IL REGNO DELLE DUE SICILIE: TRA ARRETRATEZZA E PROGRESSO
All’inizio dell’Ottocento, molti viaggiatori che visitarono l’Italia meridionale e
la Sicilia descrissero il Regno delle Due Sicilie come una terra drammaticamente
arretrata. Uno dei segnali più preoccupanti ed evidenti di questa arretratezza
riguardava il sistema viario: le strade praticabili erano poche e in pessime
condizioni. Un altro segnale significativo era un brigantaggio diffuso e spietato
che rendeva pericoloso viaggiare. Si racconta che i pugliesi, prima di recarsi a
Napoli, chiamassero un notaio per fare testamento, data l'incertezza del viaggio.
Tuttavia, intorno al 1830, la situazione cominciò a migliorare. Napoli, la città
più grande del Regno, contava circa 400.000 abitanti, e nel corso del tempo la rete
stradale fu ampliata.
Un problema ancora grave, però, erano le malattie. Il colera, ad esempio, era un
nuovo morbo che apparve in Europa nel XIX secolo. A Napoli, le epidemie erano
frequenti a causa delle pessime condizioni igieniche. Si ritiene che anche Giacomo
Leopardi, che trascorse gli ultimi anni della sua vita a Napoli, sia morto di
colera.
Le attività principali nel Regno delle Due Sicilie erano legate all'agricoltura,
tanto che il 76% della popolazione si occupava di questo settore. Nel Sud Italia
erano diffusi gli agrumeti, con coltivazioni di arance, limoni e altri agrumi, e le
vigne, da cui si produceva vino. Questi prodotti erano destinati anche
all'esportazione.
Tuttavia, il prodotto più esportato era l'olio d'oliva: l'olio rappresentava
infatti il 40% del totale delle esportazioni del regno.
Nell’Ottocento lo sviluppo industriale si diffuse in Europa e anche a Napoli. Uno
dei simboli di questo progresso era il treno; le ferrovie, inizialmente venivano
chiamate ‘’strade ferrate’’ o ‘’strade di ferro’’. La prima ferrovia in Italia fu
costruita proprio a Napoli nel 1839, durante il regno di Ferdinando II di Borbone.
Il 3 ottobre 1839, alla presenza del re Ferdinando II, partì il primo treno,
composto da una locomotiva a vapore di fabbricazione inglese (dato che
l'Inghilterra era il Paese della rivoluzione industriale) e da otto vagoni. La
prima linea ferroviaria fu la Napoli-Portici, e il percorso fu compiuto davanti ad
una folla numerosa. La locomotiva che trainava il treno fu chiamata ‘’Vesuvio’’
Successivamente furono inaugurate altre linee ferroviarie che si estendevano fino
a Castellammare di Stabia e Pompei. Nel 1849, per la prima volta, il Papa salì su
un treno a Napoli, viaggiando insieme al re Ferdinando II.
Nonostante questi segni di progresso, molti storici dell’Ottocento tendevano a
raccontare e accentuare solo gli aspetti negativi del Regno di Napoli.
FERDINANDO II, MARIA CRISTINA DI SAVOIA E L’ULTIMO RE
Ferdinando II aveva sposato Maria Cristina di Savoia, appartenente alla famiglia
dei Savoia, re del Piemonte. Questo matrimonio fu significativo perché sancì
un'alleanza tra il Piemonte e il Regno delle Due Sicilie. Maria Cristina era
soprannominata la "regina santa" per la sua grande devozione, che colpì
profondamente i napoletani. Morì giovane ed è stata proclamata beata.
Dal matrimonio nacque Francesco II, che divenne l'ultimo re del Regno delle Due
Sicilie. Francesco II era giovane e impreparato a governare, incapace di
fronteggiare la complessa situazione che stava emergendo in Italia. Salì al trono
poco prima dell'arrivo di Garibaldi
Fu soprannominato ‘’il figlio della santa’’
CAVOUR: IL LIBERALE MODERATO DEL PIEMONTE
Camillo Benso di Cavour, noto semplicemente come ‘’il conte’’, era un importante
esponente del Regno di Sardegna (Piemonte), il cui re era Vittorio Emanuele II. Nel
Regno di Sardegna vigeva una monarchia costituzionale, il che significava che il re
era tenuto a rispettare la costituzione, conosciuta come ‘’Statuto Albertino’’,
chiamata così perché era stata scritta da Carlo Alberto di Savoia, padre di
Vittorio Emanuele, che si dimise nel 1849.
