Farmacologia Generale
Farmacologia Generale
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Tartaglia Martina
Subotic Pavle
INFORMAZIONI
La prima parte del corso (farmacologia generale) è tenuta dalla professoressa Carrara, la seconda
parte (farmacologia speciale) dai professori Bova e Padrini. Padrini è anche il responsabile del corso
e comincerà le sue lezioni dopo il 4/8 dicembre, tratterà i farmaci del sistema nervoso centrale e
autonomo, dell’apparato cardiovascolare e renale, del gastrointestinale e dell’endocrino. Il
professor Bova tratterà la chemioterapia delle malattie infettive e neoplastiche,
l’immunofarmacologia, i farmaci dell’infiammazione e dell’apparato respiratorio.
Il voto è uno solo, riportato alla fine del percorso. Sarà possibile sostenere una prova in itinere da
fine gennaio e non sarà possibile sostenere la farmacologia speciale senza aver dato la generale. Le
propedeuticità riguardano farmacologia speciale, la prova in itinere di generale non richiede
propedeuticità.
La farmacologia è la branca delle scienze biomediche che studia i farmaci e le interazioni reciproche
tra farmaci ed organismi, quindi come il farmaco agisce sull’organismo e come l’organismo reagisce
al farmaco. La si può suddividere dal punto di vista didattico in due branche: la farmacologia
generale analizza i meccanismi generali che sottendono all’azione dei farmaci e alla loro interazione
con i sistemi biologici, indipendentemente dal tipo di farmaco; la farmacologia speciale tratta le
specifiche proprietà delle varie classi di farmaci e quindi si collega alla farmacoterapia, alla scelta
terapeutica.
Per ottenere l’appropriatezza si seguono quindi i criteri forniti dal MAI, il Medical Appropriateness
Index, che definiscono soprattutto i criteri di scelta dei farmaci nella fascia di popolazione
maggiormente trattata e più fragile, ovvero gli anziani, cioè pazienti con diverse patologie e con
politerapia.
CRITERI
Una maggiore probabilità di correttezza della diagnosi garantisce una maggiore probabilità di
assegnare il farmaco corretto. Ad esempio una diagnosi di BPCO richiede una spirometria, per
trasformare l’ipotesi in una diagnosi che tenga conto anche della gravità della patologia.
2. Il farmaco è efficace in questa malattia su end point clinici e non solo di laboratorio?
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Trovato Roberta Lez. 01 Farmacologia generale Carrara 02.10
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3. Ci sono in questo paziente i fattori che possono accentuare o ridurre l’effetto del farmaco o
che lo espongono ad eventi avversi?
L’età ad esempio può essere un fattore. Bisogna anche sapere se il paziente si rivolge alle medicine
complementari (fitoterapia, erboristeria...), che potrebbero interagire provocando reazioni avverse,
e tenere conto di possibili interazioni con alimenti. In un paziente anziano quindi bisognerà tenere
conto della sua farmacocinetica particolare e degli altri farmaci che prende. Quindi il medico
(possibilmente il medico di base) deve definire un protocollo di somministrazione che ottimizzi la
risposta farmacologica.
4. La dose è corretta?
7. In un paziente con comorbilità, ci sono interazioni tra i farmaci prescritti per una malattia e
le malattie associate?
La nostra sanità prevede farmaci a totale rimborsabilità, quindi a parità di efficacia si scelgono
farmaci meno costosi.
La scelta del farmaco dipende dai dati a disposizione, tenendo conto dell’aggiornamento
farmacologico (possibilmente non basandosi soltanto sulle informazioni date dagli informatori
medico-scientifici, che cercano di mettere in evidenza i vantaggi del loro prodotto). Gli studi di meta
analisi, essendo basati su grandi quantità di dati aggregati, sono quelli con maggiore significatività.
Anche le linee guida sono una risorsa importante, forniscono informazioni sulla gestione di una
patologia; tuttavia non ci sono linee guida che indichino come gestire la politerapia, questo compete
al medico.
Per l’efficacia di una terapia non conta soltanto l’azione del medico, è fondamentale anche
l’aderenza del paziente, soprattutto se si tratta di politerapia. Il paziente che deve assumere più
farmaci deve seguire dosi e frequenze di somministrazione adeguate, con il rischio di non aderire
correttamente alla posologia e quindi di avere una risposta non ottimale al farmaco. Lo schema
terapeutico non deve essere troppo complicato e deve essere spiegato molto bene, eventualmente
anche dal farmacista.
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Trovato Roberta Lez. 01 Farmacologia generale Carrara 02.10
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Un ambito critico per l’appropriatezza prescrittiva è quello della terapia con antibiotici, che vengono
spesso usati per trattare patologie su base virale. Più del 20% delle prescrizioni di antibiotici è
inappropriata, in particolare per laringotracheiti e cistiti non complicate. È dovere del medico quindi
limitare le prescrizioni ai casi necessari, spiegando adeguatamente al paziente la sua decisione. Le
aziende farmaceutiche e la ricerca di base si stanno interessando meno agli antibiotici, non ci sono
quindi molecole innovative; bisogna poter sfruttare i farmaci che già ci sono, evitando le resistenze.
Per una accurata prescrizione nella popolazione anziana si usano i criteri di Beers, che stabiliscono
un elenco di farmaci potenzialmente inappropriati, che non dovrebbero essere somministrati ad
anziani, almeno in linea generale (se non ci sono alternative si prescrive comunque). Si evitano
quindi farmaci che presentano un rischio elevato di effetti avversi, che possono avere efficacia
limitata o per i quali sono presenti alternative più sicure.
Molti anziani fanno anche uso di antipsicotici ed ansiolitici, per stati di depressione e difficoltà nel
sonno. L’intervento corretto, almeno in prima battuta, sarebbe di inviare il paziente ad uno
psicoterapeuta, che garantisce un intervento non invasivo e che non interagisce con altre patologie.
Vanno evitati anche farmaci che costituiscono fattori di rischio per patologie iatrogene, riconducibili
a trattamenti terapeutici. Ad esempio i FANS (antiinfiammatori non steroidei) sono molto usati dagli
anziani, anche senza indicazione medica e per patologie come l’osteoartrite che si potrebbero
trattare con i farmaci oppiacei minori, che evitano l’irritazione gastrica da FANS e il conseguente uso
di inibitori di pompa protonica. Pur essendo farmaci molto sicuri non andrebbero usati
cronicamente, ma con coperture stagionali (primavera e autunno). Inoltre anziani che usano un
inibitore di pompa per più di otto settimane sono a rischio di diarrea da Clostridium difficile, molto
difficile da controllare.
L’appropriatezza prescrittiva e i mezzi per la definizione della corretta qualità del farmaco sono
l’obiettivo primario della parte del corso della professoressa.
Gli argomenti che tratteremo in farmacologia generale:
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Trovato Roberta Lez. 01 Farmacologia generale Carrara 02.10
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Trovato Roberta Lez. 01 Farmacologia generale Carrara 02.10
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Farmacodinamica:
Studio degli effetti biochimici e fisiologici dei farmaci, ovvero le loro azioni e i meccanismi con i
quali vengono esplicati.
Se con la farmacocinetica si riescono a definire i criteri generali della somministrazione di un
farmaco , la farmacodinamica ci permette di avere una corretta guida per la scelta del farmaco più
adatto a quella situazione. Ogni farmaco oltre agli effetti terapeutici può avere un effetto
secondario che non per forza è un effetto indesiderato (che invece è detto effetto avverso).
Esempio: L’aspirina si prende per: mal di testa ,mal di denti o febbre (effetto antinfiammatorio o
apiretico). Ma si può prendere anche per il suo effetto secondario anticoagulativo o
antitrombotico.
Nell’ottica dei bersagli d’azione ci sono recettori ed effettori
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Trovato Roberta Lez. 01 Farmacologia generale Carrara 02.10
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effetti prevedibili di tipo A: basati sul meccanismo del farmaco come le interazioni di tipo
farmacologico (con inquinanti, ambienti, altri farmaci, composti o preparati di medicine
cosidette complementari)
effetti imprevedibili di tipo B: reazioni avverse su base genetica o allergica, effetti
tossicologici, cancerogeni e teratogeni.
Per quanto riguarda lo studio della farmacocinetica e dinamica il testo più completo è “I Principi
generali di farmacologia e farmacoterapia” di Pietro Palatini. Oppure ci sono :
-“Farmacologia generale e molecolare “di [Link],[Link] (UTET) 4^ edizione
-“Farmacologia” [Link] 7^ ed. italiana
Farmaco:
Secondo l’OMS il farmaco è un principio attivo (molecola o insieme di molecole) in grado di
interferire con qualche risposta dell’organismo. Ma più precisamente ci sono 2 definizioni:
1. Qualsiasi sostanza sintetica o naturale (80 % delle molecole che noi utilizziamo come
farmaci sono di derivazione naturale), estranea all’organismo o da esso derivata, utilizzata
per curare, prevenire o diagnosticare una malattia.
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Trovato Roberta Lez. 01 Farmacologia generale Carrara 02.10
Tartaglia Martina
Subotic Pavle
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L. Massarotti, M. Scopel
Rev. S. Santoni Lez. 02 Farmacologia Carrara, 04.10.2018
REGIME DI RIMBORSABILITÀ
In Italia esistono 3 tipologie di farmaci:
Farmaci di classe A: interamente rimborsati dal SSN, di cui talvolta possiamo pagare un
ticket.
Farmaci di classe H: utilizzati esclusivamente in ambito ospedaliero o in ambulatori
specialistici.
Farmaci di classe C: vengono pagati interamente dall’utente.
REGIME DI FORNITURA
Ci sono alcuni farmaci che sono venduti con obbligo di ricetta, la cui prescrizione e uso sono sotto
stretta supervisione del medico. Poi ci sono quelli senza obbligo di ricetta (SOP), meglio conosciuti
come farmaci di automedicazione (OTC), liberamente acquistabili in farmacia perché sono farmaci
di uso consolidato. Gli OTC hanno un ampio indice terapeutico, quindi le dosi che possono dare
effetti avversi sono molto lontane dalle dosi terapeutiche che si utilizzano solitamente. Sono
considerati relativamente sicuri, ma non sono esenti da effetti avversi che talvolta possono essere
anche molto gravi.
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L. Massarotti, M. Scopel
Rev. S. Santoni Lez. 02 Farmacologia Carrara, 04.10.2018
L’azienda che immette l’equivalente non deve dimostrare l’efficacia del principio attivo perché gli
studi sono già stati effettuati. L’unica cosa che deve dimostrare è che il farmaco equivalente abbia
una biodisponibilità sovrapponibile al farmaco originale.
Un criterio che bisogna seguire è la purezza del principio attivo, che può essere massimo il 20% in
meno rispetto all’originale. Talvolta questa discrepanza può essere significativa e può tradursi nel
fatto che un paziente non percepisca la stessa risposta con un farmaco equivalente dopo aver
assunto per un periodo l’originale.
Ovviamente il SSN spinge verso l’utilizzo dei farmaci equivalenti, soprattutto per quelli di classe A,
perché costano in media il 20% in meno rispetto all’originale in quanto non si portano dietro tutte
le spese di ricerca. Ciò si traduce in un risparmio significativo per il SSN ma anche per il paziente in
caso di necessità di farmaci di classe C, cioè totalmente a carico del paziente.
I farmaci equivalenti possono essere da banco o prescrivibili esattamente come i farmaci originali.
I più innovativi sono sicuramente i farmaci biologici, che sono derivati o prodotti da un organismo
vivente. Abbiamo due tipologie: i farmaci biologici di tipo estrattivo come la gonadotropina
ottenuta dalle urine di donne in menopausa, oppure abbiamo i farmaci biotecnologici in cui
usiamo cellule procariote o eucariote per far produrre con tecniche di DNA ricombinante ciò che ci
interessa.
Stanno diventando sempre più importanti di farmaci biologici ma soprattutto quelli biotecnologici.
Il medicinale biologico è quello che contiene una o più sostanze attive derivate da una fonte
biologica. Alcune di queste possono essere già presenti nell’organismo umano (insulina, GH) e
solitamente sono molecole molto più grandi e complesse dei medicinali non biologici; soltanto gli
organismi viventi sono in grado di riprodurre molecole di tale complessità.
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L. Massarotti, M. Scopel
Rev. S. Santoni Lez. 02 Farmacologia Carrara, 04.10.2018
Questi farmaci sono talmente complessi nella loro formazione che una valutazione della tipologia
della molecola e del profilo terapeutico e di sicurezza deve essere garantita per ogni lotto di
produzione. Chiaramente se cambiamo azienda cambiamo anche catena di formazione. Per questo
non posso definire bioequivalente un farmaco copia di un farmaco biologico ma posso definirlo
come biosimilare, cioè simile ma non uguale.
Per immettere in commercio un farmaco biosimilare non possiamo andare all’agenzia nazionale
(AIFA) ma dobbiamo rivolgerci all’EMA (agenzia europea per i medicinali). Il biosimilare deve
essere simile per qualità, efficacia e sicurezza al farmaco biologico di partenza. Un altro problema
è che i farmaci biologici hanno un costo molto elevato, mentre quelli similari hanno un prezzo
decisamente più vantaggioso. Chiaramente se ci sono criticità nel passaggio da farmaco non
biologico originale a equivalente, il passaggio da farmaco biologico originale a biosimilare
comporterà problemi ancora maggiori.
ALTRE DEFINIZIONI:
Xenobiotico: è una sostanza chimica estranea all’organismo introdotta accidentalmente o
volontariamente capace di modificare un processo biologico (es. additivi alimentari, inquinanti
ambientali, ecc...)
Tossine e tossici: Le tossine sono sostanze estranee di origine naturale (veleni di serpenti o
funghi), se invece sono prodotti dall’attività umana sono tossici o inquinanti ambientali. Sono
entrambi in grado di produrre avvelenamenti.
La linea di demarcazione tra tossine o tossici e farmaci è molto labile; come diceva Paracelso
“tutte le sostanze sono veleni, la giusta dose fa la differenza tra veleno e un medicamento”.
Placebo: Sostanza generalmente inerte, priva di effetto biologico, usata in studi clinici controllati
per evidenziare quanto è dovuto al vero e proprio effetto farmacologico. Esiste l’effetto placebo
dovuto alla componente psicologica di assumere un farmaco.
- Farmacologia clinica
Studia e applica metodologie rigorose e specifiche per una corretta valutazione dell’efficacia
terapeutica e la sicurezza d’uso di un farmaco nell’uomo. È suddivisa in varie fasi: da quelle di
sperimentazione clinica fino all’immissione in commercio.
- Farmacovigilanza
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L. Massarotti, M. Scopel
Rev. S. Santoni Lez. 02 Farmacologia Carrara, 04.10.2018
Tiene sotto stretto controllo il nostro farmaco dal primo momento in cui entra in contatto con il
primo volontario sano (fase 1 della sperimentazione clinica) fino a quando quel farmaco morirà o
sarà ritirato dal mercato. Può accadere perché subentrano molecole più valide o perché durante il
suo percorso si evidenzia delle criticità con la comparsa di effetti avversi che sbilanciano il
rapporto rischio-beneficio.
Viene sempre utilizzato un volontario sano? Viene utilizzato per la grande maggioranza dei farmaci
tranne per quelli biologici o per quelli che hanno un target ben preciso, perché se una persona
quel target non ce l’ha può essere pericoloso.
Perciò la farmacovigilanza monitora l’insorgenza di effetti avversi o tossici per gli individui e la
popolazione, soprattutto quelli più rari che richiedono numeri elevati per potersi manifestare. Si
occupa inoltre di evidenziare il cattivo utilizzo dei farmaci da inappropriata prescrizione o a scopo
tossicodipendente.
Ma cosa succede dopo che un farmaco viene ritirato? Nel 99% delle volte viene reimmesso in
commercio con indicazioni più restrittive.
- Farmacoeconomia
Studia il rapporto costo-beneficio di un trattamento. Ad esempio, i farmaci contro l’epatite C
(anticorpi monoclonali) hanno un costo molto elevato; è improponibile che una terapia di questo
tipo venga supportata dal paziente, ma diventa pesante anche per il SSN. Allora in base al rapporto
costo beneficio si stilano dei criteri di arruolamento nei soggetti che possono essere trattati con
questi farmaci.
La farmacoeconomia valuta inoltre l’impatto dell’uso dei farmaci sull’economia della sanità
pubblica e pianifica i rapporti tra economia, attività produttiva, ricerca farmaceutica, garantendo
una corretta gestione della politica sanitaria.
- Farmacogenetica
Studia la risposta di farmaci nelle diverse popolazioni e nei singoli individui e identifica i motivi
genetici di questa differenza. SI parla dunque di un intervento personalizzato in cui si ottimizza la
scelta e la dose del farmaco, teoricamente, per ciascun individuo in base alle caratteristiche
genetiche. Ora non è più solo teoricamente perché questo approccio lo ritroviamo ad esempio
negli antitumorali. Recentemente la farmacogenetica è stata affiancata dalla farmacoepigenetica
che studia come i farmaci interferiscono nelle modificazioni della cromatina e del DNA
(metilazione o modificazioni istoniche) che regolano le funzioni genetiche.
- Farmacogenomica
Studia come i farmaci e i tossici possono modificare l’espressione di geni e proteine in un
determinato tessuto/organismo ma si occupa anche della ricerca di nuovi bersagli terapeutici
sfruttando le recenti conoscenze e tecnologie basate sullo studio del genoma umano e degli RNA.
La Farmacogenetica e la farmacogenomica hanno però sollevato interrogativi di tipo etico dal
momento che hanno reso possibile una classificazione delle diverse popolazioni e dei soggetti
portatori di determinate mutazioni potenzialmente favorenti la comparsa di determinate
patologie. Quindi in un sistema sanitario come quello degli Stati Uniti, che si basa essenzialmente
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L. Massarotti, M. Scopel
Rev. S. Santoni Lez. 02 Farmacologia Carrara, 04.10.2018
- Chemioterapia
Letteralmente “terapia con sostanze di sintesi chimica”. Essa deve le sue origini al geniale studioso
tedesco Paul Ehrlich che all’inizio del ‘900, quando le patologie infettive erano ancora una
significativa problematica sanitaria, fu il primo ricercatore a sottolineare la necessità di ricercare
sostanze in grado di rispondere a queste sostanze estranee infettive. Questo è stato il primo
approccio al concetto di bersaglio specifico o recettore e il primo passo, oltre alla fitoterapia,
orientatosi all’utilizzo di queste nuove sostanze chimicamente meglio performanti. Il primo
farmaco chemioterapico è stato il salbatamal, farmaco contro la sifilide a base di arsenico.
Oggi con chemioterapia ci si riferisce alla terapia con sostanze sia di sintesi che di derivazione
naturale che mirano alla distruzione di cellule viventi dannose per la salute. Abbiamo quindi una
chemioterapia antibatterica per contrastare agenti infettivi e una oncologica rivolta verso le cellule
neoplastiche. Va sottolineato che oltre il 60% dei chemioterapici tradizionali sono molecole di
origine naturale pura o di semisintesi.
- Tossicologia
Studio degli effetti dannosi sugli organismi viventi da parte di sostanze chimiche o naturali
comprese farmaci, additivi, contaminanti e fitofarmaci (usati per contrastare malattie delle piante
da non confondere con i fitoterapici che sono una branca farmacologica). Possiamo
essenzialmente identificare tre aree di interesse principale:
Tossicologia sperimentale e clinica;
studia gli effetti nocivi acuti e cronici di farmaci e sostanze alle quali siamo esposti
(importantissima nell’ambito preclinico)
Tossicologia ambientale;
studia l’effetto degli inquinanti ambientali sugli organismi viventi
Tossicologia forense;
studia gli aspetti medico-legali degli effetti dei tossici su uomo e animali.
Altri rami specialistici possono essere: la tossicologia clinica che si occupa delle malattie associate
all’esposizione a sostanze tossiche nonché della messa a punto di trattamenti adeguati (anti
farmaci o intossicazioni). La tossicologia occupazionale, strettamente correlata alla medicina del
lavoro. La tossicologia alimentare e la tossicologia comparata animale.
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L. Massarotti, M. Scopel
Rev. S. Santoni Lez. 02 Farmacologia Carrara, 04.10.2018
(n.d.s.: nonostante ciò che sostiene la professoressa a me risulta che in Italia sia possibile detrarre
la spesa dei farmaci omeopatici.)
Fino al 2000 c’è stata essenzialmente una crescita in questi numeri per poi avere un evidente calo:
dal 2000 al 2013 il numero si è pressoché dimezzato. Nonostante ciò le persone che si curano
“alternativamente” sono il 9% della popolazione. In modo particolare sono specialmente donne
tra i 35 e 44 anni con cultura medio alta e che vivono al nord.
La stessa fitoterapia ha avuto un calo negli ultimi anni anche se meno imponente. La professoressa
sottolinea di nuovo come sia importante, alla luce dei dati sopra discussi, la necessita di
interrogare il paziente su eventuali terapie alternative alle quali si è sottoposto: il 70% dei pazienti
integrano la terapia tradizionale con quelle alternative. Va notato che il 17% invece si affida
esclusivamente alla medicina alternativa.
Esistono inoltre in questo ambito implicazioni etiche non indifferenti in quanto uno dei problemi
della medicina alternativa riguarda i bambini. L’età pediatrica, così come quella senile, è un
periodo sensibile dal punto di vista sanitario ma se l’anziano può, nella maggior parte dei casi,
decidere per sé stesso, per i bambini decidono i genitori.
Un ulteriore problematica è
rappresentata da una grossa
percentuale di mamme che,
senza rivolgersi a nessuno
specialista, provano il faidate
acquistando sostanze via
internet. Queste sostanze,
oltre a non avere una solida
sperimentazione scientifica
alla base, spesso non
presentano alcun foglietto
illustrativo che ne certifichi
quanto meno l’effettivo
contenuto.
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L. Massarotti, M. Scopel
Rev. S. Santoni Lez. 02 Farmacologia Carrara, 04.10.2018
Passiamo ora alla trattazione dei farmaci, tradizionali e non, contenenti sostanze di origine
vegetale. Le sostanze di derivazione vegetale si possono trovare nei fitoterapici, che presentano
anche alcune normative, ma anche in integratori e prodotti erboristici.
N.B. Sia integratori che prodotti erboristici non possono vantare alcuna indicazione terapeutica,
vengono considerati o coadiuvanti o prodotti per il mantenimento della salute.
PRODOTTI ERBORISTICI
I prodotti erboristici sono tutt’oggi regolati in Italia da un decreto-legge non troppo recente. Essi possono
essere commercializzati privi di documentazione scientifica di efficacia, di certificato di composizione e di
certificato di conservazione (“potrebbe formarsi della muffa nel prodotto e dare complicazioni non
trascurabili”). Spesso inoltre non sono noti i principi attivi e i contaminanti e non c’è documentazione di
origine (“potrei farmi un infuso al tiglio per la tosse usando un’erba raccolta ai alti di una strada trafficata”)
col rischio di assumere anche sostanze nocive o contaminanti. Possono causare effetti tossici e avere
interazioni con i farmaci prescritti tradizionalmente.
INTEGRATORI
L’integratore ha invece un approccio più “serio” dal momento che, nonostante anch’esso non
possano avere un’azione terapeutica, ma solo indicazioni, è controllato in maniera più rigorosa.
Questo controllo non è affidato al ministero della salute ma alla agenzia europea controllo
alimenti (EFSA). Infatti sul prodotto
vengono riportate le indicazioni/claim
nutrizionali o salutistiche. Esiste quindi
un regolamento per dimostrare le
proprietà dell’integratore e una
legislazione che impone una
dimostrazione metodica per poter
apporre sul prodotto indicazioni quali
“senza zuccheri aggiunti” o “a basso
contenuto di sodio” oppure indicazioni
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L. Massarotti, M. Scopel
Rev. S. Santoni Lez. 02 Farmacologia Carrara, 04.10.2018
salutistiche per il mantenimento della salute che sottolinea un rapporto tra essa e uno dei
componenti del suddetto integratore. Un esempio potrebbe essere la soia per il controllo del
colesterolo: infatti a determinate dosi essa può coadiuvare nella limitazione del colesterolo, ma
non è un farmaco ipocolesterolizzante.
Nello studio degli integratori vengono impiegati trials che devono essere scientificamente provati
e verificabili, esiste un approccio scientifico decisamente più rigoroso rispetto ai prodotti
erboristici.
Va però posta attenzione alle pubblicità talvolta fuorvianti che per motivi economici presentano gli
integratori come dei farmaci. E’ importante quindi che ci siano queste normative per garantire la
tutela dei consumatori ed evitare di attribuire ad alimenti caratteristiche salutistiche e benefiche
che non siano state dimostrate, nonché tutelare l’innovazione e la ricerca.
Si sottolinea ancora come gli integratori possano avere indicazioni salutistiche ma non
terapeutiche. Si ripete che per i prodotti erboristici non esistono normative rigorose mentre per gli
integratori c’è una vera e propria legislazione.
In Italia abbiam un decreto aggiornato periodicamente che disciplina l’impiego negli integratori di
sostanze e preparati vegetali. Per gli integratori non esiste l’obbligo del foglietto illustrativo,
devono però essere riportate sull’etichetta le componenti. Prima del 2002, anno di entrata in
vigore dei regolamenti europei, in Italia esisteva già l’obbligo della notifica dell’etichetta al
ministero della salute prima di poter mettere in commercio un integratore. In questo modo poteva
esserne accertata l’idoneità della composizione in termini quantitativi e qualitativi.
Per quanto riguarda la registrazione di farmaci a base vegetale possono essere seguiti 3 iter: una
registrazione semplificata, una completa e una bibliografica (vedi slide sottostante).
In Italia i farmaci vegetali che necessitano ricetta medica sono solamente due: il kaloba, a base di
pelargonium sidoises, è un farmaco contro il raffreddore; e il vitango, a base di Rhodiola Rosea,
per il trattamento di stati d’ansia e affaticamento. I farmaci vegetali non possono essere
somministrati per via parenterale.
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L. Massarotti, M. Scopel
Rev. S. Santoni Lez. 02 Farmacologia Carrara, 04.10.2018
FITOTERAPIA
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Sànchez Daniela Lez. 03 Farmacologia [Link] Carrara, 09/10/2018
Ruzza Francesca
Meda Nicola
La lezione ha inizio con la comunicazione della professoressa che non ci sarà a lezione il giorno
giovedì 11 ottobre e che l’ora e mezza persa verrà recuperata nel corso delle successive 6 lezioni
spiegando fino alle 13 15.
In questa lezione si conclude la parte del corso iniziata la scorsa lezione relativa alle cosiddette
terapie alternative o non convenzionali: non convenzionali rispetto alla “nostra ottica” della
medicina basata sulla evidenza. Si ricorda che le evidenze scientifiche significative e importanti
riguardano quasi esclusivamente la fitoterapia.
OMEOPATIA
Questa filosofia, più che vero e proprio approccio terapeutico, è dovuta al medico tedesco C.F.
Samuel Hahnemann (1755-1843). Nel periodo storico in cui questo medico visse tutta la scienza era
fortemente permeata anche dalla filosofia, in particolare la denominata filosofia della vitalità,
secondo la quale “nel corpo umano è presente una forza vitale spirituale che dà la vita e anima il
corpo”. Questa si basa su tre principi fondamentali:
1. “imita la natura, che guarisce una malattia mediante un’altra”, usa quindi nella malattia
quella medicina che è in grado di provocare un’altra malattia artificiale il più simile possibile
alla precedente cosicché essa sarà guarita. Questo è il principio basilare della omeopatia,
cioè similia similibus curantur;
2. “una medicina omeopatica deve essere tanto più salutare tanto più la dose è ridotta, fino
alla piccolezza appropriata per un effetto terapeutico delicato”;
3. “ogni caso individuale di malattia è annullato e rimosso nel modo più sicuro, radicale, rapido
e permanente solo dalla medicina capace di produrre la totalità dei suoi sintomi, in modo
simile e completo”.
In altre parole questi tre principi definiscono non solo “cosa” si deve utilizzare per guarire, e questo
è fondamentalmente definito dal primo principio, ma anche “come” lo si deve somministrare perché
danno indicazioni riguardo la dose.
Diluizione
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Sànchez Daniela Lez. 03 Farmacologia [Link] Carrara, 09/10/2018
Ruzza Francesca
Meda Nicola
Facendo richiamo alla Legge di Avogadro1 secondo la quale, per una mole di sostanza, sono presenti
1024 molecole, allora vuol dire che un preparato con una diluizione superiore a 12C o a 24D non può
contenere alcuna molecola del prodotto originario, quindi se si eccede questa diluizione in realtà in
quel preparato ci sarà solo il solvente. Il modello tedesco prima nominato prevedeva (consigliava)
una diluizione di 1x1064 e questo sarebbe come mettere una mole del preparato in un volume pari
all’orbita di Nettuno2.
Dinamizzazione
- Nel 1976 e 1972 l’Associazione dei Medici Tedeschi dichiara che non ci sono prove della
validità clinica dell’omeopatia, nonostante la popolazione tedesca tenda particolarmente
all’utilizzo di questo tipo di terapie.
- Nel 1986 la British Medical Association dichiara l’omeopatia senza basi scientifiche.
- Tre recenti revisioni sistematiche (metanalisi) della letteratura medica affermano che non
c’è nessun riscontro scientifico. Non ci sono evidenze sufficienti per affermare che
l’omeopatia sia clinicamente efficace e che i modesti dati positivi possono essere
riconducibili esclusivamente ad un effetto placebo.
Nell’ottica di una patologia seria, il fatto che ci siano dei medici omeopati che continuano a
prescrivere farmaci esclusivamente di tipo omeopatico comporta delle questioni etiche ed
economiche tutt’altro che trascurabili: se un paziente che segue una terapia omeopatica si accorge
che questa non sta dando i risultati desiderati e si rivolge alla medicina convenzionale, molto
probabilmente la malattia si è ulteriormente aggravata e la guarigione, se possibile, sarà molto più
difficile e più dispendiosa.
Ma perché hanno effettivamente così tanto successo queste medicine non convenzionali?
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Amedeo era contemporaneo di Hahneman
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NdR: MEH, facendo la media tra perielio e apogeo di Nettuno, si ottiene, approssimando, una lunghezza (raggio) di
circa 4,5 miliardi di Km. Dato che il volume di una sfera si misura con 4/3πr^3, il numero è dell’ordine di grandezza di
10^30. (ci vorrebbe un raggio di circa 100milioni di anni luce… L’estremo dell’universo si trova a 13 miliardi… vabbè
fate voi che ne sacc)
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Sànchez Daniela Lez. 03 Farmacologia [Link] Carrara, 09/10/2018
Ruzza Francesca
Meda Nicola
Si parla di “scoperta” perché fino a pochi anni fa era la natura che forniva le molecole
farmacologiche. Dalla natura abbiamo sempre ottenuto i principi attivi importanti e continueremo
ad averli. Questa origine/scoperta può essere schematizzata in varie fasi:
2. Osservazioni su biomolecole. Alla metà degli anni ‘50 la fisiologia ha messo a punto
importanti progressi soprattutto per quanto riguarda il ruolo della comunicazione chimica e
dei meccanismi che regolavano suddetta composizione chimica, si è quindi cominciato ad
individuare l’esistenza di recettori sui quali alcuni ligandi fisiologici agivano come agonisti,
cioè dando la risposta fisiologica, o come antagonisti, cioè non dando la risposta
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farmacologica. I primi neurotrasmettitori ad essere stati individuati furono quelli del sistema
neurovegetativo, acetilcolina e noradrenalina. Una volta definita la struttura di queste
sostanze, i medici furono in grado di ottenere farmaci agonisti come ad esempio il
betanecolo, stimolante della muscolatura gastrica e in modo particolare di quella viscerale a
livello vescicale e di antagonisti come ad esempio la tropina, utilizzata in oculistica per
bloccare l’accomodamento. Si è giunti anche ad agire sui recettori specifici come i 2-
agonisti, ottenendo la terbutalina, uno dei primissimi broncodilatatori che oggi viene
utilizzato molto poco oppure sui -antagonisti con l’ottenimento dell’immensa classe degli
antiipertensivi di cui uno dei più conosciuti è il propranololo.
3. Isolamento dei recettori ed effettori. Una volta identificati suddetti recettori lo step
successivo fu quello di isolarli (anni ‘70). Una volta identificato il recettore, isolato e studiato
mediante prove sperimentali, si inizia a valutare l’attività della molecola in esame sul
recettore stesso. Un passo molto importante arrivò con la introduzione degli antistaminici
del recettore H2 per il controllo dell’ulcera; naturalmente oggi sono superati ma all’epoca
furono un passaggio terapeutico fondamentale perché fino a quel momento l’unico
intervento possibile era attraverso l’utilizzo degli antiacidi come il bicarbonato. È evidente
dunque che cominciano ad esserci dei bersagli: partendo dal principio attivo, che è il
prototipo, si possono ottenere per sintesi chimica tutta una serie di derivati. Questi possono
essere valutati attraverso la tecnica dello screening e per questo bisogna avere a
disposizione dei modelli: quelli in vitro sono i maggiormente utili perché sono generalmente
più rapidi da fare e sono anche più standardizzabili rispetto a quelli in vivo.
4. Biologia molecolare. All’inizio degli anni ‘80 si iniziarono ad ottenere i risultati degli studi
della biologia molecolare e allora in base a questi si iniziarono ad elaborare delle ipotesi sui
meccanismi biologici alla base della malattia, quindi si passò dall’isolamento e utilizzo di
bersagli fisiologici all’evidenziare dei veri e propri target molecolari specifici della patologia,
raffinando in questo modo la ricerca e il disegno dei farmaci grazie all’utilizzo delle
biotecnologie.
5. Utilizzazione di biotecnologie.
Successivamente attraverso la tecnica del
DNA ricombinante si iniziarono a
biosintetizzare proteine umane
terapeuticamente utili come l’insulina,
primo farmaco biotecnologico prodotto
dalla Genentech entrato in commercio
(USA, 1982), ma anche l’ormone della
crescita e l’interferone. L’essere stati in
grado di ottenere queste proteine
biotecnologiche rappresentò un
importantissimo passo in avanti per la
farmacologia perché si fu in grado di
manipolare il patrimonio genetico di piccoli
microorganismi (es. Escherichia Coli) per farli produrre, in tempi molto rapidi e in grandi
quantità, esattamente la proteina umana d’interesse. Tra i vantaggi delle proteine
biotecnologiche si ricordano:
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Il nome generico dell’anticorpo termina con la desinenza mab, che sta per monoclonal antibody. La
desinenza è preceduta da una sub-desinenza che ne indica il tipo:
La sub-desinenza è a sua volta preceduta da due lettere che ne indicano l’utilizzazione terapeutica:
tu indica trattamento per i tumori (es. cetuximab, trastuzimab) e li indica l’utilizzo come
immunomodulatore (es. adalimumab).
PEGHILAZIONE
L’aspetto farmacocinetico della terapia farmacologica è molto importante in quanto un farmaco
(proteina biotecnologica) con un’efficacia eccellente può essere limitato nella sua azione a livello
della fase di assorbimento (troppo lenta), metabolizzazione o eliminazione (troppo rapida). La
peghilazione permette di superare quest’ultimo ostacolo, e quello dell’immunogenicità, e consiste
nella coniugazione del farmaco con catene di PEG (poli-
etilen-glicole) o derivati che non compromettono
attività della proteina ma permettono la formazione di
nuvole d’acqua, coordinate ai legami eterei del
polimero, con scopo di:
- limitare l’attacco di enzimi metabolizzanti
(proteasi)
- grazie all’aumentato peso molecolare
l’aumento dell’emivita (t1/2: tempo necessario
per ridurre del 50% la concentrazione
plasmatica di quel farmaco) del farmaco;
spesso la via di eliminazione preferenziale del
farmaco è quella renale basata sulla filtrazione
glomerulare, che si basa soprattutto sulla
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selezione di molecole in base al PM. Esempio: terapia con INFalfa per l’epatite inizialmente
avveniva in tre somministrazioni a settimana, grazie alla peghilazione dello stesso farmaco
oggi è sufficiente una sola somministrazione settimanale.
- ridurre l’immunogenicità mascherando la proteina alle cellule APC, con conseguente
riduzione della degradazione e presentazione alle cellule T, e agli anticorpi eventualmente
già sviluppati in pazienti già trattati con la sostanza (sensibilizzati)
6. SEQUENZIAMENTO DEL GENOMA (anni ’90)
Ricadute: progetto genoma umano (concluso nel 2000) e sequenziamento del genoma di procarioti
ed eucarioti (come S. cerevisiae). Si comincia a parlare di genomica medica e quindi a identificare
strumenti diagnostici innovativi e nuovi farmaci.
7. BIOINFORMATICA
Costruzione e gestione di banche dati di genetica per confrontare e trovare omologie o meno in
sequenze proteiche (per esempio da campione di tessuto sano e malato) e identificare target per
strategie di ricerca che portino a sviluppare farmaci specifici.
8. NUOVE TECNOLOGIE per una sintesi e una selezione più rapida di molecole o di composti.
High Throughput Screening (HTS): “selezione a flusso elevato”: il fine è l’identificazione del
composto prototipo (lead compound: nella ricerca farmaceutica di base è un composto chimico che
ha attività farmacologica o biologica e la cui struttura chimica è usata come punto di partenza per
modifiche chimiche volte a incrementare potenza, selettività e parametri farmacocinetici) attraverso
un saggio biologico (cellulare o biochimico) tra migliaia di composti sintetizzati precedentemente
dal chimico che hanno lo scopo di bersagliare un target biologico.
Chimica combinatoriale: produzione, basata sul calcolo combinatorio, di un elevatissimo numero
(migliaia al giorno) di analoghi di molecole biologicamente attive, con l’ausilio di tecniche
computazionali. Per esempio: produzione di peptidi mediante diverse combinazioni di aminoacidi
(questi andranno poi screenati per ricerca del lead compound come detto sopra).
Vantaggi: aumento della produttività, ovvero del numero di composti che si va a studiare, con
conseguente aumento della probabilità di trovare composti efficaci su un target ben definito;
notevole risparmio sulla quantità del composto da studiare; studio migliore del rapporto struttura-
attività.
Criticità: la selezione casuale non produce efficienza nell’identificare quelli che in realtà sono i lead
compounds più importanti; un risultato positivo in un saggio mirato che valuta l’azione del prototipo
su un recettore o un enzima in un contesto estremamente semplificato può non essere replicato in
un sistema complesso (come una coltura cellulare o un essere vivente in toto).
9. STUDIO DEL GENOMA
Sviluppo della farmacogenomica: applicazione dei metodi e delle tecniche della genomica per
individuare i geni responsabili di specifici processi patologici e le varianti alleliche che sono causa
della diversa risposta individuale alle terapie farmacologiche. Per lo sviluppo di nuovi farmaci è
diventata importante l’identificazione del genotipo responsabile di una determinata malattia
(cancro) in modo tale che essi vadano a bersagliare specificatamente la proteina espressa dalla
variante genetica trovata. In questo contesto è chiaro che gli studi di farmacogenomica non possono
prescindere da quelli di proteomica che si occupa dello studio dell’identità, della funzione e
dell’interazione (con altre proteine o ligandi) dei prodotti del genoma. Il primo farmaco prodotto da
queste nuove ricerche è stato l’antitumorale imatinib (2001) per la leucemia mieloide cronica, esso
è stato disegnato ad hoc dopo l’identificazione dell’alterazione genetica che caratterizza queste
cellule tumorali e va a interferire con l’attività tirosin-chinasica (abnorme) della proteina codificata
dal gene mutato (fuso).
10. CELLULE STAMINALI
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Cellule indifferenziate con capacità indefinita di autorinnovarsi e, in seguito ad appropriato stimolo,
di differenziarsi in specifici tipi di cellule; possono essere classificate in base alla loro origine o al loro
potenziale di differenziazione. Cellule staminali umane:
- Cellule staminali embrionali
(ESC), ottenute da embrioni
umani sovrannumerari
prodotti mediante
fertilizzazione in vitro per la
fecondazione assistita
(ricadute etiche), in
particolare dalla porzione
più interna della blastocisti.
Sono pluripotenti ovvero
possono differenziare e
originare tutti i tipi di tessuto
derivati dall’embrione.
- Cellule staminali da adulto o somatiche, multipotenti, residenti in vari organi e tessuti, con
funzione di riparazione tissutale.
- Cellule staminali pluripotenti indotte (iPSC), ottenute da cellule somatiche (di un soggetto
sano o malato) mediante riprogrammazione, per introduzione di specifici geni che codificano
fattori di trascrizione. Questo tipo di staminali ha introdotto importanti possibilità di ricerca
attraverso: ottenimento di linee cellulari umane su cui valutare la tossicità dei candidati
farmaci; ottenimento di modelli cellulari di malattie umane per studiare meccanismi
patofisiologici e per lo screening di nuovi farmaci; terapia cellulare autologa (medicina
rigenerativa).
11. NANOTECNOLOGIE
La nanomedicina è l’applicazione medica delle possibilità derivanti dalle nanotecnologie. Essa si
occupa di tutte quelle conoscenze e tecnologie che abbiano un utilizzo medico nell’ordine di
grandezza dei nanometri (1-150nm), si pensi che le dimensioni di un eritrocita sono 70mila nm e
quelle dell’elica del DNA 2nm. Lavorando a tali dimensioni la nanotecnologia fonde insieme la
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biologia, la chimica, la fisica e la medicina. Questa tecnologia del piccolissimo permette di utilizzare
nel contesto farmacologico delle nanoparticelle contenenti diversi elementi in modo tale da
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insoddisfacenti (tumori) per esempio con eccessivi effetti avversi o con una farmacocinetica
sfavorevole o inadeguata (es. via di somministrazione in patologia cronica meglio orale).
Negli ultimi 70 anni sono stati studiati, migliorati e messi in commercio numerosi farmaci che ci
hanno permesso di curare numerose patologie e migliorare notevolmente l’aspettativa di vita, si
pensi agli antibiotici prima, poi a psicofarmaci, anti-ipertensivi e immunomodulanti. Questo ha
comportato l’aumento di patologie associate all’invecchiamento della popolazione come le
demenze senili; a parte va poi considerata la comparsa di nuove malattie come l’AIDS o la SARS.
- CONOSCENZE SCIENTIFICHE ovvero cause della malattia e basi fisiopatologiche, questo per
permettere l’elaborazione di un’ipotesi di lavoro e la definizione di un target farmacologico.
- DISPONIBILITA’ DI MODELLI SPERIMENTALI semplici su cui testare il farmaco. Per lo sviluppo
della chemioterapia antibatterica è stata basilare la possibilità di coltivare i microorganismi
per saggiarla in vitro. D’altra parte è difficile studiare farmaci per malattie come Alzheimer
o disturbi del comportamento (psicosi, depressione) senza modelli sperimentali che
riproducano in un sistema integrato (in vivo) le principali caratteristiche della malattia.
- VALUTAZIONE ECONOMICA: dalla vendita del farmaco deve esserci un ritorno economico
per l’azienda farmaceutica (il costo della ricerca industriale nell’ultimo decennio è più che
raddoppiato e sfiora i 2 miliardi) la quale deve poi impegnarsi nel reinvestimento, che
attualmente è stimato di circa il 20% del guadagno, su nuove attività di sviluppo e ricerca.
Sotto questo aspetto rientra anche il numero di pazienti colpiti da una determinata patologia
che dovrebbero beneficiare del nuovo farmaco infatti la ricerca per uno stretto numero di
malati non conviene all’azienda farmaceutica sempre per un discorso di guadagno (es.
malattie rare, malattie parassitarie dei paesi sottosviluppati). Attualmente, per una
questione etica, le aziende vengono incentivate a sviluppare anche questi farmaci cosiddetti
orfani (potenzialmente utili alla cura delle malattie rare) attraverso l’erogazione di
sovvenzioni economiche e agevolazioni nella registrazione del farmaco rispetto alla
procedura normale.
- FATTORE UMANO comprende campagne di sensibilizzazione, raccolte fondi, sponsor.
TAPPE DI SVILUPPO DI UN NUOVO FARMACO (la tempistica è dai 6 ai 10 anni; sono necessarie
numerose competenze multidisciplinari; alla fine da tantissime nuove entità chimiche individuate
solo pochissime avanzano nello sviluppo e solo una, forse, entra in commercio)
- SCOPERTA (“idea nella testa del ricercatore”) e caratterizzazione farmacologica:
identificazione di una malattia che necessita di interventi terapeutici innovativi;
identificazione delle alterazioni biochimiche, fisiologiche, genetiche che stanno alla base
della malattia; identificazione e caratterizzazione di un bersaglio specifico per l’azione di
nuovi farmaci; progettazione di nuove molecole potenzialmente adatte ad interagire con la
struttura bersaglio.
- SVILUPPO PRE-CLINICO: sperimentazione su modelli semplici in vitro o in vivo per valutare
l’attività, la tossicità e la cinetica dei nuovi composti; formulazione dei nuovi composti in
forme adatte alla somministrazione; produzione su larga scala.
- SVILUPPO CLINICO: determinazione delle proprietà farmacocinetiche, farmacodinamiche,
della tollerabilità e dell’efficacia del farmaco nei soggetti umani; rilevazione degli effetti
secondari e degli effetti avversi; determinazione delle dosi ottimali per ottenere quell’effetto
terapeutico.
- IMMISSIONE IN COMMERCIO
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- FARACOVIGILANZA
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Ghelardi Filippo
➢ SPERIMENTAZIONE
La sperimentazione dei nuovi farmaci si divide in due fasi distinte per obiettivi e contesto: la fase pre-clinica
e la fase clinica.
La sperimentazione pre-clinica è necessaria al fine di promuovere quella clinica, generalmente i suoi studi
sono oggetto di controversie e normative poiché possono essere impiegati vari tipi di modelli di studio,
come quello in vivo, in vitro, oppure quello ex-vivo, che si avvale di un tessuto o un organo ricavato da un
animale su cui svolgere le sperimentazioni.
La fase pre-clinica:
➢ Obiettivi
• Profilo farmaceutico: definizione della forma farmaceutica adeguata che la molecola deve assumere
per promuovere una corretta somministrazione.
Per attuare questi obiettivi si hanno a disposizione una vastità di test, tra quelli in vitro e in vivo. Entrambe
le tipologie di test sono necessarie al fine di ricercare precise caratteristiche del candidato farmaco, tuttavia
per motivi economici quelli più utilizzati rimangono quelli in vitro, mentre si utilizzano i test in vivo solo se
necessario.
Test in vitro:
• Individuare le caratteristiche farmacodinamiche del candidato farmaco, questi test sono utili a
definirne due proprietà: potenza e selettività.
Il test in vitro è capace di fornire prove di attività sufficientemente potente della molecola in esame
sul target selezionato e per questo si rende necessario un saggio biologico rapido, sensibile e
riproducibile: generalmente si utilizzano delle linee cellulari mirate, utilizzando istotipi umani
adeguati o trasportando il recettore umano oggetto di studio in un’altra linea cellulare, al fine di
non ottenere dei dati fuorvianti e avere una stima accurata della potenza di azione del candidato
farmaco sul quel recettore.
Il test fornisce prove di selettività (non interagisce con altri sistemi), utilizzando frazioni subcellulari
o macromolecole pure.
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Ghelardi Filippo
• Individuare un profilo cinetico del candidato farmaco tramite modelli in silico e in vitro:
D’altra parte, per gli studi in vitro, si usano vari modelli sperimentali validati (ovvero che, se
riutilizzati in altri laboratori, forniscono risultati sovrapponibili, garantendo il principio di
riproducibilità, che è un cardine della ricerca scientifica) sulla valutazione di uno o più caratteri
farmacologici. Per definire l’assorbimento vengono utilizzati studi di permeabilità attraverso singolo
strato di cellule, poiché
l’assorbimento ideale di un
farmaco è per via orale, si hanno
a disposizione linee cellulari,
come Caco-2 (vedi immagine) —
> si pone all’interno di un
contenitore un liquido di coltura
adeguato insieme a un pozzetto contenente le cellule Caco-2 in crescita (affinché creino uno strato
di cellule molto adeso servono circa 3 settimane), dopo di che lo strato cellulare mima
perfettamente la barriera epiteliale intestinale e si passa a valutare se il farmaco è in grado o meno
di superare suddetta barriera. Per definire il metabolismo invece vengono effettuati diversi studi su
epatociti, su microsomi epatici umani, oppure di interazione con enzimi purificati. Possibilmente si
cercano di utilizzare epatociti umani, per evitare discrepanze con i risultati di ricerca, tuttavia sono
difficili da isolare e da coltivare. Essi vengono utilizzati quando si pensa che il candidato farmaco
potrebbe essere un induttore enzimatico per il suo recettore bersaglio intracellulare, per cui si deve
avere a disposizione questo modello. Tuttavia il modello più utilizzato è quello dei microsomi
epatici umani, ovvero delle vescicole che si ottengono per centrifugazione del REL, dove sono
presenti la maggior parte degli enzimi di regolazione metabolica. Gli enzimi purificati sono
necessari per conoscere con precisione quali enzimi interagiscono con la molecola in esame.
Infine la determinazione del legame con le proteine plasmatiche nel torrente circolatorio, questa
interazione non è da trascurare, poiché aumenta il peso molecolare finale del candidato, oltre che
l’ingombro sterico e, se non studiati, tali effetti potrebbero portare a una riduzione
dell’assorbimento o metabolizzazione del candidato stesso. Tanto più è importante questo legame,
tanto più lentamente il farmaco abbandonerà il torrente circolatorio, e quindi più lentamente si
manifesteranno i suoi effetti.
• Per l’analisi tossicologica del candidato in vitro negli ultimi tempi si è insistito sull’utilizzo di cellule
staminali pluripotenti, poiché se soggette a stimolazioni possono differenziarsi in cellule di interesse
per l’esame.
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Test in vivo:
Test necessari per la valutazione della molecola non determinabili con test in vitro, dove si rendono
necessari quindi l’uso di animali da laboratorio per la sperimentazione.
• Gli studi effettuati mediante animali da laboratorio richiedono cavie particolari, adatte per lo studio
specifico di quella molecola e perciò geneticamente modificate.
Si utilizzano topi transgenici: un gene esogeno (transgene) normale o mutato viene aggiunto al
genoma ed espresso in modo tessuto-specifico studiare in vivo in modo da poter studiare la
funzione della proteina codificata.
Possono essere creati anche topi knock-out: specifici geni endogeni sono mutati o completamente
inattivati al fine di studiare se e come venga modificato lo sviluppo in assenza di un prodotto
genico. I modelli murini sono scelti sia perché presentano una crescita rapida sia perché hanno un
genoma molto simile a quello umano, che risulta facilmente manipolabile per promuovere la
formazione di patologie presenti nell’uomo.
-Topi senza il recettore FAS: normalmente la sua presenza induce apoptosi linfocitaria, il modello
presenterà, quindi, a causa della proliferazione linfocitaria, delle reazioni autoimmuni. Modello per
lo studio di malattie autoimmuni.
-Topi senza il recettore LDL: possono sviluppare ateromi in soli tre mesi, se sottoposti a dieta
iperlipidica. Modello per lo studio della malattia arteriosclerotica.
-Topi con espressione della proteina β-amiloide: neurodegenerazione centrale, simile a quella dei
pazienti affetti da malattia di Alzheimer.
-Topi Lepob (omozigoti per il gene ob): variante spontanea; sono privi di leptina. Modello per lo
studio di obesità.
• Anche in vivo è necessario proporre degli studi per la farmacocinetica poiché solo studiando modelli
complessi, come gli animali, si è in grado di stabilire i parametri farmacocinetici, che permettono di
quantificare gli studi ADME, oltre che permettere di valutare la biodisponibilità e la biodistribuzione
in organi bersaglio e non (tossicità da accumulo), cosa che nell’uomo non è possibile fare.
• Valutare la tossicità: tali prove, poco tempo fa, erano fatte senza una precisa regolamentazione,
invece oggi, al fine di evitare atti di falsificazione dei dati, sono soggette a precise norme e steps di
controllo.
