Italiaspiegataamiononno
Italiaspiegataamiononno
di Federico Mello
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•2•
Indice
Prefazione di
Generazione 1000 euro 4
Enrico Brizzi 5
L’Italia spiegata a mio nonno
1. Una clava/futuro 7
2. Lavoro&co. 8
2.1 Che c'avevano detto 10
2.2 (inciso: l'italietta del '97) 11
2.3 Che c'avevano detto (continua) 12
2.4 Mi vien la Tre(U)marella 13
2.5 Mi vien la Tre(U)marella 2 16
2.6 Tempo determinato nell'oblio 16
2.7 Mi han fatto un [Link]. 17
2.8 Legge Biagi o del lavoro in frantumi 20
3. And the loser is… 22
4. La scadenza ti butta giù, schiaccia! 26
5. Le tristi pensioni de 'noantri 29
6. Il welfare dov'è? 32
6.1 Famiglia da costruire 34
6.2 Famiglia da lasciare 35
7. La bocciofila al potere 37
8. Agenda Setting a tutto spiano 42
Ringraziamenti 44
Bibliografia 45
Il passato che non scade mai
«C'era una volta».
Quando eravamo bambini, sapevamo già che tutto ciò che iniziava con «C'era una volta» ci
avrebbe rallegrato, rasserenato o, nella peggiore delle ipotesi, ci avrebbe addormentato rega-
landoci sogni d'oro.
Oggi, invece, «C'era una volta» si è trasformato nell'incipit dei nostri peggiori incubi. Per un
motivo molto semplice: che quello che «C'era una volta» c'è ancora. E quasi verrebbe da pen-
sare che non siamo noi a dover spiegare l'Italia ai nostri nonni: sono loro a doverla spiegare a
noi. Perché di quel mondo che siamo abituati a conoscere attraverso il monitor noi "figli del
computer" - un mondo che si evolve a velocità fulminanti e che non rimane mai uguale a se
stesso se non per il tempo di un click - in Italia non esiste traccia, e perché siamo noi "quelli
che si devono adattare".
Curioso, no? Il nostro è l'unico Paese in cui chi viaggia più veloce e ha più benzina è costretto
a rallentare, quando non addirittura a fare inversione o marcia indietro, per stare al passo di
chi ha il serbatoio vuoto (ma il portafoglio pieno).
"E Non Se Ne Vogliono Andare" titolava qualche tempo fa una serie tv. Solo che non era riferi-
ta ai (de)relitti fossili che occupano tutti i posti di potere della nostra Politica e della nostra
Società facendo cartello contro qualsiasi cosa odori lontanamente di novità, di progresso e di
ricambio generazionale: era riferita ai figli che continuano ad abitare con i genitori anche
quando diventano adulti. È così che funzionano le cose in Italia: la presenza dei giovani è con-
siderata ovunque, dalla casa alla strada, una invasione di campo. Siamo noi, quelli che se ne
devono andare.
Il nostro è l'unico Paese in cui scade prima il Futuro del Passato, in cui un trentenne non ha
mai l'età giusta per lavorare ma un settantenne ce l'ha addirittura per governare, in cui una
decina di Brontosauri tiene imbottigliati milioni di ragazzi. Per questo, cari nonni, è importante
- è fondamentale - che leggiate questo libro: perché se è vero che "noi giovani" siamo troppo
spesso molli, qualunquisti o individualisti, è vero anche che possiamo trovare tutte le moti-
vazioni, gli interessi e l'unità che vogliamo, ma se voi continuate a rimanere incollati alle vostre
poltrone come se si trattasse di un diritto inalienabile le nostre prospettive non si allargheran-
no di un millimetro.
•4•
Mello was here
Federico Mello, in arte Mello, è una delle facce più attive sulla ribalta bolognese d'inizio
millennio. Non parlo qui della sua presenza a ipotetici cocktail party con l'arcivescovo,
i massoni più in vista o il sindaco (semplicemente impossibile, visto il rancore del primo
cittadino per le persone che deambulano trasportando bibite).
Parlo dell'astratta ribalta underground made in Bologna a cavallo fra il secolo delle
guerre mondiali e quello delle “operazioni di polizia internazionale”: un arcipelago di
combriccole libertarie e anime grandi, in genere web-abili segnati a vita dalla frequen-
tazione con la musica elettronica, che i più sensibili e secchionici fra i posteri faranno
bene a studiare con puntiglio. Qualunque definizione la Storia (non) voglia assegnare a
queste stagioni bolognesi, Mello c'era.
Dal vivo e in rete. Attraverso una newsletter oppure al Bar Maurizio.
Oggi mi trovo a rivolgere i migliori auspici a L'Italia spiegata a mio nonno, un utile spun-
to di riflessione che del clima complessivo dei nostri discorsi restituisce lo stile colto e
disincantato, la precarietà dell'ennesima generazione di studenti che non ha visto cam-
biare il paese e tutta l'ironia che ci ha tenuti a galla in questi anni.
Con la speranza che l'invito dei Madness a muovere un passo in avanti, per una volta
sia raccolto all'unisono da nonni e nipoti.
Enrico Brizzi
•5•
Una clava/futuro
1
So invece nonno cosa viene in mente a me, quando sento il dolce suono di questa parola.
Mi viene in mente una clava!
Sì, hai capito bene.
Una clava da cavernicolo in pietra grezza con dei bozzi tutto intorno.
Una clava da portare alla cintura e con le quale girare nell'Italia nostra.
Una clava che non mi serve però per rompere la testa a automobilisti maleducati, per sfogare la mia rabbia da sfigato.
Mi viene in mente una clava, nonno, perché è questa parola, futuro, l'arma da usare contro lo sport nazionale ita-
liano del nostalgismo imperante. Lo sport che disprezza le nuove generazioni, rimpiange gli anni '60, si abbandona
ai luoghi comuni del vecchismo, del sistavameglioquandosistavapeggio, del passato che non passa mai.
•7•
Una clava/futuro, nonno, strumento di grande utilità nel paese più vecchio al mondo, nella nostra bizzarra peniso-
la a forma di stivale.
Una clava/futuro per mettere in fila, una dopo l'altra, tutte le scelte degli ultimi anni che, come una trappola per
topi senza formaggio, a scatto si sono chiuse sulla testa delle nuove generazioni.
Di questo ho bisogno nonno. Di una clava/futuro.
Perché come un movimento tellurico impercettibile che per millenni muove le viscere della terra e poi in un attimo
devasta con fragore di terremoto la vita degli uomini.
Come un cibo indigesto che per ore ribolle nello stomaco e poi, d'un tratto, in un preciso momento, è espulso in un
unico enorme conato.
Come un edificio che si crepa, poi barcolla, poi in un istante crolla al suolo alzando muri di polvere, così io nonno,
alla fine, d'un tratto mi sono deciso. L'ho fatto qui ed ora.
Ho deciso che dovevo trovare un modo per far uscire il malessere che mi prende da dentro. Mi sono messo in testa
di spiegare quanto l'Italia tutta ci ha apparecchiato. Un pranzetto dal sapore rivoltante dei cibi ammuffiti.
E ho deciso di parlarne a te nonno. Tu che sarai mia sponda e sostegno. Che quanto me hai a cuore il futuro.
Che ignori però quel mondo nel quale io vivo e mi muovo, mi divincolo come un ossesso per trovare una strada, la
mia strada.
Parlo a te perché tuoi coetanei sono quelli che a pieno titolo fanno parte del magnifico e esclusivo club della clas-
se dirigente. Tu però hai più tempo da dedicarmi, più pazienza di loro.
Ho deciso di provare a spiegarti, nonno, in questa sorta di lettera aperta, in queste righe scritte col cuore, quanto la
nostra amata Italia si sia cacciata in un gorgo impazzito dove il futuro è bandito.
Ho provato a spiegarti come la precarietà si è mangiata il futuro, come questa è diventata la spettrale compagna
delle nostre vite. Ho provato a illustrarti a quanto ammontano le misere pensioni che forse, un giorno lontano, spet-
teranno anche a noi e come tutto sembra prepararci una maturità povera e marginale, dove l'Italia, tra i venti del
mondo globale e interconnesso, sarà solo una landa sconfinata di ruderi e busti sbertucciati al centro del
Mediterraneo.
Ho provato a spiegarti come gli esclusi d'Italia siamo noi, noi under 35, che ci muoviamo sicuri nel mondo di oggi:
una colpa da espiare in questo paese immobile.
Ho provato nonno a spiegarti come siamo esclusi da qualsiasi sostegno, “welfare” per noi una parola senza senso.
Noi insicuri e inconcludenti per un paese che non ha il coraggio di guardare in faccia tutti i suoi ritardi.
Siamo esclusi, nonno, dalle decisioni che contano, dalle certezze di quanto verrà, schiacciati da un sistema politico
bloccato e una folla di potenti in età da bocciofila.
•8•
Lavoro&co.
2
•9•
dono di imparare tutta la vita cose diverse. Di destreggiarci tra competenze differenti, di essere pronti ad affronta-
re situazioni complesse. Questo chiedono ad un paese che sembra sia tra le otto economie più sviluppate al mondo,
questa la sfida per gli anni a venire.
E se si potesse farlo seriamente, nonno, se girare provare ricominciare non volesse dire solo e soltanto un bello
sconto a chi paga gli stipendi; se tutto questo “nuovo lavoro” non significasse soltanto un lavoro di serie B; se que-
sta flessibilità non si traducesse in una mortificazione costante di studio e formazione; se uno stato sociale a difen-
dere il lavoratore del terzo millennio fosse stato approntato, io non avrei neanche troppo da lamentarmi nonno. Ma
in Italia è ben altro il tutto. In Italia si fanno le pentole senza i coperchi. Soprattutto quando i coperchi sono citta-
dini sotto i 35 anni ricacciatati a forza nel ruolo di figli a tempo indeterminato.
Chi per me ha deciso che dovevo buttarmi nel mercato flessibile globale, nonno, nella società della conoscenza e
dell'informazione, chi mi aveva promesso che mi avrebbe traghettato nel l'economia basata sulla conoscenza più
competitiva e dinamica al mondo1, in realtà non ha fatto nulla per arginare l'invecchiamento forzato di un paese che
non dà spazio al merito e all'innovazione. Un paese che quando deve decidere, quando deve decidere davvero, quan-
do deve spostare capitoli di bilancio magari per dare qualche risorsa a chi ha dovuto accettare flessibilità di lavoro
e di vita, ha sempre qualche altra priorità alla quale adempiere. Invece di portare in palmo di mano le nuove gene-
razioni, di riconoscere alle nuove leve tutta l'innovazione e il futuro di cui abbiamo bisogno, l'Italia tutta invece ci
dà i pugni sulla faccia. Non per cattiveria, per sadismo. Ma per gerontofila incapacità di lungimiranza. Qui e ora, si
naviga a vista, ballando sul Titanic al suono di 78 giri ormai consunti. Ma io, nonno, figlio dell'Europa, dei network,
del globale, locale, sul Titanic non ci voglio stare. Sarei stupido se ci rimanessi solo per un minuto in più. Lo so la
storia come va a finire.
Quindi o qualcuno si rimbocca le maniche e trasforma questo transatlantico da primi del '900 in un rompighiacci
da età dell'informazione, o io, nonno caro, con la morte nel cuore, verso migliori lidi preferisco salpare.
1
Nel 2000 il Consiglio Europeo di Lisbona definì la cosiddetta “Strategia di Lisbona”, un piano strategico con il quale si ambiva a rendere l'Unione Europea,
entro il 2010, “l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi
e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale”.
•10•
Pensavo insomma che da un certo punto in poi fosse stata pianificata la svolta, si fosse deciso a tavolino di eleggere
“precarietà” come parola dall'anno 2000 in avanti.
E invece, nonno, mi sono accorto che le cose stavano diversamente. Da ingenuo attribuivo una lungimiranza consape-
vole alla politica dell'Italietta. Ma questo era chiedere troppo ai tempi della navigazione a vista.
Non potevano quindi che cadermi gli occhi sulla scrivania leggendo gli articoli di quegli anni. Di dieci anni fa. Mica cento.
Altro che sguardo sul futuro, nonno. L'orizzonte di una generazione che sarebbe rimasta impigliata nelle maglie di un
lavoro che non offriva garanzia alcuna, non era neanche stato previsto.
Un piccolo inciso è allora necessario per capire come eravamo solo dieci anni fa.
Anno Domini 1997 dunque.
(inciso: l'italietta del '97)
2.2
Nel 1997 sono in corso discussioni di cui avevo solo un vago ricordo. Ci si chiede se l'elezione diretta del capo del gover-
no sia auspicabile o meno. Nel dibattito arriva sottotraccia l'eco di una destra che fa ancora paura. Fini è immortalato al
volante di un auto d'epoca appartenuta al duce.
Berlusconi, capo dell'opposizione, è uno strano animale in disparte al quale non si da troppo credito. Sembra che dopo
la breve esperienza di governo del 1994 nessuno voglia scommettere su di lui. Pochi immaginano la centralità mediati-
ca, culturale, politica, che si guadagnerà il cavaliere negli anni a venire. Sui giornali, sbrigativamente, viene descritto come
“un'anatra zoppa”2 .
Forse anche per questo si parla poco di conflitto di interessi nel 1997. Non si parla quasi per niente di religione e di temi
etici, Neo-con potrebbe essere il nome di una boy-band. In America, piuttosto, c'è un Bill Clinton appena rieletto.
Suona il sax a tutto spiano e tra stagiste sovrappeso e sigari cubani, se la spassa nello studio ovale della Casa Bianca.
I protagonisti della politica italiana, allora, sono in gran parte gli stessi di oggi.
I Berlusconi-Prodi-Gasparri-Bersani-Fini-Mastella-Casini-Pannella-Dini-Bertinotti (che ai tempi stravede per le 35 ore).
Si fa sentire parecchio il presidente della repubblica Scalfaro. Suoi i vibranti appelli alla nazione. Me lo ricordo ancora il
suo “L'Italia Risorgerà”. Non so se è risorta. Non credo. Non per me, nonno.
Di Pietro - ti ricordi?- è ancora un ex-magistrato. Gli italiani non hanno ancora apprezzato il suo italiano grossolano e
colorito. Tra sprechi e scandali, tra una Tangentopoli appena dietro l'angolo e un bipolarismo ancora da sperimentare, la
prima Repubblica rimbalza ancora da una pagina all'altra. Si parla delle pensioni. In quegli anni pensioni vuol dire anche
intervento pubblico generoso e un po' clientelare. Scopro una strana parola che non conoscevo: “babypensionati”. Vengo
a sapere con orrore che questa definizione non riguarda i babies che stanno nascendo in quegli anni e che avranno una
pensione da fame. Non riguarda quelli come me che a 38 anni forse troveranno un minimo di stabilità sul posto di lavo-
ro e potranno cominciare ad arrovellarsi le budella per la misera pensione che avranno verso i settant'anni. Quella sim-
patica parola riguarda invece dei singolari personaggi che a 38 anni in pensione, ci vanno. Prenderanno la pensione per
45 anni. Che pagherò io nonno. Da non crederci. Pensa tu che io mica lo sapevo che in Italia esistevano i “babypensio-
nati”. Che ingenuo che sono. Nessuno me lo aveva detto.
L'Italia del '97. Ci sono i sassi del cavalcavia. Una persona è morta, alcuni ragazzi a Tortona sono stati arrestati. Sofri è
tornato in carcere. Una manchette pubblicitaria invita a comprare “La svolta. Il pendolo del potere da destra a sinistra”.
È il libro di Natale di Bruno Vespa.
