UNGARETTI (pag 972)
Ungaretti è un poeta di guerra, in quanto un evento storico fondamentale al pari
dell’assassinio del padre di Pascoli, è la partecipazione alla prima guerra mondiale
come volontario, poiché Ungaretti è un interventista, un po’ come i Futuristi, che vede
nella guerra una possibilità di riscatto sociale, economico, politico, culturale. Però poi
si ricrederà totalmente perchè quando sperimenta ed è a contatto con la realtà
macabra, sanguinosa della guerra, sarà prontissimo a cambiare prospettiva e
poeticamente in Ungaretti la guerra diventa come la morte del padre di Pascoli, come
la malattia e la bruttezza fisica in Leopardi, diventa l’emblema della negatività
dell’esistenza. Le sue poesie trasformano la guerra in un pretesto per parlare della
negatività dell’esistenza.
Ungaretti muore nel 1970 e quindi ‘pochi’ anni fa, tanto che è stato presente in molti
studi della rai. A Ungaretti fu affidato addirittura il compito di presentare e
commentare delle brevi fiction della rai sull’Odissea e sulle gesta di Ulisse.
Ungaretti nasce in Egitto, principalmente per ragioni di lavoro, poiché il
padre lavorava in un’azienda di costruzioni che partecipava in quegli anni (anni 80
dell’800) alla realizzazione del canale di Suez. La famiglia di Ungaretti, si era trasferita
in egitto da Lucca. Pertanto le radici italiane, toscane di Ungaretti sono fortissime. Alla
morte del padre di Ungaretti, avvenuta quando egli aveva circa 2 anni, la madre che
deve affrontare i problemi economici della famiglia tutta sulle proprie spalle, deve
lavorare molto per permettere ai figli di avere un’educazione ai massimi livelli.
Sappiamo infatti che Ungaretti in Egitto frequenterà la migliore scuola possibile gestita
da Svizzeri, dove ha una formazione completa ed è lì che comincia a leggere e
approfondire tutti i grandi poeti, come Dante, Leopardi, ma anche poeti di levatura
internazionale come i simbolisti francesi, la filosofia di Nietzsche, ovvero tutti quegli
intellettuali che avrà modo di approfondire quando deciderà di trasferirsi a Parigi,
frequentando la facoltà di legge e poi in un secondo momento di lettere all’università
di Sorbona. Capisce infatti che la sua vera vocazione intellettuale è quella letteraria.
Sempre in Francia frequenta le lezioni di Sonn e quindi condivide con Pirandello e con
altri intellettuali di quei tempi queste tendenze filosofiche bergosiane come il concetto
della soggettività del tempo, la pluralità di coscienza..
Nell’estate del 1914, Ungaretti si trova in Francia, guarda con grande entusiasmo alla
guerra, partecipa addirittura alla campagna interventista e si arruola
entusiasticamente come volontario. Una volta impegnato in trincea capisce però cos’è
realmente la guerra e quindi cambia idea. Si trovò a scrivere i suoi primi versi proprio
in trincea, e lui stesso racconta che in trincea non c’era la carta, non c’era la possibilità
di avere dei quaderni o dei figli e quindi Ungaretti stesso ci racconta che scriveva
queste intuizioni poetiche come capitava, sui pezzetti di carta, di busta che trovava. La
contingenza della guerra che lo metteva in condizione di non avere a disposizione la
carta, lo induceva a scrivere pochi versi, parole. E ciò acquisisce anche un valore
metaforico perchè la guerra intesa come emblema del male dell’esistenza provoca
anche la mancanza di carta su cui scrivere la poesia. La brevitas di Ungaretti, ovvero
questo condensare le sue idee poetiche in pochissime parole con molto spazio bianco,
quindi è il frutto non soltanto di questo obbligo materiale a non poter disporre di carta,
ma simbolicamente è anche il risultato del male della guerra. Le sue poesie quindi
dovevano essere necessariamente brevi, intuitive, com’è tipico del simbolismo. Ecco
perchè Ungaretti è un po’ il continuatore di Pascoli. Nel dopoguerra, ovvero negli anni
20, Ungaretti decide di tornare in Italia dove vive la stessa parabola di D’Annunzio,
Pirandello e di tanti altri intellettuali, cioè si illude che Mussolini e il fascismo siano un
movimento portatore di novità positive e addirittura abbiamo una raccolta poetica di
Ungaretti che porta la firma di Mussolini come autore dell’introduzione, della
prefazione. Questo però costerà ad Ungaretti, un po’ come successe a Pirandello.
