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Rita Di Giovacchino

Il libro nero della prima repubblica


Le terre Interventi 59 I edizione: ottobre 2003 2003 Fazi Editore srl Via Isonzo 42, Roma Tutti i
diritti riservati Grafica di copertina: Maurizio Ceccato ISBN: 88-8112-407-6 www.fazieditore.it
Fazi Editore prefazione di Massimo Brutti con un'intervista a Giovanni Pellegrino

indice
Prefazione
Prologo Il processo Andreotti
Parte Prima i terribili anni settanta
Parte seconda Il delitto Moro
Parte terza L'Agenzia del Crimine
Epilogo Il tramonto della Prima Repubblica
Appendice
Cronologia essenziale Nota.

Prefazione
Questo un libro scritto per ricordare e per far ricordare. Esso ricostruisce i momenti pi oscuri e
tragici della storia italiana dal dopoguerra a oggi. Ripropone ai lettori un passato che ancora
lontano dall'essere decifrato e compreso.
Rita Di Giovacchino ha seguito per anni, da giornalista, le vicende legate ai tentativi di eversione e
ai delitti politici, dal processo per piazza Fontana alle bombe contro Bologna, dalla lunga scia di
enigmi irrisolti attorno al sequestro e all'omicidio di Aldo Moro fino all'assassinio del giornalista

Mino Pecorelli, dai crimini del terrorismo rosso e nero ai collegamenti fra terroristi e apparati dello
Stato, dai grandi delitti di mafia alle stragi eseguite dai corleonesi nel biennio 1992-93. Ciascuno di
questi episodi coincide con un momento della sua vita professionale e porta con s, nella memoria,
un carico di informazioni da non dimenticare, di ipotesi e di retroscena: la stessa materia prima
sulla quale hanno lavorato, almeno durante tre decenni, molti giornalisti italiani (quelli che si
occupavano delle "trame"), tenendo alta l'attenzione pubblica e combattendo contro il silenzio.
Dunque una testimonianza non neutra. Il ricordo dei morti visti da vicino, i dibattimenti penali che
si svolgevano in giro per l'Italia, e tra gli altri i processi pi difficili e finora meno raccontati, quelli
nei confronti di Giulio Andreotti, che Di Giovacchino puntualmente ricostruisce; e poi l'attesa
negli anni, gli articoli dettati in fretta pochi minuti prima della chiusura del giornale, il terrorista
che telefona in redazione e cerca un contatto e vuole raccontare, chiss a quale scopo, la sua versione
dei fatti... Una realt aspra si agita dietro queste pagine. difficile da sistemare in un racconto
compiuto e si esprime attraverso interrogativi drammatici, che non riguardano soltanto l'autrice, il
suo lavoro di cronista, ma che in realt ci appartengono e pesano sulla nostra storia collettiva.
Pi volte, la vita pubblica nel nostro paese stata condizionata, inquinata dalla violenza politica, dal
terrorismo, dagli interessi e dalle strategie di associazioni segrete e di potenti gruppi criminali. Si
pu dire che il rischio per la democrazia stato pi forte nei momenti di crisi e di transizione,
quando da parte di organizzazioni e soggetti diversi si fatto ricorso alla violenza e al delitto politico
come strumenti per l'affermazione di poteri eversivi. Intendo questa espressione ("poteri eversivi")
nel senso pi ampio possibile. Le Brigate Rosse, quando ricercavano la via di una trattativa con il
governo e le istituzioni, ambivano in realt a costituirsi come un potere, capace di ricattare lo Stato,
di togliere efficacia alle leggi. Tentarono una contrattazione con lo Stato nella complessa vicenda
che segu il rapimento di Aldo Moro, ma non vi riuscirono (ottennero qualcosa di pi tre anni dopo,
con i sequestri dell'esponente democristiano Cirillo e del magistrato D'Urso). Nonostante tutto
furono sconfitte: alla fine la potenza conquistata non riusc a produrre consenso e non resse alla
durezza dello scontro.
Analogamente, anche se su un versante opposto e con altri strumenti, la loggia massonica P2
null'altro voleva essere se non un potere; voleva interferire nell'amministrazione pubblica e voleva
anch'essa contrattare la realizzazione dei propri interessi con i poteri legali, imponendo decisioni,
favorendo carriere, costruendo gerarchie e fortune politiche, sulla base di parole d'ordine vagamente
liberiste e atlantiche. La stessa cosa volevano fare gli esponenti politici che erano alleati con la
mafia. Volevano negoziare favori e profitti. Anche da questa alleanza nasceva un potere, nel cuore

dell'establishment e in antitesi rispetto allo Stato di diritto. Erano tutte minacce reciprocamente
irriducibili l'una all'altra, ma convergenti.
Accanto alla politica democratica, c' stata in Italia un'altra politica: un insieme composito di
iniziative volte a incidere sulla vita del paese, che si sono mosse al di fuori della Costituzione e delle
leggi, anzi in contrasto con esse. La tendenza all'illegalismo, assai pronunziata nell'ambito delle
classi dirigenti italiane, stata un elemento centrale di debolezza della Repubblica, per lungo
tempo, fino a dare luogo ai fenomeni di degenerazione del potere negli anni Ottanta e alla tempesta
di Tangentopoli. Quando dai livelli pi elevati del sistema politico si accredita l'idea che la legalit
sia negoziabile e che i soggetti pi forti (politici o sociali) possano farne a meno e calpestarla coi
propri comportamenti, evidente che diventa molto pi difficile difendere l'integrit della
democrazia dalle manovre occulte e dalle aggressioni. In questo contesto, per decenni, la violenza
stata sottovalutata, assecondata e perfino sostenuta da una parte degli apparati di sicurezza, mentre
il ceto di governo non vedeva o fingeva di non vedere. E ci spiega alcune umilianti sconfitte dello
Stato.
Su tutti gli episodi di eversione e sulle ferite della democrazia, sulla storia di quello che stato
definito da Giuseppe De Lutiis il lato oscuro del potere, sulle ragioni e le complicit dei delitti,
possediamo oggi Prefazione molti documenti, un cumulo sconvolgente di notizie, ma poche
certezze definitive.
La ricerca della verit, perseguita dai magistrati, dal giornalismo d'inchiesta, dalle commissioni
parlamentari, stata ed sempre di pi un cammino impervio. Certo, molti elementi di prova circa
le illegalit e l'inquinamento dello Stato sono emersi; e, trattandosi di comportamenti illeciti sotto il
profilo penale, si sono avviati numerosi processi. Ma questi si sono accavallati l'uno sull'altro, con
esiti contraddittori. Perci le responsabilit per i fatti eversivi e per i rapporti tra politica e mafia,
che pure si ricavano da tante carte e conoscenze ormai note, non hanno ancora in gran parte dei casi
il suggello della verit processuale. Spesso, gli avvenimenti pi inquietanti sono stati coperti e
sovrastati da una coltre di incertezza e di indifferenza: perci appaiono nella memoria collettiva
come una specie di nebulosa, lontana nel tempo, che molti si illudono di poter mettere tra parentesi
e di dimenticare.
Non si giunge a conclusioni esaurienti e sicure in questo libro. Piuttosto, esso mette in fila una
lunga serie di domande e mi sembra pervaso da un sentimento di ansia. Per il tempo trascorso
inutilmente, per le tante cose scritte e cadute nell'oblio. come se l'autrice fosse convinta di dover
compiere un'impresa contro corrente, sempre pi ardua per trovare un senso nelle vicende che sta

narrando. Perci corre di pagina in pagina dietro le possibili spiegazioni, con il dubbio serpeggiante
che non vi sia pi risposta ai mille quesiti, che la verit sia irrimediabilmente perduta, tra gli
accertamenti giudiziari interminabili e il disinteresse.
Alla base di tutto c' una serie di fatti: non teorie, non giudizi politici, ma fatti concreti. I morti del
12 dicembre 1969 e poi Brescia, l'Italicus, il 2 agosto 1980, la lotta armata delle BR, degli altri
gruppi di terrorismo rosso, e il ruolo dei neofascisti nella eversione; e la mafia che fin dalla strage del
23 dicembre 1984 sceglie la via del terrorismo, per allentare la stretta dello Stato e premere sui
propri alleati, sui mediatori. Sono, come leggiamo all'inizio del libro, pagine della nostra vita in cui
si contano decine di morti che non possono essere dimenticati.
Naturalmente, i fatti sono oggetto di interpretazione e Di Giovacchino sembra attratta in pi punti
dalla teoria di uno sviluppo lineare delle strategie eversive, dall'immagine di un meccanismo unico,
come se una piena continuit e una coerenza di azione fossero sempre rintracciabili nel lato oscuro
del potere. Le relazioni sono a mio avviso pi complesse, con strategie spesso del tutto
indipendenti luna dall'altra. Ma non si pu dire che non vi siano state somiglianze, interessi
comuni, punti di incontro. E in primo luogo una identica vocazione di diversi gruppi eversivi e
criminali a trattare con le istituzioni, a insinuarsi in esse.
utile tornare a discutere di questo passato, cercare di svelarne il senso e le ragioni? Io credo di s, se
vogliamo evitare che esso ritorni. Mi vengono in mente a questo proposito i numerosi libri scritti
negli Stati Uniti, soprattutto da giornalisti, sui misteri dell'omicidio di John Kennedy. Anche l,
come nelle pagine che l'autrice dedica all'omicidio di Aldo Moro, era molto forte l'ansia di
smascherare le menzogne, di trovare un perch oltre il lutto. Quei reportage, quei volumi hanno
contribuito - sondando tutti i documenti disponibili e avanzando congetture, senza acquietarsi alla demistificazione delle versioni ufficiali e sono stati elementi costitutivi della cultura
democratica americana. Del resto, senza la curiosit e la unilateralit dei giornalisti indipendenti
non vi sarebbe stato neanche lo scandalo del Watergate e con esso l'indignazione diffusa, che ha
portato alla condanna morale e politica di Nixon.
Nel nostro paese, questo genere di letteratura sempre pi raro; e invece un nuovo giornalismo
d'inchiesta, non messo ai margini ma incoraggiato dai grandi organi di stampa e capace di riflettere
sui misfatti italiani, sarebbe un buon segno di vitalit democratica.
Le pagine che seguono contengono una galleria degli orrori della Prima Repubblica. Non
pretendono di tracciare una storia complessiva, non puntano a una illusoria oggettivit del racconto,
ma puntigliosamente ricordano che gli orrori ci sono stati e che hanno generato effetti sul senso

comune, sulla politica, sui cambiamenti che grazie alla violenza e agli intrighi sono stati impediti o
frenati. Ci non significa che la Prima Repubblica si identifichi con gli orrori; al contrario, la
democrazia italiana, pur con tutte le sue anomalie derivanti dalla guerra fredda, ha resistito bene. I
grandi partiti hanno isolato il terrorismo, hanno impedito che producesse consenso e questa stata
la loro ultima impresa di portata nazionale e storica. Inoltre, alla fine degli anni Ottanta, hanno
ritrovato la via di una resistenza attiva contro la mafia. E tuttavia gli orrori hanno ugualmente
lasciato il segno, hanno messo radici, che non sono state ancora scoperte fino in fondo e strappate.
Nessun paese dell'Europa occidentale ha conosciuto, nei decenni passati, la stessa eversione
strisciante, la stessa pratica della violenza come mezzo di condizionamento delle istituzioni e
contemporaneamente la stessa stabilit nel sistema di governo. Le strategie antidemocratiche in
Francia con l'OAS, o in Grecia con i colonnelli, avevano come finalit il rovesciamento del sistema,
l'annientamento del pluralismo politico e delle libert. In Francia le forze della destra estrema sono
state duramente sconfitte da De Gaulle. In Grecia i militari traditori, in nome dell'anticomunismo,
hanno realizzato un colpo di Stato e a lungo, finch non sono stati scacciati, hanno avuto in mano il
paese.
In Italia invece non c' stata una vera e temibile strategia insurrezionale o golpista, che abbia
seriamente perseguito un rovesciamento del potere politico dominante. L'uso della violenza
servito a minacciare e ricattare i governanti o alcuni di essi, non a sostituirli. Lo stesso terrorismo
rosso aspirava a creare condizioni di guerra civile, ma intanto nel breve periodo andava alla ricerca di
un riconoscimento da parte dello Stato, per trattare, per allargare gli spazi di illegalit.
La via prescelta stata duplice. Da una parte, stata usata la leva della corruzione: di quanti miliardi
c' bisognosi domandava Licio Gelli -per controllare un partito di governo o un grande giornale? Il
progetto eversivo della P2 ruotava in larga misura attorno a questo problema contabile. Dall'altra
parte, c' stato lo stillicidio della violenza terroristica, prima nera e poi rossa. L'autrice ricorda la
puntuale previsione del capo del SID Vito Miceli, nel 1974: Ora non sentirete pi parlare del
terrorismo nero e partiranno gli altri, i rossi. Era soltanto una supposizione o piuttosto il
disvelamento di un gioco tragico in corso, per cui una parte degli apparati dello Stato fomentava il
disordine invece di fermarlo? Giulio Andreotti un personaggio chiave di questo libro. Egli stato
imputato in due processi penali, che toccano momenti cruciali della vita pubblica italiana e che qui
vengono raccontati dall'inizio fino a oggi. Nel primo l'accusa per associazione a delinquere di tipo
mafioso, riguarda fondamentalmente i rapporti con Lima e con i settori inquinati della DC
siciliana, e punta a dimostrare che vi sia stato tra Andreotti e il vertice di Cosa nostra un

collegamento stabile. Nel secondo processo si tratta di omicidio: il leader democristiano accusato
di essere stato il mandante dell'assassinio di Mino Pecorelli.
Figura tragica quella del giornalista ucciso nel 1979: uomo legato ai servizi, detentorc di segreti che
scottavano, relativi alle Brigate Rosse, all'affare Moro, alle tangenti di Stato, al sistema di potere
andreottiano, era in possesso di una miriade di carte compromettenti, usate con spregiudicatezza.
Ripercorrendo le spericolate manovre di Pecorelli, Rita Di Giovacchino mette a fuoco alcuni tratti
salienti della illegalit interna alle istituzioni negli anni Settanta. E anche qui, anche nella vicenda
Pecorelli, ritornano negli accertamenti giudiziari le tracce del rapporto tra politica e mafia.
L'autrice analizza le sentenze di appello che rappresentano finora il punto di arrivo dei due processi:
mafia e omicidio. La prima, al termine del processo di Palermo, riconosce che in epoca anteriore al
1980 l'ex presidente del Consiglio ha intrattenuto rapporti stretti e durevoli con l'organizzazione
mafiosa Cosa Nostra, interrompendoli soltanto dopo l'omicidio di Piersanti Mattarella; ma per
quegli anni ormai lontani il reato prescritto.
L'altra sentenza, pronunziata a Perugia, una condanna per omicidio, che ha sollevato perplessit e
dubbi: Andreotti sarebbe il mandante del delitto Pecorelli, ma coloro che erano imputati di averlo
commesso sono stati assolti e gli esecutori non si conoscono. E inutile osservare che questa
situazione non del tutto insolita e pi di una volta si ritrova nei processi per reati di mafia, ove
viene provata la decisione dell'omicidio assunta dal vertice dell'organizzazione, senza che siano
individuati i sicari. L'incertezza sulla dinamica degli eventi comunque resta e poich riguarda un
imputato eccellente toglie credibilit alla condanna.
In realt, la pesantezza degli accertamenti giudiziari, non solo nel caso della condanna di Perugia,
ma in una certa misura anche in quello del proscioglimento per prescrizione a Palermo, stata presa
come spunto non per riflettere sugli avvenimenti che nel giudizio sono stati ricostruiti n sul
rapporto politica-mafia, ma piuttosto per ribadire e diffondere nell'opinione pubblica, con una
martellante campagna mediatica, il clich della giustizia impazzita o politicizzata, caro all'attuale
maggioranza di governo.
L'autrice rifiuta invece questo schema liquidatorio e mette al centro le domande ancora brucianti
che nascono dagli elementi di prova, dai fatti emersi nei processi, dalle deposizioni di collaboratori
di giustizia ritenuti attendibili. C' stato un negoziato politico diretto o mediato tra Andreotti e i
capi di Cosa Nostra, e se c' stato, quali erano i terreni del compromesso? Quali le responsabilit
politiche, al di l dei profili penali? C' stata soltanto inerzia di fronte al potere della mafia oppure
anche una convergenza attiva? I capitoli dedicati ad Andreotti vanno al di l del tema mafia e

ruotano intorno ai momenti cruciali di crisi e di debolezza della democrazia. Tra questi, in primo
piano, la vicenda del rapimento di Aldo Moro la pi emblematica.
Da allora passato un quarto di secolo. In quei giorni non croll la Repubblica, ma certo fu evidente
la sua fragilit. Non riusciamo a dimenticare n a considerare frutto di irrilevanti coincidenze la
lunga serie di misteri e di contraddizioni che quei fatti evocano ancora. Non possiamo cancellare le
prove di impotenza degli apparati, la confusione e le manovre all'interno del sistema politico, le
responsabilit di chi non seppe prevenire n fermare l'azione brigatista. Quanti fantasmi ancora
ruotano intorno agli eventi della primavera 1978. Vorremmo congedarci da essi, ma non possibile:
sono troppi gli aspetti che rimangono nell'ombra, tra il non detto e la menzogna.
Nel raccontare quella sconfitta della democrazia italiana, Rita Di Giovacchino insiste molto sulla
testimonianza dello stesso Moro, consegnata nel suo Memoriale. Era un testo che egli aveva scritto
per rispondere ai brigatisti e che noi conosciamo soltanto in parte. Non so se vi fosse in lui
l'intenzione di redigere un testo per il futuro, capace di andare al di l del terribile confronto con le
BR. Penso comunque che si trattasse di un'analisi lucida e drammatica delle condizioni di un
fallimento. La politica di Prefazione intesa tra le grandi forze popolari che si erano contrapposte per
decenni nel nostro paese era stata pensata dal leader democristiano come una via non facile ma
obbligata verso le riforme e verso un graduale superamento del blocco del sistema politico italiano.
Il compromesso tra DC e PCI, come era avvenuto con la "grande coalizione" in Germania, poteva
aprire la via a una normalizzazione e a un sistema politico dell'alternanza. Ma lo spettro del
comunismo, sia pure all'italiana, coalizzava e moltiplicava i pericoli e le inimicizie.
Il disegno di Moro non era soltanto ambizioso. Aveva anche in s un forte volontarismo destinato a
cadere e a infrangersi, perch troppo aggressivo era il sistema di poteri che lo contrastava. Ebbene,
questo complesso di resistenze, di ostacoli, di minacce alla democrazia che venivano anzitutto
dall'interno dello Stato, dalle debolezze e dalle connivenze della politica, il vero oggetto del
Memoriale. E il rischio che viene qui messo in luce la congiura di forze interne e internazionali
contro una normalizzazione democratica, che avrebbe dovuto essere condotta (come Moro
progettava giolittianamente) d'intesa con la sinistra e con il movimento sindacale unitario.
Per quel che possiamo oggi vedere, Moro si era sottratto, usando la sola arma della scrittura, al
dominio pieno e incontrastato che i carcerieri volevano esercitare nei suoi confronti. Aveva espresso
il proprio punto di vista, senza infingimenti, sulla crisi drammatica del paese, di cui la sua
esperienza personale era la prova decisiva. questo l'aspetto che l'autrice sottolinea. Certo, il paese
non fu allora sopraffatto; non venne il disordine, n la guerra civile a cui mirava il terrorismo; e per

le BR fu l'inizio del tramonto. Non furono calpestate e sovvertite in modo devastante le leggi
comuni, o almeno ci non apparve (il potere illegale della P2 agiva nell'ombra). Ma sia pure nella
permanenza delle forme democratiche,senza che le regole e i principi della Costituzione venissero
meno, l'Italia fu ugualmente messa in ginocchio e l'inquinamento dello Stato favor l'assassinio di
Moro.
Il presidente della DC era consapevole di questo andamento delle cose. Perci le sue parole pesano
come macigni. L'antitesi e gli ostacoli al suo disegno politico non sono soltanto negli intrighi degli
uomini di governo che egli accusa a chiare lettere o nelle pressioni della destra americana. Vi anche
una rete di interessi, una consuetudine di corruzione e di sostegni occulti ai gruppi eversivi, che egli
segnala con nettezza, attraverso una serie di esempi concreti, e che fa blocco contro di lui.
possibile - il libro formula molte considerazioni e ipotesi su questo punto - che vi fossero nel
Memoriale anche notizie pi compromettenti sulla corruzione interna al sistema di governo e sulle
deviazioni dei servizi segreti. Ma il valore della testimonianza gi davanti ai nostri occhi: come se
Moro drammaticamente dimostrasse, rigo dopo rigo, che con quello Stato, con quel sistema politico
per lui non c' pi spazio. Il suo progetto battuto; la minaccia non viene soltanto dai brigatisti, ma
soprattutto da quel sistema.
Ed proprio, scrive Di Giovacchino la diagnosi impietosa che Moro fa in quelle pagine
dell'involuzione politica del paese e dell'assenza di ogni tensione etica e politica, a fornire
un'istantanea anticipata della degenerazione del sistema italiano, che sarebbe venuta pienamente
alla luce quindici anni dopo.
Non so se davvero i due momenti siano cos vicini e simili. D'altra parte, la tendenza all'illegalismo
nell'ambito delle istituzioni non spiega da sola fenomeni eterogenei come la strategia della tensione,
le deviazioni dei servizi segreti, le trattative con la mafia e lo sviluppo dei terrorismi. Ma certo essa
stata una delle condizioni della eversione e l'ha aiutata a crescere, in tutte le sue svariate forme. Ora,
durante gli anni che stiamo vivendo, quell'illegalismo ancora presente nelle classi dirigenti e nel
costume italiano. Anzi, un elemento di congiunzione tra Prima e Seconda Repubblica; ben
lontano dall'essere estirpato e vive una nuova, rigogliosa esistenza.
Massimo Brutti settembre 2003 Nota dell'autore Il 20 marzo del 1993 ero a Napoli. C'era folla
davanti al palazzo della Prefettura: gente che tirava monetine e gridava "mariuolo" alla volta di un
povero assessore travolto dalla tangentopoli vesuviana, quando arriv la notizia che il Senato aveva
concesso l'autorizzazione a procedere nei confronti di Giulio Andreotti e Antonio Gava. Erano
giorni di ordinario caos, i mandati di cattura fioccavano di qua e di l, non c'era amministratore

pubblico o manager privato che non dormisse con la ventiquattrore accanto al letto, pronto a
trasferirsi da un momento all'altro a Rebibbia o a San Vittore o a Poggioreale. Ma, passi per Gava
che non era in odore di santit, l'incolpazione di Andreotti provoc autentico sgomento. A creare
maggiore confusione non era tanto l'accusa di partecipazione ad associazione mafiosa, che in quei
tempi non si negava a nessuno, quanto quella di omicidio. Ma chi 'sto Mino Pecorelli?, mi
chiedevano afflitti i miei capi, mentre nel buio dei loro ricordi si accendeva all'improvviso una luce
di speranza: Tu te ne sei occupata a suo tempo, no?.
S, me ne ero occupata. Erano passati esattamente quattordici anni da quella sera in via Tacito, il 20
marzo 1979, quando sotto una fitta pioggerella primaverile avevo trascorso qualche ora davanti al
cadavere crivellato di colpi del mio sfortunato collega, riverso nella sua vecchia Citroen verde
bottiglia, a cercare di capire come e perch fosse finito cos.
Di tutti gli scheletri che nell'immaginario collettivo affollavano il ripostiglio del Presidente, quello
di Pecorelli rischiava di diventare il pi ingombrante, perch il giornalista, nel momento in cui fu
ucciso, stava per rivelare sconvolgenti verit sul delitto Moro. E quel giorno del '93 mentre mi
aggiravo in piazza del Plebiscito a Napoli e mi chiedevo chi fosse l'ignoto manovratore che aveva
all'improvviso deciso di aprire l'armadio, mi sembrava di essere arrivata, insieme a quella folla
rumorosa e vociante che tirava monetine, al capolinea della storia d'Italia.
Dieci anni dopo eccomi qui, in una stanza dell'hotel Le Palme a Palermo, a scrivere l'ultima pagina
di questa incredibile, straordinaria vicenda, che si conclusa proprio in questi giorni nelle aule
giudiziarie, dopo l'ultima, controversa sentenza della Corte d'Appello di Palermo.
Vediamo com' andata a finire: a Perugia, il senatore stato condannato a ventiquattro anni per
l'omicidio di Pecorelli, a Palermo stato per met assolto e per met prescritto dall'accusa di essere
associato alla mafia. Una sentenza, quest'ultima, che Sciascia avrebbe definito un "capolavoro",
pirandelliana come la terra che l'ha generata.
Luci e ombre, dunque, anche in quest'ultimo verdetto. Dieci anni non sono bastati per mettere la
parola fine a questa intricatissima vicenda: almeno per Perugia, deve ancora intervenire la
Cassazione. In ogni caso il processo di Palermo sembra aver confermato l'ipotesi primaria: Cosa
Nostra ha goduto, almeno fino all'inizio degli anni Ottanta, di protezioni politiche ad altissimo
livello, la cui principale responsabilit ricade sul pi volte presidente del Consiglio. E l'aver
avvalorato la credibilit del pentito Francesco Marino Mannoia, che ha confermato i rapporti tra
Andreotti e i cugini Ignazio e Nino Salvo, presunti intermediari del delitto Pecorelli, non smentisce
anzi rafforza la tesi della Corte d'Assise d'Appello di Perugia che lo ha condannato. Questa l'amara

verit che emerge dal "processo del secolo".


In qualunque altro paese del mondo, una storia come quella di Andreotti, senatore a vita, sette volte
presidente del Consiglio e per venticinque ministro di tutti i governi della Repubblica, dal 1947 al
1993, avrebbe mobilitato storici, politologi, criminologi, insomma avrebbe prodotto pi di un
bestseller.Anche perch una storia appassionante, gravida di intrighi e di misteri, che attraversa gli
anni della ricostruzione, gli anni della guerra fredda e gli "anni di piombo". Una storia che s'intreccia
con il delitto Moro, con le stragi d'Italia e con tanti omicidi che assomigliano tutti al primo, quello
di Mino Pecorelli, il "giornalista che sapeva troppo". Insomma,un grande pezzo del nostro passato,
una vicenda che ci ha coinvolto nei dubbi, nelle certezze e nelle passioni politiche. Invece niente,
silenzio: non strano? Eppure Andreotti non affatto scomparso dalla scena politica. Anzi,
nonostante i suoi ottantaquattro anni, un protagonista attivo, un leader attorno al quale
continuano a coagularsi manovre e progetti che influiscono sugli equilibri di governo. Pensate che
cosa sarebbe successo negli Stati Uniti se Kennedy o Bush fossero stati imputati di fatti tanto
strabilianti. Decine di film, centinaia di libri. Noi, invece, niente: zitti.
Ma forse una storia del genere non poteva accadere in nessun altro paese. Fa parte dell'"anomalia"
italiana e il silenzio nasconde l'imbarazzo. Non perch lo scandalo sia una nostra prerogativa: la
componente "criminale" parte organica di ogni sistema di potere. Ma in altri paesi l'argine
costituito dallo stato di diritto, dalla certezza dei codici, dalle garanzie del sistema giudiziario e degli
uomini chiamati a rappresentarlo. La nostra "anomalia" sta nell'operazione di delegittimazione
della magistratura che ha accompagnato questo processo, come tutti gli altri processi politici di
questi anni. Un'operazione pericolosa, perch in nome di un sospetto garantismo, che difende
soprattutto i potenti, non ha investito questo o quel magistrato, ma intere strutture giudiziarie,
intere procure, i pool antimafia e antiterrorismo: fino ad aggredire il ruolo della pubblica accusa. In
questa logica, anche fare semplice informazione rischia di dare credito alla versione di "una
magistratura impazzita". Meglio tacere. Con il risultato che sono ormai pochi gli italiani che
riescono a districarsi nel labirinto delle accuse mosse ad Andreotti, e quando, in occasione delle
sentenze che finora si sono succedute, vengono improvvisamente investiti da una valanga di notizie,
spesso contraddittorie, ne ricavano la sensazione che l'innocenza o la colpevolezza del senatore sia
come la frutta: cambia con le stagioni. Qualcun altro, per disinnescare la mina della condanna,
sostiene che in realt non si trattato del processo a un singolo uomo politico, ma a una moltitudine
di uomini politici. Insomma si fatto il processo alla Storia, incolpando una sola persona.
Il mio criterio sar quello di raccontare i fatti. I fatti nel processo Andreotti sono stati l'unica

certezza. Sono una certezza gli omicidi, le stragi, gli attentati sanguinari. compiuti in Italia negli
ultimi trent'anni. Questo processo offre la possibilit di ricostruirli all'interno di un unico
psicodramma collettivo e di comprenderne la trama delle connessioni. Non sono macchinose
ricostruzioni di menti contorte, ma pagine della nostra vita in cui si contano decine di morti che non
possono essere dimenticati. Ci sono stragi lontane, come quella di piazza Fontana o di via Fani, ma
ancora vicinissime nelle emozioni che continuano a suscitare. Altre, quelle di Capaci e via
D'Amelio, sono pi prossime; se vero che le morti di Falcone e Borsellino non possono essere
spiegate soltanto con la necessit di "screditare" Andreotti, come diceva Buscetta, non si pu
escludere per una correlazione tra l'uccisione dei due magistrati e l'incriminazione del sette volte
presidente del Consiglio, anche se non ancora del tutto comprensibile.
Non credo ai complotti giudiziari, ma altri complotti purtroppo non possono essere esclusi. Pi
volte Andreotti ha fatto ricorso in questi anni alla teoria dell'ignoto suggeritore", e attorno a questo
mistero si era creata molta attesa, che nel corso del processo si per rivelata vana. Noi cercheremo
di scoprire a chi si riferiva, ma chi speri, leggendo questo libro, di trovarci dentro una "verit"
confezionata, rimarr deluso, perch il mistero di chi e cosa sia stato realmente Andreotti nella
storia d'Italia legato alla soluzione di altri misteri, che non potranno essere svelati se non con
l'aiuto, un domani, degli archivi di Stato, dove giacciono fascicoli ancora coperti dal segreto.
Qualcuno ha detto che Andreotti si comportato da "imputato modello", qualcun altro ha insinuato
che dietro la sua compostezza si nascondesse soltanto l'astuzia di chi, nel mentire ai giudici, cerca di
accattivarli. Cosa ci si aspettasse da lui difficile dirlo: personalmente, speravo in un maggiore
contributo alla verit. Speravo che con il processo fosse finalmente venuto il momento di sapere
qualcosa che ci aiutasse a capire vicende di cui Andreotti uno dei pochi a sapere, a partire dalla
strage di piazza Fontana o dal delitto Moro. Qualcosa che potesse riscattare, dare un significato allo
spargimento di sangue, indicare una finalit superiore, una ragion di Stato che travalicasse le sue
personali responsabilit, come pu accadere in un periodo di guerra. Perch di guerra si trattato,
un conflitto combattuto dietro le linee, negli anni della guerra fredda.
Una forte esigenza di verit, non appagata, ha accompagnato questo processo. Forse per questo
l'impianto accusatorio si via via dilatato fino a comprendere altre decine di azioni giudiziarie. Il
processo sugli omicidi politici della mafia, il processo alla DC, il processo alla P2, il processo Calvi,
il processo Moro. Diceva Kafka che un processo luogo di errore e non di giustizia; ma i due ad
Andreotti, al di l della contraddittoria soluzione finale, non sono stati inutili: tra molte
tribolazioni, qualche risposta ai nostri interrogativi l'hanno data. Non tutta la verit, forse soltanto

un frammento, che ci impedir per di seppellire, con il silenzioso protagonista dei nostri ultimi
cinquant'anni, un pezzo di storia italiana.
Ringraziamenti Ho scritto questo libro in pochi mesi, ma il frutto di ricerche durate
trent'anni.Ringrazio dunque tutti coloro che in questo tempo mi hanno aiutato nel tentativo di
comprendere: i parlamentari, i giudici, i pubblici ministeri e gli avvocati che nelle commissioni
d'inchiesta e nelle aule di tribunale hanno contribuito a demolire false certezze e versioni di
comodo.
Un ringraziamento particolare va ai senatori Massimo Brutti e Giovanni Pellegrino, non soltanto
per lo straordinario lavoro da loro svolto all'interno delle commissioni parlamentari d'inchiesta, ma
per il prezioso contributo di informazioni e consigli alla stesura di questo libro. E uno specialissimo
grazie anche a Vincenzo Ostuni, che in questi mesi mi stato vicino pungolandomi ogni qual volta
rischiavo il naufragio nella marea di fatti e documenti che costituiscono la materia prima di questa
fatica. Naturalmente, e me ne scuso in anticipo, rimango l'unica responsabile di ogni errore o
omissione; ma come dice Shimon Peres in Persona non grata di Oliver Stone, ricordare la Storia
pericoloso: La Storia scritta col sangue. In fondo tutto ci che impariamo come dimenticare.
R.D.G.
A Elisa, Emiliano, Marco, Stefano, Valentina e a tutti i giovani che hanno voglia di conoscere il
passato Essi sostenevano che Dio e Satana devono infine ricongiungersi poich sono in realt la
stessa cosa.
Isaac B. Singer Chi potrebbe rispondere alla terribile ostinazione del crimine se non l'ostinazione
della testimonianza? Albert Camus

Prologo Il processo Andreotti


Assolto, condannato, prescritto Non una storia semplice da raccontare. Due processi, due gradi di
giudizio, quattro sentenze, ricorsi, eccezioni, atti di nullit, rogatorie hanno finora scoraggiato
chiunque dal tentare di ricostruire il processo Andreotti. A complicare le cose, il "processo del
secolo" stato spaccato in due: met a Palermo e met a Perugia. Con le udienze che si
accavallavano, su e gi per l'Italia, mentre il paese affrontava nuove emergenze e le udienze
diventavano sonnacchiose e prive di interesse. A nessuno stato possibile essere sempre presente

ma, quando era necessario, noi giornalisti c'eravamo. Mi trovavo a Roma, a Palazzo San Macuto,
nell'ottobre '92, quando Tommaso Buscetta stato ascoltato dall'Antimafia e ha accusato il senatore
Andreotti di essere "colluso", anzi di essere a tal punto mafioso da rivolgersi a Cosa Nostra per
togliersi dai piedi un giornalista che lo disturbava politicamente. Ero a Perugia quella terribile
sera del novembre '95, quando a Tel Aviv fu ucciso Yitzhak Rabin, e il giudice preliminare attorno a
mezzanotte ha chiesto il rinvio a giudizio per Andreotti e Vitalone. Ricordo che abbiamo scritto i
nostri articoli in quella maledetta aula bunker, stesi in terra, in ginocchio, davanti ai nostri
computer collegati, attraverso un'unica fottuta presa multipla, con i giornali impazziti che non
sapevano se aprire con l'attentato di Israele o il rinvio a giudizio di Andreotti per omicidio.
C'era il sole e c'era l'ombra, lo scirocco a Palermo e la neve in Umbria, noi sudavamo e battevamo i
denti. Il senatore no. Lui non conosce n il caldo, n il freddo. D'inverno e d'estate lo abbiamo visto
entrare nelle aule giudiziarie, con i suoi passi felpati e il solito vestito grigio; anno dopo anno
abbiamo assistito alla sua impercettibile trasformazione: sotto i nostri occhi, l'uomo pi potente
d'Italia diventato a poco a poco quel simpatico vecchietto che si aggirava per i tribunali nel nuovo
perfetto ruolo di "imputato modello". Non ha mai saltato un pasto o tradito un'emozione. Una sola
volta l'ho visto sorridere, di autentico sorriso: ed stato quando a Palermo ha trovato ad aspettarlo
alcuni vecchi iscritti alla DC. All'improvviso diventato un uomo vero, in carne e ossa, ha perfino
abbracciato uno di loro; l ho avuto la conferma che se Andreotti ha mai conosciuto una vera
passione, questa stata la Politica, con la p maiuscola, come ai vecchi tempi.
Il processo, da quel 20 marzo '93, quando fu richiesta l'autorizzazione a procedere, durato dieci
anni e un mese e si concluso con una condanna a Perugia e con un'assoluzione a Palermo. Anzi,
per meglio confonderci le idee, anche quest'ultima assoluzione spaccata in due: il reato stato
prescritto fino al 1980, da quel momento in poi Andreotti stato assolto. In primo grado il senatore
era stato invece assolto due volte. La prima a Perugia, il 24 settembre 1999, dove i giudici non
avevano ritenuto sufficienti le prove addotte per il delitto Pecorelli; la seconda a Palermo, il 9
ottobre dello stesso anno, pochi giorni dopo. Un colpo doppio che ci aveva fatto tirare un bel sospiro
di sollievo: il sette volte presidente del Consiglio non era colluso con la mafia, o meglio ancora non
era a tal punto mafioso da ordinare ai boss un omicidio.
Invece, niente da fare: entrambe le sentenze sono state appellate, perch il verdetto dei giudici non
era stato netto. L'assoluzione veniva applicata in base al famigerato articolo 530, comma 2, che fa
rientrare dalla finestra quell'assoluzione per insufficienza di prove che il nuovo codice di
procedura penale ha cacciato dalla porta. I primi giudici non se l'erano sentita di affermare che il

fatto non sussiste ovvero che c'era la prova certa che Andreotti non aveva mai fatto favori ai boss
chiedendo in cambio a sua volta un favore. Cos il 17 novembre 2002 la Corte d'Assise di Perugia ha
potuto condannarlo per il reato pi grave: proprio l'uccisione del giornalista. E il 2 maggio 2003 la
Corte d'Appello di Palermo ha emesso il suo ambiguo verdetto.
Dunque Andreotti stato assolto, condannato e prescritto. Un bel pasticcio, un groviglio che non
ha risolto il nodo primario, perch questa vicenda avrebbe dovuto chiudersi con la certezza che il
senatore fosse innocente; e non "impunibile" o non sufficientemente responsabile. Dieci anni di
processo invece non sono stati sufficienti a escludere la sua innocenza o la sua colpevolezza. Il
mistero resta intatto. Cos riprende quota il partito di quanti sostenevano che questo processo fosse
in realt inutile, perch la responsabilit politica di Andreotti era gi stata accertata. Uno strano
crinale quello che separa la responsabilit politica da quella penale per un uomo di governo! Ma la
vicenda non si chiude qui: ci sar ancora la decisione della Suprema Corte sul verdetto di Perugia e
forse nuovi ricorsi per quello di Palermo. Prima che il processo del secolo imbocchi la strada che gi
conosciamo, quella del processo infinito che prosegue indisturbato tra ricorsi e controricorsi, nuovi
processi e nuovi giudizi, forse vale la pena di mettere un punto. Offro questa ricostruzione per
quello che vale: non un frutto avvelenato, ma la testimonianza di una cronista su fatti realmente
accaduti. Un popolo senza memoria non ha futuro: non so pi chi disse queste parole, ma proprio
quello che ci sta accadendo.
Perugia, 17 novembre 2002: la condanna Il 17 novembre giorno di malaugurio. Non c'era da
stupirsi se, sotto la pioggia battente, l'aula bunker del carcere di Capanne fosse silenziosa e deserta.
Del resto il processo a Giulio Andreotti da tempo non faceva pi audience. Due volte assolto, ormai
il senatore era di nuovo sulla cresta dell'onda: in vetta agli indici di gradimento nazionale, aveva
riconquistato la sua aura di "innocenza". La sentenza d'appello, attesa quella domenica, era appena
una formalit, imputabile allo zelo dei giovani magistrati della Procura umbra che non avevano
rinunciato al ricorso, una decisione a suo tempo criticata. Perch quella di Andreotti, dopo la prima
doppia assoluzione, era ormai da considerarsi una storia chiusa.
Contrariati dalla pioggia e dall'ora tarda, a Capanne c'erano soltanto i fedelissimi del Processo: uno
sparuto gruppo di avvocati e giornalisti che in quell'aula sperduta nella campagna umbra avevano
trascorso sette, otto anni della loro vita. Il carcere di Capanne un cubo di cemento, protetto da reti
e metaldetector, che spunta come un fungo lungo la strada che taglia le colline tra Perugia e Citt
della Pieve. Il bunker sul lato sinistro, l'avevano costruito una decina di anni prima per i banditi
sardi, ma da allora gli unici ospiti importanti sono stati Giulio Andreotti e il fedele Claudio

Vita-Ione, che lo ha seguito nei giorni della gloria e in quelli del diluvio. Neppure i loro coimputati
si sono mai presi la briga di arrivare fin qui. E poi per fare cosa, discutere di un giornalista
ammazzato, pi noto in morte che in vita, tale Mino Pecorelli? Quel 17 novembre perfino
Andreotti, cos assiduo frequentatore delle aule giudiziarie, aveva deciso di attendere a casa il
verdetto. L'altro famoso accusato, Gaetano Badalamenti, don Tano da Cinisi associato a Cosa
Nostra, dimenticato da tempo immemorabile dietro i cancelli del carcere di Fairton a Miami, forse
neppure lo sapeva. Anche gli altri imputati erano assenti, anche Vitalone, anche quei tre
"banditazzi" che una mente contorta aveva associato al Presidente: chi in carcere come Pippo Cal e
Angelino La Barbera detto "il Biondo", e chi per i fatti propri come Massimo Carminati, cieco da un
occhio per via di una sparatoria con la polizia. Insomma,una bella congrega, figuriamoci se lo
condannavano. Non c'era neppure da pensarci.
Finalmente, alle diciotto e venti, suonata la campanella. Il presidente della Corte d'Assise
d'Appello di Perugia, Lino Gabriele Verrina, uomo alto e dall'aspetto austero, finalmente apparso
con i suoi capelli bianchi e la faccia rassicurante del giudice da telefilm americano, di qualche
tribunale del Texas o dell'Ohio, si aggiustato gli occhialini sul naso, si schiarito la voce e senza
alcuna enfasi ha letto il dispositivo: Visti i capi d'imputazione agli articoli 428 del codice penale e
seguenti, considerate le aggravanti della premeditazione e le attenuanti [...] questa Corte condanna
Andreotti Giulio e Gaetano Badalamenti a ventiquattro anni di carcere come mandanti
dell'omicidio di Mino Pecorelli. Assolve gli altri imputati Giuseppe Cal e Claudio Vitalone,
Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati. La sentenza sar depositata entro novanta giorni.
In nome del popolo italiano.
Il numero ventiquattro per qualche secondo rimbalzato magicamente da un angolo all'altro
dell'aula: Ventiquattro, ha detto ventiquattro.... Lo sguardo smarrito dei giornalisti si incrociato
con il grido di sconforto dell'avvocato Giulia Bongiorno, strenua sostenitrice del senatore, che
improvvisamente si accasciata sulla sedia. La scena per un interminabile secondo si
immobilizzata, nessuno aveva il coraggio neppure di respirare. Sentenza sconcertante, stato il
primo e unico commento del professor Coppi, difensore di Andreotti. Il presidente Verrina, il
giudice a latere Maurizio Muscato, senza che pi nessuno si occupasse di loro, seguiti a ruota dai
corresponsabili dell'infausta sentenza sono usciti dall'aula. Erano quattro impiegate, un funzionario
della Provincia e un pittore ceramista, con la barba bianca come Frate Indovino che proprio in
quella triste giornata moriva a qualche chilometro di distanza. Da quel momento, tolte le fasce
tricolori, i sei cittadini tornavano alla loro vita di sempre. Giustizia era fatta nell'aula di Capanne.

Possiamo immaginare la scena: seduto vicino al telefono, nella sua poltrona sotto la finestra da dove
oltre il fiume di macchine s'intravede la cupola di San Pietro, Andreotti ha atteso a lungo che
suonasse il telefono. Al primo squillo ha sollevato la cornetta: Presidente, purtroppo... sono
ventiquattro anni. L'avvocato Franco Coppi era emozionato, quasi balbettava, non riusciva a
trovare le parole. seguito un silenzio interminabile, interrotto dal senatore che con voce metallica
ha sussurrato: Faremo ricorso, non te la prendere. Poi rimasto immobile, nella penombra, in
quella stanza improvvisamente affollata dai fantasmi del passato. Nella Roma assonnata e
domenicale, la notizia si sparsa come un lampo e la sua casa all'angolo tra corso Vittorio e il
Lungotevere, dove il "mandante" abita da sempre, si affollata di amici e giornalisti. Chi lo ha visto
in quelle ore dice che era provato, addirittura emozionato, lo sguardo smarrito di fronte all'enormit
dell'evento. Ma stato soltanto un attimo. Poi tornato in s, ha di nuovo calzato la maschera che
conosciamo: lo sguardo imperscrutabile, il sorriso enigmatico e le memorabili orecchie appuntite.
Una maschera senza emozioni, ferma nel tempo. Andreotti era di nuovo Andreotti: ha ripreso in
pugno la situazione, ha rilasciato dichiarazioni e interviste e perfino dettato un comunicato alle
agenzie in cui con l'immancabile lucidit ha preso le distanze da chi, nel difenderlo, si era scagliato
contro i magistrati: Ho sempre avuto fiducia nella giustizia e continuo ad averne, anche se mi
difficile accettare una tale assurdit. Solo la moglie Livia, compagna di vita e madre dei suoi
quattro figli, ha ceduto all'emozione: Chi conosce Giulio lo sa, non vero niente. Giulio non ha
fatto niente, ma il coltello dalla parte del manico ce l'hanno loro. E non mi chiedete chi sono loro
perch ancora non lo so. Gi, chi sono loro? A Giulio la teoria del Complotto non mai piaciuta: in
questi dieci anni vi ha fatto ricorso con parsimonia. Qualche frase gettata qua e l, comprensibile
soltanto a pochi. Sa che un terreno minato, cos l'ipotesi rimasta un groviglio di allusioni e
dicerie: americani, CIA, asse franco-tedesco, sinistra giudiziaria... Per qualche tempo ha accennato
a "un ignoto suggeritore": una tesi difensiva che sembr collocarsi a mezzo guado tra la pista
internazionale e quella interna. Tra l'ipotesi della "destabilizzazione" pilotata a distanza, magari da
oltreoceano, da un invisibile nemico che aveva deciso di destabilizzare la classe politica italiana,
ormai troppo autonoma e poco controllabile, e quella di casa nostra, manovrata da chi affacciandosi
nell'agone politico voleva distruggere il vecchio in nome del nuovo. Con il passare degli anni il
"complotto" diventato un "complottino", ordito da magistrati e pentiti, di cui non si capisce n il
fine n l'utilit, se non forse agevolare l'ascesa al governo della sinistra, finalmente possibile ora che
non c' pi il pericolo "comunista". Ma posto di fronte a domande precise, Andreotti ha sempre
preferito glissare. Del resto tra le massime evangeliche quella che preferisce : Quando a Ges fu

chiesto di dire la Verit, lui non rispose.


Una capacit che anche i pi accaniti avversari gli hanno sempre riconosciuta consiste - o forse
sarebbe meglio dire consisteva - nel saper demotivare le accuse che gli venivano rivolte, anche quelle
pi gravi, minimizzandole con un sorrisetto sarcastico, come se non valesse neppure la pena di
rispondere. E infatti lui non ha mai risposto, men che meno ai giudici. Una strategia che ha
adottato, con discreto successo, anche nella nuova veste di imputato. Del resto di una cosa sono
convinti gli italiani: che Andreotti sia furbo, di una furbizia suprema, "ontologica". Un elemento
non di disistima, ma di consenso, perch la gran parte di noi aspira a essere furba: e agli occhi di tutti
Andreotti rappresenta, nell'eletta schiera dei "vincenti", un Superman della politica in grado di
sconfiggere ogni maleficio e ogni avversit. E cos, per molti, il mistero della sua caduta resta
davvero inaccettabile.
Palermo, 2 maggio 2003: l'assoluzione (con prescrizione) Cinque mesi e dieci giorni dopo. Eccoci di
nuovo riuniti nell'aula della prima sezione della Corte d'Appello di Palermo, noi della "compagnia
di giro" che in questi anni ha fedelmente seguito Andreotti nelle aule giudiziarie. Alle diciotto
eravamo in attesa della quarta e (forse) ultima sentenza. In primo grado era stato assolto, ma poi nel
frattempo c'era stata quella condanna a ventiquattro anni che aveva ribaltato la situazione. Il
presidente Salvatore Scaduti, detto Tot il rosso (ma soltanto a causa del colore dei capelli, peraltro
ormai incanutiti), in mattinata aveva annunciato una camera di consiglio breve, e alla difesa era
sembrato un buon auspicio. Ma poi questo magistrato, dai modi spicci, schietto e austero al tempo
stesso, aveva esordito con la lettura di un messaggio irrituale da parte del presidente di una Corte di
Giustizia: In questo doloroso e sanguinante momento di contrasto tra potere politico e giudiziario
voi avete dato al paese, durante lo svolgimento del processo, un esempio di serena e auspicabile
dialettica processuale.
Per capire le parole del giudice Scaduti bisogna ricordare che appena quarantotto ore prima era stata
emessa a Milano la condanna del parlamentare di Forza Italia Cesare Previti, il quale aveva reagito
dando libero sfogo alla sua rabbia con parole durissime nei confronti della magistratura milanese.
Ma questo non era sufficiente a rassicurare gli avvocati del senatore, soprattutto Giulia Bongiorno,
una ragazza di trentasette anni, ex campione di basket, detta "scricciolo" che, dopo il verdetto di
Perugia, era ancor pi magra e agitata. Cosa fa, mi condanna ancor prima di cominciare?, ha detto
confidando la sua ansia ai giornalisti. In realt lo strano intervento del Presidente era suonato a tutti
come un monito ad accettare una sentenza non del tutto favorevole. Nel pomeriggio la tensione si
tagliava con il coltello nell'immenso corridoio al primo piano di quello che un tempo veniva

chiamato Palazzo dei Veleni: veleni fabbricati da menti pi o meno raffinate contro Giovanni
Falcone e il suo pool antimafia, colpevole di aver rotto le regole "di rispetto" tra magistratura e boss.
Tempi lontani.
Signori, entra la Corte. Ancora, di nuovo, per la quarta volta noi siamo qui con i taccuini in mano.
Considerati gli articoli 416 e 416 bis, in parziale riforma della sentenza di primo grado dichiara
prescritto il reato commesso fino alla primavera 1980, conferma nel resto la sentenza. Appena un
attimo di silenzio, poi l'urlo dell'avvocato Bongiorno fende l'aria. Ha gi in mano il telefonino:
Assolto, assolto, assolto!, il suo grido rimbalza fino a Roma, fino allo studio del senatore, in
diretta con l'aula di Palermo. stata lei, giovane avvocato, a guidare, in un balletto di grida
appassionate, la prima interpretazione del dispositivo che in verit, in quel momento, era assai
ermetico per la maggior parte dei presenti.
li Presidente stato assolto, capito, non pi imputato... dopo dieci anni. E non venitemi a dire che
si tratta di due processi, perch questo un processo unico, perch a Perugia non capiscono niente
del dialetto siciliano. Questi giudici, i nostri giudici, sono abituati a distinguere i pentiti dai
tarocchi: loro s, loro capiscono quali sono i pentiti veri e quelli falsi. finita, finita...
Ma la dirompente euforia di Giulia non bastata a cancellare l'espressione interdetta del famoso
avvocato Franco Coppi e quella, apertamente preoccupata, del penalista di Palermo, Gioacchino
Sbacchi. Il primo commento a denti stretti stato di Coppi: un'assoluzione, i giudici hanno
voluto precisare che il reato 416 di associazione a delinquere nel frattempo caduto in
prescrizione... A noi comunque basta il risultato. Qualcuno comincia a fare i conti, dieci anni pi
cinque, nei casi in cui vengono contestate le aggravanti: dunque il reato 416 doveva essere gi
prescritto nel '95. Forse il giudice Francesco Ingargiola, nella sentenza di primo grado, non se n'era
accorto? Qualcun altro riflette: Ma il reato 416 bis, quello di associazione per delinquere di stampo
mafioso, entrato in vigore nel 1982, e non nella "primavera 1980": i giudici hanno sbagliato la
data?.
Nell'aula gli interrogativi si sono moltiplicati con il passare dei minuti, l'entusiasmo della
Bongiorno non ha trovato eco nelle parole del pi anziano avvocato Sbacchi: Vedremo le
motivazioni: potrebbe anche essere il caso di fare ricorso. A guastare del tutto la festa stato il
procuratore generale aggiunto, Daniela Giglio, che dopo aver inutilmente tentato, insieme alla
collega Anna Maria Leone, di sfuggire all'assalto dei cronisti, ha offerto la seguente interpretazione
del dispositivo: Il processo non finito. Certo bisogner attendere le motivazioni, ma questa
un'assoluzione a met. Noi ritenevamo che il rapporto tra Andreotti e la mafia andasse letto nel suo

sviluppo temporale come fatto unico. Per i giudici d'Appello la torta va invece tagliata a pezzetti.
Per un pezzo, tino alla primavera '80, il reato stato compiuto ma va prescritto. E dunque il giudizio
della Cotte combacia con la posizione dell'accusa, ribaltando la sentenza di primo grado. Per
l'imputato senz'altro una sentenza peggiorativa, alla quale potrebbe proporre ricorso.
Proprio come aveva detto l'avvocato Sbacchi.
Ma perch fino alla primavera 1980? Cosa era accaduto quell'anno? Il PG Daniela Giglio, che ha
l'aspetto rassicurante della madre di famiglia, ha proferito parole in realt poco rassicuranti: Nella
primavera '80 Andreotti, secondo l'accusa, cio noi, si incontrato per la seconda volta con il boss
Stefano Bontate: ne ha parlato il pentito Francesco Marino Mannoia. Se i giudici hanno applicato
la prescrizione vuoi dire che hanno creduto al pentito. A mio parere hanno ritenuto provato il
legame tra il senatore e la vecchia mafia, l'ala moderata di Cosa Nostra, e non con i corleonesi che da
quel momento sono subentrati al vertice dell'organizzazione: l'unica interpretazione possibile,
perch con il nuovo codice c' l'obbligo di esplicitare l'assoluzione anche per i reati prescritti.
Al groviglio di numeri, date e codici che il dispositivo della sentenza di secondo grado propone,
l'accusa ha dunque risposto introducendo il dubbio sull'assoluzione dell'imputato di mafia Giulio
Andreotti. A differenza dei giudici di primo grado, la Corte d'Appello del Tribunale di Palermo ha
voluto distinguere fra i due reati di cui era accusato il senatore (distinti non perch si trattasse di una
diversa tipologia di reato, ma perch fino all'82 non esisteva il reato di associazione mafiosa). Per
il reato dell'articolo 416 (associazione a delinquere), in vigore fino a quell'anno, Andreotti non
stato assolto, ma prescritto, e cio non si deve procedere a una condanna nei suoi confronti soltanto
perch le accuse sono decadute a causa del lungo tempo trascorso. Per i fatti successivi stato bens
assolto in base al famigerato comma 2, perch le prove sono contraddittorie o insufficienti, e non
con la cosiddetta formula piena, che viene utilizzata quando il fatto non sussiste.
L'interrogativo pi consistente di quelle prime ore stato il seguente: quale conto dovranno tenere i
supremi giudici di Cassazione di fronte a questa ambigua sentenza, quando si troveranno a valutare
la responsabilit di Andreotti, condannato a ventiquattro anni per l'omicidio di Mino Pecorelli?Per
il pubblico ministero Roberto Scarpinato la sentenza di secondo grado "ben si incastra" con la
sentenza di condanna perugina: Quel participio passato, ancorato alla primavera dell'80, significa
che la Corte ha creduto ai collaboratori storici, da Buscetta a Mannoia. A quella data risale
l'incontro raccontato da quest'ultimo pentito, che sarebbe avvenuto in una villa alla periferia di
Palermo tra Andreotti e il boss, pochi mesi dopo l'omicidio di Piersanti Mattarella, un
democristiano che voleva moralizzare la politica siciliana. Mannoia, fedelissimo di Bontate, dice di

avervi assistito e descrive minuziosamente i dettagli: luogo, circostanze, contenuti. Parla di


incontro burrascoso. Nello stesso periodo rientrano i rapporti con Michele Sindona, riciclatore del
denaro sporco di Bontate, con il quale Andreotti si sarebbe incontrato negli USA mentre era
latitante. Anche i primi giudici hanno riconosciuto provato questo incontro. L'articolo 129 del
codice di procedura penale stabilisce che non si pu dichiarare la prescrizione se risulta evidente che
il fatto non sussiste o l'imputato non l'ha commesso. Se avessero ritenuto di avere la prova della sua
innocenza avrebbero dovuto assolverlo, oltretutto la Corte arretra il reato commesso alla
primavera '80, due anni prima dell'entrata in vigore della nuova norma, il 416 bis, e questo dimostra,
a mio parere, che la Corte non ha sospeso il giudizio ma entrata nel merito delle accuse. Solo
valutando i fatti nella loro concretezza storica si pu stabilire che il reato cessato prima della data
contestata.
Strana sentenza: Andreotti stato dichiarato in parte assolto e in parte non punibile, ma fra quelli
che hanno manifestato maggiore soddisfazione ci sono proprio i magistrati che lo hanno accusato.
Anche l'ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli ha tenuto a precisare: Non una sentenza
strana, strano un paese in cui bisogna difendersi anche dalle sentenze che ti danno ragione. Non
c' mai stato nessun disegno, nessun teorema, nessun complotto contro Andreotti. C'erano dei fatti,
gravi, da accertare, e la magistratura di Palermo ha fatto il suo dovere fino in fondo. Fino all'80 non
abbiamo una sentenza di assoluzione, ma di prescrizione del reato commesso.
Una sentenza polivalente, all'italiana. Pietro Grasso, il procuratore di Palermo, che venuto dopo
Caselli e si tenuto fuori dal processo Andreotti (non ha firmato il ricorso in appello), ha tentato di
sdrammatizzare questa controversa decisione: L'unica cosa certa che neppure il processo di
secondo grado ha consentito di arrivare a una sentenza di assoluzione piena. stato dannoso
caricare di significati politici i processi nei confronti di chi ha rappresentato le istituzioni e il mondo
della politica. Per noi Andreotti un imputato, cio un uomo sospettato di aver commesso alcuni
reati. Sono sbagliate le reazioni di chi pretende di estendere la salvifica mancanza di prove certe su
Andreotti fino a sostenere che il legame mafia-politica indimostrabile. La prescrizione per
Andreotti sta a dire soltanto che la magistratura arrivata fuori tempo massimo. I tempi sono
scaduti e le valutazioni finali non possono essere pi affidate al rito giudiziario. necessario un
giudizio politico. Oppure tutto sar consegnato alla storia.
Il "mandante" del delitto Pecorelli, pochi minuti dopo la sentenza, ancora stordito dalle grida di
Giulia Bongiorno, ha aperto la porta del suo studio ai giornalisti. Lui in persona, con il solito vestito
grigio, si offerto generosamente in pasto alla curiosit e ai trabocchetti dei cronisti. No, non che

tutti i magistrati di Palermo siano dei criminali, non fatemi dire cose che non penso, e neppure
l'onorevole Previti un criminale: Ognuno reagisce come ritiene, non c' quella trasmissione che si
chiama I fatti vostri? Ecco, non sono d'accordo, io vi dico che mi faccio i fatti miei. I tempi sono
difficili: Ma il tempo alla fine galantuomo. Certo, se camminasse pi velocemente.... Davanti
alle telecamere Andreotti apparso come sempre astuto e prudente, compassato e soddisfatto. E
andata bene, ha commentato con lo stesso sguardo fiero che ha qualche volta, di domenica, a Tor di
Valle, quando vince un cavallo su cui ha puntato. Ad Andreotti sempre piaciuto puntare sui cavalli
vincenti. Quella parola, prescrizione, nei commenti che ha fatto a caldo non viene mai citata, ha
preferito di gran lunga l'altra: assoluzione. Un po' di veleno contro Caselli non se lo potuto
risparmiare. Non mi piaciuto che il procuratore abbia scritto un libro per polemizzare con la mia
assoluzione di primo grado mentre era pendente l'appello... ma i magistrati giudicanti non si sono
lasciati influenzare. Non ha dubbi: come se avesse gi letto le motivazioni. I pentiti? Qualche
volta ci hanno aiutato, ma al mio processo ne ho visti alcuni che erano falsi come l'oro di Napoli.
Soltanto nell'accomiatarsi ha confidato ai giornalisti una preoccupazione: Speriamo che la Procura
Generale di Palermo non ricorra in Cassazione. Ora, vero, questi processi mi stanno allungando la
vita, ma forse meglio questa faccenda chiuderla qui. Poi sulle dita ha fatto qualche calcolo: Ecco,
non so se riuscirei ad arrivare a ottantotto anni.
Non saprei dire quale sia stata in questi anni la carta segreta di Andreotti. Fatto che nelle ore
successive alle sentenze, di assoluzione o di condanna che fossero, tutti si sono profusi in
manifestazioni di solidariet ed entusiasmo, quasi che gli eventi trattati dal processo fossero frutto
di un progetto folle e aberrante, inimmaginabili dal senso comune e completamente estranei alla
storia del nostro paese, oltre che alla personalit del condannato. E non la somma dei sospetti, delle
polemiche e delle inchieste giudiziarie che da sempre lo rincorrono. Con il sorprendente risultato
che Andreotti, nonostante ventiquattro anni ancora pendenti di fronte ai giudici di Cassazione,
appare mondato non soltanto dalle accuse pi gravi, ma perfino dall'ombra del pi veniale
peccatuccio che abbia mai offuscato la sua carriera politica.
Strategia della beatificazione La conseguenza di tale sentimento collettivo si tradotta nella
trasfigurazione di Andreotti, perseguitato e martire, come nella vignetta pubblicata dopo la
sentenza choc di Perugia, che lo raffigura circondato da un'aureola, mentre si solleva verso il cielo,
ingobbito e stupefatto, ed esclama: Ventiquattro anni! Ma che mi credete eterno?. Il ricorso
all'iper in realt per tutto il processo ha costantemente sdrammatizzato un evento che avrebbe
segnato la storia di qualsiasi paese, che avrebbe costretto ogni altra societ a interrogarsi sulla

propria integrit etica, sulle regole di controllo che si data, sugli uomini che l'hanno governata,
oltre che sul suo sistema giudiziario. Invece il giorno dopo la condanna stato ricco di commenti
surreali ma soprattutto di barzellette, che hanno seguito irriverenti il corso di alcune pagine del
processo, come quel bacio tra Andreotti e Tot Riina, raccontato dal pentito Balduccio di Maggio,
che ormai una gag inevitabile in ogni spettacolo di variet.
La beatificazione di Andreotti stata in realt il modo pi rapido per archiviare la condanna, per
ricondurla sul terreno ormai standard della "giustizia impazzita". Una strategia necessaria, per il
timore delle conseguenze che questa sentenza potrebbe avere sulla sorte di tutti gli altri imputati di
rango. L'incredulit dell'opinione pubblica sulle responsabilit "omicidiarie" di Andreotti ha
contagiato ogni altra vicenda giudiziaria, nel segno di una rottura sempre pi profonda tra giustizia
e politica. Non deve stupire che, dopo la condanna di Perugia, il primo a cavalcare la tigre dello
sdegno sia stato il premier, Silvio Berlusconi: Andreotti vittima di una giustizia penale che ha
abbandonato ogni scrupolo formale e nega in radice il diritto della persona al giusto processo, ha
tuonato mezz'ora dopo la condanna. Nel pronunciare queste parole, il Cavaliere pensava
soprattutto a se stesso: non si rivolgeva ai magistrati di Perugia ma a tutte le procure, i tribunali e le
corti d'appello che lo stavano giudicando. L'ultimo Presidente teme che si ripeta la storia del primo:
cerca di non essere affondato sul fronte giudiziario mentre si accinge a disegnare la sua futura ascesa
al Quirinale.
Le prime ad arrivare, la sera del 17 novembre 2002, sono state le manifestazioni di solidariet del
Vaticano. La vicinanza tra Andreotti e San Pietro non mai stata soltanto logistica, ma ideale e
fattiva, interna e internazionale, politica e affaristica, di altari e di banche, di preghiere e
fideiussioni. Non si serve Dio solo con le Ave Maria. Monsignor Angelini ha paragonato la sua
odissea al calvario di Cristo, il cardinale Silvestrini gli ha restituito l'onore del passato: E un uomo
che ha fatto cose importantissime per il suo paese. Gli ex DO, che con Andreotti difendono un
pezzo della propria storia, pochi giorni dopo la sentenza, riuniti in un convegno che ha sancito la
rinascita dello "scudo crociato" sotto la sigla UDC, lo hanno addirittura osannato. Il popolo dei
plurinquisiti, i vari Gava, Mannino, Pomicino, Gaspari, dimentichi di antichi dissapori e battaglie,
lo hanno accolto al grido interminabile di Giulio, Giulio. Il loro maggior timore che l'immagine
della DC possa venire ancora associata alla mafia, al malaffare, al clientelismo e alla corruzione, di
cui molti di loro sono stati chiamati a rispondere. E dopo l'assoluzione-prescrizione di maggio, la
solidariet si trasformata in tripudio, in certezza dell'innocenza del senatore, del tutto incuranti
della condanna a ventiquattro anni ancora in atto e dell'assoluzione per insufficienza di prove

nonch del riconoscimento da parte dei giudici della sussistenza di rapporti con i boss fino alla
primavera '80. Clemente Mastella, pi giovane leader campano, a novembre si era avventurato nel
tentativo di dare una lettura politica della sentenza di Perugia: Dico che quella nei confronti di
Andreotti una sentenza politica, perch ha conseguenze politiche: ogni qualvolta il centro tenta di
ricostituirsi accade qualcosa che cerca di impedirlo. Ma a maggio ha dichiarato trionfante: Non si
potr associare alla DC il legame con la criminalit organizzata.
In queste forti e contraddittorie reazioni a ogni decisione che riguarda Andreotti vanno cercati i
molti legami fra il passato e il presente. Una continuit che neppure il traumatico ricambio della
classe politica, all'inizio degli anni Novanta, ha reciso. All'indomani della sentenza di Perugia, i
giudici palermitani che processano Marcello Dell'Utri si sono recati a Palazzo Chigi per chiedere
ragione a Berlusconi delle origini delle sue fortune. Il presidente del Consiglio si avvalso della
facolt di non rispondere: come ex indagato lo ha potuto fare. Andreotti non avrebbe commesso un
simile errore; sarebbe sgusciato tra le domande pi insidiose, avrebbe risposto senza nulla dire,
come ha sempre fatto. Un comportamento che esprime una pi navigata capacit politica, ma forse
anche una diversa concezione dei rapporti tra poteri dello Stato.
Il processo ad Andreotti non stato il processo a un uomo del passato. La mafia raccontata da
Buscetta, con la sua capacit di inquinamento della vita politica, la stessa che descrive l'ultimo
pentito, Nino Giuffr, ed uguale a quella di dieci, venti o trent'anni fa.
Le reazioni di cui dicevamo nascondono una profonda sfiducia nei confronti della magistratura e la
convinzione ancora pi forte che la politica debba ignorare la palude della "storia segreta" e dei
ricatti che ne conseguono. Una giusta cautela che per divenuta regola costante, trasformando la
"precauzione del segreto" in "patologia del segreto", sintomo di una degenerazione del sistema
democratico.
La condanna di Perugia certamente stata un duro colpo per i sostenitori a oltranza dell'assurdit
dell'accusa. Qualcuno si chieder come mai proprio il sette volte presidente sia finito nella tagliola
della Corte d'Assise di un tribunale di provincia. Con Andreotti a Perugia era stato chiamato a
rispondere dell'uccisione di Pecorelli anche il giudice Vitalone, che all'epoca dei fatti svolgeva la sua
attivit nel distretto di Roma. Un motivo procedurale che ha consentito al "processo del secolo" di
svolgersi a briglia sciolta, in quest'aula sperduta nelle campagne umbre, dove sotto l'occhio allibito
di magistrati abituati a discutere di rapine in tabaccheria sono stati rivangati agghiaccianti segreti di
Stato.
La sentenza di colpevolezza stata possibile, secondo alcuni, per l'innocenza dei giudici perugini,

per la loro lontananza da quei centri di potere che hanno sempre impedito l'accertamento della
verit; secondo altri, stata la loro impreparazione a giudicare vicende processuali tanto complesse.
Certamente stato un danno che la storia di Andreotti sia stata spezzata in due: un pezzo a Palermo,
l'altro nell'aula bunker di Capanne. In realt resta una storia unica: il reato di mafia e quello di
omicidio non sono fatti a s stanti. Pecorelli, direttore di OP, secondo l'accusa nel 79 stava per
pubblicare ampi stralci del Memoriale Moro che avrebbero dimostrato la collusione di Andreotti
con ambienti mafiosi e servizi segreti deviati, distruggendo la sua carriera. Per questo Pecorelli
stato ucciso da uomini di Cosa Nostra, conferma la sentenza, ma per un "movente" politico: i boss
non avevano alcun interesse a uccidere il giornalista se non quello di fare un favore all'allora
presidente del Consiglio. Per i suoi molteplici rapporti con uomini dell'intelligence, Pecorelli era in
realt in possesso anche di altri documenti segretissimi, e noi vaglieremo tutte le piste alternative.
La cosa pi importante che il processo ad Andreotti riuscito a dimostrare che si trattato di un
delitto di Stato, come avevamo sempre pensato, strettamente collegato alla vicenda Moro. Forse
non un caso che negli ultimi tempi, dopo il processo Andreotti, si siano fatti significativi passi
avanti nell'accertamento della verit sul pi grave delitto politico compiuto in Italia.
L'atto di accusa Buscetta, il Maxiprocesso e l'ira dei boss All'inizio di tutta la storia c' lui, Buscetta.
E i "teoremi" di Don Masino sono usciti vincenti in ogni processo, anche nel processo Andreotti che
era certamente il pi difficile. Vedremo pi avanti come i giudici di Palermo non gli abbiano
risparmiato critiche, ma senza poterlo smentire fino in fondo. Una vittoria postuma, perch il
pentito di mafia ormai morto da quasi tre anni, bench l'odio che tuttora suscita in alcuni ambienti
tale che qualcuno non se ne ricorda e gli rivolge insulti e giudizi sprezzanti, come fosse ancora l a
potersi difendere e contrattaccare.
Era stato Buscetta nell'84 a mettere in guardia il giudice Falcone: Non posso raccontare quello che
io so perch ci prenderebbero per pazzi, lei finirebbe in manicomio e io nella sezione psichiatrica di
qualche penitenziario. Il pentito era appena arrivato a Palermo dopo l'arresto a San Paolo del
Brasile; aveva gi subito l'uccisione di due figli e aveva tentato il suicidio. Decise di collaborare con
la giustizia perch voleva vendicarsi e non aveva altro modo che questo. I poliziotti scoprirono che
era un uomo misurato, riflessivo, autorevole.
Un uomo pieno di dignit, lo defin Gianni De Gennaro, l'attuale capo della Polizia, che nell'84
and a prenderlo all'aeroporto di Ciampino prima di condurlo a Palermo da Giovanni Falcone. Don
Masino amava gli abiti eleganti, soprattutto i blazer blu; prima di ogni apparizione in aula curava
con molta attenzione il suo aspetto. Ma odiava gli orologi costosi e tutti gli inequivocabili segni di

ricchezza che i boss amano sfoggiare: Butta quel Rolex, ce l'hanno tutti i commessi viaggiatori,
diceva ai suoi compagni di ventura. Preferiva sfoggiare belle donne, non macchine potenti. Aveva
carisma: se non fosse stato un boss avrebbe potuto fare il generale o il grande manager, disse di lui
un esperto dell'FBI.
Giovanni Falcone rimase conquistato dalla sua seriet, per molti mesi parlarono soltanto di mafia:
insieme riuscirono a far arrestare pi di quattrocento boss, poi condannati all'ergastolo e tuttora in
carcere.
Il giudice gli aveva dato ascolto quando Masino aveva proposto: Per parlare di politica, i tempi non
sono maturi, per possiamo far arrestare un sacco di gente. La scelta che ne segu fu quella di
perseguire soltanto il "braccio armato": i trafficanti di droga, i boss sanguinari, i killer. Il
Maxiprocesso fu il primo processo alla mafia, reso possibile soltanto grazie alle accuse di Buscetta,
che era anche il primo boss ad aver rotto il patto del silenzio, le regole dell'omert che fino a quel
momento avevano impedito di penetrare i segreti dell'organizzazione mafiosa.
Non deve perci stupire che otto anni dopo, nel '92, quando Falcone saltato in aria sull'autostrada
a Capaci, Buscetta abbia deciso di andare fino in fondo: tornato in Italia e ha raccontato quello che
non aveva avuto il coraggio di dire al suo "amico" giudice. Cos Andreotti finito sotto processo e
dieci anni dopo stato condannato. Scrivono i giudici di Perugia nella sentenza di condanna che
l'insuperabile valenza probatoria di Buscetta ha consentito di accertare la verit confermata nel
corso del processo da prove e testimoni attendibili.
Ormai libero cittadino residente negli USA, senza altri debiti da scontare con la giustizia italiana,
alla fine dell'estate del 1992, pochi mesi dopo le stragi in cui erano morti Falcone e Borsellino il
pentito torn in Italia con il dichiarato intento di rendere giustizia ai magistrati uccisi dalla mafia.
Negli anni Ottanta aveva lasciato in sospeso un "capitolo" delle sue confessioni rifiutando di parlare
dei rapporti tra mafia e politica. Al suo arriv annunci: Credo che sia venuto il momento di dire
tutto quello che so, lo Stato italiano sta dimostrando di avere coraggio. L'uccisione di Salvo Lima,
luogotenente di Andreotti e capo della corrente politica pi potente della DC siciliana, aveva
preceduto di due mesi la bomba di Capaci. Masino si disse convinto che l'omicidio del luogotenente
di Andreotti in Sicilia facesse parte dello stesso oscuro piano che stava travolgendo gli equilibri su
cui si reggevano gli antichi patti tra le cosche e il potere politico. Era cominciata una fase di
destabilizzazione che gli consentiva di alzare finalmente il velo sui retroscena di cui era a
conoscenza: sapeva che stavolta gli avrebbero creduto. E cos stato. Anche i giudici che hanno
assolto Andreotti, sia a Palermo che a Perugia, non hanno messo in dubbio la veridicit delle sue

affermazioni, le hanno semmai considerate insufficienti per una condanna.


Don Masino stato cauto nell'accusare "il Presidente", come l'ha sempre chiamato: ha centellinato
le rivelazioni, andato per gradi. In una prima fase ha parlato di un'entit. Un termine che ribad
alla Commissione Parlamentare sulla Mafia, di cui era allora presidente Luciano Violante: fu in
quell'occasione che a microfoni spenti, a un'ultima domanda, fece per la prima volta il nome del
senatore. Buscetta sosteneva cose gravissime: Andreotti era il referente romano di Cosa Nostra che,
attraverso i cugini Nino e Ignazio Salvo, i potenti esattori siciliani di Salemi, gli faceva pervenire le
sue richieste per tutte le questioni che i boss ritenevano potessero essere risolte a Roma. Erano
questioni giudiziarie, in prevalenza, processi che approdavano in Cassazione e che, per usare una
sua espressione, andavano aggiustati.
Buscetta raccont di essere stato molto amico di Salvo Lima e conferm che la corrente
andreottiana aveva l'appoggio e i voti di Cosa Nostra. Passo dopo passo, alla fine ha rivelato che
anche l'uccisione del giornalista Pecorelli era stata voluta da Andreotti. Un favore che l'allora
presidente del Consiglio aveva chiesto ai Salvo perch il giornalista minacciava la pubblicazione di
documenti relativi al caso Moro che potevano distruggere la sua carriera e destabilizzare il sistema
di potere. I cugini avevano girato la richiesta ai capi militari di Cosa Nostra, Stefano Bontate e Tano
Badalamenti,che in circostanze diverse, ma usando un'identica, inequivocabile espressione in
dialetto, gli avrebbero confidato: 'U ficimu nuatri Pecorelli.
Buscetta aveva consentito a Falcone di istruire il Maxiprocesso senza parlare dei rapporti tra mafia e
politica. Ma l'inchiesta penale coinvolse anche il livello superiore dell'organizzazione criminale: con
l'arresto dei cugini Salvo e di Ciancimino erano stati sfiorati i piani alti di Cosa Nostra. Se va
stabilita una data, i guai di Andreotti sono cominciati proprio in quel momento. Non per l'arresto di
persone che in un modo o nell'altro potevano far riferimento a lui: come altri scandali anche questo
gli era scivolato addosso. Il problema vero era che la mafia non aveva mandato gi tutti quegli
ergastoli. L'ira di Cosa Nostra, covata per anni sotto le ceneri, esplose all'indomani della sentenza
definitiva in Cassazione. Andreotti, il garante, non aveva garantito nulla. Anzi, visto che aspirava a
divenire capo dello Stato, aveva preso le distanze da Cosa Nostra per ricostruirsi una verginit
politica - di questo almeno erano convinti i boss. E pure quel cornuto di Lima ci ha fatto le scarpe,
si lamentava Tot Riina nel gennaio '92. Anni dopo, stato il nuovo pentito Nino Giuffr, braccio
destro di Bernardo Provenzano,a raccontare che Riina, '"o Curto" all'indomani della maxisentenza
si aggirava come un leone in gabbia dicendo: cus che starno camminati...
Nell'estate precedente, il 9 agosto '91, c'era stato un segnale: il sostituto procuratore generale della

Cassazione, Antonino Scopelliti, che stava istruendo il ricorso per il Maxiprocesso, fu assassinato
vicino a Reggio Calabria dove, lui calabrese, era tornato per le vacanze. Era un segnale: Cosa Nostra
non avrebbe tollerato lo schiaffo di una condanna definitiva. Fu un delitto per molti aspetti
anomalo, quello del PM Scopelliti, i pentiti di mafia non hanno saputo dare indicazioni precise.
Forse era stato gestito dai "bulgari", cio dai boss della 'ndrangheta con cui Tot Riina, negli anni
Settanta, aveva stretto rapporti in carcere. Forse fu un omicidio "personale", ordinato dal capo di
Cosa Nostra all'insaputa del vertice ufficiale della "Commissione". Ma qualcuno avanza un dubbio:
il delitto del procuratore generale potrebbe non essere stato ordinato dalla mafia, ma da una mente
"intelligente" che andava preordinando quel piano di destabilizzazione politica che sarebbe
culminato nelle stragi e nell'incriminazione di Andreotti. L'uccisione di Scopelliti doveva impedire
che il Maxiprocesso finisse nelle mani di presidenti "garantisti", per innescare la miccia che avrebbe
inevitabilmente provocato l'esplosione. E cos stato: il 31 gennaio 1992 la Suprema Corte, in un
clima di grande emozione per l'uccisione del procuratore generale, ha accolto le richieste di un pool
di alti magistrati che avevano sostituito il collega ucciso. Furono ancora pi severi di quanto sarebbe
stato lui, anche loro convinti che l'omicidio del PG fosse oscuramente legato al Maxiprocesso.
Da Lima alle stragi: non solo mafia Le accuse di Buscetta sono all'origine del processo, la
protostoria. Ma non basta la rabbia per le condanne a spiegare le stragi di Palermo. Se c' stato un
complotto contro Andreotti, bisogna analizzare questo nodo irrisolto, mai fino in fondo affrontato
dal processo di Palermo. La Procura di Caltanissetta, che indaga su Capaci e via d'Amelio, ad
esempio, da tempo ha aperto un fascicolo che riguarda l'ipotesi di possibili mandanti esterni alla
mafia. I magistrati ritengono che quelle stragi non possano essere state ideate, organizzate e
compiute soltanto da Cosa Nostra. E Buscetta stato tra i pochi a capire, con la rapidit di chi
conosce uomini e retroscena, cosa realmente stava succedendo in Italia a partire dall'uccisione di
Lima: Vedo altre cose, dietro queste cose... c' un piano unico per l'uccisione di Lima e le stragi,
qualcosa di molto pi importante della risposta giudiziaria. Il ragionamento di Masino era pi o
meno questo: non era soltanto Cosa Nostra a voler impedire la nomina di Andreotti a capo dello
Stato. La dottoressa Boccassini si guardi intorno e scoprir delle belle cose. Ma di pi non ha
saputo o voluto dire.
La rappresaglia mafiosa stata esemplare nella sua escalation. Il 12 marzo 1992, a Mondello, in una
mattinata di sole sbuc dal nulla una moto con due sicari a volto coperto. Dal cancello di una villa
stava uscendo un uomo con un'aureola di capelli bianchi, da trent'anni deus ex machina di tutte le
alchimie elettorali e politiche di Palermo: Lima cadde a terra in una manciata di secondi, colpito da

numerosi colpi sparati a distanza ravvicinata. Cinquanta giorni dopo, il 23 maggio, Giovanni
Falcone salt in aria a Capaci, investito da una terrificante esplosione che squarci il tratto
d'autostrada che congiunge Palermo all'aeroporto di Punta Raisi. Il 19 luglio Paolo Borsellino, che
con lui aveva istruito il Maxiprocesso, venne disintegrato da un'autobomba esplosa in via D'Amelio
sotto l'abitazione della madre. Il 25 settembre, a cadere sotto il piombo di una calibro 38 fu Ignazio
Salvo, nella sua villa vicino a Palermo. Nino era morto ormai da un paio d'amai: Ignazio era l'ultimo
anello del patto tradito. Se l'omicidio Scopelliti aveva avviato un piano che doveva innescare la
rivolta di Cosa Nostra, per portare allo scoperto nel modo pi traumatico la "rottura" dei patti tra
Andreotti e le cosche, questo era perfettamente riuscito.
Pallido come un cencio, di fronte alla bara del suo capocorrente in Sicilia, Andreotti lanci un
segnale: Chi vuole colpire me, lo faccia direttamente. Poi nel corso dei mesi successivi ritrov
l'abituale fermezza e a ottobre, quando le indagini portarono ad arrestare quattro presunti sicari,
torn a dire: Su Lima ci sono sempre state dicerie, ma io non ho mai avuto alcuna conferma dei
suoi rapporti con la mafia. Anzi, devo dire che era tra i pi inflessibili nel sostenere provvedimenti
rigorosi. Il problema era che proprio le indagini sull'omicidio Lima avevano portato alla luce quelle
"prove" sulla mafiosit del capocorrente siciliano, di cui Andreotti sosteneva di non aver mai avuto
notizia. Peggio ancora, i pentiti parlando di Lima svelarono anche il suo ruolo di contatto tra la
mafia e il referente romano, cio lui. La bufera si stava addensando sulla sua testa, ma il senatore
rimase ancora una volta impassibile: Non so perch vada ignorata la positiva notizia che sono stati
arrestati i responsabili dell'omicidio per dare spazio a illazioni e dicerie.
Tra l'uccisione di Lima e le stragi, nel mese di aprile, sembra che Falcone, allora direttore degli
Affari Penali del ministero della Giustizia, sia volato negli USA per incontrarsi in una localit
segreta con Buscetta. una voce a lungo circolata, di cui non si mai avuta conferma ufficiale. Il
giudice era rimasto profondamente turbato dalla morte di Lima e intuiva, anche se non aveva chiavi
di lettura sufficienti per comprendere i dettagli, che un terremoto senza precedenti era alle porte.
Certo non prevedeva che lui stesso sarebbe rimasto sepolto dalle macerie.
Pochi giorni prima della strage di Capaci incontrai in un ristorante di Palermo il suo caposcorta,
Antonio Montinaro, un bel ragazzo di trentadue anni, pieno di vita, adorno di bracciali e di
tatuaggi, uno dei poliziotti della Mobile di cui il giudice si fidava ciecamente. C'era davvero stato
quell'incontro segreto tra Falcone e Don Masino? Mi rispose con un sorriso malizioso: E chi lo sa?!
Non che ci racconta tutto.... Allora gli chiesi cosa pensava il giudice dell'omicidio Lima. Il volto
di Montinaro si rabbui: E preoccupato, dice che pu succedere di tutto... che da un momento

all'altro anche noi possiamo saltare in aria. Me lo ha detto l'ultima volta che sceso a Palermo. E
fece un gesto con la mano, accompagnato da un sibilo, che mimava la possibile esplosione.
Montinaro il 23 maggio era alla guida dell'auto in cui Falcone aveva deciso di non salire, per guidare
la sua 127, come spesso faceva a ogni ritorno a casa. Il corteo era composto da tre vetture, il
caposcorta era in testa: stato il primo a essere investito dall'esplosione, per quell'errore di una
frazione di secondo compiuta dai killer.
Cosa si siano detti Falcone e Buscetta, se davvero si sono incontrati, non lo sapremo mai: tutti e due
sono morti. Ma probabile che Don Masino gli abbia finalmente confidato quello che non aveva
avuto il coraggio di dirgli nell'84. C' un testimone importante per: Richard Martin, lo Spedai
Altorney amico di Falcone che, dopo un periodo trascorso presso l'ambasciata USA a Roma, era
tornato in quei mesi a New York. Dopo le stragi fu incaricato dalla Procura Distrettuale di
Manhattan di collaborare alle indagini sui gravissimi attentati compiuti in Italia dalla mafia.
Anche Martin pens a Buscetta: lo conosceva dai tempi del processo Pizza Connection, forse poteva
dargli una mano a capire quello che stava succedendo. Buscetta pensava che l'omicidio Lima e le
stragi facessero parte di un unico piano, ha spiegato Yattorney ai giudici di Palermo il 17 luglio del
'96, quando i magistrati si recarono negli USA per interrogarlo. All'origine c'era la rottura del
"patto" con Andreotti, spieg, aggiungendo che Masino, dei rapporti tra il Presidente e la mafia,
gliene aveva gi parlato nell'85: Ma fu solo un accenno, ha precisato l'avvocato americano.
Un accenno sufficiente a convalidare quel colloquio avvenuto tanti anni prima tra Buscetta e
Falcone, che senza questa testimonianza sarebbe sfumato nella leggenda. Anche l'agente dell'i-'BI
Antony Petrucci ha raccontato in aula, con maggiori particolari rispetto a Martin, quello che il
pentito gli aveva confidato in data non sospetta. Ma stato l'incontro con Yattorney che ha indotto
la difesa di Andreotti ad avanzare dubbi sul fatto che il ritorno di Buscetta potesse essere stato
pilotato. Al di l di ogni possibile scenario "segreto", ritengo che il pentito non fosse uomo da
sottrarsi all'appuntamento fissato dal destino: era stato lui l'artefice di quel dramma, non poteva
restarsene in disparte, negli USA, come se la cosa non lo riguardasse. Toccava a lui scrivere l'ultimo
capitolo. Un paio di anni dopo, mentre si accingeva a fare per la prima volta il nome di Andreotti, in
un'aula di giustizia del carcere di Padova, dove il Tribunale di Palermo si era trasferito per motivi di
sicurezza, Buscetta chiese che venisse tolto il paravento che lo proteggeva dai fotografi. Le accuse
che stava per rivolgere ad Andreotti, per rispetto a lui e a ci che rappresentava, potevano essere
fatte soltanto a viso aperto.
La sua tesi consisteva nell'idea che l'omicidio era stato compiuto per danneggiare l'immagine di

Andreotti: Lima era il lato democratico-cristiano a Palermo, da morto significava denigrare la


corrente andreottiana e cio Andreotti. Una frase difficile da spiegare a chi non in grado di capire
immediatamente il linguaggio mafioso e il contesto storico-politico cui Masino si riferisce. E come
se avesse detto: tutti sapevano che Lima era un canale tra la mafia e Andreotti; ucciderlo rendeva
pubblico quel legame, nel momento stesso in cui veniva spezzato, per distruggere la sua carriera
politica. Anche Giovanni Brusca, il killer che a Capaci aveva premuto il pulsante facendo deflagrare
mezza tonnellata di esplosivo, accenn al "piano" di Cosa Nostra: Fui incaricato da Tot Riina di
uccidere Ignazio Salvo, ma non c'era fretta, mi disse, con Lima e le stragi l'obiettivo era stato
raggiunto. E l'obiettivo, come hanno raccontato tutti i pentiti, era impedire che Andreotti
divenisse presidente della Repubblica.
Nella sua ultima intervista, Buscetta aveva commentato l'assoluzione di Andreotti: Non stata una
mia sconfitta, io ho solo detto quello che mi hanno raccontato, dal '93 a oggi ho sempre ripetuto la
stessa cosa senza neppure cambiare una virgola. In cuor mio sono tranquillo, ho sempre rispettato la
giustizia e i suoi tempi. La mia non stata una disputa con lui, se Andreotti fosse stato condannato
non sarebbe una mia vittoria, cos come ora non una mia sconfitta se lo hanno assolto [...].
I processi sono lunghi, a volte arrivano in momenti diversi rispetto alla testimonianza. Ora il clima
cambiato. Andreotti ha recuperato un suo spazio e un suo ruolo politico, i processi sono visti come
una persecuzione [...]. [Il processo] diventato una questione di cui c' perfino imbarazzo a parlare.
E di pari passo mutato anche l'atteggiamento del senatore nei miei confronti. All'inizio lui si
lamentato di accuse che venivano da oltreoceano, ha parlato di un complotto americano, ha perfino
chiamato Kissinger a testimoniare. Adesso se n' dimenticato. Io sono stato prima un teste
guidato, poi una persona leale. Oggi leggo che sono uno che ha fatto tanti guai. A me questo non
fa n caldo n freddo [...]. Io vorrei essere ricordato come una persona per bene, nell'84 ho preso un
impegno con lo Stato e l'ho mantenuto.
L'intreccio Pecorella Dalla Chiesa La prima volta che Buscetta raccont dell'omicidio Pecorelli era
il 26 novembre 1992. Il pi grave atto d'accusa nei confronti di Andreotti riassunto in tre o quattro
paginette di verbali; tutto il resto la descrizione di un contesto all'interno del quale quelle accuse
trovano una collocazione.
Bisogna fare una premessa. Masino era un soldato semplice, non aveva fatto carriera dentro Cosa
Nostra per un fatto che pu sembrare strano: gli piacevano troppo le donne. I boss in quegli anni
erano moralisti, gli rimproveravano di aver avuto troppe mogli e troppi figli, ma il suo "difetto" non
gli aveva impedito di diventare amico di uomini potenti, come Lima e i cugini Salvo, e di avere

rapporti anche con boss italoamericani:insomma le sue quotazioni erano di molto superiori al ruolo
gerarchico. Per questo era in grado di dialogare alla pari con i capi di Cosa Nostra e veniva messo a
parte di segreti gravi e importanti, anche se non ricopriva alcun incarico di rilievo
nell'organizzazione.
Nell'aula bunker di Padova esord con una frase breve, essenziale: Pecorelli e Dalla Chiesa sono
cose che s'intrecciano. Del giornalista ucciso a Roma gli avevano parlato in circostanze diverse sia
Stefano Bontate che Gaetano Badalamenti, uomini che in quegli anni rappresentavano le due
anime di Cosa Nostra. Il "Principe" di Villa Grazia e il "Vaccaro" di Cinisi,l'uomo di mondo e il
viddano. Erano stati discorsi occasionali, avvenuti a distanza di un paio di anni, spieg Buscetta, ma
non poteva trattarsi di menzogne. Le regole rigide di Cosa Nostra impediscono che un uomo
d'onore menta a un altro uomo d'onore. Una tesi che il giudice Verrina ha fatto propria. E in sintesi
Buscetta ha detto: Una prima.volta mi raccont di questo fatto nel 1980 a Palermo Stefano Bontate.
Durante una conversazione a Fondo Magliocco il discorso cadde sui cugini Salvo, Nino e Ignazio.
Mi disse Bontate: Anche l'omicidio Pecorelli l'abbiamo fatto noi perch ce l'hanno chiesto i Salvo.
Quel noi si riferiva chiaramente a un omicidio personale dei due, non deliberato dalla
"Commissione". In un primo momento avevo pensato che parlasse di Pecorella, un picciotto
assassinato insieme al figlio di Inzerillo. Ma lui si mise a ridere: Che hai capito, Pecorelli il
giornalista, i Salvo ce l'hanno chiesto perch disturbava politicamente.
Due anni dopo, il 3 settembre 1982, Buscetta si trovava a Rio de Janeiro in compagnia di
Badalamenti quando la televisione diede la notizia dell'uccisione del generale Carlo Alberto Dalla
Chiesa: Badalamenti mi disse: lo hanno fatto per fare un favore ad Andreotti. E anche lui mi spieg
che l'omicidio Pecorelli era "cosa nostra". E aveva aggiunto: Il giornalista stava appurando
porcherie politiche, segreti che anche Dalla Chiesa conosceva. Badalamenti mi disse che
quell'omicidio c'interessava ad Andreotti e l'abbiamo fatto noi tramite la richiesta dei cugini Salvo.
Il PM Cardella cerca di saperne di pi: CARDELLA: Noi chi, ci scusi? BUSCETTA: Io, cio
Badalamenti e Stefano Bontate, non la "Commissione", la Cosa Nostra. Posso citare la parola che
mi fu detta, la traduzione la farete voi: 'U ficimu nuatri, io e Stefano. Bisogna capire il linguaggio,
Bontate non uomo che viene a Roma a sparare a Pecorelli, lo pu dire ad altre cinquemila persone.
CARDELLA: Ma dopo che lei aveva equivocato con questo Pecorella, Badalamenti cosa disse?
BUSCETTA: Si mise a ridere e mi disse... il fatto del giornalista che voleva arrecare dei disturbi al
Presidente, che aveva documenti scottanti che voleva pubblicare. CARDELLA: Di quali
documenti si trattava glielo disse? BUSCETTA: Secondo lui erano documenti segreti che

riguardavano Moro. Cardella: In quale circostanza si parl del generale Dalla Chiesa?
BUSCETTA: Il generale Dalla Chiesa era quello che aveva i documenti segreti, le bobine secondo
Badalamenti, che poteva darli o li aveva dati a Pecorelli,il giornalista.
Aw. COPPI: Erano documenti o bobine...
BUSCETTA: Ma c'era una grande confusione, i discorsi si accavallavano, documenti certo, so di
documenti con certezza, di bobine non so...
Le bobine del sequestro Moro, pur essendo tutti convinti della loro esistenza, non sono mai state
trovate. Forse Buscetta ne aveva sentito parlare, ma non era in grado di ricordare con esattezza in
quale occasione. Il discorso quella sera a Rio de Janeiro si estese: Tano mi rivel anche che Cal era
dentro fino al collo nel delitto Calvi. Masino non si dilungava mai in dettagli, ed quello che lo ha
sempre salvato dalle contestazioni della difesa. Era lui che dettava le regole della sua attendibilit,
ma erano regole logiche, credibili, come questa: Tra uomini d'onore c' l'obbligo di dire la verit.
Bontate e Badalamenti non mi possono aver mentito quando mi hanno fatto il nome dei Salvo e
sono convinto che i Salvo non si sarebbero mai permessi di commettere un omicidio del genere
senza informare l'interessato, e cio Andreotti, non sapendo quali potessero essere gli sviluppi di
tale fatto.
Pecorelli e Dalla Chiesa sono cose che si intrecciano, anche nel destino che la sorte gli ha
riservato. Il generale fu ucciso a Palermo il 3 settembre 1982. Ma la sua morte era stata decisa gi tre
anni prima. Racconta ancora Buscetta che nel 79, mentre si trovava nel carcere di Cuneo, Stefano
Bontate gli aveva fatto arrivare questa richiesta: Bisogna uccidere il generale, ma deve apparire un
omicidio fatto dalle Brigate Rosse, bisogna trovare un contatto e fare in modo che sia rivendicato
dai terroristi. Don Masino riusc a parlarne con Lauro Azzolini, uno dei brigatisti che faceva parte
del Comitato esecutivo delle BR durante il sequestro Moro, detenuto nello stesso carcere. Azzolini
rifiut la proposta: Noi rivendichiamo gli omicidi soltanto quando almeno uno di noi vi partecipa.
Le Brigate Rosse erano interessate all'uccisione del generale, ma volevano saperne di pi: Buscetta
non era stato in grado di soddisfare la loro richiesta. Quando usc dal carcere, nel famoso incontro
con Bontate del 1980, il discorso dopo la rivelazione su Pecorelli si estese anche a Dalla Chiesa. Il
boss di Cosa Nostra forn una risposta generica: Sembra che Dalla Chiesa voglia fare un colpo,
mettersi a capo dello Stato italiano.... Fu l'unica spiegazione che Don Masino riusc a ottenere, con
una sola aggiunta: Non era un delitto che interessava Cosa Nostra.
Le motivazioni: Perugia Il movente del delitto Pecorelli La motivazione della sentenza di Perugia
un "mattone" di 367 pagine. Un mattoncino se paragonata a quella di Palermo, ben 1520 pagine.

Alcuni analisti l'hanno stroncata, senza averla mai letta, sulla base di pochi flash d'agenzia. Qualche
commentatore ha perfino ipotizzato che possa trattarsi di una sentenza "suicida", cio volutamente
erronea, tale da dover essere annullata dalla Cassazione e chiudere in modo pirandelliano
l'Andreotti-story. La legge non una scienza esatta e non c' nulla di pi imperscrutabile del libero
convincimento di un giudice. Dopo averla letta con attenzione penso che la sentenza di Perugia, al
pari di altre sentenze su vicende come questa molto complicate, possa essere discussa, anche
criticata, ma non demolita. Ed stata questa, invece, la tentazione cui non riuscita a sottrarsi la
difesa di Andreotti, che in un ricorso di 431 pagine stronca senza piet la decisione della Corte
d'Assise d'Appello di Perugia chiedendone la nullit per erronea valutazione della legge penale,
per mancanza e manifesta illogicit della motivazione e per inosservanza di norme processuali.
L'oggetto di maggior contrasto proprio l'attendibilit di Buscetta, la cui valenza
insormontabile per i giudici di Perugia, ondivaga e contraddittoria per gli avvocati della difesa,
imprecisa e confusa per i giudici di Palermo. Ma delegittimare Buscetta equivale, per molti
magistrati, a mettere in discussione l'operato di Falcone. Tutto questo fa parte della dialettica
processuale, soprattutto in un processo indiziario come questo. Noi cercheremo di districarci nelle
complicate argomentazioni delle parti per capire se davvero c' stato un "complotto giudiziario" nei
confronti di Andreotti, come sembra sostenere il senatore dopo la condanna; o se l'accusa abbia un
suo qualche fondamento nei tragici eventi che costellano il delitto Moro, nel clima di quegli anni e
nelle vicissitudini siciliane del protagonista.
La tesi dei giudici perugini che la colpevolezza di Andreotti, non potendo essere dimostrata a
distanza di tanto tempo e per la particolare personalit dell'imputato da una "prova" certa, derivi da
un intreccio di eventi all'interno dei quali compito del giudice trovare la verit.
Quello che il giudice deve valutare la prova non l'ipotesi. Ma non forse la probabilit dell'ipotesi
dipendente dalla forza della prova? lifactum probans pu essere definito, ad avviso di questa Corte,
fatto probatorio, cio un evento che ha un valore di prova per il faclum probandum che pu essere
considerato il "tema della prova". E cos una "catena probatoria" si conclude da un fatto probatorio a
un altro, fino al definitivo tema di prova, che deve costituire un fatto giuridico, cio un fatto da cui
discende una conseguenza giuridica a norma di legge.
L'attendibilit di Buscetta, dimostrata dal contributo dato dal pentito in tutti i processi contro la
mafia, secondo i giudici da credito alla tesi che siano stati veramente Bontate e Badalamenti a
organizzare l'omicidio Pecorelli,dopo un'esplicita richiesta dei cugini Salvo, fatta per conto di un
"interesse" manifestato da Andreotti. Dal momento che non esistono testimoni (e difficilmente

potrebbero esserci) della richiesta nsi YaAV da Andreotti ai Salvo, non importante - sostiene la
Corte - sapere quale forma questa abbia assunto (non escludendo "almeno" il tacito consenso), dal
momento che la richiesta certamente c' stata e "non pu non esserci stata", trattandosi di un delitto
di altissimo livello che nessuno si sarebbe arrogato di compiere senza il consenso dell'interessato.
La conferma indiretta che fatti successivi alla morte di Pecorelli hanno confermato la validit delle
sue "premonizioni": tra queste c' la previsione che Dalla Chiesa sarebbe stato ucciso, come poi
realmente avvenuto. Anche Pecorelli stato ucciso dalla mafia; ma per un "movente" politico,
spiega la Corte, perch la mafia non aveva alcun interesse a ucciderlo, non sapeva neppure chi fosse.
Qual questo movente? La minaccia che il giornalista pubblicasse, in tutto o in parte, il Memoriale
di Aldo Moro era tale, afferma la Corte, da mettere a repentaglio non soltanto la carriera di
Andreotti, ma i difficili equilibri politici di quel periodo, al punto che il PCI avrebbe potuto trarne
vantaggio e realizzare il temuto "sorpasso" elettorale nei confronti della DC.
Gli avvocati di Andreotti, Giulia Bongiorno e Franco Coppi, nel ricorso in Cassazione dichiarano
illogica questa ricostruzione: Il movente del delitto consisterebbe nella preoccupazione del senatore
che il giornalista potesse pubblicare documenti relativi al sequestro e all'assassinio di Aldo Moro,
documenti che avrebbero potuto avere effetti devastanti sulla sua carriera. Ma poi incredibilmente
affermano che il contenuto degli stessi rimasto ignoto, quindi possibile sia che si trattasse di
scritti provenienti da Aldo Moro, sia che si trattasse di atti provenienti da fonte diversa ma
comunque attinenti al caso Moro. E a pagina 293 concludono che nulla si sa del contenuto dei
documenti consegnati da Dalla Chiesa a Pecorelli.
Il movente sarebbe costituito da un oggetto ignoto, sostiene la difesa, da documenti di cui non si sa
nulla; non neppure certo che il giornalista ne fosse in possesso, n che intendesse pubblicarli, n in
che modo - se lo avesse fatto - avrebbero potuto "devastare" la carriera di Andreotti. Quest'ultima
affermazione in realt contraddetta da molte testimonianze sulla sparizione di un dossier dalla
tipografia la sera del delitto. Nel caso si sia trattato del Memoriale, ipotizzano gli avvocati, non
risulta che la copia manoscritta emersa nel '90 abbia in realt devastato la carriera di Andreotti. Un
capitolo controverso, perch si tenta di eludere la questione che ci sono scritti di Moro mai ritrovati.
l'insormontabile" attendibilit di Masino Un mandante non usa la pistola, non lascia segni del suo
DNA sul luogo del delitto, n pu essere intercettato telefonicamente mentre impartisce l'ordine di
uccidere. Almeno non in questo caso. La parola dei pentiti da sola non basta; eppure la Corte
d'Assise d'Appello di Perugia ritiene di aver trovato prove certe che inchiodano Andreotti al ruolo di
"mandante politico" dell'omicidio Pecorelli. Il primo dei facta probantia esibiti dalla Corte che

Buscetta sia attendibile, anzi lo sia sempre stato, visto che i giudici di primo grado per poter
assolvere Andreotti sono dovuti ricorrere a un escamotage, ovvero sostenere che fossero stati
Bontate e Badalamenti a mentire a don Masino rivelando l'interesse di Andreotti alla morte di
Pecorelli. Sbagliano, afferma la Corte d'Appello, perch Bontate e Badalamenti non possono aver
mentito, anzi avevano molti motivi per dire la verit: I primi giudici hanno riconosciuto che
Buscetta aveva detto la verit, ma non ne avevano tratto le debite conseguenze, avendo affermato sic
et sem-pliciter che si pu dubitare che a Buscetta sia stato riferito il vero [...]. Non pu essere
accettabile l'ipotesi che due esponenti mafiosi di tale rilevanza abbiano mentito, sine una ratione,
confessando un delitto commesso da altri [...] la violazione dell'obbligo di dire la verit sanzionata
in Cosa Nostra con la morte. Non ipotizzabile la violazione di tale obbligo per mero desiderio di
vantare un'amicizia in un complesso di situazioni e rapporti che avrebbe reso la menzogna inutile,
dannosa e pericolosa. Motivano i giudici, inoltre, che Bontate rischiava di essere facilmente
sbugiardato, considerati gli stretti rapporti di amicizia che intercorrevano tra Buscetta e i Salvo. Nel
Natale del 1980, un periodo di poco successivo al colloquio su Pecorelli, Masino era ospite in casa di
Ignazio Salvo, che gli aveva addirittura messo a disposizione il proprio aereo per andare a prendere
la moglie: Bontate si sarebbe ben guardato dal fare "pettegolezzi" di tale gravita. Uno dei passaggi
forti della sentenza il richiamo ai valori che sottende il riconoscimento dell'attendibilit di
Buscetta: Molti sono gli omicidi sui quali il superpentito di mafia ha fatto piena luce, molti i
provvedimenti restrittivi che ne sono derivati [...]. Egli ha consentito di potare l'albero mafioso dei
suoi rami pi compromessi, mandando in frantumi l'emblema dell'omert. Se non ci fosse stato
Buscetta tutti i mafiosi sarebbero ancora in libert. Anche in questo processo Buscetta lancia un
forassimo allarme. Non esiste alcuna plausibile ragione per non prendere nella debita
considerazione le sue dichiarazioni a meno che non ci si rassegni all'idea che in Italia mafia,
malaffare, costume politico sono destinati a restare una costante.
Il credito "senza riscontro" che viene attribuito a Buscetta proprio quello che gli avvocati
contestano con maggior vigore: Lo stesso Buscetta ha detto che si trattava di sue congetture l'idea
che l'omicidio potesse essere stato chiesto da Andreotti, ma per la Corte le congetture, essendo di
Buscetta, equivalgono a verit. Una decina di pagine vengono poi dedicate al "consenso tacito" che
avrebbe dovuto essere oggetto di prova, e che invece viene dato per scontato: Non essendo pi
Andreotti l'ideatore del progetto criminoso e l'istigatore dell'altrui condotta esecutiva, venuto
evidentemente a conoscenza del programma omicida, avrebbe dovuto impedirlo: non avendolo fatto
diviene responsabile a titolo di consenso tacito.

