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Scuola Internazionale Neoreichiana

Anoressia

Bulimia

Obesità (da iperfagia)

-Documenti

-Teorie

-Terapia

WALDO A. BERNASCONI

Direttore Scientifico Forum Crisalide Edizione per Internet – Anno 2000

Indice

Prefazione

4

Cap. 1 - Quel maledetto cordone ombelicale !

6

La mamma “tipo S”: la sognatrice

 

6

Il terreno relazionale “tipo S”

7

La mamma di “tipo O”: l’intellettuale

8

Il terreno relazionale “tipo O”

8

La mamma “tipo M”: la chioccia

9

Il terreno relazionale di “tipo M”

9

La mamma “tipo P”: la seduttrice

10

Il terreno relazionale di “tipo P”

11

La mamma “tipo R”: la tradizionalista

12

Il terreno relazionale di “tipo R”

13

La mamma-mamma

13

Mamma-mamma è

14

La mamma “fredda”

15

La mamma calda

15

La mamma verde

17

Scopriamo il vero Sé di mamma-mamma

18

Terreno relazionale e cordone ombelicale

20

Il padre

chi l’ha visto?

21

Le “belle famiglie”

 

22

Cordone ombelicale e patologie

24

W. Reich: il masochismo è richiesta d’amore

(Scheda 1)

27

La Teoria dei Cinque Movimenti (Scheda 2)

28

L’affettività negli esperimenti di HARLOW (Scheda 3)

29

Il terreno relazionale (Scheda 4 – Scheda 4.1)

30

Il

Carattere (Scheda 5)

 

32

Cap. 2 - Quando a governare il Sé è la “bellezza della mente”

33

Anoressia: dal greco anoreksía

34

Armonia del corpo - armonia della mente

35

Il “Tu”partorito dalla mente

37

La “coppia” partorita dalla mente

39

La “bellezza” partorita dalla mente

40

La “femminilità” sotto la lente della mente

42

La sessualità partorita dalla mente

44

Il “progetto esistenziale” partorito dalla mente

45

Su, nel regno della mente

45

Ma Santa Veronica Giuliani era anoressica? (Scheda 6)

47

Galleria XX Secolo (Scheda 7)

49

L’Uomo a Cassetti (Scheda 8)

50

Cap. 3. Un’occhiata dentro il male

 

51

Alexia - 16 anni, anoressica: una “brava” bambina

51

Feliciana - 17 anni, anoressica: una ragazza del sud

55

Stefania - 25 anni, bulimica: vomitare in eterno

58

Federica - 27 anni, anoressico-bulimica: sola!

62

Irene - 33 anni, iperfagica:

sotto

la ciccia tante cose da raccontare

66

Storie

69

Dossier Genitori

70

Cap. 4 - Facciamo un poco di luce

72

L’approccio analitico

72

L’approccio comportamentale

73

L’approccio umanistico

74

La terapia di famiglia

74

Il sostegno psicologico

74

Criteri diagnostici per l’anoressia nervosa

76

Criteri diagnostici per la bulimia

78

Criteri diagnostici per l’obesità da iperfagia

80

Sull’obesità

82

Condizioni patologiche più frequenti negli obesi

82

Diete e Disturbi Alimentari Psicogeni

83

Disturbi Alimentari Psicogeni e conflitti familiari

84

Parte Il “Progetto Crisalide

 

87

Cap. 5 - La vita è la materializzazione di un pensiero

87

Dalla teoria alla pratica rieducazionale

 

90

Inquinamento e disinquinamento

91

Entriamo nella Crisalide

92

Sviluppare le potenzialità

93

Il corpo ed il Tu

94

Il corpo e la coppia

95

Il corpo e la bellezza

98

Il corpo e la femminilità

99

Il corpo ed il sesso

101

Il corpo e il progetto esistenziale

103

Il “Progetto Crisalide” in azione

104

La giornata di Crisalide

105

Epilogo

110

Ringraziamenti

111

Prefazione

Le storie di bulimia e di anoressia o obesità iniziano molto, molto prima dell'apparire del sintomo:

hanno radici nei primi anni di vita del bambino. Tuffandoci nell’alba della vita, osserviamo come nell’immaginario di un bambino, quindi nel suo istinto, sia presente la figura della madre ideale. Una madre “prevista dalla natura”, ossia nutriente e calda, presente, accogliente e protettrice. La madre ideale lo aiuta a svilupparsi in modo creativo, ad essere colmo di fiducia e di autostima. In questa fase della sua crescita, per lui tutto e “Io”: Io è Io(bimbo)+Tu(madre), ovvero la madre ideale è incamerata nel suo mondo, è parte del suo Sé. Questo Sé è armonia. Poi qualche cosa si rompe: la madre reale non risponde alle aspettative dell'Io. Tu(madre) “abbandona” o “tradisce” Io ed Io perde la fiducia in se stesso e quindi nel Tu(madre). Si sviluppa, su questo terreno, un’intensa angoscia, poi la certezza di essere stato abbandonato. Ed è smarrimento, rabbia verso il Tu-che-ha-tradito-la-fiducia.

Poi è fuga: fuga da quell’insopportabile senso di solitudine. Fuga in un mondo fasullo nel quale ricostruire l’armonia perduta, nel quale inventarsi una madre sempre accogliente, calda, amorevole; una madre che ha però un grande difetto: è partorita dall’intelletto. All’osservatore esterno nulla sembra cambiato: ma “dentro” tutto ora è diverso. Il Sé del bimbo vive sopra la realtà degli affetti (che lo hanno tradito!) e si relaziona con un mondo che la sua mente via via costruisce.

Per un certo tempo la non-fiducia-nel-Tu (in tutti i Tu!) si accuccia in qualche angolo del cervello: il bambino si propone – è la regola – come un pargoletto modello: i suoi punti di riferimento sono però immateriali, eterei. Primeggia nello studio, nell’arte, nella musica, nello sport o nella danza classica.

Perciò è bravo! Poi un giorno – fulmine a ciel sereno – l’angoscia repressa si fa viva. Invade il tutto il Vivente. La mente è lucida, freddamente lucida. Vuole distruggere. Distruggere quel corpo che reclama carezze, abbracci, sessualità. Quel corpo che anela il materiale e che spinge verso un Tu. Con l’onniscienza di chi ha perso il contatto con il reale, quel Sé respinge la fisicità, regredisce, torna piccino, perde di peso, di consistenza, di corporeità.

E’ attratto dall’immateriale (

l’affettività che un tempo rivolgevo verso un Tu-materiale è stata

tradita; la chimera che io costruisco non mi abbandonerà mai!”) oppure si “gonfia” fino ad

esplodere per poi scaricare la tensione vomitando oppure

difesa fatta di ciccia nei confronti di un corpo che pretende affetto.

continua ad ingrassare, per creare una

La vita - a questo punto - è un continuo scontro tra Io-mente ed Io-corpo. Uno scontro esclusivo, nel quale il raziocinio non può “entrare”: il raziocinio è frutto di un’analisi cognitiva, logica. Cosa può la logica, limitata nelle sue forme e nei suoi contenuti, contro l’immensità del pensiero? del magico? dell’astratto? Nulla. Ma - se non nutrito - anche l’intelletto muore.

Tutte le attenzioni, le dimostrazioni affettive che genitori, mariti e fidanzati riversano sul Sé- ammalato non fanno che aumentare le difese connesse all’idiosincrasia fissata nei meandri della psiche, che collega affetto ad abbandono e che evoca rabbia verso chi abbandonerà (“chi ha

tradito una volta

”).

Perciò, l’ “entrata” nel sistema ammalato deve avvenire al di fuori dell’affettività della famiglia; deve improntarsi sulla istintualità propria del rapporto azione È emozione. L’emozione è legata alla relazione. Fare leva sull’emozione, cioè su di una costante insita in ogni comunicazione tra soggetto

e

(s)oggetto, è la via maestra per accedere alla parte sana, integra del Sé. E se la comunicazione

si

colloca “fuori” dal giudizio soggettivo/affettivo, dunque dal concetto di bene o male, per incentrarsi

sulle percezioni fisiologiche inequivocabili quali contrazione=frustrazione, rispettivamente distensione=piacere, allora lo sbarramento costituito dalla paura d’amore è aggirato.

Lugano, ottobre 2000

L’Autore

Cap. 1 - Quel maledetto cordone ombelicale !

“Il cordone ombelicale unisce il feto alla madre per mezzo della placenta. Ha la grossezza di un mignolo ed una lunghezza che varia da 40 a 60 centimetri. Il c. ombelicale unisce due esseri, il

feto e la madre. (

l’Enciclopedista erra! Lungi dall’essere mozzato, quel cordone, che fino al lieto evento fu veicolatore

di linfa vitale, ora si trasforma “

transitano, dalla madre al bimbo, tutte le nefandezze che la cultura del nostro e dei precedenti millenni ha prodotto. L’ovvia conseguenza è un importante inquinamento del Sé di un cucciolino che - senza fare i conti

con le aspettative di mammà - si presenta, sic et simpliciter, sulle soglie del mondo con la pretesa

di poter “essere”.

Ma ecco profilarsi la prima fregatura. Il nascituro - ovviamente - non è consapevole che mammà già ha previsto il tipo di relazione che dovrà instaurare con il bebè: non è conscio del fatto che mammà conosceva, già molto prima che egli stesso ne prendesse coscienza (grazie ecografia!) il suo sesso e che, grazie a questi ed altri miracoli della scienza - come ad esempio gli “utili” insegnamenti della onnipresente televisione - ha le idee molto chiare (almeno pensa!) su quello che sarà il suo meglio.

Altro che diritto ad “essere”!

)

Il cordone ombelicale viene tagliato 2 - 3 minuti dopo la nascita

”.

E qui

2 - 3 minuti dopo”, in uno “psicocondotto” attraverso il quale

Le mamme si possono caratterizzare in base al loro immaginario (i loro sogni), quindi in funzione di

quel senso del Bene e del Male che costituirà il terreno relazionale nel quale collocare il pargoletto

e, se possibile, tenercelo fino alla senescenza.

Ma procediamo per gradi ed osserviamo dapprima le possibili “nature” di mamma, poiché - come vedremo - queste sono di estrema importanza nello sviluppo delle patologie che danno il tema a questo libro:

La mamma “tipo S”: la sognatrice

E’ questa una donna che - a sua volta - è stata partorita da una “mamma S”, quindi una “cosa”

afisica, lontana. Per difendersi da quel “nulla”, ha costruito un suo mondo immaginario nel quale si è

rifugiata per fuggire dall’ansia e dall’angoscia che la disconferma (

La mamma “tipo S” è dunque una donna che nulla sa del rapporto duale armonioso. “Io ti ho messo al mondo - pensa - però sia chiaro: Io sono Io e Tu sei Tu.” Il suo agire è perciò freddo, distaccato, scientifico se non addirittura scocciato per essere costretta da pianti e lamenti di un inerme cucciolino e più tardi da “assurde” richieste d’attenzione, a staccarsi dal suo universo fittizio ed occuparsi di qualche cosa che le-appartiene-pur-non-appartenendole.

tu

non esisti!) generano nel Sé.

La madre di “tipo S” difende il suo “mondo sognato” scindendo la propria esistenza da quella della figliolanza. Per lei le grandi passioni o i grandi affetti sono sinonimo di pericolo; un Tu-che-si- avvicina la mette in allarme rosso; la “psicopenetrazione” (ossia la fusione tra Io e Tu) genera in lei angosce profonde. Tu è uguale a pericolo (Tu fu mamma che l’ha negata, che non l’ha accolta). Dimenticare questo dramma. Negare il Tu. Divenire Tu di se stessa. Essere il centro del suo universo. Soltanto il rapporto Io-Io è controllabile, sostenibile, affrontabile, soddisfacente. Le caratteristiche della mamma di “tipo S” sono:

sostanzialmente fredda, distaccata, meccanica però - a volte - irosa;

affettività da debole ad assurdamente passionale, comunque assente di calore emotivo;

portata verso il mistico o le arti;

abbastanza trasandata nel suo apparire (

all’esteriorità do poca importanza!);

combattiva nel difendere le proprie idee (

ho ragione sempre io!” - tipo suffragetta marca ‘68);

raramente ha i “piedi per terra” (scarso senso della realtà).

Alcune sottospecie della mamma di “tipo S” abbandonano il bambino appena nato in qualche paniere che collocano davanti alla porta di un pio convento. E fanno fondamentalmente bene poiché, se lo allevassero, sarebbe per quel figlio una “megadisgrazia”.

Il terreno relazionale “tipo S”

Il bimbo di mamma “S” deve apprendere al più presto l’arte di arrangiarsi. Già nei primi giorni di vita, stufo di quel cordone ombelicale che al posto di trasportare cibo ed ossigeno gli convoglia elementi freddi, non confermanti, non nutrienti, si rifugia in un mondo-tutto-suo. L’energia è chiusa

nel suo plesso solare ed importanti blocchi muscolari impediscono che sentimenti ed emozioni travalichino il suo corpicino per dirigersi verso il mondo. Là - nel mondo - c’è mamma “S”, quindi il freddo, il rifiuto, la disintegrazione. E così la relazione madre-figlio muore. Al suo posto si instaura un rapporto tra due “Io” che si propongono non comunicanti, un non-legame tra due corpi e tra due menti che hanno paura di incontrarsi, di amarsi. Rabbia e sfiducia governano il mondo “tipo S”. Paura di esprimere e di esprimersi (exprimere = premere per far uscire [emozioni e sentimenti] ). I desideri vanno compressi dentro un corpo che

non vive, ma pensa

paura ed allora io fuggo in me stessa, cancello la vita che è desiderio e mi nascondo nel pensiero “logico”, nell’essenza del materiale. La materia non ha anima, quindi non richiama né affetto, né amore, né passione. Costruisco cattedrali nel deserto. Un giorno lì ci marcirò”. (Giovanna T., 32 anni, anoressica).

ed è il deserto:

in

qualunque punto io mi muova c’è ad attendermi la

La mamma di “tipo O”: l’intellettuale

Sofisticata ed intellettuale, la mamma “O” vive la sua esistenza come se fosse un’eterna prima della

classe. La sua meccanica psichica è retta dalla paura di essere fisicamente abbandonata (ricordiamoci: la paura di mamma “S” è quella di essere respinta, rifiutata!), perciò rivolge la sua attenzione alla vita ed alle scienze dello spirito, negando - laddove possibile - l’essenza della

materia-che-abbandona (

dell’intelletto, diviene dotta. E’ quindi ovvio che sa tutto su come allevare la bambina (o il bambino). Il frugoletto, appena varcato l’utero, si trova sterilizzato come prescrive “Mamma moderna”, nutrito

secondo le ricette del Prof. Plasmon; unto (“

un bebè” [ma, Dio mio, io un bebè lo sono davvero!]) con gli ultimi ritrovati dell’ingegner’ Johnson,

vestito con la linea Chicco. Piange di notte?

bambini”; piange di giorno?

memoria

non si occupi del proprio figlio. Anzi. Purtroppo

percorso da teoremi scientifici, efficienza, strane pratiche curative. Ma questa sapienza è una via,

incolore, ricca di parole, ma povera d’affetto, priva di spontaneità. La mamma “O” ostenta fiducia in se stessa e nel Tu-di-riferimento, ma in verità vive la propria esistenza nell’ansia di essere abbandonata. Eccola, perciò, ad aggrapparsi alla non-materia dell’intelletto ed agli pseudointellettualismi; ad affogare nella cerebrotonia 1 ; eccola negare la bellezza del fisico, l’empatia 2 , la fusione dei corpi. Ma eccola soprattutto sola, sola con la sua angoscia del domani! Molti uomini e donne di “tipo O” fuggono dai loro drammi esistenziali immergendosi nell’iperconsumo: droga, alcool, cibo. Paradisi dell’intelletto. Morte del corpo.

lo spirito non mi abbandonerà mai!). Nel suo rincorrere le verità

per dare alla sua pelle lo splendore del sederino di

seguo i consigli del Dr. Spock che sa tutto sui

niente paura, l’Enciclopedia del Bambino Malato l’ho imparata a

sono meglio del dottore”. Quindi non possiamo certo affermare che la mamma “tipo O”

“anzi”! Il suo “cordone ombelicale” è un tubo

Le caratteristiche della mamma di “tipo O” sono:

ciarliera fino a logorroica;

intellettuale (pseudointelletuale), divoratrice di cultura; (

sa tutto lei);

da depressiva a maniacale (

cambia l’umore nel giro di pochi secondi);

viaggiatrice “Turisanda” (tendenza a fuggire da se stessa!);

apparentemente distaccata (

mia figlia ha sempre potuto fare quello che voleva”), ma in

realtà ansiosa di perdere il sostegno; frequenti patologie da iperconsumo.

Il terreno relazionale “tipo O”

Una mamma-bambina è una cosa non facilmente gestibile, specialmente se il problema si presenta ad un bimbetto di qualche mese d’età. Che farsene di una madre-enciclopedia, di una falsa

aquilotta immatura dalla quale dipende la sopravvivenza? Distruggere e ricostruire

ricostruire

qualche brandello di memoria genetica che esige una madre calda, affettuosa, accogliente e si edifica, nel mondo sfilacciato dell’intelletto, una genitrice nuova, bella, dolce, ma - soprattutto - immateriale perciò costruibile e smontabile a seconda delle necessità (o delle angosce del Sé). Questa operazione esige però un importante accorgimento: l’annullamento del Sé-corporeo, poiché il corpo è fisico, non mente e non permette che gli si menta. Così, per il bimbo di mamma “O” è la fine del “sentire”, la fine della fiducia nel corpo (la realtà) e la ricerca di calore ed appagamento nel

distruggere e

in eterno. Come? Si prendono le pappettine di mammaplasmon, si impastano con

1 Cerebrotonia: primato del pensiero sulle sensazioni del corpo. 2 Empatia: vivere il pathos, la sofferenza (o le gioie) del Tu-di-riferimento. Essere tutt’uno con il “Tu”.

fittizio mondo dell’astratto. O la ricerca di sensazioni mentali, frutto di realtà deformate. Quelle inquietanti immagini che accompagnano il “pensare” ed il penare del drogato.

“ poi ho deciso di annullarmi. Il mio corpo non serviva. Io ero la mia mente. Con gioia

partecipavo all’annullamento di quel covo di serpi che nidificava dentro il corpo e voleva calore, che andassi verso un Tu. Man mano diminuivo di peso, la mia mente era sempre più libera, più

grande

(Maria R. 18 anni, anoressica).

La mamma “tipo M”: la chioccia (vd. anche scheda 1 pag. 27)

Se è chioccia, protettiva, mangiona, un poco popolana, aggressiva se si toccano la sua casa o i

suoi pulcini, remissiva dinnanzi al signore-padrone-marito, quasi maniaca dell’ordine e della pulizia

e fa la mamma a tempo pieno, allora è di “tipo M”. Nulla sfugge al suo controllo. E’ sempre presente

molto presente. Opprimente.

bimbo

grasso, bimbo sano, è il suo motto!”. E così trascorre il

suo tempo a controllare l’alimentazione del pulcino ed ovviamente

al ruttino ed alla defecazione. E` esperta in cacchine: se si presentano “troppo dure” o non si

presentano affatto, allora via con i clisterini o le prugnette (“

decreta). Il pulcino, al quale può anche fare piacere “tenere la cacchina” o sputacchiare in giro i

pisellini (

manifestazione di indipendenza fino a che comincia a credere di essere un perfetto imbecille e che, senza mammina, si perderebbe persino all’interno delle mura domestiche. Quando diverrà più grande allora mammina (che comunque sovrintenderà la sua alimentazione e le sue cacchine anche dopo il matrimonio) scodellerà il fardello ad una sconosciuta (non è vero; la conosce perfettamente

mamma fa tanto buoni!), viene sistematicamente castrato in ogni sua

presta le necessarie attenzioni

sono

molto meglio dei lassativi”,

che

e sa che è la scelta migliore per il suo figliolotto!), ma non senza le dovute raccomandazioni: “

guarda che a lui il freddo al pancino fa male; non sopporta le cozze, nella pasta metti sempre un

filo d’olio d’oliva ma, mi raccomando, extravergine che lo fa andare di corpo Le caratteristiche della “mamma M” sono:

e così via”.

chioccia;

 

cianciona;

panciuta (qualche volta anche irsuta);

sottomessa (apparentemente), ma anche “casinista”;

lamentosa (

con

tutto quello che faccio per te

),

piagnucolona;

opprimente, pesante (in tutti i sensi).

 

Il terreno relazionale di “tipo M”

Assolviamo subito mamma “M”. Ella è - come potrebbe non esserlo? - figlia di una “mamma M” e, non conoscendo altri modelli relazionali, dà vita a figli e figlie di “tipo M”. Il leitmotiv della tipologia “M” è costituito dal trattenere. Mamma “M” trattiene la propria rabbia, la prole di tipo “M” trattiene la propria rabbia. E il marito di mamma “M” ? E’, solitamente, abbastanza ”M” anche lui! L’ambiente relazionale, va da sé, è falso. E’ dettato dal “devo” e non dal “voglio”. E` falsamente ossequiente. Poi - tutto d’un tratto - il “trattenuto” esplode. Ed è come il rigurgito di una fogna. Gli insulti, le illazioni, le rivendicazioni sono inenarrabili. Poi - scaricato l’immondezzaio - tutto torna come prima. Quiete. Trattenere. Fino alla prossima tempesta. Lo psicologo definisce questa sequenza “catena (sado)masochistica”. (vd. riquadro a pag. 27).

