Letteratura Greca
Letteratura Greca
INTRODUZIONE
Quando si parla di epica, Ariosto, Tasso non sarebbero conoscibili senza Virgilio, il quale Virgilio deve tanto
alla cultura epica, greca. Senza i greci non ci sarebbe il teatro tragico ma anche comico. Hanno posto delle
fondamenta. Il rischio è quello di idealizzare il concetto di letteratura greca, perché sono persone che
hanno sofferto, hanno goduto, hanno affrontato delle guerre, avevano le loro paure. Il contesto storico è
fondamentale per capire perché hanno scritto determinate opere.
Definizione di Grecia: la Grecia come nazione non è mai esistita almeno per l’epoca di cui stiamo parlando.
Sono esistite delle singole città è esistita la polis città- stato. Da cui viene la parola politica che è l’arte di
governare la polis di fare il bene comune. Le poleis erano autonome, avevano tutte un patrimonio comune,
fatto di miti, di divinità, di forme letterarie (oggi le chiamiamo così). Questo patrimonio comune li faceva
sentire un popolo nonostante fossero singolarmente isolate. Come pure non esiste il concetto di unica
lingua greca, qualcosa del genere si verificherà nell’ultimo dei periodi di cui ci occuperemo dal punto di
vista letterario. Si affermerà la Koinè che sottintende dialektos. Koinè dialektos la lingua comune, perché
nel II secolo a.C. si comincia a diffondere un greco parlato in tutte le aree, in tutta la Grecia, la cultura greca
era arrivata in Egitto, in Asia, una sorta di lingua comune. Esistevano invece dei dialetti, dialetto eolico,
attico, ionico. Ogni dialetto non è una lingua diversa dagli altri dialetti ma aveva le sue caratteristiche.
Questi dialetti esistevano ed avevano dei nomi e soprattutto ogni dialetto caratterizzava un genere
letterario, si riconosceva il genere letterario dal tipo di dialetto nel quale era composta quella composizione
poetica con tutte le eccezioni che vedremo di volta in volta. Quello che possediamo è una piccola parte
della letteratura greca. Ci giunge circa 10 opere a testa quando avevano composto quasi 100 opere a testa.
Ci pervengono dei frammenti. La quantità di opere è minima. La cultura greca ad un certo punto della sua
storia si è scontrata con la cultura cristiana. Ci interessa il dato storico produzione soprattutto agli inizi del
cristianesimo era vista come un patrimonio culturale concorrenziale perché si parlava di tanti dei anche
rispetto ai valori che trasmettevano. Per esempio il tema dell’omosessualità. Nella cultura greca era un
fenomeno assolutamente normale, anche la pedofilia aveva delle connotazioni lecite. Naturalmente
quando la cultura greca è andata a cozzare contro la cultura cristiana l’omosessualità è stata vista come una
delle peggiori aberrazioni contro natura e allora quella omofobia si manifestava attraverso dei manoscritti
non sono stati più tramandati perché erano corrotti, indecenti. Anche per queste ragioni di carattere etico-
ideologico abbiamo poche opere pervenute. Noi abbiamo un’idea di letteratura ben definita con le sue
regole, ambiti ed autori. Nella mentalità dei greci fino da Omero, questo meccanismo durerà fino all’età
alessandrina (IV secolo a.C.) la letteratura è un fenomeno di comunicazione tra le persone. Per ogni genere
letterario dobbiamo capire cosa voleva comunicare, a chi lo voleva comunicare, in quale contesto questo
avveniva, attraverso quali strumenti questo si verificava, quale era la risposta del pubblico rispetto al poeta,
che tipo di dialetto, di metrica si adopererà.
La poesia greca veniva associata alla musica e alla danza. Se proprio dobbiamo paragonare i poeti greci con
i poeti moderni dobbiamo paragonarli con i cantautori. Quindi richiedeva la presenza della musica, la
poesia, e la presenza di un pubblico come nei concerti di oggi.
Storia greca
I Micenei sono gli antenati dei Greci vissuti tra il 1500 a.C. e il 1100 a.C. è un periodo in cui di fatto comincia
la storia greca. Micene è una delle città del Peloponneso. In questo periodo, in particolare 1194-1094 a.C.
si collocherebbe la guerra di Troia. Con i greci nascerebbe una prima forma di scrittura chiamata “lineare
b”, in parte decifrata negli anni 50 del secolo scorso e che ha delle connessioni con il greco. Questa civiltà
Micenea crolla nel 1100 a.C. più o meno a seguito dell’invasione di un popolo, I Dori che dal nord scesero
verso l’Attica che è la regione di Atene e del Peloponneso, l’attica fu risparmiata. Questa invasione portò a
quello che gli studiosi chiamano il “medioevo ellenico” (considerando il medioevo il periodo buio), è un
periodo di regressione culturale, le tracce di scrittura che abbiamo con la civiltà micenea scompaiono, e
questo periodo va avanti fino all’ 800 a.C., anche la ricerca archeologica è molto scarsa. Avviene un
fenomeno importante la colonizzazione delle coste dell’Asia minore. Molti popoli che vivevano a nord
dell’Attica di fronte all’invasione dei Dori, fuggono. Questi nuclei di persone fuggivano e approdavano in
questa regione, l’Asia Minore, che colonizzavano ovvero costruivano nuove città, erano zone per lo più non
abitate. Nacquero nuove polis che portavano quelle tradizioni culturali e religiosi della madrepatria ecco
perché poi si diffusero in questa regione i vari dialetti che si parlavano nelle polis greche, eolico, attico,
ionico. Questa epoca che chiudiamo con la metà del IX secolo a.C.
L’ETA ARCAICA
Va dalla fine dell’VIII secolo a.C. all’ inizio del V secolo a.C. circa 480-490 a.C. in questa fase nasce l’alfabeto
greco vero e proprio che è una derivazione dell’alfabeto fenicio e altri fenomeni fondamentali per capire la
letteratura greca.
ETA CLASSICA
Dopo l’età arcaica c’è l’età classica ed il periodo che incomincia con l’inizio del V secolo a.C. e in particolare
con l’evento fondamentale che sono le guerre persiane. Si concluderanno con una data presa
convenzionalmente nel 323 a.C. quando muore Alessandro Magno. Si verifica questo scontro di portata
epocale, straordinario tra Atene e i suoi alleati (Sparta) contro i Persiani. Tutto cominciò intorno al 500 a.C.
quando si verificò “la rivolta ionica” ovvero le città dell’Asia Minore, quelle colonie greche si erano formate
sulle coste di quella che oggi si chiama Turchia. Quelle città capeggiate da Mileto si opposero al potere che i
Persiani esercitavano su quelle città, i Persiani avevano una forza militare spaventosa (era una
superpotenza), le nuove polis erano sostanzialmente piccole eppure queste città si unirono intorno a Mileto
per combattere i Persiani ed ebbero il sostegno di Atene ed Eretria è una città dell’isola di Eubea. Le città
dell’Asia Minore con l’appoggio di Atene e di Eretria si alleano contro i Persiani. C’è uno scontro che finisce
molto male per l’alleanza ionica. La rivolta ionica fallisce, i Persiani ribadiscono il proprio potere e decidono
di dare una lezione a queste città subordinate. Organizzano una vera e propria spedizione punitiva che
doveva far capire a queste città sparse dell’Asia Minore che non c’era proprio verso di opporsi ai Persiani.
Tuttavia accadde l’impensabile ci fu la battaglia clamorosa che fu la battaglia di Maratona, perché grazie
all’alleanza di Atene e delle altre città greche il re Dario, capo dell’esercito persiano fu inaspettatamente
sconfitto. Suo figlio Serse che poco tempo dopo prese il potere, 10 anni dopo volle vendicare questa
sconfitta si arrivò ad un altro scontro, la battaglia di Salamina. L’isola che si trova davanti ad Atene. In
questa battaglia vinsero ancora una volta i greci, i persiani furono di fatto definitivamente sconfitti. E questo
fu l’inizio della grande egemonia di Atene, che la porterà ad essere una grandissima città dal punto di vista
culturale, letterario, filosofico, artistico. Atene accrebbe il suo potere e nel 477 a.C. fondò la lega delio-
attica, era un’alleanza ufficiale, Atene riceveva dai suoi alleati tributi, ricchezze, uomini, armi quindi stabilì
un maggiore controllo della sua area di egemonia. Questo potere che divenne uno strapotere anche sulle
città alleate la portò alla sua sconfitta. I suoi interessi andarono a cozzare con gli interessi di Sparta che pure
era stata alleata di Atene ma che era rimasta un po’ defilata, aveva i suoi alleati. La guerra del Peloponneso
portò in battaglia i greci contro i greci. Fu una guerra lunga che durò 27 anni dal 431 a.C. al 404 a.C. non
furono tutti anni di guerra, ci furono degli anni di tregua in cui si pensava di arrivare a una pace ma questa
pace non arrivò, anni densi di avvenimenti politici, sono anni in cui si era affermata già la democrazia.
Questo scontro portò alla sconfitta di Atene nel 404 a.C. . Una città che aveva affrontato e sconfitto i
Persiani ora si trovava a pagare dazio. La vittoria di Sparta fu un successo effimero perché Sparta non aveva
le forze economiche, politiche, materiale che aveva Atene per reggere il potere negli anni successivi alla
guerra. Per questo si manifestavano delle guerre interne tra Sparta contro Tebe, Argo, Corinto le città più
grandi che si allearono per tentare di togliere a Sparta quell’egemonia che si era conquistata sconfiggendo
Atene. Famosa la guerra di Corinto all’inizio del IV secolo a.C. che si concluse nel 386 a.C. che si concluse
con la pace di Antalcida; si pensò che la situazione si fosse di nuovo ristabilita tanto che Atene esattamente
100 anni dopo la formazione della lega delio-attica fondò una seconda lega navale sperando di riprendersi
quel potere che nel frattempo aveva perduto, ma fu una illusione di Atene perché non ritornò più ad essere
quell’Atene del V secolo a.C. e intanto sulla mappa geografica della Grecia andava crescendo una nuova
forza politica e militare, la regione della Macedonia. Era di fatto un territorio di cultura greca anche se
erano un po’ la periferia della Grecia. A capo dei Macedoni c’era il loro re che si chiamava Filippo II che si
inserì tra gli scontri delle città greche e ne trasse vantaggio e beneficio tant’è che nel 338 a.C. nella città di
Cheronea i Macedoni battono definitivamente l’alleanza delle altre città greche e diventano la città
egemone. Sembrava che iniziasse una nuova fase con Filippo II ma due anni dopo nel 336 a.C. Filippo
muore e gli succede il figlio, Alessandro che ha 20 anni è un genio della politica e della vita militare. Prende
il controllo di una spedizione che già il padre stava organizzando contro la Persia, era sempre una grande
potenza, Filippo aveva deciso di attaccarlo riprendere il controllo delle città dell’Asia Minore. Il progetto di
Filippo II si interruppe per la sua morte e lo riprese Alessandro cominciò a vincere una battaglia dopo l’altra.