I motivi addotti dalla difesa sono tutt'altro che trascurabili: del resto sono gli stessi per i quali
Andreotti stato assolto in primo grado, motivi che un tempo si configuravano come insufficienza
di prove. Ma anche vero che nei processi di mafia, per poter supplire alle difficolt poste da
un'organizzazione protetta dal vincolo dell'omert, i comportamenti criminali degli imputati
mafiosi vengono letti e interpretati anche in considerazione delle regole interne della medesima
organizzazione: "regole" che stato proprio Buscetta a descrivere e che sono all'origine di quei
"teoremi", contestati da tutti gli imputati, ma che hanno retto al vaglio del Maxiprocesso e di tutti
gli altri processi a carico di mafiosi.
Nel corso del dibattimento Buscetta ha pi volte affermato: Per capire queste cose, bisogna tener
conto del linguaggio.... Non potremo mai sapere come siano andati i fatti, sostengono i giudici,
ma, se il mandato di uccidere c' stato, la catena di comando attraverso la quale stato trasmesso Il
libro mero della Prima Repubblica non poteva lasciare dubbi sul significato da attribuire alle
lamentele "espresse" nei confronti del giornalista ai cugini Salvo, o da Andreotti o da chi lo
rappresentava. Lamentele che non potevano restare senza conseguenze: se si voleva che il
giornalista non fosse ucciso, ma soltanto messo nell'impossibilit di pubblicare i documenti di cui
era venuto in possesso, questo doveva essere esplicitato.
Proprio mentre riflettevo su questa storia del "tacito consenso", mi capitato di rileggere alcuni atti
del processo di Capaci, dove si trova un esempio che spiega meglio la motivazione dei giudici di
Perugia. Riguarda la testimonianza di Angelo Siino, molto significativa per capire la valenza del
linguaggio mafioso. Racconta Siino di aver assistito a un colloquio tra Salvo Lima e Ignazio Salvo,
in cui il primo inveiva contro Falcone dicendo: Quel cane rognoso si futtia la testa, l'Italia in tasca
si vuole mettere.... La conversazione riguardava il sistema degli appalti. Dice Siino che un brivido
gli percorse la schiena: Ma pazzo, gli sta dicendo che lo devono ammazzare....
Fatto sta che Pecorelli stato ucciso, com' stato ucciso anche Dalla Chiesa, e che vent'anni di
indagini hanno sempre escluso un movente privato o "minimo".
Per i giudici, una delle prove che Buscetta sia stato sincero sta proprio nel colloquio svoltosi in
Brasile, in cui Badalamenti gli rivel una circostanza, all'epoca da tutti ignorata, e che soltanto nel
corso di questo processo stata accertata come vera: Dalla Chiesa e Pecorelli si frequentavano,
avevano stabilito un "contatto" informativo attorno ai documenti Moro, proprio come nel lontano
'82 il boss di Cinisi aveva rivelato a Masino. questo il secondo factum probans. E ce n' anche un
terzo: la conferma che il giornalista e il generale fossero davvero a caccia del Memoriale stata
portata nel corso del processo, nel '94, da un testimone assolutamente attendibile, ovvero dal

maresciallo Angelo Incandela, uno stretto collaboratore di Dalla Chiesa. Ma per i giudici di Perugia
c' anche una prova "indiretta", desunta dal contenuto di alcuni articoli di OP, in cui Pecorelli, in
periodi molto vicini agli incontri con il generale, mostrava di essere entrato in possesso di
informazioni che poteva aver avuto soltanto da lui, cio da Dalla Chiesa.
La certezza di questi incontri si avuta quando la segretaria di OP, Franca Mangiavacca, recuper
un'agenda nella quale per ben due volte, tra la fine del '78 e l'inizio del 79, c'era scritto "Dalla Chiesa
(Carenini)". Carenini era un deputato DC amico sia di Dalla Chiesa che di Pecorelli. La segretaria
ha spiegato che un cognome tra parentesi per Mino stava a significare che si trattava di una persona
che fungeva da contatto. Quelli tra il generale e il giornalista erano appuntamenti segreti e Franca
Mangiavacca, legata sentimentalmente a Mino, era tra i pochissimi a esserne informata. Una sera
Mino torn tardi in redazione, piuttosto stremato, le confid di aver visto Dalla Chiesa e sbott:
Non ho mica capito quello che vuole da me!.
Forse era stato il primo incontro. Scrivono i giudici: Le affermazioni trovano conferma nelle
annotazioni delle agende di Carmine Pecorelli da cui si evince che il nome di Dalla Chiesa
riportato pi volte e precisamente il 21 agosto 1978, il 19 e il 22 settembre 1978, il 4 ottobre 1978.
Tali circostanze confermano che Pecorelli e Dalla Chiesa si erano conosciuti e che la conoscenza
almeno databile al 4 ottobre 1978.
Occhio alla data: in quei giorni Dalla Chiesa aveva gi individuato il covo BR di via Montenevoso e
sapeva che all'interno i brigatisti vi avevano trasferito le carte Moro. Nella motivazione si afferma:
In ordine al Memoriale Moro e al suo contenuto Pecorelli ha dato prova di conoscerlo, ben prima
che il governo ne autorizzasse la pubblicazione confutandolo in un articolo, "Questo vero e questo
falso". Mentre nell'articolo "Filo rosso" egli parla di un manoscritto con grafia appartenente ad
Aldo Moro di centocinquanta pagine, laddove quello che invece viene trovato e pubblicato dal
ministero dell'Interno un dattiloscritto di quarantotto pagine. appena il caso di sottolineare che
questa Corte annette importanza alla conoscenza da parte di Pecorelli almeno del particolare che si
trattava di un manoscritto e non di un dattiloscritto.
Soltanto nel 1990 fu recuperata dietro un pannello del covo di via Montenevoso la fotocopia del
manoscritto. E i giudici citano anche la falsa lettera al Direttore, pubblicata da OP il 17 ottobre
78, e nota come "Amen" il cui riferimento al generale Dalla Chiesa fin troppo evidente, mentre la
prossimit fra la data della pubblicazione della notizia, la cui importanza se provata era di
eccezionale rilevanza, e la data del primo incontro pi di una coincidenza.
Nella lettera, di cui parleremo diffusamente pi avanti, Pecorelli sosteneva che Dalla Chiesa avesse

scoperto la prigione dove Moro si trovava ancora vivo, l'aveva riferito a Cossiga, ma si era perduto
tempo e non si era alla fine ottenuto il rilascio dello statista perch qualcuno aveva alzato il
prezzo. La domanda che si pongono i giudici questa: come poteva il boss di Cinisi nell'82 sapere
che Dalla Chiesa e Pecorelli stavano appurando porcherie politiche legate al sequestro Moro,
quando tale circostanza non era mai emersa da alcuna indagine sviluppata attorno all'uccisione del
giornalista? La risposta dei giudici che Badalamenti non poteva saperlo, se non attraverso quei
canali di natura mafiosa che egli stesso confida a Buscetta.
Un verdetto a met Sono rimasto soltanto io e un signore che vive nel New Jersey, stato l'ironico
commento di Andreotti, appena saputo di essere stato condannato come mandante in compagnia
di Tano Badalamenti, un padrino detronizzato, chiuso da vent'anni nella cella di un carcere
americano. L'assoluzione di Claudio Vitalone e di Pippo Cal, oltre che dei presunti killer,
Angelino La Barbera e Massimo Carminati, ha in effetti "dimezzato" l'ipotesi accusatoria: da un
lato c' un mandante e un movente, che si conoscono, dall'altra intermediari ed esecutori, che
restano ignoti. I sostenitori dell'innocenza di Andreotti si sono appigliati a questa "anomalia" della
sentenza, che in effetti si limita a indicare i motivi che avrebbero determinato "l'interesse" di
Andreotti all'eliminazione di Mino Pecorelli, lasciando aperto il varco sulle possibili pedine
utilizzate. E naturalmente anche su questo capitolo danno battaglia, nel ricorso, gli avvocati della
difesa.
Nei delitti di mafia accade spesso che siano condannati i mandanti e assolti gli esecutori, ma non si
pu negare che la decisione dei giudici abbia aperto una grave ipoteca sulla credibilit dell'intero
impianto accusatorio. L'assoluzione di Cal, La Barbera e Carminati taglia fuori dallo scenario
dell'omicidio la Banda della Magliana che era stato fin dall'inizio lo "sfondo" dell'omicidio
Pecorelli. Stupefacente appare in particolare l'assoluzione di Massimo Carminati, gestore del
deposito di armi trovato in via Liszt, presso il ministero della Sanit, da cui certamente sono usciti la
pistola 7,65 e i proiettili Gevelot che hanno ucciso Pecorelli. In vent'anni di indagini era stato
questo l'unico elemento di continuit tra la vecchia e la nuova inchiesta.
Nell'assoluzione dei quattro imputati, i giudici di Perugia sembrano addirittura peccare di "eccesso
di garantismo", mostrando il massimo scrupolo nel vagliare il tema della prova a loro carico. Troppe
contraddizioni, troppi ripensamenti nelle testimonianze dei pentiti della Banda della Magliana,
dicono. Ma anche Buscetta aveva messo in dubbio il ruolo attribuito dall'accusa a Cal e ad
Angelino il Biondo, e la Corte ne ha tenuto conto. Il ragionamento di Masino era pi o meno
questo: La Barbera appartiene alla famiglia degli Inzerillo; se Bontate avesse affidato a lui il

compito di uccidere Pecorelli avrebbe dovuto chiedere il consenso al capofamiglia, coinvolgendo la


"Commissione" di Cosa Nostra in un delitto che doveva invece restare riservato, per la delicatezza
del "favore" chiesto dai Salvo. Cal, da parte sua, stato scagionato, oltre che da Buscetta, anche da
Tot Cancemi, l'unico pentito che in un periodo successivo all'esecuzione

del delitto dice di

aver saputo di questa storia: Una volta andai a trovare Cal a Roma e lui mi accenn al fatto del
giornalista Pecorelli affermando che era intervenuta la "decina" di Stefano Bontate.... Bontate, in
effetti, fino all'inizio degli anni Ottanta, poteva contare a Roma sull'appoggio del boss Angelo
Cosentino, affiliato alla sua famiglia di Santa Maria del Ges. Risulta per che Cosentino fosse in
stretti rapporti sia con Cal che con la Banda della Magliana, ma che non disponesse di killer suoi.
In ogni caso si tratta di un personaggio molto contiguo alla malavita romana, anche se questo per i
giudici di Perugia non stato sufficiente a dimostrare la colpevolezza dei coimputati di Andreotti.
Una piccola aggiunta. Il firmatario di questa esplosiva sentenza, il giudice Gabriele Lino Verrina,
non un pasdaran, anzi: fino a quando la tegola del processo Andreotti non si abbattuta su di lui,
era considerato un moderato. Ha perfino scritto un libello in cui critica l'uso dei pentiti. Un vero e
proprio saggio, 252 pagine Valutazione probatoria e chiamata di correo, edizioni UTET) nel quale
scrive: Nel pur comprensibile anelito alla verit ci si illude di aver trovato nel pentitismo e nella
mutuai corroboration la chiave d'oro dell'accertamento probatorio. Pi avanti precisa: Le parole
di un testimone non costituiscono prova quando appaiono inverosimili, contraddittorie e vaghe [...]
i pentiti e i testimoni non vanno creduti sulla parola. Insomma, Verrina quanto di pi lontano ci
sia dall'idea del magistrato "di sinistra", o del possibile protagonista del "complotto" giudiziario che,
dopo la condanna, Andreotti ha preso a temere. Politicamente moderato, non risulta impegnato in
alcuna corrente della magistratura, ha forse un solo debole e lo ha confessato nell'unica intervista
rilasciata dopo la sentenza: Ho un'enorme stima del giudice Falcone, ho cresciuto i miei figli nel
culto della memoria dei magistrati uccisi dalla mafia. Dopo la sentenza ha ricevuto minacce,
telefonate anonime; qualcuno ha detto: Verrina, farai la fine di Falcone. Ma il giudice non vi ha
dato troppo peso: Non la prima volta che debbo fare i conti con messaggi di morte. Ne ho ricevuti
anche quando ero pretore e mi occupavo di processi delicati contro i "potenti" della zona, ma oggi
come allora sono tranquillo.
maresciallo Incandela Il supertestimone cui accennavamo, l'uomo della "prova che inchioda", il
maresciallo Angelo Incandela, che nel 79 svolgeva attivit di polizia penitenziaria nel carcere di
Cuneo. Dopo aver letto sui giornali quanto aveva riferito Buscetta, alla fine del '92, Incandela si
present per raccontare un episodio cui aveva assistito personalmente.

Sono arrivato a Cuneo nello stesso periodo in cui Dalla Chiesa aveva riottenuto l'incarico
antiterrorismo [fine 78]. Lui aveva sempre mantenuto contatti con la rete di uomini creata quando
era responsabile della sicurezza nelle carceri e io ero uno di questi. Nel gennaio 79 mi telefon
dicendomi che aveva bisogno di vedermi con urgenza. Come sempre, quando si trattava di incontri
riservati, ci siamo incontrati di notte in una stradina di campagna.
Incandela era dunque un uomo della "rete" Dalla Chiesa e non uno qualunque: era stato proprio lui
a convincere Patrizio Peci, il primo brigatista rosso pentito, a collaborare con la giustizia. Dunque il
maresciallo era un fedelissimo, su cui il generale riponeva la massima stima. Non deve destare
sorpresa quell'incontro notturno, in una strada di campagna, in circostanze di massima riservatezza:
nessuno doveva vederli insieme. Cos racconta il maresciallo: C'era anche Pecorelli, non ho dubbi
che si trattasse di lui, ho riconosciuto la foto quando fu ucciso poco tempo dopo. Dalla Chiesa mi
disse che si trattava di un amico e aggiunse: Guarda che nel carcere sono entrati documenti sul caso
Moro. Ma era il giornalista a saperne di pi, precis che i documenti dovevano essere passati
attraverso una piccola finestra che affacciava sul parlatorio.
Sull'identificazione di Pecorelli, Incandela si dice certo: il maresciallo ha perfino raccontato che il
giornalista in quell'occasione portava occhiali da vista chiari, con la montatura dorata, e la sorella
Rosita ha confermato che il fratello ne aveva effettivamente un paio di quel tipo. Ma la difesa, nel
ricorso, sostiene che il maresciallo possa essersi sbagliato, perch l'uomo che descrive pi basso di
lui, forse 1,70-1,72, mentre Pecorelli era alto almeno una decina di centimetri di pi.
Va detto per che gran parte del colloquio si svolse in macchina, e che quindi Incandela non pot
vedere Pecorelli in piedi se non per pochi minuti.
Il maresciallo era appena arrivato nel carcere di Cuneo, non ne conosceva ancora bene i locali e
impieg parecchio tempo a trovare il plico, nonostante l'assillo cui lo sottoponeva Dalla Chiesa,
bombardandolo di telefonate quando gi era stato trasferito alla caserma Pastrengo di Milano. A
distanza di tempo ritiene di averle consegnate al generale non prima della fine del mese, o
addirittura agli inizi di febbraio. L'incontro notturno risaliva ai primi di gennaio, un mese dopo il
suo trasferimento a Cuneo. Ma vediamo come Incandela ha ricostruito di fronte ai giudici di
Perugia l'incontro con Dalla Chiesa e Pecorelli: Lo sconosciuto [Pecorelli] mi disse che gli scritti
riguardanti il caso Moro erano entrati nel carcere attraverso le finestre del corridoio dell'ufficio per i
permessi di colloqui, dove sostavano i parenti dei detenuti in attesa della perquisizione prima di
essere ammessi ai colloqui. Lo sconosciuto mi forn una particolareggiata descrizione dei luoghi,
specificandomi che le finestre del corridoio erano prive di reti, sicch era agevole consegnare

attraverso le stesse oggetti a detenuti che circolavano senza alcuna sorveglianza nel cortile; aggiunse
che attraverso quelle finestre erano entrate anche delle armi e della droga. Non ho mai saputo come
costui fosse a conoscenza dell'esatta ubicazione dei luoghi e di quello che mi raccontava. Certo io
rimasi impressionato dal fatto che conosceva circostanze a me ignote [...]. Lo sconosciuto prosegu
specificandomi che gli scritti riguardanti il sequestro Moro erano entrati nel carcere avvolti con un
nastro adesivo da imballaggio. A questo punto il Generale mi incaric di trovare a tutti i costi quelle
carte, raccomandandomi, se le avessi trovate, di non aprire assolutamente l'involucro [...]. il
Generale non mi present l'uomo che si trovava con noi dentro la macchina. L'uomo parlava con un
accento romano. A un certo punto il Generale, accendendo la luce, gli chiese il numero o l'indirizzo,
non ricordo bene, di qualcuno. Ebbi modo cos di vedere con chiarezza il volto dell'ignoto
interlocutore. L'uomo dopo aver consultato l'agendina, rispose che non aveva annotato il numero o
l'indirizzo in questione, aggiungendo che forse aveva quel numero o quell'indirizzo in redazione.
Compresi allora che non si trattava di un militare dell'Arma e che probabilmente si trattava di un
giornalista. Del resto avevo gi notato che l'uomo non aveva nei confronti del Generale
l'atteggiamento tipico dei militari subordinati [...]. Quando fu assassinato il giornalista Mino
Pecorelli, vedendo le foto della vittima pubblicate sui giornali, riconobbi senza ombra di dubbio in
quelle foto la persona che quella sera aveva accompagnato il Generale. Tre giorni dopo il Generale,
convocatomi presso la stazione di Cuneo, mi ribad che dovevo assolutamente trovare quelle carte
del sequestro Moro. Aggiunse, poi, una cosa che non aveva detto davanti a Pecorelli: mi disse che
dovevo scoprire se nel carcere c'erano altre carte nelle quali si parlava dell'On. Giulio Andreotti.
E lo stesso Incandela, come si vede, che allude all'esistenza di altre carte oltre al Memoriale.
Particolare importante, perch sia la sentenza di appello di Perugia che quella di Palermo
lamentano di non essere riuscite a individuare la tipologia del documento Moro cui fa riferimento
Buscetta. I giudici ritengono che tra Dalla Chiesa e Pecorelli ci sia stata, in seguito, una sorta di
trattativa sul documento che il giornalista intendeva pubblicare. Del resto era stato lui a consentire
il ritrovamento, grazie a una soffiata che gli sarebbe arrivata, come vedremo, da ambienti della
Magliana. I collaboratori di OP hanno confermato che Pecorelli, il giorno dell'omicidio,
aspettava con impazienza una busta che doveva arrivare da Milano, e in quel periodo Dalla Chiesa si
trovava proprio nel capoluogo lombardo. I giudici di Perugia, come sappiamo, danno molta
importanza alla relazione temporale tra gli incontri di Mino con il generale e gli articoli pubblicati
dal giornalista.
Nel numero di OP datato 16.1.1979, Pecorelli pubblica l'articolo "Vergogna buffoni", dove

preannunciava una rivisitazione del caso Moro e faceva riferimento, come se si trattasse di
fantapolitica, alle trattative miranti a ottenere la liberazione dello statista che non erano andate in
porto perch qualcuno, a un dato momento, aveva giocato al rialzo, pretendendo una partita che
non poteva essere accettata, sicch le BR avevano ucciso Moro. Anche in questo caso l'incontro tra
il generale Dalla Chiesa e la pubblicazione dell'articolo tale che veramente difficile pensare a una
coincidenza, scrivono i giudici nella motivazione.
In definitiva tutte le testimonianze finiscono per confermare quella di Buscetta, e quanto lui
afferma di aver saputo nell'82 da Badalamenti. Ma un dubbio c': perch Incandela non aveva mai
parlato, neppure dopo la morte di Dalla Chiesa, dei suoi incontri con il generale e del ritrovamento
del Memoriale? Il maresciallo ha dato una risposta molto semplice: Avevo paura, quando Dalla
Chiesa era vivo godevo di qualche protezione, per un certo periodo ho avuto anche una scorta... le
mie figlie erano guardate. Poi sono stato lasciato completamente solo. Non si pu dar torto a
Incandela, visto che l'unico sopravvissuto di questa micidiale partita a scacchi attorno ai verbali
delle Brigate Rosse. Ma ha detto la verit? Il maresciallo ha raccontato di averne parlato con alcuni
colleghi e superiori nel corso degli anni. E una conferma della sua versione la Procura alla fine
riuscito a scovarla: l'ex direttore del carcere di Cuneo, Angelo Zaccagnino, interrogato dai PM di
Perugia, ha raccontato che Incandela gli parl dell'incontro con Dalla Chiesa e Pecorelli nel '91, un
anno prima del ritorno in Italia di Buscetta. Dunque aveva gi parlato di questa vicenda prima di.
Buscetta, anche se la sua testimonianza stata raccolta dopo Buscetta. Per i PM sufficiente a
sgombrare il campo da possibili interferenze tra le due deposizioni, una conferma ante quam della
veridicit dei fatti.
Il contesto In ogni delitto c' un movente. Il movente ci che determina il delitto, 1'"interesse" che
si nasconde dietro il pi arcaico atto di difesa nei confronti di una minaccia esterna. Per i giudici
d'appello di Perugia, nella drammatica decisione di Andreotti ci sarebbe stata anche una forte
componente politica, per la portata destabilizzante che avrebbe avuto la pubblicazione di ampi
stralci del Memoriale Moro, quelle pagine drammatiche che lo statista appena un anno prima aveva
scritto nel "Carcere del Popolo", rispondendo alle BR nel corso del "processo" alle trentennali
responsabilit della DC. Una preoccupazione, quella di Andreotti, che s'intrecciava al danno che
avrebbe personalmente subito dalle accuse che Moro gli aveva rivolto. Scrivono i giudici: A quanto
ha raccontato lo stesso Andreotti agli inizi del 79, pur avendo avuto la possibilit di ottenere la
fiducia, grazie alla scissione verificatasi all'interno dell'ivisl e alla nascita della Democrazia
Nazionale, che aveva consentito lo sdoganamento di un certo numero di voti, per onorare l'impegno

assunto con il PO, al momento della votazione aveva fatto allontanare un paio di senatori
democristiani in modo da far andare sotto il governo. Questo non comportava l'automatico
scioglimento delle Camere ma certo che i suoi sforzi andavano in direzione delle elezioni
anticipate.
Elezioni che qualche mese dopo in effetti avvennero, senza che si realizzasse il temuto sorpasso del
PCI sulla DC; anzi i comunisti persero venticinque seggi: Il momento era delicato, la pubblicazione
delle notizie in possesso di Pecorelli avrebbe potuto causare un danno non solo alla persona di
Andreotti, ma al suo stesso partito e comportare uno spostamento di parte dell'elettorato verso il
PCI. Il movente acquista dunque una credibilit particolarmente rilevante.
Sulla nota vicenda della cena alla "Famiglia Piemunteisa", avvenuta ai primi di marzo, quando
Pecorelli si incontr con Vitalone, il generale Donato Lo Prete e il giudice Carlo Adriano Testi, la
Corte sostiene che i testimoni abbiano smentito la tesi della difesa, e cio che l'incontro fosse stato
sollecitato dal sottosegretario Franco Evangelisti, all'epoca stretto collaboratore di Andreotti, in
difficolt per una storia di falsi quadri De Chirico, su cui Pecorelli aveva gi date qualche
anticipazione in un articolo. Sostengono i giudici che la trattativa economica svoltasi durante la
cena tra l'entourage andreottiano e il giornalista riguardava invece la vicenda degli "Assegni del
Presidente", ovvero quei fondi neri, elargiti dalla SIR di Rovelli a partiti politici, nell'ambito dello
scandalo Italcasse: La difesa di Andreotti ha sostenuto che, dato per ammesso che la trattativa sia
stata voluta da Andreotti e che ci fosse avvenuto per evitare la pubblicazione degli "Assegni del
Presidente", non vi sarebbe stato alcun motivo per volere la morte di Pecorelli, il cui silenzio ormai
era stato ottenuto [...]. La tesi non pu essere condivisa: come hanno anche evidenziato i primi
giudici, nel capitolo sesto della sentenza, questi era un giornalista ben introdotto negli ambienti pi
diversi s da avere la possibilit di venire a conoscenza di documenti riservati e notizie scottanti, ma
la caratteristica di Pecorelli era che una volta venuto in possesso di importanti notizie egli le
pubblicava e consentiva anche ai colleghi, che lavoravano ad altri giornali, di attingere alle sue fonti,
perch il suo unico interesse era che la notizia avesse la massima diffusione. E nel fare ci non aveva
riguardo n per gli amici n per i potenti, n per chi lo sovvenzionava, sicch l'aver concorso
economicamente Pecorelli non avrebbe consentito ad Andreotti di dormire sonni tranquilli. N
appare valido l'altro argomento difensivo che elecla una via, non daturrecursus ad alleram, essendo
ben possibile che, prima di decidere l'eliminazione del giornalista o durante il tempo necessario a
organizzare l'agguato mortale, si sia ritenuto di blandirlo attraverso sovvenzioni di cui Pecorelli
aveva sicuramente bisogno e che potevano servire a ritardare se non impedire la pubblicazione delle

notizie relative al sequestro Moro.


Interessante vedere come il processo ad Andreotti abbia consentito di rivalutare la figura di Mino
Pecorelli, pi volte descritto come un volgare ricattatore. Ma di questo parleremo diffusamente pi
avanti.
Andreotti avrebbe rivolto ai Salvo la richiesta, stando all'accusa di Buscetta.Ma l'assenza di ogni
riscontro obiettivo e il fatto che tutti i protagonisti siano morti, a esclusione di Tano Badalamenti
(che pi volte interrogato negli USA ha mantenuto un atteggiamento ambiguo, contrattando sul
proprio rientro in Italia), pone l'intera ricostruzione nel limbo delle ipotesi. E l'elemento pi debole
della versione di Buscetta, ammettono i giudici, che non vi sono testi o collaboratori di giustizia
che abbiano dichiarato che simile richiesta vi fu. Ma difficilmente potrebbero esserci testimoni,
riafferma la sentenza di Perugia, perch Andreotti persona estremamente prudente, che ha
sempre cercato di non esporsi direttamente, tanto che in casi molto meno gravi dell'omicidio ha
fatto ricorso a intermediari per fare conoscere i suoi desiderati]. Risponde la difesa: Siamo arrivati
all'assurdo che la prudenza sia considerata elemento di prova. E arriviamo per questa strada al
controverso capitolo del "consenso tacito", cio all'ipotesi di un mandato" non manifestamente
espresso da Andreotti, ma tale da indurre l'interlocutore a comprendere quale fosse il suo desiderio.
La difesa, come abbiamo accennato, chiede la nullit della sentenza proprio a partire da questa
assunzione. Vediamo come la motivano i giudici di Perugia: Quand'anche si voglia ipotizzare che i
Salvo possano aver deciso autonomamente di uccidere Pecorelli, della cui pericolosit potrebbero
essere venuti a conoscenza per un tramite diverso da Andreotti, non pensabile che abbiano
realizzato il loro intento criminoso senza consultarsi con il diretto interessato prima di darvi corso.
Non solo perch si trattava pur sempre di sopprimere un uomo, ma soprattutto, si trattava di fare
un favore di non poco conto a un'altra persona, dalla quale ci si attendeva di essere alla prima
occasione ricambiati. Per questo era necessario che la persona approvasse preventivamente
l'operazione, in caso contrario, piuttosto che ottenerne la gratitudine, se ne sarebbe avuta la
riprovazione.
Ancora una perfetta sintonia con Buscetta, che nel '96 aveva affermato: La deduzione nasce dalla
praticit della vita: non si pu andare a fare un omicidio a Roma senza avvisare la parte.
Andreotti ha costantemente negato, nell'arco dei dieci anni del processo, di aver mai conosciuto
Nino e Ignazio Salvo. Nella sentenza di primo grado, i giudici di Palermo, che pure lo hanno assolto
dal reato di associazione mafiosa, hanno liquidato la faccenda asserendo che l'imputato mentiva:
ben otto bugie, delle trentaquattro che gli sono state contestate, secondo il presidente della Seconda

Sezione del Tribunale di Palermo Francesco Ingargiola, riguardano proprio i rapporti personali tra
il senatore e i due esattori siciliani, che negli anni Settanta erano considerati i maggiori sostenitori
della corrente andreottiana in Sicilia.
La cosa straordinaria, in questo breve resoconto del processo a Giulio Andreotti, sta nel fatto che a
mettere in crisi l'uomo pi potente della Prima Repubblica, il politico pi accorto e sottile della DC,
il pi abile difensore di se stesso, sia stato non un avversario politico, dei tanti che ha avuto, e
neppure il Tribunale dei ministri, che lo ha convocato ventitr volte, ma il pentito di mafia
Tommaso Buscetta; dopo morto, per giunta, e in una fase in cui il "pentitismo" non sembra godere
di particolare credito. Il caso Andreotti, qualunque sia l'opinione di ciascuno rispetto alle vicende
appena illustrate, rappresenta l'assoluta singolarit di un pezzo di storia italiana. In uno dei suoi
libri pi famosi, contesto, lo scrittore agrigentino Leonardo Sciascia scriveva: A un certo punto la
storia cominci a muoversi in un paese del tutto immaginario; un paese dove non avevano pi corso
le idee, dove i principi - ancora proclamati e conclamati - venivano quotidianamente irrisi, dove le
ideologie si riducevano in politica nel giuoco delle parti che il potere si assegnava, dove soltanto il
potere per il potere contava. Un paese immaginario, ripeto.
Un paese immaginario dove reali sono per stati omicidi, stragi, faide politiche. Reali al punto che
ogni evento non poteva che essere concepito se non in termini di una trama o di un complotto,
dietro cui s'intuiva l'ombra di un potere supremo e sconosciuto, in grado di preservare soltanto se
stesso, attraverso continui rivolgimenti e assestamenti. Fino all'ultima strage e all'ultimo
complotto, nella cui rete rimasto impigliato, imprevedibilmente, proprio lui, Andreotti. Una
storia unica diventata materia di processo, e se vogliamo davvero comprenderla dobbiamo avere il
coraggio di setacciare, di scavare fino in fondo, per distinguere verit e menzogna.
Le motivazioni: Palermo Il dottor Jekyll e Mister Hyde Le motivazioni della sentenza d'appello di
Palermo, depositate il 27 luglio 2003, sono l'ultimo e (forse) definitivo verdetto sui rapporti tra
Andreotti e la mafia. Ebbene s, scrivono i giudici, Andreotti ha realmente intrattenuto rapporti con
i boss almeno fino all'inizio degli anni Ottanta. Un comportamento che non fu solo moralmente
scorretto, o segno di una vicinanza irrilevante ad ambienti mafiosi, ma che si configura come
una vera e propria partecipazione all'associazione mafiosa, apprezzabilmente protrattasi nel
tempo. Parole nette e chiare, pesantissime per il sette volte presidente del Consiglio, appena
mitigate dal fatto che i giudici gli hanno riconosciuto di aver in seguito preso coscienza della
pericolosit criminale del fenomeno mafioso e di averlo combattuto.
Il crinale che separa i comportamenti di Andreotti, questo dottor Jekyll della politica italiana,

l'omicidio di Piersanti Mattarella. L'uccisione del presidente della Regione Siciliana, avvenuta il 6
gennaio 1980, diventa, attraverso la lettura offerta dalle motivazioni della Corte d'Appello di
Palermo, la dolorosa presa d'atto della vera natura criminale della mafia, che consentir ad
Andreotti di intraprendere la strada del suo riscatto morale e politico, fino a mettere a repentaglio la
sua vita, quella dei suoi familiari e dei pi stretti collaboratori. La sentenza di secondo grado ha per
ribaltato, sia pure limitatamente a un determinato arco temporale, l'assoluzione dei primi giudici
riconoscendo che tra Andreotti e la mafia c' stato un patto che travalicava i confini della Sicilia.
Affermazioni che forse stupiranno anche i lettori pi attenti che in questi anni si sono sentiti
ripetere, a ogni decisione giudiziaria sul senatore, che le accuse dei pubblici ministeri si erano
rivelate infondate o farneticanti, frutto di una gestione pilotata dei pentiti. A conclusione del
processo di merito, sia a Perugia che a Palermo, in realt l'unica certezza che Andreotti non stato
affatto assolto. Se per il presidente della Corte d'Assise di Perugia, Gabriele Lino Verrina,
assolutamente certo che Mino Pecorelli sia stato ucciso dalla mafia nell"'interesse" dell'allora
presidente del Consiglio, per i giudici d'appello di Palermo, almeno negli anni Settanta, Andreotti
coltiv un'autentica, stabile e amichevole disponibilit verso i mafiosi e per un lungo periodo ha
anche concretamente agito per agevolare il sodalizio criminale.
E non pura follia, o frutto di persecuzione giudiziaria, aver ipotizzato incontri "ravvicinati" con i
boss di quella che viene definita l'ala moderata di Cosa Nostra, ovvero Stefano Bontate e Tano
Badalamenti: perch questi sono realmente avvenuti, proprio come hanno raccontato i pentiti
storici di Cosa Nostra e confermato i pi recenti collaboratori di giustizia, da Nino Giuffr a Pino
Lipari. Quand'anche la Cassazione cancellasse la condanna per omicidio, rester agli atti questo
inappellato giudizio. Nel momento in cui scriviamo alla decisione della Suprema Corte mancano
ancora un paio di mesi, e gli avvocati non hanno ancora deciso se ricorrere o no anche nei confronti
del verdetto di Palermo. Vedremo perch.
Ma poich tutto ci chiama in causa Andreotti, e non un altro mortale cittadino, non deve stupire
che la monumentale ricostruzione fatta dai giudici di appello (sei volumi divisi in quattro parti e 45
capitoli per complessive 1520 pagine), giusta o sbagliata che sia, non abbia minimamente scalfito
l'immagine e la popolarit di cui tuttora gode il sette volte presidente. E invece di innescare una
qualche riflessione sulle conseguenze che tale comportamento pu aver avuto sulla nostra storia pi
recente, la sentenza stata sostanzialmente ignorata, se non volutamente stravolta, per quella
strategia del silenzio o della disinformazione che abbiamo gi visto in azione ad ogni verdetto.
Anzi in quest'occasione, per gli strani motivi che vedremo, le dure parole dei giudici hanno sortito il

singolarissimo effetto di non essere particolarmente dispiaciute n al senatore n ai suoi sostenitori.


Se la prima parte della sentenza ha soddisfatto i PM, che hanno visto riconosciuto nella sostanza
l'atto di accusa, la seconda non ha scontentato la difesa, perch Andreotti si sarebbe s incontrato
con i boss e sarebbe stato intimo amico dei Salvo, cosa da lui sempre strenuamente negata, ma
soltanto fino alla primavera 1980.
La "fortuna" di questo verdetto, pagina dopo pagina, che sembra fatto apposta per accontentare
tutti, anche se si procede nella lettura come sotto una doccia scozzese: dopo il getto d'acqua calda
viene quello gelido, al punto da indurre al sospetto che il linguaggio a volte schizofrenico
dell'estensore nasconda un qualche recondito obiettivo, al momento in verit poco chiaro. I pareri
sono stati discordi: c' chi ha giudicato questa sentenza "buonista" fino all'ingenuit e chi
"raffinatissima" e densa di trappole. Dentro c' un Andreotti-Jekyll che un po' diavolo, poi un
Andreotti-Hyde che quasi un santo. Anche se ci non lo mette in salvo dall'essere accusato di
mafiosit fino all'80, reato del quale risponder alla Storia, scrivono i giudici, visto che la giustizia
terrena arrivata un po' in ritardo.
Che le motivazioni della sentenza d'appello di Palermo, depositate alla fine di luglio 2003,
sarebbero state portatrici di grandi novit era stato chiaro fin da quando il giudice Scaduti, il 2
maggio, aveva letto quel dispositivo con il quale la Corte, come Salomone, spaccava in due la
sentenza di primo grado trasformando l'assoluzione in prescrizione per il primo dei reati contestati
ad Andreotti, quello di associazione per delinquere,valido fino al 1982. La questione era capire con
quali argomentazioni i secondi giudici fossero entrati nel merito delle accuse. Il presidente Scaduti
non si sottratto a quest'onere, motivando la sua tesi in centinaia di pagine nelle quali vengono
ricostruiti, sotto una luce del tutto nuova, i pi importanti capitoli del processo: dal rapporto con i
cugini Salvo, fino al caso Moro e al delitto Pecorelli.
Su quest'ultimo punto la difesa del senatore ha manifestato il massimo dell'ottimismo, convinta che
la sentenza di Palermo apra la strada all'annullamento della condanna dei giudici perugini. Anch'io,
come molti, ritengo che la Cassazione finir per annullare i 24 anni di pena inflitti ad Andreotti:
l'unica remota alternativa che la sentenza "imperfetta" dei giudici di Perugia, debole nella
definizione del mandato omicidiario, possa essere annullata con rinvio degli atti a Roma, che dopo
l'assoluzione del giudice Vitalone potrebbe a buon diritto tornare ad essere la legittima titolare
dell'inchiesta sull'omicidio Pecorelli. Una scelta coraggiosa che consentirebbe di non vanificare i
risultati di una lunga inchiesta che, partendo dall'omicidio del "giornalista che sapeva troppo", ha di
fatto riaperto le indagini sul delitto Moro alla luce di nuove importanti acquisizioni. Ma a rendere

improbabile una decisione del genere, che inevitabilmente condurrebbe quello ad Andreotti sulla
nota strada del "processo infinito", c' la tarda et dell'unico, eccellentissimo imputato.
Detto questo, ho qualche dubbio che sul giudizio della Suprema Corte possano influire le
contraddittorie valutazioni dei giudici palermitani. Forse avvenuto il contrario: la condanna di
Perugia potrebbe aver indotto alla revisione della sentenza di Palermo. Non bisogna dimenticare
che Pecorelli stato ucciso nel '79, proprio nel periodo in cui Andreotti avrebbe intensamente
frequentato i cugini Salvo e si sarebbe incontrato a Roma con Badalamenti, coltivando quegli
"ottimi rapporti" con l'ala moderata di Cosa Nostra cui viene addebitato l'omicidio del giornalista. E
l'esistenza del patto tra Andreotti e la mafia che rende plausibile agli occhi dei giudici palermitani
il movente del delitto Pecorelli, anche se questo non basta a dimostrarne la "fattualit".
La specialissima credibilit di Mannoia e la rottura dei patti La rottura tra Andreotti e i boss non
sarebbe avvenuta nel marzo '92 con l'uccisione di Salvo Lima, dopo il "tradimento" del
Maxiprocesso, versione Buscetta. Ma molti, molti anni prima: nella primavera del 1980, dopo un
burrascoso colloquio con il Principe di Cosa Nostra, cio Bontate,che verteva sull'uccisione di
Piersanti Mattarella. Solo in quel momento l'uomo pi potente d'Italia, il politico finissimo - di cui
neppure il pi fiero avversario ha mai messo in dubbio fiuto, intelligenza e acutezza - avrebbe
finalmente aperto gli occhi e capito che la mafia non era una benemerita associazione folcloristica,
cui andava il merito di tenere a bada la malavita e garantire vittorie elettorali, bens una pericolosa
organizzazione criminale che non esitava a ricorrere all'omicidio colpendo anche le istituzioni e gli
uomini al suo servizio. Andreotti lo avrebbe scoperto tra la fine del 79 e l'inizio dell'80, quando Cosa
Nostra cominci ad uccidere poliziotti, magistrati e uomini politici, e da quel momento avvi un
graduale distacco che impedir ai corleonesi di Tot Riina, usciti vittoriosi come vedremo dalla
guerra di mafia, di usufruire di quei favori politici di cui aveva goduto la precedente gestione di Cosa
Nostra.
Convinca o no questa tesi, non si pu negare che abbia una qualche credibilit storica: il corso
impresso dai corleonesi a Cosa Nostra, a partire dalla mattanza che a cavallo degli anni Ottanta ha
raggiunto i mille morti, era in effetti poco conciliabile perfino con gli interessi pi occulti della
politica. Dunque da quel momento in poi Andreotti ha mutato atteggiamento anche se, a ben
leggere nelle carte, il senatore non si sarebbe riuscito a liberare tanto facilmente del gravame che i
precedenti rapporti con uomini di Cosa Nostra comportavano. In qualche occasione s'intravede
l'ombra del ricatto o di latenti minacce da parte dell'ala pi sanguinaria dell'organizzazione, cui il
presidente per resiste, e con coraggio. Nell'81 - lo riferisce Giovanni Brusca - in piena guerra di

mafia Andreotti fa pervenire ai boss un messaggio nel quale li avverte che potrebbe essere costretto a
varare leggi speciali se la mattanza non fosse immediatamente finita. In ogni caso, l'idillio con Cosa
Nostra si era consumato e al suo posto era subentrata una forte reciproca diffidenza. Da quel
momento in poi, se qualche rapporto con i boss fu inevitabile - scritto nella sentenza - deve essere
considerato strumentale e fittizio e non frutto di autentica intesa.
Se l'arbitro incontrastato del processo di Perugia stato il pentito Tommaso Buscetta, il merito di
aver convinto i secondi giudici va senz'altro a Francesco Marino Mannoia, detto Mozzarella, di cui
la Corte d'Appello di Palermo ha apprezzato la specialissima credibilit. Il pentito appartiene a
una generazione di boss pi giovani di Masino, ma come lui fa parte dei collaboratori di giustizia
che hanno trovato accoglienza negli USA e che godono della protezione garantita dal Marshals
Service, la struttura che oltreoceano, fra le altre cose, gestisce e controlla i pentiti di mafia. Il
patrimonio di conoscenze cui pu attingere Mannoia gli deriva dall'essere stato negli anni Settanta
autista e guardiaspalle di Stefano Bontate, oltre che dall'essersi imparentato con un'importante
famiglia di Cosa Nostra dopo il matrimonio con Rosa, la figlia pi amata del boss Pietro Vernengo.
Matrimonio d'interesse a quanto sembra, deciso dal gotha mafioso, cui Mozzarella avrebbe voluto
sottrarsi perch pazzamente innamorato di un'altra donna, Rita, gi madre di due suoi figli, che lo
ha poi seguito nella decisione di rompere con la mafia e nella fuga all'estero.
Quest'amore contrastato fu una delle prime cose che Mannoia raccont a Falcone: il boss era
disperato, convinto di non rivedere pi la sua donna, temeva la vendetta di Vernengo che mal aveva
tollerato che la figlia fosse stata tradita e abbandonata. Una di quelle storie che port il giudice a
raccontare nel suo libro di memorie, Cose di Cosa Nostra: Siamo abituati a considerare i mafiosi
come uomini che non hanno una vita privata e invece ne ho conosciuti tanti che sono tormentati
dalle questioni di cuore e da storie di donne. La temuta vendetta arriv puntuale, nel novembre
1989, pochi mesi dopo l'inizio della sua collaborazione. Il doppio tradimento del pentito, alla mafia
e alla famiglia, fu pagato con una strage: in un agguato gli uccisero la madre, la zia e la sorella. Un
segnale dell'imbarbarimento di Cosa Nostra, che fino a quel momento aveva risparmiato le donne.
Ma Francesco Marino Mannoia non si lasci intimidire e dopo l'omicidio di Falcone, come
Buscetta, ha accettato di tornare in Italia, bench non avesse alcun interesse e alcuna voglia di
lasciare il suo rifugio americano dove era riuscito a ricostruirsi, al fianco della sua Rita, un'esistenza
tranquilla. La sua collaborazione era stata ritenuta eccezionale sotto il profilo militare: con il suo
aiuto alla fine degli anni Ottanta erano stati identificati e catturati centinaia di boss. Ma a leggere
quest'ultima sentenza, sembra che il contributo sia stato ancor pi rilevante, perch stata proprio

la sua ricostruzione ad aver influenzato il verdetto di parziale condanna della Corte d'Appello di
Palermo.
L'importanza di Marino Mannoia, come teste del processo Andreotti, era di aver assistito a due
incontri tra Pallora presidente del Consiglio e il boss Stefano Bontate. Il primo sarebbe avvenuto
nell'estate del 79, nella tenuta di caccia "la Scia" vicino Catania e l'altro, cui abbiamo gi accennato,
a Palermo nella primavera '80. Dunque, prima e dopo l'omicidio Mattarella. Meno precisa la prima
testimonianza, pi dettagliata la seconda: ma stato Mannoia ad accendere i riflettori sul significato
dirompente che assunse l'omicidio del presidente della Regione nei precari equilibri interni alla DC
siciliana stretta tra politica e mafia.
Nel primo incontro Andreotti sarebbe intervenuto per ricomporre il dissidio di cui rischiava di fare
le spese Mattarella; nel secondo sarebbe volontariamente sceso in Sicilia per affrontare Bontate e
rimproverarlo per quanto era successo, erratamente convinto, cos almeno scrivono i giudici, che
la sua autorevolezza e il suo peso sarebbero stati tenuti in considerazione dal boss. Il Principe reag
invece duramente: A Palermo comandiamo noi, questi sono i nostri metodi, se non vi stanno bene
fatevi votare al Nord che sono tutti comunisti. Noi vi leviamo tutti i voti della Sicilia e anche quelli
della Calabria. Questa l'arrogante risposta alle lagnanze di Andreotti. Una reazione che deve averlo
fatto riflettere sulla pericolosit di certe relazioni.
Ma perch Mannoia cos altamente credibile al punto da mettere in ombra perfino Buscetta?
Scrivono i giudici: Va sottolineato che le dichiarazioni di Marino Mannoia, a differenza di altri
collaboratori, sono intervenute quando gli elementi della indagine a carico del senatore Andreotti
non avevano ancora acquisito sviluppo e notoriet, solo successivamente assunti, cosicch le stesse
appaiono frutto del sincero e notevole sforzo di superare la atavica remora a parlare di rapporti tra
Cosa Nostra e personaggi politici, oggettivamente suscettibile di esporre il propalante e gli stessi
inquirenti [...]. In particolare mette conto rimarcare come nessuna fonte prima del pentito Mannoia
avesse parlato di rapporti diretti fra il sen. Andreotti e i cugini Salvo [...]. Marino Mannoia non
denuncia affatto intenti persecutori nei confronti dell'imputato, posto che egli non ha affatto
accreditato la tesi di accusa che trova la sua sintesi nella imputazione di associazione mafiosa
successiva al 1982.
Quello che pi piaciuto della testimonianza del pentito che Mannoia, pur palesando una diretta
conoscenza dei rapporti tra Andreotti con la fazione che faceva capo a Bontate, non ha esitato a
mettere in dubbio che tali rapporti fossero proseguiti, dopo la morte del Padrino avvenuta
nell'aprile 1981, anche con i corleonesi. Ecco come il pentito spiega le successive difficolt: In

questo contesto [dopo la guerra di mafia dei primissimi anni Ottanta] successivo alla morte di
Bontate, Riina e i suoi cercavano anche la fiducia di Andreotti. Ho sentito che non si sono trovati
bene con lui, nel senso che Andreotti non risultato disponibile come era tempo prima. Tanto
vero che fu deciso di dare una dimostrazione ad Andreotti, facendo pervenire (anche all'Ucciardone)
l'ordine - per tutti gli uomini d'onore - di far votare in tutta la Sicilia il PSI e in particolare Martelli e
un candidato di Partinico che mi pare si chiamasse Filippo Fiorino [...].
Tutto questo in realt accade molti anni dopo, nell'87, quando i rapporti tra Andreotti e Cosa
Nostra dovevano essersi gi abbondantemente logorati, almeno stando alla lettura dei giudici
palermitani. Ma certamente in quell'occasione, che anticipa di qualche mese la prima pesante
condanna dei boss al Maxiprocesso, il senatore deve aver avuto la conferma che la mafia in fin dei
conti non aveva alcuna possibilit di spostare consistenti pacchetti di voti dalla DC a un altro
partito, in particolare il PSI, ritenuto troppo a sinistra negli ambienti di Cosa Nostra. Furono in
molti, nel segreto dell'urna, a disattendere l'ordine dei capimafia. Lo hanno confermato gli ultimi
pentiti, Giuffr e Lipari. Neppure il mio di voto si presero, ha detto quest'ultimo.
Il potere di contrattazione sull'esito del Maxiprocesso da parte di Toto riina, soprattutto dopo le
elezioni, fu perci assai inconsistente. Anche per questo i giudici d'appello non hanno creduto al
famoso incontro al bacio, nella casa di Ignazio Salvo in via Libert.
Quel confusionario di Buscetta Il colpo pi duro inflitto a Buscetta da Mannoia riguarda il capitolo
dell'aggiustamento giudiziario, che stato il cavallo di battaglia di Masino nelle sue accuse al
Presidente. Sappiamo come per il Boss dei Due Mondi l'intero patto tra Andreotti e Cosa Nostra
verteva sui favori che l'influente uomo politico poteva garantire a Roma e tra questi c'erano
naturalmente le assoluzioni ottenute a piene mani dai boss in Cassazione. Invece a Mozzarella non
risultano pressioni di Andreotti sul giudice di Cassazione Corrado Carnevale (di recente
definitivamente assolto dall'accusa di concorso esterno) e neppure che ci siano stati impegni da lui
presi nel corso del Maxiprocesso. Va detto, a difesa di Masino, che non ha mai parlato di fatti
avvenuti dopo la sua uscita da Cosa Nostra, databile nei primi anni Ottanta e divenuta definitiva
dopo l'arresto, avvenuto nell'84. L'ipotesi che l'omicidio di Lima, come anche la strage in cui
morto il giudice Falcone, trovino una logica motivazione nelle pesanti condanne subite dai boss al
Maxi era, come sappiamo, soltanto il frutto di una convinzione che scaturiva dalla profonda
conoscenza che Buscetta ha mostrato di avere dei pregressi rapporti tra Andreotti e i suoi amici
Bontate e Badalamenti,oltre che delle logiche mafiose.
Ma i giudici di Palermo, in definitiva, hanno creduto o no ai teoremi di Buscetta? La difesa ha

accolto con grande euforia quei giudizi della Corte d'Appello che tendono a "smitizzare" la figura
del pentito, sottolineando le debolezze e le imperfezioni della sua testimonianza. In qualche
passaggio ad esempio si afferma che alcune dichiarazioni di Buscetta in merito al processo Rimi e
all'omicidio Pecorelli sono oscillanti, vaghe e confuse. Oppure si dice che il collaboratore aveva
cognizioni soltanto approssimative e lacunose, colmate di volta in volta alla rinfusa da
contraddittorie informazioni probabilmente desunte anche da frammentarie informazioni attinte
dai mass media.
In realt questi giudizi non intaccano l'impianto accusatorio di Masino, che mostra di reggere sui
punti cardine, incastrandosi perfettamente con le pi attendibili dichiarazioni di Mannoia.
Partiamo dall'inizio, ovvero dai supposti rapporti di amicizia che Andreotti aveva con Lima e i
Salvo, che per i giudici di Palermo rappresentano la chiave del suo ingresso nel gotha mafioso dei
Bontate e dei Badalamenti. Non potendo negare i rapporti con Lima, sappiamo che l'illustre
imputato ha impostato tutta la sua linea di difesa asserendo di non aver mai neppure incontrato i
Salvo, fino a rasentare l'assurdo, quando ha affermato di non sapere chi fosse l'anfitrione che
all'hotel Zagarella aveva organizzato un sontuoso banchetto in suo onore. Un capitolo chiave
dell'intero processo anche per via delle foto che lo ritraevano al fianco di Nino, il pi anziano dei
due cugini.
La scelta della difesa, per quanto debole, per comprensibile: ammettere il rapporto con i Salvo
avrebbe di fatto convalidato l'assunto iniziale dell'impianto accusatorio, soprattutto per quanto
riguarda l'omicidio Pecorelli.Quella frase, pronunciata da Badalamenti a Rio de Janeiro - 'u ficimo
nuatri Pecorelli, perch ce l'hanno chiesto i Salvo - il punto di partenza di tutte le successive
disgrazie del senatore. Ebbene Buscetta, che stato grande amico di Lima e anche di Nino Salvo,
tanto da trascorrere in casa di quest'ultimo le vacanze di Natale nel 1980, aveva una conoscenza
"interna" delle relazioni politiche di Cosa Nostra. Ma, come dicono i giudici, non poteva che
riportare chiacchiere. Mannoia, pur appartenendo al rango inferiore di Cosa Nostra, ha supplito
alla lacuna perch stato in grado di riferire dei rapporti diretti, personali, che intercorrevano tra
Andreotti e i Salvo, avendo visto con i suoi occhi che erano stati proprio loro ad accompagnarlo con
l'auto blindata all'appuntamento con Bontate. Vedremo pi avanti, spigolando tra le carte, come
quest'incastro tra le due testimonianze si ripeta anche nell'intera ricostruzione della vicenda
Pecorelli.
Le contraddizioni avvalorano la credibilit dei pentiti e i giudici d'appello ribadiscono il concetto
pi volte sostenuto dalla Suprema Corte: quando un collaboratore pilotato non sbaglia le date,

arriva in aula pi preparato: la confusione avvalora la genuinit della collaborazione di Buscetta.


Anche Mannoia ha fatto qualche pasticcio. In una prima fase, ad esempio, aveva raccontato che
Bontate si era mostrato infuriato per l'omicidio del presidente della Regione. Allora perch nel
confronto con Andreotti aveva sostenuto la linea dura? L'interpretazione dei giudici che non c'
contraddizione: il Principe, pur non avendo condiviso la decisione di uccidere Mattarella (un delitto
voluto dai corleonesi), non poteva sminuire agli occhi del presidente il proprio ruolo di capo e in
uno scatto di orgoglio mafioso aveva difeso la scelta. Mannoia si certamente sbagliato, per,
quando ha collocato Mattarella all'interno della corrente andreottiana, ma questo per i giudici rivela
soltanto la scarsa conoscenza da parte del pentito delle vicende politiche, e non mette in dubbio la
sua attendibilit. Quanto al fatto che abbia erroneamente indicato Francesco Davi come possibile
killer di Mattarella, ci costituisce un fatto del tutto specifico e marginale che non mette in
discussione l'affidabilit del racconto su episodi di cui il pentito stato testimone.
Una lettura "interessata" di questa sentenza tende a sostenere che i giudici d'appello, Mannoia a
parte, abbiano screditato tutti i pentiti addebitando alla volont di protagonismo, o alla speranza in
qualche beneficio, la maggior parte delle accuse nei confronti di Andreotti. Ci sono in effetti dei
passaggi che possono trarre in inganno, ma fanno parte di quella strategia del "bilanciamento" cui
spesso fanno ricorso questi giudici, quasi a mitigare la gravita delle loro affermazioni. In realt le
critiche riguardano soltanto pentiti minori, come Enzo ed Emanuele Brusca, o tal Francesco
Corniglia: per il resto la Corte costantemente ribadisce l'attendibilit non soltanto dei pentiti storici
di Cosa Nostra - Buscetta, Mannoia, Mammoliti - ma anche di quelli pi recenti come Giovanni
Brusca, Nino Giuffr e perfino Pino Lipari, pentito molto avversato dalla pubblica accusa. Ed
proprio sulla base di quello che hanno raccontato in aula i collaboratori di giustizia che i giudici si
sono convinti dell'innocenza di Andreotti nel periodo successivo all'80 e del fatto che i suoi rapporti
con Cosa Nostra fossero entrati in crisi dopo lo storico incontro con Bontate.
Cianamino, i delitti politici e la corrente andreottiana Il secondo incontro tra il Principe di Cosa
Nostra e Andreotti sarebbe avvenuto in una villetta nel pieno centro di Palermo, poco distante da
via Pitr. Sappiamo ormai come la dura reazione del boss abbia fatto capire all'allora presidente del
Consiglio quanto fosse pericoloso intrattenere relazioni con la mafia. Relazioni alle quali, dicono i
giudici, altri uomini politici in quel periodo erano soggiaciuti, a partire dallo stesso Mattarella. Ma
non sembrano tener conto del fatto che quest'ultimo era siciliano: i mafiosi ce li aveva in casa, non li
era andati a cercare. Ed proprio la gamma di giudizi che la Corte d'Appello esprime sull"'Andreotti
due", ovvero l'Andreotti redento, quella che maggiormente stupisce perch appaiono frutto non di

fatti specifici ma di semplici deduzioni. A partire dal colloquio intercorso tra Andreotti e il Principe
di Cosa Nostra di cui non si sa molto: Mannoia non vi ha assistito, rimasto in giardino insieme ad
altri guardiaspalle, tutto quello che stato in grado di riferire lo ha appreso durante il viaggio di
ritorno, mentre era alla guida della macchina in compagnia del boss. Il pentito stato ancor meno
eloquente sul contenuto del precedente incontro dell'estate '79, quello nella tenuta della Scia,
quando Andreotti avrebbe invitato alla calma e diffidato Bontate dal proseguire con azioni di
violenza nei confronti dei politici siciliani.
Una preoccupazione del tutto comprensibile, dal punto di vista politico prima ancora che
umanitario, considerate le ripercussioni che gravi fatti di sangue all'interno della DC siciliana
avrebbero potuto avere su di lui, ormai considerato il Capocorrente. Anche perch all'epoca del
primo incontro era gi stato ucciso Michele Reina (marzo '79), il quale contrariamente a Mattarella
era uomo vicinissimo a Lima. Ma i giudici non si soffermano su queste riflessioni e caricano
l'innnervosimento di Andreotti di significati morali che debordano dal giudizio di merito e
sembrano avere il puro scopo di salvare, per quanto possibile, l'immagine dell'uomo politico di
fronte alla Storia, che i giudici scrivono proprio con la "S" maiuscola. Citiamo: L'omicidio
Mattarella segn il drammatico fallimento di mettere sotto controllo l'azione dei suoi interlocutori,
dopo la scelta sanguinaria di costoro, promuovendo un definitivo, duro chiarimento rimasto
infruttuoso per l'arroganza del Bontate [...]. Risulta evidente che, a tutto voler concedere alle
ragioni dell'accusa, eventuali - non compiutamente dimostrate - manifestazioni di disponibilit
personale del senatore Andreotti, successive a tale periodo, sono state semplicemente strumentali e
fittizie, comunque non assistite dalla effettiva volont di interagire con i mafiosi anche a tutela degli
interessi della organizzazione criminale: anzi in termini oggettivi emerso un sempre pi incisivo
impegno antimafia condotto dall'imputato nella sede sua propria della attivit politica.
I giudici fanno proprie le deduzioni del pentito sul fatto che lo scopo dei viaggi in Sicilia dell'allora
presidente del Consiglio fosse quello di scongiurare il delitto Mattarella, traendo da ci la certezza
che Andreotti non possa in alcun modo essere considerato un sanguinario. Un'affermazione che
pu essere letta come un monito a non accettare la condanna per l'omicidio Pecorelli. E in un ardito
confronto tra il comportamento dell'imputato e quello della vittima, cio tra Andreotti e Mattarella,
si afferma che entrambi avevano fatto l'errore di sottovalutare il fenomeno mafioso e soltanto dopo
fatti cruenti erano approdati alla convinzione che bisognasse prendere le distanze dalla mafia:
Comunque si opini sulla configurabilit del reato, il senatore Andreotti risponde in ogni caso di
fronte alla Storia. Cos come la Storia gli dovr riconoscere il successivo, progressivo e autentico

impegno nella lotta contro la mafia, condotto perfino a dispetto delle rispettabili tesi giuridiche di
personaggi di sicura e indiscutibile fede antimafia e se si volesse condividere la ricostruzione
prospettata dall'accusa - anche con notevole maestria diplomatica - impegno che in definitiva ha
compromesso, come poteva essere prevedibile, la incolumit di suoi amici e perfino messo a
repentaglio quella sua e dei suoi familiari e che ha seguito un percorso di riscatto che pu definirsi
non unico. Si ricordi la gi riportata pagina di appello nella quale efficacemente si tratteggia la
parabola dell'eroico presidente Mattarella e il passaggio graduale dalla sottovalutazione del
fenomeno mafioso alla lotta aperta allo stesso.
In verit l'unico a morire stato molti anni dopo Salvo Lima e sappiamo come non si sia trattato di
una vendetta "spicciola", ma di un piano strategico ad ampio respiro.
Forse una delle cose che ha pi rasserenato Andreotti che i giudici di Palermo non ritengono che
egli abbia mai intrattenuto rapporti diretti e privilegiati con l'ex sindaco di Palermo, Vito
Ciancimino, con il quale si sarebbe incontrato soltanto in quattro occasioni, tra il 1976 e il 1983.
Tale lettura sgombra il campo dal pi grave dei sospetti e cio che l'omicidio Mattarella, come altri
delitti politico-mafiosi di quel periodo, siano maturati all'interno della corrente andreottiana come
velenoso frutto della lotta fratricida tra l'ala moderata di Cosa Nostra e i corleonesi, che avevano la
loro rappresentanza politica in Lima e Ciancimino. I maggiori sospetti sul movente degli omicidi
politici di Palermo, almeno quelli di Reina e Mattarella, muovevano infatti dal duro scontro tra le
vittime e Ciancimino, al quale entrambi avevano negato favori e richieste legate ad appalti che
interessavano imprenditori vicini ai corleonesi. Una vera e propria faida all'interno della roccaforte
andreottiana, cos almeno era stata considerata fino a questa sentenza. I giudici d'appello sembrano
voler ignorare questi sospetti e dedicano un intero capitolo alla ricostruzione dell'iter politico di
Ciancimino, al termine del quale si deduce che il sindaco nelle mani dei corleonesi, come lo defin
Buscetta, era s un esponente di rilievo della DC siciliana, ma in veste di battitore libero, a capo di
un suo gruppo politico, le cui sorti solo in qualche breve periodo si sono intrecciate con quelle della
corrente andreottiana. Anzi, proprio a causa del suo legame con i corleonesi, Ciancimino aveva
cattivi rapporti con Lima ed era anche mal sopportato dall'ala moderata di Cosa Nostra, in
particolare da Bontate, che aveva una pessima opinione di questo piccolo e arrogante assessore: lo
considerava un piantagrane del quale - diceva - la mafia non aveva alcun bisogno, visto che
potevano arrivare tranquillamente a Roma grazie ai Salvo.
Il contesto descritto di poco precedente alla primavera '80: siamo alla vigilia della guerra di mafia,
quando i corleonesi alzano il tiro e decidono di colpire i politici che contrastano i loro interessi. Per

non perdere il controllo dell'organizzazione Bontate costretto ad avallare i loro piani di morte fino
a mettere in crisi il rapporto con Andreotti, il quale era secondo i giudici certamente e fieramente
contrario all'omicidio e il cui intervento nella vicenda ha avuto l'unico scopo di tutelare l'incolumit
di Mattarella.Anche se nelle motivazioni gli rimproverano di averlo fatto "dialogando" con i
mafiosi, poich era interessato a mantenere buone relazioni con essi, omettendo di denunciarli,
pur essendo a conoscenza dei loro piani, visto che consentiva ai boss di metterlo a parte di tali
gravissime decisioni certi di non subire alcuna conseguenza.
Quale sia stato il ruolo di Ciancimino nella vicenda Mattarella non viene approfondito. Ai giudici
interessa soprattutto dimostrare la sua distanza dalla corrente andreottiana, al di l delle
temporanee convergenze. A tal fine prendono anche in esame la testimonianza del boss Frank Di
Carlo che, al processo d'appello della Procura di Novara (sul trasferimento di Leoluca Bagarella e
altri mafiosi siciliani dal carcere di Pianosa a quello di Novara, favore attribuito all'interessamento
di Andreotti), raccont che Nino Salvo aveva duramente contrastato Ciancimino affermando che
l'assessore era una palla al piede, mal visto in politica e senza elettorato. Bontate,presente
all'incontro, aveva insistito: Nino Salvo pu rivolgersi direttamente ad Andreotti che ha dato modo
di farci vedere che era a disposizione in qualche cosa che l'avevamo disturbato.
Da questa e altre testimonianze i giudici ricavano la conferma delle buone relazioni di Andreotti
con i cugini Salvo e l'ala moderata di Cosa Nostra, mentre non hanno creduto a Giuffr quando ha
raccontato che, pi o meno a met degli anni Ottanta, Tot Riina, non potendosi pi fidare di
Lima, avrebbe utilizzato Ciancimino come tramite per arrivare ad Andreotti. A smentirlo stato
anche Lipari, secondo il quale neppure Riina voleva sentire pi parlare di Ciancimino. L'unico
sostenitore di Don Vito era rimasto Provenzano: Ma tutti lo sfottevano per questa passione che gli
era rimasta per l'ex assessore. L'economo dei corleonesi arriva ad ipotizzare: Quando Provenzano
decise che bisognava abbandonare la DC per appoggiare i socialisti molti di noi hanno ritenuto che
questa alzata di ingegno fosse di Ciancimino. La scarsa considerazione in cui era tenuto l'ex
assessore, sia negli ambienti politici che in quelli mafiosi, fa dunque escludere secondo i giudici che
egli possa aver sostituito negli anni '80 quel ruolo di cerniera tra Cosa Nostra e Andreotti che era
stato di Lima e dei cugini Salvo.
La trattativa Moro nello "scambio di favori" Non fu soltanto un accordo elettorale quello intercorso
tra Andreotti e i boss. Nonostante il tono apparentemente bonario e comprensivo di alcuni passaggi,
i giudici d'appello manifestano severit sui punti cardine dell'inchiesta, dove sembrano dare
apertamente ragione alle tesi della pubblica accusa. Uno di questi riguarda i vantaggi in termini di

potere politico che Andreotti avrebbe ricavato dalle sue relazioni mafiose. I rapporti di scambio tra
lui e l'ala moderata di Cosa Nostra, stando alla lettura che ne da la Corte d'Appello, non celerebbero
aleatorie finalit superiori ma interessi del tutto personali: Andreotti usufruiva del solerte attivarsi
dei mafiosi per soddisfare, ricorrendo ai loro metodi, talora anche cruenti, possibili esigenze - di per
s non sempre di contenuto illecito - dell'imputato o di amici del medesimo [...]. Le amichevoli
relazioni con Bontate e Badalamenti [...] hanno certamente determinato il generico appoggio
elettorale alla corrente andreottiana per altro non esclusivo e non esattamente riconducibile ad una
esplicita negoziazione e, comunque, non riferibile precisamente alla persona dell'imputato.
La tesi che dal patto con la mafia in definitiva a guadagnarci di pi sia stato proprio Andreotti,
visto che, caduta l'ipotesi dell'aggiustamento giudiziario, i boss dai rapporti con i politici potevano
al massimo aspirare a risolvere piccole questioni di carattere quotidiano come la concessione di
licenze edilizie o l'elezione di candidati a loro pi vicini. Quella frase, attribuita da Di Carlo a
Bontate, con cui il capomafia sembra dichiararsi soddisfatto che Andreotti si fosse mostrato
disponibile per qualcosa che l'avevamo disturbato, lascia intravedere ai giudici soltanto
concessioni di piccolo conto. L'interesse di Andreotti a intrattenere buone relazioni con i boss
andava ben pi in l. Vediamo: Nel tentativo di spiegare la propensione dell'imputato a intrattenere
personali e amichevoli relazioni con esponenti di vertice di Cosa Nostra, relazioni certamente
propiziate dagli intimi rapporti gi intrattenuti con Lima, appare pi interessante considerare la
spinta determinata dalla possibilit di utilizzare la struttura mafiosa per interventi che potrebbero
definirsi extra ordinem, ovvero per arrivare, in taluni peculiari casi, a soluzioni difficilmente
raggiungibili seguendo canali ortodossi. In questo quadro [...] potrebbe includersi il tentativo di
interessare la mafia attraverso il Bontate al salvataggio dell'on. Moro, che viene prospettato - in
termini espliciti ancorch in via deduttiva - dal Buscetta che peraltro, nell'ambito di successive
dichiarazioni non ha mancato di rivelare, come gli accaduto, qualche approssimazione, qualche
incoerenza e qualche imprecisione.
Eccolo l: il solito svagato Buscetta ha colpito ancora. Non era stato lui a introdurre il capitolo dei
"grandi favori" fatti dai boss ad Andreotti? A raccontare dell'incarico affidatogli da Bontate per
tentare di salvare Moro? A ben vedere la sentenza d'appello fa suo il quadro delineato da
Masino,anche se lo definisce un po' imprecisetto. Ed questo uno dei passaggi pi delicati della
sentenza d'appello, perch conduce al terreno minato della trattativa tra mafia e terrorismo durante
il sequestro del Presidente DC. Il caso Moro entra dunque a pieno titolo nel verdetto di Palermo,
anche se i giudici ne danno una lettura buonista affidando all'iniziativa di Andreotti l'esclusivo

obiettivo di salvare la vita di Aldo Moro. Vedremo come Buscetta e altri pentiti, lo stesso
credibilissimo Mannoia, alludono invece al fatto che da un certo momento in poi non fosse pi in
gioco la salvezza dell'ostaggio, che anzi questa non interessava pi una parte della DC.
Non si pu ignorare il significato dirompente che le affermazioni dei giudici palermitani rischiano
di assumere se sommate all'interpretazione che la Corte d'Assise d'Appello di Perugia da degli stessi
fatti, collegandoli all'intreccio Pecorelli-Dalla Chiesa. In una diversa ricostruzione, i giudici di
Perugia accreditano l'ipotesi che a partire dal 10 aprile 1978 l'obiettivo prioritario della trattativa
segreta non fosse la salvezza di Moro, ma il recupero dei suoi scritti, e cio del Memoriale. Proprio
quelle carte cui Pecorelli e Dalla Chiesa davano la caccia nel carcere di Cuneo, qualche mese dopo
l'assassinio del leader DC, e che diventano nel processo Pecorelli il "movente politico" dell'omicidio
del giornalista intenzionato a pubblicare il documento.
I giudici di Palermo sembrano sottovalutare il capitolo del Memoriale, o dei Memoriali, asserendo
che la defatigante [sic] ricerca attorno ai contenuti segreti delle due versioni, quella del '79 e
quella del '90, sviluppatasi con perizie e controperizie sia da parte dell'accusa che della difesa, si in
definitiva dimostrata inutile perch Dalla Chiesa e Pecorelli non erano in realt riusciti a trovare
il documento. Una deduzione che, come abbiamo gi visto, nasce dal fatto che il maresciallo
Incandela afferma di non conoscere il contenuto di quel centinaio di pagine che nel gennaio '79 fece
recapitare al generale, e dal fatto che, anche in seguito, Dalla Chiesa gli chiese di procacciargli altri
documenti su Andreotti.
La difesa, naturalmente, da enfasi a questo passaggio della sentenza, perch mina la credibilit del
movente omicidiario indicato da Buscetta. Ma la complessa vicenda della sparizione di alcuni scritti
di Moro non si esaurisce, come vedremo a fondo, con il fortuito ritrovamento delle carte in via
Montenevoso. E appare chiaro come Dalla Chiesa abbia continuato a cercare gli originali del
Memoriale. Ma la cosa pi interessante che questa sentenza conferma il diretto intervento di Cosa
Nostra nel sequestro del presidente della DC, un intervento attribuito a una specifica richiesta di
Andreotti. Vedremo pi avanti come l'ombra della mafia affiori nella gestione degli ultimi giorni
della prigionia. In ogni caso, il fatto che la Corte d'Appello di Palermo riconosca come realmente
avvenuta l'apertura di una trattativa tra mafia, mala e Brigate Rosse, non smentisce ma rafforza
l'impianto del processo di Perugia, anche se (e questo comprensibilmente fa molto piacere alla
difesa del senatore) sottolinea le contraddizioni e le imperfezioni della testimonianza di Masino.
Ma la testimonianza di Buscetta regge sul punto cardine: Andreotti si era rivolto ai Salvo per
ottenere l'interessamento di Bontate alla liberazione di Moro. Il racconto di Masino, anche su

questo capitolo, s'incastra con quello di Mannoia che riferisce di una tempestosa riunione dei capi di
Cosa Nostra svoltasi una quindicina di giorni dopo il rapimento del presidente DC, durante la quale
Pippo Cal, sceso da Roma, avrebbe manifestato dubbi sull'iniziativa tesa a salvare la vita
all'ostaggio delle BR: E rivolgendosi a Bontate lo avrebbe avvertito: Stefano, ma non l'hai capito
che sono loro, gli uomini del suo partito, a non volere che sia liberato.
Pecorelli, un movente plausibile La ricostruzione di questi retroscena, legati al caso Moro,
consente ai giudici di Palermo di riconoscere l'astratta plausibilit del movente del delitto
Pecorelli, ma soprattutto di non mettere in dubbio la fondatezza della condanna di Perugia nei
confronti di Badalamenti, unico sopravvissuto di quell'ala moderata di Cosa Nostra, cui viene
attribuita la responsabilit dell'omicidio. Il giudizio riassunto in quattro righe: Mino Pecorelli,
nell'esercizio della sua attivit di giornalista, dava o poteva dare fastidio ad Andreotti [...]; Pecorelli
stato soppresso per ordine dei capimafia Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, su
sollecitazione dei Salvo per favorire Andreotti.
La verit processuale resta dunque quella indicata da Masino: il giornalista romano stato ucciso
dalla mafia per fare un favore ad Andreotti, che poteva essere danneggiato politicamente da
documenti riguardanti il caso Moro che il direttore di OP intendeva pubblicare. Quand'anche la
condanna a 24 anni fosse annullata, la Storia con la "S" maiuscola sar costretta ad ammettere non
soltanto che Andreotti aveva intrattenuto rapporti con la mafia, ma che per questo fu accusato di
essere il mandante di un omicidio commesso dai boss. Per quanto riguarda le responsabilit penali
del senatore, se la soluzione del presidente Verrina che Andreotti non poteva non sapere, il
presidente Scaduti gli offre per una via d'uscita secondaria: Ad attivarsi potrebbe essere stato
qualche "solerte sodale" dei molti che frequentavano i cugini Salvo, come Evangelisti, Lima o lo
stesso Vitalone.
Il verdetto di Palermo apre dunque un nuovo scenario nel delitto Pecorelli: se appare poco credibile
che Vitalone o Evangelisti possano essersi fatti avanti per chiedere l'eliminazione del giornalista
senza informare il Presidente, si potrebbe per ancora arguire che il mandato omicidiario sia stato
frutto di "un equivoco", maturato nell'entourage andreottiano, a causa del differente linguaggio
usato dai suoi sodali. I romani, come Andreotti"ignari" della pericolosit criminale dei loro
interlocutori, non avrebbero valutato le terribili conseguenze che potevano avere le loro lagnanze su
Pecorelli. I cugini siciliani, convinti di aver ricevuto l'ordine di uccidere, si sarebbero attivati
rivolgendosi a Bontate e Badalamenti. Sono nostre considerazioni: la Corte d'Appello non si inoltra
su questo scivoloso terreno, riconosce la "plausibilit" del movente ma si dice certa dell'innocenza di

Andreotti laddove afferma, nella vicenda Mattarella, che egli mai sarebbe ricorso all'omicidio per
eliminare avversari politici.
Ai confini della realt Resta da comprendere perch mai Andreotti abbia, deciso di accettare giudizi
cos devastanti per la sua immagine di statista e uomo politico e abbia accolto con tanta filosofia la
parziale condanna di Palermo che reca tali pesanti implicazioni. Ai giornalisti l'ha spiegata cos:
C' qualche giudizio pesante, ma soltanto nelle 13 cartelle finali, in questa motivazione ci sono
anche aspetti positivi e dopo dieci anni che sto dietro alle mie vicende giudiziarie ho imparato che
bisogna leggere tutte le carte. In un processo a me interessano i risultati finali, e visto che non sono
stato condannato, questi risultati mi sembrano buoni. E il giudizio che dar la Storia? Quanto alla
Storia, amen, ha risposto con una delle sue solite battute al vetriolo.
Certo che la decisione di non ricorrere in Cassazione ha collocato le reazioni e i commenti in un
limbo iperreale, dove si spazia da un imbarazzato silenzio a disinvolti commenti sull'impossibilit di
non interagire con la mafia, fino alla parossistica rivalutazione dell'"Andreotti due" aggiustando qua
e l il significato storico di una sentenza che ha comunque per la prima volta affermato l'esistenza di
un rapporto tra mafia e politica, non a livello locale, e con un uomo che ha ricoperto i pi alti
incarichi di governo.
una motivazione molto articolata, ha commentato saggiamente l'avvocato Giulia Bongiorno.
Probabilmente per questo il collegio di difesa subito dopo la sentenza non sembrato invogliato a
fare ricorso: Forse non vale la pena proporre impugnazioni contro una sentenza che comunque
riconosce l'impegno del senatore nell'interesse del paese e demanda il giudizio alla Storia. Un
giudizio storico che il professor Coppi accoglie con sollievo: Sono crociano e secondo un
autorevole insegnamento del filosofo, i giudici non vanno oltre una historia minor, essendo la Storia
qualcosa di diverso e di pi complesso di quanto possa essere scritto nelle motivazioni di una
sentenza.
Il libro nero della Prima La lettura del verdetto stata come si vede molto controversa. Forse vai la
pena di farla illustrare anche dal diretto protagonista, cio dal giudice Tot Scaduti, che irritato da
tante speculazioni sulla "sua" sentenza, in forma del tutto inusitata ha dettato all'ANSA una nota
che suona come una sorta di "interpretazione autentica": Rimango sinceramente incredulo e
amareggiato nel leggere taluni commenti dai quali si desume che nessuno abbia minimamente letto
le motivazioni [...] altrimenti non si comprenderebbe come si possa affermare che la sentenza ha
"sbugiardato" le accuse di mafiosit e le connivenze mafiose tra Cosa Nostra (fino alla primavera
1980) e il senatore Andreotti.Accuse di mafiosit e connivenze che, a torto o a ragione, la sentenza si

data carico di dimostrare puntualmente nel rispetto delle risultanze processuali e nella scrupolosa
osservanza delle regole imposte dall'articolo 192 del Codice di Procedura Penale [...]. Nessuna
contraddizione esiste nella motivazione della sentenza. [... Non hanno senso le critiche] secondo cui
fino ad un certo punto sono credibili le motivazioni dei pentiti e da una certa data in poi non lo
sono pi [...e] si voluto dare un colpo al cerchio e uno alla botte [...]. La Corte non ha mai
parlato dello stesso collaborante come credibile fino ad una certa data e non dopo. Essa ha fatto
riferimento ad una miriade di collaboratori che hanno riferito con riguardo a periodi temporalmente
diversi e che sono stati ora creduti e ora disattesi nel pi rigoroso rispetto delle regole processuali.
Nel tentativo di fare chiarezza, riassumiamo i punti che ci appaiono pi rilevanti per capire il
significato di una sentenza che dar agli storici molto da fare. Dunque: Andreotti era in rapporti di
tale confidenza da poter chiedere ai Salvo favori di rilievo come quello di un intervento della mafia
nella vicenda Moro.
Andreotti ha effettivamente incontrato i cugini Salvo e Tano Badalamenti a Roma, nel suo studio,
quindici giorni prima dell'omicidio Pecorelli.
Non accoglibile la tesi della "non credibilit" su questo punto del la testimonianza di Buscetta per
"l'assurdit" di un incontro nel pieno centro di Roma tra l'allora presidente del Consiglio e un boss
mafioso: Badalamenti non era cos facilmente riconoscibile - dicono i giudici - e poi si trattava di un
incontro riservato.
credibile che Andreotti si sia rivolto al boss dicendogli: Di uomini come lei ce ne vorrebbero ad
ogni angolo della strada. L'affermazione dimostrerebbe come il senatore non avesse all'epoca
consapevolezza della pericolosit criminale degli uomini di Cosa Nostra.
Non credibile che Andreotti abbia potuto chiedere ai Salvo "il favore" di uccidere Pecorelli, non
gi perch Buscetta non collega la richiesta all'incontro romano (il progetto poteva non essere
ancora maturato), ma perch la vicenda Mattarella dimostra come il senatore fosse uomo contrario
a ricorrere alla violenza per eliminare i suoi avversari.
La via d'uscita da quest'ingarbugliato capitolo i giudici di Palermo, come abbiamo detto, la trovano
ipotizzando che possa essere stato qualche solerte sodale, come abbiamo detto, ad attivarsi per
difendere l'immagine del presidente del Consiglio. La sentenza di Palermo sembra ritornare al
punto d'inizio, e cio a quella richiesta di rinvio a giudizio al Senato, firmata dal PM Giovanni
Salvi, nella quale la Procura di Roma sosteneva che esistevano elementi abbastanza certi per
individuare un "movente" nell'omicidio Pecorelli - movente che riconduceva in un modo o nell'altro
ad Andreotti -, mentre sembrava meno provato il capitolo sul "mandato" omicidiario, ovvero in che

modo e da parte di chi questa richiesta potesse essere giunta alla mafia.
I giudici di Perugia hanno creduto a Buscetta laddove afferma: Non si va ad uccidere a Roma una
persona che non si ha interesse di uccidere, senza essere certi di fare un favore, che peraltro si fa per
essere ricambiati. Non si uccide nel dubbio che la persona, trattandosi poi di Andreotti, possa non
essere d'accordo o magari subirne danno.
Una valutazione che non illogica o folle, alla luce di quanto afferma la sentenza di Palermo. Per
questo, se Andreotti volesse salvarsi da giudizio della Storia, dovrebbe ottenere l'annullamento di
entrambe le sentenze. Ma il senatore un pragmatico: per lui, alla fine, quello che conta sono i
risultati; se non si stati assolti, basta almeno non essere stati condannati. Quanto alla Storia,
amen.
Tano, il coimputato L'unico coimputato di Andreotti al processo di Perugia, Tano
Badalamenti,quel signore che vive nel New Jersey, non personaggio che possa passare sotto
silenzio nella ricostruzione di questo processo. Il boss l'ultimo padrino di Cosa Nostra ancora in
vita, depositario di molti misteri italiani: dallo sbarco alleato nel '43 alla nascita della Gladio
siciliana, al golpe Borghese, al delitto Moro. "Tano seduto" l'irriverente, caustico soprannome che
gli aveva affibbiato il giovane Giuseppe Impastato che, negli anni della contestazione studentesca
approdata anche a Cinisi, gli aveva dichiarato guerra dai microfoni di una radio libera. Una storia
che ha ispirato il bellissimo film I cento passi di Marco Tullio Giordana: film ispirato dalla vicenda
giudiziaria sulla morte di questo ragazzo, fatto trovare cadavere sui binari della ferrovia, imbottito
di tritolo per simulare un fallito attentato, proprio il 9 maggio 1978, giorno in cui Moro fu ucciso
dalle Brigate Rosse. Una macabra messinscena, ideata da Tano Seduto, che ora nel carcere del New
Jersey sta scontando la pena anche per questo lontano delitto.
Badalamenti era un esponente della vecchia mafia, abituata a gestire i suoi traffici nel rispetto delle
istituzioni; convinto, e lo ripeteva spesso, che la mafia tutto poteva fare ma non dichiarare guerra
allo Stato. Era un rappresentante della famiglia "contadina" di Cosa Nostra. Ma era anche amico,
come sappiamo, di Bontate, dei Salvo, di Buscetta, insomma dell'Onorata Societ palermitana.
Nell'81 era "scappato" dopo aver perso la guerra con i corleonesi: all'interno di questo processo, lo
ritroviamo a Rio de Janeiro la sera in cui fu ucciso Dalla Chiesa, il 3 settembre 1982. Ma appena due
mesi dopo, a dicembre, la Criminalpol individu cospicue tracce dei suoi traffici ad Alicante, in
Spagna, dove la polizia italiana era convinta che si fosse rifugiato un buon numero di "scappati"
dopo la guerra di mafia.
Ma i soci di Badalamenti non erano soltanto mafiosi: erano coinvolti negli affari di Alicante anche

piduisti e uomini politici. Negli incartamenti furono trovate prove di investimenti fatti da costoro
nella costruzione dell'aeroporto di Linate, oltre che di un lussuoso complesso alberghiero e di alcuni
residence su quel tratto di scogliera spagnola.
Uno scandalo che coinvolgeva una rete di societ finanziarie e imprenditrice che verr alla luce
soltanto dieci anni dopo grazie a Mani Pulite. Uno dei soci di Badalamenti era Roberto Termini,
piduista, figliastro dell'allora vicesegretario del PSDI Roberto Massaro; alcune vicende chiamavano
direttamente in causa anche il segretario di quel partito, Franco Nico-lazzi, ministro della
Repubblica. Quando le "carte" arrivarono al Viminale si cap subito che si trattava di un dossier
scottante e qualcuno si adoper per evitare che arrivasse ai giudici: a Falcone fu inviata soltanto una
relazione molto omissiva. Una storia vecchia, questa di Alicante, ma che da un'idea delle relazioni di
cui godeva il boss di Cinisi anche durante il periodo della latitanza e nonostante i nemici di Cosa
Nostra gli stessero dando la caccia.
La storia che a noi interessa per un'altra, e riguarda la battaglia tra accusa e difesa, durante
l'istruttoria e poi all'interno del processo, sul rientro di Badalamenti in Italia perch testimoniasse
sui suoi rapporti con Andreotti.Il senatore sembrava interessato a quanto poteva dire il vecchio
Padrino; soprattutto sperava che potesse venirgli in soccorso smentendo le "bugie" di Buscetta. La
decisione adottata dai magistrati fu salomonica: andarono a interrogarlo negli USA, per la sua
qualit di imputato nello stesso processo, non avendo egli mai dato sentore di voler collaborare con
la giustizia. In ogni caso tutti si aspettavano qualche "sorpresa" dai viaggi americani. Le sorprese in
effetti non sono mancate e furono anzi drammatiche. Ma prima di parlare di questi viaggi,
dobbiamo affrontare un altro capitolo importante delle accuse rivolte ad Andreotti da Buscetta, il
quale afferm di essere a conoscenza di un incontro avvenuto tra il senatore e Badalamenti a Roma,
nel suo ufficio, alla presenza di Nino Salvo. Un incontro motivato dal desiderio di Badalamenti di
ringraziare personalmente Andreotti per 1'" aggiustamento" di un processo a carico del cognato
Filippo Rimi e del figlio di questi, Vincenzo.
Il processo Rimi L'incontro tra Andreotti, Badalamenti e Nino Salvo sarebbe avvenuto nel febbraio
79, cio appena un mese prima dell'omicidio Pecorelli. Badalamenti lo avrebbe rivelato a Buscetta la
stessa sera in cui gli aveva confidato il suo ruolo nel delitto, ovvero la sera dell'omicidio Dalla
Chiesa. I ricordi di Buscetta sull'episodio sono in realt piuttosto confusi: Del fatto che i Rimi
stessero aspettando la sentenza assolutoria dalla Cassazione avevo saputo dallo stesso cognato di
Badalamenti, nel 71, mentre ero in carcere all'Ucciardone. Ma Masino in quel periodo era
latitante, ricorda la difesa di Andreotti: sarebbe stato arrestato soltanto l'anno successivo. Quanto

alla definitiva assoluzione dei due boss, questa arriv soltanto il 13 febbraio 1979, pochi giorni
prima del supposto incontro, molto citato nel processo perch nel corso della conversazione
Andreotti, rivolgendosi a Badalamenti, gli avrebbe detto: Di uomini come lei ce ne vorrebbe uno a
ogni angolo di strada.
Gli avvocati di Andreotti affermano che di questo episodio, nel corso degli anni, Buscetta ha dato
tre versioni diverse. Sollevano poi un punto interessante, chiedendosi come sia potuto accadere,
nell'imminenza dell'omicidio Pecorelli, che la conversazione riguardasse il processo Rimi e non un
altro argomento ben pi importante, ovvero la pianificazione del delitto. Forse perch Andreotti
era prudente, ironizza l'avvocato Giulia Bongiorno. Tanto prudente da ricevere in pieno giorno
due capimafia nel suo studio, nel pieno centro di Roma e forse alla presenza degli uomini della
scorta. E aggiunge: Non un caso che nella motivazione la Corte d'Appello non faccia cenno a
quest'episodio, inizialmente tanto importante, forse perch dimostra che Buscetta ha mentito. La
verit che questo un processo di latta.
Il problema che molte sentenze della Cassazione affermano che la confusione di date, o altre
imprecisioni nella testimonianza dei pentiti, soprattutto per fatti lontani nel tempo, non invalidano
la loro credibilit, anzi dimostrano l'autenticit della testimonianza, che se fosse "imbeccata" si
rivelerebbe pi precisa. Restano comunque validi i dubbi manifestati dalla difesa. Quanto
all'incontro con il senatore, il boss di Cinisi una sua versione l'ha data, durante una memorabile
intervista al TGr, condotta da Ennio Remondino, negando che sia mai avvenuto, ma in modo
subdolo, da vero mafioso: Forse voleva dire che di uomini come me ce ne voleva uno impiccato a
ogni angolo di strada.
suicidio del maresciallo Lombardo I viaggi americani dei giudici, come si diceva, qualche sorpresa
l'hanno data. La peggiore certamente riguarda il suicidio del maresciallo Antonino Lombardo. A
Palermo, nella notte di sabato 19 marzo 1995, nei giardini profumati di zagara della caserma
Bonsignore, dopo una concitata discussione con i suoi superiori prima di salire sull'auto, il
maresciallo Lombardo si spar un colpo di pistola alla tempia. Un film nel film, una storia che
meriterebbe da sola un libro a parte, gravida degli odori e dei segreti dell'isola. Lombardo aveva in
tasca banconote per cinque milioni e una lettera di addio alla moglie e ai figli. Questa: Mi sono
ucciso per non dare la soddisfazione a chi di competenza di farmi ammazzare e farmi passare per
venduto e principalmente per non mettere in pericolo la vita di mia moglie e dei miei figli che sono
tutta la mia vita. Non ho nulla da rimproverarmi perch sono stato fedele all'Arma e malgrado sia
arrivato a questo punto rifarei quello che ho fatto. Fina, Gi-seppe, Fabio, Rossella perdonatemi.

Vi amo immensamente. I cinque milioni che si trovano nella tasca posteriore dei pantaloni, li
dovevo restituire al servizio amministrativo del Comando generale per una delle due missioni in
America e concludo dicendo che la chiave della mia delegittimazione sta nei viaggi americani.
Saluto anche gli amici fidati (pochi), mio padre, le mie sorelle e i superiori gerarchici con cui ho
lavorato e con loro ho rischiato la vita unitamente a pochissimi colleghi. Ricordatevi che il giorno
pi bello della mia vita da carabiniere stato il 15.01.1993, giorno dell'arresto di Tot Riina, arresto
cui ho dato un grosso contributo che pu essere confermato o smentito dai maggiori che sanno.
Una lettera chiarissima per il vertice dell'Arma, un rebus per tutti coloro che ignoravano quale fosse
la missione particolare e segretissima, affidata al maresciallo Lombardo, da tre mesi incaricato di
accompagnare la delegazione dei magistrati italiani nel carcere di Fairton, nel New Jersey, dove
Badalamenti si trovava agli arresti da circa dieci anni. Dietro il suo ruolo ufficiale, il maresciallo
maggiore era chiamato a svolgere un compito delicatissimo di intelligence, il cui obiettivo era
convincere Badalamenti a rientrare in Italia perch contribuisse alla cattura dei corleonesi. Un
motivo che andava ben al di l del processo Andreotti.
Qualche giorno prima, durante la trasmissione Tempo Reale di Michele Santoro, il sindaco di
Cinisi, Vittorio Mele, della Rete di Leoluca Orlando, aveva duramente attaccato il maresciallo
Lombardo, accusandolo di collusione con i boss della zona. Anche un uomo d'onore del luogo,
Salvatore Palazzolo, divenuto collaboratore di giustizia, durante un interrogatorio aveva assicurato
che era un avvicinabile. I magistrati non presero alcuna iniziativa: sapevano che il maresciallo
combatteva la sua guerra "in territorio nemico". Era uno dei pochi che aveva il coraggio di
attraversare i confini posti dai due schieramenti che si fronteggiavano sul suo territorio: le famiglie
devote a Badalamenti e quelle legate a Riina. Un lavoro "sporco", dove bisognava camminare nel
fango, ma svolto a fini istituzionali. Il maresciallo aveva realmente collaborato alla cattura di Tot
Riina e nel momento in cui si ucciso il suo obiettivo era arrestare Giovanni Brusca e Leoluca
Bagarella. In questa caccia gli stavano dando una mano i fedelissimi di Badalamenti; i suoi viaggi in
America avevano questo scopo. Forse anche quello di smentire le accuse contro il senatore, ma non
se ne mai avuta conferma. E nella sua lettera non c' traccia delle polemiche roventi di quei giorni
su Tempo Reale; a lui la trasmissione televisiva non interessava: La mia delegittimazione sta nei
viaggi americani....
Tra lui e Badalamenti c'erano rapporti antichi, come da sempre ci sono Il. LIBRO NERO DELLA
PRIMA REPUBBLICA in Sicilia tra boss e carabinieri. Se esisteva qualche speranza di ottenere
informazioni da Tano, questa poteva venire soltanto dal maresciallo maggiore, legato a

Badalamenti da vincoli misteriosi che affondavano nel passato. Era stato lui a contattare il boss
quando fu il momento di organizzare il golpe Borghese: lo fece su incarico del colonnello Giuseppe
Russo. Lombardo faceva parte di Gladio? Chiss; certo che Tano Seduto si fidava soltanto di lui.
Ma di cosa parlavano, qual era la trattativa segreta in atto tra il maresciallo e il boss? Badalamenti
voleva tornare in Italia e il processo Andreotti era un'ottima occasione per tirarsi fuori da quel
carcere americano. Forse era disposto a testimoniare; ma i tempi erano cambiati, e Badalamenti che
cosa avrebbe dovuto dire? Attaccarlo o difenderlo? E in cambio di cosa, lui che ci guadagnava?
Certamente Tano sperava di ottenere la libert provvisoria; ma se tornava a Cinisi, in quella
situazione, di sicuro lo ammazzavano. Bisognava "ripulire le strade" dai nemici, fare presto, e poi
Tano avrebbe fatto quello che doveva in un modo o nell'altro, come lor signori preferivano.
Due mesi prima di spararsi alla tempia, Lombardo aveva avuto il primo segnale che quei viaggi in
America erano pericolosi: a cento metri da casa sua era stato trovato "incaprettato" un confidente,
Francesco Brugnano; era un segnale che qualcuno gli stava mandando. Poi era sparito il cane, che in
Sicilia vuoi dire: stai attento che ti ammazziamo i figli. E poi c'era stata la trasmissione in TV.
Qualcuno aveva parlato, Lombardo non aveva dubbi. Traspare dalla lettera che il maresciallo era
sicuro che qualcuno lo avesse tradito. Nell'Arma ci sono cani che portano fuori le ossa, ha detto il
colonnello Mario Mori, all'epoca comandante del ROS. E Lombardo l'aveva sempre saputo: era
stretto tra una tenaglia, tra chi lo sospettava di tramare contro il processo Andreotti e chi conosceva
il vero motivo della sua missione. Lo avevano esposto per far fallire l'operazione; ma allora se
dovevano ammazzarlo, o ammazzargli i figli, preferiva risolvere lui la questione.
Verbali e pallottole Quel colpo di pistola esploso dentro la caserma Bonsignore era riecheggiato in
una Palermo gi bagnata di sangue; per le strade erano tornate a fischiare le pallottole. Quello stesso
pomeriggio, il 18 marzo 1995, in via delle Alpi, fuori dalla sua fabbrica di specchi, era stato ucciso
Domingo Buscetta, il nipote di Masino. Un mese prima a Corleone era stato giustiziato Giusto
Giammona; poche settimane dopo erano stati crivellati di colpi la sorella Giovanna e il marito
Francesco Saporito. A guidare la faida era Leoluca Bagarella. Cadevano uno dopo l'altro gli uomini
legati alla vecchia mafia: due giorni prima era stato massacrato di colpi Marco Grado, nipote del
socio di Badalamenti e di quel "cornuto" di Totuccio Contorno, un altro "infame" come Buscetta.
Era di nuovo guerra di mafia: diciotto morti in tredici giorni e sullo sfondo i viaggi americani del
maresciallo maggiore Antonino Lombardo.
Di questi viaggi mi rimasto nel cassetto un rapporto del 18 dicembre 1994, firmato dal maresciallo
al suo ritorno da una missione negli USA con i magistrati Fausto Cardella e Gioacchino Natoli. Un

viaggio fallimentare, perch quel giorno Badalamenti era nervoso. Il motivo lo spiega Lombardo:
Alle nove e trenta del giorno 13 ci siamo recati nel carcere di Fairton (New Jersey) ove, a seguito
delle previste procedure, abbiamo dato inizio alla missione che nella giornata si sviluppata come a
seguito. Prima dell'ufficiale avvio dell'interrogatorio, il Badalamenti stato condotto in una stanza
adibita a colloqui, per un primo colloquio con il maresciallo Lombardo. Contrariamente alle
aspettative, al colloquio hanno presenziato gli agenti Sebastiano e Nigro, sottolineando di aver
ricevuto in merito precise disposizioni da Washington. In tale circostanza il Badalamenti diceva al
sottufficiale di non sentirsi in tali condizioni disposto ad avviare una discussione ampia e
costruttiva, cos come promesso nell'incontro avvenuto a Memphis. Malgrado ci si diceva
disponibile a sottoporsi all'interrogatorio, sollevando peraltro l'eccezione della presenza di un
magistrato di Palermo significativo, di un atteggiamento di "controllo". In dialetto siciliano
ribadiva di ritenerci persone serie ma di sentire "l'acido nello stomaco" a causa di un approccio non
riservato e da parte di una sola Autorit cos come preannunciato.
Appare evidente che don Tano contava sul colloquio riservato con il maresciallo per valutare se la
sua eventuale deposizione a favore di Andreotti non potesse pregiudicare l'estradizione in Italia:
questa era la sua condizione. Era evidentemente infastidito dalla presenza del PM Natoli, perch lo
sapeva ostile ad ogni trattativa con lui. Inoltre, come riteniamo, voleva sapere se Lombardo avesse
preso contatto con le persone che gli aveva indicato nel precedente incontro al fine di catturare
Brusca, e forse anche Bagarella, che era quello che pi premeva a entrambi. Sono nostre congetture,
ma convalidate dal successivo comportamento del boss di Cinisi,riportato pi avanti nel rapporto
che cos prosegue: A mia espressa domanda rispondeva di accettare in futuro altri incontri e di
essere pronto a sostenere confronti con chiunque. Alle dieci e trenta circa alla presenza dei
sopracitati agenti dell'FBI e dell'avvocato Truman, rappresentante del governo USA, iniziava
l'interrogatorio.... L'interrogatorio allegato al rapporto, ma non ne ho copia, forse perch non era
particolarmente significativo. Ma prima della verbalizzazione Tano aveva parlato liberamente con i
magistrati, colloquio di cui Lombardo da la seguente sintesi: Badalamenti ha lamentato di non
essere mai stato interrogato "seriamente" dai magistrati palermitani che si limitavano ad aride
contestazioni rifiutando qualsiasi contraddicono; ha apprezzato solo il giudice Falcone; ha riferito
di aver ricevuto la visita del procuratore Tinebra che si di mostrato gentilissimo ma "politicizzato";
si dichiarato innocente nell'ambito della Pizza Connection per cui sta ingiustamente scontando
una lunga pena detentiva; ha ripetuto alcuni concetti, gi espressi agli scriventi nel precedente in
contro, senza per toccare argomenti che potessero tradire il formale inserimento in Cosa Nostra;

ha negato di aver mai trafficato in droga; ha condannato il comportamento di Buscetta, esaltandone


la grande intelligenza. Intelligenza che stride con l'assurdit di molte sue rivelazioni. Ha invece
condannato l'immoralit dello stesso perch ha cambiato moglie; ha ribadito che sarebbe stato pi
sereno in Italia.
Insomma, Badalamenti lasciava intendere di non condividere le affermazioni di Buscetta, che
avrebbe respinto l'accusa di essere coinvolto nell'omicidio Pecorelli, ma poneva in maniera non
equivoca la condizione del suo rientro in Italia e la sua scarcerazione perch innocente.
Tre mesi dopo il maresciallo Lombardo uscir definitivamente di scena sparandosi alla tempia.
L'operazione che doveva portare alla cattura di Brusca fall; il boss sar arrestato due anni dopo.
Persa la sua battaglia per poter tornare in Italia, Tano tent una nuova carta. Nell'inverno del '96 il
suo avvocato americano Schoenbach venne a Roma, and a trovare Luigi Ligotti, l'avvocato di
Buscetta, e l tra molti convenevoli lanci la proposta del suo illustre cliente. Se Masino fosse stato
disposto a ritrattare le accuse contro Badalamenti al processo Pizza Connection, lui sarebbe tornato
in Italia e al processo Andreotti non lo avrebbe smentito. No, non intendeva dichiararsi pentito,
non lo avrebbe mai fatto, per... Per un silenzio a volte pu essere pi importante di mille parole,
assicur l'avvocato Schoenbach. Ligotti, prudentemente, aveva avviato la registrazione del
colloquio e la bobina fu consegnata agli agenti della DIA. Il progetto di Tano era miseramente
fallito e lui ancora l, nel carcere di Fairton, a chiedersi quando e come ha sbagliato.

