Sei sulla pagina 1di 45

LA MADONNA DELLA

CORNABUSA
Giuseppe Zois, autore dei testi di questo
libro, un giornalista valdimagnino,
stanziale delle notti in bianco a Lugano,
dove lavora al Giornale del Popolo,
come caporedattore. Oltre a intendere le
spettanze di chi osserva da diarista le
vicende del vivere contemporaneo come ha scritto di lui Giorgio Torelli Zois ha conservato anche un forte affetto
filiale verso la Valle delle sue origini. E
cos si spiega questo libro. Quando Zois
chiede all'arcivescovo di Loreto, mons.
Loris Capovilla, che fu segreta-rio
particolare di Papa Giovanni una nota
di presentazione per questa fatica, ne
ebbe come risposta, insieme con il testo
pubblicato in apertura del libro, questo biglietto: "Davvero incredibile l'amore dei
valdimagnini per la loro terra". Ecco, questo libro nato da un gesto d'amore per il
santuario della Cornabusa: perch possa essere meglio conosciuto. E quindi amato.
Dai valdimagnini innanzi tutto e poi dalle folle di pellegrini che salgono a questo
monte e che, ripartendone, desiderano - lo hanno manifestato a pi riprese - uno
strumento per conoscere meglio la lunga vicenda di fede e di devozione che da secoli
si addensa dentro quella grotta, ai piedi di quella Statua.
OMAGGIO ALLA REGINA DELLA VALLE IMAGNA
di Mons. Loris Francesco Capovilla
"Il culto della Cornabusa ha una storia che dalle prime enunciazioni lungo i secoli,
nella voce del Popolo di Valle Imagna, assume l'espressione di un poema di piet religiosa, di amore e di fedelt regionale ed ultra, sino a suscitare echi e consensi,
dovunque un figlio di questa terra benedetta ponga il suo piede" (Angelo Gius. car.
Roncalli, Scritti e discorsi, III, p. 614). Dal Santuario Lauretano, inestra aperta sul
mondo, a richiamo di voci arcane annunzianti la santificazione delle anime, delle
famiglie, dei popoli (Giovanni XXIII, 4 ottobre 1962), ritorno con commozione in
Terra Bergamasca, in atto di felicitarmi di gran cuore con tutti coloro che si studiano
di conservare e trasmettere la devozione alla Madonna Addolorata, che tanto
coraggio e conforto diffonde all'intorno e oltre i confini della Valle Imagna. Tra altre
care memorie, nella mia casa conservo, bene in vista, il ritratto del card. Angelo
Giuseppe Roncalli inginocchiato davanti alla Madonna della Cornabusa, fotografia
scattata da Dante Frosio la sera del 16agosto 1958; la stessa che, ingrandita, stava
nelle stanze vaticane presso la finestra dell'angelus. Il giovane levita Angelo Roncalli
presenzi il 4 ottobre 1908 al rito dell'incoronazione della cara Madonna, compiuto
dal cardinale Pietro Maffi, arcivescovo di Pisa. Quarantasei anni dopo, l'antico

segretario vescovile, creato cardinale e promosso patriarca dei Veneti, volle celebrare
alla Cornabusa la sua messa d'oro, in semplicit e in silenzio. Nel 1958 risal la
montagna, in veste di pellegrino orante e penitente, per commemorare il mezzo secolo
trascorso dall'incoronazione: "Tutta la Valle uno splendore in omaggio alla Regina
Vallis Imaniae. (...) E consolante constatare come la fedelt della devozione a Maria
sia pi che mai viva presso questi buoni Valdimagnini", scrisse allora. Figlio del
popolo, nutritosi col pane saporoso della tradizione domestica e diocesana, egli
sapeva guardare la sua gente col cuore, che la maniera migliore di comprenderla,
educarla ed elevarla, per suscitare entusiasmi religiosi e saldi proposti di indefettibile
coerenza: "il Popolo di Valdimagna resta solido nella sua fede cristiana e cattolica,
perch essa saldata su principi teologici caratteristici: uno, la maternit di Maria,
consacrata dal testamento di Ges morente; l'altro, il mistero del dolore umano
risolto nella unione con Cristo sofferente e con la Madre sua e nostra, a titolo di
redenzione, di salute e di letizia finale per tutti. Se il dolore inseparabile dalla vita
umana, se tutti dobbiamo passare per di l, quale conforto il passarvi in compagnia di
Ges e di Maria, in sicurezza che nulla perduto per chi sa soffrire nello spirito
cristiano, sorretto dall'esempio della Madre di Dio, che la dispensatrice delle
grazie, anche di ordine temporale, quando occorra; in ogni caso sempre pronta a
sollievo dell'umanit e di ciascuno in particolare" (Car. A. G. Roncalli, Scritti e
discorsi, citato, P. 615). Sono trascorsi trent'anni dall'ultimo misterioso colloquio
intrecciato dal cardinale con la Madonna della Cornabusa, due mesi prima di entrare
nella successione dell'apostolo Pietro. Trent'anni! Ed ecco che l'omelia del 1 agosto
1958, da riascoltare con calma e rimeditare con fervore, conserva il suo timbro di
attualit, si inserisce nel contesto delle celebrazioni ottantennali e apre la porta
allanno santo mariale, indetto da Giovanni Paolo II. I devoti della Madonna saranno
lieti di conoscere i sentimenti sgorgati come limpida acqua dall'animo del futuro
Giovanni XXIII, la sera del 12 agosto 1954, quando rievoc per se stesso
l'incoronazione del 1908 e i primi passi del suo sacerdozio, la seconda messa a
Roccantica in Sabina e la terza all'Annunziata di Firenze: "Veramente, "bonum est hic
esse, bello per noi restare qui" (Mt. 17,4): pregare in solitudine, in faccia alla
natura di questa che Stoppani chiamava la pi bella delle Valli Lombarde, ai piedi
della cara Madonna Addolorata, che io conobbi dall'ottobre 1908, quando fu
coronata dal car. Maffi, ed io ero segretario di mgr. Radini. Che soavit a ricordare,
qui, quei gloriosi morti e con loro. mgr. Marelli pur presente. Insieme ricordavo la
festa di Roccantica col discorso di Padre Francesco Pitocchi, la Villa illuminata, la
festa dei seminaristi, i miei giovani, e il partire la sera stessa per arrivare a Firenze il
mattino, in terza classe. Mezzo secolo. "Quid retribuam? Sol et clypeus est Dominus
Deus. Gratiam et gloriam largitur Dominus. Che cosa render al Signore? Sole e
scudo il Signore Dio, il Signore concede grazia e gloria" (Sal 116, 12; Sal 84, 12).
"Quid retribuam? Calicem salutarem accipiam et nomen Domini invocabo. Che cosa
render? Alzer il calice della salvezza e invocher il nome del Signore" "(Sal 116,
12-13).Con la Madonna delle Caneve, del Bosco, della Castagna, del Frassino, della
Fiducia, di Lourdes, di Fatima e del Libano, con la Sveta Bogoroditza (la Santa
Madre di Dio dei Bulgari), con la Nicopeja di Venezia e la Salus Populi Romani, per
citare solo alcuni dei dolcissimi titoli dell'interminabile litania, la Madonna della

Cornabusa occup un posto tutto particolare nella devozione di Papa Giovanni, se la


tenne vicina per tutta la vita, persino in Vaticano, le fece posto nel suo cuore
invocandola sempre, con gli accenti della ricordata celebrazione del 17 agosto 1958:
"Come bello, come soave il credere, il vivere, ilpregare con la Madre nostra, in
partecipazione di intimit col Figliolo suo, Verbo di Dio fatto uomo per noi, in pegno
di benedizione, di prosperit e di pace fra le incertezze della vita presente, in
sicurezza degli eterni gaudii che ci attendono".
Quel rifugio sicuro lass, sul monte
Un porto sicuro. Un rifugio pronto a offrire un momento di riconciliazione, di
riflessione che permette di tornare alle fonti del meglio della propria vita, in un
prezioso processo di rigenerazione morale e spirituale. Il santuario della Cornabusa
rappresenta tutto questo e molto altro ancora oggi, alle soglie dell'anno Duemila. "La
Valle Imagna si identifica con la Cornabusa - il parere di don Antonio Pesenti,
Cancelliere della curia - un luogo dove chiunque si sente a casa propria e ritrova
perci i valori pi profondi che ha sperimentato nel corso dell'esistenza. In questo
senso si pu affermare che a cospetto del santuario si ritrova il meglio di se stessi, di
ci che si vissuto" Il discorso sicuramente valido per la totalit dei fedeli, ma si
pu applicare in modo particolare agli stessi abitanti della valle, ai valdimagnini, per
i quali indubitabilmente la Cornabusa rappresenta un momento di aggregazione e di
identit. Ci che si usurato andando lontano - e quanti sono stati e sono i valligiani
costretti a guadagnarsi il pane distanti dalle proprie rocce - si rigenera proprio
nell'atmosfera della Cornabusa. " una esperienza reciproca. Il valdimagnino ha
utilizzato la caverna trasformandola in santuario e il luogo sacro lo ricambia, si
potrebbe dire, aiutando l'uomo a essere se stesso. Ed proprio il valdimagnino che
riesce a percepire fino in fondo in linguaggio completo della Cornabusa, che fa parte
da sempre della sua vita e delle sue tradizioni, in maniera pi vissuta di quella dei
pellegrini che giungono a un appuntamento, certo giudicato importante, di devozione
e di preghiera" La Valle Imagna del resto una terra dalla religiosit estremamente
radicata, che non per niente fu definita valle santa. Perch? La spiegazione curiosa
e interessante e la dice lunga sul rapporto inscindibile che lega le popolazioni di
questa zona alla chiesa, senza dimenticare che secoli fa la valle era guelfa,
parteggiava per il papa, con una scelta di "campo" che nel corso dei secoli non ha
mai conosciuto sbandamenti, ma soltanto nuove e ulteriori conferme. "L'Imagna
stata pi volte definita valle santa perch i paesi che la compongono vengono
nominati e individuati non tanto per il toponimo profano, ma per il nome del santo
protettore della chiesa attorno alla quale si sono raccolte le case del paese, della
frazione, della comunit. Cepino stesso conosciuto in Valle come S. Bernard (San
Bernardino); Bedulita San Michl (San Michele); Corna San Sim (San Simone);
Selino Alto Sajacom (San Giacomo), Mazzoleni Santimb (Sant'Omobono), e cos
via. un'abitudine interessante che dimostra come la gente si identifichi in quel
Santo, in quella chiesa. Quest'ultima viene cos riconosciuta anche in questo modo
come punto d'origine di un culto religioso, come polo attorno al quale il paese ha
vissuto fino ad identificarsi. E tutto ci in parte vero ancora oggi, mentre, tornando
indietro solo di qualche decina d'anni, va pur ricordato che subito dopo la guerra

furono proprio i parroci a dare il via alle attivit di ricostruzione e restauro, aprendo
in qualche modo la strada a tutti gli altri". Cos come le varie comunit della valle si
sono identificate con i Santi, cos si pu affermare che l'Imagna intera lo ha fatto in
pieno con la Cornabusa e il santuario ne divenuto il simbolo, anche in un significato
che si allarga dallo spirituale al materiale. L'Imagna una Valle povera da sempre,
una Valle di emigranti. Dal punto di vista agricolo, per esempio, non rendeva neanche
un quinto del fabbisogno, per cui gli abitanti hanno sempre dovuto servirsi di quello
che c'era, si sono industriati con quel poco che avevano. "In questo senso il simbolo
pu essere il santuario della Cornabusa, una caverna trasformata in chiesa, anzi in
basilica data l'enorme capienza. stata una spelonca scoperta dal popolo e da questo
utilizzata in senso religioso. Al contrario di ci che avvenuto a Somasca, con San
Gerolamo Miani, qui non c' stato un Santo a scegliere la caverna come luogo di residenza ma stata la stessa gente del posto a vlorizzare il luogo in questo senso".
Il Santuario dalle origini a oggi
Da qui nato cos questo attaccamento particolare per il santuario, vissuto da sempre
come momento di fede e di devozione collettiva, di aggregazione e di identit, di
sicurezza e di speranza. Se secoli fa si parlava di rifugio nei travagliati tempi delle
lotte tra guelfi e ghibellini, che scrissero pagine dolorosissime nella storia di Bergamo,
oggi resta ancora questo concetto. "In modo inconscio, ma sono sicuro che qualcosa di
quell'antico atteggiamento, - l ci si sentiva al riparo, sicuri, perch c'era il Signore, rimane ancora fondamentale per spiegare il rapporto particolare che i valdimagnini
intrattengono con il santuario La sicurezza puramente materiale di allora - avere un
posto dove fuggire e celare i propri tesori pi cari - si quindi nel corso dei secoli
trasposta su un piano decisamente spirituale. In fondo questi valligiani partiti per il
mondo, sapendo di poter contare solo sulla propria abilit personale ed industriosit,
sull'intraprendenza, nutrivano la sicurezza interiore del ritorno ad un approdo sereno e
protetto da cui ripartire poi rinnovati e rigenerati. "Tornando a casa, in valle - continua
don Pesenti - si sente il bisogno di salirvi proprio per ritrovare se stessi, per riscoprire
nel proprio animo quello che mesi o anni di lontananza hanno seppellito ma non
distrutto". Da non sottovalutare poi tutto ci che legato al santuario: la salita, che non
poi gran cosa, oggi almeno, ma che concretizza il sacrificio del cammino che si
concluder poi con l'arrivo alla grotta e con la confessione. "Il novanta per cento di
coloro i quali salgono al santuario si confessa. E un richiamo di Sacri Monti; e l'idea
delle cappelle votive si inseriva in tutto questo; salendo passo passo, si poteva
compiere questa specie di Via Crucis, sostando ad ogni cappella, per riflettere, pregare,
rivedere un po' la propria vita con una profondit che poteva anche essere notevole. La
Cornabusa come luogo di riconciliazione quindi, non soltanto tra gli uomini ma anche
con se stessi. E parlando di sacrificio non si pu non sottolineare che proprio la grotta
pu anche essere vista come il sacrificio del genio umano. L non c' nulla di ci che si
trova nelle altre chiese, costruzioni, marmi che splendono. E la devozione popolare
che l'ha in pratica portata avanti, anche su un piano di povert evangelica con una
corrispondenza per cui in questa logica c' una purificazione, una fede pi rigorosa
Papa Giovanni e il santuario della Cornabusa. "E stata un po' la sua grotta, come
quella di tanti altri sacerdoti. Certo deve essere stata fondamentale l'impressione di

gioia, di grandezza, di edificazione che il giovane sacerdote Angelo Roncalli riport


presenziando nel 1908 alla solenne cerimonia dell'incoronazione, un avvenimento non
solo per la valle ma per tutta la Bergamasca...". Di quella gioia vissuta agli inizi del
proprio cammino sacerdotale Papa Roncalli non si sarebbe dimenticato mai pi.
Numerosi sono gli accenni che nella sua vita ebbe per la Cornabusa, ma ancora pi
significativa fu la decisione di recarvisi per il cinquantesimo di ordinazione sacerdotale, poco tempo prima di essere elevato al soglio pontificio. "E importante il fatto conclude don Pesenti - che allora avesse deciso di trascorrere lass i suoi cinquanta anni di sacerdozio. Allora pensiamo che non c'era strada e la sistemazione cui dovette
adattarsi fu senza dubbio molto francescana. E questa la riprova che Papa Roncalli
fosse rimasto innamorato della Cornabusa da quel giorno lontano dall'incoronazione, il
suo punto di partenza pi forte."
"Mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce"
"O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi,
mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perch la tua voce soave, il tuo viso
leggiadro". La Madonna della Cornabusa, pi e pi volte paragonata alla mistica
Colomba, che scelse il suo nido tra gli scoscendimenti cui fanno corona il Resegone,
l'U bione e l'Albenza, trasfonde il versetto del Cantico dei cantici dalle solitudini della
Giudea alle rocce della Valle Imagna. Da C Contaglio, frazione di Cepino, a una
decina di chilometri dall'ingresso della valle, si diparte la strada che conduce al
santuario. Poggiato lass, a met del verde Perts, come l'Eremo delle Carceri a met
del Subasio, senza dubbio uno dei pi caratteristici del mondo. L'imbocco della
grotta del santuario si apre come un cannocchiale sull'alta Valle Imagna e sulle
montagne vicine. Dentro, due massicce pareti, tagliate dalla natura nello sperone del
monte, sostengono a guisa di immenso architrave un enorme banco calcareo, che
sensibilmente inclinato a destra, forma per tutta larghezza e lunghezza il soffitto di
questa caverna che da secoli il centro della piet mariana di tutta la valle, meta di
pellegrinaggi e propulsore di una religiosit che i tentacoli della secolarizzazione non
sono riusciti a insidiare. Gi don Cesare Carminati, autore dei due volumetti dedicati
al santuario della Cornabusa - uno del 1922 e l'altro del 1958 - sottoline quale
caratteristica della popolazione della Valle Imagna "la pi viva e incondizionata
devozione alla Madonna della Cornabusa; devozione cos profondamente radicata
nell'anima di ciascuno, che nemmeno chi ha lasciato spegnere in s la fede, ha il coraggio di bandirla totalmente dal cuore. Rileggendo le antiche cronache, si trova che fu
sempre cos, e questa, che si pu chiamare la devozione della valle, la pi bella eredit che di generazione in generazione ci hanno trasmesso i nostri vecchi". Avvincente
e caratteristica quanto il santuario la sua storia, che affonda le sue radici in secoli
lontani e che ha dovuto essere desunta, ricostruita con la pazienza di chi si accinge a
incollare le innumerevoli tessere di un mosaico. Cos Padre Claro Personeni (Cepino
1764-1843), devotissimo della Madonna della Cornabusa, temendo che col tempo le
antiche tradizioni si perdessero o si snaturassero, si sobbarc - come racconta don
Carminati - il paziente lavoro di interrogare le persone pi anziane e pi autorevoli
della parrocchia di Cepino e della valle per raccogliere, epurare e coordinare le antiche
tradizioni riguardanti il santuario della Cornabusa. Padre Personeni non lasci per

alcuna traccia scritta del suo importante lavoro, il primo in assoluto teso a inquadrare
entro confini precisi la storia del santuario. Fu don Luigi Locatelli (Corna S.Simone
1817-1870), che aveva raccolto dallo stesso padre Personeni la voce della tradizione, a
pubblicare le memorie del santuario tratte in parte anche dai documenti che aveva a
disposizione. La sua operetta "Memorie del santuario della Beata Vergine Maria della
Cornabusa in Valle Imagna Diocesi di Bergamo" ebbe due edizioni, una nel 1867,
l'altra nel 1892.
La storia secondo i documenti
"... Il clero e il popolo di Cepino fanno istanza e umilmente supplicano l'E.S. Ill.ma e
Rev.ma perch si degni di conceder loro la licenza di celebrare nel detto oratorio la
Messa, almeno al sabato di ciascuna settimana e nella domenica fra l'ottava della
Nativit della B.V.Maria a culto ed onore della madre di Dio al modo stesso della
concessione fatta molto tempo prima del R.mo vicario generale del vescovo di
Bergamo il 4 febbraio 1510, come risulta da un rescritto autentico ivi presentato". Il
brano, contenuto in un decreto del Vescovo monsignor Luigi Ruzzini, emanato in
occasione della Visita pastorale del 21 giugno 1702 a Cepino, costituisce la prima base
sicura per la ricostruzione della storia del santuario della Cornabusa. Infatti, dopo aver
ricordato l'antichit dell'oratorio eretto nella grotta, le grazie concesse dalla Madonna e
lo straordinario concorso di devoti, non solo dalla Valle Imagna e dalla diocesi di
Bergamo, ma anche da Milano e altre citt lombarde, l'accenno alla concessione del
1510 fornisce una prova sicura che a quel tempo nella grotta della Cornabusa si
tributava culto a Maria. Don Carminati, sulla base di una serie di deduzioni, non
ritiene per azzardato affermare che la devozione alla Madonna della Cornabusa abbia
origini pi antiche. Se si domand e si ottenne licenza di celebrarvi la Messa per soddisfare alla piet dei fedeli - afferma - segno evidente che nella parrocchia di Cepino
e nel resto della valle era molto popolare e radicata la devozione alla effigie di Maria
venerata in quella grotta. Ora - si chiede - poteva questa devozione diffondersi in tutta
la valle in un breve volgere di anni? Questa devozione appare fin d'allora entrata a
costituire in parte il patrimonio e le abitudini religiose della popolazione della valle:
ma per arrivare a questo l'esperienza ci insegna che occorre un succedersi di parecchie
generazioni, il che necessitava con pi forte ragione a quei tempi, nei quali i rapporti
tra villaggio e villaggio erano affatto primitivi e molto difficili i mezzi di comunicazione. Nel 1510 quindi la Valle Imagna celebrava da molti anni la festa in onore
della Vergine della Cornabusa, dal momento che a quella data era gi considerata
un'abitudine recarsi al santuario tutti i sabati e naturalmente nel giorno della festa della
Madonna. Specialmente le feste, commenta don Carminati, per ottenere presso un
popolo diritto di cittadinanza hanno bisogno di un lungo passato che gliele renda care
e venerande. Se ci fosse ancora bisogno di una legittimazione si pu ricorrere anche
alla versione originale latina del decreto di monsignor Ruzzini. Questa dice: "...Audita.
. . supplicatione sibi porrecta ab hominibus et vicinis Paroeciae de Cepino
exponentibus in quodam specu... antiquitus constructum fuisse quoddam oratorium. . .
": e l'avverbio antiquitus, il nostro anticamente non sarebbe certo stato adoperato per
riferirsi ad un passato di soli due secoli. Quindi si pu concludere senza dubbio che fin
dal 1702 il culto della Madonna della Cornabusa si riteneva comunemente,

