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Orazio, Ode 1, 9

Vides ut alta stet nive candidum
Soracte nec iam sustineant onus
silvae laborantes geluque
flumina constiterint acuto.

 5 Dissolve frigus ligna super foco
large reponens atque benignius
deprome quadrimum Sabina
o Thaliarche, merum diota.

Permitte divis cetera, qui simul
10 stravere ventos aequore fervido
deproeliantes, nec cupressi
nec veteres agitantur orni.

Quid sit futurum cras, fuge quaerere et,
quem Fors dierum cumque dabit, lucro
15 adpone nec dulces amores
sperne, puer, neque tu choreas,

donec virenti canities abest
morosa. Nunc et campus et areae
lenesque sub noctem susurri
20 composita repetantur hora,

nunc et latentis proditor intimo
gratus puellae risus ab angulo
pignusque dereptum lacertis
aut digito male pertinaci.
Orazio, Ode 1, 9 TRADUZIONE

Vedi come s'innalza candido per la spessa neve
il Soratte né più sostengono il peso
i boschi affaticati e per il gelo
pungente i corsi d'acqua si sono fermati.

Sciogli il freddo legna sul focolare
mettendo con abbondanza e piuttosto generosamente
attingi vino di quattro anni,
o Taliarco, dall'anfora Sabina.

Lascia agli dei il resto; non appena quelli


hanno placato i venti che sul mare burrascoso
combattevano, né i cipressi
né i vecchi ontani si agitano.

Che cosa accadrà domani, evita di chiedertelo e


qualsiasi giorno la Sorte concederà, a guadagno
ascrivilo e non disprezzare
i dolci amori, ragazzo, né tu le danze,

finché da te ancora giovane è lontana la canizie


fastidiosa. Ora e il campo Marzio e le piazze
e i lievi sussurri sul far della notte
si cerchino all'ora concordata,

ora e il riso traditore della ragazza nascosta


(che) gradito (giunge) dall'angolo appartato
e il pegno strappato dal braccio
o dal dito che debolmente si oppone.
Orazio, Ode 1, 22

Integer vitae scelerisque purus


non eget Mauris iaculis neque arcu
nec venenatis gravida sagittis,
Fusce, pharetra,
5 sive per Syrtis iter aestuosas
sive facturus per inhospitalem
Caucasum vel quae loca fabulosus
lambit Hydaspes.
Namque me silva lupus in Sabina,
10 dum meam canto Lalagem et ultra

terminum curis vagor expeditis,


fugit inermem;
quale portentum neque militaris
Daunias latis alit aesculetis.
15 Nec Iubae tellus generat, leonum
arida nutrix.
Pone me pigris ubi nulla campis

arbor aestiva recreatur aura,


quod latus mundi nebulae malusque
20 Iuppiter urget;
pone sub curru nimium propinqui
solis in terra domibus negata:
dulce ridentem Lalagem amabo,
dulce loquentem.
 
 
 
 
 Orazio, Ode 1, 22 TRADUZIONE

Chi è integro di vita e puro di colpe


Non ha bisogno di strali dei Mauri né dell’arco né della faretra
colma di frecce avvelenate, o Fusco,
sia che stia per viaggiare tra le Sirti infuocate
o attraverso l’inospitale Caucaso o nei luoghi  che lambisce il
favoloso Idaspe.
E infatti un lupo nel bosco sabino,

mentre canto la mia Lalage e oltre


il confine vago libero da preoccupazioni,
fugge me inerme;
un mostro quale né la bellicosa
Daunia nutre nei suoi vasti querceti
né la terra di Giuba genera, arida nutrice
di leoni.
Mettimi in campi sterili dove nessun
albero è ristorato dall’aria estiva,
in quella parte del mondo che le nebbie e
il cattivo Giove opprimono;
mettimi sotto il carro del sole troppo vicino
nella terra negata alle case:
amerò Lalage che ride dolcemente,
che parla dolcemente.
 
