IV – 115-122
Ergo quod vivo durisque laboribus obsto,
nec me sollicitae taedia lucis habent,
gratia, Musa, tibi: nam tu solacia praebes,
tu curae requies, tu medicina venis.
Tu dux et comes es, tu nos abducis ab Histro,
in medioque mihi das Helicone locum;
tu mihi, quod rarum est, vivo sublime dedisti
nomen, ab exsequiis quod dare fama solet.
Perciò se vivo, se resisto alle dure sofferenze
e non mi prende il tedio di una vita angosciata,
te ringrazio, o Musa! Infatti tu mi dai il conforto,
tu sei riposo agli affanni, tu vieni come medicina;
tu sei guida e compagna, tu mi porti via dall'Istro
e mi fai posto nel mezzo dell'Elicona.
Tu mi hai dato da vivo - e questo è raro - un nome
eccelso, che la fama suole dare dopo le esequie.
C’è dunque una ripresa di Esiodo, con la differenza che Esiodo ha bisogno di condurre un sogno,
mentre Ovidio entra direttamente in un luogo che è metaforico; inoltre Ovidio, come Orazio,
considera la poesia in qualche modo come monumento imperituro.
I, I – 71-74
Ignoscant augusta mihi loca dique locorum.
Venit in hoc illa fulmen ab arce caput.
Esse quidem memini mitissima sedibus illis
numina; sed timeo qui nocuere deos.
Mi perdonino gli augusti luoghi e gli dèi che li abitano!
Da quella rocca piombò su questo mio capo il fulmine.
Non dimentico, certo, che dimorano in quei luoghi
numi mitissimi, ma io temo gli dèi che mi hanno colpito.
79-82
Vitaret caelum Phaëthon, si viveret, et quos
optarat stulte, tangere nollet equos.
Me quoque, quae sensi, fateor Iovis arma timere:
me reor infesto, cum tonat, igne peti.
Eviterebbe il cielo Fetonte, se fosse ancor vivo, né vorrebbe
toccare i cavalli che aveva bramato nella sua follia.
Io pure confesso di temere le armi, già provate, di Giove
e quando tuona credo di essere raggiunto dal fulmine ostile.
85-88
Et mea cumba semel vasta percussa procella
illum, quo laesa est, horret adire locum.
ergo cave, liber, et timida circumspice mente,
ut satis a media sit tibi plebe legi.
e la mia barca, investita una volta da una furiosa procella,
ha paura di avvicinarsi a quel luogo dove venne squassata.
Sii dunque prudente, mio libro, e con animo timoroso
guardati intorno perché ti basti esser letto da gente modesta.
III, VII – 43-52
Singula ne referam, nil non mortale tenemus
pectoris exceptis ingeniique bonis.
En ego, cum caream patria vobisque domoque,
raptaque sint, adimi quae potuere mihi,
ingenio tamen ipse meo comitorque fruorque:
Caesar in hoc potuit iuris habere nihil.
Quilibet hanc saevo vitam mihi finiat ense,
me tamen extincto fama superstes erit,
dumque suis victrix omnem de montibus orbem
prospiciet domitum Martia Roma, legar.
In breve, nulla noi possediamo che non sia mortale
tranne le ricchezze dell'animo e dell'ingegno.
E io, benché privato della patria, di voi e della casa,
e rapinato di tutte le cose che potevano essermi tolte,
ecco, io ho per compagno il mio ingegno, mio conforto:
su questo nessun dominio ha potuto avere Cesare.
Mi finisca pure questa vita chiunque con la spada
crudele, tuttavia la fama sopravviverà a me estinto,
e finché dai suoi colli guarderà vincitrice il mondo
assoggettato la Roma di Marte, io sarò letto.