consenziente la stessa autorit ecclesiastica, di lontanissima origine e invalso da tempi


immemorabili nelle tradizioni religiose della valle. Il documento del 1510 oggi
scomparso, non ve ne traccia n nell'archivio della parrocchia di Cepino n in quello
della Curia vescovile, ma nonostante la concreta impossibilit di produrlo, non si
possono nutrire dubbi circa la sua reale esistenza e autenticit. Ne presero infatti
visione, dichiarandolo autentico, il Vescovo monsignor Ruzzini, i canonici
convisitatori e il cancelliere vescovile sac. Andrea Valla, che tra l'altro redasse il
decreto del 1702. In pi l'allora prevosto di Cepino, rev. Maldura, lo aveva citato nella
sua relazione al vescovo Ruzzini. Il periodo che si pu definire propriamente storico
per il santuario della Cornabusa inizia quindi nel 1510 con il decreto del Vicario
vescovile di Bergamo, che autorizza la celebrazione della Messa al sabato e all'ottava
della Nativit. Pochi anni pi tardi, si presume tra il 1533 e il 1536, la grotta della
Cornabusa diede asilo a un illustre ospite, San Girolamo Miani, definito l'infaticabile
apostolo della carit cristiana di Venezia e di Bergamo, che giunse tra i dirupi, tra i
quali si apre la grotta della Vergine, per condurre una vita di sacrifici e penitenza. Si
tratta di una circostanza ormai certa ed acquisita: ne parlano sia lo storico Cornaro che
il Caccia, autore di una vita del Santo. Secondo questi autori, San Girolamo, la cui
fama era gi diffusa in tutto il Veneto e la Lombardia, raggiunse la Cornabusa
valicando il monte che separa la valle Imagna dalla valle S. Martino. Ma il suo
soggiorno non si protrasse per lungo tempo. Infatti, troppo distratto e disturbato dal
gran numero di devoti che gi allora saliva fino al santuario, San Girolamo fu costretto
ad abbandonare la Cornabusa per cercare un ambiente pi adatto alla solitudine ed alla
contemplazione, che trov sulla pi solitaria rupe di Somasca, ove stabil la sua
Congregazione e mor anni dopo. Completamente infondata, e ne fanno fede le date,
prima fra tutte quella famosa del 1510, la leggenda secondo la quale fu lo stesso San
Girolamo a portare la statuetta della Madonna nella grotta. Egli vi giunse infatti circa
un quarto di secolo dopo che nella Cornabusa si celebrava gi la Messa in onore della
venerata effigie della Madonna. La storia scritta si arricchisce poi con la visita in
diocesi del Vescovo Gregorio Barbarigo, che tocc anche il santuario della Cornabusa.
Era il 1658 e il Cardinale trov che la Cornabusa era arricchita di un'indulgenza
plenaria per sette anni. Si tratta di un altro tassello importante per ricostruire ed
accertare quanta importanza venisse assegnata fin da allora al santuario. Un Vescovo
non ha infatti facolt di concedere indulgenze plenarie; esclusivo dispensatore per tutta
la Chiesa soltanto il Pontefice. Il Barbarigo quindi, o uno dei suoi accompagnatori,
ebbe la possibilit di prendere visione dei documenti che comprovavano la
concessione dell'indulgenza. Impossibile per risalire al periodo esatto in cui il Papa
dimostr in questo modo la venerazione che gi si tributava nel santuario. Padre
Donato Calvi, un preziosissimo storico della Bergamasca, nello stesso anno della
visita del Barbarigo accenn alla Cornabusa nelle sue "Effemeridi" del 4 maggio,
parlando della sagra di San Bernardino nella parrocchia di Cepino. della cui
parrocchia (di Cepino) a distanza di due miglia della terra, in luogo precipitoso, trovasi
una profonda caverna - scrive - che chiamano quei popoli Cornabusa, in cui sorge una
fonte d'acqua limpida e cristallina, e frequentata dalle genti di Cepino, in molte feste
dell'anno, correndo tradizione che qui in tempo di guerra si ricoverassero le genti di
quei contorni, e per il miracolo di un immagine di Maria Vergine, che seco aveva

portato una donna, sorgesse una fonte". E questo un altro importante documento che
comprova come questa tradizione, poi diffusasi in tutta la valle e cos raccolta dal
primo storiografo della Cornabusa, padre Claro Personeni, fosse universalmente
accettata gi nella prima met del diciassettesimo secolo. Pochi anni dopo, nel 1680,
l'allora Papa Innocenzo XI riconferm la concessione dell'indulgenza plenaria per sette
anni a coloro i quali, confessati e comunicati, nella festa della Nativit di Maria
Vergine, a cominciare dai primi vespri avessero visitato il santuario della Cornabusa.
Dal momento che si tratta in pratica della stessa indulgenza che qualche anno prima
aveva trovato il Cardinale Barbarigo, logico pensare che ci si trovi di fronte ad una
semplice riconferma di una concessione fatta in precedenza. Sempre in tema di antichi
documenti, non si pu dimenticare la memoria scritta dal parroco Maldura, trovata su
un antico Messale del santuario e che rileva come il 24 giugno 1702, festa di San
Giovanni Battista, lo stesso parroco, quale delegato vescovile, benedisse l'oratorio e
celebr la prima Messa cantata con padre Domenico Cazono, mentre il discorso
panegirico della Madonna fu tenuto da padre Marco Palardi, della Compagnia di Ges
come padre Cazono, e missionario per la Visita pastorale.
La storia secondo la tradizione
Dal 1296 e per oltre un secolo Bergamo e le sue valli furono insanguinate dalle lotte
tra Guelfi, che riconoscevano quale loro unico capo il Papa, e i Ghibellini per i quali la
suprema autorit era rappresentata invece dall'imperatore. Welf e Waiblingen, due
motti di guerra nella battaglia di Weinsberg, combattuta nel 1158 tra Enrico il superbo,
duca di Sassonia, e Corrado III duca di Svevia, diedero appunto il nome alle due
fazioni, Guelfi e Ghibellini. Nella Bergamasca la lotta fu lunga, crudele, costellata da
saccheggi, incendi e uccisioni, come narrano parecchie cronache del tempo. La Valle
Imagna, che qui ci interessa da vicino, si schier con i Guelfi insieme a S.Martino,
mentre le valli Brembilla, Brembana e Taleggio parteggiarono per i Ghibellini. Proprio
in Valle Imagna tra il 1350 e il 1400 furono combattute le lotte pi violente tra le due
fazioni rivali, capeggiati i Guelfi da Pinamonte da Capizzone e i Ghibellini da
Unguerrando Dalmasoni di Clanezzo. Logico pensare che in tali circostanze le
popolazioni della valle pi volte furono costrette a cercare rifugio sui monti, per
sfuggire alle scorrerie dei Ghibellini e salvare quanto riuscivano a portare via in tutta
fretta dalle case, incalzati dall'arrivo dei soldati. Denaro quindi e attrezzi da lavoro,
gioielli e abiti migliori. La tradizione racconta di una anziana e pia donna che nella
grotta della Cornabusa port quanto aveva di pi caro: una effigie di Maria Vergine
Addolorata. E qui quanto stato tramandato nella parrocchia di Cepino e in tutta la
valle concorda con quanto affermano due dei migliori storici, Flaminio Cornaro e
Padre Donato Calvi. Entrambe attestano infatti che l'effigie di Maria venne portata
nella grotta da una donna anziana, che insieme ad altri vi aveva cercato rifugio in
occasione di guerre. La Cornabusa allora, come racconta il Calvi, era quasi
inaccessibile, tanto che tre uomini armati avrebbero potuto difenderla dall'assalto di
mille soldati. Cornaro, parlando di questi scontri, asserisce trattarsi di quelli che nel
secolo Sedicesimo afflissero la Lombardia, ma questa ricostruzione non appare
accettabile, in quanto contrasta con il decreto vescovile che gi nel 1510 autorizzava la
celebrazione della Messa nella grotta della Cornabusa. Per questo quindi, senza

dimenticare la tradizione generale, cio che la statuetta della Madonna abbia trovato
ricovero nella grotta in occasione di guerre, pi logico pensare, seguendo in questo
anche l'opinione di padre Personeni che si trattasse degli scontri tra Guelfi e
Ghibellini. Secondo la ricostruzione del Carminati, proprio alla seconda met del
secolo XIV si pu "se non con tutta certezza almeno con la massima probabilit e
verisimiglianza assegnare la prima origine, ossia il primo fatto che diede occasione al
santuario" "Fuggendo questi buoni valligiani dagli assalti, dalle insidie, dagli incendi,
dalle stragi che ogni d si facevano pi terribili e rovinosi - racconta il Carminati - e
recando seco quel poco che era pi necessario, pi caro e di facile trasporto in tanto
sgomento e scompiglio, pi che altrove si nascosero in questa spelonca detta
Cornabusa, la quale parve forse pi opportuna per la sua posizione occultissima, per i
dirupi inaccessibili nei quali scavata e per la sua ampiezza capace di accoglierne pi
di ogni altra. In mezzo alla moltitudine, ivi rifugiata per avervi scampo e salvezza,
ricover pure una povera ma pia e religiosissima vecchia donna, la quale, di tutt'altro
sprovveduta, vi trasportava l'unica sua sostanza, il suo preziosissimo tesoro, una cara e
bella effigie di Maria Vergine Addolorata. Ben contenta la pia donna di aver potuto
cos sottrarla alla rapacit e alle profanazioni dei nemici e gelosa del suo tesoro pi
che della propria vita, esplorando ogni angolo dell'orrida caverna, con tutta cautela
finalmente la ripose nel pi remoto e segreto nascondiglio, cercando e trovando
conforto alla sua sventura nel pregare e piangere inginocchiata davanti alla cara sua
Madonna N la storia, n i documenti soccorrono per quando si voglia sapere per
quale motivo, concluse ormai le guerre e giunto per tutta la valle un periodo di pace e
di tranquillit, l'effigie della Madonna rest nella grotta, o perch la devota
proprietaria della statuetta decise di lasciarla lassu. Si pu ipotizzare anche che questo
nascondiglio venne scoperto dai Ghibellini e che i valligiani furono cos costretti ad
una fuga precipitosa, che non lasci nemmeno il tempo di porre in salvo la Madonna o
che lanziana che aveva celato la statuetta nella Cornabusa rest vittima delle fatiche e
degli stenti conseguenti a quei periodi tanto travagliati. Ma non si pu nemmeno
escludere che proprio lei, d'accordo con altri devoti, "vedendo le tante grazie che loro
aveva compartito in quel luogo nel tempo della tribulazione - ipotizza il Carminati pens ivi lasciarla, per fare a Lei devote peregrinazioni e venire a invocarla nel tempo
dei pascoli o in occasione di passaggio tra questi dirupi e averla protettrice nei pericoli
che vi si potevano incontrare" Come conclude don Luigi Locatelli, primo storiografo
della Cornabusa, "il fatto che dopo non lungo tempo, qui cominci questa immagine
benedetta, con prodigi e miracoli, a dimostrarsi benefica verso chi l'invocava e a
conciliarsi la venerazione dei popoli all'intorno. Onde si venne finalmente al savio
divisamento di assecondare le amorose intenzioni di Maria e di edificarle sul luogo
una chiesa" Mancano ancora qui purtroppo documenti che sarebbero preziosi per una
esatta ricostruzione; giocoforza cos fare affidamento ancora una volta sulla
tradizione orale raccolta da padre Personeni. Secondo quanto si tramanda, l'effigie
della Vergine rimase celata nella grotta fino a quando un anziano contadino, pare si
trattasse di un Mazzoleni della vicina contrada di S. Omobono, trovandosi nella zona
della caverna, forse per aver smarrito il sentiero, entr e si trov davanti la statuetta
della Vergine. "Colpito, il buon vecchio, dal celeste tesoro per lui ritrovato, e pieno il
cuore di gratitudine e devozione - commentava il Locatelli - determinossi di venire

10

col ad ossequiar Maria con visita giornaliera. Sentivasi anche portato e quasi
obbligato a manifestarla; ma per umilt non volle farlo, aspettando che la divina
Provvidenza e Maria santissima medesima rivelassero la cosa in altro modo pi acconcio. Ed ecco come lo stesso Locatelli riportava la tradizione che si era diffusa nella
valle in merito al ritrovamento della sacra effigie. "Trascorsi difatti pochi anni, una
giovinetta sordomuta di San Michele, che nei dintorni di quei greppi guardava le sue
pecore, entr essa pure per curiosit ad osservare quell'antro s oscuro e profondo, e
incontratasi a vedere l sotto l'effigie di Maria ne rimase s fattamente commossa, che
vol incontanente a dare notizia ai suoi di casa, parlando speditamente e raccontando il
fatto, avendo quindi riacquistato l'udito e la favella. Si aggiungerebbe che Maria
Santissima le parlasse dal suo simulacro, ordinando che l sotto nella spelonca le fosse
fabbricata una chiesa. Ma questa circostanza non venne assenta con tanta certezza
come il resto. I parenti della giovine, rapiti dal doppio portentoso miracolo, si fecero
condurre istantaneamente sul luogo; e trovata la verit dell'esposto, non a dire con
quanta premura annunziassero e facessero conoscere a tutti la scoperta della
devotissima effigie e il miracolo che aveva restituito alla figliuola sordomuta l'udito e
la favella, la quale a sua volta non rifiniva dal raccontare coi pi vivi trasporti di gioia
tutto l'accaduto. Divulgatasi in un lampo la consolante e prodigiosa notizia in Cepino,
in Mazzoleni, in Bedulita e in altri paesi, da ogni parte accorse grande folla di popolo
per vedere coi proprii occhi quanto veniva narrato del prodigioso rinvenimento di
questa graziosa Immagine, la quale al solo essere veduta aveva operato tanto miracolo.
E mentre tutti gli altri si contentavano di ammirare il fatto, di benedire ed esaltare
Maria, alcuni pi zelanti di quanto non conveniva, nelle notti seguenti la trasportarono
prima nella chiesa di Bedulita, indi in quella di Cepino. Ma l'una e l'altra volta
all'indomani la trovarono di nuovo al suo posto nella grotta. Sorpresi allora e
commossi i fedeli a questi nuovi prodigi, tanto pi si invogliarono di averla nella
propria chiesa. E pensando che forse non fosse rimasta tra loro perch non l'avevano
trasportata colla pompa e gli onori convenienti, saggiamente divisarono di tornare a
trasportarla con solennissima processione; provocando anzi perci, come asseriscono
alcuni, un decreto della Curia vescovile. Si adunano quindi i sacerdoti, si convoca il
popolo, si va processionalmente a levare la santa Immagine, non volendo che avesse a
rimanere pi a lungo dimenticata e sepolta nella solitudine di quella oscurissima
caverna. Ma che?... Arrivata la prodigiosa Effigie al luogo ove di presente si vede
eretta l'ultima cappella, sul fianco del monte innanzi che incominci la discesa, ecco
che con la faccia si rivolge indietro a vista di tutto il popolo e il clero presente; quasi
accennando, con questo suo risguardo, al dolore che provava nell'abbandonare quel
solitario asilo che essa si era eletto, e indicando con tal nuovo prodigio, che col volea
ritornare, col rimanere, col e non altrove, essere invocata e venerata! Al grande
inaspettato portento infatti il suaccennato buon vecchio di S. Omobono, che prima
l'aveva scoperta, e che devotissimo com'era della santa immagine, era presente al
trionfo di Maria, e godeva che essa in tal forma per s medesima si manifestasse e
rivelasse a tutti i suoi superni voleri: - Ah! ben io lo sapeva, esclam senza accorgersi,
ben io lo sapeva, essere intenzione e volont precisa della Vergine di essere onorata
nella spelonca di Cornabusa! Il perch non ci volle di pi per far retrocedere
immantinente la processione, ricollocare trionfalmente al suo posto la sacratissima

11

Immagine, e non pensare mai pi a trasportarla altrove, ma piuttosto ad onorarla il


meglio che fosse possibile l, dove ella aveva gi fermato sua stanza, cominciato a
diffondere grazie e stabilito il suo trono.
"La caverna la chiesa"
Il visitatore che si reca per la prima volta alla Cornabusa resta subito colto da una
mortificante delusione. "Crede di trovare - cos scriveva don Carminati - come di
solito vicino al campanile la chiesa, ma, per quanto osservi, non vede nulla. Alla sua
sinistra sale una gradinata che mette a un piccolo cortile; ci si trova il campanile, ma il
fabbricato adiacente non la chiesa: la casa del romito. Davanti a lui, tagliata nel
vivo della roccia, si apre una strada che gradatamente si allarga fino a trasformarsi in
piazza, messa l, quasi per capriccio, tra un enorme macino che s'innalza a picco e un
pauroso burrone che, sotto, si apre nel seno della montagna e si perde gi nei
contorcimenti di una gola angusta e scoscesa. Poi pi nulla". Ma la chiesa dov'? "La
chiesa la caverna, se meglio vi garba la caverna la chiesa - scriveva il naturalista
Antonio Stoppani nel 1876 nel suo "Il bel Paese" -. La rupe che volge la fronte alla
valle, dalla parte ov' l'edificio si trova bruscamente ad angolo retto, e presenta un'altra
fronte verso il fondo di essa. Questa seconda fronte affatto a picco, e scavata nel
mezzo da un antro quadrato, dell'altezza di forse dieci metri, larga il doppio. La
caverna nuda, e vi si contano i grossi strati calcarei, sovrapposti con breve
inclinazione, che ne formano le pareti, a somiglianza di gigantesco bozzato. Un grosso
banco calcareo vi si appoggia tutto d'un pezzo, in figura di immenso architrave, formando la volta, o meglio il soffitto di quel grande pertugio, e sostenendo una pila di
innumerevoli strati, regolarmente sovrapposti, che formano tutta la rupe. L in fondo
alla profondit di forse quindici metri si erge il tabernacolo, aperto sul davanti, e
protetto da una cancellata di ferro. Sotto il tabernacolo un altare coll'antico simulacro
della Madonna della Cornabusa, in grande venerazione presso le semplici popolazioni
della Valle Imagna e delle valli circonvicine". In origine la caverna era larga venti
metri, alta dodici a sinistra, nove a destra, lunga pi di settanta e verso il centro andava
gradatamente abbassandosi. Anticamente quindi, avendo il clero e il popolo rispettato
la volont della Vergine, che aveva fatto chiaramente capire di voler restare nella
spelonca, sorse il problema di garantire un minimo di decoro. "Onde fu unanime e
piena di entusiasmo la gara - rammenta il Carminati - non solo fra i parrocchiani di
Cepino, ma fra tutti i buoni popolani della valle nel contribuire con offerte e con mano
d'opera alla costruzione di una cappella nell'interno della grotta, perch la Regina del
cielo, raffigurata nella devota statuetta, vi trovasse un posto pi conveniente e decoroso". Facile arguire che una sia pur rudimentale cappella doveva esistere gi nel
1510, all'epoca del ricordato decreto vescovile. Lo conferma tra l'altro anche il decreto
successivo, quello del vescovo Ruzzini, che accennava a "un oratorio anticamente
costruito". Non possibile sapere con certezza quando quel primitivo oratorio venisse
ampliato e sistemato, cos come era visibile ai tempi di don Carminati, vale a dire tra il
1908 e il 1958, data dei pi recenti e importanti interventi nel santuario. Si pu per
dedurre, stando al decreto di monsignor Ruzzini, che l'ampliamento e la decorazione
della cappella siano state effettuate proprio nel 1702. Anzi, probabile che a quel
tempo si diede nuovo impulso ai lavori proprio per sistemare definitivamente la

