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Il libro

Archivio blog 2009


L’enigma della lingua
albanese
Il libro

Archivio blog anno


2009
Questo e-book è proprietà del blog: L’enigma della
lingua albanese (http://www.eltonvarfi.blogspot.com).
Tutte le traduzioni dalla lingua albanese sono di Elton Varfi

©-2010-
2010- L’enigma della lingua albanese
Qui la tragedia di una razza che ha donato gli elementi
migliori, i soldati, i pensatori, gli uomini di Stato, i santi, a
tutti i suoi dominatori slavi e latini, greci e turchi e che
reclama finalmente i suoi figli, poveri e maltrattati, per
educarli a sé ; che tende a ricostruirsi, fra tante difficoltà
d'ogni genere, una coscienza nazionale. Di questo anelito
collettivo è stato testimone per lungo tempo un sintomo solo
ma possente : la conservazione e l'unità del linguaggio
nazionale.
Eugenio Vaina De Pava , " Albania che Nasce ", Catania
,1914

Gli Albanesi parlano una delle più antiche e più belle lingue
del mondo. Le lingue affini e coeve all’albanese si sono estinte
da millenni e non si parlano più in nessun posto della terra. La
lingua albanese ha molte affinità con il greco antico, il latino e
il sanscrito, l’antica lingua dell’India, con la lingua zend, che
era la lingua dell’antica Persia, e infine con la lingua celta e
con quella teutonica. Queste sono tutte lingue morte, mentre la
nostra lingua, l’albanese, che fra queste è quella più antica, è
viva e si parla ancora oggi come ai tempi dei Pelasgi.
Sami Frashëri "Shqipëria ç'ka qënë, ç'është e ç'do të
bëhet" Bucarest 1899

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Besa: la parola-impegno
Di Adele Pellitteri

Quando parliamo con qualcuno che non conosciamo bene

ascoltiamo quello che dice, ma le sue parole non bastano.

Iniziamo dunque ad osservare i movimenti del suo volto per

cercare di capire quanto possiamo fidarci. In questi casi è

interessante come la parola non sia abbastanza per decidere di

credere.

Se si pensa al significato di “parola”, ci sono espressioni che

rendono complessa la riflessione e ardua la possibilità di una

conclusione definitiva.

Per esempio l’espressione “Vogliamo fatti, non parole” lascia

pensare ad una parola che si contrappone al fatto, al possibile,

al fattibile. La parola diventa quasi un ostacolo e certamente

non garantisce affatto sulla veridicità di quello che si dice. I

significati di “parola” riportati dal dizionario De Mauro

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confermano questo aspetto, in particolare il punto 3, nel quale

si legge “spec. al pl., ciò che si dice, in contrapposizione a ciò

che si fa”.

Tuttavia riflettendo ancora un po’, viene in mente l’espressione

“Ti do la mia parola” che è usata per confermare che quello

che dico di fare o di aver fatto corrisponde alla verità. Sembra

una definizione completamente diversa dalla precedente perché

è una parola che garantisce, conferma, tutela. In realtà le cose

sono molto più semplici di come sembrano.

La parola non è vera o falsa in sé, ma neutra. Tutto dipende da

come si usa. Niente può garantire sulla veridicità di quello che

dico, se non il fatto che sia io a dirlo.

Anche se, per certi versi, le parole sono il mezzo per giungere

al significato delle cose, per affermare la verità, in italiano non

abbiamo un termine che indichi una parola che è certamente

vera. In albanese, invece, esiste una parola che indica che ciò
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che si dice coincide con ciò che si fa, con ciò che si pensa, con

ciò che è vero: besa.

La besa, uno dei principi fondanti il Kanun, un insieme di leggi

consuetudinarie trasmesse oralmente in Albania, è molto più

della parola, è un giuramento, è garanzia del vero. Nel Kanun

la besa è descritta come l’autorità più importante ed è

strettamente legata al concetto di onore.

La besa in particolare, il Kanun più in generale, è il prodotto

della storia dell’Albania. In essa si ritrovano i principi fondanti

maturati grazie al contatto con altre realtà storico-culturali.

Eppure, in questi principi, si riconosce il febbrile tentativo di

definire l’identità albanese. Ad esempio, se da un lato alcuni

principi della chiesa cattolica sono facilmente individuabili tra

le idee portanti del Kanun, dall’altro, attraverso questo codice,

l’Albania ha tentato di forgiare la sua identità per rendersi

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meno vulnerabile agli attacchi imminenti che si profilavano

all’orizzonte.

Questa questione è trattata molto dettagliatamente in uno

straordinario libro di Ismail Kadarè “Chi ha riportato

Doruntina?”. È la storia di una donna albanese, Doruntina, che

in seguito al suo matrimonio è costretta a trasferirsi in una

cittadina dell’Europa centrale, lontana dalla madre e dai suoi

fratelli. La madre, contraria al trasferimento della figlia in un

posto così distante da lei, si acquieta solo quando arriva la

promessa e la besa del figlio Costantino di portarla indietro

tutte le volte che la madre avesse avuto il desiderio di rivedere

la figlia. Purtroppo in seguito ad una grave epidemia,

Costantino muore. Eppure, dopo tre anni dalla morte,

Doruntina riesce a tornare a casa accompagnata da un

misterioso cavaliere. Il capitano Stres viene incaricato di

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occuparsi di indagare sulla vicenda. La sua verità finale è

scomoda per tanti, ma suggestiva e allettante per altri:

“… affermo e ribadisco che

Doruntina non è stata riportata da

altri che dal fratello Costantino, in

virtù della parola data, della sua

besa. Quel viaggio non si spiega né

potrebbe spiegarsi altrimenti. Poco

importa che Costantino sia uscito o

no dal sepolcro per compiere la

propria missione, poco importa di

sapere chi fu il cavaliere che partì

in quella notte scura e quale

cavallo sellò, quali mani tennero le

redini, quali piedi poggiarono sulle

staffe, di chi erano i capelli


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ricoperti dalla polvere del

cammino. Ciascuno di noi ha la

sua parte in questo viaggio, poiché

la besa di Costantino, colui che ha

riportato Doruntina, è

germogliata qui fra noi. E dunque,

per essere più precisi si può dire

che, attraverso Costantino, siamo

stati noi tutti, voi, io, i nostri morti

che riposano nel cimitero accanto

alla chiesa, a riportate Doruntina

(…) Nobili signori, non ho ancora

finito. Vorrei dirvi – e vorrei dirlo

soprattutto agli invitati giunti dalle

regioni lontane – che cos’è questa

forza sublime in grado di


9
infrangere le leggi della morte (…)

Ogni popolo, di fronte al pericolo,

affila i suoi strumenti di difesa e –

questo è essenziale – se ne crea di

nuovi. Bisogna avere la vista corta

per non comprendere che l’Albania

si trova di fronte a grandi drammi.

Presto o tardi, giungeranno fino ai

suoi confini, se già non vi sono

arrivati. Allora, si pone la

domanda: in simili nuove

condizioni di aggravamento dello

stato generale del mondo, in

quest’epoca di sfide, di crimini e di

odiose perfidie, quale sarà il volto

dell’Albania? Sposerà il male o vi


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si opporrà? In breve, cambierà

volto per adattarsi le maschere

dell’epoca, onde assicurare la

propria sopravvivenza, o manterrà

un volto immutato, col rischio di

attirare su di sé la collera dei

tempi? L’Albania vede avvicinarsi

l’era delle prove, della scelta fra

quei due volti. E, se il popolo

albanese ha cominciato a elaborare

nel più profondo di sé delle

istituzioni tanto sublimi come la

besa, ciò sta a indicare che

l’Albania è sul punto di fare la sua

scelta. È per portare questo

messaggio all’Albania e al mondo


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che Costantino è uscito dalla

tomba.”

Il capitano, nel suo discorso finale, invita tutti gli albanesi a

riconoscersi attori dell’evento che ha coinvolto la nobile

famiglia dei Vranaj. Si tratta di un impegno che “esigerà

pesanti sacrifici dalla generazioni a venire”, ma è l’impegno di

una nazione nel riconoscersi in una identità precisa, della quale

il concetto di besa diventa elemento portante.

La besa non è una promessa, è molto di più; è la garanzia che

quello che dico è vero, è uno straordinario tentativo di fuggire

all’ambiguità del linguaggio. Attraverso la parola puoi

comunicare qualsiasi cosa, non importa che sia vero o non lo

sia. Attraverso la besa comunichi il vero, prometti qualcosa che

dovrai mantenere a qualsiasi costo, assumi un impegno.

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Ururi e gli Arbëreshë: come valorizzare
il dialogo multiculturale
Di Adele Pellitteri

L’indagine sulla storia del popolo a cui si appartiene, sulle

tradizioni e sulla lingua che si parla è sempre molto

stimolante, ma poco praticata. Fino a che un individuo si trova

nella sua comunità e nella sua cultura, non percepisce il

profondo significato della sua identità etnica.

Tutto cambia in seguito ad un fenomeno migratorio. Il

ritrovarsi in una società diversa, dove è diversa la storia, le

tradizioni e la lingua. È allora che il senso della propria identità

si rafforza e si riscopre una nuova energia che spinge il

desiderio di scoprirsi appartenenti ad una comunità che ha

precise connotazioni storico-culturali.

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All’interno di questo quadro così suggestivo di scoperta e di

esplorazione si inseriscono le iniziative dell’istituto tecnico

comprensivo “Gravino” di Ururi, provincia di Campobasso,

tutte legate al desiderio di valorizzare la lingua e la cultura

della comunità arbëreshë.

Ururi è un paese di origine albanese e la comunità ha sempre

cercato di preservare la propria identità etnica; tuttavia è

consapevole dei rischi che comporta il fatto che questo

passaggio alle nuove generazione avvenga oralmente. Ad

aumentare la necessità di progettare iniziative finalizzate alla

consapevolezza della propria identità, ci sono le recenti

immigrazioni provenienti dall’Albania. Si è quindi resa

necessaria una riflessione sul tema dell’identità arbëreshë. In

particolare, uno dei progetti attivati si articola in due fasi: la

prima è destinata all’anamnesi storica e più specificatamente

culturale, mentre la seconda fase si concentra sulla lingua.


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Vale la pena ricordare che gli arbëreshë sono albanesi costretti

alla fuga perché decisi a non sottostare al dominio turco. Erano

perlopiù benestanti che non volevano accettare

l’islamizzazione forzata. Il loro nome deriva dal fatto che

prima che lasciassero la loro terra, questa aveva il nome di

Albanë o Arbër, mentre dopo l’invasione turca gli albanesi

rimasti in Albania presero in nome di Shqiptar.

Il progetto della scuola di Ururi è interessante non solo perché

muove dal rispetto per una comunità che ha un’identità

complessa e composita, ma anche perché è realizzato attraverso

il contatto con la tradizione. Agli alunni coinvolti è stato

chiesto di intervistare gli anziani, ascoltare le loro storie,

fotografare oggetti tipici del passato. In tal modo la scuola

invita i propri alunni a investigare sul proprio passato e sul

passato dei loro compagni, facendo due operazioni positive: la

prima consente
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al bambino di origine arbëreshë di costruire una doppia identità

etnica e lavorare sull’appartenenza ad entrambe le culture

(quella italiana e quella arbëreshë); la seconda consente al

bambino italiano di apprezzare il privilegio del dialogo

multiculturale come generatore di uomini e donne inclini

all’ascolto e capaci di apprezzare il valore della differenza.

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Due nomi di piante che ci legano agli
Albanesi1
Di Alberto Areddu

1
Questo articolo è scritto dal professore Alberto Areddu in esclusiva per il
blog L’enigma della lingua albanese

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E’ dal mondo agricolo e della terminologia delle piante che

vengono le maggiori sorprese riguardo la verosimile origine

illirica della civilizzazione in Sardegna; cosa in sé ovvia

giacché l’isola pur avendo subito una notevole afflusso di

termini latini nel campo agricolo, ha comunque lasciato

sopravvivere altri termini, qui e là, che coll’ impianto

grammaticale del latino non si spiegano affatto. I registri

lessicali e le raccolte fitonomastiche ci consegnano due nomi di

pianta per i quali si è sospettata fin dai tempi del Wagner una

loro sostraticità. Il riparlarne qui mi dà modo di ritrattare la

questione della loro etimologia, da altri e da me proposta nel

saggio. Le piante sono il rethi/retti/rettiu 'cirro, viticcio'

(clematis vitalba) e il carcuri/craccuri/curcuri/curcuriu

'giunco, saracchio' (ampelodesma mauritanica) (utilizzate

entrambi perlopiù per fare legacci e corde).

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Secondo lo studioso Paulis che agli inizi degli anni '9o ha

predisposto un vocabolario etimologico per i molteplici nomi

di pianta della Sardegna, in un caso si tratterebbe di una

retroformazione (cioè una forma abbreviata) del lat.

RETIOLUm 'piccola rete', nel secondo caso del verbo latino

CALCARE 'premere, calcare', intervenuto non si sa bene e in

quale maniera su una qualche forma prelatina. Come abbiamo

detto entrambe le piante (stelo e rami) servono ad avvolgere,

legare, circondare oggetti di uso comune: basi di sedie, scarpe,

baracche e come dicemmo in un altro studio, quello sulla serpe

d'acqua, l'albanese conosce un suffisso -çi/-thi col quale si

demarca il diminutivo maschile. Tale suffisso ha una peculiare

presenza sopratutto nelle comunità italo-albanesi, che sono

perlopiù d'origine tosca e che hanno preservato un certo tratto

arcaico dell'albanese medievale. Orbene io trovo nel

vocabolario del Giordano le forme rripthi e rrypthi 'cirro,


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viticcio' che derivano dal sostantivo rip 'laccio', e questo dal

verbo rrjep 'strappare'. Questo verbo viene fatto derivare (cito

per tutti Orel) da un protoalbanese *repa, connesso alla radice

ie. *rep- 'strappare', tra i cui derivati si annoverano il greco

ereptomai 'strappo', il latino rapere 'rapire', il lit. ap-repti

'fassen, ergreifen, begreifen'. E' ben evidente che la forma sarda

deriva da un illirico *rep-thi 'il piccolo strappo, il piccolo

laccio > il cirro, il viticcio', nel quale il nesso -pt- nel passaggio

al latino di Sardegna si è naturalmente assimilato in -tt- (sette

< SEPTEm; rettulia < REPTILEm), con preservazione della

forma interdentale -th- nelle aree centrali (come barbaricino

thiu 'zio' a petto del logudorese tiu, dal greco-latino THIUm), e

assimilazione -tt- nell'area logudorese. Questa ipotesi, di una

provenienza da un illirico *repthi 'il cirro' mi pare più

soddisfacente di quella velocemente affacciata nel mio saggio

di un influsso del sostantivo rethi 'cerchio' su rrip-thi.


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E ora veniamo al secondo fitonimo: carcuri e varianti, per il

quale mi sono espresso per una connessione coll'albanese

kërcuri (leggi: kertzuri]) 'ceppo', che pone in realtà grossi

problemi fonetici e semantici. Vedo invece ora che nel

21
sostantivo qark (leggi:[kjark]) 'cerchio' potrebbe trovarsi una

soluzione. Tale voce viene però ricollegata dai vari studiosi al

latino CIRCUm come prestito, anche se riconosce l'Orel la

fonetica fa difetto (da CIRCUm otterremmo: *kirke, o *kjërke).

In effetti è probabile che sia voce indigena in relazione con il

greco arkus 'arco, cerchio' di variegata interpretazione (il

Pokorny lo colloca sotto due basi diverse: *ar- e *arqu), con

in aggiunta il ben noto prefissuale kë- 'questo, ciò'

dell'albanese, altamente produttivo nella formazione di

elementi lessicali e aggettivi (rimando a Camaj anche per

la palatalizzazione di K- iniziale col suo esempio di kem, qem

'incenso' da un *ke anem; ma si potrebbe ipotizzare anche una

metatesi di -i- in prima sillaba da un *karki-os, con successiva

palatalizzazione; o ancora: visto che il nome del popolo illirico

dei Japidi si presenta colla forma alternativa Apudi/Apuli, si

può pensare a una tendenza già antica, come nelle lingue slave,
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di palatalizzazione della vocale iniziale, per cui potremmo

sospettare un *kë jarkos originario). Il tutto deve avere quindi

indicato in origine "questo cerchio, tale arco". Possiamo dire

che in questo caso è la forma sarda carcuri (leggi: [karkuri]),

con la sua -a- iniziale, che dà sostanza e giustificazione

all'indigenato dell'albanese qark, mentre l'uscita in -uri del

sardo, che non è affatto latina, trova invece risposta nell'illirico

e nell'albanese, dove ha verosimilmente avuto valore

aggettivale per cui "il cerchiante, quello del cerchio, quello che

cerchia, quello che gira a cerchio" è divenuto

professionalmente nel gergo dei contadini, il nostro saracchio.

Possiamo aggiungere in conclusione un'altra osservazione:

diversi nomi di piante sarde terminanti in -i, presentano anche

delle forme con -u aggiunta: così abbiamo eni/eniu; retti/rettiu;

carcuri/curcuriu. Secondo me è lo stesso fenomeno che

23
distingue in albanese njerì e njeri-u, e di cui ho parlato nel

saggio.

Bibliografia utilizata:

Areddu A.G., Le origini albanesi della civiltà in Sardegna, Napoli

2007

Camaj M., Albanische Wortbildung, Wiesbaden 1964

Giordano E., Fjalor e arbëreshvet t'Italise, Bari 1965

Landi A., Gli elementi latini nella lingua albanese, Napoli 1989

Orel V., Albanian etymological dictionary, Leiden-Boston-

Köln, 1998

Paulis G., I nomi popolari delle piante in Sardegna, Sassari

1992

24
Pokorny J., Indogermanisches etymologisches Wörterbuch,

Heidelberg 1959

Wagner M.L., Dizionario etimologico sardo, iii volumi 1960-

62

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Le origini Illiriche di Oristano
Di Alberto Areddu

Il poleonimo di Oristano appare in antico in una forma

(:Aristianis limne, nel geografo bizantino Giorgio Ciprio) che

si ripresenta tuttoggi nel dialetto comune: Aristanis; la

deformazione in Oristano è successiva (a partire da geografi

toscani del xii sec.).

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L’interpretazione che ne fa un toponimo africaneggiante per

l’uscita in -an (TERRACINI), come quella che lo vorrebbe un

indimostrabile prediale da tale Aristius (DE FELICE; PITTAU)

hanno poco fondamento; un suff. -anis ritorna infatti nel

sostrato (cfr. ad es. Lesanis).

Lo spiritus loci dovrebbe indirizzarci a fornire invece un etimo

confacente alle caratteristiche, abbastanza particolari, del

territorio. Oristano sorge a pochi km. dalla costa all’interno

dell’omonimo golfo, in vicinanza dello stagno di S. Giusta, ma

la denominazione di “portu” nel Medioevo fa presumere una

sua maggiore prospicenza alla costa. Una prima nostra

interpretazione ci potrebbe spingere a vedere nelle forme

riportate dei geografi toscani: Arestagno, Aristanno un indizio

di una durevole continuità dal lat. stagnum (cfr. SPANO

sull’individuazione da ‘stagno’); ma se l’interpretazione è

motivata topograficamente, non lo è altrettanto


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linguisticamente: dal lat. stagnum avremmo ottenuto nel sardo

*stannu, e non vedendosi il motivo della perdita della

geminata, meno ancora si comprenderebbe un Ari- iniziale

romanzo.

La chiave illirica può invece darci maggiori risposte; qui, come

nel celtico, esiste un prefissuale ar- 'presso' (celt. are-, ari-

‘presso’; cfr. anche umbro ar- per ad-) che ritorna peraltro in

altri toponimi sardi; “presso”, dunque di che cosa? La risposta

più confacente: un’ ‘imboccatura’: cfr. all’uopo antico indiano

ustha- ‘labbro, bocca’, così anche avestico aošta-, aoštra-

(<*əus), lat. ōstium ‘entrata, imboccatura sul fiume’ (= slavo

*ustьje); antico slavo usta ‘bocche’; slavo *ustьje

'imboccatura'; antico slavo ustьna, slov. ûstna ‘labbro' (dalla

stessa base si confrontino le città tracie di Ostaphos,

Ostudizos).

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Discorso solidale credo vada fatto per la località turistica

olbiese di Porto Ìstana (così dal xiv sec: ad portus Istani

stationem, PANEDDA).

Anche qui verosimilmente ritroviamo un *usta ‘imboccatura’

che originariamente doveva apparire isolatamente come *Ust-

ana ‘luogo dell’imboccatura’ -> ‘porto’, poi replicato

tautologicamente con la definizione di Porto. Secondo lo

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SPANO, un altro Aristani/Aristanno si sarebbe trovato nel

territorio di Olbia (forse in reg. Astaina si recepisce il

documentato Aristana).

Dunque sia Oristano “che sorge presso un porto”, sia Porto

Istana ci possono testimoniare che la forma *Ùstana indicasse

nella lingua nuragica il ‘porto largo’ (cfr. lettone uosts m.,

uōsta f. ‘porto’). La resa i<u si inserisce in quegli

adeguamenti fonetici di u esotici, verosimilmente [ü], della

latinità coi prestiti, e nel successivo passaggio del segmento

iniziale us- poco frequente a quello logudorese is- (: i-stare, i-

schire).

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Riguardo l'uscita in -is, che parrebbe latina, faccio presente che

la presentano toponimi sicuramente prelatini come

Kalaris/Karalis, Lesanis, Etis, Seunis, Sipontis, e per i quali ho

trovato forti connessioni illiriche. Al momento non ho trovato

tracce di *usta in area illirica, ma non è detto che salti fuori;

foneticamente si adatterebbe la località di Shtanë (anticam.