Nel giro di pochi anni non conquistò soltanto l’Asia Minore, ma arrivo fino all’India e alle coste dell’Africa e
creò in poco tempo un vero e proprio impero. Alessandro porta la lingua greca oltre i confini della Grecia.
Nel 323 a.C. per ragioni sconosciute Alessandro Magno muore e lasciò una grande eredità, un impero
enorme. Non aveva per ragioni anagrafiche nessuno che potesse prendere il suo ruolo. L’età classica
secondo alcuni già finisce con la fine della guerra del Peloponneso ma convenzionalmente la facciamo
terminare nel 323 a.C., nel 323 a.C. inizia la cosiddetta età Alessandrina. L’età dei successori di Alessandro
dopo questa svolta epocale della sua morte. I successori di Alessandro, i diadochi, erano sostanzialmente
dei generali, cominciano a scontrarsi tra di loro perché si mettono a capo ciascuno di un territorio tra i tanti
conquistati da Alessandro e rivendicano dei diritti. Il risultato è che si formano dei regni, i maggiori sono il
regno di Macedonia, il regno d’Egitto, il regno d’Asia. Questo assetto attorno al 275 a.C. è abbastanza
definita e l’età alessandrina si chiude con la fine del I secolo a.C. con la battaglia di Azio con lo scontro tra i
romani e il regno di Egitto. In quell’occasione Ottaviano conquisterà l’Egitto che diventerà territorio
romano. Ci sono altri due fasi che non riusciremo a trattare dal punto di vista letterario.
ETA IMPERIALE
È quell’epoca in cui la cultura greca si scontrerà con la cultura romana ed è interessante perché la cultura
greca dovrà fare i conti con il cristianesimo, ma soprattutto con la cultura romana, latina e ci saranno sia
scambi che scontri ideologici. I Romani vissero con grande difficoltà il rapporto con i greci, infatti i più
raffinati ammiravano la filosofica, l’arte greca d’altra parte una sorta di nazionalismo, volevano affermare la
loro diversità. Questa età imperiale con tutte le vicissitudini di Roma, dei vari imperatori che si sono
succeduti, delle varie crisi andò avanti fino al 476 d.C. quando crolla l’impero Romano d’Occidente (era
diviso in impero romano d’Occidente e impero romano d’oriente). Cadde l’impero romano d’Occidente con
l’arrivo dei barbari. Altra data conclusiva dell’età imperiale il 529 d.C., data che ha un valore simbolico,
l’imperatore Giustiniano fece chiudere la scuola platonica, un modo per mettere fine al pensiero filosofico
greco.
ETA BIZANTINA
L’ultima fase va dal 476 d.C./529 d.C. fino al 1453 d.C. quando la città di Costantinopoli, oggi Istanbul, che
all’epoca era stata fondata col nome di Bisanzio, cade in mano ai Turchi. Si chiude l’esperienza della
cosiddetta cultura bizantina, quella cultura greca mescolata alla cultura romana che appunto a Bisanzio
aveva avuto il suo centro culturale.
L’EPICA
Il primo genere letterario che tratteremo è il genere epico. Partiamo dall’VIII secolo a.C. quando inizia ad
affermarsi la scrittura greca. A volta usiamo l’aggettivo epico in maniera colloquiale. Deriva dal greco “epos”
sia dal punto di vista metrico il tipo di verso, il dattilo un tipo di metro per comporre la poesia epica,
esametro dattilico precisamente era usato nei componimenti. Vuol dire anche “parola, racconto” ed epica è
un “continuo raccontare”. La letteratura greca è soprattutto un fenomeno di comunicazione e va studiata
nelle sue dinamiche. Il primo vaso a sinistra del 740 a.C. usato come coppa per una gara di danza e il
secondo la coppa di Nestore che rimanda all’Iliade, perché Nestore è un personaggio dell’Iliade. Chi beve da
questa coppa sarà invaso dall’amore. L’uno e l’altro reperto ci parlano di una scrittura che comincia nella
seconda metà dell’VIII secolo a diffondersi. In questo periodo risalgono i due grandi poemi epici, l’Iliade e
l’Odissea. Come è possibile che in un’epoca in cui si cominciava a conoscere la scrittura ci fossero due
monumenti scritti, proprio quando la scrittura era agli esordi. Già gli antichi dicevano che sicuramente
c’erano altri poeti prima di Omero.
Cicerone, autore latino vissuto secoli dopo l’VIII secolo a.C. . “ci furono molti poeti già prima di Omero”.
CARATTERISTICHE DELL’EPICA
L’epica non era un prodotto destinato alla lettura, oggi immaginiamo il libro, qualcosa di scritto. Questa è
una poesia dedicata all’ascolto, dobbiamo pensare a uomini che ascoltavano questa poesia epica. I luoghi
dove questo avveniva inizialmente erano le case del sovrano (mègaron). Poi le esecuzioni dei poemi epici
avvennero in occasione delle feste pubbliche, di fronte a un pubblico più vasto. Nelle feste delle polis. Chi
stava i poemi omerici erano persone che avevano dei rapporti molto stretti fra di loro. Erano società
abbastanza coese fra di loro. Persone che si guardano. Quello che è il repertorio dei poemi epici, anche dei
frammenti. Il repertorio era basato sul mito. Nella cultura greca, che era proprio unificata dal concetto di
mito, il mito era una sorta di filosofia, un modo per leggere la realtà, spiegare l’origine del mondo,
l’esistenza delle persone e delle cose, dell’esistenza del bene e del male, un vero è proprio patrimonio di
valori. Gli avvenimenti del mito venivano raccontati come se fossero dei fatti storici. Il mito veniva
raccontato dai poeti nella maniera più oggettiva possibile tant’è vero che una caratteristica sia dell’Iliade
che dell’Odissea è l’assoluta impersonalità del poeta, si mette da parte quasi a scomparire. Un altro aspetto
caratteristica la poesia epica, ed è quello di essere una poesia molto formalizzante, cioè ha delle sfumature
ben definite. Una poesia eseguita in metrica, in esametro dattilico, veniva accompagnata con uno
strumento a corde. Gli stessi versi avevano delle strutture ben definite, c’erano degli epiteti ricorrenti che
caratterizzavano gli eroi o determinati momenti, scene tipiche che si ripetevano in maniera più o meno
stabile. E dipende dal fatto che questo patrimonio, nasceva e circolava oralmente e aveva dunque bisogno
di strategie specifiche affinché questa circolazione orale fosse la più facile, la più efficace.
OMERO
ILIADE E ODISSEA
Nascono da un testo stratificato che si forma su più livelli. All’inizio la poesia era orale che si eseguiva nella
reggia, in occasione delle feste, che venivano ripetute poi cominciò ad essere scritta, e siamo nel VI secolo
a.C. quando ad Atene ci fu la tirannide di Pisistrato, fu tiranno dalla prima metà alla seconda metà del VI
secolo a.C., in questo arco di tempo Pisistrato decise di mettere per iscritto i poemi omerici. Si parla di
redazione pisistratea. Si decide di metterli per iscritti per conservarli. Quando il testo viene messo per
iscritto non è raro che ci siano delle interpolazioni per finalità politica. In alcuni versi nelle fotocopie nel
primo brano viene citata l’isola di Salamina, sono dei versi che originariamente non era presenti, già ai
tempi di Omero a Salamina si armano gli eserciti. Il controllo di Salamina sarà un argomento politico molto
importante di cui parleremo più avanti tra VII e VI secolo a.C.; possiamo leggere l’Iliade e l’Odissea oggi in
libri o canti, divisi entrambi in 24 libri. Questa divisione non nasce con Omero. Omero probabilmente non è
mai esistito. Ai tempi di Omero non era certo divisa in 24 canti. Questa divisione avvenne nell’età
alessandrina cioè quando si sviluppò in maniera fortissima la filologia classica, si incominciò a classificare il
patrimonio letterario che era giunto fino a quell’epoca. Gli alessandrini divisero i due grandi poemi epici in
24 libri.