Parte Prima i terribili anni settanta


Mino Pecorelli fu ucciso il 20 marzo del 1979, al culmine di un periodo tra i pi cruenti della Prima
Repubblica. Tra il 78 e il 79 ci furono tremila attentati, ventitr morti e un'ottantina di feriti. Un
periodo drammatico, aperto esattamente un anno prima dalla strage di via Fani e dal rapimento del
presidente DC Aldo Moro, conclusosi dopo cinquantacinque giorni con l'uccisione dell'ostaggio
per mano delle Brigate Rosse. Questa fase chiudeva un cupo decennio di golpe, attentati sui treni,
bombe, sparatorie. Al terrorismo nero si era aggiunto quello rosso, con la nascita e il propagarsi di
organizzazioni armate che, come le BR, godevano di qualche consenso all'interno dei movimenti
giovanili.
Pecorelli era un giornalista "anomalo", che aveva cominciato la sua carriera negli anni Sessanta in
circoli di destra e riviste oltranziste, dove era entrato in contatto con ambienti dei servizi segreti. Un

giornalista "che sapeva troppo", considerato il confessore dei generali bruciati nelle trame di quegli
anni, legati dalla comune appartenenza alla p2 di Licio Gelli. Anche Mino era stato per un breve
periodo iscritto alla Superloggia, poi si era dimesso, pur coltivando un rapporto intenso e
controverso con il Venerabile. Era uomo di destra, ma in modo autonomo, fortemente avverso al
gruppo che faceva capo ad Andreotti e decisamente al fianco del "partito della trattativa" durante il
sequestro Moro. Su OP pubblic quattro lettere scritte dal presidente DC e secretate dal
ministero degli Interni. La parabola "professionale" di Mino si concluse con l'incontro con Dalla
Chiesa.
In queste pagine, attraverso le campagne di OP e le indagini seguite all'omicidio Pecorelli,
cercheremo di ricostruire la storia dei "terribili anni Settanta", che con le sue cifre di guerra - 1400
atti di violenza, oltre mille feriti e 467 morti - fanno dell'Italia un caso unico tra i paesi occidentali
cosiddetti avanzati. Qualcuno potrebbe eccepire che alcuni di questi fatti appaiono estranei al
processo Andreotti. Il motivo per cui ho ritenuto necessario raccontarli la difficolt di capire
questa vicenda se non si comincia dall'inizio. Cosa sapeva Mino Pecorelli? Perch bisognava
tappargli la bocca, anzi fermargli la mano, che in realt impugnava solo una penna? Una penna che
era diventata pi pericolosa di una P38. Che cosa ha messo a rischio la vita di Dalla Chiesa? Quali
segreti il generale ha portato per sempre con s? Quali erano i rapporti del "giornalista che sapeva
troppo" con l'uomo dei dossier, ovvero il Venerabile Licio? E com' stato possibile che una
generazione generosa, che aveva esordito con il movimento del '68, che si era opposta alla strategia
della tensione, che aveva contrastato il riemergere di nostalgie fasciste, che aveva impresso uno
straordinario impulso alla modernizzazione del paese, fosse finita in quel tritacarne di plumbee
messinscena politiche che aprivano la strada al sequestro Moro? Tutto questo possibile
comprenderlo solo se procediamo passo dopo passo, sezionando la nascita di fenomeni che tuttora
sono poco conosciuti o fraintesi, come la p2 e Gladio. Se, nella storia che stiamo per raccontare,
buttassimo l all'improvviso queste due sigle ormai inflazionate, rischieremmo di provocare soltanto
una grande confusione. P2 e Gladio sono nomi che evocano vicende folcloristiche: generali in
gonnella, strani riti massonici, doppi giuramenti. La P2 non stata quella lobby affaristica descritta
dai magistrati romani a conclusione dell'inchiesta giudiziaria. Come la struttura militare segreta,
nota come Stay Behind in tutti i paesi NATO, e in Italia denominata Gladio, non pu essersi
limitata ai seicento "pensionati" della guerra fredda i cui nomi furono per la prima volta rivelati da
Andreotti nel '90 nella relazione alla Commissione Gualtieri sulle Stragi. Il sospetto che esista un
legame tra le due organizzazioni segrete e che questo intreccio di poteri occulti abbia avuto una

connessione con la strategia della tensione, i falliti golpe, i delitti e le trame dei mille misteri italiani
forte quasi come una certezza. Anche se non si mai riusciti ad andare al di l del sospetto per
l'impossibilit delle indagini parlamentari e giudiziarie di travalicare il limite di quella che la
Commissione Anselmi sulla P2 defin la Piramide Superiore.
Dietro l'immaginifica metafora qualcuno ha creduto di poter individuare proprio Andreotti.
Personalmente ho qualche dubbio sul fatto che potesse essere lui il garante della P2, per la sua
estraneit alla massoneria, data per certa anche dalla sentenza dei giudici di appello di Palermo. Ma
possibile che il sette volte presidente, che stato ministro della Difesa ripetutamente fin dai primi
anni Sessanta, possa aver svolto un ruolo di tramite tra l'apparato militare clandestino, la NATO e
la CIA, considerato che da un certo momento in poi tutti i capi dei servizi segreti e le alte gerarchie
militari risultarono affiliate alla superloggia. Sarebbe stato proprio Gelli, alla fine degli anni
Sessanta, a "battezzare sulla spada" almeno quattrocento ufficiali.
Quando nel '90 i nomi dei gladiatori furono dati in pasto all'opinione pubblica - una vicenda che
vedremo meglio alla fine di questo libro - nella confusione che ne segu furono alcuni di loro a
gridare che le vere strutture deviate erano altre e facevano capo proprio a lui, Andreotti, il quale
avrebbe approfittato della sua lunga permanenza al ministero della Difesa per organizzare il nucleo
pi occulto del superservizio. Soltanto di recente questa segretissima struttura sembra aver trovato
un nome: si chiamerebbe Anello e la Procura di Roma sta conducendo indagini molto riservate sulle
sue possibili deviazioni. Rimane tuttavia estremamente difficile capire che ruolo l'Anello abbia
avuto in vicende come il sequestro Moro o il rapimento dell'assessore napoletano Cirillo, la fuga di
Kappler e altri misteri. Ma anche su questo torneremo. In ogni caso tutti i nostri apparati di
sicurezza fino all'81-82, dopo lo scioglimento della P2, sembrano rispondere pi a poteri
sovranazionali come la NATO e la CIA che al governo e al parlamento italiano, di cui
evidentemente i nostri alleati non si fidavano per la presenza di troppi "comunisti" eletti dal popolo.
Per questo avevano affidato la difesa del patto atlantico a uomini disposti ad agire al di fuori delle
regole democratiche.
In ogni caso non si pu comprendere cosa accaduto in via Fani e durante il sequestro Moro se non
ricostruiamo, anno dopo anno, almeno a partire dal 1964, ovvero dal mancato golpe De Lorenzo, le
attivit dei cosiddetti "servizi segreti deviati", che probabilmente non erano affatto deviati ma
svolgevano il loro ruolo di garanti degli equilibri mondiali sanciti dal patto di Yalta, dove necessario
anche attraverso forme di guerra "non ortodossa".
Anche il capitolo sui rapporti tra Andreotti e Sindona stato molto importante nel processo di

Palermo. I giudici di primo grado, nella sentenza firmata dal presidente Ingargiola, riconoscono
come realmente avvenuto, nel 76, l'incontro segreto negli USA tra l'allora presidente del Consiglio e
il bancarottiere latitante. Di Gelli invece non si parlato molto nell'aula di Palermo, e ancor meno a
Perugia: l'ipotesi che fosse stato il capo della P2 a ordinare l'uccisione di Mino del resto era stata
archiviata a conclusione della prima indagine svolta dal PM Sica. Ma l'interesse di questo
personaggio va al di l del suo possibile ruolo nell'omicidio del giornalista. Gelli era impegnato in
prima persona nel salvataggio di Sindona, ed stata l'FBi ad accusarlo di aver gestito il suo viaggio a
Palermo nell'estate 79. Negli ultimi giorni di vita, Pecorelli era impegnato in un'importante
operazione di appoggio al banchiere latitante: stava per pubblicare quella famosa "Lista dei 500"
(ovvero i nomi dei "clienti" che avevano utilizzato la sua banca per operazioni illecite) e sembrava
tornato, dopo un periodo di contrasti, in pieno accordo con il Venerabile, con il quale avrebbe
dovuto incontrarsi il 21 marzo, e cio il giorno dopo il suo omicidio.
In quegli anni Andreotti stato di volta in volta indicato come il vero capo della P2 o come il vero
manovratore delle "deviazioni" dei servizi segreti.
La prima ipotesi va esclusa, la seconda pi suggestiva, anche se, come vedremo, ci sono passaggi in
questa dannata storia in cui lui stesso non appare che una pedina. I suoi rapporti con la Superloggia
e con i generali che era stato proprio lui a mettere a capo dei nuovi apparati di sicurezza varati con la
riforma del '77 sono rimasti avvolti nell'ombra. Una cosa sembra certa: era uomo molto informato, e
questo gli ha consentito di giocare una partita politica spregiudicata che lo ha messo al riparo, per
lungo tempo, dai colpi dei suoi nemici. Fin quando... fin quando qualcuno non ha deciso che era
venuto il momento di liberarsi anche di lui. Come e perch, quello che cercheremo di scoprire.
Morte di un giornalista Roma, 20 marzo 1979 Mino era al settimo cielo, rimuginava sulla tiratura
dell'edizione straordinaria. Diecimila copie, ventimila, anche trentamila: abbastanza per pagare
tutti gli arretrati. Era soddisfatto: immagin la faccia del suo avvocato, poi l'espressione ottusa del
"Quinto Evangelista" (cos aveva ribattezzato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio) e rise
di cuore. Anche il povero colonnello, chiss in quale stato di agitazione era! Negli ultimi tempi, in
attesa delle carte, aveva assunto toni da incappucciato: Non telefonarmi, ti ho detto, non
telefonarmi..., gridava al telefono. Ma aveva mantenuto la parola, il malloppo era in tipografia, a
lui non restava che scrivere l'editoriale. Apr la finestra, piovigginava, l'aria della sera era ancora
fredda, ma c'era gi quell'odore di terra umida e profumata che a marzo annuncia la primavera.
Proprio adesso che avevamo quasi raggiunto l'accordo su trecento milioni annu di pubblicit,
pensava con un po' di rammarico: l'accordo sarebbe sicuramente saltato. Ma non poteva tirarsi

indietro proprio lui, era l'occasione che aveva sempre aspettato; si mise alla macchina da scrivere,
qualcuno in quel momento buss alla porta ed entr nella stanza. Meglio a casa stanotte, la notizia
non deve trapelare!, decise di colpo. Prima di uscire, di fronte allo specchio si aggiust il nodo della
cravatta. Gli occhiali da vista deformavano leggermente i tratti del volto: aveva il naso un po' gobbo
e le labbra piegate all'ingi in segno di costante disprezzo verso il resto del mondo, ma a
cinquant'anni era ancora un bell'uomo. Se Franca, la segretaria-amante, non fosse dovuta tornare a
casa quella sera dai bambini, sarebbero potuti andare a cena insieme, per festeggiare. Pazienza, non
sarebbe mancata occasione. Solo all'avvocato Gianfranco Rosini, quel pomeriggio aveva
manifestato i suoi timori: Ho paura che stavolta vogliano incastrarmi, gli aveva confidato. Ho
per le mani un fatto enorme, pericoloso, ma ormai non posso rifiutarmi. Quando la smetti?, gli
aveva chiesto l'avvocato. Dopo questo numero, mi arricchisco o mi ammazzano. Ma era scoppiato
a ridere: in realt non aveva mai creduto che avessero il coraggio di ucciderlo.
L'omicidio di via Tacito Lo uccisero due ore dopo. Era sceso in compagnia di Franca e di un paio di
collaboratori. Sul portone gli ultimi saluti, le solite raccomandazioni. Ti aspetto a cena?, aveva
chiesto a Paolo Patrizi, il redattore di OP che abitava a Terni e qualche volta si fermava a dormire
da lui, nella stanza dei ragazzi (Stefano e Andrea, all'epoca di ventidue e quattordici anni). No, ho
un appuntamento, ti raggiungo dopo, era stato l'accordo. Mino si era stretto il bavero del soprabito
e si era avviato da solo verso via Orazio, dove nel pomeriggio aveva parcheggiato la sua Citroen,
color verde bottiglia, targata Roma 08195. La macchina era proprio di fronte all'Ufficio del
Registro: aveva appena fatto marcia indietro, quando quell'uomo con l'impermeabile bianco si era
avvicinato, lui aveva abbassato il finestrino, forse aveva bisogno di un'informazione, ma l'altro aveva
aperto la portiera e l'aveva fulminato con una raffica di pallottole. La prima, quella mortale, lo aveva
raggiunto in bocca. cos che la mafia uccide chi parla troppo.
Un segnale inequivocabile: ma nessuno pens a un delitto di mafia. In quel periodo si parlava
soltanto di terrorismo e Brigate Rosse, e quell'omicidio andava buttato nel mucchio. Il cadavere fu
trovato alle venti e quarantacinque,in via Orazio, quasi all'angolo con via Tacito, riverso nell'auto,
la portiera spalancata, la testa crivellata dai proiettili. Dalla bocca usciva un filo di sangue nero e
raggrumato che si perdeva nel colletto della camicia. Nessun testimone, ma sull'identit della
vittima non ci furono dubbi. Era Mino Pecorelli: nel portafoglio fu trovato il tesserino
professionale, nell'auto un fascio di giornali e numerose copie di OP-Osservatorio Politico,
cinquantasei pagine in carta patinata, foto a colori, neppure un rigo di pubblicit. Il brigadiere si
appoggi sul cofano dell'auto per stilare il verbale: Add 20 marzo 1979.... Al medico legale bast

un'occhiata, i colpi erano stati quattro in rapida successione: uno in bocca, uno alla testa, due al
torace. La morte era sopraggiunta istantanea.
Negli ultimi giorni Mino era preoccupato. Attendeva con ansia da Milano un documento
importantissimo, spiegarono ai magistrati i redattori del settimanale. Nessuno di loro sapeva di cosa
si trattasse, il direttore non metteva nessuno a parte dei suoi segreti fin quando non erano in pagina.
Qualche tempo prima aveva accennato a un contatto con le Brigate Rosse, poi non ne aveva pi
parlato. Era stato a novembre, dopo aver scritto "Vergogna buffoni", che Patrizi gli aveva chiesto
come faceva a sapere tutte quelle cose. E lui se l'era cavata con una battuta: Ho qualche amico nelle
Brigate!. Sempre meglio che rivelare i suoi incontri con Dalla Chiesa! Dieci giorni prima, raccont
Franca Mangiavacca, c'era stata una certa tensione per una telefonata di minacce giunta in
redazione. Farai una brutta fine, stronzo, l'aveva apostrofato un uomo che parlava con un forte
accento romanesco. Mino aveva minimizzato, a cose del genere aveva fatto il callo. Raccont ancora
la donna che una settimana prima aveva notato un ragazzo con giubbotto, i capelli lunghi sul collo,
non troppo alto, e aveva avuto l'impressione di essere seguita. Lo aveva detto a Mino, che come al
solito aveva alzato le spalle.
In fondo a via Orazio c'era una fila di palazzi color ruggine, con le luci spente. Un solo bar era aperto
a quell'ora, all'angolo con via Plinio; all'interno, il barista e un paio di avventori. La luce fioca dei
lampioni rendeva la strada poco illuminata; la pioggia ovattava i rumori. Nessuno aveva sentito
nulla, solo Franca mentre si allontanava aveva adocchiato un giovane con l'impermeabile bianco che
attraversava la strada. Ma quando ripass, del killer non c'era pi alcuna traccia. Si disse poi che era
salito su una moto dove ad attenderlo c'era un complice: ma era soltanto una logica deduzione.
Il primo ad arrivare sulla scena del delitto fu il PM Domenico Sica, onnipresente in tutte le
inchieste "scottanti". C'erano anche il collega Eugenio Mauro, il capitano dei Carabinieri Paolo
Tomaselli e il perito della Scientifica Antonio Ugolini. Nel giro di mezz'ora, mentre la notizia si
diffondeva nella citt, in quel tratto di strada, ormai illuminato a giorno dai riflettori della
Scientifica, arrivarono tutti gli sbirri della capitale. Erano l per constatare di persona che quel
bastardo fosse davvero morto, gli giravano intorno, lo guardavano con cinica soddisfazione.
Nessuna piet verso quell'uomo a faccia in gi nella sua vecchia Citroen, con la borsa aperta e i fogli
pieni di appunti sparpagliati sui sedili schizzati di sangue. Due carabinieri in borghese
ridacchiavano tra loro, lanciandosi sguardi allusivi: nel marzo '81 ho ritrovato i loro nomi
nell'elenco della lista P2. La pista imboccata da Sica due anni dopo port in effetti a Gelli e al noto
intreccio fra massoneria, servizi segreti, terrorismo nero e Banda della Magliana. Una sorta di pista

parallela, rispetto a quella indicata tanti anni dopo da Buscetta; molti dei protagonisti erano infatti
gli stessi. Ma nessuno aveva osato in quegli anni fare il nome di Andreotti, e nessuno avrebbe mai
immaginato che alla fine, a rimanere incastrato nei tranelli tesi da Mino, sarebbe stato proprio lui.
OP, storia di un muckracher A ripensarci ora pu sembrare una premonizione, ma la pubblicit
della rivistina, intonata al clima di quegli anni, suonava pi o meno cos: OP, una raffica di
notizie, con tanto di fori di proiettili sul logo della testata. Appena un paio di mesi prima, quel
giornalista sempre elegante, con una perenne smorfia di sarcasmo sul volto, aveva pubblicato un
trafiletto che nel consueto linguaggio allusivo diceva: I nostri lettori e coloro che ci stimano
saprebbero riconoscere immediatamente la mano che ha armato anche chi vorr torcerci un solo
capello. In realt ci sono voluti quattordici anni prima che si arrivasse a imboccare la pista cui
Mino probabilmente alludeva. Anche se l'ombra di Belzeb (tra '2, Guardia di Finanza e petrolieri)
aleggiava nell'immediatezza del delitto, erano in pochi ad avvedersene.Soltanto Sereno Freato,
uomo di fiducia di Aldo Moro, in seguito a un'interrogazione parlamentare sullo scandalo Petroli,
mand questo strano messaggio: L'entourage Moro non aveva alcun rapporto d'affari con la
Farnesina o con Palazzo Chigi e non era in alcun modo interessato all'omicidio Pecorelli. Era come
se avesse detto: Mica lo abbiamo ammazzato "noi" Pecorelli, rivolgetevi a chi stato pi volte
ministro degli Esteri e capo del Governo. Infatti aggiunse: Indagate sull'omicidio Pecorelli e
troverete i mandanti del delitto Moro.
L'Osservatorio Politico, ribattezzato nell'ambiente Ora paga, era qualcosa di pi di un foglio
scandalistico, considerato che le "veline" provenivano da uomini dei servizi segreti che, dopo essere
stati "fottuti", sembravano perseguire l'unico obiettivo di intorbidare la lotta politica attraverso il
ricatto. Non si pu negare che l'obiettivo preso di mira da OP fosse stato negli ultimi anni
costantemente Giulio Andreotti. E ad alimentare le campagne di stampa erano proprio quei
generali che il Presidente aveva di volta in volta silurato.
Questo tipo di operazioni pubblicistiche e un certo linguaggio allusivo tipico della cosiddetta
"stampa gialla" avevano alimentato attorno a Mino leggende e sospetti. In molti si chiedevano se
quel giornalista, coraggioso e arrogante, fosse davvero un giornalista o piuttosto una spia, un
avventuriero o un volgare ricattatore. Pecorelli ha dovuto morire per poter essere rivalutato; se fosse
nato negli USA sarebbe stato tranquillamente incluso nella grande tradizione americana dei
muckrachers, apprezzata schiatta di giornalisti che non esitano a spalare nel fango per smascherare
gli affari sporchi della politica. Ma da noi un genere di scarso successo.
I suoi scoop, un po' criptici, avevano un pregio raro per quel genere di pubblicazioni: l'assoluta

attendibilit della notizia. Spiccavano, come diamanti purissimi in un letamaio di insinuazioni,


notizie esatte e documentate fino alla virgola, scrisse in morte l'Espresso. Era uno strano
personaggio Mino, in cui si sommavano tante contraddizioni dell'epoca: uomo di destra ma non
fascista, descritto da chi l'ha conosciuto come un provinciale di buona educazione, superbo e
sprezzante del pericolo. Il generale Maletti, capo del SID, che aveva finito dopo tante aspre liti per
essergli amico, all'indomani della sua tragica morte disse di lui: Aveva una baldanza nell'attaccare
persone che solo lui riteneva di poter attaccare, e questo gli piaceva moltissimo. In quel suo gioco si
divertiva immensamente.
Nato a Sessano del Molise il 14 giugno 1928, Mino ad appena sedici anni era diventato partigiano e
aveva combattuto nell'armata del generale polacco Anders. Anche in amore era appassionato e
insofferente. Ha avuto due figli da donne diverse: dal primo matrimonio era nato Stefano, che oggi
vive in Sudafrica; dal secondo Andrea. Ogni volta che conosco una donna, in senso biblico, finisco
per sentire la necessit di costruire con lei un nuovo nido, di mettere su famiglia, confidava agli
amici.
Perfino quei suoi terribili, fortissimi mal di testa, sono divenuti oggetto di indagine. In una
biografia, Renzo Trionfer scriveva: Era forse all'ordine delle sue emicranie il dover custodire nella
mente tanti segreti d'amore, di imbrogli, di veline scottanti, di conti da pagare, di processi da
subire.... Anche Andreotti soffriva di mal di testa e nell'ultimo periodo ci fu un cortese carteggio
tra i due in cui si scambiavano ricette e consigli. Troviamo agli atti una sorprendente letterina, in cui
Pecorelli ringrazia il Presidente, e conclude con questo sibillino messaggio: Sono fidente che il
futuro possa accomunarci oltre che nella sofferenza cefalgica anche nella difesa dei grandi ideali
della giustizia e della democrazia attraverso un rapporto che, sorto cos singolarmente da
"supposte", sia sincero, duraturo e reciprocamente fiducioso.
Quando il killer dall'impermeabile bianco gli spar, erano passati pochi giorni dalla famosa cena
alla "Famija Piemunteisa", avvenuta alla fine di febbraio. Nonostante le molteplici smentite di
Vitalone e degli altri partecipanti al convivio, sembra proprio che il principale argomento di
conversazione, tra Pecorelli e l'entourage andreottiano, riguardasse l'infuocata campagna che OP
stava conducendo attorno allo scandalo Italcasse. Cos la Procura di Perugia, nel ricorso alla Corte
d'Assise d'Appello, descrive il clima della serata: Durante la cena, Pecorelli saggia le reazioni degli
interlocutori "andreottiani" alle sue anticipazioni sulla sua prossima offensiva al Presidente e ai suoi
assegni, provocando in Vitalone agitazione e timore.... Ma nonostante gli incontri con i suoi
fedelissimi, nonostante le telefonate e lo scambio di "letterine", Andreotti non sembr propenso,

all'indomani del delitto, a rendere pubblici i suoi rapporti con la vittima. Mand un telegramma alla
famiglia, ma in Transatlantico conversando con i giornalisti, che si affollarono intorno a lui per
saggiarne le reazioni, fece addirittura finta di non sapere chi fosse l'ucciso. E a chi gli chiedeva se
conoscesse o no il giornalista, rispose in modo vago: S, ho sentito della morte di questo Pecorella o
Pecorelli, non ricordo come si chiama.... Forse anche lui, come Buscetta, lo aveva confuso con il
"picciotto" assassinato assieme al figlio del boss Inzerillo.
La guerra di Mino La sera in cui Pecorelli fu ucciso, in tipografia era gi pronta l'ultima copertina di
OP: vi compariva a tutto campo la foto del presidente del Consiglio, con un titolo a caratteri
cubitali: "Gli assegni del Presidente". La copertina fu ritrovata, le pagine interne mai: forse
contenevano i nomi di chi aveva incassato gli assegni, come aveva anticipato Mino nelle settimane
precedenti. Due anni prima OP aveva pubblicato l'elenco completo, con tanto di codici bancari,
di una macroscopica storia di tangenti di circa due miliardi. Tangenti incassate dalla corrente
andreottiana in cambio di finanziamenti agevolati e contributi a fondo perduto che dall'Italcasse
finivano alla SIR di Nino Rovelli. Una tangentopoli ante litteram con sottofondo mafioso,
considerato che del pacchetto facevano parte anche due assegni di venti milioni che nel 77, appena
due anni prima, erano stati versati a Ciancimino perch desse la scalata alla DC siciliana a colpi di
tessere.
A partire dalla faccenda Italcasse, Andreotti era diventato il bersaglio fisso delle campagne di OP.
Dallo scandalo dei fascicoli SIFAR, a quello dei Petroli, dalla strage di piazza Fontana agli attacchi
all'Ufficio D Affari Riservati, da Sindona al delitto Moro. Non deve stupire che Mino si fosse
appassionato tanto alla vicenda del Memoriale, che in realt appassionava tutti i giornalisti. Ma lui
aveva forse un motivo in pi: il'accuse di Aldo Moro contro Andreotti nobilitava le sue campagne
contro il Presidente, e i "segreti" che lo statista aveva rivelato, a partire dall'esistenza di quel "partito
antiguerriglia" dietro cui si celava Gladio, confermavano i suoi scoop pi spericolati.
Per capire quel periodo bene non procedere per capitoli separati. Se l'inchiesta sul delitto Pecorelli
ha un pregio, proprio quello di unificare al suo interno vari spezzoni del sistema di potere vigente
in quegli anni, come fossero linee convergenti all'interno della medesima trama. A conclusione della
prima inchiesta sull'uccisione di Mino, archiviata a Roma nel '91, prima delle stragi di Palermo e del
ritorno di Buscetta, il PM Giovanni Salvi scrisse che obiettivo di Pecorelli nei mesi precedenti la
morte era essenzialmente Licio Gelli e la struttura di potere che intorno a questi si era coagulata;
anche filoni apparentemente alternativi mostrano punti di contatto che tenderemo a evidenziare.
L'attenzione sul Venerabile, da parte del PM Sica, era stata provocata da un paio di articoletti di cui

parleremo, comparsi su OP nei primi tre mesi del 79, in cui Pecorelli rivelava, documenti alla
mano, che durante la Resistenza il futuro capo della P2 colludeva con i comunisti e faceva il doppio
gioco. Ma non detto che quello fosse un "attacco": anzi, come vedremo, molti elementi hanno poi
indotto a ritenere che potesse trattarsi di una campagna concordata tra Gelli e il redattore di OP.
Andreotti, in verit, non saltava un numero. Mino era sempre informatissimo delle malefatte del
Divo Giulio, come lo aveva ribattezzato. Forse perch molti suoi scoop li otteneva offrendo la spalla
ai generali perdenti, pi inclini alla confidenza. Raccont Romolo Cardellini, il caporedattore di
OP, che fino al 75 era Vito Miceli (allora capo del SlD) a inviare quotidianamente le sue velenose
noticine contro Gianadelio Maletti (allora capo dell'Ufficio D), con il quale solo successivamente,
dopo il suo arresto, Mino stringer amicizia. Questi generali per un motivo o per l'altro ce l'avevano
con Andreotti, si sentivano usati e buttati via come un'amante tradita. E la loro rabbia trovava sfogo
nei trafiletti di Mino, in cui i cenni sprezzanti rivolti al senatore abbondavano: lo chiamava Padrino,
Don e Biscione.
Va riconosciuto che Pecorelli riusc ad anticipare filoni investigativi, come i finanziamenti CIA alla
DC, in una maniera che dimostra come il giornalista fosse ben informato e scrivesse la verit.
Furono i suoi scoop e le sue campagne a provocare le dimissioni anticipate del presidente della
Repubblica, Giovanni Leone, e perfino giornalisti di fama come Camilla Cederna attingevano al
suo inesauribile serbatoio di informazioni "riservate". Soltanto molti anni dopo si scoperto che
quasi certamente si trattava di una campagna orchestrata da Gelli: il Venerabile aveva sottoposto
all'attenzione del capo dello Stato il suo Piano R, la prima bozza del Piano di Rinascita Nazionale.
Ma Leone aveva fatto orecchie da mercante e la P2 non glielo aveva perdonato. In ogni caso Licio,
gran custode di scheletri nell'armadio, era per Mino una buona fonte, forse la migliore.
Non aveva soldi Pecorelli, era proprietario soltanto del suo appartamento sulla Camilluccia, frutto
di un'eredit familiare. Scrivono i giudici di primo grado: Era un giornalista molto curioso e
capace, ma nell'estorcere informazioni, non nell'estorcere denaro. Con i pregi e i difetti insiti nella
natura umana stato un giornalista appassionato, antagonista alla sinistra, ma non per questo
indulgente alla sua parte. Un giornalista molto speciale, soprattutto per l'odio che era riuscito a
suscitare. Ma anche un uomo solo. La sorella Rosita, che non si mai arresa e ha sempre difeso la
memoria del fratello, cos ricorda il loro ultimo incontro: Un mese prima di essere ucciso, mi preg
di andare a casa sua. Era distrutto: mi disse che non aveva pi una famiglia, che faceva tutto da solo,
che il mal di testa lo torturava. Piangeva come un bambino. A me sembr anche molto spaventato.
Gli ultimi incontri Gli ultimi giorni di Mino furono particolarmente intensi, addirittura frenetici. Il

21 marzo, se fosse stato ancora vivo, avrebbe dovuto incontrarsi con Licio Gelli. La sera prima di
essere ucciso aveva invece cenato con il capitano Antonio La Bruna, uno degli agenti meno segreti
del SID, amico per la pelle e, a quanto risulta dalla famosa agenda, gli aveva perfino regalato una
cravatta. Nell'ultimo periodo Pecorelli aveva intensificato contatti, incontri, telefonate. La sua
agenda del 79, che attraversa gli ultimi tre mesi di vita, era talmente fitta di scadenze da assomigliare
a quella di un ministro. A partire dai primi di gennaio si era incontrato pi volte con Vita-Ione, con
l'ex capo dell'Ufficio Affari Riservati Federico d'Amato, e poi nell'ordine con Giampaolo Cresci,
Emo Danesi, Giovanni De Matteo, Flaminio Piccoli, Giancarlo Elia Valori, Giuseppe Trisolini,
ancora Vitalone, Franco Evangelisti, Pietro Musumeci, Ugo Niutta, Antonio Varisco, Egidio
Carenini, Tommaso Addario, Franco Picchiotti, Angelo Cosentino (consigliere del presidente
Leone, che aveva versato una ventina di milioni a Pecorelli per attutire la campagna contro il
Quirinale, ma inutilmente). Il nome del PM Luciano Infelisi ricorre cinque volte. I contatti
telefonici con Evangelisti sono frequentissimi. Per chi non avesse presenti i nomi sopracitati,
diremo che si trattava di personaggi di primissimo piano della politica, della magistratura e dei
servizi segreti, quasi tutti iscritti alla P2. Tre giorni prima di morire incontr Trisolini, detto Nik,
braccio destro del generale della Guardia di Finanza Raffaele Lo Giudice.
L'argomento non poteva non riguardare lo scandalo Petroli, o perlomeno quello che diventer lo
scandalo Petroli, visto che soltanto un anno e mezzo dopo la morte di Mino, il 9 maggio 1980, il
coordinamento interno della Guardia di Finanza invi un rapporto alla Procura col quale si
chiedeva l'apertura di un'indagine sul possibile legame tra lo scandalo che aveva travolto il vertice
della Finanza e l'omicidio del direttore di OP. Il fascicolo Mi.Fo.Biali fu una delle tre piste
imboccate da Sica subito dopo il delitto. Ma lo scandalo Petroli non era in quel momento in cima ai
pensieri di Pecorelli, impegnato su ben altri fronti. Ai primi di gennaio era con Dalla Chiesa nel
carcere di Cuneo, a caccia del Memoriale di Aldo Moro. Alla fine di febbraio lo troviamo a cena
insieme a Vitalone alla "Famija Piemontesa", ma pur avendo ricevuto offerte vantaggiose, come una
sessantina di milioni in contanti e l'allettante contratto pubblicitario da trecento milioni all'anno
con una societ milanese a cui accennavamo, non sembrava disposto a rinunciare al suo scoop sugli
"Assegni del Presidente" e neppure, come sembra, alla pubblicazione del Memoriale Moro.
La mattina del 20 marzo, il giorno in cui fu ucciso, si era incontrato a Palazzo di Giustizia con il PM
Infelisi e gli aveva annunciato "notizie esplosive"sul rapimento del figlio di Giuseppe Arcaini, il
presidente dell'italcasse (questa fu la seconda pista seguita da Sica). Ma intanto frugava nel passato
di Gelli (la terza pista).

A difesa di Andreotti va detto che ognuna di queste campagne, condotte da OP negli ultimi mesi,
avrebbe spiegato pi di un omicidio, anche se purtroppo due o tre in un modo o nell'altro
riconducevano a lui.
L'unica certezza che emerse dalle indagini fu che qualcuno, quasi alla stessa ora del delitto, si
present in tipografia e a nome del direttore si fece consegnare un incartamento che era stato
portato nel pomeriggio dal cognato di Mino, Umberto Limongelli, il quale interrogato disse di non
sapere cosa conteneva la busta. Possibile che Pecorelli fosse stato tanto leggero da non procedere a
una duplicazione delle carte che attendeva, se erano davvero cos segrete ed esplosive? Tutto quello
che avvenne nelle ore successive, ancora a distanza di anni, si presenta all'insegna della confusione.
Sica e i carabinieri rimasero tutta la notte nella redazione, riempirono numerosi scatoloni con tutte
le carte trovate in via Tacito, poi sigillarono l'ufficio. Fu rimproverato al magistrato romano il
ritardo con cui si era proceduto alla verbalizzazione del materiale sequestrato. Anni dopo, quelle
scatole finirono negli archivi della Commissione P2, nello stesso identico disordine denunciato
all'origine: c'erano mescolati insieme documenti riservati, fascicoli segretissimi, agende,
block-notes fitti di appunti personali, bozze di articoli non ancora compiuti. Le scatole pi segrete
della Repubblica sono ancora l, in piazza di san Macuto, a disposizione di chiunque voglia
ricostruire questa tragica storia.
Ed pescando tra i documenti di queste scatole che ho cercato di districare il groviglio dei moventi e
dei possibili mandanti cui abbiamo fatto cenno nelle ultime pagine e dove ho scoperto che il nome di
Andreotti ricorre fin dall'inizio delle indagini in almeno due delle tre piste poi abbandonate.
Tre piste per un delitto La vita privata di Mino Pecorelli, nonostante la movimentata situazione
sentimentale e qualche incertezza economica, non presentava zone d'ombra. Nessun movente
privato: questa fu subito l'ipotesi della Procura di Roma. Le indagini sull'omicidio puntarono subito
sull'attivit professionale della vittima, noto corsaro dell'informazione scandalistica, cercando il
possibile movente tra le notizie che il giornalista aveva gi pubblicato, ma soprattutto fra quelle che
aveva in mente di pubblicare. Il PM Domenico Sica, titolare dell'inchiesta, individu tre filoni
ispirati alle campagne di stampa che Pecorelli aveva avviato nei mesi precedenti la morte, ognuno
dei quali pescava informazioni da documenti "riservatissimi". Le tre piste riguardavano lo scandalo
dei petroli, la vicenda Italcasse e per ultimo la rivelazione fatta a gennaio su OP, appena due mesi
prima dell'omicidio, di un attestato di benemerenza del Comitato di Liberazione Nazionale di
Pistoia nei confronti di Lido Gelli, dietro il quale s'intuiva il "tradimento" del Venerabile nei
confronti di una sessantina di fascisti poi fucilati dai partigiani. Un'azione che, secondo il PM, non

giovava alla reputazione "anticomunista" del capo della P2.


Alla fine fu proprio questa la pista che prevalse, nell'81, dopo l'esplosione dello scandalo degli
iscritti alla Superloggia e la fuga all'estero di Gelli.Sica trascur il caso Moro, non diede peso alle
"minacciose" anticipazioni annunciate negli ultimi numeri di OP, tantomeno indag sui possibili
incontri tra Pecorelli e Dalla Chiesa di cui c'era gi qualche traccia nelle agende del giornalista. Il
Venerabile fu indagato per una decina di anni come mandante del delitto, in compagnia dei due
presunti esecutori: i neofascisti romani Massimo Carminati e Giusva Fioravanti. L'inchiesta
galleggi su tutti i possibili misteri d'Italia, fino all'archiviazione nel '91 con un non luogo a
procedere nei confronti dei tre indagati.
Nel '93, dopo le rivelazioni di Buscetta, quando il procuratore capo di Roma Vittorio Mele invi al
Senato la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Giulio Andreotti, per una sorta di
contrappasso l'inchiesta imbocc s - finalmente - la pista Moro, ma dalle carte scomparve ogni
possibile connessione con il ruolo che Gelli e la P2 potrebbero aver avuto perlomeno nella gestione
delle indagini sul sequestro del presidente DC. Un legame che appare evidente per l'appartenenza
alla Superloggia di tutti gli uomini chiamati a indagare su via Fani e l'uccisione dello statista: dai
capi dei servizi segreti agli alti funzionari della Polizia di Stato, ai responsabili dei nuclei
antiterrorismo, erano in tutto cinquantatr gli appartenenti agli apparati della sicurezza e
dell'ordine pubblico ai quali furono in seguito addebitati inefficienza e omissioni e altre "stranezze"
per la gestione dell'indagine. Lo stesso Gelli, stando alle molte "voci" pervenute alla Commissione
Moro, avrebbe partecipato alle riunioni del comitato di crisi al Viminale con il falso nome di
Luciani: notizia che non mai stato possibile accertare.
Non mancano elementi di raccordo tra le due inchieste: uno rappresentato da Massimo Carminati,
presunto esecutore del delitto Pecorelli, indicato come l'armiere della Banda della Magliana sia dai
giudici romani sia da quelli di Perugia. Che la 7,65 utilizzata per uccidere Pecorelli provenisse dagli
scantinati del ministero della Sanit, in via Liszt, dov'era nascosto il deposito di armi cui
attingevano malavita e terroristi neri, l'unica certezza di un'inchiesta che si protratta per
vent'anni. perci difficile comprendere come i magistrati di Roma, Palermo e Perugia, che pure
sono stati accusati in questi anni di aver voluto ricostruire la storia d'Italia in un solo processo, non
abbiano sentito l'esigenza di approfondire i rapporti, sempre rimasti nell'ombra, tra il Venerabile e
Andreotti.
Un vuoto che rischia di azzerare non soltanto la possibile "verit" sull'omicidio Pecorelli, ma anche
tutti gli sforzi compiuti per ricostruire il contesto storico in cui il delitto maturato: non deve

stupire che la sentenza ne sia uscita dimezzata. Senza alterare la ricostruzione processuale, crediamo
dunque utile alla comprensione dei fatti riproporre tutti i capitoli della Pecorelli-story: anche
quello, peraltro appassionante, del Venerabile Licio.
Lo scandalo Petroli Quella dei Petroli fu una pista battuta a lungo da Sica, ma in realt lo scoop di
Pecorelli era andato a vuoto. Le rivelazioni erano state accolte in silenzio dagli interessati e la
magistratura aveva atteso due anni per aprire un'inchiesta su quello che si present come il pi
grosso scandalo degli anni Settanta, che port in carcere l'intero vertice delle Fiamme Gialle e
dimostr, con venti anni di anticipo, il sistema di corruzione vigente nel finanziamento dei partiti e
delle correnti politiche. In sintesi, era successo questo: sotto lo sguardo vigile dei finanzieri,
venivano importate in Italia ingenti quantit di petrolio dalla Libia (si parlato di un sesto del
fabbisogno nazionale) la cui vendita arricchiva gli stessi vertici della Guardia di Finanza, che
ripartivano gli utili tra i loro protettori.
Mino ne aveva cominciato a parlare su OP nel 77; al momento della morte aveva quasi
interamente pubblicato il dossier del SID, ma non c'erano state reazioni significative a quelle
clamorose notizie. Questo da la misura non soltanto del clima politico stagnante di quegli anni, ma
anche delle barriere che la Procura di Roma opponeva nei confronti di ogni possibile notitia
criminis con risvolti politici.
Il dossier dei servizi, denominato Mi.Fo.Biali risaliva agli anni 74-75. Partiamo dalla sigla: Mi
come Miceli, il capo del servizio segreto che avrebbe coperto il traffico di petrolio; Fo come Mario
Foligni, fondatore del Nuovo Partito Popolare nato con l'intento di contrastare la DC che
considerava corrotta e che nella vicenda avrebbe svolto il ruolo di intermediario con personalit
libiche e maltesi; Biali come anagramma di Libia. All'indagine del SID si era affiancata anche la
Guardia di Finanza, con intercettazioni telefoniche e ambientali illegali perch, dimenticavamo di
dire, la magistratura non fu mai informata dell'indagine del servizio segreto. Citiamo dalla sentenza
di Perugia: L'autorizzazione a indagare su Foligni era stata data, secondo il generale Maletti, dal
ministro della Difesa che era all'epoca Andreotti. Pecorelli aveva pubblicato ampi stralci del
dossier sostenendo che dall'indagine emergevano episodi di corruzione ed esportazione illegale di
valuta degli alti gradi della Guardia di Finanza (in particolare del comandante del Corpo generale
Raffaele Giudice, della moglie, del suo segretario particolare Giuseppe Trisolini e del
vicecomandante Donato Lo Prete) e un traffico di petrolio con la Libia cui erano interessati Foligni,
il fratello del premier di Malta, Don Mintoff, petrolieri italiani, alti prelati e lo stesso Giudice.
Questo pressappoco 1'"inghippo", come lo descriveva Pecorelli: La benzina usciva da un deposito

SIP (un punto franco di dogana in cui viene stivato il carburante in attesa di essere acquistato da
grossisti con la sua bolla di accompagno). Su c'era scritto che era destinato a X e invece finiva a Y.
Una mano amica dell'un-' chiudeva abbastanza gli occhi: i doganieri vedendosi riportare la bolletta
potevano non saperne niente. Unici a parte dell'inghippo erano i camionisti delle autobotti [...] le
societ che abbiamo chiamato X erano societ fantasma con sede in mezzo ai canneti o in prati verdi.
Quanto alle societ definite Y, interrogate dalla magistratura sul mancato pagamento dell'imposta
di fabbricazione, hanno dichiarato di non dover nulla per aver acquistato la benzina da un'altra
societ...
La vicenda coinvolse pesantemente Licio Gelli e Umberto Ortolani, braccio destro del Venerabile,
ambienti finanziari italiani e anche Sereno Freato, che tirato in ballo reag con la sibillina battuta:
Indagate sull'omicidio Pecorelli e scoprirete i mandanti dell'omicidio Moro. Nei guai fin invece,
ancora una volta, il generale Maletti sospettato di essere stato lui a passare il malloppo all'amico
giornalista con lo scopo di un'ennesima atroce vendetta nei confronti dell'odiato Miceli. Il capo
dell'Ufficio D fu anche accusato di aver insabbiato lo scandalo, visto che non aveva trasmesso gli atti
alla magistratura. Ho consegnato il dossier al mio successore, non sta a me valutare l'uso che ha
fatto dell'indagine, fu la debole autodifesa.
Andreotti (all'epoca ministro della Difesa) per questa vicenda fin di fronte al Tribunale dei
ministri: ne usc indenne e senza aver proferito parola. A distanza di tanti anni, non si comprende
cosa possa averlo spinto a sollecitare un'indagine che ha finito per danneggiare i comandanti della
Guardia di Finanza, come Giudice e Lo Prete, considerati vicini al suo entourage. L'unica ipotesi
che potesse essere interessato ad avere informazioni su Foligni e il suo partito, e forse a causa di ci
non abbia poi informato la magistratura. Ma si intravede anche una schermaglia, un conflitto,
un'improvvisa ostilit con Gelli difficilmente comprensibile dall'esterno: per questo sarebbe stato
auspicabile un approfondimento giudiziario sui rapporti tra il senatore e il Venerabile. Scrivono i
giudici di Perugia: Andreotti aveva interesse a che il dossier Mi.Fo.Biali rimanesse segreto, visto
che nella sua qualit di ministro della Difesa aveva utilizzato lo spionaggio politico [ai danni di
Foligni] utilizzando mezzi illegali; ma vi erano interessati anche i generali della Guardia di
Finanza, che dalla pubblicazione degli articoli vedevano compromessa la loro posizione.
In realt Pecorelli fu ucciso non per quello che aveva gi scritto, ma per ci che era in procinto di
scrivere: aveva gi pubblicato l'intero dossier nel marzo '79, sotto il titolo "Petrolio e manette", una
telenovela in quattro puntate, che era caduta nel pi assoluto silenzio. Mino era un battitore
solitario, abituato alle sconfitte; lo scandalo Petroli esplose con due anni di ritardo, e forse soltanto

grazie alla sua morte, tanto forte era l'impermeabilit del sistema di potere in quegli anni. Nel '93,
nella richiesta di rinvio a giudizio nei confronti del senatore, il PM Salvi scrive: Nulla fino a quel
momento era trapelato al di fuori del sid e del suo referente politico Giulio Andreotti.
L'Italcasse Il coinvolgimento di Andreotti era gi nelle carte che Sica aveva a disposizione nel 79,
tuon il relatore di minoranza alla Commissione P2, Massimo Teodori. Ma l'ex deputato radicale
non si riferiva ai Petroli, bens all'Italcasse, la seconda delle tre piste individuate dal PM romano. Lo
scandalo Italcasse riuniva una serie di vicende che avevano quale comune denominatore l'ingerenza
dei partiti (ma soprattutto della DC e al suo interno della corrente andreottiana) nella gestione
dell'Istituto centrale delle Casse di Risparmio italiane, noto come Italcasse. La banca, che
finanziava opere pubbliche, era in quel periodo oggetto di numerose inchieste amministrative e
giudiziarie per l'elargizione di "fondi neri" (operazioni illecite di finanziamento ai partiti attraverso
operazioni contabili "in nero") e di "fondi bianchi" (la concessione anomala di crediti a imprese
collegate al mondo politico che ne otteneva in cambio cospicue tangenti). Una vicenda molto
complessa, per i riflessi sia politici sia giudiziari, che a noi interessa soltanto per quanto riguarda la
nostra inchiesta. Al centro dello scandalo c'erano le situazioni debitorie della SlR di Rovelli e della
societ Caltagirone, che nei confronti dell'Italcasse avevano totalizzato debiti per centinaia di
miliardi. Quando il direttore generale dell'Italcasse, Giuseppe Arcami, fu costretto alle dimissioni,
le societ rischiarono la bancarotta e Andreotti fu accusato di essere indebitamente intervenuto, in
qualit di presidente del Consiglio, nelle operazioni di salvataggio.
Nei giorni successivi al delitto, ci furono alcune rivendicazioni anonime che avevano tutta l'aria di
sollecitare l'attenzione degli inquirenti sull'Italcasse, come possibile movente dell'omicidio
Pecorelli. Arriv in Procura anche un volantino, siglato da un sedicente Partito Armato Europeo,
nel quale si affermava che l'omicidio era stato organizzato dalle forze monetarie anglofile legate
alla Banca d'Italia. Pecorelli vi veniva descritto come un ricattatore professionista, un taxi usato
dai vari servizi segreti per operazioni di ricatto. Il messaggio dell'Anonimo sembra piuttosto
equivoco: in realt Pecorelli aveva costantemente seguito la vicenda, con articoli a cadenza
settimanale, attingendo oltre che a sue fonti personali anche alla relazione ispettiva della Banca
d'Italia che port alle dimissioni di Arcaini, firmata dal capo della vigilanza Mario Sarcinelli, dando
massimo risalto al contenuto della stessa (fondi neri e contabilit occulta). Non era la Banca d'Italia
il bersaglio di Mino; anche se era molto interessato agli sviluppi dell'Italcasse.
All'indomani del delitto, il PM Luciano Infelisi, amico del giornalista, si catapult dal procuratore
capo di Roma Achille Gallucci affermando che poche ore prima di essere ucciso Pecorelli era andato

a trovarlo nel suo ufficio per dirgli che aveva avuto notizie esplosive sul rapimento del figlio di
Arcaini, il direttore dell'Italcasse. E anche l'avvocato Franco De Cataldo, radicale, difensore del
giornalista nei processi di querela, interrogato da Sica conferm: S, era a caccia di notizie
sull'Italcasse, mi aveva chiesto informazioni sull'istruttoria.
Le anticipazioni di Mino risalivano all'ottobre '77, un anno e mezzo prima della morte, quando
Arcaini era stato costretto alle dimissioni. Pecorelli lo difese, sostenendo che la magistratura aveva
centrato l'attenzione soltanto sul conto di sei miliardi a lui intestato, tralasciando altre operazioni e
altre responsabilit. In quei giorni OP pubblicava un primo elenco di assegni per l'ammontare di
due miliardi e rivolgeva ad Andreotti questa domanda: Presidente, a lei questi assegni chi glieli ha
dati?. Domanda retorica. Il giornalista sapeva benissimo che provenivano dal petroliere Nino
Rovelli, presidente del colosso chimico SIR Rumianca e gran finanziatore della corrente
andreottiana (se n' recentemente tornato a parlare a proposito del processo IMI-SIR). La SIR era
in una situazione di totale deficit e aveva contratto un debito inestinguibile con l'Italcasse di
duecentodiciotto miliardi. Lo scandalo fu uno degli argomenti trattati da Moro nel Memoriale:
L'Italcasse il grande elemosiniere della DC. Cos era scritto nella versione del 78. Ma nel
manoscritto ritrovato nel '90, il presidente DC esprimeva durissime critiche ad Andreotti; secondo
il professor Francesco Maria Biscione (autore di uno studio comparato delle varie versioni degli
scritti di Moro), questo passaggio porta il segno della manipolazione. Nel 78 lo scandalo era ancora
sui giornali e le pesanti affermazioni di Moro avrebbero gravemente danneggiato Andreotti, come
vedremo pi avanti. Proprio alla fine di quell'anno, Mino era tornato sull'argomento con nuove
rivelazioni: una bomba, l'Italcasse non finita, appena cominciata, ai primi dell'anno verr
fuori chi ha preso gli assegni. E muoveva ad Arcaini il rimprovero di aver creato un cordone di
societ finanziarie e immobiliari rette da uomini che in un modo o nell'altro ne condizionano
l'attivit. Il 16 dicembre 1978 Arcaini fugg all'estero, dove mor di infarto tre mesi dopo; soltanto
allora si seppe che contro di lui era stato emesso un avviso di reato per peculato. Qualche mese
prima su OP era apparsa la notizia che il direttore generale era stato liquidato con centinaia e
centinaia di milioni dal consiglio di amministrazione.
Gli "Assegni del Presidente" La campagna di stampa orchestrata da Pecorelli sugli "Assegni del
Presidente" certamente non era gradita ad Andreotti, n al suo entourage: abbiamo visto come
l'argomento sia stato oggetto della famosa cena al ristorante la "Famija Piemunteisa", durante la
quale Pecorelli e Vitalone, in presenza del giudice Carlo Adriano Testi e del vicecomandante della
Guardia di Finanza, discussero del servizio che OP era in procinto di pubblicare con tanto di foto

di Andreotti in copertina, rabberciando alla fine un accordo economico su un contratto


pubblicitario da trecento milioni, pi una trentina in contanti per la tipografia. I giudici, come
sappiamo, non hanno ritenuto che nel corso di quell'incontro sia stato trovato alcun accordo solido
e definitivo con il giornalista e hanno respinto la tesi dei difensori del senatore secondo cui,
ammesso che questa trattativa sia avvenuta, ci basterebbe a sgombrare il campo da ogni ipotesi
omicidiaria. Pecorelli non era affidabile, afferma la Corte, gli amici di Andreotti sapevano
benissimo che avrebbe finito per scrivere tutto quello che sapeva: la cena e l'offerta in denaro erano
soltanto un tentativo di tenerlo buono e prendere tempo.
E poi non l'Italcasse il movente del delitto, ma l'imminente pubblicazione di ampi stralci del
Memoriale. Gli articoli sugli "Assegni del Presidente" avevano per esasperato i rapporti tra il
giornalista e il clan andreottiano. Anche perch Pecorelli aveva effettivamente le prove delle
tangenti pagate brevi manu ad Andreotti, sotto forma di assegni di piccolo taglio, da Nino Rovelli.
Franca Mangiavacca nel '93 si ricordata che Mino aveva avuto alcune fotocopie di quegli assegni
da Ezio Radaelli, l'ex patron del Cantagiro. Al canzonettista, scopritore di talenti come Rita Pavone
e Teddy Reno, erano stati girati direttamente da Andreotti per organizzare serate musicali durante
una campagna elettorale. Il pacchetto ammontava a centosettanta milioni di lire, cifra ingentissima
per quegli anni. Ed stato proprio lui, il patron, a mettere definitivamente nei guai il senatore.
Convocato dai magistrati nel maggio '93, Radaelli ha confermato di aver dato le fotocopie a Mino e
ha perfino detto di essere stato oggetto di pressioni da parte di una persona vicina al senatore che,
poco prima dell'interrogatorio, era andata a trovarlo per fargli capire che non doveva fare il nome di
Andreotti: Non che me lo abbia detto apertamente, me lo ha suggerito. Ricorda quegli assegni di
Rovelli che le diede Wagner? No, risposi, ricordo che me li diede Andreotti. E lui se n' andato.
Povero senatore, stato anche accusato di tentativo di corruzione del teste he mani della mafia Il
direttore di OP era l'unico in quegli anni a fare guerra aperta al Presidente; attaccare Andreotti
era diventata per lui una missione. In un'intervista pubblicata nel giugno '93 dal Corriere della
Sera, a firma di Paolo Graldi, l'avvocato Gianfranco Rosini, che era andato a trovarlo poche ore
prima che fosse ucciso, rivela: Mino mi aveva confidato che per circa due anni era stato una specie di
segretario personale di Andreotti. Io dissi: Un personaggio ambiguo questo Andreotti. E lui
rispose: Uno dei grandi criminali della storia, sto approntando un fascicolo documentatissimo che
sveler chi veramente Andreotti e quali e quanti siano i suoi crimini.
Capitoli che in un modo o nell'altro riconducevano a quel "patto con la mafia" di cui lo accusano
oggi i magistrati di Palermo. E la mafia compare per la prima volta, nelle indagini sull'omicidio

Pecorelli, proprio a margine dello scandalo Italcasse. La mattina del 20 marzo, poche ore prima di
essere assassinato, era andato da Infelisi per dirgli che aveva tra le mani "materiale esplosivo" sul
figlio di Arcaini: informazioni dirompenti sulla scandalo della Pubblica Banca. Di che poteva
trattarsi? Se non gli avessero sparato, probabilmente avremmo letto la seconda puntata dell'articolo
pubblicato sul numero 5 di OP. Ma il primo "colpo" lo aveva gi messo a segno, era in edicola
quando il killer dall'impermeabile bianco ha aperto il fuoco in via Tacito.
La storia era in effetti "scoppiettante", come disse a Infelisi. Sotto il titolo "Caro Paul... firmato
Arcaini", Mino raccontava di uno strano rapimento avvenuto la sera del 19 marzo '77, quando il
figlio di Arcaini era stato affrontato da due uomini incappucciati sotto la sua casa di Milano: Erano
circa le due di notte e Rino Arcaini, il figlio del direttore generale dell'Italcasse, parcheggiata l'auto
stava per rientrare nella sua abitazione quando gli si pararono davanti, pistola alla mano, due
individui con il viso coperto da passamontagna di lana. Di qui in avanti la meccanica del sequestro
(che di sequestro si tratta) segue sviluppi che non hanno precedenti nella storia del crimine.
I due malviventi, spiega Pecorelli, avrebbero ordinato a Rino Arcaini di salire in casa e sotto la
minaccia delle pistole lo avrebbero obbligato a scrivere tre diverse lettere a questo misterioso Paul,
della cui copia Mino era entrato in possesso (questo lo scoop!), e nelle quali egli si autodenunciava
di altrettanti gravi episodi destinati a restare sotto silenzio. Nella prima riconosceva di aver venduto
a una societ francese il 49 per cento della Francis... e di aver depositato il ricavato in una banca
svizzera; nella seconda dichiarava di essere il vero responsabile di un incidente costato la vita a due
operai per il quale fu assolto da magistrati giudicanti ai quali fu molto riconoscente; nella terza
scriveva di aver effettuato insieme ad altri soci numerosi viaggi in America e di aver condotto in quel
paese transazioni di affari a seguito delle quali ha lucrato utili per l'importo di trentacinque
miliardi, anche questi depositati in Svizzera. E cos conclude: Fatti sottoscrivere ad Arcaini i tre
capi d'imputazione (per estorcere la confessione non occorrono meno di tre ore), i due incappucciati
gli raccomandano di informare il padre dell'accaduto perch provveda a procurarsi dieci miliardi di
spiccioli, quindi gli somministrano un potente narcotico, aspettano che cominci a dormire e se ne
escono indisturbati dalla Comune. A Milano l'alba del 19 marzo, San Giuseppe, il santo di
Arcaini.
La spiegazione di questo ingarbugliato affare l'ho trovata negli "scatoloni" di Sica, quello dove il
magistrato la notte del 20 marzo, subito dopo l'omicidio, aveva raccolto tutte le carte recuperate
nella redazione di OP, bozze di articoli, block-notes, appunti, fotocopie e documenti
riservatissimi.Tra gli allegati alla relazione della Commissione P2, dove alla fine quei documenti

erano approdati, al tomo XXIII c' una fotocopia della lettera indirizzata al fantomatico Paul e
un'informativa che rende possibile ricostruirne l'identit: Frey Paul Roberto, vero nome Frei
Aloisio Paul. Mov. estrema destra, furto Volkswagen, omicidio Benz Ottimar, trafficante d'armi,
venduto a Salvatore pistola e armi, identificato Luigi Salvatore, Fronte rivoluzionario. L'appunto
era uno dei tanti che Mino prendeva al telefono parlando con qualche "vocina" amica. Chi era Paul
Aloisio Frei? Che ruolo ha giocato nel sequestro del figlio di Arcaini, per conto di chi aveva
condotto il pesante ricatto nei confronti del presidente dell'Italcasse? Lo scenario che s'intravede
dietro il rapimento falso-vero il solito e via via che ci inoltriamo in questa fantastica storia
dobbiamo farci l'abitudine: mafia, trafficanti d'armi, terrorismo nero, malavita romana e gangster
marsigliesi. In una parola, la Banda della Magliana, che alla fine degli anni Settanta poteva essere
gi considerata il braccio armato dei poteri forti, anche se il giudice Verrina non riuscito a trovare
prove sufficienti per "incastrare" i presunti esecutori dell'omicidio di Mino Pecorelli.
In quel block-notes, trovato a san Macuto, assieme alla fotocopia della lettera al misterioso Paul,
c'erano anche le riflessioni che Mino andava facendo mentre si avviava a passi veloci verso la morte:
Andreotti un capo quasi assoluto cui tutto per la Ragion di Stato concesso [...]. C'era un altro
Presidente che non aveva la macchina blindata, non presidente del Consiglio, ma presidente del
Consiglio nazionale del suo partito, la DC. Un tale chiamato Aldo Moro.
Pi avanti troviamo un'altra noticina preziosissima, quanto a primo impatto indecifrabile: Il
pasticcio Italcasse rivela un personaggio, un'eminenza grigia, che vale a gettare parecchia luce
sull'oscura e torbida vicenda. Si tratta del finanziere italo-svizzero Florent Ravello Ley, amico e
socio di Addario [condirettore generale dell'Italcasse], gi prima che questi venisse esaltato ai fasti
dell'Italcasse era consigliere della Flaminia Nuova e reale dominus...
Queste poche righe rivelano che Mino aveva individuato quell'invisibile filo che lega l'economia
legale all'imprenditoria mafiosa, l'intreccio di denaro pubblico e privato attraverso un sistema di
riciclaggio che aveva i suoi terminali nelle banche svizzere. La Flaminia Nuova, la SOFINT e altre
societ del finanziere Florent Ley Ravello erano clienti dell'Italcasse, usufruivano di crediti
illegittimi, ma facevano anche parte di quel reticolo di societ finanziarie e imprenditrici legate alla
Banda della Magliana, di cui lo svizzero Ley Ravello era il socio pi presentabile di una cordata che
in ogni caso riportava a Pippo Cal, il tesoriere di Tot Rima. Torneremo a parlare di Florent, della
Flaminia Nuova pi avanti, via via che ci avvicineremo all'intreccio pi oscuro che si cela dietro
l'omicidio Pecorelli e capiremo fino in fondo il pericoloso significato di quell'appunto che Mino
scrisse pochi giorni prima di morire.

La stagione del golpe L'omicidio di Mino Pecorelli chiude un decennio drammatico, culminato
l'anno precedente con la strage di via Fani e il delitto Moro. Per capire il contesto in cui si colloca il
pi grave delitto politico compiuto in Italia, occorre ricostruire quello che Pasolini definiva il
romanzo delle stragi, le cui radici affondano in anni ancora pi lontani, i primi anni Sessanta,
quando ci fu la svolta del centrosinistra.
La lunga stagione del golpe dur circa dieci anni, dal '64 al '74, e si intrecci con quel periodo di
complotti, attentati, bombe che divenne poi tristemente noto come la "strategia della tensione".
Dalle indagini sui gravi fatti di sangue degli anni Settanta, sono emersi finora soltanto frammenti
della trama perseguita dagli ignoti burattinai, che sembravano tirare le fila del disordine con il solo
scopo di creare le condizioni per un intervento militare "forte", in grado di garantire una svolta
autoritaria. All'interno di questo progetto si muovevano ambienti e forze politiche eterogenee, che
andavano da una destra ancora istituzionale a un'ala realmente golpista, nella quale avevano trovato
legittimazione neofascisti, nostalgici e partigiani anticomunisti. Un ruolo di non poco rilievo, in
questa lunga serie di attivit illegali, lo hanno ricoperto in quegli anni i servizi segreti: il SIl-'AR
(Servizio Informazioni Forze Armate) negli anni Sessanta, pi tardi il SID (Servizio Informazioni
Difesa) e per finire il SISMI (Servizio Informazioni e Sicurezza Militare) e il SISDE (Servizio
Informazioni e Sicurezza Democratica) fino a quando, con la riforma del '77, la nostra inteliigence
fu scissa in due tronconi: da un lato il controspionaggio militare, dall'altro la sicurezza interna. Ma
le cose non andarono meglio: alla "strategia della tensione" era subentrata la fase degli "opposti
estremismi" e del terrorismo brigatista che culminer con il sequestro Moro.
Uno dei pi appassionanti enigmi della Prima Repubblica riguarda il ruolo che Andreotti ha avuto,
sia nella vicenda golpista sia nelle trame successive, per via delle profonde relazioni che lo legavano
ai servizi segreti. La sua permanenza al ministero della Difesa, dove rimase pi a lungo di ogni altro
uomo di governo, ha contribuito a far accrescere attorno a lui quella sulfurea leggenda di uomo
potente, pericoloso e per questo inaffondabile. Un'accusa dalla quale Andreotti si sempre difeso
cos: Con i servizi segreti non ho mai avuto relazioni, me lo hanno sempre sconsigliato per il mio
prestigio e io ho seguito il consiglio. Quanto ci sia di vero non sappiamo, ma un barlume di luce sui
reali rapporti tra Andreotti e i generali golpisti, ce lo offre la lettura incrociata degli unici
protagonisti di quegli anni che osarono attaccarlo su questo imperscrutabile fronte.
Naturalmente troviamo da un lato Moro e il suo Memoriale, dall'altro Pecorelli con le sue velenose
e informate noticine su OP. Anzi alcuni scritti di Pecorelli, del 78, erano in tale "sintonia" con
quanto il presidente DC aveva appena rivelato alle Brigate Rosse nel Carcere del Popolo, da indurre

i giudici di Perugia a sospettare che il giornalista avesse una fonte "personale" in grado di informarlo
quasi in "diretta" su quanto diceva il prigioniero, molto prima che i memoriali divenissero pubblici.
La fonte non poteva essere Dalla Chiesa, o perlomeno non soltanto lui, dal momento che alcuni
articoli precedono l'incontro con il generale. I giudici di Perugia non hanno perci escluso che
Pecorelli avesse un contatto personale all'interno delle Brigate Rosse, o molto vicino
all'organizzazione.
La strategia della tensione Al termine di un anno che aveva visto crescere la contestazione
studentesca e poi la mobilitazione operaia nelle fabbriche, culminata con 1'"autunno caldo",
all'interno della Banca Nazionale dell'Agricoltura, di piazza Fontana a Milano, esplose una bomba
ad alto potenziale che fece diciassette morti e ottantacinque feriti. Era il 12 dicembre 1969: fu il
momento pi incandescente della strategia della tensione, un punto di non ritorno nella storia della
nostra democrazia. La strage di piazza Fontana considerata la madre di tutte le stragi che, da quel
momento in poi hanno segnato i passaggi cruciali della nostra vita politica. Tutto quello che
accaduto, prima e dopo piazza Fontana, possibile leggerlo attraverso la lente dell'inchiesta
"infinita" sui responsabili, durata oltre vent'anni e riaperta dal giudice Guido Salvini nel '94.
L'ultima indagine in ordine di tempo si recentemente conclusa con la riaffermazione della
colpevolezza dei primi imputati, Franco Preda e Giovanni Ventura, non pi perseguibili perch
definitivamente assolti, e con la richiesta di arresto nei confronti di Delfo Zorzi, in Giappone da
anni, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni irreperibili. La decisione forse non servita ad
assicurare alla legge i responsabili, ma ci ha consentito di rileggere in modo unitario l'intera fase
della "strategia della tensione".
L'inizio della stagione dei golpe viene datato al '64, quando il generale Giovanni De Lorenzo,
comandante generale dei Carabinieri ed ex capo del SIFAR, mise a punto il "Piano Solo". Fu cos
definito perch, nei progetti dell'allora capo di Stato Antonio Segni (preoccupato per le
inquietudini che il nascente centrosinistra aveva provocato) avrebbero dovuto partecipare
all'operazione soltanto i carabinieri, di cui maggiormente si fidava. Il "Piano Solo" prevedeva, oltre
all'occupazione dei centri politici e istituzionali, la deportazione in Sardegna di una lista di
enucleandi, la cosiddetta Lista E, di cui dovevano far parte sindacalisti, dirigenti comunisti, ma
anche socialisti, compresi alcuni parlamentari: lista mai recuperata, ma certamente esistente: fu
proprio Andreotti a confermarlo alla Commissione Parlamentare d'Inchiesta Biolchini.
L'elemento pi interessante del mancato golpe di De Lorenzo il primo certo coinvolgimento di
Gladio, dato che i deportati avrebbero dovuto essere concentrati presso la base militare di Capo

Marrargiu, a nord di Alghero, che alla luce delle attuali conoscenze era il luogo dove venivano
addestrati gli uomini dei reparti Stay Behind, per una guerra da combattersi "dietro le linee" in
nome dell'anticomunismo, non contro il nemico invasore ma contro nemici interni, anche a prezzo
di fomentare un conflitto civile.
Per capire meglio la genesi della sindrome golpista dobbiamo fare qualche accenno alla biografia di
De Lorenzo: a proporlo capo del SIFAR era stato nel '55 l'allora presidente della Repubblica
Giovanni Gronchi. La sua nomina fu molto gradita all'ambasciatrice statunitense Claire Booth
Luce e in particolare al suo consigliere politico AUen Dulles, uomo della CIA, che consideravano
Gronchi un po' troppo "sinistro" e vedevano di buon occhio che fosse tenuto sotto stretto controllo.
Controllo che non manc di essere eseguito, tanto che il capo del SIFAR fin per piazzare cimici
anche in Vaticano per sapere cosa dicesse il capo dello Stato al papa. Per dare un'idea del clima in cui
matur il primo progetto golpista, possiamo aggiungere che il responsabile militare dell'ambasciata
americana, Verner Walters, si muoveva dicendo che se i socialisti fossero andati al governo, gli USA
sarebbero stati costretti a invadere militarmente l'Italia.
Questa decisione di mettere sotto controllo l'intero mondo politico divent una tale ossessione che
il servizio fin per compilare 157 mila schede informative su politici, sindacalisti, uomini di Chiesa,
imprenditori, giornalisti. Una schedatura di massa, che insieme alle rivelazioni sul mancato golpe,
pose fine nel '67 alla carriera di De Lorenzo, proprio quando era riuscito a diventare Capo di Stato
Maggiore dell'Esercito. Il generale fu fatto fuori sull'onda dello scandalo: fu anche deciso di
eliminare i 157 mila fascicoli, raccolti illegalmente, completi di notizie sulla vita privata di una
moltitudine di personaggi pubblici. Ma la "grande fumata", come fu definito il rogo delle schede, fu
rinviata di stagione in stagione. Nel frattempo le schede pi interessanti, nell'ordine di qualche
migliaio, finirono in copia al generale Allavena che, una volta iscritto alla P2, le pass a Licio Gelli
il quale seppe farne buon uso.
Prima di essere destituito, De Lorenzo era riuscito a piazzare tutti i suoi uomini nei posti chiave dei
pi importanti uffici, sia del SiFAR che dell'Arma, creando in violazione di ogni norma di sicurezza
democratica, un unico mastodontico servizio segreto alle cui dipendenze troveremo migliaia di
uomini quasi tutti carabinieri. Una struttura che continu a operare anche negli anni successivi.
All'origine delle fortune di De Lorenzo c'erano un paio di medaglie d'oro al valor militare,
conquistate durante la Resistenza. Alla "scheda" sul generalone va aggiunto che nel periodo della
Liberazione era riuscito a stabilire ottimi rapporti con gli americani, che coltiv anche in seguito,
tanto che, all'insaputa del governo italiano, prese concreti accordi con gli USA per l'attuazione di un

piano di permanente offensiva anticomunista, denominato Demagnetize, il cui obiettivo era quello
di ridurre con ogni mezzo la crescita e il potere dei partiti comunisti italiani e francesi.
Il golpe, nell'estate '64, fu alla fine archiviato. Cosa sia accaduto non mai stato ben chiaro. Fu forse
il fiuto politico di Aldo Moro a salvare la situazione: intu che il vero obiettivo del putsch era quello
di ridimensionare la portata riformatrice del suo governo, il primo ad aver aperto ai socialisti. Il
presidente del Consiglio arriv a partecipare a una riunione "cospiratoria",una delle tante che si
svolsero in quella folle estate. Fatto che di l a poco cadde il primo governo Moro e, nella seconda
edizione, le istanze innovatrici e popolari del centrosinistra risultarono pi che annacquate. Il
risultato era stato ottenuto e senza neppure sparare un colpo. Nell'economia della nostra storia,
questo un periodo che precede di qualche anno gli avvenimenti che a noi interessano. Ma bene
risalire alle origini. Il golpe De Lorenzo considerato il padre di tutti i golpe, proprio come la strage
di piazza Fontana la madre di tutte le stragi. Tant' che da quel momento in poi, la data del colpo
di Stato fu rinviata di anno in anno, almeno fino al 74, senza mai essere accantonata. E non si mai
capito bene, se a partire da quel momento, il ricorso al "tintinnar di sciabole", come lo defin Pietro
Nenni, fosse un reale tentativo di rovesciamento dei poteri costituzionali o soltanto xavintentona,
come dicono gli spagnoli, e cio un progetto il cui scopo era quello di condizionare gli equilibri
politici.
Il golpe Borghese Era passato un anno dalla strage di piazza Fontana, quando si decise di ritentare
la strada del golpe. La notte dell'8 dicembre, la notte dell'Immacolata, alcune centinaia, forse
migliaia di uomini, agli ordini del comandante Junio Valerio Borghese, si mossero alla conquista dei
centri decisionali della capitale. Un gruppo di avanguardisti arriv a occupare il Viminale. Poi
qualcuno fece una telefonata, attorno a mezzanotte, e come d'incanto l'adunata si sciolse, i
congiurati abbandonarono i sotterranei del ministero degli Interni, i reparti che si stavano dirigendo
verso il Quirinale fecero marcia indietro, alcune colonne di uomini che si stavano muovendo sulla
Salaria in direzione di Roma, furono bloccate. Cos'era successo? Borghese, il Principe nero, il
mitico comandante della X MAS, era un generale di alto livello, durante la guerra aveva ricoperto
incarichi importanti, era un esperto di antiguerriglia, fu salvato dagli angloamericani che lo
sottrassero alla fucilazione decisa dai GAP: se si era esposto fino a quel punto non poteva trattarsi di
un "golpe da operetta". Borghese doveva aver avuto qualche assicurazione ad alto livello. questa
almeno la convinzione pi diffusa. Il senatore Pino Romualdi dell'MSi, ex consigliere del Partito
Fascista Repubblicano, confid a Marco Pannella: Junio mi aveva chiesto di aderire, io gli
domandai se c'era qualcuno sopra di lui. Non mi rispose, decisi di non accogliere il suo invito perch

non c'era alcuna certezza della purezza dell'operazione. C' chi in quella vicenda intravide lo
zampino dell'ambasciatore americano Graham Martin, nominato nel '69 da Nixon. Il presidente
USA era molto preoccupato per la situazione italiana: vedeva comunisti ovunque e si diceva anche
che fu lui a promuovere la P2 come centro di potere anticomunista. Quanto a Martin, fu una scelta
giudicata infelice dalla stessa GI, perch l'uomo era poco incline a capire la complessit della
situazione italiana, che interpretava e giudicava sulla base di contatti con personaggi di destra o
estrema destra, in quel periodo di casa all'ambasciata di via Veneto.
Ma doveva esserci anche una copertura interna, politica. Come potevano gli uomini di Junio essersi
spinti cos avanti, se non con la certezza che il progetto poteva avere uno sbocco operativo, un
programma su chi avrebbe assunto i pieni poteri avallando l'azione militare? L'uomo chiave di
quella notte fu il capo del SiD, Vito Miceli, la cui nomina era freschissima, di appena due settimane.
Fino a quel momento aveva ricoperto il ruolo di capo del SiOS (Servizio Informazioni Operative e
Situazione) dell'esercito, il servizio segreto delle Forze Armate, insomma era uno "spione" di
vecchia data. Fu una nomina di ispirazione massonica: Miceli era entrato nella loggia di Palazzo
Giustiniani l'anno precedente e fu il primo uomo che Gelli riusc a piazzare a capo del SID. Il
Venerabile, che non aveva alcun ruolo riconosciuto negli organigrammi del servizio segreto, ottenne
in cambio di usufruire di un ufficio, di una linea telefonica e di quel nome in codice, "Filippo" con il
quale ormai interloquiva a ogni livello.
Conobbi Miceli a un ricevimento tra il '68 e il '69, gli proposi l'ingresso in massoneria e lui
accett, raccont Gelli, il 28 settembre 1976, al giudice fiorentino Pierluigi Vigna. Era stato
proprio lui, il Venerabile, si racconter in seguito, a telefonare quella notte al comandante Junio
Valerio Borghese per bloccare la marcia dei congiurati ormai giunti a poche centinaia di metri
dall'ufficio del presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Celli sembr dell'avviso che la gita
fino al Viminale fosse pi che soddisfacente: Il fatto che quella notte piovve e forse qualcuno ha
avuto paura di bagnarsi, fu il suo unico e caustico commento. Ma la telefonata non poteva essere
una sua iniziativa personale.
Nell'84 Buscetta, coinvolto con altri boss di Cosa Nostra nel golpe Borghese, raccont a Falcone
che il progetto era appoggiato dagli americani. Secondo Masino l'operazione fu bloccata perch in
quelle ore si disse che erano state avvistate nel Mediterraneo navi e cacciatorpediniere, messe in
allerta da voci che circolavano in ambienti del PCI. Insomma, fare un Golpe in Italia non sarebbe
stata un'operazione indolore; non poteva ripetersi quello che era avvenuto in Grecia tre anni prima.
Non fu soltanto Buscetta a dare questa versione dei fatti: come vedremo, altri congiurati

confermeranno il coinvolgimento di ambienti NATO nel progetto golpista.


Fallito il golpe, qualunque capo di servizio segreto sarebbe stato rimosso, invece Miceli rest al suo
posto fin quando lo scandalo non esplose. La successiva ricostruzione degli eventi consent di
accertare che attorno a mezzanotte il capo del SID fu ufficialmente informato che gli insorti
avevano occupato il Viminale, da Federico Gasca Queirazza, allora capo dell'Ufficio D, e cio
vicecapo del servizio segreto perch all'epoca quell'ufficio svolgeva il ruolo attualmente coperto dal
SISDE.
Non prendere alcuna iniziativa, me ne occupo io, penser io a informare chi di dovere, rispose
Miceli. In realt fece passare pi di due ore prima di telefonare al ministro dell'Interno Restivo, per
consentire ai congiurati di defluire. In seguito fu abbastanza accorto da disporre indagini: negli
archivi del SID furono conservate le bobine delle registrazioni telefoniche e anche alcune copie di
un paio di rapporti, stilati dal servizio sull'intera vicenda. Ma non furono consegnati alla
magistratura, se non nel 75, dopo che Miceli fu arrestato in relazione al golpe.
Nel marzo '71, quando ormai del golpe Borghese erano pieni i giornali, Miceli fu interrogato dalla
magistratura, a toglierlo dall'imbarazzo fu il procuratore generale Carmelo Spagnuolo, massone
dichiarato dal 1947, che gest la cosa con mano leggera. Il capo del SID avvalor la tesi, poi
appoggiata da dichiarazioni della destra politica, che si fosse trattato di un gesto "sconsiderato" di
un pugno di nostalgici di cui, in seguito alla segnalazione, non si era trovata traccia. Il tacito accordo
tra il procuratore e il generale fu di tener fuori la massoneria, che invece aveva molti suoi esponenti
coinvolti, a cominciare da uno dei massimi organizzatori, il costruttore Remo Orlandini. La
Commissione Parlamentare sulla P2 accert molti anni dopo che, in occasione di un convegno
all'Hilton, era stato proprio "il fratello colonnello" Gelli a informare il Gran Maestro Salvini, capo
della loggia di Palazzo Giustiniani di aver iniziato sulla spada quattrocento alti ufficiali
dell'esercito al fine di predisporre un governo dei colonnelli che era sempre meglio di un governo dei
comunisti.
Molti anni dopo il neofascista Paolo Aleandri, che aveva partecipato alla notte dell'Immacolata,
diede questa versione: Quando i gruppi armati della destra extraparlamentare [Ordine Nuovo e
Avanguardia Nazionale] e alcuni reparti delle Forze Armate fossero riusciti a impadronirsi dei
centri nevralgici del potere [RAI, presidenza della Repubblica, ministero degli Interni...] sarebbe
dovuto scattare un piano insurrezionale esistente nelle cassaforti del Comando Generale dell'Arma
dei Carabinieri, con l'arresto per finalit antiinsurrezionali di sindacalisti, esponenti politici,
militari e altri interventi analoghi. L'attuazione del piano avrebbe consentito l'instaurazione di un

governo militare, sostenuto dalle forze istituzionali che avevano dato il tacito assenso
all'operazione.
Il piano cui fa riferimento Aleandri, custodito nella cassaforte dei carabinieri, evidentemente il
"Piano Solo" e anche la lista dei proscritti dev'essere la stessa, famigerata Lista E, forse aggiornata di
qualche anno. Nelle bobine conservate nella cassaforte del SID, si trover nel 75 anche una
telefonata tra due congiurati, l'ex para Sandro Saccucci e il maggiore Rosa, che commentano i fatti
della notte precedente: Ci hanno traditi, dice Saccucci. E fu tradito anche il comandante della X
MAS. Raccont Stefano Delle Chiaie, dal suo rifugio in Spagna, che Tunio era morto non
d'infarto, ma per un caff al cianuro, opportunamente corretto. Se si trattato davvero di omicidio,
vuoi dire che qualcuno realmente temeva possibili rivelazioni sulla portata del golpe e su chi c'era
dietro. Il SID certamente non era estraneo, risulter infatti che a contattare gli ufficiali delle Forze
Armate, sarebbe stato proprio l'agente Guido Giannettini, gi coinvolto come vedremo nella strage
di Piazza Fontana.
La guerra dei generali I primi anni Settanta, dopo la strage di piazza Fontana e il golpe Borghese,
furono fervidi per i nostri apparati di sicurezza, con i capi coinvolti nelle trame perennemente in lite
tra loro, divisi su tutto, lacerati da scandali e ricatti, in balia delle correnti politiche. Tra il '64 e il 74,
Andreotti fu due volte ministro della Difesa, e divenne nel 72 per la prima volta presidente del
Consiglio: aveva gi cinquantatr anni, un'et abbastanza avanzata per quello che era stato Xenfant
prodige della DC, il pupillo di De Gasperi, sottosegretario a soli ventiquattro anni, nell'immediato
dopoguerra. Dicono i politologi che ci dimostra come, nonostante il potere e il grande prestigio di
cui godeva all'interno della Dc, si era creata attorno a lui una certa diffidenza da parte dei big
democristiani, soprattutto Moro. Lo scoglio fu superato nel 72, sull'onda di gravissimi fatti di
sangue, con una coalizione di centrodestra che non disdegnava l'appoggio esterno dell'MSi. E da
allora, come sappiamo, stato alla guida del governo ben sette volte, prima di incappare in questo
sventurato processo.
Nel 74, quando Andreotti torn alla Difesa, l'esperienza del SiD travolto dagli scandali poteva
considerarsi agli sgoccioli, e fu proprio lui ad accelerarne la fine, facilitando l'arresto di Miceli
coinvolto nelle trame golpiste. Del generale non si era mai fidato e non a torto: aveva sparlato di lui
con i colleghi della CIA che glielo avevano subito riferito. La crisi del SiD fu anche il risultato di un
mutato clima internazionale: l'esperienza dei regimi fascisti nell'area del Mediterraneo, dai
colonnelli greci alla Spagna franchista, volgeva al termine. Nel 74, con lo scandalo Watergate negli
USA, entr in crisi la destra repubblicana e con essa l'asse Nixon-Kissinger, di conseguenza si

indebol l'appoggio americano a quei regimi. La dittatura in Portogallo croll il 25 aprile 1974,
travolta dalla "rivoluzione dei Garofani"; tre mesi dopo la stessa sorte tocc ai colonnelli greci:
resisteva la Spagna del generalissimo Franco dove trovarono rifugio Stefano Delle Chiaie e molti ex
attivisti di Avanguardia Nazionale ormai bruciati dalle indagini giudiziarie.
Per liberarsi dell'ormai scomodo Miceli, Andreotti nella sua qualit di ministro della Difesa affid
un'indagine interna sulla vicenda del golpe al generale Gianadelio Maletti, capo dell'Ufficio D, che
era in fama di ottimo tecnocrate, algido, efficiente, amico di tedeschi e israeliani. Era l'uomo del
futuro, Maletti, collocato a sinistra, fortemente appoggiato dai socialisti, in particolare
dall'onorevole Giacomo Mancini di cui era diventato amico durante il processo di Catanzaro su
piazza Fontana (trasferito da Milano per motivi di legittima suspicione). Ma anche il feeling tra
Andreotti e Malettiera destinato a esaurirsi nel breve volgere di qualche anno: il capo dell'Ufficio D
fu rimosso nell'ottobre 75, perch coinvolto con il suo aiutante La Bruna nella fuga all'estero di
Guido Giannettini, imputato della strage di piazza Fontana.
Una vicenda in cui Miceli aveva soffiato sul fuoco, proprio mentre Malettiportava a termine il suo
rapporto da cui emergeva il diretto coinvolgimento del capo del SID nel golpe Borghese. Insomma
la guerra dei generali era in pieno svolgimento, ma Andreotti era in una botte di ferro e non vedeva
l'ora di liberarsi di entrambi. L'inchiesta giudiziaria sul golpe fu affidata a Claudio Vitalone, come
sappiamo fedelissimo del ministro, che a conclusione dell'indagine avvi una requisitoria di ferro
contro Miceli: Il capo del SID ha spudoratamente mentito, patentemente violando fondamentali
obblighi del suo ufficio. Per oltre tre anni egli ha agito legibus so-lutus senza che nessuna delle
autorit sovraordinate abbia avuto modo di imporgli il rispetto di legalit e correttezza.
Nel frattempo il ministro della Difesa era riuscito a liquidare sia l'ala dura che quella legalitaria del
servizio segreto, assumendo il ruolo di "bonificatore" delle gravissime deviazioni dei servizi segreti:
questo gli consent di appoggiare un'ipotesi di riforma in nome della trasparenza e della legalit,
che riusc a decollare nel 77. Nonostante le assicurazioni, la rivoluzione nei servizi segreti fu una
vittoria personale del Venerabile Licio, che riuscir a piazzare tutti gli iscritti alla sua Loggia, ancora
poco nota ma gi molto potente, a capo dell'intera struttura di intelligence, delle Forze Armate e del
Viminale. Un team che troveremo vigile e attivissimo, l'anno successivo, durante il sequestro e il
rapimento Moro.
Il "malloppone" e i "malloppini" Pecorelli aveva incontrato La Bruna ventiquattro ore prima di
morire. Dopo anni di ostilit i due erano ormai amici per la pelle. L'incontro non particolarmente
interessante ai fini dell'inchiesta sull'omicidio, ma consente di affrontare il capitolo dei rapporti di

Mino con le "segrete stanze", una rete di relazioni pericolose in cui il giornalista nuotava come un
pesce nell'acqua. Erano gli uomini delle trame e dei golpe l'inesauribile fonte dei suoi scoop, uomini
bruciati nella "guerra dietro le linee" che gli raccontavano come fossero rimasti vittime di occulte
gerarchie, catene di comando non istituzionali, ordini illegali, deviazioni dalle finalit di servizio. E
tutti per un motivo o per l'altro avevano il dente avvelenato con Andreotti. Il giornalista in una
prima fase aveva difeso a spada tratta Miceli, attaccando Anisetta e Labrunne, come aveva
ribattezzato Maletti e La Bruna: li accusava di aver rovinato il capo del SiD per conto di Andreotti,
quando loro non erano da meno, visto che dirigevano una struttura deviata per alimentare la
strategia della tensione: stato proprio lui l'Anisetta a crearsi un centro di controspionaggio a uso e
consumo suo, della sua carriera, al cui comando ha posto La Bruna e il suo NOI). Ci riferiamo a
quella piccola armata Brancaleone costituita da otto ufficiali il cui ufficio aveva sede in via Sicilia, e
che avrebbe dovuto finire a Forte Braschi.
Poi, con il tempo le acque si acquetarono e quando tocc a loro, Mino abbracci la nuova causa. Pur
di dare addosso ad Andreotti era pronto a tutto. Scrive la Corte d'Assise di Perugia, nella
motivazione della sentenza: Pecorelli era in possesso di documenti segreti e sapeva che Miceli nel
rapporto originale sul golpe Borghese aveva citato nomi di politici e alti funzionari. Il rapporto era
stato consegnato alla magistratura, che per l'aveva restituito avendo preferito lavorare su ipotesi
minori.
Il magistrato cui Miceli aveva consegnato il dossier era proprio Vitalone. Pecorelli lo accusava di
aver manovrato per appropriarsi dell'inchiesta, in modo da favorire gli interessi del "ministro". Nelle
mani di Vitalone fin poi anche il cosiddetto "malloppone", ovvero il verbale che Maletti aveva
consegnato nel '75, prima di essere destituito, con tutti i rapporti e gli interrogatori sui congiurati
della notte dell'Immacolata. Mino, sul suo ( )P, dedic varie puntate al succulento fascicolo,
riportando brani della "chiacchierata amichevole" tra La Bruna e il golpista Remo Orlandini che,
ignorando la presenza del registratore nelle tasche del capitano, aveva vuotato il sacco. I nomi,
dimmi i nomi: se non capisco chi vi ha messo in questa situazione, come posso aiutarvi?, gli urlava
La Bruna e Orlandini era andato gi a ruota libera: NATO, e se non basta CI A e tedeschi, aveva
risposto secco.
Il rapporto di Maletti confermava la presenza di personaggi che andavano ben al di l dei quattro
"pensionati nostalgici", l'unica ipotesi su cui Vitalone intendeva lavorare. Ma anche il vecchio
rapporto di Miceli, finalmente riemerso dagli archivi del SID, non era da meno. Ma alla fine vinse
Vitalone: nella sua inchiesta di questi nomi non c'era traccia e a pagare le spese del golpe Borghese

furono soltanto Miceli e i soliti Orlandini, Saccucci e pochi altri. Pecorelli sosteneva che a
trasformare il "malloppone" in "malloppini" era stato .proprio lui, Andreotti, che aveva purgato i
verbali espungendo i nomi e i riferimenti pi imbarazzanti. Dalle colonne del suo OP, ogni
settimana andava all'attacco, accusava il ministro di aver distrutto i servizi segreti per suoi
personalissimi scopi e di aver gestito le rivelazioni sul golpe Borghese per smantellare il SID e
mettere ai posti di comando personaggi politici abituati al compromesso.
Forse Mino aveva ragione, ma per scoprirlo abbiamo dovuto aspettare il fatidico 1992, quando La
Bruna consegn al PM di Milano, Guido Salvini, una decina di nastri che prudentemente aveva
messo da parte. Dei nomi contenuti nel "malloppone", ne sono trapelati alcuni: c' un ammiraglio
NATO, un magistrato romano e altri ancora che non dovevano comparire; per fortuna, alcuni nel
frattempo erano morti. L'ex capitano del SID conferm a Salvini che la "sfrondatura" del
"malloppone" era stata decisa nello studio del ministro della Difesa Andreotti alla fine del luglio '74,
durante una riunione cui erano presenti, oltre al ministro, l'ammiraglio Mario Casardi (successore
di Miceli alla guida del SID), il comandante dei Carabinieri Enrico Mino, poi precipitato sulla Sila
con un elicottero, il capo dell'Ufficio D Maletti e lo stesso La Bruna.
L'agente Giannettini L'agente segreto Guido Giannettini ha svolto un ruolo chiave negli anni della
strategia della tensione. l'uomo che ha partecipato alla preparazione del golpe Borghese
arruolando gli ufficiali, ed stato poi arrestato con l'accusa di aver partecipato alla preparazione
della strage di piazza Fontana. Andreotti spieg al Tribunale dei ministri che si trattava di un
informatore, infiltrato in ambienti eversivi, che puntualmente forniva notizie sulla preparazione di
attentati, sia sulla strage di piazza Fontana che su quella di Fiumicino, compiuta nel 73 dai feddayn.
Attentati che non furono per sventati. Quando Maletti fu destituito dal servizio segreto, Pecorelli
rivel che era stato Andreotti, e non Rumor, ad apporre il segreto di Stato sulla appartenenza al SID
di Giannettini, e a coprire la sua fuga a Parigi, resa possibile dall'aiuto garantito da ambienti
ministeriali. Il SID gli avrebbe fornito un passaporto di comodo e a quanto risulta lo avrebbe
continuato a pagare.
In questa vicenda, Andreotti sembrava avere mantenuto un comportamento ambivalente: era stato
proprio lui, appena insediato alla Difesa, a denunciare il ruolo di Giannettini come informatore del
SID in un'intervista, forse convinto che fosse venuto il momento di voltare pagina, anche per i
mutati equilibri internazionali. Ma quando i giudici di Catanzaro gli chiesero conto dell'esatto
ruolo dell'informatore negli organigrammi del servizio, Andreotti oppose il segreto di Stato,
cercando poi di scaricarne le responsabilit su Rumor, che non se la sent di smentirlo: furono

entrambi rinviati a giudizio per reati ministeriali.


Ma chi era Giannettini? Per quali strade un neonazista dichiarato era giunto a ricoprire un ruolo
cos importante? Ufficialmente svolgeva attivit giornalistica, ma questa era soltanto una copertura:
l'agente apparteneva a varie organizzazioni spionistiche internazionali, camuffate da agenzie di
stampa, che tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Settanta costituivano il raccordo tra i regimi
fascisti di Spagna, Grecia e Portogallo con le organizzazioni italiane di estrema destra. Era amico di
Gurin Srac, ideologo neonazista, direttore dell'Aginter Press con sede a Lisbona, meta di molti
nostri fuoriusciti e ricercati. Giannettini era un ideologo, non un uomo d'azione come Stefano Delle
Ghiaie: con Pino Rauti alla fine degli anni Sessanta aveva scritto un libello anonimo dal titolo Le
mani rosse sulle Forze Armate, nel quale si attaccava pesantemente il generale De Lorenzo
giudicato troppo neutralista e poco anticomunista.
Pecorelli conosceva bene Giannettini. Il loro incontro era avvenuto nella redazione di Mondo
d'oggi, una rivista di estrema destra che a met degli anni Sessanta era considerata il salotto buono
di quel circuito oltranzista che faceva capo al generale Giuseppe Aloia, all'epoca comandante delle
Forze Armate. Aloia era un ultra del Patto Atlantico, un fautore dell'esercito "ardimentoso" che per
essere tale doveva avvalersi di una leva ideologicamente attrezzata in caso di conflitti locali. Il
generale temeva soprattutto l'influenza culturale e ideologica dei comunisti e fu uno dei promotori
del convegno organizzato dall'Istituto Pollio al Parco dei Principi, nel '65, da molti ritenuto l'atto di
nascita ufficiale della strategia della tensione. Mondo d'oggi era considerato il punto di ritrovo di
politici e intellettuali di estrema destra come Pino Rauti, Edgardo Beltrametti, Enrico de Boccard e
Franco Simeone, poi fondatore dell'Osservatorio di Politica Internazionale, detta OP, l'agenzia
di stampa che Pecorelli eredit negli anni Settanta.
Ma la fuga di Giannettini all'estero un altro dei capitoli del Memoriale, in cui Moro critica il
comportamento di Andreotti: Per quanto riguarda la strategia della tensione, che per anni ha
insanguinato l'Italia, pur senza conseguire i suoi obiettivi politici, non possono non rivelarsi
accanto a responsabilit che si collocano fuori dell'Italia, indulgenze e connivenza di organi dello
Stato e della Democrazia Cristiana in alcuni suoi settori [...]. Mi ha fatto particolarmente
impressione il cosiddetto caso Giannettini, la rivelazione improvvisa e inusitata per la forma
dell'intervista [si riferisce all'intervista rilasciata da Andreotti nel 74] del nome del collaboratore del
sin, forse collegata a presumibili insistenze dell'on. Mancini e con la difesa strenua fatta dal
parlamentare socialista del generale Maletti, accusato al processo di Catanzaro.
Lo strano furto in via Savoia Nessuno ha mai creduto che Gelli quella notte abbia potuto fare quella

telefonata di sua iniziativa, ma a nome di chi il Venerabile sia riuscito a sventare il golpe, ormai a un
passo dal suo compimento, rimane un mistero (a parte l'ipotesi sul contrordine americano). Il 28
marzo 1978, dodici giorni dopo il sequestro Moro, Mino scriveva di uno strano furto subito da Aldo
Moro nel 75, nel suo studio in via Savoia, da dove erano scomparsi documenti che dimostravano
come il golpe Borghese fosse stato una farsa montata da Giulio Andreotti. Un'accusa che, se
dimostrata, avrebbe chiamato in causa il Divo Giulio quale grande burattinaio della strategia della
tensione. Anche i giudici di primo grado del processo di Perugia affermano che il presunto
retroscena del golpe Borghese poteva essere un valido movente per l'uccisione del giornalista. Ma la
Corte d'Appello avanza un altro sospetto: in che modo Pecorelli era entrato in possesso di una
simile informazione e proprio in quel momento? Moro era nelle mani delle BR da dodici giorni, i
brigatisti avevano appena annunciato, nel Comunicato numero 4, che lo statista stava "pienamente"
collaborando all'interrogatorio nel Carcere del Popolo. L'oggetto del furto in via Savoia faceva forse
parte dei tanti segreti di Stato che Moro stava rivelando nella sua "ignota" prigione? Nel Memoriale
di questa notizia non c' traccia, anche se non si pu escludere che sia in uno dei passaggi secretati.
Sono per rimasti i pesanti giudizi che Moro diede ai suoi carcerieri sulle responsabilit di forze
internazionali, ma anche interne - la DC e i servizi segreti - nella drammatica esperienza di quegli
anni: La strategia della tensione ebbe la finalit di rimettere l'Italia sui binari della "normalit",
dopo le vicende del '68 e il cosiddetto autunno caldo. Si pu presumere che paesi associati a vario
titolo alla nostra politica, e quindi interessati a un certo indirizzo, vi fossero in qualche modo
impegnati attraverso i loro servizi di informazione. Su significative presenze della Grecia e della
Spagna fascista non ci sono dubbi, ma lo stesso servizio italiano pu essere considerato uno di
quegli apparati su cui grava il maggior sospetto di complicit del reato.
Pi avanti Moro spiega: doveroso rilevare che quello della strategia della tensione fu un periodo di
autentica e alta pericolosit con il rischio di una deviazione costituzionale che la vigilanza delle
masse popolari fortunatamente non permise. E invece [...] vi furono altri ambienti e organi che non
si collocarono di fronte a questo fenomeno con la necessaria limpidezza e fermezza. quella
commistione, di cui dianzi dicevo della DC, perla quale perseguendo una politica di egemonia
politica non stata abbastanza attenta a selezionare pericolose intrusioni.
Ma nel rievocare la strage di piazza Fontana Moro rivela anche l'esistenza di un gruppo
specializzato in attivit di antiguerriglia operante in ambito NATO, che potrebbe aver debordato
dalla sua attivit "antinvasione" ed essere stato utilizzato a scopi interni contro la crescita elettorale
del PCI. Una rivelazione che scaten un gravissimo allarme in tutti i servizi d'intelligence alleati,

forse superiore a quello ragionevolmente suscitato dalle poche frasi, comprensibili soltanto agli
addetti ai lavori, che noi conosciamo. Forse sapevano che Moro, sotto interrogatorio, era stato
molto pi preciso e dettagliato o avevano avuto conferma che, durante il sequestro, persone vicine
alla famiglia avevano recapitato alle Brigate Rosse documenti prelevati dal suo studio. Il timore,
convalidato dalla sentenza di Perugia, che questi documenti fossero i piani militari segreti della
NATO. Anche l'ammiraglio Fulvio Martini, che stato il capo del SISMI negli anni Ottanta, in un
suo libro di memorie ha rivelato che durante i cinquantacinque giorni del sequestro Moro sparirono
dalla cassaforte del ministro della Difesa Attilio Ruffini alcuni documenti NATO riservatissimi,
che contenevano i piani Stay Behind, dove in modo dettagliato veniva indicata la reazione prevista
in caso di insurrezione, non soltanto in Italia, ma anche in altri paesi europei. Chi li aveva trafugati?
Qualcuno, su indicazione di Moro, li aveva prelevati e consegnati a intermediari delle Brigate
Rosse: fu questo il sospetto che gener un gravissimo allarme ai vertici della sicurezza atlantica.
Gladio, l'Anello e i piani segreti Tra la fine di marzo e i primi di aprile 1978, in quella che viene
solitamente definita la "prima fase" del sequestro BR, scatt dunque l'allarme rosso attorno alla
concreta ipotesi che Moro stesse rivelando, e in modo dettagliato, alle Brigate Rosse l'esistenza di
quella struttura segretissima, alla quale era affidata la difesa del Patto Atlantico. Una struttura che
violava le norme costituzionali e che in pochissimi conoscevano. In effetti l'esistenza di Gladio era
ignorata, non soltanto dal Parlamento, ma anche da qualche presidente del Consiglio, ad esempio
Fanfani, come poi si accert. A quel che oggi sappiamo, anche se tuttora non ufficialmente, ma
soltanto sulla base di quanto emerso da molteplici inchieste giudiziarie (a partire da quella di
Felice Casson su Gladio e quella del giudice Salvini sulla strage di piazza Fontana), dietro la sigla
Gladio si celavano tre componenti operative: il Superservizio, ovvero una sorta di cupola dei servizi
segreti che avrebbe pianificato la strategia della tensione e che viene identificato con l'Ufficio R del
SID e poi del SFSMI; i reparti militari Stay Behind regolari, cio appartenenti alle Forze Armate (si
scoprirono in seguito soltanto quelli di stanza nel Triveneto); la "rete parallela", costituita da civili o
ex militari, nella quale erano confluiti anche alcuni appartenenti di Ordine Nuovo e di Avanguardia
nazionale, coinvolti nel golpe Borghese.
Il Superservizio faceva capo a servizi d'intelligence sovranazionali, come la CIA e altre strutture
NATO. Fu questo, molto probabilmente, il motivo per il quale, almeno a partire dal 77, gli uomini
della nostra intelligence, ma anche i massimi responsabili delle Forze Armate, della Pubblica
Sicurezza e dell'Arma, dovettero dar prova della propria fedelt atlantica, con un giuramento che
avesse una valenza superiore rispetto alla fedelt giurata allo Stato italiano. Perch in realt era

questo il senso del giuramento alla p2: un affidavit. Anch'io, come altri, sono stato costretto a
iscrivermi alla Loggia, per non essere escluso da ogni possibilit di carriera, spieg il generale Dalla
Chiesa quando il suo nome fu trovato sulle liste di Castiglion Fibocchi.L'Italia, in questo ultimo
scorcio di guerra fredda, appare sempre pi paese a sovranit limitata".
un A fare da raccordo tra la cupola dell'intelligence, ovvero il Superservizio, e le Reti Parallele,
almeno fino alla met degli anni Ottanta, sarebbe stata una particolarissima struttura denominata
Anello: un nome in codice che stava a sottolineare il ruolo di collegamento tra vertice militare e base
operativa. Una struttura del tutto ignota fino a pochissimo tempo fa, cui Rita Di Giovarci uno
secondo alcuni andrebbero addebitate la maggior parte delle "operazioni sporche" compiute dai
servizi segreti in quegli anni: dalla strategia della tensione al sequestro Moro, al caso Cirillo, alla
fuga di Kappler, ma che ebbe anche un ruolo di primo piano nella copertura dei traffici di armi e
petrolio attraverso la Libia. L'Anello risalirebbe al dopoguerra, ma stato pi o meno a met degli
anni Sessanta che il governo italiano, o meglio alcuni suoi esponenti, avrebbero preso atto della sua
esistenza e cercato di riorganizzarlo per assicurarsene il controllo: proprio nel periodo in cui
Andreotti era al ministero della Difesa.
Alla scoperta dell'Anello si sarebbe arrivati dopo il ritrovamento dell'archivio dell'Ufficio Affari
Riservati in un deposito sull'Appia Antica, dove giacevano alla rinfusa documenti importantissimi,
trasferiti in questa sorta di "discarica" dei servizi segreti dopo lo scioglimento dell'ufficio diretto da
Federico Umberto D'Amato. A fare la sensazionale scoperta fu il perito della Commissione
Parlamentare sulle Stragi Aldo Giannuli, che ne parl diffusamente in una relazione al Parlamento
del 2000, ora agli atti della Procura di Brescia che indaga sull'omonima strage.
Nella stessa relazione Giannuli parl anche del cosiddetto Noto Servizio (in realt ancora molto
oscuro e assolutamente ignoto, anche se qualcuno doveva conoscerlo con il suo vero nome di
Anello). Gi il 15 novembre 2000 alcuni, quotidiani pubblicarono la notizia dell'arrivo a San
Macuto, il palazzo che ospitava la Commissione Stragi, di una relazione della Procura di Brescia. In
quel documento la superstruttura veniva ancora chiamata Noto Servizio e veniva descritta come una
sorta di servizio segreto parallelo composto da imprenditori, industriali, ex ufficiali sia badogliani
che repubblichini, come ad esempio lo scomparso Giorgio Pisan, ma anche da religiosi come padre
Enrico Zucca, entrato nelle cronache per aver trafugato la salma di Mussolini, e perfino da Tom
Ponzi, il famoso investigatore privato. All'interno di questa strana e ancor fumosa organizzazione
segreta emergeva la figura di un sedicente colonnello, in realt pilota della Repubblica Sociale
Italiana, Adalberto Titta: un personaggio gi noto alle cronache per essere entrato e uscito a suo

piacimento dalle carceri italiane durante il sequestro dell'assessore napoletano Ciro Cirillo, rapito
dal brigatista (o presunto tale) Giovanni Senzani. C'erano anche uomini del mondo
politico-affaristico, come Felice Fulchignoni, insieme a parecchi illustri sconosciuti.
Sembra che nel 72 il Noto Servizio potesse contare su una rete di 164 uomini che gravavano sul
bilancio dello Stato per svariati miliardi. Uno dei capifila era tal Sigfrido Battaini, che disponeva di
notevoli masse di denaro, di un deposito di armi e munizioni presso la caserma Moscova di Milano,
oltre che di un ufficio di rappresentanza in via dello Statuto a Roma. Nella relazione della Procura
di Brescia si fa riferimento a una serie di veline ritrovate nel fascicolo al macero, secondo le quali il
Noto Servizio sarebbe nato nel '45, quando il generale Mario Roatta, ex capo della polizia segreta
fascista, fugge dall'ospedale militare romano in cui era detenuto e, a quanto sembra, traghetta alcuni
dei suoi ex sottoposti verso la nuova struttura occulta. Uno dei suoi uomini di punta, che vedremo
comparire in vicende legate al sequestro Moro, era Giorgio Conforto (nome in codice "Dario") e
proprio a questo nome era intestata la cartellina fatta ritrovare sull'Appia che ha avviato le indagini
sul Noto Servizio.
Da queste veline citate nella relazione di Brescia, emergeva con chiarezza che questa struttura
avrebbe fatto prevalentemente capo ai carabinieri del SID, godendo di un rapporto mediato con
Giulio Andreotti, soprattutto nel periodo degli attentati organizzati dalla destra eversiva, cui
arrivavano attraverso questo canale armi ed esplosivo. Attraverso alti ufficiali dell'Arma il Noto
Servizio avrebbe aperto canali "petroliferi" con la Libia. La sua attivit deviata, secondo la Procura
di Brescia, si celerebbe dietro le stragi di piazza Fontana, di piazza della Loggia, ma anche dietro il
MAR di Carlo Fumagalli (responsabile della morte dell'editore Feltrinelli) e dietro l'attivit del
bombardiere nero Gianni Nardi. Tutti capitoli che illustreremo a fondo nelle pagine che seguono.
Sulla base di vecchie testimonianze, riscontri documentali e verifiche incrociate sui documenti
ritrovati negli archivi da Aldo Giannuli, il perito dei magistrati di Brescia Roberto De Martino e
Francesco Piantoni, si afferma in sostanza che sotto la definizione di Noto Servizio, locuzione che
potrebbe sottendere un nome preciso (l'Anello?), si sarebbe celata la vera struttura italiana di Stay
Behind, cio Gladio. Andreotti, nel rivelare nel '90 l'esistenza di Gladio, titol la sua relazione "Il
cosiddetto SID parallelo, ovvero l'operazione Gladio", indicando l'esistenza di un servizio segreto
irregolare ma comunque innestato nel "tessuto istituzionale". Una versione che provoc la reazione
dei 620 gladiatori i quali, pi o meno tra le righe, sostennero che la vera struttura deviata era
un'altra, ovvero quella che faceva capo a lui e che avrebbe costituito il nucleo pi occulto del
superservizio. Una polemica in cui tuttora non possibile stabilire chi ha torto o ragione, per la

lentezza e la difficolt, delle indagini giudiziarie, quelle ancora in atto e quelle ormai concluse senza
approdare ad alcuna certezza.
Nei giorni in cui comparvero sui giornali queste rivelazioni Andreotti era in Cina. Raggiunto
telefonicamente da alcuni giornalisti, il suo commento fu: Non ne so niente, sono a Pechino, non
ho mai avuto rapporti n segreti n non segreti, si vede che a qualcuno da fastidio che io non sia
ancora morto.
Pecorelli doveva essere a conoscenza dell'esistenza dell'Anello, considerato che disponeva dei
riservatissimi fascicoli sul Mi.Fo.Biali; e, sulla base di molte allusioni fatte dal giornalista sul ruolo
di Andreotti nella distruzione dei servizi segreti, sembra anche a conoscenza dei rapporti che
intercorrevano tra la struttura supersegreta e Andreotti, indicato da alcuni testimoni ascoltati dalla
Procura di Roma come il principale beneficiario dell'Anello. Anzi, qualcuno allude al fatto che sia
stato proprio l'allora ministro della Difesa a dargli questo nome, che stava a indicare il passaggio dal
"notevole caos" del periodo precedente gli anni Settanta, contrassegnato dall'esistenza di molteplici
e spesso confuse strutture parallele, a un'unica e pi efficiente organizzazione. Come si vede le
informazioni sulla natura dell'Anello sono ancora molto confuse e l'inchiesta romana affidata a
Ionta, che finora proceduta nel pi totale silenzio, sembra purtroppo destinata all'archiviazione
per l'impossibilit di accertare fatti troppo lontani nel tempo e per la delicatezza delle informazioni
raccolte che condurrebbero nell'alveo dei segreti di Stato.
un vero peccato, perch questo sembra essere proprio "l'anello" che manca nella ricostruzione dei
misteri Moro, quello che ci consentirebbe di capire la portata delle rivelazioni fatte dal presidente
della DC alle BR e il motivo per cui queste avrebbero potuto danneggiare cos tanto Andreotti.
Ma il mistero dei misteri alla luce di queste considerazioni che fu proprio Andreotti, nell'agosto
del 1990, a svelare per la prima volta l'esistenza dello Stay Behind, provocando enormi ripercussioni
in tutta Europa. Nonostante la sua versione dei fatti, come stiamo per vedere, fosse piuttosto
riduttiva e lacunosa, le rivelazioni di Andreotti su quello che era stato fino a quel momento il
massimo segreto militare di Stato non possono essere banalmente considerate un atto dovuto. E a
distanza di tanti anni, anche alla luce degli eventi successivi, ci si domanda ancora cosa abbia spinto
il presidente del Consiglio a tale spericolata operazione, che molti considerano l'origine di tutti i
suoi guai.
Vediamo intanto come andarono i fatti. Il giudice veneziano Felice Casson, che da alcuni anni
indagava su uno dei pi gravi e misteriosi episodi della strategia delle tensione, la strage di Peteano,
era giunto alla conclusione che quell'attentato fosse stato compiuto da una particolare struttura

legata ai servizi segreti con l'unico scopo di scatenare il terrore per poi attribuirne la responsabilit
alle Brigate Rosse, che in quel periodo non si erano ancora macchiate di reati di sangue.
Il 31 maggio 72 a Peteano una telefonata anonima alla caserma dei carabinieri attir l'attenzione di
alcuni militari su una FIAT 500 imbottita di esplosivo. In quattro si avvicinarono alla vettura per
ispezionarla, aprirono il cofano provocando la deflagrazione: tre morirono e il quarto rimase
gravemente ferito. La perizia fu affidata a Marco Morin, un esperto di esplosivi, ex militante di
Ordine Nuovo il cui nome comparir poi nella lista dei 622. Nel 1984 Casson scopr che il perito
aveva manipolato gli accertamenti sull'esplosivo, che in realt era di un particolare tipo in dotazione
alla NATO, proveniente da un arsenale militare dove erano custodite armi e munizioni di ogni
genere, che successivamente si rivel un deposito Gladio. I sospetti di Casson divennero certezza
grazie alla collaborazione di un estremista di destra, Vincenzo Vinciguerra, anche lui appartenente a
Ordine Nuovo, che non soltanto ammise la sua responsabilit nella preparazione dell'attentato ma,
senza rinnegare le sue idee, si defin un burattino ideologico al servizio di una pi ampia
organizzazione alla cui rete appartenevano sia civili che militari e il cui unico, comune obiettivo era
la lotta al comunismo sotto ogni sua forma e con ogni mezzo.
Il giudice veneziano aveva riferito gli inquietanti risultati della sua inchiesta alla Commissione
Stragi e Terrorismo di Libero Gualtieri (PRl), e, nel gennaio 1990, chiese di poter accedere agli
archivi del SISMI di Forte Braschi per accertare l'esistenza di questa rete parallela. Gualtieri
inform Andreotti, il quale nel luglio 1990, non senza sorpresa, diede il suo consenso. Casson trov
documenti che confermavano l'esistenza di Gladio e ne rifer alla Commissione; questa, il 2 agosto
1990, invit Andreotti a informare il Parlamento sulle reali dimensioni e finalit della struttura
occulta entro sessanta giorni. Il giorno successivo, davanti alla Commissione, Andreotti ammise
l'esistenza di una struttura segreta e si impegn a consegnare un rapporto dettagliato entro il
termine prescritto dopo essersi consultato con la Difesa.
Il 18 ottobre Andreotti fece recapitare a Gualtieri una relazione scritta di 12 cartelle destinata a
sconvolgere tutti i piani atlantici della sicurezza. Ma tre giorni dopo aver inviato il fascicolo,
Andreotti telefon a Gualtieri dicendo che era urgente che gli venisse restituito, perch doveva
apportare alcune modifiche. Non senza aver manifestato il suo disappunto, il presidente della
Commissione Stragi, che si accingeva a studiare il dossier, rinvi le carte a Palazzo Chigi, di cui
naturalmente aveva fatto alcune fotocopie. Ma il deputato radicale Roberto Cicciomessere era stato
del tutto casualmente testimone del fatto che il plico era arrivato e poi era tornato indietro: la
notizia filtr sui giornali e la vicenda Gladio finalmente deflagr.

Il 24 ottobre, Andreotti restitu il documento alleggerito di un paio di pagine. Ma anche la seconda


versione non manc di provocare un pandemonio. Gli italiani vennero a sapere che, all'insaputa del
Parlamento, e in qualche caso anche dei vertici dello Stato e perfino del presidente della
Repubblica, era stata attiva fino al 1972 una struttura militare e d'intelligence occulta in grado di
mobilitare nel giro di poche ore alcune centinaia di civili gi in armi. Molti sospettarono che la data
del 1972 fosse stata fornita da Andreotti a puro scopo difensivo. Prima di allora, infatti, pur essendo
stato ministro della Difesa, non aveva mai ricoperto incarichi di vertice: fu nominato presidente del
Consiglio soltanto quell'anno. Gi il 9 novembre, tuttavia, Andreotti dovette ammettere che la
struttura, dopo il 1972, era stata assorbita all'interno del servizio segreto militare: dunque era
probabilmente ancora attiva. Fu costretto a questa nuova rivelazione per gli enormi riflessi che lo
scandalo Stay Behind stava proiettando anche fuori dall'Italia. Il 30 ottobre, il presidente greco
Papandreu aveva confermato la passata esistenza di una struttura analoga in Grecia. In poche
settimane, giunsero conferme dirette o indirette dell'esistenza, passata o presente, di organizzazioni
simili da molti paesi europei: Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania,
Lussemburgo, Norvegia, Olanda, Portogallo, Spagna, Svezia, Svizzera, Turchia.
Nel suo rapporto Andreotti aveva gi sostenuto che queste strutture facevano capo a organizzazioni
sovranazionali di ambito NATO, come il Comitato Clandestino Alleato (ACC, Allied Clandestine
Committee) e il Comitato di Pianificazione Clandestino (CPC, Clandestine Planning Committee),
che coordinavano le attivit cospirative in funzione anticomunista nei rispettivi paesi. Quando il
presidente francese Francois Mitterand tent di tirarsi fuori dalla bufera sostenendo che la struttura
non era operativa da tempo, Andreotti lo sment con una secca dichiarazione: Mi risulta che alla
riunione dell'ACC del 24 ottobre a Bruxelles [poche settimane prima] erano presenti anche i
francesi. Il governo francese fu cos costretto ad ammettere.
In seguito alle rivelazioni di Andreotti, consistenti segnali di fastidio furono manifestati da
ambienti della CIA e dell'Ml, il servizio segreto inglese. Cercheremo di capire nell'ultima parte di
questo libro cosa possa averlo spinto a provocare questo terremoto e quali possano essere state le
conseguenze: il nostro presidente del Consiglio non sembr tuttavia preoccuparsene
particolarmente.
Intanto, in Commissione Stragi si discuteva animatamente sull'aspetto meno convincente della
rivelazione di Andreotti: il numero degli appartenenti alla Gladio. La lista che circol nel 1990 e che
fu resa nota dall'ANSA nel febbraio 1991 comprendeva seicentoventidue nomi di civili. Quel che
non convinceva era sia il numero degli appartenenti, molto esiguo, rispetto alla funzione svolta

dall'organizzazione segreta, ovvero fronteggiare una possibile invasione sovietica, sia la qualit dei
nomi: tutte persone assolutamente presentabili.
Pochi giorni dopo, quando Andreotti accenn in modo laconico che la struttura era stata assorbita
dal servizio segreto militare, fu dunque chiaro che la cellula supersegreta - che sia o no da
identificarsi col misterioso Anello - era ancora attiva all'epoca del sequestro Moro; e lo
probabilmente a tutt'oggi. L'ipotesi avanzata dalla Commissione Pellegrino, alla fine degli anni
Novanta, che in realt la "Lista dei 622" indichi soltanto i "capistruttura", in grado di attivare una
propria sub-struttura attingendo al personale di altre reti clandestine, senza per questo escludere
che la stessa lista possa essere stata sfrondata di qualche nome "imbarazzante". Quali reti e quali
nomi? Quanto accaduto dopo il 1974 non si sa con certezza, ma una serie di elementi, che pi
avanti scopriremo, fanno pensare che alla fine degli anni Settanta (dopo la rivoluzione dei servizi
segreti e la nascita del Supersismi) siano stati utilizzati dalla Gladio anche terroristi rossi e qualche
boss mafioso e camorrista, in grado di coinvolgere settori di Cosa Nostra, della Nuova Camorra
Organizzata e della Banda della Magliana negli attentati e negli omicidi selettivi. E c' il forte
sospetto che ai depositi di armi della Gladio abbiano avuto accesso sia terroristi che mafiosi. Del
resto fin dagli anni Settanta l'Anello avrebbe avuto contati "amichevoli" sia con il boss Luciano
Liggio che con il camorrista Raffaele Cutolo. per ora soltanto un'ipotesi; quel che certo che
fino al 1974 fu particolarmente attiva la misteriosa "rete parallela" denominata Rosa dei Venti, che
utilizzava ampiamente terroristi di destra.
La Rosa dei Venti L'attivit della Rosa dei Venti si concretizz in una serie di azioni
terroristiche,compiute nei primi anni Settanta. Tra queste c'erano sicuramente il fallito attentato al
treno Torino-Roma dell'aprile '73, i disordini del 12 aprile a Milano e la strage davanti alla questura
di Milano di via Fatebenefratelli. L'autobomba fu piazzata all'ingresso della questura, al termine di
una cerimonia ufficiale, proprio mentre stava uscendo il ministro Mariano Rumor accompagnato da
altre autorit. L'ordigno esplose uccidendo quattro persone e facendo decine di feriti; Rumor si
salv per un soffio. L'attentatore, Gianfranco Bertoli, fu catturato sul posto. Attenzione, questo
nome riemerger nel '90 proprio nell'elenco dei seicentoventidue fornito da Andreotti alla
Commissione Stragi. Bertoli era un gladiatore, anche se per un certo periodo si tent di farlo passare
per un omonimo: se si tratt di una "svista", questa indicativa di quali potrebbero essere i nomi
"sfrondati".
La presenza di Bertoli alla questura di Milano ha invece una spiegazione, che troviamo
nell'inchiesta di Salvini: sembra che Rumor si fosse impegnato, non si sa in quale sede, a proclamare

lo stato di "emergenza nazionale" subito dopo la strage di piazza Fontana, cosa che in effetti non
fece, forse per la forte mobilitazione popolare seguita all'eccidio. Dir Cossiga a Pellegrino: Non
credibile questa versione, lo stato d'assedio avrebbe provocato in quel momento la guerra civile.
Forse Rumor, sotto choc, avr detto qualcosa di generico senza rendersene conto. Non
sospettabile di una cosa del genere. Dietro la sigla Rosa dei Venti va collocata dunque l'attivit
delle reti parallele di Gladio, in quel periodo prevalentemente formate da ex partigiani bianchi e
neofascisti di Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo.
Il 72 fu un anno davvero horribilis. Il 6 marzo fu arrestato Pino Rauti, membro della direzione
nazionale dell'MSi per la strage di piazza Fontana; il 15 marzo Feltrinelli fu trovato dilaniato ai
piedi di un traliccio ad alta tensione a Segrate, a trecento metri dal capannone industriale di
propriet di Carlo Fumagalli, il capo del MAR (Movimento Armato Rivoluzionario),
un'organizzazione di estrema destra; il 17 marzo fu ucciso Luigi Calabresi, commissario di Pubblica
Sicurezza contro il quale era in atto una campagna dell'estrema sinistra per la morte dell'anarchico
Giuseppe Pinelli, "defenestrato" dal quarto piano della questura di Milano poche ore dopo la strage
di piazza Fontana e a maggio ci fu la strage di Peteano. Su OP agenzia del 72 Pecorelli, scriveva:
L'ipotesi pi probabile che il presidente del Consiglio [Andreotti] voglia continuare a manovrare
la leva del disordine a destra per garantire a se stesso, cio all'uomo "del recupero a destra", la
possibilit di restare a Palazzo Chigi. Forlani e Rumor lo hanno capito. Ecco perch il segretario
DC ha parlato.
Il segretario DC era in quel periodo Forlani, che nel corso di un comizio a La Spezia il 5 novembre
1972 fece per la prima volta, nella storia politica di quegli anni, un'aperta allusione al
coinvolgimento di servizi segreti stranieri nella strategia della tensione, manifestando il coraggio di
affermare che il pericolo veniva da destra e non da sinistra: stata compiuta dalla destra
reazionaria una trama che ha trovato anche solidariet internazionali. Questo tentativo non finito,
noi sappiamo che ancora in corso. Non chiaro chi fosse il destinatario del messaggio, ma Forlani
doveva avere ben ponderato la sortita e Mino vi legge un attacco ad Andreotti.
Per l'omicidio del commissario Calabresi tuttora in carcere Adriano Sofri, ex leader di Lotta
Continua. Ma in una prima fase le indagini si appuntarono su Gianni Nardi, il bombardiere nero
che si sospetta fosse legato all'Anello, che poi riusc a emigrare in Spagna, dove sarebbe morto in un
incidente stradale su cui si sono sempre nutriti dubbi. I colleghi di Calabresi riferirono che il
commissario, al momento del delitto, stava indagando su possibili connessioni tra la strage di piazza
Fontana e un'organizzazione segreta. L'indagine gli era stata affidata dal giudice Emilio

Alessandrini, ucciso nel 79 a Padova: l'attentato fu attribuito alle indagini che stava svolgendo su un
gruppo dell'autonomia.
Le prime ammissioni sull'esistenza della Rosa dei Venti furono fatte da Amos Spiazzi, tenente
colonnello del secondo gruppo di artiglieria di Verona, che aveva ricevuto l'ordine di allertare
"gruppi fiancheggiatori" nel giugno del 73 in appoggio al cosiddetto "golpe bianco" di Edgardo
Sogno. Il generale Sogno, medaglia d'oro al valor militare durante la Resistenza, aveva diretto
l'organizzazione Franchi. Sogno difese a spada tratta la Rosa dei Venti, cui a suo dire appartenevano
soltanto patrioti: Ci sono ex partigiani,uomini politici, intellettuali, grandi industriali, uomini di
primo piano della politica e dell'economia.
Quando il 31 ottobre 1974 il giudice Giovanni Tamburino firm il mandato di cattura contro
Miceli, il generale gli diede questa spiegazione: C' ed sempre esistita una particolare
organizzazione segretissima che a conoscenza anche delle massime autorit dello Stato. Ma si
rifiut di offrire altre informazioni su quello speciale organismo esistente nell'ambito del servizio.
Quando nel '90 Andreotti rivel l'esistenza di Gladio, il generale ormai eletto senatore nelle liste
dell'MSI reag duramente: Io mi sono fatto arrestare, ma ho taciuto. E a Tamburino che gli
chiedeva conto dei rapporti del SID con alcune organizzazioni eversive dell'estrema destra, aveva
risposto in modo rassicurante: una fase che va concludendosi, finora avete sentito parlare di
fascisti, da ora in poi sentirete parlare soprattutto delle Brigate Rosse. Una straordinaria capacit di
previsione, considerato che avevano appena arrestato Renato Curcio e Alberto Franceschini! Forse
a dare il colpo definitivo alla carriera del capo del SID, pi ancor della notte dell'Immacolata, fu
proprio l'ammissione dell'esistenza della struttura supersegreta che tale doveva restare. Lo stesso
errore sar compiuto nel 76 dal suo rivale Maletti che per giustificare la fuga di Giannettini disse:
Abbiamo dato ascolto al consiglio di un servizio amico.
Fu forse per far fronte a tale emergenza che Andreotti fu precipitosamente nominato ministro della
Difesa. Scrive lo storico Giuseppe De Lutiis, uno dei massimi conoscitori della nostra intelligence:
In un clima da basso impero, il 12 marzo 1974, Andreotti torn dopo otto anni alla guida della
Difesa. Con il suo arrivo lo scontro tra l'ala dura e quella legalitaria del SID, personificate da Miceli
e Maletti, subisce un colpo di acceleratore. Il capo dell'Ufficio D non era pi solo, aveva il ministro
dalla sua parte. E inizi un'azione tendente a bruciare i settori pi compromessi del SID parallelo.
Una fase destinata a durare pochissimo, perch anche Maletti fu rapidamente bruciato, proprio
quando Tamburino, ormai a un passo della verit, fu spossessato dell'inchiesta che la Procura di
Roma avvoc a s. L'indagine sulla Rosa dei Venti fin nel calderone del processo ai "quattro

pensionati" del golpe Borghese.


