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Funnurigghi

Il documento 'Funnurigghi' di Luigi Barraco esplora le tradizioni popolari del territorio trapanese, evidenziando l'importanza della cultura agricola, artigianale e della pesca, minacciate dalla modernizzazione. L'autore raccoglie e documenta pratiche e mestieri tradizionali, sottolineando il valore della manualità e della trasmissione intergenerazionale delle conoscenze. Il libro si propone come un ponte tra passato e presente, offrendo un'importante risorsa per preservare la memoria storica siciliana.

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Il documento 'Funnurigghi' di Luigi Barraco esplora le tradizioni popolari del territorio trapanese, evidenziando l'importanza della cultura agricola, artigianale e della pesca, minacciate dalla modernizzazione. L'autore raccoglie e documenta pratiche e mestieri tradizionali, sottolineando il valore della manualità e della trasmissione intergenerazionale delle conoscenze. Il libro si propone come un ponte tra passato e presente, offrendo un'importante risorsa per preservare la memoria storica siciliana.

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LUIGI BARRACO

Funnurigghi – Luigi Barraco

SOMMARIO
Presentazione................................................................................... 3
Note ................................................................................................. 5
AGRICOLTURA .................................................................................. 7
Il ciclo del Grano ....................................................................... 7
Il ciclo della Vite ..................................................................... 11
Il ciclo dell’Olivo .................................................................... 15
ARTIGIANATO................................................................................. 23
Mastru r’ascia .......................................................................... 23
 Carretto .............................................................................. 24
 Aratro................................................................................. 27
Firraru ...................................................................................... 31
Vuttaru..................................................................................... 37
Vardaru .................................................................................... 41
Curdaru .................................................................................... 44
 Corde rudimentali.............................................................. 48
Cannizzaru............................................................................... 55
Cartiddhraru............................................................................. 58
Scarparu................................................................................... 64
Crivaru..................................................................................... 74
Stagninu................................................................................... 78
Stazzunaru ............................................................................... 81
Conza Piatta e Lemma............................................................. 90
Sapunaru .................................................................................. 91
PASTORIZIA .................................................................................. 92
INDUSTRIA .................................................................................... 97
Cave di tufo ............................................................................. 97
Saline ..................................................................................... 100
PESCA ......................................................................................... 110
LAVORI FEMMINILI ..................................................................... 114
Ricamatrice............................................................................ 116

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Funnurigghi – Luigi Barraco

PRESENTAZIONE

Quando Gigi mi ha chiesto di scrivere due parole di presentazione al


suo lavoro, pur non essendo avvezza a compiti di questo genere, ho
accettato con vero piacere, non solo per l’affetto che mi lega
all’amico (motivo non sufficiente a scrivere una presentazione) ma
per il valore che l’opera ha in se. Credo di essere stata tra i primi ad
incoraggiarlo a rendere pubblica la sua fatica, dopo che me ne aveva
fatto dono.
Questo viaggio attraverso le tradizioni popolari del trapanese nasce
in tempi non sospetti come un gesto d’ amore verso la propria figlia,
un modo per raccontarle il passato; così questo libro è finito per
diventare una preziosa raccolta di quelle che sono le tradizioni del
nostro territorio, sopravvissute per secoli, facenti parte del quotidiano,
ma avviate alla scomparsa o, ancor peggio, ormai scomparse, grazie
alla globalizzazione e all’avanzare vertiginoso delle tecnologie che
tanto aiutano l’uomo e che nello stesso tempo lo privano di
quell’anima che solo la manualità rivela.
Questo viaggio attraverso le tradizioni è stato creato combinando in
se i due mondi: il passato, “le tradizioni”, con il presente, “il mondo
tecnologico”, cosicché il lettore potrà limitarsi a sfogliare il libro o
piuttosto usare il dischetto annesso ed iniziare un vero viaggio
multimediale che rende più veloce e agevole la consultazione dei
singoli argomenti e soprattutto fa uso di un mezzo familiare ai
giovani. È un lavoro, che sia per l’argomento che per il modo in cui è
articolato, si offre ad un pubblico vasto avvicinando le generazioni: è
un viaggio verso il ricordo per chi è avanti negli anni, ma anche un
viaggio a ritroso, verso un mondo questo sconosciuto, per i più
giovani.
Non va poi dimenticata la precisione (quasi maniacale) dei dati
riportati, frutto di ricerche non semplici, ricavate da incontri, da
racconti, dai quali trarre informazioni quanto più precise possibili,
perchè come ben sappiamo il lavoro dei pescatori alla tonnara, del
pastore negli ovili o del contadino nei campi (solo per citare alcuni
dei mestieri di cui si parla nel libro) non veniva “insegnato” ma

3
Funnurigghi – Luigi Barraco

“tramandato”. Per cui non vi sono manuali che spiegano come


impagliare una sedia, come fare le tegole o come intrecciare una
canna, il lavoro si imparava andando “a bottega”, lo scrivere i segreti
dell’arte non era necessario, u’ picciotto rubava il mestiere. Quanto
più siamo consapevoli di ciò tanto più apprezziamo lo sforzo fatto
dall’autore di raccogliere e scrivere con quanta più precisione
possibile i dati e di tradurre con le parole quelli che erano gesti umili
e quotidiani.
Non mancano poi foto e disegni che facilitano la comprensione dei
termini ormai in disuso, appartenenti a un patrimonio culturale che
andrebbe altrimenti perduto.
Già per chi nell’ottocento veniva a visitare la nostra isola essa
appariva come un territorio dell’anima, l’esemplificazione di un
territorio intellettuale ed emotivo, volto alla ricerca delle radici
spirituali del mondo moderno.
Non dimentichiamo che la Sicilia, posta al centro del Mediterraneo, è
stata crocevia di tanti popoli che hanno formato il nostro patrimonio
culturale. Il nostro DNA ha in se i geni di questi popoli, e ben
vengano lavori come questo che ci aiutino ed aiutino le generazioni
future a non dimenticare le nostre origini, perchè noi siamo ciò che
ricordiamo.
Maria Grazia Fodale

4
Funnurigghi – Luigi Barraco

NOTE
Funnurigghi, letteralmente residui di fondo, residui della cultura
popolare, in cui l’uomo aveva un ruolo centrale. Questo mondo ormai
sopravvive quasi solo nei ricordi dei picciotti primintii, il progresso,
infatti, ha spazzato, con la sua frenesia, un patrimonio culturale unico,
vastissimo, prodotto da più generazioni.
Un patrimonio costituito da conoscenze, da usanze e da credenze,
specchio delle attività economiche isolane: principalmente
agricoltura, artigianato, pesca e, limitatamente, industria.
Un patrimonio che ultimamente ha subito profonde modificazioni a
causa della recente cultura tecnologica e consumistica, che tutto
appiattisce e uniforma. Sono venuti a mancare, quasi
improvvisamente, i portatori delle abilità manuali e il loro immenso
patrimonio di conoscenze, e a poco a poco sono entrati nell'oblio i
riferimenti di questa secolare cultura.
È cosi sparita una fetta della nostra civiltà se, come giustamente
afferma Bufalino, civiltà è ricchezza di mestieri.
Già un secolo fa, Giuseppe Pitrè, nel proporre ai visitatori
dell’Esposizione Nazionale di Palermo (1891-1892) il Padiglione per
la Mostra Etnografica Siciliana, denunciava il rischio che la memoria
storica della Sicilia, stratificatasi nel corso di tanti secoli, venisse
cancellata.
Le sagge parole del grande Indro Montanelli suonano come e più di
un monito: "Un popolo che non conosce il proprio passato, non può
avere futuro".
Scopo di queste pagine è quello di fornire un contributo, per quanto
modesto, affinché questa fetta di sicilianità non vada completamente
perduta.

5
Funnurigghi – Luigi Barraco

Inizialmente il presente lavoro era stato concepito come ipertesto, con


la tipica fruibilità circolare, con numerosi “link” a disegni e foto
esplicative. La successiva stesura in un formato più tradizionale lo ha
privato di quel filo conduttore tipico dei lavori multimediali; la
versione tipografica, infatti, pur mantenendo intatti i contenuti, si
presenta monca di numerose immagini, divisa, per sua stessa natura,
in rigidi capitoli, che non riescono a rendere a pieno le
interconnessioni che esistevano nella realtà tra le varie attività
descritte. È questo il motivo per cui, a completamento, si è deciso di
allegare il supporto informatico. In ultimo porgo un sentito
ringraziamento a quanti hanno partecipato alla stesura di queste
pagine, e in particolare i mastri Gino Amoroso, Giuseppe
Manuguerra e Gaspare Trapani, per le delucidazioni sulle tecniche di
lavorazione, mia madre e mio padre per i preziosi ricordi della loro
vita giovanile.
Un ringraziamento particolare va alla mia cara amica Maria Grazia
Fodale per la preziosa collaborazione ma principalmente per avermi
spronato affinché pubblicassi questo mio lavoro.

L’autore

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AGRICOLTURA
L’indirizzo produttivo agricolo dell’Isola del Sole è, ed è stato,
fortemente caratterizzato dal clima. Un clima tipicamente
“mediterraneo”, con l’accentuazione, a causa della bassa latitudine e
della vicinanza alle aree sahariane, delle caratteristiche di
macrotermia e di siccità estiva, che lo avvicinano ad un clima
subtropicale. Le precipitazioni costituiscono, infatti, il fattore più
caratterizzante del clima siciliano, e la loro distribuzione autunno-
vernina ha finito per favorire fondamentalmente tre comparti: quello
cerealicolo estensivo, quello viticolo, caratterizzato da un elevato
reddito e quello olivicolo, legato alla pianta mediterranea per
eccellenza.
Comparti diversi, ma con un unico comune denominatore, il lavoro
manuale, scandito da ritmi antichi e regolato da millenari sistemi di
organizzazione che solo di recente hanno subito sostanziali
cambiamenti.

IL CICLO DEL GRANO


La coltivazione del grano risulta probabilmente l'aspetto più
tradizionale della nostra agricoltura, già al tempo della dominazione
romana, la nostra isola era considerata il granaio dell'impero. Per
prima cosa il terreno veniva allibbatu cioè dissodato per mezzo
dell'aratro, successivamente, onde ottenere un più completo
amminutamento delle zolle, sempre mediante l'aratro, si rifunnia. A
questo punto il terreno era pronto per la semina Questa veniva
effettuata tipicamente con la fase lunare calante o non oltre il primo
quarto di luna nuova e poteva essere eseguita in due modi:
1. a surcu
2. a pruinu (o spagghiu).
Quest’ultimo metodo era sicuramente il più folcloristico, il cadenzato
e ampio gesto, con cui il seminatore spargeva la semente, aprendo il
pugno e lasciando cadere quei semi poco prima prelevati dalla coffa,
la tipica cesta di forma trapezoidale, era quasi propiziatorio oltre che
Funnurigghi – Luigi Barraco

solenne. Nel primo


metodo, invece, si
faceva ricorso al
mutu ri siminari, un
imbuto in lamiera
dalla forma
particolarmente
allungata che, fissato
opportunamente
all’aratro, permetteva
di spargere il seme
direttamente nel
solco aperto dal
vomere.
Dopo che le piantine
erano spuntate, al fine di mantenere sotto controllo le malerbe, si
zappuliava e si scurria con la zappa. Quando il grano era maturo gli
operai, divisi in due squadre: mietitori e legatori, davano inizio alle
operazioni di raccolta. I primi, muniti di una falce dentata e con le
falangi del mignolo e dell'anulare protetti da un iritali (ditale) di
canna, procedevano al taglio delle spighe; allorquando ne avevano
tagliato un fascio che non poteva più essere tenuto nel pugno, lo
legavano con gli steli stessi della spiga. Due di queste mazzetti
costituivano
l'emmitu,
tali emmiti
depositati
sul campo in
maniera
ordinata,
venivano
raccolti dai
legatori per
mezzo di
due speciali
attrezzi:

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Funnurigghi – Luigi Barraco

l'angina, una sorta di forca di legno a due denti, e l'anginedda un


uncino di ferro
con il manico di
legno in fasci da
9-11 emmiti che
costituivano la
regna.
La grandezza
della regna
dipendeva dalla
lunghezza della
corda
rudimentale
usata, i cosidetti
liami. I regni
venivano ammucchiate in numero di 25 in covoni detti cavaddunci, i
seguito i cavaddunci venivano strauliati, cioè portati con il carretto
nell'aia e sistemati a timugna, mucchi molto grandi; terminava cosi la
fase della raccolta, ma il lavoro per lo stoccaggio del grano era ancora
lungo. I regni venivano quindi sistemate nell'aia in un mucchio
circolare di 15-18 metri di diametro detta margunata. La margunata
veniva
quindi
cacciata,
cioè
calpestata
da muli, per
ottenere la
separazione
dei chicchi
dalla
paglia,
l'operazione
veniva
ripetuta più volte dopo aver rivoltato almeno 3 volte il tutto, per
assicurare la completa rottura delle spighe e la totale separazione dei

9
Funnurigghi – Luigi Barraco

chicchi dalle glume e glumette. Si procedeva


quindi a spagghiari, cioè a separare il
frumento dalla paglia, con l'ausilio di una pala
e di una forca anch'essa di legno a tre denti
detta trarenta. In pratica, servendosi
dell'ausilio del vento, e cominciando
dall'interno della margunata rispetto alla sua
direzione, si faceva in modo che la paglia
andasse a sintina (all'esterno). A questo punto
la paglia veniva raccolta per mezzo di furche
(forche) dentro enormi reti di corda detti
rituna e insilata nei solai.
Il frumento invece veniva paliatu con la pala e
raccolto a baruni, cioè in mucchi conici pronto
per essere cinnutu, cioè separato dall'impurità,
per mezzo di criva, prima di essere stoccato in
speciali silos di canna detti cannizzi.

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Funnurigghi – Luigi Barraco

IL CICLO DELLA VITE


La coltura della vite era, almeno nell'agro trapanese, seconda solo a
quella cerealicola, e rappresentava sicuramente una forma di
ottimizzazione dei cicli lavorativi. Nella lavorazione del vigneto,
infatti, si poteva indirizzare lo sforzo lavorativo di tutti i componenti
familiari, approfittando magari dei lunghi momenti di pausa propri
della coltivazione del frumento.
Tipicamente i lavori per l'impianto di un nuovo vigneto iniziavano
d'estate, il terreno veniva scassato in profondità per mezzo di una
zappa dalla lama particolarmente lunga e pesante, u zappuni ri
scatinari, si trattava di un lavoro particolarmente faticoso, affidato a
jurnateri, operai salariati. Intorno al primo ventennio, in seguito alla
prima meccanizzazione, questo durissimo lavoro verrà effettuato per
mezzo di trattori, in particolare nell'agro trapanese furono impiegati
aratri di ferro del tipo «Brabant-Mélotte», da cui il termine
«miluttare» diffuso nelle nostre campagne per indicare l'aratura
profonda. Da ottobre a dicembre il terreno veniva più volte lauratu
per mezzo dell'aratu, l'aratro a chiodo, onde tenerlo libero dalle
malerbe, con l'inizio del nuovo anno si sistiava, cioè si squadrava il
terreno. L’operazione, di notevole importanza, veniva effettuata per
mezzo di una catena, catina ri sistiari, che recava dei segnali ad
intervalli
regolari, in
genere
1,15x1,15
metri, in
corrispondenza
di tali segnali
si infiggevano
nel terreno
delle canne
alla distanza
prestabilita. A
febbraio si
procedeva

11
Funnurigghi – Luigi Barraco

all'impianto vero e
proprio, per mezzo del
chiantaturi, un paletto
di ferro appesantito da
un robusto manico in
legno, si praticavano
delle buche dentro le
quali si spingevano i
magghiola, talee di vite,
con l'ausilio di una lunga
forcina di ferro, la
birrina. Dopo l’avvento
della fillossera che
distrusse tutti i vigneti
franchi, i magghiola
furono sostituiti dalle
barbatedde, giovani
talee di vite americana,
normalmente chiamata
sarvaggiu, resistente al
parassita. Al secondo
anno, giunti nel mese di
giugno, quando il fusto
aveva raggiunto la
grossezza di un dito,
veniva ‘nzitata, ossia innestata, con innesto a zufolo o "a pezza". Se
la barbatella era meno vigorosa, si praticava l’innesto lignusu,
legnoso, nei mesi freddi ossia tra gennaio e febbraio. Queste
operazioni venivano effettuate da squadre di operai altamente
specializzati i ‘nzitatura. Le lavorazioni in questa fase prevedevano il
controllo delle malerbe, la concimazione e la potatura di allevamento,
per un periodo variabile di 5-7 anni. Dopodichè aveva inizio il ciclo
produttivo della vigna, scandito da attente e precise lavorazioni.
Tra novembre e dicembre si putava a lignu persu, cioè si praticava
una veloce accorciatura delle branche produttive predisponendo il
tutto per la vera potatura, struppiddari, che veniva effettuata con una

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Funnurigghi – Luigi Barraco

leggera
roncola
pennata, u
rincigghiu,
verso la
fine di
febbraio.
Sempre nel
periodo di
fine
inverno
venivano
anche
rimpiazzate
le eventuali fallanze, in pratica si calava a purpania, cioè si interrava
un vigoroso tralcio di una vite vicina (propaggine), che radicando
avrebbe creato una nuova pianta. Dopo la raccolta dei sarmenti si
procedeva alla prima lavorazione del terreno con l'aratro, conza ri
marzu, a cui ne seguivano altre a cadenza mensile, conza ri aprili,
conza ri maju. Successivamente si sciurbava, cioè si praticavano
delle arature superficiali, e si scuncava u zuccu, cioè si realizzava
una piccola conca, con la zappa, attorno alla pianta. In prossimità
della fioritura si 'mpupavanu i zucchi, cioè si legavano tra loro i
tralci per migliorare l'allegagione e favorire la maturazione dell'uva.
In ottobre, prima della vendemmia si procedeva ad arruncari,
accorciare, i tralci per agevolare la raccolta. Iniziava cosi l'ultimo atto
di un anno di lavoro scandito da estenuanti e caparbie fatiche, la
vendemmia, evento quasi festivo cui spesso partecipava tutta la
famiglia, e che precedeva la fase conclusiva del ciclo della vite, la
vinificazione. Tipicamente a ciurma di vinnignatura, muniti di un
cuteddu a fauci tagliavano i grappoli dorati e li mettevano dentro i
carteddi, grosse ceste di canna intrecciata, che potevano contenere
fino ad oltre 20 Kg di uva, che, una volta piene, venivano scaricate
nel carretto e da qui trasportate al parmentu dove veniva pestata.
Durante la pigiatura si usava spargere sull'uva del gesso allo scopo di
attenuare l'eventuale acidità del mosto. Il mosto cosi ottenuto colava,

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Funnurigghi – Luigi Barraco

attraverso un
apposito condotto,
dentro a tina, un
recipiente ovale o
rotondo, realizzato
in doghe di
castagno e da qui,
per mezzo di u
bigghiolu, piccolo
recipiente
troncoconico,
munito di manico
trasversale, versato
nelle botti. La
vinaccia residua,
non ancora
esaurita, veniva
messa dentro delle
coffe di cocco e
pressata sotto i
viti, torchi, che
potevano essere di
due tipi: ad
argano, con vite
unica, centrale o a
scuffina con due
viti laterali.
Quest'ultimo tipo
prendeva il nome dai due grossi dadi in legno, di forma triangolare,
che venivano avvitati progressivamente per pressare la vinaccia e
provocare la fuoriuscita dell'ultimo mosto.

