Pedagogia Speciale Libri
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1 PARTE
EVOLUZIONE DEL QUADRO
La pedagogia speciale approfondisce costantemente la disabilità in parallelo allo sviluppo della
ricerca, delle conoscenze e delle esperienze. Attorno alle persone con disabilità si sono costruite e
articolare forme eterogenee di partecipazione, impegno e solidarietà. Da un lato osserviamo la
volontà di accostarsi ai bisogni dei diversi con sempre maggiore conoscenza, rispetto e sensibilità,
dall’altro lato si nota una grande volontà nel trovare nuovi approcci più avanzati e più adeguati.
Secondo vari pedagogisti la PS deve aderire alla prospettiva inclusiva che va oltre l’integrazione, è
necessaria una connessione e integrazione con gli agenti di cambiamenti della realtà sociale,
culturale e politica. Nei paesi occidentali vi è una progressiva crescita nella capacità di accoglienza
all’interno della comunità e nella conquista dei diritti da parte dei disabili in tutte le sue
dimensioni; culturali, giuridiche, economiche, tecnologiche, artistiche, scientifiche, politiche,
produttive… Negli anni addietro la cura nei confronti dei disabili è stata seguita dal modello medico
ed ancora oggi, in alcuni ambienti si pensa che la minorazione si un campo d’indagine di
competenza prevalentemente sanitaria. Nel nostro secolo i soggetti speciali per rispondere alle
loro abilità hanno bisogno di una collaborazione in diversi campi (medicina, sociologia, didattica
generale, tecnologia dell’istruzione) per espandere i potenziali pedagogici facendo crescere lo
spazio di analisi e riflessione. Nonostante le aperture ufficiali a promuovere assetti sempre più
umani la finestra sul reale presenta uno scenario denso di contraddizioni. Il lento processo di
inclusione testimonia però la possibilità di uscire dai limiti imposti dalla natura e dalla società a
favore di chi vive esperienza di fragilità aprendo nuove strade per l’emancipazione.
LE RADICI DELLA PS vengono riconosciute in Francia, tra la fine del 700 e la prima metà del
800 con le prime esperienze rivolte ai disabili da ITARD E SEGUIN. Anche PESTALOZZI E FROEBEL in
passato anno riflettuto sull’educazione intenzionalmente aperta ai problemi dell’educazione
speciale. Successivamente tra l’800 e il 900 incontriamo SANTE DE SANCTIS, MARIA MONTESSORI
E GIUSEPPE FERRUCCIO MONTESANO, i quali elaborano riflessioni teoriche ed interventi operativi
a favore dell’educazione dell’infanzia disabile. In Italia, si afferma la pedagogia speciale nel 1964
introdotta dallo psicologo ROBERTO ZAVALLONI. Negli anni successivi la pedagogia speciale
modifica i suoi orizzonti di indagine con nuovi approcci teorici e d’ipotesi. Alla fine degli anni 60
anche la comunità scientifica esprime interesse e un gruppo di esperti viene incaricato
dall’UNESCO di discutere e proporre ai vari governi il rinnovamento dei programmi a lungo termine
nel settore. Nel documento si rinnova la formazione globale della personalità dei soggetti con
necessità educative particolari, valorizzandone le capacità presenti che consentono una migliore
espressione di sé stessi e una qualità di vita superiore. La PS innanzitutto offre risposte specifiche
ai problemi personali particolari in contesti di normalità.
UNO DEI COMPITI DELLA PS è quello di distinguere nel soggetto le componenti legate al
disturbo clinico (di competenza di altre discipline) ricercando tutte le condizioni utili ad annullare le
barriere, le difficolta legate alle relazioni con il mondo sociale e no. Per sollecitare le potenzialità
già presenti nell’individuo è necessario dapprima accettare i limiti invalicabili, modificare situazioni
problematiche, implementare utili automatismi, fare barriera contro possibili regressioni,
accompagnare e sostenere la persona nella sua traiettoria esistenziale. Aprirsi significa credere
nell’educabilità del soggetto, uscire dalla chiusura senza creare relazioni di dipendenza e
assistenzialismo, favorendo collegamenti con diverse figure professionali. La sensibilità pedagogica
impone che qualunque sia la gravità del disturbo l’educatore non debba darsi per vinto,
rinunciando a stimolare il soggetto alla realizzazione del suo progetto di esistere nel mondo.
L’impegno nel fare ciò è arduo poiché ogni singolo individuo è diverso rispetto ad altri appartenenti
alla stessa categoria. Il professionista che accompagna in questo percorso la persona speciale,
parte dall’analisi delle storie singolari per rivalutare, mediante la ricerca e l’empatia, le potenzialità
di recupero e di espressione di sé anche nei soggetti più difficili.
DALL’ANTICHITA’ AL XIX SECOLO
Nel corso dei secoli i disabili non sono stati considerati sempre allo stesso modo: ignorati,
disconosciuti, visti con diffidenza e paura o venerati perché portavoce di dei. A seconda delle
norme, valori, significati e organizzazioni delle varie epoche, cambiano i pensieri e atteggiamenti
nei confronti della disabilità. Gli esperti concordano che nell’antichità la disabilità era
costantemente allontanata dalla vita sociale. In assenza di conoscenze scientifiche essi facevano
affidamento a spiegazioni religiose. La nascita dei monstrum poteva essere una conseguenza della
collera divina, l’annuncio di catastrofi oppure dotati di poteri divini magico-religiosi. Una volta
assolto il compito, la vita del disabile non aveva più valore e poteva essere sopressa soprattutto
durante la prima infanzia. Un’altra pratica comune era l’esposizione pubblica di un
disconoscimento del disabile, abbandonando l’infante o la persona alla sua sopravvivenza in nome
della volontà del Dio, poiché i responsabili della loro “sventura” sono gli dèi, lo stato e i sapienti.
Successivamente con l’arrivo del nuovo testamento si rompe la logica dell’eliminazione fisica e del
rifiuto, in base al principio di carità. Tuttavia, anche se il modello cristiano privilegia i marginali e gli
infermi, per molti secoli nel popolo prevale l’atteggiamento violento nei loro confronti. Nel
medioevo si pensa che Dio rivolga una particolare attenzione ai disabili, enunciando che il corpo
sociale debba pendersene carico e cura. Fino al XII secolo non si osserva una differenziazione
all’interno della categoria dei marginali; lebbrosi, mendicanti, deformi, disabili e malati di ogni
genere appartengono tutti al mondo della povertà. Con francesco d’assisi, il povero diventa un
fratello portatore di dignità in quanto immagine di Dio. dal 1300 AL 1500 si succedono epidemie,
guerre e vagabondaggi, le quali rendono la società meno disponibile e caritatevole nei confronti
dei poveri e dei disabili. Gli individui “più sani” vengono forzati a lavorare e gli invalidi vengono
usati come espiatori di salvezza per il ceto più alto. All’inizio della Seconda guerra mondiale nella
Germania nazista vengono introdotte leggi di sterminizzazione di soggetti con menomazioni varie.
L’operazione T4 comprendeva lo sterminio con monossido di carbonio di bambini e adulti
considerati anormali e incurabili. Successivamente Comenio nel trattato Didactica Magna esprime
la convinzione che attraverso l’educazione ogni singolo individuo compreso il disabile può
sviluppare le sue potenzialità e condurre una vita armoniosa. Tuttavia, anche se le sue idee
innovative fossero condivise lo status dei marginali rimane invariato fino ai primi del 700.
Contemporaneamente partono gli esperimenti di istruzione dei sordo muti eseguiti dal medico
GIROLAMO CARDANO, il quale enuncia che i soggetti possono esprimersi attraverso la scrittura e
la lettura; pertanto, negandogli l’istruzione si condannano a una vita nefasta e marginale. Con la
rivoluzione dell’illuminismo si aprono nuove frontiere verso le deformità, come l’istruzione per i
cechi. Dai primi del 800 in Italia iniziano a sorgere i primi ospedali autosufficienti, dotati di tutti i
servizi per i disabili, delle vere e proprie città fornite di officine, granai, farmacie, cucine, dispense,
stalle, cimiteri… dal XIX secolo la curiosità scientifica apre le porte ai folli, i quali vengono
considerati soggetti malati e pericolosi dal punto di vista sociale quindi destinati a un trattamento
detentivo dentro appositi ricoveri. Osserviamo anche l’impegno nella riabilitazione dei disabili
come l’invenzione dei manufatti tecnici; letto estensore, apparecchio della zoppia, Braille, corsetto,
dondolo ortopedico…
pionieri dell’istruzione e dell’educazione degli anormali; il primo tentativo di riabilitazione
e istruzione risale in Francia con VALENTIN HAUY 1745-1822, che comincia a istituire un giovane
privo della vista, utilizzando il principio del tatto attraverso caratteri in rilievo. Il successo portò alla
fondazione dell’istituto nazionale dei giovani ciechi nel 1786. Successivamente LUIS BRAILLE 1809-
1852 anch’egli cieco, inventa un codice di letto-scrittura digitale, basato su configurazioni
prestabilite di punti in rilievo entro uno spazio percettivamente adeguato alle dita. Il progresso dei
servizi all’interno degli istituti si deve a JEAN ITARD 1774-1838 (studia il bambino selvaggio) ed al
suo allievo EDOUARD SEGUIN 1812-1880. Questi due medici affermano che solo l’osservazione
meticolosa e lo studio approfondito della problematica del soggetto può far emergere la corretta
terapia. Grazie ai loro successi in Europa si osserva una crescita esponenziale di istituti per
l’assistenza e il recupero di soggetti anormali psichici. In itali il primo istituto viene fondato a
Chiavari nel 1889 grazie a GONNELLI CIONI un educatore di sordomuti che sosteneva la necessità
di diversificare le diverse tipologie di disabilità offrendo percorsi più mirati. Nel 1898 a Roma viene
creata la LEGA NAZIONALE per la protezione dei fanciulli deficienti da parte di BONFIGLI con
l’obbiettivo di favorire la creazione di scuole speciali per individui mentalmente instabili.
SVILUPPO NEL VENTESIMO SECOLO
In tutta Europa aprono nuove scuole o istituti per assistere i bambini speciali. Diversi sono i fattori
che spingono i paesi ad investire nello studio e nell’istruzione per minori con disabilità. In Italia, ad
esempio, la legge sull’istruzione elementare obbligatoria del 1877 (legge coppino), il
miglioramento delle conoscenze riguardo la vita evolutiva, l’affermazione di diverse discipline
legate all’istruzione e alla formazione ed il consolidarsi di una concezione più moderna di
fanciullezza. Alla base della PS in Italia, troviamo SANTE DE SANCTIS 1862-1935 GIUSEPPE
FERRUCCIO MONTESANO 1868-1961 E MARIA MONTESSORI 1870-1952, i quali dedicano la loro
vita alla ricerca dell’educazione dei fanciulli con ritardo mentale, allo sviluppo psichico ed altri
aspetti che migliorano la vita del soggetto disabile e povero. De Sanctis da vita a diversi ambulatori
e fonda il primo asilo scuola per bambini minorati poveri. Il suo modello educativo si basa sulla
collaborazione di diverse figure professionali, sull’accoglienza, sull’organizzazione di spazi e
sull’educazione fisica, motoria, sonora e sensoriale. A Montesano si attribuisce la lotta per
migliorare la formazione degli insegnanti, i quali devono sempre essere aggiornati sulle
conoscenze, metodi e strumenti speciali per garantire percorsi adeguati ai bambini in difficoltà.
Maria Montessori tra le prime donne medico, si dedica alla pedagogia a livello internazionale. Nel
1897 diviene assistente della clinica psichiatrica di Roma, iniziando ad occuparsi sul campo dei
fanciulli ritardati, ricercando le cause dell’anormalità psichica, mettendo a punto nuovi sistemi e
metodi per l’assistenza e il recupero della vita normale. Per la Montessori è essenziale la cura
dell’ambiente; giochi, arredi, dotazioni generali, poiché è proprio qui che il bambino deve sapersi
esprimere liberamente seguendo le sue inclinazioni e i suoi interessi. Difatti un buon insegnante
svolge un ottimo lavoro quando comprende la vita interiore del bambino adeguando i ritmi, i
metodi ed il materiale in base a quello.
Fino agli anni Venti la supremazia della medicina sulla pedagogia rimane elevata, contando
un’elevata assenza dello stato nell’educazione dell’infanzia disabile (escludendo scuole speciali per
soggetti più gravi). Con le prime classi differenziali si osserva un doppio sistema educativo; da un
lato un percorso normale per gli alunni considerati normodotati e dall’altro un percorso speciale
per gli ipodotati. Con la riforma GENTILE nel 1923 si osserva l’intervento diretto e indiretto dello
stato all’interno dell’educazione speciale, con lo scopo di trovare soluzioni istituzionale. Tuttavia,
l’educazione della vista e dell’udito rimane all’interno di ricoveri specializzati diretti principalmente
da figure religiose, almeno fino al 1928 con la legge che stabilisce l’obbligo scolastico per tutti i
fanciulli.
Le classi differenziali e le scuole speciali risultano un miglioramento della qualità della vita
dei fanciulli speciali. Da qui un notevole incremento della domanda di scolarizzazione che fa
emergere non pochi problemi; alfabetizzazione, abbandoni, problemi di apprendimento o
comportamento, dispersione… molti medici, pedagogisti e psicologi cercano di approfondire e
trovare soluzioni, creando centri speciali con lo scopo di formalizzare diagnosi preliminari ed
interventi specialistici di recupero. Emergono richieste di rinnovamento e organizzamento dei
modelli didattici del sistema scolastico carente anche nei materiali e nelle strutture. L’attenzione
scientifica si focalizza sulle potenzialità dei ragazzi mettendo in discussione il concetto di
irrecuperabilità, di isolamento e segregazione a cui sono soggetti i fanciulli. La legge del 30 marzo
1971 n.118 introduce nuove norme in favore dei mutilati ed invalidi civili con l’obbligo scolastico
per i disabili nelle classi normali della scuola pubblica. Per i ciechi bisognerà aspettare la legge
n.360/76 e per i sordi la legge n.517/77.
Legge n.517/77 garantisce l’iter formativo precisando le vari figure di sostegno, richiama la
collaborazione tra scuola ed entri territoriali, riduzione del numero di alunni in classe (max 20) che
ospitano bambini speciali, l’integrazione del servizio sanitario, coordinazione degli interventi
pluriprofessionali, flessibilità programmatica, organizzativa e didattica, abolizione dei voti,
individualizzazione educativa in relazione alle esigenze del singolo.
Neuropsichiatria infantile per l’educazione e la scolarizzazione dei disabili nel 900; la
scelta etica e culturale dell’inserimento dei disabili nella scuola comune stabilisce un nesso tra la
socializzazione, l’apprendimento e la riabilitazione. Questo fa scattare un confronto tra la comunità
sociale e la comunità scolastica organizzando un contesto arricchito che centri l’attenzione su
quello che il soggetto può fare con il sostegno. Tra i primi docenti universitari della disciplina in
Italia ricordiamo GIOVANNI BOLLEA 1913-2011 nel 1963 a favore dell’educabilità dei disabili
affermando che l’insufficienza mentale non è una malattia ma una disabilità di apprendimento e
adattamento. Bollea credeva che fosse necessario investire nell’educazione fisica e psichica nel 1
anno di vita. Un altro medico ADRIANO MILANI COMPARETTI 1920-1986, fu il primo fondatore del
pensiero che i bambini con disabilità fin da piccoli dovessero essere autonomi, in base alle loro
possibilità di azione, evidenziando le loro competenze.
LA SCUOLA COME VOLANO AL PROGETTO DI VITA
Dagli anni Novanta sono emersi significativi cambiamenti nelle politiche rivolte alla disabilità.
L’esperienza dimostra sempre più che sono possibili dimensioni di benessere e autorealizzazione
della vita pur nella fragilità e dipendenza di alcuni soggetti. Dopo diversi decenni di dibattiti viene
approvata la LEGGE QUADRO SULL’HANDICAP; legge n.104/92 orientata sulla persona e le sue
difficoltà dalla nascita alla presenza in famiglia, nella scuola, ne lavoro e nel tempo libero,
indipendentemente dal livello e da tipo di minorazione. La legge a un lato sancisce nuovi e specifici
progetti e diritti delle persone disabili e dall’altro lato indirizza gli obbiettivi regionali, locali e delle
autorità preposte. Inoltre, è previsto; un apparato di documentazione osservativo, diagnostico e
progettuale che accompagna la frequenza scolastica degli individui, la sollecitazione di
organizzazioni flessibili e didattici, formazione e aggiornamenti pluriprofessionali, attrezzature
adeguate, sussidi e tecnologie, servizi di trasporto e mensa, insegnanti specializzati e procedure di
valutazione adeguate. Tuttavia, la legge può non risultare sufficiente per i percorsi di integrazione
che possono scontrarsi con la burocrazia di alcune norme a volte contraddittorie. In quest’ottica di
cambiamento si fanno strada orientamenti che privilegiano fattori dove è possibile esprimere la
propria soggettività, la praticabilità di relazioni in contesti aperti e comuni ed il lavoro di rete. Il
primo rapporto sulla disabilità dell’OMS e dalla banca mondiale del 2011 ci dice che più di un
miliardo di persone su 7 miliardi, vive questa condizione di disabilità, se consideriamo anche i
parenti stretti che sono coinvolti nella vita del soggetto, arriviamo a più di un terzo degli abitanti.
Da qui la necessità di creare nuove prospettivi per il riconoscimento dei loro diritti. L’assemblea
generale dell’organizzazione delle nazioni unite si propone di comporre un complesso documento
di 50 articoli per assicurare il diritto di tutti promuovendo il rispetto e la loro dignità.