12

cappella in occasione della Visita pastorale e avanzare al Vescovo le richieste pi sopra


ricordate. Lo stesso decreto recitava infatti "(nella grotta) venne anticamente costruito
un oratorio sotto il titolo e l'invocazione della B.M.Vergine della Piet ed ora
debitamente ampliato e restaurato". Intuibile anche che l'altare dovesse essere di
recente costruzione a quel tempo, e naturalmente conforme alle costituzioni
ecclesiastiche, eccettuate le dimensioni in larghezza e lunghezza, troppo strette e la
pietra sacra alla quale, scrive sempre il Carminati, non si era ancora provveduto. Col
trascorrere degli anni, tra il 1702 e il 1760 vennero costruiti anche due altari laterali,
quello a destra dedicato al SS. Crocifisso e quello a sinistra ai Santi martiri Fermo e
Rustico. Sempre secondo la tradizione, in occasione della erezione dei due altari il
santuario fu maggiormente abbellito. Per quanto riguarda invece l'esterno, gi nella
vita di San Girolamo Miani edita nel 1791, si accenna oltre che al campanile e alla
casa del romito, a cinque cappellette, che forse rappresentavano i miracoli operati dalla
Madonna nel suo santuario. Le cappelle comunque non esistevano prima del 1760, dal
momento che il Cornaro non le cita affatto, e furono comunque demolite nella seconda
met del secolo scorso, per essere sostituite da altre otto, di forma e a distanza uguale
e di una sufficiente ampiezza, spiega il Carminati, per dare pi vasto campo al
pennello dell'artista, il pittore Sibella di Rota Fuori, che affresc tra il 1870 e il 1872 i
sette dolori della Vergine e la sua miracolosa manifestazione alla fanciulla sordomuta
di Bedulita. Nel 1908 alla sommit della salita, ricorda Carminati fu costruita una
cappella pi ampia delle altre, "di dubbio gusto" che con figure in rilievo rappresenta
l'apparizione della Madonna alla pastorella di Bedulita. Prima del 1791 non esisteva la
strada che conduceva dalla casa del romito alla grotta, tanto che nella vita di San Girolamo Miani si leggeva "... dietro al quale (campanile) girando per piccola stradella
tra orrori di spaventevoli rupi, a occidente s'arriva nel mezzo dell'orrido seno del monte, dove capita sotto gli occhi come nascosta la gran caverna della Cornabusa". Proprio
con riguardo alla pericolosit della zona gi nel 1938 venne aperta una nuova via "pur
nulla togliendo alla suggestiva orridezza del luogo" sistemando l'interno e l'ingresso
della grotta. Nello stesso anno furono infatti realizzati un piazzale davanti alla grotta
"gettando a cavalcioni di quegli scoscesi dirupi una muraglia ad arco" che per, senza
alcun motivo apparente, rovin a valle, fortunatamente senza provocare vittime. Clero
e popolo di Cepino e di tutta la valle non si diedero per vinti e solo due anni dopo
riuscirono a ricostruire il grande muraglione. Sempre stando ai vecchi documenti,
possibile sapere che nel 1842 venne abbellita la cappella dotandola di un pavimento di
marmo a mezzi esagoni bianchi e neri, su disegno di quello della cattedrale, mentre nel
1854 fu rinnovato il pavimento della parte anteriore della grotta, che venne rifatto con
grandi lastroni riquadrati di pietra di Corna.
Il Santuario trasformato
Il santuario della Cornabusa solo una trentina di anni fa era del tutto diverso da quello
che oggi appare ai pellegrini, che sempre numerosi giungono per l'erta salita da
Cepino, sia pure in auto e in torpedone e non pi, come nel passato, a piedi, in
pellegrinaggi sereni che partivano fina dalle prime ore del mattino, torce e candele
accese per illuminare la strada. Fino al 1958 infatti, a detta di gente del luogo, pure
devotissima alla Madonna della Cornabusa, a chi veniva da fuori il santuario dava

13

un'impressione quasi scostante, cupa. Una cancellata altissima, spessa e diffidente


chiudeva interamente la bocca della grotta come un fortilizio; all'interno, una chiesetta
angusta era malamente pigiata dentro il vano scuro e dava un senso soffocante, cone se
ci si trovasse in un antro sinistro. Le candele friggevano nell'umidit. Si tornava fuori,
ricordano ancora oggi parecchi frequentatori del santuario, con un senso di sollievo,
con un bisogno di aria e di sole. Nel 1956 don Angelo Bertuletti, parroco di Cepino
Imagna - un curato che si autodefiniva "eremita della Cornabusa" - decise che il
santuario doveva avere un nuovo aspetto. Anche perch proprio nel 1958 sarebbe
caduto il cinquantenario della solenne incoronazione della Madonna. Originale e rara
fu quindi l'impresa a cui furono chiamati gli architetti, Luciano Galmozzi e Giuseppe
Gambirasio. I due professionisti subito affermarono che "la singolarit del tema, che
non ha raffronti con i precedenti, cio la trasformazione di una grotta naturale in santuario, non poteva suggerirci che una impostazione al di fuori degli schemi usuali
dell'architettura religiosa". La grotta restava quindi un fatto vivo, da interpretare senza
alcuna alterazione nel suo suggestivo equilibrio di forme e d'ambiente. Secondo i
giornali del tempo, si trattava quindi di porre un accento dove l'organismo liturgico lo
richiedeva, con un gesto naturale e semplice. Il pavimento della caverna si abbass di
circa tre metri, per realizzarne uno nuovo, grande a lastre di pietra (quello della platea
fu dono di un Vanotti di Berbenno, detto Nano) adagiato a catino con studiati effetti
prospettici. Questo si prolung infatti al di fuori della grotta, fino a includere e
incorniciare il paesaggio e si pose quale elemento architettonico base, da cui si
generano sia i due altari laterali di destra che i confessionali, il pulpito, l'altare
maggiore e quello ai piedi della statuetta della Madonna. Come scrissero allora gli
architetti, si volle impostare un racconto, quello della grotta e della Madonna, che
conferisse al luogo la caratteristica della tradizione figurativa della chiesa. Infatti
furono le forme a condizionare il materiale da utilizzare nella trasformazione, proprio
perch era necessario trovare qualcosa che aderisse sia alle complesse forme inventate
che alla particolare natura dell'ambiente grotta e paesaggio. Galmozzi e Gambirasio
pensarono cos ad una serie di getti di elementi composti da leganti e da graniglie di
marmi opportunamente scelti, da colare entro forme gi predisposte. Molte parti degli
elementi di getto furono poi pensate per essere completate con bassorilievi e sculture
per la maggior parte descrittive e figurative. Cos, entrando nella grotta a sinistra, i due
confessionali per le donne ricavati dalla roccia, sono divisi da una grande croce di
cemento, i cui bracci sono ornati da simboli vari a rilievo, Adamo ed Eva, il Buon
Pastore e l'Immacolata che schiaccia la testa al serpente. Proseguendo verso il centro
della grotta a destra ci sono altri due altari laterali in cemento, sul primo riprodotta la
scena della Crocifissione, sul secondo il Transito di San Giuseppe. L'altare maggiore,
che si trova al centro, verso il fondo della grotta pure realizzato in cemento porta
raffigurata sul paliotto la Piet, opera dello scultore Elia Ajolfi. Lo stesso artista ha
realizzato tutti i disegni degli altari, dei confessionali e della balaustra, preferendo il
cemento al posto della pietra, perch in grado di dare maggiormente il senso della
roccia e di armonizzarsi meglio con la grotta. Sempre dell'Ajolfi sono i rilievi del
pulpito, sistemato su un rialzo di roccia naturale, a sinistra di chi guarda l'altare
maggiore e il capocielo in rame argentato sopra l'altare maggiore, che misura sei metri
per sette ed opera della ditta Rusconi. Tutto l'altare maggiore in cemento, il

14

tabernacolo pesa due quintali ed chiuso da una porticina in rame argentato sbalzato
dal Guidotti. Una grande croce, sempre in cemento, domina l'altare, arricchita con altri
simboli vari. I misteri dolorosi in rilievo ornano la balaustra di cemento che chiude il
presbiterio. L'altare della Madonna situato in cornu Evangelii, a lato dell'altar
maggiore, proprio dove fu riposto secoli fa e quindi ritrovato il prezioso simulacro. Il
pallio riproduce appunto la storia dell'anziana in fuga, che sistem qui la sua preziosa
statuetta. In fondo alla grotta c' il laghetto, quattro metri per sei, a ricordo perenne
dell'acqua sgorgata miracolosamente. Sotto i due altari laterali di destra passa un
canale sotterraneo della larghezza di circa un metro e alto poco di pi, che consente lo
scolo delle acque del laghetto, scaricate poi nella valle sottostante. Nel corso degli
importanti lavori di sistemazione del 57 e 58, modifiche radicali vennero apportate
anche all'esterno. Il piazzale venne infatti sopraelevato per essere portato a livello del
nuovo pavimento della grotta (che era stato abbassato di circa tre metri), si chiuse poi
con un muraglione a semiluna la nuova platea, facendo cos diventare misura oggi 96
metri di lunghezza compreso il laghetto interno, 20 metri di larghezza media e 8-9 di
altezza media. Quattro sono i cancelli per i quali si accede alla grotta, due al centro e
due ai lati. A sinistra stata posta la fontanella che prima si trovava al centro del
piazzale. Quella di cui il Carminati diceva "...la chiesa l'annuncia un lieve murmure
d'acqua, che rompe la selvaggia monotonia del luogo. t la fontana posta a fianco della
grotta. Quel mormorio un richiamo, un invito: seguitelo e dopo pochi passi vi
troverete davanti a un'ampia caverna: quella la chiesa. Sempre a sinistra del cancello
c' una statua della Madonna della Cornabusa alta quattro metri, mentre a destra ci
sono la piletta dell'acqua benedetta e sul muraglione un'altra piccola statua. Oltre il
muraglione, verso la valle, corre un passaggio pedonale, che porta verso il monte e
Costa Imagna, in pi stata costruita una strada che permette il giro della processione
dalla grotta. Negli stessi anni si pose mano anche alla realizzazione di una strada d'accesso, che permettesse di salire anche con le auto, dal bivio prima di C Contai, in
salita verso Bedulita e poi piegata verso il santuario. Gli importanti lavori per dare alla
Cornabusa l'aspetto che oggi tutti conosciamo iniziarono il 7 gennaio 1957, per
terminare nel luglio del 1958; nel novembre del 1956 la Commissione d'arte diocesana
aveva approvato il relativo progetto. Voluti dal parroco di Cepino, don Angelo
Bertuletti, in occasione delle celebrazioni del cinquantenano dell'incoronazione, ("un
sacerdote dal cuore coraggioso ed entusiasta e innamorato della Madonna") con un
curato, don Giglio Arnoldi ("che la gente ha battezzato don Camillo e che sposterebbe
a spallate una montagna per la sua Madonna, se fosse necessario"), i lavori furono
compiuti in economia da una quindicina di operai in un primo tempo e poi soltanto da
cinque, assistiti appunto da don Giglio. La spesa, ingente, fu coperta con le offerte dei
valligiani, sia residenti che immigrati, che dimostrarono naturalmente una generosit
singolare verso la loro cara Madonna, come ebbe a commentare don Carminati. "Oggi
l'antro della Cornabusa, cos com', davvero una scoperta gaudiosa, sia mistica che
architettonica dalle caratteristiche uniche - scrisse 1' ''Eco di Bergamo'' ai tempi
dell'inaugurazione dei lavori -. Ci si trova di fronte ad una promessa mantenuta oltre
l'aspettativa, ad un lavoro da artisti speleologi quali si possono definire l'architetto
Galmozzi, il giovanissimo architetto Gambirasio e lo scultore Ajolfi. Al primo
accostamento di fronte al crudo macigno, i suddetti artefici, come essi stessi hanno

15

confessato, si sono trovati sconcertati, ma poi la suggestivit del lavoro e il bisogno di


non respingere l'invito della natura che concedeva un'infiltrazione entro le viscere
della sua maest alla genialit umana hanno prevalso. Le mine hanno squarciato per
mesi il seno millenario della roccia, fino a ottenere l'odierna stupenda caverna che per
quasi ottanta metri s'addentra nell'intimit del monte". "Siamo saliti quass per ben 33
volte dall'inizio dei lavori - dissero gli ingegneri - abbiamo lavorato con soddisfazione
bench duramente, il nostro stato un lavoro eseguito in coralit, cio nessuno ha
ignorato l'altro, nessuno ha potuto strafare sopravanzando i colleghi di lavoro, perci
l'opera risultata omogenea in tutte le parti". "Inoltre ci siamo accostati con umilt al
tema - afferm l'architetto Galmozzi - lasciando la parte preponderante alla natura, che
noi abbiamo solo completato con pochi e sobri tocchi. Davanti all'immensa
imboccatura uno spiazzo che anch'esso chiesa, arginato da un muro a falce riempito
da una cancellata, ha potuto dare allo Speco la capienza di oltre tremila persone" Si
tratt insomma di lavori impegnativi, basti pensare tra l'altro alle difficolt di lavorare
nella zona, con gli strapiombi, con l'acqua che sgorgava abbondante e a fiotti irregolari
sul fondo della grotta, con assoluta povert di mezzi e inoltre ad una buona distanza
dai paesi. E davvero straordinario ci che stato fatto si comment a lavori conclusi.
E questo grazie al coraggio di don Angelo, all'abilit dei due architetti e dello scultore,
ma anche alla "brava gente della valle che per la propria Madonna ha affrontato ogni
sorta di sacrifici, come il sindaco di Bedulita che mise a disposizione una teleferica per
portar su tonnellate e tonnellate di materiale". "Adesso, dunque, la nostra terra
bergamasca possiede uno dei pi suggestivi e singolari santuari del mondo - furono
sempre i commenti riportati dall"'Eco di Bergamo" - E costruito tutto dal Signore per
la sua Madre, la Colomba dei Cantici. E magnifico anche come grotta: aperta come da
una grande vela di roccia, sul cui bordo esterno si arrampica gioiosamente tutta la
vegetazione del Perts, fatta di roccia di una tinta calda, nobile, drappeggiata
dolcemente, con le figurazioni tipiche che fanno felici gli speleologi. Si restringe
piano piano verso il fondo, dove si alza una specie di basso tronco d'albero a far da
tetto, con le sue fronde di pietra, a un piccolo laghetto".
L'effigie della Madonna
La statuetta che l'anziana donna salv dalle scorrerie dei Ghibellini nella valle
rappresenta la Madonna Addolorata, che porta in grembo il corpo del Figlio, deposto
dalla Croce. La raffigurazione, scolpita in legno, misura 70-80 centimetri di altezza.
"Rimasta poi per tanto tempo celata sotto questo antro senza riparo veruno, all'aria,
all'umido, all'acqua che trapela dalle fessure della roccia, al gelo, a tutti i cambiamenti
e alle intemperie dell'atmosfera - si chiedeva don Locatelli, primo storiografo del
santuario - come tutavia si conservata sempre intatta, illesa, incorrotta con quel
colorito vivissimo, bianco e vermiglio, come se fosse di recentissima fattura?" La
Commissione artistica che presiedette nel 1958 i lavori di restauro del santuario,
quando il gruppo della Madonna Addolorata venne portato a Bergamo per essere
sottoposto ad uno studio accurato, afferm, riferendosi alla statua " di fattura squisita,
anche se uscita dalla mano di un artigiano, tutto fa presumere che sia del primo Quattrocento. Il panneggio richiama l'arte dei migliori toscani di quel tempo". La
Commissione giudic cos che la statuetta non fosse opera di un artigiano locale, ma

16

che fosse stata importata dalla Toscana. Impossibile risalire al modo in cui l'effigie
venne por tata in valle ed entr in possesso dell'anziana che nelle epoche travagliate
delle lotte tra Guelfi e Ghibellini la salv nell'oscurit della grotta, dove si era rifugiata
insieme ad altri valligiani. Dalle risultanze degli studi della Commissione artistica,
composta anche dal professor don Teodoro Dolci, dal professor Trento Longaretti,
dall'ingegner Luigi Angelini e da un Gritti, don Carminati osserv che per datare
l'arrivo della statuetta nella grotta "occorre cos risalire verso la prima met del secolo
XV, circa il 1443, data dell'ultima insurrezione contro i Ghibellini di Almenno e vai
Brembilla" Nel corso dei lavori di sistemazione del 57-58 l'attenzione dei sacerdoti e
degli architetti si appunt naturalmente sulla statuetta della Madonna. La sua nicchia e
il suo altare furono cos collocati nello stesso posto dove l'effigie era stata nascosta dai
rifugiati Guelfi e dove la trov la pastorella sordomuta di Bedulita: sul fianco sinistro
del fondo, perfettamente visibile da tutta la grotta. La Madonna Addolorata era in
origine rivestita da un pesante manto, che l'avvolgeva interamente, lasciando sporgere
da una spaccatura della stoffa soltanto la testa del Ges che teneva coricato in grembo.
L'intervento di sistemazione la riport invece a come era nel Quattrocento, liberata dal
pesante manto, che le era stato apposto nei secoli successivi, con il sicuro intento di
abbellire la scultura. Il volto della Madonna severo e composto, come nelle classiche
figure quattrocentesche, mentre il corpo di Ges morto che le adagiato in grembo
stranamente piccolo, come quello di un bambino. E un'anomalia sculturale - si not ma cos commovente, cos piena di profondo significato umano, dal momento che fra
le braccia della Madre il Figlio ritrova sempre le proporzioni di un bambino. L'ultimo
respiro insomma per una Madre come il primo vagito.
Le grazie della Cornabusa
Non sono numerosissime quelle riportate da don Carminati, ma c un motivo: la
mancanza di documentazione. "Di molti e insigni miracoli rimasta solo la fama
-scriveva - o se ne conserva il ricordo solo nelle famiglie e nelle discendenze dei
beneficati. Particolarmente non si ebbe cura di assicurarne con dichiarazioni scritte la
memoria e l'autenticit. Dei documenti poi, che pure esistevano, non vi ha pi alcuna
traccia; probabilmente vennero distrutti e non inverosimile pensare che non pochi di
essi giacciano sepolti e ignorati in qualche archivio o tra le carte di qualche antica
famiglia della valle". Resta memoria di Giovanni Piazzalunga di Seriate, che ai primi
dell'Ottocento rilasci una dichiarazione autografa al parroco di Cepino per enumerare
le molteplici grazie ottenute invocando l'immagine della Vergine della Cornabusa. Per
due volte la Madonna l'aveva guarito da malattie mortali, un'altra volta da un mal di
testa cos forte e persistente da procurargli la cecit. In pi, sempre grazie
all'intercessione di Maria, una sua figlia, Barbara Eurosia era stata guarita da altre due
malattie: una febbre maligna che le aveva lasciato delle conseguenze alla testa e al
viso e un'altra molto grave che l'aveva tenuta per qualche giorno priva di coscienza e
in delirio. L'anziano Piazzalunga, nonostante l'et avanzata - aveva allora 74 anni volle recarsi ugualmente alla Cornabusa per ringraziare la Madonna. La data ascritta al
suo documento autografo il 4 ottobre dell 806. E quasi commovente rileggere lo
scritto che il beneficato aveva rilasciato al parroco di Cepino: "Gio piazza bnga del
Comune di Seriate - dalla imagine miracola della Cornabusa riceputo molte grazie -

17

guarito di due malatie mortali et un altra mi era venuto un male nella testa il quale
sieru venuto orbo - con la invocasione di questa imagine della vergine venerata nella
Ciesa della Corna busa di vai di magna sono guarito tutte tre le volte - et di pi mi
anno fatto la grazia per una mia figlia per nome barbora eurozia le quale la sono
guarita di due malatia - la prima malatia sono istata di febre maligna la quale li aveva
lasciati delli incomodi nella testa et nella faccia et la seconda era venuta fora de
sentimenti - et con la invasione (invocazione) della suddetta madona della Corna busa
sono guarita - et in pi mi anno fatto grasia di venire in persona a riverirla et a renderli
li grazie ricepute che sono nella etta di anni adesso 74 - 4 Ottobre 1806 Comune di
Seriate". Nel 1838, precisamente il 29 agosto, la Madonna grazi invece Ester
Manzoni di Rota Dentro. La ragazza, fin dalla morte di tutti e due i genitori, nel 1836,
aveva sofferto "forti apatemi" e fin dal primo gennaio 1838 "era stata sorpresa da
veementi e dolorose convulsioni, le quali rendendosi ogni giorno pi frequenti e forti,
l'avevano ridotta a tale che il 16 luglio fu per pi ore in agonia e munita degli ultimi
sacramenti non aspettava che di rendere il suo spirito a Dio La giovane si era riavuta,
ma ridotta in condizioni tali che non poteva pi stare n in piedi n seduta se non fosse
stata appoggiata a qualche cosa. Il 22 agosto dopo aver dormito poco pi di un'ora le
apparve in sogno la Vergine della Cornabusa, che le disse: "La ho qui nelle mani la
grazia, ma voglio prima che tu venga a fare una visita alla mia chiesuolina, e verrai un
mercoled. Condurrai teco il tuo confessore a dir Messa, e in quella che lever il
Signore ti verr male, sentirai per tutta la vita (persona) grandi dolori. Ma non abbi
paura, che io ti dar la grazia di portarli, e allora ti toglier di dosso il male e ti
metter addosso la forza. L'inferma dopo un attimo di sorpresa ("ho fatte tante
divozioni e non sono guarita") si risvegli "e piena di fede le parea che la grazia fosse
gi fatta, onde si mise a ringraziare Maria come se fosse guarita". Secondo l'ordine
ricevuto, giunto il mercoled chiam dunque il confessore e su una gerla da fieno, con
un guanciale da appoggiare il capo, visto che non aveva la forza di reggersi, venne
condotta fino al santurario. L si bagn le giunture con l'acqua della fonte della
Madonna e venne quindi trascinata, pi che condotta, in chiesa. In quel tempo c'erano
nei pressi del santuario gli operai che lavoravano all'ampliamento della piazza, che
parteciparono alla celebrazione e furono quindi presenti al fatto. Quando il celebrante
giunse al canone, l'inferma cominci a sospirare e si rese evidente che pativa dolori,
tanto che "il respiro si faceva sempre pi roco e ansante fino all'elevazione "Allora
cadde rovescio, trascinando seco le donne che la sostenevano e contorcendosi pei
dolori in guisa, che alcuni di quegli operai, non potendo reggere al lacrimevole
spettacolo, e pensando che morisse uscirono dalla chiesa. Rimase in tale stato fino al
Memento dei morti: cosicch il sacerdote medesimo che celebrava non sapeva pi
quasi che cosa si facesse s per la compassione della paziente, s maggiormente per la
consolazione di veder verificata la visione. Quando ad un tratto l'inferma dice e ripete:
- Lasciatemi andare, lasciatemi andare! - e poich si continuava a tenerla, il sacerdote
rivolgendosi disse: - Lasciatela andare, temete si faccia male qui davanti alla
Madonna? - E difatti, lasciata libera balz in piedi, congiunse le mani, fiss gli occhi
alla Beata Vergine, sah i gradini e and a inginocchiarsi sulla predella dell'altare dalla
parte dell'Evangelo e vi rimase fino alla fine della Messa. Ricevette la SS. Comunione
e, fatto il ringraziamento e cantate le litanie, frammiste ai singulti e alle lacrime dei

