Dispensa Emergenze
Dispensa Emergenze
MEDICO-CHIRURGICHE
A.A. 2019/2020
VALUTAZIONE DEL RISCHIO ANESTESIOLOGICO
È uno degli argomen. principali del corso. Tu4 e non solo gli anestesis. dovrebbero saper valutare il rischio
nell'e:e;uare un'anestesia. Il rischio può essere legato ad i vari a;ori dell'intervento chirurgico. Sono par.
divise ma comunque inscindibili nella realtà.
COS'È IL RISCHIO ANESTESIOLOGICO?
Probabilità che nel periodo perioperatorio si veri,chino complicanze che alterino il decorso prevedibile della
patologia (per cui il paziente si so;opone a visita)
Il rischio si può scindere teoricamente in varie component. Tali componen. del rischio sono:
1) Rischio anestesiologico
2) Rischio chirurgico
3) Rischio derivante dalle condizioni del pz
4) Rischio imprevedibile
1 Rischio anestesiologico
Cosa fa il rischio nell'anestesia? La competenza dell'operatore (esperienza dell’anestesista nella [Link]
delle vie aeree) ma anche l'a;rezzatura di cui l'anestesista dispone!
2 Rischio chirurgico
IL paziente deve essere informato se ha a che fare con un .po di chirurgia ad alto o basso rischio. Se tale
intervento è in urgenza o elezione varia il rischio. Se l'equipe è competente (per questo ci deve essere la
[Link] di ogni equipe)
3 Rischio imprevedibile
Guas. all'apparecchiatura, reazioni idiosincrasiche al farmaco, ipertermia maligna (reazione che si manifesta
in interven. chirurgici in seguito alla somministrazione di alcune classi di farmaci come Gas alogena.
(alotano, des:urano, sevu:uorano), bloccan. neuromuscolari (succinilcolina) per alterazione del [Link]
[Link] a cui segue ipertermia, rigidità muscolare e rabdomiolisi). Fisiopatologia: alterazione dei
canali del calcio creano una reazione con aumento protra;o e rilascio del calcio nella cellula, ciò a4va
reazioni di catabolismo dei componen. della cellula muscolare, lisi.
Sintomi sono tachicardia ipertermia, acidosi, aumento del potassio. Tale rischio oggi è sempre più rido;o. Le
reazioni idiosincrasiche al farmaco sono segnalate in cartella con a;enzione. I guas. sono sempre meno per
a;enzione nella cura delle macchine.
4 Rischio derivante dalle condizioni del paziente
Argomento molto vasto che faremo in seguito. Il conce;o di riserva cardiorespiratoria sarà l'aspe;o fondante
nella valutazione del paziente
Dunque la valutazione a;enta rimane il fa;ore più importante per limitare il rischio in toto.
In parole povere: quando me4amo a punto una procedura dobbiamo controllare che tale procedura venga
fa;a sempre nella stessa maniera, in maniera standardizzata, nella maniera più sicura. Con il risk
management tu4 devono seguire standard de;a. dalla le;eratura a;uale.
Comportamen. standardizza.: azioni eseguite ogni giorno o ad intervalli di tempo regolari da TUTTO il
personale della sala operatoria, al ,ne di evitare rischi correla. a mancanza di materiale o problemi tecnici.
Es:
Giusta collocazione e [Link] di farmaci pericolosi (adrenalina, potassio cloruro)
Controllo giornaliero del materiale, sopra;u;o quello di emergenza (de,brillatore, aspiratore)
Controllo del materiale al termine della seduta operatoria (conteggio delle garze)
VISITA PRE-ANESTESIOLOGICA
Secondo le linee guida tu4 i pazien. che devono e:e;uare un’anestesia devono avere una visita pre
anestesiologica. Tale conce;o è basato sul fa;o che la conoscenza del pz e delle sue condizioni modi,ca
l'outcome, prevenendo il rischio anestesiologico e chirurgico, diminuisce la morbilità, disponendo un piano
adeguato al pz. La valutazione pre-operatoria è importante per:
- O;enere informazioni [Link] e [Link];
- E:e;uare screening non correla. con l’intervento chirurgico (problemi propri del pz che esulano
dall’intervento chirurgico;
- Valutare e ridurre il potenziale di rischio (complicanze perioperatorie);
- De,nire l’iter [Link] migliore per il paziente.
Spesso all’estero, anziché fare il prericovero come avviene da noi, si so;opone il pz a un [Link]
cartaceo o via internet. È stato scoperto che un [Link] ben mirato ad esempio sulla coagulazione (si
chiede al pz se sviluppa facilmente lividi, se ha epistassi, se dopo una ferita sanguina a lungo ecc.) è molto
piu speci,co e sensibile dei test comple. sul pro,lo [Link] (PT, PTT, piastrine, ,brinogeno, D-dimeri,
AT3) che hanno un valore predi4vo [Link] intorno al 60%.
Il nostro obie4vo durante la visita è quello di scoprire/ valutare la presenza di:
- Patologie cardiovascolari e respiratorie.
- Patologie renali
- Diabete
- Obesità
- Disordini [Link]
- Anemia (oggi la strategia [Link] Blood Management riduce in modo signi,[Link] l’[Link] dei
prodo4 del sangue, a:rontando tu4 i fa;ori di rischio trasfusionale modi,cabili ancor prima che sia
necessario prendere in considerazione il ricorso alla terapia trasfusionale stessa: dunque la presenza
di anemia ha o;enuto un ruolo sicuramente più importante rispe;o al passato. È oggi comunque la
correzione dell’anemia in pre operatorio.)
- [Link] delle persone anziane
- [Link] delle dipendenze (alcol, stupefacen.)
- Allergie
Importante a;enzione ai farmaci: il medico comunica al pz quale farmaco sospendere o [Link] con altri.
Ma come ci si approccia al paziente sano? In genere con l’esame obie4vo si procede dalla testa ai piedi per
non [Link] nulla.
Altro test [Link] per avere un’idea delle possibili diQcoltà di intubazione è quello in cui si chiede al pz di
allinearsi al muro con le spalle e con la parte posteriore del capo, i sogge4 con scoliosi, gibbo costale ecc.
avranno sicuramente problemi nell’allineamento delle vie aeree. Altra cosa da valutare è il gozzo, sopra;u;o
nelle nostre aree dove l’incidenza è piu;osto elevata, che se è di grosse dimensioni può spingere
lateralmente la trachea.
APPARATO CARIOVASCOLARE
Bisogna aver ben presente la di:erenza tra situazioni stabili e situazioni instabili, che ovviamente sono quelle
che aumentano notevolmente il rischio del pz. Le più instabili in assoluto, che devono indurre a pensare se
non sia il caso di risolvere prima il problema cardiaco e poi so;oporre il pz all’intervento chirurgico, sono
l’angina instabile, scompenso cardiaco acuto, aritmie signi,[Link], alterazioni valvolari [Link], recente
infarto miocardico (<30). A ques. si possono associare fa;ori di rischio cardiaci, che comunque possono
peggiorare la valutazione del pz, quali: angina stabile, precedente IMA remoto, scompenso cardiaco, TIA o
stroke, le IRC, il DM con terapia insulinica.
Un test molto [Link] per valutare la riserva funzionale cardiaca è la somministrazione dei METs, cioè gli
equivalen. metabolici, e sono un indice di riserva funzionale espressa in termini di capacità di svolgimento
di alcune a4vità ,siche.
1 MET non è suQciente
a de,nire un paziente
con riserva funzionale
normale, che richiede
almeno 4 METs. So;o
questa soglia è
sicuramente necessaria
una indagine più
approfondita prima di
so;oporre il paziente ad
una anestesia generale.
Uno degli indici di rischio chirurgico
più [Link] [Link] è il
NSQUIP che tramite calcoli fornisce
una percentuale di rischio. È un
documento che in America viene
stampato, fa;o ,rmare al pz ed
allegato in cartella per dare prova del
fa;o che il pz è stato informato sul
.po di intervento da compiere e sui
rischi a cui è so;oposto. Questo è
solo una parte del documento, che è
composto da più pagine, in modo da
o;enere una [Link] delle
complicanze (cardiovascolari,
respiratorie, infe4ve, ecc.)
postoperatorie espressa tramite
varie percentuali.
Oltre all’anamnesi e all’EO, la valutazione dello stato cardiocircolatorio può essere approfondita tramite una
serie di test strumentali di base come ad esempio l’ECG, l’Ecocardiogra,a, con i test da stress cardiaci ecc.:
ovviamente farli tu4 risulterebbe essere uno stress [Link] per il pz oltre che una spesa per il SSN, quindi
eseguiamo solo i test [Link] ad o;enere le informazioni di cui c’è bisogno. In genere l’ECG si fa sempre perchè
mostra la FC, eventuali aritmie, blocchi di branca; chiaramente quando abbiamo un sogge;o con una
insuQcienza cardiaca e vogliamo valutare la FE dobbiamo fare un’ecocardio, che ci dà informazioni anche
sullo stato delle valvole, sulla distensione e sullo svuotamento delle camere cardiache ecc ma non ci dà
informazioni sullo stato delle coronarie, che dovremmo valutare con un’angiogra,a coronarica nel caso
sospe4amo o siamo a conoscenza della presenza di un’angina stabile (ciò avrebbe anche precedenza
sull’intervento chirurgico, tant’è che abbiamo il dovere di mandare il pz in cardiologia prima di fare
l’intervento programmato).
Le linee guida ci vengono in aiuto:
Queste sono raccomandazioni su quando è indicato
come terapia pre [Link] l’esecuzione di una
rivascolarizzazione coronarica con stent: ad esempio se
un pz ha stenosi coronarica deve fare la
rivascolarizzazione e se fa solo la rivascolarizzazione
con pallone, l’intervento dovrebbe essere rimandato di
almeno 14 giorni perché il pz viene
farmacologicamente scoagulato e quindi in vista di una
eventuale sospensione della terapia [Link]
prima dell’intervento programmato, bisogna
a;entamente valutare il periodo di tempo necessario.
Se invece il pz ha messo uno stent metallico, i giorni da
a;endere vanno da 4 a 6 se4mane; se ha messo lo
stent medicato ([Link] da farmaci [Link]
dell’endotelio) il tempo di a;esa sale a 6 - 12 mesi.
emorragico può essere [Link] (neurochirurgia, camera posteriore dell’occhio) in cui potremmo avere
danni ingen. anche per piccole perdite, va quindi sospesa la cardioaspirina.
Se un sogge;o ha messo uno stent e fa doppia terapia [Link], deve aspe;are il periodo di tempo
precedentemente indicato; se non può a;endere e si deve operare in urgenza si sospende la terapia e si fa il
bridging, con [Link]. a brevissima durata d’azione (non si fa con LMWH).
Come bisogna [Link] i pazien. con ICDs (de,brillatori, pacemaker)? I bisturi ele;rici possono interferire ad
esempio e causare aritmie. Dunque prima dell’intervento in realtà si dovrebbero staccare e [Link] il pz in
sala con un de,brillatore esterno in caso di aritmie. Se invece lasciamo il [Link] collegato, tu;e le
interferenze possono causare scariche del de,brillatore non necessarie.
Chiaramente nella valutazione cardiovasoclare rientra anche la valutazione del bilancio idrico l’ispezione
degli edemi, che possono essere declivi e misconosciu. nel pz alle;ato, possono essere presen. agli ar.
inferiori. In genere nel pz alle;ato le prime regioni che sviluppano edemi sono quelle delle mani.
APPARATO RESPIRATORIO
All’esame obie4vo è fondamentale l’auscultazione simmetrica nei qua;ro campi polmonari, e misurare la
FR, che spesso viene so;ovalutata, perché fornisce [Link] informazioni: valutare le tachipnee (la cui
causa più frequente è il dolore nel perioperatorio, la febbre) e le bradipnee (causate dalla sedazione). Per
quanto riguarda gli esami strumentali, non è necessario fare l’Rx torace ai pz di età inferiore ai 45 anni che
non rientrano nelle seguen. categorie: fumatori, infezioni delle vie respiratorie nelle [Link] 4 se4mane,
mala4e cardiovascolari acute e croniche, mala4e respiratorie acute e croniche, patologie [Link]
maligne, terapie radian. toraciche negli [Link] sei mesi, immunodepressione, provenienza da aree
endemiche per mala4e infe4ve, ASA>=3. La valutazione dell’apparato respiratorio eventualmente va
completata
con la
spirometria, che ci consente una valutazione della riserva funzionale e con l’emogasanalisi. La spirometria
va fa;a nei fumatori con tosse persistente, pz con deformità toraciche e della colonna, pz con dispnea da
sforzo, pz con marcata obesità, pz candida. a chirurgia toracica o addominale alta: bisogna valutare
prevalentemente il FEV1, capire se il sogge;o ha una patologia prevalentemente ostru4va o restri4va.
Ulteriore test è quello DLCO, che fornisce informazioni sulla funzionalità polmonare in base alla capacità di
di:usione della CO2 nel parenchima.
ADDOME
L’esame va completato con la valutazione addominale, valutare se l’addome è tra;abile o meno, se ha
peristalsi, ecc.
APPARATO URINARIO
Ci sono diversi indici per valutare la funzionalità renale, il più usato è il RIFLE,
che valutando la [Link] e la GFR [Link] i pazien. in qua;ro classi in
ordine di gravità, da uno stadio di rischio iniziale, al danno d’organo,
all’insuQcienza renale ,no all’ESRD (pazien. dializza.).
ALIMENTAZIONE PREOPERATORIA
Oltre alle indicazioni in tabella, ci sono alcune
categorie in cui sono fortemente indicate alcune
raccomandazioni:
- Donne in travaglio se non si fa né
mangiare né bere, dopo molte ore di travaglio una
donna sarà chiaramente priva delle forze necessarie
a spingere il bambino fuori dal canale vaginale,
perché sarà disidratata
- Pz pediatrici, la%an( un digiuno di 12 ore
può mandarli in ipoglicemia e disidratarli. È
necessario a;endere 3 ore dopo l’[Link] poppata.
CONSENSO INFORMATO
EMERGENZE MEDICO/CHIRURGICHE – Dispensa discorsiva
Fonte: dispensa del sesto anno (2020) – a cura di: Roberto Papale
Ci sono poi delle forme particolari come ad esempio l’ipnosi o l’agopuntura che non hanno alcuna
applicabilità clinica.
Anestesia Generale -> viene detta anche narcosi, può considerarsi una depressione discendente
irregolare del Sistema Nervoso Centrale che viene indotta da farmaci o altri mezzi ed è caratterizzata da:
- PERDITA DI COSCIENZA ED AMNESIA che nel caso dovessero mancare avremo awareness con sviluppo di
una nevrosi/paura di interventi ed un distress post-traumatico
- ASSENZA DI RISPOSTA MOTORIA AGLI STIMOLI CHIRURGICI che in realtà si paleserà come minima risposta
autonoma agli stimoli chirurgici poiché la risposta autonoma del paziente non può essere abolita del tutto in
quanto è un processo omeostatico perciò va modulata sulla base del singolo paziente.
La classificazione viene fatta secondo diversi criteri, infatti in base alla via di somministrazione dei farmaci
si divide in inalatoria ed endovenosa mentre in base al tipo di farmaco usato si divide in: semplice ovvero
monofarmacologia ma ormai in disuso, mista con plurifarmacologia ed equilibrata che soddisfa quattro
requisiti fondamentali attraverso la somministrazione di farmaci diversi: anestetici endovenosi e/o inalatori,
analgesico-narcotici, neurolettici, bloccanti neuromuscolari; con questa tecnica i dosaggi dei singoli farmaci
sono inferiori alle dosi tossiche a differenza della monofarmacologia.
Stadi dell’Anestesia -> vengono classificati e descritti valutando la progressione della depressione del
Sistema Nervoso Centrale in risposta a dosi crescenti di un singolo anestetico generale tenendo conto che
la potenza di un anestetico somministrato per via innalatoria si misura in MAC50 ovvero la minima
concentrazione alveolare in grado di abolire la risposta motoria ad uno stimolo standard nel 50% dei pazienti.
Vediamo ora nel dettaglio la “Stadiazione di Guedel” che viene utilizzata ancora oggi per fini didattici seppur
nella pratica clinica venga usata invece l’anestesia bilanciata. Nel dettaglio:
- PRIMO STADIO (o stadio dell’analgesia): si caratterizza per amnesia, stato stuporoso; il paziente giace ad
occhi chiusi ma è in grado di rispondere a stimoli semplici.
- SECONDO STADIO (o stadio del delirio): si caratterizza per abolizione della coscienza, risposta a qualsiasi
stimolo con violenti movimenti ed aumento del tono muscolare ed esaltazione dei riflessi neurovegetativi
con vomito eventuale; tale condizione è determinata da: depressione corticale completa con conseguente
liberazione dei centri diencefalici (come accade nell’ubriachezza)
- TERZO STADIO (o stadio chirurgico): viene convenzionalmente diviso in quattro piani -> 1^ piano con coma
anestetico dove si verifica la depressione dei centri diencefalici; 2^ piano con depressione sensoriale; 3^
piano ovvero quello chirurgico con progressiva abolizione del tono muscolare ed infine 4^ piano dove
l’abolizione del tono muscolare si estende ai muscoli intercostali.
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EMERGENZE MEDICO/CHIRURGICHE – Dispensa discorsiva
Fonte: dispensa del sesto anno (2020) – a cura di: Roberto Papale
- QUARTO STADIO: in cui man mano che la depressione procede dall’alto al basso si ha la depressione del
tronco encefalico con depressione bulbare, insufficienza dei centri respiratorio, cardiaco e vasomotorio e
conseguente morte.
Per ogni stadio sono state evidenziate delle reazioni riflesse peculiari, riepilogate di seguito:
L’Attività respiratoria nel 1^ stadio non ha variazioni, nel 2^ stadio risulta irregolare, nel 3^ stadio il ritmo
torna normale ma l’ampiezza si fa progressivamente minore mentre nel 4^ stadio cessa completamente.
I Movimenti oculari nel 1^ stadio sono sotto controllo volontario, nel 2^ stadio sono esaltati, nel 3^ stadio
cessano completamente nel secondo piano.
Il Diametro pupillare evidenzia una midriasi nel 2^ stadio a causa della iperattività simpatica mentre una
miosi nel 3^ stadio che nel passaggio al quarto piano diventa midriasi fissa.
Il Riflesso fotomotore scompare nel 3^ stadio a livello del terzo piano e ci garantisce che il livello di anestesia
è al piano chirurgico.
I Riflessi faringei risultano esaltati nel 2^ stadio ma scompaiono nel 3^ stadio al livello del primo piano.
Il Riflesso della glottide è presente sia nel primo che nel secondo stadio ma scompare nel 3^ stadio al livello
del quarto piano; l’ultimo riflesso che scompare è quello della carena che consiste in tosse e contrazione
diaframmatica alla stimolazione della carena tracheale con sondino.
Il Tono muscolare è normale nel 1^ stadio, risulta esaltato nel 2^ stadio, nel 3^ stadio tende a ridursi
progressivamente fino a scomparire nel 4^ piano.
La Polipnea all’incisione risulta presente sia nel 1^ che nel 2^ stadio mentre risulta assente nel 3^ piano al
livello del terzo piano.
Anestesia Bilanciata -> alla precedente classificazione in stadi, valida per l’anestesia
monofarmacologica, oggi corrisponde lo schema di valutazione del livello di anestesia, nel paziente
sottoposto ad anestesia mista equilibrata: in anestesia bilanciata in presenza di blocco neuromuscolare
oppure in anestesia bilanciata in assenza di blocco neuromuscolare (questa tecnica è riservata unicamente
ad interventi brevi e comunque poco impegnativi e si esegue impiegando: propofol in infusione continua e
facendo inalare una miscela di protossido e isoflurano; oltretutto in questo tipo di anestesia (bilanciata in
assenza di blocco neuromuscolare) il segno più importante per valutare bla profondità dell’anestesia è la
modalità di respirazione spontanea del paziente con ritmo regolare.
Visita Pre-Operatoria -> ha come scopo la valutazione del rischio operatorio e la valutazione
dell’atteggiamento psicologico del paziente.
Visita pre-operatoria dell’anestesista: viene effettuata l’anamnesi in cui bisogna considerare i fattori
abitudinari come il fumo le cui complicanze aumentano in base al numero di sigarette ed al tempo intercorso
tra l’eventuale sospensione e l’intervento; potrebbe essere necessario fluidificare le secrezioni bronchiali e
facilitarne l’eliminazione nel post-operatorio utilizzando farmaci mucolitici. Poi si prende in considerazione
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EMERGENZE MEDICO/CHIRURGICHE – Dispensa discorsiva
Fonte: dispensa del sesto anno (2020) – a cura di: Roberto Papale
l’alcool e la droga importanti fattori poichè questi pazienti sono generalmente resistenti all’anestesia.
Dopdichè prendiamo in esame le terapie in atto -> in caso di ipertensione non bisogna sospendere la terapia
anti-ipertensiva mentre nel diabete bisogna predisporre un monitoraggio intra-operatorio della glicemia in
quanto lo stress chirurgico inducendo una iperincrezione di ormoni surrenali che può provocare una
iperglicemia. Altro importante fattore è la terapia prolungata con cortisonici che non deve essere sospesa
prima dell’intervento mentre per i pazienti asmatici bisogna evitare i farmaci bronco-costrittori, istamino-
liberatori e se possibile bisogna utilizzare tecniche di anestesia periferica. Infine sempre nell’anamnesi
bisogna valutare la presenza di terapia con anti-ipertensivi poiché bisogna somministrare dosaggi ridotti di
oppiacei e benzodiazepine; infine bisogna valutare il decorso di precedenti anestesie, la storia familiare e le
allergie ai farmaci.
Si passa poi all’ESAME OBIETTIVO che prenderà in esame i seguenti elementi: per l’apparato cardiovascolare
e respiratorio si valuta la pressione arteriosa in ortostatismo ed in clinostatismo, si effettua l’auscultazione
cardiaca, si valutano eventuali difficoltà di respirazione evidentemente ricercando uno scompenso cardiaco,
si esegue l’ecocardiografia, l’holter, l’ECG da sforzo, la spirometria e l’EGA (emogasanalisi). Bisogna fare
attenzione ai soggetti obesi poiché possono facilmente andare incontro a complicanze respiratorie e trombo-
embolismo venoso. Si passa poi all’accesso venoso che deve essere effettuato in reparto e può risultare
problematico nel paziente tossicodipendente; nel caso in cui siano presenti delle oggettive difficoltà si deve
prendere in considerazione la possibilità di incannulare una vena centrale. Infine si valutano le difficoltà di
intubazione attraverso le classi di Mallampati.
Screening Pre-operatorio -> si procede alla valutazione di Emoglobina ed Ematocrito che sono
obbligatori, poi si procede con RX torace in presenza di sospetta patologia respiratoria o cardiaca anche se
oggigiorno si utilizza come esame di routine anche per questioni medico-legali; inoltre è sempre corretto
eseguire un ECG. Nella valutazione degli esami biochimici si valutano la sodiemia e la potassiemia in soggetti
con patologie endocrine, occlusione intestinale, ustione, disidratazione mentre la glicemia si valuta per lo
più in pazienti diabetici ed infine il dosaggio di routine della creatininemia che si effettua in uomini sopra i
50 anni e donne sopra i 60 anni; se il dosaggio risultasse alterato renderà necessaria la dialisi post-operatoria.
Ipertermia Maligna -> si tratta di una grave sindrome a carattere familiare che può insorgere come
grave complicanza in anestesia generale. La sintomatologia compare in concomitanza all’impiego di:
anestetici alogenati, curari, fenotiazinici.
PATOGENESI: si evidenzia una massiva fuoriuscita di calcio dai depositi intracellulari che determina una
contrattura muscolare diffusa, un’ipertermia, disturbi di ritmo e contrattilità cardiaca.
QUADRO CLINICO: il paziente si presenta con ipertono della muscolatura scheletrica, aumento della
temperatura corporea e tachicardia, tachipnea e cianosi.
DIAGNOSI: risulta essere prettamente clinica anche se si effettuano solitamente screening preventivi in cui
si considerano -> familiarità, CPK ematica il cui livello è estremamente elevato in soggetti predisposti anche
se tuttavia è aspecifica, prova alla caffeina-alotano effettuata su biopsia muscolare.
TERAPIA: si effettua l’interruzione dell’erogazione di ogni gas anestetico, si procede all’iperventilazione con
ossigeno al 100%, si somministra bicarbonato di sodio per correggere l’acidosi metabolica, si somministra
dantrolene che funge da mio-rilassante; si procede poi alla correzione di aritmia ed iperkaliemia con destrosio
ed insulina. Infine si tenta in ogni modo di ridurre la temperatura corporea e si ottimizza la perfusione renale
essendoci un elevato rischio di mioglobinuria. Serve poi un monitoraggio attento con: ECG, EGA, elettroliti,
CPK, LDH, temperatura, PVC, flusso urinario e CO2.
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EMERGENZE MEDICO/CHIRURGICHE – Dispensa discorsiva
Fonte: dispensa del sesto anno (2020) – a cura di: Roberto Papale
Rischio Pre-Operatorio -> prende in esame la probabilità che, nel periodo intra e post-operatorio si
verifichino delle complicanze che alterino il decorso prevedibile della patologia.
- RISCHIO ANESTESIOLOGICO: ovvero il rischio connesso ad una determinata tecnica di anestesia che
è indipendente dal tipo di intervento e dalle condizioni del paziente; in questo caso però non c’è
dubbio che la competenza e l’esperienza dell’anestesista giocano un ruolo determinante e
soprattutto un completo monitoraggio delle funzioni vitali del paziente aiuta sicuramente a ridurre
questo rischio
- RISCHIO CHIRURGICO: è un tipo di rischio che dipende dal tipo di intervento, dal carattere
dell’intervento ovvero se in urgenza o d’elezione ed infine dalla competenza dell’equipe chirurgica.
- RISCHIO LIEVE: in questo caso le condizioni generali del paziente sono buone, è assente qualsiasi
compromissione sistemica e l’intervento viene fatto in elezione. Il trauma chirurgico previsto deve
essere scarso e non devono essere richiesti particolari esami o trattamenti pre-operatori.
- RISCHIO SERIO A PRIORI: in questo caso esiste una compromissione sistemica oppure il paziente è
in buone condizioni generali ma l’intervento è in urgenza, si evidenzia una notevole entità del danno
chirurgico, vi è necessità di un trattamento pre-operatorio e di esami di laboratorio e strumentali
estesi ed impegnativi.
- RISCHIO MODERATO: è il caso di pazienti con alterazioni sistemiche di media entità con intervento
chirurgico che comporta trauma chirurgico di moderata entità
Il rischio operatorio poi ha una sua specifica valutazione in caso di condizioni di salute particolari come:
Esiste poi una classificazione del rischio pre-operatorio proposta dall’ASA ovvero l’American Society of
Anesthesiology che propone come unico criterio di riferimento lo stato fisiologico del paziente prima
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EMERGENZE MEDICO/CHIRURGICHE – Dispensa discorsiva
Fonte: dispensa del sesto anno (2020) – a cura di: Roberto Papale
dell’intervento identificando una classe I = paziente in buone condizioni; classe II = paziente con malattia
sistemica modesta tale da non compromettere la normale attività del paziente; classe III = paziente con
malattia sistemica grave che limita l’attività; classe IV = paziente con malattia sistemica grave che
rappresenta una costante minaccia per la vita del paziente; classe V = paziente moribondo.
Poi è stata proposta un’altra classificazione ovvero la CLASSIFICAZIONE ASA MODIFICATA che ha il vantaggio
di prendere in considerazione più aspetti diversi: stato fisiologico, urgenza dell’intervento, tipo di chirurgia.
Questa classificazione identifica: rischio 1 con assenza di patologia organica, affezione chirurgica localizzata
ed assenza di effetti sistemici; rischio 2 dove si riscontra un’affezione chirurgica che ha ripercussioni
sistemiche evidenti ma di moderata entità; rischio 3 con alterazioni sistemiche di notevole entità; rischio 4
quando è presente un danno organico irreversibile; rischio 5 quando pazienti del gruppo di rischio 1 o 2
abbiano un’indicazione operatoria urgente; rischio 6 sono i pazienti del gruppo di rischio 3 o 4 con indicazione
operatoria urgente ed infine il rischio 7 è il paziente moribondo.
Pre-Anestesia -> si intende l’attuazione di effetti sedativi centrali e di inibizione neurovegetativa intesi
a: facilitare l’anestesia senza che si verifichi abolizione della coscienza.
Che cosa significa “facilitare l’anestesia”? per il paziente significa maggiore tollerabilità del periodo pre-
operatorio ed aumento del margine di sicurezza delle varie pratiche anestesiologiche; per l’anestesista
significa riduzione o abolizione delle difficoltà tecniche mentre per il chirurgo significa avere delle condizioni
operatorie ottimali.
Quali sono gli scopi della pre-anestesia? Il controllo dell’ansia pre-operatoria visto che l’intervento
chirurgico è vissuto dal paziente come un momento di crisi e scatena reazioni di natura neurovegetativa che
non sono in relazione all’importanza dell’intervento. La paura nella maggior parte dei casi è dominata
razionalmente dal paziente tuttavia il controllo delle componenti somatiche dell’ansia non impedisce che si
verifichi la reazione vegetativa allo stress, reazione indotta dal sistema simpatico -> il paziente infatti si
presenta con: tachicardia, ipertensione, vasodilatazione nei distretti muscolari, vasocostrizione cutanea. si
possono osservare addirittura l’insorgenza di extra-sistoli per cui è chiaro il rischio soprattutto in pazienti
anziani, con pregressa patologia cardiaca e ad alto rischio di aritmie gravi.
Sempre all’interno della Pre-Anestesia rientra la prevenzione degli effetti collaterali dell’anestesia ovvero:
ipersecrezione salivare e laringo-tracheo-bronchiale -> nel dettaglio nelle anestesie monofarmacologiche
inalatorie con etere o cloroformio che stimolano il nervo vago era indispensabile la medicazione preventiva
con atropina mentre i moderni anestetici inalatori alogenati non presentano questo effetto collaterale.
Bisogna poi evitare l’effetto collaterale emetico tipico dei farmaci analgesico-narcotici, l’effetto
bradicardizzante che si osserva in seguito a stimolazioni chirurgiche che scatenano riflessi vagali come
trazione dei muscoli estrinseci oculari oppure interventi sulla regione del seno carotideo o interventi in cui
sia richiesta la dilatazione del canale cervicale; secondo alcuni autori non è consigliabile una pre-medicazione
routinaria con atropina ma è preferibile la somministrazione endovenosa al bisogno durante l’intervento.
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EMERGENZE MEDICO/CHIRURGICHE – Dispensa discorsiva
Fonte: dispensa del sesto anno (2020) – a cura di: Roberto Papale
Ancora bisogna evitare l’inalazione del materiale rigurgitato che risulta particolarmente importante al
momento dell’intubazione tracheale perché la stimolazione delle strutture oro-faringee eccita il centro del
vomito in assenza dei riflessi di protezione delle vie aeree (riflesso della tosse). In caso di parto cesareo è
consigliabile una medicazione pre-anestetica con farmaci anti-H2 (ranitidina) mentre in caso di terapia
d’urgenza in cui il paziente sia a stomaco pieno è indispensabile adottare provvedimenti atti ad ottenere lo
svuotamento dello stomaco.
Bisogna effettuare un controllo dell’attività nervosa riflessa infatti ad esempio nei pazienti cardiopatici o
ipertesi è necessaria una protezione cardiovascolare specifica ottenuta somministrando: calcio-antagonisti,
ipotensivanti e b-bloccanti -> l’utilizzo di tali farmaci riduce l’incidenza di gravi aritmie e ipertensione mentre
solo nei pazienti da sottoporre ad asportazione di feocromocitoma troviamo l’indicazione all’utilizzo degli a-
bloccanti.
Importante poi il potenziamento dell’azione dei farmaci anestetici infatti la pre-induzione con analgesico-
narcotici (fentanyl) endovena riduce la minima concentrazione alveolare (MAC) di alotano. Infine si effettua
il controllo del dolore pre-operatorio indispensabile per tutti i pazienti che presentano dolore acuto prima
dell’intervento in quanto gli effetti neurovegetativi del dolore vanno a sommarsi a quelli ansiogeni.
Pre-Anestesia Sedativa -> i farmaci più usati sono le BENZODIAZEPINE in quanto le dosi usate sono
praticamente prive di effetti collaterali; farmacodinamica: sono dotate di azione ansiolitica specifica, agendo
su meccanismi corticali che sostengono la sintomatologia ansiosa in particolare esse legano il recettore
canale GABA-A e tale legame comporta un’apertura dei canali cloro con conseguente ingresso del Cl- nelle
cellule nervose con iper-polarizzazione e ridotta eccitabilità delle stesse. In virtù di tali azioni, le
benzodiazepine esplicano un’azione ansiolitica ed ipnotica (amnesia) ed in particolare è necessario
sottolineare che ai dosaggi comunemente utilizzati l’azione ansiolitica è preponderante rispetto a quella
ipnotica. Uno dei farmaci utilizzati tra le BDZ è il midazolam che come altre moelcole simili produce
un’amnesia a livello ansiolitico -> questo effetto è particolarmente vantaggioso in pre-anestesia in quanto
consente di sopprimere i ricordi spesso spiacevoli relativi alle fasi immediatamente precedenti
all’intervento. Non a caso il midazolam è il preferito in fase di pre-anestesia perché si avvicina maggiormente
all’idealità. Inoltre le BDZ esplicano un’azione anticonvulsivante tramite diazepam e clonazepam che sono
farmaci di prima scelta in epilessia e convulsioni febbrili del bambino. Infine l’effetto miorilassante centrale
non si evidenzia a normali dosaggi ma può contribuire a ridurre le dosi dei farmaci curarizzanti.
USO DEI FARMACI: il diazepam è il capostipite delle benzodiazepine ed è usato per molto tempo; il principale
svantaggio del suo utilizzo però è la sua lunga durata d’azione che comporta un elevato rischio di interazione
con i farmaci anestetici e, nel periodo post-operatorio, una sensazione spiacevole di ottundimento ed
instabilità psichica detta hang-over post-operatorio. Questo problema può essere risolto impiegando
benzodiazepine con differenti caratteristiche farmacocinetiche soprattutto in interventi di breve durata
ossia utilizzando benzodiazepine a breve durata d’azione come lorazepam, nitrazepam, midazolam che è
appunto il preferito.
Un’altra classe importante di farmaci sono i NEUROLETTICI che appartengono a due classi principali: i
Fenotiazinici (cloropromazina e promazina) e Butirrofenoni (Aloperidolo). FARMACODINAMICA: l’azione di
questi farmaci sul sistema nervoso centrale è dovuta al blocco dei recettori dopaminergici centrali e
determina per inibizione delle vie dopaminergiche meso-limbo-corticali la sindrome neurolettica in cui il
paziente si presenta: sveglio, silensioso, immobile, senza interesse per l’ambiente e con ridotto tono
emozionale -> per questo motivo possono essere usati con effetto sedativo.
USO DEI FARMACI: i neurolettici pertanto presentano un’azione sedativa, potenziano gli effetti degli
anestetici, deprimono i riflessi di laringospasmo e broncospasmo, prevengono vomito e nausea e riducono
l’agitazione psico-motoria post-operatoria. In particolare i Fenotiazinici presentano un’azione ipotensiva per
azione a-bloccante periferica che si accompagna ad un’importante tachicardia riflessa compensatoria; poi
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Fonte: dispensa del sesto anno (2020) – a cura di: Roberto Papale
hanno un’azione anticolinergica per il blocco dei recettori muscarinici; azione anti-emetica; infine provocano
eccitazione extra-piramidale per azione antidopaminergica a livello nigro-striatale con conseguente
induzione di un parkinsonismo iatrogeno. I Butirrofenoni invece hanno un minore effetto ipotensivo e
tachicardizzante e una spiccata azione anti-emetica e per questo sono da preferire in pre-anestesia.
Pre-Anestesia Non Sedativa -> si utilizzano in questo caso i parasimpatico-litici come l’Atropina il
cui uso non dovrebbe essere routinario ma richiesto solo in situazioni particolari; FARMACODINAMICA:
l’atropina blocca i recettori muscarinici presenti a livello di:
- CUORE = dove provoca un effetto cronotropo positivo e dromotropo positivo che si esplica soprattutto
con facilitazione della conduzione atrio-ventricolare.
- MUSCOLATURA LISCIA = a livello del tratto urinario provocando ritenzione urinaria, a livello intestinale
provocando riduzione della peristalsi e a livello respiratorio provocando bronco-dilatazione.
Inoltre si possono utilizzare anche i farmaci simpati-litici ovvero a e b-bloccanti che sono particolarmente
importanti nei pazienti ipertesi e cardiopatici.
Ci sono poi farmaci ad azione specifica come, ad esempio, una terapia antibiotica che servono ad ottenere
la preparazionne antisettica dell’intestino in caso di chirurgia del colon.
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Oppioidi -> intervengono in numerose funzioni fisiologiche, quali: regolazione della pressione arteriosa,
umore, appetito, sete, attività sessuale, memoria, secrezione ormonale, interazioni tra sistema nervoso e
sistema immunitario.
Presenta diversi recettori, in particolare gli oppioidi agiscono sui recettori Mu responsabili di: analgesia
sopraspinale, depressione respiratoria, indifferenza agli stimoli ambientali, bradicardia, miosi, ipotermia,
assuefazione, dipendenza, in particolare i recettori Mu1 sono responsabili dell’analgesia mentre i recettori
Mu2 sono responsabili della depressione respiratoria. L’azione sui recettori Kappa causa analgesia spinale,
miosi, sedazione; l’azione sui recettori sigma causa analgesia spinale poi abbiamo i recettori epsilon ed infine
i recettori zeta che si ritiene siano implicati nella crescita.
I Farmaci Oppioidi ANALGESICO-NARCOTICI si classificano in base alla loro origine: composti naturali ovvero
morfina e codeina (solo la morfina viene usata in anestesia), composti semi-sintetici che comprendono
farmaci ottenuti dalle modificazioni della molecola della morfina da cui avremo eroina, idromorfone,
ossicodone e composti sintetici che comprendono: i derivati del morfinano, i defenilderivati, i benzomorfani
ed i fenil-piperidina-derivati ovvero meperidina, fentanyl, alfentanyl, sufentanyl. Possiamo classificare gli
oppioidi anche in base al loro effetto clinico in:
- AGONISTI PURI -> che comprendono morfina, Fentanyl, Alfentanyl, Sufentanyl e determinano i loro
effetti agendo sui recettori Mu.
- AGONISTI PARZIALI -> che comprendono la Buprenorfina e sono caratterizzati da elevata affinità per
i recettori Mu ma bassa attività intrinseca per cui non sono in grado di determinare l’intera gamma
di effetti.
- AGONISTI-ANTAGONISTI -> sono farmaci che a livello dei recettori Mu possono competere con gli
agonisti e non determinare alcun effetto come nel caso della Pentazocina oppure avere un’azione
limitata come nel caso della nalbufina. A livello di altri recettori invece hanno azione di agonisti.
- ANTAGONISTI PURI -> comprendono il Naxolone che applica un’azione antagonista competitiva sui
recettori oppioidi: Mu, Delta, Kappa, Sigma
FARMACODINAMICA: Gli oppioidi producono i loro effetti farmacologici interagendo con i rispettivi recettori
e l’intensità della loro azione è il risultato del numero di recettori da essi occupati pertanto aumentando o
diminuendo la concentrazione a livello dei tessuti sede dei recettori si avranno variazioni che
determineranno un aumento o una diminuzione dell’intensità dell’azione.
1. CARATTERISTICHE DEL FARMACO -> in questa sezione rientrano le caratteristiche che influenzano la
diffusione attraverso le membrane biologiche come ad esempio la dimensione della molecola che nel caso
degli oppioidi che hanno una molecola abbastanza piccola questo fattore influenza poco; bisogna poi tenere
a mente la ionizzazione infatti il grado di ionizzazione di una sostanza dipende dal pH del solvente e gli
oppioidi sono farmaci basici per cui facendo l’esempio con l’ammoniaca: a pH basico ci sono pochi H+ quindi
avremo molto NH3 che non è ionizzato mentre a pH acido ci sono molti H+ quindi avremo molto NH4+ che è
ionizzato. Altro fattore importante è la liposolubilità che si ricollega al concetto di ionizzazione in quanto le
molecole non ionizzate sono anche più liposolubili e possono diffondere rapidamente attraverso le
membrane lipose come la Barriera Emato Encefalica. Importante poi tenere a mente che la concentrazione
di un farmaco libero nel plasma è proporzionale alla concentrazione a livello recettoriale infatti tutti i
farmaci risultano legati, in vario grado, alle proteine plasmatiche infatti la Morfina si lega all’albumina mentre
il Fentanyl si lega alla a-1-glicoproteina acida -> questa proteina aumenta in corso di malattie infiammatorie
croniche per cui, riducendosi la componente libera ci sarà bisogno di un dosaggio maggiore di farmaco
mentre diminuisce nei neonati per cui, aumentando la componente libera, ci sarà bisogno di un dosaggio
minore di farmaco.
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2. ETÀ DEL PAZIENTE -> bisogna capire che età diverse presentano peculiarità diverse, ad esempio nel caso
dei neonati essi presentano caratteristiche tali per cui si verifica un aumento dell’intensità e della durata
d’azione dei farmaci oppioidi che per questo devono essere usati con cautela ed infatti presentano: clearance
plasmatica notevolmente bassa dovuta all’immaturità dell’isoenzima citocromo P450 responsabile del
metabolismo degli oppioidi ed immaturità della barriera emato encefalica che determina il passaggio di una
maggior quantità di oppioidi. Nei pazienti anziani invece ci sono caratteristiche tali che si verifica un aumento
dell’intensità e della durata d’azione dei farmaci oppioidi che per questo devono essere usati con cautela.
Anche loro infatti presentano modificazioni funzionali degli organi correlate all’invecchiamento che sono
responsabili di alterazioni farmacocinetiche come: ridotta funzione renale, diminuzione delle funzioni
enzimatiche epatiche, alterazioni della Barriera Emato Encefalica, aumento del tessuto adiposo, riduzione
dell’albumina.
3. FUNZIONE EPATICA -> il fegato rappresenta la principale via di eliminazione della maggior parte degli
oppioidi per questo motivo Fentanyl e Sufentanyl hanno un elevato indice di estrazione epatica e la clearance
di questi farmaci sarà perciò dipendente dal flusso ematico: le condizioni che riducono il flusso ematico come
in corso di anestesia o insufficienza cardiaca provocano una più lenta eliminazione ed un effetto prolungato
in particolare -> in corso di malattie quali epatite virale o cirrosi epatica tali farmaci hanno una clearance più
bassa, un’emivita di eliminazione notevolmente prolungata, un volume di distribuzione uguale ai soggetti
sani.
4. FUNZIONE RENALE -> l’insufficienza renale non sembra influire significativamente sulla clearance di questi
farmaci: si verifica solo un aumento dei metaboliti nel plasma senza effetti farmacologici.
5. OBESITÀ -> le dosi dei farmaci oppioidi negli obesi dovrebbero essere rapportate al peso corporeo ed inn
particolare i farmaci ad alta lipofilia (Fentanyl) potrebbero avere un aumentato volume di distribuzione e
pertanto una prolungata emivita di eliminazione mentre i farmaci a bassa lipofilia (Morfina) saranno meno
influenzati dall’obesità.
AZIONI FARMACOLOGICHE: i farmaci oppioidi rappresentano una scelta obbligata poiché è necessario
ottenere una efficace analgesia come richiesto in: anestesia, dolore post-operatorio e dolore neoplastico.
L’analgesia da oppioidi, rispetto a quella prodotta dagli anestetici locali lascia integra l’attività motoria ed
altri tipi di sensibilità per cui il paziente pur essendo cosciente riferisce dolore ridotto o assente. I meccanismi
implicati nell’analgesia da oppioidi riguardano la modulazione degli stimoli dolorosi attraverso un sistema di
recettori lungo le vie di conduzione afferenti ed efferenti del Sistema Nervoso Centrale. Si distinguono 2
diversi tipi di stimoli nocicettivi: PRIMO DOLORE (o dolore rapido) -> che viene trasmesso da fibre mieliniche
A-d con velocità di conduzione di 5-15 metri al secondo e trasmettono un dolore avvertito immediatamente
e ben localizzato; i recettori di queste fibre sono presenti solo sulla superficie corporea e gli oppioidi su
questo tipo di dolore hanno un effetto modesto. SECONDO DOLORE (o dolore lento) -> viene trasmesso dalle
fibre C che hanno una velocità di conduzione di 0,5-2 metri al secondo e trasmettono un dolore spiacevole,
diffuso, mal localizzato; i recettori di queste fibre sono presenti in quasi tutti i tessuti (ad eccezione del
Sistema Nervoso Centrale) e gli oppioidi su questo tipo di dolore hanno un’azione efficace. L’azione di
modulazione della nocicezione avviene a livello spinale attraverso:
- sostanza P che rappresenta uno dei più importanti neurotrasmettitori a questo livello e si trova nelle
vescicole sinaptiche delle fibre C, gli oppioidi ne inibiscono il rilascio ed è forse per questo che
agiscono maggiormente sul dolore lento.
- Recettori Oppioidi poiché la trasmissione dello stimolo nocicettivo viene soppressa nel momento in
cui i recettori oppioidi spinali vengono attivati da parte di vari neurotrasmettitori endogeni come
encefaline, b-endorfine, naradrenalina e da parte di vari farmaci oppioidi la cui azione intratecale o
epidurale diminuisce o indebolisce il dolore -> i recettori Mu sembrano essere i principali responsabili
di questa azione.
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A livello invece Sopraspinale: il grigio periacqueduttale (PAG) è la principale sede della componente
sopraspinale dell’analgesia da oppioidi infatti esso non ha connessioni con le vie afferenti del dolore ma
riceve una proiezione dell’ipotalamo così avremo: PAG, Formazione reticolare e Rafe Magno -> poi le vie
discendenti inibitorie -> poi il fascio dorsolaterale -> le corna dorsali del midollo -> a questo livello influenzano
le trasmissioni sia a livello delle sinapsi tra 1^ e 2^ neurone sia a livello dei neuroni internodali.
N.B. La trasmissione nocicettiva afferente può quindi essere bloccata agendo su neuroni localizzati a livello
di bulbo e sostanza gelatinosa.
EFFETTI COLLATERALI -> i farmaci oppioidi possono dare reazioni avverse che coinvolgono diversi sistemi:
1. EFFETTI RESPIRATORI = la depressione respiratoria è forse il più importante effetto collaterale legato agli
oppioidi, essa dipende dall’attivazione dei recettori Mu2 a livello del bulbo pontino è presente il centro
del controllo della ventilazione il quale contiene dei chemocettori sensibili alle variazioni di H+ che a loro
volta, dipendono dalle variazioni di pCO2 -> gli oppioidi deprimono la risposta respiratoria alla CO2 nel
senso che la soglia di sensibilità viene spostata a valori più elevati (quindi ci sarà una ipercapnia ma
comunque non inizi a iperventilare) e nel dettaglio a bassi dosaggi si ha diminuzione della frequenza
respiratoria senza modificazioni del volume corrente mentre ad alti dosaggi si ha depressione anche del
volume corrente fino ad una completa apnea del paziente sveglio. In linea di massima la depressione
respiratoria indotta dagli oppioidi ha durata maggiore dell’analgesia e questo dipende dalla diversa
affinità recettoriale -> maggiore nei recettori Mu2 che sono responsabili della depressione respiratoria e
minore nei recettori Mu1 che sono responsabili dell’analgesia.
N.B. Tale effetto viene efficacemente contrastato dal Naxolone, un oppioide antagonista.
2. EFFETTI CARDIOVASCOLARI = si evidenzia ipotensione che può dipendere da rilascio di istamina con
conseguente caduta delle resistenze periferiche ma questo effetto non è presente con il Fentanyl oppure
riduzione del tono simpatico per azione centrale; si evidenzia inoltre bradicardia probabilmente dovuta
alla stimolazione del nervo vago a livello bulbare, può essere ridotta o bloccata dall’atropina e può
contribuire ad aggravare una concomitante ipotensione; in definitiva gli oppioidi consentono una
notevole stabilità emodinamica anche a dosaggi elevati e perciò sono ampiamente utilizzati in chirurgica
cardiaca.
3. EFFETTI SULLA MUSCOLATURA SCHELETRICA = si palesa rigidità muscolare che si verifica soprattutto con
la somministrazione di dosi elevate di oppioidi all’induzione dell’anestesia (in particolar modo con il
Fentanyl) ed interessa tutta la muscolatura toracica ed addominale interferendo a volte, anche
seriamente, con la ventilazione fino al punto che anche l’assistenza ventilatoria manuale può risultare
impossibile senza la somministrazione di un curarizzante; probabilmente è una manifestazione dello
stato catatonico correlato all’inibizione del rilascio di dopamina operata dagli oppioidi; i bloccanti neuro-
muscolari aboliscono completamente questa rigidità.
4. EFFETTI GASTROINTESTINALI = dipendono essenzialmente dall’attivazione dei recettori Mu2 a livello sia
centrale (attraverso il nervo vago) che periferico e presentano ritardo nello svuotamento gastrico
determinato da: aumento del tono nella regione antrale con conseguente diminuita motilità; tale ritardo
può alterare notevolmente l’assorbimento di eventuali farmaci assunti per via orale; inoltre si evidenzia
un rallentamento della peristalsi ed un incremento del tono a riposo con periodici spasmi e di
conseguenza si avranno: ristagno e costipazione mentre nausea e vomito sono comuni e sono dovuti alla
stimolazione della Chemoreceptor Trigger Zone (CTZ).
5. EFFETTI EPATICI E RENALI = si evidenzia un aumento della pressione nel dotto comune con diminuzione
del flusso della bile dovuto principalmente allo spasmo dello sfintere di Oddi. È poi osservabile una
ritenzione urinaria a causa dell’aumento del tono muscolare di ureteri e muscolo detrusore per cui ci
sarà necessità di una cateterizzazione vescicale.
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alterazioni dell’umore infatti gli oppioidi agendo sul sistema limbico possono influenzare l’umore e la
percezione dell’ambiente circostante ad esempio i pazienti con dolore possono avvertire un senso di
calore, benessere, euforia mentre i pazienti senza dolore possono avvertire un senso di letargia ed
ottudnimento mentale.
un’alterazione del ciclo sonno-veglia con annessa sonnolenza e sonno ma la perdita di coscienza non è
assicurata per questo risulta necessario somministrare altri depressori del Sistema Nervoso Centrale.
Miosi
Depressione del riflesso della tosse per azione diretta sui centri bulbari
Effetti endocrini poiché gli oppioidi riducono la risposta endocrina in corso di intervento, normalmente
caratterizzata da un aumento in circolo di: cortisolo, aldosterone, ormoni tiroidei, catecolamine
MORFINA -> è il farmaco oppioide che si usa prevalentemente nel dolore neoplastico.
FARMACODINAMICA: presenta un’azione esclusivamente agonista.
Nella via endovenosa la morfina presenta una rapida distribuzione ai tessuti, nell’arco di 10 minuto circa;
nel dettaglio si distinguono una fase rapida di distribuzione con emivita di 1,2-2,5 minuti poi una fase
lenta di distribuzione con emivita 9-13 minuti ed infine una fase di eliminazione con emivita di 1,7-2,2
ore.
Attraverso la via orale solo una piccola quota di farmaco potrà raggiungere il circolo generale a causa
dell’effetto del primo passaggio.
Nella via intramuscolare o sottocutanea si verifica un rilascio continuo di farmaco nel plasma per cui si
ottengono concentrazioni maggiori per un tempo maggiore rispetto alla via endovenosa.