Stana), registrata dalle carte albanesi, che però non è località

balneare. Riguardo poi la toponomastica odierna albanese essa

ha subito notevoli influssi da quella slava (gli albanesi erano

pastori in continua migrazione per i Balcani), e molto oggi si

discute su quanto sia esterno e quanto sia originario.

bibliografia utilizzata

De Felice E., Le coste della Sardegna, Cagliari 1964

Panedda D., I toponimi dell'agro olbiese, Sassari 1991

31
Pittau M., I nomi di paesi città regioni monti fiumi della

Sardegna. Significato e origine, Cagliari 1997

Spano G., Vocabolario sardo geografico patronimico ed

etimologico, Cagliari 1872

Terracini B., Pagine e appunti di linguistica storica, Firenze

1957

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Quando a Oliena si parlava albanese
Di Albeto Areddu

Guardate il borgo della Sardegna centrale che vedete qui

fotografato, celebre per i suoi vini, per i suoi formaggi, per le

escursioni montane, per le sue attività culturali e per aver dato i

natali al calciatore sardo più noto all’universo mondo.

Immagino ci siate arrivati da voi (eh già, c'è anche il titolo), se

no ve lo dico io: questa piccola cellula di sardità è Oliena, od


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Ulìana, come viene pronunciata oggidì. Come quasi tutti i

centri della Sardegna porta un nome che sfugge alle indagini

condotte scientificamente, c’è chi ha pensato all’olio, e

inevitabilmente perché nel territorio ci sono oliveti (ma li han

portati i Pisani, quando il nome Olian c’era già) e in quanti

punti della Sardegna non ci sono?; altri hanno pensato agli

Iliensi (i figli di … Ilio, da cui una parte dei Nuragici diceva di

discendere). La mia indagine, che parte proprio da qui tende

invece a rilevare come il suffisso -ena. -ana sia frequentissimo

nei toponimi del sostrato preromano; e qui la scuola

mediterraneista avrebbe obiettato: “roba africana”, mentre

l’ipotesi orientalizzante, propugnata in Sardegna dal solo

Pittau, di risposta: "roba etrusca". Ma guardiamo il tema (cioè

la parte iniziale), esso è Oli- e per ora fermiamoci qui. Quasi

che i nostri lontani antenati abbiano inteso lasciarci qua e là

qualche voluta traccia del loro passaggio sulla terra, scavando


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nel sottosuolo di Oliena a metà Ottocento l’archeologo

Giovanni Spano riportava alla luce una statuetta d’epoca

romana che presto veniva ricomposta e prima tributata a

Belzebù, il re delle mosche della tradizione semitica (giacché

di mosche pareva ricoperta), poi si attribuiva a una figura di cui

si aveva avuto sentore fino ad allora solo attraverso le fonti

greche relative alla Sardegna preistorica: quella di Aristeo,

mitico apportatore di tecniche innovative nell’agricoltura, nella

viticoltura e soprattutto nell’apicoltura, venuto, chissà mai

quando, da Tebe in Beozia (il classico ex oriente lux). Le api

incise sul petto indicavano che era una statuetta votiva a questo

antico euretes orientale; non solo, il posto del ritrovamento

parlava chiaro: la località di Su medde (o sa 'idda de su

Medde), che è una variante locale del sardo su mele ‘il miele’

(allotropi dunque del latino Mel(l)e). Ma la cosa che nessuno

approfondì era che la statuetta era stata scavata all'interno di un


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salto, detto (e così ancora oggi): Dule. Tale parola in chiave

latina non trova corrispondenze confacenti, mentre il lettore

albanofono sa, essa consuona perfettamente con la voce

albanese (propria e non prestito latino, turco o slavo): dyllë che

vuol dire ‘cera’ !!! Orbene questa potrebbe essere una

casualità, il mondo è pieno di corrispondenze casuali: quella

celebre anglosassone e persiana della parola bad che indica la

stessa cosa ‘malvagio’, ma ha origine e percorso etimologico

diverso. Potrebbe dunque essere. Ma nel mio libro di altre

circostanze casuali così, se ne trovano. Anzi, se da una esigua

traccia se ne deve pur trarre un qualche elemento deduttivo, io

ritorno ad Oliena e chiedo retoricamente: "un territorio che ci

consegna dall’antichità una statuetta consacrata a una divinità

dell’apicoltura, potrebbe avere una qualche intima ragione a

definirsi come “luogo di favi”? Mi rispondo di sì, perché il

lettore albanese sa bene, ma sopratutto lo sa bene quello


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arbëresht (gli albanesi d’Italia), che ha conservato una variante

più pura, il nome del favo nella sua lingua suona: hol-i !!! E

anche questa (ce lo dicono i vari Meyer, Çabej, Demiraj e Orel)

è voce indeuropea, parente del latino alveus, del greco aulos, e

sopratutto dello slavo ulьjь e del lituano aulys che valgono

'favo delle api'. Lo so a questo punto il lettore scettico storcerà

il naso, perché è per natura difficile a convincersi; e ha ragione,

ci vuole ben altro: la toponomastica è sempre argomento

vischioso e si rischia di fare delle scivolate da cui non ci si

rialza più. Va bene, miscredente, eccoti servito. Allora, nel

territorio che vedi indicato (Oliena, Orgosolo e Ogliastra) c’è

una parola che da decenni ha fatto impazzire prima il Wagner

(puoi controllare nel suo celebre DES a pag 489) poi tutti gli

altri glottologi: eni, enis o eniu. Con questa misteriosa parola

in questa plaga di Sardegna si designa l’albero del tasso

(tassonomicamente, è il caso di dirlo, la taxus bacchata). C’è


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chi ha pensato al basco e chi ha detto: boh. Inutile che lo dica

io: l’albanese lo sa già: perché per la stessa pianta, ha la

denominazione di enjë (che sembra il nome di una cantante

irlandese), ma che è parola misteriosa anche per la lingua

albanese, e che nel mio libro ho cercato di interpretare (in

chiave, inutile dirlo, indoeuropea).

Bibliografia utilizzata:

Angiolillo S., “Aristeo in Sardegna” in Bollettino di

Archeologia 5/61(1990), 1-9

CASTIA S., "Aristeo il protos euretes" in La Sardegna e i miti

classici, Olbia 1996, 19-22

Çabej E., Studime etimologjike në fushë të shqipes, Tiranë

1982

Demiraj B., Albanische Etymologien, Amsterdam-Atlanta

1997
38
Meyer G., Etymologisches Wörterbuch der Albanesischen

Sprache, Strassburg 1891

Orel V., Albanian Etymological Dictionary, Leiden-Boston-

Köln 1998

Pianu G., “Il mito di Aristeo in Sardegna” in Zucca 2004, 96-

98

Pittau M., I nomi di paesi città regioni monti fiumi della

Sardegna significato origine, Cagliari 1997

Sanna S., “La figura di Aristeo in Sardegna”, in Zucca 2004,

99-111

Spano G., “Statuetta d’Aristeo in bronzo” in Bullettino

Archeologico Sardo I (1855) 65-71 [testo in

http://www.comune.oliena.nu.it/conosci_secondo.php?mpos=5

0&id=20&bar=arch]

Spiggia S., Le api nella tradizione popolare della Sardegna,

Sassari, 1997
39
Wolf H. J, Toponomastica barbaricina, Nuoro (1998)

“ “ “La toponomastica preromana in Sardegna”, in Max

Leopold Wagner. Lingua e cultura sarda, Atti Conv. Int. di

ling. sarda (a cura di D. Turchi), Oliena 23-3 2003, 49-58

(2004)

Zucca R, (a cura di) LOGOS PERI THS SARDOUS. Le fonti

classiche e la Sardegna, Roma 2004

40
È di origine illirica l'antica mastruca
sarda
Di Alberto Areddu

Uomo in mastruca

41
A lungo abbiamo perlustrato sulla Rete alla ricerca di qualche

immagine recente che supportasse l'estratto che qui

presentiamo, ma poco oramai si trova di uomini col vecchio

costume, forse anche deve esser subentrato un qualche moto di

vergogna, per cui tuttalpiù viene tirato fuori per mascherate e

carnevalate varie. La mastruca o mastruga, secondo antica

parola mai però perfettamente popolare in epoca recente, più

agevolmente dai Sardi odierni resa col sinonimo di best'e pedde

'vestito di pelle', è il tipico indumento di una società di pastori,

che vivono gran parte dell'anno sui monti, adatta (come le

microfibre) non solo per gli inverni ma anche per le estati; essa

apparve agli occhi dei Romani come specifico tratto costitutivo

di una società "regredita", anche perché al tempo di Tolomeo si

vedevano Sardi Pelliti anche a Cornus (che proprio in

montagna non era). Ma qui siamo per occuparci della parola; le


42
indicazioni di "sardità" in questo senso ci paiono precise.

Vediamo pertanto le fonti, tralasciando, come cosa scontata,

quando dicono che i Sardi vestivano genericamente di pellicce:

“Se non riuscì a sedurlo la porpora regale, fu forse la mastruca

dei Sardi a trasformarlo? (Cicerone, Pro Scauro xxi)

“Cicerone, nell’atto di sbeffeggiare (i Sardi), a bella posta

adoperò la parola mastruca” (Quintiliano, I, 5-8)

Sempre Cicerone si rivolge ai “mastrucatis latrunculis” della

Sardegna in De prov. cons. 15

“Mastruga si chiama il saio nella lingua dei Sardi; megalie si

chiamano le case nella lingua degli Afri; cateia si chiama il

dardo nella lingua dei Persiani (P. Mauro, 284)

“Ad ogni nazione appartiene un certo tipo di indumento che

riflette una caratteristica peculiare di ciascuna di queste; …per

i Sardi le mastruche” (Isidoro di Siviglia, XIX, 23-1)

43
“Mastruga è una veste germanica confezionata mediante

piccoli pelli di animali: questo è ciò che si può leggere nel libro

delle differenze” (Codice Bernese, 83)

Fino ad ora riguardo l’origine della parola -che nel sardo

odierno, come detto, pur registrata nei dizionari, non è

popolare- si erano fatte diverse ipotesi: chi era propenso per

una autentica parola indigena sarda (Terracini e Bertoldi) in

ragione del suffisso -uca giudicato però secondo la visuale

mediterraneista come "africaneggiante"; chi per un’origine

semitica (così il celebre vocabolario latino di Ernout e del

Meillet); o ancora chi propendeva per una parola d’origine

gallica o germanica (Dottin). La voce viene nuovamente

considerata un probabile semitismo, visto che la sua prima

apparizione colla forma mastruga, nel Poenulus di Plauto, si

accompagna a un’altra parola semitica, rivolta al cartaginese

44
Annone come offesa, a giudizio dello studioso Martino (il

quale però non adduce forme su cui poter discutere).

Ma la mia ricerca va per altre plaghe. Osservo infatti che in

albanese e nel montenegrino esiste un capo di vestiario detto

strugë/a ‘coperta di lana usata come mantello; mantello di lana

bianco portato da pastori di bestiame in zone dell’Albania

settentrionale’; ‘specie di mantello’; abbiamo strokë

‘giubbetto’ in arbëresht. Non trovo la voce segnalata nei

vocabolari etimologici a mia disposizione. Il Meyer, riporta

solo un vb. struk ‘mascherarsi’, dubbioso se non sia con

italiano stuccarsi; l’Orel accenna a una shtrosë ‘pelle di capra

usata come cuscino’ esito dal verbo shtroj ‘distendere’. E’

interessante invece notare come nelle lingue germaniche si

trovi l’aggettivo strūga (dell'antico islandese) ‘irsuto, ispido,

divenire ispido’ e oggi si abbia l'olandese struik ‘ispido’,

45
imparentati con inglese to struggle ‘combattere’ (secondo il

celebre Pokorny).

Per la parte iniziale della nostra parola, non si può non

richiamare l'attenzione sulla base indoeuropea: *moiso-

s/maiso-s ‘pecora, pelle, otre di pelle di pecora, sacca’, tra i cui

esiti segnaliamo l'antico bulgaro mĕchъ ‘otre’, il russo mĕch

‘pelle, otre, sacca’. La nostra mastruga risalirà quindi

verosimilmente a un chiaro sintagma nominale indoeuropeo:

*maisa struga ‘pelle ispida, pelliccia irsuta’. Ma davvero può

esser stata una parola indigena sarda? Potrebbe esser stato un

germanismo che gli autori latini hanno usato anche per gli

impellicciati sardi? A questa ipotesi vanno opposti due fatti:

all’epoca di Plauto i Germani non erano così ben conosciuti

come lo sarebbero divenuti dopo (nell’epoca di Mario, ad es.) e

d’altra parte il riferimento ai Punici in Plauto è chiaro, segno

che dalle contrade di Sardegna, forse anche per una


46
penetrazione della parola nel punico locale la parola deve

essersi diffusa nel latino; cercando poi nelle lingue germaniche

non ho trovato nulla su una eventuale sostantivazione di struga.

La conclusione da trarsi è che molto probabilmente la voce,

sotto forma di aggettivo, è entrata in prestito dal

protogermanico (ché pelli i Germani usavano per ricoprirsi)

nell’illirico ma poi è andata sostantivandosi, formando in un

rivolo anche sintagma con *masio, e un’originaria *masa

struga ‘pelle/pelliccia irsuta’ (< maisa struga, con -ai- > a

dell’illirico, vs. lituano máišas, máiše) per aplologia: *mas(ë)

struga, è giunta nell’Egeo e da qui in Sardegna a denominare

l’indumento usato dagli indigeni cavernicoli, che l’avrebbero

però poi trasmesso (visti anche i benefici effetti: fresco d’estate

e caldo d’inverno) agli Illiri (si noti come le élites militari

rappresentate nelle statuette nuragiche non indossino mai

47
questo indumento, ma solo una mantellina), come nemesi

storica, o forse, per meglio dire, preistorica.

bibliografia utilizzata:

Giordano E., Fjalor i arbëreshvet t’Italisë, Bari 1963

Leka F.-Simoni Z., Dizionario albanese italiano. Fjalor shqip

italisht, Tiranë 1996-1998

Dottin G., La langue gauloise. Grammaire, textes et glossaire,

Paris 1918

ERNOUT A. - A. MEILLET, Dictionnaire étymologique de la

langue latine, Paris 1967

Bertoldi V. “Sardo-punica” in La Parola del Passato ii (1947)

Meyer G., Etymologisches Wörterbuch der Albanesischen

Sprache, Strassburg 1891

Perra M., ΣΑΡ∆Ω Sardinia Sardegna, III voll. Oristano 1997

48
Martino P., “Il problema dei semitismi antichi nel latino” in

L’Italia e il mondo antico. Atti del Conv. della SIG (a cura di

A. Landi) Pisa 1995

Newmark L., Albanian English Dictionary, Oxford 1999

Orel V., Albanian Etymological Dictionary, Leiden-Boston-

Köln, 1998

Pokorny J., Indogermanisches Etymologisches Wörterbuch,

1959

Hubschmid J., Schläuche und Fasser, Bern 1955 (RH, vol. 54)

Gamkrelidze Th. V. - Ivanov Vj- V., Indo-European and the

Indo-Europeans, Berlin- New York 1995, II voll.

49
Lo scarafaggio sardo dalle tinte
balcaniche
Di Alberto Areddu

Forse vi sarà capitato di aver schiacciato per casa, in cucina o

in cantina qualche scarafaggio, bene (anzi male, dotatevi subito

di qualche DDT) è sicuro che nel farlo avrete provato un

qualche estatico piacere nel sentire lo sgranocchiante guscio

sotto le vostre pedate, e chissà quante volte avrete pronunciato

soddisfattamente vittoriosi, l'irriguardosa espressione rivolta al

deceduto: "creba, malaitta sasaja" (o secondo il luogo di dove

siete: sisaja, sesaja, babbasaja, o al maschile babbusau).

Sappiate allora che probabilmente facendo ciò e facendolo per

diverse generazioni, uccidendo quel ripugnante animaletto,

50
abbiamo salvato una nostra antica parola (e ringraziamo il cielo

che gli scarafaggi non si siano estinti, nonostante il nostro

prodigarci, perché neanche avremmo più la parola).

Se diamo una scorsa all'enciclopedico Rubattu vediamo quanti

modi abbiamo per chiamare lo scarafaggio:

scarafaggio sm. zool. (Blatta blapo (gigante) sm. zool.

orientalis) [cockroach, blatte, (Blaps mortisaga) [bug, blatte,

cucaracha, Schabe] carrabusu blata, Schabe] sasja f., sasàgia

(lat. CARRUM + piem. büsa), f., sesàgia f., sesaja f., sisàgia f.,

babbasau, babbajotzedda f., sisaja f., sisaza f. (prerom.),

babbasaju, babbasaja, babbasau, cadalana f., cadelana

babborottu, cadalanu, f., cagalanu, grìglia f., melaghe

caddalanu, cadalana f., (L), sisaja f., sasaja f., pretta f.

cadelana f., cadenale, (sp. prieto), brattedda f.,

carraffazu, catalana f., sulafigu, candulittu (N),

51
iscortone, paulina f., terriolu, babbaiotzedda f., babballotti,

pabasale, noeddu de brabetta f., cadelanu, curri-curri,

Frantziscu mannu (L), mùsulu, perta f., perta pùdiga f.,

babbarrottu, babbarrotzu, pettedda f., prattedda f., pretta f.,

bobborrottu, sisaja f., bisasa f., prettedda f., sulafigu (C),

babbaluccu, carraffone, caddarana f., sasàia f. (S),

scarraffone, iscrapione, babbasàiu, mangoi (G).

scarfone, garrappiu (N), pretta

f., prettedda f., scarfajoni,

scraffajoni, scraffioni,

scraffaioi, scarafàcciu,

carrabusu (C), caddarana f.,

sasàia f. (S), babbasàiu,

carrabusu, mangoni (G) //

tintirriolu (L) “specie di s.

52
alato”

è interessante notare come usiamo cadalana per rilevare che

evidentemente i bruni uomini di Catalogna ai nostri antenati

poco risultavano simpatici (per la supponenza e la falsa nobiltà

d'animo) e come (sempre i nostri antenati) definissero lo

scarafaggio come paulina 'l'animale zozzo da paludi'. In mezzo

a ciò, la nostra sasaja, sisaja, sesaja, che è rimasta

misteriosamente insondata nelle sue origini (infatti il Wagner

nel suo DES dice: "probabilmente prelatino"). Tra le varie

forme riportate si ha anche il logudorese melaghe, che vediamo

è la chiave per comprendere il nostro sasaja. Melaghe deriva

53
dal greco melas che vuol dire 'nero'. Sulla presenza di questo

grecismo (localizzato a Oschiri) nel sardo ci sono diverse

posizioni: secondo il Wagner e il Pittau è un sufficientemente

antico prestito del greco (si intende i greci di Focea che forse

passarono per la Gallura nel vi-v sec. a.C.), secondo me è

parola di origine greco-italica, giunta cioè con le armate

romane che di italici erano perlopiù composte, secondo il pio

studioso Paulis, sarebbe giunta invece con i mistici religiosi

bizantini (quelli che nei Condaghes si spartivano pezzi di

schiavi e schiave, cattolici quanto loro, per lavorargli la terra).

Sta di fatto che la tale parola ci offre la chiave semantica,

perché se abbiamo una forma sarda che si ispira al colore nero

(è il più comune per la blatta, ci sono anche scarafaggi di

colore marrone o verdi), si può presupporre che possano esser

sortite anche altre denominazioni ispirate da tale scontatissimo

tratto. Orbene il mistero può esser sciolto: l'albanese ha per


54
indicare il colore nero la parola: zi, che al femminile fa:

zeza/zezë (leggi: sesa, la z albanese è come la nostra -s- di

"caso", o "kasu", la ë è come la e dei napoletani: quannë

'quando'). La parola è antica: nell'onomastica trace si

troverebbero vari Sis, Zis, che il Georgiev, luminare della

materia, interpretava come indicanti 'Nero'. Il suffisso -aja

nell'illirico è molto frequente, mentre da noi appare solo per

poche parole (inteso nel sardo in generale, perché nel Logudoro

è anche riflesso della palatalizzazione di latino -ACULA), e

tutte perlopiù misteriose. In albanese -ja indica, si aggiunga, la

forma femminile determinata (per posposizione, tipica

dell'albanese e del rumeno), come dire: "nera la" (cioè "la

nera") contrapposta a "nera". Dunque, un aggettivo così

tipicamente albanese, deve esser antico anche da noi, ma non

sappiamo quanto, perché morso dai dubbi e dal fatto che in

Sardegna insieme agli Italici vennero anche i Messapi


55
(sarebbero gli odierni Salentini), i quali erano degli antichi

discendenti degli Illiri, giunti in Italia intorno al primo

Millennio, nel mio saggio ho prospettato l'idea che la parola

possa esser giunta in epoca romana, grazie al travaso

linguistico di parole di costoro nel latino regionale di Puglia.

Ma potrebbe ben esser veramente antica e allora un'altra

circostanza, ci legherebbe a quello straordinario popolo che

abita i Balcani e che sono gli Albanesi (che vi piaccia o meno).

Pertanto la sasaja null'altro è che la "la negra, la negraccia, la

maledetta".