Vittorio Emanuele II nominò Cavour presidente del Consiglio, dopo che questi aveva
ricoperto la carica di ministro dell'Agricoltura. Cavour era un nobile benestante,
proprietario di una vasta tenuta nella campagna piemontese. Non era un
conservatore, bensì desiderava apportare dei miglioramenti; introdusse numerose
innovazioni nella sua proprietà, tra cui l'uso delle prime macchine agricole.
Inoltre, aveva viaggiato nei paesi europei più avanzati come Francia e Inghilterra
Cavour desiderava che il Piemonte si sviluppasse economicamente come l'Inghilterra
e il Belgio, due paesi liberali. Voleva una maggiore libertà e progresso per il
Piemonte e può essere definito un ‘’liberale moderato’’. I liberali si opponevano
ai conservatori e cercavano di attuare riforme, sostenendo l'idea di una
costituzione. Il modello che Cavour ammirava era quello della monarchia
costituzionale inglese. Sosteneva che il Piemonte potesse migliorare attraverso
riforme graduali.
I rivoluzionari, d'altra parte, non credevano nelle riforme graduali; volevano che
il popolo si ribellasse, anche con la forza, per ottenere ciò che desiderava. In
Italia, i rivoluzionari erano spesso chiamati ‘’Mazziniani’’, in riferimento a
Giuseppe Mazzini, le cui idee erano opposte a quelle di Cavour.
Cavour sosteneva che era possibile ‘’prevenire le rivoluzioni con le riforme’’.
Riteneva che il potere assoluto alimentasse il malcontento delle persone e
favorisse i rivoluzionari. Se invece si attuavano riforme per migliorare le
condizioni di vita del popolo, si toglieva il terreno sotto i piedi ai
rivoluzionari, ‘’prosciugando il lago’’ in cui essi si muovevano.
In campo commerciale, Cavour adottò una politica liberista, promuovendo la libertà
di commercio con altri paesi. Il suo obiettivo era vendere i prodotti agricoli del
Piemonte e acquistare manufatti meccanici dall'estero; un esempio significativo è
Ferdinando II, che aveva comprato una locomotiva a vapore dall'Inghilterra.
Nella seconda metà dell'Ottocento, Cavour potenziò le linee telegrafiche,
migliorando le comunicazioni e consentendo di mantenere i contatti con altre
nazioni. Un'altra importante innovazione di quel periodo fu la fotografia, che
permise di immortalare figure come Cavour, Mazzini e Garibaldi.
Negli anni '50, furono costruiti circa 400 km di strade e numerose ferrovie. Il
Regno delle Due Sicilie, al contrario, rimase con poche linee ferroviarie, mentre
il Piemonte beneficò di un ampio sviluppo ferroviario grazie agli sforzi di Cavour.
Infatti, il Piemonte raggiunse una rete ferroviaria che quasi uguagliava quella di
tutti gli altri stati italiani messi insieme.
Cavour comprese che era necessario che lo Stato finanziasse la costruzione delle
ferrovie; pertanto, la realizzazione di questa vasta e moderna rete ferroviaria fu
quasi interamente a carico dello Stato
Cavour liquidava la strategia di Mazzini, sostenendo che il tempo delle
cospirazioni fosse ormai superato. Egli credeva che l'emancipazione dei popoli
potesse realizzarsi attraverso riforme e un progresso civile
CAVOUR E L’ALLEANZA CON NAPOLEONE III
La Lombardia e il Veneto appartenevano all'Impero asburgico (Austria) e Cavour,
riteneva che fosse difficile realizzare l'unificazione italiana e vedeva piuttosto
possibile un'espansione del Piemonte, con la conquista della Lombardia e del
Veneto, per formare un piccolo regno d'Italia nel centro-nord. Non immaginava la
caduta dello Stato della Chiesa né del Regno delle Due Sicilie.