Mamma “M” educa i figli ad essere ributtanti, grassi, mangioni, le figlie ad essere obese. E sotto la montagna di grasso tanta rabbia! Fagocitare. Subire. Trattenere. Vomitare, nell’accezione globale del verbo. Poi di nuovo trattenere.

E così di seguito. Sempre

E’ verso il secondo anno d’età che il bambinetto si scontra con quella cappa che si fa chiamare mamma, con quella campana di bronzo che sì protegge, ma soprattutto opprime. Mette i denti.

Vorrebbe mordere

bene!”. Mamma “M” questo messaggio glielo ha inculcato e glielo inculca quotidianamente (con il cibo della mattina, del mezzogiorno e della sera). Roso da sensi di colpa il bimbo “M” diviene il perfetto gregario di mammà. Ma, non dimentichiamolo, anche mamma fu la “serva” di qualcuno e non conobbe altre possibilità esistenziali. E il mondo è stracolmo di tipi “M”, poiché sul loro gregarismo poggiano gli Stati, le religioni, i partiti politici. Questi “lavoratori forzati” del XX.mo secolo sono amorevolmente assistiti dai Potenti. L’assistenzialismo-che-rende-sudditi e che imperversa a tutte le latitudini geografiche, politiche e religiose ne è una prova tangibile.

così di seguito!

ma non può: “

sennò la mamma muore, si ammala, non mi vuole più

“ mangiavo, mangiavo e mi dicevano “

fiero di quanto ingurgitavo. Dire “no?” - manco morto. Non ho mai detto “no!”. A 12 anni fui violentato da un mio prete-insegnante. Non dissi “no”. Nemmeno lì.” (Luciano, 42 anni, obeso).

bello di mammà, guarda come mangia bene” ed io ero

La mamma “tipo P”: la seduttrice

Il controllo, la ricerca di potere attraverso il controllo determinano l’azione della mamma “tipo P”. A questo tipo di madre appartengono quasi tutte le “donne in carriera”. Il movimento 3 del quale si avvale per conquistare il successo (potere) è la seduzione. Sedurre = condurre, attrarre verso sé, conquistare. Quindi anche l’infante va attirato nella sua sfera di influenza. Lusingare, fare sentire l'“altro” importante, appagarne i bisogni: queste sono le armi della seduttrice. Far dapprima apparire

il Tu come grande, indispensabile. Poi capovolgere le carte: “

fatto importante! Senza di me non sei nessuno!”. Seduzione riuscita. Zoomiamo sulla scena:

figlia

sostegno

Questo discorso, fatto ad una signorina di 18 anni, può (forse) avere un senso, anche perché

l’interessata potrebbe replicare con un salutare “

una bimbetta di 4-5 anni crea un certo sgomento. Comunque la destinataria di tante attenzioni non

potrà che pensare “

grande, potente, affidabile

brava!” ed inizierà a comportarsi come se fosse realmente “grande e potente”. Immaginiamoci ora

tu sei importante perché io ti ho

mia, tu non sai quanto mamma abbia bisogno di te, quanto conti sul tuo supporto, sul tuo

un giorno capirai

sarai il bastone che mi reggerà negli anni della mia vecchiaia.”

mavvammuriammazzata!”;

se però è rivolto ad

se mammà ripone in me così importanti aspettative, ciò significa che sono

mammà mi ama sopra ogni cosa. Io per lei sono tutto. Quanto sono

lo

sconquasso che queste dinamiche provocano all’interno di una bambinella ella stessa bisognosa

di

sostegno:

3 Movimento: la Scuola Neoreichiana distingue l’agire umano in cinque precisi movimenti: il movimento di pianificazione, quelli di seduzione, sottomissione e diffidenza ed infine il movimento aggressivo.

1.

fiera del suo ruolo di “salvatrice della madre” ne diverrà una accanita sostenitrice (specialmente nei confronti del padre);

2. siccome mammina - conquistata la rampolla - dirigerà altrove la sua seduttività, alla fierezza si sostituiranno la gelosia, la rabbia proprie di chi ha perso la potenza, di chi non può vivere senza Tu-d’appoggio;

3. ormai avvezza ad essere l’assoluto no. 1 farà di tutto per riconquistare l’oggetto d’amore/supporto perduto, diverrà a sua volta seduttiva! (“mammina, sei la più bella del reame,

però

)

e via con richieste più o meno ragionevoli;

4. la mamma “tipo P” che vive solo se adulata, se sostenuta, se confermata nella sua pseudoimportanza (che altro non è che la facciata di un’estrema fragilità), non potrà che via via

soddisfare i vari “però”, pena la perdita dell’oggetto di supporto che con tanta fatica si è conquistata;

5. ora è la bimbetta a dominare la scena. Tutto le è dovuto. Poche le regole. Niente limiti per la nuova “regina della casa”.

Avviciniamoci ancor più alla scena. Sullo sfondo della lotta per il dominio intravediamo insicurezza e

solitudine, un insaziabile bisogno di tanti Tu disponibili, soggiogati, pronti ad accorrere a sostegno

di quella “padrona” dal debole Sé: Tu che vanno a loro volta assiduamente sostenuti, continuamente

sedotti, controllati. E’ questo il destino degli appartenenti al “tipo P”: eterni bambini, bisognosi di supporto, dominati dall’ansia di essere lasciati soli. Solitudine = perdita di potenza. Delicati ninnoli con le sembianze di giganti, di uomini e donne tutti-di-un-pezzo. Nessuno può o deve vedere la loro debolezza, la loro dipendenza dall’applauso del mondo esterno.

Le caratteristiche della “mamma P” sono:

lotta per mantenere il controllo;

è molto interessata all’apparire, al suo aspetto fisico;

nel profondo dominano il senso di solitudine e l’insicurezza;

seduzione, coercizione, coartazione;

tendenza a portare l’attenzione su di sé (“

il mio mal di denti è sempre più importante del tuo

mal di denti!”); freddezza e formalità con i quali tratta coloro che - nel suo immaginario - l’hanno abbandonata;

sportiva, competitiva.

Il terreno relazionale di “tipo P”

Ansietà, competitività, falsità ( o pseudoverità?), gelosia permeano il terreno relazionale di “tipo P”. Se nella “famiglia M” la regola è il “trattenere”, qui ogni gesto, ogni azione è determinata dal desiderio di controllare. L’agire è raramente spontaneo: la paura di perdere l’oggetto di supporto permea ogni tipo di relazione. Mamma “P” è in lotta continua per determinare chi sta sopra (ovviamente lei) e chi sta sotto (ovviamente il mondo circostante!). Scrutiamo i suoi “movimenti” che,

lo ricordiamo, sono tutti sottesi ad ottenere controllo È supporto e sfuggire così da un suo profondo

senso di impotenza e solitudine: 1) presunta genialità alla quale l’ “esterno” deve chinarsi; 2)

seduzione dal “basso” (“

coercizione, coartazione fino a violenza); 4) aggressività fino a distruzione

supporto (“

quanto

ho bisogno di te, di voi!”); 3) seduzione dall’ “alto” (ovvero

del Tu-che-nega-il-

non vali più niente, sei un miserabile

esci dalla mia/nostra vita!”).

Se di tipo “P” è il padre, le cose sono meno drammatiche. Il “padre P” governa il terreno relazionale per decreti: Lui sa quale è il Bene e quale il Male. Il suo influsso sulla prole è però meno appestante. Lui, l’uomo-quasar, è tutto preso dal socializzare la sua insicurezza: lavoro, amici, Rotary Club, amanti. Il tempo per appestare la famiglia è - relativamente - poco. (A proposito: sui padri torneremo in un successivo capoverso).

Ma rivediamo il nocciolo: mamma “P” alleva figlie/i “P”. Il “controllo” diviene così circolare. Come ai tempi della Ceka 4 , tutti controllano tutti. Tensioni, litigi, poi di nuovo “grande amore”, poi nuove tensioni, litigi. Le tendenze paranoidali che dominano l’ambiente accrescono le insicurezze e le ansie presenti nel Sé. Ed un Sé insicuro cerca supporto. Il circolo si chiude.

ero certa di non farcela senza mia madre, anche se ufficialmente la snobbavo. Mamma era

l’unico porto sicuro. Con lei, solo con lei ero serena, ma non glielo facevo capire. Mio marito si sforzava, è vero. Ma io non lo sentivo. Facevo però come se fosse il centro del mio universo. Compensavo l’ansia di rimanere alla fine sola, con dolciumi a dosi industriali. Un notte scappai

da casa e tornai da mamma. Mi disse: “

che la tua casa è sempre aperta”. Non sapevo più cosa fare. Mi sentivo in colpa. Amavo Carlo e non potevo immaginarlo tra le braccia di un’altra. Volevo Carlo, volevo mamma, li volevo tutti e due per me. Ebbi la visione di perderli. Quella stessa notte tentai il suicidio.” (Anna, 25 anni, iperfagica).

lo hai voluto quello lì? Mi hai fatto tanto male

ma sai

La mamma “tipo R”: la tradizionalista

Ansiosa, sessuofoba, moralista, rigida, xenofoba (

ad ossessiva, da calda a fredda, razionale, qualche volta del genere casa-famiglia-chiesa, fobica

( se non fai questo o quello ti ammali), lavoratrice, poco appariscente: questo, per

approssimazione, il quadro personologico di “mamma R”. La “mamma R” è il prodotto della famiglia tradizionale borghese o della cosiddetta aristocrazia rurale. Quel milieu che avversa ogni innovazione. Nel quale la parola sesso è una bestemmia, che pone il padre sempre a capotavola (anche quando è assente), poiché Lui (maiuscolo!) è l’incarnazione dell’Autorità terrena e divina. Quella società che - per intenderci - ha prodotto i “figli dei fiori”, che - una volta cresciuti - sono

divenuti yuppies ed oggi siedono ai rispettivi capotavola. La “mamma tipo R” è quindi vittima di un ambiente fondamentalmente misogino, sessuo- reppressivo, autoritario, conservatore. Il suo agire non potrà, perciò, che rispecchiarne i valori. E il

valore supremo è l’apparenza (

copertine di Famiglia Cristiana e di Svegliatevi! E questo è tutto dire. Nietsche bene descrive le

radici morali della famiglia “R”:

questo si è dato il nome di morale. Ma sotto la stessa parola sta nascosta la massima diversità di tendenza. Sia l’addomesticamento della bestia uomo, che l’allevamento di un certo genere di umanità, sono stati detti miglioramento: solo questi termini zoologici esprimono la realtà: certo,

realtà di cui il tipico miglioratore, il prete, non sa nulla, non vuole sapere nulla

miglioramento l’addomesticamento di un animale è quasi una facezia per le nostre orecchie. Chi sa che cosa avviene nei serragli dubita che quivi la bestia venga migliorata. Essa viene infiacchita, viene resa meno nociva, diventa, grazie al sentimento depressivo della paura, grazie al dolore, alle ferite, alla fame, una bestie malaticcia. Non diversamente stanno le cose per

donne

e buoi dei paesi tuoi!), autoritaria, fino

i panni sporchi si lavano in casa). La “famiglia R” furoreggia sulle

in tutti i tempi si è voluto migliorare gli uomini: soprattutto a

Chiamare

4 Ceka: Polizia Segreta Sovietica al tempo di Stalin.

l’uomo addomesticato, che il prete (la morale, N.d.A.) ha migliorato.” (da “Crepuscolo degli idoli”, F. Nietsche). Cresciuta in questo clima addomesticante, mamma “R” ne diviene l’esponente formato famiglia. La

figlia è bombardata dalle sue ansie (

equivale al suo trasgredire. L’esperienza individuale va repressa, in quanto il Diavolo è in agguato dietro ogni angolo. Bene è quello che si dice, quello che si fa. Male è quello che tu senti (i famosi “panni sporchi” si accomunano qui alle passioni ed agli istinti. Tutta roba da tenere dentro!).

di trasgressione), perché il trasgredire della fanciulla

Le caratteristiche della “mamma R” sono perciò:

rigida (

i

giovani direbbero bacchettona);

conservatrice dei cosiddetti valori morali ed etici;

ansiosa fino ad ossessiva;

pseudo-razionalizzante (il suo pensiero è la realtà e, come tale, sempre razionale);

poco appariscente;

l’avere,

l’apparenza sono più importanti della sostanza dell’essere”.

Il terreno relazionale di “tipo R” (vedi anche scheda 2 a pag. 28)

Sul “terreno relazionale R” edificano la voglia di trasgredire (passiva) e la paura di trasgressione (attiva). Ne derivano ambitendenze ed ambivalenze che si traducono in angoscia ed ansietà. Se agito all’interno delle “regole” e della tradizione, il clima relazionale può essere anche gioioso ed affettuoso, ma - nello sfondo - si nascondono le tensioni proprie di chi ha immolato individualità, passionalità ed istintualità al totem 5 . Ed il totem vuole il suo quotidiano tributo: castrazione dei desideri del corpo, rispetto delle regole. E’ l’eterna partita tra i bisogni del corpo e le ambizione di un Io-ideale immateriale, malaticcio ed inquinato, che si gioca dentro la relazione, ma anche dentro ogni singolo Sé. Ansia. Ansia di superare il limite concesso dal totem e perdere - di conseguenza - l’appartenenza al clan. Questo è il terreno “R”: un ricettacolo di costanti umiliazioni (del corpo) ed esaltazioni (della morale); di scontri intestini, di realtà fatta di bolle di sapone. E le relazioni? Come bolle di sapone non reggono il contatto con la materia: sono brillanti, multicolori, leggiadre nella loro breve esistenza, ma si disintegrano nell’unione, nella fusione con le loro simili. “Li chiamo i “santi”. Mi amano, credo, ma di un amore tutto spirituale. Mai mi hanno detto “ voglio bene”, mai mi hanno abbracciata con passione. Le relazioni sono fugaci, veloci, quasi ci fosse la paura di contaminare l’uno con l’essenza dell’altro. Sono i miei genitori”. (Vittoria, 17 anni, bulimica).

ti

La mamma-mamma

La mamma-mamma, quella nostra, quella vera, quella che amiamo (spesso non in quanto donna ma perché mamma) e - a volte - odiamo, non risponderà a nessuno degli identikit sopra configurati, perché la mamma-mamma è sempre qualche cosa di speciale. Ma se facciamo il “gioco della verità”, scopriremo che anche la personalità di mamma-mamma è riconducibile a molte delle caratteristiche che abbiamo attribuito ai vari “tipi” di mamma. E poiché dal Sé di mamma-mamma sgorga quel maledetto cordone ombelicale che determina i nostri rischi patologici, vale la pena di capire chi si cela dietro ad un personaggio tanto importante.

5 Totem: nella nostra accezione sono totem le istituzioni dello Stato e della Chiesa. I relativi taboo sono l’etica e la morale.

1.

Iniziamo con una classificazione - si fa per dire - rudimentale e “calcoliamo” il colore 6 di mamma.

2.

Prendiamo un foglio e suddividiamolo in 5 colonnine.

 

3.

In testa a ogni colonna indichiamo uno dei colori seguenti 1. Nero, 2. Blu, 3. Verde, 4. Giallo, Rosso.

4.

Esaminiamo le descrizioni sotto riportate e qualora corrispondessero ad una caratteristica di mamma-mamma, segniamo una crocetta nella relativa colonna sul foglio testé approntato:

mamma è molto ansiosa

mamma è molto ansiosa

mamma è distaccata

mamma è distaccata

mamma, nel suo genere, è una intellettuale

mamma, nel suo genere, è una intellettuale

mamma è (stata) avara nel toccarmi, nel vezzeggiarmi

mamma è (stata) avara nel toccarmi, nel vezzeggiarmi

mamma è socialmente poco integrata

mamma è socialmente poco integrata

mamma, a volte, nega la realtà

mamma, a volte, nega la realtà

mamma non è molto appariscente

mamma non è molto appariscente

mamma è una sognatrice

mamma è una sognatrice

mamma è (stata) emozionalmente distante

mamma è (stata) emozionalmente distante

mamma è autoritaria

quando

non c’è papà

mamma è autoritaria quando non c’è papà

mamma sovrintende o sovrintendeva a tutto ciò che mi concerne

mamma sovrintende o sovrintendeva a tutto ciò che mi concerne

mamma esercita molte attività

mamma esercita molte attività

mamma è spesso succube di papà

mamma è spesso succube di papà

mamma è sentimentalmente calda ma a volte opprimente

mamma è sentimentalmente calda ma a volte opprimente

mamma è gelosa di me

mamma è gelosa di me

mamma è seducente

mamma è seducente

mamma è spesso depressa

mamma è spesso depressa

mamma è vanitosa e/o appariscente

mamma è vanitosa e/o appariscente

mamma nasconde la sua ansia dietro ad una maschera distaccata

mamma nasconde la sua ansia dietro ad una maschera distaccata

mamma è tradizionalista

mamma è tradizionalista

mamma è spesso diffidente

mamma è spesso diffidente

mamma parla raramente di sesso e/o di sensualità

mamma parla raramente di sesso e/o di sensualità

mamma è moralista

mamma è moralista

mamma è spesso lamentosa

rompiscatole

mamma è spesso lamentosa rompiscatole

mamma è fredda

mamma è fredda

Mamma-mamma è

Procediamo dapprima con una analisi sommaria: mamma-mamma, quindi il terreno relazionale nel quale siamo stati allevati, è fredda o è calda?

sommiamo le scelte di colore nelle cinque colonnine.

nero + blu = ? ; giallo + rosso = ?; verde = ?

dividiamo i colori freddi (blu, nero) da quelli caldi (giallo, rosso), il verde lo consideriamo a sé

stante:

Se la somma dei colori nero + blu prevale sulla somma di giallo + rosso, allora mamma-

mamma è fredda; se i colori caldi (giallo, rosso) prevalgono su quelli freddi mamma-mamma è calda; se il colore verde prevale sugli altri singoli colori il terreno relazionale è ambivalente, ansioso, ossessivo. (Nel caso i colori freddi equivalgono a quelli caldi, il terreno relazionale andrà considerato come se fosse verde).

6 Colore: la psicologia neoreichiana ha attribuito ad ogni tipologia caratteriale uno specifico colore. La sperimentazione che sta alla base di questa classificazione è riportata in miei numerosi scritti (vd. bibliografia elencata alla fine del libro).

La mamma “fredda” (vedi anche scheda 3 a pag. 29).

appartiene al “tipo S” o al “tipo O”. Si approccia al bambino con modalità intellettive. La sua energia non valica la superficie del corpo, non transita quindi dall’ Io-mamma al Tu-figlio. La relazione è supportata dalla “mente” e non dal “cuore”. Nel regno della mente, i bimbi si perdono. Il loro minuscolo Sé, non avvezzo a leggere Proust o Marcuse, ma nemmeno attrezzato per capire le saggezze di “Donna moderna”, vorrebbe un appiglio solido, caldo, confortevole, accogliente. Il biberon sterilizzato, i “Pampers” a tripla protezione non bastano per farne un essere felice. (Vd. anche riquadro “Harlow” a pag. 29). Lo sfondo della psiche della mamma-fredda è dominato dall’angoscia di essere abbandonata. Per ovviare alle tensioni che ne derivano, ella tende a comportarsi come se l’abbandono fosse già avvenuto, mettendo in azione un meccanismo di difesa dell’Io che la psicologia ha chiamato intellettualizzazione:

Intellettualizzazione: meccanismo inconscio per mezzo del quale i problemi, quindi la realtà, vengono analizzati in termini intellettuali, mentre gli affetti, i sentimenti e le emozioni cadono in secondo piano.

Cerchiamo ora di capire la mamma-fredda. Non è costei un individuo senz’anima, ma il suo Sé è condizionato da “fantasie abbandoniche” che si sintetizzano nella seguente equazione:

attaccamento = abbandono È angoscia.

Come fa rilevare l’analista Leopold Szondi, questo tipo di carattere tende, come abbiamo accennato, a comportarsi - al di là della situazione reale - come se già fosse stato abbandonato, il che lo costringe ad un rapporto Io-Io (l’energia non transita verso l’esterno), relegando il Tu nello sfondo dell’esperienza. Il Tu è perciò vissuto con sentimenti di ambivalenza: da un lato diviene un indispensabile oggetto d’appoggio (intellettualizzato ergo afisico), dall’altro fonte d’angoscia d’abbandono (nella sua fisicità). Da questa scomoda posizione, mamma-fredda tende ad uscire attraverso quella meccanica che la psicologia definisce spostamento (trasferimento dell’interesse, dell’intensità emotivo- sentimentale un tempo provato verso il Tu, su oggetti originariamente di scarsa rilevanza, ma che ora assurgono a veri e propri elementi di sostegno del Sé che nega il rapporto Io-Tu-Io). Ecco come l’arte o la religione o il misticismo o il lavoro o il cibo o la droga divengono più importanti

dell’affettività. Ciò che è afisico è controllabile, poiché non esprime alcuna volontà propria, quindi

non “

mi abbandonerà mai!”.

