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NAPOLI: IL FINTO RINASCIMENTO di Luigi Caramiello Corre lanno 2007, le immagini della metropoli campana, seppellita sotto i cumuli

di immondizia, fanno il giro del mondo. E lapoteosi del degrado, tale da suscitare incredulit, indignazione e sgomento nellopinione pubblica, nazionale e non. Scenari apocalittici, che hanno visto gli abitanti del centro, delle aree residenziali e dei tanti comuni dellhinterland partenopeo, vivere per mesi in stato dassedio, tra rifiuti dati alle fiamme, continui allarmi per la salute pubblica connessi alle emissioni di diossina degli incendi, violente manifestazioni di protesta, massicci interventi delle forze dellordine, chiamate a sedare vere e proprie rivolte. Fotogrammi di un incubo urbano comparabile alle pi cupe rappresentazioni sfornate da certa fantascienza apocalittica. Insomma, uno scempio, senza precedenti, il colpo pi duro inferto al decoro della citt e alla credibilit delle sue istituzioni pubbliche. Ma c dellaltro. E la fine di un disegno politico, il crollo fragoroso di unillusione. E cos, come in ogni finale che si rispetti, con ogni probabilit quellultimo, drammatico atto, chiude simbolicamente il sipario su una stagione politica, oramai destinata alloblio dei libri di storia, oppure, ma non c da augurarselo, a trascinarsi chiss per quanto tempo nelle aule di giustizia. Unera politica, durata pi di tre lustri, che in sostanza, alla prova dei fatti, porta con s poche luci e tantissime ombre. Forse, ancor pi banalmente, mostra lesito triste, persino scontato, di una commedia degli equivoci, con venature tragicomiche, come i salti mortali di una classe
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dirigente che oggi tenta in tutti i modi di salvare il salvabile e sopravvivere al suo fallimento. Ma andiamo con ordine. S, perch i fondamenti teorici, le premesse ideologiche afferenti alla categoria di Rinascimento napoletano, assunto attorno al quale negli ultimi quindici anni si sono concentrate le energie e gli sforzi di istituzioni locali e gruppi politici, congiuntamente a importanti segmenti del mondo artistico, ad illustri ambienti intellettuali, per mettere in piedi, inscenandola, loperazione di rilancio dellimmagine di Napoli, hanno origini persino precedenti allesperienza di governo bassoliniana. Lespressione, infatti, fu coniata nei primi anni 80 durante la fase della giunta Valenzi, la prima amministrazione di sinistra insediatasi a Palazzo San Giacomo. Lidea di fondo era stata elaborata da

Maurizio Scaparro, illustre drammaturgo, intellettuale di rango, impegnato in una riflessione ispirata ai principali temi connessi alla civilt del 700 (Caramiello, Videtta, 1982). Tra questi, la riscoperta delleredit artistica del Mediterraneo, il valore sul piano civile insito nella contaminazione tra differenti universi culturali e la ricchezza costituita dalla memoria di unarea geografica, crocevia storico di esperienze politiche ed estetiche di diversa natura. Da qui il proposito di ridisegnare il volto della citt nella cornice della sua tradizione, recuperando un suo supposto modello di ethos civile, una sorta di ritrovamento identitario, con cui sancire il

ricongiungimento simbolico con il proprio passato e le proprie radici. Detto in altri termini, una visione del dispositivo cultura come fondamento del vivere comune e, allo stesso tempo, proiezione di un nuova proposta organizzativa, piattaforma sulla quale avviare un progetto di rilancio della citt, intesa come spazio totale, ossia un luogo dove creare i presupposti per favorire quel meccanismo di consumo e produzione (cfr. Ragone, 1974) tipico di ogni dimensione metropolitana. A Napoli esso avrebbe dovuto
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orientarsi, prioritariamente, alla sfera dello spettacolo e della realizzazione di grandi eventi culturali (Melati, 1994). In effetti, affiorava gi allora qualche elemento di velleitarismo, ma la citt stava solo allora uscendo dalla sua prima stentata rivoluzione industriale, prodottasi peraltro tardi, male e solo in parte. Si avviava a chiudere lo stabilimento ILVA di Bagnoli (le ferriere) e lidea di dislocarsi sul terreno della produzione

immateriale, quale efficace attrezzatura di promozione del territorio, capace di generare nuove possibilit di impiego attraverso iniziative postindustriali, nel campo dei servizi e di ci che fosse legato alla sfera del piacere e dellevasione, aveva un suo potenziale di seduzione, ma lo schema, gi allora, era certamente riduttivo. Unoperazione assai significativa in tal senso, fu il gemellaggio tra Napoli e Venezia in occasione del Carnevale 1982. Si tratt di uniniziativa legata ad una tragica contingenza: il terremoto in Irpinia del 1980. Napoli fu colpita solo di striscio, ma, con migliaia di sgomberi e famiglie sfollate, la citt si trov in ginocchio. In ogni modo, il sisma, con i suoi disagi e le rilevanti conseguenze sociali, aveva attirato anche un moto di grande solidariet e unattenzione generalizzata sulla capitale del Mezzogiorno. Gli occhi indiscreti delle telecamere puntati per mesi sulla citt, con lobiettivo di mostrare il disastro, finirono con lo scoprire anche laltro. Tanto che, come accade spesso in questi casi, e la storia torner a ripetersi, Napoli divenne in breve tempo la capitale europea della cultura, la citt pi ricca di produzione teatrale uno dei luoghi pi vivaci dEuropa e via magnificando. Ancor prima del terremoto, va ricordato il grande successo ottenuto dalla mostra del 700napoletano. Anche in quel caso, levento si rivel unoperazione, non secondariamente mediatica (cfr Bechelloni, 1984), di valorizzazione del patrimonio classico della citt, sia nella scelta delle procedure organizzative, sia per le modalit con cui fu