Cavour comprese che il Regno di Sardegna, da solo, non sarebbe mai riuscito a
sconfiggere l'Austria. Per questo, cercò un alleato, trovandolo nella Francia di
Napoleone III, il quale aspirava a far entrare l'Italia nella propria orbita
Negli anni '50, Luigi Napoleone (nipote di Napoleone Bonaparte e soprannominato
‘’il piccolo’’ nonostante la sua alta statura) era stato eletto Presidente della
Repubblica Francese, diventando successivamente imperatore con il nome di Napoleone
III dopo un colpo di Stato nel 1852.
Nel 1858, l’imperatore francese e il ministro piemontese concordarono che la
Francia sarebbe intervenuta in difesa del Regno di Sardegna solo nel caso di
un'aggressione austriaca.
Dopo la vittoria, il Piemonte avrebbe ottenuto il Lombardo-Veneto e, in cambio,
avrebbe dovuto cedere alla Francia le città di Nizza e Savoia. Cavour si impegnò
molto per convincere Napoleone III a stringere questo accordo.
Per far sì che l’Austria attaccasse per prima, Cavour cercò di provocarla, mandando
i soldati piemontesi il più vicino possibile ai confini con la Lombardia, che
faceva parte dell’Impero austriaco.
A un certo punto, Garibaldi, desideroso di vedere l’Italia unita, decise di
allearsi con Cavour, mentre Mazzini rimase fedele alle sue idee rivoluzionarie e
non cambiò mai posizione. Cavour affidò a Garibaldi l’incarico di organizzare un
corpo di volontari.
Il re Vittorio Emanuele II, su suggerimento di Cavour, pronunciò un discorso al
Parlamento in cui usò una frase polemica contro l’Austria, passata alla storia come
la ‘’frase del grido di dolore’’; disse: ‘’Noi piemontesi non resteremo insensibili
al grido di dolore che da tante parti d’Italia sentiamo’’
L'Austria rispose minacciando guerra se il Piemonte non avesse ritirato i propri
soldati. Cavour, leggendo la dichiarazione di guerra dell’Austria, fu contento,
poiché era riuscito a far cadere l'Austria nella sua trappola.
LA SECONDA GUERRA D’INDIPENDENZA
L'Austria dichiarò guerra al Regno di Sardegna, e Napoleone III intervenne in
Italia. Le forze franco-piemontesi si scontrarono con gli austriaci nelle battaglie
di Solferino e San Martino. Entrambi gli eserciti erano dotati di fucili moderni: i
franco-piemontesi disponevano di 400 cannoni, mentre gli austriaci ne avevano 500;
inoltre, entrambi gli eserciti erano dotati di fucili moderni a canna rigata,
capaci di sparare pallottole che raggiungevano fino a 1000 metri di distanza. I
fucili dell'epoca napoleonica, invece, non erano precisi oltre gli 80-110 metri.
Nonostante la vittoria dei franco-piemontesi, il campo di battaglia di Solferino e
San Martino fu teatro di un massacro, con 40.000 franco-piemontesi uccisi. La
tecnologia stava trasformando le guerre, rendendole più devastanti e aumentando
notevolmente il numero di vittime.
L'imperatore francese Napoleone III non si aspettava un numero così alto di caduti
tra i suoi uomini. Tra coloro che assistettero a questa tragedia c'era un
imprenditore svizzero, che, colpito dall'inefficienza dei soccorsi, si impegnò per
organizzare assistenza ai feriti. Egli infatti fondò una struttura sanitaria
chiamata ‘’Comitato Internazionale della Croce Rossa’’
Dopo il massacro, Napoleone III, decise di firmare un armistizio, il che deluse
profondamente Cavour.