Orazio, Ode 1, 9

Commento. L’ode ha l’aspetto di una poesia simposiale, ovvero scritta per i


banchetti: d’altra parte, nelle prime due strofe, Orazio s’ispira ad Alceo di Mitilene,
poeta greco del VI secolo a.C. ed esponente di questo genere. In particolare, modello
del componimento è il fr. 338 L.-P.: “Piove. Giù dal cielo grande tempesta, le correnti
dei fiumi sono gelate… Scaccia l’inverno aggiungendo fuoco, mescendo vino senza
risparmio, dolce, e intorno alle tempie avvolgendo morbida lana.” Le tematiche
principali, però, sono tipiche della poesia oraziana: la brevità della vita e il carpe
diem.
I primi versi descrivono un paesaggio invernale del Lazio: il Monte Soratte, nei pressi
di Roma, è ricoperto dalla neve (vv. 1-2). L’atmosfera è gelida e statica (come
suggerisce il gioco tra i verbi, legati a stare, dei vv. 2-4, in particolare constiterint,
che descrive efficacemente i fiumi bloccati dal ghiaccio), tanto da portare l’autore a
riflettere sul crudele destino dell’uomo: a differenza della natura, caratterizzata dalla
ciclicità delle stagioni, l’essere umano dispone di un tempo lineare e limitato. Nella
prima strofa, Orazio si rivolge a qualcuno (vides, v. 1) senza nominarlo: fa uso,
quindi, del Du-Stil.

Nella seconda il nome è rivelato: si tratta del giovane Taliarco (v. 8), il cui nome
letteralmente significa “re del gioioso banchetto”. La presenza di questo appellativo
non è casuale, ma serve a sottolineare il tema del simposio. Il ragazzo viene invitato a
combattere il freddo, aggiungendo legno sul fuoco e versando il vino puro (merum, v.
8), cioè senza mescolarlo all’acqua, dall’anfora (definita con parola greca che
significa “a due manici”, diota, v. 8), la quale per enallage è detta Sabina, sebbene sia
la bevanda ad esserlo.
Segue un altro invito, il quale apre il discorso filosofico: quello di lasciare tutte le
altre preoccupazioni agli dei (v. 9), che hanno il potere di interrompere in un attimo le
tempeste (ventos aequore fervido/ deproeliantis, vv. 10-11), le quali sono un’evidente
metafora delle sofferenze dell’esistenza (com’è peraltro sottolineato della
personificazione deproeliantis, v. 11, e dal riferimento ai non più sconvolti dal vento
“vecchi frassini”, v. 12). Taliarco è esortato, cioè, al carpe diem: egli deve vivere
giorno per giorno, senza rimandare i propri progetti, poiché l’uomo non è padrone del
domani. La formulazione oraziana (quid sit futurum cras, fuge quaerere, v. 13)
ricorda l’incipit di Od. I 11, dove è l’amica Leuconoe invitata a non investigare a
proposito del destino sia suo sia del poeta. In questo caso, l’invito è ripetuto nei versi
successivi: quem fors dierum comque dabit, lucro/ adpone (vv. 14-15), dove centrale
è l’espressione finale, propria del linguaggio contabile, con la quale si allude al
registro commerciale in cui l’uomo d’affari segna gli utili e le spese. In particolare,
Orazio sottolinea che è bene che il giovane approfitti della sua età, perchè il futuro
sarà segnato dalla vecchiaia, menzionata con una marcata antitesi (virenti canities, v.
17). Il piacere nella vita sta nel cogliere la positività anche nei momenti negativi ed
anche nel ricercare i rari momenti in cui il dolore è assente (rappresentati, qui, ad
esempio dai rimedi per sopportare il gelo).

Le ultime due strofe cambiano completamente atmosfera: è improvvisamente tornata


la primavera, evocata dal riferimento all’età giovanile, e il poeta mette in scena due
innamorati che s’incontrano in un luogo appartato e amoreggiano sul far della notte.
La loro presenza è svelata soltanto dalla risata della fanciulla (gratus puellae risus, v.
22), la quale concede, dopo un attimo di ritrosia, il pignus, ovvero il pegno d’amore,
un braccialetto o un anello, al suo fidanzato. Quest’ultimo quadro leggiadro, tra i
sussurri (si noti la onomatopea al v. 19) e le parole d’amore, si chiude con la finta
resistenza della ragazza, protagonista della scaramuccia, giudicata dal poeta con
ironia e distacco, ma anche con l’esperienza dell’uomo ormai maturo, come si
osserva dalla personificazione finale del dito di lei definito male pertinaci.