La mamma calda

è - anzitutto - soffocante. Contrariamente alla mamma-fredda, questa dirige - ahinoi! - tutta, ma proprio tutta, la sua energia verso il(i) Tu-di-riferimento. Costei è consapevole della sua estrema dipendenza dal mondo esterno e non esita, perciò, a fare del Tu l’obiettivo di tutto il suo vigore. Mamma-calda è iperpresente, è una cappa molto tangibile, che si piazza sopra la prole e pretende di proteggerla dalle asperità della vita senza rendersi conto che il maggior perturbante della loro sanità psichica è proprio lei! In verità tutte le sue premure, la sua seduttività (volta a reprimere l’individualità dell’Altro) sono espedienti per fuggire al suo profondo senso di solitudine ed a rinforzare il suo Sé debole e bisognoso di acritici “adoratori”.

Solitudine È Angoscia È Repressione.

Come scrive W. Reich “

produce l’angoscia”. Il calore della donna-stufetta si propaga a 360 gradi e definisce da un lato il campo di “libera” azione dei suoi oggetti di riferimento affettivo (che comunque è sempre molto

stretto), dall’altro - di conseguenza - i suoi limiti esistenziali:

sono a casa, sotto la mia ala protettrice”. E questo atteggiamento crea insicurezza. Mamma-calda è specialista nello scrutare (si fa per dire!) il profondo di ogni singolo componente la sua figliolanza e scoprire pecche caratteriali, peccati originali, comportamenti “anormali” che le

consentono: 1. di erigere su queste “colpe”, reali o non reali, il suo diritto di dominio; 2. creare un profondo senso di insicurezza e di impotenza, un’ansia costante di essere in fallo, che porterà i figli

a rifugiarsi sotto l’ala di mamma-chioccia ogni qual volta incapperanno in una situazione

particolarmente difficile (

ingrassato di 3 chili - Mamma che fò ? il professore di italiano non mi vuole bene - eccetera, eccetera).

è l’angoscia che produce la repressione e non la repressione che

sono felice solo se i miei pulcini

mamma che fò ? la mia ragazza mi ha lasciato! - Mamma che fò - sono

In opposizione a mamma-fredda, la mamma “giallo/rossa” è fisica. Molto fisica. Per lei, che è un’anti-intellettuale, la tua pretesa di individualità è una porcheria inventata dalla scienza. Lei è centrata sulla materia. E ad ogni problema c’è la soluzione materiale (sei depresso? Canta che ti passa!). Benessere è abbondanza. Lei è spesso abbondante in tutto e così lo sono i suoi figli e le sue figlie. Ma anche il comportamento di mamma-calda ha dei “perché” che ci permettono di capirla:

l’azione dei soggetti a carattere “caldo” è incentrata sugli schemi dinamici legati alla retroflessione (o rivolgimento contro di sé) o all’egotismo.

Retroflessione: è quel processo automatico ed inconscio attraverso il quale una persona devia l’aggressività inizialmente rivolta verso un’altra persona, dirigendola contro se stessa. Egotismo: immaginare e mantenere un’alta considerazione di se stesso. Questa nozione del concetto è condivisa dal termine egoistico; egoistico si riferisce a coloro i quali si considerano al centro delle cose. Egotista è colui che tende ad avere, in aggiunta, un irrealistico senso della propria importanza.

Mamma-calda è vittima di tutta una serie di introietti etici, morali e culturali, che ne hanno mutilato l’individualità. E’ una gregaria per eccellenza: un essere triste e compresso, torturato da sensi di colpa e di impotenza. Nella fase dello sviluppo (attorno ai 3 anni), nella quale ella stessa avrebbe dovuto apprendere la bellezza della libertà, ha esperienziato che l’aggressività quando è diretta verso il Tu ha, per conseguenza, il ritiro dell’affetto. Ha imparato così a trattenere, ad essere ordinata, composta, sempre pronta a dire sì. La sua posizione di “serva” nei confronti della società

si tramuta, per reazione (decompressione), in quella di “padrona” nel rapporto con i figli. Oppure la

mamma-calda può essere quella che deve “stare sempre sopra” (egotismo). Il suo Sé è debole, solo e bisognoso di sostegno, ma impossibilitato a “chiedere”, a sottomettersi, poiché - ne è convinta - nella sottomissione perderebbe quei supporti che così faticosamente ha conquistato e - di conseguenza - il proprio senso di potenza. La sua esistenza è centrata sull’ottenimento di consensi, quindi sull’apparire, sul ruolo.

Questa madre costruisce la sua grandezza sulla sua debolezza (“ nessuno scopre le mie debolezze”).

Certo: mamma calda “

mancare niente

devo

farmi vedere forte, così

va verso”; conquista il Tu-figlio con regali, con la sua presenza. Non gli fa

salvo che l’amore. Quello vero, quello che è dettato dall’istinto e non dalla febbre

di controllo o dall’ansietà di rimanere sola. Questi comportamenti hanno effetti deleteri: il bimbo e la

bimba sono consapevoli dell’opportunismo o delle ansietà materne. Non riescono però a mettere a

fuoco la situazione, non sanno dire cosa manca. All’apparenza è tutto okay. Ma, ciò malgrado, il

bimbo è sempre più insicuro, fragile, dipendente ed allora

apparire: apparire sfuggendo l’essere! Allora si presenterà “forte” sul palcoscenico della vita, ma labile, debole e vulnerabile nel profondo del suo Sé. Sarà - anche lui - alla ricerca di più o meno facili consensi. Consensi formali, opportunistici. Ma non vuole di più. Anche lui crede che nella troppa vicinanza il Tu-di-riferimento scopra la sua vera, fragile indole. E sposterà la sua affettività sul lavoro, sulla potenza sociale. Ma con più sale per gli irti sentieri che portano al vertice, più si

sentirà interiormente lacerato, fobico, incerto, indeciso. Le tensioni, che si genereranno tra l’essere

e l’apparire, potranno trovare sfogo nell’intontimento dei sensi che accompagna l’azione maniacale che è propria dell’iperfagico, dell’alcolista e del cocainomane.

anche lui vorrà strumentalizzare,

La mamma verde

è la quintessenza di quella particolare ansietà che scaturisce dall’ “essere rigida”, inibita. Lei è la costanza, la reazione. Lei ha le certezze. Lei è la depositaria dell’etica e della morale. Lei è la famiglia. Lei è la moglie. La donna di “tipo verde” è, solitamente, scelta come compagna da “uomini

di tipo verde”, ossia uomini che nella famiglia rappresentano il carattere nazionale. Questo tipo di

padre, assieme al padre di “tipo M” “

nella famiglia la stessa posizione che il padrone ha nel processo produttivo. Egli riproduce nei propri figli la sottomissione all’autorità. La posizione patriarcale del padre esige la più rigida inibizione degli impulsi sessuali sia nei bambini che nella compagna. La donna sviluppa un atteggiamento ansioso che copre una ribellione sessuale rimossa; e i figli - oltre un atteggiamento sottomesso (inibito) - verso l’autorità, sviluppano una forte identificazione con il modello Stato” (W. Reich). Mamma verde è a sua volta “figlia di mamma verde”, figlia dello stato, dell’autorità. Il suo nucleo

psichico è sconvolto da passioni inibite, da amori viscerali inespressi. Il puritanesimo del sociale si

è intrufolato nella sua coscienza e così, ella stessa, è divenuta parte della repressione della

sessualità. Sesso è bello, quindi, “

la trasformazione. L’alchemia al contrario. Quella che tramuta l’oro in ferro. Rigidità è allora dubbio,

ambivalenza, ossessione: da una parte il corpo reclama armonia, dall’altra la mente rifiuta la bellezza dell’orgasmo (nel senso più ampio del termine), la distensione, lo scorrere dell’energia attraverso il Vivente. I meccanismi di difesa che ne reggono il carattere afferiscono all’annullamento retroattivo.

sono gli strumenti più preziosi dello Stato. Il padre ha infatti

se

è bello non può che essere peccato, cattivo, ergo brutto”. E’

Annullamento retroattivo: meccanismo psicologico con cui il soggetto si sforza di fare in modo che pensieri, parole, gesti, atti passati (vissuti, ad esempio, come belli durante l’infanzia e la fanciullezza) non siano avvenuti; egli utilizza a tale scopo un pensiero o un comportamento che ha un significato opposto. Ne consegue che bello = brutto: saliamo sulle barricate del brutto!

Il piacere sessuale, l’erotismo, la sensualità vengono negati (

genere); la morale autoritaria che inibisce il desiderio sessuale diviene il nuovo oggetto d’amore. Il desiderio negato agisce nello sfondo e - paradossalmente - fornisce l’energia necessaria a costituire la morale, quindi l’inibizione. La sorte del “bimbo verde” è segnata dalla nascita. Egli è destinato ad essere la Nazione. A fare propri i dettami dell’etica nazionale e della morale che ne scaturisce. Egli sarà il funzionario, il

soldato, il padre. Uomo?

dell’amore, il canto delle Sirene, la voglia di cambiare.

non ha mai provato cose del

mai! Interpreterà al meglio la matrice “verde”. Fuggirà le lusinghe

Di regola la sua infanzia trascorre, più o meno serenamente, ma

:

L’educazione di Francesca fu essenzialmente “perbenistica”. Un’educazione “verde”. A 17 anni ebbe le prime

esperienze sessuali. Non sapeva cosa fosse un orgasmo, così le ritenne “soddisfacenti”. “Non mi aspettavo di più”,

riferisce. Solo più tardi pensò: “

accompagnati da importanti dolori al basso ventre (“

comunque, non vedeva di buon occhio che lei facesse quelle cose. Il suo ragazzo la convinse a consultare uno psicologo. “Fu un’esperienza negativa sotto tutti gli aspetti. Non ero in grado di riferire le mie fantasie. Mentre frequentavo le

consultazioni, i rapporti sessuali si facevano sempre più difficili, così che al solo pensiero di essere penetrata sentivo un forte dolore alle ovaie”. Alla ricerca di una soluzione del problema, Francesca si presentò al nostro Centro. Ci occupammo del “dolore delle ovaie”. L’esame miografico del segmento addominale ci permise di identificare l’origine del disturbo. Al solo pensiero di un rapporto sessuale, Francesca irrigidiva inconsapevolmente i muscoli dell’addome (retto addominale), fino a creare quel dolore che le avrebbe poi resa difficile la copulazione. Le prime sedute furono caratterizzate da visualizzazioni di scene a sfondo sessuale che la vedevano protagonista. E, a conferma di quanto avevamo costatato, l’esperienziare il “bello” dell’amore era annullato dal “brutto”, dal “male” che si manifestava con forti spasmi addominali. Cominciammo con le associazioni:

alle

qui

manca qualcosa”, anche perché - nel frattempo - i suoi rapporti erano

ovaie”). Mamma le spiegò che era “normale” e che,

È MIO PADRE, CHE

COSA C’ENTRA MIO PADRE?”. Forti spasmi. “Vorrei fare l’amore, ma ho paura che mio padre mi picchi”. Prese, quasi inconsapevolmente ad accarezzarsi i fianchi ed a muoverli leggermente. “Cosa c’entra mio padre? Lo vedo mentre è affettuoso con la mamma. Sento rabbia e gelosia.”

Quando “

Io mi dimenavo sulle sue ginocchia, diventavo tutta rossa, respiravo affannosamente. Certo

Penso che il mio eccitamento lo mettesse a disagio. Ricordo infatti che - sempre al massimo del mio piacere - lui interrompeva tutto bruscamente e mi lasciava lì sola. Credo si vergognasse. Capii che se volevo avere le sue coccole non dovevo arrossire, dovevo respirare calma. Dovevo controllare. Non volevo perdere l’amore di mio papà.

Quando fui più grandicella i rapporti con i miei familiari si formalizzarono. Avevo altri interessi. Poi i primi ragazzi. Tutto

volevo, volevo con tutta me

questa storia già la

via verso il frigo. Mangiavo e mi

conosce. Comunque fu in quel periodo che iniziai ad ingrassare. Tornavo a casa e

stessa fare l’amore. Non fu facile: era il primo rapporto. Però mi piacque. Continuando, mah

bene finché non si entrava nell’intimo. Sentivo disagio. Fuggivo. Poi il primo vero amore

Vedo un uomo, occhi spalancati

ha pochi capelli, un lungo naso. Ha un sorriso simpatico

da piccina mi avvicinavo a lui, mi accarezzava dolcemente

i capelli, le braccia, le cosce. Sentivo piacere.

credo

ero eccitata.

sentivo tranquilla. Mia mamma era contenta perché non ero più un grissino (veramente ero semplicemente una ragazza

snella, bel fisico). Mi diceva: “

vedo che stai mettendo la testa apposto!”. Bene: e via verso il frigo.”

La morale nazionale penetra con tutta la sua immondizia la “famiglia verde”. Determina le regole del comportamento. Proibisce. Nega. Interrompe il fluire dell’affetto. Conforma. Inibisce l’espandersi dell’energia legata all’amore. Regole. Regole. Angoscia di punizione accompagna ogni e qualsiasi piccola o grande trasgressione.

Trasgressione È angoscia È malattia.

Scopriamo il vero Sé di mamma-mamma

Torniamo alle nostre schede-colore. L’operazione per avvicinarci alla meccanica del Sé di mamma- mamma è relativamente semplice. Sommiamo i colori sulla nostra scheda. (Ad es. 5 volte nero, 4 volte rosso, 2 volte blu, 1 volta verde). I due colori di maggior valore numerico (nel nostro esempio il nero ed il rosso), indicano il carattere, i colori successivi i sub-caratteri di mamma-mamma. Non ci resta che confrontare i nostri risultati con le schede ed ecco affiorare l’identikit psicologico di mammà. Per addentrarci meglio nella dinamica psichica della nostra genitrice dobbiamo capire il concetto di regressione:

Regressione: meccanismo di difesa dell’Io in cui la persona, incapace di affrontare i problemi del presente, spera di risolvere i conflitti “tornando indietro” ed usando meccanismi di difesa in precedenza sperimentati come “vincenti”.

Analizziamo dapprima il carattere. Ogni carattere ha un proprio, privilegiato meccanismo di difesa:

il tipo S

nero

Ë

fuga nell’irrealtà, nel sogno, nell’eterna pianificazione

il tipo O

blu

Ë

fuga nel mondo dell’intelletto, nella sottomissione ad un Tu-irreale

il tipo M

rosso Ë

ricerca di un Tu-che-lo-domina, lamentazione, scoppio (decompressione)

il tipo P

giallo

Ë

si pone al di sopra della situazione, seduzione, controllo materiale

il tipo R

verde Ë

si ripara sotto l’ala protettrice dello Stato. Dubbio.

Il movimento di difesa caratterizza il terreno relazionale, ma se i meccanismi propri di un determinato carattere si rivelano inefficienti a fronteggiare una determinata situazione ansiogena, allora il Sé regredisce su di una difesa propria del sub-carattere e qui entra in gioco la regressione. Allora vediamo come

il

Sé di mamma-mamma è composto da elementi caratteriali

ed elementi sub-caratteriali ai quali può ricorrere in momenti di particolare tensione. Il terreno relazionale è il riassunto dei meccanismi di difesa propri del suo Sé.

“Queste sono ricette populistiche, poco scientifiche. Fai della demagogia. Riduci i grandi teoremi della psicanalisi a numeri circensi. Vergogna”. - Già li sento i colleghi dell’Accademia. Loro, i Papi della Scienza, vorrebbero avere l’esclusiva sul Sapere. Preferiscono, questi Signori, azzuffarsi tra loro per stabilire quale è la sola verità, il vero Maestro. Il popolo non deve vedere dietro le quinte. La scienza va somministrata a dosi omeopatiche. Meglio se non la si somministra affatto. Credere. Avere fede. Basta questo. Ma il “popolo” del XX.mo secolo ne ha le scatole piene di credere, di avere fede. Vuole fatti, vuole capire. Ed io, non senza immodestia, do loro un modo per capire. Capire il perché delle proprie miserie, capire cosa rende la vita una valle di lacrime, comprendere perché al corpo si sostituisce un frigorifero, conoscere perché talune scelgono (con fierezza!) di vivere un’esistenza da scheletro ambulante. E, se per fare ciò devo ricorrere a “giochi di prestigio”, allora ben vengano anche questi. Io voglio che chi mi legge capisca l’essenza di una relazione e l’importanza del cordone ombelicale. La malattia psichica va compresa, i meccanismi che la generano “detabuizzati”. Certo, c’è di mezzo il bene maggiore della Nazione: la famiglia. Poi il bene della famiglia: la mamma. Ma io non sono disposto ad immolare una sola esistenza per il bene dello Stato o dell’istituto familiare. E, se per rendere felice un individuo, devo deflagrare una bella e sana famiglia borghese o operaia, lo faccio senza il minimo indugio, perché sono convinto che se questo agglomerato di persone chiamato famiglia fosse realmente bello e sano, non produrrebbe feccia, malattia, nevrosi. Credo fermamente che l’Io vada posto sopra il Noi. Credo che un Io-sano possa far coppia con altri Io-sani e dare vita così ad un mondo nuovo, migliore.

Terreno relazionale e cordone ombelicale (vedi anche scheda 4 / 4.1 a pag. 30 / 31)

Introduciamoci perciò senza paura nei meccanismi di difesa di mamma-mamma e nel terreno relazionale che generano. Da Platone ai filosofi della New Age, tutti sono concordi nell’affermare che il bimbo null’altro è che il prodotto del terreno relazionale nel quale mette radici. Il legame tra carattere e terreno relazionale è stato scientificamente messo a fuoco dalla psicoanalisi dapprima ed in seguito da altre correnti psicologiche. Géza Rohéim, psicanalista ungherese ed allievo di Freud, attribuisce, ad esempio, più importanza alla figura materna che a quella paterna come fondamento della società umana: la vittima del banchetto totemico 7 sarebbe stata la madre, non il padre. Secondo la “teoria Ontogenetica”, la cultura, quindi tutti le norme etiche o morali che formano l’essenza del terreno relazionale, sono, secondo Rohéim, la conseguenza di un’infanzia troppo prolungata: l’interruzione tardiva della dipendenza dalla madre e la perdita dell’oggetto d’amore primario, sarebbero eventi cruciali e molta attività umana verrebbe impiegata per sanare queste ferite. Ogni formazione sociale, quindi anche la formazione della coppia o della diade madre-figlio, avrebbero la funzione di compensare l’angoscia di separazione e lenire la ferita primordiale. Istituzioni, economia, rapporti sociali e commerciali all’interno di un qualsiasi gruppo, sono, sempre secondo Rohéim, un sistema di formazioni reattive che si instaurano in risposta al trauma della separazione. Diversamente da Freud, per Rohéim le variazioni culturali - quindi i vari terreni relazionali - si spiegano a partire dalle differenti pratiche educative volute dai singoli caratteri nazionali e dai relativi traumi vissuti nell’infanzia.

Anche i “profeti” della Nuova Era attribuiscono la stasi, quindi la nevrosi nella quale si crogiola il genere umano, a conflitti irrisolti nella famiglia d’origine:

giovani, abbiamo scritto le battute. (N.d.A. “difese dell’Io”). Poi la ripetiamo più volte nella nostra vita quotidiana senza rendercene conto. Sappiamo solo che lo stesso tipo di avvenimenti

continua ad accaderci. ( una parte in un dramma (

forma di dramma del controllo, creando una strategia per riprendere quanto ci viene strappato. Ed è sempre in relazione alla nostra famiglia che sviluppiamo una particolare forma di dramma”. (James Redfield, “La Profezia di Celestino”, 1994).

lo chiamo dramma perché si tratta di una scena familiare, la scena di un film di cui noi, da

)

Ricordati, la maggior parte dei membri della nostra famiglia svolgeva

)

e questo è il primo motivo per cui noi stessi abbiamo sviluppato una

7 La concezione antropologica di S. Freud sulle origine della cultura e sulle cause della sua evoluzione si basa sull’idea di un’entità psicologica fra tutti gli individui umani più diversi. Edipo, secondo Freud, è il primo nucleo dell’umanità che si è manifestato originariamente nella storia sotto forma di un evento primordiale: l’uccisione del padre. L’ipotetica lotta che si svolge nell’orda fra i figli ed il padre per il possesso delle donne termina, afferma Freud, con il parricidio. Il senso di colpa che ne deriva, insieme alle sanzioni ed alle regole interne al gruppo inerenti la circolazione delle donne, sarebbero gli elementi costitutivi dei due pilastri del patto sociale originario, il totemismo e l’esogamia: fattori questi, che, sancendo l’alleanza fra fratelli, segnerebbero il sorgere della civiltà e della società umana. Non volendo generare al lettore che si avvicina, con questo libro, alla teoria neoreichiana, confusioni di sorta, ci sembra utile spiegare, qui di seguito ed in poche parole, la tesi che l’Autore contrappone a quella di S. Freud: l’avvento della cultura è da collegare con la tappa evolutiva che porta l’uomo dal pensiero cognitivo, cioè quello legato all’osservazione del reale, a quello astratto, ossia collocato nel futuro, nello spazio-tempo. La conquistata capacità mentale di astrarre, quindi di “pianificare”, estende il dominio del pensiero all’infinito e lo porta a prendere coscienza della propria transitorietà e del fenomeno morte. L’angoscia che ne deriva (angoscia di morte) lo conduce verso una visione mistica della vita (ideazione del Aldilà), che ha per conseguenza la nascita del concetto di premiazione/punizione (Bene e Male). Premiato con l’ingresso nel Nirvana sarà colui che ha vissuto nel “Bene”; nell’inferno sosteranno quelli che hanno infranto le leggi del totem. E’ questa protomorale che genera la cultura, le regole e le leggi. Leggi e regole sanciscono la fine della sana istintualità e premiano la servitù al potere.