Iliade trama
È un racconto che nasce probabilmente su basi storiche ma che poi viene riletto dai poeti. Racconta
l’attacco alla città di Troia che si trovava nella Frigia da parte dei Micenei. Il fulcro del poema è l’ira di
Achille. Perché Achille è arrabbiato? Per un motivo apparentemente molto banale ma dietro il quale si
regge tutta una cultura. Era arrabbiato contro Agamennone, comandante supremo di queste città greche
che stavano facendo la guerra a Troia. Era arrabbiato con lui perché Agamennone l’aveva privato di Briseide
che era diventata la sua concubina, la sua donna. Briseide era stata consegnata dall’esercito ad Achille. Non
era un possesso di cui si era impadronito Achille ma era un dono fatto dall’intero esercito che avrà poi
un’importanza strategica. Agamennone voleva questa donna Briseide non tanto perché gli piacesse, ma
perché a sua volta aveva dovuto cedere la propria concubina, Criseide, la quale Criseide era la figlia del
sacerdote di Apollo a Troia. Apollo aveva scatenato una pestilenza gli aveva detto che finchè non fosse stata
restituita al sacerdote, il padre Crise, questa pestilenza avrebbe fatto sempre più danni all’esercito. Ecco
perché Agamennone deve restituire in fretta e furia la sua concubina, lui è privo della sua preda di guerra e
la chiede ad Achille. Achille ha un atteggiamento quasi infantile, bambinesco si arrabbia, va via dalla guerra
e va dalla mamma che è la ninfa Teti e chiede di agire perché tutti i suoi i compagni si pentano di quello che
hanno fatto. Teti va da Zeus, il padre di tutti gli dei e gli dice che cosa hanno fatto a suo figlio che tra l’altro
è costretto a morire giovane, questo è il suo destino. Gli hanno tolto la sua prigioniera pure. Zeus ascolta la
supplica di Teti e si schiera dalla parte dei Troiani alchè i Troiani incominciano a vincere una battaglia dopo
l’altra anche in maniera inaspettata finchè non accade l’elemento che determina lo sblocco della vicenda
perché scende in campo per i greci, Patroclo, gli studiosi hanno studiato che ci fosse una relazione
omosessuale (in quella cultura era quasi normale e aveva una codificazione ben precisa). Fatto sta che i due
sono legatissimi e Patroclo decide di scendere in battaglia e chiede di indossare le armi di Achille così i
nemici vedendolo da lontano vedranno che è Achille da lontano, penseranno che è lui così arretreranno e
potranno avere un po’ di respiro. Achille accetta, gli da’ le sue armi, gli dei le avevano forgiate. Achille gli
dice: “non appena vedi che arretrano i Troiani, fermati”. Patroclo non lo ascolterà continuerà a proseguire e
conoscerà la morte. Sarà uno dei tanti figli del re Priamo ad uccidere il giovane Patroclo, Ettore. Questa
morte determina lo sblocco psicologico nella figura di Achille. Decide di ritornare in battaglia per vendicare
il suo amico Patroclo. A questo punto non a più pietà per nessuno uccide tutti i troiani che si trovano
davanti a lui, finchè non capisce quale è il suo vero obiettivo: eliminare Ettore che aveva ucciso l’amico
Patroclo. Verso la fine del Poema, Ettore per i Troiani e Achille per i greci si scontreranno. L’esito è già
scritto. Vincerà Achille. Lo scontro che segna l’uccisione di Ettore. Il Poema si conclude con un momento
intenso e drammatico quando il vecchio Priamo, padre di Ettore, va a supplicare l’assassino di suo figlio
Ettore e di tutti i suoi altri figli (si dice che Priamo ed Ecuba avessero 50 figli), tutti questi figli erano stati
uccisi in battaglia in particolare da Achille. L’ultimo canto si conclude con Priamo che bacia la mano di
Achille per riavere il corpo di Ettore. In quella cultura gli onori funebri erano un requisito fondamentale, e il
peggiore sfregio era quello di dare il corpo ai cani e agli uccelli che poi è quello che dirà Achille.
L’Iliade appartiene a quello che viene chiamato il ciclo epico, insieme di poemi che si basavano sul mito
della guerra di Troia che potevano essere incentrati su elementi precedenti o successivi alla guerra di Troia.
L’Odissea rappresenta quello che viene dopo. Questo avveniva all’interno delle narrazioni epiche gli aedi
cantavano la narrazione di un singolo episodio, non c’erano aedi che cantavano tutta l’Iliade.
Qual è il motivo della guerra di Troia? La moglie, Elena, del fratello di Agamennone, Menelao (spartano)
capo supremo dei greci, era stata sedotta da un troiano Paride uno dei tanti figli di Priamo e Paride aveva
portato a Troia Elena. Questa vicenda determina il bisogno urgente da parte dei Greci di vendicare questo
gesto da parte di Paride. Il personaggio di Elena era al centro della letteratura greca, molti la tratteranno
come una poco di buono, come colei che ha causato la morte di tanti uomini con il suo comportamento così
leggero e altri la considereranno una vittima dell’amore, e dunque costretta per amore a fare ciò che poi a
prodotto quello che è successo tra i Greci e Troiani.
ODISSEA
L’Odissea è basata sul “Nostos” che significa ritorno, da cui deriva la parola nostalgia (la sofferenza di chi
desidera che qualcosa possa ritornare). Racconta il racconto di Odisseo. Anche se è stata divisa in 24 canti
dagli Alessandrini. I primi quattro libri vedono l’assoluta assenza del protagonista, Odisseo. Chi domina i
quattro libri sono dominati dal figlio Telemaco, si parla di Telemachia, quasi considerato un piccolo poema a
parte. Telemaco si muove per avere notizie di questo padre, perché ad Itaca stavano incalzando sempre più
i cosiddetti pretendenti, tutti i nobili dell’isola che sperando la morte di Odisseo, che dopo dieci anni non
tornava ancora ad Itaca, chiedevano a Penelope di sposare uno di loro, in modo tale che lei possa avere un
marito e Itaca un re. La figura di Odisseo compare nel V canto, ci viene presentato presso la dea Calipso.
Odisseo tornato da Troia, da tutta una serie di vicissitudini che poi l’hanno portato sull’isola di Calipso,
donna bellissima che tanto vorrebbe che Odisseo rimanesse per sempre con lei, in questa isola bellissima,
per sempre giovane, per sempre innamorati ma Odisseo vuole partire e ritornare ad Itaca. Vuole
soprattutto riconquistare il suo posto nella storia che gli spettava. Gli dei costringono Calipso a farlo partire
e a seguito di altre vicissitudini arriva dai Feaci, Feaci abitavano in un’isola Scheria. Il mare lo porta su
quest’isola dove viene ritrovato dalla figlia del re Alcinoo, Nausicaa, che lo trova ridotto malissimo,
seminudo, coperto di alghe e di sale. Nausicaa e Alcinoo non chiedono i documenti ad Odisseo gli dicono
che prima sarà lavato e vestito e sfamato, solo dopo aver recuperato la dignità di uomo dirà chi è. Infatti
verrà ospitato dai Feaci, e presso i Feaci a banchetto racconta in un flashback narrativo tutto quello che gli è
accaduto dalla fine della guerra di Troia fino all’arrivo all’isola di Scheria (incontro con le sirene, con il
ciclope Polifemo). Lo racconta al suo pubblico e a noi lettori moderni.
L’ultima parte del viaggio di Odisseo. La terza parte delle tre, dove la prima è quella di Telemaco, la seconda
è l’arrivo a Scheria dai Feaci. L’ultimo blocco tematico è rappresentato dal presente. Riparte dall’isola di
Scheria, con doni in abbondanza e ritorna ad Itaca. Negli ultimi canti assistiamo al recupero del potere da
parte di Odisseo. Arriva sulla sua isola sotto mentite spoglie, i primi a riconoscerlo sono le figure più
modeste il pastore, il cane Argo vecchissimo che morirà dopo aver visto il suo padrone, poi si farà
riconoscere anche da suo figlio Telemaco, l’ultima sarà sua moglie, Penelope. Organizza il piano di vendetta
con i pochi uomini, entra nella reggia come un mendicante e poco alla volta riesce a recuperare credibilità e
visibilità fino a dare vita al piano di vendetta e uccide tutti i pretendenti che aspiravano alla sua successione
nonché le ancelle che erano state fedeli a questi personaggi piuttosto che ad Odisseo, in questa maniera
Odisseo elimina tutti i suoi nemici e si fa riconoscere anche dalla moglie Penelope. Si conclude in maniera
positiva questo viaggio di ritorno da Troia fino ad Itaca.
QUESTIONE OMERICA
Fin dall’antichità gli studiosi antichi, ma avviene ancora oggi, si sono posti delle domande:
2. Come sono nati i poemi omerici? Come possiamo spiegare la loro origine e la loro messa per iscritto
siccome sembrerebbero poemi orali? Se possiamo individuare una persona, anche se non era Omero, che
ha composto l’Iliade è la stessa persona che ha scritto l’Odissea? O sono persone distinte?
3. E se sono più persone come siamo arrivati da tante opere a un’unica opera? (Odissea o Iliade che sia).
Una prima teoria, che già negli anni dei grammatici e filologi alessandrini IV- III secolo a.C. che incominciava
a circolare pare che ci fosse un unico autore che avesse composto questi poemi che poi erano stati alterati
negli anni successivi. Un’altra teoria sempre risalente al periodo alessandrino, al II secolo a.C., è la teoria dei
cosiddetti Korìzontes, dei cosiddetti separatori secondo il quale l’Iliade e l’Odissea sono stati scritti da due
distinti autori. Un’altra teoria che pure ha avuto un discreto successo tra II e I secolo a.C., e che fosse
sempre Omero l’autore dei due poemi pero l’Iliade poema dello scontro, guerra sarebbe stata opera della
giovinezza laddove l’Odissea che è più il poema del ripensamento, della nostalgia sarebbe stato composto
quindi in età più avanzata. Ancora un’altra teoria diffusa nell’antichità e ripresa anche da Cicerone e che
Omero avesse composto una serie di canti sparsi che poi all’epoca di Pisistrato sarebbero state messi
insieme in questa redazione pisistratea. Queste teorie hanno circolato a lungo in antichità dopo di che la
questione omerica si è un po’ persa. Si è dato per scontato che esistesse un poeta di nome Omero che
aveva composto questi due grandi poemi. La questione omerica è ritornata alla ribalta tra la fine del 1600 e
l’inizio del 1700, in anni più vicini a noi quando si sono affermate due teorie di due studiosi che tra loro non
si conoscevano ma di fatto arrivavano alle stesse conclusioni. Questi due studiosi, uno è un francese l’abate
D’Aubignac e l’altro è Gianbattista Vico. Questi due signori arrivano a dire che Omero non è mai esistito
piuttosto la composizione dell’Iliade e dell’Odissea è opera di più poeti che hanno trasmesso questi poemi
oralmente. La novità è che intanto Omero non è mai esistito e che l’oralità ha avuto una parte dominante.