Ambiguità contemporanea, in molti paesi occidentali e nel regno unito e nell’usa i disabili
ricevono cure dal momento della nascita fino alla morte. Tuttavia, questa categoria di persone
risulta ancora emarginata e discriminata, in continua lotta con i molteplici ostacoli che si trova di
fronte, soprattutto nei paesi in via di sviluppo dove i cittadini con disabilità. Molti paesi adottano
ufficialmente politiche e programmi inclusivi ma i comportamenti individuali e collettivi creano
barriere alla partecipazione paritaria nella vita sociale. La diversità può essere banalizzata,
svalorizzata oppure studiata ma con distacco o nell’ottica di incontro o accompagnamento. Per
superare i pregiudizi è necessario espandere i propri orizzonti sui livelli cognitivi, emotivi, culturali,
politici, individuali e collettivi, creando piani educativi concreti sulle scelte operative di ciascun
individuo. Una società che non assicura a tutti i membri integrità fisica, istruzione, appartenenza,
esperienza affettiva, possesso di beni materiali e una vita politica non è e non sarà mai una società
giusta qualunque sia il suo livello di ricchezza.
PARTE 2
CONOSCERE L’INDIVIDUO CON DIABILITA’
A partire dagli ultimi decenni del Novecento, la psicologia e le neuroscienze consentono una
migliore identificazione e rilevazione dei disturbi evolutivi sempre più frequenti nelle scuole;
dislessia, disgrafia, discalculia, disprassia, iperattività, disturbi di attenzione, demotivazione, scarsa
autostima, difficoltà di apprendimento o di comportamento. La tecnologia è il settore che più si
propone di trovare soluzioni flessibili ed universali per la generalità delle persone con disabilità;
tuttavia, se impiegata senza controllo può essere fonte di minoranze.
Mutamenti di parole; nell’antichità colore che avevano delle imperfezioni del corpo, in
assenza di prestazioni fisiche venivano esclusi a priori e chiamati; sciocco, inferiore, imbecille,
ottuso o debole. Successivamente le persone con problemi fisici o psichici venivano chiamati;
cretini, idioti, alienati o imbecilli. Nel 900 minorati, subnormali, anormali fisici e psichici separati
dalle persone con anomali intellettive; oligofrenia, deficienza mentale e frenastenia. Con la legge
n.118/71 che apre le porte per la prima volta ai disabili, le parole usate erano; mutilati, invalidi
civili, minorati, irregolari, insufficienti mentali.
VERSO IL MONDO SOCIALE; Nella dichiarazione dei diritti alle persone handicappate l’OMS
in un documento offre una definizione completa del concetto di handicappato. Nel testo si
distinguono 3 tipi di difficoltà; la menomazione (danno o anomali), la disabilità (aspetto funzionale)
e handicappato (diminuzione o perdita della capacità di conformarsi alle aspettative o alle norme
del proprio ambiente). Quest’ultimo concetto è collegato alle problematiche di origine naturale e
sociale (il lavoro, tempo libero, sport, eventi bellici, ambiente in generale). In Italia il termine risale
al 1975 nella relazione della COMMISSIONE FALCUCCI, per rappresentare persone con minoranza
fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di
integrazione lavorativa o di relazione. Attualmente questa terminologia viene abbandonata a
favore di disabilità o persone con disabilità. Nel 2001 l’OMS crea ICF sistema di classificazione dei
disabili, con lo scopo di fornire un linguaggio unificato e standardizzato per descrivere la salute e gli
stati di ogni persona, differenziando la versione per bambini e la versione per adolescenti.
Disabilità più diffuse e conosciute a scuola;
MINORANZA VISIVA, assenza o riduzione della capacità di vedere creano diverse difficoltà,
sia nelle azioni della vita quotidiana, sia nell’apprendimento e nell’adattamento
all’ambiente. per i medici la cecità viene classificata in base alla capacità di percepire i
dettagli ai fini di un oggetto o la porzione di spazio che un occhio mobile percepisce di
fronte a sé in assenza del movimento della testa. La cecità comporta la privazione o
riduzione anche totale, del campo visivo. L’ipovisione è una condizione di ridotta capacità
visiva, può essere grave, mediocre o lieve. Le cause del disturbo possono essere congenite
(presenti dalla nascita), acquisite (sopraggiunte dopo i 6/7 anni). Entrambe le patologie
provocano diverse conseguenze sul piano educativo e didattico. L’educatore deve tenere
presente che la conoscenza acquisibile attraverso il tatto ed il linguaggio è essenziale.
MINORANZA UDITIVA, per sordità s’intende la conseguenza di una carenza patologica
nell’azione del sentire provocata da una lesione di varia natura all’apparato uditivo che
raramente è totale. Ci possono essere diverse classificazioni della sordità a seconda del
periodo di insorgenza della malattia, della locazione del disturbo, dell’entità del danno,
delle cause, in relazione allo sviluppo del linguaggio. La compromissione uditiva provoca la
mancata percezione e decodifica di suoni e rumori che riducono le informazioni utili alla
vita dell’individuo, relative all’esistenza di persone, animali, cose, al succedere di fatti ed
eventi. Le informazioni possono essere veicolate non solo dal linguaggio verbale ma anche
dalla molteplicità di codici extraverbali (gestualità, sguardo, volto, immagini ecc). oggi
grazie al progresso della tecnologia siamo in grado di usare ausiliari come l’impianto
cocleare, uno strumento elettronico in grado id sostituire il funzionamento dell’orecchio
interno danneggiato.
AUTISMO; molte conoscenze a riguardo sono in via di sviluppo, dovute soprattutto alle
difficoltà di giungere a un quadro descrittivo e interpretativo condiviso. Con il tempo si è
abbandonata l’idea di considerarla un’unica sindrome. ASPERGER, uno studioso individuo
un gruppo di bambini con sintomi simili, ma con buona comunicazione verbale e un buon
livello intellettivo, ma con un’interazione sociale molto disturbata, da qui la nascita del
termine autismo ad alto funzionamento. L’autismo è un disturbo del comportamento
causato da un disordine dello sviluppo biologicamente determinato, con manifestazione nei
primi 3 anni di vita. si configura come una disabilità permanente, che accompagna la
persona nel suo ciclo vitale, pur con manifestazioni differenti nel tempo. Le aree interessate
riguardano l’interazione sociale reciproca, le abilità di comunicare idee e sentimenti, la
capacità di stabilire relazioni con gli altri. L’innata capacità di interagire comprendendo e
riflettendo con l’altro emotivamente attraverso i processi di simbolizzazione e linguaggio
socioaffettivo, risulta un ’esperienza molto complessa ed assente. I luoghi dedicati alla
rieducazione sono la casa, la scuola e gli altri contesti in cui il bambino trascorre gran parte
del tempo. Le strategie sono: l’approccio ABA elaborato da LOVAAS NEL 19779, un modello
d’intervento precoce e intensivo rivolto all’acquisizione e consolidamento delle capacità
intellettive, del linguaggio e dei comportamenti adattivi; l’approccio TEACCH ideato da
SCHOPLER 2005, un modello di potenziamento delle capacità individuali e modificazioni
dell’ambiente secondo i bisogni naturali del bambino; l’approccio CAA comunicazione
aumentativa alternativa, una combinazione di tecniche, strategie e metodologia per
favorire ed incrementare l’intenzionalità espressiva della persona che non parla, attraverso
il potenziamento di tutti i possibili indici non verbali (mimica, gesto, postura..).
IL RITARDO MENTALE; la definizione si riferisce a differenti situazioni che hanno come
denominatore la presenza comune nel soggetto di processi intellettivi più o meno
disfunzionali rispetto alle richieste dei contesti di vita. l’insufficienza intellettiva si esprime
in modo mutevole nei diversi individui, in relazione alle cause prenatali o perinatali (la
sindrome di DOWN, lesioni durante il parto…) o postnatali (cause ambientale, deprivazioni
psico-educative, socioeconomiche, traumi, carenze mediche…). S’intende con ritardo
mentale una patologia cognitiva persistente dell’intelligenza, diagnosticata in base ai
seguenti criteri; QI inferiore alla media, compromissione grave e significativa in diverse aree
funzionali, presenza del disturbo fin da piccolo, autonomie personali e sociali scarse,
compromissione abilità cognitive, motorie, sociali e linguistiche, difficoltà di tradurre le
esperienze in codici simbolici, capacità di attenzione e memoria ridotte, debole flessibilità
di pensiero. Il loro apparato cognitivo non è strutturato diversamente e progrediscono
secondo le stesse sequenze cognitive, ma solo più lentamente. Può essere di aiuto
positivamente l’influenza con gli stimoli ambientali quali la famiglia, la scuola, extra scuola,
indirizzare a motivare il soggetto soprattutto nell’apprendimento e nell’espansione
dell’esperienza personale e didattica di vita, dell’autonomia personale, dei legami affettivi-
relazionali e dei livelli metacognitivi e cognitivi.
PCI, PARALISI CEREBRALE INFANTILE; questo tipo di disabilità interviene precocemente e le
conseguenze si protraggono per tutta l’esistenza. Interessa circa il 2,5 per mille della
popolazione di riferimento. il deficit motorio è spesso accompagnato da altri disturbi che
possono riguardare una o più funzionalità personali (epilessia, alterazioni articolari, del
linguaggio, celebrali, intellettive e psicomotorie). Sono diverse le modalità di classificazione
della disabilità se si considera la localizzazione del danno; tetraplegia (compromissione
nell’uso di tutti e 4 gli arti), diplegia (solo quelli inferiori), emiplegia (solo una parte del
corpo), spasticità (ipertensione muscolare), lentezza, disarmonia, mancanza di
coordinamento dei movimenti con conseguenti problemi di equilibrio e di inadeguatezza
funzionale. Molte persone presentano anche compromissioni miste con diversi livelli di
gravità in relazione alle limitazioni giornaliere. L’intervento riabilitativo deve coniugarsi con
quello educativo, la scuola, gli educatoti e la famiglia vanno inseriti in una progettazione
ampia e globale dell’intero percorso di vita del soggetto. Gli stimoli e le finalità provenienti
dai fattori sociali offrono un orizzonte di senso che da sostengo al minore e alla famiglia.
DALLA NASCITA ALL’ETA’ ANZIANA; PER LA VITA INDIPENDENTE
ICF è un accurato strumento diagnostico per comprendere l’individuo e la sua interazione
dinamica con l’ambiente di vita; il deficit viene considerato all’interno della più ampia relazione
tra fattori fisici, sociali e contestuali. Il valore della persona prende sempre più consistenza il
significato della personalità individuale. L’essere persona trascende il singolo individuo legato al
tempo e allo spazio. L’apparato di scienza che presiede all’ICF permette la conoscenza del
profilo di funzionamento dell’individuo ma non è in grado di rilevarne l’umanità con le su
peculiarità. Per garantire il riconoscimento della dignità della persona disabile ci vuole il ricorso
all’etica, occorre l’accesso al livello morale, che sollecita l’accettazione e la valorizzazione
dell’altro, qualunque siano le caratteristiche con cui si manifesta la sua identità. Secondo il
sociologo tedesco HONNETH 2002 la formazione di un’identità personale autonoma dipende
dalle relazioni di riconoscimento che gli esseri umani pervengono a stabilire tra loro. Distingue
tre sfere alle quali corrispondono tre modi della considerazione di sé: le relazioni primarie
riguarda i rapporti con i familiari e amici, i riconoscimenti affettivi all’interno delle relazioni di
cura e amore che conferiscono fiducia in sé; le relazioni giuridiche basate sul diritto che
guadagnano il rispetto di sé; la comunità etica che riguarda il riconoscimento delle proprie
capacità, il soggetto viene considerato per il suo valore sociale, guadagnando autostima. I
concetti di vita indipendente e di non discriminazione prendono in carico tutto ciò che riguarda
la vita del soggetto, affinché gli venga riconosciuto dagli altri e da sé stesso il potere di fare. Le
convezioni ONU sui diritti delle persone con disabilità ha recepito il diritto alla vita
indipendente all’interno della comunità sociale con la stessa libertà di scelta delle altre
persone. Per favorire questo progetto sono necessari l’autodeterminazione, autonomia e
autosufficienza, ovvero la capacità di essere agente causale del proprio modo di esistere. Il
sistema formativo dovrebbe pensare in primo luogo all’autonomia personale (igiene,
abbigliamento, consumi…), di movimento (spostamenti, uso di mezzi pubblici),
comportamentale (contesto sociale, lavorativo e scolastico). Le programmazioni didattiche
dovrebbero situarsi su una prospettica che elevi l’attenzione a considerare fortemente anche il
ruolo lavorativo. Nonostante l’ampliamento e la migliore qualificazione, in questi ultimi anni nei
servizi rivolti alle persone con disabilità permangono evidenti problemi di rigidità del sistema.
La sopravvivenza di luoghi e di strutture dedicati alla disabilità ostacolano l’apertura di relazioni
significative con i luoghi della normalità.
Progetto di vita inizia con la nascita; il progetto per una vita indipendente si costruisce per
gradi a partire dall’infanzia. Dopo la diagnosi sulla minoranza del bambino, l’identità dei
genitori tende a strutturarsi intorno al disturbo. La preoccupazione per la salute del piccolo
rischia di oscurare la disponibilità a vedere al di là della disabilità, ponendo ostacoli alla
scoperta della sua vera personalità. Di conseguenza è opportuno dapprima aiutare la madre, il
padre e i famigliari stretti a rimettere in gioco energie e identificazioni positive con il neonato.
Quando la famiglia si trova a far fronte alla cura del bambino e al suo bisogno di cure, le
sarebbe molto utile poter contare su una figura professionale dotata di competenze educative
come sostegno alla salvaguardia e al consolidamento di una visione nuova e personalizzata.
L’intervento da parte di più attori e professionisti nell’azione di cura e riabilitazione dovrebbe
trovare uno spazio di sintesi collegiale, per favorire il più possibile una crescita armonica per il
bambino. L’adolescenza è conosciuta l’età della crisi sia per il ragazzo che per la
famiglia. Questa fase di cambiamento va vissuta come una transizione evolutiva verso l’età
adulta, dove la vita di ogni uomo è veicolata dalle diverse esperienze passate. Non è raro che in
questa fase la famiglia ostacoli la partecipazione del figlio disabile a questo rito di passaggio,
per paura di dinamiche spiacevoli come il bullismo. Tuttavia, sarebbe opportuno incoraggiare e
ricercare le sue capacità reali e metterle in luce incrementandole. La famiglia, la scuola ed i
professionisti sanitari e sociali condividono la responsabilità educativa-sociale- riabilitativa di
promuovere, sollecitare, sostenere e accompagnare lo sviluppo del ragazzo, ponendo le
condizioni affinché egli incrementi qualitativamente e quantitativamente la su esperienza di
vita per l’inserimento sociale e lavorativo. L’introduzione nel mondo del lavoro può diventare
una risorsa per l’ambiente produttivo, quando si realizzano concetti quali successo, efficienza e
adeguate compatibilità tra individuo e lavoro. Invecchiamento; negli ultimi anni
l’aspettativa di vita delle persone con disabilità è aumentata in maniera significativa, in virtù dei
progressi in campo medico e sociale. Nel progetto di vita indipendente la vecchiaia disabile
risulta una questione non risolta. Il rischio è che una volta terminato il ciclo della scuola e
l’esperienza lavorativa, il soggetto non trovi alternative possibili, se non il rientro all’interno
della famiglia o nei ricoveri con strutture residenziali. L’avanzamento dell’età rende la
situazione più complessa, si accompagna spesso a manifestazioni di deterioramento cognitivo
(linguaggio, memoria, problem solving…), con conseguente perdita di abilità funzionali al vivere
quotidiano e all’adattamento all’ambiente. occorrerebbe si continuare a stimolare il soggetto,
sollecitandolo a trascorrere tempo fuori casa, ad incontrare persone ad impegnarsi in attività
ricreative e culturali. Purtroppo, nel nostro paese la sensibilità per orientamenti fini a sostenere
stili di vita positivi seguono molte enunciazioni teoriche e poche applicazioni metodologiche e
pratiche.
PROGETTUALITÀ DELLE FAMIGLIE CON HANDICAP;
Ciclo vitale di una famiglia con un figlio disabile; la famiglia è l’ambiente di vita primario che
accompagna l’esistenza di ogni persona. Vivificata da una intensa relazionalità dialogale e
sostenuta dalle cure materiali, è connotata da un rapporto tra genitori e figli di tipo
asimmetrico, con prevalenza del ruolo genitoriale finché i figli diventano autonomi. I momenti
critici riguardano; l’informazione sulla diagnosi, sui confronti con eventuali fratelli, le successive
scolarizzazioni, i problemi connessi alla pubertà e all’adolescenza (anche collegata alla
sessualità), la ricerca di una struttura a cui affidare il figlio quando i genitori non possono più
occuparsene. Affinché il minore e i suoi genitori possano adattarsi e integrarsi nel sistema
familiare, de prendere corpo ogni giorno un processo di familiarizzazione, di reciproca
conoscenza e di riconoscimento. Devono crearsi legami che saldino il senso di appartenenza
reciproca. Tuttavia, anche se l’evoluzione famigliare procede positivamente, essi devono
confrontarsi con la comunità, intesa sia come cerchia ristretta di parenti, amici e conoscenti sia
come sistema di riferimento formale (medici, paramedici consulenti, psicologi, educatori…) e
informale (persone del quartiere, altre famiglie volontari…). La costruzione di buone alleanze e
buone vicinanze con servizi e con altre famiglie aiuta a costruire nuovi equilibri, nuove
combinazioni di risorse. Alla famiglia si richiede spirito di adattamento e capacità di
fronteggiare delle difficoltà, volontà di cura e di condivisione di progetti, disponibilità alla
relazione e alla collaborazione.
Resilienza familiare e sostegno della rete primaria; molti studiosi si sono
concentrati a comprendere e studiare le abilità di coping (insieme degli sforzi cognitivi e
comportamentali attuati dalla persona per controllare specifiche richieste interne o esterne).
