6].
Dopo la morte di Bernardo, il regno d'Italia pass sotto l'autorit imperiale di Ludovico il Pio[6].
Questa morte addolor Ludovico e lo indusse, sopraffatto dai rimorsi, a pentirsi e a fare elemosine ai poveri, per
intercedere per la sua anima[15]; poi a graziare i complici di Bernardo (nell'821) e a compiere poi un atto di pubblica
penitenza, che si tenne presso la corte di Attigny nell'822. Ci nonostante, gli avvenimenti riguardanti Bernardo
ridussero notevolmente il prestigio di cui godeva presso la nobilt franca.

Matrimonio e discendenza
Bernardo, nell'813, spos Cunegonda[6] (ca.800- dopo l'835), che secondo lo storico francese Christian Settipani,
esperto di genealogie, era la figlia di Heriberto[16] (ca. 785-843), a sua volta figlio di Guglielmo di Gellone[17], che
gli diede un figlio[6][18]:
Pipino[3] (ca. 815 dopo l'850), Conte di Vermandois.

Note
[1] La Vita Hludowici Imperatoris sono due biografie, dalla nascita all'840, dell'imperatore Ludovico il Pio, scritte, in latino, da due monaci, uno
anonimo, conosciuto come "l'Astronomo", mentre del secondo si conosce il nome: Thegano.
[2] Monumenta Germaniae Historica, tomus II: Einhardii Vita Karoli Magni, pag. 454, par. 19 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/
goToPage/ bsb00000869. html?pageNo=454& sortIndex=010:050:0002:010:00:00#ES)
[3] Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, tomus I: Reginonis Chronicon, anno 818, Pag 567 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/
goToPage/ bsb00000868. html?pageNo=567& sortIndex=010:050:0001:010:00:00#ES)
[4] Monumenta Germaniae Historica, tomus II: Thegani Vita Hludovici Imperatoris, pag. 596, par. 22 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/
goToPage/ bsb00000869. html?pageNo=596& sortIndex=010:050:0002:010:00:00& zoom=0. 50#ES)
[5] Settipani (1993), pag 211, nota 142.
[6] #ES Foundation for Medieval Genealogy : Re d'Italia-BERNARD (http:/ / fmg. ac/ Projects/ MedLands/ ITALY, Kings to 962.
htm#BernardIitalyB)
[7] Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, tomus I: Einhardi Fuldensis Annales, anno 810, Pag 355 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/
object/ goToPage/ bsb00000868. html?pageNo=355& sortIndex=010:050:0001:010:00:00#ES)
[8] Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, tomus I: Einhardi Annales, anno 812, Pag 199 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/
goToPage/ bsb00000868. html?pageNo=199& sortIndex=010:050:0001:010:00:00#ES)
[9] Monumenta Germanica Historica, tomus I: Einhardi Annales, pag. 204 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/ display/
bsb00000868_00238. html?sortIndex=010:050:0001:010:00:00#ES)
[10] Monumenta Germanica Historica, Leges, Capitularia Regum Francorum, tomus I: Ludovici I, pag. 198 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/
object/ display/ bsb00000868_00238. html?sortIndex=010:050:0001:010:00:00#ES)
[11] Monumenta Germanica Historica, Leges, Capitularia Regum Francorum, tomus I: Ludovici I, pag. 198 par. 1 e 3 (http:/ / www. dmgh. de/
de/ fs1/ object/ display/ bsb00000868_00238. html?sortIndex=010:050:0001:010:00:00#ES)

Bernardo d'Italia
[12] Monumenta Germanica Historica, Leges, Capitularia Regum Francorum, tomus I: Ludovici I, pag. 198 par. 2 e 3 (http:/ / www. dmgh. de/
de/ fs1/ object/ display/ bsb00000868_00238. html?sortIndex=010:050:0001:010:00:00#ES)
[13] Monumenta Germanica Historica, tomus I: Annales Xantenses, anno 817, pag. 224 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/ goToPage/
bsb00000869. html?pageNo=224& sortIndex=010:050:0002:010:00:00#ES)
[14] Monumenta Germanica Historica, tomus I: Annales Xantenses, anno 818, pag. 224 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/ goToPage/
bsb00000869. html?pageNo=224& sortIndex=010:050:0002:010:00:00#ES)
[15] Monumenta Germaniae Historica, tomus II: Thegani Vita Hludovici Imperatoris, pag. 596, par. 23 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/
goToPage/ bsb00000869. html?pageNo=596& sortIndex=010:050:0002:010:00:00& zoom=0. 50#ES)
[16] Settipani (1993), pag 213
[17] Nobilt carolingia - Guglielmo (http:/ / fmg. ac/ Projects/ MedLands/ FRANKISH NOBILITY. htm#_Toc169575363#ES)
[18] #ES Genealogy : Carolingi-Bernard I (http:/ / genealogy. euweb. cz/ carolin/ carolin1. html#IR)

Bibliografia
Fonti primarie
(LA) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, tomus I (http://www.dmgh.de/de/fs1/object/display/
bsb00000868_00003.html?sortIndex=010:050:0001:010:00:00).
(LA) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, tomus II (http://www.dmgh.de/de/fs1/object/display/
bsb00000869_00002.html?sortIndex=010:050:0002:010:00:00).
(LA) Monumenta Germaniae Historica, , Leges, Capitularia Regum Francorum, tomus I (http://www.dmgh.de/
de/fs1/object/display/bsb00000876_00003.html?sortIndex=020:010:0001:010:00:00).

Letteratura storiografica
Ren Poupardin, Ludovico il Pio, in Storia del mondo medievale, vol. II, 1999, pp. 558-582
Ren Poupardin, I regni carolingi (840-918), in Storia del mondo medievale, vol. II, 1999, pp. 583-635
(DE) Joerg Jarnut, Kaiser Ludwig der Fromme und Koenig Bernhard von Italien. Der Versuch einer
Rehabilitierung, in: Studi medievali 30 (1989), pag. 637 - 648.

Voci correlate

Storia della Gallia tardo-antica e altomedievale


Franchi (storia dei regni Franchi)
Sovrani franchi
Storia della Francia
Regnum Italiae

Collegamenti esterni
(EN) Foundation for Medieval Genealogy : Re d'Italia-BERNARD (http://fmg.ac/Projects/MedLands/ITALY,
Kings to 962.htm#BernardItalyA).
(EN) Foundation for Medieval Genealogy : Re d'Italia-BERNARD (http://fmg.ac/Projects/MedLands/ITALY,
Kings to 962.htm#BernardIitalyB).
(EN) Genealogy : Carolingi-Bernard I (http://genealogy.euweb.cz/carolin/carolin1.html#IR)

228

Bernardo d'Italia

229

Altri progetti

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Predecessore

Re d'Italia
Rex Longobardorum

Successore

Pipino d'Italia Sotto la sovranit del


padre,
l'imperatore Carlo Magno

810 - 818
Sotto la sovranit dell'imperatore (Carlo Magno, poi Ludovico il
Pio

Ludovico il
Pio

Controllo di autorit VIAF: 81098873 (http://viaf.org/viaf/81098873)


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Ludovico I del Sacro Romano Impero


Ludovico I

Ritratto di Ludovico il Pio.


Re dei Franchi, dei Longobardi, Sacro Romano Imperatore e re d'Aquitania
In carica

11 settembre 813 23 giugno 840

Incoronazione 13 settembre 813, dal padre Carlo Magno presso Aquisgrana; 5 ottobre 816, da papa Stefano IV presso la cattedrale di Reims.
Predecessore
Successore

Nome
completo

Carlo Magno
Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico come re di Francia; Lotario I come Sacro Romano Imperatore; Pipino I d'Aquitania come
re d'Aquitania.
Ludovico

Nascita

Casseuil-sur-Garonne, 16 aprile 778

Morte

Ingelheim am Rhein, 23 giugno 840

Casa reale

Dinastia carolingia

Padre

Carlo Magno

Madre

Ildegarda

Consorte
Figli

Ermengarda de Hesbaye, Giuditta di Baviera


Lotario, Pipino, Ludovico, Carlo, Gisella.

Ludovico I del Sacro Romano Impero


Ludovico I, detto Ludovico il Pio o Luigi I, in francese Louis le Pieux o Louis le Dbonnaire (il Benevolo), in
tedesco Ludwig der Fromme (Casseuil-sur-Garonne, 16 aprile 778 Ingelheim am Rhein, 23 giugno 840), fu re dei
Franchi e imperatore dell'Impero carolingio dal 814 all'840.

Biografia
Ludovico nacque a Casseuil-sur-Garonne, nell'attuale Gironda, in Francia, quarto figlio legittimo di Carlo Magno.
Fin dall'infanzia, raccontano i biografi, fu molto religioso[1] Ludovico fu incoronato re di Aquitania, ancora bambino,
nel 781, e l inviato con un reggente e una corte per governare la regione, reprimere le ribellioni delle popolazioni
sottomesse e cercare altres di estendere il regno oltre i Pirenei.
Nel 793, fu inviato in Italia in appoggio del fratello Pipino in lotta contro il duca di Benevento. Tornato in Aquitania,
spos Ermengarda, figlia del conte Ingram, che gli dar sei figli.
Attacc la Spagna nel 799 distruggendo Lerida: Dopo questo e dopo che le restanti citt furono saccheggiate e
incendiate, Ludovico avanz fino a Huesca. Il territorio della citt, ricco di frutteti, fu falciato dalle soldatesche,
devastato e bruciato.[2] Accompagn il padre nell'800 in una delle sue numerose spedizioni contro i Sassoni.[3] Gli
attacchi militari nella Spagna dei Mori si susseguirono negli anni successivi: nell'804 fu la volta di Barcellona a
essere cinta d'assedio e presa per fame: Ludovico festeggi con un Te Deum di ringraziamento nella citt
conquistata.[4] Nell'806 Tortosa e la provincia di Valencia sono devastate in una incursione[5] e la spedizione viene
ripetuta l'anno dopo con successo e grande gioia per il bottino guadagnato.[6] D'altra parte, Ludovico non era in
grado di controllare il territorio e quelle imprese si risolvevano in pure scorrerie.

La successione di Carlo Magno


Come nella consuetudine dei Franchi, si pensava che Ludovico avrebbe dovuto ripartire la sua eredit con i suoi
fratelli, Carlo il giovane e Pipino re d'Italia. Il figlio primogenito di Carlo Magno, Pipino il Gobbo, era stato
considerato illegittimo secondo le abitudini dell'epoca e, dopo la scoperta, nel 792, di un infruttuoso tentativo di
rivolta contro il padre, fu rinchiuso a vita in un monastero.
Nella Divisio Regnorum (806), Carlo Magno aveva designato come suo successore Carlo il giovane come imperatore
e re dei Franchi, aggiungendo d'altra parte la Settimania, la Provenza e parte della Borgogna al regno di Aquitania
per la parte di Ludovico.
Ma gli altri figli legittimi di Carlo Magno morirono, Pipino nell'810 e Carlo, re di Neustria, nell'811; cos Ludovico
fu incoronato co-imperatore con Carlo Magno nell'813.

L'incoronazione imperiale
Alla morte del padre nell'814, eredit l'intero Impero carolingio e tutti i suoi possessi. Fu incoronato imperatore da
papa Stefano IV nella Cattedrale di Reims con l'olio santo contenuto nella santa Ampolla nell'816. Ludovico si
avvalse di Benedetto d'Aniane, un nobile visigoto originario della Settimania e fondatore di monasteri per essere
aiutato a riformare la chiesa franca.

Lo stato religioso
Ludovico, probabilmente influenzato dalle pratiche religiose della vecchiaia di suo padre Carlo e da Benedetto di
Aniane, vide come soluzione alla debolezza del potere centrale, che faticava a imporre la sua autorit nel vastissimo
impero, la riforma innanzitutto spirituale, con la promulgazione di un impero cristiano ordinato e sereno, coeso non
tanto dall'aderenza giuridica a determinate leggi ma da una profonda consapevolezza religiosa.
Una delle riforme primarie fu accertarsi che tutte le case religiose nel regno di Ludovico aderissero alla Regola di
San Benedetto.

230

Ludovico I del Sacro Romano Impero

231

Durante un concilio ad Aquisgrana stabil una prima riforma ecclesiastica, che aveva come principio la separazione
tra potere spirituale e potere temporale. Nella pratica il principio era impossibile da applicare, poich lo stesso Carlo
Magno si era servito dell'organizzazione ecclesiastica come base per quella amministrativa e lo status quo, con
vescovi e abati spesso appartenenti alla migliore aristocrazia franca, non poteva essere ribaltato facilmente. Esisteva
inoltre il fenomeno delle cosiddette Chiese private, con luoghi di culto tenuti in propriet privata sia da ecclesiastici
che da laici, che li gestivano liberamente sfruttandone le rendite (diremmo oggi una Chiesa "imprenditoriale").

La cruenta deposizione di Bernardo d'Italia


Subito dopo la sua ascesa, Lodovico aveva
assicurato la sua posizione come imperatore
con una "purga morale", con la quale aveva
mandato tutti i suoi fratellastri illegittimi nei
monasteri e aveva costretto tutte le sue
sorelle nubili a farsi suore: questa paura di
perdere il potere era figlia dell'atmosfera di
intrigo e di violenza che dominava la corte
di Aquisgrana, alla quale nemmeno il "Pio"
era estraneo.
La sua politica aggressiva raggiunse il
culmine con la lotta contro suo nipote
Bernardo, re d'Italia, figlio del defunto
fratello Pipino. Nell'817 Bernardo si ribell
contro Ludovico per essere stato esautorato
dalla sua legittima carica di re d'Italia.
Nell'818 Ludovico, dopo la repressione
Ludovico il Pio che fa ammenda ad Attigny nell'822
della rivolta, fece imprigionare ed accecare
Bernardo, che mor dopo tre giorni di atroci
sofferenze. Fu poi costretto dai grandi ecclesiastici dell'impero a fare penitenza per aver causato la morte di
Bernardo, e cos fece ammenda ad Attigny nell'822, davanti ai nobili del regno. Nonostante questo il delitto grav la
sua coscienza per tutta la vita e la pubblica ammenda lo scredit agli occhi dell'aristocrazia, riducendo notevolmente
il suo prestigio come governante.