A luglio verrà ucciso Gianni Versace. In lacrime al funerale parteciperanno Lady Diana ed Elton John. Alberoni ha invece
il lunedì sul Corriere della Sera una rubrica che punta dritta al cuore (continua a scriverla ancora oggi: sembra che ai
tempi, anni di posto fisso, gli fecero un contratto fino al 2037). Marta Russo cade uccisa in un vialetto dell'Università.
Grande commozione in tutto il paese. In Francia vince Jospin, con il suo successo 13 paesi del vecchio continente su 15
sono guidati da partiti socialisti o socialdemocratici. Honk Hong è cinese. Lo racconta in un bel reportage Tiziano Terzani.
2
Ernesto Galli della Loggia, Perché il Polo non c'è più, Corriere della Sera, 31 luglio 1997.
•11•
Senza barba. Coi capelli neri e i baffi. Alberto Sordi, lo spettro dell'italiano da operetta, in uno strano cortocircuito, rim-
piange le sue macchiette. In un'intervista, parla del suo Dottor Tersilli del Medico della Mutua. “Tangentopoli non finirà
mai” dichiara sconsolato l'anziano attore romano.
E poi l'economia, nonno. Mica nel 1997 sappiamo se con il debito pubblico democristiano, anche noi avremo l'euro nei
borsellini. Non lo sappiamo proprio. È vero tutti lo vogliono. Ma non si capisce se passeremo l'esame. E non si sa se
Germania e Francia si metteranno d'accordo. Comunque noi ci speriamo. Siamo sicuri che una volta sbarcati in Europa
saranno finiti tutti i nostri mali. L'economia tornerà forte. Le svalutazioni a spendere e spandere per poi stampare mone-
ta saranno un ricordo passato. Bisognerà trasformare l'Italia in un paese efficiente. Ma a questo si penserà dopo.
Quello che importa ora è agganciare il treno dell'Europa che vuol dire staccare un biglietto per il futuro. Per la stabilità.
Contro la corruzione. Il rischio di un'altra Tangentopoli. Entrare in Europa vuol dire salutare per sempre La terra dei cachi.
L'Italia che “Elio e le Storie Tese” nel 1996 avevano cantato al festival Sanremo:
Parcheggi abusivi,
applausi abusivi,
villette abusive,
abusi sessuali abusivi;
tanta voglia di ricominciare
abusiva.
Appalti truccati,
trapianti truccati,
motorini truccati
che scippano donne truccate;
il visagista delle dive
e' truccatissimo.
Papaveri e papi, la donna cannolo, una lacrima sul visto:
Italia sì! Italia no! Italia bum! La strage impunita.
E gli italiani fischiettano “Italia sì, Italia no” in giro per la strade. Canticchiano se stessi. Quanti problemi irrisolti ma un
cuore grande così. La terra dei cachi deve entrare in Europa. Tutto poi sarà risolto. Si spera. Questa è l'Italia del 1997.
•12•
“Vado nelle parrocchie, a Torino, perché è rimasto l'unico luogo per incontrare i cittadini, dai più giovani ai più anzia-
ni. Nel sotterraneo già affollato sotto la chiesa di Santa Croce, don Giovanni, il parroco, dice: ‹‹Noi sentiamo dai poli-
tici parole buone e parole cattive, risse e promesse. Ma una cosa non vediamo, il lavoro. Io sono qui e parlo con loro.
Qui tutto è fermo. Gli anziani, con i risparmi, con le pensioni, mantengono i giovani. I giovani non lavorano. Non si
apre nessuna porta. Accade che un quarantenne venga a trovarmi alle 3 del pomeriggio di un giorno della settima-
na. Ma oggi non lavori? Gli chiedo. Non lavoro più, mi risponde. Io non so che cosa vedete voi da lontano. Io vedo un
solo grande problema. Non c'è più lavoro. Questa è emergenza, la più grande emergenza del dopoguerra. I giovani
non hanno speranza. Coloro che il lavoro lo avevano e l'hanno perduto non hanno fiducia. Perdere il lavoro è come
perdere la cittadinanza. Gli anziani non ce la fanno più. Tutto il peso del benessere che resta è sulle loro spalle. A volte
hanno figli che sono ex-lavoratori e figli che non lo sono mai stati. E intanto passano gli anni. Non so se vi rendete
conto. Qui il tempo che passa è come una corda che sta spezzandosi. Non aspettatevi politica normale, elezioni nor-
mali, mentre va via il lavoro. È come il diffondersi di una malattia. Quando diventa epidemia è già troppo tardi.››”
“Sul problema disoccupazione una cosa mi sembra chiara sin da oggi: nessuno pensi che, nell'era della globalizza-
zione dei mercati, abbia un senso creare posti di lavoro con il denaro pubblico. I posti di lavoro si creano diventando
più competitivi degli altri, conquistando spazi sempre maggiori sui mercati internazionali e per questa via, aumen-
tando la produzione. Anche se parte della sinistra europea sembra tornare a coltivare vecchie illusioni, una cosa è
certa: se vogliamo avere più gente al lavoro in Europa, dobbiamo diventare più bravi degli altri, dobbiamo fare cose
più belle a prezzi minori. Questa è la vera sfida con cui fra non molto l'Europa dovrà misurarsi. E non sarà una sfida
facile”. 5
La vecchia mentalità assistenzialista va abbandonata. Il problema è allora capire in quale direzione si vuole andare.
Sì, d'accordo, la flessibilità da più parti viene chiesta a gran voce, ma nessuno riesce davvero a spiegare come l'efficien-
za necessaria alla nuova economia mondiale debba essere declinata. Nonostante tutti questi discorsi, comunque, l'idea
di lavoro è quella di sempre. E se si parla di lavoro, in Italia - invece che di disoccupazione - si parla di quello che fino
ad allora è stato il “Lavoro”: posto fisso a tempo indeterminato!
Tra i rivoli della stampa quotidiana trovo un ”utilissimo” decalogo per neoassunti del “Corriere Lavoro” che dà brevi con-
sigli a chi si prepara a un'assunzione.6 Mi fa sorridere questa guida nonno perché nessuno, oggi, a dieci anni di distan-
za, si sognerebbe di pubblicarla: questa guida elenca i diritti del lavoratore ai tempi del posto fisso. Questa guida non
avrebbe alcun senso per me giovane precario del terzo millennio. È qualcosa che non mi riguarda. Riguarda il '900, un
po' come l'aria fumosa di vecchi caffé viennesi, come la siderurgia tedesca lungo la Ruhr.
Se invece nonno a me chiedessero di scrivere oggi una guida per neoassunti, se qualcuno mi chiedesse di provare a but-
targli giù qualcosa (che poi se piace e lo pubblicano, mi pagano dopo sei mesi in ritenuta d'acconto 5 centesimi a bat-
tuta e poi “Grazie e arrivederci”), io nonno questo scriverei.
3
Furio Colombo, Emergenza Occupazione, La Repubblica, 21 Giugno 1997.
4
Istat, Rilevazione sulle Forze di Lavoro - Serie storiche ricostruite dei principali indicatori del mercato del lavoro IV trimestre 1992 - IV trimestre 2003.
5
Giuseppe Turani, La sfida europea sull'Occupazione, La Repubblica, 15 giugno 1997.
6
La carta dei Diritti del Neoassunto. Tutto ciò che bisogna sapere prima di cominciare, Corriere Lavoro, supplemento del 13 giugno 1997 al Corriere della Sera.
•13•
Regole a metà tra Fight Club7 e il caporalato per i neoassunti:
Mi vien la Tre(U)marella
2.4
Fu il Pacchetto Treu8 il primo passo sulla strada lastricata dalla precarietà. Le famose misure del “Pacchetto” furono in
fondo acqua fresca in confronto a tutto quello che sarebbe seguito. E però furono anche una cesura, una svolta, nell'in-
gessato mercato del lavoro italiano.
Il famoso “Pacchetto” venne approvato nel giugno del 1997. Non ci furono barricate in piazza contro quelle norme. Non
venne battuto dalle agenzie di stampa nessun ultimatum al primo governo Prodi, non rimbalzò in Transatlantico nessu-
no di quegli aut-aut che fanno tanto prima repubblica (tipo: “Se passa il pacchetto cade il governo!” guardando in came-
ra) A contrastare la proposta di legge rimase solo Mara Malavenda, senatrice dei Cobas di Pomigliano d'Arco che aveva
già lasciato Rifondazione perché troppo “asservita all'Ulivo”.9
Il pacchetto ottenne il via libera senza grossi problemi per una serie di ragioni. In primo luogo perché era il naturale risul-
tato di un accordo del settembre precedente tra governo e sindacati.10 Ma anche perché, almeno nelle intenzioni, le nuove
norme prevedevano ancora una certa tutela del lavoratore. Infine perché la flessibilità, nel 1997, voleva dire comunque
per tutti rassicurare, mostrare come contro la disoccupazione si mettevano in campo misure nuove, moderne, europee.
E flessibilità sia. allora. Anche se in sordina, solo nelle pagine economiche dei giornali. Al paese poi in quel momento inte-
ressa altro, su altro ragionano i soggetti sociali. La flessibilità è più che altro un rametto di ulivo da dare ai sindacati
nella difficile trattativa in corso sul “welfare” e in particolare sulle pensioni.11
Il ministro Treu non si fece scappare espressioni di contentezza per l'approvazione del Pacchetto che porta il suo nome.
Ministro Treu adesso ha una carta da giocare nella trattativa sul welfare. Ci contava?
Bhé, credo che i sindacati dovranno considerare che il governo ha tenuto fede agli impegni. Non che questo “pacchetto”
7
Fight Club è un film del 1999, diretto da David Fincher, con Brad Pitt e Edward Norton. Il Fight Club è un circolo segreto i cui membri lottano nel segno della correttezza
tra "fratelli". Le regole del Fight Club sono le seguenti: * Prima regola del Fight Club: non si parla del Fight Club. * Seconda regola del Fight Club: non dovete parlare mai del
Fight Club. * Terza regola del Fight Club: se qualcuno si accascia, è spompato, grida basta, fine del combattimento. * Quarta regola del Fight Club: si combatte solo due per
volta. * Quinta regola del Fight Club: un combattimento alla volta. * Sesta regola del Fight Club: niente camicia, niente scarpe. * Settima regola del Fight Club: i combattimen-
ti durano tutto il tempo necessario. * Ottava regola del Fight Club: se è la vostra prima sera al Fight Club, dovete combattere.
8
Con “pacchetto Treu” si intendono le misure sul mercato lavoro previste dalla legge 196/97, approvata nel giugno del 1997.
9
L'estremista Mara di Pomigliano, La Repubblica, 4 giugno 1997. Cito inoltre dall'articolo: “…dopo aver tentato inutilmente di esagerare presentando 1'500 emenda-
menti al Pacchetto Treu sull'occupazione e, vedendo che neppure sarebbero stati messi in votazione, è andata in escandescenza. Urli, interruzioni, improperi, finché
Violante non l'ha esplusa. ‹‹Che fa Bertinotti col suo cachemire…›› ha ghignato. E impugnato fischietto e tromba da stadio ha cominciato a rumoreggiare. Non l'hanno
•14•
basti da solo a creare lavoro. Certo è che con la flessibilizzazione del lavoro si agevola l'occupazione. Sono convinto che al
tavolo sul welfare nessuno potrà più dirci: sul lavoro siete inadempienti.
Insomma nonno. Alla fine, non so se fosse la nuova produzione flessibile che dalla Toyota arrivava in Italia. Non so se
fosse l'imminente arrivo dell'euro, la new-economy che eccitava i listini, o l'ottimismo pre-11settembre. Ma il lavoro
cambiò. E le nuove misure sulla flessibilità, punto di orgoglio del ministro Treu, sembravano aprire la strada al futuro
prossimo venturo. Sembrava quasi di cogliere da parte di politici e opinionisti una sorta d'invidia per il nuovo lavorato-
re flessibile. Sembrava che con fare sicuro, da chi sa che sta facendo la cosa giusta, di chi guarda avanti, tutti parlasse-
ro ai giovani dicendo:
“Ehi lavoratore”
“Parla con me signore?”
“No Cipputi non parlo con te, parlo con quel ragazzino là dietro”
“Dice a me signore?”
“Proprio a te!”
“Ma io ancora non lavoro signore”
“Appunto ragazzo. Penso che dovresti cominciare a festeggiare”
“Per cosa signore?”
“Tu non sei come questi sfigati che hanno fatto un solo lavoro tutta la vita. Tu imparerai tante cose durante la tua
carriera. Ti sposterai da un posto di lavoro a un altro. Tu sarai un lavoratore qualificato, che continuerà ad imparare
per tutta la vita”
“Ma signore non capisco nulla di quello che sta dicendo”
“Lo so piccolo. Lo so. Ma presto mi ringrazierai.”
“Grazie allora subito signore, grazie!”
“Prego figliolo, prego”.
calmata neppure quindici commessi. Ma Assunta, per un giorno, ha avuto la sua Tammuriata”.
10
Il cosiddetto “Patto per il lavoro” siglato tra Governo e Parti Sociali nel settembre 1996.
11
Di lì a breve partiranno dei tavoli governo/parti sociali per la cosiddetta “Riforma del Welfare”.
12
Le borse lavoro del “Pacchetto Treu” erano dei sussidi pubblici a sostegno di giovani (18-32 anni disoccupati senza esperienze lavorative e residenti in
regioni italiane svantaggiate) per periodi d'impiego presso aziende private..
13
Carlo Cambi, Ho cambiato il lavoro è più facile trovare posto. Intervista a Tiziano Treu. La Repubblica, 5 giugno 1997
•15•
aveva tenuto il mondo nel congelatore.
Non solo avevamo la fortuna di serbare nello scrigno dei ricordi le immagini di un'Europa finalmente libera, di popoli
contemporanei che abbattevano muri con picozze portate da casa:
Non solo nonno noi avevamo anche il gran culo di vivere da protagonisti la rivoluzione dell'informazione, il web che pro-
prio in quegli anni iniziava ad avvolgersi world wide. Avevamo anche la fortuna di avere davanti a noi una carriera di
opportunità e di scelte, avremmo potuto imparare, cambiare, vivere le possibilità che a bizzeffe ci si sarebbero schiuse
davanti.
Questo era il primaverile panorama che una calda mano paterna sembrava mostrare da lontano. La fallacità, nonno mio
bello, è però dell'uomo. Non tutte le previsioni poi si avverano. Non sempre le ciambelle escono col buco. In un buco,
alla fine, la mia generazione ci è cascata dentro.
Mi vien la Tre(U)marella 2
2.5
Cos'è dunque nonno che aveva tirato fuori dal cilindro il Ministro Treu?
Tutto sommato cose di poco conto, misure che adesso non scandalizzerebbero nemmeno delle suore orsoline.
La misura di maggiore flessibilità, consisteva nell'introduzione anche in Italia delle agenzie interinali. Da allora in poi un
terzo soggetto poteva inserirsi tra chi offriva un lavoro e chi lo cercava. Delle agenzie apposite avrebbero smistato
domanda e offerta. Guadagnando una percentuale.
L'ingenua convinzione di quegli anni prevedeva che le agenzie avrebbero assunto lavoratori a tempo indeterminato da
prestare poi ad aziende terze. Questo in realtà non avverrà mai15. Piuttosto il lavoro interinale funzionava che quando
c'era bisogno, l'agenzia chiamava coloro che avevano comunicato la loro disponibilità, li prestava all'azienda che ne
aveva fatto richiesta per il tempo in cui questa aveva necessità straordinarie e poi ringraziava i lavoratori e li rispediva a
casa fino a quando non arrivava una nuova richiesta.