Ungaretti però poi capisce la portata violenta, antidemocratica di questo movimento e
quindi lui che è un umanista, sostenitore dei valori della generosità, del pacifismo, non
poteva fare altro che dissociarsi dal fascismo. Negli anni 40 viene chiamato in Brasile,
perchè nel frattempo è diventato famoso nel resto del mondo, e proprio in Brasile,
dove tra l’altro c’è una grande comunità italiana, tiene una cattedra di lingua e lett
italiana all’università tenendo famose lezioni sui grandi nomi della letteratura classica.
Decide poi di lasciare il Brasile e fare rientro in Italia, proprio negli anni in cui l’Italia
entra in guerra e quindi nel 42 e proprio qui gli viene affidata la cattedra all’università
di Roma, che terrà fino alla fine degli anni 50 con qualche interruzione perchè finita la
guerra, Ungaretti venne accusato di essere complice del fascismo. Ma poi si capirà che
Ungaretti si era allontanato dal fascismo al momento opportuno. Negli ultimi decenni
di vita, Ungaretti assiste alla perdita di un fratello e addirittura del figlio e della moglie.
Sempre negli ultimi decenni viene invitato in un’università americana in Oklahoma per
tenere delle conferenze e lì il tempo molto rigido lo porta ad ammalarsi di
broncopolmonite, e rientrato in Italia il primo giugno del 1970, all’età di 82 anni,
muore.
PAG 984:
‘Il porto sepolto’
Si tratta di un componimento breve, di 7 versicoli, frammenti di verso molto liberi,
molto vari. Si tratta di 2 strofe brevi con un significativo spazio bianco che appunto
separa (simbolo di un silenzio, segno di una mancanza) la prima strofa di 3 versi dalla
seconda.
In questi 7 versi Ungaretti condensa la sua definizione di poesia e di poeta. Con una
poesia allegorica, Ungaretti aveva sentito parlare da due suoi amici ingegneri che
lavoravano nel porto di Alessandria, dei racconti un po’ mitologici, un po’ mitici che
parlavano dell’esistenza della città di Alessandria con relativo porto molto più antica di
quella fondata da Alessandro Magno. E in base a questi racconti si trovava sommersa
nelle acque antistanti Alessandria. Questi racconti tra l’altro gli suggeriscono
quest’immagine metaforica di qualcuno che scende nelle profondità del mare e trova
queste tracce sparse di quest’antica civiltà, di questa antica città di Alessandria e porta
in superficie questi frammenti di mattoni, mura che dovessero appartenere a questa
antica città.
L’idea simbolica è che il poeta somigli un po’ a questo palombaro, a questo archeologo
subacqueo che si sprofonda nelle profondità del mare alla ricerca di un mondo oscuro,
sconosciuto e una volta riemerso riporti in superficie quel che resta di un mondo di cui
tanto si dice ma di cui poco si conserva. Metaforicamente la poesia è esattamente come
quel po’ che si riesce a far riemergere da un mondo segreto, oscuro, misterioso,
proprio come lo era l’antichissima città di Alessandria.
Analisi:
La pausa indica la riflessione, il silenzio da cui deve scaturire la metafora della poesia.
In pochissime parole si condensano anche le figure retoriche perchè se confrontiamo
nulla del penultimo verso con inesauribile, notiamo che si tratta di un ossimoro perchè
nulla viene messo a contatto con l’inesauribile, e quindi da questo nulla che resta della
poesia che riemerge dai fondali della coscienza della memoria, perchè il mare
metaforico di Ungaretti non è altro che la profondità dell’inconscio del poeta, da cui si
fanno riemergere memorie, ricordi, intuizioni, segreti e di tutto questo rimane quel
nulla di segreto inesauribile, dove le parole non possono essere spiegate al 100%
perchè la poesia del simbolismo non può essere razionalmente spiegata, ma si deve
intuire nelle singole scelte lessicali che fa il poeta. Per Ungaretti quindi la poesia è
nulla, segreto, è però fonte inesauribile di valori e di ricchezza.