Queste teorie contengono una buona parte di quella che oggi è la teoria più accreditata nel corso del
tempo ma poi che si perderà. Questa teoria fu perfezionata verso la fine del 1700 da un altro grande
studioso tedesco Wolf, il quale dimostrò in maniera più specifica queste teorie osservando che intanto nel
periodo in cui Omero sarebbe vissuto non esisteva la scrittura, quindi se Omero è esistito non ha scritto
nulla e le opere che noi possediamo non sono altro che l’unione di canti che hanno composto altri poeti;
fondamentalmente questa teoria sostiene quello che affermavano D’Aubignac e Gianbattista Vico. Questi
studiosi vengono chiamati i pre-analitici ovvero coloro che hanno anticipato quello che nel 1800 andrà
sotto il nome di teoria analitica che è stata portata avanti da più studiosi. Questi analitici o pluralisti erano
studiosi che consideravano come D’Aubignac, Vico e Wolf l’Iliade e l’Odissea opera di più autori ma
ritenevano che fossero un’opera scritta quindi il concetto di oralità inizia a perdersi e questi studiosi
propongono di individuare analiticamente, con un’analisi mutuale dei poemi omerici quali parti sono
attribuibili all’autore X e quali parti sono attribuibili all’autore Y. Provare attraverso una attenta analisi
specifica del testo quali parti avrebbe composto questi singoli poeti e su questo i singoli studiosi analitici
divergono. Uno studioso Herman (1800) ritiene che l’Iliade nasce da un nucleo (teoria dei nuclei) che
sarebbe il primo canto e poi si è allargato con l’intervento di altri poeti che hanno aggiunto materiale al
nucleo originario. Altra teoria di Lachmann secondo lui c’erano 16 canti originari, separati tra di loro (si
parla di teoria dei canti singoli). Questi 16 canti autonomi di autori diversi furono poi riuniti in un unico
poema che tutt’oggi leggiamo. Ancora Kirkhoff siamo negli anni 70-80 del 1800, secondo Kirkhoff
l’interpretazione più corretta è la teoria della compilazione. Un rielaboratore, di cui non conosciamo
nemmeno il nome, ha messo insieme canti autonomi relativi alle vicende di Odisseo (si occupa
principalmente dell’Odissea), anche canti minori allestendo quella per noi è l’Odissea. Per esempio la
Telemachia per Kirkhoff sarebbe un poema autonomo che poi questo anonimo compilatore avrebbe unito
ad altri piccoli poemi legato al ciclo di Odisseo e delle sue avventure. Queste teorie divergono fra di loro ma
presuppongono che i poemi siano scritti e che ci siano alla base più poeti, autori che li hanno composti.
Questa teoria con le sue varie versioni viene poi messa in discussione tra la fine del 1800 e il 1900 da
un’altra corrente di pensiero quella degli unitari. Siamo ormai in epoca di pieno romanticismo quando si
pensa che ci possano essere grandi poeti che possano comporre grandi capolavori. Si ritorna a pensare
all’Iliade e all’Odissea come opera di un grande genio che allestisce questi poemi. Questi studiosi che una
struttura così complessa non può non essere altro che frutto di un progetto unitario che probabilmente è
influenzato dal mito e dalla tradizione ma tutto viene da un disegno unitario anche se ci sono contraddizioni
(alcune parti muoiono e poi dopo stanno combattendo ma succede anche oggi nei romanzi moderni).
Queste teorie unitarie presuppongono che i poemi siano scritti. Una nuova lettura arriva negli anni trenta
del 1900 grazie agli studi di un americano, Milman Parry, non è proprio un filologo, si interessa di
antropologia, di folklore e muore a 33 anni. Da inizio a una serie di ricerche che verifica sul campo andando
a registrare, quella che era la ex Jugoslavia, va a registrare i canti dei “guslari”. Erano dei cantori popolari
pur essendo sostanzialmente analfabeti che hanno la capacità di memorizzare un numero innumerevole di
versi. Questo confronto con questi cantori gli ha permesso di dire che esistono delle forme poetiche che
esistono indipendentemente dalla scrittura e si basano su meccanismi che vengono sintetizzati con il
termine “formularità”; i poeti hanno delle formule a loro disposizione, delle rime, delle frasi che ritornano
sulla base delle quali possono creare dei versi creando interi poemi senza scrivere una sola parola.
Applicando questa indagine hai poemi omerici si riscontra che la formularità è molto presente in questi
poemi. In questa teoria oralistica ha segnato una svolta sugli studi della questione omerica. Ha svuotato il
senso della questione omerica. Non aveva molto senso se Omero è esistito o meno o se aveva scritto una
parte o tutto. Gli studi Perry portano a studiare non tanto il singolo autore, il quale c’è ben poco da dire,
quanto i meccanismi di questa poesia aperta, in progress, una poesia che poi nella sua storia ha conosciuto
un passaggio dall’oralità alla scrittura. Questi meccanismi non sono facili da individuare perciò la questione
omerica è ancora aperta tutt’oggi e ci sono anche casi in cui alcuni studiosi recuperano le teorieprecedenti.
C’è ancora un certo fascino nella critica l’idea che ci sia un singolo poeta alla base dei poemi omerici.
TESTI – Aedi
Ed è notevole che già gli antichi ritenessero il poeta, l’aedo una sorta di strumento delle muse, sono divinità
della poesia ma non solo sono la personificazione della memoria collettiva, ricordo poetico. Non a caso si
dice che sia figlie di Mnemosine (di Memoria in greco). Nell’ Iliade e nell’Odissea ci sono delle scene dove
Omero descrive un poeta all’opera, è una realtà meta- teatrale, vediamo l’epica nell’epica.
Brano a) Femio
Ci mostra una scena che avviene ad Itaca, siamo nella reggia di Odisseo e Odisseo non c’è. Nella sua casa ci
sono i pretendenti che aspettano che Penelope scelga uno di loro al posto di suo marito che secondo loro è
sicuramente morto a troia o al ritorno da troia. Sono quindi permanentemente ospiti nella casa di Odisseo,
stanno consumando il matrimonio di Odisseo ma i doveri di ospitalità di rapporto tra nobili impedivano di
cacciarli e una delle attività che si svolgevano nella reggia ad Itaca, all’epoca era quella di sentire l’aedo che
cantava i versi. Dopo che i pretendenti si sono riuniti a banchetto nella reggia di Odisseo sedeva tra loro
l’aedo famoso, Femio. Gli aedi hanno un loro prestigio, sono personaggi di primo piano. Cantava il ritorno
dei Danai. L’Odissea che è un poema che parla di un ritorno ci mostra la scena di un aedo che racconta il
ritorno dei Danai dalla guerra di Troia (epica nell’epica). Penelope nelle sue stanze, aveva una vita
marginale come tutte le donne, sente il canto discese le scale in mezzo ai pretendenti e si rivolge all’aedo.
Piangendo gli dice: “non puoi venire a cantare del ritorno di Danai quando io sto morendo per il ritorno di
mio marito, stai girando il coltello nella piaga, interrompi il tuo canto, canta altro”. Risponde il figlio
Telemaco e ci arriva che il poeta è ispirato dal cuore e il cuore è a sua volta ispirato dalle muse. “La
sofferenza che tu provi non deriva dal canto in sé ma da quella che è la realtà”. Uno dei requisiti del canto
dell’aedo è cantare qualcosa di nuovo. L’aedo ha un prestigio sociale, le sue capacità non sono un talento
naturale ma frutto di un intervento divino che gli ispira il canto. Gli aedi sono un po’ sono un anello di
trasmissione di verità tra gli dei e gli uomini. Il loro canto è vero.
3. i proemi dell’Iliade
a) l’inizio dell’Iliade
b)l’inizio dell’Odissea
Gli eroi
I protagonisti dell’Iliade e dell’Odissea sono gli eroi. Ci dobbiamo intendere però sulla parola “eroe”. Nei
poemi omerici gli eroi si pongono tra gli dei e gli uomini sono una categoria intermedia. Sono mortali come
gli uomini però vengono dopo la morte onorati come sono onorati gli dei, hanno delle doti straordinarie
che gli uomini non hanno e proprio attorno alle figure degli eroi nascono i miti greci. Nel nostro
immaginario, nella nostra cultura l’idea dell’eroe è simile al cavaliere medievale, al paladino che si batte per
il bene, per la giustizia. Sono figure positive e ricche di valori morali. Non è proprio così nei poemi omerici.
L’eroe in quella cultura dotato di morale, ma nemmeno immorale anche se gli eroi dell’Iliade fanno dei
massacri atroci e questi sono eroi verrebbe da dire? Per noi no. È un eroe ancora amorale, ovvero non ha
ancora il concetto di moralità che noi abbiamo. L’eroe greco deve affermare il proprio io, la propria
personalità, il proprio ego. Perché? Perché questa produzione aveva un ruolo di comunicazione,
rappresentavano anche dei modelli culturali. Comunque offrivano a chi ascoltava questo canto, offrivano
dei paradigmi, dei modelli. In un secondo momento venivano eseguite nelle feste pubbliche ma prima nelle
regge. Allora dovevano offrire da una parte la conferma del valore di quello che aveva già il potere, ovvero
se l’eroe si comportava in una certa maniera gli aristocratici potevano dire “noi siamo come lui”, dall’altra
parte era un incentivo, uno sprone per i giovani. Gli studiosi hanno distinto tra una cultura della vergogna e
una cultura della colpa. In questa cultura, che è quella greca, il mio valore non passa quello che io faccio ma
passa per la disapprovazione dell’altro (nella cultura della colpa sono ladro in quanto dipendente dal
giudizio degli altri mentre nella cultura della colpa io so di essere ladro nel mio piccolo anche se gli altri
dicono il contrario). Nella civiltà della vergogna essere approvato come ladro o come persona perbene era
dato dal giudizio dell’altro. Ecco la civiltà greca fa parte della civiltà della vergogna come tutte quelle altre
civiltà che si basano sull’oralità che non hanno forme scritte. Il biasimo funzionava come un tribunale ecco
perché gli eroi devono offrire dei modelli, e quindi dei valori. Da una parte c’è l’esempio Ettore e dall’altro
c’è Tersite quello che non si dovrebbe seguire.
6. L’antieroe Tersite
L’opposto di Ettore era Tersite che era alquanto buffo, intanto perché era di una bruttezza spaventosa e
talmente sfortunato. Era l’unico plebeo che era stato arruolato nell’esercito dei Greci contro i Troiani, gli
altri erano tutti eroi mentre lui no. Non accettava il potere dei comandanti se qualcosa non andava la
diceva. C’è l’aveva contro Agamennone, gli diceva ingiurie: Hai tante ricchezze, donne, noi dobbiamo
morire per te ed hai offeso pure Achille che lotta molto più di te sul campo a questo punto prendiamo le
nostre navi e torniamo a casa. Non sta dicendo proprio delle cose senza senso ma questo va contro l’etica
aristocratica di vendicare il torto subito, di riportare Elena a casa. In questa cultura quello che dice Tersite
non può avere spazio ma deve essere sanzionato. Viene malmenato da Odisseo e la derisione degli altri è la
sanzione più dura che si può infliggere in questa cultura. Nella cultura greca l’aristocratico è “Bello e
buono” si manifesta nei suoi comportamenti e nell’aspetto fisico. Gli eroi nei poemi omeri sono tutti belli
perché sono tutti portatori di valore che quella società ha portato. L’unico brutto è Tersite perché dentro di
sé è già brutto. Porta dei valori che non sono in linea con la cultura in cui agisce. Corrispettivo tra bruttezza
fuori e bruttezza dentro. Noi siamo abituati a dei cambiamenti nei personaggi mentre gli eroi dei poemi
omerici sono standard, sono quasi compulsivi perché hanno soltanto quel tipo di reazioni. Hanno dei
modelli di riferimento e seguono quelli. Achille ha le sue fissità ma tra tutti gli eroi ha degli slittamenti per
esempio con la morte di Patroclo.