All'inizio per questa tipologia di lavoro erano previsti anche dei vincoli. Addirittura non potevano essere impiegati lavo-
ratori a cui veniva richiesto di svolgere mansioni ad “esiguo contenuto professionale”. Troppo restrittivo apparve però
questo vincolo. Venne abolito poco dopo16.
Come ti sembra per ora questo, nonno?
Non senti già come inizia a costruirsi in terra d'Italia quel bel mondo del lavoro nuovo, quell'Arcadia dove ognuno avreb-
be potuto girare, imparare, provare?
Stai calmo allora, perché molto doveva ancora venire. Senza neanche perdere tanto tempo in inutili attese. Dalla porti-
cina aperta da Treu in poco tempo si infilarono una serie di norme che trasformeranno il mondo del lavoro nel Far-West
che conosciamo oggi.
14
“Il mondo sta diventando più piccolo Avevi mai pensato che un giorno saremmo potuti essere così vicini, come fratelli? Il futuro è nell'aria, posso sentirlo ovunque,
soffia con il vento del cambiamento. Ci sono anch'io nella magia di quest'attimo, in una notte gloriosa nella quale i figli del domani fanno sogni sul futuro”.
Wind of Change, degli Scorpions del 1990, divenne la canzone simbolo della caduta del Muro di Berlino e della liberazione dai regimi sovietici dei paesi dell'Europa
dell'Est.
15
Andrea Ichino, Fabrizia Mealli, Tommaso Nannicini, Il lavoro interinale in Italia, Trappola del precariato o trampolino verso un impiego stabile?, Rapporto finale per la
ricerca su “Il lavoro interinale in Italia”. Va inoltre sottolineato come, secondo il Rapporto Cnel sul Mercato del Lavoro in Italia 2006, nel 2005 solo l'1 % dei lavoratori
interinali sono stati assunti con un contratto di durata superiore ai dodici mesi.
16
Con la successiva legge 488 del 1999.
•16•
Tempo determinato nell'oblio
2.6
Il passaggio successivo sarà quello del tempo determinato. Ovvero dei contratti che sono in tutto e per tutto simili a
quelli standard, quelli che ricordi anche tu, nonno. Ma con la leggerissima differenza che sono contratti a tempo. Quanto
tempo, chiedi? Quanto si vuole, quanto c'è bisogno. Sì lo so perché mi guardi così, so a cosa stai pensando. Ti chiedi quale
possibilità di impegnarsi per avere diritti e garanzie può avere un lavoratore che quando un contratto finisce, lo saluta-
no, “Grazie e arrivederci”. Me lo chiedo anch'io nonno. Ma quando vennero introdotti questi contratti nessuno sembrò
accorgersi delle loro conseguenze.
Nel nostro ordinamento il tempo determinato era previsto solo in casi molto limitati, si poteva reiterare una sola volta
e comunque la legge stessa ricordava e ribadiva che “il contratto di lavoro si reputa a tempo indeterminato” 17. In segui-
to i casi in cui era permesso assumere con contratti a tempo, erano andati via via allargandosi permettendo (nel 1987)
ai sindacati di concordare con le aziende delle quote di lavoratori da assumere a tempo18. Negli anni '90 vennero imple-
mentate alcune forme di lavoro temporaneo (formazione lavoro e apprendistato)19 che garantivano formazione profes-
sionale a giovani senza esperienza. Anche il nostro pacchetto Treu diede una spintarella al tempo determinato20.
Infine, nel 2001, ogni vincolo venne rimosso. Con una nuova legge veniva “consentita l'apposizione di un termine alla
durata del contratto di lavoro subordinato a fronte di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostituti-
vo” ma anche “per l'intensificazione dell'attività lavorativa in determinati periodi dell'anno”21. Una sorta di “Liberi Tutti”.
Questa nonno una misura che più di altre ha spalancato le porte alla flessibilità. Da quella data in avanti ogni azienda
potrà decidere per quanto tempo potrà assumere i propri dipendenti, quali lavoratori gradisce, quali gli stanno sui coglio-
ni, quali pensano di organizzarsi per ottenere un contratto stabile e meritano perciò di tornare a casa.
Ma ormai si andava spediti, i cambiamenti non facevano più notizia. Vuoi che si adempiva ad una direttiva europea, vuoi
che questo decreto sul tempo determinato venne approvato qualche giorno prima dell'11 settembre 2001, nessuno dei
grandi giornali italiani darà notizia del nuovo sconto sul costo del lavoro sacrificato al Totem della flessibilità. Aspettarsi
che qualcuno poi si chiedesse se fosse il caso di ripensare lo stato sociale alla luce dei cambiamenti che avanzavano velo-
ci, beh, qua davvero sarebbe chiedere troppo. È chiedere visione strategica, una robetta inutile se c'è un sacco di gente
che accetta tutto senza fiatare pur di lavorare.
Sono un lavoratore
Lo sono mio malgrado
Ma almeno dei diritti
Io gradirei di aver (ripete)
Io lavoravo in nero
Ma nero nero nero
Fin quando il mio padrone
Mi ha fatto [Link]. (ripete)
17
Articolo 1, L. 239/1962.
18
Legge 56 del 1987.
19
Legge 451 del 1994 e Legge 608 del 1996
20
Per casi in cui il rapporto di lavoro continuava dopo la scadenza del termine inizialmente fissato (o successivamente prorogato), l'articolo 2 della Legge
Treu prevedeva, per i primi venti giorni, un rimborso al lavoratore invece dell'assunzione a tempo indeterminato prevista dalla normativa precedente.
21
Decreto Legislativo 6 settembre 2001, n. 368: "Attuazione della direttiva 1999/70/CE relativa all'accordo quadro sul lavoro a tempo determinato concluso
dall'Unice, dal Ceep e dal Ces".
•17•
Ma un progettino in testa
ora ce l'ho davvero
e solo a San Precario22
io lo confesserò (ripete)
Questa simpatica canzone23, recuperando la tradizione dei canti popolari ed operai, parla di un contratto spettrale che si
aggira per il mondo del lavoro italiano. La collaborazione coordinata e continuativa.
Questi contratti non nacquero dal nulla, non sono stati un regalo degli ultimi anni. In Italia, infatti, fin dagli quaranta
era prevista la possibilità di stipulare un contratto che permettesse di organizzare il proprio lavoro in maniera autono-
ma coordinandosi con il datore di lavoro. Il classico esempio era quello di amministratori, sindaci o consulenti di società.
È successo, però, che il clima di far west che ha caratterizzato il mondo del lavoro negli ultimi anni, ha scatenato i più
bassi istinti. E quindi contratti che fino a poco prima interessavano solo professionisti con elevata spendibilità sul mer-
cato divennero la comoda scorciatoia con la quale assumere regolarmente a bassissimo costo lavoratori con zero dirit-
ti. Negli anni '90 venne aperto presso l'INPS un fondo speciale per questi lavoratori. Potrebbe apparire una misura inno-
cua, da rivista giuridica specializzata. E invece, tutti i datori di lavoro che cominciavano a farsi la bocca con la flessibilità
più spinta, lessero questo cavillo come un invito a lasciarsi andare completamente. Quello che era un contratto per
superconsulenti, iniziò ad essere utilizzato per ogni tipo di mansione. Nel 2000, poi, il colpo finale. Un altro cavillo, una
circolare del Ministero delle Finanze24 sancì una nuova interpretazione della norma che circoscriveva le assunzioni
[Link]. ad alcuni casi particolari. Le collaborazioni, infatti, fino ad allora erano permesse solo per prestazioni “di natu-
ra intrinsecamente artistica o professionale”. Con la circolare la musica cambia, e i [Link]. vennero autorizzati anche
per “attività manuali ed operative”.
E cosa ha di strano questo [Link]. mi chiedi, nonno? Semplice. È un contratto concordato punto per punto con il pro-
prio di lavoro. Quanto lavorare, in che orario, quanti soldi prendere, in che modo lo stipendio verrà pagato. Essendo di
fatto considerato “lavoro autonomo” non ci sono diritti e garanzie riconosciute. Non c'è malattia, ferie, infortuni, diritto
di sciopero, rimborsi per i pasti. C'è invece una bella scure sulla testa, ovvero licenziamento possibile in qualsiasi momen-
to e per quel qualunque ragione (il periodo di preavviso è deciso quando si stipula il contratto e per il licenziamento non
è necessaria “giusta causa” o “giustificato motivo”). Capisci, nonno, che se un contratto del genere riguardasse soltanto
un lavoratore con un'alta professionalità, questo avrebbe buon gioco a far accettare le proprie condizioni. Ma se ti fanno
un [Link] al posto di un normale contratto, per mansioni di qualsiasi livello, capisci come i rapporti di forza tra le parti
sono del tutto squilibrati. Si ritorna ad una contrattazione singola, tra il datore di lavoro e il lavoratore.
Dimmi tu cosa ci sia di sostanzialmente diverso, se non la regolarità assicurata per legge e le tasse che comunque ti tocca
pagare, rispetto al lavoro nero, al caporalato, a tutta quella tradizione che sembrava sconfitta dalle conquiste sociali del
'900. Inoltre nonno, scusa se continuo a ripeterlo, tutto ciò è stato possibile in quanto chi ha attuato questa totale dere-
golamentazione, si è guardato bene da garantire delle tutele pubbliche che potessero rafforzare il lavoratore nella con-
trattazione individuale.
Cioè, dico, se esistesse un sussidio di disoccupazione in grado di coprire periodi di non lavoro anche a chi è scaduto il
contratto, un sussidio che garantisca (seppur temporaneamente) un minimo di esistenza dignitosa, è chiaro che il sin-
golo lavoratore risulterebbe più forte in qualsiasi contrattazione. Invece qua, con la scusa che assunzioni flessibili erano
necessarie per rispondere prontamente ai picchi di produzione del mercato globale, si è permesso che una schiera di sot-
22
L'icona di San Precario, ideata dal collettivo milanese ChainWorkers ([Link]), è stata utilizzata in varie occasioni per iniziative pubbliche di denuncia
contro la precarietà.
23
Addio [Link]. di Arteistanea. Il brano è liberamente scaricabile dal web.
24
Ministero delle Finanze, Circolare applicativa n. 207/E/2000.
•18•
toccupati, inoccupati, precari, per lo più giovani, in mancanza di un aiuto pubblico, si trovino perennemente a dover
competere tra loro per avere un qualsiasi lavoro, e ad accettarlo a qualsiasi condizione.
Troppa la concorrenza, del tutto insopportabile la condizione di inoccupati. Questo il livellamento verso il basso che ci
investe. Questa la flessibilità precaria e senza tutele di chi ha avuto la fortuna di nascere dagli anni settanta. Questo il
prezzo pagato dalla parte più dinamica nel paese per tamponare i problemi accumulati in altri tempi, da altre genera-
zioni, nell'Italietta prossima al declino.
Pensa nonno che il [Link]. era un contratto tanto ai limiti delle decenza che nel 2003 il legislatore decise di modificar-
lo. La Legge Biagi a riguardo riconosceva delle gravi irregolarità:
“Dal 24 ottobre 2004 i contratti di collaborazione coordinata e continuativa sono usciti di scena. A sostituirli è stato
il contratto a progetto, un istituto inserito ex novo dalla legge Biagi, che offre maggiori garanzie contro il fenomeno
dei lavori subordinati camuffati da [Link].”25
Hai capito nonno? La situazione era macroscopica per non fare nulla. Finalmente qualcuno faceva qualcosa. E quanta
determinazione! Basta con il lavoro dipendente classico “camuffato da [Link].”, i ”loschi approfittatori da ora in poi non
avranno vita facile”. “La musica è cambiata”. Sembrerebbe dire il governo.
Purtroppo spesso, i proclami tendono poi a cozzare con la realtà. E sai questo nuovo “lavoro a progetto” che garanzie
offre?
Di fatto il [Link]. rimane sostanzialmente invariato solo che ora va inquadrato in un progetto scritto. Quindi non si
potrà più assumere un lavoratore con una motivazione del genere: “Mario Rossi collabora in maniera continuata e coor-
dinata per la ditta X occupandosi dell'inserimento di barattoli sugli scaffali”. Ma ora si scrive che “Mario Rossi collabora
con la ditta X per portare al termine un progetto di allestimento scaffali relativo al periodo natalizio”.
Inoltre, a scanso di equivoci che potrebbero tradursi in qualche miglioramento oggettivo, una circolare del Ministero del
Lavoro informa che un analogo progetto ”può essere oggetto di più contratti col lo stesso lavoratore” (a Mario Rossi gli
rinnovano un contratto ogni mese per adempiere sempre lo stesso progetto di ottimizzare il nuovo sistema di approv-
vigionamento di barattoli sugli scaffali) e che il lavoratore a progetto può essere impiegato successivamente per diver-
si progetti”26 (quindi Mario Rossi è assunto prima per “il periodo natalizio”, poi per “il periodo di Carnevale”, poi per
Pasqua, ecc.).
Queste le tutele e le “maggiori garanzie”. Questa la parola “Fine!” posta a vecchia ingiustizie. Inoltre va detto che in caso
di malattia o infortunio ”il contratto viene sospeso” e per il periodo di sospensione non si viene pagati. In caso di mater-
nità, invece, si può sospendere il contratto avendo una proroga di 180 giorni e per cinque mesi si riceve un'indennità
pagata dall'INPS dopo la nascita del figlio. Purtroppo, però, non è previsto “l'obbligo di astensione dal lavoro” e come al
solito la lavoratrice si trova a dover confidare nel buon cuore del committente. Quest'ultimo, tranne nel caso fortuito che
non sia un benefattore, ha pieno diritto di organizzarsi per tempo e licenziare la “collaboratrice” qualche mese prima del
parto per ri-assumerla un paio di mesi dopo. Questo è tutto. Grazie e arrivederci.
Inoltre, nonno, se vuoi sapere la mia, è anche un po' ridicolo parlare di tutele dal momento che si può essere licenziati
secondo ogni capriccio e convenienza del datore di lavoro. Ma questo è il prezzo da pagare. Questo il dipendente moder-
no, piccolo e spaurito cittadino di serie B alle prese con la contrattazione individuale.
E comunque, nonno, rilassati un po' che tra poco abbiamo finito. Poi andremo a vedere chi sono i protagonisti di que-
sto mondo nuovo. E poi le pensioni, il welfare (che non c'è) e la gerontocratica Italia. Prima però l'ultimo tassello va
aggiunto a questo puzzle d'ingiustizie.
25
Da Guida alla Riforma Biagi del portale “Welfare” del Governo Italiano.
26
Emilio Reyneri, Sociologia del Mercato del Lavoro, Volume II, Le forme dell'occupazione. Il Mulino 2005.
•19•
Legge Biagi o del lavoro in frantumi
2.8
La legge Biagi di fatto scrive la parola fine sul lavoro come l'avevate conosciuto fin ad allora. Si ribalta il discorso. È la
precarietà che diventa norma.