UNGARETTI
PORTO SEPOLTO
Questo mare e questo mondo sommerso che Ungaretti da ragazzino intravedeva sulla
base dei racconti dei suoi amici, diventano come questo mondo evocato. Parliamo
quindi sempre di evocazione, di intuizione e proprio per questo motivo Ungaretti è
sicuramente un buon continuatore del messaggio poetico pascoliano. Tuttavia Pascoli
era più proiettato nel secolo precedente, anche se poi anticipava sia nei contenuti che
nella forma aspetti della poesia del 900. Con Ungaretti invece, proiettiamo il
simbolismo nel 900, oltretutto anche in una maniera più consapevole perchè mentre
per Pascoli abbiamo parlato di una rivoluzione silenziosa, di un simbolismo quasi
inconsapevole, Ungaretti ha contatti diretti con la cultura e gli intellettuali francesi dei
primi decenni del 900, per cui l’adesione al simbolismo è assolutamente cosciente. Egli
addirittura cita uno dei grandi poeti maledetti del simbolismo francese.
Pag 979
La raccolta poetica intitolata ‘Allegria’ che Ungaretti pubblicherà nel 1931, è il frutto di
anni di studio addirittura a partire dal 1916, anno di Trincea per Ungaretti. Una prima
raccolta Ungaretti l’aveva creata nel 1916 con il titolo appunto ‘il porto sepolto’ perchè
in quella raccolta la poesia in cui vi è la definizione della poesia e del poeta, era la
prima di questa raccolta. 3 anni dopo, nel 1919, appena terminata la Prima guerra
Mondiale, Ungaretti pubblica un’altra raccolta con un titolo significativo, perchè
Ungaretti parla di Allegria di naufragi. Durante un’intervista, quando ad Ungaretti fu
chiesto come mai avesse dato questo titolo alla sua raccolta poetica, Ungaretti disse
che lui si era consultato con dei suoi colleghi a cui aveva fatto leggere la sua raccolta
poetica e alla fine dopo un’attenta riflessione e dopo qualche consiglio lui aveva avuto
una specie di intuizione, Ungaretti va avanti di improvvise illuminazioni. E appunti gli
vengono in mente queste due significative parole: la prima naufragi, perchè come
uomo e come poeta si sentiva esattamente come qualcuno che fosse superstite al
naufragio della vita, e quindi come qualcuno che è scampato ad una tempesta o
comunque a una situazione molto pericolosa. E chi scampa a un pericolo così grave
non può che provarne gioia e quindi la gioia di essere scampato a questo naufragio, a
questa tempesta, si traduce nella mente come immagine di allegria. Ed è così che nasce
questo titolo ossimorico, allegria di naufragi. Come Ungaretti, anche Leopardi molti
anni prima aveva utilizzato il verbo naufragare, mettendo assieme l’immagine del
naufragio che ci fa venire in mente l’idea della tempesta e quindi un’immagine
potenzialmente negativa con l’aggettivo dolce, dolcezza dello sprofondarsi leopardiano
nella dimensione dell’Infinito. Questa Allegria di Naufragi dunque è sicuramente un
ossimoro di stampo leopardiano, proprio nell’individuazione delle tematiche e nelle
convinzioni. Come in Leopardi, anche in Ungaretti c’è il pessimismo, c’è la
constatazione che la vita sia fatta di dolore, di sofferenza, di rischio, ma si tratta di un
pessimismo un po’ meno accentuato, un po’ come quello pascoliano: c’è infatti sempre
uno spiraglio di luce, un’illuminazione all’orizzonte.
Nel 1931 Ungaretti decide di fondere queste due raccolte ‘il porto sepolto’ e ‘l’allegria
di naufragi’ in un’unica raccolta in cui con una scelta linguistica tipicamente
ungarettiana Ungaretti abbrevia, sintetizza, essenzializza ed elimina la parola
‘naufragi’ e lascia soltanto la parola ‘l’allegria’, metaforicamente intesa come sollievo,
momentanea gioia rispetto alle brutture della vita.