18

circostanti, il giorno stesso pienamente risanata, senza bisogno alcuno tornava a Rota
Dentro, facendo a piedi tutto il lungo cammino e ricevuta quasi in trionfo da
moltissime persone, le quali, meravigliate e rapite per la notizia precorsa della grazia
ricevuta, erano venute ad incontrarla". Nel 1863 fu invece la volta di una bambina,
Rosa Frosio di Selino. La piccola era stata imprudentemente gettata dal fratellino in
una fossa piena di calcina appena tolta dalla fornace e aveva riportato una lesione agli
occhi cos grave da restare cieca, "per modo che i medici ebbero a dichiarare esser
difficile potesse ricuperare la vista perfetta". I genitori, senza perdersi d'animo, la
condussero al santuario della Cornabusa, le bagnarono gli occhi con l'acqua della
sorgente che scaturisce nella grotta e tornarono a casa. L ebbero la consolazione di
constatare che la piccola aveva recuperato del tutto la vista, "cos ritrov senza sforzo
alcuno una piccola moneta perduta che i genitori le avevano posto in mano; e mai pi
ebbe a soffrire nella vista". Ma la lista delle grazie, per quanto giudicata piuttosto
corta, causa la mancanza di relative documentazioni, annovera numerosi altri casi. Si
parla per esempio di Giuseppe Spinelli di Almenno S. Salvatore, che soffriva da tempo
di una dolorosa cistite per la quale inutilmente aveva tentato tutti i rimedi dell'arte
medica. "Essendo ricorso all'aiuto della Madonna della Cornabusa ed essendo venuto a
piedi scalzi a far visita al suo santuario ne ritorn perfettamente guarito" Questa grazia
attestata da don Giovanni Pedersini. Quest'ultimo, fin da quando era chierico in
seminario si vide spuntare a lato di un occhio un' escrescenza cancrenosa, che i medici
avevano consigliato di estirpare. "Ma temendo egli un'operazione cos dolorosa e di
tanto pericolo, pens invece di raccomandarsi a Colei che chiamata Salute degli
infermi. Fece quindi voto di visitarne a piedi scalzi il vicino santuario; e, adempiuto
appena il voto, la protuberanza cancrenosa spar da s medesima quasi per incanto".
Sempre don Pedersini venne beneficato un'altra volta dalla Madonna della Cornabusa,
dopo essersi procurato un forte patimento come conseguenza di un grave sforzo. "Si
trov perfettamente guarito" quando si rivolse con fiducia alla Vergine. Il diciottenne
Luigi Caldara di Giuseppe, della parrocchia di S.Stefano degli Angeli, epilettico da
anni, nel 1874 era ridotto a sopportare accessi sempre pi violenti del male, tanto che
"la famiglia prevedeva prossima la morte del suo infelice Luigi". Il parroco d'allora,
don Pietro Mazzoleni, che divenne pi tardi canonico onorario della Cattedrale, aveva
raccontato ai propri parrocchiani la storia del santuario della Cornabusa, ponendo
l'accento sui prodigi e le grazie che Maria aveva operato nella grotta. Cos il giovane
epilettico accompagnato da due chierici, il cugino Giacomo Caldara e Fermo Suardi,
part per S. Omobono, dove gi lo attendeva il parroco Mazzoleni per recarsi insieme
in pellegrinaggio alla Cornabusa. "Dopo lungo. e faticoso cammino alle 5 ore si arriv
al santuario. L'infermo si confess, ascolt la Messa celebrata dal parroco Mazzoleni
per lui, si comunic coi compagni di viaggio. Dopo la santa Messa nel vicino ospizio
fece colazione con appetito straordinario. Allegro, saltellante di gioia, discese dal
monte, ritorn perfettamente guarito a S. Stefano e mai pi ebbe a soffrire di
epilessia". Un altro beneficato dalla Madonna fu Angelo Orizio, un ragazzo sedicenne
di Rovato, ammalato per cinque anni al ginocchio destro di "flemmasia linfatico
scrofolosa". Nel maggio del 1886 fu condotto alla Cornabusa e "fatte le dovute
divozioni dinanzi a quella sacra effigie di Maria Addolorata e bagnatosi la gamba di
quell'acqua prodigiosa della grotta, venne a casa perfettamente guarito e non ebbe pi

19

nulla a soffrire del suo male". Nove persone sottoscrissero allora una dichiarazione che
attestava la guarigione del giovane Angelo. Tra questi c'erano tre sacerdoti. Pi o meno
la stessa vicenda quella di Vittorio Roncelli di Villa d'Alm, "tormentato da una
piaga purulenta e cancrenosa che minacciava di degenerare in una infezione generale e
incurabile". Guar dopo essersi lavato la piaga con l'acqua della sorgente della
Cornabusa. Nel lungo elenco di grazie c' da annoverare anche quella che la Vergine
concesse nell888 a un professore del liceo di Lodi, Guerrino Prina. L'uomo soffriva di
una persistente emorragia emorroidale e si trov risanato dopo una visita al santuario.
Denunci l'accaduto con una lettera al parroco di Cepino definendosi "un cattolico
convinto" ma non "un cretino n un visionario, n tampoco un dericale: anzi i clericali
mi fanno l'onore di avermi per avversario essendo fautore dell'Italia una, libera e
indipendente colla capitale Roma" In tema di grazie ottenute alla Cornabusa, don
Carminati cita anche il crollo del gran muraglione che era stato costruito nel 1838 per
l'ampliamento del piazzale. Si era in settembre alla vigilia della solennit del santuario
e numerosi operai stavano ancora lavorando sul piazzale. Nella muraglia e nel grande
arco di sostegno si era gi aperta una larga fenditura e il muratore che aveva da poco
terminato un tentativo di consolidamento si era appena spostato insieme ai suoi
compagni sull'altro versante, per assistere all' accensione dei fuochi artificiali. Allo
sparo del primo mortaretto l'arco, il muro e parte del piazzale rovinarono a valle senza
provocare alcuna vittima. Facile immaginare cosa sarebbe successo se il crollo si fosse
verificato appena un'ora prima, con tutti gli operai allavoro, o peggio, il giorno dopo,
quando il piazzale sarebbe stato gremito di fedeli giunti alla Cornabusa per la festa.
Nell'edizione vecchia (cos la chiama il Carminati) del volumetto sul santuario e in un
quaderno che si conserva nell'archivio parrocchiale di Cepino sono registrate altre
grazie riportate in ordine cronologico. Nel 1872 Pietro Cardinetti di S. Omobono
cadde da una rupe alta venti metri, si raccomand alla Madonna della Cornabusa e
rest illeso. Nell874 Lucia Cicolari ved. Personeni di Selino fu guarita all'istante da
una dolorosissima sciatica. Nello stesso anno Caterina Cassotti di S. Omobono fu
liberata da gravi malori che pi volte l'avevano ridotta in fin di vita. Era il 1883
quando Teodoro Mazzoleni di S. Omobono, tormentato da terribili e lancinanti dolori
all'intestino, dopo aver fatto voto di recarsi al santuario e ricevervi i SS. Sacramenti
guar "e da quel giorno non sent pi dolore alcuno". Lo stesso Mazzoleni attesta
anche di aver ricevuto una straordinaria grazia spirituale. Nell888 Giuseppe Personeni
di Cepino riacquist la vista perduta, adempiendo al voto di far cinque visite alla
Cornabusa. Luigi Bolis di Berbenno precipit nel 1889 da un'alta rupe, mentre tagliava
legna a Rota dentro. Invoc la Madonna e rest incolume. Angela Dell'Oro Fumagalli
di Valmadrera nel 1891 dichiar di essere guarita all'istante da un tumore che da tempo
l'affliggeva. Una bambina di soli otto mesi, Apollonia Personeni di Cepino per quattro
mesi fu tormentata da acutissimi dolori, che l'avevano ridotta in fin di vita. Disperando
di poterla guarire con i mezzi umani i genitori la portarono al santuario. La piccola
cominci a contorcersi e urlare "come per l'innanzi non aveva mai fatto. Chiamato
d'urgenza il medico, nel visitarla constat nel basso ventre la presenza di un corpo
estraneo, duro e a punta. Pratic un taglio e con somma sua meraviglia estrasse dalle
viscere della bambina un acutissimo ago, lungo sette centimetri... Il medico non seppe
spiegarsi come la bambina non fosse rimasta vittima di una peritonite". Nello stesso

20

anno, 1892, Maria Radaelli Rondalli di Calolzio, affetta da una fistola all'occhio
sinistro, guar dopo essersi rivolta alla Vergine della Cornabusa. Anche Maria
Todeschini di Locatello nel 1892 "molestata da un tumore e spedita dai medici, fece
divozione alla Madonna della Cornabusa di andarla a visitare a piedi nel suo santuario
e d'allora non soffr pi disturbo alcuno". Ippolito Todeschini di Berbenno nel 1910
guar invece da un'ernia, dopo essersi tuffato nell'acqua che sgorga nella grotta. Una
vicenda recente, avvenuta nel 1958, nel corso dei festeggiamenti del cinquantenario
dell'Incoronazione quella che ebbe come protagonista Pierluigi Mazzucotelli un
bimbo di tre anni, che con la madre, il padre e la sorellina era giunto alla Cornabusa il
13 agosto in occasione della Giornata delle donne. Mentre la madre si accostava alla
Comunione, Pierluigi, tenuto per mano dal padre, volle camminare sul ciglio della
mulattiera, ma improvvisamente con un brusco movimento sfugg dalla mano del
genitore, precipitando nel burrone. Un provvidenziale alberello ferm la caduta del
piccolo, che rest, svenuto, impigliato nei rami. "Era vivo: non sembrava nemmeno
ferito: ma come salvarlo? Era a una profondit di circa trenta metri. Non c'era tempo
da perdere. Si stacc una corda dal campanile: non sarebbe mancato qualche
volonteroso che, aggrappandosi, sarebbe riuscito a raggiungerlo e salvarlo. Per nel
frattempo un cappuccino, padre Abramo, e un sacerdote passionista erano scesi nel
canalone e s'accorsero che era pi facile riuscire nell'impresa risalendo il dirupo. Tosto
accorsero due giovani di C del Foglia (Brembilla), Antonio e Benvenuto Locatelli, ai
quali si aggiunse il giovane Giacomo Panseri di Bonate. Intrapresero la difficile scalata e uno riusc ad afferrare il fanciullo che a. quel contatto tosto rinvenne... Venne
fatto scendere lentamente: la mano di uno lo affidava alla mano di un altro, finch si
ridussero sul fondo, per risalire il santuario dalla parte della collina.. Miracolo? Non
domandatelo a chi scrive: domandatelo a chi assistette a questa scena rapida, fulminea.
Nel cuore di tutti vibrava e ardeva questo sentimento: Madonna Santa, nel giorno in
cui vennero a trovarvi le mamme, ci avete benedetto tutte, salvando il fanciullo a una
mamma.
Gli ex Voto
La parete sinistra della grotta del santuario della Cornabusa quasi interamente
coperta dagli ex voto, segni e testimonianze della fede e della devozione dei fedeli.
Qualche anno fa le edizioni Capelli per la Regione Lombardia pubblicarono un
interessante volume, "Pittura popolare - Ex voto dipinti della Bergamasca", a cura di
Angelo Turchini, una vastissima ricerca per esaminare la traduzione di un discorso
religioso in una cultura pittorica definibile come popolare, in quanto espressione di
modi di vita e valori condivisi e trasmessi da gran parte della societ del tempo.
Purtroppo i ricercatori dovettero per rinunciare a procedere alla scheda ura degli ex
voto della Cornabusa, ritenuta inopportuna per la propria sicurezza date le notevoli
difficolt e visionato il materiale. Si annota comunque che "gli ex voto (dei primi del
'900) sono collocati su un'impalcatura che arriva sino alla sommit della grotta; sono
legati ad essa per mezzo di fu di ferro "passante" e sono nella maggior parte
danneggiati dalla muffa, per via della forte umidit che regna. Infatti la roccia trasuda
l'acqua proveniente dalla montagna soprastante, tanto che i fedeli devono ascoltare la
Messa con le ombrelle aperte. Fra gli ex voto recenti ve n' uno fatto da Gimondi per

21

la vittoria del Giro d'Italia, sapientemente realizzato in cemento" Interessante a


proposito di ex voto quanto annotava don Angelo Roncalli futuro Papa Giovanni
XXIII, riportato dal Turchini proprio nel volume "Pittura popolare". Il sacerdote
cogliendo una realt insieme umana e religiosa, annotava che la vera storia dei santuari
sono gli atti di devozione", sono anzi le stesse pareti del santuario - con le lunghe file
di dipinti votivi e di ex voto collocati attorno all'altare, o nella cappella o altrove non
importa - a narrare una storia secolare di amarezze, di dolori, di sofferenze, di
momenti di crisi, insomma, risoltisi felicemente e fortunosamente. Gli ex voto
costituiscono un tutto unico, un insieme assolutamente straordinario di storie singole
risolte in una storia singolare, quella del santuario, ripercorribile attraverso quella che
Roncalli chiamava "atti di devozione". Attraverso questi si costituisce una storia
soggetta a continuo arricchimento, ma unica nel suo dipanarsi ed evolversi inesistente,
perch tutti gli ex voto, una volta collocati nel luogo deputato sono ricondotti a un
unico momento.... La serie degli ex voto nella lettura popolare si costituisce in storia,
in memoria collettiva di singoli accadimenti significativi per l'individuo e per la comunit in cui situato. La storia narrata scorre sotto gli occhi per riverberarsi nella
storia parlata: i fatti miracolosi "corron sulla bocca" una volta fuori dello spazio sacro,
ma ancora dentro l'aria evocativa da questo promanante. Si tratti di rievocare casi tristi
o disperati, gli ex voto sono un indubitabile attestato della potenza del sacro, per cui il
territorio per cos dire istituzionale della diocesi o della parrocchia superato,
oltrepassato". Per quanto riguarda invece quelle che sono definite le modalit di
ricorso al "sacro" il Turchini porta come esempio un brano tratto pari pari dalla storia
della Cornabusa di don Carminati. "Chi - scriveva il sacerdote - dei quasi 2000 uomini
e giovani che la guerra strapp al bene e all'affetto delle nostre famiglie non ricorse
durante l'imperversare della tremenda bufera alla Madonna della Cornabusa? Nessuno,
tornando dal fronte a rivedere i suoi cari, nessuno neg una visita al suo santuario;
nessuno scrivendo alla famiglia se ne dimentic; nessuno os affrontare il fuoco
nemico senza avere con s l'immagine o la medaglia della cara Madonna; nessuno al
sopravvenire della sera nell'augusta trincea o negli oscuri camminamenti, oppure sotto
l'infuriare della raffica del fuoco lasci d'invocarne il nome. Quanti, scrivendo alle
famiglie e ai propri sacerdoti, acclusero nella lettera una generosa offerta pei santuario
di Maria, l'elemosina per la celebrazione di una S. Messa davanti alla sua miracolosa
effigie! Quanti, non potendo perch lontani, recarsi a visitare nella sua grotta, vi
mandarono chi la mamma, chi la sposa, chi la figlia e chi la sorella! Quanti tornati
incolumi alla casa paterna, attribuirono alla Madonna della Cornabusa la grazia per lo
scampato pericolo e si portarono lass con tutta la famiglia a esprimerle pi con
lacrime che con parole tutta la loro gratitudine! Quanti non udii io stesso ripetere, alludendo alla Cornabusa: Ah, se non ci fosse stata quella Donnina l, non so dove sarei
a quest'ora! forse sul Carso, e sul Sabotino, o sul Monte Nero qualche spanna sotto
terra!". Don Luigi Locatelli, che per primo raccolse e pubblic le vicende del
santuario, cos nella sua operetta del 1867 descrisse gli ex voto del santuario,
definendoli "monumento di bont e di gratitudine" "Qui si vede una tenera madre, l
un padre affettuoso, ambedue travagliati e consolati insieme; quella per la guarigione
della propria figlia, questi per quella del figlio. Qui famiglie intere di sette persone, l
una terza di otto, che tutte hanno ottenuta la grazia dimandata per i propri malati.

22

Questa una Lucia Mazzoleni, quest'altra una Maria Rosa di Barzana, e queste sono
due altre divote tutte favorite di guarigione da Maria. Questa fu risanata da pericolosissima malattia nel 1758, questa nel 1763, quest'altra nel 1848. Qui un tale di
Bergamo che, ridotto agli estremi, ricevuti i SS. Sacramenti e l'ultima benedizione papale, avendo tuttavia invocato Maria della Cornabusa, perfettamente guarito. L un
idropico al quale il chirurgo ha dovuto cavare Dio sa quanta acqua, e Maria lo ha
perfettamente risanato. Dirimpetto un infelice con una gamba spaventevolmente
ingrossata che forse si dovea amputare; ma la Madonna della Cornabusa lo ha
preservato dalla cancrena e dal taglio. Osservate: questi Agostino Rota caduto da una
pianta nel 1709; quest'altro un infelice di Brumano precipitato da alti dirupi; questo
terzo, ecco cade da una casa, e quest'altro da una fabbrica. Ma che? L'invocazione di
Maria della Cornabusa tutti li ha salvati. Vedete? Qui sono due che passano lungo una
strada sotto una grandine di pietre che precipitano dalla soprastante montagna e non
ricevono offesa veruna. E qui un Francesco Cicolari caduto in un imboscata
d'assassini, ferito mortalmente con due palle d'archibugio e tuttavia campa felicemente
la vita. E l in quel bastimento, sebbene s agitato dai venti e dalle onde, sapete voi
quante persone si salvarono dal terribile naufragio? Ma chi li ha salvati tutti questi
infelici e chi li ha fatti illesi se non Maria della Cornabusa, che tutti hanno invocato
con amore e con fede. E quelle bende? e quelle grucce? e quelle scranne? Perch tutte
queste cose qui nel santuario? E bisogno di dimandare? Sono altrettanti monumenti di
grazie di Maria. Sono bende di piaghe incancrenite che tuttavia guarirono lavate con
l'acqua di questo fonte, alla quale Maria, per premiare la fede dei suoi devoti, ha
conferito una virt prodigiosa. Sono grucce con le quali, a stento e sostenuti dai
compagni, si trascinarono al Santuario parecchi infelici, i quali da tempo non potevano
pi camminare, e sono tornati a casa senza veruno altro appoggio, ovvero quanto
prima hanno ottenuto la grazia implorata. E le scranne son qui lasciate per ricordare a
tutti la guarigione perfetta di due giovanetti, ai quali doveasi fare amputazione dei
piedi. Similmente quei cuori d'argento, quei voti che dappertutto circondano la
venerata effigie nell'interno della sua nicchia, non sono altro che tutti segni e
monumenti pur questi di grazie ricevute dalla beatissima Vergine; come lo erano
eziandio quelle altre tante tavolette, che ancora a nostro ricordo si vedevano, quelle innumerevoli altre che si vedevano nei secoli passati e che ora sono state rose e consunte
dal tempo".
La solenne incoronazione del 1908
Novemila firme, tante ne vennero raccolte nell898 in tutta la valle per una
sottoscrizione che chiedeva che la Madonna della Cornabusa fosse incoronata allo
stesso modo di quelle del santuario di Caravaggio o di Ardesio, di Ponte Nossa o di
Desenzano, Stezzano e Santa Caterina. E perch non si incorona la nostra Madonna?
Era questa la domanda che si era affacciata spontaneamente nella mente dei
valdimagnini e che, pronunciata dapprima timidamente, poi con sempre crescente
insistenza ripetuta, divent desiderio, speranza e infine proposito dell'intera popolazione. Nel 1900 il parroco di Cepino e rettore del santuario della Cornabusa present
cos al Vescovo mons. Gaetano Camillo Guindani il voto del clero e del popolo della
parrocchia. Guindani trasmise cos, facendolo suo, il desiderio degli abitanti della