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regolata l offerta al consumo, dando una chiara dimostrazione di come anche al Sud si potessero raggiungere notevoli risultati. (Caramiello, Videtta, 1982) Tuttavia, allepoca di Maurizio Valenzi, il primo sindaco comunista di Napoli, che guid il Comune dal 1975 al 1983, la scommessa sulla cultura, lenfasi posta sullidentit, si accompagnarono anche ad una riflessione sulle ragioni, di carattere storico e politico, alla base del deficit di sviluppo che caratterizza tuttoggi il Mezzogiorno dItalia. Cos, approfittando anche degli ingenti fondi statali erogati per la ricostruzione nella fase postterremoto, una volta individuati i principali punti sui quali intervenire, si diede il l ad un progetto di rilancio dotato di un parziale respiro riformista. Si part dallelaborazione di un piano dintervento strutturale che riguardava temi fondamentali, a cominciare dalla riqualificazione delle aree periferiche, passando per ledilizia pubblica, le scuole, le universit, gli ospedali, completando il quadro con un nuovo piano per la nettezza urbana (Iacono, 2007; Morra, 2009). Con uno sguardo retrospettivo non si possono non scorgere lingenuit politica la leggerezza con le quali, soprattutto al Sud, si cominciato, da una certa fase in poi, a respingere lidea della solidariet, a rifiutare lidea degli aiuti al Mezzogi orno, avviando tutta una singolare elaborazione sul concetto di autonomia, sui meriti del fare da soli. Una riproposizione maldestra del fasin da besoj lanciato, allepoca del terremoto del 1976, dai friuliani. I quali peraltro godettero poi di cospicue risorse statali, sicuramente investite con maggiore saggezza di quanto non avviene solitamente al Sud. Cos facendo si buttato via con lacqua sporca, quella degli sprechi degli sperperi, del clientelismo, del foraggiamento alle organizzazioni mafiose, aspetti non marginali nellepopea dellintervento straordinario, anche il bambino, quello degli investimenti finalmente produttivi, dellaccrescimento nella
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dotazione infrastrutturale, della qualificazione degli apparati della sanit dellistruzione, della sicurezza. Insomma, di unefficace perequazione del deficit che esiste tra aree deboli ed aree forti del paese.(Caramiello,2005) Proprio in questa direzione, nel 1984, col Regno del Possibile, era stato ipotizzato un realistico percorso di modernizzazione. La proposta, sostenuta da un esiguo gruppo di intellettuali e imprenditori, era di sviluppare liniziativa nel campo della ricerca e dellalta tecnologia, nonch di intervenire sul patrimonio edilizio, riqualificando anzitutto le aree pi degradate del centro storico. Questo progetto non fu mai discusso seriamente in Consiglio comunale. Lignavia della giunta di allora fu agevolata da unaccesa polemica, anche da parte di elementi di estrema sinistra e di ampie componenti del PCI. Queste forze politiche denunciarono il pericolo di una colossale speculazione, che avrebbe cacciato via gli abitanti dei quartieri centrali della citt. Questi stessi quartieri che, ironia della sorte, stavano nel frattempo degradandosi e diventando, come in larga parte avvenuto, dominio incontrastato della camorra (Chiaromonte, 2004). A ben vedere, in quellepisodio possibile scorgere, anche se allo stato embrionale, gli indizi di una deriva anticapitalistica e antimodernista, di un rifiuto del progresso in quanto tale, che presente, come ha fatto notare Abruzzese (1979) in una certa tradizione culturale di sinistra, che giunge fino allattuale costellazione no-global. Un punto di vista che a Napoli, avrebbe toccato il suo culmine proprio in questi anni, assumendo le sembianze dellimmobilismo oltranzista e del lassismo istituzionale, posizioni giustificate dalladozione di un orientamento politico alternativo nella gestione della cosa pubblica. La realizzazione delle necessarie infrastrutture e il risanamento del tessuto urbano, sono state sacrificate sullaltare di una perversione politically correct, sia nella
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versione pseudo-ambientalista, sia nella chiave di un pauperismo nostalgico-romantico di derivazione vagamente pasoliniana (Pasolini,1961). Utili paraventi ideologici per linefficienza programmatica, lincapacit e il disinteresse a definire un progetto di rilancio della citt. Alla fine questo atteggiamento ha rivelato tutta la sua inadeguatezza, dal punto di vista dellinteresse collettivo, ma ha prodotto notevoli risultati in ordine alla salvaguardia di determinati equilibri politici e al mantenimento di un potere, durato gi 16 anni. Ovviamente, dal punto di vista dellattore politico, del partito, in senso weberiano, questo profilo pu essere interpretato alla luce di un notevole grado di razionalit strategica (Elster, 1993). Le scelte, i comportamenti, di una leadership, capace di conservare posizioni di potere politico, per un lungo periodo di tempo (cfr. Baldissera, 2008) distribuendo privilegi agli adepti, migliorandone enormemente il tenore di vita, elevandone lo status, guardate, attraverso la lente dellindividualismo metodologico, possono essere considerati squisitamente razionali. Il fondamentale obbiettivo di un leader, come di qualunque gruppo politico, la principale fra tutte le loro possibili buone ragioni (cfr Boudon, 1999) , ovviamente, conquistare il potere e conservarlo. Per riuscirvi, in contesto democratico, bisogna ottenere, fabbricare, consenso, in un modo qualsiasi. Il fatto che in una realt sociale, cos aspramente marcata da condizioni di disagio, pu risultare, dal punto di vista di un gruppo dirigente, pi agevole e conveniente impegnare risorse in senso clientelare, direttamente in direzione dellappoggio elettorale, piuttosto che investire nella direzione difficile e incerta dello sviluppo, sperando in un ritorno, in termini di adesione politica, che essendo a lungo termine , per ci stesso, incerto. Questo aiuta a spiegare molte cose. Per la grande coalizione dellera Bassolino, il caravanserraglio politico che ha governato Napoli e la