La Gladio siciliana Esiste il forte sospetto che alla "rete parallela" abbiano partecipato, oltre alle
organizzazioni di estrema destra, anche la criminalit organizzata, o almeno alcuni boss. Anche
Emanuele Macaluso parla della mafia come di una sorta di Gladio siciliana: commistione che l'ex
senatore del PCI fa risalire all'epoca dello sbarco alleato, quando gli USA grazie all'ausilio della
comunit italoamericana sostituirono l'ex personale politico e burocratico lasciato in eredit dal
fascismo con una rete di persone "affidabili" messa in piedi dal gangster massonico Lucky Luciano,
mandato segretamente in Sicilia qualche mese prima dopo che la sua condanna a cinquant'anni di
reclusione era stata annullata. Tra le persone che sicuramente Luciano contatt c'erano Michele
Sindona e Badalamenti, e molti sono i sospetti che entrambi abbiano avuto stretti contatti con
l'OSS, il servizio segreto americano operativo negli anni della Liberazione. I boss non avevano
bisogno di essere selezionati, n ideologicamente attrezzati: che fossero fortemente anticomunisti
non c'era dubbio. Del rapporto tra "struttura antiguerriglia" e mafia parla anche Vito Ciancimino, in
un "memoriale" scritto all'inizio degli anni Novanta di cui parleremo pi avanti.
L'ipotesi di Macaluso che la Gladio siciliana sia intervenuta nella cattura del bandito Giuliano
quando, dopo la vittoria elettorale della DC, fu necessario liquidare le frange separatiste fino a quel
momento appoggiate dai servizi segreti. Ma non difficile ipotizzarne il ruolo anche nel sabotaggio
dell'aereo di cui rimase vittima Enrico Mattei, che di Gladio era stato uno dei fondatori. Il
presidente dell'ENl aveva anche organizzato una sua rete personale, costituita dalla Federazione
Italiana Volontari della Libert, l'associazione dei partigiani bianchi fortemente anticomunista e
antisindacale, che probabilmente faceva capo alla Rosa dei Venti. L'eliminazione di Mattei dallo
scenario politico ed economico italiano va attribuita alla sua politica di "autonomia energetica", che
entrava in quegli anni in aperto contrasto con gli interessi delle multinazionali angloamericane, le
cosiddette sette sorelle.
La Gladio siciliana potrebbe essere sopravvissuta allo smantellamento dalla "casa madre" (se mai lo
smantellamento dello Stay Behind c' stato fino in fondo); e da alcune indagini emerge il sospetto
che possa aver avuto accesso ai depositi di armi ed esplosivo, come quel Semtex T4 certamente
utilizzato nella strage al treno di Natale dell'84, per cui Pippo Cal stato condannato all'ergastolo.
Per quanto possa essere prematuro affermarlo, c' qualche fondato sospetto che anche le stragi pi
recenti, quelle del '92 e '93, siano state compiute con l'appoggio di apparati segreti. Una delle
"operazioni speciali" a cui ha partecipato la mafia fu certamente il golpe Borghese. Il Principe nero
aveva bisogno di uomini capaci di sparare, da utilizzare nei suoi piani di occupazione territoriale.

Racconta il pentito Antonino Calderone (atti acquisiti al processo Andreotti di Palermo) che suo
fratello Giuseppe fu contattato da Junio Valerio tramite il colonnello dei Carabinieri Giuseppe
Russo. Qualche anno dopo, sia il boss di Catania sia il colonnello furono assassinati. Buscetta parla
invece di incontri preparatori del golpe avvenuti a Milano. Alla mafia il progetto non piaceva, dice
Masino: lo riteneva pericoloso e poco conveniente.
Il motivo lo spiega Calderone: Mio fratello si oppose alla proposta di far indossare ai nostri uomini
una fascia gialla, che avrebbero dovuto mettere al braccio. Se il golpe falliva, la fascia avrebbe
facilitato una sorta di schedatura dei mafiosi e Cosa Nostra, evidentemente, non aveva alcun
interesse a uscire allo scoperto. Cos, bench nessuno sappia dire con esattezza come sia andata a
finire, la partecipazione della mafia alla notte dell'Immacolata sarebbe stata alla fine piuttosto
marginale.
Responsabilit e depistaggi La stagione del golpe lasciava una difficile eredit politica: gli apparati
dello Stato erano "costretti" a intervenire per depistare le indagini della magistratura e coprire
proprie e altrui responsabilit. Fu il giudice Guido Salvini, a conclusione dell'inchiesta su Piazza
Fontana, a ipotizzare la presenza della "struttura antiguerriglia" dietro i pi gravi attentati di quegli
anni e a sostenere che la fase delle bombe, degli attentati ai treni e dei falliti golpe rientrava in
un'operazione di guerra vera e propria, una guerra a "bassa intensit" che i servizi d'intelligence
atlantici hanno condotto qua e l per il mondo a sostegno dei governi amici. Il presidente della
Commissione Stragi, Giovanni Pellegrino, nel libro intervista Segreto di Stato sostiene: Il
depistaggio compiuto dai servizi segreti, e pi in generale dagli apparati della sicurezza, nei
confronti della magistratura riguarda soprattutto i fatti che si sono verificati tra il '69 e il '74:
bisognava impedire che i giudici scoprissero l'esistenza di Gladio, coperta dal segreto atlantico, e di
quella vasta rete di organizzazioni paramilitari clandestine legate agli apparati.
Ma proprio a causa dei depistaggi messi in atto a partire dalla strage di piazza Fontana che non
stato mai possibile individuare negli archivi del Viminale l'origine del "mandato stragista". Spiega
Pellegrino: Non riesco a immaginare che un uomo come Federico Umberto D'Amato, il capo
dell'Ufficio Affari Riservati, abbia condiviso quella strage pur non avendo, se ne ha conosciuto i
preparativi, fatto nulla per evitarla [...]. Anzi penso che abbia ritenuto un grave errore mettere la
bomba nella banca o almeno farla esplodere quando non era deserta. Voglio dire che D'Amato e i
suoi uomini possono essersi dati da fare non per coprire proprie responsabilit, ma semmai quelle
dei Carabinieri, o di apparati militari o di uomini dei servizi alleati [...]. Dietro D'Amato c'era
comunque un interesse politico-istituzionale che premeva perch la strategia che stava dietro piazza

Fontana e le relative alleanze non venissero disvelate.


Era Andreotti l'uomo che aveva assunto l'onere di tutelare questo interesse politico-istituzionale?
Risponde Pellegrino: Non lo sapremo mai. Alcuni in Commissione dicono che una regia
andreottiana sarebbe chiara nei depistaggi sul golpe Borghese, ma una conclusione che mi lascia
perplesso. Se venisse portato di fronte a qualche tribunale verrebbe assolto. E giustamente, direi.
Non andata cos anche a Palermo o Perugia [l'intervista precedente alla condanna del 22
novembre a Perugia] La responsabilit politica una responsabilit collettiva ed in questa logica
che va affrontato anche il tema di un suo eventuale coinvolgimento nella strategia della tensione e
nei conseguenti depistaggi.
In politica si risponde non soltanto di ci che si vuole o che si fa, ma anche di ci che non si sa
quando si ha il dovere di sapere. E si risponde anche di ci che non si fatto per impedire un evento
quando si aveva il dovere di impedirlo. E ipocrita ritenere che la strategia della tensione potesse
essere il frutto della deviazione di piccoli settori di apparati istituzionali, anche se non pu essere
contestata la responsabilit politica a una sola persona.
La ricostruzione di questo periodo, cos drammatico per l'Italia, e del ruolo che Andreotti potrebbe
avervi svolto, da la misura di come sia difficile anticipare un giudizio storico su un uomo che per
alcuni rappresenta il punto pi alto della capacit di gestione dello Stato, per altri la pi
spregiudicata concezione della politica intesa come pura mediazione di interessi, al di fuori di ogni
progetto etico. Non stupisce che all'interno della DC egli abbia rappresentato l'altra faccia del
potere, rispetto a come lo concepiva Aldo Moro, e che da questa contrapposizione siano derivate
tante disgrazie per quel partito. Andreotti l'uomo che nel '72 governa a destra, ma poi l'uomo
della solidariet nazionale con il PCI; fortemente legato ai vertici militari, ma non ha esitato a
smantellarli, nel 74, buttando a mare generali compromessi (anche se mise al loro posto uomini
forse peggiori); l'esponente democristiano che pi ha coltivato relazioni con la CIA e con gli
americani, ma anche l'autore della svolta "filoaraba" del governo italiano; dicono che sia il Signore
dell'Anello ma nel '90 ha rivelato Gladio e i complotti della CIA in Italia. La storia dimostrer che
forse stato proprio quest'ultimo il suo tallone d'Achille, l'unico punto scoperto nella pesante
armatura che lo ha sempre protetto, rendendolo alla fine della guerra fredda improvvisamente
vulnerabile. Un esempio della sua poliedricit rispetto ai fatti appena raccontati? stato lui a
smascherare Giannettini, ma gli ha poi offerto una ciambella di salvataggio: in seguito alle
disavventure giudiziarie il giornalista-spia tornato in Italia e ha trovato lavoro presso una delle
societ di Ciarrapico, un fedelissimo della gens Giulia.

Il Venerabile indagato C' un dato che accomuna Pecorelli ai protagonisti della sua tragica storia: a
partire da lui sono tutti o quasi iscritti alla P2. Forse per questo la terza e ultima pista battuta dal
PM Sica fu proprio quella delle relazioni massoniche del giornalista. Ma a indirizzare le indagini
sulla Superloggia era stata anche una telefonata anonima, arrivata alla Procura di Roma quarantotto
ore dopo il delitto, cui fece seguito una lettera dello stesso tenore: Indagate su tal Lucio Gelli e
sull'omicidio di Vittorio Occorsio.
Occorsio era un magistrato dello stesso ufficio, assassinato nel luglio 76 dal terrorista nero Pierluigi
Concutelli. Gelli era proprio Gelli, bench il nome di battesimo fosse sbagliato. Attenzione alle
date, siamo nel marzo 79: il Venerabile era certamente conosciuto in molti ambienti, anche
internazionali, ma non era ancora assurto agli onori delle cronache ed era lontano dall'aver
conquistato la fama di potentissimo capo della P2. Non vogliamo dilungarci sulle trame
massoniche, se non per quello che strettamente interessa la nostra vicenda. Ma prima di capire in
che modo Gelli sia finito sulla graticola dei sospettati per l'omicidio del suo amico Mino, primo
indagato eccellente di questo incredibile affare, bisogna dare qualche accenno alla sua biografia che,
per quanto conosciuta, sempre ricca di spunti inediti, come quello relativo al suo oscuro passato di
"doppio partigiano",impegnato in azioni spericolate come vendere i rossi ai tedeschi e i fascisti ai
partigiani nell'estate del '43. Fu questo l'ennesimo micidiale scoop di Mino, per il quale Licio
rischi l'accusa di omicidio. La pista si concretizz nell'81 con quattro avvisi di garanzia: nella veste
di mandante politico, al posto di Andreotti, troviamo Gelli; al posto di Vitalone, un colonnello
emergente, il piduista Antonio Viezzer. Il sicario non era un boss, come Michelangelo La Barbera,
ma un terrorista nero, Giusva Fioravanti, noto in quegli anni per ammazzamenti vari, appartenente
ai Nuclei Armati Rivoluzionari, una formazione molto "intrecciata" con la Banda della Magliana.
L'armiere, come sappiamo, era invece lo stesso: quel Massimo Carminati accusato di aver fornito la
pistola dell'armeria di via Liszt all'uomo che ha sparato a Pecorelli.
Il delitto Occorsio Quella strana, ambigua comunicazione giunta subito dopo l'omicidio Pecorelli,
in cui l'anonimo fingeva di non conoscere il nome di Gelli, ribattezzato "Lucio", apre uno squarcio
sui sommovimenti che in quel periodo turbavano un certo ambiente. Gli autori del depistaggio
conoscevano bene il Venerabile, visto che lettera e telefonata provenivano, com' stato poi
accertato, dal Centro di Controspionaggio di Firenze.
Dunque si trattava di un anonimo "istituzionale", dato che la pista che conduceva al Venerabile era
stata fabbricata, per loro stessa successiva ammissione, dal colonnello Federico Mannucci
Benincasa del SISMI e dal capitano Umberto Nobili, tenente colonnello dell'aeronautica militare,

anche loro iscritti alla P2, ma per qualche motivo in rotta con Licio. Qualche anno dopo l'omicidio,
il giudice istruttore di Roma Francesco Monastero, nel concludere la prima istruttoria sul delitto
Pecorelli, scriveva: Bisogna perscrutare un mondo fatto di solide amicizie e di improvvise
diffidenze, di squallidi ricatti e di provocatorie mistificazioni, di minacciosi segnali e di inquietanti
attese.
Non deve stupire che da un ambiente come questo sia partito il primo siluro contro il capo della P2.
Ed possibile che dalla stessa qualificata fonte Mino fosse entrato in possesso anche dei tre fascicoli
del SID - il pi importante, secretato Comlnform 15.743, il servizio informazioni italiano operante
durante la guerra - che trattavano del misterioso esordio del Venerabile sulla scena italiana.
Indagate sull'omicidio Occorsio, scriveva l'anonimo. Il 10 luglio 1976 il giudice Vittorio Occorsio
fu affrontato, mentre era alla guida della sua auto sul Lungotevere, senza alcuna scorta, da un
commando guidato dal neofascista palermitano Pierluigi Concutelli, che fece fuoco con una raffica
di mitra. Un delitto siglato terrorismo nero, almeno apparentemente. Il fatto che il magistrato
romano era sul punto di scoprire i legami tra uno strano gruppo massonico, l'Anonima Sequestri e
l'eversione di destra. A rivelarlo era stato un giornalista dell'Unit, Franco Scottoni, amico del
magistrato. l'11 aprile del 1976 era stato il primo a parlare sul quotidiano comunista di una
fantomatica Loggia p2. Il giornalista raccont poi a Sica che qualche ora prima dell'omicidio
aveva incontrato Occorsio nel suo ufficio. Gli era sembrato di buon umore e gli aveva confidato che
la sua indagine aveva fatto passi avanti. Ma gli aveva detto: Ho paura che si tratti di qualcosa di
molto pericoloso, ancora prematuro parlarne... ci sono dentro neofascisti e marsigliesi. Ora vado
di corsa, vieni a trovarmi domani.
Un altro appuntamento che la morte ha reso impossibile. A mettere Occorsio sulle tracce di Gelli
era stato nel 71 l'ex ufficiale dei para Sandro Saccucci, uno dei congiurati della Notte della
Madonna. Saccucci, che Occorsio aveva interrogato in carcere, era vicino a Ordine Nuovo, la
disciolta organizzazione fascista di cui faceva parte lo stesso Concutelli, ma confid al magistrato di
essere anche massone. Un incappucciato della sua stessa famiglia, il professor Felice Franciosi, poi
deceduto, lo aveva incaricato di compiere un'indagine sui possibili legami tra organizzazioni di
estrema destra ed estrema sinistra. Raccont Saccucci: Mi resi presto conto che uno stesso
fenomeno attraversava questi gruppi: c'era un continuo sgretolarsi e riaggregarsi di sigle e di uomini
quasi su ispirazione esterna. Tutto sembrava avvenire secondo piani prestabiliti, come se a muovere
le pedine sulla scacchiera dell'eversione fosse una mente superiore e invisibile.
Occorsio fu dunque il primo a intuire che potesse essere la massoneria a tirare le fila del terrorismo,

utilizzando a seconda delle contingenze sia rossi che neri. Tre mesi prima di essere ucciso, il
magistrato aveva messo a segno un bel colpo arrestando Albert Bergamelli, un marsigliese coinvolto
in sequestri di persona e rapine. Un gangster pericoloso e spietato,salito alla ribalta delle cronache
con la sanguinosa rapina di piazza dei Caprettari, dove mor l'agente Marchisella. Un fatto di
cronaca che ha a lungo tenuto banco sulle prime pagine dei giornali, per lo straziante suicidio della
giovane fidanzata e poi per l'eliminazione di Claudio Tigani, un ladruncolo che aveva fatto da
basista nella rapina, ucciso perch "sapeva troppo". Quando Bergamelli fu arrestato, i giornalisti si
catapultarono: il gangster fece il suo ruolo, si lasci fotografare, ma ci tenne a rilasciare una strana
dichiarazione: Se mi hanno preso vuoi dire che qualcuno mi ha scaricato, ma la pagher cara perch
sono protetto da una grande famiglia.
Nessuno l per l fece caso a queste parole che sembrarono le millanterie di un delinquente. Ma
qualche giorno dopo gli investigatori fecero una strana scoperta: il provento di alcuni sequestri della
gang erano stati riciclati con l'aiuto dell'avvocato del gangster, Gian Antonio Minghelli, figlio di
Osvaldo, generale di Pubblica Sicurezza. L'anonima marsigliese in realt aveva messo in piedi una
vera e propria industria dei sequestri di persona: Bulgari, Andreuzzi, Danesi, Ziaco, D'Alessio,
Amato.
Bisogna attendere l'81 per scoprire che Gelli nel 75 aveva nominato il generale Osvaldo Minghelli
segretario organizzativo della P2, carica di grande rilievo che lui stesso aveva gestito prima di essere
promosso Venerabile. Nei primi anni Settanta il quartier generale della P2 aveva sede in via
Condotti, dietro il paravento di un fantomatico Centro Studi di Storia Contemporanea. Fatto sta
che la sede era nello stesso stabile della gioielleria Bulgari, e anche il proprietario fu rapito dalla
gang di Bergamelli. Del rapimento dei figli di Arcaini e De Martino abbiamo gi parlato. Ma fin
nelle prigioni dei marsigliesi perfino il figlio di Umberto Ortolani, che secondo alcuni piduologhi,
era la vera mente della Loggia. Era veramente strana questa Anonima: i rapiti erano quasi tutti
piduisti facoltosi, piduista l'avvocato degli arrestati e piduista era anche il commissario della Mobile
che arrest Bergamelli, Elio Cioppa. Forse anche il gangster lo era, magari iscritto nella lista bis mai
venuta alla luce: interrogato, afferm di essere in ottimi rapporti con Licio Gelli, che naturalmente
sment. Una spiegazione di questi strani sequestri la possiamo forse trovare nel rapimento di
Amedeo Ortolani, catturato dalla gang mentre stavano giungendo in porto le trattative per la
cessione della Voxson, azienda di cui l'ostaggio era presidente e che in quel momento versava in
gravi condizioni. Il sequestro mise in moto una forte pressione per la concessione di finanziamenti
pubblici che rimisero in sesto i bilanci.

Albert Bergamelli dopo l'arresto deve aver commesso qualche errore, forse ha lanciato messaggi
ricattatori, si era montato la testa, chiss. La fine che lo attende la stessa di Francis Turatello, il
marsigliese che nascose il Memoriale. Nell'82, nel carcere di Ascoli Piceno (dove aveva stretto
amicizia con Cutolo), Albert fu assassinato da Paolo Dongo, un malavitoso politicizzato, divenuto
brigatista del Fronte delle Carceri, l'ala capeggiata da Giovanni Senzani (uno strano capo delle
Brigate Rosse, come vedremo, consulente del ministero della Giustizia e coinvolto nel sequestro
Cirillo). Scottoni, dopo la morte del magistrato, scrisse sull'Unit: Pi volte in quest'ultimo
periodo si era parlato di una cellula nera sotto l'etichetta di una loggia massonica di cui faceva parte
l'avvocato Minghelli. Ma le indagini non erano approdate a nulla di concreto. E ancora il
giornalista rivel: Occorsio mi disse che la pista non era stata abbandonata, che anzi aveva ricevuto
un documento importante che aveva aperto nuovi spiragli. Quel giorno tir fuori dalla borsa un
opuscolo redatto in lingua spagnola, in cui si parlava di una certa OMPAM (Organizzazione
Mondiale per l'Assistenza Massonica) che annunciava l'acquisto di un immobile a Roma,
adeguatamente arredato, per un prezzo di otto milioni di dollari USA, circa sei miliardi. L'ompam
non faceva parte della massoneria ufficiale, anzi era stata denunciata come illegale, per vi aderiva la
loggia dell'avvocato Minghelli. Anche l'Espresso scrisse che l'OMPAM raccoglieva proseliti in
Sudamerica e aveva acquistato un palazzo in via Romania: L'ompam in realt una creatura di
Gelli, il cui nome veniva fuori sia pure indirettamente, tanto che Occorsio ad aprile aveva ordinato
ai carabinieri di pedinarlo, affermava il giornalista Pierluigi Buffa. La buona stella del Venerabile
aveva iniziato la sua eclissi: l'uccisione del magistrato gli concesse ancora qualche anno.
Getti, doppio partigiano Quello che aveva convinto Sica della bont della pista massonica non era
stata la lettera anonima, ma una serie di articoli che Pecorelli aveva pubblicato un paio di mesi prima
di morire. Il primo trafiletto era comparso sul primo numero di OP del '79. Aveva toni concilianti,
ma fu come uno squillo di tromba per le orecchie pi sensibili: Da quando con l'ingresso del PCI in
area governativa tramontata la moda di scoprire un golpe alla settimana, politologi, tramologi si
sono messi a pubblicizzare il pi folklorico filone della massoneria [...] l'argomento viene trattato
sulla falsariga dei testi salgariani, scrivendo di Grande Oriente, Rito scozzese, Maestri Venerabili e
Liberi Muratori e delle misteriose liturgie di uomini incappucciati, facile far immaginare tra
ombre e corridoi un susseguirsi di complotti, congiure e pugnali. Secondo i nostri esperti in Italia il
novanta per cento dell'alta dirigenza dello Stato, i vertici industriali e bancari, la magistratura,
appartengono alla massoneria e il pontefice massimo, il genio criminale che tutto muove e decide
Gelli.

Siamo nel 79, Mino gi mostrava di conoscere la vera portata della Loggia P2, ma quella sortita in
apertura d'anno era ambigua: da un lato sembrava voler difendere il Maestro, dall'altro annunciava
una campagna stampa che, sia pure tra il serio e il faceto, si annunciava pericolosa: Questo Gelli
un ex fascista agente dei servizi segreti argentini, amico personale di Lopez Rega, fondatore degli
Squadroni della morte AAA in America Latina, legato alla CIA, a Connally e ai falchi americani
[...]. Cardine della loro tesi che Gelli sia un nazista criminale, collaboratore delle SS e delatore di
partigiani. Questo porta acqua al nostro mulino perch siamo entrati in possesso di un documento
che dimostra l'esatto contrario [...]. Nel luglio '44 Gelli si present in divisa da ufficiale tedesco
presso una casa per malattie nervose chiamata Villa Sbertoli (in localit Collegi-rate Pistoia, che le
SS avevano adibito a prigione). Forte dell'ascendenza personale e della perfetta conoscenza del
tedesco, con sangue freddo eccezionale, si fece consegnare i partigiani che grazie a lui poterono
raggiungere di nuovo le rispettive formazioni.
La prima lecita domanda riguarda chi potesse aver fornito a Pecorelli tali documenti riservati, in
particolare quel fascicolo Comlnform 15.743 (data dell'episodio di Villa Sbertoli), che fu ritrovato
tra le carte nella redazione di OP, ma che non risulta catalogato negli archivi del SIFAR. Non
tutti sono d'accordo, ma ho sempre sospettato che la trovata fosse proprio del Venerabile, l'unico del
resto in grado di fornire a Mino anche l'attestato di benemerenza firmato da Italo Carobbi,
presidente del CLN della provincia di Pistoia, pubblicato in un riquadro nello stesso numero di
OP: Questo Comitato dichiara che Gelli Licio, di Ettore, pur essendo stato al servizio dei fascisti
e dei tedeschi, si reso utile alla causa dei patrioti pistoiesi. Esso ha: 1) avvisato partigiani che
dovevano essere arrestati; 2) messo a disposizione e guidato personalmente il furgone della
Federazione Fascista per portare sei volte consecutive rifornimenti di viveri e armi alla formazione
di Silvano e alle formazioni di Pippo dislocate in via Val di Lima; 3) ha partecipato e reso possibile la
liberazione dei prigionieri politici detenuti a Villa Sbertoli.
Un attestato di quel tipo, checch se ne pensi, tornava molto utile a Gelli in quel momento, visto
che stavano emergendo le sue compromissioni con i regimi sudamericani e che la vicenda dei
desaparecidos in Argentina aveva molto colpito l'opinione pubblica internazionale. Contro di lui
poteva montare una campagna orchestrata dalla sinistra e l'accorto Licio interveniva per mettere sul
piatto un certo debito di riconoscenza... Ci fu perfino il dubbio che potesse trattarsi di un "falso"
architettato da lui, ma l'attestato autentico come anche il contenuto del fascicolo Comlnform.
Una volta messo in moto Mino era difficilmente arginabile. E ancor meno arginabili erano le sue
"fonti". Cos il 20 febbraio 1979, giusto un mese prima del suo omicidio, il direttore di OP torna

sull'argomento chiamando direttamente in causa il colonnello Antonio Viezzer, un altro ufficiale


del Controspionaggio di Firenze, piduista gelliano di stretta osservanza. L'articoletto merita di
essere citato: un classico "sfott" di Mino nei confronti dei suoi amici spioni.
L'appuntamento va collocato in uno scenario da 007 formato Hollywood. Giorno dell'incontro:
luned 5 febbraio che passer alla storia come il luned delle Streghe. Luogo: l'angolo di una strada
male illuminata di Roma centro. Occhiali neri, baffi finti, bavero dell'impermeabile rialzato fino
alle orecchie, cappello a larghe falde calato sul viso, giornale sotto il braccio, sigaretta accesa. Il
Professore era stato puntuale, cos travestito era stato inevitabile per Pecorelli riconoscerlo senza
averlo mai conosciuto.
Ed ecco che Viezzer consegna nelle mani di Pecorelli un altro fascicolo ingiallito, uscito dagli stessi
archivi del Comlnform. Scrive Pecorelli: un lungo elenco di nomi che qualcuno un tempo ha
tradito. Un lungo elenco che noi non tradiremo una seconda volta. Perch non nostra abitudine
rivelare segreti di Stato e questo ha tutta l'aria di esserlo. Seguiva invece la lista di una sessantina di
fascisti, fucilati in seguito al tradimento di Gelli, consegnata al Comitato di Liberazione di Arezzo.
Questa seconda puntata non certamente frutto del Venerabile; c'era in ballo un episodio ben
diverso dal salvataggio umanitario di Villa Sbertoli. Qui emergeva la figura del doppiogiochista
pronto a tutto, un traditore della peggior risma. Il colonnello Viezzer, dopo aver letto l'articoletto,
and da Gelli infuriatissimo e lo affront urlando: Vedi tu cosa puoi fare con questo qui. Ma il
Venerabile aveva scosso la testa: Purtroppo non uomo che si possa facilmente controllare. Il
povero Viezzer, anche lui appartenente al Centro di Controspionaggio di Firenze, molto
probabilmente non c'entrava niente; la fonte di questo secondo scoop, come abbiamo gi detto,
poteva essere benissimo l'autore della telefonata anonima su tal Lucio Gelli.
Domanda d'obbligo, che ha impegnato a lungo anche i magistrati che hanno indagato sull'omicidio:
quali erano i rapporti tra Pecorelli e il Venerabile in quel periodo? Mino era un piduista atipico;
frequentava Gelli dal meeting all'Hotel Baglioni, nel 72, che fu una sorta di debutto ufficiale della
Loggia. Fu l che tra i due si stabil un proficuo scambio: il Venerabile gli offriva notizie utili, Mino
le rilanciava su OP facendo da volano in un sottile gioco di segnali, ricatti e minacce. Soltanto nel
giugno 78 si iscrisse alla Loggia, ma per via del suo carattere tempestoso la permanenza dur pochi
mesi; a ottobre aveva gi rassegnato le dimissioni con una vibrante lettera: Caro Licio, ho atteso
invano una tua comunicazione riguardo Fratello Gigi.All'atto di sollecitare il tuo autorevole
intervento ti avevo rappresentato anche la mia premura per l'imminenza del processo. Se la risposta
non arrivata vuoi dire che nella famiglia venuta meno o forse non c' mai stata la solidale

assistenza dei suoi componenti [...] esistono per caso fratelli di serie A e di serie B? [...]. Nel
constatare siffatta disparit ti rassegno la mia decisione di uscire definitivamente
dall'organizzazione. Ho fatto una breve ma significativa esperienza che mi conforta nel credere che
non ci sono templi da edificare alla Virt, solo all'ingiustizia e all'arroganza. Per quanto riguarda i
nostri personali rapporti mi auguro se lo desideri che essi possano rimanere immutati.
Non sappiamo chi fosse Fratello Gigi, ma i rapporti in effetti non si guastarono a seguito delle
dimissioni. Numerose erano state le telefonate tra Gelli e Pecorelli nei primi tre mesi del 79; si erano
visti almeno una volta a febbraio e, come sappiamo, avevano un appuntamento a cena proprio la sera
del 21 marzo, cui Pecorelli manc per sopraggiunta morte. Il procuratore capo di Roma, Achille
Gallucci, nell'82, nella requisitoria con cui chiedeva l'archiviazione nei confronti del Venerabile e di
Viezzer, motiv in questo modo la scelta: innegabile che in una serie di articoli, spesso non
completamente comprensibili, Pecorelli per certo nel passato iscritto alla P2 avesse iniziato nei
confronti di Gelli suo sovventore una pericolosa non- che documentata e veritiera campagna.
comprensibile che successivamente Gelli cercasse di avere contatti con Pecorelli per fermarlo. Ma,
in definitiva, non c'era alcuna prova che avesse mai pensato di ucciderlo.
Questo rapido excursus sul passato di Gelli "doppio parmigiano" non pu considerarsi concluso
senza il ritrattino (divenuto noto negli anni Ottanta) che di Licio fece un anonimo maresciallo del
SIFAR nel '51, dal quale si apprende che l'operazione di Villa Sbertoli gli aveva dischiuso nuovi
promettenti orizzonti consentendogli di entrare nella galassia di una misteriosa intelligence, in cui
veniva utilizzato per le sue straordinarie qualit camaleontiche. Scrive il maresciallo: Gelli Licio
un giovane alto, distinto, con capelli all'Umberto ondulati artificialmente, fronte spaziosa, occhi
piccoli quando sorride, naso grosso aquilino, bocca larga ma regolare, dentatura sana, viso ovale,
corporatura snella, mani piuttosto grosse. Cammina svelto con fare franco e disinvolto, veste
elegantemente con un soprabito marrone a doppio petto e porta sempre sciarpa a fiori piccoli, ama
pantaloni sborsati da ufficiale con gambali neri lucidi a stecca, fuma sigarette di varie marche, non
dedito n al vino n ai liquori, non gioca e non frequenta sale da ballo [...] viaggia molto in auto, una
1100 FIAT Musetto, comprata da tal Colombo di Milano (sebbene sia stata regolarmente pagata ha
atteso oltre un anno per fare la voltura). Spende somme di denaro in cose del tutto superflue
dimostrando di possederne una quantit esagerata in confronto alle sue probabili entrate, fino a
diecimila lire al giorno.
Pi avanti il rapporto riserva altre pi consistenti sorprese: Il nominativo segnalato uno dei pi
pericolosi elementi che operano nella zona 8a alle dirette dipendenze del Partito Comunista.

L'attivit di Gelli risale al 1944, epoca in cui si pose al servizio dei rossi per salvare la pelle ai
partigiani. La sua vera attivit comincia a essere pi scoperta nel 1947-48: egli si associa al professor
Niccolai Danilo, abitante a San Felice di Piteccio, con lui cerca di mascherare altri traffici, facendosi
passare per un industriale di trafilati di ferro e rame [...] dopo quattordici mesi questa azienda di
copertura praticamente allo status quo.
Nulla sfugge al SIFAR: Il Gelli visto che l'affare industria non pu reggere ha deciso di cambiare
tattica e ha iniziato il solito lavoro tanto in uso nel servizio spionistico orientale. Ha aperto una
libreria in corso Antonio Gramsci, cos gli agenti del suo servizio si recheranno in bottega con dei
libri sotto il braccio, diranno che il tal libro non va, ne prenderanno un altro e cos via.
Proprio come nei romanzi di Le Carr. Se anche questo documento fosse un falso, bisogna dire che
ben inventato. In ogni caso nessuno, tranne Pecorelli, aveva osato violare l'alone di mistero che
circondava il passato del Venerabile. Ma il giornalista era uso giocare su vari tavoli: forse non era
stato il povero Viezzer a fornirgli il fascicolo sulla "lista dei nomi traditi", ma qualche altro ufficiale
piduista che in quel periodo era sceso in guerra contro il Venerabile. Perch? Un movente lo forn
molti anni dopo il tenente colonnello Umberto Nobili, complice con Mannucci Benincasa nella
fabbricazione dell'anonimo "istituzionale" in cui si invitava a indagare su Gelli e l'omicidio
Occorsio: Ero venuto a conoscenza di legami, di saldature tra mafia, servizi libici, nuclei eversivi, il
tutto coordinato ed eseguito a partire dal 78 dalla P2, raccont durante un'audizione alla
Commissione Parlamentare per la Strage di Ustica. Un intreccio che riporta a quella cellula
supersegreta dell'intelligence denominata Anello e che conferma anche il ruolo della P2 nella
strategia della tensione. Ma c'era anche una parte dei servizi segreti che, pur avendo aderito alla P2,
non faceva parte del nucleo "deviato" e si operava per sventarne le azioni pi pericolose? Chiss,
forse si trattava di pure rivalit interne, di trame e dissapori che dovevano essere noti a Pecorelli.
Mino, ad esempio, non aveva in simpatia il colonnello Viezzer e nel '74 gli dedic un articoletto in
cui allude al suo ruolo di "gladiatore" in contatto con ambienti eversivi: Questo colonnello fino a
poco tempo fa comandava il reparto guastatori del servizio che si addestra in Sardegna e ha
disponibilit illimitate di esplosivo. Si noter a questo proposito che in tutti i casi di attentati di
matrice di destra l'esplosivo non mai stato rubato.
Una diretta allusione ai depositi Gladio di Capo Marrargiu, oltre che al diretto coinvolgimento del
SiD negli attentati di destra. Un accenno spericolato, come sappiamo, in cui Mino da prova di
essere a conoscenza del segreto militare "tab" di quegli anni, l'esistenza dello Stay Behind. Nello
stesso articolo seguivano attacchi ancora pi pericolosi nei confronti di Andreotti che accusava di

aver offerto "coperture governative" agli attentati di destra.


La Balaustra Chi fosse davvero Licio Gelli, e quale la sua reale influenza nelle stanze che contano, si
scopr soltanto nella primavera dell'81, quando divennero finalmente pubblici gli elenchi degli
iscritti alla "balaustra" pi potente e segreta della massoneria italiana. E che iscritti! Tre ministri
della Repubblica, il Capo di Stato Maggiore della Difesa, tutti i capi dei servizi segreti, trentuno
generali delle tre armi, della Polizia e della Guardia di Finanza, diciotto magistrati, prefetti,
diplomatici, alti funzionari, parlamentari, banchieri, professori universitari e giornalisti, compreso
il direttore del Corriere della Sera, ma anche attori, cantanti, uomini di spettacolo. Pure se a
distanza di tanti anni le numerose inchieste, parlamentari e giudiziarie, che da allora si sono
succedute, non sono ancora riuscite a chiarire che cosa abbia spinto uomini tanto importanti a
confluire in questa consorteria e in cambio di quali contropartite abbiano reso giuramento a un
personaggio che all'epoca era noto come il materassaio di Arezzo.
Difatti nessuno ha mai pensato che il vero destinatario del giuramento fosse lui. L'ex leader del PSI
Bettino Craxi, ascoltato dalla Commissione P2, diede questa valutazione: Non ho mai creduto che
Gelli fosse il capo, ma piuttosto un grand commis, un segretario generale, un attivatore
dell'organizzazione. Non un capo carismatico, ma uomo di relazioni, affari, intrighi. Lui Gelli lo
incontr una sola volta, all'hotel Raphael, dove si era presentato come ingegner Luciani: Dice che
loro erano molto importanti e che controllavano met della stampa italiana, che avevano anche la
forza di cambiare il presidente della Repubblica con una campagna sui giornali. Disse di poter
assicurare relazioni dirette con gli americani. L'ex presidente Cossiga, che nel 76 aveva detto di
aver appreso dell'esistenza della P2 da un articolo sull'Espresso, preciser nel '93 alla seconda
Corte d'Assise di Roma: La Loggia stata la risposta in termini sbagliati e occulti ai timori dei
circoli atlantici che l'alleanza DC-PCI allontanasse l'Italia dalla NATO. La P2 d'importazione
americana. Non c' dubbio che Gelli non fosse il vero capo della Loggia. Vi pare che generali,
arrivati ai massimi vertici, potessero rispondere a uno come lui? Il capo era un referente che metteva
nei posti chiave i generali filoamericani.
Ma il nome non lo ha detto. Non mai stato risolto il nodo dei rapporti tra Andreotti e il
Venerabile: quando la Commissione Parlamentare d'Inchiesta sulla P2, presieduta da Tina
Anselmi, cerc di oltrepassare quella soglia non riusc che a individuare la misteriosa Piramide
Superiore. Un'indicazione troppo vaga, al tempo stesso demonizzante, cui ognuno nel tempo ha
dato il significato che preferiva. L'indicazione di Cossiga sul ruolo di diga anticomunista della
loggia massonica pu essere valida, ma l'idea che mi sono fatta della Piramide Superiore mi porta a

immaginare una sorta di gotha della massoneria internazionale, il luogo occulto dove possibile
muovere come pedine le sorti di uomini e governi. Ma anche vero che proprio nelle fasi di crisi o di
transizione politica della Repubblica, il ricorso alla violenza potrebbe aver dato adito a manovre
destabilizzanti, che puntavano su gruppi contrapposti, nell'interesse di centri di potere deviati e
occulti.
C' chi ha identificato la Piramide con la Superloggia di Montecarlo, ma credo che il suo livello sia
ancora quello di una sub-sezione del gotha massonico, anche se questa loggia particolarmente
potente. Sembra sia nata nel 77 come sezione della P2, grazie all'iniziativa di un commerciante
amico di Licio, tale Luciano Frittoli, per accogliere i personaggi pi coinvolti in ogni possibile
nefasta alleanza con la mafia e i trafficanti di armi e droga. Gli iscritti di Montecarlo erano almeno
quattrocento, che uniti ai seicento della Loggia italiana danno l'idea delle dimensioni che aveva
raggiunto la p2: una Loggia non supera in genere i duecento-duecentocinquanta membri.
L'affermazione di Dalla Chiesa, quando giustific la sua iscrizione alla P2 dicendo che si trattava di
un'autocertificazione di anticomunismo, spiega in parte il motivo che pu avere spinto uomini di
Stato, anche non corrotti, a iscriversi alla potente "balaustra". Tuttavia l'appartenenza alla
Superloggia consent ai molti che aspiravano ad alti incarichi di arrivare a ricoprirli, e la P2 divenne,
inevitabilmente, un centro di potere privilegiato per ogni strategia politico-militare e finanziaria. Il
sospetto pi grave, emerso qua e l in molte inchieste giudiziarie di cui abbiamo gi parlato, che la
loggia gelliana alla fine degli anni Settanta possa aver svolto il ruolo di "sala regia" del terrorismo,
sia rosso che nero, tesa inizialmente a condizionare il consenso attorno al sistema politico
dominante, per poi approdare a un progetto autonomo: quello contenuto nel Progetto R (o Piano di
Rinascita Nazionale) che prevedeva la fine del sistema dei partiti, la nascita di lobby politiche e il
bipolarismo, come in effetti poi avvenuto all'inizio degli anni Novanta con la fine della Prima
Repubblica.
In un'intervista al TGl condotta da Ennio Remondino nel luglio 1990, un ex collaboratore della cia,
Richard Brenneke, diede questa versione: I soldi della CIA andavano alla p2 per diversi fini, uno dei
quali era il terrorismo. Un altro scopo era quello di ottenere il suo aiuto per trafficare droga negli
USA da altri paesi. Ci siamo serviti della P2 per creare situazioni favorevoli all'esplodere del
terrorismo in Italia e in altri paesi europei negli anni Settanta.
Sembrano affermazioni incontrollate; ma se esaminiamo le liste della P2 troviamo in effetti anche
generali che dirigevano il Supersid che, come ormai lecito sospettare, era il centro direzionale dei
nuclei che agivano "dietro le linee": personaggi legati tra loro da patti occulti, che facevano

riferimento alla stessa casa madre, le cui azioni rilette oggi sembrano inseguire progetti di cui non
c' traccia in alcun dibattito parlamentare o di governo.
Per tornare al processo Pecorelli, partito nel '79 dal tentativo di far luce sull'omicidio di un
giornalista scatenato e bizzarro e approdato nel '93 all'incriminazione dell'uomo politico pi
potente degli ultimi cinquant'anni,ci limitiamo a osservare come il passaggio tra le due indagini sul
delitto abbia seguito l'evolversi delle strategie giudiziarie degli ultimi vent'anni: prima si tent di
capire quale fosse il rapporto tra massoneria e servizi segreti, poi quello tra politica e mafia. Se si
fosse trovato un punto di congiunzione tra i due filoni d'indagine sarebbe stato forse possibile
scoprire anche la vera catena di comando tra le varie parti in causa: massoneria, politica, servizi,
mafia. La teoria del "mandante unico", che la sentenza ci consegna, ammesso che sia sufficiente a
chiarire l'omicidio di Pecorelli, non aiuta a comprendere tutto quel che successo. Anche se
qualcuno, forse a ragione, potr dire che non questo l'obiettivo del processo penale.
Da piazza del Ges alle logge coperte La misteriosa e fulminea carriera massonica di Licio Gelli
comincia in piazza del Ges attorno alla met degli anni Sessanta, precisamente nel '66, quando il
Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, Giordano Gamberini, rese operativo il futuro capo della
P2, allora semplice direttore di una ditta di confezioni per uomo (la Gioele di Giovanni Lebole).
Gamberini aveva rapporti di primo piano a livello internazionale, e anche in seguito, quando fu
sostituito da Lino Salvini, manterr l'incarico di curare i rapporti con le massonerie estere e con la
CIA. Fino a quel momento Gelli si era accontentato di fare da factotum per un deputato
democristiano di Pistoia,Romolo Diecidue, incarico che gli consent di "fottere" al commendator
Pofferi, bench amico del presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, la gestione di una
fabbrica di materassi che lo arricch grazie al trionfo di ordini da parte di conventi, ospedali e collegi.
Ma i traffici dell'immaginifico Licio non si limitavano a questi affarucci, che cominciavano ad
andargli stretti. Dal Grande Oriente Gelli transit a Palazzo Giustiniani,dove c'era una loggia
coperta, destinata a ospitare i Fratelli di maggior prestigio e pi bisognosi di riservatezza: al futuro
Venerabile questo angolo appartato, dove la sua vocazione all'intrigo aveva maggiori possibilit di
espansione, piacque moltissimo.
La loggia "riservata" di Palazzo Giustiniani era molto prestigiosa: vi erano passati l'ex presidente del
Senato Cesare Merzagora, i generali Aloja e De Lorenzo, e anche Miceli. Nelle liste c'erano altri
nomi illustri, come l'arcivescovo di Vienna Franciscus Konig. O misteriosi, come don Agostino
Coppola, economo di Monreale, condannato a diciotto anni con l'accusa di appartenere alla banda
di Luciano Liggio, e parente del leggendario boss mafioso Frank Coppola, detto Tre Dita, di cui

parleremo pi avanti per il suo intervento nelle trattative segrete con le BR all'epoca del sequestro
Moro. Tra i politici transitati nella loggia di Palazzo Giustiniani ricordiamo il socialdemocratico
Luigi Preti e il comunista Gianni Cervetti. Via salendo la scala della grande finanza e dell'industria,
del mondo bancario e del parastato; incontriamo nomi come quelli di Eugenio Cefis, Giuseppe
Arcaini, Guido Carli, Enrico Cuccia e Michele Sindona. E c'era anche il procuratore generale della
Cassazione, Carmelo Spagnolo, massone dal '47. Nessuno riuscir mai a spiegarsi come potessero
convivere nella stessa organizzazione e con spirito di fraternit personaggi che si odiavano a morte
come Cuccia e Sindona, Aloja e De Lorenzo, il socialdemocratico Preti e lo stalinista Cervetti,
rileva Roberto Fabiani, autore del libro-inchiesta I massoni d'Italia. Ma Gelli aveva una sua
filosofia: Abitare al piano attico del mondo, dove tutti si conoscono, facilita i rapporti e aiuta a
superare le incomprensioni.
In ogni caso il Venerabile approfitt di questo periodo per costruire il primo nucleo della
potentissima P2. Nel '71, il Gran Maestro del Grande Oriente Lino Salvini lo promuove segretario
generale, e ci concede al materassaio quella autonomia organizzativa di cui aveva gran bisogno e
che gli consentir nel breve volgere di qualche anno di circondarsi di uomini potenti in ogni ramo.
Nel '76, un nuovo balzo: viene promosso Maestro Venerabile e, in tacito accordo con Salvini, si
sgancia da Palazzo Giustiniani. La P2 ormai al decollo, pronta a conquistare un ruolo di dominio
all'interno della massoneria ufficiale ma anche nel mondo esterno, attraverso la scalata dei suoi
iscritti a tutti i luoghi di comando. L'ombra della mafia, con Sindona e don Agostino Coppola, gi
presente in questo nucleo primario della P2. Fili di cui si perderanno le tracce nelle liste ritrovate a
Villa Wandadi Castiglion Fibocchi, nell'81, in quella valigia che Gelli, pronto a fuggire, aveva
preparato. Ma c' chi ritiene che anche questa sia stata un'abile trovata del Venerabile, che in realt
voleva far trovare le liste, naturalmente dopo averle depennate dei nomi pi imbarazzanti.
Un'accusa dalla quale il Venerabile si sempre difeso: Per carit, gli iscritti alla P2 erano persone
molto perbene, nessuno di loro in seguito risultato coinvolto in Tangentopoli, erano forse un po'
troppo anticomunisti, ma in quegli anni il pericolo del comunismo era davvero molto alto.
Ma negli anni Novanta, quando, dopo la caduta dei grandi patriarchi della DC, fior una nuova
generazione di pentiti di mafia, scopriremo che, soprattutto in Sicilia, alla fine degli anni Settanta
c'era stato un proliferare di "logge coperte" nelle quali erano stati accolti anche i rappresentanti delle
famiglie mafiose: la loggia Adelphi a Napoli, le logge Orion della Carnea e di via Roma a Palermo,
la loggia Scontrino a Trapani e altre ancora. Le pi importanti sono la loggia di via Roma e quella
dello Scontrino. Duemila iscritti in quella di via Roma: i pi bei nomi della politica,

dell'imprenditoria siciliana e di... Cosa Nostra. Vi troviamo i cugini Salvo, l'editore del Giornale di
Sicilia Federico Ardizzone, il commercialista Vito Guarra-si, quell'avvocato Nino Buttafuoco
arrestato per il rapimento del giornalista Mauro De Mauro. Ma anche il boss Salvatore Greco,
cugino carnale del "papa della mafia" Michele Greco. Era invece affiliato alla Carnea un cognato del
boss Stefano Bontate, che pi avanti troveremo coinvolto nella fuga di Sindona in Sicilia, Giacomo
Vitale, all'epoca considerato la longa manus di Gelli in Sicilia. Nell'87 il pentito di mafia Antonino
Calderone raccont che dieci anni prima Gelli, attraverso il Fratello Vitale, aveva fatto pervenire a
Bontate la seguente proposta: creare una sezione riservata nella quale i boss di maggior prestigio
potevano trovare alloggio. L'operazione prevedeva l'investitura dello stesso Bontate, di Michele
Greco e di due rappresentanti per famiglia. Per Catania sarebbe entrato Giuseppe Calderone, gi in
contatto con la massoneria dal tempo del golpe Borghese. Per Enna il boss Bongiovino, per Trapani
Tot Minore.
Il pentito Leonardo Messina, nel '93, aggiorner il quadro di qualche anno, sostenendo che anche i
corleonesi furono poi affiliati alla massoneria, e fece i nomi di Tot Riina, Francesco Madonia,
Mariano Agate, Nicola Terminio, Moreno Miccich, Gaetano Piazza e dell'imprenditore
"corleonese"Angelo Siino. Messina fu anche il primo a parlare di una segretissima Loggia dei
Trecento. Se vero quello che hanno raccontato i pentiti (e gi nell'83 di queste logge segrete
trovarono traccia i giudici Falcone e Chinnici), c' da chiedersi quale fosse il piano di Gelli o dei
suoi committenti, che valenza avrebbe dovuto avere l'accordo tra massoneria e mafia e in vista di
quali importanti obiettivi veniva sancito un patto che consentiva a Cosa Nostra di riassumere il
ruolo di braccio armato a disposizione di interessi sovranazionali e atlantici, come ai tempi della
Liberazione. Torna alla mente l'ipotesi della Gladio siciliana.
Nel 1982 il SISDE ebbe sentore di quanto stava avvenendo e inform la Commissione Anselmi che
nella Loggia Montecarlo, oltre a Frittoli, c'erano fuoriusciti dalla P2. I pi importanti erano Ezio
Giunchiglia, Giorgio Balestrieri (gi capitano della Marina Militare) e William Rosati. Secondo
l'informativa del SISDE, a Montecarlo Frittoli era entrato in contatto con il trafficante
internazionale di armi Samuel Cummings, presidente della Inter Arms di Londra e residente nel
Principato di Monaco.
In una lettera dell'80, rinvenuta nell'archivio di Gelli, Giunchiglia parlava del "risveglio"
(massonico) di Randolph Stone, gi iscritto alla P2, ufficialmente commerciante, ma indicato negli
anni Settanta come capo della Stazione CIA in Italia. Quando nell'86 la polizia, nel corso di
un'indagine relativa a un traffico di droga, fece irruzione nel Centro Studi Scontrino, scopr che si

trattava di una loggia massonica diretta da tal Giovanni Grimaudo in diretto contatto con la Loggia
di Montecarlo e in particolare con Giunchiglia. Anzi, dalle agende venne fuori che l'ex affiliato alla
P2 era l'uomo di raccordo tra Montecarlo e la rete di "logge coperte" operanti al Sud. Alla loggia
trapanese risultarono affiliati amministratori, funzionati pubblici, capimafia e uomini dei servizi
segreti.
Di tutte queste informazioni tenne conto il PM Elisabetta Cesqui che, nella requisitoria del 31
gennaio 1991 al processo a "Gelli pi 622", afferm che Giunchiglia era un personaggio che si
collocava nella zona di maggiore ombra della P2 tra la sponda dei contatti con ambienti militari e
informativi USA e quella che riconduce al commercio di armi.
Belfagor e Belzeb Ma la P2, proprio nel momento della sua massima ascesa, mostrava al suo
interno i primi segni di cedimento. Sul finire degli anni Settanta il sistema gelliano appariva in crisi,
il business di Licio con la Romania (dove esportava abiti Lebole esentasse grazie alla sua amicizia
con Ceausescu e all'appoggio del segretario generale della Guardia di Finanza Nik Trisolini) si era
interrotto per via dello scandalo Petroli e la grande "famiglia" appariva lacerata da divisioni e lotte
intestine. Nel periodo che segue il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro, mentre Andreotti alle
prese con i memoriali e la difficile situazione politica, oltre che con Sindona, l'Italcasse, i Petroli e
tutto il resto, anche Gelli appare travolto dai sospetti, dagli scandali, dalle trame; nelle sue vicende,
per uno strano destino, ricorrevano gli stessi nomi, le stesse sigle, gli stessi ambienti che
minacciavano Andreotti. Al punto che sui giornali dell'epoca furono ribattezzati Belfagor e
Belzeb. Con la differenza che Gelli-Belfagor usc travolto dalla valanga che si abbatt sulla P2,
insieme ad alcuni uomini dei servizi segreti che con lui rimasero impigliati nella strage di Bologna;
mentre Andreotti-Belzeb ne usc al solito indenne.
Tra le carte sequestrate nella redazione di OP ho trovato una lettera che la dice lunga sul clima da
grande intrigo, prodotto dalla battaglia tra opposte fazioni all'interno della P2. uno di quei fogli
senza firma che abbondavano sulla scrivania di Mino, ma il cui mittente doveva essere ben noto al
giornalista. Ecco quanto faceva sapere l'Anonimo: Gelli Licio: aretino - massone - nazista - ex
informatore delle SS tedesche, spia dei servizi segreti italiani - coinvolto con Minghelli nel
riciclaggio dei rapimenti Bulgari, Ortolani, Parrillo (tutti stranamente in contatto con Gelli). Fece
il suo ingresso nel mondo economico fottendo un amico del presidente Gronchi, il quale gli affid
una rappresentanza commerciale di materassi Permaflex.
Con tono concitato, cos prosegue l'ignoto cantore: Ora intrattiene rapporti di spionaggio con
alcuni paesi del Sudamerica ( stato artefice del ritorno di Peron in Argentina, alleato di Lopez

Rega, il quale da buon apprendista stregone manovrava alcuni settori di nazisti tedeschi rifugiati in
Argentina [...]). Il Gelli si occupato di riciclare monete cartacee sudamericane e di altre
nazionalit, di cui si daranno fotocopie contraffatte per finanziare operazioni di guerra in Europa.
L'FBI sta indagando su alcuni commerci tra spacciatori di droga e mafiosi che intratterrebbero
rapporti con Gelli.
L'informatore, che doveva ben conoscerlo, cos descrive il "sistema gelliano": quello di coprirsi
con la massoneria (ricostituzione P2 ora in sfacelo), ricatta magistrati e uomini appartenenti
all'organizzazione militare, soprattutto il colonnello Trisolini, detto Nik, aiutante maggiore del
comandante della Guardia di Finanza che ha procurato attraverso Ortolani notevoli affari e
remunerazioni a uomini politici e detiene contatti spuri e doppiogiochisti con Sindona, il quale a
sua volta ricatta personalit DC e della Santa Sede. All'estero gode di un permesso riservato ai
diplomatici argentini che ricatta dopo la caduta di Isabelita Peron, ora serve Pinochet e i generali
argentini, con Miceli esercita pressioni per finanziamenti che attraverso lui avrebbe fatto avere
all'MSI-DN. Nel frattempo mantiene rapporti con forze oscure della sinistra italiana giustificando
tale comportamento con la necessit di fornire notizie alla massoneria.
Quante volte ricorre la parola ricatto in questa informativa che proviene quasi certamente dal
Centro di Controspionaggio di Firenze? L'intero sistema gelliano sembrava fondato sul ricatto, lo
stesso Venerabile era ricattato: La magistratura stava per emettere ordini di cattura per complicit
manifeste nella questione rapimenti e riciclaggio, ma l'intervento di alcuni magistrati massoni ha
sempre impedito i provvedimenti. Minghelli ha minacciato di parlare, ma il Gelli riuscito a farlo
tacere con la promessa che lo salver.
L'amico di Pecorelli doveva avere proprio il dente avvelenato con il Venerabile. Sentite come
conclude l'informativa: Gelli semianalfabeta (terza media), ha una conoscenza grammaticale
infantile, presuntuoso, ma si presume riesca a realizzare grandi imprese per una forma di pazzia
lucida. Viaggia con Mercedes targata corpo diplomatico argentino, a breve termine sar costretto a
interrompere ogni rapporto con la Romania perch i funzionari che lo agevolavano sono stati
arrestati [...] detti abiti godono di esenzioni tariffarie doganali con la complicit della Guardia di
Finanza (Nik). Sembra che Gelli si recher all'estero e verr arrestato.
La profezia come sappiamo si puntualmente avverata due anni dopo. Il grande mistero che,
nonostante in quegli anni le vite di Belfagor e Belzeb corressero parallele, lungo gli stessi scandali,
non ci sono testimonianze n prove certe del fatto che Andreotti e Gelli si frequentassero, a
esclusione di una telefonata, una lettera e una foto. La lettera e la telefonata sono agli atti del

processo di Palermo e sono inserite nel percorso del crack di Sindona. La foto risale agli anni
Sessanta, fu scattata all'inaugurazione dello stabilimento Patty di Frosinone. Seduto in prima fila,
vicino a prelati e notabili locali, oltre che al cardinal Marcinkus, Belzeb sorride soddisfatto: le
maestranze assunte nello stabilimento erano state pescate nel suo collegio elettorale e tutto
sembrava andare bene. Dietro la Patty, che produceva valigie, si sarebbe occultata un'impresa di
Sindona (nativo di Patti, in provincia di Messina, da cui il nome). La fabbrica di l a poco rischi il
naufragio, ma fu salvata da finanziamenti a favore del Mezzogiorno: era intervenuta la Fatina
Azzurra (cio Andreotti), come scriveva Mino.
In quegli anni non furono molti gli uffici di sicurezza che cercarono di saperne di pi sulle origini
delle fortune di Gelli e sulle sue coperture politiche. Nel 74 si mobilit per l'Ufficio I della Guardia
di Finanza, il servizio segreto delle Fiamme Gialle. Ad Arezzo fu mandato il tenente colonnello
Luciano Rossi, su incarico del capo dell'ufficio, il colonnello Salvatore Florio. Qualche tempo dopo
il finanziere stil un rapporto di cinque cartelle nel quale si asseriva che l'indagato aveva una solida
situazione finanziaria di cui non si conosceva l'origine [...] fonte degna aveva riferito che era alto
esponente della Massoneria internazionale [...] ad Arezzo un intoccabile ma tanti e tali sono i suoi
rapporti che ogni indagine verrebbe annullata.
Nelle cinque striminzite paginette c' un passaggio, particolarmente importante: A livello
nazionale sicura l'esistenza di rapporti con Andreotti e altri elementi della sua corrente nel periodo
frusinate.
Ma di questa relazione del tenente colonnello Rossi non si seppe mai nulla, se non quando il PM
Colombo durante la perquisizione a Villa Wanda,nell'81, ne trov una copia. Il colonnello nel
frattempo si era trasferito a Napoli: lo mand a chiamare il procuratore di Milano Luigi Dell'Osso
che gli mostr l'informativa. Rossi spieg che era stato avvicinato e sconsigliato dal proseguire. Il
giorno dopo fu trovato morto con un colpo di pistola alla tempia. Nel frattempo anche il colonnello
Florio era morto in circostanze oscure: nel '78 ebbe un incidente stradale su cui si fecero molte
congetture. stato uno dei pochi tentativi di far luce sul Venerabile Licio e i suoi rapporti con
Andreotti. Tutto il resto sfuma in istantanee sfocate: dai rapporti con Ceausescu, agli incontri con
Sindona, alle buone relazioni con i paesi arabi. Belfagor e Belzeb si inseguono, si rincorrono, ma
non s'incontrano mai.
Sindona, il Diavolo e l'acqua santa Alla fine degli anni Settanta la Sicilia ribolliva come una pentola
su un fuoco troppo alto: era un periodo d'inquietudine, contrasti, rivalit. Dopo un lungo periodo di
pax mafiosa, gli equilibri si erano spezzati: stava per scatenarsi la notte dei lunghi coltelli, la pi

sanguinaria delle guerre di mafia. Presto ci sarebbero stati morti ad ogni angolo di strada. E non
solo morti di lupara, anche di kalashnikov e di tritolo: boss, picciotti, poliziotti, magistrati e uomini
politici. Un terremoto senza precedenti. L'era dei grandi padrini, disposti al dialogo e alla
mediazione, come i Bontate e i Badalamenti,era al tramonto: alle porte premevano i viddani di
Corleone, San Giuseppe Jato, Altofonte, boss rozzi e terragni, abituati ad altri linguaggi e altre
regole. Nessuno fu in grado di capire cosa avesse scatenato tanta furia. La mafia uccide sempre per
"interesse" e dietro questa parola, quasi carnale, ci sono i soldi, i soldi sporchi; e con i soldi il potere
o la necessit di conservarlo attraverso una tela di ricatti, coperture, intimidazioni.
Cos fu anche nella terribile estate del 1979. Al centro di questa guerra c'era un uomo, che a noi
interessa perch ha un ruolo chiave nel processo a Giulio Andreotti, ma che rappresenta anche il
punto pi controverso e oscuro di molti misteri italiani: Michele Sindona. La sua presenza come
un'ombra che accompagna i passaggi cruciali della nostra storia, la storia visibile e quella invisibile.
Perch era un grande banchiere, un grande finanziere, stimato da Paolo vi, ma al tempo stesso il
consigliori di Cosa Nostra, il riciclatore delle immense ricchezze dei boss, che erano andate perdute
nei misteriosi crack delle sue molte banche sparse in tutto il mondo.
Quell'estate Sindona era tornato segretamente in Sicilia per rassicurare i suoi "clienti", protetto
dall'aristocrazia mafiosa dell'isola, ma ai corleonesi in realt interessava soltanto rientrare in
possesso delle centinaia di miliardi che si erano volatilizzati e che lui poteva restituire soltanto se
riusciva a salvare la sua Banca privata. Non ci riusc e questo segn la sua fine: Sindona aveva
venduto l'anima al Diavolo e Dio se la riprese nel carcere di Voghera il 20 marzo del 1986. Due
giorni dopo la sentenza di condanna all'ergastolo per l'omicidio di Giorgio Ambrosoli, il curatore
fallimentare che si era opposto ai suoi fantomatici "piani di salvataggio", Sindona fu ucciso da una
tazzina di caff al cianuro, come lui stesso aveva previsto. Omicidio o suicidio? Vedremo. Prima del
processo, quando era ancora a New York, in un'intervista aveva detto: Che qualcuno non mi voglia
far tornare in Italia, si capisce. C' un articolo sul Progresso italoamericano,dove tra molte
sciocchezze, c' scritta anche una cosa sensata: Sarebbe un peccato se in Italia qualcuno gli fornisse
un caff avvelenato: non potrebbe portare con s i Filistei.
Il Bancarottiere di Dio La storia ufficiale di Michele Sindona comincia nel '54, quando a Milano il
commercialista di Patti incontra il futuro pontefice Paolo VI che era ancora monsignor Montini. Fu
lui a metterlo in contatto con la grande finanza vaticana. Il ruolo iniziale di Sindona fu quello di
spostare su banche estere ingenti somme dei conti correnti della Santa Sede, con enormi profitti, per
alleggerire quegli aggravi fiscali che lo Stato italiano cominciava a rivendicare. Un'operazione

spregiudicata, ma ancora al limite della legalit, e fu lungo questa strada che il suo destino si
incroci con quello del cardinale Paul Marcinkus, uomo di Chiesa ma convinto che la Chiesa non
si regge con un'Ave Maria.
Sindona era un finanziere puro, ambizioso, determinato; non mai stato uomo avido di soldi, non
ha mai esibito lussi e ricchezze, n mostrato i segni di una volgare corruzione. Per lui il denaro era
uno zero assoluto, un'astrazione matematica, che sapeva abilmente maneggiare, nascondere,
moltiplicare attraverso operazioni e passaggi comprensibili a pochissimi. Con la banca di Roma e
Marcinkus, che presiedeva l'Istituto Opere Religiose (Ior), fond la Societ Immobiliare, che segn
la sua ascesa nel mondo finanziario.
Nel '43 aveva soltanto ventitr anni ed era un giovane laureato in legge. In attesa che finisse la
guerra aveva aperto uno studio da commercialista a Messina. Le cose gli andarono bene, si trasfer a
Milano, dove andava e veniva dagli Stati Uniti: l'asse Milano-New York fu il canale che gli consent
un rapido arricchimento, tanto che sul finire degli anni Cinquanta fu in grado di acquistare una
quota della sua prima banca, la Banca Privata Finanziaria. All'inizio degli anni Sessanta l'ascesa di
Sindona sembrava inarrestabile: era il mago di funamboliche e geniali operazioni in Borsa. La sua
Banca Privata si associ ad altri istituti di credito europei, come la Finabankdi Ginevra, di cui il
Vaticano era uno dei titolari, la Bankhaus Wolff di Amburgo, la Herstatt di Colonia, la Amicor di
Zurigo, la Continental Illinois di Chicago, retta da Marcinkus, e lo IOR, detta anche Banca
Vaticana. Verranno poi la Franklin Bank e l'Ambrosiano.
Nel 73 la fortuna stava per voltargli le spalle, ma lui ancora non lo sapeva. L'anno precedente le sue
banche erano state oggetto di un'ispezione da parte della Banca d'Italia che aveva registrato alcune
irregolarit e trasmesso le relazioni alla magistratura nei mesi successivi. Per risanare il deficit aveva
chiesto un prestito alla Banca di Roma di cento milioni di dollari e lo aveva ottenuto attraverso la
consociata estera di Nassau. Sindona cerc di superare le prime difficolt, dichiarando di aver
sventato una manovra speculativa di un consorzio internazionale di banche, e durante un
ricevimento Andreotti, allora presidente del Consiglio, lo ringrazi pubblicamente definendolo il
Salvatore della Lira. Il Business Week lo defin il finanziere italiano di maggior successo. Il
Fortune lo esalt come uno dei pi geniali uomini d'affari del mondo, il Times gli dedic elogi.
Fu l'ambasciatore americano John Volpe (detto anche John Golpe) a consacrarlo uomo dell'anno
1973.
questa la storia ufficiale, pubblica, del Banchiere di Dio. Ma ce n' un'altra occulta, tenebrosa,
sanguinaria che fece di lui un "genio del male", il Banchiere del Diavolo. Per conoscerla bisogna

risalire agli anni della guerra, al '43, quando Michele era ancora un giovane
avvocato-commercialista,pallido e determinato, con il suo modesto studio a Messina. I tedeschi
stavano perdendo la guerra, gli americani si accingevano a liberare l'Italia iniziando con uno sbarco
in Sicilia. Per facilitare l'operazione, considerato che l'isola terra di mafia, i servizi segreti
americani contattarono il gangster Lucky Luciano. Il suo vero nome era Salvatore Lucania, era stato
in carcere negli USA e qui il suo destino si era incrociato, per vie misteriose, con il giudice Dewey,
grande massone americano: fu lui a metterlo in contatto con le alte sfere della CIA che decisero di
spedirlo in Sicilia a contattare i vecchi boss rimasti in sonno per tutta la durata del fascismo. Con il
loro aiuto Lucania rapidamente fond la Sezione Italia, di cui entrer a far parte una rosa di
personaggi siciliani in modo che costituissero un riferimento per gli americani al momento dello
sbarco. Tra questi personaggi c'era il giovane Michele Sindona.
Pecorelli era a conoscenza di qualche retroscena, che pubblic nel '75, quando la storia occulta di
Don Michele cominciava ad avere il sopravvento su quella ufficiale: Inventato finanziere da Lucky
Luciano, i due si conobbero in Sicilia nel '43 quando per conto dell'agente dell'OSS Luciano,
Sindona fece sparire diversi milioni di dollari che il servizio segreto americano aveva destinato alla
preparazione dello sbarco alleato. Nel meeting di Palermo (hotel Le Palme) del '52, lo nomin
amministratore di due miliardi di dollari che all'epoca i boss fecero riciclare per le loro operazioni
europee attraverso opportune banche svizzere.
Quei miliardi erano i soldi che spettavano alla mafia per l'aiuto dato agli alleati? Certamente furono
l'inizio della fortuna di Sindona, una fortuna che purtroppo era costretto a condividere con Cosa
Nostra. In ogni caso, lo sbarco alleato fu l'occasione giusta per stringere quelle amicizie che
resteranno negli anni a venire. Negli Stati Uniti i clienti del suo studio erano nomi importanti del
gotha mafioso: Gambino, Spatola, Daniel Porgo, Vito Genovese. Il Banchiere di Dio esportava i
capitali del Vaticano all'estero, il Banchiere del Diavolo legalizzava e accresceva i soldi della mafia
americana. E tutto passava all'interno della sua Banca Privata. Alla fine degli anni Sessanta
un'informativa dell'FBi lo segnal come implicato nel traffico di stupefacenti tra Italia e USA. E
quel diavolo di Pecorelli pubblic subito l'informativa inviata all'Interpol.
Ministero degli Interni Interpol 16 novembre 1967 prot123 516404 alla questura di Milano.
Oggetto: traffico allucinogeni tra Italia e Stati Uniti, Porgo Daniel e altri. La polizia statunitense
sta conducendo indagini su un traffico di droghe tra Italia e USA. Nel commercio sarebbero
implicati Porgo ed Ernest Gengarella, i cittadini italiani Sindona Michele nato a Patti [...].
Tra le tante scatole finanziarie inventate da Sindona, quella che tirava le fila dei finanziamenti

"sotto copertura" a partiti e altri enti pubblici era la Franklin: due miliardi della CIA finirono nel 74
alla DC; undici milioni di dollari passarono dalla CIA al SID di Vito Miceli. Secondo la
Commissione d'Inchiesta del Senato degli Stati Uniti quei soldi dovevano servire a finanziare la
campagna elettorale di ventuno politici italiani che godevano della fiducia del governo americano.
Ma sono in molti a ritenere che siano stati utilizzati anche per il golpe Borghese. Risulta infatti che
la Finabank, negli anni Sessanta, abbia appoggiato la Helleniki Tekniki, una societ che copr il
golpe dei colonnelli greci.
Il Banchiere del Diavolo risult anche iscritto alla P2. Massone da sempre, ader alla Loggia che,
come sappiamo, si annidava nella libera muratoria di Palazzo Giustiniani, trampolino di lancio di
Gelli. Quali furono negli anni a venire i suoi rapporti con il Venerabile non dato sapere
ufficialmente, ma vedremo come l'fbi considerasse la fuga in Sicilia del 79 di Michele Sindona, di
cui parleremo fra breve, un'operazione organizzata dal capo della P2.
In un'intervista periodicamente trasmessa in televisione, a chi gli chiese come e quando avesse
conosciuto Sindona, Gelli fece il riesci, come si dice in Toscana: Mah! Non ricordo, sono passati
cos tanti anni, sono passate migliaia di persone pi importanti, come faccio a ricordare... Tuttavia
tengo a precisare che mi present Sindona una persona molto onorevole. Gelli parla cos, per
allusioni strampalate, la mente rivolta altrove, sembra un distratto, un dissociato; poi, quando ci
ripensi, capisci perfettamente il messaggio. Nella stessa intervista afferm infatti: Sindona era
uomo di grandi capacit intellettive, portato alla finanza, e secondo la mia valutazione sarebbe stato
un magnifico ministro delle Finanze o forse anche un buon governatore della Banca d'Italia.
Manc poco che qualcosa del genere accadesse, almeno a sentire Pecorelli che, in quella nota che
precede la formazione del governo Andreotti nel 76, scrive che il Super giulio per l'occasione
Superpadrino imbarcher Michele l'Americano. Sindona era gi nei guai: l'elezione in Parlamento
avrebbe potuto rilanciare le sue quotazioni, oltre che sottrarlo a un processo per bancarotta.
Don Michele in Sicilia Se il 1977 e il 1978 furono anni di incredibili violenze, scontri di piazza,
gambizzazioni, omicidi, bombe, attentati (culminati con il sequestro e l'uccisione di Aldo Moro), il
1979 stato un anno di mirabili trame e omicidi "selettivi", in parte finalizzati a eliminare gli
scomodi testimoni degli anni precedenti. Un anno in cui si attut l'eco del terrorismo e torn
protagonista, con tutta la sua forza inquinante, la mafia. Era stata la mafia a uccidere a Roma
Pecorelli, il 20 marzo. Ma aveva gi assassinato a Palermo il giornalista Mario Francese e il DC
Michele Reina; il 21 luglio fu la volta del capo della Mobile Boris Giuliano. Una settimana dopo
furono uccisi a distanza di poche ore a Milano Giorgio Ambrosoli, il curatore del fallimento del

Banco Ambrosiano, e a Roma il colonnello Antonio Varisco, un carabiniere della rete Dalla Chiesa,
amico di Pecorelli: il delitto fu rivendicato dalle BR, ma, stranamente, a sparare era stato un fucile a
canne mozze. A ottobre torniamo a Palermo con l'omicidio di Cesare Terranova, giudice e
parlamentare comunista, assassinato con il suo collaboratore Lenin Mancuso. Questi omicidi fanno
parte, come vedremo pi avanti, di una lunga teoria di omicidi politico-mafiosi.
Ma l'estate del '79 precede di poco l'inizio della guerra di mafia, della grande mattanza. Ed in
questa fase che si colloca la fuga a Palermo del latitante Michele Sindona. La mattina del 3 agosto
1979, nel suo ufficio di New York, la segretaria riceve una telefonata in cui un sedicente "Comitato
proletario di eversione per una giustizia migliore" annuncia di aver rapito il finanziere. Quasi alla
stessa ora il "rapito", caricato su un auto da due ceffi, scompare dall'Hotel Pierre dove alloggiava
dopo essere tornato in libert, grazie a una cauzione stratosferica: tre milioni di dollari. Il finto
rapimento riecheggiava le modalit del sequestro Moro, ma era soltanto una macabra messinscena.
Aiutato dal padrino italoamericano Rosario Spatola e da John Gambino, con in tasca un passaporto
falso intestato a tal Joseph Bonamico, Don Michele and prima a Vienna, da l vol ad Atene (forse
per salutare i suoi amici colonnelli), dove lo raggiunse Giacomo Vitale, il piduista amico e cognato
del boss Stefano Bontate, allora capo di Cosa Nostra. E finalmente approd in Sicilia attorno a
ferragosto.
Sindona in un primo momento rimase nascosto in casa di un'amica, Francesca Paola Longo, dove
un altro massone, Joseph Miceli Crimi, molto amico di Licio Gelli lo and pi volte a trovare,
fungendo da contatto fra i due. Sar Miceli Crimi, noto chirurgo estetico, a sparare quel colpo di
fucile alla gamba del "rapito" per avvalorare la tesi della prigionia. Ma qual era lo scopo di questo
viaggio? Sindona era uomo che teneva alla sua immagine ed questa che tenta ancora di accreditare,
sia a Palermo per placare l'ira dei boss, sia di fronte al mondo intero dove fino all'ultimo si batter
per salvare le sue banche e il suo onore. Due anni dopo, al giudice Gherardo Colombo, che aveva
trovato il suo nome nella lista scoperta a Villa Wanda, del suo viaggio in Sicilia tenne a dire: Ho
ricevuto lettere dall'ammiraglio Morris, rappresentante del Pentagono, che mi ringraziava anche a
nome dell'ammiraglio Turner, allora a capo della CIA, e a nome dell'ammiraglio Haig, allora capo
della NATO, per ci che avevo fatto e avrei fatto non solo nell'interesse degli Stati Uniti ma di tutto
l'Occidente.
Per capire di cosa ringraziavano Sindona questi alti esponenti del governo USA, dobbiamo andare
indietro di qualche stagione. La calda estate del 79 aveva avuto una regia preparativa nel 76, quando
John Connally, ex ministro texano, aveva dato vita in Sicilia a un comitato anticomunista

denominato "Per la difesa del Mediterraneo". Gli avvocati Giuseppe Zupo e Armando Sorrentino,
parte civile nel processo per l'omicidio di Pio La Torre, il deputato comunista ucciso a Palermo
nell'80, sostengono che Connally avrebbe ormeggiato la sua barca al largo di Ustica per incontrarsi
con alcuni massoni siciliani, tra cui anche Miceli Crimi. E fu proprio il chirurgo a fornire per primo
una patente politica alla fuga di Sindona, sostenendo che si trattava di una missione destinata a
concludersi con la separazione della Sicilia dall'Italia. Sindona, in un'intervista all'Unit, conferm
che il viaggio era legato a una non meglio precisata campagna politica ed economica che talune
persone ritenevano che io dovessi fare in Italia in nome della privatizzazione e dell'anticomunismo.
E cit fra i suoi stimatori perfino Marcinkus e lo IOR, che nel fallimento della sua banca avevano
perduto almeno una sessantina di miliardi, ma forse, come dicono alcuni, duecento.
Don Michele non mentiva: la conferma viene dal fatto che nell'agosto '79 era stato deciso in ambito
atlantico di installare in Europa 572 missili a medio raggio, di cui 112 a Comiso, in Sicilia.
Un'iniziativa che aveva provocato una viva reazione da parte della sinistra: La Torre aveva guidato
una campagna di opposizione con l'appoggio dei movimenti ecologisti. Quando ci sono in ballo
grossi interessi mafiosi, ogni vicenda ha una lettura tridimensionale: c' l'interesse personale, quello
delle "famiglie" e la "finalit superiore". Sindona si era "fatto rapire", come vedremo, per mandare
segnali e promuovere ricatti, ma aveva anche la necessit di rassicurare i suoi clienti siciliani dei forti
appoggi di cui continuava a godere oltreoceano e di cui in effetti almeno in certi ambienti
beneficiava. Ma le "famiglie" continuavano a premere per riavere i soldi. La promessa non poteva
essere che una grande operazione strategico-militare che ridava fiato ai boss rilanciando il loro ruolo
di cane da guardia del Mediterraneo.
piano di salvataggio La fuga a Palermo fu l'ultimo atto di una lunga battaglia che Sindona aveva
portato avanti, a partire dal '74, per ottenere dalla Banca d'Italia un piano di salvataggio che gli
risparmiasse il crack: lui stesso ne aveva messo a punto uno, che puntava a coprire i buchi neri della
Banca Privata attraverso quei trucchi funambolici in cui era sempre stato maestro. Ma bisognava
che Enrico Cuccia, l'amministratore delegato di Mediobanca, desse il suo assenso: invece storse la
bocca e lo defin un papocchietto. Un piano di salvataggio fu messo a punto anche dal ministro
delle Finanze Gaetano Stammati (p2), con l'approvazione di Andreotti. Franco Evangelisti, stretto
collaboratore del senatore, convoc il governatore della Banca d'Italia, Paolo Baffi, per
comunicargli che bisognava convincere il curatore del fallimento Ambrosoli ad accettare il piano.
Ma la risposta fu un'ispezione di Mario Sarcinelli, braccio destro di Baffi, cui segu la bocciatura del
piano Stammati. Per Sindona fu l'inizio della fine; l'operazione salvataggio guidata dagli uomini del

presidente del Consiglio era tallita. Racconter Francesco Pazienza, il faccendiere del Supersismi
che pi avanti conosceremo meglio, che la Superloggia di Montecarlo nel gennaio '79 convoc una
riunione straordinaria della 2 per decidere la punizione di Sarcinelli, che sar arrestato il 24 marzo
(per interessi privati in atti d'ufficio e favoreggiamento personale, fatti insussistenti per i quali fu poi
prosciolto) e condotto a Regina Coeli su ordine di cattura del giudice istruttore Antonio Alibrandi.
Anche Gelli era molto interessato al salvataggio del Banchiere di Dio. Dopo il fallimento del piano
Stammati, a Sindona non restava che mettere in atto il Grande Ricatto. Lo aveva annunciato il 28
settembre 76, quando scrisse la sua prima lettera ad Andreotti: La mia difesa avr, come pu
immaginare, due punti di appoggio, quello giuridico e quello politico. Sar costretto mio malgrado
a presentare i reali motivi per cui stato emesso a mio carico un ingiusto mandato di cattura [...].
Far cio presente, con opportune documentazioni, che sono stato messo in questa situazione per
volont di persone e gruppi politici a lei noti che mi hanno combattuto perch sapevano che
combattendo me avrebbero danneggiato altri gruppi cui avevo dato appoggio con tangibili e ufficiali
interventi. Ritengo che la chiusura di situazioni difficili e complesse, che coinvolgono enti e
istituzioni dello Stato, possa nell'interesse della collettivit e del paese starle a cuore.
Il linguaggio criptico, ma l'obiettivo chiarissimo. Ma neppure queste pressioni ottengono alcun
risultato: il bancarottiere si sentiva scaricato. 1 giudici di primo grado affermano invece che
Andreotti si era oltremodo mobilitato in suo favore, anche nella sua veste di presidente del
Consiglio, al di l dei compiti istituzionali. La sentenza d'appello, al contrario, riconosce che
l'interessamento di Andreotti non and pi in l della benevola attenzione. Per quale motivo si
sarebbe dovuto esporre nella difesa di un uomo ormai latitante, colpito da mandato di cattura per
bancarotta fraudolenta, nei confronti del quale la magistratura italiana aveva avviato una procedura
di estradizione? Nella condanna dei giudici di Perugia, si da invece molto credito alla testimonianza
di Rodolfo Guzzi, legale di Sindona tra il '74 e l'80, e quindi a conoscenza di tutti i contatti tra il suo
cliente e l'entourage andreottiano di cui stato egli stesso intermediario. Nel 76, raccont Guzzi, ci
fu un incontro tra Andreotti e due emissari di Sindona, Paul Rao e Philip Guarino, che chiesero un
intervento del presidente del Consiglio presso il Dipartimento di Stato americano affinch non
concedesse, o perlomeno ritardasse, l'estradizione di Sindona in Italia. Un incontro che non aveva
carattere pubblico, visto che Andreotti non ne inform la magistratura. L'avvocato Guzzi trov
tracce di questo intervento nelle proprie agende, ma soprattutto afferm che l'argomento del
colloquio tra Andreotti, Rao e Guarino fu oggetto di conversazione quella stessa sera durante una
cena, svoltasi all'Hotel Parco dei Principi, cui era presente anche Licio Gelli, che assicur il suo

interessamento alla soluzione della vicenda attraverso suoi canali traversi. Accuse che da sempre
scivolano su Andreotti senza lasciare traccia: Se facessimo una statistica comparativa, potreste
accorgervi che mi sono incontrato con Giorgio La Pira, Carlo Gnocchi e Madre Teresa di Calcutta
un numero di volte assai superiore rispetto a Michele Sindona e Licio Gelli. Ma anche lui era
talvolta costretto a mescolare il Diavolo con l'acqua santa.
Il Grande Ricatto Fallito ogni tentativo di salvataggio, Sindona punta dunque all'avventura
siciliana. Prima la fuga da New York, poi il passaggio in Grecia; infine, a met di agosto, Don
Michele approda a Catania e da l, in compagnia della sua amica Longo e di Joseph Miceli Grimi, si
trasferisce a Palermo nella villa di Rosario Spatola, il boss italoamericano. L'illustre "rapito" da
inizio alle operazioni, non si sa se guidate da volont sua o da quella dei suoi amici mafiosi. C'era
poco da scegliere: i corleonesi erano alle porte, ammazzavano di qua e di l, rivolevano i loro soldi, le
centinaia di miliardi inghiottiti dal crack della Banca Privata.
Don Michele sapeva di essere condannato a morte se non trovava rapidamente una via d'uscita. Nel
film di quei quaranta giorni lo vediamo muoversi freneticamente: ha numerosi incontri, anche fuori
Palermo, telefona, scrive lettere, manda sottili minacce in perfetto linguaggio mafioso ad ambienti
politici e finanziari. Ma le telefonate furono intercettate e Vincenzo Spatola, fratello di Rosario,
venne arrestato mentre si accingeva a cambiare un assegno da centomila dollari: il cerchio si
stringeva. Don Michele riusc comunque a tornare a New York via Vienna, si chiuse in un albergo
per tre giorni, senza radersi e senza lavarsi, poi si fece trovare in una cabina di Manhattan e ai
soccorritori raccont di essere stato rapito da un'organizzazione marxista-leninista.
L'operazione che doveva condurre in porto una serie multipla di ricatti, per salvare lui e
tranquillizzare i clienti siciliani, era fallita. Sindona mise a punto un terzo obiettivo: completare
quel dossier sui "clienti" della sua Banca, che da tempo stava curando, per portare a compimento il
Grande Ricatto. Interrogato, Joseph Miceli Grimi confermer: Lo ha detto lui stesso. Si trattava
del recupero di documenti che gli erano necessari per l'andamento delle cause in corso. Sembra che
a procacciargli le "carte" fosse stato proprio il suo amico boss Rosario Spatola; questo fa sospettare
che accanto ai personaggi di primissimo piano, che avevano utilizzato le sue banche per esportare
valuta o per aprire conti riservati, ce n'erano altri che avrebbero provocato non poco imbarazzo per
gli evidenti, inconfessabili intrecci. Sindona era gi in possesso di una lista di cinquecentotrenta
clienti, implicati in operazioni di trasferimento all'estero di beni per un valore di novantasette
milioni di dollari. Dice ancora Miceli Crimi: Forse quei documenti li recuper solo in parte, a New
York era molto nervoso; l'ultima volta che ci siamo salutati, invece, l'ho visto pi tranquillo: mi disse

che aveva in mano carte che avrebbero risolto la situazione.


Il Banchiere di Dio, intervistato, assicur in pi occasioni: La lista dei cinquecento non esiste. Il
Banchiere del Diavolo, fingendo di essere messo sotto torchio da ignoti terroristi, faceva invece
sapere dal suo "carcere" palermitano, attraverso lettere ad amici e parenti, di essere sul punto di
confessare. E, in una macabra e ricattatoria parodia del Memoriale Moro, forniva alla famiglia un
decalogo di notizie che i suoi "rapitori" volevano a tutti i costi sapere: la lista dei cinquecento (Ne
bastano dieci, tutti personaggi in vista della Finanza e della Politica); i fondi neri della DC
(vogliono che io indichi i nomi delle societ estere controllate dalla DC); i fondi PSI e PSDI; i
finanziamenti ai politici (sono state prelevate somme dalle mie banche); operazioni irregolari
(per conto di partiti politici e di clienti importanti); falsi in bilancio (per ottenere finanziamenti
dalle mie banche, societ quotate in borsa hanno depositato falsi bilanci); speculazioni
(operazioni bancarie per danneggiare i piccoli azionisti); grandi societ (devo rivelare operazioni
irregolari che ho gestito con costoro); il segreto bancario (i miei rapitori vogliono sapere se vero
che ho esonerato le banche estere da me controllate dal segreto bancario).
Era questo il Grande Ricatto, o almeno una parte, dir Giovanni Falcone al termine della sua
indagine sulla fuga in Sicilia del bancarottiere; fuga che si concluder con un mandato di cattura
internazionale per associazione a delinquere.
interessante la lettura che del capitolo Sindona da l'ultima sentenza di Palermo. La vicenda del
bancarottiere siciliano consente ai giudici di affrontare anche il capitolo dei rapporti tra Andreotti,
Gelli e la p2, che viene cos riassunta: Il caso Sindona consente di individuare una cera sintonia tra
gli interventi di Andreotti e gli interessi della P2 che si sono manifestati attorno al salvataggio del
banchiere [...] ma non tale da ipotizzare una subalternit di Andreotti alla volont di Lido Gelli e
al desiderio da parte dei boss Bontate e Inzerillo di rientrare delle consistenti perdite economiche
che le famiglie mafiose avevano subito con il crack [...]. Certi erano i collegamenti del Gelli con
Sindona e presumibili anche quelli del Gelli con Andreotti, tanto che gli stessi PM ammettono che
nella vicenda si era verificata una libera e volontaria sinergia tra gli interventi di Andreotti e quelli di
vari esponenti della massoneria: alla stregua di ci, non si vede come, nella congerie delle pi o
meno plausibili congetture formulabili [...] possa tassativamente escludersi l'ipotesi che l'imputato
si fosse mosso anche perch indotto da sollecitazioni di ambienti massonici facenti capo a Gelli[...],
e non si vede come possa costituire una valida controindicazione il fatto che Andreotti, non certo
alieno dall'allacciare relazioni fin troppo disinvolte, con i pi disparati ambienti, personalmente
non appartenesse alla massoneria.

solito caff al cianuro La storia dell'estradizione di Sindona lunga cinque anni: fu chiesta il 24
febbraio f 975, venne concessa il 25 marzo 1980. In realt gli americani temevano di non vederlo pi
tornare e prima di concederla cercarono di chiudere il processo sul crack della Franklin Bank. I
giudici italiani nel 78 andarono a New York, portando con s anche il maresciallo Silvio Novembre,
consulente di Giorgio Ambrosoli, che stabil rapporti di familiarit con gli agenti dell'FBi. Uno di
questi gli disse: Ma voi lo volete o non lo volete Sindona? Non pare che il governo italiano abbia le
vostre opinioni, abbiamo saputo di un intervento diretto, moderatore, del console generale d'Italia a
New York. Eppure Don Michele aveva da anni il dente avvelenato con Andreotti, che non era
riuscito a salvarlo, e durante il processo, in un'intervista televisiva a Jas Gawronsky che cercava di
sapere quali fossero le sue coperture politiche, rispose: Lei vuol forse parlare di scoperture
politiche, non di coperture. Io non ho mai avuto nessuna copertura politica e questo lavorando in
Italia stato un grave errore. Nell'immagine televisiva appariva teso, le labbra si sollevavano in uno
strano tic nervoso conferendogli un'espressione terribile, come quando aggiunse: Se io avessi avuto
coperture politiche sarei a circolare per le vie di Roma liberamente, come fanno i petrolieri e i
cementieri.
L'ultima intervista a Sindona lo mostra dietro le sbarre: aveva appena letto un memoriale al
processo per l'omicidio di Giorgio Ambrosoli, diceva che era molto dispiaciuto, distrutto, ma si
dichiarava innocente. Cosa far se sar condannato?, gli chiese il giornalista. Lui si volt di scatto,
fece una di quelle smorfie che assomigliano pi a un ghigno che a un sorriso: Non verr
condannato, rispose semplicemente. Invece Sindona fu condannato, il 18 marzo 1986, e per giunta
all'ergastolo. Quello che accaduto nelle quarantott'ore successive rester forse per sempre sepolto
con lui. Nel carcere di Vogher, per tutta la durata del processo, le misure di sicurezza erano state al
massimo: il cibo veniva prelevato in cucina dal pentolone comune e sigillato. Cos il thermos del
caff. Quella mattina, il 20 marzo 1986, Don Michele agli agenti di custodia sembr strano, agitato.
Quando gli portarono il caff and a prenderlo in bagno, non lo faceva mai. Dopo due minuti usc
gridando: Mi hanno avvelenato!. Morir qualche giorno dopo stroncato da un grammo di cianuro
di sodio.
Nelle tre bustine di zucchero (delle cinque di cui disponeva Sindona) ritrovate ancora chiuse dopo
l'avvelenamento, non c'era traccia di cianuro (come non ce n'era nel thermos che conteneva il caff).
Dobbiamo immaginare che l'ignoto assassino, inserendo il veleno in una sola bustina, abbia
sottoposto Sindona a una sorta di roulette russa, dall'incerto successo? Improbabile. Se invece
stato suicidio, qualcuno gli ha fornito la dose ed stato lui a scioglierla nel caff. Per giunta era un

caff lungo, che ha bevuto fino in fondo: come ha fatto a non accorgersi del sapore acre e
amarognolo? Si voluto uccidere fingendo di essere stato ucciso perch la sua uscita di scena fosse
ancor pi sensazionale? Potrebbe essersi avvelenato, spontaneamente, ma non per questo certo
che volesse davvero morire: l'ultima ipotesi in ordine di tempo. Anche a New York aveva tentato il
suicidio due volte per ottenere il trasferimento. E forse ora voleva tornare proprio a New York. Del
resto era un detenuto "estradato in prestito"; gli americani avevano posto condizioni sulla sua
sicurezza. Ma qualcuno ha sbagliato la dose del veleno, o l'ha voluta sbagliare, non si sa. L'unica
cosa certa che morto "suicidato". Con una tazzina di caff, proprio come Pisciotta.
Riservatissimo...
Quando Sindona fugg da New York a Palermo, Pecorelli era gi morto da cinque mesi. Ma il
Grande Ricatto, come abbiamo visto, non era un'idea maturata in una notte di mezza estate. Don
Michele lo meditava da anni. Per uno di quei colpi di fortuna che questo mestiere talvolta riserva,
quando nel '93 tornai a San Macuto per rileggermi tutte le carte contenute negli scatoloni di Sica, e
ormai catalogate tra gli atti della Commissione IJ2, ho scovato nel Tomo XVII contenente gli
allegati alla Relazione, un appunto molto interessante che collega la frenetica attivit del giornalista
nelle ultime settimane di vita anche alle vicende del crack Sindona. Tra i foglietti recuperati sulla
scrivania di Mino c'era questo breve messaggio battuto a macchina, naturalmente anonimo, che
diceva: Telefoni controllati. Silenzio totale per un paio di settimane. Per qualche novit in cassetta e
non di sera: da ritenersi da non escludere di essere seguiti in tutti i movimenti, arriver il seguito
per i 500. Nessuna urgenza per un eventuale seguito all'incontro di ieri sera. Escludere con tutti,
anche con l'amico di Arezzo: una partecipazione a esaltare la nota persona indebolisce la posizione
nell'eventuale discussione e crea notevoli e inutili difficolt.
11 riferimento ai cinquecento non pu che essere alla lista dei cinquecento, come sempre stata
definita. Dal tono concitato trapela il pericolo che comportava il passaggio di mano del documento.
La persona che scrive potrebbe essere un emissario di Sindona o qualcuno che ha comunque
interesse a far avere a Pecorelli quest'ultimo pericolosissimo malloppo. Non dovrebbe trattarsi di
Gelli, per, visto che l'informatore gli dice di escludere l'amico di Arezzo. I telefoni sono
controllati, qualcuno ha captato il contatto? Chiss, ma l'Anonimo sostiene che in attesa di un
seguito, quindi una parte dei documenti gi nelle mani di Mino.
A parte queste tracce, quel foglietto fotocopiato nel Tomo XVII un rebus. Poco prima di essere
ucciso Mino scriveva su OP: Esistono le prove documentali che il presidente del Consiglio ha
percepito un miliardo da Michele Sindona. Che un altro miliardo stato pagato a un ex segretario

politico di un partito. Che ben quindici miliardi sono finiti nelle casse di un partito (lo stesso del
presidente del Consiglio e dell'ex segretario politico).
Il segretario politico potrebbe essere Amintore Fanfani, che difese il partito dall'accusa di
finanziamento illecito sostenendo che i due miliardi di Sindona erano un'elargizione in vista del
referendum sul divorzio. I finanziamenti di cui parla Mino sono gli stessi oggetto di un altro pesante
attacco di Moro nei confronti di Andreotti, contenuto nel Memoriale. Su cosa si basa Mino: sul
Memoriale o sulle carte che Sindona gli ha fatto avere? Il misterioso appunto del Tomo XVII ci fa
capire che Pecorelli ha in mano carte di Sindona; l'inchiesta di Perugia conferma che al momento
della morte era entrato in possesso anche del Memoriale. Non escluso che puntasse a un colpo
"doppio" per la sua rivistina: se Sindona e Moro dicevano la stessa cosa...
Nel '93, Paolo Patrizi, il collaboratore di OP mi conferm: Di sicuro Pecorelli attendeva con
ansia documenti importanti che avrebbero costituito uno scoop sulla vicenda del crack di Sindona.
Da chi avrebbe dovuto ricevere il materiale Patrizi non lo sa, ma tiene a precisare: Noi ci
occupavamo da anni di Sindona con un'impostazione innocentista: posso immaginare che il
materiale atteso servisse a scagionare il banchiere, imputando le responsabilit ai suoi ex alleati.
Fatto sta che nell'estate '93, in quel vortice di segnali che seguirono l'apertura dell'indagine a carico
di Andreotti, dagli USA arriv anche questo: A uccidere il giornalista italiano fu Joseph Aric, il
killer condannato per l'omicidio di Giorgio Ambrosoli. Era stata una telefonata anonima a
riportare a galla questo nome. S, proprio lui, il misterioso sicario che affront Ambrosoli quella
sera di luglio del 1979, sotto il portone della sua casa a Milano, gli si avvicin impugnando la pistola
che aveva in tasca e gli chiese: Mi scusi, il dottor Ambrosoli?. Sono io. Aric estrasse la pistola e
lo uccise. Scusi dottor Ambrosoli, io non c'entro niente, sono soltanto il killer! Un killer che tre mesi
dopo cerc di evadere scavalcando la finestra di un carcere americano superblindato.
La finestra era al nono piano.
Piazza delle Cinque Lune Giorgio Ambrosoli, il liquidatore che si oppose a tutti i piani di
salvataggio di Sindona, e Antonio Varisco, il comandante del Nucleo Traduzioni di piazzale
Clodio, amico intimo di Pecorelli, furono ammazzati a meno di ventiquattro ore di distanza l'uno
dall'altro: il primo a Milano, il 12 luglio 1979, l'altro a Roma, il 13 luglio. Del primo omicidio
sappiamo com' andata: Sindona stato condannato all'ergastolo ed poi morto con una tazza di
caff al cianuro nel carcere di Vogher; anche Aric, il presunto killer, morto precipitando dal
nono piano. Del secondo omicidio non si sa granch: l'attentato fu rivendicato dalle Brigate Rosse,
ma aveva modalit strane. Sul luogo dell'agguato, il lungotevere alle spalle di piazza del Popolo

dove ora svetta una bella stele in memoria del colonnello, furono lanciate bombe fumogene di tipo
Energa che servirono a coprire la fuga dei killer. Il brigatista Antonio Savasta, che pure era il capo
della colonna romana, fu molto evasivo sulle modalit dell'attentato. Ma non tutto. Una settimana
dopo, il 21 luglio, fu assassinato a Palermo il capo della Mobile Boris Giuliano.
Tre delitti catalogati in modo diverso, ma che in realt potevano avere un comune denominatore: il
Grande Ricatto. A indagare sull'omicidio Varisco, convinto per primo che avesse tutt'altra matrice,
fu il capitano della digos Antonio Straullo, che si occupava della destra eversiva. Prima di essere a
sua volta ammazzato, firm tutti i rapporti investigativi su uno strano borsello trovato su un taxi e
consegnato al maggiore Antonio Cornacchia (p2) del reparto investigativo dei Carabinieri. Il
borsello fu "fatto trovare" il 13 aprile 1979, ed forse il pi esplicito tentativo di ricatto, da parte dei
servizi segreti e della Banda della Magliana, sui misteri che collegano il caso Moro all'omicidio
Pecorelli. L'uomo che aveva "dimenticato" il borsello sul taxi, come si scopr in seguito alla sua
morte (non naturale), era Toni Chichiarelli, il falsario. Pittore di notevole abilit, in grado di
duplicare un De Chirico nel giro di poche ore, Chichiarelli era un personaggio a mezzo guado tra la
mala romana e i servizi segreti: fu lui, come vedremo, a fabbricare il falso comunicato BR sul Lago
della Duchessa ed era stato ancora lui a fabbricare le cinque schede ritrovate nel borsello, sulla
falsariga delle schede recuperate nel covo di via Montenevoso dove i brigatisti appuntavano
informazioni su possibili obiettivi.
Una di queste schede riguardava il giornalista ucciso appena tre settimane prima: Pecorelli Mino
(da eliminare), agire necessariamente non oltre il 24 marzo, sarebbe problematico concedergli
tempo, non bisogna rivendicare l'azione anzi occorre depistare. La scheda concludeva cos:
Marted 20 ore ventuno e quaranta giunta notizia operazione conclusa positivamente: recuperato
materiale purtroppo non completamente, sprovvisto dei paragrafi 162, 168, 174, 177. Questo
sibillino passaggio confermerebbe il fatto che la copia del Memoriale avuta da Pecorelli non era
integrale. C'era poi, oltre all'indirizzo di via Tacito e al numero di targa della macchina, un altro
messaggio oscuro: Marted 6 marzo 1979, causa intrattenimento prolungato presso l'alto ufficiale
dei Carabinieri piazza delle Cinque Lune, l'operazione stata rinviata. Pi sotto in basso, scritto a
mano, l'anonimo estensore aveva aggiunto: Sereno Freato!. Non c' bisogno di ricordare che
questo stretto collaboratore di Aldo Moro, pochi giorni prima, nell'aula del Parlamento aveva
lanciato quell'oscuro messaggio: Indagate sull'omicidio Pecorelli e troverete i mandanti del delitto
Moro.
In piazza delle Cinque Lune c'era l'ufficio del colonnello Varisco. Quel pomeriggio del 6 marzo, in

quella sede riservata, Pecorelli incontr anche un pezzo grosso dei Carabinieri. Dalla Chiesa?
Vediamo: secondo la ricostruzione fatta dal maresciallo Incandela all'incirca un mese prima, tra la
fine di gennaio e i primi di febbraio, aveva mandato a Dalla Chiesa il plico imballato trovato nel
"fossetto" del carcere di Cuneo. Che contenesse un centinaio di pagine del Memoriale Moro era
implicito, perch questa era stata l'indicazione data da Pecorelli. Nell'incontro in Piazza delle
Cinque Lune, il generale e il giornalista si rivedevano per la prima volta dopo il viaggio a Cuneo.
stato in quel momento che avvenuto il passaggio di carte sprovviste dei paragrafi 162, 168, 174,
177 di cui parla il falsario della Magliana? Paragrafi, questa l'ipotesi, che contenevano segreti
militari sullo Stay Behind, che Dalla Chiesa non avrebbe consegnato al giornalista. Forse in
quell'occasione fu preso soltanto un accordo, per questo motivo Pecorelli non fu ucciso la sera del 6
marzo e l'omicidio fu rinviato. Cosa sia accaduto, tuttavia, davvero un mistero che nessuno dei
protagonisti potr pi raccontare.
Ma la catena di sangue ancora pi lunga. Il 21 luglio mor a Palermo Boris Giuliano. Un mese
prima si era incontrato con Ambrosoli: lo rivel Giuseppe Melzi, legale dei piccoli azionisti delle
banche di Sindona. Ambrosoli stava ricostruendo i giri di denaro delle banche sindoniane, mentre il
commissario stava indagando sul percorso di certi denari mafiosi: Tutti e due si sono trovati di
fronte al problema del riciclaggio di "denaro sporco" e ai circuiti finanziari nazionali e internazionali
di carattere occulto, scrive Massimo Teodori in P2: la controstoria.
Questa del borsello una brutta storia di morti ammazzati e di sporchi ricatti. Il capitano Straullo fu
ucciso dai NAR, l'organizzazione di Giusva Fioravanti, il 21 ottobre 1981. Prima di morire confid
a un amico che ne sapeva abbastanza da far saltare il Palazzo. L'uccisione del colonnello Varisco
apre una misteriosa catena di sangue, apparentemente legata a persone che in qualche modo
potevano conoscere i segreti legati all'uccisione di Pecorelli. Dopo la morte di Mino, il colonnello si
era dimesso dall'Arma e nel momento in cui fu ucciso stava per andare a lavorare alla Farmitalia con
Ugo Niutta, grand commis di Stato, ex collaboratore di Enrico Mattei, amico del deputato DC Toni
Bisaglia a sua volta amico di Pecorelli.
Lo scenario si sposta al 1984, un anno particolarissimo, quello che termina con Cosa Nostra
all'attacco e con la strage sul treno del 23 dicembre. Nell'84 Niutta si uccise a Londra; pochi mesi
prima Bisaglia era misteriosamente caduto da una barca. Una morte strana, resa ancora pi oscura
da quella, avvenuta anni dopo, del fratello sacerdote che, minacciate grandi rivelazioni, fu
inghiottito dalle acque di un fiume. Nell'84 mor in un agguato anche Toni Chichiarelli, l'uomo del
borsello. Fu allora che Franca Mangiavacca si disse convinta che era stato lui a pedinare Mino, nei

pressi della redazione di OP, qualche giorno prima del delitto.

