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Tomba di Dracula

Non si conosce l'esatta ubicazione della Tomba di Dracula, al secolo


il voivoda Vlad III di Valacchia. La tradizione popolare vuole che Dracula
sia stato sepolto nel convento di Snagov, su un'isola, nel bel mezzo di un
lago situato a trentacinque chilometri a nord di Bucarest.

L'unico ritratto noto di Vlad III epe

La morte di Dracula
Vlad III di Valacchia (ca. 1431-1476) mor in circostanze ancora da
chiarire. Autarca volitivo votato alla guerra, Dracula mor com'era vissuto:
combattendo. Nel 1476 Vlad rientrava in Valacchia dopo aver passato oltre
dieci anni come prigioniero di Mattia Corvino, il potente signore
del Regno d'Ungheria che lo aveva catturato nel 1462. Dracula era stato
liberato per strappare il suo antico trono ad un voivoda sottomesso
all'Impero ottomano: Basarab III Laiot cel Btrn, della stirpe
deiDnetii. Inizialmente vittorioso grazie all'appoggio ungherese, Vlad
aveva dovuto subito fronteggiare la contro-invasione da parte di Basarab,
spalleggiato da rinforzi turchi. Durante lo scontro con Basarab, Dracula
venne ucciso: ancora non si sa se per un tradimento o per un'imboscata da
parte del nemico.
La testa di Vlad, recisa dal corpo, venne portata a Costantinopoli come un
trofeo e il suo corpo venne sepolto senza cerimonie dal suo rivale, Basarab
1

Laiota, forse a Comana, un monastero fondato da Vlad nel 1461.[1] Il


monastero di Comana venne demolito e ricostruito ex novo nel 1589.[2]
A partire dal XIX secolo, gli storici rumeni hanno iniziato a dire, senza
per averne una prova documentata, che Vlad epe venne sepolto nella
chiesa dell'Assunzione del monastero di Snagov sull'isola di Snagov.
La maggior parte degli storici romeni oggi pensa che il vero luogo di
sepoltura di Vlad epe fosse il monastero di Comana.
Monastero di Snagov
La chiesa del monastero di Snagov risale all'inizio del XVI secolo; le celle
e le altre costruzioni sono scomparse e solo qualche rovina attesta
l'esistenza del convento del XIV e XV secolo. Secondo la cronaca ufficiale
della Valacchia la struttura sarebbe stata ristrutturata proprio per ordine di
Vlad III ma i restauri novecenteschi non hanno portato al rinvenimento di
alcuna testimonianza artistica legata a Dracula o ai suoi diretti discendenti.

Il monastero di Snagov

La presunta tomba di Vlad epe nel monastero di Snagov

Gli scavi[

Fin dal XIX secolo, i monaci di Snagov mostravano ai visitatori una pietra
tombale, incastrata nel pavimento della chiesa, la cui iscrizione era
completamente cancellata. I frati aggiungevano che era stata messa li
2

affinch venisse calpestata dai celebranti durante gli uffizi.