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Campania negli ultimi anni, quale miglior modo di garantire una stabile governance , se non quello di non scontentare mai nessuno? E anche cos che molte volte le dimensioni individuali dellazione e i processi sistemici, possono connettersi (cfr. Di Nuoscio, 2000) facendo emergere propriet singolari (Kauffman, 2001) scenari complessi (Arthur, 1988; 1997). Ed anche in questa maniera distorta che le decisioni dei governanti e quelle dei governati, talvolta si incrociano, sincronizzandosi perversamente, si armonizzano in modo quasi naturale, sedimentando storture e cristallizzando forme di equilibrio perversamente dinamico. Ovviamente, nel nostro caso, i costi di questa pseudo-stabilit, avrebbero finito per pagarli il territorio, la comunit, i cittadini. Questi, purtroppo, lavrebbero capito solo sul lunghissimo periodo. Ma come era cominciata questa amara stagione politica? E da dove aveva tratto la sua spinta propulsiva? Dopo la fine della giunta Valenzi, a Napoli vi era stato un periodo di interregno, caratterizzato dal governo del Pentapartito con il patto tra democristiani e socialisti: lera di De Lorenzo, Gava e Pomicino, il cui corso fu bruscamente interrotto dalluragano tangentopoli. Di punto in bianco la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista, i repubblicani, i liberali, il PSDI, furono spazzati via dallonda lunga della moralizzazione. In un crescendo di livore giacobino molti dei loro principali esponenti furono messi alla gogna, in modi che, in pi di una circostanza, mostrarono chiari segnali di una degenerazione populista, palesata nel linguaggio e nei toni assunti dal discorso pubblico. Il finanziamento illecito della politica, il malcostume, la corruzione, non erano certo fenomeni inesistenti. Erano, anzi, ramificati e diffusi in tutto lo spettro politico. Ma ci cui si assistette fu un processo di piazza, sostanzialmente verso una parte sola della classe dirigente, sostenuto da un accanimento mediatico, spesso privo di motivazioni, montato sulla scorta
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di un giustizialismo assai diverso dalla giustizia. Si aliment una spirale dodio e fanatismo priva di qualsiasi logica, se non quella ispirata allopportunismo politico. Lirrompere delle vicende giudiziarie sulla scena pubblica, forn un terreno assai fertile per il trionfo politico di Antonio Bassolino, di fronte al quale non vi erano pi, dopo gli scandali e gli arresti, avversari di rango. Il neo sindaco fu capace, sin dal primo momento, di presentarsi come espressione e guida di un nuovo corso, negli anni che videro la cosiddetta stagione dei sindaci, con gli insediamenti di Orlando a Palermo e di Rutelli a Roma. Inviato a Napoli nel 1993, dai vertici del PdS, come commissario della locale federazione del partito , quello stesso anno si candid a sindaco della citt, conquistando la carica contro Alessandra Mussolini. Si apr cos un nuovo capitolo della storia cittadina. Proponendosi come uomo di rottura, con piglio da leader carismatico, il sindaco fu ideatore, insieme ai suoi pi stretti collaboratori, di una nuova concezione del potere applicata allamministrazione pubblica. Accentratore, dirigista, fautore del partito personale, sin dal principio Bassolino conferisce unimpronta precisa al governo della citt. Daltra parte, con un Paese nellocchio del ciclone, dopo gli scandali di tangentopoli, quale occasione migliore per dare un segnale di discontinuit? Bassolino si ingegn in ogni modo a mostrare una terra, da tanti considerata il regno della criminalit, della corruzione, del degrado, in una veste nuova, trasparente, pulita. Confer cos alla sua figura politica un connotato quasi taumaturgico, il simbolo di una comunit in cerca di riscatto, una sorta di stato nascente (Alberoni, 1989). A questa simbologia si affianc unincessante iniziativa sul terreno culturale, si applicava, in buona sostanza, una lettura semplificata del ragionamento sul welfare postindustriale(Caramiello,1982). Si immaginava cio di
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conseguire traguardi di innovazione, puntando semplicemente i riflettori sui tesori del nostro patrimonio artistico e sulle straordinarie risorse immateriali, le emergenze creative, intellettuali, simboliche, diffuse sul territorio. Vennero cos messi in vetrina i beni culturali, le bellezze paesaggistiche, le arti visive, la tradizione gastronomica. Vi furono alcuni eventi decisivi che spianarono la strada al governo locale, accelerando il corso di quella operazione di immagine. Lincontro del G7 tenutosi a Napoli nel 1994, ad esempio, diede al capoluogo campano unenorme visibilit. Loccasione di mettersi in mostra fu sfruttata a pieno. In quella circostanza, grazie ad una grande macchina organizzativa, fu realizzata uneccellente campagna promozionale, proiettando allesterno lidea di una citt che era riuscita finalmente a voltare pagina, a mettere in moto un nuovo meccanismo di moderna socializzazione (Morcellini, 1992), lasciandosi di colpo alle spalle tutti i problemi, e le brutture del passato. Fu un grande successo mediatico, grazie al quale per la prima volta dopo molti anni la citt fin su tutte le prime pagine delle testate internazionali, per ragioni non legate a vicende di malaffare o al crimine organizzato. In questo senso, va riconosciuto alla giunta Bassolino anche il merito di aver recuperato, tra le altre cose, un luogo di grande fascino e prestigio come Piazza Plebiscito, lasciata negli anni precedenti in uno stato di abbandono e adibita addirittura ad area di sosta per le auto. Si prosegu su questa linea concentrando tutti gli sforzi sugli spazi urbani di maggior impatto turistico, attirando lattenzione dei media e dellopinione pubblica sul centro storico. Di qui linteresse per l arte contemporanea, che accostava Napoli alle grandi capitali europee, il progetto per la costruzione della metropolitana, la fine del coprifuoco nella citt antica, con lapertura di locali notturni e linaugurazione di nuove attivit commerciali, erano per molti il segno chiaro ed inequivocabile di una citt che si apprestava a