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Funnurigghi – Luigi Barraco

IL CICLO DELL’OLIVO
Simbolo di pace, l’ulivo ha rappresentato e rappresenta l’essenza e
l’identità dei popoli mediterranei, il cui valore va ben al di la del puro
aspetto economico. L’ulivo simboleggia, infatti, per la sua longevità,
il tratto d’unione tra più generazioni umane, è la storia della famiglia,
l’eredità degli avi, la continuità del presente col passato. È questo il
motivo che ha evitato all'ulivo di seguire la sorte di altre colture, la
cui diminuita importanza economica ne ha cancellato ogni traccia nel
territorio; l’olivo continua a ricordare il nostro passato sfidandoci ad
assicurare una continuità che forse non può essere altro che mito.
L’impianto dell’uliveto veniva effettuato secondo modalità diverse:
nei secoli passati o nei distretti agricoli più impervi, la lentezza della
crescita dell’olivo e il lungo periodo che intercorre mediamente tra
l’impianto e la produzione, ha indotto gli agricoltori a sfruttare
l’agghiastri (Olea oleaster) innestandovi le varietà più produttive
della specie coltivata (Olea europea). Nei comprensori agricoli più
pianeggianti e dove la olivicoltura è di più recente introduzione la
disposizione delle piante segue criteri «razionali», tesi a garantire una
produttività maggiore.
Il terreno destinato all’impianto veniva preliminarmente smacchiato,
cioè privato dagli arbusti e dalle malerbe, tipicamente i lavori
iniziavano d'estate, successivamente i jurnateri per mezzo di una
zappa particolarmente pesante, u zappuni ri scatinari, dissodavano il
terreno in profondità.Questa faticosissima lavorazione, a partire dal
primo ventennio,
sarà effettuato per
mezzo di u milottu,
aratri di ferro del
tipo «Brabant-
Mélotte», trainati da
trattori e da cui
deriva il termine
«miluttare» diffuso
nelle nostre
campagne per

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Funnurigghi – Luigi Barraco

indicare l'aratura profonda. In molti casi non si eseguiva nessuna di


queste operazioni e ci si limitava dopo la sestatura a scavare delle
buche per l’impianto.
La sestatura comunemente consiste nelle operazioni di squadratura e
picchettatura del lotto. Essa richiedeva il lavoro congiunto di almeno
tre persone e l’uso di un semplice strumento: a catina ri sestiari
(corda per sestare), che recava ad intervalli regolari dei nastri colorati
di riferimento.
In pratica, dopo avere scelto il sesto d’impianto si provvedeva a
stabilire gli allineamenti dei filari per mezzo di canne alte almeno due
metri munite di un pezzo di carta ad una estremità che permetteva di
traguardare con una certa precisione. A questo punto si potevano
iniziare l’operazione di sistiatura vera e propria: due tendevano da
una canna all’altra la catena di sesto e il terzo conficcava nel terreno
le canne, della lunghezza circa di ottanta centimetri, in
corrispondenza dei segnali esistenti sulla catena. Tracciato così il
primo filare, i sestatori si spostavano parallelamente ove
conficcavano alla misura del sesto prescelto altre canne, tra esse
tendevano nuovamente la catena procedendo in tal modo sino al
completamento della picchettatura. La distanza di sesto non era fissa,
in genere andava dai cinque metri, ai nove, ma generalmente si
attestava sui 6-7 metri
La piantagione si effettuava in gennaio. Nel punto indicato dalle
canne venivano scavavate delle fosse profonde circa cinquanta
centimetri in cui si piantavano i tappareddi, rami di almeno due anni,
lunghi 60-80 cm dotati del tipico rigonfiamento (tappa), da cui
vengono generati le radici. I tappareddi potevano provenire da olivi
già innestati o da olivastri, in quest’ultimo caso era necessario ‘nzitari
cioè innestare successivamente la cultivar preferita, le più diffuse
erano: la busciunetta, l’ugghialora missinisi, l’ugghialora parmitana,
la giarraffa, la nuciddara.
L’olivo comincia a produrre intorno al 12°-15° anno dall’impianto,
quindi la necessità di ricavare dal terreno un reddito immediato
spingeva il contadino che piantava un oliveto a consociarlo con altre
colture, in genere leguminose da granella, come la fava, cereali come

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Funnurigghi – Luigi Barraco

il frumento, l’orzo e l’avena sulla, frumento, e, tipicamente, la vite. In


questo caso, ovviamente occorreva procedere ad una ulteriore
operazione di sestatura.
Le lavorazioni annuali dell’oliveto consistevano in genere in due
arature nei mesi invernali e una nella tarda primavera e maggio. Le
arature, per non danneggiare l’apparato radicale degli olivi, erano
abbastanza superficiali, l’area circostante le piante veniva zappata,
l’attrezzo usato era u zappuni, una zappa con la lama trapezoidale
leggermente concava. Durante l’estate si sciurbava cioè si
interrompevano le crepacciature e la capillarità del terreno con una
leggera zappatura in alternativa si usava un leggero aratro in ferro con
una lama orizzontale detto cutiddazzu. Ad estate inoltrata si
eliminavano dal ceppo i razzini, giovani polloni, cresciuti alla base
che venivano impiegate per la realizzazione di pratiche ceste i
panara.
La lavorazione senza dubbio più importante nell’uliveto è a rimunna
cioè la potatura, questa era effettuata nel passato con cadenza
biennale, assecondando le caratteristiche produttive dell’ulivo.
Fisiologicamente, infatti, l’olivo è una specie a produttività alternante
con annate di carica seguite da anni di scarsa produzione, con la
rimunna si favorisce l’emissione di nuovi rami sulla quale nell’anno
successivo si ha la
massima produzione
di frutti.
A rimunna veniva
eseguita di norma
facendo ricorso a
operai specializzati:
a ciurma
d’arrimunnatura,
un gruppo di 5-10
salariati guidati da
un caporali,
l’operaio più in
gamba e in genere

17
Funnurigghi – Luigi Barraco

più anziano.
I rimunnaturi portava con sé a coffa, la tipica cesta in curina (palma
nana), che serviva a trasportare a runca (roncola), u fese
(malimpeggio), a forfici e raramente u sirraculu.
I potatori alleggerivano gli olivi dei rami più grossi e poco produttivi,
l’olivo si nchianava e si sbasciava, cioè rendeva la chioma
pianeggiante e arieggiata, eliminando i rami assurgenti e più vigorosi
favorendo quelli pendenti dal momento che, come ricorda il proverbio
«l’alivu chiù penni chiù renni», i rami penduli risultano anche più
produttivi.
Il taglio dei rami più grossi era realizzato con il fese o con il
sirraculu, e successivamente i tagli venivano resi perfettamente lisci
per mezzo della runca per evitare ristagni d’acqua, causa di
marciume. Le operazioni
di alleggerimento della
chioma erano effettuate
infine con le forbici da
pota.
La fase però più
importante del ciclo
annuale era senza dubbio
il momento della
raccolta: si cominciava
sul finire dell’estate
raccogliendo le olive
cadute a terra, da tale raccolto veniva ricavato un olio di infima
qualità a causa dell’eccessiva acidità. Successivamente, nel mese di
novembre, venivano adduata (ingaggiata) a ciurma per procedere
alla raccolta vera e propria: gli uomini salivano con l’aiuto delle scale
sull’albero e cominciavano a spilari cioè si scorrevano i rametti tra
indice e pollice di modo da staccare i frutti con delicatezza, senza
danneggiare la pianta. Le cime più alte venivano cutuliati (bacchiate)
con una canna. A terra le donne e i bambini provvedevano a
raccogliere quelle che cadevano al di fuori dei teli stesi attorno
all'albero.

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Funnurigghi – Luigi Barraco

Le olive raccolte venivano separate con l'ausilio del vento dalle foglie
e messe nei sacchi di juta (saccata)e quindi portate a un trappitu
(frantoio), ove per tutto il periodo della raccolta più squadre di operai
si avvicendavano notte e giorno per soddisfare tutte le richieste. La
grande domanda e la scarsa capacità lavorativa del frantoio spesso
costringeva i contadini a mettere in atto sistemi estemporanei di
conservazione dei frutti all'interno degli alivari per mezzo del sale
sparso all'interno della massa delle olive ad evitare che fermentassero.
All’interno del frantoio si trovava la macina per la molitura delle
olive, i torchi e un argano.
La macina era costituita da una base cilindrica in pietra detta
scutedda, con
un diametro
di due metri
circa e
un’altezza di
circa ottanta
cm. La
scutedda si
presentava
nella parte
superiore
esterna
leggermente
concava, tale
bordo impediva la fuoriuscita delle olive durante la molitura e
favoriva una maggiore uniformità alla pasta di olive. L’asse di
rotazione del sistema era un robusto tronco munito nella parte
superiore e in quella inferiore di due puntali di ferro al fine di
diminuire gli attriti. La mola, in dura pietra, era munita di un foro
centrale attraverso cui un asse di ferro si incastra nell’asse centrale
della macina. La rotazione della mola veniva impressa dalla percia,
un asse di legno o di ferro, che ad una estremità era incastrato
nell’asse centrale, mentre all’altra veniva aggiogato un mulo. Gli
operai addetti alla molitura costituivano la chiurma del trappitu e
avevano compiti diversi: u mastru ri chianca, che, in quanto dotato

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Funnurigghi – Luigi Barraco

di un’ottima
conoscenza
di tutte le
fasi del
lavoro,
aveva il
compito di
coordinare
le varie
operazioni,
stabilendo
tempi e
modalità; un
altro si occupava del torchio a vite e del monacu un robusto asse
verticale di legno su cui si avvolgeva una fune e che fungeva perciò
da argano. Di fondamentale importanza era la competenza e
professionalità dell'addetto alla macina, in quanto doveva valutare il
perfetto grado di molitura delle olive al fine di ottimizzare la resa
durante la fase di spremitura, una pasta troppo grossolana, infatti, non
avrebbe ceduto tutto il quantitativo di olio presente. A questo punto la
pasta veniva sistema nelle coffe, contenitori circolari inizialmente di
giunco intrecciato, poi di cocco, a loro volta le coffe venivano
impilate sotto il torchio. Per la completa estrazione dell’olio le olive
venivano sottoposte a due tre passaggi nella macina e altrettanti nel
torchio. In ogni vite
infatti si inserivano ben
otto coffi che
costituivano una misa e
se la loro sistemazione
non veniva fatta a
regola d’arte la pasta
durante la torchiatura
traboccava, e
occorreva risistemare il
tutto. Dopo la
spremitura si procedeva

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Funnurigghi – Luigi Barraco

alla scuffata, le coffe venivano vuotate e la pasta riportata alla


macina e quindi nuovamente alle viti per una ulteriore torchiatura. Il
processo poteva essere ripetuto per la terza volta, la misa veniva
lasciata sotto pressione per diverse ore, inoltre, per aumentare la
pressione, l’asse usato normalmente per far ruotare il meccanismo di
torchiatura veniva legato all’argano manovrato da tutti i membri della
chiurma.
Durante le torchiature il
mosto oleoso veniva
incanalato dalla
particolare forma della
base del torchio dentro
un tineddu posto in una
buca nella parte
inferiore del congegno.
Alla fine del processo
di molitura esso veniva
versato nei tini e
lasciato a riposo in
modo che per
affioramento l’olio si
separasse dall’acqua. A
questo punto, per
mezzo del cafiseddu,
un recipiente di zinco
con due manici della
capacità di quattro-
cinque litri, da non confondere con il più grande cafisu dalla capacità
di circa 8 litri, e si versava l’olio nelle giarre. L’acqua residua dei tini
veniva quindi scaricata in una ulteriore vasca, a morta, dove veniva
lasciata a decantare per far affiorare le ulteriori piccole quantità di
olio che veniva raccolto con la piatta, un contenitore quasi piatto che
permetteva per cosi dire di “schiumare” l’acqua prelevando così
l’ulteriore olio galleggiante, per la verità, di infima qualità.
L'olio all’interno delle giarre era quindi posto in locali poco
illuminati ma areati per assicurane una migliore conservazione. A

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Funnurigghi – Luigi Barraco

tale scopo era necessario travasare l’olio per eliminare la murga, un


miscuglio di acqua, nozzu (residui del nocciolo) e altre scorie
organiche che conferivano alla lunga all’olio un sapore sgradevole
compromettendone la serbevolezza. La murga tuttavia, pur essendo
un prodotto di scarto, non veniva gettata, infatti, veniva rivenduta "o
sapunaru" che ne ricavava il classico sapuni moddu utilizzato come
detersivo.

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Funnurigghi – Luigi Barraco

ARTIGIANATO
Il settore delle attività artigianali è quello in cui maggiormente si è
avvertito l’influsso del “progresso”. In pochi anni sono scomparsi
quasi del tutto quei coaguli di cultura che erano le botteghe, è
svanita quella fittissima rete di relazioni che collegava i comparti
economici della nostra società: agricoltura, pastorizia, pesca,
industria, artigianato. La civiltà delle macchine ha spazzato la civiltà
delle mani, e lentamente si è esaurito quell’immenso patrimonio di
intelligenze creative e di forze produttive rappresentato dai “mastri”.
Maestri nella lavorazione dei materiali più disparati, maestri nel
trasformare anche il più umile materiale in preziosi oggetti, atti a
soddisfare precise esigenze di vita. Lunghissimo è l’elenco di questi
“artisti”: mastru r’ascia, cartiddaru, cannizzaru, stazzunaru,
cuffaru, scarparu, crivaru, vardaru, curdaru, vuttaru, stagninu,
sapunaru, firraru, conza piatta e lemmi, siggiaru, custureri,
personaggi che hanno, con le loro opere, caratterizzato un'epoca e
che purtroppo vivono ormai nel ricordo di pochi.

MASTRU R’ASCIA
Il legno, materiale duttile per eccellenza, è stato, nella civiltà
contadina, il principe dei materiali, una risorsa vitale nei processi
lavorativi di trasformazione, un bene essenziale, attorno alla sua
lavorazione e ai suoi prodotti ruotava l'intera civiltà. In legno, infatti
erano gli utensili, gli attrezzi, i mezzi di trasporto, i giocattoli, i
mobili, di legno erano le strutture principali per lo sfruttamento di
altri tipi di energia: mulini, argani, telai, arcolai, aratri, torchi ecc.
ed infine costituiva la principale fonte energetica.
La lavorazione di questa straordinaria materia prima era effettuata da
numerosissimi artigiani, ciascuno con una produzione specializzata.
Una denominazione comune, quella di “mastru d’ascia”, indicava
con superficialità tutti gli artigiani del legno, ma questa generica
descrizione nascondeva sostanziali differenze del sapere che
rendevano uniche le categorie di carruzzeri (carradori), uttaru
(bottaio), siggiaru (ebanisti), mastri marina (carpentieri navali) ecc.

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Funnurigghi – Luigi Barraco

Questa differenziazione, che era anche fondata sul tipo e il genere di


produzione tipica di ciascuno dei gruppi di artigiani, sottolineava le
diversità e le peculiarità dei vari mestieri, ciascuno caratterizzato e
identificato sulla base delle tecniche e delle specifiche tradizioni di
lavoro. Fondamentalmente si potevano individuare due grossi
gruppi: mastru r’ascia d ‘òpira rossa e mastru r’ascia d‘opira fina
che facevano capo a due attività professionali sostanzialmente
diverse e autonome.
I mastri r'ascia d'opira rossa erano degli artigiani che fabbricavano
i loro manufatti a partire da legname grezzo, la loro produzione,
particolarmente complessa, era spesso legata alle stagioni: nei mesi
autunnali e invernali l’artigiano si dedicava, in genere, alla
realizzazione degli aratri e alla riparazione delle diverse parti
costitutive dei carri, nei mesi primaverili-estivi realizzava i carretti.
Per l'esecuzione dei vari attrezzi agricoli e degli aratri, l’artigiano si
serviva generalmente di pioppo, di faggio, di frassino, ma anche di
limone, gelso, mandorlo e abete che adoperava in gran parte per la
costruzione di carri.
L'arte di manovrare l'ascia era appresa dopo lungo apprendistato. Si
iniziava da apprendisti che avevano solitamente il compito di
preparare i marruggi (bastoni) delle zappe; diventati “mezzi mastri”
si eseguivano operazioni più complesse, come sagomare certi
attrezzi o partecipare ad una particolare fase di lavorazione. Si
diventava mastri, solo quando si era in grado autonomamente di
realizzare un aratro o un carretto.

IL CARRETTO
La realizzazione di un carro era sicuramente tra le opere artigianali
più complesse che prevedeva la partecipazione di più artigiani, alla
sua fabbricazione partecipavano, infatti, oltre al carruzzeri
(carradore)anche u firraru (fabbro) che eseguiva gli elementi in
ferro della struttura, e, in alcuni casi, u pitturi (pittore) che ne
dipingeva le superfici con rappresentazioni di vario genere. In un
anno di solito, anche nella bottega più attiva e meglio organizzata,
non si riusciva a consegnarne più di sette-otto.

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Funnurigghi – Luigi Barraco

Il carretto più diffuso nei nostri distretti agricoli era del cosiddetto
tipo trapanese, che presentava alcune evidenti differenze rispetto a
quello palermitano più conosciuto come carretto siciliano. simile per
dimensioni al tipo trapanese era quello castedduvitranisi che però
aveva le sponde trapezoidali come quello palermitano
Il carro trapanese era infatti un carretto rustico, avendo soprattutto la
funzione di carico e di trasporto dei materiali agricoli, molto
robusto, adatto a percorsi molto accidentati, favorito in questo dalle
ruote particolarmente alte, con un diametro di 1,5 metri. Era un carro
spartano, mancavano quasi del tutto le variopinte scene dipinte: i
stampaneddi (sponde laterali) e u purteddu (portello posteriore) si
presentavano, in genere, solo leggermente intagliate. Le
stampanedde, realizzate in pioppo o abete, erano di forma
rettangolare e non trapezoidale e risultavano divise in tre parti dai
montanti, inoltre erano sormontate da un listello di legno, u
passamanu assente nel carro di tipo palermitano.
Il piano di carico, a casciata, di forma quasi quadrata, 1,30 x 1,15
cm, era realizzata in abete o pioppo, e poggiava direttamente sulle

scale, le aste, che erano invece realizzate con manna (frassino) e

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Funnurigghi – Luigi Barraco

fuoriuscivano un poco anche nella parte posteriore costituendo il


cosiddetto pizzotto. Le aste erano collegate per mezzo di una sorta di
mensola alla risorta del fusu, questo supportava il mozzo della ruota,
u miolo, mozzo, realizzato in resistente legno di noce che recava al
suo interno la busciola, speciale boccola realizzata con una
particolare lega composta da 78 parti di rame e 22 di stagno, a forma
di tronco di cono per mezzo della quale le ruote girano intorno
all’asse di ferro e che avevano lo scopo di diminuire l'attrito.
La ruota era un vero e proprio capolavoro, presentava sei curve, che
costituivano la circonferenza esterna tenute insieme da 12
"culonne", i raggi, che univano le curve al miolo. La ruota
presentava una leggera concavità verso l'esterno che garantiva la
stabilità. Il tutto era risaldato da una stretta lamina di ferro: u
circuni.
L’inserimento del "circuni" di ferro nella ruota richiedeva buone
dose di abilità, maestria e tempismo, l'operazione, piuttosto
complessa, spesso veniva compiuta all’esterno della bottega: il

cerchione in ferro battuto, realizzato di misura appena inferiore al

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Funnurigghi – Luigi Barraco

diametro della ruota, veniva arroventato sulla fornace fino a


diventare incandescente, la dilatazione permetteva di calzarlo sulla
ruota in legno per essere immediatamente raffreddato con un getto
d’acqua, il conseguente restringimento assicurava la tenuta e la
solidità del manufatto.
I tipi di legno usati per la realizzazione delle parti costitutive erano
diversi: in genere nel carro trapanese si usava il frassino o l'orniello
(manna), per i raggi delle ruote e per i pioli delle sponde laterali, il
noce o l'olmo per il mozzo e per le corone delle ruote, l’abete o il
pioppo per le fiancate e la cassa, il faggio infine per le stanghe.

L’ARATRO
La costruzione dell’aratro, principale attrezzo del mondo agricolo,
esigeva una serie di competenze che costituivano la base del
mestiere di mastru d'ascia. Per la realizzazione di questo manufatto
occorrevano, di norma, due o tre giorni di lavoro. Il tipico aratro,
trainato da una coppia di buoi o di muli, era l' aratu a chiovu,
realizzato interamente in legno era costituito da tre pezzi: u iuvu
(giogo), la percia (bure) e il puntali (dentale) a cui era unito il
vomere di ferro.
Il giogo, che serviva a congiungere l’aratro con gli animali da tiro,
era formato da un'unica trave cilindrica lievemente arcuata alle due
estremità, realizzata in faggio,olmo o frassino, aveva una lunghezza
di 1,50 - 1,80 metri. Nello squadrarlo l’artigiano, per mezzo di un
pialletto curvo, doveva accertassi che risultasse ben equilibrato, in

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Funnurigghi – Luigi Barraco

modo da distribuire il peso e lo sforzo uniformemente su i due


animali da tiro Ne esistevano di due tipi uno per i bovini e uno per
gli equini: il giogo degli equini presentava al centro una scanalatura,
a cui si applicava u cunzeri, una correggia di cuoio che a sua volta
tratteneva u mariuni, un anello di ferro di forma ellittica, all'interno
del quale si introduceva una delle estremità della percia fermata da
un perno di ferro (cavigghia o chiavi); in prossimità dell'estremità si
trovavano due anelli di legno che accoglievano la protuberanza di
due basti, detti sidduna che venivano legati sul dorso degli equini.
Il giogo per i bovini, invece, era diritto, con due leggere incurvature
dette spaddala, che si posavano direttamente sugli omeri ei buoi ed
era ancorato al collo per mezzo di una striscia intrecciata di palma
nana (curina) detta pitturali.

La percia era una trave sottile della lunghezza di m. 3-3,50 circa,


ricavata, in genere con legno di pioppo. A volte la lunghezza
dell'attrezzo era maggiore per sopperire alle continue rotture della
curidda, la parte che si incastrava nel puntale, e che pertanto veniva
ricostruita sulla stessa asse. L'estremità distale della percia
presentava una serie di fori per la cavigghia che permettevano la
regolazione della lunghezza dell'attrezzo. In prossimità della parte
opposta, cioè verso la curidda, veniva praticato un'altro foro che

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Funnurigghi – Luigi Barraco

permetteva il passaggio della tinnigghia, il regolatore di profondità,


costituito da una sbarretta di ferro leggermente ricurva, con una serie
di fori che permettevano, appunto, di regolare la profondità di
lavoro.
La base dell'aratro era costituito da un unico pezzo di legno, a forma
di “L” molto aperta, a formare un angolo ottuso. La parte orizzontale
detta puntali (dentale) presentava un’estremità rastremata su cui si
calzava la òmmara (vomere) di ferro con la punta di azzariata
(acciaiosa), di forma semiconica per meglio resistere all’usura e
garantire un maggiore penetrabilità. La parte ad andamento verticale
era detta manuzza (stegola) in quanto veniva impugnata dal
conduttore durante l’aratura.

Se l’angolo tra il puntali e la manuzza infatti era troppo chiuso cioè


troppo prossimo ai 90° l’aratro, risultava acculazzatu, e si logorava
facilmente a causa del maggiore attrito col terreno. Se al contrario
l’angolo era eccessivamente aperto (stisu), l’aratro era puntili e
quindi il puntali era soggetto a spezzarsi per l'eccessivo sforzo di

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Funnurigghi – Luigi Barraco

trazione. Massima era perciò l'attenzione nella scelta della forma del
ceppo per la costruzione dell’aratro: si usavano generalmente
l’olmo, il bagolaro o il mandorlo. La profondità dell’aratura poteva,
come già accennato, essere regolata dall’agricoltore per mezzo della
tinnigghia, ad essa si assicurava la percia tramite la chianetta o
cavadduzzu, un supporto di legno e u cardiddu, un perno di ferro.
L’angolo di aratura poteva in parte essere modificato per mezzo di
un cuneo di legno che incastrava la curidda della pertica nella casa,
cavità aperta nel gomito dell’aratro. Nei casi in cui, ad esempio, il
vomere non dissodasse
sufficientemente la terra,
l'aratore poteva sistemare
il cuneo sopra l'estremità
della bure. Al contrario, se
il vomere arava troppo in
profondità, il cuneo
veniva posto sotto la
curidda, permettendo di
ripristinare la giusta
ripartizione degli sforzi.
Sostanzialmente simile
era l’aratu a scocca che
veniva trainato da una
sola bestia, in genere il
mulo. Le differenze
principali erano a carico
della percia, molto più
corta, circa 90 cm, che
veniva collegata
all’animale per mezzo di
due aste di legno lunghe
circa 2 metri simili a
quelle del carro che
sostituivano il giogo.