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I primi test sono quelli per la tossicità acuta: prevedono la somministrazione di una singola dose
utilizzando 2 specie (topo e ratto) per mezzo di e 2 vie di somministrazione (orale e intra-
peritoneale, nel topo quest’ultima modalità di somministrazione è, negli studi, sovrapposta alla via
EV nell’uomo) ad alti dosaggi. Altri test invece prevedono di misurare la tossicità tramite
somministrazioni ripetute che, a seconda del grado di conoscenza della molecola, può presentarsi
in differenti modalità: sub-acuta, sub-cronica e cronica.
-La sub-acuta prevede una somministrazione fino a 3 mesi su due diverse specie di cui una non
roditrice, se si ha una necessità comprovata scientificamente si può adottare come specie anche il
gatto o il cane.
-La sub-cronica prevede, invece, un trattamento fino a 6 mesi tramite somministrazione di 3 dosi e
di un solo controllo, la via usata per la somministrazione sarà la medesima anche per l’uomo.
-La cronica infine prevede il trattamento più lungo, da 6 a 12 mesi, alla fine del quale si effettua
sempre un controllo degli organi e apparati per analizzarne il coinvolgimento e lo stato fisiologico e
non.
Su questi ultimi tre studi la professoressa non si dilunga molto, definendoli complessi, costosi e
richiesti quando il trattamento richiesto è particolarmente lungo e quindi sempre nell’ambito di
una terapia cronica. In particolare trattamenti per mutagenesi e cancerogenesi sono richiesti
quando la molecola in esame è strutturalmente simile ad altre esistenti con questo tipo di effetti.
• Definire la dose massima che non induce alcun effetto diretto o indiretto su organi e sistemi
• Definire la dose minima che induce effetti tossici ed il tipo di alterazioni indotte
• Definire la relazione tra dose terapeutica e dose tossica (quindi la definizione dell’indice
terapeutico: quanto distanti sono tra di loro queste due dosi)
• Individuare il bersaglio dell’effetto tossico (una struttura cellulare, organo o sistema), sia del
composto originale che dei suoi metaboliti
Definire se gli effetti individuati sono o meno reversibili alla fine della terapia.
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Profilo Farmaceutico:
Si vanno a definire le caratteristiche fisico-chimiche della molecola al fine di valutare la più adeguata via
di somministrazione e impostare la terapia del farmaco.
Vengono valutate:
• La solubilità in acqua della molecola (importante se il candidato farmaco deve essere immesso per
via endovenosa e assorbito, quindi, nel torrente circolatorio)
• La liposolubilità (in caso la via di somministrazione sia orale, la componente lipidica della molecola
è fondamentale per superare la barriera intestinale e poi essere assorbita)
• Stabilità chimico-fisica, sia del farmaco che del preparato farmaceutico, (ogni farmaco ha una data
di scadenza e dura per un periodo di circa 5 anni)
• Quantità e qualità del prodotto: rapidità di produzione, economicità e sicurezza.
SPERIMENTAZIONE CLINICA
Conclusa la sperimentazione pre-clinica, si avrà a disposizione una gran quantità di dati, grazie ai quali è
possibile individuare uno o, più raramente, molteplici candidati farmaci che possano passare alla
sperimentazione clinica.
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farmaco già in uso, sulla rilevanza della ricerca (e.g. se non è disponibile un farmaco ottimale per il
trattamento della patologia studiata).
CENNI STORICI E NORMATIVE ATTUALI
La sperimentazione nell’uomo di molecole finora utilizzate solo in modelli in vivo o in vitro comporta
aspetti etici estremamente importanti. Date le attuali normative essi potrebbero sembrarci logici e normali,
ma in realtà non lo è stato per molto tempo.
Alla fine della II Guerra Mondiale, infatti, oltre ai processi ai gerarchi nazisti per le atrocità compiute, si
evidenziarono anche alcune implicazioni di tipo medico. Per definire quello che è o non è lecito fare su un
essere umano si rendono necessarie, soprattutto in ambito processuale, alcune normative: durante i
Processi di Norimberga ci si rese invece conto della loro assenza.
Sono allora state definite alcune norme indicative, la prima sanciva l’impossibilità di sperimentare su un
essere umano non consenziente.
Seguì la Dichiarazione di Helsinki (dal nome della città in cui fu firmata), che fornì i principi etici e le linee
guida su cui deve basarsi ogni sperimentatore. Essa viene periodicamente rivista in base ai miglioramenti e
ai progressi tecnologici e scientifici: attualmente vige quella di Fortaleza (Brasile) del 2013.
Negli anni ‘60 la FDA (Food and Drug Administration), seguita qualche tempo dopo anche dagli Stati
europei, introdusse il protocollo di ricerca clinica controllata, prevedendo l’uso del placebo. Dalla fine degli
anni ‘80 tutto questo si è tradotto nell’introduzione delle buone pratiche cliniche (Good Clinical Practices,
GCP), che definiscono i limiti dal punto di vista etico e le linee guida che vanno seguite per ottenere delle
risposte scientificamente valide.
Questa Dichiarazione di Helsinki di 37 punti ne comprende alcuni riguardanti tutta la ricerca medica, altri
invece specifici per i farmaci. Per il primo caso, se ne riportano due:
- “La ricerca medica su esseri umani deve essere basata su una conoscenza approfondita della
letteratura scientifica, su un’adeguata sperimentazione in vitro e, quando appropriato, sulla
sperimentazione animale. Il benessere degli animali utilizzati ai fini della ricerca deve essere
rispettato”;
- “Il disegno di ogni studio che coinvolge soggetti umani deve essere chiaramente descritto in un
protocollo di ricerca, che deve essere sottoposto all’approvazione di un comitato etico”.
Per la sperimentazione sugli animali bisogna passare per un comitato etico tanto quanto per la
sperimentazione clinica, con un'unica differenza: nel primo caso, infatti, oltre al comitato etico locale (nel
nostro caso, quello dell’Università di Padova), il tutto arriva anche al Ministero, che decreta se la razionalità
del progetto possa giustificare o meno la sperimentazione animale.
Si afferma inoltre che ciascun soggetto potenzialmente coinvolto nella ricerca medica deve essere
adeguatamente informato di ogni suo aspetto e il medico deve acquisire il consenso informato liberamente
dato dal soggetto.
Le modifiche di Fortaleza del 2013 prevedono che i soggetti che subiscono danni nel corso della ricerca
vadano ricompensati e che debba essere fornito loro un trattamento adeguato. Quindi coloro che sono
arruolati in una qualsivoglia fase (tranne la IV, per i motivi che verranno spiegati nella prossima lezione)
devono essere coperti da un’assicurazione ed adeguatamente protetti e salvaguardati.
Inoltre è stato tutelato l’interesse dei soggetti reclutati per la ricerca nei Paesi poveri di risorse, sempre più
frequentemente utilizzati come siti per la conduzione di trials clinici. Ad esempio, deve essere previsto
l’accesso senza soluzione di continuità ai trattamenti e alle cure efficaci subito dopo il completamento del
trial: se ci si vuole cimentare ad esempio in un farmaco antimalarico e per la sperimentazione si va in un
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Paese dove questa patologia ha un’alta prevalenza si deve garantire, in caso di risultati significativi, la
continua fornitura del farmaco anche a sperimentazione conclusa.
Ancora, sono state definite le responsabilità della ricerca, che ricade sempre sullo sperimentatore e mai sui
soggetti coinvolti, anche se questi hanno dato la loro approvazione.
Il medico può inoltre associare la ricerca alla cura medica a condizione che la prima sia giustificata da un
potenziale valore profilattico, diagnostico o terapeutico, e ogni ricerca deve apportare un beneficio reale
alla popolazione su cui è svolta. I benefici e rischi di ogni candidato farmaco devono essere messi a
confronto con quelli dei migliori trattamenti fino a quel momento in essere, salvo in alcuni casi:
- Sono previsti l’uso del placebo o la mancanza di trattamento in studi su patologie per cui non esiste
un trattamento di provata efficacia;
- Quando il placebo è necessario per determinare in maniera scientificamente valida l’efficacia o la
sicurezza di un trattamento. In questo caso, comunque, i pz. con placebo non devono correre il
rischio di danno grave o irreversibile alla salute.
Per spiegare quest’ultimo punto, l’esempio più classico è quello dello studio degli antidepressivi:
supponiamo di voler studiare la Fluvoxamina, che è il farmaco di sperimentazione, rispetto all’Imipramina, il
farmaco più datato in
assoluto, e al placebo. Stando
alla tabella in Figura 1 si nota
che quando la depressione è
lieve non c’è differenza tra il
trattamento farmacologico e
con placebo: l’intervento dello
psicoterapeuta può allora
essere significativo.
Quando invece la depressione
diventa moderata o grave
Figura 1 vige una netta differenza di
risposta tra trattamento
farmacologico e con
placebo: esso può quindi dirimere la risposta farmacologica e informare sull’efficacia dell’intervento.
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Scarabello Davide, Regazzo Riccardo Lez.05 Farmacologia Generale Carrara 16.10.18
Ghelardi Filippo
Per quanto invece riguarda la sicurezza e gli effetti terapeutici, il placebo si rende necessario per definire se
gli effetti avversi che il
pz. segnala siano
ascrivibili al trattamento
farmacologico:
osservando la Figura 2 si
vede che senza il
placebo si sarebbe
commesso l’errore di
includere la cefalea tra
gli effetti collaterali
dell’intervento
farmacologico, mentre invece anche in questo caso la differenza fra farmaci e placebo non è significativa.
Ancora, nell’ambito di
Figura 2
uno degli effetti
avversi maggiormente
ricondotti all’utilizzo di Imipramina, si osserva come la Fluvoxamina dia un effetto “secchezza del cavo
orale” sovrapponibile al placebo: è possibile quindi definire la gravità degli effetti avversi segnalati.
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Scarabello Davide, Regazzo Riccardo Lez.05 Farmacologia Generale Carrara 16.10.18
Ghelardi Filippo
Vengono fornite inoltre le linee guida su come operare affinché sia garantita una completa chiarezza e sia
possibile all’autorità competente verificare dati e procedure, indispensabili per rilasciare una certificazione
di qualità. Lo sponsor è inoltre la figura che fornisce il preparato farmaceutico: deve essere in grado di
affermare che esso sia stato prodotto secondo le precise regole di buona pratica di produzione.
Vi è poi il consenso informato, un anello importante del rapporto tra medico sperimentatore e soggetto
arruolato, basato su alcuni cardini importanti:
Al Comitato Etico è affidata la responsabilità di garantire la tutela dei diritti, la sicurezza e il benessere dei
soggetti coinvolti e di fornire pubblica garanzia di tale protezione. La sua composizione può variare rispetto
a quella tradizionale descritta nelle slides, perché talvolta al Comitato arriva la richiesta di sperimentazione
di una molecola per la quale nessuno dei componenti ha competenza: in quel caso si deve chiamare
l’esperto specifico per una corretta definizione e valutazione del Protocollo.
Un altro aspetto quello del Protocollo sperimentale, la pietra miliare di tutta la sperimentazione clinica.
Esso deve riportare il razionale scientifico, il disegno con il quale si vuole condurre quello studio, gli end-
points (=obiettivi) primari e secondari; deve inoltre definire i criteri di arruolamento e esclusione dei
soggetti arruolati in una determinata fase, le dosi e la posologia del trattamento (per quanto e con quale
frequenza lo si somministra), i criteri di valutazione clinica di efficacia e fattibilità e come questi vengano
valutati statisticamente.
Gli obiettivi sono di tipo clinico, si mira a verificare l’efficacia terapeutica del farmaco. Talvolta, tuttavia, i
tempi per definirla sono lunghi: sarà allora possibile definire degli obiettivi sostitutivi, che sono indicatori
biologici (biomarker) da utilizzare in sostituzione degli obiettivi clinici quando non vi sia la possibilità di
valutarli.
Ad esempio, sarebbe difficile nel breve termine apprezzare l’azione di un farmaco contro la formazione di
placche aterosclerotiche. Si sa tuttavia che alcuni tra i principali fattori di rischio di questo processo
patologico siano la dislipidemia e l’ipertensione. La rilevazione di una diminuzione della colesterolemia o
della pressione sanguigna a seguito del trattamento farmacologico dovrebbe allora garantire la riduzione
del danno cardiovascolare, poiché la loro predittività dell’efficacia terapeutica è stata convalidata.
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Scarabello Davide, Regazzo Riccardo Lez.05 Farmacologia Generale Carrara 16.10.18
Ghelardi Filippo
FASE I
La Fase I riguarda il primo approccio del farmaco all’essere umano, non si tratta di studi sperimentali ma
orientativi, vengono per questo usati volontari sani. Gli obiettivi saranno in primis definire in individui
umani le caratteristiche di tipo farmacocinetico e poi il profilo di sicurezza e tollerabilità del farmaco.
La sicurezza viene definita con parametri clinici e quindi esami di laboratorio, mentre la tollerabilità
riguarda la valutazione della sintomatologia che il pz. riferisce. Mentre allora la prima può mettere a rischio
la salute del soggetto, la seconda può esserne completamente svincolata: se il farmaco ad esempio dà
prurito, senza un riscontro clinico sarà soltanto indice scarsa di tollerabilità da parte del soggetto. Talvolta,
tuttavia, questo indice risulta anche più importante di quello di sicurezza.
Vengono condotti studi su un numero limitato di soggetti di entrambi i sessi. Non è vero quindi che le
sperimentazioni vengono fatte solo sui maschi. Tuttavia, se si arruolano donne in età fertile, bisogna essere
sicuri che non sussistano rischi per un’eventuale gravidanza: dovrà quindi essere previsto un valido metodo
di contraccezione onde evitare l’esposizione sul prodotto del concepimento di una molecola ancora in fase
di sperimentazione.
Lo studio è aperto o controllato a dose singole o ripetute. Con “aperto” si intende che sia lo sperimentatore
che il pz. sanno cosa si sta assumendo (ad es. farmaco vs. placebo). Lo studio è eseguito per dosi singole
che prendono in considerazione i risultati della pre-clinica: si parte infatti solitamente da 1/50 della dose
massima che cominciava a dare effetti nell’animale, per poi aumentarla progressivamente.
Ci si pone poi come obiettivo secondario ottenere dati preliminari di efficacia. Questo può sembrare
paradossale: come è possibile testare la farmacodinamica in soggetti sani? In realtà, ci sono situazioni in cui
non è eticamente accettato il volontario sano, come nel caso di farmaci oncoterapici o bioteconologici che
devono essere somministrati solamente quando esiste quel bersaglio specifico. In questi contesti particolari
anche la fase I viene allora condotta su un pz. malato. La durata della sperimentazione è di 1-2- anni, se i
risultati sono positivi si passa alla fase II.
FASE II
Si tratta di studi esplorativi: se prima si valutavano essenzialmente sicurezza e tollerabilità delle dosi
somministrate ora si cominciano ad arruolare pz. malati per i quali il farmaco indicato e ad esplorarne le
risposte.
Si articola in due sotto-fasi: la prima fase pilota coinvolge pochi pz. con quella patologia specifica per quel
farmaco e permette di definirne l’andamento in base alle dosi considerate. Conclusa questa prima fase, si
attuano gli studi (comparati, comparativi, a singolo o doppio cieco) verso il placebo e/o verso il farmaco
fino a quel momento di riferimento per quella patologia.
L’obiettivo primario di questi studi, ancora su pochi soggetti arruolati secondo criteri molto restrittivi
(devono avere solo quel tipo di patologia, si tratta quindi di un gruppo omogeneo dal punto di vista delle
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Scarabello Davide, Regazzo Riccardo Lez.05 Farmacologia Generale Carrara 16.10.18
Ghelardi Filippo
risposte che possono dare) è quello di ricercare la posologia, di evidenziare l’efficacia del trattamento e
ovviamente di continuare a definire la tollerabilità e sicurezza. La durata è sempre di un paio di anni.
FASE III
Raccolti questi dati, l’azienda compie alcune considerazioni, perché il passaggio alla fase III implica un
aumento significativo dei soggetti arruolati, con una grande ricaduta economica. Questi studi sono
confermativi, si usano pz. rappresentativi della popolazione per la quale il farmaco è indicato. Sarà
necessario allora aumentare il numero dei soggetti a seconda della diffusione della patologia studiata.
Inoltre, questi studi sono condotti in più centri (si parla infatti di sperimentazione multicentrica).
L’obiettivo primario è definire efficacia, tollerabilità e sicurezza quanto più possibile assimilabili ad un
utilizzo su ampia scala, perché aumentando il numero di pz. con cui il farmaco viene a contatto si è in grado
di valutare anche eventuali variazioni genetiche che possono tradursi in diverse capacità metabolizzanti del
farmaco stesso. L’obiettivo secondario è invece raccogliere informazioni necessarie per la compilazione
della scheda tecnica, quindi le controindicazioni, le possibili interazioni con altri farmaci o alimenti, cercare
quindi di costruire la scheda tecnica del farmaco di cui il foglietto illustrativo è un riassunto.
La durata della fase III è dunque più estesa (3-6 anni), al suo termine tutti i dati vengono raccolti in un
dossier da presentare all’AIFA per ottenere la registrazione e l’autorizzazione all’immissione in commercio
(AIC) del medicamento per una o più precise indicazioni terapeutiche. Anche in questo caso l’AIFA si riserva
di richiedere altre prove sperimentali prima di fornire l’autorizzazione. Sempre più frequentemente, inoltre,
molte Agenzie Nazionali, oltre alla valutazione del dossier dal punto di vista scientifico, richiedono anche
degli studi di tipo economico per il prezzo del farmaco (definito dal CIP, Comitato Internazionale Prezzi, e
non dall’azienda produttrice). Eventualmente l’AIFA può deliberare, anche in base all’indicazione
terapeutica del farmaco, la sua rimborsabilità ad opera del SSN.
Due sono le procedure possibili: una centralizzata, in cui l’azienda farmaceutica spedisce la
documentazione direttamente all’EMA (con sede attuale a Londra, ma presto si trasferirà ad Amsterdam
perché tra Milano ed Amsterdam i membri dell’EMA hanno ben pensato che fosse meglio una città in cui
fossero a disposizione molti tipi di droghe). Questa si rende obbligatoria per tutti i farmaci biotecnologici e
per farmaci innovativi che agiscono sul SNC, antivirali, contro l’AIDS, per il controllo della glicemia. Questa
procedura centralizzata potrebbe essere seguita anche nel caso di farmaci per cui potremmo richiedere
un’autorizzazione locale, perché se la si richiede all’EMA essi potranno essere distribuiti in tutti i Paesi della
Comunità Europea.
L’alternativa è la procedura decentrata, che si applica ai prodotti convenzionali: la ditta reclama
l’autorizzazione all’Agenzia Nazionale (per l’Italia è l’AIFA), ma può chiedere di estenderla a tutti gli Stati
Europei. In questo caso, però, saranno gli altri Stati membri a richiedere all’AIFA tutta la documentazione.
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Scarabello Davide, Regazzo Riccardo Lez.05 Farmacologia Generale Carrara 16.10.18
Ghelardi Filippo
per l’azienda di pubblicizzare il suo farmaco in un contesto specifico prima ancora che sia entrato in
commercio).
Nelle prescrizioni off-label, farmaci già entrati in commercio vengono prescritti per indicazioni terapeutiche
che non sono state approvate. È permesso nella maggioranza degli Stati e riguarda perlopiù farmaci
psicotici e ansiolitici (negli USA si calcola che il 70% delle prescrizioni sia fatto al di fuori delle indicazioni
terapeutiche, quindi senza sostegni scientifici). Anche in molti Paesi europei questo è consentito, mentre in
Italia è vietata per legge per tutti quei farmaci che sono rimborsati dal SSN.
Delle diverse molecole individuate come utili, molte vengono smaltite nel corso delle diverse fasi di
sviluppo: se per esempio sono stati individuati 100 farmaci, la fase I ne elimina 30, nella fase II sono
dimezzati, nella fase 3 ancora se ne eliminano 7. Ci sono poi farmaci che vengono ritirati dal commercio, su
cui si tornerà nelle prossime lezioni.
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Nardelli
Negroponte
Corvaglia Lez. 05 FARMACOLOGIA GENERALE [Link] Carrara 18.10
La professoressa presenta le date degli esami orali di farmacologia generale: lunedì 7/01, martedì 8/01, lunedì
14/01 e martedì 15/01 (10 persone a giorno, per un totale di 40). Le date ufficiali in sessione saranno: 28/01
e 18/02.
FASE 4: POST-MARKETING
Segue le prime 3 fasi di pre-registrazione ed è composta da una sperimentazione clinica di fase IV e della
farmacovigilanza.
Perché serve continuare a fare sperimentazione del nostro farmaco? Alla fine della fase III il numero di
soggetti trattati con il farmaco sotto studio era ancora relativamente ristretto (così come erano ristretti anche
i criteri di arruolamento stessi). È necessario continuare a valutare il profilo di efficacia e di tossicità (rapporto
rischio-beneficio) anche quando i numeri diventano più significativi. Questi studi di fase IV sono studi di
ottimizzazione dell’uso terapeutico, clinici o osservazionali.
Limitazioni della sperimentazione clinica pre-marketing che rendono necessaria la fase IV:
• Scarsa rappresentatività di alcune fasce della popolazione: anziani, donne, bambini, possibile
mancanza di certe razze o etnie per difficoltà di arruolamento nello studio (questo ha delle
implicazioni importanti nel definire il rischio-beneficio: la metabolizzazione dei farmaci può essere
influenzata nelle diverse etnie da aspetti genetici, per cui si avranno diverse risposte a un
determinato farmaco);
• Popolazione relativamente limitata, che impedisce l’individuazione di effetti avversi rari e delle
possibili interazioni di tipo farmacologico (farmaco-farmaco, farmaco-alimenti, farmaco-preparati
delle medicine complementari). Per avere il 95% di probabilità di individuare una reazione avversa
rara (si ha pressoché la sicurezza) è necessario avere i seguenti numeri di pazienti trattati:
• Durata limitata della sperimentazione (normalmente nell’ordine di qualche mese, pochi arrivano ai
6 mesi), che costringe a valutare obiettivi sostitutivi degli obiettivi clinici (ad esempio un farmaco in
grado di abbassare la colesterolemia fornisce protezione verso malattie cardiovascolari), e non
permette di osservare effetti avversi tardivi (non si manifestano per somministrazione temporale
limitata del farmaco, ma solo in trattamenti prolungati).
Da chi è eseguita la sperimentazione?
• Dall’industria su mandato delle agenzie regolatrici: ad esempio quando il farmaco può essere fornito
a scopo compassionevole, quando non c’è ancora un intervento terapeutico per un determinato tipo
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Nardelli
Negroponte
Corvaglia Lez. 05 FARMACOLOGIA GENERALE [Link] Carrara 18.10
di patologia o quando la fase III non è ancora stata terminata (può essere appena iniziata). In tali casi
l’agenzia regolatoria autorizza l’azienda farmaceutica a fornire il farmaco in determinate condizioni,
ma con l’obbligo di portare a termine tutta la sperimentazione e di raccogliere i dati di queste
somministrazioni;
• Dall’industria di propria iniziativa, per promuovere nuove formulazioni farmaceutiche, studi
costo/beneficio… Infatti, per l’autorizzazione, molte Agenzie richiedono studi costo/beneficio (per
valutare se il farmaco, tra l’altro, costi meno di quelli al momento usati in terapia). Si può valutare
anche una via di somministrazione diversa (rispetto a quella precedentemente approvata nel dossier
per la messa in commercio del farmaco) che sia più semplice o riduca la frequenza delle
somministrazioni (in modo da far sì che i pazienti aderiscano maggiormente alla terapia);
• Da ricercatori indipendenti per approfondire qualsiasi tipo di conoscenza (in cui la sperimentazione
non è sponsorizzata da una ditta farmaceutica): per ampliare le conoscenze di base, per cercare
nuove indicazioni terapeutiche del farmaco (ad esempio per ottenere la registrazione del farmaco
anche per un uso precedentemente considerato off-label), studiare dal punto di vista della reattività
(nel senso della sicurezza) del farmaco (cerchiamo di sfruttare i farmaci a disposizione anche per
nuove indicazioni). Le aziende generalmente non fanno richiesta di aggiornare le indicazioni: ogni
volta che viene richiesto di modificare la scheda tecnica ed il foglietto illustrativo del farmaco
vengono affrontati costi molto elevati; pertanto conviene maggiormente pubblicizzare studi
pubblicati in riviste scientifiche che giustificano il diverso utilizzo della molecola che non fare tale
operazione.
La dimensione e la durata dello studio non sono prevedibili in quanto in questa fase si è già nella stessa
situazione di utilizzo del farmaco come se fosse in commercio.
SPERIMENTAZIONE DEI FARMACI IN ETÀ PEDIATRICA:
In età pediatrica (ossia al di sotto dei 16 anni) ci sono differenze sostanziali per quanto riguarda la risposta al
farmaco, da un punto di vista farmacocinetico, farmacodinamico, o per la comparsa di effetti avversi.
• C’è una significativa differenza fra massa magra e massa grassa in bambini ed adulto: i farmaci in
bambini (aventi una massa grassa decisamente inferiore) hanno una distribuzione diversa da quella
dell’adulto;
• I meccanismi di assorbimento ed eliminazione sono diversi;
• I meccanismi di metabolizzazione cambiano significativamente non solo tra bambino ed adulto, ma
anche nelle varie fasi dell’età pediatrica: il pre-adolescente metabolizza generalmente molto più
rapidamente i farmaci rispetto all’adulto, per cui con la stessa dose di farmaci dell’adulto si potrebbe
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Nardelli
Negroponte
Corvaglia Lez. 05 FARMACOLOGIA GENERALE [Link] Carrara 18.10
andare incontro anche a fallimento terapeutico. Inoltre, anche la “tempesta ormonale” caratteristica
di tale fase potrebbe comportare interazioni che alterano il funzionamento del farmaco. Bisogna
considerare anche la rapida crescita della componente ossea (che potrebbe causare ulteriori
interferenze).
La maggioranza dei farmaci in commercio, nuovi e datati, non sono registrati per l’uso in età pediatrica: vuol
dire che non sono nemmeno stati testati in tale periodo. Infatti, si calcola che meno del 15% di tutti i farmaci
commercializzanti e addirittura meno del 50% di quelli espressamente destinati ai bambini siano stati studiati
per farmacocinetica, farmacodinamica e sicurezza in età pediatrica. La causa di ciò è sia l’impossibilità o
estrema difficoltà a reclutare i bambini negli studi farmaceutici, sia lo scarso interesse delle aziende
nell’investire in un mercato ristretto. Anche in Italia solamente circa 1,3 su 10000 farmaci è stato in qualche
maniera studiato nei bambini prima di entrare in commercio.
Conseguenze: nella maggioranza dei casi l’utilizzo dei farmaci in pediatria è off-label: uso di dosaggi,
indicazioni e formulazioni non sono stati studiati in quella fascia d’età (specialmente in USA). Questo
comporta che siano particolarmente significative sia la comparsa di reazioni avverse, che il rischio di errore
terapeutico (12 volte superiore per il pediatra rispetto a quello di un medico avente come pazienti
esclusivamente adulti).
Tuttavia, non è vero che non si può fare sperimentazione nel bambino, ma ci sono linee guida europee che
definiscono le conduzioni degli studi clinici in età pediatrica:
• Malattie esclusivamente di origine pediatrica: è consentito iniziare la sperimentazione con fase 1
direttamente nel bambino malato (non è MAI possibile arruolare volontari sani in età pediatrica);
inoltre possibilmente devono essere già conclusi gli studi di fase 1 nell’adulto;
• Malattie prevalentemente pediatriche: l’inizio della sperimentazione può essere precoce, ma con
studi di fase 1 e 2 di farmacocinetica già eseguiti nell’adulto;
• Medicinali destinati anche al bambino per malattie per le quali non esiste un trattamento: studi
pediatrici precoci, ma sempre solo a seguire le fasi 1 e 2 nell’adulto;
• Medicinali destinati anche al bambino per malattie per le quali esiste già un trattamento: gli studi
vanno effettuati al termine della fase 3 dell’adulto.
FARMACOVIGILANZA
Oltre a questi aspetti della sperimentazione di fase IV bisogna tenere presente anche la farmacovigilanza.
Questa si rende necessaria per cercare di definire al meglio il profilo rischio/beneficio del farmaco: è
originariamente nata come quella branca del controllo burocratico che prendeva segnalazioni
esclusivamente di reazioni avverse. In realtà con questa oggi si riesce a capire anche quando i farmaci
vengono mal utilizzati.
Perché è necessario tenere sotto controllo i farmaci? All’inizio si raccoglievano solo le segnalazioni ottenute
dopo la commercializzazione del farmaco; oggi vige sin da quando il farmaco entra in contatto con il primo
paziente (fase 1) fino a quando non viene ritirato dal commercio. Un farmaco può essere ritirato dal
commercio, a esempio, per segnalazioni di reazioni avverse particolarmente gravi. Talvolta l’azienda
farmaceutica può decidere di ritirare un farmaco in quanto diventato obsoleto (e ne viene immesso uno
nuovo con un profilo di sicurezza o efficacia migliore).
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Nardelli
Negroponte
Corvaglia Lez. 05 FARMACOLOGIA GENERALE [Link] Carrara 18.10
Questi controlli si devono eseguire
in quanto il mondo “irreale” della
sperimentazione clinica pre-
marketing è molto lontano dal
modo reale della pratica medica
quotidiana.
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Nardelli
Negroponte
Corvaglia Lez. 05 FARMACOLOGIA GENERALE [Link] Carrara 18.10
La Talidomide fu commercializzata in Germania nel 1957 come sedativo ipnotico (pubblicizzato come privo
di tossicità e di qualsivoglia effetto negativo, quindi sicuro), dopo una sperimentazione clinica su 300 pazienti,
e successivamente venne impiegata in donne in gravidanza in 50 Paesi. Tuttavia, all’epoca erano sconosciuti
gli effetti teratogeni del farmaco: se assunto nella finestra tra il 34° e il 50° giorno di gravidanza causa un
incompleto sviluppo degli arti o loro assenza. Questo causò la nascita di più di 10000 bambini focomelici al
mondo (in Italia in misura minore in quanto il farmaco è stato commercializzato in ritardo). Le segnalazioni
spontanee iniziarono proprio negli anni ’60 in
Germania, ma fu un medico australiano, McBride,
a pubblicare per primo un articolo sul Lancet
sospettando una correlazione fra il farmaco e
l’alterazione (verso la fine degli anni ’60). È stato
dimostrato che il rischio relativo di sviluppare
focomelia era 2000:1 (ossia 20% negli esposti
contro 0,01% nei non esposti al farmaco).
Nonostante sia stato ritirato, oggi un derivato della
Talidomide viene usato come farmaco
antitumorale (contrasta la crescita angiogenica),
ma chiaramente con grandi indicazioni
all’esposizione in caso gravidanza. In questo caso
sono dimostrati i principi cardine della
farmacovigilanza:
• Osservazione di un evento avverso inatteso e grave in una popolazione di pazienti trattati con il
farmaco;
• Comunicazione alla comunità scientifica sulla base del semplice sospetto che possa esserci una
relazione causale con il farmaco;
• Necessità di condivisione delle informazioni.
Tutto ciò, come già accennato, ha portato a stabilire la segnalazione spontanea sistematica: negli USA nel
1961, nel Regno Unito nel 1963 e in Italia nel 1975. Nel 1968 l’OMS ha creato un’organizzazione
internazionale per queste segnalazioni. Tuttavia, solo dall’inizio degli anni ’90 si è iniziato ad avere la
sensibilità da parte dei medici, degli operatori sanitari e dei pazienti.
Le nuove normative europea viene creata per la necessità di raccogliere più segnalazioni su effetti
avversi. Infatti questi:
Il costo sociale delle ADR giustifica la pressante sollecitazione alla sensibilizzazione alla
farmacovigilanza. Risulta quindi necessario sensibilizzare la classe medica nell’attuare segnalazioni.
Gli obiettivi i questa nuova normativa sono promuovere e proteggere la salute pubblica riducendo
il numero e la gravità delle ADRs e migliorando l’uso dei medicinali tramite:
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Nardelli
Negroponte
Corvaglia Lez. 05 FARMACOLOGIA GENERALE [Link] Carrara 18.10
2. Assicurazione di un sistema europeo robusto e rapido nel prendere le decisioni necessarie in
materia di FV;
• aumento trasparenza
Secondo questa normativa si modificano alcune definizioni: non serve sapere le definizioni vecchie
o Conformemente alle indicazioni (dose, frequenza, indicazione d’uso) contenute nell’AIC (uso
on-label);
o Agli usi non conformi alle indicazioni contenute nell’AIC, inclusi il sovradosaggio, l’uso
improprio, l’abuso del medicinale (uso off-label);
OFF-LABEL= uso non in accordo con le indicazioni di impiego autorizzate (esclusa L. 648/96).
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Nardelli
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Corvaglia Lez. 05 FARMACOLOGIA GENERALE [Link] Carrara 18.10
ESPOSIZIONE OCCUPAZIONALE
I medici e gli altri operatori sanitari sono tenuti a segnalare le sospette reazioni avverse di cui
vengono a conoscenza nell’ambito della propria attività; sia reazioni on-label che off-label. Non sta
al medico definire il reale impatto di quella reazione avversa. Inoltre è importante segnalare anche
le reazioni on-label perché sono utili a valutare l’incidenza di queste ADR.
Formalmente l’Italia ha dato adesione già nel ‘75 all’organizzazione della rete mondiale della
farmacovigilanza, in realtà, prima di avere dei dati significativi, che oggi abbiamo, sono passati
diversi anni. Il primo step è stata la legge n. 513 del 1987 che ha incitato a strutturare nel nostro
Ministero della Salute(all’epoca Ministero della Sanità) qualcosa che permetteva di raccogliere i
dati relativi alle reazioni avverse.
Il passaggio fondamentale è avvenuto nei primi anni 90 con la formazione di un gruppo
interregionale di farmacovigilanza al quale appartenevano Veneto, Lombardia, Emilia Romagna,
Friuli Venezia Giulia e Sicilia. Questo gruppo ha permesso di iniziare a strutturare il nostro sistema
di farmacovigilanza.
Nel 2001 ci fu la riorganizzazione del Ministero della Salute, la creazione del gruppo specifico per il
controllo della farmacovigilanza e la formazione di una rete nazionale di farmacovigilanza che
tutt’ora è in opera.
In Italia dal 2003 il sistema nazionale di farmacovigilanza fa capo all’AIFA e si avvale di Responsabili
Locali di Farmacovigilanza, cioè Aziende sanitarie locali, Aziende ospedaliere, Policlinici Universitari,
Aziende Farmaceutiche, Regioni, Centri Regionali di FV, IRCSS.
Tra gli obiettivi primari di AIFA per migliorare il numero di segnalazioni, vi sono il facilitare le
segnalazioni dirette dei pazienti (importante che il medico o il farmacista sollecitino a riportare il
sospetto di ADR) e il coinvolgere organizzazioni che rappresentano consumatori, pazienti e operatori
sanitari, in modo da diffondere le informazioni.
Grazie alle azioni dell’AIFA, dal 2001 le segnalazioni per milione i abitanti sono aumentate
significativamente, addirittura superando nel 2012 il Gold standard secondo l’OMS (300
segnalazioni per milioni di abitanti). Al momento l’Italia è il Paese con il più alto tasso di segnalazioni,
in particolare sono più diffuse in alcune regioni, quelle che precedentemente facevano parte del
gruppo interregionale
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Nardelli
Negroponte
Corvaglia Lez. 05 FARMACOLOGIA GENERALE [Link] Carrara 18.10
Osservando la distribuzione di queste segnalazioni si nota come provengano in particolare da medici
ospedalieri (56,6 %), medici di medicina generale (8,3 %), specialisti (7,4 %) e farmacisti (13,9 %).
Fino al 2012 solo il 2,2% delle segnalazioni proveniva direttamente dai pazienti, ma i dati raccolti nel
2016 indicano che queste sono in aumento, grazie all’impegno nella promozione della
farmacovigilanza.
Tuttavia si è sottolineato che le ADR gravi riportate sono solamente il 5-10% del totale, a causa i una
sottostima delle dimensioni del problema delle ADR. Le cause di queste ridotte segnalazioni possono
essere:
-Incertezza sulla diagnosi e sul tipo di ADR da segnalare: per superare questo problema si
deve segnalare qualsiasi tipo di ADR che poi gli esperti classificheranno nelle diverse gravità
e classificheranno i diversi tipi di incidenza.
-Non conoscenza del ruolo e degli obiettivi della farmacovigilanza. Si tratta di un problema
grave perché bisogna sapere che la farmacovigilanza porta al miglioramento delle
conoscenze relative agli effetti avversi e permette di utilizzare meglio i farmaci che si
hanno a disposizione. Quindi, sulla base delle conoscenze ottenute in merito al ruolo della
farmacovigilanza, le agenzie regolatorie prendono decisioni riguardanti l’utilizzo
dei farmaci .
-Non conoscenza delle procedure di segnalazione.
-Segnalazioni di reazioni avverse che vengono viste come un impegno burocratico in più da
dover svolgere.
-Timore che ci possano essere delle ricadute negative cioè che il segnalatore possa essere
denunciato dall’azienda produttrice del farmaco perché viene segnalato che c’è una
reazione avversa ad un suo farmaco(in realtà le segnalazioni sono anonime).
o Tramite le stesse aziende titolari dell’AIC del farmaco, che devono in ogni caso segnalare alle
reti nazionali.
Il suo obiettivo primario è quello di creare un unico database europeo generale e completo in cui
siano contenute le informazioni di sicurezza, provenienti da tutti i Paesi, in modo da poter
identificare i segnali di rischio più precocemente ed efficacemente dei sistemi nazionali di portata
circoscritta.
EV è considerata uno dei pilastri della European Risk Management Strategy, progetto congiunto
dell’EMA e delle autorità nazionali per rafforzare la farmacovigilanza a livello europeo.
In sintesi EV permette:
Le segnalazioni sono ordinate per gravità e incidenza e se sono evidenziati problemi di Safety le
autorità citate (EMA, AIFA, regioni, operatori sanitari) definiscono la necessità di studi di rapporto
rischio beneficio. Questo studio va poi alle Autorità Regolatoria (o industria farmaceutica).
L’Autorità regolatoria verifica che ci sia un nesso di causalità tra evento avverso e reazione avversa.
CRITERI
• Il meccanismo d’azione del farmaco può rendere ragione della comparsa dell’effetto
avverso? (es. FANS danno acidità di stomaco)
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Nardelli
Negroponte
Corvaglia Lez. 05 FARMACOLOGIA GENERALE [Link] Carrara 18.10
• L’evento è già stato descritto per quel farmaco o per farmaci della stessa classe o con lo
stesso meccanismo d’azione?
• L’evento avverso è spiegabile in base allo stato di malattia del paziente o in base ad altri
farmaci assunti nel presente o nel passato o in base a qualche altro fattore? (punto molto
importante perché spesso in caso di pazienti anziani c’è una polifarmacia e una polipatologia,
quindi bisogna distinguere bene gli effetti avversi dovuti allo specifico farmaco, per dar loro
il giusto peso)
• La sospensione del farmaco entro un lasso di tempo plausibile ha portato alla riduzione o
alla scomparsa dell’evento avverso? (punto critico perché non sempre un effetto avverso si
manifesta in maniera dose-correlata)
• L’aumento della dose o la sua riduzione ha provocato un aumento della severità o una
riduzione o la scomparsa dell’evento?
• L’eventuale nuova somministrazione del farmaco ha portato alla comparsa dello stesso
effetto avverso?
-Imporre modificazione foglietto illustrativo, quella più frequente è la riduzione del dosaggio
-Revoca (molto rara) dell’AIC se dopo gli studi il rapporto rischio beneficio è giudicato inaccettabile
Nella maggioranza dei casi si ha un monitoraggio e successiva modifica della scheda tecnica
(foglietto illustrativo) con avvertimento di tutti gli operatori sanitari.
Perciò a questo punto la decisione di modifica di foglietto o ritiro dal commercio viene comunicata
capillarmente prevalentemente tramite le cosiddette Dear Doctor letter
La “Dear Doctor Letter” è una segnalazione che le Autorità Regolatorie indirizzano agli operatori
sanitari per informarli tempestivamente in merito ad effetti indesiderati dei farmaci e alla loro
sicurezza d’uso. Essa può comunque riguardare anche altri aspetti inerenti l’utilizzo dei farmaci
come ad esempio l’efficacia, problemi di conservazione, di stabilità fisico chimica delle preparazioni
farmaceutiche ed eventuali incompatibilità. Per ciò che concerne l’efficacia , possono venire
comunicati importanti ampliamenti o restrizioni delle indicazioni approvate al momento della
registrazione, che derivano solitamente da studi clinici controllati di significativa numerosità e tali
da apportare modifiche rilevanti agli schemi di trattamento di patologie di grande interesse sociale,
ad esempio un aggiustamento della dose per evitare un utilizzo eccessivo. L’uso più frequente della
Dear Doctor Letter riguarda, tuttavia, il settore della sicurezza ed in particolare della
farmacovigilanza.
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Corvaglia Lez. 05 FARMACOLOGIA GENERALE [Link] Carrara 18.10
È particolarmente importante la comunicazione con il personale medico poiché essi sono in contatto
con gli effetti reali dei farmaci nella popolazione, oltre che verificare la loro sicurezza in soggetti con
polipatologia o polifarmacia.
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Negroponte
Corvaglia Lez. 05 FARMACOLOGIA GENERALE [Link] Carrara 18.10
2) Un esempio diverso si ha quando gli studi attuati in seguito a segnalazione di ADR determinano
la necessità di rimozione dal mercato (sbilanciamento del rapporto rischio beneficio), in questo caso
nella lettera c'è la spiegazione della motivazione, ad esempio in caso di reazioni di ipersensibilità
gravi.
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Nardelli
Negroponte
Corvaglia Lez. 05 FARMACOLOGIA GENERALE [Link] Carrara 18.10
I FANS devono essere assunti in acuto e in questo caso i pazienti deceduti avevano assunto il
farmaco per sei mesi e in dose oppia alle raccomandazioni. In questo caso quindi la causa ella
reazione è un misuso e il farmaco non viene quini definitivamente ritirato, ma viene ristretta la
possibilità di acquistarlo e la somministrazione controllata.
3) Un altro esempio è quello degli anticoncezionali orali per il rischio i tromboembolia dovuto al loro
utilizzo. É stata fatta una rivalutazione e sono stati condotti numerosi studi per valutare il rapporto
rischio beneficio. Completata questa rivalutazione è stato deciso che i benefici dell'assunzione
superano comunque il rischio e che in ogni caso l'effettivo rischio di tromboembolia è basso.
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Nardelli
Negroponte
Corvaglia Lez. 05 FARMACOLOGIA GENERALE [Link] Carrara 18.10
Ricordiamo che il concetto che la professoressa vuole sottolineare è che attraverso gli studi di FV
non si vuole negare gli effetti avversi, ma dar loro il giusto peso, quindi assicurarsi che il beneficio
sia sempre maggiore del rischio.
-integratori alimentari
-altri preparati a base di erbe non inclusi nei punti precedenti ed altri preparati di origine naturale
non vegetale (es, propoli, estratti di lumaca, ecc,)
-medicinali omeopatici
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Nardelli
Negroponte
Corvaglia Lez. 05 FARMACOLOGIA GENERALE [Link] Carrara 18.10
Le segnalazioni sono raccolte in un unico centro di raccolta presso l’Istituto superiore di Sanità al
quale sono affidate anche le funzioni di coordinamento.
Oltre che studi epidemiologici possono essere eseguiti studi sperimentali con l’obiettivo di accertare
e comprendere gli effetti avversi segnalati; per determinarne il grado di pericolosità; per individuare
i soggetti maggiormente a rischio, per fattori genetici o ambientali.
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Lupia Eleonora Lez.06 Farmacologia generale [Link] Carrara, 23.10.2018
Marin Nicolò
Padula Gabriele
Le lezioni di farmacologia del venerdì iniziano da Gennaio.
FARMACOCINETICA
Un obiettivo importante del corso è la correttezza della prescrizione che si basa su: diagnosi precisa
e scelta del farmaco (se parliamo di una terapia farmacologica). La scelta del farmaco più adeguato
non è l’unico step fondamentale; è necessario anche scegliere la via di somministrazione ottimale,
scegliere la dose e scegliere la frequenza di somministrazione. Questo aspetto è trattato dalla
branca della farmacologia chiamata farmacocinetica.
Il termine farmacocinetica indica il movimento (kinesis) del farmaco (pharmacon) nel nostro
organismo. La farmacocinetica fornisce i criteri in base ai quali adottare la modalità di
somministrazione più opportuna per ottenere l’effetto terapeutico: via di somministrazione e quindi
formulazione farmaceutica; dose e frequenza di somministrazione.
• per una puntura di insetto, si applica una pomata che ha azione locale;
• gli anestetici locali vengono iniettati nel sito in cui devono svolgere la loro azione;
• per un’iperacidità gastrica, si può prendere, ad esempio, il Maalox che agisce nello stomaco.
In questi tre esempi l’azione avviene nel sito in cui viene applicato il farmaco e quindi non c’è
problema di assorbimento. Nella stragrande maggioranza dei casi, però, il sito bersaglio è molto
lontano dal sito di somministrazione, quindi è necessario definire qual è il viaggio del farmaco e quali
sono le tempistiche dell’effetto.
Per fare questo viaggio (assorbimento, distribuzione, metabolismo ed escrezione), il farmaco deve
passare attraverso le membrane cellulari. Infatti, generalmente un farmaco passa attraverso le
cellule e non tra esse (fatta eccezione per capillari discontinui e terminali linfatici).
La membrana plasmatica è composta da un doppio strato fosfolipidico, nel quale sono presenti il
colesterolo in misura variabile e diversi tipi di proteine. Queste possono attraversare
completamente (a intero spessore) il doppio strato fosfolipidico (si tratta delle proteine integrali di
membrana, che possono essere trasportatori, canali o recettori), oppure possono occupare uno
solo dei due foglietti di membrana (proteine intrinseche, legate tramite interazioni idrofobiche ai
lipidi di membrana). Ci sono altre proteine che, invece, sono attaccate tramite legami di tipo
idrofobico o di tipo ionico al doppio strato lipidico (proteine estrinseche o periferiche).
Le modalità di passaggio sono: diffusione passiva, filtrazione attraverso i pori, trasporto (attivo o
passivo) ed endocitosi (aspecifica o specifica). “Endocitosi” è un termine generalizzato che identifica
molti meccanismi con lo scopo comune di internalizzare molecole che altrimenti non entrerebbero
con altri meccanismi, quindi in realtà comprende molte modalità di passaggio. È specifica quando è
mediata da recettore, altrimenti è detta aspecifica.
DIFFUSIONE PASSIVA
È il passaggio di un farmaco attraverso una membrana, dovuto alla differenza di concentrazione
della molecola ai due lati della membrana stessa, quindi il farmaco si muove da una concentrazione
maggiore a una minore. Il fenomeno non richiede energia; il gradiente di concentrazione è la forza
responsabile del movimento. Si raggiunge un equilibrio quando la concentrazione è uguale ai due
lati della membrana.
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Lupia Eleonora Lez.06 Farmacologia generale [Link] Carrara, 23.10.2018
Marin Nicolò
Padula Gabriele
Da una parte, la membrana ha una componente lipidica importante, dall’altra l’ambiente
extracellulare e il citoplasma sono ambienti essenzialmente idrofilo: quindi il farmaco passa meglio
quando ha buone caratteristiche di idro-liposolubilità.
Tali caratteristiche sono definite dal coefficiente di ripartizione del farmaco, proprietà molto
importante perché, a seconda del suo valore, è possibile stabilire in quali distretti può passare il
farmaco e prevedere il suo arrivo in determinati siti.
Per “coefficiente” si intende un rapporto, “di ripartizione” indica il modo in cui il farmaco si ripartisce
in un solvente acquoso e in un solvente lipidico.
Dato che:
𝐷 ∙ 𝐴 ∙ 𝐶𝑟
𝑃=
𝐼
è possibile riscrivere la legge di Fick come:
𝑉𝑑𝑖𝑓𝑓 = 𝑃 ∙ ∆𝐶
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Lupia Eleonora Lez.06 Farmacologia generale [Link] Carrara, 23.10.2018
Marin Nicolò
Padula Gabriele
In realtà, esiste un valore di cut-off, oltre il quale la velocità diminuisce. Questo è dovuto a due
fenomeni:
Quindi, la pelle che è una barriera molto più complessa e spessa dell’epitelio intestinale, si oppone
di più alla diffusione di un farmaco.
Diffusione degli elettroliti. Finora abbiamo parlato di molecole neutre, ma la maggior parte dei
farmaci che usiamo sono elettroliti: possono essere acidi (in soluzione acquosa perdono H+ e quindi
diventano un anione) o basi (in soluzione acquosa prendono H+ e diventano un catione).
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Lupia Eleonora Lez.06 Farmacologia generale [Link] Carrara, 23.10.2018
Marin Nicolò
Padula Gabriele
In farmacologia è importante la distinzione tra acidi/basi forti o deboli, quindi elettroliti forti o
deboli. Se il farmaco è un elettrolita forte, è sempre dissociato e quindi sempre portatore di una
carica positiva o negativa, motivo per il quale attraversa difficilmente la membrana plasmatica per
diffusione passiva. Invece, gli elettroliti deboli sono in equilibrio tra la forma ionizzata e quella non
ionizzata, secondo un rapporto che dipende dalla pKa della molecola e dal pH del mezzo. La parte
non ionizzata, quindi non portatrice di carica (e quindi poco idrofila), diffonde passivamente
attraverso la membrana .
𝑉𝑑𝑖𝑓𝑓 = 𝑃 ∙ ∆𝐶𝑁𝐼
dove ∆𝐶𝑁𝐼 è la differenza di concentrazione della parte non ionizzata dell’elettrolita debole, ai due
lati della membrana.
Il grado di ionizzazione di un acido o di una base dipende dalla sua pKa e dal pH della sostanza in
cui è disciolta e può essere ricavata dall’equazione di Henderson-Hasselbalch.
Quando la quota portatrice di carica è uguale alla quota non portatrice, il loro rapporto è pari a 1 e
il lg 1 = 0, quindi il pH è uguale alla pKa.
In una situazione in cui il pH del mezzo è uguale alla pKa dell’elettrolita debole, significa che
l’elettrolita è presente al 50% in forma ionizzata e al 50% in forma non ionizzata. Sfruttando questa
equazione è possibile determinare rapidamente la percentuale di elettrolita non ionizzato per ogni
pH.
La pKa è un parametro che dà la misura della forza di un elettrolita. Dato che un acido è una base
protonata, possiamo dire che quanto più forte (dissociato) è un acido, maggiore sarà la sua costante
di dissociazione acida (Ka); per contro, quanto più forte (protonata) è una base, tanto più piccola è
la sua costante di dissociazione.
Dato
𝐴𝐶𝐼𝐷𝑂 ↔ 𝐵𝐴𝑆𝐸 + 𝐻 +
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Lupia Eleonora Lez.06 Farmacologia generale [Link] Carrara, 23.10.2018
Marin Nicolò
Padula Gabriele
[𝐵𝐴𝑆𝐸] ∙ [𝐻 + ]
𝐾𝑎 =
[𝐴𝐶𝐼𝐷𝑂]
𝑝𝐾𝑎 = −log 𝐾𝑎
Poiché, quindi, il pH influenza l’equilibrio tra la componente ionizzata e la componente non ionizzata
di un elettrolita:
• per pH bassi (ambiente acido), la componente non ionizzata di un acido debole diventa
elevata. Per cui la diffusione di un acido debole attraverso una membrana sarà favorita a pH
basso.
• Per pH alti (ambiente basico), una base debole ha la componente non ionizzata elevata.
Quindi una base debole attraversa più facilmente una membrana a pH elevati.