DIFFUSIONE -> poiché la morfina non ionizzata rappresenta meno del 10% del totale essa sarà
complessivamente poco solubile e perciò solo una piccola porzione potrà superare la Barriera Emato
Encefalica.
ELIMINAZIONE -> avviene essenzialmente attraverso due modalità: eliminazione renale in cui viene
eliminata solo una piccola porzione immodificata ed eliminazione epatica dove la via della glicuronazione
rappresenta invece la via più utilizzata e viene eliminato il 90% del farmaco in 24 ore.
EFFETTI COLLATERALI DELLA MORFINA = possiamo osservare ipotensione che può essere evitata
mediante somministrazione lenta, preventiva somministrazione di Anti-H1 o Anti-H2 ed incremento del
volume plasmatico; bradicardia causata da stimolazione del nucleo del vago ed effetto diretto sul nodo
seno-atriale.
INDICAZIONI ALL’USO DELLA MORFINA = trova largo impiego in dolore neoplastico, analgesia post-
operatoria per via intramuscolare, peridurale e subaracnoidea.
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FENTANYL -> è il farmaco oppioide sintetico di più largo impiego in anestesia generale, perché ha una
notevole rapidità d’azione, ha una potenza 50-100 volte superiore alla morfina e può essere utilizzato per
preparare il paziente al primo stimolo doloroso (laringoscopia).
FARMACODINAMICA E FARMACOCINETICA -> l’elevata liposolubilità consente il suo rapido passaggio nei
tessuti dopo una somministrazione endovenosa, riconosciamo:
- Un’emivita di DISTRIBUZIONE con: UNA PRIMA FASE DI DISTRIBUZIONE RAPIDA = con emivita di 1-
2 minuti che corrisponde al raggiungimento di un equilibrio di concentrazioni tra: plasma, cervello,
cuore, polmoni, muscoli scheletrici. UNA SECONDA FASE LENTA = con emivita di 13-30 minuti che
corrisponde al raggiungimento dell’equilibrio di concentrazioni tra: tessuti riccamente vascolarizzati
e muscoli scheletrici da una parte e tessuto adiposo dall’altra.
- Un’emivita di ELIMINAZIONE: che può variare da 3,6 a 7,9 ore in relazione al grado di obesità del
paziente in quanto è nel tessuto adiposo che il farmaco tende ad accumularsi; in generale il Fentanyl
è caratterizzato da rapido onset e una durata d’azione più breve della morfina. Per quanto riguarda
la clearance del farmaco: il Fentanyl è principalmente metabolizzato nel fegato dove avviene la sua
de-achilazione e poi la sua idrossilazione portando alla formazione di metaboliti inattivi che
vengono eliminati per via renale.
- Depressione respiratoria precoce infatti il massimo effetto depressivo sulla funzione respiratoria si
ha entro 2-5 minuti dalla somministrazione endovenosa e tale effetto è direttamente proporzionale
alla concentrazione di Fentanyl.
- Depressione respiratoria tardiva che può verificarsi a volte dopo anestesia bilanciata
- Modificazioni cardio-circolatorie infatti sia a dosi analgesiche che a dosi anestetiche non ci sono
modificazioni cardio-circolatorie e per questo motivo il Fentanyl è l’analgesico di scelta per pazienti
con scarsa riserva cardiovascolare mentre l’eventuale bradicardia è facilmente controllabile con
atropina.
SUFENTANIL-> è un farmaco oppioide che presenta particolari caratteristiche, in particolare si distingue per
una FARMACOCINETICA simile al Fentanyl con una durata dell’effetto molto simile. Risulta essere il più
potente oppioide di uso clinico avendo una potenza 5-10 volte maggiore del Fentanyl avendo inoltre un più
rapido onset. Non causa nessuna depressione cardio-circolatoria e potrebbe anzi essere più efficace del
Fentanyl nel bloccare l’attivazione simpatica da stimoli chirurgici specie nei pazienti suscettibili all’insorgenza
di ipertensione. Quando viene impiegato in tecniche di anestesia bilanciata possiede una notevole stabilità
cardiovascolare persino superiore a quella del Fentanyl. Ci sono poi alcuni effetti PEGGIORI DEL FENTANYL
poiché l’elevata lipofilia e quindi l’elevata captazione tissutale con una possibilità di ritorno in circolo del
farmaco impediscono di poter stabilire con sicurezza la durata dei suoi effetti in seguito alla somministrazione
di dosi elevate.
Oppioidi antagonisti -> Gli oppioidi antagonisti svolgono un ruolo fondamentale al fine di
antagonizzare gli effetti collaterali degli oppioidi.
NALOXONE -> esercita la sua azione antagonista competitiva a livello dei recettori Mu, delta, Kappa, Sigma.
INDICAZIONI ALL’USO DEL FARMACO: quando viene somministrato a soggetti che non abbiano ricevuto
oppioidi non provoca alcuna azione; è utilizzato per antagonizzare gli effetti collaterali degli oppioidi
specialmente la depressione respiratoria ma siccome agisce su tutta la gamma recettoriale in realtà
antagonizza anche la analgesia. La somministrazione del Naloxone va eseguita iniziando con un dosaggio
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minimo e aumentandolo con piccole dosi successive finché il paziente riprende una ventilazione spontanea
adeguata.
EFFETTI COLLATERALI -> la somministrazione di Naloxone ad alte dosi può provocare un’intensa stimolazione
simpatica con: ipertensione, aritmie, edema polmonare, arresto cardiaco ma queste manifestazioni possono
essere contrastate con la clonidina. Un altro rischio è che possa ripresentarsi la depressione respiratoria una
volta esauritasi l’azione della dose iniziale di Naxolone per cui per evitare questa inconvenienza è opportuno
somministrare un bolo iniziale endovenoso seguito da una seconda dose intramuscolare dopo 15 minuti.
Oppioidi in analgesia post-operatoria -> la scelta della via di somministrazione degli oppioidi per
l’analgesia post-operatoria sarà effettuata in base a: paziente, età del paziente. Si può quindi scegliere tra:
Protezione gastrica -> gli scopi della protezione gastrica sono: ridurre il rischio di vomito e quindi di
conseguenza di inalazione del contenuto gastrico dovuto alla abolizione dei riflessi con conseguente rischio
di ab ingestis e prevenire l’azione gastrolesiva che viene scatenata dallo stress chirurgico.
FARMACI UTILIZZATI:
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3. ANTIEMETICI utilizziamo l’Ondasetron che attraverso la sua farmacodinamica agisce sui recettori
serotoninergici a livello centrale con azione diretta sul vomito che viene inibiti tuttavia non inibisce
l’accumulo a livello gastrico e quindi ne evita la risalita del contenuto.
Miorilassanti -> sono farmaci che bloccano, in maniera reversibile, la trasmissione neuro-muscolare a
livello della placca motrice.
A livello della giunzione neuromuscolare il recettore colinergico muscolare è un canale ionico formato da 5
subunità b, g, d, a -> quest’ultima è a sua volta divisa in due: le subunità a contengono i siti per i farmaci ad
azione agonista/antagonista ed in particolare quando entrambe le subunità a sono occupate da un agonista
il recettore assume la conformazione di un canale ionico con efflusso di potassio ed afflusso di sodio e calcio
quindi si ha depolarizzazione che può essere considerata il trigger della contrazione muscolare. La somma
delle singole correnti di canale derivanti dai diversi recettori colinergici muscolari determina la
depolarizzazione della placca motrice e quindi il potenziale di placca -> questo se raggiunge un valore critico
diviene potenziale d’azione che, raggiungendo il sarcolemma, determina il rilascio di calcio ed il calcio
interagendo con le proteine contrattili avvia la contrazione.
Blocco non depolarizzante –> viene attuato dagli Antagonisti ed in particolare le molecole
di antagonista ed agonista competono per i siti recettoriali secondo le loro concentrazioni perciò quando
l’antagonista è in concentrazione adeguata lega entrambe le subunità a facendo si che il processo di
attivazione della giunzione motrice non possa avvenire ed inducendo un rilasciamento muscolare; per questo
motivo, l’antagonista è definito un miorilassante non depolarizzante secondo lo stesso ragionamento se
somministriamo un agente anticolinesterasico che blocca la colinesterasi questo produce un aumento della
concentrazione locale di aceticolina che spiazza l’antagonista e consente il ripristino della normale
trasmissione neuro-muscolare.
La SUCCINILCOLINA presenta un onset rapidissimo ed agisce in modo tale che: la placca motrice resta depolarizzata per
cui i potenziali non possono propagarsi e le fibre muscolari restano quindi in uno stato di paralisi flaccida. Il blocco di
tipo depolarizzante si risolve quando il farmaco viene idrolizzato dalla pseudocolinesterasi plasmatica il che,
normalmente impiega alcuni minuti per cui il fenomeno quindi si complica quando abbiamo pazienti che possiedono
bassa attività pseudocolinesterasica in cui il blocco può prolungarsi.
Blocco di fase II -> è il terzo ed ultimo tipo di blocco muscolare è osservabile ad esempio quando dopo
ripetute somministrazioni di succinilcolina il blocco depolarizzante può assumere gradualmente le
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caratteristiche del blocco non depolarizzante -> il meccanismo non è noto ma probabilmente entra in gioco
la desensibilizzazione del recettore e secondo alcuni autori la succinilcolina inibisce la sintesi ed il rilascio
dell’acetilcolina mediante un’azione pre-giunzionale.
Altri fenomeni relativi al blocco neuro-muscolare -> molti farmaci interagiscono con il
recettore colinergico post-giunzionale e quindi con la trasmissione neuro-muscolare senza competere con
l’acetilcolina come ad esempio: anestetici volatili, bloccanti dei canali lenti del calcio, anestetici locali,
antibiotici aminoglicosidici, fenotiazine, naloxone, antiaritmici; il meccanismo d’azione di questi farmaci si
esplica in due reazioni particolari:
- blocco del canale che si verifica quando una molecola ostruisce fisicamente il canale recettoriale impedendo
il flusso ionico ed in particolare avremo due tipi di blocco: blocco del canale di tipo aperto in cui la molecola
entra nel canale già reso disponibile per la presenza di due molecole di acetilcolina oppure blocco del canale
di tipo chiuso in cui la molecola ostruisce l’ingresso del canale stesso.
- desensibilizzazione in cui il recettore pur avendo legato 2 molecole di acetilcolina non si apre e quindi non
consente il flusso ionico; se un numero sufficientemente alto di recettori è desensibilizzato la normale
trasmissione neuro-muscolare risulta interrotta. La desensibilizzazione sarebbe uno dei fenomeni che
conduce all’instaurarsi del blocco di fase II.
Il blocco del canale quindi dovrebbe intendersi non come una semplice ostruzione fisica ma come
un’alterazione reversibile della parete del tunnel stesso.
FARMACOLOGIA CLINICA DEI MIORILASSANTI: tutti i miorilassanti sono composti ammonici quaternari con
carica positiva. Essi si dividono essenzialmente in:
Monitoraggio del blocco neuro-muscolare -> il monitoraggio strumentale della funzione neuro-
muscolare in anestesia consente di valutare quantitativamente l’entità del blocco, le sue caratteristiche, la
distinzione tra: un’apnea post-operatoria centrale da analgesici ed un’apnea post-operatoria periferica da
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miorisoluzione residua. Consente inoltre di determinare il recupero dal blocco. Tale monitoraggio consiste
in: stimolare elettricamente un nervo motore periferico e misurare la risposta evocata in un muscolo
scheletrico innervato da tale nervo -> normalmente si impiega l’adduttore del pollice previa stimolazione del
nervo ulnare al polso. Questo muscolo innervato unicamente dal nervo ulnare non può essere stimolato
direttamente da un elettrodo sul polso per cui se a seguito della stimolazione si attiva sarà dovuto non alla
scarica elettrica diretta ma all’attivazione da parte del nervo ulnare il che significa che il blocco neuro-
muscolare non ha più effetto. Può essere misurata la risposta del muscolo sia dal punto di vista meccanico
tramite meccanografia che tramite valutazione EMGrafica.
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N.B. L’analgesia invece è la sola riduzione di grado variabile della percezione delle sensazioni dolorose.
- Il Controllo della coscienza che deve comprendere amnesia e quindi perdita o notevole riduzione
della memoria che implica che l’informazione non arrivi al Sistema Nervoso Centrale o se vi arriva
non venga memorizzata; una possibile complicanza è l’awareness ovvero il ricordo di ciò che avviene
in sala operatoria -> è una terribile esperienza che può presentare GRAVI CONSEGUENZE per il
paziente. L’eziologia è da ricondurre ad un’anestesia troppo superficiale (es. con dosaggi insufficienti
o con soli farmaci analgesici).
- Controllo dei riflessi alla stimolazione nocicettiva poiché ovviamente durante l’atto chirurgico si
creano importanti reazioni agli stimoli nocicettivi che determinano l’attivazione del sistema
simpatico con: sudorazione, variazioni emodinamiche (Pressione Arteriosa e Frequenza Cardiaca),
risposta neurovegetativa (lacrimazione, variazione diametro pupillare, increzione neuro-ormonale;
ma affinche il dolore sia avvertito dal paziente deve essere cosciente ed in grado di elaborare gli
stimoli nocicettivi che gli provengono dalla periferia mentre se il paziente non è cosciente [come
succede nell’anestesia generale] non è in grado di sentire il dolore sebbene siano comunque presenti
i riflessi nocicettivi agli stimoli nocicettivi. Per questo motivo è più corretto parlare di controllo dei
riflessi nocicettivi piuttosto che di analgesia. Infine nel controllo dei riflessi nocicettivi il ruolo degli
analgesici è molto importante in OGNI tecnica di anestesia anche se gli anestetici alogenati
contribuiscono in buona misura al controllo di tali riflessi.
Analizziamo ora l’azione dei principali farmaci sulle componenti dell’ANESTESIA GENERALE -> oggi quando si
parla di ANESTESIA GENERALE si parla di ANESTESIA BILANCIATA che include il controllo delle componenti
dell’anestesia generale ed il controllo continuo delle diverse funzioni fisiologiche durante l’anestesia
generale e dopo l’intervento chirurgico. Per ottenere questo equilibrio è necessaria una precisa conoscenza
dell’area di attività di CIASCUN FARMACO e nel dettaglio osserveremo che:
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Qual è il compito dell’ANESTESISTA? Egli deve garantire il pieno controllo delle tre componenti
dell’ANESTESIA GENERALE impiegando un’associazione di farmaci che consenta: sicurezza e flessibilità clinica
ovvero una caratteristica che comprende una induzione gradevole, la possibilità di modificare rapidamente
il livello di anestesia sia in senso di alleggerimento sia in senso di approfondimento, un rapido risveglio e la
stabilità delle funzioni fisiologiche.
1. RACCORDO ANAMNESTICO dove è necessario “interrogare” il paziente in maniera accurata su: anestesie
precedenti (ed eventuali allergie a farmaci o anestetici), problemi familiari riguardo farmaci anestetici,
patologia cardio-circolatoria (valutando la capacità funzionale cardiovascolare), patologia polmonare (se il
paziente fuma l’interruzione del fumo per 2-3 giorni può ridurre i livelli di carbossi-emoglobina migliorando
la clearance muco-ciliare), patologia renale, patologia epatica, disturbi della coagulazione.
2. ESAME OBIETTIVO dove valutiamo con particolare attenzione: Bocca -> apertura massima Uomo
35mm e Donna 30mm, grandezza della lingua, stato della dentatura; Naso -> valutando la grandezza
delle coane che risulta importante se vogliamo fare una intubazione naso-tracheale; Volto -> per
prevenire eventuali difficoltà di intubazione e si valutano denti (protesi, denti assenti o irregolari ed
incisivi prominenti), collo (corto, largo, mobilità), esiti cicatriziali, masse cervicali, prognatismo
(mascella prominente), micrognazia (iposviluppo mandibolare); si effettua poi il TEST DI
MALLAMPATI che valuta la visibilità delle strutture faringee ed in particolare si identificano 4 gradi:
si evidenzia un GRADO 1 con piena visibilità di palato duro, palato molle, ugola, tonsille; un GRADO
2 con visibilità di palato duro, palato molle, ugola e parte superiore delle tonsille; un GRADO 3 con
visibilità di palato duro, palato molle, ugola; un GRADO 4 con visibilità SOLO di palato duro.
Valutiamo poi le vie aeree -> per prevenire eventuali difficoltà di intubazione bisogna misurare la
distanza inter-dentaria che deve essere maggiore di 3cm, la distanza MENTO-tiroide in estensione
della testa deve essere maggiore di 6cm, la distanza tra cartilagine cricoidea-giugulo con la testa in
posizione neutra deve essere circa tre dita, il grado di PROGNATISMO mascellare e la sua
corregibilità e l’angolo di flesso-estensione del collo -> se il collo è fisso in estensione è una
previsione di intubazione con grave difficoltà o addirittura impossibile. A livello dell’apparato
respiratorio valutiamo: frequenza respiratoria, escursione toracica, auscultazione per individuare
rumori patologici quali ronchi, sibili, stridore, rantoli.
L’altra fase della preparazione all’atto anestesiologico è la VALUTAZIONE DEL RISCHIO ANESTESIOLOGICO in
cui una delle classificazioni maggiormente usate per la valutazione del rischio anestesiologico è la ASA
(American Society of Anesthesiology). Nel dettaglio avremo:
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CLASSE 3 = paziente con malattia sistemica grave non invalidante (es. obesità patologica o diabete mellito
insulino – dipendente scompensato)
CLASSE 4 = paziente con malattia sistemica invalidante con prognosi sfavorevole
CLASSE 5 = paziente moribondo per il quale è prognosticabile il decesso entro 24 ore con o senza intervento
CLASSE E = si aggiunge come suffisso per interventi di emergenza.
I fattori che maggiormente incidono sulla mortalità per cause anestetiche sono: inadeguata valutazione pre-
operatoria del paziente, inadeguati controlli e monitoraggio durante l’intervento, insufficienti controllo e
trattamento post-operatorio.
Tutte le informazioni raccolte vanno riportate sulla cartella anestesiologica del paziente che è un documento
ufficiale necessario per poter comunicare con gli altri anestesisti e giustificare indagini ed esami richiesti ed
eventuali problemi medico-legali.
I Farmaci usati per l’induzione dell’ANESTESIA sono detti anche ipnotici e comprendono:
- Tiopentale sodico = un barbiturico, usato in passato (5-6mg/kg); agisce attivando il recettore GABA,
può portare a depressione respiratoria ed è usato prevalentemente per l’induzione.
- Propofol = è il farmaco più utilizzato, 2mg/kg; appartiene alla classe degli eugenoli ed è un composto
fenolico -> si caratterizza quindi per la sua insolubilità in acqua pertanto si trova preparato in
emulsione di olio di soia al 10%; il suo uso è solo endovenoso. FARMACODINAMICA: si ritiene possa
avere diversi meccanismi d’azione -> 1. Modulazione positiva della funzione inibitoria del GABA
attraverso i recettori GABA-A [rallentando il tempo di chiusura del canale]; 2. Il probabile blocco dei
canali del Sodio.
Ha diversi effetti: sul Sistema Nervoso Centrale provoca perdita di coscienza che compare entro 30
secondi dalla somministrazione con: riduzione del flusso ematico cerebrale, riduzione del
metabolismo cerebrale e riduzione della Pressione intracranica -> il risveglio è rapido, piacevole ed il
ripristino delle funzioni cognitive superiori appare pressoché completo. Sul Sistema Cardio-vascolare
il Propofol riduce la risposta b-adrenergica all’intubazione durante l’induzione dell’Anestesia è
costante una ipotensione (che può essere anche marcata) dipendente da vasodilatazione; il calo
pressorio è in relazione alla dose somministrata, molto frequente è la bradicardia ed inoltre si verifica
anche una modesta riduzione della gittata cardiaca. Sul Sistema Respiratorio è come osservare un
periodo di apnea che in alcuni casi può necessitare di assistenza respiratoria.
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FARMACOCINETICA: il Propofol si lega per il 98% alle proteine plasmatiche ma non si osservano
fenomeni di accumulo neanche dopo somministrazione prolungata. Non è idrosolubile per cui non ci
sarà eliminazione renale ma metabolizzazione epatica (glucurono-coniugazione). Inoltre essendo
liposolubile passa rapidamente la barriera placentare. Le INDICAZIONI all’uso sono: induzione
dell’anestesia, mantenimento dell’anestesia generale, per indurre sedazione in: terapia intensiva,
anestesia loco-regionale, manovre endoscopiche. Gli EFFETTI COLLATERALI sono: depressione cardio-
vascolare, depressione respiratoria, dolore nel punto di iniezione, rash cutanei.
EFFETTI ->per il suo effetto b-adrenergico stimolante aumenta il tono simpatico con conseguente
aumento della gittata cardiaca, aumento della Frequenza Cardiaca, aumento della Pressione
Arteriosa, Aumento della contrattilità miocardica. Inoltre ad ALTI DOSAGGI e dopo somministrazione
endovenosa determina uno stato particolare di perdita di coscienza che va sotto il nome di
ANESTESIA DISSOCIATIVA per dissociazione tra Sistema Limbico e Sistema talamo/corticale cioè il
paziente appare come pietrificato, indifferente all’ambiente esterno con occhi immobili o scossi da
un fine nistagmo dissociato dall’ambiente esterno con: amnesia, analgesia; mentre durante il
risveglio possono aversi sensazioni di: allucinazioni, illusioni, franco delirio.
Anestetici inalatori -> Nell’anestesia con anestetici per inalazione viene sfruttato il grande potenziale
degli scambi respiratori infatti la superficie alveolo-capillare (circa 90m2) consente ad ogni minuto di
equilibrare l’intera massa di sangue con la frazione di gas anestetico contenuto negli alveoli. I polmoni
dunque rappresentano uno scambiatore ideale che permette: ASSORBIMENTO anestetico, DISTRIBUZIONE
ai tessuti dell’anestetico, ELIMINAZIONE dell’anestetico; il tutto agendo sulla frazione inspirata del farmaco.
Caratteristiche chimico-fisiche -> Gli anestetici per inalazione possono essere distinti in: INORGANICI ->
l’unico utilizzato è il Protossido d’Azoto ed anestetici ORGANICI -> rappresentano una classe eterogenea
divisibile in due gruppi: IDROCARBURI = semplici come il ciclopropano ed alogenato come il cloroformio e
l’alotano; ETERI = semplici come l’etere dietilico ed alogenati come il metossiflurano ed i più recenti come
Enflurano, Isoflurano, Sevoflurano e Desflurano.
- Tensione di vapore = è la Pressione esercitata dal vapore di una sostanza sulla fase condensata (solida o
liquida) della stessa sostanza quando tali fasi sono in condizioni di equilibrio termodinamico (uguali P, V, T)
tra loro all’interno di un sistema chiuso cioè in condizioni di vapore saturo -> può essere interpretata come
il risultato della tendenza di una particolare sostanza a passare dalla fase condensata alla fase gassosa infatti
gli anestetici inalatori di OGGI hanno tutti una aumentata tensione di vapore che permette di raggiungere
adeguate concentrazioni per il loro impiego clinico.
- Solubilità Anestetico = si intende la solubilità nel sangue e nei diversi tessuti dell’organismo, molto
importante perché condiziona la FARMACOCINETICA infatti i vecchi anestetici inalatori avevano un’alta
solubilità nei tessuti del sangue ed un alto rischio di accumulo mentre i nuovi anestetici inalatori hanno una
più bassa solubilità per questo sono più sicuri. L’indice per determinare la solubilità di un gas in un liquido è
il COEFFICIENTE DI RIPARTIZIONE 𝜆 (lamda) che esprime il rapporto tra: [gas] nella fase liquida / [gas] nella
fase gassosa dove la fase liquida è il sangue mentre la fase gassosa è il gas inspirato a livello alveolare ->
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all’equilibrio pressorio e di temperatura; tale indice presenta una precisa correlazione con FASE DI
INDUZIONE/RISVEGLIO DELL’ANESTESIA poiché tanto più alto sarà il lambda sangue/gas tanto maggiore sarà
la quantità di anestetico che si scioglierà nel sangue.
Potenza degli anestetici inalatori -> l’indice di potenza anestetica è la concentrazione alveolare minima
di anestetico in grado di abolire nel 50% dei pazienti la risposta motoria riflessa ad uno stimolo dolorifico =
MAC -> il MAC per sua definizione assume che dopo un intervallo di 15 minuti (durante i quali la
concentrazione alveolare di gas è mantenuta costante) ESISTA UN COMPLETO EQUILIBRIO in Pressione
parziale [è la pressione che avrebbe il gas se occupasse da solo il Volume a disposizione dell’intera miscela di gas alla
medesima Temperatura] tra: compartimento alevolare, sangue arterioso (anche se durante l’anestesia si può
osservare aumento della disomogeneità del rapporto ventilazione-perfusione con aumento della differenza
alveolo-capillare), encefalo. Oggi il MAC rappresenta l’indice di equi-potenza più ampiamente impiegato per
confrontare gli effetti anestetici sui vari organi ed apparati.
Meccanismi d’azione degli Anestetici per Inalazione -> gli anestetici per inalazione interrompono la
trasmissione neuronale in molte aree del Sistema Nervoso Centrale; possono sia aumentare gli EFFETTI
INIBITORI attraverso le regioni sinaptiche agendo sia a livello pre-sinaptico sia a livello post-sinaptico; sia
deprimere GLI EFFETTI ECCITATORI a livello dei nervi terminali.
FARMACODINAMICA DEGLI ANESTETICI INALATORI: gli anestetici per inalazione esplicano il loro ruolo
mediante un meccanismo essenziale cioè interagendo con la membrana neuronale ed in particolare la
solubilità nei lipidi e la potenza anestetica importante suggeriscono che essi abbiano un sito d’azione
idrofobico inoltre essi provocano alterazioni sia dei lipidi che delle proteine di membrana.
FARMACOCINETICA DEGLI ANESTETICI INALATORI: la velocità con cui la Pressione Parziale di un anestetico
(nella miscela inspirata) si trasmette al Sistema Nervoso Centrale è espressione della velocità di induzione
dell’Anestesia. Infatti la depressione del Sistema Nervoso Centrale indotta dagli anestetici inalatori è in
rapporto alla concentrazione raggiunta in questo tessuto poi questa a sua volta è subordinata a vari fattori:
quantità di anestetico trasportata all’encefalo e concentrazione di anestetico raggiunta in: sangue, polmoni,
miscela inspirata.
Rapporto tra frazione alveolare / frazione inspirata (FA/FI) -> la velocità di EQUILIBRAZIONE tra
compartimento alveolare/sangue/encefalo di un anestetico viene espressa dal rapporto velocità di
equilibrazione FA/FI dove FA = rappresenta la frazione di anestetico alveolare infatti FA governa la
Pressione Parziale dell’anestetico in TUTTI I TESSUTI dell’organismo (rappresenta un indice molto
attendibile della concentrazione di farmaco a livello del cervello e più in generale di tutti gli organi
a bassa capacitanza e alto flusso (cervello, fegato, rene, ghiandole endocrine). Invece FI =
rappresenta la frazione inspirata di anestetico quindi proprio il gas che passa dalla macchina al
polmone. In definitiva se un farmaco presenta un’alta velocità di equilibrazione tra gli alveoli ed il
cervello vuol dire che abbiamo alta FA e bassa FI (proprio per una questione matematica) ossia
appena passa un po’ d’aria dalla macchina (FI) questa viene subito assorbita (FI); invece se un
farmaco presenta una bassa velocità di equilibrazione tra gli alveoli ed il cervello vuol dire che
abbiamo bassa FA e alta FI (sempre per una questione matematica) ossia deve passare molta aria
dalla macchina (FI) perché questa venga lentamente assorbita (FA).
Fattori che “influenzano” la Farmacocinetica -> esistono diversi fattori che possono condizionare la
farmacocinetica dei farmaci inalatori, vediamoli nel dettaglio:
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Metabolismo di alcuni FARMACI INALATORI -> analizziamo nel dettaglio alcune caratteristiche peculiari
di alcuni farmaci inalatori:
- Protossido d’azoto = una minima quota (0,004%) di metabolizzazione riduttiva avviene ad opera
della flora batterica intestina e ciò porterebbe alla produzione di un radicale idrossilico (OHo) ad alta
reattività; inoltre il protossido d’azoto ossida il cobalto del nucleo prostetico della Vitamina B12
(inattivando alcune funzioni cellulari) -> l’attività enzimatica riprende alcuni giorni dopo l’esposizione
al gas.
- Alotano = il 20% va incontro a bio-trasformazione soprattutto a livello epatico -> il fegato è l’organo
primario di metabolizzazione mentre il sistema enzimatico implicato è il Citocromo P450.
- Isoflurano = SOLO lo 0,17% della quota di Isoflurano va incontro a bio-degradazione (notevole
stabilità chimica di questo Farmaco).
- Desflurano = la quantità di anestetico che va incontro a bio-degradazione è bassissima (0,02%); la
via metabolica è SOLO ossidativa ed è attualmente la molecola più stabile.
EFFETTI DEGLI ANESTETICI INALATORI -> bisogna analizzare i vari distretti e gli effetti che determinano, nel
dettaglio avremo:
- A livello Cardio-vascolare: per quanto riguarda la Gittata Cardiaca -> Alotano ed Enflurano determinano
una riduzione della Gittata Cardiaca di tipo dose-dipendente mentre Isoflurano esercita scarso effetto
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depressivo e solo a dosaggi elevati mentre il protossido d’azoto tende ad aumentare la gittata cardiaca. Per
quanto riguarda la pressione arteriosa -> l’alotano tende a far instaurare una graduale ipotensione senza
segni di stimolazione compensatoria dell’attività simpatica; l’enflurano svolge un’importante azione di
vasodilatazione per riduzione delle resistenze periferiche mentre l’isoflurano riduce la pressione arteriosa
media (mediante una vasodilatazione maggiore nell’enflurano) ma non c’è nessun effetto diretto della
riduzione della Pressione Arteriosa media sulla contrattilità (sebbene l’isoflurano di per sé riduca la
contrattilità. Entrambi (sia enflurano che isoflurano) provocano una riduzione delle resistenze periferiche e
quindi vasodilatazione con aumento del flusso totale nei distretti cutaneo, splancnico, renale, miocardico e
cerebrale; inoltre anche le resistenze nel distretto muscolare si riducono con aumento del flusso sanguigno
muscolare. Per quanto riguarda il consumo di O2 miocardico -> tutti gli anestetici inalatori lo riducono
abbassando il fabbisogno di O2.
- A livello Respiratorio: l’effetto collaterale più importante dei moderno alogeni (enflurano, isoflurano,
sevoflurano, desflurano) è la profonda depressione repsiratoria (dose-dipendente) per inibizione dei centri
di controllo midollari e pontini mentre il Protossido d’Azoto è l’unico anestetico che NON esercita
depressione sul Sistema di controllo di ventilazione. Gli effetti sulla risposta dell’organismo all’ipossia e
all’ipercapnia (indotti dagli anestetici inalatori stessi e normalmente attivati da chemocettori periferici)
RISULTANO -> pressochè aboliti nel caso dell’ipossia e sensibilmente ridotti nel caso dell’ipercapnia. Inoltre
TUTTI gli anestetici inalatori riducono il tono della muscolatura bronchiale soprattutto in presenza di un
aumento patologico del tono delle vie aeree (es. asma, BPCO ecc – quindi è utile in presenza di queste
patologie); inoltre riducono la compliance del Sistema respiratorio (in particolare quella polmonare) e
riducono la capacità funzionale residua (CFR – motivi delle CFR = atelettasie, aumento volume ematico
toracico, spostamento in direzione cefalica del diaframma, effetto diretto sul polmone stesso); infine
riducono l’attività muscolare respiratoria (sempre in maniera dose-dipendente).
- A livello del Sistema Nervoso Centrale -> TUTTI GLI ANESTETICI PER INALAZIONE deprimono l’attività del
sistema nervoso centrale in funzione della concentrazione di anestetico prodottasi in questo sistema ed in
particolare: le variazioni elettroencefaliche possono essere ricondotte ad un COMUNE SCHEMA DI BASE ->
infatti all’induzione dell’Anestesia il normale ritmo a scompare mentre la Frequenza aumenta poi il ritmo
viene sostituito dopo la perdita di coscienza da un ritmo rapido ed a basso voltaggio -> negli stati più profondi
dell’anestesia compaiono brevi periodi in cui si alternano: ritmo lento ad alto voltaggio e periodo di silenzio
totale. Il consumo di O2 cerebrale viene ridotto da tutti gli anestetici inalatori ed infine nel caso in cui la
Pressione arteriosa Sistemica rimanga entro i limiti normali si assiste ad un aumento del flusso ematico
cerebrale (con conseguente vasodilatazione cerebrale) con la regolazione del flusso ematico cerebrale che:
viene abolita in risposta a variazioni di Pressione mentre viene mantenuta in risposta alle variazioni di PaCO2
e di conseguenza l’aumento del flusso ematico cerebrale determina aumento della pressione intra-cranica.
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LEZIONE 4 - ANESTESIA LOCALE -> Posti nelle adiacenze di una fibra nervosa gli anestetici
locali bloccano la generazione degli impulsi e la propagazione degli impulsi in maniera prevedibile e
reversibile. Da notare che a differenza degli ANESTETICI GENERALI gli anestetici locali eliminano la sensibilità
quindi anche la percezione degli stimoli nocicettivi ma SOLO nelle aree corporee “innervate” dalla fibra
nocicettiva (senza comprometterne lo stato di coscienza per cui sarebbe più corretto parlare di analgesia
locale MA dal momento che gli ANESTETICI LOCALI inducono anche paralisi muscolare ed abolizione dei
riflessi somatici e viscerali è più corretto parlare di anestesia locale.
Caratteristiche dell’ANESTESIA LOCALE: Gli anestetici locali vengono depositati nelle adiacenze del sito
neuronale per cui NON necessitano del torrente circolatorio come carrier intermedio e NON raggiungono in
quantità significative altri organi per cui l’azione che esercitano rimane comunque confinata alle strutture
nervose periferiche “adiacenti” al sito di inoculo -> dunque gli anestetici locali normalmente non interessano
il Sistema Nervoso Centrale e aboliscono gli stimoli nocicettivi bloccandone la conduzione lungo i nervi
coinvolti svolgendo la funzione di analgesici selettivi poiché causano il blocco della percezione nocicettiva ma
solo in un’area limitata del corpo.
MECCANISMO D’AZIONE: si tratta di un meccanismo specifico e selettivo che causa blocco della generazione
e della propagazione dell’impulso per disattivazione dei canali del Sodio dell’assolemma.
Anatomia e fisiologia della conduzione nervosa -> è necessario classificare le fibre nervose in:
- Fibre MIELINICHE ovvero le fibre A-a (motorie e propiocettive), A-b (motorie e sensitive tattili &
pressorie), A-g (motorie per i fusi neuromuscolari), A-d (sensitive dolorifiche e termiche “rapide”) e
fibre B (autonomiche pre-gangliari).
CANALI IONICI -> i canali del Sodio rappresentano il sito elettivo d’azione degli Anestetici Locali, in condizioni
di riposo la porta di attivazione del canale del Sodio è CHIUSA mentre la porta di inattivazione del canale del
Sodio è aperta per cui l’ingresso ionico è impedito. Durante la depolarizzazione la porta di attivazione ruota
nella conformazione aperta mentre la porta di inattivazione lentamente si chiude -> questo cambiamento
conformazionale provoca apertura del canale ed il tempo di transito degli ioni sodio è veloce fino a che si
passa alla FASE DI INATTIVAZIONE del canale del sodio ovvero il periodo refrattario in cui non è ammesso il
passaggio di ioni = fase di transizione obbligatoria tra canale aperto e canale chiuso; il canale è aperto ma è
inattivo ed è una condizione che persiste fino a quando non si è completata la RIPOLARIZZAZIONE della
membrana ovvero la fase in cui la porta di attivazione del canale torna nella configurazione chiusa e la porta
di inattivazione del canale torna ad essere aperta cioè IL CANALE È CHIUSO ed il ciclo può ri-iniziare da capo.
Gli ANESTETICI LOCALI hanno un meccanismo d’azione elettivo per cui si ha il blocco dei canali del Sodio nella
configurazione inattiva, per far questo è necessario che il farmaco attraversi il bilayer fosfolipidico nella
configurazione di base che è idrofobica ed elettricamente neutra -> la maggior parte degli anestetici locali
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sono amine terziarie e quindi debolmente basiche in grado cioè di assumere un protone e formare un catione
carico positivamente; quindi le molecole di farmaco per attraversare l’assolemma devono prima trovarsi
nella configurazione di base idrofobica elettricamente neutra (B + H+) questo perché probabilmente si
trovano in ambiente più basico di loro (in cui ci sono pochi H+) e dunque non possono legare H+; una volta
attraversato l’assolemma il farmaco trova un ambiente più acido in cui ci sono tanti H+ acquista H+ (B H+) e
questa configurazione idrofilica cationica è quella farmacologicamente attiva e va ad ancorarsi in prossimità
dello sbocco del canale del sodio restringendo il lume del canale e/o respingendo le molecole aventi la stessa
carica elettrica come, appunto, il sodio positivo come loro.
Le due porzioni, quella amminica e quella aromatica, sono TENUTE INSIEME DA UNA CATENA INTERMEDIA
CARBONIOSA e dunque in base al tipo di legame si distinguono due categorie di anestetici locali:
- Amino-esteri (Procaina e Tetracaina) la cui FARMACOCINETICA mostra che si tratta di farmaci ad emivita
molto più breve e sono un po’ più instabili; vengono idrolizzate da delle pseudocolinesterasi epatiche e quindi
TUTTI i pazienti con Insufficienza Epatica possono avere problemi di metabolizzazione producendo intermedi
PABA per cui in genere si usano dosaggi più bassi; INDICAZIONI: vengono usati per la minore durata d’azione.
EFFETTI COLLATERALI: possono determinare la produzione di immunoglobuline hanno cioè potere
allergizzante.
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LIPOSOLUBILITÀ = i composti più liposolubili hanno una migliore diffusibilità attraverso le barriere biologiche
e di conseguenza MAGGIORE POTENZA -> gli anestetici locali più liposolubili (bupivacaina, tetracaina,
lidocaina) esibiscono una potenza relativa in progressione lineare da 2 a 8x a quella della Procaina ma in vivo
la correlazione liposolubilità/potenza anestetica NON è più lineare ed infatti un’eccessiva liposolubilità
comporta un eccessivo sequestro di farmaco da parte delle componenti adipose dello spazio
epidurale/perinevrio con conseguente riduzione proporzionalmente maggiore del numero di molecole
recrutabili per il BLOCCO DI CONDUZIONE.
Tempo di inizio dell’azione dell’anestetico (Onset time) -> La costante di dissociazione pKa
regola il GRADO DI IONIZZAZIONE con ripercussioni sulla diffusibilità e sull’ONSET TIME infatti abbiamo detto
che gli anestetici locali sono BASI DEBOLI (per via dell’atomo N dell’amina) con pKa oscillante tra 7,6
(mepivacaina) e 8,9 (procaina) e con una proprietà straordinaria come quella di esistere
contemporaneamente nella FORMA NEUTRA e nella FORMA CATIONICA; l’esatta ripartizione tra le due forme
è regolata da: costante di dissociazione del composto pKa e pH dell’ambiente circostante. A pH fisiologico
si evince che la percentuale NON ionizzata (base) sarà inversamente proporzionale al pKa del composto, nel
senso: se il pKa di una sostanza è basso vuol dire che la sostanza è più acida e tende a cedere H+ nell’ambiente
di reazione per cui prevale la forma neutra mentre se il pKa di una sostanza è alto vuol dire che la sostanza è
più basica e quindi tende a prendere H+ nell’ambiente di reazione e prevale la forma cationica. Quindi le
molecole di farmaco per attraversare l’assolemma devono trovarsi prima nella configurazione di base
idrofobica elettricamente neutra (B+H+) -> questo perché probabilmente si trovano in ambiente più basico
di loro (in cui ci sono pochi H+) e dunque non possono legare H+ -> una volta attraversato l’assolemma il
farmaco trova un ambiente più acido (in cui ci sono tanti H+) per cui acquisterà H+ divenendo BH+ e questa
configurazione idrofilica cationica è quella farmacologicamente attiva e va ad ancorarsi in prossimità dello
sbocco del canale del sodio -> restringendo il lume del canale e/o respingendo le molecole aventi la stessa
carica elettrica come, appunto, il sodio positivo come loro; in caso di acidosi intra-assonica si sposta
l’equilibrio di reazione verso la forma cationica ovvero quella farmacologicamente più attiva ed inoltre le
molecole protonate sono anche meno diffusibili e causano anche un prolungamento della durata del farmaco
= in virtù di tutto questo bel discorso -> mepivacaina, lidocaina e prilocaina hanno pKa di 7,7 ed a pH
fisiologico (7,42/7,44 circa) circa il 35% delle molecole sarà in forma NEUTRA (potranno passare
maggiormente la barriera dell’assolemma) e quindi questi farmaci avranno un ONSET più rapido mentre
bupivacaina, tetracaina e procaina hanno pKa di 8,1/8,6/8,9 e a pH fisiologico solo il 15%, il 5% ed il 2%
rispettivamente saranno in forma NEUTRA NON IONIZZATA per cui questi farmaci avranno un ONSET di
azione più lento.
Fattori che “influenzano” la Farmacocinetica degli Anestetici Locali -> tra questi fattori sicuramente
annoveriamo la quota di binding con le proteine di membrana su cui agisce il farmaco ovvero un parametro
in correlazione lineare con la durata d’azione dell’anestetico. Nel dettaglio osserveremo: una durata del
BLOCCO di 3-4 ore con Lidocaina e Mepivacaina (che hanno una quota di binding del 70%) -> la Lidocaina
inoltre presenta emivita di circa 2 ore per cui viene usata per interventi di breve durata e campo operatorio
piccolo mentre se l’intervento è di più lunga durata e/o con campo operatorio più grande si usa la
Bupivacaina. Invece con la Procaina che ha una quota di binding di circa il 6% la durata del blocco è
relativamente breve ovvero circa un’ora.
Attività vasodilatatrice intrinseca degli Anestetici -> è importante sottolineare che, fatta eccezione per
la cocaina che è il solo anestetico locale che produce vasocostrizione anche alle concentrazioni di utilizzo,
TUTTI GLI ALTRI ANESTETICI LOCALI esercitano un effetto bifasico [concentrazione-dipendente] sul tono
vasale che si esplica con: vasocostrizione alle bassissime concentrazioni e vasodilatazione alle
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concentrazioni di utilizzo clinico -> tale effetto sarà più marcato e protratto con la lidocaina; ovviamente il
maggior assorbimento vascolare del farmaco sottrae molecole alla diffusione assonica per cui avremo una
riduzione della potenza e della durata dell’anestetico con prolungamento dell’ONSET TIME = questo è uno
dei motivi per cui all’anestetico locale spesso aggiungiamo un vasocostrittore.
Fattori che “influenzano” l’attività anestetica degli Anestetici Locali -> sono essenzialmente tre: dose,
addizione di un vaso costrittore e sito di iniezione; analizziamoli nel dettaglio:
- DOSE = è un fattore che influenza: l’Onset per cui a dosi maggiori si raggiunge prima l’inizio
dell’azione del farmaco, l’Intensità definita come la percentuale di anestesia adeguata per cui a dosi
maggiori di farmaco aumenta l’intensità del farmaco, la Durata per cui a dosi maggiori aumenta la
durata d’azione del farmaco. L’aumento di dose può essere ottenuto: o attraverso un aumento di
volume (a parità di concentrazione) e si usa soprattutto quando si vuole aumentare l’estensione del
blocco oppure attraverso un aumento di concentrazione (a parità di volume) -> nella pratica clinica
si opta per l’aumento di concentrazione.
- SITO DI INIEZIONE = in funzione del sito di inoculo avremo: ANESTESIA TOPICA O DI SUPERFICIE -> in
questo caso la cute integra rappresenta una barriera praticamente impenetrabile agli anestetici locali
ed inoltre l’applicazione topica di un Anestetico Locale è clinicamente insoddisfacente se non
vengono abolite le secrezioni (che diluiscono la soluzione e riducono il tempo di contatto con la
superficie mucosa) e se non viene innalzato il pH della soluzione che andiamo ad iniettare poiché le
mucosa hanno una bassissima riserva tampone [Mentre il sottocute e i tessuti più interni (o il sangue stesso)
hanno GRANDI SISTEMI TAMPONE]. In sintesi -> quando diamo l’anestetico locale lo somministriamo
insieme a dei farmaci adiuvanti/eccipienti che, essendo acidi, potrebbero far abbassare troppo il pH
tissutale e così l’anestetico locale si troverebbe “troppo” in forma cationica non passando la mucosa,
un’alternativa pratica sarebbe quella di aumentare la concentrazione della soluzione in modo che un
numero corrispondentemente più alto di molecole si trovi nella forma neutra e quindi possa passare
la mucosa. Nell’ANESTESIA PER INFILTRAZIONE SOTTOCUTANEA -> è possibile avere contatto con i
terminali delle fibre sensitive. Quando si verifica il blocco di un nervo periferico misto/di un plesso
nervoso? Quanto più prossimale (cioè superficiale) rispetto all’emergenza del nervo è il punto di
inoculo tanto più precoce sarà il BLOCCO MOTORIO e più ritardato sarà il BLOCCO SENSITIVO con il
blocco prossimale che precede il blocco distale (profondo), questo perché le fibre prossimali e
motorie decorrono alla superficie del tronco nervoso. Nell’ANESTESIA EPIDURALE (o peridurale) si
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verifica il BLOCCO CENTRALE o NEURO-ASSIALE -> lo spazio epidurale si trova all’interno del canale
spinale -> esternamente alla dura madre. Gli anestetici locali diffondono verso l’alto e verso il basso
bloccando i nervi spinali tra: la loro uscita dal nervo spinale e l’ingresso nei forami vertebrali. Si può
eseguire su QUASI TUTTI I LIVELLI della colonna vertebrale [da C3 fino a S3-S4] purchè siamo fuori
dalla dura madre; nel caso dell’Anestesia Spinale, invece, si solo a livello lombo-sacrale e va fatta il
più vicino possibile ai metameri da bloccare: lombare basso = arti inferiori; lombare alto =
bacino/basso addome; toracico = alto addome / torace.
La tecnica prevede: aghi per peridurale di 16-19 gauge -> il paziente è seduto o in decubito laterale,
poi si identifica lo spazio intervertebrale, si “punge” il paziente ed arrivati al legamento giallo
sentiremo un’alta resistenza all’entrata dell’ago poi improvvisamente una perdita di resistenza
[questo perché siamo nello spazio epidurale che è virtuale] cioè una pressione negativa che fa da
risucchio. L’anestesia può essere condotta in due modi: TECNICA SINGLE SHOT senza catetere
oppure TECNICA PERIDURALE CONTINUA in caso di interventi molto dolorosi che necessitano di
analgesia per più giorni (tramite catetere). Durante l’anestesia epidurale è importante effettuare la
prova del Q per cui usiamo 1cc (2-3ml) di Anestetico Locale (es. Lidocaina) per “capire” se si è nel
punto giusto e assicurarci di non aver punto la dura; se abbiamo bucato la dura vuol dire che stiamo
iniettando il farmaco direttamente nello spazio subaracnoideo ed avremo anestesia spinale
immediata [è un’eventualità difficile ma, nel caso, abbiamo un’anestesia di tipo spinale come se avessimo
fatto la subaracnoidea anziché l’epidurale]. Se non facessimo queste prove e iniettassimo direttamente
i 20ml di Anestetico bucando la dura avremmo: blocco spinale TOTALE e COMA FARMACOLOGICO
(anestesia generale) poiché con l’Anestesia “prenderemmo” anche il Sistema nervoso centrale -> il
problema è che il paziente smette di respirare e bisogna prontamente ventilare ed intubare; inoltre
l’anestesia locale va a bloccare anche il simpatico per cui avremo una caduta improvvisa della
Pressione Arteriosa.
ALTRE COMPLICANZE: possiamo avere tossicità acuta generalizzata sempre nel caso in cui buchiamo
la dura ed andiamo a iniettare anestetico direttamente nel liquor, danni neurologici, cefalea tardiva
che peggiora nella posizione seduta ed ematoma peridurale.
BLOCCO DELL’EPIDURALE: possiamo avere un blocco SOLO SENSITIVO oppure anche MOTORIO; la
differenza la fa la concentrazione di farmaco che diamo al paziente -> es. parto naturale = in questo
caso è necessario che la paziente senta le contrazioni e possa spingere (partoanalgesia) invece nel
parto cesareo diamo una concentrazione maggiore di farmaco in modo da avere anche il blocco
motorio -> si aspettano 20-30 minuti per la completa esecuzione del blocco perché questo va dalle
fibre più sottili alle fibre più spesse.
Nel dettaglio, dopo somministrazione di anestesia Epidurale L’ORDINE DI BLOCCO è:
1. Fibre neurovegetative (simpatiche)
2. Fibre sensitive (dolorifiche, termiche)
3. Fibre motrici
ANESTESIA SPINALE O SUBARACNOIDEA -> è una tecnica di Anestesia Regionale nella quale l’Anestetico
(associato o meno a farmaci adiuvanti*) viene iniettato nel liquor cefalo-rachidiano dello spazio
subaracnoideo che “circonda il midollo spinale (nello spazio tra aracnoide e pia madre) con il paziente posto
in posizione SEDUTA con la schiena piegata in avanti o DISTESA SU UN FIANCO con le ginocchia piegate (in
posizione fetale) -> l’Anestetico, in questo caso, funziona inibendo la conduzione nervosa e provocando la
perdita reversibile della sensibilità “accompagnata” o meno da paralisi motoria (cioè ci potrebbe essere
anche blocco anche delle fibre nervose motorie); nell’Anestesia Spinale si ha più facilmente il blocco
combinato sensitivo e motorio anche per basse concentrazioni di farmaco perché si immette il farmaco
stesso nel liquor. L’anestesia spinale è utilizzata per interventi sugli arti inferiori e sull’addome (es.
appendicectomia, ernioplastica, taglio cesareo) per cui si può eseguire a livello lombo-sacrale [Prima c’è il midollo
→ Da L1-L2 in poi c’è la cauda equina – al massimo ultimo livello toracico]. Infine ricordiamo che il blocco subaracnoideo ha
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bisogno di soluzioni anestetiche rese iperbariche (ovvero più denso) mediante aggiunta di glucosio al fine di
prevenirne la diffusione verso strutture encefaliche poiché sostanzialmente si rende il farmaco “più
pesante” e quindi per gravità tenderà ad andare verso il basso e NON verso le strutture encefaliche; il
paziente dopo anestesia viene posizionato in posizione semi-seduta in modo tale che l’anestetico possa agire
SOLAMENTE sulla zona interessata dall’intervento coinvolgendo in minima parte le radici anteriori motrici.
Se però la procedura dovesse richiedere la posizione declive (a testa in giù come negli interventi al perineo)
in questo caso bisognerebbe usare utilizzare soluzioni ipobariche [per lo stesso ragionamento di prima la
soluzione in questo caso ipobarica sarà meno pesante e tenderà ad andare verso l’alto cioè verso le gambe
poiché nella posizione declive è la testa che sta in basso].
Tossicità maggiori degli anestetici locali -> si evidenziano soprattutto effetti collaterali
se l’Anestetico viene praticato direttamente in vaso poiché va direttamente in circolo e arriva a cuore e
Sistema Nervoso Centrale -> questo provoca tossicità importante sull’attività cardiaca ed avremo bradicardie
estreme fino all’arresto cardiaco se la frequenza si riduce troppo. Per esempio la Lidocaina è anche un anti-
aritmico e viene utilizzato nel trattamento di extra-sistoli ventricolari e tachicardie ventricolari.