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Funnurigghi – Luigi Barraco

FIRRARU
La lavorazione artigianale del ferro è tutt’ora un’attività diffusa nei
nostri contesti economici, tuttavia, nel corso degli anni, ha perso,
almeno in parte, quella polivalenza che l’aveva caratterizzata nel
passato. Sicuramente con l’accentuarsi delle competenze sempre più
specializzate si è andato rarefacendo quel patrimonio di abilità che
aveva fatto dei firrara i mastri ri mastri.
Patrimonio indispensabile per poter esercitare il mestiere, frutto di
un lungo apprendistato che trasformava u giovini in mastru; anche
perché l’artigiano della vecchia firrarìa rappresentava il punto
centrale dell’economia del paese, a lui si rivolgevano non solo i
contadini, i pastori o le massaie, ma anche gli altri artigiani per
completare le loro opere o per la manutenzione dei loro strumenti.
O mastru si cominciava ad andare tra i sette e i dieci anni e, in
genere, non si percepivano soldi fino all’età di 16-18 anni. Appena
entrato il ragazzino spesso doveva sottostare agli scherzi, talora
pesantucci, degli altri apprendisti più anziani e compiere i sirvizza
più umili e meno qualificanti.
Erano di sua competenza il riordino della bottega, la frantumazione
del carbone, l’azionamento del mantice, solo con molta gradualità si
accostava al ruolo di aiutante nella produzione di manufatti o
all’esecuzione di piccoli lavori autonomi preparatori di diversi cicli:
battere la mazza, tenere il pezzo con le tenaglie, tagliare lamiere,
estrarre i chiodi dagli zoccoli degli animali da ferrare. Cosi, a poco a
poco, il garzone incorporava le tecniche, le sequenze fino ad avere
la piena padronanza dell’arti, l’uso della forgia ad esempio,
costituiva un severo banco di prova, occorreva calcolare i tempi di
combustione, accelerandoli o rallentandoli se era il caso, valutare dal
colore del ferro il calore del fuoco.
La forgia costituiva sicuramente uno degli strumenti cardine della
bottega del fabbro. Tradizionalmente essa era realizzata in pietra e
gesso era composta da un piano orizzontale rivestito da mattoni
refrattari in creta, su cui si accumulava la polvere di carbone, ginisa,
e il carbone già sfruttato misto alle scorie di metallo, a cacazzina.
Sotto questa base si apriva un incavo destinato ad ospitare la sabbia

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Funnurigghi – Luigi Barraco

usata per rallentare la combustione. Sempre sotto il ripiano si


trovava a dduvera, la parte finale di un condotto in ghisa, attraverso
cui fluiva l’aria proveniente dal mantice (mantaciu) che poteva
essere azionato o con i piedi o con la mano. Sospesa sul piano di
lavoro era a ciminìa, la cappa che convogliava i fumi della
combustione all’esterno.
Se l’uso della forgia rappresentava un banco di prova, l’esame finale
dell’apprendista era rappresentato dall’uso della ‘ncunia, l’incudine,
un pesante blocco d’acciaio con due corna, prolungamenti laterali,
uno di forma conica, l’altro piramidale. La martellatura non è infatti
una semplice sequenza di colpi, tramite essa il ferro si comporta
quasi come materia vivente, si assottiglia, si allunga, si piega, si
arrotonda.

La produzione di un fabbro era, come accennato, molto varia,


tuttavia un posto di rilievo era occupato dalla realizzazione del fusu
ru carrettu, l’asse del carro. Questo era lungo circa 110–115 cm ed
era costituito da tre parti saldate tra loro, la centrale detta quatru
lunga, nel carrettu a trapanisa, circa 97 cm recava al centro, una
sorta di piccola freccia, u scanneddu, che serviva come gancio per il
lume o per la coffa. Il quatru era il primo pezzo ad essere realizzato,
la sagomatura era realizzata tramite l’uso della mazza: per sfinirlo
veniva adagiato sull’incudine, per ingrossarlo, rincarcari, lo si
poggiava in verticale su una base a terra e si sfungiava, si colpiva
dall’alto. Alle sue estremità, sagomate a becco di clarino, venivano
applicate i ‘ntrummatura due pezzi lunghi circa 40 cm, terminanti

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Funnurigghi – Luigi Barraco

con una filettatura, questa veniva realizzata per mezzo della mastra,
una madre vite in acciaio. In prossimità della giunzione tra
‘ntrummatura e quatru veniva successivamente saldata a risorta,
una staffa alta circa 21 e larga 24 cm, che serviva ad ancorare il fuso
alle scale (aste) del carro. A sua volta a risorta risultava costituita da
altri due pezzi, u mugnune e a ‘nnappa, il primo non era altro che
un supporto per la vera e propria staffa, la ‘nnappa, che veniva
bullonata alle aste del carro. A ridosso del mugnune, ad una distanza
di 6 cm veniva realizzato uno sbalzo sul quale veniva addossato u
ritangiuni, una sorta di collarino di ferro che serviva da fermo per la
busciola, la bronzina realizzata in fusione (78% rame 22% stagno)
contenuta nel miolo, il mozzo della ruota, questo era bloccato infine
da un dado di forma quadrata, a rannula, la filettura in questo caso
si realizzava man mano che la rannula incandescente veniva avvitata
sulla ‘ntrummatura.
L’operazione della saldatura era una delle procedure più
impegnative, il fabbro dava ai pezzi da saldare, a càura, doveva cioè
portarli al calore bianco, ad una temperatura di circa 1300-1400 °C,
quindi, dopo averli sovrapposti, cominciava a batterli con il martello
fino a quando le molecole delle due superfici si compenetrano
formando una struttura omogenea. Nel caso la giuntura presentava
degli spigoli e non era facilmente raggiungibile con la mazza o i
martelli, u firraru faceva uso di un particolare strumento u
sfazzeddu, un pezzo di ferro opportunamente sagomato che veniva
poggiato sulle
parti da battere
e sul quale
martellava il
fabbro. Le altre
operazioni di
fucinatura:
allargamento,
strozzatura,
piegatura,
punzonatura
necessitavano

33
Funnurigghi – Luigi Barraco

invece di una
càura diversa, la
temperatura del
cosiddetto calore
rosso, infatti, era
di circa 1000° C.
Anche se la
realizzazione del
fusu era tra le
opere più
importanti,
l’attività
prevalente del
firraru era quella
del maniscalco.
Realizzare i ferri
per i vari animali, non era una cosa da niente, i ferri dovevano
rispettare la forma dello zoccolo per proteggerlo dall’usura, ma
servivano anche a correggere eventuali difetti di andatura. La
realizzazione dei ferri seguiva la normale procedura, il ferro, portato
al calore rosso, veniva abilmente tenuto e ruotato con la tenaglia
mentre era opportunamente sagomato e curvato a colpi di martello
sull’incudine. Raggiunta la forma desiderata, che variava non solo
con la specie ma anche con l’individuo, il fabbro provvedeva a
riscaldare nuovamente il ferro, mezzo lato per volta, per poter
effettuare i buchi che avrebbero permesso di fissarlo allo zoccolo per
mezzo di speciali chiodi.
L’operazione veniva effettuata
per mezzo della stampa, e
rifinita dal lato opposto cu
puntiddu, due punzoni a sezione
quadrata; il fabbro realizzava un
totale di sette buchi, quattro nel
lato esterno e tre su quello
interno. Ultimata la foratura il
ferro veniva ulteriormente

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Funnurigghi – Luigi Barraco

riscaldato per realizzare un piccolo rialzo, a napulitana, nella parte


anteriore del ferro. Il maniscalco doveva conoscere gli appiombi
equini, doveva essere cioè in grado di valutare se l’animale era
balestrino cioè con le punte degli zoccoli divaricate verso l’esterno
o cagnolo, con le punte convergenti verso l’interno, per modificare
opportunamente l’inclinazione dei ferri e correggere l’andatura. Le
operazioni di ferratura erano in genere effettuate senza altre
attrezzature, ma se le bestie erano fause, nervose, veniva adoperata a
furca, una struttura in legno con una trave orizzontale a cui veniva
assicurato uno degli arti posteriori, mettendo l’operatore al riparo
dal pericolo di un calcio.
Frequente era pure
la realizzazione
delle falci,
operazione
particolarmente
faticosa per la
continua e rapida
alternanza che essa
richiedeva tra il
riscaldamento alla
forgia e la
fucinatura a mano.
Tipicamente le falci
si ricavavano da
vecchi ferri da
mulo, di norma per una falce ne occorrevano circa 200 grammi a
cui si aggiungevano dei pezzetti d’acciaio, i paraturi, ricavati da
vecchie balestre. Per conferire ai ferri la forma della falce gli si
dava a càura per 5-6 volte nella forgia, prima per saldare l’acciaio
al ferro, poi per aggarbarle, cioè per conferirle la foggia tipica della
contrada cui erano destinate. Una volta aggarbati le falci si
rifuchiàvanu, si riscaldavano nuovamente nella forgia per rendere
più malleabile l’acciaio induritosi a seguito della martellatura.
Successivamente si realizzava la dentatura. La realizzazione dei
denti era un lavoro di estrema precisione per prima cosa, su una

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Funnurigghi – Luigi Barraco

lastra di marmo, si intagliavano con martello e trincetto i vari denti,


quindi si definivano con il passaturi, uno strumento d’acciaio
ricavato da un vecchio rasoio da barbiere.
A questo punto le falci venivano affilate con la mola a pietra e
quindi temperate, si facevano perciò riscaldare nella forgia
portandole a calore rosso arancio e si raffreddavano per un attimo in
un recipiente pieno d’acqua. Quindi il fabbro aspettava che il colore
virasse verso il viola, indice di una tempera ottimale, e le
raffreddava definitivamente immergendole nuovamente in acqua.
Infine le falci si ammanicavanu, cioè si faceva penetrare la parte
finale nel manico di legno e si vutava a curidda, si ribatteva la punta
terminale sul manico di legno per fissarlo.
Ugualmente laboriosa era la realizzazione delle zappe, i zappuna.
Per realizzarli il fabbro partiva da una lastra di ferro lunga circa 25
cm, larga 8 cm e spessa 8 mm, questa riscaldata al calore rosso
veniva forgiato nella tipica forma trapezoidale, curando di sfinirlo a
partire dal centro, dove rimaneva una sorta di piccolo dosso, u spigu.
Particolare attenzione veniva prestata nella realizzazione
dell’occhiu, cioè del foro dove passava il manico, questo veniva
realizzato mediante dei punzoni progressivamente più grandi, fino a
raggiungere le dimensioni adeguate, e veniva
contemporaneamente ‘ncuzzatu, cioè
ribattuto per mantenerlo di spessore
uniforme. Sugli spigoli laterali e sul taglio,
opportunamente spianati, venivano saldati
dei riporti d’acciaio che conferivano
all’attrezzo una particolare resistenza. Il
procedimento di saldatura prevedeva
l’interposizione di un pezzettino di placca
una lega che favoriva l’unione dei due pezzi
di metallo ad una temperatura più bassa del
calore bianco (circa 1100° C), cosa questa
indispensabile per non compromettere
l’integrità dei pezzi acciaiosi sotto i colpi del
martello.

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Funnurigghi – Luigi Barraco

VUTTARU
Nel recente passato tutti i recipienti per il trasporto degli alimenti sia
liquidi che solidi erano realizzati in doghe di legno e il mestiere di
vuttaru era indispensabile oltre che richiestissimo. Il legname,
tipicamente il pregiato rovere ma recentemente anche il più
economico castagno, veniva acquistato già tagliato in doghe disposte
in quatru, quadrati costituiti da 12-13 doghe, più quatri disposti in
maniera alternata costituivano l'unità di misura la carrata. Dopo
l'acquisto le doghe venivano fatte stagionare all'aperto per un
periodo variabile da uno a tre anni.
A questo punto il
legno era pronto per
essere lavorato, per le
botti piccole, le doghe,
dopo essere state
opportunamente
sagomate per mezzo
della pialla, venivano
affiancate e bloccate
da una prima coppia di
cerchi. Quindi u uttaru
accendeva all'interno
un piccolo fuoco
all'interno per
ammorbidire con il
calore le doghe,
avendo cura di
bagnare il lato esterno
con un panno umido
onde evitare che il
legno venisse
danneggiato.
Successivamente per
mezzo di uno speciale argano munito di un cavo metallico si
stringevano le doghe inizialmente divaricate, fino a raggiungere la

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Funnurigghi – Luigi Barraco

necessaria
curvatura. Per le
botti più grandi
la curvatura
delle doghe era
effettuata con
delle particolari
presse regolabili
dopo il solito
riscaldamento a
fuoco. Curvate e
assemblate, le
doghe, venivano
tenute coese dai
cicca, cerchi di
ferro, che venivano calzati a colpo di mazzuolo. Quindi l'artigiano
preparava il fondo o timpagno che veniva forzato in un solco delle
doghe, ncina sempre a colpi di mazzuolo. La tenuta della botte era
assicurata, se era il caso, dall'introduzione tra una doga e l'altra di
una speciale erba palustre spugnosa, a burda (Typha latifolia). Una
botte da 20 quintali era composta da 47-48 doghe, lunghe circa 150
centimetri e spesse cinque, il suo assemblaggio richiedeva tre
quattro giorni di lavoro
Il compito del bottaio tuttavia, specie nei piccoli centri agricoli, non
si esauriva con la realizzazione dei manufatti, era, quasi
esclusivamente sua, la competenza di eseguire di persona il
complesso dei procedimenti per rendere efficiente l’uso delle botti
prima dell’utilizzo.
Per i recipienti nuovi era necessario eseguire l’abbunata, in pratica
si versava al loro interno dell'acqua salata bollente. Per le botti già
usate, invece, l’artigiano faceva bruciare delle foglie aromatiche
all'interno della botte. Quindi dava corso alla fase della vinazzata,
facendo bollire u vinazzu (vinacce) e introducendo il composto nel
recipiente.

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Funnurigghi – Luigi Barraco

Questo procedimento, dilatando le doghe, consentiva di chiudere


eventuali fessure, garantendo la futura tenuta della botte, inoltre
conferiva aromi e profumi al futuro vino.
Alla fine si procedeva ad un trattamento di disinfezione detto
surfarata consistente nel bruciare all’interno del recipiente pastiglie
di zolfo munite di una cordicella di cotone intrisa di zolfo che
fungeva da miccia. Lo zolfo bruciando produceva anidride solforosa
che, essendo più pesante dell’aria non usciva dalla botte fin tanto
che non si fosse riempita del gas venefico, che così uccideva
eventuali microrganismi, come muffe. Questa operazione veniva
effettuata anche quando il vino, per qualsiasi motivo, evidenziava
dei difetti nel gusto o nell’aspetto dovuti alla proliferazione di
microrganismi dannosi.
A questo punto la botte era pronta ad accogliere il prezioso mosto.
Talora, per conferire un maggiore grado alcolico e una aroma
particolarmente gradevole, si versavano nel mosto, prima della
fermentazione, delle
carrube macinate
lievemente tostate o dei
fichi secchi (carrubbata).
Per consentire l’aerazione
ed assicurare una corretta
fermentazione, si applicava
sul foro sommitale u
cupuni, uno speciale tappo
di terracotta a forma di
grossa cipolla, dotata una
serie di fori nella parte
superiore. Ciò consentiva al
mosto di continuare a
completare la sua
fermentazione senza
conseguenze per la botte,
evitando che qualche
animale vi cadesse dentro.

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Funnurigghi – Luigi Barraco

A novembre inoltrato, quando il mosto era diventato vino, u uttaru


era chiamato a travasare e filtrare il vino novello. Si utilizzava a
questo scopo u mutu, una sorta di bassa tinozza in doghe di
castagno munita di appoggi di misura ineguale, in maniera da
adattarsi alla curvatura della botte rimanendo orizzontale; u
bigghiolu, piccolo recipiente troncoconico, munito di manico
trasversale adoperata durante le operazioni di svuotamento delle
botti; u valliri di tramuta e u culaturi, un vaso in legno di castagno
a forma tronco-conica molto stretto che serviva a raccogliere il vino
che filtrava dal sacco di olona posto al suo interno e dentro il quale
veniva messa la feccia ricavata dalla fermentazione del mosto e
depositata sul fondo della botte
U mastru vuttaru, conoscendo intimamente il processo di
vinificazione era chiamato quindi a creare o riparare i recipienti per
il vino ma ancora più spesso presiedeva alla cura e alla prevenzione
dei processi di alterazione e di intorbidamento del vino.

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Funnurigghi – Luigi Barraco

VARDARU
U vardaru, bastaio, era un artigiano che riuniva in sé competenze di
più figure professionali, egli era ad un tempo calzolaio, falegname,
sarto, talvolta veterinario. Erano di sua pertinenza i lavori che
riguardavano i finimenti e le bardature degli animali da soma e da
tiro. La sua putia, bottega, era uno dei centri di ritrovo delle
comunità agricole, a lui si rivolgevano contadini e carrettieri per
commissionare nuovi manufatti o per la riparazione dei vecchi o
anche per semplici consigli su come curare le ferite o le piaghe degli
animali. Il declino della sua attività coincise con l’espandersi della
meccanizzazione nelle attività agricole.
Numerosissimi erano i manufatti realizzati da questi abili artigiani:
u sidduni (basto), impiegato insieme ai zimmili, in alternativa al
carro, per il trasporto dei più diversi carichi nei luoghi più impervi il
varduneddu il sellino che permetteva di 'mpaiare il mulo al carretto,
u cuddaru, sorta di protezione che veniva calzato al collo
dell'animale, gli armiggi, bardature delle bestie.
Sidduni e varduneddu, simili nella forma ma non nell'uso, avevano
un'armatura in legno, per la realizzazione della quale, per la verità,
alcuni artigiani si affidavano ai carruzzeri, falegnami specializzati
nella realizzazione di carri e accessori, riservandosi per sé la
specifica lavorazione di cucitura dei manufatti di cuoio. Tuttavia la
maggior parte
preferiva
eseguire in
proprio tutta
l’opera.
Le materie
prime di cui si
serviva il
bastaio erano
il legno, il
cuoio, la
corda e lo
spago, il

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Funnurigghi – Luigi Barraco

canovaccio, l’olona (tela di cotone) e la paglia.


Numerosi erano i tipi di legno utilizzati: u faggiu, faggio, u chiuppu,
pioppo, l’urmu, olmo, a manna, ornello, fra tutti preferiti per la
resistenza utilizzando come legno il bagolaro càccamu, il gelso
céusu, il pioppo chiuppu, l’olmo urmu.
Comunemente venivano utilizzati due tipi di cuoio, il resistentissimo
coriu niuru con cui venivano realizzati i vari finimenti: u pitturali,
suttapanza, curera, tistali e la più morbida vacchetta, di color
naturale usata per le guarnizioni. Compito del bastaio era pure quello
di realizzare i rétini (redini) con corda di canapa.
La paglia, impiegata dal vardunaru per riempire le imbottiture dei
basti, era preferibilmente quella che si selezionava durante la
spagghiata del frumento (pagghia di margunata), oppure quella
d'orzo (pagghia longa).
Per la realizzazione del sidduni occorrevano circa due giorni di
lavoro, la parte più impegnativa era la realizzazione dello scheletro
in robusto legno, u tilaru. Questo era essenzialmente formato da una
coppia di archi di legno, paralleli tra loro e uniti da tavolette di
pioppo. Con il solo ausilio dell’ascia, il bastaio sbuzzava
(sgrossava), i pezzi di legno, tenendo presente le misure e la
conformazione dell’animale cui era destinato. Per prima cosa
venivano realizzati due semiarchi costituiti a loro volta da due pezzi
saldati tra loro per mezzo sottili lamine curve di ferro (rietti). I due
archi, dovevano risultare perfettamente simmetrici, in quanto un
eventuale squilibrio avrebbe potuto provocare delle piaghe (custani).
Tramite u sirraculu (seghetto) prima e sgubbia (sgorbia) poi veniva
ricavati quattro ganci nella parte superiore. Sempre con seghetto e
sgorbia si realizzavano gli incastri per le traversine che univano i
due archi. In prossimità delle estremità degli archi venivano
praticati con la birrina (verrina) dei fori, ai quali si sarebbe legata
con lo spago l’imbottitura detta fustu. Questa era costituita da due
cuscini che erano riempiti di paglia per mezzo di un’asta di ferro
uncinata ad un’estremità e biforcuta nell’altra: u cafuddaturi, e
rivestiti di canovaccio e di olona, con i bordi cuciti e rinforzati con
fasce di cuoio. In questo momento u vardaru si trasformava in

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Funnurigghi – Luigi Barraco

calzolaio: con lo spago, filato e ritorto a due o più capi, incerato,


cuciva cannavazzu, lona e coriu, per mezzo della vugghiola, grosso
ago di acciaio. Per unire insieme l’imbottitura all’ossatura del basto,
ricorreva invece
al saccurafa, un
ago di acciaio più
grosso della
vugghiola.
Altro manufatto
realizzato dal
bastaio, era u
cuddaru, una
sorta di cuscino a
forma di U che si
frapponeva tra il
collo dell'animale
e i canceddi, due
archi in resistente
legno di frassino
(manna) che lo
assicuravano alle
aste del carro.
L'imbottitura del
cuddaru era
ancora una volta
realizzata con
paglia di orzo
racchiusa in una
fodera di tela, il
tutto infine era
cucito
sull’involucro
esterno di cuoio,
che poggiava
sulla pelle
dell'animale.

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Funnurigghi – Luigi Barraco

CURDARU
Lo sviluppo dell’industria chimica, con la conseguente diffusione
dei materiali sintetici, ha comportato una notevole e radicale
mutazione dei nostri usi e consumi, numerosi manufatti in legno,
vetro o altro materiale naturale, sono stati sostituiti e,
conseguentemente, gli artigiani che si occupavano della loro
lavorazione e trasformazione, sono scomparsi. Tra questi artigiani
ritroviamo, u curdaru una figura emblematica, tanto che il suo
incedere sul lavoro, pur con una connotazione negativa, è
stigmatizzata in un noto proverbio: “iri ‘narrè comu u curdaru”.
Tipicamente infatti, man mano che procedeva nel suo lavoro, u
curdaru, strotolava i fili che successivamente avrebbe intrecciato,
procedendo a ritroso. Per questo la sua attività si svolgeva
prevalentemente in luoghi aperti, sufficientemente sviluppati in
lunghezza. La materia prima più utilizzata era la canapa, ma anche
il cocco; di zabbarinu, rustica fibra ricavata dalle foglie di agave,
zabbara, erano generalmente realizzati i Ritura, grosse reti a forma
di sacco, adoperate per il trasporto della paglia.