 Orazio, Ode 1, 22

Commento. L’ode appare come un invito a condurre la propria esistenza in modo


puro, senza cadere negli errori che spesso si possono commettere. Chi vive
semplicemente saprà affrontare nella giusta ottica ogni situazione. Ciò è sottolineato
al v. 1 con il chiasmo integer vitae scelerisque purus: chi ha la coscienza pura, si
dice, non è attaccabile né dalle armi (sono evocati iaculis e arcu, due termini in
allitterazione, al v. 2, mentre all’arco è accostata la faretra ai vv. 3-4: venenati gravida
sagittis pharetra; in quest’ultimo nesso è da osservare, a parte altri giochi fonici, il
parallelismo) né dalla mala sorte, il che è dimostrato dall’avventura che capita al
poeta in Sabinia. Orazio, infatti, racconta d’essere sfuggito ad un lupo, che gli si è
presentato davanti durante una passeggiata nei dintorni del suo podere in Sabinia: chi
l’ha salvato è, secondo lui, proprio, più ancora che la potenza del suo amore (infatti,
stava pensando alla sua Lalage), il fatto di essere stato senza ansie, privo di
preoccupazioni, con l’animo leggero, seppure completamente disarmato (inermem, v.
12, in forte iperbato rispetto a me, v. 9).

Interessante in questo contesto, è il fatto che tra i vv. 5-6 ci sia un’allitterazione del
suono /l/ tra le parole lupus e Lalagen, cioè i due estremi dell’aneddoto: il massimo
del male con tutto ciò che esso ha di minaccioso e il massimo del bene con tutto ciò
che essa ha di meraviglioso. L’animale, in particolare, è descritto come un mostro che
non è nato né dalla Daunia, né dalla terra d’Africa. Il poeta rimane, così, illeso in
virtù della passione per la fanciulla e per il canto che le dedica, cioè grazie alla
propria Musa e alla poesia, in ultima analisi. È questa scelta di vita che rende
possibile tollerare tutto, così come afferma nelle ultime due strofe. Tutto è infatti
possibile per via della sua donna che lo ama in modo sincero. Il suo affetto nei
confronti di quest’ultima si può capire dall’anafora ai vv. 23-24 (dulce…/ dulce), che
riecheggia una celebre ode (il fr. 31 Lobel-Page) di Saffo, già tradotto in latino da
Catullo nel carme 51. Di stampo catulliano è anche l’insistenza del poeta sui dati
geografici riguardanti regioni deserte e inospitali, ciò che ricorda il carme in cui il
Veronese se la prende con Furio e Aurelio, amici della sua ex amante Lesbia: ai vv.
5-8 sono evocate le Sirti con nessi allitteranti (per Syrtes iter aestuosas, v. 5), il
Caucaso (inhospitalem/ Caucasum, vv. 6-7) e l’Idaspe (fabulosus… Hydaspes, vv.
7-8), ciascuno accompagnato da un aggettivo che ora appare disposto chiasticamente,
ora in parallelismo; ai vv. 13-16 la Daunia e quella che è definita la terra di Giuba (o
la Numidia o la Mauritania): esse sono le “patrie” possibili e immediatamente negate
dalla bestia feroce che ha affrontato il poeta e della cui origine egli è insicuro (si veda
la variatio tra alit, v.14, generat, v. 15, e nutrix, v. 16). Anche in questa strofa è
comunque presente, tra i due toponimi, un nesso allitterante in /u/: Daunias (v. 14),
definita per metafora militaris (v. 13), Iubae tellus (v. 15), continuato poi
in aesculetis (v. 14) e nutrix (v. 16). A questi luoghi impervii e mitici il poeta oppone
la “sua” Sabina (silva… in Sabina, v. 9, altro nesso allitterante). Ma, in finale, egli
spiega chiaramente che la sua tranquillità non dipende dal contesto in cui si muove,
ma dall’amore che lo guida: il destino potrà pure farlo finire nei luoghi più torridi
come in quelli più glaciali, ma mai potrà cambiare il suo atteggiamento nei confronti
della vita. Le ultime due strofe, appunto, sono costruite su quest’antitesi, risolta più a
favore del deserto ai vv. 21-24, immagine con cui si chiude la poesia.
 Orazio, Ode 3, 30

Exegi monumentum aere perennius
regalique situ pyramidum altius,
quod non imber edax, non Aquilo impotens
possit diruere aut innumerabilis

5 annorum series et fuga temporum.
Non omnis moriar multaque pars mei
vitabit Libitinam: usque ego postera
crescam laude recens, dum Capitolium

scandet cum tacita virgine Pontifex.
10 Dicar qua violens obstrepit Aufidus
et qua pauper aquae Daunus agrestium
regnavit populorum, ex humili potens,

princeps Aeolium carmen ad Italos
deduxisse modos. Sume superbiam
15 quaesitam meritis et mihi Delphica
lauro cinge volens, Melpomene, comam.
 Orazio, Ode 3, 30 TRADUZIONE

Ho innalzato un monumento più duraturo del bronzo


e più elevato della mole regale delle piramidi,
che non la pioggia corrosiva, non l'Aquilone impetuoso
potrebbe distruggere o l'innumerevole

serie degli anni e la fuga dei tempi.