La debolezza dell'Imperatore
Ludovico fu consigliato da Benedetto d'Aniane fino all'821, anno della sua morte. Dopo di lui fu sorretto da
Adalardo, suo congiunto, e dal vescovo di Lione Agobardo, una figura dotta ed energica.
Queste figure per erano interessate soprattutto al futuro della Chiesa ed alle cose spirituali piuttosto che temporali,
per questo il paese era soggetto sempre pi liberamente all'aristocrazia locale che ormai spadroneggiava.[7].

La nuova spartizione dell'impero carolingio


Per approfondire, vedi Impero carolingio.

Nell'anno 817, Ludovico emise la Ordinatio imperii, un decreto che esponeva i programmi per una ordinata
successione dividendo l'impero fra i tre figli avuti dalla sua prima unione con Ermengarda de Hesbaye: Lotario (che
era stato incoronato re d'Italia e co-imperatore), Pipino di Aquitania (re di Aquitania) e Ludovico II il Germanico (re
di Baviera). Il meccanismo prevedeva poi che l'Impero non fosse diviso formalmente, affidandone la corona

Ludovico I del Sacro Romano Impero


imperiale solo al primogenito Lotario. Fu con questa ordinatio che al regno longobardo venne tolta del tutto
autonomia. In conseguenza di ci, le corone di rex francorum et langobardorum vennero inglobate nel titolo
imperiale. Fu in questo momento che il Regnum Italiae, che fino ad allora aveva indicato genericamente i territori
sottratti ai Longobardi, acquis una consistenza effettiva.
Dopo la morte di Ermengarda, si rispos con Giuditta di Baviera ed ebbe un quarto figlio, Carlo il Calvo, nell'823,
che aggrav con la sua presenza il meccanismo di successione: sua madre era infatti una tempra forte ed agguerrita e
cerc in tutti i modi di inserire suo figlio nella spartizione dell'impero, incontrando la rigida resistenza degli altri
figli.
L'ultima decade del regno di Ludovico fu cos contrassegnata dalla guerra civile. Nell'829 Ludovico I decise di
togliere alcuni territori assegnati a Ludovico II e di darli a Carlo, scatenando una guerra civile che scem poi solo
perch l'aristocrazia non aveva nessun interesse a portarla avanti. Nell'830, i tre fratelli invasero le terre del padre,
forzandolo ad abdicare a favore di Lotario, e fu cos che Ludovico e Giuditta vennero confinati in un monastero.
Ma Ludovico riprese il potere l'anno successivo e Lotario fu privato non soltanto del titolo imperiale, ma anche del
regno d'Italia, che fu destinato a Carlo. Pipino si rivolt, seguito da Ludovico il Germanico nell'832 e Lotario, con il
sostegno di papa Gregorio IV, si un alla sommossa nell'833 e lo fece destituire nell'assemblea di Compigne da
parte dell'arcivescovo di Reims Ebbone. I fratelli sconfissero il padre e lo imprigionarono con Carlo. Giuditta fu
inviata in un convento, mentre Pipino e Ludovico il Germanico, si annetterono terre in precedenza imperiali.
Nell'834, tuttavia, Lotario venne obbligato a fuggire in Italia e l'anno successivo la famiglia fece la pace, ristabilendo
Ludovico il Pio sul trono imperiale. Il 28 febbraio 835 Ludovico venne riconsacrato con una solenne cerimonia nella
Cattedrale di Metz[8] dal fratellastro il vescovo Drogo di Metz.
Quando Pipino mor nell'838, Ludovico il
Pio dichiar Carlo nuovo re di Aquitania. I
nobili, tuttavia, elessero il figlio di Pipino
Pipino II.
Ludovico il Pio regn sempre pi
formalmente, privo di una vera autorit, fino
alla sua morte nell'840.
La disputa tra i fratelli continu in una
guerra civile che ebbe termine soltanto
Un denaro di Ludovico
nell'843 con il Trattato di Verdun, che divise
il regno Franco in tre parti, i nuclei che in
seguito divennero Francia e Germania ed Italia. La disputa per il regno di Aquitania non fu risolta completamente
fino all'860.

Matrimoni e discendenza
Dalla prima moglie, Ermengarda di Hesbaye (sposata fra il 794 ed il 798), Ludovico ebbe tre figli e tre figlie:

Lotario (795-855), re d'Italia dall'818 all'839 ed imperatore dall'840 all'855;


Pipino, re dei Franchi dall'817 all'838;
Adelaide (nata verso il 799)
Rotrude (nata verso l'800), andata sposa a Gerardo, conte d'Alvernia
Ildegarda (o Matilde) (nata verso l'802), andata sposa, dopo la morte della sorella Rotrude, a Gerardo, conte
d'Alvernia
Ludovico, re della Francia Orientale
Dalla seconda moglie, Giuditta di Baviera, ebbe un figlio ed una figlia:
Gisella, andata sposa ad Eberardo del Friuli

232

Ludovico I del Sacro Romano Impero

233

Carlo, re d'Italia ed imperatore dall'875 all'877


Dall'amante Teodolinda di Sens, egli ebbe due figli illegittimi:
Arnolfo di Sens
Alpais

Note
[1]
[2]
[3]
[4]
[5]
[6]
[7]

Thegan, Gesta Hludowici imperatoris, 3: "semper ab infantia sua timere Deum et amare didicerat".
Astronomus, Vita Hludowici imperatoris, 1995, p. 310.
Ivi, p. 312.
Ivi, p. 318.
"Christo iuvante, laeti ad praedas quas relinquerant redierunt", ivi, p. 324.
"Magno cum gaudio et opibus", ivi, p. 328.
Franco Cardini Marina Montesano, Storia Medievale, Firenze, Le Monnier Universit/Storia, 2006, pag. 155 "Dato il suo temperamento
esitante, Ludovico aveva bisogno di forti consiglieri. Benedetto d'Aniane lo sorresse fino alla morte, nel'821; il suo posto fu poi preso da un
congiunto, Adalardo, e da un dotto ed energico vescovo, Agobardo di Lione. Ma entrambi pensavano pi allo spirito e al futuro della Chiesa
che non al governo temporale."
[8] Histoire des vques de lglise de Metz, Meurisse, Metz, 1634

Bibliografia
Astronomo, Vita Hludowici imperatoris, Hannover 1995
Thegan, Gesta Hludowici imperatoris, Hannover 1995
Franco Cardini e Marina Montesano, Storia medievale, Firenze, Le Monnier Universit, 2006 ISBN 8800204740

Voci correlate

Impero carolingio
Elenco di re franchi
Carolingi
Elenco di duchi d'Aquitania

Altri progetti

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Category:Louis_the_Pious?uselang=it)

Collegamenti esterni
(DE) Onlineversion (http://ri-regesten.adwmainz.de) dei Regesta Imperii
Predecessore

Sacro Romano Imperatore

Successore

Carlo Magno
che lo incorona nell'813

814 - 840

Lotario I
che lui incorona nell'817

Predecessore

Re dei Franchi

Successore

Carlo Magno

814 - 840
Coreggenza dei suoi figli dall'817

Carlo il Calvo (Occidentale)


Ludovico il Germanico (Orientale)

Predecessore

Re dei Lombardi

Successore

Ludovico I del Sacro Romano Impero

Bernardo

234
818 - 822
Coreggenza di Bernardo dall'814 all'818

Lotario I

Predecessore

Re dei Franchi dAquitania

Successore

Carlo Magno

781817

Pipino I di Aquitania

Controllo di autorit VIAF: 71534431 (http:/ / viaf. org/ viaf/ 71534431) LCCN: nr89010247 (http:/ / id. loc. gov/
authorities/names/nr89010247)
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Lotario I del Sacro Romano Impero


Lotario I

Lotario I, immagine tratta da un evangelario


Imperatore del Sacro Romano Impero
In carica
Predecessore

840-855
Ludovico il Pio

Successore

Ludovico il Giovane

Altri titoli

re d'Italia,
re di Lotaringia e
re di Provenza

Nascita

795

Morte

Abbazia di Prm, Prm, 29 settembre 855

Luogo di sepoltura Abbazia di Prm


Dinastia

carolingi

Padre

Ludovico il Pio

Madre

Ermengarda di Hesbaye

Consorte

Ermengarda di Tours

Lotario I del Sacro Romano Impero

235
Figli

Ludovico II
Elletrud (Hiltrud)
Bertha
Ermengarda (Irmgard)
Gisela
Lotario II
Rotrud e
Carlo di Provenza, legittimi
Carlomanno, illegittimo

Lotario I (795 Prm, 29 settembre 855) fu re d'Italia dall'822 all'850, poi re di Lotaringia e imperatore del Sacro
Romano Impero dall'840 alla sua morte.
Riconosciuto venerabile, per la sua condotta a favore della Chiesa, fu
iniziato un processo di beatificazione, che non fu portato a termine.

Origine
Secondo la Vita Hludowici Imperatoris[1], era il figlio primogenito del
re d'Aquitania e futuro imperatore Ludovico il Pio e da Ermengarda[2]
(780-818), figlia del conte di Hesbaye[3], Ingramm (o Ingerman o
Enguerrand, nipote di Rotrude, moglie di Carlo Martello) e di Edvige
di Baviera.

Biografia
Si sa poco dei primi anni della sua vita, che trascorse probabilmente
alla corte di suo nonno Carlo Magno e, dopo la morte del nonno (814),
nell'815, il padre Ludovico lo invi a governare la Baviera[4],
affiancato da alcuni funzionari franchi.
Nell'817, alla dieta di Aquisgrana, l'imperatore, Ludovico il Pio, con la
Divisio Imperii al suo primogenito, Lotario, concesse il titolo
[5]
imperiale , e con l'incoronazione a imperatore aggiunto, fu sancita la
sua superiorit sui fratelli[6], mentre al secondogenito, Pipino, concesse
la sovranit, col titolo di re, sull'Aquitania, il tolosano e la
Settimania[7], che gi governava, e al terzogenito, Ludovico, che sar
Lotario I; vetrata della Cattedrale di Notre-Dame
detto il Germanico, concesse la sovranit, col titolo di re, sulla Baviera,
di Strasburgo.
la Carinzia e la Boemia[7]. Questa suddivisione conosciuta anche come
Ordinatio Imperi fu ratificata dall'imperatore a Nimega, nell'819.
Lotario Nell'821, secondo gli Annales Xantenses, Lotario spos Ermengarda ( 20 marzo 851), figlia di Ugo, conte
di Tours[8], che secondo il cronista Thegano era discendente dalla famiglia degli Eticonidi[9] e di Ava o Bava.
Nell'822, sempre secondo gli Annales Xantenses, Lotario venne inviato dal padre a prendere possesso dell'Italia
(regnum longobardorum)[10], e, secondo Eginardo, Lotario fu affiancato da alcuni dignitari di fiducia di suo padre, il
monaco Wala, l'abate Adalardo e il comandante delle truppe, Gerungo, per consigliarlo ed aiutarlo nelle trattative[10],
specialmente per garantire la giurisdizione imperiale nei territori governati da Papa Pasquale I, che, il 5 aprile 823, a
Roma incoron Lotario imperatore[11].

Lotario I del Sacro Romano Impero

236

Co-imperatore
Nell'823, era nato il suo fratellastro, Carlo, figlio di Ludovico il
Pio e della sua seconda moglie (sposata nell'819, dopo circa un
anno di vedovanza), Giuditta dei Welf (Guelfi)[12], creando
notevoli problemi nella successione a Ludovico come era stata
prevista nella Ordinatio Imperi dell'817. L'Imperatore cerc di
assegnare territori anche al figlio appena nato, ma dato che
l'ordinatio non prevedeva un caso del genere, incontr notevoli
resistenze da parte dei figli Lotario (Imperatore e Re d'Italia),
Pipino (Re di Aquitania) e Ludovico (Re di Baviera), per cui parve

Denaro di Lotario I, battuto nell'833.

che le decisioni dell'817 seguissero il loro corso


Nell'824, Lotario, dopo la morte di papa Pasquale, torn a Roma per incontrare il nuovo papa, Eugenio II[13], e nel
novembre di quello stesso anno, promulg uno statuto sulle relazioni tra Papa ed Imperatore, noto come Constitutio
romana, che riservava il potere supremo alla potenza secolare, e successivamente emise varie ordinanze per favorire
un governo efficiente dell'Italia.
Ma, nel 829, alla Dieta di Worms, Ludovico diede a Carlo col titolo di Duca parte dell'Alemannia (o Svevia),
l'Alsazia, la Rezia e parte della Borgogna[14], tutti territori tolti a Lotario. Questi, pur essendo il padrino di Carlo, si
risent ed il padre per allontanarlo dalla corte lo invi in Italia[15], vietandogli di far uso del titolo imperiale.
Dinastia carolingia
Pipinidi

Pipino di Landen ( 640)


Grimoaldo I ( 661 ?)
Childeberto ( 661 ?)