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raggiungere in maniera incontrovertibile, con animo consapevole e fiero, il traguardo, in passato sempre sfuggito, della modernit. Non era tutto oro quel che luccicava. Fuori dalla luce dei riflettori, zone gi industriali e quartieri periferici furono abbandonati a s stessi, nellindifferenza generale, divenendo sempre di pi ricettacolo della malavita organizzata e della micro delinquenza. Proprio in quegli anni, complice il silenzio dei mezzi di informazione e la negligenza delle istituzioni locali, aree come Scampia e i comuni adiacenti divennero dominio della camorra. In quella zona, potenti gruppi malavitosi misero in piedi un vero e proprio distretto della droga, facendo dellarea unenorme piazza di spaccio. Questo territorio diverr, in seguito, teatro di una sanguinosa guerra di camorra per il controllo e la gestione dei traffici illeciti. Sempre in quel periodo, una dura congiuntura economica colp la piccola e media impresa, con la conseguente ulteriore crescita dei tassi di disoccupazione. Il governo locale utilizz ingenti fondi pubblici per fronteggiare lemergenza. Ma lavviamento di numerosi corsi di formazione per i disoccupati napoletani non ebbe pressoch alcun impatto sulloccupazione reale e la riqualificazione dellofferta di manodopera. Vi fu solo listituzionalizzazione di una nuova categoria professionale, i cosiddetti LSU Lavoratori Socialmente Utili. La logica era puramente assistenzialista, le occupazioni precarie; lo scopo ricercato un pi ampio e ramificato sistema di consenso elettorale. Cos, mentre da un lato si cercava di mettere una toppa alla situazione di emergenza , di coprire la falla della disoccupazione, provando a mascherare un problema, la cui portata avrebbe previsto ben altre soluzioni, simultaneamente si operava verso lestensione e il consolidamento di un
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pervasivo e ramificato apparato clientelare. Daltronde la costruzione del consenso fu una pratica integralmente connessa alla gestione della spesa pubblica: Tutto si reggeva sulla sua capacit di tenuta, grazie alla quale si garantiva anche il potere del sistema che la gestiva. Il meccanismo, che al momento , presumibilmente, abbastanza inceppato, si mostrato, grazie anche alla povert strutturale del territorio, fino a poco tempo fa, efficace al punto tale da reggere, sul piano elettorale, persino allo scandalo dei rifiuti, nonostante la svalorizzazione dell' identit territoriale e loffuscamento della sua immagine che ad esso si accompagnato. In ogni caso, in base a questa linea di ragionamento, possiamo affermare che, in questi anni, l'esercizio del voto a Napoli stato, in molte aree e per diversi gruppi sociali, terribilmente legato a un intricato sistema di interessi e mediazioni. Il che equivale a parlare, in sostanza, di un voto non libero. Si pu obiettare che questo ragionamento pu valere ovunque. Non cos. Il tema distintivo riguarda la misura, l'incidenza del fenomeno, che pu essere trascurabile o preponderante, irrisoria o sostanziale. Certo, anche nel Centro Nord del Paese, agisce la spesa pubblica, ma vi anche il mercato . Esistono gli attori politici, ma vi sono anche tanti altri soggetti autonomi, imprenditori, sindacato, apparati dell'informazione, commercio, mondo culturale. Qui da noi, fatte lodevoli eccezioni, quegli scampoli di realt produttive ed economiche, sociali e culturali, che esistono, sono tutti variamente collegati, persino dipendenti, dal meccanismo della spesa pubblica, non diversamente dai segmenti di marginalit assistita. Se questo vero, non deve sorprendere che la gente abbia preferito, almeno fino ad ieri, sentire il fetore dellimmondizia sotto le finestre, ma abbia evitato di dare un dispiacere elettorale a chi gli ha fatto, sinora, mettere il piatto in tavola.

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In questi anni stato sicuramente cos. In fondo, una delle facce del solito vecchio dramma del sottosviluppo. (Caramiello, 2007) E questa la situazione con cui oggi bisogna fare i conti. Si parlato e discusso molto, non solo a Napoli, negli ultimi anni, intorno alle cause che hanno portato allevidente declino del ciclo politico di Bassolino (Sisti, 2006). Alcuni periodizzano loperato complessivo del governo locale in due fasi differenti. Un primo momento contraddistinto dalla ripresa della vita civile, attraverso la rivalutazione dellimmagine , la cosiddetta rinascita culturale, e una seconda fase, caratterizzata dal collasso politico istituzionale collegato allemergenza dei rifiuti, al crescente degrado allillegalit, allinsicurezza . Ritengo che questa ripartizione, in due tempi, sia fondamentalmente un luogo comune. Anche volendo ribadire, che nel corso della stagione politica propulsiva, vi sono stati, almeno in ambito culturale, iniziative di un certo rilievo, progetti importanti ed episodi significativi, bisogna riconoscere che si tratt, nel complesso, di interventi dal carattere evenemenziale, di singole iniziative, di per s anche lodevoli, talvolta molto interessanti, ma assai distanti da una prospettiva sistemica (Luhmann, 1983; Bateson, 1984), sganciate da una visione dinsieme, estranee ad una progettualit pi ampia di sviluppo, cos da riverberarsi positivamente e globalmente sul territorio. Questo non accaduto anche perch alla base, non c stato, salvo taluni episodi nellambito dei trasporti, alcun intervento strutturale, come, ad esempio, un risanamento del tessuto urbano che interessasse i quartieri fatiscenti del centro storico e gli agglomerati periferici pi esposti alla marginalit e al degrado. Ma proprio in rapporto ai trasporti urbani che si segnala una delle vicende pi significative della situazione partenopea: lo strano caso della stazione del metr di Monte S. Angelo. La vicenda si inquadra nel grande capitolo della citt darte e cultura. E cos il
