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Raccontare il femminicidio:

semplice cronaca o nuove responsabilità?

Negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione da parte dei giornali al tema del femminicidio, fatti
che in passato erano considerati di minore interesse pubblico. In Italia fino al 1981 l’uccisione
di un coniuge adultero era considerato “delitto d’onore”, come attenuante.
⇨Le trasformazioni culturali richiedono tempo: 38 anni sono un periodo medio-breve.
Ci si interroga su quali competenze narrative e regole implicite i giornalisti tendono ad
utilizzare per riportare al senso comune il resoconto dei delitti.

1. Violenza sulle donne e mezzi d’informazione


Questo tipo di eventi sono raccontati dalla stampa se sono meritevoli di attenzione, quindi
notiziabili e di interesse pubblico. Oltre a questo importante ruolo di “messa in agenda” che
seleziona ciò che è rilevante o no per la discussione pubblica, il racconto giornalistico si occupa
di dare alle informazioni ancoraggio (dar loro un nome) e oggettivazione (una raffigurazione
concreta), in modo che risultino comprensibili (Moscovici).
La cronaca giornalistica agisce quindi come una “finestra sul mondo” ed è indicatore e
operatore del senso comune.
Se prendiamo in esame la questione della violenza sulle donne, la loro notiziabilità appare
connessa a una duplice cornice: è una questione criminale, organizzabile attorno a un discorso
di tipo giudiziario (cronaca nera), oppure un problema socio-culturale connesso ai rapporti
uomo-donna in un determinato contesto sociale. Per anni il fenomeno non è stato
considerato un crimine di interesse pubblico perché legato a dimensioni routinarie della sfera
privata; solo gli eventi che apparissero distanti dalla vita privata dei lettori (quindi se opera di
un “perpetratore senza volto”) erano considerati notiziabili, quasi per non violare l’intimità
delle relazioni di coppia.
Presentando la violenza contro le donne come un fatto estraneo al mondo “privato” della vita
quotidiana, la cronaca giornalistica evitava di porre interrogativi circa le asimmetrie di potere
uomo-donna. La narrazione giornalistica sembrava invece di disporre di “attrezzi simbolici” in
grado di ricondurre gli episodi di violenza sulle donne a problemi generali di sicurezza
pubblica.
Alcuni elementi influenzano la selezione dei fatti di cronaca relativi alla violenza sulle donne:
la classe sociale, l’appartenenza etnico-culturale e l’età della vittima. La narrazione dei fatti è
influenzata anche influenzata dalle variabili esogene che contraddistinguono sia le vittime sia
i perpetratori: ci sono quelli che meritano attenzione e quelli che invece possono essere
trascurati magari perché già di per sé protagonisti di altri scenari devianti; inoltre, la stampa
tende a contrapporre le vittime vergini/buone e quelle vamp/cattive, rappresentando le
prime come vittime inermi della violenza maschile e le seconde in parte responsabili di quanto
è accaduto.
Esistono tre tipologie di racconto:
1. Femminicidi di alto profilo → il cosiddetto racconto giallo:
- notizie che attirano attenzione e durano nel tempo;
- vengono raccontate in più episodi attraverso narrazioni articolate e ricche di
dettagli a cui vengono affiancati approfondimenti o commenti;
- in genere il caso viene seguito nello stesso giornale dallo stesso giornalista;
- l’omicidio deve essere efferato e/o pluriomicidio (strage) oppure si hanno
come vittime o come assassini dei giovani (15-16-17 anni); la ricerca del
colpevole è complessa.
2. Tragedie delle solitudine → donne anziane o invalide uccise da mariti anziani; non ci
sono indicazioni sulle carenze di welfare; non si evoca il genere del giallo.
3. Cronaca tipica del femminicidio → due frames prevalenti:
- mancanza di controllo: categoria fondamentale utilizzata per cercare una
spiegazione del crimine;
- l’amore romantico: serve soprattutto per spiegare le storie in cui interviene
l’abbandono oppure il timore di essere abbandonato.
Il racconto presenta il femminicidio come atto individuale scaturito dall’amore e
dall’intento di preservarlo o come atto imprevedibile frutto di rabbia emotiva
incontrollabile.