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Funnurigghi – Luigi Barraco

Le corde potevano avere strutture diverse, sia in funzione dell’uso


cui erano destinate, sia dello spessore e della natura dei materiali
utilizzati per il loro confezionamento. Questi parametri erano,
indubbiamente, strettamente correlati alla resistenza e all’elasticità
della corda. In genere le corde erano ritorte con un numero di trefoli
variabile da due a quattro; per le funi più grosse, all’interno durante
l’a torsione dei trefoli, veniva “annegata” un’anima, realizzata con
fibre rigenerate provenienti da vecchie corde.
L’unica attrezzatura utilizzata era costituita da una robusta ruota in
legno formata da due cerchioni collegati, tra loro, con dei traversini,
e al mozzo della ruota con una doppia fila di raggi. Solidale con il
mozzo era un’asse in ferro piegata a mò di manovella. L’asse della
ruota era sostenuta da due robusti sostegni collegati a loro volta ad
una base rettangolare. Sulla stessa base, ma dalla parte opposta, era
fissata obliquamente la cruci: due aste disposte a croce, pure in
legno, sui cui bracci erano bullonate alcune carrucole, cùrruli, cui
venivano fissati i capi della corda da ritorcere. A loro volta le
carrucole erano collegate, tramite delle corde, che fungevano da
cinghia di trasmissione, alla ruota dotata di maniglia. La dimensione
della croce e quello delle relative pulegge dipendeva dal numero dei

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Funnurigghi – Luigi Barraco

trefoli che avrebbero formato la corda stessa. In ogni caso,


dovevano comunque risultare sempre equidistanti, in modo da
mantenere omogenea la torsione elicoidale dei trefoli.
La fibra da filare, già cardata, si presentava in filamenti, il cordaio si
legava intorno al bacino una matassa di fibre, quindi tirato un capo,
lo agganciava alla puleggia. A questo punto l’aiutante imprimeva,
tramite la ruota, il moto rotatorio. Camminando all’indietro
l’artigiano con la mano sinistra dosava la fibra e
contemporaneamente, con l’indice ed il pollice della destra, le
conferiva la giusta tensione in maniera da mantenere costante lo
spessore. Quando la lunghezza era di circa 50-60 metri l’artigiano
fissava il capo filato a dei paletti opportunamente fissati, quindi
ripartiva da capo creando un numero sufficiente di trefoli necessari
alla fabbricazione di più corde. I trefoli venivano poi immersi per
oltre un’ora nei pilacciuna, grosse vasche di pietra piene d’acqua, al
fine di rigenerare le fibre. I trefoli, erano quindi fatti asciugare e
stirati, successivamente erano pettinati e levigati con una maglia di
ferro, infine nuovamente inumiditi con un panno bagnato,
Tutto a questo punto era pronto per la realizzazione della corda vera
e propria, le estremità dei trefoli erano da un lato di nuovo collegate
alle singole pulegge della croce e dall’altro collegate insieme al
firrittu, un gancio di ferro munito di girella, tenuto in tensione
all'estremità
opposta della ruota
da un aiutante.
Ciascun filo era
sostenuto ad
intervalli regolari
da una serie di
rastrelliere di
legno, che
servivano a tenere
i filati paralleli,
per evitare che si
ingarbugliassero.

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Funnurigghi – Luigi Barraco

L’artigiano inseriva tra i trefoli una specie di volano, la gravia, un


blocco di legno troncoconico dotato di tante scalmanature quanti
erano i trefoli. La base maggiore della gravia era rivolta verso la
ruota in maniera che, man mano che la ruota girava e la torsione
aumentava, essa veniva richiamata, per effetto della torsione stessa,
verso la ruota, mentre il cordaio continuava a sostenerla,
guidandone il movimento e controllando il processo di torsione. La
compattezza dell'avvolgimento dei fili, fondamentalmente per la
resistenza futura della corda, dipendeva dalla sincronizzazione tra la
tensione dei trefoli e quella di rotazione della ruota
Giunti in prossimità
della croce s’arrestava il
movimento della ruota,
si estraeva la gravia, e si
staccavano le estremità
dei vari fili dalle currule
riunendoli in un unico
capo.
La corda se sottile
veniva avvolta attorno al
gomito del braccio
sinistro, le funi più
robuste venivano
arrotolate per mezzo di
un arcolaio, l’animmulu.
Al momento della
vendita, per evitare che
si sfilacciasse nei sigoli
trefoli la corda era
impiombata. In pratica con la punta di uno strumento acuminato
detto 'nchiummaturi, l’artigiano apriva le estremità, sfilacciava ed
isolava i singoli trefoli e li annodava. I nodi che operava prendevano
denominazioni diverse in base ai sistemi di legatura adottati e a
seconda delle forme che assumevano: a testa di turco, a garofalu, a
peri ri ciocca…..

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Funnurigghi – Luigi Barraco

CORDE RUDIMENTALI
I liama erano delle corde rudimentali che erano realizzate dai
contadini, le materie prime utilizzate erano le foglie di alcune piante
molto comuni nelle nostre campagne. Una di queste, tipica
rappresentante della gariga, era la ddisa (Ampelodesmos
mauritanicus) pianta erbacea appartenente alla famiglia delle
graminacee, che cresce rigogliosa, nei terreni aridi e presenta delle
foglie ruvide, lunghe e sottili. Il folto ciuffo di foglie filiformi era
falciata al colletto, quindi, divisa in fasci, erano immersi in acqua
prima di essere battuti con una mazza di legno (mazziati) per
sfibrarli. Le foglie, divise in fascetti, venivano, ancora umide,
attorcigliate a mano, quindi, la torsione veniva bloccata con un nodo
alle estremità.
I liama ottenuti con questo sistema erano i più pregiati e i più
resistenti e
venivano detti
anche curduna di
randena. Erano
soprattutto utilizzati
per legare in fascio
gli emmiti
(mannelli) di grano
appena mietuti o
per ammasari i
vigni (legare i tralci
della vite al palo).
Con il termine di
liama, infatti, era
pure chiamato un
particolare tipo di
legaccio che il
contadino ricavava
dalle foglie della
zabbara (agave
americana) una

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Funnurigghi – Luigi Barraco

pianta di origine messicana, ormai naturalizzata nei nostri distretti,


usatissima anche per delimitare le proprietà, per via delle sue foglie
carnose, munite di margini spinosi. Tali foglie, ricche di fibre,
private delle spine laterali, tagliate longitudinalmente a strisce sottili,
essiccate al sole costituivano delle rustiche ma resistenti corde della
lunghezza di un metro e mezzo circa, che servivano per legare le
fasci di legna o gli stessi mazzi di frumento.
Dalle foglie carnose e acuminate della zabbara, i coschi, ricche di
succhi e di fibre, si ricava anche una particolare fibra vegetale
utilizzata per ottenere delle corde grossolane, u zabbarinu. Per
ottenerlo a partire da maggio si tagliavano con una grossa falce le
cosche, quindi le si privava delle spine degli orli con un coltello e si
lasciavano macerare nell’acqua di ampie vasche. Successivamente si
battevano con un mazzuolo di legno per liberare i filamenti dal
carnazzu, il parenchima carnoso della foglia. Durante questa
operazione le foglie depositavano un succo lattiginoso fortemente
irritante.
Dopo la battitura si scuccava a zabbara, si effettuava cioè la prima

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Funnurigghi – Luigi Barraco

sfilacciatura, si
utilizzava per ciò il
rascaturi, una specie
di spazzola con setole
costituite da grossi
chiodi sporgenti. Le
foglie venivano
battute e raschiate su
questa tavola irte di
chiodi fino ad essere
ridotte a fasci di
filamenti. La fibra
grezza cosi ottenuta
veniva pettinata con
dei cardi di diverse
dimensioni, dal cardo
a chiodatura più fitta
si estraevano le fibre
più lunghe e sottili,
quelle che
costituivano appunto
la materia prima per
fabbricare le corde di
zabbarinu, particolarmente richieste dai siggiara, artigiani che
riempivano i fondi delle sedie. I filamenti più corti, inutilizzabili per
la manifattura delle corde, che restavano attaccati ai chiodi del
pettine, costituivano la luffa ed era recuperata dagli artigiani del
gesso, che se ne servivano per "armare" i loro impasti.
Tra le piante più utilizzate nell’ambito rurale un posto di preminenza
tocca sicuramente alla giummarra (Chamaerops humilis) una palma
superstite della vegetazione del terziario (60.000.000 di anni fa) che
prospera negli ambienti caldi, soleggiati, aridi, su terreni sia
sabbiosi che rocciosi, calcarei o silicei. Le foglie, che presentano una
lamina tondeggiante larga 70-80 cm, lungamente frastagliata in 10-
20 lacinie disposte a ventaglio, munite di un lungo picciolo spinoso-
dentellato di consistenza legnosa, venivano raccolte, con turni

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Funnurigghi – Luigi Barraco

biennali, in estate. In funzione del loro sviluppo prendevano nomi


diversi e diverse era il loro utilizzo: giummarra, costituita dalle
foglie adulte, già aperte a ventaglio, curina costituita dalle foglie
più tenere. I manufatti realizzati con le foglie della giummarra, fatte
essiccare e sbiancare al sole, erano molteplici, ma sostanzialmente le
lavorazioni erano di due tipi: fari a trizza e fari a corda. Entrambe
le lavorazioni erano, in genere effettuate durante i periodi morti,
nelle giornate cioè in cui il lavoro nei campi era impedito dal
maltempo
Spesso ‘ntrizzari era un lavoro affidato alle donne, nei cortili sulle
soglie delle porte delle rispettive case. La trizza è costituita da
sguitti, cioè da lacinie doppie, strappate dallo stipite legnoso della
foglia (sguittari la giummarra), preventivamente ammorbidite con
un bagno di circa 24 ore, e intrecciate normalmente a nove capi, ma
anche a cinque e a quattro. Il lavoro veniva iniziato incrociando due
sguitte tra loro e ripiegando in due il tutto, in tal modo si ottenevano
quattro capi in
cui poi si
inserivano a
ventaglio gli altri
cinque capi. Si
procedeva quindi
piegando
alternativamente
verso l'interno le
sguitte esterne,
sovrapponendole
e incrociandole
con quelle
interne, si
otteneva in tal
modo una maglia
con andamento
diagonale. Man
mano che si
procedeva

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Funnurigghi – Luigi Barraco

nell'intreccio si innestavano le sguitte, avendo cura di incastrarle tra


le altre per non rovinare l'estetica della traccia e in modo scalare per
non indebolirla. Il risultato era una treccia larga 5-6 centimetri la cui
lunghezza dipendeva dal manufatto che si intendeva realizzare.
Non meno impegnativa era la realizzazione della corda ri curina, in
questa la lavorazione si partiva dalle foglie giovani, non ancora
aperte a ventaglio, seccate al sole e successivamente fatte rinvenire
(arriuncare) in acqua onde lavorarle meglio. Le singole lacinie
venivano divise in due seguendo la naturale incisione, quindi
tenendo la sottile lamina saldamente tra indice e pollice e dopo
averla piegata a V, si iniziava la torsione, si procedeva cosi avendo
cura di inserire man mano altre lacinie, la cui base veniva inglobata
nella torsione. Per non indebolire la struttura della cordicella gli
innesti delle sguitte non venivano mai effettuati
contemporaneamente; la cordicella così ottenuta a due capi poteva
essere rinforzata da un eventuale terzo capo, che veniva aggiunto
attorcigliandolo lungo tutta la cordicella.

Numerosissime sono state le realizzazioni che l'ingegno umano ha


partorito a partire dalla tanto versatile quanto utile giummarra

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Funnurigghi – Luigi Barraco

(palma nana). Sicuramente il primo posto spetta alle numerosissime


ceste e contenitori, primo fra tutti lo zimmili, una grossa cesta da
soma di forma rettangolare, lunga, in genere, 120 cm e larga 70 cm,
utilizzata dai contadini per il trasporto di verdure, granaglie, attrezzi
da lavoro. Gli zimmili venivano usati in coppia, a cavallo del dorso
del mulo, in maniera da pendere lungo i fianchi dell'animale. Simile,
ma grande quasi il doppio, era u zimmiluni, usato, in genere, per il
trasporto del concime stallatico; assieme allo zimmili era
principalmente usato in zone scoscese, funzionale surrogato del
carrettu. I contadini di pianura, invece, legato sotto il carretto,
utilizzavano una cesta quadrata, detta zimmileddu, munita di tre
manici, per mezzo dei quali veniva fissato agli anelli che si
trovavano sotto il cassone, serviva per il trasporto del pane,
dell'acqua e di piccoli oggetti. Le ceste più piccole, invece,
prendevano il nome di coffi, numerose erano le forme e i relativi usi.
La coffa tumminara di forma troncoconica, larga e profonda circa
30 cm, dalla capacità di circa 14,4 Kg di frumento, usata come unità

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Funnurigghi – Luigi Barraco

di misura di capacità/peso del frumento. Una variante, leggermente


più svasata, era, durante la semina a pruino, portata a tracolla per un
manico, mentre il seminatore prelevava la semente a pugni e la
spargeva con un ampio, ritmato, gesto circolare. Altro tipo di coffa
era quella di cuvenna, dalla forma più allungata, che veniva legata
sulla testa del mulo e che serviva a contenere la razione di avena e
favetta. La tecnica di realizzazione delle varie ceste era
sostanzialmente identica, variava ovviamente la lunghezza della
treccia, per i zimmiluna ne servivano 80-90 metri, per una coffa da 7
a 12 metri; successivamente, per meglio piegarla, si inumidiva la
treccia, quindi,
accostati i
margini, si
provvedeva a
cucirli tra loro
utilizzando la
cordicella di
curina stessa,
avendo cura di
nasconderla tra
le maglie, si
procedeva così
a spirale fino al
raggiungimento
delle dimensioni
finali. Di
diversa origine
vegetale erano
invece i coffi ri
trappitu
realizzate
inizialmente con
il giunco.

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Funnurigghi – Luigi Barraco

CANNIZZARU
La canna, materiale povero per eccellenza, è stata, nel recente
passato, per la sua facile reperibilità e per la sua versatilità,
usatissima nel mondo contadino. I suoi fusti variamente intagliati
sono diventati augghieri (agorai), buccetti (forchette) friscaletti
(zufoli), giocattoli come fucili, aquiloni ecc., tagliati a strisce
entravano nella realizzazione di cannistri (canestri), panara
(panieri) e carteddi (ceste). Tutti manufatti che rappresentavano per
lo più una produzione prevalentemente domestica, ma esistevano
anche degli artigiani specializzati nel lavoro della canna, più
precisamente i costruttore di cannizzi: il cannizzaru figura
professionale oggi
scomparsa, ma che
sopravvive nei
cognomi in parecchie
cittadine siciliane.
Il cannizzu era, infatti,
un silos di canne
intrecciate, di forma
cilindrica senza basi,
destinato a contenere
cereali e legumi
(grano, avena, orzo,
fave, ecc.). Costruito
su misura, era
generalmente
sistemato all'interno
dei magazzini o
talvolta nella stessa
cucina delle case dei
contadini. Poggiato su
un piano di legno, si
caricava dall'alto,
versandovi la granella
con le coffe (sporte).

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Funnurigghi – Luigi Barraco

Spesso, sulla sua sommità con inequivocabile valore scaramantico,


era posta una crocetta di spighe intrecciate. La parte superiore
veniva ricoperta, il più delle volte con un pezzo di tela (tiluneddu,
mentre nella parte bassa, una finestrella chiusa da una tavoletta
incastrata tra le stecche delle canne permetteva di regolare la
fuoriuscita del contenuto.
Le misure del cannizzu variavano in proporzione alla capacità
richiesta e, ovviamente, a seconda dell'altezza dei locali dove era
collocato. Poteva contenere dalle quattro alle dodici sarme, ovvero
da nove a ventisette quintali di grano. I più grandi, adatti a
conservare la semente, erano generalmente alti 2,50 m circa con un
diametro di m 1,50.
Per la costruzione del cannizzu le canne venivano, prima tagliate e
asciugate al sole, quindi ripulite con la falce dalle foglie. Si praticava
nna 'nzigna (una fenditura) per tutta la lunghezza della canna, a
partire dalla base quindi si ciaccava (spaccava) con la punta di un
coltello oppure con la lama tronca di un rudimentale falcetto detto
spaccaturi. La canna era spaccata in tal modo su un solo lato e poi si
batteva su una superficie piana con un mazzolu, in modo da aprirla
fino a ridurla ad un'unica larga fascia, costituita da striscioline tenute
insieme dalle stesse fibre della pianta.
Si procedeva quindi alla tessitura vera e propria, le canne erano poco
prima sbrizziati (leggermente inumidite) per ammorbidirne le fibre
(arriuncavanu). Per la realizzazione di un cannizzu ne occorrevano
circa un centinaio; prima di procedere all'intreccio, si separavano
quelle destinate a costituire l'ordito da quelle che avrebbero fatto da
trama. Le prime erano di numero di poco inferiore (circa 40) ma più
lunghe (generalmente sopra i 4 metri), la loro lunghezza
determinava la circonferenza del granaio, la cui altezza invece
dipendeva dalla lunghezza delle seconde (m 2 - 2,50) che
ammontavano a circa 60.
Il lavoro aveva inizio stendendo le canne dell'ordito, una accanto
all'altra, in orizzontale accostando la cima dell'una con la base
dell'altra, questa alternanza consentiva di mantenere una forma
rettangolare. A questo punto l’artigiano cominciava a sistemare le

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Funnurigghi – Luigi Barraco

canne della trama,


inserendole
ortogonalmente alle altre,
alternativamente ogni due.
Man mano che s'intesseva,
a colpi di mazzolu e con
le dita, si ordinava e si
pareggiava la
distribuzione delle canne
affinché l'intreccio
risultasse serrato e
compatto. Al termine del
lavoro si era formato lo
sviluppo del cilindro che
dava la forma al cannizzu,
una fascia rettangolare
con i lati maggiori pari
alla dimensione della
circonferenza e quelli
minori corrispondenti
all'altezza del silos.
Ultimato l’intreccio, l’artigiano ritagliava con le forbici, a circa 25
centimetri dall'orlo di base, l’apertura quadrangolare necessaria per
le operazioni di prelievo e dì scarico dei cereali conservati. Quindi
arrotolava questa grande stuoia su se stessa fino a far coincidere i
lembi che venivano con perizia incastrati tra loro, successivamente,
con la collaborazione di un aiutante procedeva a cucirli con spau di
cannavu (filo di canapa) per mezzo di un grosso ago di ferro detto
saccurafa, dalla parte esterna a quella interna del cannizzu per tutta
la sua altezza. Sulla iuncitina (giuntura) si sovrapponevano due
lunghi travetti di legno detti currentini o sirratizzi spesso ricavati da
semplici scapi fiorali di zabbara (agave) spaccati a metà uno
internamente e l'altro esternamente, che erano fissati con una nuova
e più stretta cucitura. In tal modo, la forma cilindrica del granaio si
saldava perfettamente assicurando stabilità e solidità.

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Funnurigghi – Luigi Barraco

CARTIDDHRARU
Salvo qualche rara eccezione, quella del cartiddhraru, colui che
fabbrica i cesti, intrecciando canne e verghe, non costituiva una vera
e propria attività professionale. Il più delle volte gli stessi contadini
li realizzavano in maniera autonoma sfruttando i tempi morti dei vari
cicli agrari.
Le materie prime erano la canna e le razzine d’alivu (polloni radicali
d’ulivo) ma anche il salice, il tamerice, l’olmo, il frassino e, più
raramente, le rosacee da frutto: pesco, pruno e ciliegio.
Le canne, raccolte nella stagione invernale, erano messe a stagionare
per 4-5 mesi per essere utilizzate entro l’anno, in quanto periodi
superiori di stagionatura ne aumentavano la fragilità. Prima di essere
utilizzate venivano accuratamente defogliante, quindi erano tagliate
in listelli sottili. Per un panaro la larghezza di essi doveva essere di
4 - 5 mm, per una carteddhra, di 6 - 8 mm.

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Funnurigghi – Luigi Barraco

Il procedimento per ottenere i listelli dalla canna era il seguente:


usando il coltello partendo dall’estremo di diametro minore, si
spaccava la canna innanzi tutto a metà, longitudinalmente, per tutta
la sua lunghezza. La canna impugnata con la mano sinistra, veniva
tenuta leggermente inclinata verso l'alto, facendola passare sotto il
gomito. Il coltello, impugnato con la mano destra, era inserito con la
punta della lama rivolta verso l’alto era fatto avanzare
imprimendogli a ogni tratto un breve movimento rotatorio in modo
da esercitare un’azione di leva che consentiva di divaricare il tratto
di canna in cui è inserito. La mano sinistra veniva posizionata sotto
il nodo verso cui si sta avanzando col coltello.
Ogni singola metà era poi suddivisa ulteriormente utilizzando la
stessa tecnica. La bravura consisteva nel mantenere costante per
tutta la lunghezza della canna la larghezza del listello che da essa si
sta ricavando. Si procedeva quindi a ripulire ogni striscia da
eventuali schegge oltre che della porzione interna dei rinforzi
naturali del nodo.
Le verghe venivano selezionate per lunghezza e grossezza, il
diametro delle verghe da utilizzare variavano a seconda delle
dimensioni del cesto e della funzione e posizione che esse avevano
nella struttura.
Per un panaro del diametro di circa 25 cm si usavano verghe di
diametro non maggiore di 4 mm per le armature e il manico, verghe
di diametro non superiore a 3 mm (in media 2 mm) per l’intreccio
vero e proprio. Per la parte centrale del fondo si usano verghe ancora
più sottili. Per una carteddhra di grosse dimensioni le verghe dei
manici e delle armature avevano un diametro che si aggirava attorno
ai 6 mm.
Le verghe, in genere non decorticate, venivano liberate dai nodi,
quelle più grosse erano spaccate a metà con la lama del coltello e
quindi private degli spigoli per arrotondarle; tutte venivano tagliate a
becco di clarino. Le verghe venivano utilizzate ancora verdi, oppure
dopo averle tenute almeno da pochi giorni ad una settimana in acqua
affinché fossero sufficientemente morbidi per poterle facilmente
flettere senza spezzarle.

