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ERBE OFFICINALI DELLA VALCAMONICA

La storia della Valle Camonica (o Valcamonica) è antichissima, inizia circa 15.000


anni fa con la fine dell’ultima glaciazione: il ghiacciaio, sciogliendosi, creò una
vallata di 90 chilometri e di qualche centinaio di metri di spessore.

Gli antichi camuni si stabilirono nella vallata a partire dal neolitico (IV millennio
a.C.). Si sa poco su questo antico popolo, famoso per le incisioni rupestri (oltre
300.000 graffiti), che fanno della Valle Camonica il maggior centro d’arte rupestre in
Europa.
Dal 1979 la zona di massima concentrazione di graffiti è stata dichiarata sito protetto
dall’UNESCO.

La Valcamonica, proprio nella parte in cui si trova la massima concentrazione di


petroglifi, è dominata da due imponenti montagne che si fronteggiano: la Concarena e
il Pizzo Badile Camuno.

Agli equinozi di primavera e d’autunno le due montagne sono protagoniste di


suggestivi e simbolici giochi di luce con il sole: la forma della pala sommitale del
Pizzo Badile Camuno per un fenomeno di rifrazione viene proiettata in cielo
esaltando il suo aspetto maschile; la Concarena, dalla forma accogliente come
grembo materno, al tramonto del sole, viene colpita da un fascio di raggi solari che,
attraverso una fessura alta circa centocinquanta metri, illumina il santuario camuno.

Le due montagne nell’antichità erano considerate sacre poiché rappresentazioni delle


divinità maschile e femminile generatrici della razza umana. La celebrazione del
primordiale atto di nascita avveniva in occasione degli equinozi. Per questo la valle
era ritenuta un grande santuario a cielo aperto.

La valle era anche abitata da donne capaci di usare le erbe che crescevano
spontaneamente in quei luoghi. Esse erano considerate streghe come testimoniano gli
atti dei processi intentati contro di loro dall’Ordine dei Francescani, tra il cinque e il
seicento.
Presumibilmente legato alla presenza di queste donne è un ampio santuario dedicato a
Minerva Medica situato sotto la Concarena e il Pizzo Badile e portato alla luce da
recenti scavi archeologici.

Le erbe officinali erano tradizionali coltivazioni dei camuni e si estendevano


all’interno dei conoidi della valle, ma con il tempo i terreni sono stati abbandonati.
Oggi si vuole ripristinare la coltura soprattutto per l’accresciuta conoscenza delle
proprietà delle erbe officinali e per il vasto potenziale di utilizzo in erboristeria,
fitoterapia, fitocosmesi.
Inoltre, grazie alle sapienti selezioni di piante, nelle attuali coltivazioni sono state
privilegiate le specie con maggiori principi attivi, a vantaggio quindi della qualità ed
efficacia dei prodotti derivati.

La crescita del settore del benessere ha generato una forte richiesta di erbe officinali
da parte del mercato (25.000 ton/anno) rispetto alla quale oggi si è in grado di
rispondere solo per il 10%; il restante 90% deve essere importato (essenzialmente
dall’est Europa).

Alchemilla, achillea, lippia, lavanda, malva, melissa, menta piperita sono solo alcune
delle erbe officinali prodotte nella Valcamonica.

HerbaneCamune è il nome dell’Associazione dei produttori che si occupa della


coltivazione, trasformazione, commercializzazione e definizione degli standard di
riferimento a garanzia della qualità delle produzioni.

Le produzioni di elevato valore qualitativo esprimono il legame con il territorio sia


per l’origine della materia prima che per il richiamo a cultura e tradizione locale.
I nomi degli infusi (Morgana, Venere, Grimilde, Demetra) richiamano figure
femminili da sempre associate al mondo delle erbe e rievocano antiche leggende e
tradizioni alpine.
TOMA DELLA VALSESIA
Formaggio artigianale della tradizione gastronomica montana della Valsesia.

Le sue origini risalgono al periodo romano.

La tecnica di caseificazione della Toma della Valsesia si diversifica da quella della


grande famiglia delle Tome Piemontesi. È un formaggio crudo, generalmente grasso,
ad acidità di fermentazione e a maturazione rapida o media, dal gusto unico e
difficilmente riproducibile fuori dalle zone di produzione.

Viene proposta in decine di varianti, a seconda del tipo di lavorazione, alcune


vengono aromatizzate con spezie, aglio e peperoncino.

II legame con l’ambiente è molto forte perché per la produzione sono utilizzati latte
crudo e lattonnesto naturale (ottenuto per acidificazione spontanea del latte del giorno
prima). Ciò permette la conservazione e lo sviluppo della microflora autoctona
naturalmente presente nella materia prima.

Studi microbiologici hanno riscontrato significative differenze tra le tome di ogni


produttore della piccola valle piemontese, tanto da rendere “uniche” le produzioni di
ogni famiglia.

Importante l’ambiente e le modalità di produzione: la toma della valsesia viene


prodotta nelle antiche malghe in pietra, utilizzando strumenti in legno che consentono
di mantenere sapori caratteristici nel completo rispetto dei requisiti di sicurezza
microbiologica.

La caseificazione in alpeggio, ancor di più di quella di fondovalle, permette di


ottenere un formaggio con caratteristiche sensoriali più pregiate, grazie alla flora
microbica presente nel latte crudo prodotto dalle lattifere che pascolano in alta quota.

La fase di stagionatura viene determinata dalle condizioni climatiche e ambientali,


caratteristiche della zona alpina e prealpina di produzione.
PECORA SOPRAVISSANA
Questa specie ovina ha origine nella zona montana sopra Visso tra Umbria e Marche
nella seconda metà del 1700, da un incrocio tra pecore vissane e arieti Mérinos. Si
diffonde poi in territorio laziale.