2. La ricerca
L’analisi si concentra sui femminicidi nel 2012 riportati dai tre maggiori quotidiani italiani:
Corriere della Sera, La Repubblica e La Stampa. Sono stati estratti il primo articolo pubblicato
per ogni giornale e sono state individuate le parole più usate per avere un indicatore macro
della retorica della narrazione, quindi per capire se si stesse parlando di un caso specifico o
di uno dei tanti casi di cronaca nera. Le parole sono diverse rispetto a quelle utilizzate per un
altro omicidio (es. mafia): malattia, psiche, raptus, gelosia prevalgono su “maltrattamenti”.
Ciò fa capire che la violenza sulla donna ancora viene considerata un problema privato.
L’obiettivo della ricerca era quello di comprendere in quali casi e attraverso quali modalità
narrative la violenza sulle donne riuscisse a raggiungere la cronaca nazionale uscendo dai
confini locali.
Il numero dei casi di femminicidio in Italia nel 2012 è di 124, tra cui 72 domestici → 166 sono
gli articoli che parlano di femminicidio. Il luogo della casa viene descritto come il luogo della
violenza estrema.
Due sono le principali strategie narrative utilizzate dalla cronaca:
1. l’amore romantico (92/166) → che racconta un amore tormentato e deluso; il delitto
viene descritto come passionale e il perpetratore come un uomo innamorato e geloso
della sua vittima, spesso incapace di accettare la fine della relazione.

2. la perdita di controllo (102/166) → che evoca il raptus, in cui il perpetratore agisce


sotto l’impeto di una furia cieca e incontrollabile, causata da un qualche
comportamento della vittima che viene raffigurata come lo stesso perpetratore.
Dunque, il resoconto giornalistico, sembra limitarsi il più delle volte a far ricorso a modelli
taciti consueti, dando per scontata una normalizzazione del senso di possesso maschile nelle
relazioni uomo-donna. In alcuni casi possono essere rintracciate altre variabili di versa natura
(religione, diversa nazionalità, ecc.), che permettono al frame interpretativo di ancorarsi ad
altri modelli taciti che mettono in luce effetti presumibilmente legati a fenomeni migratori di
devianza generica. Gli articoli di cronaca tendono sempre a cercare il movente con l’intento
di rassicurare i cittadini che la loro quotidianità non venga toccata. I giornalisti si servono il
più delle volte delle dichiarazioni ex/post rilasciate dai perpetratori, soprattutto se, ad
esempio, l’origine straniera non è presente come causa plausibile.

2.2. Rappresentazione delle vittime


Accade che si tenda a rappresentare alcune vittime come in parte responsabili della violenza
subita: 33 articoli su 166 rintracciano nel comportamento delle vittime una possibile “chiave
esplicativa” di quanto accaduto suggerendo che la donna potesse avere (o non aver) fatto
qualcosa per determinare (o impedire) il corso degli eventi (es. “lo aveva denunciato ma aveva
ritirato la denuncia”). Questa tendenza alla stigmatizzazione della vittima è presente su 3 dei
4 casi in cui una donna straniera è vittima di un italiano.
La forza di “visibilità” mediatica delle vittime di origine straniera diminuisce drasticamente
nei casi in cui il killer sia un uomo italiano (4 su 8 hanno attirato l’attenzione mediatica).
Alcuni pregiudizi diffusi riguardano l’idea che l’uccisione di una donna per mano del partner
sia una questione privata oppure legata a fattori psicologica e che quindi non riguardi la
relazione tra uomo e donna (solo 17 articoli su 166 accompagnano il racconto del
femminicidio al dominio maschile sulla donna.)