8. Achille
c) l’uccisione di Licaone
Achille sta combattendo e si trova di fronte questo Licaone che era un eroe minore. Era figlio del re di Troia
Priamo, però era illegittimo ovvero sua madre era un’altra donna, non era Ecuba. Non aveva quel valore
simbolico che poteva avere il figlio Ettore. Nel corso di questo ennesimo scontro che già una volta l’aveva
fatto prigioniero ma non per bontà ma per il fatto che Priamo gli aveva dato dei soldi e così l’aveva
risparmiato. Questa volta si trova un Achille inferocito perché gli hanno ucciso Patroclo. Alcuni passi ci
mostrano il valore che Achille aveva con la morte. Achille lo vede inerme. E Licaone gli andò vicino ad
abbracciare le ginocchia. Nella cultura greca gesto tipico del supplice era abbracciare le ginocchia di chi
voleva ammazzarti e accarezzare il mento, un gesto codificato. Gli dice di risparmiarlo e l’appello che fa è
che non è fratello carnale di Ettore che ha ucciso Patroclo. Achille dice che morirà presto ed è per questo
che chi ti ammazzo perché ho vita breve. Questa durezza la ritroveremo moltiplicata nell’uccisione di
Ettore.
d) l’uccisione di Ettore
La crudeltà, la ferocia di Achille è pienamente visibile soprattutto davanti a Ettore. D’altra parte Ettore sa
che non avrà scampo ed esattamente come Licaone, tenta di supplicarlo e aveva proposto un riscatto
purchè il suo cadavere non venisse lasciato insepolto. Ma Achille non ha pietà e ira e furore lo porterebbero
anche a mangiare la carne cruda (nell’immaginario greco-arcaico questa era una caratteristica esclusiva
degli animali e dei mostri (nell’Odissea Polifemo mangia i compagni “crudi”. Achille è regredito a un livello
tale da essere belva, tale da ucciderlo, di sbranarlo, lasciare il cadavere preda di cani e uccelli, tale da
privargli gli onori aristocratici. Ettore è rassegnato, prova anche a prospettargli una possibile vendetta che
potrebbe salire, perché anche su Achille incombe un destino di morte giovane (la risposta del greco è
ferma: accoglierà il suo destino quando Zeus lo vorrà (non conta il morire o no, conta la morte gloriosa, per
questo Achille nega a Ettore la sepoltura). Così Achille uccide il troiano, e con un gesto molto violento, gli
toglie le armi insanguinate, gli Achei onorano e ammirano il suo cadavere (Ettore è pur sempre un eroe,
solo Tersite si oppone) ma questo non li trattiene dall’infierire sul corpo.
La risposta dell’antico non sta tanto nello scoprire quanto gli antichi siano simili a noi bensì nel conoscere e
apprezzare la diversità degli antichi, che potrebbero permettersi di essere più tolleranti. Achille piangerà
due volte nell’Iliade: la prima volta è quando gli sottraggono Briseide e lui si reca dalla madre come un
bambino viziato; la seconda volta sarà più profonda ed è quando incontra Priamo. Achille piangerà non
sulla morte ma nella riflessione della inevitabilità del dolore.
e) Il colloquio con Priamo
Nell’ultimo canto dell’Iliade si incontrano Priamo, padre dell’assassinato, e Achille, l’uccisore. Durante la
notte Priamo, guidato da Ermes che gli aveva permesso di non essere visto dagli altri nell’accampamento, si
reca da Achille e subito gli abbraccia le ginocchia egli bacia le mani in gesto di supplica (situazione
inverosimile nella quale anche Achille resta stupefatto. Priamo fa leva sul fatto che anche Achille ha un
padre anziano che lo aspetta e può ancora farlo; Priamo invece no, perché come tutti i suoi figli, Ettore è
stato ucciso. Priamo è più sventurato perché non solo ha perso i figli, adesso supplica l’assassino di
restituirgli il cadavere a costo di dargli tutto il tesoro del mondo e di supplicarlo più volte. Achille così
piange pensando al padre, non per empatia nei confronti di Priamo, ma perché riflette sulla inevitabilità del
dolore che colpisce tutti. Dopo un momento in cui Achille allontana dolcemente il vecchio (in un ipotetico
teatro questa scena sarebbe stata dominata dal silenzio), i due piangono per i loro cari, provano lo stesso
sentimento. Ripreso il controllo, Achille dà una spiegazione quasi filosofica sulla sofferenza, razionalizza il
concetto di dolore ripetendo la stessa frase che gli aveva rivolto Ettore: gli dei hanno stabilito che gli uomini
avrebbero dovuto soffrire e gli dei sarebbero stati immuni alla sofferenza alla sofferenza mescolando beni e
mali per gli uomini e colui a cui ne fa dono riceve un bene o un male, ma questa non è una condizione
permanente perché lui stesso che è figlio di un re e di una dea è stato colpito dal destino della morte.
Anche Priamo un tempo era felice (prima della guerra, Troia era una delle città più ricche) e aveva tanti figli;
ma gli dei l’hanno costretto a guardare la sua città distrutta e i figli uccisi. Non lo conforta, non lo fa sperare,
ma gli dà la consapevolezza delle origini di ogni dolore, debolezza e felicità (avere sobrietà di fronte a ciò
che ci accade di bene o di male).
a. Polifemo, il Ciclope
Mentre Odisseo è ospite dai Feaci presso la corte di Alcinoo, il naufrago racconta retrospettivamente tutto
ciò che gli è capitato prima. Una delle tante avventure è stata aver incontrato il ciclope Polifemo. Odisseo e
i suoi compagni si sono trovati prigionieri nella grotta di Ciclopi chiusa da un masso. Prigioniero, il
protagonista ha dovuto assistere al mostro che divorava i suoi compagni. Odisseo escogita un piano: farlo
ubriacare, accecarlo e nel momento in cui dovrà necessariamente togliere il masso per portare al pascolo il
gregge, portare tutti fuori da lì e scappare. Mentre il Ciclope si ubriaca e perde lucidità infatti solo alla fine
chiede a Odisseo chi egli sia. L’uomo si presenta come Nessuno. Il Ciclope gli promette che lo mangerà per
ultimo (questo è il dono ospitale dei ciclopi) e poi crolla ubriaco fradicio: dalla sua bocca uscirono vino e
pezzi di carne umana. Con l’aiuto dei compagni. Odisseo spinse un grande palo nella cenere per riscaldarlo
e lo ficcò dentro l’occhio girandoglielo con l’aiuto di una cinghia. Accecato, Polifemo urla in cerca di aiuto.
Intervengono i fratelli e chiedendogli cosa fosse successo, risponde “Nessuno mi uccide”. I fratelli replicano
infastiditi che forse lui ha un problema con gli dei e di vedersela da solo. Odisseo ride di cuore nel vedere la
scena. La scena sta a significare il trionfo della civiltà sulle barbarie.
b. Nausicaa
Anche quando incontra Nausicaa, figlia di Alcinoo, Odisseo dimostra la sua dote. La ragazza stava sulla
spiaggia dell’isola a stendere i panni e giocare a palla le sue amiche: inseguendo la palla, il gruppo scopre
Odisseo seminudo e coperto di alghe (aveva appena fatto naufragio). Le altre scappano e Odisseo si rifugia
dentro un cespuglio. Nausicaa, bellissima, invece era rimasta lì. Odisseo vuole chiederle aiuto, ma al tempo
stesso ha paura di terrorizzarla e quindi far conseguire reazioni pericolose per lui. non sa che Nausicaa è
rimasta perché ha ricevuto un supplemento di forza da Atena e non poteva nemmeno abbracciarle le
ginocchia, perché sarebbe sembrato disgustoso. Così Odisseo ragiona e decide di dialogare con lei da
lontano con parole attentamente scelte secondo il makarismòs cioè l’atto di definire beato (makairos)
qualcuno, in questo caso la famiglia e il suo futuro marito, poi comincia a supplicarla (che gli dei le diano la
felicità, le concedano una casa, famiglia e amore e concordia) per avere qualcosa per coprirsi. Ha parlato
come un oratore per essere aiutato.
c. Le sirene
Nelle sue peregrinazioni, Odisseo ha incontrato le Sirene. Nella nostra cultura le Sirene sono donne pesce,
ma nella cultura greca esse erano donne-uccello. Quelle che incontra Odisseo sono donne uccello
caratterizzate da una voce soave, simile al canto degli uccelli. Queste creature terribilmente affascinanti
provocavano la morte di numerosi uomini, Odisseo se ne rende conto mentre vede i relitti delle navi
distrutte nell’isola. Odisseo però vuole conoscere il canto soave delle Sirene. Così ha un piano e la sua metis
lo salva ancora una volta: mettere la cera nelle orecchie dei compagni e farsi legare da loro all’albero della
nave così da ascoltare il canto senza che i compagni muoiano. Così Odisseo fu legato mani e piedi all’albero
della nave senza la cera nelle orecchie perché Odisseo punta alla conoscenza del canto e così vuole
conoscere le Sirene che gli danno lo statuto dell’eroe glorioso. Questa conoscenza gli è offerta dalle Sirene,
si presentano come le muse che conoscono tutto. fortunatamente i compagni non avevano sentino nulla,
anzi due compagni avevano stretto ancora più i legami, al vedere Odisseo che si dimenava. Solo dopo aver
superato le Sirene, i compagni si tolgono le cere e scelgono Odisseo (non si priva di nulla ma non si rischia
niente).
b. Il destino di Ettore
Accanto agli eroi vanno considerati anche gli dei, caratterizzati dall’antropomorfismo ( a parte l’immortalità,
essi sono molto simili agli uomini per aspetto e carattere). Essi determinino le sorti di tutto e di tutti.
