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L’autopsia

effettuata sul
corpo di
Mussolini
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Indirizzo Email: webmaster@controstoria.it Versione del 20 Dicembre 2008

Documenti – L’autopsia effettuata sul corpo di Mussolini

Nel verbale di un colloquio fra il professor Aldo Alessiani e il giornalista Bruno Romani, qui proposto, è
menzionato il resoconto dell'Autopsia effettuata sul corpo di Mussolini la mattina del 30 Aprile 1945 presso
l'obitorio comunale di Milano da parte del professore Mario Cattabeni.

Dalla lettura di tale documento risulta evidente, come già all'epoca, il professor Cattabeni comprese che
Mussolini e la Petacci non furono assassinati secondo quelle modalità che la storiografia ufficiale ci ha
propinato da oltre sessant'anni, ma da un attento esame dei corpi, risultò subito evidente che le ferite ed i
particolari segni che i proiettili lasciarono sul corpo e sugli eventuali indumenti indossati non erano
compatibili con la versione dei fatti divulgata.

Al contrario le conclusioni alle quali il professore arrivò, avvalorarono già allora la tesi, secondo la quale i due
furono uccisi durante un tentativo di aggressione, probabilmente verso la Petacci; tesi ancor oggi proposta
da diversi storici.

"Questo è addirittura un preziosismo, raro per le poche copie del giornale d'epoca (Risorgimento Liberale
del 2 maggio 1945); lo scrisse Bruno Romani, giornalista, docente universitario di letteratura francese
all'Università di Bari. E stato da me intervistato commuovendosi per l'articolo che non aveva più. Mi disse
che si trattava di un 'fuori sacco' quando, in quei giorni, era corrispondente di guerra; il pezzo gli era
stato 'tagliato' dai politici emergenti giudicando la sua interezza troppo cruda e macabra. Volle allora
gratificarti di quanto mancava (che allego in nove fotocopie; a ridosso della terza c'è una sua
puntualizzazione del 28/12/87). Ai fini della presente indagine l'aiuto è sostanziale:

Appare avanzata alla fine dell'autopsia (10,20 circa del 30/04/45) la risoluzione cadaverica sia per il
ciondolamento del capo del cadavere sia per la composizione che un sedicente antropologo opera nel
porre lunghi ai fianchi gli arti superiori del Mussolini. Risultano i nomi degli operatori dei quali solo iI
Perito Settore è un medico-legale, gli altri due appartengono a discipline mediche completamente
estranee alla tanatologia forense. Compare anche il nome del tecnico preparatore che asportò con la
spugnatura gli aloni di affumicatura. Di rilievo la presenza degli americani intenti a fotografare e
cinematografare la scena. Il prelievo del cervello servì soltanto, negli Stati Uniti ai sondaggi biochimici per
l'esistenza, pur se pregressa, di una sifilide, vista l'impossibilità per devastazione traumatica dell'organo,
di uno studio frenologico.

Nessuna sifilide; nelle chiarificazioni dell'agosto 1945. Il Perito Settore descrisse che l'aorta appariva
appena in una fase di lipoidosi, dunque nemmeno nella fase evolutiva arteriosclerotica consona in un
quasi 62nne. Durante la guerra di Corea furono compiute autopsie seriale sulle salme dei giovani
americani: apparvero già alterazioni coronariche ed aortiche ben più imponenti. A parte il fatto che
difficilmente una sopravvivenza fino a quella età sarebbe stata fuori statistica, non si comprende come
una lue (non combattuta dalla allora inesistente penicillina che ha la sua peculiarietà, ancora oggi,
principe, come antiluetica) fronteggiata da terapie arseno-benzoliche soltanto se non addirittura
mercuriali (si disse che soffriva il Mussolini di una lue contratta in età giovanile) sarebbe trascorsa senza
lasciare minima traccia alterativa cerebrale e arteriosa.

Lo stesso vale per il mancato riscontro della famosa ulcera terebrante duodenale di cui alla autopsia non
furono trovate tracce se non dei modesti esiti aderenziali. Se questa era esistita, la sua piena guaribilità
la si deve al Dott. Zacharias, tedesco, che usò come terapia prodotti ormonali estrogeni (cioè femminili)
così come accenna nel suo famoso libro Mussolini si confessa; una terapia più sperimentale che usuale.

Le memorie di Romani, ancora assolutamente inedite, chiariscono nella narrazione circa il cadavere della
Petacci come per questa sicuramente non ci fu una autopsia; l'incontro con il cadavere di questa è alla
fine del racconto e cioè mentre lui s'accinge, quando il sole era già alto (specifica di suo pugno le 1O e 20
minuti) a lasciare l'obitorio. La salma sta per essere incassata ma l'averla un ausiliario estratta per le
ascelle tanto che la testa gli poggia sulle ginocchia, manifesta anche qui una avanzata risoluzione del

rigor; altresì l'aver interrotto la giunzione dei due reggiseni con un tagliente occasionale, chiarisce che il
corpo non poteva essere stato sottoposto assolutamente a necroscopia in quanto ancora vestito pure con
gli indumenti intimi non certo ricomponibili su un corpo dopo un simile processo accertativo. Come per il
Mussolini, gli indumenti gli sarebbero stati al massimo posti sulle nudità reduci dalla operazione settoria.

Né poteva esserci il tempo sufficiente per una autopsia sulla donna considerando che il suo cadavere
venne inumato nel non ancora trascorso 30; esso non interessò medico-legalmente o se grossolanamente
ispezionato suscitò all'occhio esperto la non convenienza di non più sottilmente indagare. Comunque io
sono per la prima ipotesi. Conoscendo che l'autopsia cominciò per il Mussolini alle 6,30 solari ed
essendosi il Romani espresso nel 1987 per le 10,20 ("... il sole era già alto e riscaldava...") rifacendosi
naturalmente ad ora solare, la sua durata come avevo intuito, dovette essere più o meno, di quattro ore.
Dall'articolo giornalistico si apprende che 'sul grembo di Mussolini furono messi gli stivaloni, i pantaloni e
la biancheria intrisa di sangue'. Probabilmente la biancheria andò dispersa con il trafugamento della
salma (sia per la maglietta a carne che per le mutande); resta ragione di curiosità quell'aggiungere la
giacca sicuramente di altri nella fase di restituzione dei resti ai famigliari in un unico involto legato alla
meglio, con un rozzo spago" (Aldo Alessiani).

E ancora, un ulteriore studio che Alessiani ha compiuto sui testi del verbale dell'autopsia, dal titolo "Il
Teorema del Verbale n. 7241", scritto a Roma nel dicembre 1990, e determinante per chiarire i numerosi
enigmi sulla morte del capo del fascismo e di Claretta Petacci:

"Iniziai la riflessione sulla morte di Benito Mussolini negli anni Cinquanta, non certo pretendendo di
giungere alle sue modalità chiaritive; in quel tempo, già medico-giudiziario e specializzando in medicina-
legale, non disponevo che di una sola traccia, limitata alle successioni tanatologiche (tanatologia: esame
del cadavere e delle sue vicende trasformative), emergenti dalla cospicua iconografia fotografica della
mattina del 29/04/1945 quando il suo corpo proveniente da una località comasca era stato deposto in
piazzale Loreto a Milano, quindi sollevato con una corda per i piedi ed appeso sulla traversa metallica, di
una pensilina per carburanti. Data la notorietà del soggetto, il fine non fu altro che quello di una migliore
esposizione per la enorme folla assiepatasi. Ciò che colpì la mia attenzione fu l'apparire in alcune positive
di gore ematiche sugli indumenti intimi e quindi più facilmente imbibili di sangue, presenti e scomparenti
ma costantemente legate per la loro genesi e dinamica alla gravita. L'eccezionalità della posizione, a capo
all'ingiù, rarissima anche nella esperienza medico-legale, permetteva dì risalire al succedersi delle diverse
spazialità fatte assumere al corpo prima e durante la detta esposizione.

