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GianniLannes

IL GRANDE FRATELLO

Strategie del dominio

GianniLannes IL GRANDE FRATELLO Strategie del dominio
GianniLannes IL GRANDE FRATELLO Strategie del dominio

La tensione è tale che il Mondo freme. Gli eventi sono in pressione. A tutti i livelli le energie della Luce sono impegnate a fondo per salvarlo dalla distruzione, mentre le tenebre si insinuano, con maschere luminose, decise ad annientare ciò che la Luce crea e, dove possibile, a demolire le basi stesse dell’opera creativa. Nell’epoca grave dell’Armageddon è specialmente necessario sapere quali sono le forze che causano le azioni di ogni singolo giorno, di ogni singolo evento, di ogni fenomeno; poiché è l’ora della decisione, e non ci sono mezze misure sulla via del Mondo del Fuoco.

Maestro Morya

Immagine di copertina: Impianto sequestrato dalla Procura della Repubblica di Pescara (foto Gianni Lannes) Impaginazione grafica di Simona Murabito Correzione bozze Monica Medici

Gianni Lannes

IL GRANDE FRATELLO

Strategie del dominio

Gianni Lannes IL GRANDE FRATELLO Strategie del dominio www.dracoedizioni.it deva@dracoedizioni.it Copyright 2012

www.dracoedizioni.it

deva@dracoedizioni.it

Copyright 2012

Dedico questo libro ad Andrea e Francesco

INDICE

Prefazione dell’editore

pag.

7

Introduzione

pag.

13

Capitolo primo

Echelon Italia

pag.

19

Capitolo secondo

Colonia tricolore

pag.

43

Capitolo terzo Guerre in santa pace

pag.

61

Capitolo quarto

Bombe amare

pag.

95

Capitolo quinto Leucemie belliche

pag.

133

Capitolo sesto Sulla pelle viva

pag.

147

Capitolo settimo

Onda letale

pag.

171

Capitolo ottavo Democrazia totalitaria

pag. 205

Capitolo nono Guerra ambientale

pag. 245

Capitolo decimo

Euro crac

pag. 265

Capitolo undicesimo Razzismo extra

pag. 291

Capitolo dodicesimo Giornalisti a perdere

pag. 307

Capitolo tredicesimo Su la testa

pag. 329

«Quando i poteri pubblici violano le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all’oppressione è un diritto e un dovere del cittadino»

Giuseppe Dossetti

«Sono le azioni che contano. I nostri pensieri per quanto buoni possano es- sere sono perle false fintanto che non vengono trasformati in azioni. Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo»

Mohandas K. Gandhi

Prefazione dell’editore

Io non sono nessuno, e continuerò ad esserlo, mi basta es- sere un uomo. Figuriamoci poi come editore che rilievo posso ave- re, paragonato a chi oggi, in Italia e nel mondo, domina il mercato dell’informazione. Mi chiedo quindi perché devo essere io a pubbli- care questo libro di Gianni Lannes. Gianni è un bravo giornalista,

ha fatto inchieste importanti, ha rischiato, e rischia, la vita, solo per

aver tentato di affermare la verità su alcune cose che gridano ven-

detta al cospetto di Dio. Perché nessuno in Italia si è preso la briga

di pubblicarlo? Le scuse addotte possono essere tante, ma le vere

motivazioni sono sotto gli occhi di tutti, in ogni momento. Questo mondo sta andando a rotoli, in primo luogo per colpa di ciascuno; c’è troppo poco amore per la vita, per il pianeta e per il bene comune, ed è questa condizione limitata della coscienza umana che rende pos-

sibile il fatto che ristrette oligarchie di esseri spietati, nel nome del proprio interesse, spadroneggino sui popoli della Terra, imponendo condizioni inumane ad un mondo che potrebbe essere un paradiso terrestre. Basterebbe fare della solidarietà il motore non dello svi- luppo, mito tragico dei nostri giorni, ma della vita, per trasformare il pianeta in pochi anni. Eppure dobbiamo sopportare che la maggior parte delle ricchezze mondiali siano impiegate, direttamente o in- direttamente, per distruggere la vita, e per ‘portare la democrazia’

in paesi che, evidentemente, non devono per nulla avere il diritto di

autodeterminarsi.