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consulente artistico di Bassolino a decidere di affidare il progetto della nuova Stazione allartista anglo-indiano Anish Kapoor. Per soli 2milioni di Euro lo scultore progetta i due ingressi del metr, ispirandosi al tema delle piccole e grandi labbra (femminili, ovviamente). I costi di realizzazione dovrebbero essere altri 8 milioni di Euro. Il progetto viene approvato nel 1999, ma solo nel 2003 Kapoor annuncia al mondo che la stazione sar in funzione nel 2008. In realt, lanno scorso, i tecnici chiamati a verificare la fattibilit dellopera la dichiarano tecnicamente irrealizzabile (Abate, 2009). Lartista immaginava di plasmare lastre di acciaio lu nghe dodici metri, in realt le tecnologie disponibili permettono solo la lavorazione di lastre da 4 metri. In pi, la societ impegnata nei lavori di costruzione del metr, dichiara che le opere, come sono pensate, non sono compatibili con le esigenze tecniche della stazione. Va tutto riprogettato dal punto di vista ingegneristico, non si sa con quali costi. Inoltre, si appura che, semmai dovesse essere costruita, la struttura deve avere un impianto di raffreddamento perennemente in funzione, perch la temperatura che raggiungerebbero le superfici, sotto raggi del sole, renderebbero lambiente impraticabile: un forno. E solo un caso ma forse abbastanza indicativo della superficialit e del velleitarismo di una stagione di governo che ha preferito i voli pindarici alla esigenza di fare seriamente i conti con una difficile realt urbana e sociale. In questo ambito vanno inquadrate alcune decisive latitanze programmatiche di questi anni: dalla carenza assoluta di unefficace politica industriale, volta al rilancio delleconomia, alla mancata ricerca di formule innovative per incentivare limpresa privata, cos come la carenza di criteri trasparenti nellambito della attribuzione di finanziamenti ed incentivi pubblici, interventi, insomma, finalizzati concretamente allo sviluppo, al rilancio sul terreno produttivo e occupazionale. Tutto questo mancato. Le vicende di Bagnoli e Napoli est,
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da questo punto di vista, costituiscono solo gli esempi pi eclatanti. Aree che da anni aspettano invano di essere riqualificate, le cui interminabili azioni di bonifica assorbono ingenti risorse. Eppure, proprio negli anni in cui iniziava a palesarsi la carenza di autentiche politiche per lo sviluppo, ci fu un vero e proprio boom di popolarit per lamministrazione locale. Lindice di gradimento verso il primo cittadino e gli amministratori aumentava di giorno in giorno, grazie al sostegno della quasi totalit degli organi di informazione. Per una lunghissima fase il Bassolinismo ha goduto di buona stampa a prescindere dai dati. In alcuni giorni, i giornali facevano a gara a pubblicare titoli a caratteri di scatola e fotografie. Anche quattro articoli nella stessa testata, nello stesso giorno: uno in prima, uno in politica, uno in cultura, uno in cronaca: convegni, pubblicazioni, mostre, concerti. Un neo-mecenatismo di mano pubblica di cui Napoli e la Campania non hanno mai visto leguale: il trionfo della cultura, la festa dellorgoglio identitario, Un feticcio funzionale ad una pura azione di propaganda, incurante del fatto che lidentit sempre in divenire (Cfr, Pecchinenda, 1999). Insomma, una retorica della valorizzazione dellimmagine, del rinascimento, fondata solo su titoli di giornale. Vorrei dire titoli tossici, equivalenti simbolici di quei derivati, futures e altri dispositivi di economia virtuale, che hanno avvelenato le borse e provocato la crisi in campo internazionale. Nessuno lo dice, ma lo scemenzario postmoderno ha fornito la migliore legittimazione a quei maghi e illusionisti dei giochi finanziari, che hanno avviato il disastro planetario. Lavoro, fabbriche, produzione di beni materiali, valori concreti, a che servivano pi? La ricchezza scaturiva dal nulla, da alchimie informatiche, attivit creative, giochi di prestigio che invece facevano solo arricchire qualche speculatore. Allo stesso modo quella pubblicit su Napoli, riferita a una citt e ad una regione del tutto
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virtuali, ha fatto dei gravissimi danni al territorio, perch ne ha occultato il suo declino, ne ha nascosto la tragedia incombente, mostrandone unimmagine edulcorata che non favoriva in alcun modo il suo sviluppo reale (Caramiello, 1996). E infatti, la camorra scomparve dalle pagine dei giornali. Limprovviso oscuramento della tematica non riguardava solo ed esclusivamente le vicende legate alla cronaca nera. Un altro filone di riflessione, molto caro allintellighenzia di sinistra, racchiuso in una congettura formulata a pi riprese, vale a dire, il legame oscuro tra i poteri locali e la criminalit organizzata, anche in rapporto alla raccolta del consenso politico, in un territorio dove si registra la capillare presenza della malavita, fu completamente accantonato. Quasi come se la conquista del potere da parte della sinistra fosse bastata di per s a dissolvere il problema. Con la grande svolta del 1992-93, molti intellettuali furono risucchiati nell'ambito dei nuovi poteri politici e amministrativi sorti dalle ceneri di Tangentopoli. Gli stessi uomini di cultura che erano stati la coscienza critica del Sud, diventarono i corifei della stagione dei sindaci, i paladini acritici dei Bianco, degli Orlando, dei Bassolino. Ai loro occhi, i sindaci di sinistra incarnavano l'idea di un Sud che doveva soltanto scoprire i tesori nascosti sul proprio territorio per avviare il decollo economico. E del resto, con la sinistra politica ormai nel Palazzo, per la sinistra culturale diventava difficile, se non impossibile, mantenere un'attitudine critica. Riemergeva la vocazione alla sudditanza dell'intellighentia comunista (Macr, 2008). Con lo stessa attitudine acritica, unita ad una carente lucidit intellettuale, ad un metodo svogliato, nonch ad un linguaggio approssimativo, molti rappresentanti di quella corrente individueranno cos la causa di tutti i mali del mezzogiorno nelle dinamiche messe in moto dai processi di industrializzazione. Daltra parte, teorizzare la parzialit, lincompiutezza,