L'anima peccatrice del defunto trovava cos qualche sollievo alle pene
eterne alle quali era condannata. La pietra si trova di fronte alle porte
dell'iconostasi, davanti all'altare maggiore.
Durante gli scavi archeologici effettuati nella chiesa di Snagov nel biennio
1932-1933, la tomba sotto alla lastra venne trovata vuota, eccezion fatta
per alcune ossa di animali (in prevalenza bovini). L'assenza di resti umani
incurios gli archeologici che decisero di compiere altri scavi nella chiesa.
I direttori degli scavi, l'archeologo Dinu V. Rosetti e lo storicoGeorge D.
Florescu, trovarono, vicino all'ingresso principale della chiesa, una
seconda tomba al cui interno vi era una bara rivestita con un tessuto color
porpora dalle cuciture dorate. Il corpo del defunto venne riconosciuto
come di sesso maschile, vestito con un abito di velluto color rosso o
porpora, di taglio occidentale, chiuso con grossi bottoni di filo d'argento
dorato, stretto in vita con una cintura di placche d'argento a losanga. Il
volto della salma era coperto da un drappo di seta e, da una manica,
pendeva un anello femminile. Un diadema d'oro da torneo, decorato con
piccole sfere di ceramica alternante a gancetti d'oro che trattenevano un
turchese, era posato vicino alle mani. Insieme ad esso venne rinvenuto
anche un anello con un turchese incastonato; sul turchese era scolpita una
creatura. forse un drago.[3] A contatto con l'aria il corpo si decompose in
pochi minuti, prima che gli archeologi potessero vederne il volto o scattare
una foto.
Il dibattito sull'identificazione del cadavere
Rosetti e il suo collega Florescu erano convinti che il corpo da loro
scoperto fosse effettivamente quello di Vlad l'Impalatore. Il fatto che il
cadavere avesse ancora la testa poneva per un problema: sappiamo infatti
che la testa di Vlad era stata tagliata e portata a Costantinopoli. Alcuni
pensarono si trattasse di Vlad II Dracul, padre dell'Impalatore, e a
supportare tali ipotesi fornirono la presenza dell'anello con il drago
simbolo dell'Ordine del Drago di cui Vlad II faceva parte.
A parte i bottoni e qualche frammento di tessuto, gli oggetti trovati nella
tomba scomparvero tutti dal Museo Municipale di Bucarest nel quale
erano stati portati per ulteriori esami.

L'intervista del priore


Nel 2004 il priore ortodosso di Snagov rilasci un'intervista nella quale
parlava della tomba di Dracula. Nel corso di tale intervista egli rivel che
la tomba posta di fronte alle porte dell'iconostasi la vera tomba di Vlad
Tepes e che Rosetti e Florescu mentirono quando dissero che nella tomba
furono trovate solo ossa di animali. Sempre secondo il priore anche la testa
di Vlad Tepes, comprata dalla Chiesa Ortodossa, riposerebbe accanto al
corpo nella tomba.
Napoli
Nel 2014 alcuni studiosi dell'Universit di Tallinn in Estonia hanno
compiuto alcuni studi sulla principessa Maria Blasa, fuggita a Napoli nel
1479 a causa delle persecuzioni turche ed accolta nella citt da Ferdinando
d'Aragona. La donna, che avrebbe poi sposato Giacomo Alfonso Ferrillo,
secondo quanto scoperto dagli studiosi sarebbe stata la figlia di Vlad
Tepes. Unica prova fornita dagli studiosi a sostegno delle loro tesi il fatto
che il blasone che fuse gli stemmi delle famiglie Blasa e Ferrillo presenta
un drago.
Il
gruppo
di
studiosi,
che
comprende
anche
i
fratelli Giandomenico e Raffaello Glinni e il direttore scientifico
del museo delle Antiche Genti, Nicola Barbatelli, sostiene inoltre che Vlad
epe sarebbe morto a Napoli e stato sepolto in un chiostro in piazza
Santa Maria La Nova
Storia e descrizione
Il sepolcro viene realizzato nel 1499 da Jacopo della Pila[4] per ospitare le
spoglie mortali di Matteo Ferrillo. Alla fine delXIX secolo un erede della
famiglia Ferrillo chiede all'Intendenza di Provincia di poter spostare il
sepolcro in una cappella, che avrebbe costruito a proprie spese, all'interno
del cimitero di Poggioreale, ma il progetto non ha seguito[5].