Se spreco tanto inchiostro è per dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che la malattia psichica, non è - come vogliono alcuni - la conseguenza di non si sa quali combinazioni cromosomiche, ma il frutto - la risposta del Sé - ad un determinato ambiente familiare e sociale.

Senza questa premessa, la mia proposta di rieducazione non avrebbe alcun credito.

Riassumiamo:

La permanenza di figli e figlie nella famiglia d’origine tende a prolungarsi oltre le necessità

naturali (cordone ombelicale). La prole è integrata nella dinamica familiare e funziona da elemento omeostatico. Su di essa possono ricadere le tensioni proprie del sistema. Le tensioni presenti nel Sé materno si socializzano in moduli educativi che si situano alla base

della relazione con i figli/e. La risposta a determinate caratteristiche del Sé materno è la malattia.

Malattia è sinonimo di disarmonia, di bassa autostima, di sfiducia nel prossimo e nel proprio Sé.

Il padre

chi l’ha visto?

Nelle famiglie di pazienti affetti da disturbi alimentari psicogeni c’è una figura che brilla

assenza: il padre! Lui non è. Semplicemente non è. Il conflitto che oppone madre a figlio o figlia lo

vede come arbitro-non-partecipe. I suoi rapporti affettivi con la ragazza o il ragazzo sono inesistenti.

A volte - nelle emergenze - può fungere da figura-porto, ossia una nicchia nella quale rifugiarsi di

fronte alle “sempre” irragionevoli pretese della madre. Comunque il suo ruolo è il non-ruolo. La sua presenza è marcata dall’assenza. Ogni tanto spunta dallo sfondo per “arrangiare le cose”: in pratica

- preso da manie di onnipotenza - sbraita: “

famiglia ha un attimo di smarrimento, poi - si sa - ai propositi non segue l’azione. Lui è buono a pagare. E’ l’unica cosa che sa fare. Oppure è un oppositore. La sua opposizione non è lucida. E’

opposizione tout-court. E’ il no! alla medicina, il no! alla psicologia; il no! al ricovero. Ma - anzitutto -

è il no! all’ammissione della sua impotenza. E’ il no! alla paura di perdere il malato prezioso che

catalizza su di sé le tensioni insite nel suo sistema-famiglia. E’ il no! alla sua volontà di crescere, di

assumere responsabilità. No!

Senza essere un esperto di sistemi familiari, egli è ben cosciente che il sintomo prodotto dalla figlia

(bulimia, anoressia, iperfagia) tende a mantenere il gruppo familiare nello status quo e che, persistendo, il sintomo promuove tra i familiari un’insana coesione, al di là di barriere caratteriali o

ideologiche (“

per

ora basta; ora prendo IO in mano la situazione!”. La

e basta.

nel bisogno si deve rimanere tutti uniti”).

Anche i padri possono essere suddivisi in cinque tipi. (E’ sufficiente rileggere i “tipi materni” e

riportarli, con le dovute cautele, al maschile). Quelli più insidiosi, quelli del “no!” si trovano - di regola

- nelle tipologia “P” e “R”. L’uomo “S” non dà fastidio, in quanto non vuole essere infastidito. Quello

“M” fa ciò che dice la mamma: è perciò innocuo. Con l’uomo “O” le cose si complicano. Egli è solitamente coniugato ad una donna “R” o “P”. La sua pretesa è quella di essere il primus, ma né le sue doti intellettive, né quelle pratiche giustificano questa aspirazione. Allora mamma “P” o “R” deve mediare. Deve dargli la sensazione di essere l’unico, il vero, l’UOMO, ma - dietro - agire come se non ci fosse. Il “padre O” ha sempre la soluzione per tutto. Solo che l’esecuzione dei suoi mirabolanti progetti è affidata SEMPRE alla moglie o ai figli. Egli è lo spettatore. Il giudice. Poi fa l’incazzato, poiché nessuno si sogna di mettere in pratica le sue fantasie.

Le “belle famiglie”

L’amore esiste. Ma è errato rappresentarlo con il classico cuoricino. Meglio sarebbe simboleggiarlo attraverso l’effigie di una “stampella”. Fondamentalmente uomini e donne “in amore” sono handicappati: handicappati in cerca di sostegno, di un punto d’appoggio in un partner che possa rimediare alle mutilazioni caratteriali conseguenti alla lunga permanenza in un terreno relazionale

tutt’altro che salubre. Quando il fatidico partner si profila all’orizzonte (spesso dopo ricerche durate un quarto di vita), ecco, anzi ECCOLO (o eccola!), è lui, LUI (o lei) la tanto agognata gruccia. Ed è amore! Questo processo è inconscio: gli innamorati non sono quindi imputabili di machiavellismo.

l’innamoramento

costituisce la soluzione di una situazione bloccata, il sovraccarico depressivo.

(

)

Sovraccarico depressivo significa che i meccanismi depressivi non funzionano più. (

)

Lo

stato nascente (dell’innamoramento) è caratterizzato da uno sdoppiamento fra due piani, due

livelli. Uno è quello della realtà, del dover essere, del piacere, dell’amore, della fusione. L’altro è quello dell’esistenza, povera, contraddittoria, infelice.” (Francesco Alberoni, “L’erotismo”, 1986).

Secondo Alberoni, l’uscita dal sovraccarico è - appunto - l’innamoramento. “

d’amore non è un oggetto fra gli altri. La persona amata (

l’assoluto.” Ma, come dice Lou Andreas Salomè (“La memoria erotica”, 1985), “

l’amante non si interessa di come è veramente l’amato

miracolosamente felice. In che modo non si sa. I due rimangono un mistero l’uno per l’altro.

l’oggetto assoluto

)

è la strada verso la perfezione,

in fondo

gli basta sapere che l’altro lo rende

Bene. Ora occupiamoci delle conseguenze dell’innamoramento. Quasi sempre accompagnati dalla benedizione del parentado, da quella religiosa e quella statale, gli innamorati convolano a nozze. Dal caos depressivo nasce l’ordine. L’ordine genera routine. E routine significa fine dell’innamoramento. Quell’essere unico, adorabile, irripetibile, meravigliosamente sensuale che abbiamo impalmato, diviene sempre più grigio. Sempre più normale. L’aura misteriosa, affascinante, non c’è più. Quella (o quello) che doveva essere la soluzione alla solitudine, alla depressione, quella - o quello - che avevamo investito di tanta “divinità”, si rivela inadeguata(o) a sorreggerci, a nutrirci, a sollazzarci nella camera da letto.

Lo sfacelo, la delusione sono insiti già nell’instaurarsi della coppia. Come il nocciolo dentro la pesca. Facciamo bagaglio delle saggezze scientifiche sopra esposte e cerchiamo di ampliarle con le nostre conoscenze dei meccanismi che generano il carattere.

Mamma-mamma, come tutte le mamme-mamme ed i papà-papà, entrano prima o poi (e poi ancora!) in quello che Alberoni ha definito sovraccarico depressivo. Con gli occhi un poco spenti, andatura insicura, falsa spavalderia, si aggirano allora per le contrade come una lettera “c” che aspira essere una “o 8 ”. Le strade sono piene di lettere “c”: minuscole, medie, grandi, intermedie, piccole. Ognuna - come dicevamo - con una sola aspirazione: trovare il giusto pendant per chiudere il suo cerchio energetico e sentirsi, finalmente “o”. Anche se in questa fase la vista non è molto aguzza (spesso una bella fanciulla si accoppia con un campione che sembra uscito dalla galleria degli orrori!), l’istinto (o meglio il carattere) è infallibile nella scelta del partner. Ma la scelta si rivelerà, sempre, fatale. Torniamo sulla nostra famiglia d’origine ed attraverso il grafico che segue cerchiamo di scoprire con chi mamma-mamma si è appaiata per completare la sua personale “c”.

8 “o” è qui inteso come circolo energetico chiuso, come complementarietà tra “c” e “c-specolare”. Non ha quindi nulla a che fare con il “tipo O”. “c” è il simbolo della non completezza dell’essere umano che per realizzarsi, per divenire completo, abbisogna, come suggerisce la filosofia cinese, di integrare nel suo Sé forze contrapposte ma reciprocamente funzionali (vd. Yin e Yang).

Tipo “S” Tipo “O” Tipo “M” Tipo “P” Tipo “R” Mamma “S” , quella che

Tipo “S”Tipo “O” Tipo “M” Tipo “P” Tipo “R” Mamma “S” , quella che sembra vivere

Tipo “O”Tipo “S” Tipo “M” Tipo “P” Tipo “R” Mamma “S” , quella che sembra vivere in

Tipo “M”Tipo “S” Tipo “O” Tipo “P” Tipo “R” Mamma “S” , quella che sembra vivere in

Tipo “P”Tipo “S” Tipo “O” Tipo “M” Tipo “R” Mamma “S” , quella che sembra vivere in

Tipo “R”Tipo “S” Tipo “O” Tipo “M” Tipo “P” Mamma “S” , quella che sembra vivere in

“S” Tipo “O” Tipo “M” Tipo “P” Tipo “R” Mamma “S” , quella che sembra vivere
“S” Tipo “O” Tipo “M” Tipo “P” Tipo “R” Mamma “S” , quella che sembra vivere

Mamma “S”, quella che sembra vivere in un mondo tutto suo, fa parte delle partners non molto ricercate: da lei attratti sono gli uomini di tipo “S” (ognuno vive per sé, siamo una bella coppia!) e di tipo “R” (Eureka! Non mi penetra, siamo una bella coppia). Mamma “O”, l’intellettuale-bisognosa-di-sostegno, è soprattutto appannaggio dei sostenitori professionisti: gli uomini “P” (lei è così fragile ed ha tanto bisogno di me: siamo una bella coppia!), ma talvolta è anche scelta dal tipo “M” (lei è la mia guida, sa tutto meglio di me, siamo una bella coppia). Mamma “M” è ricercata da maschio “M” (ci amiamo, ci picchiamo, poi ci amiamo di nuovo, siamo una bella coppia) e dal tipo “P” (è quasi la mia schiavetta [in modo affettuoso, si intende], certo è un poco casinista, però fa tutto per me e per i figli. Siamo proprio una bella coppia!). Mamma “P” è ambita: seduttrice-protettrice-maliarda-che-si-occupa-di-tutto. La cercano disperatamente gli uomini “O” (non sai come mi sostiene, non sai quanto mi dà: siamo una bella coppia); gli uomini “R” (si assume propria tutte le responsabilità, le avances? Le fa sempre lei, siamo una bella coppia) e gli “M” (per fortuna c’è lei che manda avanti la baracca, siamo una bella coppia!). Mamma “R” è decisamente la più richiesta. La sua stabilità, la sua fermezza, la sua indiscussa attendibilità, la sicurezza che emana, la sua fedeltà ma anche il suo esser donna-della-norma agiscono sugli uomini (salvo che quelli del tipo “M” che non cercano una donna ma piuttosto una mamma), come la melassa sulle mosche.

Così, sull’altrui bisogno inappagato, sul proprio senso di incompletezza si forma la “bella famiglia”. Ma fin qui non c’è niente di male. Il problema ha inizio quanto le “c” divenute “o” decidono di incrementare il tasso di natalità nazionale. Il desiderio di “figliare” è sintomatico di due situazioni:

la coppia è in amore e vuole perpetuarsi (fondersi) concependo un bambino;

la coppia è in crisi e ritiene che l’avvento di un figlio risolva i problemi.

Esaminiamo il primo caso. L’innamoramento, lo ribadiamo, è frutto di due precisi meccanismi psicologici volti ad uscire da uno stato solitudine (sovraccarico depressivo): la proiezione e la distorsione.

Per una moglie alle prime armi, per una sposina fresca di viaggio di nozze, la gelosia del marito è sempre qualcosa di molto lusinghiero e di cui andare orgogliosa. “Egli è geloso dell’aria che

respiro, dunque mi ama!”. Non sa la colombella, che l’amore c’entra poco, perché il più delle volte

la gelosia è provocata da attacchi di insoddisfazionite, da gravi forme di sospettosi (

croniche febbri possessive (

che, provando un abito smodatamente sexy, dicono con un certo orgoglio: “Mi sta bene, ma se

me lo metto mio marito mi sfregia

perché”). Queste poche righe racchiudono, in chiave umoristica, la quintessenza dei citati meccanismi: la proiezione (gelosia = amore); la distorsione (violenza = amore). Dunque: proiettando e distorcendo, i due si sono innamorati. Poi il cosiddetto lieto evento: le “c” divenute “o” aspettano con ansia i primi

vagiti del bambino, poi è tutto un cicici, che dura di regola fino a che il neonato comincia, a modo suo, a reclamare una fetta di “c”. E la frittata è fatta. Mentre nella “o” l’energia scorreva quasi armoniosa ed i colombelli vivevano in una pseudo-complementarietà (pseudo poiché inquinata dai meccanismi succitati), ora - con la venuta del terzo incomodo - la “c”-mamma è costretta a dividere le sue attenzioni tra due esseri immaturi, il primo appena fresco di nascita, il secondo con una trentina o forse più primavere. E l’ “o” gradualmente si disintegra. E l’angoscia prende il posto dell’armonia: tre “c” vagano sul “terreno relazionale” in cerca di supporto, di accoglienza, di calore. Ed in questo clima prende forma il sentimento di deprivazione che, più tardi, sfocerà in malattia.

), da

).

Capita ancora di incontrare nelle boutiques sposine cinguettanti

”.

(Antonio Amurri, “Come ammazzare il marito senza tanti

Secondo caso. La coppia in crisi che crede di trovare stabilità con l’avvento di un erede, si comporta come quel commerciante che, confrontato con bilanci in rosso, assume, sperando in tempi migliori, nuovo personale, senza minimamente preoccuparsi di riflettere sul come avvengono le perdite. Il fallimento è quasi garantito. Il terreno relazionale diviene sempre più arido. La delusione domina la scena. Poi la solitudine: “c” torna “c”. Ma ora le “c” sono tre. (vedi anche scheda 4 a pag.

30)

Cordone ombelicale e patologie

Ricapitoliamo per concludere:

1.

Il bimbo nasce tabula rasa. L’unica sua aspirazione è essere.

2.

La tipologia caratteriale materna permea il terreno relazionale sul quale prospererà il Sé del nascituro; inoltre:

Il carattere della madre ricerca - a complemento delle sue debolezze - un partner-gruccia.

Lo scenario familiare è determinato perciò dall’incompletezza, dall’immaturità di padre e madre.

3.

Il bimbo diviene - su questo terreno - il ricettacolo delle tensioni (meccanismi di difesa) proprie di un Sé-materno, secondariamente vittima del sistema imperfetto che lega padre a madre.

Il Sé del bimbo vive come deprivazione/mutilazione lo scollamento dell’agire materno dalla linea comportamentale armoniosa prevista dalla natura e, mettendo in atto meccanismi di sopravvivenza (istinto di sopravvivenza), atti ad attutire l’impatto dell’irrealtà del non-naturale sul suo fragile Io, instaura proprie dinamiche di difesa, allontanandosi così dall’armonia del rapporto Io(bimbo) - Tu(donna).

Contestualmente all’instaurarsi dei moduli di difesa del Sé, l’unità psicheÈcorpo predispone l’armatura caratteriale (blocchi muscolari) che avrà la funzione di

1. mantenere le ansie e le angosce relazionali legate alla corazza muscolare (inconscio) (vd. riquadro);

2. impedire al Sé quei “movimenti” che lo ricondurrebbero al conflitto originale con la (evitamento).

genitrice

L’energia “congelata” nei singoli segmenti propri della corazza muscolare, predispone il Vivente a patologie di tipo organico o a precise psicopatologie.

Terreno relazionale

Risposta del vivente

Rischi psicopatologici

Senso di deprivazione; relazione con il mondo dell’irreale. Negazione. Autismo. Narcisismo. Anoressia.

Senso di deprivazione; relazione con il mondo dell’irreale. Negazione.

Autismo. Narcisismo. Anoressia.

Senso d’abbandono. Depressione. Compensa- zione intellettuale. Da melanconia a maniacalità. Anoressia e/o bulimia .

Senso d’abbandono. Depressione. Compensa- zione intellettuale.

Da melanconia a maniacalità. Anoressia e/o bulimia.

Compressione. Gregarismo. Depressione. (S.)masochismo. Autodistruzione Iperfagia . Bulimia .

Compressione. Gregarismo. Depressione.

(S.)masochismo. Autodistruzione Iperfagia. Bulimia.

Solitudine. Senso di “dovere essere potente”. Maniacalità. Nevrosi d’ansia. Bulimia.

Solitudine. Senso di “dovere essere potente”.

Maniacalità. Nevrosi d’ansia. Bulimia.

Angoscia. Ossessione. Ansia di penetrazione. Nevrosi ossessive. Fobie. Compulsione. Iperfagia.

Angoscia. Ossessione. Ansia di penetrazione.

Nevrosi ossessive. Fobie. Compulsione. Iperfagia.

E’ ovvio - ma mi sembra utile sottolinearlo - che non necessariamente il “terreno” di un certo tipo debba produrre le patologie indicate. L’apparire della patologia è legato alla qualità ed alla quantità delle tensione che quello specifico “terreno” produce. Lo stesso dicasi per la tipologia materna:

essa sarà tanto più appestante, quanto più spiccati saranno i meccanismi di difesa del carattere oppure dei sub-caratteri, laddove il clima familiare si presenti particolarmente stressante.

Abbandoniamo il tema famiglia-patologie con una necessaria ed importante precisazione: la relazione tra carattere e terreno relazionale chiarisce la dinamica nella quale nascono i cosiddetti Disturbi Alimentari Psicogeni. Detto questo teniamo però anche conto del fatto che la “natura” di mamma è conseguenziale a dinamiche psichiche inconsce, quindi inaccessibili al raziocinio. “Mamma” è il mestiere più difficile al mondo: nessuno lo insegna. Mamma non può quindi essere colpevolizzata o

criminalizzata per i “movimenti” che il suo inconscio partorisce. Le mamme - in generale - fanno del loro meglio per allevare i propri figli ed esse stesse sono fabbricate da altre mamme imperfette, ma munite di tanta buona fede. Semmai in questa storia ci fosse un’imputata, questa è la cultura di Stato. Una cultura stupidamente “assistenziale”. Una cultura che ha creato una strana scala di valori indirettamente responsabile di criminalità, soprusi, disoccupazione e malattia. Una cultura che ama “apparire” liberale ma non lavora per la libertà, per la vera crescita dei suoi accoliti. Una cultura che

si limita ad insegnare l’abc, ma castra la spontaneità, la creatività e l’estro che solo l’individualità sa esprimere. Una cultura che ha un unico, supremo fine: la conservazione dello Stato stesso. Conservazione al di là del Bene del cittadino. Lo Stato prospera sull’infelicità. Ed è quindi esso stesso una creatura infelice. E lo Stato siamo noi tutti! Ma è ora tempo di addentrarci nel mondo del disturbo alimentare e scoprire le connessioni tra rifiuto

del cibo, vomito, abbuffata, terreno relazionale

e Stato!