La possibilità di adattarsi positivamente alla situazione dipende da un mix di fattori interni ed
esterni al nucleo familiare; il modo in cui il nucleo ha affrontato i compiti evolutivi nelle fasi
precedenti, le relazioni con l’ambiente esterno, la capacità dei genitori di riconoscere e
organizzare le risorse proprie e il significato che la famiglia attribuisce all’evento emotivo,
sociale ed etico. Per la creazione di adattamento intrafamiliare è significativo il ruolo delle
credenze, della religione, dei valori condivisi, che orienta la capacità di integrazione e la
direzione che prende la famiglia verso in mantenimento di una condizione di benessere,
controllo e organizzazione ai fini della salute del minore. Si possono individuare due diversi
approcci di studio al concetto di resilienza applicato alla famiglia che differiscono sia a causa
degli attori coinvolti sia in termini di procedure operative. 1, si può parlare di resilienza
familiare per indicare gli atteggiamenti e le modalità di protezione e di difesa che la famiglia
attiva intorno al suo componente che vive una situazione di difficoltà. Tra le varie
caratteristiche troviamo la qualità della relazione con almeno uno dei genitori, la stabilità della
coppia genitoriale e il sostegno fornito durante l’infanzia. 2, qui lo sguardo è rivolto all’unità
familiare, come gruppo nel suo insieme che viene considerato un sistema che può avere un
funzionamento di tipo resiliente a partire dalle sue risorse, dai suoi processi di guarigione e
autosostentamento. Le caratteristiche principale costituiscono una rete di protezione per
l’interno nucleo familiare fondata su valori solidi, sulla stabilità della struttura familiare sulla
solidarietà emotiva e sul sostegno reciproco. Il modo in cui ogni famiglia reagisce e affronta la
crisi è un processo unico di sviluppo di resilienza e fortemente dipendente dal contesto. In tutte
le famiglie è significativo il ruolo svolto dai fratelli, che soffrono nel vivere un’esperienza con un
figlio disabile. Tuttavia, la capacità di comprensione, tolleranza, unione, e compassione
trasforma la sofferenza in un’energia al servizio della costruzione della loro vita intersoggettiva.
La relazione fraterna nelle situazioni di crisi può essere, un rimedio di fronte alla solitudine. Il
legame che si instaura tra i fratelli può essere un’opportunità preziosa per lo sviluppo
dell’identità dei soggetti coinvolti, solo se lasciati liberi di sperimentare lo speciale rapporto che
li unisce senza l’interferenza degli adulti. Un’altra risorsa per la famiglia sono i nonni considerati
come fonte migliore di sostegno, soprattutto perché la loro presenta ha un’influenza benefica
su tutto il nucleo familiare e contribuisce a diminuire le situazioni di attrito. Tuttavia, I nonni
possono talvolta inasprire le difficoltà che il nucleo incontra, generalmente perché portatori di
prospettive educative differenti e possono subentrate dei meccanismi di intrusione nelle
dinamiche della famiglia. Protagonismo delle famiglie con
handicap; la costituzione attribuisce ai genitori la potestà parentale sui figli, riconoscendo il
loro diritto a prendere l’iniziativa sulle decisioni che li riguardano fino alla maggiore età. Per le
famiglie con figli disabili questa autorità si può estendere per tutta la vita grazie alle legge
quadro sull’handicap che da il diritto; al mantenimento del figlio nella propria famiglia,
all’informazione e alla collaborazione nella scelta dei servizi sanitari e sociali, al sostegno
economico, psicologico, assistenziale e pedagogico di aiuto alla famiglia, permessi di lavoro per
i familiari con disabilità complessa, al coinvolgimento diretto in progetti sanitari, sociali,
scolastici, lavorativi e post lavorativi riguardanti il figlio. Tuttavia, si avverte l’esigenza di una
svolta, poiché nella pratica lo scenario presenta notevoli inefficienze non sempre le famiglie
sono informate sulle disposizioni nella tutela dei diritti loro e dei propri familiari. Molti servizi
territoriali sono carenti e le risposte del sistema di servizi ai bisogni delle famiglie con handicap
rappresentano un vasto ventaglio di esperienze latitanti e socialmente isolanti. Da qui si
sviluppano le iniziative di parent training (metodo di formazione diffuso in usa, che si propone
di prendersi cura dei genitori, fornendo una guida e un aiuto concreto) con lo scopo di
stimolare il cambiamento nella funzione educativa della famiglia tramite strumenti come
l’attività informativa (ridefinizione del problema, dei bisogni, delle capacità e delle risorse di
genitori e figli) e l’attività formativa (consiste in azioni volte a promuovere le capacità
genitoriali).
Associazionismo familiare e la pedagogia dei genitori; la nascita del movimento
associazionismo, risalente al primo ventennio del secolo scorso è caratterizzata da una cultura
di categoria, cioè dalla presa in carico da parte delle famiglie e persone disabili della propria
condizione; UIC FONDAZIONE UNIONE ITALIANA CIECHI 1920, ENS ENTE NAZIONALE
SORDOMUTI 1924. Dal secondo novecento, si registra uno sviluppo di associazione a tutela di
forme di disabilità che non siamo esito di guerra o di lavoro, nascono così per iniziativa dei
genitori e volontari AIAS ASSOCIAZIONE ITALIANA ASSISTENZA SPASTICI, ANFFAS
ASSOCIAZIONE NAZIONALE FAMIGLIE FANCIULLI SUBNORMALI. Nascono come gruppi di auto-
aiuto, intenzionati a confrontarsi sui problemi educativi e scolastici dei figli e a rivendicare che
gli stessi vengono accolti nelle scuole comuni di quartiere. Negli anni 70 vediamo sorgere
l’ASSOCIAZIONE ITALIANA PERSONE DOWN AIPD, FAMIGLIE ITALIANE ASSOCIATE PER LA
DIFESA DEI DIRITTI DEGLI AUDIOLESI FIADDA, FEDERAZIONE ITALIANA SUPERAMENTO
HANDICAP FISH 1993, FEDERAZIONE DELE ASSOCIAZIONI NAZIONALI DEI DISABILI FAND
1997. Queste associazioni e federazioni cercano di promuovere una migliore condizione di vita
individuale e collettiva, un recupero di vita soddisfacente per chi ha vissuto in momenti di forte
crisi, il potenziamento di abilità di adattamento attivo di persone e genitori che si occupano di
soggetti portatori di handicap e proposte di prevenzione cura, riabilitazione, educazione e
assistenza a livello territoriale in grado di rispondere ai bisogni sociali di ogni cittadino. La
diffusione del web consente nuove modalità di comunicazione e di organizzazione. Di pari
passo nel nostro paese si fa affermando l’idea che la famiglia possiede una scienza ed una
competenza che devono essere riconosciute dalle altre agenzie per poter “formare” altri
genitori e i professionisti sulle misure più adeguate per i propri figli.
I SOSTEGNI ALLA PERSONA CON DISBAILITA’; Quando il soggetto da aiutare presenta disabilità
soprattutto se complessa, la relazione di aiuto è di tipo assistenziale e compensatoria con
prevalenti interventi tecnici e specialistici. Ma recentemente è stata inserita una componente
educativa che promuove lo sviluppo di sé stessi; questo mestiere coinvolge l’operatore in uno
schema che collega l’agire umano e l’agire professionale. Il punto di contatto tra cura e
relazione, tra ciò che fa e ciò che è, tra ciò che fa per gli altri e come si rapporta a loro è
fondamentale per chi lavora in professioni di riabilitazione, terapia, educazione, intervento,
insegnamento, apprendistato… non si tratta di negare l’affettività né la sua esistenza, ma
semplicemente di collocarla in ambito professionale dentro una condizione di controllo.
L’operatore deve saper coniugare la competenza tecnico con quella educativa. La relazione
professionale di cura non può che svilupparsi attraverso la comprensione e il dialogo, che
implicano partecipazione emotiva, coinvolgimento, delicatezza, senza le quali dominerebbe la
freddezza metodica e tecnica. Caratteristiche della relazione di aiuto;
Chi aiuta non può approfittare del bisogno di aiuto dell’altro, in virtù della sua fragilità.
La relazione di aiuto richiede che ciascuno abbia la sua parte di ragione.
La relazione non si muove con dinamiche di assolutezza ma di complementarità.
La relazione di aiuto presuppone l’apertura al tempo futuro.
Chi aiuta è tenuto a sospendere il giudizio sull’altro.
Chi viene aiutato deve creare una relazione non dipendente.
Chi aiuta deve provare a intravedere nell’altro un’identità di cambiamento, mettendo in
luce l’identità dell’altro.
L’aiuto coinvolge molte persone; familiari, professionisti, volontari, amici, ed è necessario che
ognuno pensi al proprio agire in relazione agli altri ed al soggetto di cui si occupa. Questo schema
di relazioni permette di pensare ai singoli attori come parte attiva e non come semplici contenitori
di bisogni e risposte o problemi. Si tratta di un modello ecosistemico incentrato sull’ascolto e sulla
comunicazione. In molti casi la relazione di aiuto e di cura ha necessariamente a che fare con
l’empatia, la lettura dei segni verbali e non verbali e vicinanza fisica. L’educatore va concepito come
figura in grado di mediare l’attivazione di legami sociali, di costruire saperi comunitari, di lavorare
sulle connessioni.
TECNOLOGIE ASSISTIVE PER L’AUTONOMIA POSSIBILE; nella società dell’informazione e
della conoscenza l’impiego delle risorse tecnologiche costituisce un pilastro fondamentale per
favorire la realizzazione di sé e la partecipazione alla vita sociale, per condurre una vita dignitosa,
soprattutto nelle persone con disabilità, questo sistema si rileva indispensabile. La combinazione di
dispositivi e apparecchiature sempre in continuo aggiornamento ed evoluzione porta sul mercato
strumenti che amplificano le possibilità di autonomia personale e sociale dell’individuo. Le
tecnologie assistive TA, e le tecnologie dell’informazione e della comunicazione TIC, sono
prodotti a basso e alto contenuto tecnologico che intervengono su vari aspetti della vita di ogni
persona, divenuti importanti per una pedagogia inclusiva. Troviamo apparecchi per il trattamento
sanitario e personale, per la mobilità personale, per la cura della casa, adattamenti per la casa e
per altri ambienti, per la comunicazione e l’informazione, per manovrare oggetti e dispositivi, per
la valutazione ed il miglioramento delle condizioni ambientali, per l’ambito lavorativo, per la
formazione professionale e per le attività di tempo libero. Una volta individuata e acquistata la
tecnologia appropriata, occorre accompagnare la persona nel processo di adattamento al
dispositivo. Tuttavia, l’utilizzo di questi strumenti dipende da tanti fattori; l’età, il livello economico
e sociale della famiglia, l’esperienza della famiglia, i valori che la famiglia attribuiscono agli
strumenti sussidiari…
TECNOLOGIE PER LA SCUOLA; la tecnologia per la disabilità in ambito formativo e educativo
coinvolge molti aspetti metodologici e programmatici, cioè percorsi didattici e valutativi
multimediali, tecniche di insegnamento in presenza e a distanza, documentazioni... lil computer
può favorire motivazione, adattabilità, rigore e diversi punti di vista, seguendo stili e ritmi personali
permettendo una programmazione flessibile e individualizzata. Tuttavia, l’efficacia risulta spesso al
di sotto delle potenzialità, perché molte volte l’attività al computer in laboratorio diventa
un’abitudine che si traduce in isolamento fisico e psicologico dell’alunno e dell’insegnante di
sostegno, oppure l’utilizzo del dispositivo rischia di essere di tipo ripetitivo al di fuori del reale
progetto, inoltre alcuni insegnati hanno difficoltà di adattamento ai nuovi programmi
d’insegnamento tecnologico. Da qui la necessaria richiesta d’investire in termini di formazione
tecnica e culturale dei professionisti coinvolti. Con l’impegno di tutti l’approccio alle tecnologie
assistite può contribuire in termini innovatici e straordinari.
PARTE TERZA
NUOVE SFIDE PER LA SCUOLA; PROGETTAZIONE INDIVIDUALIZZATA E INCLUSIONE
Nel nostro paese come in Europa, la PS ha sempre condiviso adattamento, accomodamento,
assimilazione (integrare la realtà individuale a quella del gruppo) tre caratteristiche alla base
dell’integrazione ed un’occasione di arricchimento del collettivo. Il concetto di integrazione si
considera quando lo studente con disabilità viene educato in un contesto comune, gli si offrono
programmi in funzione delle sue differenze e può partecipare all’ambiente istruttivo dell’aula
seguendo un percorso educativo che porterebbe a una forma arricchita di educazione generale. Il
conetto di inclusione nella scuola segue un percorso che offre a tutti gli studenti compresi quelli
con disabilità eque opportunità di ricevere servizi efficaci, con i necessari supplementi di sostegno,
in classi di età appropriata al fine di prepararli a una vita produttiva come membri di una società. In
questo caso gli insegnanti, il personale scolastico e i professionisti di sostegno hanno necessita di
un lider impegnato nella gestione e amministrazione del modello inclusivo.
INSERIMENTO; riconosce il diritto delle persone con disabilità di avere un posto nel sistema
scolastico e nella società, garantendone l’inserimento giuridico, fisico e sociale. Ciò è in vigore con
la legge n.118/71 che ha prodotto lo smantellamento delle classi speciali a favore dell’inserimento
nelle classi comuni dei soggetti disabili nella scuola dell’obbligo.
INTEGRAZIONE; garantisce il rispetto dei bisogni educativi personali all’interno della scuola di tutti,
attraverso la qualità e la flessibilità degli interventi programmatici, didattici ed organizzativi.
Inserire una persona in un ambiente in modo che ne diverti parte organica. Questo modello è in
vigore grazie alla legge quadro sull’handicap, nella quale prevale l’idea che il soggetto sia speciale e
vada pertanto sostenuto da interventi prevalentemente tecnici. Mettere insieme delle persone
senza consentire loro di condividere gli stessi strumenti.
INCLUSIONE; è il modello in base al quale la persona portatrice di diversità entra nella comunità a
pieno titolo alla pari di tutti gli altri. I principi di funzionamento, le regole e le routine del contesto
devono essere riformulate avendo presente tutti i componenti delle persone ciascuno con la
propria specificità. Questo modello traduce una sensazione di accoglienza, un modo di vivere
insieme, basato sulla convinzione che ogni individuo ha valore e appartiene alla comunità.
L’inclusione può avvenire non solo nella scuola ma anche nella famiglia, nello sport, nelle attività
extrascolastiche, nel lavoro, nel gioco e nel tempo libero…, tra molteplici categorie di persone. Un
gruppo di persone che hanno la possibilità di usare gli stessi strumenti ma personalizzati.
BES, BISOGNI EDUCATIVI SPECIALI; lo sguardo più selettivo agli studenti problematici ha maturato
la consapevolezza che la classe è un vivaio di diversità, fra le quali figurano altre fragilità, per
esempio gli allievi con difficoltà di apprendimento, di attenzione, di linguaggio, di coordinamento
motorio o spazio-tempo, con problemi emozionali o di comportamento, in condizioni di disagio
socioeconomico o ambientale. L’OECD identifica questo gruppo come soggetti che hanno bisogno
di interventi educativi e didattici potenziali e differenziati per poter beneficiare degli studi con pari
opportunità. All’estero come da noi i bes individuali che si manifestano durante l’età evolutiva e
nella scuola, può contare su una solida tradizione di elaborazione sul piano concettuale e
operativo, rappresentando un settore maturo, potenzialmente in via di sviluppo sia in ambito
psicologico che didattico e pedagogico. Nel nostro paese recentemente è intervenuta l’autorità
scolastica fornendo agli insegnanti indicazioni a tutela degli allievi con disturbi specifici di
apprendimento DSA, cercando di centrare più obbiettivi ambizioni contemporaneamente come:
prevedere il diritto a progetti didattici personalizzati e a strumenti compensativi; garantire pratiche
più inclusive nelle classi e nelle scuole; individuare le specificità all’interno del gruppo, dislessici,
disgrafici, disortografici e discalculi oppure con disturbi dell’attenzione e iperattività. E
fondamentale che i bisogni dei bes rimangano ancorati ad una visione evolutiva della persona, con
professionisti che sappiano trovare una positiva composizione tra la prospettiva individuale,
pedagogica e sistematica contemporanea nella classe.
IN EUROPA; nel contesto dell’unione europea il pedagogista GOUSSOT identifica tre diverse
concezioni del processo, dove l’idea di integrazione ed inclusione si attesta a livelli diversi;
1. La proposta dell’opzione unica (SISTEMA UNICO); la frequenza della scuola comune (Italia E
Svezia). Le categorie di integrazione e dei bisogni educativi speciali vengono superate,
sfumate nell’idea di una scuola unica, comprensiva ed inclusiva che prospetti l’attenzione
alle molteplici diversità degli studenti. Ciascuna necessità speciale occupa una condizione
ordinaria, all’interno di un gruppo che merita il trattamento differenziale migliore.
2. Un approccio molteplice (SISTEMA DUALE UNIFICATO) con una gamma di servizi più o
meno integrati all’insegnamento ordinario (Francia, Regno Unito, Spagna Germania,
Finlandia). L’educazione si adegua ai bisogni dei bes con metodi, mezzi e servizi
personalizzati alle caratteristiche e alle difficoltà di apprendimento proprie di ciascun
alunno. E’ un impostazione basata sull’analisi descrittiva degli svantaggi e sullo studio dei
corrispondenti mezzi educativi e di compensazione.
3. La proposta di due opzioni parallele (SISTEMA DUALE DISSOCIATO), cioè di due insegnanti
distinti e separati; ordinario e speciale (Belgio, Paesi Bassi). Sono praticati percorsi di
educazione speciale separati dalla normalità. Questo modello offre programmi di sviluppo
individualizzati e una didattica differenziata nel contesto di normalità, a partire
dall’adattamento del curricolo comune e dalla collaborazione tra insegnanti e compagni.