Parte seconda Il delitto Moro


Via Fani Nella primavera del 78, dal 16 marzo al 9 maggio, per cinquantacinque lunghissimi giorni,
il presidente della DC Aldo Moro rimase in ostaggio delle Brigate Rosse. Un periodo terribile per
l'Italia, scandito dai lugubri comunicati dei terroristi, nei quali si rendevano pubblici i risultati
dell'interrogatorio cui il prigioniero veniva sottoposto in un ignoto Carcere del Popolo. La
mirabolante scenografia del sequestro tendeva ad accreditare agli occhi dell'opinione pubblica la
crescita politico-militare di un'invincibile organizzazione terrorista, le Brigate Rosse, in grado di
tenere in scacco il paese in nome di ideali comunisti, cui si opponeva l'inefficienza e la scarsa
preparazione degli apparati di sicurezza dello Stato. Contro ogni previsione Moro, nonostante
l'indiscussa capacit dialettica che gli consentiva di avere facile ragione sui brigatisti, non si limit a
fornire risposte difensive, ma collabor pienamente con le BR, dando soddisfazione anche alle
domande pi stringenti sui retroscena di scandali e stragi, fino a rivelare segreti di Stato e militari,
tra cui l'esistenza della misteriosa e potentissima Gladio. Nel momento in cui lo rapirono, Moro
stava per coronare la sua formula politica, il "compromesso storico", con il varo del primo governo di
unit nazionale che avrebbe dovuto insediarsi due ore dopo la strage di via Fani. Un progetto che
andava fermato in nome degli equilibri mondiali. Ma nessuno aveva messo in conto che Moro
avrebbe parlato, mettendo a rischio un'operazione al cui buon esito erano per motivi diversi
interessate le grandi potenze.
Nel suo eremo sconosciuto, Aldo Moro sospettava di essere stato abbandonato dalla DC e che alla
liberazione si opponesse soprattutto Andreotti,da sempre suo antagonista nel partito. Questo lo
stato d'animo del Prigioniero, soprattutto da quando il governo presieduto proprio da Andreotti si
era schierato per la "linea della fermezza", chiudendo ogni possibilit di dialogo con chi lo aveva in
pugno: essendo stata esclusa la possibilit di una "trattativa" fondata sullo scambio di prigionieri,
non gli restava che contrattare la sua salvezza personale scendendo a patti con le BR. Del resto
Moro era un sostenitore della linea umanitaria che lui stesso aveva adottato con successo quando,
presidente del Consiglio, aveva patteggiato la liberazione di un gruppo di feddayn in cambio della
salvaguardia del territorio italiano da altri attentati sanguinari.
L'unica moneta di scambio era la piena collaborazione con le BR. Ma le sue rivelazioni erano

destinate a scatenare una guerra di intelligence senza esclusione di colpi tra CIA, Mossad e KGB,
ugualmente impegnati per motivi diversi nella caccia al Memoriale e a quei documenti
"riservatissimi" che la famiglia Moro, secondo una credibile ipotesi, avrebbe fatto recapitare alle BR
forse attraverso un prete amico. Nella motivazione della sentenza di Perugia, i giudici affermano
che Andreotti era personalmente interessato a evitare la divulgazione di quelle carte per le pesanti
accuse che Moro gli aveva rivolto e che avrebbero distrutto la sua carriera politica. L'intreccio
Pecorelli-Dalla Chiesa rivelato da Buscetta, secondo i giudici, ha trovato pieno riscontro nelle
indagini che forniscono la prova che il generale e il giornalista erano effettivamente entrati in
possesso, grazie al maresciallo Incandela, di quel documento esplosivo che il direttore di OP si
accingeva a pubblicare la sera in cui stato ucciso: anche se non si riuscito a scoprire quali parti o
quale versione del Memoriale fosse arrivata nelle sue mani. Dopo l'omicidio del giornalista sarebbe
finito in mani ignote, perch qualcuno proprio alla stessa ora del delitto si era presentato in
tipografia e aveva prelevato l'incartamento ancora sigillato. questo il vero "movente"
dell'assassinio Pecorelli, afferma la sentenza: lo dimostra il fatto che anche Dalla Chiesa tre anni
dopo sar ucciso. Delitti compiuti dalla mafia in nome di interessi politici.
sequestro e l'eccidio Il 16 marzo 1978 Aldo Moro si era alzato presto, come ogni mattina. Prima
delle otto era gi a messa, nella chiesa di Santa Chiara, in via di Forte Trionfale. Era un giorno
importante, il 16 marzo: il presidente della DC era atteso a Montecitorio per il dibattito sulla
fiducia della nuova maggioranza. Nel giro di poche ore sarebbe stato varato il governo Andreotti e
per la prima volta il partito comunista si sarebbe astenuto dal voto contrario. Il primo compromesso
era stato coinvolgere Giulio nell'operazione. Era soddisfatto, il presidente della DC: la sua linea alla
fine era prevalsa, l'accordo tra comunisti e cattolici cui aveva tanto lavorato, combattuto e sofferto,
per vincere anche le resistenze interne al partito, era realt. Nella Chiesa affollata, dopo la
benedizione qualcuno lo vede alzarsi, sussurrare poche parole all'orecchio della moglie: l'ultimo,
inconsapevole commiato. Il maresciallo Leonardi gli si avvicina, poi si gira verso l'uscita, il
Presidente lo segue. All'esterno sul sagrato ad attenderlo c' la folla che, come sempre, gli si stringe
attorno con affetto e deferenza. Qualcuno apre la portiera dell'auto e lui sale; fa un gesto di saluto
con la mano. E l'ultima volta che lo statista viene visto vivo: il suo corpo martoriato'ricomparir
cinquantacinque giorni dopo, all'interno del bagagliaio di una Renault 4 rossa, in via Caetani.
Dei misteri legati alla prigionia del presidente DC si molto scritto e congetturato: dell'agguato, dei
brigatisti, delle vie di fuga, dei covi e delle prigioni, dei garage e delle tipografie, delle bobine
scomparse, dei comunicati e dei verbali, del Quarto Uomo e del Grande Vecchio. Ma i venticinque

anni trascorsi dal pi grave attentato della storia della Repubblica, che molti ritengono paragonabile
soltanto all'assassinio di John Eitzgerald Kennedy,non sono stati ancora sufficienti a capire chi lo ha
ucciso e neppure a ricostruire credibilmente in che modo siano andati i fatti.
Il primo dei misteri ha come cornice proprio la chiesa di Santa Chiara. Noi sappiamo che quella
mattina Moro salito sul sedile posteriore dell'auto di scorta guidata dal maresciallo Leonardi, ma
non sappiamo perch quell'auto si sia diretta in via Fani, che era soltanto uno dei tre percorsi
alternativi abitualmente scelti. Neppure comprensibile come Moro sia potuto uscire indenne dal
fuoco incrociato dei brigatisti, che lo attendevano dietro le piante del bar all'angolo tra via Fani e via
Stresa, se si pensa che circa alle nove e dieci di quel 16 marzo 1978 a sparare, almeno ufficialmente,
sarebbero stati terroristi che si erano addestrati "nel cortile di casa". Com' potuto sopravvivere
Moro alle pallottole sparate a destra dai terroristi in divisa da aviatore e a sinistra dai due misteriosi
killer giunti a bordo di una moto? Non ancora certo neppure il numero di quanti abbiano sparato:
nove, poi undici, infine dodici secondo i brigatisti, non meno di quattordici secondo i periti. E come
ha fatto a non essere colpito da neppure uno dei quarantanove proiettili della mitraglietta Scorpion,
con cui un misterioso tiratore, mai finora individuato, avrebbe sparato, centrando come birilli tutti e
cinque gli uomini di scorta? Uno che spara in quel modo un tiratore scelto di altissimo livello; in
Europa si contano sulle dita di una mano, ha commentato l'ex capo di Gladio, il generale Gerardo
Serravalle.Dietro quella che fu definita "la geometrica potenza" dispiegata in via Fani dalle Brigate
Rosse, c'erano dunque killer professionisti.
Il fatto che Moro sia potuto uscire incolume da quel volume di fuoco talmente incomprensibile
che a un certo punto circolata la seguente fantastoria:un paio di agenti in borghese si presentano
alla chiesa di Santa Chiara, comunicano al maresciallo Leonardi che c' stato un allarme, dicono che
per motivi di sicurezza sarebbe meglio che il Presidente raggiungesse la Camera in modo anonimo,
per non dare nell'occhio. Gli uomini di scorta lo avrebbero raggiunto passando per via Fani.
Secondo questa teoria, dunque, Moro non sarebbe stato prelevato in via Fani. Obiezione: Leonardi,
che sceglieva personalmente di volta in volta i tragitti, comunicandoli ai colleghi soltanto all'ultimo
minuto, non avrebbe mai rinunciato alla protezione di Moro, se non avesse avuto assoluta garanzia
delle persone cui affidava il Presidente. Dunque, secondo questo sibillino suggeritore, doveva
trattarsi di un ordine superiore, inconfutabile, accompagnato da un secondo ordine: quello che la
scorta passasse in via Fani, dove sarebbe stata sterminata, com'era nei piani, per eliminare testimoni
scomodi.
Fine della fiction che anni fa ha avuto il pregio di insinuare il dubbio sulla ricostruzione giudiziaria,

fatta sulla base delle affermazioni assai lacunose di alcuni brigatisti come Valerio Morucci e Mario
Moretti. Una delle pi recenti novit investigative riguarda le auto: secondo i brigatisti presenti sul
luogo della strage, la 132 dove si trovava Moro sarebbe stata violentemente tamponata dalla 128,
dove si trovavano gli altri tre agenti di scorta, nel momento in cui l'incrocio tra via Fani e via Stresa
veniva bloccato dalla 126 alla cui guida c'era Mario Moretti. Uno degli scoop del film di Renzo
Martinelli,Piazza delle Cinque Lune, in cui si ripropongono i misteri del caso Moro, consiste in un
buon numero di foto d'epoca scattate quella mattina in via Fani, dalle quali si evince che non c'
stato alcun tamponamento: le due auto erano distanti l'una dall'altra almeno settanta centimetri ed
erano integre. Cosa significa questo? Che gli agenti non erano frastornati dall'incidente, e non si
spiega perci l'assoluta assenza di reazione nel lasso di quei venti-trenta secondi passati da quando il
superkiller dei quarantanove colpi sceso dalla 126 a quando ha cominciato a sparare. L'unica
spiegazione quella data dalla vedova Leonardi: Hanno visto qualcuno che conoscevano, per
questo non scattato l'allarme. Altra domanda: perch i brigatisti indossavano divise da aviere, che
avrebbero potuto renderli pi facilmente riconoscibili al momento della fuga? Forse per essere
identificati ed evitare che qualcuno, che non avevano mai visto, sparasse contro di loro. Dunque situazione paradossale - gli uomini della scorta di Moro conoscevano i killer e i brigatisti no.
Ultimo mistero: il furgoncino con le ruote tagliate. Qualcuno sapeva con certezza gi la sera prima
quale sarebbe stato il percorso e in una strada periferica aveva tagliato le gomme del furgone che
ogni mattina si recava in via Fani per consegnare le piante al fioraio, parcheggiandosi proprio
all'incrocio tra via Fani e via Stresa. L'attentato era stato dunque curato nei minimi dettagli.
Generali e boss sul luogo della strage La prova di chi si trovasse quella mattina in via Fani in realt
c'era, grazie alle foto scattate da un tecnico con l'hobby della fotografia, che era riuscito a riprendere
l'intera scena dall'alto e aveva consegnato il rullino al PM Infelisi. Ma il rullino nelle ore successive
scomparve a causa del caos di quelle ore: cos almeno stato detto. Eppure, dall'intercettazione di
una telefonata tra l'onorevole Benito Cazora e un suo amico calabrese, risulta che in realt queste
foto, sottratte al processo, qualcuno le aveva viste: Sembra che sia riconoscibile uno di laggi, dice
Cazora al suo interlocutore. Un calabrese, uno della 'ndrangheta, come vedremo, in effetti c'era, o
forse pi di uno, anche se poi, naturalmente, questo fatto stato smentito. Ad avvalorare la
fantastoria che abbiamo prima raccontato c'era un particolare: se Moro fosse stato in via Fani,
avrebbe assistito al massacro, avrebbe saputo che i suoi agenti erano tutti morti. Possibile che nelle
centinaia di pagine, di lettere, di appunti scritti di suo pugno nel covo delle BR non ci sia neppure
una parola di piet nei confronti di chi aveva sacrificato la vita per difenderlo e del maresciallo

Leonardi, in particolare, cui era legato da un grande affetto? Chi lo conosceva lo ritiene
impensabile, eppure cos stato.
Quella mattina in via Fani, oltre alle Brigate Rosse, in verit c'era anche un sacco di gente che non
avrebbe dovuto esserci. Il personaggio che aveva allertato la preoccupazione dell'on. Cazora sarebbe
il boss della 'ndrangheta Antonio Nirta. Molti anni dopo, un pentito calabrese, Saverio Morabito,
raccont che Nirta non si trovava l per conto delle Brigate Rosse, ma su richiesta del generale dei
Carabinieri Francesco Delfino. Un generale, famoso e sui generis, la cui carriera si protratta tra
luci e ombre per circa trent'anni: nel '92 assurger agli onori delle cronache per aver arrestato
Balduccio Di Maggio, il pentito che ha poi accusato Andreotti del "bacio" con Tot Riina. Il suo
prestigio s'incepp nella poco nobile vicenda di quel miliardo incassato dai familiari
dell'imprenditore rapito Giuseppe Soffiantini, per intavolare una trattativa con i banditi sardi. In
quell'occasione, messo di fronte all'accusa di Morabito, Delfino and su tutte le furie, ma invece di
smentire rimbalz l'accusa: C' senz'altro un errore, non ero io quello che aveva infiltrati nelle
Brigate Rosse.
Tra i tanti che quella mattina si trovarono a passare per caso in via Fani c'era anche il colonnello
Camillo Guglielmi, uno stretto collaboratore del generale Pietro Musumeci, numero due del
SISMI, anzi del Supersismi. Nel film caso Moro del regista Giovanni Ferrara, a Guglielmi viene
attribuito il ruolo dell'ufficiale che, avvicinatosi a una delle auto di scorta, avrebbe aperto il
portabagagli e prelevato a colpo sicuro un paio di borse dello statista. Non sappiamo come siano
andate in realt le cose, se non che per molto tempo il colonnello si giustific asserendo che si
trovava in via Fani perch lo aveva invitato a pranzo un collega che abitava in via Stresa. Erano le
nove del mattino: diciamo che si era mosso per tempo. Ma qualche anno dopo un ex para, Pierluigi
Ravasio, appartenente all'ordine dei Templari, si present spontaneamente alla Commissione
Stragi e tra altre cose interessanti parl di Guglielmi: Il colonnello quella mattina si catapult in
via Fani dopo aver ricevuto una telefonata di Musumeci: "Vai subito l, un informatore mi ha detto
che succeder qualcosa di grosso, forse rapiscono Moro". Guglielmi (secondo alcuni, morto anni fa
di crepacuore per i sospetti suscitati dalla sua presenza in via Fani, secondo altri riparato all'estero
per evitare l'interrogatorio in aula) avrebbe confidato a Ravasio di essere arrivato a cose fatte e di
essere rimasto sconvolto: Ero l, c'erano tutti quei corpi a terra, e non ho potuto fare niente. Il
generale Musumeci, sempre secondo Ravasio, aveva saputo di quanto stava per accadere da tal
Francesco, un brigatista pentito. Tenete a mente questo nome, Francesco, avremo modo di tornare
a parlarne.

A quanto sembra Nirta non era l'unico boss presente sul posto. Ci sono testimoni che riconobbero
dalle foto segnaletiche Giustino De Vuono, anche lui calabrese, anche lui legato alla 'ndrangheta.
Pecorelli, in uno dei suoi ultimi scritti, l'ormai famoso "Vergogna buffoni", lo definisce il
"legionario De". E in effetti De Vuono, prima di politicizzarsi in carcere (dove si avvicin alle br),
aveva trascorso un certo periodo nella Legione straniera. I testimoni credettero di ravvisarlo nelle
sembianze di uno spazzino che un paio di giorni prima avevano visto all'angolo di via Stresa in un
orario insolito, forse durante un sopralluogo degli attentatori prima dell'agguato. Secondo una delle
veline allegate dalla Procura di Brescia alla relazione sul Noto Servizio era presente in via Fani
anche una persona legata alla struttura meridionale dell'Anello. Qualcuno legato alla 'ndrangheta?
Il nome di De Vuono comparve sul tabellone con cui quella sera, a meno di dodici ore dall'attentato,
furono diramati, nei TG delle venti, nomi e foto di sedici terroristi super-ricercati. Tra questi c'era
anche Innocente Salvoni, un brigatista sposato con una francese: Franc, oise Tuscher, ex militante
del Collettivo Politico di Milano, che a Parigi lavorava come direttrice dell'Hyperion, una scuola il
cui nome ricorrer spesso nelle indagini sulle BR. L'Hyperion, aveva aperto a Roma una succursale
in via Nicotera, rimasta in funzione meno di quattro mesi, da marzo a giugno 78, quando a "cose
fatte" chiuse i battenti; un'altra succursale, nello stesso periodo, fu aperta a Milano. Magistrati e
commissioni d'inchiesta parlamentari ritennero che dietro questa scuola si celasse una centrale di
controspionaggio in ottime relazioni con l'Eliseo. Qualcuno sostiene ancora che si trattasse di
un'agenzia della CIA. La Tuscher era comunque nipote dell'Abb Pierre, un eminente religioso
candidato al Nobel nell'89, molto amico dell'ex presidente francese Giscard d'Estaing, che
certamente godeva di ottime relazioni internazionali. Del resto in un'informativa del 75, il generale
GianadelioMaletti, il capo dell'ufficio D del SID, aveva previsto che le BR avrebbero presto subito
un'evoluzione, entrando in contatto con personaggi di livello superiore, ambienti internazionali,
anche se ci avrebbe comportato un mutamento della loro matrice politica. Proprio nel 2003, la
Procura di Roma ha riaperto l'inchiesta sulla presenza di Salvoni in via Fani: il primo segnale,
dopo venticinque anni, dell'intenzione di riaffrontare uno dei nodi pi oscuri, per la "polivalenza del
personaggio", della vicenda Moro.
Per una di quelle misteriose e circolari coincidenze, ricorrenti nelle inchieste sul terrorismo rosso,
Giustino De Vuono fu in seguito indagato per un contributo di venti milioni che il parente di un
rapito della 'ndrangheta, la stessa cosca del malavitoso brigatista, vers all'Hyperion. Forse
l'assegno doveva sostenere la sua latitanza all'estero dove, secondo il SISMI, il Legionario sarebbe
riparato dopo essere evaso dal carcere. Un'evasione sospetta, avvenuta pochi giorni prima della

strage di via Fani. L'informativa dei servizi salv De Vuono dall'accusa di partecipazione alla strage.
Ma a lungo si sospett che fosse proprio lui il superkiller con il giubbetto azzurro di cui parlava
Pecorelli nel suo articolo.
Ma c' un'altra fantastica storia, gi in queste prime ore. Nel corso del primo notiziario della
mattina, attorno alle otto, Radio Citt Futura, per bocca del direttore dell'emittente radiofonica
legata all'estrema sinistra, Renzo Rossellini,lanci l'ipotesi che in concomitanza con il varo del
governo DC-PCI, potesse accadere a Roma qualcosa di terribile. Mancava meno di un'ora alla
strage che avrebbe cambiato la storia d'Italia, quando Rossellini annunci: Potrebbero addirittura
rapire o uccidere Aldo Moro. Nel pomeriggio il figlio del famoso regista s'incontr in via del
Corso, nella sede del PSI, con Craxi e De Michelis, che lo avevano convocato per saperne di pi.
Non sappiamo cosa disse loro, ma pi volte interrogato negli anni a venire diede informazioni molto
vaghe sull'origine della notizia: disse che la voce circolava negli ambienti dell'autonomia operaia e
che la radio l'aveva raccolta.
11 tabellone sui superlatitanti fu compilato anche grazie al contributo del comandante del Nucleo
Traduzioni del Tribunale di Roma, Antonio Varisco, che ormai conosciamo. Nelle ore
immediatamente successive alla strage il colonnello segnal anche una misteriosa Renault 4 rossa,
avvistata in circostanze sospette nella zona di Monte Mario. E sar proprio una Renault 4 rossa la
macchina ritrovata il 9 maggio in via Caetani con il corpo di Aldo Moro nel bagagliaio.
Coincidenze, semplici coincidenze. Ma dietro Varisco, c'era la mente investigativa di Dalla Chiesa
(di cui il colonnello era uno stretto collaboratore), anche se il generale era relegato in quei mesi alla
Securpena (il servizio di sicurezza delle carceri) ed escluso con i suoi duecento uomini dall'inchiesta
su via Fani. Ma Dalla Chiesa scalpitava nell'ombra e con buoni risultati, a giudicare dalle
importanti indicazioni che il suo staff era stato in grado di fornire a meno di ventiquattro ore dalla
strage. Tra i sedici segnalati, oltre a De Vuono, c'erano anche i nomi di Adriana Faranda, Valerio
Morucci, Mario Moretti, Lauro Azzolini, Prospero Gallinari, Franco Bonisoli. Sette degli undici
brigatisti, questo per ora il numero ufficiale, che quella mattina erano sul luogo della strage.
Ma il vero commando non poteva essere composto da cos pochi terroristi: le persone presenti in via
Fani dovevano essere almeno una ventina e molte di pi quelle coinvolte nelle varie fasi
dell'operazione. Quando rapimmo il giudice Sossi, un agguato di gran lunga meno impegnativo,
eravamo in dodici, mi confid Alberto Franceschini. E la moglie di Moro, Noretta Chiavarelli,
raccont in aula durante il primo processo: Quando arrivai in via Fani chiesi cosa fosse successo. E
loro mi dissero che lo avevano rapito le Brigate Rosse. Io chiesi: come fate a saperlo? Risposero che

era evidente. Il giorno prima, in via Savoia, quando furono trovate tracce di effrazione nello studio
di mio marito, potevano essere stati solo i ladri, in via Fani solo i brigatisti. Io invece pensavo che
poteva essere accaduto di tutto.
Suo marito aveva mai ricevuto minacce?, chiese il presidente Santia-pichi. Nei mesi precedenti
erano arrivate delle lettere minatorie.... Erano volantini delle BR, pensavate che fossero loro?.
No, mio marito riteneva che fosse qualche amico che voleva metterci sull'avviso.
Ma la signora Moro alla Commissione d'Inchiesta parl di un altro tipo di minacce: rifer di
pressioni avvenute durante il viaggio che il marito aveva compiuto negli USA nel settembre 74.
Dopo un burrascoso colloquio con Kissinger, durante il quale il segretario di Stato americano lo
aveva sconsigliato dal proseguire nell'ipotesi di un'alleanza con il PCI e nella sua politica filoaraba,
un anonimo ufficiale dei servizi segreti lo aveva avvicinato, traducendo in modo esplicito il consiglio
di Kissinger: Stia attento, lei potrebbe pagarla cara. Il giorno seguente, nella chiesa di St Patrick,
Moro ebbe un malore, in seguito al quale decise di tornare immediatamente in Italia. Al suo medico
personale confid il motivo del suo stato di agitazione, e questi riferir: Temeva di non poter
riabbracciare i suoi. Il fratello Alfredo Carlo Moro, nel suo libro Storia di un delitto annunciato,
afferma che quando nel Memoriale, in modo del tutto incidentale e scollegato da quanto stava
affermando, Aldo invi i suoi saluti al medico curante, in realt aveva voluto mandare un messaggio
su quella che era la vera matrice del sequestro BR, alludendo all'episodio del suo viaggio negli USA.
Ma ci sono altri punti oscuri. Le vie di fuga ad esempio: sul luogo dell'agguato erano comparse
soltanto due macchine. Una, la 132 targata Roma P79560, secondo la segnalazione di una pattuglia
della Polizia, fu abbandonata poco dopo in via Licinio Calvo, dove sar ritrovata soltanto un paio di
giorni dopo. Come sono fuggiti tutti gli altri? A sentire Morucci, Gallinari sarebbe andato via
addirittura in autobus.
Non vogliamo dilungarci oltre su dettagli ormai noti, oppure destinati a non trovare chiarezza. Al
termine della cronaca di questa prima giornata accenniamo soltanto all'esistenza di quel garage di
cui si a lungo parlato, un segreto che come vedremo Pecorelli era in procinto di svelare poche ore
prima dell'uccisione. Torniamo in via Licinio Calvo. A meno di cento metri, in via Massimi 91, c'
un'autorimessa chiusa al pubblico, il cui accesso era controllato da particolari dispositivi di
sicurezza. Ebbene, molti elementi e molti anni di indagini hanno portato a pensare che le BR
possano aver utilizzato questo garage nei giorni immediatamente precedenti o successivi alla strage.
La 132, ad esempio, comparsa (o ricomparsa) soltanto due giorni dopo in via Licinio Calvo, nel
luogo dov'era stata vista dagli agenti di una volante mentre veniva parcheggiata da due giovani e una

ragazza. Un testimone attendibile, un ufficiale dell'esercito in pensione, abituato a lasciare la


propria vettura in quel tratto di strada, afferm che l'auto non era l due ore prima del ritrovamento.
C' stata riportata da qualcuno? Qualcuno sapeva del garage e non l'ha detto? Perch? Un motivo
c': l'autorimessa dei misteri veniva usata da alti funzionari del Vaticano e apparterrebbe allo IOR.
Un'altra premonizione di Mino cui il tempo ha reso giustizia. A proposito delle uniformi da pilota
che i brigatisti indossavano, Pecorelli osservava sarcasticamente: Non saranno andati in elicottero
a deporre Moro?. L'idea dell'elicottero sembrava solleticarlo: in un altro articolo (28 marzo 1978) si
chiedeva: Su quale mezzo stato trasportato il presidente della DC? Escluso l'elicottero, su
qualsiasi altro velivolo. Fra i testimoni c' un medico che afferma di aver sentito il rumore di un
elicottero sopra via Fani tra le nove e dieci e le nove e venti. In realt gli elicotteri della Polizia
partirono dopo le nove e trenta. Una strana coincidenza.
La fine di Yalta Molti ritengono che l'uccisione di Aldo Moro abbia chiuso una fase politica, durata
circa trent'anni, mettendo fine alla certezza dell'"immortalit della DC". Il suo presidente era stato
ucciso dalle Brigate Rosse, al termine di un macabro processo al sistema democristiano, e quel
delitto portava il segno di una forte ingerenza nel nostro sistema politico da parte di oscuri poteri.
Nel 78 lo statista DC, poco amato dall'America di Kissinger, come lui stesso scrive nel Memoriale,
aveva commesso un paio di errori che avevano forse decretato la sua condanna a morte: era stato
protagonista di una politica filoaraba, ieri come oggi non gradita al Dipartimento di Stato, e in
violazione dei patti di Yalta aveva aperto la coalizione ai comunisti per realizzare, come spiega egli
stesso dalla sua prigionia, un patto programmatico di governo, ovvero quella democrazia compiuta
cui l'Italia, paese a sovranit limitata, non aveva diritto di aspirare.
In una delle ultime lettere inviate dal Carcere del Popolo rivolgendosi a Berlinguer, che sperava di
far recedere dalla linea della fermezza, Moro mostrava di esserne consapevole: Pensi che per poco lei
rischiava di inaugurare la nuova fase politica lasciando andare a morte ]o stratega dell'attenzione al
partito comunista

Rita Di Giova :a uno (con anni di anticipo) e il realizzatore unico di un'intesa

tra democristiani e comunisti che si suole chiamare una maggioranza parlamentare, riconosciuta e
contrattata. Per gli inventori di formule sar in avvenire preferibile essere prudenti nel pensare alle
cose.
Una lettera scritta negli ultimi giorni di prigionia, quando Moro sembra ritenere imminente la sua
scarcerazione e scongiurata la condanna a morte, come si desume da quel passaggio: per poco lei
rischiava....
Gli anni Settanta erano stati di piombo. Il piombo dei golpe stabilizzanti, delle stragi di destra e

degli omicidi "selettivi" di sinistra, finalizzati per alla stabilizzazione del sistema politico. Gli anni
Ottanta si preannunciavano invece all'insegna della massima instabilit. Il dopo Yalta, inteso come
la fine della rassicurante divisione del mondo in due blocchi contrapposti, era gi cominciato,
almeno in Italia, con la strage di via Fani. A rendere incerta e instabile la classe politica italiana
erano proprio quei primi segnali del tramonto della guerra fredda. Il Muro non fran in una sola
notte, nell'ottobre 1989; ci fu almeno un decennio di preparazione e i segnali del mutamento
epocale, che avrebbe avuto come apice il crollo dei regimi comunisti, erano gi nell'aria alla fine
degli anni Settanta. Non si trattava soltanto dell'apertura ai comunisti progettata da Moro. Altri
segnali annunciavano l'inizio di un mutamento. La rete massonica P2 era riuscita a infiltrarsi nei
paesi dell'Est, come in Romania, grazie all'amicizia personale-affaristica tra il Venerabile Licio e il
"fratello" Ceausescu: cominciata con le esportazioni dei vestiti Lebole su cui la Guardia di Finanza
chiudeva un occhio, si era via via sviluppata fino ad approdare a un proficuo scambio di segreti
militari, organizzato all'ombra di un Centro Studi con sede a Vienna gestito da Martin Ceausescu,
generale dell'Armata Rossa e fratello del dittatore di Bucarest. L'intesa fu pianificata, passo dopo
passo, dagli approcci tra i servizi segreti delle due potenze, CIA e KGB, a quanto sembra
discretamente gestiti da Bush senior e Gorbaciov.
Il nostro Mino, grazie alle sue relazioni con i generali del Supersid e con il Venerabile Licio,
sembrava discretamente informato di questi sommovimenti ed era in grado di abbozzare un'analisi
assolutamente controcorrente rispetto alla teoria della geometrica potenza brigatista. Il 2 maggio
78, appena una settimana prima del tragico epilogo, pubblicava un articolo dal titolo "Yalta in via
Fani": La vita un sogno, scriveva Caldern de la Barca, ma niente di quel che succede oggi attorno
a noi riguarda la poesia. Al contrario l'agguato in via Fani porta il segno di un lucido superpotere. La
cattura di Moro rappresenta una delle pi grosse operazioni politiche compiute negli ultimi decenni
[...]. L'obiettivo primario allontanare il Partito Comunista dall'area del potere nel momento in cui
si accinge al gran balzo, alla diretta partecipazione del governo del paese. un fatto che si vuole che
ci non accada. Perch comune interesse delle due superpotenze mondiali mortificare
l'ascesa del PCI, cio dell'eurocomunismo, del comunismo che aspira a diventare democratico e
democraticamente guidare un paese industriale.
Riflessioni, quelle di Pecorelli, che hanno anticipato di vent'anni alcune attuali recenti scoperte
dimostrando come Mino non solo avesse informazioni di primo piano, ma anche una sorprendente
capacit di analisi: Una partecipazione del PCI al governo democratico non sarebbe gradita neppure
ai sovietici, perch la dimostrazione storica che un comunismo democratico possa arrivare al potere

grazie al consenso popolare rappresenterebbe non solo il crollo del primato ideologico del PCUS
sulla Terza Internazionale ma la fine stessa del sistema imperiale moscovita.
Chi aveva ucciso Aldo Moro, o perlomeno, chi era stato il mandante del delitto gestito dalle Brigate
Rosse? Il giornalista non aveva dubbi: Le BR non rappresentano il motore principale, esse
agiscono come motorino per una correzione della rotta dell'astronave Italia, scriveva nel settembre
78, facendo intendere di essere a conoscenza delle finalit segrete di chi era in grado di manovrare le
leve del terrorismo.
La saldatura di queste opposte pulsioni non pu non passare all'interno del sistema italiano. Il
problema era quello di sempre: puntare al ridimensionamento del PCI, gestire gli inevitabili accordi
con il pi importante partito comunista occidentale, che in quegli anni sfiorava il 30 per cento del
consenso elettorale, attraverso un uomo politico pi "affidabile". L'accusa che muove dall'intero
impianto del processo Andreotti, nei suoi due tronconi, che la maggiore affidabilit andreottiana
proveniva dall'appoggio che gli garantiva Cosa Nostra e dal controllo totale che era riuscito a
realizzare sull'intera rete dei servizi segreti di marca piduista, che lui stesso aveva avallato, dopo aver
distrutto il SID e liquidato sia Miceli che Maletti.
La storia della DC era stata dominata, negli anni Sessanta e Settanta, dallo scontro tra due gruppi e
due linee politico-strategiche, da una parte Moro e dall'altra Andreotti. Lo scontro, rimasto
sotterraneo per molti lustri, era violentemente deflagrato per le gravissime accuse che il presidente
DC gli aveva rivolto durante la prigionia. Accuse che avevano provocato un terremoto all'interno
della Democrazia Cristiana, alimentato dai sospetti degli amici di Moro che fosse proprio lui,
Andreotti, l'uomo che stava manovrando, nel suo esclusivo interesse, contro ogni soluzione
incruenta del sequestro.
Un rapimento annunciato La sorte di Moro era gi segnata da molto tempo e lo statista ne era
consapevole. Diversi erano stati i segnali che le sue aperture politiche a sinistra non fossero gradite
oltreoceano. Il presidente DC era nel mirino fin dai tempi del nascente centrosinistra: doveva
morire gi nel '64, alla vigilia del golpe De Lorenzo, ma il putsch fall e non se ne fece pi niente.
Pecorelli lo venne a sapere nel '67 e al riguardo pubblic un articolo su Mondo d'oggi, poche
settimane prima che chiudesse i battenti. Non erano certo le Brigate Rosse, che neppure esistevano,
a voler uccidere Moro, ma un nucleo golpista che con l'eliminazione del presidente del Consiglio, a
capo di un governo di centrosinistra, avrebbe sancito le condizioni di un traumatico cambiamento
politico. Quello che impressiona che l'omicidio doveva essere compiuto mediante rapimento,
come poi realmente avvenuto quattordici anni dopo: quasi che le BR avessero utilizzato un

copione gi scritto.
La realizzazione dell'obiettivo era stato affidato a un para, il tenente colonnello Roberto Podest,
istruttore di corpi speciali. Un gladiatore? L'ufficiale era molto vicino alla rivista su cui scriveva
Mino, proprio Mondo d'oggi, la stessa dove gravitavano Giannettini e quel giro di intellettuali di
destra che teorizzavano 1' esercito ardimentoso e ideologicamente attrezzato sponsorizzato dal
generale golpista Giuseppe Aloja.
Scriveva Pecorelli: Podest aveva una serie di cartine nelle quali erano riportati i tragitti abituali del
presidente del Consiglio [Moro! con tutti gli orari, il nome delle persone al seguito, il numero
preciso degli agenti della Presidenziale ed era in possesso di una serie di fotografie della casa
dell'onorevole e di una lista completa di tutte le guardie speciali che si alternavano alla vigilanza del
presidente del Consiglio.
L'ufficiale dei para, all'epoca del rapimento vero, era ancora attivo, ma collocato in una zona
d'ombra, dirigeva una rivista legata ai servizi segreti. E c' un'altra strana premonizione, quella del
regista Pierluigi Pingitore, certamente legato ad ambienti di destra, che mand in scena una piece
teatrale proprio sul rapimento di Moro. Anche Mino previde pi volte la volont di eliminare il
leader DC dalla scena politica. Nel 75, alla vigilia della grande vittoria elettorale del PCI, che sfior
il tetto storico del 30 per cento dei suffragi, sotto l'allusivo titolo di "Moro...bando" annunciava: E
proprio Moro il ministro che deve morire alle tredici?, parafrasando il titolo di un libro scritto in
quegli anni da Andreotti.
Ancora nel 75, il 13 settembre, sotto il titolo: "L'America esperta scherza e prevede", faceva una
sinistra profezia: Un segretario al seguito di Ford in visita a Roma ebbe a dichiararci: vedo nero, c'
una Jacqueline nel futuro della vostra Penisola. Nel gennaio 76 torn all'attacco con una vignetta
in cui appariva Moro crocefisso sotto l'emblema della DC, sormontata da una falce e martello, col
seguente sottotitolo: Il Santo del Compromesso, vergine, martire e dimesso. Poi commentava
l'imminente collasso del governo Moro con tenebrose metafore; Oggi assassinato con Moro
l'ultimo centrosinistra possibile, muore insieme al leader pugliese ogni possibilit di
sedimentazione indolore della strategia berlingueriana. Tre mesi prima del sequestro, le
paraboliche antenne di Mino, molto vicine ai centri decisionali, presentivano l'imminente disastro,
e il giornalista si abbandonava a cupe riflessioni: Temiamo seriamente che la democrazia italiana
non potr reggere il peso di tanto marciume, ogni minuto c' una nuova girandola, un nuovo
scoppio di rumore e colore. Ma la festa sta per finire. Ci sar il minuto di gravoso silenzio e poi i
secchi botti finali, sono botti oscuri e senza luci.

Riflessioni che diventeranno via via pi precise, durante il sequestro Moro, tanto che sul numero di
OP in edicola il 9 maggio, giorno dell'uccisione del Presidente, Pecorelli scriveva: Dopo il
sequestro Moro tutto in Italia procede velocemente. Troppo per essere comprensibile e univoco
[...]. Dopo aver accecato i servizi segreti, bendando gli occhi ai governi, oggi l'intero paese a essere
cieco e sordo: si ha l'impressione che si stia sperimentando un'altra forma di dominio. Una grossa
partita a scacchi giocata sopra le nostre teste (o con le nostre teste?) dai potenti della terra. Una
partita di cui nessuno ancora pu conoscere l'esito [...] l'Italia il paradiso degli 007. Bianchi, neri e
gialli, agenti doppi, tripli, agenti multipli percorrono la Penisola in lungo e in largo forzando gli
eventi in nome e per conto di interessi opposti e diversi.
Un'intuizione straordinaria quest'ultima; come capiremo molto tempo dopo, alla fine degli anni
Novanta, questi agenti tripli hanno realmente avuto un ruolo di primo piano nella gestione del
sequestro BR. Ma il 12 settembre 1978, in un editoriale su OP, Mino sosteneva che i mandanti
del delitto Moro dovevano essere cercati tra i suoi oppositori; questa la saldatura tra movente
internazionale e movente interno: Esistono sufficienti indizi per essere sicuri che le Brigate Rosse
hanno agito per conto terzi, italiani o stranieri o italiani e stranieri. E Pecorelli arrivava a
sospettare che qualche ideologo rivoluzionario mirasse a incarichi ministeriali dopo aver eliminato
il governo esistente . Ma il pericolo di una trama contro di lui, prima ancora del rapimento, doveva
essere ben chiaro al presidente DC; scriveva Mino: Moro doveva aver capito di essersi spinto
troppo a sinistra nel corso dei negoziati col PCI e di aver in tal modo destabilizzato lo scacchiere
mediterraneo.
Nel Carcere del Popolo L'eremo luogo di solitudine, quella solitudine che intrisa di sentimento,
di meditazione e di follia. La riflessione di Sciascia in Todo Modo (1974), quasi preveggente su
quanto stava per scatenarsi nella DC, potrebbe ben descrivere lo stato d'animo di Moro nel Carcere
del Popolo mentre scorrevano i giorni, le settimane senza che dall'esterno arrivasse alcun segnale
rassicurante. In quelle ore senza tempo, appena interrotte dall'eco di notizie che nulla di buono
lasciavano prevedere per la sua salvezza e per la soluzione della crisi politica in cui il sequestro BR
aveva fatto precipitare il paese, il presidente DC scriveva, scriveva: lettere alla moglie, ai familiari,
agli amici di partito, i pochi che gli erano rimasti, al papa, ai nemici di sempre.
Durante quei cinquantacinque giorni, infatti, lo statista si dedic a due generi di testi: uno
costituito dalle risposte alle domande dei suoi carcerieri, l'altro era finalizzato alla comunicazione
con il mondo esterno. In questo secondo filone possono essere annoverate anche le note personali,
indirizzate ai brigatisti, che contenevano riflessioni e spunti autobiografici e molto probabilmente

dovevano influire sull'immagine che Moro intendeva proporre di s a documento dell'ultima tragica
prova cui era sottoposta la sua vita.
La parte che pi interessa a noi naturalmente la prima, con l'aggiunta di alcune lettere inviate a
uomini politici dalle quali traspariva che non solo era perfettamente informato dai suoi carcerieri
delle decisioni che venivano prese all'esterno, ma che non aveva perduto in quel terribile frangente,
bench si volesse sostenere il contrario, n la lucidit n la capacit di analisi proprie del suo modo
di intendere la trattativa politica anche nella pi aspra delle condizioni. L'insieme di queste carte,
lettere escluse, costituiva un blocco di centocinquanta pagine, noto, ormai lo sappiamo, come il
Memoriale Moro. Questa almeno la valutazione degli esperti: il documento di cui in effetti
disponiamo, molto pi breve, risulta pesantemente censurato, sia nella versione trovata nel '78 che
in quella trovata nel '90.
Ma anche nella parte a noi nota, il Memoriale un documento altamente drammatico: il pi
drammatico della storia repubblicana, per le circostanze in cui stato elaborato, ma anche perch
esprime il punto pi alto di consapevolezza critica di un uomo di governo, costretto a riflettere sul
proprio operato e su quello del suo partito, nel conflitto di interessi e poteri contrapposti che la
spartizione di Yalta imponeva. La perenne esclusione del PCI dall'alternanza di governo aveva
prodotto inevitabili ripercussioni politiche e morali che avevano favorito l'espandersi della
corruzione e poi del terrorismo, facendo dell'Italia un caso unico tra i paesi economicamente
sviluppati. Ed proprio la diagnosi impietosa che Moro fa in quelle pagine dell'involuzione politica
del paese, e dell'assenza di ogni tensione etica e politica, a fornire un'istantanea anticipata della
degenerazione del sistema italiano, che sarebbe venuta pienamente alla luce quindici anni dopo.
Nell'economia del processo Andreotti, il Memoriale Moro un punto cruciale, perch attorno al
suo ritrovamento che si concret l'intreccio Pecorelli-Dalla Chiesa rivelato da Buscetta, che ha
finito per convincere i giudici di Perugia della colpevolezza del senatore nell'omicidio del
giornalista. Nelle motivazioni della sentenza si afferma che la pubblicazione su OP del'accuse di
Moro sull'Italcasse nel 78 sarebbe stata devastante per la carriera politica del presidente del
Consiglio, assai pi di quanto sia avvenuto nel '90, quando l'eco dello scandalo si era attutita.
Quanto alla possibilit che Pecorelli fosse entrato in possesso del documento e di informazioni di
prima mano relative al sequestro, non c' soltanto la prova provata del suo rapporto con Dalla
Chiesa, ma una molteplicit di indizi che hanno portato a ritenere che Mino in quei mesi avesse
attivato un canale diretto con le Brigate Rosse e che questo canale gli avesse consentito di
pubblicare notizie veritiere, sconosciute agli stessi inquirenti, come il fatto che a sparare ad Aldo

Moro fosse stato Maurizio, nome in codice di Mario Moretti, come stato poi confermato dal capo
delle BR.
E su OP erano stati pubblicati stralci di almeno quattro lettere di Moro, intercettate dal Viminale
e mai divulgate, tra le quali una privatissima dello statista ad Andreotti, in cui veniva esplicitato il
sospetto che egli avesse appoggiato un complotto ai suoi danni per timore di essere "esautorato",
dopo aver appreso di un accordo interno alla DC che lo escludeva da ogni incarico di rilievo: questo
accordo, infatti, prefigurava la candidatura di Moro al Quirinale dopo la scadenza del settennato di
Giovanni Leone, la nomina di Zaccagnini a presidente della DC e quella di Piccoli a capo del
Governo. Ed proprio il fatto che Mino conoscesse troppi segreti, per i giudici di Perugia, ad aver
decretato la sua condanna a morte.
Il mio sangue ricadr su di voi In una delle ultime e pi drammatiche pagine del Memoriale,
Moro intuiva che le fortune della DC sarebbero finite non appena fosse mutato lo scenario
internazionale, proprio come avvenuto alla fine degli anni Ottanta. Il presidente DC,
nell'imminenza della morte, inveiva contro tutti coloro che avevano dimostrato di essere pronti a
sacrificarlo pur di garantirsi una sopravvivenza che sarebbe stata inevitabilmente a termine. In una
delle quattro lettere intercettate dal Viminale e non recapitate ai destinatari(ma pubblicate da OP)
compare quella profezia che gli anni sembrano aver confermato: Il mio sangue ricadr su di voi.
Chiuso nella sua prigione sconosciuta, Moro rifletteva sui tradimenti subiti perfino da Cossiga e da
Zaccagnini; abbiamo visto con quali parole si era rivolto a Enrico Berlinguer,responsabile di aver
dimenticato l'attenzione che lui aveva rivolto al partito di cui era segretario, alleandosi con
Andreotti in quella linea della fermezza che equivaleva a una condanna a morte.
Ma era soprattutto il presidente del Consiglio la persona cui riservava le parole pi dure e le accuse
pi gravi: Tornando a Lei, onorevole Andreotti per nostra disgrazia e per disgrazia del paese (che
non tarder ad accorgersene) non mia intenzione rievocarne la grigia carriera [...]. Non questa
una colpa: si pu essere grigi ma onesti; grigi ma buoni; grigi ma pieni di fervore. Lei ha potuto
navigare tra Zaccagnini e Fanfani, imitando un De Gasperi inimitabile che milioni di anni luce
lontano da lei [...]. Ebbene onorevole Andreotti a lei proprio questo che manca, il fervore umano
[....]. Durer un po' pi, un po' meno, ma passer senza lasciare traccia. Non le baster la cortesia
diplomatica del presidente Carter per passare alla storia. Passer alla triste cronaca [...] che le si
addice.
E dopo aver scritto della vicenda dell'italcasse asseriva: Sono tutti segni di un'incredibile
spregiudicatezza politica, che deve aver caratterizzato una fortunata carriera che non gli ho mai

invidiato e della quale la caratteristica pi singolare che passi cos frequentemente priva di
censure, o anche solo del minimo rilievo. Quali saranno state le manifestazioni di siffatta
personalit, in un ambiente come Roma, in un'attivit variabile ma senza mai soste? Che avr
significato la lunga permanenza alla Difesa, quali solidi e durevoli agganci essa deve aver prodotto?
Moro concludeva con una definizione lapidaria: Un regista freddo, impenetrabile, senza dubbi,
senza palpiti e senza mai un momento di umana piet. E mostrava di essere consapevole di come
fosse poco gradita, allV-stablishmcnt americano, la sua politica di apertura.
Seppi, poi, ed il fenomeno divenne sempre pi vistoso, che non mancarono all'ambasciata occasioni
di incontro politico-mondano alle quali peraltro, senza alcun mio dispiacere, non venivo invitato
[...]. Si trattava, per quel che ho capito di una direttiva del segretario di Stato Kissinger, che puntava
su una DC pi nuova, giovane, tecnologicamente attrezzata [...]. Cominciarono a frequentare
sistematicamente l'ambasciata giovani parlamentari, come Borruso, Segni, De Carolis, Rossi.
Insomma, si ebbe qui un mutamento di rapporti che prefigurava un'Italia tecnocratica, che parla
inglese, pi omogenea a un mondo sofisticato e pi internazionale.
In altra parte del Memoriale Moro si chiedeva anche se non ci fosse stata contro di lui
un'indicazione tedesca o americana.
Con lucidit, il prigioniero preannunciava quella che sarebbe stata la fine della vecchia DC,
ipotizzando che anche il suo eterno rivale non avrebbe potuto evitare di fare i conti con questa
realt, pagando il prezzo pi alto per aver accettato ogni compromesso in nome del potere, e
venendo perci destinato alla cronaca come in effetti accaduto. Andreotti come Moro era uomo
della vecchia DC, non parlava inglese, non apparteneva a quella nuova Italia che andava
delineandosi alla fine degli anni Settanta, tecnocratica e internazionale: rappresentava il
passato, un passato dove machiavellicamente i vizi diventavano virt, se giustificati dal fine. Il
potere logora chi non ce l'ha, era, come sappiamo, la pragmatica scelta andreottiana.Ma non
appena le cose fossero cambiate, le responsabilit sarebbero ricadute su chi troppo
spregiudicatamente aveva rinunciato alla virt. Questa la lucida previsione nell'ultima lettera, la
stessa in cui da le dimissioni dalla DC e da ogni altro incarico politico.
Quattordici anni dopo, la profezia di Moro si avverata. Quegli spari a Mondello hanno messo la
parola fine all'aspirazione di Andreotti di accedere al Quirinale, come il rapimento messo in piedi
dalle BR aveva detto no all'esperimento DC-PCI di Aldo Moro. Buscetta, dal suo particolarissimo
osservatorio, aveva intuito uno scenario pi vasto dietro le tragedie di Palermo: Dietro la morte di
Lima potrebbe esserci una cosa di molto superiore all'impegno processuale. Ma siamo nel campo

delle ipotesi. E l'ipotesi di Don Masino che uccidere Lima serviva a denigrare Andreotti. Un
omicidio che lo avrebbe sottratto alla storia per affidarlo alla cronaca, come Moro aveva previsto.
due Memoriali Buona parte del processo di Perugia stata dedicata alla terribile, annosa caccia data
alla versione integrale del Memoriale, di cui non si mai trovato l'originale, forse definitivamente
scomparso con la morte di Dalla Chiesa. Questo almeno uno dei sospetti che si cela dietro
l'intreccio rivelato da Buscetta. Del Memoriale, come abbiamo gi accennato, esistono due versioni
ufficiali. La prima, dattiloscritta, fu trovata nell'ottobre 78 dallo stesso Dalla Chiesa nel covo di via
Montenevoso a Milano; la seconda, stata fortunosamente e poco credibilmente rinvenuta nel 1990
durante i lavori di ristrutturazione dello stesso appartamento, dietro il pannello di un termosifone.
In verit, sono in pochi a credere alla fortuita di questo secondo ritrovamento, che avrebbe riportato
alla luce dodici anni dopo la fotocopia del manoscritto, in alcuni capitoli pi ampia della precedente
versione, ma a detta degli esperti ugualmente censurata.
Per comprendere la genesi di questa doppia versione, e il significato che assume all'interno del
processo, bisogna tornare indietro negli anni, alla prima settimana dell'ottobre 78, quando Dalla
Chiesa arriv da Milano di notte e si incontr con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio
Franco Evangelisti stretto collaboratore di Andreotti, e gli mostr un pacco di carte: Vorrei che
anche lei valutasse la situazione e avvertisse il Presidente. Domani, quando lo incontrer, vorrei che
fosse preparato ad affrontare il peggio. E difficile immaginare cosa si siano detti Andreotti e Dalla
Chiesa e quale sia stata la determinazione presa. Il senatore ha sempre negato un incontro riservato
di tal natura con il generale. Ma al processo lo hanno confermato la madre di Emanuela Setti
Carraro, la giovane moglie di Dalla Chiesa uccisa con lui in via Carini, e lo stesso Evangelisti, morto
poco tempo dopo l'incriminazione del senatore. La signora Setti Carraro, tra le lacrime, ha ricordato
le poche confidenze che aveva ricevuto dalla figlia sui segreti del marito. Una riguardava proprio la
consegna delle carte ad Andreotti: Con il cucco che gliele ha date tutte, le aveva per sussurrato
Emanuela.
A quel periodo risalgono i primi incontri tra Pecorelli e Dalla Chiesa, nella motivazione della
sentenza di Perugia la data viene collocata attorno al 4 ottobre. E su uno dei block notes di Mino
troviamo scritto: Le carte segrete in mano a Dalla Chiesa. L'appunto proprio dell'autunno 78,
nel periodo immediatamente successivo alla scoperta del covo di via Montenevoso.Il 31 ottobre, in
un articolo dal titolo Memoriali veri e memoriali falsi, Mino da prova di essere gi informato di
quanto doveva essere accaduto dietro le quinte e scrive: La bomba Moro non scoppiata. Il
Memoriale, almeno quella parte recuperata nel covo milanese, non ha provocato gli effetti

devastanti a lungo paventati. Giulio Andreotti un uomo molto fortunato, ma a spianare il suo
cammino stavolta hanno contribuito circostanze solo in parte fortuite.
Il Doppio Memoriale stato uno dei punti pi controversi del processo, quello su cui la difesa ha
dato maggior battaglia. L'avvocato Giulia Bongiorno ha personalmente curato una perizia
linguistica dalla quale risulterebbe che la versione manoscritta da Moro, ritrovata nel '90, non solo
non conterrebbe alcuna novit rilevante ma sarebbe addirittura, nella scelta dei vocaboli, meno
aspra e pi riguardosa nei confronti di Andreotti rispetto alla trascrizione fatta a macchina dalle BR.
La pubblica accusa di parere opposto: la parte riguardante il senatore ben pi ampia e le censure,
presenti anche nella seconda versione, devono celare passaggi importanti. Ci sono frasi del tipo:
Come ho gi detto, oppure nella parte in cui abbiamo trattato di ci; riferimenti di cui poi non si
trova traccia nel testo. Anche la Commissione Stragi di Pellegrino dispose una perizia: e la affid al
professor Biscione, secondo il quale le parti "censurate" riguardano i seguenti capitoli: il golpe De
Lorenzo, la strage di piazza Fontana e la strategia della tensione, la riforma dei servizi segreti,
l'affare Lockheed, il ruolo degli ambasciatori USA in Italia e Gladio.
Uno degli argomenti carenti sarebbe proprio la mafia. Com' possibile, si chiedono i PM di
Palermo, Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato, che dopo le pesanti osservazioni di Moro sui
rapporti che intercorrevano tra Sindona e Andreotti, le Brigate Rosse non abbiano avuto la curiosit
di approfondire l'argomento? Peraltro Moro scriveva di aver messo in guardia Andreotti, prima del
famoso viaggio negli USA del 72 quando incontr in pubblico Sindona, sulle amicizie pericolose del
banchiere siciliano, citando l'autorevole parere dell'ambasciatore Ortona che parlava di note
relazioni con ambienti mafiosi del Banchiere di Dio. I passaggi chiave, che rivelano la diversit tra
i due memoriali, riguardano soprattutto l'Italcasse e i finanziamenti occulti della CIA alla DC:
argomenti che vengono trattati molto pi ampiamente nel secondo Memoriale, anche se quelle
rivelazioni, a distanza di dodici anni e in un diverso contesto politico, non erano pi cos
dirompenti. Nel primo Memoriale, Moro, pur esprimendo un duro giudizio sullo scandalo
Italcasse, si limitava a una sintetica osservazione: L'avvilente canale dell'Italcasse che si ha torto di
ritenere meno importante o pi inestricabile di altri.... Ben pi ampia appare invece la trattazione
nel secondo manoscritto, in cui lo statista DC si lancia in un vero e proprio accuse: E lo sconcio
dell'Italcasse? E le banche lasciate per anni senza la guida qualificata, con la possibilit, anche [...] di
esposizioni indebite, delle quali non si sa quando ritorneranno e anzi se ritorneranno. E un intreccio
inestricabile nel quale si deve operare con la scure.
Moro si dilunga maggiormente anche sull'incontro negli Stati Uniti con Sindona: E per quanto

riguarda i rapporti di importanti uomini politici con il banchiere Sindona pur vero, per quanto mi
stato detto con comprensibile emozione dall'onesto avvocato Vittorino Veronese, presidente del
Banco di Roma, che la nomina del funzionario Barone ad amministratore delegato fu voluta,
all'epoca difficile del referendum, tra Piazza del Ges e Palazzo Chigi come premio inderogabile per
quel prestito di due miliardi che la conduzione del referendum rendeva, con tutte le sue applicazioni
politiche, necessario.
Un prestito fatto dalla Banca sindoniana.
Gli incontri segreti del generale Fu Evangelisti, uno dei pi stretti collaboratori di Andreotti, a
rendersi particolarmente attivo per la soluzione dell'intricata vicenda Italcasse; e fu ancora
Evangelisti a ricevere la visita notturna di Dalla Chiesa, subito dopo la scoperta del covo di via
Montenevoso. Interrogato dai magistrati di Palermo poco prima di morire, il politico romano
conferm di aver solo sfogliato quella notte una cinquantina di pagine dattiloscritte, ma di ricordare
un passaggio, su cui gli erano caduti gli occhi, dove Moro lo citava in termini elogiativi. E in effetti
questo elogio nel Memoriale del '90 c': Perch Ella, onorevole Andreotti, ha un uomo non di
secondo, ma di primo piano con lei; un loquace, ma un uomo che capisce e sa fare. Forse, se lo avesse
ascoltato, avrebbe evitato di fare tanti errori nella sua vita.
Per i giudici la prova che Evangelisti aveva realmente maneggiato una copia del Memoriale; ma
anche certamente vero che l'ex sottosegretario potrebbe aver visionato la versione originale, due
anni prima, nel '90, dopo il suo ritrovamento in via Montenevoso. In ogni caso Dalla Chiesa si era
rivolto a lui perch, come Moro, lo giudicava una persona di esperienza e di buon senso, capace di
fare da tramite con il Presidente in quel difficilissimo momento. O forse voleva avere un testimone
dell'incontro con Andreotti.
Sostiene l'accusa che Andreotti era preoccupato per la parte segreta del Memoriale, che ancora non
conosciamo del tutto, anche se i magistrati di Palermo, preoccupati di offendere la memoria del
generale, dicono che agli atti non c' alcuna prova di manipolazione delle carte da parte di Dalla
Chiesa, n alcuna certezza che sia stato lui a sottrarre almeno una ventina di fogli all'attenzione
dell'autorit giudiziaria. Ma la ricostruzione dell'intera vicenda porta inevitabilmente a questa
conclusione. Come altri protagonisti di questo infinito noir, anche il generale, via via che andava
infilandosi nel tunnel che lo condusse alla morte, assumeva comportamenti poco comprensibili e
sembrava preda di una vivissima agitazione che lo portava a compromettersi sempre di pi in questa
dannata vicenda.
Non era del resto una situazione facile. A soli tre mesi dalla morte di Al- Il unno nero della Prima

Repubblica do Moro, quando aveva appena riconquistato l'incarico di capo dell'Antiterrorismo, si


era ritrovato tra le mani un documento esplosivo: l'atto di accusa dello statista DC assassinato dalle
BR, che, invece di inveire contro i terroristi, dalla sua ultima prigione se la prendeva con un amico
di partito, gli rivolgeva pesantissime accuse, lo malediceva e al tempo stesso rivelava imbarazzanti e
scottanti segreti di Stato. Un altro al suo posto avrebbe sottratto le carte, almeno quelle pi
compromettenti, le avrebbe messe al sicuro e avrebbe taciuto: quel segreto ben custodito sarebbe
stato per lui la migliore assicurazione sulla vita. E invece Dalla Chiesa ha fatto esattamente il
contrario: uscito allo scoperto, ha informato Andreotti dei suoi pesanti sospetti, poi in modo da
rendersi del tutto riconoscibile gli ha mandato segnali minacciosi attraverso la carta stampata, e non
soltanto quella di tipo "giallo" alla Pecorelli: anche settimanali e quotidiani a grande tiratura.
Il suo comportamento induce sentimenti assolutamente contrapposti, tra chi tende a delegittimarlo
e chi lo santifica. A noi appare un uomo lacerato tra il senso del dovere, la lealt allo Stato e la
percezione di un pericolo assoluto, insormontabile, che poteva essere sventato soltanto rivelandolo,
non avendo la possibilit di combattere ad armi pari. In ogni caso, gli eventi che seguono la scoperta
del covo di via Montenevoso e il giallo del doppio Memoriale sono un intrigo da spy story, degno di
un Ludlum o di un Le Carr. Sentite cosa scriveva Pecorelli in quelle settimane: Quando a marzo
scorso le Brigate Rosse annunciarono di aver dato inizio al Processo, sulle prime pagine si cominci
a fare un'opera di enfatizzazione:rivelazioni sconvolgenti, svelati segreti di Stato, in pericolo il
sistema occidentale [...]. L'opera culminata la scorsa settimana nel servizio dell'Espresso: sulla
base di alcune frasi, che non abbiamo ritrovato nel dossier diffuso dal Viminale, il settimanale aveva
costruito un processo che diffamava l'intero staff democristiano. Andreotti e Piccoli in particolare.
stata costruita una montagna perch partorisse il topolino.
Mino fa finta di credere al fatto che il testo diffuso dal Viminale sia la versione integrale, e dunque
beffeggia le BR per l'"insignificanza" dell'interrogatorio: Sono un pugno di killer senza cervello,
brigate senza generali. lo stesso Memoriale a parlare. lo stesso Memoriale, anche se resta da
stabilire perch la Repubblica dell'8 ottobre scriveva: ieri arrivata la conferma della
magistratura, le settanta pagine del dossier ci sono.
Invece il Viminale ne aveva distribuite soltanto quarantanove. E Pecorelli si chiedeva: Per scrivere
una cinquantina di pagine sono sufficienti appena tre ore di interrogatorio. Tutto ridotto ad un
chiacchiericcio tra impiegati di ministero senza intelligenza, senza idee e senza prospettive. Ma
poneva un interrogativo cui solo il tempo ha dato risposta certa: Esiste un altro Memoriale in cui
Moro sveli invece importanti segreti di Stato?.

L'uccisione di Galvaligi Non soltanto Dalla Chiesa, ma il suo intero staff sembrava sconvolto dalle
rivelazioni di Aldo Moro. Agli atti del processo di Palermo, c' un capitolo che dimostra quale
partita pericolosa avessero intrapreso, nell'autunno 78, il generale e i suoi uomini. Il seguente
racconto viene fatto da Giorgio Battistini, giornalista della Repubblica, professionista pacato e
assai lontano dalla spericolatezza scoopista di Pecorelli. All'epoca, come quasi tutti, si occupava di
terrorismo, cos, nel periodo in cui cominciarono a trapelare indiscrezioni sul ritrovamento
dell'archivio BR nel covo di via Montenevoso, il giornalista cerc di mettersi in contatto con Dalla
Chiesa per un colloquio o per un'intervista, ma questi nicchiava, rinviava, non si faceva trovare. Fin
quando un pomeriggio lo chiama in redazione il generale Galvaligi, con il quale Battistini aveva gi
parlato al telefono: viene fissato un appuntamento alla stazione Termini. I due non si conoscono;
Galvaligi come concordato indossa un impermeabile e ha un giornale in mano, si guarda attorno
con aria circospetta, estrae dalla tasca un foglietto che ogni tanto consulta e fa le seguenti
rivelazioni: Il Memoriale una bomba, tutto contro Andreotti, ci sono frasi forti, molto forti....
Il collaboratore di Dalla Chiesa parlava di una settantina di pagine, diceva che i capitolati esplosivi
erano almeno diciassette e tutti in un modo o nell'altro riconducevano al Presidente, dagli esordi
della sua carriera, ai rapporti con i servizi segreti, a Sindona, all'Italcasse e via dicendo. Battistini
rientra in redazione, informa il direttore Scalfari e il vicedirettore Rocca; la tipologia del contatto
talmente anomala che decidono di telefonare per verificare se la persona che si era presentata
all'appuntamento fosse proprio il generale Galvaligi. S, era proprio lui. Fin qui il racconto
conferma lo stato di sovreccitazione in cui versava l'intero staff di Dalla Chiesa, e nulla di pi si
potrebbe aggiungere a ci che abbiamo gi detto.
Ma c' una piccola appendice: la sera del 31 dicembre 1980, alle venti circa, un commando delle
Brigate Rosse ha aspettato sotto il portone Galvaligi con i mitra spianati. Lui ha fatto appena in
tempo a entrare: era in compagnia della moglie, aveva nelle mani dei pacchetti, forse regali, forse
qualche leccornia per la sera dell'ultimo dell'anno. Ha estratto le chiavi, ha aperto il portone ed
caduto sotto una grandine di proiettili. Ho un ricordo personale di quella terribile sera: faceva un
freddo gelido e avevo addosso un cappottino nero troppo leggero; guardavo quel cadavere steso a
terra mentre cercavo di ripararmi nell'androne dell'anonima palazzina all'EUR in attesa della polizia
scientifica. Di quel generale ucciso conoscevo soltanto la voce, quando gentilmente mi informava
che Dalla Chiesa non era in ufficio. E mi chiedevo: perch proprio lui? C' qualcosa che non torna
nella frenesia del generale nei mesi successivi all'uccisione di Moro: lui conosceva la storia di
Andreotti e della sua corrente siciliana; le rivelazioni del Prigioniero, per quanto gravi, non

potevano averlo cos fortemente stupito. C'era di pi, molto di pi: come aveva confidato al suo
fedele Incandela, Dalla Chiesa si sentiva in pericolo di vita, aveva scoperto cose gravissime, era
entrato nel labirinto infinito dei misteri del caso Moro, aveva visto il Minotauro. L'intreccio Dalla
Chiesa-Pecorelli diventato l'intreccio delle indagini su due omicidi. Che il generale fosse in
pericolo di vita, Mino lo aveva anche scritto, con il suo solito linguaggio cifrato, sul numero del 17
ottobre 1978. Ma forse non immaginava che lo avrebbe preceduto nel suo terribile destino.
Nell'articolo il direttore di OP rivelava che Dalla Chiesa aveva scoperto la prigione di Moro
quando lo statista era ancora vivo e aveva avvertito il ministro dell'Interno Francesco Cossiga.
Il corpo era ancora caldo [...] perch un generale dei Carabinieri era andato a riferirglielo di persona
nella massima sicurezza. Dice: perch non ha fatto nulla? Risponde: il ministro non poteva decidere
nulla su due piedi, doveva sentire pi in alto e qui sorge il rebus: quanto in alto, magari sino alla
loggia di Cristo in Paradiso? [...]. Non se ne fece nulla e Moro fu liquidato perch se la cosa si fosse
risaputa in giro avrebbe fatto il rumore di una bomba! [...] C' solo da immaginarsi [...] quale sar il
generale dei CC che sar trovato suicida con la classica revolverata che fa tutto da s o coll'arcinoto
curaro di bamb di importazione amazzonica (Valerio Borghese docet) o con il solito incidente
d'auto radiocomandato nelle curve di Ibiza - oh, la sbadataggine dei camionisti spagnoli - ma il
nome del generale noto: Amen.
La lettura di queste poche righe pi complessa di quanto possa apparire, anche quando si
imparato a leggere i criptici messaggi di questo strano giornalista. Amen naturalmente Dalla
Chiesa, uno pseudonimo usato altre volte da Pecorelli. Dove scrive che il corpo ancora caldo
significa che Moro ancora vivo; la Loggia di Cristo naturalmente la P2, i "suicidi" e gli incidenti
citati si riferiscono a quelli del generale Anz (che stava per rivelare i retroscena del golpe De
Lorenzo) e al falso incidente che sarebbe costato la vita a Gianni Nardi, in Spagna. Pecorelli dunque
sapeva che Dalla Chiesa rischiava la vita. Nel dicembre '78, 'A f accuse del giornalista si fece ancora
pi stringente: A Milano oltre il Memoriale in due copie sono stati trovati ben cinquemila
documenti inventariati, tra cui alcuni che per una corretta interpretazione richiedono un buon
livello di competenza, tale comunque da rendere i carcerieri interroganti (o chi doveva poi ascoltare
le bobine o leggere le trascrizioni) in grado di capire il livello insignificante delle dichiarazioni di
Aldo Moro.
L'aggettivo insignificante era evidentemente usato in senso ironico. Pecorelli gi sapeva dei
contenuti "secretati" del Memoriale e che il documento distribuito dal ministero dell'Interno era
stato "censurato".

La trattativa nelle celle di Cuneo Sappiamo che la Corte d'Assise d'Appello di Perugia ha dato
grande rilievo alla testimonianza del maresciallo Angelo Incandela: fu lui a ritrovare nel gennaio 79,
due mesi prima che Pecorelli fosse ucciso, il manoscritto di Aldo Moro nel carcere di Cuneo,
confermando, alla fine del '92, quanto aveva detto Buscetta, e cio che il generale e il giornalista
erano entrati in possesso di documenti di Moro. Notizia di cui fino a quel momento nessuno aveva
mai saputo nulla. Le dichiarazioni del maresciallo, che era stato uno degli uomini di punta della rete
Dalla Chiesa nel periodo in cui si occup delle carceri, non si limitano al ritrovamento del
Memoriale di cui abbiamo gi parlato. Incandela ha reso altre drammatiche dichiarazioni che ci
aiutano a capire lo stato d'animo del suo superiore nei mesi successivi alla scoperta del covo di via
Montenevoso. Dalla Chiesa sapeva di essere in pericolo: aveva bisogno di una prova certa che quelle
gravissime affermazioni le aveva fatte davvero Moro; aveva saputo che circolava una copia della
versione originale, scritta dallo statista di proprio pugno e aveva l'assoluta necessit di trovarla.
Incandela sostiene che, nel corso dell'incontro notturno con Dalla Chiesa e Pecorelli, era apparso
chiaro che era stato quest'ultimo ad avere la notizia che le carte segrete si trovavano nascoste proprio
nel carcere di Cuneo. Da chi Mino aveva avuto quest'informazione e perch quei documenti cos
importanti erano finiti l? E un giallo nel giallo, di cui cercheremo di ricostruire i passaggi salienti.
Nei giorni precedenti, Dalla Chiesa aveva bombardato il maresciallo di telefonate, tornando su
argomenti di cui avevano parlato anche in altre occasioni. Il generale, ad esempio, era convinto che
Incandela sapesse su Andreotti molte pi cose di quante non gliene dicesse, informazioni che
poteva aver appreso girando per le carceri, e pi volte aveva insistito perch firmasse un rapporto nel
quale raccontava per filo e per segno cos'era avvenuto durante il sequestro Moro. Tu queste cose le
vai a raccontare al SID e a me non le dici, lo rimproverava.
Un dialogo aspro e in certi passaggi drammatico, quello tra il generale e il fedele maresciallo, che da
la misura della diffidenza che nutriva Dalla Chiesa nei confronti di Andreotti e di come proprio nel
carcere di Cuneo, ormai identificato come il vero teatro della trattativa segreta attorno al sequestro
Moro, si sia giocata la partita pi pericolosa del processo al senatore. Vediamone alcuni passaggi,
cos come sono stati raccontati ai giudici dal maresciallo Incandela: Devo dire che il generale Dalla
Chiesa teneva moltissimo ad avere informazioni sull'onorevole Andreotti. Tante volte nel corso
degli anni mi chiese con insistenza di riferirgli notizie apprese dai detenuti sul suo conto. Egli era
convintissimo che Andreotti fosse una persona estremamente pericolosa. Non mi chiar sulla base di
quali elementi avesse maturato tale convinzione. Pu darsi che ascoltando i nastri registrati
contenenti le conversazioni dei detenuti avesse acquisito elementi di conoscenza ai quali attribuiva

grande importanza. Il generale era convinto che io fossi a conoscenza di informazioni sul conto
dell'onorevole Andreotti apprese nel circuito carcerario. Nonostante lo assicurassi che non ero in
possesso di tali informazioni, continuava a insistere. Una volta a Milano, quando comandava la
Divisione Pastrengo, per indurmi a redigere una relazione riservata su tali mie presunte conoscenze
concernenti l'onorevole Andreotti, mi disse: Ma non capisci che solo in questo modo io, tu e altri
come noi possiamo avere la speranza di salvarci la vita?. Io non gli chiesi spiegazioni per lo stato di
soggezione nel quale mi trovavo sempre quando parlavo con lui. certo che Andreotti per il
generale Dalla Chiesa era un chiodo fisso.
Poi il maresciallo Incandela ha raccontato nei dettagli il ritrovamento del plico che si trovava
proprio nei pressi del luogo che aveva descritto Pecorelli,all'interno di un pozzetto coperto da un
tetto di lamiera, che si trovava in un locale adiacente alla sala colloqui. Incandela lo descrive cos:
L'involucro era una specie di salame lungo venti-trenta centimetri, era avvolto con un nastro
isolante di colore marrone che poteva contenere un centinaio di fogli. Gli episodi riferiti da
Incandela al processo Andreotti erano gi, anche se forse con minori dettagli, agli atti di un altro
processo: quello a carico del maresciallo Alfredo Manfra presso il tribunale di Cuneo.
L'attendibilit del Supertestimone stata duramente contestata dalla difesa. Lo stesso figlio Nando
non ha apprezzato le dichiarazioni del maresciallo, che devono essergli apparse offensive per la
memoria del padre. Anche se era stato proprio lui a raccontare ai giudici quello che una volta gli
disse: Andreotti fa il doppio gioco. Ma l'accusa ha creduto a Incandela e quel che peggio il
giudice Verrina sembra aver considerato decisiva la sua testimonianza.
Non abbiamo perfetta conoscenza della rete di rapporti che consent a Pecorelli di venire in possesso
di queste informazioni. Tuttavia, un capitolo del processo pu gettare qualche barlume di luce su
questo ennesimo mistero. Il carcere di Cuneo, tra il marzo e l'aprile del 78, era diventato il quartier
generale della trattativa per la liberazione di Aldo Moro, ma soprattutto, a quanto sembra, per il
recupero del Memoriale. Certo che pur sostenendo ufficialmente la linea della fermezza, la DC
aveva attivato canali per contattare le BR attraverso la malavita. Lo riconosce anche la sentenza
d'appello di Palermo. Molti protagonisti del nostro processo si erano gi incontrati in quel periodo
proprio nel carcere di Cuneo. C'era Buscetta, ad esempio, che ha raccontato di aver ricevuto una
telefonata da Stefano Bontate,che lo incaricava di fare tutto il possibile per salvare Moro. E
scopriamo che il giudice Claudio Vitalone, attraverso un amico, l'avvocato Edoardo Formisano, era
entrato in contatto con il gangster marsigliese Francis Turatello, all'epoca capo della mala milanese,
che come gi sappiamo era detenuto in quel carcere. La trattativa naufrag, per i motivi che

vedremo, ma doveva essere arrivata a buon punto se, come sembra, le Brigate Rosse o chi per loro
avevano fatto avere a Turatello almeno una parte del manoscritto di Aldo Moro attorno al 10 aprile.
Turatello, dopo che Incandela trov l'involucro, fu trasferito dal carcere di Cuneo a quello di
Pianosa, ed l che il maresciallo lo incontr qualche tempo dopo, scoprendo che il gangster sapeva
benissimo che era stato proprio lui a trovare il plico contenente quel centinaio di pagine del
Memoriale Moro che, quando la trattativa per la sua liberazione era fallita, era stato certamente lui a
nascondere nel pozzetto come assicurazione sulla sua vita. naturalmente un'ipotesi, ma anche
l'unica possibile. Cos il maresciallo racconta l'incontro: Il Turatello mi disse: Lei il famoso
maresciallo Incandela che viene da Cuneo? Io sono stato mandato via da Cuneo a causa di certi
scritti di Moro di cui lei a conoscenza. stata la Democrazia Cristiana che non ha voluto salvare
Moro, sono stati bloccati tutti i contatti che si erano messi in moto in alcune carceri tra brigatisti e
grandi malavitosi per vedere di arrivare a un accordo che salvasse Moro.
Un accordo che comportava la consegna da parte delle Brigate Rosse delle rivelazioni pi pericolose
o imbarazzanti che Moro poteva aver fatto nel corso dell'interrogatorio? Ma perch, se i brigatisti
avevano accettato di consegnare le carte, la trattativa s'interruppe? Forse non le avevano consegnate
tutte oppure, ottenuto lo scopo, qualcuno ugualmente decise che era meglio che Moro fosse ucciso
perch era ormai considerato inaffidabile e quindi pericoloso il suo ritorno in libert per tutto quello
che avrebbe potuto ancora dire o fare? In definitiva, proprio questo il nodo della cruenta
conclusione del sequestro Moro.
Nel corso del processo Raffaele Cutolo, l'ex capo della Nuova Camorra Organizzata, rivel a
sorpresa che aveva saputo che il direttore di OP faceva il "doppio gioco", e cio passava
informazioni ottenute in ambienti della Magliana al generale Dalla Chiesa. Don Raf ha fornito un
particolare che s'incastra perfettamente con la testimonianza di Incandela: So che i due andavano
insieme a fare perquisizioni nelle carceri. Uno dei canali informativi di Cutolo era certamente
Franco Giuseppucci, un boss trasteverino, legato da molteplici affari con la camorra napoletana: se
fosse stato vivo sarebbe comparso come imputato nell'omicidio del giornalista. Il boss della camorra
era anche amico di Aldo Semerari, il criminologo che nell'81 fu trovato decapitato proprio di fronte
alla sua abitazione, il castello di Ottaviano. Ma era soprattutto legato a Ugo Bossi, un malavitoso
massone, che aveva avviato la trattativa nel carcere di Cuneo per conto di Vitalone.Anche Semerari,
come Pecorelli, frequentava il giro della Roma nera; la notizia della strana liaison tra Dalla Chiesa e
il giornalista, ignota ai loro pi stretti collaboratori, doveva essere conosciuta negli ambienti della
malavita romana. Quelle carte scottavano anche nelle mani dei boss. Per questo qualcuno aveva

avvertito Pecorelli due anni prima, alla fine del 78, quando era cominciata quell'avventura che lo
avrebbe portato alla morte.
Un paio di pentiti di estrema destra hanno confermato che il giornalista aveva contatti diretti con
ambienti della malavita romana. Rolando Battistini raccont: Sapevamo che c'erano avvocati,
magistrati e uomini politici che facevano da trait d'union tra ambienti politici e Banda della
Magliana. Avvocati, magistrati e uomini politici che Pecorelli ben conosceva a causa del vincolo
massonico. Ivano Bongiovanni, rapinatore comune legato ai neri, sostiene: Ho incontrato
Pecorelli in casa del costruttore Nicoletti nel 75, c'erano Albert Bergamelli e due personaggi
importanti. Rosario Nicoletti fu arrestato per vicende legate alla costruzione dell'Universit di Tor
Vergata: il suo nome ricorre spesso nell'inchiesta sulla Banda della Magliana condotta dal giudice
Otello Lupacchini; Bergamelli, come sappiamo, era uno dei marsigliesi trasferitisi a Roma. Dunque
Mino aveva contatti con la malavita romana e quello che ha raccontato Cutolo verosimile: poteva
davvero essere stato lui ad avere ricevuto da ambienti malavitosi la dritta che aveva consentito a
Dalla Chiesa di recuperare il Memoriale.
In ogni caso anche Cutolo aveva partecipato alla trattativa per la liberazione di Aldo Moro. A
parlarne fu il suo luogotenente Luigi Bosso, trasferito a Pianosa dopo la fine del sequestro BR.
Anche il camorrista confid a Incandela, nel periodo in cui il maresciallo era in servizio presso il
supercarcere, uno scenario simile a quello descritto da Francis Turatello: Il Bosso, dopo avermi
parlato dell'intervento di Raffaele Cutolo nelle trattative per la liberazione di Grillo, aggiunse: E
Moro! Se parlo io e dico quello che so.... E poich io insistevo per indurlo a parlare, il Bosso
aggiunse: Ma tu Incandela vuoi morire? Chi te lo fa fare a volere sapere certe cose!, e ancora:
Guarda che stata la DC a volere che Moro non fosse lasciato libero dalle Brigate Rosse. Questo
un fatto di cui sospettano tutti. Ti sei mai chiesto chi ha rapito Moro? S, le BR, hanno eseguito
materialmente la cosa, ma chi ha guidato questa gente? Pensaci un po' Incandela. Ah, se tiro fuori
tutto quello che so. Ti dico solo che il rapimento di Moro e quello di Cirillo sono stati voluti
entrambi da un pezzo della DC e io ne ho le prove. Ma per adesso chiudiamo qui che meglio.
Anche Bosso morto in carcere nell'84, ma per una crisi cardiaca, non brutalmente ucciso com'
accaduto a Turatello nella prigione di Nuoro. Incandela aveva registrato quasi tutti i colloqui con il
camorrista, a sua insaputa, e aveva mandato le bobine al giudice Carlo Alemi di Napoli. Le memorie
del maresciallo Incandela, tra boss e terroristi, sono un romanzo a s nella saga del processo
Andreotti. Anche Buscetta lo aveva messo sull'avviso, durante un colloquio a Cuneo: Maresciallo,
ma chi glielo fa fare? Ma lo sa che noi a Roma possiamo contare perfino su Andreotti? E che

potevamo salvare la vita a Moro anche se furono loro a non volerlo? Se la prenda pi comoda, si
goda la vita che si campa una volta sola.
Molte informazioni fornite da Buscetta sul sequestro Moro sono legate al periodo che trascorse nel
carcere di Cuneo. stato lui a raccontare che in quel periodo era divenuto il quartier generale della
"trattativa" segreta per la liberazione del leader DC. Tentativi che si erano bruscamente interrotti
attorno al 10 aprile, una settimana prima della messinscena del ritrovamento di Moro nel lago della
Duchessa, di cui parleremo pi avanti. Una delle ipotesi che proprio attorno a quella data si era
avuta la certezza che Moro avesse risposto alle domande delle BR, facendo gravissime rivelazioni e
pesanti accuse ai compagni di partito, primo fra tutti Andreotti. La certezza si fondava
probabilmente sui verbali che Turatello era riuscito ad avere. C' chi sostiene che da quel momento
in poi Moro non poteva pi essere salvato: la sua liberazione sarebbe stata pericolosa per gli
equilibri politici.
Durante la trattativa le attivit furono molteplici, come confermano le intercettazioni telefoniche a
suo tempo depositate agli atti del processo Moro. Buscetta racconta che era stato Ugo Bossi, un
amico di Turatello, a cercare di farlo trasferire a Torino, dove erano detenuti i capi BR in quel
periodo sotto processo nel capoluogo piemontese. Ma a opporsi al trasferimento fu proprio Dalla
Chiesa, all'epoca capo della Securpena, una sorta d'intelligence che si occupava della sicurezza nelle
carceri: era contrario al coinvolgimento della mafia nel sequestro Moro. Forse temeva che i contatti
tra boss e terroristi non si sarebbero limitati alla liberazione di Moro: intuiva scenari diversi e
destabilizzanti.
In quel periodo erano in molti, a quanto sembra, a dare la caccia ai verbali dell'interrogatorio di
Moro. Anche chi scrive si imbattuta per altre vie con uno spezzone di questa strana storia. L'ex
leader BR, Alberto Franceschini, nel corso di un'intervista mi rivel di aver incontrato nel carcere di
Bad'e Carrus, nell'80, proprio Francis Turatello, che gli aveva fatto una rivelazione mai venuta alla
luce in nessuno dei tanti processi Moro. Per ottenere la liberazione dello statista, la malavita
avrebbe dovuto organizzare una rivolta nel carcere di Torino, prendere in ostaggio i capi BR, per poi
procedere a uno scambio con Moro. Turatello spieg a Franceschini: La cosa mi sembr pericolosa
e dissi di non essere disponibile all'operazione. Non stupisce che questo gangster, coinvolto a cos
alto livello nell'affare Moro, una volta spariti quei documenti che erano per lui un'assicurazione
sulla vita sia stato assassinato in carcere dal terrorista nero Pierluigi Conditelli: il killer del giudice
Occorsio.
Il romanzo di Incandela non finisce con il ritrovamento del "salame" nel pozzetto adiacente alla sala

colloqui. Negli anni successivi, anche dopo la morte di Pecorelli, Dalla Chiesa appariva preda di
grandissima agitazione e, a quanto racconta ancora il fedele maresciallo, nell'estate dell'81 lo
convoc a Milano nel suo ufficio presso la Divisione Pastrengo dove lo aveva pregato di recarsi in
tutta segretezza: Dopo alcuni convenevoli il Generale cambiando improvvisamente il tono dei
discorso e fissandomi negli occhi mi disse: Ma sei o no un maresciallo con i coglioni sotto?.
Quindi aggiunse: Stiamo scrivendo la storia: si pu essere fedeli allo Stato in tanti modi, si pu
servire la Patria anche in modi non propriamente legali. Per la Patria si pu e si deve rischiare
quanto occorre e quando si hanno i coglioni [...]. Stai bene a sentire quello che ti dico e quello che
dovresti fare. Si tratta sempre della questione delicatissima dei documenti dattiloscritti che parlano
del sequestro Moro e di Andreotti. Quindi mostrandomi una busta gialla grande e aperta,
all'interno della quale vi erano a occhio e croce una quarantina di fogli, disse: Io ti consegno questo
fascio di documenti e tu in qualche modo devi riuscire a ficcarli dietro lo sciacquone della toilette
del refettorio dove si svolge buona parte della vita sociale dei detenuti. Poi il giorno dopo, visto che
sei tu che ordini le perquisizioni, disponi una perquisizione nei locali in modo che saltino fuori.
Il maresciallo Incandela nicchi, disse che se avesse collocato i documenti dietro lo sciacquone la
cosa non sarebbe passata inosservata. Forse potevano essere nascosti in una cella, ma Dalla Chiesa
non era d'accordo. Alla fine non se ne fece niente. Il generale mi disse che lo avevo deluso, che
stavo tradendo la sua fiducia, che se me lo avessero chiesto i servizi segreti mi sarei dato da fare. Del
contenuto di questo colloquio non ho parlato con nessuno prima della sua morte, ha raccontato
ancora il maresciallo. Perch Dalla Chiesa aveva incitato il suo collaboratore a comportamenti al
limite dell'illegalit? Quali carte voleva che fossero ritrovate? Erano ancora pagine del Memoriale
Moro, quella parte dell'interrogatorio BR che nel '78 aveva tenuto per s, a dire della signora Setti
Carraro, la madre della sua giovane moglie? Forse s. Nel frattempo era diventato vicecomandante
dell'Arma dei Carabinieri, ma si trattava di un incarico onorifico. Quel giorno, quando era andato a
trovarlo alla caserma Pastrengo, Incandela lo aveva trovato che correggeva i compiti degli allievi
ufficiali, un ruolo che evidentemente gli andava stretto. Dopo aver smantellato le Brigate Rosse, il
generale era tornato nell'ombra. Ma non era soltanto una questione di carriera: quel pacchetto di
fogli, che aveva trovato nel covo di via Montenevoso e che Pecorelli non aveva potuto pubblicare,
doveva venire alla luce. Tra le sue mani ormai scottavano troppo.
I sospetti di Dalla Chiesa Il generale Dalla Chiesa, prima ancora di fare irruzione nel covo di via
Montenevoso, sospettava l'esistenza di infiltrazioni all'interno delle Brigate Rosse: non semplici
informatori, ma veri collegamenti operativi con un'unica centrale criminal-terroristica. Un suo

stretto collaboratore, il colonnello Niccolo Bozzo, la cui testimonianza agli atti del processo di
Perugia, ha dato questa spiegazione: Nel settembre 78, tornai alle dirette dipendenze del generale,
dopo che aveva riottenuto l'incarico antiterrorismo, e tra le prime cose mi fu detto di approfondire
l'ipotesi dell'esistenza di una struttura paramilitare segreta, nata con funzioni antinvasione che
aveva poi debordato in azioni illegali.
Dalla Chiesa pensava che questa struttura avesse avuto origine nel periodo della Resistenza, quando
il comando americano aveva infiltrato i gruppi partigiani comunisti, per poterli eventualmente
annientare alla fine della guerra. Il generale aveva appuntato la sua attenzione in particolare
sull'Organizzazione Franchi, diretta da Edgardo Sogno, medaglia d'oro al valor militare che nel
periodo della liberazione aveva avuto rapporti diretti, di grande rilievo, con il comando americano e
l'OSS (Office of Strategie Services, antenato della CIA). Bozzo e il generale ne parlarono a
proposito delle rivelazioni di Giancarlo Viglione, un giornalista di Radio Montecarlo (poi finito
sotto processo per tentata estorsione): un altro dei tanti "gialli" che costellano l'omicidio Moro, di
cui torneremo a parlare. Viglione raccont di aver saputo che alle riunioni BR erano presenti politici
e magistrati e tra questi a sorpresa indic l'ex procuratore di Milano Adolfo Beria d'Argentine.
Dalla Chiesa non prese neppure in considerazione l'ipotesi che il giornalista stesse raccontando la
verit; anzi, considerava le dichiarazioni di Viglione un depistaggio ispirato dalla Superloggia di
Montecarlo. Ma era convinto che si trattasse di un messaggio che andava interpretato, precis
Bozzo. Un messaggio sui veri burattinai delle BR. Il procuratore Beria d'Argentine, insospettabile
per l'accusa che gli veniva mossa, durante la Resistenza aveva aderito con la moglie Cecilia ai
Comitati di Resistenza Democratica, che facevano capo proprio alla Franchi. Chiamato in causa per
il mancato golpe del 73, attribuito alla Rosa dei Venti, Sogno s'infuri sostenendo che i venti nuclei
della "rete parallela" erano organizzazioni di tutto rispetto, finanziate da FIAT, Confindustria,
ministeri della Difesa e degli Esteri. In realt era avvenuto proprio quello che Miceli aveva
annunciato al giudice Tamburrino: da un certo periodo in poi la rete parallela del Supersid non
avrebbe pi fatto ricorso all'estrema destra, ma all'estrema sinistra. Sentirete parlare soltanto di
Brigate Rosse, aveva annunciato nel 74: e cos fu.
Il messaggio di Viglione, secondo Dalla Chiesa, andava interpretato in questo modo: le BR erano
infiltrate da persone legate a centrali impegnate nella lotta al comunismo che, proseguendo
nell'opera d'infiltrazione iniziata durante la guerra, perseguivano l'obiettivo di un
ridimensionamento del PCI radicalizzando le attivit dell'estrema sinistra. Un'intuizione, quella di
Dalla Chiesa, che recentemente ha trovato conferma in una lunga intervista rilasciata da

Franceschini a Giovanni Fasanella su Dagospia. Quasi una confessione, in cui il brigatista rivela
l'esistenza di un livello superiore delle BR, mai scoperto, del quale facevano parte personaggi
appartenenti a un ceto sociale elevato e in qualche caso anche a un certo circuito internazionale.
Corrado Simioni, uno dei fondatori dell'Hyperion e membro nei primi anni Settanta del nucleo
primitivo delle BR, il Collettivo Politico Metropolitano, era in realt legato ad ambienti NATO e
aveva messo in contatto Mara Cagol con Roberto Dotti, un ex partigiano comunista rifugiatosi per
un certo periodo a Praga, o cos almeno raccontava, che negli anni Cinquanta era per diventato il
braccio destro del generale Edgardo Sogno. Simioni chiese a Mara - moglie di Renato Curcio,
ricordiamolo - ignara della liaison con Sogno, di compilare schede informative su tutti i militanti
delle BR e di consegnarle a Dotti, dicendole anche che poteva rivolgersi a lui se c'era bisogno di
denaro o di ogni altra forma di assistenza.
Nel 74, dopo il rapimento del giudice Mario Sossi, le BR fecero un'altra azione clamorosa:
"perquisirono" lo studio di Sogno e fu l che scoprirono un necrologio scritto dal generale e
pubblicato dal Corriere della Sera a un anno dalla morte di Dotti. A Mara Cagol venne il dubbio
che potesse trattarsi della stessa persona, con cui si era incontrata sulla Terrazza Martini di Milano:
per scoprirlo, Curcio e Franceschini andarono al cimitero e rubarono la foto dalla lapide, che fu poi
ritrovata al momento dell'arresto da Dalla Chiesa e dal giudice Caselli, che non riuscirono a
capacitarsi perch mai un siffatto reperto cimiteriale si trovasse l.
Racconta ancora Franceschini che Simioni aveva creato una sua rete personale, denominata le zie
rosse e Curdo nel 70-71 decise di rompere con lui quando scopr che aveva reclutato a sua insaputa
anche la moglie: accadde dopo un attentato in Grecia contro l'ambasciata americana, durante il
quale salt in aria una donna, che era l'amante di Simioni. Fu allora che Mara confid al marito che
al suo posto avrebbe dovuto esserci lei.
Dopo la rottura, Franceschini chiese a Simioni di pagare i debiti con la tipografia; con sua grande
sorpresa l'Ingles, come l'avevano soprannominato per la sua rassomiglianza con il falso
rivoluzionario del film Queima-da, disse che l'avrebbe fatto ma ci voleva tempo perch i soldi erano
in una cassetta di sicurezza in Grecia: Noi impallidimmo. Come mai il denaro del Collettivo
Politico Metropolitano era sotto la protezione dei colonnelli?, si chiesero Alberto e Renato.
Simioni usc dall'organizzazione senza battere ciglio, e poco dopo fecero ritorno all'ovile Moretti e
Gallinari che si erano allontanati dal Collettivo nel 71. Quest'ultimo disse che aveva rotto con la
"Ditta" (cos Simioni chiamava la sua rete, lo stesso nome usato dagli agenti del Mossad per il
servizio segreto); il motivo era che in quel gruppo praticavano il libero amore e facevano scambi di

coppia. Ma Franceschini sospettava che fosse stato proprio Simioni a convincerli a rientrare nelle
BR. Il 74 era alle porte e l'Ingles gli aveva sempre detto: Nel 1974 ci sar una grande crisi economica
ed esploderanno forti tensioni sociali. Noi ora lavoriamo sotto traccia per costruire una rete logistica
molto forte, con infiltrati in tutte le organizzazioni del movimento e della sinistra. E quando
arriver il momento, grazie al lavoro dei nostri uomini, saremo in grado di innalzare il livello dello
scontro.
Finalmente lui e Renato capirono: Simioni era un agente della CIA e avvertirono anche Adriano
Sofri e altri dirigenti dei movimenti di sinistra. Troppo tardi: pochi mesi dopo furono arrestati e
l'organizzazione fin sotto il controllo di Mario Moretti, che era diventato l'uomo di fiducia di
Simioni e dell'Hyperion. Questa la protostoria delle Brigate Rosse, raccontata da uno dei suoi capi.
Uno scenario molto simile a quello che aveva delineato Dalla Chiesa al colonnello Bozzo.
Un'operazione di intelligence molto sofisticata, come vediamo, le cui tracce si ritrovavano dietro
molte inchieste, anche se i magistrati che per strade diverse finivano per scoprirle all'epoca venivano
accusati di "cortiplottomania". La tesi di Dalla Chiesa era condivisa dal giudice Tamburrino, che a
seguito della sua indagine sulle deviazioni del SID e sulla Rosa dei Venti era approdato alla stessa
conclusione: A un certo punto ho avuto la precisa cognizione che buona parte dei terroristi sia rossi
che neri agivano su indicazione e suggerimenti dei servizi segreti. Una convinzione che il 11.
LIBRO NERO DELLA PRIMA REPUBBLICA giudice aveva rafforzato dopo gli interrogatori di
Roberto Cavallaro, il sindacalista di destra che per un certo periodo aveva indossato i falsi panni del
magistrato militare per avvicinare gli ufficiali e convincerli ad aderire al progettato golpe attribuito a
Sogno: Gladio, noi la chiamavamo organizzazione X o anche Rosa dei Venti, che sono la stessa cosa.
Molti appartenenti avevano il nulla osta Cosmic, che viene rilasciato dall'alleanza atlantica. I
membri dell'organizzazione Cosmic avevano il compito di infiltrarsi nei gruppi di destra e di sinistra
in modo di accrescere la tensione e consentire all'esercito di intervenire.
Pu essere interessante a questo punto scoprire il significato di Gladio, una definizione soltanto
italiana dello Stay Behind, la guerra dietro le linee. Il nome Gladio si ispira all'antica arma che i
romani usavano nelle arene, poi diventato il distintivo fascista degli aderenti alla Repubblica di
Sal. Il "nulla osta Cosmic" era invece un lasciapassare molto serio e, non si sa per quale oscuro
motivo, fu concesso anche ad alcuni membri della Banda della Magliana e della camorra.
Il Noto Servizio La strategia degli apparati Stay Behind consisteva dunque nell'istigazione alla
violenza tra opposte fazioni di destra e di sinistra, attraverso azioni provocatorie, rappresaglie e
attentati, che nell'intento degli ideatori dovevano creare una situazione di instabilit e terrore per

aprire la strada all'intervento militare. La "paura del golpe", nei primi anni Settanta, ha finito per
indirizzare la ribellione dei movimenti giovanili verso un'attivit di lotta armata inizialmente
giustificata come autodifesa. Una vittima di questa paura fu certamente l'editore Giangiacomo
Feltrinelli, che a partire dal '69 aveva lavorato alla nascita dei Gruppi di Azione Partigiana, che in
parte si ispiravano alle omonime formazioni della Resistenza e in parte all'esperienza "guevarista" e
della lotta armata in Sudamerica. Alberto Franceschini mi raccont: Feltrinelli aveva progetti
grandiosi e continuava a proporci finanziamenti, ma le sue proposte non ci convincevano [...]. Non
so perch ma si era convinto che far saltare tralicci ad alta tensione in Alto Adige fosse
indispensabile per colpire l'enel e Fanfani.
Fu proprio su un traliccio che il giovane editore incontr la morte nel marzo 72. Quando fu
ritrovato, il tronco semicarbonizzato e le gambe amputate, in tasca aveva la foto intatta della moglie
e del figlioletto, che consent l'identificazione, una mezza banconota da mille lire e un pacchetto
Astor imbottito di tritolo. Soltanto dopo la rivelazione dell'esistenza di Gladio fu possibile capire
che le "mezze mille lire" erano in realt la chiave d'accesso ai depositi di armi dello Stay Behind: per
il ritiro di pistole, fucili ed esplosivo era necessario esibirle; i carabinieri avrebbero confrontato la
mezza banconota con l'altra met depositata nella cassaforte della sezione SAD del SID di Roma, se
combaciavano si potevano prelevare le armi. Il pacchetto Astor al tritolo ricorda invece gli ordigni
confezionati secondo le norme d'istruzione di un opuscolo militare della NATO. In quale trappola
era inconsapevolmente caduto Feltrinelli? Falliti i contatti con i futuri brigatisti, la sorte dell'editore
fu segnata dall'incontro con Carlo Fumagalli, uno strano ex partigiano che nel '45 era stato
insignito dagli americani della stella di bronzo al valore militare. Nel '62 aveva fondato il MAR, una
delle tante formazioni di estrema destra che proliferavano in quel periodo di preparazione del golpe
De Lorenzo: al fianco di Fumagalli c'erano gli ex partigiani della Valtellina, ma anche un buon
numero di malavitosi comuni. Il MAR, come sappiamo, una delle formazioni paramilitari che si
celano dietro la sigla Noto Servizio. L'aspetto pi inquietante della morte di Feltrinelli fu che il
traliccio dell'ENEL si trovava nei pressi di un capannone per la demolizione di veicoli industriali di
propriet di Fumagalli. Con Feltrinelli al momento dell'incidente c'erano due compagni: uno fu poi
identificato in tal Gunther, nome di battaglia tedesco, che l'editore conosceva come operaio
comunista ex partigiano. Partigiano lo era stato, ma nella formazione di Fumagalli. Con queste
credenziali, dopo l'incidente occorso al compagno Osvaldo, nome in codice di Feltrinelli, Gunther
fu accolto in un nucleo delle BR dove milit qualche tempo prima di sparire con la cassa.
Questa premessa sulla nascita del partito armato, che precede di alcuni anni il rapimento e

l'uccisione di Aldo Moro, render pi facile nelle pagine seguenti capire i retroscena dei mille
misteri dei cinquantacinque giorni di prigionia. Dalla Chiesa, come altri uomini di intelligence
estranei a quel circuito, aveva intuito che sotto la falsa specie di combattenti comunisti si
muovevano, in un territorio di confine con i servizi segreti occidentali, personaggi che perseguivano
interessi del tutto opposti.
E il generale cominci a sospettare che esistesse una centrale vera e propria che coordinasse le varie
azioni terroristiche, pur di diversa tendenza. Una centrale, vale la pena di ricordarlo, che spuntata
per la prima volta nel '98, in un dossier che la Procura di Brescia invi al presidente della
Commissione Stragi Pellegrino. I giudici di quella citt, riaprendo le indagini sulla strage di piazza
della Loggia, scoprirono uno strano episodio di venticinque anni prima: il 28 maggio 1974, il giorno
stesso dell'eccidio, il brigatista Arialdo Bentrami si era rivolto a Ermanno Buzzi (il neofascista poi
condannato come autore della strage) per avere una falsa carta d'identit. Possibile, si erano chiesti i
giudici, che tra terroristi rossi e neri ci fosse una tale mutua assistenza? Dall'archivio del ministero
degli Interni spunt a sorpresa un documento che ricostruiva con precisione la storia di
un'organizzazione supersegreta, di cui nessuno fino a quel momento era a conoscenza, dallo strano
nome di Noto Servizio.
La struttura era stata creata alla fine del conflitto da agenti angloamericani e sovietici, che avevano
reclutato gli uomini degli apparati fascisti e nazisti: quelli che all'ultimo momento erano passati
dall'altra parte. In segno di riconoscimento per la collaborazione offerta, il Noto Servizio era stato
affidato nella prima fase al capo della polizia segreta di Mussolini, Mario Roatta, cui fece seguito
per una sorta di legge dell'alternanza un ufficiale polacco del Patto di Varsavia, Otimski, poi
trasferitosi a Tel Aviv. Come si vede, fin dall'inizio la struttura nasceva all'insegna di contrapposte
bandiere: lo scopo iniziale era quello di compiere operazioni speciali contro i nazisti, ma negli anni
successivi si era trasformato in una sorta di Spectre nostrana attraverso la quale manovrare gli
opposti estremismi. I magistrati di Brescia erano convinti che la struttura supersegreta avesse
finanziato anche Carlo Fumagalli (sospettato per la strage del 74) attraverso l'ambigua figura del
bulgaro Jordan Wessilinoff, agente al servizio di molte bandiere. Ex collaboratore dei nazisti, dopo
la guerra aveva lavorato come meglio poteva per americani, russi e bulgari. Wessilinoff ( bene
tenere a mente questo nome perch ci torneremo), risult poi affiliato alla Loggia Carnea di Santa
Margherita Ligure e dedito con successo a pratiche esoteriche. Come vediamo, i sospetti di Dalla
Chiesa sulle infiltrazioni all'interno delle Brigate Rosse, che trovavano le loro origini nel periodo
della Resistenza, avevano imboccato la direzione giusta, anche se sarebbero dovuti passare molti e

molti anni prima di riuscire a capire come potessero essersi realizzate.


Tutti elementi che corroborano l'ipotesi che il covo di via Gradoli era "sotto osservazione". Molto
recentemente, uno dei testimoni ascoltati dalla Procura di Roma, nell'ambito delle indagini sulla
cellula supersegreta del SISMI, il cosiddetto Anello, avrebbe raccontato che l'esistenza di un covo
in via Gradoli era nota al servizio segreto ed era stata segnalata dal colonnello Adalberto Titta,
responsabile della struttura, al presidente del Consiglio. Ma Andreotti avrebbe scosso la testa
dicendo: Ormai la cosa migliore non fare nulla, e avrebbe dato valutazioni negative sul possibile
rilascio di Moro. Il testimone un ex funzionario della Fiera di Milano, Michele Ristuccia, e ai
magistrati romani ha raccontato anche che Titta, morto d'infarto otto mesi dopo la conclusione del
sequestro Grillo, nell'82, aveva mantenuto contatti con alcuni brigatisti anche durante il rapimento
Moro. Questi gli avevano manifestato sfiducia nelle istituzioni, asserendo di non aver trovato
interlocutori interessati alla trattativa per liberare l'ostaggio. Affermazioni di cui difficile valutare
l'attendibilit, per lo stretto riserbo in cui si sta svolgendo l'inchiesta del PM Ionta. Ma sembra che a
suo tempo la morte di Titta provoc allarme nei servizi d'intelligence europei, tanto che i francesi
ottennero di misurare il cadavere per accertare che si trattasse proprio dell'ufficiale del SISMI. Che
fosse un vero infarto, furono in pochi a crederlo.
Molte dunque furono le segnalazioni attorno a via Gradoli. Fatto certo che il 18 marzo 1978, due
giorni dopo il sequestro, la palazzina fu interamente perquisita dalla polizia ma gli agenti, tre
uomini e una donna, giunti di fronte all'interno 11, dopo aver suonato il campanello, proseguirono
come se si trattasse di un controllo di routine. Invece erano andati l perch, tra il 16 e il 17 marzo,
era giunta al ministero degli Interni una telefonata anonima che segnalava l'esistenza di un covo
brigatista proprio in via Gradoli. Insomma, era un'ispezione mirata e non uno dei tanti controlli di
quei giorni. Ma la polizia prefer fare irruzione nell'appartamento accanto, dove abitava, per una
semplice coincidenza, un'informatrice del SISDE, Lucia Mobkel, la quale approfitt dell'irruzione
per inviare un'informativa al commissario della Pubblica Sicurezza Elio Cioppa (p2) - il suo punto
di contatto con il servizio - nella quale affermava che la notte precedente i suoi vicini di casa
(quelli dell'interno 11) l'avevano tenuta sveglia a causa di un'incessante attivit di trasmissione in
alfabeto morse, tecnica che la giovane di origini egiziane aveva l'aria di conoscere bene. Un
elemento in pi per far tornare gli agenti sui loro passi e abbattere l'uscio, e invece non accadde
niente. Di quelle perquisizioni agli atti del processo Moro c' un rapporto, ma evidentemente
retrodatato visto che stato stilato su fogli intestati Dipartimento di Polizia, una definizione in
vigore soltanto dall'81. Tre giorni dopo, il 21 marzo 1978, a quattro giorni dalla strage di via Fani, la

polizia torn ancora in via Gradoli, ma solo per fare irruzione nell'abitazione di un militante di
Potere Operaio, Franco Manni, che da quel momento si diede alla latitanza.
Nel comprensorio della strada, che era peraltro una via stretta e curva, chiusa al traffico e con una
sola uscita (quanto di meno adatto a una struttura clandestina), c'era un po' di tutto: sedi di
copertura dei servizi segreti, malavita sudamericana, comitati politici al limite della legalit. E a
quanto si scoprir molti anni dopo, quando gli scandali travolsero il SISDE, ventisei appartamenti
risultarono intestati a tre societ di copertura del servizio segreto civile. Insomma, il capo delle
Brigate Rosse aveva scelto una zona che evadeva anche le pi elementari regole di anonimato e
sicurezza richieste per la sua attivit. E per giunta l'ingegner Borghi, alias Moretti, era caduto in
bocca al lupo affittando un appartamento la cui proprietaria era in qualche modo legata a Dario,
l'agente (presunto) del KGB, e aveva come vicina di casa una spia del sisde! Segnalazioni su via
Gradoli hanno costellato tutta l'attivit investigativa per oltre un mese, fino al 18 aprile, data della
clamorosa e pilotata scoperta della base brigatista, anche questa avvenuta in circostanze quanto
meno singolari! La polizia fece irruzione in seguito a una perdita d'acqua che aveva allagato
l'appartamento di sotto. A provocarla, dissero, era stata la doccia, lasciata "sbadatamente" aperta da
Moretti e Barbara Balzerani, che quella mattina erano usciti molto presto. Fu pi difficile spiegare
la presenza di una scopa, trovata nella vasca da bagno, collocata in modo da indirizzare il getto
d'acqua verso una fessura del pavimento proprio per facilitare l'infiltrazione. Prima di approfondire
questo capitolo - che s'intreccia con la macabra messinscena delle ricerche del corpo di Moro nel
lago della Duchessa organizzata per quella stessa mattina - occorre dare qualche altra informazione
sul crescendo di segnalazioni che convergevano attorno alla base operativa.
Il deputato DC "Benito" Cazora, che abbiamo visto molto attivo e addolorato per la sorte del
Presidente, era ormai in costante contatto con Rocco Varrone e altri elementi della 'ndrangheta
calabrese, proprio nel tentativo di scoprire la prigione. E gi nei primi giorni del sequestro fu
informato che Moro andava cercato sulla Cassia: Mi portarono all'incrocio di via Gradoli e mi
sussurrarono: questa la zona calda. Chiamai subito il questore, ma mi disse di aver fatto gi
controllare porta a porta quella strada senza alcun esito. Gli agenti, come abbiamo visto, avevano
"saltato" soltanto l'interno 11. Tutto questo si saputo nel corso degli anni e delle indagini
successive. Eppure Pecorelli, proprio in quei giorni scriveva: I capi delle BR risiedono in
Calabria. Anche l'avvocato Rocco Mangia, noto penalista romano, aveva segnalato i sospetti di una
sua cliente al colonnello Varisco: la donna, che abitava nella palazzina IMTCO, gli aveva detto che
era rimasta colpita dal viavai di persone, anche in ore notturne, e dal continuo ticchettio della

macchina da scrivere (forse l'alfabeto Morse), giungendo alla conclusione che la prigione di Moro
fosse proprio l. Varisco non sembr dar credito alla segnalazione, anche perch in quei giorni erano
in molti a sospettare dei vicini di casa. Ma la mattina del 18 aprile fu il primo ad arrivare sul posto e
pi tardi, quando in Tribunale incontr l'avvocato Mangia, lo rimprover perch non era stato
abbastanza insistente. Un paio di notti dopo la strage, l'ormai noto Antonio La Bruna ricevette varie
telefonate da Francoforte. A chiamarlo era un suo ex collaboratore che in modo agitato lo sollecitava
ad andare in via Gradoli: Quelli che hanno rapito Moro stanno l. L'informatore era Benito
Puccinelli, presidente dell'Organizzazione Internazionale Opus Christi, una persona
assolutamente attendibile: Mi raccont che in un garage, che poi si scopr essere quasi di fronte alla
base (via Gradoli), c'era un'antenna collegata a un ponte radio che si trova nella zona del Lago della
Duchessa. L'antenna consente le comunicazioni con le colonne BR che operano al Nord.
La Bruna, a quanto rievoc in seguito, tent di mettersi in contatto con il capo del SISDE Grassini
(p2), ma inutilmente: fin per inviargli un'informativa di cui non seppe pi nulla.
Passo dopo passo, ci avviciniamo alla clamorosa conclusione di questo primo, cupo capitolo di
misteri. La notizia che c'era una base BR in via Gradoli era praticamente di dominio pubblico,
anche se tutti coloro che si stavano adoperando per arrivare alla sua scoperta finivano per essere
respinti. Era una battaglia sorda, senza esclusione di colpi, tra chi cercava di salvare Moro e chi
inseguiva altri, incomprensibili obiettivi. Fu cos che il 2 aprile qualcuno, all'interno della DC e in
ambienti cattolici, decise di organizzare una seduta spiritica. Tra i presenti c'erano Romano
Prodi, il professor Alberto Ci e un pranoterapeuta, spacciato per medium, che sussurr il fatidico
nome: Gradoli, Gradoli.... Ma poich non c' peggior sordo di chi non vuoi sentire, quando
l'ennesima segnalazione sul covo BR, accompagnata da nomi cos prestigiosi, fin sul tavolo del
ministro dell'Interno, la polizia organizz a colpo sicuro una spedizione nel paesino del viterbese di
nome Gradoli. E questo pur avendo Noretta Chiavarelli, moglie di Moro, telefonato di persona al
questore De Francesco per fargli presente che poteva trattarsi di una strada: qualcuno le rispose che
era stato tatto un controllo sulle pagine gialle, senza esito. Una clamorosa bugia! Quel nome sugli
elenchi SIP c'era.
Nel corso del processo, Andreotti si limit a fare questa considerazione: Alla storia della seduta
spiritica io non ho mai creduto: penso invece che qualcuno dell'Autonomia di Bologna abbia fatto
filtrare la notizia, ma non potevano indicare la fonte, se no l'avrebbero messo nei guai. Eppure se a
via Gradoli la polizia fosse arrivata subito, se Moretti fosse stato arrestato durante i primi giorni del
sequestro, l'intera vicenda Moro si sarebbe risolta diversamente. Ne convinto il giudice Rosario

Priore, uno dei magistrati romani che istru il processo Moro: Io torno spesso su via Gradoli proprio
perch se noi vi fossimo giunti fin dall'inizio, forse la storia del sequestro e delle Brigate Rosse
sarebbe stata diversa. Tutta la storia d'Italia sarebbe stata diversa [...]. Invece stata una disfatta
enorme, perch sicuramente si sapeva di via Gradoli.
Lago della Duchessa Mezz'ora dopo la scoperta del covo di via Gradoli, alle nove e quarantacinque
del 18 aprile 1978, un redattore del Messaggero, allertato da una telefonata anonima, recuper da
un cestino di rifiuti di piazza Giuseppe Gioacchino Belli il Comunicato numero 7 delle Brigate
Rosse in cui si annunciava l'avvenuta esecuzione del presidente DC Aldo Moro, mediante
suicidio. Il comunicato informava che il corpo del prigioniero si trovava impantanato nei fondali
limacciosi del Lago della Duchessa, a 1.800 metri di altezza, in localit Cartore. Il comunicato era
patentemente falso, come conferm a colpo d'occhio il capo della digos Domenico Spinella. Ma al
Viminale per qualche ora si ipotizz che potesse essere autentico e questo consent di allestire una
mastodontica messa in scena, destinata a imprimere una forte accelerazione all'occulta strategia del
sequestro, che and in onda nelle ventiquattr'ore successive su tutte le reti TV. Da quel momento
sembr cessare ogni volont, da una parte e dall'altra, di portare a compimento il sequestro Moro
senza ulteriore spargimento di sangue.
Quel 18 aprile lo spettacolo fu davvero desolante: sotto l'occhio vigile delle telecamere, il
procuratore De Matteo, il comandante dei vigili del fuoco Pastorelli, il vicecapo della Polizia
Emilio Santillo s'inerpicarono sui monti innevati del Lago della Duchessa, le cui acque erano
ricoperte da uno spesso strato di ghiaccio, con lo sguardo smarrito di chi non capisce cosa sta
facendo. Non ci volle molto per rendersi conto che si trattava di un macabro depistaggio, la cui
scenografia faceva da contrappunto alle mirabolanti scoperte che in quelle stesse ore, sempre sotto i
riflettori, si andavano facendo al civico 11 di via Gradoli.
Per Pecorelli non c'erano dubbi: la troppo inequivocabile scoperta del covo e la scenografia della
falsa esecuzione erano in evidente contrappunto. In un articolo dal suggestivo titolo "Diario
dell'irreale assoluto", Mino scrive: Un volantino anomalo, rachitico, frettoloso e recapitato in una
sola citt annunzia l'avvenuta esecuzione per suicidio di Aldo Moro [...]. E qui passiamo all'altro
evento [...]. All'acqua gelata del Lago della Duchessa fa riscontro l'acqua corrente e dilagante della
doccia di via Gradoli [...] e i poliziotti si sono trovati davanti a un inequivocabile riassunto dei
connotati brigatisti del sequestro Moro.
Non aveva torto Pecorelli: quando gli agenti fecero irruzione in via Gradoli la scena che si present
ai loro occhi, del tutto improbabile se attribuita agli occupanti della casa, mostr cassetti e armadi

aperti, una decina tra mitra, fucili e pistole sul letto, proiettili disseminati dappertutto, due divise
dell 'Alitalia mescolate a copie di comunicati e volantini BR lasciati in bella vista per facilitare le
riprese televisive: ecco qui, sono proprio loro, quelli della strage di via Fani! Nella confusione non
mancarono elementi di grande rilievo investigativo, che per furono lasciati cadere nel pi totale
disinteresse. Come quei proiettili 7,65, dello stesso tipo usato in via Fani: la perizia accert che
trentanove dei novantadue bossoli recuperati sul luogo della strage provenivano da uno stock di
munizioni in dotazione a forze armate non convenzionali. In un appunto della questura di Roma
datato 21 settembre 1978 scritto: Dagli esami effettuati dai periti risulta che le munizioni usate
provengono da un deposito dell'Italia settentrionale, le cui chiavi sono in possesso di sole sei
persone.
Un deposito Gladio, evidentemente, dove il particolare che caratterizza armi e proiettili il colore
verdognolo del liquido antiruggine usato per proteggerli dall'umidit del terreno. In via Gradoli
c'era lo stesso tipo di proiettili, usato sia in via Fani che in via Tacito per uccidere Pecorelli. Lo
stesso tipo di proiettili 7,65 (per essere precisi 7,62, un calibro che non era pi in fabbricazione)
furono allegati alle false schede trovate nel borsello sul taxi, e fabbricate da Toni Chichiarelli, il
falsario della Banda della Magliana.
La mutata strategia del sequestro Una settimana prima della provvidenziale perdita d'acqua
all'interno 11 di via Gradoli erano accaduti fatti nuovi. Il 10 aprile le BR avevano divulgato, con il
comunicato numero 5, un pesante attacco di Moro a Paolo Emilio Taviani, considerato l'uomo degli
accordi segreti con gli USA su Gladio e lo Stay Behind. Il presidente DC segnalava gli importanti
incarichi ministeriali ricoperti da Taviani tra cui, per la loro importanza: il ministero della Difesa e
degli Interni, tenuti entrambi a lungo con tutti i complessi meccanismi, centri di potere e
diramazioni segrete che essi comportano [...]. In entrambi gli incarichi ricoperti egli ha avuto
contatti diretti e fiduciari con il mondo americano.
Non sappiamo cosa altro abbia scritto Moro, perch proprio questo uno dei paragrafi ampiamente
censurati del Memoriale. In ogni caso, le sue affermazioni avevano creato il massimo allarme tra i
pochi che erano in grado di capirne le reali implicazioni. Il prigioniero, dal canto suo, mostrava di
temere che fossero scese in campo altre entit interessate alla sua liquidazione dalla scena politica e
anche "terrena". La lettera concludeva infatti con quell'interrogativo che abbiamo gi anticipato:
Vi forse nel tener duro contro di me un'indicazione americana o tedesca?.
Quando ormai fu evidente che quella al Lago della Duchessa era stata una sceneggiata, l'attenzione
si appunt su una serie di significati simbolici attribuibili alla data o ad altri elementi

dell'agghiacciante scenografia allestita dai "manovratori occulti ". Il Lago della Duchessa, prescelto
per quella che Moro definir la macabra grande edizione della mia esecuzione, coincideva con
l'indicazione fornita precedentemente dall'informatore di La Bruna su quella misteriosa
ricetrasmittente, collegata all'antenna di via Gradoli, di cui le BR avrebbero potuto usufruire.
Qualcuno vi legge un'allusione a una Duchessa romana, che, come vedremo fra non molto, avr un
ruolo particolarissimo nel sequestro Moro. Ma perch proprio il 18 aprile? Il 18 aprile del 1948 la
DC aveva vinto le elezioni confinando per i successivi trent'anni il PCI all'opposizione. Una vittoria
schiacciante, che aveva rassicurato gli americani e fatto recedere da ogni proposito di "separatismo"
in Sicilia. Qualcuno voleva sottolineare la sconfitta comunista e far capire che quello era e doveva
restare l'assetto definitivo del governo italiano? O voleva ricordare il debito di riconoscenza che i
poteri forti dovevano avere nei confronti della DC e invitare a recedere dall'intento di destabilizzare
il partito attraverso la diffusione delle rivelazioni di Moro nel Carcere del Popolo? Ogni ipotesi
possibile.
In ogni caso, scriveva Pecorelli, la strategia delle due parti in causa era cambiata. Il volantino
numero 7, quello autentico, contraddiceva quanto affermato nel numero 5 [su Taviani] che
concludeva con il trionfante annuncio: Nessuna trattativa rester segreta, niente deve essere
nascosto al popolo e facevano sapere che il Prigioniero aveva rivelato le turpi complicit del
regime, additato con fatti e nomi i veri e nascosti responsabili delle pagine pi sanguinose della
storia italiana, messo a nudo gli intrighi di potere, le omert che hanno coperto gli assassini di Stato,
indicato l'intreccio degli interessi personali, delle corruzioni, delle clientele [...] della putrida cosca
democristiana.
Nel Comunicato numero 7 la musica cambiava: Non ci sono segreti che riguardano la DC, n
clamorose rivelazioni da fare. E concludevano: Le informazioni in nostro possesso saranno
diffuse attraverso la stampa e i mezzi di divulgazione clandestina delle organizzazioni combattenti.
Ma neppure questo mai avvenuto. E il Memoriale ritrovato, nelle due versioni, non rivela quanto
era stato anticipato.
Quando il 20 aprile le Brigate Rosse mandarono il "vero" Comunicato numero 7, definirono
l'operazione della Duchessa una provocazione del potere oltrech un tentativo d'interferenza
nella gestione del processo a Moro. Ma le BR avevano raccolto il messaggio e posero il primo
ultimatum: entro quarantott'ore si doveva procedere a uno scambio di prigionieri. La vita di Moro
in cambio della liberazione di tredici brigatisti detenuti. In mancanza di ci il Tribunale del Popolo
avrebbe proceduto all'esecuzione della sentenza.