Secondo i Greci, tutte le vicende degli uomini erano determinate dalla bilancia di Zeus che soppesava il
destino dei due popoli contendenti, nel piatto più in alto stava il vincitore, nel più basso il perdente: è
esattamente ciò che accade durante la guerra di Troia con il piatto della bilancia dei Teucri (Troiani) salì
verso il cielo, mentre quello dei Danai cadde vorticosamente (il destino favorevole ai Troiani). Lo stesso
accade prima dello scontro tra Ettore e Achille.
Teti si era infatti recata da Zeus per chiedergli di danneggiare i Greci per far rimpiangere suo figlio Achille
che aveva subito il torto. Appena arrivata sull’Olimpo si sedette vicino a Zeus e si mostrò in atto di supplica
abbracciandogli le ginocchia con la mano destra sotto il mento e comincia a pregarlo di dare onori a suo
figlio spiegandogli la richiesta precisa. Zeus dopo un lungo silenzio, le risponde che rischierà di litigare con la
moglie che è dalla parte dei Greci, ma comunque provvederà alla questione e invita la ninfa ad andarsene
in fretta prima che Era la vede. Ma durante la riunione con tutti gli dei dell’Olimpo, Era si rende conto che
Zeus sta tramando qualcosa e subito si rivolge a lui con ingiurie. Il marito lo invita a non indagare. Era però
insiste al punto di far sbottare Zeus invitandola a obbedire minacciandola.
a. L’ira di Achille
Fenice, persona anziana, onorevole e cerca di indurre Achille a tornare in battaglia. Gli consiglia di piegare il
suo cuore, deve fare forza su una cosa che è quasi esterna a se stessa. Il thymos è considerato quasi come
un individuo. Se non è il thymos a far scegliere gli uomini intervengono gli dei come forza esterna. I
personaggi di Omero dipendono dal volere degli dei.
b. L’errore di Patroclo
Si parla di Patroclo che non ha ascoltato quello che ha detto Achille, va contro i troiani. Se avesse ascoltato
Achille sarebbe sfuggito alla morte. È Zeus che spinge Patroclo ad andare contro i troiani.
c. L’apologia di Agamennone
Qui Agamennone dopo che si è riconciliato con Achille vuole spiegare perché ha sottratto Briseide. Siccome
pubblicamente aveva chiesto Briseide si riconcilia con Achille pubblicamente e dice il colpevole non è il lui
ma Zeus, il destino. L’accecamento mi ha fatto decidere per fare quella scelta. Ricordiamo che la lingua
stratigrafica si è costruita sul dialetto miceneo al quale nel corso dei secoli si sono aggiunti tutti gli altri
dialetti. È una lingua d’arte perché di fatto nessuno l’ha mai parlata.
a) Paride
b) Agamennone
c) Patroclo
d) Achille
Viene presentata una scena tipica. Ci sono delle scene nei poemi omerici che ritornano sono simili da un
passo all’altro perché c’è bisogno di ricordare all’ascoltatore una situazione ricorrente (il banchetto, il
passaggio dal giorno alla notte) o come nel brano a) il momento della vestizione dell’eroe. In tante scene
viene descritto Agamennone, Patroclo che si vestono per andare in battaglia. Per quella cultura era
importante descrivere bene come era la spada, lo scudo, le armi. Da sottolineare che Paride, Agamennone,
Patroclo e Achille mettono le armi con la stessa sequenza. Mettono prima le gambiere, la corazza, la spada,
lo scudo, l’elmo e la lancia. Quello che cambia è l’importanza che viene data alla scena in basa agli eroi.
22. Similitudini
ESIODO
È il primo poeta greco che ha una carta d’identità più nota rispetto a “Omero”. Ci troviamo tra la fine
dell’VIII secolo e l’inizio del VII secolo. Gli antichi dicevano che erano più o meno contemporanei Omero ed
Esiodo. Esiodo lo possiamo collocare, almeno come territorio in cui agisce, nella Beozia che è una regione a
nord dell’Africa, una regione agricola, chiusa, piuttosto isolata anche se nell’epoca micenea aveva avuto
una certa rinomanza. Esiodo agisce in questo territorio anche se non siamo sicuri che fosse originario della
Beozia in particolare di Ascra, la cittadina dove viva. Esiodo utilizza la poesia epica ovvero utilizza tutto quel
mondo di valori, di forme, di parole di cui abbiamo parlato fin d’ora e che era assolutamente
contemporaneo ad Esiodo stesso per parlare non solo di eroi ma per parlare di due categorie che per non
possono essere abbastanza scontate. All’epoca però non erano affatto scontate il tema della giustizia e il
tema del lavoro che nei poemi omerici non hanno molto spazio. La giustizia che viene dagli dei non se ne
parla in maniera molto nitida al massimo si parla di rapporti di giustizia tra gli uomini, gli dei sono immortali
ma hanno gli stessi difetti, desideri, voglie degli uomini. Di lavoro se ne parla poco per esempio nell’Iliade
che lavora non viene nemmeno menzionato, nell’Odissea chi lavora sono gli umili, i contadini
sostanzialmente è un mondo che non interessa. (pensiamo che la storia e la letteratura siano due cose che
vanno indipendentemente l’una dall’altra invece vanno di pari passo). Esiodo rappresenta un ceto, un
gruppo sociale di persone che aveva bisogno di legittimare il lavoro nei campi e per farlo ricorre al canale di
comunicazione più autorevole che all’epoca c’era cioè la poesia epica. In questa prospettiva la poesia in
Esiodo è stata definita convenzionalmente poesia epica didascalica (dal greco didàsko che vuol dire
insegno) una poesia che doveva insegnare qualcosa, in particolare secondo questa interpretazione Esiodo
avrebbe insegnato ai contadini della Beozia come coltivare i campi. Questo perché una parte dei suoi versi
fa riferimento al lavoro nei campi, in realtà Esiodo non aveva affatto questa esigenza perché i contadini
sapevano coltivare benissimo la terra. L’operazione di Esiodo era altra, ovvero legittimare il lavoro
attraverso la poesia epica. Poesia didascalica è la stessa Iliade e la stessa Odissea perché insegnano dei
codici di comportamento, di valori. Allora se proprio dobbiamo usare il termine didascalico allora lo
useremo tanto per Esiodo quanto per l’Iliade e l’Odissea. Tornando alla produzione di Esiodo cosa ci
rimane? Due poemi completi sono: la “Teogonia” che racconta la nascita del cosmo e degli dei l’altro è le
“Opere e giorni”.
Parliamo di opere molto più piccole rispetto ai poemi omerici. Oltre a questi due poemi ci sono altri testi
attribuiti ad Esiodo ma con seri dubbi sull’autenticità, uno per esempio “lo scudo di Eracle” una descrizione
puntuale dello scudo dell’eroe Eracle oppure il “Catalogo delle donne” un elenco di figure femminili, di
donne che si sono unite a divinità e quindi da loro sono nati degli eroi. I poemi su cui ragioneremo sono la
Teogonia e le Opere e giorni. Nelle “Opere e giorni” ricaviamo molti dati autobiografici di Esiodo o biografici
anche se non sempre quello che dicono i poeti è lo specchio della realtà. Apprendiamo che Esiodo aveva un
fratello e questo fratello si chiamava Perse e le opere e i giorni sarebbero nate per insegnare al fratello
Perse il retto comportamento, la giustizia.
1. Il fratello Perse
C’era una lite per l’eredità tra Esiodo e Perse. Esiodo dice che il fratello Perse piuttosto che lavorare e darsi
all’attività dei campi si accaniva in questa lotta con Esiodo stesso per avere una parte maggiore dell’eredità
del padre. Zeus è il garante della giustizia ovvero come accade nella “Teogonia” Zeus è il risultato finale del
processo di nascita del cosmo degli dei che ha dato equilibrio all’umanità quindi Zeus è il pilastro della
giustizia. I “re mangiatori di doni” sono quei magistrati che in quella cultura dove le leggi erano orali, erano
coloro che detenevano il controllo delle leggi. Finchè le leggi erano orali c’erano spazi per ambiguità. Questi
“re mangiatori di doni” cioè corrotti sono disposti ad accettare dei doni pur di assecondare chi gli dava
maggiori doni, ricchezze.
Questo è un primo dato biografico che noi recuperiamo. Rispetto ad Omero, Esiodo parla in prima persona.
Guardiamo un altro tratto.
2. Le origini di Esiodo
Sappiamo che il padre di Esiodo era emigrante, un giorno aveva lasciato la sua terra d’origine, Cuma Eolica
sulle coste dell’Asia Minore ed era arrivato in Beozia, ad Ascra (all’epoca della seconda colonizzazione).
Di questo parla Esiodo rivolgendosi al fratello nel brano. Non sappiamo se Esiodo fosse nato in Beozia, è un
dato che non sappiamo. Dice Esiodo al fratello parlando delle navi, della navigazione e del commercio che il
padre era emigrato da Cuma ad Ascra per la cattiva povertà che Zeus dà agli uomini. Andò ad abitare vicino
al monte Elicona dove vivevano le Muse.
3. Il viaggio a Càlcide
Abbiamo un altro tassello nella biografia di questo personaggio, abbiamo che il figlio di un emigrante che
dall’Asia Minore si sposta in Beozia Esiodo ha fatto un viaggio per mare, un viaggio molto piccolo. È uno
stretto di mare che viene attraversato da Esiodo per andare dalla Grecia continentale da Aulide a una città
dell’isola Eubea che si chiama Calcide. Esiodo racconta sempre nelle “opere e giorni” che lui aveva
attraversato questo stretto di mare per gareggiare in un agone poetico. Una gara che era stata organizzata
per onorare la memoria di Anfidamante, guerriero morto anni prima (forse attorno al 720 a.C.) nella
cosiddetta guerra lelantina, in questa pianura di Lelanto si erano affrontate Calcide ed Eretria. Andò li e
vinse in premio un trìpode che dedicò alle Muse di Elicona che lo avevano avviato al canto. Gli studiosi
hanno pensato che se Esiodo ha veramente partecipato a questa gara poetica ci sono buone probabilità che
abbia recitato almeno una parte dei versi della Teogonia, è un’ipotesi probabile. Abbiamo tre dati biografici
sicuri che emergono dalle Opere e giorni:
la contesa con il fratello,
l’origine da Cuma e il trasferimento del padre ad Ascra, e
la gara poetica a Calcide.