Non tutto morirò e molta parte di me
eviterà Libitina: continuamente io crescerò
mantenuto in vita dalla lode dei posteri, finché il Pontefice

salirà il Campidoglio con la vergine silenziosa.


Si dirà che io, dove vorticoso rumoreggia l'Ofanto
e dove, povero d'acqua, Dauno regnò
su popoli agresti, da umile potente,

per primo ho condotto la poesia eolica


ai modi italici. Mantieni l'orgoglio
conquistato con i meriti e a me con l'alloro
delfico cingi benevola, o Melpomene, la chioma.

Commento. Nell’introduzione dell’ode il poeta manifesta la consapevolezza di aver


composto opere grandiose che non potranno essere distrutte né dalle intemperie né
dal trascorrere degli anni: infatti, esse, considerate per iperbole, sono più eterne del
bronzo resistente e più imponenti di opere monumentali come le piramidi. Gli
aggettivi perennius (v. 1) e altius (v. 2), entrambi comparativi di maggioranza riferiti
a monumentum (v. 1), sottolineano la potenza e l’immortalità della poesia di Orazio,
terminano con gli stessi suoni e sono entrambi posizionati alla fine di due versi
consecutivi. Il carme inizia con il perfetto exegi, forma verbale che evidenzia che la
raccolta è stata appena ultimata. Il primo periodo è suddiviso in due parti: la prima
relativa alle devastazioni causate dal clima, la seconda inerente al tempo che scorre.
Quest’ultimo concetto è evidenziato dal chiasmo annorum series et fuga temporum,
che riconduce all’idea del rapido susseguirsi dei momenti nella vita dell’uomo. Le
due sezioni sono collegate dalla congiunzione aut (v. 4), posta al centro del verso.
Alla fine del v. 4 innumerabilis riconduce ancora al concetto di infinito e
all’inevitabile trascorrere del tempo, di cui solo la poesia non è vittima. Lo stesso
significato è sottolineato dai numerosi enjambement presenti nel primo periodo (aere
perennius/ regalique situ, vv. 1-2; aquilo impotens/ possit diruere, vv.
3-4; innumerabilis/ annorum series, vv. 4-5).

Il secondo periodo racchiude il tema dominante dell’opera: la concezione che il poeta


ha dell’eternità delle proprie opere che non verranno distrutte da nessuna forza ostile.
La fama di Orazio aumenterà grazie al ricordo delle generazioni future; questa idea è
sottolineata dall’allitterazione del suono /m/, là dove l’autore esprime la sua volontà
di vivere, perlomeno nel ricordo dei futuri lettori, e il desiderio di evitare l’oltretomba
(Non omnis moriar multaque pars mei/ vitabit Libitinam, vv. 6-7). Nei versi
successivi il poeta si lascia andare a riferimenti autobiografici circa le sue umili
origini, innalzando, d’altra parte, il tono con la menzione del mitico re dell’Apulia
Dauno e citando per nome questo territorio, in particolare il violento fiume Ofanto,
povero di acque (pauper aquae, v. 11, concordato grammaticalmente con Daunus, ma
da riferirsi per enallage al fiume, v. 10), sulle cui rive abitarono popoli agresti, dei
quali si sente un erede.
Il componimento si conclude con l’invocazione a Melpomene, musa della tragedia e
della lirica, affinché lo voglia consacrare con la corona d’alloro per i meriti della sua
poesia, ovvero per essere stato un innovatore, una guida per i suoi contemporanei per
quanto riguarda il modo di fare poesia, in quanto ha trattato temi originali e
quotidiani, prestando molta attenzione all’aspetto formale e utilizzando metri greci, di
cui si servivano i poeti lirici antichi per parlare di argomenti più aulici.
Orazio, Ode 1,1

Maecenas atavis edite regibus,


o et praesidium et dulce decus meum,
sunt quos curriculo pulverem Olympicum
collegisse iuvat metaque fervidis
5 evitata rotis palmaque nobilis
terrarum dominos evehit ad deos;
hunc, si mobilium turba Quiritium
certat tergeminis tollere honoribus;
illum, si proprio condidit horreo
10 quicquid de Libycis verritur areis.

Gaudentem patrios findere sarculo


agros Attalicis condicionibus
numquam demoveas, ut trabe Cypria
Myrtoum pavidus nauta secet mare.
15 Luctantem Icariis fluctibus Africum
mercator metuens otium et oppidi
laudat rura sui; mox reficit rates

quassas, indocilis pauperiem pati.