56
Una serpe davvero illirica nel centro
della Sardegna
Di Alberto Areddu

E' sopratutto nel Centro della Sardegna (Barbagia e Ogliastra)

che si sono salvate dall'usura del tempo, alcune denominazioni

spesso risalenti a epoche molto lontane; così non solo alcuni

termini di evidente e perspicua latinità, ma anche qualcuno che

ha preceduto le armate romane. Queste parole diversamente da

57
quelle della toponomastica che sono mute e quindi facilmente

sottoposte all'arbitrio della libera e personale interpretazione,

possono dirci in filigrana se si possa realmente agitare

un'ipotesi a sostegno dell'illiricità originaria dei Sardi Nuragici.

Un retaggio di sicura non-latinità è l'espressione per indicare la

"serpe d'acqua" o natrice (tropinodotus natrix), un rettile di

piccole dimensioni, non velenoso (come tutti quelli che

abitano in Sardegna) che ha come habitat i corsi d'acqua a

corso lento e ricchi di vegetazione, i terreni boschivi o i

margini dei sentieri. Orbene nel paese di Gavoi viene detta:

lircis, a Nuoro: lirtzis, a Ollolai: lortzis, a Olzai pare si abbia

una doppia denominazione: lurtzi e sulurtzi, in alcuni siti

barbaricini: thulurtzis, e infine a Ottana abbiamo: silurtzis (dati

Pittau) Chi si è occupato di tali denominazioni, si è così

espresso: per il Wagner (che riporta nel DES solo la variante

lircis) è parola misteriosa; per lo studioso catalano E. Blasco i


58
Ferrer sarebbe una forma greco-bizantina da un sintagma

nominale: Thiu Leoutis 'zio Leuzzi' (una notte insonne ho

passato chiedendomi chi fosse mai 'sto Leuzzi); per quello

sardo M.Pittau: non si sa da dove venga, ma gli sembra

ricordare qualche toponimo iberico, come Ilurci, così tanto per

dirne una accattivante. Come si vede, direbbero gli inquirenti,

stiamo brancolando nel buio più fitto. Eppure l'acqua in cui la

natrice sguazza non è poi così torbida come si vorrebbe.

Ritorniamo per un attimo al titolo: "una serpe davvero illirica...

ecc. ecc". Illirica: era forse suggestivo l'italics per questa

parola?... Molti forse non lo sanno, e allora glielo diciamo noi,

ma spesso i popoli primitivi assumono una certa loro

denominazione di ethnos, con la precisa funzione di spaventare

i loro vicini e avversari o per votarsi a un qualche animale

sacro all'interno della loro tribù; tutto ciò è chiamato:

totemismo. Così gli antichi Piceni avevano come animale sacro


59
il picchio, la gazza: picus in latino, da cui: Pic-eni, gli Hirpini il

lupo, da hirpus 'lupo'. Ora gli Illiri che vivevano probabilmente

in origine intorno a qualche fiume o lago, come un'altra tribù

illirica, gli Enchelei 'le anguille' (da έγχελυς ), secondo una

ragionevole ipotesi formulata dal grande Anton Mayer, da un

antenato-serpe detto Illuriòs 'serpe' (figlio del celebre Cadmo)

prendevano nome (quello che i linguisti chiamano l'eponimo).

E presso tutti gli Illiri, ma specie quelli meridionali, il serpente

era l'animale ctonio per eccellenza, collegato col culto degli

antenati e col complesso magico religioso della fertilità della

terra e della donna, apparendo con frequenza raffigurato in

bassorilievi, gioielli e sulle polene delle navi.

60
Le radicate credenze in serpi e draghi pare sian state d'ostacolo

all'affermazione del Cristianesimo, come si deduce dalla Vita

di S. Ilarione scritta dall'illirico San Gerolamo; Ilarione dovette

eliminare il terribile Boas che devastava Epidauro, divorando

animali e persone, perché i pagani iniziassero un'opera di

conversione. Detto ciò, osserviamo la forma linguistica. La

radice *il- (dall'indoeuropeo ụel) la ritroviamo in altre lingue

indeuropee, come nel greco dove vale

‘storcere,avvolgere,torcere': illòs 'strabico', perché è della

serpe, non c'è bisogno che ve lo dica io, muoversi in tale


61
maniera. Orbene a una radice il- si è aggiunto un suffisso -ur,

che in area illirica (e come vedo nel mio libro in quella

paleosarda) è assai diffuso; si ottiene così:ilur-, e già qui le

acque sembrano rischiararsi notevolmente. Manca la parte

finale -ci, -tzi: per spiegarla sono ricorso all'albanese, che ci

offre un suffisso -çi, -thi per indicare il diminutivo. La

soluzione che io offro è pertanto che una molto probabile

forma: *ilurci indicasse il "serpentello", e che come tale sia

penetrata nel volgare latino di Sardegna, variamente sfigurata

poi per l'incontro con l'articolo romanzo su 'il, lo' (attraverso il

meccanismo della concrezione/discrezione come succede in

altri casi ben dettagliati dal Wagner nella sua Historische

Lautlehre des Sardischen). Dunque la serpe d'acqua sarda ha

una radice intrinsecamente e formalmente illirica.

bibliografia utilizzata:
62
M.L. Wagner, Dizionario Etimologico Sardo, Heidelberg 1960-

64

M. Alinei, Dal totemismo al Cristianesimo popolare,

Alessandria 1984

M. Pittau, Dizionario della lingua Sarda I-II, Cagliari 2000-

2002

A. Mayer, Die Sprache der alten Illyrier, Wien 1959

A.Stipcevic, "Simbolismo illirico e simbolismo albanese" in

Iliria 5, 1976

M. Camaj, Albanische Wortbildung, Wiesbaden 1966

J. Pokorny, Indogermanisches Etymologisches Wörterbuch,

1959

D. Srejovic, Illiri e Traci, Milano 1996

J. Wilkes, Gli Illiri tra identità e integrazione, Genova 1994

63
E. Blasco i Ferrer,“Etimologia ed etnolinguistica:zoonimi

parentelari e totemismo in Sardegna” in Quaderni di Semantica

xxii, 2001

64
L’etimologia della parola pelasgo
(pellazg)
Di Aristidh Kola

Secondo una nota versione la parola pelasgo (pellazg) deriva

dalla parola plasin e pelago. Il mitropolita bizantino Evstathio

chiama gli abitanti dell’Asia minore pelasgi e riconduce

l’etimologia del nome pelasgo a pelas jis che vuol dire terra

vicina, riferendosi per l’appunto all’Asia Minore. Se questa

versione fosse corretta, ci si potrebbe domandare perché

Evstathio ritiene che la terra vicina sia l’Asia Minore e non

l’Italia o, ancora meglio, l’Illiria?

Il geografo e storico dell’antica Grecia, Strabone, collega

l’etimologia della parola pelasgo a pelarg, un secondo

appellativo che gli ateniesi riferivano ai pelasgi.

Myler spiega l’etimologia della parola in questione attraverso

le parole pelin e argo. Quest’ultimo termine è pelasgico e vuol

65
dire campo, invece l’espressione pelin argo ha il significato di

colui che vive nei campi. Omero chiama la Tessaglia argo

pelasgica che vuol dire campo pelasgico. In Grecia esiste, tra

gli altri, il campo (argo) della Thesprotia e del Peloponneso. La

lingua albanese conserva ancora la radice della parola argo (ar)

e la usa nella parola arë che significa campo coltivato.

Il professore Saqelariu afferma che l’etimologia della parola

che stiamo prendendo in esame deriva dalle radici indoeuropee

Bhel (sbocciare) e Osqho (ramo). Secondo questa versione,

resa nota per la prima volta nell’anno 1958, cambiando soltanto

qualche lettera si arriverebbe alla conclusione che pelasgo

significa ramo sbocciato o germogliato. Aristidh Kola non

vede nessun nesso fra il ramo germogliato e il nome pelasgo.

Qual è la versione etimologicamente più esatta?

Kola crede che la spiegazione che danno gli studiosi Strabone e

Myler sia la più esatta, perché esamina sia la parte linguistica


66
sia quella semantica del termine. Strabone e Myler

condividono l’opinione degli antichi ateniesi: i due infatti

riconducono l’etimologia della parola pelasgo a pelargo che in

albanese vuol dire cicogna (lejlek). La parola pelarg deriva

dall’espressione pelin argo che, come abbiamo già detto, ha il

significato di colui che vive nei campi perché è noto quanto le

cicogne gradiscano vivere nei campi.

Inoltre le cicogne costituiscono una similitudine perfettamente

adeguata al popolo pelasgico. Analizziamo per esempio la

questione della migrazione: Aristofane in una sua commedia

dice che i pelasgi migrano come le cicogne.

Un altro motivo per il quale il ricorso alla cicogna è molto utile

per comprendere meglio il pelasgico è il rispetto mostrato ai

genitori, che si traduce in sacrifici di vario genere. Ne “La

storia degli animali” (2,9,13), Aristotele scrive che le cicogne

giovani portano sulla schiena le cicogne anziane per aiutarle a


67
migrare. Questo grande amore e rispetto verso i propri genitori

era uno degli elementi fondamentali della società degli antichi

pelasgi. Si tenga presente che nella Grecia antica esistevano

delle leggi di tutela dei genitori anziani chiamate appunto le

leggi della cicogna.

In conclusione, l’etimologia della parola pelasgo sarebbe

direttamente riconducibile alle dalle parole pelin e argo dalle

quali deriverebbe pelargo. Il fatto che gli antichi elleni

chiamassero i pelasgi pelarg non fa altro che confermare la

nostra teoria.

P.S. In questo blog è stata precedentemente discussa la

questione relativa all’etimologia della parola pelasgo, partendo

da un brano dello studioso Robert d’Angely

68
L’origine delle parole: un interessante
confronto
Di Aristidh Kola

Se solo guardassimo una piccola lista di parole albanesi,

confrontandole alle parole del greco antico e moderno,

capiremmo subito che la lingua albanese è direttamente

riconducibile al greco omerico. Non avverrebbe lo stesso se

confrontassimo la lingua greca antica con quella moderna. Per

quanto possa sembrare strano, le cose stanno proprio così.

Tra le parole albanesi che si trovano elencate nella lista che

segue non ci sono solo parole rappresentative della lingua

letteraria, ma anche espressioni dialettali arbëresh.

Nel leggere l’elenco bisogna tenere presente che in greco

manca la y sostituita dalla i, mentre il suono sh è stato

sostituito dalla s. Inoltre è necessario ricordare che la d

albanese in greco antico era dh.

69
ALBANESE GRECO NEO ITALIANO

ANTICO GRECO

(OMERICO)

dor – ë, dor - a ekedeka – dor - màti mano

lesh Lasios qheri lana

mi, miu Mis malå topo

heq, (hekl = Elko pondåqi levare

tërheq)

marr (mar) mar - pto perno prendere

edhe, dhe idhe, te qe e

arë, ara Arura horàfi terra (da

lavorare)

punë (puna) Ponos dhulià lavorare

70
kalë, kali kelis - tos àlogo cavallo

krye (krie) Kridhen qefali testa, capo

re, retë rea (perëndia e sinefo nuvole

reve)

vesh, vishem ves – this - forào vestire

vesnimi

lepur Leporis lagæs lepre

qen, qeni Qion sqilos cane

rronjë (rroj, ronio, ronimi zo, akmazo vivere

jetoj)

ruaj, rojtar rio, ritor filàso guardiano

iki, ike Iko fevgo andare

lig lig – ios, lig - adhinatos cattivo

æs

ethe(kam ethe) ethir, ethæ piretos febbre

71
rrah rahso, raso piretos terra

ne (neve) Noi emis noi

rri (qëndroj) e – ri - dhome kathome restare

vend (ved) ved – os, vedh edhafos, posto

- os topos

mend, mendoj mendohem medhome pensare

errët (errësirë) ere - vos sokotos scuro

thërres (thrres, threo, throos fonazo chiamare

thrras)

para (përpara) Paros mbrostà avanti

për ty par ti ja sena per te

ai që nëm neme – sis, katara colui che

neme - sao maledice

van (shkuan) Van pigan andato

hedh Heo rihno, tiro

72
tinazo, sio

dhe, dheu jea, dhor, dha ji terra

(tokë)

nuk ni uk dhen non

udhë, udha Udhos dhromos strada

verë (stina e Vear kaloqeri estate

verës)

shkop skipon, skiptro ravdhi legno

torrë Tornoo jiro torre

korr Kiro thiro raccolta

mëri (mëni, Minis thimos essere

dialekti verior) litigato

marrë (i marrë) Margos trelæs pazzo

nisem Nisome kseqinæ partire

flas flio, fliaræ milao, parlare

73
omilæ

lehem (lind) leho, lohia jenieme partorire

fryma (frima, Frimao fisima alito

dialekt i jugut)

shkel skel - os patao calpesto

deti theti – s thalasa mare

krua, kroi Krunos vrisi fonte

dru dris, drimos, ksilo legno

driti

lutem Litome parakalæ pregare

nuse nisos, nios nifi nuora

ter (thaj) ter – so stegnæno asciugare

dera Thira porta porta

kall (djeg) Kileo qeo bruciare

zien Zei vrazi bolle

74
mjet Mitos nima mezzo

hondræ

tata, ati, i jati tata, ata, jetas pateras padre

Le parole prese in analisi nella lista si possono ritrovare

nell’Illiade (A 35, 105,189,115, 570) e nell’Odissea (A 409,

E152, 457, ecc.)

75
L’Olimpo: il trono di Zeus
Di Aristidh Kola

Vi siete mai domandati perché proprio sul monte Olimpo si

trova il trono di Zeus e la famosa casa degli dei?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo andare alla ricerca

degli antichi sacerdoti provenienti dal nord-ovest dei Balcani,

più esattamente da Dodona, i quali guardavano il sole (Diaw –

Dia – Diell) sorgere in cima all’Olimpo.

I geologi hanno verificato che l’Olimpo, nei tempi antichissimi,

è stato oggetto di un forte terremoto, a causa del quale da una

sola cima altissima vennero a crearsi due cime più basse. La

montagna prese in tal modo la forma in cui è nota oggi.

Un giorno gli occhi straniti degli antichi sacerdoti dell’Epiro

videro quel terribile terremoto e avranno pensato che la

montagna si è abbassata, è diventato più corta. Questa frase,

76
nella loro lingua, sarebbe: “Ulj u bë” (si è abbassata) che si

pronunciava “Uljumb”. Più tardi, con l’aggiunta della

desinenza os si è passati da Uljubes a Ulimbos per giungere

alla forma definitiva Olimbos.

Che ci sia stato un terremoto è evidente, più difficile è datarlo.

Il lavoro dei geologi è prezioso per stabilire il periodo in cui ha

avuto luogo il sisma e, quindi, riuscire a stabilire la data in cui

è stata usata la parola che trae origine dall’albanese, lingua che

in tanti hanno cercato di eliminare dal territorio greco, anche

quando, ancora recente il ricordo degli eroi della rivoluzione

greca del 1821, tutti, in Grecia, parlavano quasi

esclusivamente la lingua albanese.

77
Il faraone Psammetico e la parola
“bek”
Di Aristidh Kola

Psammetico affidò due neonati a un pastore; doveva portarli

presso il suo gregge e allevarli senza mai pronunciare parola

davanti a loro […]. In tal modo avrebbe ascoltato quale parola i

bimbi avrebbero emesso per prima […]. Un giorno, dopo che

furono passati due anni, il pastore aprì la porta e i bambini si

gettarono ai suoi piedi e pronunciarono la parola bekos,

tendendo le mani […]. Psammetico scoprì che i Frigi

chiamavano bekos il pane. In tal modo, gli Egiziani […]

ammisero che i Frigi erano più antichi di loro.

ERODOTO, Storie II, 1.

[1]Indipendentemente dal metodo adottato dal faraone, la storia

ci offre un indizio molto importante, cioè che nella lingua

[2]frigia il pane si chiamava becos. Analizziamo meglio la

78
storia. Dizionario: Becos da leggere bekos e da pronunciare

bek. La desinenza os dipende dal ghego della parola frigia bek.

Allora vediamo che la parola bek ha lo stesso significato della

parola albanese buk, che nell’albanese odierno vuol dire

appunto pane. Il racconto non è stato inventato dagli egizi ed è

talmente vero che Erodoto lo ha inserito nella sua opera. Un

altro fatto incontestabile è che nella lingua albanese odierna

sono ancora utilizzate parole di origine pelasgica (lingua che

secondo molti studiosi è stata la lingua universale e primigenia

della razza bianca). Si tratta in particolare di parole che hanno

subito pochi cambiamenti, in alcuni casi nessuno, rispetto alle

parole antiche della lingua pelasgica dalle quali derivano.

79
Le Amazzoni
Di Aristidh Kola

Dal mito delle amazzoni apprendiamo dell’esistenza di un

popolo guerriero legato agli achei da un rapporto di parentela

diretta. Questo popolo è noto principalmente per la presenza di

donne capaci di combattere come gli uomini.

Non analizzeremo le origini geografiche delle amazzoni, ma

piuttosto l’etimologia del nome. Tuttavia è bene precisare che

hanno molto in comune con le donne combattenti albanesi che

guerreggiavano al fianco degli uomini (Bubulina, Xhavelena, le

donne di Scutari ecc).

Ma torniamo alla questione etimologica. Gli antichi studiosi

greci spiegavano l’etimologia riferendosi al termine Mazos

(seno) perché si dice che le amazzoni si amputassero la

80
mammella destra per non essere impedite nel tiro con l’arco e

nel lancio delle frecce.

Louis Benloew, invece, spiega l’etimologia della parola

partendo da un termine ebraico (Amah) e da uno caldaico

(Azen). Entrambe le parole significano arma/i. Karolide ritiene

che l’etimologia della parola amazzone si possa spiegare

attraverso la parola armena Amaduni che vuol dire straniero,

oppure grazie al termine persiano Amadem.

Nessuno di questi studiosi ha provato a spiegare l’etimologia

della parola in questione utilizzando la lingua del popolo

pelasgo.

Cercheremo dunque di spiegare la parola con tutte le riserve

del caso.

In albanese esiste la parola zonjë (signora) utilizzata anche

come titolo. Zonja (la signora) è la prima persona (la più

importante) per la gestione della casa e per la vita dell’uomo.


81
La lingua albanese prevede inoltre espressioni come Zonja ime

(signora mia) oppure Ime zonjë (mia signora). Premesso che

nel greco antico ime è emi, possiamo concludere che

l’espressione Emizonjë (mia signora) è molto vicina a

Amazonë (Amazzoni).

82
L’influenza della lingua albanese in
quella sanscrita
Di Elena Kocaqi

Ci sono molte parole che lingua sanscrita e albanese

condividono e che la lingua albanese mantiene in uso tutt’oggi.

A prova di questo forte contatto, esiste una popolazione

dell’Himalaya che denomina le cifre utilizzando le stesse

parole della lingua albanese. Per esempio il numero sette è

shtatë, esattamente come in albanese.

Di seguito un elenco di parole sanscrite utilizzate nell’odierno

albanese.

SANSCRITO ALBANESE ITALIANO

name emri (nga nami që nome

e ka edhe shqipja)

83
nata nata notte

çlath çlith (pra lëshoj) lasciare

da dha dare

varga varg cresta

viçesa viç vitello

bahra barra peso

giri guri pietra

arita arrita arrivare

vartitum vërtita lanciare, ruotare

peja pija bevanda

ulka yllka stellina

pa pa vedere

trapa trup corpo

krimi krimbi verme

arja ari oro

84
lipsu lipës mendicante

lap llap lingua

ratha reth cerchio

prer prer, prej tagliare

paka pjek cuocere (al

forno)

vrana e vrame nuvoloso

trut tret digerire

tiras thërras chiamare

tila thela pezzo

vasu vash ragazza

vas vesh vestire

kleça kleçka ostacolo,

impaccio

suni çuni figlio

85
nusa nusja nuora

ramja i ramë caduto

supa supa zuppa

fal fal perdonare

man mand, mendoj pensare

gata gota bicchiere

tata tata padre

gatita gatita preparare

bhuta bota mondo

pura para (pra që është avanti

përpara)

anu anë parte

Per giustificare la presenza delle parole albanesi nella lingua

sanscrita si potrebbero individuare due ragionevoli spiegazioni.

86
La prima è che queste parole potrebbero essere entrate nel

sanscrito grazie alla popolazione pelasgico - albanese che ha

dominato quei territori per migliaia di anni.

La seconda, in voga grazie a studi recenti, è che la lingua

albanese sia la madre di tutte le lingue indo-europee.

In ogni caso non esiste una razza indo-europea, né una lingua

indo-europea. Le parole albanesi che si trovano nella lingua

sanscrita si ritrovano anche in tante altre presunte lingue indo-

europee, ed è proprio la presenza di queste parole che supporta

la tesi secondo la quale esisterebbe una lingua comune e indo-

europea. Se gli studiosi e i linguisti dessero alla lingua albanese

il peso che merita, non commetterebbero mai un simile errore.

87
Un popolo pelasgo - illirico: i troiani
Di Elena Kocaqi

La città di Troia ha un nome che si lega direttamente alla

lingua albanese e per dimostrarlo non è necessario modificare

alcuna lettera. Trojë significa terreno dal quale si erigono case

e costruzioni di ogni tipo. In Albania questa parola si usa anche

oggi. Chi vuole costruire ha bisogno di troje per farlo.

Un altro fatto interessane è che il simbolo dei troiani era

l’aquila che è stato simbolo di Alessandro il Grande, Pirro di

Epiro e Scanderbeg (l’eroe nazionale albanese). A questo punto

è d’obbligo osservare che il simbolo che si ritrova oggi sulla

bandiera albanese è proprio l’aquila e gli albanesi sono noti

come figli dell’aquila (shqiptar).