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Funnurigghi – Luigi Barraco

Schematicamente le fasi operative erano le seguenti:


1. orditura del fondo
2. formazione della trama
3. armatura delle pareti
4. chiusura della base
5. tessitura delle pareti
6. esecuzione della treccia del bordo superiore
7. realizzazione dei manici
Il fondo era sempre ed esclusivamente costituito da verghe, ma il
loro numero, il loro spessore e la loro stessa disposizione
dipendevano dalla misura e dalla forma che il cesto doveva
assumere. Ovviamente il numero e lo spessore crescevano con il
crescere delle dimensioni della cesta: in un cartidduni o in una
cartedda, dal fondo circolare, l’ordito era composto da sedici
bacchette dal diametro di poco inferiore al centimetro, sovrapposte
a doppia croce sfalsate di 45° a quattro a quattro. Nel caso delle
ceste piu piccole, i panara, gli elementi di questa struttura detta

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Funnurigghi – Luigi Barraco

crucera erano sette: quattro più spesse e tre leggermente più sottili.
Le verghe in questo caso s’incrociano non per sovrapposizione ma
per incastro, infatti quelle più sottili vengono inserite all’interno di
spacchi praticati nel mezzo delle più robuste. inoltre alcune di esse
vengono piegate in modo da sfalsarle di 45° rispetto alle altre.
Ovviamente questo tipo di intelaiatura, non assicurando un alto
grado di resistenza ai carichi, era adottato solo per i contenitori di
piccole dimensioni.
La trama, si sviluppava in senso orario sugli elementi dell’ordito,
inizialmente costituita da due virgulti sottili e filiformi sfalsati tra
loro, seguita da elementi via via più robusti. In questo modo si
consolidava la struttura (allazzari la crucera), man mano che gli
elementi della trama si intrecciavano con gli elementi dell'ordito
lasciandone due all’esterno e uno all’interno. Ovviamente gli
elementi della trama venivano rimpiazzati da nuovi, avendo cura di
innestarli sovrapponendoli per un piccolo tratto dopo averne
assottigliato le estremità tagliandoli a becco di clarino. Giunti ad un
terzo del diametro i virgulti della trama diventavano tre, il terzo
anch’esso sfalsato rispetto ai primi due Analogamente venivano
allungati i raggi della crucera inserendo in profondità un numero di

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Funnurigghi – Luigi Barraco

verghe doppio rispetto a quello della crucera stessa: in un cartidduni


o in una cartedda si avevano, perciò, 32 raggi, mentre in un panaro
erano 14.
Raggiunta la dimensione desiderata per il fondo venivano innalzati i
montanti delle pareti (aisari li culonni). Per evitare che durante la
flessione, che le portava ad avere una direzione perpendicolare al
fondo, le verghe si spezzassero, si praticava con il coltello una
piccola incisione longitudinale. Le estremità dei montanti venivano
raccolti quindi in un unico fascio e si legavano con lo spago
formando una sorta di imbuto. Si completava quindi il fondo con un
doppio giro di treccia: in pratica si raddoppiano i tre capi della
trama, e si eseguiva così il primo passaggio che si sovrapponeva alla
circonferenza della
base e si intrecciava
attorno ai montanti.
Il di cordone aveva
lo scopo di
rafforzare i bordi
del fondo e di
avviare l'impianto
dell'intelaiatura
verticale. La prima
fascia, per una
altezza di alcuni
centimetri, veniva
effettuata con
verghe spaccate,
quindi si continuava
con le strisce di
canna fino a
raggiungere
l'altezza desiderata.
Nel caso delle
cartedde o dei
panieri più grossi, a
circa due terzi

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Funnurigghi – Luigi Barraco

dell’altezza, venivano intrecciati nuovamente dei virgulti in modo da


creare una fascia di pochi centimetri detta cintu che aveva lo scopo
di conferire maggiore rigidità e solidità al manufatto e che,
contemporaneamente creava un elegante motivo cromatico.
Si ultimava quindi il lavoro realizzando un cordoncino di chiusura
provvedendo a ripiegare e intrecciare le estremità libere dei
montanti, ad eccezione di quelle che, opportunamente raddoppiate
con l’inserimento di nuove verghe, erano destinate alla formazione
dei manici o del manico centrale. Per realizzare i manici le verghe
erano attorcigliate tra loro e quindi 'ntrizzati (intreccati) a due capi,
provvedendo per ultimo ad annegare accuratamente ed in profondità
l'estremità libera all'interno della trama.
In pratica si procedeva ad intrecciare i montanti costituiti da quattro
fasci di verghe di consistenza variabile, sistemati a coppia in due
punti diametralmente opposti della treccia. Ciascuno dei manici
infatti era ricavato dall’intersezione e dalla sovrapposizione di due
piccoli archi di verghe attorcigliate tra loro. Per i panieri, invece, si
realizzava un solo grande manico, alto e centrale, ottenuto
dall’unione di due archi, ciascuno formato dall’intreccio dei
montanti laterali.
In alcuni casi, ad esempio nei canestri senza manici, il bordo
superiore era chiuso da
una semplice treccia o
da una serie di archetti
consecutivi come nel
cannistru pizziatu che
si susseguivano
sull’ultimo giro di
canne. In questo caso, i
montanti venivano
ripiegati uno ad uno
lungo le pareti esterne
del canestro e fissate
alla treccia della base..

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Funnurigghi – Luigi Barraco

SCARPARU
Il mestiere di scarparu è una di quelle attività che la rivoluzione
industriale ha cancellato. Le botteghe di tali artigiani, veri punti di
incontro per la comunità, sono lentamente sparite dai nostri paesi. Il
calzolaio, là dove ancora esiste, ha cambiato completamente la sua
attività, limitandola, definitivamente, ad interventi di riparazione.
Sono lontani i tempi di quando «‘u parruccianu» (cliente) andava
dal calzolaio per farsi prendere la misura del piede e farsi
confezionare un paio di scarpini per uomo o per donna o di
scarpuna chi tacci per uomo, distinti in scarpi vasci usate dai
salinai, e scarpi auti, usati dai contadini.

L'attività del calzolaio richiedeva, ad onta del detto comune, una


abilità manuale fuori dal comune, il lavoro cominciava con il rito
della misurazione del piede: si faceva poggiare a terra il piede
destro e con una strisciolina di carta si seguiva il contorno del piede
a partire dal centro del tallone fino alla punta dell'alluce, quindi si
segnava con un piccolo strappo la misura, aggiungendo circa un
centimetro, in rapida successione ed analogamente si procedeva a

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Funnurigghi – Luigi Barraco

misurare la
circonferenza
all'altezza del
collo del piede
(munta ) e della
pianta (chianta).
Inoltre, si
rilevavano,
prendendone
nota, eventuali
cipuddi,
irregolarità e
sporgenze del
piede stesso.
L'artigiano quindi
individuava tra le
tante la forme di
legno più adatta e
realizzava, con
l'ausilio di
questa, il modello
in carta. A furma
era realizzata da
due pezzi di
faggio, opportunamente conformati, di cui uno fisso detto chianta o
furma e l’altro mobile, u cugnu, unito ad incastro sulla parte
superiore del primo e corrispondente alla monta, entrambi recavano
dei fori per ne permettevano l'estrazione per mezzo di un attrezzo
sagomato a T con la punta ad uncino, u tirafurmi.
Sulla forma si eseguivano i modelli di carta, necessari a per poter
tagliare poi su misura le tomaie, e le suole, i petti. L’operazione
poteva essere fatta sul vancareddu, banchetto da lavoro, ma in
genere l'artigiano preferiva eseguirla reggendo a tavuletta, tavola di
legno che veniva posta sulle gambe; il cuoio veniva tagliato col
trincettu ri taghiu, una lama particolarmente affilata. Prima di
procedere al taglio vero e proprio, tuttavia, il calzolaio quartiava lu

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Funnurigghi – Luigi Barraco

coriu, cioè sistemava i modelli in modo da evitare un eccessivo


spreco. Si tagliavano cosi le parti costituenti la tomaia: i carcagni,
cioè le due fasce laterali che coprono dalla caviglia al tallone, a
mpigna, cioè la faccia superiore, u pustizzu o pampera a mantaciu
consistente in una linguetta larga e flessibile posta sotto l'allacciatura
con lo scopo di facilitare l'apertura e la chiusura delle scarpe, a
mascaretta, un rinforzo semicircolare che si sistemava sulla punta.
Così si tranciava, per mezzo del trincetto normale, la chiantedda
(tramezza), cioè il cuoio che avrebbe fatto da base alla suola; poi li
ricapiti cioè i vari elementi costituenti i rinforzi della tomaia: u
pizzottu, rinforzo posto nella parte posteriore del calcagno, e u
cappillittu, rinforzo semicircolare posto alla punta della scarpa tra
fodera e mpigna. Il pizzottu e il cappillittu erano ritagliati da un tipo
di cuoio più resistente, lo stesso che si usava per le suole, i tacchi e u
girichianu, una sottile striscia di cuoio che girava tutto intorno alla
scarpa. Tutti questi pezzi erano tenuti immersi nell’acqua almeno
mezza giornata e poi battuti col marteddu a vucca chiana su una

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Funnurigghi – Luigi Barraco

lastra di ferro u ferru ri battiri o giaca ammaccari, spesso ricavata


da un vecchio ferro da stiro, finché non diventavano più resistenti a
causa del compattamento.
Prima di procedere alla cucitura delle varie parti della scarpa, si
preparava u spau, lo spago di canapa. Per compiere questa
operazione u scarparu utilizzava u fusu, un'asta di ferro di circa 30
cm recante una sorta di filettatura da un lato e terminante dal lato
opposto con una punta ad uncino, al centro c'era infine un volano
semisferico di legno di circa 10-20 cm di diametro. In pratica
l'artigiano,
collegate le
estremità di più
capi di filo di
canapa all'uncino
del fuso e
reggendo la parte
opposta con la
sinistra,
imprimeva con la
destra una
rotazione
all'attrezzo,
strofinandone la
parte inferiore
contro la gamba,
quindi lo lasciava
roteare sollevando
la mano,
permettendo ai fili
di attorcigliarsi su
se stessi.
Lo spago così attorcigliato veniva ‘nciratu, si utilizzava per ciò la
cera d'api vergine, cira gianna, e successivamente la pece greca, pici
niura. Alle due estremità dello spago ‘nciratu venivano fissate i
'nziti, setole di maiale, che servivano per guidare lo spago attraverso

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Funnurigghi – Luigi Barraco

i fori praticati sul cuoio. Le setole venivano fissate avvolgendole


all’estremità dello spago che veniva sfilacciato.
Si procedeva quindi ad unire le varie parti: i pezzi della tomaia
venivano 'ncusturati, cuciti tra di loro e foderati con pelle di cavallo
o di montone, dopo che i due rinforzi, pizzottu e cappillittu, erano
stati momentaneamente fissati con colla di farina. U scarparu quindi
praticava dei fori con la lisina ri ‘unciri o lisina fina, un corto e
sottile ago dotato di solida impugnatura di legno, e inseriva nello
stesso foro, ma da bande opposte, le due estremità dello spago e lo
tirava con forza con un caratteristico movimento di apertura delle
braccia, realizzando quello che veniva chiamato puntu chianu. Per
non ferirsi le mani mentre tirava lo spago, l'artigiano si proteggeva
con i cadderi, una speciale striscia di pelle munita di due anelli che
venivano infilati nel pollice.

Uno dopo l'altro venivano così uniti la mpigna con il cappillittu, i


carcagni, ‘u pizzottu e ‘u pustizzu, quindi si mettia ‘n capu la
scarpa, si sistemata cioè la tomaia così cucita sulla furma inserendo
gli eventuali spessori per meglio seguire la forma del piede. Si
procedeva quindi a ‘ntacciari la chiantedda, cioè a fissare con

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Funnurigghi – Luigi Barraco

alcun corti chiodi, siminzedda, la tramezza sotto la pianta della


forma. L'artigiano afferrava la tomaia con la tinagghia di muntari, e
la stirava sulla forma, la bloccava con i chiodi a spilla lungo la
chiantedda, avendo cura di sistemarli ad una distanza reciproca non
superiore al centimetro per evitare la formazione di pieghe.
Si passava poi
alla fase più
delicata di tutto il
processo di
lavorazione, la
nchiantiddatura.
Si trattava di
applicare il
girichianu, una
sottile striscia di
cuoio duro, a giro
sul risvolto della
tomaia, unendo
con punti
perfettamente
uguali, tomaia,
tramezza e
girichianu, per
bloccare la
struttura della
scarpa.
L’artigiano,
seduto sul suo
sgabello, (una sedia con seduta a forma quadrata senza spalliera)
davanti al vancareddu, (una specie di tavolino di forma
generalmente ovale sul quale venivano posati i vari attrezzi che
venivano usati durante la lavorazione), teneva stretta e capovolta tra
le gambe la forma così foderata e procedeva alla cucitura facendo
uso della lisina pi ‘nchiantiddari, più robusta e ricurva della
precedente. Si preparava in seguito il suttapettu, un sottile strato di
cuoio, ricavato generalmente da scarpe vecchie,e si sistemava tra a

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Funnurigghi – Luigi Barraco

chiantedda e u pettu, la vera e propria suola. U pettu veniva cucito a


puntu allazzatu, un punto più resistente e voluminoso del
precedente, assieme al girichianu, facendo uso della lisina di
puntiatu,dalla punta ricurva e appiattita. La cucitura della suola
veniva eseguita all’interno di un leggero intaglio, realizzato con il
trincetto a 2-3 millimetri di distanza dal bordo esterno del petto, e
allargata con lo spartipunti, una spatola con la punta appiattita e
ricurva. La ‘ntacca serviva a preservare lo spago, e veniva, a lavoro
eseguito, richiusa con la stecchetta, una stecca d’osso ricavata da
una costola d'agnello.
Dopo che la suola
era cucita si
preparava il
tacco. Per prima
cosa si fissava u
sbordu, una
sottile striscia di
cuoio pizziatu,
cioè intagliato,
per meglio
seguire il
contorno
curvilineo, avente
la funzione di
livellare la suola,
quindi si
fissavano i vari
strati di cuoio
per mezzo di
sottili chiodini
senza testa,
sull’ultimo strato,
u suprataccu, si
piantavano a giro
i chiodi a testa
quadrata detti fascetti. L'artigiano, dopo aver inumidito il tacco,

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Funnurigghi – Luigi Barraco

procedeva quindi a 'ncuzzari, cioè compattare i vari strati,


utilizzando a pinna del martello.
Dopo aver completato il tacco si iniziavano i lavori di rifinitura. Con
il trincetto si radugnava, si eliminavano cioè i bordi sporgenti con
il trincetto. Il lavoro continuava poi con la raspa (raspiari) e la lima
(limari), quindi si levigavano i contorni con un pezzo di vetro
ricurvo) e per ultimo con la carta vetrata (sbritriari, proteggendo la
tomaia con un quadrato di alluminio detto rifilaturi. Si effettuava
infine la lucidatura a freddo dei bordi della scarpa con l’uscettu , un
parallelepipedo rettangolare di legno di bosso o di limone che
veniva sfregato sulle superfici leggermente inumidite. Nelle scarpine
la lucidatura del bordo della suola e del tacco veniva effettuata a
caldo tramite due particolari attrezzi: l'uscettu ri ferru o bullu e a

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Funnurigghi – Luigi Barraco

stecchetta, questi, dopo essere stati scaldati sulla fiamma, servivano


a stendere la cera fusa
sui bordi e sul tacco.
A questo punto si
procedeva alla
sformatura della
scarpa, un'operazione
tutt'altro che agevole.
Per prima cosa si
estraeva u cugnu col
tirafurma; la parte
restante della furma
poteva essere estratta,
in assenza di
tirafurma, facendo uso
di una barra di ferro e
di una fune. La fune si
faceva passare dal
foro della forma
praticato all’estremità
alta del calcagno e le
estremità si
annodavano alla barra
di ferro che veniva bloccato nello sgabello con le cosce. Si reggeva
saldamente nelle mani la scarpa capovolta e si tirava con energia
fino a separare la furma dalla calzatura.
Liberata la scarpa dalla furma si applicavano gli occhielli per
l’allacciatura. Si praticavano prima i fori sulla parte della tomaia
corrispondente al collo del piede, opportunamente rinforzata con la
cucitura nella parte interna di una striscia di crosta, con il picciaturi,
uno speciale attrezzo con una ganascia a forma di rotella girevole
munita di cinque o sei punte leggermente coniche di diverso
diametro. Regolata la ruota in modo da usare la fustella delle misura
adatta, si poneva lo strato di cuoio, sovrapposto ad un pezzo di
cartone, tra la fustella e la ganascia piana. Attorno ai fori così
ottenuti si punzonavano altrettanti occhielli, nella parte bassa si

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Funnurigghi – Luigi Barraco

utilizzavano di norma quelli passanti, ucchiddi, nella parte alta


invece si utilizzavano quelli aperti, aricchi.
I lacci delle scarpe, di campagna o di salina, venivano ricavati dal
calzolaio da sottili strisce di cuoio arrotondate e battute con il
martello sul ferru di battiri. L’ultima finitura si praticava sul
girichianu. Si marcava u puntu facendo uso della rutidda ri
pizziari, costituita da una impugnatura in legno nella quale era
incastrato un asse in acciaio portante all’estremità una rotellina
girevole dentata. La rutidda, riscaldata con la lampa, una lattina
contenente olio e uno stoppino di cotone, veniva poggiata su un
pezzo di cera tenuto con l’altra mano sul bordo della scarpa, facendo
scorrere la rutidda sul girichianu si scioglieva la cera e nello stesso
tempo si lasciavano i segni delle rigature laterali. In seguito si
strofinava con un panno la parte interessata per eliminare la cera in
eccesso e in ultimo si lucidava la scarpa. La superficie della suola,
dopo avere calzato la scarpa su una opportuna forma di ferro, veniva
generalmente ricoperta di tacci, corti e tozzi chiodi dalla testa
bombata e zigrinata, maggiormente convessi nelle scarpe di
campagna, più piatti, ma
sistemati in maniera più fitta
nelle scarpe dei salinai. In
alternativa, per salvaguardare
le parti più soggette all’usura,
punta e tacco, veniva fissato
su queste un pezzo di lamiera
zincata a forma di
mezzaluna. Le scarpe
ultimate venivano ‘nzivate
con grasso di pecora
fluidificato a caldo con olio.
La scarpa poteva essere, in
seguito, pulita con un limone
tagliato a metà e avvolto in
una pezzuola e quindi
esposta al sole davanti alla
soglia della bottega.

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Funnurigghi – Luigi Barraco

CRIVARU
L'operazione di cernitura rappresentava nel mondo contadino la fine
del ciclo produttivo dei cereali e delle leguminose e l'inizio del ciclo
del consumo. In genere il contadino, dopo avere, con l'aiuto del
mulo, cacciatu e quindi spagghiatu il frumento o la favetta, si
poneva al centro dell’aia e provvedeva a sistemare di un treppiedi,
tripporu, costituito da tre lunghe assi di legno resistente e flessibile
(manna), tenute assieme da una corda al centro del quale veniva
sospeso il vaglio

L'operazione prevedeva l'uso di crivelli a maglia progressivamente


più piccola, che abilmente roteati col tipico ampio movimento
permettevano, con la combinata azione del vento, la separazione
delle parti. Con u crivu sbarratozzu, si operava la prima cernita che
serviva a scartare le parti più grossolane delle spighe ancora
parzialmente integre, ruppa, dal resto. Un secondo crivello, u crivu
passaturi con la maglia più stretta separava il grano dalle altre
impurità: piccole pietre e semi estranei. Il grano pulito, che si
recuperava veniva conservato all’interno dei cannizzi (capienti silos

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Funnurigghi – Luigi Barraco

di canne
intrecciate),
tuttavia
periodicamente lo
si vagliava poi
prima di essere
macinato, per
evitare che fosse
attaccato dai
munaceddi una
specie di coleotteri
che si nutrono di
granaglie. A tale
scopo veniva
utilizzato u crivu
d’occhiu, uno
setaccio con la rete
prevalentemente
metallica che
lasciava cadere la
polvere e ogni
scoria residua.
Per selezionare i chicchi di grano a seconda della loro grandezza
(ammastrari lu furmentu), si faceva uso di un altro particolare
crivello detto pittina, il cui fondo era costituito da un foglio di pelle,
forato con piccole aperture ellittiche a forma del seme. Si divideva
in tal modo il grano destinato a semente dai granelli più piccoli. La
cernita, come anticipato, era eseguita anche per i legumi e altre
produzioni agricole per liberarle dalle impurità, chiaramente si
faceva uso di crivelli con maglie adeguate.
I criva erano perciò strumenti di largo impiego sia nelle attività
domestiche sia in quelle agricole. La loro costruzione richiedeva una
particolare competenza tecnica che era patrimonio di pochi e
ricercati artigiani che lavoravano la pelle degli animali, infatti la
maggior parte dei criva aveva maglie realizzate con il cuoio.
Venivano utilizzate maggiormente pelli equine e bovine per i vagli

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Funnurigghi – Luigi Barraco

di grosse dimensioni, ma, nel caso di crivelli più piccoli, talvolta


anche quelle ovine. usualmente si dividevano i quarti anteriori da
quelli posteriori: i primi, che presentavano una pelle più sottile,
venivano adoperati per la realizzazione dei criva passatura; i
secondi erano destinati a costituire le reti dei criva sbarratozzi.
Le pelli appena scuoiate erano cosparse di sale e, dopo essere state
tagliate in quarti, messe in acqua, dentro dei tini di legno per circa
tre giorni, curando di cambiare frequentemente (5-6 volte) l'acqua.
Lasciate asciugare al sole, venivano successivamente montate su
una sorta di telaio verticale di forma circolare. L’artigiano, avendo
cura di stirare bene la pelle, provvedeva, con un affilato coltello alla
depilazione e alla scarnatura. Ultimata questa operazione le pelli
venivano ulteriormente immerse in acqua e poi esposte al sole per
l’asciugatura. Le pelli, venivano quindi ritagliate in lunghe e sottili
strisce (6 mm. per criva sbarratozzi, 4-5 mm. per quelli passatura),
lunghe fino a settanta metri. Inutile dire che questa era
un’operazione particolarmente impegnativa. Questa striscia di cuoio
detta ròcciula era prima leggermente bagnata e successivamente
ritorta con l’aiuto di un fuso, poi era raccolta fino a formare un
grosso gomitolo o marredda. Per la tessitura di un solo crivu
sbarratozzu, che aveva il diametro di un metro, occorrevano più di
tre marreddi, cioè circa 250 metri di rocciula.
L’artigiano a questo punto realizzava l'arbula, la fascia di legno di
faggio che costituiva il telaio dei crivelli. Questa, alta una ventina di
centimetri, era tagliata a misura: per un crivello del diametro di un
metro, essa era luna poco più di 3,50 metri, in quanto la sua
lunghezza doveva comprendere anche a ncapizzatina, una
sovrapposizione delle estremità di quindici-venti centimetri che
veniva rafforzata con piccoli chiodi Si praticavano quindi i fori
lungo tutta la circonferenza, dopo avere però realizzato, per mezzo
di un graffietto o signaturi, una lieve incisione lungo i bordi che
fungeva da guida per l'allineamento dei buchi. La distanza tra questi
variava ovviamente al variare dello spessore della ròcciula e della
compattezza della trama. I buchi, che venivano praticati con l'aiuto
del succhiello, birrina, e dovevano essere sempre in numero pari,
per evitare che la rete risultasse squilibrata.