Ad esempio, il furosemide è un acido debole, ha una pKa che gli garantisce una buona diffusione a
pH bassi (es. stomaco); la morfina, invece, ha un assorbimento relativamente basso in un mezzo
acido, perché è una base che verrebbe favorita per pH particolarmente elevati. i
Poiché
𝐶𝑡𝑜𝑡
𝑉𝑑𝑖𝑓𝑓 = 𝑃 ∙ ∆𝐶𝑁𝐼 e [𝑛𝑜𝑛 𝑖𝑜𝑛𝑖𝑧𝑧𝑎𝑡𝑜] = 1
1+10(𝑝𝐻−𝑝𝐾𝑎)
dove ∆𝐶𝑁𝐼 è la differenza di concentrazione della parte non ionizzata dell’acido debole e 𝐶𝑡𝑜𝑡 la
concentrazione totale (ionizzato + non ionizzato) dell’acido debole, si può ricavare che
𝐶𝑡𝑜𝑡1 𝐶𝑡𝑜𝑡2
𝑉𝑑 = 𝑃 [ (𝑝𝐻−𝑝𝐾𝑎)
− ]
1 + 10 1 + 10(𝑝𝐻−𝑝𝐾𝑎)
[𝑖𝑜𝑛𝑖𝑧𝑧𝑎𝑡𝑜]
1
Da Henderson-Hasselbalch per un acido debole, = 10(𝑝𝐻−𝑝𝐾𝑎) , da cui [𝑖𝑜𝑛𝑖𝑧𝑧𝑎𝑡𝑜] =
[𝑛𝑜𝑛 𝑖𝑜𝑛𝑖𝑧𝑧𝑎𝑡𝑜]
[𝑛𝑜𝑛 𝑖𝑜𝑛𝑖𝑧𝑧𝑎𝑡𝑜]10(𝑝𝐻−𝑝𝐾𝑎) .
Poiché [𝑖𝑜𝑛𝑖𝑧𝑧𝑎𝑡𝑜] = 𝐶𝑡𝑜𝑡 − [𝑛𝑜𝑛 𝑖𝑜𝑛𝑖𝑧𝑧𝑎𝑡𝑜] allora
𝐶𝑡𝑜𝑡 = [𝑛𝑜𝑛 𝑖𝑜𝑛𝑖𝑧𝑧𝑎𝑡𝑜] + [𝑛𝑜𝑛 𝑖𝑜𝑛𝑖𝑧𝑧𝑎𝑡𝑜]10(𝑝𝐻−𝑝𝐾𝑎) = [𝑛𝑜𝑛 𝑖𝑜𝑛𝑖𝑧𝑧𝑎𝑡𝑜][10(𝑝𝐻−𝑝𝐾𝑎) ].
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Lupia Eleonora Lez.06 Farmacologia generale [Link] Carrara, 23.10.2018
Marin Nicolò
Padula Gabriele
• Se 𝑝𝐻1 ≠ 𝑝𝐻2 , anche le concentrazioni totali ai due lati della membrana saranno diversi.
All’equilibrio, avrò 110 molecole nel latte (100 non ionizzate e 10 ionizzate) e 200 nel plasma (100
ionizzate e 100 non ionizzate). Quindi il farmaco acido è più concentrato nel compartimento che ha
il pH più elevato.
Domanda: nella diffusione la carica elettrica della molecola non risente della carica elettrica della
differenza di potenziale elettrico ai due lati della membrana di una cellula?
Risposta: ci sono situazioni in cui va a giocare un ruolo fondamentale anche questa carica elettrica
per facilitare o meno la diffusione. Per esempio, a livello renale uno dei meccanismi che regola la
filtrazione è proprio il fatto che ci sia una differenza di potenziale elettrico ai due lati della
membrana. Generalmente nei fenomeni di escrezione e secrezione renale si parla di molecole con un
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Lupia Eleonora Lez.06 Farmacologia generale [Link] Carrara, 23.10.2018
Marin Nicolò
Padula Gabriele
peso molecolare particolarmente elevato; mentre per quel che riguarda l’assorbimento e la
distribuzione parliamo di molecole relativamente piccole.
L’equilibrio teorico si raggiunge quando la concentrazione di farmaco è uguale ai due lati della
membrana. In realtà, il torrente circolatorio al di là della membrana abbassa la concentrazione del
farmaco, mantenendo il gradiente necessario a permettere la diffusione dal sito di
somministrazione. In altre parole, tramite questo meccanismo, il farmaco viene assorbito del tutto.
Una situazione di equilibrio può, tuttavia, instaurarsi tra plasma e fluidi se:
FILTRAZIONE
Tutti gli altri farmaci che non riescono a passare per diffusione passiva possono attraversare lo
stesso le barriere biologiche. Alcuni possono attraversare per filtrazione attraverso i pori, al seguito
del flusso acquoso, dovuto alla differenza di pressione idrostatica o osmotica. I pori sono delle
proteine transmembrana in grado di generare, in seguito a una transizione conformazionale, una
cavità (dove sono esposti i residui amminoacidici) che viene attraversata da un flusso acquoso. Un
poro è più piccolo di un canale, quindi la limitazione per il passaggio è data dall’ingombro sterico
della molecola che, giocoforza, deve essere una molecola idrosolubile particolarmente piccola. Il
peso molecolare è una
limitazione fondamentale per la
possibilità di passare la barriera
attraverso la filtrazione ed il cut-
off è fissato attorno ai 150 Da.
Passano quindi acqua, alcuni gas
(CO2, N2, O2), urea, etanolo,
mentre molecole più pesanti
come il glucosio non riescono ad
attraversare la membrana
tramite questo meccanismo
come nemmeno ioni e molecole
polari cariche.
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Lupia Eleonora Lez.06 Farmacologia generale [Link] Carrara, 23.10.2018
Marin Nicolò
Padula Gabriele
Il grafico mostra come varia la velocità di penetrazione di una sostanza idrosolubile a seconda del
peso molecolare (che deve essere necessariamente inferiore ai 150 Da): all’aumento del peso
molecolare c’è una drastica riduzione della velocità di filtrazione.
La filtrazione:
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Lupia Eleonora Lez.06 Farmacologia generale [Link] Carrara, 23.10.2018
Marin Nicolò
Padula Gabriele
TRASPORTO
Una sostanza estranea o xenobiotico idrosolubile non può sfruttare il fenomeno della diffusione.
Può attraversare la membrana sfruttando dei trasportatori, proteine integrali di membrana che, in
seguito al legame con il substrato, subiscono un cambiamento conformazionale che fa traslocare il
substrato dall'altro lato della membrana.
Fino a parecchi anni fa era considerato un evento abbastanza eccezionale che un farmaco sfruttasse
i trasportatori per attraversare la membrana, quindi veniva considerata la diffusione passiva come
il fenomeno più importante in assoluto. Da quando nel 1987 è stata identificata la glicoproteina P si
è visto che i trasportatori coinvolti nella movimentazione di farmaci sono molto numerosi e stanno
diventando sempre più importanti anche nei fenomeni di tipo farmacocinetico.
Tuttavia i trasportatori di uptake, che permettono l'entrata di sostanze fisiologiche utili alla cellula,
hanno sempre una selettività particolarmente importante, motivo per cui possono essere sfruttati
solo da xenobiotici strutturalmente molto simili ai ligandi fisiologici.
Altre funzioni dei trasportatori sono lo smaltimento dei cataboliti idrofili del metabolismo cellulare
e la difesa dell'invasione degli xenobiotici; ciò sia nell'ottica dell'uscita dei metaboliti, quindi di
estrusione, che nell'ottica di impedire l’accesso di queste molecole non fisiologiche. Quindi i
trasportatori di estrusione sono, per forza di cose, poco selettivi.
Differenza importante da ricordare è quella tra trasporto attivo e trasporto passivo: il trasporto
attivo richiede energia perché deve lavorare contro gradiente di concentrazione, il trasporto passivo
invece non necessita di energia, perché lavora secondo gradiente di concentrazione.
TRASPORTO PASSIVO
Il trasporto passivo è un processo non orientato, secondo gradiente di concentrazione, con un
certo grado di specificità sterica relativa, perché la molecola deve essere in grado di legarsi al
trasportatore in questione. È saturabile e può andare in contro al fenomeno di inibizione
competitiva, poiché, per via della specificità sterica relativa, il trasportatore è in grado di catturare
molecole diverse tra le quali vi può essere competizione.
Esistono due tipologie di trasporto attivo: il trasporto attivo primario e il trasporto attivo secondario.
Nel trasporto attivo primario il trasportatore utilizza energia chimica o elettrochimica per dare
origine ad un gradiente chimico o elettrochimico. In natura ci sono sei tipologie diverse di questi
trasportatori (per quanto riguarda il corso sono importanti solo i primi 3):
1. ATPasi di tipo P (pompa Na/k e pompa del Ca), definiti di tipo P perché c'è un intermedio
fosforilato;
2. ATPasi di tipo F (pompa protonica mitocondriale);
3. tipo ABC: ATP-binding cassette che è l'unica di questa tipologia di trasportatori che gioca un
ruolo nel trasportare i farmaci;
4. ATPasi di tipo Ars (codificate da E. coli);
5. Pompe-decarbossilasi (batteri), che convertono l’energia della decarbossilazione in
gradiente elettrochimico di Na+;
6. Rodopsina, che è una pompa che sfrutta l’energia elettromagnetica (luce).
TRASPORTATORI
I trasportatori sono stati raggruppati in due superfamiglie:
TRASPORTATORI ABC
Sono stati identificati 49 geni
codificanti per i trasportatori
di tipo ABC divisi in 7
sottofamiglie. Le più
importanti a livello
farmacologico sono le famiglie
B, C e G. I trasportatori ABC
sono tutti costituiti da almeno
2 regioni transmembrana
(anche se ce ne sono alcuni che ne hanno solo uno) e da almeno un dominio intracellulare, che è la
sede in cui si lega l'ATP e dove questo viene idrolizzato per produrre l'energia necessaria al
trasportatore. Questi trasportatori permettono il passaggio del substrato dal citoplasma all'esterno
della cellula (nell'ottica di quella funzione di protezione di cui si è parlato prima), e dal citoplasma
all'interno degli organelli subcellulari. Il primo ad essere identificato è stato la glicoproteina P (P-gp
o MDR1) che è una flippasi, cioè è in grado di catturare nella porzione interna della membrana
cellulare la sostanza e di
"sputarla" fuori. Tantissimi
sono i substrati della
glicoproteina P, ad esempio
alcuni farmaci antitumorali
dei quali limita la
concentrazione
intracellulare. È, infatti, uno
dei meccanismi che viene
coinvolto nel fenomeno della
farmaco-resistenza.
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Lupia Eleonora Lez.06 Farmacologia generale [Link] Carrara, 23.10.2018
Marin Nicolò
Padula Gabriele
La P-gp è localizzata nella membrana apicale di cellule epiteliali intestinali, epatociti, cellule epiteliali
dei tubuli prossimali (orletto a spazzola), cellule epiteliali di vasi capillari cerebrali, cellule epiteliali
dei dotti pancreatici e a livello di placenta, barriera ematoencefalica, barriera ematotesticolare con
funzione di protezione, attraverso la cattura di xenobiotici. Agisce solo su sostanze esogene, quindi
la glicoproteina-P è per definizione il trasportatore di tipo protettivo.
La localizzazione nella membrana canicolare dell’epatocita è importante per l’escrezione nella bile
di bilirubina coniugata, per cui l'assenza di MRP2 è uno dei fattori responsabili di un'eccessiva
presenza di bilirubina coniugata a livello ematico (sindrome di Dubin-Johnson).
Per quanto riguarda la sottofamiglia ABCG2 è particolarmente interessante BCRP (breast cancer
resistance protein) perché ha una localizzazione esclusiva all'interno della mammella oltre ad altri
siti come fegato e intestino, dove già sono presenti altri trasportatori. Trasporta sia molecole neutre
che cariche quindi anche diversi farmaci (metotrexate, estrogeni solforati). È costituito da una
singola regione transmembrana e per essere attivo deve omodimerizzare. È estremamente
importante perché è in grado di dare una secrezione attiva di molecole e anche di farmaci nel latte:
ciò si scontra con quello che è stato più volte detto sulla funzione protettiva di questi trasportatori
dalle sostanze esogene, quindi si è ipotizzato fosse importante per estrudere nel latte anche delle
sostanze che hanno un significato fisiologico (anche se per ora si è definito un trasporto ottimale
attraverso BCRP solo per la riboflavina).
TRASPORTATORI SLC
Per i trasportatori passivi e attivi secondari sono state individuate 52 famiglie con oltre 400
trasportatori di cui il 30% orfani (del 30% dei Solute Carrier identificati non si conosce ancora il ruolo
fisiologico). Trasportano composti ionici e non ionici sia endogeni che esogeni. Hanno un ruolo
fondamentale negli organi emuntori e in quelli con una funzione di barriera. In quest'ultimi, in
particolare, sono estremamente importanti perché permettono l'uptake di determinate sostanze.
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Lupia Eleonora Lez.06 Farmacologia generale [Link] Carrara, 23.10.2018
Marin Nicolò
Padula Gabriele
Le famiglie di geni importanti per la codificazione dei diversi trasportatori sono:
• SLC21/SLCO che codifica per i trasportatori OATP (Organic Anion Transporting Polypeptides)
• SLC22 che codifica per i trasportatori OCT (Organic Cation Transporters) e OCTN (Novel
Organic Cation Transporters)
• SLC47 che codifica per i trasportatori MATE (Multidrug and Toxin Extrusion)
• SLC15 che codifica per i trasportatori PEPT (Peptide Transporters)
Un trasportatore importante è l’OATP1B1 codificato dal gene SLCO1B1 e localizzato nella membrana
apicale o baso-laterale degli epatociti. È importante ricordarlo: presenta, infatti, polimorfismi
clinicamente rilevanti poiché coinvolto nella captazione epatica della statine, una delle classi di
farmaci ipocolesterolemizzanti più importanti. Le statine sono somministrate per via orale, vengono
assorbite a livello intestinale e portate a livello del fegato dove c'è una significativa rimozione ad
opera di diversi trasportatori ma soprattutto di questo trasportatore OATP1B1 (fenomeno che
vedremo detto "effetto di primo passaggio"). Quindi se il soggetto è portatore di un polimorfismo
genico che determina un trasportatore che è inattivo diminuisce la quota di farmaco che viene
rimossa per effetto di primo passaggio. Ciò significa che la biodisponibilità, cioè la quota di farmaco
che arriva nel torrente circolatorio, è più elevata rispetto a quella che è la normalità. Quindi nei
portatori di questo polimorfismo c'è un significativo incremento dell'incidenza di miopatia
(comparsa di dolori muscolari), l'effetto avverso più temuto della terapia con statine.
OCT (Organic Cation Transporters) codificati dal gene SLC22: sono trasportatori a substrato
relativamente specifico per i cationi organici. Particolarmente importanti sono:
• OCT1 localizzato nella membrana baso-laterale (sinusoidale) degli epatociti e cellule tubulari
del rene e
• OCT2 localizzato nella membrana baso-laterale del rene ove trasporta (passivamente) sia
cationi endogeni (dopamina) che esogeni (cimetidina, nicotina, cisplatino, ecc). Il cisplatino
è un farmaco antitumorale molto utilizzato e caratterizzato da una nefrotossicità
significativa, proprio perché tale trasportatore permette la concentrazione del farmaco
all'interno delle cellule tubulari. Esistono analoghi del cisplatino che sono molto meno
substrati di questo trasportatore quindi meno concentrati e di conseguenza meno
caratterizzati dalla comparsa di nefrotossicità.
C'è poi OCTN che è presente nelle membrane apicali ed è il classico trasportatore di tipo secondario
con antiporto catione/protone o un antiporto catione/carnitina Na+.
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Lupia Eleonora Lez.06 Farmacologia generale [Link] Carrara, 23.10.2018
Marin Nicolò
Padula Gabriele
I MATE (Multidrug and Toxin Extrusion) codificati dal gene SLC47: mediano un antiporto H+/cationi
organici.
I PEPT (Peptide Transporters) codificati dal gene SLC15: trasportano praticamente tutti i di- e
tripeptidi naturali e farmaci analoghi (es. ACE-inibitori)
Per quanto riguarda gli anioni ci sono esempi di trasporto attivo secondario dove è importantissima
la formazione del gradiente di alfa-chetoglutarato e poi ancora la estrusione in corrispondenza del
lume tubulare.
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Lupia Eleonora Lez.06 Farmacologia generale [Link] Carrara, 23.10.2018
Marin Nicolò
Padula Gabriele
ENDOCITOSI
È un processo di passaggio attraverso la barriera cellulare che coinvolge molecole con PM che può
essere anche superiore ai 900 dalton. I meccanismi di endocitosi sono fondamentalmente quattro:
1. fagocitosi e
macropinocitosi,
2. pinocitosi,
3. endocitosi mediata
da clatrina,
4. endocitosi mediata
da caveolina.
La macropinocitosi avviene nello stesso tipo di cellule ma è leggermente diversa perché, in questo
caso, avviene tramite il sollevamento da un lato di una lamina della membrana cellulare, che è in
grado di catturare la gocciolina di fluido che deve essere internalizzata.
La pinocitosi media un'internalizzazione aspecifica per molecole disciolte nei liquidi extracellulari in
proporzione alla loro concentrazione.
Nell'endocitosi mediata da clatrina, sulla superficie della cellula, c'è il recettore che è in grado di
riconoscere la macromolecola in maniera specifica. Si forma il complesso recettore-macromolecola
e si ha l’invaginazione della membrana grazie alla polimerizzazione della clatrina. Formata la
vescicola, la clatrina si depolimerizza. Le vescicole sono relativamente piccole (0.1-0.2 m).
16
Lupia Eleonora Lez.06 Farmacologia generale [Link] Carrara, 23.10.2018
Marin Nicolò
Padula Gabriele
L'endocitosi mediata da caveolina è un po' più complessa: il recettore interagisce con il suo ligando
e si forma una invaginazione in zone che vengono definite caveole, cioè transitori microdomini di
membrana (le cosiddette lipid rafts), ricche in colesterolo e glicosfingolipidi. Successivamente si ha
l'internalizzazione dell'endosoma caveolina-dipendente che può subire dei destini diversi
(analogamente alle vescicole ricoperte di clatrina).
17
Ferrari Mattia, Debertolis Camilla Lez. 07 Farmacologia Carrara, 25.10.2018
Martin Michel
La professoressa fa presente che sono state aggiunte due date agli appelli extra di gennaio. In
totale quindi potranno sostenere l’esame prima degli appelli ufficiali 60 persone, 10 per giorno, nei
seguenti giorni: 7, 8, 14, 15, 21 e 22 gennaio (sono sempre lunedì e martedì). Chi si iscrive a uno di
questi appelli si impegna ovviamente a presentarvisi. Gli appelli ufficiali sono fissati invece per il 28
gennaio (chi lo sosterrà prima è pregato comunque di iscriversi a questo appello perché il tutto
risulti anche su uniweb) e per il 18 febbraio.
Abbiamo parlato nella scorsa lezione dei meccanismi, attivi e passivi, che consentono a uno
xenobiotico, ovvero una sostanza estranea (nel nostro caso ovviamente si parla di farmaci), di
attraversare le diverse barriere che regolano il processo farmacocinetico, costituito da
assorbimento, distribuzione ed eliminazione. Tutti questi meccanismi attivi e passivi sono coinvolti
in maniera estremamente importante nel primo step del viaggio di un farmaco, ovvero
l’assorbimento.
1. Caratteristiche delle barriere che il farmaco deve attraversare. Siti diversi hanno
complessità strutturali completamente diverse. La complessità più o meno importante
della barriera da attraversare è un fattore che gioca un ruolo rilevante in questo passaggio
dell’assorbimento.
2. Vascolarizzazione del sito di somministrazione. Tanto più quest’ultimo è irrorato, tanto più
veloce sarà l’assorbimento.
3. pH del mezzo ove è solubilizzato o posto il mio farmaco, in quanto può modificare la
polarità del farmaco e determinare quale dei meccanismi può essere utilizzato,
dipendentemente dalle caratteristiche chimico fisiche del farmaco stesso.
Tutte queste caratteristiche sono estremamente importanti perché possono influenzare due
aspetti della risposta farmacologica, ovvero l’intensità e la durata dell’azione di un farmaco.
Per ottimizzare tutto questo dobbiamo avere un’attenta scelta della via di somministrazione del
farmaco. Le vie a cui è possibile ricorrere sono diverse (non le analizzeremo tutte, ad esempio la
via intra-articolare, che è piuttosto specifica, non verrà trattata). Le dividiamo in:
Enterali. Comprendono tutti gli accessi che ci permette il tubo gastroenterico. Nello
specifico abbiamo la via orale, quella sublinguale e quella rettale.
1
Ferrari Mattia, Debertolis Camilla Lez. 07 Farmacologia Carrara, 25.10.2018
Martin Michel
Ne consegue che la via endovenosa è la più veloce in quanto, non essendoci barriere da
attraversare, non c’è il fenomeno dell’assorbimento. Nella classifica della velocità di assorbimento
segue poi la via polmonare, la via sottocutanea e intramuscolare, la via sublinguale, la via rettale,
la via orale e la via transcutanea. Quella orale, nonostante sia la via più utilizzata nell’ambito del
trattamento farmacologico, ha una velocità di assorbimento abbastanza lenta: presenta infatti
talmente tanti fattori, noti e non noti, che possono influenzare la quantità e la velocità di
assorbimento di una sostanza, da avere notevoli criticità. La via sottocutanea e quella
intramuscolare dal punto di vista quantitativo, in un mezzo ottimale, possono avere una quantità
di farmaco assorbito del tutto sovrapponibile a quella della via endovenosa, ma naturalmente in
questo caso ci sono delle barriere da attraversare e la velocità risulta quindi ridotta.
La scelta della via di somministrazione ovviamente, nell’ottica di avere una prescrizione corretta,
gioca un ruolo importante. Dobbiamo avere come obiettivo il fatto di avere il livello massimo
possibile della risposta ma anche la compliance del paziente (la sua aderenza alle nostre
indicazioni).
Nella scelta della via più appropriata dobbiamo tenere conto di:
2. Strategia terapeutica. Se vogliamo ottenere degli effetti sistemici, che è nella stragrande
maggioranza degli interventi farmacologici il nostro obiettivo, dobbiamo considerare
attentamente le caratteristiche chimico-fisiche del farmaco:
Domanda: che differenza c’è tra via topica e via transcutanea? Nella via topica si applica il
preparato farmacologico sulla pelle e si ha un’azione locale (il farmaco agisce solo nel sito in cui lo
vai a somministrare), mentre la via transcutanea consente di ottenere effetti sistemici perché la
molecola riesce a raggiungere la parte profonda della pelle e a venire quindi assorbita.
3. Livelli plasmatici ottenibili con la via di somministrazione che vado a scegliere, rapidità di
insorgenza dell’effetto e durata. Se ho necessità di utilizzare la via più rapida, e
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Ferrari Mattia, Debertolis Camilla Lez. 07 Farmacologia Carrara, 25.10.2018
Martin Michel
somministro quindi per via endovenosa, devo tenere conto non solo dell’insorgenza
dell’effetto terapeutico, ma anche degli effetti avversi. Infatti, utilizzando la via
endovenosa, il farmaco ha effetto in maniera abbastanza importante nell’ottica della
rapidità e della durata dell’effetto, ma al contempo sono in grado di raggiungere dei picchi
plasmatici che permettono anche la comparsa di effetti avversi. Per questo motivo in una
situazione analoga, sarebbe più consigliato rivolgersi alla via di somministrazione
intramuscolare, che ci permette comunque di raggiungere concentrazioni efficaci del
farmaco, ma in maniera un po’ più lenta, il che limita in maniera significativa le possibilità
di comparsa degli effetti avversi.
a. Di tipo pratico la scelta della via avviene nell’ottica di una strategia terapeutica.
Se avete necessità, come succede spesso, di somministrazione in cronico (come ad
esempio di un anti-ipertensivo o di un anti-diabetico), giocoforza la scelta dovrà
ricadere sulla via meno invasiva in assoluto tra quelle possibili, quali le vie enterali o
quelle parenterali naturali.
b. Di tipo psicologico gli obiettivi che vanno sempre tenuti in considerazione sono:
ottimizzazione della terapia e aderenza del paziente alle indicazioni date. Degli studi
hanno evidenziato come i pazienti sono generalmente molto più attenti alle
indicazioni del medico riguardo a dose, frequenza e durata somministrazione,
quando l’intervento terapeutico è di tipo iniettivo: il paziente si percepisce come
più malato nella situazione di dover assumere un farmaco per via endovenosa
(rispetto, ad esempio, alla via orale) e quindi rispetta molto di più le indicazioni del
medico.
VIA ORALE
Sicuramente la via di somministrazione orale è quantitativamente quella più importante, ma
presenta tutta una serie di problematiche che talvolta la rendono anche inutilizzabile. Tutto il
tratto gastrointestinale viene interessato in maniera più o meno importante nell’assorbimento di
un farmaco somministrato per via orale. Il meccanismo di assorbimento principale (ma non
esclusivo) è rappresentato dalla diffusione passiva. Ci sono dei fattori che possono influenzare sia
la componente velocità che la componente quantità nell’assorbimento attraverso questa via.
1. CARATTERISTICHE CHIMICO-FISICHE
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Abbiamo visto nella lezione scorsa che un fattore estremamente importante nel definire la
velocità di assorbimento mediante diffusione passiva è rappresentato da coefficiente di
ripartizione, e cioè dalle caratteristiche chimico-fisiche del farmaco.
Molecole totalmente liposolubili (come l’olio minerale) o totalmente idrosolubili (come gli
amminogliosidi), i due estremi del coefficiente di ripartizione, rimangono pressoché
inassorbite nel tubo gastroenterico. Gli amminoglicosidi quindi non possono essere
somministrati per via orale, perché si concentrerebbero nei diversi distretti del sistema
enterico dando origine ad effetti avversi particolarmente importanti, motivo per cui
devono essere somministrati utilizzando una via parenterale.
Gli elettroliti forti, che sono praticamente totalmente ionizzati ai pH presenti in tutto il
tratto gastrointestinale, non possono essere assorbiti se somministrati per via orale. È il
caso dei curarici([Link] tubocurarina,antagonista dei recettori nicotinici), i quali risultano
tossici se assunti per via parenterale, mentre non hanno assolutamente alcun effetto se
assunti per via orale.
Gli elettroliti deboli, che costituiscono la stragrande maggioranza dei nostri farmaci,
presentano un certo equilibrio tra la quota portatrice di carica ionizzata e la quota
portatrice di carica non ionizzata. Questo equilibrio è influenzato dal pH del distretto nel
quale il farmaco va a trovarsi, motivo per cui gli elettroliti deboli sono assorbiti nel
segmento in cui il pH favorisce lo spostamento dell’equilibrio verso la quota non portatrice
di carica, perché è quella in grado di attraversare la barriera per libera diffusione (essendo
la barriera di natura lipidica).
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2. CARATTERISTICHE ANATOMO-FISIOLOGICHE
Nell’ottica dell’assorbimento dei farmaci somministrati per via orale, non è importante solo la
diffusione passiva, ma lungo il tratto gastrointestinale ci sono altre cose da considerare:
B. Presenza di trasportatori.
C. Fenomeni di transcitosi.
E. Stato di replezione.
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A. SUPERFICIE ASSORBENTE. Con la legge di Fick possiamo calcolare la velocità con cui una
molecola neutra o un elettrolita debole è in grado di attraversare una barriera. Due sono gli
aspetti fondamentali riguardo alla barriera da superare:
Il sito di maggiore importanza per quanto riguarda l’assorbimento dei farmaci è quindi l’intestino
tenue. Queste caratteristiche anatomo-fisiologiche dell’intestino sono talmente importanti che
fanno sì che anche farmaci e molecole che troverebbero a livello gastrico (in riferimento alle loro
caratteristiche
chimico-fisiche) le
condizioni ottimali
per essere
assorbite,
quantitativamente
risultano molto
più assorbite a
livello intestinale.
L’aspirina (acido
acetilsalicilico), un
acido debole,
presenta un
assorbimento di
circa il 30% a livello dello stomaco, mentre il rimanente 70% viene assorbito a livello intestinale.
L’etanolo, che ha le caratteristiche chimico-fisiche giuste per venire velocemente assorbito già a
livello gastrico, viene in realtà ivi assorbito solo per il 10%, mentre il restante 90% viene assorbito
a livello intestinale. Sicuramente le caratteristiche chimico-fisiche di un farmaco giocano un ruolo
importante, ma nell’ottica della compressione dell’assorbimento non possiamo prescindere dalle
caratteristiche anatomo-fisiologiche dei due distretti che vengano interessati, ovvero stomaco e
intestino.
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Per quanto riguarda i trasportatori, sono molto importanti i trasportatori per l’assorbimento. I
trasportatori di uptake appartengono pressoché tutti alla classe dei solute carrier, perché sono
esclusivamente traportatori passivi o attivi secondari.
Abbiamo anche visto che sono caratterizzati da una certa specificità di substrato e infatti questi
trasportatori presentano delle caratteristiche di specificità per permettere l’assorbimento di:
Nutrienti.
Ioni inorganici.
Quindi i farmaci che presentano una struttura chimica del tutto sovrapponibile a uno di questi
substrati fisiologici possono essere assorbiti anche sfruttando questi trasportatori.
Di amminoacidi come la L-dopa, uno dei farmaci più importanti per ora a disposizione
per il controllo del Parkinson. Si tratta di una patologia cronica che prevede quindi un
trattamento cronico. Di conseguenza non viene utilizzata la via iniettiva ma può essere
utilizzata una via di tipo enterale. (La modificazione della dopamina in L-dopa ha permesso
di sfruttare i trasportatori per amminoacidi).
Questi trasportatori sono utilizzati anche per l’assorbimento della gabapentina, un anti-
epilettico usato anche per contrastare il dolore neuropatico.
OATP sono i meno specifici in assoluto di tutti i solute carrier, che permettono
assorbimento di diversi farmaci sia acidi e basici.
DMT1 un trasportatore di metalli bivalenti, che permette l’assorbimento del ferro nella
sua forma ferrosa. Purtroppo però sfruttando questo trasportatore possono essere
assorbiti anche dei metalli pesanti che non hanno alcun significato fisiologico, ma hanno
però un significato dal punto di vista tossicologico.
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C. TRANSCITOSI. Mediante questo fenomeno vengono assorbite sia proteine fisiologiche, come le
immunoglobuline e il complesso della vitamina B12), sia alcune tossine, come tossina botulinica e
quella colerica.
Anche l’efficacia dei vaccini somministrati per via orale sembra essere dovuta ad un assorbimento
per transcitosi attraverso le cellule M delle placche del Peyer, un tessuto linfoide importante
situato a livello intestinale che induce la risposta anticorpale nei confronti dell’antigene ingerito.
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Ferrari Mattia, Debertolis Camilla Lez. 07 Farmacologia Carrara, 25.10.2018
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svuota è strettamente correlato al fatto che sia vuoto o pieno: quando è vuoto ha delle contrazioni
espulsive cicliche che avvengono generalmente nell’ordine di una ogni trenta minuti.
Se lo stomaco è pieno invece deve fare quello per cui è deputato cioè digerire: queste onde
espulsive, o meglio, il passaggio del materiale digerito dallo stomaco all’intestino, richiede dei
tempi anche particolarmente lunghi.
Pasti particolarmente ricchi di grassi possono richiedere fino a 7 ore. Assumere un farmaco
in questa situazione porterà a una comparsa dell’effetto decisamente ritardata nel tempo.
Ci sono altri fattori, indipendenti dallo stato di replezione dello stomaco, che inducono
rallentamento o accelerazione dello svuotamento gastrico.
Condizioni che inducono una diminuzione del tono vagale, come la somministrazione di
farmaci anticolinergici.
Assunzione di un farmaco con un liquido, o nel caso che il pasto leggero sia
tendenzialmente fluido.
Aumento del pH. Può avvenire in seguito ad assunzione, dopo un pasto pesante, di un anti-
acido, il quale andrà a tamponare l’acidità gastrica, aiutando lo svuotamento gastrico.
Abbiamo lo stesso effetto con l’assunzione di un inibitore di pompa, che è antiacido perché
interferisce con la pompa protonica.
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contenuto e quindi il principio attivo viene degradato a livello gastrico invece che essere
assorbito a livello intestinale.
Altra preparazione particolare sono i preparati a cessione controllata che, come si può intuire dal
nome, cedono il principio attivo a velocità lenta e idealmente costante. L’utilizzo di questi farmaci
è comunque abbastanza limitato e il loro impiego mira a ridurre il numero delle somministrazioni.
Nell’ottica dell’aderenza alla cura da parte del paziente è più semplice usare un farmaco, come per
esempio la teofillina, a rilascio controllato che necessita di una sola assunzione piuttosto che
utilizzare preparazioni dello stesso farmaco che prevedono 3-4 somministrazioni intervallate. Un
altro aspetto molto importante dell’impiego di queste preparazioni particolari è legato al fatto che
si mantiene una concentrazione plasmatica costante e che si riduce la tossicità. Questi ultimi
aspetti sono essenziali per il litio, usato sempre più raramente per trattare le sindromi maniaco
depressive e il disturbo bipolare, e per i calcio antagonisti che hanno un largo impiego. La
nifedipina, capostipite della famiglia dei calcio antagonisti, è stata associata ad infarto del
miocardio se somministrata per via orale attraverso preparazioni che non sono a rilascio
controllato. Tale principio attivo somministrato attraverso preparati tradizionali viene assorbito in
maniera molto rapida provocando un picco di concentrazione plasmatica che si traduce in una
massiccia vasodilatazione che a sua volta induce un rilascio riflesso di catecolammine provocando
così un aumento di richiesta di ossigeno da parte del miocardio che per questo motivo va in
ischemia.
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Dei particolari tipi di preparati a cessione controllata, definibili bifasici, sono in grado di rilasciare
nel primo momento una dose di principio attivo tale da raggiungere rapidamente la
concentrazione plasmatica desiderata, senza però superare la soglia di tossicità, e di mantenere
poi tale concentrazione nel tempo. Questo mima quello che si farebbe somministrando per via
endovenosa una dose da carico e successivamente una da mantenimento.
Gli svantaggi dei preparati a cessione controllata sono dati dai costi che tendono ad essere
importanti e al pericolo che si cela dietro all’elevato contenuto di principio attivo, infatti se per
qualche motivo questo dovesse essere ceduto in maniera repentina e non controllata si andrebbe
sicuramente incontro ai fenomeni legati al sovradosaggio. Quest’ultima situazione può verificarsi
per esempio quando l’assunzione di calcioantagonisti a cessione controllata viene associata a pasti
particolarmente ricchi di lipidi.
PROFARMACO
Altra preparazione somministrabile per via orale sono i profarmaci, cioè composti che si
trasformano in sostanza biologicamente attiva solo dopo la somministrazione attraverso
modificazioni chimico-fisiche che avvengono lungo il tratto gastrointestinale. Alcuni farmaci, come
i sulfamidici, sono in realtà dei profarmaci, ma questo non era noto all’epoca della loro scoperta.
Un esempio è il prontosil rosso (sulfamidico) che è un colorante che se viene somministrato in
forma attiva non svolge nessuna funzione, invece in forma di profarmaco viene metabolizzato e
svolge la sua funzione antibiotica(negli studi in vitro non era in grado di dare attività antibiotica,
mostrata solo in vivo). Anche i nitroderivati sono in realtà dei profarmaci in grado di liberare
ossido nitrico una volta metabolizzati. I profarmaci moderni sono invece ottenuti mediante
modificazioni chimiche dei principi farmacologicamente attivi. La modificazione più comune per la
preparazione di profarmaci è l’esterificazione perché le esterasi sono presenti sia a livello epatico
che plasmatico e inoltre essa può modificare sia l’idrosolubilità che la liposolubiltà. Quando si
vuole aumentare la liposolubilità del farmaco viene esterificato con un acido grasso, mentre se si
vuole aumentare l’idrosolubilità l’esterificazione verrà fatta con un acido inorganico. I vantaggi di
questo tipo di preparazioni sono dai punti di vista farmacocinetico, farmaceutico e terapeutico. I
vantaggi farmacocinetici consistono nell’aumentare l’assorbimento di sostanze poco liposolubili
come nel caso dell’esterificazione del gruppo carbossilico dell’ampicillina. L’ampicillina è un
antibiotico ad ambio spettro che normalmente risulta particolarmente idrosolubile e che viene
poco assorbito a livello intestinale e per permettere il raggiungimento di concentrazioni ematiche
significative bisogna somministrare elevate quantità di questo farmaco. La somministrazione di
grandi quantità di quest’ultimo provocano modificazioni della flora batterica a livello intestinale e
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Ferrari Mattia, Debertolis Camilla Lez. 07 Farmacologia Carrara, 25.10.2018
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quindi diarrea, per ovviare a questo problema si utilizza la forma esterificata che viene assorbita
maggiormente e si attiva per la maggior parte a livello plasmatico (per la presenza delle esterasi)
evitando così la diarrea. Un altro esempio di profarmaco è la levodopa, che passa la barriera
ematoencefalica grazie ai trasportatori per gli aminoacidi e solo successivamente viene attivata in
dopamina a seguito di una decarbossilazione. Anche l’antibiotico eritromicina in forma attiva viene
degradato dall’acidità gastrica e per questo la molecola viene sottoposta ad una salificazione con
acido stearico. In questo caso non si sceglie l’esterificazione perché è stato dimostrato che questa
provoca un’aumentata epatotossicità. Si parla di lassativi glicosidici di largo impiego quali gli
antrachinoni che vengono trasformati nella forma attiva dai batteri a livello intestinale, quindi
l’attivazione avviene solo nel sito di interesse. Allo stesso modo funzionano due farmaci che
vengono ampiamente utilizzati nelle malattie infiammatorie intestinali, come per esempio il
morbo di Chron, che sono la sulfasalazina e la mesalazina. La sulfasalazina è costituita da una
quota di acido 5-aminosalicilico e sulfapiridina, mentre la mesalazina è costituita da due molecole
di acido 5-aminosalicilico. Una volta assorbita la molecola il doppio legame azoto viene dissolto e
si libera l’acido 5-amminosalicilico. Tale acido non può essere somministrato già in forma pura
perché questo comporterebbe una serie di effetti avversi abbastanza significativi. In alcuni casi i
profarmaci hanno anche il vantaggio di prolungare l’azione del farmaco e quindi di diminuire la
frequenza di somministrazione. Sono esempi di questo alcuni broncodilatatori usati nel
trattamento dell’asma (viene fatto un esempio citando due nomi che nell’audio risultano
incomprensibili). I vantaggi dei profarmaci dal punto di vista farmaceutico sono quelli di
aumentare la stabilità del farmaco, mentre quelli terapeutici sono, come abbiamo visto, la
protezione della flora intestinale e la riduzione dell’irritazione sia gastrica che intestinale.
BIODISPONIBILITA' ORALE
La biodisponibilità è il parametro farmacocinetico che permette di quantificare il processo cinetico
dell’assorbimento. Quindi è la frazione di principio attivo contenuto in una preparazione
farmaceutica che dopo la somministrazione raggiunge il circolo sistemico e la rapidità con cui lo
raggiunge. Questa definizione di biodisponibilità è valida per qualsiasi via di somministrazioni si
usi. Nell’ottica della frazione il principio attivo deve essere in concentrazione tale da raggiungere
una concentrazione plasmatica in grado di garantire l’effetto terapeutico desiderato. La suddetta
quantità di principio attivo è detta concentrazione minima efficace. Esiste anche una
concentrazione plasmatica che non dovrebbe essere mai superata per non incorrere nella
comparsa di effetti avversi.
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Martin Michel
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G. Badin, G. Badano, N. Meda Lez. 08 Farmacologia generale Carrara 06.11
RICIRCOLI
Nella lezione precedente sono stati affrontate le problematiche relative alla somministrazione per
via orale dei farmaci, la via più semplice e maggiormente utilizzata.
In base alle caratteristiche del sistema gastroenterico, è necessario tenere in considerazione un
aspetto ulteriore: ricircoli. I farmaci, assorbiti a livello intestinale, che quindi entrano nel circolo
sistemico, possono essere riversati nel tubo digerente, dove vengono riassorbiti ulteriormente. Ciò
che viene riversato dal tubo digerente nel torrente circolatorio non può essere distribuito, di
conseguenza c’è un significativo ritardo nella comparsa dell’effetto farmacologico, insieme ad un
allungamento della persistenza del farmaco nell’organismo; la persistenza nell’organismo tuttavia
non si traduce in una persistenza dell’effetto.
Di importanza secondaria è il circolo gastroenterico. Il farmaco presente nel plasma viene riversato
nello stomaco e poi nell’intestino. Fondamentalmente i farmaci più soggetti a questo ricircolo sono
le basi deboli. Il pH gastrico è decisamente pìù basso di quello plasmatico, per cui le basi che
diffondono nel lume gastrico vengono protonate e per il fenomeno dell’intrappolamento ionico
[cfr. lez. 06] la quota di farmaco in considerazione non può diffondere verso il plasma e rimane
sequestrata nello stomaco. Questo ricircolo può riguardare anche farmaci (sempre basi deboli)
somministrati per via parenterale.
Un terzo ricircolo che riveste un’importanza di gran lunga minore è il circolo enterosalivare, in
questo caso il farmaco presente nel circolo sistemico viene riversato nella saliva e successivamente
raggiunge l’intestino. Questa via sarà presa in considerazione quando verranno trattate le vie di
eliminazione secondarie dei farmaci. La saliva, grazie alla sua accessibilità, è un ottimo liquido
biologico per il controllo della biodisponibilità di alcuni farmaci. Uno in particolare è il litio, molto
poco utilizzato ad oggi se non per il trattamento del disturbo bipolare. Il litio, sfruttando dei
trasportatori, è presente nella saliva in concentrazione equiparabile al plasma, perciò nei pazienti
soggetti a questo trattamento, in cui è fondamentale tenere sotto controllo la litiemia (la
concentrazione ematica del litio), è sufficiente ottenere un campione di saliva.
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G. Badin, G. Badano, N. Meda Lez. 08 Farmacologia generale Carrara 06.11
Altri due accessi che permettono di sfruttare l’apparato gastrointestinale sono la via rettale e la via
sublinguale.
VIA RETTALE
Per la via rettale si usano due forme farmaceutiche: i clisteri, ad azione locale e le supposte,
preparati solidi che possono avere anche azioni sistemiche, ma particolarmente lente a causa della
necessaria solubilizzazione.
Gli svantaggi di tale via sono l’assorbimento lento, quantitativamente minore rispetto a quello
orale (la teofillina viene assorbita solo per il 90% rispetto a quella orale), ma soprattutto
estremante variabile a causa dell’eventuale presenza di materiale fecale; di conseguenza si riduce il
tempo di contatto del farmaco con la mucosa. Il lento riassorbimento può rivelarsi un vantaggio
per farmaci che devono mantenere una biodisponibilità prolungata, come, nel caso della teofillina,
per far fronte alla possibilità di avere delle crisi asmatiche per tutta la durata della notte.
La biodisponibilità è maggiore di quella orale, a causa della minore quota di farmaco che subisce
un effetto di primo passaggio. Per esempio la lidocaina non può essere somministrata in modo
efficace per via orale perché la biodisponibilità è minore della concentrazione minima efficace. La
via rettale può essere inoltre utilizzata in sostituzione della via orale in caso di intolleranza, in caso
di vomito, nei bambini o in pazienti non cooperanti. Il diazepam può essere somministrato per via
rettale in supposta per contrastare le crisi epilettiche nel bambino, è una via non invasiva e quindi
più accettata.
VIA SUBLINGUALE
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G. Badin, G. Badano, N. Meda Lez. 08 Farmacologia generale Carrara 06.11
Il dolore da angina pectoris è molto intenso e uno degli obiettivi è risolvere la sintomatologia più
velocemente possibile. Questa via è non invasiva, molto semplice da utilizzare per cui sono stati studiati
altre formulazioni per risolvere velocemente alcuni problemi
come per il fentanile analgesico centrale oppioide, usato
abbastanza frequentemente per il trattamento del dolore
cronico nel paziente oncologico e per l’artrosi, frequente nella
terza età. La buprenorfina può essere utilizzato per il controllo
del dolore e per la disassuefazione dagli oppiacei, evitando così
la somminstrazione endovenosa. Nel grafico a fianco viene
messo a confronto una somministrazione sublinguale con una
orale. La concentrazione plasmatica di un nitrato presenta un
picco di concentrazione particolarmente alto e anche la
concentrazione plasmatica rimane elevata nel tempo.
Tra gli svantaggi si annoverano l’impossibilità di utilizzare sostanze irritanti per la mucosa, un
tessuto particolarmente delicato. L’irritazione della mucosa altera anche l’assorbimento a causa
dell’infiammazione, c’è un passaggio più veloce e massivo di farmaci. La concentrazione plasmatica
si modifica rispetto alle condizioni standard e se quel farmaco possiede una criticità per quanto
riguarda l’indice terapeutico (concentrazione che dà un effetto dannoso vicino alla dose
terapeutica) questo incremento quantitativo e di velocità può comportare la comparsa di effetti
avversi. Inoltre deve essere evitata la deglutizione altrimenti diventa una via di somministrazione di
tipo orale.
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G. Badin, G. Badano, N. Meda Lez. 08 Farmacologia generale Carrara 06.11
L’area di somministrazione ristretta implica che molecole assunte tramite tale via devono essere
attive a dosi non particolarmente elevate, oltre ad avere un peso molecolare basso e un Cr
(coefficiente di ripartizione) grande.
Domanda: L’Oki somministrato per via sublinguale è associato ad una riduzione delle ulcere
gastriche?
Risposta: facendo riferimento all’Oki task, sono granuli orosolubili, quindi devono essere assunti
sopra la lingua e non sotto. Essi si solubilizzano molto rapidamente, perciò viene abbreviato il
tempo di assorbimento e di conseguenza il tempo di comparsa dell’effetto. In alcune situazioni, in
cui si intende ridurre il più rapidamente possibile il dorore, questi granuli potrebbero essere
posizionati sotto la lingua, sebbene non ci sia indicazione terapeutica.
Vie di somminstrazione
parenterali
Si distinguono in parenterali naturali,
non invasive, quindi transcutanea,
transmucosa e inalatoria e le
parentareli artificiali, più importanti,
che sono intradermica, sottocutanea,
intramuscolare ed endovenosa.
VIA TRANSCUTANEA
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G. Badin, G. Badano, N. Meda Lez. 08 Farmacologia generale Carrara 06.11
La via transcutanea può essere utilizzata per avere degli effetti locali e allora posso utilizzare
antibiotici attraverso gel oppure pomate. I gel sono generalmente molto idratanti per cui
danno un’azione abbastanza rapida, mentre le pomate sono grasse e garantiscono un rilascio
lento e che rimane localizzato. Le pomate vengono utilizzate per la somministrazione locale di
antibiotici o disinfettanti.
La somministrazione per via transdermica è stata studiata più recentemente per la possibilità di
avere degli effetti sistemici. In questo caso posso utilizzare farmaci che hanno una durata d’azione
relativamente breve o che hanno una bassa biodisponibilità se somministrati per via orale. La
forma farmaceutica principale sono i dispositivi a cessione controllata, molto simili a dei cerotti.
I farmaci somministrati tramite questa via devono possedere un Cr medio o elevato per
attraversare la cute, un peso molecolare inferiore ai 500 Dalton e devono essere attivi a basse dosi,
poiché l’area di applicazione del dispositivo è contenuta.
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G. Badin, G. Badano, N. Meda Lez. 08 Farmacologia generale Carrara 06.11
Il primo farmaco, immesso alla fine degli anni ‘70, che sfrutta tale via fu la scopolamina, un
anticinetosico (contro “mal di mare”, “mal d’auto”, ecc). È possibile somministrare la scopolamina
per via orale, tuttavia subisce un significativo effetto di primo passaggio, per cui dovrebbe essere
assunta frequentemente (3-4 somministrazioni in una giornata), mentre il dispositivo a cessione
controllata garantisce il rilascio di questo farmaco per 3 giorni con un’unica applicazione. Il cerotto
viene normalmente applicato dietro l’orecchio, è una delle zone a maggiore permeabilità. Tramite i
cerotti possono essere somministrati anche i nitrati per la prevenzione del dolore anginoso.
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G. Badin, G. Badano, N. Meda Lez. 08 Farmacologia generale Carrara 06.11
La via transcutanea deve essere considerata anche per gli effetti tossicologici. La normativa
riguardante i dispositivi di protezione personale contro i solventi in ambito industriale o pesticidi
nell’agricoltura, deve essere rispettate perché, in caso contrario, è possibile incorrere in
intossicazioni da solvente.
I vantaggi della via transdermica: viene eliminata la variabilità attraverso la via orale, posso
somministrare farmaci che vengono significativamente rimossi per effetto di primo passaggio e si
ottengono livelli plasmatici costanti e duraturi.
La costanza di rilascio mi permette di sfruttare questa via di somministrazione per quelle sostanze
che hanno un indice terapeutico particolarmente ristretto. Può essere utilizzata anche per quei
farmaci che sono molto potenti, cioè quei farmaci con una curva di comparsa dell’effetto
particolarmente ripida ed una spiccata sensibilità nei cambiamenti di dose per quanto riguarda gli
effetti.
VIE TRANSMUCOSE
È possibile somministrare i farmaci attraverso tutte le mucose del nostro organismo. Si possono
avere effetti locali ed effetti sistemici.
EFFETTI LOCALI
- Via intraoculare: si utilizza il collirio che viene assorbito tramite la congiuntiva e la mucosa
nasale, alla quale il farmaco arriva dopo il drenaggio attraverso il dotto lacrimale.
Uso terapeutico: antibiotici, anti-infiammatori e colinergici come la pilocarpina, utilizzata
per il controllo del glaucoma.
Uso diagnostico:
Somministrazione di traccianti fluorescenti che vengono assorbiti attraverso la cornea,
raggiungono l’umor acqueo, l’umor vitreo e i vasi retinici; vengono utilizzati per la
valutazione dei vasi retinici.
Somministrazione di anticolinergici per indurre la midriasi.
- Via intravaginale:
Effetti locali: antibatterici e antimicotici
Effetti sistemici: anelli flessibili che rilasciano estrogeni e vengono utilizzati a scopo
anticoncezionale, rimangono in situ per 3 settimane e devono essere rimossi per
permettere le mestruazioni.
Anelli che rilasciano Estradiolo e vengono largamente utilizzati per contrastare la
sintomatologia correlata alla menopausa.
- Via intrauterina: applicazione di dispositivi intrauterinici rilascianti progesterone che
permettono una copertura anticoncezionale duratura.
È opportuno sottolineare che, in caso di applicazione topica, l’infiammazione provoca un
aumento significativo della permeabilità che può comportare effetti sistemici avversi.
- Via intranasale: antistaminici e decongestionanti. L’utilizzo prolungato di questi ultimi può
provocare l’alterazione della mucosa nasale e quindi ulcere.
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G. Badin, G. Badano, N. Meda Lez. 08 Farmacologia generale Carrara 06.11
EFFETTI SISTEMICI
- Via intranasale: somministrazione di spray con particelle con diamentro 10 μm, nel caso
di dimensioni inferiori delle particelle queste verrebbero inalate.
I farmaci somministrati per questa via non sono sottoposti a effetto di primo passaggio, la
loro biodisponibilità è quindi sovrapponibile alla massima possibile, cioè quella ottenuta
per somministrazione endovenosa.
La mucosa nasale è un eccellente sito di assorbimento per:
• Elevata vascolarizzazione e superficie, data dal ripiegamento della mucosa in villi;
• Assenza del metabolismo presistemico: il mancato passaggio attraverso il fegato
garantisce un’elevata biodisponibilità. Esiste un metabolismo locale, il farmaco però
elude la presenza di enzimi metabolizzanti grazie alla velocità di assorbimento
elevata e alla grande concentrazione rispetto al volume di spray.
• Possibile accesso diretto al SNC: il tratto neuro-olfattivo non è coperto dalla barriera
emato-encefalica, inoltre a tale livello sono presenti le terminazioni del nervo
trigemino. Questa via è utilizzata per la somministrazione dei triptani per il
controllo delle cefalee, del fentanile per il controllo del dolore (soprattutto in
pazienti che mal sopportano gli oppiacei per via orale o che ne sono diventati
tolleranti) e del naloxone per contrastare la depressione respiratoria da overdose di
oppiacei.