2.4. Perpetratori stranieri


I casi di femminicidio commessi da cittadini di origine straniera tendono a essere trattati con
maggior risalto e ampiezza rispetto a quelli commessi da italiani (9 su 10 hanno attirato
l’attenzione mediatica). Sembra dunque che l’attenzione sia più rivolta al fenomeno
migratorio e ai suoi effetti piuttosto che alla violenza dentro le mura domestiche.
Più della metà (9) dei 17 articoli che sottolineano un evidente dominio maschile, riguardano
cittadini stranieri e fanno riferimento al loro background culturale. Questo per evidenziare la
contrapposizione tra la “nostra” cultura e altre culture che, in quanto tradizionalistiche,
sarebbero più soggette ai dettami tipici del patriarcato.

ASPETTI RICORRENTI
● L’uccisione della partner viene quasi sempre presentato come evento legato a ragioni
individuali (psicologistiche) e non come risultato di rapporti asimmetrici.
● Si tende a riportare notizia di eventuali precedenti abusi o maltrattamenti.
● Tacita stigmatizzazione della vittima (rimprovero alla vittima: aveva ritirato la
denuncia) e delle istituzioni (dovevano proteggere la donna).
Per i giornalisti i casi di femminicidio possono costituire un terreno insidioso poiché
coinvolgono strumenti interpretativi che o fanno ricorso all’utilizzo di stereotipi che possono
rivelarsi obsoleti, o richiedono strategie narrative non necessariamente presenti nelle routine
professionali della cronaca.
I “valori notizia” (quanta importanza ha questa informazione perché venga inserita sul
giornale) non sono uguali per tutti (es. intera pagina o solo una parte). Non tutti i femminicidi
sono stati in grado di mobilitare allo stesso modo l’interesse della stampa e non tutte le
vittime e i perpetratori sono rappresentati in maniera univoca. Ad esempio, nonostante i
femminicidi perpetuati da cittadini di origine straniera siano numericamente meno rilevante
rispetto a quelli compiuti da cittadini italiani, i primi tendono a catturare maggiormente
l’interesse della cronaca. In questo modo si suggerisce implicitamente che in Italia i crimini
d’odio nei confronti delle donne siano crimini commessi per lo più da uomini stranieri, mentre
nei casi in cui ciò non accade, si ricercano metafore passionali comprensive.
Con questa analisi non si intende dire che i giornalisti inventano le notizie ma solo che non il
loro lavoro “fanno” le notizie stabilendo una relazione fra un certo accadimento e un sistema
simbolico dato. Da questo presupposto non si può neppure demarcare differenze fra un
giornalismo buono e uno cattivo: si limita a rendere espliciti gli effetti che le strategie
simboliche utilizzare delle storie possono produrre nella distribuzione della conoscenza
sociale. In altre parole, si possono considerare i giornalisti attori di un’arena sociale che
contribuisce a dettare i temi del dibattito pubblico

Ricerca ONU 2018 sugli omicidi volontari in tutto il mondo:


- omicidi totali nel mondo → m: 80% - f: 20%
- omicidi di persone intime o parenti → m: 36% - f: 64%
- omicidi partner intimi → m: 18% - f: 82%
87.000 donne uccise: 34% dal partner, 24% da un familiare (→ 58%), 42% da esterni.
⇨Più di un terzo sono state uccise dal partner o ex partner → 137 donne al giorno.
Il 90% degli episodi in cui una donna cade vittima di assassinio entra nella cronaca dei
quotidiani. Nei giornali sono oltre 200 le donne uccise dal partner o ex. E in percentuale l’80%
dei casi notiziati dei giornali parla di femminicidi in famiglia.
Le armi: veleno, gas, ecc. 5% , fuoco 2%, picchia o colpisce 16%, spara 22% (sembra essere
utilizzata maggiormente da persone che fanno un mestiere che prevede l’utilizzo di un’arma
da fuoco), strangola, soffoca 18%, accoltella 37% → l’amavo così tanto che l’ho ammazzata.