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CLASSIFICAZIONE = distinguiamo diverse tipologie di monitoraggio utili a vari scopi, nel dettaglio:
- Monitoraggio clinico -> si basa sull’osservazione del paziente e la presenza dell’anestesista deve essere
costante; in realtà era utile soprattutto in passato e si basava sulla valutazione di: colorito delle mucose,
polso, pressione arteriosa.
- Monitoraggio strumentale -> ha assunto un’importanza fondamentale, grazie soprattutto alla possibilità di
avere apparecchiature: accurate e poco costose; il monitoraggio strumentale può essere: continuo (e quindi
ininterrotto nel tempo) o periodico (si ripete con regolarità). La ASA (American Society of Anesthesiology) ha
proposto degli standard di monitoraggio per ogni aspetto del paziente:
N.B. Al termine dell’Anestesia, dopo la fase di risveglio, è opportuno verificare: stato di coscienza, avvenuta
decurarizzazione, stabilità cardiocircolatoria, adeguata ossigenazione, eventuale presenza di effetti
collaterali secondari all’anestesia quali nausea, vomito, brivido.
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4. CAPNOMETRIA (non viene chiesta spesso e può anche essere omessa) = la capnometria consiste nella
misurazione e rappresentazione numerica della concentrazione di CO2 in mmHg. Capnografo -> la
capnografia è la rappresentazione continua della curva tempo-concentrazione della CO2 campionata
a livello delle vie aeree durante la ventilazione. Distinguiamo i capnografi in:
- SIDESTREAM in cui il flusso da campionare viene continuamente estratto dal flusso respiratorio
principale, esso ha il vantaggio di poter essere usato anche in corso di respirazione spontanea
mentre come svantaggio questo sistema comporta una piccola perdita di gas nel circuito
principale ed un ritardo nella lettura delle concentrazioni dei gas.
- MAINSTREAM in cui la lettura avviene su tutto il flusso respiratorio in prossimità del tubo
endotracheale, ha il vantaggio che tale sistema è da preferire perché consente una lettura
immediata in cui non si verifica sottrazione di gas dal circuito respiratorio ma ha lo svantaggio di
essere abbastanza pesante e necessitare una costante pulizia a causa delle secrezioni.
- Un punto A che indica la concentrazione di CO2 nel gas inspirato (normalmente uguale a 0)
- Un tratto AB che rimane prossimo allo zero, in quanto la prima parte del volume espirato è quella
dello spazio morto anatomico
- Un tratto BC che indica l’inizio dell’espirazione di aria alveolare arricchita di CO2
- Un tratto CD dove si raggiunge un plateau poiché lo svuotamento alveolare è uniforme; la
pendenza è indicativa del rapporto V/Q; le patologie ostruttive delle vie aeree creano:
disomogeneità nello svuotamento di regioni alveolari incrementando la pendenza del plateau
CD; in pratica si intenda che: attraverso A l’aria esce rapidamente e quindi raggiunge prima il
plateau, attraverso B l’aria esce più lentamente e quindi raggiunge dopo il plateau -> per cui il
plateau C che è la risultante di A+B non sarà più il risultato di flussi uniformi e per questo motivo
sarà maggiormente pendente.
- Un punto D che rappresenta la fine di una espirazione normale; la PCO2 a questo livello viene
definita PETCO2 e si approssima al valore di pCO2 arteriosa -> la PETCO2 viene usata per
confermare l’avvenuta intubazione come indice di gittata cardiaca, attività metabolica, flusso
ematico polmonare. CAUSE DI MODIFICAZIONI -> aumenti della PETCO2 si hanno in caso di
ipoventilazione, ipertermia, sepsi, ipertermia maligna, respirazione di CO2 ed aumentata attività
muscolo-scheletrica mentre riduzioni della PETCO2 si hanno in caso di iperventilazione,
ipotermia, ipoperfusione, embolia polmonare, metabolismo ridotto. Le cause di un brusco calo
della PETCO2 sono: dislocazione del tubo tracheale, interruzione dell’integrità delle vie aeree,
interruzione della linea di campionamento, embolia polmonare, bassa gittata cardiaca, arresto
cardiaco.
- Un tratto DE che si ottiene in corso di espirazione forzata ed in questo caso si ottiene il punto E
che si avvicina alla pCO2 venosa
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Studio della geometria della curva capnografica: lo spazio morto anatomico è proporzionale all’area z; lo
spazio morto alveolare è proporzionale all’area Y ed il gradiente “a” tra PETCO2 e PaCO2 è un indice
quantitativo dell’entità dello spazio morto alveolare. Il non ritorno della curva alla linea di base è indice di ri-
respirazione di CO2.
INVASIVO ovvero un metodo istantaneo (dati battito per battito) e per il monitoraggio si può usare
sia il versante venoso soprattutto per misurare la Pressione Venosa Centrale dove si monitora la VIA
VENOSA CENTRALE (giugulare interna o succlavia) ed oltre alla rilevazione della PVC permette anche
l’infusione di liquidi/farmaci e quindi può essere considerata una via di infusione alternativa per
farmaci cioè nello stesso momento possiamo somministrare farmaci nell’accesso venoso periferico
e nell’accesso venoso centrale. Sia possiamo usare il versante arterioso con il monitoraggio della
Pressione Arteriosa che consente la rilevazione della Gittata Cardiaca attraverso il versante arterioso
ovvero arteria radiale o più raramente arteria brachiale/femorale.
NON INVASIVO ovvero un metodo che ha come vantaggi l’innocuità ed il basso livello di disagio per
il paziente ma come svantaggi l’incompletezza dei dati fruibili, scarsa attendibilità dei dati in
situazioni critiche e/o di emergenza e problemi di ordine temporale (il bracciale per la misurazione
della Pressione Arteriosa si “gonfia” ogni 3-5 minuti).
Inoltre il monitoraggio emodinamico può essere: DI BASE quindi SOLO emodinamico attraverso ECG,
Pressione Arteriosa e PVC oppure AVANZATO ovvero valuta NON SOLO i parametri emodinamici ma
utilizza anche tecniche più invasive il cui GOLD STANDARD è il catetere di SWAN GANZ.
Monitoraggio parametro per parametro -> vanno analizzati i vari parametri, nel
dettaglio:
1) PRESSIONE VENOSA CENTRALE (PVC) = è la misura diretta della Pressione ematica in atrio destro e in Vena
cava, si usa una tecnica con un catetere venoso centrale (CVC) che viene inserito in via eco-guidata in una
vena centrale (giugulare interna o succlavia) in modo tale che la punta del CVC arrivi fino al terzo inferiore
della VENA CAVA SUPERIORE con sbocco in atrio destro. I cateteri possono essere: a lume singolo che
determina la rianimazione Volemica rapida (con elevate quantità di fluidi iniettabili) ed il monitoraggio della
pressione oppure multi-lume con cui possiamo somministrare simultaneamente sangue e fluidi/farmaci
capace di garantire anche il supporto nutrizionale parenterale ed il monitoraggio della pressione. Il
monitoraggio della PVC può avvenire mediante: un sistema con manometro ad acqua (usato in passato) ed
un sistema con trasduttore di pressione elettrico attraverso monitor in cui abbiamo: un monitoraggio
continuo (con visione della curva pressoria) dove il paziente va “tenuto” in posizione seduta ma c’è
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Per far ciò il trasduttore va posizionato allo stesso livello dell’atrio e nel caso in cui il paziente CAMBI
POSIZIONE la posizione del trasduttore deve andare di pari passo con i cambiamenti di posizione del paziente
nel senso che per mantenere l’asse flebostatico anche quando il paziente è seduto sposti il trasduttore più
in alto (a livello dell’atrio). I valori normali di PVC sono tra 0 ed 8mmHg ma fino a 10 può essere “considerata
normale”; essa è un indice indiretto della Volemia perché riflette indirettamente la Pressione di riempimento
del VENTRICOLO DESTRO e l’efficacia di eiezione del VENTRICOLO DESTRO. Inoltre la PVC viene rilevata a fine
espirazione e può essere alterata in tutte quelle condizioni che, a loro volta, alterano la pressione a livello
toracico: più frequentemente la VENTILAZIONE MECCANICA in cui abbiamo una riduzione del ritorno venoso:
sia in fase di inspirazione -> perché i macchinari della ventilazione meccanica erogano comunque una
Pressione Positiva anche in fase di inspirazione (per riempire il polmone d’aria) quindi l’aumento della
Pressione a livello del Torace si riflette sull’atrio destro e ci sarà una riduzione del ritorno venoso [N.B. -> Mentre
nel MECCANISMO FISIOLOGICO DELL’INSPIRAZIONE → prendiamo aria dall’esterno PERCHE’ GENERIAMO P negativa all’interno dei polmoni].
sia in fase di espirazione -> dove comunque si genera una Pressione Positiva e quindi l’aumento di Pressione
a livello del torace si riflette sull’atrio destro e ci sarà una riduzione del ritorno venoso.
Perciò in VENTILAZIONE MECCANICA la PVC del paziente non è attendibile perché la Pressione rilevata è data
dalla macchina (non dal paziente stesso).
Lettura dell’onda della PVC (sul monitor) si integra con l’ECG e riflette le fasi di:
a) Contrazione atriale (dove c’è aumento della Pressione a livello atriale di destra)
c) Contrazione ISOVOLUMETRICA del ventricolo destro -> con CHIUSURA TRICUSPIDE (qui la Pressione
atriale inizia a diminuire)
x) Rilasciamento atriale (c’è bassa Pressione a livello atriale destro per favorire il successivo riempimento
venoso dell’atrio stesso)
v) Riempimento venoso atrio destro ed a causa del riempimento la Pressione atriale aumenta
y) Riempimento del ventricolo destro (si apre la TRICUSPIDE e la Pressione atriale si riduce)
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Condizioni patologiche -> la PVC da condizioni di: VALVULOPATIE TRICUSPIDALI -> che hanno valori di PVC
erroneamente aumentati perché nella insufficienza tricuspidalica si determina un reflusso dal ventricolo
destro all’atrio destro che porta ad un aumento della pressione a monte (a livello dell’atrio stesso); SHOCK
IPOVOLEMICO -> la PVC è bassa (se la PVC è ridotta sono sicuro che il paziente sia “vuoto”).
- IL MONITORAGGIO NON INVASIVO che si esegue mediante bracciale e la Pressione differenziale tra i due
arti è generalmente bassa (fino a 10mmHg) ma può aumentare in caso di: dissezione aortica, malformazioni
cardiache congenite, coartazione dell’arco aortico, alterazioni neurologiche o muscolo-scheletriche di un
emi-lato e malattie vascolari periferiche. Nel monitoraggio NON invasivo si possono usare tre metodi
intermittenti:
METODO AUSCULTATORIO -> nel caso in cui applichiamo un bracciale manuale e andiamo a misurare col
fonendoscopio (con la campana posta al di fuori del bracciale) la Pressione sistolica e diastolica arteriosa
METODO OSCILLOMETRICO -> quando usiamo il bracciale automatico che misura la Pressione Arteriosa del
paziente ogni 3-5min “gonfiandosi” per poi sgonfiarsi (con il rilasciamento della compressione che determina
un flusso turbolento che darà un’oscillazione misurabile)
METODO PALPATORIO -> (associato a quello auscultatorio) dove si comprime l’estremità con il bracciale
manuale ed in seguito la compressione viene GRADUALMENTE rilasciata; il valore della Pressione Arteriosa
sistolica sarà quello in cui il polso del paziente ritorna durante la fase di deflazione del manicotto: per questo
viene chiamato metodo palpatorio perché devi palpare il polso mentre si sgonfia il bracciale (anziché
auscultare). N.B. questo metodo non consente di determinare la Pressione Diastolica.
- IL MONITORAGGIO INVASIVO che è una misurazione cruenta, in questo caso è il sistema più affidabile di
misurazione continua (in tempo reale) della Pressione Arteriosa sistolica/diastolica media. L’accesso
arterioso è: NON doloroso, semplice ed a rischio infezione contenuto. Generalmente si prende l’arteria
radiale. INDICAZIONI -> nel monitoraggio in continuo della Pressione Arteriosa in pazienti: critici o
traumatizzati o sottoposti a Chirurgia maggiore nei quali è importante rilevare improvvise variazioni della
Pressione Arteriosa, seguire il trend della Pressione Arteriosa e VALUTARE la risposta alla terapia. Negli
EMOGAS seriati che possono essere eseguiti dall’accesso arterioso e sono utili in pazienti con insufficienza
respiratoria, con alterazioni dell’equilibrio acido-base e che necessitano di eseguire più di 3-4 EMOGAS al
giorno. PROCEDURA DEL MONITORAGGIO INVASIVO -> il catetere viene posizionato in un vaso arterioso e
connesso tramite dei tubi di connessione ad un trasduttore di pressione che converte la pressione arteriosa
in segnale elettrico a sua volta connesso ad un monitor/amplificatore elettronico (il segnale viene quindi
amplificato e monitorato di continuo sotto forma di: onda oscilloscopica e valore numerico digitale. Anche
qui c’è bisogno di mantenere “a livello” il sistema ed il trasduttore va posizionato a livello dell’atrio perché
se lo lasciassimo più in basso il peso della gravità sfalserebbe i risultato per cui c’è bisogno che il paziente
mantenga l’asse flebostatico; inoltre è necessario prendere uno “0” di riferimento a cui riferire la Pressione
Arteriosa del paziente, questo “0” è rappresentato dall’aria ambiente.
N.B. Ricordati l’esempio del sangue venoso ->Il sangue venoso è a pressione 0 → e allora perché esce, quando ci feriamo,
se la pressione atmosferica è 760 mmHg? Perché in realtà “0” fa riferimento ad aria ambiente, quindi 760 mmHg.
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Prima di eseguire qualsiasi prelievo ematico arterioso per EMOGASANALISI o per incannulazione arteriosa
(che di norma avviene sull’arteria radiale) si “ESPLORA” la pervietà dell’arteria ulnare mediante il TEST DI
ALLEN ovvero valutando la capacità dell’arteria ulnare di garantire un flusso di sangue alla mano in caso di
occlusione della radiale conseguente alle suddette manovre -> nel TEST DI ALLEN si comprimono
manualmente le 2 arterie del polso (radiale/ulnare) con la mano del paziente chiusa e possibilmente in
posizione rialzata -> il palmo ci apparirà ovviamente bianco (perché non ci sarà irrorazione) a un certo punto
si rilascia l’ulnare e si “valuta” la ripresa del circolo:
N.B. In rianimazione quasi sempre vengono somministrate catecolamine che possono provocare variazioni
improvvise della Pressione Arteriosa ed in questi casi è importante il monitoraggio invasivo mentre in sala
operatoria il monitoraggio invasivo si “richiede” da ASA III in poi.
Per valutare la gittata cardiaca invece si inietta velocemente (in meno di 4 secondi) la sostanza attraverso il
catetere (calibrandone la Temperatura con il computer), bisogna ripetere almeno 3-4 misurazioni in rapida
successione poiché la sostanza viene eiettata dal cuore ed il termistore sarà capace di valutare le variazioni
di Temperatura in modo tale da sapere esattamente quanto liquido viene eiettato dal cuore (appunto la
gittata sistolica) poiché la Gittata Cardiaca sarà uguale a: Frequenza Cardiaca per Gittata Sistolica dove la
media delle misurazioni darà il valore medio della Gittata Cardiaca. Oltre alla gittata cardiaca con questo
sistema possiamo valutare anche: portata cardiaca in continuo, frazione d’eiezione del ventricolo destro,
volume di fine diastole del ventricolo destro.
Ultimamente in realtà, un nuovo sistema ha quasi “spiazzato” lo SWAN-GANZ ovvero il SISTEMA PICCO detto
anche Pulse Continuos Cardiac Output che è un metodo di misurazione in continuo della Gittata Cardiaca e
dei Parametri Volumetrici poiché si osservano battito per battito le variazioni istantanee della gittata. Questo
sistema si basa sull’analisi dell’area sotto la curva della pressione sistemica. La procedura di esecuzione è la
seguente: si usa la Tecnica della termo-diluizione” di un singolo indicatore diffusibile (ovvero il bolo freddo)
e per l’utilizzazione del metodo sono necessari il posizionamento di: un catetere venoso centrale e di un
catetere arterioso (introdotto preferibilmente nell’arteria femorale). La “procedura” di misurazione consiste
nell’iniettare un bolo freddo di Volume prestabilito di soluzione fisiologica (o glucosio al 5%) ed il bolo
iniettato dal catetere venoso centrale “percorre” TUTTO il piccolo circolo raggiungendo l’aorta per
raggiungere il TERMISTORE nell’arteria femorale permettendo la registrazione di una CURVA DI TERMO-
DILUIZIONE che serve per determinare le misurazioni della Gittata Cardiaca (oltre ai Volumi di eiezione ecc…)
COMPLICANZE: alcuni possibili “problemi” o conseguenze derivanti dal procedimento sono ematoma,
lesione dell’arteria femorale, infezioni, embolia gassosa.
Un altro tipo di monitoraggio è rappresentato dal DOPPLER TRANS-ESOFAGEO che è un monitoraggio sicuro
ed efficace di: funzione cardiaca, stato dei fluidi. Da misure di flusso e sostanzialmente ci permette di:
calcolare la Gittata Sistolica ottimizzandola con la frequenza cardiaca. Il posizionamento va fatto a livello del
terzo medio esofageo ed i possibili svantaggi derivano da: difficoltà di esecuzione in pazienti svegli, è
indispensabile il corretto posizionamento della sonda ed infine è necessaria la stima del diametro aortico
per il “calcolo” della Gittata Sistolica.
GITTATA CARDIACA -> per la determinazione della Gittata Cardiaca vanno eseguiti dei calcoli che prendano
in esame parametri precisi, nel dettaglio: la velocità (spazio/tempo) per il tempo da lo spazio percorso (da
una colonnina durante una sostole) che prende il nome di STROKE DISTANCE (SD). Poi la SD (Stroke Distance)
per la sezione aortica (“stimata”) ci da la Gittata Sistolica (STROKE VOLUME): la gittata sistolica è la quantità
di sangue espulsa dal ventricolo in 1 battito e si misura in un millilitro su battito (ml/battito).
La Gittata Cardiaca è uguale a GS x FC (L/min) e rappresenta la quantità di sangue espulsa dal ventricolo in
1 minuto. I VALORI NORMALI della Gittata Cardiaca sono 4/8L su min) da cui si può calcolare l’Indice Cardiaco
ovvero Gittata Cardiaca su Area della superficie Corporea (valori normali: 2-5/4L su min su m2). Da un punto
di vista di Parametri “patologici” -> L’ipovolemia occulta è un fattore chiave nell’eziologia della morbidità
post-operatoria (e potrebbe non essere rilevata dalle misure routinarie di Pressione Arteriosa e Frequenza
Cardiaca). Inoltre una perfusione d’organo scadente (O2 DELIVERY) è ritenuta essere il FATTORE PRINCIPALE
che determina la morbidità post-operatoria DOPO digiuno.
Bisogna inoltre tenere bene a mente due elementi -> IL PRE-CARICO ed il POST-CARICO, nel dettaglio:
- IL PRE-CARICO è la distensione a fine diastole delle CAMERE VENTRICOLARI: per allungamento delle fibre
del muscolo cardiaco (in diastole) PRIMA della contrazione e dipende da volemia, tono venoso, pompa
muscolare (cuore), pompa toraco-addominale, posizione corporea, funzione valvolare, funzione diastolica,
frequenza cardiaca, sistole atriale e compressione estrinseca (da parte di: pericardio, pleura).
La quantità di fibre “stirate” a fine diastole si riferisce al volume del ventricolo alla fine di questa fase, inoltre
è clinicamente accettato che la misura della pressione richiesta per riempire i ventricoli sia una STIMA
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EMERGENZE MEDICO/CHIRURGICHE – Dispensa discorsiva
Fonte: dispensa del sesto anno (2020) – a cura di: Roberto Papale
INDIRETTA DEL PRE-CARICO VENTRICOLARE. Per valutare il PRE-CARICO VENTRICOLARE SINISTRO utilizziamo:
la pressione di riempimento del ventricolo sinistro (LAFP), la pressione del ventricolo sinistro (LAP) + la
pressione di incuneamento dell’arteria polmonare (PAWP). Nel dettaglio la PAWP se alta vuol dire che il
circolo arterioso ha una Pressione alta che si scaricherà a livello delle vene polmonari e che a sua volta si
scaricherà a livello del cuore sinistro e quindi ci darà un indice del pre-carico del ventricolo sinistro. La
Pressione Atriale Destra (RAP) fino a 2mmHg è usata per stimare il PRE-CARICO DEL VENTRICOLO DESTRO
anche se i parametri volumetrici provvedono ad una sua più vicina misurazione. I parametri del PRE-CARICO
quindi, in sintesi, sono:
- RAP = 8-15mmHg (per il ventricolo destro)
- RAP / CVP = 2-6 mmHg (Per il ventricolo destro)
- PAWP / LAP = 6-12 mmHg (Per il ventricolo sinistro)
- Frazione di eiezione del VENTRICOLO DESTRO: 100 – 160 mL
- IL POST-CARICO è la tensione sviluppata dalle fibre miocardiche durante l’eiezione sistolica ventricolare ed
è più comunemente descritta come la resistenza, l’impedenza o la Pressione che il ventricolo deve vincere
per espellere il SUO VOLUME DI SANGUE. È determinato da: Volume e massa di sangue espulsa, spessore e
rigidità della parete ventricolare, impedenza del sistema ventricolare cioè, sostanzialmente, la forza di
opposizione all’eiezione ventricolare.
CLINICA -> la misura più sensibile del POST-CARICO è la Resistenza Vascolare Sistemica (SVR) per il Ventricolo
sinistro e la Resistenza Vascolare Polmonare (PVR) per il Ventricolo destro. Le misure per calcolare il post-
carico includono gradienti tra l’inizio (afflusso) e la fine (efflusso) del circuito; nel dettaglio:
PATOLOGIA: Un POST-CARICO AUMENTATO necessita di una maggiore contrattilità cardiaca -> es. il paziente
iperteso = in questo caso la CRISI IPERTENSIVA in cui il post-carico è notevolmente aumentato “induce” la
riduzione della Gittata Sistolica e quindi una ipoperfusione, per cui in questi casi il paziente andrebbe:
VASODILATATO e gli andrebbero SOMMINISTRATI FARMACI per ridurre la PRESSIONE ARTERIOSA favorendo
la contrattilità cardiaca -> Dobutamina (vasodilatatore coronarico) e Levosimendan (un farmaco che determina
vasodilatazione determinando anche un contemporaneo aumento della contrattilità cardiaca; si tratta di un calcio-
sensibilizzante che può essere usato in quasi tutti i pazienti eccetto i fortemente ipotesi poiché tende a ridurre
ancor di più la pressione – questo farmaco avrà: Azione inotropa positiva ->Lega la troponina C cardiaca,
aumentando la sensibilità al calcio ed Effetto vasodilatatore -> apre i canali del K-ATP dipendenti della
muscolatura liscia vasale).
Invece nel paziente SETTICO in stato avanzato (fortemente ipoteso) avremo un quadro fondamentalmente
vasodilatato e ipoteso per cui nelle prime 24 ore va riempito di liquidi (infusioni) e contemporaneamente per
“SOSTENERE” il circolo va vaso costretto (Noradrenalina) ed in questo modo vado a sovraccaricare un po’
anche il cuore; qualora il paziente arrivi ad avere una Frequenza Cardiaca eccessivamente elevata infondo in
maniera continua il b-bloccante.
8
Terapia del dolore: Fisiopatologia
Definizione di dolore:
«Il dolore è una esperienza personale sensoriale ed emozionale spiacevole associata ad un danno
tissutale attuale o potenziale o descritta in tali termini» IASP, International Association Study of Pain.
Definizione clinica: Il dolore è ciò che il paziente dice che esso sia, ed esiste ogni volta che egli ne
afferma l’esistenza; Non è un sintomo, ma una esperienza perché in base al dolore che percepisce e che
ha vissuto in passato, lo avvertirà come una esperienza di differente gravità; inoltre ogni persona
percepisce il dolore in maniera differente dall’altra. Per cui, non esiste uno strumento che consente di
misurare il dolore in maniera oggettiva.
Nocicezione: riflesso fisiologico in cui lo stimolo attiva nocicettori periferici che in modo alternato
trasmettono l’impulso al cervello.
Il dolore è un’esperienza multidimensionale, complessa e diversificata che include:
Identificazione dello stimolo in termini di localizzazione e caratteristiche (sistema sensoriale-
discriminativo).
Attivazione dei riflessi autonomici sopraspinali, tonalità affettiva sgradevole e spinta motivazionale
dell’organismo a reagire attivando il sistema motorio (sistema motivazionale affettivo).
Elaborazione della stimolazione dolorosa in termini di memorizzazione, attenzione e vigilanza
(sistema cognitivo-valutativo).
*Secondo la teoria della specificità, il dolore è una modalità specifica di sensibilità dotata di un proprio
apparato afferente distinto da altre afferenze di tipo sensoriale; secondo questa teoria vi sono vari
nocicettori che rispondono a stimoli di diversa natura e i nocicettori possono essere multimodali o
polimodali.
*Secondo la teoria dell’intensità, qualsiasi stimolo può dare come risultato del dolore se raggiunge una
particolare intensità.
La soglia di attivazione del segnale che si trasformerà in dolore deve essere abbastanza alta da non
interferire con le normali attività, ma abbastanza bassa da essere superata prima che intervenga un
danno tissutale. Questa soglia non è fissa e può variare verso l’alto o verso il basso, può essere, cioè
adattativa o maladattativa. I cambiamenti della soglia sono espressioni della plasticità neurale.
Trasduzione periferica: il canale di trasduzione più studiato è il TRPV1, ovvero il transient receptor
potential vanilloid 1, per il calore nocivo, la capsaicina e l’ambiente acido.
Tipi di dolore
Dolore fisiologico: una risposta di adattamento dell’organismo per evitare danni tissutali
(generalmente acuto).
Dolore patologico: alterata risposta di adattamento ad un insulto tissutale, nervoso o
infiammatorio ormai già presente (generalmente cronico).
Classificazione patogenetica
Somatosensoriale – nocicettivo - fisiologico: basato primordialmente sull'irritazione dei sensori
di dolore (nocicettori) e trasmissione degli impulsi (trasmissione di dolore) al sistema nervoso
centrale.
o Somatico (superficiale o profondo)
o Viscerale
(SLIDE: Il dolore nocicettivo è un dolore in cui un nervo normale trasmette un’informazione di
danno tissutale al sistema nervoso centrale)
Neuropatico: non origina da una attivazione dei nocicettori periferici ma da adattamenti di
struttura e/o funzione del sistema nervoso in seguito a lesioni o disfunzioni del sistema nervoso
periferico o del sistema nervoso centrale (es. infezioni da herpes, polineuropatia diabetica). È
spesso misconosciuto e viene trattato con ritardo causando spesso sequele).
Idiopatico: senza causa nota o eccessivo rispetto alla causa organica esistente. Non è solo
psicologico ma comunque la componente psicologica conta. Es. Fibromialgia (dolore a volte
costante e a volte migrante). Non rispondono bene nemmeno a trattamenti farmacologici e
spesso scambiato per psicogeno. Non ci sono ancora studi che evidenziano il motivo. La RMN
funzionale oggi riesce a mettere in evidenza aree cerebrali in cui non c'è un danno ma una
alterata funzione (visibile come alterato segnale). Se viene esclusa la fibromialgia si parla di
dolore psicogeno.
Dolore psicogeno: diagnosticato in assenza di alterazioni patologiche e di indicazioni
terapeutiche. Può essere causato da Ansia, Depressione, Disturbi dell'umore.
Gli stimoli di natura termica, chimica e meccanica possono stimolare direttamente i nocicettori
(e lo stimolo viene convertito in attività elettrochimica grazie alle pompe Na-K) oppure irritare il
tessuto causando il rilascio di sostanze algogene che successivamente stimolano i nocicettori o
ne amplificano la trasmissione: neurotrasmettitori, serotonina, istamina, prostaglandine,
prostanoidi, leucotrieni, fattore attivante le piastrine, bradichinina, ROS, adenosina, oppioidi,
glutammina. Questi ultimi due sono utili perchè avviano i meccanismi di guarigione locali.
Viene rilasciata la bradichinina che attiva la proteinfosfochinasi, che a sua vola reagisce con i
canali del Na per la trasduzione del dolore.
La percezione del dolore cambia tra bambini, adulti ed anziani anche per via della diversa
produzione e rilascio di queste sostanze. Cambiano anche in malnutriti (carenza di glutammina)
ed è per questo nel dolore cronico è importante anche la nutrizione.
Il controllo nervoso del dolore avviene già a livello spinale, nella sostanza gelatinosa di Rolando (corno
posteriore) ma il meccanismo più importante è mediato dalla via inibitoria discendente del dolore, che
dermina la...
Regolazione mesencefalica serotoninergica e noradrenergica: stimolazione (da
parte dell’informazione dolorosa) della sostanza grigia periacqueduttale (PAG) a
livello mesencefalico attivazione interneuroni inibitori (encefalinergici)
inibizione di altri neuroni inibitori dei nuclei del rafa magno (e del locus
coerulus) (con complessivo effetto di disinibizione di questo nucleo)
attivazione delle vie serotoninergiche soprattutto ma anche noradrenergiche
rafae-spinali modulazione della trasmissione a livello dei gate control (vedi
sopra).
Sistema Oppioide endogeno: recettori µ e K degli oppioidi che modulano la
trasmissione dolorifica a livello sovra e sottospinale. Dalla PAG partono fibre che
raggiungono il midollo allungato (bulbo). Nella PAG e nel midollo allungato si
trovano recettori per gli oppioidi. Dal midollo allungato originano poi fibre
discendenti che arrivano al midollo spinale dove viene inibita la trasmissione
ascendente dell’informazione dolorosa.
o Amplificazione:
Wind-Up dolorifico: aumento progressivo della intensità del dolore lento
associato alla scarica continua (oltre una soglia critica) sul corno posteriore del
midollo spinale. La sensibilizzazione avviene a livello centrale e si basa su:
Esposizione maggiore di recettori NMDA
Attività paradossale nel nucleo mediano del rafe che ha neuroni non
serotoninergici che facilitano la proiezione dolorifica
4. Percezione: Acquisizione della consapevolezza del dolore (via talamo corticale). Le regioni che
svolgono un ruolo fondamentale nella percezione e codificazione del dolore, sono:
-La formazione reticolare (integrazione globale dell’esperienza dolorosa)
-Il sistema limbico (meccanismi dell’ansia associati al dolore)
-L’ipotalamo (risposte vegetative e neuroendocrine)
-Il talamo (consapevolezza del dolore, emozioni e reazioni ad esso associate).
L’arrivo del segnale nocicettivo ai centri superiori dove si trasforma in dolore; in altre parole il
dolore viene chiamato tale quando raggiunge le aree cerebrali, prima si parla di nocicezione.
L’esperienza del dolore è molto soggettiva (da qui nasce la difficoltà di misurare il dolore) e può
essere influenzata da:
o Età
o Sesso: l’uomo sente più dolore della donna
o Cultura
o Comunicazione/capacità di linguaggio
o Precedenti esperienze: il paziente può essere più o meno ottimista nei confronti del
dolore sulla base delle esperienze passate
SENSIBILIZZAZIONE CENTRALE: Stimolazioni ripetute o molto intense sulla via nocicettiva primaria
possono produrre cambiamenti nella attività dei neuroni centrali con una alterata trasmissione di
segnale. Queste modificazioni, esplicantesi attraverso vari meccanismi, sono note come
“sensibilizzazione centrale”; all’inizio è dipendente dal segnale nocicettivo che arriva al midollo spinale,
successivamente è sostenuta dai cambiamenti nei meccanismi molecolari delle cellule.
◦ Aree:
▪ Correlate con la percezione del dolore
• Sostanza grigia peri-acqueduttale
• rafe magno
• nucleo sensitivo del trigemino
• corna posteriori del midollo
▪ Correlate al movimento e
comportamento
• Globus pallidus
• Nucleo ceruleo
▪ Viscerali
• Plessi nervosi di:
◦ Stomaco
◦ Intestino
◦ Vescica
• Tipi di dolore
◦ Dolore somatico superficiale
▪ Proviene dal tegumento
▪ Molto ben localizzato nello spazio e nel tempo
▪ Può assumere il carattere di:
• iperalgesia
◦ ↑ sensibilità a “stimoli” nocivi
• ipoalgesia
◦ ↓ sensibilità a “stimoli” nocivi
• anestesia
◦ assenza di sensibilità dolorifica
• parestesia
◦ risposta sensitiva anomala a Stimoli NON nocivi
• allodinia
◦ dolore <<provocato>> da Stimoli cutanei NON nocivi
• Sensazione anomala (prurito , solletico)
◦ Dolore viscerale
▪ È la conseguenza di Stimoli <<diversi>> da quelli che “suscitano” il Dolore somatico
▪ e sono :
• La distensione
• Lo <<stiramento>>
• La flogosi
• Presenza di irritanti chimici
• necrosi
▪ È un dolore :
• <<avvertito>> in profondità
• mal “descrivibile”
• mal localizzabile
• accompagnato da riflessi di tipo neuro-vegetativo (nausea , vomito , sudorazione)
Metodiche di valutazione
Quindi, il dolore è un parametro vitale che va valutato quotidianamente con gli altri, ma come?
• Il sistema migliore è quello P.Q.R.S.T.
◦ P
▪ Palliative → Cosa calma il dolore?
▪ Provocative → Cosa provoca il dolore?
◦ Q – Quality
▪ Cioè se ne studiano le caratteristiche qualitative:
◦ R – Radiation
▪ Si irradia? Dove?
• Ad esempio:
◦ Scende dalla schiena alla coscia e al polpaccio
◦ Va sopra la clavicola
◦ S – Severity
▪ La misura quantitativa del dolore si attua attraverso delle scale uni-/multi-dimensionali:
• Scale Analogiche Visive (VAS)
VANTAGGI SVANTAGGI
• Adatta per valutazioni rapide • Difficile da usare nei pazienti con basso li-
• Semplice vello culturale o anziani,
• Sono usate anche in pediatria, in cui ci sono ◦ perché non capiscono il linguaggio visi-
facce di bambini vo delle facce
◦ che ridono • Può non essere sensibile nel valutare gli ef-
◦ fino al pianto fetti delle terapie che modificano la compo-
nente affettiva del dolore
◦ T – Timing
▪ Si devono evidenziare, con opportune domande, le caratteristiche temporali del dolore:
• Relative alla continuità
• Relative alla accessionalità:
◦ Circadiane
◦ Settimanali
◦ Mensili
◦ Annuali
I FARMACI ANALGESICI OPPIACEI NELLA TERAPIA DEL DOLORE (pag 14)
Il trattamento del dolore da cancro rappresenta un grave problema di salute pubblica in tutto il mondo e si
calcola che ogni anno siano 10 milioni i nuovi casi di cancro e 6 milioni le morti per questa malattia.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha evidenziato che la maggior parte dei casi di dolore
oncologico potrebbe essere trattata applicando le opportune terapie che derivano dall’evoluzione delle
conoscenze mediche. Nonostante le indicazioni fornite dall’OMS i pazienti affetti da dolore severo non
sempre sono curati con le opportune terapie farmacologiche e ciò costituisce una negazione del diritto degli
individui di alleviare la propria sofferenza. I governi dei singoli paesi hanno il dovere morale di garantire agli
operatori gli strumenti per poter mettere in atto le indicazioni dell’OMS soprattutto nei paesi industrializzati
dove le lacune dei trattamenti possono essere facilmente colmate con l’educazione del personale sanitario
e agevolando l’accesso ai farmaci analgesici oppiacei. Alla luce di recenti analisi sul consumo dei farmaci
oppiacei, l’Italia risulta essere un paese che non risponde ai reali bisogni dei pazienti affetti da dolore severo
in corso di patologie neoplastiche o degenerative negando loro il giusto sollievo in particolare nella fase
terminale. Al fine di facilitare la prescrizione e l’impiego dei farmaci oppiacei e di supportare gli operatori
sanitari è stata emanata la legge 8 febbraio 2001, n.12, corredata da diversi decreti applicativi, il più recente
dei quali è il Decreto Ministeriale del 4 aprile 2003.
Buprenorfina
Codeina
Diidrocodeina
Fentanyl
Idrocodone
Metadone
Morfina
Ossicodone
Ossimorfone
Idromorfone
Agevolato l’impiego nei “pazienti affetti da dolore severo in corso di patologia neoplastica o degenerativa,
ad esclusione del trattamento domiciliare degli stati di tossicodipendenza da oppiacei”.
Dobbiamo interpretare queste modifiche al D.P.R. n. 309 del 9 ottobre 1990 in una ottica più ampia di quella
prettamente legislativa, in quanto restituiscono dignità alla figura del malato terminale, che riacquista il
diritto di ricevere un trattamento capace di alleviare la parte più disumana della malattia: il dolore.
Trattamento del dolore
Vie di somministrazione dell’analgesia farmacologica
Via orale
o È sempre la 1a scelta (SE NON esistono problemi di tollerabilità G.I.)
o L’effetto finale del Farmaco “insorge” lentamente (picco max piuttosto basso)
o INOLTRE c’è l’influenza da parte del passaggio immediato attraverso il fegato [Effetto di 1°
passaggio]
Via intra-muscolare
o <<assicura>> effetti più rapidi ed intensi
Via sub-linguale
↓ ↓
Sarebbe molto efficiente PER : MA può essere utilizzata
rapidità di assorbimento soltanto PER Farmaci molto liposolubili
semplicità di uso
Via endovenosa
↓ ↓
<<assicura>> MA con il pericolo di
Effetti immediati concentrazioni di picco
molto pericolose
Via sottocutanea
Applicazione topica
Via intra-articolare
Via rettale
VIA SPINALE
o Soprattutto epidurale
↓ ↓
permette di MA ha
“applicare” Farmaci direttamente indicazioni molto particolari
↓
SU STRUTTURE CENTRALI
↓
“implicate”
nella conduzione del dolore
Modalità di prescrizione
Se si tratta di
↓ ↓
Dolore moderato e in “evoluzione migliorativa” Dolore intenso e NON controllabile
↓ ↓
SI DEVONO ADOTTARE In questo caso bisogna
Somministrazioni distanziate <<tra di loro>> ↓
al bisogno Evitare le somministrazioni al bisogno
↓ ↓
(cioè quando il paziente passando alla somministrazione
NON riesce più a tollerare il proprio dolore) ad orari & tempi definiti
↓ ↓
CHE – in teoria – ha l’obiettivo di Ciò viene fatto per
↓ il consumo di Farmaco da parte del paziente “prevenire” il dolore
↓ ↓
MA , ESSENDO IL DOLORE NON TOLLERABILE prima CHE SIA RAGGIUNTO
↓ il livello di coscienza
LA SOMMINISTRAZIONE AL BISOGNO DEVE ESSERE ↓
AD ALTA DOSE (con dosi più basse)
↓ ↓
(E CON LUNGA LATENZA DI AZIONE). Analgesia pre-emptiva
↓
Tuttavia, in questo caso,
posso provare fin da subito un oppioide forte, se penso che il dolore sia forte
↓
Inoltre è previsto che questi 3 gradini siano
visti in un’ottica più generale
↓
Solo il 70-80% dei pazienti risponde a tale approccio
↓
Quando ci si trova di fronte ad una
resistenza/intolleranza
ad un oppioide forte di terzo gradino
↓
è previsto un
↓
Approccio di rotazione degli oppioidi
• Passaggio ad altra molecola, per dosi equianalgesiche
◦ Perché magari un paziente che non risponde ad un farmaco potrebbe avere dei recettori più
sensibili per un altro farmaco
• Passaggio ad altra via di somministrazione
• Passaggio ad altra molecola E via di somministrazione
↓
A questo approccio
risponderà il 10-20% dei pazienti
↓
Tuttavia,
il 5% rimanente del totale presenterà resistenza anche a questo approccio
↓
e quindi sarà giustificato
↓
L’approccio invasivo
• Con idoneo adeguamento posologico
• Con idonea terapia di salvataggio
• Con idonea terapia con farmaci adiuvanti
• Facente uso di:
◦ somministrazione epidurale
◦ cateterizzazione dei gangli nervosi
Farmaci Adiuvanti
Per <<ottimizzare>> la Terapia antalgica
↓
talvolta <<conviene>>
associare più Farmaci tra di loro
↓
NE derivano :
↓ ↓
Un Potenziamento reciproco I risultati saranno ancora “migliori”
↓ ↓
quindi SE si riesce a
migliori risultati <<personalizzare>>
le dosi del vari Farmaci
• Si sfruttano:
◦ Effetto analgesico diretto
▪ Ipnotico-sedativi
Barbiturici
◦ A lunga /media durata d’azione
◦ Agonisti dei recettori GABA-ergici (Baclofen)
▪ Ansiolitici
Benzodiazepine
◦ In questo caso sono utilizzate soprattutto per le loro proprietà ansiolitiche più che
ipno-inducenti
◦ Infatti, è sbagliato indurre il sonno → senza prima aver eliminato la componente
nocicettiva
◦ Es. diazepam , ecc.
Derivati delle Fenotiazine & Butirrofenoni
◦ Cioè i neurolettici
◦ Possiedono:
▪ azione tranquillante
▪ azione antipsicotica
▪ Ulteriore azione anti-emetica
▪ Alcuni anti-epilettici (Carbamazepina, Fenitoina , Valproato di Na+)
Farmacodinamica:
◦ Agiscono:
▪ Inibendo i canali del Na+ → importanti nella trasmissione dei segnali nervosi
▪ ↑ la sintesi di GABA.
Hanno azione quasi specifica
◦ Nei confronti di :
▪ nevralgia del Trigemino
▪ Dolore neuropatico
▪ Sindromi dolorose con accessi “algici”
◦ Sopprimono le scariche neuronali spontanee
▪ Antidepressivi triciclici
Imipramina , Amitriptilina
◦ Hanno azione antalgica propria (correlata con l’<<interferenza>> sulla disponibilità
di Serotonina nel SNC)
◦ Possono :
▪ Controllare da SOLI → Sindromi disestesiche (nevriti , lombosciatalgie)
▪ “Potenziare” l’azione degli analgesici
▪ Anticonvulsivanti
▪ Anestetici locali
▪ Neurolettici (Antipsicotici CLASSICI)
Comprendono:
◦ Clorpromaziona (Fenotiazina)
◦ Aloperidolo (Butirrofenone)
Possono essere utilizzati a scopo tranquillante in pazienti particolari (Es. affetti da
disturbi psicotici come schizofrenia)
◦ Azione contrastante effetti collaterali
▪ Antiemetici
▪ Lassativi
◦ Effetto indiretto sull’algia
▪ Antinfiammatori Corticosteroidi
Corticosteroidi
↓
riducono edema peri-nervoso
↓
e la conseguente compressione CHE
si associa al dolore
↓
↓ ↓
Per via sistemica Per via topica
↓
I FANS agiscono
inibendo la COX-2 (ciclossigenasi)
↓
enzima che catalizza la reazione di conversione
acido arachidonico → prostaglandine
↓
e determinando così una
interruzione del circolo vizioso
• Effetto tetto:
La presenza dell’EFFETTO TETTO
↓
ossia un dosaggio massimale
↓
oltre il quale
peggiora Indice terapeutico
↓ ↓
assenza di effetto terapeutico aggiuntivo aumentano, per contro:
• gli effetti collaterali
• & la durata d’azione del Farmaco
• Farmacocinetica
◦ Uso comune PER VIA ORALE
◦ Alcuni possono essere somministrati anche PER :
▪ via parenterale
▪ via topica
▪ via rettale
• Effetti collaterali:
◦ <<Interferenza>> con i processi di emostasi
▪ Inibizione dell’aggregabilità piastrinica
▪ Questo perché le PG infiammatorie aumentano l’aggregabilità piastrinica
◦ Gastrolesività
▪ Sebbene funzionino piuttosto bene, i FANS bloccano in modo non selettivo sia COX-1 che
COX-2
• E a causa del blocco di COX-1, i FANS sono gastrolesivi, soprattutto nell’anziano, tanto
che dovrebbero essere somministrati:
◦ per il tempo minimo (massimo 3-4 giorni)
◦ alla dose minima
◦ durante i pasti
• Tuttavia, la gastrolesività non è la stessa per tutti i FANS:
Più basso è il pKa del farmaco, maggiore è l’effetto di irritazione locale della mucosa gastrica
↓
In quanto
più acido è il farmaco
↓
più sarà indissociato
al livello del pH gastrico
↓
e quindi potrà
diffondere attraverso la mucosa
↓
inibendo la COX-1 gastrica
↓
con ridotta produzione delle prostaglandine protettive per lo stomaco
↓ ↓
In realtà si è visto CHE Si usa molto dunque
IL FARMACO “DANNEGGIA” ↓
↓ associare alla prescrizione di FANS
ANCHE un ↓
ambiente con pH più alcalino QUELLA di
↓ Inibitori della secrezione gastrica (o antiacidi)
Questo perché un
Farmaco più acido in ambiente basico
si dissocia
↓
determinando
maggiore solubilità in acqua
↓
CHE “accelera” lo svuotamento G.I.
↓
CON EFFETTO IRRITANTE DIRETTO
A LIVELLO INTESTINALE
↓
Farmaco acido “irrita”
mucosa intestinale meno acida
• Classificazione FANS:
◦ Salicilati (Acido acetilsalicilico – aspirina) → “agiscono” mediante :
▪ inibizione COX
▪ azione dei salicilati su altri meccanismi
◦ Indolici (Indometacina)
◦ Arilacetici (Diclofenac)
◦ Propionici (Ibuprofene , Ketoprofene)
• COX-IB:
◦ I COX-IB sono farmaci di più recente introduzione che bloccano selettivamente la COX-2, la-
sciando libera di funzionare la COX-1:
IPOTESI INIZIALE
Inizialmente si pensava che
↓ ↓
COX-1 COX-2
• Contribuisce al mantenimento delle funzioni È espressa solo per
fisiologiche di importanti organi e apparati induzione
◦ es. la produzione di prostaglandine pro- ↓
tettive dello stomaco, da cui la gastrole- nei tessuti infiammati
sività dei FANS ↓
• È sempre presente in tutti i tessuti, e spe- dove agisce potenziando il
cialmente: processo infiammatorio
◦ tratto gastrointestinale
◦ piastrine
◦ reni
◦ cellule endoteliali
↓
QUINDI
↓
si pensava che un inibitore selettivo delle sole COX-2
potesse
↓ ↓
inibire la sintesi delle prostaglandine senza interferire con la sintesi delle prostaglandine
↓ ↓
responsabili dei processi che mediano le
infiammatori ed algogeni funzioni fisiologiche
IN REALTÀ
Si capì poi che
↓ ↓
COX-1 COX-2
• Vengono anche espresse per induzione nei Sono sempre presenti, a basse concentrazioni, in:
tessuti infiammati, dove agiscono poten- • Rene
ziando il processo infiammatorio. • Apparato gastrointestinale
• Inoltre, mediano il rilascio del trombossano, • Endotelio
agenti: ◦ Dove mediano il rilascio delle prostaci-
◦ vasocostrittori cline, agenti:
◦ pro-aggreganti ▪ vasodilatanti
▪ anti-aggreganti
↓
QUINDI
Al contrario di quanto si pensava
i COX-IB sarebbero ancora più dannosi
↓
perché benché siano meno gastrolesivi
↓
determinano la condizione per cui abbiamo
↓ ↓
COX-1 non bloccato COX-2 bloccato
↓ ↓
che perciò può produrre trombossano che quindi, non producendo più prostacicline,
↓ ↓
con effetti vasocostrittori e pro-aggreganti non può più controbilanciare con gli effetti
vasodilatanti e anti-aggreganti
↓
L’effetto risultante sarà chiaramente di
vasocostrizione e aggregazione piastrinica
↓
con aumento del rischio delle
cardiopatie
Paracetamolo
• Generalità:
◦ Il paracetamolo è un metabolita attivo della Fenacetina, sostanza dotata di:
▪ scarsa azione antinfiammatoria
▪ alta azione analgesica e antipiretica, simile a quella dell’aspirina
◦ È solo minimamente gastrolesivo rispetto ai FANS, in quanto ha un’azione prevalentemente
centrale:
▪ tant’è che si consiglia di darlo a stomaco vuoto, per avere:
maggiore rapidità di assorbimento
↓
e quindi
aumentarne l’azione
• Farmacodinamica:
◦ Il paracetamolo ha un effetto centrale documentato, da cui la sua:
▪ minore gastrolesività
▪ maggiore effetto analgesico
◦ Il paracetamolo esplica la sua azione analgesica attraverso più meccanismi a livello del SNC, in-
teragendo con:
▪ Le vie serotoninergiche
▪ Il sistema degli oppioidi
▪ Il sistema dei cannabinoidi
• Farmacocinetica:
L’assorbimento per via orale è
completo e rapido
↓ ↓
Le massime concentrazioni di farmaco nel plasma Il cibo
sono raggiunte tra 30-60 minuti ↓ ↓
dopo l’ingestione non altera in maniera si- ma può rallentarne la ve-
gnificativa la biodisponi- locità di assorbimento
bilità ↓
Per tale motivo sarebbe
preferibile assumere il
paracetamolo a
stomaco pieno
(contrariamente ai FANS)
• Controindicazioni:
◦ Contrariamente ai FANS, nel paziente anziano non è necessario alcun aggiustamento rispetto
al regime posologico standard
◦ Tuttavia, è epatotossico per dosaggi > 3-4 g/die → pertanto la dose va ridotta nel paziente cir-
rotico
• Indicazioni:
◦ Il paracetamolo è l’analgesico orale da utilizzare come prima scelta nel trattamento del dolore
lieve-moderato,
◦ anche a lungo termine
Codeina
• Potenza analgesica 1/10 della morfina orale
• Farmacodinamica:
◦ Possiede anche una azione centrale
◦ Perciò è usata anche nel trattamento della tosse
• Farmacocinetica:
◦ L’effetto per via orale è largamente superiore all’effetto per via parenterale
▪ La lentezza del metabolismo epatico influenza di poco l’emivita del farmaco
▪ (Basso effetto di 1° passaggio epatico)
• Associazioni farmacologiche:
L’associazione tra
↓ ↓
un analgesico non oppioide e un analgesico oppioide
(paracetamolo) (codeina)
↓
è motivata dalla
sinergia d’azione
tra i due principi attivi
↓
con il risultato finale,
agendo su due siti d’azione
diversi e complementari,
↓ ↓
di aumentare l’efficacia analgesica riducendone ovviamente le dosi
↓
e quindi
minimizzandone gli effetti collaterali
↓
Per questo motivo, normalmente si somministra il
CO-EFFERALGAN
• Paracetamolo 500 mg
• Codeina 30 mg
↓
1 compressa x 3-4/die
↓
L’associazione paracetamolo-codeina permette di risolvere con successo quei casi di dolore medio o
moderato in cui l’uso del solo paracetamolo risulti insufficiente
Tramadolo
• Potenza analgesica 1/5 della morfina → quindi doppia potenza rispetto alla codeina
• Farmacodinamica:
◦ Ha un’azione su tutti i tipi di dolore:
▪ Nocicettivo → In maniera preponderante
• Somatico
• Viscerale
▪ Neuropatico
• Che viene inibito:
◦ Di più rispetto agli altri oppioidi
◦ Di meno rispetto al tapentadolo
• Questa capacità è dovuta al fatto che:
è dotato di un’azione aggiuntiva
↓ ↓
oltre ad agire sulla agisce anche su quella
via discendente di modulazione oppioide noradrenergica/serotoninergica
↓ ↓
coinvolta nel coinvolta nel
dolore nocicettivo dolore neuropatico
↓
Inibendo il re-uptake di
noradrenalina e serotonina
↓
diminuisce la sensazione di dolore
• Preparazioni commerciali:
◦ Si può somministrare sotto forma di:
▪ Contramal
• Ossia solo tramadolo
• Al dosaggio 100 mg x max 4/die
• In formulazione:
◦ orale (gocce)
◦ o IM/EV
▪ Kolibri/Patrol
• Ossia l’associazione paracetamolo/tramadolo
• Offre una valida alternativa all’associazione paracetamolo/codeina,
◦ sfruttando lo stesso principio, ma col tramadolo
• Al dosaggio 1 compressa x 2/die → fino ad un massimo di 8/die
• Dev’essere data ad intervalli minimi di 6 ore
◦ In caso di insufficienza epatica/renale moderata → ogni 12 ore
◦ NO in caso di insufficienza epatica/renale grave
Effetto tetto
Ciò che caratterizza gli oppioidi di 2° livello è:
la presenza dell’
EFFETTO TETTO
↓
ossia un
dosaggio massimale
↓
oltre il quale
peggiora l’indice terapeutico
↓
in quanto
↓ ↓
in assenza di un aumentano, per contro, gli
effetto terapeutico aggiuntivo effetti collaterali
Ossicodone
• Potenza analgesica 2 della morfina orale
• Associazioni:
◦ È utile considerare le associazioni:
▪ Depalgos → con paracetamolo
▪ Targin → con naloxone:
Il Naloxone è un farmaco
antagonista dei recettori degli oppioidi intestinali
↓
utile contro la stipsi
↓
che è il primo effetto collaterale degli oppioidi
Tapentadolo
• Potenza analgesica 3 della morfina orale
• Farmacodinamica:
Questa molecola deriva dal
Tramadolo
↓
e come questo, può agire su
↓ ↓
Dolore nocicettivo Dolore neuropatico
↓
La via discendente del dolore
↓
presenta 2 vie
↓ ↓
VIA OPPIOIDE DIPEN- VIA OPPIOIDE INDIPEN-
DENTE DENTE
↓ ↓
che dipende dagli oppioi- Il reuptake di serotonina
di che noi produciamo e noradrenalina
normalmente ↓
(endorfine) diminuisce la sensazione
del dolore
↓
e il dolore neuropatico
risente di più di
questa via
↓
Avendo un
maggiore re-uptake di
noradrenalina e seroto-
nina
↓
il tapentadolo ha una
maggior efficacia rispet-
to al tramadolo
↓
e presenta
meno effetti collaterali rispetto agli altri oppioidi
Metadone
• Potenza analgesica 4 della morfina orale
• È caratterizzato da:
◦ Alta biodisponibilità orale
◦ Rapido effetto analgesico
◦ Ridotta induzione della tolleranza
• Ma è usato poco, se non per la disintossicazione
Idromorfone
• Potenza analgesica 5 della morfina orale
• Posologia:
◦ Si usa normalmente il dosaggio di 8 mg/die
▪ Si chiama Jurnista perché si dà 1 volta al giorno:
Ha emivita lenta Presenta un certo accumulo
↓ ↓
Perciò non solo si deve somministrare solo 1 volta al giorno
↓
ma gli eventuali incrementi di dosaggio sono consigliati NON prima di 3 giorni
Buprenorfina
• Potenza analgesica 30 della morfina orale
• È un agonista parziale dei recettori degli oppioidi:
A basse dosi A dosi maggiori
↓ ↓
Si comporta da Si <<comporta>> da
agonista antagonista
↓ ↓
(LENTA INTERAZIONE E LENTA DISSOCIAZIONE Per questo motivo
DEL FARMACO) NON va prescritta in co-somministrazione
↓ ↓
perciò è molto potente con Oppiacei puri (Es. morfina)
↓
perché la
componente antagonista della Buprenorfina
↓
<<ANNULLEREBBE>> L’ANALGESIA
↓
In questo caso <<possiede>>
Effetto Tetto
↓
PERCHE’
SE si ↑ il dosaggio
↓
“compare” l’Effetto antagonista
Fentanyl
• Potenza analgesica 75-100 della morfina orale
• Si usa quasi esclusivamente in anestesia
• Presenta invece delle limitazioni in analgesia:
◦ Si possono usare 2 formulazioni diverse:
TRANSMUCOSALE ORALE TRANSDERMICA
• Actiq → pastiglie orosolubili Durogesic
• Effentora → compresse orosolubili • Viene dato 1 cerotto ogni 3 giorni
↓ ◦ I cerotti durano 3-4 giorni
Bisogna iniziare con il dosaggio minimo ◦ ma il rilascio è lento
(titolandolo in base al dolore) ◦ quindi, nel frattempo, devo dargli degli
↓ altri oppioidi veloci
Può essere somministrato come: • Presenta minore incidenza di:
• Cerotto sublinguale o gengivale ◦ stipsi
• Caramella inserita tra guancia e gengiva ◦ sonnolenza
↓
Agiscono immediatamente
perché l’assorbimento buccale è molto più veloce
dell’assorbimento gastrico
↓
ideali per il BTP
↓
Non devono essere dati > 4 volte/die
↓
Se si supera questa soglia vuol dire che
la terapia di base non funziona
(e NON che si tratta di BTP)
• Per dipendenza fisica si intende lo stato di ipereccitabilità che si sviluppa nelle cellule del SNC in
conseguenza della somministrazione di una sostanza e e sindrome di astinenza in seguito ad una
brusca riduzione nella dose o alla
• somministrazione di un antagonista degli oppioidi.