Bisogna dire che i dibattiti sulla legge avvennero in un contesto del tutto eccezionale. Marco Biagi uno degli ideatori
della serie di proposte che aveva portato alla legge (il cosiddetto “Libro Bianco”) venne barbaramente ucciso da un grup-
po di terroristi nel marzo 2002. Una morte assurda, che sconvolse il paese. Al momento dell'approvazione, il governo
Berlusconi si trincerò in una difesa strenua della proposta di legge, che venne invece aspramente criticata da molti set-
tori della politica, del giornalismo e del lavoro. Chi come noi, nonno, conosceva già la precarietà, rimase basito davanti
a misure che, in un mercato del lavoro già piuttosto flessibile, iniettavano dosi di precarietà tanto eccessive da appari-
re davvero ideologiche. Un dibattito che nacque subito avvelenato, non permise un confronto reale sul tema, anzi. Il
governo si mise in testa di estendere la flessibilità a tutto il mondo del lavoro, eliminando il famoso articolo18 (la norma
che in alcuni contratti garantisce protezione da licenziamenti senza “giusta causa” o “giustificato motivo”). Per giunta, il
governo Berlusconi, contraddicendo per certi versi lo stesso libro Bianco di Biagi, avanzò una proposta di riforma dello
stato sociale che a parole prometteva di adattare le tutele ai nuovi lavoratori flessibili, ma che nei fatti non stanziava
neanche un nichelino per questo rivoluzionario nuovo welfare27.
Come noto, alla fine la battaglia sull'articolo 18 verrà vinta da un'imponente mobilitazione guidata dalla CGIL. Uguale
fortuna non ebbe una più modesta mobilitazione contro la legge Biagi. Anzi, alcune voci autorevoli del mondo sindaca-
le che si erano battute duramente in difesa dell'articolo 18, diedero il loro sostanziale appoggio alla Biagi. D'altronde, la
legge, che verrà approvata nel febbraio del 2003, andava a colpire soprattutto gli outsider del mercato del lavoro, quel-
li che non erano già in possesso di un contratto stabile.
Con la Biagi, nonno, la precarietà senza tutele si impone come regola dei contratti di lavoro. È il contratto a tempo inde-
terminato a diventare eccezione.
La nuove norme sono numerose. Le tipologie di contratto previste, in gran parte di carattere temporaneo, sono nume-
rosissime:
“Ci saranno operai in affitto per sempre dall'agenzia interinale, che non avranno mai un rapporto di lavoro con l'a-
zienda dove si recano tutte le mattine (lo staff leasing). Oppure operai-squillo che avranno la possibilità di lavorare
(e infatti daranno la loro disponibilità all'azienda per un determinato periodo), ma solo quando il datore di lavoro
avrà bisogno di loro, avvertendoli 48 ore prima. Dovranno essere pronti, magari anche solo per un paio di giorni, per
poi tornare in attesa, godendo di una semplice indennità. È questo il lavoro a intermittenza.
Aumenterà anche il numero dei lavoratori part time: soprattutto quelli che lavorano solo alcuni giorni della settima-
na (più rari, oggi, di quelli che lavorano tutti i giorni ma solo per alcune ore della giornata). Un unico posto di lavoro
(con relativo salario) potrà facilmente essere suddiviso tra due persone. I parasubordinati, anche detti [sic!, NDR]
[Link]. (collaboratori coordinati e continuativi), verranno ricondotti in una nuova tipologia contrattuale, il contrat-
to di progetto o di programma: ci vuole un contratto scritto, che definisca durata e retribuzione di questo tipo di lavo-
ratore, il quale - per la prima volta - sarà tutelato nei casi di malattia, infortunio, maternità. Morto l'operaio massa,
nella stessa fabbrica i lavoratori avranno tute dai colore differenti, più o meno diritti a seconda del contratto, paghe
diversificate.” 28
Approvata la legge, Confindustria fa le ole da stadio. Secondo il presidente Amato la nuova legge ”darà un contributo
per rendere il nostro mercato del lavoro più flessibile e europeo, capace di creare occupazione e di dare soprattutto più
opportunità ai giovani disoccupati del mezzogiorno. […]. Più flessibilità esiste nel mercato del lavoro, con regole chiare
27
CNEL, La riforma degli ammortizzatori sociali nel disegno di legge del Governo n.848-bis/2003, Atti dell'Assemblea del 25 Marzo 2004.
28
Riccardo De Gennaro, Operai in leasing e colf occasional:, ecco l'Italia dei “superflessibili”, La Repubblica, 8 febbraio 2003.
•20•
e trasparenti, tanta più capacità c'è di creare vera occupazione”29. E anche il segretario del sindacato Cisl, Savino Pezzotta,
dichiara che la riforma rappresenta “il punto di equilibrio della flessibilità, il massimo che si può avere”30.
Io non so se quello fu davvero il punto di equilibrio, so che il mercato del lavoro sul quale noi ci stavamo affacciando
venne stravolto, ribaltato come un calzino.
“Nel 2003, dopo la riforma Biagi, l'Istat ha contato ben 21 rapporti atipici, che salgono a 48 se si considera la dura-
ta del lavoro. Fra loro, 34 sono atipici in senso stretto, come il lavoro intermittente, il lavoro a progetto e la “sommi-
nistrazione” a tempo indeterminato, e 14 parzialmente atipici come il tele-lavoro. Considerando la durata del rap-
porto se ne contano 12 permanenti e 36 temporanei […] considerando infine le garanzie previdenziali, 28 assicura-
no pieni diritti e 20 diritti ridotti.” 31
L'approvazione delle Legge Biagi, a differenza dei provvedimenti precedenti che erano passati sostanzialmente nel silen-
zio e nel disinteresse generale, fa suonare invece campanelli di allarme.
Luciano Gallino parla di lavoro in frantumi:
“per ora le caratteristiche più evidenti della legge sono la spinta che essa esercita in direzione di una marcata indivi-
dualizzazione dei rapporti di lavoro, e di un ulteriore ampliamento della già vastissima tipologia dei lavoratori atipici:
quelli che propongono al lavoratore una trentina di tipi di contratto tranne quello a tempo indeterminato e ad orario
pieno. […]. Da questa legge, ovvero dai suoi provvedimenti attuativi, i lavoratori hanno parecchio da temere. Forse
anche gli imprenditori, prima di rallegrarsi, dovrebbero riflettere su quello che potrebbe succedere nella struttura orga-
nizzativa delle loro aziende quando si utilizzano quote sempre più ampie di lavoro in frantumi” 32
Con le sue parole allarmate, Gallino fa notare come una precarietà eccessiva anche per gli imprenditori diventa un limi-
te quando il risparmio in termini di denaro si trasforma in un costo per la perdita del lavoratore.
Ma oltre le analisi il dato di fatto è che, da questo punto in avanti la parola precario inizia finalmente ad avere un senso,
una riconoscibilità pubblica ben precisa. In realtà è da tempo che questa sta condizionando completamente la vita di
tanti lavoratori. Non importa poi quanto successo avranno i vari e fantasiosi contratti della legge Biagi. È la flessibilità il
nuovo paradigma.
Tempi duri, nonno, per tutti i precari.
29
Nicoletta Picchio, Una svolta per dare lavoro ai giovani, Il sole 24 ore, 7 Febbraio 2003.
30
Ibidem
31
Aris Accornero, San Precario lavora per noi, Rizzoli, 2006 .
32
Luciano Gallino, Sistema in Frantumi. Conflitti in aumento. La Repubblica, 8 Febbraio 2003.
•21•
And the loser is…
3
Prima di tutto la disoccupazione, la mancanza di lavoro che - insieme ai cambiamenti in corso nell'economia mondiale
e agli accordi a livello europeo - rendeva necessario il ricorso al lavoro flessibile.
Nel 1997 abbiamo detto che il dato della disoccupazione nazionale era dell' 11% che saliva al 30% nella fascia di età più
giovane . Ora le cose sono migliorate, perché, nel 2003 il dato nazionale sulla disoccupazione era sceso all' 8,4% con una
disoccupazione nella fascia 15-24 anni pari al 23,7%.33
Ma nonnetto mio caro, seppur una quota di disoccupazione è stata assorbita dal lavoro precario, va detto come il pro-
blema della disoccupazione risulti ancora urgente e scottante. Inoltre, guardano gli ultimi dati, è evidente una caratte-
ristica del mercato del lavoro italiano che appare ormai strutturale. Da noi la disoccupazione ancora è soprattutto gio-
33
Istat, Rilevazione sulle Forze di Lavoro, cit.
•22•
vanile. Nonostante la classica idea che tutti abbiamo in mente, il disoccupato italiano è in realtà quanto di più lontano
si possa immaginare dallo stereotipo classico del maschio adulto e capofamiglia, che ha perso un lavoro manuale per lo
più nell'industria34. Nel 2003, sia nel Mezzogiorno, sia nel Centro-Nord soltanto una persona in cerca di lavoro su cinque
rientra nella figura tradizionale del disoccupato. Tutti gli altri sono giovani e donne, per lo più giovani donne35. Andando
a vedere una fascia di età leggermente più alta di quella appena vista, scopriamo che nel 2005, le persone tra i 20 e 29
anni hanno un tasso di attività quasi venti punti inferiore ai lavoratori di 30-54 anni (a fronte di una media europea del
10,7%). E nella stessa fascia di età, (20-29) la disoccupazione tocca tassi del 10 per cento36.
E se nonno a questi dati sulla disoccupazione aggiungiamo quelli sulla precarietà le cose si complicano ancora. A prima
vista il dato sul lavoro precario, infatti, non sembrerebbe poi così preoccupante. In Italia solo il 12% dei contratti risulta
a termine .
Partendo da questo dato piuttosto tranquillizzante, si potrebbe affermare, come ha fatto a lungo il governo Berlusconi,
la non sussistenza di un “problema precarietà” in Italia.
Ma a me nonno interessa vedere il dato per fasce di età. Che i giovani, diciamolo, non sono rappresentati dalla politica,
non hanno voce nei giornali e nei media, non prendono in nessun modo parte alle discussioni che riguardano il loro pre-
sente (il lavoro e lo stato sociale) e il loro futuro (le pensioni), ma questo non può significare che ogni problema possa
essere scaricato sulle loro spalle. Che se un problema riguarda i giovani allora non preoccupa, non crea allarme sociale.
Come se fosse solo un problema dei giovani e non un problema del Paese.
Continuiamo con i dati allora.
Per quanto riguarda il lavoro dipendente, scopriamo che il 48% di tutti i contratti a tempo determinato, è concentrato
nella fascia di età 15-34 anni37. Molto diversa, non a caso, la situazione nelle altre fasce di età: in quella 35-54 anni (che
è anche la più numerosa) si concentrano solo il 15% di tutti i contratti a tempo determinato.
Mentre il restante 36,3% dei contratti a tempo determinato in Italia riguarda lavoratori oltre i 55 anni quindi prossimi
alla pensione o “non intenzionati ad accettare un lavoro a tempo indeterminato” 38.
Forse con un grafico la sproporzione appare più chiara39.
34
Emilio Reyneri, Sociologia del mercato del lavoro, Volume I, il Mercato del lavoro tra famiglia e welfare, Il mulino 2005.
35
Ibidem.
36
Istat, Tempi di lavoro e valorizzazione delle competenze, in Rapporto Annuale 2005.
37
CNEL, Rapporto sul mercato del lavoro 2005, Luglio 2006. Inoltre a questi dati vanno aggiunti quelli sullo collaborazioni, ovvero sui “lavoratori a progetto” (ex.
[Link].) stimati in almeno 2 milioni di cui più della metà sotto i 35 anni (si veda: Istat, Collaborazioni coordinate e continuative nella rilevazione sulle forze di lavoro
I, II, III e IV trimestre 2004, 2005; e NIdiL-Cgil, I Collaboratori in Italia: quanti sono, chi sono, cosa fanno, Novembre 2005).
38
Ibidem.
39
Il grafico è tratto dal Rapporto CNEL del 2005, cit.
•23•
Questo, ripeto, il dato del lavoro dipendente.
Ma rimaniamo sui giovani e concentriamoci sulla fascia di età 20-29 anni.
La promessa di una “occupazione flessibile come periodo transitorio per l'inserimento nel posto di lavoro” non sembra
in nulla confermata dalla situazione reale. Piuttosto si rivela trappola. Gioventù bruciata. Da combustione indotta, però.
I dati, ancora. Prima di tutto va detto che dei lavoratori tra i 20 e i 29 anni ben il 25% ha un contratto a termine40. E
siamo già al doppio del dato nazionale. Ma è preoccupante vedere quanto risulti in ascesa la precarietà. Quando si parla
di dati, analisti e politici invitano sempre a guardare il “trend”. E guardiamolo il “trend”, nonno.
Guardando le assunzioni del 2005, è lampante l'impennata della precarietà dopo l'approvazione della legge Biagi. Nel
2005, di tutti i nuovi contratti stipulati a lavoratori tra i 20 e i 29 anni, la metà (il 50,7%) erano contratti a termine41.
Inoltre, andando a vedere un ulteriore dato che dovrebbe davvero suonare forte come un allarme antincendio, capiamo
come i contratti a termine trasformati in contratti permanenti (su tutti i nuovi contratti e per tutte le fasce di età) pas-
sano, dal 31,9% del 2002-2003 al 25,4 del 2004-200542. Quindi si riduce di molto la già bassa possibilità che la preca-
rietà possa essere trasformata in occupazione stabile. Anzi. Aumenta del 9,5% la possibilità di passare da un lavoro a ter-
mine alla condizione di disoccupazione. Si va dall'11,2% del 2002-2004 al 20,7% del 2004-200543.
Quindi, semplificando, dei contratti nuovi stipulati nel 2005 ai giovani tra i 20 e i 29 anni, la metà sono precari. Di tutti
i lavoratori che avevano un lavoro precario nel 2004 (che come abbiamo detto uno su due è sotto i 35 anni), invece, la
metà sono rimasti precari, un quarto sono diventati stabili, e uno su cinque è passato alla condizione di disoccupato
Ora nonno, scusami, e poi per un po' ho finito con le cifre. Due ultimi dati.
Primo la questione dei guadagni. Perché uno buono di cuore potrebbe pensare che almeno, quando lavorano, i giovani
possano guadagnare quanto gli spetta, la cifra giusta per vivere.
Invece, per i giovani, in una strana riedizione de “lo schiaffo del soldato”, le retribuzioni peggiorano col diminuire del-
l'età. Cito un rapporto Istat:
“La retribuzione dei giovani è pari, in media, al 72,9 per cento di quella degli adulti (18'564 euro rispetto a 25,469). Lo svantag-
gio salariale dei giovani, peraltro, si riduce nei segmenti occupazionali in cui il lavoro è meno remunerato: tra le donne, tra i
dipendenti a tempo parziale, tra quelli che non hanno un contratto a tempo indeterminato, tra quelli con titoli di studio più bassi
e che svolgono professioni poco qualificate. All'opposto, un giovane dirigente e un giovane laureato percepiscono in media una
retribuzione pari a poco più della metà di quella di un adulto con le stesse caratteristiche.“44
A chi, secondo un imbolsito discorso sulla scarsa produttività apparirebbe normale che chi è più giovane guadagni meno
(e ancora meno per lavori più qualificati), basta, come al solito, andare a vedere che succede in Europa. Che dici nonno,
dobbiamo ancora stupirci se scopriamo che rispetto ad altri paesi europei, il reddito medio dei giovani italiani occupati
di 25-30 anni risulta quasi la metà rispetto ai coetanei inglesi, e del 50 per cento più basso rispetto ai pari età francesi
e tedeschi?45
Ma se gli esami non finiscono mai, nonno, anche le sfighe, per chi ha avuto la ventura di nascere dagli anni settanta in
poi, sembrano accanirsi. Infatti, ai tempi della società dell'informazione, del post fordismo, del long-life learning (una
strana definizione che ci comunica come ormai il lavoro debba basarsi su qualifiche, professionalità, capacità di aggior-
nare continuamente le proprie competenze), in questi tempi insomma, l'Italia che stringe la cinghia e coccola i suoi figli
per farli studiare, poi, ai più istruiti garantisce meno occupazione (più precaria), più disoccupazione oltre che, come appe-
na visto, retribuzioni più basse.