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Funnurigghi – Luigi Barraco

A questo l’artigiano e un aiutante cominciavano a téssiri il crivello,


sedendo uno di fronte all’altro, su sgabelli senza spalliera, che
presentavano due assi ad angolo retto, aventi la funzione di
trattenere il cerchio di legno. Per favorire il passaggio della ròcciula,
preventivamente fatta rinvenire con immersione in acqua, attraverso
i fori del telaio, si ricorreva all’impiego dei saccurafi, grossi aghi
ricurvi che variavano di misura a secondo dello spessore del filo di
cuoio e del diametro del buco. La tessitura si svolgeva in due fasi
distinte, prima si realizzava l’orditura e poi la trama. L’estremità
della ròcciula si faceva passare attraverso i fori rispettivamente
opposti e contigui dell'arbula. Il filo di cuoio ovviamente non era
ininterrotto, eventuali giunture venivano mimetizzate sotto la
cimusa un bordo in cuoio fissato in corrispondenza dei buchi La
congiunzione detta, nchiummatina, era eseguita praticando con il
coltello due asole alle estremità delle parti da unire, s’inseriva la
punta dell’una dentro l’occhiello dell’altra, e viceversa realizzando
un nodo piano.
Ultimato l’intreccio, si aggualava il tutto, cioè si sistemava e
pareggiava la disposizione dell’ordito e della trama, per mezzo di
appositi pettini ri ferru. Per rinforzare la struttura si fissava,
all'interno del telaio, il
contracircu, una striscia
di legno alta circa 2 cm.
Sempre sulla parte interna
si inchiodavano poi due
manici in legno che
facilitavano la presa del
crivello durante
l’operazione di cernitura e
si praticavano tre fori alla
stessa altezza, che
servivano per il passaggio
della corda che avrebbe
tenuto in sospensione il
crivello sul tripporu.

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Funnurigghi – Luigi Barraco

STAGNINU
Tra i mestieri scomparsi un posto tocca allo stagninu, un artigiano
che lavorava una materia duttile e relativamente poco costosa, a
lanna, la sottile lamiera di ferro dolce. Di lamierino erano costruiti i
più svariati utensili: cuppina (mestoli), rattalora (grattugie), sicchia
(secchi), cannalati(grondaie), cafisi (contenitori per l'olio)ecc.

Accanto allo stagnino, che aveva la sua bottega, esisteva un


artigiano ambulante, u stagnataru, che realizzava gli stessi
manufatti, ma che più spesso si dedicava alla stagnatura di quarara
(pentole di rame). Il lavoro consisteva nel fare le saldature a stagno
per "aggiustare" vari tipi di recipienti metallici; pentole, pentoloni
"quarara", ma soprattutto nel passare o ripassare uno strato di zinco
all'interno delle pentole di rame. Quest'ultima operazione era
necessaria per poter utilizzare le suppellettili di rame, perché queste
rilasciano una sostanza tossica a contatto con gli alimenti, lo strato
di zinco creava un sicuro isolante. Per questa operazione l'artigiano
faceva fondere lo stagno in un apposito pentolino, quindi, ne versava
il contenuto all’interno del calderone preventivamente riscaldato sul
fuoco ad evitare che lo stagno fuso, a contatto con le pareti fredde

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Funnurigghi – Luigi Barraco

del calderone stesso si solidificasse immediatamente. Per


maneggiare La pentola calda l’artigiano faceva uso di una tenaglia a
punte appiattite, simile a quelle usate dai fabbri per fucinare il ferro,
lo stagno invece veniva
uniformemente distribuito
tramite una paletta di
ferro.
Gli arnesi che erano usati
dallo stagnino erano: 1) a
fòrfici, delle grosse cesoie
per tagliare le lamiere da
utilizzare per rattoppare,
dotata di estremità
dell’impugnatura
ripiegate, in modo da
pressare il foglio durante
il taglio assicurando un
lavoro più preciso; 2)
ferru pi stagnari
costituito da un pezzo di
rame a forma di tronco di
piramide a base
quadrangolare infisso ad
una breve sbarretta in
ferro, munita di
un’impugnatura in legno che fungeva da isolante in quanto l’attrezzo
veniva utilizzato a caldo. In pratica si poggiava la punta arroventata
sulla bacchetta di stagno solido e se ne provocava così la fusione. La
piccola parte che restava attaccata alla punta veniva distribuita sulle
superfici da saldare, precedentemente pulite e rese ruvide con una
pennellata di acido muriatico; 3) delle barrette di una lega di stagno
e piombo (per le saldature dolci) di una lega di zinco rame e piombo
(per le saldature forti); 4) dei martelli di varia dimensione per
sagomare i rattoppi di lamiera; 5) i fogli di lamiera.
Per il suo lavoro l’artigiano si approvvigionava di lamiere di
spessore variabile da 4/10 a 12/10, sia del tipo zincato, utilizzato per

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Funnurigghi – Luigi Barraco

le grondaie, sia del tipo stagnato necessario per la realizzazione degli


altri manufatti
I chiodi utilizzati per l’applicazione dei manici sulle pentole,
tipicamente corti e con la testa larga e schiacciata, erano realizzati
dall'artigiano stesso con delle piccole strisce di lamiera arrotolate a
forma di piccolo cono. La punta di questo cono veniva introdotta in
uno dei fori circolari di un basso parallelepipedo di ferro: a
chiuvera. L’artigiano quindi provvedeva a creare con un piccolo
martello la testa del chiodo ribattendo la base del cono fino a farla
diventare semisferica.
U stagninu, per realizzare i suoi manufatti non utilizzava un vero e
proprio piano di lavoro, in genere, infatti, il foglio di lamiera veniva
steso a terra e si misurava con la reula, un’asta appiattita di ferro che
serviva per rigare, la superficie nel punto in cui si doveva tagliare.
Per realizzare una linea curva si tracciava la circonferenza con un
compasso di ferro dalle estremità leggermente ricurve ed appuntite,
la punta del compasso fatto ruotare dalle abili mani dell'artigiano,
lasciava sulla lamiera dei segni che facevano da guida alla cesoia se
la superficie doveva essere tagliata, oppure al punteruolo di ferro se
doveva essere traforata.
Ritagliate le varie sagome costituenti l’oggetto, si provvedeva, se era
il caso, a saldarle tra loro direttamente con lo stagno oppure
mediante l'incastro detto 'ncagghiunata. In pratica si realizzava una
sorta di piega ad U sulle estremità da unire e si provvedeva ad
incastrarli tra loro; gli incastri venivano quindi ribattuti con il
martello su un lungo barra verticale di ferro, infissa a terra, con la
testa piatta avente la funzione di incudine. Per ribattere o modellare
a sbalzo la lamiera, lo stagnino faceva ricorso ad un mazzuolo in
legno e a delle piccole incudini portatili, i tassi, di forma variabile
per adattarsi alle varie esigenze.
Per la realizzazione di alcuni manufatti, come ad esempio i muti, gli
imbuti, lo stagnino utilizzava delle dime coniche di legno di
dimensione variabile. La forma era tenuta tra le gambe dell’artigiano
che facia u coppu, cioè avvolgeva attorno alla dima il foglio di
lamiera, i pezzi modellati erano poi saldati a stagno.

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Funnurigghi – Luigi Barraco

STAZZUNARU
U stazzunaru, l’artigiano che si occupava della lavorazione della
creta aveva delle analogie con il panificatore, il «pane di creta»
veniva infatti ‘mpastatu, scanatu, ‘nfurnatu, cottu.
Per prima cosa egli sia approvvigionava della creta necessaria,
questa era ricavata in estate da uno scavo a cielo aperto, u fossu a
crita per mezzo di normali attrezzature per lo scavo, picconi, zappe e
pale. Il materiale scavato veniva caricato sul carretto e portato o
stazzuni, la bottega dell’artigiano, quindi veniva ammucchiata in
uno spazio aperto e pianeggiante dove veniva stuffuniata
(ammminutata) cu zappuni, una zappa dalla lama trapezoidale
leggermente ricurva e lasciata ad asciugare all’aria aperta per
qualche tempo, anche perché l’esposizione agli agenti atmosferici
contribuiva ad
accrescerne la
plasticità.
L’argilla veniva poi
trasportata per mezzo
di carteddi simili a
quelle usate nella
salina dentro una
particolare struttura
circolare, a mauta,
una sorta di scodella
dal diametro di 4-5
metri con il fondo in
pietra scalpellata con
un bordo di 10-15 cm
che impediva
all’impasto di
fuoriuscire durante le
successive
lavorazioni. Oltre ai

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Funnurigghi – Luigi Barraco

mucchietti di argilla si aggiungevano ceste di sabbia di mare in


ragione di 22 ceste di creta 20 di sabbia. Si aggiungeva inoltre una
quantità di acqua che veniva fatta defluire nella mauta attraverso una
cesta ricolma di sale marino grosso (in ragione di una cesta di sale
ogni 5 di creta).

Quindi si cominciava a miscelare il tutto inizialmente per mezzo di


una pala di legno, poi si ‘mpastava il tutto per mezzo degli zoccoli
di un animale, in genere un mulo che veniva fatto girare in torno
fino a quando l’argilla si presentava come una amalgama compatta
ed uniforme, non trascurando di spingere ogni tanto l’impasto verso
il centro della mauta. A questo punto l’impasto veniva scanatu, in
pratica per mezzo del piede creavano dei settori circolari concentrici
di creta larghi circa 25 cm, quindi sempre con il piede si staccavano
piccoli blocchi arcuati lunghi 40-50 cm che venivano sistemati
affianco alla mauta in un cumulo a forma di parallelepipedo che
veniva ricoperto da sacchi di juta (saccata) tenuti costantemente
umidi per evitare che la creta si asciugasse prematuramente.
Tutto era ormai pronto per la realizzazione dei manufatti tipici i
maruna (mattoni) e i ciaramiri (tegole). L’artigiano separava con la
mano un pezzo di argilla sufficiente a riempire a finestra, uno

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Funnurigghi – Luigi Barraco

stampo realizzato in legno o in ferro, di forma trapezoidale con le


basi di 20e 28,5 ed un'altezza di 48 cm. L’operazione veniva
effettuata su un ripiano di pietra, o di legno, a banchina, di circa
1,20 x 0,60 metri alto circa 80 cm, che era sormontato da due coni di
argilla alti rispettivamente circa 25 cm che servivano a reggere u
mòraru, una
dima
semicilindrica
di legno dotata
di un manico.
In pratica u
stazzunaru,
dopo aver
cosparso il
ripiano con un
poco di sabbia,
per evitare che
l’argilla si
attaccasse,
riempiva lo
stampo
lisciando per
bene l’argilla,
quindi
poggiava il
tutto sul mòraru, anch’esso cosparso di sabbia, e sformava a
ciaramira che assumeva la tipica forma convessa, quindi l’artigiano
sollevava la dima per il manico e con cura faceva scivolare la tegola
per terra. Man mano che il lavoro procedeva l’artigiano stinnia a
robba, cioè disponeva in lunghe file le tegole ad asciugare, solo
dopo un paio di giorni, le tegole veniva sollevate e messe in verticale
in gruppi di 5-6 l’una addossata all’altra, sostenute da una
leggermente inclinata. In maniera del tutto simile si ricavavano i
mattoni quadrati e quelli rettangolari, con la differenza che la

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Funnurigghi – Luigi Barraco

finestra era costituita nel primo caso da un quadrato di circa 22 cm


di lato, nel secondo caso la finestra era doppia, inoltre la formatura
dei mattoni avveniva direttamente a terra. Anche i mattoni dopo un
paio di giorni venivano messi in verticale disponendoli l’uno
addossato all’altro in maniera incrociata. L’artigiano prima della
completa asciugatura rifiniva i bordi dei manufatti con la rasula, una
squadretta di ferro, ideale per eliminare eventuali imperfezioni ed
eccedenze.
I manufatti asciutti venivano impilati e portati dentro la bottega, in
attesa di essere cotti al forno, occorreva però aspettare che venisse
realizzata a robba torniu, cioè gli oggetti realizzati al tornio, questa
lavorazione veniva affidata o mastru torniu, un artigiano
specializzato che spesso serviva a turno tutti i ceramisti della
contrada.

La preparazione dell’impasto argilloso avveniva seguendo le


procedure già viste, solo si curava di ridurre il contenuto in sabbia e
si limitava anche l’uso del sale che avrebbero reso meno malleabile

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Funnurigghi – Luigi Barraco

la creta. Inoltre l'artigiano prestava una particolare importanza alla


compattezza dell'argilla e alla sua malleabilità. Per aumentarne le
caratteristiche plastiche egli la stirava con le due mani fino a
provocarne la rottura, quindi sbatteva i due pezzi ottenuti l'uno
contro l'altro e ripeteva più volte il procedimento. Il tornio, del tipo
a pedale, era costituito da due piani circolari fissati ad un’asse
verticale girevole, distanti tra loro circa 60 cm. La ruota inferiore,
più ampia, messa in moto dall’azione dei piedi del tornitore,
trasmetteva il moto al disco superiore dove l’artigiano poneva,
centrandolo, u badduni, un cilindro d’argilla di circa 30-40 cm di
altezza e 10-15 di diametro. Successivamente l’artigiano avviava la
rotazione del volano, stando attento a mantenerla uniforme, quindi,
se necessario, equilibrava la massa argillosa mediante piccoli
spostamenti imposti con le mani tenute costantemente bagnate per
tutta la lavorazione. Contemporaneamente egli imprimeva all’argilla
una forma cilindrica, alta circa 40-50 cm, quindi mentre con il palmo
seguiva il contorno cilindrico, affondava i pollici nel centro della
massa argillosa, creando un foro (picciava u badduni) che

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Funnurigghi – Luigi Barraco

progressivamente allargava allontanando le mani, l’incavo veniva


poi sempre più allargato per mezzo delle dita della mano sinistra,
opportunamente contrastate dall’esterno dalla mano destra. Sempre
durante questa fase u masru torniu modellava l’argilla secondo la
sua destinazione, prendevano forma cosi i carusi, salvadanai, i
murtara, mortai per il pesto, i cufuna, piccoli contenitori utilizzati
come bracieri, i bummuli, e i bic-bac contenitori portabili per
l’acqua potabile, quest'ultimo dotato di un diaframma forato in
terracotta che produceva, durante la mescita, il caratteristico rumore
da cui appunto il nome,i lemmi, bacinelle di forma tronco conica, i
rasti, vasi di terracotta, i quartare o lanceddi, piccole anfore, i
mafarardde, contenitori simili ai lemmi, ma ancora più svasati,
utilizzati per ‘ncucciari u cuscusu, prelibato piatto di pesce tipico
dell’interland trapanese, a cuscusera per la cottura a vapore del
cuscus, simile allo scolapasta, i cantari, antenati delle moderne tazze
wc, e così via. L’ultima fase lavorativa consisteva nel rifinire la
parte esterna, eliminando le imperfezioni per mezzo di u pettini, una
spatola di legno a forma più o meno rettangolare con al centro un

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Funnurigghi – Luigi Barraco

buco per facilitarne la presa. Ultimata la rifinitura, l’artigiano


staccava l’oggetto per mezzo di un sottile spago che veniva tirato a
se segando di fatto la base del pezzo e li metteva ad asciugare.
Da un baddunì di argilla del peso medio di 5 Kg l’artigiano poteva
realizzare un singolo oggetto grosso come nel caso delle quartare, o
più oggetti piccoli come i murtara, i carusi, i murtara, in questo
caso essi venivano realizzati in serie, un dopo l’altro dalla stesso
badduni.
L’artigiano ultimati gli oggetti al tornio provvedeva, nei casi in cui
necessitava, a realizzare i manici, questa fase lavorativa ha generato
un detto alquanto malizioso: u stazzunaru metti u (primu) manicu
unn‘è-gghiè, l’‘autru ‘nfacci cioè l’artigiano il primo manico può
metterlo dove capita, ma per il successivo deve seguire la
simmetria.
Una lavorazione
diversa veniva seguita
quando si realizzavano
i panciuti recipienti di
grande capienza
utilizzati, in genere
per l’olio. Le giarre
più piccole, fino ad
una capienza di 40 –
50 litri, venivano
realizzate in due pezzi,
ricavati uno dopo
l’altro. Inizialmente
veniva realizzata la
parte inferiore, quindi
sull’orlo di questa
veniva praticata un
incavatura destinata ad
accogliere ad incastro
la parte superiore.
Quest’ultima veniva

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Funnurigghi – Luigi Barraco

realizzata non al tornio, ma su una superficie piana, con una tecnica


completamente diversa, in pratica l’argilla veniva spianata fino a
realizzare un grosso rettangolo che poi veniva piegato a cilindro e
quindi con cura veniva fatta combaciare sul bordo della parte
inferiore. L’artigiano provvedeva quindi a saldare le due parti
agendo contemporaneamente dall’interno e dall’esterno, mentre un
aiutante ruotava lentamente il tornio. Analogamente si procedeva per

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Funnurigghi – Luigi Barraco

i recipienti più grandi, realizzando più fasce che venivano poi


saldate con il metodo prima descritto. U mastru torniu era pagato a
cottimo, in funzione della quantità di creta che lavorava. L’unità di
misura alla quale i vari manufatti di diversa grandezza venivano
rapportati, sia per la foggiatura che per la commercializzazione era
la testa. La tradizione fissava in maniera precisa queste dimensioni,
per cui ad esempio, quando si realizzava o si commissionava na
testa i lemmi, occorreva precisare se si trattasse di un lemmu di na
testa, di lemmi ri rui, ri tri, ri quattru, ri ottu o ri ddùrici. Se per
formare na testa occorrevano dodici lemmi si trattava evidentemente
di quelli più piccoli, u lemmu di na testa era invece il più grande, in
grado di contenere circa trenta litri.
Una volta che tutti i manufatti erano stati realizzati e asciugati, si
caricava il forno, questo era in genere del tipo verticale, a camera di
cottura cilindrica e a fiamma ascendente, provvisti di una cappa
temporanea realizzata, secondo una nota tecnica arcaica, con cocci
di risulta poggianti sulla robba in cottura. La camera di
combustione, a pianta circolare era sormontata dal dammusu, una
volta ad uovo, che fungeva anche da piano di posa della camera di
cottura. Nel dammuso erano praticati dei buchi di diversa grandezza
che consentivano il passaggio e il convogliamento delle fiamme, del
fumo e del calore nella camera di cottura. Lateralmente e sopra il
dammuso c’era un’apertura: a purtedda, che serviva per il carico, il
riempimento del forno cominciava con le tegole, poi si continuava
con i mattoni e solo per ultimo si mettevano i manufatti realizzati al
tornio, più fragili, quindi letteralmente si murava con cocci e argilla
(critazzu) l’apertura, curando di lasciare una sorta di spioncino più
debole in alto che veniva rotto per ispezionare lo stato di cottura: se
la terracotta era bianca si poteva interrompere la cottura, in caso
contrario occorreva alimentare ancora la fornace. Normalmente la
fase di cottura prevedeva un’alimentazione continua delle fiamme,
cosa che veniva fatta attraverso la bocca di carico del forno, per un
periodo di 12/15 ore; a cottura effettuata si apriva a purtedda, si
arieggiava la camera di cottura per fare raffreddare i manufatti che a
questo punto erano pronti per la vendita.

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Funnurigghi – Luigi Barraco

CONZAPIATTI E LEMMA
Quello del conza piatta e lemma era il mestiere tipico di un epoca in
cui il consumismo non aveva fatto presa nella nostra cultura. La
riparazione consentiva di usare ancora per anni le terraglie e il costo
richiesto era notevolmente più basso di quello necessario per
l'acquisto di uno nuovo.
Il suo lavoro, magnificato dal capolavoro letterario La Giara di
Pirandello, consisteva nel girare per le contrade abbanniannu
(gridando) le sue prestazioni che appunto consistevano nella
riparazione del vasellame in terracotta in genere: piatti, vasi, lemma,
mafararde, giarre e quant'altro serviva nell'uso quotidiano.
L'attrezzatura era abbastanza semplice: un trapano ad arco, una serie
di punte per forare, del filo di ferro e del "miracoloso mastice" di
gesso; la bravura consisteva nel forare i cocci con una serie di buchi
paralleli tra loro che seguivano da vicino la linea di frattura e
consentivano, una volta accostati i lembi, di trattenerli in sede con i
punti, legature con fil di ferro.
Il costo della riparazione dipendeva in genere dal numero di punti
ma anche dall'importanza del pezzo riparato.

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Funnurigghi – Luigi Barraco

SAPUNARU
Il sistema di fabbricare il sapone consisteva nell'utilizzare la morchia
"murga" (residuo dell'olio d'oliva), che il sapunaru comprava presso
i frantoio locale o in quelli dei paesi limitrofi, oppure la reperiva da
persone che la compravano a loro volta in giro per i paesi "i
murgalori ". La murga veniva raccolta e conservata negli otri " utra
" (recipiente di pelle di capra) e poi lavorata con l'aggiunta di cenere
(ottima quella ottenuta dal mallo delle di mandorle), che contiene
potassio, questo ultimo serviva per fare avvenire l'idrolisi alcalina
degli acidi grassi . Il tutto poi veniva versato in un tipico recipiente
"a quarara " e fatto bollire. Dopo circa cinque ore di cottura, il
sapone, del tipico colore giallastro, che via via si formava finiva
nelle vasche di raffreddamento dove veniva rimosso spesso con
l'aiuto di una cazzuola da muratori, quindi veniva conservato in delle
latte o barili e pronto per la vendita. Se si voleva che il sapone
assumesse una gradevole colorazione verde, nella prima fase di
cottura si aggiungevano le "pale "cioè i cladodi di fico d'india . Il
sapone che si otteneva con
questo procedimento era u
sapuni moddu e la
consistenza derivava dal
potassio, cioè la base
contenuta nella cenere, se
si fosse usata la liscia
(sodio), si sarebbe
ottenuto un sapone duro il
cosiddetto sapone di
Marsiglia. In ogni caso il
potere detergente era
favorito dall'abbondante
olio di gomito!! delle
donne che con vigore
strofinavano la biancheria
su una tavola scanalata di
legno: u stricaturi

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Funnurigghi – Luigi Barraco

PASTORIZIA
La pastorizia risulta tuttora il settore dell'allevamento zootecnico
predominante nel meridione e nel Trapanese, quasi sicuramente in
risposta alle condizioni climatiche. La penuria d'acqua e la
prolungata siccità, con la conseguente scarsa disponibilità di pascoli
abbondanti e nutrienti, hanno di fatto ostacolato l'allevamento dei
bovini indirizzando gli allevatori verso animali più frugali come gli
ovini e i caprini. Tra l'altro, questi ruminanti presentano un ciclo
riproduttivo che coincide con la stagione delle piogge, ragion per cui
le aumentate esigenze nutritive possono essere soddisfatte dalla
naturale crescita delle erbe. Il mestiere di picuraru o peggio
craparu, pur diffusissimo nel passato, non era socialmente tenuto in
grande considerazione, anzi non veniva considerato neanche un
mestiere; i ragazzi che erano indirizzati verso un artigiano, infatti,
andavano a 'nsigniarisi l'arti, mentre chi intraprendeva il mestiere di
pastore era, in senso dispregiativo, semplicemente adduato, cioè
pagato per svolgere quello
che era considerata quasi
una punizione divina.
Il mestiere di picuraru è un
mestiere duro, ma
sicuramente nel passato lo
è stato ancor di più: i
contatti con il mondo
civile si riducevano a quelli
con i commercianti a cui,
con cadenza settimanale,
veniva venduto u fruttu,
cioè la produzione casearia.
Nella memoria collettiva i
pastori sono uomini dal
volto riarso dal sole,
taciturni, introversi, con la
barba lunga di qualche
giorno, il simbolo vivente

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Funnurigghi – Luigi Barraco

della solitudine. Solo è, infatti, egli per ore e ore, per intere
giornate, solo nell’espletare i suoi compiti giornalieri: la guardia del
gregge, la mungitura, la caseificazione, la ricerca dei pascoli.
L’animale deve infatti essere munto a ore fisse, il latte deve essere
utilizzato entro qualche ora dalla mungitura, specie nei periodi caldi,
la caseificazione prevede tempi ben determinati: l’uomo non traccia
le fasi del ciclo, ma le subisce.
La giornata del pastore cominciava la mattina, con l’avvio delle
pecore al pascolo. Queste, dopo aver trascorso la notte chiuse dentro
a mannara un recinto spesso improvvisato, allestito con materiali
reperibili sul luogo, venivano liberate di buon ora e avviate al
pascolo. Se però la giornata si presentava umida, cioè se sull’erba si
era condensata l’acquazzina (rugiada) si ritardava l’uscita,
aspettando che, sotto l’azione diretta del sole, l’erba umida si
asciughi, evitando disturbi gastroenterici agli animali.
Giunti al pascolo, il pastore si limitava a taliari l’armali, a
controllarle. Durante tale attesa ingannava il tempo ricavando zufoli
da fusti di canna o intagliando la viria, l’immancabile bastone che lo
accompagnava del suo girovagare. Il bastone, serviva al pastore più
per appoggio che per percuotere il dorso degli animali. Per guidare
le pecore, infatti, il pastore faceva ricorso al lancio di sassi e a
tipiche articolazioni vocali. Il rientro all’ovile avveniva in genere
qualche ora
prima del
tramonto per
approfittare delle
restanti ore di
luce per
effettuare la
mungitura
Il pastore si
apprestava a fari
u fruttu, a
trasformare il
latte in formaggio
e ricotta.