• La dipendenza psichica è invece quello stato di ansia o depressione che nel paziente si ha all'idea di
"interrompere" l'uso di una sostanza.
• Nel caso della morfina e degli altri analgesici-narcotici la dipendenza è fisica oltre che psichica e
l'interruzione del farmaco provoca una vera e propria crisi di astinenza, spiegabile con le
modificazione tipiche della tolleranza.
Sindrome da astinenza
❑ Manifestazione clinica dovuta alla sospensione di eroina in un soggetto che ne è fisicamente
dipendente.
❑ Sintomatologia speculare ed opposta a quella causata dall’intossicazione acuta.
❑ Non pericolosa per la vita.
❑ Ansia, craving e disforia dopo 6-12 ore dall’ultima assunzione di eroina.
❑ Accentuazione progressiva con picco alle 36-72 ore
❑ Attenuazione e scomparsa in 7-10 giorni.
❑ Sindrome di astinenza “protratta” della durata anche di molti mesi.
Overdose
E’ la causa più comune di exitus, può verificarsi:
• in soggetti che fanno uso per la prima volta della sostanza;
• per diminuita tolleranza dopo un periodo di astinenza;
• per l'immissione sul mercato di preparati più puri della sostanza.
• Altra evenienza è quella che può capitare ai “Body Stuffers” : per trasportare clandestinamente la
droga questa viene confezionata in piccoli contenitori di plastica che vengono ingeriti, la rottura dei
quali può determinare casi di intossicazione letali.
Il paziente in overdose da oppiacei si presenta:
• con pupille puntiformi areattive allo stimolo luminoso;
• depressione respiratoria grave con due/tre atti respiratori al minuto;
• riflessi osteotendinei osteotendinei ridotti o assenti;
• ipotermico;
• in coma;
• alcune volte è riscontrabile anche rabdomiolisi;
• l'evoluzione è l'arresto cardiorespiratorio.
È fondamentale il controllo del dolore postoperatorio. La persistenza del dolore causa un peggioramento
dell’outcome del paziente (iperteso, iperglicemia ed alterazioni metaboliche).
Una percentuale significativa di pazienti lamenta dolore scarsamente controllato successivo a procedure
chirurgiche. In Italia, due survey condotte su più di 600 Anestesisti italiani nel 2006 e nel 2012 sulla gestione
del dolore acuto post-operatorio (DAP) hanno evidenziato un trattamento subottimale, scarsamente
aderente alle linee guida nazionali ed internazionali. Poco è cambiato quindi, da questo punto di vista,
anche dopo la promulgazione della Legge 38/2010. Secondo la Legge il dolore deve essere trattato.
Dato l’impatto negativo sull’outcome di un inadeguato controllo del DAP e la scarsa adesione nella pratica
clinica quotidiana alle raccomandazioni presenti in letteratura, è necessario favorire il miglioramento della
sua gestione da parte di tutti gli attori coinvolti nel periodo peri-operatorio (Anestesisti Rianimatori,
Infermieri, Chirurghi, Fisioterapisti, pazienti e caregivers).
Principi generali per lo sviluppo di un protocollo multimodale per il controllo del dolore acuto
post-operatorio
• A prescindere dall’intensità prevista del DAP, i protocolli dovranno prevedere almeno un farmaco
da somministrare ad orari fissi e un farmaco di riserva (rescue dose) da somministrare in caso di
dolore scarsamente controllato (NRS – Numeric Rating Scale > 3);
• La via orale è agevole per il paziente e favorisce la motricità intestinale (evitando l’atrofia dei villi
intestinali a digiuno);
• La via parenterale richiede un accesso venoso continuo e può causare edema del braccio;
• La via intramuscolare può determinare alterazioni dell’assorbimento del farmaco e richiede
somministrazione ad orari fissi;
• Quando possibile utilizzare la via di somministrazione orale rispetto alla parenterale, ivi compresa
la via transmucosale;
• Evitare la somministrazione di farmaci per via intramuscolare;
• Non utilizzare di routine l’infusione continua di oppiacei per via parenterale in pazienti opioid-
naive, e in grado eventualmente di utilizzare sistemi PCA che eroghino il farmaco analgesico per
qualsiasi altra via di somministrazione → Gli oppioidi vanno usati sapientemente;
• Se non controindicati, usare paracetamolo e/o farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) al fine
di sfruttare il loro effetto “opiod sparing” in un ambito di analgesia multimodale;
• Quando possibile suggerire al chirurgo l’infiltrazione della ferita chirurgica con anestetici locali a
lunga durata d’azione prima di suturarla. Lo svantaggio è che il paziente può avvertire discomfort
nella zona anestetizzata.
▪ Stato di vigilanza
• Dipende direttamente dalla attività del sistema reticolare attivatore:
↓ ↓
Localizzato nella Connesso contemporaneamente a:
regione paramediana
↓ ↓
↓ vie afferenti sistemi neuronali
di mesencefalo e ponte
a proiezione diffusa
◦ Lo stato di coma è una condizione in cui c’è la perdita di entrambi questi aspetti distintivi
Ovviamente non esistono solo i due estremi “piena coscienza” e “completa assenza di coscienza”, ma si
possono trovare una serie di situazioni intermedie, causate dalla diversa compromissione delle due
componenti fondamentali della coscienza:
• Obnubilamento della coscienza
◦ Condizione di:
Diminuzione
dei livelli di:
↓ ↓
vigilanza consapevolezza di sé
↓
dove si alternano
↓ ↓
sonnolenza fasi d’agitazione
↓
con frequenti
turbe mnesiche
↓
Tale condizione può evolvere verso:
↓ ↓
stato confusionale stupor
• Stupor
◦ Condizione di sonno profondo (quindi ridotto livello di vigilanza):
▪ Da cui il paziente può essere risvegliato, ma solo con stimolazioni intense
▪ Ed in cui ricade non appena cessa lo stimolo
• Demenza
◦ Stato in cui un processo organico ha portato a:
▪ una compromissione del contenuto di coscienza
▪ senza intaccare la vigilanza
Eziopatogenesi
Alla base dello sviluppo di uno stato di coma, è sempre presente:
Una lesione più o meno estesa
↓
del parenchima cerebrale
↓
che passa invariabilmente attraverso una
insufficienza energetica
↓
provocata da una alterazione dei
meccanismi di apporto e consumo di
ossigeno e substrati metabolici
Per semplicità, si può dividere la lesione del SNC in:
• Danno primario
◦ Ovvero quello provocato direttamente dal meccanismo lesionale:
▪ Trauma
▪ Ischemia
▪ Emorragia
▪ Epilessia
• Danno secondario
◦ Ovvero:
Quel processo dinamico
↓
che deriva dalla:
↓ ↓
Perpetuazione Estensione
della lesione primaria della lesione primaria
↓
aggravata da fattori
sia locali che sistemici
↓
provocati assai spesso dagli
stessi agenti che hanno determinato il danno primario
Anatomia clinica
• Come detto, nel coma:
Si realizza una
compromissione dello stato di coscienza
↓ ↓
con riduzione o sospensione delle e con mantenimento più o meno compromesso
funzioni neurologiche e psichiche delle funzioni riflesse e vegetative
↓
In particolare, il paziente
non riesce ad ottenere un recupero della coscienza vigile
↓
anche dopo stimolazioni
intense e ripetute
▪ Ernia uncale
• Che causa una compressione troncoencefalica laterale
• Lesioni sottotentoriali
◦ L’esame clinico può consentire di:
▪ Distinguere
• una lesione da sofferenza intrinseca
• da una lesione causata da compressione estrinseca del tronco
▪ Precisare il livello lesionale
Diagnosi
Al fine di riconoscere, in particolare, la sede della lesione, bisogna considerare:
• Respiro
◦ Esistono correlazioni neuroanatomiche abbastanza precise tra:
▪ le anomalie del respiro
▪ e il grado di profondità, nonché la sede, della lesione anatomica che ha provocato il coma
◦ Pertanto riconosciamo:
▪ Lesioni emisferiche
• Sono associate ad un quadro di respiro periodico, detto respiro di Cheyne-Stokes:
Si tratta di un quadro di
respiro periodico
↓
in cui si succedono, cono una certa regolarità,
↓
fasi di
iperpnea e apnea
↓
La profondità dell’atto ventilatorio
aumenta progressivamente
↓
fino a raggiungere un
acme
↓
e cala altrettanto progressivamente
↓
fino ad una fase di
apnea
↓
solitamente più breve della fase iperpnoica
• Patogenesi:
◦ La patogenesi del respiro di Cheyne-Stokes è legata a:
▪ Un incremento della risposta ventilatoria allo stimolo ipercapnico
▪ Una riduzione dello stimolo ventilatorio telencefalico responsabile dell’apnea
post-iperpnoica
◦ E così:
In seguito alla
iperventilazione
↓
il livello ematico di CO2 scende al di sotto dei valori
ai quali stimola i centri respiratori
↓
determinando una
pausa apnoica
↓
L’apnea, a sua volta,
↓
determina una
risalita della CO2
↓
e una conseguente
ripresa della ventilazione
• Anatomia patologica:
◦ Complessivamente, il respiro di Cheyne-Stokes può associarsi a lesione bilaterale
delle vie discendenti, in qualsiasi punto, compreso tra:
▪ il telencefalo
▪ e il ponte rostrale
▪ Lesioni pontine
• Determinano:
Una interruzione delle
vie simpatiche discendenti
↓
probabilmente associata ad una
irritazione parasimpatica
↓
che producono una
miosi serrata
puntiforme e bilaterale
• Movimento oculari
◦ Perché i bulbi oculari si possano muovere in maniera coniugata:
È necessario che ci siano
connessioni internucleari crociate
tra:
↓ ↓
il nucleo oculomotore e il nucleo abducente
di un lato controlaterale
↓
Le fibre che determinano queste connessioni
↓
decorrono nel
fascicolo longitudinale mediale
↓
che rappresenta, inoltre, la
via finale di confluenza
↓
di afferenze provenienti da:
↓ ↓ ↓
labirinti nuclei vestibolari propriocettori
dei muscoli cervicali
↓
Queste connessioni sono alla base delle
risposte riflesse
oculocefaliche e oculovestibolari
↓ ↓
mantenuto da strutture La corteccia motoria e il cervelletto
troncoencefaliche ed emisferiche ↓
↓ svolgono invece una azione
che esplicano una inibitoria
azione continua ↓
↓ sulle strutture deputate al
sulla contrazione muscolare controllo del tono muscolare e del movimento
↓
in risposta a
stimoli propriocettivi specifici
↓
provenienti ← dalla periferia
◦ Pertanto, le diverse alterazioni della funzione motoria, possono aiutarci a definire a che altezza
si localizza la lesione:
▪ Lesione corticale
• L’esclusione del controllo corticale:
Può determinare un
aumento del tono muscolare
↓
anche in un movimento sufficientemente
organizzato e finalistico
↓
Si ottiene, cioè, una
rigidità decorticata
↓
la quale, in risposta a una
stimolazione dolorosa,
↓
risponde con:
↓ ↓
Risposta in Con o senza
flessione anomala risposte in estensione
↓ ↓
degli arti superiori degli arti inferiori
◦ Un punteggio:
▪ 15 → indica uno stato di coscienza integro
▪ < 8 → indica uno stato di coma
◦ Il GCS presenta:
VANTAGGI SVANTAGGI
• Offre un metodo di valutazione: • Non tiene conto delle funzioni vegetative
◦ standard • Non valuta sufficientemente le risposte
◦ di facile rilevamento riflesse delle stazioni troncoencefaliche
• Consente di seguire con chiarezza
l’evoluzione della malattia,
◦ attraverso le modificazioni dei punteggi
ottenuti nelle diverse osservazioni
• Scala di Iennet-Bond
◦ È la scala più frequentemente usata per la valutazione degli esiti dello stato di coma
◦ Normalmente viene eseguita a 6 mesi dalla comparsa
◦ Il paziente comatoso può evolvere verso:
▪ I – morte
• Può insorgere per cause:
◦ cerebrali
◦ extra-cerebrali
▪ II – Stato vegetativo persistente
• Assenza di ogni manifestazione di
◦ coscienza
◦ reattività con l’ambiente esterno
• Pur rimanendo efficienti le funzioni vitali
▪ IV – Inabilità parziale
• Capacità di condurre una vita indipendente per le necessità quotidiane
• Pur con deficit di:
◦ memoria
◦ motilità
◦ psiche
◦ sistema vegetativo
▪ V – Buon recupero
• Possibilità di condurre una vita normale
• Anche se con modesto deficit neurologico o psicologico
◦ Somministrare glucosio
▪ Il glucosio rappresenta un substrato metabolico insostituibile per le funzioni cerebrali:
Uno stato di
ipoglicemia
↓
può determinare
lesioni irreversibili
↓
È quindi opportuno somministrare ex adiuvantibus
25 grammi di glucosio
per via endovenosa
↓
ad ogni paziente entrato
acutamente in coma
↓
per prevenire un danno cerebrale da ipoglicemia
(ipoglicemia che può comunque essere la causa stessa di coma)
• Tiopentone sodico
◦ È un anestetico generale
◦ Usato come ultima spiaggia, per indurre una anestesia generale
◦ Neuroprotezione
▪ Rappresenta l’insieme di metodiche terapeutiche:
In grado di
ridurre la richiesta energetico-metabolica cerebrale
↓
messe in atto ogni volta che, per:
↓ ↓
cause lesionali dirette o necessità chirurgiche
↓
il parenchima cerebrale sia sottoposto ad una
riduzione del flusso ematico focale o globale
◦ Farmaci
▪ La maggior parte dei farmaci che vengono utilizzati per la neuroprotezione
• agiscono avendo come target diretto o indiretto un’azione sulla pressione intracranica
▪ Tali farmaci, esplicano quindi queste due azioni contemporanee attraverso 3 livelli:
• Diminuzione della richiesta di ossigeno e substrati
• Azione vasocostrittrice cerebrale
◦ Sui territori che ancora conservano la capacità di autoregolazione
• Ridotta produzione di liquor
• La prevenzione e la cura dell’ipertensione endocranica si attuano attraverso diversi presidi:
◦ Misure generali di carattere medico ed infermieristico
▪ Controllo della posizione del malato
↓ ↓
Attraverso il Un sollevamento > 30°
sollevamento della testa di 15-30° ↓
↓ potrebbe indurre una
si favorisce lo improvvisa caduta
scarico venoso → nei vasi del collo • della gittata cardiaca
↓ • o del flusso cerebrale
assicurando così un buon
deflusso del sangue cerebrale
◦ Diuretici osmotici
▪ Mannitolo
• Indicazioni:
La sua somministrazione endovenosa
↓ ↓
trova indicazione indiscussa Il suo utilizzo è invece
↓ molto più controverso
come manovra di primo intervento ↓
↓ per quanto riguarda una
in caso di somministrazione cronica
incuneamento cerebrale
↓
secondario ad un importante
aumento della PIC
• Farmacodinamica:
◦ Il mannitolo dovrebbe indurre:
↓ rigidità e volume dei
globuli rossi
↓
↓ viscosità ematica
↓
↑ velocità di flusso
↓
vasocostrizione
nelle zone del cervello dove ancora persiste l’autoregolazione
↓
Da ciò deriva:
↓ ↓
Indicazione Controindicazione
↓ ↓
nelle lesioni focali nelle lesioni diffuse
↓ ↓
con il restante parenchima sano dove l’incremento del flusso ematico
↓
provocherebbe pericolosi aumenti della PIC
• Adiuvanti:
◦ L’effetto del mannitolo può essere potenziato dall’uso combinato di Furosemide
◦ Soprattutto in questo caso, è fondamentale controllare sempre il bilancio idrico,
per evitare situazioni di:
▪ disidratazione
▪ ipotensione
• Controindicazioni:
◦ Osmolarità plasmatica > 330 mmol/l
◦ Assenza di un monitoraggio continuo della PIC
◦ Iperventilazione
▪ L’iperventilazione meccanica è una metodica d‘urgenza
▪ Essa rappresenta il metodo più rapido per ottenere un abbassamento importante della
PIC:
Agisce tramite la
vasocostrizione
↓
indotta dalla
ipocapnia
↓ ↓
La sua efficacia Tale vasocostrizione
↓ non dura più di 24-36 ore
è dunque legata alla ↓
presenza di un’autoregolazione perché il
del circolo cerebrale tampone dei bicarbonati
↓
contribuisce a
riportare il pH entro i limiti fisiologici
▪ Accorgimenti:
• Monitoraggio
◦ L’iperventilazione meccanica deve essere applicata sotto la guida del monitoraggio
della PaCO2
▪ assicurandosi di non raggiungere mai PaCO2 < 25-30 mmHg
▪ per non aggravare l’ischemia cerebrale
• Riduzione
◦ La ventilazione meccanica va ridotta molto progressivamente, per evitare una
vasodilatazione reattiva
◦ Steroidi
▪ L’effetto antiedema dei cortisonici:
↓ ↓
presenta efficacia provata mentre sembra dare un
↓ peggioramento dell’outcome
solo negli edemi secondari a ↓
neoplasie e ascessi in caso di somministrazioni in
↓ dosi elevate
che infatti rappresentano l’indicazione principe
▪ Desametasone
• Rappresenta lo steroide di scelta per:
◦ La capacità di ridurre l’edema vasogenico
◦ La capacità di attraversare la BEE
◦ La sua lunga durata d’azione
◦ Antinfiammatori
▪ Indometacina
• Si usa solo come ultimo approccio
• Farmacodinamica:
Blocca la COX cerebrale
↓
inibendo la vasodilatazione
secondaria all’ipercapnia
↓
riducendo la PIC per diverse ore
◦ Antidepressivi
◦ Barbiturici
▪ L’azione neuroprotettrice dei barbiturici si esplica su 3 livelli:
• Azione sulla trasmissione sinaptica
◦ I barbiturici esercitano un effetto neuroprotettivo inibendo l’attività neurologica,
con due meccanismi neurotrasmettitoriali:
▪ Modulazione post-sinaptica dell’azione dei neurotrasmettitori
• I barbiturici:
◦ bloccano il glutammato → quindi deprimendo le eccitazioni
fisiologiche
◦ attraverso un aumento delle risposte GABAergiche → mediante un
potenziamento del legame GABA ↔ col suo recettore → quindi
aumentando le inibizioni
• Complessivamente, si ha un effetto inibitorio
▪ Effetti presinaptici
Aumentando lo ione potassio intracellulare
↓
determina una riduzione dei
potenziali d’azione calcio-dipendenti
↓
interferendo con il
rilascio voltaggio-dipendente
dei neurotrasmettitori
↓
contribuendo all’azione
anestetica
▪ Effetti collaterali:
• Azione depressiva sul sistema cardiovascolare
◦ Motivo per cui è necessario uno stretto controllo emodinamico, con monitoraggio
invasivo mandatorio della pressione arteriosa
▪ Indicazioni:
• Trattamento delle severe ipertensioni endocraniche
◦ Resistenti ad altre terapie
• Trattamento chirurgico degli aneurismi
◦ Possono essere usati per un breve periodo di protezione cerebrale
◦ Propofol
▪ Il propofol ha azione di:
• Vasocostrizione cerebrale
◦ con ↓ PIC
• ↓ consumo di ossigeno cerebrale
• ↓ dell’attività neuronale
◦ Benzodiazepine
▪ Le benzodiazepine agiscono:
Aumentando la stimolazione
GABAergica
↓
riducendo la funzione neuronale
↓
con diminuita richiesta energetica
◦ Ipotermia
▪ L’ipotermia riduce i processi metabolici necessari:
• sia per l’attività elettrica
• sia per il mantenimento dell’integrità cellulare
▪ Perciò:
Quando la
temperatura cerebrale
↓
viene abbassata
da 37°C → a 17°C
↓ ↓
la richiesta metabolica mentre la richiesta metabolica
↓ ↓
per mantenere la per mantenere la
attività elettrica integrità cellulare
↓ ↓
viene completamente eliminata è ridotta all’8% dei valori che si hanno a
temperatura normale
EMERGENZE MEDICO/CHIRURGICHE – Dispensa discorsiva
Fonte: dispensa del sesto anno (2020) – a cura di: Roberto Papale
Ipossie -> L'ipossia è una condizione patologica determinata da una carenza di ossigeno nell'intero
organismo o in una sua regione. Nel dettaglio distinguiamo: ipossia ovvero l’inadeguata disponibilità di
ossigeno a livello cellulare, anossia ovvero l’assoluta mancanza di ossigeno a livello cellulare ed infine
l’ipossiemia quando abbiamo una PaO2 minore di 95mmHg (anche se in clinica parliamo di ipossiemia per
PaO2 inferiore a 80mmHg in aria ambiente). È importante distinguere bene tra ipossia ed ipossiemia in
quanto è possibile che si realizzi: una ipossia tissutale anche in presenza di PaO2 normale o aumentata.
- IPOSSIE DA RIDOTTO APPORTO -> in questa sottocategoria annoveriamo l’ipossia atmosferica il cui
esempio classico è l’ipossia da altitudine infatti più si sale sopra il livello del mare più la pressione
parziale di O2 nell’aria si riduce; l’ipoventilazione, il blocco alveolo-capillare, l’alterazione del
rapporto V/Q (Ventilazione/Perfusione).
- IPOSSIE DA DEFICIT DI TRASPORTO -> in questo caso ci troviamo di fronte ad una ridotta disponibilità
arteriosa di O2 che può dipendere da:
- IPOSSIE DA RIDOTTO UTILIZZO CELLULARE DI O2 -> in questo caso parliamo di DISOSSIE dove
l’esempio classico si ha in caso di intossicazione da cianuro poiché in questo caso si ha una pO2
tissutale normale ma la inattivazione dei sistemi enzimatici ossidativi mitocondriali impedisce
l’utilizzo di ossigeno.
- IPOSSIE DA IPERMETABOLISMO -> ci troviamo nel caso in cui la richiesta tissutale di ossigeno eccede
la capacità di trasporto (questa condizione si riscontra raramente in clinica).
Compenso all’IPOSSIA = il nostro organismo è in grado di mettere in atto meccanismi di compenso per far
fronte ad una situazione di ipossia, nel dettaglio tali meccanismi possono essere:
1
EMERGENZE MEDICO/CHIRURGICHE – Dispensa discorsiva
Fonte: dispensa del sesto anno (2020) – a cura di: Roberto Papale
È importante distinguere i meccanismi di compenso in base alla situazione che ha causato l’ipossia, per cui
distinguiamo:
1. COMPENSO ALLE IPOSSIE DA RIDOTTO APPORTO = in questo caso si mette in moto un meccanismo
di iperventilazione che è rapido ed abbiamo che la riduzione della PaO2 funge da stimolo sui
chemocettori aortici e carotidei da cui consegue un aumento della ventilazione ed in particolare in
condizioni acute la ventilazione aumenta solo del 65% in quanto la iperventilazione determina una
riduzione della PaCO2 che determina una parziale inibizione della risposta mentre in condizioni
croniche si realizza un adattamento dei centri respiratori alla ridotta PaCO2 per cui la ventilazione
può aumentare di 7 volte. Abbiamo poi la riduzione dell’affinità all’emoglobina ovvero un
meccanismo lento determinato dall’aumento del 2-3 difosfoglicerato nei globuli rossi in risposta
all’ipossia ed infine due processi lentissimi ovvero l’eritropoiesi (in cui il mediatore del compenso è
ovviamente l’eritropoietina secreta dalle cellule renali) e le modificazioni tissutali (infatti si ipotizza
che l’ipossia cronica possa determinare un aumento del numero dei capillari tissutali e del numero
dei mitocondri).
2. COMPENSO ALL’IPOSSIA DA BASSA GITTATA = in questo caso si assiste all’aumento riflesso della
gittata cardiaca, che è un meccanismo rapido, e questo compenso viene mediato dai barocettori che,
in caso di bassa gittata rispondono inducendo: tachicardia, aumento della gittata sistolica,
ridistribuzione del flusso (quest’ultima avviene per vasocostrizione nei distretti cutaneo, muscolare,
splancnico e renale). L’altro meccanismo è l’effetto Bohr poiché l’ipoperfusione tissutale genera
accumulo di CO2 e quindi ipercapnia e metabolismo anaerobio e quindi acidosi; entrambe queste
conseguenze riducono l’affinità dell’emoglobina per l’ossigeno con conseguente maggiore cessione
di ossigeno ai tessuti. Si assiste inoltre all’increzione di Aldosterone che è un meccanismo lento che
comporta ritenzione di sodio, acqua e riduzione della diuresi ed infine all’increzione di ADH che
determina ritenzione idrica.
3. COMPENSO ALL’IPOSSIA ANEMICA = in questa situazione ci sarà un aumento della gittata cardiaca
come meccanismo rapido che riesce a garantire una normale disponibilità arteriosa di Ossigeno
(DaO2) fino ad una concentrazione di emoglobina pari a 10 grammi su decilitro. Inoltre ci sarà una
riduzione dell’affinità dell’emoglobina come meccanismo lento determinato dall’aumento del 2-3
difosfoglicerato nei globuli rossi, in risposta all’ipossia.
In generale nel considerare il compenso all’ipossia bisogna affrontare il problema anche dal punto di vista
del COMPENSO CIRCOLATORIO inteso come risposta integrata dell’organismo che consta di due
componenti:
1. Effetti VASCOLARI LOCALI -> si ha un diverso comportamento nei vari organi, infatti nelle coronarie
e cervello si ha vasodilatazione, nei muscoli scheletrici la vasodilatazione sarà più attenuata mentre
nel rene non si verificano significative variazioni.
2. Effetti VASCOLARI RIFLESSI -> prevede la stimolazione dei chemocettori aortici e carotidei che
determineranno una vasocostrizione splancnica, renale e muscolare; inoltre avremo bradicardia,
effetto inotropo positivo (aumento della forza contrattile del muscolo cardiaco), aumento del drive
respiratorio.
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EMERGENZE MEDICO/CHIRURGICHE – Dispensa discorsiva
Fonte: dispensa del sesto anno (2020) – a cura di: Roberto Papale
IRA IPOSSIEMICO – IPERCAPNICA = in questo caso si parla di “Pump Failure” ed ha come meccanismo
patogenetico la ipoventilazione infatti il trattamento ottimale è il controllo meccanico della ventilazione per
eliminare la CO2 in eccesso; non è invece indicata la ossigenoterapia infatti in condizioni di ipercapnia
prolungata i centri respiratori si “adattano” all’eccesso di CO2 per cui l’unico stimolo che sostiene la
ventilazione resta l’ipossia e dare ossigeno significa inibire la ventilazione e peggiorare l’ipercapnia fino al
coma ipercapnico.
IRA PREVALENTEMENTE IPOSSIEMICA = in questo caso si parla di “Lung failure” e può essere dovuta a due
meccanismi patogenetici: l’alterazione del rapporto ventilazione/perfusione e/o la ridotta diffusione
alveolo-capillare; in entrambi i casi non si ha ipercapnia ma addirittura ipocapnia dovuta alla
iperventilazione compensatoria all’ipossia. La ritenzione di CO2 si verifica solo tardivamente quando si
raggiunge l’esaurimento dei muscolo respiratori (fatigue) con ipoventilazione secondaria.
N.B. In ogni caso, tutte le forme di IRA sono caratterizzate dalla presenza di alterazioni del pH:
- ACIDOSI RESPIRATORIA nella pump failure
- ALCALOSI RESPIRATORIA nella fase iniziale della lung failure
Dopo questa iniziale classificazione iniziamo a vedere dal punto di vista eziologico cosa succede nelle varie
situazioni:
- Poliomielite in particolare quando la patologia si presenta con lesioni del midollo spinale, a livello
cervicale e/o toracico.
- Polinevriti come nel caso della sindrome di Guillan-Barrè
- Miastenia gravis in cui vengono prodotti auto-anticorpi diretti contro i recettori colinergici
(nicotinici) della placca neuro-muscolare; in questo caso la terapia consiste nella somministrazione
di anti-acetilcolinesterasici in modo da consentire un aumento dell’Acetilcolina che vada a stimolare
in maniera massimale i pochi recettori disponibili.
- Botulismo in cui la tossina botulinica agisce inibendo la liberazione di acetilcolina
- Incompleta decurarizzazione dopo un’operazione
- Forme restrittive che sono caratterizzate da rigidità e quindi ipo-espansibilità; può dipendere da
cifoscoliosi, fibrosi polmonare, congestione ed edema polmonare, obesità estrema.
- Forme ostruttive che sono caratterizzate da un aumento della resistenza delle vie aeree che può
dipendere da ostruzione da corpo estraneo, asma bronchiale, enfisema ostruttivo.
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EMERGENZE MEDICO/CHIRURGICHE – Dispensa discorsiva
Fonte: dispensa del sesto anno (2020) – a cura di: Roberto Papale
1. UN EFFETTO SHUNT che si realizza per un rapporto V/Q minore di 0,8 in cui il flusso è in eccesso
rispetto alla ventilazione. Si presenta in caso di atelettasia, polmonite lobare, edema polmonare.
2. UN EFFETTO SPAZIO MORTO che si realizza per un rapporto V/Q superiore a 1 in cui la ventilazione è
in eccesso rispetto al flusso. Si presenza in caso di embolia polmonare e bassa gittata con
ventilazione normale.
EFFETTI DELL’IPOSSIEMIA che dipendono da entità della sofferenza ipossica, velocità con cui si instaura
l’ipossiemia e la durata; tali effetti si esplicano a livello di:
- Sistema Nervoso Centrale -> dove fino a valori di PaO2 40-50mmHg e quindi moderati, tali effetti
consistono in riduzione dell’acuità visiva e disforia; invece per valori di PaO2 minore di 40 mmHg
avremo un andamento discendente con: cefalea, vertigini, convulsioni, emorragie retiniche,
sonnolenza, obnulimento.
- Apparato cardiovascolare -> dove l’ipossiemia acuta determina come primo effetto una
iperincrezione adrenergica con tachicardia e ipertensione; poi se l’ipossiemia non si risolve
rapidamente si possono avere anche alterazioni della conduzione con bradicardia ed aritmie,
ipotensione fino addirittura all’arresto cardiaco.
- Circolo Polmonare -> dove il riflesso della vasocostrizione ipossica determina: aumento delle
resistenze vascolari polmonari e ipertensione polmonare.
- Fegato -> dove gli effetti dell’ipossiemia sono particolarmente gravi a causa della sua particolare
situazione circolatoria per cui esso riceve per l’85% sangue venoso dalla vena porta e per il solo 15%
sangue arterioso dall’arteria epatica (per cui risulta più sensibile all’ipossiemia).
- Sistema Nervoso Centrale con diversi effetti come pressione endocranica infatti la CO2 ha un potente
effetto vasodilatatore per cui l’ipercapnia determina aumento del flusso ematico cerebrale con
conseguente ipertensione endocranica. Inoltre determina anche conseguenze sul controllo della
ventilazione infatti per valori di PaCO2 minori di 70-80 mmHg l’ipercapnia acuta ha effetto di stimolo
dei centri respiratori mentre per valori superiori a 80mmHg l’ipercapnia acuta ha effetto di
depressione dell’attività respiratoria. Inoltre l’ipercapnia modificando il pH inter-neuronale agisce
sulla formazione reticolare con effetto eccitatorio inducendo: tachicardia, ipertensione ed ulteriore
stimolo ai centri respiratori. Ci sono poi degli effetti globali infatti per valori di PaCO2 maggiori di
80mmHg, la CO2 ha un’azione depressiva generalizzata sul Sistema Nervoso Centrale con:
ipoventilazione, sonnolenza, coma. Per spiegare questo effetto si ipotizza che la CO2 ad alte
concentrazioni si comporti come un gas inerte con effetto narcotico anche se è ipotizzabile che tale
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effetti dipenda piuttosto dall’edema cerebrale causato dalla vasodilatazione e dall’aumento del
flusso cerebrale.
- Alterazioni dell’Equilibrio Acido-Base poiché dobbiamo tener a mente che l’ipercapnia acuta causa
acidosi respiratoria e se la PaCO2 rimane elevata si attua un compenso renale piuttosto lento con:
aumento dell’escrezione di H+ e aumento della produzione di HCO3- con conseguente acidosi
respiratoria compensata.
- IPOVENTILAZIONE -> si osserva, ovviamente, solo nelle forme di IRA da pump failure
- TACHIPNEA -> si osserva tipicamente nelle forme di IRA prevalentemente ipossiemica e questo
sintomo è in relazione allo stimolo ipossico che si esercita sui chemocettori periferici aortici e
carotidei poiché infatti l’ipossia non ha effetti di stimolo sui chemocettori centrali che rispondono
solo a CO2 e H+. Molto importante in questo sintomo è osservare l’impegno dei muscoli accessori
della respirazione
- ALTERAZIONI CARDIOVASCOLARI -> si osserva che nelle fasi iniziali le alterazioni dipendono
principalmente dallo stimolo adrenergico da debito di O2 con tachicardia e ipertensione mentre nelle
fasi terminali le alterazioni dipendono dagli effetti diretti dell’ipossia sul miocardio con bradicardia
e ipotensione.
- SUDORAZIONE PROFUSA -> si osserva in relazione all’ipertono adrenergico
- OBNULIMENTO DEL SENSORIO e COMA -> si osserva come conseguenza prevalentemente
ipercapnica
- ARRESTO CARDIACO -> si osserva in seguito ad un’ipossia davvero grave
- CIANOSI -> può dipendere da riduzione della PaO2 che è quello che ci interessa per l’insufficienza
respiratoria acuta, dalla concentrazione di emoglobina e/o dall’entità del flusso nei tessuti che invece
dipendono da altro tipo di patologie. Per tale motivo la cianosi non viene considerata un segno
patognomonico di ipossiemia.
5. CIANOSI: la cianosi è una colorazione bluastra di cute e mucose dovuta alla presenza di desossi-
emoglobina in concentrazioni superiori a 5 grammi su decilitro; la comparsa di cianosi dipende da tre
fattori:
A) la SaO2 e quindi PaO2 per cui in un soggetto con normale Emoglobina (Hb) circolante (15g/dl) e
normale gittata cardiaca la cianosi si manifesta per SaO2 all’80%.
B) la concentrazione della Hb circolante per cui nel soggetto anemico in condizioni di normale gittata
cardiaca la cianosi si manifesta per SaO2 al 75%.
C) la Gittata Cardiaca per cui in presenza di bassa gittata cardiaca si ha una maggiore estrazione
tissutale dell’ossigeno ed in queste condizioni la cianosi si manifesta anche in presenza di una SaO
del tutto normale.
In conclusione l’assenza di cianosi NON esclude la presenza di ipossiemia arteriosa e quindi di ipossia
tissutale, la cianosi generalizzata quando è acuta è un grave segno di ipossia tissutale che richiede immediato
ricorso alla ossigenoterapia ed infine la cianosi localizzata è espressione di un disordine circolatorio
distrettuale.
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Ossigenoterapia -> si tratta di un tipo di approccio terapeutico che vede la sua indicazione in:
- IPOSSIEMIA DA IPOVENTILAZIONE = l’ipossiemia in questo caso è facilmente corretta con un
modesto arricchimento di ossigeno nell’aria inspirata ovviamente, poiché sussiste anche ipercapnia,
questa può essere eliminata solo con una adeguata ventilazione meccanica.
- SISTEMI A BASSO FLUSSO = in questo caso il flusso di gas è insufficiente a soddisfare TUTTE le
richieste respiratorie; le concentrazioni di ossigeno variano fortemente con le modificazioni del
volume corrente e del pattern di ventilazione. Tale sistema è adeguato se presenta un volume
corrente di 300-700ml, una frequenza respiratoria inferiore ai 25 atti al minuto e dei parametri
ventilatori regolari. Questo sistema è usato quando il paziente è clinicamente stabile ed ha una
normale ventilazione.
- SISTEMI AD ALTO FLUSSO = in questo caso il flusso di gas soddisfa TUTTE le richieste respiratorie; le
concentrazioni di ossigeno NON si modificano con le modificazioni della ventilazione ed il paziente
respira SOLO il gas fornito dall’apparecchio. Questo sistema si usa, pertanto, in pazienti clinicamente
più instabili.
- LE CANNULE NASALI = con questo sistema la velocità di flusso è di 1-4 litri al minuto ed abbiamo una
FiO2 del 24-36% inoltre avremo come VANTAGGIO il fatto che sia ben tollerata, sia semplice nel suo
utilizzo e consenta un’erogazione continua di O2 mentre come SVANTAGGIO l’impossibilità di
conoscere la reale concentrazione di O2 somministrata (soprattutto se il paziente respira
parzialmente con la bocca) e l’impossibilità di ottenere una concentrazione di O2 maggiore del 36%.
- LE MASCHERE FACCIALI = con questo sistema avremo una velocità di flusso di 5-9 litri al minuto ed
abbiamo una FiO2 tra il 40 e il 90%. Inoltre avremo come VANTAGGIO il fatto che la maschera facciale
si basi sul principio di Venturi per cui quando l’ossigeno entra nella maschera attraverso uno stretto
orifizio esso attira dai fori circostanti un flusso costante di aria e così consente di avere un alto flusso
a parità di FiO2; lo SVANTAGGIO invece è che questa maschera deve essere rimossa spesso per la
necessità di parlare, tossire, mangiare sicché NON è garantita una continua erogazione.
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contenuta nel pallone di riserva e di conseguenza la frazione di aria ambiente inspirata dal paziente
risulta più piccola; come SVANTAGGIO c’è il possibile effetto indesiderato di ridurre l’Ossigeno nel
pallone tuttavia questo effetti può essere evitato facendo in modo che il flusso di O2 sia talmente
elevato da “lavare” il contenuto del pallone.* [Immagino intenda che il flusso di ossigeno è talmente alto che il
paziente non riesce ad inalarlo tutto, e così una parte finisce nel pallone di riserva, che si ri-arricchisce di ossigeno].
- TENDE = questo sistema viene di solito impiegato nei bambini che NON tollerano la maschera.
RISCHI E TOSSICITÀ DA O2 -> i rischi e le tossicità sono direttamente proporzionali a: FiO2 e durata; perciò
è importante considerare la necessità di ventilazione meccanica e ridurre la FiO2 il più possibile. Rischi e
tossicità si esplicano in diversi campi:
1. In Pazienti con patologie polmonari croniche con ipercapnia -> in questo caso la somministrazione
di alte concentrazioni di ossigeno è responsabile di IPOVENTILAZIONE che aumenta ancor di più
l’ipercapnia fino al coma ipercapnico. In questi casi è consigliabile mantenere la PaO2 minore di 55-
60mmHg
2. Sul parenchima polmonare poiché la presenza di prolungate somministrazioni di concentrazioni di
O2 superiori al 50% determina una ridotta clearance muco-ciliare e frequenti tracheobronchiti che
possono portare a fibrosi interstiziale con ipossiemia progressiva refrattaria
3. In pazienti con unità respiratorie a basso rapporto ventilazione/perfusione in cui la
somministrazione di alte concentrazioni di ossigeno può determinare instabilità alveolare con
conseguente atelettasia
4. Alterazioni a carico del Sistema Nervoso Centrale dove manifestazioni quali miocolonie, nausea,
parestesie e convulsioni costituiscono un problema limitato all’uso dell’ossigenoterapia iperbarica.
DEFINIZIONE: l’attuale definizione della ARDS deriva dalla considerazione che essa non deve essere
considerata come una forma di danno polmonare a sé ma come la più grave delle forme di danno
polmonare (molto spesso è lo stadio finale/più grave di una polmonite o di altre flogosi) distinguendola dalle
forme di danno lieve o moderato.
In base allo score LIS (Lung Injury Score) che analizza diversi parametri come: quadro radiologico, rapporto
PaO2/FiO2, necessità di PEEP e suo livello, compliance polmonare viene fatta la somma dei punteggi per cui
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se la somma da zero non ci sarà danno, se è inferiore a 2,5 punti avremo un danno lieve mentre se la somma
è superiore a 2,5 avremo un danno severo o ARDS.
In realtà questa è una scala un po’ datata e risale al 1992 infatti in seguito nel 1994 l’American and European
Consensus Conference elaborò dei criteri aggiornati che vennero a loro volta “aggiornati” e sostituiti dai
CRITERI DI BERLINO nel 2012 elaborati da una task force Europea -> ecco di seguito un riepilogo ed un
confronto tra i vecchi criteri (1994) ed i più recenti (2012):
*ALI sta per Acute Lung Injury ovvero Danno Polmonare Acuto
EZIOLOGIA: La ARDS può essere considerata come: la prima manifestazione di una reazione infiammatoria
sistemica, l’espressione a livello locale (polmonare) di un difetto di membrana legato a danno endoteliale,
una manifestazione precoce di MOSF (Insufficienza Multiorgano).
PATOGENESI: nella maggior parte dei casi, le alterazioni della ARDS sono conseguenza di una risposta
infiammatoria inappropriata mediata principalmente da: Polimorfonucleati, liberazione di fattori lesivi con
conseguente attivazione della cascata del complemento ed in particolare si possono avere:
- LESIONE POLMONARE DIRETTA -> a causa di Trauma Toracico, Ab ingestis, inalazione di tossici,
Polmoniti, Alte concentrazioni di O2 poiché quest’ultimo tipo di lesione attiva i macrofagi alveolari
e danneggia le strutture della membrana alveolo-capillare per cui i macrofagi attivati rilasciano ROS,
citochine ed enzimi e questi mediatori estendono il danno diretto ed amplificano la reazione
infiammatoria a livello sistemico attivando i LEUCOCITI POLIMORFONUCLEATI e L’ENDOTELIO che a
sua volta determina l’attivazione della CASCATA DEL COMPLEMENTO E DELLA VIA COAGULATIVA
- LESIONE POLMONARE INDIRETTA -> a causa di Shock (soprattutto lo Shock settico che rappresenta
la causa più frequente), Politrauma, Pancreatite acuta, Coma iperosmolare, Trasfusioni massive,
Farmaci, CID = in questo tipo di lesione l’insorgere dell’insufficienza respiratoria è dovuto alla
presenza nel sangue di mediatori chimico-biologici e al sequestro, nel letto vascolare polmonare, di
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micro-aggregati piastrinici e leucocitari (anche in questo caso quindi risultano determinanti sia
l’attivazione del complemento che della via coagulativa).
In conclusione quindi, sia per il DANNO DIRETTO sia per IL DANNO INDIRETTO, la risposta dei leucociti
Polimorfonucleati trascende le normali finalità difensive dal momento che comporta un esteso danno
tissutale multi-sistemico attraverso il rilascio di ROS, proteasi, mediatori della flogosi per cui lo sviluppo
dell’ARDS è legato all’attivazione di differenti cascate con i loro mediatori e di cellule infiammatorie che
determinano danno diretto ed alterazione della permeabilità delle membrane vascolari in particolare di
quelle dell’endotelio dei capillari polmonari con conseguente sviluppo di EDEMA POLMONARE.
L’EDEMA POLMONARE LESIONALE costituisce il meccanismo più importante alla base delle alterazioni
fisiopatologiche della ARDS e rappresenta la più grave manifestazione di un danno capillare generalizzato.
Alla base della formazione dell’EDEMA, ci possono essere molti meccanismi patogenetici come risulta
dall’analisi dell’equazione di Starling: Q = Kf [(Pc – Pt) – s (pc – pt)
Dove abbiamo che -> Q = al flusso dei fluidi; Kf = al coefficiente di filtrazione della membrana; Pc = alla
pressione capillare idrostatica che all’atto pratico corrisponde alla pressione di incuneamento ossia la
pressione che noi misuriamo gonfiando il palloncino alla punta del catetere di SWAN-GANZ e così facendo si
occlude il flusso dell’arteria polmonare e si misura la sola pressione a valle. Poi abbiamo Pt = alla pressione
interstiziale idrostatica, s = alla permeabilità delle membrane alle Proteine Plasmatiche, pc = alla pressione
colloido-osmotica del plasma ed infine pt = alla pressione colloido-osmotica dell’interstizio.
A dir la verità nel polmone sono presenti dei meccanismi anti-edema ed infatti all’aumento della quota di
filtrazione la pressione idrostatica interstiziale aumenta opponendosi all’ulteriore passaggio di fluidi;
l’aumento del fluido nell’interstizio ne diluisce la concentrazione proteica riducendo così la pressione
oncotica interstiziale ed il terzo fattore, quello più importante, riguarda l’aumentato flusso linfatico favorito
dalla presenza di pressioni negative intra-toraciche. Tuttavia l’edema che si genera nell’ARDS è
caratterizzato da una significativa alterazione del parametro s (ovvero della permeabilità delle membrane
alle proteine plasmatiche) il che fa si che il liquido dell’edema sia costituito da un’alta concentrazione
proteica e da una gran quantità di cellule infiammatorie il che rende difficile la clearance dell’edema stesso.
ANATOMIA PATOLOGICA: l’evoluzione della ARDS riconosce essenzialmente tre fasi -> l’edema interstiziale,
l’edema alveolare con la formazione di membrane ialine composte da proteine stravasate e sufractante che
viene così a perdere la sua funzione di riduzione della tensione superficiale, deposizione di tessuto fibroso
con esito di fibrosi polmonare.
Inoltre in questa patologia è molto facile che ci sia un coinvolgimento di altri organi quali: rene, cuore,
cervello, fegato, apparato gastrointestinale. Secondo alcuni autori esiste una sequenza patogenetica
comune che unisce il danno polmonare al danno extra-polmonare attraverso il danno del letto vascolare e
l’attivazione dei neutrofili.
Nel contesto dell’ARDS, sono presenti zone di Shunt*ed in particolare parleremo di Zone di Shunt VERO
quando il rapporto V/Q sarà uguale a zero e la presenza di Shunt è verosimilmente riconducibile alle aree di
edema, particolarmente frequenti nelle fasi iniziali. Abbiamo poi delle zone di Shunt dove il rapporto V/Q
risulta ridotto e si evidenzia la presenza di un aumento delle resistenze al flusso ematico dovuto a iper-
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reattività delle vie aeree, abbondante edema interstiziale, sviluppo di processi fibrotici (nelle fasi finali); per
cui tutte le caratteristiche che si verificano nelle aree colpite dal processo della ARDS determinano il
dirottamento del flusso ematico verso altre aree comunque poco ventilate portando alla formazione di unità
che pur non appartenendo alla quota degli shunt veri e propri presenta un rapporto V/Q molto basso
appunto perché Q aumenta molto. In queste circostanze, inoltre, per la disomogeneità della struttura
polmonare la PEEP applicata a scopi terapeutici potrebbe non reclutare aree di shunt e portare ad
un’eccessiva ventilazione quindi ad aree a compliance normale determinando un effetto di inflazione
eccessiva di aree sane.