Qualche riflessione. Dopo il comunicato numero 5 e il trionfale annuncio delle BR che Moro stava
pienamente collaborando all'interrogatorio, la strategia del sequestro muta completamente,
l'attenzione si sposta dal problema della liberazione del presidente DC alla necessit di impedire la
divulgazione di quello che Moro aveva rivelato: bisognava intercettare i verbali dell'interrogatorio.
La questione centrale diventa il Memoriale, anzi come recuperarlo. Il consulente americano Steve
Pieczenik, che fino a quel momento aveva collaborato con il Comitato di Crisi in qualit di esperto
di sequestri, decise di partire da Roma, per un motivo che solo recentemente ha spiegato: Il mio
compito era quello di convincere il governo italiano che sarebbe stato un errore trattare con le BR.
Dopo il comunicato numero 5 era evidente che non ci sarebbe pi stata alcuna trattativa, il mio
compito era esaurito.
Perch Moretti, se veramente voleva trattare, aveva fatto l'errore di scoprire le sue carte cos presto?
Ma si tratt davvero di un errore? Forse aveva capito che da parte del governo non c'era alcuna
volont di trattare sulla liberazione di Moro. Dunque spost l'attenzione su un altro oggetto di
trattativa: le rivelazioni di Moro, cio il Memoriale. Per questo, dopo aver ricevuto conferma
dell'interesse sul "secondo" ostaggio, si premur di assicurare il silenzio in cambio di qualche
contropartita. Nel Comunicato numero 7, dunque, tent di porre rimedio, facendo marcia indietro,
assicurando che Moro non aveva fatto alcuna rivelazione che meritasse di essere divulgata.
Quel "partito" che voleva Moro morto C' un altro segnale della mutata strategia del sequestro
Moro. All'accelerazione posta dalle BR, con la conclusione dell'interrogatorio e l'emissione della
condanna a morte del prigioniero, fece da contrappeso la "ritirata strategica" della mafia da ogni
trattativa segreta. Una trattativa che, come gi sappiamo, aveva il suo nodo nevralgico nel carcere di
Cuneo con la diretta partecipazione di boss mafiosi come Buscetta e gangster come Turatello e
Bossi. Ebbene, tutti i tentativi messi in atto per la liberazione di Moro subirono un improvviso e
autorevolissimo stop con l'intervento di Frank Coppola, detto Tre Dita, uomo di fiducia della mafia
americana in Italia, oltre che cugino di quell'Agostino Coppola che abbiamo gi incontrato all'inizio
degli anni Settanta nella Loggia di Palazzo Giustiniani. Il boss, bench anziano e malato, ritenne
necessario intraprendere un faticoso viaggio da Latina, dove si trovava al soggiorno obbligato, fino a
Cuneo per parlare a quattrocchi con quanti si stavano adoperando per liberare Moro: doveva fargli
capire che in alto loco era stato deciso che quell'uomo doveva morire. Tornato a Latina, Frank
convoc anche Rocco Varrone, il boss della 'ndrangheta che su mandato di Cazora stava cercando di
individuare la prigione. Il vecchio Coppola gli ordin di interrompere la ricerca: Di' ai tuoi amici
che i giochi sono finiti. Mentre Cutolo, che in pi occasioni ha detto di aver saputo dalla Banda

della Magliana dov'era la prigione di Moro, ricevette la visita del suo luogotenente Vincenzo
Casillo, latore di un messaggio di alcuni politici campani: Don Raf, faciteve 'e fatte vuost'.
Pochi giorni prima si era svolta a Palermo una riunione della "Commissione" di Cosa Nostra, la
cosiddetta Cupola, in cui naturalmente si discusse del rapimento BR. Bontate illustr le iniziative
messe in atto, poi si rivolse a Pippo Cal che era appositamente sceso da Roma, dove operava a
stretto contatto con la Banda della Magliana, per chiedergli cosa intendesse fare: ne abbiamo gi
parlato. Ma Cal si mostr guardingo e insofferente. Alla fine sbott: Stefano, ma non l'hai ancora
capito che sono "loro" che lo vogliono morto?. Lo ha raccontato nel '93 Francesco Marino
Mannoia ai giudici di Palermo, quando nell'ambito del processo ad Andreotti si affront il capitolo
dell'intervento della mafia nel rapimento Moro. Sappiamo quale credito abbia riscosso Mannoia
presso i giudici d'Appello di Palermo. E anche qui la sua testimonianza s'incastra con quanto ha
raccontato Buscetta sui tentativi da parte di Ugo Bossi di farlo trasferire nel carcere di Torino,
dov'erano reclusi i brigatisti rossi. Quando, nell'80, Masino usc dal carcere e cerc di saperne di pi
su cosa era accaduto all'esterno durante il sequestro Moro, Bontate fu evasivo. Ormai era "acqua
passata". Ma certo a chiedere a Bontate di interessarsi della liberazione di Moro, non potevano che
essere stati i Salvo e quindi Giulio Andreotti, ha raccontato al processo. Nelle sue parole c' la
conferma che Andreotti si era adoperato in una prima fase per salvare Moro. Ma la notizia che il
prigioniero stava collaborando con le BR e che gli stava rivolgendo gravi accuse, lo avrebbe fatto
recedere da ogni iniziativa. Di questo almeno si sono convinti i giudici di Perugia, anche se si tratta
soltanto di una deduzione.
Al processo Pecorelli, Buscetta ha parlato delle intercettazioni che Ugo Bossi, il gangster che aveva
cercato di spedirlo a Torino a trattare con le BR, gli avrebbe fatto leggere in carcere: erano
trascrizioni di telefonate mai fatte pervenire ai magistrati che si occupavano di terrorismo; furono
persino escluse dal processo sui rapimenti di persona in cui erano coinvolti i coimputati di Bossi.
Spieg Buscetta: Se ho capito bene, ma non m'intendo di queste cose, le telefonate furono escluse
perch c'era qualcosa che riguardava i servizi segreti. Ricordo una telefonata tra Bossi e un politico
che diceva: Sono loro che non lo vogliono liberare a Moro, Il politico era Vitalone e Buscetta
precisa: Io non so se oltre a questo Vitalone ce n' un altro, ma il Vitalone della telefonata parlava
come esponente politico della DC. Ecco di nuovo quel "loro" che ritualmente torna al crocevia di
ogni grande mistero. Chi sono "loro"? Quale cupola, quale Piramide Superiore, quale entit
nasconde questa allusione? Finora, non c' stata occasione per spiegare chi fosse Ugo Bossi e per
quale motivo abbia assunto nel carcere di Cuneo il ruolo chiave di gestire la trattativa tra malavita e

Brigate Rosse. Le sue storie giudiziarie lo mostrano legato sia a Francis Turatello che a Cutolo e a
Frank Coppola, ma da altre vicende appare chiaro che godesse di un autonomo prestigio che
sembrava discendere dai suoi rapporti con la massoneria. Tra il 70 e il 72, pare sia stato proprio un
certo Ugo Bossi il ricettore di assegni, a lui intestati, che ambienti industriali versarono al Grande
Oriente d'Italia per finanziare iniziative volte a dividere le organizzazioni sindacali dopo i successi
dell'autunno caldo.
Quanto al Vitalone menzionato da Buscetta, dovrebbe trattarsi di Claudio, il magistrato coinvolto
con Andreotti nel processo Pecorelli, e non del fratello Wilfredo, che fa l'avvocato. Il PM romano si
era evidentemente attivato per liberare Moro su indicazione di Andreotti. Nel precedente paragrafo,
ho omesso un particolare: la fantomatica messinscena del Lago della Duchessa fu, almeno in parte,
ispirata da una proposta di Vitalone che lui stesso ha poi svelato: S, ero convinto che bisognasse
recare un'opera di disturbo alle Brigate Rosse. Ecco, io avevo detto a Cossiga (all'epoca ministro
degli Interni): chiamate i servizi, fate un regolare rapporto incartato all'autorit giudiziaria,
inventate qualcosa che li costringa a cambiare soggetto. Se stiamo fermi di fronte alla scacchiera non
succede niente, se lasciamo muovere i pezzi soltanto all'avversario la battaglia persa.
L'idea sembr piacere a Cossiga, ma Vitalone non ne aveva saputo pi niente: Quando ho visto che
il messaggio BR era falso, capii che qualcuno aveva messo in atto la mia idea e rimasi molto stupito.
Quanto al ruolo di Cal, Buscetta aveva una sua personale convinzione che ha riassunto cos: Cal
faceva parte di un partito tutto suo, che non voleva Moro vivo.... Nel corso della riunione della
"Commissione", a schierarsi contro Bontate e i suoi progetti di salvezza fu in realt l'intero
schieramento corleonese, capeggiato da Tot Riina. Ma il fatto che il pentito abbia posto l'accento
sul ruolo di Cal sta a significare che il movente della decisione andava cercato nella linea indicata
dai referenti romani del boss. Insomma la "ritirata strategica" di Cosa Nostra dall'affare Moro non
sembra una decisione autonoma: piuttosto il risultato di pressioni e interessi molteplici.
Due anni dopo, a uscire vincente dalla guerra di mafia fu proprio "il partito che voleva Moro morto".
E fu Cal l'ago della bilancia dei nuovi equilibri mafiosi: palermitano doc, capofamiglia di Porta
Nuova, decise che era venuto il tempo di tradire la vecchia mafia per schierarsi con i viddani, ovvero
i corleonesi di Tot Runa. E questo avr un riflesso anche sui delitti politici di Palermo. Bontate,
che voleva Moro vivo, venne invece ucciso nel settembre '81, la notte del suo quarantunesimo
compleanno, mentre era solo alla guida della sua auto. Un agguato che segn la fine di un'era e
l'inizio di un nuovo ciclo mafioso, quello di Tot Riina, culminato con le stragi di Capaci e via
D'Amelio.

I giudici di Palermo hanno chiesto ai pentiti, e in particolare a Giovanni Brusca, che per un certo
periodo tenne i rapporti tra Riina e i cugini Salvo, come mai i corleonesi nella guerra di mafia
avessero risparmiato sia i cugini di Salemi che lo stesso Lima, legati al vecchio schieramento. La
risposta fu che erano troppo preziosi per i loro rapporti con Andreotti e la possibilit di intervenire a
Roma, direttamente, su questioni di interesse mafioso. Furono salvati per tentare di instaurare
quegli agganci con la politica che i corleonesi non avevano, ma di cui la mafia non poteva fare a
meno. un altro dei tanti teoremi sostenuti dall'accusa contro Andreotti. Un teorema in parte
caduto con l'ultima sentenza: i giudici d'appello di Palermo ritengono che i corleonesi non avessero
un loro "referente" in grado di dialogare con Andreotti: Lima e i Salvo non erano affidabili e
Ciancimino non era all'altezza. E infine Andreotti non era pi disponibile: aveva capito quanto
fosse pericolosa la mafia! Falcone, negli ultimi tempi, usava ripetere una frase che stata spesso
equivocata, o forse volutamente equivocata, come spesso gli accadeva: E la mafia ora a comandare
la politica, lei che impone le regole perch pi forte. C' chi lesse in queste parole una sorta di
"assoluzione" della politica da parte del giudice. Falcone aveva invece intuito come il
coinvolgimento dei boss da parte dei poteri forti nei misteri e nelle trame di Stato avesse dato spazio
a manovre di ricatto che avevano finito per invertire i rapporti di forza, rompendo quel tacito patto
tra DC e mafia sancito nel '48.
Nel Carcere del Popolo, mentre lo Stato (e la mafia) facevano un passo indietro, allontanandolo
dalla salvezza, Moro sembrava perfettamente informato di quello che accadeva all'esterno, sapeva
che pi nulla poteva sottrarlo alla morte e che gli spazi di trattativa per la sua liberazione si erano del
tutto chiusi; in una lettera alla moglie, il 5 maggio scrive: Mia dolcissima Noretta, credo di essere
giunto all'estremo delle mie possibilit e di essere sul punto, salvo un miracolo, di chiudere questa
mia esperienza umana. Gli ultimi tentativi, per i quali mi ero ripromesso di scriverti, sono falliti [?]
Non sembra ci sia via d'uscita. Mi resta misterioso perch stata scelta questa strada rovinosa, che
condanna me e priva di un punto di riferimento e di equilibrio. Gi ora si vede che vuoi dire non
avere una persona in grado di riflettere. Questo dico senza polemica, come semplice riflessione
storica [...] pacatamente dirai a Cossiga che sono stato ucciso tre volte, per insufficiente protezione,
per rifiuto della trattativa, per la politica inconcludente, cosa che in questi giorni ha eccitato l'animo
di coloro che mi detengono.
Via Montalcini, la presunta prigione La scoperta del covo di via Gradoli avrebbe avuto, come
immediata conseguenza, il trasferimento di Moro in un'altra prigione. Questa almeno era la voce
che circolava in quei giorni e che trova riscontro nelle indagini. Questi calabresi dissero che il 18

aprile lo statista fu spostato da una prigione all'altra. Prima sarebbe stato tenuto sulla Salaria, a
Vescovio, in un covo scoperto soltanto nel 79. Poi durante la farsa del Lago della Duchessa lo
avrebbero portato alla Magliana, ancora Cazora che parla.
Le sue fonti, infatti, gli avrebbero indicato una prima prigione, successivamente identificata con un
casolare attrezzato per i sequestri di persona. Il covo fu scoperto il 21 luglio 1979 a Piani di
Vescovio, in provincia di Rieti;ma si riusc a provare soltanto che la base era frequentata da militanti
dei COCORI, i Comitati Comunisti Rivoluzionari, un gruppetto della galassia eversiva romana.
Non ben chiaro se, a dire dei "calabresi", il trasferimento fosse in qualche modo coordinato alla
duplice messinscena del 18 aprile o pi semplicemente accelerato, per timore che la prigione venisse
scoperta. Resta il fatto che, a un quarto di secolo da quei terribili giorni, ancora un mistero quale
sia stata la prigione dove lo statista rimasto per ben cinquantatr giorni. O le prigioni, se vogliamo
seguire la mappa dei sassolini disseminati lungo il percorso da seminatori ignoti, al puro scopo di
confondere le acque. Anche i giudici di Perugia esprimono il rammarico di non aver potuto scoprire
la prigione del presidente DC.
Al momento ci occuperemo della prigione presunta, quella in via Montalcini, su cui alla fine stato
"aggiustato"un pateracchio giudiziario il cui scopo era evidentemente quello di distrarre l'attenzione
dalla prigione vera. Dal punto di vista della nostra storia (che non la ricostruzione del delitto
Moro, ma dei riflessi che questo ha avuto nella vicenda processuale di Andreotti), la prigione
assume un ruolo molto importante perch, secondo Pecorelli, Dalla Chiesa l'avrebbe scoperta. E
con essa il santuario dov'era custodita una verit terribile per le sue implicazioni politiche e per la
sicurezza del paese. Un segreto "inconfessabile", che il generale forse tent, qualche mese dopo, di
utilizzare per garantirsi la sopravvivenza.
A Roma, nella zona della Magliana, in via Montalcini 8, interno 1, c' un appartamento al primo
piano con pesanti inferriate alle finestre e un giardinetto. La prigione dei misteri in quest'anonimo
palazzo della periferia romana. Nonostante le contraddizioni dei brigatisti e le molteplici, negative
testimonianze dei funzionari dell'uci GOS che avevano controllato la zona durante il sequestro, che
la prigione Moro sia questa ormai una certezza giudiziaria blindata. Ma di fatto una certezza
molto labile, visto che, quando stato finalmente individuato, l'appartamento era gi stato venduto
e ristrutturato, e con la "cella" interna era stata cancellata ogni possibile prova.
Della prigione alla Magliana si cominci a parlare nel giugno '78, un mese dopo la morte di Moro.
La signora R, che abitava al secondo piano di via Montalcini, era da molti giorni insonne e agitata.
La mattina del 9 maggio, scendendo nel garage, aveva intravisto il parafango di una vettura che le

sembr quello di una Renault rossa con a fianco due uomini. Altri segnali l'avevano convinta che
all'interno 1 si nascondessero ancora indisturbati gli assassini di Moro. Quando in televisione
apparve una Renault, con il cadavere di Moro nel bagagliaio, la donna fu colta da un sospetto che
fin per contagiare anche i vicini di casa. Fu cos che si confid con un parente, l'avvocato Mario
Martignetti, che a sua volta si rivolse a un autorevole amico, il ministro per il Mezzogiorno Remo
Gaspari, democristiano, che a sua volta ritenne opportuno informare Virginio Rognoni, da pochi
giorni subentrato ad Andreotti nell'incarico di ministro degli Interni che il presidente del Consiglio
aveva ricoperto ad interini per circa quaranta giorni. A proposito, i malvagi sostengono che tutti i
documenti raccolti dal Comitato di Crisi nei cinquantacinque giorni del sequestro Moro sparirono
proprio in questo interregno.
Il ministro Rognoni prese in considerazione la segnalazione. Questa un fondamento in effetti
l'aveva: l'appartamento era di Anna Laura Braghetti, una studentessa che all'epoca risultava
schedata come estremista di sinistra; si scoprir poi che faceva parte delle BR. Rognoni affid
all'uciGOS le indagini, ma un mese dopo and a trovarlo Dalla Chiesa, che si aggirava per le stanze
del Viminale cupo e meditabondo, soprattutto disoccupato. L'UCIGOS non aveva scoperto
granch, cos Rognoni fu fulminato da un'idea: Tempo fa c' stata una segnalazione interessante,
perch non te ne occupi tu?. una versione ufficiosa, forse data per giustificare quello strano
incarico a Dalla Chiesa che in quel momento non rivestiva alcun ruolo ufficiale, anche se di l a poco
avrebbe riottenuto le redini dell'Antiterrorismo. Naturalmente all'uciGOS, ufficio diretto da
Umberto Improta, s'infuriarono, ma sono cose che accadono nelle migliori famiglie.
Il problema che sulla zona della Magliana si erano nell'ultimo mese coagulate troppe voci
convergenti e ora si aggiungevano anche i sospetti dei vicini di casa: tutto congiurava per rendere
credibile la pista della prigione in via Montalcini. Fu cos che Dalla Chiesa all'inizio di agosto and
in quello stabile, interrog tutti gli inquilini, ma si ferm di fronte alla porta chiusa dell'incensurata
Braghetti. Gli inquilini non l'avevano pi vista: era estate, la studentessa poteva essere in vacanza,
insomma nessuno si assunse la responsabilit di abbattere l'uscio, neppure il generale. Strano,
perch i controlli non avevano risparmiato privati cittadini, meno sospettabili di Anna Laura. Alla
fine di settembre, l'indagine fu conclusa con un rapporto che venne misteriosamente retrodatato alla
fine di agosto: Nulla di sospetto in via Montalcini. E il generale riebbe la nomina di capo
dell'Antiterrorismo.
Il 4 ottobre, Anna Laura Braghetti fece fagotto, smantellando la prigione, se mai c'era stata. In ogni
caso pannelli insonorizzati, telecamere, video a circuito interno e quant'altro facesse parte della

"struttura" non sono stati mai pi trovati. Quando arriv il camion dei traslochi, un inquilino
telefon all'uciGOS per dare l'allarme. Spiacente, non siamo pi noi a occuparci dell'indagine,
rispose piccata una funzionaria.
Moretti, il capo delle "vere" BR Di via Montalcini nessuno pi si occup per almeno un paio d'anni.
L'appartamento fu venduto e nell'82 quando Imposimato, condotto l da Valerio Morucci, suon
finalmente quel campanello, trov all'interno soltanto due anziane signore che avevano
completamente ristrutturato l'immobile. Morucci, il postino delle BR, che fino a quel momento
aveva detto di ignorare dove il commando avesse portato Moro dopo l'agguato in via Fani,
improvvisamente fu in grado di offrire un'indicazione precisissima. Di tutta questa storia non
restavano che un paio di rapporti di polizia e la certezza che l'appartamento fosse appartenuto ad
Anna Laura Braghetti. Nessuno dei vicini aveva mai incontrato Prospero Gallinari, indicato come il
carceriere fisso dello statista, e neppure Moretti. Il primo non sarebbe mai uscito dall'alloggio
durante i cinquantacinque giorni, l'altro raccont di essere andato in via Montalcini quasi ogni
giorno: Ma entravo in ore in cui nessuno poteva incontrarmi. Quali prove abbiamo oltre ai
sospetti degli inquilini e alla parola dei dissociati? Nessuna, in verit. Se non che nella sua
autobiografia, affidata alla penna di due giornaliste, Carla Mosca e Rossana Rossanda, Moretti
fornir una versione inedita della pagina pi tragica del sequestro Moro assumendosi la paternit
dell'esecuzione: Sono stato io a sparargli, ha detto scagionando definitivamente Prospero
Gallinari.
Il capo delle Brigate Rosse ha confessato "privatamente" quello che non aveva mai voluto raccontare
ai magistrati, ovvero l'intera sequenza dell'omicidio Moro, a suo dire avvenuto nel garage di via
Montalcini. Fino a quel momento, ben quattro processi si erano basati sul teorema che l'esecutore
materiale fosse Prospero Gallinari, il migliore dei possibili killer, il pi autentico dei brigatisti
storici, il pi adatto al copione di un rapimento interamente gestito dalle BR. Moretti raccont di
aver sparato quando Moro era gi sdraiato nel bagagliaio della Renault rossa, alla presenza dei soli
Gallinari e di un terzo brigatista che pi avanti si riveler essere Germano Maccari. Neppure a un
professionista del crimine o a un delinquente abituale sarebbe stato facile sparare a sangue freddo a
un uomo con il quale si era condivisa un'esperienza tanto drammatica: era stato proprio Moretti a
raccontare di essere stato l'unico interlocutore del presidente DC durante i cinquantacinque giorni.
La cupa scenografia del delitto che ci ha consegnato il capo delle BR per tanti motivi non
considerata veritiera: i periti hanno sempre affermato che a infliggere il colpo di grazia era stato un
secondo sparatore. Moretti afferma invece di aver cambiato arma, passando dalla mitraglietta

Scorpion a una pistola calibro 9 lunga. E dice, particolare importante, che tutte e due le armi erano
munite di silenziatore. La Braghetti, chiamata in seguito a confermare la versione, ha fornito altri
dettagli: Io non sono scesa nel garage, ma ho sentito distintamente sparare un paio di colpi d'arma
da fuoco, mentre ero in casa. Come poteva Anna Laura Braghetti udire i due colpi di pistola,
mentre si trovava nell'appartamento al piano superiore, se le armi erano state silenziate? La
brigatista in realt stata costretta ad attenersi al risultato della successiva perizia, secondo la quale
due dei nove colpi erano stati sparati senza silenziatore. Il rischio delle rivelazioni postume, quando
troppi dettagli sono noti, che qualche volta il rammendo rivela che si tratta di verit concordate.
Le perizie affermano anche che Moro sarebbe stato ucciso in un'ora successiva a quella indicata
dalle BR, ed era in piedi, non sdraiato all'interno della Renault. Moretti, il capo "visibile" delle vere
BR, potrebbe essere stato costretto a coprire, nel tragico epilogo, un compagno di cordata di quel
"partito invisibile" la cui ombra affiora costantemente soprattutto nell'ultima fase del sequestro.
Ma chi ha deciso che Moro doveva morire? Anche a questa scelta Moretti, che si presentava alle
riunioni con i comunicati gi scritti, afferma di essere approdato da solo. Dice Valerio Morucci: Se
il 30 aprile, quando si riun il Comitato in Toscana, la telefonata non era ancora stata fatta [quella
che annunciava l'avvenuta sentenza di morte], allora vuole dire che stata presa dal Comitato. I
brigatisti della Direzione Strategica si erano limitati a ratificare una decisione che veniva presentata
dal capo delle BR come l'unica possibile, bench Morucci e Faranda si fossero dichiarati contrari
all'esecuzione e all'esterno i leader dell'autonomia capeggiassero la rivolta nelle assemblee per
scongiurare il delitto. Da chi prendeva ordini Moretti? Non ho mai pensato che il capo delle BR
fosse un infiltrato, un avventuriero e tantomeno un imbecille. Era solo il capo delle "vere" Brigate
Rosse, cadute in una trappola alla quale non erano riuscite a sfuggire. E forse questa trappola si
chiamava Hyperion.
Il "quarto uomo" Sul citofono di via Montalcini compariva, accanto al nome della Braghetti, anche
quello dell'ingegner Altobelli. Per anni, attorno alla misteriosa identit del coinquilino si andata
costruendo la leggenda del "quarto uomo", dietro il quale si celava quel misterioso personaggio di
cultura e preparazione superiori che avrebbe condotto l'interrogatorio di Aldo Moro. All'inizio degli
anni Novanta, grazie alla testimonianza di Adriana Faranda, si scopr che Altobelli era in realt
Germano Maccari, un nome fino a quel momento rimasto nell'ombra. All'inarca nello stesso
periodo, Moretti, nell'autobiografia, associ Maccari alla fase esecutiva del delitto Moro: era lui
l'altro uomo che, senza sparare, aveva presenziato alla fucilazione dello statista; poi in compagnia di
Moretti si era accodato al corteo funebre diretto dalla Magliana a via Caetani.

A dire la verit, la biografia di Maccari, non esattamente quella di un brigatista doc: borgataro, al
momento dell'arresto viveva di espedienti. In anni giovanili aveva bazzicato ambienti estremisti, ma
non risulta abbia mai fatto parte organicamente delle BR. Molto probabilmente era un amico della
Braghetti e per un certo periodo aveva condiviso con lei l'appartamento assumendosi anche l'onere
del contratto della luce: la perizia calligrafica risult positiva. Dir subito, per sgomberare il campo
dagli equivoci, quello che penso: Maccari era certamente il signor Altobelli, ma non il quarto uomo.
Risulta che via Montalcini, non molto tempo prima del sequestro Moro, fosse una delle tante case
dell'autonomia romana frequentate dai "compagni" del movimento. Erano in molti a partecipare
alle riunioni che ogni tanto si facevano l, ma anche ad andarvi a cena per una pizza in compagnia.
Molto probabilmente Maccari ci abit per qualche tempo: ma proprio questa circostanza rende
molto difficile credere che Moro possa essere stato tenuto prigioniero in un ambiente come questo,
noto a moltissimi. Anche il giudice Rosario Priore di recente ha avanzato dei dubbi sul fatto che via
Montalcini fosse la vera prigione: Bisogna riesaminare l'autopsia di Moro. Gli esami peritali hanno
escluso che il presidente DC possa aver alloggiato in un luogo tanto angusto per cinquantacinque
giorni, come quella cella due metri per due di cui ha parlato la Braghetti. Il prigioniero, certamente,
aveva a disposizione uno spazio abbastanza ampio da stare in piedi e camminare: i suoi muscoli
erano in stato soddisfacente, il suo aspetto curato, come quello di chi ha la possibilit di fare una
doccia.
Del resto, molto confuse sono state le testimonianze dei tre brigatisti anche sull'arrivo di Moro in
via Montalcini; il quarto, Gallinari, per fortuna non ha mai parlato. Secondo Moretti, sarebbe stata
addirittura la Braghetti da sola a caricare in auto la cassa con l'ostaggio e a guidare fino a casa. Lei,
poveretta, smentisce: dice di aver pazientemente atteso i compagni, seguendo l'esito del rapimento
in televisione, e di essere andata loro incontro quando ha sentito arrivare la macchina. Per primo
sarebbe sceso Maccari, il quale sostiene invece di essere arrivato da solo, a piedi.
Anche Pecorelli sentiva puzza di bruciato nella storia del quarto uomo e, anche se all'epoca a
nessuno era ancora venuto in mente di indicare Maccari, qualcuno ne aveva gi fatto l'identikit:
Un'equipe di esperti ha analizzato il testo del messaggio consegnato dalle BR. L'autore dello scritto
un italiano, scriveva Mino il 28 marzo 1978, l'uomo, probabilmente il cervello delle BR, di
intelligenza e di conoscenze superiori alla media, estremamente lucido nel pensare come nell'agire.
Confrontato con alcuni testi prodotti da Renato Curcio, il messaggio dei rapitori di Aldo Moro
presenta un linguaggio pi evoluto, consapevole di pi ampi scenari politici, economici e militari.
Una delle sue solite azzeccate premonizioni. Poco tempo dopo, quando cominciarono a circolare i

nomi di Patrizio Peci e Alvaro Loiacono, il quale, a quanto pare, era in effetti in via Fani anche se
all'epoca aveva poco pi di diciotto anni, Pecorelli, con il suo tipico sarcasmo, scriveva: Cultura
superiore, quoziente intellettuale altissimo, estrazione medio borghese, tale da far presumere
trattarsi del vero cervello delle BR, et presumibile: diciotto anni.
Sull'equivoco iniziale, Altobelli - cervello delle Brigate Rosse - si era giocato troppo a lungo e per
una mirabile geometria delle rivelazioni, lo stesso giorno in cui il pentito Morabito, nel '92, disse
che in via Fani c'era il boss Nirta, l'ex brigatista Adriana Faranda, pur con qualche rimorso, fece
finalmente il nome dell'ex militante dei FAC, un gruppo terroristico minore. Il povero Maccari
all'inizio ha negato ogni coinvolgimento, poi improvvisamente ha accettato di calarsi nei panni del
"quarto uomo", anche se non sempre la sua interpretazione risultata convincente. Fin quando, nel
2002, un infarto lo ha stroncato di notte, in una cella di Rebibbia dove dormiva da solo, un paio di
mesi dopo la conferma della condanna a ventisei anni di reclusione che lo avrebbe tenuto in carcere
per molto tempo. I giudici non avevano considerato il suo "tardivo" pentimento di tale rilevanza da
concedergli pi sostanziosi sconti di pena; le cose che aveva raccontato non aggiungevano nulla a
quanto gi detto da altri collaboratori. Se Maccari aveva ricevuto delle promesse, queste non erano
state mantenute. morto portando con s il suo segreto, se mai ne ha avuto uno.
Decreto Nomine Qual stato il vero ruolo di Dalla Chiesa in questa vicenda? Il suo comportamento
in quel periodo un vero rebus. Il rapporto con il quale archivi l'indagine su via Montalcini era
datato alla fine d'agosto, in coincidenza con la nomina che lo reintegrava a capo dell'Antiterrorismo.
Ma uomini della sua squadra continuarono a interrogare gli inquilini anche nei primi giorni di
settembre. Scriveva Pecorelli che Dalla Chiesa applicava il principio meglio la gallina domani, che
l'uovo oggi: preferiva non intervenire subito, per fare poi un colpo pi grosso. Ma in via Montalcini
la gallina domani non funzion e la Braghetti fu libera di traslocare, nonostante le telefonate dei
suoi sospettosi condomini. L'unica spiegazione che Dalla Chiesa sia intervenuto non per scoprire
il covo, ma per mettere tutto a tacere. Lui sapeva benissimo che la vera prigione di Moro era
un'altra, e non sarebbe mai stata trovata. Quella base alla Magliana poteva anche essere "congelata"
a futura memoria! Nel luglio 78 la Braghetti non ci viveva gi pi; ma davvero si pu immaginare
che nessuno dei tanti spioni dei vari apparati, che si sono affollati attorno a quell'appartamento,
abbia sentito la curiosit di fare una capatina all'interno? La verit che non c'era niente di
interessante: anzi, se avessero fatto irruzione sarebbe sfumata la possibilit di offrire una soluzione
postuma al problema della prigione, visto che era "impossibile" scoprire quella vera. Che Anna
Laura facesse pure il suo trasloco! E torna alla mente l'appunto trovato sul block-notes di Pecorelli:

Dalla Chiesa, Senato, Decreto Nomine firmato dal 318 [...]. Cose grosse si muovono nel campo
delle Brigate!. Il 31 agosto, la stessa data del rapporto su via Montalcini... Anche al giornalista
riusciva difficile raccapezzarsi. In quella situazione caotica, Dalla Chiesa, diavolo di un uomo, era
tornato a capo dell'Antiterrorismo. Come aveva fatto? Il mancato blitz, la mafia e i servizi Le
indagini attorno alla presunta prigione di via Montalcini si svilupparono dunque nell'arco di tre
mesi, tra l'inizio di luglio e la fine di settembre del 78; la scoperta del covo di via Montenevoso a
Milano avvenne invece nella prima settimana di ottobre. Ed l che Dalla Chiesa trov le "carte
segrete". Se ci addentriamo nei meandri di questa ricostruzione, alla quale mostrano di credere i
giudici di Perugia, ci rendiamo conto che il ritrovamento del Memoriale era l'ultimo anello di una
lunga serie di intrighi di cui il generale era ormai depositario. Forse per questo molte delle sue
azioni appaiono incomprensibili all'esterno. Dalla Chiesa si era reso conto che era in gioco il suo
onore, forse anche la sua pelle, mentre la sicurezza dello Stato doveva apparirgli sull'orlo dell'abisso.
Anche se dopo via Montalcini si era illuso di poter vincere il nemico scendendo a patti con esso,
un'illusione che lo ha accompagnato fino alla morte. Una morte annunciata da Pecorelli,che aveva
previsto il "suicidio" del generale Amen senza sapere che lo avrebbe preceduto nella sua tragica
sorte.
Dalla Chiesa aveva chiuso i suoi segreti in una cassaforte mentre il giornalista andava spifferandoli
ai quattro venti: il gioco si era fatto insostenibile. In questo capitolo cercheremo di gettare qualche
luce sugli ultimi segreti del rapimento Moro, a partire da quel blitz che avrebbe dovuto consentire la
salvezza dello statista con un atto di forza senza dover trattare con i terroristi; un blitz che Dalla
Chiesa era pronto a compiere, stando a quello che afferma Pecorelli. Appena due anni dopo, del
resto, il generale americano James Lee Dozier fu liberato dai NOCS senza troppi problemi. Ma, nel
caso di Moro, chi si oppose e per quali motivi? Nell'ultima fase del sequestro, dopo il 18 aprile,
s'intravede la scesa in campo dei servizi segreti. E negli ultimi tre giorni circol anche
insistentemente la voce che le Brigate Rosse, sotto assedio, non fossero pi in grado di gestire
l'ostaggio e l'avessero ceduto alla malavita organizzata e che la trattativa fosse passata dal piano
politico a quello economico. stato proprio Andreotti a confermare di recente, nel venticinquesimo
anniversario di via Fani, che il Vaticano era pronto a pagare il riscatto. Non una storia nuova:
all'epoca si parl di cinque miliardi. Il senatore, recentemente, ha invece rivelato che si trattava di
cinquanta miliardi, e a quel che si riusciti a capire avrebbe dovuto consegnarli padre Enrico Zucca,
uno dei nomi che compaiono nella misteriosa struttura Anello. Padre Zucca sempre stato uomo di
intelligence: alla fine della guerra trafug la salma di Mussolini.

La vedova di Moro disse di aver parlato personalmente con il pontefice, da tempo amico del marito:
Mi disse che avrebbe fatto l'impossibile, e so che lo fece, ma trov notevoli opposizioni. All'inizio
sembr che si potesse fare qualcosa, poi improvvisamente... non so chi intervenne e ogni iniziativa si
blocc. Paolo VI giunse a scrivere una lettera agli uomini delle Brigate Rosse, chiese in
ginocchio di lasciare libero Aldo Moro, quel suo amico buono e giusto. Ma qualcuno sugger al
papa di aggiungere due parole alla fine della lettera: senza condizioni. E cos il suo intervento fu
vanificato, si tramut in un inutile appello. Il 9 maggio a Paolo VI non rest che recitare la
preghiera finale: Ed ora le nostre labbra, chiuse come dalla grossa pietra rotolata all'ingresso del
sepolcro di Cristo, vogliono aprirsi per esprimere il De Profundis, il grido cio e il pianto
dell'ineffabile dolore con cui la tragedia presente soffoca la nostra voce.
L'ombra del ricatto della criminalit organizzata compare in questa fase e influir pesantemente
negli anni successivi sulla vita politica italiana. Come peser la mancata salvezza di Moro all'interno
della DC. Nulla in Italia sar pi come prima.
Gli ultimi tre giorni Far ricadere l'intera responsabilit del sequestro sulla manovalanza brigatista
consentiva di eliminare Moro dalla scena politica senza che venisse pagato un prezzo troppo alto dal
paese. Pecorelli aveva intuito che nella fase finale, forse gli ultimi tre giorni, gli oscuri manovratori
del sequestro avevano nuovamente messo in moto la malavita organizzata: Moro pu ancora
tornare... se la mafia non c'entra, scriveva. Poi, quando il governo a cose fatte decise di riaffidare
l'incarico al generale, Mino, superato il primo stupore, comment: Era noto a molti che Dalla
Chiesa aveva conservato canali privilegiati, informazioni e contatti avviati a suo tempo. Perch non
lo si chiamato dopo la strage di via Fani, quando Moro era ancora vivo nelle mani delle BR? Prima
di rivolgersi all'Arma dei Carabinieri, prima di unificare nelle mani di un tecnico
dell'Antiterrorismo, hanno preferito attendere che l'uva fosse matura e si compisse il peggio.
Il giornalista considerava un bluff tardivo il reincarico a Dalla Chiesa, perch cos si continuava a
eludere il movente "politico": nessuno era davvero interessato a capire "perch" Moro era stato
rapito e ucciso.
Si limitano a correre dietro alle pistole cecoslovacche, alle borse tedesche, ai berretti
dell'Aeronautica, alle targhe diplomatiche e a tutti gli altri sassolini che Puccettino vorr
disseminare [...]. Perch non si vuole che indagando sul passato di Moro si scoperchi una pentola il
cui contenuto potrebbe scottare la classe dirigente.
Il reincarico a Dalla Chiesa era stato accettato solo a patto che esso escluda la pista politica e
correndo dietro alle borse, ai berretti e agli appartamenti permetter di mettere al fresco molta

manovalanza, lasciando dormire sonni tranquilli ai politici che contano nel nostro paese e fuori. Ma
allora perch non affidare le indagini al commissario di quartiere? Quanto ai manovali del
terrorismo, non c'era troppo da preoccuparsi: Interverr l'amnistia che tutto verr a lavare e a
obliare. Un'altra premonizione, che il tempo ha confermato.
E quando negli ultimi giorni del sequestro, gir la voce che il prigioniero fosse stato consegnato alla
malavita dalle BR, nel numero in edicola il 9 maggio 1978, proprio il giorno in cui Moro fu ucciso,
Pecorelli affermava: E misterioso quello che potrebbe essere accaduto in questa fase. [...] Si dice
anche questo, che i malavitosi, i NAP, avrebbero voluto cedere il prigioniero per alcuni miliardi. I
NAP, Nuclei Armati Proletari, erano una formazione terroristica minore operante a Napoli,
fortemente infiltrata dalla camorra. Era stato il "lucido manovratore" a spostare l'attenzione, nelle
ultime ore, sull'ipotesi di una trattativa non pi politica con le BR, ma di denaro con la malavita
organizzata? Certo, Cossiga reag nel modo pi drammatico alla notizia che Moro era stato ucciso e
che il suo corpo si trovava in via Fani: la sua fu autentica disperazione, incanut di colpo e alcuni
testimoni gli attribuiscono una frase che non ha poi mai spiegato fino in fondo: Mi avevano
assicurato che lo avrebbero liberato. Ma chilo doveva liberare? Negli ultimi giorni era sceso in
campo un mediatore abile, enigmatico e dal nome altisonante; ma la trattativa fall quando ormai
Moro stava per essere liberato, perch qualcuno aveva tradito i patti. Ne parleremo nelle pagine
successive.
L'Ufficio R in via Fo L'UCIGOS nei NAP aveva un informatore, nome in codice "Cardinale". Il 28
marzo, dodici giorni dopo il rapimento, Cardinale aveva inviato la seguente informativa: Teodoro
Spadaccini, anni trentacinque circa, pregiudicato, certo Gianni che lavora al Poligrafico, auto FIAT
126 targata Roma S04929, certo Vittorio, anni venticinque-trenta, auto AMI 8 targata Roma
F74048, Proietti Rino, attacchino del comune di Roma: tutti abitano nella zona della Prenestina e
frequentano la Casa della studentessa.
Furono disposte indagini, ma il rapporto arriv al dottor Luigi Fariello, capo dell'UClGOS,
soltanto il 19 aprile, quando l'ufficio era sottosopra a causa della simultanea scoperta di via Gradoli
e della messinscena della Duchessa. L'informatore dei NAP aveva dato un'indicazione preziosa: fin
dai primi accertamenti risult che le persone indicate da Cardinale frequentavano una tipografia di
via Pio Fo. Ma per una serie di dannatissimi ritardi la polizia arriv a quest'indirizzo soltanto il 17
maggio, una settimana dopo l'uccisione di Moro: soltanto allora scopr che proprio li le Brigate
Rosse stampavano i loro Comunicati. Scriveva Pecorelli, proprio sull'ultimo numero di OP, sotto
il titolo "Aldo Moro un anno dopo": La tipografia di via Pio Fo era conosciuta dagli investigatori

prima di marzo, lo rivela il questore in una conversazione non ufficiale con i giornalisti: l i brigatisti
manovravano con macchine offset, inchiostro e carta. Perch non si intervenne?.
Ma c'erano ben altri misteri in via Fo. Ad esempio la tipografia era dotata di macchinari che
risultarono provenire da apparati dello Stato. La stampatrice, una Ab Dik 360, valore di mercato
dieci milioni, cifra considerevole per l'epoca, risultava di propriet del RUS (Raggruppamenti Unit
Speciali), una struttura i cui uomini venivano addestrati a Capo Marrargiu, la base segreta di
Gladio. Interrogato dalla Commissione Moro, su quali fossero i compiti del RUS, il capo del SISMI
Giuseppe Santovito forn una spiegazione rassicurante: L'ufficio RUS non ha niente di speciale,
addestra personale di leva, autisti, marconisti, per questo si chiamano unit speciali. Quella
macchina era fuori uso e venduta come rottame, sappiamo tutto: chi se n' disfatto, chi l'ha venduta,
chi l'ha comprata, chi l'ha rimessa in ordine. Il colonnello Federico Appel, dell'Ufficio R, fu infatti
accusato di peculato per aver venduto al cognato, a 30.000 lire la stampatrice da 10 milioni poi finita
alle BR: il "rottame" aveva soltanto un anno di vita. Le indagini non ebbero seguito perch nel
frattempo il povero Appel pass a miglior vita, e la vicenda si concluse per morte del reo.
Un'epidemia, in quegli anni, stroncava prematuramente i migliori uomini della nostra intelligence.
Parliamo dunque dell'Ufficio R, misteriosa struttura il cui nome ricorre spesso nella vicenda che
stiamo raccontando. A riferirne per primo alla Commissione Stragi fu l'ex para Umberto Ravasio,
che raccont di aver fatto parte di una squadra di sei persone addestrata ad entrare in azione in caso
di gravi disordini di piazza, capace di disattivare i centri di telecomunicazione in tutt'Italia in
brevissimo tempo e di compiere attentati anche all'estero. La sua squadra faceva capo proprio
all'Ufficio R del SISMI, una struttura di quattrocento persone, che dipendeva dall'Ufficio Controllo
e Sicurezza.
La squadra di Ravasio ha tutte le caratteristiche di un'"unit speciale" di Gladio. Ogni cellula di
gladiatori era infatti formata da sei persone. E dal luglio '77, data della riforma dei servizi segreti,
l'ufficio Controllo e Sicurezza era diretto dal generale Musumeci, lo stesso che aveva mandato in via
Fani il colonnello Guglielmi. Il colonnello era uscito molto provato, a quel che sappiamo, da quella
vicenda, cos attiv la squadra di Ravasio alla ricerca della prigione Moro. Disse l'ex para che tra gli
infiltrati nelle BR, c'era anche tal Mauro B., un vigile del fuoco che lavorava all'aeroporto di
Fiumicino e che si era fatto vivo affermando di aver saputo che Moro si trovava in un casale poco
distante dal mare, messo a disposizione dalla Banda della Magliana. La squadra di Rambo sarebbe
riuscita a localizzare la prigione nella zona Aurelio-Boccea. Ma quando la notizia fu riferita "pi in
alto" sembra abbia provocato reazioni violentissime all'interno del SISMI e, sempre a quanto

racconta Ravasio, la squadra sarebbe stata immediatamente sciolta proprio per impedire che
proseguisse l'indagine. Musumeci assicur che sarebbe intervenuto personalmente, ma a questo
punto il racconto del para finisce perch non ha mai pi saputo niente dell'operazione.
Di un piano di attacco per la liberazione di Moro, proprio nella zona Aurelio-Boccea, si parl in
varie occasioni. L'episodio ha un autorevole testimone nell'ex capo dello Stato Francesco Cossiga.
Nel '91, quando era ancora presidente della Repubblica, nel corso di una delle sue esternazioni,
mentre si trovava a La Spezia, rivel che a un certo punto era sembrata imminente la liberazione di
Moro e che era stato allertato il Reparto Incursori della Marina. (Di questa vicenda restano agli atti
solo alcuni fax spediti dal Ministero della Difesa, mentre non ce n' traccia al Viminale. La cosa non
deve stupire perch tutte le carte relative ai cinquantacinque giorni del sequestro risultano
scomparse). Fu in quell'occasione che Cossiga rivel che erano stati elaborati due piani, "Mike" e
"Victor": "Mike" in caso di morte del prigioniero; "Victor", in caso di liberazione. In previsione di
questa seconda ipotesi, il reparto medico degli Incursori della Marina avrebbe avuto il compito di
trasferire immediatamente Moro in un centro clinico, prima di ogni contatto con i familiari e i
colleghi di partito. Proprio come accadr tre anni dopo all'assessore Ciro Cirillo.
Della presunta irruzione e della possibilit di intervento del Reparto Incursori della Marina, agli
atti c' un solo accenno del dirigente dei NOCS, i nuclei speciali antiterrorismo della Polizia di
Stato, Pasquale Schiavone,che raccont di una riunione al ministero della Marina alla quale aveva
incontrato anche Dalla Chiesa. A che titolo era l il generale, dal momento che non ricopriva ancora
alcun incarico ufficiale? Il sospetto, rimasto nel cassetto, che fosse presente proprio perch era
stato lui a indicare il luogo dove Moro era detenuto. Anche il sottosegretario Francesco Mazzola
accenna a questa riunione nel libro Il giorno del diluvio, che in chiave fantastica racconta molti
retroscena del sequestro BR: nella sua storia l'irruzione fallisce perch si sa che Moro era gi stato
trasferito in un'altra prigione.
Pecorelli in quei giorni manda dal suo OP pericolosi messaggi: S, la trattativa c' stata come per
i feddayn, Cossiga sa tutto e non parla, non parler mai, altrimenti.... E il 10 maggio 1978,
all'indomani dell'uccisione di Moro, scriveva: Cossiga rimosso e forse promosso. Mino alludeva al
fatto che l'aver dato le dimissioni da ministro dell'Interno non poneva fine alla sua carriera politica,
che in effetti poi arrivata al massimo vertice: la nomina a capo dello Stato. Sulla vicenda della
mancata irruzione nel covo mai individuato e sul dossier consegnato da Pierluigi Ravasio
all'onorevole Cipriani, la Commissione Stragi oppose il segreto di Stato. In seguito, convocato dai
magistrati, l'ex para del RUS rispose solo in parte alle domande del PM Luigi De Ficky, che riusc

per ad aggirare l'ostacolo convocando gli altri cinque che facevano parte della sua squadra. Alcuni
rifiutarono di rispondere, ma un paio confermarono di aver fatto parte di un'unit speciale
"antiguerriglia" addestrata a Capo Marrargiu. Dal racconto di Ravasio per la prima volta emergono
due componenti interne alla gestione del sequestro Moro: Gladio e la Banda della Magliana.
Pecorelli sosteneva che, dopo la conclusione del rapimento, le "vere Brigate" apparivano molto
ridimensionate rispetto alla geometrica potenza dimostrata in via Fani; sembravano anzi essersi
volatilizzate: Tanto prodighe di documenti e volantini seminati dal 16 marzo al 9 maggio, in quasi
tutte le cabine telefoniche della capitale, cos arroganti e intemerate da sfidare severi posti di blocco,
disposti da Cossiga, pur di recapitare a mano ogni lettera dello statista rapito, quanto prudenti e
mute sono ora che almeno formalmente ogni allarme sembra cessato. Forse polizia e magistratura
negli ultimi mesi hanno fatto qualche sostanziale passo avanti, o forse non avendo pi Moro nelle
loro mani i terroristi sanno di correre pi rischi di ieri.
Non aveva torto. Solo dopo il 9 maggio la polizia cominci finalmente a scoprire i covi e ad arrestare
i brigatisti: ma fu soprattutto nell'autunno successivo, quando Dalla Chiesa riprese il comando
dell'Antiterrorismo, che furono assestati i colpi pi importanti. Pecorelli torna all'attacco contro
Andreotti, anche se indirettamente, quale responsabile della distruzione dei servizi segreti
additando l'anomala situazione che ha permesso ad un potere politico deviante di utilizzare i servizi
di sicurezza e dissociarsi quando lo ha ritenuto opportuno. Dissociarsi e sconfessarlo, quando un
servizio segreto non ha inteso allinearsi ai perfidi giochi politici a danno della Nazione.
"Vergogna buffoni" La sentenza di Perugia cita l'editoriale "Vergogna Buffoni" che Pecorelli aveva
scritto due mesi prima di morire, sul numero in edicola il 16 gennaio '79, asserendo che la fonte delle
informazioni contenute nell'articolo non poteva che essere Dalla Chiesa. Un paio di giorni prima i
due si erano infatti recati nel carcere di Cuneo e avevano incontrato Incandela. "Vergogna buffoni",
il titolo di una paginetta che raccoglie notizie inedite e minacciosi messaggi ai "veri" responsabili
del rapimento (che dovettero trarne la fondata convinzione che il giornalista sapesse molto pi di
quanto non scriveva). L'articolo, di cui solitamente vengono citati brevi stralci, il bilancio di un
anno di crisi e di violenza: le rivelazioni sono nell'ultima parte, che riportiamo per intero. Lo stile
meno curato del solito, la punteggiatura disordinata, come se a un certo punto, preso dall'emozione,
il giornalista non riuscisse pi a custodire segreti troppo pesanti. Torna al nodo della trattativa
tradita, del patto violato all'ultimo minuto, con una "descrizione" dell'atto finale molto diversa da
quella che ne ha fornito Moretti nell'autobiografia, se non in un punto: anche Pecorelli sapeva che
era stato lui a eseguire la "sentenza", ma non in via Montalcini. Ma sapeva anche che non aveva fatto

tutto da solo. Ecco il testo: quasi uno sfogo, per quanto irruento e disordinato. Per i giudici
rappresenta una delle prove dell'intreccio Pecorelli-Dalla Chiesa, svelato da Buscetta: Perch
Cossiga era sicuro crediamo (?) che Moro sarebbe stato liberato e forse la mattina in cui stato
ucciso era insieme agli altri notabili DC a piazza del Ges in attesa che arrivasse la comunicazione
che Moro era libero. Moro invece stato ucciso in macchina. A questo punto, vogliamo fare anche
noi un po' di fantapolitica, le trattative con le Brigate Rosse ci sarebbero state come per i feddayn.
Qualcuno per non ha mantenuto i patti. Moro, sempre secondo le trattative doveva uscire vivo dal
covo al centro di Roma? Presso un comitato? Presso un santuario? I carabinieri (?) avrebbero dovuto
riscontrare che Moro era vivo e lasciarlo andar via con la macchina rossa. Poi qualcuno avrebbe
giocato al rialzo, una cifra inaccettabile perch si voleva comunque l'anticomunista Moro morto. E
le BR avrebbero ucciso il presidente della DC in macchina, al centro di Roma con tutti i rischi che
un'operazione del genere comporta. Ma di questo non parleremo. Non diremo che il legionario si
chiamava De e il macellaio Maurizio.
giudici di Perugia, nelle motivazioni della sentenza, danno molto valore al fatto che Pecorelli fosse a
conoscenza del nome di battaglia di Ma rio Moretti, ovvero Maurizio, cosa all'epoca sconosciuta
anche alle forze dell'ordine. Questo dettaglio, assolutamente riservato, conferma la veridicit delle
altre informazioni contenute in "Vergogna buffoni", alcune del le quali restano incomprensibili,
mentre altre hanno trovato conferma nel le indagini.
legionario che ha partecipato all'uccisione di Moro (forse infliggendo gli ultimi due colpi con la
pistola Nagant, senza silenziatore) quel Giustino De Vuono che alcuni testimoni hanno gi
indicato come presente in via Fani: se fosse vero, vorrebbe dire che la 'ndrangheta ha partecipato
anche nella fase finale. Ma "Vergogna buffoni" contiene anche altre riflessioni non meno
interessanti: La violenza politica ha raggiunto il suo apice con l'uccisione di Aldo Moro. Aldo Moro
che pensava di essere liberato dalle Brigate Rosse e che temeva di rimanere ferito in un conflitto a
fuoco tra i carabinieri e i suoi carcerieri, come ha pubblicato Panorama in un articolo non firmato,
notizia che avrebbe attinto dai documenti sequestrati nel "covo" del brigatista (?) Alunni. Notizia
che viceversa dal Memoriale del ministero degli Interni non risulta.
Ancora riferimenti a parti scomparse e mai recuperate del Memoriale. Neppure nella versione del
'90 c' traccia di questi timori dello statista. Il paragrafo successivo ancora pi denso di allusioni:
Torneremo a parlare di questo argomento, del furgone, dei piloti, del giovane dal giubbetto azzurro
visto in via Fani, del rullino fotografico, del garage compiacente che ha ospitato le macchine servite
per l'operazione, del prete contattato dalle BR, dell'intempestiva lettera di Paolo, del passo carrabile

al centro di Roma, degli sciacalli che hanno giocato al rialzo, dei partiti politici che si sono arrogati
il diritto di parlare in nome del Parlamento, dei presunti Memoriali, degli articoli redazionali
cervellotici scritti in funzione del fatto che lo stesso Moro, che avrebbe intuito che i carabinieri
potevano intervenire, aveva paura di restare ferito. Parleremo di Steve Pieczenik rientrato in
America prima che Moro venisse ucciso, ha riferito al Congresso che le disposizioni date da Cossiga
in merito alla vicenda Moro erano quanto di meglio si potesse fare.
Ancora oggi non sappiamo chi fosse il giovane dal giubbetto azzurro; ma c' un altro passaggio
sibillino, quello sul passo carrabile al centro di Roma, cui dedicher altre pungenti note. Quel
passo carrabile sarebbe stato finalmente individuato e fa parte degli ultimi misteri scoperti in questi
anni.
caso Viglione Sulla vicenda della mancata irruzione, avvenuta proprio negli ultimi giorni del
sequestro, si registra un'altra straordinaria fantastoria che nessuna inchiesta ha mai chiarito fino in
fondo, neppure il processo di Perugia. Nell'autunno 78, le cronache dei giornali titolavano a tutta
pagina i retroscena del caso Viglione. Giancarlo Viglione era un giornalista di Radio Montecarlo,
finito in carcere con l'accusa di depistaggio a scopo di lucro nell'ambito delle indagini sul sequestro
Moro. Viglione apparteneva allo stesso ambiente di Pecorelli: aveva collaborato al Settimanale,
aveva intervistato Stefano Delle Ghiaie a Madrid, era insomma un giornalista navigato e bene
informato. Il 6 maggio, giorno dell'ultimo comunicato delle BR, Viglione aveva chiesto un incontro
a Flaminio Piccoli, dicendo di essere stato contattato da un emissario delle BR che gli aveva
proposto d'intervistare Moro nel Carcere del Popolo. Il senatore, emozionatissimo, lo invit a
caldeggiare l'incontro, dicendosi perfino disposto a seguirlo nel covo. Ma l'emissario alla fine si
dilegu.
solo l'inizio di una vicenda del tutto surreale, che tuttavia impegn per mesi esponenti DC, il
ministro degli Interni Rognoni, i generali Dalla Chiesa e Ferrara. La magistratura fu informata
dell'accaduto solo mesi dopo e al PM Sica, in autunno, Viglione raccont soltanto una parte della
storia. Il magistrato ne ricav il forte sospetto che questa versione fosse di comodo e che tutte le
persone coinvolte nel complotto investigativo fossero a conoscenza di ben altri fatti. Tra i politici,
oltre Piccoli, c'erano personaggi di primo piano della DC: dal senatore Vittorio Cervone, molto
amico di Moro, a Oscar Luigi Scalfaro che sarebbe divenuto presidente della Repubblica nel '92.
Anche persone appartenenti al comitato di crisi del Viminale, come il criminologo Franco
Ferracuti, alla fine confessarono di esserne stati informati.
Qualche tempo dopo la morte dello statista, Viglione torn dai suoi interlocutori asserendo che il

"contatto" si era rifatto vivo. Di lui forn solo il nome di battaglia: Francesco, lo stesso nome
dell'informatore del generale Musumeci. Una coincidenza? Il brigatista gli aveva confessato di
essere rimasto deluso dalla conclusione del sequestro e di essere pronto a far arrestare i vertici delle
BR.
Sono un brigatista rosso, ero in via Fani ma non ho sparato, appartengo al gruppo che non ha
sparato, hanno sparato altri che temevano di essere riconosciuti dalla scorta. All'interno delle BR
eravamo spaccati. Tutta l'operazione stata guidata da due parlamentari e da un personaggio del
Vaticano: sono stati loro a volere che Moro fosse ucciso.
I

dettagli non sembravano credibili, ma l'opinione di Dalla Chiesa era che il personaggio

stesse mandando messaggi consistenti. Del resto anche i fa miliari di Moro avevano avanzato
l'ipotesi che il maresciallo Leonardi non avesse aperto il fuoco perch tratto in inganno da qualcuno
che conosceva.
Secondo "Francesco" non bisognava coinvolgere la magistratura della vicenda, perch la stessa era
pericolosamente infiltrata. Ma quando i fatti di vennero di dominio pubblico, fu inevitabile
informare la Procura di Roma; Viglione rifiut di rivelare la sua fonte e prefer l'arresto. In un primo
momento afferm di aver affidato a un notaio svizzero l'intera documentazione in suo possesso, poi
cambi idea e gli avvenimenti successivi assunsero il sapore della beffa. Messo alle strette il
giornalista esib il nome di un tal Pascal Frezza, uno psicolabile che aveva mandato a memoria le
cose da raccontare, ma che fin con l'ammettere di aver ricevuto ordini precisi per re citare quella
commedia. Il processo si concluse con la condanna per tentata estorsione di Viglione e Frezza e
tutto venne messo rapidamente a tacere.
Mi confid a suo tempo il PM Sica: Il

comportamento del giornalista di Radio Montecarlo era

improntato al la pi manifesta reticenza. Se Viglione aveva raccontato ai parlamentari quello che ha


detto a me, non assolutamente comprensibile il motivo di tanto interesse, soprattutto da parte di
ufficiali di grande esperienza come Dalla Chiesa e Ferrara. Penso in realt che Viglione abbia
fornito qualche prova dell'attendibilit de] suo vero informatore, che a sua volta deve aver
raccontato cose ben pi serie.
La vicenda Viglione, riletta oggi, potrebbe essere il primo pesante tentativo di ricatto da parte di
settori malavitosi coinvolti nel sequestro Moro. C' chi pens che il "brigatista Francesco" fosse un
personaggio imbeccato da qualcuno che intendeva mandare minacciosi segnali, altri un autentico
brigatista di grado abbastanza elevato da essere a conoscenza di segreti pericolosi che lo avrebbero
indotto a temere per la propria incolumit. La cosa strana che Viglione, a quanto si seppe,

successivamente avrebbe trascorso qualche tempo in Calabria, sulle tracce di un gruppo legato ai
sequestri di persona e all'estrema destra: un'iniziativa a quanto sembra sollecitata da Dalla Chiesa.
L'ipotesi di un coinvolgimento della mafia nella sua sezione calabrese ricorre fin dai primi giorni
dell'inchiesta su via Fani, per via di quel rullino fotografico in cui si presume comparisse un
calabrese, cui accenna anche Pecorelli in "Vergogna buffoni", rullino che poi scomparve dall'ufficio
del giudice Infelisi. Anche questo magistrato si rec in Calabria, nella prima met di maggio, pochi
giorni dopo il ritrovamento del corpo di Aldo Moro in via Caetani. Infelisi disse che aveva bisogno
di qualche giorno di riposo; a molti sembr inopportuno che il titolare dell'indagine si allontanasse
proprio in quel momento. A tal punto inopportuno che furono in pochi a credere che si trattasse di
una vera vacanza. Cosa and a fare in Calabria, Infelisi non lo ha mai spiegato: probabile che fosse
sulle tracce di qualcosa di molto importante, forse la pista indicata da "Francesco"; per non se ne
saputo pi nulla.
Nonostante la sentenza, nessuno ha mai veramente creduto che Viglione fosse un semplice
truffatore. Durante il processo, cinque parlamentari e tre uomini dei servizi segreti testimoniarono a
suo favore. Sono interessanti le affermazioni fatte dal parlamentare democristiano Vittorio Cervone
che, a quanto sembra, stato il solo a incontrare "il brigatista Francesco". Scrive Cervone in un libro
di memorie: Liberare il proprio partito dal sospetto un dovere. Ma non si dica che di sospetti non
se ne deve parlare, che pura fantasia, che di questo o di quel governante della DC. non si dica in
pubblico o in privato quello che piace, che non si parli di possibilit esistenti all'epoca di salvare
Moro, di conoscenza del suo covo, di squadra pronta a intervenire, di veto e di contrordine.
Il senatore Cervone non era l'unico ad avanzare l'ipotesi del mancato blitz. Un'agenzia stampa di
Milano, l'ANIPE, pubblic la notizia che il governo conosceva l'ubicazione della prigione Moro: I
carabinieri avrebbero individuato la prigione e sembra anche che conoscessero il negozio di
alimentari presso il quale si rifornivano i brigatisti, una rosticceria vicino piazza Nicosia. Secondo
quanto ci viene comunicato avrebbero manifestato l'intenzione di intervenire con un'operazione
militare per liberare il prigioniero. La proposta non sarebbe stata accettata dal governo.
I segreti di Firenze Nelle prossime pagine ci sposteremo a Firenze per esaminare alcune vicende che
si sono svolte nel capoluogo toscano durante i cinquantacinque giorni del sequestro Moro, e che per
molto tempo sono rimaste avvolte nell'ombra. Non che oggi sia completamente chiaro quale sia
stato il ruolo del Comitato Esecutivo delle BR con sede a Firenze, per quale motivo questa citt sia
stata scelta come cabina di comando dell'intera operazione, e neppure quali altri terminali si fossero
messi in moto nel capoluogo toscano in appoggio alla gestione terroristica del sequestro. Ma sono

stati fatti molti passi avanti, grazie al lavoro d'inchiesta svolto dalla Commissione Parlamentare
presieduta da Giovanni Pellegrino nel corso di due legislature, anche rispetto alle risultanze del
processo di Perugia, nel tentativo di accertare la verit che ancora si cela dietro l'oscura strategia
dell'operazione Moro. Ad esempio stata la Commissione Stragi a scoprire dove si riunito durante
i cinquantacinque giorni del sequestro Moro il Comitato Esecutivo delle BR: era la casa di un
architetto, Giampaolo Barbi, membro del Comitato Toscano delle BR, che in quel periodo sembra
fosse interamente composto da brigatisti "irregolari", ovvero non identificati e perci non latitanti;
nella vita di tutti i giorni svolgevano la loro attivit lavorativa e si incontravano periodicamente
nell'appartamento di Barbi. Ma durante il sequestro vi fu ospitato anche il Comitato Esecutivo,
delegato dalle BR a prendere ogni decisione relativa alla vicenda Moro. L'appartamento era stato
individuato dal PM fiorentino Gabriele Chelazzi, all'interno di un'indagine giudiziaria mai
trasmessa al processo Moro.
C' chi in questi anni ha continuato a combattere contro il muro di gomma, chi non si rassegnato
all'opportunismo di ricostruzioni omertose perch riteneva importante non tanto perseguire
penalmente i responsabili, quanto acquisire una conoscenza del passato che potrebbe aiutarci a
difenderci, in futuro, da altre simili e pericolose trame. Noi cercheremo di scoprire cosa accaduto a
Firenze, nella primavera-estate del '78, per poi tornare di nuovo a Roma, dove concluderemo questa
terribile storia laddove si realmente conclusa, e cio in via Michelangelo Caetani.
Comitato Rivoluzionario Toscano Anche nelle carte scoperte in via Gradoli c'era un filo che
portava a Firenze, ma l'indicazione era stata ignorata dagli inquirenti. Nel covo vicino alla Cassia
erano stati trovati documenti, su cui non ci dilungheremo, del Fronte Logistico Nazionale delle BR
(di cui soltanto Moretti faceva parte) che indicavano stretti collegamenti tra il capo delle BR e il
Comitato Rivoluzionario Toscano. Quest'ultimo contava su una struttura pi vasta rispetto alle
altre colonne brigatiste: aveva sede a Firenze con diramazioni a Pisa, Livorno e Massa Carrara, ne
facevano parte personaggi come Stefano Bombaci, Paolo Baschieri e Dante Cianci; la cellula era gi
attiva fin dal 1976. L'Esecutivo Nazionale aveva demandato a Moretti l'esclusivo compito di tenere i
rapporti con l'organizzazione toscana. Tra tutti i ruoli che il capo delle BR aveva concentrato su di
s in quel periodo, questo era il pi importante, perch costitu l'unico anello di congiunzione tra la
colonna romana che gestiva operativamente il sequestro, e la direzione strategica del sequestro
stesso, ovvero quel Comitato Esecutivo che si riuniva in casa di Barbi.
Tra i personaggi di maggior rilievo che facevano capo al Comitato Rivoluzionario Toscano c'era il
criminologo Giovanni Senzani, ma il suo ruolo rimase a lungo nell'ombra. Di lui all'epoca si sapeva

soltanto che era un consulente del ministero di Grazia e Giustizia, un esperto delle carceri stimato
anche negli USA per le sue analisi sulle nuove forme di detenzione. Di tutti i capi BR, Senzani resta
la figura pi enigmatica e ambigua, destinata ad assurgere a notoriet soltanto un paio di anni dopo
il rapimento Moro quando, con la scissione dell'organizzazione, lo troveremo a capo dell'ala
movimentista (contrapposta a quella militarista). Quando fu arrestato a Roma nell'81, in via Ugo
Pesci, un giovane che era in sua compagnia, Roberto Buzzati, da poco tempo reclutato nelle BR,
raccont di aver accompagnato Senzani ad Ascoli Piceno e di aver assistito a incontri con un
personaggio piuttosto austero che in un primo momento ritenne di riconoscere nelle foto del
generale Musumeci. Poi Buzzati ritratt, ma indagando nella biografia del criminologo contatti con
il SISMI emergono in pi occasioni.
Ad esempio risulta che Senzani abbia diviso per tre anni l'appartamento in via della Vite a Roma,
dove abitava, con un collaboratore del servizio segreto militare, tal Luciano Bellucci. Ed accertato
il suo coinvolgimento nel sequestro Cirillo: il rapimento dell'assessore napoletano della DC
costituisce forse il punto pi basso nell'inquinamento della vita politica italiana, con la sua macabra
riedizione del sequestro Moro che serviva a coprire ricatti intrecciati tra imprenditoria camorrista e
la corrente del ministro Antonio Gava. Per la liberazione di Grillo lo Stato scese a patti con le BR e
pag un riscatto, rinnegando la "linea della fermezza", che soltanto due anni prima era stata adottata
riguardo al sequestro del presidente DC. All'ala delle BR capeggiata da Senzani, nella spartizione
con la camorra toccarono cinquecento milioni, somma ingentissima all'epoca. E per motivi mai del
tutto chiariti, durante il sequestro Cirillo, i contatti con il capo della Nuova Camorra Organizzata,
Raffaele Cutolo, furono sottratti al SISDE e gestiti da agenti del SISMI, poi delegata all'Anello, la
supercellula del colonnello Adalberto Titta, a quanto sta emergendo dall'inchiesta del PM Ionta.
Durante la detenzione Senzani ha condiviso la cella con Ali Agca, il giovane turco che attent alla
vita di Giovanni Paolo Il in piazza San Pietro, gli ha insegnato a parlare italiano e lo avrebbe anche
convinto a collaborare con la giustizia. Un'operazione evidentemente ispirata dal controspionaggio.
Ce ne sarebbe gi abbastanza per considerarlo un agente sotto copertura, ma c' di pi. Nel covo di
via Ugo Pesci furono trovate prove dei suoi frequenti viaggi a Parigi, dove risult in contatto con
l'Hyperion, ma anche dell'uso di tecniche di comunicazione, tipiche dell'intelligence, come
messaggi miniaturizzati scritti con inchiostro "simpatico" e nascosti all'interno di penne
stilografiche. In una cassapanca trovata in via Pesci fu rinvenuto anche il "film" dell'esecuzione di
Roberto Peci, fratello di Patrizio, vittima di una "vendetta trasversale" compiuta con modalit
vicine a quelle della criminalit organizzata. Una condanna a morte decisa dal gruppo vicino a

Senzani per motivi, come vedremo, non del tutto chiari.


L'inchiesta della Procura di Roma ha escluso la presenza di Senzani in Italia durante il sequestro
Moro: anzi si dato per certo che il criminologo fosse in USA per un corso di aggiornamento
professionale. A Roma in effetti non c'era, ma in molti pensano che fosse a Firenze, e vi svolgesse un
compito ben pi importante, partecipando alle riunioni del Comitato Esecutivo del sequestro. Che
quest'ultimo abbia assolto un ruolo di reale "direzione strategica" durante il sequestro Moro stato
confermato da brigatisti del calibro di Franco Bonisoli, Lauro Azzolini e Patrizio Peci. Valerio
Morucci, della colonna romana, raccont: Tutti i comunicati emessi dalle BR durante il sequestro
Moro ci vennero dati dal responsabile del Comitato Esecutivo, nel cui ambito venivano discussi.
Moretti si recava a Firenze ogni settimana e ne tornava con i comunicati gi scritti, che venivano
letti ma non potevano essere messi in discussione dagli appartenenti alla colonna romana. Ma
quando, nell'ottobre 78, la DIGOS di Firenze fece irruzione nell'appartamento di Barbi, sette mesi
dopo la conclusione del sequestro Moro, non trov nulla. Troppo tardi: tutto il materiale cartaceo
era stato trasferito a Milano, in via Montenevoso, da Bonisoli. Risulta anche che Mario Moretti e
Barbara Balzerani, dopo l'epilogo del sequestro, nell'estate 78, si trasferirono a Firenze e
alloggiarono, fino a ottobre, in un appartamento di via Unione Sovietica affittato da Sandro Ciucci,
un brigatista incensurato. Il capo delle BR evidentemente riteneva che il capoluogo toscano
garantisse maggiore sicurezza.
C' un giallo che collega le riunioni toscane con via Montenevoso e con il ritrovamento del
Memoriale. L'irruzione nel covo milanese da parte degli uomini di Dalla Chiesa fu resa possibile
dalle chiavi trovate in un borsello smarrito da Lauro Azzolini (poi arrestato con Bonisoli e Nadia
Mantovani proprio in via Montenevoso): nel borsello c'erano, oltre alle chiavi, una pistola, un
documento falso, la fattura di un dentista, che portarono i carabinieri all'appartamento gremito di
brigatisti. Sul giallo del borsello, soprattutto sui tempi e le modalit dello smarrimento, esistono
almeno quattro o cinque versioni diverse, fornite dagli ufficiali coinvolti nell'operazione e dallo
stesso Azzolini. Secondo il colonnello Niccolo Bozzo, stretto collaboratore di Dalla Chiesa, il
borsello fu lasciato su un autobus dell'ATAF, linea 28, alla fine di luglio. Azzolini raccont invece
di averlo perso su un treno ad agosto. Di fatto l'irruzione avvenne pochi giorni dopo che Bonisoli,
come poi raccont, aveva trasferito a Milano tutta la documentazione del sequestro, tra cui anche i
verbali dell'interrogatorio Moro. Per dirla con Pecorelli, il generale aveva aspettato che l'uva fosse
matura.
Via Sant'Agostino 3 Molti anni dopo, a Firenze, nel monolocale di un palazzo nobiliare in via

Sant'Agostino 3, grazie ai benedetti lavori di ristrutturazione, che ogni tanto consentono svolte
impreviste anche in indagini coperte da segreti di Stato, saltarono fuori da un soppalco armi lunghe
da guerra avvolte in carta di giornale, caricatori per fucili mitragliatori, una notevole quantit di
cartucce ancora chiuse in sacchetti di plastica e confezioni di esplosivo vuote. Era il 3 marzo 1993,
una data molto vicina a quel terremoto che stava per sconquassare l'Italia e che nel giro di poche
settimane sarebbe culminato nell'incriminazione di Giulio Andreotti. Il proprietario dell'immobile
era il marchese Bernardo Pianetti Lotteringhi della Stufa. 11 padre Alessandro, ormai defunto,
parecchi anni prima aveva messo l'appartamentino a disposizione di un amico molto speciale che, in
questo libro, abbiamo gi avuto occasione di conoscere: Federigo Mannucci Benincasa, il
capocentro del controspionaggio di Firenze, incarico che l'alto ufficiale ricopr per vent'anni, dal
1971 al 1991, prima di passare alla direzione nazionale del sismi a Roma.
Il nucleo dei carabinieri di Firenze fu incaricato di inventariare le armi, ma stranamente lo fece
soltanto il 10 marzo, una settimana dopo. Nel frattempo erano spariti i giornali che le avvolgevano,
dai quali si sarebbe potuto risalire alla data dell'occultamento. Pazienza. Nel corso del processo a
suo carico, Mannucci Benincasa sostenne che il monolocale era stato utilizzato per un'attivit
estranea al servizio, diversa da quella istituzionale di raccolta di informazioni sul fenomeno
terroristico: di fatto sono state detenute in modo occulto armi e munizioni che sicuramente non
hanno mai costituito dotazione legittima del SISMI o dell'Arma dei Carabinieri. Un'ammissione
che coster al capocentro di Firenze una condanna a tre anni di reclusione per detenzione e porto
abusivo di armi da guerra e munizioni.
Ma la lettura della motivazione della sentenza, emessa il 23 aprile 1997, a essere illuminante:
L'imputato ha spiegato che nel 77 il centro SISMI di Firenze ebbe la possibilit di realizzare
contatti con una persona che si riteneva vicina alle Brigate Rosse. Per questa attivit si richiedeva
una particolare riservatezza, per cui si rese necessario acquisire la disponibilit di un luogo specifico
con adeguate misure di sicurezza.... Quel luogo fu individuato nel monolocale di via
Sant'Agostino. Era l che l'informatore lasciava messaggi a una segreteria telefonica, cui era
possibile accedere dall'esterno attraverso un numero in codice. Ma poich era troppo rumorosa, a
seguito dell'intervento di personale tecnico di Roma fu necessario trasferirla in un altro locale al
primo piano, dove abitava lo stesso marchese Pianetti Lotteringhi, dove fu collocata all'interno di
un armadio. La segreteria fu staccata alcuni anni dopo, nell'82, ma risulta da altre testimonianze che
il SISMI ha mantenuto la disponibilit di questa sede occulta, anche se ufficialmente autorizzata,
per circa tredici anni, dalla fine del 1977 al 1990. Dunque, tra i mesi immediatamente precedenti il

sequestro Moro e il periodo in cui si rese necessario smantellare le strutture militari della cosiddetta
Gladio, a seguito delle rivelazioni di Andreotti alla Commissione Stragi.
Il centro di controspionaggio di Firenze disponeva dunque di un infiltrato ad alto livello, rimasto
attivo per tutto il tempo del sequestro Moro, che presumibilmente aveva possibilit di accedere alle
riunioni del Comitato Esecutivo delle BR. Per facilitare contatti e incontri riservati con questa
persona, fu allestita addirittura una sede occulta. Mannucci non rivel l'identit dell'informatore,
ma molti indizi fanno ritenere che potesse trattarsi proprio del criminologo Giovanni Senzani, che
in quel periodo abitava in Borgo Ognissanti, a pochi passi da via sant'Agostino. Il contatto
s'interruppe (e anche la segreteria telefonica fu smantellata) nel 1982, l'anno in cui il brigatista fu
arrestato.
Antonio Savasta, all'epoca capo della colonna romana delle BR, raccont che Senzani si era
trasferito a Roma nel '79: Aveva problemi di clandestinit legati a una situazione familiare;
precedentemente aveva dato un contributo di approfondimento teorico sulla strategia della
differenziazione del carcerario, avvalendosi degli studi che aveva svolto per la sua attivit
lavorativa. Un'attivit per la quale il criminologo fu molto sospettato negli anni '80-'81 come
possibile talpa negli omicidi dei giudici Palma, Minervini e Tartaglione, magistrati che si
occupavano del sistema carcerario. I suoi "problemi logistici", a quanto sappiamo, furono poi risolti
in via della Vite, dove per tre anni coabit con l'informatore del SISMI, fino al trasferimento in via
Ugo Pesci, dove fu arrestato. In ogni caso, l'esistenza di uno o pi infiltrati, in stretto contatto con il
Comitato esecutivo, confermato dal fatto che l'irruzione nel covo di via Montenevoso, preparata
da settimane, fu attuata i primi di ottobre, solo quando Dalla Chiesa ebbe conferma che Bonisoli
aveva trasferito l l'intera documentazione su Moro in possesso delle BR.
Il Grande Vecchio Molti anni dopo il sequestro, sul finire degli anni Novanta, cominciarono a
trapelare strane notizie sulla presenza alle riunioni del Comitato Esecutivo delle BR di un
personaggio di altissimo livello. Il primo a confermarne l'esistenza fu il dissociato Valerio Morucci,
che parl di un anfitrione; a suo dire il misterioso interlocutore avrebbe messo a disposizione delle
Brigate Rosse per le riunioni una villa nei dintorni di Firenze. Da una serie di elementi che
vedremo, emerse l'ipotesi che l'anfitrione potesse essere identificato con Igor Markevitch, un
nobile di origini russe,con amicizie altolocate nella comunit angloamericana di Firenze, un artista
di fama internazionale, un direttore d'orchestra e per finire un partigiano dei GAP. Ma anche un
amico della comunit israelita, cognato di Hubert Howard, il generale americano che nel '44 aveva
partecipato alla liberazione di Firenze dall'occupazione tedesca. A mano a mano che prendeva quota

la leggenda del Grande Vecchio, il presidente della Commissione Stragi Pellegrino riapr le indagini
su alcune segnalazioni che le inchieste giudiziarie avevano tralasciato, e a poco a poco prese corpo la
storia straordinaria che stiamo per narrare.
Il ritratto dell'ex comunista, nostalgico e simpatizzante che ne aveva dato Morucci, per un
personaggio di quella statura risultava un po' riduttivo:Pellegrino lo consider un "bigliettino da
visita" da esibire ai brigatisti. Il presidente della Commissione affid le indagini al maggiore
Massimo Giraudo dei ROS (il Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri), uno degli
uomini migliori dell'allora comandante Mario Mori, oggi capo del sisde. L'indagine, che si concluse
nel 2001, port alla scoperta di un intreccio di poteri forti, intelligenze segrete, massonerie
internazionali che sarebbero a un certo punto subentrate nella gestione del sequestro Moro.
Igor Markevitch Il nome del musicista Igor Markevitch era gi noto al SISMI dal 1978. Ma le
indagini condotte su di lui dal nostro servizio segreto furono interrotte da una mano scesa
"dall'alto". Era il primo maggio 1978, mancava ancora una settimana al compimento della tragedia,
quando due agenti del nostro controspionaggio, Antonio Ruvolo e Giuseppe Corrado, si recarono a
Palazzo Caetani, nella stessa strada dove otto giorni dopo sarebbe stata parcheggiata la Renault
rossa con il corpo di Moro. I due agenti, su richiesta del loro superiore, generale Demetrio
Cogliandro, cercavano informazioni su un certo Igor Caetani, ma non c'erano discendenti maschi
nella nobile famiglia romana. L'ultimo era Michelangelo che aveva avuto soltanto una figlia
femmina, Topazia, sposata con il musicista Igor Markevitch, direttore dell'Accademia di Santa
Cecilia, dal quale per era ormai divorziata. Il dominus di Palazzo Caetani era da tempo Hubert
Howard, vedovo di Leila, la cugina di Topazia morta da un anno. Ma Howard preferiva vivere in
campagna, nella tenuta di Santa Ninfa, e all'apparenza si presentava come niente pi che un
gentiluomo americano imparentato con la nobile famiglia romana.
Non fu il lignaggio dell'indagato a scoraggiare gli agenti del SISMI, allertati da una fonte molto
attendibile, come spieg Cogliandro. Anzi, Ruvolo e Corrado si spinsero fino a Santa Ninfa,
l'antico feudo dei Caetani che Howard nel corso degli anni aveva trasformato in una regale
residenza. Dai resti di un borgo medievale, immerso tra l'incolta campagna del basso Lazio e la
palude di un acquitrino, aveva creato una lussureggiante oasi naturale, abitata da una moltitudine di
specie protette. Il castello era da tempo circondato da leggende su misteriose riunioni notturne, riti
magici e sedute spiritiche, cui partecipavano oltre ai fantasmi della Storia, anche politici e
diplomatici di alto rango. Una fama che non era ignota al SISMI, come anche il fatto che la tenuta
fosse meta in ore diurne di capi di Stato, uomini dell'alta finanza e dell'intelligence. Tra le amicizie

pi antiche di Howard c'era quella con Kermit, il figlio di Theodore Roosevelt, sostenitore della
"sinarchia" o governo globale (una teoria che puntava alla disgregazione degli Stati nazionali in pi
minuscole comunit etniche) e che, a cavallo della seconda guerra mondiale, aveva svolto un'intensa
attivit nell'oss.Ma l'ex generale Howard era anche molto amico di Enrico Mattei, che negli anni
Cinquanta-Sessanta era un assiduo della tenuta, dove si recavano spesso Pertini, alla cui liberazione
dalla prigionia nazista Hubert aveva collaborato, e molti uomini politici italiani. Tra i pi assidui, i
ministri Taviani e Andreotti.
Le indagini si bloccarono per colpa di un non meglio identificato "ordine superiore", forse impartito
dal capo del SISMI Giuseppe Santovito (p2), e ai due agenti, il 9 maggio, non rest che constatare
che la missione era fallita proprio l, in via Caetani, quando si stava per aprire la "porta segreta". Nel
momento in cui il SISMI buss a Palazzo Caetani, ufficialmente i rapporti tra Howard e
Markevitch si erano interrotti da anni. A legare l'americano e il russo, che il destino aveva anche
imparentato, era stata una strana trattativa svoltasi alla fine della seconda guerra mondiale, quando
Firenze assediata dai tedeschi era in attesa di essere liberata. Markevitch era gi un musicista di
fama internazionale, dalle molteplici relazioni in ogni parte del mondo, reduce dalla Parigi anni
Trenta dove aveva stretto amicizia con Jean Cocteau. A Firenze era ospite nella villa di Bernard
Berenson, il miliardario critico d'arte protagonista nel dopoguerra della rinascita culturale della
citt. Una villa bazzicata da sovrani, diplomatici, agenti segreti, politici, faccendieri e artisti di ogni
parte del mondo. Un ambiente che calzava a pennello alla poliedrica e inafferrabile personalit di
Igor che, gi negli anni Quaranta, alla sua agenzia artistica aveva fatto scrivere di se stesso: Ora
diabolico, ora angelico, egli ci rivela di s la scintilla del genio.
Nella Firenze occupata dai tedeschi, il quarantenne Igor aveva dato una mano a Hubert, facendo la
spola in bicicletta tra la villa dei Tatti, il rifugio segreto di Berenson e l'ufficiale nazista Dollmann,
rappresentante di Himmler, con cui era riuscito a fraternizzare e che definiva un vero parigino. Di
l raggiungeva i partigiani dei GAP comandati dal suo amico Carlo Sinigaglia, con i quali era
entrato in contatto e collaborava. Un intenso periodo che a questo raffinato intellettuale e artista
aveva dischiuso le porte della passione politica e della lotta antifascista, di cui a lungo scriver in un
libro di memorie, Made in Italy. Al centro della difficile trattativa c'era la salvezza dei tesori di
Firenze, la citt santa dell'arte.
Secondo una ricostruzione che presenta ancora molti elementi fantastici, nel 1978 i due ultimi
Caetani, divisi dalla vita, dai lutti e forse anche dallo schieramento ideale, stranieri in patria, si
sarebbero ritrovati insieme alle prese con un'altra difficile trattativa: l'ostaggio questa volta non era

il patrimonio artistico della citt pi bella del mondo ma il presidente della DC Aldo Moro. A
conclusione dell'indagine, il presidente Pellegrino appare oggi propenso ad affidare a Markevitch il
ruolo di semplice "intermediario", lo stesso che aveva ricoperto durante l'occupazione nazista. Ma
forse stavolta l'operazione si era svolta su piani ancor pi complessi e stratificati. Anche se era stato
proprio il Comunicato numero 4 delle BR ad avvertire che erano scesi in campo misteriosi
intermediari.
Il genio musicale, ormai sordo, negli ultimi anni di vita dirigeva l'orchestra seguendo una partitura
immaginaria senza sentire i suoni: Fellini si ispir a lui per il suo film Prova d'orchestra. La
mutilazione, provocata dalla malattia di Mniere, che porta prima alla perdita dell'equilibrio e poi
alla sordit, obblig Igor ad abbandonare a poco a poco la musica e a privilegiare la scrittura. Ma
forse anche a tornare alla "politica". Nel suo secondo libro di memorie, Etre et avoir t, scrivendo di
s in terza persona, mander un sottilissimo segnale sulle sue ultime scelte: Costui si applicato da
quarant'anni a servire il suo tempo con mezzi completamente diversi da quelli della sua prima
esistenza. Mostrer pi tardi quanto questi mezzi fossero appassionatamente creatori, cosa che ha
lenito ogni rimpianto di essermi zittito come ordinatore di suoni, per congegnarli in un'altra
maniera. 11 sentimento di inutilit di comporre della musica "musicante" nel deserto m'appariva
irreversibile [...]. Appartenevo ogni giorno di pi a un nuovo mondo di cui la Resistenza antinazista
appariva l'apprendistato.
L'antifascismo lo aveva portato a diventare grande amico del popolo di Israele; Ben Gurion lo aveva
invitato per un ciclo di concerti a Tel Aviv dove per un certo periodo era rimasto, ricoprendo un
altro ruolo di rilievo come direttore artistico della radio di Stato. Secondo una recente biografia (Il
misterioso Intermediario, di Giovanni Fasanella e Giuseppe Rocca), proprio in questo periodo
avrebbe riattivato antichi contatti con il priorato di Sion, una sorta di Opus Dei ebraico, cui lo aveva
iniziato il suo amico Jean Cocteau, che era cocchiere di quest'ordine molto potente.
Igor alla fine del suo secondo libro era sul punto d'illuminarci su quanto era realmente accaduto in
quella terribile primavera del 78, questa almeno la congettura dei due biografi: Un segreto istinto
mi suggerisce che io non sar vissuto che in funzione di un capitolo finale, che dar valore e
giustificazione agli altri capitoli riuniti, stava scrivendo sui suoi diari quando la morte
sopraggiunse improvvisa, il 7 marzo 1983, prima che potesse mantenere la sua promessa. Ma forse
ancora pi interessante di Igor era in realt la figura di Hubert Howard, il dominus di Palazzo
Caetani, al punto da far ipotizzare ai periti della Commissione Stragi e ai biografi di Markevitchche
fosse lui il Signore di Gladio.

Sulla base di tanti elementi emersi nel corso delle indagini, quelle fallite della Procura di Roma e
quelle condotte con pi successo dal maggiore Giraudo per la Commissione Stragi nel '91, non da
escludere. Anche noi, che abbiamo seguito la vicenda dai piani bassi, alla fine siamo arrivati in via
Caetani, a quel palazzo con il passo carrabile su cui vegliano due leoni di marmo dove Hubert
Howard ha vissuto fino al 1987, data della sua morte. A condurci fin l stata l'attenta lettura di
quell'articolo "Vergogna buffoni", scritto da Mino dopo l'incontro con Dalla Chiesa che certamente
ha accelerato la data della sua morte.
archivio di Craxi La fonte molto attendibile che aveva rivelato il ruolo di Markevitch al generale
Cogliandro era stato il suo segretario, il capitano Antonio Fattorini, detto "mezzo-ebreo" per i suoi
ottimi rapporti con il Mossad. Oltre a indicare il figlio di Margherita Caetani (in realt, suocera di
Hubert e zia acquisita di Igor), la fonte aveva fornito un indirizzo, via Sant'Elena numero 8,
un'abitazione alle spalle di Palazzo Caetani, dove in quel periodo si era notata una particolare
animazione. Gli agenti del SISMI indagarono anche su quell'appartamento, ma la solita mano
superiore li ferm: dietro Santovito doveva nascondersi qualche altra entit nazionale o
internazionale, ben consapevole che se l'indagine avesse imboccato questa strada sarebbe incappata
in un groviglio di rovi. Il generale Cogliandro aveva messo le mani su qualcosa di troppo grande:
non solo doveva fermarsi lui, ma davanti a quel portone doveva fermarsi chiunque altro, perch
quella soglia non poteva essere valicata. E tra questi poteva esserci anche il generale Dalla Chiesa, se
ben ricordiamo lo scritto di Mino noto come "Amen". Ma Pecorelli fa riferimento anche in altri
articoli a una prigione al centro, non lontana da Campo de' Fiori.
Forse l'unico a poter sapere di che natura fosse il groviglio di rovi e a volerne parlare era Bettino
Craxi, almeno nell'ultima fase della sua vita. Il presidente Pellegrino propose di ascoltarlo: lui
acconsent, ma una delegazione della Commissione avrebbe dovuto recarsi in trasferta a
Hammamet, un'ipotesi che trov molti ostacoli. Anche a sinistra si riteneva inopportuna l'audizione
di un latitante su possibili segreti di Stato, e alla fine Pellegrino rinunci. Ma il presidente della
Commissione Stragi aveva visto giusto. Nel periodo in cui Craxi stato presidente del Consiglio, a
capo del SISMI c'era l'ammiraglio Fulvio Martini, che gli forn informazioni sulla struttura militare
segreta Stay Behind, di cui aveva diritto di essere a conoscenza. Craxi era molto curioso: voleva
capire i retroscena dei misteri italiani. Nel suo archivio di via Boezio furono trovate abbondanti
tracce di informative, attorno alle quali ci fu il forte sospetto che fossero state redatte da Cogliandro,
all'epoca fedelissimo dell'ammiraglio Martini. Anche perch, durante la successiva perquisizione
nello studio del generale furono trovate decine di veline, ancora in bozza, il cui contenuto

coincideva con quello gi recuperato nell'ufficio romano dell'allora presidente del Consiglio. La
scoperta risale all'8 luglio 1995, quando il PM Paolo Ielo della Procura di Milano fece irruzione
nella sede di via Boezio della Giovine Italia, un'organizzazione vicina al PSI.
Fu lo stesso Bettino Craxi a informare i magistrati che i locali dell'associazione erano ospitati nel
suo ufficio e che pertanto tutte le carte l rinvenute erano a lui riconducibili. Bast poco al
magistrato milanese per rendersi conto che aveva messo le mani su una vera e propria miniera:
furono raccolti in tre faldoni 3849 pagine per lo pi provenienti dai servizi segreti.
C'era di tutto: documenti ufficiali, soprattutto del SISDE, e riguardanti il terrorismo rosso; un
documento secretato dal CESIS sul terrorista nero Augusto Cauchi e i suoi rapporti con Gelli e
anche molti documenti sulla . LIBRO NERO DELLA PRIMA loggia P2. Dalle carte si scopr che
sul professor Franco Tarantella ucciso dalle BR il 27 marzo 1985, erano state stilate dal SISDE
numerose informative in cui venivano elencati perfino i convegni ai quali aveva partecipato
nell'ultimo periodo di vita e le critiche che erano state avanzate alle sue tesi durante una tavola
rotonda. La futura vittima delle Brigate Rosse era sotto attenta osservazione da parte dei servizi
segreti, ma questo non servito a proteggerlo e non ha impedito ai terroristi di ucciderlo quando
stato il momento! Ma ad allertare l'attenzione degli inquirenti furono una miriade di appunti,
foglietti anonimi, che avevano tutta l'aria di provenire da un'alta fonte dei servizi segreti e che
potevano essere utilizzate da Craxi a fini di lotta politica. Neanche a dirlo, il bersaglio di queste note
era proprio Andreotti, nel tempestoso periodo che segu la sua decisione di rivelare l'esistenza di
Gladio nell'estate '90. A capo del SISMI c'era allora l'ammiraglio Martini e s'intuiscono, dal
contenuto delle veline, i pessimi rapporti che intercorrevano tra lui e l'allora presidente del
Consiglio, che sfoceranno nel suo allontanamento dalla direzione del SISMI il 26 febbraio 1991.
Fu uno dei motivi per i quali la Procura di Milano inform tempestivamente il COPACO presidente in quel momento era il senatore Massimo Brutti - che dopo un'attenta valutazione invi
una relazione al Parlamento. La tesi di fondo che emerge dalle informative trovate nell'archivio di
Craxi che Andreotti nel '90 abbia rivelato l'esistenza di Gladio con uno scopo del tutto
strumentale: avviare un'operazione simile a quella che negli anni Settanta aveva portato alla
defenestrazione di Miceli-Maletti per affidare la gestione dei servizi segreti a mani amiche e
riacquistarne il controllo.
Dalle informative anonime trapelava la volont di minimizzare l'attivit di Gladio; ma l'anonimo
estensore sembrava soprattutto voler convincere Craxi che c'era s un "superservizio" cui andavano
attribuite gravi deviazioni, ma queste non andavano identificate con le finalit di Gladio, bens

erano mirate alla lotta politica interna e a tirarne le fila era proprio Andreotti. Ci torneremo pi
avanti, quando affronteremo questo capitolo. Per ora ci sembra interessante sottolineare come una
parte del SISMI, rappresentata da uomini che ebbero una parte attiva durante il sequestro Moro,
negli anni successivi fosse entrata in forte contrasto con Andreotti e avesse cercato una sponda nel
nuovo presidente del Consiglio Craxi, che in pi occasioni mostr di essere piuttosto informato.
Forse all'origine della sua profonda conoscenza dei misteri d'Italia c'erano le veline trovate nel suo
ufficio, anche se i documenti pi importanti Craxi li aveva trasferiti ad Hammamet, e dall'esilio
aveva fatto molte allusioni al Grande Vecchio. Segreti che conosceva e che ha portato con s.
Di tutta questa vicenda agli atti del controspionaggio rimasta un'informativa, postdatata al 14
ottobre 1978, cinque mesi dopo i falliti tentativi di penetrare i segreti di Palazzo Caetani: Il 14
ottobre 1978 una fonte del servizio segnalava che un certo Igor della famiglia dei duchi Caetani
avrebbe avuto un ruolo di primo piano nell'organizzazione delle BR e che, in particolare, avrebbe
condotto tutti gli interrogatori di Moro, della cui esecuzione sarebbero stati autori materiali certi
Anna e Franco. La persona veniva identificata con Igor Markevitch, direttore di orchestra di fama
internazionale, oriundo russo e ora cittadino italiano, coniugato con Topazia Caetani. Da
accertamenti svolti, anche con l'intervento di servizi collegati, non emergevano peraltro elementi di
conferma della notizia.
Quella di collocare in data diversa rapporti di servizio "imbarazzanti" sembra una consuetudine
della nostra intelligence: in questo caso si voleva evidentemente allontanare lo spettro che la
mancata indagine fosse costata la vita di Moro.
Zucor e l'Oroscopone Ma alcuni servizi stranieri dovevano essere a conoscenza del segreto e non
pass molto tempo che cominciarono ad arrivare segnali. Nell'ottobre 1978 il Partito Operaio
Europeo, piccolo movimento politico dietro il quale si nascondeva forse il KGB, diffuse un dossier
dall'esplicito titolo Chi ha ucciso Aldo Moro. La tesi era che il presidente della DC fosse rimasto
vittima di un complotto internazionale le cui fila erano tirate da Henry Kissinger.Secondo il POE,
la Renault rossa, prima di essere trovata, era stata tenuta all'interno di un palazzo del Ghetto. Forse
quello, sosteneva il POE, dove abitava il principe Johannes Schwarzenberg, ambasciatore
dell'Ordine dei Cavalieri di Malta in Vaticano, cio proprio Palazzo Caetani. Il principe si era
sorpreso che, dopo il ritrovamento di Moro, la polizia non avesse preteso di interrogarlo, visto che il
dramma si era concluso sotto casa sua. Ma il principe, insinuava il dossier del POE, non ha avuto il
tempo di ottenere risposta ai suoi dubbi perch era morto pochi giorni dopo con la moglie in un
incidente stradale. Non fu la sola morte sospetta: poco dopo anche il capitano Fattorini fu stroncato

da un infarto, proprio mentre all'aeroporto di Ciampino attendeva l'arrivo di Fulvio Martini, il


nuovo capo del SISMI: qualcuno temeva un passaggio di consegne su quel delicatissimo capitolo?
Due mesi dopo - siamo nel dicembre 78 - la figura di Markevitch sembra ispirare un lungo racconto,
pubblicato sul mensile Penthouse (finanziato da Bob Guccione, mafioso italoamericano), dello
scrittore Pietro Di Donato, dal titolo Cristo nella plastica, nel quale per la prima volta si accreditava
una pista sovietica dietro il rapimento Moro. Sembra quasi il frutto di uno scambio di cortesie fra
intelligence. Il Cristo nella plastica era uno strano reportage, dove realt e finzione venivano
mescolati insieme, non privo di errori grossolani (Scelba era una citt, Pannella un ministro), ma
denso di allusioni che il tempo ha confermato. Dopo il sequestro, racconta Di Donato, Moro viene
condotto in un garage in via della Balduina, dove gi da un anno era stato predisposto un locale
dotato di infermeria cui si accedeva da una porta segreta. In via della Balduina 323 c' in effetti
l'accesso privato all'autorimessa di via Massimi 91, di propriet dello IOR, cui aveva alluso Pecorelli
in "Vergogna buffoni", e nei cui pressi era stata ritrovata la 132 utilizzata in via Fani.
Dopo una visita medica, lo statista sarebbe stato condotto da tal Zucor, personaggio descritto con
dettagli straordinariamente coincidenti con la biografia di Igor: la perdita dei beni familiari, la
morte dell'anziana madre a novantacinque anni, l'amicizia con Elena Croce. Ma c' un'allusione
ancora pi precisa: al primo incontro Moro e Zucor a quanto sembra si riconoscono e ricordano di
essersi incontrati a casa di Primo Levi. Igor aveva messo in salvo lo scrittore ebreo proprio durante il
periodo fiorentino, quando collaborava con i GAP. Per finire, a interrogare il presidente della DC
erano sono stati proprio un'Anna e un Franco, gli stessi nomi che compaiono nell'informativa del
SISMI, all'epoca assolutamente segreta.
Il sottile gioco di allusioni non finito. Nel secondo numero di Metropoli, rivista
dell'Autonomia, pubblicato nell'aprile 1980, in un articolo anonimo dallo strano titolo,
"Oroscopone", viene consultata la maga Ester circa la sorte dei dirigenti di Autonomia Operaia,
accusati di far parte della direzione strategica delle BR, nel processo "7 aprile": Va a finire in niente,
in due anni da adesso escono e tornano a casa, risponde la sibilla. Si ripresenta alla mente
quell'amnistia che tutto verr a lavare, ad obliare di Pecorelli. Ma la maga parla anche di un
Nemico, di un Grande Signore, che ha a che fare con l'estero e prevede: legato a
un'organizzazione, ci sar sempre un buon esito per lui, rester senza nome. La rivista satirica Il
Male annunci invece la pubblicazione di un libro: Malta, Cavalieri e testine rotanti. Ma non usc
mai. Gli imputati del "7 aprile" invece sono usciti, proprio due anni dopo.
Palazzo Caetani Anche i magistrati romani hanno dato a lungo la caccia alla prigione nel Ghetto. Il

primo a credere a quest'ipotesi fu il giudice Ferdinando Imposimato. Un pentito toscano, Elfino


Mortati, gli aveva confidato di aver dormito un paio di notti durante il sequestro Moro in un
appartamento al centro di Roma, proprio nella zona vicina a via Caetani. Non conosceva la citt e
non sapeva indicare la via precisa. Durante sopralluoghi notturni Imposimato e l'ex terrorista si
aggirarono per le stradine adiacenti a piazza Argentina: il giovane riconobbe luoghi familiari ma
non riusc a localizzare l'appartamento. Un secondo magistrato fu il PM Luigi De Ficky che era
rimasto colpito dal passaggio di una lettera di Moro al nipotino: Ricordi quando ti ho regalato i
pompieri spagnoli?. Ai familiari non risultava che avesse mai fatto un simile dono al bambino e la
frase fu interpretata come un messaggio. De Ficky individu uno stabile in via dei Pompieri, vecchia
sede di un'ambasciata spagnola, che proprio alle spalle di via Caetani. Ma le indagini alla fine
s'interruppero senza arrivare a nulla di concreto.
All'inizio degli anni Novanta una serie di indizi ha nuovamente portato la magistratura nel Ghetto
ebraico: stavolta le segnalazioni indicavano palazzo Orsini, della famiglia Rossi di Montelera, un
imponente complesso che sorge alle spalle del Teatro Marcello, proprio di fronte all'isola Tiberina.
Anche l c' un cancello con il "passo carrabile" e due orsi all'ingresso, simbolo della casata, proprio
su largo di Monte Savello. Due orsi e non due leoni, come scriveva Pecorelli, si badi bene. Palazzo
Orsini ora un complesso residenziale, completamente ristrutturato, dove sono ospitati uffici,
rappresentanze diplomatiche, banche, agenzie: si trova a duecento metri dalla Sinagoga e non
lontano da via Caetani. C'erano perfino alcuni spunti investigativi che in passato avevano gi
condotto gli inquirenti alla dimora dei Montelera. Nel covo di via Gradoli la Polizia aveva trovato
degli appunti, scritti da Moretti, con il recapito telefonico dell'Immobiliare Savellia, un'agenzia che
gestiva i contratti di affitto dei residence e degli uffici di Palazzo Orsini. In un altro foglietto c'era
scritto: Marchesi Liva mercoled 22, ore ventuno e quindici, atropina. La Marchesi era la titolare
della Savellia e l'atropina un alcaloide con propriet anestetiche. La data sembra corrispondere al
22 marzo, sei giorni dopo il sequestro Moro.
Tra le carte di Morucci, al momento dell'arresto, fu anche recuperata una piantina topografica
dell'intero palazzo, corredata di tutte le indicazioni utili, dai vari ingressi allo spessore delle mura.
Rintracciata dai giornalisti in Svizzera, la contessa Rossi di Montelera, che gestiva l'immobile per
conto della famiglia, si mostr sorpresa: Sono tutti uffici molto importanti, a chi pu essere venuta
un'idea del genere? Sono state compiute indagini? Siamo in grado di dare tutte le informazioni
necessarie. Ma nessuno fino a quel momento le aveva mai chieste, se si esclude un'intercettazione
sull'utenza telefonica di un appartamento, disposta per soli cinque giorni dal consigliere istruttore

Cudillo, nel marzo '79. L'indagine fu archiviata, ma rimasto il sospetto che in quel palazzo potesse
esserci la sede di un organismo riservato in qualche modo collegato al quartier generale delle BR.
Elfino Mortati, al termine del suo girovagare, condusse gli inquirenti alla base di via dei Bresciani 4,
dove si svolgevano le riunioni delle BR, ma gli inquirenti non riuscirono a localizzare l'altra, e pi
importante, dove aveva pernottato. Anche il brigatista raccont di aver conosciuto una certa Anna,
durante la sua permanenza a Roma, che dopo la scoperta di via Gradoli lo aveva rassicurato: Non ti
preoccupare, non cambia niente. Moro detenuto in citt, ma non ci sono problemi perch in un
luogo di massima sicurezza, non verr trovato. Una sera, durante uno dei sopralluoghi, qualcuno
fotograf Mortati, Imposimato e anche il giudice Priore che si era accodato al sopralluogo. La foto
fu scattata dall'alto, forse dalla sede sotto copertura del SISDE, poi individuata all'interno di
Palazzo Antici Mattei. I tre furono ripresi mentre erano all'angolo tra Palazzo Caetani e via de'
Fu-nari. Il magistrato lo consider un avvertimento e le indagini s'interruppero. Pochi giorni dopo Mortati era intanto tornato a Firenze - La Nazione pubblic un ampio servizio in cui si dava
notizia del suo pentimento, con la sibillina aggiunta che le BR lo avevano condannato a morte. Il
giovane brigatista intu che si trattava di una minaccia seria, che i servizi segreti avevano pilotato
l'uscita della notizia e da quel momento rifiut di rispondere alle domande dei magistrati. Un anno
dopo il fratello del giudice Imposimato, imprenditore a Napoli, fu assassinato dalla camorra.
L'indagine del ROS stata la Commissione Stragi, negli anni Novanta, a individuare il covo BR di
via Sant'Elena 8, al Ghetto, mai scoperto nel corso delle inchieste disposte dalla magistratura nel
corso di venti lunghi anni. Il presidente Pellegrino affid la nuova indagine al maggiore dei ROS,
Massimo Giraudo che, sulla base di elementi gi emersi nel 78 e di successive testimonianze e
perizie, riusc finalmente a localizzare la base BR pi vicina a via Caetani e cio al luogo dov' stato
trovato il corpo di Moro: in una zona dove lo statista sarebbe stato trasferito negli ultimi giorni di
vita e dove con tutta probabilit sarebbe stato anche ucciso. Questa ormai la convinzione
prevalente: del resto nessun inquirente aveva mai creduto fino in fondo alla versione data da Mario
Moretti, e cio che il capo delle BR avesse ucciso il presidente della DC in via Montalcini,
all'interno della Renault rossa, per poi attraversare Roma con un cadavere sanguinante nel
bagagliaio. Ma per molti motivi, come vedremo, il vero luogo dell'esecuzione non doveva essere
scoperto. Forse per questo il 9 maggio, quando non era passata neppure un'ora dal ritrovamento di
Moro, il "lucido manovratore" aveva gi elaborato il messaggio che serviva a distrarre l'attenzione
dal vero motivo per il quale le Brigate Rosse avevano scelto quella strada. Il messaggio diceva che il
corpo di Moro era stato lasciato l, al crocevia tra la sede della DC in piazza del Ges e quella del

PCI in via delle Botteghe Oscure, per sottolineare in modo simbolico che lo statista era la vittima
sacrificale di quel compromesso storico che non si sarebbe mai dovuto fare. Ma era soltanto l'ultimo
raffinatissimo depistaggio.
Nell'appartamento in via Sant'Elena 8, potr sembrare strano, ci erano arrivati per primi i vigili
urbani, dopo una segnalazione che forse proveniva dal SISMI, ma di cui non rimasta traccia al
processo. I carabinieri agli ordini del colonnello Antonio Cornacchia (p2), fallirono nell'impresa. Il
comandante dei vigili Francesco Russo, con il pretesto di un controllo su eventuali abusi edilizi, il
16 settembre 1978 si rec con i suoi uomini all'interno 9, terzo piano, dove abitavano due giovani
coniugi, Laura De Noia e Raffaele De Cosa. Suon il campanello ma non rispose nessuno. La
portiera raccont che durante i mesi del sequestro la coppia si era allontanata, lasciando un recapito
telefonico che avrebbe dovuto usare per avvertirli soltanto se la polizia avesse fatto irruzione.
L'appartamento aveva continuato a essere frequentato da un viavai di giovani; in particolare la
portiera ricordava una donna di nome Anna. Da accertamenti dei vigili urbani, Anna fu identificata
con tale Anna Bonaiuto, a quanto ci risulta mai rintracciata o perseguita. Anzi, il rapporto risult
censurato in alcune pagine, che probabilmente la riguardavano, come si poteva desumere dai
passaggi successivi.
Nell'inchiesta Moro emerge dunque per la prima volta un'area di militanti BR mai identificati o, se
identificati successivamente, mai perseguiti, come se il covo di via Sant'Elena 8 fosse off-limits.
Prima di addentrarci nei segreti di quest'ultima postazione BR, molto vicina a Palazzo Caetani, va
ricordato che le ultime perizie, quelle consegnate dal comando ROS alla Commissione Stragi,
hanno stabilito che lo statista era stato ucciso a non pi di cinquanta metri dal luogo dov'era stato
trovato, e non oltre mezz'ora prima del ritrovamento della Renault, dunque in un orario successivo
alle dieci di mattina, quattro ore in pi rispetto alla versione fornita da Moretti. Sulle scarpe e sugli
abiti dello statista furono poi trovati moltissimi frammenti di fibre tessili di vario colore. Gli stessi
elementi "volatili" sono stati rinvenuti anche sui copertoni dell'auto, dettaglio che ha consentito di
stabilire che la vettura che ha trasportato il corpo di Moro ha proceduto lentamente per un percorso
non superiore a cinquanta metri. Yinsula Mattei,parallela a Via Caetani, piena di negozi e di
magazzini di tessuti e drapperie: in particolare c' un grande deposito di stoffe in piazza Paganica
con passo carrabile proprio alle spalle di Palazzo Caetani. E Laura De Noia, la donna di via
Sant'Elena 8, la figlia del proprietario, anzi era, perch sembra che sia morta di cancro nell'estate
del '79. Non si esclude per che possa essere stata allontanata e magari aver trovato rifugio in
Israele, dove aveva parenti e amici.