In alcune fotografie le gore, ad esempio, avevano proceduto in via verticale nella direzione delle
estremità inferiori, altre, sempre sullo stesso asse delle prime, al rovescio. Perché avvenisse questo, il
determinante era il tempo: con la ventilazione alcune scomparivano per essiccamento ed ossidazione e
non erano più percepibili dalla lastra fotografica in bianco-nero, altre si manifestavano, come ho detto, in
direzione verso il capo persistendo. Conseguenze, appunto, di diverse posizioni cadaveriche, ma che
essendosi configurate sulla medesima direttrice, rivelavano che il corpo, prima d'essere appeso per i
piedi, era stato magari per pochi istanti, sostenuto verticalmente, con trazione sotto le ascelle
probabilmente o posto a sedere. Le gore infatti appartenevano principalmente al tessuto di una maglietta
di salute a mezze maniche evidenziatasi a seguito dello spogliamento operato dalla folla durante
l'appendimento, traendo gli indumenti più esterni verso il suolo.

Benito Mussolini restava alla fine indossando la citata maglietta (detta di salute), mutande di flanella a
polpaccio divaricate nella loro allacciatura, calzoni alla cavallerizza con banda militare laterale e
abbottonati senza contenzione di cinghia o sostegno di bretelle, calze bianche, stivali. In tal maniera, una
volta disappeso, raggiunse l'Istituto di medicina legale di Milano. In complesso la sequenza fotografica
era di per sé preziosa; se essa aveva sollevato emotivamente per il suo contenuto orrido intensi
sentimenti, sotto il profilo tecnico manifestavasi vantaggiosa per l'analisi bisognosa di reperti. S'imponeva
subito un'indiscutibile difficoltà: la sistemazione cronologica delle singole unità, ponendole in una
utilizzabile successione. Già le riferite fasi dello spogliamento indicavano una gradualità intuitiva,
empirica, che poteva anche far dubitare su lacune difficilmente colmabili ai fini interpretativi.
La soluzione fu nell'accorgersi che la pensilina non era stata completamente approntata; mancava della
copertura che, per una struttura del genere, a quell'epoca, non poteva essere se non di lamiera ondulata
o eternit. Era invece a cielo scoperto pur se centine metalliche poste per il tetto mancante, sostenevano
anteriormente il frontone che sarebbe diventato linea d'appendimento con un estremo mentre con
l'opposto si insitava in un muro di fondo in calcestruzzo di pari altezza: il sostegno centrale costituito da
due pilastri verticali di cemento, reggeva l'intera costruzione. Trattandosi di giornata abbastanza
assolata, pur se di fine aprile, l'ombra delle centine si proiettava sul muro assumendo la funzione di una
meridiana di fatto e descrivendo tra la prima fotografia e l'ultima, un settore circolare procedente da
sinistra a destra per chi le guarda. Inscrivendo in esso settore le ombre intermedie rivelabili dalle restanti
fotografie riuscivo ad ordinarle ed a leggerne migliori elementi di ricerca.

Comparivano in tal modo le prime risultanze; inizialmente il corpo di Mussolini giacque supinamente sul
piano del piazzale, ortogonalmente a quello di Clara Petacci e con la testa poggiata sul petto di lei. I due
cadaveri furono rimossi per primi tra quelli dei sedici esecutati a Dongo, tutti originariamente depositati
contiguamente, per l'appendimento, dopo essere stati sollevati a braccia, per una iniziale insufficiente
esposizione. Più tardivamente altri corpi del gruppo seguirono la stessa procedura, ma con alternanze più
dettate dalla curiosità spettacolare che da fondate esigenze. Il calcolo del settore circolare riferiva che
l'appendimento della coppia era iniziato alle 11,20 terminando alle 13 e 45.

All'obitorio giunsero diciannove cadaveri da colà provenienti, essendosi aggiunto quello di A. Storace
ucciso sul posto. Diventa subito di massimo interesse l'interpretazione fotografica a cominciar da quella
dei corpi orizzontali ancora non molto manomessi ed in miglior stato conservativo. Mussolini appare
vestito con un cappotto giovanile di foggia raglan chiaro-grigiastro (in foto bianco-nera), bavero
accuratamente accollato e fermato sicuramente da una spilla da balia; alla vita, una cintola di pari
tessuto a fibbia staffata. Tale indumento andò disperso. Sottostante a questo, soltanto una camicia nera
(giacca assente. Preciso subito che in occasione della restituzione alla vedova Rachele Guidi dei suoi resti
corporali si accomunarono ad essi un paio di stivali, calzoni ed una giacca; il tutto è esposto in una
bacheca nell'attuale ambito del sepolcreto nei pressi di Predappio).

È decisamente da rifiutare che detta giacca sia del Mussolini o quanto meno indossata da lui al momento
del trapasso. Probabilmente appartiene ad uno degli esecutati di Dongo le cui salme subirono parimenti
spogliazioni durante l'impiccamento; in tal caso essa dovrebbe recare ancora i segni dei fori d'ingresso
dei proiettili in superficie posteriore. La giacca indossata dal Mussolini durante la Repubblica Sociale era
guarnita soltanto di fiamme al bavero nere con fregi a gladio argentati, quattro bottoni dorati in linea
verticale con impressa l'aquila romana ad ali ripiegate rampante su fascio littorio, altri quattro più piccoli
simili per le tasche laterali sul petto e per quelle più grandi a toppa sui fianchi, sottili bande rosse
circuenti i polsi. Null'altro.

Per il resto: calzoni alla cavallerizza con ampie bande nere con in mezzo riga argentata, senza passanti
per cinghia, falda ventrale alta per tre dita trasverse, non bretelle, stivali di cui il destro posteriormente
aperto fino al calcagno. Quanto al corpo della Petacci così giungeva a Piazzale Loreto: tailleur scuro (forse
marrone} a grandi quadri ed interamente felpato (tale vestito era già apparso indossato dalla donna in
una nota foto che la raffigurava sotto l'arco di una porta di Villa Fiordaliso sul Garda), camicetta a rete
(gronde-tulle) bianca a vasti ricami floreali, chiusa in alto da nastrino scuro a farfalla; per fondo: seta,
parimenti bianca. Calze ben tirate da giarrettiere (presumibilmente bustino). Le scarpe di numero 35 di
foca, scure, a suola ortopedica, con il copricapo realizzato con lo stesso tessuto del vestito a mo' di
bustina militare, rimasero in zona di decesso, notoriamente tramandateci per rotocalchi.