Un ultimo aspetto degno di nota che dimostrerebbe l’etnicità

pelasgo–illirica dei troiani e dei loro alleati durante la guerra di


88
Troia si trova nell’Iliade. Omero ci fornisce i nomi dei posti,

delle persone e degli dei. Questi nomi si spiegano

perfettamente riferendosi all’odierna lingua albanese:

Festi, era un guerriero che veniva dalla Lidia. In albanese fest

significa festa.

Arna Menest, guerriero della Beozia, si chiamava così perché

combatteva con armi vecchie. In albanese arna significa cosa

vecchia, rattoppata.

Alkatos, nome troiano usato anche nell’ antico Epiro. In

Albania è tutt’oggi in uso come nome proprio.

Kliti, nome troiano. Si usava anche in Illiria e Macedonia. Era

il nome di un re illirico che combatté contro Alessandro il

Grande. Nome proprio in uso tutt’oggi in Albania.

89
Perifati, in lingua albanese sarebbe perri – fati che significa

buona fortuna. Oggi in alcune zone dell’Albania non si dice

“buona fortuna” ma “bella fortuna” (bukur mirë). Perri in

albanese significa stupenda, la più bella.

Aise, dio che sorveglia le azioni degli uomini durante la

giornata. In lingua albanese sarebbe Ai-se, cioè Ai-she (lui

guarda), cioè osserva cosa fanno gli uomini durante la

giornata.

Aretyre, in albanese è aretyre o meglio ancora arë-tyre, in

italiano si traduce con la loro terra (da coltivare).

Erinjet, dio che protegge la vita ed è al suo servizio. In lingua

albanese è e-rin-jetë che significa colui che rigenera la vita.

Hypokanti, nella lingua albanese è hy-po-kan-ti cioè bello

come un dio.
90
Hypodon è un nome troiano che in albanese è hy-po-don che

significa essere come un dio.

Jadet era il nome della dea della pioggia. In albanese è ja-det il

suo significato italiano è pieno di acqua come il mare.

Menti, in albanese mendi oppure menti, significa persona

intelligente, piena di cervello. Nella città di Troia un altro

nome molto usato che deriva dalla stesse radice è Mentore.

Come abbiamo visto, questi nomi, assieme ad altri che si

trovano nell’Iliade, si spiegano molto facilmente tramite la

lingua albanese. Di conseguenza se ne può facilmente dedurre

che la popolazione che abitava l’Asia Minore avesse la stessa

origine degli abitanti dell’Illiria e quindi, da ciò ne deriverebbe

che, la popolazione troiana potrebbe essere illirica.

91
Christòs Anèsti
Di Elton Varfi

Un po’ di anni fa mi è capitata fra le mani una copia di una

rivista per la promozione del turismo in Sicilia. Il titolo era

“ciao Sicilia what’s on…” La copia che è in mio possesso è

dell’aprile del 1987. Sfogliando questa rivista, con grande

sorpresa, mi sono imbattuto in una poesia in lingua arbëresh.

La poesia si intitola “Stosanesi” ed è una storpiatura

dell’espressione Christòs Anèsti, una frase greca che significa

“Cristo è risorto”.

È una poesia di Strollaku, soprannome di Antonino Cuccia,

originario di Contessa Entellina.

È stata scritta ben 92 anni fa e riguarda la visita del Clero

Greco nella Chiesa Latina a Pasqua. Strollaku è una storpiatura

derivata da “Astrologo”. Per gli studiosi di lingua arbëresh, la

92
lettura di questa poesia sarà certamente interessante per rilevare

i cambiamenti e le evoluzioni della lingua.

Arbëresh
Me paqe e me harè te kjò bukurëditë
Çë ka klënëçelur sa ke çë isht jetë,
qi i madh gëzim vjen një herë në vit:
kush rron e sheh pametë;
kush vdes mbëllin sytë,
kundet vete jep te jetëra Jetë,
se In Zot, vdekur rrijti tre ditë,
me kaqë harè na u ngjall si sot.
Luftarët e rruajn me gjak te sytë
Kur tundej dheu e luajnë ajo botë,
se si vdiqi In Zot ngë
u pa më dritë (dritë)
luftarët u llavtin me atë tirrimot,
rran te dheu e zbëllijtin sytë:
njohtin se aì çë vran ish e vërteta In Zot,
Shën Mëria Virgjërë rrij vënë më lip,
klajti të birin tre ditë me sot,
u kallaritin engjulitë
e erdhi ajo dritë
an’e t’i than Shën Mërisë
se u ngjall In Zot.
Shën Mëria Virgjërë rriodhi, fshijti
vat’e barcarti t’In Zot
e pa se te gjiri kish një firitë:
atë helm i madhë ndiejt
Shën Mëria kur vdiq’In Zot.
93
Mbi dyzet ditat te Parraisi u hip,
me flamën te dora u ngjall In Zot.
Priftèria na i mbëson këtë i madh
shërbes
Se për tre ditë hipet me atë “Stosanes”
E Litirit vete t’ja thot
kini harè se u ngjall In Zot.
Këtë rrimë e bëri Strollaku
e u jam’e ju i thom sot:
me kaqë harè u ngjall In Zot.
Antonino Cuccia detto
STROLLAKU.

Italiano
Con pace e con gioia in questo bel
giorno
ch’è stato celebrato da quando è il
mondo
questo gran diletto una volta l’anno
viene:
chi muore chiude gli occhi
e nell’Aldilà il resoconto presenta,
perché tre giorni il Signore stette morto
con gran gioia risorse come oggi
I soldati con occhi insanguinanti lo
sorvegliarono
mentre il suolo tremava e la terra
oscillava
poiché quando morì il Signore più luce
non si vide
94
i soldati si atterrirono al terremoto
caddero al suolo e venne loro la vista
compresero che avevano ucciso il
Signore.
La Santa Vergine Maria stava in
preghiera
ha pianto il figlio fin’oggi tre giorni
vennero giù gli angeli
e venne la luce
dissero alla Madonna che risorto era il
Signore
La Santa Vergine Maria corse e si
asciugò gli occhi
abbracciò il Signore
e vide che in petto aveva una ferita
tanto dolore provò la Madonna quando
morì il Signore
Dopo quaranta giorni in paradiso salì
con la bandiera in mano risorse il
Signore
Il Clero ci insegna questa cosa
meravigliosa
e per tre giorni sale con lo “Stosanesi”
ed al Latino dice
“gioite ché il Signore è risorto”
Questa rima è stata composta da
Strollaku
e ve lo dico oggi:
Con tanta gioia è risorto Nostro Signore.

95
L’iscrizione del mosaico di Mesaplik
del VI secolo è in lingua albanese
Di Elton Varfi

Nel museo storico nazionale dell’Albania si trova esposto un

bellissimo mosaico che è stato rinvenuto dalle rovine di una

basilica nel villaggio di Mesaplik, vicino a Valona.

Questo mosaico è datato V o VI secolo d.C. e le sue dimensioni

sono 230x349 cm. Il mosaico in questione ha attirato

l’attenzione degli studiosi che hanno scritto sui pelasgi e sugli

illiri, ma non è mai stata spiegata l’iscrizione che si trova su di

esso. Il mosaico raffigura la testa di profilo di un uomo che

indossa un capello a punta. All’estremità del cappello sono

attaccati due nastri.

Nei tempi antichi, questo tipo di capello veniva indossato da

professori e filosofi illustri.

96
Attorno all’uomo, ci sono dei piatti pieni di frutta e di pesce.

Lo suo sguardo è diretto verso l’iscrizione “A PAK KE T’AÇ”.

Queste lettere appartengono quasi tutte all’alfabeto latino, ad

esclusione della seconda lettera che è la lettera P dell’alfabeto

greco.

Gli studiosi e i linguisti hanno pareri diversi su cosa significhi

questa frase.

Il professore Moikom Zeqo in un suo articolo scrive: “Il

mosaico del V secolo d.C. raffigura la testa di profilo di un

uomo giovane che indossa un capello a punta, come Hermes, e

una iscrizione: “Aparkeas”, che è il nome storpiato del dio

Abraxas, adorato dalla setta monoteista ed eretica dei

“basiliti”, che era così popolare e diffusa da fare concorrenza

al Cristianesimo. Il mosaico con il viso gnostico di

Aparkeas/Abraxas è un mosaico non comune, anche a livello

europeo. Questo mosaico chiude l’epoca della storia degli


97
illiri, per aprire l’epoca della storia degli albanesi.” (Koha

Jonë, 29/06/2001, traduzione mia).

(riproduzione del mosaico di Mesaplik)

Chiaramente la lingua dell’iscrizione, secondo Zeqo, è il greco

antico.

Tuttavia altri studiosi pensano che questa frase sia scritta in

lingua albanese. Se fosse vero, allora dovremmo spostare la

datazione del primo documento scritto in lingua albanese dal


98
XV secolo al V o VI secolo d.C. Naturalmente si tratterebbe di

una scoperta sensazionale.

Il professore Arben Llalla legge la frase: “A ΠΑR ΚΕ ΑC” (A

PAR KE AC) e aggiunge le seguenti considerazioni:

1- gli arbëresh hanno un proverbio che dice: “Ha për

drekë, po lë për darkë” (mangia per pranzo, però pensa

per la cena). Un proverbio molto simile ce l’hanno

anche gli abitanti di Skrapar in Albania: “Ha sot, po

mejto edhe për nesër” (mangia oggi, ma pensa a

domani); invece nel sud dell’Albania dicono: “Ha për

drekë, por lër dhe për darkë” (mangia a pranzo, ma

pensa alla cena).

Non è casuale che nel sud dell’Albania, ovvero il luogo

dove è stato rinvenuto il mosaico, si dica “Ha pak, që të

kesh” (mangia poco, così ti resta). Questo proverbio

99
avrebbe esattamente lo stesso significato della frase

incisa sul mosaico.

(Questi proverbi si possono leggere nel libro “FJALË

TË URTA SHQIPE” (proverbi albanesi) seconda

edizione Prishtinë, 1983, pp. 193.)

2- Quasi tutte le lettere della frase sono latine. Solo la

prima lettera della seconda riga è la lettera P

dell’alfabeto greco. Invece, la terza lettera della seconda

riga è RR e, secondo quanto scrive lo studioso tedesco

J.G. Von Hahn nel suo libro “Appunti sulla scrittura

pelasgica”, apparterrebbe all’alfabeto pelasgico

albanese.

3- La teoria di professore Zeqo verrebbe del tutto

confutata se analizziamo l’ultima lettera dell’ultima

riga, che in realtà è una C e non una S come il

100
professore sostiene. La lettera S in greco è Σ, invece la

lettera ΤΣ in greco si pronuncia C.

4- La forma stessa di questa frase è particolare. È scritta

dall’alto verso il basso e rispetta tutte le regole

dell’ortografia. Questo consentirebbe di avvalorare la

tesi secondo la quale non si tratta di una sola parola,

bensì di quattro parole diverse.

5- Attorno all’uomo raffigurato nel mosaico ci sono

piatti pieni di frutta e di pesce; inoltre, lo sguardo

dell’uomo è diretto verso la frase incisa. Perciò è molto

probabile che la frase faccia riferimento al cibo e

potremmo ragionevolmente pensare che sia un

ammonimento al risparmio.

Lo studioso greco di origini albanesi Niko Stylos, assieme

all’esperto Ilir Mati, non hanno nessun dubbio: la frase è in

101
lingua albanese e letteralmente vuol dire mangia poco, hai da

mangiare.

I due studiosi, secondo me, forniscono prove più che

convincenti per pensare che la lingua sia proprio quella

albanese.

Illir Mati contraddice sia la teoria del professore Zeqo, sia la

lettura che il professore Llalla fa della terza lettera del secondo

rigo (R). Per Mati la lettera è K.

Per confermare questa sua teoria, Illir Mati porta come prova

un vaso antico greco dove sono raffigurati Patroclo, Achille e

sua madre, Teti. La sesta lettera del nome di Patroclo è identica

alla prima lettera della seconda riga del mosaico, ed è proprio

la lettera K. (vedi la foto in basso)

102
Un altro fatto interessante è la somiglianza del capello

indossato dall’uomo del mosaico e il

Qeleshe, che è un berretto tradizionale portato dagli uomini

albanesi (vedi foto in basso)

103
Ora basta che anche gli albanesi provino a credere nella

possibilità che la loro lingua abbia una storia molto più antica

rispetto a quella che la storia ufficiale ci racconta e, in tal

modo, le ricerche saranno animate da un maggiore entusiasmo

e da un forte desiderio di conoscere la verità.

104
La stele di Lemno
Di Elton Varfi

La stele funeraria di Lemno è stata ritrovata nel 1886 a

Karminia, un villaggio che si trova nell’isola di Lemno,

prefettura di Lesbo.

Questa stele è stata recuperata da due soci della Scuola

Archeologica di Atene. La scoperta è stata pubblicata nello

stesso anno nella rivista della Scuola (G. Cousin et F.

Durrbach, Bas-relief de Lemnos avec inscriptions. Bull. d. corr.

Hellën. 1886, 1).

105
Sin dal suo ritrovamento l’iscrizione che si trova sulla stele è

stata oggetto di numerose attenzioni. La maggioranza degli

studiosi sostiene che la lingua dell’iscrizione sia quella degli

antichi etruschi. Sulla stele è intagliato il profilo di un guerriero

che tiene in mano una lancia. Attorno al guerriero si legge

un’incisione le cui lettere apparterrebbero a un alfabeto che gli

studiosi farebbero risalire al VII secolo a.C.

La stele di Lemno

106
Per decenni in tanti hanno cercato di decifrare l’iscrizione che

si trova sulla stele, utilizzando il latino e il greco antico, ma

senza pervenire ad alcun risultato.

In questo articolo proporrò alcune ipotesi di studiosi che hanno

cercato di tradurre ricorrendo alla lingua albanese.

Lo studioso francese Zacharia Mayani, nel suo libro “Fundi i

misterit etrusk” (La fine del mistero etrusco, Tirana 1973)

legge l’epigramma nella maniera seguente:

1. holaiez naphoth, 2. maras mav, 3. sialXveiz, aviz, 4.

evisth zeronaith, 5. zivai, 6. aker tavarzio, 7.vanalasial

zeronai morinaial.

“Holaiez, nipote di Ziazi, è morto quando aveva 39 anni.

Durante tutta la sua vita, vicino a Zerona, è stato sacerdote del

tempio di Zerona di Miriana.”


107
Holaiez, dice lo studioso, è il nome dell’eroe (raffigurato sulla

stele), Zerona era una dea adorata a Lenmo, invece Miriana è

un nome di città.

La studiosa Nermin Falaschi Vlora nel suo libro “L’etrusco

lingua viva”, Roma 1989 interpreta l’iscrizione in questo

modo:

(In lettere maiuscole la trascrizione dell’epigramma, fra

parentesi la traduzione in albanese e in italiano).

ZI A ZI (zi a zi – lutto e lutto), MARAZ (maraz - angoscia),

MAF (maf = vello e zezë – velo nero), ZI APKH (zi ape –

lutto hai dato), FEIS A FEIS (fisve a fis – ai parenti o

parente), E FIS TH, H (e fis, th, h – e (il) parente, th, h),

ZER O NAI TH (zer, oh nai,th, zer = me kap – afferrato, oh

noi ha, th), SI FAI? (si faj? – per quale colpa?), AKER

(acër = gropë – una fossa) , TAF (taft = fron – un trono),

AR (ar – d’oro), ZI, TH( zi, th – lutto, th), FAMA (fama –


108
la fama), PA (pa - vide), ZI AP (zi u hap – lutto si è

divulgato), ZER,O (kap është - afferrato è), NAI (për ne – a

noi), MORI (mori – portato via), NA IP (na hip – ci assale),

HOPAIE (hopthi – sul petto), ZI MATH H, TH (zi math, h,

th -lutto grande, h , th), SI FAI? (si faj? – per quale

colpa?).

La Falaschi fa soltanto la traduzione delle parole, lasciando chi

legge libero di interpretare nel modo che ritiene più opportuno.

L’unico elemento che sembra trovare unanimità di giudizio è di

natura contenutistica: l’iscrizione è uno straziante lamento

funebre, con la ripetizione continua dei suoni “TH” e “H” per

rendere il suono del pianto e dei singhiozzi dei parenti

inconsolabili. Si tratterebbe dunque di parole onomatopeiche

utilizzate per rendere al meglio il tema affrontato.

109
Lo studioso francese Robert d’Angely nel quinto libro “Le

secret des epitaphes” della sua imponente opera “L’enigme”,


scrive che l’iscrizione sulla stele


ele funeraria di Lemno sarebbe

scritta in pelasgico.

L’epigramma trascritto dallo studioso Robert d’Angely

1) O LLAJ QË NJEF ZIT’ E TUA, 2) MARAS MAJ;

3) SIALLI KU QË AVIS 4) VISET E TU: SHËRON AITH

5) SIVA 6) LA MALA SIELL, SHËRON AI MORINASIT

110
7) AHERE O TAVARAZ.

II

1) O LLAUZ (KUR) SI PHOKJA SOLI (U SUL):

SHPËTONTE AITH VISTHIN E TI

2) DHE TË NDERONTE, RRO ME, O HARALI, SIFAJ (rro

3) EPTE ZI, U ARRATIS PHOKJA, SIVAJ;

4) AVIS, U SUL KY QË, MARAZI IM, AVIS; AH, UMBI

AU.

Sintetizzo di seguito il contenuto: nella prima parte

dell’iscrizione, l’autore racconta del defunto TAVARZI

HARALI, originario di MYRNIA, città dell’isola di Lemno, il

quale viene lodato perché ha salvato la sua patria

dall’invasione dei popoli della vicina Tracia; nella seconda

parte si legge che l’eroe ha salvato il suo popolo anche

dall’invasione dei focesi, però è morto prima che la battaglia

finisse. Inizia a questo punto un’esortazione da parte


111
dell’autore dell’incisione che prima precisa al defunto eroe che

alla fine la sua armata ha sconfitto i focesi, poi però lo informa

che il primo nemico da lui sconfitto, cioè i popoli della vicina

Tracia, hanno costretto in schiavitù la sua amata patria; per

questo motivo invita l’eroe morto a risuscitare per salvare

ancora il suo popolo.

Lo studioso Illir Mati nel suo libro “Një shqiptar në botën e

etruskëve” Tiranë 2000 (un albanese nel mondo degli etruschi)

legge l’incisione sulla stele così:

HOPIAE : S : NA FOTH SIASI

MARAS : MAF SIAPYFEIS . AVIS E FIST:

SERONAITHSIVAI

VAN APA SIAP : SERON AI MO RINAIP AKER:

TAVARSITH

112
Le parole sottolineate, secondo l’autore, sarebbero molto simili

alle seguenti parole albanesi:

HOP AI E (salta, lui), NA (noi), ZI (lutto), A(ËSHTË) (è),

MARAZ (angoscia), SE RON AI ZIVAI (perché vive lui ),

TU VAR ZITH (nella tomba nera).

In albanese:

Hop ai e zë na thotë zia është zi.

Hidhërim të madh si jap né fis, nga fisi né fis se ron ai zivaj.

Van? si jap se ron ai megjithëse ri ai pak te varri i zi.

In italiano:

Salta e lo prende, dice che il lutto è il lutto.

Un grande dispiacere ha dato a tutta la parentela, perché

vivo è il lutto.

Se ne è andato? Però vive, anche se starà per un po’ nella

tomba nera.

113
Secondo lo studioso Ilir Mati, questa interpretazione sarebbe la

più semplice fra le tante prese in analisi.

Tuttavia l’incisione resta un enigma che, se un giorno venisse

risolto ricorrendo alla lingua albanese, allora potremmo dire di

avere raccolto una nuova prova che dimostri che la lingua

pelasgico – albanese veniva regolarmente utilizzata nella sua

forma scritta già nel VII secolo a.C., per di più all’interno del

territorio greco.

114
Teti: la madre del pelasgico Achille
Di Elton Varfi

Già nel leggere il titolo qualcuno potrebbe storcere il naso,

soprattutto i lettori greci i quali ritengono che leggendario sia

sinonimo di greco.

Greci erano gli eroi della guerra di Troia, anche se nell’Iliade

l’esercito che combatteva contro i troiani non era né greco né

elleno. Omero li definisce solo achei. Per Robert d’Angely

l’etimologia della parola acheo è riconducibile alla lingua

albanese e significherebbe “così bello, che piace a tutti”.

Un altro greco famoso? Alessandro Magno. Non si deve stupire

il lettore nel leggere che per i greci anche Alessandro Magno è

greco. Il principio è sempre lo stesso: tutto ciò che sia

riconducibile all’antichità e sia leggendario e famoso, è

necessariamente greco.

115
Ma analizziamo meglio quanto fosse effettivamente greco il

grande condottiero.

Filippo II di Macedonia sposa in seconde nozze Olimpiade (il

suo vero nome era Polissena), che in quanto figlia del monarca

dei Molossi d’Epiro, Neottolemo, discende direttamente da

Achille. Per molti questa origine sarebbe alla base del motivo

per il quale Alessandro Magno è stato considerato il nuovo

Achille.

Pertanto la madre di Alessandro Magno era epiriota, cioè

albanese. Se dessimo credito a Georgiu Fineley, autore de “La

storia della rivoluzione greca”, il quale sostiene che gli antichi

storici ritenevano possibile che Alessandro Magno parlasse con

i generali del suo esercito la lingua della madre, quale era

questa lingua? Siamo sicuri che si trattasse della lingua greca?

Perche i greci chiamavano Filippo II di Macedonia, padre di

Alessandro Magno, barbaro?


116
Un'altra notazione importante: l’eroe nazionale dell’Albania,

Giorgio Kastriota, noto come il soldato di Cristo, era chiamato

dai turchi Skënderbe che vuol dire il principe Alessandro.