* Shunt = nell’ARDS, uno shunt polmonare destro-sinistro avviene quando il sangue che viene dal cuore destro entra in capillari che non scambiano
gas con i sacchi alveolari danneggiati, essendo questi pieni di fluidi, e pertanto il sangue si porta, deossigenato, direttamente al cuore sinistro.
EFFETTI DELLA PEEP: la PEEP è una terapia indispensabile per la ARDS, essa consente di ridurre shunt e
ipossiemia andando a reclutare unità alveolari precedentemente poco spanse o non espanse affatto e ciò
riduce lo shunt; qualora la PEEP dovesse interessare aree normo-espanse potrebbe essere responsabile di
iperinflazione per cui non si deve esagerare o si aumenta lo spazio morto.
EFFETTO COLLATERALE DELLA PEEP: la PEEP può anche ridurre la Gittata Cardiaca attraverso il meccanismo
che aumenta la distensione degli alveoli, la compressione dei capillari aumentando il post-carico ventricolo
destro e riducendo il ritorno venoso. Questo è un effetto indesiderato e sgradevole in quanto induce
ipossiemia anche se è in parte bilanciato dalla riduzione dello shunt.
In corso di ARDS è tipico riscontrare variazioni di densità polmonare distribuite in maniera omogenea
soprattutto a livello delle zone declivi (regioni dipendenti) mentre nelle zone ventrali (zone non dipendenti)
si osservano aree di parenchima a normale densità. Le aree a maggior densità tendono a permettere una
minore espansione di queste aree polmonari determinando una riduzione della compliance e questa
riduzione in particolare non è dovuta alla maggior rigidità polmonare bensì al fatto che la misurazione della
compliance viene effettuata solo nelle regioni polmonari normalmente espanse. Questa situazione tende a
variare con le variazioni posturali infatti la maggior densità migra dalle regioni dorsali a quelle ventrali quando
il paziente passa dalla posizione supina a quella prona.
N.B. le aree lesionate non partecipano agli scambi di gas e quindi partecipano a ridurre la PaO2 (questo a
prescindere da se sono o meno imbibite di edema [ovvero hanno assorbito liquido] – non dipendenti). Le
aree sane normalmente garantiscono una buona PaO2 ma se si riempiono di acqua (per l’edema) anche
queste non partecipano agli scambi di gas (dipendenti – perché la loro funzione varia in relazione alla
posizione a seguito della quale cambia la posizione dell’acqua). Passando dalla posizione supina a quella
prona non cambia granché in termini di miglioramento della PaO2 e comunque la posizione migliore è quella
semi-assisa in cui l’acqua scende verso i lobi basali mentre i lobi apicali restano liberi ed è effettivamente qui
che si porta prevalentemente l’aria.
La riduzione della compliance nelle fasi iniziali dipende dall’edema e dalla riduzione del surfactante mentre
nelle fasi finali dalla deposizione di tessuto fibroso. Avremo quindi che con il ridursi progressivo della
compliance alla lung failure si aggiunge la pump failure che comporta aggravamento dell’ipossia.
Nel contesto dell’ARDS osserveremo zone di spazio morto in cui il rapporto V/Q è alto e la presenza di tali
aree è imputabile nelle fasi iniziali a grossolane alterazioni del letto vascolare mentre nelle fasi finali alla
distruzione dei capillari con rimodellamento strutturale. Inoltre sarà presente ipertensione polmonare intesa
come pressione media in arteria polmonare maggiore di 25mmHg che riconosce diverse cause tra cui: micro-
embolizzazione (fibrino-leucocitaria del microcircolo), alterazioni strutturali del letto vascolare polmonare,
edema interstiziale, muscolarizzazione dei vasi polmonari, vasocostrizione 9dovuta a ipossia e liberazione di
sostanze vasocostrittrici, fibrosi polmonare (che si sviluppa nelle fasi tardive e determina irreversibilità
dell’ipertensione polmonare). L’ipertensione polmonare si riscontra nelle fase iniziali nel 58% dei casi e la sua
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presenza in queste fasi ha valore prognostico negativo anche se in realtà si è visto che NON è l’ipertensione
in sé ad essere un problema quanto la complessità delle alterazioni emodinamiche che si verificano nella
ARDS e che sono rappresentate principalmente dalla ipertensione polmonare stessa. Nelle fasi terminali
l’ipertensione invece è presente in maniera costante.
In ogni caso l’ipertensione induce un incremento del post-carico ventricolare destro con compromissione
della sua performance ed eventuale riduzione dell’indice cardiaco con riduzione del trasporto di ossigeno ai
tessuti -> si osserva dunque una riduzione della performance del ventricolo destro dovuta all’ipertensione
polmonare che si evidenzia con una riduzione della frazione d’eiezione destra con conseguente aumento
del volume telediastolico destro che, inizialmente, è un meccanismo di compenso alla ridotta frazione
d’eiezione tuttavia la dilatazione del ventricolo destro diventa che il setto interventricolare tende a spostarsi
verso sinistra e questo comporta una riduzione del riempimento diastolico del ventricolo sinistro e quindi
una riduzione della gittata cardiaca.
TERAPIA DELL’IPERTENSIONE POLMONARE -> recentemente, allo scopo di ridurre l’ipertensione polmonare
nell’ARDS, è stato introdotto l’ossido nitroso poiché esso è dotato di potente attività vasodilatatrice
polmonare e viene somministrato per via inalatoria per cui rende possibili gli effetti mirati sul circolo
polmonare e non su quello sistemico.
2. Nella FASE 2 si evidenziano segni auscultatori e quadro radiologico suggestivi per edema lesionale
ed all’emogas si osserva una riduzione della PaO2 e della PaCO2
3. Nella FASE 3 si ha insufficienza respiratoria acuta con una PaO2 minore di 60mmHg ed una FiO2
superiore al 50%
4. Nella FASE 4 siamo di fronte alla fase terminale con ipossia grave, riduzione della compliance (che
assume importanza clinica con aumento della PaCO2 da ipoventilazione), riduzione della gittata
cardiaca ed infezioni secondarie.
TERAPIA DELL’ARDS = la terapia consiste tuttora nella semplice terapia di supporto sintomatica che
consiste nel sostegno delle funzioni respiratoria e cardiovascolare; la terapia ha lo scopo di mantenere una
PaO2 di almeno 65-70mmHg e tali obiettivi si raggiungono tramite un incremento della FiO2 purché non superi
il 50% per il rischio di tossicità e con la PEEP che consente un reclutamento alveolare ed in particolare deve
essere effettuata una PEEP minima per il rischio di barotrauma e di riduzione della gittata cardiaca e per
questo motivo può essere utile l’uso di inotropi ed espansione volemica entro certi limiti. Infine, sempre allo
scopo di mantenere un’adeguata PaO2, effettueremo variazioni della postura favorendo la posizione semi-
assisa, utilizzeremo l’ossido nitroso come vasodilatatore polmonare allo scopo di ridurre il post-carico e
correggeremo l’ematocrito se esso dovesse essere inferiore al 30% allo scopo di garantire una FaO2 ottimale.
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prevedibile un rapido deterioramento della funzione muscolare respiratoria. Pertanto lo scopo della
ventilazione meccanica è fornire un’adeguata ventilazione per: eliminare CO2 (target PaCO2 = 40mmHg),
fornire ossigenazione adeguata (target PaO2 maggiore di 60mmHg) e ridurre il lavoro respiratorio in modo
da essere di effettivo sollievo al paziente.
- Respiratori a pressione in cui il respiratore eroga una miscela gassosa in funzione del
raggiungimento, nelle vie aeree di una pressione prestabilita senza tener conto del volume
somministrato. La maggior parte di questi respiratori NON assicura pressioni di insufflazione maggiori
di 40-50 cmH2O per cui in pazienti con aumento delle resistenze (broncocostrizione) o riduzione della
compliance (ARDS, edema) la pressione raggiunta NON può garantire l’erogazione di un volume
corrente adeguato.
- Respiratori a volume in cui il respiratore eroga la miscela gassosa in quantità tali da assicurare un
volume prestabilito senza tener conto delle pressioni raggiunte nelle vie aeree. Questi sono i
respiratori comunemente usati in TERAPIA INTENSIVA tuttavia, per evitare che il volume prestabilito
sia erogato comunque in presenza di pressioni elevate con rischio reale di barotrauma questi
respiratori sono ordinariamente forniti di una valvola che, al raggiungimento di un valore limite di
pressione, interrompe comunque l’erogazione del gas.
In sintesi quindi avremo -> RESPIRATORI A VOLUME a totale controllo della macchina denominati
Ventilazione meccanica a volume controllato e RESPIRATORI A PRESSIONE a totale controllo della macchina
denominati Ventilazione meccanica a pressione controllata. Per i RESPIRATORI A VOLUME a parziale
controllo del paziente avremo Ventilazione meccanica assistita-controllata volumetrica e Ventilazione
intermittente mandatoria Per i RESPIRATORI A PRESSIONE a parziale controllo del paziente avremo
Ventilazione meccanica assistita-controllata pressometrica, Ventilazione con supporto di pressione, CPAP,
BPAP, PEEP.
12
EMERGENZE MEDICO/CHIRURGICHE – Dispensa discorsiva
Fonte: dispensa del sesto anno (2020) – a cura di: Roberto Papale
prestabiliti; il livello di pressione negativa richiesto per l’attivazione del trigger deve comunque
essere impostato al minimo sforzo inspiratorio.
- VENTILAZIONE CON SUPPORTO DI PRESSIONE = anche questa tecnica presuppone la presenza di una
capacità ventilatoria autonoma efficiente ed in questo caso l’atto inspiratorio del paziente
determina, attraverso l’attivazione di un trigger, l’erogazione di un flusso a pressione positiva
prestabilita e costante durante l’intera fase respiratoria quindi frequenza, tempo e volume sono
determinati dal paziente mentre la macchina assicura solo un assistenza pressoria per ciascun atto.
Il valore di pressione ottimale che la macchina deve erogare è quello che consente di mantenere una
frequenza respiratoria minore di 20-25 atti al minuti. Tale tecnica trova applicazione nello
svezzamento dalla ventilazione artificiale, dei pazienti con attività respiratoria spontanea.
- PRESSIONE POSITIVA CONTINUA BIFASICA (BPAP) = questa metodica è una forma di ventilazione
che utilizza una variazione ciclica o variabile tra due diversi livelli di pressione positiva applicata alle
vie aeree; si differenzia dalla CPAP che applica un solo livello di pressione positiva per l’aria durante
tutto il ciclo respiratorio. La BPAP viene utilizzata quando è necessaria una pressione positiva dell’aria
con l’aggiunta di un supporto di pressione [la BPAP da sempre pressione positiva, ma c’è un momento
in cui solo quella non basta e hai bisogno di un picco pressorio più alto]. Situazioni comuni in cui è
indicato l’utilizzo della BPAP sono quelle in cui vi è difficoltà di respiro: ad esempio nell’ambito di una
BPCO con l’obiettivo di effettuare un wash-out di CO2
13
EMERGENZE MEDICO/CHIRURGICHE – Dispensa discorsiva
Fonte: dispensa del sesto anno (2020) – a cura di: Roberto Papale
comportano un collasso degli alveoli e delle vie aeree periferiche (ARDS) con il chiaro scopo di
prevenire tale collasso. La differenza con la CPAP sta nel fatto che nella CPAP -> la pressione positiva
viene erogata in maniera continua mentre nella PEEP -> la pressione positiva viene erogata solo in
specifici momenti (ossia, al termine dell’espirazione).
- Il Volume corrente = la scelta del volume corrente da utilizzare dev’essere tale da garantire almeno
due aspetti: adeguata eliminazione della CO2 che rappresenta il principale criterio su cui viene
regolata, evitamento del danno da barotrauma che può verificarsi quando l’elevato volume corrente
si ottiene al prezzo di un’elevata pressione inspiratoria; per questo motivo bisogna assicurarsi di
mantenere la pressione alveolare minore di 35 cmH2O
VENTRICOLO DESTRO = il gradiente pressorio che muove il sangue dalla periferia al cuore destro è dato
dalla differenza tra Pressione Sistemica Media (Pms) e Pressione Atriale desta (Pra) per cui qualunque
variazione della pressione atriale destra può modificare il ritorno venoso. In respirazione spontanea le
riduzione di ITP provocano un decremento della Pra mentre in ventilazione a pressione positiva l’incremento
di ITP provoca un aumento della Pra e questo determina una riduzione de ritorno venoso con conseguente
riduzione della gittata cardiaca; per prevenire una tale condizione si possono usare bassi volumi correnti e
ridotto tempo di inspirazione ma qualora la riduzione cardiaca si sia già manifestata è conveniente aumentare
sia la volemia mediante infusione di liquidi sia la pressione sistemica media mediante somministrazione di
farmaci che incrementino il tono vasomotorio con conseguente aumento del gradiente Pms – Pra.
- Pre-CARICO -> in condizioni normali l’eiezione del ventricolo sinistro è correlata al suo volume di fine
diastole; la ventilazione meccanica può modificare questo volume e di conseguenza può modificare
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EMERGENZE MEDICO/CHIRURGICHE – Dispensa discorsiva
Fonte: dispensa del sesto anno (2020) – a cura di: Roberto Papale
l’eiezione sinistra attraverso diversi meccanismi -> l’eiezione sinistra in particolare può essere ridotta
sia a causa di un minore volume telediastolico del ventricolo sinistro secondario al decremento della
eiezione destra che si verifica in presenza di ridotto ritorno venoso sia a causa di una riduzione della
compliance diastolica del ventricolo sinistro che può dipendere da: spostamento paradosso del
setto interventricolare da destra a sinistra secondario al maggior volume che il ventricolo destro
raggiunge per l’aumento del post-carico e limitazione imposta dal sacco pericardico al volume
assoluto bi-ventricolare.
- Post-CARICO -> le variazioni di volume polmonare e ITP modificano anche il post-carico sinistro e
quindi l’eiezione di sinistra, nel dettaglio -> le variazioni di volume telediastolico (alterazioni del
raggio di curvatura e quindi della tensione di parete) e la pressione trans-murale durante l’eiezione
di sinistra (la tensione di parete varia in rapporto alla variazione di pressione come espresso dalla
legge di Laplace) possono modificare il POST-CARICO sinistro. In particolare la pressione trans-murale
ventricolare è data dalla differenza tra: pressione ventricolare intraluminale e pressione circostante
il ventricolo sinistro e quando le variazioni di ITP sono marcate l’eiezione di sinistra può risultare
compromessa infatti le ampie variazioni di ITP e volume polmonare possono influenzare la pressione
trans-murale agendo tanto sulla componente intraluminale ventricolare che sulla pressione
circostante pertanto il post-carico sinistro risulta RIDOTTO.
Effetti emodinamici della ventilazione meccanica nella pratica clinica -> In ambito
clinico, le modificazioni emodinamiche indotte dalla ventilazione meccanica a pressione positiva dipendono
dalle condizioni di base di funzione cardiaca, tono vasomotore, volemia. Possiamo infatti distinguere diversi
casi:
- Nei pazienti con volemia e funzione cardiaca normale la ventilazione a pressione positiva causa una
modesta riduzione del ritorno venoso e, di conseguenza, l’eiezione sinistra risulta solo
moderatamente ridotta.
- Nei pazienti che conservano inalterato i meccanismi fisiologici di compenso la pressione arteriosa
può rimanere immodificata
- Nei pazienti con ipovolemia e alterato tono vasomotorio (pazienti settici o con lesioni del midollo
spinale) l’aumento dell’ITP (pressione intra-toracica) indotto dalla ventilazione artificiale e
soprattutto se usiamo elevati volumi correnti, può causare una riduzione della gittata cardiaca -> in
questi casi il compenso va effettuato con: apporto volemico per aumentare il ritorno venoso, farmaci
vasoattivi (dopamina) se il tono vascolare è ridotto.
Weaning -> con questo termine si intende lo “svezzamento” dalla ventilazione meccanica per poter
gradualmente ritornare alla respirazione autonoma. In particolare sappiamo che, in ventilazione spontanea
si verificano non solo variazioni della ITP ma anche della pressione addominale (Pab) conseguenti alla
dislocazione verso il basso del diaframma ed avremo che: durante la ventilazione meccanica il diaframma è
rilassato e quindi l’aumento inspiratorio della ITP comporta un parallelo incremento della Pab con modesta
variazione della pressione trans-diaframmatica (ITP – Pab); invece durante la respirazione spontanea la
discesa del diaframma per contrazione attiva in fase inspiratoria induce una riduzione della ITP ed un
parallelo aumento della Pab con conseguente notevole aumento della pressione trans-diaframmatica.
Dunque nel passaggio dalla ventilazione al respiro spontaneo ossia nel corso dello svezzamento dal
respiratore automatico. L’aumento della pressione addominale può indurre modificazioni emodinamiche
secondarie all’aumento di: ritorno venoso e del post-carico. È chiaro che soggetti con funzione cardiaca
compromessa possono NON tollerare il sovraccarico volemico che ne consegue e, in questi casi, lo
svezzamento deve essere preceduto da un attento controllo della volemia. Inoltre in questi pazienti la terapia
diuretica riduce la congestione splancnica consentendo una riduzione del volume ematico dislocabile nel
torace.
15
Traumi
Trauma cranico
Epidemiologia
o 1400-2000 casi / 100 mila abitan8 all’anno
Eziologia
o 60% Inciden8 stradali (Ia – IIa decade)
o 25% causa “accidentali” (Ia decade – popolazione anziana)
o 2% violenza
o 13% altre cause
Gravità
o 90% Traumi minori (mortalità : 2%)
o 8% Traumi modera8 (mortalità : 15%)
o 12 % Traumi Gravi (mortalità : 40%)
Mortalità
10 casi su 100.000 abitan: /anno
Bisogna “considerare” CHE
↓
quei traumi cranici che:
↓ ↓
prima erano mortali OGGI
↓
- essendo “migliorate” le
prestazioni dell’emergenza
&
-con l’avvento della TAC
↓
NON sono più così tanto mortali
↓
“[Link]” un NUOVO PROBLEMA
↓ ↓
Prima – spesso- la morte OGGI
↓ ↓
SI AVEVA per cause a morire a seguito di UN TRAUMA CRANICO
“legate” AL TRAUMA CRANICO ↓
SONO SOPRATTUTTO
disabili & anziani
↓
che vanno “ges::” in
case di cura
Patogenesi
• PIC
Nel momento IN CUI
↓
-all’ interno della scatola cranica
↓
vi è ↑ della massa-
(Es. Tumori , edema da TRAUMA CRANICO)
↓
Si ha
↓ della produzione di LIQUOR e ↓ del Volume venoso
↓ ↓
Entro cer: limi: MA SE, invece,
↓ la massa si “espande” IMPROVVISAMENTE
QUESTO rappresenta UN (Es. incidente stradale)
“COMPENSO” ↓
↓ TUTTI I MECCANISMI DI “COMPENSO”
al .ne di “mantenere” la NON hanno il tempo di “a=uarsi”
P intra-cranica entro valori normali
↓
INOLTRE
↓ ↓
Fino a cer8 valori di Pressione intra-cranica OLTRE cer8 valori
↓ ↓
La perfusione cerebrale è “mantenuta” Le arterie vengono <<compresse>>
↓
CON la perfusione CHE
NON è più <<garan8ta>>
↓
DANNO SECONDARIO DA ISCHEMIA
• Cellule nervose
Le cellule nervose C’è POI una
NELLA ZONA D’IMPATTO zona di penombra
(Zona di Danno Primario) ↓
↓ (cellule <<vicine>> alla Zona di Danno Primario)
vanno in ↓
necrosi CHE possono essere <<recuperate>>
↓ ↓
E NON SARANNO MAI RECUPERATE SE <<EVITIAMO>>
Il Danno Secondario
(ipossia , ipercapnia , alterazione PA)
Valutazione Neurologica
Generalmente SI FA CON IL
GLASGOW COMA SCALE (GCS)
↓
MA in caso di Trauma Cranico
↓
in poco tempo
le lesioni possono “evolvere”/aggravarsi
↓ ↓
Perciò IL E può essere di aiuto <<valutare>>
GCS la dinamica dell’INCIDENTE
↓ ↓
va <<con8nuamente>> ri-valutato Bisogna considerare
Oltre alle Forze sta8che
o Forza di Impa=o
Risultato del “conta>o
tra la Forza ↔ il capo
Con trasmissione dire=a
dell’energia NEL
COMPARTIMENTO INTRA-
CRANICO.
Anche le Forze dinamiche
o Forza di impulso
↓
E’ vero che la
scatola cranica è “rigida”
↓
MA essendoci liquor
↓
c’è anche un
CERTO GRADO DI MOVIMENTO
↓
Quindi – OLTRE alla lesione dire=a –
↓
ci può essere anche
quella dal lato opposto
(Lesioni <<da contraccolpo>>)
↓
per acquisizione di energia da parte dell’encefalo
↓
CHE può dar luogo a movimen8 di
accelerazione contro-laterale
↓
Per esempio:
trauma frontale → lesione occipitale
Complicanze
Dis:nguiamo:
• Complicanze immediate
◦ Lesioni degli involucri
▪ ferita o contusione cutanea
▪ fra=ure lineari o depresse
▪ lesioni dura madre
◦ Lesioni cerebrali
▪ Contusione cerebrale
▪ Danno assonale diOuso
▪ Danni primari al TRONCO CEREBRALE
▪ Emorragia subaracnoidea
• Complicanze precoci
◦ ematoma
▪ extra-durale
▪ sub-durale
▪ intra-cerebrale
◦ lacerazione cerebrale
◦ rigonQamento cerebrale diOuso
• Complicanze tardive
◦ Lesioni cerebrali conseguen: a :
▪ IP endocranica
▪ ISCHEMIA
▪ infezioni
• Ipotensione e Ipossia
◦ Nella stabilizzazione delle funzioni vitali, la priorità assoluta va data alla prevenzione e
tra=amento di ipotensione/ipossia
◦ B - BREATHING – RESPIRO
Se il paziente
↓ ↓
“riesce” a respirare da solo non riesce a respirare da solo
↓ ↓
“controllare” la deve essere
Frequenza Respiratoria intubato
↓
e so>oposto a
ven8lazione controllata
↓
con il supporto ven:latorio che mira ad o>enere:
• Saturazione arteriosa di O2 → > 95%
• PaCO2 → 30-35 mmHg (normocapnia)
• PaO2 → > 90 mm Hg
• Dunque:
Se il paziente
↓ ↓ ↓
E’ asimmetrico Ha miosi Ha anisocoria
(a livello pupillare) ↓ ↓
o lo diventa QUESTO potrebbe essere Indice di diametro pupillare diverso tra le 2
↓ lesione a livello del orbite
QUESTO è un PONTE/DIENCEFALO ↓
segno di soOerenza cerebrale Nel caso di un
↓ Trauma facciale
bisogna fare: ↓
• TC urgente l’anisoria potrebbe derivare da
• Subito una Terapia lesione delle Stru=ure orbitarie
medica ↓
E NON da un danno neuronale
◦ In ul:ma analisi:
↓ ↓
Nei giovani Gli anziani
↓ ↓
-generalmente- “sopportano” MEGLIO l’edema
↓ ↓
gli edemi cerebrali sono imponen8 Con il cervello CHE ha
↓ più spazio all’interno della teca cranica
maggiore soOerenza ↓
La prognosi è –però- peggiore
PER LE COMPLICANZE
▪ In generale:
Se la
TC d’ingresso è:
↓ ↓
nega8va NON è nega8va
↓ ↓
ripetere l’esame ripetere l’esame
↓ ↓ ↓ ↓
entro 24 ore entro 12 ore entro le 24 h entro 12 h
↓ ↓ ↓
SE il paziente ha SE è stata “eseguita” SE è stata eseguita
“presentato” : dopo le 6 h entro 3-6 h
• ipotensione dal Trauma dal trauma
arteriosa ↓
• alterazione della in assenza dei
coagulazione Fa=ori di Rischio
• Trauma cranico grave (GCS < 8)
In ques: casi VA DATA
priorità assoluta
↓ ↓
Al Tra=amento dell’ipotensione Al Tra=amento dell’ipossia
↓
Il paziente VA <<prontamente>>:
• Sedato
• Intubato
• Portato in Terapia Intensiva
◦ E ovviamente va seguito l’ABCD
◦ INOLTRE va fa>a una TAC
• Sede
◦ Si può fare a diversi livelli (ovviamente usando cateteri diversi):
▪ Intra-ventricolare → catetere modiQcato CHE “serve” per :
• Il monitoraggio della PIC
• De-liquorare (funzione Terapeu8ca)
◦ PER QUESTO MOTIVO è il catetere più grosso
▪ Intra-parenchimale
• Catetere piccolissimo → “posizionato” nella Corteccia cerebrale
• E’ il catetere più usato
INDICAZIONI:
a)GCS≤8 emodinamicamente stabili e con TAC cranio positiva (ematomi, edema o cisterne basali compresse);
b) GCS=8 con TAC cranio negativa in presenza di almeno due dei seguenti fattori:
1) anomalie del diametro e della reflettività pupillare;
2) asimmetria della risposta motoria;
3) ipotensione arteriosa;
4) età> 40aa/ febbre
▪ Zona colpita
• SE il danno è asimmetrico
• PERCHE’ più sogge=a ad ↑ della PIC
• ObieFvi
◦ La PIC deve essere SEMPRE < 15 mmHg
▪ <<limite>> di sicurezza per NON avere eccessiva ↓ della perfusione intra-cranica
↓ ↓
Intervenire per L’↑ della PIC
PIC > 20 mmHg deve essere tra=ato
↓
SOLO SE DURA nel tempo
(5 minu8)
↓
(Perché dei picchi sono Qsiologici)
3° SCALINO
Tra=amento con Sostanze Iperosmolari
o Mannitolo (diure:co) somministrato e.v.→ Il mannitolo dovrebbe
indurre:
°Soluzioni ipertoniche saline al 3-7%
↓ rigidità e volume dei
globuli rossi
↓
↓ viscosità ema8ca
↓
↑ velocità di Gusso
↓
vasocostrizione
nelle zone del cervello dove ancora persiste l’autoregolazione
↓
Da ciò deriva:
↓ ↓
Indicazione Controindicazione
↓ ↓
nelle lesioni focali nelle lesioni diOuse
↓ ↓
con il restante parenchima sano dove l’incremento del Gusso ema8co
↓
provocherebbe pericolosi aumen8 della PIC
5° SCALINO
Si può associare un an8convulsivante, poiché:
FATTORI DI RISCHIO: Lesioni della corteccia
GCS<10 ↓
amnesia>30 min
fratture lineari e depresse della scatola cranica possono provocare
traumi penetranti crisi epileFche
ematomi (subdurali, epidurali, intraparenchimali)
contusioni corticali ↓ ↓ Oltre la settima giornata
età< 65 anni
alcolismo cronico Precoci Tardive
↓
dovute agli
esi8 cicatriziali
↓
La crisi epileFca VA <<tra=ata>>
↓
SOLO QUANDO/SE “compare”
(NO IN PROFILASSI)
Farmaco di scelta:
o Fenitoina
o Leve8racetam
Nuovo farmaco
Agisce:
sui livelli di Calcio della cellula nervosa
↓
riducendo il rilascio del ca8one
dalla cellula nervosa
↓
STABILIZZAZIONE DELL’ATTIVITA’ ELETTRICA
o II ° LIVELLO una procedura salvavita nelle forme
Craniotomia decompressiva di ipertensione endocranica refrattarie
Iperven8lazione (per ↓ la CO2)
↓ ↓
Si usa in porta a
maniera provvisoria Ipocapnia
↓ ↓
(perché POI agiscono dei dunque a
meccanismi di <<compenso>> vasocostrizione
↓ ↓
a livello del pH) CHE risulta dannosa
SE prolungata nel tempo
↓
Viene “usata”
SOLO per prendere tempo
↓
(“bridge” per il II° livello)
Politrauma
Epidemiologia
SjvO2
Picchi di mortalità
o Nei primi minu8 Determina la differenza in saturazione artero-giugulare
di ossigeno ed è un utile indice del rapporto tra flusso ematico cerebrale
Quindi al momento dell’impa=o
e consumo di O2
50% dei decessi
CEO2 (Estrazione cerebrale di O2): SaO2-Sj O2 v.n. 55-70%
“Agire” nella 1a h (per <<migliorare>> la mortalità)
INDICAZIONI: o Tra 1° e 2° giorno
paziente sottoposto ad iperventilazione terapeutica;
o Alla 2a seFmana → per Complicanze tardive
paziente con GCS≤8 e monitoraggio multiparametrico.
Politrauma: evento trauma:co in cui si avranno lesioni contemporaneamente a due o più distreL corporei,
tali da comportare immediata instabilità delle funzioni vitali (e quindi rischio immediato o potenziale per la
sopravvivenza)
Un grande problema dei politraumi è che anche se il paziente si salva spesso ha sequele con danni
permanen:, che richiederanno lunghi periodi di riabilitazione e spesso non perme>eranno il recupero
completo.
Da8 epidemiologici : il trauma è responsabile del 7% della mortalità globale, ed è la prima causa di morte
per soggeL <40 anni. In italia 18mila decessi per trauma (in ordine di frequenza inciden: stradali,
delinquenza, autolesionismo, infortuni domes:ci, durante aLvità del tempo libero, sul lavoro). Sono causa
di oltre 1 milione di ricoveri ospedalieri (10% del totale) e per ogni decesso causato da trauma ci sono 3 casi
in cui il pz sopravvive ma con invalidità permanente.
Mortalità:
Primo picco: (nei primi minu:) 50% dei decessi per ro>ura di cuore, grossi vasi, lesioni tronco encefalico gravi
Secondo picco: (nelle prime ore) 30% dei decessi per ostruzione delle vie aeree, pnemo/emotorace,
tamponamento cardiaco, emorragie gravi, lesioni endocraniche espansive
Terzo picco: (dopo giorni o seLmane) 20% dei decessi per sepsi, MOFS
Nell’ul:ma decade è aumentata la mortalità immediata (primo picco), mentre è diminuita la mortalità
successiva, per la maggiore eScienza dei sistemi di emergenza territoriale, dell’approccio alle emergenze e
dell’organizzazione e ges:one in ambito ospedaliero, che hanno portato alla riduzione della quota delle mor:
evitabili. Sono quindi sta: crea: dei trauma team per migliorare il primo intervento e il trasporto.
Valutazione ABCDE
Rappresenta la prima valutazione che si aIe>ua del trauma:zzato, operata dai soccorritori. Si basa su 5
pun::
Airways:
o Analisi delle vie aeree superiori, immobilizzazione del rachide tramite collare cervicale, il
collare va posizionato solo dopo aver valutato che le vie aeree siano pervie;
o ispezione e disostruzione delle vie aeree superiori, anche con l’ausilio delle dita, per
rimuovere eventuali corpi estranei.
o La pervietà può essere mantenuta mediante manovra di sublussazione della mandibola o
sollevamento del mento, MAI con iperestensione del capo se non si ha certezza riguardo
all’integrità del rachide cervicale;
o Si posiziona quindi cannula orofaringea per stabilizzare le vie aeree del pz incosciente (che
non ha il riVesso faringeo)
Breathing:
o Ossigenoterapia ad alto Vusso (12-15 L/min)
o Se non respira insuWare ossigeno 2 volte consecu:ve con pallone AMBU, valutare quindi
polso caro:deo -> se assente eseguire BLS
o Se FR < 10 o > 35 aL/min, insuWare O2 mediante ven:lazione assis:ta (1 insuWazione ogni
4”, 16 insuWazioni/min)
o Pz incosciente che respira -> NO posizione laterale di sicurezza; SI posizione supina allineata
o MAI rimuovere corpi estranei toracici, stabilizzarli invece con medicazione compressiva
applicata circonferenzialmente
Circula8on:
o Valutazione e sostegno funzioni cardiocircolatorie
o Priorità ges:onale all’emostasi di emorragie pericolose per la vita: eseguire compressione
dire>a o tramite laccio emosta:co a monte, sollevando l’arto dove possibile
Disability: (valutazione neurologica di base)
o Stato di coscienza (valutato tramite AVPU):
▪ A: alert (sveglio, cosciente e collaborante)
▪ V: verbal (incosciente, risponde a s:molo verbale)
▪ P: pain (incosciente, risponde a s:molo doloroso)
▪ U: unresponsive (incosciente, a nulla reagisce)
Exposure: (Azione)
o Valutazione della [Link] corporea non ancora esplorata, dopo aver eIe>uato manovra
log-roll
o Immobilizzazione del pz su asse spinale lunga, ancorato tramite cinghie («ragno») e a capo
immobilizzato («fermacapo»)
o Copertura del pz con telo isotermico (riduco rischio ipotermia e triade killer)
Airways (ATC):
Controllo deQni8vo e oFmale della pervietà delle vie aeree. Ci sono vari metodi:
o Intubazione tracheale per via orale o nasale (a meno che non vi siano segni di arresto
respiratorio o segni indireL di fra>ura della base cranica, cioè ematoma
preorbitario/premastoideo, rinoliquorrea o otoliquorrea)
o Tubo laringeo
o Crico:rotomia con ago
Posizionare un collare cervicale a priori (a meno che non vi siano corpi estranei penetran: nel collo
o compaia sintomatologia dolorosa o peggioramento neurologico durante la manovra log-roll)
Breathing (ATC):
Valutazione dei cara=eri del respiro: (eupnoico, dispnoico, gasping), simmetria dell’espansione
toracica, soluzioni di con:nuo con l’esterno
FR (eupnea, bradipnea, tachipnea)
Segni di trauma toracico
Presenza enQsemi so=ocutanei
Iperfonesi plessica (pneumotorace) o ipofonesi (emotorace)
eIe>uare EGA (emogas) e SpO2 mediante apparecchi porta:li
respirazione assis:ta in caso di distress respiratorio evidente)
Iden:.care e tra>are patologie acute conseguen: all’evento trauma:co (pneumotorace,
emotorace, volet)
Circula8on (ATC):
Riconoscere lo stato di shock: tachicardia, vasocostrizione, ipotensione arteriosa tardiva
Tipico è lo shock ipovolemico / emorragico. Tra>eremo lo shock come ipovolemico/emorragico
.nché non sia dimostrato il contrario, ad esempio che sia neurogeno.
Spesso si hanno forme miste di shock, ad esempio una embolia coronarica mi farà comparire uno
shock cardiogeno, una lesione midollare mi darà uno shock neurogeno. Lo shock seLco :picamente
sarà a comparsa tardiva, in ambito ospedaliero
Fluidoterapia:
Indicazioni generali:
- Emorragie di classe I (750 mL): 2 litri di cristalloidi
Possibile anche l’uso dei colloidi (plasma expander). Tu>avia prestare a>enzione alle [Link],
(rare), o al sovraccarico del circolo per il loro potere onco:co
Per le classi III e IV è opportuno predisporre almeno 3 – 4 unità di sangue prontamente u:lizzabile
sin dall’ingresso del paziente (0 nega:vo), sopra>u>o se non vi è stata risposta dei parametri
emodinamici alle prime infusioni di liquidi
Preriscaldare i liquidi da infondere (grandi quan:tà di Vuidi freddi possono rapidamente indurre
instabilità ele>rica, arresto cardiaco, turbe della coaugulazione con CID)
Le soluzioni:
CRISTALLOIDI: soluzioni di par:celle osmo:camente inaLve contenen: ele>roli: che si equilibrano
liberamente a>raverso la membrana capillare ma NON a>raverso la membrana cellulare. Possono essere
isotoniche (osmolarità 280-300 mOsm/l -1) o ipertoniche (>300 mOsm/l -1). L’aggiunta di destrosio al 5% ne
aumenta l’osmolarità di circa 250 mOsm/l-1.
Cristalloidi isotoniche:
o Fisiologica: Na 154 mEq/l, HCL 154 mEq/l: NaCl 9 g/l (0.9%)
o Ringer La=ato: Na 130 mEq/l, HCL 109 mEq/l, K 4 mEq/l, Ca 3 mEq/l, La>ato 28 mEq/l
Vantaggi delle cristalloidi: espandono il volume extracellulare con minore aumento dell’acqua
extravascolare polmonare; migliorano la funzione cardiaca, epa:ca, renale e coagula:va postoperatoria;
meno rischio di [Link]; costo rido>o e facilmente reperibile; se uso soluzioni ipertoniche posso infondere
meno volume
Svantaggi: riducono la pressione colloido-osmo:ca (favoriscono l’edema polmonare); aumentano gli edemi
e il tempo di guarigione delle ferite; eIe>o di breve durata; favoriscono acidosi ipercloridrica; l’ipertonica
causa ipersodiemia
COLLOIDI: soluzioni di macromolecole rela:vamente impermeabili alle membrane capillari -> maggiore
disponibilità intravascolare e aumento della pressione colloido-osmo:ca. Sono eScaci ricos:tuen: del
volume plasma:co (da cui la denominazione di plasma expander)
Vantaggi delle colloidi: migliorano il trasporto dell’ossigeno, la contraLlità miocardica, la gi>ata cardiaca;
usare colloidi richiede meno tempo e volume di soluzione rispe>o alle cristalloidi, gli eIeL durano più a
lungo (> 24h), Voluven ed Emagel sono u:lizzabili anche in soggeL che non acce>ano trasfusioni di sangue
umano (tes:moni di Geova)
Svantaggi: inducono reazioni da ipersensibilità, sovraccarico circolatorio in misura maggiore rispe>o alle
cristalloidi, costano di più e la Voluven aumenta il rischio di acidosi ipercloremica
Considerazioni e applicazioni:
-Nelle soluzioni tra la cloremica e il ringer la>ato meglio quest’ul:mo perché riduce vedi a ora 1
-Il trial SAFE dimostra che fare albumina è safe “sicuro” rispe>o agli altri compos: scriL di rosso)
(il colloide in Vuid resuscita:on resta nel vaso e da’ aumento PA ma la cristalloide si distribuisce meglio)
-Il sos:tuto migliore del sangue sarà sempre il sangue (0-). In caso di perdite massive (vedi subito so>o)
bisogna predisporre da subito varie infusioni di sangue (come già de>o sopra).
In condizioni di emorragia massiva / cri8ca (perdita dell’intero volume circolante nelle 24h, perdita del
50% del volume circolante in 3h o perdite ema:che superiori a 150 mL/in),applicare protocollo di
trasfusione massiva:
Infusione di sangue – plasma – piastrine in rapporto di [Link] (4 U emazie, 1 sacca plasma, 10 U
piastrine)
Raggiungere valori Hb fra 7 e 9 g/dl, INR < 1,5 , .brinogeno >50 mg/dl e Plt > 50,000/microl.
(posso usare anche il crioprecipitato di plasma che con:ene .brinogeno e fa>ori della coagulazione)
Riportare PA sistolica fra 90 e 110 mmHg
Dubbia l’infusione del fa>ore VII aLvato
Puntare a raggiungere Hb >8 per o>enere buona Oxigen delivery (disponibilità di ossigeno: si calcola
a par:re da 3 fa>ori: emoglobina, GC e PaO2)
Il target primario nel paziente trauma:zzato con shock emorragico deve essere l’individuazione del
sanguinamento e il suo controllo, per evitare l’insorgenza della triade killer
U:li parametri per il monitoraggio: PA, FC, FR, TC, [Link] capillare, GCS, EGA + la>acidemia (in PS)
.brinogeno/crioprecipitato
Disability (ATC):
Valutazione GSC, livello di coscienza, pupille, sensibilità
taLle e [Link]
In caso di peggioramento la valutazione ABCDE riparte
dalla A perché un deterioramento neurologico può
dipendere da una condizione ipossica/ipovolemica
Per le pupille:
o se anisocoria > 1 mm, può essere segno di
compressione su un emisfero cerebrale da lesione
espansiva; ma può anche essere causa di trauma
dire>o oculare o del massiccio facciale. Valuterò
quindi miosi consensuale dell’occhio
trauma:zzato se vado a s:molare l’occhio sano,
subito dopo provo il riVesso di Marcus-Gunn:
andando a s:molare l’occhio anisocorico mentre entrambi sono in miosi, avrò una midriasi
bilaterale in caso di dife>o delle aIerenze pupillari rela:ve a quell’occhio.
o Valuto riVesso fotomotore, se rallentato danno neurologico
o Le pupille “a capocchia di spillo”, fortemente mio:che, possono indicare uso di oppiacei o
soIerenza del tronco-ponte
Un argomento diba>uto è quello sull’intubazione del paziente che mostra [Link] neurologico. Spesso
il .rst response team fa solo AVPU e il GCS viene fa>o successivamente. Una valutazione GCS < 9
solitamente depone per l’intubazione, e la disintubazione si esegue quando il punteggio GCS
aumenta, ma non tu>a la comunità scien:.ca è concorde, alcuni intubano a valori più bassi, o
decidono caso per caso.
Exposure (ATC):
Raccogliere informazioni aggiun:ve sul paziente (patologie croniche, farmaci)
Spogliare il paziente mantenendo il rachide immobilizzato
Ispezione del dorso con tecnica di log – roll e delle regioni ascellari e inguinali: [Link] lesioni o
ferite importan: e minacciose (eventualmente eIe>uare medicazioni compressive)
Caricare il paziente su asse spinale dopo immobilizzazione complessiva (l’asse spinale è una tavola in
materiale plas:co, rigido, leggero e radiotrasparente, che presenta fori laterali per l’ancoraggio del
“ragno” a>o a immobilizzare il paziente e per essere aIerrata dai soccorritori. Altro presidio usato è
il fermacapo)
Proteggere il paziente da eventuale insulto ambientale (ipo/ipertermia)
EIe>uare valutazione del bacino (prima di immobilizzarlo con cintura pelvica o teli), cercando
eventuali fra>ure che si possono evidenziare se si presentano:
o Incapacità di Ve>ere aLvamente l’anca
o Dismetria degli ar:
o Extrarotazione dell’arto interessato
o Ematomi perineali
o Edema scrotale
o Sangue nel meato uretrale esterno
o Compromissione sensibilità dorso laterale del piede
In caso di fra>ure: Immobilizzazione degli ar8 -> steccaggio in leggera trazione quando la fra=ura
non è esposta. Questa procedura evita danni neurologici e vascolari, inoltre limita pericolosi
movimen: di par: fra>urate e riduce il sanguinamento della zona interessata. Raccomandazioni:
o EIe>uare adeguata analgesia del pz prima di ogni manovra
o Arto completamente esposto per garan:re emostasi e medicazione ferite
o Polsi validi sia prima che dopo la procedura (per escludere eventuale ischemia da
compressione)
o In caso di fra>ura non esposta, eIe>uare una leggera trazione
o In caso di fra>ura esposta, non tentare di riallinearla -> necessita di tra>amento chirurgico
Tra>amento delle fra>ure una volta giun: in PS:
o Esame obieLvo generale e distre>uale più approfondito (da ricordare sopra>u>o):
▪ Fra>ura base cranica -> occhi a procione, otorragia, oto o rinoliquorrea;
▪ Tamponamento cardiaco -> turgore giugulare
▪ [Link] so>ocutanei, volet costale, Pneumotorax
▪ A>enzione nelle donne all’utero gravido
▪ Priapismo nell’uomo -> lesione midollare sopra L1
o Per l’analisi ricordiamo l’acronimo AMPLE:
▪ Allergie
▪ Medicine (quali, quando)
▪ Patologie pregresse
▪ Last food (cfr. manovre rianimatorie pericolose a stomaco pieno)
▪ Evento (info sull’incidente)
Procedura trasporto politrauma8zzato:
Prima del trasferimento dal vacuum del 118 sulla barella traumatologica del PS si [Link]:
ven:lazione, posizione del tubo endotracheale, polso centrale, pupille, cute, accessi venosi,
infusioni in corso di farmaci e Vuidi, posizione del collare cervicale. Si seda e curarizza il
paziente se la situazione clinica lo richiede. (A>enzione ai farmaci eventualmente presen:
nelle infusioni in corso al pz).
Si riceve la consegna verbale dal medico 118.
Trasferimento in asse del paziente dal vacuum al leLno traumatologico (si solleva in 5
persone di cui una man:ene in asse testa, collo e spalle, controllando il tubo (a>enzione ad
evitare i movimen: del passaggio cervico – dorsale).
Si spoglia completamente il paziente tagliando gli abi: e rimovendoli, compresi quelli so>o
il corpo, a>enzione a non causare lesione cervicale, mantenere bene in asse tronco e collo,
a>enzione a valori, documen:, protesi dentali, acus:che, len: a conta>o, ecc.
Si collega il paziente per il monitoraggio completo compresa la ET CO2 nel paziente intubato
(la End-Tidal CO2, è il valore di CO2 espirata che dipende dalla perfusione polmonare e
quindi, in misura indire>a, è indica:va della funzionalità cardiaca e respiratoria del pz.
Insieme alla capnogra.a, cioè la registrazione della pressione parziale della CO2 nell’aria
espirata, è diventata un cardine nel monitoraggio del pz cri:co).
L’anestesista-rianimatore e l’infermiere/a sulla destra del paziente, eseguono: .rst survey
secondo le indicazioni ATLS accesso periferico mul:plo e/o centrale (catetere venoso
centrale due lumi da 16 fr. oppure catetere “high Vow” trilume da 4 fr. se il sospe>o
diagnos:co è di emorragia o ipovolemia grave).
Un altro infermiere esegue: terapia volemica e farmacologica, sedazione, pompe di infusione
con:nua.
Medico: esegue sempre eco-FAST, possibilmente extended, con referto orale provvisorio al
Trauma Team. In caso di esame posi:vo riferisce comunque al chirurgo il quale pone
l’eventuale indicazione alla chirurgia d’urgenza.
Esami radiologici ed ematochimici (vedi dopo)
Contemporaneamente l’anestesista-rianimatore e l’infermiera/e del PS sulla sinistra del
paziente si occupano di: vie aeree, catetere arterioso, emogasanalisi arteriosa con
la>acidemia, prelievi preoperatori, richiesta gruppo sanguigno ed emocomponen:. In caso
di shock emorragico e paziente instabile per politrauma o emorragia esterna, il plasma
fresco scongelato F.F.P. (20-30 ml./Kg./pc) deve essere richiesto all’ ingresso e prima dell’
esito degli esami ematochimici
Medico PS: esegue il second survey (possibilmente esaminando anche la schiena Log Roll)
per completare il quadro clinico in base ad anamnesi, dinamica dell’ incidente, obieLvità
clinica, risposta alla terapia farmacologia ed infusionale, eco-FAST, immagini [Link].
Eventuali fon: di sanguinamento esterno sono da suturare o tamponare adeguatamente
per evitare emorragie ulteriori durante la diagnos:ca.
Sempre Medico PS: ulteriore richiesta di emocomponen:, compila il protocollo
“POLITRAUMA” (allegato 5), chiama eventualmente altri specialis: interessa: con le
radioline di pronta disponibilità dei repar:, fornisce informazioni su eventualità chirurgica
e necessità di sala operatoria urgente, comunica la richiesta di MSCT urgente se necessaria,
raccoglie i primi refer: del laboratorio
Infermiera/e PS: cateterismo vescicale con sensore temperatura, ev. campione urine per
sostanze tossiche, controllo ipotermia: infusioni e trasfusioni calde, coperta calda,
monitoraggio temperatura.
Si prepara il trasferimento del paziente alla Terapia Intensiva, alla diagnos:ca [Link] o
alla sala operatoria in base alle decisioni prese.
In caso di richiesta da parte dell’ autorità competente della determinazione della alcolemia
a .ni legali deve essere compilato e .rmato da un rappresentante delle forze dell’ ordine l’
apposito modulo presente in PS
Indagini da fare:
– Rx torace (1 proiezione)
– Rx bacino
– ECG
– TC bacino e pelvi
– TC encefalo (se trauma cranico o coma)
– TC torace e addome con mdc (se buona CrCl)
– Rx rachide cervicale + altri segmen: se necessario
– Ecogra.a Eco FAST (seni costo frenici, parasternali, ipocondri, epigastrio,
ipogastrio) -> Extended Fast.
– Laboratorio: emogruppo, prove crociate, emocromo con formula
(a>enzione all’Hct in relazione all’Hb), crea:nemia, glicemia, ele>roli:, PEC, acido
laLco, CPK, EGA, Troponina I HS, esami delle urine, beta gonadotropina corionica
per le donne in età fer:le
Faremo ora una carrellata di raccomandazioni sui casi speciQci
Trauma facciale:
si associa spesso a traumi cranio-cervicali; da’ pericolo immediato in caso di ostruzione delle vie aeree e
traumi del laringe, del rachide cervicale, traumi associa:
Tipologie di lesione:
Altre lesioni:
La mancata fuoriuscita di aria non esclude un Pnx, ma può essere dovuta ad altre cause:
– Ago o>urato da sangue o da frustoli di tessuto -> far scorrere nell’ago qualche cc di .siologica
– Posizione troppo [Link] dell’ago -> riposizionamento più profondo
– Contusione polmonare so>ostante -> zona di atele>asia in quella sede. A>ende soccorsi e ges:one
PS
la medicazione sigillata su tre la8 perme>e
l’uscita dell’aria ma non il suo ingresso,
“[Link]” il pnx
Nel tra>amento del volet si usa ven:lazione non invasiva per evitare il collasso degli alveoli
Lesioni delle vie aeree alte
[Link] so>ocutaneo del collo
Stridore laringeo,
Disfonia
EmoLsi
Fra>ure ar:colazione sternoclavicolari
Necessaria spesso intubazione orotracheale
Trauma addominale:
Come regola generale, sospe>are sempre una lesione addominale occulta in un politrauma:zzato
Monitorare i parametri vitali durante il trasporto
Accorciare i tempi di arrivo in un’eventuale sala operatoria
Peritonite non sempre evidenziabile (lesioni chiuse di visceri cavi o vasi in addome)
Più facile la diagnosi di lesioni penetran: o eviscerazioni (MAI rimuovere corpi estranei o ridurre
manualmente le eviscerazioni, proteggerle invece con garze sterili imbibite di .siologica salina)
EIe>uare semeio:ca ed esami in urgenza (Eco FAST e TC; se il pz non è fortemente instabile,
accompagnarle con Rx dire>a addome in 2 proiezioni)
Considerazioni Qnali:
Considerare ogni trauma:zzato con
elevato indice di sospe>o clinico, un
potenziale politrauma:zzato
Garan:re preliminarmente
un’immediata pervietà delle vie aeree
Posizionare il collare cervicale
provvedendo prima a garan:re un adeguato
controllo delle vie aeree
Con:nuare a immobilizzare
bimanualmente il capo del pz anche dopo
aver applicato il collare cervicale
Individuare precocemente i segni e i
sintomi di ipoperfusione periferica, ges:re
precocemente lo stato di shock anche in
presenza di normotensione arteriosa
Garan:re immediatamente una
perfusione mul: organica e mul: sistemica
ad un livello minimalmente adeguato per
consen:re al pz di essere trasportato
quanto prima nella sala operatoria del
centro ospedaliero più idoneo (evitare
l’eccesso di liquidi)
Indirizzare a centro ospedaliero con
neurochirurgia pz con midriasi
monolaterale iporeagente alla luce o con
lesione vertebro – midollare
Stabilizzare sulla scena dell’evento il
bacino mediante cintura pelvica (binder)
Proteggere il pz dall’ipotermia o
dall’ipertermia
Emotrasfondere sempre pz in shock
emorragico III o IV grado
TC cranio da eIe>uare sopra>u>o in pz con turbe della coagulazione (primi:ve o secondarie) o con
cirrosi epa:ca
Us8oni
Per us8one si intende la distruzione parziale o totale del rives8mento cutaneo (ed anche – talora – dei
piani so=ocutanei ) → da parte di un agente Qsico o chimico
Eziologia
• Cause
o La maggior parte delle us8oni sono provocate da → <<Conta=o>> della cute CON :
corpo solido
corpo liquido
gas
Ad ↑ Temperatura (> 50°C)
Situazioni
o Le Us:oni si [Link] per lo più IN AMBIENTE DOMESTICO
o In misura minore sono conseguenza di:
infortuni sul lavoro
inciden8 stradali
tenta8vi di suicidio
Fisiopatologia
• 2 sono i Fa=ori CHE “[Link]” l’us8one:
◦ Estensione
▪ Grossolanamente, MA su\cientemente descri=a dalla Regola del 9 di Wallace:
◦ Profondità
▪ E’ più di\cile da valutare
▪ Sulla base dell’anatomia dell’apparato tegumentario, si dis:nguono 3 GRADI DI USTIONE:
• Primo grado
◦ Corrisponde all’eritema solare
◦ “interessa” esclusivamente LO STRATO CORNEO dell’epidermide
◦ Clinica:
▪ Sensazione di bruciore
▪ della durata di 3-4 gg
▪ (con rialzo termico nelle Forme più estese)
◦ Prognosi:
▪ GUARISCE senza reliqua8 dopo de-squamazione furfuracea
• Secondo grado (superQciale)
◦ La distruzione cellulare è più profonda
▪ MA non supera lo strato basale dell’epidermide
◦ Clinica:
▪ Lesioni dall’aspe=o Gi=enoide
• La ro=ura / escissione della bolla lascia “scoperta” una [Link]:
◦ rossa
◦ dolorosa
◦ con sierosità
◦ Prognosi:
▪ GUARIGIONE con Res8tu8o ad integrum in circa 10 gg.