Arnolfingi

Arnolfo di Metz ( 640)


Clodolfo di Metz ( 696)
Ansegiso ( 679 circa)
Pipino di Herstal ( 714)
Drogone di Champagne ( 708)
Grimoaldo II ( 714)
Teodoaldo ( 714)

Carolingi

Carlo Martello ( 741)


Carlomanno ( 754)
Pipino il Breve ( 768)
Carlomanno ( 771)
Carlo Magno ( 814)
Ludovico il Pio ( 840)

Dopo il Trattato di Verdun (843)


Lotario I
(Imperatore)
Carlo il Calvo
(Re dei Franchi Occidentali)
Ludovico II il Germanico
(Re dei Franchi Orientali)

Nell'agosto dell'829, a sostituire Lotario nella custodia del fratello Carlo, fu chiamato a corte Bernardo di
Settimania[16], conte di Barcellona, che era stato insignito del titolo di ciambellano e aveva ricevuto il feudo della

Lotario I del Sacro Romano Impero


marca di Spagna.
Secondo il cronista Thegano, i parecchi nemici (molti dei collaboratori del co-imperatore Lotario) non tardarono a
mettere in giro la voce che Bernardo fosse divenuto l'amante dell'imperatrice, Giuditta di Baviera[16] ed inoltre
Pipino I di Aquitania, era anche stato convinto da Wala che Bernardo volesse portargli via il regno.
Allora, nell'830, mentre, secondo gli Annales Bertiniani, Bernardo e l'imperatore, lasciata Aquisgrana, stavamo
avanzando verso la Bretagna,[17], per una spedizione contro i Bretoni riottosi a riconoscere l'autorit dell'imperatore,
per riunirsi a Parigi, col resto dell'esercito[17], secondo la Vita Hludowici Imperatoris, Pipino I di Aquitania, anche
per vendicare lo sgarbo fatto al padre, raccolto un esercito di Guasconi e Neustriani, si riun al fratello, Ludovico II il
Germanico, e si avviarono verso Parigi per scalzare l'imperatore, Ludovico il Pio[18], per punire la matrigna ed
uccidere Bernardo[17] che, sentendosi seriamente minacciato, si trov costretto a fuggire e ritornare nei suoi domini,
a Barcellona[17] e in Settimania[4]. Il padre, Ludovico il Pio, che aveva sospeso la campagna di Bretagna, constatata
la propria inferiorit si consegn loro a Compigne, Giuditta fu chiusa in un monastero[16] a Poitiers e i suoi fratelli,
Corrado e Rodolfo che, da quando Bernardo era ciambellano, avevano fatto rapida carriera a corte, furono tonsurati e
chiusi in un monastero[16], in Aquitania. Solo allora, Lotario I, proveniente dall'Italia, si riun ai fratelli, riassumendo
il titolo di imperatore aggiunto
La ribellione per fall per il disaccordo tra i tre fratelli (Pipino I e Ludovico il Germanico preferivano essere sudditi
del padre anzich del fratello) e, nell'831, a febbraio, nella dieta di Aquisgrana, Ludovico il Pio riebbe il trono
imperiale.
Nell'833, Lotario I coi fratelli, Pipino I e Ludovico II il Germanico, si ribellarono nuovamente e si erano radunati coi
loro eserciti nella piana di Rothfeld, vicino a Colmar, dove furono raggiunti da Ludovico il Pio ed i suoi seguaci, che
aveva l'intenzione di trattare. A loro si un il Papa Gregorio IV, con l'intento di fare da paciere; il risultato invece fu
che Ludovico il Pio fu abbandonato da tutti i suoi seguaci[19] e dovette consegnarsi ai figli[20]. Poi, con l'assistenza
dell'arcivescovo di Reims, Ebbone, deposero il padre, che fu rinchiuso nel monastero di San Medardo a Soissons, e,
il 30 giugno, proclamarono unico imperatore Lotario, dividendosi il regno in tre parti[21].
Subito per si manifestarono dissapori tra i fratelli e Pipino e Ludovico il Germanico si riaccostarono al padre, il
deposto imperatore, Ludovico, ed il primo marzo 834 Ludovico il Pio fu reintegrato sul trono imperiale[22].
Lotario, secondo Thegano, continu nella sua ribellione, ma prima che l'anno fosse terminato fu catturato, allora si
prostr ai piedi del padre che lo perdon, lasciandogli il titolo di re d'Italia e gli permise di rientrare in Italia[23], con
l'obbligo di proteggere la santa sede. Il 28 febbraio 835, a Metz, Ludovico il Pio, fu nuovamente incoronato
imperatore.
Nell'837, Ludovico il Pio, in una dieta ad Aquisgrana, ampli, a discapito di Pipino I e Ludovico il Germanico, i
territori che sarebbero stati assegnati al giovane Carlo, che a settembre divenuto maggiorenne, gli fu assegnato un
territorio tra la Loira e la Senna, iniziando un riavvicinamento a Lotario che li condusse poi all'incontro di Worms
dell'838.
Dato che era morto Pipino I (13 dicembre 838) a Worms, nell'839, Ludovico il Pio, oltre ad aver diseredato il figlio
di Pipino I, Pipino II (che non venne pi menzionato anche nelle due successive spartizioni dell'impero), al figlio
Ludovico assegn la sola Baviera, per cui l'impero, alla sua morte sarebbe stato diviso praticamente in due parti[24],
con la linea di demarcazione, da nord a sud, che correva lungo la Mosa, sino alla Mosella, a Toul, poi attraversando
la Borgogna ed il lago di Ginevra, arrivava alle Alpi, che seguiva sino al mar Mediterraneo. Lotario I, che, oltre al
titolo di imperatore, aveva il diritto di prelazione, scelse la parte orientale, e a Carlo il Calvo, tocc la parte
occidentale.

237

Lotario I del Sacro Romano Impero

Imperatore
Quando Ludovico I stava per morire nell'840, mand le insegne
imperiali a Lotario, che, disconoscendo le varie divisioni, in
applicazione dell'Ordinatio Imperi dell'817 pretese di avere
giurisdizione su tutto l'impero, riconoscendo i due fratelli come re
suoi vassalli. Cos, alla morte di Ludovico il Pio, avvenuta,
secondo gli Annales Fuldenses, dopo una breve malattia, il 20
giugno 840, su un'isola del fiume Reno[25], Lotario prima stipul
una tregua con il fratello Ludovico II il Germanico che aveva
occupato tutti i territori alla destra del Reno, quindi attacc il
fratellastro Carlo il Calvo, che prefer non combattere, accettando
la riduzione del suo regno alla sola Aquitania pi la Provenza;
quindi fiss un incontro, nella primavera successiva, ad Attigny, a
cui doveva partecipare anche Ludovico, dando il tempo ai fratelli
Denaro di Lotario I (840-855).
di cercare alleanze ed armarsi.
Ad Attigny, nella pimavera dell'841, Lotario non si present,
permettendo a Carlo, che era il pi debole[26] di allearsi con il fratellastro Ludovico, ed i loro eserciti si incontrarono
a Chlons sur Marne, mentre Lotario aveva radunato le sue truppe nelle vicinanze di Auxerre, in attesa dei Guasconi
del nipote, Pipino II, che si era alleato con lui.
Il 24 giugno, all'arrivo di Pipino II, l'imperatore ritenne di essere abbastanza forte da poter dare battaglia, che inizi il
mattino seguente a Fontaney[27], nelle vicinanze di Auxerre, dove le truppe di Ludovico II il Germanico ebbero la
meglio sull'esercito imperiale, nonostante che i Guasconi di Pipino II avessero battuto il contingente di Carlo il
Calvo, costringendo Lotario a fuggire[28], per ritirarsi ad Aquisgrana. Secondo i cronisti dell'epoca fu un
massacro[27], ed il cronista Reginone nota che anche i vincitori ebbero gravi perdite[29].
La guerra civile continu con alterne fortune, con Lotario che attaccava ora un'ora l'altro dei fratelli, sinch, nel
febbraio 842, vi fu un rinnovo dell'alleanza dei fratelli pi giovani contro Lotario (Giuramento di Strasburgo[30]). Le
forze unite dei fratelli erano troppo forti per l'esercito di Lotario, che, in primavera, a Coblenza, fugg senza
combattere. Allora, prendendo con s tutto ci che era in grado di raccogliere, dovette abbandonare la sua capitale,
Aquisgrana, per ritirarsi verso sud, inseguito dai fratelli. Arrivato sul Rodano, invi messaggeri ai fratelli
riconoscendo il suo torto e chiedendo di dividere l'impero in tre parti[31].
L'incontro preliminare tra i tre fratelli avvenne, nel giugno 842, nei pressi di Macon, su un'isola della Saona[31], dove
fu stabilita una tregua e si stabil di formare una commissione di 120 membri (40 per ogni fratello), che avrebbe
dovuto definire la ripartizione[32]. La commissione si riun nel castello di Coblenza, senza riuscire a concludere il
lavoro[32]. Nel mese di novembre, vi fu un altro incontro e la tregua fu rinnovata[33].

238

Lotario I del Sacro Romano Impero

239

Divisione dell'Impero
Infine, dopo molte difficolt e ritardi, la spartizione fu definita, col
Trattato di Verdun, firmato nell'agosto 843[34].
La divisione ci descritta dal cronista, Reginone[29]:
a Carlo spett tutta la parte occidentale del regno dei Franchi
dall'oceano al fiume Mosa
a Ludovico spett tutta la parte orientale del regno dei Franchi
sino al fiume Reno, pi alcune zone, ricche di vino, sulla riva
sinistra del Reno e
a Lotario, in quanto primogenito, il titolo imperiale, i territori
compresi tra i regni dei suoi due fratelli, la Provenza.

L'impero carolingio dopo il Trattato di Verdun.

La guerra civile era terminata e, confermato imperatore[35], oltre


all'Italia e alla Provenza, Lotario ricevette una fascia di terra fra il
mare del Nord e la catena alpina lungo le valli della Mosa e del
Reno e poi lungo la valle del Rodano, raggiungeva il mar
Mediterraneo, che venne denominata, Lotaringia.
La pace fu garantita dai continui incontri tra i tre fratelli, che
stipularono anche un accordo che garantiva l'ereditariet dei regni
ai rispettivi figli.
Nell'846, Giselberto, conte di Maasgau, nella bassa Mosa, vassallo
di Carlo il Calvo, rap una delle sue figlie (probabilmente
Ermengarda), trovando protezione in Aquitania. Carlo che riusc a
giustificarsi (Giselberto si era alleato con Pipino II) evitando una
ripresa della guerra[32], ma Lotario, l'anno dopo, rifiut un nuovo
trattato di pace, sempre irritato per il rapimento della figlia, da
parte di Gisalberto[34].

L'impero carolingio, dopo la divisione del regno di


Lotaringia (Ripartizione di Prm, avvenuta poco prima
della morte di Lotario I, nell'855)

I Saraceni, in Italia Meridionale, con i loro attacchi, sempre


nell'846, erano giunti a minacciare Roma, ma, pur non entrando dentro le mura, nel mese di agosto, avevano
saccheggiato la basilica di San Pietro[36]che si trovava fuori le mura, profanando la tomba del primo apostolo[37].
Lotario aveva inviato in italia, il figlio, Ludovico, che intervenne, ma fu sconfitto dai Saraceni e a stento riusc a
raggiungere Roma[38].
Nell'847, allora Lotario ide una spedizione contro i Saraceni, che avevano occupato il Beneventano, avvicinandosi
nuovamente a Roma[39]. Pose il figlio Ludovico al comando della stessa che riusc, nell'848 a sconfiggere i saraceni
e a liberare Benevento[40].
Dopo aver ottenuto la riappacificazione dei principi longobardi di Salerno e Benevento, nell'850, Ludovico, per
volere di Lotario, da Papa Leone IV, venne unto[41] e incoronato co-Imperatore.
Sempre in quell'anno, Lotario, avendo nominato il figlio, Ludovico, re d'Italia (per tenere a bada i Saraceni), si
interess del suo regno di Lotaringia, occupato in alterne contese e riconciliazioni con i fratelli e in inutili sforzi per
difendere le sue terre dagli attacchi del Normanni[42] (chiamati Vichinghi nei testi dei Franchi).
Secondo il cronista Reginone, nell'851, morendo Ermengarda di Tours[43], Lotario rimase vedovo.

Lotario I del Sacro Romano Impero

240

Divisione ereditaria e morte


Nell'855, Lotario I si ammal seriamente e, disperando della
guarigione, rinunci al trono, e, il 23 settembre, entr nell'Abbazia
di Prm e si fece monaco[44]. Prima di morire, secondo Reginone,
con la Ripartizione di Prm, aveva diviso il suo regno, la
Lotaringia, tra i tre figli[45]:
a Ludovico o Luigi) II (825 - 875), primogenito, furono
confermati, il trono d'Italia (era gi re d'Italia) ed il titolo titolo
imperiale (era gi co-Imperatore)
a Lotario II (835 - 869), secondogenito, spettarono oltre che la
Frisia, i territori compresi tra il fiume Reno a est, il fiume
Schelda ad ovest e i monti Giura (con la Borgogna Cisgiurana)
e la Savoia, inclusi, a sud, col titolo di re di Lotaringia

La nuova tomba dell'imperatore Lotario I nella chiesa


dell'Abbazia di Prm

a Carlo (ca. 845 863), terzogenito, tocc la Provenza, Lione e la Borgogna Transgiurana, col titolo di Re di
Provenza
Lotario, dopo 6 giorni, che si trovava nell'Abbazia di Prm, mor[46] nella notte tra il 28 ed il 29 settembre[47]e, come
da sua richiesta fu seppellito nell'abbazia stessa[46].
I suoi resti furono perduti, dopo la ricostruzione dell'abbazia, nel 1721, Le sue spoglie furono petr ritrovate nel
1860. Nel 1871, il Kaiser, Guglielmo I di Germania, finanzi la costruzione della nuova attuale tomba.