Forse lo chiamarono così in onore del bisnonno Alessandro

Magno?

Ma abbandoniamo questa controversa questione per analizzare

l’argomento principale di questo articolo.

La ninfa Teti era la più bella tra le cinquanta ninfe figlie di

Nereo e Doride. La sua figura è principalmente quella di sposa

di Peleo e madre di Achille. Sia Poseidone che Zeus avrebbero

voluto sposarla. Tuttavia essendo stato profetizzato che il figlio

di Teti avrebbe acquistato maggiore fama del proprio padre,

Poseidone rivolse le sue attenzioni ad Anfitrite, sorella di Teti.

Zeus scelse Era come compagna e impose a Teti di sposare

Peleo, il più nobile degli uomini, il quale però faticò non poco

per farsi accettare da Teti.


117
Teti cercò di rendere immortali i primi sei figli avuti da Peleo,

immergendone i corpi nel fuoco, ma Peleo riuscì a sottrarle

l'ultimo nato, Achille, prima che la dea completasse il rito

magico che avrebbe dovuto renderlo immortale. Uno dei talloni

del bambino si era già bruciato e il centauro Chirone, che

s'intendeva di medicina, sostituì l’osso danneggiato.

Fermiamoci un attimo.

L’etimologia del nome Chirone risale alla lingua albanese.

Abbiamo detto che il centauro Chirone era un medico. Il

compito di un medico è quello di fare in modo che un paziente

guarisca. In albanese il verbo guarire è shëron. A questo punto

lasciamo che il lettore tragga le proprie conclusioni

sull’attendibilità di questa osservazione.

Andiamo avanti con la storia.

Abbiamo detto che Chirone, pregato da Peleo, sostituì l'osso

danneggiato, prendendo quello corrispondente dallo scheletro


118
del gigante Damaso, che da vivo era stato invincibile nella

corsa, ciò spiega le doti di corridore di Achille "pie' veloce".

Fermiamoci ancora.

A proposito Robert d’Angely osserva che in greco il nome di

Achille è Aχιλλευς (Achilleus) e anche in questo caso

l’etimologia può essere spiegata facendo riferimento alla lingua

albanese; Aq-i-lehtë/i che in italiano sarebbe: così

leggero/veloce.

Andiamo avanti.

Nonostante questo intervento, il tallone di Achille rimase

vulnerabile. La madre non aveva fatto in tempo a spalmarlo

con l'ambrosia, che era riuscita a distribuire nel resto del corpo

per renderlo invulnerabile.

Una tradizione più accreditata annovera tra i sostenitori l’artista

Rubens, il quale in un suo dipinto raffigura il momento del rito

compiuto da Teti. Secondo questa versione dei fatti la


119
vulnerabilità del tallone di Achille sarebbe dovuta al fatto che

Teti intendeva renderlo invulnerabile immergendolo nel fiume

Stige e non nel fuoco. La donna reggeva il bambino per un

piede, che quindi rimase asciutto.

Dopo le note vicende della guerra di Troia e la morte di

Achille, Teti raccolse le sue ceneri insieme a quelle di Patroclo

in un'urna che, forgiata da Efesto, le era stata donata per le sue

nozze, e guidò l'anima del figlio alla boscosa isola di Leuca, di

fronte alle foci del Danubio. Poi si recò nel luogo del suo

primo incontro con Peleo e lo portò con sé negli abissi, dove

avrebbe ottenuto l'immortalità anche per lui. Sennonché egli

l'abbandonò per raggiungere la terra dei Molossi, dove sperava

di rintracciare Neottolemo, figlio di Achille, e perse

irrimediabilmente quella possibilità: fece naufragio e morì

presso Eubea.

120
Teti si ritrova in molte altre leggende. Aiutò per esempio agli

Argonauti; accolse nella sua grotta marina Dioniso che,

inseguito dagli uomini di Licurgo, re degli Edoni, si era gettato

in mare; soccorse Teseo che, tuffatosi in mare per ripescare

l'anello gettatovi da Minosse, dimostrò in tal modo di essere

figlio di Poseidone; aiutò perfino Zeus a liberarsi da un crudele

incantesimo.

Dopo avere raccontato in breve la storia della ninfa andiamo

alla questione etimologica relativa al suo nome. In greco

Thétis, in latino Thetis oppure Thelis, Thetidis.

Dalle ricerche che ho fatto, non ho trovato nessuno che

fornisca un’etimologia completa del nome Teti. Pertanto il

punto da cui decido di partire è la spiegazione che dà Bürkert

relativamente al nome della titanessa Teti o Tetide (greco

Τηθύς), moglie del fratello Oceano e nonna della nostra Teti.

121
Bürkert vede nel nome Teti una trasformazione dell'accadico

tiamtu o tâmtu, “il mare”, che è riconoscibile in Tiamat.

Ovviamente se Bürkert avesse potuto ricorrere alla lingua

albanese non avrebbe dovuto necessariamente scomodare la

lingua accadica per trovare l’etimologia del nome della

titanessa. In albanese il mare è det o deti. La somiglianza con

il nome di Teti è notevole.

Ma se il nome della nonna della nostra Teti si spiega

perfettamente con la parola albanese deti, credo che per la

ninfa il percorso etimologico non possa essere lo stesso.

Mi spiego meglio. Teti era una ninfa e come abbiamo già detto

trascorreva molto tempo nelle profondità marine. La parola

profondo in albanese è Thellë e la parola profondità è

Thellësia. Credo che ricondurre il nome della ninfa alla parola

albanese Thellë sia una buona strada da seguire.

122
Questo articolo non ha la pretesa di essere un tentativo di

spiegare una volta e per tutte l’etimologia della parola in

questione, ma piuttosto è un invito a riflettere sulla questione,

partendo dalla riflessione di un attento conoscitore della lingua

albanese che non si è mai arrogato il diritto di essere un

linguista.

123
Parole nelle iscrizioni etrusche
Di Ilir Mati
Zemla

In uno specchio etrusco si trova una scena d’amore i cui

protagonisti sono Apollo, intento a guardare il dio etrusco del

divertimento, Fuflun, mentre bacia una giovane donna, il cui

nome è scritto accanto: Zemla.

Domanda: è possibile che il nome Zemla sia arrivato fino ai

124
giorni nostri tramite la lingua albanese e che sia oggi presente

nella parola albanese zemra (cuore)?

Nota: se si potesse accertare l’attendibilità del collegamento tra

la parola zemla e zemra, così come di molte altre parole

etrusche, si potrebbe affermare con certezza la presenza non

solo di un legame tra la lingua albanese parlata oggi e la lingua

e la cultura etrusca, ma anche del fatto che effettivamente

queste testimonianze siano arrivate fino ai nostri giorni

attraverso questo can

Tin, Ita

Il dio più grande per gli etruschi era Tin oppure Tinia, che più

tardi i romani chiamarono Giove.

In un vaso rinvenuto a Dodona, conservato nel museo di

Louvre, troviamo inciso: THEOZOTO.

Theo in greco è Dio, Zot invece è Dio nella lingua albanese.


125
In Buzuku2 troviamo: Tin Zot.

Gli etruschi: Tin, Tinia.

In etruscologia, il dio Tin tiene in mano tre fulmini, con il

primo avverte – tuona (bubullin, in albanese), con il secondo

appare – lampeggia (vetëtin, in albanese), con il terzo colpisce

– fulmina (shkreptin, in albanese).

Nelle parole albanesi Vetë-tin, Shkrep-tin, Bubull-in forse si

trova il nome del dio Tin, il cui simbolo era il fulmine?

Un altro dio degli etruschi era Ita. Gli albanesi chiamano il

luogo nel quale questo dio è nato Tale oppure Itale.

Dalla necropoli di Durazzo è stata rinvenuta un’incisione col

nome EITALE, datato IV – III secolo a.C.

Cutu
2
Gjon Buzuku è stato un vescovo cattolico albanese, autore del più antico
documento noto stampato in lingua albanese: una traduzione del Messale
Romano, in albanese: "Meshari", stampata forse a Venezia attorno al 1555.

126
Nella rivista “Atlante” dell’aprile 1984, gli etruscologi italiani

hanno dato la notizia del ritrovamento della tomba della

famiglia Cutu. Gli etruscologi hanno attribuito il nome Cutu

perché in molte tombe di pietra e in diverse urne è stata

ritrovata incisa la suddetta parola. Le parole incise sulla pietra,

secondo gli etruscologi italiani, sono i nomi dei defunti (il

nome proprio, il nome della famiglia, il nome del padre e della

madre nel caso di frasi composte da quattro parole). In base a

queste informazioni, nella rivista “Atlante” si legge che gli

etruscologi sono riusciti a ricostruire l’albero genealogico dei

defunti.

L’iscrizione sulla tomba è:

ARNO CAIS CUTU FELUSA

(ARTH KAIS KUTU FELUSA)

In un'altra tomba è inciso:


127
AU CUTU FIPIAL

In questo caso, secondo gli studiosi italiani, abbiamo la

rimozione della parola CAI per nascondere l’origine servile

che questa parola indica, lasciando solo il cognome CUTU

della famiglia CAI = KAI che in Albanese si può tradurre

anche con piango (qaj).

Certamente uno studio più approfondito di tutto il materiale

epigrafico potrebbe chiarire se CUTU è effettivamente il

cognome della famiglia oppure più semplicemente si tratta

della parola qui, KËTU o, come viene pronunciata dalla

popolazione çam, KUTU.

Haron

Nel dizionario della lingua etrusca di D’Aversa troviamo:

128
“Harun, Karon nella iconografia etrusca non è colui che

accompagna il defunto nell’altro mondo, ma il testimone ed

esecutore della morte”

Basandosi su questa spiegazione, confermata dagli stessi autori

antichi, possiamo sostenere che:

Harun, Haron può essere Ha Ron (in italiano letteralmente

mangia vita e cioè il mangiatore di vite)

Ron, rnoj in albanese ha il significato Jetoj (vivere)

Ron, rnon in albanese ha il significato Jetë (vita)

Ha in albanese significa mangiare.

Nella mitologia troviamo anche hades cioè il mondo

sotterraneo, il posto dei morti.

Un’interessante coincidenza:

1-Haron = Ha Ron = Ha Jetë (in italiano mangia vita,

mangiatore di vite, la morte)

129
2-Hades = Ha Vdes = Ha të vdekurit (in italiano mangia i

morti)

L’espressione “A RNO” potrebbe corrispondere alla frase

albanese: “asht jetë” che in italiano si tradurrebbe con “è

vita”. La parola Arno, inoltre, con tutte le sue numerose

varianti (Arnth, Arnthi, Arnthial), la troviamo molto spesso

nelle incisioni etrusche.

130
La tomba Golini I
Di Ilir Mati

Nel 1865 in Umbria vengono ritrovate due tombe etrusche

affrescate, oggi note come tombe Golini, dal nome del loro

scopritore.

Nel 1951 gli affreschi, gravemente danneggiati, sono stati

esposti nel museo archeologico di Firenze. Nei magazzini di

questo museo si trovano le copie in scala reale.

Questa tomba ha forma quasi quadrata (5,35 x 5,20m).

Secondo gli studiosi italiani gli affreschi che si trovano dentro

la tomba Golini I raffigurano un banchetto funebre allestito

nell’oltretomba in onore di un nuovo arrivato.

I dipinti si dividono in tre parti: 1. la preparazione del

banchetto, dove sembra che i lavori siano fatti dagli schiavi; 2.

i personaggi per i quali il banchetto è stato allestito; 3. l’arrivo

131
del nuovo abitante della tomba. Vicino ad ogni personaggio ci

sono due parole scritte in nero. L’etruscologo Paolino sostiene

che “queste scritte indicano perlopiù le funzioni degli schiavi

piuttosto che i loro nomi propri”, però non è chiara la funzione

esatta dello schiavo. La cosa più impressionante è la prima

scena della prima parte, dove si sta preparando la carne per il

banchetto.

Appesi ad un tronco ci sono un toro ammazzato, una capra, un

coniglio e altro vario pollame. Vicino a loro si vede il

macellaio con una mannaia nella mano alzata fin sopra la testa,

che sta per colpire il tagliere nel quale si trova la carne. In alto,

nell’immagine, si legge THAR..:KAO.

132
THAR KAO

In tutte e due le parole manca qualche lettera (per esempio,

poteva essere THARNA KAON), ma anche se non si

aggiungesse alcuna lettera, si potrebbe tranquillamente leggere:

THER KAUN. La cosa curiosa è che in lingua albanese questa

frase vuol dire ammazzare il toro, ther = ammazzare,

sgozzare , kau-n = toro.

Accanto all’immagine del macellaio, si trova la figura di una

donna che sembra uscire dal posto in cui si sta preparando la

carne per il banchetto. Tiene nella mano sinistra un bicchiere


133
pieno, invece nella mano destra tiene qualcos’altro. Vicino a

questa donna troviamo scritto THARMA ML.RUNS. Nella

seconda frase manca la terza lettera. Sembra che la donna nella

mano sinistra, dentro il bicchiere, tenga il fomento (in albanese

tharmin) per il banchetto. Nella mano destra invece si trova il

segno del sacrificio fatto in onore degli dei, che potrebbe essere

il fegato del toro ammazzato. Se l’ipotesi fosse giusta

THARMA ML.RUNS potrebbe significare THARMA

MBLEDHUN, che tradotto in italiano sarebbe raccogliere il

fomento.

La sesta figura (se iniziamo il conteggio a partire

dall’immagine del macellaio) è un uomo che sta macinando un

malto particolare. L’uomo non macina colpendo il malto, ma

sbriciolandolo con le mani. Vicino all’uomo troviamo questa

iscrizione: PAZU MULUANE.

134
PAZU MULUANE

Sembra che qui si ritrovi la forma pa zu bukën,(lievitare il

pane,) pa zu kosin,(fermentare lo yogurt) , pa zu djathin

(pastorizzare il formaggio). Se fosse stato scritto paza

muluane si poteva tradurre macinare in silenzio, senza voce =

pa za – senza voce, muluane(bluan) macinare.

Sulle mura della tomba si trovano altre iscrizioni difficili da

tradurre, che però lasciano intuire che il banchetto disponga di


135
tutto il necessario: gli invitati, i servitori, i musicanti, alcuni

animali mitologici, un messaggero, il nuovo arrivato e anche

alcuni esseri sconfitti dell’aldilà.

Uno si chiama KRANKRU e dà l’idea di un animale che

rosicchia i crani, dall’albanese kran – cranio, e kru – aj –

rosicchiare. L’altro animale si chiama KURPU e potrebbe

personificare il disgusto, lo schifo, dalla parola albanese kurpë

– disgusto, schifo. Questi due animali sono sotto una specie di

divano, sconfitti dagli abitanti della tomba.

Ognuno degli abitanti della tomba fa la sua preghiera. Si

rivolgono all’Altissimo, larth (in albanese lart). Pregano di

perdonarli felinies, felth (in albanese fal), perchè con tutta la

parentela me fis (in albanese me fis-in) e i bambini, me fmi (in

albanese me fëmi) piangono klan (in albanese qan), chiedendo

intensamente perdono felusum (in albanese falje shumë).

136
La cerimonia della preghiera è eterna ed è la stessa per ognuno

degli abitanti della tomba, indipendentemente da quando sono

arrivati. Chi ha costruito la tomba comune, decide di dipingere

un tema eterno per tutti coloro che saranno sepolti lì, invece di

dipingere un nuovo tema ogni qual volta un nuovo abitante

della tomba arriva.

137
Achille
Di Mathieu Aref

Il nome Eperios o Epeiros si spiega solo ricorrendo alla lingua

albanese. Il significato del termine è “qualcosa che è sopra, in

alto, oltre” (rispetto alla Grecia). Omero conosceva solo il

nome di Thesprotia, nome che sostituì Pelasgia (Erodoto II,

56).

In verità, secondo alcuni autori antichi, Epiro con Pelasgiotide

erano la pelasgica Argo (Argo è l'eponimo della città di Argos).

La città della Thesprotia, chiamata Dodona, era de del luogo

sacro che i pelasgi avevano dedicato a Zeus Dodoneo e

Pelasgico. Ecco la preghiera che Achille rivolge a Zeus (Iliade

XVI, 236 – 237):

138
"Signore Zeus, Dodoneo, Pelasgico,

che vivi lontano,

su Dodona regni dalle male tempeste e

intorno i Selli vivono,

interpreti tuoi, che mai lavano i piedi,

e dormono in terra;

come ascoltasti una volta la voce del

mio pregare, dandomi gloria,

molto punisti l'esercito acheo;

Questo paragrafo, inspiegabilmente passato inosservato da

parte di molti studiosi, è uno dei più importanti e dei più chiari

dei poemi omerici ed è doppiamente significativo.

Prima di tutto perché lo stesso Omero riconosce l’origine

pelasgica di Achille e la dichiara liberamente. Addirittura lo

139
stesso Zeus, dio pelasgico, avrebbe difeso Achille dalla

minaccia dell’esercito acheo.

La seconda questione vede Omero esprimere chiaramente la

genesi pelasgica della religione, che più tardi con piccolissime

variazioni, diventerà la religione dei greci.

Il nome di Achille si spiega riferendosi alla lingua albanese,

Aspeitos parola che deriva dalla radice A’shpeit che si traduce

con il veloce, il velocista nella lingua dei pelasgi e quindi in

albanese. I greci spiegano il nome di Achille usando

l’espressione il grande indescrivibile, (cfr. Plutarco, Pyrrhos i,

3) o semplicemente: il grande, il pieno, l’ottimo. Tuttavia

questa interpretazione greca non coincide affatto con gli

appellativi che Omero usa riferendosi ad Achille.

La stessa cosa avviene se consideriamo un altro nome attribuito

ad Achille: Achilleys, che i greci traducono con l’espressione

senza labbra. Quest’ultimo nome di Achille si spiega molto


140
meglio attraverso la lingua albanese: Aq i lehtë (così leggero,

veloce). In qualsiasi maniera vediamo la questione del nome di

Achille, la lingua albanese risulta infallibile nella spiegazione.

Grazie alla lingua albanese si spiega perfettamente anche il

nome di Ulisse, il cui significato è viaggiatore (Udhësi).

Di conseguenza i nomi dei due eroi più conosciuti nei poemi

omerici, Achille nell’Iliade e Ulisse nell’Odissea, si spiegano

benissimo ricorrendo alla lingua albanese.

Nei due poemi citati, l’autore dichiara di avere scoperto 58

citazioni relative ad Achille, fra le quali 18 si riferiscono alla

nozione di velocità: Achille piè veloce, Achille con i piedi

leggeri, instancabili; il concetto di divino ricorre 11 volte; 25

ricorrenze mostrano degli appellativi che hanno a che fare con

la sua tribù e la sua parentela: Pelide, figlio di Peleo; e infine

altri 4 appellativi che non sono pertinenti.


141
Il nome di Achille, la sua religione e il suo posto nella

gerarchia delle divinità (era figlio della dea Teti, il cui nome è

pelasgico e in albanese vuol dire mare, det) ci mostrano

chiaramente la sua origine pelasgica. Ecco cosa ci dice Plutarco

(la vita di Pirro 1/3):

“da lì [luogo santo di Dodona,

nelle terre di Molossi, il regno

di suo figlio Neottolemo]

Achille è stato accolto come

una divinità in Epiro, dove,

dalla lingua del luogo, prese il

nome di Aspetos”.

142
Plutarco lo sapeva bene che gli abitanti delle terre dei Molossi

o di Thesprotia, ovvero dei dodonei, parlavano una lingua

diversa da quella greca, parlavano la lingua del luogo.

143
Pirro II
Di Mathieu Aref

Pirro II (319–272 a.C.) regnò in Epiro dal 295 al 272 a.C.

Questo re epirota, con origini traco– illiriche, come Alessandro

Magno, voleva ricalcare le gesta del valoroso generale.

Inizialmente attaccò i romani che sconfisse ad Heraclea nel 280

a.C. e poi ad Asculum nel 279 a.C. Ottenne quest’ultima

vittoria con difficoltà e grandi furono le perdite per il suo

esercito, da questo evento deriva il detto “vittoria di Pirro”,

una vittoria ottenuta pagando un prezzo troppo alto.

Dopo la sconfitta per mano dei romani a Benevento (275 a.C.),

tentò più volte di invadere la Grecia. Durante una di queste

spedizioni morì. Secondo la leggenda ad ucciderlo sarebbe

stato un masso cadutogli in testa.

144
È interessante fare un’annotazione sul famoso elmo celtico con

due corna (di capra o di ariete) che indossava Pirro II, lo stesso

indossato da Alessandro Magno.

Intanto l’elmo in questione è lo stesso indossato dall’eroe

nazionale albanese Giorgio Kastriota, detto Scanderbeg (1405-

1468). Questo elmo diventò anche lo stemma del re albanese

Zog I (1895–1961). Inoltre, Alessandro Magno viene più volte

citato nel Corano come “Alessandro con le due corna - Al

Iskandar Z’ul Karnain”. Queste osservazioni confermerebbero

il fatto che l’elmo con le corna di ariete (o di capra) viene

indossato dai re e in particolare da quelli con origini traco–

illiriche.

Altri esempi ci dimostrano che gli epiroti, soprattutto i Molossi

(Pirro II apparteneva alla tribù dei Molossi come la stessa

madre di Alessandro Magno, Olimpiade), erano pelasgi. Prima

di tutto il nome Molossi in albanese corrisponde alla parola


145
malësorë, in italiano montanari. In verità, le parole malësor,

malësi oppure malës (montanaro, montagnolo) derivano dalla

radice pre-ellenica mal (montagna), usata anche oggi nella

lingua albanese. I malësorët (i montanari), di origine traco–

illirica, erano di statura alta (come sono oggi gli abitanti

dell’Albania del nord) a differenza dei greci che erano più

bassi.