Questi stormi di cavallette che dominano il mondo di sicuro non si preoccupano di che cosa sta succedendo al pianeta più di quanto possa aver mangiato oggi un bambino che muore di fame. E venendo

al

nostro contesto nazionale, che cosa cambia? Tragicamente nien-

te,

i governi che si susseguono si preoccupano solo di partecipare al

grande banchetto internazionale, per terminare il loro pasto ferale spolpando le ricchezze del nostro meraviglioso paese. Direi che la cronaca di questi ultimi anni è stata particolarmente prodiga per chi avesse mai voluto rendersi conto di come funzionano veramente le cose in Italia. Il problema è che ancora troppi credono a quella che ormai possiamo definire la ridicola propaganda di regime, fatta di cretinate televisive e di informazione falsa. I gruppi di potere che si esprimono anche attorno ai partiti sono al di là delle etichette, strin-

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gono accordi, si dividono fette della nostra vita, calpestano la nostra dignità individuale e la dignità di un popolo. E ormai quasi nulla sfugge al loro dominio, è per questo motivo che pubblico io il libro

di Gianni Lannes, Il Grande Fratello, perché rientro in quel quasi.

Ripeto, io non sono nessuno, e non voglio erigermi a pilastro mo-

rale, ma rivendico l’ordinarietà della dignità umana, quella dignità

di tutti quegli uomini semplici che hanno creduto e combattuto per

un mondo migliore, senza mai piegare la testa di fronte all’iniqui- tà e alla prevaricazione. Difficilmente vedrete Gianni in televisione, l’editore non ha i mezzi per pagare alle cricche dominanti quei bei

passaggi televisivi che ti fanno vendere tante copie in libreria. E non

lo vedrete in quei bei salotti televisivi, composti e morigerati, perché

egli racconta delle semplici e scomode verità, che portano a galla la

vera natura di questo edulcorato, ed assassino, sistema, che mentre

passa al telegiornale le immagini del piccolo di foca nato in cattività,

fa affondare nei nostri mari vecchie carrette sgangherate, cariche di

scorie radioattive. C’è solo un modo per uscire dalla situazione di degrado che stiamo pericolosamente vivendo: alziamoci in piedi, ri- prendiamoci la nostra dignità, riprendiamoci la nostra bella nazione, riprendiamoci il pianeta, dalle mani grondanti di sangue di chi si

vende come paladino della pace e dello sviluppo e intanto schiaccia il pulsante che farà sganciare una bomba su un villaggio in Afghani- stan. Se lo possono permettere perché ci stanno facendo il lavaggio del cervello, ma non ci deve essere più posto per la menzogna; dai ragazzi, liberiamoci del Grande Fratello, insieme si può fare.

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Introduzione

La fantascienza ha sempre intuito che l’essenza dei totalitarismi è

il controllo tecnologico delle informazioni personali. La realtà le ha

dato ragione e così, avanza l’incubo quotidiano. Lo aveva profetizza-

to George Orwell nel celeberrimo 1984. Stati totalitari e tecnologia

deviata avevano ispirato allo scrittore inglese le telecamere a circuito chiuso che, conficcate nei muri come l’ombra oblunga di un occhio, sorvegliano costantemente la popolazione, libera, si fa per dire, sol- tanto di riprodursi senza amare e di divertirsi con i programmi te- levisivi, sotto lo sguardo onnisciente del Grande Fratello. Lo aveva compreso Orson Welles. Ma il cinico protagonista di Quarto pote- re fa sorridere se paragonato ai nuovi colossi dei media che hanno incrinato uno dei gangli vitali della democrazia: il pluralismo dell’in- formazione e la libertà di stampa. La macchina da indottrinamento al servizio di potentissimi, e occulti, poteri finanziari è per Noam Chomsky il vero Grande Fratello della società americana e occiden- tale. Un sistema di propaganda perfetto che si regge su due pilastri.

Il primo sforna fiction, soap, reality show e sport per distrarre gli in- teressi della gente dai problemi reali. Il secondo indirizza le opinioni

di lettori e spettatori, formando convenientemente le nuove classi

dirigenti. Già nel 1932 eugenetica e controllo mentale conformavano Il mondo nuovo di Aldous Huxley. La nuova società è basata sul principio della produzione in serie: vale per i cervelli, come l’auto

Ford “T”: la lettera vi sostituisce la croce. Aveva scritto nel 1992 Bru-

ce Sperling, autore di Cyberpunk: «La gente che si trova nel mezzo

della rivoluzione tecnologica sta vivendo al di fuori della legge: non

perché intenda violarla, ma perché la legislazione è vaga, obsoleta, draconiana o inadeguata». La conoscenza è potere, la crescita dei

sistemi informatici, dell’Information Society, diffonde effetti strani

e deleteri sulla distribuzione del potere e della conoscenza. «Non

credo - concludeva - che la democrazia possa prosperare in un am-

biente e dove vasti imperi di dati sono criptati, cioè di proprietà di qualcuno». La matrice spezzata di Sperling è del 1985; il film dei fratelli Wachowski che ha attinto al romanzo risale al 1999. Matrix

è il sistema di controllo cerebrale con cui la razza umana è tenuta

nell’illusione di vivere in un mondo che non esiste più da centinaia di anni. Un hacker, Neo, deve liberare l’umanità dal gioco delle macchi-

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ne e di Matrix, luogo virtuale di miliardi di programmi di controllo

cerebrale. La battaglia di liberazione è un conflitto contro se stessi e

le dipendenze, le ideologie e le assuefazioni indotte.