Matrimonio e discendenza
Da Ermengarda Lotario ebbe otto figli:
Ludovico II[43] (ca. 825 12 agosto 875), re d'Italia e co-imperatore, poi imperatore;
Elletrud (Hiltrud) (ca. 826 dopo l'867), spos il conte Berengario ( 867/6), come si pu leggere in una lettera,
dell'867, di papa Nicola I indirizzata a Carlo il Calvo[48];
Ermengarda (Irmgard) (826/30-dopo l'847[34]), andata sposa, dopo essere stata rapita[32] da Giselberto[49] (ca. 825
- dopo l'877), conte di Maasgau, nella bassa Mosa. Fu la madre di Reginare;
Bertha (ca. 830 dopo l'852 forse l'877), prima dell'847 badessa di Avenay[50], a cui fu dedicato un
componimento di Sedulio Scoto[51]. Da un altro componimento si deduce che Berta era sposata[52]; a questo
matrimonio accennano anche gli Annales Fuldenses[53]. Forse Berta fu badessa di Faremoutiers, dall'852 alla
morte[11];
Gisela (ca. 830860), dall'851 all'860 badessa di San Salvatore in Brescia, come risulta da un documento del
fratello, Ludovico, che ne ricorda la presenza in monastero e la morte[6];
Lotario II[43] (835 8 agosto 869), re di Lorena, spos nell'855 Teutberga, figlia del conte Bosone il Vecchio;
Rotrude (Pavia, 835/40), andata sposa verso l'850/1, il conte di Nantes, Lamberto II ( 852), come risulta da una
lettera del figlio, Witberto, dell'870 circa[54];
Carlo di Provenza[43] (845 25 gennaio 863), re di Provenza.
Da una concubina di nome Doda[55], di cui non si conoscono gli ascendenti, Lotario ebbe un figlio:
Carlomanno (nato nell'853[55]), di cui non si hanno altre notizie.

Lotario I del Sacro Romano Impero

Note
[1] La Vita Hludowici Imperatoris sono due biografie, dalla nascita all'840, dell'imperatore Ludovico il Pio, scritte, in latino, da due monaci, uno
anonimo, conosciuto come "l'Astronomo", mentre del secondo si conosce il nome: Thegano.
[2] Monumenta Germaniae Historica, tomus II: Thegani Vita Hludovici Imperatoris , pag. 591 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/
goToPage/ bsb00000869. html?pageNo=591& sortIndex=010:050:0002:010:00:00& zoom=0. 50#ES)
[3] L'Hesbaye era un'antica regione del Belgio, che comprendeva l'attuale provincia di Liegi e parte del Brabante Vallone, del Brabante
Fiammingo, del Limburgo e di Namur.
[4] Nithardus, Historiae, liber I: par. 3 (http:/ / www. thelatinlibrary. com/ nithardus1. html#ES)
[5] Monumenta Germanica Historica, tomus I: Einhardi Annales, pag. 204 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/ display/
bsb00000868_00238. html?sortIndex=010:050:0001:010:00:00#ES)
[6] Monumenta Germanica Historica, Leges, Capitularia Regum Francorum, tomus I: Ludovici I, pag. 198 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/
object/ display/ bsb00000868_00238. html?sortIndex=010:050:0001:010:00:00#ES)
[7] Monumenta Germanica Historica, Leges, Capitularia Regum Francorum, tomus I: Ludovici I, pag. 198 par. 1 e 3 (http:/ / www. dmgh. de/ de/
fs1/ object/ display/ bsb00000868_00238. html?sortIndex=010:050:0001:010:00:00#ES)
[8] Monumenta Germaniae Historica, tomus II: Annales Xantenses, anno 821, Pag 224 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/ goToPage/
bsb00000869. html?pageNo=224& sortIndex=010:050:0002:010:00:00& zoom=0. 50#ES)
[9] Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, tomus II, Thegani Vita Hludovici Imperatoris, pag. 597, par. 28 (http:/ / www. dmgh. de/ de/
fs1/ object/ goToPage/ bsb00000869. html?pageNo=597& sortIndex=010:050:0002:010:00:00& zoom=0. 50#ES)
[10] Monumenta Germaniae Historica, tomus II: Annales Xantenses, anno 822, pag. 224 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/ goToPage/
bsb00000869. html?pageNo=224& sortIndex=010:050:0002:010:00:00& zoom=0. 50#ES)
[11] Foundation for Medieval Genealogy :LOTHARINGIA - LOTHAIRE (http:/ / fmg. ac/ Projects/ MedLands/ LOTHARINGIA.
htm#LothaireIEmperorB#ES)
[12] Monumenta Germanica Historica, tomus II: Thegani Vita Hludowici Imperatoris, pag. 597, par. 35 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/
display/ bsb00000869_00621. html?sortIndex=010:050:0002:010:00:00#ES)
[13] Monumenta Germanica Historica, tomus II: Thegani Vita Hludowici Imperatoris, pag. 597, par. 30 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/
display/ bsb00000869_00621. html?sortIndex=010:050:0002:010:00:00#ES)
[14] Monumenta Germanica Historica, tomus II: Thegani Vita Hludowici Imperatoris, pag. 597, par. 35 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/
display/ bsb00000869_00621. html?sortIndex=010:050:0002:010:00:00#ES)
[15] Monumenta Germanica Historica, tomus I: Einhardi Fuldensis Annales, pag. 360 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/ display/
bsb00000868_00395. html?sortIndex=010:050:0001:010:00:00|+ Monumenta+ Germaniae+ historica:+ Cronicon+ Mossiacensis#ES)
[16] Monumenta Germanica Historica, tomus II: Thegani Vita Hludowici Imperatoris, pag. 597, par. 36 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/
display/ bsb00000869_00621. html?sortIndex=010:050:0002:010:00:00#ES)
[17] Annales de Saint-Bertin, pag. 1 (http:/ / gallica. bnf. fr/ ark:/ 12148/ bpt6k215043h/ f23. image#ES)
[18] Monumenta Germaniae Historica, tomus II: Vita Hludovici imperatoris, pag. 633 (http:/ / books. google. com/
books?id=WW-NO0RSd4AC& pg=PA260& dq=Catalogus+ Episcoporum+ Mettensium+ Monumenta+ Germani+ historica& hl=it&
ei=iu2mTuHwMY-5hAemuIDzDQ& sa=X& oi=book_result& ct=result& resnum=4& sqi=2& ved=0CDsQ6AEwAw#v=onepage& q&
f=false#ES)
[19] Da allora la piana di Rothfeld fu denominata Lugenfeld (Campo delle menzogne).
[20] Monumenta Germanica Historica, tomus II: Thegani Vita Hludowici Imperatoris, pag. 598, par. 42 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/
display/ bsb00000869_00621. html?sortIndex=010:050:0002:010:00:00#ES)
[21] Monumenta Germaniae Historica, tomus II: Vita Hludovici imperatoris, pag. 636, par. 48 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/ display/
bsb00000869_00660. html?sortIndex=010:050:0002:010:00:00#ES)
[22] Monumenta Germaniae Historica, tomus II: Vita Hludovici imperatoris, pag. 638, par. 52 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/ display/
bsb00000869_00662. html?sortIndex=010:050:0002:010:00:00#ES)
[23] Monumenta Germanica Historica, tomus II: Thegani Vita Hludowici Imperatoris, pag. 602, par. 55 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/
display/ bsb00000869_00621. html?sortIndex=010:050:0002:010:00:00#ES)
[24] Monumenta Germaniae Historica, tomus II: Vita Hludovici imperatoris, pag. 644, par. 60 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/ display/
bsb00000869_00662. html?sortIndex=010:050:0002:010:00:00#ES)
[25] Monumenta Germaniae Historica, tomus I: Ruodolfi Fuldensis Annales , Pag 362 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/ display/
bsb00000868_00397. html?sortIndex=010:050:0001:010:00:00#ES)
[26] La Bretagna era ormai, di fatto, indipendente, l'Aquitania riconosceva come re, Pipino II, la massima parte dell'alto clero e parte della nobilt
di Neustria e Borgogna, parteggiava per Lotario I.
[27] Monumenta Germanica Historica, tomus I: Ruodolfi Fuldensis Annales, anno 841, pag. 363 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/
display/ bsb00000868_00398. html?sortIndex=010:050:0001:010:00:00& zoom=0. 50#ES)
[28] Nithardus, Historiae, liber II: par. 10 (http:/ / www. thelatinlibrary. com/ nithardus2. html#ES)
[29] ES Monumenta Germaniae Historica, tomus primus: Reginonis Chronicon, anno 841, pag 568 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/
display/ bsb00000868_00604. html?sortIndex=010:050:0001:010:00:00#)
[30] Nithardus, Historiae, liber III: par. 5 (http:/ / www. thelatinlibrary. com/ nithardus3. html#ES)

241

Lotario I del Sacro Romano Impero


[31] Nithardus, Historiae, liber IV: par. 3 (http:/ / www. thelatinlibrary. com/ nithardus4. html#ES)
[32] Monumenta Germanica Historica, tomus I: Ruodolfi Fuldensis Annales, anno 842, pag. 363 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/
display/ bsb00000868_00398. html?sortIndex=010:050:0001:010:00:00& zoom=0. 50#ES)
[33] Nithardus, Historiae, liber IV: par. 5 (http:/ / www. thelatinlibrary. com/ nithardus4. html#ES)
[34] Monumenta Germanica Historica, tomus I: Ruodolfi Fuldensis Annales, anno 843, pag. 363 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/
display/ bsb00000868_00398. html?sortIndex=010:050:0001:010:00:00& zoom=0. 50#ES)
[35] Il titolo di imperatore era solo onorifico, Lotario aveva perduto ogni supremazia al di fuori dei confini del suo regno: non era riuscito
nemmeno ad assegnare alcun territorio al suo alleato, Pipino II
[36] Monumenta Germanica Historica, tomus I: Ruodolfi Fuldensis Annales, anno 846, pag. 365 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/
display/ bsb00000868_00400. html?sortIndex=010:050:0001:010:00:00& zoom=0. 50#ES)
[37] Annales Bertiniani II, anno 846, Pag 64 (http:/ / gallica. bnf. fr/ ark:/ 12148/ bpt6k215043h/ f86. image#ES)
[38] Annales Bertiniani II, anno 846, Pag 65 (http:/ / gallica. bnf. fr/ ark:/ 12148/ bpt6k215043h/ f87. image#ES)
[39] Annales Bertiniani II, anno 847, Pag 67 (http:/ / gallica. bnf. fr/ ark:/ 12148/ bpt6k215043h/ f89. image#ES)
[40] Annales Bertiniani II, anno 848, Pag 67 (http:/ / gallica. bnf. fr/ ark:/ 12148/ bpt6k215043h/ f89. image#ES)
[41] Annales Bertiniani II, anno 850, Pag 72 (http:/ / gallica. bnf. fr/ ark:/ 12148/ bpt6k215043h/ f94. image#ES)
[42] Dopo che la guerra civile tra i tre fratelli, Lotario I, Ludovico II il Germanico e Carlo il Calvo, aveva falcidiato la nobilt franca, le scorrerie
dei Normanni erano aumentate.
[43] Monumenta Germaniae Historica, tomus I: Reginonis Chronicon, anno 851, Pag 568 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/ goToPage/
bsb00000868. html?pageNo=568& sortIndex=010:050:0001:010:00:00#ES)
[44] Monumenta Germanica Historica, tomus I: Ruodolfi Fuldensis Annales, anno 855, pag. 369 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/
display/ bsb00000868_00404. html?sortIndex=010:050:0001:010:00:00& zoom=0. 50#ES)
[45] Monumenta Germaniae Historica, tomus I: Reginonis Chronicon, anno 855, Pag 569 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/ display/
bsb00000868_00605. html?sortIndex=010:050:0001:010:00:00#ES)
[46] Annales Bertiniani II, anno 855, Pag 87 (http:/ / gallica. bnf. fr/ ark:/ 12148/ bpt6k215043h/ f109. image#ES)
[47] Monumenta Germaniae Historica, tomus XIII: Annales Necrologi Prumienses, Pag 219 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/ goToPage/
bsb00000875. html?pageNo=219& sortIndex=010:050:0013:010:00:00#ES)
[48] Rerum Gallicarum et Francicarum Scriptores, tomus VII: Nicolai I Papae Epistolae, lettera XLII, pag. 438 (http:/ / gallica. bnf. fr/ ark:/
12148/ bpt6k50125m/ f579. image#ES)
[49] Rerum Gallicarum et Francicarum Scriptores, tomus VII: Annales Mettenses, pag. 186 (http:/ / gallica. bnf. fr/ ark:/ 12148/ bpt6k50125m/
f327. image#ES)
[50] Monumenta Germanica Historica, tomus XIII: Flodoardi Historia Remensis Ecclesiae Lib. III, pag. 547/8 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/
object/ goToPage/ bsb00000875. html?pageNo=547& sortIndex=010:050:0013:010:00:00#ES)
[51] Monumenta Germaniae Historica, Poetarum Latinorum Medii Aevi, Poetae Latini Aevi Carolini, tomus III, Sedulii Scotti Carmina, Versus
ad Bertam, pag. 217 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/ goToPage/ bsb00000833. html?pageNo=217&
sortIndex=050:010:0003:010:00:00& zoom=0. 50#ES)
[52] Monumenta Germaniae Historica, Poetarum Latinorum Medii Aevi, Poetae Latini Aevi Carolini, tomus III, Sedulii Scotti Carmina, Item ad
Bertam, pag. 228 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/ display/ bsb00000833_00238. html?sortIndex=050:010:0003:010:00:00& zoom=0.
50#ES)
[53] Monumenta Germanica Historica, tomus I: Ruodolfi Fuldensis Annales, anno 841, pag. 363 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/
display/ bsb00000868_00398. html?sortIndex=010:050:0001:010:00:00& zoom=0. 50#ES)
[54] Histoire de labbaye royale et de la ville de Tournus (Dijon) , pag. 212 (http:/ / books. google. it/ books?id=pE4PAAAAQAAJ& pg=PR99&
lpg=PR99& dq=Histoire+ de+ l'abbaye+ royale+ et+ de+ la+ ville+ de+ Tournus+ (Dijon)& source=bl& ots=MTwgIcMQEr&
sig=N1gdpHGfcZT_RlCYxKeVRa-lRIw& hl=it& sa=X& ei=xvunUKvfF8TBswbyyYGIDw& ved=0CFgQ6AEwCA#v=onepage&
q=Histoire de l'abbaye royale et de la ville de Tournus (Dijon)& f=false#ES)
[55] Annales Bertiniani II, anno 853, Pag 83 (http:/ / gallica. bnf. fr/ ark:/ 12148/ bpt6k215043h/ f105. image#ES)

242

Lotario I del Sacro Romano Impero

Bibliografia
Fonti primarie
(LA) Monumenta Germaniae Historica, tomus primus (http://www.dmgh.de/de/fs1/object/display/
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(LA) Monumenta Germaniae Historica, Diplomata Karolinorum, tomus IV, Ludovici II Diplomata (http://www.
dmgh.de/de/fs1/object/display/bsb00000360_meta:titlePage.html?sortIndex=030:020:0004:010:00:00).
(LA) Histoire de labbaye royale et de la ville de Tournus (Dijon) (http://books.google.it/
books?id=pE4PAAAAQAAJ&pg=PR99&lpg=PR99&dq=Histoire+de+l'abbaye+royale+et+de+la+ville+
de+Tournus+(Dijon)&source=bl&ots=MTwgIcMQEr&sig=N1gdpHGfcZT_RlCYxKeVRa-lRIw&hl=it&
sa=X&ei=xvunUKvfF8TBswbyyYGIDw&ved=0CFgQ6AEwCA#v=onepage&q=Histoire de l'abbaye royale et
de la ville de Tournus (Dijon)&f=false).