• Secondo grado (profondo)
◦ La distruzione dello strato basale dell’epidermide è pressoché TOTALE
▪ con “risparmio” delle introGessioni “intra-dermiche” dell’epidermide, e quindi:
• follicoli piliferi
• ghiandole sudoripare
• ghiandole sebacee
◦ Clinica:
▪ Colorito rossastro “picchie=ato” della zona us8onata, che “appare”:
• edematosa
• secernente
◦ Prognosi:
▪ La ri-epitelizzazione (a par:re dalle cellule delle introVessioni ) → è “aleatoria”:
• Fortemente condizionata DALLA MODALITA’ DEL TRATTAMENTO LOCALE
◦ per lo più <<si oLene>> in un intervallo compreso tra 3-4 seFmane
◦ CON retrazioni cicatriziali CHE possono “comportare” limitazioni
funzionali
• Terzo grado
◦ Cara>erizzato dalla presenza di escare
▪ Corrisponde alla distruzione completa di:
• epidermide
• derma portatore delle introGessioni intra-dermiche
◦ Clinica:
▪ La pelle:
• “assume” un colorito che va DAL bianco → AL marmoreo → AL nero
• appare “secca”
• insensibile al toccamento
Clinica
Nella pra:ca clinica, conviene dis:nguere 2 8pi fondamentali di us8oni:
• Quelle che tendono spontaneamente alla cicatrizzazione
◦ Corrispondono a:
▪ Secondo grado superQciale
▪ Secondo grado profondo
Evoluzione
I fenomeni necro8ci & l’intensa reazione inQammatoria (ad essi correlata) “consentono” di individuare
2 fasi (di durata ineguale) nell’evoluzione clinica delle Us8oni :
• Fase iniziale
◦ Durata < 48-72 ore
◦ Contraddis:nta essenzialmente dalla presenza di:
Condizioni di
squilibrio emodinamico
↓
secondario alle
abbondan8 perdite ele=roli8che
• Fase secondaria
◦ Durata variabile
◦ Che si estende Qno alla completa ri-copertura
◦ Cara>erizzata da:
Reazioni neuro-endocrine
(sindrome reazionale)
↓
da aumento del tono adrenergico
↓
che comportano:
↓ ↓
iper-metabolismo ↓ difese immunitarie
↓
Con conseguente
denutrizione
↓
e insorgenza di
complicanze infeFve
Tra=amento ospedaliero
• Valutazione clinica generale
◦ Stato di coscienza
◦ Condizioni respiratorie e cardio-circolatorie
◦ Presenza di eventuali sta8 patologici pregressi
◦ Presenza di eventuali lesioni associate
• Monitoraggio
◦ Per mezzo di:
▪ Tracciato ECG
▪ Polso
▪ Pressione Arteriosa
▪ PVC
▪ Pulso-saturometria
▪ EGA
▪ Diuresi oraria
▪ Temperatura corporea
▪ Esami di laboratorio:
• Emocromo
• Esami ematochimici (ele>roli:, ecc)
• Esame delle urine
▪ Esami radiologici
• Rx torace
• Provvedimen8 terapeu8ci
◦ Cannulare
▪ In condizioni di rigorosa asepsi
▪ Si incannula un vaso venoso di buon calibro → le vene centrali, quando possibile,
rappresentano la soluzione ideale
◦ Cateterizzare la vescica
▪ In condizioni di rigorosa asepsi
◦ Sondino naso-gastrico
▪ Da porre corre=amente in sede
◦ Prevenire/tra=are l’ipovolemia
▪ Ed il conseguente shock ipovolemico
▪ Mediante infusione di:
• Soluzioni idroele=roli8che (Ringer la=ato)
• Glucosate
• Soluzioni colloidali (Albumina, ecc.)
▪ In quan:tà tali da:
Assicurare una
buona diuresi
↓
Indice di regolare perfusione 8ssutale
◦ Sedare la viFma
▪ Con medicazioni analgesiche o ansioli8che
▪ Se necessario, si può ricorrere all’anestesia generale
◦ Tra=amento an8bio8co
▪ Solo su precisa e speciQca indicazione
◦ Alimentare il paziente
▪ Il più precocemente possibile
▪ Tramite sondino naso-gastrico
PRIMA DIVISIONE DEI PAZIENTI: SECONDO GRAVITA’, a cui consegue lo smistamento nei vari
reparti e il trattamento. Identifichiamo:
● SIRS, acronimo che sta per SINDROME DA RISPOSTA INFIAMMATORIA SISTEMICA.
Possiamo definire lo stato di SIRS, quando un paziente, in seguito ad un insulto che
può essere di varia natura come un’infezione polmonare o una pancreatite, fornisce
una risposta clinica che contiene almeno questi due criteri:
1. Frequenza cardiaca >90 battiti al minuto;
2. Temperatura corporea > 38°C; da non sottovalutare anche l’ipotermia, tipica
soprattutto dei pzt anziani o degli anergici (immunocompromessi), in quanto
privi di risposta immunitaria non riescono a sviluppare la febbre
3. Tachipnea (>20 atti respiratori al minuto o paCO2 < 32 mmHg);
4. Leucopenia (GB < 4.000/mm³) o leucocitosi (GB >12.000/mm³) oppure un
aumento superiore al 10% di forme immature di neutrofili
1. Sepsi, Sirs + infezione documentata o presunta
2. Sepsi grave, sepsi + l’aggiunta di un’insufficienza d’organo correlato alla progressiva
diffusione dell’infezione (quindi un organo diverso da quello che si ritiene essere l’innesco
dell’infezione). Gli organi che possono essere colpiti sono i più svariati, fornendo un quadro
clinico eterogeneo, pazienti con insufficienza renale, respiratoria,miocardica o con un
alterato stato di coscienza, fino allo stato comatoso
3. Shock settico, sepsi grave + ipotensione non responsiva a trattamento
Nel 2017 sono uscite le nuove linee guida con una definizione un po’ diversa :
LEZIONE ANESTESIOLOGIA DEL 20/12/2019
Per sepsi si intende una disfunzione d’organo, pericolosa per la vita, causata da una sregolata
risposta dell’ospite alle infezioni. (è una vera emergenza medica)
Sono state anche eliminate tutte le sottocategorie, parlando solo di sepsi e shock settico.
Col passare degli anni, le linee guida hanno perseguito sempre più lo scopo di rendere la diagnosi
di sepsi più immediata ed eliminare le definizioni ridondanti e aspecifiche. Le attuali indicazioni
cercano difatti di spostare l’attenzione diagnostica del clinico dall’infezione ad una disfunzione
d’organo causata dall’infezione, eliminando inoltre la distinzione tra sepsi e sepsi grave e
perfezionando la definizione di shock settico. L’attenzione è dunque passata dal riconoscimento
dell’infiammazione, su cui si concentravano i criteri della SIRS, alla disfunzione d’organo in quanto
mentre l’infiammazione evidenziata dalla SIRS è aspecifica e potrebbe addirittura rappresentare
una risposta adeguata dell’organismo all’infezione, la comparsa di un’insufficienza d’organo è
conseguenza invece di un processo abnorme dell’ospite, che arriva a danneggiare i suoi stessi
tessuti con alla base una disregolazione della risposta immunitaria.
I due parametri che definiscono la sepsi sono rappresentati dall’infezione che funge da innesco del
processo e la disfunzione d’organo .
Per infezione , si intende l’invasione di un tessuto normalmente sterile da parte di un agente
patogeno (MECCANISMO D’INNESCO)
Per definire la disfunzione d’organo, si deve valutare il SOFA score, Sequential Organ Failure
Assessment, che risulterà aumentato.
Il SOFA è un sistema a punteggio (da 0 a 4) per determinare l’entità della funzione d’organo di un
paziente in base a Sistema Respiratorio (PaO2/FiO2, indicativo della funzionalità degli scambi
respiratori), Coagulazione (numero di piastrine per valutare la piastrinopenia da consumo a causa
dell’infiammazione generalizzata, ATIII e la proteina C per valutare il consumo della componente
anticoagulaoria), Sistema Epatico (bilirubina), Sistema Cardiovascolare (PAM e il dosaggio delle
LEZIONE ANESTESIOLOGIA DEL 20/12/2019
Ammine per i punteggi più alti,che servono a “sostenere” la pressione, visto che lo shock settico è
CALDO, caratterizzato da una estrema vasodilatazione), SNC (Glasgow coma scale) e Sistema
Renale (creatinina e diuresi).
Il SOFA predice la mortalità basato sulla valutazione della disfunzione di 6 organi (tanto più alto
è il punteggio tanto peggiore è la funzionalità dell’organo); il peggioramento di un pz è valutato se
lo score aumenta di 2 punti rispetto a quello precedente. SOFA > 2 vuol dire mortalità del 10%
Viene fatto in terapia intensiva ma è difficile valutarlo in urgenza : si usa il Quick Sofa, facile da
fare in tutti i reparti, con solo 3 parametri :
1. FR > 22atti/min, alterazione cognitiva,
2. PA < 100 mmHg (non PAM, è agevolato)
3. GCS < 13
Se almeno 2 di queste variabili sono positive, si può allertare il personale medico perché il
paziente potrebbe essere settico. Tale sistema è stato comunque molto criticato perché troppo
semplice e non è ancora pienamente diffuso nella pratica. Sono comunque stati proposti altri
score, tipo il NEWS (non considera gli esami di laboratorio) che tiene conto di FR, SatO2, PA, TC°,
FC, O2 supplementare si/no, livello di coscienza.
Se è > 5 o 7 ho sospetto di sepsi e chiamo il rianimatore.
L’approccio al paziente settico si basa sul concetto di BUNDLES, ossia di una serie di trattamenti,
da applicare tutti insieme, su questa sommazione temporale e materiale risiede l’efficacia della
terapia.
Il bundles da applicare nei pazienti settici conta di due fasce:
• ENTRO LE PRIME 3 ORE DALLA DIAGNOSI, conta:
1. Misurazione del Lattati, tanto più sono aumentati tanto maggiore sarà lo stato di ipossia.
Nella sepsi c’è alla base un deficit di ossigeno a livello tissutale in quanto la cellula non è in
grado di estrarlo (non manca effettivamente) determinando uno shift metabolico
all’anaerobio -> STATO DI DEFICIT OXYGEN DELIVERY AND CONSUMPTION.
Se i lattati sono > 2, applicare il protocollo e rivalutarli entro le successive due ore.
2. Sostegno Pressorio con somministrazione di fluidi (30 mL pro-kg di cristalloidi) e
vasopressori (per mantenere la PAM > 65) da porre attenzione ad eventuali stati di
scompenso cardiaco o insufficienza renale
3. Monitoraggio emodinamico
4. Outcome urinario > 0,5, indicativo di perfusione e funzionalità renale.
N.B.: In questi casi di riduzione della perfusione i primi apparati ad essere sacrificati sono il renale
e l’intestinale, di conseguenza gli indici della loro funzionalità vengono utilizzati come
campanelli d’allarme.
L’uso della creatinina come markers è però limitato in quanto il suo aumento non avviene nell’arco
di poche ore, bensì in un paio di giorni, a differenza dei lattati che aumentano
relativamente subito.
PER L’INTESTINALE NOTO: GONFIORE E DOLORI ADDOMINALI
Questa rappresenta la terapia base del paziente settico ma, in questi anni, si sono sviluppate altre
terapie che hanno affiancato la principale il cui fine era quello di interrompere il meccanismo
fisiopatologico della sepsi.
Uno di questi è l’UTILIZZO DEL CORTISONE, potente antinfiammatorio. Veniva maggiormente
preferito l’idrocortisone, a bassi dosaggi, ossia 200 mg ogni 4 ore (evito gli effetti collaterali),
soprattutto se il TEST DELL’ACTH era positivo (indicando l’insufficienza surrenalica come fattore
slatentizzante la sepsi). Dopo studi e raccolte dati, si è notato come questo protocollo non era
effettivamente molto efficace e non aveva un impatto rilevante sulla riduzione della mortalità,
anzi aumentava il rischio di complicanze, quindi ad oggi risulta un trattamento contro-indicato,
nonostante un 15/20 % dei soggetti risultava responsivi al trattamento.
Il problema è relativo all’ampia varietà dei pazienti settici secondo vari criteri, come la causa
d’innesco della sepsi o il timing del trattamento, le diverse “categorie” presenteranno risposte
differenti ai trattamenti. Per questo motivo, ad oggi l’uso delle immunoglobuline risulta
sconsigliato, visto che il loro uso è correlato alla risposta del sistema immunitario e quest’ultimo
può risultare iperattivo o insufficiente fino all’essere totalmente incapace, il tutto varia secondo
fasi e tempistiche totalmente imprevedibili.
Altro protocollo discusso si correlava alla perdita del sistema coagulativo, in particolar modo alla
drastica riduzione della PROTEINA C ATTIVATA, quindi si è provato a somministrarla nonostante i
costi elevati. Anche in questo caso all’inizio si pensava di aver ottenuto una miglioria in termini di
sopravvivenza ma forniva importantissimi effetti collaterali, emorragie diffuse, soprattutto a livello
cerebrale, che hanno portato al suo ritiro dal commercio. Oggi esiste solo la proteina C non
attivata, usata raramente.
Oxygen Saturation (>70%, indicativo della ripresa della capacità della cellula di estrarre
ossigeno).
La PVC è facile da misurare soprattutto con la presenza di una centrale, che di solito questi
pazienti hanno. ATTENZIONE AI LIMITI DELLA PVC NEI PZT RITIRATI MECCANICAMENTE.
Per misurare la ScvO2 serve lo Swan Ganz, un surrogato utilizzabile può essere la SvO2, si fa un
prelievo venoso dalla centrale e analizzandolo otteniamo la saturazione venosa.
3. Rivalutazione dei lattati, per controllare l’esito dei trattamenti effettuati
4. Infusione di ALBUMINA, principale componente della pressione oncotica, richiama liquidi
dall’esterno e li mantiene nei vasi, aumentando la pressione arteriosa.
INDICAZIONE ALL’USO DI ALBUMINA: elevati dosaggi di noradrenalina, ossia > 0,2 g proKg, dato i
liquidi secondo prescrizione senza ottenere risultati.
Vi è un ulteriore vantaggio all’uso dell’albumina in quanto presenta un’azione antinfiammatoria
momentanea, secondo un meccanismo non ancora noto
**EFFETTUATO NEL PROTOCOLLO DEL 2001, NON SI CAPISCE SE SI FA ANCORA OGGI: Per il
ripristino della SvO2: somministrazione di sacche di sangue, a prescindere dall’ematocrito o dai
livelli di Hb, per aumentare la quota di ossigeno disponibile o somministrazione di inotropi per
aumentare la gittata, se il resto non era sufficiente.**
Attraverso questo nuovo protocollo del 2001, si è riusciti a diminuire il tasso della mortalità della
sepsi dal 46% al 30%. Ad oggi le linee guida lo hanno adattato, classificando i vari pazienti secondo
alcuni criteri (ex. Pzt chirurgici..).
DIAGNOSI
Deve essere il più possibile rapida e mirata, in quanto si va a modificare l’outcome del paziente, è
quindi necessario compiere esami colturali per identificare con certezza l’agente patogeno
responsabile. Nell’attesa dei risultati si somministra una terapia di antibiotici ad ampio spettro per
poi modificarla con descalation in una forma più mirata.
Uno stesso microrganismo può dare infezioni di entità ed esito diversi a seconda del pz (Anziano,
immunocompromesso, con comorbidità...) : attenzione al paziente in toto.
Si dovrebbero eseguire almeno due set di prelievi e colture, sia per aerobi che anaerobi, prima
della somministrazione di qualsiasi tipo di antibiotico. Se il paziente presenta accessi vascolari,
bisogna effettuare i prelievi da tutti questi, in quanto, molto probabilmente, rappresentano il
sito dell’infezione, a meno che non siano stati impiantati da meno di 48 ore, le probabilità in
questo caso sono trascurabili.
Patologie cardiovascolari
Shock
Lo shock si iden,-ca con una so2erenza ipossica degli organi vitali
Classi7cazione
Dis,nguiamo:
• Shock da ipoperfusione
◦ Shock cardiogenico
▪ Cara7erizzato da bassa gi;ata cardiaca, a sua volta dovuta a:
• Ipocontra=lità
• Alterazioni del ritmo
• Valvulopa"a
◦ Shock ostru=vo
▪ Si veri-ca in tu7e le condizioni in cui la bassa gi;ata cardiaca dipende:
• non da un de7cit di contra=lità cardiaca
• ma da condizioni che ostacolano il #usso ema"co a livello del cuore o dei grossi vasi:
◦ Tamponamento cardiaco
◦ Pneumotorace iperteso
◦ Embolia polmonare
◦ Aneurisma dissecante dell’aorta
◦ Shock ipovolemico
▪ È la conseguenza di una riduzione cri"ca della volemia, con conseguente:
Riduzione del pre-carico
↓
al punto che si veri-ca una
caduta della pressione arteriosa
↓
al di so;o dei valori compa"bili con una
adeguata perfusione "ssutale
Eziopatogenesi
Possiamo quindi dis,nguere 2 situazioni:
• Shock da ipoperfusione
◦ Fase precoce
A seguito dello s,molo della
ipoperfusione
↓
si veri-ca una
redistribuzione del #usso ema"co
↓
a favore degli
organi nobili
(SNC, cuore)
↓
a7raverso una
vasocostrizione pre-capillare
↓
nei distre,:
• Splancnico
• Cutaneo
• Muscolare
↓
in modo tale che la so2erenza ipossica riguardi principalmente ques" distre=
↓
Con il protrarsi della rido;a disponibilità di ossigeno
↓
si instaura, nei
tessu" vasocostre=,
↓
metabolismo anaerobio
↓
con:
↓ ↓
produzione di rido7a disponibilità di
acido la=co ATP
↓
Tu7o questo, a lungo andare, determina
lisi cellulare
↓
La lisi cellulare, a sua volta,
↓
comporta l’a,vazione di una serie di
sistemi di mediatori biologici
↓
di cui, il più importante, è il
sistema del complemento
↓
↓
perché:
↓ ↓
la vasocostrizione la ritenzione di liquidi
↓ ↓
comporta un ulteriore aggrava la conges"one
aumento del post-carico sistemica e polmonare
• Shock se=co
◦ La sepsi è stata de-nita come una risposta in7ammatoria sistemica ad un processo infe=vo in
a;o nell’ospite
◦ Si possono dis,nguere diversi stadi evolu,vi:
▪ Primo stadio
• Cos,tuito dall’infezione
▪ Secondo stadio
• Cos,tuito dalla sepsi vera e propria
• I criteri diagnos"ci di SIRS sono:
◦ Temperatura < 36°C o > 38°C
◦ Frequenza cardiaca > 90 ba="/min
◦ Tachipnea > 20 a=/min
◦ PaCO2 < 32 mmHg
◦ Globuli bianchi < 4000 o > 12000
▪ Terzo stadio
• Cos,tuito da sepsi grave
• Si associa a:
◦ Disfunzioni di vari organi
◦ Anomala perfusione
◦ Ipotensione
▪ Con la pressione arteriosa sistolica:
• < 90 mmHg
• Oppure diminuita di 40 mmHg dal valore di partenza
▪ Quarto stadio
• Cos,tuito da shock se=co
• Si cara7erizza per la co-presenza di:
◦ Sepsi
◦ Ipotensione, nonostante un adeguato rimpiazzo volemico
• Si possono dis,nguere:
◦ Fase iniziale
▪ De7a iperdinamica
▪ È cara7erizzata da:
• Vasodilatazione
• Tachicardia
• Ipovolemia
◦ Rela"va (da vasodilatazione generalizzata)
◦ Assoluta (da e5e,va riduzione dei liquidi)
▪ La SPV è cos,tuita da 2 segmen,:
• Delta-up
◦ L’aumento di pressione sistolica durante la mandata inspiratoria
◦ Dovuto allo squeezing del sangue ← dal polmone
• Delta-down
◦ La riduzione di pressione sistolica durante l’espirazione
◦ Dovuta alla riduzione del ritorno venoso → al ventricolo sinistro
▪ In presenza di ipovolemia, la di2erenza tra delta-up e delta-down risulta più
pronunciata (> 10 mmHg)
◦ Di2erenza artero-venosa di O2
▪ Avremo:
• Shock a bassa gi;ata → questa di5erenza sarà aumentata
• Shock se=co → questa di5erenza sarà rido;a
Terapia
• Misure immediate
◦ A prescindere dalla natura eziologica dello shock, mirano a garan,re un adeguato trasporto di
O2 ai tessu"
◦ Si basano sull’a7uazione dei passi ABC della rianimazione cardiopolmonare:
▪ A (Airway)
• Bisogna:
Garan,re la
pervietà delle vie aeree
↓
ricorrendo addiri7ura alla
intubazione
↓ ↓
quando manchino i quando sia necessaria la
ri#essi di protezione ven"lazione meccanica
▪ B (Breathing)
• Si deve garan,re la ven"lazione:
◦ A;uando la ven"lazione meccanica
◦ Aumentando la concentrazione di ossigeno nella miscela inspirata
▪ C (Circula"on)
• L’obie,vo iniziale è ristabilire un valore di pressione arteriosa 70-80 mmHg → ovvero
che sia compa"bile con un’acce;abile perfusione "ssutale
Arresto cardiaco
De7nizione
o L’arresto cardiaco è un evento improvviso → CHE :
↓ ↓
in assenza di O nel caso di
manovre rianimatorie insuccesso delle stesse
↓
viene denominato “Morte improvvisa”
Precisazione
Si fa spesso uso di Termini quali
↓
“Arresto cardiaco” , “Arresto cardio-circolatorio” , “Arresto cardio-respiratorio”
↓
TUTTI E 3 hanno – in realtà – LO STESSO SIGNIFICATO
(sono usa, indi:erentemente)
↓
“derivando” da una Situazione acuta in cui
↓
LE FUNZIONI VITALI FONDAMENTALI
↓ ↓
circolo respiro
↓
“cessano”
↓
MA Quando l’arresto è :
↓ ↓
PRIMITIVAMENTE CARDIACO PRIMITIVAMENTE RESPIRATORIO
↓ ↓
L’arresto dell’a=vità respiratoria L’a=vità cardiaca può proseguire
↓ per alcuni minu?
avviene quasi contemporaneamente (CON polso presente)
↓ ↓
“Gius,-cando” la dizione di Si può avere in caso di :
arresto cardio-respiratorio Pazien, CON Ostruzioni delle vie aeree
↓ (<<corpo estraneo>>)
in cui il paziente: Pazien, PORTATORI di neoplasie
• Non risponde cerebrali → con “impegno” del TRONCO
• Non respira Pazien, con depressione respiratoria da
• Non ha polso caro"deo OVERDOSE FARMACOLOGICA.
↓
In ques, casi la de1nizione corre;a è quella di
arresto respiratorio
Asistolia
o In questa forma di arresto cardiaco è <<individuabile>> una linea isoele!rica
con eventuali de$essioni di 1 mm)
in assenza di Complessi Ventricolari
o A livello laringo-tracheale
↓
↓ ↓
Con tale metodica LA MIGLIORE VENTILAZIONE
-infa,- -comunque-
↓ ↓
La Ven,lazione del paziente E’ OTTENUTA si o,ene associando
mediante la il pallone di Ambu + tubo endo-tracheale
periodica compressione del pallone
↓
<<munito>> di
2 valvole uni-direzionali
↓
a7e a “garan"re”
un corre;o $usso in/espiratorio
al paziente
Ven"lazione meccanica
La possibilità di u,lizzare
UN SISTEMA AUTOMATICO per la Ven9lazione
↓
è “applicabile”
(salvo casi par"colari)
↓
SOLO ad un
paziente INTUBATO
↓
Consente diversi 9pi di Ven"lazione :
↓ ↓
DA ALLA “ASSISTITA”
quella ↓
TOTALMENTE CONTROLLATA (In cui il ven"latore si sincronizza
CON gli a= respiratori “spontanei” del
paziente , SE presen,
↓
garantendo una
ven"lazione minima
• C - Supporto circolatorio
Presenza di a=vità cardiaca pulsa?le
viene <<valutata>> CON
La palpazione del polso
↓
“PER ACCERTARSI” dell’assenza di polso :
↓ ↓
La <<ricerca>> va fa7a E la palpazione
bilateralmente deve essere “gen"le”
(prima da un lato , poi dall’altro) e NON eccessiva.
↓
Nel caso il paziente
NON presen? un polso palpabile
↓
(indipendentemente dalle cause o dalle varietà ele;rocardiogra7che riscontrate)
↓
VA INIZIATO <<un precoce>>
massaggio cardiaco ESTERNO
↓
<<per evitare>> danni ai tessu"
↓
In par,colare al cervello
Rianimazione cardiopolmonare
La RIANIMAZIONE CARDIO-POLMONARE
↓
E’ cos,tuita da 2 fasi interconnesse tra di loro :
↓ ↓
Respirazione bocca a bocca MASSAGGIO CARDIACO ESTERNO
↓ ↓
• 1. Togliere dalla bocca TUTTO Va SEMPRE “abbinato”
CIO’ che potrebbe ostruire. ALLA
• 2. <<Slacciare>> indumen? Respirazione assis?ta
costri=vi (CON CUI INFATTI inizia la manovra stessa)
◦ E <<sgomberare>> IL ↓
TORACE DA TUTTO CIO’ CHE Per fare in modo che il sangue ossigenato
lo opprime. venga “spinto” in circolo
• 3. “Porre” la testa in ↓
Iperestensione 1. Stendere il paziente SU di un piano rigido
◦ questa posizione “perme7e” 2. Porre il paziente in iperestensione
lo spostamento della lingua 3. Porsi in ginocchio SU DI 1 LATO.
◦ e dunque “garan,sce” la 4. Dare un pugno SUI 2/3 INFERIORI dello Sterno.
pervietà. 5. Iniziare con 2-3 insu+azioni bocca a bocca
• 4. Chiudere tra pollice e indice 6. Iniziare IL MASSAGGIO CARDIACO
il naso della vi=ma ↓
mani a pia!o l’una sull’altra
◦ appoggiando il palmo della
(tenendo le dita distaccate dal TORACE)
mano sulla fronte ,
↓
mantenendo il capo in
eseguire compressioni elas?che
iperestensione
↓
◦ mentre l’altra mano ,ene
A BRACCIA PERPENDICOLARI
“aperta” la bocca).
SUL 1/3 INFERIORE DELLO Sterno
• 5. Applicare la propria bocca
↓
SULLA bocca del paziente
[determinando infossamen? di 4-5 cm]
◦ (<<avvolgendola>> (che corrisponde a quasi 1/3 del diametro antero-posteriore
COMPLETAMENTE)
di un individuo adulto)
◦ INSUFFLARE ogni 4-5 ↓ ↓
secondi
Con una FC E 80-100 bpm
◦ avendo “cura” di sollevare il PER GLI ADULTI per i bambini
capo tra una insu+azione & di
l’altra , per: 60-70 bpm
▪ inspirare ↓
▪ e vedere se il torace è SE la Rianimazione cardio-polmonare
ancora immobile è eseguita
◦ Nei bambini SI INSUFFLA ↓
ogni 2-3 secondi. ↓ ↓
DA 1 SOLO DA 2 SOCCORITORI
SOCCORRITORE ↓
↓ Eseguire
Eseguire 1 insu+azione
2 insu+azioni OGNI 5 compressioni
OGNI 10 compressioni
↓
Il movimento eseguito durante
IL MASSAGGIO CARDIACO ESTERNO
è “composto” di 2 fasi :
↓ ↓
Nella Nella
Fase di compressione Fase di <<rilascio>>
↓ ↓
Lo Sterno La P sullo Sterno
viene abbassato <<cessa>>
di 4-5 cm ↓
↓ Questo “consente”
(L’aumentata P nella AL TORACE di
cavità toracica ritornare alla Forma Normale
↓ ↓ ↓
<<forza>> il sangue La P E il sangue
← FUORI dal cuore nella cavità <#uisce>>
toracica → al CUORE
si riduce e
→ ai polmoni
↓
← dalle
VENE CAVE
↓
(E “si satura” di
O2
↓
alla successiva
insu+azione
ven?latoria
▪ Atropina
• Va usata SE l’arresto è avvenuto da pochi minu" per Ipertono Parasimpa"co
◦ “antagonizzando” gli E:e= miocardio-depressivi (Bradicardia , vasodilatazione ,
↓ PA)
• Farmacodinamica:
◦ E’ un antagonista dell’Ach sui rece!ori muscarinici dove l’ace,lcolina determina
bradicardia
◦ Determinando perciò:
▪ tachicardia
▪ E2e= parasimpa"ci (midriasi , ↓ secrezioni esocrine , spasmolisi)
• Dosaggi:
◦ Si danno dosaggi eleva":
▪ 10 mg disciol9 in -ale da 1mL
▪ 5 mg
• Farmacocine,ca: somministrazione e.v. o endocardica
• Controindicazioni:
◦ SE l’arresto è avvenuto da più minu? → NON sor?sce alcun e:e!o
▪ Calcio
• L’uso del calcio nell’arresto cardiaco (e in par,colare nella cosidde6a Dissociazione
Ele;romeccanica) era stato suggerito dall’IPOTESI per cui:
In presenza di
a=vità ele!rica MA NON contra=le
↓
può “essere” necessario
↑ contrazione cardiaca
• Tu7avia questa è una IPOTESI NON “supportata” da evidenze scien"7che
◦ Per tale mo,vo NON si usa di ruo?ne)
◦ Le UNICHE SITUAZIONI IN CUI IL CALCIO può essere considerato Farmaco di 1a
scelta sono:
▪ Arresto da Iperkaliemia
• Il calcio:
entra nelle cellule
↓
per “bu7arlo” fuori si a,va il
canale Na+/Calcio
↓
che determina un
eccesso di Na+ nella cellula
↓
si “a,va” la
pompa Na+/K+
↓
che bu7a fuori Na+ e fa entrare K+
↓
↓ kaliemia
▪ Arresto da ipocalcemia
▪ Intossicazione da Ca2+ antagonis"
• E5e, collaterali:
◦ Peggioramento della ripresa neurologica
◦ Se somministrato ad al" dosaggi
▪ An"-aritmici
• Sono sta, largamente usa" nell’arresto cardiaco, fondamentalmente nella
7brillazione ventricolare
• In par,colar modo la lidocaina:
OGGI si usa:
↓ ↓
Sia a scopo Sia a scopo
terapeu"co pro la=co
↓ ↓
Nella tachicardia ventricolare Con la funzione di “prevenire”
Fibrillazioni ventricolari recidivan?
↓
(dopo de brillazioni ripetute)
↓
MA NON viene più usata di rou?ne durante
Fibrillazione Ventricolare CONCLAMATA
PERIODO PREOPERATORIO
La valutazione preoperatoria permette di inquadrare il paziente individuando le
condizioni cliniche che possono rappresentare fattori di rischio per l’insorgenza di
complicanze perioperatorie.
1) L’anemia rappresenta un rischio potenzialmente correggibile pertanto il PBM
basa una delle sue strategie sulla diagnosi e trattamento delle condizioni di anemia
preoperatorie. Recentemente sta crescendo la tendenza al trattamento anche delle
condizioni di sideropenia, con lo scopo di offrire un adeguato contenuto marziale
allo stimolo eritropoietico endogeno conseguente all’anemizzazione postoperatoria.
L’OMS definisce anemia per una soglia di 12 g/dL per donne non gravide e bambini
con et < 15 anni, 13 g/dL per uomini > 15 anni.
L’anemia sideropenica rappresenta la forma più frequente di anemia preoperatoria.
Per diagnosticare nel prericovero una condizione di sideropenia o di anemia
sideropenica assoluta o funzionale in presenza di perdite ematiche o meno,
consigliato uno schema basato sull’analisi di elementi:
1. Emoglobina
2. Saturazione della transferrina
3. Ferritina
4. Proteina C reattiva
5. Creatinina
6. Reticolociti immaturi
La transferrina e la ferritina permettono di distinguere una anemia sideropenica
vera e propria da una anemia di tipo infiammatorio.
Per la correzione si può utilizzare il ferro che pu essere somministrato per via orale
o per via endovenosa.
L’efficacia della terapia per via orale vincolata ai tempi necessari per la correzione
dello stato anemico pertanto pu essere utilizzata nei pazienti in cui la chirurgia non
deve essere eseguita in tempi brevi. Oggi si tende ad utilizzare ferro
ultraconcentrato per via orale, e ferro microsomiale che ha la capacità di
attraversare più velocemente le cellule in modo tale da dare una correzione più
rapida dell’anemia.
L’eritropoietina invece viene utilizzata per il trattamento specifico dell’anemia da
insufficienza renale.
2) Studi recenti affermano che un’anamnesi positiva ha un valore predittivo di
sanguinamento maggiore rispetto a valori di laboratorio. Per lo screening di rischio
emorragico vengono utilizzati:
1. Tempo di tromboplastina parziale attivato
2. Tempo di protrombina
3. INR
4. Fibrinogemia
5. Conta piastrinica, che tuttavia non ci dà informazioni sulla capacità di
aggregazione delle piastrine.
Questi studi oggi sono stati sostituiti da Test Point of Care che vengono eseguiti
velocemente e richiedono piccolissime quantità di sangue, come i test viscoelastici.
Essi studiano le propriet viscoelastiche del sangue intero e mostrano graficamente
le propriet del coagulo e la sua cinetica dalla formazione fino alla lisi. Questi tests
studiano il tempo di iniziale formazione della fibrina, la cinetica della formazione
della fibrina e di sviluppo del coagulo, la forza e stabilit del coagulo, il tempo di lisi
e la funzione piastrinica (retrazione del coagulo). Il grafico sarà costituito da una
linea orizzontale (nessuna resistenza), che in base al tempo di coagulazione, si aprirà
a forbice più o meno larga, a seconda della viscosità del coagulo. Se la cascata di
coagulazione si avvia lentamente la linea orizzontale sarà lunga, se il paziente è pro-
trombotico sarà più corta, se il coagulo è poco resistente la forbice sarà più stretta,
fino a richiudersi se il coagulo viene lisato.
Si può anche effettuare il dosaggio di singoli fattori in caso di deficit specifici con la
necessaria consulenza dell’ematologo.
In ogni caso i test standard non predicono il rischio di sanguinamento
perioperatorio.
3) La sospensione dei farmaci anticoagulanti orali (warfarin) dovrebbe essere
considerata prima della chirurgia elettiva seguendo le linee guida più recenti quando
disponibili e con il parere di uno specialista in emostasi e coagulazione. La
classificazione del rischio emorragico degli interventi viene ritenuta dagli esperti
importante per potere assumere un atteggiamento corretto e decidere quali
pazienti necessitino di terapia sostitutiva con farmaci short-acting (eparina a basso
peso molecolare, EBPM). In generale, per interventi ad alto rischio di
sanguinamento, consigliabile un INR < 1.5.
In caso di interventi in emergenza, il reversal del warfarin deve essere eseguito con
complesso protrombinico (preferenzialmente a 4 fattori) alla dose di 25-50 IU/kg in
relazione all’INR.
In pazienti ad elevato rischio di sanguinamento sia in emergenza che in elezione
l’approccio deve essere necessariamente multidisciplinare (anestesista, chirurgo,
ematologo, trasfusionista) e capace di comprendere anche differenti opzioni
chirurgiche (tecnica laparoscopica vs laparotomica), ed anestesiologiche (anestesia
generale vs blocco centrale).
I Direct-acting oral anticoagulants (DOAC) sono di più facile gestione per il paziente.
La sospensione dei DOAC prima di un intervento chirurgico dipende dal rischio
emorragico legato all’intervento stesso:
Le linee guida derivano dalla chirurgia ostetrica, tenendo conto che le emorragie
intra-partum sono emorragie drammatiche. Le pazienti vanno stratificate in base al
rischio emorragico e per abbattere i tempi e rendere le procedure sicure, le donne a
basso rischio emorragico in cartella già la tipizzazione Ab0 e Rhesus, mentre per le
donne a medio rischio si fa già un type e screen delle sacche di sangue, mentre per
quelle ad alto rischio (placenta previa, atonia uterina) si richiedono le sacche a priori
se la chirurga è in elezione e si effettua il cross match.
In seguito all’attivazione ostetrica, sono venute fuori linee guida che ci dicono che se
in un ospedale attiviamo dei protocolli operativi condivisi sulla gestione delle
emorragie riduciamo il rischio per il paziente. Un esempio è il protocollo di
trasfusione massiva. Tale protocollo è codificato, quindi ognuno avrà il proprio
ruolo. Questo induce anche l’attivazione della banca del sangue che avr gi a
disposizione il materiale da trasfondere.
(cacate sul point of care e sugli inglesi che sono bravissimi applausi vari)
Questo protocollo viene attuato in caso di emorragia massiva ossia perdita
dell’intero volume ematico in 24h, o della met del volume ematico in 3 ore, o della
perdita di 1,5L pro-chilo in venti minuti. Emorragia massiva tuttavia non vuol dire
shock (sistolica inferiore a 0). Oltre all’ipotensione quando gestiamo questi pazienti
dobbiamo considerare anche l’acidosi e l’ipotermia. Quest’ultima peggiora la
coagulazione e aumenta il rischio emorragico. Si chiama infatti triade letale.
La coagulopatia delle emorragie massive è principalmente diluzionale. La
copresenza di ipotermia e acidosi peggiora di molto il tempo di tromboplastina
attivata e si manifesta anche iperfibrinolisi. Se valutiamo insieme tutti questi
parametri si ha alla fine una ipofibrinogemia acquisita. Se presente questo difetto la
mortalit sale all’ . Esiste una forma fulminante che colpisce principalmente il
giovane con mortalità pari al 100%.
Nel paziente traumatizzato di parla di damage control resuscitation che si basa su
ipotensione permissiva (unica eccezione nel trauma cranico in cui la pressione deve
essere più elevata), haemostatic resuscitation e Damage control Surgery.
I pazienti con emorragia che necessitano di trasfusione massiva devono essere
monitorati precocemente e frequentemente con l'obiettivo di raggiungere:
- temperatura > 35°C
- pH > 7.2,
- BE < 6 e lattati < 4
- calcio ionizzato > 1.1 mmol/L;
9
- conta piastrinica > 50 x 10 /L
- INR 1. ;
- aPTT ratio 1. ;
- fibrinogenemia > 1.5 g/L
(dice che si dovrebbero utilizzare test point of care come il test viscoelastico)
Attualmente non ci sono evidenze per consigliare l'uso di un rapporto fisso RBC /
emocomponenti, uno schema consigliato dalle linee guida :
FFP (plasma fresco congelato): 15 ml/Kg (in casi “critici” si pu considerare 20 – 30
ml/kg)
Piastrine: (1 aferesi o 1 unit / 10 kg), se si superano le 6 sacche di sangue, allo
scopo di mantenerle sopra alle 50000, o superiore a 10000 nel trauma cranico.
Prima si facevano quattro sacche di plasma e uno di emazie, oggi si tende a usare un
rapporto 2:1 o 1:1. Alcuni sostengono che per problemi correlati al rischio infettivo,
al tempo necessario per la somministrazione, alla reperibilità, il plasma dovrebbe
essere sostituito da altri prodotti come i componenti concentrati della coagulazione.
Questi ovviamente avranno un minimo di rischio emorragico. Si somministra anche
calcio.
Ultima chance nei pazienti che continuano a sanguinare è il fattore VIIa. A volte può
essere efficace nei sanguinamenti a nappo, in cui non ci si spiega perché il paziente
continui a sanguinare. È di non facile reperibilità e costa moltissimo.
Medicina d’urgenza 11-10-2018
Valeria Lagreca
Equazione di Rassirer-Bleich
[𝑃𝑎𝐶𝑂 2 ] 1
[𝐻 +] = 24 × 𝑝𝐻 = 𝐿𝑜𝑔
[𝐻𝐶𝑂3− ] [𝐻 +]
E’ la forma semplificata della formula di Henderson-Hasselbach, utile in pratica clinica. Per semplificare il
nominatore indica i “polmoni” (PaCO2) mentre il denominatore indica i “reni” (HCO3-)… [facilitazione
mnemonica].
L’organismo tenderà sempre all’equilibrio, per cui per ogni variazione di uno dei due elementi l’altro varierà
i modo da mantenere l’equilibrio costante. Quindi se la CO2 sale, per questioni di equilibrio, salirà anche
HCO3- e viceversa.
La capacità di compenso del polmone è rapido mentre quella del rene è lento. Per cui quando il disturbo
primario sarà a carico della PaCO2 il compenso renale s’instaurerà lentamente, al contrario se il disturbo
primario sarà a carico dell’HCO3-.
PaCO2 e HCO3- tendono sempre all’equilibrio perché entrambi entrano della reazione di equilibrio dell’acido
carbonico: CO 2 + H 2O ⇄ H2CO3 ⇄ H+ + HCO 3− ,dove la conversione di CO2 in H2CO3 è mediata dall’enzima
anidrasi carbonica.
Compenso
Ordine di lettura dell’EGA: pH→ PaCO2→ [HCO3-]→ → Gap Anionico
atteso
COMPENSO ATTESO
Quanto mi aspetto si modifichino i valori di PaCO2 o HCO3- relativamente all’altro per mantenere il pH nel
range dei limiti fisiologici.
In caso di acidosi o di alcalosi l’organismo tende a riportare entro i limiti fisiologici il proprio pH (7,35-7,45)
attivando dei meccanismi di compenso. Il pH non si normalizza mai completamente tranne che in una sola
eccezione… (alcalosi respiratoria in corso di embolia polmonare -vedi dopo-).
Il calcolo del compenso atteso ci consente di sapere come si sono modificati i vari elementi rispetto a quello
calcolato e di poter intervenire adeguatamente dal punto di vista terapeutico.
ACUTA
ALCALOSI → pH > 7.45 METABOLICA CRONICA (cronico per definizione, ci vogliono h o gg per compensare )
Cause:
• Insufficienza respiratoria
• BPCO
• Alterazioni V/Q tutte quelle condizioni in cui sono alterati gli scambi gassosi→
• Polmonite la CO2 aumenta→ IL PZ NON RESPIRA (qualunque sia la causa la
• Pato del SNC il primo passo sarà quello di ripristinare un’adeguata
• Pato di tipo traumatico ventilazione).
Il primo meccanismo di compenso che s’instaura è rappresentato dai tamponi fisiologici dell’organismo:
HCO3- circolante, Hb e tampone intracellulare (scambiatore H+/K+).
L’emoglobina è in grado di legare o rilasciare H+ intervenendo così nel mantenimento dell’equilibrio acido-
base. Gli H+ entrano nell’eritrocita tramite lo scambiatore degli H+ (la prof lo chiama genericamente così ma
io credo che si tratti dello scambiatore H+/K+ che interviene anche nei tamponi intracellulari facendo entrare
H+ e uscire K+….informatevi).
Supponiamo che un pz abbia un aumento della CO2 perché non respira, di quanto dovrà aumentare il
bicarbonato affinchè si abbia il compenso?
Acidosi Respiratoria Acuta
Esercizio 1
Rasazzo di 24 anni, tossicodipendente, soccorso ai giardini pubblici in stato d’incoscienza e portato al pronto
soccorso, PA 90mmHg, FC 64bpm, FR 10am
HCO3-= 29mEq
il pH è basso (acidosi), la PaCO2 è raddoppiata rispetto al suo valore normale di 40, HCO3- è aumentato
rispetto al suo valore normale di 24.
compenso avuto
diagnosi: ACIDOSI (pH 7.10) RESPIRATORIA (elemento primariamente è la PaCO2) ACUTA (per ogni
aumento di 10 HCO3- è aumentato di 1) COMPENSATA (compenso atteso di 5.5, compenso ottenuto di 5).
Esercizio 2
Uomo di 62 anni arriva in pronto soccorso per dispnea, forte fumatore, da circa 10 anni tosse con
espettorato, nessuna terapia. All’auscultazione del torace rumori umidi con medie bolle diffusi con rumore
di broncospasmo, RX del torace evidenza rinforzo della trama. Diagnosi: BPCO.
EGA
Possiamo osservare che in entrambi questi casi il sistema riesce a compensare e lo osserviamo dal fatto che
il valore di compensi atteso si avvicina molto al compenso avuto, eppure il pH non raggiuge mai pienamente
la normalità.
ALCALOSI RESPIRATORIA CO2↓ pH↑ HCO3-↓(compenso)
Il pz è in iperventilazione ma non scambia. Se gli scambi gassosi non fossero compromessi ad un certo punto
l’iperventilazione compenserebbe l’eccesso di CO2. In questo caso invece l’iperventilazione porta all’alcalosi
proprio perché sono alterati gli cambi gassosi.
Nell’alcalosi respiratoria il compenso immediato è dato dai tamponi fisiologici, in particolare l’Hb, che è sia
in grado di legare H+ ma anche di rilasciarne partecipando all’equilibrio. Il compenso renale è tardivo,
necessita di alcuni giorni per completarsi. calcolo del compenso:
Per ogni riduzione di PaCO2 di 10mmHg → HCO3- si riduce di 2mEq Trucco mnemonico: nel
calcolo del compenso
Alcalosi Respiratoria Cronica dell’alcalosi respiratoria
HCO3- varia di 1 in più
rispetto all’acidosi
Per ogni riduzione di PaCO2 di 10mmHg → HCO3- si riduce di 5mEq
(acuto=1, cronico=4)
Esercizio 1
Donna 45 anni, sclerosi a placche, e conseguente vescica neurologica, nell’anamnesi frequenti infezioni delle
vie urinarie da Gram-, arriva in pronto soccorso per iperpiressia, vomito, disuria, disidratazione, ipotensione
con pressione sistolica intatta.
Esercizio 2
Donna di 35 anni arriva in ps perché ha dispnea da sforzo e cardiopalmo da 4 giorni.[commento: se la pz ci dice di non
respirare bene da 4 giorni questo ci deve subito indirizzare verso una condizione cronica già prima di vedere l’EGA, quindi quando faremo il calcolo
del compenso atteso andremo subito ad applicare la regola del compenso cronico].Da
5 anni è in trattamento con estroprogestinici,
PA 110-45, FC 100bpm, FR 28am, obiettività polmonare negativa, RX torace negativa → EMBOLIA
POLMONARE CRONICA. [Inoltre la pz non ha alterazioni emodinamiche che potrebbero indirizzare verso un’embolia polmonare massiva
acuta.]
EGA Eccezione di cui prima. L’embolia polmonare (sia acuta -comparsa in 2h, es. massiva- sia cronica) è l’unica condizione
in cui il pH raggiunge valori normali grazie ai meccanismi di compenso. Ovviamente questo è valido se il disturbo è
singolo, cioè la pz ha solamente l’alcalosi respiratoria, non vale per i disturbi misti.
pH 7.43
PO2 83 (buona)
ΔPaCO2= 28-40= -12
PaCO2 28
ΔHCO3-= 18-24= -6 compenso ottenuto
HCO3- 18
12/10 x 5= 6 Alcalosi Respiratoria CRONICA
SvO2 90 [così ho
sentito] (bassa…nel
Compenso atteso
soggetto normale deve
essere tra 95-99)
12/10 x 2= 2,4 no compenso
Domanda: come facciamo a capire se il problema è primariamente respiratorio? Dal maggior valore del
ΔPa CO2? → No. Abbiamo un’alcalosi; quali sono le possibilità che possono portare ad un’alcalosi? O si è
ridotta la PaCO2 o è aumentato HCO3-. In questo caso HCO3- non è aumentato ma è diminuto per
compensare PaCO2 che è ridotto (primum movens).
Domanda: perché è compensato il pH?→ la risposta non è chiara. Probabilmente la velocità con cui si
modificano i due elementi (PaCO2 e HCO3-) e con cui s’instaura il compenso renale è tale da portare ad una
correzione completa del pH.
Cause:
• Perdita di HCO3-
• Aumento degli acidi → HCO3- viene consumato per tamponare l’aumento delle valenze acide.
Anion Gap
La quantità di cariche negative e positive plasmatiche, per mantenere la neutralità del pH, deve essere
equivalente.
anioni Cationi La somma di anioni è cationi deve essere la stessa. Tra i cationi il più
rappresentato è Na+ seguito da K+ e Ca++; l’anione più rappresentato è
Cl- 103 Na+ 142
il Cl- seguito da HCO3-. Però mentre i cationi sono tutti noti, tra gli
HCO3- 27 K+ 5 anioni è compresa una quota di proteine (perché le proteine sono
cariche negativamente) che non sono misurabili con l’EGA; Cl- e HCO3-
Ca++ 5
sono misurabili con l’EGA, quindi è possibile calcolare la quantità di
proteine 17 Mg++ 2 proteine facendo la differenza tra il totale delle cariche (ottenuto dal tot
dei cationi dato che DEVOO ESSERE SEMPRE UGUALI agli anioni) e Cl- e
154 154 HCO3-. Per praticità però viene considerato solo il valore di Na+,
essendo questo il più rappresentativo tra i cationi. Per cui sottraendo al
valore di Na+ quello di Cl- e HCO3- (anioni calcolabili) si ottiene quella
quota di proteine anioniche non misurabili con l’EGA → Anion Gap
Il sistema deve essere costante, cioè la somma delle cariche negative deve essere -154, la somma delle
cariche positive deve essere +154. Se aumenta una quota di carica negativa, che sia essa il Cl-, HCO3- o una
carica negativa generica non calcolabile, le altre devono diminuire di conseguenza per mantenere l’equilibrio.
Esistono due sottogruppi di acidosi metabolica:
• Forma ad AG elevato→ aggiunta di acidi non misurabili con l’EGA (H- che non sono né cloro né
bicarbonato). L’AG risulta aumentato perché, applicando la formula Na+ - (HCO3- + Cl-), le cariche
negative di HCO3- *saranno ridotte per compensare l’aumento delle valenze acide non misurabili e
mantenere l’equilibrio tra le cariche negative → normocloremica
➢ Chetoacidosi
➢ Acidosi lattica
➢ Avvelenamenti (glicole etilenico)
➢ Insufficienza renale
➢ iatrogena
• Forma ad AG non elevato (conservato) → condizioni che aumentano le concentrazioni degli anioni
noti Cl- e HCO3-. Tra i due, l’anione che può essere maggiormente perso, sarà il bicarbonato per cui,
per compensare lo squilibrio di carica, si avrà un aumento del Cl e l’AG non sarà variato →
IPERCLOREMICA
➢ Diarrea
➢ Colera
➢ Acidosi tubulare renale
➢ Rapido incremento della volemia con soluzioni saline
In conclusione: la somma delle cariche negative deve essere sempre 154, per cui se aumenta HCO3- → Cl- si
riduce; se aumenta Cl- → HCO3- si riduce; un aumento delle valenze acide (non calcolabile) porta ad una
riduzione di HCO3-* (calcolabile) → aumento del Anion Gap.