L'Armistizio di Villafranca, stipulato tra Napoleone III e l'Austria, prevedeva che
il Veneto rimanesse all'Austria, mentre la Lombardia sarebbe stata ceduta alla
Francia
Durante la guerra, moti popolari in Emilia-Romagna e Toscana chiedevano l'unione
con il Piemonte. Anche per questo, Napoleone III desiderava uscire dal conflitto,
temendo che il Piemonte diventasse troppo potente.
Dopo l’armistizio si formò un vasto regno del nord
LA SPEDIZIONE DEI MILLE
Nel 1860 ebbe inizio la seconda fase della guerra d’indipendenza, segnata dalla
Spedizione dei Mille, intrapresa da Garibaldi con un gruppo di volontari. Nel 1860
scoppiò una rivolta contro Francesco II di Borbone, il giovane re di 23 anni. Uno
dei capi dell’insurrezione, Francesco Crispi, incontrò Garibaldi e lo esortò a
sostenere i moti a Palermo, spiegandogli che tutti aspettavano un aiuto.
Garibaldi decise quindi di organizzare una spedizione militare. Sebbene il Regno di
Sardegna non fosse ufficialmente coinvolto, Cavour non ostacolò Garibaldi. Con
circa 1100 uomini e una donna, Maria Jesus Ribeiro, Garibaldi partì da Quarto,
vicino Genova, e sbarcò a Marsala, in Sicilia ove pronuncio la frase “o si fa
l’Italia o si muore”
Si narra che Garibaldi rubò le navi per la spedizione. Il Regno delle Due Sicilie
era in difficoltà: Francesco II era salito al trono nel 1859 e il regno di Napoli
era isolato politicamente, senza il sostegno di altre potenze. L'Inghilterra, che
dominava i mari, appoggiava Garibaldi.
La prima battaglia decisiva fu la Battaglia di Calatafimi. Il generale borbonico,
con solo poco più di 2000 uomini, avrebbe dovuto attendere i rinforzi, ma
sottovalutò Garibaldi e accettò la battaglia, perdendola. I garibaldini (chiamati
‘’camice rosse’’), attaccarono con la baionetta e vinsero. A quel punto, sempre più
siciliani si unirono a Garibaldi, e i Mille aumentarono di numero.
Garibaldi avanzò rapidamente, conquistando Palermo e Milazzo, e nell’estate del
1860 prese il controllo dell'intera Sicilia. Successivamente attraversò lo Stretto
di Messina, dove erano presenti navi inglesi. L'esercito borbonico di Francesco II
non riuscì a fermare Garibaldi, poiché non era motivato. Il 6 settembre 1860,
Francesco II decise di abbandonare Napoli e rifugiarsi a Gaeta, e il giorno
seguente Garibaldi entrò a Napoli (usando un treno).
A Napoli, i camorristi presero il controllo e accolsero Garibaldi con favore.
Francesco II tentò di organizzare un contrattacco da Gaeta, dove disponeva ancora
di oltre 20.000 uomini, ma Garibaldi continuò la sua avanzata. La Battaglia del
Volturno fu molto impegnativa, ma Garibaldi dimostrò grandi doti strategiche e
resistette al contrattacco, avanzando ulteriormente.
A questo punto, Cavour decise di intervenire, temendo che Garibaldi potesse
addirittura attaccare Roma. Con la scusa di fermarlo, inviò l’esercito piemontese,
che attraversò lo Stato della Chiesa e si incontrò con i volontari di Garibaldi. Il
famoso Incontro di Teano, tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II, simboleggiò la
consegna delle terre conquistate da Garibaldi al Regno di Piemonte. Garibaldi, per
il bene dell'Italia, accettò di dare queste terre, chiedendo però al re di far
entrare i suoi volontari nell’esercito dello Stato.
L'esercito piemontese continuò poi con la conquista di Gaeta e Capua. L'assedio di
Gaeta fu particolarmente duro, con la città sommersa di bombe. Francesco II e la
sua famiglia furono costretti ad abbandonare la fortezza e si arresero,
rifugiandosi a Roma come ospiti del Papa.