Letteratura storiografica
Ren Poupardin, Ludovico il Pio, cap. XVIII, vol. II (L'espansione islamica e la nascita dell'Europa feudale)
della Storia del Mondo Medievale, pp. 558-582
Ren Poupardin, I regni carolingi (840-918), in Storia del mondo medievale, vol. II, 1999, pp.583635
Allen Mayer, I vichinghi, in Storia del mondo medievale, vol. II, 1999, pp.734769
Nithard, Annales Fuldenses e Historiarum Libri, entrambi in Monumenta Germaniae Historica. Scriptores, Bnde
i. and ii. (Hanover e Berlino, 1826 e seguenti)
E. Mhlbacher, Die Regesten des Kaiserreichs unter den Karolingern (Innsbruck, 1881)
E. Dummle, Geschichte des ostfrnkischen Reichs (Leipzig, 1887-1888)
B. Simson, Jahrbcher des deutschen Reiches unter Ludwig dem Frommen (Leipzig, 1874-1876)

Voci correlate

Elenco di re franchi
Storia della Francia
Carolingi
Lotaringia
Elenco di duchi, re e conti di Provenza
Elenco di monarchi italiani
Imperatori del Sacro Romano Impero

243

Lotario I del Sacro Romano Impero

244

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(EN) Foundation for Medieval Genealogy :LOTHARINGIA - LOTHAIRE (http://fmg.ac/Projects/MedLands/
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CAROLINGIANS.htm#LothaireIEmperorA)
(EN) Genealogy: Carolingi - Lothar I (http://genealogy.euweb.cz/carolin/carolin1.html#AH4)
(DE) Onlineversion (http://ri-regesten.adwmainz.de) dei Regesta Imperii
Predecessore

Sacro Romano Imperatore


Coreggenza di Ludovico II dall'850

Successore

Ludovico il Pio
che lo associa nell'823

840 - 855

Ludovico II
che il papa incorona nell'850

Predecessore

Re di Lotaringia
includeva anche la Provenza

Successore

Ludovico il Pio

840 - 855

Lotario II (Lotaringia)
Carlo (Provenza)

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Ludovico il Pio

822 - 850

Ludovico II

Controllo di autorit VIAF: 47557969 (http:/ / viaf. org/ viaf/ 47557969) LCCN: n84075764 (http:/ / id. loc. gov/
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Ludovico II del Sacro Romano Impero

245

Ludovico II del Sacro Romano Impero


Ludovico II

Ritratto di Ludovico II il Giovane


Imperatore del Sacro Romano Impero
In carica

855-875

Incoronazione

Aprile 850

Predecessore

Lotario I

Successore
Nome completo
Altri titoli

Carlo il Calvo
Ludovico II il Giovane
re d'Italia
re di Provenza

Nascita

825

Morte

Ghedi, 12 agosto 875

Luogo di sepoltura Basilica di Sant'Ambrogio di Milano


Dinastia

carolingia

Padre

Lotario I

Madre

Ermengarda di Tours

Figli

Gisela
Ermengarda d'Italia

Ludovico II, detto il Giovane oppure Luigi II il Giovane (825 Ghedi, 12 agosto 875), fu Re d'Italia dall'850
(associato alla corona gi dall'844), Imperatore del Sacro Romano Impero dall'855 (era co-imperatore dall'850) ed
anche re di Provenza dall'863, alla sua morte.

Ludovico II del Sacro Romano Impero

246

Origine
Era il figlio primogenito del re d'Italia (822-850), poi Imperatore d'Occidente e re di Lotaringia (840-855), Lotario I
(795- 855) e di Ermengarda di Tours[1] (?- 851), figlia di Ugo di Tours, membro della famiglia degli Eticonidi,
che vantavano la loro discendenza dai re merovingi. Ludovico II era nipote quindi di Ludovico il Pio (778- 840,
imperatore d'Occidente dal 814) e di Ermengarda de Hesbaye (780- 818).

Biografia
Denaro

+LVDOVVICVS INP, croce potenziata su scalini +ANGILBERGA NP, croce battesimale

AR Denaro (1,13 g), a nome di Ludovico II e Angilberga.

Nell'842, secondo lo storico francese esperto di genealogie, Christian Settipani, Ludovico fu fidanzato con una delle
figlie di Teodora, la vedova dell'imperatore, Teofilo[2], madre e reggente del nuovo imperatore, Michele III. Il
fidanzamento fu rotto l'anno successivo[2].
Designato Re d'Italia nell'839, nell'844, secondo gli Annales Bertiniani, fu inviato dal padre in Italia[3], con il
compito di restaurare l'autorit imperiale a Roma e in quella citt fu incoronato da Papa Sergio II[3], il 15 giugno
844.
I Saraceni, in Italia Meridionale, con i loro attacchi, nell'846, erano giunti a minacciare Roma, ma, pur non entrando
dentro le mura, nel mese di agosto, avevano saccheggiato la basilica di San Pietro che si trovava fuori le mura,
profanando la tomba del primo apostolo[4]. Ludovico intervenne, ma fu sconfitto dai Saraceni e a stento riusc a
raggiungere Roma[5].
I saraceni, secondo una leggenda, riportata negli Annales Bertiniani, nell'847, perirono tutti, a seguito di un naufragio
ed il loro bottino, disperso in mare, in parte fu ritrovato sul litorale e riconsegnato a San Pietro[6].
Nell'847 il padre Lotario ide una spedizione contro i Saraceni, che avevano occupato il Beneventano, avvicinandosi
nuovamente a Roma[7]. Egli pose Ludovico al comando della stessa che riusc, nell'848 a sconfiggere i saraceni e a
liberare Benevento[8].
Dopo aver ottenuto la riappacificazione dei principi longobardi di Salerno e Benevento, nell'850, Ludovico, da Papa
Leone IV, venne unto[9] e incoronato co-Imperatore.
Sempre in quell'anno, suo padre, Lotario, ritiratosi nel suo regno di Lotaringa, rinunci alla corona d'Italia e
Ludovico, unico re, dovette tenere a bada i Saraceni).

Ludovico II del Sacro Romano Impero

247
. Secondo il cronista Reginone, nell'851, mor Ermengarda di Tours, la
madre di Ludovico[1].
Sempre nell'851, Ludovico si era fidanzato con Engelberga o
Angilberga, di cui non si conoscono gli ascendenti[2]; ma, secondo
alcuni storici, Engelberga era probabilmente la figlia di Adelchi I conte
di Parma e duca di Spoleto[2]. Il matrimonio fu celebrato l'anno
successivo; comunque da un documento di una donazione dell'860,
Angilberga risulta essere la moglie dell' augusto imperatore Ludovico
II[10]

Divisione del regno di Lotaringia dopo la


Ripartizione di Prm, avvenuta poco prima della
morte di Lotario I, nell'855. In rosa, i territori di
Ludovico II, dove si cominciava a delineare lo
stato pontificio (in giallo)

Dinastia carolingia
Pipinidi

Pipino di Landen ( 640)


Grimoaldo I ( 661 ?)
Childeberto ( 661 ?)

Arnolfingi

Arnolfo di Metz ( 640)


Clodolfo di Metz ( 696)
Ansegiso ( 679 circa)
Pipino di Herstal ( 714)
Drogone di Champagne ( 708)
Grimoaldo II ( 714)
Teodoaldo ( 714)

Carolingi

Carlo Martello ( 741)


Carlomanno ( 754)
Pipino il Breve ( 768)
Carlomanno ( 771)
Carlo Magno ( 814)
Ludovico il Pio ( 840)

Dopo il Trattato di Verdun (843)


Lotario I
(Imperatore)
Carlo il Calvo
(Re dei Franchi Occidentali)
Ludovico II il Germanico
(Re dei Franchi Orientali)

Ludovico II del Sacro Romano Impero

248
Negli anni 851 e 852, Ludovico II intervenne nuovamente a Benevento
liberandola da un corpo di Saraceni che vi si erano insediati. Poi si
diresse in Puglia dove non riusc a liberare Bari[11]. Dopo il suo rientro
al nord i saraceni ripresero le scorrerie che portarono al saccheggio
dell'abbazia di Montecassino.
Nell'855, il padre, Lotario I si ammal seriamente e, disperando della
guarigione, rinunci al trono, e si fece monaco nell'Abbazia di Prm[12]
e prima di morire, secondo Reginone, con la Ripartizione di Prm,
divise il suo regno, la Lotaringia, tra i tre figli[13]:

Divisione del regno di Lotaringia dopo la morte


di Carlo di Provenza

a Ludovico (o Luigi) II, primogenito, furono confermati, il trono


d'Italia (era gi re d'Italia) ed il titolo titolo imperiale (era gi
co-Imperatore)
a Lotario II (835 - 869), secondogenito, spettarono oltre che la
Frisia, i territori compresi tra il fiume Reno a est, il fiume Schelda
ad ovest e i monti Giura (con la Borgogna Cisgiurana) e la Savoia,
inclusi, a sud, col titolo di re di Lotaringia
a Carlo (ca. 845 863), terzogenito, tocc la Provenza, Lione e la
Borgogna Transgiurana, col titolo di Re di Provenza

L'impero carolingio dopo il Trattato di Mersen


(870)

Carlo, il terzogenito era ancora un bambino e, secondo gli Annales


Bertiniani era anche epilettico[14], per cui i suoi fratelli maggiori, a
Orbe, cercarono di convincerlo a rinunciare al regno che il padre gli
aveva destinato, e a farsi tonsurare[15] ma i nobili provenzali si
ribellarono a tale proposta (secondo gli Annales Bertiniani la causa fu
la mancanza di accordo tra i fratelli maggiori[15]) e Carlo mantenne il
trono[16].
In quello stesso anno i Saraceni devastarono Napoli[15].
I suoi fratelli, Lotario II e Carlo, nell'858, avevano trovato un accordo
per l'eredit del regno di Provenza, nel caso che Carlo fosse morto
senza eredi, con un trattato che garantiva il regno a Lotario in cambio
della cessione di alcuni territori al fratello[17].

Ludovico II alla presa di Bari, nell'871.

Ma dopo che era sorto il problema del divorzio tra suo fratello Lotario
II e Teoberga (o Teutberga), Ludovico si riconcili col fratello,
appoggiando l'annullamento del matrimonio di quest'ultimo da
Teutberga, convinto di poter influenzare Papa Nicola I, dopo che,
nell'858, ne aveva favorito l'elezione.
Nell'859, Ludovico ottenne da Lotario le citt di Ginevra, Losanna e
Sion[17]. Nell'862, con l'appoggio di Ludovico II e dello zio Ludovico
il Germanico, Lotario II convoc un secondo concilio ad Aquisgrana,
dove il sinodo dei vescovi annull il matrimonio con Teoberga, per cui
Lotario fu finalmente libero di sposare la sua concubina, Waldrada. Il
matrimonio fu celebrato nello stesso anno (862).

Carlo, oppresso dalla malattia, mor nell'863[14], senza eredi, rendendo vacante il trono di Provenza, che secondo
l'accordo,
dell'858,
tra
Carlo