La pecora sopravissana rappresenta una specie selezionata per la vita montana: è di


taglia medio-piccola, ha arti forti e vello molto folto.

Oggi viene allevata in pianura, collina e montagna, in forma transumante o stanziale.

La pecora sopravissana era originariamente particolarmente apprezzata per il latte,


dal quale si ricavava il pecorino romano, la carne, il famoso abbacchio romano, la
lana di particolare morbidezza e pregio.

Negli anni Sessanta la pecora sopravissana era la razza ovina più diffusa: ne
esistevano circa 1.200.000 esemplari.

Successivamente razze più produttive, come la pecora sarda allevata in stalla, sono
state preferite alla sopravissana.
Questo ha determinato negli anni una drastica diminuzione del numero di esemplari
di sopravissana. Ad oggi sono circa 3.000 e rientrano ormai nelle specie a rischio di
estinzione.

Oggi gli allevatori registrati sono 50, distribuiti in 5 regioni dell’Italia centrale.
La forte riduzione di esemplari comporta anche un impoverimento della diversità
genetica a causa dei ridotti scambi tra allevatori.

A conferma del decaduto ruolo della pecora sopravissana sta il fatto che oggi la
maggior parte della produzione di pecorino romano origina dal latte della pecora
sarda e il Consorzio per la tutela del pecorino romano ha sede a Macomer (Nuoro).
Inoltre, il 40% del consumo nazionale di abbacchi è coperto da agnelli provenienti
dai paesi dell’est europeo.

I due più importanti fattori per un deciso incremento della razza sopravissana sono:
il mantenimento del territorio: l’allevamento della pecora allo stato brado porta a una
costante opera di “pulizia” del territorio da parte degli ovini;
l’attrattività turistica/gastronomica: valorizzazione sia della tradizione secolare
dell’allevamento transumante da parte delle comunità montane sia delle particolarità
dei prodotti alimentari come il pecorino romano originale e l’abbacchio dalla carne
più saporita e nutriente.
PANE DELLA GARFAGNANA
In Garfagnana è ancora viva la tradizione del pane di patate, chiamato anche
“garfagnino”: una variante ingentilita di un pane di mistura diffuso un tempo in tutta
l’Europa continentale soprattutto nelle annate con scarsa produzione di granturco e
altri cereali.
Risalgono al 1800 testimonianze sull’estensione della coltivazione della patata in
Garfagnana e del suo utilizzo come ingrediente nella preparazione del pane, ma si
ritiene che la sua produzione abbia radici ancora più antiche.

La ricetta prevede, oltre alla farina di grano, un 20% di patate lesse e schiacciate,
semola e sale marino; la lievitazione è fatta con lievito madre (tradizionalmente si
tramandava nella famiglia e talvolta si scambiava all’interno della comunità).
Le patate, provenienti da coltivazioni locali, rendono il pane particolarmente morbido
e saporito. La cottura avviene in forno a legna.

Il valore organolettico e la specificità della ricetta non sono le uniche ragioni per cui è
importante preservare il pane della Garfagnana. Questo pane è fortemente legato ai
prodotti dell’agricoltura locale (le patate, il frumento) per cui è ancora possibile
ricostruire in Garfagnana una filiera che ricolleghi aziende agricole, mulini a pietra e
forni a legna.

La tutela della biodiversità agraria è uno dei più importanti impegni che la Regione
Toscana ha assunto dal 1997 con la prima legge regionale sulla tutela delle risorse
genetiche autoctone di interesse agricolo, zootecnico e forestale.
La comunità montana della Garfagnana opera in tal senso tutelando i prodotti locali e
promuovendo lo sviluppo integrato.
NOCE DI MONTAGNA (Appennino campano)
Il noce è un albero ricco di tradizioni. Una di esse lo vede legato al mondo della
magia e delle streghe.

Presso un mitico albero di Noce a Benevento si svolgevano i Sabba, incontri magici e


misteriosi in cui le streghe si radunavano per rituali demoniaci. Gli incontri si
svolgevano durante la notte tra sabato e domenica e davano origine ai riti sabbatici.

La ritualità del Sabba ed il mito delle streghe di Benevento hanno origini


antichissime. Si pensa risalgano ad epoca pre-cristiana e sono probabilmente legate al
culto di divinità quali Ecate, Artemide e poi, in età romana, Diana; divinità legate al
culto della natura e adorate in rituali mistici spesso in prossimità di grandi alberi.

Proprio da questi legami tra streghe, Diana e l’area campana si pensa derivi il termine
“ianare” che in dialetto beneventano indica streghe.

Il noce con la sua folta chioma che dà riparo e i suoi frutti gustosi e nutrienti è un
albero vitale, legato alla sopravvivenza dell’uomo.

Il noce era molto diffuso nella’area del Regio Tratturo Pescasseroli-Candela, parte di
quella rete di “sentieri d’erba” che attraversavano l’Italia meridionale.

Su questi sentieri avveniva la transumanza, migrazione stagionale delle greggi che


dai pascoli estivi delle montagne abruzzesi, molisane e campane giungeva ai pascoli
invernali della pianura del Tavoliere pugliese.
Questo tratturo, con i suoi 211 km di lunghezza, attraversa Abruzzo, Molise,
Campania e Puglia.

Il noce aveva un’importante funzione idrogeologica per la salvaguardia del territorio.


Inoltre era considerato un albero prezioso che i contadini piantavano alla nascita delle
femmine perché procurasse poi il legno necessario per realizzare i mobili da dare in
dote.

Febbraio 2011