I 4 temi fondamentali che Ungaretti sviluppa all’interno delle 32 poesie sono:
l’angoscia della desolazione e della paura dinanzi al fango delle trincee e alla tragedia
della morte. Ungaretti mette sempre luogo e data come se queste poesie
corrispondessero alle pagine di un’autobiografia interiore, di un diario. Lui stesso tra
l’altro ammette molti anni dopo che la guerra non costituiva una possibilità di
miglioramento della società italiana ed europea, ma che era una bubbola, ovvero una
scelta sbagliata. Infatti quando Ungaretti si trovò di fronte gli arti, le mani, le teste
mozzate capì cosa fosse davvero la guerra e non soltanto cambiò idea su di essa ma
fece diventare la guerra con tutti questi terribili segni il simbolo di tutti i mali della
vita. Per cui la guerra come Ungaretti la evoca nelle sue poesie, non è più soltanto la
prima guerra mondiale, ma diventa il condensato di tutto il dolore dell’esistenza. Altro
tema che scatta è il senso della fragilità patita dall’uomo in pena alla ricerca delle
proprie radici. Il tema come in Pascoli si universalizza, perchè la guerra
metaforicamente parlando diventa l’emblema del dolore di tutta l’umanità. Di
conseguenza l’approccio che Ungaretti ha nei confronti della vita, per quanti sia una
vita dolorosa, egli riesce sempre però a individuare un momento di possibilità di
riscatto, una luce in fondo al tunnel, basata sui valori, sulle qualità umane. E quindi in
qualunque testo poetico, anche il più duro, il più desolato, proprio come in Pascoli
ritroviamo sempre una parola, un’immagine, un’evocazione di un simbolo di speranza.
E quindi il desiderio di fratellanza e di comunione con gli altri. Non a caso una parola
chiave che ricorre in molte poesie di Ungaretti è ‘fratello’, cioè per individuare anche in
un momento difficile e cruento come la guerra un momento di riscatto, Ungaretti si
sente fratello con gli altri e quasi sicuramente questo sentimento di fratellanza unisce
il poeta non soltanto con i soldati del suo esercito ma anche con i nemici. Ultimo tema è
il sogno assillante della patria lontana ai margini del deserto, paese di sole e di spazi
incontaminati. Qui sopravvivono anche i ricordi della gioventù di Ungaretti, trascorsa
in Egitto.
Dal punto di vista formale, la lirica procede sempre di più verso un’essenzializzazione,
cioè di pari passo con la riduzione del sentimento verso questa dimensione di
prospettive positive anche la lingua diventa sempre più asciutta, i versi si abbreviano.
Si può parlare anche di una verticalizzazione perchè Ungaretti preferisce versi brevi
che si susseguono uno sotto l’altro, dando vita a poesie lunghissime ma sottilissime,
con una forte sottolineatura dei famosi spazi bianchi. Lo spazio bianco viene ancora di
più semantizzato, dotato di un preciso significato. E lo spazio bianco che significa
poesia spezzata corrisponde quasi a qualcuno che balbetta, che si sente circondato da
così tanta violenza che la parola non riesce a fluire liberamente. E quindi ogni tanto ci
sono queste pause, questi silenzi, che rendono il discorso frammentario e che
esprimono quella ricerca di un bagliore di luce che però alla fine c’è nonostante sia di
difficile individuazione. Gli elementi tipici quindi sono la brevitas, il linguaggio
essenzializzato, la verticalizzazione, lo spazio bianco semantizzato e l’uso di versicoli,
tutto accompagnato all’uso abbondante di analogie, accostamenti rapidi di parole tra
di loro senza l’uso del come (metafora).
Pag 986 (Veglia):
La poesia si sviluppa tutta in verticale, versi brevi sviluppati in verticale con uno
spazio bianco semantizzato. Allo spazio bianco segue immediatamente la parola
amore, vi è quindi un contrasto tra la prima parte evocativa delle brutture più terribili
della guerra (evoca la presenza fisica affianco a sé di un suo compagno massacrato, il
cadavere sfracellato) e una seconda parte che cita il plenilunio, assolutamente
antiromantico, perchè è il plenilunio che illumina il cadavere del compagno
massacrato. Ma anche in questo contesto terribile in cui neanche la luna riesce a
risultare gradevole come quella di Leopardi, Ungaretti é riuscito a scrivere lettere
piene d’amore. Le lettere sono esattamente le poesie. Ecco perchè Ungaretti ci mette
sempre luogo e data, che é il 23 dicembre 1915. Quindi è addirittura l’antivigilia di
Natale. Per cui il titolo ha un doppio significato: veglia come vigilia di Natale, sia veglia
come notte trascorsa accanto al cadavere dell’amico. Proprio dalla terribile
constatazione dei mali della guerra scaturisce il messaggio d’amore e l’attaccamento
alla vita: la luce in fondo al tunnel.