Decorazione della lastra centrale


Il sepolcro si presenta inquadrato in un arco a scomparti con rosoni. Alla
base reca un'iscrizione che cos recita:
AN. A CHRISTI NATALIBUS MCCCCLXXXXIX
Nella parte centrale presente una lapide decorata con un bassorilievo
raffigurante un drago, e, nella parte superiore, due mensole reggono una
lastra su cui posta la statua del defunto; tra la lapide centrale e la lastra
incisa la scritta:
MATTHEUS FERRILLUS NOB. ET EQUESTRIS ORDINIS INSIGNIS
MURI
COMES
ALPHONSI II REGIS ARAG. A CUBICULO PRIMUS EIUSQ. DUM
PATERENTUR ANIMI GUBERNATOR POSTERITATI CONSULENS
SACELLUM
HOC
VIRGINIS
ASSUMPTIONI DICATU M VIVENS SIBI ET SUI F
Il sepolcro si completa, nella parte superiore, con un bassorilievo tondo in
marmo raffigurante la Madonna con il bambino Ges.
Ipotesi sulla tomba

Veduta d'insieme della tomba


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Nel 2014 alcuni studiosi italiani, supportati da pareri di esperti


dell'universit di Tallinn, suppongono che la tomba possa ospitare i resti
di Vlad III di Valacchia, meglio conosciuto come Dracula: la loro ipotesi si
basa sulle decorazioni presenti nello scomparto centrale, in particolar
modo su un drago e su alcuni simboli di matrice egizia, mai visti su una
tomba europea, come due sfingi contrapposte, emblema della citt di Tebe,
dagli egizi chiamata "Tepe", che andrebbero ad alludere al vero nome del
conte Vlad, ossia Dracula Tepes.
Gli studiosi suppongono che il conte non sarebbe morto in battaglia, ma
sarebbe stato fatto prigioniero dai Turchi e in seguito riscattato dalla
propria figlia, Maria Balsa, nel frattempo adottata da una famiglia di
Napoli, citt dove si sarebbe rifugiata, per ordine del padre, per salvarsi
dalla persecuzione turca. Maria Balsa avrebbe quindi portato inItalia il
padre Vlad, e, alla morte di quest'ultimo, lo avrebbe fatto tumulare nella
tomba del marito, Matteo Ferrillo.
Nei confronti di questa teoria e sull'autorevolezza degli studi effettuati si
sono sollevati alcuni dubbi: non esisterebbe traccia di una figlia di Vlad,
ma solo di figli maschi, mentre il soprannome "Tepes" non sarebbe
riconducibile alla citt di Tebe, ma alla parola turca che significherebbe
"impalatore", e, pertanto, non avrebbe senso il richiamo a tale epiteto
infamante fatto incidere dalla figlia sulla tomba del padre. Inoltre, il drago
rappresentato sulla lapide non richiamerebbe "Dracula", ma
semplicemente lo stemma araldico della famiglia di Matteo Ferrillo sul
quale campeggiava, appunto, un drago.

Chiesa di Santa Maria la Nova (Napoli)


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La chiesa di Santa Maria la Nova una chiesa monumentale di Napoli,


situata nel centro storico, nelle vicinanze di piazza Giovanni Bovio e
facente parte dell'omonimo complesso monumentale.
Storia
A seguito della decisione di Carlo d'Angi di costruire il Maschio
Angioino, durante la met del XII secolo, si rende necessario
l'abbattimento della chiesa di Santa Maria ad Palatium, risalente al 1216,
per avere spazio a sufficienza per il nuovo castello: il sovrano tuttavia,
vicino alle esigenze dei frati Minori che gestivano il tempio, dona loro, il
10 maggio 1279[1], un terreno nei pressi di una torre a guardia del porto,
per l'edificazione di una nuova chiesa con annesso l'omonimo convento. I
lavori iniziano nel 1279[2], storicamente sotto la direzione di Giovanni
Pisano, anche se diversi studi negano tale ipotesi, mettendo in dubbio
anche il fatto che lo stesso architetto toscano sia mai stato a Napoli:
probabilmente questi sono seguiti da qualche architetto francese venuto al
seguito di Carlo d'Angi[3]; in alcuni documenti del 1280 risulta che la
fabbrica gi in fase avanzata di realizzazione: la nuova chiesa, che per
distinguerla dalla precedente viene chiamata con l'appellativo "la Nova",
in stile gotico e suddivisa in tre navate, anche se altri storici ritengono che
abbia una forma simile a quella che verr costruita successivamente [2].