In secondo luogo, il nome Pirro (Pirrohs) che nella lingua

albanese è burri (uomo), deriva dal pelasgo–albanese burrë

che vuol dire uomo coraggioso. Se alla parola burrë (uomo) si

aggiunge il suffisso greco os questo ricaviamo burros (burrë–

os) trasformato dai greci in Pirrhos.

Pirrhos è anche uno dei tanti appellativi di Achille. Pirro II è

stato uno degli ultimi re dell’Epiro, i suoi soldati lo

chiamavano l’Aquila (in albanese, shqiponjë), mentre loro si

facevano chiamare Figli dell’Aquila. Ancora oggi,


146
l’espressione è usata per riferirsi agli albanesi (in albanese,

shqiptar); sono gli altri (i non albanesi) che utilizzano le parole

Albanias, Albanian, Albanesi ecc.

147
Alcuni esempi di neologismi inutili
della lingua albanese
Di Mathieu Aref

Arrestoj; arrestim – arrestare; arresto

Nella lingua albanese esiste la parola kap (prendere).

La radice di questa parola la ritroviamo in latino

(capere), in inglese (Keep) e in francese (capturer).

Marshim, marshoj, marshon – marcia militare

Non si riesce a comprendere la necessità di questo

neologismo. La lingua albanese ha le parole ecje, eci,

ecim, ecën (cammino, camminare, cammina)

Sukses – successo

La lingua albanese ha diverse parole che hanno tutte

questo significato (mbarëvajtje, mbarësi, mbrodhësi,

ose arritje)
148
Audiencë – udienza

L’albanese ha le parole vëmëndje, pritje, mbledhje che

ovviamente, con leggere sfumature di significato,

vogliono dire tutte udienza.

Aplikim, aplikacion – applicazione

In albanese esistono già le parole, vendosje, vënie,

zbatim, përdorim.

Tendencë – tendenza

La lingua albanese ha la parola prirje.

Procedim – querela

Anche per questa parola già esistono mënyrë veprimi,

sjellje, mënyrë e sjelljes

Protestoj – protestare

In albanese c’è già la parola kundërshtoj.

Abuzim – abuso

In albanese ci sono le parole shpërdorim, teprim, tepri.


149
Egzistoj – esistere

Anche per questa parola si tende ad utilizzare una

parola straniera anche se in albanese c’è una parola che

proviene dagli albori dell’umanità ed è jetoj. Poi ci

sono ancora vazhdon (continua) vazhdon ende

(continua ancora) e hala. Si usa anche jam gjallë (sono

vivo).

Injorant – ignorante

In albanese, i pa ditur, i paditun, nuk di gjë, ose nuk di

gja.

Indipendencë – indipendenza

Esistono le parole albanesi pamvarësi e mëmëvetësi.

Inteligjent – intelligente

Anche per questa parola si usa un termine straniero,

anche se la lingua albanese è molto fornita di termini

150
che significano intelligente. Tra gli altri cito i zgjuar, i

mençëm, i ditur.

Civilizuar – civile

In albanese esiste una parola antichissima che è

qytetëruar, qytetar (civile o cittadino). I latini

ereditarono questa parola dagli etruschi nella forma di

civica (città) dalla quale è nata la parola italiana città e

la parola francese citè (città). È un paradosso che gli

albanesi utilizzino una parola nata tra loro antenati,

storpiata dal latino e rivista dalla lingua francese.

Plazh – spiaggia

Anche per adeguarsi alla modernità, gli albanesi hanno

cominciato ad usare la parola plazh, ma la lingua

albanese aveva già alcune parole antichissime che

indicavano la spiaggia. Tra queste c’è ranishtë che

deriva dalla parola ranë (sabbia) in dialetto ghego e


151
rërë (sabbia) in dialetto tosco. C’è una parola ancora

più antica che ha lo stesso significato ed è la parola

kum. Da questa parola derivano cumes e cumae

152
Thot/Hermes Trimegisto
Di Mathieu Aref

Il verbo “them” in albanese si traduce con dire, ma anche con

raccontare, pensare, giudicare. “Thotë” perciò vuol dire che

qualcuno racconta, pensa, giudica.

Se diamo un’occhiata da vicino agli attributi della divinità

egizia Thot, non potremo fare a meno di notare la grande

somiglianza che questi hanno con la parola albanese thotë

(dice).

Thot è noto come il dio della sapienza e della scrittura. Viene

rappresentato con la testa di Ibis e, molto spesso, nelle sue

raffigurazioni è presente anche Anubi, divinità con la testa di

sciacallo che aveva il compito di accompagnare i defunti

davanti al tribunale supremo degli dei.

Nell’epoca greco-romana, il dio Thot era Hermes Trimegisto, il

Mercurio dei romani. Anche in questo caso nella mitologia


153
cosiddetta greca, il nome di Hermes Trimegisto si spiega

tramite il ricorso alla lingua albanese.

Hermes è “Err mes”, che nel dialetto ghego dell’Albania del

Nord vuol dire: “Io ammazzo l’oscurità” o anche “Colui che

sfida l’oscurità”, err – oscurità, buio, mes – m(b)ys -

ammazzo, uccido.

In principio, prima che i greci facessero la loro comparsa, una

delle funzioni della divinità Hermes era l’accompagnamento

dei defunti nella loro ultima dimora, cioè nell’aldilà (terri,

l’oscurità, il buio pesto).

Anche per spiegare la parola “Trimegisto” dobbiamo affidarci

alla lingua albanese. Questa parola, che i greci ritengono sia di

tipo onomatopeico e dunque facilmente spiegabile come “tre

volte grandissimo”, accompagna quasi sempre la divinità

Hermes. La leggenda narra che Hermes inventò la lira,

utilizzando il guscio della tartaruga come scatola di risonanza e


154
le budella come corde. I pelasgi lo qualificarono come “Err

mys – Kris me gishta” cioè “Hermes che suona con le dita”,

Kris –suona, me – con, gishta – dita. Questo strumento, cioè

la lira, più tardi venne associato ad Apollo.

Chi vuole approfondire l’argomento, può leggere il libro

dell’autore Giuseppe Catapano “Thot parlava albanese”

pubblicato a Roma nel 1984.

155
Il museo archeologico di Viterbo
Di Nermin Vlora Falaschi

Anche il museo archeologico di Viterbo è ricco


o di reperti di

grande valore, nonché di messaggi epigrafici di notevole

contenuto filosofico.

Entrando, contro la parete destra si nota un sarcofago originale,

con una figura umana completamente distesa sul coperchio. In

corrispondenza dei piedi è incisa questa brevissima iscrizione:

Questa epigrafe estremamente concisa richiede però un lungo

commento, poiché racchiude in se stessa un concetto ampio:

CAE-I nella maniera moderna si potrebbe interpretare nel

senso di “Abbi benevolenza per lui, Signore”.

156
In verità CAE ( qaje in albanese) letteralmente vorrebbe dire

semplicemente “piangilo”, ma il suo significato profondo è

molto più importante. Non lacrime di pianto chiedono al

Signore, ma compassione, misericordia, benevolenza.

Questa si deduce dalla solitaria I che segue la parola CAE, e il

cui significato è DIO.

Nella Divina Commedia (Paradiso, XXVI, 133 – 134) Dante ce

lo conferma in questo modo:

Pria ch’io scendessi all’infernale ambascia,

“I” s’appellava in terra il Sommo Bene…

e Jacopo della Lana, il letterato bolognese del XIV secolo che

per primo commentò per intero la Divina Commedia, annotò:

157
…çoè in soa vita Deo s’appellava “I”. Il primo nome per lo

quale Adamo nominò Iddio fu “I”.

È interessante notare che nella lingua turca come in quella

giapponese e coreana, e forse in altre lingue orientali I significa

bene.

In turco i adam sta per persona buona, perbene.

Perciò è sempre opportuno cercare di analizzare le epigrafi

inquadrandole in relazione all’epoca e alle circostanze in cui di

adoperavano quelle parole, evitando di fermarsi al loro

significato posteriore o addirittura di accettarne accattivanti

assonanze, come sembra sia stato fatto con questa iscrizione

affrettatamente assimilata al nome proprio romano “Caius”.

158
Le tombe “Vend-Kahrun” di Tarquinia
Di Nermin Vlora Falaschi

A Tarquinia tra il verde dei prati, tra colline soavemente

ondeggianti e rese suggestive da ulivi secolari e fiorellini

variopinti, si trovano numerose tombe etrusche.

Si usa dire “muto come una tomba”. Al contrario, quelle tombe

sono loquaci, non solo dove il pensiero è stato fissato con un

commento epigrafico, ma perfino quelle tombe dove un

emblema sostituisce la parola. Un fiore, un disegno

geometrico, un cielo stellato, un animale, esprimono quel

simbolo che rappresenta l’idea e stimola il pensiero.

Una delle più interessanti tombe di Tarquinia, sia per quanto

riguarda la ricca paleografia, sia per l’insieme degli emblemi

floreali che con la loro eloquenza pittorica destano stupore ed

159
emozione, è la tomba di VANTH (in albanese vend è il luogo

per eccellenza, cioè patria).

Per cominciare, leggiamo e interpretiamo questa interessante

iscrizione:

Pelasgo-Etrusco Albanese Italiano

FEL Fal Offerto

ANI Ana Da parte

NAS Nash Di noi

FE Me fe Con fede

160
LUS Lus Prego

CLAN Klanve Ai familiari

AI Ai Egli

I AFRS I afërt Vicino

IU RU Iu ru Si conservò

XXII 22? 22 anni?

Due caratteristiche distinguono questa bella dedica all’amato

scomparso.

La voce (ME) RU in albanese significa conservare. RUNE

sono “cose ben conservate”, ed è noto che le rune sono

iscrizioni incise prevalentemente su legno in Germania,

Norvegia, Islanda, Svezia, Scozia, Danimarca, Romania,

Bosnia e altrove con caratteri simili a quelli etruschi. Pochi

sono gli esemplari rimasti, a causa della deperibilità del legno.

161
Sulle rune riferisce anche lo storico romano Publio Cornelio

Tacito nella sua opera “Germania”.

Una particolarità di questa tomba eccezionale è che accanto

alla dea alata Vend (VANTH), tenuta in grande considerazione

dagli etruschi per la sua missione di accompagnatrice dei

defunti meritevoli al paradiso degli eroi, appare ora anche il dio

alato Kahrun (KHARUN) e cioè kah = verso, run =

conservazione, vale a dire verso l’infinito, l’eternità.

Sempre nella tomba Vend-Kahrun, di fronte all’entrata si trova

una iscrizione murale ornata da un doppio festone, dove

l’alloro si snoda intrecciandosi con una fascia rossa scura:

l’insieme di questa pittura si materializza nel numero 8

orizzontale. Al principio, l’8 appare grande, poi va diminuendo

per terminare con un tralcio rivolto verso l’alto. Com’è noto l’8

è stato sempre simbolo dell’infinito, e questo disegno potrebbe

significare il cammino che il defunto deve seguire per


162
giungere, percorrendo “infiniti” sempre più piccoli, nel finito

del Tutto Universale.

Pelasgo-Etrusco Albanese Italiano

ANI Ana Da parte

NAS Nash Di noi

ARNO Arno Creatore

CE që Che

LUS Lus Prego

THANKHEI Thanje Oralmente

163
LUS Lus Prego

ATI Ati Il padre

A â Che ha

LA La Lasciato

FILS Fisin I parenti

XXXIX 39? A 39 anni?

In questa iscrizione merita particolare attenzione la parola

ARNO, che nel passato stava per Creatore e che forse per

questo ha dato il nome al fiume intorno al quale sono sorte

grandi civiltà come quella di Firenze. Si avrà comunque modo

di osservare successivamente molte altre iscrizioni con questa

parola, tenendo presente che così com’è decaduto il significato

di faber , anche ARNO ha perso in Albania la sua antica

dignità e oggi vuol dire semplicemente restauratore.

164
Alcuni dei dell’Olimpo
Di Robert d’Angely

Zeus

Al primo posto tra tutti gli dei, i pelasgi mettevano Zeus, per i

latini Giove (Jupiter).

Per spiegare l’etimologia del nome Ζευς (Zeus) dobbiamo

prima precisare che gli antichi lo chiamavano tuonante, infatti

era anche il dio del tuono.

L’appellativo tuonante si spiega perfettamente riferendosi alla

lingua pelasgica: Zë – ës (Zë – in albanese vuol dire voce), che

in greco è φωνεις phōneis.

Tuttavia la parola pelasgico – albanese Zë – ës, si adatta molto

meglio al nome di Ζευς (Zeus). Possiamo dire senza ombra di

dubbio che Ζευς (Zeus) è l’evoluzione della parola pelasgico–

albanese Zëës: tuonante o colui che parla a voce alta.

165
Demetra

Demetra era una delle dee più potenti dell’Olimpo. Il suo nome

(in dorico ∆αµατηρ (Damatēr)) secondo un’etimologia molto

antica deriva non dal greco γη (gē) = terra, bensì dal pelasgico–

albanese dhe = δη (dē) = δα (da) = tokë – terra.

Anche la seconda parte del nome, µητηρ (mētēr), deriverebbe

dalla lingua pelasgica motër = mater = µητηρ (mētēr) =

madre. Il significato che gli antichi pelasgi davano alla parola

motër, che in albanese si traduce con sorella, non è

assolutamente quello di madre, ma si tratta di un appellativo

utilizzato per rivolgersi con grande rispetto a una donna che

non è necessariamente giovane ma neanche particolarmente

anziana. Questo stesso significato del termine è ancora in uso

nel sud dell’Albania, soprattutto nella zona di Përmet.

Apollo

166
La forma più antica del nome Apollo è la forma pelasgica

Aπελλων (Apellōn), dalla quale derivano

Aπολουν (Apoloun) e Aπλων (Aplōn), anche queste forme

pelasgiche.

La forma Aπολουν (Apoloun) somiglia molto al nome etrusco

Aplu o Apulu, invece la forma Aπελλων (Apellōn) si avvicina

alla parola osca Apellun che a sua volta si avvicina a tutti i

nomi antichi greci; Aπελλας (Apellas), Aπελλης (Appellēs),

Aπελλις (Apellis), Aπελλικος (Apellikos) ecc.

Basandosi sia sulle forme etrusche Aplu e Apulu, sia sulla

lingua osca Apellun possiamo individuare, con l’aiuto della

lingua pelasgico–albanese, un’etimologia convincente del

nome Apollo.

L’etimologia che proponiamo sulla base di Aplu, Apulu,

Apellun è Aπελλων (Apellōn) ovvero: che fa sorgere la

167
stella. Naturalmente si tratta della stella per antonomasia, il

sole.

Ancora meglio sarebbe ap udhën = që hap rrugën: che apre

la strada (al sole). Per questo motivo i greci chiamavano Delos,

l’isola dove si trovava il santuario di Apollo cioè l’isola dove

sorge il sole.

A partire da questo si spiega molto bene l’ipotesi secondo la

quale Apullen e Apudhën vogliano dire colui che apre la

strada al sole. Per rafforzare questa teoria possiamo ricordare

che Apollo viene raffigurato con una corona e quattro raggi di

sole sulla testa, sempre preceduto da Aurora, sua figlia.

168
διοι Πελασγοι = I Pelasgi sapienti
di Robert d’Angely

Durante il periodo che va dalla subsidenza dell’isola di

Atlantide alla prima spedizione dei pelasgi verso l’India, oltre

ai contatti con gli atlanti che sono rimasti definitivamente in

Europa, i pelasgi hanno avuto diversi altri rapporti con

popolazioni di razza bianca grazie alle migrazioni di

quest’ultime. I legami che di volta in volta venivano sviluppati

hanno fatto sì che si unificasse la lingua pelasgica che si

parlava, e forse si scriveva, a quel tempo. Siamo sicuri che i

pelasgi o ΑΡΓ (arg) grazie alla loro fama, guadagnata grazie

alla battaglia vinta contro gli atlanti, hanno avuto la possibilità,

anche per merito della loro leggendaria sapienza, di diffondere

l’uso della loro lingua pelasgica in Grecia, soprattutto ad

Atene, e in Italia.

169
Abbiamo detto “grazie alla loro sapienza” proprio per

correggere un errore millenario, cioè la parola greca διοι (dioi)

che tutti traducono come divini, come se avesse qualche

legame con la parola θειος (theios), che deriva da θεος (theos),

che vuol dire Dio. Infatti διοι (dioi), che si traduce

erroneamente come divini, deriva dalla parola albanese di-ës

che in italiano vuol dire so, ho conoscenza. Di conseguenza,

l’esatta traduzione di διοι Πελάσγοι (dioi pelasgoi) sarebbe

non “i pelasgi divini”, come è stata da sempre tradotta, ma “i

pelasgi sapienti”.

Prima della prima spedizione dei pelasgi verso l’India, il

termine Pelarg oppure Piellarg che si riferiva a tutte le

popolazioni della razza bianca, è stato semplificato,

rimuovendone la prima parte (cioè Pel oppure Piell che

significa nascere o nato, dall’albanese pjell) e trattenendone la

seconda (cioè ARG in greco ΑΡΓ (arg) che significa bianco,


170
dall’albanese bardhë). Il termine ARG, in greco ΑΡΓ, ha avuto

una grande fortuna perché da esso derivano la parola

mesopotamica ARYA e la parola greca ΑΡΓΕΙΟΣ (argeios);

inoltre, finì con l’alternarsi alla parola ΠΕΛΑΡΓΟΣ (pelargos)

o ΠΕΛΑΣΓΟΣ (pelasgos), senza riuscire, però, a sostituirla

del tutto.

171
La vera etimologia di YTI (il tuo) e
βαρβαρ – ος (barbar – os)
Di Robert d’Angely

Una delle parole più interessanti dell’Odissea è il nome che

Ulisse diede a se stesso e che Polifemo usò per chiamarlo, cioè

ουτις (outis). Da come è scritta, o da come hanno voluto

scriverla più tardi, è immediatamente evidente che non si tratta

di una parola greca. Il significato che è stato a lungo attribuito

a questo termine è “nessuno”, che però, in greco, avrebbe

dovuto essere scritto ουδεις (oudeis).

La parola greca che ha il significato di “nessuno” è Ου τις (ou

tis) e si scrive usando due parole distinte come infatti lo

troviamo scritto in tantissime altre parti sia dell’“Illiade” che

dell’“Odissea”.

172
Ουτις (outis) non significa nessuno, ma è la trascrizione esatta

di YTI (il tuo): yti pelasgico. All’inizio YTI = yti si

pronunciava seguendo le regole della lingua pelasgica e

l’uditorio era perfettamente in grado di capire; molto più tardi,

nell’epoca di Pisistrate, quando le opere sono state tradotte in

greco, la parola yti non è stata cambiata, ma semplicemente

trascritta in ουτι (outi). Anche dopo la traduzione in greco, la

parola si pronunciava esattamente yti e l’auditorio gli

attribuiva in automatico il significato originale, cioè il tuo. Più

tardi, quando i testi pelasgi iniziarono a diventare più rari fino a

perdersi del tutto, la vera pronuncia e il vero significato della

parola ουτις (outis) vennero dimenticati e solo in seguito è

stato attribuito il significato che oggi tutti noi conosciamo, cioè

nessuno.

La parola pelasgia yti è in uso anche oggi in Albania e significa

il tuo (yt+i). Lo stesso significato che aveva quando Ulisse la


173
utilizzò per sfuggire a Polifemo. Lo stratagemma di Ulisse era

tanto semplice quanto geniale. Dopo che Ulisse accecò

Polifemo, gli altri ciclopi corsero subito in aiuto del gigante.

Appena arrivati davanti alla grotta, domandarono: “Perché,

Polifemo, sei così afflitto e gridi così nella notte divina? Forse

un mortale porta via le tue greggi e non vuoi? Lui rispose “yti”

cioè il tuo. Loro domandarono di nuovo: “Forse qualcuno ti

uccide con l'inganno e con la forza?" e lui rispose di nuovo

“yti”. Ora, quando gli altri ciclopi sentirono la parola yti

pensarono che Polifemo stesse accusando i loro familiari, le

persone più vicine a loro (servi, cugini, fratelli). Per non avere

problemi con gli altri ciclopi, dunque, decisero di ritornare alle

loro grotte.

In tal modo ουτις (outis) non avrebbe più il significato di

“nessuno”, ma il significato pelasgio “yti”, il tuo. Dal

174
significato originale del temine, si coglie meglio anche la storia

del raggiro di Ulisse ai danni del ciclope Polifemo.

Un’altra parola che dimostrerebbe che la lingua pelasgica era la

lingua universale parlata nell’antichità e che non solo ha

influenzato la lingua greca, ma costituirebbe la materia prima

per la formazione delle parole in quella lingua, è βαρβαρ – ος

(barbar – os).

Nell’antichità, i greci, conoscendo l’etimologia di questa

parola, la usavano solo quando volevano indicare una lingua

differente da quella greca, mai per indicare un’altra razza o

nazionalità. Solo più tardi, e soprattutto con l’influenza latina,

la parola barbaro venne usata per indicare popolazioni incivili,

in particolare coloro che invasero l’impero romano fino a

causarne la distruzione. Ed è questo il significato che è rimasto

fino ad oggi nel nostro immaginario popolare.

175
I greci avrebbero attinto a questa parola attraverso la lingua

pelasgica , mantenendo lo stesso significato, cioè që flet belbër

ovvero persona che parla in modo incomprensibile, come un

bambino.