Est qui nec veteris pocula Massici
20 nec partem solido demere de die
spernit, nunc viridi membra sub arbuto
stratus, nunc ad aquae lene caput sacrae.
Multos castra iuvant et lituo tubae
permixtus sonitus bellaque matribus
25 detestata. Manet sub Iove frigido
venator tenerae coniugis inmemor,
seu visa est catulis cerva fidelibus,
seu rupit teretis Marsus aper plagas.
Me doctarum hederae praemia frontium
30 dis miscent superis, me gelidum nemus
Nympharumque leves cum Satyris chori
secernunt populo, si neque tibias
Euterpe cohibet nec Polyhymnia
Lesboum refugit tendere barbiton.
35 Quod si me lyricis vatibus inseres,
sublimi feriam sidera vertice.
Orazio, Ode 1,1 TRADUZIONE

O Mecenate (Maecenas - vocativo), discendente da regali (regibus – ablativo di


origine) antenati, o mia protezione (praesidium) e mio dolce decoro: ci sono [alcuni]
a cui (quos) piace (iuvat) sollevare (collegisse) con il cocchio (curriculo – ablativo
di mezzo) la polvere di Olimpia (allusione ai giochi olimpici) e la meta evitata
(le metae erano le due colonne poste ai limiti della pista dei carri nello stadio intorno
alle quali bisognava girare senza toccarle) dalle ruote (rotis – ablativo di causa
efficiente) infuocate (fervidis) e la palma nobile [li] innalza (evehit) sino agli dei (ad
deos) signori delle terre (terrarum dominos); a questo (hunc – il verbo iuvat è
sottinteso) [piace] se la folla dei volubili (si mobilium turba) Romani (Quiritium =
Quiriti,  sono i Romani discendenti di Romolo che dopo la morte veniva adorato con
il nome di Quirino) gareggia (certat) nell'esaltarlo (tollere) con triplici (tergeminis -
ablativo di strumento) onori (honoribus - con “triplici onori” fa riferimento alle tre
cariche più importanti della Roma repubblicana: questura, pretura e consolato); a
quello (illum – il verbo iuvat è sottinteso) [piace] se ha immagazzinato (si condidit)
nel proprio granaio (horreo - ablativo di stato in luogo senza in) tutto ciò (quidquid -
pronome relativo indefinito) che viene spazzato (verritur – portato via) dalle aie
libiche (de areis Libycis - complemento di moto da luogo – indica il nord africa,
grande produttore di grano).
Mai (numquam) potresti smuovere (demoveas) con offerte degne di Attalo
(Attalicis condicionibus - sta per: alla promessa di grandissime ricchezze - Attalo III,
ricchissimo re di Pergamo lasciò il suo regno in eredità a Roma) chi gode nel
rivoltare (findere) col sarchiello (sarculo – ablativo di mezzo) i campi paterni (agros
patrios), affinchè da marinaio pauroso solchi il mare Mirtoo (Myrtoum – tratto di
mare dell’Egeo noto per le sue tempeste) con una nave (trabe – ablativo di mezzo)
cipriota (il legname di Cipro era considerato fra i migliori); un mercante che ha paura
(metuens) dell'Africo (vento del sud portatore di tempeste) che lotta (luctantem) con
le onde del mare Icario (Icariis fluctibus - allude al mito di Icaro che volendo volare
troppo vicino al Sole, fece sciogliere la cera delle proprie ali e precipitò nel mare)
elogia l’ozio e i campi (rura) del suo paese (sui oppidi): ma presto (mox) ripara le
navi (ratis – forma arcaica = rates) squassate, incapace di sopportare (pati) la
povertà (pauperiem).
Vi è chi (est qui) non disprezza (nec spernit) le coppe (pocula) di Massico (vino
prodotto in Campania) né sottrarre (nec demere) una parte del giorno intero (solido),
ora sdraiato (stratus) con le membra (membra - accusativo di relazione) sotto un
verde (viridi) arbusto, ora alla lenta (lene - che scorre piano) sorgente di acqua sacra;
a molti piacciono gli accampamenti (castra) e il suono della tromba (sonitus tubae)
misto (permixtu) al [suono] del corno (lituo - usato per dare il segnale di
combattimento alla cavalleria) e le guerre (bellaque) detestate dalle madri
(matribus – dativo d’agente). Il cacciatore (venator) rimane sotto il freddo cielo
(Iove) immemore della giovane (tenerae) moglie (coniugis - genitivo di relazione,
retto da inmemor), sia che (seu) una cerva sia stata avvistata (visa est) dai cani fedeli
(catulis - ablativo di causa efficiente) fedeli (fidelibus), sia (seu) che un cinghiale
(aper) marsico (Marsus – la terra dei Marsi, Marsica, è l’attuale Abruzzo) abbia rotto
le reti (plagas) ben ritorte (teretes).
L'edera (hederae: con l’edera, sacra a Bacco, si faceva la corona dei poeti) premio
(praemia) delle fronti dotte (frontium doctarum), mi unisce (me miscent) agli dei
celesti (dis superis), il fresco bosco (gelidum nemus) e le delicate danze (leves
chori) delle Ninfe con i Satiri (cum Satyris - cum + ablativo di compagnia) mi
distinguono (me secernunt) dal popolo, se né (si neque) Euterpe [musa della poesia
lirica] trattiene i flauti (tibias) né (nec) Polimnia [musa degli inni sacri] si rifiuta di
accordare la lira (barbiton - accusativo alla greca) di Lesbo.
Perciò se (quodsi) mi inserirai fra i poeti (vatibus - ablativo di stato in luogo
senza in) lirici, toccherò (feriam) le stelle (sidera) con il sublime capo (vertice -
ablativo di mezzo).