Il bassorilievo sulla facciata


A seguito dei danni provocati dai terremoti del 1456, 1538 e 1569 e
soprattutto dallo scoppio di una polveriera, avvenuto il 13 dicembre 1587,
nonostante all'inizio del XVI secolo fosse stata interessata dall'edificazione
delcappellone di San Giacomo della Marca che portano all'abbattimento e
alla modifiche di diverse cappelle, si decide la totale ricostruzione della
chiesa, la quale versa gi in precarie condizioni di conservazione: questa
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deve rispecchiare il gusto del periodo, ossia il nascente barocco e seguire i


canoni dettati dalla controriforma; i lavori vengono affidati aGiovanni
Cola di Franco ed iniziati nel 1596 per terminare tre anni pi tardi
nel 1599, come riportato sul fregio delle facciata[3]. In realt, data la brevit
del protrarsi dei lavori, l'edificio non pu essere stato costruito ex novo, ma
sicuramente sono stati riutilizzati strutture e materiali delle vecchia
costruzione: a vantaggio di questa tesi anche la costante insufficienza di
fondi economici, tant' che i frati devono ricorrere alle elemosine cittadine,
influenzate anche dalla guarigione miracolosa di uno storpio il 17
agosto 1596, attribuita al quadro della Madonna delle Grazie custodita
nella chiesa[4]. Le rifiniture interne continuano negli anni successivi:
nel 1603 completato il soffitto ligneo, nel 1620 il coro, nel 1633 inizia
l'abbellimento degli interni in stile barocco con l'uso di stucchi e dorature,
mentre nel corso del XVII secolo viene rifatta la facciata[3].
Nuovi lavori di restauro si rendono necessari durante la met del XIX
secolo, in particolare dal 1859 dopo che i frati hanno trovati i fondi sempre
tramite le elemosine; l'opera affidata all'architetto Federico Travaglini,
che ha avuto la meglio su Francesco Saponieri e Errico Alvino: questo in
un primo momento vuole riportare la chiesa al suo aspetto originario, cio
prima dell'aggiunta delle decorazioni barocche del 1633, poi, visti gli alti
costi, costretto a rivedere il progetto e a ridecorare tutte le parti
danneggiate e consolidare maggiormente le vecchie decorazioni, anche in
quei punti della chiesa dove la pietra ancora a vista [3]. Restauri al soffitto
e alle opere d'arte sono nuovamente effettuati tra il 1922 ed il 1926[3].
Descrizione
Esterno e facciata

L'interno
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L'accesso alla chiesa dato da una scalinata in piperno, protetta da una


balaustra in marmo, realizzata nel 1606; la facciata, di
stampo rinascimentale[5], austera, a ricordare quello stile utilizzato
all'inizio del XVII secolo per le costruzioni civili, divisa verticalmente da
due ordini di paraste e orizzontalmente da una trabeazione, dove riportata
la scritta:
Templum hoc a Carolo I Andegauensi in arce veteri costructum illustriori
forma piorum oblationibus restitufum Divaeque Mariae Assumptae
dicatum. Phlilippo II et III Regibus invictissimis MDXCIX[3].
Nella parte inferiore, al centro, posto il portale d'ingresso, tra due
colonne in granito con capitelli in ordine corinzio, e sormontato da
un'edicola con un bassorilievo raffigurante la Vergine, opere di un ignoto
del XVII secolo, mentre la parte superiore reca al centro un ampio
finestrone: la facciata termina a timpano, con una piccola finestra rotonda.
Sempre esternamente, nell'angolo sinistro, si trova una piccola cappella:
secondo alcuni storici questa potrebbe essere stata utilizzata come luogo di
deposizione dei neonati morti prima del battesimo, mentre secondo altri,
ipotesi pi accreditata, essere stata la cappella gentilizia della famiglia
Fusano[3]. La facciata non ortogonale all'asse interno della navata della
chiesa, ma ruotata di circa dieci gradi, tant' che il muro sul lato destro
presenta uno spessore maggiore tale da contenere al suo interno una scala a
chiocciola che conduce al sottotetto: l'angolazione dovuta alla necessit
di allineare il nuovo prospetto della facciata con la muratura laterale
del cappellone di San Giacomo della Marca ed il resto della piazza[3].
Esternamente, inglobato tra la chiesa e il convento, si trova il campanile:
questo stato costruito sull'antica torre Maestra a guardia del porto di
Napoli[2] e doveva presentarsi percorso da un fregio a toro, con poche
finestre e decorato da una statua di Sant'Antonio; successivamente invece
stato modificato: da tre livelli a forma quadrata, percorsi da monofore e
cella campanaria ottagonale, ad ancora con monofore ma su quattro lati,
che riprende la stessa forma della cupola[1].