Nel Sud, tuttavia, molti, finanziati dal re borbonico, continuarono una guerriglia
che i piemontesi consideravano brigantaggio. Sebbene ci fossero veri briganti, la
maggior parte dei combattenti erano ex soldati dell'esercito borbonico che volevano
continuare la resistenza.
Nel 1861, Cavour morì improvvisamente, probabilmente a causa dello stress. La sua
morte fu una grande perdita, poiché egli avrebbe potuto contribuire molto alla
costruzione dello Stato italiano. I suoi successori non furono all'altezza del suo
talento politico.
L’UNIFICAZIONE ITALIANA E BISMARCK
L'Italia fu unificata nel 1861, con Torino come capitale, che venne poi spostata a
Firenze. Nel 1866 il Veneto fu unito al resto del Regno d'Italia, mentre nel 1870
fu annesso il Lazio. Queste due conquiste furono in parte legate a Otto von
Bismarck.
Al Congresso di Vienna del 1815, la Germania era stata suddivisa in 39 Stati. Tra i
più grandi e forti vi erano la Prussia e la Baviera, mentre altri erano piccoli e
deboli. L'Impero Asburgico (Austria) dominava il sud, mentre la Prussia era la
potenza principale al nord.
Nel 1862, il re di Prussia, Guglielmo I, nominò come cancelliere Otto von Bismarck,
un grande latifondista. A differenza di Cavour, che era un liberale, Bismarck era
un nobile conservatore e difendeva i latifondi e la nobiltà. I nobili prussiani
erano noti come ‘’Junker’’, e Bismarck, essendo un aristocratico, era contrario al
liberalismo, convinto che il potere del sovrano non dovesse essere limitato dal
parlamento.
Nel suo primo discorso come cancelliere, Bismarck affermò: ‘’La Germania non guarda
al liberalismo della Prussia, ma alla sua potenza. Le grandi questioni del nostro
tempo si decidono non con discorsi e risoluzioni di maggioranza – questo è stato il
grande errore del 1848 – ma con il ferro e il sangue’’
Questo discorso gli valse il soprannome di ‘’cancelliere di ferro’’
Bismarck venne molto ammirato in seguito anche da Hitler.
TERZA GUERRA D’INDIPENDENZA
La prima guerra contro l'Impero Asburgico avvenne perché la Prussia desiderava
ampliare il proprio territorio. Nel 1866, la Prussia entrò in guerra contro
l'Austria, riuscendo a sconfiggerla nell'importante conflitto noto come Guerra
Austro-Prussiana. Questa battaglia vide la partecipazione di mezzo milione di
soldati, trasportati sul campo di battaglia grazie alla ferrovia. Gli italiani
chiamarono questa guerra la Terza Guerra d'Indipendenza e si allearono con la
Prussia contro l'Austria. Grazie alla vittoria prussiana, l'Italia ottenne il
Veneto, nonostante l'esercito e la flotta italiani avessero subito alcune sconfitte
contro gli austriaci. L'ammiraglio della flotta italiana in quel periodo era
Persano.
Dopo il 1866, Bismarck puntò la Francia di Napoleone III. Quest'ultimo protestò per
la crescente potenza prussiana dopo la guerra austro-prussiana, aumentando la
tensione tra Prussia e Francia. Nel 1870, ci fu la Battaglia di Sedan, in cui
Napoleone III fu imprigionato e la Prussia vinse, nonostante i francesi avessero
armi moderne, inclusi i primi modelli di mitragliatrici. I prussiani, tuttavia,
avevano cannoni a retrocarica in acciaio, prodotti dalla fabbrica di Alfred Krupp.
Dopo la sconfitta di Napoleone III, a Parigi scoppiò una rivolta e i parigini
proclamarono una repubblica chiamata ‘’Comune di Parigi’’, ispirata al comunismo,
che decise di resistere ad oltranza all'esercito prussiano. Parigi fu assediata e
il governo repubblicano si arrese nel 1870. Con la caduta di Napoleone III, Roma
perse il suo protettore, e il 20 settembre 1870, le truppe italiane entrarono a
Roma attraverso le mura, effettuando la Breccia di Porta Pia. Papa Pio IX si
dichiarò prigioniero e si chiuse nei palazzi del Vaticano, non uscendo più.