Tuttavia, alcuni alunni con disabilità si trovano a seguire percorsi di apprendimento del
tutto separati da quelli dei compagni, ciò contribuisce a mantenere situazioni formali di
integrazione e a non sviluppare una scuola capace di accogliere veramente tutti.
IN ITALIA; il processo d’integrazione dei BES nel sistemo formativo, dal nido all’università si è
arricchito di una molteplicità di significati, fra i quali riconosciamo quello pratico, prassico e
pragmatico. Il piano pratico-valoriale concerne la dimensione morale, orientata a promuovere la
persona a essere sé stessa, a trovare il suo equilibrio originale in presenza dl deficit. Il carattere
prassico rimanda alle dimensioni giuridiche del processo di accoglienza nella scuola. Le statistiche
del MIUR ci orientano che dall’entrata in vigore della legge n.104/92 la presenza degli studenti
disabili nella scuola di tutti si consolida nel primo ciclo di istruzione e cresce nella scuola
secondaria di secondo grado. Circa due terzi delle scuole italiane ospitano allievi con deficit. Una
volta resa normale la presenza degli allievi con deficit, le politiche scolastiche si sono indirizzate
sempre più negli aspetti dell’integrazione affrontando disposizioni generali che comprendono
l’integrazione sinergica, autonoma, educativa e personalizzata degli allievi delle fasce più deboli.
Tuttavia, molti criticano la rigida sequenza della certificazione, ore di sostegno, insegnanti ed altre
figure di aiuto, non sempre a vantaggio dell’azione integrativa. Dalla legge quadro emergono
molte criticità da superare sia in campo scolastico che extrascolastico; degli studenti con disabilità
pochi acquistano un titolo superiore, la mancanza di definizioni di standard di qualità
dell’integrazione all’interno della comunità scolastica, la necessità di una migliore definizione e
articolazione delle competenze tra le professionalità educative, sanitarie e sociali, operanti per
l’integrazione, le persistenti difficoltà d’integrazione per i soggetti in condizioni di disabilità
complessa e grave, il diritto limitato di accesso alla molteplicità dei servizi per la cittadinanza,
l’orientamento professionale e l’inserimento al lavoro, il rapporto tra i servizi sanitari, gli educatori,
i genitori e le diverse istituzioni, le soluzioni progettuali per le persone in situazioni di gravità e
l’anzianità disabile. L’inclusione dovrebbe permettere ai vari mondi in cui vivono gli individui con
problemi di minoranza di comunicare e interagire a diversi livelli; familiare, scolastico, territoriale,
istituzionale, sociale, lavorativo.
MODELLI DI SCUOLA E DISABILITA’; la scuola è ambiente di educazione e di istruzione, un contesto
naturale della relazione didattica di insegnamento e apprendimento. Gli esperti individuano due
grandi modelli in grado di rispondere alle sfide del cambiamento; quello funzionalista e quello
antropocentrico. Secondo il metodo funzionalista o scuola azienda, il compito della scuola è
implementare negli studenti saperi e competenze utili alla domanda sociale e produttiva. Viene
dedicata una forte attenzione alla misurazione del profitto degli allievi e alla produttività degli
insegnanti, si tende a privilegiare e valorizzare gli studenti più capaci; per esempio, la lezione
frontale e il ritorno alla valutazione quantitativa. In questo schema la disabilità è vissuta con aule o
laboratori attrezzati alle loro richieste, aule di sostegno specifiche, classi differenziali dove si
concentrano gli alunni con disabilità. Secondo il modello antropologico o scuola comunità, la
logica segue il concetto economicistico. Accetta l’idea che il sistema scolastico debba abilitare i
giovani ai saper professionali, come richiesto dalla società, ma non vuole mirare esclusivamente
alla produttività. Vuole coniugare le conoscenze e le competenze funzionali con la formazione
globale della persona di tutti gli studenti, ciascuno considerato nella sua originalità esistenziale.
Questo schema identifica un complesso di valori condividi per organizzare la comunità ed
elaborare la strategia di apprendimento, trasforma le classi in comunità nelle quali gli studenti
condividono le responsabilità di comportamento ed ordine, inoltre definisce i rapporti tra gli
insegnanti come una comunità che si prende cura degli allievi. Gli alunni disabili hanno a
disposizione classi condivise con tutti, dove la programmazione didattica è consolidata tra allievo e
maestri.
Scuola efficiente; deve collegarsi con altre istituzioni scolastiche, con le famiglie, le
associazioni, gli enti locali, le aziende, l’amministrazione periferica, con gli specialisti di
riabilitazione, sanitari e terapeutici, con l’obbiettivo di attivare l’inclusione ed interventi educativi
idonei. Questa rete di sostegno favorisce lo scambio di conoscenze, competenze, aiuto, risorse, per
la realizzazione di un progetto comune dove ogni alunno dispone di energie e doti per aiutare gli
altri componenti della comunità, così ciascuno è coinvolto in un piano di sostegno adeguato ai
bisogni di cura dei soggetti. Reciprocità ed integrazione richiamano la categoria della flessibilità
negli schemi metodologici, organizzativi, linguistici, relazionali e didattici. Il sistema scolastico deve
sviluppare un’azione di ricerca continua, per fornire servizi qualificanti. Le criticità di questo tipo di
schema flessibile sono collegate alla rigidità del metodo di insegnamento, agli orari di cattedra, alle
chiusure dei colleghi alle innovazioni, all’utilizzo degli spazi limitati, alle attrezzature o tecnologie
scarse, alla mancanza di collaborazione tra insegnanti e sostegni, alla prevalenza della lezione
frontale… con la LEGGE QUADRO NEL ART. 15 si sostiene due gruppi di lavoro all’interno della
scuola;
GRUPPO TECNICO che sovraintende al PIANO EDUCATIVO INDIVIDUALIZZATO PEI di
ciascuno studente. Composto dai docenti di classe, famiglia, specialisti e figure assistenziali.
Il suo compito è quello di elaborare, valutare e monitorare il progetto scolastico dell’allievo.
GRUPPO DI LAVORO DI ISTITUTO GLHI, sovraintende alle iniziative educative e di
integrazione di tutti gli studenti con disabilità frequentanti la scuola. I suoi componenti
comprendono il dirigente scolastico, rappresentati di classe e di sostegno, operatori dei
servizi sociali e sanitari, genitori e studenti. Questo gruppo fornisce al capo d’istituto
documenti sistematici consultivi, ricognitivi, progettuali, organizzativi e valutativi.
In Italia non esiste un protocollo ufficiale per identificare i dati di qualità dell’inclusione scolastica,
nonostante i rapporti annuali sulle politiche per la disabilità si siano sforzati di individuarne alcuni
utili a facilitare la comprensione di un fenomeno così articolato. In assenza di un sistema di
monitoraggio le situazioni di eccellenza di disomogeneità o disfunzionalità non possono ottenere
rimedi. Molte scuole sensibili alla questione si sono risolte di propria iniziativa attraverso
un’autovalutazione del livello di inclusione scolastica. A livello internazionale un punto di
riferimento per l’autovalutazione è un modello chiamato INDEX PER L’INCUSIONE, un documento
questionario che offre alla comunità scolastica una serie di stimoli per progettare un modello più
inclusivo.
Scuola e servizi extra scuola; gli enti extrascolastici mirano a costruire dei supporti per le
persone disabili, per le famiglie o per le scuole. La scuola per riuscire a creare un’offerta formativa
valida devono rendersi disponibili a dialogare con alcuni servizi locali, intrattenere rapporti con
soggetti intermediari come le associazioni, volontari e interlocutori esterni che rappresentano la
comunità in cui il soggetto spende il suo tempo libero.
DAL PROGETTO SCOLASTICO AL PROGETTO DI VITA ADULTA;
Occorre che la scuola, dall’infanzia alle superiori, sappia accogliere l’allievo predisponendo per lui
un progetto formativo capace di mettere in atto le sue capacità, così da condurlo alla maturazione
di conoscenze e competenze che gli consentiranno un inserimento lavorativo e sociale adeguato in
modo autonomo. La legislazione nazionale indica i traguardi generali del processo formativo per gli
alunni con deficit; autonomia, apprendimento, comunicazione, relazione e socializzazione. Queste
finalità vengono personalizzate in base all’età e alla condizione di disabilità. Per l’alunno con
disabilità è opportuno allestire una situazione di INDIVIDUALIZZAZIONE DIDATTICA (adattamento
degli obbiettivi, dei contenuti, dei tempi e linguaggi dell’insegnamento rispecchiando le esigenze di
apprendimento dello studente) e PERSONALIZZAZIONE EDUCATIVA (metodologia didattica
orientata nello sviluppo originale e libero dell’individuo, in una dimensione emotiva, affettiva e
intellettiva). Questo ci porta alla creazione del PEI un piano educativo individualizzato, un prodotto
tecnico frutto di scelte che si rinnovano nel tempo grado per grado. La VALUTAZIONE FORMATIVA
deve comprendere i traguardi disciplinari, le competenze e le conoscenze di procedimenti e
strumenti, ma anche lo sviluppo cognitivo e metacognitivo continuo assieme alla motivazione
all’apprendimento, affinché l’allievo speciale acquisisca una maggiore consapevolezza e controllo
dei processi sociali e culturali. Tuttavia, i professionisti e i genitori devono aprirsi alla
consapevolezza della necessità di creare un progetto che va oltre il contesto scolastico un prodotto
per la vita adulta.
DOCUMENTAZIONE CHE ACCOMPAGNA L’INTEGRAZIONE SCOLASTICA; il processo
integrativo stimola la scuola a divenire soggetto di ricerca, per individuare e attivare soluzione
adeguate ai bisogni personali. In questa prospettiva assume molta importanza la documentazione
convalidata nella legge quadro art.12 che prevede strumenti specifici;
DIAGNOSI FUNZIONALE, Descrizione analitica della compromissione dello stato psicofisico
dell’alunno. Si articola in un approfondimento sullo stato di salute e malattia dell’individuo,
descrizione delle varie funzionalità nei diversi contesti, individuazione delle competenze
professionali e delle strutture necessarie per l’integrazione, definizione degli obbiettivi
educativi, sociali e strategie d’intervento sanitario, didattico, terapeutico e riabilitativo. La
sua formazione rimane di competenze degli specialisti della sanità in collaborazione con la
scuola e con la famiglia, sollecitando così lo scambio d’informazioni utili nei diversi contesti.
Da un lato si descrive la situazione reale ed attuale del soggetto; profilo corporeo, cognitivo,
metacognitivo, relazionale, mentale, affettivo, emotivo… connesso alla storia vissuta ed al
contesto socioeconomico familiare. Da un altro lato fornisce elementi per la creazione di un
piano educativo e riabilitativo individualizzato significativo. Nel corso della propria storia
possono verificarsi eventi o momenti critici che producono mutamenti favorendo ulteriori
acquisizioni, i quali devono essere inseriti all’interno del documento, seguendo il normale
percorso di vita del soggetto.
PEI, PIANO EDUCATIVO INDIVIDUALIZZATO, è un documento nel quale vengono descritti gli
interventi adeguati e predisposti per l’alunno in situazioni di handicap, in un determinato
periodo di tempo, con l’obbiettivo di realizzare un percorso di educazione e istruzione
personalizzato. Comprende i progetti educativi, riabilitativi, sociali, integrati fra loro
connessi alle difficoltà e alle potenziali dello studente. Il pei si fonda sull’individuazione
degli obbiettivi ammissibili, la valutazione dei traguardi raggiunti e la scelta delle risorse,
materiali e metodi adeguati. Tuttavia, la sua pratica può risultare un esercizio ovvio e
scontato povero di significato diventando uno strumento di isolamento se creato dal solo
docente specializzato. Da qui la necessità di coinvolgere docenti, professionisti di sostegno,
specialisti della sanità e sei servizi sociali, con la collaborazione della famiglia. Si ritiene che
il pei favorisca l’apprendimento, l’autonomia in un progetto più ampio di quello scolastico,
in una dimensione futura, di vita. L’età evolutiva rappresenta un percorso delicato poiché il
soggetto speciale deve riscoprire la propria identità, in modo più possibile flessibile per
attutire le diverse difficoltà della vita. Ad esempio, il passaggio da una scuola all’altra per il
soggetto disabile e per la famiglia può risultare una fase molto delicata e difficile, è
necessario quindi sollecitare la comunicazione tra la scuola nuova e la vecchia al fine di
accogliere l’alunno in modo sereno alla scoperta di nuove identificazioni e capacità. Lo
scambio del PEI tra i vari istituti può aiutare gli insegnanti ad orientare meglio le
metodologie scolastiche e risvegliare nell’alunno interessi nuovi raggiungendo traguardi
ampi, reali e non regressivi.
INSEGNANTE SPECIALIZZATO; storicamente solo con il REGIO DECRETO DEL 1928 la formazione
specializzata trova una prima sistematizzazione, con l’istituzione di scuole diversificate per le
differenti minorazioni. A partire dalla metà degli anni Settanta con il DPR N.970/75 la materia
prevede che i dirigenti e i docenti di tutti gli ordini di scuola interessati a operare con gli alunni
disabili debbano essere forniti di un titolo specializzato valido per tutte le tipologie di minoranza.
Questo titolo di studio doveva essere conseguito al termine di un percorso di durata biennale,
presso scuole o istituti riconosciuti dal ministero. Tuttavia, il profilo di insegnante specializzato
risente di una qualificazione marcatamente sanitaria. Con la legge di riforma del 1988 il docente
specializzato è colui che in classe e nella scuola rappresenta un punto di riferimento per l’alunno
disabile nella scuola comune. I programmi del 1995 dm n. 226 riservati al personale già in servizio
risultano per la classe per la scuola una rete di sostegno. Si chiarisce così che la cura dell’allievo
disabile non va delegata in maniera esclusiva all’insegnante specializzato ma che tutto il personale
di deve impegnare ad attivare strategie e tecniche adeguate a evitargli l’isolamento. Con il DM del
1998 si dà il via al corso di laurea quadriennale in scienze della formazione primaria rivolto ai futuri
docenti della scuola dell’infanzia ed elementari e alle scuole di specializzazione per l’insegnamento
nella scuola secondaria di primo e secondo grado. Il corso di specializzazione si conclude con
un’attestazione che ha valore abilitante. Insegnante specializzato o insegnante per il sostegno
sono le espressioni che vengono usate per indicare le vocazioni professionali di questa figura di
docente. Il termine sottolinea la funzione di guida, contenimento, aiuto che il docente svolge nei
confronti dello studente, dei colleghi e nell’ambiente scolastico. Egli deve possedere e introdurre;
COMPETENZE TECNICHE DI TIPO PEDAGOGICO, DIDATTICO E ORGANIZZATIVO, garantendo
interventi individualizzati di natura integrativa, deve essere in grado di conoscere bene
l’allievo e di interpretare i suoi bisogni speciali, deve saper concordare gli obbiettivi e
individuare le risorse materiali e tecnologiche insieme ai colleghi di classe. Deve possedere
conoscenze attinenti alla sfera biopsicologica.
COMPETENZE DI SUPPORTO E SOSTEGNO, deve evidenziare ai colleghi i nodi metodologici,
disciplinari e didattici, deve contribuire e arricchire le capacità della scuola di individuare e
circoscrivere problemi, deve progettare e definire ipotesi, soluzioni per migliorare le
relazioni, mediando fra gli operatori.
non si deve mai delegare all’insegnante specializzato l’attuazione degli interventi educativi e
didattici previsti nel PEI poiché l’alunno verrebbe isolato. La compilazione del PEI spetta a tutto il
team.
L’EDUCATORE TRA SCUOLA ED EXTRASCUOLA, l’educatore professionale negli anni ha avuto
diversi ruoli e riconoscimenti. Negli anni 50-60 è considerato un operatore a cui non servono
specifici titoli di studio, in quanto impiegato all’interno di istituzioni assistenziali e rieducative e
nella cura di minori con difficoltà ed emarginati. Negli anni 80 la legislazione impone al personale
un titolo di studio apposito per poter operare nei servizi socioeducativi assistenziali. negli anni 90 si
estende il dibattito con l’approdo all’istituzione del corso di laurea in scienze dell’educazione
all’interno delle facoltà umanistiche. Con il DM N. 520/1998 l’educatore viene inserito nelle
professioni sanitarie e riabilitativi con prevalenza educativa. Ai giorni d’oggi il ruolo è considerato
fondamentale nel promuovere il passaggio dall’assistenzialismo al protagonismo nei soggetti di
cura, a sostegno del percorso individuale di una vita indipendente e nell’inclusione sociale. Al
fianco degli insegnanti l’educatore collabora alla realizzazione per trovare nuovi equilibri nel
l’alunno disabile. Deve saper essere un mediatore capace di mantenere vivo il flusso delle
potenzialità personali e situazionali, deve saper cogliere con tempestività i dispositivi educativi di
una situazione per passare in un programma di azione che si traduce in interventi concreti.
Tuttavia, possono crearsi ostacoli, l’insegnante specializzato può esercitare pro e contro l’inclusione
scolastica, può vedersi ridurre il suo ruolo di esecutore all’interno della scuola, il monte di ore
assegnatogli può non essere sufficiente, le competenze possono non essere adeguate ad assistere
disabilità gravi e impegnative poiché molti atenei omettono alcuni piano pedagogici e didattici nel
piano di studi.