Nel caso di peptidi a basso peso molecolare (antidiuretico, ossitocina e calcitonina),
queste molecole hanno una bassa biodisponibilità, data da un assorbimento non
ottimale che comporta una maggiore esposizione agli enzimi metabolizzanti.
VIA INALATORIA
È una via di somministrazione rapida, avviene tramite diffusione passiva ed ha una biodisponibilità
praticamente completa grazie a superficie alveolare, permeabilità dell’epitelio e vascolarizzazione
elevate. Inoltre, non c’è l’effetto di primo passaggio epatico caratteristica della via orale.
La limitazione determinante di questa via di somministrazione è data dallo stato fisico dello
xenobiotico che può essere:
• Gas: farmaci gassosi (pochi, soprattutto anestetici generali), nicotina, morfina e tossici
ambientali
Gli anestetici generali hanno un coefficiente di ripartizione elevato ed un peso molecolare
particolarmente piccolo, arrivano subito agli alveoli e quindi hanno un rapido assorbimento
a questo livello;
• Aerosol: dispersione di particelle solide o liquide in un gas.
In questo caso le sostanze inalate si disperdono in diversi siti dell’albero respiratorio e
l’assorbimento dipende dal diametro delle particelle e dalla loro solubilità nel muco.
>5 μm si depositano nel tratto nasofaringeo: le particelle solubili nel muco vengono
assorbite, quelle insolubili vengono espulse o ingerite per la spinta ciliare verso la laringe
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G. Badin, G. Badano, N. Meda Lez. 08 Farmacologia generale Carrara 06.11
<1 μm sono le particelle più pericolose, possono raggiungere direttamente gli alveoli:
quelle solubili sono assorbite, quelle insolubili possono essere respinte verso il
nasofaringeo, essere assorbite dalla linfa per filtrazione o previa fagocitosi dei macrofagi
alveolari o depositarsi in questo distretto.
La percentuale di particelle che si deposita nei vari tratti dipende anche da caratteristiche proprie
del soggetto:
Volume respiratorio: aumentando,
aumenta anche la velocità di transito
perciò tanto più piccolo è il diametro
delle particelle e quanto minore è il
volume respiratorio, tanto più in
profondità nelle vie bronchiali
tendono a depositarsi le particelle;
Dipende inoltre da:
Stato di pervietà delle vie aeree:
può essere significativamente
diminuito da patologie ostruttive
croniche come BPCO;
Momento del ciclo respiratorio in cui viene somministrato l’aerosol, Caratteristiche del sistema
di generazione dell’aerosol.
Per trattare asma e BPCO vengono utilizzati spray che contengono un propellente; per assumere
questi spray occorre esercitare una pressione su una valvola che permette il rilascio di una quantità
stabilita di farmaco. Il paziente dovrebbe essere addestrato a fare la sua massima ispirazione nel
momento in cui fa pressione sulla valvola in maniera da permettere la massima inalazione. Alcuni
pazienti non sono in grado di coordinare le due cose o mal sopportano il propellente: in questo
caso possiamo usare dispensatori che contengono il farmaco presente in una finissima polvere
sospesa. Questi dispostivi vengono attivati in automatico dall’inspirazione del paziente ovviando
dunque al problema di coordinazione dei due gesti.
Tutto questo comporta, in termini di assorbimento, una variabilità elevata, per cui questa via viene
sfruttata per il trattamento di patologie locali del polmone tramite l’utilizzo di broncodilatatori e
glucocorticoidi.
Questa somministrazione locale ha dei vantaggi:
- Se eseguita correttamente, si ottiene un’elevata concentrazione direttamente in
corrispondenza dell’organo bersaglio.
- Questo permette di adeguare la dose alla risposta del paziente e consente di partire da dosi
particolarmente basse.
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G. Badin, G. Badano, N. Meda Lez. 08 Farmacologia generale Carrara 06.11
Svantaggi:
- dispositivi di somministrazione particolari;
- controllo del dosaggio non ottimale, per cui non è possibile utilizzare questa via per
sostanze aventi un indice teraupetico particolarmente critico come la teofillina, un
broncodilatatore.
• Intramuscolare
• Intravascolare
• Sottocutanea
In realtà esiste anche la via intradermica, scarsamente utilizzata se non per l’instillazione durante
le prove allergiche e per alcuni vaccini.
Le altre vie sono decisamente più importanti, sono invasive e devono essere utilizzate nel caso in
cui non sia possibile procedere attraverso altre vie.
VIA INTRAVASCOLARE
La via intravascolare è la più utilizzata in situazioni di emergenza, permette di avere un effetto di
comparsa più rapido poiché immetto il farmaco nel torrente circolatorio ovviando alle
problematiche di assorbimento. Inoltre posso avere anche un controllo della dose poiché essa
cambia in base al soggetto. Ad esempio, quando si fa una preanestesia somministrando un
barbiturico, la dose non è predefinita, ma l’anestesista inietta il barbiturico e sospende la
somministrazione quando vede che il soggetto comincia ad essere sedato.
Questa via mi permette di avere il massimo della biodisponibilità sia in termini di velocità sia in
termini quantitativi. L’unica eccezione è data dalla somministrazione di un profarmaco, farmaci che
devono essere attivati per metabolizzazione, assunti in forma inattiva ed attivati da enzimi presenti
a livello plasmatico come le esterasi. Se la velocità di attivazione del profarmaco è bassa, questo
comincia ad essere eliminato dal torrente circolatorio, per cui anche per la via intravascolare la
somministrazione di un profarmaco può avere limitazioni di biodisponibilità dal punto di vista
quantitativo e della velocità.
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G. Badin, G. Badano, N. Meda Lez. 08 Farmacologia generale Carrara 06.11
Per immettere il farmaco nel torrente circolatorio possiamo usare accessi endovenosi o arteriosi.
La via intra-arteriosa è meno utilizzata perché più delicata e di esclusiva pertinenza medica
(teoricamente). Viene utilizzata a scopo diagnostico (angiografia) e a scopo terapeutico per la
somministrazione di chemioterapici antitumorali. Questo accesso permette di avere una
concentrazione particolarmente elevata direttamente nell’organo di interesse.
La via endovenosa è la più utilizzata e può essere eseguita per bolo (iniezione diretta) o per
infusione. I vasi utilizzati sono la vena anticubitale, la succlavia e le vene superficiali della mano e
del cuoio capelluto.
La biodisponibilità è generalmente uguale ad 1 (ad eccezione dei profarmaci), è la via più rapida e
perciò viene utilizzata in caso di emergenza come crisi asmatiche e ipertensive. Il controllo del
dosaggio è ottimo sia in termini di velocità sia in termini quantitativi, questo permette anche la
somministrazione di farmaci con basso indice terapeutico. Le pompe per infusione permettono il
massimo del controllo di velocità e dose rilasciata in base alla pressione del soggetto che viene
costantemente monitorata. Grazie a queste pompe è stato possibile recuperare un vecchio
farmaco anti-ipertensivo, il nitro prussiato, che era stato abbandonato a causa del suo indice
terapeutico ristrettissimo. Tramite questo accesso è possibile somministrare anche macromolecole
come emoderivati e farmaci ormonali come l’ossitocina che altrimenti non potrebbero essere
assunti perché non riescono ad attraversare le barriere per essere assorbite. Queste
macromolecole possono abbandonare il torrente circolatorio perché vengono degradate da enzimi
a livello plasmatico: le forme più piccole nelle quali sono degradate possono dare la loro
azione farmacologica ed essere eliminate.
È possibile somministrare grandi volumi tramite infusione continua, in questo modo vengono
diluite sostanze irritanti o leggermente ipertoniche che altrimenti non potrebbero essere utilizzate.
La somministrazione per bolo endovenoso deve essere necessariamente lenta, circa 1-2 minuti,
anche in caso di emergenza, in modo tale da permettere al farmaco che sta venendo immesso di
diluirsi in tutto il torrente circolatorio (1-2 minuti = tempo di circolo).
Questo permette di evidenziare effetti tossici acuti e soprattutto di evitare concentrazioni
eccessive nei siti a maggiore vascolarizzazione come il cuore ed il cervello.
Ad esempio, si somministra per bolo endovenoso lidocaina, per contrastare una crisi di aritmia
cardiaca: se ciò avviene nella tempistica corretta (anche in condizione di emergenza) si ottiene una
concentrazione plasmatica ottimale inferiore a 2 mg/l, che non dà comparsa di effetti avversi,
mentre se si scarica completamente la siringa, si ottiene una concentrazione che se supera i 10
mg/l non solo non contrasta la crisi aritmica, ma espone anche il SNC ad effetti tossici.
Bisogna prestare particolare attenzione al tempo di somministrazione quando il farmaco ha
problemi di solubilità, in questo caso si utilizza bolo con emulsione (tendente alla soluzione) e nel
caso in cui si ecceda nella velocità di somministrazione causando una concentrazione plasmatica
elevata si può verificare una precipitazione a livello del sito di somministrazione con comparsa di
tromboflebite.
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G. Badin, G. Badano, N. Meda Lez. 08 Farmacologia generale Carrara 06.11
Un altro svantaggio di questa via è la difficile reversibilità (non completamente: una sostanza nel
torrente circolatorio può essere tolta grazie alla dialisi, un intervento invasivo).
La via orale invece è reversibile facendo vomitare il paziente, tranne nel caso in cui la sostanza sia
eccessivamente alcalina o acida (ad esempio, se un bambino ha ingerito della varichina), poiché
esse hanno già danneggiato l’esofago durante l’ingestione, e inducendo il vomito si peggiorerebbe
l’insulto. In questa situazione è opportuno somministrare una sostanza che tamponi l’alcalinità o
l’acidità.
La via intravascolare è limitata nella scelta del veicolo: non possono essere utilizzati farmaci
altamente liposolubili, solventi oleosi, soluzioni ipotoniche che causano emolisi e soluzioni
ipertoniche che inducono la comparsa di aggregati eritrocitari.
Il rischio di infezione, ormai raro in ambito ospedaliero, persiste per i tossicodipendenti.
VIA INTRAMUSCOLARE
La via intramuscolare dà una biodisponibilità quasi del tutto sovrapponibile a quella della via
endovenosa, ma con un rallentamento dell’assorbimento dovuto alla necessità di attraversare la
barriera endoteliale.
Possono essere somministrate sostanze lipofile che attraversano l’endotelio per diffusione,
sostanze idrofile che passano attraverso i pori capillari e macromolecole che raggiungono il circolo
tramite la via linfatica.
L’assorbimento è influenzato inoltre dalle caratteristiche del veicolo nel quale viene solubilizzato il
farmaco e, nel caso di veicolo acquoso, dal flusso sanguigno del sito di somministrazione:
se il veicolo è acquoso, il farmaco viene completamente assorbito in massimo 30 minuti, mentre se
è oleoso l’assorbimento è molto lento.
In caso di uso di un veicolo acquoso la velocità di assorbimento è maggiore nel muscolo deltoide,
medio nel vasto laterale e minore nel gluteo; nell’uomo inoltre la velocità di assorbimento è
leggermente maggiore che nella donna, poiché in quest’ultima si ha un pannicolo adiposo più
consistente a livello del gluteo.
Facendo un massaggio dopo l’iniezione si scalda il sito, ciò richiama il flusso ematico velocizzando
l’assorbimento. Questo avviene quando si fa un’iniezione e si deterge il sito dopo aver iniettato il
farmaco. Nel foglietto illustrativo è indicato se massaggiare o meno, è sconsigliato per le sostanze
oleose che richiedono lentezza di assorbimento.
I vantaggi di questa via sono dati dall’utilizzo di veicoli oleosi, di preparati di deposito a lento
rilascio che a questo livello presentano molte meno criticità rispetto all’assunzione per via orale.
Vengono generalmente utilizzati dei profarmaci che precipitano nel sito di somministrazione e
passano lentamente dal deposito alla soluzione grazie all’azione delle esterasi.
Questo principio è sfruttato per la somministrazione della penicillina associata alla procaina (nella
quale si è modificato il sale sodico), che ne modifica l’assorbimento da 2 – 3 ore a 24 ore; del
desossiprogesterone-acetato, usato per curare l’endometriosi o come
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G. Badin, G. Badano, N. Meda Lez. 08 Farmacologia generale Carrara 06.11
anticoncezionale, con una copertura di circa 3 mesi e degli esteri antipsicotici, con copertura di 1 –
3 settimane (ovviando al problema della scarsa compliance di questi tipo di pazienti)
Gli svantaggi della via intramuscolare sono:
N.B. Attenzione quando si fa un intramuscolo negli anziani e nei bambini perché la componente
muscolare è decisamente diversa.
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Roberta Trovato Lez. 09 Farmacologia Generale; [Link] Carrara 08/11/2018
Martina Tartaglia
Filippo Ghelardi (rev)
Si termina la trattazione delle vie di somministrazione parenterali artificiali.
VIA SOTTOCUTANEA
Consiste nella somministrazione del farmaco tramite iniezione nel tessuto connettivo
sottocutaneo, quindi a contatto con capillari ematici e linfatici, bypassando la barriera costituita
dalla cute. Le sedi preferenziali sono la faccia laterale dell’avambraccio, la porzione laterale
dell’addome e la superficie anteriore della coscia.
Il principale meccanismo di assorbimento è la diffusione passiva, quindi la velocità di
assorbimento dipende dal flusso ematico e dall’estensione della superficie assorbente. Permette
un assorbimento abbastanza rapido, sovrapponibile a quello della somministrazione
intramuscolare (che, in caso di solvente acquoso, è totale in circa 30 minuti).
VANTAGGI DELLA VIA SOTTOCUTANEA
La stretta dipendenza dal flusso ematico permette di modificare la velocità di assorbimento del
farmaco, rallentandola per avere un’azione limitata al sito di iniezione, questo è il caso, ad
esempio, dell’associazione anestetico locale e adrenalina usata dai dentisti, in quanto è
importante che l’effetto anestetico si limiti alla sede di somministrazione e ciò si ottiene
aggiungendo un vasocostrittore. Per contro, si può aumentare la velocità usando la ialuronidasi,
un enzima che scinde l’acido ialuronico della matrice tissutale ampliando l’area a disposizione per
l’assorbimento.
Anche la forma farmaceutica gioca un ruolo importante, permettendo di regolare la durata
dell’effetto: si può aumentare la durata dell’azione dell’insulina (uno dei farmaci più usati per via
sottocutanea) da 3 ore a 24 se si sceglie un preparato più cristallino e con l’aggiunta di zinco. Si
può ottenere una concentrazione di rilascio ottimale per permettere un’unica somministrazione
nell’arco della giornata, rendendo quindi più semplice per il paziente l’aderenza alla terapia.
Esistono anche preparati a lunga durata d’azione (fino a diversi mesi), che possono essere
impiantati sotto la cute, con un contenitore inerte che permette il rilascio continuo del farmaco.
Vengono usati per la terapia ormonale sostitutiva o anticoncezionale. Ne esistono anche di
ricaricabili a rilascio controllato, ad esempio per la somministrazione dell’eparina (prevenzione del
rischio trombo-embolico).
DISTRIBUZIONE
Il farmaco è stato assorbito, indipendentemente dalla via di somministrazione. Si trova quindi nel
torrente circolatorio, che dovrà abbandonare per raggiungere il suo bersaglio, a meno che non sia
nel torrente stesso.
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Roberta Trovato Lez. 09 Farmacologia Generale; [Link] Carrara 08/11/2018
Martina Tartaglia
Filippo Ghelardi (rev)
Il farmaco si deve trasferire nei liquidi extra-plasmatici e questo è un processo strettamente
reversibile, in quanto è estremamente importante che il farmaco, svolta la sua azione, possa
essere riversato nuovamente nel torrente ematico per poter essere successivamente eliminato.
È un processo cinetico, con velocità ed entità che sono correlate all’effetto farmacologico. I fattori
coinvolti sono: il flusso sanguigno, le caratteristiche chimico-fisiche del farmaco, il legame del
farmaco con i costituenti plasmatici e le barriere da superare.
Flusso sanguigno: organi diversi sono raggiunti, a differenti velocità, da quantità diverse di sangue.
Polmoni, fegato, reni e sistema nervoso centrale sono gli organi a maggiore vascolarizzazione,
quindi sostanze con una diffusibilità particolare possono raggiungere questi organi in
concentrazioni fino a 100 volte maggiori rispetto a distretti poco vascolarizzati, come il tessuto
adiposo. Nel caso del muscolo, la quantità di sangue in arrivo dipende dall’attività fisica.
Il farmaco comincia immediatamente ad abbandonare il circolo, la sua concentrazione diminuisce
in base alla distribuzione e all’eliminazione, ma ora ci concentriamo sulla prima. Nella prima fase la
concentrazione del farmaco aumenta nei siti a maggiore vascolarizzazione, arrivando all’equilibrio
con il plasma. Il farmaco, in un secondo momento, comincia ad essere distribuito ai tessuti a
minore vascolarizzazione, con i quali il farmaco si equilibra in tempi maggiori. Quindi i tessuti
molto perfusi si equilibrano velocemente con il plasma; l’equilibrio arriva più lentamente nei
tessuti scarsamente irrorati. Il momento in cui si raggiunge l’equilibrio dipende dalla
concentrazione, dalle caratteristiche del farmaco e dal legame con le proteine plasmatiche.
Tutti i processi cinetici sono reversibili, quando si tratta di modificazioni irreversibili spesso si
rientra nel campo della tossicologia.
Nei tessuti poco irrorati la concentrazione rimane alta più a lungo, perché sono in grado di
trattenere il farmaco per più tempo. Possono avvenire quindi dei fenomeni di redistribuzione tra
organi ben irrorati e organi meno irrorati ma con maggiore capacità di trattenere il farmaco. Ad
esempio se si somministra del piombo ad un animale, dopo 2 ore il 50% è a livello epatico in
quanto si tratta di un organo ben vascolarizzato. Dopo un mese il 90% del piombo rimasto
nell’organismo, quindi non escreto, si trova nelle ossa, dove sostituisce parte del reticolo
cristallino.
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Roberta Trovato Lez. 09 Farmacologia Generale; [Link] Carrara 08/11/2018
Martina Tartaglia
Filippo Ghelardi (rev)
Si può sfruttare questo meccanismo a fini terapeutici: il tiopentale, un barbiturico ad azione
rapida, che viene utilizzato per sedare il paziente prima di intervenire con l’anestetico generale,
può essere somministrato come bolo endovenoso ottenendo la sedazione in 10-15 secondi.
L’effetto termina in 20 minuti, cioè il tempo sufficiente perché il farmaco sia rimosso dal sistema
nervoso centrale, non perché sia eliminato dall’organismo e, di fatti, ciò che è necessario
comprendere è che la fine dell’effetto terapeutico di un farmaco si osserva nel momento in cui
questo lascia il tessuto bersaglio della sua azione farmaceutica, che non necessariamente coincide
con il tempo necessario per provvedere alla sua escrezione. Per quanto riguarda il tiopentale,
avviene una redistribuzione dal SNC, al plasma e, infine, ai tessuti periferici.
Per un farmaco con un coefficiente di ripartizione sufficientemente elevato da permettergli di
raggiungere rapidamente l’SNC, somministrato per bolo endovenoso in una singola
somministrazione e che agisce su un organo molto perfuso la ridistribuzione è il fattore che pone
fine alla sua azione.
Se invece somministriamo il tiopentale in infusione continua, come viene fatto in alcuni casi di
trauma cranico per tenere il paziente in sedazione/coma farmacologico (più propriamente detto,
nel caso specifico, coma barbiturico), si portano ad equilibrio tutti i tessuti, saturandoli. Il paziente
quindi continua ad essere sedato e per ottenere il suo risveglio è necessario interrompere
l’infusione, ma ci vorrà del tempo perché il farmaco venga eliminato (ha una velocità di
eliminazione di ore). La risoluzione dell’effetto richiede un tempo proporzionale alla saturazione
dei tessuti, quindi al tempo in cui il paziente ha ricevuto l’infusione.
Caratteristiche chimico-fisiche del farmaco: dimensioni, forma e solubilità del farmaco agiscono
sulla velocità e sull’entità della distribuzione, hanno effetto sulla filtrabilità, sulla diffusibilità e
sulla capacità di sfruttare trasportatori. Un altro fattore è il coefficiente di permeabilità P rispetto
alla barriera da superare, che segue la legge di Fick.
Nel caso di farmaci ad elevata diffusibilità (grafico a sinistra) e in presenza di barriere molto
permeabili il fattore che limita la distribuzione è il flusso sanguigno. Quindi per un organo ben
irrorato, come il rene, il tempo per raggiungere l’equilibrio sarà di un minuto; per il cervello la
tempistica sarà di 6 minuti; nel tessuto adiposo, dove il flusso è ridotto, ci vorranno ore.
Nel caso di farmaci poco diffusibili (grafico a destra), con barriere poco permeabili il fattore
limitante è la permeabilità. Possiamo avere un farmaco che non ha le caratteristiche ottimali
(coefficiente di ripartizione tendente alla idrosolubilità). Vediamo, in questo caso, che il farmaco 5
riesce a raggiungere una concentrazione significativa grazie al suo coefficiente di ripartizione, che
è il fattore più importante per quanto concerne le caratteristiche chimico-fisiche del farmaco.
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Roberta Trovato Lez. 09 Farmacologia Generale; [Link] Carrara 08/11/2018
Martina Tartaglia
Filippo Ghelardi (rev)
Domanda: nel caso del tiopentale, la velocità di eliminazione è uguale sia per gli organi molto
perfusi che per quelli poco perfusi? Con eliminazione si intende la rimozione dall’organismo. La
redistribuzione invece induce il termine dell’azione ma per ritorno del farmaco dall’organo
bersaglio al torrente circolatorio. NDR: la redistribuzione è fondamentalmente determinata, tanto
quanto la distribuzione, dal flusso ematico “in uscita” da un organo/tessuto, e questo rende conto
dell’aumento del tempo necessario al farmaco, in un organo poco perfuso, per equilibrarsi col
plasma e del tempo necessario per lasciare suddetto organo poco perfuso.
Legame del farmaco con costituenti plasmatici: il farmaco nel torrente circolatorio si lega in parte
alla frazione proteica (che funge da organo di deposito) e in parte rimane libero nella frazione
liquida. E’ la quota libera quella che si distribuisce ai tessuti e viene metabolizzata ed eliminata. I
meccanismi che permettono il passaggio del farmaco attraverso barriere sono tutti influenzati
dall’ingombro sterico, quindi aumentando il peso molecolare aumenta la difficoltà di
attraversamento.
L’albumina è la proteina più rappresentata (35-50 g/L), quindi riveste un ruolo di spicco nel
legame con i farmaci: ha amminoacidi carichi che, a pH fisiologico, presentano carica negativa.
Lega preferenzialmente acidi deboli, ma anche basi deboli e molecole neutre. È quindi poco
selettiva. Interagisce con molecole endogene ed esogene tramite almeno tre siti di legame che, a
seconda del farmaco prototipo che ne ha permesso l’identificazione, sono distinti in sito 1 (per la
warfarina), sito 2 (benzodiazepine), sito 3 (digitossina). Farmaci diversi tendono a legarsi a uno dei
tre siti, tranne per salicilati e ibuprofene che tendono a legarsi sia al sito 1 che al 2 (il 3 è più
specifico). Al sito 1 si lega anche la bilirubina: ci può essere competizione per il legame tra la
bilirubina e alcuni farmaci.
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Roberta Trovato Lez. 09 Farmacologia Generale; [Link] Carrara 08/11/2018
Martina Tartaglia
Filippo Ghelardi (rev)
Un’altra proteina importante è l’alfa 1- glicoproteina acida, che ha un solo sito di legame
pressoché esclusivo per molecole debolmente basiche. Ha una concentrazione plasmatica ben
inferiore a quella dell’albumina (0,5-1,4 g/L), ma è anche una proteina di fase acuta, quindi la sua
concentrazione aumenta in corso di infiammazioni (sia su base infettiva che non). In caso di infarto
del miocardio aumenta del 100% nei primi 5 giorni e si può osservare un suo aumento anche a
causa di interventi chirurgici e traumi, con una correlazione abbastanza lineare tra entità del
trauma ed entità dell’aumento di concentrazione. Ciò ha effetto sulla componente libera del
farmaco: nelle condizioni citate, molti farmaci hanno una drastica diminuzione della quota libera,
quindi un rallentamento e una diminuzione della quantità che abbandona il torrente circolatorio,
al punto, talvolta, da annullare l’effetto.
La transcortina lega corticosteroidi endogeni ed esogeni, vitamina B12 e tiroxina.
Le alfa/beta-lipoproteine legano vitamina A e D, ormoni steroidei anche esogeni, ciclosporina,
propranololo, inquinanti ambientali (pesticidi).
I globuli rossi legano, tramite l’eccesso di cationi dell’emoglobina, il clortalidone (diuretico) al 98%.
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Roberta Trovato Lez. 09 Farmacologia Generale; [Link] Carrara 08/11/2018
Martina Tartaglia
Filippo Ghelardi (rev)
I leucociti possono legare la chinacrina (antiparassitario) in concentrazioni pari a più del doppio di
quella plasmatica.
La transferrina lega il ferro. La ceruloplasmina rame e zinco. Le piastrine legano amine.
LEGAMI FARMACO-PROTEICI:
I legami farmaco-proteici sono tutti reversibili, quindi non covalenti e sono legami ionici, legami
idrogeno, forze di Van Der Waals e legami idrofobici. Il legame forte non è mai ricercato in
farmacologia, perché solo la quota libera del farmaco è in grado di abbandonare il torrente
circolatorio e arrivare nel sito bersaglio, essere depositato in alcuni tessuti, essere escreto o bio-
trasformato
Il legame con le proteine plasmatiche ha anche un aspetto [Link] antibiotici sono i
farmaci con maggior reazioni avverse e allergie e quelli che presentano più controindicazioni sono
le penicilline e le ciclosporine e questo è dovuto al fatto che l’anello del lattato che li caratterizza
possiede elevata reattività e affinità per i gruppi nucleotidici dell’adenina. La reazione tra anello
del lattato e adenina forma degli addotti, ovvero composti caratterizzati da legami irreversibili che,
talvolta, possono avere una attività antigenica e dare origine alle allergie.
Allora non dovremo essere tutti allergici? No, perché la quantità che arriva nel sangue è ridotta e
lo è ancora di più la quota che si lega covalentemente all’albumina.
Le caratteristiche che determinano la formazione del complesso farmaco-proteina sono la
concentrazione del farmaco nel torrente, la concentrazione proteica o la quantità di siti di legame
e l’affinità che i siti di legame mostrano per il farmaco, parametro conosciuto come costante di
associazione. Questa costante di associazione è definita come il rapporto tra la concentrazione
del complesso farmaco-proteina [FP] e il prodotto tra la concentrazione del farmaco[F] e quella dei
siti della proteina [P].
K-ass: [FP]/[F]x[P]
Questa variabile rende conto della propensione del farmaco a complessarsi con le proteine e,
infatti, se la K-ass tende a 1 significa che il numeratore, [FP] è quantitativamente importante, il
farmaco risulta molto legato a proteine plasmatiche, mentre se la K-ass tende a 0, significa che il
numeratore, [FP], non è quantitativamente rilevante rispetto alle singole concentrazioni di
farmaco libero e proteine plasmatiche, espresse come prodotto [F]x[P], e quindi il farmaco non
risulterà particolarmente legato a proteine plasmatiche.
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Roberta Trovato Lez. 09 Farmacologia Generale; [Link] Carrara 08/11/2018
Martina Tartaglia
Filippo Ghelardi (rev)
Il legame con le proteine influisce su vari parametri farmacocinetici, in primis velocità e quantità,
ecco che quindi dobbiamo sempre tenere in considerazione la propensione del farmaco di legarsi a
proteine plasmatiche (espressa in termini di costanti di associazione) ed eventuali fattori che
possano alterare questo legame.
La capacità del farmaco di legarsi alle proteine plasmatiche è espressa come percentuale di
legame.
Questa misura non è del tutto corretta, perché la concentrazione del farmaco e dei siti nel
torrente circolatorio non sono costanti.
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Roberta Trovato Lez. 09 Farmacologia Generale; [Link] Carrara 08/11/2018
Martina Tartaglia
Filippo Ghelardi (rev)
alle proteine varia a seconda della concentrazione che esaminiamo. E quindi per definire la
quantità di farmaco legata bisogna guardare sia la quota legata che la concentrazione plasmatica
totale.
Abbiamo una serie di farmaci che, a concentrazioni terapeutiche, hanno una percentuale di
legame alle proteine plasmatiche particolarmente elevata, però se andiamo a vedere i siti che
occupano nelle proteine le quantità sono insignificanti.
Nonostante l’aspirina abbia una quantità di legame alle proteine (50%) molto bassa, lega
moltissimi siti proteici (50%), proprio perché l’ordine di misura in un regime terapeutico è elevato
(in alcuni regimi terapeutici, ad esempio in alcune malattie reumatiche, è possibile che venga
somministrato 1g di aspirina in un'unica dose, che per l’appunto è estremamente elevata). Quindi
il legame alle proteine plasmatiche altera sia la farmacocinetica che la capacità del farmaco di
raggiungere il suo bersaglio, o meglio la farmacodinamica.
Il legame con l’albumina varia da individuo a individuo a seconda di specifici polimorfismi
genetici.
In linea teorica se c’è perturbazione dovuta ad un polimorfismo, a parità di concentrazioni
plasmatiche totali, io dovrei avere differenti effetti. Ma questo avviene solo se il farmaco è
percentualmente molto legato alle proteine plasmatiche, e quindi la quota libera è minima.
Ad esempio:
-Un antiepilettico che lega al 95% l’albumina, e quindi ha una quota libera pari al 5%, viene
somministrato ad un soggetto con un polimorfismo che determina che la sua albumina ne catturi
meno (si dia il caso di un polimorfismo che determini, per questo farmaco, un legame all’albumina
del 90%, rispetto al 95% normale), in questo caso abbiamo un diminuito legame con le proteine
(90%) e un raddoppio della quota libera (da 5% a 10%), che porta ad effetti visibili.
-Se consideriamo la digossina, che lega poco le proteine plasmatiche (25%) e presenta una
imponente quota libera (75% in condizioni normali), e supponiamo, al contempo, una condizione
che diminuisca il legame con le proteine (si dia il caso, da 25% a 20%), l’impatto è trascurabile
perché l’aumento di quota libera è solo del 5% e per un farmaco che già si presenta con una quota
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Roberta Trovato Lez. 09 Farmacologia Generale; [Link] Carrara 08/11/2018
Martina Tartaglia
Filippo Ghelardi (rev)
libera del 75%, tale aumento non è affatto dirimente.
Un eccessivo superamento della normale quota libera del farmaco può sfociare in effetti tossici
importanti. Questa tossicità rappresenta una condizione da tenere di conto specialmente in
farmaci con indice terapeutico particolarmente ristretto per i quali, dunque, la concentrazione che
predispone allo sviluppo di tossicità è pericolosamente vicina alla concentrazione minima efficace,
oppure nel caso di somministrazione di regimi terapeutici polifarmacologici, per i quali bisogna
indagare e scongiurare l’eventualità di interazione tra principi attivi sfruttati in tali regimi, perché
in alcuni casi tali interazioni possono dar luogo ad effetti disastrosi.
Ad esempio:
-Warfarina (anticoagulante) e fenilbutazone (analgesico) competono per siti di legame
dell’albumina. La warfarina ha una percentuale di legame elevata e il fenilbutazone scalza una
quota di warfarina, aumentandone la frazione libera, con conseguente diminuzione dei livelli di
protrombina ed aumentato rischio emorragico.
-Se ad paziente in terapia con tolbutamide (ipoglicemizzante) vengono somministrati anche
sulfamidici (antibiotici) si osserverà, proprio come nell’esempio sopracitato, una maggiore frazione
libera di tolbutamide dovuta allo scalzamento dai siti di legame determinato dai sulfamidici e
questo predispone ad imponenti crisi ipoglicemiche.
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Roberta Trovato Lez. 09 Farmacologia Generale; [Link] Carrara 08/11/2018
Martina Tartaglia
Filippo Ghelardi (rev)
Quando le quote libere dei farmaci aumentano è possibile constatare una reazione dell’organismo
nei confronti del farmaco, che si traduce in aumentate biotrasformazione ed eliminazione.
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Roberta Trovato Lez. 09 Farmacologia Generale; [Link] Carrara 08/11/2018
Martina Tartaglia
Filippo Ghelardi (rev)
CAPILLARI:
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Roberta Trovato Lez. 09 Farmacologia Generale; [Link] Carrara 08/11/2018
Martina Tartaglia
Filippo Ghelardi (rev)
Volume apparente di distribuzione: è il parametro farmacocinetico che permette di definire dal
punto di vista quantitativo questo fenomeno. Il volume apparente di distribuzione equivale alla
quantità di farmaco presente in tutto l’organismo divisa per la sua concentrazione plasmatica.
𝑽𝒅=𝑸/𝑪
Il volume è definito apparente perché nella formula c’è una correlazione diretta tra quantità di
farmaco presente nell’organismo e la sua concentrazione, ma abbiamo visto che ci sono tantissimi
meccanismi che tendono a modificare la quantità e la concentrazione plasmatica del farmaco.,
quindi questa non è una misura reale, ma lo sarebbe qualora in tutto l’organismo la
concentrazione plasmatica del farmaco fosse uguale.
Tanto più farmaco è distribuito fuori dallo spazio plasmatico tanto maggiore è il volume di
distribuzione:
- 𝑽𝒅<5Làil farmaco rimane nel torrente
- 𝑽𝒅<15làil farmaco esce dal torrente, ma rimane nell’interstizio
-𝑽𝒅>15L à il farmaco è distribuito nell’acqua corporea totale, perciò possiede un alto Cr
(coefficiente di ripartizione)
- 𝑽𝒅>42là Ovvero presente in quasi tutta l’acqua del corpo, significa che il farmaco si concentra
in uno o più tessuti che possono fungere da deposito.
Però il Vd ci dà solo una misura quantitativa, non come si distribuisce.
Un farmaco può avere ampio volume di distribuzione se ha un’affinità per vari tessuti, o se è
accumulato selettivamente in un distretto. Se si considera un tessuto in grado di ritenere in
maniera significativa il farmaco, è comunque in equilibrio con la concentrazione plasmatica. In
questa situazione il mio tessuto può essere come un serbatoio dal quale il mio farmaco viene
lentamente rilasciato e ho un prolungamento dell’azione farmacologica. Gli organi dove si
accumulano maggiormente questi farmaci sono:
fegato e rene, e questo è dovuto alla presenza di una serie di proteine che catturano il farmaco.
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Roberta Trovato Lez. 09 Farmacologia Generale; [Link] Carrara 08/11/2018
Martina Tartaglia
Filippo Ghelardi (rev)
tessuto osseo, tessuto abbastanza difficile, poco vascolarizzato, ma comunque raggiunto da
farmaci come quelli che tagliano il calcio (tetracicline che si depositano nel reticolo cristallino) o il
piombo, che va a sostituirsi al calcio nel reticolo cristallino. Non ci sono effetti tossici da parte di
queste sostanze, perché la quantità che arriva è minima, a differenza di radio o stronzio (molecole
radioattive) che, depositandosi, possono portare a osteosarcomi.
tessuto adiposo, qui si accumulano molti xenobiotici lipofili (farmaci, ma specialmente inquinanti
ambientali). Anche il tessuto adiposo è poco vascolarizzato, quindi anche qui arriva una minima
quantità di farmaco. Il problema può sussistere con l’esposizione ai tossici ambientali, dove
maggiore è la quantità di grasso, maggiore è l’accumulo di inquinanti.
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Spreghini Ilaria Lez.10 Farmacologia generale [Link] Carrara, 13.11.2018
Spigarol Giulia
Padula Gabriele
PASSAGGIO ATTRAVERSO BARRIERE PARTICOLARI
Le barriere emato-encefalica, emato-liquorale e placentare sono particolari barriere, attraverso cui le
molecole passano, in base a principi differenti rispetto alle altre barriere dell’organismo.
Distribuzione al SNC:
1 Barriera emato-encefalica: la parete dei capillari cerebrali ha una struttura peculiare. È molto selettiva
e rappresenta una barriera anatomo-fisiologica reale.
2 Barriera emato-liquorale: la parete dei capillari è meno efficiente come barriera anatomica, ma può
essere considerata una barriera di tipo funzionale.
L’endotelio dei vasi cerebrali, che rappresentano la barriera emato-encefalica, ha delle caratteristiche
morfologiche tali da limitare in maniera molto importante il passaggio di sostanze dal torrente circolatorio
verso il liquido interstiziale.
Nelle unità neuro-vascolari della BEE
troviamo:
• cellule endoteliali, tra le quali ci sono
giunzioni strette;
• i periciti che condividono la lamina
basale con le cellule endoteliali. Hanno
attività fagocitica.
• gli astrociti
• le terminazioni nervose.
Questa unità neuro vascolare propria
della barriera emato-encefalica limita
sostanzialmente il passaggio di farmaci
dal torrente circolatorio al SNC per 5
motivi fondamentali.
1. Le giunzioni strette tra cellule dell’endotelio rendono ragione della mancanza di filtrazione di
molecole idrofile. Le cellule sono vicine al punto da precludere l’accesso ai pori.
2. La membrana basale è quasi totalmente (98%) circondata dai piedi degli astrociti. Questo
aumenta lo spessore della membrana, rallentando (secondo la legge di Fick) la diffusione di
sostanze lipofile. I periciti, invece, non costituiscono un’apprezzabile barriera.
3. Assenza di transcitosi per assenza delle vescicole endocitiche. Tale assenza è dimostrata anche
dalla bassa concentrazione di macromolecole nei fluidi extracellulari cerebrali. All’equilibrio, la
concentrazione di farmaco nel fluido interstiziale cerebrale è paragonabile alla concentrazione di
farmaco libero nel plasma.
4. Trasportatori che limitano l’accesso di alcune sostanze al SNC dal torrente circolatorio. P-gp,
MRP4 e BCRP sono tutti di trasportatori di esclusione attivi. Molti farmaci con buone potenzialità
di diffusione non riescono a raggiungere una concentrazione efficacie nel SNC per via di tali
trasportatori. È il motivo per cui la chemioterapia antitumorale è scarsamente efficacie verso
tumori cerebrali.
5. Metabolismo intracellulare, cui possono andare incontro le sostanze che passano la BEE. Le
cellule hanno infatti vari enzimi:
- MAO-B che inattiva sostanze catecolamina simili,
- La amminoacido-aromatico decarbossilasi, che decarbossila la DOPA in dopamina,
- la butirrilcolinesterasi che deacetila l’eroina a morifna
- varie isoforme del CYP 450 (demetilazione codeina in morfina)
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Spreghini Ilaria Lez.10 Farmacologia generale [Link] Carrara, 13.11.2018
Spigarol Giulia
Padula Gabriele
Quindi, per via delle caratteristiche precedenti, la BEE è molto efficiente nel mantenere i farmaci fuori dal
SNC.
In ogni caso, il SNC ha anche la necessità di rifornirsi di tutto quello di cui ha bisogno per svolgere la sua
funzione: ci sono una serie di trasportatori che permettono l’accesso di nutrienti, vitamine ed ormoni. Tre di
questi trasportatori sono specifici per gli amminoacidi neutri, basici e bicarbossilici, tutti bidirezionali (cioè
capaci di funzionare in entrambi i sensi) ad eccezione del trasportatore degli amminoacidi bicarbossilici.
Questo avviene, probabilmente, per garantire una concentrazione controllata di tutti i neurotrasmettitori (es.
glutammato). Il rifornimento di alcune proteine fondamentali come ceruloplasmina e transferrina avviene per
endocitosi recettore-mediata.
Ci sono alcune zone dove non è presente la barriera emato-encefalica e che caratterizzate, invece, dalla
presenza di capillari fenestrati. Purtuttavia la percentuale della barriera che rimane libera è sicuramente
trascurabile (1%) per quanto riguarda il passaggio di molecole. Tali zone sono: zona chemocettrice nell’area
postrema, lobo posteriore dell’ipofisi, epifisi,
eminenza mediana, nuceli laterali dell’ipotalamo.
La barriera emato-encefalica è più permeabile:
• nei bambini, alla nascita (pericolo di
tossicità).
• in caso di infiammazione (ad esempio per
meningite). In tale condizione si verifica una
contrazione dell’epitelio capillare ed un
conseguente rilassamento delle giunzioni
strette, che permette il passaggio del
farmaco in quantità tali da raggiungere
concentrazioni terapeuticamente efficaci.
Lo stesso meccanismo giustifica l’aumentata
permeabilità della BEE in caso di tumore,
ischemia cerebrale, crisi ipertensive o
iperglicemiche e malattie
nuerodegenerative.
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Spreghini Ilaria Lez.10 Farmacologia generale [Link] Carrara, 13.11.2018
Spigarol Giulia
Padula Gabriele
Possiamo quindi concludere che la concentrazione di farmaco nel liquor è indice di penetrazione del farmaco
stesso nel SNC SOLO SE questo diffonde attraverso la BEE (e non attraverso BEL).
BARRIERA PLACENTARE
La PLACENTA è un organo che collega il feto all’utero materno e permette gli scambi materno-fetali. Questa
barriera ha delle implicazioni dal punto di vista farmacologico.
Durante lo scambio materno-fetale, dal punto di vista nutrizionale e respiratorio, il sangue materno cede al
feto i nutrienti attraverso la vena ombelicale, mentre il feto cede i suoi prodotti del catabolismo al sangue
materno attraverso le arterie ombelicali.
Ci sono anche in questo caso dei meccanismi che lo regolano:
1. Trasportatori che permettono il passaggio delle sostanze nutritive (SLC) o che tendono a limitare il
passaggio di xenobiotici (ABC) dal sangue materno: questi trasportatori attivi primari hanno una
selettività particolare per le sostanze esogene e ne è un esempio il BCRP.
2. Transcitosi mediata dal recettore che permette il passaggio di anticorpi IgG, della transferrina ma
anche di alcuni batteri e di virus.
3. Diffusione passiva: farmaci e tossici lipofili (500 Da)
Quindi il fatto che la placenta sia una efficiente barriera è un mito da sfatare.
Molto importante è il metabolismo a livello placentare. Ad esempio, gli xenobiotici che attraversano questa
barriera possono subire delle trasformazioni di inattivazione o di attivazione, oppure ancora delle
trasformazioni in metaboliti teratogeni.
ASPETTI FUNZIONALI
Farmaci liposolubili: con un PM relativamente basso (fino a 500 Da) attraversano la placenta per libera
diffusione. Se hanno un coefficiente di ripartizione alto, ma un PM maggiore, la concentrazione a livello del
sangue fetale sarà sempre di gran lunga inferiore rispetto alla concentrazione materna, sia perché, in base
alla loro dimensione passano più lentamente, sia perché diventano substrati di trasportatori di estrusione.
Farmaci idrosolubili: possono passare per filtrazione con una velocità inversamente proporzionale rispetto
alle loro dimensioni. Si è visto che la filtrazione a livello placentare è più lenta che nei capillari continui. Quindi
aumenta il tempo necessario per far sì che questo farmaco nel sangue materno sia in grado di equilibrarsi con
il sangue fetale.
Le implicazioni di quanto detto finora riguardano, soprattutto, la velocità e la quantità di farmaco che riesce
ad equilibrarsi tra sangue materno e sangue fetale. In linea teorica, ogni farmaco che rimane per un tempo
sufficientemente lungo nel sangue materno è in grado di equilibrarsi con i tessuti fetali e da questo dipende
l’eventuale tossicità del farmaco sul feto.
• Farmaci a somministrazione singola che penetrano lentamente e/o velocemente eliminati
dall’organismo materno, possono essere NON pericolosi.
• Farmaci a lenta eliminazione o assunti continuativamente rimangono per più tempo in contatto con
la barriera placentare e possono produrre concentrazioni tossiche per il feto.
Nella somministrazione di un farmaco ad una donna gravida bisogna prestare molta attenzione.
Per la scelta della molecola si deve tener presente:
• È preferibile che il farmaco sia molto legato alle proteine plasmatiche materne in modo che solo una
piccola quantità (quella libera) passi al feto
• È preferibile che il farmaco abbia un basso tempo di dimezzamento, cioè il tempo necessario affinché
la concentrazione del farmaco si riduca del 50%. Più velocemente viene eliminato, tanto è minore il
tempo di contatto placentare.
Ci sono i farmaci che possono passare attraverso la barriera placentare e causare dei gravi effetti a livello
fetale:
• gli acidi inibitori
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Spreghini Ilaria Lez.10 Farmacologia generale [Link] Carrara, 13.11.2018
Spigarol Giulia
Padula Gabriele
• gli anticoagulanti orali,
• le penicilline, le tetracicline,
• le benzodiazepine
• una classe di farmaci relativamente nuova come i retinoidi che vengono utilizzati per contrastare
l’acne giovanile. Questi retinoidi riescono a rimanere nell’organismo materno per un periodo molto
lungo. La terapia con retinoidi va consigliata solo se un efficacie metodo anticoncezionale viene
protratto per almeno un anno dopo la sospensione della terapia.
Possiamo sfruttare il passaggio attraverso la placenta anche per i piani terapeutici rivolti al bambino: in questo
caso la mamma è utilizzata come vettore.
Sono esempi
• penicilline o cefalosporine per trattare infezioni fetali da stafilococco aureus o escherichia coli
• Digossina che sopprime la tachicardia sopraventricolare, che se non trattata è letale
• inibitori della trascrittasi inversa nell’HIV che diminuisce di due terzi la trasmissione materno fetale
di HIV. Questi farmaci possono essere somministrati insieme agli inibitori delle proteasi (che non
raggiungono alte concentrazioni nel feto perché substrati di Pgp), permettendo una protezione
pressoché completa del feto dall’infezione.
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Spreghini Ilaria Lez.10 Farmacologia generale [Link] Carrara, 13.11.2018
Spigarol Giulia
Padula Gabriele
Tutte le sostanze d’abuso passano in maniera abbastanza importante nella placenta causando vari effetti.
Un discorso importante è quello della dipendenza. Se alla madre viene tolta la sostanza d’abuso sia lei che il
feto vanno incontro ad una crisi d’astinenza. Quest’ultima per il feto dura meno ed è facilmente risolvibile.
Ciò accade perché la tossicodipendenza ha sia una componente fisica che una componente psicologica molto
importante. Ci sono quindi dei protocolli da seguire quando si presenta una madre tossicodipendente.
Inoltre, per ora, non ci sono evidenze che la tossicodipendenza causi delle malformazioni al feto.
ELIMINAZIONE
La via più importante di escrezione è quella renale. Ciò accade perché i reni ricevono il 20-25% della gittata
cardiaca, ovvero 1,3 L di sangue al minuto (per un individuo di 70 kg). Nel glomerulo il flusso plasmatico
renale è di 650 ml di plasma al minuto e la
velocità di filtrazione glomerulare è di 120-
130 ml/min. Tutto ciò contribuisce alla
formazione di circa 190 L/die di ultrafiltrato
che poi si trasforma in 1.5-1.8 L di urina al
giorno grazie ad un massivo riassorbimento.
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Spreghini Ilaria Lez.10 Farmacologia generale [Link] Carrara, 13.11.2018
Spigarol Giulia
Padula Gabriele
Richiamo alla struttura del nefrone
L’unità funzionale del rene è il nefrone che è
paragonabile ad un sistema di tubi. I tubuli hanno
delle caratteristiche particolari. In primis la
terminazione del tubulo contorto prossimale
contiene il glomerulo. Esso è formato da
un’arteriola afferente che si ramifica in circa 60 anse
diverse e si riorganizza poi andando a formare il
vaso efferente. Questo forma, poi, una rete di
capillari che abbraccia il sistema di tubuli del
nefrone: è un concetto estremamente importante
per la capacità di eliminazione degli xenobiotici.
Il rene, quindi, tramite i nefroni, è in grado di concentrare l’urina e generare un gradiente tra il lume e le
cellule dei tubuli che permetta il riassorbimento di
varie sostanze, tra cui xenobiotici. A tal fine, un
massivo riassorbimento di acqua che avviene per
meccanismi passivi attraverso le acquaporine nelle
seguenti parti del nefrone:
• nel tubulo contorto prossimale a seguito del
riassorbimento di Na+. Ciò avviene grazie
all’acquaporina 1,7 e 8.
• nel tratto discendente dell’ansa di Henle.
• nel dotto collettore. Il riassorbimento avviene grazie
alle acquaporine 3,4,6 e 2. La 2 è l’unica ad essere controllata dall’ADH ed è fondamentale nel controllo
del flusso urinario.
In realtà, però, bisogna considerare che il rene ha dei sistemi di secrezione attiva, che è da tenere in
considerazione nel bilancio dell’escrezione renali di xenobiotici. In conclusione i processi cui il farmaco va
incontro sono:
• Filtrazione glomerulare: il farmaco raggiunge il glomerulo e può essere soggetto alla filtrazione
glomerulare. Se viene filtrato finisce così nel tubulo.
• Riassorbimento tubulare: nel tubulo può essere riassorbito se ha delle caratteristiche adeguate oppure
può proseguire il percorso ed essere così immesso nella preurina.
• Secrezione tubulare: può essere anche secreto attivamente. Quest’ultimo è il meccanismo più
importante per quanto riguarda l’escrezione di farmaci attraverso il rene.
La velocità di escrezione risulta quindi essere:
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Spreghini Ilaria Lez.10 Farmacologia generale [Link] Carrara, 13.11.2018
Spigarol Giulia
Padula Gabriele
[Link] GLOMERULARE
La filtrazione glomerulare è un processo unidirezionale la cui forza motrice è la pressione idrostatica nei
capillari glomerulari. La velocità di filtrazione è inversamente proporzionale al peso molecolare (PM) e segue
il seguente schema:
• PM < 5000 D: si ha libero passaggio grazie ai capillari fenestrati
• PM = 20000 D: la velocità della filtrazione si abbassa ma rimane ancora significativa
• PM > 20000 D: la velocità si abbassa diventando nulla per albumine e altre proteine come l’alfa 1-
glicoproteina acida
Da ciò si deduce che, ferma restando la clearence, la velocità di filtrazione dei farmaci dipende dal grado di
legame con le proteine plasmatiche: infatti solo la quota di farmaco non legata alle proteine plasmatiche
viene filtrata.
[Link] TUBULARE
Una volta che il farmaco filtrato giunge nel tubulo prossimale ha 2 destini: può essere riassorbito oppure può
continuare il viaggio nei tubuli renali. È bene ricordare che l’epitelio luminare del tubulo prossimale è dotato
di orletto a spazzola (aumento dell’area di scambio). A livello dell’orletto a spazzola avviene:
• Riassorbimento massivo del filtrato glomerulare
• Mantenimento della riserva alcalina dell’organismo
Entrambi questi processi sono dovuti allo scambio di ioni Na+ e H+, il quale viene fornito grazie all’anidrasi
carbonica.
La CO2 presente all’interno del tubulo prossimale interagisce con l’acqua formando acido carbonico il quale
si scinde in protone e bicarbonato. I protoni vengono scambiati con il sodio nel versante luminale. In questo
modo:
• Il bicarbonato filtrato dai glomeruli viene recuperato perché
diventa acido carbonico reagendo con l’idrogenione.
L’acido carbonico è dissociato in CO2 e acqua dall’anidrasi
carbonica presente sul versante luminale della cellulare
tubulare. La CO2 diffonde liberamente attraverso la
membrana della cellula tubulare.
• Il bicarbonato nella cellula è estruso nello spazio interstiziale
tramite un cotrasportatore in simporto con il sodio.
Il processo appena descritto si può osservare nell’immagine.
L’anidrasi carbonica, quindi, ha grandissimo valore tant’è che i
primi farmaci diuretici ne bloccavano l’attività.
Nel tubulo prossimale c’è un riassorbimento massivo di acqua, concentrando così il farmaco. Se il farmaco
ha un Cr alto potrà essere riassorbito per diffusione e tornare anche per l’80-90% nel torrente circolatorio.
