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Il Gattopardo: tutti i brogli che hanno disfatto lItalia


La Stampa - 2 ottobre 2010
Il romanzo Il Gattopardo, scritto da Giuseppe Tomasi di Lampedusa e pubblicato postumo nel 1958, ambientato allindomani dellUnit dItalia, ma, secondo Lorenzo Mondo, rappresenta anche una lucida analisi della societ italiana del XX secolo. Lopera, ambientata in Sicilia, racconta le vicende di una famiglia nobile e dei suoi rapporti sia con la societ locale sia con i grandi eventi politici del tempo. Lautore rintraccia le cause della povert e del torpore del Mezzogiorno nella natura pi profonda del suo sistema politico e sociale: la corruzione, lavidit della nuova borghesia, il disinteresse delle classi lavoratrici. Il romanzo propone dunque una visione pessimistica e critica dei grandi eventi risorgimentali e dei valori della societ italiana. Diamo per scontati i fraintendimenti dovuti a una lettura ideologica e faziosa del Gattopardo, il capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. A rigore, apparirebbe abusivo perfino luso ormai invalso dellaggettivo gattopardesco per designare larte sopraffina del trasformismo. Non si pu attribuire al principe Fabrizio Salina, lultimo dei Gattopardi, la

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frase pronunciata dal nipote Tancredi Falconeri e diventata la divisa del romanzo: Se vogliamo che tutto rimanga come , bisogna che tutto cambi. Il principe devoto a un leopardiano culto delle stelle aderisce solo in parte, per disincanto, alle parole delladorato nipote che non esiter a definire un tantino ignobile. Ma per quanto improntato al pessimismo nei confronti della Storia, tenuta in scacco dalla morte e dalleternit, Il Gattopardo anche un romanzo che si allinea alle pagine di Verga, De Roberto, Pirandello, Sciascia che contestano il Risorgimento italiano. O, per meglio dire, i risultati conseguiti dallunificazione della penisola, visti dalla specola della Sicilia in quel fatale 1860. Uno dei capitoli pi significativi riguarda il giorno del plebiscito. Lo scrutinio ufficiale dei voti, che registra a Donnafugata lunanime adesione degli elettori al regno dItalia (senza neppure un no), frutto di brogli e sopraffazioni che non sono di buon auspicio per lavvenire della nazione. Lampedusa, che gioca sempre di contrappunto tra presente e futuro, non lesina un giudizio sferzante su questa buona fede tradita: Don Fabrizio non poteva saperlo allora, ma una parte della neghittosit, dellacquiescenza per la quale durante i decenni seguenti si doveva vituperare la gente del Mezzogiorno, ebbe la propria origine nello stupido annullamento della prima espressione di libert che a questi si fosse mai presentata. Daltronde, dopo la caduta del governo borbonico, nonostante la Rivoluzione portata dalle camicie rosse, i nobili conservano i loro privilegi, al Principone verr addirittura offerto un seggio senatoriale che egli rifiuta (differenziandosi anche in questo da Tancredi che persegue una ambiziosa carriera politica). Il nuovo, e il peggio, rappresentato dallavvento di una inedita classe, quella personificata dallabbietto don Calogero Sedra, che sfrutta i moti liberali, la forza del denaro e la stessa avvenenza della figlia Angelica per arrampicarsi sugli scalini della notoriet, del successo politico e mondano. Un altro punto di forza nella disamina dello scrittore il capitolo del ballo al quale partecipa il colonnello Pallavicino. [] Sulla Sicilia, sulle sue peculiarit, imbastito il confronto tra don Fabrizio, intriso di fatalismo, e lottimistico, progressistico Chevalley, che rappresenta il solo Stato liberale in

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Italia. Il dialogo tra i due personaggi viene anticipato dalla beffarda evocazione, fatta da Tancredi per spaventare lonesto funzionario piemontese, di atroci ammazzamenti nella Sicilia profonda, di storie raccapriccianti, purtroppo sempre autentiche. Ma il Principe preferisce indugiare sul carattere dei siciliani, condizionato da fatalit esteriori oltre che da una terrificante insularit danimo. I suoi conterranei gli sembrano oppressi da un lungo sonno dal quale non si vogliono svegliare, da una stremata vecchiaia che li rende insensibili a ogni sforzo di miglioramento e che essi non avvertono, resi ciechi da un atavico sentimento di fierezza. La Sicilia terra di morti, irredimibile come il paesaggio battuto e riarso dal sole che saluta la partenza di Chevalley da Donnafugata? Nelle considerazioni sugli avvenimenti storici il reazionario Lampedusa non ignora gli scritti di Gramsci e Gobetti, di Dorso e Salvemini e ne tiene conto. Ma limmutabilit delle cose nella vita nazionale, e non solo siciliana, altra cosa. []

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