TERZA PARTE
SEZIONE ANTOLOGICA
FERDINANDO MONTUSCHI “una pedagogia speciale che guarda oltre il deficit”; l’iniziativa di
aprire la scuola a soggetti speciali è risultata utile anche alla scuola per misurare le proprie forze e
per verificare i risultati che si potevano raggiungere. La scuola offre un benessere relazionale,
alfabetizzazione culturale, l’apprendimento, come un percorso che coinvolge interamente la
persona e le sue relazioni. Attualmente la scuola ha compreso che di fronte ad una richiesta
legittima e più esigente da parte di alcuni allievi si rende necessaria una risposta educativa più
ricca, più qualificata e personalizzata. Tuttavia, la strada della certificazione non è in grado di
abbandonare l’idea della medicalizzazione e nel fondare una PS valida capace di garantire
un’integrazione sociale e culturale del soggetto speciale. La strada percorsa in questo secolo è
davvero lodevole poiché si osserva che le città si stanno trasformando gradualmente per accogliere
sempre di più i disabili facilitando loro la vita quotidiana. Eppure, nelle istituzioni scolastiche
manca ancora la chiarezza, la determinazione di passare dall’handicap alla persona in una
dimensione pedagogica, su tutti i disagi dei grandi o piccoli con uguali livelli di diritti e urgenze. Se
le istituzioni scolastiche che hanno già operato con disabili e conoscono l’andamento statistico del
fenomeno mettessero in opera tutti gli interventi, anche senza certificazioni, si osserverebbero più
inclusione di allievi speciali e no. Questo porterebbe a un ripensamento dell’intera struttura
scolastica; l’insegnante di sostegno, la composizione numerica delle classi, l’apporto di esperti
esterni e tutto ciò che la legge favorisce per l’integrazione, non sarà più soggetta al numero dei
soggetti certificati ma diventerà una dotazione ordinaria e permanente della scuola da utilizzare la
dove si coglie la presenza del bisogno e la presenza di difficoltà indipendentemente dal livello di
gravità e del riconoscimento. La figura stessa dell’insegnante di sostegno perderebbe il suo
significato poiché ogni insegnante avrebbe tale ruolo di aiuto e rieducazione. Il limite più grande; i
tempi lunghi per la sua attuazione.
PIERO BERTOLINI 1931-2006 “cooperazione tra pedagogia e medicina”; Due scienze che si
occupano di diversi punti di vista dell’uomo e del suo modo di essere nel mondo. È legittimo
sostenere che nessun tipo di fenomeno ha la proprietà di cadere in un solo determinato ambito
disciplinare. Dal punto di vista epistemologico, ciò comporta almeno tre considerazioni; 1. Nessuna
scienza è autorizzata a ritenersi la principale fonte di conoscenza o la più credibile
scientificamente. 2. Per nessuna scienza è accettabile un atteggiamento autocentrato. 3. La
prospettiva che emerge non consiste solo nella disponibilità di ciascuna scienza a riconoscere le
altre, ma nello stabilire un dialogo teorico e pratico tra esse, allo scopo di evidenziare reciproche
connessioni teoriche, gli eventuali orientamenti e i metodi comuni e le opportune differenze
esistenti. Connessioni epistemologiche; la pedagogia va collocata in una
prospettiva del sapere che emergendo da un’analisi empirica dell’esperienza educativa, in grado di
cogliere i suoi significati come scienza eidetica e capace di orientare la prassi educativa come
scienza pratica. Tuttavia, deve rinunciare alla tentazione o pretesa di stabilire rigidamente mete e
strategie nei soggetti speciali. La medicina si colloca come un sapere che si riferisce alla realtà
corporea dell’uomo ed è consapevole di dover andare al di là di ogni interpretazione e di ogni
trattamento di essa che risultasse puramente oggettivistica, dal momento che il corpo dell’uomo
acquista il suo autentico significato solo se considerato nella sua unicità della menta. Sappiamo
bene che nella realtà di tutti i giorni le cose non stanno così, né per la pedagogia ne per la
medicina. Tuttavia, se queste due scienze potessero canalizzare tutto il loro sapere ed il loro
operare creerebbero una corretta crescita innanzitutto fisica del bambino e la realizzazione, in
tutto l’arco della vita umana, di una soddisfacente qualità della salute. Sono
presenti notevoli differenze; entrambe le scienze rivolgono o hanno a che fare con un soggetto
però l’oggetto della pedagogia è la costruzione di un percorso formativo il cui obbiettivo è ad un
tempo lontano nel tempo e non individuabile con precisione, quello della medicina è la
costruzione di un percorso terapeutico in cui l’obbiettivo è vicino nel tempo e facilmente
individuabile. Per entrambe il punto di partenza è il presente di un individuo, per la cui
comprensione occorre guardare al passato, creando prospettive future.
Metodologie individualizzate; perla medicina la pedagogia ha la preoccupazione principale
nello studio e nell’interessamento per ciascuna singola individualità e che esse debbono far
riferimento anche ad una metodologia individualizzata; da un lato si osservano problematiche
interpersonali e prospettive di valori super individuali e dall’altro lato rifiutare le indicazioni fornite
dalla ricerca scientifica porterebbe a una esistenza di base materiale dell’essere dell’uomo e quindi
di rinunciare ad un contribuito fondamentale seppur non sufficiente per evitare di perdersi
nell’approssimativo. Dal punto di vista metodologico s’impone per le nostre due scienze non solo il
riconoscimento della dimensione soggettiva dei propri oggetti di riferimento ma un adeguato
rispetto e persino una consapevole utilizzazione di quella stessa dimensione.
GIOVANI BOLLEA 1913/2011, “La scuola integrata può favorire il recupero dell’insufficienza
mentale”; vorrei rompere i conetti abituali sull’insufficienza mentale, tentare di dimostrare che
tutto quello che è stato nel passato è oggi in gran parte superato. Svolgerò la mia relazione su
questi tre punti;
1. Nuove possibilità nella recuperabilità dell’insufficienza mentale, l’insufficienza mentale è
un termine che l’organizzazione mondiale della sanità ha adottato eliminando
automaticamente tutti i termini antichi di idiota, imbecille, debole di mente e oligofrenico…
si parla ora di insufficienza mentale lieve, media, grave e del gruppo dei borderline.
L’insufficienza è un insieme di sindromi o di entità cliniche dovute a cause multiple che
hanno agito nel periodo perinatale o nella prima infanzia e che hanno come sintomo
costante o comune uno sviluppo incompleto ed insufficiente delle capacità e delle attitudini
adattive. Esse non sono omogenee, hanno cause plurime come anche le modalità di
sviluppo di queste sindromi e la loro evoluzione. I vari elementi percettivi sensoriali,
sensitivi non si sviluppano nella stessa maniera e vengono fissate in certe zone del cervello
dove si costruiscono dei rapporti tra il blocco delle sensibilità tattili e proprio percettive e le
sensazioni visive, uditive e affettive. Quando per un trauma da parto, una lesione prenatale,
o un’alterazione genetica c’è una difficoltà a creare queste associazioni si ha una difficoltà,
un ritardo o una distorta maturazione dell’atto psicomotorio. Vuol dire un ritardo nella
comunicazione tra IO e il mondo esterno. Questa è la base della mia teoria. L’insufficienza
mentale crea una difficoltà o un’impossibilità di comunicazione con il mondo esterno. Il
mondo esterno non percepisce questa difficoltà ed ecco che l’insufficienza mentale
comincia ad entrare in un suo mondo in cui c’è la solitudine e l’impossibilità di comunicare
ed interiorizzare gli stimoli. Chiuso in questo circolo l’insufficiente mentale non può
recepire tutti i vari e molteplici elementi della società. E’ quindi la cosietà che crea
l’insufficiente mentale. Il soggetto con tale difficoltà non è più incurabile. Sul piano teorico
non esiste più un insufficiente mentale, dal lieve al grave, che non possa essere aiutato a
creare a tempo questa comunicazione col mondo degli uomini attraverso particolari
tecniche. Il 90/95% di essi (escludendo quelli gravissimi) se trattati hanno tutti un’alta
recuperabilità sociale e quasi tutti potrebbero vivere come normali cittadini in una società
moderna. Se si confronta quel che si fa attualmente risulta evidente la necessità di
cambiare sia dal punto di vista pedagogico che psicologico, il nostro approccio terapeutico.
2. Nuovo tipo di scuola, volta ad integrare; attualmente le classi differenziali, le scuole
speciali e gli istituti medico-pedagogici non preparano all’inserimento lavorativo e ne
includono totalmente i soggetti nella società. L’insufficiente mentale medio e lieve deve
essere inserito nella scuola normale. Il complesso scolastico deve coprire l’arco che va
dall’alunno normale fino ai soggetti addestrabili. Tutto il processo formativo deve avvenire
nella stessa scuola. Il bambino normale deve vivere a contatto con il bambino speciale che
dispone di una sua normalità, di un suo livello di comunicazione e di una sua personalità e
mondo. La pedagogia è l’insieme dell’azione organizzata dell’ambiente scolastico in
funzione educativa per un armonico inserimento sociale dell’individuo. Noi abbiamo il
compito di studiare e adottare la pedagogia scientificamente più adeguata agli alunni. In
una scuola integrata il personale manterrà il soggetto nella classe normale con interventi
tecnici con l’assistente sociale che analizza e provvede a correggere eventuali errori
educativi familiari. La scuola è oggi una delle cause principali della nevrosi dei nostri figli.
Anche per questo è indispensabile programmare e realizzare una scuola integrata.
3. Preparazione del personale; occorre dare una preparazione psicologica e psicopedagogica
al maestro ed al professore durante il corso di studi. Occorrerà insegnare loro le varie
modalità di apprendimento. Solo così potremo pretendere il necessario e continuo
controllo emotivo, la creazione di una continua e individualizzata didattica.
DARIO IANES “bisogni educativi normalmente Speciali”; per approfondire e captare il bisogno
educativo è necessario essere sensibili, cioè, cogliere in tempo il maggior numero possibile di
condizioni di difficoltà dei bambini, senza creare troppi falsi positivi. Molte situazioni BES non sono
affatto stabili e cristallizzate, anzi sono soggette a forti mutamenti nel tempo, a miglioramenti e alla
reversibilità. La reversibilità rende più facile alla famiglia e all’alunno stesso accettare un percorso
di conoscenza e di approfondimento della difficoltà e di successivo intervento di individualizzazione
e educazione speciale. È importante creare un minor impatto stigmatizzante rispetto ad altre
difficoltà come la dislessia, discalculia, iperattività, deficit d’attenzione, disabilità. Se il concetto di
bisogno educativo speciale deriva da un modello globale e apprenditivo, l’impatto psicologico e
sociale sarà più lieve e meno doloroso per l’alunno e la sua famiglia. Un bisogno educativo speciale
è una difficoltà che si manifesta in età evolutiva, cioè entro i primi 18 anni di vita del soggetto.
Questa difficoltà si manifesta negli ambiti di vita dell’educazione e nell’apprendimento scolastico.
Può coinvolgere le relazioni educative, formali e informali, lo sviluppo di competenze e
apprendimenti di vita quotidiana, di attività personali e ruoli sociali. E’ evidente l’enorme difficoltà
nel trovare problematiche che si manifestino entro il diciottesimo anno di vita e che non abbiano
un impatto diretto nell’ambito dell’educazione e dell’apprendimento scolastico. ICF dell’OMS nella
sua versione per bambini e adolescenti del 2007 fornisce un’ottima base concettuale per costruire
una griglia di conoscenza del funzionamento educativo e apprenditivo di un individuo.
La valutazione del bisogno educativo speciale deve difendere il bambino da una
preoccupazione che diventi iperprotezione quanto da una scarsa preoccupazione da non rilevare in
anticipo possibili fonti di difficoltà e di scarso funzionamento educativo-apprenditivo, per poter
capire se esiste effettivamente una difficoltà per il soggetto. Per prima cosa si verifica se la
problematica per il bambino lo danneggia direttamente o danneggia altri. Se ciò accade è evidente
che la situazione è realmente problematica e non è affatto un falso positivo. Ne consegue un
obbligo ad intervenire in nome del benessere del bambino ad agire urgentemente. Ma può
verificarsi anche una situazione in cui il danno non sia osservabile in maniera chiara. In questa
situazione la difficoltà non riesce a danneggiare oggi direttamente il bambino, ma lo pone in
situazione id svantaggio per ulteriori sviluppi. Potremmo però incontrare casi in cui non sia
dimostrabile un danno o un ostacolo. In queste situazioni dovremmo analizzare attraverso lo
stigma sociale; cioè, ci si chiede se oggettivamente il bambino stia peggiorando la sua immagine
sociale, stia costruendosi ulteriori processi di stigmatizzazione e se appartiene a qualche categoria
socialmente debole. Come adulti, insegnanti e genitori abbiamo il dovere etico di tutelare e di
migliorare l’immagine dei nostri alunni e dei nostri figli. Il nostro modello di bisogni educativo
speciale include anche alunni che non potrebbero essere diagnosticati con alcuna delle condizioni
patologiche tradizionali, ma che hanno talvolta enormi bisogni educativi speciali che vanno
riconosciuti in tempo e con precisione anche se sfuggono ai sistemi tradizionali di classificazione.
EUROPEAN AGENCY FOR DEVELOPMENT IN SPECIAL NEEDS EDUATION, “il profilo dei docenti
inclusivi”; l’agenzia europea per lo sviluppo dell’istruzione degli alunni disabili è un organismo in
seno all’unione europea con il compito di proporre indicazioni alle istituzioni, agli esperti e ai
professori sulle prassi relative all’educazione degli allievi con bisogni educativi speciali a livello
locale e nazionale. Il progetto “la formazione dei docenti per l’inclusione” ha analizzato i percorsi di
formazione iniziale e di abilitazione all’insegnamento per la scuola dell’obbligo, generali e comuni,
e in che modo questi percorsi preparano ad esercitare la professione di docente. I destinatari
principali del profilo sono i docenti dal punto di vista dell’integrazione degli alunni ed introdurre
innovazioni e cambiamenti. Il profilo dei docenti inclusivi si serve delle informazioni prodotte
durante il progetto e presenta un argomento che viene discusso e approvato a livello europeo per
promuovere un approccio ideale alla formazione iniziale. È un guida alla realizzazione di
programmi di formazione e di abilitazione all’insegnamento. In particolare, gli obbiettivi sono;
individuare gli elementi che consentono l’introduzione dei valori e delle aree di competenza in tutti
i programmi di formazione e abilitazione, identificare valori validi per programmare la formazione
iniziale, accentuare la professione in ambienti scolastici inclusivi ed infine rafforzare l’inclusione.
Sono stati identificati quattro valori fondamentali per l’insegnamento e l’apprendimento come
base di lavoro del docente in ambienti inclusivi. Queste aree comprendono il comportamento, le
competenze e la conoscenza. Per ogni area sono associati valori etici, didattici e comportamentali;
1. Valorizzare la diversità dell’alunno: le competenze fondamentali che deve sviluppare il
docente sono; esaminare criticamente le proprie convinzioni poiché esse incidono sulle
azioni personali, ne consegue l’obbligo ad impegnarsi assumendo atteggiamenti che
rispettano l’alunno e i colleghi, capacità di ricostruire la storia educative per comprendere
meglio la situazione del soggetto, applicare e modellare strategie educative inclusive
usando linguaggi appropriati verso gli studenti, essere empatici e pazienti anche in
situazioni poche inclusive cercando di elevare i lati positivi del contesto, incoraggiare e
individuare la diversità celebrando i successi.
2. Sostenere gli alunni; essere un efficace comunicatore verbale e non verbale, facilitare
situazioni di apprendimento, favorire approcci cooperativi e di gruppo, sostenere lo
sviluppo naturale delle capacità di ogni alunno, valutando e tenendo conto di tutti gli
aspetti sociali, emotivi e accademici, affrontare i problemi delle diversità e i momenti di
criticità, usare i programmi scolastici come strategie di inclusione.
3. Lavorare con gli altri; saper lavorare con famiglie e genitori includendoli all’interno del
percorso scolastico dell’alunno, inoltre saper lavorare con più professionisti creando un
gruppo di condivisione e cooperazione utilizzando tecniche di problem solving e di gestione
atti a favorire l’apprendimento degli alunni.
4. Sviluppo e aggiornamento professionale; il docente deve essere capace di riflettere sul
proprio ruolo ed il proprio operato coinvolgendo altri professionisti nella propria riflessione
contribuisce ad arricchire le proprie competenze. Inoltre, è necessario che il docente sia in
grado di creare un percorso personale e formativo continuativo.
Principali norme sull’integrazione;
NEL MONDO;
1971 assemblea dell’ONU adotta la dichiarazione dei diritti delle persone mentalmente ritardate.
1975 assemblea dell’ONU adotta la dichiarazione dei diritti delle persone handicappate.
1994 l’UNESCO organizza la conferenza sui bisogni educativi speciali per costruire un momento di
riflessione comune sui principi e le pratiche da utilizzare all’interno della scuola.
2006 assemblea dell’ONU approva la CONVENZIONE SUI DIRITTI DELLE PERSONE CON DISABILITÀ,
con lo scopo di garantire il pieno ed uguale godimento di tutti i diritti umani e le libertà alle
persone con disabilità. Per disabilità s’intende tutte le persone con minoranze fisiche, mentali,
intellettuali e sensoriali. I soggetti disabili hanno diritto al rispetto, alla non discriminazione, alla
parità, allo sviluppo naturale delle proprie capacità ed alla piena partecipazione nella società. Gli
articoli all’interno specificano il diritto all’educazione, al rispetto del domicilio e della famiglia,
all’inclusione, del promuovere una vita indipendente, dell’accessibilità all’interno della società,
della salute e dei servizi sanitari ed infine del lavoro.
IN ITALIA;
1987, sentenza n. 215 dove si sancisce il diritto alla frequenza della scuola secondaria di secondo
grado da parte degli studenti con disabilità. Da qui s’intrude un ideale di scuola aperta a tutti dove
apprendimento ed integrazione sono alla base dell’educazione.
2009, ratifica la convenzione con legge n. 19/2009
Storia della disabilità Matteo Schianchi
TRACCE ANTICHISSIME
All’interno delle società storiche troviamo disabilità fisico-motorie e menomazioni. Risalendo agli
inizi in mitologia, è frequente che gli uomini (con disabilità), siano rappresentati nel momento
dell’emergenza, come ancora incapaci, o goffamente capaci di camminare. Secondo Levi-Strauss ,
la menomazione è fondativa e identifica la gravosa e laboriosa appartenenza dell’uomo alla terra,
dove si colloca all’interno della visione divina e terrena. Altre ricerche impostano il problema come
un elemento universale non rappresentato dalle singole unità ma da una serie aperta che include
tutte le menomazioni.