Scheda 1

W. Reich: il masochismo è richiesta d’amore

W. Reich: il masochismo è richiesta d’amore Wilhelm Reich 1897 - 1957 Alle tesi freudiane che

Wilhelm Reich 1897 - 1957

Alle tesi freudiane che concepiscono il masochismo come “l’istinto di morte che il Sé volge verso se stesso”,

Reich replica “

all’accentuarsi della tensione interiore, dell’angoscia e del pericolo di perdere l’oggetto d’amore. (

di punizione e di percosse ha nel masochista lo scopo seguente: consentire la scarica tanto necessaria e, con un espediente, addossare la responsabilità del fatto alla persona punitrice.” I tratti caratteriali tipicamente masochisti sono: soggettivamente una sensazione cronica di sofferenza, che manifestandosi in modo particolare, si esprime come tendenza a lamentarsi; tendenze croniche all’autolesione ed all’autoumiliazione ed una intensa mania di tormentare gli altri, mania questa che fa soffrire l’individuo in questione non meno del Tu-tormentato. Ma cosa provoca questi atteggiamenti? Essi trovano la loro origine in una particolare angoscia vissuta nella prima infanzia: l’angoscia di essere lasciati soli. Il carattere masochista non sopporta l’idea di potere perdere un rapporto d’amore, inoltre non sopporta l’idea di rinunciare ad un oggetto, così come non riesce a spogliarlo del suo ruolo di protettore. Non sopporta la perdita di contatto psichico che cerca di rinsaldare in modo inadeguato, ossia quello di mostrarsi infelice.

il

comportamento masochistico e la richiesta d’amore aumentano sempre proporzionalmente

)

Il desiderio

Diamo uno spazio particolare al “tipo M”, poiché raramente la letteratura ne ha approfondito l’eziopatogenesi e le sue relazioni con l’Autorità. Facilmente l’amore provato per la madre e la successiva difficoltà a “stare in piedi con le proprie gambe” vengono spostati su una qualunque struttura di Potere che abbia - anche in senso lato - caratteristiche simili a quelle materne quali l’esigere obbedienza e punire la trasgressione legati, comunque, al ruolo di protezione. La nostra struttura sociale può essere concepita perciò come un rapporto sadomasochistico traslato dall’oggetto

d’amore primario alla società autoritaria tenuto anche conto che, come indica Reich:

presenti sporadicamente in tutte le persone”. Allora, la nostra caratterialità (vd. i “cinque tipi”) non può non essere disgiunta dalle regole e dalle norme dettate dallo Stato!

tratti

masochisti sono

Scheda 2

La Teoria dei Cinque Movimenti

La Terapia dei Cinque Movimenti (o terapia neoreichiana), il cui ideatore è l’Autore di questo libro, è efficace e, come tutte le cose vere, nella sua essenza è semplice. Non intellettualizza, ma porta ad una realtà fondamentale: ogni organismo vuole innanzitutto vivere! E vivere è piacere, è gioia. Il nascere di un bisogno (i bisogni secondo la teoria neoreichiana sono: appartenenza [sicurezza], conferma [bisogno di considerazione],sensorialità [bisogno di essere fisici], sessualità e nutrizione anche nell’accezione estesa del termine) è indice di una mancanza e viene vissuto fisicamente come contrazione o dolore:

l’organismo si ritrae, si contrae, cerca l’appagamento del bisogno e, quindi, la distensione:

BISOGNO Ë CONTRAZIONE Ë MOVIMENTO Ë APPAGAMENTO Ë DISTENSIONE

Questo vale per tutti gli organismi, ma l’uomo nella sua evoluzione sviluppa la razionalità, crea la cultura che gli impone l’appagamento dei bisogni secondo tempi e regole dettati dal NOI, ossia dalla struttura sociale. E’ la nascita del BENE e del MALE non secondo l’armonia con se stessi, gli altri, la natura, ma dipendenti astrattamente da una inafferrabile, ma onnipresente Autorità. La contrazione si fa contrattura e si consolida con spasticità muscolari più o meno croniche che formano l’armatura caratteriale e rendono la distensione una chimera. I bisogni il cui appagamento resta negletto, generano una costante tensione. Una tensione dove alligna ansia. E l’ansia è alla base del disagio psichico dell’uomo moderno. La Terapia dei Cinque Movimenti entra in questo meccanismo evidenziando i cinque movimenti primordiali che governano la vita dell’uomo sano (pianificazione, sottomissione, diffidenza, seduzione, aggressione) e che sono cinque modi differenti e basilari di modulare l’energia vitale verso l’appagamento dei bisogni. L’analista neoreichiano valuta i flussi energetici osservando empaticamente il linguaggio analogico e ne evidenzia le incongruenze rispetto a quello logico. Incongruenza è ingorgo: l’origine della limitazione della capacità di essere felici. I cinque movimenti attuati in modo armonioso rispetto a se stessi e alla realtà inequivocabile, che è propria del mondo che circonda l’individuo, portano alla distensione, alla gioia di vivere, al piacere. Individuare i blocchi energetici, rimuovere gli ingorghi e riaprire il flusso verso la vita: questa è la Terapia dei Cinque Movimenti. L’individuo (in-dividuus = non diviso) ritrova in tal modo la propria integrità oltre gli ingorghi e le incongruenze:

psiche È corpo. (Franco Casarin, analista neoreichiano, Lugano).

Scheda 3

L’affettività negli esperimenti di HARLOW

Per 20 anni il Dott. Harry Harlow, uno psicologo dell’Università del Wisconsin, ha utilizzato piccoli di scimmia nei suoi studi sulle problematiche legate allo sviluppo umano. Molti ritengono che, dopo Freud, il Dott. Harlow sia stato lo scienziato che maggiormente abbia contribuito a rivelare come la vita adulta sia plasmata ed influenzata dalle esperienze legate alla prima l’infanzia. In un esperimento classico, i piccoli di scimmia rhesus vengono divisi dalla madre sin dalla nascita. Fatti crescere in semi-isolamento, non viene dato loro il permesso di vivere secondo natura, bensì nell’ambiente

controllato di un laboratorio, dove si possono ricreare e isolare tutte le influenze psicologiche tipiche dell’infanzia. Essi sono in grado di vedere e sentire altri individui, ma senza sviluppare con loro contatto fisico alcuno, nessuna interazione. La figura materna è rappresentata da un fantoccio di plastica e tessuto, una bambola inerte

e tuttavia capace di nutrire il piccolo.

La scimmietta finirà con il dipendere da questo pupazzo e sviluppare con lui una relazione affettiva, così da soddisfare le sue primarie necessità fisiche e psicologiche che, come sappiamo, non si limitano al soddisfacimento del bisogno di nutrizione, ma comprendono anche l’appagamento degli altri bisogni profondi del Sé: quelli di appartenenza (sicurezza), di sensorialità e di conferma. Infatti, come nel cucciolo di uomo, anche

nei piccoli dei primati vi è un bisogno istintivo di aggrapparsi ad un altro corpo morbido, caldo e nutriente. Ma - si chiede il ricercatore - cosa è più importante per il piccolo nel rapporto con la madre: il cibo o il calore e l’accoglienza?

Il rhesus viene posto davanti a questa difficile scelta: è preferibile una mamma calda e morbida fatta di panno ma non nutriente o una bambola di rete metallica senza alcun calore che però dispensa il cibo? L’esperimento prevede che il piccolo venga deposto su di una calda madre di panno, priva di latte. Sposterà il suo affetto verso la madre di metallo quando si accorgerà che questa gli offre cibo e quindi la vita? Dalla madre di rete metallica riceve una cosa sola, il cibo, ma nessun calore e tanto meno nessun senso di

sicurezza quindi

sulla quale trascorre fino a 22 ore al giorno. La traduzione dei risultati di questi esperimenti sul mondo degli umani è assai semplice: il “materiale”, l’efficienza, il contatto formale non bastano a dare sicurezza al bambino. Sarà solo lo scorrere armonioso dell’energia, il contatto caldo e costante, la fisicità dalla madre a garantirne una crescita sana ed un avvenire radioso.

appena soddisfatto il suo bisogno di nutrizione la scimmietta si riaggrappa dalla madre-calda

di nutrizione la scimmietta si riaggrappa dalla madre-calda Nella cultura questa solidarietà fisica tra madre e

Nella cultura questa solidarietà fisica tra madre e figlio si è persa. Sopravvive laddove la cultura - nel senso moderno del termine - non è (fortunatamente!) arrivata. Nelle sperdute lande dell’Africa nera, nell’inferno verde che si estende intorno al Rio delle Amazzoni, nelle piccole isole del Mare dei Coralli, il rapporto madre-figlio è quello voluto dalla natura. I piccoli boscimani, yanoama, trobriandesi vivono nei primi anni di vita sulla propria

madre. L’interazione attiva tra i loro corpi ne fa uomini armoniosi, naturali, potenti, fisici. Solo marginalmente il loro carattere è inquinato dalla religione e dalla cultura. Il corpo ed i bisogni del corpo imperano sul suo agire. L’uomo è uomo. La donna è donna. Insieme formano la relazione duale armoniosa. Insieme creano il “terreno” nel quale crescere i figli.

Il sano mondo della natura trova la sua dimensione nella non-cultura, nella comunione tra corpi, tra corpo e bisogni, tra corpi e natura.

Scheda 4

Il terreno relazionale

Nelle loro relazioni gli umani sono come le patate: hanno radici in un particolare tipo di terra dentro la quale custodiscono, gelosamente nascosto da sguardi indiscreti, il loro frutto e traggono l’aria per vivere dal fogliame che emerge dal terreno. Sempre come le patate, usano la loro energia per rinforzare il nucleo (il frutto), cedendone ben poca all’ambiente circostante. Eppure, contrariamente alle patate, l’uomo vive in gruppo. Meglio: può vivere solo in gruppo! Ma, come la patata, anche l’uomo ha subito nel corso della sua evoluzione non pochi cambiamenti. La patata per divenire un tubero universalmente apprezzato, ha dovuto attraversare l’Atlantico. L’uomo per proporsi come specie eletta ha voluto attraversare i confini che separano il naturale dall’innaturale. Forse qualche decina di migliaia di anni orsono l’uomo non era simile ad un patatone. Allora viveva in armonia e la sua energia scorreva liberamente dal suo corpo ad altri corpi, generando felicità. Ma questa è retorica. Se ci proponiamo di analizzare il terreno sul quale prosperano le relazioni umane, non possiamo esimerci dall’addentrarci in quella che ho definito nevrosi di potere. Secondo la mia teoria dei bisogni, la distensione (il piacere) del Sé transita inequivocabilmente da un Tu-di-riferimento. Di conseguenza, nelle regioni psichiche più profonde, ogni individuo cela, parimenti al principio di piacere ed al principio di realtà, un indomabile principio di potere. Nel soggetto armonioso la sete di dominio (potere) si estingue nel momento in cui il Tu-mèta appaga il bisogno presente nel Sé (distensione del Sé). Nelle società arcaiche che - con tutta probabilità - erano governate dal principio di potere, non esisteva, paradossalmente, il concetto di possesso, in quanto il (s)oggetto-mèta diveniva ininfluente per il benessere del Sé una volta che questo aveva raggiunto la distensione (piacere).

Diverso è l’uomo falsamente detto “civilizzato”. Al principio di potere esso ha sostituito la nevrosi di potere. Egli non è più pago

di usufruire in modo privilegiato dei soggetti e degli oggetti che gli danno piacere. Egli ne vuole il possesso incondizionato. In

eterno! Così il pianeta tutto è in continua lotta per definire chi controlla chi. Una lotta dalla quale non sono certo esenti gli

appartenenti ad una stessa famiglia o le relazioni tra amici o tra fidanzati, né - tanto meno - quelle tra genitori e figli. Il terreno relazionale è in primis dominato dalla lotta per il potere! Un potere che però esce dall’oggettività per entrare nella soggettività: non è più soddisfacente avere - ad esempio - una compagna. No! É necessario controllarla, possederla. E per ottenere il controllo assoluto, è indispensabile renderla dipendente, starle sopra. Solo quando “sta sopra”, il Sé si distende: ha l’illusione del controllo sul tempo e sullo spazio.

In questo gioco sottile agiscono importanti meccanismi psicologici legati ai vari tipi caratteriali.

Per il carattere schizoide (tipo “S”) la distensione avviene nel non-rapporto, nel rifiuto del Tu-fisico, quindi nell’isolamento in

quanto lui ha paura della fisicità; il carattere orale (tipo “O”) si distende solo in una relazione mediata da valori intellettuali, ma

nega la realtà corporea delle emozioni e dei sentimenti, infatti questo carattere odia il Tu-fisico “

(sado)masochista (tipo “M”) trova piacere nelle relazioni di amore-odio, ossia su quel terreno che gli permette di comprimersi

nella figura di gregario per poi esplodere (distensione) nella rivendicazione dei suoi presunti diritti. Individuo compresso, il “tipo M”, non affronta l’esperienza nell’armonia, poiché l’armonia gli precluderebbe la via verso l’esplosione. Il carattere

psicopatico (tipo “P”) è “in piacere” quando controlla di terreno relazionale (

(tipo “R”) vive con ansietà la sensazione di “libertà” sentimentale/emozionale (

mondo delle regole e dei precetti. Lo “stare sopra” si concreta, come abbiamo visto, nel manipolare il mondo esterno o il Tu-di-riferimento, affinché si realizzi, a seconda del carattere, una delle dinamiche sopra accennate. La relazione che implica il coinvolgimento armonioso di pensiero, ruolo, sentimenti, emozioni e sessualità è morta: giace sotto le macerie della nevrosi comune, sotto la maschera di quello che W. Reich ha definito homo nevroticus normalis.

perché

abbandona!”; il

paura

di rimanere solo), mentre il carattere rigido

di essere penetrato) e si distende nel

paura

Le relazioni tra umani sono riconducibili alla formula seguente:

P = C x S

P = personalità (modulo di relazione); C = carattere; S = stimoli ambientali.

La “battaglia” ha inizio quando gli stimoli provenienti dal mondo esterno (S) turbano gli equilibri interni del Sé (o omeostasi

caratteriale). Il ruolo (P) riflette la paura del Sé (paura di uscire dalla omeostasi) ed evidenzia i suoi meccanismi di difesa che

si concretano nell’interruzione del libero scorrere energetico nella relazione. Il “circolo affettivo” è mutilato. Il “vissuto” - ossia la

somma di sentimenti, pensieri ed emozioni che si sviluppano nel corso di una qualsiasi relazione - da inizialmente gioioso si tramuta in sofferenza. Ogni “vissuto”, ogni atto della nostra vita che implichi un “passaggio affettivo”, costituisce un’esperienza. Ogni esperienza è racchiusa tra un inizio ed una fine. All’inizio dell’esperienza si situa il bisogno inappagato (1) che genera una pulsione (2); la pulsione eccita l’organismo (3); nell’organismo l’eccitazione si trasforma in movimento (4); attraverso il movimento il Sé entra nell’esperienza (5). Appagato il bisogno, il Sé si distende: è la fine dell’esperienza (6). Segue un “periodo senza bisogni” (distensione post-coitum ).

Scheda 4.1

.
.

Un carattere si distingue da un altro per due dinamiche tra di loro connesse: 1. il desiderio di “stare sopra” (controllo, nevrosi

di potere); 2. la paura di affrontare “scenari esistenziali” vissuti come potenzialmente pericolosi e la conseguente interruzione

del “circolo dell’esperienza”:

Carattere

Interruzione

Relazione

Schizoide

all’apparire della pulsione (la pulsione non si trasforma in eccitazione). Compressione della pulsione.

Io - Io. Esclusione del Tu e del Sé-corporeo.

Orale

Nella fase dell’eccitazione.

L’organismo è eccitato (“

voglio!”)

 

ma non agisce sul Tu-mèta per appagare il proprio bisogno ed attende passivamente che sia il/un “Tu” ad

appagarlo (“

tutto

mi è dovuto!”).

(Sado)masochista

Nel “movimento” verso il Tu.

Compressa. Gregaristica, poi esplosione di rabbia. Sadomasochismo.

Psicopatico

Nel corso dell’esperienza.

Dall’alto (Io) verso il basso (Tu), domina l’ansia di perdere il controllo sul/sui Tu-di-riferimento.

Rigido

Prima della fine dell’esperienza.

Diffidenza. Paura di lasciarsi

andare (“

castrato perché ho infranto un tabù!”).

se

mi lascio andare sarò

Il terreno relazionale è, quindi, la sintesi dello scontro tra caratteri, ognuno sotteso a conservare il proprio equilibrio a scapito dell’equilibrio del Tu-di-riferimento, ad evitare l’incontro con le proprie paure, con i propri limiti imponendo alla relazione una scenografia, a tale fine, studiata. Analizzando la dinamica delle relazioni si può facilmente osservare come la maggioranza delle azioni non siano intese a creare armonia, ma piuttosto a conservare la propria stabilità. Argomenti “pericolosi” vengono interrotti o squalificati; desideri

di affermazione presenti nel Tu-di-riferimento bruscamente etichettati e confrontati con la cosiddetta normalità (“

normale. Guarda, gli altri

Questo è il terreno relazionale: un caos di sentimenti castrati, emozioni bloccate, paura, ruoli assolutamente incongruenti con i veri bisogni del Sé. E’ il palcoscenico dell’apparenza. La sostanza rimane sotto terra. Come la patata.

non è

);

la troppa vicinanza viene vissuta come minacciosa e quindi evitata (paura di perdere il controllo).

Scheda 5

Il Carattere Al carattere non possiamo che avvicinarci per approssimazione, servendoci di metafore. Infatti, poco

Il Carattere

Al carattere non possiamo che avvicinarci per approssimazione, servendoci di metafore. Infatti, poco o nulla serve la

sapienza dell’Enciclopedista che recita: “ una persona, che la distingue dalle altre

Il carattere è il regno delle realtà irreali. E’ la sede dell’Ideologia. Entrare nel carattere è come varcare la soglia del Parlamento: sugli scranni siedono strani esseri - che qualcuno ha definito homo politicus - ognuno armato di un proprio programma, di una propria filosofia dell’essere. Ci sono i “neri isolazionisti”, i “blu intellettuali”, i “rossi aggressivi”, i “gialli espansionisti” ed infine i “verdi reazionari”. Una Triade siede sulle poltrone presidenziali: Sua Eccellenza dux Corpo, Sua Eccellenza dux Società e Sua Eccellenza dux Realtà. Il Parlamento è riunito in seduta: passionale, vivo come sempre, il dux Corpo annuncia le sue esigenze. Come sempre il suo collega Società ha da obiettare. “Io voglio amore!” - esordisce Corpo. “Ed io voglio che il tuo amore non turbi la mia armonia” - ribatte Società. Il tutto potrebbe finire lì. Ma così non è: i Parlamentari si calano nella questione. Ai “neri” il problema sembra non interessare. Ai “rossi” nemmeno. Prende la parola l’esponente del Partito - che nel nostro ipotetico Parlamento - detiene la maggioranza:

“Colleghi” - esordisce - “a nome di noi “verdi” vorrei rendere attento dux Corpo che amore significa perdizione, deflagrazione dell’ordine costituito e, se ciò non bastasse, è l’equivalente di gabbia e di sudditanza!”. Dux Corpo ha un sussulto:

“Come, IO, dovrei rinunciare all’amore per le vostre folli paure?

,

il carattere è l’insieme dei tratti psichici morali e comportamentali di per comprendere a fondo l’essenza di quell’Insieme, che fa l’individuo.

IO vi paralizzo!”.

“Calma” - interviene l’esponente dei “gialli” - “forse una via d’uscita c’è: l’oggetto del tuo amore lo possiamo rapire, ingabbiare e regalartelo come schiavo”. Si fa sentire dux Società:

“Ma questo non è morale. Nessun uomo ha diritto di schiavizzare un suo simile!” “E’ vero!” - conferma il rappresentante della maggioranza. Corpo tuona che lui di queste storie non ne vuole sapere. Minaccia di scagliare tutti i suoi accidenti su quel consesso. La diatriba si inasprisce. “Sei un egoista” - urla Società - “per un tuo bisogno metti in pericolo la nostra armonia”. Zittisce tutti il capogruppo dei “blu”, uno che si fa sentire solo nei momenti di emergenza:

“Tranquilli Signori. Io che qui rappresento l’Estrema Sapienza, dico che questo amore si può soddisfare ma, tenuto conto degli illustri pareri testé espressi, propongo che abbia a viversi con modalità platoniche, che abbia a realizzarsi nel sublime.” Scrosciano gli applausi. Tutti d’accordo, salvo il “nero” che fa come se la cosa non lo toccasse in nessun modo. Corpo, melanconico, soggiace e meditando rivincita si accosterà - castrato - all’oggetto del suo ardore. La Realtà si abbuia: è lei la vera perdente!

Ecco il carattere: un’essenza instabile, vociferante, ambigua. Una presenza scomoda per l’equilibrio del Sé. Una fonte di tormenti, di esaltazione del futile. Una biblioteca che racchiude mille verità: ed ogni verità è frutto di una paura.

Cap. 2 - Quando a governare il Sé è la “bellezza della mente”

Ricordate la scimmietta di Harlow? Doveva scegliere tra una madre-fredda-che-nutre e una madre- che-dispensa-calore. Ebbene, il piccolo rhesus aveva una scelta reale. La figlia di una madre- fredda-che-nutre, no!

Il “terreno freddo” ha generato la non-fiducia nel “sentire”, ha prodotto il blocco di quella gioiosa eccitazione che dà il via al “movimento”, ha costretto il Sé a prodursi nella magica sfera dell’irreale:

nella bellezza della mente!

Questo Sé vaga ora nell’oceano della vita senza una bussola e senza un sestante. Al timone si è posta la mente. Una mente che si confronta con se stessa. Che non cerca - non vuole cercare - nella terreneità un riscontro alle proprie astrazioni.