Pag 998 (San Martino del Carso):
Anche qui vi é una struttura verticale con addirittura 3 spazi bianchi. Ci sono due
quartine e due distici di versi liberi.
Il riferimento del titolo é a un piccolo paese vicino a Gorizia, sul fronte dove Ungaretti é
stato impegnato. La parola brandello é una parola chiave in Ungaretti perchè al di lá
del brandello di muro che é tutto quello che rimane delle case distrutte, bombardate,
qui la parola brandello assume un valore simbolico ed indica sia i frammenti
dell’anima che quelli poetici, perchè questi testi di Ungaretti nel loro essere spezzati
sono proprio come dei frammenti. Anche qui si conferma il valore simbolico della
guerra. Nel verbo ‘mi corrispondevano’ Ungaretti fa riferimento a Foscolo, sta parlando
del rapporto di conoscenza, di solidarietà tra chi é morto e chi sopravvive alla guerra. Il
‘ma’ é importantissimo proprio come nel ma dell’infinito di Leopardi. Nonostante ci
siano i brandelli di muri, nonostante non fosse rimasto quasi nulla di tutti quelli che
erano in corrispondenza con Ungaretti, nel cuore nessuna croce manca. Ed ecco lo
scatto sempre ottimistico di Ungaretti e qui la parola croce è intesa proprio
foscolianamente come tomba. Proprio come negli Idilli di Leopardi, quando Leopardi
prima descrive il paesaggio e poi lo interiorizza, Ungaretti chiude dicendo ‘è il mio
cuore il paese più straziato’ e quindi il paese di san martino del carso distrutto dalla
guerra viene assunto simbolicamente come il cuore, l’interiorità del poeta, che viene
considerato l’ambiente più straziato. E quindi ancora una volta la guerra come
occasione simbolica.
Pag 1003 (Mattina):
Sono due versi che se messi sullo stesso verso costituiscono un settenario, ma per
questa sua propensione a innovare anche metricamente il linguaggio poetico,
Ungaretti lo divide in due. In un solo verso spezzato in due troviamo almeno due
fondamentali figure retoriche: una é la paronomasia (parole accanto) che consiste
nell’accostare tra loro parole di significato diverso ma di suono simile. In questo caso
Ungaretti gioca dal punto di vista della paronomasia sulla m perchè abbiamo nel primo
verso ‘m’illumino’ e nell’altro la doppia m ‘d’immenso’, e quindi é voluto. Soprattutto
c’è una sinestesia perchè in realtà mi illumino evoca la sfera sensoriale della vista e
d’immenso evoca almeno due dimensioni diverse: quella dello spazio perchè se
parliamo di immenso ci riferiamo allo spazio, al luogo che però in realtà Ungaretti cita
sul piano interiore e quindi é come se avessimo 2 sfere sensoriali, una quella visiva e
una quella dello spazio interiore. M’illumino d’immenso anche indirettamente evoca il
verso finale dell’Infinito di Leopardi, perchè il grande mare dell’ essere in cui Leopardi
dice di affondare dolcemente corrisponde all’illuminarsi d’immenso ungarettiano e
quindi ancora una volta Ungaretti stabilisce questo legame forte con Leopardi.
Pag 1006 (soldati)
Questa poesia evoca la dimensione di fragilità, di precarietà, di squilibrio in cui
simbolicamente la dimensione di guerra faceva stare Ungaretti. Ma guerra vuol dire
vita, dimensione esistenziale e quindi anche qui troviamo una situazione un po’
ossimorica perchè ‘si sta come d’autunno sugli alberi le foglie’, e il contrasto sta nel
verbo iniziale perchè il verbo impersonale ‘si sta’ all’inizio suggerisce un’idea di
stabilità però poi andando avanti Ungaretti precisa si sta però come le foglie d’autunno
e quindi si sta in modo precario.