 
Commento. La poesia, che apre la raccolta delle Odi, è l’invito da parte di Orazio a
Mecenate, capo del circolo di cui il primo fa parte, affinché lo approvi come poeta
lirico. L’autore parte elencando in maniera piuttosto raffinata tutti i vari gradi
dell’ambizione umana: c’è chi aspira a una vittoria sportiva (vv. 3-4), chi a un
successo elettorale (vv. 7-8), chi desidera possedere tutto il grano della Libia (vv.
9-10), chi ama coltivare i propri campi (vv. 11-12). Vi sono poi coloro che invece
preferiscono passare le proprie giornate ad oziare (vv. 21-22), quelli che amano la
vita militare (vv. 23-24) e infine quelli che dedicano la loro esistenza alla caccia, al
punto di trascurare tutto il resto (vv. 25-28). Tutto ciò a cui invece Orazio aspira e del
quale si ritiene degno, è di essere riconosciuto come poeta lirico, tanto che afferma di
poter essere considerato l’erede di due famosi poeti di Lesbo, Saffo e Alceo (vv.
29-35). Da quest’ode traspare così il profondo desiderio di Orazio, cioè la sua volontà
di affermarsi come poeta.
Il testo si apre così col nome di Mecenate, al quale il poeta si rivolge elogiandolo (vv.
1-2). Il poeta esprime la propria profonda gratitudine verso colui che gli è stato e che
gli è ancora vicino dal punto di visto materiale così come morale. Successivamente il
componimento prende l’inatteso aspetto del Priamel, con cui sono elencati diversi
generi di vita. Tradizionalmente, protettrici di filosofia, cioè quei trattati che
esortavano appunto a intraprendere questo tipo di studi, distinguevano quattro
tendenze: l’uomo che si consacra alla ricerca della gloria, quello che invece aspira a
cariche pubbliche, quello che dedica se stesso al piacere e quello infine che desidera
semplicemente essere ricco. Questi quattro modi vivendi sono naturalmente presenti
anche qui, come s’è visto, ma mescolati a scelte alternative, che al poeta non
sembrano del tutto aliene, come l’atleta (vv. 3-6), il contadino (vv. 11-14) e il filosofo
epicureo (vv. 25-28), che per Orazio è un modello non proprio da scartare, vista
l’influenza che la dottrina del Kepos ha avuto nella sua vita e nella sua opera.

Dunque, Orazio non rifiuta con disprezzo le scelte alternative alla sua: semplicemente
le tratta con un tantino di ironia malcelata, che peraltro, non risparmia neppure una
vita dedicata alla sola poesia. Dell’atleta olimpico si dice che ama “raccogliere la
polvere” (vv. 3-4), immagine che di per se stessa svaluta lo sforzo durante la gara, il
quale peraltro, invece, “innalza agli dei” (v. 6), definiti ironicamente “padroni della
terra” (v. 6). Del politico si coglie l’importanza del suo pubblico, definito con il
termine turba (v. 7), in nesso allitterante con tergeminis e tollere (v. 8), altro verbo
che indica l’atto del “sollevare”. Del latifondista, si evidenzia il movimento,
certamente non così nobile, della “spazzatura” del suo cortile alla raccolta del grano,
poi sistemato nei granai (si veda qui il parallelismo tra proprio condit horreo, v. 9,
e de Lybicis verritur areis, v. 10).
Maggior spazio Orazio dà, invece, al piccolo proprietario terriero (vv. 11-14) e al
mercante (vv. 15-18), che pienamente soddisfatti della loro vita non ambiscono a
scambiarsi le condizioni, neppure se fossero incoraggiati da nuovi ed estremi
vantaggi. Dunque il contadino non aspirerebbe mai a solcare il mare (come è espresso
attraverso una finale ai vv. 13-14, dove la serie di aggettivi e sostantivi concordati
crea un gioco di parallelismi e chiasmi) e allo stesso modo il commerciante, anche
quando rovinato da un viaggio disastroso, non resterebbe mai nei suoi campi (reficit
rates, v. 17, un nesso allitterante).