L'analisi ancora nota per il Mussolini, sempre in positura orizzontale, la chiara esistenza, sull'occipitale
destro (nuca), di ampia lesione stellare a margini cutanei sfrangiati per colpo d'arma da fuoco,
necessariamente perforante quel piano osseo per fuoriuscita di sostanza cerebrale in caduta sulla citata
camicetta ricamata della donna. Il carattere di siffatta lesione è proprio da arma aderente appunto per
l'aspetto stellare dovuto ai gas d'esplosione interposti tra la pelle ed il piano osseo. L'autopsia lo
descriverà come avvenuto post-mortem; proiettile ritenuto intracranico perché non ravvisabile in uscita
sul capo nelle foto iniziali, sia per direzione tipica o atipica (deviazione intracranica).
Tale colpo d'arma da fuoco è da escludersi come esploso in Piazzale Loreto appunto perché salvo lo
spessore intermedio del corpo femminile sul quale il capo poggia è distante di pochi centimetri dal suolo;
sarebbe stato impossibile presumere un'arma seppur corta, e per giunta verticalmente, inserita tra
pavimento e l'occipite. Per contro, tutte le altre lesioni descritte in autopsia sul capo del Mussolini e
d'arma da fuoco, sono di folla. Ancora in tale frangente, il cadavere di Mussolini fu solo oggetto di
dileggio, ponendogli tra le mani l'asta di un labaro della associazione mutilati ed invalidi di guerra (si era
erroneamente detto che fosse l'insegna della brigata nera Aldo Resega) ed un giornale che a mo' di
cartoccio conteneva delle carote.

Trascinata sotto la pensilina, la salma venne issata per la prima volta, senza modificazione del vestiario
analizzato, trascinando il labaro sostenuto dagli arti superiori ancor rigidi. I lembi del cappotto si
ribaltavano sulle spalle per gravità mentre il furore della plebe stava per giungere alla esaltazione. La
sistemazione nel tempo orario delle immagini, permetteva così anche di seguire le azioni della folla; per il
corpo di Mussolini la spogliazione, durante l'appendimento e soltanto, avviene per trazione ovviamente
verso il basso; altrettanto per gli altri appesi (alcuni resteranno addirittura a torso nudo). Per la Petacci,
no; c'è un relativo rispetto, anzi, immediatamente dopo l'issamento, la gonna del tailleur rincalzandosi e
scoprendo così le pudende che si disse in nature, fu ricomposta alla meglio nei suoi lembi. Manifestavasi
altresì l'aprirsi a farfalla dello stivale destro del Mussolini, dal polpaccio alla caviglia, contrariamente al
sinistro, parimenti stretto dalla corda di sostegno, rimasto nella sua integrità. In difetto della risaputa
autopsia di questi, a me apparsa tardivamente negli anni sessanta, non potevo fare di più se non, con
molta cautela e riserva attingere a quelle successioni delle gore ematiche riferite e che, se non altro,
potevano ormai essere contemplate sequela.

Un artifizio ausiliario d'accordo e che però quando diventa valido iniziariamente, offre la sua utilità, specie
poi quando comparato con il successivo riscontro autoplico, rivela una certa fondatezza. Che le gore
ematiche siano importanti è fatto acclarato fino al punto di doverle descrivere in ogni ispezione tecnica di
un cadavere rinvenuto, per dirimere il dubbio di modificate positure di esso sì da far dubitare l'esistenza
di sue manomissioni per fini subdoli o innocenti e comunque confondenti. In tale stadio, il Magistrato
interviene ancor prima di far procedere ad ulteriori acclaramenti. Nessuna validità probativa dunque
alfine di interpretarle sostitutivamente ad autopsia; tuttavia, nella specie, si verifica la eccezionalità di
così inusitati cambiamenti volontari e documentati che, come detto, assommano almeno a tre: lo stare in
posizione supina sul selciato dei corpi, quella all'impiedi sebbene temporanea, infine a testa all'ingiù.

A tutto ciò devesi aggiungere la fortunata combinazione di essere stati fotografati in bianco e nero e non
a colorì. Cerco di chiarire: se noi perforiamo un foglio di carta rettangolare ed al centro con la punta e
soltanto di una penna stilografica, facendo da questa fuoriuscire una goccia d'inchiostro, questa a
disporrà, per gravita, lungo la verticalità dal foro verso il basso; una prima foto recepirà questa fase di
linearità modificatesi nei suoi comuni canoni d'assorbimento. Se ruotiamo il foglio di 180 gradi, una
seconda goccia discenderà similmente in direzione opposta talché sommerà le due immagini in una unica
retta.

Se però la seconda goccia discende dopo un certo tempo, tenderà a sbiadire l'effetto della prima; una
terza foto specie se scattata a distanza, impressionerà solo la più recente metà della linea. Comparando
le immagini in tempi diversi realizzate, sapendo trattarsi di liquido unico tracciante, intuiremo accostando
gli estremi in opposizione delle due semirette che necessariamente sono sorte in una unica fuoriuscita
ovvero da quel foro che avevamo ignorato, esattamente localizzandolo per costruzione sulla base dei due
effetti o colà dove l'aveva provocato la punta della penna, prima dell'intervento fotografico.

Analogamente accade su un tessuto chiaro se macchiatosi verticalmente da sangue; una fotografia


immediata ne fisserà l'immagine se allo stato fresco (umido) nella direzione della gravita (dal torace ai
piedi per esempio); se giriamo il corpo, l'emissione continuerà (dal torace verso il collo). I due estremi
fanno dunque immaginare una sorgente di sangue, invisibile perché coperta dai tessuti dei vestimenti,
quale quella di una lesione sanguinante d'arma da fuoco, laddove essi si toccano. Considerando che il
corpo umano è diviso in due volumi separati dal diaframma (torace-addome), le ferite toraciche
sanguinano più precocemente essendo per gravita pertinenti del volume più piccolo; più tardivamente le
addominali interessanti il volume più grosso. Ciò ci servirà nel fine ricostruttivo indiziario delle lesioni
d'arma d.f. nella Petacci per la quale l'ausilio autoptico non esiste così come una descrizione necroscopica
sia pure en passant.
L'artifizio ci sarà di dovere per la suddetta, per raggiungere una indiziarietà ausiliaria nel contesto di una
credibile collateralità nell'evento storico in trattazione. In effetti, se la pubblicazione tardiva del verbale
d'autopsia di Mussolini, superò di gran lunga l'iniziale e faticoso mio sforzo concretizzandosi con simile
metodica, i miei risultati, dopotutto, furono validi per ravvisare che la morte di questi era stata provocata
da due anni di cui una a colpo singolo ed una a raffica. Il tutto con disparate direzionalità. Commisi però
l'ingenuo errore di accettare la tesi convenzionale di Villa Belmonte (vedi Il figlio del Fabbro di Mino
Caudana - C.E.N.- II Volume).

In verità i miei limitati risultati, non potevano nella loro misurata precarietà, concedermi inattese in
quanto allora inattendibili estensioni e scoperte. Ho già specificato come il presente lavoro, per il suo
rigore scientifico, si basi solo su tracce di rilevanza tecnica; circa la prima, la sequenza fotografica di
piazzale Loreto, ne ho fatto, per sommi capi, menzione; quanto alle tracce rimanenti, un cenno fugace: la
seconda sequenza fotografica relativa ai corpi dei disappesi e trasferiti all'Istituto di medicina legale di
Milano, il verbale autoptico ufficiale, il verbale segreto precedente, la relazione aggiuntiva del Medico
Settore, il verbale di ricognizione dei resti mortali di Mussolini redatto da altro Medico Settore nel 1957
dopo essere stati celati per anni sotto l'altare di una certosa e finalmente restituiti alla vedova.