Terreneità significa essere “terreni”; essere fisici, appartenere a questa terra, porre le radici nella realtà del momento. Significa “sentire”, quindi vivere di “sentimenti” o, come scrive S. Keleman, (Il

corpo è lo specchio della mente, 1979): “

dall’essere nel mondo con un corpo. Noi ci impiantiamo nel mondo. La nostra funzione naturale fa crescere radici ad un’estremità e rami e foglie - relazioni sociali - dall’altra”.

essere terreni deriva dall’essere nati. Deriva

Persa la terreneità, annullata la fisicità: il mondo si presenta senza orizzonti, senza punti di riferimento. Le radici sono tagliate. Cessa la vita:

il

involucri. Senza energia l’occhio guarda senza vedere, la mano tocca negando il contatto, l’orecchio ascolta senza veramente trasmettere il messaggio al cervello. La bocca parla senza esprimere. Questa è la dimensione nella quale Id è: la non ebbrezza delle pareidolie. E’ giù, nel plesso solare, e si comunica non comunicante. Vive nel labirinto delle immagini, della fantasia, del sogno. Fetale: in quella grotta, dove dolore e gioia, caldo e freddo, sensualità e continenza sono mere espressione del pensiero senza riferimento alcuno alla realtà del corpo, contempla se stesso. Ora, ora, ora, il mondo è ora. Ora è sogno. Realtà: dimensione che Id pianifica per un corpo che ora ha costretto all’atonia. Ed il tempo annega come un futile narciso nello stagno delle ninfe. 9

corpo è dove è energia. Quelle parti del corpo energeticamente non inondate sono vacui

Nel deserto degli affetti, l’energia, la linfa che crea vita, si chiude nell’abiogeno circuito dell’Io-mente Ë Io-mente. Circolo vizioso: Io analizza Io. Io crede in Io. Io nutre energeticamente il non-reale che produce irrealtà. E l’irrealtà diventa Io. Io accetta Io-irreale. Questa dinamica, pur contorta, pur lontana dalla realtà, pur estranea alla fisicità, si àncora nel Sé come se fosse l’unico, vero, inequivocabile copione di vita. Così l’equivoco si tramuta in certezza. La mente bella, generata dal terribile scontro che oppose le esigenze di naturalità del corpo ad una realtà inappagante, ha ora la certezza che emuovere 10 , che sentire 11 , che scorrere 12 , ricondurrebbe il Sé all’angoscia che deriva dalla consapevolezza di vivere su un “terreno freddo”, inaccogliente, distante dai desideri della materia-corpo.

9 (W.A. Bernasconi, “Id: storie dell’evoluzione, 1994).

10 Emuovere, da emozione é muovere verso

11 Sentire, da sentimento. 12 scorrere = il rapporto tra il Sé ed il mondo esterno implica lo scorrere di bionergia.

l’esterno.

Allora è no! No alla fisicità. Meglio essere tutto mente. Essere intrisi di intelletto. Ed è in conseguenza di queste “certezze” che si instaura nel Sé delle ammalate di anoressia o di bulimia un senso di onniscienza, di pretesa di conoscenza totale e illimitata che è propria della natura divina, in quanto l'assoluta perfezione esclude la possibilità di una ignoranza anche minima. Onniscienza, perché il pensiero è onnipotente. Il pensiero è libero e non ha limiti se non fosse per quel noioso ancoramento ai modesti confini del corpo. Non è perciò assurdo che le giovinette che vomitano quaranta volte al giorno o quelle che pesano 30 chilogrammi per un metro e sessanta affermino:

cosa faccio di male? Non do fastidio a nessuno. Lasciatemi

io

in pace!”. Ed è specialmente l’ultima di queste affermazioni che ci riconduce alla realtà dell’irreale: quel lasciatemi in pace ha valore assoluto. Pace: pace dai sensi, dall’obbligo di relazioni con l’esterno, dal “dare”, dallo scorrere della vita, dalle pretese del corpo. Su - nel cassetto del pensiero 13 - turbinano immagini di neri fantasmi. Lassù c’è puzza di morte! Morta l’esuberanza della gioventù, morta la spontaneità, morta la creatività. Lassù i pensieri si ingrovigliano: controllo bilancia, rendimento a scuola, via al supermercato, abbuffata, vomitare,

controllo bilancia, controllo specchio, tuffo nel balletto, controllo bilancia, frigorifero, vomitare, performance sul lavoro, prima assoluta nello sport, controllo pancia, frigorifero, vomito, controllo cibo, ancora vomito, ricerca del lassativo, movimento nella ginnastica, controllo bilancia, controllo

peso, controllo specchio, attenzione alle calorie, palestra, abbuffata, senso di pienezza

vomito, controllo bilancia, controllo cibo, controllo pancia ed ancora il lassativo. Frigorifero (“ dove ho nascosto il cibo?”). Vomito. Poi i “no!”. Sono “no!” l’alimentazione normale, l’acqua, l’amore, la femminilità, la sessualità, le relazioni armoniose, la cena con gli amici, il lasciarsi cullare dalle onde del vivere. No! alle

sensazioni, alle delusioni, all’andare verso, alla bellezza.

sto bene così, mi sento libera!

via con il

Anoressia: dal greco anoreksía, derivato di óreksis ‘appetito', col prefisso an-privativo (non appetito). Troppe volte - ed erroneamente - si è descritto questo male in modo riduttivo, prendendo alla lettera la descrizione dell’etimo. Vero è che anoressia è si la mancanza di appetito, ma non dell’appetito di cibo - che della malattia è un epifenomeno - ma dell’appetito di vivere che rappresenta il vero nucleo del disturbo!

Il credere che sia solo mancanza di appetito (o ripugnanza per il cibo), ha spesso conseguenze nefaste sulla terapia del disturbo alimentare. Infatti medici e genitori sono lì a scrutare il verdetto

della bilancia che se segna “

dell’ammalata (

meno produce costernazione o rabbia. Ma c’è di peggio: in alcuni mestieranti della psicologia si fa

strada una nuova insulsa tendenza che è quella fregarsene “

Certo: la cura dell’anoressia non deve transitare soltanto dalla statistica del peso, ma ciò non significa che l’importanza - seppur relativa - di questo fattore debba essere disconosciuta o, addirittura, negata. Solo un corpo armonioso che sente vibrazioni e sentimenti è in grado di provare appetito di vita, è ricettivo agli stimoli del mondo esterno ergo alla realtà; solo un corpo nel quale l’energia scorre può aprirsi alla rieducazione, alla terapia, se questa è intesa come un training alla vita e non come palestra del pensiero o luogo nel quale far ballare il corpo come una marionetta sostenuta dai fili dell’irrealtà. Io credo che solo il corpo possa sanare le proprie ferite, sono convinto che solo un fisico aperto, ricettivo possa produrre pensieri legati alla ineluttabilità del vivere. E un corpo non può

il chilo in più” suscita atteggiamenti di compiacimento nei confronti

guarda

che brava, ha messo su 350 grammi!), ma se marca qualche grammo in

del chilo in più o del chilo in meno!”.

13 Waldo A. Bernasconi, “L’uomo a cassetti”, 1996.

consistere di sola pelle, ossa e qualche organo interno che, a fatica, mantengono in vita quel cereo mozzicone che stenta a dare luce.

Armonia del corpo - armonia della mente (vedi anche scheda 6 a pag. 47)

La maggioranza dei ricercatori in materia di “disturbi alimentari psicogeni” cercano affannosamente

il luogo nascente della malattia. Basta digitare “anoressia” su qualche macchina che conduce nel ciberspazio per trovarsi confrontati con interessanti proposte:

il problema è fatto scattare da qualcosa ancora difficile da individuare: di solito una dieta per calare qualche chilo e non si smette più, a volte subentrano altri fenomeni. Ad esempio

nell’obeso possono instaurarsi cicli jo-jo. La persona inizia una dieta drastica con un certo calo ponderale, non riesce a mantenerla quindi tralascia e recupera peso, poi si pente e riprende una

dieta

(Dott. Chiara Baraldi, 1997).

“ come nasce? Di solito con una dieta dimagrante senza controllo medico, oppure con una

iniziale perdita di fame legata ad un evento doloroso

un padre estraneo alla vita della figlia, una madre possessiva che induce nella figlia un forte

senso di dipendenza

normalmente vi sono problemi di famiglia:

(Gruppo ABA, Milano, 1997).

l’accentuazione “

tecnico che, assorbendo troppa energia, ha fatto perdere e dimenticare all’uomo moderno occidentale la parte corrispondente alla sfera dei sentimenti e della spiritualità, e di fatto annulla i rituali collettivi che segnavano ogni cambiamento, particolarmente quelli presenti nella pubertà. Questi cambiamenti e distorsioni dei valori sociali del collettivo hanno un loro peso anche nei nuovi valori assunti dalle famiglie, riscontrabile nelle famiglie con patologie anoressiche in cui

domina la tensione verso l’evoluzione economica senza una parallela evoluzione culturale (Dott. Francesco Montecchi, Roma, 1997).

della coscienza razionale in cui viene privilegiato l’aspetto consumistico e

I temi in discussione sono grossi: dalla dieta selvaggia, alle madri possessive, al consumismo. Ma ogni “spiegazione” evoca nuovi “perché”.

E’ certamente un luogo comune quello che vuole l’anoressia legata ad una dieta selvaggia.

dieta prende il sopravvento sulla volontà e l’ammalata è guidata dalle proprie ossessioni”. Nella fase in cui la dieta ha inizio la ragazza, come documentano tutte le nostre ricerche, è, ovviamente, in sovrappeso (se lo specifichiamo è perché non vorremmo che chi ci legge credesse che la sensazione di obesità sia - in quel momento - frutto di una fantasia malata). Il corpo, quindi è

nutrito, ha appetito. Come mai, allora - quasi d’un tratto - questo po’ po’ di ragazza sceglie di ridursi ad uno stato di magrezza spettrale? E’ sintomatico della nostra scienza ridurre ogni fenomeno a problemi di tipo meccanicistico. Eppure

- ed è il caso di molte patologie - la malattia (ma anche la sanità) non può essere che compresa

unendo la meccanica del corpo a quel sistema inafferrabile e sempre nuovo che chiamiamo psiche.

poi la

Le nostre teorie sull’eziopatogenesi di anoressia, bulimia ed obesità da iperfagia, ci riconducono al

terreno relazionale, quindi al “circolo dell’esperienza” ed ai momenti di interruzione (dell’esperienza)

e scopriamo che quel mangiare che ha reso “cicciottella” una graziosa ragazza, non era

determinato da un “sano appetito” o “dall‘appetito di vivere”, ma dall’interruzione dall’esperienza nel momento di “muovere” verso il Tu-di-riferimento. L’incontro con il Tu e con quel “terreno” suscitò, tempo addietro, sentimenti di ansia ed infelicità e fornì il primo impulso al crescere della “bella mente”. Dall’inconscio (ma a volte anche dal conscio) nacque il rifiuto a fondersi con Tu e con

l’ambiente e l’energia deviò dalla mèta naturale e si spostò su qualcosa di eccitante ma controllabile, di caldo ma non invadente, di nutriente ma non sfuggente. Comunque di rigettabile: il cibo! Ed il cibo diventò “Tu”. E nella relazione con il cibo vennero trasferite le peculiarità che caratterizzarono e caratterizzano la relazione, malata, con il Tu-di-riferimento.

Cibo = TU

Cibo = relazione-con-Tu, quindi da trattare con non-fiducia (se il Tu-cibo mi penetra, mi

abbandonerà! È angoscia); rifiuto del cibo (anoressia) = rifiuto di relazione con il Tu, paura di fusione, di rapporto duale.

mi (

ambivalenza nei confronti del cibo (bulimia) = permetto al Tu di penetrarmi parzialmente,

voglio

mangiare (penetrazione) È vomitare (rifiuto di fondersi con il Tu-[cibo]);

iperfagia = sfiducia (

lascio andare, ho fiducia, mi fondo nel Tu

poi sarò abbandonata!);

controllare il Tu.” (nello sfondo l’ansia d’abbandono); penetrazione + diffidenza =

se

ti trattengo dentro di me, non mi abbandonerai!”).

La lettura del rapporto che l’ammalata o l’ammalato hanno con il cibo è indicativa della relazione che essi sviluppano nei confronti del mondo esterno e del Tu-di-riferimento.

Torniamo alla nostra ragazzina “cicciottella” che tanto piace a mammà ed alla quale tutti dicono:

ma

La relazione tra psiche e corpo è relazione tra il pensiero e sentimenti, pensiero ed emozioni,

pensiero e sessualità. Se - come nei casi che stiamo prendendo in esame - l’interazione tra sentimenti/emozioni/sessualità e mondo esterno ha avuto sul Sé conseguenze mutilanti, allora sull’armonioso scorrere dell’energia da cassetto a cassetto, cala il gelo . Un “inverno” psicofisico che si materializza in blocchi muscolari 14 dentro i quali si ghiaccia la voglia di relazione con il(i) Tu. E quei blocchi racconto storie. Storie di solitudine, di tradimento, di inganno, di distruzione:

come stai bene!”. Qui l’apparente salute del corpo non è in armonia con il regno dell’anima!

sono la spettatrice di me stessa. Nel sogno siamo in quattro. E’ una prova di tuffo. Non voglio

tuffarmi, poi arriva Lei (N.d.A. il “Lei” sarei io) che con dolcezza mi incita a partecipare. Ho paura.

Sono sul trampolino. Dietro di me una ragazzina molto minuta e molto dolce mi dice “

Prendo la rincorsa

mio corpo è morto. La mia anima invece è viva e prova piacere nel vedere tutto quel sangue”. (Stefania, anni 24, anoressico-bulimica)

buttati!”.

mi tuffo

ma al posto di entrare in acqua mi schianto sulla terra. Sangue. Il

Per capire i simboli presenti in questo sogno non ci vuole un novello Freud. E’ tutto evidente. La

fiducia una volta propria del Sé (ragazzina minuta). Il tuffo (cadere, lasciarsi andare), lo schianto (se

mi lascio andare mi schianto, muoio: non-fiducia), la liberazione dell’anima dal corpo. L’anima

esulta.

Storie di una comune anoressico-bulimica. Sullo sfondo sempre il tradimento del Tu (

incita a partecipare

Lei mi

).

* * *

14 Secondo la Scuola neoreichiana, che si riferisce alle intuizioni di Wilhelm Reich, la nevrosi ha un suo agganciamento al Sé- somatico nella forma di blocchi muscolari cronici. (Blocco caratteriale o armatura caratteriale).

Per comprendere a fondo la personalità di anoressiche e bulimiche, ma anche quelle delle obese da iperfagia, dobbiamo scrutarne i modelli di pensiero ed analizzare i meccanismi inconsci che

governano il loro “cassetto della mente”. Mente, mentale è bello: come un filo d’Arianna questo motto sta all’inizio ed alla fine di ogni storia che andremo a raccontare. Chi prescinde da questo schema, difficilmente potrà affrontare i disturbi dell’alimentazione di origine nervosa con la dovuta cognizione di causa. E’ quindi più per i familiari, per mariti o mogli, spose e fidanzate, amici ed amiche, ma anche insegnanti, educatori e medici che scriviamo le righe che seguono. Loro - le

ammalate o gli ammalati - queste cose, in fondo, le sanno già, anche se fanno finta di “ capire”.

non

Il “Tu”partorito dalla mente

Il Tu non esiste. E se esiste è qualche cosa di minaccioso dal quale allontanarsi. Parliamo - è chiaro - del Tu-che-ha-un-fisico. Per contro TU (quello tutto in maiuscolo), è perfetto, è l’ideale, è l’assoluto peccato che non esista. Non esiste perché quel TU non ha un corpo che lo sostiene, non ha sentimenti se non positivi, non ha emozioni se non calde. Accoglie questo Tu. Accoglie sempre. Non ha diritti. Solo doveri. Non è, LUI, partorito da una donna: è nato dalla spuma della mente. E guai se esce dal copione, dall’ideale; guai se perde la sua totale accondiscendenza: sarà punito con disconferma 15 !

mia madre. Mia madre vive da qualche settimana in cantina, perché Anna non vuole vederla e dice che è lei la colpa di tutti i suoi problemi. Glielo ha detto lo psicologo. Anna ha freddo perché pesa 35 chili. Io devo scaldarla con l’asciugacapelli. Io vorrei uscire con le mie amiche. Ma Anna non vuole. Senza di me si sente sola. Dice che se è sola le viene voglia di morire. Allora io vivo accanto ad Anna. Ma non ne posso più. Anna urla, si strappa i capelli se una sera dico che voglio uscire. Allora io sto a casa. A scaldarla con l’asciugacapelli. Mi aiuti.” (Lettera trasmessami per posta elettronica nel settembre del 1997).

io sono sana. Ho 17 anni. L’ammalata è mia sorella. Si chiama Anna. Lei è anoressica. Odia

Per il Sé-governato-dalla-mente il Tu altro non è che “

quale io devo poco o nulla!”. Il progetto-mentale-che-esclude-il-Tu fa dell’Io il centro dell’universo:

qualche cosa che tutto mi deve, ma al

Io-io-io-io-io-io-io-io-iiiooo-iiiooo-iiiooo

uno strano homunculus, un essere androgino con il quale interloquire: l'Alter-Io. Io ed Alter-Io si fondono in un unico personaggio. Gioia di onnipotenza nell'onania. Tronfio, quell'involucro vacuo,

va raccontandosi ad un mondo che non vede, ma dal quale vuol essere visto: «

Nel

suo laboratorio di immagini oniriche Io partorisce

io, io, io, io, io, io

», all'infinito.

Io pontifica sul Tu, sui Tu, sul Noi, sul Voi. Poiché Io ed Alter-Io sono divenuti Tu, Noi, Voi! E lo sguardo assente, l'orecchio sordo, la mano fredda non vogliono cogliere la psiche del Mondo, che osserva stupita quel bizzarro essere che si pavoneggia incurante del tempo.

15 Disconferma: negazione dell’esistenza del Tu. “

tu non esisti!”.

Nel laboratorio del pensiero, l'irreale diviene realtà. Eccolo a vagare sopra il pianeta degli uomini, sempre comunicante la sua assenza, il suo dispregio per la vita, lontano da Tu, con Alter-io. Ed il Mondo é Io, io, io, io, io!” 16

con Alter-io. Ed il Mondo é Io, io, io, io, io!” 1 6 Fig. A Interruzione

Fig. A

Interruzione dell’esperienza nel momento dell’eccitazione

Figura A: l’interruzione che determina lo spostamento dal Tu-reale al cibo è conseguenza della paura del soggetto ad uscire dalla fase dell’eccitazione e muoversi verso il Tu-di-riferimento affettivo.

Conoscere Tu, uscire dall’Io, implica l’accettazione del movimento di sottomissione: sottomettersi

alla realtà inequivocabile, alle esigenze naturali del proprio Sé, quindi sottomettersi ad un Tu-di- riferimento ed appagarne i bisogni, poiché solo su questa base nasce lo scambio; quello scambio

e quella complementarietà che contrassegnano la coppia armoniosa. Ma, se il “terreno relazionale”

è segnato dalla non-fiducia o dall’ambivalenza, allora si materializzano le interruzioni che contrassegnano il carattere e la personalità della paziente bulimica o anoressica.

Le loro superfici di contatto sono erogenizzate, ma il trauma d’abbandono che fa da sfondo, impedisce il movimento verso il Tu, poiché

Tu = abbandono.

Allora, l’andare verso, il sottomettersi sono delegati al Tu: solo dal suo comportamento dipenderà l’appagamento dei loro bisogni. Fin che “Tu” provvede ad accontentarne gli animi, allora sarà “maiuscolo”, ideale. Quando a sua volta reclamerà il movimento di sottomissione, esigerà il diritto

ad una sua individualità, verrà respinto in quanto fisico, reale. Ed il Tu-reale abbandona

meglio non coinvolgersi, meglio allontanarsi! Non entrare nel movimento, quindi nell’esperienza.

Non assumere responsabilità, delegare. Delegare ed osservare e Fuggire nell’Io-Io.

quindi

se è il caso

fuggire.

Non è perciò strano che anoressiche e bulimiche si approccino al Tu con le stesse pretese che rivolgono al frigorifero. Il “frigo” deve essere sempre pieno (qualcuno deve incaricarsi di tenerlo sempre pieno, sennò sono isterismi!), deve essere sempre disponibile, il suo contenuto appetitoso, soddisfacente, caloricamente giusto, asettico, pulito. Meglio se freddo.

Ecco il Tu che è stato partorito da una mente che nega il corpo!