Navata e cappelle laterali

Il soffitto
La chiesa di Santa Maria la Nova si presenta internamente a croce latina e
a navata unica, pavimentata in riggiole con numerose lapidi tombali:
questa caratterizzata da un soffitto in legno dorato, realizzato tra
il 1598 ed il 1603, abbellito con quarantasei tavole di vari artisti, ispirati
all'ultimo manierismo napoletano, prima dell'influsso dato dalla pittura
diMichelangelo Merisi da Caravaggio[2]; le tre tavole pi grandi ritraggono
la Gloria del nome di Maria di Francesco Curia, l'Assunzione della
Vergine di Girolamo Imparato e l'Incoronazione della Vergine di Fabrizio
Santafede[2]: le altre tavole, pi piccole, hanno diversi temi come scene
della vita di Maria e Ges, simboli mariani, re di Giudea e santi, tra cui san
Francesco
d'Assisi, san
Bonaventura, san
Giacomo
della
Marca e sant'Antonio di Padova, opere di autori come Luigi
Rodriguez, Giovanni Bernardino Azzolino, Cesare Smet, Tommaso
Maurizio e Belisario Corenzio[2]. Al di sotto del soffitto, nella zona del
cleristorio, tra un finestrone e l'altro, sono degli affreschi, sempre del
Corenzio, eseguiti tra il 1603 ed il 1605, con tema Articoli del Credo. La
controfacciata, in parte occupata dalla cantoria, che sostenuta da due
colonne e poggia anche sulle pareti laterali della chiesa, arricchita con
due tele di Belisario Corenzio, ossiaMadonna delle Grazie e Punizione dei
dannati[3].
Su ogni lato della navata si aprono sette cappelle: la parte superiore degli
archi di ogni cappella affrescata con Virt di Nicola Malinconico, mentre
tra una cappella e l'altra, ad ogni pilastro divisorio, sono posti degli altarini
in marmo, alcuni di patronato di diverse famiglie, arricchiti con pitture di
manieristi napoletani o altri generi di opere d'arte, come statue e
bassorilievi[2].
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La prima cappella sul lato sinistro, detta dei Calzetti e dedicata


a sant'Anna, presenta sull'altare una Sacra Famiglia di Vincenzo Scibelli;
tra la prima e la seconda cappella, nell'altarino, Madonna con Bambino e
san Michele di Aert Mytens[3].