Per le fotografie della seconda serie (Ist. medicina-legale) e di importanza determinante, ne farò studio
particolare. Al momento soffermiamoci sul verbale autoptico ufficiale e di cui ebbi conoscenza
tardivamente (1965). Porta il numero 7241; la data quella del 30/04/45. Inizia con l'usuale preambolo: la
salma è distesa sul tavolo anatomico, il riconoscimento per la notorietà del soggetto, facilissimo. Le
vicende traumatiche (che appartengono agli istinti emersi in piazzale Loreto) avevano profondamente
trasformato la struttura cranica per precipitazione, colpi d'arma da fuoco, talché la stessa misura
corporea risultò approssimativa (167 cm circa); il peso 72 Kg. ìl volto presentava contusioni, l'occhio
sinistro enucleato e privo del suo umore interno. Più interessante la riferita rigidità risolta alla mandibola
e persistente agli arti; assenza di macchia putrefattiva sull'addome (la manifestazione trasformativa che
è in corrispondenza della regione appendicolare).

Segue la descrizione delle lesioni pre-mortali e post-mortali: tutte d'arma da fuoco. Un lungo verbale,
quasi puntiglioso sia per l'esterno che l'interno del cadavere; un referto tale che presuppone una autopsia
laboriosa che ad occhio e croce, tra l'inizio, la fine, la ricomposizione e cucitura (spagatura) della grande
falla giugulo-pubica, richiede un tempo di almeno tre ore se espletata senza pause. Il Medico Settore,
allora aiuto del titolare dell'Istituto Universitario, descrive la salma del Mussolini come "preparata" sul
tavolo anatomico. L'occhio del profano scorrerebbe lo scritto senza soffermarvisi. Ho già puntualizzato
che l'operatore-settore, prima dell'intervento, dovrebbe descrivere il cadavere così come gli si presenta,
lordo, ignudo, vestito, scomposto; elementi preziosi potrebbero esistere in una muta narrazione di
vicissitudini emergenti per tempi, luoghi, modalità, azioni, occasionalità, corrispondenze particolarmente
esistenti o non con quel che si constaterà in fase settaria (artefatti simulanti o dissimulanti). Le gore
ematiche appartengono a tale fase (manomissioni, spostamenti, posizioni); l'ho già detto. Non farlo ed
agire su una salma già preparata vuoi dire aver commesso una grave incompletezza per nulla giovevole
ai fini della indagine più importante: la modalità della morte e le sue modalità.

Il Medico Settore invece si trovò accanto a quel morto solo quando i tecnici-preparatori oltre a denudare il
cadavere lo avevano lavato (spugnatura) componendolo sul tavolo anatomico; erano così eliminate note
di raro valore degne di doverose osservazioni e riflessioni. Ma con la pubblicazione universitaria del
successivo agosto (curiosamente apparsa in una miscellanea di clinica chirurgica), il Medico Settore volle
rincalzare che l'autopsia era stata più che bastevole per testimoniare l'esecuzione avvenuta e narrata
nella conferma delle rivelazioni fatte al pubblico dominio. In altri termini una puntualizzazione non
essendosi inizialmente espresso in un supporto tecnico confermante. Sorvolò però su l'ora dì detta
esecuzione così come aveva fatto quattro mesi prima omettendo l'ora d'inizio dell'autopsia nel preambolo
tecnico del verbale 7241; infine dimentica uno dei nove colpi d'arma da fuoco pre-mortali (quello al fianco
destro) e che aveva tecnicamente descritto. La mancanza di orario dell'inizio autoptico viene così a
rendere non possibile, attraverso i segni consecutivi della morte (abbassamento della temperatura nella
specie impossibile nel riscontro, rigidità e rilasciamento) che preludono alla trasformazione colliquativa e
putrefattiva.

Si poteva fare un accenno, per una migliore puntualizzazione alle macchie da stasi colorativa (ipostasi)
altro fenomeno consecutivo che nella loro fissità nelle parti corporee a contatto con le superfici corporee
dovevano pur esserci e stabili dopo la quindicesima ora dal decesso. Non apprezzamento nel merito.
La limitazione ci obbliga, con il rilasciamento denunciato della mandibola e solo a questa poiché il rigor
viene ad essere dichiarato persistente agli arti (si tace ad esempio per il collo prima di pensare a quelli),
ad ammettere che unicamente questo è l'unico fenomeno di risoluzione (rilasciamento) essendosi
completata la fase primitiva della contrazione rigida per tutto il corpo. Esiste una subordinazione naturale
tra la rigidità e la risoluzione; la seconda interviene quando la prima ha compiuto sé medesima ed in
modo costante e schematico. Tuttavia c'è una identità di procedura: l'una e l'altra iniziano dai muscoli del
capo, pervadendo quelli del collo, del dorso, degli arti superiori, inferiori, piedi. Segni approssimativi e
non categorici, spesso infidi; più ad esempio la muscolarità del deceduto è rappresentata e più è la
tenacità della contrazione; più la morte è repentina, più essa è precoce.

Per converso meno la muscolarità è concreta (senilità, defedamento, fetalità, più tardi compare e prima
scompare; il freddo la fa persistere mentre il caldo e l'ambiente umido, l'accellerano. L'esattezza di rilievo
cronologico deduttiva della morte, è impossibile; tuttavia se è conosciuta la data del decesso perché certa
l'esistenza in vita nel giorno innanzi, è maggiormente configurabile l'ipotesi oraria retrograda. Risultando
che il Mussolini in data 27/4/45 era certamente vivo e che la macchia putrefattiva era assente
sull'addome viene a concretizzarsi un tempo grosso modo un calcolo, per eccesso, compreso tra la
mezzanotte del 27 e l'ora di inizio della autopsia nella sola successione (non essendoci altri dati) di
rigidità-rilasciamento muscolare.

Poiché l'autopsia con certezza appartiene al mattino del lunedì 30/4/45 (più il tempo intercorrente tra il
decesso e l'autopsia è breve, più la precisabilità retrograda ha fondatezza), ne consegue che tra la
mezzanotte del 27 ed il mezzogiorno del 30 (arrotondamento sempre per eccesso), intercorrono 60 ore
(sabato 28 aprile morte - domenica 29 Piazzale Loreto - lunedì 30 autopsia, nella espressione 24+24+12
che è nei limiti volutamente massimi d'orario). I parametri odierni accettati per la durata della rigidità
cadaverica, vanno da un minimo di 36 ore alle 48 (il più usuale è il secondo); quanto alla risoluzione
quello di 72 (sempre dalla morte) come limite estremo.

Se il Mussolini fosse morto alle 16,20 del 28/4/45 così come asserito, in realtà (su parametro 48) alle
16,20 del lunedì sarebbe stato ancora in rigidità; quindi il rilevamento della mandibola rilasciata, già
anticipa di molte ore la fase totale di quella. Dunque qui il parametro 48 ore, schematicamente, è da
abbandonarsi. Vediamo con l'altro di 36: sempre partendo dalle 16,20 del sabato, il compimento del rigor
s'accosterebbe alle 4,30 del lunedì, dopodichè il tempo restante è di risoluzione. Concediamo ad occhio e
croce un paio d'ore per il rilasciamento della mandibola, ne viene che l'autopsia è stata iniziata alle 16,30
del lunedì 30. E merito eccezionale del Prof. Sergio Abelli-Riberi di Torino aver scoperto presso l'Istituto di
Medicina-legale di Milano un altro verbale, non ufficiale e con tutta presumibilità precedente a quello di
pubblico dominio.