Quindi per farmaci con alto Cr l’eliminazione renale non è particolarmente importante.
A livello del tubulo prossimale avviene anche l’endocitosi attraverso cui una piccola quota di proteine ad alto
PM filtrate dal glomerulo vengono riassorbite. Esse vengono poi degradate dagli enzimi lisosomiali in
amminoacidi, i quali vengono poi riutilizzati. L’endocitosi è importante per eliminare tutti i farmaci di tipo
proteico. Gli antibiotici amminoglicosidici invece non vengono degradati e si accumulano dando
nefrotossicità.
Oltre alla diffusione passiva e all’endocitosi il trasporto attivo ha un suo ruolo nel riassorbimento, in quanto
ci sono numerosi trasportatori:
• per sostanze nutritizie
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Spreghini Ilaria Lez.10 Farmacologia generale [Link] Carrara, 13.11.2018
Spigarol Giulia
Padula Gabriele
• per oligopeptidi
• per carnitina
• per nucleosidi
• per acidi biliari
• MRP o OAT
La professoressa sottolinea poi che il trasporto attivo è un campo ancora da studiare in cui si hanno poche
conoscenze.
[Link] TUBULARE
La filtrazione rimuove circa 1/5 di quello che è presente nel torrente circolatorio. Ciò non coincide con il ruolo
preponderante del rene dell’eliminazione del farmaco (altrimenti un farmaco totalmente libero nel plasma
verrebbe filtrato al 20%). Ruolo fondamentale è svolto, in questo contesto, dal processo di secrezione
tubulare. Lo stesso sangue che perfonde il glomerulo
passa ai capillari peritubulari del tubulo prossimale (e
del resto dei tubuli) in cui sono presenti dei sistemi di
trasporto attivo per: anioni, cationi e per molecole
neutre. Tutti i trasportatori che prenderemo in
considerazione sono saturabili e aspecifici.
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Spreghini Ilaria Lez.10 Farmacologia generale [Link] Carrara, 13.11.2018
Spigarol Giulia
Padula Gabriele
penicillina, cefalosporine e diuretici come la furosemide.
Un altro parametro da considerare è la competizione tra sostanze che può interferire sulla secrezione,
prolungando così la concentrazione plasmatica del farmaco.
Il processo avviene in due step:
1. Trasporto-IN: attraverso la membrana baso-laterale che fa entrare la molecola nella cellula peritubulare
2. Trasporto-OUT: attraverso la membrana apicale
Il trasporto-IN è un trasporto attivo e i trasportatori fanno parte della famiglia OAT. Esso è un trasporto
secondario perché l’energia per il trasporto dell’anione è dovuto all’ATP-asi Na/K che crea un gradiente di
concentrazione responsabile del co-trasporto di Na+ e alfa-chetoglutarato. Il gradiente di concentrazione
dell’alfa-chetoglutarato è la forza motrice che permette il passaggio dell’anione dall’esterno alla cellula
peritubulare.
Il trasportatore-OUT è rappresentato dall’URAT1 che scambia l’acido urico con l’anione. Ci possono essere
anche i trasportatori attivi primari come BCRP e MRP2 che estrudono semplicemente l’anione.
Il probenecid blocca la capacità di URAT1 di trasportare l’anione, quindi la concentrazione plasmatica
dell’anione perdura per più tempo. La co-somministrazione di probenecid e penicillina G, per esempio, porta
ad un aumento di concentrazione della penicillina nel plasma (per
effetto della competizione sui trasportatori). Oggi
quest’associazione viene ancora usata per contrastare la sifilide. Il
probenecid, inoltre, blocca anche URAT1, può quindi essere usato
per diminuire la concentrazione di acido urico contrastando così la
gotta.
Il sistema di trasporto per le sostanze neutre è composto da diversi trasportatori come P-gp e BCRP nella
membrana apicale. Pochi farmaci sono estrusi, il prototipo delle sostanze estruse è la digossina.
9
Antonello G., Scarabello D., Lez. 11 Farmacologia Generale Carrara, 15.11.18
Corvaglia G.
Con la scorsa lezione, abbiamo cominciato a valutare quelle che sono le vie di escrezione dei farmaci
(argomento compreso nel macrocapitolo dell’eliminazione dei farmaci), nel senso di abbandono fisico degli
xenobiotici e dei loro metaboliti da parte dell’organismo. È stato quindi detto che le due vie percentualmente
preponderanti nell’escrezione sono la via renale e la via epato-biliare; sono stati poi ricordati i meccanismi
fondamentali per quanto riguarda l’escrezione renale ed abbiamo parlato in modo approfondito dei
fenomeni della filtrazione glomerulare e del riassorbimento (con un occhio di riguardo per l’escrezione dei
farmaci e degli xenobiotici più in generale). Abbiamo anche visto che la filtrazione glomerulare ha diversi
limiti, tra cui il PM delle molecole (motivo per cui le molecole legate a proteine plasmatiche non possono
essere filtrate), tanto che l’escrezione in questo modo interessa solo un 20% della quota totale del farmaco
presente nel torrente circolatorio. Dato che questa filtrazione passiva del sangue nel glomerulo renale non
può eliminare completamente lo xenobiota dal circolo ematico, è stato sottolineato come la secrezione attiva
gioca a questo punto un ruolo essenziale; sono stati quindi visti quali sono i trasportatori coinvolti nella
secrezione delle sostanze neutre o degli elettroliti (anioni e cationi). Tutto ciò ha comunque a che fare
solamente con la quota libera del farmaco, senza considerare per il momento la componente invece
complessata con altre molecole.
1
Antonello G., Scarabello D., Lez. 11 Farmacologia Generale Carrara, 15.11.18
Corvaglia G.
Nell’ansa di Henle i trasporti ionici sono molto attivi, mentre la permeabilità di tale segmento all’H2O varia a
seconda della porzione considerata; quest’ultima considerazione riguarda non solo l’acqua ma anche i
farmaci. I trasporti ionici inducono un’estrusione attiva di elettroliti essenziale per la formazione del
gradiente osmotico della midollare renale. Tale gradiente regola il riassorbimento di H2O, tanto che viene
riassorbito circa il 90% dell’acqua che supera il tubulo prossimale (in tutto, oltre il 99% dell’acqua ultrafiltrata
dal glomerulo viene riassorbita nel passaggio attraverso i tubuli renali, regolando la concentrazione delle
urine). Tutto ciò ha una grande rilevanza dal punto di vista farmacologico perché:
• permette il riassorbimento passivo dei farmaci liposolubili (con un coefficiente di ripartizione alto,
che quindi seguono il movimento dell’H2O perché sono sostanze diffusibili);
• i diuretici dell’ansa (es.: furosemide) interferiscono con i meccanismi di trasporto ionico,
aumentando in modo sostanziale il volume dell’urina.
Clearance renale
La clearance renale è definita come il rapporto tra velocità di escrezione renale (generalmente definita come
il prodotto tra la concentrazione urinaria della sostanza per il flusso, ossia il volume urinario nell’unità di
tempo) e la concentrazione plasmatica della sostanza in esame (sostanza che può essere lo xenobiotico di
nostro interesse):
In altre parole, si può definire la clearance renale come la capacità di quest’organo di depurare il plasma che
lo attraversa dallo xenobiotico (sostanza estranea all’organismo, come un farmaco o anche uno o più dei
metaboliti fisiologici dell’organismo stesso) nell’unità di tempo. La capacità della clearance può variare da un
minimo di 0 ml/min ad un massimo di 650 ml/min, corrispondente a quello che è il flusso plasmatico totale
nel glomerulo renale:
• Si può quindi avere una clearance pressoché nulla per sostanze che non vengono eliminate tramite
la via renale, come la warfarina (la quale non viene filtrata in quanto è legata alle proteine
plasmatiche con enorme affinità) e il glucosio (il quale viene filtrato ma, successivamente, la parte
filtrata viene completamente riassorbita; in questo caso, però, questo processo ha un limite dovuto
al numero limitato di trasportatori: una volta che questo sistema di riassorbimento è saturato, il
glucosio in surplus non potrà essere riassorbito e verrà eliminato con le urine).
• Al contrario, per alcune sostanze il rene è in grado di depurare completamente il plasma che
attraversa i suoi glomeruli sia per filtrazione glomerulare che per secrezione attiva, con quindi una
clearance renale massima di 650 ml/min (capacità renale massima di eliminare un metabolita).
Sostanze come il PAI possono infatti essere totalmente rimosse dal plasma in un unico passaggio
attraverso i reni (quindi con una clearance pari a circa il massimo possibile).
• Una clearance uguale a 120 ml/min è associata alle sostanze che non si legano alle proteine
plasmatiche (sono praticamente completamente libere nel torrente circolatorio) e che non subiscono
né processi di riassorbimento né di secrezione, come ad esempio l’inulina.
• Una clearance inferiore a 120 ml/min è associata ad una sostanza che viene ultrafiltrata e solo in
parte riassorbita.
• Una clearance maggiore di 120 ml/min è associata ad una sostanza che viene ultrafiltrata e in
aggiunta parzialmente secreta.
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Antonello G., Scarabello D., Lez. 11 Farmacologia Generale Carrara, 15.11.18
Corvaglia G.
Nell’immagine sottostante si può osservare in modo schematico quanto spiegato sopra: alcune sostanze
come il glucosio presentano una clearance nulla (CLglucosio = 0 ml/min), in quanto la quota filtrata dal glomerulo
renale viene totalmente riassorbita, al contrario di sostanze come il PAI che invece sono completamente
eliminate dall’organismo (CLPAI = 650 ml/min, corrispondete al flusso plasmatico renale totale) sfruttando
tutti i meccanismi possibili (passivi, come la filtrazione glomerulare, ed attivi, come la secrezione tubulare).
Inulina e creatinina sono sostanze, invece, che vengono filtrate ma non secrete e non riassorbite, quindi la
loro clearance è di circa 120 ml/min (corrispondente alla filtrazione glomerulare massima; vengono infatti
utilizzati come parametri per la valutazione della capacità di filtrazione glomerulare), mentre H2O e urea
vengono filtrate e successivamente in parte riassorbite (CLacqua = 1 ml/min; CLurea = 75 ml/min).
Meccanismi di escrezione
Valutando la clearance di una sostanza, quindi, si potrebbero ipotizzare i processi a cui la stessa è sottoposta
a livello renale per la sua successiva escrezione; in realtà, questo è vero solo per i metaboliti fisiologici che
mantengono la loro concentrazione plasmatica costante nelle 24 ore, mentre non è quasi mai valido per
sostanze quali i farmaci, la cui concentrazione invece varia (talvolta in modo anche molto importante)
durante le 24 ore. Oltre a ciò, la sola clearance renale non dice assolutamente niente riguardo quale
meccanismo viene utilizzato per l’eliminazione delle sostanze legate alle proteine plasmatiche. Ad esempio,
per sostanze come il furosemide (la quale è legata con un’affinità decisamente elevata alle proteine
plasmatiche) che presentano una clearance minore di 120 ml/min, la secrezione attiva è molto importante al
contrario di quanto si potrebbe pensare; bisogna comunque considerare che il legame del farmaco con le
proteine plasmatiche limita in modo significativo sia il processo di filtrazione che quello di secrezione (in base
alla competizione tra proteine plasmatiche e trasportatori nel legame con il farmaco). Anche una clearance
uguale a 120 ml/min non è indicativo di quale meccanismo viene coinvolto, perché in realtà i meccanismi di
secrezione e riassorbimento possono compensarsi, fino ad essere uguali; ad esempio, la clearance della quota
libera (ossia della quota che può essere più facilmente ultrafiltrata e riassorbita) di un sulfamidico, il
sulfisossazolo, varia con il variare del pH urinario: con un pH leggermente inferiore al pH urinario fisiologico,
la clearance del sulfisossazolo libero è di 92 ml/min, che sta ad indicare un parziale riassorbimento dello
xenobiotico in questione; al contrario, con un pH di circa 7.4, la clearance diventa 187 ml/min, indice di una
secrezione aggiuntiva al processo di filtrazione glomerulare.
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Antonello G., Scarabello D., Lez. 11 Farmacologia Generale Carrara, 15.11.18
Corvaglia G.
Per avere quindi una corretta valutazione del meccanismo di escrezione renale, si deve valutare innanzitutto
la clearance del farmaco libero a diversi pH ma soprattutto, quando si ha il sospetto che sia coinvolto anche
il meccanismo della secrezione, bisogna attuare esperimenti con sostanze inibitrici del trasporto (che
competono cioè con il trasportatore di secrezione attiva); solo così si è in grado di definire effettivamente
qual è il meccanismo di escrezione renale della sostanza in questione.
Diuresi forzata
Nella diuresi forzata si aumenta il flusso urinario, diminuendo di conseguenza la differenza di concentrazione
tra il filtrato e il plasma e, quindi, il riassorbimento passivo del farmaco in questione: diluendo la pre-urina e
quindi diminuendo la concentrazione di farmaco in essa, viene meno la forza motrice (ossia la differenza di
concentrazione) che permette in condizioni normali il riassorbimento passivo per diffusione della molecola.
Si interviene quindi somministrando fluidi e/o anche con un diuretico, quali il furosemide (che agisce a livello
dell’ansa di Henle) o il mannitolo (che agisce lungo tutto il tubulo contorto prossimale).
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Antonello G., Scarabello D., Lez. 11 Farmacologia Generale Carrara, 15.11.18
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concentrati. In questa situazione, quindi, si richiama l’acido concentrato a livello del SNC nel plasma,
facilitandone successivamente l’eliminazione tramite le urine.
Questi due metodi appena trattati per l’aumento dell’escrezione urinaria del farmaco possono essere usati
in combinazione, in quanto hanno un potere additivo. I due grafici sottostanti dimostrano come varia la
quantità di metamfetamina escreta al variare del pH urinario; si vede anche come cambia la clearance renale
per il fenobarbital al variare del pH, ossia la capacità del rene di rimuovere il tossico dal sangue che lo
attraversa.
Domanda: ha senso agire con questo tipo di farmaci (per l’aumento dell’escrezione renale) anche in caso di
intossicazione da sostanze che non sono escrete preferenzialmente tramite la via renale se il soggetto è
epatopatico (nel caso in cui la sostanza sia di norma escreta preferenzialmente con la via epato-biliare)?
Risposta: questo non ha senso, perché se la sostanza in questione è preferenzialmente eliminata tramite la
via epato-biliare sarebbe un trattamento con effetti minimi e non risolutivo. Eventualmente si cerca di
limitare il passaggio al fegato della sostanza, soprattutto in una condizione di epatopatia. Nel caso specifico
di una somministrazione orale si può agire bloccando l’assorbimento della sostanza utilizzando ad esempio il
carbone attivo (usato nelle intossicazioni importanti). In realtà, ci sono anche diverse sostanze che possono
catturare determinati tossici già a livello ematico, come gli antidoti; questi sono in grado di catturare le
molecole in modo abbastanza specifico, mentre altri farmaci utilizzati per lo stesso proposito sono molto più
aspecifici. Il trattamento dell’intossicazione è quindi piuttosto complesso, in quanto diversi fattori possono
influire sulla condizione del soggetto e sulle possibilità di trattamento: in primo luogo bisogna capire quale
tipo di sostanza ha determinato l’intossicazione, cosa non sempre possibile se il soggetto non è collaborante
o non ci sono terzi che possono testimoniare l’accaduto e identificare la sostanza tossica; altri fattori molto
importanti sono la quantità di tossico ingerito ed il tempo che è passato tra la somministrazione e l’arrivo in
pronto soccorso/il trattamento, perché in tempi brevi ci sono diverse possibilità di intervento, cosa non
possibile se invece il tempo è stato particolarmente lungo.
Tecniche extracorporee
Le tecniche extracorporee sono date per conosciute dalla professoressa (sono quindi da studiare
autonomamente) e ci si concentra, quindi, soprattutto sui limiti di queste tecniche. Nell’ottica dell’emodialisi
le limitazioni fondamentali per l’efficiente rimozione dei farmaci sono: il peso molecolare, perché dipende
dalla porosità dei filtri utilizzati in queste macchine, anche se ad oggi sono presenti filtri che permettono di
rimuovere anche delle sostanze con un peso molecolare fino ai 5000 Da; il legame con proteine plasmatiche;
l’idrosolubilità della molecola (una scarsa idrosolubilità limita l’emodialisi); l’affinità del farmaco per i tessuti,
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Antonello G., Scarabello D., Lez. 11 Farmacologia Generale Carrara, 15.11.18
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ossia il volume apparente di distribuzione (riguarda non solo l’emodialisi ma tutte le tecniche extracorporee),
in quanto un farmaco con un elevato volume di distribuzione è molto più presente distribuito nell’organismo
rispetto a quanto ne è presente nel torrente circolatorio ed ovviamente è quindi rimosso più lentamente
(dipende dalla velocità con cui il farmaco torna al sangue dai siti periferici in cui si era distribuito). Limitazioni
simili sono presenti per l’emofiltrazione (tranne per quanto riguarda l’idrosolubilità, problema superato per
questa tecnica), tanto che queste due tecniche possono essere combinate in quella che viene definita
emodiafiltrazione arterovenosa continua. L’emoperfusione invece non è limitata dalla scarsa idrosolubilità,
dal PM o dal legame con le proteine plasmatiche, mentre il volume apparente di distribuzione è un fattore
importante. Questa tecnica però presenta un’inconveniente: impoverisce il sangue di leucociti e piastrine;
per bypassare questa problematica si associa l’emoperfusione con l’emodialisi: in questa maniera si riduce in
modo sostanziale sia il tempo necessario per l’emoperfusione che la possibilità di impoverire il sangue di
leucociti e piastrine.
È già stato sottolineato più volte come il volume di distribuzione Vd abbia in generale un peso molto
improntate nei processi di rimozione del farmaco dall’organismo, ossia la quantità di farmaco presente al di
fuori del torrente circolatorio. Se un farmaco, quindi, ha un tempo di ritorno verso il torrente circolatorio
minore rispetto alla velocità di dialisi, al termine della prima seduta si ha una fittizia riduzione della
concentrazione plasmatica del farmaco; fermando quindi il processo di emodialisi si osserverà in seguito una
nuova redistribuzione del farmaco dai tessuti periferici al plasma e quindi una nuova condizione di
intossicazione; l’intervento deve quindi essere programmato per far fronte alla cinetica del farmaco. In ogni
caso, i picchi della concentrazione plasmatica di ritorno (rebound) del farmaco saranno via via sempre più
bassi, fino a che non si è in grado di eliminare tutto il farmaco dall’organismo. in altre parole, queste tecniche
extracorporee permettono l’eliminazione totale della sostanza dalla circolazione ematica e non
dall’organismo in toto.
L’eliminazione epatica è l’altro meccanismo tramite cui i farmaci vengono eliminati dall’organismo. Il fegato
è la sede principale (anche se non esclusiva) dei processi di biotrasformazione degli xenobiotici, associata alla
possibilità di escrezione degli stessi tramite la via biliare.
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passiva o mediata da trasportatori. Tuttavia, solo la quota di farmaco libero può entrare effettivamente
nell’epatocita ed essere metabolizzata: quando il farmaco entra nello spazio di Disse si assiste ad un
significativo rallentamento del flusso, permettendo sia il passaggio della quota di farmaco libero nel plasma
nell’epatocita sia il contemporaneo instaurarsi di un nuovo equilibrio farmaco libero-farmaco legato nello
spazio stesso.
Una volta che il farmaco è entrato nell’epatocita, esso può
subire diversi destini. Bisogna dapprima sottolineare come la
maggior parte del sangue che arriva al fegato tramite la vena
porta è di derivazione gastroenterica e, quindi, trasporta tutto
ciò che deriva dal sistema gastroenterico. È quindi essenziale
che il farmaco assunto per via orale o rettale raggiunga il
circolo ematico assolutamente immodificato almeno in parte,
ossia senza che venga metabolizzato e modificato dalle
strutture di passaggio (per l’effetto di primo passaggio); in
caso contrario, significherebbe che i farmaci che vengono
somministrati per vai orale o rettale e che successivamente si
riversano dal fegato al circolo sistemico sono attivi solo come
metaboliti. Il fegato è dotato di tutta una serie di proteine
trasportatrici in grado di catturare e depositare le sostanze
che si trovano nel sangue negli epatociti, dove queste poi
possono subire diversi processi di metabolizzazione;
successivamente i metaboliti che vengono a formarsi possono
essere o eliminati attraverso il canalicolo biliare o reimmessi nel torrente circolatorio; se invece il farmaco
non viene metabolizzato in alcun modo, può anche essere veicolato come tale (senza subire nessuna
modificazione metabolica) nel canalicolo epato-biliare e da qui eliminato.
Sistemi di trasporto
I sistemi di trasporto giocano un ruolo importantissimo nell’attraversamento delle varie membrane, sia per
entrare negli epatociti (uptake dei soluti dallo spazio di Disse all’epatocita attraverso la membrana
basolaterale: si tratta dei Solute Carrier, SLC) sia per uscire dagli stessi (attraverso la membrana canalicolare
o apicale: si tratta degli ATP-binding cassette, ABC).
A livello dell’epatocita, oltre che al meccanismo di diffusione passiva e caratteristiche del farmaco
permettendo hanno un ruolo chiave per il suo uptake 4 tipologie di trasportatori transmenbrana
basolaterali (tipo SLC: solute carrier).
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• OATP: trasportatore bidirezionale e poco selettivo che effettua il trasporto di grossi anioni,
cationi e di alcuni substrati fisiologici come bilirubina e steroidi.
• OAT, OCT: trasportatori bidirezionali e poco selettivi che effettuano il trasporto di cationi
organici e anioni di più basso peso molecolare rispetto a quelli di OATP.
• NTCP: trasportatore solo di uptake che effettua il trasporto di sali biliari, poco rilevante dal
punto di vista farmacologico ma molto sotto l’aspetto fisiologico.
Per la reimmissione in circolo di metaboliti escreti poi per via renale, quindi sempre a livello
basolaterale, si riscontrano i trasportatori tipo ABC.
• MRP1,3-6: trasportatori per l’eliminazione di xenobiotici coniugati con acidi eliminandoli per
via renale. Le coniugazioni dei metaboliti quantitativamente più importanti sono con l’acido
glucuronico e l’acido solforico, che ne determinano una eliminazione sia per via biliare( se hanno
peso molecolare maggiore) che per via urinaria (se hanno peso molecolare minore). Continuando
poi, i composti coniugati con AA (Glicina) vengono escreti preferenzialmente per via renale, per cui
vengono immessi in circolo a livello baso-laterale. Invece quelli coniugati con glutatione (GSH)
vengono escreti preferenzialmente per via biliare.
• MRP2: estrude dall’epatocita verso i canalicoli biliari sostanze coniugate con GSH, con acidi
glucuronico e solforico, bilirubina.
• BSEP: estrude sali biliari. Importante dal punto di vista fisiologico, assume rilevanza in ambito
farmacologico perché può dare reazioni avverse quando inibito dagli antibiotici macrolidi, con
conseguente ittero colestatico.
(Nb. La professoressa ribadisce di come gli ultimi due tipi di trasportatori sopracitati abbiano un
grosso ruolo nell’estrusione verso i canalicoli in ambito farmacologico).
Ricircolo entero-epatico
I farmaci escreti per via biliare raggiungono l’intestino e possono andare incontro a due destini:
La possibilità di ricircolo dipende dal tipo di reazione metabolica che la molecola ha subito: infatti,
la coniugazione con l’acido glucuronico può essere idrolizzato dalla β-glucuronidasi della flora
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La bile non viene secreta in continuo ma viene accumulata nella cistifellea e riversata nell’intestino
in maniera intermittente, per cui per valutare la presenza di un ricircolo entero-epatico di un
farmaco è necessario osservare la concentrazione plasmatica: se esiste un ricircolo, saranno
presenti picchi successivi di concentrazione plasmatica, corrispondenti alla secrezione biliare dalla
cistifellea.
• Colestiramina: è una resina a scambio ionico, somministrata per via orale, selettiva per
ridurre il riassorbimento dei sali biliari, utilizzata per limitare il riassorbimento di sostanze acide o
neutre negli iperdosaggi di digitossina. Ad esempio, il tempo di dimezzamento della digitossina in
assenza di colestiramina è di 6 giorni, con la resina a scambio ionico si riduce a 4 giorni e mezzo.
• Via intestinale:
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Antonello G., Scarabello D., Lez. 11 Farmacologia Generale Carrara, 15.11.18
Corvaglia G.
La via intestinale di eliminazione non deve essere confusa con l’escrezione per via biliare poiché
questa riguarda sostanze giunte per via parenterale, ma che quindi giungono al lume intestinale per
escrezione attraverso la mucosa enterica . Tale via è importante solo per i farmaci che sono eliminati
molto lentamente tramite le altre vie. Il meccanismo di eliminazione avviene tramite secrezione
attiva da parte delle cellule dell’epitelio intestinale (trasportatori ABC) direttamente nel lume.
• Via polmonare:
Secrezione per diffusione passiva attraverso l’epitelio alveolare di farmaci gassosi quali anestetici
generali gassosi, principi attivi terpenici e fenolici contenuti in olii essenziali, etanolo. L’eliminazione
per via polmonare dell’etanolo viene sfruttata per rilevare l’assunzione di sostanze alcoliche tramite
l’alcol test. Le caratteristiche che rendono possibile l’eliminazione per via polmonare sono le stesse
che rendono possibile l’assorbimento: ampia estensione, alta vascolarizzazione, piccolo spessore; la
velocità di eliminazione per via polmonare si riduce con il diminuire delle concentrazioni
plasmatiche di farmaco.
• Via cutanea/sudoripara:
Passaggio del farmaco per diffusione passiva attraverso i dotti delle ghiandole sudoripare ed il
sudore. Effetto esiguo perché il volume di secrezione è molto basso, diventa rilevante in caso di
febbre, perché l’aumento della temperatura induce un aumento della sudorazione, e come possibile
fonte di effetti avversi, quali dermatite.
Secrezione per diffusione passiva di farmaci, che vengono riassorbiti se presenti nelle lacrime ed
ingeriti se presenti nella saliva; la secrezione salivare presenta anche due trasportatori della famiglia
SLC che mediano il trasporto attivo. Esistendo un circolo entero-salivare, la concentrazione del
farmaco nella saliva può corrispondere alla quota libera plasmatica perché il contenuto proteico
della saliva è molto esiguo. La concentrazione salivare dei farmaci può essere teoricamente utilizzata
nel monitoraggio della terapia, ma nella pratica non è applicabile perché esiste una eccessiva
variabilità. Alcuni farmaci che possono raggiungere una grande concentrazione nella saliva sono:
-Litio: che può essere concentrato nella saliva fino a 3 volte la concentrazione plasmatica.
-Rifampicina: che può raggiungere concentrazioni terapeutiche nella saliva e viene utilizzato nel
trattamento di infezioni meningococciche del naso-faringe.
-Fenitoina: antiepilettico che può raggiungere concentrazioni tossiche nella saliva causando
ipertrofia gengivale che può richiedere un intervento chirurgico.
tetraidrocannabinoidi) perché, a differenza della ricerca di queste sostanze nel plasma o a livello
renale che risulta positiva solo se effettuata a breve distanza dall’assunzione, la presenza nei capelli
è positiva anche a distanza di lunghi periodi e può essere utilizzata per riscostruire la storia della
dipendenza basandosi sulla lunghezza del capello.
• Via lattea:
La secrezione lattea assume rilevanza sia per quanto riguarda l’allattamento materno (dove i farmaci
che assume la madre potrebbero raggiungere il lattante) sia per quanto riguarda la secrezione di
sostanze somministrate agli animali da latte, presenti poi nei latticini e derivati consumati
dall’uomo. La secrezione avviene per diffusione passiva e anche se è presente un meccanismo di
trasporto attivo (trasportatori BCRP).
Il tipo e la quantità di molecole che possono accumularsi nel latte dipendono dalle caratteristiche
del latte:
-Il latte è più acido del plasma (pH 6.5), per cui le basi tendono ad accumularsi nel latte
(intrappolamento ionico) a differenza degli acidi deboli.
-Nel latte le molecole possono legarsi a proteine e micelle lipidiche, per cui le sostanze lipofile, con
alto coefficiente di ripartizione (Cr), tendono ad accumularsi nel latte.
Farmaci da allattamento
L’allattamento al seno per i primi 6 mesi e possibilmente anche dopo lo svezzamento è
raccomandato dall’OMS perché offre un vantaggio non solo psicologico ma anche immunitario al
lattante, diminuendo l’incidenza di contrarre affezioni gastrointestinali, allergiche e respiratorie. È
stato tuttavia stimato che oltre il 66% delle madri che allattano in modo naturale assumono farmaci,
ed il problema si pone soprattutto in caso di terapia cronica che non può essere interrotta, e che
circa l’80% dei farmaci in commercio non riportano informazioni sull’utilizzo sicuro del farmaco in
gravidanza o allattamento.
Pertanto, in caso di somministrazione di farmaci ad una donna che allatta, il medico deve
considerare
1. Se il farmaco assunto dalla madre possa raggiungere il bambino tramite il latte: ad esempio gli
antibiotici aminoglicosidici, l’eparina e l’insulina possono essere somministrati perché, anche se
raggiungono concentrazioni notevoli nel latte, non sono assorbiti per via intestinale ma degradati.
Per valutare il passaggio di farmaco nel latte, è necessario valutare le caratteristiche del farmaco:
Nb: Si devono evitare in generale tutti i farmaci che presentano un rapporto di concentrazione
latte/plasma > 1, cioè che si concentrano di più nel latte materno rispetto che nel plasma.
Per avere una scelta più facilitata e più precisa sul farmaco adeguato da scegliere il medico ha
sempre a disposizione la scheda tecnica del farmaco. Ciò che si andrà a valutare saranno:
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Antonello G., Scarabello D., Lez. 11 Farmacologia Generale Carrara, 15.11.18
Corvaglia G.
• Il tempo di dimezzamento (t1/2): sono da scegliere farmaci con dimezzamento veloce per
ridurre il tempo in cui la concentrazione di farmaco plasmatica può equilibrarsi con il latte.
• Il volume di distribuzione (Vd): sono da scegliere farmaci con basso Vd, ovvero molto legati
alle proteine plasmatiche, per ridurre la quantità di farmaco che può passare nel latte poiché
difficilmente lascerà il torrente circolatorio.
• Le caratteristiche chimiche del farmaco: scegliere farmaci con alto peso molecolare, bassa
basicità e bassa liposolubilità (basso Cr) per limitare la quota che può diffondere nel latte.
2. Quanto farmaco passa dalla madre al latte, e quindi se vi possa essere un effetto dannoso per il
bambino, quindi è inoltre necessario tenere in considerazione le caratteristiche del bambino
nell’ottica della valutazione del rischio:
• Lo stato del bambino, in particolare in riferimento ad età (rischio per prematuri o lattanti di
poche settimane) e peso (rischio per bambini con peso alla nascita <2.5 kg).
• La dose teorica assunta da lattante pro-kg, definita come il prodotto tra la concentrazione di
farmaco nel latte e l’assunzione media di latte al giorno (0.15 litri/kg/die): [F] in latte (mg/L) ∙ 0.15
L/kg/die. Per calcolare questo parametro sarebbe necessario sapere la dose raggiunta dal farmaco
nel latte, informazione molto spesso non reperibile, per cui è più comodo calcolare la dose relativa
assunta dal lattante.
• La dose relativa assunta da lattante è definita come rapporto tra la dose assunta da lattante
e quella assunta dalla madre, ed espressa come % della dose materna aggiustata per il peso sia della
madre che del bambino: per dosi relative <10% il farmaco è compatibile con l’allattamento, per dosi
relative <1% l’escrezione lattea è del tutto trascurabile.
Pertanto, le regole generali per la prescrizione di farmaci in donne che allattano sono:
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Antonello G., Scarabello D., Lez. 11 Farmacologia Generale Carrara, 15.11.18
Corvaglia G.
• Ridurre al minimo il numero di farmaci assunti, poiché aumentandone il numero c’è il rischio
di aumentare le interazioni tra farmaci sia dal punto farmcodinamico che farmacocinetico.
• Per i farmaci dotati di una breve emivita, soprattutto quando non è nota l'escrezione nel latte
materno, può essere utile lasciar trascorrere un intervallo di almeno 3 ore tra l'assunzione del
farmaco e la poppata successiva, in modo da evitare che la poppata coincida con il picco di
concentrazione del farmaco nel latte. Bisogna, comunque, fare attenzione ai farmaci con metaboliti
dotati di attività farmacologica che possono prolungare l'emivita del farmaco. Inoltre, occorre
tenere presente che l'emivita di eliminazione nel lattante può essere differente da quella
nell'adulto, e che farmaci assunti in basse quantità possono comunque accumularsi nel plasma del
lattante ([Link]., diazepam o fenobarbital).
• Preferire farmaci con un legame proteico più elevato; inoltre, valutare se il farmaco viene assorbito
dal tratto gastrointestinale. Molti farmaci sono scarsamente assorbiti ed è improbabile che il
neonato sia esposto a quantità clinicamente rilevanti. È però necessario prestare attenzione ai
possibili effetti collaterali a carico del tratto gastrointestinale.
• Valutare se sono segnalati effetti indesiderati in neonati esposti al farmaco attraverso il latte. Per
i farmaci che vengono impiegati in terapia nei neonati o nei lattanti può essere utile confrontare la
dose assunta dal lattante con la dose pediatrica.
• Valutare gli effetti indesiderati che più verosimilmente potrebbero manifestarsi in modo da
segnalare alle madri quali sono i sintomi da monitorare.
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Matteo Pilan lez.12 Farmacologia [Link] Carrara
Maria Pajola
rev. Michel Martin
BIOTRASFORMAZIONI
La stragrande maggioranza degli xenobiotici (farmaci compresi) possono essere eliminati dal
nostro organismo solo ed esclusivamente dopo che sono stati sottoposti ad una serie di
trasformazioni chimiche che nel loro insieme prendono il nome di biotrasformazioni e
rappresentano il processo di metabolizzazione.
La tendenza alla lipofilia, che è una caratteristica fondamentale per l'assorbimento e le
distribuzione delle sostanze nel nostro organismo, risulta essere un elemento svantaggioso per
l'eliminazione delle sostanze stesse. va sottolineato che un ridotto numero di farmaci può essere
eliminato senza andare incontro a modificazioni, ma la maggior parte di essi deve essere resa
idrofilica per potere essere eliminata.
Queste modifiche volte a favorire l'eliminazione dei suddetti farmaci sono operate da circa una
trentina di enzimi che sono presenti in numerosissime isoforme,la loro comparsa va ricercata
molto indietro nel tempo tanto che il complesso più importante, quello del citocromo p450, è
apparso per la prima volta circa 1200 milioni di anni fa.
La biotrasformazione è quindi un processo fondamentale senza il quale gli organismi non
riuscirebbero ad eliminare gli xenobiotici (in particolare quelli particolarmente liposolubili), può
essere quindi visto come un meccanismo di difesa volto a mantenere l'omeostasi. Il metabolismo è
un sistema di difesa abbastanza complesso che “combatte” micromolecole a differenza del
sistema immunitario che rivolge la sua attenzione principalmente a elementi più grandi quali sono
ad esempio i microrganismi.
Come già accennato il metabolismo sfrutta un numero ridotto di enzimi che però possono
interagire con un numero molto grande di molecole e soprattutto sono presenti in grandissima
quantità,
per quanto riguarda invece la loro selettività va fatta una distinzione tra quelli che agiscono sulle
sostanze endogene (più selettivi) e quelli che sono deputati alla metabolizzazione delle sostanze
esogene (meno selettivi).
L'azione del metabolismo enzimatico coinvolge principalmente piccole molecole lipofiliche, è
svolta principalmente in siti strategici del nostro organismo (fegato,BEE, mucosa
intestinale,polmoni,mucosa nasale e placenta), quei punti che sono a contatto con l'ambiente
esterno o che necessitano di una particolare protezione. Un ulteriore aspetto molto importante è
l'inducibilità ovvero l'aumento quantitativo degli enzimi in corrispondenza ad un aumento della
presenza di xenobiotici.
Fino a qualche anno fa, il concetto di biotrasformazione veniva associato a quello di
detossificazione, in effetti la biotrasformazione può andare ad agire sulla farmacodinamica in
diversi modi: i farmaci che vedono più sconvolta la loro farmacodinamica sono quelli con più
elevata specificità di recettore, questo fatto è dovuto alle modificazioni che la struttura chimica
del farmaco subisce che rendono difficile il legame con il recettore stesso, in altre parole il
metabolita viene inattivato perché l'azione enzimatica impedisce il corretto esplicarsi della sua
azione. La metabolizzazione può portar inoltre ad un' attività diversa da quella del composto di
origine e può condurre anche alla formazione di un metabolita tossico, è il caso degli idrocarburi
inalati col fumo che in seguito a questo processo acquisiscono le loro caratteristiche cancerogene.
Nello schema sottostante vengono riportati alcuni esempi di come la biotrasformazione vada a
modificare determinati composti
Matteo Pilan lez.12 Farmacologia [Link] Carrara
Maria Pajola
rev. Michel Martin
A livello intracellulare gli enzimi deputati alla biotrasformazione sono localizzati soprattutto sul
doppio strato fosfolipidico del REL rivolti verso l'esterno o verso l'interno (essi vengono anche detti
enzimi microsomiali perché in specifiche preparazioni il reticolo si rompe e si formano delle piccole
goccioline che mantengono l'azione enzimatica che si chiamano appunto microsomi). Altri siti in
cui possiamo trovare questi enzimi sono la frazione solubile del citoplasma, la membrana nucleare,
i perossisomi,i lisosomi e i mitocondri.
Il fegato e la flora intestinale sono importantissimi in quanto metabolizzano le sostanze che noi
ingeriamo, sono quindi fondamentali per un tipo di metabolizzazione che è pre-sistemico anche se
In realtà il fegato induce trasformazioni anche in sostanze che arrivano dal circolo sistemico in
quanto è irrorato dall'arteria epatica.
Polmoni,reni,cute, testicolo,surrene, placenta e BEE hanno invece un'importanza fondamentale
per le biotrasformazioni in situ.
Le biotrasformazioni possono essere divise in due categorie:
In realtà non sempre avviene la funzionalizzazione perché un composto potrebbe avere di per se
un gruppo funzionale.
Entrambe le reazioni servono ad aumentare la idrosolubilità e il peso molecolare di queste
molecole al fine di trasformarle in acidi che a pH fisiologico sono presenti in forma dissociata e
quindi diventano substrati importanti per i trasportatori anionici presenti a livello renale ed
epatico.
Se queste sostanze mantenessero un certo grado di lipofilia verrebbero riassorbite nel tubulo
contorto prossimale dopo il fenomeno della ultrafiltrazione renale mentre a livello epatico
rientrerebbero nel ricircolo entero-epatico
Dal punto di vista della dinamica le modifiche sono dovute alle reazioni di funzionalizzazione
mentre con la coniugazione di solito i composti perdono qualsiasi attività di tipo farmacologico.
Esistono due eccezioni a quanto detto sopra:
• Metabolizzazione della morfina: essa avviene sempre per coniugazione con l'acido
glucuronico, nel caso in cui questa reazione avvenga a livello del carbonio in posizione 6
dell'anello della morfina stessa la sostanza mantiene le sue proprietà analgesiche,
viceversa, quando la coniugazione coinvolge il carbonio situato in posizione 3 avrò la
formazione di un metabolita inattivo che però non perde la sua capacità di legarsi al
recettore, in questo caso la coniugazione ha trasformato il metabolita in un antagonista di
tipo competitivo della morfina
CITOCROMO P450
Una famiglia di enzimi che giocano un ruolo importantissimo nelle reazioni di ossidazione e
riduzione è quella del citocromo p450, queste due reazioni sono quantitativamente quelle più
rappresentate mentre le reazioni di idrolisi stanno assumendo un'importanza maggiore ma al
momento sono ancora numericamente inferiori se si parla di funzionalizzazione di un farmaco.
Le ossidazioni possono essere microsomiali (più importanti) o extramicrosomiali, Il citocromo p450
è una proteina presente nel REL che ha la caratteristica di contenere un gruppo eme che può
essere presente in entrambe le sue forme (ridotta o ossidata), questa proteina può essere vista
come una monoossigenasi a funzione mista che catalizza appunto l'ossidazione dei substrati.
Nel doppio strato fosfolipidico del REL sono presenti oltre al citocromo p450 la NADPH citocromo
p450 reduttasi, anch'essa proteina intrinseca di membrana, che funge da veicolo di elettroni dal
NADPH al citocromo e il citocromo B5 con la relativa reduttasi che a sua volta dona elettroni al
citocromo p450. Questa monossigenasi sfrutta l'ossigeno per l'ossidazione di un substrato con la
formazione di una molecola d'acqua formando un sistema ciclico.
Il citocromo quando è in grado di interagire col substrato presenta il ferro dell'eme nella forma
ossidata, una volta formatosi il complesso citocromo-farmaco quest'ultimo è in grado di catturare
un elettrone che viene ceduto dalla NADPH citocromo reduttasi in modo da ridurre il ferro
dell'eme, questa riduzione determina la capacità del complesso di interagire con una molecola di
ossigeno molecolare a sua volta attivato dal fatto che la citocromo B5 reduttasi cede ancora degli
elettroni. A questo punto si forma il complesso citocromo (forma ridotta)-farmaco-ossigeno
(forma attiva) che è in grado di catturare una coppia di protoni che porta alla liberazione di una
molecola di H2O,al ritorno del ferro dell'eme nella sua forma ossidata e alla liberazione del
substrato che a sua volta ha subito una reazione di ossidazione.
Le reazioni condotte da questa mono-ossigenasi a funzione mista comprendono:
• dealchilazione di un eteroatomo
• dealogenazione,deaminazione e desolforazione
Il complesso del citocromo p450 può funzionare anche in condizione di anaerobiosi, in questo caso
una volta che ha raccolto il suo elettrone dalla reduttasi lo veicola ad altri substrati in grado di
riceverlo;inoltre catalizza anche reazioni di riduzione, soprattutto in condizioni di bassa tensione di
ossigeno (diversa da una condizione di franca aerobiosi) e di perossidazione che dal punto di vista
tossicologico sono molto importanti, queste ultime comprendono tutti quei processi in cui un
perossicomposto funge da donatore, substrato e prodotto. Ne è un esempio è l'ossidazione
dell'aflatossina B1, prodotta dal fungo aspergillus flavus, che contamina derrate alimentari mal
conservate, nella forma 8-9 epossido che è una sostanza teratogena, mutagena e sicuramente
l'epatocancerogeno più potente da noi conosciuto.
La superfamiglia del citocromo p450 è la più numerosa nel nostro organismo e la si trova in tutti gli
organismi viventi. Nei vertebrati è presente in tutte le cellule ad eccezione degli eritrociti e delle
cellule muscolari lisce. Questo complesso può essere distinto in forme diverse classificate in base
al numero di componenti e alla loro localizzazione:
• Il complesso che si trova a livello del REL è costituito da due componenti: citocromo p450 e
NADPH citocromo reduttasi.
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CLASSIFICAZIONE E ISOFORME
Sono stati individuati più di mille geni che codificano per varie isoforme che possono essere
raggruppate nella superfamiglia del citocromo p450.
La famiglie raggruppano quelle isoforme che hanno la sequenza aminoacidica sovrapponibile per
oltre il 40%, le sottofamiglie invece quelle in cui la sequenza aminoacidica coincide per oltre il 55%.
Nella nomenclatura ufficiale la superfamiglia è indicata dal prefisso CYP, la famiglia è indicata da
un numero,la sottofamiglia da una lettera e la specifica isoforma da un altro numero (es. CYP3A4).
Le isoforme che ci interessano dal punto di vista della metabolizzazione dei farmaci sono circa
venti e appartengono alle famiglie 1,2 e 3. Gli altri citocromi sono importanti per la sintesi degli
steroidi, degli acidi biliari, degli eicosanoidi e per il metabolismo degli acidi grassi.
Le isoforme dei citocromi possono differire da individuo a individuo, anche notevolmente, sia dal
punto di vista qualitativo che dal punto di vista quantitativo, alcune di queste isoforme sono
inducibili mentre altre sono costitutive e sempre presenti nel nostro organismo.
CYP3A4: È l’isoforma più importante per la metabolizzazione dei farmaci. Rappresenta circa il 30%
dei CYP presenti a livello epatico e il 70% di quelli presenti a livello della flora batterica.
Metabolizza circa il 50% dei farmaci.
La glicoproteina B (P-gp) gli permette di implementare il sistema di difesa verso piccole molecole
esogene perché non solo ha una specificità di substrato del tutto sovrapponibile ma anche la
localizzazione, soprattutto a livello intestinale. Le piccole molecole con una caratteristica di
lipofilia che riescono a passare all’interno delle cellule, sfuggendo al controllo della glicoproteina
B, vengono catturate e metabolizzate dalla presenza del CYP3A4. Ci sono fenomeni di induzione
che possono riguardare il CYP3A4 e, attraverso la stessa via, anche questo trasportatore.
La quantità può variare da individuo a individuo, sia per una questione genetica sia per influenze
ambientali che possono influenzare l’espressione di questi enzimi. Questo rende ragione della
variabilità interindividuale per il metabolismo dei farmaci. Se c’è una variabilità che cambia in
maniera molto importante la capacità di metabolizzare e se quella sostanza viene inattivata per
metabolizzazione, c’è anche una eventuale diminuzione della risposta di tipo farmacologico.
Questi enzimi possono essere o costitutivi o inducibili. In realtà molti di quelli costitutivi possono
essere soggetti anche al fenomeno dell’induzione:
- CYP1A1: fondamentalmente inducibile ma per quanto riguarda i farmaci è molto poco
coinvolto. È molto coinvolto nell’attivazione di sostanze di origine ambientale verso la
formazione di cancerogeni.
È estremamente importante dal punto di vista farmacologico capire ogni isoforma di citocromo
quale farmaco è in grado di metabolizzare. Questi enzimi della metabolizzazione sono sottoposti al
fenomeno di induzione, ma anche ad inibizione enzimatica. Conoscere quali vie metaboliche
seguono più farmaci che io co-somministro è utile per cercare di evitare la comparsa di effetti
avversi e per evitare l’insuccesso terapeutico. Se uno dei due farmaci che io do è un induttore
dell’enzima coinvolto nella metabolizzazione dell’altro, vuol dire che quell’altro farmaco sarà
metabolizzato più rapidamente e quell’attività per cui somministravo il profarmaco potrebbe
venire a mancare totalmente. È molto importante nell’ottica della interazione farmacologica.
Ci sono sostanze che agiscono da inibitori e altre da induttori dei diversi citocromi, per esempio:
Metto insieme la tolbutamide (anti-iperglicemico) con la rifampicina (antibiotico) induttore del
CYP2C9 che metabolizza la tolbutamide. Se CYP2C9 è presente in quantità elevate, la tolbutamide
sarà metabolizzata in maniera molto rapida.
MONOOSSIGENASI FMO
Le altre monossigenasi sono quelle che contengono la Flavina Adenina Dinoucletide (FAD); ne sono
state isolate 5 isoforme, localizzate in corrispondenza del reticolo endoplasmatico del fegato,
dell’intestino, reni e polmoni. Classificate come FMO 1-5 (Flavina Mono-Ossigenasi), catalizzano
l’ossidazione di gruppi nucleofili, che hanno tanti elettroni a disposizione. Per agire hanno la
necessità come substrato dell’ossigeno molecolare e del NADPH. Hanno una capacità di interagire
su molti substrati anche se hanno una preferenza per i substrati lipofili, le molecole con
coefficiente di ripartizione tendenzialmente elevato possono essere attaccati da queste
monossigenasi.
Queste FMO agiscono anche su alcuni substrati endogeni; ad esempio la FMO3 è in grado di
ossidare la trimetilamina, un metabolita volatile che ha odore particolarmente spiacevole. Questa
viene metabolizzata, ovvero ossidata in trimetilamina N-ossido. Ci possono essere delle mutazioni
del gene che codifica per FMO3 a livello epatico, si può formare un enzima che non funziona. In
questo modo la trimetilamina non viene metabolizzata, questo è associata alla patologia della
trimetilaminuria o anche nota come “Sindrome dell’odore di pesce”, odore di pesce nell’alito e nel
sudore.
Le 5 isoforme dei mammiferi possono presentare differenze tra specie; per quanto riguarda il ratto
presentano anche differenze tra sesso: nelle femmine di ratto FMO3 è presente in una quantità
molto più elevata perché stimolata dalla presenza degli estrogeni.
Sono ossidazioni che avvengono in particolare nella frazione solubile del citoplasma delle cellule
del fegato, rene e polmone. Hanno una
preferenza di attacco per le sostanze
endogene, le più importanti sono:
A lato vediamo come varia in maniera rapida l’aumento della concentrazione plasmatica
dell’acetaldeide tra i soggetti di controllo e quelli trattati con Antabuse.
DAO DiAmino Ossidasi: sono localizzate a livello del citosol epatico, intestinale e della
placenta. Come substrato sono le poliamine, substrati esogeni, inquinanti ambientali; ma
sono in grado di metabolizzare anche l’istamina.
MAO MonoAmino Ossidasi: più importanti dal punto di vista farmacologico. Hanno una
localizzazione mitocondriale a livello di fegato e reni e in modo particolare a livello
dell'encefalo. Sono presenti in due isoforme diverse che di diversificano per la specificità di
substrato: la MAO A metabolizza la serotonina e la noradrenalina mentre la MAO B
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È importante la selettività dei farmaci che le inibiscono: le anti MAO A inibiscono l’azione
degli antidepressivi, mentre gli anti MAO B inibiscono l’azione di farmaci contro le
demenze (deprenyl, derivato dalla metamfetamina).
RIDUZIONI
Hanno localizzazione a livello microsomiale e a livello del citosol epatico. Le reazioni di riduzioni
sono reazione di bioattivazione di tipo tossicologico, perché sono in grado di ridurre nitrati e nitriti
con la formazione di nitrosamine, agenti di tipo cancerogeno. Le reazioni di riduzione sono
catalizzate da:
1. Carbonil riduttasi: enzima citosolico NADPH dipendente. È in grado di ridurre le aldeidi ed i
chetoni ad alcoli. Interviene nella metabolizzazione di molti farmaci: warfarin, doxorubicina
e aloperidolo. Ha una elevatissima variabilità individuale.
2. Glutatione riduttasi: ha un ruolo fondamentale ovvero mantenere allo stato ridotto il GSH
(sostanza fondamentale per il fattore endogeno detossificante). Questo enzima è in grado
di ridurre molte altri xenobiotici che presentano dei ponti disolfuro; un esempio è
l’Antabuse, un pro-farmaco che una volta somministrato viene ridotto a disulfuram che va
a bloccare l’azione dell’ALDH.
IDROLISI
1. Esterasi: enzimi che vanno a scindere gli esteri. Localizzazione a livello plasmatico (attività
aspecifica), importanti perché hanno catalisi veloce per cui agiscono in maniera molto
rapida. Importante perché esterifichiamo in nostri farmaci per fare dei pro-farmaci che a
livello plasmatico saranno attaccati dalle esterasi.
2. Amidasi: enzimi che vanno a scindere i legami amidici. Sono presenti a livello plasmatico,
sono enzimi a catalisi lenta.
3. Epossido idrolasi: enzimi che intervengono sui legami epossidici, idrolizzano gli anelli
epossidici in dioli. La localizzazione è ubiquitaria, ma l’enzima è particolarmente presente
nel reticolo endoplasmatico dei polmoni, del fegato, dei testicoli in stretta continuità con
CYP450, da cui può esserci la formazione di epossidi. La presenza dell’epossido idrolasi
attacca immediatamente gli epossidi prodotti, è un sistema detossificante. Gli idrocarburi
policiclici aromatici o alifatici vengono ossidati da CYP450 in epossidi elettrofili, i cui
elettroni si attaccano su proteine o acidi nucleici formando addotti covalenti, aggregati con
legami chimicamente elevati dal punto di vista energetico, sostanze di tipo cancerogeno.