I versi successivi ospitano un altro contrasto tra l’uomo “ozioso”, cui sono dedicati i
vv. 19-22, il soldato (vv. 23-25) e il cacciatore (vv. 25-28): il primo, naturalmente, fa
dell’inattività la propria attività, a differenza degli altri due, che si sottopongono a
fatica e sofferenza senza una reale necessità. L’uomo che si sa dedicare al proprio
riposo è rappresentato in termini che ricordano il Titiro protagonista della
prima Ecloga di Virgilio, mentre è disteso sotto un albero a godersi la frescura; dietro,
però, è anche la lezione di Lucrezio, che nel De rerum natura II 29-33 raffigura così
un gruppo di felici contadini “sdraiati in compagnia nell’erba tenera, presso un
ruscello sotto i rami di un albero alto, ristorano le loro membra con gioia, soprattutto
se il tempo è bello e la stagione cosparge di fiori l’erba verdeggiante”. Nel testo
oraziano, è particolarmente preziosa la iunctura ad aquae caput sacrae, dove sono da
notare due ipallagi.
Al contesto naturale in cui si muove questo personaggio, fa da contraltare
l’innaturalità del luogo in cui vivono il soldato e il cacciatore: non è più una natura
gioiosa e accogliente, ma il campo dove il suono predominante è quello della tromba
e il cielo è freddo e notturno (v. 25). In entrambi i casi è sottolineato, peraltro, un
altro tratto innaturale – quello della mancanza delle donne (le guerre, infatti, sono
“detestate dalle madri”, vv. 24-25, mentre il cacciatore dimentica la consorte, come si
dice al v. 26), il quale si va ad assommare alla violenza sottesa a queste due scelte
esistenziali, più evidenziata ai vv. 27-28 con la struttura seu/ seu.

Il finale è, come è stato già sottolineato, tutto del poeta, come dimostra il me con cui
si inaugura il v. 29: è la sua arte ad elevarlo al cielo (v. 30, la cui formulazione ricorda
il v. 5 e il v. 8) e a distinguerlo dal popolino. Egli si considera (o perlomeno chiede a
Mecenate di considerarlo) contemporaneamente poeta lirico (lyricis) e vate (vatibus,
v. 35): egli, infatti, è poeta romano, ma si sente allo stesso tempo erede della
tradizione greca dei poeti di Lesbo, Saffo e Alceo.

Orazio, Ode 1, 11

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati!
Seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
5quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum, sapias: vina liques et spatio brevi
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.
Orazio, Ode 1, 11 TRADUZIONE

Tu non chiedere, è vietato sapere, quale fine a me, quale a te


gli dei abbiano assegnato, o Leuconoe, e non consultare
la cabala babilonese. Quanto (è) meglio, qualsiasi
cosa sarà, accettarla!
Sia che Giove abbia assegnato più inverni, sia che abbia
assegnato come ultimo
quello che ora sfianca con le scogliere di pomice che gli si
oppongono il mare
Tirreno, sii saggia: filtra il vino e ad una breve scadenza
limita la lunga speranza. Mentre parliamo sarà fuggito, inesorabile,
il tempo: cogli il giorno, il meno possibile fiduciosa in quello
successivo.