Ludovico II del Sacro Romano Impero

e Lotario sarebbe dovuto toccare a quest'ultimo, ma Ludovico II


occup la Provenza prima dell'arrivo di Lotario[14], e, con l'appoggio
dei maggiorenti, si appropri del regno[3]. L'altro fratello, Lotario II,
venuto a conoscenza della cosa arriv in Provenza[14]. La guerra fu
evitata con un accordo in cui Ludovico assunse il titolo regale[14],
mentre una parte di territori della Borgogna Transgiurana, appartenuti
al defunto Carlo, venne assegnata a Lotario.
Pochi mesi dopo, entr in conflitto con Nicola I poich questi aveva
manifestato la propria opposizione all'annullamento del matrimonio del
fratello con Teoberga ed al riconoscimento del nuovo matrimonio di
Lotario con Waldrada[18]. A seguito della decisione del Papa di
deporre i vescovi[17]che, a Metz, avevano appoggiato il riconoscimento
del secondo matrimonio[19], Ludovico si pose al comando di un
esercito e raggiunse Roma nel febbraio del 864. Ammalatosi durante
l'assedio, si rappacific con il Papa e torn a Pavia.
In questa citt, sede formale del Regno d'Italia, tenne un'assemblea
(865) che pose le basi della pi importante spedizione contro i Saraceni
di tutto il suo regno. Intrapresa, nell'866, accompagnato dalla moglie
marci su Benevento[17], rapidamente apparve inutile senza l'appoggio
La lapide tombale di Ludovico II nella Basilica di
Sant'Ambrogio, a Milano.
di una flotta[20]. Ludovico cerc quindi un accordo con l'Imperatore
Romano d'Oriente (Basileus) Basilio I, promettendo la figlia
Ermengarda in sposa al figlio del Basileus, il co-imperatore, Symbatios[21], ma non avendo mantenuto l'impegno
matrimoniale la flotta bizantina, che si era presentata di fronte a Bari si ritir senza intervenire.
Con Basilio Ludovico non rinunci ad affermare la sua dignit imperiale, rivendicando il titolo di Imperatore dei
Romani al posto di Imperatore dei Franchi utilizzato dalle lettere dell'imperatore bizantino[22].
Nell'869, penetr all'interno della Puglia, pi precisamente nell'Istmo salentino (area tra Taranto e Brindisi),
riconquistando ai longobardi l'importante citt di Oria e regal alla moglie Angelberga la corte di Dova Superiore
usata per cacciare e svagarsi.
Nel novembre dell'867 era morto papa Nicola I, cui era succeduto papa Adriano II, con l'appoggio di Ludovico[17],
che aveva mantenuto lo stesso atteggiamento del predecessore nei confronti di suo fratello Lotario II, che l'anno
successivo (869), si era dato da fare, con l'aiuto di Ludovico e della cognata, Engelberga, per far recedere papa
Adriano dalla sua posizione, ed era morto[17], senza aver ottenuto il riconoscimento del matrimonio con Waldrada,
ed i suoi figli furono dichiarati bastardi.
E mentre il legittimo erede, Ludovico II, era impegnato in Italia, ma soprattutto non aveva un grosso seguito tra i
nobili di Lotaringia, gli zii Ludovico il Germanico, Re dei Franchi Orientali e Carlo il Calvo, Re dei Franchi
Occidentali che invece avevano parecchi sostenitori tra la nobilt della Lotaringia, poterono reclamare la
successione, impossessandosi dei domini del nipote. Lanno seguente sancirono la spartizione col Trattato di Mersen
(870)[17].
I due fratelli ignorarono nella spartizione Ludovico II, il quale si rivolse al Papa Adriano II per perorare la sua causa.
Il pontefice mand due ambasciatori nelle corti di Carlo e Ludovico allo scopo di far risolvere le questioni al
vescovo di Reims Incmaro. Questi ignor il volere del Papa mostrandosi leale nei confronti del suo sovrano Carlo,
garantendo a lui e al fratello i territori che si erano spartiti. Nell'871, dopo aver fatto un appello a tutti i sudditi della
province marittime, Ludovico II riusc a conquistare Bari, roccaforte musulmana dalla quale partivano le scorrerie
saracene nell'Adriatico.

249

Ludovico II del Sacro Romano Impero


Rinunciando formalmente alla Lotaringia, Ludovico cerc di unificare la penisola progettando un attacco contro le
roccaforti bizantine e longobarde rimaste autonome. Stabilita la sua sede a Benevento[17], nell'agosto del 871, fu
attaccato nel suo palazzo dalle forze longobarde guidate dal Duca della citt Adelchi. Venne liberato solo dopo aver
promesso solennemente che non si sarebbe vendicato. In quell'occasione si era diffusa la notizia che fosse morto[17];
i suoi zii, Carlo il Calvo e Ludovico II il Germanico, inviarono immediatamente truppe in Italia per impadronirsi del
regno, ma trovando Ludovico in buona salute dovettero rientrare[17]
Successivamente si diresse a Roma, dove il nuovo Papa, Adriano II, nell'872, lo incoron una seconda volta
Imperatore[23] e lo liber dal vincolo del giuramento. Tent quindi, nell'873, di respingere, con successo, i saraceni
presso Capua[24], mentre fall il suo tentativo di punire i feudatari ribelli[25]. Ritornato nel Nord, mor nei pressi di
Ghedi, in provincia di Brescia, il 12 agosto 875 e fu sepolto nella Basilica di Sant'Ambrogio a Milano[2].
Lo zio Carlo il Calvo, che per primo ricevette la notizia della morte di Ludovico[26], invase l'Italia riuscendo cos a
succedergli sul trono di Provenza, sul trono d'Italia e su quello imperiale.

Discendenza
Ludovico II da Engelberga (830-ca. 890) ebbe due figlie:
Gisela (852/5- prima del 28 aprile 868), badessa di San Salvatore di Brescia[27]
Ermengarda d'Italia (852/5-896), definita nipote (neptam nostram Hermingardam) da Carlo il Grosso[28], fu prima
fidanzata col figlio dell'Imperatore Romano d'Oriente (Basileus) Basilio I, il co-imperatore, Symbatios[21],
nell'876, poi spos il conte di Vienne Bosone, reggente di Provenza, che, nell'879, fu eletto Re di Provenza.

Note
[1] Monumenta Germaniae Historica, tomus I: Reginonis Chronicon, Pag 568 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/ goToPage/ bsb00000868.
html?pageNo=568& sortIndex=010:050:0001:010:00:00#ES)
[2] Foundation for Medieval Genealogy: Re d'Italia - LOUIS (http:/ / fmg. ac/ Projects/ MedLands/ ITALY, Kings to 962.
htm#LouisIIEmperorItalydied875#ES)
[3] Annales Bertiniani, anno 844, Pag 57 (http:/ / gallica. bnf. fr/ ark:/ 12148/ bpt6k215043h/ f79. image#ES)
[4] Annales Bertiniani, anno 846, Pag 64 (http:/ / gallica. bnf. fr/ ark:/ 12148/ bpt6k215043h/ f86. image#ES)
[5] Annales Bertiniani, anno 846, Pag 65 (http:/ / gallica. bnf. fr/ ark:/ 12148/ bpt6k215043h/ f87. image#ES)
[6] Annales Bertiniani, anno 847, Pag 66 (http:/ / gallica. bnf. fr/ ark:/ 12148/ bpt6k215043h/ f88. image#ES)
[7] Annales Bertiniani, anno 847, Pag 67 (http:/ / gallica. bnf. fr/ ark:/ 12148/ bpt6k215043h/ f89. image#ES)
[8] Annales Bertiniani, anno 848, Pag 67 (http:/ / gallica. bnf. fr/ ark:/ 12148/ bpt6k215043h/ f89. image#ES)
[9] Annales Bertiniani, anno 850, Pag 72 (http:/ / gallica. bnf. fr/ ark:/ 12148/ bpt6k215043h/ f94. image#ES)
[10] Monumenta Germaniae Historica, Diplomata Karolinorum, tomus IV, Pag 126 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/ display/
bsb00000360_00135. html?sortIndex=030:020:0004:010:00:00& zoom=0. 75#ES)
[11] Annales Bertiniani, anno 852, Pag 79 (http:/ / gallica. bnf. fr/ ark:/ 12148/ bpt6k215043h/ f101. image#ES)
[12] Monumenta Germanica Historica, tomus I: Ruodolfi Fuldensis Annales, anno 855, pag. 369 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/
display/ bsb00000868_00404. html?sortIndex=010:050:0001:010:00:00& zoom=0. 50#ES)
[13] Monumenta Germaniae Historica, tomus I: Reginonis Chronicon, anno 855, Pag 569 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/ display/
bsb00000868_00605. html?sortIndex=010:050:0001:010:00:00#ES)
[14] Annales Bertiniani, anno 863, Pag 118 (http:/ / gallica. bnf. fr/ ark:/ 12148/ bpt6k215043h/ f140. image#ES)
[15] Annales Bertiniani, anno 856, Pag 90 (http:/ / gallica. bnf. fr/ ark:/ 12148/ bpt6k215043h/ f112. image#ES)
[16] La reggenza fu affidata al conte di Vienne, Gerardo.
[17] Annales Bertiniani, anno 858, Pag 95 (http:/ / gallica. bnf. fr/ ark:/ 12148/ bpt6k215043h/ f117. image#ES)
[18] Nell'863, per volere del papa, fu convocato, a Metz, un sinodo di vescovi Franchi che avrebbero dovuto venire dalla Lotaringia, dalla
Provenza, dal regno dei Franchi occidentali e da quello dei Franchi orientali, ma i legati papali furono corrotti e convocarono solo vescovi
lotaringi e pochi altri; in tale sinodo fu confermata la validit del matrimonio tra Lotario e Waldrada, basandosi su un preteso matrimonio,
precedente all'unione di Lotario con Teoberga.
[19] Papa Nicola I poteva permettersi di opporsi all'imperatore Ludovico II, perch in effetti quest'ultimo era militarmente debole ed anche
povero finanziariamente.
[20] Nell'867, Ludovico aveva posto l'assedio a Bari, senza ottenere alcun risultato, non avendo la flotta per bloccare gli accessi dal mare.
[21] Symbatios, rinominato Costantino (ca. 865 879). Co-imperatore a Basilio dal 6 gennaio 868 fino alla sua morte. Secondo lo storico,
George Alexandrovi Ostrogorsky, Costantino fu promesso nell'869 ad Ermengarda di Provenza, figlia dell'imperatore Ludovico II e di

250

Ludovico II del Sacro Romano Impero


Engelberga d'Alsazia. Il contratto fu rotto nell'871 quando I rapporti fra Basilio e Ludovico si guastarono.
[22] Quando Basilio I rimprover Ludovico II per il fatto che si faceva chiamare Imperatore dei Romani, questi rispose che gli spettava poich
era stato incoronato dal papa.
[23] Annales Bertiniani, anno 872, Pag 229 (http:/ / gallica. bnf. fr/ ark:/ 12148/ bpt6k215043h/ f251. image#ES)
[24] Annales Bertiniani, anno 873, Pag 234 (http:/ / gallica. bnf. fr/ ark:/ 12148/ bpt6k215043h/ f256. image#ES)
[25] Dopo la morte di Ludovico i feudatari di Benevento e della Puglia si rivolsero al basileus Basilio I che si stabili nel sud d'Italia ed occup
Bari.
[26] Annales Bertiniani, anno 875, Pag 241 (http:/ / gallica. bnf. fr/ ark:/ 12148/ bpt6k215043h/ f263. image#ES)
[27] Monumenta Germaniae Historica, Diplomata Karolinorum, tomus IV, Pag 160 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/ display/
bsb00000360_00169. html?sortIndex=030:020:0004:010:00:00& zoom=0. 75#ES)
[28] Monumenta Germaniae Historica, Diplomata Regum Germaniae ex Stirpe Karolinorum, tomus II, Pag 268 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/
object/ display/ bsb00000434_00332. html?sortIndex=030:030:0002:010:00:00& zoom=0. 75#ES)

Bibliografia
Fonti primarie
(LA) Monumenta Germanica Historica, tomus primus (http://www.dmgh.de/de/fs1/object/display/
bsb00000868_00003.html?sortIndex=010:050:0001:010:00:00|+Monumenta+Germaniae+historica:+
Cronicon+Mossiacensis|).
(LA) Annales Bertiniani (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k215043h/f1.image|).
(LA) Monumenta Germaniae Historica, Diplomata Karolinorum, tomus IV (http://www.dmgh.de/de/fs1/
object/display/bsb00000360_meta:titlePage.html?zoom=0.75&sortIndex=030:020:0004:010:00:00|).
(LA) Monumenta Germaniae Historica, Diplomata Regum Germaniae ex Stirpe Karolinorum, tomus II (http://
www.dmgh.de/de/fs1/object/display/bsb00000434_00002.html?sortIndex=030:030:0002:010:00:00&
zoom=0.75|).

Letteratura storiografica
M. Canard, Bisanzio e il mondo musulmano alla met dell'XI secolo, in Storia del mondo medievale, vol. II,
1999, pp. 273-312
F. Dvornik, Costantinopoli e Roma, in Storia del mondo medievale, vol. II, 1999, pp. 516-557
Ren Poupardin, I regni carolingi (840-918), in Storia del mondo medievale, vol. II, 1999, pp. 583-635
Louis Halphen, Il regno di Borgogna, in Storia del mondo medievale, vol. II, 1999, pp. 807-821

Voci correlate

Carolingi
Sovrani franchi
Storia della Gallia tardo-antica e alto-medioevale
Franchi (storia dei regni Franchi)
Imperatori del Sacro Romano Impero
Elenco di monarchi italiani
Elenco di duchi, re e conti di Provenza

251

Ludovico II del Sacro Romano Impero

252

Altri progetti

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Collegamenti esterni
(EN) Foundation for Medieval Genealogy: Re d'Italia - LOUIS (http://fmg.ac/Projects/MedLands/ITALY,
Kings to 962.htm#LouisIIEmperorItalydied875)
(EN) Foundation for Medieval Genealogy: Re e duchi di Lotaringia - LOUIS (http://fmg.ac/Projects/
MedLands/LOTHARINGIA.htm#LothaireIEmperorB)
(EN) Genealogy: Carolingi - Louis II (http://genealogy.euweb.cz/carolin/carolin1.html#Lo1)
(DE) Onlineversion (http://ri-regesten.adwmainz.de) dei Regesta Imperii
Predecessore

Sacro Romano Imperatore

Successore

Lotario I
cui il papa l'associa nell'850

855 - 875

Carlo il Calvo

Predecessore

Re d'Italia

Successore

Lotario I
che lo associa nell'844

850 - 875

Carlo il Calvo

Predecessore

Re di Provenza

Successore

Carlo

863 - 875

Carlo il Calvo

Controllo di autorit VIAF: 88074684 (http:/ / viaf. org/ viaf/ 88074684) LCCN: nr96010944 (http:/ / id. loc. gov/
authorities/names/nr96010944)
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Carlo il Calvo

253

Carlo il Calvo
Carlo II

Rappresentazione di Carlo il Calvo


Imperatore del Sacro Romano Impero
In carica
Predecessore
Successore

875-877
Ludovico II
Carlo III il Grosso

Nome completo Carlo il Calvo


Altri titoli

Re dei Franchi Occidentali


Re d'Italia
Re di Lotaringia
Re di Provenza e
Re di Aquitania
[1]

Nascita

Francoforte sul Meno, 13 giugno 823

Morte

Brides-les-Bains, 6 ottobre 877

Dinastia

Carolingi

Padre

Ludovico I il Pio

Madre

Giuditta dei Welf (Guelfi)

Coniugi

Ermentrude
Richilde

Figli

Giuditta
Luigi (o Ludovico) il Balbo
Carlo il Bambino
Lotario
Carlomanno
Rotrude
Ermetrude
Hildegarda e
Gisella, di primo letto
Rotilde
Drogone
Pipino
un figlio e
Carlo, di secondo letto

Carlo II, detto il Calvo (Francoforte sul Meno, 13 giugno 823 Brides-les-Bains, 6 ottobre 877), fu re dei Franchi
occidentali (840-877), re di Aquitania, nominale dall'838, ma effettivo tra l'852 e l'855, re di Lotaringia (869-877),

Carlo il Calvo
imperatore del Sacro Romano Impero (875-877) e Re d'Italia e re di Provenza (875-877).