23

valle al Capitolo Vaticano (cui spetta il diritto di incoronare le Immagini della Beata
Vergine) appoggiando e raccomandando la richiesta. Era il gennaio del 1901. Nessuno
osava sperare comunque che la domanda potesse essere accolta ed esaudita in tempi
brevi, ma segretario del Capitolo Vaticano era allora monsignor Cavagnis, nativo di
Bergamo. "Il degno prelato ritenne singolare favore concessogli dal cielo il vedersi
capitar fra le mani questa pratica, che gli forniva l'insperata occasione di poter cos
onorare quella effigie ch'egli, fanciullo ancora, aveva con filiale affetto visitato nella
sua grotta". E cos gi il 29 marzo dello stesso anno monsignor Cavagnis firm il
decreto dell'incoronazione, redatto e inviato al Vescovo di Bergamo dall'allora
segretario di Sua Santit Leone XIII, arciprete della Basilica Vaticana e prefetto della
S. Congregazione della rev.ma Fabbrica di S.Pietro, Cardinale Rampolla. Un'altra
autorevole parola in appoggio alla richiesta della valle fu quella pronunciata da
monsignor Radini Tedeschi, allora Canonico di S. Pietro e molto influente nel mondo
ecclesiastico di Roma. Sarebbe stato lo stesso prelato, divenuto Vescovo di Bergamo, a
incoronare qualche anno pi tardi la Vergine della Cornabusa insieme al cardinale
Maffi. Ottenuto il sospirato decreto, iniziava per il faticoso impegno di preparare i
festeggiamenti, che avrebbero dovuto essere grandiosi. Al clero e al popolo di Cepino
si unirono "con mirabile slancio di piet e sacrificio" clero e popolo di tutta la valle. Si
trattava infatti di fabbricare la nuova casa parrocchiale, dove avrebbero dovuto essere
ospitati i prelati invitati alla cerimonia, sistemare le strade, abbellire il santuario e
soprattutto raccogliere i fondi necessari per allestire le feste. I lavori si protrassero per
sette anni. "I valdimagnini non si sarebbero mai rassegnati a fare una cosa meschina.
Avrebbero quindi aspettato. La pena della lunga attesa sarebbe stata largamente
compensata dal superbo spettacolo dell'omaggio da essi tributato alla loro Madonna,
omaggio solenne e senza pari". E il 20 aprile del 1908 le campane diedero finalmente
il sospirato annuncio che quell'anno avrebbe avuto luogo la solenne incoronazione.
Avvicinandosi la data della cerimonia, in valle cominciarono a ritornare numerosi
emigranti, che non avrebbero voluto mancare proprio quel giorno intorno all'altare
della Madonna. "Tornarono dunque, e la festa di ciascuna famiglia nel rivedere e
riabbracciare i suoi cari, rese pi viva la gioia e intensific l'entusiasmo delle feste di
tutta la valle". Il Cardinale Pietro Maffi, Arcivescovo di Pisa e primate di Sardegna e
Corsica, monsignor Giacomo Radini Tedeschi, Vescovo di Bergamo e monsignor
Luigi Maria Marelli, Vescovo di Bobbio furono i tre prelati a cui tocc l'onore di
cingere della corona d'oro il capo della Madonna della Cornabusa. L'arcivescovo di
Milano, il Cardinale Andrea Ferrari, cui sarebbe spettato il diritto di compiere il rito,
declin l'invito, trattenuto altrove "da gravi e improrogabili cure del pastorale". Il 2
ottobre, vigilia dell'inizio dei festeggiamenti, giunse a Bergamo il Cardinale Maffi, che
nel pomeriggio dello stesso giorno accompagnato dal Vescovo della diocesi prosegu,
in carrozza a quattro cavalli e lungo la strada dei Torni, verso la Valle Imagna.
Mancava ancora monsignor Marelli, che avrebbe raggiunto i due prelati a Cepino il
giorno successivo. Giunti all'imbocco della valle, al ponte sul Brembo tra Villa d'Alm
e Almenno S. Salvatore la carrozza degli ospiti fu affiancata e seguita da altre, che
portavano a bordo altre personalit religiose, tra le quali il parroco di Cepino don
Giuseppe Baretti. Dal ponte di Almenno, accanto al quale sorgeva uno degli archi
trionfali che per otto chilometri, lungo l'intero percorso, avrebbero accompagnato il

24

corteo, iniziarono le festose accoglienze. Tutta la popolazione della valle si era


riversata lungo la strada che conduce a Cepino e nel paese stesso. "La via tutta un
addobbo - scriveva don Carminati -: archi, sandaline, fiori, sempreverdi, drappi, pizzi,
cos tutte le case del paese: il selciato tutto seminato di fronde e di fiori; non vi angolo che non rechi una nota di festa; persino le piante sono adorne e imbandierate". Il
vero e proprio ciclo dei festeggiamenti, che sarebbero durati tre giorni si apr con la
prima funzione religiosa nella parrocchiale di Cepino, dopo la benedizione e l'inaugurazione della nuova casa parrocchiale. Il perpetuo avvicendarsi di gioie e di dolori
nel corso della vita umana forn al Cardinale Maffi il tema del discorso improvvisato,
dopo la recita del rosario, nella parrocchiale. "Come nella vita di Cristo, cos nella vita
della Chiesa: dopo i trionfi, le persecuzioni; dopo le consolazioni, le amarezze. Cos
anche nella vita di Maria: essa fu circondata da gloria ed esperiment ineffabili
consolazioni: ma lungo il suo cammino incontr anche profonde umiliazioni e
indicibili dolori. Noi incoroniamo la Madonna: ecco la gloria! ma incoroniamo la
Madonna Addolorata: ecco l'umiliazione e il dolore! Oggi sono due corone d'oro che
poseranno sul capo di Ges e Maria: ma prima il capo di Ges fu torturato da una
corona di spine, e sul capo di Maria si abbatt la pi grande sventura che possa colpire
il cuore di una madre. In questo giorno il cuore di Maria esulta di una gioia trionfale,
ma prima quello stesso cuore fu trafitto dalle spade del pi grande dolore. Come la
vita di Cristo, della Chiesa e di Maria, cos la vita nostra, la vita delle nazioni, delle
famiglie, degli individui. Oggi siamo in festa, domani potremmo trovarci nell'afflizione". Da questo continuo alternarsi, concluse il Cardinale, bisogna quindi trarre
profitto per riflettere che, se la terra non in grado di darci la felicit e se cos facilmente alla gioia pu succedere il dolore, soltanto per quelli che hanno saputo
abbracciare insieme a Ges la croce delle tribolazioni ci sar come premio, come
immutabile ed eterno godere il paradiso. Conclusa la funzione con la benedizione, la
sorpresa per tutti fu, usciti dalla chiesa, lo spettacolo della valle completamente
illuminata. "Sui colli e sui cocuzzoli dei monti circostanti ardono grandiosi fal.
Numerosi razzi a guisa di stelle filanti rompono qua e l con scie luminose". Ma
questo non era che il preludio.
La prima giornata, sabato 3 ottobre 1908
Momento culminante della giornata sarebbe stato il trasporto della statua della Vergine
della Cornabusa fino a Cepino, dove il giorno successivo si sarebbe tenuta la solenne
cerimonia dell'Incoronazione, ma fin dall'alba la via che dal paese sale al santuario
formicola di lumi, quelli dei pellegrini, giunti anche da paesi lontani per onorare la
Madonna ed assistere all' Incoronazione. Intanto sia nella parrocchiale che al santuario
la celebrazione delle Messe era iniziata proprio fin dalle prime ore del giorno. Lo
stesso Cardinale Maffi, assistito da due canonici celebra nella parrocchiale la Messa
conventuale e distribuisce la Comunione generale. Il sole gi alto quando il Vescovo
di Bergamo, mons. Radini Tedeschi si avvia alla volta della Cornabusa, dove "Maria
siede Regina sopra un trono dorato, eretto nel centro della grotta, tutta ricoperta di oro
e di gemme, circondata di fiori e di ceri ardenti". Alle 8.30 inizia la celebrazione della
Messa pontificale del Vescovo, assistito da monsignor Giuseppe Facchinetti e altri
canonici della Cattedrale, presenti tutti i parroci e i sacerdoti della valle.

25

Rammentando una visita alla Cornabusa di ben 37 anni prima, quando giovanetto era
giunto lass ad onorare Maria, monsignor Radini Tedeschi parla della Cornabusa come
un rifugio. Come lo fu secoli prima nelle lotte tra Guelfi e Ghibellini, oggi " divenuta
un rifugio caro e sicuro anche in altre terribili battaglie per la Chiesa, per la fede, per
la morale, per tutto ci che santo, per la salvezza delle anime". Maria stessa la cui
immagine della Cornabusa quella dell'Addolorata sul Calvario "dove rinunci alla
maternit divina per prendere noi come figlioli" madre, regina dell'umanit
sofferente e rifugio. Terminata la Messa solenne, dal santuario fino alla parrocchiale di
Cepino comincia a snodarsi la processione per il trasporto dell'effigie della Madonna.
"Tutte le parrocchie della valle vi sono rappresentate. E uno scintillare di croci
d'argento, di ricchi stendardi, di preziosi paramenti. Qua e l gruppi di confratelli del
SS. Sacramento nelle loro belle e vivaci divise: numerose rappresentanze delle
Associazioni cattoliche precedute dai loro vessilli: poi pi di cento giovani in cotta
portanti magnifici ceri ardenti: poi una interminabile sfilata di chierici: poi i sacerdoti,
i parroci in divisa, i canonici, i prelati, i Vescovi di Bergamo e di Bobbio, il Cardinale
Arcivescovo di Pisa nella maest della sacra porpora; poi il trono dorato col simulacro
della Vergine; poi un torrente, una fiumana di popolo; poi i canti, i concerti dei corpi
musicali l'echeggiare dello sparo dei mortaretti; poi lo sfondo verdeggiante del colle e
l'occhieggiare dei cespugli sorridenti al cielo nella gloria del sole; poi un numero
infinito di spettatori accalcati a ogni risvolto della via, aggrappati a tutti i picchi, a
tutte le sporgenze di roccia, addossati a tutti i poggi, sporgenti da tutte le macchie,
disseminati ovunque sul vasto e accidentato pendio del monte". In maniera tanto
efficace descrive don Carminati la discesa del simulacro di Maria dalla sua grotta fino
alla parrocchiale di Cepino, dove il giorno successivo avrebbe avuto luogo la solenne
incoronazione. La sera della vigilia la valle un formicolare indescrivibile di lumi,
con i fal sulle sommit dei monti e razzi luminosi, girandole e candele romane, con
zampilli e piogge luminose rutilanti tutti i colori dell'iride.
La giornata dell'incoronazione
E domenica, 4 ottobre, e fin dall'alba il sagrato e le adiacenze della chiesa di
S.Bernardino - la parrocchiale - sono gi animate in maniera insolita. Nella chiesa che
rigurgita di fedeli mons. Radini e mons. Bobbio celebrano la Messa, alla Comunione
numerosi sacerdoti vengono in loro aiuto per riuscire a comunicare la folla. Mortaretti
e campane fuori sottolineano la gioia di tutta la valle per l'avvenimento che si compir
di li a poco. Sul presbiterio della parrocchiale il cardinale Maffi insieme ai mons.
Radini Tedeschi e Marelli compie l'atto che precede l'inizio del solenne Pontificale:
benedice le due corone - artistiche e preziose, le chiama don Carminati - che dovranno
cingere il capo della Madonna e di Ges. Sono due fanciulli valdimagnini vestiti da
paggetti che portano le due corone su cuscini di velluto davanti al trono di Maria. E il
Cardinale Maffi a tenere l'omelia e con uno spunto delicatissimo accosta subito il
santuario della Cornabusa a quello toscano di Rupe cava. Ricorda infatti l'Arcivescovo
di Lucca, mons. Arrigoni, la cui famiglia era originaria proprio della Valle Imagna.
"Nell'invito che mi avete fatto - dice - ho ravvisato una disposizione della Provvidenza, la quale volle che la Toscana ricambiasse la Valle Imagna di ci che questa fece
per essa "Infatti mons. Arrigoni dalla Valle Imagna pi volte aveva visitato la grotta

26

che si apre nel monte che separa il territorio di Pisa da quello di Lucca "per che i pisan
veder Lucca non ponno" secondo Dante. La grotta viene chiamata di Rupe cava e con
lo stesso nome viene appellata la Madonna che vi si venera. "Ora - dice Maffi - dalla
Toscana viene a voi un altro Vescovo e si dirige a un'altra grotta che voi amate la
Cornabusa, per incoronarne la Madonna. dunque un richiamo che la Toscana rende
alla Valle Imagna" Qualche anno pi tardi nella prefazione che lo stesso Cardinale
Maffi scrisse per il volumetto di don Carminati sul santuario valdimagnino, l'alto
prelato afferm che i due santuari gli richiamavano i duo Seraphim "che ogni
domenica noi sacerdoti troviamo richiamati nel Breviario e che clamabant alter ad
alterum: e per me sono le nostre due valli, le nostre due montagne, le nostre caverne
che l'una all'altra si rispondono echeggiando Maria!". "Columba mea foraminibus
petrae...." le parole del Cantico rivolte alla Madonna richiamano altre grotte: Betlemme e il Calvario; altre fessure: quella dove fu piantata la croce su cui mor Ges e
i fori aperti nel corpo di Cristo e questo insegna, secondo le parole di Maffi, "che a
gloria non si ascende, se non passando per le vie del dolore". Del resto le stesse
cappelle che ornano la strada che conduce al santuario richiamano lo stesso
insegnamento, dalla gioia di Maria incoronata dal Signore fino alla via dolorosa della
fuga in Egitto, per poi arrivare alla gloria del santuario. E ancora: "la stessa via che
guida alla Cornabusa un ammaestramento per chi sa dalle cose di quaggi trarre
argomento per salire su verso il cielo. Essa scavata nel sasso, non ombreggiata, non
una stilla d'acqua la refrigera. Immagine di ci che talvolta accade a chi sale l'erta
della virt. Ma l'acqua fresca e refrigerante si trova alla grotta: il refrigerio premio
della virt: l'ultimo passo mette dalle lacrime al gaudio sempiterno. Di pi: quella via
a risvolte sale, sale sempre. Ci insegna che in qualunque condizione ci troviamo,
purch o l'obbedienza o la Provvidenza stessa ci abbia in essa collocati, sempre
possiamo salire su verso il cielo" E giunto il momento dell'incoronazione. Per dare la
possibilit al maggior numero di persone possibile di assistere al rito, il trono che
sorregge il simulacro della Madonna stato collocato sull'ampio sagrato, su una
tribuna rialzata. Davanti al trono i Cardinali e i Vescovi, assistiti da numerosi canonici
della Cattedrale da parroci e sacerdoti della valle ascoltano il cancelliere vescovile,
mons. Vittorio Masoni leggere il decreto del Capitolo Vaticano che concede all'effigie
l'onore dell'Incoronazione. I tre alti prelati firmano il verbale del rito, steso dallo stesso
mons. Masoni. I padrini delle corone, Giovanni Frosio e Giacomina Invernizzi,
entrambi di Cepino, salgono i gradini del trono accompagnati dai due paggetti che
reggono le corone, salgono anche il parroco di Cepino, don Baretti e il Cardinale
Maffi. Tra il suono delle campane, lo scoppio dei mortaretti e gli squilli delle trombe
dei corpi musicali il Cardinale cinge la fronte di Maria e di Ges con le due corone.
Intorno esplode l'entusiasmo e, concluso il rito, i fabbricieri della parrocchia del
santuario riportano il simulacro della Vergine nella parrocchiale. I devoti si alternano
fino a sera tra i Vespri pontificali, la benedizione e la Cresima amministrata nel
pomeriggio dal Vescovo di Bergamo. L'illuminazione della valle a sera sigla il termine
del giorno "faustissimo e felicissimo che rimarr memorando negli annali della storia
del santuario della Cornabusa e della vita religiosa di Bergamo".
La terza giornata

27

Oggi, luned, la Madonna torna alla sua grotta. La processione, "grandiosa e


interminabile"' si snoda alle 8, con le parrocchie al completo, clero, confraternite,
circoli giovanili, autorit, sacerdoti, canonici della Cattedrale e dietro al trono "viene
cavalcando il Cardinale Maffi, seguito dai Vescovi di Bergamo e di Bobbio". Poi i
fedeli. E monsignor Marelli, Vescovo di Bobbio, che celebra la Messa insieme agli
altri due prelati e all'omelia ricorda la prima Incoronazione della Madonna,
l'Annunciazione. Dopo, "umile nella sua gloria, abiit in montana cum festinationeansiosa, amorosa sale le montagne della Giudea, onde nascondere agli uomini lo
splendore che emanava dalla sua fronte. Qui avviene lo stesso fatto. Ieri incoronata gi
sulla piazza: ed oggi risale alla sua montagna". Come Maria sulle montagne della
Giudea esercitava la carit, santificava Giovanni e di Elisabetta faceva una profetessa,
dalla Cornabusa vuole "spandere grazie e favori sui suoi figli devoti.... Oggi si
diffonde l'indifferentismo - prosegue Marelli -. Lo temevo anche per voi salendo quass. Ma con gioia ripeto: qui l'indifferentismo non c'. Qui c' la fede. Ma se l'avete, o
cari, conservatela e pregate per i vostri fratelli lontani e in lotta in mezzo agli errori,
per i colpiti dall'indifferenza. Pregate la Madonna che faccia rifulgere la scintilla della
fede, che mandi sacerdoti zelanti!" Accanto ai bisogni morali dove Maria, "refugium
peccatorum", pronta a tendere la mano, ci sono anche quelli materiali e la Madonna,
"consolatrix afflictorum", anche qui non abbandona i suoi figli. "Quelle tavolette attestano ci che Maria ha fatto. Qui troverete sempre soccorso non solo per voi, ma
anche per i vostri cari". Con la benedizione del Santissimo si chiude il ciclo dei
festeggiamenti, ma non cos per i fedeli, che stentano a lasciare il piazzale e la grotta.
E il Cardinale Maffi quello che si vuole per l'ultima volta ascoltare. E il prelato
acconsente, sale su una sedia e da quel pulpito improvvisato, vicino alla cancellata del
santuario, parla alla folla. Sono ringraziamenti e congratulazioni, l'assicurazione che il
Santo Padre "amareggiato da tanti dolori" trover motivo di conforto nel sapere "che i
bergamaschi non smentiscono le gloriose tradizioni religiose dei loro padri; che anzi
con rinnovato fervore sono fermamente decisi di proseguire nell'intrapreso cammino
della franca professione, della leale pratica della loro fede". E a conclusione non
manca l'esortazione a non abbandonare mai la strada scelta. "E camminando cos che
voi arriverete a Dio, raggiungerete la meta ultima, il cielo, dove vedrete e saluterete
nella maest della gloria quella dolce Madre che avete onorato e incoronato nella sua
effigie miracolosa.
Il sacerdote Angelo Roncalli
Il verbale o istrumento della solenne incoronazione subito dopo le prime firme porta
quella del "sac. Angelo Roncalli segretario vescovile". Il futuro Papa Giovanni XXIII
partecip infatti alle cerimonie del 1908, ma gi parecchie volte, fin da ragazzo e da
seminarista, aveva affrontato la salita che conduce alla Cornabusa. Cos comunque
ebbe a ricordare la sua partecipazione all'incoronazione della Vergine Addolorata nel
volume secondo dei suoi "Scritti e discorsi". "Il fervore religioso della Valle Imagna
per la Cornabusa trov il suo punto pi luminoso cinquant'anni or sono - ottobre 1908
(il Pontefice riporta il discorso che tenne nel cinquantenario dell'incoronazione, nel
1958) - quando il venerato Vescovo nostro, mgr. Giacomo Maria Radini Tedeschi,
accogliendo i voti del clero e del popolo bergamasco, oltre che il desiderio unanime