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Funnurigghi – Luigi Barraco

Per prima cosa il latte veniva riscaldato nella quarara, sino a


raggiungere i 30-40° C, in pratica fino alla formazione di un
sottilissimo velu di panna sulla superficie del latte, visibile in
controluce. Solo allora il latte veniva versato nella tina, recipiente
realizzato con doghe di legno, assieme al latte appena munto,
filtrandolo attraverso il culaturi per liberarlo da peli e altre impurità.
Spesso alcuni caseificavano direttamente nella quarara.
U picuraru, quindi, univa al latte u quagghiu, l’enzima coagulante
ricavato direttamente dal contenuto dell’abomaso (stomaco) degli
agnelli, dopo averlo finemente amminutato e successivamente
sciolto in acqua tiepida dentro il vacileddu, una scodella di rame di
forma svasata, e infine filtrato nel culaturi, un crivello con le maglie
costituite da una tela di seta. Il caglio sciolto veniva versato nel latte
tenuto in
lento
movimento
tramite la
rotula, un
bastone in
legno con una
sorta di disco
all’estremità.
Sotto l’azione
della chimasi,
il latte
coagulava nel
giro di 30-40
minuti dando
vita ad un
massa sempre
più densa: la
quagghiata.
Il pastore
procedeva
quindi a
rumpiri a

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Funnurigghi – Luigi Barraco

quagghiata, operazione consistente, appunto, nel rompere e


frantumare la massa casearia fino a ridurla ad una dimensione
compresa tra una lenticchia e un chicco di riso. Questa operazione
consente la separazione della cagliata dal liquido sieroso, la lacciata.
Rutuliari è un arte, l’operazione doveva infatti garantire l’uniformità
della dimensione dei grumi, il cui complesso costituisce la tumma.
Per facilitare la separazione tra le due fasi si aggiungeva dell'acqua
calda. A questo punto la tumma era estratta dal fondo del recipiente
per mezzo di una scodella di rame e posta dentro i piacentini,
recipienti di giunco di forma cilindrica, dove essa per il suo stesso
peso e per azione di leggera pressione esercitata dalle mani perdeva
le ultime quantità di lacciata. I piacentini a loro volta erano sistemati
sulla cannara, un file di canne legate tra loro che consentiva lo
sgrondo del liquido dentro la tina. La prima fase della caseificazione
era così conclusa; u picuraru si dedicava quindi alla preparazione
della ricotta, considerata un sottoprodotto dell’attività casearia. La
ricotta, si otteneva portando, nella caldaia posta sul fuoco acceso, ad
alta temperatura la lacciata, dopo che a questa era stata unita la parte
recuperata dalla tina posta sotto i piacentini, e il sale, in ragione di
500-600 grammi per ogni 100 litri di lacciata. Superando i 50° C di
temperatura si
formava lungo la
parete della
caldaia un cerchio
biancastro di
bollicine
finissime era il
segnale atteso per
l’aggiunta del
latte intero (pari
ad almeno la
decima parte della
lacciata) e il tutto
veniva mescolato
lentamente con lo
zubbu, una sorta

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Funnurigghi – Luigi Barraco

di piccola scopa di curina. Raggiunta la temperatura di ebollizione,


si formava in superficie il cosiddetto ciuri ra ricotta, un sottilissimo
strato di ricotta e dalla molta schiuma dovuta all’ebollizione. Il
pastore provvede a scumari a ricotta, eliminando il velo di schiuma,
per mezzo della cazza, aspettando il momento in cui a ricotta
sbutulia, cioè si rivolta per effetto del sobbollire.
A questo punto la ricotta è pronta sia per essere consumata calda con
il siero, zarbina, sia per essere messa nei tipici contenitori di giunco
di forma tronco conica allungata, i fasceddi.
Si perveniva così all’ultima fase della caseificazione la «cottura»
del formaggio. La cottura era effettuata nel liquido, ancora caldo,
residuato dalla preparazione della ricotta. che veniva travasata nella
tina dove venivano immersi completamente i piacentini ripieni di
tuma. Dopo sei o otto ore il formaggio accutturato, veniva tolto
dalla tina, e messo a stagionare o avviato al consumo.

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Funnurigghi – Luigi Barraco

INDUSTRIA
Lo sviluppo industriale siciliano cominciò durante la dominazione
borbonica, grazie ad una serie di dazi protettivi. Tuttavia questo
precoce avvio non si è mai tradotto in una realtà trainante per la
nostra economia. Ancora oggi nel territorio di Trapani solo il settore
minerario e alimentare-enologico assumono una valenza economica
rilevante. In particolare, nel recente passato, l'attività estrattiva ha
costituito una fonte occupazionale per migliaia di operai che con il
loro lavoro hanno sostenuto l'economia locale e plasmato il
paesaggio circostante. È il caso delle cave di tufo di Favignana e
delle saline che si estendono ininterrotte da Trapani a Marsala

CAVE DI TUFO
Il tufo costituisce il tratto distintivo di Favignana, l'intera zona nord
orientale è costituita da questa pietra chiara, bianca appena estratta,
bionda ocra con il tempo, a grana fine e compatta, ricca di fossili,
docile all'intaglio. Per secoli il tufo rappresentò assieme alla pesca e
all'agricoltura la fonte primaria non solo dell'economia dell'isola ma
anche del trapanese. Lo sfruttamento risale ad epoca antichissima,
ma assunse il massimo sviluppo nel periodo compreso tra il 1700 e il
1950, assurgendo ad elemento trainante dell'economia insulare.
L'attività estrattiva, infatti, occupava un gran numero di pirriaturi,
tagliapietre, ma generava un enorme indotto tra carrettieri e
conduttori di schifazzi. L'estrazione di del tufo, condotta secondo
due sistemi: pirrere (cave) a cielo aperto o profonde gallerie, ha
plasmato la stessa isola, altissimi pinnacoli, svettanti guglie, enormi
anfiteatri, gigantesche colonne, ardite torri, misteriose
caverne, incredibili architetture che hanno contribuito a creare, con il
fantastico mare che le circonda, paesaggi di straordinaria
suggestione e dal grande valore antropologico.
Le prime cave, quelle più antiche, chiamate mafie dagli arabi, per
comodità furono aperte lungo la costa e oggi, a causa
dell'innalzamento del livello del mare, si trovano in parte sommerse.
I primi cavatori, infatti, aggredivano la roccia dal mare e poi si

97
Funnurigghi – Luigi Barraco

addentravano
nel ventre
dell'isola,
sezionandolo,
ed
estraendone,
con paziente
lavoro,
milioni di
blocchetti
squadrati
chiamati
genericamente
cantuna. La
lavorazione era in genere basata sul cottimo: il cavatore chiamato
pirriaturi prendeva in appalto un terreno, lo preparava a proprie
spese liberandolo per mezzo del picu dal cappiddazzu, cioè dallo
strato di calcare di pietra durissima superficiale, dello spessore di
uno, due metri. Poi cominciava il vero lavoro di estrazione. Il tufo
veniva tagliato in blocchetti perfettamente squadrati: che avevano
nomi specifici in funzione delle dimensioni:
• cantuni 25 x 25 x 50 cm,
• buzzuni 25 x 25 x 75 cm
• chiappa 35 x 25 x 50 cm
• chiappetta 30 x 25 x 50 cm
• timpagnolo 6-8-10 x 25 x 50 cm
Il lavoro era durissimo, una persona esperta nella lavorazione
riusciva a trinciare non più di 40 cantuna al giorno; l'attrezzo
principale era rappresentato da una sorta di piccozza dal taglio
particolarmente largo, a mannara, con questa sorta di accetta u
pirriaturi incideva il tufo seguendo linee parallele staccando in
ultimo il concio per mezzo du zappuni, una zappa con la lama
abbastanza lunga.

98
Funnurigghi – Luigi Barraco

Sempre con la mannara venivano realizzate le scannaddi, scalette


incavate nel tufo che consentivano al cavatore di scendere e risalire
dalle pirrere. I cantuna, impilati a gruppi di 12, venivano sollevati
per mezzo di un argano di legno u manganeddu. Arrivati in
superficie i cantuni venivano caricati sopra i carretti e trasportati
presso il più vicino scalo: Cavallo, Cala rossa, Bue Marino, Punta
Marsala, Canaledde, Burrone e Puntazza. Qui uno scivolo
consentiva di scaricare i cantuna direttamente sullo schifazzo,
un'imbarcazione che fa parte della nostra storia marinara,
presumibilmente
derivata da
imbarcazioni arabe, o
iberiche, presente in
gran parte nella
regione siciliana, ma
in particolare nella
città di Trapani. Lo
scafo si presentava
molto elegante, con
poppa e prua
tondeggianti, lungo
10-15 m con una
stazza variabile tra le
10 e le 15 tonnellate,
ma che poteva arrivare
fino alle 35.
Solitamente era munito di tre alberi armati a vela latina: il trinchetto
molto inclinato in avanti; l'albero maestro con una vela non
propriamente latina ovvero triangolare per l'angolo prodiero tagliato;
l'albero di mezzana, il più corto dei tre, posto all'estrema poppa, con
la scotta che agisce su di un lungo buttafuori; presentava inoltre un
bompresso per il fiocco con asta per polaccone, il che ci fa capire
che lo schifazzo godesse oltre che di ottime qualità veliche anche di
una buona andatura. Da notare, questo è molto importante, che lo
Schifazzo si poteva con una particolare velatura, pilotare con un solo
uomo.

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Funnurigghi – Luigi Barraco

SALINE
In piena estate, uno degli spettacoli più suggestivi ed affascinanti
della provincia di Trapani è il panorama delle saline, etereo confine
tra mare e terra: austeri mulini, mute sentinelle del tempo che
trascorre inesorabile, abbacinanti mucchi di sale che si riflettono
sulla tavolozza multicolore dell'acqua delle vasche. Un paesaggio
quasi irreale legato ad una delle attività industriali che
maggiormente hanno caratterizzato la nostra economia. Un ambiente
estremo, duro, come duro è il lavoro di estrazione del sale, oggi
parzialmente alleviato dalla meccanizzazione. Una meccanizzazione
che ha avuto il torto di fare cadere in disuso la struttura più
rappresentativa della salina: il mulino a stella. Questi austeri edifici
caratterizzano ancora la nostra fascia costiera, ma erosi e diroccati,
testimoniano l'inesorabile fluire del tempo, un tempo che tuttavia
non ha intaccato il fascino di quest'ambiente, vero esempio di
attività industriale perfettamente integrate all'ambiente.

100
Funnurigghi – Luigi Barraco

Le saline non hanno un forma regolare, adattandosi alla


conformazione della costa, anche la loro estensione è molto
variabile, da circa 7 a quasi 100 Ha. La struttura delle saline si
adegua all'andamento della costa, ma in genere esse sono costituite
da una serie di vasche per lo più di forma rettangolare, separate dal
mare e tra loro da un doppio argine di cantuna, conci di tufo,
foderato di fango, detto traversa. La profondità delle vasche varia
col varia al variare dell'ordine, da oltre un metro per quelle di primo
ordine, a poco meno di trenta centimetri per quelle finali. La vasca
di primo ordine, detta fridda, riceve l'acqua di mare attraverso una
chiusa in legno chiamata purtteddo che viene sollevata per mezzo di
una sorta di impugnatura doppia , l'operazione prende il nome di
rapiri i vucchi. Adiacenti alla fridda, spesso, si trovano i vasi,
utilizzati per l'allevamento di pesci pregiati, con acqua alla stessa
concentrazione di quella marina (3,5-4,5° Baumé). Dalla fridda
l'acqua passa ad una vasca di secondo ordine, il vasu cultivu dove
acquista una sempre maggiore concentrazione (12° Baumé) e che

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Funnurigghi – Luigi Barraco

serve a conservare da una anno all'altro l'acqua matri che fungerà da


lievito per la nuova cristallizzazione. Sempre attraverso dei canali
l'acqua arriva a due vasche di terzo ordine la ruffiana e la
ruffianedda dove l'acqua raggiunge i 16-18° Baumé; queste ultime
due vasche sono in comunicazione con il vasu cultivu, per
correggere tramite aggiunta di acqua crura, eventuali eccessi di
concentrazione che determinerebbero una prematura precipitazione
del sale. Dalle vasche di terzo ordine l'acqua passa a quelle di quarto
i cauri e i sintine dove l'acqua raggiunge i 24-26° Baumé, dopo di
che viene immessa nelle ultime vasche, di 5° ordine, quelle per la
cristallizzazione, dette caseddi. Il rapporto di superficie tra le varie
vasche è ben determinato, una salina efficiente deve avere la
seguente distribuzione:

% Superficie Vasca Ordine


20% “fridda” 1°
40% “vasi” 2° e 3°

~25% “caure” 4°

~15% “casedde” 5°

Tipicamente la stagione di coltivazione delle saline si faceva iniziare


il giorno dopo [Link], quindi nella seconda decade di marzo. La
prima operazione era quella di assummari a salina, cioè di svuotare
le vasche dalle acque piovane accumulatesi durante i mesi invernali.
L'operazione, preceduta dall'isolamento delle vasche per mezzo delle
chiuse inserite nelle traverse, era fatta per mezzo di uno strumento
tanto antico quanto geniale, la spira di Archimede, un grosso
cilindro di legno con dentro una vite senza fine, azionata dal mulino
o a mano. La prima vasca ad essere svuotata era la fridda, che
immediatamente veniva riempita di nuova acqua di mare,
successivamente si assummava, ma solo parzialmente, il vasu
cultivu, si faceva, infatti, defluire solo l'acqua piovana, sfruttando la
diversa densità dell'acqua matri della precedente coltivazione.

102
Funnurigghi – Luigi Barraco

Contemporaneamente si riparavano gli argini e gli elementi in legno


delle varie chiuse, si procedeva quindi a tirari a piaia, cioè a
sistemare il fondo delle vasche di cristallizzazione, caseddi, e quello
di cauri e sintine, in pratica, per mezzo di pale dette palunedda, si
ammucchiava al centro della vasca il fango misto al sale, detto
mammacaura, formando una sorta di pisciteddu, mucchietto a
forma di pesce, che, una volta asciutto, veniva steso per foderare ed
impermeabilizzare gli argini e il fondo delle stesse vasche, e
compattato per mezzo di u ruzzulu, un pesante rullo di pietra. Tutto
a questo punto era pronto per ittari 'nfunnu a salina, cioè a dare
corso al complesso di operazioni che porta all'estrazione del sale.

L'acqua nelle vasche di primo ordine, fridda e vasi, defluiva


naturalmente, mentre, in quelle di ordine superiore, veniva immessa
per mezzo dei mulini. La concentrazione progressiva dell'acqua
diventava, verso la fine di maggio, molto intensa, e spesso u
salinaru era costretto a immettere nella ruffiana e nella ruffianedda
parte di acqua crura, onde ottenere una produzione migliore, sia dal
punto di vista qualitativo che quantitativo. Verso la fine di giugno
l'acqua cominciava a cambiare anche visivamente, filiava, cioè

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Funnurigghi – Luigi Barraco

diventava oleosa, di colore rossastro, e quindi veniva immessa nelle


sintine, dove progressivamente diventava acqua fatta (22° Baumé) e
veniva incanalata nelle vasche salanti o cauri, dove raggiungeva i
24-26°, quindi l'acqua fatta, in genere a giorni alterni, veniva
riversata nelle vasche di cristallizzazione, caseddi, dove raggiungeva
i 28° Baumé. A questo punto il sale precipitava formando uno
spessore di 6-10 cm ed era pronto per la raccolta. In alcuni
complessi a causa della mancanza delle sintine, l'acqua fatta veniva
immessa nelle vasche salanti direttamente dalle cauri, questa
operazione, che prendeva il nome di ittari a facciu, veniva ripetuta a
cadenza settimanale per compensare la minore concentrazione
dell'acqua.
Con un andamento stagionale propizio, ai primi di luglio, nelle
saline si cominciava a nesciri u sali, inizia cioè la raccolta del sale,
si tratta di un lavoro particolarmente faticoso e duro. Gli operai,
scelti dal responsabile delle saline, u curatulu, cominciano con
rumpiri u sali, cioè rompere la crosta di cristallizzazione formatesi,
per mezzo di un paletto di ferro con un pesante manico di legno.
Successivamente si provvedeva a mettiri a casedda in curria, cioè
si praticavano delle spiature, (canalizzazioni) confluenti tra loro
onde raccogliere la residua acqua matri che, per mezzo di una
piccola spira di Archimede, spiricedda, azionata a mano, veniva
immessa nel vasu cultivu.
Assummata (prosciugata) in questo modo la vasca, gli operai, detti
partitara, cominciavano a arrunzari u sali (spingere) per mezzo di
adatte pale dette palunedda, fino a formare una serie di munzedda
(cumuli). A questo punto una squadra di operai a cottimo, la venna,
divisa in due gruppi, provvedeva a spalare il sale e a riempire i
carteddi inizialmente di canna e razzine d'alivu,(virgulti di ulivo)
successivamente di lamera (lamiera zincata) che venivano caricate a
spalla.
Il capuvenna, caposquadra, al fine di alleviare il lavoro, alternava
gli operai ogni 10 sarme di sale, (una sarma è pari all'atto della
raccolta a 650 Kg, ovvero ogni 24 carteddi). Il conteggio della
quantità di sale estratta veniva effettuato dal capuvenna e da un

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Funnurigghi – Luigi Barraco

operaio di fiducia del proprietario, u signaturi, per mezzo di un


particolare strumento di legno detto tagghja, costituito da un listello
di legno recante dieci fori in cui veniva infilato un tondino,
scanneddu, come segnale. Il sale estratto veniva sistemato sopra
l'argine a munzeddu, cioè in grossi cumuli di 500-800 sarme.
Terminata la prima raccolta si procedeva ai lavori preparativi per
una seconda e una terza raccolta, e nelle annate più favorevoli per
una quarta.
Verso la fine di novembre i munzeddi di sali venivano coperti da
ciaramiri, tegole in terracotta, da qui il sale veniva avviato al
commercio dopo essere stato caricato su speciali barche, i muciari
e i schifazzi, dal fondo quasi piatto, che stazzavano 10-15 tonnellate,
in grado di portare 40-50 sarme di sale, condotti da un solo uomo
lungo il canale che di norma si trovava in tutte le saline, fino al
porto.
Tra le attrezzature
utilizzate nelle varie fasi
lavorative della raccolta
del sale, sicuramente il
ruolo principe spetta al
mulino a stella. Questa
perfetta macchina
ecologica, in grado di
sviluppare, con vento a 20
nodi, fino a 200 HP, è
costituita da una struttura
in tufo di forma tronco-
conica alta 6-7 metri, detta
turri du mulinu,
sormontata da una
struttura conica, il
cubulino, da cui si diparte
un asse, cilindru, recante i
'ntinni, cioè le sei pale
trapezoidali di circa 10
mq ciascuna. Le pale

105
Funnurigghi – Luigi Barraco

presentano una asse centrale, l'alma, a cui si affiancano due laterali


dette ali, tra l'ala e l'asse centrale della pala sono presenti altri due
piccoli assi interni i paghiettini, questi assi verticali sono collegati
da un'orditura orizzontale i cui elementi vengono detti scaluna, il
tutto prende il nome di muscaloru. L'asse, con le pale, può esse
orientato per mezzo di una struttura girevole costituita da due anelli
di rovere detti: giru suttanu, solidale al tetto della torre, e giru
suprano, recante la cupola con l'asse, il tutto poggia su un terzo
anello detto giru riparu, che funge da guida, impiantato sulla
muratura nella parte alta ed esterna della torre, a cui sono collegate
due travi dette mascaruna che hanno il compito di bloccare il tutto
per mezzo di catinotti, catene che si infilano negli appositi fori.