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le deformazioni del percorso storico- politico della civilt occidentale, rivelare linganno celato dietro il mito del progresso (Latouche, 2006), sottolineare la fallacia del concetto stesso di sviluppo (Wallerstein, 1995), divenuto, per molti intellettuali, un vezzo comune in questi anni. A ben vedere, anche la tesi centrale di Gomorra, del libro e del film: la speculazione economica, l'impresa criminale, la camorra, forse con gradazioni diverse, sono la stessa cosa, la faccia estrema dello sviluppo capitalistico, della logica del profitto, del mercato. Una tesi che fa il paio con quell'altra circolata riguardo alla catastrofe dei rifiuti, secondo la quale Napoli, col suo dramma spazzatura, ha avuto persino il merito di mettere in luce una tragedia ineluttabile del modello capitalistico, che, altrove, semplicemente, viene nascosta. Insomma, il problema il capitalismo. Il ragionamento, ovviamente, fa acqua da tutte le parti e baloccandoci con visioni del genere, direbbe Nanni Moretti, continuiamo a farci del male. Il punto che il comunismo, fallito su scala planetaria, rifiutato anche dagli elettori della penisola, apparentemente, scomparso persino dal parlamento italiano, continua a condizionare, stavolta, nelle vesti di un luogocomunismo, dalle venature postmoderne, il modo di pensare di tanta parte della nostra intellighenzia. Una sorta di automatismo mentale, riflesso di un anticapitalismo ideologico, delle cui conseguenze forse molti non sono neppure consapevoli. Come si fa a non prendere atto, come ci mostrano tutti gli indicatori, come ci impone la logica, come ci suggerisce il buon senso, che le tragedie, nel Mezzogiorno, derivano sostanzialmente dalla mancata evoluzione del capitalismo, dall'arretratezza del tessuto produttivo, dalla debolezza del mercato? Basterebbe solo chiedersi: perch mai lo sviluppo capitalistico, il libero mercato, producono queste conseguenze distorte e macroscopiche solo da noi? Forse che in Olanda, in
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Danimarca, in Germania, in Inghilterra, in Francia, (o semplicemente nellItalia del nord), non c', da lungo tempo (Weber, 1993), un sistema capitalistico? E non infinitamente pi efficiente, pi avanzato, migliore, di quello che opera dalla nostre parti? Perch in questi paesi non regnano il degrado e la criminalit come a Napoli? (Caramiello, 2008c) Piuttosto che ricondurre alla scarsa incidenza, allincompiutezza del nostro percorso di sviluppo, la radice delle gravi difficolt che ci troviamo ad affrontare oggi, si preferisce addebitare la colpa dei problemi di Napoli e del Mezzogiorno allidea stessa di sviluppo. Suggerendo cos, in opposizione al canonico modello di sviluppo industriale, un percorso di rilancio incentrato sulla valorizzazione dellimmaginario, puntando unicamente sulle potenzialit turistiche e le capacit attrattive costituite dalle nostre risorse culturali. Posizioni che confluiranno poi nel cosiddetto pensiero meridiano (Cassano,1996) Una costruzione ideologica in cui risuonano gli echi di una fascinazione verso un passato primigenio, una nostalgia dellark (Morin, 1963, 1974), che diviene, nelle mani della politica-spettacolo (Schwartzenberger, 1980), strumento di pura propaganda. In sostanza, infatti, stata adottata una linea politica dove la progettualit ha assunto una configurazione evenemenziale e virtuale, canalizzando le energie e le risorse istituzionali nello sforzo organizzativo e promozionale di grandi eventi: spettacoli festival, notti bianche, rassegne, happening, senza che tutto ci fosse accompagnato da una seria e rigorosa politica sul terreno produttivo, industriale. Di fatto, pi che attivare impresa e stimolare progettualit rivolte al decollo delle realt economica e sociale, al vero rilancio del territorio, si dato vita ad un fitto reticolo assistenziale. Dunque, in un quadro di cos palese disequilibrio risulta evidente come il rinascimento napoletano si configuri, oggi assai pi di quanto non sia
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stato nella sua prima immaginaria stagione, pi come un desiderio per mancanza che come una realt operante. (Caramiello, 1982) . E non sono serviti a stimolare granch lo sviluppo, evidentemente, gli Otto miliardi di Euro riservati dallEuropa alla Regione per lAgenda 2000. I fondi del quadro comunitario di sostegno sono stati interamente utilizzati, anzi la Regione Campania, per la sua capacit di spesa, ha fatto incetta di premialit. Ma con quali ricadute sulla reale situazione sociale ed economica nellarea di riferimento? Basta dare unocchiata ad alcuni dati per avere un quadro abbastanza chiaro della situazione. A Napoli, il reddito procapite la met del Nord, levasione scolastica ai massimi st orici , e il degrado urbano incommensurabile. Secondo il rapporto Bankitalia 2008 sulleconomia regionale, in Campania vi il tasso di disoccupazione pi alto dEuropa: 12,6%, (ma per LISTAT la percentuale arriva addirittura al 13,4%). Lultima indagine svolta dallIstituto di Statistica rileva che, solo nel primo trimestre del 2009, si sono persi altri 33mila posti di lavoro. Bankitalia fa notare che la regione detiene anche il primato negativo del tasso di occupazione (40,7%) ultimo posto in Italia e in Europa. In pratica sono in attivit solo 4 persone su 10. In Lombardia, per capirci, lavorano 7 persone ogni 10. Il responsabile del centro studi economici Bankitalia, Giovanni Iuzzolino, commentando questi dati, sostiene che La Campania non ha recuperato nulla del ritardo di sviluppo accumulato negli ultimi 50 anni (Mannu, 2009). Daltra parte il PIL pro-capite dei cittadini campani, secondo i recentissimi dati SVIMEZ, di 16.746 Euro, a fronte di una media emiliana quasi doppia (32.300 Euro) e lombarda (33.335 Euro) pi che doppia. Lo scarto fra il PIL pro-capite campano e la media nazionale (26.276 Euro) di circa 10mila Euro. Nel 2008, con un 2,8%, la Campania ha registrato il calo del PIL pi elevato fra tutte le regioni italiane, 14 volte pi grave della Puglia (- 0,2%), 7 volte maggiore della