16 W.A. Bernasconi, op. cit.

La “coppia” partorita dalla mente

Torniamo al circolo dell’esperienza: il Sé è eccitato, l’organismo reclama nutrizione (in senso esteso) o sensorialità o sessualità. Ma di dare forma ad un movimento congruo per soddisfare il

bisogno

Va da sé che un Tu dovrà provvedere ad accontentare quell’esigente organismo. E, visto che né le anoressiche, né le bulimiche sono mostri - troveranno il modo di contraccambiare. Il problema si pone quando la prima mossa tocca a loro o il Tu avanza “irragionevoli” richieste

( vuoi

rabbia (

conosce quel “movimento”. Non sa andare verso

difficilmente ammetterà, cercherà dapprima rifugio nei sofismi e nelle intellettualizzazioni, tentando

di generare sensi di colpa in quell’essere abietto che osa anche pretendere. Imperativo importante è non muoversi! Imperativo è escludere il proprio fisico dalla vicenda. Ma quando tutte le “stregonerie” crollano allora non resta che il “buco nero”. Buco nero: stelle un tempo splendenti diventano invisibili, inghiottite dalla loro stessa massa a cui nulla riesce a sfuggire, nemmeno la luce. L’energia è altissima, ma concentrata nel centro del “buco nero”. E’ così alta che inghiotte, fagocita anche i campi energetici circostanti!

non se ne parla neanche!

fare l’amore, bene

non

seducimi!). Ad un simile affronto la Nostra reagisce con ostilità, con

mi merita, ma che vuole da me? Questo è tutto scemo!). Ma vero è, che ella non

Se tiene veramente alla relazione, cosa che

L’energia che irrorava la superficie di contatto (fig. a) si contrae nel centro e nel “pensiero” del Vivente (fig. b). Il contatto con il Tu è cancellato.

del Vivente (fig. b). Il contatto con il Tu è cancellato. fig. a fig. b Crollano

fig. a

(fig. b). Il contatto con il Tu è cancellato. fig. a fig. b Crollano gli ideali

fig. b

Crollano gli ideali e le idealizzazioni davanti al Tu-che-diventa-vivo. E quel Tu-vivo va ora rifiutato, demonizzato. “Francamente ho sempre pensato di non essere all’altezza di fare coppia con te” -

oppure - “

avere una vita nuova. Ricominciare tutto da capo con un compagno che mi stia accanto condividendo le mie esperienze!”. Analizzando il “profondo” scopriamo abbastanza velocemente che le citate dichiarazioni non corrispondono né ai veri bisogni del Sé, né al pensiero reale (pseudologia phantastica 17 ). Sono

non potrai capire i miei desideri, le mie aspirazioni più profonde” - o ancora “

vorrei

17 Pseudologia phantastica: difesa del Sé. Il soggetto mente con la consapevolezza di mentire a se stesso ed al mondo circostante.

perciò inveritiere. Rappresentano una via di fuga, una via di scampo dalla responsabilità legata al “crescere”. Il mondo va perciò invertito: il Bene diventa Male, il Male diventa Bene:

le sue richieste suscitavano in me un senso terribile di panico, dentro gelavo tutta. Mi vedevo

come dall’esterno e dicevo delle cose che non so come mi venivano in mente. L’irreale diveniva reale. Molto reale. La realtà della bellezza vissuta si trasformava in qualche cosa di lontano, quasi me la fossi inventata. Una cosa dalla quale fuggire. Da schiacciare, da mantenere “sotto

controllo”. Il mio intelletto partoriva distorsioni. Sembravano, queste, la quintessenza dalla verità. Sapevo del mio essere falsa, disarmonica. Sapevo di volere solo succhiare. Ma non potevo farne a meno. Solo ora sono consapevole che fuggivo. Sai come ci rimaneva male ogni volta? E’ come

se

io l’avessi tradito. Tradito nei sentimenti, nella fiducia. Invece sono io che tradisco me stessa.

Ci

ricadrò, lo sento e poi un giorno sarà stufo di me e mi lascerà”. (Virginia, 28 anni, bulimica).

Prima di lasciare il capitolo è utile effettuare un excursus a ritroso nel tempo fino a cogliere l’attimo nel quale Virginia forma la sua “coppia”. Lei si sentiva una “c-minuscola 18 ”, piccola, piccola, affamata di un “Grande-C” che la proteggesse e

la guidasse attraverso gli irti percorsi della vita, senza troppo pretendere “

affascinato dalla mia bellezza intellettuale!”. Lui, in verità, un “Grande-C” non lo era mai stato, ma quel corpicino esile lo attraeva, quella apparente fragilità lo conquistava e gli dava una sensazione

di vera grandezza. Così prese a fare come se “grande” lo fosse veramente.

Lei era appagata. Lui anche. E furono “coppia”. Una “o” vacillante, ma pur sempre una “o”. Poi

Poi, con il tempo, lui divenne fisico, reale e tornò ad essere quella “c-piccola” che era sempre stato. Lei si sentì tradita, umiliata e si difese chiudendosi nell’Io-Io. E nell’Io-Io la “c-piccola” si trasformò in

una “Grande-C” che in un momento di sconforto, di debolezza storia finisce qui.

perché troppo

?

eccetera, eccetera, eccetera. E la

Postscriptum: da vent’anni lavoro con ragazze affette da disturbi alimentari psicogeni. E - salvo qualche rara eccezione - i loro compagni sembrano fatti tutti con lo stesso stampino: aria perennemente innamorata, protettiva, ma mancanti di quella grinta, di quell’aggressività e di quell’energia che rende una “c” veramente grande! Ma se le osservazioni di Moreno 19 riguardanti il telé sono esatte, allora è vero che l’istinto di lei aveva individuato, senza possibilità d’errore, che quel maschio non avrebbe intaccato le difese che il suo Sé aveva accuratamente costruito. E che quella femmina si sarebbe presto rivelata il vero leader della coppia, di cui quel cucciolo aveva tanto bisogno.

La “bellezza” partorita dalla mente

La bellezza è la qualità capace di appagare l'animo attraverso i sensi, divenendo oggetto di meritata e degna contemplazione. Raramente l’anoressica o l’iperfagica si sentono “belle”. Anzi: sanno che il loro corpo è

inappagante, repellente. E lo sottopongono ad immani martiri: il corpo non si lava con dolcezza ma

si frega con forza, fino a che la pelle sputerà sangue, il corpo non deve essere ascoltato; lui è un

giocattolo della mente da sottoporre a continuo stress. Le anoressiche, poi, invidiano le rotondità, la bellezza del Monte di Venere, le cosce affusolate, i seni prosperosi, l’armonia delle natiche messe

in mostra dalla maggioranza delle ragazze. Ma, per quel che riguarda la loro fisicità, il discorso

cambia: a loro basta essere “intelligenti”, “forti”, “onniscienti”, “belle di mente” o “belle di dentro”. Gli

uomini? Sono dei tu-che-abbandonano, quindi: “

o gli piaccio così o chi se ne frega!”

18 Vd. capitolo 1, “Le belle famiglie”. 19 Jacob L. Moreno (1892-1974) ha ipotizzato che le relazioni tra individui e tra individui e cose, fondano su un legame emotivo elementare di simpatia ed antipatia (telé). Queste emozioni evolvono nel Sé in modo progressivo. Il telé stabilisce a distanza (a prima vista), quindi ancor prima che la relazione prenda forma, quali interazioni saranno utili (simpatia), quali pericolose (antipatia) per l’equilibrio del Sé.

Bellezza e mass-media (vedi anche scheda 7 a pag. 49)

Molti vedono negli “ideali femminili” propagati dai mass-media, l’elemento scatenante i Disturbi Alimentari Nervosi: chiariamo subito che moda e ideali femminili stanno ad anoressia e bulimia come i famosi “cavoli a merenda”. L’anoressia e la bulimia sono sempre esistite e - purtroppo - sempre esisteranno. Il disturbo alimentare psicogeno è il frutto di una società sempre più orientata verso il consumo, verso l’avere e sulla conseguente svogliatezza di molte donne di fare la mamma. La mamma a tempo pieno. Sull’argomento relativo alla responsabilità dei mass-media relative al dilagare di anoressia e bulimia ho pubblicato - tempo fa - un articolo sul quotidiano milanese “ Il Giorno” che credo sia utile qui riprodurre per intero.

Sindrome di Barbie o disturbo alimentare nervoso?

Colui (o colei) che non è alla ricerca di conferme ed approvazioni, scagli la prima pietra! Il ’68 ci ha lasciato in eredità - oltre che la rinascita del femminile - un brutale ritorno al materialismo. Un materialismo che mette in secondo piano i cosiddetti “valori interiori” e premia l’apparenza. Apparenza soprattutto. Apparenza come must. Se ciò che appare coincide con i “modelli che vincono”, allora conferme ed approvazioni sono garantite. Credo che con questo semplice teorema si possa capire l’espandersi di palestre, consultori di

dietetica, riviste specializzate, centri di bellezza, videocassette, ginnastiche varie e tutto quel po’ po’ di roba che si enuclea attorno all’apparire. Non è quindi assurdo, né semplicistico, il dividere il mondo tra belli e brutti: ai primi un’ampia possibilità di soddisfare le proprie ambizioni ed aspettative, ai secondi vita da “Cenerentola prima della venuta del Principe”. C’è forse da stupirsi se - specialmente nell’età della maggior competizione, ossia l’adolescenza -

il giovanotto e la giovanotta facciano di tutto per appartenere alla prima categoria?

Assolutamente no! Anche se malcelati da un’obbligata nonchalance, sguardi indagatori scrutano l’universo dei

possibili rivali, pronti a coglierne il minimo difetto, sul quale costruire poi la propria potenza. E il “difetto” è subito evidente, se ha a che fare con il fisico: gambe magre o grasse, sederi grossi o

flaccidi, girovita abbondante o tipo “Ape Maya”, seni

Quella che vuole essere la più bella del reame ha perciò davanti a sé un’agenda molto impegnativa: massaggi, diete, palestra, estetista, sauna, bagni turchi, cremine mezzogiorno-

mattina-sera e chi più ne ha, più ne metta. Che poi a fine giornata sia sfinita, al punto da preferire

resta sempre il

sabato sera!). Quando i contenuti esistenziali di ragazze o ragazzi girano attorno alla bellezza ed alla prestanza fisica, allora possiamo essere certi che hanno contratto la “Sindrome di Barbie” (rispettivamente di “Ken”). Se la “sindrome” è particolarmente virulenta, allora per familiari, fidanzati e fidanzate inizia un

momento difficile: il Bello o la Bella non parlano altro che di centimetri, chili, calorie, belletti, vestiti. Ed è tutto un controllare, pesare, toccare, paragonare. Comunque la “Sindrome di Barbie” ha, solitamente, un decorso benigno: una volta “in forma”, le Barbie ed i Ken si accasano e - emozionalmente appagati - rientrano nella vita normale dei “belli”. Spesso però, purtroppo, il “controllo” si tramuta in “mania” e non è più l’individuo a controllare il cibo e le esteriorità, ma è l’apparire che controlla il Sé. In modo particolare, il rapporto con gli alimenti non dipende più dalla volontà, ma è come se fosse il cibo ad imporre un suo particolare

e pesante giogo alla giovane o al giovane. Quello che era un benevolo “controllo della forma

esteriore” diviene rito, compulsione, ossessione: la benigna “Sindrome di Barbie” si è trasformata

in anoressia o bulimia. Per il gruppo d’appartenenza le difficoltà a relazionarsi con l’ammalata

di gran lunga i guanciali del proprio lettuccio alla discoteca, è un altro discorso (

meglio non parlarne.

divengono un vero incubo. E’ lui, il cibo, che detta le leggi. Genitori e fidanzati assistono impotenti

alla disintegrazione fisica e psichica di coloro che amano. Il più delle volte, sperano che “ passi”. Ma non è così! Una volta conclamato, il disturbo alimentare nervoso si radica nella personalità e sconquassa tutte le relazioni: sia quelle che con il proprio Sé, che quelle con

l’ambiente circostante. Infatti, emozioni e sentimenti hanno un solo destinatario: LUI, il cibo-corpo.

Il resto non esiste. Poi il pudore, la vergogna (

male si ramifica: investe la vita sociale, quella sessuale e l’intelletto. Disperazione! Questa è la storia di migliaia di ragazze e ragazzi malati. Malati di qualche cosa che non capiscono, né

riconoscono, ma che

soli. Ma in questo dramma la “stampa” non c’entra. Sarebbe apparso anche senza le bellezze del cinema o delle sfilate di moda. Il tarlo era da anni racchiuso nelle profondità del Sé e non aspettava altro che presentarsi in tutta la sua virulenza.

poi

nessuno deve sapere!). Ed il tempo passa. Il

come in un delirio di onnipotenza, si ostinano a volere fronteggiare da

La “femminilità” partorita dalla mente

Femminilità è - nel “cassetto della mente” delle ragazze di cui tratta questo libro - una cosa informe, indefinita oppure un mito irraggiungibile, o meglio ancora da non raggiungere. Femminilità è qualche cosa da nascondere. Non direi di “sporco”, ma con un “certo non so che di perturbante Femminilità è mamma: un essere da amare (o forse no?), da odiare (o forse no?), comunque presente solo nella vita eterea del pensiero e non in quella reale del fisico. Mamma-fisica è donna. Mamma-fisica è femmina. Mamma-fisica abbandona o comprime appunto in quanto fisica! No! a mamma-fisica. No! alla femminilità.

”.

fisica ! No! a mamma-fisica. No! alla femminilità. ”. Chiariamo cosa significa femminilità. Prima di tutto

Chiariamo cosa significa femminilità. Prima di tutto è il contrario di mascolinità. Maschio e femmina sono stati creati dalla natura come esseri complementari. Poi - in una società che premia la potenza sociale - i ruoli si sono confusi. Non sarebbe, a volte, affatto male se taluni signori assumessero il ruolo di signore e ponessero al loro fianco signore-con-caratteri-maschili. Ma non è così. Tutti, signore e signori, vogliono essere uomini. Chi a ragione, chi a torto. Ed è il caos.

Per i ricercatori dell’Università di Giessen (Germania) il Sé-femminile ha i seguenti contenuti psicosociali:

pedanteria

abilità nel maneggiare il denaro

ordine

onestà

stabilità (affettiva)

incapacità a distendersi

zelanteria

Per gli analisti di “lingua szondiana” 20 essere femmina significa:

mollezza

intuitività

desiderio di gratificazione

influenzabilità

tendenza a fondersi nel Tu-di-riferimento

difficoltà ad affrontare da sola le

sentimentalismo

problematiche esistenziali

solitudine

impossibilità di accettare la

senso di castrazione

separazione

remissività

tendenza all’esibizione

calore affettivo

Le scienze psicologiche evidenziano come l’essere femmina non sia (più) gratificante. Le femmine degli psicologi assomigliano ad anime perse, lavoratrici, bisognose di eterno supporto. Per me non

è così. Io credo che la femminilità debba essere caratterizzata da simbologie vincenti. Donna è sì calore, ma anche determinazione, è sì seduzione, ma anche pragmatismo; è essere remissiva, ma

è sapere anche - quando le circostanze lo impongono - mettersi al timone e fare andare avanti la

barca. Essere maschio (lo dico con una certa rabbia!) è meno. A noi manca l’intuito, il calore e quel senso del pratico che è proprio del cervello femminile. Ma per le nostre fanciulle questa non è una consolazione. Quando le guardo durante il primo colloquio sono tutto meno che femmine e ciò a prescindere dal peso. Sono infagottate, informi. Tutte o quasi avvolgono le gambe in larghissimi pantaloni, il “sopra” in maglioni di quattro misure superiori al necessario. Camminano alla John Wayne. La negazione della femminilità, della sessualità femminile è strettamente legata alla rinuncia alla bellezza. Essere belle, femminili, implica l’essere attraenti. Attrarre è però legato alla gestione dell’

“attratto”. Pericolo. Difesa. La paura dell’abbandono si sveglia dal pisolino che schiacciava sotto quei panni informi e invade la coscienza. No! all’essere attraenti. Conclusione? Meglio non essere femminili. Meglio il “bozzolo”. Meglio sembrare un bruco.

20 Leopold Szondi, analista zurighese di origine ungherese. Ha fondato la corrente analitica chiamata “Analisi del destino”. E’ l’autore di un noto test proiettivo (Szondi Test).

La sessualità partorita dalla mente

Abbiamo già fatto qualche accenno alla sessualità di anoressiche, bulimiche ed iperfagiche. Ma è questo un tema importante che merita un capoverso a sé.

Forse il mio senso morale rifiuta questi discorsi:

eppure, in base alla mia esperienza ed all’osservazione di me stesso e degli altri, sono arrivato alla persuasione che la sessualità è il centro di gravitazione attorno al quale ruota non solo la vita intima dell’individuo, ma anche tutta la vita sociale.

(W. Reich)

E’ vero. La maggioranza degli atti che compiamo sono direttamente o indirettamente connessi al bisogno sessuale. Ma io sono dell’avviso che la potenza orgastica, quindi la capacità dell’organismo di liberarsi dalle tensioni legate all’armatura caratteriale (vd. blocchi muscolari), non transiti solo dalla libertà nei confronti di principi religiosi ergo etico-morali. Affinché uomo e donna possano appagare a pieno il loro bisogno sessuale e raggiungere la distensione nell’organismicità 21 , dovranno dapprima soddisfare i loro bisogni di sicurezza (appartenenza), di conferma (trasparenza, accettazione del proprio e dell’altrui Sé), di sensorialità e di nutrizione 22 . Solo dopo avere assolto queste premesse, la coppia raggiungerà l’armonia duale necessaria ad una totale intesa sessuale.

Ahinoi! Quanto è lontana la realtà delle nostre pazienti dal concetto di relazione armoniosa. Loro

appartengono alla mente; disatteso è il bisogno di conferma (non accettano la realtà fisica dei loro bisogni sociali e narcisistici; figuriamoci le esigenze del TU); nutrizione? no comment!

Sensorialità? (“

sessualità! Nella anoressica il bisogno sessuale scompare o è vissuto come “separato dal resto del Sé” (masturbazione compulsiva). Nella bulimica le cose non si presentano molto diverse: ansia di penetrazione, disaffezione alla propria femminilità, alterazione del sentimento (che è indirizzato al Tu idealizzato, non reale). L’amplesso è ridotto ad un esercizio ginnico o - nel migliore dei casi - ad un rapporto Io-Io nel quale il Tu fa da sfondo! La regola è l’anorgasmia. Questa è la sessualità che il governo-della-mente vuole. Quella stessa mente che nel carattere organismico produce immagini erotiche, sensuali, quelle fantasticherie senza le quali l’atto sessuale diverrebbe insipido, qui propone un modello d’amore difensivo, una sessualità amorfa, bloccata.

Quanto è lontana l’armonia duale.

il

mio corpo mi fa schifo, toccarlo, sentirlo dà sensazioni di raccapriccio”). Povera

21 Organismicità: essere organismici. Il Sé segue il primato del corpo, ne ascolta le esigenze e traduce le tensioni in movimento che tengano conto dei principi dettati dalla bioeconomia in primis e della socioeconomia in secundis. Organismicità: sinonimo di perfezione equivalente della genitalità freudiana (vedi anche scheda 8 a pag. 50). 22 Nutrizione: sia nel senso compiuto della parola, sia nel senso esteso (nutrizione dello spirito, armonia nelle scelte culturali ed esistenziali. Nutrizione attraverso la parola. Vd. anche conferma).

Il “progetto esistenziale” partorito dalla mente

Progettare significa entrare nel domani. Domani è astratto. Domani è un foglio bianco sul quale scrivere ogni tipo di storia. Domani è - nella “mente-che-si-pensa-pensante” - simbolo di ambivalenza. Come per ogni homo nevroticus normalis, anche per bulimiche, anoressiche ed iperfagiche il

domani è anzitutto una cosa sfocata. Forse una semplice continuazione dell’oggi (

mangio o non mangio o mi abbuffo e vomito o mi abbuffo e basta!) Forse un fulmine esploderà nel

ciel’sereno e guarirà la malattia. Poi

Oggi è pensare. Pensieri di cibo, poi - in subordine - di camminate, di palestre, di chilometri, di cavalli, di balletto, di studio, di lauree, di viaggi, di lavoro. Allori per il “cassetto della mente”! La mente lavora per la mente. La mente mangia il tempo, si abbuffa di ore, di minuti, di secondi. Si gingilla con la vita. Il corpo, i sentimenti, gli affetti sono esclusi dal gioco, dal progetto dell’esistenza. L’essenza di questo vivere è “saturnina”:

“Saturno è un antico dio detronizzato, un lontano pianeta che regge ancora i destini di molti fra noi, gettando una luce tenebrosa e paradossale sulle nostre vite. Saturno era stato l’architetto del mondo: aveva inventato un tempo l’agricoltura: aveva regnato sulla Terra nell’Età

dell’Oro - quell’età senza leggi, senza giudici, senza timori, senza scritti incisi sul bronzo, quando non c’erano le navi e i commerci, fossati intorno alle città, le trombe e i corni di guerra, le spade e i soldati, e una primavera eterna accarezzava con i suoi tiepidi venti i fiori nati senza semenza. Ma quest’eterno dio dell’utopia era stato anche un dio “odioso, superbo, empio, crudele”: un divoratore di figli e di dei; Giove l’aveva detronizzato, esiliandolo forse alle gelide estremità della terra e del mare, forse nel Tartaro o sotto il

Tartaro, dove viveva in catene, come uno schiavo. (

Saturno era il pianeta più alto, quindi conservava l’eccellenza e la

sovranità nel sistema solare. Ma era anche nero e sinistro, ostile alla Terra e agli uomini. Freddo, bianco e ventoso,

lontano, lento ed enigmatico, mandava sulla Terra una luce debolissima e fioca, suscitava il ghiaccio e la neve, i fulmini

e il tuono. (

ghiacciato pianeta-dio nella milza, dove si raccoglievano gli umori della “bile nera”, la tenebrosa melanconia. (Ora) la vita

che bello:

il

domani si deposita sulla realtà ed è oggi.

)

)

con il suo sguardo delicatissimo ai rapporti cosmici, l’astrologo antico rintracciava l’influsso del lontano e

si

è arrestata.

Il

cielo soffoca come la pietra di un sepolcro. Tutto diventa irreale.