Esempio: il benzo(a)pirene, presente nel fumo di sigaretta, viene ossidato da CYP450 in due
epossidi. Questi vengono immediatamente detossificanti nelle due forme di tipo diolico
(dall’epossido idrolasi); queste sono detossificate per quanto riguarda la capacità di
attaccarsi da qualche parte, ma sono anche più facilmente eliminabili attraverso il rene.
Le reazione di fase II costano in termini di energia; devono essere attivati dei cofattori,
generalmente intermedi che permettono la coniugazione. In generale i coniugati sono molecole
polari facilmente eliminabili.
3. Coniugazione con acido solforico, un’altra reazione molto importante, ad opera della
solfotransferasi ed ha come reattivo endogeno il fosfoadenosil-fosfosolfato.
5. Coniugazione con gli amminoacidi, innanzitutto con la glicina: quello che viene attivato è
fondamentalmente il substrato.
L’enzima che catalizza questa reazione è UDP-glucuroniltransferasi (UGT) richiede come cofattore
ad elevata energia l’UDP-acido glucuronico. Dato che è la reazione più importante per quanto
riguarda la metabolizzazione degli xenobiotici, la sua localizzazione sarà preferenzialmente in
corrispondenza del reticolo endoplasmatico epatico, ma anche in altri distretti.
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Le transferasi sono presenti in numerose forme, esiste una superfamiglia. Nell’uomo sono state
individuate oltre 20 isoforme delle famiglie UGT1 e UGT2. In particolare:
- UGT1A1 coniuga bilirubina e numerosi xenobiotici.
Sono state individuate numerose mutazioni a carico del gene che codifica per UGT1A1,
se si produce una proteina che funziona meno o non funziona, si hanno dei difetti di
coniugazione della bilirubina. Questa viene definita come sindrome di Gilbert, una
diminuzione del 70% della capacità coniugativa, che si traduce in una lieve
iperbilirubinemia di tipo non coniugata. Queste alterazioni non hanno ricadute
particolarmente importati sui famaci, infatti in carenza di questa via diventa importante
la via della solfo-coniugazione. Fa eccezione un antitumorale che ha questa come via
pressoché esclusiva, di metabolizzazione, perciò i soggetti con mutazione
metabolizzano il farmaco molto molto bene, con comparsa di effetti avversi.
- UGT2: coniuga acidi biliari e gli steroidei.
La coniugazione richiede come cofattore ad alta energia l’acido UDP, un intermedio del
metabolismo della sintesi del glicogeno che è presente pressoché in tutte le cellule.
Come avviene la coniugazione? Il metabolita con il suo gruppo attivo viene coniugato ad opera
dell’enzima UDP-glucuroniltrasferasi in corrispondenza del carbonio 1 dell’acido glucuronico, si
forma il coniugato del farmaco con l’acido glucuronico che può avere dei destini diversi in base al
suo peso molecolare. Infatti può essere estruso dall’epatocita a livello plasmatico ed essere
eliminato nelle urine; può essere estruso nel canalicolo biliare ed essere eliminato con le feci;
oppure, giunto a livello dell’intestino, può essere attaccato dalle β-idrossilasi ed entrare nel circolo
entero-epatico. A seconda gruppo funzionale che caratterizza il farmaco che viene coniugato con
l’acido glucuronico, abbiamo la formazione di diversi tipi di coniugati. I glucuronidi possono essere
substrati, a seconda del tipo di gruppo funzionale sul quale vanno ad attaccarsi, ad una velocità
diversa, rallentiamo eliminazione e andiamo incontro a ridistribuzione.
Molti degli xenobiotici che possono essere coniugati con l’acido glucuronico, possono essere
coniugati anche con l’acido solforico. L’enzima è la sulfotransferasi (SULT), che può avere
localizzazioni diverse:
- Citoplasmatica: coinvolta nella metabolizzazione degli xenobiotici
- Legata nella membrana dell’apparato del Golgi: importante nella biosintesi di
macromolecole endogene (glicoproteine).
La SULT è una superfamiglia, nell’uomo sono state individuate 13 isoforme delle famiglie SULT1,
SULT2 e SULT4 (localizzazione citoplasmatica). La funzione è quella trasferire il gruppo SO3- ai
gruppi idrossilici di fenoli o alcoli alifatici, con la formazione di solfati esterificati o solfati eterei.
Il cofattore sintetizzato a livello citosolico a partire dal solfato
e dall’ATP è rappresentato dal PAPS (3’fosfoadenosina-5’-
fosfosolfato). Il gruppo del PAPS che viene trasferito per
andare a metabolizzare il substrato è cerchiato in rosso
nell’immagine.
Lo xenobiotico quando è presente a basse dosi è per la maggior parte solfoconiugato; mentre ad
alte dosi è per la maggior parte glicuroconiugato.
Nota per lo studio: la professoressa sostiene le interessano i concetti basilari, non le formule
chimiche.
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Balducci Federico
Nella scorsa lezione sono state affrontate le due reazioni di fase II (coniugazione)
quantitativamente più importanti, ossia la coniugazione con acido glucuronico e quella con acido
solforico. Molte sostanze sono substrato di entrambi UGT (UDP-Glucuronil Transferasi) e SULT
(Sulfotransferasi); la scelta tra i due dipende dalla diversa concentrazione cellulare dei due enzimi
e dall’ affinità variabile per i vari substrati. Quando un farmaco è presente in concentrazioni
particolarmente basse la via di coniugazione preferita è quella con acido solforico, essendo la
solfoconiugazione un sistema metabolico caratterizzato da maggiore affinità e minore capacità. Al
contrario per un farmaco molto concentrato: esso sarà per la maggior parte glucuroconiugato
(sistema a maggiore capacità e minore affinità).
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Balducci Federico
Un’altra differenza è la localizzazione di queste diverse tappe di coniugazione: i primi due passaggi
fino alla formazione dell’acil-xenobiotico avvengono a livello mitocondriale, mentre la reale
coniugazione con l’amminoacido avviene nel citosol. Il destino preferenziale di questo coniugato è
di essere eliminato attraverso le urine.
METILAZIONE
Riguarda essenzialmente substrati endogeni. Gli enzimi che catalizzano questa reazione sono
metiltransferasi, estremamente aspecifiche, localizzate perlopiù a livello polmonare ma anche in
altri tessuti. Ci possono essere metilazioni sull’azoto, sull’ossigeno o sullo zolfo con caratteristiche
peculiari.
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Balducci Federico
• NAT-2, presente in modo particolare a livello epatico ed intestinale (i due siti più
importanti in assoluto per metabolizzazione di farmaci).
Il cofattore ad elevata energia richiesto per le coniugazioni con l’acido acetico è l’acetil-CoA e la
reazione viene svolta in due fasi:
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Balducci Federico
definiti anche “ligandine”). Il ruolo di GSH è quindi di neutralizzare le specie reattive dell’ossigeno
e dell’azoto ed i metaboliti reattivi elettrofili. I coniugati con il glutatione formatisi a livello epatico
vengono preferenzialmente escreti con la bile. In alternativa essi possono subire una serie di
trasformazioni in acidi mercapturici che verranno poi eliminati con le urine. Essendo il GSH un
tripeptide, potrà essere sottoposto al distacco progressivo di AA per l’intervento di peptidasi
diverse, ad es. la gamma-glutamiltranspeptidasi stacca la terminazione dell’acido glutammico,
lasciando solo cisteina e glicina legate al farmaco. Se interviene poi l’aminopeptidasi M, stacca
anche la componente glicinica per cui rimane il coniugato cisteina-farmaco; quest’ultimo
composto può essere sottoposto a coniugazione con acido acetico con l’intervento della N-
acetiltransferasi che induce la formazione dell’acido mercapturico, eliminato con le urine.
I prodotti di tali metabolizzazioni, qualora non vengano neutralizzati, causano tossicità. Per questo
motivo biotrasformazione NON equivale a detossificazione. Questi intermedi reattivi possono
restare latenti per limitate esposizioni allo xenobiotico, fino a che sono disponibili i meccanismi di
detossificazione (GSH in primis, ma anche coniugazione con acido glucuronico e solforico). Se tali
meccanismi vengono saturati (ad esempio per esposizione massiva) si ha la comparsa dell’effetto
tossico, tutt’altro che trascurabile. Rappresentativo in tal senso è l’utilizzo dell’acetaminofene o
paracetamolo (analgesico e antipiretico), conosciuto con l’appellativo commerciale di tachipirina
ed utilizzato molto frequentemente. Questo farmaco viene elettivamente metabolizzato
attraverso la coniugazione con l’acido solforico ed il glutatione. Tuttavia, una piccola quota di
paracetamolo segue la via di ossidazione attraverso il CYP2E1 con formazione di metaboliti
nucleofili altamente reattivi, che reagirebbero con macromolecole ma che vengono neutralizzati
mediante coniugazione con il glutatione con conseguente escrezione.
Il paracetamolo può avere effetto tossico in due circostanze:
1. In caso di iperdosaggio, e quindi saturazione degli altri sistemi: siamo in una situazione in
cui la quantità di metaboliti reattivi prodotta eccede la quantità escreta in maniera
importante. Si tratta di una condizione poco frequente e questo perché la dose terapeutica
è nell’ordine dei milligrammi, mentre la dose tossica è nell’ordine dei grammi (indice
terapeutico abbastanza elevato)
2. In caso di induzione del CYP2E1 (vedi prossima lezione); questa condizione è presente in
una categoria di soggetti, gli etilisti cronici, che veicolano la metabolizzazione dell’etanolo
verso l’ossidazione a livello del citocromo perché gli altri sistemi sono saturi. Ciò comporta
una maggior espressione di questo enzima e quindi la tendenza a metabolizzare il
paracetamolo in questa sede, con conseguente formazione di metaboliti reattivi
(ricordiamo infatti che la dose tossica di paracetamolo negli etilisti è più bassa rispetto alla
norma).
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Ne deriva che una concentrazione scarsa dei sistemi di detossificazione o un mancato ripristino
della loro attività rende libere queste molecole nucleofile di interagire con macromolecole e la
conseguenza più drammatica è la necrosi epatica fulminante. Di fondamentale importanza è stata
l’identificazione di quei metaboliti reattivi che vengono prodotti attraverso questa via perché, una
volta a conoscenza di questi dettagli, ci si è evoluti nella generazione di molecole in grado di
contrastare l’azione altamente nucleofila di queste sostanze. Sono state identificate la
cisteinamina e la N-acetil cisteina, che espletano la stessa funzione del glutatione. Si può quindi
rimediare ad una grave intossicazione da paracetamolo con rischio di necrosi epatica fulminante
attraverso la somministrazione di queste sostanze, purché si intervenga rapidamente (entro le 6,
massimo 8 ore dall’assunzione).
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1. SPECIE
Differenze qualitative: Sono date dalla presenza/efficienza di determinati sistemi enzimatici nelle
diverse specie:
Queste differenze qualitative possono risiedere anche nella presenza di vie di metabolizzazione
peculiari. Nel caso dell’Imipramina (antidepressivo):
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2. Età
L’attività metabolica è variabile nel corso della vita, in base all’età. In particolare, l’attività
metabolizzante del fegato è bassa alla nascita, poi aumenta con la crescita fino ad arrivare all’età
adulta in cui si ha il 100% della capacità metabolizzante e poi, naturalmente, con il progredire
dell’età diminuisce in maniera sostanziale.
Età neonatale
• Il CYP450, con tutte le sue isoforme, può ritenersi completo intorno ai 2-3 anni di vita
• Gli enzimi coniugativi hanno una tempistica diversa di sviluppo, da alcuni mesi a 3 anni.
La deficienza, ad esempio, della glucuronil transferasi, insieme all’immaturità della barriera
ematoencefalica, rende ragione della comparsa dell’ittero nucleare da sulfamidici nel neonato e
anche della “sindrome grigia” da cloramfenicolo nel lattante.
[Sindrome grigia: dopo 2-9 giorni di somministrazione di cloramfenicolo ad alti livelli, la sindrome
si manifesta con vomito, ipotermia, ipotensione, cute color grigia e labbra e mucose cianotiche]
Età adulta
Età avanzata
Nella terza età ci sono delle alterazioni fisiologiche a carico di rene, fegato, cuore. Il fatto che si
riduca la gittata cardiaca causa un minor flusso sanguigno diretto a fegato e reni e questo è una
delle ragioni per cui nell’anziano abbiamo una minor sensibilità all’utilizzo dei farmaci, senza
dimenticare che spesso assumono più farmaci contemporaneamente.
Anche senza stati patologici particolari, nell’anziano il volume del fegato diminuisce del 17-32% dai
20 ai 90 anni e il flusso ematico diminuisce del 30-50 %. Allo stesso modo la massa renale si riduce
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Balducci Federico
di 1/3 tra i 30 e gli 80 anni e il flusso ematico del 50%, comportando una riduzione del GFR e
perciò ne risente la capacità di escrezione renale.
Per quanta riguarda la variazione degli enzimi metabolizzanti, dopo numerosi studi oggi si è
dimostrato che l’efficienza metabolica delle reazioni di fase 1 va incontro a riduzione, a causa della
diminuzione dei sistemi ossidativi del CYP450. Allo stesso modo, nonostante sia stato difficile
determinarlo, oggi si sa che con l’avanzare dell’età diminuisce pure l’efficienza delle reazioni di
fase 2.
Motivo per cui dobbiamo pensare di variare la dose dei farmaci, anche perché rispetto all’adulto
varia il rapporto massa grassa/massa magra e la quantità di acqua. Perciò varia il volume di
distribuzione del mio farmaco: quindi bisogna alzare la dose dei farmaci tendenzialmente
idrosolubili perché vengono teoricamente eliminati più velocemente. Viceversa, per i farmaci
tendenzialmente liposolubili.
Ed è proprio l’esempio che viene riportato nell’immagine: il diazepam (una delle prime
benzodiazepine), ha una velocità di distribuzione età dipendente: l’emivita di questo farmaco a 20
anni è poco più di 20 ore, nell’anziano invece può aumentare fino a 100 ore. È importante per cui
monitorare l’azione di questo farmaco nel paziente anziano.
3. Sesso
Le prime differenze di genere storicamente sono state identificate nel ratto, ma a noi interessa
relativamente.
Ebbene riguardo alla metabolizzazione dei farmaci sono state trovate delle differenze di genere
riguardo ai citocromi (fase 1) ma anche nelle reazioni di coniugazione (fase 2).
-Fase 1: l’uomo esprime maggiormente il CYP2D6 (importante per la metabolizzazione dei farmaci)
e il CYP2E9, per quello l’uomo sopporta dosi maggiori di alcol rispetto alle donne. Le femmine
invece esprimono di più il CYP3A4 e quindi anche la P-gp che è associata ad esso.
-Fase 2: i maschi hanno maggiore tendenza a coniugare i farmaci quindi tutti gli enzimi coniuganti
sono maggiormente espressi nel maschio.
Importante è da tenere conto ciò che avviene nella donna durante la gravidanza: ci possono essere
delle modificazioni di motilità intestinale e svuotamento gastrico e quindi modificazioni della
tempistica di assorbimento di un farmaco somministrato per via orale; dal terzo trimestre, inoltre,
aumenta la velocità di escrezione renale; e per quanto riguarda la metabolizzazione, l’alterazione
di estrogeni e progesterone ha degli effetti sull’attività dei citocromi. CYP3A4 aumenta
ulteriormente l’attività, come anche il CYP2D6 e la glucuroniltransferasi. Per contro diminuisce
l’attività del CYP1A2 e del CYP2C19, relativamente poco importanti per il metabolismo di farmaci.
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Moni Margherita, Massarotti Luca, Lez.13 Farmacologia Generale Carrara, 22.11.18
Balducci Federico
modificazione della dose del farmaco, non sempre diminuendola perché spesso c’è un aumento
della metabolizzazione.
4. Stati patologici
Possiamo pensare a epatopatie (cirrosi, epatiti virali, alcoliche) e quindi modificazioni per effetto
diretto, ma in realtà possiamo anche avere modificazioni della metabolizzazione di farmaci
ricondotte ad alterazioni del sistema endocrino, cioè effetto indiretto.
Per quanto riguarda le epatopatie, l’unica condizione in cui non ho una diminuzione, ma bensì un
aumento dell’attività di biotrasformazione di xenobiotici, è nella cirrosi su base alcolica.
Comunque ho generalmente una diminuzione dell’attività metabolizzante del fegato a causa di:
• Diminuita attività enzimatica: per esempio nel caso del diazepam, il cui tempo di
dimezzamento cresce considerevolmente e potremo avere effetti avversi fino al coma.
• Modificazione del flusso ematico, ad esempio in caso di cardiopatie con diminuita gittata
cardiaca. Ciò si traduce in una riduzione della clearance epatica dei farmaci ad elevata
estrazione epatica (lidocaina, morfina, isoniazide, in cui la clearance è strettamente
dipendente dal flusso ematico).
• Ipoalbuminemia, e quindi della diminuzione della quota del farmaco legata alle proteine e
quindi aumento della quota libera.
Domanda: se, a causa di ipoalbuminemia, ho aumento della quota libera di un farmaco, avrò
sempre degli effetti avversi? Solitamente no, perché avrò sì un picco di concentrazione del farmaco
però questo verrà corretto da un aumento dell’escrezione renale visto che è aumentata la quota
libera. A meno che il farmaco in questione non abbia un basso indice terapeutico e quindi il picco
porterà facilmente ad effetti avversi.
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Balducci Federico
In presenza di alcune carenze dietetiche o diete estreme ci possono essere alterazioni della
metabolizzazione dei farmaci.
Fattori ambientali
I più importanti sono gli inquinanti ambientali, tra i quali soprattutto il fumo di sigaretta che dà dei
prodotti della pirolisi per la combustione di un materiale vegetale come il tabacco: vengono
prodotti benzo(a)pirene ma anche induttori del citocromo CYP1A2, quindi c’è un aumento della
velocità di biotrasformazione. Motivo per cui la concentrazione di un analgesico come la
fenacetina nel plasma di un fumatore sarà decisamente inferiore rispetto a un non fumatore. Oltre
a induttori dei citocromi come gli idrocarburi policiclici aromatici vengono prodotti anche degli
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Moni Margherita, Massarotti Luca, Lez.13 Farmacologia Generale Carrara, 22.11.18
Balducci Federico
inibitori come il monossido di carbonio e il cianuro di idrogeno. Numerose delle sostanze presenti
nel fumo di sigaretta in realtà sono delle sostanze procancerogene che vengono bioattivate in
cancerogeni da enzimi della mucosa bronchiale, a loro volta indotti dalle stesse sostanze induttrici
del fumo di sigaretta.
Tra i fattori ambientali poi consideriamo anche metalli pesanti, insetticidi, polveri sottili, diossina
che possono agire sia come induttori che come inibitori enzimatici della biotrasformazione. Da
sottolineare poi è l’azione del mercurio (Hg), che ha un’azione di induttore se presente nella sua
forma inorganica e invece funge da inibitore enzimatico se presente nella sua forma organica
(metil-mercurio). Il mercurio è un inquinante presente soprattutto nel pesce, però si è studiato
che, mangiando il pesce 2 volte a settimana, il rischio di intossicazione da Hg è di gran lunga
minore del beneficio dato dall’assunzione dei grassi omega-3 e omega-6 contenuti in esso.
6. Fattori genetici
Come abbiamo visto ci sono tantissimi fattori che alterano la biotrasformazione degli xenobiotici,
ma in realtà oggi sappiamo che la componente genetica influenza per il 95% la variabilità
interindividuale della risposta ai farmaci. Queste variabilità determinano poi l’efficacia del
farmaco, effetti avversi o il fallimento terapeutico. Soprattutto gli effetti avversi (ADR, Adverse
Drug Reactions) causano l’aumento di costi oltre alla compromissione del rapporto medico-
paziente. Uno studio americano ha evidenziato che il 5-10% dei ricoveri ospedalieri è causato da
reazioni avverse da farmaci e queste reazioni gravi possono riguardare il 7% dei pz già
ospedalizzati e quindi imputabili ad errore medico per scarsa attenzione, tanto che la comparsa di
reazioni avverse è la quinta causa di morte.
È quindi logico puntare sulla farmacogenetica, quindi sullo studio della variabilità della risposta di
un farmaco dovuta a fattori genetici o ereditari. L’obbiettivo di questi studi dovrebbe essere di
predire se ci potranno essere reazioni avverse oppure di sapere qual è il farmaco giusto e il giusto
dosaggio per ogni paziente (medicina personalizzata). Perciò ad oggi il fattore più importante da
indagare per valutare la risposta individuale al farmaco sono i polimorfismi, cioè specifiche varianti
alleliche presenti in almeno l’1% della popolazione. A noi in particolare interessano i polimorfismi
a singolo nucleotide (SNPs), ovvero quando le variazioni di sequenza tra due individui sono di un
solo nucleotide. E allora questi vengono classificati in cSNP (situati nelle regioni codificanti dei
geni), pSNP (localizzati nelle regioni regolatorie come promotori ed enhancer) e i rSNP (“random”,
nelle regioni intergeniche). Quella che ci interessano fondamentalmente per la variabilità nella
metabolizzazione dei farmaci sono i cSNP e i pSNP.
Gli SNP possono influenzare sia la farmacocinetica, e quindi interessano i geni che codificano per
trasportatori o enzimi metabolizzanti, che la farmacodinamica attraverso la modificazione del
bersaglio terapeutico quindi interagendo con enzimi, canali ionici, recettori. I polimorfismi
possono anche provocare ADR o anche assenza di risposta terapeutica.
Queste varianti alleliche dei geni che codificano per gli enzimi metabolizzanti possono essere:
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Moni Margherita, Massarotti Luca, Lez.13 Farmacologia Generale Carrara, 22.11.18
Balducci Federico
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Khalid K., Giompaolo N. Lez.14 Farmacologia Carrara 27.11.18
Rev. Meda N.
Nell’ottica della
metabolizzazione di fase 1 o
funzionalizzazione, ci sono
polimorfismi a carico di
tutti i geni mostrati ma
quelli quantitativamente
più importanti riguardano
la grossa famiglia dei
citocromi p450 presenti
nella sede principale del
metabolismo dei farmaci, il
fegato.
Tra tutti i vari citocromi
alcuni sono stati studiati in
maniera particolare: il
CYP2C9, CYP2C19 e il
CYP2D6. Inoltre, le due famiglie considerate, CYP2C e CYP2D insieme rappresentano poco
meno del 20% del totale degli enzimi epatici.
Citocromo CYP2D6
Interessante è il polimorfismo a carico del CYP2D6 innanzitutto perché è stato il primo
citocromo nel quale è stata vista la presenza di polimorfismo.
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Khalid K., Giompaolo N. Lez.14 Farmacologia Carrara 27.11.18
Rev. Meda N.
Nella popolazione caucasica, il fenotipo di metabolizzatore lento è presente nel 7-8% della
popolazione, di metabolizzazione rapida nel 85-95%, e il fenotipo ultrarapido nell’1-10%.
Il gene codificante CYP2D6 presenta circa 100 varianti alleliche che danno il fenotipo di
metabolizzatore lento e in alcuni casi anche la completa delezione del gene, cioè assenza
della proteina. Se ho delezione di una base avrò una proteina che è parzialmente o
totalmente inattiva.
Il fenotipo ultrarapido è dovuto ad un’amplificazione genica (da 2 a 12 multialleli) che porta
all’espressione di una quantità maggiore della proteina e quindi ad una metabolizzazione
molto veloce del farmaco.
Per quanto riguarda i metabolizzatori lenti nell'Europa questo fenotipo è presente nel 5-10%
della popolazione, negli afroamericani riguarda il 2-5% mentre negli orientali meno dell’1%.
I metabolizzatori ultra-rapidi invece sono particolarmente presenti nell’etnia etiopica,
seguiti dalle regioni mediterranee e dal nord Europa, dove la percentuale è molto bassa.
In base al fenotipo del soggetto trattato con antidepressivi triciclici, antiaritmici e codeina
possono esserci risposte diverse sia dal punto di vista clinico che di comparsa di reazioni
avverse. Un paziente con fenotipo metabolizzatore lento che viene trattato con una dose
standard, avrà un aumento della quota di farmaco disponibile che però non si traduce in un
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Khalid K., Giompaolo N. Lez.14 Farmacologia Carrara 27.11.18
Rev. Meda N.
suo aumento dell’effetto terapeutico, in quanto questi farmaci hanno un indice terapeutico
ristretto, bensì nella comparsa di effetti avversi. Infatti, trattando un soggetto
metabolizzatore lento con antidepressivi o antiaritmici c’è una probabilità di gran lunga
maggiore che compaiano gli effetti avversi. Nel caso di dosi standard di un profarmaco come
la codeina, la sua lenta trasformazione in morfina, cioè il componente attivo, rappresenta un
fallimento terapeutico.
Se il fenotipo del soggetto trattato con queste tre tipologie di farmaci è un metabolizzatore
ultra-rapido allora eliminerà il farmaco in maniera eccessivamente veloce: nel caso dei primi
due farmaci andrà in contro ad una inefficacia di tipo terapeutico.
Quindi la dose dovrà essere diminuita in caso di fenotipo metabolizzatore lento e
incrementata in caso di fenotipo metabolizzatore ultra-rapido. In caso di profarmaco come
la codeina bisogna fare particolare attenzione in quanto nel fenotipo ultra-rapido,
soprattutto nei bambini, la celere metabolizzazione in morfina provoca nausea, euforia,
danni cerebrali e anche morte.
CITOCROMO CYP2C9
Il CYP2C9 metabolizza circa il 15% dei farmaci tra i più utilizzati, come la tolbutamide
(antidiabetico), fans, difenilidanitoina (antiepilettico) e warfarina (anticoagulante).
Sono state identificate ad oggi circa 60 varianti alleliche tra cui CYP2C9*2 e CYP2C9*3 che
inducono una riduzione della funzionalità della proteina del 5-12% rispetto alla sua attività
standard. La CYP2C9*2 presenta un’alterata interazione funzionale con la CYP450 reduttasi
(estremamente importante nel ciclo catalitico della funzionalità del CYP450).
Mentre il CYP2C9*3 presenta una diminuita affinità per numerosi substrati, tra cui la
warfarina (ha un indice terapeutico particolarmente ristretto)
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Khalid K., Giompaolo N. Lez.14 Farmacologia Carrara 27.11.18
Rev. Meda N.
Quindi negli
omozigoti per la
variante allelica
CYP2C9*3
l’attività
metabolica
dell’enzima è
fortemente
ridotta (circa del
10-20%) e
diventa
imprescindibile
un
aggiustamento
della dose di tutti
i farmaci (anche
se ciò non viene
mai fatto per i
FANS mentre nel caso della warfarina, per esempio, è fondamentale onde evitare emorragie
significative).
In questa slide possiamo notare la distribuzione delle varianti alleliche del CYP2C9 nelle
diverse etnie.
La ridotta attività di entrambe le varianti *2 e *3 comporta sanguinamento in seguito a
trattamento con warfarina e diversi effetti negativi nell’uso di altri farmaci che sono
substrati di questo citocromo.
CITOCROMO CYP2C19
Anche in questo caso sono state identificate due varianti alleliche CYP2C19*2 e CYP2C19*3
presenti soprattutto nelle popolazioni asiatiche e arabe. Un caso in cui questo polimorfismo
non è associato ad una problematica ma è vantaggioso, è rappresentato dalla
metabolizzazione di omeprazolo (inibitore di pompa, antiacido ad attività specifica, non
aspecifica come il bicarbonato) caratterizzato da un indice terapeutico alto, quindi in caso di
metabolizzazione più lenta dà una migliore risposta clinica.
Il CYP2C19 metabolizza anche il clopidogrel (profarmaco), un antiaggregante piastrinico che
in questo caso verrà attivato più rapidamente.
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Khalid K., Giompaolo N. Lez.14 Farmacologia Carrara 27.11.18
Rev. Meda N.
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Khalid K., Giompaolo N. Lez.14 Farmacologia Carrara 27.11.18
Rev. Meda N.
In ogni caso ha una rilevanza clinica molto importante in quanto idrolizza la succinilcolina,
un miorilassante usato nell’induzione di anestesia generale di breve durata perché viene
rapidamente metabolizzata dalla BchE.
In alcuni pazienti l’effetto di succinilcolina, che dovrebbe durare 2-6 minuti, può persistere
anche per alcune ore e il soggetto può andare incontro ad episodi di apnea. Ciò accade
quando la butirrilcolinesterasi è atipica, quindi ha una minore affinità per il substrato, in
questo caso il miorilassante, che verrà metabolizzato più lentamente.
Sono state descritte circa 10 varianti alleliche presenti quasi esclusivamente nei caucasici.
Più precisamente, il 96% della popolazione è omozigote per l'allele normale, mentre il 4% è
eterozigote o omozigote per alleli parzialmente funzionali o nulli. Questo si traduce in una
frequenza di 1 su 3000 soggetti che possiede il fenotipo di metabolizzatore molto lento, che
li espone a dei rischi in caso di un intervento chirurgico.
TEST DI FENOTIPIZZAZIONE
DELL'ATTIVITÀ’ DELLA
BUTIRRILCOLINESTERASI: è
definito come numero di dibucaina
(anestetico) Se la
butirrilcolinesterasi è atipica viene
identificata in un campione di
sangue del paziente attraverso la
capacità della dibucaina di inibire
l’idrolisi della colinesterasi, In altre
parole, in presenza di fenotipo
normale avrò una rapida idrolisi
della colinesterasi, cioè l’enzima
sarà inibito per oltre il 70%. Se
l’idrolisi è lenta perché l’enzima presenta un’alterazione polimorfica, sarà inibito per meno
del 20%.
Numeri di dibucaina particolarmente bassi indicano che il soggetto è portatore di
omozigosi per l’enzima atipico, e quindi c’è un elevato rischio durante l’induzione di
anestesia; numeri di dibucaina intermedi indicano che la popolazione è di eterozigoti, quindi
hanno un rischio intermedio di comparsa di apnea per trattamento con la succinilcolina. Il
numero di dibucaina elevato significa che il soggetto è omozigote per l’enzima normale, cioè
non sono a rischio di eventi apnoici.
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Rev. Meda N.
N-acetiltransferasi (NAT) è il primo enzima della fase 2 nel quale sono stati identificati i
polimorfismi.
NAT1 presenta diverse varianti alleliche, che codificano per proteine con attività deficitaria
o addirittura nulla ma non siamo ancora in grado di correlare le varianti di NAT1 con alcun
significato di tipo clinico.
NAT2 presenta oltre 80 varianti alleliche. Nella popolazione africana e caucasica c’è un’alta
frequenza di acetilatori lenti, al contrario della popolazione orientale, dove è molto bassa.
Sono stati identificati due fenotipi del NAT2: acetilatori rapidi e acetilatori lenti.
Acetilatore rapido significa che il tempo di dimezzamento (tempo necessario perché la
concentrazione plasmatica dell’isoniazide – o altro farmaco da acetilare - si riduca del 50%)
è di 45-80 minuti, mentre il tempo di dimezzamento con un acetilatore lento aumenta fino a
120- 200 minuti.
Nei soggetti acetilatori lenti c’è un accumulo del farmaco, epatotossicità e neuriti periferiche
da isoniazidi. Nel caso degli acetilatori veloci l’isoniazide viene metabolizzato troppo
rapidamente e per mantenere la concentrazione del farmaco ad un livello terapeutico sarà
chiaramente necessario aumentarne la dose.
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Khalid K., Giompaolo N. Lez.14 Farmacologia Carrara 27.11.18
Rev. Meda N.
Altri substrati del NAT2 sono le idrazine, arilamine, arilamine carcinogene e farmaci
metabolizzati ad amine. Tutti questi farmaci in caso del rallentamento della loro
metabolizzazione possono dare effetti sfavorevoli: in caso di trattamento con idralazina o
procainamide in un acetilatore lento potrò avere la comparsa di anticorpi antinucleari, con
una patologia del tutto sovrapponibile a lupus eritematoso; sempre per quanto riguarda il
fenotipo acetilatore lento possiamo avere anche la comparsa di ipersensibilità ai sulfamidici.
Anche gli xenobiotici vengono metabolizzati da NAT2 e una loro biotrasformazione lenta
aumenta il rischio di cancro alla vescica, mammella e polmoni da ammine aromatiche
bicicliche alle quali possiamo essere esposti per inquinanti e fumo.
In realtà tutti questi effetti avversi non sono altro che reazioni idiosincrasiche (reazioni
avverse che vengono ricondotte a degli xenobiotici), il rallentamento della metabolizzazione
di tutte queste sostanze induce un accumulo e un aumento della possibilità che queste
sostanze vengano trasformate in metaboliti altamente reattivi, con una importante ricaduta
di tipo tossicologico.
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Rev. Meda N.
Ci sono altri enzimi di fase 2 che hanno importanza nella variazione della risposta
farmacologica. Nell’ottica del metabolizzatore lento è importante anche la tiopurina-S-
metiltransferasi. Nonostante questo polimorfismo abbia una frequenza molto bassa nella
nostra popolazione è importante ricordarlo perchè metabolizza farmaci come
mercaptopurina e azatioprina, che hanno indice terapeutico ristretto, e la popolazione che
presenta questo polimorfismo sarà esposta in maniera ancora più grave a effetti
indesiderati.
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Rev. Meda N.
ESPOSIZIONE A XENOBIOTICI
Se l’esposizione è prolungata nel tempo, comporta una variazione della quantità degli
enzimi biotrasformanti, per fenomeni dell’inibizione enzimatica e dell’induzione enzimatica.
Inibizione enzimatica
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Rev. Meda N.
-Antidepressivi (inibitori selettivi del reuptake della Serotonina), sono in grado di inibire
molti citocromi coinvolti nella metabolizzazione dei farmaci, tra cui CYP-1A2, -2D6, -3A4, -
2C19
1.2) Inibizione non competitiva: inibitore e substrato si legano a siti distinti, il complesso
enzima substrato non si forma e quindi l’enzima non è in grado di dare metabolizzazione
Esempio: il Destrometorfano (farmaco antitosse), metabolizzato da CYP2D6, se viene
somministrato insieme a un antiaritmico come la Chinidina (metabolizzata da CYP3A4 ma
che ha anche un’alta affinità per CYP2D6 e ne bloccando l’attività), non viene più
biotrasformato.
Nell’inibizione di tipo irreversibile, perché il citocromo riacquisti la sua capacità
biotrasformante, devo aspettare la risintesi dell’enzima, poiché inattivato, appunto,
irreversibilmente.
Ci possono essere due casi distinti di questo tipo di inibizione: la formazione di un
complesso intermedio metabolico (MI) e l’autoinattivazione catalitica dell’enzima (inibizione
suicida).
Formazione di un complesso MI: si forma un metabolita che si lega con un’elevata affinità al
ferro dell’eme nella sua forma ridotta (Fe2+), dando origine a un complesso stabile inattivo;
questa inibizione è definita ‘quasi irreversibile’ perché può essere reversa in una situazione
in vitro, somministrando delle sostanze in grado di ossidare il Fe2+ a Fe3+. Il complesso può
essere dissociato, ma solo in vitro, poiché in vivo si crea un complesso molto stabile per via
dell’elevata affinità per Fe2+ del metabolita intermedio formatosi. Quindi, per ottenere il
recupero dell’attività del sistema enzimatico devo attendere la sintesi di un nuovo
quantitativo di enzima.
Farmaci che bloccano e danno origine a questa attività di formazione del complesso stabile
possono essere rappresentati da Antibiotici Macrolidi (Eritromicina e Claritromicina), i quali
inducono la formazione di un intermedio metabolico, inibendo in modo particolare il
CYP3A4. Perciò, abbiamo un’influenza sulla biotrasformazione di tantissimi farmaci.
Autoinattivazione catalitica: c’è ancora la formazione di un metabolita reattivo che si lega
covalentemente (legame chimico ad elevata energia) al gruppo eme o all’apoproteina del
citocromo. Questa autoinattivazione è una caratteristica di farmaci che contengono doppi o
tripli legami, che possono essere ossidati dal citocromo ad intermedi radicalici in grado di
inattivare l’enzima in maniera assolutamente irreversibile; neanche in vitro vi è la possibilità
di risolvere questo legame (situazione sfruttata a scopo terapeutico).
Ad esempio, l’Etinilestradiolo (derivato acetilico dell’estradiolo, ha un triplo legame ed è
utilizzato come contraccettivo). Rispetto all’estradiolo ha un’attività biologica decisamente
più lunga perché ne rimane una quantità maggiore e aumenta la sua biodisponibilità; infatti,
essendo substrato del CYPA3A4, ne induce un inibizione di tipo catalitico suicida,
diminuendo di fatto la propria biotrasformazione (la trasformazione di altre molecole di
Etinilestradiolo somministrato che non hanno preso parte all’inibizione).
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Khalid K., Giompaolo N. Lez.14 Farmacologia Carrara 27.11.18
Rev. Meda N.
Un’altra inibizione è quella dovuta al succo di pompelmo, il quale blocca il CYP3A4 a livello
intestinale ed è anche in
grado di andare a inibire
il P-gp intestinale (di cui
si è già discusso).
Probabilmente la
quantità di principi attivi
presenti nel succo non
raggiungono il fegato in
una quantità tale da
poter andare a
interferire con il CYP3A4
epatico.
Un calcio antagonista come la felodipina è metabolizzato dal CYP3A4 ed è anche substrato
della glicoproteina P; se somministro questo calcio antagonista con succo di pompelmo ho
un aumento significativo della concentrazione plasmatica della felodipina. Tutto ciò causa
un effetto avverso con la comparsa della ipotensione. Un’interferenza del genere si può
avere anche con le statine, la cui concentrazione plasmatica aumenta per blocco della
metabolizzazione presistemica e per blocco del trasportatore di esclusione glicoproteina P,
con comparsa dell’effetto avverso più frequente in assoluto nel trattamento con le statine,
le mialgie.
I principi attivi nel succo di pompelmo sono la bergamottina e la 6,7-diidrobergamottina,
che sono in grado di agire andando a bloccare il CYP3A4 attraverso due meccanismi:
inattivazione catalitica dell’enzima e accelerazione del catabolismo della proteina, il quale si
traduce in drastica diminuzione della concentrazione del citocromo nell’enterocita.
Ci sono poi altre situazioni che possono comportare comparsa di effetti avversi
particolarmente significativi sempre nel contesto dell’induzione dell’inibizione del
citocromo.
Un esempio è la “torsione di punta”, una pericolosa aritmia ventricolare individuata nel
tracciato dell’elettrocardiogramma che presenta un allungamento nel tratto QT;
normalmente può essere evidenziato quando vengono somministrati degli antiaritmici, ma è
possibile ottenerla anche in situazioni particolari in cui vengono somministrati dei farmaci
che non hanno nulla a che vedere con gli antiaritmici come Primazide (antipsicotico),
Terfenadina (antistaminico), Cisapide (pro cinetico gastrointestinale).
Questi tre farmaci bloccano alcuni canali del K+ a livello cardiaco e sono metabolizzati tutti e
tre dal CYP3A4; se insieme a questi somministro contemporaneamente degli inibitori del
citocromo (macrolidi, antibiotici, succo di pompelmo) avrò la comparsa della torsione di
punta per un’alterata metabolizzazione di questi farmaci.
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Rev. Meda N.
La Terfenadina è rapidamente trasformata dal CYP3A4 nella sua forma attiva carbossilata
che mantiene l’attività antistaminica, ma non ha effetto cardiotossico.
Nella co-somministrazione insieme ad inibitori del citocromo CYP3A4, come ad esempio i
Macrolidi, la diminuita metabolizzazione del farmaco determina l’aumento della
biodisponibilità della sua forma cardiotossica decarbossilata, con conseguente allungamento
dell’intervallo QT all’ECG e insorgenza della torsione di punta. Alla fine degli anni 90 la
Terfenadina è stata ritirata dal mercato ma è stata sostituita dal suo metabolita
(Terfanodina carbossilata), il quale mantiene l’attività da antistaminico senza effetto
cardiotossico. Per gli stessi motivi è stato ritirato dal commercio anche il pro cinetico
gastrointestinale Cisapride che genera cardiotossicità per blocco del citocromo che lo
metabolizza.
Ci sono casi di inibizione enzimatica che tornano terapeuticamente utili:
-Anticolinesterasici, utilizzati nella miastenia gravis, aumentano i livelli di acetilcolina e ciò
comporta il prolungamento dell’effetto di farmaci colinergici.
-Anti-MAO (inibitori della monoamino ossidasi), tra i primi antidepressivi entrati in utilizzo
clinico oggi quasi del tutto soppiantati da altri farmaci che hanno un’attività antidepressiva
associata a una comparsa minore di effetti avversi. Questi aumentano in maniera
significativa la concentrazione delle Catecolamine e della Serotonina, possono esaltare
l’azione pressoria di amine simpatico-mimetiche presenti e causare la comparsa di
ipertensione. Se questi Anti-MAO vengono assunti con dei cibi ci possono essere anche
effetti letali:
• cibi con Tiramina (sostanza contenuta in formaggi stagionati, vini, birra, champagne):
libera grandi quantità di Catecolamine che può portare a gravi crisi ipertensive
• associazione con SSRI (Inibitori Selettivi del Re-Uptake della Serotonina, antidepressivi tra i
più utilizzati): si ha accumulo di Serotonina con conseguente sindrome serotoninergica:
confusione, agitazione, tachicardia, rigidità muscolare, ipertensione e può anche essere
letale.
Induzione enzimatica
Il fenomeno di induzione enzimatica (di cui abbiamo già discusso quando abbiamo parlato
del metabolismo) può essere visto come un sistema di protezione del metabolismo dagli
xenobiotici.
L’esposizione a xenobiotici come inquinanti ambientali provoca un aumento della quantità
degli enzimi che metabolizzano i farmaci con incremento della velocità della loro
biotrasformazione.
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Khalid K., Giompaolo N. Lez.14 Farmacologia Carrara 27.11.18
Rev. Meda N.
Affinché avvenga l’induzione enzimatica è necessario che siano rispettate alcune condizioni,
quali un’esposizione all’induttore protratta per un certo periodo di tempo. Una
caratteristica che accomuna tutti gli induttori è il fatto di essere lipofilici in quanto tutti i
meccanismi coinvolti nell’induzione enzimatica sono intracellulari. È importante anche il
tempo di latenza della comparsa dell’effetto, strettamente correlato alla molecola: ad
esempio, il Fenobarbital provoca una potente induzione enzimatica dopo 2/3 settimane di
esposizione, la Rifampicina dà un’induzione enzimatica già al secondo giorno di esposizione
ed è completa dopo 4/5 giorni di esposizione.
Un’altra caratteristica del fenomeno di induzione enzimatica è la reversibilità; quando viene
a mancare l’esposizione all’agente induttore si torna alla condizione di partenza. Quanto più
lungo è il tempo di esposizione necessario all’induzione, tanto più lungo è il tempo che si
impiega per tornare alla normalità.
I meccanismi attraverso il quale si verifica il fenomeno dell’induzione enzimatica sono
fondamentalmente 3:
1) Aumento della trascrizione genica (il più importante)
2) Stabilizzazione dell’mRNA prodotto
3) Stabilizzazione della proteina.
L’aumento della trascrizione avviene perché c’è un’interazione con i fattori che
appartengono alla super famiglia dei recettori intracellulari. Le interazioni di questi recettori
hanno delle ripercussioni farmacocinetiche importanti. Infatti, i meccanismi dell’induzione
enzimatica aumentano la trascrizione dei geni coinvolti nella codifica di enzimi che
partecipano alla metabolizzazione.
Vi sono 4 tipologie di recettori intracellulari che hanno delle ricadute per quanto riguarda le
interazioni con farmaci diversi:
1) Recettori idrocarburi policiclici aromatici (AHR)
2) Recettore CAR
3) Recettore PXR
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4) Recettori PPAR
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Rev. Meda N.
Il recettore AHR è un recettore citoplasmatico, mantenuto in situ dalla presenza delle Heat
Shock Proteins. Il ligando arriva, si forma il complesso ligando-recettore, induce il distacco
delle proteine che lo tenevano ancorato, subisce una fosforilazione e migra nel nucleo, dove
il complesso farmaco-recettore si lega a ARNT (Ah Receptor-Nuclear Translocator),
formando un eterodimero che si lega alla sequenza regolatoria XRE del DNA che codifica per
l’mRNA degli enzimi sopra elencati.
Ci sono due recettori intracellulari importanti nell’induzione mediata, ovvero CAR e PXR. Tra
i due vi sono similitudini e differenze. Diversa è la localizzazione: il CAR è un recettore
citoplasmatico mentre il PXR è un recettore localizzato a livello intranucleare. Ci sono molti
substrati in comune che interagiscono con questi due recettori ma con affinità diverse a
partire, ad esempio, da quello che è il prototipo per il CAR, il Fenobarbital. il CAR ha un’altra
caratteristica importante, ovvero il fatto di essere un recettore costitutivo che quindi ha già
di suo la capacità di dare un certo tipo di risposta, indipendentemente dal fatto che sia o
meno legato a un ligando. Il CAR è mantenuto a livello citoplasmatico dalla presenza di
metaboliti del testosterone che bloccano la capacità del recettore di migrare nel nucleo.
L’azione di questi metaboliti è diversa da quella delle Heat Shock Protein perché hanno la
funzione non solo di ancorarlo, ma ne impediscono anche l’attivazione. Vi sono diversi
induttori di CAR tra cui il Fenobarbital (il suo più importante induttore), alcuni inquinanti
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Khalid K., Giompaolo N. Lez.14 Farmacologia Carrara 27.11.18
Rev. Meda N.
ambientali e alcuni farmaci che portano tramite CAR all’attivazione di 70 diverse proteine
enzimatiche e non (ad esempio trasportatori) tra cui CYP2B6, la sottofamiglia CYP3A, la
glicuronil-transferasi e la sulfonil-transferasi.
Quando si verifica una significativa induzione di questo recettore (legata ad una alta
esposizione a sostanze in grado di attivarlo), il corredo enzimatico attivato aumenta la
capacità di metabolizzazione dei farmaci e questo è rilevabile a livello macroscopico: vi è
una marcata ipertrofia epatica a causa della proliferazione del reticolo endoplasmatico, un
aumento del flusso epatico e del flusso biliare. Il tipo di attivazione di questo recettore
intracellulare può essere ottenuta anche per via “indiretta” (attivazione del recettore
ligando indipendente): l’induttore (esempio il Fenobarbital) lega il CAR e provoca il distacco
dei metaboliti del testosterone che bloccano il recettore nel citoplasma.
Una volta avvenuta questa attivazione “indiretta” (ovvero mediante il distacco dei
metaboliti che bloccano il CAR), avviene la traslocazione del recettore nel nucleo, c’è la
fosforilazione, la dimerizzazione con RXR (Retinoid X Receptor) e l’eterodimero riconosce e
lega la sequenza del DNA specifica per la trascrizione del mRNA degli enzimi coinvolti.
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Khalid K., Giompaolo N. Lez.14 Farmacologia Carrara 27.11.18
Rev. Meda N.
il PXR è un altro dei recettori intracellulari che ha delle caratteristiche condivise con il CAR.
Viene indotto da moltissimi xenobiotici a struttura molto diversa, tra i quali il più importante
è l’antibiotico Rifampicina. Ha una localizzazione intranucleare, quindi il mio ligando non
deve attraversare solo la membrana cellulare ma anche quella nucleare, forma il complesso
con il recettore, c’è una dimerizzazione con RXR che riconosce la sequenza specifica per la
codifica degli enzimi coinvolti tra cui CYP2B6, CYP2C9, tutta la sottofamiglia CYP3A (di cui fa
parte CYP3A4), glutation-S-transferasi, UDP-glucuronil transferasi e alcuni trasportatori
come MDR1, MRP2, OATP2. E’ l’attivazione tramite questo recettore che comporta un
aumento significativo della presenza degli enzimi in grado di metabolizzare farmaci.
Quindi CAR e PXR hanno localizzazione diversa, meccanismi di attivazione diversa, substrati
abbastanza sovrapponibili e sono in grado di indurre gli stessi enzimi e gli stessi
trasportatori, però hanno una potenza diversa. CYP3A è indotto significativamente tramite
la via di PXR, ma lo è anche attraverso il CAR; anche CYP2B6 è indotto in maniera
significativa attraverso la via di CAR. Per quanto riguardo l’induzione dei trasportatori c’è
una certa omologia, tranne per il trasportatore OATP2 che è indotto esclusivamente tramite
interazione con PXR.
18
Khalid K., Giompaolo N. Lez.14 Farmacologia Carrara 27.11.18
Rev. Meda N.
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Maria Cristina D’Alessandro Lez 15 Farmacologia Generale Prof. Carrara
Francesca Migliore
Filippo Ghelardi
Nella lezione scorsa sono stati trattati i fattori che possono modificare la biotrasforma-
zione dei farmaci.
Inoltre si ricorda che nell’induzione enzimatica per esposizione a xenobiotici, gli indut-
tori agiscono tramite tre meccanismi, il più importante dei quali è l’aumento della tra-
scrizione genica.
Una volta entrato nella cellula, l’induttore deve essere in grado di attivare dei fattori di
trascrizione appartenenti alla superfamiglia dei recettori intracellulari.
Quelli che sono importanti per interazioni farmacologiche sono i primi tre.
Gli ultimi tipi di recettori sono, invece, quelli appartenenti alla famiglia dei PPAR, che
sono dei sensori fisiologici, in quanto interagiscono con substrati endogeni.
PPARα, PPARϒ = interagiscono con numerose sostanze endogene, come lipidi, carboidrati
e eicosanoidi; sono sensori lipidici che traducono segnali nutrizionali; traducono i segnali
nutrizionali in risposte metaboliche.
I PPARα si trovano nel nucleo di epatociti e adipociti, soprattutto del tessuto adiposo
bruno.
Induttori dei PPARα: acidi grassi (saturi o insaturi) e eicosanoidi; erbicidi; idrocarburi
aromatici alogenati; ipolipemizzanti (clofibrato, bezafibrato, gemfibrozil).
PPARα inducono: enzimi che catalizzano la β-ossidazione mitocondriale degli acidi gras-
si; e alcune isoforme di glicuronil-transferasi e sulfo-transferasi.
Meccanismo d’azione:
E’ indotto da: etanolo (soprattutto), isoniazide, e acetone (alto nel diabete scompensa-
to).
Dove: l’induzione avviene soprattutto a livello del fegato, ma anche a livello intestinale
e a livello dei leucociti.
Negli etilisti, CYP2E1 è presente addirittura con una concentrazione di 10 volte maggio-
re rispetto ai non-bevitori, e nonostante questa non sia la via principale di metabolizza-
zione dell’etanolo (catalasi e alcol-deidrogenasi sono le vie principali), diventa tuttavia
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Filippo Ghelardi
molto importante se CYP2E1 è molto presente. L’autoinduzione provoca tolleranza; la
velocità di eliminazione della sostanza è aumentata di 5 volte.
Molti dei substrati di CYP2E1 (oltre all’etanolo) sono attivati nel fegato a metaboli reat-
tivi e ROS che possono dare tossicità epatica e renale: nitrosamine, benzene, tetracloru-
ro di carbonio, etilenglicole, paracetamolo.
ANALISI FARMACOCINETICA
La quantificazione dei fenomeni cinetici della farmacologia è importante perché quando
si somministra un farmaco, l’intensità e la durata dell’effetto sono strettamente corre-
lati alla quantità di farmaco che raggiunge il bersaglio d’azione e alla velocità con cui
esso lo raggiunge e lo abbandona successivamente.
In base a questi dati avrò un’idea dell’andamento cinetico del farmaco, cioè quanto e
con che velocità questo è in grado di raggiungere il bersaglio d’azione.
La quantificazione dei processi farmacocinetici implica la quantificazione dei processi di
assorbimento, distribuzione ed eliminazione. Quest’ultima comprende due componenti:
quella di biotrasformazione e quella di escrezione o eliminazione reale.
Invece catalisi enzimatica, trasporto attivo e transcitosi sono processi che seguirebbero
una cinetica saturabile ovvero una cinetica di ordine 0.