Nel 1871, Bismarck proclamò il Secondo Impero. Guglielmo I, re di Prussia, divenne
imperatore della Germania su volere di Bismarck e fu proclamato ‘’kaiser’’
(‘’imperatore’’) il 18 gennaio 1871 nella reggia di Versailles. Questo atto suscitò
rancore tra francesi e tedeschi, poiché in una reggia francese era stato proclamato
un imperatore tedesco.
Alsazia e Lorena furono cedute dalla Francia alla Germania.
Guglielmo I fu succeduto da suo figlio Guglielmo II che fu molto più aggressivo del
padre. Bismarck divenne più moderato e, infine, Guglielmo II lo fece dimettere.
All'inizio della Prima Guerra Mondiale nel 1914, l'imperatore rimase sempre
Guglielmo II.
GUERRE CONTRO GLI INDIANI
Nel XIX secolo, negli Stati Uniti, gli indiani furono vittime di violenze razziali.
Le riserve indiane erano dei luoghi in cui i pellerossa erano prigionieri sotto il
controllo degli americani. Gli europei ingannarono gli indiani, che non si
aspettavano aggressioni, soprattutto dopo aver stipulato un accordo con le autorità
governative. Come segno di amicizia, le autorità avevano persino donato ai capi
cheyenne una bandiera degli Stati Uniti.
La cinematografia hollywoodiana contribuì a creare un'immagine degli indiani come
selvaggi e feroci, presentandoli come un popolo da sconfiggere. Tra le tribù più
conosciute c'erano i Sioux, guidati dal loro capo Toro Seduto.
VITTORIO EMANUELE II E LE DISUGUAGLIANZE ECONOMICHE
Il primo re d'Italia fu Vittorio Emanuele II, che rifiutò il titolo di Vittorio
Emanuele I, considerandosi più un sovrano del Piemonte. Le leggi piemontesi furono
estese anche al sud dell’Italia. In particolare, la leva militare obbligatoria, già
in vigore nel Regno di Sardegna (che comprendeva Piemonte, Lombardia e Liguria),
incontrò notevoli problemi nel sud. Qui, molti giovani erano impegnati
nell'agricoltura e, quando furono chiamati a servizio militare, le loro famiglie si
trovarono in difficoltà nel coltivare le terre.
Le differenze economiche tra nord e sud erano evidenti e quindi una stessa legge
non funzionava ugualmente.
Al nord si sviluppò il cosiddetto ‘’Triangolo Industriale’’, composto da Milano,
Torino e Genova. Genova fungeva da porto per l'importazione e l'esportazione,
mentre Milano e Torino divennero centri industriali, con una crescente presenza di
industrie siderurgiche che richiedevano operai e macchine.
LA PROPAGANDA
I re d'Italia ricevettero vari soprannomi: Vittorio Emanuele II fu chiamato ‘’Re
Galantuomo’’, suo figlio Umberto I ‘’Il Re Buono’’ e Vittorio Emanuele III ‘’Re
Soldato’’ per il suo impegno durante la Prima Guerra Mondiale. D'altro canto, i re
Borbone del sud furono oggetto di propaganda negativa. Francesco II venne deriso
con il soprannome ‘’Franceschiello’’, il cui esercito fu descritto come
‘’l'esercito dei franceschielli’’. Ferdinando II, padre di Francesco II, fu
soprannominato ‘’Re Bomba’’ dopo aver bombardato Palermo in risposta a
un'insurrezione. Infine, Ferdinando I era conosciuto come ‘’Re Lazzarone’’ per il
suo uso del dialetto napoletano, oppure come ‘’Re Nasone’’. Questa strategia di
denigrazione era parte della propaganda dell'epoca, mirata a mettere in cattiva
luce i rivali politici.
L’IMPERIALISMO A FINE OTTOCENTO
A fine Ottocento, la Germania era il paese più industrializzato e moderno d’Europa.