*HCO3- si riduce per compensare l’aumento delle valenze acide perché è il principale componente del sistema tampone del sangue, quindi viene
“consumato” per compensare l’acidità.
Esercizio 1
Uomo di 58 anni trovato in stato soporoso dopo aver ingurgitato del liquido antigelo conservato in una
bottiglia d’acqua. Nulla di significativo in anamnesi, PA 100, FC 100, FR 13.
Vn
Quindi→ Acidosi Metabolica con AG Aumentato
Perché? → il liquido antigelo è etilen glicole, una valenza acida non misurabile. Aumentando le valenze acide,
per mantenere l’equilibrio tra le cariche negative, HCO3- si è ridotto a 3mEq (anche perché HCO3- è il
principale componente del sistema tampone del sangue) e di conseguenza il gap anionico è aumentato. Il Cl-
non si è modificato, è rimasto a 103; quindi è una forma di acidosi metabolica Normocloremica.
Esercizio 2
Donna, 68 anni, arriva in pronto soccorso per diarrea persistente da diversi giorni dopo una terapia con
antibiotici per polmonite dx ormai risolta (diarrea da antibiotico).
EGA
ΔPaCO2= 28-40= -12 compenso ottenuto
pH 7.29
HCO3- 14 10 x 1,3= 13
In conclusione: l’acidosi metabolica può essere dovuta o 1) ad una perdita di bicarbonati o 2) ad un aumento
di valenze acide (aggiunta dall’esterno). Ogni variazione anionica viene compensata dagli altri anioni per
mantenere l’equilibrio di carica. Quando l’acidosi è dovuta alla perdita di bicarbonati l’unico anione che può
compensare è il cloro che quindi aumenta (le cariche negative date dalle proteine non sono modificabili!)→
acidosi metabolica ipercloremica con gap anionico conservato (esercizio 2).
Quando l’acidosi è dovuta ad un aumento di valenze acide non misurabili, l’anione che può ridursi per
compensare è HCO3- (sia per a sua funzione di tampone sia perché il cloro è più stabile e difficilmente si
riduce) → acidosi metabolica normocloremica con gap anionico aumentato (esercizio1).
il pz tipico che va in contro ad alcalosi metabolica è il pz con scompenso cardiaco che fa un’importante terapia
con diuretici.
Esercizio 1
Pz di 72 anni, scompenso cardiaco in terapia con diuretici, da circa 4 gg vomito e febbre, è disidratato e
astenico, PAsistolica 100, FC 100bpm, FR 13(?) arm.
EGA
Na+ 138
Cl- 36 (?)
*il potassio è sceso. Attenzione! Perché si è portati a correggere quel K+ credendo che sia indipendente
dell’alcalosi, invece è il contrario. Questo dipende sempre dall’antiporto H+/K+, per cui in presenza di alcalosi
vengono liberati H+ per tamponare l’innalzamento del pH e il K+ viene internalizzato. Quindi se si somministra
potassio questo di fatti non aumenta se alla base persiste la causa dell’alcalosi. Risolta l’alcalosi si risolverà
anche l’ipokaliemia. Il rischio è che tutto il K+ somministrato si accumuli nel caso in cui si riesca a risolvere
rapidamente l’alcalosi, determinando un’iperkaliemia di rebound. Per questo si preferisce somministrare K+
per os piuttosto che ev (il k+ somministrato ev “resta tutto lì”, mentre quello per os viene comunque regolato
dall’assorbimento intestinale). E’ chiaro che un potassio di 2.8 va corretto ma non bisogna avere come target
4mEq, anche 3.5mEq va benissimo dato che una volta corretta l’alcalosi anche la kaliemia rientrerà.
Fino ad ora abbiamo parlato dei disturbi singoli in cui la modifica del pH è legata all’alterazione di uno dei
due elementi (HCO3- o PaCO2) con in secondo elemento che si modifica nella stessa direzione del primum
movens per ristabilire una condizione di equilibrio.
È possibile trovarsi però nella condizione in cui i due elementi sono modificati in direzioni opposte. Es:
Se si trova un pH alterato e il calcolo del compenso atteso non torna per nessuno dei disturbi singoli,
probabilmente si tratterà di un disturbo doppio additivo ( pH alto doppia alcalosi, pH basso doppia acidosi).
Esempio:
Abbiamo un’alcalosi metabolica, HCO3- è aumentato; ci aspetteremmo che anche PaCO2 sia
pH 7.5
aumentata e invece lo è di pochissimo. Calcolo i delta e il compenso atteso…
PaCO2 42
ΔPaCO2= 42-40= +2 formula compenso alcalosi metabolica→ 12/10 x 5= 6
HCO3- 40
ΔHCO3-= 40-24= +12 compenso ottenuto ≠ compenso atteso
Il compenso ottenuto non è comparabile al compenso atteso, questo vuol dire che oltre all’aumento del
bicarbonato vi è anche una riduzione della CO2→ alcalosi metabolica + alcalosi respiratoria
ESERCIZI
1) Donna di 66 anni ipertesa in terapia con ACE-inibitori, tiazidici, Ca++ antagonisti e biguaidi, giunge
in pronto soccorso:
pH 7.4
La signora sta bene!!! Non lasciamoci trarre in inganno dal Cl-
PaCO2 38.8
Cerchiamo di non cascare…all’esame possono presentarci certi EGA :P
HCO3- 23.3
Cl- 69
2) Donna di 26 anni al 3° mese di gravidanza, arriva al pronto soccorso perché da una settimana ha
nausea e vomito, riferisce parestesie peri-orali e alle estremità
pH 7.62↑
Studente smuove la questione: il pH è 7.38, praticamente normale; quanto questo dato è affidabile per poter
affermare che si tratti di un disturbo cronico, visto che si è ottenuto un compenso quasi perfetto? Risposta:
bisogna sempre fare il calcolo del compenso, mai fidarsi della sola osservazione del pH perché non si può dire
da quanto duri un disturbo cronico, potrebbero essere 5 anni ma anche 5 giorni. Infatti in questo caso una
PaCO2 di 66 è particolarmente alta, tenendo conto che un pz con BPCO da fumatore ha in genere la PaCO2
a 45-48. Questo pazienta ha una compromissione severa e verosimilmente potrebbe trattarsi più di un
disturbo cronico da 5 gg che da 5 anni.
4) pH 7.38
PaCO2 70 ↑ Δ= 70-40= +30 compenso acuto= 30/10 x 1= 3
HCO3- 41 ↑ Δ= 41-24= +17 compenso cronico=30/10 x 4= 12 → Acidosi Mista [ il disturbo
sembra principalmente polmonare, eppure con una PaCO2 a 70mmHg ci si aspetterebbe di trovare un pH
particolarmente basso. Invece il pH è normale, quindi è fortemente probabile che ci sia una componente di
alcalosi metabolica]
C’è però una seconda componente da giustificare: il compenso atteso è disatteso (compenso ottenuto= 17).
È probabile che si tratti di un disturbo misto Acidosi metabolica ad anion gap aumentato + Acidosi
respiratoria (PaCO2 non si è abbassata opportunamente probabilmente per insufficienza respiratoria). Altra
possibilità: disturbo misto da doppio disturbo metabolico→ acidosi metabolica ad ag aumentato + acidosi
metabolica ad ag conservato (perdita renale di bicarbonati per insufficienza renale)
E il polmone compensa con l’ipoventilazione per far aumentare la CO2. Quindi secondo me era solo stanca
e si è confusa per cui la giusta risoluzione secondo me è che il compenso atteso è di 4 (cioè la CO2 doveva
aumentare di 4 ) e il compenso ottenuto è di -1 (cioè si è addirittura ridotta)→ quindi il disturbi respiratorio
associato è un’alcalosi respiratoria (CO2↓). Se mi è sfuggito qualcosa e mi sono sbagliata fatemelo sapere]
◦ Difficoltà di concentrazione
◦ Amnesie
Diagnosi
Il sospetto di acidosi lattica deve sopraggiungere in caso di soggetto con acidosi metabolica, con:
• Gap Anionico aumentato a livello sierico
◦ Anche se, a causa della elevata cloremia, potrebbe risultare anche normale o inferiore
• Lattatemia elevata
◦ > 3 mmol/l
◦ La valutazione della lattatemia deve essere effettuata nel corso delle manifestazioni
neurologiche, quando i livelli sono più elevati
• Corpi chetonici assenti
• E in più una delle seguenti caratteristiche:
◦ Sindrome da intestino corto o altra sindrome da malassorbimento
◦ Esordio della sintomatologia preceduto da ingestione relativamente abbondante di
carboidrati,
▪ in particolare zuccheri semplici
◦ Caratteristici disturbi neurologici
Terapia
• Idratazione
• Supporto delle funzioni vitali
• Correzione dell’acidosi
• Restrizione dietetica dei carboidrati
• Antibiotici
• Emodialisi
Acqua= 50-60% del peso corporeo:
Disionie e Disturbi dell’equilibrio acido-base
2/3 intracellulari
1/3 extracellulari: 1/2 interstizio
1/4 tissutale
Disturbi idroelettrici 1/4 vasi
Regolazione dell’escrezione renale dell’acqua
La branca discendente dell’ansa di Henle
↓
permette il
riassorbimento dell’acqua
↓
e determina l’arrivo di
soluti in concentrazioni elevate
↓
a livello del
tratto midollare della branca ascendente
↓
A questo livello un
riassorbimento attivo dei soluti
↓
determina la formazione di
ipertonicità interstiziale midollare
↓
A livello del
tratto corticale della branca ascendente
↓
il continuo
riassorbimento di soluti
↓
determina la produzione di
liquido ipotonico
rispetto al plasma
↓
Questo processo di
diluizione
↓
viene accentuato a livello del
tubulo contorto distale
↓ ↓
In assenza di ADH In presenza di ADH
↓
↓ ↓
il resto del nefrone risulta essere L’80% dell’acqua viene La restante parte viene
impermeabile all’acqua
assorbito assorbita
↓ ↓ ↓
per cui vengono eliminate
a livello del a livello del
urine diluite tratto corticale del tratto midollare del
tubulo collettore tubulo collettore
↓
per cui vengono eliminate
urine concentrate
↓
I livelli di ADH
↓
sono regolati da:
• Osmolarità → principalmente
• Volemia
• Dolore
• Nausea
• Farmaci
• Osmolalità
◦ Numero di particelle di soluto per litro di solvente
◦ mOsm/kgH2O
◦ L’osmolalità dei liquidi extracellulari può essere calcolata sulla base della concentrazione
plasmatica di:
▪ sodio Dove:
▪ glucosio - 18 è il peso
▪ urea molecolare del
Glucosio Urea glucosio
Osmolalità plasmatica=(2×Sodio)+( )+( ) - 2,8 è il peso
18 2,8
molecolare dell’urea
◦ L’osmolalità di tutti i liquidi del corpo viene normalmente mantenuta entro
limiti ristretti 290 ± 5 mOsm/kgH2O
◦ Ed è regolata da 3 processi di assorbimento ed eliminazione dell’acqua:
Concentrazione e diluizione
Sete Secrezione ADH del rene
↓ ↓ ↓
Piccole variazioni
dell’osmolalità
↓
determinano
l’attivazione di questi processi
↓
che le riportano a
valori normali
↓
Se, tuttavia, il volume dei liquidi extracellulari
si riduce oltre un punto critico
↓
i 3 processi di riassorbimento dell’acqua
si attivano
↓
sacrificando l’osmolalità → a favore della volemia
◦ I cambiamenti dell’osmolalità sono responsabili del volume e dell’idratazione cellulare,
mediante l’attivo incremento o riduzione dei soluti intracellulari
• Tonicità
◦ Osmolalità prodotta da osmoli efficaci, ossia:
Soluti che
↓
producendo un
gradiente osmotico transcellulare
↓
possono determinare
flussi di acqua
tra comparto intracellulare ↔ ed extracellulare
• Natremia
◦ Misura la concentrazione del sodio plasmatico
◦ È importante specificare come questo valore indica:
▪ la concentrazione del sodio rispetto all’acqua
▪ e non il contenuto corporeo di sodio
▪ motivo per cui, per esempio, una iponatremia ipervolemica può avere anche una quantità
di sodio normale in corpo
Iponatremie
L’iponatremia è una condizione caratterizzata da una concentrazione:
• del sodio plasmatico < 135 mEq/l
Classificazione
Si distinguono 2 tipi di iponatremie:
• Iponatremie non ipotoniche
◦ Che comprendono:
▪ Translocazione
• Dovuta a:
Passaggio di liquidi
dalla sede intracellulare → alla sede extracellulare
↓
pertanto provocando
disidratazione
↓
a causa di
soluti presenti nel plasma
↓
Questo è quello che accade in caso di
iperglicemia
↓
In questo caso
↓ ↓
Il plasma è E avremo che
iperosmolare e ipertonico per ogni aumento di 100 mg/dl di
glucosio nel plasma
↓
vi è una riduzione di sodio di
1,6 mEq/l
↓
Glucosio
Sodio corretto per l' iperglicemia=Sodio+( ×1,6)
100
▪ Iponatremia isotonica
• Quando vi è:
Ritenzione nello
spazio extracellulare
↓
di liquidi isotonici che
↓ ↓
non contengono ma, per esempio,
sodio etanolo
↓
In questo caso
↓ ↓
il siero è e non c’è passaggio di fluidi
isotonico e isoosmolare dalle cellule → al comparto extracellulare
↓
per cui
non c’è disidratazione cellulare
• Iponatremie ipotoniche
◦ Classificazione:
▪ Iponatremia ipovolemica
▪ Iponatremia normovolemica
▪ Iponatremia ipervolemia
◦ Clinica:
▪ I sintomi variano a seconda di:
• Grado di iponatremia
• Velocità con cui essa si instaura
▪ I sintomi possono essere di tipo:
• Gastrointestinale
◦ Nausea
◦ Vomito
• Neurologico
◦ Comprendono:
▪ Confusione mentale
▪ Crisi epilettiche
▪ Letargia
▪ Coma
◦ Questi sintomi tendono a comparire:
▪ per livelli più bassi di natremia
▪ o quando questa si instaura rapidamente
◦ Sono dovuti per lo più a iperidratazione delle cellule nervose
◦ Diagnosi:
▪ Stabilire la volemia
• Rappresenta la prima cosa da fare davanti ad una iponatremia
• Bisogna infatti capire:
◦ se viene perso sodio
◦ o se ho un aumento del volume circolante
• Si effettua mediante:
◦ Esame clinico
◦ Esami di laboratorio
◦ Dosaggio di sodiuria e osmolarità urinaria
▪ Ci permette di capire se c’è perdita renale di sodio
◦ Terapia:
▪ Cloruro di sodio
• A diverse concentrazioni, usato per effettuare la correzione
• Innanzitutto bisogna valutare la gravità dell’iponatremia:
◦ Iponatremia lieve
▪ È asintomatica
▪ Per cui non è clinicamente rilevante
◦ Iponatremia grave
▪ Si può consigliare di aumentare la natremia di 1 mEq/l/ora nei pazienti con
sintomi neurologici importanti
• È possibile, inoltre, usare una formula per definire la velocità di infusione della
soluzione scelta, per raggiungere:
◦ la concentrazione desiderata
◦ nel tempo desiderato
mEq/l di sodio infuso−natremia
Aumento del sodio=
Acqua corporea totale+1
↓
La stima dell’acqua totale
↓
viene calcolata come
frazione di peso corporeo
↓ ↓ ↓
Bambini Adulti Anziani
↓
↓ ↓ ↓ ↓
0,6 Maschi Femmine Maschi Femmine
↓ ↓ ↓ ↓
0,6 0,5 0,5 0,45
Iponatremia ipovolemica
Determinata da una perdita sia di sodio che di liquidi
Eziologia
Le cause possono essere:
• Renali
◦ Cause iatrogene
▪ Diuretici tiazidici
▪ Diuretici dell’ansa
▪ Diuretici osmotici
◦ Cause patologiche
▪ Insufficienza renale
▪ Ipoaldosteronismo
• Extrarenali
◦ Emorragia
▪ Rimpiazzata da acqua libera
◦ Vomito e Diarrea
▪ Diarrea di tipo secretivo
◦ Perdite del terzo spazio
▪ Ossia:
• Ustioni
• Pancreatite
▪ Seguite da somministrazione di acqua libera
Clinica
• Cute e mucose disidratate
• Ipotensione relativa e ortostatica
• Oliguria
Diagnosi
• Dosaggio della sodiuria
◦ Causa renale → Sodiuria > 20 mEq/l
◦ Causa extrarenale → Sodiuria < 10 mEq/l
Terapia
• Soluzione fisiologica
◦ Con l’intenzione di ripristinare la volemia con soluzioni isotoniche
• Soluzione ipertonica
◦ Usata successivamente
◦ Nel paziente:
▪ ancora sintomatico dal punto di vista neurologico
▪ ma normale dal punto di vista emodinamico
Iponatremia normovolemica
Determinata da una perdita di sodio, ma non di acqua
• Quindi è ipotonica
Eziologia
• Uso di diuretici
◦ Con rimpiazzo delle perdite con acqua libera
• Insufficienza tiroidea
◦ Con mixedema periferico → e ridotta gittata cardiaca
• Insufficienza surrenalica
• Sindrome da inappropriata secrezione di ADH
Clinica
• La euvolemia
◦ non consente di cogliere utili indicazioni
◦ se non la presenza sintomi legati a:
▪ iponatremia
▪ malattia di base
Diagnosi
• Dosaggio della sodiuria
◦ Sodiuria > 20 mEq/l
Terapia
Varia in base alla gravità della iponatremia:
• Iponatremia lieve
◦ Ossia con:
▪ Natremia 130-135 mEq/l
▪ Asintomatica
◦ Bisogna:
Semplicemente
ridurre l’apporto idrico
↓
fino a normalizzare la natremia
• Iponatremia severa
◦ Ossia con:
▪ Natremia < 130 mEq/l
▪ Con sintomi neurologici
◦ Si usano:
▪ Diuretici dell’ansa
• Fino ad ottenere un output urinario soddisfacente
▪ Soluzioni ipertoniche
• Per aumentare la concentrazione di sodio
• Per rimpiazzare le perdite urinarie di sodio
Iponatremia ipervolemica
Determinata da:
• una aumento primitivo di acqua
• e una perdita secondaria di sodio
Avremo:
• Volume Circolante Effettivo → ridotto Perché c'è più liquido, ma ipotonico
• Volume ExtraCellulare → espanso nel sangue, quindi passa nei tessuti
Eziologia
• Sindrome nefrosica
• Scompenso cardiaco congestizio
• Cirrosi epatica
• Insufficienza renale acuta e cronica
Clinica
• Edemi declivi
• Ascite
Diagnosi
• Dosaggio della sodiuria
◦ Sindrome nefrosica, scompenso cardiaco congestizio, cirrosi epatica → Sodiuria < 10 mEq/l
◦ Insufficienza renale → Sodiuria > 20 mEq/l
Terapia
• Restrizione idrica
◦ Rappresenta l’unico approccio
◦ dato che il sodio totale è in realtà aumentato
Ipernatremie
L’ipernatremia è una condizione caratterizzata da una concentrazione:
• del sodio plasmatico > 145 mEq/l
Classificazione
L’ipernatremia può essere classificata, in base al meccanismo con cui si è prodotta, in:
• Ipernatremia da perdita di acqua libera
◦ Il sodio totale corporeo è quasi normale
• Ipernatremia da perdita di liquidi ipotonici
ma si perde più
◦ Il sodio totale corporeo e il volume extracellulare sono ridotti acqua che sodio
• Ipernatremia da aumentato apporto esogeno
◦ Il sodio totale corporeo e il volume extracellulare sono aumentati
Clinica
• I sintomi presentano due punti fondamentali:
◦ Alterazioni neurologiche
▪ Rappresentano il sintomi preminente
▪ Sono secondarie a disidratazione delle cellule nervose
▪ Sono tanto più evidenti, quanto:
• più rapidamente si è instaurata l’ipernatremia
• più elevata è la concentrazione di sodio
◦ Soggetti anziani
▪ Sono quelli maggiormente interessati
▪ I sintomi si presentano generalmente quando si raggiunge una natremia > 160 mEq/l
• Questi sintomi consistono in:
◦ Debolezza muscolare
◦ Stato confusionale e Depressione dello stato di coscienza successivamente
◦ Sete
▪ È presente all’inizio
▪ Ma, con l’aumentare della natremia → tende a scomparire
◦ Secchezza di cute e mucose
Potassio
• In una persona adulta sana, il contenuto totale di potassio è di circa 50 mEq/l/kg di peso corporeo
• Sede
◦ Intracellulare
▪ 98%
▪ Soprattutto a livello dei muscoli
▪ 140-150 mEq/l
◦ Extracellulare
▪ 2%
▪ 3,5-5,0 mEq/l
• Funzioni
◦ Mantenimento del volume cellulare
◦ Controllo del pH
▪ In sede intracellulare
◦ Mantenimento del potenziale di membrana a riposo
▪ Ottenuto grazie alla differenza di concentrazione tra potassio plasmatico e intracellulare
Iperkaliemia
Kaliemia > 5,5 mEq/l
Eziologia
L’iperkaliemia può essere:
• Iperkaliemia da passaggio transcellulare
◦ Dipende dal passaggio del potassio dalla sede intracellulare → a quella extracellulare
◦ Si sospetta soprattutto con concentrazione di potassio nelle urine > 30 mEq/l
◦ Può avvenire a seguito di:
▪ Acidosi
Perché, per attivazione dello
scambiatore H+/K+
↓
le cellule
contrastano l’acidosi
↓ ↓
portando fuori K+ portando dentro H+
▪ Farmaci
• Diuretici risparmiatori di potassio (spironolattone)
• ACE-inibitori e β-bloccanti
◦ Possono causarla
◦ Ma mai da soli → sempre in associazione ad altre cause
• FANS
• Pseudo-iperkaliemia
◦ Si tratta di una condizione in cui:
Il potassio è aumentato
nel campione di sangue
↓
a causa di una
emolisi traumatica
↓
Lo stesso avviene in caso di:
↓ ↓ ↓ ↓
coagulo leucocitosi marcata trombocitosi prelievo di sangue
↓
eseguito dopo
eccessiva stasi venosa
Clinica
• Gli effetti dell’iperkaliemia sono dovuto al fatto che:
L’aumento del potassio extracellulare
↓ Il potenziale di
membrana si calcola
determina una
come (carica esterna -
riduzione del rapporto carica interna), quindi
potassio intracellulare/potassio extracellulare normalmente il K ha
↓ conentrazioni di carica
e ciò rende il tipo (2 - 5 = -3)
potenziale a riposo delle membrane nervose e muscolari Se aumenti la carica
meno elettronegativo esterna, hai (4 - 5 = -1)
(quindi tendente alla depolarizzazione)
↓
determinando una
ipereccitabilità
↓
che spiega
i sintomi muscolari e gli aspetti ECGgrafici
◦ Sintomi neuromuscolari
▪ Parestesie
▪ Astenia
▪ Fino alla paralisi flaccida
◦ Sintomi cardiovascolari
▪ Palpitazioni da alterazioni del ritmo
▪ L’iperkaliemia presenta il grosso problema della cardiotossicità, che si manifesta con
modificazioni ECGgrafiche:
• Nonostante tutti i tipi di aritmia e di BAV possano essere presenti in corso di
iperkaliemia,
• in genere c’è una successione di eventi, che corrisponde alle diverse concentrazioni:
Kaliemia in mEq/l Evento ECGgrafico
Aumento dell’ampiezza delle onde T
↓
Onde T a tenda
5,5-6,0
Si determina un
rallentamento della conduzione
↓
attraverso
▪ Fascio di His
▪ Sistema di Purkinje
6,0-7,0 ↓
che si manifesta con:
▪ Aumento dell’intervallo P-R
▪ Allargamento del QRS
• Si appiattiscono le onde P
7,0-7,5 • E si rallenta ancora di più la conduzione AV → con accentuazione dell’allargamento
del QRS
• Scompare l’onda P
• E il complesso QRS allargato si unisce alle onde T, formando un’onda sinusoidale
> 8,0 ↓
A questo seguono
fibrillazione ventricolare e asistolia
Terapia
• La terapia d’emergenza dev’essere iniziata, a prescindere dalla kaliemia, in presenza di
manifestazioni di carattere:
◦ neuromuscolare
◦ elettrocardiografico
▪ e infatti il monitoraggio ECG è più importante del monitoraggio della kaliemia
▪ Indicazioni:
Sa abbiamo
iperkaliemia severa > 6,5 mEq/l
↓
si esegue un
ECG
↓
Se alterato
↓
si inizia una
terapia aggressiva con
calcio gluconato endovena
↓
Se non ci sono miglioramenti entro 20 minuti
↓
Ripeto la somministrazione
per altre 2 volte
Ipokaliemia
Kaliemia < 3,5 mEq/l
Eziologia
Si riconoscono essenzialmente 2 tipi di cause:
• Aumentato passaggio transcellulare del potassio
Alcalemia Ipotermia Insulina β-bloccanti
↓ ↓ ↓ ↓
Favoriscono il passaggio di potassio
dalla sede extracellulare → a quella intracellulare
◦ Aumentata eliminazione
▪ Può avvenire per via:
• Renale
◦ Terapia diuretica
▪ Ovviamente in seguito all’utilizzo di diuretici non risparmiatori di potassio
• Extrarenale
◦ Iperaldosteronismo
▪ Primario
▪ Secondario
◦ Sindrome di Cushing
◦ Terapia con steroidi
◦ Eccessiva ingestione di liquirizia
◦ Deplezione di magnesio
▪ Può rendere problematico il riassorbimento di potassio a livello tubulare
◦ Diarrea
▪ Secretoria
◦ Vomito
▪ Mediante un meccanismo indiretto
◦ Aspirazione naso-gastrica
Clinica e Diagnosi
Con la riduzione del potassio sierico
↓
aumenta il rapporto
potassio intracellulare/potassio extracellulare
↓
Il potenziale di membrana diventa
più negativo
↓
e le cellule muscolari sono iperpolarizzate rispetto al normale
↓
Questo spiega l’effetto proaritmico dell’ipokaliemia
• Onde P prominenti
• Allungamento P-R
< 2,0-2,5 • Extrasistoli
◦ atriali
◦ ventricolari
In particolare in presenza di
intossicazione digitalica o compromissione cardiaca
↓
Nei casi più gravi si possono verificare:
• BAV
• Tachicardia ventricolare
• Fibrillazione ventricolare
• Neuromuscolari
◦ Astenia degli arti inferiori
◦ Rabdomiolisi
• Altri sintomi
◦ Distensione gastrica
◦ Ritenzione urinaria
Diagnosi
La migliore guida, anche per guidare la terapia, rimane l’associazione di:
• Determinazione plasmatica del potassio
• Monitoraggio ECG
Terapia
• Potassio cloruro
◦ Gravità
▪ Se asintomatica
• Il potassio dovrebbe essere dato per os
▪ Diventa un’emergenza
• Solo nei casi in cui siano presenti:
◦ Disturbi della conduzione
◦ Aritmie
• In questi casi, la somministrazione va fatta per infusione
◦ Dosi
▪ È possibile calcolare il deficit di potassio con la formula:
Deficit Teorico Di Potassio mEq=(4,5−K p )×0,6×0,6×Peso Corporeo
• Dove Kp penso sia kaliemia plasmatica
▪ Dopodiché:
Il 50% del potassio
↓
va somministrato in
1-2 ore
↓
Bisogna quindi
dosare la kaliemia
ogni 2 ore
↓
e adeguare la correzione
Equilibrio acido-base
Valori di riferimento e definizioni
Valori di riferimento
• pH normale 7,35-7,45
◦ Inferiore → acidemia
◦ Superiore → alcalemia
• PaCO2
◦ Valori normali 35-45 mmHg
◦ Valore di riferimento 40 mmHg
• HCO3-
◦ Valori normali 22-26 mEq/l
◦ Valore di riferimento 24 mEq/l
• Cloro 100 mEq/l
• Sodio 135-145 mEq/l
• Potassio 3,3-4,9 mEq/l
• ΔCO2
◦ CO2 misurata – 40
◦ Indica la variazione della PaCO2 rispetto al valore di riferimento
• ΔHCO3-
◦ HCO3- misurata – 24
◦ Indica la variazione della HCO3- rispetto al valore di riferimento
• Gap Anionico = [Sodio – (bicarbonato + cloro)] = 12
• ΔGap anionico
◦ GA misurato – 12
◦ Indica la variazione del GA rispetto al valore di riferimento
3° LEZIONE DI MEDICINA D’URGENZA
COMA
CAUSE DEL COMA:
- Procedura ABCDE
- Frequenza cardiaca, frequenza respiratoria, pressione arteriosa, saturazione dell’ossigeno,
ECG, temperatura corporea, emogasanalisi (elettroliti, osmolarità).
- Occorre prendere un accesso venoso, apporre un catetere vescicale ed eventualmente il
sondino naso gastrico.
COMA METABOLICO
La maggior parte dei ricoveri interessa i pazienti con coma iperglicemico e quelli con cheto acidosi;
tali condizioni si instaurano lentamente e persistono più a lungo nel tempo. Il rischio di mortalità è
pari all’8%. Il pazienti con coma ipoglicemico non necessita del ricovero ed ha un rischio di mortalità
del 2%; tale condizione si instaura rapidamente e si risolve nel giro di poche ore. La diagnosi
differenziale si fa tra:
La differenza tra le varie tipologie di coma è eseguita sulla base del grado di disidratazione e del tipo
di respiro. Il respiro di Kussmaul è tipicamente più rapido e presenta una pausa dopo la fase
inspiratoria.
CHETOACIDOSI DIABETICA
La cheto acidosi diabetica è frequente nei pazienti con diabete di tipo 1, anche se potrebbe
presentarsi nei pazienti affetti da diabete di tipo 2. Per escludere la presenza della cheto acidosi
diabetica bisogna accertarsi dell’assenza dei corpi chetonici in circolo. La triade che di solito si
presenta è rappresentata da:
Nel diabete di tipo 1 c’è l’assenza totale di insulina; la lipoproteinlipasi LPL modifica gli acidi grassi
liberi che raggiungono il fegato per avviare la gluconeogenesi e per la sintesi dei corpi chetonici. In
tal caso il coma è dovuto al ridotto valore del PH.
La crisi iperglicemica iperosmolare si presenta più tipicamente nei pazienti con diabete mellito di
tipo 2. La triade clinica è caratterizzata da:
Nel diabete di tipo 2 c’è un deficit relativo di insulina; avviene comunque il rilascio di alanina da
parte del muscolo con l’attivazione della proteolisi. In questa condizione non c’è la liberazione degli
acidi grassi, ma è attivata comunque la gluconeogenesi con conseguente aumento della glicemia e
dell’ osmolarità. I fattori che determinano l’insorgenza del coma sono l’iperglicemia e
l’iperosmolarità, che causano un mancato adattamento neuronale.
Nella diagnosi si procede seguendo diversi step sulla base dei valori dell’ emogasanalisi. Se l’emogas
evidenzia un PH ridotto (acidemia), possiamo pensare al coma chetoacidosico oppure a quello
lattacidemico. Per confermare la diagnosi occorre valutare sia la chetonemia (dosando il
betaidrossibutirrico nel sangue capillare) sia la chetonuria (rilevando il betaidrossibutirrico e
l’acetoacetato nelle urine), escludendo così la variante lattacidemica. Se l’emogas mostra un PH
normale o aumentato, posso sicuramente escludere la cheto acidosi e posso orientarmi verso la
forma iperosmolare. Successivamente si calcola l’osmolalità in base ai valori del sodio e del glucosio.
Se l’osmolalità è normale (280-300 milliosmoli/L) si tratta di coma non diabetico; quando
l’osmolalità è aumentata (>320 milliosmoli/L) possiamo diagnostica uno stato iperglicemico
iperosmolare.
TERAPIA
Nella terapia del coma occorre correggere la volemia, ripristinare la filtrazione glomerulare ed
eliminare il glucosio in eccesso. Nei due tipi precedenti di coma c’è la disidratazione, marcata
soprattutto nello stato iperglicemico iperosmotico. A seguito della disidratazione, si osserva una
riduzione dei liquidi nei compartimenti plasmatico-interstiziale-cellulare. Per ristabilire la perdita di
liquidi è possibile scegliere tra diverse soluzioni:
- ISOTONICA (soluzione fisiologica al 0,9% di NaCl): si inizia sempre con questo tipo di
soluzione, per espandere sia il compartimento vascolare che quello interstiziale;
- IPOTONICA (soluzione allo 0,45%): è la soluzione ideale per ripristinare la volemia nei tre
compartimenti, ma non viene quasi mai somministrata;
- COLLOIDI: sono usati quando c’è ipotensione, al fine di aumentare i valori della pressione
sistolica >100 mmHg e il volume del compartimento vascolare. Sono poi sostituiti con la
somministrazione di CRISTALLOIDI.
1. Nella disidratazione LIEVE devo valutare la sodiemia. Se la sodiemia è >135 mEq/L posso
somministrare la soluzione allo 0,45% di NaCl (250-500 mL/h). Per valori della sodiemia <135
mEq/L posso somministrare la soluzione fisiologica 0,9% di NaCl (250-500 mL/h). Si deve
sempre valutare: la frequenza cardiaca (FC=100 bpm), la frequenza respiratoria normale,
l’output urinario (>0,5 mL/kg/h), il riempimento capillare (<3 sec) e lo stato mentale
invariato.
2. Nella disidratazione SEVERA si somministra la soluzione fisiologica allo 0,9% di NaCl (1 L/h)
fino a correggere la disidratazione da severa a lieve; successivamente si applica lo stesso
protocollo usato per il trattamento della disidratazione lieve (vedi sopra). Devo anche
valutare: la frequenza cardiaca (>120 bpm), la frequenza respiratoria (>20 atti/min), l’output
urinario è ridotto, il riempimento capillare è >3 sec e lo stato mentale è alterato.
3. Nel caso di disidratazione MASSIVA con Shock cariogeno: si esegue solo il monitoraggio
emodinamico del paziente.
Il paziente va valutato dopo 60 minuti, monitorando sia il bilancio idrico che la glicemia. Se la
glicemia è <200 mg/dL (cheto acidosi) oppure <300 mg/dL (iperglicemia iperosmolare) posso
infondere DESTROSIO al 5% + SOLUZIONE allo 0,45% di NaCl, affinchè il range glicemio sia
mantenuto tra 150-200 mg/dL (nella chetoacidosi) e 200-300 mg/dL (nella iperglicemia
iperosmolare). Il glucosio è somministrato per evitare che la sua rapida caduta nel trattamento della
disidratazione possa causare l’edema cerebrale da mancato adattamento neuronale.
Dopo aver idratato il paziente, si passa alla correzione della concentrazione del potassio. Nei casi di
IPERKALIEMIA (>5,3 mEq/L) posso iniziare la terapia con l’insulina. Se la concentrazione del K è
compresa tra 3,3-5,5 mEq/L, posso somministare 20-20 mEq di K in 1L di soluzione. Successivamente
posso somministrare l’insulina. Se somministro prima l’insulina, il K tenderà ad entrare nelle cellule
e causerà ipokaliemia iatrogena. Se c’è IPOKALIEMIA (<3,3 mEq/L) posso somministrare 20-30 mEq
di K in 500 mL di soluzione. La potassiemia è valutata ogni due ore; il target del K è >3,3 mEq/L
(l’ideale sarebbe intorno a 4-5 mEq/L).
Dopo aver idratato il paziente e corretto la Kaliemia, si passa alla somministrazione dell’insulina
regolare. Ci sono due approcci:
1. Somministro 0,1 U/Kg in bolo endovenoso e successivamente o,1 U/Kg/h in infusione
continua;
2. Somministro 0,14 U/Kg in infusione continua.
In entrambi i casi, se la glicemia non si riduce del 10% in un’ora, si somministra 0,14 U/Kg in bolo e
si ricomincia con uno dei due schemi precedenti. Quando si raggiunge il target glicemico <200 mg/dL
nella cheto acidosi e <300 mg/dL nell’iperglicemia iperosmolare, si può pensare di ridurre l’infusione
a 0,02-0,05 U/Kg/h per mantenere il range glicemico. Dopo aver risolto la crisi iperglicemica, i
pazienti che già assumevano l’insulina potranno riprendere la loro terapia standard. I pazienti
diabetici di nuova diagnosi o quelli che seguivano la terapia orale devono iniziare la terapia insulinica
alla dose di 0,5-0,8 U/Kg/die.
La terapia infusionale con insulina deve essere continuata per 1 o 2 ore dall’inizio della terapia
sottocutanea, per poter garantire dei livelli di glicemia adeguata. La terapia infusionale va sospesa
quando:
L’ultimo approccio consiste nel valutare l’equilibrio acido-base, solo però nel trattamento del coma
chetoacidosico. Se il PH<6,9 posso somministrare 100 mmol di HCO3 in 400 mL di fluidi + 20 mEq di
KCl in due ore; di solito si somministra il K per evitare una ipokaliemia riflessa. Se il PH>6,9 non si
somministrano bicarbonati, tranne nel caso dell’insufficienza renale severa. Il PH deve essere
valutato dopo 2 ore; il target da mantenere è PH>7.
COMA IPOGLICEMICO
La gluconeogenesi avviene per il 15% a livello renale e il restante 85% a livello epatico. L’insulina è
un ormone ipoglicemizzante; gli ormoni iperglicemizzanti sono il Glucagone, l’adrenalina, il cortisolo
e il GH. Quando il glucagone si riduce, viene liberata adrenalina dalle terminazione nervose
simpatiche e a livello surrenalico. La triade dell’ipoglicemia si presenta con: glicemia <70mg/dL
(cutoff della secrezione pancreatica) + risoluzione dei sintomi dopo somministrazione di glucosio +
sintomi tipi da ipoglicemia.
CLINICA
- Ipoglicemia LIEVE: sono presenti i sintomi neurogenici, che derivano dall’alterato apporto di
glucosio a livello neuronale. Le manifestazioni simpatiche derivano dalla massiva liberazione
di adrenalina con: tachicardia, sudorazione, tremore, palpitazioni, ansia e pallore cutaneo.
- Ipoglicemia MODERATA: si presenta sia con i sintomi neurogenici che con quelli
neuroglicopenici: confusione, ottundimento, obnubilamento del sensorio, crisi epilettiche
fino al coma.
- Ipoglicemia GRAVE: lo stato di coscienza è alterato.
Distinguiamo:
L’HAAF (Hypoglycemia associated autonomic failure) è una condizione ipoglicemica associata alla
mancata produzione di adrenalina da parte del sistema simpatico. Mancano i sintomi perché manca
la risposta controregolatoria simpatica e il soggetto va in coma direttamente. Si verifica nei pazienti
che hanno ipoglicemie ripetute; la risposta adrenergica riprende a funzionare se non ci sono episodi
ipoglicemici per almeno 2-3 settimane.
Nell’ IPOGLICEMIA LIEVE si osserva la regola del 15: devo somministrare 15 grammi di glucosio orale,
rivaluto la glicemia dopo 15 minuti e vedo se la glicemia è >100 mg/dl. Se la glicemia non raggiunge
tale valore devo iniziare con il trattamento nuovamente, se invece ha raggiunto l’obiettivo devo
rivalutarla dopo altri 15 minuti e arresto il trattamento se la glicemia è normale. Dare 15 gr di
glucosio è equivalente a somministrare 3 bustine di zucchero. Se il paziente non è in coma, si
preferisce dare glucosio per via orale, così da attivare il sistema gastrointestinale e aumentare la
glicemia di 30-40 mg in brevissimo tempo. Se è somministrato endovena, il glucosio è subito
utilizzato e la glicemia risulta instabile.
Nell’IPOGLICEMIA GRAVE devo valutare la presenza di un accesso venoso. Se non c’è l’accesso
venoso allora inietto per via intramuscolo 1 mg di GLUCAGONE, così da liberare in circolo
massivamente le riserve di glucosio. Se c’è l’accesso venoso, posso eseguire l’infusione endovenosa
di 15-20 grammi di glucosio in 1-3 minuti. Ci sono delle fiale al 33% di glucosio dove 1 fiala è da 20
ml e contiene 6,6 gr di glucosio (sono necessarie 3 fiale). Se il paziente si riprende, si può continuare
a somministrare la glucosata al 5-10% per 24-72 ore, fino a quando non riprende ad alimentarsi.
ACIDOSI LATTICA
CAUSE IPOSSICHE: ischemia, infarto, shock, anemia severa, ipossia globale, insufficienza
cardiorespiratoria, asma e BPCO.
CAUSE NON IPOSSICHE: insufficienza epatica o renale, ridotta clearance renale, deficit della piruvato
deidrogenasi, disaccoppiamento della fosforilazione ossidativa, cianuro-salicilati-biguanidi,
neoplasie, sepsi batteriche e cheto acidosi diabetica.
Il lattato è il metabolita della glicolisi anaerobia; il piruvato può essere ossidato nel ciclo di Krebs
oppure convertito in lattato se c’è anaerobiosi. L’aumento del lattato deriva da un’aumentata
produzione o dalla ridotta clearance. Il lattato è un metabolita del piruvato ed è eliminato o dal
fegato o dal rene. Le fonti di lattato sono i muscoli, il tessuto cerebrale e i globuli rossi; normalmente
la quota circolante è >1 mmol/L. I pazienti che hanno lattati >5mmol/L e PH<7,35 hanno una
mortalità del 75%. L’acidosi lattica si sospetta in tutte le forme di acidosi metabolica con Gap
anionico elevato
TERAPIA
La terapia si esegue con i bicarbonati; il loro uso è controverso perché possono dare alcalosi e
ipokaliemia rebound. Occorre calcolare il deficit di bicarbonati= (HCO3 dediderati-HCO3misurati) x
peso x 0,6. Dal risultato ottenuto si infonde la metà della quota di bicarbonati in 35-45 minuti con
aggiunta di 20 mEq di K per ogni 40 mEq di NaHCO3. Il target finale di HCO3 è di 15 mEq/L.
ENCEFALOPATIA EPATICA
Nel paziente cirrotico le condizioni favorenti sono: stipsi, infezioni intestinali, emorragia e anemia,
insufficienza renale acuta (con mancata rimozione dei composti azotati), alcolosi e ipokaliemia
(l’organismo ritiene gli ioni ammonio) e l’uso di benzodiazepine (che hanno un metabolismo
epatico).
PATOGENESI
Nella cirrosi si osserva:
CLINICA
TERAPIA
- Ridurre il carico di sostanze azotate mediante clismi medicati oppure lassativi, per garantire
la defecazione almeno 2 volte/die;
- Migliorare la capacità di detossificazione del fegato (trapianto);
- Riequilibrare i vari sistemi neurotrasmettitori ali cerebrali (l’uso di AA ramificati non ha
dimostrato nessuna efficacia);
- Se c’è intossicazione da benzodiazepine possiamo dare FLUMAZENIL come antidoto
- Somministrare antibiotici come RIFAXIMINA in acuto 1000mg/die oppure per la prevenzione
secondaria alla dose di 1200 mg/die in 2 somministrazioni diverse. Un altro antibiotico è il
METRONIDAZOLO, nel caso di infezione intestinale (1 grammo per 3 volte al giorno).
Emergenze gastrointestinali
Pancreatite acuta
È un processo infiammatorio acuto, che può essere:
• Localizzato
• esteso ad organi peripancreatici
• esteso ad organi distanti, attraverso un processo di SIRS (Systemic Inflammatory Response
Syndrome)
Poiché può presentarsi anche nell’ambito di una pancreatite cronica, come riacutizzazione, la differenziale
tra le due forme (acuta e riacutizzata) può essere difficoltosa,
• e può basarsi esclusivamente sulla restitutio ad integrum post-infiammatoria,
◦ presente nella forma acuta,
◦ assente nella forma riacutizzata.
Epidemiologia
40-60 anni.
Anatomia patologica
Si riconoscono due entità:
• Pancreatite interstiziale
◦ Caratterizzata da:
▪ Edema interstiziale, che in genere si risolve entro pochi giorni,
▪ e infiltrato infiammatorio.
▪ Possono coesistere piccoli focolai di:
• Necrosi parenchimale microscopica
• Steatonecrosi peripancreatica, la cui evoluzione dipende dalla sua estensione:
< 2 cm 2 - 4 cm > 5 cm
Evolve in minimi esiti di fibrosi È riassorbita più lentamente Si organizza in un
tessuto di granulazione
↓
che può trasformarsi in
cavità cistiche
• Pancreatite necrotica
◦ Presenta invece:
▪ Necrosi parenchimale macroscopica,
• spesso estesa a tutto l’organo,
• demarcata da un infiltrato di neutrofili e macrofagi.
▪ Possono essere presenti anche aree emorragiche e trombosi venose.
Patogenesi
L’inappropriata attivazione intracellulare degli enzimi pancreatici è ritenuta l’evento scatenante.
Quantità di tripsina attivata che
eccede i meccanismi di controllo
(Pancreatic Secretory Trypsin
Inhibitor e Protease-Activated
Perdita della Receptor, la cui attivazione da
compartimentalizzazione dei Fusione dei granuli di zimogeno parte della tripsina riduce il
granuli citoplasmatici con i vacuoli lisosomiali danno)
↓ ↓ ↓
Attivazione del tripsinogeno → in tripsina all’interno delle cellule pancreatiche
↓
Cascata di attivazione di amilasi, lipasi e elastasi
↓ ↓
Aggressione parenchimale Aggressione vascolare La tripsina up-regola
↓ ICAM-1, che attiva il trasporto
Ischemia dei leucociti
↓
Alterazione del microcircolo pancreatico
↓
Aumento della permeabilità vascolare
↓ ↓
Se il danno è lieve Se il danno è grave
↓ ↓
Edema e pancreatite Necrosi pancreatica
↓
Rilascio di citochine proinfiammatorie (IL-1, IL-6, TNFα)
↓
Mobilizzazione leucocitaria anche verso altri distretti
↓
SIRS
Eziologia
In ordine di frequenza:
1. Colelitiasi, il cui processo patogenetico può far riferimento a:
◦ Reflusso di bile nei dotti pancreatici
▪ determinando un danno diretto.
◦ Ostruzione pancreatica
▪ dovuta a:
Incuneazione del calcolo nella papilla di Vater
↓
con conseguente accumulo del succo pancreatico
↓
che ha perciò più tempo per attivarsi nel pancreas stesso
2. Alcool
◦ Tenendo conto che, tuttavia, in molti casi è piuttosto responsabile di riacutizzazioni in corso di
pancreatite cronica.
◦ È dubbio il ruolo di danno diretto dell’etanolo;
▪ i più probabili meccanismi d’azione sono:
• Aumento del tono dello sfintere di Oddi.
• Massivo rilascio di enzimi pancreatici, che vanno incontro ad attivazione inappropriata.
3. Poco frequenti
◦ Farmaci
◦ Trauma addominale
◦ Chirurgia
◦ Dislipidemia
▪ In grado di facilitare la fusione dei granuli di zimogeno con i vacuoli lisosomiali
4. Rare
◦ Pancreatite ereditaria
▪ Per mutazioni dell’inibitore secretorio pancreatico della tripsina
▪ Associata a fibrosi cistica (le secrezioni sono troppo viscose)
5. Idiopatica
Clinica
1. Dolore
◦ Continuo, trafittivo, con picchi di intensità maggiore.
◦ La localizzazione è
▪ epigastrica o mesogastrica,
▪ con irradiazione bilaterale
• agli ipocondri (a barra),
• o dorsalmente (a cintura).
• Nelle forme più avanzate, a tutto l’addome.
◦ Patogenesi:
▪ Distensione della capsula pancreatica
▪ Citochine, con azione diretta sulle terminazioni nervose
2. Vomito
3. Ileo adinamico → come riflesso di peritonite
Complicanze
1. Pseudocisti
◦ Raccolte fluide peripancreatiche
◦ circondate da una pseudoparete,
▪ che è in realtà un infiltrato infiammatorio.
2. Ascesso
◦ Determinato dalla colliquazione di focolai necrotici.
3. Ascite
◦ Dovuta ad una comunicazione tra il sistema duttale pancreatico e la cavità addominale,
◦ a seguito di una rottura del dotto.
Diagnosi
• Esame obiettivo
◦ Il paziente assume una posizione con tronco e cosce flesse.
◦ Si evidenziano:
FORME LIEVI FORME SEVERE
La palpazione superficiale evidenzia Dolorabilità diffusa
modesta dolorabilità a tutto l’addome,
in epigastrio e/o ipocondrio destro. con iperalgesia epigastrica e addome contratto.
Massa epigastrica dolente
-
in caso di pseudocisti
Subittero sclerale o ittero franco
-
in caso di ostruzione delle vie biliari
Epidemiologia
Si fa distinzione tra:
Emorragie digestive superiori A monte del legamento di Treitz 85-90%
Emorragie digestive inferiori A valle del legamento di Treitz 10-15%
Eziopatogenesi
Le emorragie digestive possono essere causate da:
• Emorragie digestive superiori
◦ Rotture nell’esofago
▪ Rottura delle varici esofagee
▪ Malattia di Mallory-Weiss (lacerazione della
giunzione esofago-gastrica)
▪ Esofagiti
◦ Rotture nello stomaco
▪ Perforazione di un’ulcera peptica gastro-duodenale
▪ Gastrite erosiva o emorragica
◦ Tumori
▪ Oro-faringei
▪ Esofagei Legamento di Treitz
▪ Gastrici Legamento che fissa l’ultimo tratto del
▪ Pervateriani duodeno al pilastro diaframmatico
mediano di destra.
• Emorragie digestive inferiori
◦ Alterazioni della parete del colon
▪ Diverticoli del colon
▪ Emorroidi e ragadi anali
◦ Alterazioni del decorso del colon
▪ Infarto mesenterico
▪ Strozzamento intestinale
▪ Volvolo
▪ Invaginazione intestinale
◦ MICI
▪ RCU
▪ Morbo di Crohn
◦ Tumori
▪ Carcinomi del colon-retto
▪ Angiodisplasie con emorragia di tipo venoso, incontrollabile con trasfusioni
• Origini particolari
◦ Emorragia digestiva dalle vie biliari
▪ Carcinoma dell’epatocoledoco o della colecisti
▪ Calcolosi biliare, con conseguente emobilia
◦ Emorragia digestiva dal pancreas
▪ PANE → Pancreatite Acuta Necrotico-Emorragica
◦ Emorragia digestiva iatrogena
▪ Terapia anticoagulante in atto o regressa
▪ Interventi chirurgici
▪ Indagini endoscopiche di:
• Apparato digerente
• Grosso vasi addominali
◦ Alterazioni congenite
▪ Diatesi emorragica
▪ Rottura di un aneurisma fissurato nell’esofago
Classificazione
Secondo la classificazione di Hoerr, possiamo distinguere:
Il paziente ha:
Emorragia lieve Ematrocrito ≥ 30% • Pallore
• Lipotimia solo raramente
Avviene lentamente
Emorragia grave compensata Perdita di sangue < 1 litro
senza arrivare allo shock
Arriva ad uno stato di shock
comunque controllabile con:
Emorragia grave scompensata Perdita di sangue > 1,5 litri
• Sangue interno
• Plasma expander
Shock irreversibile
Emorragia cataclismatica o
- ↓
dissanguante
e morte del paziente
Questa classificazione, comunque, tiene conto solo della quantità di sangue perso, mentre sono importanti
anche:
• Età del paziente
• Peso
• Comorbilità
• Velocità con cui il sangue viene perso:
Se il paziente presenta una
perdita di sangue 1,5 - 2 litri
↓ ↓
rapidamente lentamente
↓
↓ ↓
può andare subito in contro ad un
Se il paziente presenta: Se il paziente è
gravissimo stato di shock ipovolemico
• Emorragie altrimenti sano
recidivanti, che ↓
avvengono a breve l’organismo riesce ad
distanza temporale adattarsi
• Altre patologie ↓
associate (cardiache, ed è più facile controllare la
respiratorie, renali) situazione mediante
↓ trasfusioni
può comunque andare in
shock ipovolemico
Clinica
Le emorragie digestive si presentano con:
Ematemesi Melena
Emissione di sangue attraverso il Emissione di sangue con le
vomito feci
Definizione
in seguito al suo accumulo nello
stomaco
Poiché il sangue viene digerito da
• Rosso vivo, fluido o con
enzimi digestivi intestinali e
coaguli
batteri saprofiti
• Rosso più scuro,
↓
raramente, se:
si ha la trasformazione di
◦ ha ristagnato per
Colore emoglobina → ematina
lungo tempo nello
↓
stomaco
per cui il sangue sarà:
◦ sottoposto all’azione
• Rosso scuro
digestiva del succo
• Nero
gastrico
• Posa di caffè
• Causata da una emorragia • In genere è indice di una
digestiva superiore emorragia avvenuta
Sede
prossimalmente alla
giunzione ileo-cecale
• Si verifica quando:
◦ il contenuto gastrico
di sangue è almeno di
1 litro,
◦ con conseguente
vomito da distensione
dello stomaco.