UNGARETTI
Il modo di fare poesia in Ungaretti cambia con il tempo. Lo stesso titolo della seconda
raccolta ‘sentimento del tempo’ ci fa capire che dopo l’Allegria Ungaretti riflette sullo
scorrere del tempo e quindi il suo modo di concepire la poesia e soprattutto di tradurla
da un punto di vista linguistico si modifica profondamente rispetto al modo tipico di
fare poesia nell’Allegria. Ungaretti nella seconda parte della sua carriera attraverso la
seconda e la terza fase Ungarettiana mette un po’ alle spalle tutte quelle novità
linguistiche e recupera almeno parzialmente un po’ di espressione poetica più
tradizionale sia nella metrica che nella sintassi e perfino nella punteggiatura, cioè
torna un modo di esprimersi un po’ più lineare, ordinato.
Pag 976/977:
Uno dei temi su cui si sofferma la poesia di Ungaretti é l’esilio perchè egli nasce in
Egitto poiché le difficoltà economiche dei genitori hanno portato Ungaretti a
trascorrere la sua infanzia e formazione ad Alessandria d’Egitto. Dopodiché la sua
carriera formativa e poetica lo porterà in Francia, dalla Francia dopo la guerra si
trasferisce in Italia, poi andrà perfino a lavorare in Sud America, quindi c’è una sorta di
percorso del poeta alla ricerca delle proprie radici, quasi come in un perenne esilio. C’è
una specie di sradicamento, lui che é di famiglia italiana ma ha molti amici in Egitto,
poi stringe rapporti tra intellettuali parigini e poi torna in Italia. Vi é quindi il tema
dell’esilio, il tema della ricerca della terra promessa, poi l’esperienza della guerra, che
spingono Ungaretti a riflettere sulla follia, sulla fragilità del genere umano e tutte
queste riflessioni portano Ungaretti a maturare un linguaggio poetico nuovo anche se
si riallaccia al discorso simbolista di Pascoli. Tuttavia quello che in Pascoli era quasi
spontaneo, il Ungaretti il discorso nevrotico diventa collegato alla corrente del
simbolismo europeo. E quindi Ungaretti si riallaccia a tutti ai grandi poeti del
simbolismo europeo.
Pag 977:
Veniamo alla cosiddetta seconda fase ungarettiana che coincide con una nuova raccolta
pubblicata nel 1933, due anni dopo ‘l’Allegria’, che ha il titolo ‘sentimento del tempo’.
Uno dei temi su cui riflette ungaretti in questa raccolta è lo scorrere del tempo, che lo
induce a riallacciarsi a una certa tradizione lirica italiana che quindi spinge il poeta a
recuperare un modo di esprimersi più in linea con i grandi modelli classici. Non siamo
più di fronte ai versicoli, a quella parola ridotta all’essenziale, non c’è più l’abolizione
della punteggiatura, si ritorna a una sintassi più disteso, un po’ più normale, c’é un
recupero dell’ordine. Tra l’altro biograficamente coincide con la conversione avvenuta
nel 1928. Alcuni anni prima della pubblicazione di questa raccolta Ungaretti vive
un’esperienza fi conversione, cioè un riavvicinamento al cristianesimo che non è una
fede semplicistica. Un po’ come per Pascoli il cristianesimo ha sempre qualche
elemento di difficoltà, però a differenza di Pascoli in cui tutto veniva vissuto
nevroticamente e quindi con molti problemi interiori, in Ungaretti la fede cristiana
diventa occasione di rasserenamento, di riscoperta dei valori evangelici.