28

dei tanti e innumerevoli devoti della Madonna della Cornabusa, ottenne dalla Santa
Sede l'autorizzazione di incoronare di aureo diadema la piccola statua dell'Addolorata
e del suo Figlio giacente sulle sue braccia materne. Voi crederete alla mia
commozione, se vi dico che ho ancora negli occhi quella festa, che io seguii con viva
tenerezza di giovane sacerdote. Fu una celebrazione indimenticabile, onorata dalla presenza del grande Cardinale Pietro Maffi, Arcivescovo di Pisa e dei due prelati
monsignori Radini e Marelli, l'uno e l'altro, in successione Vescovi di Bergamo (19051914) Monsignor Radini, oratore insigne tra i Vescovi d'Italia, per la circostanza
offriva a Maria Addolorata l'omaggio del suo silenzio, per lasciare parlare il Cardinale
e l'inimmaginato suo successore, che dissero cose mirabili al clero ed al popolo
numerosissimo ed esultante".
Il clero della Valle stretto intorno alla Madonna
Dopo i tre giorni delle feste dell'Incoronazione, marted 6 ottobre "i sacerdoti della
valle vollero tributare a Maria un omaggio tutto loro, l'omaggio del sacerdozio cattolico. Alla celebrazione al santuario partecipano oltre cento sacerdoti "per ripeterle tutti
insieme il grazie della riconoscenza, per presentarle nel modo pi solenne l'attestato
dell'amore e della piet filiale" monsignor Marelli, Vescovo di Bobbio, rimasto in
valle, a pronunciare l'omelia nella quale viene esaltato il parallelismo tra Maria
Addolorata e il sacerdote. Maria corredentrice, dispensatrice dei tesori della
redenzione, simbolo di una maternit nuova ha una figura che presenta molti punti di
contatto con il sacerdote. Anche quest'ultimo infatti nel corso della Messa "presta
l'opera sua perch si rinnovi e si ripeta il sacrificio della Croce, cos come Maria diede
il suo consenso alla passione di Cristo". Come la Madonna rinunci ad ogni diritto
sulla vittima divina che le apparteneva in quanto figlio, per dispensare i tesori della
Redenzione, affinch si compisse la salvezza del mondo , cos il sacerdote "dispensa
alle anime i frutti della Redenzione" sotto forma di penitenza ed Eucarestia.
Ugualmente c un parallelo tra la maternit di Maria e la paternit di anime del
sacerdote, che sacrifica quella della natura per avere quella della grazia. Monsignor
Marelli conclude la sua omelia esortando i sacerdoti a condurre i fedeli al santuario di
Maria, "precedendo i vostri fedeli con il buon esempio, venite voi stessi e
frequentemente". "Qui vicini alla buona Madre - concluse -, meditando nel silenzio
della sua grotta le verit eterne, ascoltando la sua parola che va dritta al cuore,
trattando con lei gli interessi della vostra anima e delle anime di cui davanti a Dio e
davanti alla Chiesa avete le responsabilit, voi, o sacerdoti, ritemprerete il vostro zelo,
ravviverete la vostra piet, purificherete le vostre coscienze e ritornando alle vostre
parrocchie vi porterete con voi il segreto della riuscita: la benedizione e la protezione
di Maria.
Il cinquantenario dell'incoronazione
Cornabusa 1908-1958. Un'altra grande data. Per l'occasione il santuario si presenta ai
fedeli completamente rinnovato, dopo i lavori che si sono protratti per un paio d'anni.
Proprio il 1958 segna per la Cornabusa uno straordinario interesse, come nota
Giambattista Busetti nel suo "I santuari mariani della Bergamasca" e questo per due
motivi. In quest'anno ormai conclusa la comoda strada che da Cepino conduce fino

29

alla grotta, che si trova tra l'altro in una splendida posizione, che favorisce le passeggiate, che possono essere ben completate da qualche devozione alla Madonna. La
seconda circostanza, afferma Busetti, rappresentata dai profondi legami che con la
Cornabusa ebbe don Angelo Roncalli, divenuto poi Papa con il nome di Giovanni
XXIII. Un Papa bergamasco che con la sua terra conserv sempre rapporti
estremamente vivi e vivificanti. Fu proprio il Cardinale Roncalli, allora Patriarca di
Venezia a intervenire nel 1958 alle celebrazioni del cinquantenario dell'incoronazione
della Madonna della Cornabusa. Quella fu la sua ultima visita al santuario, solo due
mesi dopo venne infatti eletto Papa. "Quella visita del Cardinale Roncalli al santuario
della Cornabusa non fu per un fatto isolato, ma l'ultimo di un rapporto strettissimo
che lo aveva sempre legato a questo santuario, che il Papa bergamasco predilesse in
modo particolare cos che da allora lo si chiam anche "il santuario di papa Roncalli".
Infatti i suoi antenati venivano dalla Valle Imagna e portavano nel sangue la devozione
alla Madonna della Cornabusa". L'affetto del Cardinale Roncalli si manifest con
frequenti visite, ma soprattutto nel 1954, arrivato a Cepino dopo aver visitato il
parroco don Angelo Gritti che era infermo, sal ai piedi del santuario dove rimase in
ritiro per qualche giorno. Proprio in occasione di quel suo soggiorno alla Cornabusa,
prima di recarsi al suo paese natale, Sotto il Monte, per celebrare il cinquantesimo di
ordinazione sacerdotale, il Cardinale promise a don Angelo Bertuletti, parroco di
Cepino, la sua presenza per le celebrazioni del cinquantenario dell'Incoronazione. In
questi ultimi anni quindi il santuario stato in pratica inserito nell'itinerario dei luoghi
che concorsero a formare la piet di Papa Giovanni, ed ecco spiegata una sorta di
risveglio d'interesse, non tanto da parte della popolazione della Valle Imagna, per cui
la Cornabusa ha sempre rappresentato il centro ideale del culto a Maria, quanto da
parte di pellegrini provenienti anche da centri pi lontani e dall'estero. "Un grande
arco di luce unir sempre nella fede e nella speranza la pietra dell'Albenza e la pi alta
vetta della cristianit" si scrisse ricordando i legami intercorrenti tra il Papa e il
santuario, e, all'interno della grotta, una lapide murata a destra recita: "Don Angelo
Giuseppe Roncalli onorava con la sua presenza e la sua profonda piet questo
santuario il 4 ottobre 1908 quando il Card. Pietro Maffi questa sacra immagine
solennemente coron e gi Card.Patriarca di Venezia dal 9 al 14 agosto 1954 qui
sostava di nuovo a meditare nell'umile santit del monte il cinquantesimo del suo
sacerdozio. Qui ancora il 16 e 17 agosto 1958 piamente venerava l'eccelsa gloria di
Colei del cui Figlio fu eletto Vicario in terra il 28 ottobre dello stesso anno col nome
augusto di Giovanni XXIII" I festeggiamenti per il mezzo secolo dall'Incoronazione
vennero fissati dal 10 al 17 agosto, in pratica un'intera settimana, dalla domenica alla
domenica, che si apr appunto con l'arrivo del Vescovo, monsignor Giuseppe Piazzi
che amministr la Cresima a decine di fanciulli giunti da tutta la valle. Dopo aver
invocato la benedizione di Maria su tutti i valdimagnini, compresi gli emigranti, il
Vescovo termina dicendo "Voi avete reso pi grande e pi bella la dimora che su questi
dirupi si scelta Maria, ma siatene sicuri: essa non si lascer vincere in generosit: in
compenso, se le sarete sempre devoti e fedeli, preparer a ciascuno di voi un trono di
gloria nel suo regno del paradiso La settimana "santa" prosegue con le giornate
dedicate ai fanciulli, ai sacerdoti, alle donne, quest'ultima con la terribile avventura del
piccolo Pierluigi Mazzucotelli che precipita nel dirupo che costeggia il sentiero che

30

conduce al santuario e resta illeso. Poi tocca alle giovani, che convergono in pi di
duemila nella grotta trasformata, come scrisse l"'Eco di Bergamo", in un cantiere
mistico in cui fervevano i canti e le preci giovanili. Dopo la Messa vespertina la
Madonna della Cornabusa scende tra la sua gente in processione tra le fiaccole e i
paesi illuminati. Prima del solenne trasporto nella parrocchiale di Cepino, nella grotta
la Messa celebrata dal parroco del paese, don Angelo Bertuletti, "che per due anni
fece la spola tra Bergamo e Cepino, avvicinando ingegneri, professori d'arte, scultori,
paziente lavoratore e tenace realizzatore che insieme col suo curato fu l'anima e
l'impulso di un'opera colossale". Il curato, don Giglio Arnoldi, non solo ospit gli
operai che lavoravano alla trasformazione del santuario, "ma dopo la Messa,
vestendosi in tuta, vi lavor sempre da mattina a sera, per preparare alla Madonna una
casa suggestiva e grandiosa, uno dei templi pi originali che in suo onore esistano
sulla terra". La processione, "che accende i sentieri e i luoghi di misticismo e
commozione" conduce il simulacro di Maria dalla grotta della Cornabusa fino ai piedi
della collina, dove attende il Vescovo di Bergamo, monsignor Piazzi, circondato dal
clero e dai confratelli del SS. Sacramento, che guida la processione al lume delle torce
e dei fari delle auto fino alla parrocchiale. Venerd e sabato sono le giornate dedicate
agli uomini - che lasciarono il segno, come argutamente ricorda don Carminati, "un po'
anche nelle osterie, ma soprattutto in chiesa" e dei malati, che si avvicinarono alla
Madonna nutrendo certo una qualche speranza di guarigione, ma anche "per poter
comprendere meglio il perch del dolore e per accettarlo con santa rassegnazione,
uniformandosi alla volont di Dio, che sembra unicamente giusta, mentre al servizio
della misericordia". La chiusura solenne dei festeggiamenti domenica. Gi al sabato
sera giunge per il Cardinale Roncalli, Patriarca di Venezia, cui fanno corona
numerosi emigranti, rientrati dall'estero proprio per prendere parte ai festeggiamenti
per Maria. Nel suo sermone della vigilia Roncalli rende omaggio a tutti i valdimagnini
emigrati in terra di Francia (egli fu Nunzio apostolico a Parigi) e in altri Paesi. Il segno
di riconoscimento da lui riscontrato stato in tutti, si scrisse, la devozione alla loro
Madonna della Cornabusa. Il Cardinale non pu fare a meno di ricordare la solenne
celebrazione di mezzo secolo prima, alla quale assistette in veste del segretario del
Vescovo Radini Tedeschi, ma tornando al momento attuale non pu che smentire le
false profezie che preconizzano la scomparsa della fede. La Valle Imagna come non
mai legata al suo santuario. Domenica, giorno di chiusura dei festeggiamenti, il
Cardinale che, assistito dal Capitolo della Cattedrale, celebra il pontificale. Dopo aver
rievocato la storia della Madonna della Cornabusa indicando "alcune delle figure di
pi caratteristico rilievo: Vescovi, ecclesiastici, uomini di speciale distinzione, in
esercizio di piet e carit cristiana, che furono familiari a questo santuario", non pu
fare a meno di sottolineare come il culto della Cornabusa... assume l'espressione di un
poema di piet religiosa, di amore e di fedelt regionale ed ultra". "Il popolo di
Valdimagna - aggiunge - resta solido nella sua fede cristiana e cattolica perch essa
saldata su principi teologici caratteristici: uno la maternit di Maria, consacrata dal
testamento di Ges morente: e l'altro il mistero del dolore umano risolto nella unione
con Cristo sofferente, e con la Madre sua e nostra, a titolo di redenzione, salute e di
letizia finale per tutti. Ed ben cos che si spiega come il figlio della Valle Imagna
dovunque lo si incontri, parla della Cornabusa e della sua Madonna: non gi che egli

31

pretenda di godere dei privilegi riservati a lui e negati agli altri cattolici di tutto il
mondo, poich la Madonna madre di tutti, come di tutti i cristiani Cristo fratello;
ma ad indicare una speciale sua vivacit di sentimento, che legata alla tradizione dei
suoi avi e che per lui grande onore e grande merito di mantenere Conclusa la
celebrazione, nel pomeriggio, il simulacro della Vergine torna sul monte, si accende la
gara tra i valligiani per essere i portatori della statua alla solenne processione di
chiusura. In questo slancio di generosit ed entusiasmo - scrivono le cronache della
giornata - si sono distinti Andrea Dolci di Boston, un valdimagnino nazionalizzato
americano che ormai non conosce quasi pi la lingua italiana, ma che non ha potuto
scordare il linguaggio della fede e della devozione alla sua Madonnina e con lui
Giuseppe Battista Rota di Bedulita e Bernardo Zanella". Nella grotta il Cardinale
Roncalli celebra la Messa vespertina, dopo essersi inerpicato a piedi, insieme ai fedeli,lungo la faticosa salita. "Le famiglie prosperano finch in esse la Madre conta
qualcosa - dice - finch ascoltata e venerata" e si congeda dalla terra delle sue radici
affermando che "tornando alla mia Venezia porter nel mio cuore il vostro palpito
mariano". "Ma dunque, era tutto finito? - si chiedeva don Carmi-nati -. Di fuori,
all'esterno s: ma non nel cuore. Vi era e vi turbinava tale copia e ricchezza di ricordi,
di sentimenti, di propositi, che dovranno passare molti decenni prima che sulla
Cornabusa e nel cuore degli abitanti della Valle Imagna il passato stenda il suo velo".
E oggi, 1987, siamo a soli ventun anni di distanza dal 2008, anno nel quale verr
celebrato il centenario della solenne incoronazione della Madonna della Cornabusa
La "seconda" di settembre
Il santuario aperto soltanto durante la bella stagione. Resta invece chiuso d'inverno,
vale a dire dal mese di ottobre alla festa del Luned dell'Angelo. La strada che conduce
alla grotta infatti difficilmente praticabile con la neve e con il gelo, ragion per cui si
preferisce limitare l'apertura durante i mesi in cui non ci sono problemi per salire.
Nonostante la Cornabusa sia situata soltanto a poche centinaia di metri sopra il livello
del mare, la via abbastanza impegnativa da percorrere in caso appunto di gelo o di
neve. Tutt'altra cosa naturalmente in primavera e in estate, quando chi lo desidera
pu trasformare la visita devota alla Cornabusa anche in una ridente passeggiata
salendo a piedi, partendo da Cepino, la frazione di Sant'Omobono Imagna che si trova
a circa tre chilometri di distanza. Durante il periodo d'apertura, alla domenica si
celebrano due messe, una alla mattina e l'altra al pomeriggio, il santuario infatti
spesso meta di pellegrini che utilizzano il vicino posto di ristoro. La festa della
Madonna della Cornabusa fissata alla seconda domenica di settembre, giorno in cui
per antichissima tradizione ricorre la solennit. Ecco come descriveva don Carminati
la festa della Madonna. "Tutta la valle un'immensa luminaria; in cima ai monti e ai
colli grandi fal, simili a fari luminosi nel grande azzurro che li sovrasta; sul pendio
dei prati e dei pascoli, nell'oscurit della notte si delineano qua e l le iniziali del nome
benedetto di Maria Vergine; tutte le contrade hanno il loro fal; da tutte le case si
lanciano razzi che guizzano a m di comete nel cielo stellato; sono illuminate le
chiese, i campanili, le finestre delle case. Ad un tratto e in pi punti la valle rallegrata
da magnifici fuochi artificiali, dai mille colori che si alternano e si fondono. Fra tutti i
punti luminosi, uno per si distingue, simile a grandiosa fontana a getto continuo, che

32

invece d'acqua lancia in alto una pioggia dei pi smaglianti colori: quel punto la
Cornabusa, il santuario di Maria. Si ha l'impressione di trovarsi in un mondo
fantastico, nella valle degli incantesimi. Le campane fino a tarda ora suonano a
distesa; e nella valle fatta a conca le note squillanti giungono or distinte or confuse
all'orecchio, portando a quella superba festa di colori il contributo dell'armonia....
Venuta la mattina del gran giorno, al primo albeggiare si vedono gi le vie brulicare di
gente, uomini, donne, fanciulli, bambini; tutti alla Cornabusa. Sono centinaia, migliaia
di persone che si affollano attorno al santuario: nella vasta grotta, divenuta angusta per
la circostanza, una ressa continua di devoti. Tutta la valle si riversata attorno al
santuario, tutti vogliono confessarsi e comunicarsi, ricevere la benedizione. I numerosi
sacerdoti venuti dalla valle o dal di fuori, dalle tre, dalle quattro del mattino stanno
ininterrottamente confessando, distribuendo la SS. Comunione o dispensando
benedizioni: ed ormai mezzogiorno. E sono fortunati quelli che possono assistere
alla Messa solenne, ai vespri, al discorso che si tiene in onore di Maria; molti, i pi,
debbono rassegnarsi a guardare ed ascoltare da lontano.
La Valle Imagna
"Si apre in forma di conca ellittica, scavata in seno alle montagne, con le sponde di
lividi calcari e il fondo di neri schisti, che sembrano carbone, ma riccamente coperta di
boschi, di prati, di colli; e in quel manto di lieta verzura, rotto da severe bizzarre rupi,
spiccano gli sparsi casolari, i paeselli, le torri. Quando il cielo azzurro, la valle somiglia a un vaso di smeraldo stonato, con un coperchio di zaffiro trasparente" la
descrizione che il naturalista Antonio Stoppani diede della valle, considerata da molti
una delle pi belle tra quelle che fanno corona a Bergamo. Stoppani la visit nel 1870.
L'Imagna, attraversata dal fiume omonimo (che forma, come sempre scrisse lo
Stoppani, in alcuni punti una gola angusta, ma profonda, pi piccola della Viamala, ma
pi pittoresca) affluente del Brembo, confina a nord con Monterone, a nord est con la
Val Taleggio, a est con la Val Brembilla, a sud con Almenno e a sud ovest con la regione montagnosa che si stende fra Pontida e Lecco e che denominata Val San Martino.
Oltre cento milioni di anni fa la valle, come tutto il territorio che la circonda, non era
che la piccola porzione del fondo di un vasto mare, che copriva tutte le Prealpi e la
valle Padana; proprio i coralli e le conchiglie, di cui sono ancora visibili i gusci
pietrificati a Brumano, Fuipiano, Strozza, La Grate, concorsero a formare le rocce di
cui ricca. Sempre le impalcature calcaree di coralli e di alghe si ritrovano nei banchi
di dolomia da cui si originarono le pareti verticali dell'Albenza, del Resegone, della
Corna Camozzera.
Caverne, sorgenti intermittenti e fonti solforose.
Oltre alla caverna della Cornabusa, la Valle Imagna ne offre altre due ''assai singolari e
interessanti anche dal lato scientifico". Si tratta della caverna del Dama e della Tomba
dei Polacchi, entrambe in territorio di Rota Fuori. Sempre lo Stoppani dedic alle due
grotte diverse pagine del suo "Bel Paese". La caverna del Dama, cos chiamata dal
nome dello scopritore e proprietario, Angelo Dama che era oste e pizzicagnolo a Rota
Fuori, presenta la particolarit di avere le stalattiti assolutamente cilindriche, allo
stesso modo le stalagmiti. "Immaginatevi un bosco di ceri, quali pendenti dalla volta,

33

quali nascenti dal suolo a cento a cento, di tutte le lunghezze, di tutte le sgrossezze,
dalla candelina al cero pasquale, modesto e nano per, non raggiungendo alcune di
quelle concrezioni un metro di altezza. La Tomba dei Polacchi (impossibile risalire a
una qualsiasi sensata spiegazione ditale appellativo), poco lontana dalla caverna del
Dama, ha pure essa una sua singolarit. Nel discendere verso di essa, not lo Stoppani,
si incontra una serie di imbuti dal diametro da 5 a 20 metri e dalla profondit da 3 a 10
"dentro i quali la pioggia si raduna, improvvisando laghetti che ben presto scompaiono". Sotto la crepa lineare formata dagli imbuti si apre la caverna, che raccoglie
l'acqua, la incanala in un torrentello "che sbuca gi grosso da un pertugio
inaccessibile, percorre la caverna per un certo tratto, poi sparisce per un altro pertugio
del pari inaccessibile". Sempre in tema di curiosit naturali, la Valle Imagna possiede
due sorgenti intermittenti, una a Valsecca, l'altra a Cepino. La prima, chiamata
Terzigliana, ma pi comunemente Sbadol, una sorta di fiumicello. In tempi normali
si sveglia due volte al giorno. Alle 6 del mattino, preceduta da un soffio d'aria e da un
gorgoglio arriva l'acqua. Per una mezz'ora la portata della sorgente cresce, si mantiene
normale per altre tre ore e mezzo e per la successiva mezzora decresce fino a cessare;
alle 6 del pomeriggio il fenomeno si ripete. Tutto dipende dal fatto che i condotti
sotterranei che portano l'acqua all'esterno sono disposti come un sifone e, vuotatolo
una prima volta, ci vogliono ben sette ore e mezzo perch si riempia di nuovo. La
Valdadda di Cepino presenta lo stesso fenomeno, che si ripete per quattro volte al
giorno invece che solo due. A Ponte Giurino e S. Omobono sono diverse le sorgenti
minerali di acque sulfuree. La pi rinomata quella che scaturisce verso Valsecca,
sulla destra della Valpettola. Fontanino della rogna, cos era chiamata anticamente,
perch le sue acque erano stimate rimedio efficacissimo contro questa affezione. In
passato si affermava che "le acque di questa stazione idroterapica, fredde,
iodicosulfuree, possiedono un grado di energia curativa... per le affezioni catarrali, gli
ingorghi di fegato, le malattie della pelle...".
L'etimologia del nome Valle Imagna
Due sono le ipotesi pi attendibili per spiegare da dove la valle deriv il suo nome. La
prima, avanzata, come ricorda don Carminati, da un Rota, si richiama al funzionario
longobardo, il Waldeman, che era incaricato di presiedere i territori di caccia del re. Il
Waldeman (da Wald bosco e Man uomo) aveva autorit politica e militare e dipendeva
dalla corte longobarda di Almenno. Fissava i confini delle terre, arrestava i fuggiaschi,
disciplinava gli schiavi, preparava le cacce reali. Alle sue dipendenze c'erano parecchi
uomini, che erano chiamati del Waldeman. Con il passare del tempo questa
denominazione si allarg fino a comprendere anche tutti gli abitanti della valle, la
valle e il fiume che l'attraversa. La seconda ipotesi quella che formul il direttore
della biblioteca civica di Bergamo, Mazzi, ai tempi di don Carminati, che le riporta
entrambe nel suo volumetto dedicato alla Cornabusa, che contiene anche altre notizie
di carattere storico e geografico sulla valle. Secondo Mazzi, dunque, la valle costituiva
per la corte di Almenno, cos come era stato in precedenza con i Romani, una sorta di
propriet demaniale e in Vestfalia i beni comuni venivano denominati Waldemeyne e
Waldemey. Nulla di strano quindi se tutta intera fosse stata designata con il nome di
"die Waldemeyne", vale a dire i beni comuni della corte di Almenno. Si spiegherebbe