◦ Quindi l’ematemesi è
• La perdita di sangue è
indice di una grave
piccola
emorragia digestiva.
◦ per cui non stimola la
• In queste circostanze, una
Condizioni in cui si verifica peristalsi intestinale
grossa quantità di sangue
◦ e il transito del
passa nell’intestino
contenuto intestinale
◦ stimolando la
sarà lento
peristalsi
◦ accelerando il transito
del contenuto
intestinale
◦ con conseguente
evacuazione di
sangue rosso vivo
misto a feci
Per cui possiamo avere:
• Melena ed ematemesi insieme
• Solo melena
• Ma non solo ematemesi
• Esplorazione digito-rettale
◦ Identificazione di:
▪ emorroidi
▪ ragadi anali
▪ tumori del canale anale o dell’ano
• Sondino naso-gastrico
◦ Serve per aspirare:
▪ Frammenti di cibo non ancora digeriti nello stomaco.
▪ Coaguli.
▪ Sangue:
In presenza di
ematemesi
↓ ↓ ↓
la presenza di sangue nello se si aspira solo se si aspira solo
stomaco succo gastrico e bile succo gastrico
↓ ↓ ↓
indica un indica un potrebbe essere
sanguinamento alto sanguinamento basso ↓ ↓
Sanguinamento Sanguinamento
basso alto
↓
potrebbe
trattarsi di una
emorragia in
sede duodenale
↓
con piloro
competente
↓
che impedisce il
reflusso del
sangue nello
stomaco
• EGDS
◦ Deve essere evitata in caso di emorragia in atto
▪ e deve essere usata con molta cautela in anestesia locale.
◦ È usata a scopo:
▪ Diagnostico
• Importante per valutare sede e natura di una emorragia digestiva alta:
◦ Varici esofago-gastriche
◦ Ulcera gastrica o duodenale
◦ Gastrite cronica erosiva
◦ Carcinoma gastrico
◦ Esofagite da reflusso
Emergenze polmonari
Edema polmonare acuto
Definizioni
• Insufficienza cardiaca
◦ Condizione in cui il cuore non è più in grado di assicurare un apporto di ossigeno adeguato
alle esigenze metaboliche tissutali
◦ È una sindrome che rappresenta il punto di arrivo di numerose condizioni patologiche
• Disfunzione miocardica
◦ Come un IMA
◦ Di gran lunga più frequenti
◦ Viene distinta in:
▪ Disfunzione sistolica
Anomalie della contrattilità
↓
che conducono ad una
EDEMA POLMONARE CARDIOGENO
Obiettivi trattamento
• Ridurre il precarico
• Ridurre il postcarico
• Aumentare l’inotropismo
Indicazione assoluta ad eseguire la ventilazione non invasiva come primo presidio: il razionale nell'uso della
pressione positiva è sia l'aumento della pressione toracica con riduzione del precarico e del postcarico che
evitare il collasso alveolare. Si preferisce usare la CPAP. Nella BPAP è data la pressione in inspirazione maggiore
della pressione in espirazione, quindi da un aiuto quando il paziente deve inspirare. Per quanto sia più
tollerata si usa la CPAP.
Se il soggetto, nonostante la CPAP e l'ossigeno al 100%, non risponde Allora devo intubarlo e fare una
ventilazione invasiva
Terapia medica
• Per ridurre il precarico si utilizzano
o diuretici dell'ansa. La Furosemide si somministra con una dose d'attacco di 60 mg in bolo,
riducendo sia il precarico che il post carico. la risposta non si osserva prima di 30 minuti e
bisogna sempre considerare il valore della pressione prima di iniziare la terapia. la furosemide
in vena determina dapprima vasodilatazione seguita da vasocostrizione.
o Acido etacrinico
o nitroglicerina che però è controindicata se la pressione sistolica scende sotto i 100 mmHg. Può
essere somministrata per via sublinguale o endovenosa.
• Per ridurre il postcarico si utilizzano
o gli ace-inibitori (enalapril ev),
o il nitroprussiato di sodio e
o la morfina ( 1 fiala da 2 o 5 mg a effetto sul circolo e sullo stato di ansia)
• Per Aumentare l'inotropismo
o se c’è edema cardiogeno e bradicardia si utilizza la dopamina come prima scelta in dosi di 4-
6 mg al minuto su kg,
o se c'è fibrillazione atriale si utilizza la dobutamina,
o in ultima scelta si usa noradrenalina.
La dobutamina ha meno effetto tachicardizzante rispetto agli altri due farmaci mentre la dopamina è
più maneggevole e più prevedibile nell'effetto a seconda del dosaggio. se non ho nessun effetto con
il dopamina lo aumento ma con il rischio di causare tachicardia
Embolia polmonare
Ostruzione acuta, ricorrente o cronica di 1 o più vasi arteriosi polmonari, determinata da:
• Presenza di coaguli ematici provenienti da:
◦ Trombosi a sede periferica nel Sistema Venoso Profondo (TVP)
◦ Fenomeni di Trombosi locale (cardiaca o polmonare)
◦ Emboli estranei alla normale composizione del sangue (Embolia polmonare NON trombotica)
Generalità
Rappresenta spesso la conseguenza diretta della TVP:
• Il 30% dei soggetti con TVP, sviluppa EP sintomatica
• Si può infatti parlare di Malattia Tromboembolica venosa (TEV) come unica entità nosologica.
Epidemiologia
Nonostante il miglioramento della terapia, la mortalità è rimasta elevata e costante negli ultimi 40 anni
Fattori di rischio
Gli stessi della TVP, ossia la triade di Virchow:
1. Danno della parete vasale
2. Stasi venosa
3. Ipercoagulabilità
Classificazione
Importantissima per la successiva scelta della terapia:
• In base all'insorgenza degli eventi
◦ Acuta → Forme di maggior interesse
◦ Cronica
• In base alla compromissione emodinamica
◦ Massiva → ≥ 50% del circolo polmonare coinvolto
◦ NON massiva
Eziologia
In base all’origine del trombo, avremo:
• Trombosi venosa profonda
◦ L’origine più frequente
◦ Distinguiamo, come origine specifica:
▪ Vena cava inferiore (70-90%)
• La maggior parte degli emboli trombotici deriva dal distretto della VENA CAVA
INFERIORE
◦ ed in particolare da vene prossimali (sopra il cavo popliteo)
◦ Le TVP prossimali (più pericolose) sono da:
▪ vene femorali ed iliache
▪ vene pelviche [plessi peri-prostatici e peri-uterini]
• Diagnosi difficoltosa, poiché le TVP prossimali sono quasi sempre asintomatiche
• Tromboembolie idiopatiche
◦ Il 50% dei pazienti con TEV non presenta Fattori di Rischio,
▪ perciò in questi si parla di Tromboembolie Idiopatiche
▪ Forme più gravi e a più alto RISCHIO di recidiva, non potendo intervenire sulle cause.
◦ Ipotesi eziologiche:
▪ Molte forme di TEV Idiopatiche potrebbero in realtà originare da una sottostante
condizione di ipercoagulabilità congenita del paziente, determinata da:
• Deficit antitrombina III
• Mutazione gene della Protrombina
• Deficit Proteina S
• Resistenza alla Proteina C attivata
• Mutazione Fattore V
• Elevate concentrazioni dei fattori VIII e IX
◦ Diagnosi:
▪ Quando sospettare che un paziente possa avere un disturbo congenito della
coagulazione?
• Quando è giovane
• In presenza di episodi recidivanti
• Familiarità per Tromboembolia Polmonare
• Ha TVP idiopatiche
▪ Cosa richiedere al laboratorio?
• Lo screening per ipercoagulabilità offerto dal nostro ospedale:
◦ PT
◦ PTT
◦ Proteina C/Proteina S
◦ Fibrinogeno
◦ Plasminogeno
◦ Dosaggio AT III
◦ Dosaggio Fattore V e II
Fisiopatologia
• Conseguenze respiratorie
Area ventilata, ma non perfusa Perdita del tensioattivo alveolare
↓ ↓
non partecipa allo scambio gassoso con aree di atelettasia
↓
Modificazioni del rapporto
Ventilazione/Perfusione
↓
Ipossiemia arteriosa (per riduzione scambi gassosi)/ipocapnia (per iperventilazione compensatoria)
↓
patognomonico di embolia polmonare
(campanello d’allarme)
↓
Ogni volta che il paziente è ipossiemico e tachipnoico
↓
dobbiamo sospettare una EP
• Conseguenze emodinamiche
↑ Resistenze nel Circolo arterioso Polmonare
↓
Ipertensione polmonare
↓
Insufficienza acuta del ventricolo destro
↓
che deve pompare contro pressioni alte
↓
OVERLOAD VENTRICOLARE
[Indice Prognostico Negativo – si ha in caso di Embolia Polmonare massiva]
↓
Il sovraccarico del ventricolo dx
↓
determina un aumento
↓ ↓
delle Tensioni della parete del consumo di O2
↓ ↓
con compressione coronarica con conseguente
sofferenza ischemica
↓
Questa, associata a una
riduzione del flusso al ventricolo sx
↓
fa in modo che si instaurino
alterazioni anche nel grande circolo
↓
con ipotensione e tachicardia compensatoria
↓
che riduce ulteriormente la perfusione coronarica
↓
fino ad arrivare allo
shock cardiogeno
Diagnosi
• Esame obiettivo
◦ Embolia polmonare massiva
▪ Dispnea
• Improvvisa
• NON giustificata dal Reperto Obiettivo Toracico, inadeguato o assente
▪ Tachipnea e iperpnea
▪ Sincope da ipoperfusione cerebrale
▪ Ipotensione
▪ Tachicardia
▪ Shock
▪ Dolore Toracico Precordiale da ischemia del ventricolo dx
▪ Venostasi Giugulare e cianosi
• Esami strumentali
◦ ECG
▪ NON è patognomonico
▪ Segni di sofferenza del cuore destro:
• Spostamento a destra dell’asse cardiaco
• Onda P alta ed appuntita
• Modificazione tratto S-T
◦ Esami di laboratorio
▪ D-dimero
• Prodotto di degradazione della Fibrina
• Misurato con metodica ELISA
• Ed usato:
◦ più per esclusione che per la diagnosi
◦ in quanto è dotato di:
▪ Sensibilità alta (99%) nei confronti di TVP e Tromboembolia polmonare
▪ Bassa specificità (43%)
• NON diagnostico, in quanto aumentato anche in processi:
◦ infiammatori
◦ infettivi
◦ neoplastici
◦ necrotici
◦ negli anziani e in gravidanza
• Valore soglia 500 ng/ml
▪ Alterazione della coagulazione
▪ Dosaggio BNP
• ↑ immediatamente in risposta ad una dilatazione cardiaca
• Marcatore molto Sensibile di danno cardiaco
◦ Emogasanalisi
▪ Ipossemia con alcalosi respiratoria:
• pO2 < 80 mmHg
◦ Ipossemia
◦ Ma circa il 20% dei soggetti con EP presentano una normale pO2 (micro-embolie)
• pCO2 normale o ridotta < 40 mmHg
◦ Ipocapnia
◦ Per iperventilazione compensatoria
▪ È un esame dirimente che va eseguito nel momento in cui si sospetta una EP
• Tuttavia, questi reperti:
◦ possono essere scarsi o assenti nei soggetti giovani che compensano
◦ oppure possono essere presenti anche in altre condizioni:
▪ Broncopolmoniti
▪ Sepsi
▪ Post-operatorio
◦ Rx torace
▪ NON è un esame di 1° livello
▪ Può evidenziare dei segni peculiari, anche se è poco sensibile per l’EP:
• Segno di Hampton
◦ Infarto polmonare
◦ Addensamento triangolare che ha:
▪ base periferica → verso la pleura
▪ e apice → verso l’ilo
◦ Agevola notevolmente la diagnosi, in quanto ci mette in evidenza l’area NON
perfusa a valle dell’arteria occlusa
• Segno di Westmark
◦ Area di ipertrasparenza nel settore vascolarizzato dal ramo occluso
• Versamento pleurico contestuale
• Innalzamento emidiaframma
◦ Da atelettasia
▪ È molto utile a escludere altre condizioni:
• Pneumotorace
• Edema Polmonare
• Broncopolmoniti
▪ La normalità non consente di escludere un EP
◦ Ecocardiogramma
▪ Vantaggi:
• Tecnica:
◦ NON invasiva
◦ rapida
◦ NON espone a radiazioni
▪ Svantaggi:
• Il problema è che NON in tutti i centri è a disposizione h 24
▪ Reperti:
• Diretta visualizzazione dell’embolo in arteria polmonare (7%)
◦ NON è il segno ricercato di routine
• Si valuta il RAPPORTO tra il ventricolo destro ↔ e ventricolo sinistro
◦ < 1 → normale
◦ ≥ 1 → ↑ di dimensioni del cuore destro (Indice di sofferenza)
• Segni INDIRETTI di cuore destro acuto
◦ Sono i segni più importanti e ricercati:
▪ Dilatazione e ipocinesi ventricolo destro
▪ Sbandamento e movimento paradosso del SETTO che:
per l’aumento delle pressione nel
ventricolo destro
↓
è spinto in
cavità sinistra
◦ Scintigrafia perfusionale
▪ Ha alta sensibilità (anche la specificità risulta abbastanza elevata):
• L’aggiunta della componente ventilatoria aumenta di poco la specificità
• mostrandoci come:
◦ la componente ventilatoria sia normale
◦ mentre quella perfusionale sia alterata → captazione assente
▪ Questo esame NON è diagnostico in almeno il 50% dei casi
• Oggi è in disuso
• rispetto al passato in cui era utilizzato per la conferma diagnostica
◦ Angio-TC
▪ È l’esame di conferma di riferimento che ha sostituito la scintigrafia perfusionale
• È il più richiesto (anche perché viene eseguito molto velocemente)
• Specificità dall'80 al 100%
▪ Risultati:
• Visualizza:
◦ direttamente il TROMBO
◦ o, eventalmente, la presenza di più TROMBI
• Vedo:
un difetto di riempimento evidente
↓
con mdc
↓
che si mostra con una vera e propria
"decapitazione" del vaso
◦ Angiografia
▪ Rappresenta il vero e proprio gold standard:
VANTAGGI SVANTAGGI
• Sensibilità e specificità elevatissime ma è molto invasivo
• Ci fa vedere, con molta precisione, la sede di ↓
localizzazione del TROMBO: NON si arriva quasi mai alla sua esecuzione
il m.d.c. ↓
↓ se NON in
si arresta in corrispondenza di esso emergenza
↓ ↓
a valle del TROMBO NON c’è perfusione esecuzione di:
• una trombolisi locoregionale per embolia
massiva
• oppure come test di conferma
◦ qualora angio-TC e Scintigrafia non
siano diagnostici
◦ cosa molto rara!
1. Perforazioni viscerali = Ulcera peptica, Colecistite acuta, Diverticolite acuta, Appendicite acuta,
Pancreatite acuta, Occlusione intestinale, Ischemia intestinale, traumi (chiusi, aperti, iatrogeni),
Emoperitoneo (da: gravidanza ectopica, rottura aneurisma aortico, rottura splenica o epatica).
2. Addome acuto non chirurgico = Cause endoaddominali (Infezioni virali o batteriche intestinali, Epatite
acuta, Colica biliare, Colica renale, Pielonefrite acuta, Cistite acuta); Cause toraciche (IMA, Pericardite
acuta, Embolia polmonare); Cause metaboliche (Diabete mellito scompensato o in cheto-acidosi
diabetica, Uremia, Intossicazione da piombo, Allergie); Cause nervose (Herpes zoster addominale,
Tumori vertebro-midollari, traumi vertebro-midollari).
DIAGNOSI = In presenza di un paziente con dolore addominale acuto, spesso non c’è molto tempo da perdere
per le indagini di laboratorio e strumentali e nella maggior parte dei casi, la diagnosi avviene solo in sala
operatoria, poiché bisogna intervenire tempestivamente per salvare la vita del paziente. Ad ogni modo, la
diagnosi prevede:
§ L’ ESAME OBIETTIVO -> dove osserveremo dolore intenso e ad insorgenza acuta con tendenza
all’irradiazione; gli effetti del dolore si evidenziano su: respirazione, alimentazione, defecazione mentre
noteremo una certa variazione del dolore con: decubito, movimento o posizione seduta. Inoltre sarà
presente nausea, vomito, alterazioni dell’alvo con: diarrea, stipsi, chiusura dell’alvo a feci e gas; spesso
avremo febbre che sarà preceduta o meno da brividi (sepsi); indagheremo anche i segni vitali come
respiro, polso, pressione arteriosa e temperatura.
- all’esame fisico del torace ci saranno segni di flogosi, invece all’esame fisico dell’addome
valuteremo:
- alla percussione si valuta la scomparsa dell’aia di ottusità epatica, in presenza di: pneumoperitoneo
libero da valutare con RX diretto dell’addome in cui si vedrà la falce aerea sottodiaframmatica e la
presenza di livelli idroaerei intestinali.
- L’esplorazione digito-rettale e vaginale che risulta utile in caso di flogosi pelvica con dolore.
- Le indagini di Laboratorio richieste saranno emocromo, HCT, elettroliti, amilasi, esami delle urine.
- La DIAGNOSTICA PER IMMAGINI con indagini Strumentali quali RX standard addome, ecografia
addominale, TC, Angiografia (per eventuali emorragie), laparoscopia esplorativa.
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EMERGENZE MEDICO/CHIRURGICHE – Dispensa discorsiva
Fonte: dispensa del sesto anno (2020) – a cura di: Roberto Papale
- TERAPIA GENERALE = ogni Addome acuto deve essere trattato, fin dall'inizio, con una serie di
provvedimenti miranti a impedire o correggere gli squilibri idro-elettrici che possono essere indotti da
patologie come: occlusione intestinale, vomito e diarrea, associati anche ad altre malattie. È importante
poi sostenere l'attività cardiaca e la volemia e fornire una adeguata copertura con antibiotici.
- TERAPIA DEL DOLORE = un discorso a parte merita la terapia del dolore in quanto: pur essendo opportuna
e spesso inevitabile va intrapresa con la consapevolezza che la somministrazione di questo tipo di farmaci
può alterare la tipologia del dolore e mascherare situazioni gravi come la insorgenza di una peritonite
- TERAPIA SPECIFICA = Per ciò che concerne invece la terapia specifica bisogna tenere a mente che le
patologie mediche capaci di determinare un addome acuto sono molteplici e ciascuna di esse richiede
una sua terapia specifica.
ANATOMIA PATOLOGICA -> Abbiamo quattro forme che in genere rappresentano gli stadi evolutivi
ingravescenti della malattia, nel dettaglio:
- Appendicite acuta catarrale che è caratterizzata da: iperemia, edema, iperplasia linfatica, infiltrazione
leucocitaria della mucosa e sottomucosa con formazione di essudato siero-leucocitario che distende il
viscere con conseguente idrope appendicolare
- Appendicite acuta purulenta che è dovuta all’intervento dei germi della suppurazione e si presenta con:
infiammazione di tutta la parete, formazione di materiale purulento che si accumula nell’appendice
provocando un empiema appendicolare con appendice ingrossata, ispessimento parietale e punta a
forma di clava. La mucosa è congesta e può presentare delle ulcerazioni profonde fino alla sierosa con
conseguente perforazione
- Appendicite acuta flemmonosa suppurativa ovvero una forma che interessa tutta la parete ed è
caratterizzata dalla formazione di ascessi, con essudato fibrinoso-purulento abbondante sulla sierosa. La
flogosi interessa anche il peritoneo che riveste il cieco, l’ultima ansa ileale e il peritoneo parietale
contiguo con conseguente peritonite circoscritta fibrinoso-purulenta nella fossa iliaca dx con formazione
del “piastrone ileo-ciecale” cioè una tumefazione a limiti indistinti molto dolorosa con cute iperemica,
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EMERGENZE MEDICO/CHIRURGICHE – Dispensa discorsiva
Fonte: dispensa del sesto anno (2020) – a cura di: Roberto Papale
febbre, stato tossico evidente che richiede un intervento chirurgico d’urgenza per evitare l’evacuazione
dell’ascesso verso la cute ma soprattutto verso il cavo peritoneale con conseguente peritonite
generalizzata e shock settico.
- Appendicite acuta gangrenosa che è una forma dovuta ad aumento della pressione endoluminale con
conseguente stasi sanguigna, ischemia, necrosi e gangrena fino alla perforazione e peritonite
generalizzata con shock settico anche fatale.
1. DOLORE -> che sarà un dolore addominale che insorge in uno stato di pieno benessere o dopo 2-3
gg di disturbi dispeptici, cioè inappetenza, nausea, alvo irregolare, cefalea. Il dolore è violento e si
presenta inizialmente di tipo colico, parossistico poi invece sarà continuo e localizzato nella fossa
iliaca dx; tende ad irradiarsi verso la coscia dx oppure verso la regione lombare o glutea. In alcuni
casi il dolore è localizzato all’epigastrio o in sede periombelicale ed è dovuto all’irritazione del
ganglio celiaco da parte delle strutture simpatiche dell’appendice che sono compresse dall’essudato.
Tutto ciò può indurre ad una diagnosi sbagliata di ulcera gastro-duodenale o colecistite.
2. NAUSEA e VOMITO -> causato dall’eccitamento del ganglio celiaco, il vomito sarà inizialmente di tipo
alimentare poi diventa di tipo biliare e infine di tipo fecaloide nella fase peritonitica.
3. ALVO CHIUSO A FECI e GAS -> questa condizione è dovuta all’ileo paralitico che solo raramente è
chiuso anche alle feci infatti si può avere diarrea.
4. FEBBRE -> solitamente si presenta con una temperatura aumentata fino a 38-39°
6. LEUCOCITOSI -> sarà possibile notare dei globuli bianchi maggiori di 10.000/mm3
DIAGNOSI = per primissima cosa dobbiamo effettuare l’Anamnesi, poi l’Esame Obiettivo con:
- Segno di Blumberg = cioè si preme con la mano a livello della fossa iliaca dx e poi sollevando la mano
bruscamente il pz avverte un dolore (“da rimbalzo”).
- Segno di Rovsing = cioè si esegue una palpazione profonda nella fossa iliaca sx e, paradossalmente,
si ottiene la comparsa o l’accentuazione del dolore nella fossa iliaca dx. Questo avviene forse in
seguito allo spostamento dell’aria intra-colica che distende il cieco e la compressione della zona
infiammata per lo spostamento dei visceri.
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EMERGENZE MEDICO/CHIRURGICHE – Dispensa discorsiva
Fonte: dispensa del sesto anno (2020) – a cura di: Roberto Papale
- Ecografia addome che ci permette di individuare il piastrone ileo-ciecale in fossa iliaca dx e/o
l’ascesso appendicolare.
- Rx diretta senza m.d.c. per individuare i corpi estranei e/o i coproliti.
N.B. Inoltre, ricordiamo che la diagnosi di appendicite acuta è difficile nel caso delle forme atipiche, dovute alla
sede anomala dell’appendice, con ad esempio appendicite retro-ciecale, pelvica, sottoepatica, appendicite sx in
caso di “situs viscerum inversus”.
TERAPIA -> procederemo all’utilizzo di antibiotici ad ampio spettro d’azione + antinfiammatori per cui
useremo metronidazolo e cefalosporine (attivi contro gram+ e gram-). La Chirurgia d’urgenza con
appendicectomia si può eseguire con una piccola incisione addominale trasversale per evitare di lesionare i
nervi diretti al muscolo retto di destra mentre effettueremo un’ampia laparotomia longitudinale destra o
mediana nei soggetti obesi oppure nel caso di dubbi diagnostici. I rischi più elevati si hanno in caso di
perforazione appendicolare con conseguente rischio di peritonite e shock settico.
PERITONITE ACUTA -> si tratta di un processo infiammatorio del peritoneo (molto pericoloso).
La Peritonite può essere distinta in:
- Peritonite acuta circoscritta ovvero un processo infiammatorio sieroso, siero-fibrinoso o purulento che
può essere causato da: Appendicite acuta, perforazione di una ulcera peptica, diverticolite del colon,
rottura di una pseudo-cisti pancreatica; l’infiammazione dunque viene bloccata dai visceri circostanti
rimanendo così limitata in un’area circoscritta della sierosa peritoneale.
- Peritonite acuta diffusa che è una infiammazione molto grave e ad alto rischio per la vita del paziente e
richiede un trattamento di urgenza. Può essere dovuta ad almeno due diverse cause:
1. PERITONITE ACUTA SECONDARIA SETTICA la cui eziologia può dipendere da: Batteri aerobi ([Link],
Streptococchi, Klebsiella, Enterococchi); Batteri anaerobi (Bacteroides, Clostridium). PATOGENESI: si
può verificare una diffusione da un focolaio infiammatorio addominale (es. appendicite acuta,
colecistite acuta, diverticolite, ascesso epatico) oppure la perforazione di un viscere cavo, ossia
perforazione di ulcera peptica, diverticolo, colecisti, colon o qualunque organo in via iatrogena (in
corso di esami endoscopici o radiologici). Altre possibili cause sono: ischemia con gangrena di un
viscere cavo ossia presenza di infarto intestinale, occlusione intestinale con strozzamento, volvolo,
invaginazione. Infine la peritonite può palesarsi come una complicanza a seguito di interventi
chirurgici come deiscenza di un’anastomosi oppure pancreatite post-operatoria o contaminazione
batterica intra-operatoria.
2. PERITONITE ACUTA SECONDARIA ASETTICA le cui cause eziologiche sono dovute all’invasione della
cavità peritoneale da parte di sostanze chimico-tossiche irritanti. In particolare, troveremo: succo
acido gastrico in caso di ulcera perforata, secreto pancreatico in caso di pancreatite acuta mentre la
bile con coleperitoneo deriva da colecistite acuta, neoplasia della colecisti, perforazione patologica
o iatrogena delle via biliari. Potremo osservare la presenza di urina in caso di uroperitoneo che si
verifica in corso di rottura intraperitoneale della vescica; invece il sangue in genere non è irritante
per il peritoneo, ma dalla lisi dei Globuli Rossi con liberazione di Hb e del ferro ferroso si ha lieve
irritazione del peritoneo favorendo l’insorgenza di una infezione batterica secondaria.
L’emoperitoneo si deve ad una rottura di una arteria viscerale, del fegato o della milza oppure di una
gravidanza extra-uterina. Infine in presenza di materiale fecale parliamo di peritonite stercoracea
che si ha in seguito a perforazione dell’intestino. Il Bario inoltre viene usato come m.d.c. per esami
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EMERGENZE MEDICO/CHIRURGICHE – Dispensa discorsiva
Fonte: dispensa del sesto anno (2020) – a cura di: Roberto Papale
radiologici ed in caso di perforazioni di un viscere cavo può riversarsi in cavità peritoneale essendo
molto irritante genera una reazione granulomatosa con peritonite da bario per cui, in caso di sospetta
perforazione viscerale l’esame radiologico deve essere eseguito con mdc idrosolubili.
Anatomia Patologica -> Inizialmente, la peritonite si presenta come una infezione di natura sierosa con
superficie peritoneale: iperemica, congesta, essudatizia. Poi, l’essudato diventa siero-fibrinoso, siero-
purulento, si deposita sulle anse intestinali con conseguente ileo paralitico riflesso mentre l’essudato siero-
emorragico è tipico della peritonite da: pancreatite acuta, infarto intestinale, occlusione intestinale con
strangolamento, volvolo.
- Nelle fasi iniziali si palesa un dolore acuto che sarà brusco, violento, continuo; la sede varia nel tempo
inizialmente è localizzato a livello della sede colpita: epigastrio in caso di perforazione di un’ulcera gastro-
duodenale; fossa iliaca destra in caso di appendicite acuta; fossa iliaca sinistra in caso di diverticolite
sigmoidea perforata. Poi il dolore si diffonde a più o meno tutto l’addome. Altri sintomi saranno chiusura
dell’alvo a feci e gas (ileo paralitico riflesso da peritonite acuta). Vomito riflesso. Sintomi da shock con
polso piccolo e frequente, febbre alta, tachicardia, ipotensione arteriosa.
- Nelle Fasi terminali invece il paziente presenta sintomi che indicano lo stato di disidratazione come
pallore, cute fredda e sudata, labbra secche, lingua asciutta, sete persistente, oliguria.
In sostanza i problemi derivano dall’infezione, dalla perdita di liquidi e dal respiro ridotto.
§ L’Esame obiettivo in cui attraverso l’ispezione notiamo che il paziente è immobile in posizione supina
con le ginocchia flesse e qualsiasi movimento accentua il dolore per cui la respirazione sarà
prevalentemente toracica nonché rapida e superficiale; l’addome è fermo e non dà alcun contributo alla
respirazione. La Palpazione superficiale e profonda evidenzia la presenza di dolore e la reazione di difesa
dell’addome. Essa è utile perché ci consente di escludere alcune cause eziologiche in cui è assente come
ad esempio l’occlusione meccanica, le coliche epatiche o le coliche renali dove il paziente è agitato ed in
continuo movimento (nel tentativo di trovare una posizione più o meno antalgica).
Alla Percussione invece valuteremo l’eventuale perforazione di visceri cavi, contenenti gas con conseguente
pneumoperitoneo e riduzione o scomparsa dell’aia di ottusità epatica
All’Auscultazione noteremo che nell’ileo paralitico riflesso avremo assenza della peristalsi e dei borborigmi
intestinali.
All’esplorazione digito-rettale si evidenzierà dolore intenso se si preme sulla tasca di Douglas (dove si
raccoglie l’essudato).
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EMERGENZE MEDICO/CHIRURGICHE – Dispensa discorsiva
Fonte: dispensa del sesto anno (2020) – a cura di: Roberto Papale
respiratoria. L’Emogas invece indaga l’Alcalosi respiratoria dovuta a ipossiemia per il respiro piccolo e
superficiale Acidosi metabolica per lo shock ipovolemico e settico con conseguente stimolo sul centro
del respiro e quindi IPERVENTILAZIONE.
- RX diretta dell’addome senza m.d.c. che evidenzia la falce aerea sotto-diaframmatica che indica la
presenza di gas libero nelle parti più alte dell’addome. Questo è ovviamente indice di perforazione
di un viscere cavo con pneumoperitoneo. Inoltre si osserva l’ansa sentinella con presenza di ileo
paralitico riflesso, con anse intestinali dilatate e immobili e livelli idroaerei. Infine si nota la
scomparsa del profilo dei muscoli ileo-psoas.
- ECOGRAFIA che evidenzia la presenza di versamento, ascessi ed inoltre, sotto guida ecografica, ci
permette di eseguire una puntura esplorativa percutanea, con esame colturale, biochimico,
citologico.
PROGNOSI: si tratta di una prognosi solitamente molto grave, con alto rischio di mortalità in presenza di
sepsi e insufficienza multiorgano.
TERAPIA -> anche in questo caso dobbiamo distinguere diverse situazioni, per cui avremo:
- Terapia contro la disidratazione che prevede di monitorare accuratamente il paziente, controllando: Hct,
PVC, diuresi oraria che sarà utile per monitorare le perdite e ci dice se la terapia di reidratazione del paziente
è efficace (ripresa della minzione). I liquidi, elettroliti, plasma expanders, albumina plasmatica, ringer lattato
sono usati per correggere le alterazioni idroelettriche inoltre si applica un sondino naso-gastrico, soprattutto
in presenza di vomito.
- Ossigenoterapia (o addirittura ventilazione meccanica assistita nelle forme più gravi) in presenza di
insufficienza respiratoria.
L’Intervento chirurgico d’urgenza invece è la tappa cui si ricorre dopo questa prima fase (disidratazione,
antibiotici, ossigenoterapia) che deve essere rapida. ESECUZIONE: si esegue una incisione laparotomica
mediana per accedere facilmente a tutti i quadranti addominali. L’intervento cambia a seconda della
patologia che ha causato la peritonite. È comunque importante il lavaggio peritoneale mediante: soluzione
fisiologica, antibiotici ad azione locale, soluzione antisettica (povidone-iodio) -> il tutto associato
all’inserimento di tubi di drenaggio multipli.
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OCCLUSIONE INTESTINALE -> si tratta di una grave sindrome caratterizzata dall’arresto brusco,
acuto e completo del transito intestinale solido, liquido e gassoso.
1. ILEO MECCANICO -> ovvero ostruzione del lume intestinale che rende la peristalsi impotente a garantire
una normale progressione delle feci e gas che è dovuto a cause:
- Luminali come: addensamento del meconio nei primi giorni di vita (il meconio è quella sostanza
bruno-verdastra che si accumula nell’intestino del feto e che dovrebbe essere espulsa nei primi giorni
di vita). Corpo estraneo, grosso calcolo biliare che giunge nell’intestino attraverso una fistola
colecisto-duodenale (va sotto il nome di ileo biliare). Fecaloma cioè un accumulo di feci nell’intestino,
tale da simulare la presenza di un tumore.
- Estrinseche, con lesioni vascolari come: volvolo (ovvero rotazione sull’asse di un’ansa intestinale,
con arresto completo dell’alvo), invaginazione (cioè ripiegamento di un tratto di intestino nel tratto
che lo segue). Briglie aderenziali post-operatorie ovvero Aderenze cicatriziali che nascono come esito
di infezioni e/o interventi chirurgici
- Estrinseche, senza lesioni vascolari dovute cioè a Tumori di organi contigui come Pancreas, Utero e
Retroperitoneo
2. ILEO PARALITICO o NON MECCANICO o DINAMICO -> ovvero paralisi della muscolatura intestinale, con
blocco della peristalsi e della progressione del contenuto intestinale. È dovuto a cause come:
- Ileo paralitico diretto dovuto a lesioni nervose locali o midollari, intossicazioni, ipokaliemia
- Ileo paralitico riflesso a seguito di apertura del peritoneo dovuta a traumi, interventi chirurgici
oppure peritonite dovuta ad appendicite acuta, perforazione di un viscere cavo, pancreatite acuta,
infarto intestinale. Inoltre l’ileo paralitico riflesso può dipendere da infiammazioni dovute a coliche
biliari o renali, IMA, pericardite, pleurite.
- Ileo paralitico spastico come conseguenza di lesioni nervose centrali o periferiche, assunzione di
alcuni farmaci oppure intossicazioni alimentari, soprattutto da funghi.
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il blocco della vascolarizzazione dell’ansa interessata con conseguente ischemia intestinale che evolve
rapidamente verso la necrosi e la perforazione.
Possiamo inoltre fare una classificazione in base alla sede, distinguendo tra:
• Occlusione intestinale alta ovvero a livello di duodeno e prima porzione del tenue
• Occlusione intestinale media che coinvolge il tenue ed il colon destro
• Occlusione intestinale bassa che riguarda il colon sinistro
FISIOPATOLOGIA -> L’occlusione è caratterizzata da alterazione dei gas per cui si ha accumulo di gas a monte
dell’ansa intestinale occlusa, con distensione dell’intestino ed aumentata pressione intraluminale; il gas che
si accumula è costituito da Azoto per il 70%, per il 10% avremo CO2 che si sviluppa a seguito dell’interazione
tra acido gastrico e succo pancreatico ricco di bicarbonati mentre la piccola quota restante è caratterizzata
da Idrogeno e Metano che derivano dalla putrefazione. Si riscontrano anche delle alterazioni
idroelettrolitiche ed infatti la presenza di secrezioni ghiandolari come saliva, succo gastrico, succo
pancreatico, bile determina un accumulo di liquidi a monte dell’ansa fino a 6-9 litri/die. I liquidi nell’intestino
normalmente sono riassorbiti per il 98% prima di arrivare alla valvola ileo-cecale mentre in caso di occlusione
si accumulano a monte dell’ansa occlusa il che porta a:
1. Distensione dell’intestino -> infatti normalmente, la pressione endoluminale è 2-4 cmH2O mentre,
in caso di occlusione, arriva a: Tenue 20-30 cmH2O e Colon 50 cmH2O superando così i valori di
pressione venosa vena porta 6-15 cmH2O. Per cui si ha la FASE DI EDEMA E CONGESTIONE DELLA
PARETE INTESTINALE caratterizzata da stasi venosa ed edema con trasudazione di liquidi nel lume
intestinale e con alterazione dei capillari della parete intestinale con aumentata permeabilità
capillare e ulteriore trasudazione di sangue e plasma nel lume intestinale.
2. Riduzione della capacità di assorbimento intestinale di liquidi ed elettroliti -> infatti l’assorbimento
intestinale, in particolare, si riduce man mano che si ha la distensione delle anse fino a scomparire e
per questo motivo, le anse a monte sono: voluminose e piene di liquido più o meno emorragico
inoltre saranno toniche, per l’assenza della peristalsi e con petecchie ed erosioni emorragiche
multiple.
3. Iperproliferazione batterica -> che rappresenta la terza conseguenza dell’occlusione intestinale che
infatti favorisce il ristagno dei germi a monte dell’occlusione e questo avviene soprattutto in caso di
strangolamento, poiché il contenuto intestinale sarà più ricco di proteine e globuli rossi che
favoriscono la proliferazione batterica, la produzione di endotossine che sono responsabili dello
shock tossico.
- ANTIPERISTALTISMO = dunque dirige il contenuto intestinale nello stomaco e verso l’esterno mediante il
vomito ed in particolare nell’Occlusione intestinale alta il vomito è precoce ed abbondante e tenendo conto
che la superficie mucosa a disposizione è scarsa ovviamente si ha una maggiore perdita di elettroliti acidi (Cl-
presente nel succo gastrico) nonché di K+ e HCO3- presenti nella bile per cui si ha alcalosi metabolica
ipocloremica e ipokaliemica con respiro rapido e superficiale. Invece in caso di Occlusione intestinale bassa
il vomito sarà tardivo e tenendo conto che la superficie mucosa a disposizione per il riassorbimento è
maggiore e la distensione delle anse intestinali a monte è più lenta e progressiva allora in tal caso, si ha una
maggiore perdita di elettroliti basici (Na+ presente nel succo pancreatico e nella bile) per cui si ha acidosi
metabolica ipokaliemica con polipnea per cui questo tipo di compenso sebbene si opponga alla distensione
intestinale provoca un grave squilibrio elettrolitico.
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- RIDUZIONE DEL TONO DELLA MUSCOLATURA INTESTINALE = che, in minima parte, riduce l’ipertensione
intestinale ma si tratta di meccanismi che si esauriscono rapidamente e si ha di nuovo ipertensione
endoluminale. In caso di occlusione intestinale con strangolamento si ha anche il sequestro di sangue ricco
di globuli rossi e proteine nel lume intestinale.
Se la causa di distensione persiste e non si interviene tempestivamente si va in contro alla FASE ISCHEMICA
con necrosi e perforazione con passaggio di liquido siero-ematico e sostanze tossiche nel cavo peritoneale e
peritonite. Per cui il paziente si ritrova in uno stato di shock ipovolemico e settico con notevole squilibrio
idroelettrico e perdita di proteine plasmatiche (soprattutto albumina) il che porta a ipoperfusione con
notevoli danni agli organi vitali.
1. DOLORE di tipo colico il cui carattere sarà acuto, crampiforme, intermittente e dovuto alla
distensione delle anse a monte dell’occlusione in particolare il dolore aumenta rapidamente
d’intensità raggiungendo un picco massimo, associato a borborigmi (il paziente flette il tronco e le
cosce sul bacino) poi si attenua con intervalli liberi caratterizzati da lieve dolenzia. La crisi dolorosa
dura alcuni minuti e termina col finire della contrazione peristaltica. Nell’ Ileo dinamico invece
spesso il dolore è assente mentre nell’Ileo da strangolamento il dolore, dovuto alla sofferenza
ischemica, è continuo, violento, legato ad un alto rischio di perforazione o Peritonite acuta, con
dolore continuo, violento con tendenza ad irradiarsi in tutto l’addome e presenza quindi di addome
acuto ovvero condizione in cui, alla palpazione, si provoca una reazione di difesa, con contrattura di
tipo ligneo della parete muscolare addominale.
2. VOMITO Accompagnato o meno a nausea e si deve alla distensione progressiva dello stomaco, in cui
refluisce il contenuto intestinale, in seguito all’antiperistaltismo. Per quanto riguarda il contenuto
esso sarà prima alimentare, poi biliare ed infine fecaloide (in caso di occlusioni basse). Per quanto
riguarda le tempistiche sarà precoce nelle occlusioni alte mentre è tardivo nelle occlusioni basse.
Invece sarà assente nelle occlusioni a livello del colon, se la valvola ileo-cecale è continente.
3. CHIUSURA DELL’ALVO A FECI E GAS che sarà tardiva nelle Occlusioni alte, perché è preceduta dallo
svuotamento di tutto il contenuto intestinale a valle dell’ansa occlusa, spesso di tipo diarroico mentre
nelle Occlusioni basse è precoce.
4. SHOCK IPOVOLEMICO E SETTICO infatti il paziente presenta segni di disidratazione come sete
persistente, lingua asciutta, pelle secca, occhi infossati, sudorazione, tachicardia, ipotensione, polso
piccolo e frequente, pallore. Il respiro sarà superficiale nell’alcalosi mentre sarà polipnoico
nell’acidosi.
DIAGNOSI -> classico iter anche qui che inizia con l’Esame obiettivo che all’Ispezione evidenzierà
sovradistensione dell’addome da meteorismo o addome globoso che sarà più evidente a livello mesogastrico
in caso di occlusione del tenue o dei fianchi in caso di occlusione del colon. I movimenti peristaltici sono
assenti in caso di ileo paralitico mentre risultano vivaci in caso di ileo meccanico. In tal caso, bisogna
valutarne: sede, direzione, ritmo, durata (scompare nelle fasi avanzate e in caso di strangolamento). Possono
essere rilevate anche delle cicatrici addominali per cui l’occlusione può essere dovuta ad aderenze cicatriziali
post-chirurgiche.
La palpazione deve essere dolce per non stimolare la peristalsi, tramite essa si valuta se ci sono o meno i
segni di irritazione peritoneale, cioè la contrattura di difesa della parete addominale.
Alla Percussione si palesa un timpanismo circoscritto o diffuso in caso di meteorismo mentre avremo una
scomparsa dell’aia di ottusità epatica in caso di perforazione o notevole distensione delle anse intestinali.
All’Auscultazione i suoni cambiano a seconda se abbiamo: Ileo meccanico in cui si notano suoni dipendenti
dall’iperperistaltismo e quindi borborigmi se l’ansa intestinale è distesa da liquidi e gas; ci saranno invece
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rumori metallici se l’ansa intestinale è distesa solo da gas. Invece nell’Ileo paralitico si evidenzia un silenzio
sepolcrale che indica che tutti i rumori sono assenti.
Avanzando nella malattia vedremo che nel momento in cui la peristalsi non riesce a vincere l’ostacolo si passa
dall’ileo meccanico all’ileo paralitico con sovrapposizione tra i due addomi
ESAMI DI LABORATORIO = essi ci consentono di valutare soprattutto la presenza di squilibri idrosalini, con:
disidratazione, ipovolemia, emoconcentrazione (aumento Hct), iperproteinemia ed anche la perdita di:
Cloro, Sodio, Potassio. Il deficit di potassio si mette bene in evidenza anche all’ECG poiché provoca una
riduzione della contrattilità ed una riduzione della conducibilità con conseguente sotto livellamento del tratto
ST ed onda T negativa.
RX ADDOME SENZA MDC (IN BIANCO) che serve a stabilire: la sede dell’occlusione, l’aumento della peristalsi
con distensione delle anse a monte dell’occlusione, le quali si dispongono a ventaglio o parallelamente tra di
loro. Possiamo trovare una differenza tra: Ileo meccanico dove le anse, i livelli idro-aerei e il diaframma che
risultano mobili mentre nell’Ileo paralitico risultano immobili.
I Livelli idro-aerei che si osservano in posizione ortostatica, sono immagini di contrasto dovute alla presenza
di Gas che forniscono un’immagine radiotrasparente che sovrasta i liquidi i quali invece danno un’immagine
radiopaca. I livelli idro-aerei variano a seconda della sede per cui nelle occlusioni del tenue ed in particolare
delle parti centrali dell’addome essi avranno caratteristiche peculiari definite: a scalinata, a canna d’organo,
a corona di rosario mentre le occlusioni del colon riguardano le parti periferiche dell’addome.
- Terapia medica che in genere ha il solo scopo di preparare il paziente all’intervento chirurgico e si
serve di: Sondino naso-gastrico che è utile per detendere le anse intestinali. I plasma expanders,
albumina plasmatica, liquidi ed elettroliti che si usano poiché bisogna ripristinare l’equilibrio
idroelettrico. Inoltre sarà necessario ripristinare l’equilibrio proteico e calorico. Ancora useremo i
bicarbonati in infusione per correggere gli stati di acidosi mentre il cloruro di ammonio serve per
correggere gli stati di alcalosi. Il Mannitolo sarà utile per stimolare la funzione renale mentre gli
Antibiotici ad ampio spettro servono per evitare le complicanze settiche.
- Terapia chirurgica che varia a seconda della causa che ha provocato l’occlusione.
COLECISTITE ACUTA -> si tratta della complicanza più frequente della colelitiasi.
EZIOPATOGENESI = Si distinguono due diverse condizioni:
1. COLECISTITE ACUTA LITIASICA effettivamente connessa alla colelitiasi con presenza di uno o più
calcoli che irritano la parete della colecisti e ostruiscono il dotto cistico con conseguente colecistite
acuta litiasica; è caratterizzata da: Edema nella zona dell’ostruzione, Alterazione dei vasi sanguigni
della parete, Ristagno di bile nella colecisti il che favorisce la proliferazione di germi come [Link],
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Klebsiella, Streptococchi, Clostridium che sono responsabili di alcune infezioni di entità diversa come
Idrope, Empiema, Flemmone.
2. COLECISTITE ACUTA ALITIASICA in cui l’ostruzione al deflusso di bile non è dovuta ad un calcolo
L’ostruzione è quindi dovuta ad altre cause come ad esempio un trauma chirurgico oppure ustioni
gravi favorendo quindi l’insorgenza di infezioni che favoriscono, a loro volta, la formazione di calcoli
CLINICA -> si evidenzia un dolore acuto all’ipocondrio destro e/o all’epigastrio e talvolta irradiato a spalla e
scapola destre che viene esacerbato dal respiro e dai movimenti; in genere dura 30-60 minuti e normalmente
è associato a: Nausea, Vomito (che sarà prima biliare, poi alimentare), Febbre che sarà presente come:
Febbricola (normalmente), Febbre > 38,5° che quando è preceduta da brividi bisogna sospettare la presenza
di empiema e/o gangrena.
DIAGNOSI -> sarà fondamentale l’Esame obiettivo con l’Ispezione in cui il paziente appare immobile e con
respiro rapido e superficiale che sarà prevalentemente toracico mentre l’addome non dà alcun contributo
alla respirazione. Alla Palpazione avremo il segno di Murphy positivo -> ESECUZIONE: si esegue una
palpazione nel punto cistico corrispondente alla zona al di sotto dell’arcata costale destra a livello del margine
esterno del muscolo retto dell’addome e si invita il paziente ad eseguire una inspirazione profonda
provocando dolore intenso con contrattura di difesa addominale e blocco della respirazione. Avremo poi il
segno di Blumberg positivo, in pratica se dopo la palpazione profonda si toglie la mano improvvisamente si
ha dolore acuto detto dolore da rimbalzo il che indica la presenza di addome acuto.
ESAMI DI LABORATORIO -> sono importanti ed evidenziano: Leucocitosi neutrofila, aumento della VES,
modesto aumento di bilirubina, fosfatasi alcalina, AST
DIAGNOSTICA PER IMMAGINI: si effettua una Ecografia addominale che è utile per confermare la presenza
di calcoli e l’ispessimento della parete colecistica > 3-4 mm, l’aumento del volume della colecisti. Il possibile
sviluppo di raccolte peri-colecistiche da flemmone colecistico. L’ecografia addominale, in particolare,
consente di visualizzare tutte le fasi evolutive delle complicanze della colelitiasi. Se il calcolo passa dalla
colecisti al dotto cistico o al coledoco la bile non defluisce nel duodeno ma ristagna nella colecisti subendo
fenomeni di riassorbimento dei pigmenti biliari e secrezione della mucosa colecistica diventando vischiosa e
determinando il quadro di:
IDROPE DELLA COLECISTI (o mucocele) -> la cui eziopatogenesi è successiva a 1-2 episodi di colica biliare a
seguito dei quali si ha una distensione della colecisti che aumenta di volume
CLINICA: avremo un paziente che riferisce: modica dolenzia, senso di tensione epigastrica
DIAGNOSI si effettua tramite l’Esame obiettivo che con la palpazione consente di individuare: una massa
ovoidale, lateralmente al muscolo retto e di consistenza elastica lievemente dolente che risulterà mobile col
respiro senza contrattura addominale di difesa. Alcune volte l’idrope rimane asintomatica rimanendo
stazionaria o regredendo mentre in altri casi, invece evolve verso:
l’EMPIEMA che dipende da una sovra infezione di germi piogeni con presenza di materiale muco-purulento
nella colecisti. Il paziente riferirà dolore intenso all’ipocondrio destro con contrattura di difesa che rende
difficile la palpazione della tumefazione. Si osserverà anche Febbre alta e Tachicardia. L’empiema può
evolvere in:
FLEMMONE -> dovuto all’infiltrazione dell’essudato purulento nella parete della colecisti spesso con necrosi
e trombosi. La flogosi si estende sulla superficie esterna della parete colecistica provocando la formazione di
aderenze con omento, stomaco, duodeno, colon fino all’evoluzione in:
- PERFORAZIONE in un’area libera provocando peritonite
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EMERGENZE MEDICO/CHIRURGICHE – Dispensa discorsiva
Fonte: dispensa del sesto anno (2020) – a cura di: Roberto Papale
PROGNOSI = la diagnosi di ileo biliare è spesso tardiva, con prognosi grave, soprattutto nei pazienti anziani
con gravi epatopatie.
TERAPIA -> in questo caso la terapia prevede: Paziente a digiuno, posizionamento del sondino naso-gastrico,
somministrazione di liquidi ed elettroliti, analgesici e antispastici, antibiotici ad ampio spettro d’azione
(cefalosporine, ampicillina), colecistectomia d’urgenza → da eseguire entro 72 ore dall’episodio acuto.
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