Infatti, se per i 20-29enni i dati su disoccupazione e occupazione sono quelli che ti ho detto poco fa, quegli stessi dati
seguono una singolare dinamica se li andiamo a scomporre per titolo di studio.
40
Istat, Tempi di lavoro e valorizzazione delle competenze, cit..
41
Ibidem
42
CNEL, Rapporto sul mercato del lavoro, cit.
43
Ibidem
44
Istat, Il differenziale retributivo tra giovani e adulti. In Rapporto Annuale, cit.
45
Alessandro Rosina, Com'è duro essere giovani in Italia, [Link], 17 luglio 2006
•24•
Dal grafico46 vediamo come l'Italia fa lavorare di più chi studia meno ed è meno istruito, in maniera perfettamente spe-
culare rispetto al resto d'Europa.
TASSI DI OCCUPAZIONE E DI DISOCCUPAZIONE 20-29 ANNI IN ITALIA E NELL’U.E. PER LIVELLO DI ISTRUZIONE
ANNO 2005
Infine prendiamo in esame la correlazione tra titolo di studio e lavoro precario. Se, come visto, il dato sui contratti pre-
cari stipulati nel 2005 è alto per tutti i 20-29enni, per i lavoratori con diploma di scuola dell'obbligo, le cose migliorano:
solo il 38,8% ha un contratto a termine (contro un 46,8% che ha un contratto a tempo indeterminato). Scende la sta-
bilità con l'aumentare della formazione: sale al 51,4% la percentuale di contratti a termine per i diplomati (contro il
36,6% a tempo indeterminato). Per i laureati, nell'Itala che con l'Europa si è data l'obiettivo di diventare entro il 2010 “l'e-
conomia basata sulla conoscenza più dinamica al mondo” i dati precipitano: si arriva ad un 64,4% di lavoro precario per
i neoassunti in possesso di una laurea (a fronte di un 23,6% a tempo indeterminato)47.
Se i miei amici e cugini, se la mia vicina di casa diciottenne mi dicessero che non hanno voglia di studiare perché tanto
“non serve a niente” io non saprei davvero cosa rispondere loro nonno, nell'Italietta del terzo millennio.
46
Grafico tratto da: Istat, Tempi di lavoro e valorizzazione delle competenze, cit
47
Istat, Tempi di lavoro e valorizzazione delle competenze, cit.
•25•
La scadenza ti butta giù, schiaccia!
4
Allora nonno, come vedi la precarietà è norma. Ma è importante dire che il vero problema per noi generazione di
precari, è quello di essere a tempo, di avere sempre, al di là della singola storia di ognuno, una scadenza. È questo
il vulnus nonno, è questo il core della precarietà.
Che io sia [Link]., interinale, a tempo determinato, è il carattere temporaneo del lavoro che mi condiziona. E il
nostro disagio, nonno, non nasce da un'opposizione a priori. Perché, come già detto, a me la flessibilità potrebbe
anche andare bene. Ma non nel Far West. Non è possibile avere una schiera di lavoratori a tempo e non prevedere
per questi nessuna tutela, nessun sussidio in caso di non lavoro, nessuna agevolazione per periodi di formazione tra
un impiego e l'altro. Non è possibile avere buchi nella contribuzione pensionistica quando per giunta le nostre pen-
sioni già saranno da fame.
Non è possibile tutto ciò.
Non c'entra nulla la necessità di adeguare l'economia e il lavoro alle nuove esigenze della produzione, ai nuovi mer-
cati veloci e in continuo aggiornamento. È piuttosto un banale taglio del costo del lavoro che va a colpire la fascia
di popolazione più svantaggiata.
E c'è anche una questione di dignità, o meglio di mancanza di dignità.
Che se io, nonno, vado ogni giorno sul posto di lavoro, faccio le mie cose, sono puntuale, preciso, ma ho un con-
tratto che mi scade tra uno o sei mesi, io comunque rimango un lavoratore diverso dai miei colleghi con contratto
stabile. Sono uno che è tenuto per la gola. Perché non c'è bisogno di giusta causa per mandarmi via alla scadenza
del contratto. Non c'è nessuno che si deve giustificare se il contratto della mia compagna non viene rinnovato a
causa della maternità tenuta nascosta fino a quando possibile.
Siamo lavoratori nudi in mezzo alla tempesta, nonno. Perché rimanere senza lavoro vorrebbe dire rimanere disoc-
cupati senza nessun sussidio, zero di zero.
•26•
Questa mancanza di paracadute che non sia il welfare familiare ci porta ad accettare tutto. È questa la debolezza di
una generazione che non ha alternative, né organizzazioni a sua difesa.
È anche questo che porta a forti storture nel mondo del lavoro, che porta asfissia, mancanza di innovazione.
Infatti, nonno, un'economia che si può permettere di trattare in questo modo le nuove leve del lavoro, è un'econo-
mia con bassi livelli di innovazione e quindi di produttività e crescita. Confutando la tesi secondo cui i lavoratori più
giovani scontano una presunta minore produttività rispetto ai lavoratori più anziani, i sociologi ci invitano a guar-
dare a questo fenomeno a tutto tondo:
“Se prevale il requisito dell'esperienza, i giovani, che non ne hanno ancora, sono svantaggiati. Tale requisito è importante
nei sistemi produttivi con scarsa innovazione tecnologica, ma anche organizzativa, nei quali cioè conta di più la memoria
del passato e non le conoscenze teoriche che consentono di affrontare il continuo cambiamento. Sarà quindi un'economia
poco dinamica quella che preferirà i lavoratori in età matura o persino avanzata ai giovani.” 48
Questa affermazione non ci stupisce nonno. E fa il paio con i dati visti prima che dimostrano come per i giovani,
dato unico in Europa, nel nostro paese risulta più difficile lavorare.
Questa quindi una veloce cavalcata nel nostro mondo del lavoro, nonno. Ecco quanto ci riserva l'Italia che per noi
non s'è desta. Ed uno potrebbe anche pensare che i sacrifici si possono fare, che alla fine con la realtà bisogna con-
vivere, che prima o poi arriverà un po' di pace e stabilità.
E questo è vero prima o poi la stabilità arriva. Secondo gli ultimi dati ormai la “stabilità” arriva a 38 anni49.
E quando uno avrà forse un lavoro più stabile e sicuro, allora sì che avrà finalmente tutto il tempo per preoccupar-
si davvero per il suo grigio futuro di pensionato.
48
Reyneri, Volume I, cit.
49
Dati Isfol-Cnel come riportati in Atipici, la stabilità professionale arriva a 38 anni, nel portale [Link]
•27•
Le tristi pensioni de 'noantri
5
Quindi nonno abbiamo parlato del lavoro. Abbiamo visto come questo è cambiato, come si è imboccata a cuor leggero la
strada della flessibilità, e quanta precarietà questa abbia portato. Però per andare a quadrare il cerchio, per capire davvero
qual è la situazione in Italia delle nuove generazioni, un altro mattone dobbiamo mettere sul muro, un altro brick in the wall
ci serve per finire il puzzle.
Pensioni.
Basta la parola.
Quante aspettative, battaglie, sacrifici, dietro un semplice sostantivo.
Di pensioni, però, nonno, ancora una volta dobbiamo sforzarci di parlare guardando il tutto secondo la prospettiva delle
nuove generazioni. Che quando in Italia si parla di pensioni si pensa subito ai pensionati. Ai loro mille problemi. Alla man-
canza di assistenza e servizi. Alle pensioni da fame che prendono. Lo sai bene tu. Che quando c'era la lira per noi nipoti erano
cinquantamila lire al compleanno, per te un sacrificio non da poco. Che in Italia su 16 milioni di pensionati, la metà pren-
dono una pensione di meno di 1000 euro50. Un'esistenza non facile, dopo una vita passata a lavorare.
Ma la “pensione” nonno, lo sai, è anche altro, è quanto prenderò io, quanto prenderemo noi. Che con tutti i problemi del
presente, al futuro non ci pensa nessuno. Che se vado in giro a chiedere ai miei amici “Ma tu hai solo una vaga idea di quan-
to prenderai di pensione?” certamente neanche uno saprà rispondermi. Molti di noi, a trent'anni, non sanno ancora cosa
faranno esattamente nella vita, quale lavoro più di altri caratterizzerà la loro carriera. Figurati se riescono a preoccuparsi
della pensione.
Ma dovremmo preoccuparci invece, nonno. Perché le prospettive per la nostra vecchiaia sono tutt'altro che rassicuranti.
Anche se uno di noi riuscisse a lavorare come facevate voi, una carriera continua, 35 anni di seguito, con contratto e con-
tributi regolari, senza interruzioni, [Link]., periodi di disoccupazione, già prenderebbe una pensione misera.
Merito delle riforme susseguitesi negli anni che hanno sempre rimandato sulle spalle di chi verrà i problemi di cassa. Per
50
Istat, I beneficiari delle prestazioni pensionistiche, Anno 2005, 11 gennaio 2007
•28•
dirti, nonno, guarda tu il caso, nel 1995, quando venne votata la riforma più importante (Riforma Dini)51, si decise che
questa avrebbe riguardato solo coloro che cominciavano a lavorare allora. Chi aveva almeno 18 anni di contributi pote-
va stare tranquillo: avrebbe continuato a prendere quanto prevedeva la vecchia normativa: almeno il 70% degli ultimi
stipendi. Per chi aveva tra 1 e 18 anni di contributi le cose peggioravano con il diminuire dell'età in cui si era comincia-
to a lavorare. Per chi, invece, avrebbe cominciato a lavorare dal 1996, le cose sarebbero state meno, diciamo, “agiate”:
una pensione equivalente grosso modo all'assegno sociale. Basta guardare le cifre, le proiezioni, nonno. Le proporzioni
che seguono indicano (suddivisi per anno di pensionamento) l'ammontare della pensione che ognuno di noi prenderà
con la normativa in vigore in percentuale rispetto all'ultimo stipendio. Nell'esempio si considera il caso di un lavoratore
che abbia lavorato 37 anni e vada in pensione a 63 (e oggi si può andare in pensione a 57).
Guarda nonno guarda52.
Qualifica In pensione nel 2005 In pensione nel 2015 In pensione nel 2030 In pensione nel 2045
Operai e Impiegati 70% 66% 52% 41%
Quadri 65% 60% 45% 34%
Dirigenti 43% 43% 29% 20%
Visto che roba nonno? Man mano che passa il tempo la situazione precipita. Qualunque sia il lavoro, chi andrà in pen-
sione dal 2030, avrà una pensione sempre e comunque pari a meno della metà dell'ultimo stipendio. Io che ho comin-
ciato a lavorare “seriamente” nel 2004, nonno, quanto prenderò di pensione? Sicuramente meno del 40%.
È vero che la legge Dini prevede pensioni maggiori con l'aumentare dell'età in cui ci si ritira dal posto di lavoro, nel senso
che se uno va in pensione a 65 anni, invece che a 63, guadagna un po' di più. Ma è anche vero che i coefficienti con i
quali si calcola quanto si prenderà, fanno sì che aumentando la platea dei pensionati, gli assegni scendano ancora53. Ed
è anche vero che le proporzioni illustrate sopra, prendono in esame una situazione rosea, ideale, quella di chi ha avuto
una carriera con contributi stabili, individui che iniziano a lavorare a 26 anni e che continuano per 37 anni di fila con un
contratto a tempo indeterminato o con contratti a tempo determinato senza nessuna interruzione. Se invece conside-
riamo il caso di chi nei primi anni è passato anche da periodi di non occupazione e ha lavorato anche con contratti ati-
pici, le percentuali scendono ulteriormente. Se poi consideriamo il caso di un'intera carriera lavorativa da parasubordi-
nato ([Link]. o a progetto) la situazione si allontana da qualsiasi cifra ragionevolmente dignitosa54 .
Pensa nonno che dicono che dovremmo farci una pensione integrativa. Versare una somma ogni mese per poi avere in
cambio un seconda pensione privata55. Ma con le retribuzioni viste prima, come si fa anche ad “investire” una parte dello
stipendio nel futuro?
Questa genialata di riforma è stata fatta per risparmiare, nonno. Era uno di quei “tagli” necessari per entrare in Europa.
Mica si poteva continuare come prima quando, visto l'alto numero di giovani rispetto a quello degli anziani e pensiona-
ti, si poteva essere più generosi (pensa che quelli come te che sono andati in pensione entro il 1995, hanno avuto media-
mente il 15% in più di quanto avevano versato)56. Ma se inoltre consideriamo che la durata media della vita continua a
crescere e che aumenta di conseguenza il numero di anni nei quali si usufruisce della pensione, capiamo che pesante
fardello portiamo tutti sulle nostra spalle gracili e precarie.
Ma non è tutto. Perché la riforma del '95 che ci preparava questo roseo futuro applicava il principio del “risparmio” solo
sulle spalle dei soliti noti. In due parole, si passava da una pensione calcolata in percentuale rispetto agli ultimi stipendi
- metodo retributivo- ad una pensione commisurata ai versamenti effettivi - metodo contributivo.
Peccato che oggi ci tocca dare molto di più di quanto avremo indietro. Abbiamo sulle spalle il peso di un patto interge-
nerazionale molto squilibrato. Perché oggi tutti i contributi versati non sono sufficienti a pagare tutte le pensioni ero-
gate. Il sistema non è in equilibrio. Troppi pensionati. Pochi i giovani.
51
La legge Dini (L. 335/1995) istituì il passaggio, al fine del calcolo della pensione, dal sistema “Retributivo” al sistema “Contributivo”. Nel sistema “retributivo”, in vigore fino ad allora, l'ammontare
della pensione veniva calcolato in percentuale rispetto agli ultimi stipendi (ciò garantiva, in molti casi, una pensione mensile pari a circa '80% dell'ultimo stipendio percepito). Per il sistema “con-
tributivo”, invece, l'ammontare della pensione viene calcolato in base ai contributi effettivamente versati dal lavoratore durante la sua carriera lavorativa. La legge Dini prevedeva un passaggio
graduale alla nuova normativa. Chi vantava almeno 18 anni di contributi avrebbe continuato a beneficiare del sistema di calcolo precedente. Chi vantava tra gli 1 e 18 anni di contributi avrebbe
avuto una pensione calcolata con il metodo retributivo per i contributi versati fino al ‘95 e con il sistema contributivo per gli altri anni. Per chi allora cominciava a lavorare, la pensione sarebbe
stata calcolata unicamente con il sistema contributivo.
52
La tabella è realizzata con le proiezioni contenute in Sandro Gronchi, Fulvio Gismondi, Quanto è necessario il secondo Pilastro?, in Marcello Messori (a cura di), La previdenza complementare in
Italia, Il Mulino, 2006. Come “operai-impiegati” vengono indicati i lavoratori la cui retribuzione cresce dello 0,75% annuo, i “quadri” quelli con una retribuzione crescente del 2% annuo, i “diri-
genti” coloro che godono di una retribuzione crescente del 5% annuo.
53
Il calcolo della pensione con il sistema contributivo prevede che tutti i contributi accumulati vadano a fine carriera moltiplicati ad un coefficiente che cresce con l'aumentare dell'età di pension-
•29•
E quindi per pagare quelle pensioni, lo stato prende soldi dalla cosiddetta “fiscalità generale”. Ovvero dalle tasse. E que-
sto per una parte piuttosto rilevante della spesa pensionistica di oggi57. E questa situazione è destinata a precipitare nei
prossimi anni. Si parla di “gobba pensionistica”. La spesa salirà. Di parecchio. Sempre più tasse saranno necessarie per
pagare le pensioni. Guarda che “gobba” nonno .
