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Il destino di Platone

Basato sul Mito di Er

Talvolta, ciò che si inventa con le parole può dimostrarsi vero. E ciò può
sconvolgere ogni mente, persino la più arguta, ma alla fine giunge ad una
conclusione. Forse vi sarà già venuta un’idea, in caso contrario: no, non manca il
titolo, è Platone il protagonista di un racconto, protagonista di un racconto
assomigliante al suo.

Un’improvvisa ondata di luce rischiarò il nero buio, ed un’ondata confusa di suoni


ruppe il silenzio, e, a poco a poco, il maestro aprì gli occhi.
Non era più addestrato a distinguere i colori, o le figure, sebbene l’avesse fatto poche
ore prima: gli ci volle un po’ di tempo, ma alla fine fu in grado di vedere per lo meno
ombre. Abbassò il volto, portando lo sguardo affaticato sul terreno: ansimava, le
forze l’avevano abbandonato, e solo ora gli stavano tornando. Ogni singolo muscolo
non obbediva al cervello, e ciò era comprensibile, poiché pure esso non riusciva a
concentrarsi, a funzionare a dovere. Il frastuono si attenuò, fino a diventare un suono
molto familiare: una voce, ciò che a lui ora mancava.
Dove mi trovo? fu ciò che gli venne in mente. La voce era assordante, ma poco dopo
si capì il perché. Non era una singola voce, erano più voci assieme, ma con una
peculiarità: non parevano giungere all’orecchio, ma direttamente alla mente. Ogni
parola era ben scandita, come fosse progettata dalla sua mente per lui.
Rapidamente, i suoi sensi tornarono in sesto: ciò che lo meravigliò era il fatto di
essere in piedi, seppure non avesse fisicamente la forza adatta a questo. La mente non
era in grado di spiegare un simile fatto, ma non volle farci caso: la memoria gli tornò
all’istante, ricordò tutto ciò che successe prima del buio:
Il mio nome è Platone, e sono un filosofo. Tuttavia, non sono ancora in grado di
capire da solo ciò che mi è successo. So solo che ero sul mio letto, quando le forze
mi hanno abbandonato. Sono… finito in un altro mondo? Nel mondo delle idee?
Se fosse così, allora non potrebbe far altro che essere felice: una vita passata
all’inseguimento della verità, e alla morte l’avrebbe raggiunta, vivendo con essa e
beandosene.
È per questo, allora, che non percepivo il mio corpo, e perché mi sento così: la mia
anima era ancora abituata al mio corpo, il quale non è più mio, e non più presente.
Adesso la mia anima si è totalmente staccata dal corpo, e per questo è in grado di
poter esistere come un’entità separata. Tuttavia, non è come avevo previsto, mi
sembra di avere ancora un corpo… Oh, sì, è il ricordo del corpo imperfetto…
Eppure, qualcosa non gli tornava. Mosse la mano dinanzi a lui, e la osservò con cura:
non pareva la mano di un vecchio, pareva più la mano di un giovane. E, dopo un po’,
guardò da un’altra parte: osservò centinaia, migliaia di altri esseri, migliaia di uomini,
tra i quali vide una sua vecchia conoscenza. Era strano dirlo, poiché l’aspetto era
diverso rispetto a quello sulla Terra. Avanzò, e poiché avvertì qualcosa di strano,
guardò sotto: non camminava, anzi, levitava a pochi centimetri da terra. Si avvicinò
poi a quella persona: era un giovane soldato dell’esercito di Atene, arruolatosi da
pochi mesi, e perciò inesperto. Non lottava per l’onore e la gloria, ma per difendere la
propria patria: perciò non era come gran parte dei generali, o dei soldati, ma cercava
di fare qualcosa di bene. «Nikólaos! Cosa fai qua?» disse il maestro. «Maestro
Platone!»: fu questa la risposta del giovane, che si avvicinò a Platone. «Sa dove
siamo, maestro? L’ultima cosa che ricordo è essere… trafitto da una spada, qui,
sul petto…», disse indicandosi la parte destra del petto, che era intatta, come perfetta.
«Quando mi sono svegliato in questo posto, ho avvertito che mi mancava… però
ora non fa male…». Intervenne allora Platone, che riteneva sapere cos’era successo.
«Mio giovane amico, credo che siamo entrambi nel mondo delle idee. E credo di
sapere perché la ferita scomparsa non faccia più male: la tua anima era ancora
abituata ad avere un corpo imperfetto, condividendone le sensazioni. Adesso,
l’anima è riuscita a vivere da sola, nella perfezione.» Il giovane lo osservò,
facendo un lungo sospiro, rattristato. «Ciò significa che ho fallito… che non sono
riuscito a vincere la battaglia per la patria…» «Oh, ma tu hai vinto una battaglia
molto più grande. Hai vinto la tua battaglia contro il male, hai fatto ciò che
ritenevi giusto e buono, per la tua patria. Non devi rimproverarti se non hai
vinto una piccola battaglia: prima o poi, tutti ne perdono una.», disse sorridendo,