Uno dei primi ritrovamenti dell’archeologia e paleontologia ci portano in spagna nel 2009, in sierra
de Atapuerca, dove vennero ritrovati dei resti di una giovane vissuto circa 530.000 anni fa, con un
grave ritardo dello sviluppo psico-fisico, il quale viveva all’interno della comunità. In modo generale
risalire a una ricostruzione storica della disabilità non è facile poiché è difficile risale a vari
documenti che testimoniano la presenza di disabilità nelle società. Tuttavia, alcuni studi ci
riferiscono che le persone con tracce di mutilazione partecipavano ai rituali magici. Altri studi ci
riferiscono invece che molte mutilazioni sono avvenute grazie al fenomeno punitivo di approcci
medici sbagliati o religiosi. Comunque, in ogni caso le società attribuivano queste disabilità alla
presenza di uno spirito maligno. La vestiglia dei palazzi e dei templi ci restituiscono la presenza di
una comunità di sordi che lavorava in modo organizzato con ruoli e mansioni specifici e funzionali.
Una delle più antiche raccolte di leggi del codice del re babilonese HAMMURABI nel 1790 a.C.
delinea un rapporto ambiguo con la disabilità. Introduce la pena di varie mutilazioni come
punizioni per determinati reati. Mentre per gli individui disabili dalla nascita, istituisce una
protezione legale, dove il famigliare disabile non si può ripudiare né abbandonare. Nel mondo
egizio sono presenti diverse pitture riportanti nani, ciechi, disabilità fisiche e mentali, ma non
possiamo sapere se essi venissero raffigurate come forme di grazie divina o venivano isolati dalla
società. Tuttavia, presupponiamo che in queste città molti faraoni considerate divinità avessero
menomanze fisiche. Questo fa emergere che alcune forme di disabilità non venivano viste come
mostruose.
Molte antiche tavolette riportano invenzioni atte a facilitare e agevolare la vita dei disabili;
ad espio l’invenzione delle sedie a rotelle riservata a persone che venivano spinte per brevi tratti
da altre persone. Ma solo grazie al re di spagna filippo II nel 1500 che la sedia a rotelle viene
formalizzata e successivamente nel 700 John Dawson mette in commercio la prima sedia a tre
ruote con poggia schiena e schienali regolabili. Nel 800 ci fu un grande uso, della sedia a rotelle,
dovuto dalle menomazioni da guerra, dove molti medici formalizzarono la sensazione dell’arto
fantasma. Nel 900 invece JEAN DELAGE presentò il bastone per le persone cieche come strumento
di riconoscimento e di diritto all’autonomia. Successivamente con gli anni, sulle basi di alcuni
visionari, si crearono i primi arti artificiali.
CIVILTÀ GRECO-ROMANA
Nel libro dell’Iliade di omero, autore presumibilmente ritenuto cieco, figura come primo
personaggio disabile della storia della letteratura occidentale. Tuttavia, all’interno della letteratura
greca-latina continuano a sorgere personaggi deformi e mostruosi come esseri ignobili e
spregevoli. Alcuni studiosi sulle basi dei documenti raccolti hanno definito che in passato le
persone con disabilità venivano distinte; alcune venivano abbandonate, eliminate, segregate e
discriminate, altre all’interno di gruppi più elevati venivano deglassati ma tenuti lo stesso
all’interno del gruppo, i quali eseguivano pratiche di tolleranza e cura. Una grande importanza lo
rivestiva il ceto sociale della famiglia di appartenenza, naturalmente i ceti inferiori avevano
maggiori probabilità di tramandare disabilità alla futura generazione, per via delle condizioni di vita
disagiate e le cure mediche assenti.
Ad Atene alcuni individui con disabilità erano soggetti a cure e trattamenti sanitari e alcune
forme di ausilio e assistenza. Il consiglio di Atene valutava annualmente la possibilità di consegnare
del denaro ai soggetti infermi impossibilitati a lavorare. Il sussidio era assegnato prevalentemente a
persone con minoranza fisica e in grave povertà, dopo aver passato alcuni esami che attestavano la
validità della menomazione. Per le persone sordomute invece, esistevano grandi pregiudizi legati
all’impossibilità di parlare. Ne consegue che erano considerato stupidi, stolti e più animali che
umani. La cecità, nel mondo greco, era accettata anche di più rispetto a una menomazione fisica.
Poiché talvolta vista come un carattere divino che conferiva saggezza e virtù.
Regime dell’eliminazione; l’eliminazione, la messa a morte di bambini nati con una deformità fisica
non è un fenomeno circoscritto alle civiltà antiche. Nel 700 molti scrittori affermano che in Sicilia
era pratica ricorrente battezzare il bambino nato deforme e poi (come x i romani) veniva uccido.
Questa pratica in Grecia e nell’epoca romana era una pratica comune, poiché si presumevano
ricadute negative sulla famiglia. Nel periodo di Romolo, la legge enunciava che un padre non
poteva uccidere un bambino sotto i tre anni e inoltre doveva avere almeno l’approvazione di 5
persone. In Grecia è noto che l’uccisione avvenisse presso il monte Taigeto a sparta.
Regime dell’abbandono; l’esposizione significa che i bambini vengono portati al di fuori dei villaggi
o città per nasconderli in luoghi isolati e abbandonarli al loro destino. Questo fenomeno riguarda i
bambini deformi, gli ermafroditi, i figli illegittimi e delle prostitute. Questo metodo interveniva
anche sull’indice demografico, il quale avrebbe subito un enorme aumento. L’esposizione di
bambini con disabilità si giustificava con il fatto che questi esseri risultavano inutili alla collettività.
Esporre un bambino nella tradizione popolare non significava ucciderlo, anche se era destinato a
morte certa. Ma era una pratica in cui le persone affidavano i bambini alle mani delle divinità che
stabilivano il loro destino. La legge dell’abbandono decretava che la persona che trovava un
bambino doveva segnarlo alla chiesa locale, se nessuno entro 10 giorni non lo reclamava, il
bambino apparteneva a colui che lo aveva raccolto.
ALL’INTERNO DEI TESTI BIBLICI
Scritture e disabilità in una prospettiva storica; nell’antico e nel nuovo testamento sono presenti
oltre duecento passaggi che evocano forme di disabilità. Data la portata culturale del testo biblico,
anche questi brani possono essere letti con modalità diverse; secondo un registro sacro, religioso e
teologico, secondo un registro spirituale. Etico, morale e simbolico. Nessun testo né del passato né
del presente può essere usato da solo come specchio esaustivo per spiegare le culture e le pratiche
sociali che hanno caratterizzato la disabilità. Tuttavia, per secoli la bibbia è stata uno dei testi
conosciuti e la principale forma di cultura scritta a cui si sono accostate le classi sociali. Il nuovo
testamento invece, costituisce la base religiosa e teorica di molte pratiche e molte istituzioni
religiose che si sono occupate non solo dell’anima, ma anche dei corpi viventi e sociali delle
persone con disabilità.
ANTICO TESTAMENTO; all’interno del testo notiamo che la disabilità viene vista come qualcosa che
è nel mondo da sempre, tra la gente del popolo come esito di episodi di guerra. Simbolicamente la
disabilità non rappresentava solo l’umana debolezza, ma il male. Ed è così che vengono visti gran
parte dei disabili riportati all’interno dell’antico testamento. Assumono via via in modo particolare
un significato metaforico le condizioni di cecità e sordità, le quali mostrano condizioni chiuse nei
confronti di dio. tutte le forme di disabilità rappresentano colpa, peccato o una condizione
spirituale e morale negativa, la quale viene impressa sul corpo (accecati dalla malizia, dai doni o
dall’orgoglio…). Solo dio può intervenire e liberare la persona e il corpo collettivo da questa
condizione. Senza l’intervento di dio, senza la sua capacità di restituire alla carne la sua forma
normale, il quale dona ordine e senso, il menomato costituisce una grave deviazione dell’ordine
divino e le ricadute sono anche per il popolo in modo negativo. E’ importante capire che nell’antico
testamento la disabilità non è il frutto di un inevitabile destino, ma è qualcosa che rimanda la
peccato al tradimento dell’uomo nei confronti di dio. Difatti la disabilità congenita sarebbe una
punizione legata al peccato sessuale. Le persone disabili non hanno la possibilità di officiare riti
religiosi anche se vi partecipano culturalmente. Cioè, i soggetti disabili stavano dentro la società
ma ai margini e sopravvivevano con l’elemosina accattonaggio, con l’aiuto della famiglia o
comunità.
NUOVO TESTAMENTO; Con il nuovo testamento sussistono numerose dimensioni presenti
nell’antico, dove le disabilità sono espressioni e conseguenze del peccato degli uomini, del difetto
morale e della degradazione dell’individuo, dove il divino interviene insegnando e punendo i
soggetti. qui la disabilità ha ancora una funzione simbolica legata alla debolezza umana, al peccato
e perdizione. Ma c’è un elemento di novità raffigurato dal messaggio di Gesù. Il cristo rafforza il
concetto di accoglienza e carità verso le persone disabili come fondamento della fede e come
obbligo morale. I disabili e i marginati saranno i primi ad entrare nel regno di Dio, sono loro a cui è
destinato il regno di Dio, quelli che piangono e che poi rideranno. Chi soffre non merita di soffrire,
quindi si unita a ciò poiché detiene una sofferenza innocente. Il messaggio di cristo e le sue
miracolose guarigioni, fin dall’inizio acquista un significato diverso dalle situazioni di marginalità e
pregiudizio che incombe sulle persone disabili. In questo caso quando la menomazione è
congenita, la nascita è frutto del volere di dio per insegnare e salvare. I diversi brani sulle guarigioni
miracolose di cristo che redime colui che ha peccato, respinge l’idea popolare che il disabile o
menomato sia pericoloso e contagioso, ciò gli reintegra nella comunità restituendogli dignità.
Carità, accoglienza e sostegno mostrati da cristo verso i disabili sono alla base dell’apostolato
ecclesiastico e delle istituzioni religiose che si sono occupate negli anni di disabilità.
I MOSTRI
Quello dei mostri è un concetto molto ampio che abbraccia diverse dimensioni del mondo animale,
vegetale, fantastico e umano. Mostro è un concetto che nasce all’interno di una ricostruzione
sociale e culturale della realtà percepita con immaginazione o ordinarietà. Alle orgini il termine
mostro identifica colui o l’essere lontano dalla normalità, relegato ai margini. Questo concetto può
essere associato a un semplice nemico del popolo oppure tratti devianti di una persona.
Mostri ne
mondo greco-romano, il documento più antico e noi noto è relativo ai mostri è una tavoletta
d’argilla babilonese del 2800 a.C. in cui ne sono identificate tre grandi categorie; i mostri per
eccesso, i mostri per difetto, i mostri doppi. La civiltà greco romana ha affrontato il concetto di
mostro con modalità che sono alla base della cultura occidentale. In entrambe le culture il termine
viene usato per identificare esseri viventi anormali, animali e umani. La loro presenza sulla terra
turbe e rimanda a qualcosa di divino con dirette conseguenze sugli esseri umani. Per i romani il
mostro è un segno con un valore significante, non è semplicemente qualcosa che è mostrato, ma è
un segno che richiede di essere interpretato. Generalmente i mostri venivano dati in sacrificio. I
gemelli venivano interpretati come esito di una peccaminosa attività sessuale. Per ULPIANO è
mostruoso l’essere che non ha caratteristiche fisiche complete o inalterate tipiche dell’uomo.
Questa considerazione nono modifica la percezione giuridica del soggetto, ma sono utili a non far
ricadere sulla madre la colpa di questa nascita “mostruosa”, come accadeva in passato facendo
perdere al genitore tutti i diritti di cittadino.
CREDENZE, SAPERI E SPIEGAZIONI ATTORNO ALLA NASCITA DEI MOSTRI;
a partire dal mondo greco antico intorno ai mostri si collocano all’interno della scienza medica.
Ippocrate, Democrito Ed Empedocle (filosofi) sono i primi a spiegare come e perché nascono i
mostri. Secondo Ippocrate, la procreazione avviene dalla mescolanza tra il seme maschile e quello
femminile, il seme più forte produce un feto del proprio genere. Se durante la crescita il feto viene
“ammaccato” dall’esterno con colpi violenti, il corpo diventa mostruoso e deformato. Inoltre,
Ippocrate sostiene che è cosa comune che da genitori storpi nascano figli perfettamente sani, basta
seguire la buona composizione dei quattro umori da cui si forma il seme. Per seme s’intende lo
sperma maschile e il mestruo femminile. L’unione sbagliata o eccessiva di questi due elementi crea
embrioni menomati. Secondo Empedocle i mostri sono l’esito dell’abbondanza o del difetto del
seme. Gli esseri mostruosi nascono dall’incontro di due emissioni di sperma in cui la seconda entra
nell’utero sovrapponendosi alla prima, confondendosi e dando luogo a creature disordinate. Per
Aristotele contrariamente a Ippocrate, la trasmissione della disabilità (mutilati, zoppi, ciechi, sordi
ecc) è dovuta molto più dal seme maschile che dal mestruo femminile. Questa idea del mestruo
come causa di mostruosità avrà lungo corso nella letteratura e nelle credenze erudite e popolari.
L’impurezza della donna durante il periodo mestruale era già stata affermata nella tradizione
ebraica. I
mostri nel medioevo; continuano a svilupparsi mitologie, leggende, credenza popolari e
superstizione intorno ai mostri. Nel 354-430 Agostino pone la questione se questi mostri umani
appartengono o meno il genere umano. Secondo Tommaso D’Aquino nel 1225 tutti gli esseri umani
devono essere battezzati tranne coloro che hanno sembianze animalesche. La deformità era riferita
alla testa se ben formata o meno. Per i teologi medievali, l’anatomia esterna deve essere
interpretata in funzione del cuore. Fino al XIX secolo, gli studi sui mostri hanno continuamente
mescolato i codici e i linguaggi della scienza, dalla religione, alle credenze popolari, alla mitologia di
fenomeni, i quali avevano un significato relativo a dio. nel medioevo inizia a diffondersi i bestiari
che forniscono descrizioni su creature fantastiche e mostruose che incentivano queste credenze.
Nella cultura e nel popolo l’idea del mostro continua a essere spiegata con una serie di ragioni che
vanno dal divino al mestruo femminile, alle unioni con le bestie.
In tutta Europa tra il 500 e i primi del 600 i mostri diventano oggetto di particolare interesse
per una serie di pubblicazioni erudite e popolari. Sono spesso testi che si copiano, si citano e si
richiamano a vicenda, i quali richiamano spiegazioni. In questa epoca nascono concetti relativi
all’influsso dell’immaginazione durante il concepimento o la gravidanza come possibile causa di
mostruosità dei feti e si ribadisce la vecchia credenza del mestruo femminile. Riassumendo il
periodo si fonda su diverse cause; la materia semina che produce mostri per difetto, l’alterazione
del ricettacolo del ventre materno, l’alterazione del seme maschile o mestruo femminile,
ereditarietà, incidenti durante la gravidanza e l’immaginazione materna. Nel 600 si formalizzano
concezioni scientifiche che identificano come ereditarie alcune malattie invalidanti come il gozzo, la
gotta, l’epilessia… per notare un cambiamento popolare nell’immaginario dei mostri dobbiamo
attendere qualche sviluppo scientifico. A partire dal 700 la conoscenza si sviluppa in modo
particolare all’interno delle accademie scientifiche. Nella quale vengono dedotte diverse teorie
sulla nascita dei mostri; alcuni sostengono che le menomazioni siano dovute da una degenerazione
primitiva del germe, altri affermano che esistono cause accidentali per ogni tipo di mostro.
Successivamente Haller distingue per la prima volta la malformazione e la mostruosità; la
mostruosità è quella più evidente che vedono tutti, la malformazione è più lieve, più normale. Dda
questo concetto nasceranno successivamente nuove classificazioni di disabilità. Infatti, con la
teratologia osserviamo una distinzione tra mostruosità e anomalia. L’anomalia indica deviazioni
organiche di un individuo rispetto agli altri individui di quella specie, a seconda della gravità, si
classifica in uno dei 4 gradi. il più grave è l’ultimo e prevede il concetto di mostruosità, cioè gravi
anomalie che impediscono alcune funzioni importanti dell’organismo. Le mostruosità sono
considerate il frutto di azioni accidentali dirette e indirette. Dal 700 e nell’800 in Italia i medici,
chirurghi, veterinari si occupano di mostruosità. CESARE TARUFFI 1821-1902, il più grande studioso
di teratologia italiano, fornisce una casistica di forme di disabilità. Anche grazie al suo modo di
vedere la mostruosità il termine tenderà via via a scomparire, facendo posto a terminologie
patologiche specifiche.
Il termine mostro piano piano scompare sul fronte medico-scientifico e nell’ambito
dell’erudizione, ma il concetto del mostro non scompare del tutto dalla cultura o dall’immaginario
popolare. Le paure che il mostro produceva hanno etichettato le persone disabili, ai quali venivano
riservati trattamenti sociali negativi, come se non fossero esseri umani. Il primo grande
cambiamento ci viene dato dalla psicoanalisi, anche se essa trattasse poco la disabilità. Con
Sigmund Freud e le sue opere, fornisce alla popolazione una visione diversa. Le diverse forme di
disabilità cominciano ad essere percepite come delle dimensioni possibili dell’essere umano, cioè
umani perturbanti. Tuttavia, il mostro non viene sempre accettato, si formano nuove forme di
stigmatizzazione e paure. Chi sta nella disabilità, e come se fosse in una zona intermedia
dell’umanità; non è perfettamente sano ma neanche malato, non è completamente rifiutato ma
nemmeno accettato, non è completamente umano ma neanche animale.