Questo grafico58 indica quanto si paga e si pagherà per le pensioni negli anni a venire. Vedi nonno come tra il 2010 e il
2035 la spesa aumenterà di circa il 2% di tutto il PIL italiano? Una cifra enorme. Il due per cento, in più, (dal 14% al 16%)
di tutta la ricchezza prodotta in Italia.
Poi per fortuna la gobba, dal 2040, è destinata a scendere e a tornare ai livelli attuali. “Perché scende” mi chiedi? Vuoi
che te lo dica? Perché forse ci saranno meno pensionati e quindi meno pensioni da pagare? Sì, nonno col piffero.
Guarda quanti saremo noi ultra-sessanticinquenni nei prossimi anni59:
amento. La legge prevede inoltre che questi coefficienti vengano rivisti ogni dieci anni e adeguati alle nuove stime riguardanti l'aspettativa di vita. Aumentando le aspettative di vita, quindi, i
coefficienti nei prossimi anni tenderanno a scendere e di conseguenza diminuirà anche l'importo della pensione percepita.
54
Per i parasubordinati, l'aliquota contributiva è stata a lungo del 10%, poi aumentata al 15% e al 19% per arrivare nel 2006 al 23%. Questo a fronte di un'aliquota standard del 33%. Per le
proiezioni sui parasubordinati si guardi anche Pier Marco Ferraresi, Giovanni Segre, Lavoratori parasubordinati: quale futuro previdenziale? in Rivista di Politica Economica, maggio-giugno 2004.
55
Inoltre, dal gennaio 2007 lo stato incentiva fortemente l'investimento della liquidazione (TFR) in una pensione integrativa. L'opzione di utilizzare il TFR per una pensione privata, è fortemente
consigliata soprattutto ai lavoratori più giovani, viste le basse pensioni di cui potranno usufruire. Questa scelta, però, seppur per certi versi obbligata, sottrae al lavoratore una cifra liquida piut-
tosto consistente di cui godere alla fine della carriera.
56
Tito Boeri, Agar Brugiavini, I costi della transizione. [Link], 17 luglio 2003.
57
Secondo le stime del Nucleo di Valutazione della Spesa Previdenziale, illustrate in Gli andamenti finanziari del sistema pensionistico obbligatorio, del dicembre 2006, parliamo per il 2005 di un
saldo negativo pari a 12,5 miliardi di euro al netto dei cosiddetti interventi assistenziali (GIAS ).
•30•
Saremo uno sconfinato esercito dal 2040. Per ogni cento lavoratori ci saranno 60 ultra-sessantacinquenni. Sicuramente
meno di due lavoratori per ogni pensionato. E quel pensionato sarò io nonno, e quel lavoratore mio figlio. Allora nonno
questi dati ci dicono che tra alcune decine di anni avremo molti più pensionati ma con pensioni molto più basse: que-
sta è la sola ragione per cui la spesa per le pensioni inizia a calare. Questo il futuro della mia generazione, il futuro per
me che nel 2050 avrò 73 anni.
Questa la nostra radiosa vita. Iniziare a lavorare da precari con paghe insulse rispetto agli altri. Stabilizzarsi verso i 38
anni. Lavorare come minimo fino a 63 anni (ma anche molto di più) pagando tutte le tasse necessarie a sostenere le pen-
sioni dignitose della generazione che è venuta prima di noi. Ben oltre i sessant'anni, andare in pensione con il 35% dello
stipendio prendendo posto in una platea stracciona composta da una mole sterminata di cittadini anziani, pensionati e
poveri. Bella prospettiva per l'Italia nonno. Che ne pensi? Sì, certo, magari grazie ad una fortuna congiuntura astrale la
mozzarella di bufala sostituirà il riso come principale alimento mondiale. Allora saremo ricchi e ci saranno soldi e pen-
sioni per tutti. Ma se questo non succederà nonno? Che faremo? Non sarò un pazzo pessimista quando dico che siamo
messi male!
Ti chiedi ora nonno come in questa situazione non ci siano proteste, allarme sociale, proclami alla nazione e impegni dei
politici. Secondo me perché tutto sommato abbiamo una sorta di fiducia un po' ottusa, nessuno è disposto a credere che
il futuro sia così nero. Questi temi sono complicati. Ed abbiamo problemi più urgenti da risolvere. E non possiamo imma-
ginare che un pranzetto del genere ci sia stato apparecchiato, “alla fine siamo in Italia” ci diciamo, con la cultura cristia-
no-sociale e quella socialista-solidale. Ci fidiamo. Ci aspettiamo più di quanto avremo60. Ma le cose vanno affrontate.
Perché un conto è l'ottimismo, un altro è l'incoscienza.
Incoscienza di una generazione che rischia grosso. Rischio grosso io, i miei amici, chi neanche conosco. Rischiamo gros-
so tutti, perché indipendentemente dai destini individuali (che si può sempre vincere alla lotteria, o inventarsi la next big
thing e fare un mare di soldi come quelli di Google o di YouTube), la storia di un paese - il nostro- che cade a picco per-
ché non ha da spendere, la storia della nostra amata Italia abitata nella stragrande maggioranza da pensionati poveri,
non può piacere a nessuno. Allora bisognerebbe cambiare rotta. Da subito. Bisogna allora inventarsi modi per rilanciare
la ricchezza del paese. Bisogna, nonno, immaginare uno stato sociale che dia opportunità di costruirsi un futuro a chi
ne ha più bisogno. Alle nuove generazioni.
58
Commissione ministeriale per la valutazione degli effetti della legge n°335/95 e successivi provvedimenti, Verifica del sistema previdenziale ai sensi della legge 335/95 e successivi provvedimenti,
nell'ottica della competitività, dello sviluppo e dell'equità, settembre 2001. Il grafico non prende in considerazione l'eventuale entrata in vigore (peraltro improbabile) della nuova normativa nel
2008. L'entrata in vigore della “Riforma Berlusconi”, inoltre, comporterebbe risparmi per gli anni a noi più prossimi ma una tendenza identica a quella indicata nel grafico per la spesa sul lungo
termine.
59
Grafico tratto da Sandro Gronchi, Marcia indietro sulla capitalizzazione, articolo per [Link] del 11 Luglio 2005.
60
Tullio Jappelli, Mario Padula, La disinformazione nuoce al futuro pensionato, [Link], 20 dicembre 2006. Nell'articolo viene specificato che “i meno informati sono i lavoratori che sono
entrati più tardi nel mercato del lavoro, i più giovani, coloro che hanno carriere lavorative discontinue e i dipendenti delle piccole imprese”. Anche per ovviare a questo problema, gli economisti
della [Link] coordinati dal prof Tito Boeri propongono da tempo che gli enti previdenziali si adoperino per informare periodicamente i singoli lavoratori sulla loro situazione contributiva e
sulla loro pensione futura. Un meccanismo del genere è previsto in Svezia, dove ogni lavoratore periodicamente riceve una lettera che lo informa dettagliamene sulla propria condizione retributi-
va (si veda anche: La pensione di Johanna, [Link], 16 Maggio 2003, e Giuseppe Pisauro, Libertà di scelta per ridurre l'incertezza, [Link], 9 dicembre 2003).
•31•
Il Welfare dov’è?
6
Io mi chiedo, nonno, se sia possibile che chi siede nelle stanze dei bottoni sia al corrente di questo sfascio. So che
la politica ha difficoltà a pensare al futuro, a muoversi fuori dal contingente. Ma qua è emergenza nonno.
Mi chiedo se è possibile che questa strada sia stata imboccata a cuor leggero. Se è possibile che nessuno sia riusci-
to a immaginare le conseguenze delle scelte degli ultimi anni.
Effettivamente qualcuno ci ha anche provato a immaginare una soluzione. Ci sono stati dei tentativi di riforma dello
stato sociale con lo scopo di adeguarlo al lavoro flessibile. Purtroppo senza vere gambe politiche, queste proposte
non hanno portato a nulla.
Una commissione istituita da Prodi nel 1997, la cosiddetta “Commissione Onofri”, produsse un elaborato documen-
to nel quale affermava la necessità di riequilibrare il welfare al nuovo contesto sociale. La Commissione suggeriva
di ampliare il numero di coloro che usufruiscono di un supporto pubblico, considerato già allora troppo “concentra-
to sui rischi economici della vecchiaia“ e “con scarsi interventi a favore di rischi economici individuali”61. Veniva
anche sollecitato “una spostamento della spesa verso gli ammortizzatori sociali, al fine di sostenere una maggiore
mobilità occupazionale e proteggere in modo sistematico dai rischi della povertà”62.
Ma anche il “Libro Bianco del Lavoro” di Marco Biagi, che aveva ispirato la legge che ora porta il suo nome, ricono-
sceva chiaramente come, a fronte di una flessibilità notevole, fosse necessario rinnovare lo stato sociale.
È scritto nel “Libro Bianco”:
“Il Governo ritiene che sia necessario un nuovo assetto della regolazione e del sistema di incentivi e ammortizzato-
ri, che realizzi un bilanciamento tra flessibilità e sicurezza, avendo come obiettivo ultimo più occupazione e meno
precarizzazione.”
61
Commissione Onofri, Relazione Finale, 28 febbraio 1997
62
Ibidem
•32•
Infine, anche il ministro Maroni aveva realizzato un “Libro Bianco sul Welfare” che si riprometteva di aggiornare
tutele e garanzie.
Quindi nonno, almeno a parole qualcuno ammetteva che bisognava muoversi, che fosse irresponsabile non preve-
dere nuove forme di tutela, quelle che vengono definite “politiche attive” del welfare, ovvero politiche rivolte al cit-
tadino anche oltre la dimensione lavorativa. Ma alla fine l'unico cittadino tutelato è rimasto il “Man Bread Winner”,
l'uomo maschio adulto con contratto a tempo indeterminato e pensione assicurata. Questa ancora oggi è l'organiz-
zazione della società che ci viene in eredità dagli anni sessanta, e che per tanti anni si è dimostrata efficace. Era
quello però un mondo dove le donne non lavoravano, le famiglie ancora numerose e solide, la popolazione in cre-
scita e il saldo generazionale attivo e florido.
È chiaro che oggi queste misure non funzionano più. Anzi. È chiaro che questo modello esclude ormai ampie fasce
di individui e garantisce invece solo iniquità, discriminazione tra cittadini con disponibilità di partenza diverse, e infi-
mo livello di ricambio e innovazione.
Guardiamo questo grafico63, nonno.
Viene indicata per settori la spesa sociale nel nostro paese.
Vedi nonno che la stragrande maggioranza della spesa se ne va in pensioni e sanità? Spendiamo pochissimo per la
disoccupazione e in un 10% di “altro” ci mettiamo tutto il resto: sostegno per chi fa figli, per chi è povero, sussidi
per studio e formazione, contributi per l'affitto, assistenza per invalidità e servizi sociali.
È dunque facile capire come questo sistema non risulti iniquo solo per i giovani nonno. Ma io è sui giovani che mi
63
Grafico tratto da: Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Libro Bianco sul Mercato del Lavoro in Italia, Ottobre 2001.
•33•
voglio concentrare, perché sicuramente questi non possono in gran parte neanche accedere alla sicurezza di un
posto di lavoro. Questi solo alla famiglia si possono rivolgere per avere sostegno. L'asfissiante cordone ombelicale
della famiglia però crea storture gravi, non garantisce la possibilità di impegnarsi con successo per migliorare la pro-
pria condizione, né garantisce una dignità da cittadinanza pienamente esercitata ad ampie fasce di popolazione.
Famiglia da costruire
6.1
Prendiamo per esempio il caso della famiglia, dell'unione tra due persone che (indipendentemente dal tipo di unio-
ne che ognuno ritiene opportuno) decidono di avere dei figli.
Allora sappiamo che in Italia quasi tutte le donne esprimono il desiderio di avere almeno due figli a testa (2,19 sta-
tisticamente), con un buon 26,4% che ne vorrebbe 3 o più64. Ma, guarda caso, nonno, questi numeri precipitano se
li confrontiamo con le nascite effettive. Nonostante un desiderio ampio di maternità, la media statistica è di 1,33
figli a donna (in età feconda). In Italia il tasso di natalità è sceso di molto negli ultimi anni, e bisogna dire che dal
2002 ad oggi ha avuto un forte incremento il numero delle donne che, essendo già madri, indicano nel “costo dei
figli il motivo prevalente per non volerne altri”65.
Se poi proprio ci vogliamo divertire nonno, è facile capire come arrivando il primo figlio mediamente a 29 anni (e
più aumenta l'età in cui si ha il primo figlio e maggiormente diminuisce la probabilità di farne altri), non c'è da stu-
pirsi se rispetto a tutte le madri che hanno un lavoro, ben il 78,2% ha un contratto a tempo indeterminato66.
Di fatto molte donne aspettano un minimo di stabilità e certezze prima di lanciarsi nell'avventura della maternità.
Queste cifre sono intollerabili per due motivi sopra gli altri. In primo luogo perché nel paese che si riempie la bocca
sulla famiglia, nella penisola dove sotto Natale si riescono a fare comunicati stampa per la salvaguardia del prese-
pe, nell'italietta dove si fa fatica ad approvare norme basilari di giustizia basilari come i PACS, nonno vuoi sapere a
quanto ammonta la spesa sociale per la famiglia? Esatto nonno, non molto visto che è tutto compreso nella voce
“altro” del grafico sopra. Comunque in totale si arriva a toccare l'allucinante cifra del 3,8% della spesa sociale. Pensa
che in Francia quella stessa cifra arriva al 12%67.
Ma non solo. C'è l'altro aspetto da considerare. La maternità si dimostra un grosso svantaggio per tutte le donne
che hanno una carriera lavorativa. Questo svantaggio diventa un abisso per le donne che hanno un formazione ele-
vata:
“La percentuale di donne che hanno più di due figli in Danimarca è circa del 50% maggiore rispetto a quella
dell'Italia. Ma se andiamo a confrontare la percentuale di donne con una formazione universitaria o superiore,
vediamo che questo gap diventa un abisso. In questo confronto appare chiaro come la Danimarca è un paese
nel quale avere il numero di figli desiderato è una prospettiva realistica per le donne con un'alta formazione.
Invece la prevalenza di donne con due o più figli e con un livello di istruzione medio-basso negli altri paesi sug-
gerisce che grossi limiti riguardano soprattutto donne impegnate in una carriera.” 68
64
Istat, Essere madri in Italia, gennaio 2007.
65
Ibidem.
66
Ibidem.
67
Massimo Livio Bacci, Ricominciare dai Neonati, in “Il Mulino” 4/2003
68
Gosta Esping-Andersen, Welfare and Efficiency in the New Economy, Universitat Pompeu Fabra, 2002
•34•
Famiglia da lasciare
6.2
Ma per fare una propria famiglia nonno, spesso è il caso di lasciare la casa di mamma e papà.
Ma oltre ogni più trita polemica, in Italia, è possibile uscire dalla famiglia di origine e darsi una propria autonomia?
È concesso agli italiani di costruire la propria vita? A dirla tutta sembrerebbe di no! Come visto, uno stato sociale
tarato sulle esigenze degli anni sessanta, ignora del tutto le fasce giovani della popolazione. Così in Italia, noi, i figli,
siamo costretti ad uscire di casa, mediamente, a 35 anni. Altro che maturità acquisita e autonomia adulta.
In Italia i giovani tra i 18 e 34 anni, celibi o nubili, che vivono in casa con almeno un genitore sono il 61%69.
Degli uomini tra il 25 e i 30 anni, addirittura il 68% sta ancora in casa coi genitori, contro il 23% dei tedeschi, il 18
per cento dei francesi, il 13% dei britannici70.