(Ma) l’altro polo della malinconia ha l’ardore e i colori del fuoco. Quando la bile nera è calda, il saturnino diventa vivace e

brillante. La salute sembra tornare. Si tratta soltanto di una euforia opposta e identica alla fase di abbattimento. (

questa alternanza sembra non avere mai fine. (

fittizi: non sono vere la noia o la felicità, la luce o la tenebra che lo percorrono, ma soltanto quest’alternante ondulazione, quest’incessante su e giù che assume forme psicologiche provvisorie e casuali.” (Pietro Citati, “ La luce della notte”, Ed. Mondadori 1996)

)

)

Da un lato egli ha la sensazione che tutti i suoi sentimenti siano

Questo ciclo melanconiaÈeuforiaÈmelanconia che caratterizza il Disturbo Alimentare Psicogeno, impossibilita scelte durature, pianificazione reale. La mente lavora per conto proprio: avida di effimero potere, paurosa d’essere.

Su, nel regno della mente

ogni forma è sfuggente, eterea. Quello che oggi è buono, domani è marcio

a seconda

dell’umore. L’umore non è prodotto dal confronto con il mondo reale, quindi dall’esperienza, ma è la sintesi di giochi elettrici, di sinapsi che collegano e scollegano immagini come vuole il copione del non-essere: freddezza e meccanicismi come all’interno di un elaboratore elettronico. Come l’uomo di creta al quale è stato negato il soffio d’amore che genera la vita. Remoto il luogo delle passioni, quello del naturale, quello della materia, del sangue che fluisce nel basso ventre ed irrora i genitali, del respiro che - nell’eccitazione - diventa affannoso, delle pupille che si dilatano, del capezzolo che si fa turgido. Quello che precorre la gioia che conduce alla maternità, frutto del desiderio di unione. Remoto. Trattenuto.

Su, nel regno della mente,

di chi non conosce la vita, che si oppone al fondersi delle energie, che cancella la vitalità.

è contenere. E’ assenza che appare come timidezza: quella timidezza

Su, nel regno della mente, mai avvenuti.

è sogno. Sogno di incontri mai fatti, di passioni platoniche, di incontri

Su nel regno della mente,

come se tutto fosse okay. E’ fingere: fingere l’orgasmo, fingere l’appetito, fingere la passione. E’ fredda felicità, è disperazione nascosta dietro panni informi!

infine è anche dolore, vomito, calorie, peso, lassativi, nascondere: fare

Scheda 6

Ma Santa Veronica Giuliani era anoressica?

Ma Santa Veronica Giuliani era anoressica? Un articolo apparso su “La Voce” del 6 giugno 1997

Un articolo apparso su “La Voce” del 6 giugno 1997 a firma Fausto Santeusanio, mi dà modo di affrontare taluni luoghi comuni, nonché di “entrare dentro” quei sentimenti di onniscienza, di quasi santità, che caratterizzano il quadro clinico di anoressiche e bulimiche. Mi perdoni l’autore di questo interessante “pezzo” se, in questa occasione, dialogherò con lui senza offrirgli l’opportunità di risposta.

“Vi è un aspetto che caratterizza la personalità di Veronica Giuliani: il suo rapporto con il cibo. Il comportamento, sotto questo aspetto, in qualche modo è simile a quello di altre sante soprattutto del Medioevo, caratterizzato da digiuno protratto ed intenso. Bell, uno psicologo di Chicago, ha studiato a fondo questa peculiarità delle Sante del passato, trovando in esse descrizioni molto simili ai moderni malati di anoressia nervosa, e chiamandola per analogia "Santa anoressia". La magrezza significava assenza di desideri ed estrema privazione. Le sante anoressiche, con la ricerca di purezza morale e fisica, potevano raggiungere un rapporto più diretto con Dio.”

Ben dice, il Bell: la tipologia “S” tenta di sublimare le proprie angosce di contatto, spostando il suo interesse dal concreto all’astratto. Non è raro che le (e gli) esponenti di questa caratterologia incorrano - nel corso della propria esistenza - in vere e proprie “crisi mistiche” che, se debitamente rinforzate da un ambiente intriso di religiosità come quello Medioevale, possono produrre i “segni” della “santità”, quali stigmate (forma di conversione di tipo isterico), visioni (allucinazioni), ma anche produrre fenomeni paranormali che ben si collegano con il nostro concetto di bionenergia. La bioenergia, liberata dai blocchi muscolari, fuoriesce dall’organismo e può lenire o addirittura guarire disturbi a carattere psicosomatico. In altri testi l’ho anche chiamata “energia dell’amore”. Devo fare inoltre notare che - ai tempi d’oggi - la pretesa di “santità” si trasferisce sulle performance di tipo lavorativo, sportivo o scolastico. Partoriamo “mostri d’efficienza”. Nulla di cambiato: società che vai, aberrazioni che trovi!

Scheda 6

“Bell ha esaminato sotto questo profilo anche la figura di Veronica Giuliani. A 17 anni Veronica entrò nel monastero delle cappuccine a Città di Castello. Questo periodo fu pieno di tormenti e di ansie. In monastero si sentiva "sconvolta", "incarcerata", non sapeva come calmare i suoi impulsi carnali”.

Gli impulsi carnali sono propri dell’istinto di sopravvivenza, quindi di un Sé armonioso. La volontà di reprimerli è - al di là di ogni ragionevole dubbio - sintomatica di un elevato stato nevrotico.

“Era in conflitto con l’Abbadessa e le altre novizie. Cominciò a digiunare. In effetti questa esperienza di digiuno fu per Veronica non un fatto mirabile da essere imitato, ma piuttosto una sofferenza che si trasformò in occasione di crescita spirituale attraverso volontà e fortezza, accettando le punizioni di chi le stava intorno e cercava di spezzare la sua volontà. Infatti Veronica vinse, almeno interiormente, perché superò questo comportamento anoressico e fu in grado di affrontare in modo più normale le pratiche del digiuno del suo severo ordine”.

Se non credessi nell’assoluta onestà intellettuale dell’autore, direi che le affermazioni sopra esposte sono, a dir poco, mistificanti e non vogliono tenere conto della patologia di Veronica. Il conflitto che vede opposta Veronica alla Madre Badessa ed alle sue conviviali è comune a tutte le anoressiche. E’ la stessa conflittualità che si instaura nei confronti delle proprie genitrici e degli altri membri della famiglia se - in un modo o nell’altro - si oppongono ai loro rituali maniacali. Inoltre la “guarigione” di Veronica (se di guarigione si può parlare, ma io la definirei una remissione del sintomo, quindi un fenomeno solo esteriore e non interiore!) è stata certamente frutto più della rieducazione coercitiva praticata nel convento, che non di una sua personale crescita con la conseguente vittoria sulla malattia. Infine non deve essere stato difficile, per questa “santa anoressica”, far proprie le severe pratiche del digiuno imposte dal suo ordine.

“Ed in questo Veronica può essere portata ad esempio alle anoressiche moderne, dimostrando che con grande volontà è possibile guarire.”

Caro Collega: Lei deve sapere che di anoressia, da soli, raramente si guarisce. Anzi l’autorevole American Psychiatric Association indica un tasso di mortalità pari al 15-20% delle ammalate. Personalmente credo che la più importante prova di volontà - per queste ammalate - consista nel rinunciare al proprio sentimento di onnipotenza e (analogamente a Veronica) sottoporsi allo stress della rieducazione.

“Dopo aver superato la sua anoressia Veronica metteva in guardia le giovani novizie dal ricercare segni estremi della grazia soprannaturale. Insomma Veronica aveva capito che la strada di Sante eroiche poteva portare una giovane sprovveduta ad esercitare la propria volontà in modo fuorviante ed autodistruttivo; era molto meglio accettare le regole collaudate e lasciare che la volontà di Dio si compisse nel modo più opportuno.”

Qui Santa Veronica si comporta molto umanamente: sono molte le ragazze (o i ragazzi) che dopo avere superato le proprie problematiche alimentari, scelgono di aiutare coloro che sono ancora nel tunnel della malattia.

“La Santa anoressia può essere accostata alla anoressia nervosa del nostro tempo? Non vi è dubbio che molti elementi della anoressia di Veronica Giuliani, sotto il profilo dei segni fisici e del comportamento, sono simili a quelli della anoressia nervosa. Alcuni elementi rimangono simili, anche se le motivazioni sono del tutto differenti. Entrambe le condizioni sono caratterizzate dal rifiuto del cibo, ma l’una è causata dal desiderio di essere santa e l'altra dal desiderio di perdere peso; vi è un desiderio di immagine estremamente esile del corpo in un caso, desiderio di immagine di estrema santità nell'altro.”

No, no, no! Le motivazioni sono identiche. L’anoressica comune e la santa anoressica fuggono il contatto. Ognuna - nella sua onniscienza - con modalità diverse. Con una diversa socializzazione della loro nevrosi. Lei sa, Collega, che presso talune tribù di primitivi moderni anche l’epilessia è considerata segno di santità?

Scheda 7

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Bellezza anni Venti

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Scheda 8

L’Uomo a Cassetti

Ecco l’ “Uomo a Cassetti”! E’ - questi - un essere che vive sopra alla realtà. Poiché le sue realtà sono scisse: il suo pensiero è sconnesso dalla sua persona e così non è mai se stesso, ma solo un buffo clown che cerca di compiacere quegli spettatore che - come lui - disdegnano l’essere e preferiscono apparire; i suoi sentimenti sono scollati dalle emozioni. Caldi o freddi che siano divengono qualche cosa di cui vergognarsi e vanno quindi ben celati. Lo stesso vale per le emozioni. Il sesso? serve a “fottere”, poiché l’ “uomo a cassetti” non conosce l’amore, ovvero quel sentimento che coinvolge tutto il Sé, dal pensiero alle “radici”: quella sensazione che - nell’atto d’amore - fa di due esseri un unicum in armonia. Ha amputato le radici che lo ancorano alla realtà: realtà è essere; lui è apparire. Ogni “cassetto” vive un’esistenza a sé, incurante del Vivente che esige lo scorrere fluido dell’energia. Ogni “cassetto” è imbrigliato in potenti blocchi muscolari, come in una morsa di gelo. E si necrotizza. L’ “Uomo a cassetti”, chi è? Non chiederlo, guardati allo specchio e ne vedrai un perfetto esemplare!

necrotizza. L’ “Uomo a cassetti”, chi è? Non chiederlo, guardati allo specchio e ne vedrai un

Cap. 3. Un’occhiata dentro il male

Alexia - 16 anni, anoressica: una “brava” bambina

La notte

Mi chiamo Alexia, ho 16 anni. Da 2 anni sono anoressica.

Non capisco come possa essere accaduto, come possa essermi ammalata. Forse non mi piaceva il mio aspetto fisico, ma penso che la causa sia da ricercare altrove. A dire il vero, adesso neanche mi interessa. La mia vita è un inferno, pero’ - lo so che è assurdo - mi piace.

Non ho la minima idea di quello che significa poter vivere “normalmente”. Il solo pensiero mi spaventa terribilmente. Sono iscritta al terzo anno di Liceo Scientifico e continuo a studiare come un’ossessa. Non peso neanche 32 Kg., a stento mi reggo in piedi: non mangio nulla! Il cibo per me è come un veleno, qualcosa di

schifoso. Ho una paura folle di quello che potrebbe farmi il cibo

Quando mi guardo allo specchio mi dico: ”Beh, forse sei ancora un poco cicciottella, magari riesci a dimagrire ancora

di

sicuro mi farebbe ingrassare! Io sto bene così.

un

pochino

Mi

peso una volta alla settimana e, il giorno prima, cerco di mangiare pochissimo, sperando che l’ indomani la bilancia

segni almeno 100 grammi in meno rispetto alla settimana precedente. In genere, così facendo, perdo in media più di un chilo ogni sette giorni. Cosa mangio? Cosa NON mangio? Mangio pochissimo, praticamente nulla.

A colazione uno yogurt, a pranzo, dopo una giornata faticosissima trascorsa sui libri, un pacchetto di cracker, e a

cena? L’ora di cena è terribile perché sono costretta a mangiare con i miei genitori. Mia madre cucina sempre qualcosa di gustoso, pregandomi: “Dai, Alexia, mangia! Ho cucinato tante cose buone per te! ”. Ed io: “No, non le mangio, piuttosto preparami delle verdure bollite! ”.

Più della metà le lascio di proposito nel piatto, e, sadicamente, mi ritengo soddisfatta quando mia madre, notandolo,

mi dice: ”Ma come? Non hai mangiato nulla! ”.

Durante il giorno faccio tantissime cose: pratico dello sport, frequento un corso di danza che mi impegna parecchie ore

la

settimana, così anche quel poco cibo che riesco ad ingerire so dove va a finire!

Mi

muovo in continuazione. E’ qualcosa più forte di me e, quando lo faccio, non me ne rendo neanche conto. Non

riesco a farne a meno. Non posso stare ferma un minuto. Spesso mi mancano le forze, e, nonostante questo, non riesco a fermarmi.

Questa non è una “vita”, ma non capisco cosa potrei fare altrimenti. E’ ormai diventato impossibile pensare di mangiare tranquillamente anche solo un pezzettino di pane e quando raramente, ma con fatica, ci riesco, mi vengono degli enormi sensi di colpa e non tocco più cibo per un giorno intero!

Mi

sento terribilmente in difetto per quello che sto facendo ai miei genitori: soffrono, sono disperati, tra di loro discutono

in

continuazione, litigano, urlano e mi chiedono: ” Alexia, che cosa c’è? Che cosa succede?”. Io non capisco cosa mi

stia accadendo, non so cosa fare!

Le loro domande si fanno sempre più insistenti. Io cerco di rassicurarli, rispondendo che mi sento bene, che non c’è

nulla di cui preoccuparsi, ma capisco perfettamente che non è vero.

Io vorrei stare bene, guarire, ma da sola non ce la faccio!

Alla fine, disperati, papà e mamma mi costringono ad andare alla clinica San Raffaele di Milano, dove vengo seguita per mezz’ora alla settimana da una psicologa che mi dice solamente: “Allora, tu devi mangiare due panini, la pasta, la

carne, devi fare le merende, bla, bla, bla

Quando esco dalla seduta, mi ritrovo punto e a capo. Non è cambiato assolutamente nulla perché, in ogni caso, faccio ancora di testa mia, con in più la soddisfazione di non seguire i consigli spassionati di quella lì che mi dice di fare questo e quest’altro!

Non capisco che cosa si aspettino tutti da me! Alle volte i miei amici mi chiedono: ” Come stai?”. Mi dà molto fastidio,

ma

Allo stesso tempo ho paura di confidarmi, di far capire loro che mi sento male, che sono malata, perché ho timore della loro reazione: avranno paura, cercheranno di evitarmi, si allontaneranno da me! Alle 13.00 esco da scuola e passeggio, da sola: un paio d’ore per evitare di tornare a casa per il pranzo. Ore 15.00. Rientro. Mia madre mi chiede se ho pranzato ed io, pronta, le rispondo: “Si, certamente!” e le mostro gli scontrini fiscali dei bar e dei caffè nei quali sono entrata per consumare una tazzina di the e nient’altro. A lei racconto, ovviamente, che ho mangiato un panino con la mozzarella ed altro ancora.

”.

come cavolo faccio a dire loro che mi sento bene quando si vede lontano un miglio che sto’ malissimo?

Alexia 52

Alexia

Io sono sempre stata una brava bambina, sono figlia unica e dai miei genitori ho sempre avuto tutto ciò che volevo e,

probabilmente, ho approfittato di questa condizione privilegiata! Sono sempre la loro bimba: protetta, coccolata e vezzeggiata. Alla mattina mi sveglio presto, alle 6.30.

Impiego parecchio tempo per uscire dal letto perché ho molto freddo, nonostante dorma con un pigiama molto pesante,

il piumone e lo scaldaletto. Entro in bagno, mi spoglio e mi lavo. Mi guardo allo specchio e non so neanch’io

esattamente quello che vedo. L’immagine riflessa è quella di un’altra persona, non è Alexia. Mi trucco pochissimo con

un fondotinta molto chiaro per non dare l’impressione di essere troppo sana, poi incomincio a saltellare per la stanza

con la scusa di scaldarmi un po’. Nel mio bagno c’è anche una stufetta elettrica, ma me ne guardo bene

dall’accenderla: anzi, apro anche la finestra e faccio entrare dell’aria fresca, con la speranza di consumare ancora qualche caloria! Arriva l’ora della colazione: mangio a fatica lo yogurt. Non mi piace molto, è acido, ma lo zucchero non lo metto neanche morta! Tutte le volte che mangio faccio il calcolo delle calorie. Perfino quando mastico la gomma! Vado a piedi fino alla fermata dell’autobus. Poi immancabilmente opto per camminare fino a scuola.

Vi rimango per tutta la mattina e approfitto degli intervalli tra una lezione e l’altra per correre avanti e indietro per i

corridoi o per uscire un attimo a prendere una boccata di aria gelida.

Le giornate di sei ore sono un calvario e, quando mi sento allo stremo delle forze, quando proprio non ce la faccio più,

chiedo a mia madre di venire a prendermi.

Nel pomeriggio, a casa, spesso mi vengono delle crisi, mi metto a piangere disperatamente, urlo: mi sembra di

impazzire!

Cerco di studiare ma non capisco neppure quello che leggo. Non riesco a concentrarmi, non rendo nulla. Non posso e

non riesco ad andare avanti così! Alla fine del primo quadrimestre avevo una pagella fantastica, con voti altissimi: ero tra

le studentesse migliori della sezione.

Purtroppo adesso non ci sono più con la testa, non ragiono, non riesco a concentrarmi.

Non so quanto riuscirò ad andare avanti in questo modo. Il solo pensiero mi spaventa terribilmente, ma non voglio lasciarmi morire cosi!

A volte cerco di uscire di casa, voglio distrarmi, cerco qualsiasi scusa per farmi accompagnare da mia madre a fare una

passeggiata e lei, naturalmente, non mi dice mai di no!

La sera è sempre la stessa domanda: ”Cosa prepariamo per cena?

Rispondo di non preoccuparsi, che ci penserò, che mangerò qualcosa più tardi. Si arrabbiano, piangono e discutono tra

di loro credendo che io non li senta. Io però sto attenta a tutto quello che dicono! Ho la sensazione che stiano

complottando alle mie spalle. Poi un po’ di verdure lesse o un pizzico di ricotta. Sono stanchissima, non mi reggo più in piedi, ma come impazzita

corro su e giù dalle scale. Porto avanti e indietro cose assurde. Lavo i piatti. Anche così qualche caloria se ne va. Cerco di sdraiarmi: ogni secondo mi alzo per prendere o fare qualsiasi cosa mi venga in mente. Non riesco assolutamente a stare ferma! Verso le 23.00 vado a letto e cerco di dormire. La mia mente è affollata da mille pensieri.

Mi

guardo, mi tocco e provo una piacevole sensazione :” Finalmente sono magra!” penso.

Io

non ho mai apprezzato i complimenti. Odiavo chi mi diceva: ”Guarda che bel sedere che hai, che bel seno!

Finalmente stai diventando una signorina!”. Odio il mio sedere, il mio seno. E le cosce? Sono così grosse! Non riesco neppure ad immaginarmi di avere un corpo da adulta. Così come sono ora tutti mi guardano, sono al centro dell’attenzione. Se fossi normale passerei inosservata, in secondo piano e nessuno più si accorgerebbe di me. Sarei una ragazza come tante altre. Più nulla di particolare, da guardare con curiosità!

Oggi

Il mondo oggi è diverso, più reale, più “vero”. Anche bello.

Ogni giorno scopro cose che in passato mi sono negata e di cui voglio riappropriarmi il più presto possibile: voglio

instaurare un bel rapporto con i miei genitori, avere degli amici veri, leali, ho voglia persino di trovarmi un ragazzo! Voglio gioire di ogni momento che vivo, attimo per attimo, intensamente. Quando mi guardo allo specchio vedo una Alexia che non avevo mai visto prima d’ora. Finalmente mi voglio bene e mi piaccio moltissimo. Vivere così è tutt’altra cosa! Sono aumentata di 15 Kg. in pochi mesi e, lo ammetto, mi è costata molta fatica. Non è stato facile: ma ora, finalmente, sento il mio corpo.

Il contatto, anche fisico, mi dà sensazioni gradevoli. Prima avevo una paura terribile ad essere toccata e toccare gli altri. Ora ho scoperto che è molto bello. Mi piace stare in compagnia, parlare ed ascoltare gli amici.

Il mio rapporto con il cibo è cambiato: non mi spaventa più. Ho capito che non è quel veleno che tanto temevo, anzi adesso cucino da sola! Il cibo, l’ho capito, è come la benzina che permette il funzionamento dell’automobile.

Senza carburante, la macchina non si muove! Il rapporto con i miei genitori è cambiato: è onesto, trasparente, adulto, alla pari. Sono meno bambina e meno viziata: riesco a ricevere molto e cerco di dare.

Mamma e papà hanno imparato a dirmi “ NO! “ al momento giusto, cosa impensabile fino a qualche mese fa quando ricevevo carezze anche se mi meritavo sberle!

Mi sento libera e, per assurdo, leggera, sollevata da tutti quei pensieri paranoici che hanno rovinato parte della mia vita.

Ho riscoperto il piacere di stare con le persone o di ritirarmi nel dolce far niente! Il mondo che mi circonda è tutto da scoprire, in continuazione. Nulla è scontato.

Ho voglia di fare nuove esperienze. Voglio crescere.

Non ho paura. Mi sento più adulta