Nessun'altra potenza europea poteva rivaleggiare con i tedeschi nella produzione di
acciaio, nel settore chimico e nella produzione di energia elettrica, i tre settori
più avanzati dell'epoca. Tuttavia, la Germania fu uno degli ultimi stati a
partecipare all'espansione coloniale, che raggiunse l'apice con Inghilterra,
Francia e Belgio.
Francia e Inghilterra furono le vere protagoniste dell'imperialismo, ovvero della
conquista di territori sempre più estesi nei continenti extraeuropei. In Africa,
solo l'Etiopia e la piccola Liberia rimasero indipendenti, mentre tutti gli altri
stati furono costretti a piegarsi ai voleri delle potenze europee. In Asia, si
salvò solo il Giappone, che decise di adottare precocemente efficaci riforme.
Grazie alla superiorità delle armi e della tecnologia, Francia e Inghilterra erano
in una posizione avvantaggiata rispetto ad altri paesi.
DALL’IMPERIALISMO AL TOTALITARISMO
L’espansione imperialista fu caratterizzata da una straordinaria avidità, dalla
determinazione a guadagnare il più possibile, al di là di qualsiasi regola etica.
La dominazione più spietata fu quella che ebbe come protagonisti i belgi in Congo,
ove la depredazione delle risorse naturali (come l’avorio, il caucciù e altri
prodotti locali) fu condotta con una violenza estrema.
Intanto, nel contesto coloniale, vennero condotte delle azioni che anticipano la
violenza estrema dei regimi totalitari del Novecento. Nell’anno 1900, ad esempio,
gli inglesi – in Sud Africa – fecero un ampio uso dei campi di concentramento per
spezzare la resistenza dei boeri, una popolazione di origine olandese che si era
stabilita in quelle zone già nel Seicento.
Anche i tedeschi, in Namibia, fecero ampio uso dei campi di concentramento; anzi,
nei confronti della popolazione indigena degli herero, che si era ribellata,
l’esercito del Reich compì un’azione di sterminio talmente brutale, da poter essere
considerata il primo genocidio del XX secolo.
Nonostante ciò la propaganda sosteneva che gli europei portassero alla
civilizzazione, insinuando che gli altri popoli non fossero in grado di governarsi
da soli.
L’ANALFABETISMO
Un grave problema che l’Italia unita si trovò ad affrontare fu quello
dell’analfabetismo. Sino al 1876 i governi della Destra si preoccuparono poco della
questione, mentre l’istruzione obbligatoria fu il primo provvedimento della
sinistra al potere.
Legge Casati (1859): approvata per il regno di Sardegna, fu poi estesa a tutta
l’Italia dopo il 1861. Prevedeva la gratuità e l’obbligatorietà dell’istruzione
primaria (elementare) e l’obbligo dei comuni a provvedere, a loro spese, al
funzionamento del primo biennio della scuola elementare
Così il tasso di alfabetizzazione crebbe, anche se rimase minore rispetto alle
nazioni più progredite d’Europa, e fu decisamente scarso nelle regioni meridionali.
CRISPI E LA NASCITA DEL PARTITO SOCIALISTA ITALIANO
Francesco Crispi era un garibaldino e fu il primo uomo del sud a diventare
presidente del Consiglio, un ruolo che fino ad allora era stato ricoperto
principalmente da uomini del nord. Rimase in carica fino al 1896. Da giovane, era
stato un rivoluzionario, ma durante il suo mandato come presidente adottò uno stile
autoritario, ispirandosi al modello di Bismarck.
Decise di mantenere per sé anche i ministeri dell'Interno e degli Esteri, in modo
da controllare personalmente i principali aspetti della vita politica. In politica
estera, Crispi aspirava a imitare i grandiosi successi militari di Bismarck.
Nel 1882, a Genova, nacque il Partito Socialista Italiano, il primo partito di
massa, che si proponeva di difendere i diritti degli operai e dei contadini.
Ispirato al marxismo, il partito non aveva obiettivi rivoluzionari, ma mirava a
attuare riforme graduali per migliorare le condizioni di vita delle classi
lavoratrici. Tuttavia, gli anarchici, che desideravano insurrezioni e moti,
mettevano in cattiva luce il partito socialista.