appoggiando la mano sulla spalla di lui. Il giovane ricambiò il sorriso, contento della
risposta. Ad un tratto, avvertirono un suono più rumoroso degli altri: erano in una
stanza circolare, aperta in alto, con davanti un grande cancello dorato, appena aperto.
Cadde il silenzio, ma dopo un po’ si sentirono gruppi di persone parlare piano tra di
loro. Poco alla volta, la folla iniziò ad uscire per il cancello: tra loro c’erano Platone e
Nikòlaos, che tornarono a parlare. «Tutto questo mi pare familiare…» disse
all’improvviso Platone. Il giovane si guardò attorno, rimanendo sconfortato: «Ci
sono molti dei miei compagni qua… e ho notato anche alcuni dei nostri
avversari…», disse mentre si iniziava a vedere qualcosa: vi erano due grandi
voragini per terra, e due strani raggi di luce dal cielo alla terra. In mezzo, vi era una
sorta di semicerchio, in cui sopra a tutti vi era un essere, simile ad un uomo, e gli altri
stavano attorno. Si formò quindi una grande fila. Da lontano, il maestro ed il giovane
non potevano sentire attraverso le orecchie, ma il messaggio arrivava direttamente
all’anima. «Teflon, poiché sulla Terra non hai agito per il bene, sei condannato a
mille anni di Purgatorio, in attesa del momento in cui sarai pentito delle tue
azioni.», disse l’essere che si trovava sopra agli altri, rivolto alla prima anima della
fila: si incamminò, senza fiatare, verso la voragine di destra, e da lì scomparve. Seguì
un giovane, che Nikòlaos riconobbe: era un suo compagno. «Kèflas, poiché hai agito
per l’onore, senza chiederti se era per bene o per male, sei condannato a mille
anni di Purgatorio, in attesa del momento in cui capirai cos’hai fatto.»: e, senza
fiatare, seguì l’altra anima. Nikòlaos si intimorì, credendo che dovrà andare in
Purgatorio pure lui, ma Platone lo rassicurò. «Capiranno che hai agito per il bene,
non hai cercato l’onore e la gloria. Stai sereno, sarà più facile.»: questo però non
lo rassicurò del tutto, e Nikòlaos dentro di sé temeva la condanna. Toccava ora ad
un’altra anima. «Desan, poiché il tuo traguardo è sempre stata la strada del bene,
e hai resistito al passare alla strada del male, più facile e appetitosa, potrai
restare nel Paradiso per mille anni, dove alla fine di essi tornerai nella Terra,
per poter dimostrare di non essere cambiato.»: l’anima allora si diresse verso il
raggio di luce, e quando lo toccò si alzò in cielo. «Visto, Nikòlaos? Tu hai sempre
cercato il bene, quindi non devi preoccuparti.», disse il maestro, e il giovane si
rassicurò. Non si poteva distinguere il tempo, in quel luogo: non si poteva sapere
quanto era passato, vi erano migliaia di persone prima dei due, ma sembrava fossero
appena arrivati quando toccò a Nikòlaos. «Nikòlaos, poiché hai agito per il bene
della tua patria, per la pace del tuo popolo, anche se avresti dovuto chiederti che
dovevi lottare contro altri popoli di cui non sapevi nulla, potrai restare nel
Paradiso per mille anni, dove alla fine tornerai nella Terra, sperando tu possa
cercare di far del bene non solo alla tua patria, ma a tutti gli umani.», e l’anima
di Nikòlaos si diresse verso il raggio di luce, dove si innalzò sino al Paradiso.
«Platone, poiché hai agito sempre per il bene della patria, per creare uno stato
ideale, e per non essere caduto nella strada del male, puoi restare nel Paradiso
per mille anni, per poi tornare alla Terra, sperando tu possa continuare nel tuo
lavoro.»: si diresse allora, anche lui senza discutere, verso il raggio di luce. Si fermò
poco prima di toccarlo: aveva un grandissimo desiderio di vedere cosa si trovava nel
Paradiso, e per questo voleva andare, ma per lo stesso motivo aveva timore. Quando
toccò il raggio, con modo deciso, si diresse verso il Paradiso. Lì incontrò molte
persone che conosceva, e vedeva gente arrivare e gente andare. Parlò con altri
filosofi, dapprima con Socrate, con cui discusse le sue tesi: seppure fossero in
contrasto tra di loro, i loro dialoghi riuscivano ad entusiasmarli, facendo ad entrambi
venire nuove idee. Giunsero poi Aristotele e molti altri, e per mille anni restò lì, nel
mondo perfetto che aveva sempre sognato, per affrontare una nuova strada, ma con
gli stessi traguardi: il bene, la giustizia, la verità.

La strada del bene è difficile da seguire: nella Terra da’ pochi premi, ottenuti da chi
segue la strada della forza e del male. Tuttavia, la nostra vita è soltanto una strada.
Il nostro traguardo ci attende alla fine di essa: bisogna essere forti, bisogna seguire
la vera strada, bisogna agire nel giusto, e stare bene con noi stessi e con gli altri.