Il numero del verbale è lo stesso; varia nel testo, dopo il solito preambolo di dovere, la descrizione del
cervello, assente nell'altro. L'importante è che reca l'ora autoptica: 7,30. Considerando che in data
30/04/45 sussisteva l'ora legale, in realtà l'operazione settaria cominciò alle 6,30 solari. Se così, il Medico
Settore avrebbe assunto il parametro 36 e la morte alle 16,20 del sabato 28 diviene, medico-legalmente
assumibile. Ma allora, perché tacere l'ora autoptica sul verbale ufficiale se tutto era chiaro e legittimava le
narrazioni pubblicizzate? Possibile una distrazione omettente in un verbale di siffatta importanza 'storica'
e redatto in un istituto universitario di livello quale quello medico-legale di Milano?

Caso mai era il secondo verbale a dover essere perfetto; si può ammettere una lacuna nel primo, ma
quello è diverso pure nel contenuto. Per quell'epoca, in verità, il termine di 48 ore era il più
universalmente accettato; altri, più brevi, potevano ingenerare problematiche disagiatiti; uno scrupolo
eccessivo che lo si doveva correggere abbreviandolo, concedendo alla risoluzione (molto più estesa e non
celabile alle molte testimonianze in sala anatomica) un effetto minimo ovvero la rigidità risolta alla
mandibola e soltanto. Si realizzava così un parametro '48' monco di ben otto ore ma se, in tali condizioni,
si fosse messa l'ora autoptica, la morte di Mussolini non sarebbe stata più alle 16,20 del 28/04/45 ma alle
8,20. Che cosa stava accadendo?

Passiamo ora alla seconda serie fotografica: quella in cui i disappesi sono allineati supini sul piano di un
corridoio in detto istituto. Tale deposizione atipica fu dovuta alle circostanze; i vani sotterranei
dell'edificio erano già stracolmi di cadaveri; fu una necessità di spazio sistemarli colà. Due foto,
indubbiamente scattate ravvicinate, mostrano i corpi della Petacci e del Mussolini, strettamente affiancati;
per dileggio vengono posti a sedere con le spalle al muro; il capo di lui è sorretto dalla mano di un uomo
perché ciondola ed il braccio sinistro circuisce il destro di lei in galante sostegno. Malgrado la stretta
sequenza, l'angolazione delle due braccia, cambia spontaneamente per gravita. Una cosa è certa: le due
foto, essendo il cadavere del Mussolini, seppur parzialmente, ancora vestito, sono precedenti alle 6,30 del
30/04/45 ora autoptica; non si può fare una autopsia su un cadavere vestito né nella specie fu rivestito
perché, come dissi, gli indumenti indossati visibili (i calzoni soprattutto) vennero restituiti alla vedova
Guidi.

Pur non sapendo se le due foto appartengono al pomeriggio del 29 o alle prime ore del 30 la loro
dimostratività è incontrovertibile: la rigidità prima delle 6,30 del 30/04/45 era pienamente risolta per il
collo, per i muscoli del dorso e quanto meno per gli arti superiori altrimenti non si sarebbero potuti
realizzare siffatti lugubri atteggiamenti. Non dunque una risoluzione iniziale limitata alla mandibola, ma di
molto avanzata; quasi totale se non totale.

Con il parametro '48' quelle immagini avrebbero potuto concretizzarsi nel martedì (primo maggio) ovvero
circa 24 ore dopo il seppellimento. Un rilasciamento consimile, indica un lasso di tempo di dodici-tredici
ore almeno dopo la rigidità esitata; dobbiamo allora ripiegare sul parametro '36' (rigidità corta) più
tredici, uguale a 49. Se l'autopsia è delle 6,30 del lunedì 30/04/45 la morte deve necessariamente risalire
all'incirca alle 5,30 del sabato 28/04/45. Rigor mortis in tal caso immediatamente sopraggiunto come nei
decessi per causa-violenta ed in stato di fatica fisio-psichica configurandosi nei supremi momenti quasi in
una statuarietà degli ultimi spasimi e gesti (rigidità catalettica).

Né le vicende di linciaggio possono avere influito a mio parere in una accelerazione risolutiva; dopo lo
spogliamelo del cappotto e della camicia nera per trazione verso il basso, gli arti superiori potevano
evidenziare una angolazione maggiore che non nell'iniziale appendimento quando quegli indumenti erano
indossati. Siffatta modificazione subordinata alla indagine specifica, risulta molto modesta; per i muscoli
del tronco poi, ogni concausalità esterna è da scartare. Le stesse articolazioni dei gomiti, nelle due
fotografie citate, indubbiamente manifestano una escursività di completezza.

Mettiamoci nei panni del Medico Settore: se avesse denunciato l'effettivo orario delle 7,30 (alias 6,30), la
seppure iniziale risoluzione della mandibola avrebbe condotto ad un calcolo retrogrado di 48 ore di rigor
più, quanto meno, un'altra ora per il rilasciamento: totale 49. Il decesso (già lo dissi) si riconduce alle
6,30 (5,30 ora legale); ecco perché sorvola sul trattar dell'ora della morte anche nella monografìa
illustrata dell'agosto '45. Resta tuttavia una carenza non veniale per un medico-legale il non esprimersi
sull'ora del decesso quantunque presuntiva; volerne giustificare l'omissione diventa tentativo non onesto
di facilissima identificazione intenzionale. Sul capo sono descritte contusioni: penso che si sia trattato di
lapsus poiché tali lesioni sono vitali.

Si dovrebbe pensare a colpi inferti da altri che si oppongono alla soluzione del Medico Settore dell'agosto
1945 improntata a una dimostrazione di indubitabile esecuzione capitale nel pieno rispetto delle modalità
di tradizionale osservanza (concetto di evento puramente legittimistico). D'altra pare il capo del Mussolini
gli si presentava come di più inusitatamente traumatizzato fino allo sconvolgimento dei tratti e delle
strutture per poter ancora ravvisare su di quello segni così minori. L'interesse maggiore appartiene per
questa autopsia per i colpi d'arma da fuoco in vita caratterizzati dall'orletto contusivo-emorragico attorno
al foro d'entrata. Sono nove: uno sul fianco destro come ingresso, sopra l'osso iliaco e che fuoriesce dalla
parte supero-esterna del gluteo omolaterale, in modo tangenziale assumendo su sagoma umana,
verticale, un angolo di 45 gradi.

Un altro sul margine esterno dell'avambraccio destro esitando (a tenga presente che tutto ciò è descritto
su cadavere orizzontale, supino, ed in posizione di attenti) più in basso, all'interno, con breve percorso,
senza ledere l'impalcatura ossea. L'angolazione di questo è minima, una ventina di gradi se non meno:
un percorso non tangenziale per una inezia. Terzo colpo è quello che trafigge la limitata carnosità
superiore alla clavicola destra con risparmio di essa: 180 gradi su sagoma eretta. Quarto è quello sotto la
parte destra del mento e sul piano compreso tra mento e gola con direttrice dal basso verso l'alto; qui il
proiettile non ha un esito esterno come era da attendersi per la volta cranica (intatta nelle prime foto
antecedenti all'issamento) ed è necessariamente ritenuto dalla base cranica (polifratturata nell'esame dei
resti). Novanta gradi perfetti su sagoma eretta. Quinto in entrata sul margine destro dello sterno, alto
(secondo spazio intercostale); ha un percorso obliquo perché esce nella regione del dorso verso la
scapola destra: 45 gradi sul piano intra-toracico.