La cappella Veneta D'Aquino


La seconda cappella il cappellone di San Giacomo della Marca; stato
costruito agli inizi del XVI secolo ed all'interno diviso a sua volta in tre
cappelle su ogni lato: oltre ad ospitare i resti mortali di san Giacomo della
Marca, impreziosito con opere di Luca Giordano, Massimo
Stanzione e Giovanni Balducci[6]; tra seconda e terza cappellaSalvator
Mundi di Girolamo Imparato.
Nella terza cappella tela di San Francesco Solano e i martiri
francescani di ignoto della seconda met del XVIII secolo, oltre ad
affreschi di Giovanni Battista Benaschi; tra terza e quarta
cappella Madonna con Bambino e santi Filippo e Giacomo, del 1607,
sempre di Imparato[3].
La quarta cappella di patronato della famiglia Venata d'Aquino:
sull'altare statua dell'Immacolata, attribuita o ad un ignoto napoletano della
seconda met del XVIII secolo o a Michele Perrone, mentre alle
pareti Nascita della Vergine eMorte di sant'Anna del Benaschi, in aggiunta,
sul lato destro, il monumento funebre realizzato da Domenico
Morantenel 1853 del duca Alfonso Caracciolo di San Teodoro[7];
nell'altarino tra quarta e quinta cappella, di propriet della famiglia
Vicedomini, Sacra Famiglia di Imparato.
La quinta cappella, di patronato della famiglia Gruther, in origine dedicata
a santa Severina e poi a sant'Antonio, ha sull'altare una tavola di Giuseppe
Castellano del1719, ritraente Sant'Antonio da Padova tra san Giovanni da
Capestrano e san Pasquale Baylon: gli affreschi che si ritrovano nella
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volta, Gloria di sant'Antonio, sono di Giovanni Battista Benaschi e alle


pareti, Storie delle vita di sant'Antonio, di Andrea e Onofrio De Lione; tra
la quinta e la sesta cappella un pulpito commissionato da Camillo de
Tomase a Francesco Balsimelli, eseguito tra il 1617 ed il 1620[7].

Gli affreschi della volta della cappella Gruther di Giovanni Battista


Benaschi
La sesta cappella, della famiglia Spiriti e dedicata a sant'Erasmo, ha
sull'altare maggiore Martirio di sant'Erasmo, opera di Giuseppe
Mastroleo del 1749, mentre gli affreschi che rappresentano Gloria di
sant'Erasmo e Storie della vita di sant'Erasmo, sono attribuiti ad Andrea
De Lione: l'altare in marmo stato lavorato da Pietro Nicolini tra
il 1734 ed il1735; tra la sesta e la settima cappella, altarino della famiglia
Acon, con statua della Madonna dell'Arco di Lazzaro Marasi, realizzata tra
il 1610 ed il 1611[7].
La settima cappella, in origine dedicata a sant'Onofrio, in parte occupata,
nella zona superiore, dall'organo; al suo interno l'affresco di due Putti che
la tradizione attribuisce ad un giovane Luca Giordano [7]: si racconta che il
pittore di appena di otto anni, avrebbe compiuto l'affresco al posto del
padre, Antonio, il quale aveva avuto il compito di decorare la cappella;
dalla parete di fondo l'accesso al chiostro minore e quindi al convento[3].
La prima cappella del lato destro, di patronato della famiglia Sanseverino e
dedicata a san Michele Arcangelo, presenta lavori in marmo di Nicola
Carletti, realizzati tra il 1621 ed il 1625; sull'altare tavola di Dirk
Hendricksz, ampliato nella parte inferiore da Battistello Caracciolo,
raffigurante San Michele, mentre alle pareti e nella cupoletta Storie del
Vecchio Testamento sempre del Caracciolo: sulla parete di destra presente
il sepolcro di Aloisio Severino, realizzato da Nicola Cartelli, mentre le
statue che lo adornano sono di Giovanni Domenico Monterossi, sulla
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parete sinistra invece il sepolcro di Girolamo Severino, della bottega


di Girolamo D'Auria; tra la prima e la seconda cappella, alterino della
famiglia Amodeo, con Immacolata di Ippolito Borghese realizzata
nel 1609[8].