Prendendo in considerazione l’attuale lingua correntemente

parlata e originaria da quella pelagica, ovvero l’albanese, si

possono tentare due spiegazioni etimologiche della parola. La

prima sarebbe riconducibile all’idea di una persona logorroica,

che parla eccessivamente: flet bërbër, si bythë e turtullit. La

seconda, invece, si riferirebbe ad una persona che non parla

correttamente, che storpia le parole, flet belbër si foshnjat, cioè

parla come un bambino. Umberto Eco scrive: “i greci del

periodo classico conoscevano genti che parlavano lingue

diverse dalla loro, ma li denominavano appunto barbaroi ossia

esseri che balbettavano parlando in modo incomprensibile” .

176
Con questa dichiarazione, il professor Eco conferma quello

che si vuole dimostrare.

Tornando all’argomento principale, in entrambi i casi (flet

bërbër e flet belbër) la lingua si distorce a tal punto da

diventare incomprensibile anche per un albanese. Ed è cosi che

è stato per i greci del periodo classico, i quali all’inizio

parlavano tutti la lingua pelasgica, ma col tempo, dal contatto

con gli stranieri e con le loro lingue, nacque la lingua greca;

lingua liturgica, diplomatica, ufficiale e internazionale (per

comunicare con i non pelasgi) e dalla loro parola bërbër

onomatopeica (che è uguale nella lingua albanese odierna

bërbër oppure belbër) venne fuori βαρβαρ – ος (barbar – os).

Questa parola venne usata per indicare sia gli stranieri che

parlavano una lingua diversa dal greco, sia gli elleni che

parlavano male la lingua greca.

177
In conclusione, i greci del periodo classico usavano la parola

βαρβαρ – ος (barbar – os) solo per indicare il modo di parlare

una lingua e non per indicare la razza di qualcuno; questa cosa

faceva sì che i pelasgi venissero considerati barbari esattamente

come gli stranieri. Per comprendere veramente il significato

che la parola βαρβαρ – ος (barbar – os) assunse in seguito,

citeremo qui un sillogismo che coloro che si chiamavano eleni

hanno formulato per distinguere gli elleni dai non elleni: Πασ

µη Ελλην βαρβαρος (pas mē Ellēn barbaros) cioè Tu non

elleno (sei) barbaro, dicevano, usando questa frase come base

del sillogismo. Demostene ha aggiunto: non tutti gli elleni sono

barbari, ora Filippo II di Macedonia il padre di Alessandro

Magno non è elleno, allora Filippo II di Macedonia è barbaro

(conclusione del sillogismo). Se questo è vero, viene spontaneo

domandarsi perché i greci odierni sostengono che Filippo II,

Alessandro Magno, i macedoni, gli epiroti fossero tutti elleni.


178
δουριος ιππ – ος (dourios ipp – os)
Oδυσσεια (Odusseia)
di Robert d’Angely

È noto che le lingue monosillabiche sono le lingue più antiche.

Se è vera questa teoria, allora è più antica la parola albanese

kjaj (piango) oppure la parola greca κλαι – ω (klai – ō)?

Hepem, dall’albanese mi incurvo, oppure εποµ – αι (epom –

ai)?

Jam, in albanese io sono, oppure ειµι (eimi), io sono in greco?

Bretkues, rana in albanese, oppure βατρα – χος, rana in greco?

Dru, in albanese legno, oppure δρυ– ς (dru - s), in greco legno

o foresta?

Der- ë, in albanese porta, oppure θυρ – α (thur – a), in greco

porta?

179
Dhallë, in albanese fermento di latte, oppure γαλα (gala), in

greco latte?

Potremmo continuare con altre centinaia di esempi, ma ci

fermiamo qui.

Ora se i poemi antichi come l’Iliade e l’Odissea sono scritti

nella lingua greca, perchè si usa la parola ιππ – ος (ipp – os),

che in greco indica il cavallo oppure lo stare in sella sul

cavallo, che in albanese è hip = shaloj, che vuol dire salire sul

cavallo o sellare il cavallo? E ancora, perché non si usa la

parola greca ξυλιν – ος (zulin – os), di legno, ma la parola

δουριος (dourios), legno?

La spiegazione è semplice.

La parola ξυλιν – ος (zulin – os) non esisteva nella lingua greca

nel periodo della guerra di Troia e tutti usavano la parola δουρι

- ος (douri - os), che deriva dalla parola pelasgica dru – ri = dru

= legno.
180
Questa è un'altra prova tangibile del fatto che i poemi antichi

sono stati scritti nella lingua pelasgica e solo dopo sono stati

tradotti in greco. Questo discorso viene dimostrato proprio

dalla presenza della parola appena esaminata, cioè δουριος ιππ

– ος (dourios ipp – os)= salita di legno.

Passiamo ad un altro termine.

È più antico il nome proprio Penelope (l’origine di questa

parola è stata attestata non oltre il 700 a.C.) oppure la parola

pelasgica pen’e lypi (il cotone chiede) che è stato poi usato

come nome proprio?

La tela di cui si servì Penelope fu uno stratagemma, narrato

nell'Odissea, utilizzato per non convolare a nozze, nella

speranza di poter rivedere il marito Ulisse. La donna comunicò

ai suoi pretendenti che avrebbe scelto il suo prossimo marito

solo dopo aver completato la tela. Per fare in modo che la

scelta si rimandasse, la notte disfaceva ciò che tesseva durante


181
il giorno. Ancora oggi l’espressione la tela di Penelope viene

utilizzata per riferirsi ad un lavoro che non avrà mai termine.

Ne deduciamo che la derivazione del nome proprio Penelope

dal termine pen’e lypi (il cotone ha chiesto) si adatta

perfettamente a questo personaggio.

Ora analizziamo un'altra parola che tutti credono sia greca.

L’interminabile viaggio intrapreso da Ulisse per tornare in

patria è alla base del poema epico noto come Oδυσσεια

(Odusseia), nome che i pelasgi diedero al protagonista. Per la

verità il nome del poema Oδυσσεια (Odusseia) non è il nome

proprio del protagonista, ma il nome che i pelasgi gli

attribuirono per via delle numerose disavventure che fu

costretto ad affrontare per ben dieci anni prima di riuscire a

tornare in patria. Il titolo di questa poema si comprende e si

traduce meglio solo se si utilizza la lingua albanese. Infatti,

l’espressione albanese Udhë s’shêu, che molti secoli dopo è


182
diventata in greco Oδυσσευς (Odusseus) vuol dire colui che

non ha visto la via, non vede la strada. Come nel caso di

Penelope, anche questa spiegazione si adatta perfettamente al

profilo di Ulisse, al quale i pelasgi hanno attribuito anche un

altro nome, che però non è arrivato fino a noi perché è stato

tradotto in greco Πλυµηχαν – ος (Plumēchan – os),

intelligente, astuto.

Dopo queste riflessioni possiamo dire che il dizionario

Omerico di Pandazides non è preciso, visto che fa risalire il

titolo del poema al verbo oδυσσευoµαι (odussenomai), che

vuol dire arrabbiarsi. Adesso abbiamo numerose ragioni per

credere che non è così.

183
L’etimologia del nome della dea Atena
Di Robert d’Angely

L’etimologia del nome della dea Atena è rimasta a lungo

ignota. Max Müller, lo studioso che sostiene che i pelasgi non

sono mai esistiti, ritiene che ΑΘΙΝΑ (Athina) sia una parola

greca, un’evoluzione dal sanscrito ahâna che vuol dire

folgorante, che brucia. Tuttavia Müller non fornisce alcuna

spiegazione che possa giustificare la relazione tra le parole

ΑΘΙΝΑ e ahâna.

Secondo lo studioso Schwartz, Atena è la dea del fulmine e

anche questa spiegazione si collegherebbe al sanscrito.

Secondo altri studiosi invece la parola Atena deriva dalla

radice αιθ (aith). Dalla stessa deriverebbe anche la parola

αιθηρ (aithēr) = etere, o meglio ancora della radice αθ (ath)

184
dalla quale derivano le parole ανθος (anthos) oppure αθηρ

(athēr) = fiore.

Tuttavia ci sono altri linguisti che sostengono che Aθηναια

(athēnaia) oppure Aθηναιη (athēnaiē) sia un nome e non un

appellativo di Παλλας (pallas), pertanto traducono la frase di

Omero Παλλας Αθηναι (pallas athēnai) con Pallas Athinase.

Immaginiamo per un attimo che questa teoria sia sbagliata.

Intanto iniziamo con l’osservare come queste spiegazioni

tocchino solo da lontano la parola Atene e non diano alcuna

spiegazione etimologica approfondita del termine in questione.

Proviamo a riferirci alla solita lingua pelasgo-albanese per

capire se riusciamo a ottenere spiegazioni etimologiche più

convincenti.

In albanese Atena è E THËNA cioè colei che è destinata a

nascere. Solo dopo questa parola è diventata ATHËNA,

ΑΘANA, ATENE, ecc.


185
Partendo da questa definizione proviamo a individuare

l’origine, abbandonando tutte le altre spiegazioni.

Iniziamo dalla leggenda sulla nascita della dea. Zeus ingoiò la

sua prima moglie, Metide, appena rimase incinta, perché Urano

e Gea gli dissero che se fosse nato un maschio questo avrebbe

detronizzato il padre. Quando arrivò il momento della nascita

del figlio che Mentide avrebbe dovuto partorire, Zeus sentì un

dolore insopportabile alla testa dalla quale Prometeo (secondo

altre versioni Efesto, Ermete o Palemone) estrasse la dea

Atena che uscì fuori già adulta e armata, lanciando grida di

gioia. Ecco perché la dea è nota per essere nata dalla testa di

Zeus.

Omero nel suo inno ad Atene descrive con maestria la nascita

della dea e l’impressione che costei fece agli dei immortali

dell’Olimpo. Sul testo greco originale ci si imbatte spesso in un


186
appellativo riferito ad Atene: τριτογενης (tritogenēs). Per

spiegare questa parola gli studiosi hanno concentrato la loro

attenzione sulla prima parte dell’appellativo cioè τριτο (trito).

Eppure nessuno è riuscito a trovare una spiegazione

convincente che chiarisse una volta e per tutte l’appellativo in

questione.

Il dizionario di M. A. Bailly lo spiega scrivendo “nata dal

mare” oppure, secondo gli antichi scrittori, “nata vicino al

lago”. Questa spiegazione deriva dall’errato mito secondo il

quale Atena era nata nei pressi del lago Tritone che si trova in

Africa. Però gli scrittori del tempo che Bailly tira in ballo non

commettevano lo stesso errore di analisi della parola che fa lo

studioso francese in quanto conoscitori della lingua pelasgica,

dunque sapevano che la parola composta τριτογενεια

(tritogeneia) si traduce come nata dal cervello. La prima parte

di questa parola cioè τριτο (trito) deriva dalla parola albanese


187
trutë o truri che in italiano è cervello. Questa spiegazione

dell’appellativo τριτογενεια (tritogeneia) si collega alla

leggenda della nascita della dea Atene dal cervello di Zeus.

Per quando riguarda l’altro epiteto riferito alla dea: Παλλας

Αθηνά (Pallas Athina), anche questo si spiega altrettanto bene

ricorrendo alla lingua albanese. Παλλας (Pallas) in albanese è

“pall – ës” - chi inventa usando l’immaginazione, chi ha

idee. Questa parola deriva dal verbo pall concepire. Ancora

oggi nella lingua odierna albanese si usa la frase të palli tani?

= e kuptove? të ra ndërmend tani? – lo hai capito ora? ti sei

ricordato?. Questo è uno degli appellativi che calza meglio

alla dea. Louis Benloew conferma la nostra spiegazione

etimologica dell’appellativo Παλλας (Pallas) quando nel suo

libro La Grèce avant les Grecs (Parigi 1877, pp 1777-78)

188
scrive:

“[…] i greci hanno intrecciato delle

caratteristiche e delle tradizioni così diverse

per la dea Atena, che alla fine hanno ottenuto

per lei le migliori qualità che sono la fermezza,

il coraggio, la capacità inventiva e

produttiva, delle quali Atena è diventato il

simbolo […]”

189
La vera etimologia del termine
Пελαργος (pelargos) o Пελασγος
(pelasgos), Argo o Arya

Di Robert d’Angely

È necessario parlare dell’origine della lingua e della civiltà

pelasgica poiché i termini: pellazgë (pelasgi), arias (ariani),

etruskë (etruschi), arbëreshë (albanesi), ecc. sono sinonimi. In

realtà non si tratta di un popolo, ma di un grande gruppo di

popoli che proviene dalla stessa razza e che è riconducibile alla

prima comparsa dell’uomo sulla terra. In passato questo popolo

abitava in Europa, in una parte dell’est asiatico e in nord

Africa. Sebbene ci sia stata una simile estensione e gli autori

antichi abbiano scritto molto in merito a questo popolo, gli

studiosi di oggi ne ignorano l’esistenza e trascurano

l’etimologia esatta della parola pellazgë. Il noto studioso Max

Müller è andato oltre e si è permesso di sostenere che “I pelasgi


190
sono una leggenda dell’antichità.” La categoricità di Max

Müller fa pensare che veda più chiaramente di tutti gli altri

autori antichi quando dichiarano che tutti i popoli conosciuti di

razza bianca dell’antichità erano pelasgi. Tuttavia gli autori

antichi, conoscendo molto bene l’etimologia della parola, non

facevano questo errore e chiamavano pelasgi tutti gli abitanti

dell’Europa che vivevano lungo le coste del Mediaterraneo o

nella parte settentrionale del continente ήπειρος (ēpeiros). Così

pelasgo, Пελαργος (pelargos) o Пελασγος (pelasgos), al

contrario di tutte le spiegazioni etimologiche che hanno cercato

di dare fino ad oggi appoggiandosi alla parola spelunca ovvero

shkemb (roccia), oppure alla parola Пελαγος (pelagos) (mare

interno). Questa parola si spiega solo tramite la lingua albanese

nella quale il suo significato è “nato bianco”. Non c’è dubbio

che la parola Пελαργος (pelargos) è un termine pelasgico-

albanese ellenizzato molto tardi. Analizzando la parola


191
arriviamo facilmente nella sua forma primitiva originale, basta

seguire alcune tappe. Iniziamo dalla parola Пελαργος

(pelargos) e leviamo la desinenza greca ος. Quello che rimane

Пελαργ (pelarg), è il calco dall’albanese al greco “Piellarg” che

nell’ albanese odierno ci dà piell(b)ardh(ë), (nato bianco). La

forma primitiva pelasgico-albanese “Piellarg” (quando la

lingua greca si stava formando sulla base della lingua pelasgica

) si è evoluta ed è venuta fuori la parola greca Пελασγος

(pelasgos) cambiando solo le lettere ρ (r) e σ (s).

192
La lingua pelasgica: lingua universale
della razza bianca
Di Robert d’Angely

Nell’antichità la lingua parlata in tutto il mondo conosciuto era

la lingua pelasgica, la lingua universale di tutta la razza bianca.

Quando si parla di tutto il mondo conosciuto si intende da

Costantinopoli, Grecia fino alla costa francese, dall’Albania in

Egitto, dal Danubio a Roma fino in Sicilia, dalle colonne

d’Ercole (lo stretto di Gibilterra) fino al Caucaso. Tutto il

mondo usava la lingua pelasgica per le pubbliche relazioni. La

classe dominante, cioè l’elite, e tutti coloro che sapevano

leggere e scrivere erano bilingue. Sapevano parlare il pelasgico

e sapevano leggere e scrivere il greco. Sia le popolazioni con

vera origine pelasgica, sia gli stranieri assimilati conoscevano

solo il pelasgico. Questo molto tempo prima che si formasse la

193
lingua greca. Gli antichi ci fanno sapere che prima dell'alfabeto

di Cadmo esistevano da molto tempo Πελασγικα γραµµατα

(Pelasgika grammata) le lettere pelasgiche. Infine gli stranieri

non assimilati dalla civiltà pelasgica e che erano arrivati da

poco tempo in Asia minore, in Grecia e in Italia erano bilingue

e secondo i casi parlavano tre lingue, cioè non solo pelasgico e

greco ma secondo la loro nazionalità la lingua egizia, arabica,

aramaica, armena ecc. Tutti questi stranieri per potere

relazionarsi nella vita di ogni giorno con la popolazione

autoctona erano costretti a conoscere, oltre alla loro lingua,

anche il pelasgico. Inoltre quanti volevano istruirsi imparavano

il greco come terza lingua.

Se non fosse stato che la famosa biblioteca di Alessandria

d’Egitto andò distrutta, presumibilmente intorno all'anno 270 o

forse verso l'anno 400, in circostanze misteriose, avremmo una

quantità inimmaginabile di opere scritte nella lingua pelasgica.


194
Un altro fatto incontestabile è che durante i secoli VI, VII,

VIII, IX, X E XI dopo Cristo, si assistette ad una forte crisi del

papiro, per questo vennero cancellati moltissimi documenti

scritti in lingua pelasgica, etrusca e greca, per assicurare la

carta di papiro ai nuovi autori. Se questi due episodi non si

fossero verificati, oggi non solo non ci sarebbero mancati i

documenti scritti nella lingua pelasgica o etrusca, ma non ci

sarebbe posto per gli enigmi linguistici che abbiamo davanti a

noi. Comunque siano andate le cose, oggi possiamo ritenerci

fortunati perché possiamo studiare questa lingua antica e

universale della razza bianca, nella sua forma viva che ci si è

stata fedelmente trasmessa attraverso la lingua albanese.

Il mondo della cultura, gli intellettuali sono da sempre

interessati alla lingua greca antica. Noi faremmo un grande

errore se combattessimo questo sentimento spontaneo scatenato

giustamente dalla qualità del greco antico. Spinti dalle


195
circostanze si impone la citazione di un proverbio greco che

dice: “Ω ουτος κυαµους εφαγες, κυαµους µαρτυρεις !”

ovvero “Ma caro signore chi mangia broccoli, broccoli parla”.

Tutti gli studiosi che adorano la lingua greca e che hanno

studiato solo questa lingua, hanno un deficit da colmare. Se,

infatti, avessero conosciuto e approfondito la lingua albanese in

egual maniera, avrebbero potuto confrontare la copia, cioè il

greco, con l’originale, la lingua pelasgica, erede diretta della

lingua albanese.

In conclusione, possiamo dire che la lingua pelasgica esisteva

prima ancora della lingua greca, la quale si è formata proprio a

partire da questa lingua.

196
Albanologi austriaci scoprono un libro
in lingua albanese risalente a prima di
Buzuku

I professori austriaci Stefan Schumacher e Joachim Matzinger

hanno riportato alla luce un libro che si pensa risalga al XIV

secolo.

Questo libro è scritto in lingua albanese, ma con caratteri latini.

I due professori sono arrivati alla conclusione che la lingua

latina e quella tedesca, insieme alla maggior parte delle lingue

balcaniche, contengono importanti elementi che risalgono

appunto alla lingua albanese.

Questa tesi è supportata dal fatto che una parte dei verbi

principali della lingua albanese si ritoverebbe nelle lingue

sopracitate.

L’obietivo principale della ricerca dei due studiosi è quello di

scoprire l’influenza dell’albanese sulle lingue parlate nella


197
penisola, ma anche sulle lingue morte. Sono proprio loro, gli

austriaci, gli eterni innamorati della lingua albanese, che ci

sorprendono ancora una volta con una scoperta importante che

aggiunge un tassello nuovo alla storia di questa lingua.

I due professori hanno presentato una pagina di una Bibbia

scritta in lingua albanese che risale all’inizio del XVI secolo.

Se questo documento dovesse risultare autentico allora

avremmo a che fare con un libro antecedente al

“messalino”(meshari) che risale al XVI secolo.

La scoperta

Non si sa ancora quanto sia attendibile la scoperta fatta, il

documento però è già stato pubblicato sul sito ufficiale

dell’Accademia Austriaca delle Scienze. Si ritiene che questo

documento contenga brani in lingua albanese risalenti al XIV

secolo. Sapere con esatezza la datazione ci consentirebbe di

capire se il “messalino” di Buzuku è realmente il primo libro


198
scritto che conosciamo della lingua albanese o se invece esiste

un libro che lo precederebbe.

Sulle orme di Jokl

I due albanologi austriaci hanno usato i materiali di Norbert

Jokl che si considera il fondatore dell’albanologia. Jokl è nato

il 25 febbraio del 1887 ed è morto nel maggio del 1942, ucciso

dai nazisti. Jokl dedicò la sua vita alla linguistica. Studiò le

lingue indoeuropee, slave e romene. All’età di 30 anni iniziò a

studiare la lingua albanese. È autore di alcuni libri che hanno

come oggetto privilegiato lo studio della lingua albanese

(“Linguistisch-kulturhistorische Untersuchungen aus dem

Bereiche des albanese, Berlin – Leipzig”)

Le prime testimonianze scritte della lingua albanese

La lingua albanese è una delle lingue più vecchie che si

conoscono. Le prime testimonianze scritte di questa lingua

risalgono al XV secolo. La più importante è una formula di


199
battesimo (Formula e Pagëzimit) dell’arcivescovo di Durazzo,

Paolo Angelo (Pal Engjëlli) del 1462 "Un të pagëzonj pr'emen't

Atit e t'birit e t'shpirtit shenjt ", vale a dire “io ti battezzo nel

nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. La formula si

trova all’interno di una circolare scritta in latino. Paolo Angelo,

durante una visita a Mat, si accorse di numerose irregolarità

commesse dai sacerdoti durante l’esercizio del loro ministero.