Il mulinaro, uomo importantissimo nella gerarchia del lavoro della


salina, per purtari a ventu u mulinu, cioè per orientare
correttamente le pale rispetto alla direzione del vento, doveva
sganciare le catene e, per mezzo di una leva di legno detta
manuvedda, far ruotare l'anello mobile. Orientate le pale si
'mpaiava u mulinu, cioè si legavano le vele sulle pale. All'asse, che

106
Funnurigghi – Luigi Barraco

poggia su un basamento di pietra, era solidale una grossa ruota


dentata, i cui
denti di legno
duro,
incastrandosi
perfettamente
nei fusiddi,
fori del
cunicchiuni
(pignone),
trasmettevano
il moto ad un
asse verticale
detto drittu.
Ad evitare eccessive flessioni delle pale, durante la rotazione, le si
collegava tra loro per mezzo di una fune di canapa detta giruveli
inoltre altre due funi laterali, stralli, ed una centrale, muntuna,
collegavano la struttura a pioli ad un prolungamento del cilindru
detto stasu. L'asse verticale poggia al suolo su un incavo di pietra
dura detto rancula, sopra questo incavo si trova, calettata sull'asse
un'altra ruota dentata, e, tramite un secondo pignone, più piccolo del
precedente, la cunocchia, trasmette il moto all'alma da spira, asse
della vite di Archimede, o all'asse della mola in pietra qualora il
mulino era usato per la raffinazione del sale.
Il sistema di trasmissione è dotato pure di un sistema frenante
costituito da un cilindro coassiale, tammuru o tubu, con foro
centrale a sezione quadrata, costituito da doghe di legno, diviso in
due pezzi che venivano serrati attorno all'asse del mulino da un
grosso cavo di canapa, caputubbu, che li avvolgeva strettamente.
Per maggiore sicurezza, quando il mulino doveva restare fermo, le
pale erano bloccate anche tramite degli appositi ancoraggi in legno,
buttuna, infissi nella muratura alla base della torre del mulino.
Sul finire degli anni 50 il mulino a stella o olandese venne sostituito
dal Mulìnu miricànu (mulino americano). Questo, a differenza del
primo, non richiede la presenza costante di un operatore. I suoi

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Funnurigghi – Luigi Barraco

componenti metallici, tuttavia, hanno una vita media molto più breve
di quelli in legno. Sostanzialmente il mulino americano sfruttava la
struttura muraria, di un vecchio mulino a stella privata della struttura
conica sostituita da una base in tavole di legno detta piatticabile, su
cui viene eretto un traliccio di ghisa, l’insieme di questi elementi è
chiamato casteddru.
A captare il vento
provvede una serie
di 24 pale in lamiera
zincata, lunghe circa
un metro e venti cm,
legate tra loro da una
intelaiatura in ferro.
L’insieme delle pale
è chiamato stiddra
(stella). L’asse sul
quale sono montate
le pale prende il
nome di cilindru.
Esso per mezzo di
ruote dentate
perpendicolari tra
loro (curuna)
trasmette il moto ad
un asse verticale
(drittu) collocato in
un tubo di sostegno
che, posto all’interno
del traliccio,
raggiunge la base del
mulino, il sistema
frenante è attaccato
all’intelaiatura delle pale. Sul cilindru è montato un profilato
metallico conformato a U, pezzu muntanti, al quale si agganciano
un tirante, nella parte superiore, e una molla in acciaio in quella
laterale. Questi elementi sorreggono e imprimono movimento alla

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Funnurigghi – Luigi Barraco

cura, banderuola sorretta anche da un braccio a tubo. Una catena,


collegata alla base della cura, passa, con la guida di due pulegge
sorrette da apposite guide (miscorni), attraverso il braccio a tubo e,
raggiunto l’interno del mulino, si raccoglie attorno ad una apposita
ruota. Un operatore, manovrando sulla catena, mette in tensione la
molla e determina, attraverso un meccanismo di azione sui tiranti
della cura, l’allentamento del disco frenante. La cura gira di un certo
angolo e si dispone secondo l’asse del cilindro. La stiddra, liberata,
si mette a girare e a trasmettere il movimento che, attraverso la serie
di corone dentate e di assi analoghe a quelle del mulino a stella,
arriva alla base del mulino dove un’altra ruota dentata lo trasmette al
pignone della spira che di conseguenza assolverà al suo compito.
La Spira o Vite di Archimede è costituita da un contenitore esterno
fatto da due tronchi di cono uniti alle basi, costituititi dalle dduve,
listelli di legno, incatramati e tenuti insieme da cicca, cerchi di ferro
bloccati da chiodi a ribattino. All’interno viene posta la vite ad elica
di legno composta da un asse detta alma da’ spira a sezione
circolare sul quale si incastrano i paghiettini, tavolette di legno
ricurvo di opportune dimensioni. Asse e tavolette vengono
incatramate per rendere stagno il complesso. Uno degli apici della
spira viene posto a pescare in un invaso fatto di conci di tufo messi
in posa a secco e chiamato cammara da’ spira nella quale trova
posto anche un sistema di regolamento del pescaggio, costituito da
un ferro minghiozzu, attaccato all’asse e fuoriuscente dalla spira,
che si inserisce in un altro componente in ferro a sezione prismatica
detto scarpa. Questo viene collegato ad una vite di regolaggio
(sbannùni)per mezzo di due tiranti in ferro. Il tutto è tenuto in
posizione perpendicolare all’asse della spira e viene sostenuto da
una trave di legno (vancu) poggiata sulle pareti della cammara. Al
centro della trave si trova un foro attraverso il quale passa lo
sbannùni che viene bloccato da un grosso dado in legno (scuffina)
ruotando il quale si regola il pescaggio dell’estremo immergibile
della spira. Dall’altra estremità la spira presenta un’apertura (ittàta
du’ mulìnu) dalla quale fuoriesce l’acqua aspirata. Nella salina era
presente una coclea più piccola la spiricèddra, trasportabile da un
punto ad un altro della salina e azionata a mano con una manovella.

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Funnurigghi – Luigi Barraco

PESCA
La pesca, nelle sue molteplici forme, fa parte della cultura
isolana. Per secoli rappresentò, assieme all'agricoltura, non solo una
fonte di sostentamento per migliaia di famiglie, ma anche uno degli
assi portanti dell'economia siciliana. Ancora oggi essa rappresenta
uno dei comparti trainanti, non a caso le marinerie di Mazara e
Sciacca sono tra le più grandi del Mediterraneo. Tra tutte le forme
di sfruttamento ittico una in particolare è considerata tipica della
regione: la pesca del tonno rosso. Questa un tempo aveva luogo
specialmente lungo le coste occidentali dell'isola, ma
progressivamente i tunnare, che fecero la fortuna di alcune famiglie,
sono andate diminuendo di numero, oggi rimangono attive solo
quella di Favignana e di Bonagia, ultime vestigi di un passato epico.
Tra il diciottesimo e l’inizio del ventesimo secolo in Sicilia erano
attive circa ottanta tonnare, distribuite praticamente lungo tutta la
costa. Nella Sicilia settentrionale e nord occidentale, da Capo Peloro
a Capo Lilibeo venivano calati gli impianti "di corsa", che

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Funnurigghi – Luigi Barraco

catturavano i tonni intercettandoli prima della riproduzione, lungo le


coste ioniche e sul versante meridionale, da Siracusa a Mazara, si
pescavano invece i tonni "di ritorno" nella loro migrazione verso
l'oceano Atlantico.
Tutto un mondo girava attorno a quelle tonnare, che rappresentavano
un microcosmo in cui scienza, mistero, economia, mito, tradizione,
storia e cultura si miscelavano per dare vita ad una realtà unica e
irripetibile; in ciascuna tonnara lavoravano un centinaio di marinai
per tutto il periodo della campagna di pesca (4 mesi in media), e
altre migliaia di persone operavano nell’indotto, bottai, mastri
calafati, rigattieri, operai addetti alla cottura e alla salagione. Oggi di
tutto questo mondo rimangono, veri e propri musei viventi due:
quelle di Favignana e di Bonagia.
Il lavoro dei tonnaroti inizia ad aprile con il varo del barcarizzu,
l’insieme delle nere (per la pece) imbarcazioni utilizzate nelle
tonnare, su di esso viene imbarcato l'intricato sistema di ancore, cavi
e reti, il «calatu», fino ad allora custodite nel marfaragghiu, il
complesso edilizio che funge da deposito. Le singole barche sono di
foggia e dimensioni diverse, in funzione dei compiti cui sono
chiamate ad assolvere: due vasceddi, grandi barche a poppa quadra
non pontate, di 18-20 metri, provviste di argano a prora e di una
rudimentale gru, adibite al trasporto delle reti di sbarramento durante
la fase della posa, al carico dei tonni durante la fase di pesca, quattro
palascarmi,
anch’esse a
poppa quadrata,
di circa dodici
metri, che
servono al
trasporto delle
ancore, durante la
fase di calo della
tonnara e,
durante le
operazioni di
pesca, posizionati

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Funnurigghi – Luigi Barraco

ai lati della camera della morte, poppa contro poppa, al sostegno


delle pareti laterali della rete, due varcazzi lunghe quattordici metri
per il trasporto dei cavi e dei galleggianti, una venturiera, utilizzata
per eventuali manutenzioni volanti della tonnara, due muciare i
suari, utilizzate per la disposizione dei sugheri che sostengono le
reti, una varca di guatari, utilizzata per spiare i movimenti dei tonni,
la piccola muciara rais, destinata ad ospitare il rais durante la
mattanza.
Giunti sul luogo di pesca, fissato tradizionalmente dalla mitica
figura del rais, il capo pesca, e sotto la sua attenta e competente
direzione, si procede alla cruciata, la sistemazione dei cavi di
superficie che sosterranno il complesso delle reti. Questo è costituito
da un «isula» con tante camere e da due sbarramenti costituiti da reti
a maglie larghe: «cura» che partendo dalla costa si distende
perpendicolarmente ad essa fino a raggiungere il corpo della tonnara
e «codardo» che partendo dal corpo della tonnara si protende verso
il mare aperto, sulla direttrice di arrivo dei tonni e che termina con
una curva detta «campile» che ha lo scopo di far girare nuovamente
i tonni verso la tonnara indirizzando i tonni verso la «vucca a
nassa», l'ingresso della serie di otto camere che sono nell'ordine:
camera levante, ungora, faratico, bordonara, bastardo, camera
ponente, bastardella, coppo o camera della morte, l'unica munita di
fondo. Quando i tonni avranno raggiunto la camera finale i
«vasceddi», i parascarmi e le varcazzi, si disporranno in quadrato,
lasciando al centro la «muciara Rais » a dirigere le operazioni. È il
momento in cui i tonnaroti levano alto il canto delle cialome, canti
di origine araba che servono, tra l'altro, a coordinare la levata delle
reti. Si comincia con la scandita Aja mola Aia mola ......., si prosegue
con il frenetico ed incalzante Nianzò, Nianzò...., mentre i tonni,
impazziti dal terrore si dibattono moribondi in un turbinio di sangue
ed acqua, prima di essere arpionati ed issati a bordo. A tale scopo i
tonnaroti, armati di uncini, si dispongono lungo gli appositi corridoi
laterali chiamati stiratu, in gruppi di otto, costituendo il rimeggiu.
La lunghezza dei raffi è diversa, per meglio ottimizzare lo sforzo,
dall’esterno verso l’interno si ha: l’asta di circa tre metri, la spetta di
un metro e mezzo, la masca di ottanta centimetri e il corco i

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Funnurigghi – Luigi Barraco

mmenzzu di sessanta centimetri. A due a due gli asteri, i spitteri, i


mascaioli e i corchi i mmenzzu, dal nome dei rispettivi attrezzi,
coordinando i rispettivi sforzi, issano i pesci sulla barca. Alla fine il
sacro rito tribale si conclude con una preghiera di ringraziamento ed
un bagno scaramantico nelle acque vermiglie per il sangue dei tonni.

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Funnurigghi – Luigi Barraco

LAVORI FEMMINILI
Il mondo del lavoro femminile, in genere, a differenza di quello
maschile, non era caratterizzato da una forte specializzazione. La
donna, specie nei nostri contesti rurali, doveva saper fare di tutto, il
lavoro femminile era quindi, per cosi dire, più generico. Questo non
deve far pensare ad una pochezza di competenze, anzi era vero il
contrario, i molteplici lavori femminili richiedevano numerose e
diversificate qualità: forza, resistenza, precisione, destrezza,
pazienza e una buona dose di abnegazione. A lei era demandato il
compito di portare avanti la casa con tutto quello che questa troppo
semplicistica definizione comportava.
Era suo, ovviamente, il compito tipicamente femminile di allevare
ed educare la prole, ma era spesso suo anche quello di curare l’orto
per le piccole necessità familiari. Di questa attività, ormai
abbandonata, rimane ancora traccia nell’abitudine di alcune donne
del nostro paese, non è infatti raro vedere sul balcone o sui davanzali
raste e casirii (vasi in terracotta) traboccanti di rigoglioso e
profumatissimo basiricò (basilico).
Ma i compiti, per cosi dire mascolini, non si esaurivano certo con la
conduzione dell’orto familiare, sovente, infatti, doveva, nei momenti
del raccolto, fornire la sua preziosa manodopera affiancando gli
uomini nel duro lavoro dei campi.
Tipicamente era a lei affidato pure l’allevamento di animali da
cortile: galline, piccioni, oche, tacchini, e, in alcuni casi, conigli e
maiali, che permettevano ad un tempo di integrare il mai troppo
florido bilancio economico familiare e di soddisfare il fabbisogno
proteico del regime alimentare familiare nei giorni rigorosamente
festivi. L’uso della carne in genere, e di quella bovina in particolare,
era, infatti, un evento fortemente sporadico anche nelle famiglie
agiate.
Tra i compiti più femminili, ma certamente non meno faticosi,
c’erano quelli della preparazione del pane e della pasta che
solitamente, specie nelle famiglie di estrazione contadina, veniva
effettuato a casa.
Il pane veniva preparato una volta la settimana, in pratica si metteva
da parte u livatu, una piccola parte della pasta lievitata della

114
Funnurigghi – Luigi Barraco

settimana precedente, dopo averla leggermente unta di olio. La sera


precedente alla preparazione del pane si criscia a livatina, cioè lo si
amalgamava con 1-2 Kg di farina e si lasciava riposare l’insieme
per tutta la notte. L’indomani sarebbe servito per innescare la
fermentazione di 20-25 Kg dell’impasto preparato con la farina
regolarmente setacciata e acqua tiepida. Tale impasto veniva
scanatu, lavorato con i pugni, fino a quando facia i papuli, fin
quando cioè era cosi elastico da creare delle bolle. A questo punto la
pasta veniva fatta lievitare per circa un’ora (dipendeva dalla
temperatura e dal rapporto tra massa iniziale di lievito e farina
aggiunta), quindi si provvedeva a realizzare le forme di pane, per la
più vasteddi, pani dalla forma rotonda di circa 1Kg, che venivano
messe a lettu, cioè fatte riposare dentro a maidda, un contenitore
rettangolare di legno con sponde basse. Dopo un riposo di circa una
mezz’oretta, durante il quale la massaia camiava u furnu, portava a
temperatura il forno, veniva infornato.
La lavorazione della pasta era diversa, innanzitutto perchè,
ovviamente, non necessitava il lievito e poi perchè la consistenza
dell’impasto rendeva quasi impossibile la lavorazione a mano. Si
faceva ricorso, quindi, ad un attrezzo particolare: la sbia, un ripiano
in legno dalla forma leggermente trapezoidale di circa 1,20-1,30 m
di lato, dotata di un dente mediante il quale veniva incastrata in un
apposita fessura presente a muro. Sul ripiano di legno era presente
una sorta di cerniera in cui si articolava una robusta asta di legno
lunga quasi 3 metri che fungeva da mattarello. In pratica l’operatore
si sedeva sull’asta impugnandola contemporaneamente con le due
mani e provvedeva, flettendo e distendendo, alternativamente le
ginocchia, a schiacciare con l’asta la pasta fino a quando questa
raggiungeva il giusto grado di omogeneità. A questo punto
l’impasto, prelevato a blocchetti, era ulteriormente lavorato per
mezzo di un altro attrezzo: l’arbitriu, un torchio a vite dotato di
trafila in bronzo intercambiabile montato su una panca di legno su
cui l’operatore montava a cavalcioni. La pasta veniva infilata nel
cilindro sottostante la pressa, man mano che si avvitava il torchietto,
usciva dalla parte inferiore della panca, e quindi veniva stesa ad

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Funnurigghi – Luigi Barraco

asciugare, dentro canestri, qualora si trattava di pasta corta, a


cavallo di apposite canne nel caso dei formati lunghi.
Altro compito particolarmente impegnativo, in un periodo in cui non
esistevano ne la lavatrice ne i detersivi, era il bucato. Compito della
massaia era fabbricarsi l’agente sgrassante a liscia (liscivia), a tale
scopo si faceva ricorso al culaturi, una vecchia carthedda o una
vecchia sedia senza fondo su cui si sistemava una tela che avrebbe
funto da filtro. Sulla tela veniva quindi posta la cenere di legna
opportunamente setacciata, a questo punto si versava dell’acqua
bollente: il liquido che filtrava contenente i sali alcalini,era la liscia
e veniva raccolto in una tinozza. Successivamente la liscia
opportunamente mescolata ad acqua serviva per lavare la biancheria
in genere si facevano due lavaggi con liscivia e quindi si
risciacquava, ovviamente nei punti più sporchi si faceva ricorso al
sapone molle ed ad abbondante “olio di gomito”. Per la biancheria,
prima del risciacquo, si provvedeva ad effettuare un ulteriore
lavaggio con la liscia, detta cuffinu, in pratica si metteva la
biancheria dentro dei contenitori bassi e panciuti di terracotta, le
giarrotte, e vi si versava la liscia con acqua calda fino a ricoprirle, in
alternativa si infornava il tutto nel forno precedentemente riscaldato.

RICAMATRICE
Quelli finora elencati, tranne la panificazione non costituivano
tuttavia dei veri mestieri, un lavoro tipicamente femminile era quello
della ricamatrice. Già sotto la dominazione araba in tutta la Sicilia si
diffuse l’arte del ricamo che trovò nella particolare situazione
socioculturale siciliano la condizione ideale per la proliferazione.
Alle donne siciliane, infatti, era in genere negato l’accesso alla
cultura o alle attività professionali. Questa forzata relegazione
casalinga, e l’abitudine a confezionare l’addhrizzi, la dote delle
figlie femmine al momento del matrimonio, consistente nella
biancheria personale e per la casa, fece si che, spesso sotto
l’insegnamento di bravissime suore, si diffondesse l’arte del ricamo
rielaborando i motivi delle culture primitive e assimilando lo spirito
artistico delle civiltà più evolute.

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Funnurigghi – Luigi Barraco

L’addhrizzi erano ricamati, nelle famiglie meno agiate, direttamente


dalle madri, e dalle stesse ragazze da marito, nelle famiglie
benestanti, invece, veniva fatta confezionare dalle ricamatrici, una
delle rare figure femminili nel mondo delle attività artigianali. Le
tecniche di ricamo erano numerose, ma sicuramente un posto di
rilievo era occupato dallo sfilato siciliano e dal filet.
SFILATO SICILIANO Si tratta un tipo di ricamo a traforo che imita la
rete e si esegue su tela fine, solitamente di lino o cotone.
Si ottiene sfilando una parte dei fili da una tela, e riunendo quelli
rimasti in modo da formare dei disegni, col gioco dei pieni e dei
vuoti.
I disegni che se ne ricavano sono molteplici, floreali, geometrici,
allegorici in base ai quali si distinguono tre tipi di sfilato: il
Quattrocento, il Cinquecento e il Settecento.
La tecnica dello sfilato consiste nello
sfilare tre o quattro fili della tela, sia
nel senso dell'ordito che in quello della
trama e di ricoprire a cordoncino i fili
rimasti in modo da formare un
reticolato che fa da cornice ad un
disegno. Lo sfilato siciliano va fatto su
tessuti a trama molto regolare, si può
lavorare a mano libera, ma è preferibile mettere il lavoro al telaio. Il
materiale occorrente, oltre al tessuto, è composto da: filo di cotone,
aghi sottili da ricamo, forbicine molto affilate, ditale, telaio in legno.
FILET, è una autentica rete, da qui il suo nome che, in francese,
significa proprio " rete da pescatori". su cui vengono riportati, per
mezzo di uno speciale ago, le diverse figure
L'ago utilizzato per questo tipo di ricamo, il modano, possiede due
crune aperte alle estremità , dalle quali passa il filo che , una volta
introdotto, viene annodato al forellino. L'ago ha, in genere, due
diverse dimensioni, quella di 10 centimetri, che serve a realizzare
lavori più fini, e quella di 30 centimetri, per lavori con maglie più
grosse.
La lavorazione del filet non è alla portata di tutti e la descrizione è
altrettanto ardua. Protagonisti di questo particolare punto, sono le

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dita, il secondo ed il
terzo della mano
sinistra nella quale,
con l'ausilio del
modano e di
un'asticella, attorno
alla quale viene
raccolto il filo, si
viene a tessere una
maglia trattenuta solo
dal mignolo. Questa
maglia è legata,
sempre dallo stesso
filo, a qualche
oggetto fisso, che può essere anche la spalliera di una sedia.
Poi, grazie ad un andirivieni del filo che passa attraverso degli anelli
creati nella mano stessa, si comincia lentamente a vedere una maglia
molto fitta che, a secondo del lavoro da realizzare, può avere una
forma rettangolare, trapezoidale o quadrata ed alla fine, verrà
utilizzata per fare delle applicazioni su lenzuola, coperte, tende ed
altro.
Fatta la rete, vi si realizzerà sopra il ricamo desiderato i punti per
ricamare sulla rete sono in genere il Punto Tela, il Punto Rammendo,
il Punto Spirito e il Punto Festone

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Misure Agrarie
Canna - 4,36 m²
Quartigghiu 20 canne 87,22 m²
Munneddu 4 quartigghi 348,89 m²
Tumminu 6 munneddi 2093,33 m²
Sarma 16 tummina 33.493,35 m²

Misure di volume/peso del grano


Munneddu - 2,4 Kg 2,9 litri
Tumminu 6 munneddi 14,4 Kg 17,4 litri
Dicalitru (doppio) 7 munneddi 16,5 Kg 20,0 litri
14 dicalitri/16
Sarma 232,0 Kg 280,0 litri
tummina
Misure di volume
Quartarolo 0,25 litri ca.
Quartuccio 0,75 litri ca.
Cannata 2,00 litri ca.
Addetta 5,00 litri ca.
Bigghiolu 10 litri ca.
Cafisu 8,00 litri ca.
Cafisuni 18 litri ca.
Valliri 2 cafisuna 36 litri ca.
Utti ri vinu 12 valliri 432,00 litri ca

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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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ALFREDO CINGOLANI DAMIANO,,L'isola del tufo
ANTONINO BUTTITTA,1980, La cultura materiale in Sicilia
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ANTONINO CUSUMANO,1986, Le forme del Lavoro: Mestieri tradizionali in
Sicilia
ANTONINO UCCELLO, 1992,Civiltà del legno in Sicilia
BRUNO PASTENA,1981,Trattato di viticoltura italiana
CINZIA BIZZI,2002, Le Tonnare: storia, tradizioni,e tecnica
GIN RACHELI,1979, Egadi, Mare e Vita
GUSTAVO BERTOLINI,, Le Egadi
LAURA INCREMONA, 2004, Storia del Ricamo in Sicilia
MARIA MANUGUERRA,2002, Saline e Salinari
NINNI RAVAZZA,2000, L’ultima muciara: storia della tonnara di Bonagia
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SANTI MANGANO,, L’intreccio
VINCENZA PIPIA [Link]
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