Sarà il responsabile della rottura aortica. Sulla spalla sinistra, verso il limite esterno, un complesso di
quattro colpi d'arma da fuoco molto ravvicinati tanto da rammentare un quattro di quadri coricato: 180
gradi sul piano intratoracico per fuoriuscita sui dorso abbastanza in linea. Post-mortale invece è quello
dell'occipitale destro di cui ho già parlato per averlo riscontrato fotograficamente; è descritto come tale in
autopsia. Il Medico Settore precisa nella stessa regione, ben due colpi ravvicinati post-mortali.
In conclusione: eccezion fatta per i colpi alla nuca, quelli pre-mortali manifestano una chiara polispazialità
per angolazioni che testimoniano inclinazioni diverse per anni sparanti come se il bersaglio fosse
estremamente mobile in tempi successivi brevissimi. Abbiamo così il quadro: cinque colpi isolati tra di
loro in polidirezionalità nell'emisoma destro e quattro nell'emisoma sinistro ravvicinatissimi tra di loro
peculiari di un'arma a raffica molto a contatto del bersaglio per l'area ristretta realizzatasi. Mobilità del
bersaglio se questo è rappresentato da un uomo all'impiedi o mobilità comune del leso e del feritore in
fase di colluttazione per sottrazione del leso alla intenzionalità del feritore (morte del non consenziente).
Il colpo sotto il mento, in piena verticalità di tramite, esclude il bersaglio ali'impiedi, quello al fianco, che
simula addirittura un colpo sparato dall'alto, una orizzontalità dell'anno.

La soluzione è quella di una colluttazione con tentativo di disarmo del soccombente, iniziale. Ricostruendo
così la dinamica: il colpo al fianco è conseguenza di disarmo di mano impugnante una pistola e con
torsione verso il basso ed allontanamento verso l'esterno; una immagine non nuova per la medicina
legale; segue la caduta a terra dei due per trascinamento da parte del soccombente che si trova vis-a-vis
con l'aggressore. Nella caduta, il sottostante, istintivamente estende il braccio destro, forse in cerca
d'appoggio, abbandonando la presa dell'arma con la mano destra che si rinnova con la sinistra alfine di
evitare che la mano dell'aggressore porti l'arma verso gli organi vitali del corpo; anche qui
allontanamento forzato e parte il secondo colpo sul braccio esteso e lungo dì esso in tangenzialità.

L'opposizione del soccombente comincia a cedere senza però cessare; l'arma si posta sulla regione
sopraclaveare di destra sparando, quindi più al centro del corpo, sotto il mento, ed è ancora fuoco; la
pallottola incontrerà la dura resistenza della spessa base cranica dopo aver perforato il palato,
determinandone la polifratturazione. Il soccombente cede ma resta ancora sul polso dello sparatore che,
con ultima angolazione obbligata, fa partire l'ultimo colpo, quello sulla parasternale destra con probabile
deviazione verso la scapola sinistra del proiettile da resistenza ossea costale o vertebrale.

Se osserviamo siffatta serie di tre colpi, sull'avambraccio destro esteso in alto, quello sulla zona
sopraclaveare destra come il quarto sotto il mento, vengono comunemente a trovarsi tutti alla stessa
altezza e su una comune linearità. Quello sulla parasternale è strettamente zonale perché a cinque dita
trasverse sotto il quarto. Quanto ai colpi della spalla sinistra così contemplabili nella loro minima area
sono senz'altro di raffica a bruciapelo; è caratteristica delle mitragliette la distanzialità dei loro effetti già
nel modesto allontanarsi del bersaglio. Potrebbero essere stati esplosi da persona intervenuta a dar
manforte allo sparatore di pistola e che per non colpirlo ha indirizzato la raffica sulla spalla sinistra del
soccombente, unica regione di questi, ancora scoperta durante la colluttazione oppure per altre
contingenze che fanno presupporre nella fattispecie la presenza e l'intervento di una quarta persona (C.
Petacci), ragione volontaria o involontaria deviante l'arma in eccentricità.

Tornerò su tale ultimo tema (unico improntato a probabilistica per carenza di rilievi di certezza)
considerando la morte della Petacci nella contemporaneità dell'azione illustrata. Da quanto detto viene
implicitamente a sussistere la dinamica dei colpi esplosi quasi a contatto se non addirittura; con la
ricostruzione per dinamizzazione dell'evento necessariamente sorge tale risultanza.

Fermarsi solo sull'apprezzamento della polispazialità dei colpi d'arma da fuoco inferti al Mussolini e
dunque non confortanti una esecuzione capitale è ingiusto verso di me e quest'opera; andiamo dunque
ad indagare altre componenti dimostrative: le più importanti. Qui, per l'epoca recente in cui avvenne il
fatto in esame, le armi erano con cariche deflagranti a polveri cosiddette bianche (ovvero con ridotto
carattere ustionante e affumicante a differenza delle antiche nere); la vicinanza dello sparo determina per
le bianche un miglior schematismo didattico una volta raggiunto il bersaglio: foro d'ingresso con intorno
ustione e contusione da gas (3-5 cm), affumicatura (fino a 10 cm), tatuaggio sulla cute da particelìe
incombuste di polvere (fino a 30-40 cm); il tutto attorno a quel foro escoriato-emorragico in una congerie
grossolanamente concentrica. Nell'autopsia citata nulla viene riferito e verbalizzato oltre ai fori di entrata
dei proiettili e la loro caratteristicapre-mortale (alone escoriativo-emorragico) che è l'unica indipendente
dalle distanze del colpo esploso; l'alone detto può costituire un anello di 3-7 millimetri e resta sempre
riscontrabile perché non asportabile meccanicamente o chimicamente.

Cancellabile è invece l'affumicatura, concentrica al foro come l'alone ma più volubile a causa delle
distanze; volubilità determinata dalla combustività delle polveri (oggi ancora più povere di scorie
affumicanti del 1945) anche; indelebili invece le particelle incombuste penetranti nella cute (o tessuti
d'indumenti) e responsabili di un tatuaggio fatto misto all'alone di affumicatura asportabile con una
spugna inumidita. Ma anche il tatuaggio è subordinato alla modernità dell'esplosivo ed alle sue fecce
superstiti.
La preparazione di un cadavere prima di deporlo sul tavolo settorio è competenza di manovalanza tecnica
non medica come lo spogliarlo e il lavarlo sia pure con acqua fredda; questo atto non è per idrante ma di
solito per spugna che con facilità rimuove tracce labili compresa l'affumicatura di colpo d'arma da fuoco.
Ecco perché l'ispezione attenta del corpo prima dell'autopsia è di attenta competenza sia per il suo
vestire, nudità, atteggiamenti, residui ambientali, gore ematiche nella eventualità di manomissioni,
spostamenti occasionali o intenzionali. Soltanto la preziosità della sequenza fotografica di Piazzale Loreto,
quando ancora non insiste demolitivamente sulle salme appese, ci rileva che in topografica
corrispondenza delle lesioni pre-mortali autoptiche sugli indumenti, non esistono (manica destra del
cappotto, spalla destra del medesimo, parte alta dei calzoni) altrettante sdruciture più o meno a lembo
che avrebbero dovuto accompagnarsi alla penetrazione di proiettili esplosi a distanza o con queste con
segni di affumicatura o di bruciatura con squarci e lacerazioni per i colpi ravvicinatissimi.