Il sepolcro di Aloisio Severino nella cappella Sanseverino


La seconda cappella di patronato della famiglia Mascaro ed
originariamente dedicata al beato Salvatore d'Orta poi consacrata
alla Nativit: sull'altare bassorilievo di Girolamo Santacroce raffigurante
la Nativit[7], nella volta affresco diAgostino Beltrano dell'Incoronazione
della Vergine ed alle pareti Sogno di Giuseppe e Sacra Famiglia con i
santi Giovanni, Elisabetta e Zeccaria di Benedetto Torre del 1755, opere
che sono andate a sostituire i Miracoli del beato Salvatore di Giuseppe
Beltramo; l'altarino tra la seconda e la terza cappella, di patronato della
famiglia Salvo e Vuoli,Cristo, la Vergine e san Francesco di Marco
Mele del 1601[3].
La terza cappella, appartenuta alla famiglia Scozia e dedicata al Calvario,
ha sull'altare, opera di Girolamo D'Auria,Crocifissione di Marco dal Pino e
alle pareti Storie della Passione e alla volta Ascensione, affreschi di
Belisario Corenzio e aiuti, realizzati nel 1619; tra la terza e la quarta
cappella l'altarino di patronato della famiglia Bianco e Pino
con Madonna delle Grazie di Teodoro e Giovan Luca d'Errico[7].
La quarta cappella di patronato della famiglia D'Afflitto e consacrata
a sant'Eustachio: sull'altare, oltre ad un paliotto in marmo della prima met
del XVII secolo, il Polittico di sant'Eustachio, composto dalle sequenze
dell'Annunciazione, Nativit, Visione di sant'Esustachio, Miracolo del
santo e Santi Francesco e Sebastiano, opera giovanile in legno
di Giovanni da Nola, inoltre le pareti sono affrescate con dipinti di
Giovanni Battista Benaschi dal tema Storie dei santi Paolo e Ludovico[7];
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tra la quarta e la quinta cappella, altarino della famiglia Fontana, San


Francesco di Paola di Pietro Negroni.

La cappella De Sanctis-Benincasa
Sull'altare della quinta cappella, di patronato della famiglia De Sanctis e
Benincasa, la tela di Giuseppe Marullo, Gloria di san Bonaventura, a cui
la cappella dedicata, e alle pareti laterali Miracolo di San
Bonaventura e San
Bonaventura
riceve
l'Eucaristia di Santillo
Sannino artefice anche dell'affresco della volta, Eterno Padre, cherubini e
putti[7]: la zona si completa con un paliotto del 1620 di Francesco
Balsimelli, in tarsia di marmi policromi e pietre dure; sull'altarino tra
quinta e sesta cappella dipinto di Sant'Elisabetta d'Ungheria di Luigi
Rodriguez.
La sesta cappella, chiamata anche cappella Pironte, dalla famiglia di
patronato, dedicata a san Francesco d'Assisi: ha decorazioni in marmo
di Giuseppe Gallo del 1680 e sull'altare il Trittico di san Francesco tra
santa Lucia e santa Caterina, attribuito al Maestro di Pere Roig de
Corella, mentre alle pareti San Francesco in estasi e Visitazione di
Francesco di Antonio Altobello e nella volta Storie della vita di san
Francesco di Onofrio De Lione; sull'altarino tra la sesta e la settima
cappella, di patronato dei Romeo, bassorilievo dell'Annunciazione di un
ignoto napoletano del XVI secolo[7] o di Giovan Antonio Tenerello.
La settima cappella, appartenuta alla famiglia Macedio, dedicata a san
Pietro d'Alcntara: divenuta vano di passaggio per l'organo e custodisce
tre tele diSantillo Sandini, ossia San Pietro d'Alcntara del 1669, San
Pietro d'Alcntara comunica santa Teresa e San Pietro d'Alcntara servito
da Ges[3].
Tra la navata ed il transetto posto l'arco trionfale: alla sua base, nel lato
sinistro posta una statua in legno attribuita a Giacomo
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Colombo, Addolorata, ed ai suoi piedi la sepoltura di Francesco Galeo,


mentre al lato destro si trova l'altarino con statua lignea dell'Hecce Homo,
di Giovanni da Nola e sotto una tela malandata,Sogno di san Giuseppe, di
ignoto[7].
Transetto, presbiterio e abside