La Teogonia
La più antica è la Teogonia, usato lo stesso metro dell’Iliade e dell’Odissea, l’esametro dattilico. Racconta la
nascita degli dei e del cosmo. Va fatto un chiarimento, ovvero non è un’opera religiosa. Esiodo fa
un’operazione simili a quella di omero che parla degli eroi mentre Esiodo fa la stessa operazione con gli dei
per spiegare come si è arrivati all’attuale ordine filosofico, religioso nel quale i Greci si rispecchiano. I Greci
erano tanto separati dal punto di vista politico rispetto a quando si sentivano uniti in un unico popolo dal
punto di vista religioso e mitologico. I Greci però non hanno un testo in cui c’è una divinità rivelata come la
Bibbia per i cristiani e non avevano il concetto di eresia perché non si fondavano su una verità assoluta. La
Teogonia non è appunto un poema religioso anche se parla di dei, gli uomini hanno un ruolo molto piccolo
in questo poema. Anche questa è poesia orale come i poemi omerici. I poemi sono sempre destinati alle
rappresentazioni nelle feste. Come è organizzata? Abbiamo un proemio, l’investitura poetica poi abbiamo il
catalogo di come gli dei sono venuti al mondo, e una piccola parte sulle spose di Zeus (alcuni studiosi
pensano che questi versi non siano autentici).
8. la successione divina
Prosegue con appunto con quella che ho chiamato “la successione divina” ovvero cosa accade dopo che
nascono queste divinità Gaia e Urano. È una narrazione quasi violenta in alcuni passaggi dove si passa da un
ordine violento e selvaggio a un ordine più civile ed è da notare che questo ordine, che alla fine si afferma
nella figura di Zeus non è un ordine che esiste da sempre, non c’è un ordine che la divinità di turno ha da
sempre garantito. È un ordine che si stabilisce dopo un percorso duro, violento, fatto di gesti molto forti e
questo processo porta a Crono, che era la prima figura maschile e quindi a Zeus. Queste tre figure Urano,
Crono e Zeus che si succedono nel controllo del cosmo e del mondo, sono il filo rosso della Teogonia, il
passaggio di consegna da uno all’altro.
a. Da Urano a Crono
Esiodo ci dice che Gaia per prima generò Urano (la terra creò il cielo). Generò i monti grandi e il mare dopo
questa unione (Gaia e Urano). Dopo questa unione nasce Oceano. Poi nomina vari Titani e l’ultimo di questi
Titani fu Crono che prese in odio suo padre Urano. Tutti quelli che nacquero da Gaia e Urano, questo padre
violento faceva ritornare nel grembo materno i figli che nascevano da questa unione. Gaia si doleva di
questo perché veniva riempita dei suoi stessi figli. Allora escogitò un artificio ingannevole e malvagio,
fabbricò una grande falce e si rivolse ai figli. Prova a tramare un piano contro il piano. I figli hanno paura e
soltanto uno ebbe coraggio Crono “Madre, compirò quest’opera”. Allora Gaia lo pose in agguato e gli diede
questa falce e attendono l’arrivo di Urano. Questa unione, amplesso fra Gaia e Urano non è altro che la
notte, il cielo che si stende su tutta la terra e la ricoprono. Crono taglia i genitali del padre. È simbolico
questo tagliare i genitali del padre per non rendere più possibile la creazione di nuovi figli. Infatti questo
fatto segna la fine della generazione che nascerebbe tra Gaia e Urano. Gaia raccoglie tutte le gocce che
sprizzano dalle ferite e generò le Erinni e i Giganti, le Ninfe. E nacque da quelle membra gettate in mare
Afrodite (spuma in greco afros). Nasce dalla spuma che si era formata attorno ai genitali di Urano dopo
essere stati buttati nel mare dopo questo gesto brutale da parte di Crono.
b. Da Crono a Zeus
Crono si unisce a sua sorella Rea che partorì molti figli: Istie, Demetra, Era, Ade, Poseidone e Zeus prudente,
padre degli dei e degli uomini. Che cosa succede? Crono divorava tutti i figli non appena arrivavano alle sue
ginocchia, aveva questo retaggio di crudeltà che aveva ereditato da suo padre Urano. Perché faceva
questo? Perché non voleva che alcuno dei discenti di Urano e propri potesse avere il potere regale per non
essere sostituito perché aveva saputo da Gaia ed Urano stellato che era suo destino essere sostituito da un
suo figlio. Quindi via via che nascevano lui se li mangiava così non aveva questo problema. Ma Rea quando
fu prossima a partorire Zeus, pregò i suoi genitori Gaia e Urano che la mandano a Creta, affinchè potesse
partorire di nascosto. Al momento del parto Zeus viene appunto nascosto a Creta mentre Rea diede a
Crono una pietra avvolte in fasce. Crono prende la pietra pensando che fosse suo figlio e lo ingoiò che gli
rimase sullo stomaco. Dice Esiodo che presto le membra di Zeus crebbero e costrinse suo padre Crono a
risputare i figli che aveva inghiottito. Per prima vomitò la pietra che aveva mangiato che Zeus fissò la pietra
a Delfi. Con questo Zeus acquista il potere, libera i suoi fratelli e diffonde la sua [Link] i vari
provvedimenti imposti da Zeus ce n’è uno dei più celebri che è l’inganno di Prometeo. Prometeo era figlio
di Giapeto e aveva commesso una grave colpa: aveva rubato il fuoco agli dei per poterlo donare agli uomini.
Per dare progresso all’uomo. Zeus lo punisce legandolo a una roccia e un avvoltoio o un’aquila
regolarmente gli andava a mangiare il fegato che la notte ricresceva per essere divorato il giorno dopo. Ma
questa storia di Prometeo aveva in realtà una storia ancora più lunga che Esiodo racconta sia nella Teogonia
che nelle opere e i giorni.
9. l’inganno di Prometeo
È uno dei pochi casi a cui si fa riferimento agli uomini, normalmente nella Teogonia gli uomini sono del
tutto assenti. Questo è uno dei pochi passaggi in cui si parla della razza umana. Esiodo dice che c’è una
contesa tra gli uomini e gli dei e Prometeo inganna gli dei perché divise un bue di notevoli dimensioni che
viene separato nelle sue componenti. Fece così per gli uomini pose sotto la pelle le carni e le viscere piene
di grasso (la parte migliore), per la stirpe degli dei preparò delle bianche ossa di bue, nascoste nel bianco
grasso (la parte peggiore). Prepara due piatti uno più buono e l’altro meno. Zeus conosce tutto e
rimprovera Prometeo per come ha diviso le parti. E Prometeo dice scegli tu quella che vuoi. Zeus
riconosciuto l’inganno scelse la parte e scelse la parte quella con le bianche ossa, quella ingannevole. Non
appena vide le ossa bianche si adirò. Zeus adirato da questo inganno privò gli uomini del fuoco. Ma
Prometeo ruba il fuoco. Zeus soffrì di nuovo per questo nuovo inganno e in cambio del fuoco apprestò un
malanno per gli uomini. Qui innesta un altro grande mito della letteratura greca: il mito di Pandora.
10. La Titanomachia
La titanomachia è lo scontro tra Zeus e gli altri figli di Crono + i loro alleati, e i Titani. Si concluderà con la
vittoria di Zeus e i Titani verranno confinati nel Tartaro, una sorta di oltretomba, inferno, un mondo
sotterraneo sorvegliato da questo cane a tre teste, Cerbero. Questo sprofondamento nel Tartaro dei Titani
segna il trionfo di Zeus. Il cielo, il mare e la terra (tutti gli elementi) sono sconvolti da questa lotta che Zeus
deve sancire una volta per tutte la forza. Alla fine Zeus prevale. Ogni dio aveva quindi il suo “ramo di
competenza”.
OPERE E GIORNI
Si parla del lavoro, della giustizia garantita da Zeus sono dei temi abbastanza astratti per quel tipo di
cultura, sono materie abbastanza nuove. Un’altra cosa che salta agli occhi al lettore è la mancanza di
consequenzialità ovvero se leggessimo le opere e i giorni anche in traduzione in alcuni passaggi non
troveremmo dei passaggi logici. Sono modi di comporre diversi rispetto a noi. Il poeta era abituato
comporre per blocchi di immagine che si susseguivano non c’erano necessariamente quei nessi logici a cui
noi siamo abituati. Infatti gli studiosi molte volte in passato dubitavano della validità di un verso
semplicemente perché era meno coerente rispetto al verso precedente. Come si articola questo poema? È
ancora più piccolo della teogonia, grossomodo è diviso in due parti, la prima parla della necessità del lavoro
e dell’origine del lavoro (c’è l’invocazione delle muse ecc), la seconda parte invece descrive i lavori e si
conclude con una piccola sezione dove si parla dei giorni considerati propizi o sfavorevoli per svolgere
attività nei campi.
12. il proemio delle Opere e giorni
Come tutti i poemi epici si apre con un proemio. Esiodo si rivolge alle muse di Pieria (si trova tra la Tessaglia
e la Macedonia). Questo fa pensare che il pubblico potesse essere anche diverso da quello al quale era
destinata la teogonia addirittura abbiamo una testimonianza di Pausania, uno scrittore vissuto nel II secolo
d.C. che racconta di aver visto nel santuario delle muse presso il monte Elicona una copia delle opere e i
giorni e in questa copia mancava proprio il proemio il che ha fatto pensare che questo fosse un proemio
intercambiabile ovvero a seconda del pubblico e del luogo poteva cambiare il tipo di proemio. La menzione
subito la fa a Zeus. Sembra apparentemente che sia un poema dedicato a Zeus. La menzione di Zeus
sembra far capire l’importanza di queste divinità nel loro compiere la giustizia e nelle decisioni del ruolo.
Elogia la forza di Zeus. Chiede di ascoltarlo.
a) Una Eris
Immediatamente dopo si parla della contesa che aveva con il fratello Perse per l’eredità. Ma la contesa è
una figura nata nel corso della Teogonia, la Eris. Mi interessa farvi notare un dato della Eris si parla sia nelle
Opere e giorni ma già nella Teogonia questo dato è interessante per ipotizzare anche una datazione perché
nella Teogonia Esiodo parla della contesa e nomina Eris ma ne nomina solo una (brano a).
b) Due Erides
In questo brano parla di due Erides, due contese una positiva e l’altra negativa, l’una opposta all’altra. L’una
favorisce la guerra cattiva e la discordia l’altra è buona perché risveglia al lavoro anche chi è pigro; perché
se uno è senza lavoro e guarda a un altro che, ricco si sforza ad arare e a piantare e a far prosperare la casa,
è allora che il vicino invidia il vicino che si adopera per arricchire. È una sorta di emulazione positivo.