All'epoca la De Noia, diplomata al Centro Sperimentale di Cinematografia, lavorava come


documentarista. Dall'inchiesta emerge la figura di una donna inquieta, introversa, alla ricerca di
un'identit politica: espulsa dal PCI, ha gravitato per qualche tempo nei circoli femministi della
Maddalena, poi si avvicinata ad Autonomia, infine entrata nel FUORI, l'organizzazione di
liberazione omosessuale candidandosi nelle liste del Partito Radicale. In questo periodo sembra che
Laura abbia riscoperto il suo ebraismo e abbia cominciato a collaborare alla rivista Shalom:
andava spesso in Israele dove viveva una sua cugina; di quei viaggi non parlava con nessuno,
soltanto al marito confess di essere entrata nella rete di Simon Wiesenthal, specializzata nella
caccia ai nazisti, e per questo suo legame pericoloso era costretta ormai a circolare con una pistola. Il
maggiore Giraudo, nel gi citato rapporto alla Commissione Stragi, sostiene che il Mossad usa
reclutare i suoi agenti nella rete Wiesenthal.
I brigatisti dissociati, come Adriana Faranda e Valerio Morucci, hanno sempre ripetuto una sorta di
ritornello: Tutto chiaro, se qualcosa non si ancora scoperto riguarda qualche compagno,
coinvolto marginalmente nel sequestro Moro, che se l' cavata, cio non stato indagato o arrestato.
Non vale la pena parlarne, a distanza di tanto tempo. Del resto i dissociati, a differenza dei pentiti,
non hanno mai fatto i nomi di persone non note agli inquirenti (ad esclusione del povero Maccari!).
Fatto che il silenzio riguarda, evidentemente, tutto un gruppo di persone aderenti alle Brigate
Rosse sulle quali gi nel 79 esisteva un rapporto del SISMI, a firma di Cogliandro, in cui veniva
indicata l'origine israelita di alcuni appartenenti all'organizzazione e anche i possibili contatti delle
stesse con il Mossad o organizzazioni limitrofe. Lo stesso Markevitch, indicato come uno dei capi
delle BR, e non come semplice intermediario, aveva avuto relazioni amichevoli e profonde con il
governo israeliano. E in questo rapporto si scopre anche quale fosse l'informatore di Fattorini,
l'agente del SISMI detto Mezzo Ebreo: era un senatore del PCI (proprio come in Cristo nella
plastica dello scrittore italoamericano Di Donato) che avrebbe riferito come in un locale di via
Arenula venissero reclutati giovani della zona per essere poi addestrati, ideologicamente ma forse
anche militarmente, nella tenuta di Santa Ninfa, proprio l'oasi meravigliosa di Hubert Howard, il
signore di Palazzo Caetani, punto d'incontro, come gi sappiamo, anche di uomini di Stato e
dell'economia che vengono considerati tra i fondatori di Gladio, ovvero la "rete parallela"
organizzata in funzione anticomunista, e cio il ministro Paolo Emilio Taviani e il presidente
dell'ENI Enrico Mattei.
Una tragedia, vent'anni dopo, almeno secondo un'altra ipotesi, avrebbe consentito di identificare
chi fosse la misteriosa Anna di cui aveva parlato anche Elfino Mortati, il brigatista toscano. Il 6

febbraio 1990, all'interno di un'auto parcheggiata nei pressi di Chieti, fu trovato il cadavere di
Marco Tirabovi, suicidatosi con i gas di scarico. Elfino fu in seguito interrogato e disse che in effetti
all'epoca Tirabovi era noto con il soprannome di "Anna", anche negli ambienti del Comitato
Rivoluzionario Toscano, per via dei capelli lunghi. Sull'agenda trovata in tasca al suicida c'era il
numero di Massimo Carloni, ex appartenente al servizio d'ordine di Lotta Continua, poi confluito
nelle BR e indagato nell'88 con esito negativo dalla Procura di Bologna nell'ambito delle indagini
sull'uccisione del senatore Roberto Ruffilli. Fili di un'indagine che collegano le zone pi in ombra
dell'organizzazione, il ghetto ebraico e la "cupola toscana".
Amico della Di Noia era Bruno Sermoneta, un altro commerciante di tessuti con negozio in via
Arenula, indagato dopo la scoperta di via Gradoli a causa di un mazzo di chiavi di una sua vecchia
Jaguar ritrovate nel covo. Anche lui era un frequentatore di via Sant'Elena, come i fratelli Settimio e
Osvaldo Cecconi, che possiedono una casa sul lago di Bracciano. Una villetta poco lontano da
quella della Di Noia e del marito. questa una zona dove nuovamente ci conducono le perizie del
maggiore Giraudo: sulla suola delle scarpe di Moro c'erano tracce di un terriccio vulcanico, che
viene localizzato nella zona dei Monti Sabatini intorno a Bracciano. Nei risvolti dei pantaloni c'era
invece della sabbia, tipica di una parte del litorale tirrenico, compresa tra la zona a nord di Focene e
Marina di Palidoro. Proprio in quell'area, secondo Carlo Alfredo e Giovanni Moro, per due volte le
forze dell'ordine si erano dette certe di aver individuato una prigione e avevano predisposto un blitz.
Un blitz che per misteriose ragioni non si mai fatto.
Villa Odescalchi, la prigione sul litorale Le ipotesi a questo punto sfumano nel fantasmagorico.
Anche perch la Commissione Stragi, nella nuova legislatura, ha chiuso i battenti lasciando
incompiuta l'indagine sul punto pi controverso e pi oscuro del caso Moro: la prigione, o le
prigioni, dove lo statista ha trascorso gli ultimi cinquantacinque giorni di vita. Il governo
Berlusconi ha ritenuto che sulle stragi d'Italia fosse stata fatta sufficiente chiarezza e la domanda pi
angosciosa che ci insegue fin da quel 16 marzo 1978, quando il presidente DC fu rapito, destinata
per ora a restare senza risposta. La Procura di Roma non sembra particolarmente interessata a
riaprire il capitolo della prigione Moro, mettendo a rischio la verit accertata nei tre processi finora
celebrati, che poggiano tutti sull'assunto ipotetico che l'unica prigione sia stata quella di via
Montalcini.Assunto ipotetico, appunto: perch la versione dei brigatisti dissociati non pu trovare
n conferme n smentite, dal momento che in quell'appartamento gli inquirenti sono arrivati due
anni dopo e quando l'alloggio era stato restaurato. Mentre l'anello debole della catena, Germano
Maccari, il presunto "quarto uomo", uscito di scena stroncato da un infarto in una cella di

Rebibbia nell'agosto 2002, quando forse si paventava che l'inchiesta sulla prigione di Moro potesse
venire riaperta. Per il momento la Procura di Roma si limitata a riaprire il fascicolo su Innocente
Salvoni, non tanto per scoprire quali fossero i suoi rapporti con l'Hyperion, ma per accertare la
presenza e il ruolo in via Fani di questo brigatista, finora scagionato da Morucci.Ho la sensazione,
anche se nulla ancora trapelato dell'indagine, che Salvoni possa essere identificato come uno dei
due brigatisti a bordo della moto, rimasti finora senza nome. E il cerchio si chiuderebbe per sempre.
Non resta dunque che fare un po' di fantastoria sulla base dei fatti accertati dal ROS. In quali e
quante prigioni stato detenuto Moro? Personalmente ritengo che il Presidente in via Montalcini
non abbia mai messo piede, ma solo di recente questa mia fissazione ha trovato qualche timida,
seppur autorevole conferma, ad esempio nei dubbi manifestati in un'intervista su un numero di
Panorama della primavera 2003 dal giudice Rosario Priore. Molti pensano che Moro sia stato in
via Montalcini per un certo periodo: qualcuno soltanto per pochi giorni, altri fino all'ultima
settimana, quando le BR avrebbero ceduto 1'"ostaggio" alla malavita perch non erano pi in grado
di gestire il sequestro. Ma sono in molti a non rinunciare alle molteplici segnalazioni su una
prigione vicino al mare, lungo la via Aurelia.
Un'ipotesi confortata dalla perizia sulla sabbia, che, come abbiamo detto, sarebbe di una qualit che
conduce al tratto di litorale tirrenico che va dal settore nord di Focene a Marina di Palidoro: una
decina di chilometri del lungocosta raggiungibili dalla capitale in non pi di mezz'ora. La sabbia
trovata sulle ruote della Renault, sotto la suola delle scarpe di Moro e perfino nei risvolti dei
pantaloni, scrivono i periti, reperibile a una distanza dal bagnasciuga molto ridotta, variabile da
pochi metri a un massimo, ma solo per limitatissimi settori del litorale indicato, di non pi di un
centinaio di metri. L'analisi peritale cos prosegue: Una parte del materiale rinvenuto sotto la suola
delle scarpe indica che la vittima, in epoca anteriore a quella in cui transitata sulla sabbia del
litorale, ha camminato su un terreno vulcanico tipico delle zone interne e peritirreniche del Lazio:
detto [materiale] per alcuni caratteri simile a quello osservato sui parafanghi della Renault 4 [...].
La conclusione la seguente: L'area di provenienza di parte del materiale componente queste
incrostazioni la regione occupata dai prodotti dei vulcani Sabatini, compresa tra Roma e l'area del
Lago di Bracciano o, in via subordinata, il territorio dei Colli Albani [...]. Il materiale vulcanico non
ha subito trasporto e quindi deve aver aderito ai parafanghi direttamente dalla sua ordinaria area di
provenienza.
E questo vale anche per i pneumatici dell'auto.
La perizia sembra confermare l'ipotesi che Moro sia stato tenuto prigioniero fuori Roma, proprio in

una zona del litorale compresa tra Focene e Marina di Palidoro. Per una di quelle coincidenze
straordinarie tipiche dei misteri d'Italia, nel 1990 si scopr che nei pressi di Marina di Palidoro, a
Palo Laziale, dieci anni prima la residenza italiana di Paul Getty, il miliardario americano, era stata
venduta a una catena alberghiera di propriet della societ svizzera Cobajar ed era stata trasformata
nell'esclusivo hotel La Posta Vecchia. La pubblicit ne esaltava la collocazione: il nuovo albergo era
situato su un promontorio, a ridosso della spiaggia, ed era circondato da uno splendido parco e da
boschi protetti del WWF, mentre nei sotterranei era possibile visitare un museo romano.
Procedendo si scopr anche che Paul Getty aveva acquistato dalla famiglia Odescalchi un'antica
stazione di Posta del Seicento, edificata su ruderi romani, gi denominata Villa Odescalchi, che si
trovava all'interno di un terreno ancora di propriet della nobile famiglia romana.
I vecchi proprietari, alla fine degli anni Sessanta, avevano dato in gestione al WWF il parco naturale
trasformandolo in un'oasi protetta. Il WWF la stessa associazione naturista che gestisce l'oasi di
Ninfa, in base a un accordo con la Fondazione Caetani, ed stato fondato nel 1966, insieme al
Gruppo Natura di Italia Nostra, che la prima associazione di tipo protezionista sorta attorno alla
met degli anni Cinquanta su iniziativa di Giorgio Bassani, Elena Croce e... Hubert Howard (che
ne fu anche consigliere nazionale dal 1962 al 1972). Due nomi, questi ultimi, che riconducono a
Markevitch. Con un'ultima postilla che consente di chiudere il cerchio della fantastoria: il nome di
Hubert era annotato anche sull'agenda di Laura Di Noia, la brigatista che abitava in via Sant'Elena
8 ed era figlia del proprietario del negozio di tessuti che si trova alle spalle di Palazzo Caetani.
Prima di tornare al Ghetto, bisogna aggiungere che nel 78 Villa Ode-scalchi era ancora di propriet
di Paul Getty, che l'aveva trasformata in una residenza sfarzosa, dotata perfino di una pista di
atterraggio per elicotteri e velivoli privati. L'antica allusione di Pecorelli sul fatto che Moro potesse
essere stato trasferito in elicottero troverebbe cos una surreale giustificazione.
Certamente Howard e Getty si conoscevano. E sembra anche che dietro la nascita dell'oasi di Palo
Laziale, come per Santa Ninfa, si nasconda la passione naturista del dominus di Palazzo Caetani.
Insomma quel luogo ricco di anfratti, ruderi, capanni, vasto migliaia di ettari, ma chiuso all'esterno,
con i suoi numerosi nascondigli naturali era particolarmente adatto a occultare una prigione che
poteva rimanere ignota perfino ai custodi della villa dove il magnate del petrolio si recava di rado.
Dopo la vendita dell'80, come in via Montalcini, provvidenziali lavori di restauro hanno
completamente alterato la struttura dei luoghi dove Moro potrebbe essere stato tenuto prigioniero,
anche se le coincidenze che hanno condotto la Commissione Parlamentare d'Inchiesta a Villa
Odescalchi restano molto suggestive.

La localit coincide con l'indicazione data dall'uomo della 'ndrangheta Rocco Varrone all'onorevole
Cazora: la prigione nella zona Aurelio-Boccea che era, per la sua collocazione, sotto il controllo
della Banda della Magliana:potrebbero essere stati proprio i boss della gang romana a proteggerla da
intrusioni durante il sequestro. Anche Pippo Cal abitava in quel periodo in una villa sull'Aurelia,
ha raccontato Buscetta.
C' di pi: com' avvenuto per Palazzo Caetani, l'indagine del ROS ha portato alla luce una serie di
segnalazioni fatte all'epoca, e volutamente ignorate, sulla presenza di brigatisti nella zona di
Focene. Il 26 marzo 1978, dieci giorni dopo il rapimento Moro, due addetti al lavoro di ripristino
dei canali, i cosiddetti "spalatori", notarono nei pressi dell'argine di Focene un gruppo di giovani,
forse due ragazze e due ragazzi, intenti a seppellire qualcosa sulla spiaggia. Appena si
allontanarono, gli spalatori videro che dalla sabbia spuntavano volantini delle Brigate Rosse.
Dunque avvisarono una pattuglia della Guardia di Finanza segnalando in particolare la presenza di
una ragazza bionda che faceva parte del gruppo. Prese avvio un'indagine alquanto strana, anche
perch quasi subito la Guardia di Finanza entr in conflitto con l'UCIGOS che non ritenne
attendibile la testimonianza degli "spalatori" e anzi invit le Fiamme Gialle a ritirare le pattuglie
dalla zona perch, cos conferm l'uciGOS, potevano suggestionare altri eventuali testimoni e
indurii a riconoscere erroneamente la ragazza. Dalla nota emergeva che la bionda era stata
identificata, ma per qualche motivo FuciGOS riteneva non fondato il riconoscimento, anzi
sosteneva la completa estraneit ai fatti della stessa perch persona legata ad elementi al di sopra
di ogni sospetto. L'UCIGOS metteva anche in dubbio il fatto che il gruppo di persone viste dagli
"spalatori" sulla spiaggia fossero coloro che avevano seppellito i volantini. Il sospetto che i due
operai abbiano riconosciuto la ragazza non dalle foto, ma de visti, perch si trattava di una persona
nota nella zona.
Nonostante la diffida del ministero dell'Interno, la Guardia di Finanza continu a indagare. Nelle
mie memorie di cronista questo episodio ha fatto riemergere un lontano ricordo: nell'autunno '78
lavoravo all'ANSA e il mio capo mi sped a Focene perch aveva saputo da un amico della Finanza
che in quella zona era stato scoperto un covo delle BR. Non ne cavai molto, ma evidente che la
notizia dell'indagine trapel gi allora. Il 2 settembre 1978 il giudice Rosario Priore finalmente
interrog gli "spalatori" che confermarono la loro versione. Al primo fu mostrato un album di un
centinaio di foto di individui che gravitavano in ambito brigatista e l'uomo indic nella foto numero
7 una delle quattro persone notate sul litorale di Focene. L'ufficio da atto che trattasi della
fotografia di Mario Moretti, scritto nel rapporto. Ma della ragazza bionda non si pi avuta

notizia. Non solo: lo spalatore aggiunse di aver notato in quello stesso periodo una Renault
parcheggiata lungo il canale con all'interno due giovani con i baffi. L'indagine fu archiviata e fino al
2000 della presunta prigione sul litorale romano non si saputo pi niente.
Per tornare all'ipotesi che Moro abbia trascorso gli ultimi giorni di prigionia nella zona del Ghetto,
esaminiamo la seconda parte della perizia del ROS: nella Renault 4 c'erano soprattutto filamenti
tessili, sovrastanti sia la sabbia che il terriccio, e quindi deposti successivamente: Un assortimento di
varie strutture filamentose a caratteri molto eterogenei, presenti sia in elementi di alcuni centimetri
di lunghezza sia dispersi anche nelle classi granulometriche pi fini della frazione sabbiosa, con
lunghezze inferiori al decimo di millimetro. Sono stati identificati [...] fibre e frammenti di fibre con
caratteri di diametro, di pennello terminale e di superficie analoghi a quelli propri delle fibre
artificiali. Tra le altre sono state osservate di colore rosso e azzurro, molto sottili, avvolte in fitti
aggregati; rosso di diametro maggiore; marrone, giallastro e arancione e bianco di diversi diametri e
caratteri di dettaglio.
Ma l'elemento pi importante che la presenza di questi filamenti sulle ruote e sul parafango cos
massiccia da far ritenere che la vettura non abbia percorso pi di cinquanta metri, a bassa velocit,
dal luogo dov' entrata in contatto con il materiale descritto, a via Caetani dov' stata ritrovata. Con
l'inevitabile deduzione che Moro sia stato ucciso in un luogo molto vicino a palazzo Caetani.
Quale pu essere stato dunque, in questa sarabanda di brigatisti, cacciatori di teste e agenti segreti,
il percorso immaginario compiuto dal presidente DC dal momento della sua cattura in via Fani? Le
perizie del maggiore Giraudo, intrecciate alle grandi connection evocate dal musicista
Markevitch,consentono di individuare alcune possibili tappe.
Dopo la strage di via Fani, la 132 con a bordo Moro arriva in via della Balduina, entra dal lato
posteriore nella rimessa dello IOR di via Massimi 91, dove - se prendiamo per buona la fiction di Di
Donato - nell'apposito locale attrezzato da pi di un anno, gli vengono prestate le prime cure.
Ricordiamo che la 132 nella mezz'ora successiva al sequestro, viene vista parcheggiare nei pressi di
via Massimo, in via Licinio Calvo, da due uomini e una ragazza, quando dell'ostaggio non c' pi
alcuna traccia.
Dopo una breve sosta nel garage, Moro, a bordo di un furgone, sarebbe stato trasferito per vie
secondarie in una villa nei dintorni di Bracciano,zona che dista appena dieci minuti dalla sfarzosa
residenza di Paul Getty dove, secondo questa ipotetica e ardita ricostruzione, lo statista avrebbe
trascorso buona parte dei cinquantacinque giorni: l'assoluta sicurezza dell'ambiente avrebbe
addirittura consentito ai suoi carcerieri di fargli compiere qualche passeggiata sulla spiaggia. A

confortare quest'ipotesi, che ha dell'incredibile, agli atti della Commissione Stragi ci sono, come
abbiamo accennato, le testimonianze di Carlo Alfredo e Giovanni Moro, rispettivamente fratello e
figlio dello statista, che raccontano di aver appreso in due differenti occasioni e da fonti diverse che
le forze dell'ordine avevano individuato una possibile prigione di Moro vicino Palo Laziale e
stavano preparando un blitz per liberarlo. Era stato Dalla Chiesa a scoprire il rifugio segreto, e per
questo l'ostaggio fu nuovamente trasferito per la terza e ultima volta nella zona del Ghetto? Di
questa ricostruzione non c' traccia nella versione data dai dissociati delle BR. E soltanto la
magistratura potrebbe riaprire questo capitolo di indagine. Il presidente Verrina, nelle motivazioni
della sentenza sull'omicidio Pecorelli, manifesta rincrescimento per non essere riuscito a localizzare
la prigione di Moro che Dalla Chiesa avrebbe scoperto quando propose di fare quel blitz che non gli
fu consentito. Eppure i risultati delle indagini compiute dalla Commissione Parlamentare che ha
pieni poteri d'inchiesta, pari a quelli della magistratura, erano gi noti. Perch la Corte d'Assise
d'Appello di Perugia non ne ha tenuto conto? Gli atti non sono stati trasmessi? Forse dobbiamo
rassegnarci, ancora una volta, all'incomunicabilit tra poteri dello Stato e organi inquirenti.
I misteri del Ghetto Non deve stupire la chiave surreale cui ricorriamo per tentare di forzare l'ultimo
baluardo che si oppone alla piena comprensione di quella terribile primavera del 78. Ma un
personaggio insospettabile che a un certo punto ci viene in aiuto: Peter Tompkins, vicecapo del
Comando Alleato durante la Liberazione, che ci da un'indicazione, forse non del tutto casuale,
dell'ultima possibile prigione di Aldo Moro nella sua biografia: Una spia a Roma scritta negli anni
Sessanta, ma recentemente ripubblicata con una presentazione. Del resto Tompkins un esperto di
guerra psicologica e ha sempre mostrato di saper calibrare i suoi interventi nei fatti italiani di cui
grande conoscitore. Tompkins conosce bene Palazzo Caetani, visto che nel '43 vi aveva stabilito la
sua base segreta. E conosce bene anche Markevitch:si erano incontrati durante la guerra, quando
Igor, su consiglio di Carlo Sinigaglia, entr in contatto con l'ORI, il servizio segreto della
Resistenza, organizzato dall'avvocato torinese Raimondo Craveri, che era per altro marito di Elena
Croce. La rete Craveri oper in stretto contatto con l'oss e dunque con il generale William
Donovan, ma soprattutto con Peter Tompkins.
In quel periodo la "spia americana" gi all'interno di Palazzo Caetani, dove svolge la sua attivit di
intelligence in stretto contatto con alcuni comandanti partigiani, come Giuliano Vassalli, da lui
incaricato di organizzare la liberazione dal carcere nazista dei prigionieri politici. Tra questi ci sono
anche due futuri capi di Stato, ovvero Saragat e Pertini. Nel libro di memorie Tompkins racconta un
episodio avvenuto nel '43 in un interno di Palazzo Antici-Mattei (lo stabile fa parte dello stesso

complesso occupato dagli alleati e chiude alle spalle Palazzo Caetani): Cervo mi fece salire i gradini
che portavano alla terrazza: da qui per un corridoio tortuoso mi condusse in una piccola camera da
letto, ove, spostato un comodino apparvero i contorni di un pannello segreto largo circa quaranta
centimetri e alto altrettanto. Lo apr e si cacci dentro a carponi[...] varcato il pannello mi trovai in
una piccola camera da letto dove tutte le porte erano state murate e coperte da carta da parati, l'unica
finestra era celata da pesanti tendaggi [...]. Quella stanza cos ben nascosta all'ultimo piano di
Palazzo Antici-Mattei doveva servire come rifugio temporaneo per i prigionieri liberati dalle carceri
tedesche in attesa di poterli estradare verso la salvezza.
Anche Moro stato trattenuto in quella stanza, in attesa di essere estradato, come i prigionieri
liberati dai tedeschi? Scriveva il nostro Pecorelli in quei giorni: Moro era certo di essere liberato,
ma temeva di essere ferito in un conflitto a fuoco dei "carabinieri".... I carabinieri di Dalla Chiesa,
che avevano scoperto il suo ultimo domicilio e premevano per intervenire? O erano altri i
"carabinieri" che Moro temeva? E veramente difficile riuscire a immaginare quello che accaduto
negli ultimi giorni e soprattutto nelle ultime ore. I brigatisti dissociati, ad esempio, assicurano che
Moro non sapeva di essere stato condannato a morte, al contrario, era convinto che l'ultimo
trasferimento avrebbe preceduto di poche ore la libert. Anna Laura Braghetti arriva a descrivere il
commiato, i saluti, lo scambio di reciproci auguri, prima che il Presidente si calasse nella cesta per
essere portato via. Forse dobbiamo soltanto retrodatare di qualche giorno questa foto, a quando i
brigatisti, o almeno alcuni di loro, sono usciti definitivamente di scena e l'ostaggio stato
consegnato ad altri protagonisti, ancora sconosciuti, della fase finale del sequestro. Ma credo che
almeno Moretti abbia incontrato Moro, nei giorni successivi, quando era ancora in corso l'ultima
possibile trattativa prima che qualcuno, come scriveva Pecorelli, alzasse il prezzo e tradisse il
patto.
Una cosa certa: Moro era costantemente informato di ogni decisione che lo riguardava. E perci
anche della condanna a morte, quando questa fu decisa. Lo conferma l'ultima straziante lettera alla
moglie: Mia dolcissima Noretta.... Ma anche la telefonata che fece Morucci al professor Franco
Tritto, un amico dello statista. Un colloquio drammatico, che abbiamo ascoltato tante volte in tutte
le commemorazioni, anno dopo anno. Morucci dice al professore che il corpo di Moro in via Fani,
nella Renault rossa: Lei deve informare la famiglia, sono le ultime volont del Presidente, non
vuole che lo sappiano da altri, vada subito da loro. Il professor Tritto, un vecchio allievo
dell'universit, piange al telefono, sussurra: Non me la sento, non ce la faccio.... Morucci insiste:
Professore, io non mi posso trattenere a lungo, faccia come le ho detto, sono le volont del

Presidente, nell'auto ci sono anche alcuni effetti personali da consegnare alla famiglia.
Morucci temeva che potesse essere localizzata la cabina da dove stava telefonando, aveva paura di
essere arrestato. Il nastro della registrazione pieno di fruscii: anche il brigatista sembra
emozionato e sullo sfondo si sentono distintamente i singhiozzi di Tritto. Dunque a Moro era stato
comunicato che la sentenza doveva essere eseguita, aveva avuto il tempo di manifestare le sue ultime
volont e, immaginando la disperazione della moglie e dei figli, preferiva che fosse un amico di
famiglia a portare la notizia. Non il presidente del Consiglio Andreotti, non gli ex amici della DC,
quel partito da cui aveva dato le dimissioni, uomini che aveva accusato di averlo condannato a
morte. E nella sua solitudine, consapevole di essere stato tradito, si avviato verso l'estremo
sacrificio dopo aver maledetto per l'ultima volta i nuovi nemici e i vecchi amici.
La perizia del ROS afferma che neppure la versione dell'esecuzione compatibile con quanto ha
rivelato l'autopsia: Moro era in piedi quando gli hanno sparato o, se davvero era all'interno dell'auto
(ipotesi considerata molto improbabile) il killer che ha imbracciato la mitraglietta Scorpion, per la
particolare inclinazione dei colpi, doveva essere seduto al posto di guida e dunque doveva avere
un'elevata capacit nel manovrare l'arma, in quella posizione scomoda e in quello spazio angusto.
Anche la tragica pagina finale sembra tutta da riscrivere.
In assenza di ogni possibile certezza, sullo scenario dell'assassinio troviamo un altro degli scritti
oscuri, visionari e sibillini di Pecorelli. Il passo tra i meno conosciuti, forse perch soltanto da
poco tempo stato possibile coglierne interamente il significato. Esso suggerisce come il giornalista
fosse tra i pochi ad aver capito immediatamente perch il corpo di Aldo Moro era stato abbandonato
in via Caetani e quali segreti nascondessero quelle mura. Su OP del 23 maggio 1978, dunque,
Mino si avventura in un'altra fantacronaca, quella del ritrovamento del presidente DC, e immagina
tra la folla una contessa romana che sull'onda dell'emozione si abbandona a sinistre riflessioni. Di
fronte al muro dov' parcheggiata la Renault con il corpo di Aldo Moro, la nobildonna ha come
un'allucinazione e sussurra: Oltre quel muro ci sono i ruderi del teatro Balbo, il terzo anfiteatro di
Roma. Ho letto in un libro che a quei tempi gli schiavi fuggiaschi e i prigionieri vi venivano condotti
perch si massacrassero tra di loro. Chiss cosa c'era nel destino di Moro perch la sua morte fosse
scoperta proprio contro quel muro? Il sangue di allora il sangue di oggi, quel sangue ricade anche
su di noi.
La risposta all'ultimo rebus non , oramai, troppo difficile: quegli antichi guerrieri costretti a
scendere nelle arene erano i gladiatori.
ruolo del KGB Molti anni dopo il professor Franco Tritto stato protagonista di un'altra

testimonianza. Quando fu pubblicata in Italia la lista della rete di spie del KGB elaborata
dall'archivista del servizio segreto sovietico Vassilij Mitrokhin, il professore si accorse che
nell'elenco c'era un nome che gli suonava familiare: quello di Sergej Solokov, uno studente russo
che negli ultimi mesi aveva seguito assiduamente le lezioni di Aldo Moro all'universit. Tritto
ricord anche che, familiarizzando con la cerchia di assistenti, tra cui lui, Solokov di tanto in tanto
chiedeva informazioni sugli spostamenti del presidente della DC o sulle misure di sicurezza
adottate per proteggerlo. Il 15 marzo 1978, il giorno prima del sequestro, il presidente DC, dopo
essersi intrattenuto a parlare con lo studente russo per qualche minuto, lo aveva invitato a
presenziare all'insediamento del governo Andreotti previsto per il giorno successivo, dicendogli che
poteva passare nel suo studio in via Savoia quel pomeriggio per ritirare l'invito. Con sorpresa il
professor Tritto, leggendo le memorie dell'archivista Mitrockhin, scopriva che lo studente era
partito da Roma il 24 marzo 1978, ma era tornato in Italia nell'81, dov'era rimasto fino all'85 per
svolgere attivit di spionaggio sotto la falsa copertura di giornalista della TASS.
L'episodio ha molto avvalorato la pista sovietica nel sequestro Moro ed stata recentemente
sponsorizzata dalla Commissione Parlamentare che si occupa delle liste Mitrokhin. Qualche
riflessione. Probabilmente lo studente russo era un informatore del KGB, un'aspirante spia che
cercava di raccogliere informazioni su personalit politiche per accreditarsi presso il servizio ed
essere assunto quale agente, com' poi avvenuto. Ma sembra strano che il KGB, per quanto
possiamo averne una cattiva opinione, si esponesse al punto da mandare un suo agente nello studio
di via Savoia sapendo quel che bolliva in pentola per il giorno dopo. Per giunta, proprio il 15 marzo,
in via Savoia era accaduto un fatto che aveva messo in subbuglio tutti gli apparati di sicurezza e
aveva creato molto allarme tra gli uomini della scorta, in particolare nel maresciallo Leonardi che da
tempo temeva potesse accadere qualcosa di molto grave. Ci fu un furto, o un tentativo di furto,
comunque l'intrusione di due uomini nell'appartamento che avevano prelevato o tentato di
prelevare documenti riservati. Cosa sia successo in via Savoia quel giorno con esattezza non si mai
capito: il capo della polizia Parlato and sul posto assicurando che si trattava di semplici ladruncoli,
cosa che non rassicur nessuno.
Il caso Solokov dimostra ben poco, tutt'al pi che il KGB era all'oscuro di quanto stava per accadere,
oppure aveva informazioni molto imprecise: potrebbe aver mandato un agente al seguito del
Presidente, ma credo pi probabile che si sia trattato di iniziative, anche maldestre, di un
collaboratore esterno. Detto questo, abbiamo gi visto, come il KGB fosse interessato al sequestro
Moro, come a sua volta temesse l'ascesa del PCI e il compromesso storico per i contraccolpi che

l'ingresso nell'area di governo del maggior partito comunista europeo poteva provocare nell'impero
sovietico, rafforzando il "comunismo democratico". Sappiamo anche che il KGB era certamente in
grado di controllare almeno un nucleo di militanti delle Brigate Rosse, come appare evidente dal
rapimento del generale americano James Lee Dozier, avvenuto a Verona nell'82 quando ormai le
Brigate Rosse si erano spezzate in due: da un lato l'ala movimentista di Senzani, gestita
dall'Hyperion e pertanto dal blocco occidentale (anche se sono personalmente convinta che Ycole
sia stata la casa madre degli agenti tripli), e dall'altro l'ala militarista formata prevalentemente dalle
colonne BR del Nord-Est e da un gruppo di brigatisti romani, capeggiati da Antonio
Savasta,all'interno della quale prevalevano le manipolazioni dei servizi segreti dell'Est. E
certamente il KGB poteva contare su informazioni che venivano da uomini a lui legati da tempo,
per quel che ne sappiamo: persone come quel Giorgio Conforto che, pur essendo stato un
funzionario della polizia segreta fascista di Mario Roatta, risult essere in contatto con il servizio
sovietico fin dal 1930. Ma "Dario" era anche molto vicino ad ambienti del Viminale e in ottimi
rapporti con uomini dell'apparato, tra cui il memorabile capo dell'Ufficio Affari Riservati Federico
Umberto D'Amato. Insomma, abbiamo di fronte personaggi di spessore pi consistente di Solokov,
persone che sembravano svolgere un ruolo di tramite tra Est e Ovest negli anni della guerra fredda.
Uno scenario all'interno del quale sembra collocarsi perfettamente anche Markevitch.
Il PCI, accusato dalla destra di aver ricevuto finanziamenti dal KGB (non diversamente da quanto
accadeva in quegli anni tra DC e CIA), non era nel 78 in rapporti idilliaci con l'URSS ed era molto
preoccupato degli appoggi che potevano essere forniti dai paesi dell'Est a organizzazioni
terroristiche non certo per sostenere l'insurrezione armata in Italia, quanto per boicottare quella
linea politica di compromesso storico alla quale aveva lavorato, oltre Moro, anche Enrico
Berlinguer.
Penso dunque che non sia un caso che la fonte altamente qualificata del SISMI, a quanto
conferm il generale Demetrio Cogliandro alla Commissione Stragi il 12 luglio 1999, fosse un
senatore del PCI (proprio come 1 racconto dello scrittore italoamericano De Donato). Il SISMI lo
considerava una fonte molto attendibile: era un'indicazione di affidabilit altissima, quasi mai
usata dal servizio. Ma, se leggiamo l'informativa scritta dal funzionario dei servizi segreti,
comprendiamo anche quale sofisticato scenario apra la comparsa del KGB nel caso Moro.
Fonte molto attendibile riferisce: 1. Un senatore del PCI (non identificato) sarebbe a conoscenza
dell'identit del capo delle Brigate Rosse. Questi si chiamerebbe Igor e sarebbe figlio o nipote di
Margherita Caetani, gi direttrice della rivista edita da Feltrinelli intitolata Botteghe oscure. Igor,

coetaneo di Moro, avrebbe partecipato agli interrogatori del leader DC. I Caetani, gi da oltre dieci
anni, avevano un ufficio in via Arenula dove provvedevano al reclutamento di giovani che
successivamente partecipavano a riunioni politiche nei possedimenti Caetani, in particolare nella
tenuta di Ninfa e della stanza del Cardinale nel castello di Sermoneta. Accertamenti. Gli
accertamenti condotti hanno permesso di identificare Igor Markevitch, marito di Caetani Topazia e
nipote di Margaret Chapin in Caetani.
2. Presso il Comune di Roma sono stati assunti molti fiancheggiatori delle Brigate Rosse, che
suddivisi successivamente in piccoli gruppi hanno dato vita a vere e proprie cellule eversive. A
conforto di tale tesi [la fonte] ha citato la Balzerani e la Mariani Gabriella (inquisite per la vicenda
Moro) e ha riferito che in via Gradoli fu trovata la chiave dell'autovettura Jaguar targata H via
Aurelia n. 701 [sic]. L'auto era appartenuta originariamente a tale Sermoneta, amico di una
brigatista residente in via di Sant'Elena 8. A questo indirizzo stata pi volte notata Buonaiuto
Anna, facente parte del gruppo in argomento. Al tempo della vicenda Moro, gli occupanti
dell'appartamento si allontanarono da Roma per evitare perquisizioni e lasciarono il recapito di un
bar di Trevignano. Accertamenti. Gli occupanti dell'appartamento sono stati identificati nei
coniugi Di Noia, residenti in via Sant'Elena e i corrispondenti di Trevignano sono Cecconi
Settimio, professore di filosofia [...]; Franchini Antonio [...] al momento non identificato.
Questa l'informativa. Il SISMI era dunque gi in possesso, tra la fine di aprile e i primi di maggio
del 1978, di tutte le informazioni cui faticosamente giunta la Commissione Stragi venti anni dopo.
Forse qualcuno potr dire che ad alimentare la leggenda del Grande Vecchio sono state le paranoie
di un senatore comunista che aveva la cattiva abitudine di frequentare i servizi segreti, amplificate
da uno scrittore americano cui qualcuno aveva raccontato questa storia. Ma ci sono troppi riscontri
incrociati: le ammissioni di Morucci, messo di fronte a fatti incontestabili; le perizie del ROS, la
vecchia indagine della Guardia di Finanza; gli articoli di Pecorelli e tanti, tanti altri piccoli e grandi
indizi di cui abbiamo parlato perch questa storia non sia ignorata.
Non si vuole processare il passato: solo ricostruire la verit utile a capire il presente. Quella delle
Brigate Rosse non una storia chiusa. Pochi mesi fa, il 2 marzo 2003, due brigatisti sono tornati a
sparare su un treno, erano diretti ad Arezzo, facevano capo ad un covo che non stato ancora
scoperto a Firenze. Erano Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi, accusati degli omicidi di
Massimo D'Antona e Marco Biagi. Ci sono in giro ancora schegge impazzite delle Brigate Rosse
che ruotano attorno al Comitato Rivoluzionario Toscano, dietro il quale si cela una centrale occulta
che nessuno finora ha voluto scoprire.

Storia di un agente triplo Il maggiore Giraudo, per dare una risposta a tanti interrogativi, ha
esplorato anche l'altra carriera di Igor Markevitch, quella di uomo di intelligence che si era
evidentemente intrecciata agli sviluppi della sua straordinaria ascesa di artista; ma fin dall'inizio
stato difficile districarsi tra i mille legami "importanti" della sua vita. Il musicista era divenuto
amico del nazista Dollmann mentre trattava con gli americani per la liberazione di Firenze; era stato
amico fraterno di Michael Noble, il capo del PWB, la struttura che si occup della rinascita della
vita culturale in Italia dopo il fascismo: ci aveva addirittura coabitato, e l'americano gli aveva aperto
le porte pi importanti della sua carriera di direttore di orchestra. Ma a Roma Markevitch, mentre
era in contatto con Tompkins per conto di Craveri, era entrato anche in confidenza con alcuni
ufficiali sovietici accreditati presso il comando alleato. E la prima moglie del musicista, Latjana
(detta Kyra) Nizinskij, era stata allontanata dalla polizia fascista come sospetta spia
dell'URSS:perch il musicista non fu altrettanto indagato? Forse le sue "credenziali" erano gi note.
Scrive Giraudo che, se era viscerale il suo legame con la Madre Patria, altrettanto forti erano i
rapporti che aveva stabilito con Israele, tanto da dichiarare la sua totale adesione alla cultura e al
destino della nazione ebraica.
Nel periodo in cui la sua malattia all'orecchio esord, quando gi il matrimonio con Topazia Caetani
vacillava, Markevitch accett per la prima volta di fare concerti in URSS. Un'esperienza da cui era
uscito furibondo e prostrato. in questo periodo che vengono collocati i suoi primi contatti con
l'intelligence sovietica. La conferma arriva dalla Francia: nel 76, a Parigi, Markevitch frequentava
intensamente Juri Borissov, antenna del KGB in Francia, sotto la copertura di addetto culturale
all'ambasciata sovietica di Parigi. Ma per comprendere il suo ruolo di straordinario doppiogiochista,
dobbiamo tornare ai suoi rapporti con il bulgaro Jordan Wessilinoff, che gi conosciamo: un agente
al servizio di molte bandiere, americani, russi e bulgari, che avrebbe finanziato attraverso il Noto
Servizio anche il MAR di Carlo Fumagalli allertando la Procura di Brescia. Claudia Wessilinoff,
figlia di Jordan, ha sposato nel '66 Vaslaw Markevitch, primogenito di Igor e Kyra Nizinskij. Il
cerchio si chiude: anche Markevitch faceva parte del Noto Servizio o perlomeno era in contatto con
esso.
Nelle sue memorie La verit di un generale scomodo, 1998), il generale dei Carabinieri Francesco
Delfino scriver che il musicista Igor era persona di grande esperienza nel campo dell'intelligence:
possibile decifrare l'affare Moro solo pensando all'interazione di interessi tra USA, URSS e Israele
in quel particolare periodo politico cui fu possibile assistere al gioco di opposti e coincidenti
estremismi. Una fase collaborativa che anticipava di un decennio lo scenario che sarebbe stato

determinato dalla fine degli equilibri stabiliti a Yalta nel 1945. Delfino pi avanti spiega: Per capire
la storia recente del nostro paese bisogna tornare al 78. Il 1978 l'anno cruciale del terrorismo [...]
l'assassinio di Moro matur al culmine di una parabola, da quel momento sarebbe iniziata la discesa
[...]. Ebbene, mi sono detto, in mezzo a questo marasma c' o non c' chi tira le fila, c' o non c' il
Grande Vecchio in grado di muovere i fili del burattino Italia? La mia idea guida il caso Moro del
quale non mi sono mai occupato: mi si sono aperti nella mente in modo casuale, ripescati nel cestino
della memoria, quattro file. Primo file: una foto di Henry Kissinger; secondo file un vocabolario
russo-italiano; terzo file l'attentato alla questura di Milano di Gianfranco Bertoli, un individuo che
si professa anarchico. Ma non proviene da Israele? Quarto file: il corpo dilaniato di Feltrinelli a
trecento metri da uno dei covi di Carlo Fumagalli. Ecco dunque i quattro file: USA, URSS e Israele;
se il Grande Vecchio che ha attraversato la lunga stagione di sangue del nostro paese non ha la barba
lunga di No o il pelo orripilante dello Yeti venuto dalle pendici dell'Himalaya, potrebbe ritrovarsi
nella storia dei rapporti internazionali tra queste tre potenze.
Nella Relazione sul musicista russo Igor Markevitch, stilata nel 2001 per la Commissione Stragi dal
giudice Silvio Bonfigli (poi autore con Iacopo Sce di un libro: Il delitto infinito, ultime notizie sul
sequestro Moro) viene esplicitamente scritto che Markevitch un "agente triplo". Una definizione
che ci fa sorridere, perch ci riporta a un'altra delle tante premonizioni di Mino che durante il
sequestro Moro scriveva: Siamo in presenza di agenti doppi, tripli, rossi, gialli, arancioni, che si
agitano sullo sfondo di diverse bandiere, qualcuno alla fine sperando di poter ricavare anche qualche
incarico ministeriale.
L'ennesima premonizione di Pecorelli non sembra riguardare soltanto Markevitch, il cui ruolo nella
vicenda gli era probabilmente gi noto, ma una folla di protagonisti che in parte abbiamo
incontrato, in parte ancora ci sfugge. Partiamo dall'Hyperion, Vcole francese, che nei quattro mesi
del rapimento Moro aveva aperto una sede in via Nicotera, poco distante dal Ghetto. Era una
dpendance della CIA? Lo stesso giudice Rosario Priore nutre qualche dubbio: Difficilmente il
governo francese avrebbe tollerato una simile ingerenza sotto il suo ombrello, all'interno della
scuola erano senz'altro ospitati pi cartelli. E torniamo a Laura De Noia, estremista di sinistra ma
filoisraeliana: la presunta brigatista aveva sulla sua agenda il numero di Hubert, ma anche quello
dell'astrofisica Giuliana Conforto, figlia come abbiamo gi visto di quell'agente segreto "Dario" il
cui nome compare contemporaneamente sulla lista Mitrokhin e in testa al fascicolo del Noto
Servizio.
L'astrofisica, proprietaria dell'alloggio dove furono arrestati Morucci e Faranda, amica a sua volta

della proprietaria dell'appartamento in via Gradoli,politicamente si collocava tra gli ex comunisti


"secchiani", ovvero seguaci di Pietro Secchia, il dirigente espulso dal PCI di Togliatti per
estremismo e stalinismo, morto avvelenato nel 73. All'interno delle BR, soprattutto tra gli emiliani,
esisteva un nutrito gruppo di "secchiani": Franceschini, Gallinari e altri. Ed dietro questo
"autentico" profilo comunista delle Brigate Rosse che s'intravedono rapporti che possono aver
accreditato l'autenticit" di Markevitch partigiano comunista. Il capo partigiano di Firenze, Gino
Tagliaferri, nella sua autobiografia Comunista non professionale racconta: il 14 settembre 1943
venne a Firenze il compagno Secchia, facemmo una riunione in cui furono assegnati gli incarichi
[...] il lavoro militare venne affidato al Sinigaglia quale responsabile principale. E di quello stesso
periodo Markevitch racconta il forte legame che aveva stretto con Sinigaglia: Appartenevo ogni
giorno di pi ad un nuovo mondo, di cui la resistenza antinazista appariva l'apprendistato.
Il musicista era entrato a far parte di un mondo circolare dove alla fine gli estremi si toccano. Come
nel caso di "Dario", agente doppio e forse triplo: gi in contatto con i russi da quando era nel Tovra,
poi spia del KGB, ma senza tralasciare rapporti con gli angloamericani. Anche Dario, come
Markevitch, era cultore di pratiche esoteriche, una passione che la figlia Giuliana ancora coltiva e
che condivide con Tompkins: la "spia americana" negli anni diventata uno dei massimi conoscitori
dei misteri egizi. Tutti e due frequentano l'associazione Uomo Natura Energia. Strane comunanze,
che non devono stupirci, perch la Guerra Fredda davvero finita.
Forse c' davvero stato quel tacito accordo all'interno delle grandi potenze sul rapimento Moro di
cui parlava Mino nel suo articolo Yalta in via Fani", e che molti recenti indagatori dei misteri italiani
danno ormai per certo. Ognuna delle tre potenze, indicate dal generale Delfino, era a suo modo
interessata a bloccare i disegni politici di uno statista troppo indipendente: gli americani contrari
all'apertura del governo ai comunisti; i sovietici preoccupati dall'influenza che poteva avere oltre il
Muro un modello di comunismo democratico; gli israeliani indignati per la sua politica filoaraba.
Ma nel corso del sequestro, di fronte all'imprevedibile sviluppo di un Moro che decide di
collaborare, che durante l'interrogatorio rivela segreti di Stato e militari, che si riattiva la guerra di
intelligence tra Est e Ovest. E nelle BR si moltiplica il gioco degli specchi, perch ognuna delle
parti in causa ha i propri rappresentanti al suo interno: ci sono i secchiani, i cacciatori di teste e i
gladiatori. Categorie che Markevitch nel corso della sua straordinaria vita tocca tutte, essendo al
tempo stesso angloamericano, filosovietico e amico di Israele. Forse davvero lui 1'"intermediario",
sfuggito al controllo dei suoi molti committenti, dominus di un interrogatorio che soltanto lui in
grado di dirigere, con quella pluralit di suoni che gli viene dall'esperienza di direttore d'orchestra.

Un piano che confessa poco prima di morire nella tarda revisione di uno scritto giovanile, La
Mtaphysique de Piace de Ternes, che metaforicamente cita nelle sue memorie: Come gli attori
delle antiche tragedie, questi personaggi di Piace de Ternes (dove non c' nessun uomo intero, ma
gambe senza pensiero, busti senza gambe, piedi senza addome e molte teste senza corpi) sembrano
manovrati senza sapere quale senso abbia l'azione, n se davvero ce ne sia uno [...]. La messa in
ordine si svolge in nome di un personaggio principale che presente solo se si crede in lui. Ora
questo il punto: essi credono ancora al Grande Vecchio, in nome del quale tutto stato fatto da cos
gran tempo.

Parte terza L'Agenzia del Crimine


Credo che esista un'organizzazione composta da pochi uomini che sono in grado di ricattare molte
persone. Sono pi potenti dei servizi di sicurezza. Da dieci, quindici anni funziona in Italia una vera
e propria agenzia, composta da un numero limitato di persone in grado di gestire le grandi linee del
crimine, ricca di elementi di informazione con i quali pu influire su ambienti diversi ad ogni livello.
A fare questa strana rivelazione stato, nell'89, l'ex pm Domenico Sica, ormai divenuto Alto
Commissario per la lotta alla mafia. La dichiarazione dest scalpore, ma alla richiesta di
precisazioni avanzate da alcuni parlamentari Sica rispose con frasi altrettanto sibilline: La destra?
La destra stata adoperata, era facilmente utilizzabile. I servizi segreti? Possono essere stati
adoperati anch'essi. L'organizzazione era dunque pi forte dei servizi? S. Il prefetto ricord che
era stata proprio quella che lui definiva Agenzia del Crimine a fornire documenti con lo stesso
timbro, rubato allo stesso ufficio postale, a Pippo Cal, a un terrorista rosso e a un guerrigliero
dell'OLP.
Una struttura che assomiglia molto a quel Noto Servizio o all'Anello che abbiamo gi incontrato
nella strage di Brescia e durante il sequestro Moro, o alla misteriosa struttura di cui l'anonima fonte
del SISMT riferiva a Craxi,i cui agenti sembravano in contatto con una centrale superiore
all'interno della quale si parlavano pi lingue straniere, proprio come aveva intuito anche il generale
"scomodo" Francesco Delfino. Al vertice di questa agenzia sembra annidarsi un grande burattinaio
in grado di manovrare organizzazioni terroristiche di diverso colore, ma anche varie organizzazioni
terroristiche e mafiose. Dal MAR di Carlo Fumagalli alle Brigate Rosse di Mario Moretti, dalla
mafia siciliana di Pippo Cal alla camorra di Cutolo: processi "aggiustati", perizie addomesticate,
passaporti ai latitanti, timbri per falsificare documenti, aerei dei servizi segreti, armi e munizioni per

ogni uso. Qual era la natura di questa strana e potente organizzazione? Nel fare le sue sconcertanti
dichiarazioni Sica non lo ha precisato, ma i suoi ultimi anni alla Procura di Roma li aveva trascorsi
occupandosi di inchieste che in un modo o nell'altro, che si trattasse delle BR di Senzani o di alcuni
omicidi avvenuti nella malavita romana, portavano diritto a quella sorta di Spectre nostrana il cui
braccio operativo era la Banda della Magliana,la misteriosa gang della capitale divenuta potente tra
la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta.
Quando la Banda della Magliana ebbe il suo periodo di massimo splendore, la P2 aveva iniziato il
declino che culminer con la fuga all'estero del Venerabile. Ma dietro l'agenzia del crimine descritta
da Sica s'intravede lo stesso patto tra massoneria e lobby criminali che aveva caratterizzato la P2.
Un'agenzia che aveva il compito di eliminare avversari scomodi e lanciare messaggi intimidatori
attraverso attentati e stragi. Da alcuni spezzoni di indagine emerge il sospetto che i criminali romani
fossero stati arruolati in una particolarissima "rete parallela" di Gladio, quell'esercito clandestino
finalizzato alla lotta al comunismo che con gli anni si era dilatato. A combattere "dietro le file",
c'erano ormai "Er Negro", "Saponetta "e "Zanzarone", poveri gladiatori di serie B, cui la storia non
riserver altra gloria che morire ammazzati.
La Banda della Magliana La mala romana, fino a tutti gli anni Sessanta, aveva vivacchiato all'ombra
di piccoli traffici: prostituzione, riciclaggio, contrabbando di "bionde", qualche rapina. Ogni
quartiere aveva i suoi boss e i contrasti si risolvevano ancora a coltellate. Ma all'inizio degli anni
Settanta, con l'avvento dei Marsigliesi, gangster italofrancesi come Turatello e Bergamelli
trasferitisi nella capitale, e il diffondersi sulla piazza romana della droga pesante, gli irruentiboss
locali cominciarono a sentirsi stretti sul loro "territorio". E a un certo punto schizzarono alla
conquista dell'intera citt, grazie a un patto tra gang, "paranze" o "batterie", come venivano definite
in gergo, che fino a quel momento si erano spartite in modo abbastanza pacifico i quartieri di Roma
Sud: da Trastevere a Testaccio, dalla Magliana all'Ostiense fino al litorale romano da Ostia ad
Acilia. Un'avventura che ricorda la nascita delle gang criminali nella Chicago anni Trenta, anch'essa
destinata a finire in un bagno di sangue. In questi ultimi anni la saga della Banda della Magliana sta
diventando oggetto di rivisitazioni narrative e cinematografiche, segno che si pu cominciare a
guardare a quel sanguinario periodo con gli occhi della memoria.
I giovani lupi della Magliana erano riusciti a spartirsi la citt, ma avevano anche cambiato pelle. I
trasteverini e i testaccini venivano chiamati "mafiosi" per il loro legame con Pippo Cal. Quelli
della Magliana e di Ostia "camorristi", per i loro rapporti con i luogotenenti di Cutolo, il capo della
Nuova Camorra Organizzata: pronti a scannarsi per spartirsi le zone d'influenza, lo "sgarro" veniva

ormai punito con l'omicidio, come a Palermo. Ma c'erano variabili ancor pi pericolose
nell'avventura della Magliana, come il legame con i terroristi di destra (i vari Alibrandi,
Fioravanti,Carminati), cominciato con un mutuo scambio di favori su armi e documenti e
proseguito con la partecipazione dei neofascisti alle rapine (e dei malavitosi agli attentati). E per
questa strada che i lupi stringono relazioni politiche, massoniche e con ambienti dell'intelligence,
fino a stabilire un patto scellerato con il nucleo pi occulto dei servizi segreti. Prima di essere
eliminati, dopo il supposto, oscuro coinvolgimento nelle vicende Moro, riuscirono a firmare altri
delitti eccellenti: come quello di Roberto Calvi, il presidente dell'Ambrosiano. E un paio di stragi: la
bomba alla stazione di Bologna, il 2 agosto 1980, e quella al treno di Natale del dicembre '84, che
segna l'esordio di Cal e di Cosa Nostra nell'avventura stragista. Per quanto riguarda l'omicidio
Pecorelli, la Banda della Magliana continua a ricoprire un ruolo che la motivazione della sentenza
non ha cancellato: chiunque sia stato a sparare in via Tacito quei quattro colpi di pistola contro
Pecorelli passato prima in via Liszt 34, l'ambigua armeria che abbiamo gi incontrato, da cui
certamente stata prelevata la pistola che lo ha ucciso.
Vita e morte della gang romana La nascita della Banda della Magliana va collocata attorno alla met
degli anni Settanta, quando con gli arresti di Albert Bergamelli, Jacques Be-renguer e Maffeo
Bellicini uscirono dalla scena romana i Marsigliesi. La sua fine pi incerta: c' chi fa sopravvivere
la gang fino agli anni Novanta, ma l'arresto di Pippo Cal nell'85 pu essere considerato un buon
punto di riferimento per stabilire il declino della holding criminale. Nell'84 Buscetta, come ormai
sappiamo, aveva avviato la sua collaborazione con Falcone e stava mandando in carcere centinaia di
boss: sotto assedio era finita anche quell'ala della camorra che era in rapporti d'affari con la mafia
siciliana e la stessa Banda della Magliana. La notte del 23 dicembre 1984, una bomba fu fatta
esplodere a distanza, tramite un telecomando molto sofisticato, sul treno Napoli-Torino
provocando quindici morti e un'ottantina di feriti. Cal aveva tentato di sottrarsi all'assedio
mandando un segnale ricattatorio. Tre mesi dopo sar arrestato.
A met degli anni Settanta, decaduta l'egemonia marsigliese, i "capoccia" della inala romana
assumono l'iniziativa e decidono di proseguire nella strada dei sequestri di persona, intrapresa dai
colleghi d'oltralpe all'ombra della P2. Ma i rapimenti sono un capitolo perdente della holding. Del
primo nucleo della Banda della Magliana, a detta degli storiografi, facevano parte Franco
Giuseppucci, Enrico De Pedis detto Renatino, Raffaele Pernasetti, Ettore Maragnoli e Danilo
Abbruciati. Stiamo parlando della "batteria", che si muoveva tra Trastevere e Testaccio. Al gruppo
ben presto si aggregarono Maurizio Abbatino, Marcello Colatigli, Enzo Mastropietro, che facevano

capo proprio alla zona della Magliana. La grande occasione arriva nel 77, quando la banda rapisce
Massimiliano Grazioli Lante Della Rovere, esponente dell'antica nobilt papalina: l'ostaggio viene
dato in gestione a una "famiglia" di Montespaccato, ma qualcosa non funziona e dopo' quattro mesi
di violenze e vessazioni il duca muore, quando parte del riscatto era gi stato pagato. Non una gran
cifra, due miliardi e mezzo, ma quanto basta al gruppetto per lanciarsi nell'avventura: acquistarono
una grossa partita di droga per cominciare a trattare "alla pari" con altre gang presenti nella capitale,
a cominciare dalla camorra di Cutolo.
La seconda "batteria", che si associ, fu quella di Acilia-Ostia, i cui big erano Edoardo Toscano, i
fratelli Carnovale, Giovanni Girlando e Nicolino Selis, uomo della NCO, un cutoliano di ferro
trasferitosi a Roma proprio per allargare la sfera dei traffici napoletani. La fusione nasce con il
consueto patto di sangue. Selis, in una delle sue brevi pause extracarcerarie, si rivolge ai capi delle
altre batterie, e pone il problema di eliminare un "infame": Franco Nicolini, detto Franchino,
allibratore clandestino sospettato di essere un confidente della polizia. Comincia cos la scalata dei
boss romani, passati dalle risse a base di vino e coltello alle sparatorie coi mitra nei ristoranti di
lusso. Per gli usurai, i contrabbandieri, i borseggiatori e i ricettatori era la grande occasione, la loro
ascesa nell'Olimpo criminale: dalle rapine a mano armata ai sequestri di persona, e poi via via
sempre pi su fino alle holding finanziarie e ai santuari del riciclaggio in Svizzera.
Poi la mala capitolina, grazie alle conoscenza di faccendieri ben introdotti al Vaticano, come Flavio
Carboni, approd alla speculazione edilizia sulla Costa Smeralda. Alle spalle agivano societ
fantasma, pure scatole finanziarie come la SOFINT, proprio quella che aveva messo nei guai Giulio
Andreotti per aver inghiottito nelle sue casse i piccoli assegni dati al Presidente da Nino Rovelli.
Alla base del patto tra le "paranze" malavitose, c'era soprattutto lo spaccio di droga e la divisione
degli utili a "stecca para" anche con i detenuti. Una sorta di democrazia criminale, che garantiva la
pace interna.
La droga pesante facilitava i contatti con mafia e camorra. Il primo camorrista che trasfer a Roma i
suoi traffici fu Enzo Casillo, luogotenente di Cutolo. Tutto era cambiato nel giro di pochi anni, solo
i nomignoli erano rimasti quelli tradizionali della Roma malandrina: Er Negro, Er Zanzara, Er
Secco, Er Rospo, Er Banana. Quello che distingueva la Banda della Magliana da una pura gang
criminale erano gli intrecci con ambienti politici e imprenditoriali. Il pentito nero Rolando
Battistini raccont: Nell'ambiente sapevamo, lo si diceva tra pochi intimi, che c'erano avvocati,
magistrati e uomini importanti a fare da trait d'union tra ambienti politici e la Banda della
Magliana. Un altro terrorista, Paolo Bianchi, disse: Il professor Aldo Semerari era una figura di

spicco come ideologo e per le conoscenze che aveva con il mondo giudiziario e politico, ma
partecipava anche a riunioni di vertice sull'organizzazione di attentati. Il suo lavoro di perito
psichiatra gli consent di assicurare contatti tra la destra eversiva e grossi personaggi della mafia,
della camorra e della delinquenza comune.
L'identikit di Semerari assomiglia molto a quello di un agente sotto copertura: comunista in giovane
et, diviene massone negli anni Sessanta, poi grazie all'intervento del Gran Maestro Gamberini
approda alla P2. Nell'80, poco prima della tragica morte, lo troviamo impegnato a organizzare
attentati con l'estrema destra, ma anche in un'altra straordinaria attivit: pensate un po',
l'indottrinamento ideologico dei boss della Magliana, una vera scuola per quadri, organizzata dal
massone Fabio De Felice (lo stesso che aveva sollecitato l'ex para Saccucci del golpe Borghese ad
indagare sulle nascenti formazioni di sinistra). I "corsi di formazione" si svolgevano in una villa del
reatino. Sembra fossero presenti uomini dei servizi segreti. Anche il povero Zanzarone, al secolo
Alessandro D'Ortensi, eccellente rapinatore che aveva al suo attivo ottantaquattro rapine a mano
armata, ma senza spargere una goccia di sangue, come si sempre vantato, era costretto a seguire i
corsi di studio: raccont poi che i contatti tra Semerari, De Felice e Licio Gelli erano tenuti dal
neofascista Paolo Aleandri, che confermer l'accusa.
Il 25 marzo 1982 Semerari venne decapitato davanti al Castello di Cutolo,a Ottaviano; la testa fu
trovata poco distante in un secchio. Molto probabilmente era rimasto vittima di un regolamento di
conti: nella sua qualit di psichiatra forense si era adoperato per la scarcerazione di un boss della
NCO quando era gi passato come consulente alla fazione contraria. Ma ancora pi probabile che
sia stato eliminato perch a conoscenza dei loschi retroscena del sequestro Grillo.
Altri intrecci pericolosi conducono all'entourage andreottiano. Per fare un esempio, le ricchezze
accumulate in maniera illecita erano talmente ingenti da richiedere l'intervento di veri banchieri ed
esperti riciclatori di denaro sporco. Il migliore era Enrico Nicoletti che, nel mandato di cattura del
giudice Lupacchini, fu definito detentore dei patrimoni della Magliana. Nicoletti funziona come
una banca, nel senso che svolge un'attivit di deposito e prestiti e attraverso una serie di operazioni
di oculato reinvestimento moltiplica i capitali illeciti dell'organizzazione, spiega il giudice
nell'ordinanza con la quale ha rinviato a giudizio una novantina di boss. Imprenditore e costruttore,
Nicoletti era da sempre in affari con Giuseppe Ciarrapico, personaggio di spicco della gens Giulia.
Rapporti tempestosi, in qualche caso. Nel dossier legato all'operazione "Colosseo", che ha portato
in carcere il costruttore, si accenna a una riappacificazione tra Nicoletti e il re delle acque minerali,
amico di Andreotti, nell'affollatissimo studio di Franco Evangelisti.

Ma in un rapporto dei Carabinieri dell'88 Nicoletti viene anche indicato come personaggio legato
all'ultimo capo della Banda della Magliana, Enrico De Pedis, detto Renatino, ucciso nel febbraio
'90. Il costruttore ebbe in eredit alcune propriet immobiliari che appartenevano al boss. La morte
non colse di sorpresa Renatino; il boss era stato tanto previdente da organizzare per s una sepoltura
prestigiosa in una cripta nella chiesa di Santa Agnese in Agone, in piazza Navona, e sta ancora l tra
principi e grandi artisti. Quella di De Pedis la storia pi prodigiosa della gang romana: sembra che
il privilegio di starsene sepolto tra i grandi della storia sia stato concesso al boss della Magliana da
un cardinale che lo aveva in grande stima.
A Renatino i soldi non mancavano: con l'operazione "Colosseo" la polizia sequestr ai boss della
Magliana ottanta miliardi di beni mobili e immobili, un fiume di denaro sporco, frutto del
riciclaggio del traffico di armi e droga, poi reinvestito in affari e appalti resi possibili dagli appoggi
politici. E l'ultimo grande boss della gang romana: trasteverino purosangue, proprietario di note
trattorie, fu ucciso in pieno giorno in via del Pellegrino, tra la folla del mercato di Campo de' Fiori.
Con lui pu considerarsi esaurita la vecchia guardia della mala romana coinvolta nei misteri d'Italia.
Roma una piazza bastarda, che non accetta regole e neppure gerarchie:Renatino era considerato
uno "sbirro". Molti rivali in affari sapevano che aveva rapporti con i servizi segreti; in realt, come
tutti i veri big della Magliana, aveva sempre contato su protezioni importanti. Secondo Fabiola
Moretti, la pentita ondivaga del processo Andreotti, De Pedis era amico di Vitalone, tanto che
nell'86 lo avrebbe convinto a pilotare la fuga di un imputato dall'aula Occorsio di piazzale Clodio
durante il processo. Ma la cosa and storta: l'evasione era stata organizzata a favore di Edoardo
Toscano, un pezzo da novanta, ma quando venne il momento a guadagnare la porta fu Vittorio
Carnovale, un pesce pi piccolo. Fuori del portone di piazzale Clodio c'era un'auto ad aspettarlo. Il
pesce piccolo fu scaricato senza troppi riguardi in aperta campagna. Il pesce grosso, Toscano, fu
ammazzato due anni dopo, appena uscito dal carcere. Secondo la Procura di Perugia la fuga sarebbe
stata organizzata da Vitalone, che avrebbe inteso sdebitarsi in questo modo per il favore ricevuto,
ovvero l'omicidio Pecorelli.Ma la Corte non ha ritenuto provata l'accusa.
Il primo della banda storica a cadere era stato "Er Negro", alias Franco Giuseppucci, assassinato il
13 settembre 1980 in piazza San Cosimato. L'omicidio fu attribuito al clan rivale dei Proietti,
sterminati nei mesi successivi. Ma non affatto escluso che "Er Negro" sia rimasto vittima dei suoi
troppi segreti: sono in molti a pensare che sia stato lui a indicare la vera prigione di Aldo Moro agli
intermediari di Benito Cazora. Due anni dopo, il 13 aprile, in uno scontro a fuoco, Danilo
Abbruciati cadr ucciso dalla guardia del corpo del vicepresidente dell'Ambrosiano Renato Rosone,

che stava collaborando un po' troppo con Ambrosoli, il curatore del fallimento e meritava quindi
una punizione. Negli anni a venire, i giovani lupi si sono sbranati senza riguardo. Chi riuscito a
sopravvivere della vecchia guardia? Forse soltanto Ernesto Diotallevi, ma da molti anni sparito
dalla circolazione, e la pattuglia di pentiti, come Mancini, Abbatino e Carnovale, che abbiamo visto
sfilare al processo di Perugia, sopravvissuta grazie all'arresto. Uno dopo l'altro i lupi del branco
sono stati tutti fatti fuori.
11 armeria di via hiszt Il deposito di armi di via Liszt, quando Pecorelli fu ucciso, era gestito da
Franco Giuseppucci, "Er Negro". In seguito la gestione pass a Maurizio Abbatino, oggi pentito
numero uno dell'organizzazione, ma le sue rivelazioni sui segreti dell'organizzazione non sono state
sufficienti ai giudici di Perugia per condannare Massimo Carminati, l'ex terrorista nero che secondo
alcuni pentiti dei NAR la sera del delitto era in via Tacito. Nonostante la raffica di assoluzioni, una
perizia balistica molto interessante inchioda il delitto Pecorelli a questa pista: per assassinare il
giornalista furono utilizzati proiettili Gevelot, appartenenti a una partita rarissima in dotazione alla
NATO. Due anni dopo, nell'81, quando la polizia fece irruzione all'interno dell'armeria di via Liszt,
ne furono trovati duecento esemplari. Non basta, sui bossoli recuperati in via Tacito c'erano tracce
dei feltri utilizzati per attutire il colpo: un espediente inventato proprio da Carminati per silenziare
le armi.
L'ex terrorista di destra rappresenta il nodo irrisolto del processo Andreotti di Perugia, poich
l'unico imputato comparso sia nella prima che nella seconda inchiesta. Indagato insieme a Giusva
Fioravanti come presunto killer di Pecorelli, era stato prosciolto nel '91 dal giudice istruttore
Francesco Monastero. Ma il suo nome riaffiorato nel '93, dopo l'incriminazione di Andreotti,
proprio a causa della pistola attutita. Giusva invece uscito di scena anche grazie a Buscetta che lo
ha scagionato in base a un sillogismo: Cosa Nostra non ha bisogno di far ricorso a killer estranei
all'organizzazione. Ma l'omicidio di Pecorelli, anche sulla base di voci fatte circolare ad arte dopo il
delitto, doveva apparire all'esterno come un attentato terroristico e non come l'eliminazione di un
giornalista pericoloso.
C' poi il capitolo che lega l'armeria di via Liszt al Supersismi. Le armi trovate nel gennaio '81
all'interno di una valigia collocata dal controspionaggio sul rapido Taranto-Milano provenivano
proprio da l. A detta dei pentiti era stato Carminati a fornire quel mitra Stern al generale
Musumecie al colonnello Belmonte, che poi fu prontamente ritrovato grazie a una falsa informativa
che incolpava quattro neonazisti tedeschi di voler inaugurare una strategia del terrore compiendo
attentati sui treni.

Un depistaggio il cui scopo era allontanare i sospetti dai neofascisti romani, in particolare Giusva
Fioravanti e Gilberto Cavallini, accusati dai magistrati di aver messo la bomba alla stazione di
Bologna il 2 agosto 1980. Prima che Buscetta li scagionasse, Giusva e Cavallini erano stati anche
sospettati di aver assassinato a Palermo il presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella e, a
Roma, Pecorelli. Fu Sica a imboccare questa pista, convinto che Fioravanti fosse legato a Musumeci
e al Supersismi.
Il giudice Verrina, per, non ha creduto sufficientemente dimostrata l'ipotesi che nel delitto romano
fosse coinvolta la Banda della Magliana e ha dimezzato la sentenza evitando di tornare su piste gi
battute senza esito. Forse ha pensato che se era gi difficile congetturare un legame tra Andreotti e
la mafia, ancor pi complicato sarebbe risultato lo scenario inserendo anche la P2, il team dei servizi
e i terroristi neri.
L'armeria era il punto di riferimento delle varie anime della Magliana, organizzazione brulicante di
faccendieri senza scrupoli, agenti segreti, malavitosi di grosso calibro, mafiosi in trasferta. Nella
prima fase dell'inchiesta sul delitto Pecorelli fu esaltato soprattutto l'aspetto di "struttura di
servizio" della gang, e dunque le sue relazioni con i servizi deviati e 1'"Agenzia del Crimine",
secondo la definizione di Sica. Ma proprio per questo la Procura di Roma fu accusata di non essere
andata fino in fondo nell'inchiesta sull'omicidio Pecorelli, forse per timore di dover sollevare il velo
che copriva le responsabilit politiche: eventualit in quegli anni impensabile.
Gelli in affari con i boss L'ombra del Venerabile, nella storia della Banda della Magliana, ha fatto
una fugace apparizione dietro il centro studi reatino del professor De Felice dove, all'ombra di mitra
e svastiche, venivano indottrinati i boss. Ma quali erano i rapporti tra Gelli e la Banda della
Magliana? Molteplici, complessi, come sempre indecifrabili. Sappiamo con certezza che sono
sopravvissuti fino allo scioglimento della Loggia. Dieci anni dopo, tra la fine degli anni Ottanta e
l'inizio degli anni Novanta, troviamo ancora l'ineffabile Licio aggirarsi tra banche, toghe e rapporti
fiduciari con i governi sudamericani, come ai bei tempi della sua amicizia con Peron e Lopez Rega,
sempre con le mani in pasta in affari miliardari, assieme a qualche boss superstite della grande gang.
Nel rapporto che il sostituto procuratore Franco Ionta ha inviato alla Commissione Antimafia nel
marzo '90, pochi giorni dopo l'omicidio di De Pedis, si legge: La malavita romana pu definirsi
mafia dei colletti bianchi per il suo ruolo di riciclaggio di ingenti somme di denaro in immobili,
pelliccerie e gioiellerie, ristoranti e locali notturni gestiti attraverso un reticolo di societ a
responsabilit limitata [...]. Il "Jachie 'O", noto locale notturno della capitale, pu considerarsi la
base logistica dell'organizzazione. Gli assegni sono riciclati con la compiacenza di funzionari del

Banco di Santo Spirito e della Banca del Cimino.


Ma il passo pi interessante della relazione il seguente: L'organizzazione in grado di investire
negli appalti di grandi opere edilizie in Sudamerica e in Africa grazie al Venerabile Licio Gelli e
nell'acquisto di grandi alberghi a Milano e a Roma. A fare da intermediario era uno sconosciuto, tal
Pasquale De Tornasi, detto '"o chiattone", immobiliarista. Nell'83 fu denunciato per associazione
mafiosa a causa dei i suoi rapporti con la famiglia palermitana Barbarossa. Ma nel '91, De Tornasi
(stando alla ricostruzione storiografica della Banda della Magliana fatta dal giudice
Lupacchini)ancora costituiva il canale pi importante attraverso il quale la criminalit organizzata
ricicla all'estero i miliardi delle attivit illecite costruendo strade, edifici e ponti in Argentina.
Appare pi che evidente, a questo punto, che la Banda della Magliana non stata soltanto una gang
criminale, ma una struttura molto importante di un'organizzazione ben pi vasta che godeva di
ampie protezioni in Italia e all'estero grazie ai rapporti con i servizi segreti e la grande massoneria.
Anche i rapporti con la mafia, come stiamo per vedere, non sono quelli di un semplice gruppo
affiliato.
La mafia nelle stanze romane I

boss della mala romana erano satelliti minori che ruotavano

attorno a una stella di prima grandezza, all'interno di un'immensa galassia di cui non riuscivano a
distinguere i contorni. La stella era Pippo Cal, il numero tre di Cosa Nostra dopo Tot Riina e
Bernardo Provenzano. Nel 1954 il boss palermitano aveva conosciuto in carcere Domenico
Balducci, un faccendiere romano di origini siciliane. Una ventina di anni dopo, quando Cal and a
cercarlo a Roma, lo strano personaggio gli disse di avere amici molto importanti: magistrati,
poliziotti, uomini dei servizi segreti e una certa Eccellenza, di cui non siamo mai riusciti a scoprire
l'identit, ma il cui nome de ve avere favorevolmente colpito il boss, che proprio in quel periodo
aveva deciso di trasferirsi nella capitale, con il consenso di Tot Riina; quest'ultimo non era ancora
il capo di Cosa Nostra ma studiava per diventarlo.
Tot "'u Curto" voleva aprirsi un varco nei centri di potere romani, fino a quel momento esclusiva
zona di caccia del Principe, ovvero Stefano Bontate:cominci cos una singolare avventura che ha
consentito al boss che "voleva Moro morto" di centuplicare il patrimonio mafioso, infiltrando i
tentacoli della Piovra nelle stanze pi importanti della capitale, attraverso uno spregiudicato gioco
di alleanze con la politica, i servizi segreti, la malavita comune e il terrorismo. Fu anche grazie a
questi appoggi che i viddani riuscirono a vincere la guerra di mafia a cavallo degli anni Ottanta:
ormai forti del loro coinvolgimento nei "grandi segreti", erano in grado di rilanciare la sfida nei
confronti dello Stato.

Il

punto pi alto della sfida fu la strage del 23 dicembre 1984, che salut l'arrivo di Buscetta in

Italia e l'inizio della sua collaborazione. E da allora Cosa Nostra far ricorso alle stragi ogni qual
volta nello scontro tra mafia e Sta to salteranno le mediazioni. Soltanto dopo l'arresto di Riina,
Cosa Nostra ha tentato di tornare "invisibile", di ricucire i rapporti con la politica, di cancellare un
lungo periodo di errori che si concluso con la sconfitta del par tito armato. Ma un percorso molto
difficile, raccontano gli ultimi pentiti: il passato molto probabilmente non torner.
Mimmo il "Cravattaro" Quali siano stati i patti tra Cal e Balducci nei primi anni romani non del
tutto chiaro. Le cronache cominceranno a occuparsi di loro soltanto alla fine degli anni Settanta.
Balducci in quel periodo era noto, nel colorito mondo che ruota attorno al Monte di Piet, con un
soprannome che tradisce le sue origini: Mimmo il "Cravattaro", cio l'usuraio. Quando Cal
approd a Roma, Mimmo era proprietario di un modesto negozietto di elettrodomestici, in una
stradina adiacente a Campo de' Fiori. Tra frigoriferi e lavatrici spiccava un inequivocabile cartello:
Qui si vendono soldi. Ad attaccarlo era stato Oberdan Spurio, un altro "cravattaro" amico di molti
personaggi della mala romana poi confluiti nella Banda della Magliana.Nella bottega di Mimmo,
Oberdan aveva aperto un vero sportello bancario, dove oltre al denaro venivano venduti argenteria,
preziosi, tappeti pregiati, frutto naturalmente di refurtiva.
Allo "sportello" era di casa anche Flavio Carboni, un faccendiere sardo, ex impiegato della Pubblica
Istruzione e imprenditore discografico, che si era improvvisato speculatore edilizio e aveva perci
urgente bisogno di liquidi. Il faccendiere era un personaggio brillante, spregiudicato, ma a causa di
operazioni affaristiche mal riuscite era finito in un vortice di protesti cambiari. A indirizzare
Carboni al negozio di Campo de' Fiori era stato un imprenditore edile, Danilo Sbarra, che con
Rosario Nicoletti costituiva il riferimento finanziario della mala romana. Insomma, attorno al
negozietto di Balducci si form una connection molto potente e destinata a grandi successi. Fu
Sbarra a presentare Balducci a Carboni, che ai magistrati dir di lui: Era un procacciatore di
finanziamenti eccezionale, uomo ignorantissimo quanto intelligente.
Per Mimmo il Cravattaro trovare somme ingenti in breve tempo non era difficile: alle sue spalle
c'era Cal che non aveva problemi di liquidit. Carboni ebbe i suoi ottocento milioni, che gli
servirono per acquistare un terreno edificabile nel siracusano a cui erano interessati anche
personaggi in odore di mafia: oltre al costruttore Sansone (che molti anni dopo sar arrestato con
Tot Riina), anche Giuseppe Di Cristina, un boss nisseno molto potente. Di Cristina si trovava
nella necessit di riciclarsi: fino a quel momento era stato guardaspalle di Graziano Verzotto, ma il
finanziere era fuggito all'estero nel '75 per una serie di reati finanziari e il boss era

momentaneamente disoccupato. In seguito Cal avr una ricompensa: fu grazie a Carboni se il boss
riusc ad entrare nel giro immobiliare, dopo aver conosciuto Sbarra. All'epoca si spacciava per un
uomo d'affari siciliano, di nome Mario Aglioloro o Mario Salamandra, a seconda delle situazioni, e
viveva in un'elegante villa sull'Aurelia.
La mafia a Roma cominci a investire nelle costruzioni e tutto andava per il meglio. L'ingresso di
Carboni nel giro si era rivelato un ottimo affare: il faccendiere sardo era in buoni rapporti con alti
prelati in Vaticano ed esponenti democristiani come Benito Cazora, Clelio Darida e Mauro
Bubbico. Nel precedente capitolo, abbiamo tralasciato di raccontare che Cazora, nel tentativo di
salvare la vita a Moro, si rivolse anche a Carboni. Al ritorno da un viaggio in Sicilia, almeno cos
disse, 0 faccendiere incontr il deputato DC all'hotel Nazionale e senza troppi giri di parole lo
inform che la mafia non avrebbe mosso un dito, perch Moro intendeva aprire ai comunisti e la
mafia era un'organizzazione molto anticomunista. Disse poi: Sono andato di qui e di l, ma non
sono riuscito a ottenere nulla. Molto probabilmente non si era mosso da Roma: si era limitato a
parlarne con Cal, che sappiamo come la pensava.
Il vero asso nella manica di Carboni era un altro: vantava di essere socio d'affari del finanziere
italosvizzero Fiorenzo Ravello (alias Florent Ravello Ley), gestore di grandi e oscuri patrimoni, che
abbiamo gi incontrato nella vicenda Italcasse. Carboni si assicur in questo modo la
considerazione di Balducci e per tramite suo anche del potente Cal. Ma tutto questo spiega,
almeno in parte, come sia potuto accadere che un personaggio modesto come il "Cravattaro" sia
riuscito a diventare, nel volgere di pochi anni, un importante collettore di capitali: Il tramite di un
mondo imprenditoriale romano, ancora ufficialmente legale, e una malavita organizzata interessata
a investire quanto lucrato illegalmente, come scrive il giudice Lupacchini nella sua ordinanza.
Ma fu proprio a causa delle strette relazioni tra le societ di cui Balducci era prestanome e quelle di
Ravello Ley, che le indagini sull'Italcasse s'intrecciarono con l'inchiesta sulla Banda della Magliana.
Quando Di Cristina fu ucciso, nell'estate '80, addosso al cadavere del boss nisseno furono trovati
due assegni di cinque milioni, emessi dalla SIR di Nino Rovelli e girati alla SOFINT, societ che
faceva capo a Carboni, Balducci e Florent Ravello Ley e dietro cui si celava come "socio occulto"
Pippo Cal. Gli assegni facevano parte di un'operazione legata all'acquisto di un terreno sulla Costa
Smeralda in Sardegna, cui era interessato il giovane Paolo Berlusconi,ma rientravano anche in
quella vicenda di "Assegni del Presidente" di cui Pecorelli, la sera in cui stato ucciso, si accingeva a
pubblicare la seconda puntata. I magistrati romani, nel chiedere l'autorizzazione a procedere nei
confronti di Andreotti, hanno sottolineato che il giornalista aveva scoperto come intorno alle

vicende Italcasse e assegni della SIR si fosse determinata la convergenza di gruppi mafiosi
riconducibili a Giuseppe Cal e Domenico Balducci [...]. Dalle indagini emerso che Andreotti
aveva la disponibilit di questi assegni, che negozi personalmente cedendoli a diverse persone.
Il 20 marzo 1979 Pecorelli stava per tornare sull'argomento, con nuove travolgenti rivelazioni, ma
l'articolo spar. Rimase soltanto la copertina con la foto di Andreotti; poi sparita anche quella. Il
direttore di OP sapeva che il Presidente aveva ricevuto finanziamenti in "nero" da Rovelli, sotto
forma di assegni di piccolo taglio, parte dei quali erano stati riciclati in societ in odore di mafia,
come la SOFINT, una scatola finanziaria che aveva terminali nell'ufficio di Lugano di Florent
Ravello Ley, in piazza Pepine, come avevamo gi anticipato nel capitolo sullo scandalo Italcasse.
Prima di congedarci da lui, dobbiamo raccontare altri passaggi della sorprendente ascesa del
"Cravattaro" ai piani pi alti e insospettabili della citt. Il suo ruolo di boss della malavita romana
era ormai di dominio pubblico. Era Balducci il capo visibile della Banda della Magliana, ed era
stato perfino raggiunto da un ordine di cattura. Ma, come niente fosse, Mimmo continuava a vivere
tranquillamente a casa sua, una bella villa sull'Aventino,dove era andato a stare con la famiglia: l
faceva le sue riunioni "di affari" e perfino feste alle quali partecipavano persone al di sopra di ogni
sospetto. L'ordine di cattura non aveva cambiato di una virgola le sue abitudini di vita: prima di
recarsi nel suo negozietto di elettrodomestici, passava al primo distretto di polizia dove lo riceveva il
vicequestore Pomp, con cui intratteneva rapporti cordiali. E almeno una volta alla settimana era a
piazza Cavour, nell'austero palazzo che ospita la Procura Generale, per perorare la causa di qualche
amico nei guai.
Non si trattava mica di delinquentelli: Balducci era in grado di "raccomandare" perfino il generale
della Guardia di Finanza Donato Lo Prete perch venisse trasferito dal carcere in una clinica. E si
diede da fare per 1'"aggiustamento" dei guai giudiziari di Carlo Ponti e Sofia Loren, sotto accusa per
esportazione di capitali all'estero. Parlando al telefono con un intermediario del produttore,
Balducci assicurava: Dica pure che la cosa fatta, purtroppo c' stato qualche intoppo perch ci
sono giovani magistrati che non capiscono un e..., ma stiamo risolvendo. Quella di Ponti e della
Loren fu una vicenda assai ingarbugliata, che sar cos riassunta da Emilio Pellicani, il segretario di
Carboni: Carboni conosceva la famosa coppia, perci Balducci gli aveva chiesto aiuto. Insieme si
recarono a Parigi e alloggiarono all'hotel George V, dove incontrarono Ponti. Carboni e Balducci lo
sollecitarono a versare un anticipo sulla somma complessiva di un miliardo, pattuita come
compenso dell'interessamento. Ponti deposit un traveller'scheque di trecento milioni in una
banca in Svizzera. Fu una scelta prudente, quella del produttore, perch alla fine sia lui che la Loren

furono condannati e Carboni se ne tir fuori scaricando ogni responsabilit dell'insuccesso su


Balducci.
Ma il "Cravattaro" non se ne cur. In quel periodo era sulla cresta dell'onda, faceva molti viaggi
all'estero: andava spesso a Parigi, a Zurigo e perfino in Argentina e altri paesi del Sud America per
stringere non meglio identificati rapporti d'affari, sempre per conto di Cal naturalmente (e anche
di Gelli, sembra di capire). Ma agli aerei di linea preferiva di gran lunga quelli del CAI, in uso al
servizio segreto militare, con i quali poteva muoversi senza rischio di incappare in alcun controllo.
Una cautela necessaria, visto che in quel periodo era latitante.
L'amico americano Il "passaporto" di Balducci, che lo accompagn spesso nei suoi viaggi, anche
oltreoceano, era Francesco Pazienza, uno dei pi oscuri e potenti faccendieri italiani, che godeva di
altolocatissimi protettori negli USA. I rapporti con la Magliana rientravano probabilmente nei suoi
compiti d'ufficio. il 1980 quando questo giovanotto approda a Roma dagli Stati Uniti, con un
borsone di coccodrillo che traboccava di documenti segretissimi. Il personaggio vantava buoni
rapporti con i servizi francesi e arabi, ma anche con ambienti americani: a New York era amico dei
boss della mafia italoamericana e a Washington di alcuni funzionari del dipartimento di Stato,
all'epoca diretto da Alexander Haig. Era un avventuriero della miglior schiatta, ma a Carboni non
piaceva granch: Certamente era uomo dalle molteplici attivit e dalle notevoli entrature nei pi
svariati ambienti; non ebbi difficolt a ritenere che avrebbe potuto promuovere le mie attivit sia in
Italia che negli Stati Uniti, ma ben presto mi resi conto che era inaffidabile, un interlocutore che
sfuggiva a tutte le richieste prendendo tempo e mancando agli appuntamenti pi importanti,
raccont a Lupacchini.
Appena arrivato in Italia, Pazienza ebbe la fortuna di entrare nelle grazie del capo del SISMI
Giuseppe Santovito, di cui divenne in breve tempo il braccio destro, al punto da usufruire di una
scrivania nel suo ufficio. Il capo del SISMI, per giustificare la sua presenza invadente, invent che si
trattava di un nipote in vacanza di studio. Ma fu proprio Santovito a introdurlo in ambienti
importanti della sicurezza: lo present anche all'ex capo dell'Ufficio Affari Riservati, l'inossidabile
Federico Umberto D'Amato. Il vecchio spione rimase impressionato dalla megalomania del
giovanotto che andava in giro dicendo: La CIA sono io. Poi per dovette ricredersi. Aveva
effettivamente relazioni di primo piano sia negli USA che in Vaticano ed era meno sprovveduto di
quel che si potesse pensare.
Appena arrivato, avendo saputo dai suoi amici americani che il sistema piduista stava per essere
liquidato, Pazienza punt le sue carte sul Supersismi,dove sperava di subentrare al ruolo che aveva

svolto Gelli (ormai in procinto di fuggire all'estero), e cio fare da tramite tra servizio segreto e
massoneria. Il 7 maggio 1980 si affili al Grande Oriente, dove per i suoi meriti tre mesi dopo venne
insignito del III grado di Maestro. All'interno del STSMI i rapporti pi stretti li strinse con
Musumeci, ormai numero due del servizio. Un'amicizia che gli coster la condanna a dieci anni di
carcere per il falso attentato sul treno Taranto-Milano, dove fu collocata quella valigia, contenente
mitra ed esplosivo, per depistare le indagini sulla strage alla stazione di Bologna. Alcune di queste
armi provenivano dagli scantinati del deposito di via Liszt; ma, quel che peggio, erano avvolte
nelle pagine di alcuni giornali stranieri, tra cui un quotidiano argentino che purtroppo Pazienza
aveva sottobraccio la stessa mattina, quando era stato fotografato all'aeroporto di Fiumicino.
Un'imperdonabile disattenzione.
signor Salamandra Balducci era un personaggio quasi pubblico. Cal conduceva invece una vita
piuttosto riservata, ma era lui a tirare le fila delle molteplici attivit delle Banda della Magliana. Di
quel periodo ci resta la testimonianza di Tommaso Buscetta, che nell'autunno '80 and a trovarlo a
Roma dove fu suo ospite per qualche tempo nella villa sull'Aurelia. Masino apparteneva alla sua
stessa famiglia, quella di Palermo centro, ed era appena uscito dal carcere di Cuneo: l'incontro
segnava una ripresa di rapporti. Ma Badalamenti l'aveva messo in guardia: Ritieniti espulso da
Cosa Nostra. Cal non apprezza che hai lasciato tua moglie e ti sei risposato. Forse Buscetta era
venuto a Roma anche per chiarire la sua posizione. Racconter al processo Andreotti: Lui non mi
disse niente, anzi fu molto ospitale [...] ma io, ripensandoci ora, ci vedo una strategia nel suo
comportamento, forse sapeva quello che stava per succedere.
Quello che stava per succedere era la guerra di mafia, la pi sanguinaria e crudele che si ricordi. La
famiglia di Don Masino fu sterminata: i corleonesi gli ammazzarono due figli, due fratelli, un
cognato. Ma l'estate dell'80 era scivolata in quella calma che precede la tempesta; ed proprio grazie
a questa vacanza che abbiamo una testimonianza diretta dei rapporti che Cal aveva stretto con la
mala romana.
Masino raccont che il boss palermitano era diventato compare di Ernesto Diotallevi: aveva cio
tenuto a battesimo il primo figlio maschio del malavitoso romano, al quale fu dato il nome di Mario
in suo omaggio. Un rituale inequivocabile che indicava l'uomo prescelto dalla mafia siciliana come
capo della Banda della Magliana. Un segnale che avrebbe dovuto mettere in allarme Balducci, visto
che era lui in quel momento il leader della gang romana. Ma il "Cravattaro" non si rese conto che la
sua sorte era segnata. Fu ucciso il 21 ottobre 1981: due colpi sparati nel buio di fronte al cancello
della sua villa all'Aventino. Quella sera avrebbe dovuto esserci una festa in casa sua. Gli invitati? A

Roma, non si mai saputo quale sia il confine che separa il bene dal male. Tra i primi ad accorrere
sul luogo del delitto fu un magistrato, un personaggio grigio che pochi ricordano, non in veste di
inquirente ma come amico di famiglia: abbracci la moglie in lacrime, chiuse alle spalle la porta
mentre le diceva, in faccia ai giornalisti: Adesso stai calma.
La donna fu poi costretta a recarsi a Palermo e per le molteplici attivit finanziarie del marito fu
liquidata con quaranta milioni. Tutte le societ che erano state fiduciariamente intestate a lui o alla
moglie, comprese le partecipazioni in societ, cambiarono immediatamente intestazione, scriveva
il giudice Lupacchini. Fu lei a spiegare a Sica che il prestigio del marito era legato alla misteriosa
amicizia con la mai identificata "Eccellenza". Il movente ufficiale fu che Balducci sarebbe stato
eliminato per uno sgarro: quando Carboni restitu a rate gli ottocento milioni che aveva avuto per il
villaggio turistico, ne aveva trattenuti per s una parte, sembra centocinquanta,accampando come
motivo un precedente credito. Un movente "minimo", per un omicidio ai vertici di quel connubio tra
mafia, servizi segreti e ambienti politici, che non convince completamente. Anche perch,
nell'ottobre '81, Balducci aveva appena finito di saldare il suo debito. E alla festa, quella sera,
sarebbe dovuto arrivare anche Cal, per la cosiddetta "paciata" alla siciliana.
Il processo Pecorelli ha fatto affiorare nuovi particolari sulla morte di Balducci, e lo spettro
dell'Italcasse torna anche in questo omicidio. Balducci era il personaggio pi vicino a Cal nella
vicenda del riciclaggio degli assegni SIR. Da tempo c'erano rapporti tesi tra Cal e Florence Ravello
Ley, che proprio in quel periodo aveva fatto un precipitoso rientro in Svizzera. Nei consigli di
amministrazione delle societ del "gruppo" erano entrati a far parte nuovi soci, come Vito Bosco e
Raffaele Ganci, due palermitani legati ai corleonesi, i "vincenti". Il "Cravattaro" era invece legato
alla vecchia mafia, era amico di Di Cristina, ucciso dopo che era andato dai carabinieri a vuotare il
sacco sui traffici dei corleonesi.
L'omicidio del "Cravattaro" s'inserisce probabilmente in quel bagno di sangue fra clan che si svolse
simultaneamente in Sicilia, in Campania e anche a Roma. Nell'81, nella lotta tra Cutolo e i clan
Nuvoletta e Bardellino legati ai siciliani, furono uccisi pi di mille uomini. Alla mattanza non
poteva rimanere estranea la mala romana, e i primi a essere eliminati furono proprio gli alleati di
Cutolo: Nicolino Selis, boss di Acilia, ed Enzo Casillo, saltato in aria con un'autobomba. La morte
di quest'ultimo ha forse un'altra spiegazione: dir molti anni dopo Frank Di Carlo, boss di
Altofonte emigrato a Londra, accusato di essere l'autore materiale dell'omicidio Calvi, che era stato
Casillo a strangolare il banchiere prima di appenderlo a una corda sotto il ponte dei Frati Neri. Per
questo il napoletano doveva essere eliminato.