Maria Cristina D’Alessandro Lez 15 Farmacologia Generale Prof. Carrara
Francesca Migliore
Filippo Ghelardi
Nonostante ciò, si può affermare ugualmente che la maggior parte dei processi farmaco-
cinetici seguono una cinetica di ordine I grazie al fatto che la quantità di farmaco che si
usa convenzionalmente nella terapia è piccola, e non si raggiunge la saturazione. Quindi
anche processi come la biotrasformazione, il trasporto attivo e la transcitosi possono es-
sere descritti da una cinetica di tipo I.
Processi di ordine 0
I processi di ordine 0 sono definiti a capacità limitata, poiché ad un certo punto è rag-
giunta la saturazione dell’enzima/trasportatore, per cui anche se si aumenta la concen-
trazione del substrato non è possibile aumentare la velocità massima .
Si evidenzia a questo punto che per concentrazioni piccole del farmaco vale
l’equazione sopra, che definisce sul grafico una retta passante per l’origine e tan-
gente alla curva.
Quindi si ricava che per dose attiva bassa la cinetica di reazione è di ordine I con
costante di cinetica pari al rapporto tra la velocità massimale e la costante di Mi-
chaelis-Menten
Per quantificare le cinetiche dei farmaci, si ricorre a dei modelli matematici. Questi
permettono di utilizzare i dati raccolti dal punto di vista delle concentrazioni plasmati-
che per dare un quadro generale della cinetica del farmaco. Si ricorre ad un modello,
quindi, per semplificare un sistema complesso. Un modello non è altro che una serie di
istruzioni che permettono di riprodurre le proprietà di un sistema. Il sistema che si sta
studiando in questo caso è la farmacocinetica; si va, quindi, ad analizzare cosa succede
quando il farmaco interagisce con l’organismo.
Nell’ottica dello studio della farmacocinetica vengono utilizzati entrambi questi modelli,
ma quello che dà maggiori informazioni è il meccanicistico; quest’ultimo, infatti, ha due
scopi: predire il comportamento del farmaco nella sua interazione con l’organismo ed
indagare le ragioni di questo comportamento.
MODELLI COMPARTIMENTALI
Tra i modelli meccanicistici, i più utilizzati nell’ambito della farmacocinetica sono i mo-
delli compartimentali, i quali rappresentano il primo esempio di applicazione di un mo-
dello matematico per cercare di chiarire la complessità del sistema “interazione farma-
co-organismo”.
Secondo questi modelli si distinguono, nell’organismo, diversi compartimenti. L’organi-
smo è composto da innumerevoli compartimenti. Più compartimenti vengono considera-
ti, per avere un modello matematico il più possibile assimilabile alla complessità del-
l’organismo stesso, più si aumenta la complessità del sistema e più diventano le equa-
zioni in grado di definire quel sistema. Si cerca, pertanto, di utilizzare il modello più
semplice in assoluto, ma che permetta, allo stesso tempo, di soddisfare in maniera ac-
cettabile le interazioni oggetto di studio. I modelli normalmente utilizzati, quindi, sono
monocompartimentali o bicompartimentali.
Visto che l’organismo viene diviso in uno o due compartimenti, non c’è corrispondenza
con i compartimenti anatomici e fisiologici. Per compartimento si intende un insieme
di organi o tessuti cineticamente omogenei, quindi sempre in equilibrio tra loro. Affin-
ché due organi o tessuti vengano considerati come appartenenti allo stesso comparti-
mento, è sufficiente che il rapporto tra le concentrazioni di farmaco in questi organi o
tessuti sia sempre costante. Se la concentrazione del farmaco, quindi, diminuisce di un
20% in un componente del compartimento, deve necessariamente diminuire della stessa
percentuale anche in tutti gli altri componenti dello stesso compartimento.
Modello monocompartimentale
Secondo questo modello, l’organismo viene considerato come un unico contenitore in cui
il farmaco si distribuisce istantaneamente dopo somministrazione per bolo endovenoso,
dovrebbero essere sufficienti 1-2 minuti affinché questo processo avvenga. Questa con-
dizione di distribuzione istantanea del farmaco fa sì che il modello monocompartimenta-
le non sia sempre applicabile.
Il farmaco, quindi, viene somministrato per bolo endovenoso, si aspetta un paio di minu-
ti e vengono fatti campionamenti a livello del torrente circolatorio. L’unica componen-
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Francesca Migliore
Filippo Ghelardi
te che si analizza è l’eliminazione del farmaco, poiché, per definizione, in una situa-
zione di monocompartimento, quando si comincia a far prelievi per costruire le curve, la
distribuzione è praticamente terminata.
Il decadimento plasmatico del farmaco,
quindi, potrà essere dovuto solo alla sua
eliminazione.
Misurando la variazione di concentrazione
plasmatica nel tempo di questo farmaco si
ottiene una retta.
Caratteristiche che un farmaco deve possedere per essere studiato con il modello mono-
compartimentale:
Questi due concetti sono in contraddizione tra loro, perché il farmaco che ha elevata
liposolubilità, è anche molto legato alle proteine plasmatiche. Pochissimi sono i farmaci,
quindi, che si possono studiare con questo modello.
L’eccezione è rappresentata da un FANS, cioè l’antipirina, che è in grado, una volta
somministrato per bolo endovenoso, di distribuirsi in maniera istantanea in tutto l’orga-
nismo.
Modello bicompartimentale
Nel momento in cui le concentrazioni plasmatiche non definiscono più una curva, ma
una retta, vuol dire che uno di questi due processi è terminato. Il processo a terminare è
la distribuzione, in quanto, tra i due, è il processo farmacocinetico più veloce. Il feno-
meno della distribuzione è molto più veloce di quello della eliminazione perché, altri-
menti, non si avrebbe mai farmaco nei compartimenti periferici.
Nella prima fase della curva, la diminuzione di concentrazione del farmaco è dovuta
ad entrambi i fenomeni, mentre, dopo il ginocchio, la distribuzione si esaurisce ed il
decadimento di concentrazione plasmatica è determinato solo dalla eliminazione.
Considerando solo la porzione della curva determinata dalla eliminazione, si può prolun-
gare la retta fino a farla intersecare con l’asse delle ordinate e si va, in questo modo, a
definire il punto B.
Questo punto corrisponde alla concentrazione di farmaco che rimarrebbe nell’organismo
se non si verificasse il fenomeno della distribuzione, ma solamente quello della elimina-
zione.
Maria Cristina D’Alessandro Lez 15 Farmacologia Generale Prof. Carrara
Francesca Migliore
Filippo Ghelardi
In questo modo, si è in grado di definire l’equazione che determina questa retta e che,
quindi, rappresenta la fase di eliminazione:
C (t) = B · e−βt
Nella prima fase della curva coesistono i due fenomeni, distribuzione ed eliminazione.
Per ricavare l’equazione che descriva il calo di concentrazione del farmaco nel tempo
dovuto alla sola distribuzione, viene utilizzato il metodo dei residui.
Da tutti i punti sperimentali, si tolgono quelli che sono stati estrapolati sul proseguo del-
la retta della fase di eliminazione. In questo modo, si è in grado di estrapolare una serie
di punti dati solo dalla componente di-
stribuzione. E’ possibile, così, costruire
un’altra retta, che ha una sua equazione
e che rappresenta, quindi, la concentra-
zione del farmaco nel punto in cui inter-
seca l’asse delle ordinate, cioè la con-
centrazione iniziale se questo decadi-
mento di concentrazione nel torrente
fosse dato dal solo fenomeno della di-
stribuzione.
C (t) = A · e−αt
Mettendo insieme le due equazioni, si ottiene una terza equazione che permette di de-
finire l’andamento cinetico considerando un modello bicompartimentale.
Per contro, invece, la velocità con la quale cambia la concentrazione nel compartimen-
to periferico, sarà dato dalla velocità con la quale il farmaco lo raggiunge dal compar-
timento centrale meno la velocità con la quale il farmaco torna verso il compartimento
centrale.
V(C2)=k(1-2)C1-k(2-1)C2
1 Diversamente da quanto affermato dalla [Link] a lezione e riportato nelle diapositive, non è la costan-
te di velocità di entrambi i fenomeni cinetici, eliminazione e distribuzione, ma è la costante di velocità
del solo processo di distribuzione secondo “Significato delle costanti” e “pag.260, Capitolo 12, Principi
generali di Farmacologia e Farmacoterapia, [Link], Cleup 2017”
Maria Cristina D’Alessandro Lez 15 Farmacologia Generale Prof. Carrara
Francesca Migliore
Filippo Ghelardi
Quindi beta < di K(1-0) = affinità per i tessuti che rallenta l’eliminazione.
PARAMETRI DI FARMACOCINETICA
Permettono di perseguire gli obiettivi fondamentali di ogni terapia che sono l’intensità e
la durata dell’effetto farmacologico, limitando massimamente il problema principale
nell’utilizzo di un farmaco, che è la comparsa di effetti avversi.
VOLUME DI DISTRIBUZIONE
Il volume di distribuzione viene calcolato in base al peso del soggetto. Viene calcolato in
Litri ed il valore che si trova sulla scheda tecnica del farmaco è riferito ad un peso di
circa 70 kg. Se cambia il peso in maniera significativa, cambia anche il volume apparen-
te di distribuzione. Se un farmaco con liposolubilità elevata viene assunto da un sogget-
Maria Cristina D’Alessandro Lez 15 Farmacologia Generale Prof. Carrara
Francesca Migliore
Filippo Ghelardi
to obeso, avrà un volume di distribuzione elevato. Un bambino avrà un volume di distri-
buzione diverso. Questo vuol dire che si dovrà modificare la dose.
Vd è anche un’utile costante di proporzionalità che mette in relazione la concentrazione
plasmatica con la quantità di farmaco presente nell’organismo
Q = Vd x C
E’ utile per:
1. calcolare la quantità di farmaco presente nell’organismo quando è nota la concentra-
zione plasmatica;
2. calcolare la dose di farmaco da somministrare per ottenere una determinata concen-
trazione plasmatica.
VOLUME DI DISTRIBUZIONE
[la prof fa riferimento ad alcune generalità sul volume di distribuzione anticipate nella scorsa lezione,
per avere una visione d’insieme più chiara dell’argomento si consiglia di vedere la lezione 15]
Determinazione del Vd apparente
• Cinetiche monocompartimentali
Per semplificare gli studi spesso si ricorre alla somministrazione di bolo endovenoso per limitare
le problematiche correlate all’assorbimento e quindi al fenomeno della biodisponibilità.
Nel contesto del modello monocompartimentale, considerando la grande maggioranza dei
farmaci che hanno cinetica di ordine 1, una volta somministrato il bolo EV, il farmaco ha
caratteristiche che gli permettono di distribuirsi in maniera istantanea raggiungendo quindi un
equilibrio tra concentrazione plasmatica e concentrazione nel resto dell’organismo; per questo
il rapporto Q/C è costante, dove Q è la quantità del
farmaco nell’organismo e C è la sua concentrazione
plasmatica.
Considerando la variazione della concentrazione
plasmatica nel tempo di un bolo endovenoso in un
modello monocompartimentale (ricordando che l’unico
processo che si può osservare in queste condizioni è
l’eliminazione), i punti che determinano l’andamento
della concentrazione plasmatica del farmaco nel tempo
sono rappresentati da una retta.
Dopo bolo EV si potrebbe utilizzare una qualsiasi coppia di valori di Q e C per determinare il
volume di distribuzione. Mentre la concentrazione plasmatica è semplice da ricavare, riuscire a
capire la quantità di farmaco presente nell’organismo è difficile; in presenza di bolo EV però si
può sicuramente determinare la quantità di farmaco presente al T0 e anche la concentrazione
di farmaco presente al T0. Q0 è quindi la dose somministrata, mentre C0 si ricava dalla retta del
grafico concentrazione-tempo prolungando la retta fino ad intersecare l’asse delle ordinate
(linea tratteggiata rossa in figura).
1
Cestarollo M. Lez. 16 Farmacologia Generale [Link] Carrara, 04/12/2018
Casabranca V.
Padula G.
Quindi, per un sistema monocompartimentale e un farmaco con cinetica di tipo 1, il Vd è definito
come il rapporto tra la quantità di farmaco somministrata sulla concentrazione al tempo 0 che
si ricava dalla curva sperimentale.
𝑄0 𝐷
𝑉𝑑 = = 𝐶0 dove D è la dose somministrata.
𝐶0
• Cinetiche bicompartimentali
In questo caso l’equilibrio tra plasma e organismo non è più istantaneo.
Il farmaco si somministra per bolo EV e al tempo 0 è presente nel compartimento centrale, dove
si diluisce istantaneamente. Si può quindi considerare il Vd del compartimento centrale (Vc) che
è definito dalla dose somministrata sulla concentrazione al tempo 0 (come la cinetica
𝐷
monocompartimentale). 𝑉𝑐 = 𝐶0
2
Cestarollo M. Lez. 16 Farmacologia Generale [Link] Carrara, 04/12/2018
Casabranca V.
Padula G.
TEMPO DI DIMEZZAMENTO O EMIVITA
L’emivita è una costante caratteristica di ogni processo che segue una cinetica di ordine primo ed
esprime il tempo necessario perché il processo si compia per metà. Quindi se qualsiasi processo
cinetico che segua una cinetica di primo ordine esprime un t1/2, esiste un t1/2 per assorbimento,
distribuzione, eliminazione; in farmacocinetica t1/2 indica il tempo di dimezzamento relativo
all’eliminazione.
• Cinetiche monocompartimentali
Il decadimento del bolo EV è dato da:
𝐶
𝐶 = 𝐶0 × 𝑒 −𝑘𝑒𝑡 il quale può essere risolto in 𝐶0 = 𝑒 −𝑘𝑒𝑡
4
Cestarollo M. Lez. 16 Farmacologia Generale [Link] Carrara, 04/12/2018
Casabranca V.
Padula G.
Il momento in cui è presente il 10% (non determinabile) di farmaco si raggiunge dopo 3,3 tempi
di dimezzamento, ossia la concentrazione del farmaco è sotto a quella determinabile dopo 3,3
volte il tempo di dimezzamento e in corrispondenza di questo momento il farmaco può
considerarsi scomparso dal torrente circolatorio.
Quindi se t1/2 di insulina è 3-7 minuti, allora l’insulina è completamente scomparsa dopo circa
30 minuti; il propranololo che ha t1/2 di 4 ore scompare dopo 16 ore; la digossina viene eliminata
in 7 giorni; il fenobarbitale necessita di 14 giorni perché la totalità del farmaco sia eliminata
dall’organismo; i retinoidi perché siano completamente eliminati totalmente dall’organismo
necessitano anche di qualche mese o anno.
• Cinetiche bicompartimentali
Il decadimento del bolo EV è dato da C = A e-αt + B e-βt; si applica all’esponenziale il ragionamento
appena fatto e si può definire un t1/2 di alfa (che rappresenta la distribuzione) e un t1/2 di beta
(che rappresenta l’eliminazione). Questo significa che il t1/2 è indipendente dalla dose della
sostanza somministrata ed è una costante ma solo se il farmaco segue una cinetica di ordine 1
(e quindi nella maggior parte dei casi).
• Cinetica di ordine 0
Se il farmaco segue cinetica 0 (saturazione di trasportatori) la situazione cambia. Il decadimento
del bolo EV è rappresentato da
Q=Q0-K0t
quindi t1/2 è il tempo necessario perché la quantità di farmaco si dimezzi e diventi uguale a
0,5Q0. Sostituendo nell’equazione:
0,5 𝑄0 = 𝑄0 − 𝑘0𝑡1⁄
2
ma per bolo EV Q0=D (cioè la quantità iniziale del farmaco è uguale alla dose somministrata),
quindi
1 0,5𝐷
0,5 𝐷 = 𝐷 − 𝑘0𝑡1⁄ e quindi 𝑡 2 = .
2 𝐾0
Per una cinetica di ordine 0 il tempo di dimezzamento non è più costante ma varia al variare
della dose somministrata, in particolare esso è direttamente proporzionale alla dose
somministrata.
5
Cestarollo M. Lez. 16 Farmacologia Generale [Link] Carrara, 04/12/2018
Casabranca V.
Padula G.
CLEARANCE
La clearance è la capacità dell’organismo di liberarsi di una sostanza. La clearance sistemica
rappresenta la capacità di tutto l’organismo, mentre la clearance d’organo rappresenta la capacità
del singolo organo di purificare il plasma da una sostanza.
La clearance sistemica è data dal rapporto tra la velocità di eliminazione espressa come quantità
eliminata nell’unità di tempo (Ve(Q)) e la concentrazione plasmatica del farmaco (C).
𝑉𝑒(𝑄)
𝐶𝐿 =
𝐶
Nelle cinetiche di ordine primo essa è una costante e la velocità di eliminazione varia
proporzionalmente alla concentrazione.
La clearance sistemica può essere determinata in linea teorica, infatti essa può essere data dalla
somma matematica delle clearance importanti per l’eliminazione del farmaco: clearance renale +
clearance epatica + eventualmente la somma della clearance di altri organi che giocano un ruolo
importante nell’eliminazione della sostanza.
La clearance può essere espressa come costante di proporzionalità che moltiplicata per la
concentrazione plasmatica del farmaco dà la velocità di eliminazione espressa come quantità
𝑉𝑒(𝑄)
eliminata dell’unità tempo, infatti 𝐶𝐿 = allora
𝐶
𝑉𝑒(𝑄) = 𝐶𝐿 𝐶.
Questa costante però differisce dalla costante di eliminazione Ke (frazione/tempo) che è invece la
costante di variazione di quella frazione (espressa come quantità o concentrazione del farmaco)
nell’unità di tempo. In questo caso quindi 𝑉𝑒(𝑄) = 𝐾𝑒 𝑄, quindi 𝐾𝑒 = 𝑉𝑒(𝑄)/𝑄.
• Cinetiche monocompartimentali
Per una cinetica monocompartimentale
𝐾𝑒𝑄
dato che Ve(Q)= Ke Q, allora 𝐶𝐿 = ,
𝐶
• Cinetiche bicompartimentali
Analogamente al modello monocompartimentale la clearance può essere ricavata come 𝐶𝐿 =
𝛽 𝑉𝛽 ossia essa è uguale alla pendenza della curva per il volume di distribuzione quando è
raggiunto l’equilibrio distributivo tra tessuti e plasma.
La clearance sistemica può quindi essere definita come la parte di volume apparente di distribuzione
che è depurata da una sostanza nell’unità di tempo.
6
Cestarollo M. Lez. 16 Farmacologia Generale [Link] Carrara, 04/12/2018
Casabranca V.
Padula G.
0,693 0,693
Ricordando che 𝐾𝑒 = e che 𝛽 = si può ricavare un’equazione che mette in relazione i 3
𝑡 1/2 𝑡 1/2
parametri farmacocinetici finora analizzati, ossia clearance, t1/2 e Vd.
0,693 𝑉𝑑 0,693 𝑉𝛽
𝐶𝐿 = e 𝐶𝐿 =
𝑡 1/2 𝑡 1/2
7
Cestarollo M. Lez. 16 Farmacologia Generale [Link] Carrara, 04/12/2018
Casabranca V.
Padula G.
• Cinetiche di ordine 0
𝐾0
Si ottiene 𝐶𝐿 = in quanto Ve(Q) = K0. Quindi anche in questo caso essa non è più una costante
𝐶
ma è strettamente correlata alla concentrazione plasmatica del farmaco, in particolare essa è
inversamente proporzionale alla concentrazione di quest’ultima. Questo è dovuto al fatto che
con questa cinetica viene saturato un trasportatore. Per esempio il PAI (acido
paraaminoippurico), che viene eliminato per secrezione attiva tubulare, se viene somministrato
a dosi sub-saturanti ha CL di circa 650 ml/min, mentre se somministrato a dosi saturanti la CL è
minore di 650 ml/min.
𝑉𝑒(𝑄)
La clearance sistemica potrebbe essere calcolata applicando l’equazione 𝐶𝐿 = , in realtà
𝐶
utilizzare questa equazione è molto difficile (se non impossibile) perché bisognerebbe calcolare la
quantità di farmaco eliminato in un tempo molto breve in modo che la sua concentrazione
plasmatica rimanga praticamente costante e dividere quindi Ve per la concentrazione.
Il problema si può semplificare somministrando il farmaco
attraverso un bolo EV e misurando l’area sotto la curva che
rappresenta come varia nel tempo la concentrazione plasmatica
del farmaco (AUC). Quindi si somministra il bolo EV e poi ad
intervalli precisi si preleva il sangue per misurare il decadimento
plasmatico della concentrazione del farmaco e considerando
𝐷
l’area sotto la curva si ricava: 𝐶𝐿 = 𝐴𝑈𝐶 𝑡0→∞.
Dimostrazione
In una situazione di infusione continua la concentrazione plasmatica del farmaco è mantenuta
𝑄𝑒
costante nel tempo, per cui anche la velocità di eliminazione rimane costante; quindi 𝑉𝑒 = dove
𝑇
Qe è la quantità di farmaco eliminata in un qualsiasi intervallo di tempo e t è il tempo considerato.
𝑄𝑒
Dividendo per C (che resta costante) si ottiene: 𝐶𝐿 = 𝐶 𝑡, ma in questo caso
specifico in cui C resta costante, C x t è l’area sotto la curva del rettangolo dato
dal grafico concentrazione-tempo, quindi in una condizione di somministrazione
per bolo EV la clearance è uguale alla quantità eliminata diviso l’area sotto la curva
misurata tra due tempi qualsiasi, ossia
𝐷
𝐶𝐿 =
𝐴𝑈𝐶
Questo è valido per qualsiasi forma abbia la curva ottenuta, non solo in caso di un rettangolo (come
sopra) ma anche nel caso di una curva che rappresenta il decadimento plasmatico. Tuttavia, se la
somministrazione non avviene per via EV, la quantità del farmaco eliminata in un tempo da t0 a
infinito non è uguale alla dose perché entra in gioco il concetto della biodisponibilità.
Quindi: la clearance sistemica può essere calcolata solo per i farmaci somministrati per via EV; per
alcuni farmaci che non possono essere somministrati in questo modo bisogna ricorrere alla
8
Cestarollo M. Lez. 16 Farmacologia Generale [Link] Carrara, 04/12/2018
Casabranca V.
Padula G.
clearance dei singoli organi coinvolti nell’eliminazione del farmaco stesso, sommando
eventualmente il valore delle clearance di ciascun organo.
Clearance d’organo
Particolarmente importati sono la clearance del fegato e del rene. La capacità dell’organo di filtrare
il sangue dal farmaco è definita come il prodotto tra la concentrazione arteriosa del farmaco e il
flusso entrante (QxCa) sottratto al prodotto tra la concentrazione del farmaco nel circolo venoso e
il flusso uscente(QxCv).
Questo è valido quando si prendono in considerazione i due organi emuntori principali (fegato e
rene): l’equilibrio che si instaura tra fegato, rene e plasma è istantaneo, in quanto sono organi molto
vascolarizzati (che possiamo considerare appartenenti al compartimento centrale).
QCa – QCv = Q(Ca – Cv)
𝑄(𝐶𝑎 + 𝐶𝑣 )
𝐶𝐿 =
𝐶𝑎
Dove Q= flusso ematico che perfonde l’organo
Ca= flusso nel sangue arterioso
Cv= flusso nel sangue venoso
Ponendo ER= Ca-CV/Ca
CL = Q*ER
ER = rapporto di estrazione, cioè frazione di farmaco estratta in un singolo passaggio del sangue
nell’organo. Quindi la clearance è data dal flusso moltiplicato per la capacità estrattiva di
quell’organo.
È possibile definire un limite massimo e minimo di eliminazione di farmaco nel passaggio attraverso
un determinato organo:
- Quando Cv = Ca significa che l’organo non è in grado di estrarre nulla e quindi la clearance è
uguale a zero;
- Quando Cv = 0, significa che tutto ciò che ha attraversato l’organo è stato depurato dalla
sostanza che era presente, quindi la clearance è correlata esclusivamente al flusso venoso.
CLEARANCE EPATICA
La clearance epatica non è eticamente misurabile direttamente nell’uomo. Per tale ragione è
definita dalla differenza tra clearance sistematica e renale.
CL epatica = CL sistematica – CL renale
Quella renale è l’unica facilmente misurabile. Ed è data dal prodotto della concentrazione urinaria
del farmaco e la velocità del flusso urinario fratto la concentrazione plasmatica.
CL renale = U x V/ C
9
Cestarollo M. Lez. 16 Farmacologia Generale [Link] Carrara, 04/12/2018
Casabranca V.
Padula G.
dove U è la concentrazione urinaria, V velocità flusso urinario e C è la concentrazione plasmatica.
Per utilizzare l’equazione occorre che ci sia una concentrazione plasmatica costante nel tempo, ciò
è valido solo per i metaboliti fisiologici o nei farmaci eliminati molto lentamente.
La clearance renale si può, però, svincolare dalla concentrazione plasmatica calcolando l’area che
sottende la curva di concentrazione del farmaco nelle urine.
Quindi si somministra il farmaco al paziente e a intervalli regolari si campiona la concentrazione del
farmaco nelle urine e si calcola tramite tali campioni come varia la concentrazione plasmatica.
Si nota che per tempi vicini la concentrazione è particolarmente
bassa, per poi aumentare e infine decadere.
Con dati alla mano, si determinano due tempi di campionamento in
modo da essere in grado di valutare la quantità di farmaco eliminata
nell’intervallo di tempo e di calcolare l’area sotto la curva.
Quindi si definisce la clearance renale come la quantità di farmaco
eliminata nelle urine nell’intervallo di tempo t1-2 su l’area sotto la
curva sottesa ai due tempi t1-2.
Dove Q e1-2 è la quantità di F eliminato con le urine nell’intervallo di tempo 1-2 ; AUC t1-t2 è l’area
sotto la curva nell’intervallo di tempo da 1 a 2.
Inoltre la clearance renale è determinabile per qualsiasi via perché non c’è riferimento a dose
somministrata ed è quindi indipendente dalla biodisponibilità.
BIODISPONIBILITÀ
La biodisponibilità è la frazione del farmaco somministrato che raggiunge il circolo sistematico
e la velocità con cui lo raggiunge. Essa è strettamente correlata con la via di somministrazione:
• È massimale quando il farmaco è immesso direttamente nel flusso circolatorio, quindi per
somministrazione endovenosa.
• Nella somministrazione intramuscolare e sottocutanea è sovrapponibile a quella
endovenosa. La velocità deve superare una barriera perché avvenga l’assorbimento e quindi
a seconda delle caratteristiche del farmaco e del solvente che si utilizza vi sarà un suo
rallentamento.
• Nella somministrazione orale vi sono maggiori problematiche per quanto riguarda la frazione
di farmaco che raggiunge il circolo sistemico in quanto è soggetta a una quantità infinita di
fattori più o meno prevedibili (interazione tra alimenti, con altri farmaci e situazioni che
possono modificare la velocità del transito intestinale).
BIODISPONIBILITA’ ASSOLUTA
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Cestarollo M. Lez. 16 Farmacologia Generale [Link] Carrara, 04/12/2018
Casabranca V.
Padula G.
Quando si riportano sul grafico i dati ricavati che permettono di definire l’andamento della
concentrazione plasmatica endovenosa e l’andamento della concentrazione plasmatica orale,
osservandolo si può determinare se la biodisponibilità orale è adeguata. Ciò è possibile per due
motivi:
1) La curva che determina la variazione della
concentrazione plasmatica per somministrazione
orale deve intersecare la curva di decadimento
della concentrazione plasmatica per via
endovenosa;
2) La curva di decadimento della concentrazione
plasmatica per via extravasale deve andare “oltre”
quella per via endovenosa.
Se si hanno questo condizioni, si può procedere alla quantificazione della biodisponibilità assoluta.
RAPIDITA’ DI ASSORBIMENTO
Nel concetto di biodisponibilità è importante anche la velocità.
Osservando il grafico che mette in relazione la
concentrazione con il tempo, si evince che dopo la
somministrazione orale la concentrazione cresce fino alla
Cmax che dipende sia dalla quantità di farmaco assorbito
che dalla velocità di assorbimento. Più il picco è spostato
verso six, più rapidamente il farmaco viene assorbito. Il
tempo a cui si osserva Cmax è indipendente dalla quantità
assorbita ed è un parametro utile per valutare la velocità di
assorbimento.
BIODISPONBILITA’ RELATIVA
Se non è possibile somministrare il farmaco per via endovenosa, si calcola la biodisponibilità relativa
rispetto ad uno standard (altra formulazione farmaceutica o altra via di somministrazione). Lo
standard scelto è quello con più alta biodisponibilità, cioè quello che, a parità di dose, produce il più
alto valore di AUC. Si prenderà in considerazione sia la frazione della dose test assorbita sia la
frazione del farmaco standard.
- Per somministrazione dello standard: CL= Fst Dst/AUCst
- Per somministrazione della dose test : CL=FtDt /AUCt
Essendo la clearance una costante, le due equazioni si possono equiparare:
Fst Dst/AUCst= FtDt /AUCt da cui Frel=Ft/Fst dove Frel è la biodisponibilità relativa.
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Cestarollo M. Lez. 16 Farmacologia Generale [Link] Carrara, 04/12/2018
Casabranca V.
Padula G.
Il massimo della biodisponibilità relativa si ha quando la frazione della biodisponibilità standard è
uguale a 1, e quindi la biodisponibilità relativa è uguale a quella standard.
BIOEQUIVALENZA
Due medicinali o forme farmaceutiche sono bioequivalenti quando sia la velocità (tmax) sia l’entità
della biodisponibilità sono pressoché sovrapponibili sia dopo dosi singole che dopo
somministrazioni ripetute. Quindi per poter definire forme farmaceutiche bioequivalenti i tre
parametri che rappresentano (tempo, concentrazione e area sotto la curva) non devono essere
significativamente diversi.
𝐾𝑎
𝐶= (1 − 𝑒 −𝑘𝑒𝑡 )
𝐾𝑒 ∗ 𝑉𝑑
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Cestarollo M. Lez. 16 Farmacologia Generale [Link] Carrara, 04/12/2018
Casabranca V.
Padula G.
Occorre tenere in considerazione l’esponenziale e -ket perché diminuisce all’aumentare del tempo.
La concentrazione cresce e tende a Css in un tempo infinito e quindi e-ket=0. Da cui ricaviamo:
𝐾𝑎
𝐶𝑠𝑠 =
𝐾𝑒 ∗ 𝑉𝑑
Poiché CL=KeVd
𝐾𝑎
𝐶𝑠𝑠 =
𝐶𝐿
• Vd è il volume di distribuzione
• D è la dose
• Co è la concentrazione iniziale
• Css è concentrazione dello stato stazionare
• Dc è la dose da carico.
Quindi la dose da carico è uguale al prodotto tre la concentrazione allo stato stazionario e la dose
da carico.
Dc= VdCss
Per mantenere la concentrazione allo stato stazionario, occorre fare anche una somministrazione
continua per compensare il decadimento (eliminazione) della dose da carico.
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Cestarollo M. Lez. 16 Farmacologia Generale [Link] Carrara, 04/12/2018
Casabranca V.
Padula G.
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Benetton Gianluca Lez. 17 Farmacologia generale Prof. Carrara 06/12/18
Beltrame Bianca
Corvaglia Gregorio
Verranno recuperate 2 lezioni il 18 e 19 dicembre in aula Ramazzini dalle 9.30 alle 11.
SOMMINISTRAZIONE CONTINUA
Nella somministrazione continua vado a valutare la scheda tecnica che mi indica ogni quanto devo
somministrare un farmaco. Ci sono però delle situazioni in cui devo essere in grado di modificare la
frequenza di somministrazione in base al paziente che ho davanti.
Somministrazione ripetuta vuol dire che si somministra ad intervalli regolari il farmaco, con
l'obiettivo di controllare la patologia e, nell'ottica delle concentrazioni del farmaco, questo è
permesso dal raggiungere e talvolta anche mantenere la concentrazione plasmatica per un certo
periodo di tempo.
Ad esempio, se si deve somministrare un analgesico questo ha un certo tipo di frequenza di
somministrazione. Se invece bisogna somministrare un antibiotico, l'approccio farmacocinetico
relativo frequenza di somministrazione è completamente diverso.
La prima cosa che bisogna considerare quando si vuole variare l’indicazione di frequenza di
somministrazione di un farmaco è stabilire se si vuole che ci sia o non ci sia un accumulo di farmaco
nell'organismo del paziente. L’antibiotico deve essere somministrato sia come durata indicata,ma
anche come frequenza di somministrazione indicata poiché bisogna evitare che la concentrazione
plasmatica del farmaco cali al di sotto della concentrazione minima efficace, ovvero si deve
mantenere una variazione della concentrazione plasmatica entro un certo range.
Non si deve sforare oltre le dosi massimali che potrebbero dare affetti avversi (e con gli antibiotici
questo è difficile) ma non si deve neanche sforare al di sotto della concentrazione minima efficace
perché si darebbe una mancanza di copertura dell'antibiotico e permetterebbe ai microorganismi
di difendersi; questo è alla base della possibilità di sviluppare resistenza ai chemioterapici. Per fare
questo bisogna conoscere il tempo di dimezzamento.
Ogni intervallo di tempo pari al tempo di dimezzamento, la concentrazione del farmaco diminuisce
del 50% e dopo 3-4 (t1/2) la quantità che rimane nell'organismo è trascurabile ed il farmaco è
considerato totalmente eliminato.
Se vogliamo che, tutte le volte in cui somministriamo con ripetitività un farmaco, non ci sia un
accumulo e quindi ogni somministrazione sia finalizzata alla stessa, metteremo un intervallo di
tempo tra una somministrazione e l'altra che mi dice che la seconda somministrazione non si somma
a nulla perché la prima somministrazione è già stata completamente eliminata.
Se voglio che questa cosa avvenga, quindi non ci sia alcun accumulo, considererò il tempo di
dimezzamento e somministrerò la successiva dose dopo 4-5 t1/2.
Se invece voglio evitare che ci sia una caduta della concentrazione plasmatica al di sotto della
minima concentrazione efficace devo avvicinare le somministrazioni in maniera che quello che
somministro con la seconda, terza, quarta dose si sommi a quello che è rimasto nell'organismo dalla
somministrazione precedente. Il che vuol dire che somministrando la seconda dose di farmaco ad
intervalli che sono minori rispetto ai 3-4 t1/2, che determinano la scomparsa del farmaco
dall'organismo, questa seconda dose si somma a quello che è rimasto e avrò così un aumento
progressivo della concentrazione plasmatica.
L’aumento progressivo della concentrazione plasmatica diventa progressivamente più lenta
rispetto alle prime somministrazioni perchè l'eliminazione diventa via via sempre più importante,
motivo per cui l'aumento medio della concentrazione diventa via via più lento ed a un certo punto
questa concentrazione non aumenterà più, avrò allora raggiunto lo stato stazionario e anche in
questo caso raggiungiamo una concentrazione allo stato stazionario dove la velocità con cui
somministro il farmaco è sovrapponibile alla velocità con la quale il farmaco viene eliminato. Non
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Benetton Gianluca Lez. 17 Farmacologia generale Prof. Carrara 06/12/18
Beltrame Bianca
Corvaglia Gregorio
siamo più in una situazione di confusione continua in cui avevamo una crescita ma abbiamo delle
fluttuazioni perchè ogni dose subirà un'eliminazione e poi ci sarà la somma della dose successiva.
Non possiamo considerare una concentrazione allo stato stazionario come nella somministrazione
continua ma dobbiamo estrapolare questa concentrazione media allo stato stazionario che viene
definita dall'estrapolazione di questa concentrazione plasmatica nel tempo. Ovviamente per ogni
intervallo di somministrazione si può calcolare la concentrazione minima e massima allo stato
stazionario che determinerà la concentrazione media allo stato stazionario. Mantenere questo
andamento vuol dire non sforare verso concentrazioni che possono dare uno stato tossico ma anche
mantenere la concentrazione plasmatica almeno al di sopra della concentrazione minima efficace.
Le concentrazioni di ogni singola somministrazione sono sovrapponibili. La concentrazione stato
stazionario medio rappresenta la concentrazione che si otterrebbe se la sessa quantità di farmaco
per unità di tempo venisse somministrata attraverso un'infusione continua. Sono così in grado di
calcolare la concentrazione stato stazionario medio che mi rappresenta l'area sotto la curva
nell'ambito di un intervallo di dosaggio definito intervallo di dosaggio allo stato stazionario; quindi
paragono alla somministrazione per infusione endovenosa l'area sotto la curva curva dal t0 al t
infinito (che abbiamo imparato a calcolare nell'ultima lezione) che mi permette di determinare la
concentrazione media allo stato stazionario.
Considerando l'area sotto la curva, una volta raggiunto lo stato stazionario avrò che l’area che
determina la singola somministrazione è del tutto sovrapponibile all’area delle altre
somministrazioni perchè gli intervalli di somministrazione sono ovviamente regolari.
Questo per quanto riguarda una generica somministrazione ripetuta, che per definizione viene
usata nella via di somministrazione orale, la più semplice.
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Benetton Gianluca Lez. 17 Farmacologia generale Prof. Carrara 06/12/18
Beltrame Bianca
Corvaglia Gregorio
Se io devo somministrare due farmaci e il foglietto illustrativo dice che non compaiono (non che non
ci sono, è diverso) possibilità di interazioni tra le due molecole che voglio somministrare, la
conoscenza del tempo di dimezzamento mi dice che posso somministrarli ad una distanza tale da
evitare che ci sia la possibilità di interazione. Il t1/2 di molti farmaci è elevato, quindi non posso
svegliare il paziente alle 2 di notte perché deve prendere l'altro farmaco per non avere interazioni
con il primo somministrato, però posso distanziare la somministrazione delle due molecole per
evitare che in contemporanea ci sia il picco di concentrazione plasmatica limitando così la possibilità
che ci sia la comparsa di un effetto avverso.
Nella donna in gravidanza, i parametri farmacocinetici o meglio le schede tecniche non mi
salvaguardano e quindi il fatto di dover somministrare un antiipertensivo, la prima cosa da fare è
scartare tutta quella classe di antiipertensivi che sono incompatibili con la gravidanza ma ce ne sono
altri per cui non compare assolutamente niente. Si va allora a vedere il t1/2. Più velocemente il
farmaco viene eliminato dall'organismo materno, meno facile è che sia in grado di instaurare un
equilibrio tra il sangue materno e il sangue fetale.
Un altro parametro importante è il volume di distribuzione; più è elevato, più il farmaco esce e
quindi ha maggiore possibilità di equilibrarsi con il sangue fetale. Più piccolo è il volume di
distribuzione di quel farmaco, più rimane nel torrente circolatorio legato alle proteine
plasmatiche. Avere un volume di distribuzione elevato significa che il farmaco abbandona in
quantità particolarmente elevate il torrente circolatorio, in questo caso della madre. Da qualche
parte il farmaco va quindi a depositarsi. Non si sa dove vada di preciso, se si accumula in organi
particolari, si sa solo che il farmaco abbandona in modo significativo il torrente circolatorio. Quindi
se è in grado di equilibrarsi con tutti gli organi, in gravidanza una quantità significativa del farmaco
sarà in grado di raggiungere il prodotto del concepimento.
FARMACODINAMICA
La conoscenza dei fenomeni della farmacodinamica ci permettono di definire le basi per l'uso
razionale dei farmaci quindi scegliere un farmaco con una azione più adatta a curare una
determinata patologia.
La corretta prescrizione prevede:
- dose corretta, conoscendo le leggi della farmacocinetica;
- farmaco corretto, a fronte di una corretta diagnosi.
Le conoscenze della farmacodinamica studiano l'effetto di un farmaco. In ambito farmacologico
sperimentale, si va a capire il meccanismo d'azione cioè riuscire a capire che cosa fa, come e quando
lo fa il farmaco che arriva in corrispondenza del suo bersaglio d'azione.
In ambito farmacologico clinico, studiare l'effetto del farmaco significa definire il rapporto rischio-
beneficio, definire l'effetto terapeutico, l'efficacia del farmaco, soprattutto metterlo in correlazione
con gli effetti avversi combinati, ovvero definire il profilo di sicurezza. Studiare al sito d'azione il mio
farmaco vuol dire valutare quali sono o possono essere gli organi, tessuti o cellule, vedere la catena
degli eventi di cui poi vado a vedere l'effetto finale. L'effetto può esplicarsi molto vicino al sito
bersaglio del farmaco ma può essere anche un effetto molto lontano. Sito vicino significa che ho
un'azione topica, e sono pochi i farmaci che agiscono in questa maniera (es. anestetico locale in
pomata). Nella maggioranza dei casi il bersaglio del farmaco è molto lontano dal sito dove viene
somministrato, e vuol dire che perché questo raggiunga il sito d'azione, deve essere
necessariamente sottoposto ai processi farmacocinetici che abbiamo imparato.
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Benetton Gianluca Lez. 17 Farmacologia generale Prof. Carrara 06/12/18
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Corvaglia Gregorio
I farmaci agiscono secondo:
- un meccanismo aspecifico: vuol dire che non c’è niente di raffinato con il quale il farmaco deve
interagire per dare il via al suo effetto terapeutico. Alla base di questo meccanismo possiamo avere
un’interazione di tipo chimica (es. bicarbonato di sodio per controllare l'acidità gastrica) o di tipo
fisico (es. sostanza chelante nelle intossicazioni da metalli pesanti dove il chelante cattura il metallo
pesante facilitandone l'escrezione). Non si ha una stretta correlazione struttura-azione. Gli effetti si
ottengono per concentrazioni particolarmente elevate.
- un meccanismo specifico: nella maggior parte dei casi il farmaco deve interagire con un bersaglio
farmacologico, deve esserci un'interazione con una macromolecola specifica che è localizzata nei
diversi tessuti dove sono presenti questi bersagli. È un sistema molto più raffinato. La stragrande
maggioranza delle molecole utilizzate a scopo farmacologico agiscono attraverso l'interazione con
un bersaglio specifico. Agiscono a concentrazioni particolarmente basse perché il bersaglio è
particolarmente specifico. Perché ci sia questo meccanismo è necessaria la specificità biologica e
deve necessariamente esserci una specificità di tipo chimico, che la struttura del farmaco deve
essere tale da assicurare la complementarietà con la struttura della molecola bersaglio. È
estremamente importante la stereospecificità, cioè com’è distribuita nello spazio la struttura
chimica del mio farmaco.
La complementarietà tra la struttura del farmaco e del bersaglio ovvero la conformazione della
molecola deve consentire un preciso "incastro" sulla struttura macromolecolare del bersaglio
d'azione. In questa stereospecificità è importante perché i farmaci possono presentare differenze
di stereoisomeria ovvero farmaci con la stessa formula chimica possono avere una diversa
disposizione molecolare nello spazio, quindi i singoli costituenti sono legati in modo uguale ma
diversamente orientati nello spazio.
Se un farmaco ha un carbonio asimmetrico, quindi un carbonio chirale, può essere presente in due
isomeri ottici anche definiti come enantiomeri. I sostituenti legati al carbonio sono distribuiti in
maniera diversa nello spazio ma sono sempre quelli. Dal punto di vista chimico-fisico le proprietà
dei due isomeri sono esattamente quelle, a seconda della disposizione spaziale dei sostituenti, i due
enantiomeri deviano la luce polarizzata in modo diverso, verso sinistra o verso destra (definendo gli
isomeri ottici).
Questi due isomeri ottici possono avere, anche dal punto di vista farmacologico, delle proprietà
diverse. Questa diversità di proprietà può essere di tipo quantitativo o di tipo qualitativo o
entrambe. Dal punto di vista qualitativo, si hanno diversità quando solo uno dei due isomeri è
farmacologicamente attivo o quando si ha una risposta qualitativamente diversa quindi quando i
due isomeri danno risposte farmacologiche diverse (es. L-chinidina ha capacità antimalariche, la D-
chinidina ha proprietà antiaritmiche). Nel caso in cui uno solo dei due isomeri sia attivo bisogna
capire anche che l'altro può non incidere con la risposta e quindi con la dose necessaria per ottenere
la risposta del singolo isomero attivo. In questo caso posso utilizzare una miscela dei due isomeri
che si chiama racemo. Quando invece l'altro isomero ha capacità di bloccare il bersaglio
farmacologico sulla quale va ad agire la forma attiva, bisogna utilizzare esclusivamente la
componente attiva del racemo.
La risposta può essere quantitativamente diversa e può essere quantitativamente diversa anche in
maniera molto importante. Il L-metadone ha una potenza nettamente maggiore rispetto alla forma
del D-metadone.
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Benetton Gianluca Lez. 17 Farmacologia generale Prof. Carrara 06/12/18
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Nell’ambito dell’armamentario terapeutico oltre il 60% dei farmaci sono otticamente attivi ed è
quindi necessario conoscere le proprietà qualitative e quantitative dei 2 isomeri: se non ci sono
interferenze si può usare il melange (miscela o racemo), ma se ci sono delle caratteristiche
qualitative significativamente diverse devo
necessariamente sintetizzare dal punto di vista
chimico l’isomero farmacologicamente attivo.
Bersagli farmacologici
Il farmaco deve interagire con il suo bersaglio
(molecola di natura proteica) che in base alle
loro funzioni possono essere suddivisi in:
- Enzimi
- Canali ionici
- Trasportatori
- Recettori propriamente detti, vedi sotto
Oltre a queste categorie principali, fra i bersagli si annoverano anche ormoni e fattori, DNA, recettori
nucleari e altre molecole ancora sconosciute. La maggior parte tuttavia appartiene alla classe dei
recettori. Come vediamo dal grafico a torta, la maggior parte dei bersagli sono di origine proteica,
ma alcuni farmaci possono avere azioni anche su sostanze di tipo lipidico1 o su acidi nucleici.
Nella spiegazione del meccanismo specifico dei farmaci, si parla di “bersaglio farmacologico” e non
di “recettore”, anche se si possono generare delle confusioni. Con bersaglio si identificano tutte le
4 categorie sopra elencate, delle quali le prime 3 sono definite anche “effettori” perché varia la
velocità con cui compare l’effetto farmacologico.
Nel caso di interazione di un farmaco con un enzima, l’enzima è bloccato di colpo e l’effetto
farmacologico è immediato, seguono degli esempi:
- Enzima
o enzima di conversione dell’angiotensina, bersaglio dei farmaci ad azione ipotensiva
perché bloccano la conversione dell’angiotensina I in angiotensina II, la sostanza
ipertensiva più potente conosciuta;
o HMG-CoA reduttasi: bersaglio delle statine, usate a scopo ipolipidemizzante;
o COX1 e 2, ciclossigenasi importanti nella cascata dell’infiammazione, dell’aumento
della temperatura e della trasmissione del dolore, sono alla base dell’effetto di tutti
i farmaci anti-infiammatori non steroidei (FANS);
- Interazione con canali ionici
o Calcio-antagonisti bloccano l’entrata del Ca nella cellula, diminuendone la
concentrazione intracellulare e quindi l’interazione fra miosina e actina e questo
determina una diminuzione del tono arteriolare e quindi della pressione;
1
Con sostanze di origine lipidica non si intende che i farmaci possono avere interazioni con i lipidi di membrana,
perché l’interazione è sempre con sostanze proteiche, ma possono determinare effetti a carico di sostanze lipidiche
(vedi HMG CoA reduttasi e colesterolo)
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o Blocco dei canali del potassio: aumento della concentrazione intracellulare del calcio
e quindi aumento della pressione;
- Trasportatori:
o Nel trattamento delle sindromi depressive si usano dei farmaci in grado di bloccare i
trasportatori del re-uptake della serotonina;
o Trasportatore dell’acido urico bloccato dal probenecide ha azione antigottoso;
- Pompe
o Farmaci come glicosidi cardioattivi che inibiscono le pompe
o Antiacido2 che inibisce la pompa protonica gastrica
o Diuretici che interagiscono sul trasporto Na-K-Cl
- Proteine regolatrici: come immunofiline, cui si lega la ciclosporina prevenendo l’attivazione
dei linfociti T, con effetto immunosoppressivo.
- Proteine strutturali: come le Tubiline, cui si legano farmaci antimicotici quali la colchicina
(antigottoso), gli alcaloidi della vinca e i taxani (antineoplastici).
- Proteine e piccole molecole solubili, come TNF, bloccato dall’etanercept per trattare
l’artrite reumatoide e varie interleuchine per trattare le malattie infiammatorie
immunomediate.
Interazione farmaco-recettore
Oltre alla complementarietà chimica fra farmaco e bersaglio (di tipo stereoisomerico = piccola
modificazione può far sì che l’isomero non sia in grado di incastrarsi nella struttura macromolecolare
del bersaglio), in farmacologia si vanno a cercare legami deboli (a bassa energia ma in alto numero).
I legami a bassa energia che si formano sono legami idrogeno, ponti idrogeno, interazioni
idrofobiche e forze di van der Waals. Questi legami, seppur deboli, sono molto numerosi, tanto che
riescono a mantenere il farmaco nel sito per un tempo sufficientemente lungo da avviare la cascata
grazie all’alto numero di interazioni che si formano.
Tuttavia è assolutamente non necessario che il farmaco permanga attaccato al bersaglio a vita,
perché una volta che ha avviato la cascata di effetti deve liberare il sito, quindi il legame deve essere
labile. Questo aspetto è più facilmente comprensibile se, invece di parlare di “farmaco” e
“recettore”, parlassimo di “popolazione di farmaci su un sistema di tipo recettoriale”, per capire la
portata complessiva del fenomeno che andiamo a studiare. Nel caso di vie di trasduzione importanti
2
Antiacido nel suo significato preciso è un farmaco generico che tampona l’acidità gastrica, mentre un inibitore di
pompa come l’omeoprazolo, pur dando la stessa risposta, agisce attraverso un bersaglio (pompa protonica).
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avviene un effetto di amplificazione del messaggio, quindi il farmaco deve prontamente staccarsi
per evitare di “intasare” la cascata di eventi.
L’interazione fra farmaco (X) e bersaglio (R) presenta notevoli analogie con l’interazione enzima E e
substrato S: E + S ES Prodotto
Si trasforma quindi sostituendo la dose del farmaco in un’asse di tipo semilogaritmico, che permette
di trasformare l’isoterma di legame in una sigmoide. La sigmoide permette di definire meglio la
concentrazione Kd. L’equazione fondamentale
dell’interazione farmaco-recettore è sovrapponibile
all’equazione di Michaelis-Menten per l’interazione
enzima-substrato.
È possibile semplificare ulteriormente, trasformando
la sigmoide in una retta; per fare ciò, il metodo più
usato è il grafico di Scatchard, con il quale otteniamo
che la concentrazione alla quale il sistema è saturo si
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trova nel punto della retta che interseca l’asse delle ascisse. La Kd è definita dalla pendenza della
retta.
➢ Grafico 2b
L’interazione diretta, che compare negli studi sperimentali con sistemi di cellule, dà origine a questo
tipo di risposta e l’andamento che determina la formazione di complesso farmaco- recettore in
funzione dell’aumento della concentrazione del recettore solo ed unicamente quando nel preparato
è presente una popolazione omogenea di recettori.
Nella realtà biologica ci sono una serie di recettori che presentano delle sottopopolazioni (es
recettori adrenergici, dopaminergici, istaminergici, che possono essere tutti presenti nel preparato
dove sto saggiando la capacità di interagire del farmaco); i sottotipi possono avere affinità diverse
per il farmaco oggetto di studio oppure possono essere presenti in numero diverso.
Noi dobbiamo quindi definire se il farmaco è in grado di distinguere i vari sottotipi di popolazione,
oppure a seconda della dose somministrata e alla sua attività il farmaco è in grado di interagire con
tutti i sottotipi della popolazione.
Quando stiamo studiando il farmaco nel sistema e si ottengono curve come quelle viste in “grafico
2a”, possiamo affermare che il farmaco non è in grado di distinguere tra i diversi sottotipi recettoriali
che sono presenti nel preparato.
Per affermare che il farmaco ha capacità di discriminare diversi sotto-recettori dobbiamo ottenere
una curva di tipo diverso: una
sigmoide decisamente meno
ripida (matematicamente
parlando “più stesa”) in relazione
all’asse delle concentrazioni del
farmaco ed ha questo andamento
strano, presenta una flessione
totale.