EPOCA MEDIEVALE E MODERNA
La storia della disabilità riguarda spesso l’elemosina e l’accattonaggio. La loro esistenza è affidata
alla privata carità o ad alcune istituzioni dato la loro inabilità nel guadagnarsi da vivere. Nel
medioevo il potere politico e religioso va spesso all’unisono soprattutto nella gestione dei
marginali. È il cristianesimo che spinge la società a favorire la miseria e la povertà, sostenendo
opere di pietà, carità e misericordia verso i marginali e poveri. Ne consegue che le persone verso i
disabili avevano un obbligo religioso, morale e sociale anche se erano prive di dignità sociale
venivano disprezzate, e stigmatizzate. Da qui si forma il concetto di poveri meritevoli, i quali
costituisce una categoria specifica di poveri a cui sono destinati dispositivi di carità e sussistenza.
L’attività di medicazione finisce con la legge nel 1780. Dal medioevo e nei secoli successivi queste
dimensioni racchiudono sentimenti e dimensioni ambigui di carità e paura, di marginazione e aiuti
selettivi, pietà e sospetto, scandalo e compassione, povertà e inganno… si aggregano attorno al
mendicante infermo.
Riorganizzazione della carità; nel 500 la paura della morte per fame spinge migliaia di
contadini verso i conventi sulle strade e verso le città. I granai urbani mitigano gli effetti della
carestia ed un aumento dei prezzi e inevitabile. Questa gente in attesa di soccorsi costituisce un
pericolo sociale per le comunità. Per rimediarvi non bastano più i mezzi tradizionale della
beneficenza, occorre una rielaborazione politica efficace. Le successive evoluzioni del campo
assistenziale sono dovute grazie ai provvedimenti in ambito come la religione, la politica, sociale, il
campo medico, scientifico e giuridico. Dalla fine del XV secolo e l’inizio del XVII si osserva uno
sviluppo dello stato da cui nasceranno le basi del capitalismo. Da prima si osserva la riforma degli
ospedali amministrata dalle autorità centrali, dove si volgono funzioni sanitarie per soggetti
bisognosi. In Italia, sulla corrente della misericordia il papa pio IV fonda una delle prime strutture
per il ricovero e la cura dei malati, proibendo accattonaggio senza alcuna eccezione di età o
condizione. Dalla seconda metà del 500 e nel 600 osserviamo tratti di assistenza da un lato e tratti
di repressione dall’altro. Il vagabondo ha diritto di essere sostenuto poiché impossibilitato a
lavorare è inserito all’interno di un’assistenza sempre più regolamentata. Tuttavia, sono presenti
dispositivi di controllo che si basano su un modello di reclusione.
Le istituzioni militari; per quanto possiamo intuire che il mondo militare abbia storicamente
rappresentato una delle fucine di disabilità, fino all’epoca moderna, cioè alla creazione dello stato
moderno, del tema degli invalidi di guerra le conoscenze storiche in materia scarseggiano. Nel
medioevo le prime forme di sostegno a mutilati di guerra e veterano inabili sembra siano state
disposte da carlo magno imponendo ai monasteri cluniacensi e cisterciensi, di dare ricovero a
queste persone. Questi soggetti sono inseriti all’interno dei circuiti della carità e della beneficenza,
dell’accattonaggio e vagabondaggio. E’ solo in concomitanza con lo sviluppo dello stato moderno
che vengono create grandi istituzioni militari destinate a soldati diventati invalidi. In Italia, la prima
istituzione è la casa Umberto 1 dei veterani ed invalidi delle guerre nazionali in turate avviata nel
1898.
Gli infortuni sul lavoro; a partire dal 700, l’accattonaggio comincia a configurarsi come reati
e si sviluppa il sistema di pubblica assistenza degli ospedali generali e di istituzioni sempre più
specializzate, come i manicomi gli istituti educativi e i centri di cura per la disabilità. A modificare lo
scenario sociale di disabilità troviamo alla base la rivoluzione industriale che implica cambiamenti
importati sia in abiti produttivi che di fenomeni di urbanizzazione e costruzione del ceto sociale.
Queste dinamiche hanno ricadute anche sul mondo della disabilità, poiché nasce la questione delle
nuove forme di povertà e di impoverimento per le persone che non possono lavorare. Si pone la
questione di un recupero e di una messa al lavoro dei disabili educabili all’interno di istituti
educativi o di artigianato o operaio. Si pone la questione degli infortuni sul lavoro all’interno del
mondo industriale. Queste esigenze portano a cambiamenti e la presenza sempre più crescete di
individui con disabilità all’interno della popolazione. Il corpo menomato non è più l’esito di un
destino crudele o una catastrofe naturale o una colpa ma diventa un corpo danneggiato da
specifici meccanismi sociali. Da qui nascono anche le prime forme di assicurazione sugli infortuni
sul lavoro. Disabilità intellettiva; fino ai primi dell’800, la disabilità intellettiva non era codificata
come tale. Infatti, veniva definita con frenesia, demenza, idiozia ecc, non esistevano saperi,
istituzioni e trattamenti sociali per le persone con problematiche intellettive. Storicamente la
questione si presenta sotto la luce di una incapacità al normale apprendimento. Le prime
distinzioni di queto disturbo si hanno con la pedagogia speciale e con l’episodio del ragazzo
dell’Aveyron curata da Pinel e Itard. Da qui le due grandi tipologie di disabilità; psichiatriche e
congenite, prendono direzioni diverse da un punto di vista pratico, concettuale e scientifico.
Tuttavia, la situazione delle persone anche dopo l’apertura di determinati istituzioni non cambia.
Una svolta innovativa si ebbe con il medico svizzero JOHANN JACOB GUGGENBUL nel 1839, il quale
apre una clinica per curare i bambini colpiti da cretinismo ed altre patologie intellettiva. Il medico
desiderava risvegliare l’anima dei pazienti sia attraverso le cure del corpo sia aggiungendo
un’alimentazione sana ed equilibrata, terapie con la natura e con farmaci a base di calcio zinco e
rame. Inoltre, inserì dei percorsi pedagogici finalizzati a sviluppare le facoltà intellettive e la
motricità. Tra il 1840 e il 1860, in tutta Europa, sorgono numerosi istituti sul modello di quello
creati da GUGGENBUL. Da una parte nascono gli istituti destinati ad accogliere queste persone
secondo una prospettiva pedagogica di recupero che intende valorizzarne le capacità. Dall’altra
parte, molte di queste istituzioni sono dominare da una prospettiva asilare sottesa da un
pessimismo verso il loro recupero e da imperativi morali e sociali volti sia verso la loro cura
materiale sia verso la loro separazione dal resto della società.
Dell’ottocento in Europa a livello politico e sociale notiamo un incremento della
popolazione, dell’urbanizzazione, dei consumi, delle idee e dei movimenti operai, e le prime forme
di socialismo e comunismo. Si scindono definitivamente le disabilità intellettive e malattia psichica.
Cominciano a distinguersi all’interno dei saperi scientifici, pedagogici, medici e i concetti di
controllo, carità, beneficenza e assistenza. Da qui la nascita delle discipline di antropologia,
psichiatria, igienismo che sono impiegate a studiare il patologico presente nella società. La
psichiatria diventa una scienza che gestisce le anomalie individuali. Si lega alla giustizia, all’igiene,
agli interventi e controlli della società, una difesa contro i pericoli che minacciano la popolazione.
EDUCARE, ISTRUIRE E RADDRIZZARE
La pedagogia speciale è in assoluto il campo più frequentato tra le discipline che si occupano di
disabilità. L’Italia ha espresso, fin dal 500 importanti figure e un ruolo determinante
nell’elaborazione di concetti, sperimentazioni e metodi.
EDUCARE I SORDOMUTI, la storiografia dell’educazione dei sordo muti è divisa sulle origini
di questa pratica. Secondo, alcuni bisogna cominciare a datare con le prime e vere formulazioni
teoriche, prive di ricadute pratiche risalenti al 400. Secondo altri è invece opportuno cominciare a
datare da quando siamo certi che esistano concrete azioni educative. La prima formulazione
teorica compiuta sulla possibilità dei sordomuti si riconosce al medico astrologo italiano
GEROLAMO CARDANO 1501-1576, colui che detiene un ruolo speciale nella storia in ambito di
sviluppo della pedagogia. CARDANO afferma la possibilità di istruire i sordomuti a partire da un
dato biologico, per comprendere concetti e idee, dalla scrittura come strumento espressivo. Il suo
metodo educativo indica la possibilità di tradurre il pensiero attraverso la scrittura, senza utilizzare
il parlato. Sulle orme del medico, PEDRO PONCE DE LEON 1520-1584 gli si riconosce l’abilità
pedagogica e la dedizione umana nell’educazione di alcuni bambini sordomuti provenienti da nobili
famiglie. Al maestro monaco, si riconosce la bravura degli allievi capaci di rinobilitarsi, di ritrovare
una dignità umana che va oltre le proprie menomazioni. Successivamente troviamo JUAN PABLO
BONET che ne 1620 scrive un volume su come insegnare ai muti, trascrivendo un alfabeto in cui
venivano omesse alcune lettere per semplificarlo. Progressivamente con gli anni si formulano due
metodi attorno ai quale si riverseranno numerose diatribe, sono quello orale basato
sull’educazione alla parola e quello gestuale basato sull’educazione alla lingua dei segni. Le
esperienze educative di PONCE E BONET sono basate sul metodo orale che si diffonde anche in
Francia, Germania, Inghilterra e Italia. Mentre in Inghilterra JOHN WALLIS E WILLIAM HOLDER
sostengono il metodo gestuale. Il medico e pedagogista JOHANN KONRAD AMMAN porta a
complimento una delle più importanti codificazioni del metodo orale. Amman afferma che
nell’essere umano la facoltà di parlare è innata e si attiva solo attraverso gli stimoli dell’udito, un
meccanismo che le persone nate sorde non possono innescare. Secondo i suoi studi a partire dal
ritmo respiratorio, dall’emissione del fiato e dal senso tattile e di vibrazioni, si può insegnare ad
alcuni ragazzi prima ad articolare i suoli e poi ad apprendere suoni specifici articolarti e sempre più
complessi che portano al parlato. Avviato il processo meccanico del parlato, si avvia la fase di
insegnamento della lingua, della letteratura e della scrittura. Successivamente la vera e propria
formazione culturale con lo studio delle varie discipline. In Italia, tra i sostenitori del metodo
mimico gestuale c’è l’abate CHARLES- MICHEL DE L’EPEE che nel 1771 avvia a Parigi la prima scuola
pubblica per l’istruzione dei sordomuti. De l’epée formalizza il suo sistema dei segni metodici, che
di ogni parola definiscono tutte le componenti (genere, numero, suffissi, tempo e persona dei
verbi. TOMMASO SILVESTRI 1784 fonda a Roma la prima scuola per sordomuti in Italia (diventata
opera pia sotto il controllo del vaticano). In Italia e in Europa sotto il diffondersi degli istituti cresce
sempre di più il contrasto che si esprime nei congressi nazionali e internazionali che raccolgono gli
educatori dei sordomuti. Il contrasto tra le due correnti educative non è solo di natura pedagogica,
ma ha una concezione più profonde della persona disabile all’interno della società. I sostenitori del
metodo orale affermano che il parlato è un sistema universale e non specifico ed è l’unico
strumento per il sordo che vuole integrarsi nella famiglia e uscire dalla stigmatizzazione che lo
declassa in quanto privo del parlato. I sostenitori del metodo gestuale sostengono che
l’insegnamento è più immediato e rapido, quindi più accessibile alla maggior parte delle persone. Il
congresso internazionale di Milano dichiara che il metodo orale deve essere preferito a quello della
mimica per l’educazione e l’istruzione dei sordomuti. Però con questo il congresso non chiude la
questione delle due modalità.
EDUCARE I CIECHI
Per quanto le istituzioni a favore delle persone cieche siano state tra le prime a essere create, per
quanto figure mitologiche o reali abbiamo fin dall’antichità dato prova non solo di virtù ma anche
di sapienza, la riflessione attorno alla possibilità concreta di costruire un’educazione a favore dei
ciechi è tardiva rispetto ai sordomuti. Per secoli la questione principale e riguarda la difficoltà di
trovare un sistema di comunicazione alternativo alla scrittura come mezzo per accedere alla
trasmissione della conoscenza. La soluzione tecnica si afferma sul finire del 700 con l’idea di un
sistema di lettere in rilievo che porterà progressivamente al metodo Braille. VALENTIN HAUY 1745-
1822 apri la prima scuola gratuita per non vedenti a Parigi. Il suo metodo si basava sui caratteri in
rilievo, tuttavia c’erano diversi problemi come il fatto che i sensi della vista e del tatto veicolano
capacità d’analisi differenti che impongono di semplificare i caratteri utilizzati per la letteratura e la
scrittura dei ciechi. MAURICE BALLAY inventa il cubaritmo, un sistema di cubetti di piombo in
rilievo, utilizzato dai non vedenti nello studio dell’aritmetica. Il primo sistema che adotta i punti per
rappresentare le lettere è opera di CHARLES BARBIER, che inventa un codice composto da dodici
punti all’interno di uno spazio circoscritto per rappresentare le diverse lettere dell’alfabeto. LOUIS
BRAILLE 1809-1852 divenne cieco a 3 anni e frequentò l’istituto parigino prima di divenire
insegnante. Invento il metodo BRAILLE un sistema composto da 64 segni, dove ogni lettera è
composta da un numero variabile da uno a sei puntini in rilievo diversamente posizionati
all’interno di uno spazio percepibile al tatto. Questo metodo rappresenta un passo all’apertura di
istituti a favore dell’educazione dei ciechi. In Italia il primo era stato avviato a Napoli nel 1818.
AUGUSTO ROMAGNOLI 1879-7946 è la prima persona cieca a laurearsi in lettere e filosofia ed ad
occupare una cattedra nella scuola pubblica. Romagnoli pone la questione dell’educazione dei
dicchi come forma di riscatto personale, ma all’interno di una concezione in cui anche queste
persone sono completamente uomini, con aspirazioni, difficoltà, ansie uguali a quelle di tutti gli
altri.
EDUCARE I DISABILI INTELLETTIVI
Nella Francia del 1797 a AVEYRON viene avvistato in un bosco un ragazzo selvaggio, che vive in
modo completamente primitivo, nudo e si muove come un quadrupede. Il ragazzo qualche anno
dopo viene preso è affidato alle cure di SICARD, che dirigeva un istituto per sordomuti a Parigi. Il
ragazzo che non parla suscita molto interesse nella società in ambiti filosofici, antropologici,
psicologici, pedagogici e medici. PHILIPPE PINEL 1745-1826 medico fondatore della psichiatria
moderna introduce approcci scientifici alle malattie mentali, inizia a classificare e differenziare gli
individui affetti da diverse patologie anche all’interno dei centri di cura. Questo approccio porterà a
liberare dalle catene i malati mentali chiusi negli asili e ne manicomi. Secondo Pinel il ragazzo
selvaggio è un ritardato mentale irrecuperabile. In contrasto con quest’idea JEAN-MARC GASPARD
ITARD crede che il ragazzo non sia né un idiota né un malato ma semplicemente un ragazzo con un
grave ritardo cognitivo e affettivo dovuto alle condizioni in cui è cresciuto. Itard decide di prendersi
carico dell’educazione del ragazzo. Il lavoro di Itard è fondamentale per la pedagogia speciale e per
lo studio della disabilità intellettiva, poiché introduce un nuovo metodo e nuove forme di ricerca
collocate in un approccio più generale. L’allievo di ITARD EDOUARD SEGUIN 1812-1880 istruisce
alcuni bambini disabili. Egli punta su un’educazione integrale e respinge il concetto del suo stesso
maestro secondo cui le idee provengono unicamente dai sensi. SEGUIN sviluppa una serie di
attività che rivitalizzano le funzioni cerebrali, sensoriali, muscolari, il pensiero e le sensazioni. È
considerato anche il fondatore dei metodi attivi. Nell’educazione egli privilegia i materiali, le cure
igieniche e mediche e sfrutta prevalentemente un approccio medico. Seguin lavora sui sensi, punta
sul gioco, le forme ludiche rappresentano anche la fase d’avvio per l’apprendimento della scrittura
e della letteratura. È fondamentale l’idea di contesto entro cui il bambino è inserito, sia nella
relazione con l’educatore, sia nelle attività del bambino. MARIA MONTESSORI 1870-1952, a partire
dallo studio dei bambini con disabilità intellettive, si è poi estesa a tutti i bambini ed allo studio
della pedagogia scientifica, del metodo d’insegnamento e delle iniziative come le case de bambini.
Montessori sviluppa un metodo basato sul rispetto, incoraggiamento ed affetto come motori del
rapporto educativo, collocandosi nella scia del metodo di Séguin. Gli insegnamenti impartiti dalle
scuole ortofreniche erano di tipo pluridisciplinare, cioè, comprendevano vari ambiti come medici,
neurologici, educativi, corporei, di linguaggio e igienici, ed essi si basavano su una
personalizzazione dell’intervento pedagogico sui bambini. La Montessori mette al centro del suo
progetto pedagogico il bambino con una disabilità intellettiva e la possibilità di una sua evoluzione
complessiva a partire dalla nozione pedagogica e medica e da un approccio che valorizza la
relazione tra bambino e educatore. LEV VYGOTSKIJ 1896-1934 affermava già nei primi ani trenta
l’errore della pedagogia speciale di costruire scuole separate per bambini con disabilità e la
necessità di una loro partecipazione, anche nel circuito formativo. Pone al centro dell’attenzione la
posizione della persona con disabilità, della relazione tra menomazione e posizione sociale
dell’individuo menomato.