L’ultima fase coincide con la terza raccolta pubblicata nel 1947, ‘il dolore’. Dal punto di
vista dei contenuti Ungaretti ritorna ai temi dell’Allegria e quindi io dolore, il male, la
violenza, la guerra; nel frattempo infatti Ungaretti vive la seconda guerra mondiale, da
cui ricava un’importante lezione, ovvero che gli uomini non hanno imparato nulla dalla
strage della prima guerra mondiale. Tutti quei messaggi edificanti di speranza, di
fratellanza che Ungaretti aveva cercato di lanciare negli anni 30 attraverso la poesia
dell’Allegria, quella luce in fondo al tunnel che lui aveva indicato nella poesia
dell’Allegria, l’umanità non l’ha colta e quindi é ripiombata nel dolore, nell’angoscia
anche della seconda guerra mondiale. Ci sono quindi due filoni autobiografici che
convergono in questa 3° raccolta: uno è quello della seconda guerra mondiale, dove
torna a riflettere simbolicamente sulla guerra come emblema del dolore e del male che
l’uomo fa a se stesso. Ci sono poi i lutti personali perchè negli anni 30 subito prima che
scoppiasse la seconda guerra mondiale Ungaretti vive la morte prematura del fratello e
poi soprattutto del figlio Antonietto, che segnano profondamente la vita del poeta, già
segnata dalla morte del padre. Come al solito Ungaretti universalizza il dolore e tutto si
traduce appunto nel titolo ‘il dolore’. Altro elemento per cui questa terza fase è mista è
che i contenuti sono in linea con quelli dell’Allegria ma la forma poetica é ormai quella
di ‘Sentimento del tempo’, Ungaretti non torna più alla scarnificazione, ai versicoli, alla
rivoluzione linguistica della sintassi, della punteggiatura ma conserva questo modo più
tradizionale dal punto di vista linguistico, stilistico ed espressivo. È come se l’Ungaretti
maturo avvertisse di più il problema della comunicazione, l’Ungaretti del dolore é un
Ungaretti che vuole essere più chiaro, vuole comunicare di più soprattutto i suoi
messaggi ottimistici, quelli che dal dolore, dall’angoscia delle guerre dovrebbero
portare l’umanità verso un maggiore rispetto reciproco, rispetto di sé, della vita.
Pag 1014:
‘La madre’
Scritta nel 1930, questa poesia risale a due anni dopo il 28, data della conversione. In
questa poesia tra l’altro recupera i 2 versi principe della metrica italiana perchè si
alternano i famosi endecasillabi e settenari. C’è una suddivisione in strofe perché si
parla di quartine, terzine e distici. E anche la sintassi, la scelta delle parole e il lessico
sono in linea con questo ritorno a una certa poesia più classica. Non c’è più quella
specie di simbolismo dell’ineffabilitá, del silenzio, del balbettio del poeta simbolista
come lo era stato nell’Allegria.
La poesia è dedicata alla madre ma c’è anche un ripiegamento in sè perchè Ungaretti
immagina in questo testo poetico, che è una sorta di ricordo della morte della madre, il
momento della propria morte. Per muro d’ombra Ungaretti si riferisce a
quell’elemento che separa la dimensione dei vivi da quella dei morti e quando sarà
caduto questo muro, e quindi arriverà anche lui al momento della sua morte, la madre
gli darà la mano come faceva una volta. Ungaretti sta quindi proiettando nel futuro il
passato, e questo è un elemento tipico ungarettiano, questo intersecare tra di loro il
presente che è quello in cui il poeta scrive, il passato perchè lui ricorda alcuni momenti
di vita a contatto con la madre e il futuro perchè sta proiettando nel futuro il momento
della propria morte. E quindi dice che quando avverrà la sua morte e si troverà davanti
al signore, la madre sarà in ginocchio come una statua davanti all’eterno, cioè a Dio,
come ‘già ti vedeva(è una prima persona all’antica, Ungaretti si ricollega al linguaggio
poetico ottocentesco perchè nel’800 spesso i poeti usavano come prima persona la
terminazione in -a) quando eri ancora in vita’.
Ungaretti rievoca i momenti in cui la madre pregava e quindi immagina che la madre
nel momento in cui lui andrà in paradiso sia una specie di madonna che fa da
intermediaria tra Ungaretti e Dio. E quindi si mette in ginocchio davanti all’eterno
come quando pregava. Ungaretti poi rievoca il momento in cui la madre morì alzando
le braccia e pronunciando la frase :’Mio Dio eccomi’. Adesso invece Ungaretti immagina
nel futuro che quando arriverà davanti a Dio dopo la morte, troverà la madre che alza
le braccia verso di Dio invocando il perdono di Dio nei confronti del figlio. Ungaretti
immagina addirittura che la madre guarda il figlio morto solo dopo che avrà ottenuto il
perdono di Dio.