Dobbiamo ricavare che Esiodo sta facendo una precisazione non esiste solo una contesa negativa come ho
scritto nella Teogonia, ma c’è anche una positiva. Questo ha fatto pensare al fatto che le opere e giorni
potessero essere datati successivamente alla Teogonia. Dopo aver invitato Perse ad accettare la necessità
di lavorare, Esiodo dopo racconta la necessità di lavorare tramite il mito di Pandora, che abbiamo iniziato a
conoscere dalla Teogonia.
b) Pandora
Si racconta in maniera molto puntuale, questa operazione di artigianato messa a punto da Zeus. Cosa fa
Zeus? Convoca dopo che Prometeo gli ha rubato il fuoco, Efesto formò dalla terra un’immagine simile a
vergine casta dalla terra e vieni abbellita dalle altre dee. Creò una sorta di automa, di robot di donna
bellissima. Hermes le pose la voce e il canto, menzogne e inganni e le pose il nome Pandora perché dono
degli dei. Zeus così, manda questa donna in dono ad Epimeteo che era il fratello di Prometeo. L’uno vede
prima e l’altro capisce dopo (Epimeteo). Epimeteo non capisce che dietro quel dono c’è un inganno.
Avvenne la disgrazia e prima la stirpe degli uomini viveva al riparo dal male, dal dolore, dalla malattia che
agli uomini portano la morte. Ma la donna aprì il vaso da cui uscirono tutti i mali e li disseminò per la terra.
E infine tristezze vagano tra gli uomini. Rimane solo la speranza. Per lo meno all’uomo rimane la speranza
quindi va visto in modo positivo. Infine “così non è possibile ingannare la mente di Zeus”, Zeus è garante
della giustizia nessuno può frodarlo.
19. un confronto
a) l’estate di Esiodo
b)…e la traduzione di Alcèo
in questo brano sta descrivendo l’estate e quello che si deve fare e non fare in estate. Bella descrizione
tenuta presente da Alceo e riprende quasi alla lettera le immagini di Esiodo. Alceo agisce in un contesto del
tutto diverso da Esiodo. È un’immagine presa dalla poesia epica che richiama al contesto del simposio che
vedremo successivamente.
POESIA LIRICA
La poesia lirica greca è una forma anche questa di comunicazione che si articola in quattro sottogeneri
• Poesia giambica
• Poesia elegiaca
Nell’antica Grecia tranne la poesia melica corale, tutte presuppongono come luogo di esecuzione il
Simposio. Era un momento fondamentale nella Grecia arcaica ovvero in genere dopo un pasto (soprattutto
quello serale), in occasioni religiose, in occasione solenne ci si intratteneva per bere insieme (simposio in
greco bere insieme). C’era una ritualità solenne dietro il Simposio. Un codice preciso a cui ci si doveva
attenere. Si rimaneva sdraiati, si beveva vino mescolato in un’anfora, insieme a questo si cantava. Era un
canto. Il numero dei partecipanti al Simposio era minimo il numero delle Grazie (tre) e massimo il numero
delle muse (nove). Era un pubblico limitato e certamente non eterogeneo ma molto omogeneo avevano le
stesse idee politiche, le stesse aspirazioni, lo stesso rango sociale. Nel Simposio si ascoltavano persone che
erano già unite che attraverso il canto rafforzavano la loro unione od ostilità verso qualcun altro (vale per le
prime tre).
La poesia melica corale presupponeva un pubblico più ampio perché prevedeva l’esibizione di un coro e
poteva avere luogo nelle celebrazioni delle vittorie militari. Un pubblico che poteva assomigliare più al
pubblico dell’epica che era più ampio. Un pubblico che non leggeva ma ascoltava nel caso di questa poesia
un coro che cantava e danzava. Quindi il pubblico per la poesia lirica era omogeneo, ristretto. Il poeta
cantava e suonava dal vivo (live).
C’è la musica e anche il metro e il dialetto. Ogni forma poetica ha un suo dialetto di riferimento e questo
stabilisce un codice di espressione. Quando faremo Ipponatte che quando vuole fare la parodia dell’epica
userà l’esametro dattilico invece di utilizzare il trimetro giambico.
Ancora un altro dato quando ci approcceremo alla poesia lirica. Capiterà di utilizzare delle categorie per
esempio sentire il “personaggio che parla” questo ci introduce ha un’altra grandissima differenza tra poesia
lirica antica e poesia lirica moderna. Noi siamo abituati ad immaginare che un poeta oggi usa la prima
persona usa io è il poeta che sta parlando di sé, di una sua gioia o di un suo dolore. Tutto questo non è
necessariamente vero per la poesia lirica arcaica. Il poeta poteva dare voce a un personaggio. I versi che noi
leggiamo possono anche essere versi in prima persona singolare ma questo non vuol dire che il poeta sta
esprimendo il suo punto di vista. Perché il personaggio che sta parlando è un altro (se il personaggio è
donna è evidente perché il poeta è maschio). Di questi poeti abbiamo delle porzioni, dei frammenti non
tutta la poesia di questi poeti.
Un’altra categoria è l’espressione “poesia dei buoni” ovvero il poeta può anche parlare assumendo più che
un‘identità soggettiva, un ruolo un’identità che viene condivisa dai suoi amici per cui quell’io non è
espressione del suo pensiero personale anche se di fatto coincide ma è come se egli interpretasse un ruolo
riconosciuto dai suoi compagni. Sentiremo “è stato un balordo a uccidere” sembra qualcosa detta
un’accusa fatta in tribunale ma questo veniva cantato nel simposio dove questo balordo non c’era. Il poeta
sta assumendo il ruolo di giudice e con la complicità dei compagni del simposio sta criptando il
comportamento nella parte di questo personaggio.
LA POESIA GIAMBICA
La poesia giambica è una poesia che è radicata nel Simposio, può essere un simposio aristocratico o un
simposio che si organizzava nella nave durante una campagna militare. La poesia epica e quella lirica sono
contemporanee. Caratteristica delle poesia giambica è l’invettiva, l’attacco (psògos – offesa pesante) e
termine opposto la lode (epainos). Si dice spesso che il giambo che si occupa dell’invettiva e l’elegia che si
occupa della lode sono due facce della stessa medaglia. Due fasi che possiamo trovare entrambe nel
simposio. Questa aggressività che vedremo nel giambo non è un’aggressività volgare fine a se stesso. Fa
parte di un processo culturale che porta il gruppo del simposio a coalizzarsi contro chi riteneva ostile.
Quindi dire male di quella persona o categoria sociale diventava momento di aggregazione, di creazione del
noi contro loro, gli altri.
Tecnicamente più interessante è che questo strumento veniva eseguito con l’accompagnamento di uno
strumento a corda. Quello più usato era la cetra. Il poeta era autonomo poteva cantare e suonare nello
stesso momento mentre se suonava quello a fiato evidentemente no. Il giambo e l’elegia era un recitativo
ovvero un canto parlato mentre per gli altri era più comune a cosa intendiamo per canzone. Il metro
adoperato è tendenzialmente il trimetro giambico. Importante è ricordarci il dialetto adoperato che era
quello ionico. La poesia epica si basa proprio sul dialetto ionico e questo favorisce le differenze tra la poesia
epica e la poesia giambica. Il biasimo in questa società aveva lo stesso valore che può avere una condanna
in tribunale. La parola pesa in questa società.
ARCHILOCO
Archiloco lo collochiamo nella prima metà del VII secolo a.C. quindi siamo grossomodo nel periodo di
Esiodo, forse qualche decennio dopo. Archiloco è stato oggetto di molti pettegolezzi, si dice che era figlio di
una schiava ma dato assolutamente infondato. La schiava si chiamava Enipò (in greco enipè vuol dire
ingiuria). Quindi dire che Archiloco è figlio di “ingiuria” è un modo anche per definire la produzione di
Archiloco. Un dato irrilevante diventa invece interessante. Questo autore venne già marchiato dalla critica
antica. Era di origini se non aristocratiche, di un buon livello, livello elevato. “Archiloco” in greco si può
rendere come colui che comanda il plotone. Dove agisce? Nasce a Paro. Da Paro si sposta a Taso isola vicino
la Tracia perché fonda una colonia. Era a capo di individui, siamo all’epoca della seconda colonizzazione,
che lasciano Paro e si spostano a Taso. Proprio a Taso parla in alcuni frammenti giunti.
2. L’isola di Taso
Evidentemente chi andava a Taso non stava in condizioni economiche felici. Poi nel secondo frammento
scatta una foto di Taso.
3. Elementi di datazione
a. Il regno di Gige
Si parla di Gige, personaggio storico ricchissimo re della Libia, regione dall’Asia Minore dove oggi c’è la
Turchia. È stato re tra il 687-652 parliamo della prima metà del VII secolo a.C. stesso periodo in cui vive
Archiloco. Il poeta dice apertamente che non vuole essere ricco come Gige. In questo caso il poeta fa
parlare un’altra persona è il poeta che parla. Infatti sta mettendo in bocca a un falegname, Carone.
b. L’eclissi di sole
Si parla di un’eclissi di sole che gli studiosi hanno datato al 6 aprile del 648 a.C.
Sembra che parli il poeta.
Questi versi sono la prima testimonianza di una figura retorica chiamata adynaton, “adiùnaton” (consiste
nel citare una situazione assolutamente irrealizzabile attraverso il confronto con un'altra, descritta con
una perifrasi iperbolica e paradossale). Dice il poeta che da quando Zeus di mezzogiorno fece notte, niente
è inatteso né impossibile. Può accadere di tutto. in realtà qui abbiamo la testimonianza di studiosi che sta
parlando un padre la cui figlia è andata in sposa. Con molta ironia dice che dopo l’eclissi tutto può accadere
anche che mia figlia si sposi. Non sappiamo questi versi nel simposio che funzione avessero. A differenza di
Omero abbiamo dei dati abbastanza concreti sui periodi e luoghi in cui è vissuto questo poeta. La tradizione
vuole che sia morto a Nasso vicino a Paro. Nasce, colonizza un’isola e muore su un’isola. Pare sia morto in
età di vita militare tanto è vero che secondo una tradizione ha condotto una vita da soldato mercenario.
Infatti dice