Ora nonno, lo so cosa stai pensando, so che alla fine può affascinare tutta quella paccottiglia sui giovani mammo-
ni che non hanno voglia di stirarsi le camice e farsi il bucato, che adorano le fettuccine della mamma e hanno biso-
gno di qualcuno che gli rifaccia il letto. Ma questa è un'immagine davvero distorta. In primo luogo perché non è
vero che i ragazzi non se ne andrebbero prima di casa. È vero il contrario così com'è vero che oltre il 40 per cento
dei giovani usciti di casa per lavoro, si trova poi a dover tornare nella famiglia di origine71.
È vero - come visto- che lavoro stabile non se ne trova. È vero che la famiglia è spesso una prigione, e davvero poco
dorata. La famiglia è il dentista, l'acconto per il mutuo o per la macchina, il soggetto che può o meno garantire una
formazione universitaria.
Ma a tutto ciò bisognerebbe poter accedere come cittadini, non come figli questuanti che chiedono la paghetta.
Una società che nel terzo millennio vorrebbe darsi sviluppo, ricchezza e innovazione, dovrebbe concedere diritti ai
giovani, e non incaricare la famiglia di elargire favori. Un paese può ritenersi moderno, può parlare di futuro solo se
agevola le nuove generazioni in quanto le ritiene capaci di rinnovare la società, di produrre beni e conoscenza, di
diffondere informazione, di rischiare, intraprendere, spostarsi.
Un paese che delega tutto alla famiglia, nonno, è un paese del tutto iniquo:
“La combinazione tra solidarietà familiare forte e welfare pubblico debole si rivela quindi iniqua. Comprime il
dinamismo sociale e mantiene su bassi livelli il conflitto generazionale. In Italia i giovani devono infatti soprat-
tutto ringraziare i genitori e la rete informale degli aiuti parentali per il fatto di ottenere quanto invece altrove
si ha come diritto. Una società nella quale conta soprattutto scegliersi bene la famiglia in cui nascere, e poi
tenersi buoni i genitori il più a lungo possibile, non è l'esatto ritratto di una società equa e dinamica.” 72
.
Capito nonno? Una sorta di sogno americano al contrario. L'incubo italiano racconta di un paese in cui è la tua fami-
glia di origine a gestire il tuo presente e a sostenere il tuo futuro. Un paese nel quale crollano le possibilità di mobi-
lità sociale, dove una recente indagine del Censis certifica che “la possibilità di fare un vero salto di qualità nella col-
locazione professionale risulta appannaggio di un numero limitato di individui, mentre si riafferma il peso dei van-
taggi e degli svantaggi che i figli ereditano sulla base delle posizioni occupazionali dei padri”.73
Certo, nonno, io non dico che l'immobilità della società italiana è tutta causata dalla dipendenza obbligata dei gio-
vani dalla famiglia di origine. Ma di sicuro, in un paese come il nostro, dove gran parte delle decisioni soffrono del
potere di ricatto di corporazioni e interessi particolari, dove è tanto difficile essere valutati per il proprio merito, per
le proprie capacità, dove la raccomandazione, la spintarella, la conoscenza personale giocano ancora un ruolo da
protagonista, questo familismo imposto va a peggiorare di molto la situazione, va a privare il confronto sociale di
quelli che, per condizionare in meglio il proprio futuro, dovrebbero essere gli artefici del cambiamento.
Io poi, nonno, mi ricordavo un'altra cosa.
Mi ricordavo che “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di
69
Istat, Strutture familiari e opinioni su famiglia e figli, Anno 2003
70
Massimo Livi Bacci, Il paese dei Giovani vecchi, “Il Mulino” 3/2005
71
Alessandro Rosina, Foto (sempre più sfocata) dei giovani fuori dalla famiglia, [Link], 6 Giugno 2005; Chiara Saraceno,
Foto sfocata dei giovani in famiglia, [Link], 6 Giugno 2005,
72
Alessandro Rosina, Com'è difficile essere giovani in Italia, cit..
73
Censis, Meno Mobilità, più ceti, meno classi. 8 giugno 2006.
•35•
fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva parteci-
pazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”74 .
Nonostante la Costituzione Italiana abbia quasi sessant'anni, mi sembra che indichi ancora oggi una strada utile da
percorrere con leggi e provvedimenti in grado di interpretare a dovere le trasformazioni che avanzano e ci circondano.
Ce ne fossero, di più, nonno, di sessantenni così.
74
Articolo 3 della Costituzione della Repubblica Italiana.
•36•
La bocciofila al potere
7
Quindi nonno siamo quasi arrivati. Siamo quasi arrivati in fondo a questa breve cavalcata.
Se non bastava la vita di ogni giorno, quanto viviamo quotidianamente sulla nostra pelle, abbiamo capito come anche
dati, previsioni e statistiche ci comunicano una situazione di disagio reale e generalizzato.
Un presente incerto e un futuro negato. È a questo punto nonno, però, che per essere onesti, dobbiamo anche provare a
delineare una way out, una via d'uscita. Essere consci di una situazione grave è inutile se poi non si prova a fare qualco-
sa, se non ci si impegna per rendere possibile, qui e ora, un cambiamento. Se proprio si vuole continuare ad accettare solo
quel poco che ci viene concesso, tanto vale vivere nell'oblio e non curarsi di quanto succede. Ma se capiamo la gravità
della situazione, invece, la necessità di fare un passo avanti, one step beyond, si impone, a cominciare dall'impegno dei
tantissimi giovani che già si spendono per dare il loro contributo a questo paese.
Prima di arrivare alla mia proposta, però, una riflessione è necessaria, un pensiero va articolato per individuare le cause di
questa situazione. Ed è proprio capendo le cause di quanto ci ha portato a questo punto che possiamo ripartire.
Allora, nonno, dobbiamo cercare di rispondere a questa domanda: com'è stato possibile arrivare fino a questo punto?
Ebbene, ti dico come la penso.
Se volessi cazzeggiare avrei una bella teoria complottistica da spiattellarti come se niente fosse. Nel nostro paese che coc-
cola sempre rendite, oligarchie, baronati, potentati, eredità feudali, potremmo anche immaginarci un bel complotto.
Potremmo dire, nonno, che con l'ingresso in Europa, non sapendo come arginare tutta una serie di sprechi e di comode
consuetudini che sono ormai costume del nostro paese, non sapendo come reinventare i propri ruoli alla luce dei cam-
biamenti che sconvolgevano il mondo, non avendo il coraggio di mettere in piedi quel processo di rinnovamento neces-
sario che avrebbe dovuto traghettarci nel terzo millennio, le classi dirigenti tutte dell'Italia bella, abbiano programmato e
messo in atto un piano scientifico che garantisse loro la più longeva sopravvivenza possibile. Questo piano semplice come
rubare le caramelle ad un bambino, consisteva banalmente nello scaricare tutti i problemi del paese sulle spalle delle nuove
•37•
generazioni. Era facile rimanere impuniti. Nessuno avrebbe protestato. I giovani avrebbero sopportato tutto tacendo.
Infine, quando quegli stessi giovani sarebbero diventati vecchi, avrebbero scoperto il bello scherzetto che era stato prepa-
rato loro. Ma purtroppo sarebbe stato ormai troppo tardi. Questo il complotto di cui potrei parlarti nonno. Incontri segre-
ti notturni, carte riservate arse nel camino, comunicazioni criptate a tutti i piani alti dell'italietta nostra.
Ma a me nonno, lo sai, i complotti non sono mai piaciuti. E soprattutto, un complotto come quello che ho ti appena illu-
strato non potrebbe risultarmi plausibile. Tutti i potenti che si mettono d'accordo per chiudere ogni strada ai giovani? Ma
dai. Una sorta di P2 per la gerontocrazia nascosta in ogni interstizio del Bel Paese? No, nonno, non ci credo. Guarda, addi-
rittura io penso che tra tutta la massa di potenti e potentati che hanno guidato l'Italia negli ultimi anni, per correttezza
bisogna riconoscere come numerosi cittadini illustri abbiamo comunque continuato ad indicare una via per il futuro. Ci
sono alcuni che meritano stima, indipendentemente dalla generazione alla quale appartengono. Ci sono taluni che apprez-
zo, in quanto costantemente impegnati alla ricerca di una qualche maniera per raddrizzare la rotta.
Quindi, per cercare le cause della nostra situazione, non vado a scomodare nessun complotto. All'arte nobile mi rivolgo
piuttosto. Alla politica.
In Italia, nonno, abbiamo un sistema politico debole, che non ha mai realmente accettato la sfida del futuro.
Indipendentemente dalle misure proposte, a prescindere dai convincimenti personali, bisogna ammettere che il nostro
sistema politico è del tutto inadeguato alle sfide che si parano innanzi. Da un lato (del Parlamento) la politica appare bloc-
cata, tappata da due tradizioni autorevoli e popolari che non riescono a superare e reinventare l'eredità del '900. Queste
tradizioni, continuando a galleggiare, non riescono che a riconoscersi negli stessi uomini, nella la stessa storia, negli stes-
si riflessi condizionati, nella stessa Italia degli anni '60 spesso rimpianta. Dall'altro lato (sempre del Parlamento), nonno,
assistiamo invece a improvvisazioni politiche che risentono per certi versi dello stesso vecchismo dei loro avversari, e che
per altri -oltre che difendere strenuamente chiari interessi di bottega - non sono riusciti a fare altro che scimmiottare con-
fusamente tradizioni atlantiche piuttosto ideologiche.
Con questo approccio, nonno, la politica italiana si è impegnata negli ultimi anni solo e soltanto in un gettonatissimo sport
nazionale: rimandare le questioni! Non affrontare i problemi! Rimuovere la parola ”futuro” dal dizionario corrente per
sostituirla col nostalgismo per i tempi andati e con balletti di accuse reciproche tanto isteriche quanto inutili.
Una classe politica che conosce solo la cultura del “tempo indeterminato” di questa stessa cultura si è fatta interprete in
prima persona. In questo c'è molto di quanto ha causato i nostri mali. Da noi le posizioni di potere sono immutabili.
Assegnate per sempre. Si è nell'establishment per definizione. Non ci sono responsabilità commisurate alla capacità di rag-
giungere degli obiettivi, di mettere realmente in campo programmi e promesse, di trasformare visions in realtà. Ci sono
solo della postazioni da occupare, da noi. Nella peggiore delle ipotesi ci si sbatte per trovare una collocazione a dei “senza
poltrona”. Alla fine, di fatto, tutto ciò pesa enormemente su un paese che si vorrebbe dinamico, ma che risulta un corpo
immobile da amministrare. Questa la politica italiana. Piccolo cabotaggio. Amministrazione. Al massimo affrontare le
emergenze. Mai programmare. Mai guardare oltre il contingente.
Il problema però è che questa politica è inadeguata alla società globale dell'informazione. E i tempi non aspettano. I tempi
mutano. Galoppanti. Mutano nonno alla velocità dei microprocessori che da quarant'anni raddoppiano le loro prestazio-
ni ogni 18 mesi75. E per far rimanere tutto immutato per molti senza far crollare la baracca, si è trovato qualcuno che si
sacrificasse e stringesse la cinta più degli altri.
È a questo punto, nonno, che si è acuito il processo di peggioramento del futuro delle nuove generazioni. Perché le rego-
le sono cambiate, e i diritti sono diminuiti, e le prospettive sono peggiorate, solo per quei cittadini che si sono affacciati
recentemente nella società. E questi nella società sono stati accolti solo parzialmente e da cittadini di serie B, con i costi
e gli sprechi del sistema Italia riversati sulle loro spalle, sulle spalle degli outsider, quelli fuori dallo schema classico tem-
poindeterminato/maschio/pensioneassicurata, quelli senza diritti acquisiti.
75
La cosiddetta “Legge di Moore” è una legge empirica proposta dal fondatore di Intel, Gordon Moore nel 1965 (“Le prestazioni dei processori, e il numero di transistor
ad esso relativo, raddoppiano ogni 18 mesi”). Con leggere modifiche tale legge si è rivelata valida fino ad oggi.
•38•
Al futuro? Chi pensa al futuro? Mi chiedi nonno. Ma dai, che fretta c'è? Al futuro si penserà in futuro. Se ne occuperan-
no le nuove generazioni. Le generazioni nate dagli anni settanta in poi che senza voce e con le spalle al muro, non hanno
avuto alcuno strumento per esprimere anche solo qualche perplessità riguardo lo sport nazionale di rimandare a domani
quello che si poteva fare oggi.
Questa nonno la mia analisi. C'erano dei sacrifici da fare, e sono stati fatti fare a chi non ha rappresentanza.
Lo so, è ingiusto, lo penso anch'io. Anche perché il risultato finale di tutto questo processo in atto sulle nostre teste è che
ci troviamo risucchiati in una bella spirale. Siamo tutti al centro di un gorgo impazzito a causa del quale più si continua
a dare addosso alle nuove generazioni, e più queste sono in un angolo. Più queste sono in un angolo, e meno hanno pos-
sibilità di fare massa ed emergere. E meno queste emergono, e più si acuisce la distanza tra la classe dirigente a tempo
indeterminato e la società contemporanea e flessibile nella quale a noi tocca muoverci e alla quale, velocemente, ci adat-
tiamo.
Questo strano processo sociale, avendo bisogno di consenso per riaffermarsi continuamente, inoltre, nonnetto mio bello,
genera mentalità diffuse che io trovo insopportabili. Non mi riferisco solo alla tecnofobia che colpisce Internet e la rete,
la tecnologia e la cultura digitale, che io vorrei invece riconosciuti in quanto elementi chiave di futuro e di innovazione, di
democrazia e di accesso alla conoscenza. Non parlo solo dei balbettii inutili di un'informazione autoreferenziale che per
tanti versi rincorre, in uno strano cortocircuito, i ritardi del Paese. Non parlo neanche soltanto di una televisione che ormai
solo di sé, e a sé stessa, parla, creando notizie in vitro e alimentando paure.
Parlo qua, nonno, soprattutto di una sfiducia totale nei confronti dei giovani. Una sfiducia comoda e un po' ottusa. In Italia
si è infatti stratificata un'idea dei giovani che come in un terrificante gioco di specchi rotti, rimanda un'immagine surrea-
le, in stile allarme sociale da infimo rotocalco, a metà tra qualunquismo spiccio e problematiche esistenziali anche piut-
tosto serie. Da una parte, infatti, in Italia i giovani vengono descritti come mammoni, svogliati, comodi, perditempo, cel-
lulare-dipendenti, fino ad arrivare alle deformazioni macroscopiche nelle quali tutti sono bulli, o veline, o tronisti. È l'im-
magine più comoda questa, quella più facile, più a portata di mano per descrivere quelli che poi, in fin dei conti, sono i
propri stessi figli. Dall'altra parte nonno abbiamo una massa di adulti che di invecchiare non ne hanno nessunissima voglia,
e che quindi, istintivamente, negano valore ai giovani. Ci sono ampi settori del paese (e tutta la comunicazione main-
stream) che liquidando come spensierate e irresponsabili le nuove generazioni, sperano così di non doversi guardare allo
specchio e di non scoprirsi, d'un tratto, col viso pieno di rughe76.
Ma, nonno caro, il risultato finale del processo di messa ai margini delle nuove generazioni, porta anche a vistose spro-
porzioni relativamente alla questione anagrafica. Porta a un'età media che in tanti settori chiave della nostra Repubblica
ha già superato abbondantemente i livelli di guardia. In un gioco delle parti per il quale ci si legittima a vicenda, il vecchi-
smo è ormai padrone in ogni ganglo vitale della nostra società democratica. Dicono che i giovani non emergono.