Questa linearità, questa semplicità, questa voglia di comunicare alla fine è solo
apparente perchè Ungaretti in questo discorso apparentemente chiaro è in grado di
costruire, recuperando la famosa concezione bergsoniana del tempo (tempo tutto
soggettivo, di coscienza) o il tempo misto di Svevo, un discorso molto complesso e
ricco anche di riferimenti simbolici.
Questo omaggio che Ungaretti fa alla propria madre é in realtà un omaggio un po’ al
tema delle radici, questo ricongiungersi con la propria madre in Ungaretti si
universalizza perchè sviluppa il tema del ritorno alle proprie origini.
Il finale, come al solito, è un finale ottimistico perchè l’ultima parola è ‘respiro’, ovvero
il sollievo nel momento in cui può ritrovare le proprie radici, la madre.
UNGARETTI
‘Non gridate più’ —> esempio tratto dal ‘dolore’
Dall’andamento della sintassi, dalla scelta dei vocaboli, Ungaretti si mantiene sull’onda
della seconda fase stilistica. Lo stile é un po’ più chiaro, lineare, più regolare.
L’occasione contingente é legata sempre alla guerra, e in particolare a un episodio che
colpí molto Ungaretti perchè durante i bombardamenti del 43 a opera delle truppe
alleate, gli angloamericani bombardarono Roma e colpirono il cimitero di Roma.
Evidentemente Ungaretti rimase molto colpito da questo episodio perchè vide
uccidere di nuovo i morti. Il primo verso infatti suona proprio così ‘cessate di uccidere
i morti’.
Simbolicamente queste bombe che cadono sui morti dei defunti agli occhi poetici di
Ungaretti risuona come una seconda uccisione. Accanto al tema generale della guerra
mondiale, Ungaretti nel 47 sta già vivendo una nuova esperienza bellica, la Guerra
Fredda. In Italia e poi nella politica internazionale la fine delle ostilità militari della
seconda guerra non fa finire le ostilità ideologiche, per cui a livello europeo inizia quel
lungo periodo di Guerra Fredda che finisce nel 1989/90 quando cade il muro di
Berlino.
L’invito di questa poesia ‘Non Gridate più’ e questi morti che vengono uccisi per la
seconda volta nascono dall’immagine del bombardamento del 43, ma simbolicamente
diventano le vittime di questa nuova ulteriore guerra che in Italia è la
contrapposizione ideologica tra ex fascisti e comunisti e a livello europeo vede
contrapposti i due mondi del patto atlantico e del patto di Varsavia. Ungaretti che si
illudeva che dalla prima guerra mondiale l’uomo avesse imparato la lezione, Ungaretti
si accorge che neanche dopo la seconda guerra mondiale la lezione é stata assimilata e
da qui l’invito a non gridare più. Ungaretti non smette mai di spronare, di esortare gli
uomini a cambiare orientamento. L’invito simbolico è di ascoltare i morti, vittime della
guerra precedente. I morti riescono ancora a farsi sentire ma se vogliamo ascoltare il
messaggio che ci arriva dai defunti e questi trarre spunto dalla lezione dei morti noi
dobbiamo prestare talmente ascolto come faremmo se volessimo sentire il rumore
dell’erba che cresce, quindi quasi niente. Per fare questo c’è bisogno del silenzio. Ed
ecco quindi il recupero dello spazio bianco, la difficoltà di parola, l’incomunicabilità.
C’è poi un finale abbastanza pessimistico antropologicamente parlando perchè
Ungaretti dice che l’erba é lieta dove non passa l’uomo, cioè l’aggancio fulmineo al
crescere dell’erba al verso 7 fa venire in mente quest’immagine pessimistica dell erba
come simbolo della natura che ha in sé un elemento di gioia purché non ci passi sopra
l’uomo. In poche parole Ungaretti riesce a dirci tutto il suo pessimismo sull’uomo.
Come al solito in Ungaretti riescono a combinarsi in modo perfettamente equilibrato il
pessimismo sul destino umano che continua sempre ad essere un destino di morte, di
violenza, di incapacità di capire e un minimo di prospettiva ottimistica, perchè è
ancora profondamente convinto che l’uomo possa ascoltare, però per ascoltare
bisogna sapere far silenzio e addirittura saper percepire il rumore dell’erba che
cresce.