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Calabria (- 0,4%), 4 volte quello della Sicilia (- 0,7%). E la percentuale di famiglie campane povere (quasi 1 su 5) supera il 22%, giusto il doppio della media nazionale (11%). Si pu comprendere che il tasso migratorio interno, la percentuale di gente che si sposta dalla Campania verso altre regioni, sia arrivato a 4,5 per mille, esattamente il contrario di quanto avviene, ad esempio per l Emilia (+4,6 per mille). Il record finale riguarda la popolazione napoletana: nellultimo anno, secondo lultimo bilancio demografico ISTAT, ha subito un decremento dell1%, il pi evidente in tutto lo stivale. Insomma, la citt si spopola, la gente fugge da Napoli, come titolano i giornali (Piedimonte, 2009). La soluzione di una problematica di questa natura e dimensione certo non pu essere sollecitare l'inaugurazione di qualche nuovo ristorante, ma spingere per l'apertura di mille nuovi cantieri, di nuove fabbriche, di nuove aziende produttive. Agire per la nascita di nuova industria, tradizionale e innovativa, che produca la ricchezza: salari, stipendi, profitti, che la gente, prima di tutto locale, come in tutte le realt sviluppate del mondo (non solo i pochi temerari turisti che si avventurano nel centro storico) possa spendere in quei discobar, musei, teatri e quant'altro, che spesso vengono illusoriamente immaginati come i dispositivi su cui si pu fondare leconomia dellarea metropolitana di Napoli e della Campania. Quello che si stenta a comprendere il fatto che non abbiamo il problema di attrezzarci, magari con altri centri commerciali di cui la stagione del rinascimento ha prodotto in Campania una concentrazione fra le pi alte dEuropa, per consumare una ricchezza (che non c'); abbiamo il problema di crearla. Attraverso un rilancio urbanistico, industriale, che si accompagni a una bonifica profonda del territorio sociale. Bisogna comprendere che la cultura non pu sostituire o mascherare tutte le altre carenze. Non pu supplire a tutto il resto. Non vi riesce neppure a Capri, a San Marino, in
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Costiera amalfitana, luoghi di poche migliaia di abitanti, figurarsi in un'area metropolitana di oltre tre milioni di anime, fra le pi densamente popolate d'Europa.(Caramiello,2008b) In questo contesto la sola industria culturale, la sola economia immateriale e del loisir (Ragone, 1974), sebbene sia vivace e propositiva, non pu funzionare, non pu farcela. Senza le risorse minime necessarie, senza un efficace rilancio del generale comparto economico, produttivo, senza una nuova espansione di tutto il resto dellapparato industriale, non pu, in altre parole, trainare lo sviluppo. Costituisce, infatti, la singola tessera di un complesso mosaico. In tal modo, la disarticolazione interna non permette al sistema di far fronte alla crescente complessit e mobilit ambientale e di sviluppare quella tensione di carattere autogenerativo, autoriflessivo, autopoietico, che Luhmann (1983) molto opportunamente identifica quale caratteristica essenziale delle organizzazioni sistemiche. Ci tanto pi evidente, lapalissiano, se si osserva lincidenza del settore turistico su lla formazione del Pil italiano: Nelle aree densamente industrializzate il doppio o il triplo di quella napoletana. E mentre tutte le citt e le regioni dItalia hanno visto aumentare il loro flusso turistico, la Campania ha registrato, nel corso dellestate 2007, secondo lindagine Unioncamere Isnart, un calo del 5% di presenze, con una perdita secca stimata in 64 milioni di Euro . Ora la domanda che bisognerebbe porsi questa: come mai nonostante Napoli possieda indiscusse potenzialit dal punto di vista paesaggistico, turistico e terziario, si vede scavalcata da una citt come Milano, anche per flusso turistico? Il motivo se vogliamo semplice. Bisogna partire dal presupposto che tra lo sviluppo culturale e la crescita in campo sociale ed economico vige un rapporto di stretta correlazione . In altre parole, densit turistica e densit
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industriale, (fuori dal contesto dei PVS, ovviamente) camminano di pari passo, i due valori sono, infatti, direttamente proporzionali (Cirello, 2008). Il punto che in termini di dotazione industriale il nostro territorio presenta un gap vistoso, ma non semplicemente rispetto a tante altre aree dellEuropa avanzata, esso si mostra in tutta la sua evidenza, per esempio, non solo in rapporto alla splendida performance (pur se adesso un po rallentata) del nostro nord-est mitteleuropeo o allinteressantissima prestazione di ex zone depresse come lIrlanda, il nostro divario , quantitativamente e qualitativamente, pronunciato anche in relazione ai risultati raggiunti, in poco pi di 20 anni, da un contesto tipicamente latino e mediterraneo, in fondo, non cos differente dal nostro, come la Catalogna. E vero, ogni caso ha una sua storia peculiare e delle sue specifiche caratterizzazioni, ma noi possiamo mai rassegnarci a una specificit la quale comporta che il reddito medio delle nostre famiglie meridionali, sia la met di quello dellEmilia? (Caramiello, 2005) Citt come Barcellona, ma anche Marsiglia, Valencia, grazie a coraggiose politiche urbanistiche, a intelligenti iniziative in ambito economico e industriale, nellarco di 15 anni sono letteralmente decollate, per usare un termine caro a Rostow (1962), eppure, prima di prendere quota non si trovavano in una condizione molto diversa da quella in cui si trovava (e si trova) Napoli. Napoli, invece, non decolla. Non ha ancora accumulato energie per immettersi sulla strada della modernizzazione economica, tecnica, scientifica, culturale (Caramiello, 2005). Le vecchie remore e resistenze che sempre hanno contrastato lattivazione dei meccanismi di sviluppo non sono ancora superate e le forze innovatrici, lungi dal ramificarsi e consolidarsi nellintero corpo sociale, sono ancora deboli, parzialmente