RADDRIZZARE
Tra le diverse pedagogie speciali, le persone con una disabilità fisica è la più tardiva. Si sviluppa solo
nella seconda metà dell’800, grazie allo sviluppo di alcune discipline. Da qui nascono diversi istituti
di recupero non tanto pedagogici ma di normalizzazione, cioè dare la possibilità di tornare
produttivi socialmente. La medicina, nel frattempo, riesce a comprendere meglio alcune
menomazioni come la poliomielite. Nel 1772 a Parigi JEAN VERDIER 1735-1820 crea un istituto in
cui sono accolti bambini con alcune deformazioni. Il primo tentativo di raggruppare questi individui
e sottoporli ad una pedagogia che cerca di mitigare la loro infermità, ha ospitato anzitutto bambini
deboli e deformi a cui è stata restituita la salute con il vigore e la rettitudine che ci si deve
attendere da interventi adeguati. Nel 800 e nel 900 il raddrizzamento dei disabili fisici, si riferisce a
un trattamento da attivare a una persona con una deformazione fisica sia in termini fisici ma anche
sociali, nella loro partecipazione nei processi produttivi. A Torino nel 1872 nasce la prima scuola
per rachitici che accoglie bambini rachitici, deformi, poveri di entrambi i sessi, per dargli
un’istruzione elementare e per combattere la malattia attraverso cibo sano e cure mediche. Molti
di loro ne escono in condizioni fisiche migliori e proseguono gli studi nelle scuole municipali o
entrano nel mondo del lavoro.
Pubblica istruzione e disabilità
La pubblica istruzione prende avvio in Italia con la legge casati del 1859 poi estesa a tutto lo stato
unitario. Il sistema educativo italiano per le persone con disabilità si sviluppa complessivamente
secondo velocità e modalità diverse in relazione alle diverse tipologie di menomazione, che sul
fronte medico cominciano ad essere minimamente sistematizzata. La prima riforma del sistema
scolastico italiano operata da GIOVANNI GENTILE prevede fino al 1962 l’estensione dell’obbligo
scolastico ai ciechi e ai sordomuti che non presentino altra anormalità. Per i sordomuti è esteso
fino al sedicesimo anno di età. Per i fanciulli anormali è prevista la creazione di classi differenziali.
Si insiste sulla necessità di promuovere studi, da parte delle facoltà di medici, sulle anomalie
dell’infanzia al fine di proporre al ministero norme pertinenti per compiere l’assistenza di tali
fanciulli. Successivamente ai ciechi è concessa l’iscrizione anche al corso superiore dell’istituto
magistrale. Il preside deve allontanare dall’istituto gli alunni affetti da malattie contagiose o
ripugnanti. I giovani possono ricorrere a spese propria a visite mediche fiscali. Le classi differenziali
sono sottoposte al controllo delle facoltà mediche. Successivamente con il regolamento R.G. n.
1297,1928 dalla quarta classe elementare in poi gli alunni debbono frequentare le pubbliche
scuole elementari comuni. Inoltre, è prevista una preparazione per insegnanti specifica per ciechi e
sordomuti. L’obbligo delle scuole magistrali ortofreniche o corsi di cultura per insegnanti che
opereranno nella classe differenziali. Con il 1934 le scuole elementari passano dalla giurisdizione
comunale a quella statale, anche le scuole speciali istituite da comuni a enti. L’anno successivo è
emanata una circolare ministeriale 1771/ 12 del 1953 in cui comincia a delinearsi la distinzione tra
le classi speciali e le classi differenziali; le classi speciali per minorati e quelle di differenziazione
didattica sono istituti scolastici nei quali viene impartito l’insegnamento elementare ai fanciulli
aventi minoranze fisiche o psichiche ed istituti nei quali vengono adottati speciali metodi didattici
per l’insegnamento ai ragazzi anormali. Le classi differenziali invece, non sono istituti scolastici a sé
stanti, ma funzionano presso le comuni scuole elementari ed accolgono gli alunni nervosi, tardivi,
instabili, i quali possono raggiungere un livello migliore solo se l’insegnamento viene ad essi
impartito con modi e forme particolari. Una circolare successiva n. 4525 ribadisce la distinzione tra
classi speciali e classi differenziali in relazione alle diverse tipologie di minorazione e la necessità
per gli insegnanti di possedere titoli di specializzazione per le classi speciali. Da queste disposizioni
si registra un importante sviluppo sia delle classi speciali sia delle classi differenziali. Tuttavia, si
realizza una sorta di sovraffollamento di alunni, insegnanti, corsi di specializzazione, stanziamenti
pubblici che portano ad una cronicizzazione delle classi differenziali e una ghettizzazione degli
alunni con disabilità. Con gli anni Settanta si avvia un processo che porterà progressivamente
all’istituzione di un unico percorso scolastico per tutti gli alunni. La legge 118, afferma che
l’istruzione dell’obbligo deve avvenire nelle classi normali della scuola pubblica, salvi i casi in cui i
soggetti siano affetti da gravi deficienze intellettive o da menomazioni fisiche di tale gravità da
impedire o rendere molto difficoltoso l’apprendimento o l’inserimento nelle predette classi
normali. Le classi speciali staccate dalle normali sezioni sono fruibili esclusivamente quando sia
accertata l’impossibilità di far frequentare ai minorati la scuola pubblica dell’obbligo. Per la prima
volta, la legge tocca anche le scuole superiori e le università. Nell’aprile 1975 è istituito un ufficio
speciale per i problemi degli alunni disabili, chiamato OSSERVATORIO PERMANENTE
DELL’HANDICAP. L’anno successivo si precisa il bisogno di lasciare attive le scuole speciali e le
strutture specialistiche. Per la formazione degli insegnanti, alcune circolari consentono l’impegno
di docenti non forniti del titolo prescritto ma in possesso dell’attestato di frequenza ai corsi
dell’integrazione o di competenze acquisite attraverso valide esperienze didattiche o professionali
incentivati anche da corsi di aggiornamento di vario tipo. La circolare ministeriale del 1979 n. 199
fa alcune precisazioni di rilievo sull’insegnante di sostegno; l’insegnante di sostegno deve essere
pienamente coinvolto nella programmazione educativa e partecipare a pari titolo alla elaborazione
ed alla verifica delle attività di competenza dei consigli e dei collegi dei docenti. La legge quadro del
1992 n.104 prevede per la prima volta, l’inserimento di bambini disabili negli asili nido, con relativo
adeguamento da parte degli enti locali di insegnanti e spazi. Il diritto alla frequenza e allo studio è
garantito per tutti gli ordini fino a quello universitario. Si dispone la necessità di fornire allo
studente di docenti specializzati, programmi personalizzati, attrezzature tecniche e sussidi didattici
idonei. Istituisce inoltre gruppi di lavoro per l’integrazione scolastica all’interno di ogni ufficio
scolastico provinciale e di ogni circolo didattico. Infine, dispone l’inserimento, con modalità
adeguate, nei centri di formazione professionale art.17.
NANI, PRODIGIO E FENOMENI DA BARACCONE,
Mostrare a fini spettacolari persone con alcune anomalie e l’attrazione suscita da simili esibizioni
non sono una realtà circoscritta ai carrozzoni e alle fiere popolari tra l’800 e 900. Sono soggetti con
caratteristiche tanto anomale quanto attraenti: giganti, nani, donne con barba, uomini o donne
fortemente obesi, persone albine, ermafroditi, persone con alcune disabilità intellettive unite a
specifiche caratteristiche fisiche. Hanno caratteristiche bizzarre a sono dotati di una strana mistura
di intelligenza e imbecillità. Vederli era una cosa normale, costituiva un’attrazione ordinaria tra le
forme ludiche previste per le classi aristocratiche prima e per le classi popolari poi.
I nani; questa disabilità fin dall’antichità costituisce una forma culturalmente accettabile
rispetto a soggetti con corpi deformi o menomati. Molte testimonianze letterarie ed alcuni studi
indicano che la presenza di nani domestici fosse un’usanza piuttosto comune nell’antica Roma. La
presenza di nani a corte è attestata per lunghi secoli, e non solo nelle corti medievali come spesso
si è portati a crede, ma anche nei secoli successivi e fino alla seconda metà dell’Ottocento. Gli
incarichi ufficiali assegnati a questi poveri uomini (nani e buffoni) erano spesso la copertura di una
vita fatta di incertezze, poiché simili funzioni non li mettevano al riparo dai capricci del loro
padrone che aveva il controllo assoluto del loro destino. I no attribuiti ai nani e alcune modalità
della loro rappresentazione pittorica esprimono il contrario delle loro sembianze fisiche e indicano
una precisa percezione ironica di tali soggetti.
L’apparato spettacolare mette in mostra quelli con una conformazione fisica spettacolare e
quelli truccati da esseri spettacolari. Il reale e l’illusorio, il deforme e l’inganno vanno di pari passo.
La questione riguarda le creature fantastiche e le deformazioni fisiche come donne barbute
inventate, teste parlanti senza corpo, finti fratelli siamesi, giganti e nani. Alla stranezza e
all’esotismo di alcuni fenomeni si accompagna la loro fittizia nobiltà come principi, re e regine
provenienti da paesi lontani dotati di poteri e qualità fenomenali del corpo. queste persone sono
esibiti come attori e non più come mostri. Il baraccone è diventato parte integrante della cultura
popolare americana, un tipico simbolo dell’interdipendenza tra illusione e realtà, tra piacere e
sofferenza, tra ripugnanza e rispetto, a disposizione dei semplici e dei più sofisticati. Le vicende di
queste persone sono talvolta segnate da matrimoni tanto spettacolari quanto reali, tra nani, tra
nani e giganti, tra fratelli e sorelle, tra siamesi. L’uomo scheletrico sposa la donna più grassa del
mondo e il gigante si innamora di una nana. In ogni caso, il denaro che circola è tanto, sia quando i
fenomeni vengono acquistati sia durante gli spettacoli. Le loro esibizioni, le vicende private, la
coreografia che li circonda fanno dimenticare che questi soggetti sono considerati semplicemente
una merce priva di qualsiasi grado di umanità. Guadagnare denaro a partire da una conformazione
fisica ributtante che altrimenti sarebbe fonte di esclusione e povertà, mentre con lo spettacolo lo
stigma diventa un’occasione per ottenere successo e denaro. In Europa un fattore importante di
accelerazione è il trauma sociale culturale della 1 guerra mondiale che con la moltitudine di
mutilati, ciechi, malati psichiatrici, introduce violentemente nella collettività l’idea della
vulnerabilità dei corpi normali. Le cause della fine di questa forma di spettacolo sono iniziate da
quando la mostruosità è stata percepita come dimensione umana, quando lo spettatore ha
cominciato a riconoscere un proprio simile sotto la deformità del corpo esibito.
PRIMO NOVECENTO;
Sono gli infortuni sul lavoro all’interno del sistema industriale in via di affermazione a modificare
sostanzialmente, a partire dal secondo ottocento, il mondo della disabilità da un punto di vista
numerico. A cambiare lo scenario sociale con un effetto rapido è stata la Prima guerra mondiale, la
prima manifestazione del potere della tecnologia (l’uso dei carri armati, aerei di caccia e
ricognizione, gas tossici, nuove forme di comunicazione). Nel novembre del 1918 tra morti,
mutilati, invalidi e menomati si contano 10 milioni di persone. A questa cifra vanno aggiunti il
numero elevato di persone che hanno perso la salute psichica a causa del conflitto, poiché la
guerra aveva prodotto un collettivo senso di vulnerabilità.
PRIME FORME PREVIDENZIALI, fino ai primi decenni del Novecento gli ausili per le persone
disabili erano le macchine ortopediche, carrozzelle, grucce, arti artificiali ancora rudimentali e
soprattutto destinati a una fascia ristretta di persone che potevano permetterseli. Negli anni
successivi al conflitto si introduce la pratica del cane guida per le persone cieche. Il fatto che molti
soldati abbiamo perso al loro integrità fisica e sensoriale a servizio dell’esercito italiano produce
sentimenti morali relativi alla riparazione di misure previdenziali sul mondo disabile. Si sviluppano
le prime forze sindacali, si dispongono provvedimenti che assicurano i dipendenti dello stato. Nel
1895 è varata la legge sulle pensioni civili e militari con il relativo regolamento che istituisce la
pensione. Queste normative riconoscono l’infortunio invalidante o morale per causa di servizio e
valgono per dipendenti dello stato civili e militari. Nel 1898 è fondata la cassa nazionale di
previdenza per l’invalidità e la vecchiaia. Sul fronte generale, i dispositivi messi in campo e i discorsi
attorno al tema della disabilità, pur facendo registrare alcuni avanzamenti rispetto al passato
indicano che la questione dell’inabilità è un grave problema sociale su cui i pubblici poteri hanno
poco impatto e le persone che vi sono direttamente coinvolte vivono in condizioni sociali di
anomia. Nel 1926, è introdotta una legge che specifica il fatto che al pubblico impiegato civile o
militare deve essere attribuito un risarcimento commisurato alla gravità della lesione accertatati da
un collegio medico-legale. Vengono elaborate le prime tabelle che misurano il danno anatomico in
relazione al quale deve essere corrisposta la pensione vitalizia o temporanea.
LO STERMINIO DEI DISABILI NELLA GERMANIA NAZISTA, mentre in Europa e in itali il tema
della disabilità comincia a essere trattato all’interno di alcune misure di previdenza, l’intera
esperienza della Germania nazista è caratterizzata da politiche, culture e provvedimenti che
affrontano la presenza all’interno della popolazione di soggetti menomati e disagiati in modo
brutale. L’intento è procedere a una progressiva e radicale eliminazione della disabilità e dei suoi
portatori della popolazione tedesca ricorrendo a differenti procedure, la sterilizzazione di persone
adulte motivata dall’eugenetica e le operazioni di eutanasia che comportavano l’uccisione di
soggetti indegni di vivere oppure la soppressione di bambini all’interno di ospedali specializzati e
l’eliminazione di adulti nei campi di sterminio. Il bersaglio è la popolazione ebraica, i soggetti
considerati inferiori, con caratteristiche tare e condotte accusate di imbastardire la razza. Hitler e i
suoi fedeli affermavano che sono persone indegne di vivere, malati incurabili, malati di mente,
bambini ritardati o deformi. Il 14 luglio 1933, il ministero degli interni del reich emana la prima
legge indirizzata verso il miglioramento della salute genetica tedesca attraverso la sterilizzazione
obbligatoria di soggetti con malattie ereditarie; epilessia, schizofrenia, oligofrenia, infermità fisiche
e congenite, cecità e sordomutismo. L’applicazione della legge era garantita dai tribunali per la
salute genetica a seguito di diagnosi. Successivamente la legge introduce il certificato di attitudine
al matrimonio secondo criteri di natura razziale, biologica e comportamentale. La prima fase
dell’operazione eutanasia, quella che ha come obbiettivo l’eliminazione dei bambini con disabilità,
è progettata nel 1939. L’azione comincia quando il ministero degli interni emana un decreto
confidenziale e non ufficialmente reso pubblico che impone l’obbligo di dichiarazione da parte di
medici e ostetriche, di neonati e bambini sotto i tre anni con diverse forme di disabilità. Le
patologie erano gravi di idiotismo e mongolismo, casi di cecità e sordità, microcefalia, idrocefalia
grave o progressiva; casi di deformità, di mancanza di arti, di chiusura difettosa della testa, casi di
gravi problemi alla colonna vertebrale e di paralisi. I genitori dei nati con forme di gravi disabilità
vengono convinti della necessità di provvedere a cure specifiche per i loro figli, in luoghi idonei.
Una volta internati negli istituti, i bambini muoiono di inedia, oppure uccisi attraverso farmaci
somministrati in liquidi, affinché non risultasse la morte per avvelenamento. Nell’agosto 1941
l’uccisione di disabili adulti in campi di concentramento, il dispositivo per l’eliminazione dei
bambini con disabilità continua fino al termine della Seconda guerra mondiale. Secondo i calcoli
effettuati, l’eliminazione di queste persone adulte disabili avrebbe comportato un risparmio di
quasi novecento milioni di marchi in dieci anni per le casse tedesche. Gli individui venivano
prelevati dagli istituti di cura con autobus neri dai vetri oscurati e venivano trasportati verso i
luoghi dell’eliminazione. In questi centri, ciascun individuo veniva schedato e fotografato e poi
avviato verso il locale doccia. La camera veniva chiuda a tenuta stagna: fatto partire il gas, dopo
mezz’ora il decesso degli internati era avvenuto. Alcuni cadaveri venivano sezionati per fare
esperimenti e analisi gli altri messi nei forni crematori. La famiglia della persona disabile era
avvisata, per lettera, del decesso dissimulato dietro cause riconducibili a malattie generiche o a cui
era già stata soggetta la persona con disabilità. Nel 1941 il progetto viene ufficialmente sospeso.
SCENARI DELLA CONTEMPORANEITA’
Nel secondo novecento alla fine della Seconda guerra mondiale e i campi di sterminio nazisti, lo
scenario si modifica progressivamente attorno ad alcuni assi portanti; l’impatto della disabilità
nelle società, lo sviluppo di politiche e dispositivi dello stato sociale anche in tema di disabilità,
l’attivismo delle persone con disabilità, e la spinta per la realizzazione di politiche adeguate e
inclusive. Con una prospettiva pluridisciplinare, gli studi storici e le scienze sociali devono ancora
rendere conto in modo analitico e profondo le variazioni dei trattamenti sociali centrati sulla
disabilità. Dal dopoguerra in poi abbiamo assistito a un importante sviluppo di strutture di cura e di
servizi sociosanitari destinati a persone con disabilità. Abbiamo visto crescere il campo della
pedagogia speciale., il campo medico e quello della progettazione e della produzione di tecnologie
hanno avuto un grande impatto sul mondo delle disabilità. Attorno alle persone con disabilità si
sono sviluppare attività di partecipazione ricreativa, sportiva e ludica. I progressi della medicina e
della scienza.