Origini
Quarto figlio dell'Imperatore d'Occidente (814-840) Ludovico I il Pio e della sua seconda moglie Giuditta dei Welf
(Guelfi)[2], figlia di Guelfo I di Baviera (?-820), conte di Altdorf e di Edvige di Sassonia.

Biografia
Giovinezza
La sua nascita cre notevoli problemi nella successione a Ludovico come era stata prevista nella Ordinatio Imperi
dell'817, ratificata dall'imperatore a Nimega, nell'819. L'Imperatore cerc di assegnare territori anche al figlio appena
nato, ma dato che l'ordinatio non prevedeva un caso del genere, incontr notevoli resistenze da parte dei figli Lotario
(Imperatore e Re d'Italia), Pipino (Re di Aquitania) e Ludovico (Re di Baviera), per cui parve che le decisioni
dell'817 seguissero il loro corso
Ma, nel 829, alla Dieta di Worms, Ludovico diede a Carlo col titolo di Duca parte dell'Alemannia (o Svevia),
l'Alsazia, la Rezia e parte della Borgogna, tutti territori tolti a Lotario. Questi, pur essendo il padrino di Carlo, si
risent ed il padre per allontanarlo dalla corte lo invi in Italia, vietandogli di far uso del titolo imperiale. Nell'agosto
dell'829, a sostituire Lotario nella custodia del fratello Carlo, fu chiamato a corte Bernardo di Settimania, conte di
Barcellona, che era stato insignito del titolo di ciambellano e aveva ricevuto il feudo della marca di Spagna. Nel
decennio successivo, Carlo dovette seguire le vicissitudini paterne nella guerra civile, perdendo il formale possesso
dei suoi territori o espandendoli, arrivando, in alcune occasioni ad ottenere temporaneamente, la dignit regale
d'Aquitania, tra l'832 (dopo che il suo fratellastro, Pipino I, re d'Aquitania, che si era ribellato al padre, l'imperatore,
Ludovico il Pio, era stato sconfitto e imprigionato, secondo la Vita Hludowici Imperatoris[3], il regno di Aquitania
era stato diviso tra Carlo ed il fratellastro, Lotario I[4] dal padre imperatore) e l'834 (Pipino I, che era fuggito dalla
prigionia e, di fatto, governava l'Aquitania, si era riavvicinato al padre, facilitando il suo ritorno sul trono imperiale,
sempre secondo la Vita Hludowici Imperatoris[3] venne reintegrato come re di Aquitania[5].
Nell'838, alla morte di, Pipino I, secondo lo storico esperto di genealogie, Christian Settipani, l'imperatore, Ludovico
il Pio, avoc a s il regno d'Aquitania per assegnarlo al suo quarto figlio, Carlo il Calvo.
Ma i nobili di Aquitania, che volevano mantenere l'indipendenza dall'impero, proclamarono re il figlio di Pipino I,
Pipino il Giovane che dal Nitardo viene citato come figlio maggiore di Pipino I[6]. Secondo il monaco e storico,
Ademaro di Chabannes, il conte di Poitiers, Emenone, che aveva approvato l'elezione a re d'Aquitania di Pipino II,
opponendosi cos al volere dell'imperatore, fu scacciato dalla contea da Ludovico il Pio, dopo aver invaso il
Poitou[7].
Nell'839, alla dieta di Worms[8], l'imperatore Ludovico disered Pipino II (che non venne pi menzionato anche
nelle due successive spartizioni dell'impero) e chiese agli Aquitani di inviarlo ad Aquisgrana, presso la corte
imperiale, ad imparare l'arte del buon governo; gli Aquitani rifiutarono, cos Pipino il Giovane mantenne il controllo
dell'Aquitania, mentre Carlo continu ad essere solo il re nominale.

254

Carlo il Calvo

255

Guerre per il possesso dell'Aquitania


Alla morte di Ludovico il Pio, che, secondo gli Annales Fuldenses,
avvenuta, dopo una breve malattia, il 20 giugno 840, su un'isola del
fiume Reno[9], Carlo si alle con il fratello Ludovico per contrastare
Lotario, divenuto Imperatore. Lotario, che si era alleato col nipote
Pipino II. Lo scontro avvenne a Fontenay, nelle vicinanze di Auxerre,
dove le truppe di Ludovico II ebbero la meglio sull'esercito imperiale,
e nonostante che i Guasconi di Pipino avessero battuto il contingente di
Carlo il Calvo, Pipino dovette ritirarsi in Aquitania e continuare la lotta
contro lo zio Carlo il Calvo, che attacc l'Aquitania e depose il conte di
Tolosa, Bernardo di Settimania, che pass dalla parte di Pipino II.

Il regno di Carlo il Calvo dopo il trattato di


Verdun (843)

L'anno successivo i due fratelli rafforzarono la loro alleanza attraverso


il Giuramento di Strasburgo e scatenarono una nuova offensiva contro
Lotario. La guerra civile si concluse con l'accordo di Verdun (843) che assegnava a Lotario il titolo imperiale,
l'Italia, la Borgogna, la Provenza e la Lotaringia, e mentre a Ludovico il Germanico venne garantito il Regno
orientale (nucleo del Regno di Germania) a Carlo veniva garantito il Regno occidentale (nucleo di quello che
divenne Regno di Francia) che includeva l'Aquitania, Tolosa e la Settimania.
Dinastia carolingia
Pipinidi

Pipino di Landen ( 640)


Grimoaldo I ( 661 ?)
Childeberto ( 661 ?)

Arnolfingi

Arnolfo di Metz ( 640)


Clodolfo di Metz ( 696)
Ansegiso ( 679 circa)
Pipino di Herstal ( 714)
Drogone di Champagne ( 708)
Grimoaldo II ( 714)
Teodoaldo ( 714)

Carolingi

Carlo Martello ( 741)


Carlomanno ( 754)
Pipino il Breve ( 768)
Carlomanno ( 771)
Carlo Magno ( 814)
Ludovico il Pio ( 840)

Dopo il Trattato di Verdun (843)


Lotario I
(Imperatore)
Carlo il Calvo
(Re dei Franchi Occidentali)
Ludovico II il Germanico
(Re dei Franchi Orientali)

Il 13 dicembre dell'842, secondo gli Annales Bertiniani, Carlo, nel Carisiacum palatium di Quierzy, spos la nipote
di Adalardo il Siniscalco, Ermentrude[10] (?-869), figlia del conte di Orleans, Oddone (o Eudes) I e d'Engeltrude di
Fzensac (sorella di Adalardo), forse discendente di Carlo Martello; dopo la separazione, avvenuta venticinque anni

Carlo il Calvo

256

dopo, nell'867, Ermentrude si ritir in convento[11].


Carlo il Calvo attacc (844) la contea di Tolosa e fu posto l'assedio alla citt di Tolosa, durante il quale Bernardo di
Settimania fu catturato. Nello stesso anno Pipino II si era alleato con i Normanni, che, guidati da Jarl Oscar, ebbero
modo di perlustrare l'Aquitania sino alla Garonna e arrivarono a Tolosa, la saccheggiarono ma non riuscirono a
liberare Bernardo (colui che per due anni (829-830) era stato il protettore di Carlo, quando era giovane) che Carlo il
Calvo condann alla decapitazione[10], per sospetto tradimento[12] e fu quindi giustiziato per ordine di Carlo il
Calvo[13].
Secondo gli Annales Xantenses, Pipino II, al comando delle truppe aquitane con Guglielmo di Settimania, il figlio di
Bernardo, dopo che quest'ultimo era stato decapitato, sconfisse Carlo il Calvo[13], il 14 giugno 844[14], sulle rive del
fiume Agout, un affluente del Tarn.
Comunque Pipino II, alleatosi ai Bretoni, che si erano ribellati a Carlo il Calvo, riusc a respingere le truppe franche,
ma dopo un incontro dei tre re, i suoi tre zii, Carlo il Calvo, re dei Franchi occidentali, Ludovico il Germanico, re dei
Franchi orientali e l'imperatore, Lotario I, re di Lotaringia, questi ultimi gli imposero, tramite una lettera, di
riconoscersi vassallo di Carlo, riconoscendo a Pipino II il titolo di re della piccola Aquitania (senza il Poitou,
l'Angoumois e la Saintonge). Carlo il Calvo, nell'845, a Saint-Benot-sur-Loire, lo riconobbe governatore di tutta
l'Aquitania[15].
I Bretoni, che si erano rifiutati di sottomettersi, invece, il 22 novembre 845, sconfissero le truppe inviate contro di
loro da Carlo il Calvo, vicino a Redon, nella battaglia di Ballon, obbligando, secondo il McKitterick, R., con la pace
dell'846[10], il re dei Franchi occidentali, Carlo il Calvo, a riconoscere l'indipendenza della regione bretone[16], anche
perch i Normanni della Frisia stavano attaccando il regno dei Franchi[10].
Sempre nell'845, i Vichinghi, guidati molto probabilmente da Ragnarr Lobrk, risalirono la Senna, con 120 navi,
fino ad assediare Parigi. Temendo il peggio, Carlo si rifugi a Saint-Denis. I Vichinghi attratti dalle ricchezze di
Parigi saccheggiarono e semidistrussero la citt e per abbandonarla chiesero 7000 libbre d'argento. Preso il riscatto, i
Vichinghi si diressero verso la Germania.
Carlo il Calvo si dimostr un sovrano illuminato nei confronti della cultura, accogliendo nei suoi territori i monaci
irlandesi che diffondevano la cultura in Europa, risulta che il monaco Giovanni Scoto fosse alla corte di Carlo gi
nell'845.
Nell'847 Bordeaux venne riconquistata dalle truppe di Pipino II e fu
affidata a Jarl Oscar, un vichingo che era gi stato alleato di Pipino
nell'844, ed aveva perlustrato l'Aquitania sino alla Garonna e era
arrivato a Tolosa, che fu saccheggiata e prima ancora aveva perlustrato
la Loira e saccheggiato Nantes. La consegna della pi grande citt
dell'Aquitania nelle mani di un pirata avventuriero alien a Pipino le
simpatie degli Aquitani che lo appoggiavano e nel giro di un anno tutta
la nobilt lo abbandon.
Infatti nell'848 i nobili Aquitani appoggiarono l'elezione di Carlo il
Calvo a re di Francia e di Aquitania<[11], che fu incoronato re di
Francia ed Aquitania, ad Orlans il 6 giugno 848. Allora il fratello di
Pipino II, Carlo (825-863), avendo avuto notizia della deposizione di
Pipino, chiese di essere investito del regno di Aquitania (lasciata la
corte dello zio, Lotario I, Carlo part con una banda di seguaci alla
conquista del Regno di Aquitania, ma, nel marzo 849, fu catturato dal
conte di Tours)[17].
Pipino con i suoi alleati Normanni, in quello stesso tempo, era riuscito

Carlo il Calvo riceve dei monaci al Concilio di


Tours

Carlo il Calvo
a rientrare in Bordeaux, dopo che era stata conquistata ancora una volta da una banda di Normanni, che non erano
suoi alleati, ed a liberare il conte di Tolosa Guglielmo di Settimania, che era loro prigioniero.
Pipino e Guglielmo, allora, si recarono in Settimania per farla sollevare contro Carlo il Calvo, ma, nell'849, Carlo il
Calvo ritorn in Aquitania ed approfittando dell'assenza del conte Guglielmo di Settimania, Fredelone di Rouergue
apr le porte di Tolosa a Carlo, che lo premi confermandolo nel titolo di conte di Tolosa; e mentre Pipino portava la
guerra in Settimania, secondo gli Annales Bertiniani, Guglielmo entr in Barcellona, senza difficolt, probabilmente
per la morte del conte Sunifredo. Guglielmo fece valere i suoi diritti (di conquista) su Barcellona. Secondo il
Fragmentum Chronici Fontanellensium, Guglielmo conquist Barcellona, con l'inganno, nell'849, dopo aver
sconfitto e cacciato Alerano, a cui era stata affidata la ben munita citt di Barcellona e la marca di Spagna[18].
Ma dopo la sconfitta e l'esecuzione di Guglielmo a Barcellona[19], Pipino II, tra l'851 e l'852 venne fatto prigioniero
da Sancho II di Guascogna, che lo consegn a Carlo il Calvo che lo premi trasformando il suo titolo da conte di
Guascogna Citeriore a duca di Guascogna, mentre Pipino II fu costretto a farsi monaco e, nell'852, fu rinchiuso nel
monastero di san Medardo a Soissons[15].
Nell'854 Ludovico il Giovane, figlio di Ludovico II il Germanico, con l'appoggio dei nobili aquitani, attacc[20]
Carlo il Calvo ed arriv sino a Limoges, mentre i Normanni si erano stabiliti nella Valle della Loira devastando
Poitiers, Angouleme, Prigueux, Limoges, Clermont e Bourges. Pipino II ne approfitt per lasciare il monastero in
cui era stato rinchiuso e raccogliere intorno a s molti nobili che, alla notizia della sua fuga, avevano abbandonato
Ludovico il Giovane, che dovette rientrare in Baviera[10]. Pipino II attacc ancora una volta Carlo, riuscendo a
tenerlo impegnato e per pochi mesi ebbe il controllo dell'Aquitania[15].
In quello stesso anno Carlo il Calvo recuper diversi territori e fece incoronare re d'Aquitania, a Limoges, suo figlio,
Carlo III il Bambino; in pratica l'Aquitania era governata da due re, quello ufficiale, nel nord e Pipino II, nel sud.