Nei colpi ravvicinati per gli indumenti specie se di consistenza come nei cappotti, le alterazioni sono
vistose per bruciature a coccarda o a raggiera a margini carbonizzati, per squarci da pressione gassosa
interpostasi tra il corpo e l'indumento (l'uscita dei gas dalla canna durante lo sparo determinano pressioni
altissime considerate in più centinaia d'atmosfere). Nella specie, tutto ci fa pensare ad un rivestimento
del cadavere. Possiamo anche definire tale evento, dettato da una instaurata rigidità cadaverica e
contemporaneo al calzare degli stivali di cui uno, per abnorme atteggiamento del piede, non chiudibile
posteriormente e recante i segni del forzamento perché non restasse aperto (in bacheca della cripta
cimiteriale).

Su tale premessa possiamo fare pure un calcolo approssimativo attenendoci ad un orario minimo post-
mortem di sette ore per il rigor comprendente la sua discesa verso gli arti inferiori: il rivestimento,
considerando la morte intorno alle 5,30 del 28/04/45 non poteva essere realizzato se non dopo le 12,30
di quel giorno. Come si vede, anche qui ho scelto valori di massimo rigore per la riduzione delle
oscillabilità d'errore, sottraendomi per quel che ho potuto alle approssimazioni onde evitare impugnazioni
e contestazioni qualora avessi usato labilità più elastiche ma pur sempre rientranti in confini ineccepibili
perché scientificamente accettabili.

Abbiamo osservato come i limiti perforativi intrasomatici di un proiettile, si accompagnino oltre all'alone
escoriativo emorragico, all'ustione, al tatuaggio, all'affumicatura ecc. e che essi possono consociarsi a
seconda delle circostanze dinamiche; ma tutti questi elementi hanno ancora un altro comune
comportamento laddove l'arma ha colpito molto da vicino (sempre questione di centimetri). Così a canna
perpendicolare, sia l'alone escoriativo, l'ustione, il tatuaggio e soprattutto l'affumicatura, saranno in
immagine concentrica rotonda; quando l'arma è in inclinazione, l'immagine assumerà figure a cul de sac
(piriformi) e dunque eccentriche. Ciò è visibile nella serie fotografica seconda (quella obitoriale) per il
colpo al mento (arma perpendicolare al piano) rotondo come una grossa moneta per alone
d'affumicatura, piriforme (con il cul de sac verso il palmo della mano) quello sull'avambraccio destro per
arma tangenziale, quasi longitudinale all'arto, in retro-rotazione per caduta a terra.

Gli stessi aloni escoriativi senza tali concomitanti segni perché il colpo fu sparato a distanza, nella loro
ridottissima rilevabilità, ubbidiscono agli stessi canoni di pura formulazione fisica. Resta di estrema
intuibilità che se l'alone d'affumicatura è rintracciabile su cute, essa non poteva essere coperta da
indumenti che avrebbero interferito l'effetto del colpo ravvicinato in una intercettazione quasi totale per
consimili concomitanze. È implicito che per Mussolini, o l'alone di affumicatura pertinente alle lesioni
premortali (e dunque inferte a bruciapelo o quasi) non esisteva e non poteva essere descritto in
verbalizzazione o se non verbalizzato perché non più ravvisabile; non esiste la descrizione dello status del
cadavere quale ispezione pre-autoptica, che avrebbe dovuto descrivere anche i vestimenti nelle foro
alterazioni tessutali (basti pensare all'avambraccio destro già citato e che trapassato in entrata ed uscita
avrebbe dovuto evidenziare macroscopicamente e senza dubbi, sulla manica del cappotto
topograficamente corrispondente, particolari segni se non altro per la ristretta area tissutale
compromessa).

La ravvisabilità dell'alone d'affumicatura (detto anche comunemente nero-fumo), nelle fotografie pre-
autoptiche converge in un tutt'uno la dinamizzazione dell'evento colluttatolo in soggetto praticamente in
nudità con la integralità degli indumenti usati per una vestizione post-mortale difficile ed affrettata
dettata da circostanzialità inattese ed imprevedibli. Discutiamo ora sul cadavere della Petacci; certamente
non fu sottoposto ad autopsia e l'inumazione avvenne con indosso il vestito con il quale la vediamo
ancora attaccata al frontone metallico della pensilina. La concordanza degli atteggiamenti per rigidità,
prima e durante l'appendimelo nonché nelle due foto della seconda serie (Ist. med. legale) la cui
importanza è determinante (cadaveri seduti affiancati in posa di sottobraccio) è piena per i detti fenomeni
consecutivi.
Possiamo non aver caso mai certezza se la donna e l'uomo morirono nella stessa località o luogo, ma la
fenomenologia post-mortale ha una grossa indiziarietà per contemporaneità di decessi (quindi anche per
la Petacci lo stesso canone di parametro "36"). Si riaffaccia così l'importanza di quegli artifizi iniziali
(necroscopia indiretta d'accostamento) che già avevo elaborato in carenza della autopsia documentata
del Mussolini; in posizione supina sul Piazzale Loreto, non appaiono (appunto perché non configuratasi la
gravità direzionale nell'appendimento) quelle macchie ematiche sugli indumenti intense, che più
tardivamente s'esprimono in diverse successioni (salvo una sottascellare destra di difficilissima
decifrazione); supinamente, il sangue s'era convogliato per stazionalità verso le parti declivi interne del
corpo (torace e addome lungo la colonna vertebrale).

Nell'appendimento, anche qui, manifestatasi una stria ematica verticale che dalla parte alta del torace
scorre verso la cintola (vomica uscente da foro di arma da f. esistente grosso modo sulla parete anteriore
dell'emitorace sinistro alto, dovuta ad un primo sollevamento del cadavere preso sotto le ascelle ai fini di
mostrarlo alla folla); nei tempi successivi le foto in bianco-nero non la recepiscono più perché essiccatasi
e ossidatasi; per contro percepiscono (per la posizione a testa all'ingiù) la nuova direzione contraria della
stria medesima (torace sin. - base del collo) e che perdurerà fino al disappendimento. Nell'ausilio di altra
fotografia in cui vedesi il corpo della donna nuovamente supino su altro punto del piazzale e sottoposto a
lavaggio con idrante e che rivela (il corpetto stavolta è aperto e mostra il piano toracico anteriore) foro
d'arma da fuoco sul terzo spazio intercostale in parasternale, la prima intuizione trova rafforzamento per
constatazione. Impossibile però pronunziarsi se si tratti di foro d'entrata o d'uscita.

Avanzando nelle sequenze dell'appendimento, compare più tardi una gora ematica che si diparte stavolta
dalla parte bassa dell'emitorace destro (quattro dita trasverse sotto il foro citato ma dall'altra parte in
linea mediociaveare). La ritardata apparizione di tale segno sta per sottostante verosimile foro
subdiaframmatico e dunque già in settore cavitario addominale per cui il sangue necessitò di un maggior
tempo di stravaso interno prima di raggiungere verso l'esterno, siffatto emissario. Se dovessimo per
dette due lesioni periziare con diagnosi anatomo-patologica (anche qui non si può dire se colpo d'entrata
o uscita) avremo: il primo colpo d'arma da fuoco ha colpito il cuore nella sua mela atrio-ventricolare
sinistra, mentre il secondo ha trapassato il fegato e colon trasverso.