La cupola
La zona del transetto presenta al centro la cupola, affrescata con Storie
della Vergine e profeti da Belisario Corenzio, e, sugli archi che dividono la
parte centrale da due bracci laterali, due tele del 1703 di Nicola
Malinconico, ossiaAdorazione dei Magi e Adorazione dei pastori[7].
Nell'ala sinistra del transetto posto un paliotto raffigurante Storie della
Vergine di Domenico Marinelli e Matteo Tregio, realizzato su modello
di Lorenzo Vaccaro, che ha sostituito uno precedente di Gennaro Monte:
nella stessa zona posto l'ingresso alla sagrestia e nelle sue vicinanze il
sepolcro di Luca Citarella e della moglie Giuditta Rocca, del 1588. La
cappella dell'ala sinistra del transetto dedicata alla Madonna delle Grazie:
sull'altare posizionato un trittico di Angiolillo Arcuccio, Madonna delle
Grazie e santi, mentre ai lati due tele di Fedele Fischetti, ossia Sposalizio
della Vergine e Presentazione della Vergine[7]; la cupola e le lunette sono
affrescate con Angeli, Putti con simboli della Vergine e Storie di vita della
Vergine del Benaschi[3]. Sul lato destro del transetto, nella parete di destra
il sepolcro del cardinale Galeazzo Sanseverino, attribuito alla bottega di
Pietro da Milano e datato 1477; la cappella sul lato sinistro dedicata
al Crocifisso e presentava sull'altare un crocifisso ligneo di Giovanni da
Nola, risalente agli anni '30 del XVI secolo e distruttosi a seguito di una
caduta, mentre i dipinti laterali sono Ges che cade sotto la croce e
la Veronica, di autore ignoto, oltre all'affresco della volta, Cena
eucaristica, di Simone Papa ma rivisto nel XIX secolo da Luigi Pastore[3].
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L'altare maggiore
La zona del presbiterio contiene, per tutta la sua larghezza, l'altare
maggiore; l'altare stato disegnato tra il 1632 ed il1633 e realizzato
da Cosimo Fanzago[7], con gli aiuti di Mario Cotti, uno scalpellino
di Carrara, Giuseppe Pellizza eAndrea Lazzaro, ed caratterizzato da due
colonne chiuse da un arco, mentre ai lati due ingressi che permettono
l'accesso al coro: nell'arco posta la tavola della Madonna con Bambino,
del XIII secolo, dipinta su rame e proveniente dalla vecchia chiesa di Santa
Maria ad Palatium, mentre sui due ingressi laterali si trovano le due statue
in legno, in origine probabilmente nella cappella del Crocifisso, una
raffigurante Sant'Antonio, l'altra San Francesco, di Agostino Borghetti[7];
completano la zona due Putti in bronzo disegnati dal Fanzago e realizzati
da Aert Mytens, una lapide sepolcrale, posta ai piedi della mensa, dove
riposa Giovanna di Trastmara, moglie di Ferdinando I di Napoli, sulla
parete destra il sepolcro dei D'Afflitto di Trivento, del XVI secolo[7], e sulla
parte sinistra dipinto dell'Immacolata Concezione con Alessandro VII e
Filippo V, attribuito a Giuseppe Beltrano, del 1603[3].
Alle spalle del presbiterio la chiesa si conclude con un abside rettangolare:
questo stato affrescato in circa un ventennio, precisamente
dal 1603 al 1621, da Belisario Corenzio[7] con gli aiuti di Simone Papa e
Onofrio De Lione con Storia di sant'Anna e san Gioacchino nella
volta, Storie mariane alle pareti e Virt, incorniciate in stucchi
di Francesco Napolella; nell'abside inoltre un coro ligneo del 1603[3].

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La chiesa di Santa Maria la Nova una chiesa monumentale di Napoli, situata nel centro storico, nelle
vicinanze di piazza Giovanni Bovio e facente parte dell'omonimo complesso monumentale. Wikipedia
Indirizzo: Piazza Santa Maria la Nova, 44, 80134 Napoli
Data di apertura: 1620
Orari:
Oggi aperto 09:3014

Provincia: Provincia di Napoli


Telefono: 081 552 1597
Stile architettonico: Architettura rinascimentale

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