Lotte contro i Vichinghi e successione in Provenza e Lotaringia


Nel 856 furono i Normanni a risalire dalle foci della Senna e a saccheggiare Parigi e poi a devastare tutti i territori tra
la Senna e la Loira. La popolazione parigina per l'inettitudine[21] di Carlo si rivolger al fratello Ludovico il
Germanico, che dovette declinare l'invito perch stava preparando una guerra contro gli Slavi. Carlo per combattere i
Vichinghi, nell'858, chiese il supporto di Ludovico il Germanico che era ancora alle prese con gli Slavi e rifiut, il
nipote, Lotario II[22], nell'estate dell'858, con un contingente di nobili lotaringi, si aggreg all'esercito di Carlo il
Calvo, nella campagna contro i Vichinghi. In quegli anni mise in atto una serie di fortificazioni e ponti lungo i fiumi
che sbarravano il passaggio delle navi vichinghe[23].
In questo periodo, con l'elezione al soglio pontificio di papa Nicola I
(858-867), Carlo il Calvo dovette subire, cos come suo fratello
Ludovico ed i vari nipoti, i rimproveri, per le eventuali disobbedienze
alle richieste del papa stesso, e le esortazioni ad esaltare la chiesa di
Roma, che secondo il papa, era un preciso dovere dei re cristiani. E
quando Carlo il Calvo si mostrava offeso per i rimproveri molto duri di
Nicola I, quest'ultimo gli replicava che il re doveva sottomettersi cos
come Giobbe si era inchinato alle mortificazioni inflittegli
dall'Altissimo.
In quello stesso periodo si era profilata una campagna contro le chiese
Il regno di Carlo il Calvo dopo il trattato di
Mersen (870)
private e Prudenzio di Troyes (?-861) e Incmaro di Laon si batterono
affinch le chiese al momento della consacrazione fossero consegnate
alle gerarchie ecclesiastiche, mentre Incmaro di Reims, appoggiato da Carlo il Calvo, controbatteva che pur
eliminando gli abusi, le chiese private erano accettabili. Nell'863 mor Carlo di Provenza, figlio di Lotario I. Carlo il

257

Carlo il Calvo

258

Calvo, che aveva manifestato l'interesse di impadronirsi dei suoi territori, ma era stato sconfitto da Carlo di Provenza
gi tre anni prima, cerc di succedergli, ma venne impedito da un'azione del nipote, l'Imperatore Ludovico II, che,
per primo, era arrivato in Provenza, se ne era impadronito ed aveva ceduto alcuni territori al fratello Lotario II.
Nel 869 mor un altro dei figli di Lotario I, Lotario II, che aveva il dominio della Lotaringia. Approfittando che il
legittimo erede, Ludovico II, era impegnato in Italia, ma soprattutto non aveva un grosso seguito tra i nobili di
Lotaringia, Carlo cerc di entrarne in possesso e con il suo esercito e l'appoggio di una parte della nobilt di
Lotaringia, conquist Metz allo scopo di precedere il fratello Ludovico il Germanico, che a sua volta aveva
simpatizzanti in Lotaringia. Il 9 settembre 869 Carlo il Calvo incoronato re di Lotaringia dall'arcivescovo Incmaro
di Reims nella Cattedrale di Metz[24].
Ludovico il Germanico, invece di scatenare una guerra, prefer trovare un accordo col fratellastro, spartendosi il
territorio. L'anno seguente sancirono la spartizione col Trattato di Mersen (870), con il quale a Carlo spett la parte
occidentale della Lotaringia. I due fratelli ignorarono nella spartizione Ludovico II, il quale si rivolse al Papa
Adriano II per perorare la sua causa. Il pontefice mand due ambasciatori nelle corti di Carlo e Ludovico allo scopo
di far risolvere le questioni al vescovo di Reims Incmaro. Questi ignor il volere del Papa mostrandosi leale nei
confronti del suo sovrano Carlo, garantendo a lui e al fratello i territori che si erano divisi.
Carlo, rimasto vedovo (6 ottobre 869), si spos in seconde nozze con Richilde delle Ardenne (ca. 845-910), figlia del
conte Bivin di Vienne (822-877), gi sua concubina, per procura il 12 ottobre 869, poi di persona, ad Aquisgrana, il
22 gennaio 870[11].
Nell'agosto del 871, si era diffusa la notizia che l'imperatore Ludovico II fosse morto[25]; i suoi zii, Carlo il Calvo e
Ludovico II il Germanico, inviarono immediatamente truppe in Italia per impadronirsi del regno, ma trovando
Ludovico in buona salute dovettero rientrare[26].

Imperatore e re d'Italia
Ludovico II mor nel 875 senza eredi maschi, lasciando solo una figlia. In quel
momento Carlo il Calvo e Ludovico II il Germanico erano gli ultimi figli di
Ludovico il Pio ancora viventi e i pi alti in grado nella successione al trono
imperiale. Carlo il Calvo varc le Alpi con il suo esercito allo scopo di ottenere il
trono e il titolo imperiale. Il fratello, d'altra parte, voleva garantire la successione
imperiale al figlio Carlomanno il quale varc il Brennero deciso a contrastare lo
zio[10].

Carlo il Calvo sul trono

Carlo il Calvo

259

Inizi una disputa dove i grandi vassalli d'Italia parteggiarono per l'una
o l'altra fazione allo scopo secondario di rafforzare i propri poteri. Tra i
sostenitori di Carlomanno ci fu il futuro Imperatore Berengario, allora
Marchese del Friuli, che si distinse conquistando i territori
bergamaschi di un conte che appoggiava Carlo. Il Re dei Franchi
occidentali, Carlo, che aveva l'appoggio di papa Giovanni VIII, riusc
ad imporsi nella lotta e si fece incoronare imperatore il 29 dicembre
dell'875[27].
L'imperatore Carlo, lasciato in Italia il cognato Bosone, dopo averlo
nominato duca d'Italia e conte di Provenza, fu costretto per a rientrare
precipitosamente in Gallia, poich il fratello Ludovico aveva attaccato
Il regno di Carlo il Calvo dopo dopo la morte di
e devastato i territori occidentali. Il nuovo imperatore liber
Ludovico II (875)
Aquisgrana e poi Colonia, giungendo a minacciare la possibilit di
occupare i territori del fratello. Questi gli intim di non varcare il
Reno, ma dopo il fallimento delle trattative, fu Ludovico stesso a superarlo e ad impartire una sonora sconfitta a
Carlo[10].
Tuttavia Lodovico II il Germanico mor il 28 agosto dell'876. I figli Carlomanno, Ludovico il Giovane e Carlo il
Grosso si spartirono il regno orientale sulla base delle regole di successione che egli aveva stabilito quand'era in vita.
Spett al figlio Carlomanno, designato dal padre come Re di Baviera nonch come suo successore del titolo regale
dei Franchi orientali, a proseguire la guerra in Italia.
Nel corso dell'876, i Vichinghi avevano ripreso a risalire la Senna, minacciando la ricca abbazia di Saint-Denis,
facendo fuggire i monaci. Allora Carlo negozi nuovamente per un loro ritiro dalla Senna; lo ottenne per 5000 libbre
d'argento ed il 7 maggio 877, ordin la raccolta del tributo speciale, il Tributum Normanicum. Per ottenere
l'appoggio dei marchesi e dei grandi feudatari francesi ed affrontare Carlomanno in Italia, il 14 giugno 877 Carlo
proclam il cosiddetto Capitolare di Kierzy, nel quale riconobbe l'ereditariet dei grandi feudi.
Per approfondire, vedi Capitolare di Quierzy.

Morte
Carlo il Calvo, alla fine di giugno, accompagnato dalla moglie Richilde e da
una piccola parte dei suoi vassalli maggiori attravers le Alpi e, a Vercelli,
ricevette la visita del Papa Giovanni VIII che lo incit a continuare la guerra
contro i figli di Lodovico il Germanico. Carlomanno nel frattempo era sceso
in Italia con un imponente esercito, passando dal Brennero[28]. Temendo uno
scontro, e non essendo stato raggiunto dai suoi vassalli, tra cui Bosone, che
erano rimasti in Gallia, perch ritenevano il problema dei Vichinghi
prioritario rispetto al problema italiano, Carlo dovette abbandonare l'Italia[28],
cercando rifugio nella Moriana. Vi arriv malato per il viaggio lungo e
disagiato, morendo a Brides-les-Bains il 5 o il 6 ottobre 877.
Sul trono dei Franchi occidentali gli succedette il figlio Ludovico il Balbo,
mentre in Italia Carlomanno pot farsi eleggere Re d'Italia dalla dieta di
Pavia.
Carlo il Calvo in et avanzata; ritratto
della sua Bibbia

Carlo il Calvo

Discendenza
Carlo il Calvo da Ermentrude ebbe nove figli:
Giuditta (844870), spos, in prime nozze, Ethelwulf del Wessex, in seconde nozze, Ethelbald del Wessex (suo
figliastro) ed, in terze nozze, Baldovino I delle Fiandre
Luigi (o Ludovico) il Balbo (846879), re dei Franchi Occidentali, re d'Aquitania e re di Provenza
Carlo il Bambino (847866), re d'Aquitania
Lotario (848866[29]), monaco dall'861[10], abate di Saint-Germain
Carlomanno (849878), monaco, abate di san Medardo a Soissons.
Rotrude (852912), suora, badessa di Santa Redegonda[30]
Ermetrude[31] (854877), suora, badessa di Hasnon
Hildegarda[31] (856-?), morta giovane
Gisella[31] (857874).
Da Richilde ebbe cinque figli:
Rotilde (871928/9 citata da Flodoardo come morta di recente, all'inizio del 929[30]), spos, nell'890, il conte del
Maine, Ruggero ed ebbe come genero Ugo il Grande[30]. Dopo essere rimasta vedova si ritir nell'abbazia di
Chelles, dove divenne badessa; e quando, nel 922, suo nipote, il re di Francia Carlo il Semplice le tolse l'abbazia
per darla ad un certo Haganon, si innesc la rivolta che port sul trono Roberto, marchese di Neustria, padre di
suo genero, Ugo il Grande
Drogone (872/3873/4), gemello di Pipino, secondo il Chronico Floriacensi
Pipino (872/3873/4), gemello di Drogone, secondo il Chronico Floriacensi
un figlio (875-875), morto dopo essere stato battezzato[10]
Carlo (876877), sepolto a Saint Denis, come ricordato dagli Annales Bertiniani[10]

Note
[1] Monumenta Germanica Historica, tomus V: Annales S. Benigni Divisionensis, Pag 39, anno 824, nota 14 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/
object/ display/ bsb00000872_00047. html?sortIndex=010:050:0005:010:00:00#ES)
[2] Monumenta Germanica Historica, tomus II: Thegani Vita Hludowici Imperatoris, Pag 597, par. 35 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/
display/ bsb00000869_00621. html?sortIndex=010:050:0002:010:00:00#ES)
[3] La Vita Hludowici Imperatoris sono due biografie, dalla nascita all'840, dell'imperatore Ludovico il Pio, scritte, in latino, da due monaci, uno
anonimo, conosciuto come "l'Astronomo", mentre del secondo si conosce il nome: Thegano.
[4] Monumenta Germaniae Historica, tomus II: Vita Hludovici imperatoris, Pag 635 par. 47 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/ display/
bsb00000869_00659. html?sortIndex=010:050:0002:010:00:00#ES)
[5] Monumenta Germaniae Historica, tomus II: Vita Hludovici imperatoris, Pag 638 par. 52 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/ display/
bsb00000869_00662. html?sortIndex=010:050:0002:010:00:00#ES))
[6] Nithardus, Historiae, liber I: par. 8 (http:/ / www. thelatinlibrary. com/ nithardus1. html#ES)
[7] Ademarus Engolismensis Historiarum, pagg 31 e 32 par 16 (http:/ / ebookbrowse. com/
0988-1034-ademarus-engolismensis-historiarum-libri-tres-mlt-pdf-d200595630#ES)
[8] A Worms, nell'839, Ludovico il Pio, oltre che ignorare completamente il nipote Pipino II, al figlio Ludovico assegn la sola Baviera, per cui
l'impero, alla sua morte sarebbe stato diviso praticamente in due parti, con la linea di demarcazione, da nord a sud, che correva lungo la Mosa,
sino alla Mosella, a Toul, poi attraversando la Borgogna ed il lago di Ginevra, arrivava alle Alpi, che seguiva sino al mar Mediterraneo.
Lotario I, che, oltre al titolo di imperatore, aveva il diritto di prelazione, scelse la parte orientale, e a Carlo il Calvo, tocc la parte occidentale.
[9] Monumenta Germaniae Historica, tomus I: Ruodolfi Fuldensis Annales, Pag 362 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/ display/
bsb00000868_00397. html?sortIndex=010:050:0001:010:00:00#ES)
[10] Annales de Saint-Bertin, Pag 53 (http:/ / gallica. bnf. fr/ ark:/ 12148/ bpt6k215043h/ f75. image#ES)
[11] Foundation for Medieval Genealogy: CAROLINGIANS - CHARLES (http:/ / fmg. ac/ Projects/ MedLands/ CAROLINGIANS.
htm#CharlesIIleChauveB#ES)
[12] Monumenta Germanica Historica, tomus I: Ruodolfi Fuldensis Annales, Pag 364 (http:/ / www. dmgh. de/ de/ fs1/ object/ display/
bsb00000868_00399. html?sortIndex=010:050:0001:010:00:00|+ Monumenta+ Germaniae+ historica:+ Cronicon+ Mossiacensis#ES)
[13] Annales Xantenses, Pag 13 (http:/ / www. archive. org/ stream/ annalesxantenses00arrauoft#page/ n31/ mode/ 2up#ES)
[14] Nobilt carolingia - Guillaume (http:/ / fmg. ac/ Projects/ MedLands/ FRANKISH NOBILITY. htm#_Toc169575363#ES)

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Carlo il Calvo
[15] Foun