GIUSEPPE UNGARETTI
Giuseppe Ungaretti nasce l’8 febbraio 1888 ad Alessandria d’Egitto dove i
genitori, Lucchesi, gestivano un forno di pane; studia in una scuola di lingua
francese della città egiziana.
Nel 1912 si trasferisce a Parigi, dove frequenta l’Università della Sorbona e
incontra alcuni tra gli esponenti più importanti della cultura europea del tempo.
Qui approfondisce la conoscenza dei poeti simbolisti (Decadentisti) come
Baudelaire e Mallarmé, che esercitarono su di lui un’influenza fondamentale.
Nel 1914 si trasferisce in Italia, dove, arruolatosi volontario come soldato
semplice di fanteria, partecipa alla Prima guerra mondiale combattendo sul fronte
del Carso, una delle sue poesie più famose è appunto San Martino del Carso,
luogo sito in provincia di Gorizia in cui combattevano i soldati italiani contro gli
austroungarici. Dall’esperienza diretta delle atrocità della guerra, prese forma il
primo nucleo della sua produzione poetica. Nacquero così le raccolte Il porto
sepolto (1916) e Allegria di naufragi (1919); le poesie furono poi riunite nel
volume L’Allegria (1931).
Allegria di naufragi come si può capire, il titolo rappresenta un ossimoro, cioè
l’accostamento di due termini contrapposti, come la vita e la morte. Questa
raccolta di liriche è fortemente autobiografica, il poeta infatti si immerge nel
racconto come se stesse scrivendo le pagine di un diario, descrivendo la sua
condizione di soldato durante la Prima Guerra Mondiale. Proprio mentre la morte
sembrava vicina e incombente, come in guerra, veniva fuori il grande valore della
vita: più è vicina la morte e più si è attaccati alla vita. In Allegria di naufragi il
tema principale è:
1. La tragica condizione del soldato e della vita di trincea che diventano simbolo
dell’intera umanità: non è soltanto il soldato che si sente fragile e precario
come una foglia in autunno – cioè che sta per cadere da un momento all’altro –
ma l’intero genere umano.
2. Un'altra caratteristica importante della poesia di Ungaretti è la brevità e
l'essenzialità che pongono la sua poesia distantissima dallo stile dannunziano,
lungo e magniloquente. Simbolo della brevità di Ungaretti – e di tutta la poesia
del Novecento – è la poesia Mattina che dice semplicemente
M’illumino d’immenso.
In questa poesia il poeta mette in risalto soltanto l’alba, il mattino e la vita...
l’allegria insomma. Come lui stesso dice è la guerra ad avergli insegnato la
brevità, “perché in guerra non c’era tempo” nemmeno di pensare: in guerra
dovevi essere veloce e dovevi dire tante cose con poche parole. Pur di fronte alle
enormi distruzioni e agli immani dolori che provoca la guerra, pur avendo
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scoperto la sua fragilità e la sua precarietà nella vita che gli è stata data, Ungaretti
coglie con una grandezza smisurata tutta l’immensità del mondo al quale sente di
appartenere.
Al termine del conflitto, Giuseppe Ungaretti visse a Parigi per un anno, come
corrispondente del giornale fondato da Benito Mussolini, «Il popolo d’Italia».
Nel 1936 Giuseppe Ungaretti accetta la cattedra di Lingua e letteratura italiana
presso l’Università di San Paolo, in Brasile, dove va vivere con la moglie e i due
figli. Qui lo colpirono due gravi lutti familiari: la morte del fratello Costantino e
quella del figlio Antonietto.
Il ritorno in Italia nel 1942 coincise con la Seconda guerra mondiale. Alla tragedia
privata si sovrappose così quella pubblica e questo duplice dramma ispira la
raccolta emblematicamente intitolata Il Dolore (1947).
Fu nominato Accademico d’Italia e ottenne «per chiara fama» la cattedra di
Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Roma.
Nel 1970 fu colto da malore durante un viaggio negli Stati Uniti e, rientrato in
Italia, muore a Milano per broncopolmonite all’età di 82 anni.
Nelle poesie di Ungaretti non ci sono rime e nemmeno punteggiatura, uno degli
esempi che qui vi riporto è la poesia Veglia che si trova all’interno della raccolta
Allegria di naufragi.
Veglia
Un’intera nottata
Buttato vicino
A un compagno
Massacrato
Con la sua bocca
Digrignata
Volta al plenilunio
Con la congestione
Delle sue mani
Penetrata
Nel mio silenzio
Ho scritto
Lettere piene d’amore
Non sono mai stato
Tanto
Attaccato alla vita
Cima Quattro il 23 Dicembre 1915
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Parafrasi
Il poeta ha trascorso tutta la notte vicino a un compagno morto, con le mani
congelate e la bocca digrignante volta verso la luce della luna, con il gonfiore che
penetra nel suo silenzio. In quel contesto di dolore e di disperazione egli ha scritto
lettere piene d'amore, attaccato alla vita come non mai.
Nella drammaticità della situazione, Ungaretti percepisce solo la propria volontà
di vivere, che prevale su tutto e lo porta a reagire al destino di morte.
In queste poesie Ungaretti descrive come vivevano i soldati in trincea, che lui
stesso ha vissuto ma per pochissimo tempo, infatti non è stato eroe di guerra: non
ricevette medaglie al valore; frequenta spesso infermerie e ospedali militari;
trascorse nelle retrovie del fronte quasi tutti gli anni della guerra; evita undici
delle dodici battaglie dell’Isonzo (1915), e nell’unica a cui partecipò occupò
posizioni di rincalzo; non esita a chiedere ripetutamente aiuto agli amici per
essere allontanato il più possibile dal fronte. Quel suo comportamento, però, non
nasceva da disinteresse verso il dramma della guerra o da vigliaccheria. Ungaretti
aveva un sogno: diventare un grande poeta, il più grande poeta italiano; e –
incalzato dalla sua impazienza caratteriale – quel sogno voleva realizzarlo
urgentemente; aveva dunque bisogno della necessaria tranquillità per potersi
dedicare alle sue poesie, e la permanenza in trincea era incompatibile con le sue
ambizioni letterarie.
Come già detto, quando torna in Italia siamo nel periodo del ventennio fascista,
per allontanarsi dalla poetica del regime utilizza una poesia difficile da decifrare.
Ungaretti è infatti il maestro riconosciuto della corrente letteraria dell'Ermetismo
ovvero una poesia chiusa, misteriosa, occulta. Fondatori della poesia ermetica
sono considerati Giuseppe Ungaretti ed Eugenio Montale e la definizione fu
coniata in senso dispregiativo dalla critica tradizionale che intendeva condannare
l'oscurità e l'indecifrabilità della nuova poesia, ritenuta difficile in confronto alle
chiare strutture della poesia classica. Proprio durante il ventennio fascista, una
poesia chiusa e “in codice” come quella ermetica ha permesso ad alcuni
intellettuali di esprimere in modi indiretti e destinati a pochi lettori la propria
polemica o la propria indifferenza nei confronti del regime fascista. Così hanno
potuto evitare di compromettersi con il potere politico e con il fascismo e di
chiudersi nel proprio mondo a meditare sull’esistenza e sul destino dell’uomo.
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