Non c'è niente di più vero nonno. Guardiamo questo grafico. Parliamo di classe dirigente.
76
Questa l'analisi che fornisce Ilvo Diamanti in merito all' Indagine su gioventù e vecchiaia di Demos- La Repubblica, La Repubblica, 22 gennaio 2007.
•39•
CLASSE DIRIGENTE ITALIANA PER CLASSI DI ETÀ
ITALIA 2004
I numeri parlano da soli77. Parliamo dell'1% al di sotto di trent'anni. Del 5% sotto i 40. Parliamo del 55% sopra i 61! E dai
dati che riguardano i più giovani è difficile filtrare i tanti rampanti figli dei figli, o direttamente figli di paparino. Abbiamo
visto d'altronde quanto la famiglia incida, nel nostro paese, sui destini delle persone. E comunque nonno, di sicuro i diri-
genti giovani non lavorano certo per il futuro dei loro coetanei. Sono pezzi dell'ingranaggio. Alle regole di quello devono
sottostare.
Parliamo ancora della politica, nonno. Dove nelle elezioni del 2006 si sono candidati due nonnetti che nonostante lifting,
sexy politica, bandane, scampagnate in bici e amanti vere o presunte, avevano uno 67 e l'altro 69 anni. Una roba mai vista
in Europa. Guarda tu che sproporzione. Tra i presidenti del Consiglio, in Francia, Villepin fu nominato nel 2005 a 51 anni;
e anche Angela Merkel (Germania) ha 51 anni. Persson (Svezia), Socrates (Portogallo), Karamanlis (Grecia), e Vanhanen
(Finlandia) furono eletti a 47 anni. Balkenende (Olanda) e Verhofstadt (Belgio) entrarono in carica a 46 anni. Stoltenberg
(Norvegia) fu eletto a 45 anni e Zapatero (Spagna) a 44. In Inghilterra, Blair iniziò il suo lungo mandato nel 1997, a 43
anni di età. Alla Repubblica Ceca spetta il primato del primo ministro più giovane: nelle penultime elezioni, tenutesi nel
2004, Stanislav Gross fu eletto a 35 anni. La differenza di età tra il nostro primo ministro e quello “mediano” europeo è
scioccante: venti anni, quasi una generazione78.
Parliamo di un paese, nonno, il nostro, nel quale meno di un quinto della popolazione ha più di 65 anni di età, ma dove
si può descrivere la politica nel modo più suggestivo parlando di una bocciofila: “Se prendiamo i cinque Ministeri chiave,
del Governo Prodi del 2006, Interni, Esteri, Economia, Giustizia e Difesa, l'età' media è 63 anni”.
E non so se è necessario aggiungere “che: “una squadra di sessantenni al vertice della classe politica di certo non promuo-
ve il coinvolgimento dei giovani nella vita politica attiva. Semmai, li allontana ulteriormente, rischiando di far apparire la
carriera politica come un'attività in mano a un'altra generazione. Un po' come le bocce”79.
Forse, nonno, dovremmo iniziare seriamente a ragionare sul fatto che non è che i giovani non si interessano di politica. È
forse che i giovani non si interessano dei temi di cui i politici parlano. I politici parlano ai compagni di bocce, agli avven-
tori delle tombole, delle serate di liscio, quelli delle bibite al tamarindo, non certo alla generazione europea e digitale che
per il 90% si definisce “Internauta”80.
Ma non solo nonno.
Parliamo di giornalismo. Se prendiamo “La Repubblica”, il maggior quotidiano progressista del paese, scopriamo che la
metà degli editorialisti ha più di 70 anni e neanche uno ha meno di 45 anni81.
Sarà poi un caso nonno, se poi proprio il guru de “La Repubblica”, quello Scalfari che tanto seguito ha presso il popolo
della sinistra, trova anche sopportabile la condizione dei giovani senza stato sociale a fronte di nonni e genitori che li pos-
77
AA. VV., La Rivolta della Generazione X, Vision, Febbraio 2006.
78
Gianluca Violante, La Repubblica della Terza Età, [Link], 18 maggio 2006. Da questo articolo, inoltre, è nato lo spunto per il titolo di questo capitolo
79
Ibidem.
80
Osservatorio AIE, D.G. Digital Generation, 14-24enni e la tecnologia, Rapporto Annuale 2006, Associazione Italiana Editori.
81
La Rivolta della Generazione X, cit.
•40•
sono mantenere con la pensione82? Questo quanto meritiamo, nonno, le paghette, quattro lire implorate alla mamma. Bella
democrazia questa. Bella cittadinanza quella del “welfare di riflesso”.
Vuoi che parli del sindacato nonno? Vuoi che ti dica che l'età media degli iscritti al sindacato in Italia è la più alta d'Europa,
e che circa la metà dei suoi iscritti è rappresentata da lavoratori già in pensione83?
Vuoi, infine, nonno, che ti parla di Università? Forse è meglio di no. Perché poi potremmo venire a sapere che in Italia l'età
media dei docenti si può descrivere con un'immagine suggestiva. Quella dello Tsunami. Se vedi il grafico84, un'enorme onda
anomala sta là ad indicarti che la classe d'età con la maggiore concentrazione di professori universitari italiani è quella tra
i 55 e i 60 anni.
Ma la cosa ancora più allucinante è che mentre l'immagine qua sopra, già preoccupante di per sé, si riferisce a dati del
2004, risulta realmente angosciante se aggiornata con i dati degli ultimi due anni.
Sai nonno quanti sono, oggi, in Italia i professori con meno di 35 anni? Lo sai nonno? Conta insieme a me. È facile.
Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove. NOVE. Lo ripeto, nonno, nove ordinari sotto i 35 anni. Lo 0.05% su un
corpo docente di 18'651 professori85. E sai quanti sono altrove? Sai quanti sono in Inghilterra, in Francia? Te lo dico io
nonno! Sono il 7,3% in America, l'11,6% in Francia, il 16% nel Regno Unito. Mentre quelli con più di 65 anni, che da noi
sono il 30,3%, scendono al 5,4% in America, all'1,3% in Francia, all'1% in Inghilterra.
Ma io nonno, non ho molto interesse a parlarti di età anagrafica. Perché, diciamolo, questa di per sé non significa nulla.
Mi andrebbe più che bene una classe dirigente avvizzita in grado di garantire futuro anche a chi verrà. Il vero problema,
quindi, non è quello anagrafico. È quello invece delle proposte. Il problema è capire il mondo moderno, sapercisi muove-
re dentro, avere una cassetta degli attrezzi mentale sufficientemente fornita per affrontare (e anche prevedere) quanto
accade ogni giorno. Questo chiedo io nonno. Questo chiedo.
E ora ti dico cosa dovremmo fare per ottenerlo.
82
Eugenio Scalfari, I conti Truccati sull'allarme pensioni, “La Repubblica”, 13 luglio 2003
83
Vincenzo Galasso, Se il sindacato è vecchio, [Link], 23 Febbraio 2003.
84
Stefano Zapperi e Francesco Sylos Labini, Lo Tsunami dell'Università Italiana, [Link], 23 gennaio 2006.
85
Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella, Sotto i 35 anni solo 9 docenti su 18 mila, Corriere della Sera, 9 gennaio 2007.
•41•
Agenda setting a tutto spiano
Siamo davvero arrivati alla fine, nonno. Qua chiudo questa conversazione con la quale ho voluto illustrarti la con-
dizione di noi giovani italiani del terzo millennio, i nostri problemi, la nostra vita per tanti versi lontana da quella
che è stata la tua quotidianità, il nostro presente forse da te difficilmente immaginabile.
Se mi è concesso il termine, chiudo con una proposta “politica”. Non è la mia, però, una specifica proposta contro la
precarietà, per nuove tutele, nonno. Avrei potuto, tanto per dirne una, illustrarti come negli altri paesi europei sono
state predisposte misure a favore delle nuove generazioni, aiuti per uno studio realmente garantito a tutti, o sussi-
di anche ai precari nei periodi di disoccupazione. Avrei potuto parlarti della nuova legge a favore delle giovani cop-
pie entrata in vigore in Germania dal 200786 e che, oltre ogni imbolsito discorso sulla famiglia tradizionale, sulla crisi
dei valori occidentali, sull'egoismo presunto delle nuove generazioni, di sicuro farà impennare da quest'anno il
numero dei neonati tedeschi.
Non ho voluto fare questo, nonno. In primo luogo per non allungare il brodo di complicati tecnicismi che, comun-
que, lungo queste pagine non ho potuto evitare. Ma non ho voluto farlo anche per un'altra ragione di fondo. Una
ragione che riguarda, appunto, la politica.
Io penso che la politica sia un'attività che ha solo in parte il compito di risolvere “tecnicamente” i problemi della
gente. L'Italia e l'Europa pullulano di pensatori illustri, di professori che partecipano ai dibattiti accademici a livello
internazionale, di teste d'uovo in grado di approntare soluzioni tecniche per qualsiasi tipo di necessità.
Ma nonno, le soluzioni tecniche sono la traduzione in pratica di priorità decise dalla politica, sono la realizzazione
in leggi e norme, di un indirizzo indicato da chi gode di consenso pubblico. Insomma, nonno, io non credo che sia
importante quale soluzione specifica debba essere approntata per garantire dignità ai lavoratori non garantiti, per
permettere ai giovani di farsi una vita autonoma e competere da pari sul mercato delle opportunità e delle possibi-
86
La legge prevede che, quando nasce un figlio, uno dei due genitori riceva per 12 mesi un sussidio statale pari al 67% dell'ultimo stipendio netto ricevuto (fino ad un
massimo di 1800 euro di sussidio). L'altro genitore avrà lo stesso contributo per due mesi. Per avere questo contributo bisognerà lasciare momentaneamente il lavoro, o
ridurre il proprio impiego ad un massimo di trenta ore a settimana (ricevendo quindi anche parte dello stipendio). Chi risulta disoccupato al momento della nascita del
pupo o chi guadagna meno di 300 euro al mese, prenderà un sussidio di 300 euro al mese. La regola del 12+2 mesi è molto elastica. Si potrà decidere di fare 7 mesi un
genitore e 7 l'altro (anche contemporaneamente) o come si ritiene più opportuno. Si potrà decidere di fare anche 24 mesi+4, ed in questo caso il sussidio verrà dimez-
zato. Se nei 24 mesi precedenti si è avuto un altro figlio, un bonus “al fratellino” si aggiungerà a quello dei genitori. In caso di parti gemellari, 300 euro al mese in più
per ogni gemello.
•42•
lità. Io non credo che per permettere a chiunque di avere dei figli senza rinunciare al proprio lavoro e alle proprie
ambizioni, per potersi costruire un'esistenza propria, sia importante questa o quella specifica proposta.
Io penso piuttosto che sia necessario costruire un consenso pubblico sui temi illustrati in questa pagine. Che sia
compito delle nuove generazioni italiane, per venir fuori dalla situazione di impotenza, dipendenza, sudditanza nella
quale queste si trovano, di lavorare per ribaltare le priorità dell'agenda politica nazionale.
Gli esperti di comunicazione utilizzano un termine tecnico: AGENDA SETTING. Con questa definizione si indica la
capacità di un personaggio pubblico, di un uomo o di uno schieramento politico, di determinare le priorità dell'a-
genda di ogni giorno, l'agenda dei media, quella del Parlamento, delle discussioni dei cittadini, il tema di studi e
dibattiti. Un politico è realmente influente quando riesce a mettere le sue priorità al centro del dibattito pubblico,
quando riesce a fare Agenda Setting.
Ecco, miei cari - direi, nonno, ai miei coetanei - mettiamo tutta la nostra forza, voglia, tutti i nostri desideri, le nostre
competenze, le nostre capacità, il nostro bisogno di rivendicare e di riprenderci un futuro, al centro del dibattito di
questo paese. Facciamola noi l'agenda.
So che un lavoro del genere non è di sicuro facile. Tantissime le resistenze, le comodità, le rendite nel nostro paese.
Ma è anche vero che le questioni che ci riguardano, e di cui dobbiamo farci portatori, sono sotto gli occhi di tutti.
Ormai, negli ultimi tempi, anche i media istituzionali cominciano a fare copertine, articoli, indagini sull'Italia della
gerontocrazia. Ormai anche alcuni politici cominciano ad ammettere che la situazione si fa via via più grave, che l'e-
mergenza nella quale ci siamo cacciati ha i caratteri dell'eccezionalità e che bisogna trovare dei modi per contra-
starla.
Il tema delle nuove generazioni italiane, ormai, ha una tale enormità che si pone da solo. A questo punto il nostro
errore più grande sarebbe di lasciare che nel paese le priorità dell'agenda e del dibattito pubblico, si concentrino
sulle nuove generazioni con un solo grande assente ai tavoli che contano: noi.
Questo non è possibile. Questo non è giusto. La politica e la società necessitano del nostro protagonismo per esse-
re svecchiate e rinnovate. Possiamo riportare noi soli al centro del paese un vero dibattito sul futuro, su come ci
immaginiamo gli anni a venire, sugli strumenti coi quali intendiamo affrontare nuove sfide, sulla strada che ritenia-
mo lungimirante intraprendere, sulla prospettiva che tutti decidiamo di darci. Questo dobbiamo fare. Perché il futu-
ro delle nuove generazioni non è di interesse solo di un segmento specifico, particolare, di cittadini. È interesse di
tutti. Indipendentemente dall'età.
Questo nonno quanto direi ai miei coetanei.
E così questo finisco, finisco quanto avevo da dirti, quanto mi ribolliva nello stomaco e doveva trovare un modo per
uscire.
Spero di essere stato chiaro, nonno.
Spero che questi pensieri trasformatisi in lettere e parole, e frasi, possano esserti utili a capirmi, a capirci meglio.
Spero che abbia compreso anche tu la grande sfida che abbiamo davanti.
Sono sicuro, nonno caro, che se tu fossi ancora tra noi, staresti dalla nostra parte.
•43•
Ringraziamenti
Questo lavoro è pensato per essere distribuito, almeno inizialmente, onli-
ne. Quindi prima di tutto un grazie di cuore va rivolto a blogger e abitan-
ti vari della websfera che vorranno diffondere e pubblicizzare - rendere
pubblico - “L'Italia spiegata a mio nonno”.
È doveroso, inoltre, ringraziare l'affetto e l'intelligenza dei tantissimi che
hanno contribuito a chiarirmi le idee, spiegarmi il loro punto di vista, illu-
strarmi i limiti delle mie osservazioni. Senza le loro parole non avrei mai
portato a termine questo lavoro.
Un ringraziamento personale intendo inoltre rivolgerlo a Margherita
Bianchini che con il suo lavoro di editing intelligente ha contributo non
poco a sgrezzare queste pagine. Un grazie anche a Enrico Brizzi, ad
Antonio Incorvaia e Alessandro Rimassa, per le loro benevoli parole d'in-
troduzione. Un grazie a Giorgia Olivieri Giulia Selmi, Marialivia Sciacca,
Lorenzo Galeazzi, Giuliano Berruti, Luca Rosini, Andrea Luca, Sandro
Antonaci, Andrea De Giorgi, Raffaele Frerotti, Marta Aliamo per i giusti
suggerimenti e la loro calda umana assistenza. Un grazie al Prof. Marco
Bianchini. Un grazie a Danilo “Maso” Masotti per tutti i suoi saggi consi-
gli. Un grazie a Michelangelo Ferraro per i discorsi fatti negli anni. A
Novella e Sandra un grazie per essere cresciuti insieme condividendo
sogni e speranze. Infine un abbraccio forte ai miei genitori che mi hanno
insegnato ad essere prima cittadino, e poi figlio.
Federico Mello
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