➢ Grafico 2c
Anche questi risultati possono essere trasformati per conoscere le Kd delle varie sottopolazioni. In
questo caso però l’estrapolazione secondo Scatchard fa ottenere una curva, non una retta. Tuttavia,
è ulteriormente possibile scomporre questa curva nelle due rette che definiscono l’affinità del
farmaco per le diverse sottopoplazioni di recettori presenti nel preparato sperimentale e di
conseguenza possiamo definire la Kd del preparato.
Questa relazione è uguale a quella che correla la concentrazione del farmaco alla formazione del
complesso farmaco recettore.
Quindi condizione necessaria è sufficiente per vedere l’effetto farmacologico è che il farmaco
interagisca con il suo recettore e l’effetto massimo è ottenibile quando tutti i recettori sono occupati
dal farmaco.
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In un esperimento in vitro si usano delle concentrazioni, mentre in vivo si usano delle dosi (es
mg/kg). Nel caso si valuti come varia l’effetto in funzione della concentrazione o dose si ottiene
questa curva (grafico 2d). La kd (concentrazione o dose che è in grado di dare il 50% dell’effetto) è
definita come concentrazione al 50% o dose al 50% (è una misura diretta dell’affinità del farmaco
per il suo recettore).
➢ Grafico 2d
Tanto più questa curva è ripida, tanto maggiore è l’affinità dal
farmaco per il recettore; per questo motivo è fondamentale la
trasformazione della curva in una sigmoide (grafico 2e), al fine
di poter confrontare dei farmaci diversi.
➢ Grafico 2e
Per i diversi farmaci si ottengono concentrazioni efficaci al 50%
diverse, seppur tutti i farmaci sono in grado di dare il 100%
della risposta, ma uno di essi (quello più a sinistra nel grafico
2f) è decisamente più affine al suo recettore degli altri.
➢ Grafico 2f
In questo modo è possibile dirimere fra molecole diverse
l’affinità per un determinato recettore.
La teoria occupazionale non spiega 2 questioni:
1. Spesso la curva di interazione farmaco- recettore e la
curva dose-risposta appena vista non coincidono;
2. Esistono farmaci che pur occupando un determinato
recettore producono una risposta inferiore o altri che
occupano lo stesso recettore e non producono alcuna risposta.
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questo caso la concentrazione di farmaco che p in grado di dare il 50% di risposta è sicuramente
diversa rispetto alla Kd, cioè l’interazione farmaco- recettore.
Da questo deduciamo che per ottenere la risposta farmacologica non è necessario occupare tutti i
recettori a disposizione.
Quando si usa un farmaco (visto che le interazioni con un bersaglio estremamente specifico implica
di avere delle dosi particolarmente basse) io sono in grado di ottenere il massimo della risposta pur
non occupando tutti i recettori.
Quindi quando la riposta massima si raggiunge occupando solamente una frazione dei recettori, i
restanti sono definiti come recettori di riserva.
Ci possono essere delle non sovrapposizioni fra la curva di interazione farmaco- recettore e quella
farmaco- risposta perché c’è una significativa amplificazione del segnale. Una volta che il farmaco
interagisce con il suo recettore parte una cascata di eventi di cui noi vediamo la risposta finale, che
non è generata immediatamente dall’interazione con il recettore ma tra i due eventi si frappone
una cascata di azioni che nella grande maggioranza dei casi prevede che siano usati dei secondi
messaggeri.
La seconda delle criticità della teoria dell’occupazione può essere spiegata dicendo che per ottenere
la risposta farmacologica la condizione di interazione è fondamentale ma deve essere anche un’altra
caratteristica del farmaco (l’affinità del farmaco per il recettore è imprescindibile, ma affinché si
veda la risposta farmacologica finale il farmaco deve anche essere in grado di attivare la cascata di
eventi che porterà all’effetto finale).
In altre parole, il farmaco deve anche essere “efficace”, caratteristica detta attività intrinseca.
Affinità: tendenza del farmaco a legarsi al recettore; si riflette nella posizione della curva dose-
effetto sull’asse delle ascisse (che definisce la dose); è anche indice della potenza di un farmaco, in
quanto tanto più affine è un farmaco, tanto più ripida è la sigmoide che determina l’interazione
farmaco-recettore, tanto più potente è il farmaco.
Potenza: dose (concentrazione) di farmaco necessaria a produrre un particolare effetto con una
data intensità. Più piccola è la dose (concentrazione), più potente è il farmaco. La dose
(concentrazione) in base alla quale si misura la potenza è generalmente la DE50 (CE50)3. Nel confronto
fra 3 farmaci che hanno la stessa efficacia (100%) ma potenze significativamente diverse, si deve
tener conto nel farmaco più potente del fatto che l’escursione delle dosi per ottenere l’effetto
farmacologico cercato è molto più ristretta e quindi quando si interviene un qualsiasi fattore esterno
è molto più facile avere degli effetti avversi.
Efficacia: capacità di un farmaco di evocare l’effetto massimo, non dipende dalla dose ma dalla
capacità del farmaco, una volta legato al recettore, di attivarlo. Può essere intesa come la capacità
di indurre la risposta biologica; è correlata alla probabilità di indurre un cambio di conformazione
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DE50 o CE50= dose efficace al 50% o concentrazione efficace al 50%
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Benetton Gianluca Lez. 17 Farmacologia generale Prof. Carrara 06/12/18
Beltrame Bianca
Corvaglia Gregorio
nel recettore, in grado di trasdurre il segnale e dare origine alla risposta. Si riflette sull’estensione
della curva sull’asse delle ordinate dove si va a
valutare l’effetto.
➢ Grafico 2h
Il grafico 2h riporta 3 farmaci con una potenza sovrapponibile ma efficacia diversa. Nell’ottica di
questa teoria dell’efficacia iniziamo a vedere dei farmaci:
- Agonista: farmaco che riconosce e lega un determinato recettore, quindi ha affinità per quel
recettore ed è in grado di attivare la risposta farmacologica e quindi è caratterizzato da
efficacia o attività entriseca;
- Antagonista recettoriale: farmaco che si lega al recettore, ha affinità per il recettore, ma non
è in grado di produrre effetto; non ha attività intrinseca, ma il fatto stesso di occupare il
recettore compete con un agonista attivo su quel recettore; si definisce quindi antagonista
di tipo competitivo;
- Antagonismo funzionale: quando due agonisti agiscono su
recettori diversi di uno stesso organo o tessuto, i quali
mediano effetti opposti. Ad esempio una broncocostrizione
indotta da istamina può essere contrastata andando a
somministrare un antistaminico (antagonista di tipo
recettoriale) oppure andando a somministrare un
agonista, che è un antagonismo di tipo funzionale;
➢ grafico 2i
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Benetton Gianluca Lez. 17 Farmacologia generale Prof. Carrara 06/12/18
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- Insormontabile: anche se si aumenta la dose, non siamo in grado di ottenere quello che ci
interessa. L’antagonista si lega non con legami deboli, ma con legami di tipo covalente; in
questa situazione si può aumentare la dose dell’agonista, ma non sarà in grado di scalzarlo.
Quello che invece succede di frequente è che l’antagonista non si lega esattamente al sito
recettoriale dove va a legarsi l’agonista, ma si lega in un sito aldosterico, che non impedisce
la capacità dell’agonista di legarsi con il suo sito recettoriale (non interferisce con l’affinità),
ma interferisce su un’altra cosa (impedisce l’attivazione del mio recettore, impedisce quindi
che una volta che l’agonista è legato al sito recettoriale sia in grado di attivare la cascata di
effetti per ottenere l’effetto farmacologico). L’antagonismo insormontabile è quindi di tipo
non competitivo. Antagonismo insormontabile perché non è possibile spostare l’antagonista
e quindi non è più possibile ottenere l’efficacia massima. Il CE50 non è modificato perché non
è modificata la capacità di legarsi al recettore, ma è modificata la capacità di attivare il
recettore.
L’antagonista si lega a un sito recettoriale diverso dall’agonista, senza impedirne il legame, ma
impedendone l’attivazione: riduce l’effetto in maniera significativa.
In questo contesto la pendenza della curva dose-effetto definisce l’efficacia o capacità intrinseca. La
posizione in ascissa definisce sempre la potenza del mio farmaco. L’equazione vista all’inizio diventa:
[𝑋]𝐸𝑚𝑎𝑥
Effetto= 𝐾𝑑+[𝑋]
= efficacia o attività intrinseca; è una variabile che va da 0 a 1
=1 significa che il farmaco è un agonista
=0 significa che il farmaco è privo di attività intrinseca ed è quindi un antagonista;
Se 0<<1 possiamo avere un antagonismo di tipo parziale
Con questa seconda teoria cominciamo a introdurre il concetto di agonista parziale.
Agonisti totali: si legano ad un recettore (affinità) e inducono la risposta biologica (attività intrinseca
o efficacia) > attivano il recettore e riproducono l’azione del ligando endogeno; =1
Antagonisti: si legano al recettore (affinità), non inducono la risposta biologica (non hanno attività
intrinseca); =0
Agonisti parziali: si legano ad un recettore (affinità), ma, anche quando tutti i recettori sono
occupati, inducono una risposta sub-massimale (attività intrinseca o efficacia < di un agonista
totale); hanno un effetto bifasico sulla risposta degli agonisti totale all’aumentare della dose
(minore efficacia); 0<<1
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Le prime due teorie ancora non erano in grado di spiegare perché esistessero questi agonisti parziali
e altre cose, fra cui il fatto che molti recettori hanno un’attività basale costitutivamente attivata. Se
abbiamo detto che la “conditio sine qua non” per avere l’attività è l’interazione fra farmaco e
recettore, il mio complesso recettoriale è attivato in seguito a legame con il suo ligando, perché ci
possono essere recettori costitutivamente attivi?
Molti recettori, in particolare quelli accoppiati a proteine G, presentano una certa capacità di
generare un segnale anche quando non sono occupati dal ligando. In realtà questa osservazione si
riteneva dovuta a delle alterazioni sperimentali; è stata immodificata per mutazione del recettore
adrenergico 1 e 2 indotte sperimentalmente e queste erano in grado di avere azione biologica
anche in assenza di ligando. In questo caso non si tratta di attivazione costitutiva propriamente detta
ma perché erano in grado di esaltare un’attività costitutiva che era già presente nel recettore.
In generale il recettore nella forma naturale ha una piccola (più o meno importante) capacità di
generare un segnale. Per generare tutto ciò, è stata introdotta la terza teoria.
Gli agonisti sono farmaci che hanno la stessa affinità per le due conformazioni (a riposo e attiva)
per cui favoriscono lo status quo e non sono in grado di abbattere l’eventuale tono basale. Sono in
grado di riportare verso la situazione iniziale, in presenza di un agonista; Il tono basale è abbattuto
quando c’è un agonista inverso, ovvero un farmaco che ha affinità esclusivamente per la
conformazione a riposo del recettore e che quindi sposta completamente l’equilibrio, destabilizza
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Benetton Gianluca Lez. 17 Farmacologia generale Prof. Carrara 06/12/18
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la conformazione; solo in questa situazione siamo in grado di abbattere anche l’attività basale del
recettore.
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Pastò Brenno Lez. 18 Farmacologia generale [Link] Carrara
Bassi Alessandro 18/12/2018
Martin Michel
Ripresa degli ultimi argomenti
La lezione precedente si è conclusa con un’introduzione dello studio dell’interazione farmaco-
recettore, a seguito del quale può conseguire o meno l’effetto farmacologico. Nello specifico, sono
state introdotte le tre teorie fondamentali per spiegare come e perché avvengono tali interazioni:
- agonisti totali: farmaci che hanno affinità esclusiva per Ra e sono in grado di spostare
completamente l’equilibrio verso tale forma, per cui determinano il massimo dell’effetto
farmacologico;
- agonisti parziali: farmaci che hanno affinità prevalente per Ra e spostano debolmente
l’equilibrio verso tale forma, per cui determinano un effetto submassimale (non sono in
grado di dare il 100% della risposta, ma solo una sua frazione);
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Pastò Brenno Lez. 18 Farmacologia generale [Link] Carrara
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Martin Michel
- antagonisti: farmaci che hanno uguale affinità per le due conformazioni e, in virtù di
queste azioni contrastanti, essi favoriscono il ritorno o il mantenimento delle condizioni
di equilibrio; non riescono,
perciò, ad abbattere il tono
basale del recettore;
- agonisti inversi: farmaci che
hanno affinità esclusiva per
Ri; poiché sono in grado di
spostare completamente
l’equilibrio verso questa
forma, essi sono gli unici
che possono ridurre anche
l’attività basale del
recettore.
La teoria dei due stati del recettore, in particolare, rappresenta un passo avanti molto importante
nell’ottica di spiegare ciò che succede nell’interazione farmaco-recettore; infatti, mentre le altre
due teorie asserivano che l’interazione farmaco-recettore fosse necessaria per indurre l’attivazione
del recettore, questa teoria afferma che l’interazione farmaco-recettore, a seconda delle
caratteristiche del ligando, è in grado di selezionare la conformazione del recettore e la sua
risposta. In questo contesto, gli agonisti inversi si configurano come molecole con caratteristiche
interessanti:
Per cui, possiamo concludere che gli agonisti inversi sono delle entità molecolari molto diverse dagli
antagonisti; in realtà, essi erano già conosciuti e utilizzati in terapia, ma erano classificati in modo
errato. Gli agonisti inversi, in particolare, si rivelano più efficaci e più utili degli antagonisti, grazie
alla loro capacità di abbattere anche l’attività basale, quando, a causa di mutazioni genetiche, i
recettori presentano elevata attività costitutiva (ad esempio, nei casi di iperplasia o di tumore).
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- Antagonismo chimico (antidotismo): un farmaco può antagonizzare le azioni di un altro,
legandosi ad esso e inattivandolo. È ciò che si desidera ottenere nel trattamento di
intossicazioni da metalli pesanti (Pb, Cd, Hg…) con gli agenti chelanti (EDTA, BAL, DMPS,
DMSA); questi ultimi, infatti, sono in grado di legare i metalli pesanti e ne facilitano
l’escrezione renale.
- Antagonismo farmacocinetico: l’antagonista (un altro farmaco, uno xenobiotico o un
alimento) è in grado di influenzare la concentrazione di farmaco attivo al sito d’azione
modificandone entità e velocità dei processi farmacocinetici (soprattutto
biotrasformazione, ma anche assorbimento ed escrezione). Ad esempio, l’adrenalina
induce vasocostrizione e limita l’assorbimento degli anestetici locali, prolungandone la
durata d’azione; oppure, per induzione enzimatica operata dal fenobarbital, si può
osservare aumento della biotrasformazione epatica della warfarina e conseguente
riduzione dell’effetto anticoagulante.
- Antagonismo funzionale (o fisiologico): due agonisti, agendo sui rispettivi recettori,
producono effetti funzionali opposti, che tendono ad annullarsi. Tali meccanismi
regolano diverse funzioni endogene dell’organismo, ad esempio i glucocorticoidi,
esercitando un’azione catabolica, determinano aumento della glicemia e tale effetto è
contrastato dall’insulina. Un trattamento cronico con glucocorticoidi, però, può indurre
iperglicemia e, per arginare e controllare tale effetto avverso, si può somministrare
insulina.
Nella lezione precedente, inoltre, era stata introdotta la differenza tra il già citato antagonismo
funzionale e l’antagonismo recettoriale, di tipo competitivo, in cui l’antagonista si lega al recettore
ma non lo attiva e ne impedisce il legame all’agonista. È interessante notare che un antagonista
funzionale induce effetti meno controllabili e meno specifici rispetto ad un antagonista
recettoriale. Si consideri, ad esempio, una situazione di bradicardia indotta da aumento del tono
vagale parasimpatico; per contrastare questo effetto e aumentare la frequenza cardiaca è possibile
agire:
È importante tenere conto di tale valutazione per scegliere correttamente la molecola da utilizzare
in un determinato intervento, nell’ottica di assicurare un buon livello di appropriatezza prescrittiva.
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METODI DI STUDIO DEI RECETTORI
Questa parte verrà trattata per sommi capi, senza scendere troppo nel dettaglio delle singole
metodologie; la professoressa caricherà comunque sulla piattaforma Moodle le slide di riferimento.
Studiare l’interazione farmaco-recettore vuol dire cercare di capire gli eventi che accadono da
quando il farmaco si rapporta al recettore fino all’osservazione della risposta farmacologica, la quale
solitamente consegue al legame. Per fare ciò, possono essere considerate principalmente tre
metodiche:
1. risposte graduali: tipiche di un effetto che può avere intensità variabile e registrabile su
scala continua di misura quantitativa in una singola unità biologica; in poche parole, esso
aumenta progressivamente di intensità all’aumentare della dose. Ad esempio, in vivo si può
valutare l’aumento o diminuzione di parametri continui quali pressione arteriosa o
frequenza cardiaca; in vitro, invece, si può quantificare la contrazione o il rilasciamento di
una striscia di muscolo liscio oppure il grado di attivazione o inibizione di determinati enzimi.
È possibile riportare in un sistema di assi cartesiani le quote percentuali di effetto ottenuto
in funzione della dose somministrata, ottenendo così la curva dose-effetto graduale; da
quest’ultima, è possibile ricavare due parametri valutabili:
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Pastò Brenno Lez. 18 Farmacologia generale [Link] Carrara
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- la potenza del farmaco, leggibile in base alla
posizione del grafico sull’asse delle ascisse:
più la curva è spostata a sinistra, più
rapidamente (a dosi minori) si raggiunge una
certa quota di effetto, più il farmaco è
potente.
- l’efficacia del farmaco, che si può dedurre
dalla posizione del grafico sull’asse delle
ordinate: più alta è la percentuale dell’effetto
raggiunta a determinate dosi, più il farmaco è
efficace.
2. risposte quantali (“tutto o nulla”): tipiche di effetti che possono essere presenti o assenti e
che hanno una soglia limite di comparsa/scomparsa, per cui non è possibile definirvi una
gradualità; ad esempio, sono valutate in tal modo la morte o meno di un animale o la
presenza/assenza di una determinata risposta (convulsioni, induzione del sonno o di
anestesia, remissione completa da malattia). In tal caso, non si considerano le singole unità
biologiche, ma la dose di farmaco somministrata è correlata al n° di individui in una
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popolazione che rispondono al
farmaco. Si valuta, quindi, la
variabilità della risposta al farmaco
osservando come cambia la
frequenza di comparsa della
risposta, in funzione della dose
somministrata, nella popolazione e
si ottiene la distribuzione delle
frequenze, assimilabile come
andamento ad una curva
gaussiana. Su di essa, può essere
condotta un’analisi statistica in
termini di dispersione dalla norma, considerando che:
- la maggior parte della popolazione risponde ad un certo range di dose;
- una piccola parte di popolazione, rappresentata dalla coda di sinistra della curva,
risponde già a piccole dosi di farmaco: questa quota è data dagli individui ipersensibili;
- un’altra piccola parte della popolazione, identificata dalla coda di destra della curva,
risponde solo a dosi particolarmente elevate: gli individui di tale quota sono detti
iposensibili o resistenti.
Si nota che la curva dose-effetto graduale e la curva cumulativa dose-effetto quantale così
ottenute hanno di fatto la stessa forma, poiché sono entrambe sigmoidi, e presentano gli stessi
parametri (pendenza e DE50); tuttavia, esse riassumono informazioni diverse e la loro
interpretazione presenta queste principali differenze:
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Le curve dose-effetto quantali trovano ampia applicazione anche nell’ottica della definizione del
profilo di sicurezza del farmaco; dagli studi di popolazione su risposte di questo tipo, infatti, si
possono ricavare i parametri DL50 (dose letale mediana), DT50 (dose tossica mediana) e DE50 (dose
efficace mediana), i quali rappresentano le stime delle dosi più piccole di farmaco richieste per
produrre un dato effetto quantale (rispettivamente, letale, tossico o terapeutico) nel 50% delle
unità biologiche considerate (es: animali). Questi tre parametri, a loro volta, sono combinati tra
loro per ottenere altri parametri derivati, utili nella definizione complessiva del profilo di sicurezza.
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Considerando il mio indice
terapeutico tra le due dosi del
farmaco in figura, terapeutico al 50%
e tossico al 50%, direi che ha un
eccezionale profilo di sicurezza;
invece confrontando l’andamento
delle due curve, queste presentano
un certo grado di sovrapposizione e
poiché la risposta è nella totalità
della mia popolazione, anche in quel
numero di soggetti iposensibili per
quel farmaco, se io considero un
numero di dosi particolarmente
elevate, ho il rischio della comparsa
di effetti tossici. Allora devo
considerare un altro fattore che mi
definisca il profilo di sicurezza del farmaco ovvero il fattore di sicurezza, definito come il rapporto
tra la dose tossica nell’1% della mia popolazione e la dose efficace nel 99% della popolazione:
FS = DT₁/ DE₉₉.
• FS>1 allora la dose efficace nel 99% della popolazione è minore di quella che sarebbe tossica
nell’1% della popolazione e quindi ho un farmaco molto sicuro;
• Se invece FS<1 allora vuol dire che vi è una sovrapposizione tra la dose efficace al 99% e
quella tossica all’1%.
Può essere definito anche un margine di sicurezza: MS= (DT₁ – DE₉₉)/ DE₉₉ x 100
Mal utilizzato perché riferito all’indice terapeutico, è una percentuale per il quale deve essere
aumentata la dose efficace al 99% prima che sia raggiunta la dose tossica all’1%.
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ASPETTI MOLECOLARI DELL’INTERAZIONE FARMACO-RECETTORE
Definiamo i recettori come dei complessi macromolecolari che fungono da siti di riconoscimento per
dei ligandi endogeni e/o farmaci che permettono la trasduzione del segnale, ovvero l’avvio del
messaggio fisiologico o farmacologico. Sono stati classificati in 4 famiglie basandosi
fondamentalmente sul tempo di comparsa dell’effetto e sulla diversa struttura, 3 tipologie di
membrana e 1 intracellulare (già vista nell’induzione enzimatica).I canali ionotropici hanno un
effetto molto veloce, altri invece ci mettono più tempo a dare la risposta dopo il legame del ligando
al recettore perchè la risposta è più complicata rispetto a quella di un recettore che risponde in modo
rapido. Vi sono dunque i recettori di TIPO 1 che sono i canali ionici attivati da ligando, di TIPO 2 i
recettori accoppiati a proteine G (metabotropici), di TIPO 3 i recettori accoppiati a chinasi e quelli
di TIPO 4 che sono i recettori intracellulari. In una classificazione più recente sono stati aggiunti i
recettori per la matrice extracellulare: fondamentalmente Caderine, Selectine ed Integrine che
interagiscono con la MEC per controllare la migrazione cellulare e per regolare l’espressione genica
nelle cellule in cui sono espressi, sono anch’esse bersagli di farmaci.
TIPO 1: CANALI IONICI ATTIVATI DA LIGANDO (IONOTROPICI)
Complessi macroproteici transmembrana che formano un canale ionico che incorpora nella struttura
un recettore e si aprono solo quando il recettore è occupato dall’agonista. Non vi sono solo i canali
ligando-dipendenti, ma anche i recettori voltaggio dipendenti sono bersaglio di farmaci; abbiamo
diverse tipologie di modulazione di canale, come quella meccanica o tramite fosforilazione, ma
nell’ottica di recettore propriamente detto, solo i ligando dipendenti sono quelli che contempliamo
nella tipologia di recettori. Questi presentano un sito recettoriale specifico e l’attivazione produce
un cambiamento delle concentrazioni ioniche all’’interno della cellula; sono rappresentati
fondamentalmente da recettore GABAa, GABA c (il GABA b è metabotropico), il nicotinico e quello
per il glutammato. Possiamo classificarli in 3 categorie diverse a seconda delle diverse subunità
transmembrana che definiscono il canale:
• 4TM rappresentato dal nicotinico per il legame con l’acetilcolina, il 5H-T₃ per la serotonina, i
recettori per la glicina e per il GABAa e GABAc;
• 3TM per gli amminoacidi eccitatori glutammico ed aspartico;
• 2TM sono recettori canale per ATP.
Quello nicotinico è stato il primo ad
essere studiato ed il prototipo per gli altri
recettori, è costituito da 5 subunità
transmembrana divise in 2 subunità
alpha, una beta, una gamma ed una
delta. Quando non è presente il ligando il
recettore è chiuso, i due siti per il
riconoscimento dell’acetilcolina si
trovano nelle due subunità alpha e al suo
arrivo il canale si apre e lo slittamento
delle 5 subunità permette il passaggio
degli ioni, tanto Na+ verso l’interno e
poco K+ verso l’esterno. La
desensitizzazione recettoriale consiste
nel fatto che quel recettore perde la
risposta al ligando, che in termini clinici
significa avere una tolleranza per un dato
farmaco, di solito a causa di una esposizione prolungata a quel farmaco o sostanza. Per vedere la
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risposta a quella sostanza dovrò necessariamente aumentarne la dose anche se dopo un certo
periodo otterrò una nuova tolleranza ad una dose maggiore, come succede per i tossicodipendenti
i quali hanno la capacità di tollerare dosi di sostanze d’abuso maggiori. Il fenomeno della tolleranza
riguarda praticamente tutti i recettori propriamente detti, come quelli associati a proteine G o ad
attività tirosin chinasica e quelli intracellulari.
I recettori ionotropici invece, poiché controllano delle azioni particolarmente importanti, hanno un
sistema di controllo più raffinato e in questo caso la capacità di andare in desensitizzazione è
intrinseca al recettore stesso; questi recettori infatti non sono presenti solo in 2 conformazioni, ma
in 4 e tutte in stretto equilibrio tra loro. C’è quindi una conformazioni inattiva in equilibrio con quella
attiva, le quali sono in equilibrio con la conformazione a desensitizzazione estremamente rapida e
quella a desensitizzazione lenta, detta anche refrattaria. E’ talmente importante il controllo di questi
recettori ionotropici che sono anche presenti dei siti di regolazione isosterici: l’acetilcolina arriva, si
lega ai suoi siti recettoriali, sposta la conformazione verso la forma attiva, permette il passaggio degli
ioni e poi in tempi molto rapidi, millisecondi, diventa refrattario. Essendo le 4 conformazioni in
equilibrio tra loro, è la quantità di acetilcolina che mi determina il passaggio da una conformazione
refrattaria ad una attiva; se vi è tanta Ach, oltre a legare i siti di attivazione del recettore, lega anche
i siti isosterici e così il recettore da una situazione di desensitizzazione rapida passa ad essere
refrattario, sempre nell’ottica di controllare le risposte che si hanno in seguito all’attivazione di
questo recettore.
Molto analogo al recettore nicotinico è il recettore per il GABA di tipo A e anche quello di tipo C:
sono composti anche loro da 5 subunità e ogni subunità contiene 4 domini transmembrana. Il sito
di riconoscimento del neurotrasmettitore è in questo caso solo uno e questi recettori fanno passare
gli ioni cloro. Hanno dei siti allosterici in cui possono legare sostanze diverse rispetto al ligando
specifico, come ad esempio l’etanolo, le benzodiazepine, l’acido barbiturico o i neurosteroidi.
All’arrivo della benzodiazepina per esempio, il recettore non si apre, ma aumenta l’affinità di legame
del GABA per il recettore e questo facilità l’apertura del canale. In questo caso passa uno ione
negativo e la selettività viene data dai residui aminoacidici dell’alpha elica.
TIPO 2: RECETTORI ACCOPPIATI A PROTEINE G O METABROTOPICI
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Martin Michel
Si possono classificare per la lunghezza della coda N-terminale extracellulare diversa, importante per
il richiamo e l’attivazione di una specifica proteina G, la quale da la specificità dell’effetto
dell’attivazione recettoriale. Possiamo classificarli in 3 tipologie diverse a seconda della lunghezza
della coda extracellulare, visto che su di essa è presente il sito specifico di riconoscimento del mio
ligando:
• Famiglia delle Rodopsine: è il gruppo più numeroso di questi recettori, per la maggior parte
di monoamine, neuropeptidi, purine, prostanoidi, cannabinoidi; hanno una corta coda
extracellulare, le amine si legano alle eliche transmembrana, i peptidi alle pieghe
extracellulari.
• Recettori secretina/ glucagone: per gli ormoni peptidergici come secretina, glucagone,
calcitonina, hanno una coda extracellulare intermedia che contiene il dominio per legare i
ligandi.
• Recettori metabotropici del glutammato/ sensori del calcio: sono i meno rappresentati e
comprendono i recettori del GABAb, glutammato e recettori sensibili al Ca2+(posizionati
nelle paratiroidi)hanno una lunga coda extracellulare contenente il dominio di legame.
Proteine G
Sono una famiglia di proteine trimeriche solubili e citoplasmatiche, ve ne sono circa 20 e sono
composte da: subunità alpha in grado di legare ed idrolizzare il GTP, le beta e gamma formano un
unico complesso βγ. Le tre subunità si ancorano alla membrana tramite una catena di acidi grassi
con un processo chiamato prenilazione.
Farmacologicamente ci interessano 4 tipi di G proteins, che si differenziano per la diversa subunità
α:
• Gαs: presente in molte amine e recettori di catecolamine, serotonina ed istamina, stimolano
l’adenilato ciclasi. Può essere attivata dalla tossina colerica che blocca l’attività GTPasica
prevenendo l’inattivazione;
• Gαi: presente negli stessi recettori della precedente oltre che in quelli per gli oppioidi e
cannabinoidi, inibisce l’adenilato ciclasi. Viene bloccata dalla tossina della pertosse che
impedisce la dissociazione del trimero;
• Gα0: presente negli stessi recettori di Gαi, i suoi effetti sono dovuti prevalentemente alla
porzione βγ. Viene anch’essa bloccata dalla tossina della pertosse ed è presente
prevalentemente nel SNC dove va ad attivare tramite fosforilazione i canali del K;
• Gαq: presente nei recettori per amine, peptidi e per prostanoidi, va ad attivare la fosfolipasi
C, inducendo l’aumento di IP3 e DAG; l’IP3 è un mediatore solubile che, dopo aver
abbandonato la membrana, nel reticolo sarcoplasmatico induce l’aumento del Ca
intracellulare. Il DAG invece è liposolubile, rimane in membrana e va ad attivare la PKC.
In condizioni di riposo la proteina G è libera nel citoplasma ed ha il GDP legato al sito della subunità
alpha. Quando il farmaco si lega al recettore si ha una modificazione conformazionale ed un
aumento dell’affinità per la proteina G. Il recettore si associa al trimero e la subunità alpha scambia
il GDP con il GTP rilasciando così le forme attive della proteina G, GTP-alpha e subunità βγ, le quali
vanno a legarsi ad effettori a valle; il termine del segnale si ha in seguito all’idrolisi del GTP in GDP
effettuata dall’attività GTPasica intrinseca alla subunità alpha, l’ αGDP si dissocia dall’effettore e si
combina nuovamente con βγ. L’attività GTPasica è molto importante poiché possono venire attivate
diverse subunità alpha e quando questa viene attivata invia una cascata di segnali a valle, per cui è
importante che ci sia una porzione di questa subunità che blocchi il segnale per consentire una
regolazione fine della cascata di segnale; vi sono infatti alcune sostanze di tipo cancerogeno che
mimano l’effetto della subunità alpha senza bloccare mai il segnale e questo porta ad una
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iperstimolazione della cellula ed alla sua proliferazione. La regolazione dell’attività GTPasica della
subunità α ad opera dell’effettore indica che l’attivazione di quest’ultimo è autolimitante e
l’amplificazione del segnale tramite questa cascata porta all’attivazione di secondi messaggeri come
l’AMP ciclico, l’IP3 e il DAG rilasciati dalla fosfolipasi C e gli ioni Ca2+ e K+, i quali amplificano
ulteriormente il segnale prima della risposta finale.
TIPO 3: RECETTORI ACCOPPIATI A CHINASI E SIMILI
Mediano l’azione di numerosi mediatori proteici, come fattori di crescita e citochine, ormoni come
l’insulina. Sono caratterizzati da una singola catena peptidica con singola regione α- elica
transmembrana associata ad un grande dominio extracellulare che lega il ligando ed un dominio
intracellulare con diverse dimensioni e funzioni. Hanno il ruolo di controllare la divisione, la crescita
e la differenziazione cellulare; regolano inoltre l’infiammazione, la riparazione del danno tissutale,
l’apoptosi e la risposta immune. Avendo una struttura più o meno sovrapponibile, all’interno di
questa famiglia troviamo: i recettori ad attività tirosinchinasica, i recettori per le citochine, i
recettori ad attività serina/treonina chinasica e quelli ad attività guanilato ciclasica. Hanno un
unica catena che attraversa una sola volta la membrana e nella porzione intracellulare presentano
un dominio di attività, per esempio tirosin chinasico per quelli con questa attività; questi recettori
dimerizzano all’arrivo del ligando, che può essere l’insulina per esempio; il suo recettore presenta
due subunità con le due catene esterne mantenute da un legame disolfuro e la porzione interna ad
attività tirosin chinasica.
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Negri B, Biasi F, Boscolo S Lez. 19 farmacologia generale Carrara 19/12/2018
Sappiamo già che la tossicità di un farmaco non è correlata solo alla dose; un paziente che non
viene correttamente informato sui possibili effetti avversi di un dato farmaco, quando vede
verificarsi uno di questi, la prima cosa che fa è diminuire la dose del farmaco. Tuttavia, come
abbiamo già visto, modificare la dose di un farmaco in maniera estemporanea non è un approccio
logico (in altri casi è la razionalità medica stessa a suggerire di modificarne la dose). Nell’ottica
della tossicità correlata ai farmaci gioca un ruolo fondamentale la variabilità della risposta
interindividuale, strettamente legata tra le altre cose ai fattori genetici, che nell’ambito della
farmacocinetica vede la biotrasformazione come uno dei fattori principali che va a modificare la
concentrazione plasmatica di una data sostanza. La variabilità può riguardare la farmacocinetica
ma anche la farmacodinamica, perché alterazioni genetiche (come alcuni polimorfismi visti nelle
scorse lezioni) possono riguardare anche i bersagli farmacologici, come i recettori, e quindi può
modificare la sensibilità di un soggetto alla risposta farmacologica. Un altro aspetto che influenza
la tossicità di un farmaco non correlata alla dose è l’interazione tra sostanze diverse, che possono
essere farmaco-farmaco, farmaco-alimenti, farmaco-derivati di origine vegetale usati come
rimedio naturale e farmaco-agenti ambientali. Sono note soprattutto le interazioni farmaco-
farmaco e farmaco-alimenti, infatti la prima domanda che un paziente fa al proprio medico
quando gli prescrive un farmaco è “lo devo assumere a stomaco pieno o vuoto?” pensando di
compensare la tossicità del farmaco assumendolo a stomaco pieno. In realtà le interazoni con il
cibo sono reciproche, nel senso che alcuni farmaci possono modificare l’assorbimento di alcuni
nutrienti e viceversa alcuni alimenti possono modificare non solo l’assorbimento dei farmaci, ma
anche l’attività dei farmaci stessi. Inoltre lo stomaco pieno comporta un allungamento del tempo
di svuotamento gastrico che influisce sulla velocità della comparsa di un farmaco somministrato
per via orale.
Come abbiamo già visto i farmaci possono interferire con l’assorbimento o con l’eliminazione dei
componenti della dieta, tra questi troviamo:
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Abbiamo detto che c’è interazione reciproca tra farmaci ed alimenti, i quali possono ridurre
l’attività dei farmaci. Ecco alcuni esempi:
Altri componenti della dieta possono dare origine a reazioni avverse ai farmaci:
• La tiramina (presente in numerosissimi alimenti, tra cui legumi, formaggi stagionati, birra,
champagne e altri alcolici) è in grado di scatenare effetti avversi se entra in contatto con
altre sostanze come gli inibitori delle MAO (inibitori delle monoamino ossidasi, enzimi che
catalizzano le catecolamine usati come antidepressivi, anche se ormai scarsamente
impiegati); la tiramina è infatti una sostanza in grado di inibire la liberazione delle
catecolamine, attività che contrasta quella degli inibitori delle MAO.
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• L’etanolo influenza l’attività del paracetamolo; infatti nel soggetto etilista induce CYP2A1
che non rientra nella forma normale della metabolizzazione dell’etanolo, e induce a sua
volta la formazione di metaboliti altamente reattivi. Inoltre l’etanolo dà reazioni avverse
anche se assunto in concomitanza con psicofarmaci come benzodiazepine o oppioidi. Nel
caso delle benzodiazepine (contro l’insonnia) se assunte in concomitanza con alcolici
l’effetto negativo sarà la sonnolenza marcata al risveglio il mattino dopo. Con gli oppioidi
invece vengono accentuati gli effetti analgesici degli stessi.
• Il succo di pompelmo è in grado di aumentare i livelli plasmatici di tantissimi farmaci,
tanto che è tra le poche sostanze alimentari che vengono riportate nelle schede tecniche
dei farmaci per segnalarne le interazioni. Agisce solo a livello intestinale e non epatico, in
quanto qui non raggiunge concentrazioni tali da poter svolgere questa funzione. Inibisce il
citocromo 3A4 (CYP3A4) e la glicoproteina P, motivo per cui c’è l’aumento della
concentrazione plasmatica del farmaco che porta all’aumento del rischio della comparsa
degli effetti avversi. In associazione con i calcio antagonisti c’è la possibilità della
comparsa di ipotensione, perché aumenta la concentrazione plasmatica del calcio
antagonista; in associazione con le statine (ipocolesterolemizzanti come la simvastatina)
invece sarà esacerbata la mialgia
(effetto avverso abbastanza comune),
che spesso induce il paziente a voler
sospendere la terapia; come già detto,
la concentrazione plasmatica aumenta
perché il succo di pompelmo ne
aumenta l’assorbimento a livello
intestinale, aumentando i livelli
plasmatici e aumentando la probabilità
del verificarsi degli effetti avversi. In
associazione ad antivirali come il
salquinavir vediamo che la
concentrazione del farmaco nel plasma
è molto aumentata rispetto
all’assunzione con acqua. Quindi il
succo di pompelmo, agendo sui
trasportatori a livello intestinale,
modifica la quantità di farmaco nel
plasma (in definitiva
dell’assorbimento), e inoltre altera
anche la durata del farmaco in circolo.
Esiste anche l’interazione farmaco-rimedio naturale che data la diffusione su larga scala di questi
ultimi non è da sottovalutare. È importante conoscere la composizione dell’integratore da
assumere, delle attività farmacologiche dei componenti dell’integratore e delle possibili
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interazioni con altri farmaci che il paziente assume. Alcune componenti degli integratori naturali a
cui bisogna prestare particolare attenzione sono:
• L’iperico (erba di san Giovanni), utilizzato per contrastare blande sensazioni di depressione
in quanto in grado di aumentare la liberazione di serotonina. Bisogna fare attenzione che
non ci sia la contemporanea assunzione di farmaci SSRI (inibitori selettivi del reuptake
della serotonina, frequentemente utilizzati dalla medicina tradizionale per queste
patologie). Il problema nasce nel momento in cui il paziente, sapendo che l’iperico è un
derivato naturale, pensa erroneamente che questo possa fargli bene senza creare danno e
senza alcuna interazione con altre sostanze. Quindi quando un paziente si presenta dal
medico per un problema come questo, bisogna domandare esplicitamente al paziente se
assume altre sostanze specificando di includere anche quelle di derivazione naturale. Nel
caso dell’associazione di queste due sostanze può presentarsi la sindrome serotoninergica,
con alterazioni significative dello stato mentale e anomalie di tipo neuro-muscolare.
L’iperico può inoltre alterare la biodisponibilità di altri farmaci tra i quali l’indinavir
(farmaco usato contro l’HIV), ciclosporina (usata nei soggetti trapiantati per contrastare il
rigetto d’organo), warfarina (anticoagulante), contraccettivi orali (in questo caso l’iperico
funge da induttore enzimatico quindi agisce riducendo notevolmente la concentrazione
del principio attivo, già di per se bassa; infatti in caso di diarrea o vomito è necessario
assumere un’altra dose di farmaco), digossina (farmaco con indice terapeutico
particolarmente ristretto, quindi ogni volta che vado a modificare la concentrazione di
quella sostanza posso avere degli effetti avversi). L’iperico è un induttore enzimatico,
quindi andrà ad influire su tutti i citocromi che sono coinvolti nella metabolizzazione dei
farmaci, va ad indurre a livello intestinale il CYP2C9, il CYP3A4, e il CYP1A2 che non ha a
che vedere con la metabolizzazione dei farmaci, ma come il CYP1A1d metabolizza sostanze
esogene e inquinanti ambientali. Quindi l’iperico induce due dei citocromi maggiormente
coinvolti nella metabolizzazione dei farmaci (CYP2C9 e CYP3A4); in particolare con
l’induzione del CYP3A4 avviene anche l’induzione della lipoproteina P (trasportatore di
estrusione), spesso in contiguità del CYP3A4, con la funzione di catturare le sostanze
esogene che sono sfuggite al citocromo e di eliminarle.
• Le echinacee vengono utilizzate soprattutto nei bambini in caso di raffreddore (la
professoressa sottolinea che la ricerca sostiene che l’utilizzo degli estratti vegetali nei
bambini è particolarmente pericoloso, soprattutto perché il 60% dei genitori che decidono
di curare il proprio figlio con sostanze di origine vegetale si informano solo ed
esclusivamente in internet ed oltretutto comprano questi estratti online, senza aver
nessuna garanzia di ciò che è contenuto nei preparati). Tutti gli estratti delle echinacee
sono in grado di inibire il CYP3A4, quindi l’uso di echinacee in concomitanza con alcuni
farmaci possono aumentare i livelli sierici di questi e quindi far manifestare gli effetti
avversi. Inoltre viene suggerito l’uso delle echinacee (soprattutto l’echinacea pallida)
perché sono modulatori del sistema immunitario (immuno modulatori); bisogna però
prestare attenzione con i pazienti in terapia immunosoppressiva (soggetti trapiantati).
Inoltre inibiscono l’attività dei cortisonici; i glucocorticoidi sono tra i farmaci più usati
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contro l’asma, particolarmente diffusa tra i bambini; se in questi casi somministro derivati
delle echinacee indebolisco l’effetto dei cortisonici.
• Il Biancospino è utilizzato per il suo effetto cardiotonico, in quanto contiene flavonoidi che
hanno azione antiossidante; viene anche utilizzato come blando sedativo perché contiene
digossina, che ha attività spasmolitica e miorilassante. Quindi il biancospino aumenta la
disponibilità della digossina che ne aumenta la sua concentrazione plasmatica (si ricorda
che la digossina ha un indice terapeutico basso, quindi in questo modo viene aumentata la
sua potenziale tossicità).
• L’aglio viene utilizzato per contrastare l’ipertensione e l’iperlipidemia. Tuttavia riduce le
concentrazioni plasmatiche del sequinavir attraverso un meccanismo di interazione non
noto. Quindi prodotti a base di aglio devono essere sconsigliati a pazienti che assumono
inibitori delle proteasi e gli inibitori non nucleosidici della trascrittasi inversa. Inoltre
sembra inibire l’aggregazione piastrinica (alcuni casi sono stati evidenziati in episodi di
sanguinamento post operatorio ed ematoma epidurale spinale spontaneo), anche se il
meccanismo non è chiaro (sembra vada a potenziare l’effetto della warfarina, conosciuto
come coumadin).
• Anche l’ananas è ampiamente utilizzato, in quanto contiene bromelina (soprattutto il
gambo dell’ananas) che ha principalmente due azioni: anti infiammatoria e inibitrice delle
trombossano sintetasi (enzima che converte la prostaglandina 2 in prostaglandina pro
infiammatoria e trombossani), quindi in sostanza interviene sulla cascata
dell’infiammazione. Ha anche proprietà anticoagulanti: può essere pericolosa quando
somministrata in concomitanza con warfarina e eparina (l’effetto con l’eparina non è così
eclatante in quanto la maggior parte delle volte questa viene somministrata per via
sottocutanea). Inoltre la bromelina può aumentare l’assorbimento delle tetracicline e
dell’amoxicillina (questo non è un effetto molto pericoloso, in quanto gli antibiotici hanno
effetti avversi molto limitati rispetto ad altri farmaci).
• Il ginseng può aumentare l’effetto delle sostanze cardiostimolanti (come caffeina,
efedrina,..), degli antidiabetici orali e riduce l’efficacia del farfari (coumadin).
• Un prodotto particolare sono la soia e i suoi derivati, infatti periodicamente crea scalpore
il fatto che nelle popolazioni orientali (che fanno ampio uso di questi prodotti) l’incidenza
del tumore al seno sia nettamente più bassa rispetto alle altre popolazioni. Da alcuni studi
è emerso che la lecitina (contenuta nella soia) non svolge particolari funzioni, ma a giocare
un ruolo particolarmente importante sono i fitoestrogeni; l’assunzione di soia è
sconsigliato a donne operate al seno a causa di un tumore estrogeno dipendente e trattate
a lungo termine con il tamoxifene. Quindi questi fitoestrogeni hanno elevata affinità per il
recettore degli estrogeni e hanno attività estrogenica molto debole; pertanto hanno
duplice azione: in età fertile equilibrano l’azione degli estrogeni, dando un certo grado di
protezione da alcuni tumori (come il tumore al seno); in menopausa, quando cala in
maniera drastica la concentrazione degli estrogeni viene sfruttata la minima attività
estrogenica dei fitoestrogeni, infatti mimano l’azione degli estrogeni aiutando a
combattere le vampate di calore, mantenendo la densità ossea e prevenendo le malattie
cardiovascolari. I fitoestrogeni sono presenti non solo nella soia ma anche nel trifoglio
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rosso e in diversi legumi. I fitoestrogeni della soia sono chiamati isoflavoni e sono divisibili
in tre categorie; il più importante è la genisteina, poi troviamo anche daidzeina e gliciteina
in quantità minori. Questi isoflavoni sono presenti in forma glicosilata, quindi sono dei pro
farmaci. Devono essere idrolizzati dalla flora batterica per essere attivati, perciò la loro
azione è compromessa da tutte le sostanze che alterano la flora batterica intestinale
(antibiotici). Una dieta ricca di probiotici può contrastare l’azione negativa degli antibiotici
sull’attivazione degli isoflavoni. Inoltre gli isoflavoni sembrano alterare l’assorbimento e
l’escrezione biliare di alcuni farmaci (come il tamoxifen, per questo i derivati della soia
sono sconsigliati alle donne in terapia con questo farmaco) a causa dell’interazione con i
trasportatori intestinali, in particolare con la glicoproteina P, inibiscono il metabolismo
ossidativo e il metabolismo di coniugazione (quindi interferiscono su tutta la via di
trasformazione dei farmaci) e riducono l’assorbimento orale degli ormoni tiroidei (quindi è
altamente sconsigliabile coassumere le due sostanze). Inoltre alcuni studi dimostrano che
gli isoflavoni possono attraversare la barriera placentare e dare origine a problemi a carico
del feto.
Per quanto riguarda l’interazione farmaco-agente ambientale è bene ricordare sostanze come il
fumo di sigaretta, etanolo, carne cotta alla brace, inquinanti atmosferici e idrocarburi alogenati
degli insetticidi, che diminuiscono le concentrazioni plasmatiche dei farmaci.
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I medici hanno l’obbligo di avvertire il pz circa la possibilità di effetti avversi che si potrebbero
verificare.
Esistono vari tipi di classificazioni, quella maggiormente seguita raggruppa gli effetti avversi dei
farmaci in due categorie:
• Tipo A o dipendenti dal meccanismo d’azione: i più frequenti, sono prevedibili talvolta
evitabili e sono correlabili al meccanismo/i d'azione e alla dose del farmaco. Dovrebbero,
quindi, essere noti al medico che prescrive i farmaci ad essi associati.
Possono essere:
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Tali effetti sono per la maggior parte dovuti non al farmaco come tale, ma ad un suo "metabolita
reattivo” ( che si forma
con la biotrasformazione).
In tabella sono
evidenziate le principali
caratteristiche che
differenziano gli effetti di
tipo A e B. In particolare, i
primi possono già essere
riscontrati in fase di
sperimentazione pre-
clinica, perché sono
generalmente riproducibili
nei modelli animali, e in
fase I clinica su volontario
sano; gli studi pre-clinici per i secondi, invece, dicono molto poco.
È molto importante prestare attenzione alla sospensione dei farmaci. Anche a seguito di reazioni
avverse il farmaco non va sospeso in modo repentino. Infatti, in questo caso potrebbero verificarsi
effetti da sospensione che comportano esacerbazione dei sintomi, come ad esempio:
La malattia iatrogena è data da effetto avverso che perdura nel tempo (e può avere anche
caratteristiche irreversibili):
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a) su base farmacocinetica
Iperdosaggio: - accidentale
- intenzionale
- da accumulo per anomalie farmacocinetiche (patologie epatiche o
renali che possono portare ad esempio a ipoalbuminemia, che a sua volta riduce il
legame farmaco – proteine plasmatiche oppure a inibizione metabolica)
1. Iper-risposta a dosi normali (intolleranza prevedibile) per diminuzione della soglia di risposta
(aumento sensibilità recettoriale). Evento abbastanza raro;
2. Ipo-risposta a dosi normali (tolleranza prevedibile) per aumento della soglia di risposta
(desensitizzazione recettoriale);
3. Effetti correlati all’azione principale del farmaco prevedibili ed inevitabili (ad esempio irritazione
gastrica per FANS);
4. Effetti secondari per azione diretta su un organo ≠ da quello bersaglio.
Secondo la definizione del National Coordinating Council for Medication Error Reporting and
Prevention l’errore terapeutico è “ogni evento evitabile che può causare o portare ad un uso
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inappropriato di farmaci pericoloso per il paziente, quando la terapia è sotto il controllo del
personale sanitario o del paziente”. Gli errori terapeutici evitabili comprendono:
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- possibilità di ridurre i dosaggi (con due bersagli diversi si può ridurre la dose dei due
farmaci con l’obiettivo di ridurre la probabilità di comparsa degli effetti avversi):
diuretici + β-bloccanti→ ipertensione arteriosa
diuretici + ACE inibitori →ipertensione arteriosa
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La risposta che si ottiene è superiore rispetto alla somma delle azioni dei due farmaci, si può
ottenere somministrando ad esempio:
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metaemoglobina
c) su base immunitaria
ALLERGIE
TERATOGENESI
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Con la parola teratogenesi (dal greco “mostro”) ci si riferisce alla produzione di malformazioni
strutturali macroscopiche durante lo sviluppo embrionale o fetale.
La frequenza di malformazioni congenite nei nati vivi è del 2 4 %. E' stato stimato che solo il 5%
delle malformazioni congenite siano dovute a fattori ambientali (1% a xenobiotici).
È importante prestare attenzione alla prescrizione terapeutica, soprattutto se cronica, per una
donna in età fertile che sta programmando una gravidanza, perché le influenze dei farmaci sulle
varie fasi della gravidanza sono significativamente diverse.
Durante la fase di blastogenesi gli effetti farmacologici sono del tipo tutto-o-nulla: il difetto è
corretto e la gravidanza prosegue oppure il difetto non può essere corretto e si va incontro ad
aborto spontaneo. L’alcool rappresenta un’eccezione, in quanto non segue questa regola, e il
danno prodotto dalla sua assunzione può non essere corretto e manifestarsi successivamente a
livello cognitivo nel bambino. L’esposizione ad antineoplastici è, invece, totalmente incompatibile
con gravidanza e allattamento.
Durante l’organogenesi si ha la formazione degli organi ed è in questa fase che si può verificare un
danno teratogeno. In realtà, anche durante la fase di fetogenesi è ancora possibile la teratogenesi
che si manifesta con effetti negativi a livello metabolico, interferendo con la crescita e con lo
sviluppo di tipo ormonale. Nella fetogenesi gli effetti teratogenici sono correlati, principalmente,
ad assunzione di etanolo, ACE-inibitori (assolutamente incompatibili con gravidanza e
allattamento).
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TERATOGENESI-metodi di studio
È molto complicato studiare la teratogenesi, per questo sono state stabilite rigide regole per le
prove di teratogenesi nella sperimentazione preclinica: si basano su test in vivo su 2 specie di
animali (un roditore tipo topo o ratto ed un'altra specie, generalmente coniglio).