34

anche il "gn" di Valdimagna, dal momento che il dialetto della valle per legge fonetica
cambia spesso la desinenza "am a" in "aigna".
Le prime popolazioni
Non vi nulla di sicuro, ma pare che i primi popoli che penetrarono nella valle Imagna
vadano cercati tra gli Euganei e gli Orobi, i primi stanziatisi sugli omonimi monti
intorno a Padova e i secondi nel territorio montuoso che sta tra Como e Bergamo.
Secondo alcuni etnologi, gli Orobi, oriundi della citt di Orobia, dell'isola Eubea,
nell'Egeo, citt scomparsa parecchi secoli prima di Cristo, sarebbero tra i colonizzatori
della penisola, insieme agli Umbri e ai Tirreni. Risalendo la scala della storia
accertato che Almenno, all'imbocco della valle, fin dagli ultimi tempi della repubblica
fu una sorta di colonia romana. Non si sa quando i Romani giunsero, per da Almenno
non solo passarono, ma vi si sistemarono anche per un soggiorno prolungato, creando
nel paese un deposito di armi e di viveri. Pian piano quindi il nucleo, e la valle di cui
faceva parte, si popolarono di elementi romani o romanizzati. Molto probabilmente un
forte impulso all'immigrazione venne fornito dalle invasioni barbariche dal 452
all'800, "quando non pochi della nobilt e del popolo si rifugiavano sui monti e nelle
valli per sfuggire ai massacri e alle atrocit delle orde selvagge degli Unni, dei
Vandali, degli Alemanni, degli Alani, degli Eruli, Turingi, Goti, Longobardi e
Franchi". Anche Bergamo conobbe cos l'invasione longobarda e, come scrisse uno
storico, "furono usate tante crudelt e uccisioni che, fuggendo il popolo per salvarsi sui
monti, rest la citt priva di abitanti" Almenno (il cui nome deriva da Lemen, una
parola celtica dal significato ignoto) divenne cos la corte, la casa di campagna del re
longobardo Astolfo, che regn in Italia tra il 749 e il 756. Ad Almenno soggiorn pi
volte, prova ne sono diversi documenti che firm nella sua "corte d'Almenno". "La
corte di Lemene in comitatu Pergomi" fu poi donata nell'876 dal re di Germania
Lodovico I, nipote di Carlomagno alla nipote Innengarda. Seguendo sempre le vicende
del paese, nell'892 Guido da Spoleto, che l'anno prima era divenuto imperatore,
concesse la corte di Almenno al marchese Corrado, mentre pi tardi questa pass - era
il 950 - al conte Attone marchese di Lecco, che morendo senza figli la lasci in feudo
al vescovo di Bergamo. Era l'anno 975. La valle che si apriva a partire da Almenno,
pur essendo abitata, contava pochissimi residenti, se Berbenno non annoverava,
secondo il Calvi, che 480 abitanti nel 1668. Basta fare le debite proporzioni per
rendersi conto di quanto il territorio, incolto e coperto da oscure foreste, fosse
spopolato. "Ma se la Valle Imagna era Almenno e chiamavasi Almenno - scrisse don
Carminati - non costitu per mai il centro della corte regia, ma solamente una
pertinenza di essa ultima. Con tutta probabilit serviva ai re e poi ai signori feudatari
per le cacce e vi si prestava certo egregiamente tanto per la sua vicinanza, la sua
configurazione e i folti boschi che ne coprivano all'ingiro la corona di colli e monti.
Con nome moderno la Valle Imagna si sarebbe potuta chiamare il Regio parco
d'Almenno".
Il dialetto
Le caratteristiche del dialetto valdimagnino sono considerate piuttosto particolari. "Per
chi anche superficialmente si intende dilatino, non difficile scoprirvi tracce evidenti

35

della lingua che i Romani seppero, come il loro ominio imporre a tutto il mondo
allora conosciuto" scriveva don Carminati, ricordando una serie di parole nelle quali il
dialetto della valle tende a conservare l'i e l'u della etimologia e della desinenza latina.
().
Le lotte tra Guelfi e Ghibellini e il dominio dei Visconti
Dal 1296 e per pi di un secolo la citt e il contado di Bergamo furono teatro di
acerrime lotte tra le due fazioni rivali dei Guelfi e Ghibellini, con scorrerie, saccheggi,
rapine, incendi, uccisioni. Lo stesso travaglio conobbero le valli. La Brembilla, la
Brembana e il Taleggio erano ghibelline, come Almenno inferiore e Villa d'Alm;
mentre l'Imagna, San Martino, insieme ad Almenno superiore e Gerosa erano guelfe.
Quest'ultima fazione considerava il Papa come proprio capo, mentre al contrario i
Ghibellini ritenevano che fosse l'imperatore di Germania. Sui due campi opposti per
quanto riguarda la Valle Imagna e la Brembilla si fronteggiavano per i Guelfi i capi
Trussardo Rota, Andrea Rota, Cripio de' Crippi di Strozza, Pinamonte e Peppino
Pellegrini di Capizzone, Matano di Mazzoleni, Foppo da Locatello, Andriolo Greppi
da Strozza, Butazolo Rota e altri. I Ghibellini contavano invece nelle loro file Eugenio,
Simone, Zavino e Mogna de' Carminati di Brembilla, Jacopo Gritti de' Locatelli di
Berbenno, Andreanino Rota di Rota Fuori, i Dalmasani di Clanezzo. In principio
furono i Guelfi a prevalere, ma i Ghibellini, non rassegnandosi alla sconfitta, chiesero
l'appoggio di Matteo Visconti (1288-1322) signore di Milano, offrendogli in compenso
il dominio di Bergamo. Il Visconti riusc a sbaragliare i Guelfi e invi Mandello a
governare la citt. Ma i partigiani del Papa tentarono la riscossa, in un primo tempo
fortunata, ma successivamente con il nuovo aiuto dei Visconti i Ghibellini riuscirono
ad avere la meglio. Cominci cos per Bergamo e le valli quella che il Carminati
chiama la tirannia dei Visconti "che non governarono, ma sfruttarono il nostro paese.
Numerosi sono gli episodi di questo periodo che riguardano da vicino la valle, a
partire dal dominio di Barnab Visconti (1354-1385), il cui nome e la fama
"sopravvive ancora nella memoria dei vecchi e nelle tradizioni della valle". Questi
anni sono comunque segnati da successive ribellioni delle valli guelfe, che mal
sopportavano di trovarsi sotto il dominio di signori ghibellini quali erano i Visconti.
Nell'agosto, settembre e ottobre del 1363 per esempio anche l'Imagna insieme ad altre
valli si ribell. "Barnab Visconti, Signore di Bergamo, perch troppo parzial fautore
della ghibellina fazione dava a ogni ghibellino piena facolt di uccidere qualsiasi
guelfo e la casa abbruciargli. Seguirono infiniti omicidi, estorsioni, tirannie ed incendi
de' pi empi che mai stati fossero. Durarono un anno i progressi della crudelt
uccidendo l'una e l'altra parte persone innocenti e barbaramente trucidando le famiglie
intere". Nel 1373 i Guelfi, provenienti dalla Valdimagna e altre terre, assalirono i
Ghibellini, capitanati dal figlio di Barnab, Ambrogio, a Caprino, in Val San Martino.
La vendetta del Visconti che in quell' occasione ebbe il figlio ucciso, fu terribile. Dopo
aver posto in stato di assedio il monastero di S. Giacomo in Pontida e aver promesso
agli assediati che avrebbe loro lasciato salva la vita, trucid tutti: uomini d'arme e
monaci che incautamente si erano fidati della parola del condottiero. Il dominio
visconteo prosegu con violenze e ribellioni; un nuovo tentativo di rivolta ebbe luogo
anche in valle Imagna nel 1376, mentre nel 1384 il Calvi descrive un fatto d'armi

36

avvenuto nelle vicinanze del Pertusio. "Andarono queli di Locatello con li Arigoni
sopra il monte Ochono e dopo l'uccisione dei custodi, diedero quel monte in potere dei
Visconti, che poi vi fabbric una bastia e pose un castellano"... Il monte Ochono
molto probabilmente la prominenza quasi inaccessibile chiamata l'Oca che si erge
sullo spartiacque tra l'Imagna e la San Martino, distante un centinaio di metri dal
Perts. Nel 1407 le cronache parlano di un'altra ribellione dei Guelfi delle valli
Imagna, San Martino, Brembana e Senana superiore ed inferiore, di Sorisole, di
Poltranica... Avversari dei Guelfi d'Imagna erano i Ghibellini di Brembilla, che
contavano per su un numero maggiore di uomini e fortificazioni. Il castello pi antico
era certamente quello sul monte Ubione, costruito nel decimo secolo, che al tempo di
Barnab Visconti rappresentava un'importante fortificazione ghibellina. C'erano poi il
castello di Casa Eminente e quello di Clanezzo. In questo modo le famiglie dei due
signori del luogo, i Dalmasani e i Carminati potevano dominare non solo sulla Valle
Brembilla, ma anche sull'Imagna che rinchiudevano tra i due castelli in alto e in basso.
Quando la signoria di Bergamo pass dai Visconti alla Serenissima, che favoriva
apertamente i Guelfi, per i Ghibellini cominci la disfatta che culmin nel 1443 con il
bando dato agli abitanti ghibellini della Val Brembilla e la distruzione delle fortezze
principali della valle. Dalla Repubblica veneta la Valle Imagna ebbe un trattamento di
favore, come riferisce il Calvi. "I Valdimagnini per la loro obbedienza al Vescovo,
integrit della fede e fedelt alla Repubblica, difendendola contro il Duca di Milano,
furono dal Principe (il Doge) con vani privilegi, grazie e favori arricchiti et honorati
(anno 1428)". Sempre per quanto riguarda quegli anni burrascosi che precedettero
l'instaurarsi del dominio della Serenissima, esistono anche le cronache di Castello
Castelli che danno un quadro fedele e preciso di cosa significasse in quel tempo vivere
in Valle Imagna. I racconti del Castelli, che vanno dal 1378 al 1407, sono un
susseguirsi di rapine, incendi scorrerie e violenze, uccisioni da entrambe le parti.
Pinamonte da Capizzone
Pinamonte Pellegrini da Capizzone senz'altro il campione guelfo pi noto, le cui
gesta sono state tramandate fino a oggi. E naturalmente difficile - come sempre nei
casi di questo genere - sceverare la verit dalla leggenda, come fu dunque accertato
che Pinamonte esistette realmente e anzi il primo priore del monastero di Santo
Stefano dei Domenicani, che fu completamente distrutto nell'aprile 1565. Le prodezze
di Pinamonte, cos come stato tramandato da secoli nella valle, risalgono al
quattordicesimo secolo, precisamente agli anni tra il 1350 e il 1380. Nacque a
Capizzone da Angela Bugada e Giuseppe Pele fu battezzato nell'antica chiesa di San
Lorenzo. Era di carattere fiero, ardente, intollerante delle ingiurie; l'ambiente di
continue lotte in cui viveva contribu non poco ad accentuare quel carattere gi per
natura inclinato ai litigi e alle contese. Specie di domenica non era raro vederlo alla
testa dei suoi compaesani, che conduceva a misurarsi con i Ghibellini della Botta o di
Casa Eminente. Il fattaccio accadde in un pomeriggio d'ottobre del 1356. Il Pinamonte
stava tornando da Gerosa verso Capizzone quando, passando dal confine di Berbenno,
vicino al ponte cpens di fermarsi nell'osteria che l sorgeva, condotta da Bartolomeo
Bolis. Il locale era pieno di Ghibellini; dopo un'abbondante bevuta, a cui Pinamonte
aveva preso parte, uno di loro, pi alticcio degli altri, tacci di codardia tutti quelli di

37

Capizzone, compreso chi in quel momento l rappresentava, Pinamonte. Quest'ultimo


non se lo fece ripetere due volte, sfoder un coltello, spense il lume e fece una
carneficina, poi fugg saltando dalla finestra. La fuga era a quel punto l'unica via di
scampo e cos dopo un saluto alla madre valic l'Albenza spingendosi fino a Lecco e
di qui a Milano, dove trov ospitalit e protezione in un convento. Gli sgherri dello
iusdicente di Almenno intanto avevano gi cominciato a frugare tutta la valle alla
ricerca di Pinamonte, che era gi stato condannato ad essere bruciato vivo. Nel
silenzio e nel raccoglimento del convento di Milano il giovane intanto riusc a
riflettere e a rendersi conto dell'enormit del suo delitto. Decise di espiare il suo peccato, entrando nell'ordine di San Domenico e in pi part in pellegrinaggio per la Terra
Santa. Secondo una delle fonti circa la vita di Pinamonte, il viaggio avrebbe dovuto
aver luogo verso il 1370. Tornato in patria, una triste sorpresa attendeva il religioso. I
Ghibellini di Brembilla, guidati da Unguerrando Dalmasano e appoggiati da Barnab
Visconti, compivano continue violente scorrerie in Valle Imagna, portando morte e
desolazione. Pinamonte non seppe resistere e torn in valle per preparare la rivincita,
diventando l'organizzatore e il capo dei Guelfi. L'occasione propizia per colpire i
Ghibellini venne quando le spie di Pinamonte gli riferirono che Unguerrando
Dalmasano dal suo castello di Ubione stava preparando il saccheggio di Mazzoleni.
Alla sera del 5 aprile 1372 si videro fal ardere sulla vetta di Valnera, sulle rupi di
Bedulita e sui macigni della Cornabusa: erano segnali per i Guelfi, che si radunarono e
si nascosero in localit Pasano, vicino a Cepino, sulla sinistra del fiume per attendere
al varco i Ghibellini di ritorno dal saccheggio di Mazzoleni. Cos fu: ad uno squillo di
tromba i Guelfi si gettarono sugli avversari, lo stesso Dalmasano riusc a mala pena a
sfuggire. Era solo l'inizio. Pinamonte si alle con Meri no dell'Olmo, signore di
Endenna, e affront e vinse i Suardi, castellani ghibellini della Val Seriana e Cavallina.
Pinamonte e l'alleato riuscirono successivamente a sfuggire allo strettissimo assedio
del castello di Endenna ad opera dei Ghibellini dopo la sconfitta dei Suardi, uscendo
dalla fortezza facendosi strada con le armi. Guadagnarono le rupi di Sedrina,
attraversarono Brembilla e di l scesero a Blello, mettendosi in salvo in Valle Imagna.
Continuando la lotta Pinamonte, frate guerriero, e i suoi organizzarono una spedizione
contro Casa Eminente dei Carminati e il castello di Clanezzo dei Dalmasani. Le
fortezze vennero incendiate e lo stesso Unguerrando venne trucidato da Pinamonte
nonostante le suppliche della nuora dell'anziano guerriero, sposa del figlio di questi
Beltramo, in quel momento lontano a combattere per i Visconti. I Guelfi con queste
vittorie iniziarono a sperare di potersi scuotere di dosso il giogo ghibellino, ma i
Visconti, per i quali ci avrebbe significato la fine del proprio dominio sul territorio di
Bergamo, non potevano permetterlo. Barnab strinse d'assedio il monastero di
Pontida, i cui monaci avevano sempre apertamente favorito i Guelfi. A difendere
Pontida giunsero tutti i Guelfi dell'Imagna e della Valle San Martino, compreso
Pinamonte. Il valore dei combattenti non riusc per questa volta ad avere la meglio.
Molti Guelfi morirono e lo stesso Pinamonte fu prigioniero di Beltramo, che attendeva
quel momento per vendicare la morte del padre. Beltramo trascin il religioso a
Pianezzo e lo condann ad una terribile prigionia. Carico di catene fu gettato nei
sotterranei del castello, senz'aria e senza luce. L rest non si sa per quanto tempo, fino
alla morte. Tra i ruderi dell'antica rocca di Clanezzo, che pass poi in propriet dei

38

Conti Roncalli si mostra ancora il luogo dove Pinamonte fu tenuto prigioniero e l'anello di ferro fissato alla grossa pietra dove era incatenato. Secondo un'altra tradizione, il
frate guerriero vinse invece il castello di Clanezzo, obbligando il ghibellino Dalmasano a restituire ai Guelfi tutto ci che era stato loro confiscato. Dopodich torn
nel suo convento, dove trascorse in pace gli anni che gli restavano.
Il ponte della regina
l'antico ponte sul Brembo, che secondo il Calvi fu costruito per ordine della regina
longobarda Teodolinda negli anni intorno al 600. Il ponte venne per ricostruito sui
ruderi di un pi alto manufatto romano. Quest'ultimo era lungo 180 metri, si elevava
per 24 di altezza e traversava il fiume con un salto di otto arcate. Serviva ai romani per
il passaggio delle truppe che dalla Rezia (Grigioni) raggiungevano Aquileia e perch la
colonia romana di Almenno non avesse problemi nei collegamenti con Bergamo. Il
ponte costruito dai Longobardi venne per gravemente danneggiato dalle piene del
Brembo, tanto che nel 1209 il Comune di Almenno dovette contrarre un prestito di
ventimila lire imperiali per il restauro. Altre somme ingenti futono spese nel 1273 e
nel 1283. La rovina pressoch totale del ponte avvenne il 30 agosto del 1493. I piloni
di mezzo sostennero per l'urto delle acque fino al 1793, cent'anni dopo vennero
demoliti insieme ad altri ruderi, al momento che costituivano un pericolo per le opere
di presa sulla sponda sinistra. L'ingegner Fornoni che diresse la demolizione ebbe per
ordine di abbattere solo i ruderi della ricostruzione medievale, lasciando intatti quelli
romani.
'N casa fo' mars
E una tradizione antichissima e piuttosto particolare della valle, simile a quella che
sopravvive ancora in qualche zona del Ticino, ma per il mese di gennaio. Il 31 marzo
ragazzi e ragazze di ogni contrada, accompagnati anche dagli adulti e dagli anziani
all'imbrunire sciamano fuori dalle case. Di l a poco inizia ogni sorta di rumore, con
trombe, corni, zufoli, pentole, falci, latte, tutt buono per creare strepito, per
"cacciare via marzo".
LE PARROCCHIE DELLA VALLE IMAGNA PRIMA DEL 1700
Il Vicariato di Almenno aveva a quei tempi una vasta estensione territoriale,
comprendeva tutta la valle Imagna, pi Blello e Gerosa. Le notizie storiche sulle
parrocchie sono quelle riportate da padre Calvi in "Chiese della citt e della diocesi di
Bergamo" citate poi da don Carminati nel suo volumetto sulla Madonna della
Cornabusa.
BEDULITA
La chiesa parrocchiale, dedicata a S. Michele arcangelo, fu costruita prima del 1400.
Nella parete esterna, notava il Carminati, si conservano alcuni affreschi che rimontano
a detta epoca. Il patrono si solennizzava, secondo il Calvi, il 29 settembre e l'8 maggio.
In un altro piccolo oratorio della famiglia di Antonio Petrobelli dedicato a S.Carlo, si
festeggiava invece ogni anno quest'ultimo santo.