Per questo decise di scrivere alcune importanti direttive che il

clero avrebbe dovuto seguire. Tra esse c’era la formula

sopracitata, la quale poteva essere utilizzata dai fedeli per

battezzare i propri figli nel caso mancasse l’opportunità di

portarli in chiesa oppure non ci fossero sacerdoti a

disposizione.

La formula è scritta in alfabeto latino nel dialetto del nord

(ghego) ed è stata ritrovata nella biblioteca lauteriana di Milano

dallo storico romeno Nicola Jorga, il quale l’ha pubblicata nel


200
1915. Successivamente il filologo francese Mario Rognes

pubblicò lo stesso documento aggiungendo una foto.

Il secondo documento in lingua albanese è un piccolo

dizionarietto scritto da Arnold Von Harf. Il viaggiatore tedesco

Von Harf, originario di Colonia, nell’autunno del 1496 decise

di fare un viaggio di pellegrinaggio in terra santa. Durante il

viaggio attraversò l’Albania, fermandosi a Dulcigno, Durazzo e

nell’isola di Sesano. Per necessità personali, durante la

permanenza in Albania, scrisse 26 parole, 8 frasi e i numeri da

1 a 1000, accostando ad ogni parola albanese la traduzione

tedesca. Questo dizionarietto venne pubblicato per la prima

volta a Colonia nel 1860 e, pur essendo modesto, è molto

importante per la storia della lingua albanese perché contiene

frasi e numeri.

Tra la fine del XV secolo e l’inizio XVI, nella biblioteca

ambrosiana di Milano, venne ritrovato un altro testo scritto in


201
lingua albanese all’interno di un manoscritto greco. Il testo

contiene parti dal Vangelo di Marco, scritto nel dialetto del

sud (tosco) in alfabeto greco. Questo testo è noto come

Vangelo della Pasqua.

Questi documenti sono privi di valore letterario, tuttavia sono

di grande interesse per ripercorrere la storia della lingua

albanese scritta. Già nelle prime testimonianze scritte

dell’albanese, è evidente come siano stati usati tutti e due i

dialetti, quello del nord (ghego) e quello del sud (tosco), e due

alfabeti differenti, quello latino e quello greco.

Il primo libro scritto nella lingua albanese che noi conosciamo

fino ad oggi è Meshari (il Messale) di Gjon Buzuku dell’anno

1555. Di questo libro oggi si conosce una sola copia che si

conserva nella biblioteca Vaticana. Il libro contiene 220 pagine

scritte, divise in due colonne. Meshari è la traduzione in

albanese delle parti principali della liturgia cattolica e contiene


202
le messe delle feste principali dell’anno liturgico, commenti del

libro delle preghiere, alcune traduzioni del Vangelo e parti del

rituale del catechismo. In sintesi, il libro contiene tutte le parti

che consentivano al sacerdote di esercitare il suo ministero. È

chiaro che ci troviamo di fronte al tentativo dell’autore di

introdurre la liturgia cattolica nella cultura albanese, passando

attraverso la lingua. Dunque anche per la lingua albanese, così

come per altre lingue, il periodo della letteratura inizia con le

traduzioni dei testi religiosi.

Meshari è stato ritrovato per la prima volta a Roma da uno

scrittore proveniente dall’Albania del nord, Gjon Nikollë

Kazazi. Il testo venne smarrito per poi essere ritrovato nel 1909

dal vescovo Pal Skeroi, ricercatore e studioso di testi antichi.

Nel 1930 lo studioso originario di Scutari, Jystin Rrota, andò a

Roma, fece tre copie del libro e le portò in Albania. Nel 1968 il

libro venne pubblicato in Albania.


203
Meshari è scritto nel dialetto ghego in alfabeto latino con

l’aggiunta di alcune lettere particolari. Il libro fa uso di un

vocabolario relativamente ricco e di forme grammaticali già

ben definite. Ciò dimostrerebbe che la lingua albanese aveva

già una forte tradizione in lingua scritta.

Altri indizi lascerebbero pensare che la lingua albanese possa

essere stata scritta prima ancora del XV secolo. A fornire tali

indizi sarebbe l’arcivescovo di Tivar, il francese Gurllaume

Adae (1270-1341), il quale fu arcivescovo di Tivar dal 1324

fino al 1341 per questo ebbe la possibilità di conoscere molto

bene gli albanesi. In una sua relazione dal titolo Directorium

ad passagium faciendum ad terrom sanctam, inviata al re di

Francia, Filippo VI di Valù, fra l’altro scrisse: “anche se gli

albanesi hanno una lingua diversa dal latino, loro usano nei

loro libri le lettere latine”. Perciò l’arcivescovo parla di libri in

204
lingua albanese, fornendo così testimonianza del fatto che la

lingua albanese sarebbe stata scritta prima del XV secolo.

Un'altra testimonianza ci viene data da Marin Barleti nella sua

opera De obsi dione scodrensi, pubblicata a Venezia nel 1504.

Barleti, descrivendo la città di Scutari, menziona alcuni

framenti scritti nella vernacula lingua, cioè nella lingua del

paese.

In conclusione

La formula del battesimo del 1462, il dizionario di Arnold Fon

Harf del 1497, il “Meshari” di Giovanni Buzuku 1555 sono i

primi documenti scritti della lingua albanese conosciuti fino ad

oggi. Questo dà la misura dell’importanza della recente

scoperta dei due studiosi austriaci.

Fonte: il giornale Tirana Observer

205
La parola albanese “Gur” si ritrova nei
testi biblici sin dai tempi più remoti, a
partire da 29 secoli fa

Di Moikom Zeqo

Filologi e studiosi vari hanno dimostrato che nei testi più

antichi dell’umanità puoi trovare briciole di parole di origine

albanese. Sono state rinvenute alcune tabelle di bronzo risalenti

a trentasette secoli fa3 nelle quali si trovano anche nomi illiri

che corrispondono antoponomicamente a nomi illiri come

“Dasi” e “Gent”, ecc. Questi nomi illiri si ritrovano anche in

tempi più recenti, però la loro etimologia è rimasta ignota.

Nelle opere grandiose di Omero, soprattutto nell’Odissea (versi

500, 501, 507), si legge anche un’espressione come “Gyraien

Petren”, che si traduce come “Gurin e gurte:” (la pietra di

3
Si tratta della scrittura lineare B di Creta, tradotto da M. Ventris.

206
pietra). Nell’epopea di Omero si racconta che l’eroe Aiace

d’Oileo4 dopo la caduta di Troia, navigando per mare, giunse in

un’isola chiamata Guras Petras. Poseidone, il dio dei mari,

colpì con il tridente Aiace e una parte dell’isola sprofondò

assieme al malaugurato navigatore. Secondo il filologo e

patriarca Spiro Konda, il nome della suddetta isola era Gur, un

nome che ebbe origine molto prima dei navigatori greci. In

tempi più recenti, i navigatori greci hanno chiamato l’isola con

il nome Guras Petras, facendo così una tautologia; così questo

nome ellenico antichissimo contiene il nome illiro ancora più

4
Nella mitologia greca, Aiace, figlio di Oileo, re della Locride, e
comandante dei locresi durante la guerra di Troia; detto “di Oileo” o
Oilìde, per distinguerlo da Aiace Telamonio, figlio di Telamone. Dopo la
caduta della città, violò il tempio di Atena trascinando via la profetessa
Cassandra dall’altare della dea, la quale implorò il dio Poseidone di
vendicare il sacrilegio. Quando i greci salparono per tornare in patria,
Poseidone scatenò una terribile tempesta; Aiace naufragò, ma riuscì a
salvarsi: si aggrappò a uno scoglio, vantandosi di essere un uomo che il
mare non poteva sconfiggere. Udendo quelle parole, Poseidone spezzò lo
scoglio con il suo tridente e Aiace fu travolto dalle onde.

207
antico Gur, riconducibile ad un periodo storico anteriore

rispetto alle epopee di Omero. Se accettiamo che Omero sia

vissuto nel VII secolo a.C., allora dobbiamo dire che la parola

Gur usata dai Pelasgi e dagli Illiri, e che è tutt’oggi in uso come

una parola essenziale della lingua albanese, si documenta come

la parola più antica della nostra lingua (albanese) in un

monumento letterario grandioso dell’umanità come le opere di

Omero. Anche in tempi più recenti altri autori, per esempio il

grande poeta greco Archiloco, si ritrova la tautologia illiro-

greca nella forma Gurai Petras. Nel 1920 negli scavi

archeologici di Dodona è stata trovata una tabella di bronzo

con il nome Guras, nome proprio di uomo. Questo nome illiro

si trova come toponimo anche a Creta, Kylkade e Tessalia. Lo

storico antico Arriano, nel suo libro su Alessandro Magno

(4,23) dice che: durante la campagna in India “Alessandro

Magno attraversò un paese chiamato Guraioi, nel quale si


208
trovava un fiume avente lo stesso nome”. Leggendo con

attenzione la sacra bibbia abbiamo trovato una testimonianza

unica quasi due secoli più antica dei testi di Omero, nella quale

si trova la parola illiro albanese Gur. La frase si trova nel

secondo libro dei re (9,27). Là si racconta l’episodio di come

Ieu fece una rivolta e uccise Acazia, diventando lui stesso il re

della Giudea e di Israele. Ho consultato alcuni testi della Sacra

Bibbia in albanese. Nella versione stampata a Brindisi

nell’anno 1995 alla pagina 424 si legge “Dhe e gjuajtën

(Akazian) në të përpjetën e Gurit që është afër Iblehamit“5.

Nella versione della Sacra Bibbia stampata a Jongloed,

nell’anno 1993, pagina 398, si legge “pranë vëndit ku rruga

është drejt Gurit e kthen për në drejtim të Jiblamit”6. Nella

5
Trad. bibbia online http://www.laparola.net/testo.php “E lo colpirono alla
salita di Gur, che è vicino a Ibleam.”
6
Ibidem

209
versione della Sacra Bibbia in albanese pubblicata da « The

Albanian Bible Society » a Firenze nel 1995, pagina 722, si

legge : ”E gjuajtën në të përpjetën e Gurit që është afër

Iblemit”7. È interessante leggere come il toponimo Ibleam si

scriva in diversi modi Jiblam oppure Iblami, mentre, in tutti i

suddetti casi, il toponimo del posto chiamato Gur non cambia.

Per verificare ulteriormente il toponimo Gur ho controllato le

traduzioni delle bibbie in greco e in latino. In tutti e due i casi

questo toponino si trova nella forma Gur. Nella “Holy Bible”,

nella “International version”, pubblicato dall”International

Bible Society”, nell’anno 1984 alla pagina 267 il passaggio è

“on the way up to Gur near Ibleam”. Ne “La Bible”, “Nouvelle

edition revue” Parigi, (tradotto dall’originale ebraico e greco),

alla pagina 440 si legge “à la montée de Gour près Yivleim”. È

chiaro che in tutte le versioni della bibbia scritte nelle lingue


7
Ibidem

210
più diffuse il toponino è Gur. Questa è la prova che la parola

albanese Gur è stata tramandata come toponimo ed è rimasta

ferma al secondo libro dei re scritto nel IX secolo a.C..

Leggendo la bellissima traduzione in albanese del vecchio

testamento, fatta da Don Simon Filipaj pubblicato nel 1994,

capolavoro filologico della lingua albanese, alla pagina 448,

alla nota numero 27, di dà la spiegazione geografica del posto

dove Ieu uccise Acazia. Così Ibleam oggi si chiama Tel

Belame e si trova al sud di Jenin, quasi dieci chilometri a sud di

Israele, nella strada verso Gerusalemme. Questo vuol dire che

anche il posto che si chiama Gur non è molto lontano dalla città

santa. Una ricerca fruttuosa potrebbe essere cercare di

verificare se il toponino Gur esiste ancora oppure è stato

cambiato. Quello che è importante per noi albanesi è che la

parola albanese Gur si documenti nei testi biblici di 2900 anni

fa. Questa è la testimonianza più antica di una parola albanese


211
che usata regolarmente oggi. Non è affatto una scoperta

semplice e soprattutto non ci può essere alcuno scetticismo. Il

mio amico Petro Zheji, nel suo libro“ Shqipja Dhe

Sanskritishtja”8, pubblicato nel 1996, tratta ampliamente della

parola Gur e la definisce una delle parole più antiche

dell’umanità, una parola che si ritrova in tante lingue del

mondo, si trova in sanscrito nella forma Giri oppure in latino

Gravis (pesante), in slavo Gora (montagna), Granica (confine),

in tedesco Gral (pietra sacra) e in greco Aguridhe (uva acerba,

dura come la pietra). Petro Zheji crea equazioni etimologiche

che hanno come radice la parola Gur come nel nome di

Gorgona (il cui sguardo trasforma tutto in pietra). Ha anche

scoperto che la tomba di Timurlen in Sammarcanda si chiama

“Gur-i-mire” (pietra buona). Secondo Zheji, la parola Gur si

ritrova a partire dalla vecchia e lontana India fino ai confini del


8
Trad. “L’albanese e il sanscrito”

212
nord d’Europa. È una parola utilizzata dai Pelasgi, l’hanno

ereditata gli Illiri ed è una parola viva solo in un popolo del

mondo: gli albanesi. Gur, parola monosillaba, fa parte delle

prime parole dell’umanità.

È interessante che il capolavoro poetico del grande poeta

romano Lucano (I secolo d.C.) “Pharsalia”, nel libro VI, dove

si racconta la storica battaglia della città di Durazzo fra Cesare

e Pompeo, possiamo leggere il nome di una grande roccia che

oggi si chiama “shkembi i Kavajes” (la roccia di Kavaja).

Lucano dice espressamente che “il taulant9 la chiama Petra”.

Infatti Petra è l’ellenizzazione del toponimo Gur. È talmente

vero che nei documenti medievali si nomina la chiesa di Shen

Kollit (Nikolles)10 che più tardi nella lingua albanese ha dato il

9
I Taulanti (in albanese Taulantët) erano una delle principali tribù illiriche.
Un mito riportato da Arriano racconta che il nome deriva dal capostipite,
Taulas (dal genitivo Taulanti).
10
Trad. “San Nicola”

213
nome al paese “Shkallnur (Shen Kolli i gurit)11. Questo vuol

dire che il fatto che il nome di questa roccia, che si trova a Sud

della città di Durazzo, contenga la radice Gur significa che ha

sopravvissuto negli anni indipendentemente dal fatto che i

cronisti fossero latini o greci o che avessero utilizzato altre

parole o altri nomi. Per questa grande roccia è stato tramandato

il nome originario dei tempi più remoti. Anche il nome

dell’isola di Saseno12, vicino Valona, è legato al latino volgare

“Saso” che vuol dire Gur. Questo significa che, anche nei

tempi più remoti, l’isola è stata sempre chiamata Gur. Il fatto

collega l’isola albanese con quel soggetto omerico di “Guras

Petras” del quale abbiamo già parlato. In conclusione, la parola

Gur è l’emblema linguistico più antico della lingua albanese.

11
Trad. “San Nicola di pietra”
12
In albanese Sazan

214
Ideali nazionali e linguistica: la
ricostruzione dell’albanese

Un caso interessante riguarda la relazione che collega gli studi

linguistici degli autori italo albanesi e la formazione degli

ideali nazionali. In particolare, il collegamento fra lingua dei

Pelasgi, greco e latino sarà ampiamente utilizzato dagli autori

arbëreshë per provare l’antichità e l’autonomia dell’albanese. I

legami e le corrispondenze col greco e col latino sancirebbero

anzi una nobiltà e un’importanza non minori rispetto a queste

due lingue. Fra i principali studiosi che misero a punto lo

schema interpretativo della storia linguistica e culturale degli

albanesi che ispirò gli intellettuali della Rilindja, è il Chetta,

che nel Tesoro di notizie su dè macedoni (Chetta 2002[1777])

ricostruisce la storia e l’identità degli albanesi attraverso una

comparazione fra costumi, gli usi, la religione e la lingua degli

215
albanesi e delle popolazioni (i macedoni) che considerava loro

progenitori. Per quando riguarda la lingua, gli indizi e gli

elementi che vengono esaminati mirano ricostruire l’origine

dell’albanese come una lingua nettamente separata dal greco e

dal latino.

Forti implicazioni ideologiche affiorano anche negli scritti

degli studiosi italo albanesi dell’Ottocento, nei quali gli ideali

nazionali influenzano in maniera decisiva la trattazione e

l’interpretazione dei fatti linguistici. Infatti essi mirano a

attribuire un’identità storico-linguistica all’albanese, a

dimostrare l’originaria indipendenza e nobiltà e a stabilire

attraverso le prove linguistiche l’autoctonia e l’antichità della

lingua e quindi del popolo albanese. Anche una questione di

ordine pratico come quella della scelta della grafia è funzionale

alle esigenze di una politica linguistica nazionale. Gli autori

arbëreshë continuano ad utilizzare metodi di analisi e teorie


216
che appartengono alla tradizione illuminista, come il rapporto

fra genio della lingua e genio della nazione e alla tradizione

vichiana. Ad esempio in Dorsa (1862) (cfr. Solano 1975) i

richiami alla letteratura scientifica sull’albanese (sono citati

Hahn, Bopp, Fallemayer, Stier) si combinano appunto con

l’eredità di Vico e degli autori settecenteschi.

[…] far risaltare l’antichità antiomerica dell’idioma albanese,

mettendolo in comparazione col greco e latino primitivi. Le

autorità dei dotti e in special modo di Malte-Brun, Court de

Gèbelin, Mazocchi, ci guideranno per seguire alcun altro

punto di affinità con gli altri idiomi indeuropei, e anche

semitici derivati pure in origine da una madre comune.

Seguiremo lo svolgimento delle parole guidati dalle stesse

leggi onde si svolgono le idee, e invocando da maestro il Vico

217
[…] forse ci sarà dato di tracciare in qualche modo una storia

ideale della lingua albanese […] (pp.8-10)

La pressione delle idealità nazionali e l’illustrazione di una

specificità linguistica e culturale è preminente in Sugli

albanesi. Ricerche e pensieri e in Studi etimologici della lingua

albanese di Dorsa (Dorsa 1847 e 1862). La grande incertezza

metodologica e l’anacronismo di procedure etimologiche di

stampo vichiano e gèbeliniano lasciano emergere un intento di

natura culturale e politica coerente con gli ideali romantici

coevi. Riprendendo la teoria per cui l’albanese continuerebbe

la lingua pelasgica, la Dorsa cerca comunque di provare un

legame genealogico particolare dell’albanese col greco antico

e le lingue italiche. Anche altri autori italo albanesi sostennero

questa connessione, e in particolare De Rada (De Rada 1893).

D’altra parte l’idea che la lingua pelasgica fosse una sorta si


218
sostrato di delle antiche lingue della Grecia e dell’Italia e che

fosse il collegamento con il persiano era diffusa nella

linguistica pre-ascoliana, e compare ad esempio anche in

Cattaneo (1841). Una stessa impostazione caratterizza nel

complesso il Saggio di grammatologia comparata sulla lingua

albanese di Demetrio Camarda. In Camarda (1864) (cfr.Camaj

1984; Guzzetta 1984) l’asseto comparativo, confermato dalla

conoscenza della letteratura tedesca (Bopp, Shleicher, Curtius)

si piega alle esigenze di uno schema precostruito, cioè la

dimostrazione di un rapporto di parentela fra greco e albanese

sia attraverso la comparazione grammaticale, sia in particolare,

attraverso la ricostruzione etimologica.

FIRENZE E LA LINGUA ITALIANA pp. 133-134.

219
Parole derivate dalla lingua Pelasgico-
Albanese

Nel 1975, l’Istituto linguistico svedese pubblicò il libro

Webster's New Twentieth Century Dictionary, Unabridged

Second Edition, De Luxe Color, William Collins and World

Publishing Co., Inc.

Nel libro è conservato l’albero dell’origine delle lingue indo-

europee. Secondo l’albero in questione, la lingua albanese

sarebbe la lingua più antica. Di seguito un elenco di parole

riconducibili alla lingua pelasgico-albanese.

220
Italiano Lingua Albanese Spiegazione

pelasgica

Afrodite Afërdita Afër dita Vicina alla

luce del giorno

Agorà Agora Asht gur Fatto di pietra

221
Atena Athina A thina / Il detto

thena

Bylis (Città Bylis Pylli La foresta

albanese)

Dea Dea Dhea La terra

(Dheja,

Dheu)

Demetra Demetër Dhe motër Sorella terra

Efeso Efesi Është veshi È l’orecchio

Eschilo Eskili E shkeli Egli calpestò

222
Era Hera Era Il vento

Itaca Itaka I thaka Asciutto

Cassandra Cassandra Qes anderr Interpreto i

sogni

Lisus (Città Lisus Lis Quercia

albanese)

Mallakastra Mallakastra Mal kashtër Paglia /

pagliaio

Menelao Menelau Me ne leu Egli è nato con

noi

Micene Mikena Mik kena Noi abbiamo

amici

223
Pegaso Pegas Pe gja (gjë) Hai visto

qualcosa?

Penelope Penelope pen’e lypi La matassa di

cotone chiede

Persefone Persefoni Përse vonë Perché tardi?

Perseo Perseu Përse Perché?

Pirro Pirro Pi rro Bevi e vivi

Poseidone Poseidon Po, se i don Sì, perché lui

lo vuole

Priamo Priam Prij jam / I Sono il primo

parë jam

224
Salamina Salamis Sa lamë Quanti ne

(Città greca) abbiamo

lasciati?

Tetide Detis Deti Mare

Thesalia Thesalia Thesa li-ni Sacco di lino

(Città )

Tiranno Tiranët Të rëndët I pesanti

225
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