CAMILLO BENSO CONTE DI CAVOUR
CAVOUR DIPLOMATICO E STATISTA
Camillo Benso Conte di Cavour fu ufficiale del Regno di Sardegna (1827-31) ed esordì nella
politica piemontese nel 1847, fondando il giornale Il Risorgimento. L’anno successivo fu deputato,
successivamente ministro (1850, 1851) e infine presidente del consiglio (1852).
Grazie alla sua arte della diplomazia riuscì a:
esercitare il controllo politico sulle conquiste garibaldine,
imporre il suo punto di vista nell’agone politico preunitario, attuando una trasformazione giuridica
del Regno di Sardegna in Regno d’Italia
La sua era una visione unitaria ma monarchica, come testimonia la battaglia politica per la
proclamazione di Vittorio Emanuele II a re d'Italia (1861).
Cavou si spese a favore del trionfo sabaudo, nonostante questo avesse cercato di liberarsi di lui:
secondo molti storici, il re aveva tentato di abolire lo Statuto.
Altro aspetto caratterizzante dell’azione di Cavour fu l’attenzione maniacale ai rapporti tra Stato e
Chiesa: un buon bilanciamento rappresentava l’essenza stessa dello Stato liberale.
IL PENSIERO POLITICO
Camillo di Cavour, figlio cadetto del capo della polizia di Torino, era stato destinato dalla famiglia
alla carriera delle armi. Sin dagli esordi, dimostrò un’insofferenza alle imposizioni dogmatiche,
complice anche un liberalismo, che lo rendeva sgradito a gran parte degli alti gradi dell’esercito
sardo.
A causa dei suoi interessi verso il liberalismo, venne allontanato con un provvedimento punitivo.
Era propenso a un equilibrio: contro le istanze reazionarie, combatteva le correnti rivoluzionarie.
Solidi studi politici ed economici lo portarono a riflettere sulla necessità dell’interdipendenza fra
progresso economico e civile: fu tra i fondatori della banca di Torino e di solide associazioni
agrarie, nonché fervente promotore dello sviluppo ferroviario.
Tutto ciò lo rendeva sgradito a molti dei capi politici borghesi, mentre l’aristocrazia piemontese loe
riteneva un nobile aggressivo.
Cavour ottenne sempre la fiducia dei democratici costituzionali ed in alcune circostanze quella
dell’estrema sinistra, molto raramente ottenne l’appoggio dei conservatori. Anche per queste
ragioni, Cavour strinse un accordo personale con il capo dei democratici moderati, Urbano Rattazzi,
rinsaldato dopo il colpo di Stato di Napoleone.
A quel punto, Cavour adottò una tattica geniale: intraprese un viaggio in Inghilterra e Francia dove
incontro Napoleone III, mentre in Piemonte si consumava una crisi parlamentare del governo
d’Azeglio. Complice anche una proposta d’introduzione del matrimonio civile in Piemonte, a cui
Cavour non pose la fiducia consentendone il respingimento, il governo d’Azeglio cadde e il re diede
l’incarico proprio a Cavour.
Ad un anno di distanza dagli eventi, lo statista piemontese chiamò Rattazzi al governo inaugurando
il “connubio”, un’alleanza con molte convenienze e non troppi ideali comuni, che aveva suscitato lo
scandalo anche tra i contemporanei. A Cavour quell’alleanza serviva soprattutto per portare a
termine i suoi programmi riformistici; con una sicura maggioranza alla Camera, il conte si sarebbe
messo al riparo dalle minacce dei democratici rivoluzionari.
Voleva realizzare un regime parlamentare basato sul modello inglese.
CAVOUR E L’UNITÀ D’ITALIA
Cavour sfruttò la partecipazione alla guerra di Crimea – voluta soprattutto dal monarca – per
conferire risonanza internazionale alla questione italiana. L’attentato di Felice Orsini contro
Napoleone III contribuì a far presente all'imperatore l’urgenza del problema.
Seguono gli accordi di Plombières.
Dopo l’annessione plebiscitaria della Toscana e dei ducati di Parma e Modena, seguite da Nizza e
dalla Savoia, il conte impose un piano diplomatico a Garibaldi che stava preparando uno sbarco in
Sicilia. Dopo le vittorie a Calatafimi e Palermo, Cavour chiese e ottenne l’invasione di Marche e
Umbria, soprattutto per non perdere la guida del movimento nazionale.
Con i plebisciti delle Due Sicilie, delle Marche e dell'Umbria, il Regno di Sardegna venne
giuridicamente trasformato nel Regno d'Italia.
Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II fu proclamato re d'Italia, mentre Cavour lavorava
alacremente per trovare una soluzione al problema dei rapporti tra Stato e Chiesa. La morte lo
raggiunse prima di vedere la piena realizzazione di una pacificazione tra i due poteri. Era il giugno
del 1861, quando si chiuse, con coerenza, un’esistenza fatta di ambizioni obiettivi sostenuti da fermi
ideali.
L'apertura democratica delle prime battaglie era certo un lontano ricordo; Cavour aveva da tempo
preferito una soluzione diplomatica e monarchica per il Risorgimento italiano, grazie ad una visione
realistica di fine diplomatico.
CAVOUR E GARIBALDI
La vita politica di Cavour è stata piena di episodi conflittuali ma il più burrascoso, escluso
l'incidente con Vittorio Emanuele II dopo l'armistizio di Villafranca, fu lo scontro con Garibaldi
dell'aprile 1861. Il contenzioso riguardava l'esercito di volontari garibaldini del Sud, del quale
Cavour volle evitare il trasferimento al nord per timore che venisse influenzato dalle forze radicali.
Il 16 gennaio 1861 Cavour fu irremovibile e fu decretato lo scioglimento dell'Esercito meridionale
provocando proteste del comandante del Corpo Giuseppe Sirtori. Il 18 aprile 1861 alla Camera,
Garibaldi difese il suo esercito con un memorabile discorso col quale accusò Cavour “la fredda e
nemica mano del Ministero" di aver voluto provocare una guerra fratricida. Cavour reagì chiedendo,
senza riuscirvi, il richiamo all’ordine dell’”eroe dei due mondi”. La seduta fu sospesa e fra il Conte
e Garibaldi la riconciliazione non avvenne mai del tutto.