39

BERBENNO
La chiesa dedicata a S.Antonio Abate era considerata la pi bella di tutta la valle, tra
l'altro era l'unica che fosse provvista di organo. Il Calvi attribuisce a Lorenzo Lotto
l'ancona rappresentante S. Antonio che si conserva ora nell'Accademia Carrara, ma il
Carminati precisa che l'opera sicuramente del Previtali. La chiesa conta cinque altari,
il maggiore costruito a spese del conte Petrobelli. L'edificio sacro fu negli anni
successivi arricchito con affreschi di Vincenzo Orelli e fu poi ampliato negli anni dal
1914 al 1917. Il Calvi racconta poi che ai tempi in cui egli raccolse queste notizie
esisteva gi la Compagnia del Carmine, con festa e processione il 16 luglio. La
consacrazione della chiesa si celebrava invece il 19 agosto. Berbenno, che al tempo
del Calvi contava 610 abitanti, aveva anche l'antico oratorio di S.Pietro di cui lo
storico scrive: "Chiesa posta sopra un alto eminentissimo monte incolto e silvestre,
ricca di indulgenze che si possono lucrare il medesimo giorno di San Pietro e nel d
del Corpo del Salvatore (Corpus Domini) con concorso di popolo in detti giorni, e si
dice comunemente che questa sia la chiesa pi antica della Valdimagna e che ivi si
conducevano tutti gli deffonti per lo spatio all'ingiro di sette o otto miglia".
CAPIZZONE
C' la chiesa dedicata a S. Lorenzo, titolare, nella quale era conservata una reliquia in
legno della Croce. Il paese aveva anche un'altra chiesa "bellissima" dedicata all'Annunciazione di Maria Vergine. "In cotale giorno l concorso di popolo. Inoltre di l
del fiume d'Imagna - scrive sempre il Calvi - verso mattina, l sono due chiese, l'una
del M .Cristoforo Cassano, l'altra delli signori Cassotti, soggette a S. Lorenzo". Una di
queste chiese, aggiungeva il Carminati, dev'essere l'oratorio di S. Maria Elisabetta in
Brembilla vecchia della quale parl in altro luogo il padre Calvi.
CEPINO
Incidentalmente parlando della parrocchia del paese, il Calvi accenn anche alla
Cornabusa, che chiama per Goren bus. Menziona comunque la chiesa di S.
Bernardino con cinque altari; la festa veniva celebrata il 20 maggio. La chiesa che il
Carminati chiamava nuova quella fabbricata agli inizi del secolo "dovuta allo zelo
del parroco don Giuseppe Baretti, alla generosit e al lavoro della popolazione
CORNA S. SIMONE
La chiesa dedicata al SS. Apostoli Simone e Giuda, chiesa povera, mercenaria del
comune, dice il Carminati. Poco dopo la met del milleseicento l'allora parroco curato
Michele Manzoni rispose con una lettera a padre Calvi che in precedenza aveva
chiesto notizie della parrocchia. Il curato spieg cos in breve che l'officio della
consacrazione era celebrato il 30 settembre, che si faceva una processione solenne il
giorno di San Marco e che "il giorno principale del concorso del popolo" era quello di
S. Simone. Nel paese, 236 anime, esistevano anche la Compagnia e la Confraternita
del Santissimo e del Rosario. Il Carminati completa le notizie spiegando che nella parrocchiale esistono due tele di buona fattura della Madonna con il bambino, una
attribuita al Carsena, l'altra al Ceresa. La contrada di Canito, prosegue il sacerdote, ha
un oratorio dedicato a S. Domenico edificato nella seconda met del diciassettesimo

40

secolo, secondo la disposizione testamentaria del 1661 di Antonio Moreschi. L'obbligo


era quello di farvi celebrare due messe al mese oltre a quella solenne nel giorno del
titolare. Proseguendo nelle notizie storiche, il Carminati racconta che a Broncilione,
frazione di Corna, vi fu la sede di un giusdicente, una sorta di pretore, un cittadino di
Bergamo che amministrava la giustizia ai quindici comuni della valle superiore,
mentre il vicario di Almenno si recava a S. Omobono due volte la settimana.
COSTA IMAGNA
Ecco che cosa ne diceva il Calvi. "Sopra la comunit di S. Omobono l un monte
alto, nominato la Costa che non produce altro che fieno, amator delle intemperie e di
tempeste molto sovente, che conserva la neve per tutto aprile. La Chiesa di questi
popoli dedicata a S. Maria Elisabetta alli 2 di luglio et a S.Giuseppe alli 19 marzo
FUIPIANO D'IMAGNA
Faceva anticamente parte della parrocchia di Locatello, da cui fu staccata nella prima
met del sedicesimo secolo. La chiesa dedicata a S. Giovanni Battista, il Calvi la
chiam "vaghissima" aggiungendo che contava "quattro nobili altari e una icona di S.
Domenico di molto valore e stima fatto in Roma. ricca di molte reliquie che si portano il giorno dell'Ascensione in solenne processione. Chiesa provvista di sacri
addobbi... Ha tre compagnie: del Santissimo, del S. Rosario, del Cordone di S.
Francesco di Paola. Ha sottoposto l'oratorio di S. Filippo Neri di molta divozione.
Conta anime 300".
LOCATELLO
Qui la chiesa dedicata a S. Maria Assunta definita tra le pi antiche della valle, fu
consacrata il 17 agosto 1561 e il Calvi la descrisse come una chiesa ricca. L'ancona
rappresentante la Maternit della Vergine opera del nostro Andrea Previtali, aggiunge
il Carminati. Possedeva pure una "croce di inestimabile valore in cui lavorarono artisti
del 1400 quali l'Ughetto, il Tilii e il Da Nova, ma fu venduta nel 1875 a certo
Alessandri di Roma per duemila lire".
RONCOLA
La parrocchiale, dedicata a S. Bernardo di Chiaravalle, fu consacrata nell'ottobre del
1446. La festa il 20 aprile. Sempre il Carminati, che riferisce i fatti come stavano al
tempo della redazione del suo volumetto, apparsi nel 1922, afferma che i dipinti del
Moroni, che forse aveva soggiornato in quel paese per qualche tempo, "sono stati
troppo trascurati ed oggi si presentano molto deteriorati. La parrocchiale possiede
anche una croce bizantina del 1400 e pizzi di gran valore".
ROTA DENTRO
La chiesa, secondo quanto dice il Calvi, era dedicata a San Gottardo e fu consacrata il
5 maggio 1590. Divenne parrocchiale nel 1614 dopo la separazione da Rota Fuori. Il
paese, che contava allora duecento anime, possedeva anche due confraternite quella
del SS. Sacramento e quella della B.V. del Carmine.

41

ROTA FUORI
Stando a un'iscrizione che si vede scolpita sopra la porta della sacristia, fa notare il
Carminati, la prima erezione della chiesa dedicata a San Siro Vescovo "rimonterebbe
al principio del secolo ottavo". L'edificio sacro sarebbe cos uno dei pi antichi di tutta
la diocesi. La chiesa attuale, nota ancora il sacerdote, relativamente moderna ed
una delle migliori della valle. Ai tempi del Calvi la chiesa faceva 380 anime, aveva
cinque altari e le solite scuole.
SELINO
La chiesa dedicata a S. Giacomo apostolo fu eretta in parrocchia nel 1465. Il giorno 25
luglio si fanno festa e processione, recitava la relazione che il parroco aveva inviato a
padre Calvi, la sagra il 3 agosto. Ha due compagnie.
S. OMOBONO
La chiesa dedicata al Santo che d il nome al Comune fu consacrata il 3 agosto 1561.
Il Calvi, oltre a parlare degli otto altari della chiesa, diede notizia delle due confraternite del SS. e del S. Rosario e delle reliquie autentiche del B. Simone da Mantova.
Il 9 luglio si festeggiava S. Pantaleone martire, il 13 novembre il santo titolare,
parecchio frequentata era la festa degli apostoli Filippo e Giacomo il 1 maggio.
STROZZA
Cinque gli altari della chiesa dedicata a S. Andrea. Fu consacrata il 16 agosto del 1561.
Vi sono due confraternite, del SS. e del S. Rosario, e - come prosegue il Calvi -"alcune
reliquie di diversi santi in una cassa presentata e riconosciuta in bona et ampla forma.
VALSECCA
Pure nel 1561 fu consacrata la chiesa dedicata a S. Marco, la cui festa si celebrava il
25 aprile. Il Carminati scrive che "in una cappella posta di fianco alla chiesa dal lato
occidentale, si conserva e si venera un simulacro di Ges spirante sulla croce. E opera
assai pregevole e da molti attribuita ai nostri Fantoni".
Gli uomini celebri della Valle Imagna
Il primo ad essere ricordato il beato Agostino Cassotto de' Mazzoleni, che mor nel
1323. Nacque in Dalmazia, ma il padre Nicol era oriundo della Valle Imagna. Entr
giovanissimo nell'ordine di S. Domenico, il Papa Giovanni XXII lo cre Vescovo di
Zagabria dove rimase tredici anni. Fu poi a Lucera, in Puglia, dove mori. Eustachio
Locatelli, che mor nel 1573 quando ricopriva la carica di Vescovo di Reggio, fu
confessore del Papa Pio V. Locatelli era nato a Bologna da genitori valdimagnini. Tra i
personaggi illustri va citato il Cardinale Cinzio Personeni Aldobrandini (1560-1610).
Il padre era nativo di C Passero a Berbenno. Lasci la valle nel 1557 e si diede alla
mercatura. Spos Giulia Aldobrandini, sorella di papa Clemente VIII. Dall'unione
nacque Cinzio, che si laure e fu inviato da Sisto V in Germania e Polonia per affari di
stato. Quando lo zio Aldobrandini divenne Papa con il nome di Clemente VIII fu
creato cardinale. Nipote del Cardinale Cinzio Parsoneni Aldobrandini fu il ven. Francesco Passero. Nacque nel 1536 a Berbenno, nella contrada C Passero. Direttore

42

spirituale del Passero fu S. Filippo Neri. Conclusi gli studi si fece francescano, fu in
Palestina e a Subiaco. Mor a Roma in odore di santit nel 1626. Il processo di
beatificazione fu iniziato due soli giorni dopo la morte per ordine dello stesso Papa
Urbano VIII. Medico di grande fama sia in patria che all'estero fu invece Michele
Angelo Rota (1589-1662) che nacque a Venezia da padre proveniente da Rota Fuori.
Fu alla corte dei Farnese di Parma, del re di Francia, di Grecia e dell'imperatore di
Germania. Antonio Sibella, che nacque a Valsecca nel 1728, fu sacerdote di grande
austerit ed eminente dottrina, cos lo definisce il Carminati, che informa che se ne
scrisse anche la Vita. Mor nel 1801. In campo artistico da citare Jacopo Quarenghi
(1744-1817) che nacque a Rota e, seguendo le orme del padre, si dedic dapprima alla
pittura, poi cambi strada, votandosi all'architettura di cui divenne uno degli esponenti
pi noti e importanti di quegli anni. Fu infatti architetto di Caterina Il imperatrice di
Russia e disegn e costru i principali palazzi imperiali di Mosca e Pietroburgo.
Proprio in quest'ultima citt mor. Un altro valdimagnino, Giovanni Palazzini nato a
Berbenno nel 1783, trov fama in Russia. Nel 1812 fece parte in qualit di medico
dell'armata di Napoleone I. Reduce dalla Russia il primario fu nominato professore
alla cattedra di Mantova. Infine Giulio Arrigoni (1806-1874). Nacque a Locatello,vest
il saio e fu acclamato come primo oratore d'Italia. Fu Arcivescovo di Lucca, dove
mor.
Valle da vedere
Costa Valle Imagna, al bivio della strada per Valcava, nonostante l'impetuoso sviluppo
edilizio dell'ultimo decennio, ha conservato ancora qualche testimonianza del passato,
quando tra l'altro - insieme a S. Omobono - era il solo paese che riusciva a sfuggire
alla endemica povert della valle, grazie all'attivit di ambulanti degli abitanti, che
vendevano oggetti in ferro, legno, prodotti della lana realizzati durante i lunghi mesi
invernali. La parrocchiale del paese risale al 1840, costruita su una chiesa precedente
dedicata alla Visitazione di Maria. Ventisei anni pi tardi fu ampliata, stata arricchita
di nuove cappelle e del protiro con colonne in pietra di Sarnico nel 1958. Internamente
sono da segnalare la Visitazione attribuita a Gian Paolo Cavagna, l'affresco nella tazza
del presbiterio e l'affresco nel catino absidale opera di Antonio Sibella (1895). Pi
recenti sono il bronzo al fonte battesimale e la Via Crucis in rame sbalzato di
Ferruccio Guidotti (1963); lo stesso artista ha eseguito anche il disegno della vasca
battesimale in marmo rosa di Zandobbio. Il campanile della chiesa infine, in pietra
viva, fu innalzato tra il 1908 e il 1910. Rota Imagna e Fuipiano costituiscono altre due
mete interessanti da abbinare ad una escursione in valle, la prima non molto distante
da S. Omobono e la seconda praticamente in cima alla valle, raggiungibile, sempre da
S. Omobono, seguendo la strada panoramica che passa da Locatello. L'altipiano
roccioso su cui posta Rota fu abitato da tempi antichissimi, fin dall'et del Bronzo.
Nella Tomba dei Polacchi, una grotta carsica in localit C Brignoli, furono effettuati
diversi ritrovamenti nel corso di successive campagne di scavi. Al Civico museo
archeologico di Bergamo sono visibili i reperti: un rosario inciso sulle due facce,
oggetti in bronzo, ornamenti d'osso, un vaso con altri oggetti in bronzo, ossa di animali
e una scoria di ferro. Il Comune di Rota si costitu nel 1927 con la fusione tra Rota
Dentro e Rota Fuori. Il paese vanta di aver dato i natali a Giacomo Quarenghi, famoso

43

architetto e pittore. In localit C Piatone, tra un gruppo di antiche abitazioni, esiste


ancora la casa natale dell'artista, risalente al Seicento e in buone condizioni. Lo stabile
tuttora abitato, per cui impossibile effettuare visite. Giacomo Quarenghi vi nacque
nel 1744, fu poi alla corte imperiale di Caterina Il di Russia e si stabil a Pietroburgo,
oggi Leningrado. Qui realizz opere notevoli, tra cui il palazzo dell'Accademia delle
Scienze, il teatro dell'Ermitage, vari palazzi, la Farmacia di corte, il Collegio degli
Affari esteri, il palazzo della Borsa, la chiesa dei Cavalieri di Malta. Mor a
Pietroburgo nel 1817. A Rota Dentro la parrocchiale intitolata a S. Gottardo, anche
qui numerose sono le opere d'arte che vi si conservano. Da citare un Crocifisso del
1686 attribuito a Scuola lombarda del diciassettesimo secolo, una crocefissione del
1667, i dipinti che raffigurano S. Margherita e S.Maddalena, 1711, attribuiti all'istriano
Francesco Trevisani. Interessante tra le sculture il pulpito in legno, forse settecentesco,
con un singolare mascherone che funge da sostegno; da ricordare infine il S. Rocco in
legno policromo di Giordano Sanz. S. Siro invece il santo a cui dedicata la
parrocchiale di Rota Fuori, completata nel 1765. Conserva un dipinto dell'Immacolata
opera di Francesco Quarenghi, padre di Giacomo, ma il pezzo pi antico una scultura
in marmo grigio che raffigura S. Anna e la Vergine ed fatta risalire al
quattordicesimo o quindicesimo secolo. Fuipiano (da Fopiano e probabilmente dal
latino fagitum planum, pianoro dei faggeti) era posta al confine tra il ducato di Milano
e la Repubblica di Venezia. Cos fu sede di una caserma che sorgeva nella frazione
Arnosto. Qui sono ancora visibili alcuni esempi di architetture rustiche e una chiesetta
che l'incisione sopra l'altare fa risalire al 1605 e che probabilmente era l'antica
parrocchiale di Fuipiano. Sull'esempio di molti altri centri della valle, anche qui la
chiesa conserva una vera e propria raccolta di opere d'arte. dedicata a S. Giovanni
Battista e risale al 1739. Molte sono quindi le cose degne di segnalazione, tra queste il
dipinto di Giacomo Francia, 1535, che composto da dieci figure che originariamente
dovevano far parte di un grande stendardo utilizzato durante le processioni. Dello
stesso autore c' una tela del 1585, Madonna delle Grazie e Santi, mentre si contano
pure sei tele di Francesco Quarenghi, tre della scuola del Tiepolo, una Immacolata di
Giovanni Ghizzoletti, tre opere di Giuseppe Orelli e ancora tre tele del Cinque, Sei e
Settecento tutte di autore ignoto. Non si possono tacere infine gli armadi della
sacrestia, intagliati riccamente risalgono al Settecento e, sempre in sacrestia, le cinque
statuette del Quattrocento che raffigurano la Madonna e i santi Pietro, Giovanni
Evangelista, Rocco e Sebastiano, realizzate da abili artigiani locali. Una conclusione
insolita di questi itinerari pu essere il parco faunistico "Le Cornelle" a Valbrembo, un
Comune che dista soli sei chilometri da Bergamo. Su un'area di novantamila metri
quadri vivono animali di tutti i continenti, dai felini agli elefanti, cammelli, struzzi, uccelli e cos via, per ognuno dei quali stato ricostruito un ambiente simile a quello
naturale della specie. Da marzo a novembre il parco aperto con orario continuato
dalle 9 alle 19, per informazioni sugli orari invernali consigliabile telefonare allo
035/630422. L'itinerario di fede che conduce al santuario della Cornabusa - cuore della
devozione mariana di tutta la valle - pu arricchirsi di altri numerosi motivi di
interesse se, una volta visitata la grotta, si allarga il proprio orizzonte ai paesi
circostanti. L'escursione pu prendere il via proprio dalla parrocchia che accoglie nella
sua giurisdizione il santuario: Cepino, che una frazione del Comune di S. Omobono

44

(le altre tre frazioni che lo compongono sono Selino Basso, Mazzoleni e Selino Alto).
A Cepino la parrocchiale dedicata a S. Bernardino da Siena - da qui il fatto che in
Valle il paese viene anche chiamato "San Bernard", per via appunto del Santo patrono. La chiesa sorta nell'Ottocento sull'area dove era gi ubicata un'altra chiesa.
L'edificio sacro arricchito da alcune tele del Seicento di autore ignoto, da una Piet
settecentesca di Gaetano Peverada e da sedici quadretti di scene macabre, di epoca
imprecisa, che sono stati definiti di notevole interesse iconografico. La chiesa di
Mazzoleni - che anche la parrocchia del capoluogo (anche se di fatto il baricentro si
spostato in questi anni sempre di pi a Selino Basso) - dedicata a S. Omobono. Da
qui il nome della parrocchia e del Comune. E come Comune l'unico in Italia ad
essere intitolato al Santo cremonese Omobono Tucenghi, che fu canonizzato nel 1199.
Statue, affreschi e dipinti lo raffigurano nella parrocchia di Mazzoleni, che risale al
Settecento (la facciata e il portico furono aggiunti successivamente). Tra i notevoli
dipinti conservati all'interno si pu ricordare la pala di Gian Giacomo Lolmo, datata
1558. Dal punto di vista storico Mazzoleni durante il governo di Venezia ospit in una
casa nei pressi della chiesa il vicario della Valle Imagna che, pur avendo la sede
centrale ad Almenno, per due giorni la settimana si spostava qui per amministrare la
giustizia. Il Consiglio della Valle poi, che era composto dai consoli dei diversi Comuni, si riuniva sempre a Mazzoleni in piazza del Comune, sopra la sala di udienza del
vicario. Pietra viva locale appena sbozzata serv invece a partire dal 1713 alla
costruzione della parrocchiale di Selino Alto. Da vedere: tele del diciassettesimo e
diciottesimo secolo, una Madonna attribuita a Giambettino Cignaroli, una Madonna
con Bambino di scuola bolognese, le stazioni della Via Crucis e una Strage degli
innocenti attribuita a Francesco Quarenghi. Infine c' il prezioso piccolo tabernacolo
in legno dorato, decorato con motivi gotici e piccole sculture del Quattrocento veneto.
Un'attrattiva interessante di S. Omobono costituita dalle fonti. La sorgente
principale, detta della Bettola, conosciuta fin dall'antichit. Acqua "Prodigiosa" la
defin nel 1772 il dr. G.Pasta, anche se per avere la prima analisi chimica si dovette
attendere fino al 1848 con il dr. Polli. Proprio l'Ottocento fu il periodo di massimo
splendore di queste fonti; dalle tre sorgenti scaturiscono acque con propriet curative
per le malattie della pelle e del fegato. Ancora oggi le fonti non hanno perso il loro
interesse, anzi sono al centro di un moderno complesso di balneoterapia realizzato
dopo che una frana aveva danneggiato l'edificio precedente. Da S. Omobono si pu
partire anche per una escursione in uno dei luoghi pi pittoreschi di tutta la Valle
Imagna, il Perts. Toccando Valsecca e prendendo a destra al bivio poco prima di
arrivare a Costa Imagna, con una comoda strada si sale al passo di Valcava, che si pu
valicare per scendere poi nella Val San Martino. Valcava tra l'altro (1250/1400 m.)
annoverata tra i centri invernali della Bergamasca. Valsecca (valle secca, toponimo che
oggi contrasta con la ricca vegetazione della zona) sotto la Repubblica di Venezia
segnava il confine con il ducato di Milano. Vicino alla parrocchiale esiste ancora la
casa della gendarmeria veneta con la scritta "caserma della guardia imperiai". Testimoniano l'importanza strategica della zona anche alcuni ruderi di strutture difensive,
tra cui un grande rustico munito di due torri. Sotto l'aspetto religioso, Valsecca un
altro punto fermo della fede dei valdimagnini, molto legati al grande Crocifisso di
legno - che parte della critica attribuisce a fra Giovanni da Reggio, 1654 - conservato

45

nella cappella vicino alla parrocchiale. Secodo la tradizione il Crocifisso, che ancora
oggi meta di molti devoti, salv il paese dalle quattro epidemie di colera del 1836,
1849, 1855 e 1867. La parrocchiale di Valsecca, dedicata a S. Marco Evangelista,
costituita alla fine del Quattrocento, custodisce parecchie opere d'arte. La pi
pregevole una Madonna con Bambino e Angeli, scolpita nel Quattrocento in bassorilievo sul marmo, lo stile ricorda quello dell'Amadeo. Tra le tele sono da citare
l'Adorazione dei Magi, seicentesca, pittore Carlo Ceresa; S.Marco in adorazione,
1729, Francesco Quarenghi; Via Crucis, settecentesca, Gaetano Peverada e altri dipinti
di ignoti del diciassettesimo e diciottesimo secolo.