Commento. Quest’ode è la più celebre di Orazio, soprattutto per via dell’invito a


godere dell’attimo fuggente, qui ridotto ad una semplice espressione diventata
proverbiale: carpe diem (v. 8) . Il motivo ritorna costantemente in tutta l’opera del
poeta, adattata ai vari contesti in cui appare, perfino nei componimenti della gioventù,
gli Epodi. Nell’Epodo 13 l’esortazione ha un che di rabbioso e violento, espresso
dalla scelta di un verbo piuttosto forte: animus, amice,/ occasionem de die (vv. 3-4);
più felice e quasi meno imperativo è lo stesso invito rivolto all’amico Mecenate
in Ode III 8, là dove si legge: dona prasentis cape laetus horae (v. 27); anche nella
prima delle Epistole, il consiglio è finalizzato a godere della gioia e soffrire nel
dolore, ma senza esagerare, e sempre con la gratitudine di chi sa che il tempo che ti è
accordato in più, ogni giorno, è un dono da far fruttare, una fortuna della quale essere
grati: tu quamcumque deus tibi fortunaverit horam,/grata sume manu neu dulcia
differ in annum (vv. 23-24) . E così, in effetti, potremmo continuare ad elencare altri
passi che si collegano, o che semplicemente ripropongono con espressioni molto
simili, lo stesso concetto così centrale nell’etica del poeta di Venosa.
Nella seconda sequenza (vv. 3-6), il vate invita la sua compagna a riflettere sul loro
rapporto: non è importante sapere quanto esso durerà, perché ciò che più conta è il
fatto di stare insieme e di godere della presenza delle presone amate il più
intensamente possibile, senza pensare che esse un giorno o l’altro potranno lasciarci.
A questo proposito è bene ricordare che Orazio non è un poeta dell’amore, come
potrebbe essere definito Catullo: mentre quest’ultimo tende a vedere da questo punto
di vista il mondo in bianco e nero, soprattutto a causa dell’amata e odiata Lesbia, il
primo considera questo sentimento come temporaneo, legato prevalentemente alla
gioventù, mentre gli anziani possono solamente viverlo di riflesso. Per Orazio, che si
prende decisamente meno sul serio, le donne devono essere amate per ciò che sono,
senza considerare la durata della relazione, mentre il Veronese considera il rapporto
affettivo come un foedus, cioè un vero e proprio giuramento.
Il problema vero, introdotto da Orazio, è che questo “patto” è siglato da esseri umani,
che non sono trascendenti: è appunto il contrasto uomo-natura che dimostra che
entrambi sono logorati dall’inesorabile scorrere del tempo (l’inverno debilitat, v. 5,
anche il mar Tirreno), esso passa per i mortali in maniera diversa, più spietata e più
breve; per questo motivo essi devono cercare di sfruttare nel migliore dei modi
l’esistenza loro concessa, pensando che il destino, qui rappresentato da Giove,
conceda loro non moltissimi anni, ma solo un’ultima breve stagione (si vedano al v. 4
l’antitesi plures/ ultimam, che riprende finem, v. 2, dove il sostantivo è oggetto di un
altro verbo che significa “donare” e che ha come soggetto ancora gli dei, e la
sineddoche hiemes, che significa, in questo caso, “anni”).

L’ultima parte del carme (vv. 6-8) è la più celebre in assoluto. Orazio invita Leuconoe
ad essere saggia (sapias, v. 6), cioè in particolare e considerare con saggezza il
proprio tempo vitale. Il poeta, che utilizza vina liques, v. 6, cioè “filtra il vino”, non a
caso inserisce questa espressione. Il vino è utilizzato durante i banchetti e in esso si
trova la dimenticanza. Questa bevanda possiede il potere di disinibire e rendere più
lucide le persone: infatti, si dice in vino veritas. Orazio invita quindi la giovane a ”
vivere ubriaca”, ovvero ad essere libera di esprimersi, ma allo stesso tempo a
“filtrare” con criterio ciò che potrebbe nuocerle.
Il vate conclude l’ode affermando che ogni giorno che viene è come se fosse l’ultimo
e, come tale, merita di essere vissuto appieno (si noti l’antitesi tra spatio brevi, v. 6,
e spem longam, v. 7, a sottolineare ancora il confronto tra il tempo esiguo attribuito
all’uomo e il suo desiderio di programmazione del futuro). Il destino è pertanto
incerto e si deve scegliere di godere di ciò che è bello in tutto ciò che ci circonda,
affinché la nostra permanenza sulla terra non sia stata vana. Bisogna “cogliere
l’attimo”, cioè battere il tempo in velocità perché quest’ultimo corre senza sosta
(fugerit invida/ aetas, vv. 7-8). Un’altra riflessione più malinconica si cela dietro a
questi versi: Orazio si accorge di non essere più padrone del mondo, come un tempo.
Egli deve solo rassegnarsi ad essere pienamente signore di se stesso, più che della sua
esistenza, e a reagire positivamente a quello che gli accade: solo in questo modo potrà
adattarsi alla sua nuova età esistenziale.

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