L'ultima estate di Roberto Calvi Nell'estate dell'81 Flavio Carboni era molto impegnato nello
stabilire buone relazioni con Roberto Calvi (che aveva conosciuto l'anno prima), in quel momento
assillato da torme di creditori e alla ricerca di contatti importanti. Il presidente dell'Ambrosiano era
stanco e depresso: il 20 maggio 1981 era stato arrestato per reati valutari, l'8 luglio aveva inscenato
un tentativo di suicidio nel carcere di Lodi, il 22 luglio gli era stata finalmente concessa la libert
provvisoria. Tra i suoi desideri c'era quello di conoscere il Gran Maestro Armando Corona, che
stava per prendere le redini del Grande Oriente d'Italia. Per qualche motivo Calvi riteneva
indispensabile ottenere, tramite il Gran Maestro, l'appoggio della Loggia d'Inghilterra: si era poi
convinto che il faccendiere sardo avesse relazioni politiche che potevano tutelarlo anche
dall'intenzione di Carlo De Benedetti di impossessarsi della sua banca. Era stato Pazienza, appena
reduce da un'opera di mediazione nel sequestro Grillo, a presentare Calvi a Carboni e si adoper
anche per organizzargli una vacanza distensiva. Balducci, ancora vivo, mise a disposizione la sua
villa in Sardegna, ma non fu ritenuta all'altezza: la scelta cadde sul Monastero, una tenuta di
propriet dell'immobiliarista milanese Gian cario Cabassi a Porto Rotondo. Sar l che Calvi
trascorrer le ferie con la moglie in compagnia di Pazienza e della fidanzata di questi, Marina De
Laurentis.
Non lontano, a Porto Cervo, c'era Flavio Carboni, che present a Calvi il consigliere economico di
Andreatta, Carlo Binetti, l'editore Carlo Caracciolo e lo stesso Corona. Ma al Monastero andavano
e venivano anche Cal, Abbruciati, Diotallevi e Balducci. Passi per Pazienza e Carboni, ma questi
ultimi... in che mani era finito il povero Calvi? E come potevano tutti costoro muoversi in tanta
libert, addirittura sotto l'ombrello dei servizi segreti? Siamo in presenza di una situazione di
assoluta illegalit, che dimostra come la mafia a Roma fosse riuscita a diventare parte integrante di
un sistema di potere degenerato, che per gestire i propri interessi aveva bisogno di una struttura
occulta, di un braccio armato in grado di intervenire nei conflitti di interesse in un contesto di
complicit e ricatti al pi alto livello. Perfino la "rete parallela" del Supersid degli anni Settanta,
nelle sua varie articolazioni fasciste e terroristiche, rischia di apparire una nobile istituzione,
rispetto alla degenerazione di quest'intreccio politico, criminale e di intelligence.
Frequentazioni innominabili, quelle di Calvi nella sua ultima estate, che costituiscono l'antefatto
della tragica morte avvenuta il 18 giugno 1982. Soltanto di recente, dopo vent'anni, la Procura di
Roma ha finalmente riaperto le indagini sulla fine del banchiere, affermando per la prima volta che
si tratt di omicidio. Le perizie hanno dimostrato ci che a tutti appariva logico fin dall'inizio, e cio
che un uomo di oltre sessant'anni e dal peso superiore agli ottanta chili non avrebbe mai potuto

arrampicarsi sull'impalcatura sul Tamigi, e tantomeno impiccarsi con complicate acrobazie. Il crack
dell'Ambrosiano e il delitto Calvi sono una storia molto lunga, che meriterebbe un libro a parte. A
noi interessa per il ruolo che vi ha giocato la Banda della Magliana e per quella rivelazione di
Buscetta, durante il processo Andreotti, che ha impresso una svolta nelle indagini anche
sull'omicidio del presidente dell'Ambrosiano.
Il contesto lo stesso dell'omicidio Pecorelli: il colloquio in Brasile tra Masino e Don Tano, davanti
alla televisione, la sera che Dalla Chiesa fu ucciso a Palermo, il 2 settembre 1983. A un certo punto
Badalamenti, dopo aver parlato dell'omicidio del giornalista, gli confida: Anche nella morte di
Calvi, Cal c' dentro fino al collo. Nel '94 a Londra fu arrestato Frank Di Carlo che altri pentiti
avevano indicato come l'esecutore dell'omicidio del banchiere. E l'inchiesta ha preso finalmente
corpo, dopo vent'anni. Proprio in questo periodo, inizio estate 2003, il PM Luca Tescaroli alle
ultime battute: si attendono sensazionali sviluppi. Durante un recente viaggio a Roma, Carlo Calvi,
il figlio del banchiere, mi ha detto: Lo scenario della morte di mio padre lo stesso di Pecorelli:
mandanti politici, il Vaticano, la Banda della Magliana.
molto probabile che anche quello di Calvi sia stato un delitto su commissione. Cal stato
certamente il tramite, ma anche fatti precedenti avevano portato a galla la terribile connection che
circondava il banchiere. Ad esempio quando Danilo Abbruciati, il 27 aprile 1982, and a Milano a
sparare due colpi di pistola contro il vicepresidente dell'Ambrosiano che stava uscendo di casa.
Roberto Rosone, che aveva assunto le veci di Calvi dopo l'arresto, rimase ferito alla gamba ma la sua
guardia del corpo fu pi veloce: estrasse la pistola e colp a morte uno dei due uomini in moto. A
terra rimase proprio Abbruciati; su una scatola di fiammiferi aveva scritto il numero di telefono di
Ernesto Diotallevi, il nuovo capo della Banda della Magliana, che forse doveva chiamare a cose
fatte. Ma perch un boss di prim'ordine era andato di persona a fare un attentato di quel genere?
Maurizio Abbatino ha spiegato ai magistrati: Dopo la morte ne chiedemmo conto ai testaccini. De
Pedis e Pernasetti si limitarono a dire che si era trattato di un'iniziativa personale di Abbruciati che
doveva dei favori personali a gruppi di mafiosi siciliani, con cui era entrato in contatto tramite Cal
e Diotallevi.
Un mese e mezzo dopo l'attentato a Rosone, Roberto Calvi seppe che erano in arrivo nuovi
provvedimenti giudiziari nei suoi confronti. Disperato, decise di fuggire dall'Italia. In un primo
momento aveva pensato di riparare in Svizzera, alla fine opt per Londra. Quando circol la notizia
della sua scomparsa, tutti pensarono che potesse essere stato rapito. Ma non si trattava di un
rapimento: il banchiere aveva intrapreso volontariamente quello che sarebbe stato il suo ultimo

viaggio. Il segretario di Carboni, Emilio Pellicani, lo accompagn a Trieste e durante il viaggio


Calvi si confid con lui: Mettermi tra i piedi Pazienza stato un errore di Piccoli. Quello un
bambino viziato: si perfino dato da fare con Cutolo per liberare Cirillo a nome dei servizi segreti.
Ad aspettarlo all'aeroporto di Ronchi dei Legionari c'era Ernesto Diotallevi, il delfino di Cal, che
gli consegn un passaporto falso, intestato a Gianroberto Calvini. La tappa successiva fu l'Austria,
poi l'aereo lo port a Londra dove lo raggiunse Carboni al residence Chelsea Cloister. Sono qui
perch devo incontrarmi con importanti rappresentanti della massoneria inglese che mi hanno
promesso almeno trecento milioni di dollari, gli disse Calvi. Invece, incontrer la morte. La
mattina dopo, il 18 giugno, il banchiere fu trovato impiccato sotto il ponte dei Black Friars.
Dietro l'uccisione di Calvi c' la mafia, come dietro l'omicidio Pecorelli.Ma perch il banchiere
stato ucciso? Dicono i pentiti: Una grande quantit di denaro dei mafiosi era stato investito in
attivit immobiliari e in operazioni di riciclaggio attraverso il Banco dell'Ambrosiano, soldi che
erano stati perduti. E poi il banchiere sapeva troppe cose, le preoccupazioni giudiziarie lo avevano
mandato fuori di testa e minacciava di parlare. Andava eliminato. Proprio come accadr a Sindona
cinque anni dopo, quando nel carcere di Novara bevve la sua tazzina di caff al cianuro.
I delitti di Palermo Tra gli ultimi Settanta e i primi Ottanta, Cosa Nostra non si limit alla gestione
dei propri interessi criminali, ma intervenne anche nella soluzione di contrasti "esterni" per
assicurarsi protezione e impunit. Qualcuno potr dire che questo nella natura stessa della mafia,
ci che la distingue da qualunque altra organizzazione criminale. Ma anche vero che mai, come tra
il '79 e l'82, i boss alzarono il tiro: sotto i colpi di lupara e kalashnikov caddero poliziotti, magistrati,
politici, giornalisti, in un vortice che culminer con l'omicidio del generale Carlo Alberto Dalla
Chiesa, nominato pochi mesi prima Alto Commissario Antimafia. La maggior parte di questi
omicidi fu compiuta dalla mafia in nome e per conto di un movente "politico": lo stesso copione che
la Corte d'Assise d'Appello di Perugia ha individuato nell'uccisione di Mino Pecorelli. Il 21 marzo
1979, il giorno dopo l'omicidio di Mino, fu ucciso a Palermo Michele Reina, un andreottiano amico
di Salvo Lima: fu il primo omicidio politico in Sicilia. Le indagini non sono mai riuscite a ricostruire
fino in fondo la matrice di questo delitto, che gi all'inizio aveva l'aria di una faida maturata
all'interno della DC siciliana, sullo sfondo di un pacchetto di appalti pubblici, per l'esattezza la
costruzione di sei scuole.
I sospetti caddero su Vito Ciancimino, che dopo un breve transito nella corrente andreottiana era
entrato in forte contrasto con Lima e lo stesso Reina. Del resto, la guerra di mafia era alle porte e lo
scontro di "interessi" contrapponeva le famiglie palermitane e corleonesi. Don Vito in quel periodo

era assessore agli Enti locali. Nel 70 era stato sindaco di Palazzo delle Aquile, sia pure per una
dozzina di giorni: fu proprio Lima a farlo decadere dalla nomina. Un sindaco nelle mani dei
corleonesi, dir Buscetta nell'84, perch Ciancimino era nato a Corleone, era figlio di un barbiere,
ma proprio grazie all'appoggio dei viddani per una lunga stagione politica assurse al ruolo di
"signore degli appalti", di ago della bilancia degli equilibri politico-mafiosi al Comune di Palermo.
Era l'uomo di fiducia di Provenzano da sempre considerato la mente politica di Cosa Nostra.
Dei delitti avvenuti nell'estate successiva, la sanguinosa estate del 79, abbiamo gi parlato a
proposito di Sindona. A luglio fu ucciso il capo della Mobile Boris Giuliano, a ottobre Cesare
Terranova, deputato comunista e membro della Commissione Antimafia. L'omicidio del
commissario Giuliano, come abbiamo gi visto, s'intreccia con quello di Giorgio Ambrosoli a
Milano, avvenuto a poche ore di distanza. Sindona era ancora a Palermo, ed erano passati appena
tre giorni da quel colpo di pistola alla gamba che il chirurgo massone Miceli Crimi gli aveva sparato,
quando fu assassinato Cesare Terranova, magistrato eletto come indipendente nelle liste del PCI,
tornato a Palermo dopo due legislature durante le quali aveva svolto un ruolo di un ruolo di rilievo
all'interno dell'Antimafia. Al suo rientro si accingeva a tornare in magistratura, da giudice
integerrimo e di grande competenza, con l'incarico di consigliere istruttore. Lo uccisero i corleonesi
e si disse che era una vendetta di Luciano Liggio, che Terranova aveva fatto condannare al processo
di Catanzaro. In realt i tempi non consentivano che il posto di consigliere istruttore andasse a un
magistrato di sinistra e impegnato nella lotta alla mafia.
stata questa stagione, e quello che poi ne seguito, a fare dell'Italia un caso unico al mondo e a
giustificare la nascita di un processo anomalo come quello nei confronti di Giulio Andreotti,
considerato non soltanto un grande leader nazionale della DC, ma anche il responsabile politico
della corrente siciliana del partito e pertanto responsabile di quell'inconfessabile connubio tra
politica e mafia di cui ha finito per pagare il prezzo pi alto.
La nascita della corrente andreottiana Prima di affrontare il capitolo dei delitti politico-mafiosi,
dunque necessario parlare della nascita della corrente andreottiana, che all'origine di tanti successi
e tante sciagure di Andreotti. La decisione di fondare una propria corrente segu il X congresso di
Milano, del novembre '67, in cui Andreotti, forse per la prima volta, apparve in difficolt: la sinistra
tentava di escluderlo dal vertice democristiano, la corrente dorotea (cui fino a quel momento aveva
aderito) si era frazionata in vari sottogruppi, tra "colombei" e "pontieri"; Taviani cercava di
spingerlo a destra. L'ex pupillo di De Gasperi dar questa valutazione sul suo isolamento: Avendo
appreso a Bombay che nel governo indiano c'era un ministro paria, chiesi quanti ve ne fossero e

appresi che dai tempi di Gandhi mai pi un paria era stato ministro. Io mi trovai a essere il
rappresentante dei paria in un governo globale di bramini (la frase citata nel recente libro di
Giorgio Galli, Il prezzo della democrazia).
Fu cos che Andreotti decise di compiere il suo malaugurato viaggio in Sicilia, alla vigilia delle
elezioni politiche del 18 maggio 1968 che consentir tanti anni dopo al pubblico ministero di
Palermo Roberto Scarpinato di affermare, in una veemente requisitoria, che il senatore andava
condannato per il reato di partecipazione ad associazione mafiosa, il famigerato 416 bis, proprio per
la sua qualit di capocorrente della DC siciliana. Nel corso del processo, Andreotti ha dato questa
versione del viaggio siciliano: Era stato Rumor, allora presidente del Consiglio, a pregarmi di
andare a vedere cosa stava accadendo tra Lima e Gioia, che stavano litigando per una questione di
preferenze. Se nel '68 fossero rimasti tutti e due nella corrente fanfaniana, io avrei continuato la mia
vita politica lo stesso. In realt Rumor, a capo di un governo debole, non aveva alcuna autorit per
imporgli quel viaggio, se lui non vi avesse intravisto una personale opportunit politica. E non fu
una questione di voti a spingerlo ad accogliere Lima nella sua nascente corrente, tutti i preti e le
monache del Lazio avrebbero in effetti continuato a votarlo: il problema era il suo potere all'interno
della DC, messo a rischio dallo scontro sotterraneo che da sempre lo contrapponeva a Moro e che si
era ancor pi radicalizzato negli anni del centrosinistra.
Andreotti era consapevole di cosa comportasse l'accordo con Lima, lui conosceva bene la realt
siciliana e gli antichi patti sotterranei che da sempre avevano caratterizzato questa particolarissima
realt politica. Fin dal primo maggio 1947, quando la mafia spost voti a destra con la strage di
Portella delle Ginestre, guidata da Salvatore Giuliano. Il 6 luglio 1950 il bandito fu ucciso dal
luogotenente e cognato Gaspare Pisciotta, poi a sua volta avvelenato con la solita tazzina di caff al
cianuro, perch mai si sapesse chi aveva ordinato quel bagno di sangue. stato Bernardo
Mattarella a volere Portella della Ginestra, ha gridato Buscetta durante il processo di Palermo.
Andreotti conosceva bene anche Mattarella padre, sapeva quali fossero i legami di questo vecchio
amico dell'Azione Cattolica con gli ambienti americani fin dallo sbarco alleato gestito da Lucky
Luciano. Molto probabilmente non ignorava il ruolo di due deputati monarchici, Gianfranco
Alliata e il principe Leone Marchesano, nella preparazione della strage (del primo si sapeva che era
coinvolto nell'attentato a Togliatti del 14 luglio 1948). Andreotti era accanto a De Gasperi quando
questi si congratul con il ministro dell'Interno Scelba per la brillante operazione, cio l'omicidio
di Giuliano.
Conosceva tutti i grandi misteri siciliani, anche i retroscena della morte del presidente Enrico

Mattei: aveva disposto la Commissione d'Inchiesta che, per quanto sbrigativa, individu un legame
tra il sabotaggio dell'aereo e il boss Carlos Marcelle Nel Memoriale, Moro non a caso attribuisce la
spregiudicatezza di Andreotti in questo frangente politico alla conoscenza di qualcosa di molto
antico.
In ogni caso il viaggio di Andreotti in Sicilia si concluse con l'elezione di Lima alle politiche del '68
come deputato nazionale nelle liste della DC; Lima batt Gioia di un buon numero di preferenze. Il
neodeputato entr nella sua corrente, evento di cui Franco Evangelisti dar in seguito questa
versione: Lima disse: "Se vengo con Andreotti non vengo da solo, ma con i miei luogotenenti, i
colonnelli, le fanfare e le bandiere". E quando venne la data fissata, nell'ufficio di Andreotti a
Montecitorio arriv davvero alla testa di un esercito. La prima conseguenza di questo accordo fu
che Andreotti, grazie al 18 per cento di tessere messe insieme dalla sua corrente, fu in grado di
influire su alleanze e rotture tra le varie correnti e ottenne l'incarico di capogruppo della DC, che gli
consent ancor-pi di influire sugli equilibri di partito: insomma, era di nuovo alla guida dei
bramini.
Ma l'ala siciliana non poteva non entrare in contatto con la parte pi compromessa di quella laziale,
dove gli esponenti della gens Giulia non disdegnavano accordi economici con boss mafiosi del
calibro di Frank Coppola, Italo Jalongo e Natale Rimi confinati nella zona di Latina. Gli avversari
lo accusarono di essere non il capo di una corrente, ma di una carovana maleodorante, cosa di cui
Andreotti non si preoccup n tanto n poco, fino a quando sul finire degli anni Novanta i nodi non
vennero al pettine. Il pettine, per Andreotti, e non soltanto per lui, fu la caduta del Muro di Berlino,
con la nascita di un nuovo mondo dove le antiche alleanze, sancite in nome dell'anticomunismo,
andavano spazzate via.
L'omicidio Mattarella Il 6 gennaio 1980 venne assassinato in via Libert Piersanti Mattarella,
presidente della Regione siciliana. Aveva soltanto quarantacinque anni, ma era l'uomo di spicco
della DC siciliana, l'unico leader che nell'amministrazione regionale manifestava una linea di
rinnovamento, di apertura alla sinistra. Molti lo consideravano un erede di Moro. L'artefice del
cambiamento era proprio lui, il figlio di Bernardo, potente democristiano negli anni Cinquanta,
ministro di tutti i governi regionali, il presunto "mandante" di Portella della Ginestra. Ma Piersanti
faceva parte di una nuova generazione politica: allievo dei gesuiti, erede di Dossetti e di La Pira,
aveva cercato di prendere le distanze dall'ingombrante eredit paterna.
Di tutti i delitti politico-mafiosi, l'omicidio di Mattarella quello che pi ci interessa non soltanto
per il significato di spartiacque che questo delitto assume nella sentenza di appello di Palermo tra

l'Andreotti amico dei boss e l'Andreotti che gli dichiara guerra, ma anche perch nelle indagini fu
coinvolto il terrorista Giusva Fioravanti, presunto killer di Pecorelli nella prima inchiesta della
Procura di Roma.
Mattarella aveva avuto sentore di quanto stava accadendo, infiniti segnali stavano a indicare che era
in pericolo; era corso a Roma dall'amico Virginio Rognoni, allora ministro dell'Interno, per
raccontargli cosa stava avvenendo nelle file del partito in Sicilia. Prima di partire aveva detto alla
sua segretaria, Maria Grazia Trizzino: Se mi dovesse accadere qualcosa si ricordi di questo
viaggio. Che cosa abbia detto Piersanti a Rognoni, quali nomi abbia fatto, quali accuse abbia
rivolto agli amici di partito con esattezza non si sa, ma al centro dei suoi sospetti c'era ancora una
volta Ciancimino.Non a caso la difesa di Andreotti ha puntato a ridimensionare i rapporti tra il
senatore e l'ex sindaco di Palermo: Ho incontrato Ciancimino non pi di due o tre volte e in
occasione di alcuni suoi viaggi a Roma. E i giudici d'appello gli hanno creduto.
In verit erano molto complessi i rapporti tra Don Vito e gli uomini della sua corrente siciliana.
Salvo Lima lo considerava da sempre un rivale nella complicata rete di interessi politico-mafiosi
della DC siciliana: fu lui nel 70 a farlo decadere dall'incarico di sindaco, dopo soli dodici giorni,
grazie all'accordo con la corrente di Gioia. Ma dietro lo scontro politico c'era anche uno scontro di
interessi mafiosi: Lima era legato a Bontate e ai Salvo, Ciancimino a Riina e Liggio. Nel corso del
processo di Palermo, ha certamente pesato nei confronti del senatore quel contributo di quaranta
milioni offerto dai suoi amici romani che consent al barbiere di Corleone di dare la scalata alla DC
siciliana a met degli anni Settanta. Ma ci avvenne nel 77, prima che Don Vito giocasse il suo
supposto ruolo nei delitti di Palermo, ci che rendeva imbarazzante il riconoscimento di ogni
possibile rapporto con lui.
Ma cosa lega l'uccisione del presidente della Regione siciliana a quella di un giornalista romano
troppo intraprendente e in cattiva fama? Il "movente politico", sostiene una tesi: tutti e due sono
delitti di mafia dove il mandante non doveva comparire, per questo i due omicidi dovevano essere
camuffati come "terroristici". Uno scenario complicato, se vogliamo, ma che regge all'usura del
tempo, anche se a mettere un bastone tra le ruote a questa ricostruzione stato proprio Buscetta,
che, per una sorta di orgoglio mafioso, non stato disponibile ad accettare il fatto che omicidi
compiuti da Cosa Nostra potessero essere stati commissionati a ragazzotti che agivano al di fuori
dello stretto controllo mafioso: Signor giudice, mi creda, i terroristi non c'entrano niente, quello di
Mattarella stato fatto da Cosa Nostra, andate a vedere a chi furono affidati gli appalti dopo la sua
morte, cose che fanno paura!.

La pista nera Eppure, a distanza di tanto tempo, i sospetti su Giusva sopravvivono. Da piccolo
Fioravanti aveva raggiunto una certa notoriet come attore di uno sceneggiato televisivo; a
vent'anni maneggiava mitra e pistole con la rapidit di Tex Willer, ma gli era rimasta la faccia tonda,
il ciuffo ribelle e quel naso schiacciato che lo avevano reso famoso durante i pestaggi davanti alle
scuole di Monteverde. Nonostante la condanna all'ergastolo per la strage di Bologna, Fioravanti
ormai in semilibert, si sposato con Francesca Mambro, sua collega di disgrazie: hanno un bimbo
piccolo. Tutti e due hanno chiuso con il passato: hanno commesso molti delitti, tutti confessati. Ma
Giusva ci tiene a far sapere tre cose: non stato lui a sparare a Pecorelli;non stato lui a uccidere
Mattarella; non stato lui a mettere la bomba alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980. Ammettere
la partecipazione anche a uno solo di questi tre episodi equivarrebbe ad accettare la patente di killer
al servizio del Supersismi; e questo non farebbe comodo a Gelli, Pazienza, Musumeci e Belmonte
che si sono beccati una condanna a dieci anni di reclusione per quel depistaggio che doveva servire a
coprire proprio lui e i suoi amici. Del resto, come abbiamo gi detto, anche i magistrati del processo
Andreotti hanno preferito limitare lo scenario all'accordo tra il senatore e Cosa Nostra.
Ma il ruolo della Banda della Magliana, all'interno di questi due delitti, difficilmente eliminabile.
Tra i primi ad accusare Giusva Fioravanti dell'omicidio Pecorelli fu il fratello Cristiano, che
raccont: Non mi risulta nulla, ma quando appresi dai giornali del delitto ebbi la convinzione che a
commettere questo omicidio fosse stato proprio Valerio, non solo perch in quel periodo i NAR
prendevano di mira redazioni e giornalisti, ma la zona del delitto, il modo di operare, mi fecero
intravedere qualcosa di molto familiare. Cristiano parl anche del delitto Mattarella: Ho sempre
avuto la convinzione, senza averne le prove, che a Valerio sia attribuibile l'omicidio di un
personaggio siciliano, che venne ucciso in una strada di Palermo in presenza della moglie. E fu
proprio la moglie, Irma Chiazzese, a riconoscerlo senza mai avere ombra di dubbio.
A convincere Falcone del coinvolgimento di Fioravanti nell'omicidio Mattarella, oltre alla
somiglianza ravvisata da alcuni testimoni, fu il fatto che il terrorista nel periodo dell'omicidio era
effettivamente a Palermo ospite di un camerata palermitano, Gabriele De Francisci, che aveva casa
nelle vicinanze di via Libert. Di tutte le testimonianze contro Fioravanti, la pi interessante forse
quella dello "stupratore del Circeo" Angelo Izzo, non sempre attendibile, ma che stavolta ha
raccontato retroscena interessanti: Ancor prima di rivelarmi di essere l'autore dell'omicidio
Pecorelli, Valerio aveva detto che era stato lui a uccidere Mattarella [...]. Era consapevole dei
rapporti che c'erano tra fascisti romani, mafia siciliana e massoneria palermitana. A Palermo i
collegamenti con ambienti massonici erano tenuti da Francesco Mangiameli. Mangiameli era un

ex di Avanguardia Nazionale legato alla massoneria, poi trovato morto con un sasso al collo nel lago
di Nemi: qualcuno disse che si era voluto eliminare un testimone scomodo.
Racconta ancora Izzo: Dietro la morte di Mattarella, Concutelli mi disse che c'erano la mafia e
ambienti imprenditoriali, ma anche esponenti romani della corrente democristiana avversa a quella
di Mattarella. Valerio aggiunse che si erano fidati di lui perch aveva garantito la Banda della
Magliana.Un professore neofascista, Alberto Volo, aggiunse: Mangiameli mi raccont che
l'uccisione del presidente dell'Assemblea Regionale Siciliana era stata decisa a casa di Gelli per via
delle aperture al PCI che stavano maturando in Sicilia in quel periodo e di cui Mattarella era il
principale sostenitore. Come per il delitto Moro, anche per gli omicidi politico-mafiosi sarebbe
scattato l'ombrello di sicurezza teso a coprire il "livello superiore".
L'incontro negato con i boss Un'appendice dell'omicidio Mattarella costituita, all'interno del
processo di Palermo, dal corposo capitolo sui presunti incontri tra Andreotti e i boss, sempre
disperatamente negati dal senatore che, in risposta alle accuse, ha fornito vari alibi, chiamando
anche a testimonianza la sua scorta. Come sappiamo fu Francesco Marino Mannoia a raccontare
che nell'estate dell'80, Andreotti s'incontr con Stefano Bontate, allora capo di Cosa Nostra, in una
villa alla periferia di Palermo. Mannoia era il guardaspalle del boss: non partecip al colloquio, ma
assicur di aver visto arrivare Andreotti in macchina: era l'auto blindata che i Salvo mettevano a sua
disposizione quando scendeva a Palermo. Quando lo riaccompagn a casa, il Padrino gli raccont
che avevano parlato dell'omicidio Mattarella. Il boss non forn molti dettagli sulla conversazione,
ma Bontate si vant di una sola cosa: Ho detto al Presidente che in Sicilia comandiamo noi, siamo
noi a decidere cosa dobbiamo fare.
Nel delitto Mattarella si assommano componenti che troviamo in quasi tutti gli altri omicidi
politico-mafiosi, secondo la tesi dell'accusa: mafia, massoneria, corrente andreottiana. Gli interessi
politici, ovvero l'apertura ai comunisti, erano entrati in contrasto con quelli massonici, contrari alla
svolta, e con gli interessi mafiosi che invece puntavano sugli appalti. Se il senatore avesse accettato
di ricostruire, sotto il profilo politico, alcune vicende che riguardavano i suoi rapporti con Gelli o la
sua corrente siciliana e avesse raccontato cosa era realmente accaduto in quegli anni ora tutto
sarebbe molto pi chiaro; ma stato proprio il suo silenzio, la sua totale negazione a consentire ai
giudici di Perugia di scrivere a pagina 228 della motivazione della sentenza: Questa Corte non
intende avventurarsi in analisi politiche, ma non pu escludersi alla stregua delle risultanze
processuali che alcuni gruppi politici siano stati alleati a Cosa Nostra per un'evidente convergenza
d'interessi. E non un caso che la mafia abbia colpito servitori dello Stato, che lo Stato non ha

adeguatamente protetto [...]. Cosa Nostra, in caso di bisogno, sa fare politica in maniera violenta
assassinando gli uomini che danno fastidio a uomini politici [...]. Le connessioni tra politica
"affaristica" e criminalit mafiosa sono ormai un dato storico come altrettanto vero che la mafia ha
controllato gran parte dei voti in Sicilia. Il sistema mafioso un sistema complesso e ha i suoi
referenti anche nelle istituzioni e nei partiti per assicurare la propria sopravvivenza.
Da La Torre a Chinnici Il questore di Palermo, Giuseppe Nicolicchia, era piduista e, pare, amico di
Gelli. Forse per questo nessuno disturb la "prigionia" del latitante Sindona, che circolava
liberamente in citt e provincia nell'estate del 79. Ma era anche in buoni rapporti con Ciancimino.
Una sera il questore era in macchina, in giro per Palermo, proprio con Don Vito e insieme
riflettevano sulla catena di delitti che si erano scatenati in citt. A un certo punto Ciancimino,
parlando del delitto Mattarella, se ne sarebbe uscito con una battuta che poi diventata una sorta di
macabro tormentone: Secondo me sono state le Brigate Rosse. Bruno Contrada, in seguito
arrestato e processato per concorso in associazione mafiosa, era all'epoca capo della Mobile.
Nicolicchia lo sped a Londra, dove si era rifugiata da parenti la vedova del presidente della Regione
siciliana, Irma Chiazzese, per fargli riconoscere in foto il boss Salvatore Inzerillo, che gli fu indicato
come possibile killer del marito. Ma la vedova disse che no, non gli somigliava affatto, e anche in
seguito non ha mai cambiato opinione, convinta che il giovanotto che aveva sparato fosse
Fioravanti. Un'indicazione poco gradita al questore, che non ne tenne conto.
Furono molti i delitti politici in quegli anni. Nell'82 fu ucciso Pio La Torre, deputato comunista,
segretario regionale del PCI, impegnato contro l'installazione dei missili a Comiso, ma anche nel
varo di una legge, poi approvata, che prevedeva il sequestro dei beni mafiosi. Poco prima di morire,
in un'intervista all'Espresso, La Torre dichiar: Gli omicidi di Palermo sono stati decisi da un
tribunale internazionale composto da gente di altissimo livello. Sono omicidi pesanti, di uno stile
molto diverso da quello mafioso tradizionale. Sono una sfida allo Stato e alla societ civile. Mi
rifiuto di pensare che un uomo politico del peso di Mattarella sia stato ammazzato per decisione di
qualche costruttore mafioso.
Il segretario regionale del PCI intravedeva nei delitti siciliani una convergenza di interessi che
andava al di l di moventi puramente mafiosi. Proprio in quel periodo andavano intensificandosi le
indagini sulle logge massoniche che, come abbiamo visto, fiorivano in citt.
Nel febbraio '83, su ordine di Falcone, la polizia pedinava Giovanni Lo Cascio, imprenditore tessile,
sospettato di traffico di droga. Il trafficante entr in un palazzo di via Roma, al numero 391, interno
4. La targa indicava un non meglio conosciuto Centro Sociologico Italiano. Gli agenti all'interno

scoprirono gli elenchi degli affiliati a ben sei logge diverse. Nello stesso stabile, per una strana
coincidenza, c'era anche una sede dei servizi segreti. Pochi giorni dopo fu arrestato il commercialista
Giuseppe Mandalari, per associazione a delinquere di stampo mafioso. Il suo nome era nell'elenco
della Loggia Carnea trovato in via Roma. I giudici lo accusarono di riciclare i proventi di Cosa
Nostra, ma Falcone non riusc a trovare le prove e fin per scarcerarlo. Nei diari del consigliere
istruttore Rocco Chinnici la decisione fu commentata con disappunto: il giudice sospettava un
intervento dall'alto. E dopo la sua morte quelle parole servirono ad alimentare i veleni di Palermo, a
spargere ingiusti sospetti su Falcone. Eppure, le velate accuse di Chinnici, anche se errate, non
erano incomprensibili in una citt che viveva lacerata dall'odio, dai sospetti, con il fiato della mafia
sul collo, dove i servitori dello Stato cadevano come mosche in un'Italia ormai sudamericanizzata.
Il 29 luglio anche Rocco Chinnici salt in aria davanti al portone di casa in via Pipitene Federico.
Era stata usata la tecnica libanese dell'autobomba:ci furono quattro morti e diciannove feriti.
Cominci cos a Palermo l'era dello stragismo mafioso. Una strage annunciata, quella di via
Pipitene: tre giorni prima Bou Chebel Ghassan, libanese e informatore dei servizi segreti, aveva
telefonato ad Antonio De Luca, della Criminalpol palermitana, per dirgli che era in preparazione
un grosso attentato. Ma nessuno pens a Chinnici, che invece in quei giorni stava lavorando proprio
attorno ai mandanti del delitto La Torre ed era arrivato a clamorose scoperte. Sono le vedove di
Palermo a raccontarlo: Giuseppina Zacco, moglie del segretario regionale del PCI, e Rita Bartoli,
moglie del procuratore Gaetano Costa, assassinato nell'agosto '80: anche lui impegnato in indagini
sugli omicidi politico-mafiosi. Racconta Zacco: Chinnici ci venne a trovare, disse: "Siamo arrivati
al punto, il caso La Torre chiaro. Dica alla sua amica Irma Mattarella che queste novit riguardano
anche lei. Si tratta di qualche settimana e si sapr tutto". E invece fu ucciso.
Il Memoriale di Ciancimino Vito Ciancimino non ha mai mandato gi l'arresto che ha messo fine
alla sua carriera politica. Dal novembre dell'84 alla fine dell'anno successivo, il Signore degli
appalti, il sindaco nelle mani dei corleonesi, ormai miliardario, proprietario di numerose propriet
immobiliari a Palermo e anche in Canada, rimase in carcere ai Cavallacci. Un'esperienza traumatica
per un uomo che, venuto dalle arse colline di Corleone, era riuscito a costruire la sua fortuna a
ridosso dei complessi equilibri di Palermo, una citt che ha sempre considerato il centro del mondo.
Don Vito era culturalmente rozzo, un autodidatta, ma aveva un'intelligenza acutissima e un fiuto
politico che lo accomunava a Salvo Lima, che era per silenzioso quanto lui era loquace. Per molti
lustri si sono contesi la citt e la corrente andreottiana in Sicilia. Dopo la condanna al
Maxiprocesso, per Don Vito segu l'assoluzione in appello; nel frattempo trascorse almeno un anno

al soggiorno obbligato, in un paesino sui Nebrodi.


Nel '91 fu nuovamente arrestato, su ordine del suo eterno nemico Falcone. Dopo una notte in
carcere, fece la sua comparsa nell'aula del Tribunale di Palermo dov'era in corso il processo sugli
appalti. Si rivolse ai giornalisti che affollavano l'aula e chiese: Cosa hanno scritto i giornali del mio
arresto?. Qualcuno gli rispose che era accusato di aver manovrato, nell'interesse di alcune famiglie
mafiose e di alcuni imprenditori, appalti per decine di miliardi quando era assessore al Comune. La
cosa sembr metterlo di buonumore e scoppi in una sonora risata: Io... da solo!. Fu dopo la
scarcerazione che decise di mettere nero su bianco le sue trentennali memorie politico-giudiziarie,
che mand in varie versioni alla Commissione Antimafia, senza mai riuscire a essere convocato per
un'audizione.
La tesi che emerge dal memoriale di Ciancimino sugli omicidi di Palermo (di cui era considerato
l'ispiratore) era pi o meno questa: L'aspetto peculiare che unisce questi delitti che secondo
mormoni validi e insistenti (vox populi) riteniamo che essi non siano classificabili come delitti di
mafia e ci a onta di tutte le indagini giudiziarie. Anche Don Vito distingue tra mandanti e pedine,
lasciando intendere che a sparare pu essere stata la mafia, ma per conto di entit superiori: Chi ha
sparato solo un problema di polizia giudiziaria, afferma in tono allusivo. Le argomentazioni sono
del tipo: come si pu pensare che la mafia, ritenuta organizzazione intelligente e ben addentellata
nelle stanze del potere, abbia ucciso La Torre sapendo che la sua morte avrebbe accelerato
l'approvazione della legge da lui proposta sul sequestro dei beni ai mafiosi? Ma sull'omicidio del
generale Dalla Chiesa che il colluso Ciancimino manda messaggi consistenti: Cosa conosceva il
generale Dalla Chiesa che potesse far tremare il Palazzo? Conosceva ad esempio le deviazioni dei
servizi segreti e fino a che punto erano stati deviati? possibile che siano stati deviati fino al punto
da fargli compiere "interessati" delitti? Ma il generale poteva anche conoscere l'esistenza di Gladio
[a lui evidentemente nota gi nel '90] che per quarantacinque anni stata nascosta al popolo
italiano, mentre i depositi di armi belliche si sono volatilizzati.
Ciancimino sembra dare per scontata l'esistenza di una Gladio siciliana: Bisogna prestare
attenzione al fatto che una base Gladio, per combattere il comunismo, stata impiantata proprio in
Sicilia dove si dice che governi la mafia, che non proprio filocomunista. O serviva ad altri scopi,
come quello di eliminare avversari scomodi?. Un altro interrogativo "allusivo" riguarda Dalla
Chiesa: perch stato mandato a Palermo a fare il prefetto? Risposta: Per combattere la mafia?
Sciocchezze, un appuntato dei Carabinieri ha pi poteri di un prefetto. Poi si disse che si sarebbe
rimediato dandogli poteri speciali. Falso. Pure le pietre a Palermo sapevano che questi poteri al

Generale non sarebbero stati concessi mai. Dalla Chiesa era un uomo liquidato, lo sapevano tutti,
magistrati compresi. E come si pu pensare che la mafia tanto potente non sapesse quello che tutti
sapevano? Perch doveva uccidere "un uomo morto"? Non pi lecito pensare che Dalla Chiesa sia
stato assassinato per ordine di qualcuno del Palazzo per risolvere alcuni problemucci strategici? Ad
esempio eliminare un uomo che sapeva troppo? Ma la sua rimase vox damantis in deserto, come egli
stesso scriveva nel memoriale. Soltanto due anni dopo, in un contesto diverso e altamente
drammatico, seguito alle stragi di Palermo, finalmente si apr un varco. Il memoriale aveva lasciato
intuire che Ciancimino era un uomo in crisi: l'esperienza del carcere, l'emarginazione dalla politica
(la DC lo aveva espulso nell'83), la fine del suo ruolo di signore di Palermo, di pontiere tra politica e
mafia, e ormai anche l'avanzare degli anni sembravano averlo prostrato.
Facciamo un salto, per un momento, alla terribile estate del '92, pochi giorni dopo la strage di via
D'Amelio che si era portato via anche Borsellino. Al generale Mario Mori, ufficiale di grande
esperienza investigativa, oggi capo del SISDE, ma all'epoca comandante del ROS, venne un'idea:
bisognava riaprire un dialogo con gli uomini di Cosa Nostra, chiudere quella terribile stagione
facendo intravedere alla mafia una contropartita. L'obiettivo di Mori era soprattutto mettere le
mani su Tot Riina; con Provenzano era forse possibile ragionare, in ogni caso bisognava far presto,
c'era qualcosa di impazzito nelle dinamiche che si erano messe in moto con le stragi. Per prima cosa
mand il suo fedele aiutante, il tenente colonnello Giuseppe De Donno, alla Salita di San
Sebastianello, nei pressi di piazza di Spagna, dove era la splendida casa romana di Don Vito.
L'avvio fu faticoso; agli incontri successivi partecip anche Mori. Ciancimino, dopo aver capito il
piano (del resto era sempre stato un fedelissimo di Provenzano), disse: Si pu fare. Qualche
tempo dopo ritorn con un foglietto pieno di appunti, quello che in seguito fu chiamato Papello.
Tot Riina, e ancor di pi Leoluca Bagarella, si erano entusiasmati per l'iniziativa di Mori: lo Stato
aveva capito, era disposto a trattare; queste erano le richieste: via il 41 bis (il carcere duro per i
mafiosi), via la legge Rognoni-La Torre sul sequestro dei beni, via la normativa sui pentiti, revisione
delle sentenze gi pronunciate. Mori sbianc: Ma questo non si pu fare, l'unica cosa che i
mafiosi si consegnino e noi tratteremo bene le loro famiglie.
A sbiancare stato allora Ciancimino: Generale, lei mi vuole morto, anzi vuole morire anche lei. Io
questo discorso non lo posso fare a nessuno. Il Papello fu messo nel cassetto; Ciancimino disse a
Riina che non erano i Carabinieri a poter garantire una cosa del genere, bisognava rivolgersi alle
forze politiche: c'era qualcosa che si stava muovendo. Ci sarebbero state le elezioni. Ci fu ancora
qualche incontro con Mori: don Vito sapeva che Riina abitava a Palermo, ma riusc a dare soltanto

qualche indicazione sulla zona: per ore furono studiate le mappe stradali dell'Uditore. Nel
frattempo il generale Delfino aveva arrestato Balduccio Di Maggio, un ex fedelissimo di Riina; i
fatti andarono come andarono e il 13 gennaio 1993, su indicazione di Di Maggio, il capitano Ultimo
riusc a bloccare il boss dei boss all'uscita dal cancello di casa.
Per Ciancimino ci furono altri processi, ma non torn pi in carcere: troppo anziano e malato. il 20
novembre 2002, appena quarantott'ore dopo la sentenza di condanna di Andreotti a Capanne, la
morte lo colse nel sonno nella sua casa di San Sebastianello. Il Signore degli Appalti se ne era
andato di notte da solo, come solo era rimasto negli ultimi anni. A settantasei anni lo aveva
stroncato un infarto. La Procura di Roma ha per disposto un'autopsia. Non si sa mai.
Morte di un generale Nei mesi successivi al delitto Moro, come si ricorder, Dalla Chiesa ci era
apparso in preda a una grande agitazione: un"'inquietudine cospiratoria"sembrava averlo
contagiato, dai giorni della scoperta del covo in via Montenevoso ai colloqui con il maresciallo
Incandela, nel carcere di Cuneo. Nella primavera dell'82 lo ritroviamo pi sereno: era tornato se
stesso, di nuovo all'attacco. I successi che aveva ottenuto nella lotta al terrorismo lo avevano rimesso
in sella. Il generale aveva perfino accantonato, almeno nei rapporti ufficiali, la forte diffidenza che
aveva sempre manifestato nei suoi rapporti con Andreotti. L'emergenza terrorismo era scemata, ma
i bagni di sangue in Sicilia, politici e non, avevano riportato a galla un'altra, antica emergenza: la
mafia. E il 30 aprile, dopo l'assassinio del segretario regionale del PCI Pio La Torre, matur nel
governo la decisione di mandare Dalla Chiesa a Palermo.
Quale fosse in proposito l'opinione di Andreotti non dato sapere, ma ufficialmente appoggi
quella scelta. Nei diari di Dalla Chiesa troviamo traccia di un incontro tra lui e il generale svoltosi
nell'aprile '82. Un appunto che sar poi oggetto di indagini, polemiche e interrogatori quando
qualche mese dopo Dalla Chiesa cadr sotto i colpi dei kalashnikov: Ieri anche Andreotti mi ha
chiesto di andare e naturalmente, date le sue presenze elettorali in Sicilia, si manifestato per via
indiretta interessato al problema. Sono stato molto chiaro e gli ho dato la certezza che non avr
riguardo per quella parte dell'elettorato alla quale attingono i suoi grandi elettori [...]. Sono
convinto che la mancata conoscenza del fenomeno [...] lo ha condotto e lo conduce a errori di
valutazione e circostanze.
Il neoprefetto si riferiva a una battuta di Andreotti su un boss mafioso, Inzerillo, ucciso negli USA e
trovato nella bara con una banconota da diecimila lire in bocca: un messaggio legato alla vicenda
Sindona di cui aveva mostrato di non comprendere il significato.
Nei mesi successivi, quando si accorse che i pieni poteri che aveva chiesto per far fronte alla lotta alla

mafia forse non gli sarebbero mai stati concessi, Dalla Chiesa scrisse che la maggiore opposizione
veniva proprio dagli uomini della DC siciliana: Lima, Martellucci, Ciancimino, D'Acquisto,
Rosario Nicoletti. Quest'ultimo, l'unico che non apparteneva alla corrente andreottiana, mor
suicida o, per essere precisi, "precipit" dalla finestra della sua abitazione al quarto piano di via
Lincoln. Con sorpresa, il generale annotava anche che il ministro Marcora, esponente della sinistra
DC, gli remava contro. E non gli era sfuggito un convegno a Catania, nel quale il ministro aveva
esaltato l'imprenditore Costanzo come salvatore dell'economia siciliana. Nei diari Dalla Chiesa
scriveva: Anche Catania sta diventando molto importante. Nel corso del processo, il figlio Nando
raccont: Di quell'incontro mio padre fece in famiglia una rapida menzione: "Sono stato da
Andreotti e quando gli ho parlato della sua corrente in Sicilia sbiancato". Andreotti ribatt in aula
che, essendo per sua natura molto pallido, gli era difficile sbiancare.
Ma proprio in questo scorcio dell'82, in quei cento giorni trascorsi a Palermo da Dalla Chiesa, che
molti hanno visto avverarsi (se non per le modalit) la profezia di Pecorelli, pubblicata nell'anonima
lettera al direttore del 17 ottobre 1978: C' solo da immaginarsi, caro direttore, chi sar l'Anz della
situazione, quale generale dei carabinieri sar trovato suicida con la classica revolverata che fa tutto
da s. Il generale Anz, candidato al posto di comandante dell'Arma, fu trovato morto nel '77: la
pistola era sulla scrivania e aveva sparato due volte. Dalla Chiesa fu ucciso la sera del 3 settembre, in
via Isidoro Carini, con la moglie e un agente. Per la sua morte sono stati recentemente condannati
due boss di primo piano, Giuseppe Marchese e Raffaele Ganci, ma oggi la Procura di Palermo sta
valutando l'ipotesi di riaprire nuovamente le indagini su possibili mandanti esterni.
Cento giorni a Palermo I cento giorni di Dalla Chiesa a Palermo, dal 20 maggio al 3 settembre del
1982, sono stati oggetto di film, libri, inchieste. Sappiamo ormai praticamente tutto delle speranze e
delle inquietudini vissute in quei mesi dal generale che, a sessantatr anni, era sceso in Sicilia con un
ardore da seconda giovinezza. Aveva meno di trent'anni quando, capitano in Sicilia, aveva ispirato
uno dei migliori romanzi di Sciascia, Il giorno della civetta. Dopo gli anni bui del terrorismo e della
solitudine (era rimasto vedovo dell'adorata moglie), Dalla Chiesa stava per cominciare una nuova
vita: si era risposato con una bellissima ragazza, Emanuela Setti Carraro, che aveva soltanto
trentatr anni, e quasi nello stesso periodo si erano create le condizioni per quell'incarico prestigioso
cui aveva sempre aspirato.
La nomina a prefetto di Palermo era un'investitura che gli consentiva di riprendere l'esperienza
della lotta alla mafia dove l'aveva lasciata venticinque anni prima, forte dell'esperienza dei corpi
speciali antiterrorismo. Ma secondo Dalla Chiesa essere prefetto a Palermo doveva significare

assumere i pieni poteri nel coordinamento delle indagini e in ogni altra iniziativa di contrasto a
Cosa Nostra. Fu subito chiaro che la legge non lo consentiva e questo rischiava di vanificare i suoi
sforzi, trasformando quell'esperienza in un boomerang: lo stavano trattando come un pensionato
che voleva chiudere la carriera con l'ultima medaglia al petto.
Di quei cento giorni sappiamo tutto. Sappiamo che a palazzo Whitacher il generale aveva fatto
allontanare la sua scrivania dalla finestra, da dove temeva potesse entrare quel proiettile che, in tanti
anni di prima linea, aveva sempre schivato. Sappiamo che impediva alla giovane moglie di stringere
relazioni, di accettare inviti di societ: forse era geloso, ma si giustificava cos: In una citt come
Palermo non si sa mai a chi stringiamo la mano. All'inizio era entusiasta; ma fu uno stato d'animo
che dur poche settimane, o addirittura pochi giorni, via via subentr il sospetto di essere caduto in
una trappola, forse la peggiore delle trappole. Ogni tanto voltava lo sguardo verso la cassaforte,
erano l i suoi segreti... Ma l'inquietudine era tornata: perch lo avevano mandato a fare il prefetto
Antimafia se poi non era messo nelle condizioni di operare? Nei suoi diari appariva consapevole dei
rischi che la sua nuova posizione implicava: Io che sono certamente il depositario pi informato di
tutte le vicende di un passato non lontano, mi trovo a essere richiesto di un compito davvero
improbo e perch no pericoloso.
Di quella citt aveva imparato a leggere i segnali, i sorrisi allusivi, quelle frasi a doppio taglio di cui
diffidava: Che vuole fare, generale, la Sicilia sempre la stessa, questa citt non cambier mai.
Generale, si goda la vita, se ne vada con la sua bella moglie a Mondello, accetti gli inviti, davvero
pensa ancora di sconfiggere Cosa Nostra?. A Roma i telefoni squillavano inutilmente; dopo le
promesse dei primi giorni ad agosto era calato il silenzio. Il primo settembre si decise a chiamare il
suo amico Giorgio Bocca e concord un'intervista che doveva essere uno squillo di tromba: Sono
stato mandato in Sicilia, ma lo Stato mi ha lasciato solo. Negli ultimi giorni si era occupato
soltanto di acquedotti. La mattina del 3 settembre, quando ormai la sua sorte era segnata, gli venne
un'idea: chiese e ottenne un incontro urgente con Ralph Jones, il console generale degli USA a
Palermo. Il colloquio, ricostruito nell'ordinanza di rinvio a giudizio del Maxiprocesso, altamente
drammatico: Soltanto il governo americano a questo punto pu fare un intervento ad alto livello: io
chiedo soltanto di poter lavorare seriamente.
Ma non ce ne sar il tempo. Alle sette di sera di quello stesso giorno, la moglie lo raggiunge in
Prefettura. Salgono in auto: guida l'agente Domenico Russo. La vettura sfreccia in via Roma,
supera piazza Politeama, imbocca via Isidoro Carini, rallenta perch c' una moto e due persone in
mezzo alla strada. solo un attimo: i kalashnikov cominciano a crepitare. I corpi di Dalla Chiesa, di

Emanuela e dell'agente Russo saranno trovati nell'auto con le portiere spalancate riversi sui sedili,
in un bagno di sangue. Uccisi in auto da ignoti sicari come Pecorelli.
finita cos la storia del generale, in una Sicilia ambigua come in un romanzo di Sciascia. Era stata
una trappola? L'ultimo atto di una storia cominciata tanti anni prima con la caccia a quei documenti
di Aldo Moro mai pi ritrovati? Carte che, stando alla leggenda popolare, Dalla Chiesa aveva
portato con s a Palermo. Quella sera, quando la polizia and a prendere un lenzuolo per coprire
quei corpi orrendamente massacrati, nella residenza del generale a Villa Pajno la cassaforte fu
trovata aperta e vuota. Un carabiniere, suo stretto collaboratore, disse tremando che non c'era pi la
chiave: fu ritrovata sette giorni dopo in un cassetto gi perquisito. Una domestica rifer di aver
sentito Dalla Chiesa dire alla moglie: Se mi dovesse succedere qualcosa, tu sai dove trovare quello
che ho messo nero su bianco.
Nella richiesta di rinvio a giudizio del Maxiprocesso, Falcone e Borsellino tre anni dopo
scriveranno: Di fronte a Cosa Nostra il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa impersonava soltanto
se stesso e non gi, come avrebbe dovuto essere, l'autorit dello Stato [...] era consapevole di essere
stato destinato in Sicilia nelle condizioni peggiori [...]. In alcuni settori il suo arrivo a Palermo fu
accolto con un sospiro di sollievo, perch l'irruento e generoso generale era diventato troppo
ingombrante per le strutture centrali dello Stato.
Venerabile accusa: Non solo mafia Potr sembrare strano, ma anche Celli sostenne tra i primi che
c'era un movente "politico" nell'assassinio di Dalla Chiesa: Artefice di quel massacro fu la mafia, ma
non soltanto essa. Altri sono i responsabili dell'esecuzione di un uomo che si era impegnato a
riportare l'ordine e la democrazia in Sicilia: mandare sul fronte un generale promettendogli mezzi
che poi non gli vengono dati, come mandare in guerra qualcuno senza munizioni [...]. Un giorno
sapremo se si trattato di un delitto mafioso o politico.
La sorprendente affermazione contenuta in un documento la cui stesura fu affidata a un
giornalista dell'ANSA di Firenze, Marcello Coppetti, a lui molto vicino, scomparso di recente. Il
documento fu il frutto di un lungo colloquio svoltosi durante un incontro a tre: il Venerabile,
Coppetti e il maggiore del servizio segreto dell'aeronautica Umberto Nobili. In quell'occasione,
l'inesauribile Licio invi consistenti segnali anche sul possibile legame tra il delitto Dalla Chiesa e il
caso Moro, a partire dalla scomparsa del Memoriale: Strano, hanno arrestato i colpevoli, li hanno
condannati, hanno fatto un primo processo, poi un secondo, un terzo, un quarto e i documenti non
sono venuti fuori. Ma si voleva davvero recuperare l'interrogatorio di Moro? Le spiegazioni sono
due: o non li hanno trovati o non li volevano trovare, ma credo che domani o fra cinquant'anni il

materiale salter fuori [.,.]. E poi loro erano abituati a filmare tutto, l'avranno filmato anche mentre
lo uccidevano, non credo che lui si aspettasse di morire, cos mi hanno detto.
Nella tasca della giacca di Moro furono trovate poche migliaia di lire. E, proprio nei giorni in cui
Gelli avanzava i suoi sospetti, Corrado Guerzoni fece l'ipotesi che quei soldi potevano servire per
pagare un taxi: le vere BR lo avevano rilasciato vivo e "altre br" lo avevano massacrato? Nel
documento Gelli-Coppetti c' una parte non virgolettata in cui il capo della P2 fa sapere: 11 caso
Moro non finito, Dalla Chiesa aveva infiltrato un carabiniere giovanissimo nelle BR; sapeva che le
BR avevano anche materiale compromettente di Moro. Dalla Chiesa and da Andreotti e gli disse
che il materiale poteva essere recuperato se gli dava carta bianca, costui [Dalla Chiesa] recuper
quel che doveva cos il materiale incompleto, anche quello che ha la magistratura, perch segreto
di Stato.
E in una nota, aggiunge: Il materiale era stato preso dalle BR: stato recuperato dall'infiltrato (il
carabiniere) oppure il carabiniere una scusa?.
Nel]'82, la prima Commissione Moro, proprio a causa di questo testo, convoc sia Coppetti che
Nobili. Il primo si dilung in una deposizione, di oltre cento pagine, totalmente evasiva. La
testimonianza del secondo, lunga invece soltanto trentanove pagine, fu interrotta bruscamente forse
a causa della gravita di alcune affermazioni. Ne citiamo una riassuntiva: Sia Gelli che le BR
perseguono il comune interesse di destabilizzare il paese, per questo ritengo che siano parenti
prossimi, anche se questa soltanto una mia valutazione.
Il brigatista Francesco Il misterioso riferimento di Coppetti-Gelli sul "carabiniere infiltrato"
sembra alludere a un altro grande segreto di Dalla Chiesa, che ci riporta ai misteri del sequestro
Moro. Secondo alcune malelingue, il generale si sarebbe avvalso della collaborazione di Patrizio
Peci (s, proprio il primo pentito delle Brigate Rosse) per alcuni mesi prima di arrestarlo. Peci fu
arrestato "ufficialmente" nel febbraio '80 e fu mandato nell'ormai famoso carcere di Cuneo, dove il
maresciallo Incandela lo avrebbe convinto a collaborare.Ma questa sarebbe soltanto una parte della
verit. L'ipotesi che il brigatista abbia agito da infiltrato dei carabinieri, fin dall'estate del '78,
assunse forma di rivelazione in un articolo a firma del giornalista Massimo Caprara, ex segretario di
Togliatti, su un periodico di sinistra, Pagina, nel quale si affermava che in realt Peci era stato
arrestato due volte. E il Corriere della Sera, dopo l'arresto ufficiale, attribu al brigatista pentito
la seguente frase: Anch'io ero in via Fani, ma non ho sparato. L'affermazione fu smentita ma,
nella ricostruzione dei misteri di Moro a cui in questi mesi mi sono dedicata, mi ha colpito il fatto
che quella attribuita a Peci fosse la stessa frase del brigatista Francesco, il misterioso protagonista

del caso Viglione. E questo nome, Francesco, compare anche, come ricordiamo, nella soffiata
ricevuta da Musumeci la mattina del 16 marzo, poco prima della strage di via Fani, quando il capo
dell'Ufficio Sicurezza del SISMi sped il colonnello Guglielmi sul luogo della strage; Musumeci
asser che la segnalazione proveniva dall'infiltrato "Francesco". Forse soltanto una coincidenza,
tuttavia singolare che tutti gli infiltrati nelle BR si chiamassero Francesco e avessero la comune
caratteristica di essere presenti in via Fani senza avere sparato.
Viglione, prima di esibire il povero Pascal Frezza, aveva descritto il brigatista che lo aveva
contattato come un giovane in crisi, molto, molto spaventato. Sappiamo anche che "Francesco" era
entrato in contatto con il giornalista di Radio Montecarlo la prima volta durante il sequestro Moro,
la seconda un mese o due dopo la sua tragica conclusione. Un sospetto: dietro Viglione c'era forse
Dalla Chiesa? Sappiamo che il generale difese strenuamente il giornalista dall'accusa di truffa, anzi
si scopr che in seguito lo avrebbe mandato in Calabria. Non conosciamo il motivo, ma sembra
volesse verificare in modo riservato alcune circostanze emerse dalle indagini sul rapimento Moro.
Non dobbiamo dimenticare che nell'autunno 78, nel periodo in cui Dalla Chiesa e Pecorelli avevano
preso a frequentarsi, Mino scrisse su OP uno strano trafiletto dal titolo: I capi delle BR risiedono
in Calabria. Segno che il generale stava battendo una pista purtroppo rimasta inesplorata. Una
pista che aveva preso avvio dalle anomale presenze in via Fani, segnalate al DC Cazora dall'uomo
della 'ndrangheta Rocco Varrone. Una di queste presenze, ricordiamo, era quel "legionario De" di
cui Pecorelli aveva parlato nella sua ultima invettiva, "Vergogna buffoni", e cio Gustino De Vuono,
poliedrico soggetto criminale che aveva al suo attivo un periodo nella Legione Straniera,
l'appartenenza a una cosca calabrese e la successiva politicizzazione in carcere dov'era divenuto un
simpatizzante delle BR. De Vuono era stato anche riconosciuto da alcuni testimoni, nelle
sembianze di uno spazzino notato in via Fani nei giorni precedenti il rapimento. E, per concludere,
la sua cosca di appartenenza impose alla famiglia di un rapito di pagare un contributo di venti
milioni, cifra all'epoca rilevante, alla misteriosa Hyperion.
Tutti questi elementi, via via che affioravano, hanno indotto nel tempo il sospetto che "Francesco"
fosse in realt proprio Gustino De Vuono e che Viglione sia stato usato da Dalla Chiesa come
paravento per far emergere un pezzo di verit sulla vera regia del sequestro Moro coprendo al
contempo la fonte. Non dobbiamo dimenticare che il brigatista "Francesco" spunta in quell'ultima
fase del sequestro, quando Dalla Chiesa avrebbe scoperto la vera prigione. Viglione raccont che
"Francesco" gli aveva confidato di non aver sparato in via Fani e che quelli che avevano sparato
temevano di essere riconosciuti dagli uomini della scorta e che l'intera operazione era diretta da due

uomini della DC e da qualcuno del Vaticano. Di tutto questo abbiamo gi parlato: ma


nell'affrontare il capitolo dell'uccisione del generale, eliminato a causa dei troppi segreti che aveva
portato con s a Palermo, dobbiamo sottolineare che l'intreccio Pecorelli-Dalla Chiesa potrebbe
essere legato, oltre che al Memoriale, anche a questa zona oscura della regia del rapimento Moro, e
cio la scoperta della vera prigione mentre il presidente della DC era ancora nelle mani delle BR.
Che Dalla Chiesa avesse un informatore nelle Brigate Rosse, del resto, era evidente: come avrebbe
potuto, altrimenti, avere informazioni di prima mano considerato che dal 75 non si occupava pi di
terrorismo? Ma devo dire che l'ipotesi che l'informatore di Dalla Chiesa fosse De Vuono non mi ha
mai convinto, per una serie di motivi. Il legionario, nonostante i molteplici indizi che portavano alla
sua identificazione, fu fortemente protetto da altri carabinieri, quelli del Supersismi, che lo
esclusero da ogni conseguenza giudiziaria grazie a un'informativa che garantiva la sua presenza
all'estero durante il sequestro Moro. Secondo tale versione lo 'ndranghetista sarebbe riparato in un
paese straniero, dopo l'evasione dal carcere, in un periodo molto vicino alla strage di via Fani. Un
uomo coperto dal Supersismi difficilmente sarebbe passato di campo.
Alcune coincidenze avvalorano l'ipotesi che l'informatore fosse invece Patrizio Peci: la ripresa dei
contatti da parte di Viglione con il medesimo "Francesco" nel corso dell'estate 78, coincide a livello
temporale con le indagini svolte da Dalla Chiesa su via Montalcini e con quel rapporto, datato 31
agosto, che far calare un silenzio di due anni sul covo BR, grazie alla lapidaria conclusione del
generale: Nulla di concreto emerso. Non era vero: alcuni inquilini avevano riconosciuto, nelle
foto mostrate da funzionari dell'IGOS, proprio Patrizio Peci che veniva indicato come il primo
signor Altobelli della lista. Dopo l'arresto ufficiale, Peci disse che non era mai stato a Roma, almeno
dal 76, ma per il ruolo che ricopriva all'interno delle BR la circostanza apparve poco credibile. Dalla
Chiesa era dunque entrato in contatto con uno dei carcerieri di Moro durante il sequestro? Questa
eventualit, che porterebbe a riscrivere l'intera storia del processo, si fonda naturalmente
sull'assioma che la prigione Moro fosse quella di via Montalcini. Ma se invece in quella strada,
ormai tristemente famosa, ci fosse stata soltanto una base logistica delle BR, un covo dove si fossero
rifugiati brigatisti di altre colonne venuti a dare man forte durante il rapimento? Anche Caprara, in
quel vecchio articolo, sembra propendere per questa seconda ipotesi. In nessuno dei due covi
individuati, n in via Gradoli n in via Montalcini, c' mai stata la prigione, sostiene il giornalista:
Dalla Chiesa ne conserva la confessione [di Peci], ne ha decifrato le conseguenze, non pu
sbagliare: uno dei massimi segreti della Repubblica va tutelato, n l'uno n l'altro.
Fin dall'inizio il luogo dove Moro era stato tenuto prigioniero era considerato dunque uno dei

massimi segreti della Repubblica. Ma anche se in via Montalcini non c'era mai stata la prigione,
perch Dalla Chiesa non ha arrestato Anna Laura Braghetti nell'ottobre 78, quando la brigatista fu
libera di traslocare, nonostante le molte segnalazioni degli inquilini del palazzo? La risposta
semplice: Peci stava collaborando. Nei mesi successivi consentir l'arresto di ottantacinque
brigatisti: uscire allo scoperto equivaleva bruciare l'intera operazione. Meglio la gallina domani, ha
sempre sostenuto il generale che, a quanto sembra, pur avendo firmato il rapporto conclusivo
dell'indagine il 31 agosto, per tutto il mese di settembre e forse anche dopo ha continuato a tenere il
palazzo sotto osservazione. Credo che se in quell'appartamento a piano terra ci fossero stati pannelli
insonorizzati, registratori, cassette e quant'altro, difficilmente Dalla Chiesa avrebbe consentito alla
brigatista di fare fagotto. Il fatto che lui sapeva bene che in via Montalcini la prigione non c'era
mai stata: era meglio archiviare l'intera vicenda per coprire un informatore che lo stava aiutando a
smantellare le Brigate Rosse.
Ultima appendice. Roberto Peci, il fratello di Patrizio, fu ucciso il 3 agosto 1980 al termine di un
"regolare" processo condotto dalle BR di Giovanni Senzani. L'esecuzione fu perfino filmata e
diffusa tra i militanti per indicare quale potesse essere la pena per gli "infami". Il film fu poi trovato
in un baule, nel gennaio '82, quando il criminologo fu arrestato in un appartamento di via Ugo Pesci
a Roma. In un servizio apparso su Il Borghese si disse anche che in quel baule c'erano le bobine
girate durante l'interrogatorio Moro, mai ritrovate. Se davvero andata cos, vuoi dire che Senzani
non soltanto era riuscito a sconfiggere Mario Moretti, non soltanto aveva spaccato in due le BR, ma
aveva "recepito" i pi importanti documenti del sequestro Moro che, a quanto si ipotizza,
potrebbero essere stati oggetto di diverse trattative con i servizi di intelligence di vari paesi. E a
quanto sembra era subentrato nei suoi contatti parigini con l'Hyperion (sempre che non l'abbia
preceduto!): il giorno dell'arresto era appena tornato da Parigi, dove aveva allacciato rapporti con
Paul Baudet, un funzionario del ministero degli Interni francese che si spacciava per estremista di
sinistra e con quel Corrado Simioni che Franceschini descrisse cos: Mi ricorda l'Inglese del film
Queimada, che incita alla rivolta e poi la fa reprimere nel sangue.
Nel 79 apparve su Metropoli, la rivista dell'Autonomia, un articoletto in cui si affermava che a
trasmettere l'ordine di uccidere Moro era stato Blasco, un nome di battaglia dietro il quale si
nascondeva in quel periodo proprio Senzani. Un particolare che avvalora i sospetti sul vero ruolo di
"raccordo" del criminologo tra BR e altre entit.
Con la feroce esecuzione di Roberto Peci - una vendetta trasversale di stampo mafioso - punendo un
"infame", Senzani voleva forse riconquistare una patente di verginit rivoluzionaria, di uomo al di

sopra di ogni sospetto? E un'ipotesi. L'altra che l'omicidio Peci fosse in realt un messaggio rivolto
a Dalla Chiesa, da qualcuno ben pi importante del criminologo: Attenzione a cosa dice il tuo
"infiltrato" contro i nostri "infiltrati". Ipotesi che ricalca lo scenario proposto da Pecorelli, quando
sosteneva che Moro aveva paura di rimanere ucciso durante una sparatoria tra "carabinieri": quelli
che lo tenevano prigioniero e quelli che volevano liberarlo. In ogni caso il criminologo oggi un
uomo libero, ha scontato interamente la sua pena, e non mai stato indagato per il delitto Moro.
Per il SISMI era negli USA, all'estero, come De Vuono. Un rapporto sulle indagini condotte sul
conto di Senzani dalla Commissione Stragi stato inoltrato due anni fa alla Procura di Roma dal
presidente Pellegrino, ma a tutt'oggi non risulta che i magistrati abbiano riaperto il fascicolo sul
criminologo del ministero di Grazia e Giustizia.
Fu Leonardo Sciascia l'unico a cui il generale espresse i suoi dubbi sulla vera identit delle BR,
pochi giorni prima di morire, durante l'audizione alla Commissione Parlamentare d'Inchiesta sul
sequestro e l'omicidio di Aldo Moro. Lo scrittore siciliano gli chiese se davvero pensava che Moretti
fosse il "cervello" delle Brigate Rosse. In questi giorni mi sorto un dubbio, rispose. Mi chiedo,
oggi che sono da tempo un po' fuori dalla mischia e faccio in qualche modo l'osservatore che ha un
po' di esperienza sulle spalle, dove sono le borse e dov' la prima copia dei documenti Moro, noi
trovammo soltanto la battitura. Pensa che siano in qualche covo? chiese Sciascia. Dalla Chiesa
scosse la testa: Penso che ci sia qualcuno che possa aver recepito tutto questo. Sono contento che
le sia venuto questo dubbio, replic lo scrittore. Dalla Chiesa concluse: Dobbiamo anche pensare
ai viaggi all'estero che questa gente faceva; Moretti andava e veniva. Da Parigi, naturalmente.
Le stragi di mafia degli anni Ottanta Il 2 agosto 1980 una bomba esplose alla stazione di Bologna
mentre arrivava il treno proveniente da Roma: ottantasette morti e oltre duecento feriti. Una strage
senza precedenti, la pi grave mai commessa in Italia, ancor pi grave di piazza Fontana. In una sala
d'aspetto della stazione era stata lasciata una valigia con duecentocinquanta chili di tritolo. Perch
fu fatta esplodere quella bomba? Non si mai chiarito. Ma dopo vent'anni di indagini, sia le
inchieste della magistratura sia quelle delle commissioni parlamentari, sono approdate a un'ipotesi
non dimostrata, ma, alla luce di molte considerazioni, ormai condivisa da parecchi: un mese prima,
il 27 giugno, nei cieli di Ustica era scomparso un aereo con ottantuno persone a bordo. Come dopo
anni di indagini, sotterfugi e depistaggi apparve chiaro, l'aereo era stato abbattuto per errore
durante "un'operazione di guerra" non ortodossa. Il vero obiettivo era uccidere Gheddafi, il leader
libico, che, secondo una segnalazione, in quelle ore sarebbe transitato con un piccolo velivolo sui
cieli del Mediterraneo, diretto da Tripoli a Varsavia. Un'operazione top secret di cui il governo, o

perlomeno il Parlamento, non era stato informato. La causa di quel tragico incidente, avvenuto nel
corso dell'operazione militare pi segreta e importante che fosse mai stata tentata dalla fine della
seconda guerra mondiale, non doveva essere scoperta: bisognava camuffare l'abbattimento
dell'aereo in attentato terroristico.
All'inizio si parl di una bomba collocata a bordo, forse da un terrorista di destra; si fece il nome di
Marco Affatigato, che ormai collaborava con i servizi segreti francesi. Invece, quasi due mesi dopo, i
resti di un altro aereo, un "caccia" libico, furono ritrovati sulla Sila assieme ai cadaveri dei due piloti.
Un altro inquietante indizio della battaglia! Per coprirlo fu tentato di tutto: si disse perfino che un
aereo militare and a bombardare quella zona della Sila, il 18 settembre, per tentare di spostare la
data dell'incidente. Attorno alla strage di Ustica, dunque come sappiamo, furono inscenati
mastodontici depistaggi. Ma forse il pi eclatante fu proprio la strage di Bologna: bisognava fare
qualcosa, qualcosa di molto forte per distrarre l'opinione pubblica. Cosa c'era di meglio di
ottantasette morti? Non staremo a ricostruire l'intera, complessa vicenda del processo sulla strage di
Bologna, che si concluso con la condanna all'ergastolo di quattro neofascisti: Giusva Fioravanti,
Francesca Mambro, Sergio Piccia-fuoco e Massimiliano Fachini, due romani e due bolognesi.
Quello che a noi interessa che le sentenze su Bologna per la prima volta confermano la
connessione tra neofascisti, piduisti e uomini dei servizi segreti. Un legame che affondava, come
abbiamo gi visto, all'interno di quella strana Agenzia del Crimine, denunciata dall'alto
commissario Domenico Sica e di cui tornata a interessarsi la magistratura di Brescia. I terminali
del gran botto andavano cercati a Roma e proprio in quell'armeria di via Liszt che ormai conosciamo
bene, in quel groviglio di relazioni malavitose-mafiose-terroristiche che ruotavano attorno alla
Banda della Magliana.
Fin dai giorni immediatamente successivi alla strage di Bologna, i servizi segreti si misero in moto
per depistare le indagini anche su questo secondo, gravissimo attentato. E impegnato in
quest'operazione troviamo ancora una volta il generale Pietro Musumeci, ormai responsabile del
misterioso Reparto 7 del SISMI, dietro il quale sembra proprio si celasse la struttura operativa Stay
Behind. Le iniziative furono molteplici; la Procura di Bologna fu subissata di informative che
segnalavano le piste pi varie: anarchici, tedeschi, neonazisti con collegamenti i pi diversi;
venivano citati anche Preda, Ventura e Delle Ghiaie. Il depistaggio culmin nel gennaio '81, con il
ritrovamento di una valigia contenente mitra ed esplosivo sul treno Taranto-Roma, accompagnato
da un'informativa del SISMI, denominata "Terrore sui treni", che avvalorava la pista
anarco-tedesca.

Ma tra le armi recuperate sul treno, c'era un mitra Mab con una lunga storia che riportava al centro
studi reatino di Semerari e De Felice: il mitra faceva parte di uno stock, ceduto anni prima dal boss
della Magliana Franco Giuseppucci al neofascista Paolo Aleandri e poi finito nelle mani di
Massimo Carminati, che lo aveva ripulito e collocato nell'armeria del ministero della Sanit. Il
SISMI tent anche di accreditare la tesi che la gestione dell'armeria era passata alla sinistra: si fece il
nome di Egidio Giuliani, che era in realt un provocatore con un passato marcatamente neonazista,
anche se aveva fornito armi e documenti falsi a un'organizzazione dell'estrema sinistra. Il PM Sica
dubit fortemente della pista indicata dal SISMI. Poi la scoperta che i giornali utilizzati per
avvolgere le armi ritrovate nella valigia appartenevano a Francesco Pazienza rese tutto pi chiaro.
Ed in definitiva l'ex dinamico giovanotto del Supersismi ad aver pagato il prezzo pi alto: tuttora
in carcere e nel gennaio 2003, quando la sentenza divenuta definitiva, ha attuato un duro sciopero
della fame, ma inutilmente.
Non a caso Pazienza, dopo aver preso coscienza, in seguito alla condanna, che per lui la partita era
ormai persa, ha attaccato frontalmente, con una serie di esposti, l'ala del SISMI che faceva capo
all'ammiraglio Fulvio Martini e al suo braccio destro Demetrio Cogliandro, cui attribuisce le sue
disgrazie, sostenendo che l'informativa trasmessa al PM Sica nell'84 era soltanto il frutto di una
faida interna al controspionaggio. Ma i giudici hanno archiviato le sue denunce.
Pazienza ha allora battuto un'altra strada. A un certo punto sostenne che un legame tra Ustica e la
strage di Bologna in effetti c'era, perch erano stati proprio i libici a collocare la bomba alla stazione
per vendicare il tentativo che si era consumato nei cieli di Ustica di uccidere Gheddafi. Ma
all'attentato di matrice libica i giudici di Bologna non hanno mai creduto: troppi elementi
conducevano a una pista casalinga.
Restava un dubbio: perch il servizio segreto si era tanto mobilitato per coprire quattro fascistelli? Il
motivo sar compreso meglio, nei mesi e negli anni successivi, quando le indagini sulla Banda della
Magliana portarono alla luce quella commistione mafia-terrorismo nero-servizi segreti che era
all'origine della strage alla Stazione. Una strage compiuta da terroristi neri, con l'ausilio della mafia,
per coprire un affare internazionale. La Procura di Roma invi il fascicolo a Bologna e furono
emessi tre ordini di cattura nei confronti di Gelli, Pazienza e Musumeci per il reato di depistaggio.
Anche il Venerabile fin nel calderone dell'inchiesta, ma nel frattempo era riparato all'estero,
inseguito da numerosi provvedimenti giudiziari; evidentemente Gelli non gradiva dover rendere
conto ai magistrati della sua attivit in difesa dell'Italia dal pericolo comunista. La prima volta che si
rese irreperibile fu nel marzo '81, subito dopo la scoperta delle liste P2 a Villa Wanda. A quanto si

scopr in seguito Gelli trascorse almeno un anno in Sud America, poi torn in Europa. Fu arrestato
in Svizzera il 13 settembre 1982, rest nel carcere di Champ Dollon fino al 10 agosto 1983, quando
riusc a corrompere un agente carcerario che l'aiut a evadere. Per qualche anno scomparve dalla
circolazione, ma fu di nuovo arrestato in Svizzera il 21 settembre 1987 da dove fu finalmente
estradato in Italia il 17 febbraio 1988. Nel frattempo, oltre alla leggina che rendeva facoltativo
l'arresto per le persone di et superiore ai sessantacinque anni, la Cassazione aveva dichiarato gli
imputati estradati da paesi stranieri perseguibili soltanto per quei reati riconosciuti validi nel paese
di provenienza. E Gelli, sulla base della sua estradizione, era imputabile soltanto per reati valutari e
non per la strage di Bologna, per la quale, ricordiamo, stato condannato a dieci anni con l'accusa di
depistaggio insieme a Musumeci e Pazienza. In ogni caso, in attesa di chiarire la sua posizione, fu
trattenuto fino all'11 aprile 1988 in un carcere costruito apposta per lui all'interno della Certosa di
Parma. Da quel momento in poi il Venerabile ha goduto di una totale impunit, se si esclude
l'ordine di cattura firmato nel '98 da un magistrato romano, Giuseppe Saieva, che tent di arrestarlo
per il reato di procacciamento di documenti riservati, per il quale era stato condannato
definitivamente a tre anni. Ma l'estradizione di Gelli era a prova di bomba: neppure questo reato
poteva essergli contestato e dopo una breve fuga a Nizza fece ritorno a Villa Wanda, dove tuttora
vive tranquillo e in ottima salute.
Comunque sia, quello che non era stato possibile dimostrare con i delitti politico-mafiosi di
Palermo appariva con tutta evidenza nello scenario della strage bolognese: attorno al mafioso Pippo
Cal si era creata a Roma una "struttura di servizio", cui apparati dello Stato potevano far ricorso
ogni qualvolta fosse necessario, in nome di interessi superiori di cui la massoneria si faceva garante.
Fatta questa premessa, non deve stupire che quattro anni dopo, il 23 dicembre 1984, a gestire
direttamente un attentato terroristico siano stati proprio uomini di mafia, coinvolti nella gestione di
affari sporchi. Quell'antivigilia di Natale, sul rapido Roma-Bologna gremito di gente che si
spostava per le festivit, esplose un ordigno ad alto potenziale che provoc altri sedici morti e
centotrentanove feriti. Le indagini portarono a una connection fra mafia-camorra ed estremismo
neofascista: con Cal furono incriminati un camorrista, Giuseppe Misso, un parlamentare missino,
Pasquale Abbatangelo, accusato di aver fornito l'esplosivo, e un personaggio romano, Guido
Cercola, nella cui villa fu trovata una scatola con undici detonatori con comando a distanza:
mancava il dodicesimo usato per il treno.
Ma a volere quella strage era stato Cal, il pi potente e misterioso dei boss siciliani. In questo
attentato, che rivela l'ausilio tecnico di artificieri di altissimo livello, non compaiono, almeno non

direttamente, uomini dei servizi segreti. Fu una strage voluta, preparata e attuata interamente dalla
mafia: era un segnale, la prima consistente minaccia nei confronti di quegli apparati che si stavano
mostrando irriconoscenti nei confronti dei boss di Cosa Nostra (fra poco vedremo perch). I
mafiosi, cos sembravano voler affermare nel loro messaggio, non si erano tirati indietro quando si
era trattato di dare una mano per risolvere intrighi di Stato: da Pecorelli al sequestro Moro, da
Dalla Chiesa alla stazione di Bologna.
L'obiettivo "politico" di Cal L'ordigno, lasciato all'interno di un vagone, fu fatto esplodere con un
telecomando a distanza: una tecnica militare usata per la prima volta in Italia. Il telecomando, che
mancava dalla scatola trovata nella villa di Cercola di Poggio Mirteto, era state fornito a Cal da un
artificiere tedesco, nato a Zagabria, Friedrich Schaudinn, condannato poi a ventidue anni ma
fuggito dall'Italia nell'88 mentre era al soggiorno obbligato. In un rapporto della Guardia di
Finanza del '92, Schaudinn veniva segnalato in Croazia e in Istria come uno dei punti di riferimento
di trafficanti che, ne- gli ultimi due anni, avevano introdotto in Italia ingenti quantitativi di armi
non convenzionali ed esplosivo Semtex T4, di produzione cecoslovacca, che poi ritroveremo anche
nelle stragi dell'estate '93 di Roma, Milano e Firenze. Un filo collega dunque le stragi di mafia degli
anni Ottanta e quelle degli anni Novanta.
Socio di Schaudinn era un trafficante d'armi siciliano, Giovan Battista Licata, coinvolto in un
mastodontico traffico di armi e droga da cinquanta milioni di dollari tra Israele, Italia e Croazia: sia
l'artificiere tedesco che il trafficante siciliano risultarono legati a gruppi paramilitari fascisti
Usta-scia, ma anche ben tollerati dalle autorit locali croate, tolleranza dietro la quale ci sarebbero
stati i buoni auspici della GI e del Mossad. Schaudinn era dunque un elemento di spicco di
un'organizzazione internazionale, a met guado tra mafia e servizi segreti, cui faceva riferimento
anche Pippo Cal. Forse per questo il boss, a cavallo degli anni Ottanta, era diventato anche fuori
dall'Italia un punto di riferimento dei "poteri forti".
Il gruppo ruotante attorno a Cal, scriveva il giudice istruttore Gianfranco Viglietta a conclusione
dell'inchiesta sul treno di Natale ha costituito non solo un livello di coordinamento della malavita
romana, ma anche della destra eversiva, all'interno del quale operavano ambienti deviati dei servizi
segreti e della massoneria, e da molteplici indizi sembra essersi posto pi volte obiettivi politici.
Ma proprio sull'individuazione di questi obiettivi politici autonomi di Cosa Nostra che per anni ci
si interrogati inutilmente. Qual era il piano di Cal? Scriveva Sciascia, in quegli anni, che nelle
azioni "eversive" della mafia c'era la preoccupazione di perdere le protezioni politiche di cui aveva
goduto fino a quel momento. Insomma la mafia attaccava perch si sentiva meno sicura: Andreotti

non era pi disponibile come un tempo, scrivono i giudici d'appello di Palermo. La strage di Natale
fu soprattutto un messaggio ricattatorio nei confronti di ambienti che mostravano di non essere in
grado di garantire i "patti". Quali patti? Primo fra tutti l'impunit, almeno nei confronti di quanti
avevano contribuito a risolvere qualche problema di Stato.
Un ricatto che verr respinto non da coloro cui era diretto, ma da altri uomini di Stato - che
operavano nella magistratura, nella polizia, nell'intelligence- che in quello stesso periodo erano
intervenuti per smantellare il nucleo dei servizi segreti pi compromesso. Non solo Cal sar
arrestato nel marzo dell'85, appena tre mesi dopo la strage, ma con lui finirono in carcere numerosi
boss e alcuni vip dell'aristocrazia romana, tra cui il conte Vittorio Guglielmi Lante della Rovere.
Gli arresti provocarono un terremoto all'interno dei clan romani: si aggrav la frattura con i mafiosi
che si era aperta con l'omicidio Balducci. Dir Maurizio Abbatino: Ci sentivamo coinvolti nei
regolamenti di conti tra mafiosi. I testaccini con il loro comportamento avevano utilizzato la banda
ai propri fini; adottammo la decisione di eliminarli non appena se ne fosse presentata
l'opportunit. Sar una faida cruenta che si risolver con la morte o l'arresto di tutti gli
appartenenti alla gloriosa banda.
Contro Buscetta Un passo indietro: torniamo al movente della strage di Natale. Il 24 marzo 1983 era
stato arrestato in Brasile Tommaso Buscetta. Nel carcere sudamericano "il boss dei Due Mondi",
come veniva chiamato in codice per la sua lunga permanenza oltreoceano, aveva tentato due volte il
suicidio. Pippo Cal, che Masino considerava una sua creatura, il suo pupillo, lo aveva tradito: gli
aveva ucciso due figli e il fratello. Ma a farlo disperare era soprattutto la morte di Antonio, il
primogenito: come aveva potuto fare una cosa del genere, quell'infame? Lo aveva battezzato lui, lo
aveva cresciuto lui, era il suo figlioccio, come poteva essere stato tanto feroce? Cos'era accaduto
dentro alla Cosa Nostra, come la chiamava Masino? Cosa aveva trasformato gli uomini d'onore in
belve feroci? Il tradimento di Cal lo aveva portato a invocare la morte. E dopo l'arresto, in Brasile,
avvenuto il 24 ottobre 1983, che lo avrebbe separato per sempre dalla sua amata Cristina, la
giovanissima moglie brasiliana, e dall'ultimo figlio appena nato, davvero non voleva pi vivere.
Ingoi barbiturici, si tagli le vene: tutto inutile. Lo salvarono i poliziotti italiani che erano andati a
prelevarlo, gli furono vicini, gli dimostrarono umanit. Buscetta decise che sarebbe vissuto, visto
che non gli era riuscito di morire, ma con un unico scopo: distruggere Cosa Nostra. Mafioso era
nato e mafioso sarebbe morto, ma la dovevano pagare tutti: soprattutto la doveva pagare lui,
l'infame Cal.
La prima foto che abbiamo di Buscetta lo ritrae al suo arrivo a Roma, pochi giorni dopo l'arresto in

Brasile, nel novembre 1983, all'aeroporto di Ciampino, mentre scende dall'aereo avvolto in una
coperta: un uomo distrutto, il suo viso da indio gonfio, non ce la fa a stare in piedi. Al suo fianco
c' il giovanissimo Antonio Manganelli, allora funzionario della Criminalpol,oggi vicecapo della
Polizia. Quel flash scattato per caso da un fotografo fece il giro del mondo: era l'inizio di una grande
avventura, di quel braccio di ferro tra mafia e Stato che ha portato a grandi vittorie e ad altrettante
sconfitte, all'arresto in massa di quattrocento mafiosi ma anche alla morte di Falcone e Borsellino.
Un'epopea durata vent'anni e che ha avuto forse il suo apice con la condanna di Andreotti nel
bunker di Capanne.
Fu proprio Falcone il primo giudice che Buscetta incontr a Palermo. Il magistrato intu che
quell'uomo distrutto era disposto a parlare, ma bisognava rispettare i suoi tempi, conquistarne la
fiducia. Erano nati a poche centinaia di metri, in un quartiere popolare di Palermo, alle spalle della
stazione: Giovanni in uno dei palazzi borghesi primo Novecento di piazza della Magione, Masino a
Porta Termini, una zona popolare. Ma parlavano la stessa lingua, conoscevano gli stessi gesti, gli
stessi silenzi. Per indurlo a collaborare Falcone fece una sorta di accordo personale con gli USA:
promise la collaborazione di Buscetta con l'fbi, in cambio di una protezione che il governo italiano
in quel momento non poteva garantire a nessuno. E Buscetta parl: per mesi e mesi, senza che nulla
trapelasse all'esterno della Procura, fece nomi e cognomi, disegn il vertice di Cosa Nostra, forn la
prima mappa della pi potente organizzazione criminale del mondo. Nell'84 rifiuter, come
sappiamo, soltanto di rispondere alle domande su mafia e politica perch i tempi non erano
maturi. Racconter Falcone: Prima di lui non avevamo che un'idea superficiale del fenomeno
mafioso. Con lui abbiamo cominciato a guardarci dentro, ci ha fornito informazioni sulla struttura,
sulle regole di reclutamento, sulle funzioni di Cosa Nostra nella societ siciliana. Ma soprattutto ci
ha dato una chiave di lettura essenziale, un linguaggio, un codice. stato per noi come un
professore di lingua straniera, ci ha insegnato a parlare con i turchi passando dai gesti alla parola.
Forse altri pentiti ci hanno fornito notizie pi importanti, ma solo lui ci ha insegnato 0 metodo per
valutare quelle notizie. Con Buscetta ci siamo accostati all'orlo del precipizio, dove nessuno si era
voluto avventurare [...]. Alcuni miei colleghi, e anche certi poliziotti, che sostengono di occuparsi di
mafia e non hanno mai letto un verbale di Buscetta, con tono spocchioso mi rinfacciano il teorema
Buscetta o il teorema Falcone, che per loro la stessa cosa.
Anche Masino era entusiasta dei colloqui con il "suo" giudice. Dir di lui dopo la morte: Era il mio
faro, ci capivamo senza parlare. Era intuito, intelligenza, onest e voglia di lavorare. Io godevo a
parlare con lui.

Poi le cose sono andate come sappiamo. Ma all'inizio, in quel terribile scorcio degli anni Ottanta,
per capire cosa accaduto dentro Cosa Nostra bisogna ritornare a quest'incontro, alla nascita della
straordinaria "amicizia" tra un giudice e un boss, destinata a sparigliare per sempre le carte del gioco
tra Stato e mafia. La prima cosa che fece Buscetta fu accusare Cal dei delitti pi infami: disse che
era un boss sanguinario e senza scrupoli, che aveva gestito per conto dei corleonesi i sequestri di
persona, come quello del figlio di Arturo Cassina, che era stato capace di uccidere un uomo perch si
era presentato tardi a un appuntamento. Non deve stupire che l'anno successivo, quando ormai i
suoi amici a Palermo erano finiti in carcere, Cal abbia deciso di scendere in campo, di dare una
risposta "forte", di fare il terrorista. Ormai nella sua mentalit di spione, se Buscetta parlava voleva
dire che qualcuno glielo aveva consentito: non restava che ricorrere alle bombe.
Ma la sua sconfitta era dietro l'angolo: Masino gli aveva preparato la trappola. Due anni dopo,
nell'astronave verde", l'aula bunker dell'Ucciardone dove si svolgeva il Maxiprocesso, finalmente
faccia a faccia, Buscetta gli grider il suo furore: Te lo ricordi Giannuzzi Lallicata, povero ragazzo,
l'hai ucciso tu... L'hai scannato con le tue mani. Sei tu che hai attirato in un tranello i miei figli!.
Cal non uscir pi dal carcere: condannato a ventitr anni per associazione mafiosa, a ventiquattro
per traffico di armi e droga, all'ergastolo per la strage di Natale; ancora un detenuto sottoposto al
carcere duro, regolato dal cosiddetto 41 bis. Negli ultimi anni si fatto promotore di un cauto
progetto di "dissociazione" dalla mafia, ha mandato una lettera per annunciare che non fa pi parte
di Cosa Nostra. Ma continua a tacere e forse, per questo, a essere ancora vivo.
I ricatti della Magliana La sera del 23 marzo 1984 fu messo a segno il colpo del secolo. Una rapina da
trentacinque miliardi alla Brink's Securmark, un deposito che faceva capo a una catena bancaria
privata di Michele Sindona. Quattro uomini, con il volto travisato, prelevarono verso l'ora di
chiusura una delle guardie giurate, Franco Parsi, lo condussero a casa, lo tennero in ostaggio fino
all'alba della mattina successiva insieme alla moglie e ai figli. Poi uno rest nell'abitazione per
tenere a bada i familiari, gli altri tre condussero la guardia giurata, che aveva le chiavi, al caveau dove
disarmarono altri due agenti e senza sparare un colpo portarono via denaro liquido, traveller's
cheque, oro e preziosi per una cifra astronomica, che fu stimata intorno ai trentacinque miliardi.
Non fu una rapina qualsiasi: sul bancone gli ignoti lasciarono una serie di oggetti che stavano
simbolicamente a rappresentare il vero significato dell'impresa. Una granata Energa, sette proiettili
calibro 7,62, sette piccole catene e sette chiavi. La bomba Energa era dello stesso tipo usato durante
l'agguato al colonnello Antonio Varisco e proveniva dalla solita armeria di via Liszt. Le sette chiavi e
le sette catene furono lette come un chiaro riferimento al falso Comunicato numero 7 sul Lago della

Duchessa. I sette proiettili calibro 7,62 riportano all'omicidio Pecorelli, e c'erano anche le cinque
schede, identiche a quelle fatte ritrovare nel borsello sul taxi da Toni Chichiarelli una ventina di
giorni dopo l'omicidio, che stavano a indicare lo stretto collegamento tra il delitto Moro e quello del
giornalista.
E in effetti uno degli autori del colpo, a quanto si scoprir, era proprio Chichiarelli. Il falsario della
Banda della Magliana, specializzato nei falsi De Chirico, era tornato alla carica con un'inesauribile
gamma di ricatti, che proseguirono anche nei giorni successivi: furono fatti ritrovare nei cestini dei
rifiuti, sullo stile delle BR, frammenti autentici di volantini BR e perfino due frammenti di una foto
di Moro, scattata con la Polaroid nel Carcere del Popolo. A chi erano indirizzati quei messaggi e da
chi realmente provenivano? Molte risposte a questi interrogativi verranno dopo la morte, altrettanto
gravida di significati, di Toni il Falsario. Il 26 settembre 1984 Chichiarelli fu ucciso in macchina:
con lui c'era la giovane compagna, una ragazza di ventiquattro anni, che rimase gravemente ferita, e
la figlia di tre anni. Nel corso di una perquisizione nell'attico dove la coppia viveva, all'interno di
una cassaforte, fu trovata una bobina, etichettata B-OK, con il filmato della rapina alla Brink's.
Un suo "amico", Luciano Dal Bello, informatore dei servizi segreti e dei carabinieri, durante la
perquisizione aiut la polizia nel repulisti: furono trovati anche documenti che sembravano
provenire dalle Brigate Rosse, altri a quanto sembra, scomparirono. Commenter Dal Bello con un
agente, che poi riferir al magistrato: Toni era un pazzo di destra, se l' andata a cercare.
Il suo commercialista Osvaldo Lai mi raccont che negli ultimi tempi Toni gli aveva confidato di
essere entrato a far parte delle Brigate Rosse, quanto alla rapina per gli sarebbe stata
commissionata da un membro della P2, legato a Michele Sindona. E in effetti altre due rapine,
compiute nei mesi successivi, alle sedi della Brink's Securmark di Parigi e Londra fanno pensare a
un piano che va pi in l della corruzione di qualche agente di custodia. L'avvocato Pino De Gori,
legato a Flaminio Piccoli (che in quel periodo frequentava intensamente Pazienza), fece un'altra
sorprendente dichiarazione: stato il Mossad ad autorizzare la rapina, era una ricompensa per il
volantino del Lago della Duchessa, poi per l'hanno fatto fuori.
E comunque c'erano nelle mani degli investigatori quei due frammenti autentici di foto, il cui
significato era gravissimo: un uomo legato alla malavita romana e ai servizi segreti era entrato nella
prigione Moro, mentre era vivo. Furono riesaminati tutti i documenti trovati nel borsello cinque
anni prima, e l'attenzione si appunt su un biglietto del traghetto Reggio-Messina. La moglie
Chiara Zossolo non seppe dare una spiegazione: Toni era andato qualche mese prima in Sicilia per
il matrimonio di un amico carabiniere, che per non c'entrava niente in tutta questa storia. Forse era

un messaggio: Sicilia, Calabria, Carabinieri. Cosa voleva dire? I dissociati racconteranno che
Moretti, subito prima e subito dopo aver affittato l'appartamento di via Gradoli, era stato una volta
in Calabria e l'altra a Catania. Ancora la Calabria. Quale ruolo ha avuto la 'ndrangheta nel sequestro
Moro? Un interrogativo che si poneva anche Pecorelli quando scriveva su OP: I capi delle BR
risiedono in Calabria. E in Calabria si sarebbero recati sia il PM Infelisi, due giorni dopo la morte
di Moro, sia Viglione per conto di Dalla Chiesa: una pista come altre rimasta inesplorata. Anche
Morucci e Faranda fecero un viaggio in Sicilia prima del 78.
La moglie di Chichiarelli sosteneva che Toni non aveva certo fatto tutto da solo. Anche la storia del
falso comunicato della Duchessa non poteva essere un'idea sua: lo aveva visto scrivere a macchina
copiando da un blocchetto di appunti. La Zossolo diffidava di Dal Bello e raccont che aveva visto il
marito in compagnia di una persona che parlava molte lingue straniere, le era sembrato un
personaggio pericoloso, non capiva cosa volesse e aveva pregato il marito di non frequentarlo. Di
Pecorelli una volta Toni le aveva detto: Era una brava persona, non meritava di morire. Sappiamo
per che Franca Mangiavacca ritiene di aver visto Chichiarelli, il giorno prima dell'omicidio, sotto
la redazione in via Tacito. Ma gli inquirenti non esclusero che il giornalista potesse averlo
conosciuto e anche il commercialista Lai sostenne che si frequentavano. Toni ad esempio era in
contatto con l'impresario Ezio Radaelli, che gestiva una nota galleria d'arte ed era stato coinvolto in
un commercio di falsi De Chirico (erano di Chichiarelli?),che aveva messo nei guai anche Franco
Evangelisti. Ricordiamo che l'argomento di conversazione con Pecorelli alla "Famija Piemunteisa",
secondo la difesa di Andreotti, non riguardava gli "Assegni del Presidente", ma il traffico di quadri
De Chirico.
Insomma siamo all'interno di un giro molto stretto: Radaelli era amico di Evangelisti, ma anche di
Flavio Carboni, il "faccendiere" della Magliana,e conosceva sia Mino che Chichiarelli. Dall'agenda
di Pecorelli risultano incontri frequenti con Radaelli, negli ultimi mesi di vita, anche in compagnia
di altre persone. Era allora Toni la fonte "molto vicina" alle Brigate Rosse che gli aveva fornito tante
informazioni sul Carcere del Popolo? Questa del falsario delle BR forse la storia pi strana, pi
torbida dell'intera vicenda. Un estremista di destra, evidentemente legato ai servizi segreti e alla
Banda della Magliana, aveva avuto contatti diretti con i carcerieri di Moro. Un suo amico, Gaetano
Miceli, conferm al giudice istruttore che era stato Toni a fotografare Aldo Moro con la Polaroid;
gli aveva anche promesso di mostrargli le foto e alcuni documenti, poi sostenne di averli distrutti.
L'idea della rapina alla Securmark dicono sia stata sua, ma in realt poteva far parte di una partita
molto complessa di ricatti e ricompense, sullo sfondo del sequestro Moro, gestita da Cal.

Toni conosceva infatti il boss siciliano: la sorella della sua compagna, che era con lui la mattina in
cui l'hanno ucciso, era legata a Nunzio La Mattina, luogotenente di Cal. Nella scheda su Pecorelli,
Toni mostrava di sapere che il documento recuperato dopo la morte del giornalista era incompleto:
Purtroppo sprovvisto dei paragrafi 162, 168, 174, 177, come aveva scritto nelle false schede BR
trovate nel famoso borsello. Tutto ruota attorno al Memoriale Moro, finito nelle mani di Mino. Un
documento, come Pecorelli confid a un amico pochi giorni prima di morire, che qualcuno voleva
che pubblicasse a tutti i costi. Mentre qualcun altro a tutti i costi voleva impedirglielo.
Il Capocorrente Una delle accuse pi pesanti che la magistratura di Palermo ha rivolto ad Andreotti
in questi anni che avrebbe accettato l'appoggio elettorale di uomini legati alla mafia per accrescere
il suo potere personale e quello della propria corrente. Insomma, il suo ruolo di ago della bilancia
all'interno della DC e della vita nazionale lo avrebbe assunto grazie all'alleanza con Salvo Lima.
L'epiteto "capocorrente", che ricorso spesso nella requisitoria della pubblica accusa, non era
soltanto dispregiativo, ma ebbe come conseguenza la trasformazione del capo d'imputazione, da
concorso esterno a partecipazione nel reato di associazione mafiosa: Andreotti non sarebbe colluso
con la mafia, ma direttamente partecipe delle sue finalit eversive e delle sue decisioni criminali.
Una motivazione che, a suo tempo, provoc scalpore e furenti polemiche: nessuno sembrava
ricordare che nella Procura di Palermo prevalse questa scelta quando altrettanto furiose erano le
polemiche sul reato di concorso esterno: una tipologia di reato inesistente, si disse, in altri paesi
occidentali, che era sintomo dell'imbarbarimento della nostra giustizia. In ogni caso, colluso o
partecipe che fosse, il trauma di avere un sette volte presidente del Consiglio indicato come mafioso
agli occhi dell'opinione pubblica mondiale provoc malumori ovunque, anche in ampi settori della
sinistra. Lo stesso Giovanni Pellegrino (DS), che nel '93 era a capo della Giunta delle
Autorizzazioni a Procedere del Senato, appreso che il capo di imputazione era stato modificato,
s'infuri: Se avessimo saputo che sarebbe stato contestato ad Andreotti il 416 bis, forse a dare
l'autorizzazione ci avremmo pensato di pi.
Da De Mita a Craxi Ma davvero la corrente siciliana stato il perno attorno al quale ruotata
l'ascesa politica di Andreotti? Il senatore lo nega, i politologi sono divisi, anche se alla fine sono in
molti a pensare che il teorema dei magistrati non sia del tutto infondato. Se all'inizio degli anni
Settanta l'aver costituito una corrente personale gli aveva consentito di diventare per la prima volta
presidente del Consiglio, fu nel periodo successivo all'omicidio di Dalla Chiesa che l'apporto risult
decisivo: in quegli anni la DC perdeva consensi elettorali, al suo interno si rafforzava il "correntone"
di De Mita, all'esterno cresceva gi l'astro Craxi. Disporre di una ciambella di salvataggio del 18 per

cento consent ad Andreotti di restare alla guida del ministero degli Esteri per quasi sette anni e di
condizionare fortemente le scelte della DC. Anche se, in termini di immagine, il prezzo pagato per
le sue "relazioni sicule" fu alto soprattutto dopo che la componente siciliana aveva riaccolto nelle
proprie file, per quanto in modo non organico, Vito Ciancimino.
I siciliani pesavano come non mai, nel periodo successivo all'omicidio Dalla Chiesa, e il 29 ottobre,
nella sua prima apparizione pubblica a Palermo dopo la strage di via Carini, Andreotti affront
l'assemblea DC con un discorso memorabile: Voi democristiani siciliani siete forti e per questo
dicono male di voi. Se foste deboli nessuno se ne curerebbe. Respingiamo il falso moralismo di chi
ha la bava alla bocca mentre voi aumentate i consensi. L'aggressivit dei toni, inconsueta in
Andreotti, andava letta come una replica alle accuse che Nando Dalla Chiesa gli aveva mosso in
alcune interviste, nelle quali affermava che i mandanti dell'omicidio di suo padre andavano cercati
nella DC e soprattutto nella corrente andreottiana. Nella sala del Don Orione, Andreotti replic
con durezza all'accusa: Dalla Chiesa era uno dei tanti servitori dello Stato caduto
nell'adempimento dei propri doveri, e perci non monopolizzabile da nessuno.
Non era stato un anno tranquillo, l'82, neppure in altre parti d'Italia. Il 18 luglio, lo sappiamo, Calvi
era stato trovato impiccato sotto il ponte dei Black Friars; non era soltanto la famiglia Dalla Chiesa
a provare risentimento verso Andreotti, anche la vedova del banchiere non faceva che rilasciare
dichiarazioni furenti: Mio marito aveva paura di Andreotti, disse che era stato minacciato di morte
perch il presidente era legato a una fazione del Vaticano che si opponeva al salvataggio
dell'Ambrosiano voluta dall'Opus Dei. Fu lo stesso faccendiere del SISMI Francesco Pazienza,
che come sappiamo aveva seguito Calvi nel suo peregrinare a caccia di protezioni nei mesi
precedenti la morte, a dare una spiegazione alle inconsuete accuse della vedova in un suo libro di
memorie ( disobbediente, 1999), in cui ribadisce quanto aveva gi raccontato ai magistrati: La
vicenda dell'Ambrosiano fin per diventare uno strumento di potere in mano a persone e gruppi che
attorno al crack strinsero alleanze, condizionarono scelte di governo, fecero ottimi profitti.
Andreotti era molto soddisfatto perch la battaglia si era risolta a favore di monsignor Agostino
Casaroli. Il suo scudiero Ciarrapico, grazie al fallimento dell'Ambrosiano, aveva messo le mani
sull'Acqua Fiuggi, preziosa per le sue miracolose propriet diuretiche, ma anche per l'ottimo
business che ne derivava, visto che la localit termale era una roccaforte strategica del feudo
elettorale andreottiano.
Il crack dell'Ambrosiano e la morte di Calvi sono attualmente oggetto di una nuova inchiesta
giudiziaria. Ma alcune vicende, riemerse di recente, hanno finito per interessare anche il processo

Andreotti. Un pentito, Vincenzo Calcara, ha raccontato che il notaio Antonio Albano, palermitano
residente a Roma, avrebbe riciclato i miliardi di Cosa Nostra affidandoli al presidente
dell'Ambrosiano, che li avrebbe persi in speculazioni sbagliate, motivo per il quale stato ucciso. Il
notaio Albano un personaggio di rilievo nella geografia delle accuse mosse ad Andreotti, non
soltanto perch era il notaio personale del senatore e al tempo stesso del boss Luciano Liggio e di
Frank Coppola, ma perch sarebbe stato proprio lui a consegnare il famoso vassoio d'argento alla
figlia di Nino Salvo andata sposa al medico Gaetano Sangiorgi: secondo la difesa si tratt di un
regalo del notaio, secondo l'accusa Albano lo avrebbe consegnato per conto del senatore.
Nell'84 un'altra tegola per Andreotti. L'affare Sindona approda alle Camere e i radicali partono
all'attacco chiedendo le dimissioni del ministro degli Esteri. Il relatore di minoranza della
Commissione P2, Massimo Teodori,afferm che Sindona aveva potuto contare su una banda
costituita da settori della DC, della Banca d'Italia, dello IOR Vaticano, della Banca di Roma e da
appendici della P2. Ma il maggior responsabile era proprio lui: Il grande imputato Giulio
Andreotti, amico e sostenitore di Sindona dal 74. Se Andreotti in quel difficile frangente si salv,
lo deve all'astensione del PCI che gradiva la sua politica estera. L'ex pupillo di De Gasperi era stato
accolto alla Festa nazionale dell'Unit come un trionfatore, per via di alcune dichiarazioni a favore
dei palestinesi. Intanto procedeva nella manovra di avvicinamento a Craxi, che si trasformer in
un'alleanza strategica nella seconda met degli anni Ottanta, fino al famoso CAF (dalle iniziali dei
tre animatori: Craxi, Andreotti e Forlani), che gli consentir di tornare alla guida del governo,
proprio all'inizio degli anni Novanta, quando un ciclone spazzer via la Prima Repubblica. Ma
questo Andreotti, in quel momento, non lo poteva prevedere.
Gli anni Ottanta furono comunque un difficile banco di prova, anche per le collaudate capacit
politiche del sempiterno Giulio, che forse riusc a superare i peggiori ostacoli restando fedele a se
stesso in un mondo che andava rapidamente cambiando. La comparsa sullo scenario politico di
personaggi nuovi, pi giovani e aggressivi, come Craxi, la progressiva perdita di consensi elettorali
(nell'83 la DC scese al minimo storico del 32 per cento, Andreotti perse centomila preferenze), ma
soprattutto i segnali poco' rassicuranti che arrivavano dalla terra di Sicilia avrebbero messo in crisi
qualsiasi leader politico. Invece nulla sembrava scalfirlo: la sua corrente andava irrobustendosi. Pi
tardi, al XVIII congresso della DC del 1989, il ruolo di Andreotti fu decisivo per liquidare De Mita
e la sua concezione "monocratica" di segretario DC. Il partito si avviava verso una nuova primavera
"correntizia": la novit fu sancita dalla nascita del "grande centro" nel quale confluiscono Forlani,
Fanfani, Zamberletti, Donat Cattin e la corrente del Golfo (Gava e Scotti) fino a sfiorare il 50 per

cento. De Mita poteva contare sul 32 per cento: quel 18 per cento della corrente andreottiana fu
ancora una volta decisivo. Andreotti ripet, in senso inverso, l'operazione che aveva portato a
termine nell'82, garantendo un'amplissima maggioranza che affonder De Mita. A ingrossare le file
della sua corrente aveva contribuito l'operazione Fiuggi, con l'ingresso ufficiale di Ciarrapico.
La risposta del pool antimafia Ma, a giudicare con il senno di poi, erano gi presenti in nuce i germi
che stavano erodendo le radici del potere andreottiano. Il passato con i suoi grandi scandali
inseguiva il senatore. Nell'82 Gelli fu arrestato in Svizzera; nell'84 Sindona fu estradato in Italia.
Ma era soprattutto la Sicilia a non dare tregua.
Nel gennaio '83 era stato ucciso a Trapani il giudice Ciaccio Montalto, che stava indagando sulle
relazioni politiche e imprenditoriali dei Minore, una famiglia mafiosa appartenente alla nuova
oligarchia corleonese. Proprio alla "corrente andreottiana" di Trapani, gi largamente attiva negli
anni Ottanta, dedicato un capitolo del processo di Palermo, che stigmatizza la partecipazione di
Andreotti - nel luglio '91 al Palagranata di Trapani, alla presenza di 2500 persone - alla chiusura
della campagna elettorale di Giuseppe Giammarinaro, candidato all'Assemblea Regionale. Un
personaggio, Giammarinaro, come scrivono i magistrati, noto agli organi di polizia che lo avevano
pi volte denunciato per i suoi rapporti con esponenti mafiosi, sospeso dalla direzione provinciale
della DC, che era consapevole dei suoi rapporti con i cugini Salvo.
Il 4 agosto 1983 come sappiamo, fu ucciso a Palermo Rocco Chinnici. Questi omicidi accrebbero
l'attenzione sul fenomeno mafioso e sul suo retroterra politico, e fortissima si fece la tensione
all'interno del tribunale di Palermo, dove cominci a prendere corpo il progetto di un gruppo di
giovani magistrati che ritenevano finito il periodo dell'acquiescenza e del silenzio nei confronti della
mafia. Una mafia che, peraltro, manifestava una aggressivit prima sconosciuta. All'interno di
questo gruppo cominci a emergere la forte personalit di un sostituto procuratore arrivato da
Trapani. Era Giovanni Falcone che, proprio con Chinnici, aveva avviato la prima grande inchiesta
sul traffico di droga e sulle centrali di riciclaggio.
L'arresto di Buscetta in Brasile fu la grande occasione per imprimere alle indagini un salto
qualitativo fino a quel momento inimmaginabile: stava nascendo un mondo nuovo, non pi fatto di
silenzi, di omert, di logge coperte dove venivano sanciti patti di cui nessuno sarebbe venuto a
sapere. E nacque anche il pool antimafia, reso possibile dall'arrivo da Firenze del nuovo consigliere
istruttore Antonino Caponnetto, uomo estraneo ai condizionamenti e alle compromissioni della
societ palermitana. Falcone and a lavorare nel suo ufficio.
Il 29 settembre '84 la Procura di Palermo firm 366 ordini di cattura, basati sulle accuse di Buscetta:

fu arrestato anche Vito Ciancimino. Proprio in quei giorni era stato estradato Sindona dagli USA. Il
26 ottobre cominci a collaborare un nuovo pentito, Totuccio Contorno, e il mese successivo
Caponnetto ratificher altri 128 ordini di custodia cautelare. Il 12 novembre anche Nino e Ignazio
Salvo, gli uomini pi potenti della Sicilia, furono prelevati e condotti in carcere. Un evento che
segnava la fine di un'era e che naturalmente accrebbe l'attenzione sulla corrente andreottiana di cui i
cugini erano considerati i grandi elettori. Pochi giorni dopo, il 23 dicembre, la vendetta di Cal si
abbatt sulle quindici vittime del "treno di Natale".
La guerra ''della" mafia La risposta di Cosa Nostra si fece ancora pi cruenta e i suoi delitti
assunsero una valenza "eversiva" proprio perch, come diceva Sciascia, i boss avvertivano che era
cambiato il vento e che stavano cadendo le protezioni di cui avevano fino a quel momento goduto.
Dalla "guerra di mafia" dell'80-'81, tesa a ridisegnare il nuovo gotha di Cosa Nostra, la mattanza
prosegu con la "guerra della mafia" contro imprenditori, magistrati e poliziotti. Tra febbraio e
marzo '85 furono assassinati, per vendette legate ad appalti, tre imprenditori, Roberto Parisi, Piero
Patti e Giovanni Carbone. Il 2 aprile una bomba, azionata a distanza con la stessa tecnica usata da
Cal nella strage di Natale, uccise sull'autostrada all'altezza di Pizzolungo una donna e due
bambini. Ma l'obiettivo era Carlo Palermo, un altro magistrato di stanza a Trapani. Il giudice era
stato appena trasferito in Sicilia da Trento, in seguito a un esposto di Craxi al Consiglio superiore
della Magistratura, con il quale il presidente del Consiglio aveva chiesto e ottenuto l'apertura di un
procedimento disciplinare nei confronti del magistrato che aveva aperto un'inchiesta, la prima di
quel genere, su un traffico di armi e droga, capitali sporchi e tangenti ai politici, nel quale risultava
coinvolto anche il suo stretto collaboratore, Ferdinando Mach di Palmestein.
Dopo la strage di Pizzolungo, la mafia alz ancora il tiro: a Porticello, il 28 luglio 1985 fu ucciso il
commissario della Mobile Beppe Montana; dieci giorni dopo, l'8 agosto fu assassinato il
commissario Ninni Cassar, insieme all'agente Roberto Antiochia, mentre rientrava a casa
dall'ufficio. Due omicidi che colpivano il cuore investigativo del pool antimafia, di cui Falcone era il
cervello e la Mobile di Palermo il braccio. Non si pu escludere che Cosa Nostra fosse intervenuta
per ristabilire un'alleanza con gli antichi protettori: le indagini condotte dalla Mobile stavano
portando alla luce compromissioni e complicit ad alto livello.
Nel processo palermitano ad Andreotti si parlato di un'agenda trovata in possesso di Ignazio Salvo
al momento dell'arresto, dove alla voce Giulio corrispondeva un numero riservato dell'allora
ministro degli Esteri. I nuovi pentiti di mafia degli anni Novanta, da Giovanni Brusca a Nino
Giuffr, alla domanda sul perch i corleonesi non abbiano ucciso durante la guerra di mafia Lima e i

cugini Salvo, che appartenevano allo schieramento contrario, hanno risposto in modo univoco: Era
un tramite troppo importante per le questioni di Cosa Nostra che andavano risolte a Roma; i
corleonesi non avevano gli agganci politici di Stefano Bontate, speravano perci di utilizzare Lima e
i Salvo per arrivare ad Andreotti. Un'accusa che il senatore ha costantemente respinto, come
sappiamo, negando non solo di essere a conoscenza del coinvolgimento di Lima con ambienti
mafiosi, ma anche di ogni rapporto, perfino di semplice conoscenza, con gli esattori siciliani.
Tuttavia i giudici non gli hanno creduto, neppure quelli che lo hanno assolto.
L'uccisione di Beppe Montana e Ninni Cassar era destinata ad aprire una triste stagione, quella dei
veleni di Palermo. Per anni tutte le crudeli vicende, che hanno anticipato gli omicidi di servitori
dello Stato, sono state lette e rilette attraverso la lente del sospetto, l'incubo della talpa ha
attanagliato la vita degli uffici giudiziari e investigativi. Per quel che riguarda la Mobile di Palermo,
i sospetti si sono alla fine concentrati su un alto funzionario della Polizia di Stato, Bruno Contrada,
arrestato a Natale del '92, condannato in primo grado, assolto in appello. Ma sar necessario un
quarto giudizio, perch la Cassazione di recente ha annullato la sentenza chiedendo nuovi
accertamenti.
Sigonella Nell'ottobre '85, il sequestro della nave Achille Lauro da parte di un commando
palestinese, e l'uccisione di un passeggero ebreo di nazionalit americana, Leon Klinghoffer, furono
all'origine di una frattura politico-diplomatica tra Italia e Stati Uniti che port il governo Craxi
sull'orlo della crisi. Non si cap mai perch la furia dei palestinesi si accan contro un uomo
handicappato, che viveva su una sedia a rotelle; tuttavia sembra che non si sia trattato di un
incidente, ma di un delitto mirato per quanto misterioso. Il leader del commando palestinese Abu
Abbas, cui gli americani stavano dando la caccia, era stato autorizzato a lasciare l'Italia a bordo di un
aereo egiziano che, in seguito alle pressioni provenienti da oltreoceano, fu fatto atterrare alla base
militare USA di Sigonella. Gli americani chiesero il rilascio di Abbas, Craxi mostr i muscoli, ci fu
addirittura un duro confronto tra carabinieri italiani e militari statunitensi. Insomma, per un
momento sembr che l'amicizia tra Italia e USA stesse per precipitare, ma il decisionismo craxiano
ebbe la meglio: Abbas ripart con l'aereo egiziano, i rapporti fra Italia e USA non degenerarono.
Per capire la portata dell'evento e il malumore che provoc in ambienti statunitensi l'episodio, basti
pensare che il palestinese Abu Abbas, considerato un terrorista da americani e israeliani, stato
arrestato e consegnato a militari degli Stati Uniti dal governo siriano proprio nei giorni in cui sto
ultimando il mio libro e cio diciotto anni dopo Sigonella. Costretto a fuggire da Baghdad dopo la
caduta di Saddam Hussein, Abbas sperava di trovare rifugio in Siria: anche in un diverso contesto

politico e in presenza di una crisi bellica, ospitare il leader palestinese sarebbe stato considerato
ancor oggi dagli USA un atto di inimicizia troppo grave.
La conseguenza dell'episodio dell'85 fu che De Mita e Spadolini chiesero le dimissioni del governo;
ma Andreotti si schier con Craxi, che il 17 ottobre pronunci un discorso galvanizzante alla
Camera, fino a paragonare i combattenti palestinesi ai garibaldini, accolto con consenso
entusiastico perfino dall'MSI. In questa crisi diplomatica senza precedenti, c' chi ha individuato
l'inizio dell'ostilit americana nei confronti di Craxi e Andreotti, destinata a culminare nel '92-'93
con la loro liquidazione dalla scena politica. Insomma Sigonella sarebbe stata per i due leader
l'inizio della fine: gli USA da quel momento non si sarebbero pi fidati della vecchia classe politica
italiana, troppo filoaraba, e i successivi avvenimenti, a partire dalla caduta del Muro di Berlino, che
avevano fatto venire meno il pericolo del comunismo, avrebbero ancor pi convinto gli alleati della
necessit di favorire la nascita di nuove forze politiche. una lettura un po' dietro-logica, che molti
respingono perch attribuirebbe a un'ipotetica congiura internazionale la messa sotto accusa di
Craxi e Andreotti, e non all'inevitabile risultato di una degenerazione ormai intollerabile del sistema
politico italiano. Come scopriremo tra poco, in realt Craxi riuscir a ricucire lo strappo con gli USA
in maniera del tutto irrituale.
Ma per tornare al motivo che lo spinse a schierarsi con Craxi, va detto che in quel momento
Andreo