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influenti e per ci stesso costrette a produrre risultati isolati e modesti (Rostow, 1962, 37). Sono consapevole che la nozione di sviluppo proposta da Rostow si evoluta. Oggi, lidea di sviluppo si associa, oltre che ad un aumento del Pil, ad un processo assai pi complesso (Morin, 2000) che implica un generale miglioramento nella qualit della vita quotidiana. Implica, cio, laffermarsi di quella che Giorgio Ruffolo (1985) definirebbe la qualit sociale, una dimensione che include la crescita culturale, psicologica, morale, umana, e che Amartya Sen (2001), molto opportunamente, definisce eudaimonia. In altre parole, oggi, lo sviluppo implica, oltre che la crescita economica, laumento e la redistribuzione della ricchezza materiale nellambito dellintera societ, la diffusione della conoscenza (Romer, 1990), ovvero laumento delle libert reali di cui godono gli esseri umani, cio, lidea di una giustizia (Rawls, 1982) che si esplichi nei principi di equit ed uguaglianza delle opportunit. Una societ avanzata, complessa ed evoluta (Caramiello, 2003b), quella in cui gli individui sono messi continuamente nella condizione di sviluppare, cambiare, riadattare le loro capacit personali, le loro aspirazioni (Dewey, 1965), di scegliere liberamente, la vita che desiderano. Insomma, una societ in cui la libert si misura in termini di capabilities (Sen, 2001) Da ci deriva che se consideriamo quale compito fondamentale di una politica di sviluppo la promozione delle condizioni che consentano a tutti laccesso ai livelli minimi di capacit necessari per lo svolgimento dei funzionamenti (Sen, 2001), delle condizioni di esistenza della persona, non si pu fare a meno di notare che Napoli non ancora una realt compiutamente avanzata. Rispetto alla parte pi ricca e sviluppata del mondo, non ha ancora raggiunto soddisfacenti condizioni di vita, livelli
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adeguati di sviluppo e traguardi completamente apprezzabili di progresso materiale e culturale (cfr. Caramiello, 2003b). Lelemento che fa da corollario alla asimmetria di questo status quo la quasi totale assenza di una logica meritocratica in ogni ganglio della vita pubblica a cominciare dai criteri di selezione. Invece del principio della qualit, dellimpegno, del valore, della produttivit, nel quadro di una sana e corretta competizione, vige invece la regola del nepotismo, del familismo amorale, del clientelismo. Ci incide negativamente sullefficienza del sistema, creando intralci allo svolgimento delle funzioni burocratiche, istituzionali, economiche collegate alla dimensione organizzativa dellambiente sociale.(Luhmann, 1983) Il punto che quando la scelta sbagliata sul terreno dell'attribuzione di responsabilit avviene nell'ambito di un qualche organismo che deve misurarsi col mercato, allora, se si intraprende una decisione sballata, sono i comportamenti del consumatore, del pubblico, a penalizzare o favorire il prodotto. Un professionista che fornisce un servizio scadente, finir per perdere clienti e ridurre il suo giro daffari. Allo stesso modo, un'azienda, che non realizza beni di buona qualit, perch avvezza a trascurare la sua organizzazione, mettendo la gente sbagliata nei posti chiave, finir per realizzare un prodotto scadente, che i consumatori saranno restii ad acquistare. Un'amministrazione, pubblica, che non sia costretta a confrontarsi con la logica selettiva della domanda, che non faccia i conti con la soddisfazione dell'utente, potr continuare a mettere in atto pratiche di premialit, di promozione, di selezione di quadri, di costruzione delle carriere, che rispondono unicamente a criteri di appartenenza a un gruppo di potere, potr continuare a operare scelte che risultino unicamente
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funzionali alla fabbricazione e alla tenuta (finch regge) di un consenso drogato. Daltra parte quando, in un territorio sociale, la dimensione produttiva, tradizionale o avanzata che sia, la dimensione economica reale, la dinamica concorrenziale, il mercato, e con esso la comunit del sapere, l'area delle professioni, gli intellettuali, il mondo dell'informazione, la societ civile, sono molto deboli e forniti di scarsa autonomia, i pericoli del familismo si accrescono. Se un giovane, per esempio di origini sociali umili, di condizione disagiata, capisce che studiare inutile, che lavorare, impegnarsi, non serve a migliorare le sue condizioni (Schizzerotto, Barbagli, 1997), che applicarsi con dedizione assolutamente improduttivo, non razionale (Ragone, 1994) perch tanto le migliori opportunit non toccano mai ai bravi, a chi si impegna o lavora seriamente, ma solo a chi ha santi in paradiso, questo giovane finir per porsi, semplicemente, il problema di trovarsi un santo in paradiso anche lui. Se si trova in contesto socialmente marginale, come in ampie zone di Napoli e del Sud, cercher il suo referente in qualche ganglio dell'antistato criminale. Insomma, ostacolare una cultura meritocratica significa avvantaggiare la cattiva amministrazione e persino favorire l'egemonia ideologica e l'attrattiva sociale della camorra. Le logiche clientelari e familistiche, il rifiuto della meritocrazia, sono fra le cause fondamentali della crescita delle diseguaglianze (Ragone, 1997). Adottate da un gruppo dirigente, a fine di garantirsi la tenuta politica, sono anche tra le fondamentali ragioni di talune catastrofi ambientali e sociali che sono sotto i nostri occhi. Se ci vero, allora vuol dire che gli intellettuali, il mondo della cultura e della scienza, quella che, con qualche approssimazione, definiamo societ civile, devono rompere il patto tacito di questi anni con il ceto politico e prendere in mano il destino della
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comunit. Per Napoli e per il sud bisogna che cominci la stagione vera della rinascita. Luigi Caramiello

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