Crispi cercava di combattere il Partito Socialista. Filippo Turati fu uno dei
principali esponenti del partito, sostenitore delle riforme graduali. In quel
periodo, l'Italia era in preda al disordine: in Sicilia, minatori e zolfatari si
ribellarono. Crispi reagì inviando 40.000 soldati in Sicilia che procedettero ad
arresti in massa e limitarono la libertà di stampa.
In politica estera, Crispi tentò un’avventura coloniale mirata a conquistare
l'Etiopia (allora conosciuta anche come Abissinia). Nel 1869, il governo italiano
acquistò segretamente terreni sulle coste della Somalia, iniziando a esercitare un
effettivo controllo su quei territori. Tuttavia l’imperatore etiopico Menelik, si
oppose con il suo esercito all'avanzata delle truppe italiane.
TRATTATO DI UCCIALLI E DISFATTA DELL’ESERCITO ITALIANO
L’Etiopia e l’Italia firmarono il Trattato di Uccialli, sottoscritto
dall’imperatore Menelik e dal delegato italiano Pietro Antonelli. Tuttavia, nacque
un fraintendimento: mentre Menelik e lo Stato italiano firmarono il trattato,
Crispi annunciò che l’Etiopia si era sottomessa all'Italia ed era diventata una sua
potenza. Menelik, al contrario, negò questa interpretazione. Il fraintendimento
derivava da una differente traduzione di un articolo del trattato: in italiano si
affermava che Menelik era obbligato a servirsi della mediazione italiana in tutte
le questioni di politica estera, mentre nel testo etiopico si diceva che
l'imperatore aveva la facoltà di consultare il governo italiano. Questo fu il casus
belli (>’’motivo della guerra’’)
Menelik radunò un esercito di 150.000 uomini. Nonostante una leggera superiorità
tecnologica italiana, l’esercito italiano avanzò nel 1896, scontrandosi con le
forze etiopiche ad Adua, subendo una completa disfatta. Molti soldati italiani
persero la vita, e la loro convinzione di superiorità si rivelò infondata.
Dopo la sconfitta di Adua, scoppiò una campagna di stampa contro Crispi e
l’inettitudine dell’esercito. Questa battaglia rappresentò la più pesante sconfitta
subita da un esercito coloniale in Africa, costringendo il governo Crispi a
dimettersi.
CRISI DI FINE SECOLO
Nel 1898, a Milano fu proclamato uno sciopero generale in protesta contro l’aumento
del prezzo del pane. Le autorità risposero con l'intervento dell'esercito. Il
generale dell’esercito Fiorenzo Bava-Beccaris ordinò all'esercito di usare la forza
e le armi contro i manifestanti, provocando 82 morti, 450 feriti e migliaia di
arresti. Filippo Turati, che stava cercando di calmare la folla, fu arrestato e
condannato a 12 anni di carcere, ma scontò solo pochi mesi. Anche socialisti e
cattolici furono arrestati.
Bava-Beccaris, soprannominato ‘’Bava il Beccaio’’ (macellaio) per la brutalità
delle sue azioni, fu elogiato dal re Umberto I, che gli conferì un’alta
onorificenza per aver mantenuto l’ordine e represso anarchici e socialisti. Furono
anche emanate leggi eccezionali che vietarono gli scioperi.
Il 29 luglio 1900, re Umberto I fu assassinato da Gaetano Brescia, un anarchico che
gli sparò tre colpi di pistola tra la folla. Brescia fu processato e condannato
all’ergastolo, giustificando il suo gesto come una vendetta per i morti nei moti di
Milano del 1898.
Dopo la morte di Umberto I, suo figlio Vittorio Emanuele III salì al trono nel
1900. Egli comprese la necessità di un cambio di politica e dunque avviò una nuova
era di riforme liberali, ispirandosi a Cavour. Nei suoi primi discorsi, sottolineò
la sua fedeltà allo Statuto albertino e alla monarchia liberale