Dopo la riesumazione dal Mussocco di Milano (i dati anagrafici erano stati cambiati in quelli di Rita
Colfosco) per il trasporto a Roma dei resti, mi si disse dai legali della famiglia Petacci che era stato tra
essi trovato un proiettile di pistola cal. 9 e notata l'infrazione della clavicola destra. Astrazion fatta per
quest'ultima nella incompetenza dei profani, la repertazione del proiettile sembra più interessante e
credibile. Comunque, ripeto ancora, quanto esposto è un tentativo per sole finalità indiziarie e sul quale,
per mia compostezza professionale, non pretendo il valore di fondatezza. Tuttavia riprendo la
ricomposizione dell'evento letale accomunando stavolta l'uomo alla donna (cosa che non avevo fatto
prima escludendola) nell'intuitività probabilistica.

Innanzitutto i quattro colpi di mitra sulla spalla sinistra del Mussolini appaiono troppo decentrali circa
quelli che ho 'costruito' sul corpo della Petacci, apparentemente due e toracici. Perché due soltanto? Forse
si era avuta la sensazione della immediata morte della donna con due soli colpi, oppure al momento, pur
nella intenzione di sparargliene altri, era terminata nell'arma la dotazione delle cartucce nel caricatore.
Siamo nel 1945 e l'Italia abbonda d'armi d'ogni genere, ma la pistola più diffusa ed ambita è la Beretta
Cal. 9 corto, modello 1934; il suo serbatoio contiene sette pallottole. Se sommiamo i cinque colpi di
pistola pel Mussolini con i due per la Petacci, ci siamo; la stessa persona e con la stessa arma colpisce lui
e lei. Se la donna, durante la mortale colluttazione del Mussolini con il suo uccisore fosse rimasta
presente ed immota, era immaginandola tale soltanto se trattenuta fisicamente per non farla intervenire,
da altri (non escluso da colui armata di mitra).

Ammettendo invece una sua disperata temperalmente generosa partecipazione, sarebbe sì aggiunta ai
due colluttanti, stendendosi obliquamente sui due corpi e con la spalla destra quasi sulla sinistra del
Mussolini, unico spazio corporeo scoperto di lui, mentre con la mano destra aiuta quella del compagno in
un tentativo comune, di portare o tenere all'esterno del bersaglio vitale, quella pistola che tendeva, come
abbiamo visto, a centrarsi sempre più minacciosamente, su parti ben più vitali che non l'avambraccio
destro e la regione carnosa sopraclaveare di quel lato in direzione sottomentoniera. In tale posizione, la
donna presenta al mitra le spalle, che la punta quasi a contatto; ma essa si pone di quarto
improvvisamente, forse sul fianco destro e la canna viene deviata mentre la raffica concentra il fuoco
sull'estremo della spalla dell'altro morituro, mentre con due colpi, lo sparatore con pistola, trovatosi in
posizione interposta tra l'uomo e la donna, colpisce questa dal basso (verso cioè la superficie anteriore
del torace che lo sovrasta) verso l'alto, ovvero in uscita al dorso.
Altre soluzioni appaiono meno logiche e meno inquadragli nei momenti relativamente brevi (5-8 min. al
massimo) necessari per siffatto accadimento. Se tutto ciò è negli estremi del probabile, nel quadro della
disamina e della ricerca, nel dialogo critico di tutti se in buona fede, così come lo sono stato io con me
stesso. Questo lavoro è alla fine; porta alla conclusione della pensabilità di un evento tutto diverso da
quanto e come lo si è voluto esporre. Se ha centrato la verità, almeno nelle sue più essenziali tessere di
paziente e faticoso mosaico che ha esagito attese, umiliazioni, delusioni, serva alla Storia quando e come
essa vorrà. Indubbiamente qualcosa da tenere assolutamente nascosto in quella notte del 28/04/45 in
una casa non lontana dal lago di Como, accadde; seguì il tutto una trista scia di morti.

Si fece moltissimo per far si che tutto rendesse verosimile una esecuzione capitale, per tacere che
qualcosa di non convenientemente raccontabile, forse improvviso o addirittura inatteso, perché non
voluto, era purtroppo avvenuto. Non sta a me medico, pensare alle circostanze causali; senza dubbio
prima di uccidere ci fu una attesa, un dialogo concitato forse. Non si è trattato di un precipitarsi in una
stanza di una casa rurale sparando all'impazzata già sulla soglia; il tentativo di disarmo operato lo
esclude. Lo spazio del vano in cui il dramma si consumò, era ristretto anche perché in parte occupato da
un letto matrimoniale; quindi il tutto può essere avvenuto in parte sul pavimento della stanza, sul letto
medesimo se non addirittura sul pianerottolo immediatamente antistante.

La vestizione dei cadaveri rimasti colà nella loro scomposta impudicizia, fu senz'altro laboriosa per
l'essere sopraggiunto il rigar fino alla completezza, verosimilmente abbandonati dopo quel fuggi-fuggi
generale che pervase coloro che furono partecipi o attori di qualcosa di inusitato e sconvolgente. Non si
ebbe nemmeno il coraggio di ricomporre quegli indumenti intimi di cui i due deceduti erano soltanto
coperti nel momento dell'evento. Ci si affidò più a quelli di vestizione che erano reperibili cercando di porli
addosso nel modo migliore e più facile per chi non è aduso alla vestizione dei morti, quando specialmente
questi diventano delle lignee statuarità. Si tentò di tutto per creare una sceneggiatura d'emergenza fino
allo sparare sulla nuca del Mussolini molto tempo dopo la sua morte, nell'intento di creare quella
pedissequa tradizionalità del colpo di grazia misconoscendo che in fase d'autopsia si sarebbe apprezzata
la lesione non successa in vita.

Se è vero, si crearono addirittura due sosia perché inducessero i curiosi a far testimonianza di due
sopravvivenze non più tali da molte ore. Lo stesso medico-settore volle ribadire per i dubbiosi che quanto
aveva verbalizzato, apparteneva ad una sentenza portata a compimento secondo la ritualità più
tramandata, immaginando a contro-prova addirittura l'esecutando che alza il braccio destro in un istintivo
modo dì riparo, concretizzando così un colpo per proiettile in una impossibile direttrice trapassante,
dimenticando l'inizio nel tempo della esperienza autoptica e non più illustrando la lesione al fianco destro
in precedenza verbalizzata. Una autopsia che sembra voluta ai fini di una ostinata dimostrazione che
quanto s'era narrato era perfettamente vero. Forse far tutto questo era necessario; il disagio restava per
la morte della donna, in un primo tempo condannata a morte per iscritto unitamente al suo compagno in
un elenco limitato ai due e più tardi data per deceduta in un isterico intervento, intercettando così
qualcosa di letalmente determinante e non per lei.

Allo storico, agli scrittori, riprendere questo discorso che per me desta più un interesse psicologico nella
analisi della temperamentalità, esaltata dalle grandi contingenze ed emozioni. Quanto a me non potevo
per giungere a tanto, non usare quelle metodiche descritte e che fanno di questa trattazione un puro
elaborato tecnico, intendendo procedere per esso e soltanto. Se ho errato chiedo scusa umilmente alla
scienza ed alla sua applicazione; agli uomini no, perché non ho inteso affatto polemizzare
nell'avvenimento e suoi moventi. Né voglio che questo scritto serva come strumento d'accusa o rivalsa
per esaltare gli animi così bisognosi di dimenticare se veramente intendono serenamente convivere".