Viviamo in un’epoca in cui all’eccesso di “informazione” corrisponde

un difetto di sapere: sovente l’extra nasconde le questioni più impor- tanti e più compromettenti. Ma basta scalfire con un pò d’attenzione

le apparenze che ad ogni costo ci vengono propinate, per compren-

dere quanto siano diverse le realtà. Vi stiamo osservando. Suona l’

allarme inascoltato: il futuro è dei militari, nel senso di potere illimi- tato nelle loro grinfie armate. Uno spettro attraversa il mondo globa- lizzato e la crisi finanziaria non c’ entra. La presenza inquietante che avanza è il paradigma militarista, vale a dire il potere crescente degli eserciti a tutte le latitudini. E il modello che ne consegue, gerarchico

e autoritario, coltivato da tutte le caste con le stellette, siano esse

democratiche o integralistiche, populistiche o rivoluzionarie, incom- be sull’ immediato futuro dell’umanità. Questo potere in divisa era parso declinare dopo la fine presunta della guerra fredda anche a seguito della caduta del muro di Berlino (1989); e invece oggi, smen- tendo le utopie pacifiste, si dimostra più vivo che mai: accompagna non solo l’ ascesa economica della dittatura capital-comunista cine-

se, ma anche, parallelamente, del modello tecnocratico e dinastico indiano, del nuovo militarismo gerarchico giapponese, delle rinno-

vate ambizioni imperiali russe, e sistematicamente di tutti i progetti americani fondati sul monopolio della forza e la diffusione a oltran- za della “democrazia”. Qui, dunque, sorge il dilemma: di fronte all’ impoverimento del terzo e quarto mondo, all’inquinamento globale

e all’ esaurirsi delle risorse (dal petrolio all’ acqua), come impedire

che il modello democratico ceda il passo a quello autoritario? Il bel- licismo Usa colpisce non solo l’essere umano a qualsiasi latitudine nel suo presente, ma anche nelle generazioni future. Il fenomeno ha un nome ed un cognome: sviluppo planetario di una biologia di guerra, orientata verso la strategia della contaminazione territoriale per creare situazioni di terrore e crescita dei fattori di rischio per inedite malattie nelle popolazioni all’oscuro, nonché aree di mercato fertili per l’industria chimico-farmaceutica della iatrogenesi. Di con- seguenza: distruggere il bene comune ed il senso di comunità degli esseri umani. Siamo immersi in un mondo inquietante, in cui gli uo-

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mini duri e armati accrescono fatalmente il loro potere, influenzando

le scelte della politica. Oltretutto e soprattutto, i cosiddetti “custodi” saranno destinati ad invadere spazi riservati alla sovranità popolare, incrinando i pilastri stessi della democrazia. Nel bel mezzo c’è l’Ita- lia che ha perso dal 1945 la sovranità militare ed ora ha abdicato a quella monetaria. Avanza la crisi e miete una tragedia annunciata. Il Belpaese alla deriva adesso affonda.

Ci sarà un’altra guerra mondiale? Un conflitto globale è decollato da

un bel pezzo, ma in sordina. Te ne accorgi dal clima che si ingurgita

da noi, dal cataclisma autoritario che spira sulle nostre perdute liber- tà. Nella società del rischio l’incertezza del futuro genera angoscia, insicurezza ed infine intolleranza. Recita lo slogan: cose buone dal mondo. Insomma, un cancro garantito e certificato a norma di legge.

La nocività come strategia di selezione della specie. Tappa finale: la

progressiva rarefazione dei beni ambientali di prima necessità: aria salubre, acqua pulita, terra sicura. I dati ufficiali parlano chiaro: 10 milioni di italiani sopravvivono in aree gravemente inquinate. E va sempre peggio. Non a caso il codice penale del Belpaese ignora l’e- cosistema. Il problema non è la destra o la sinistra e tantomeno il centro, come aveva intuito Giorgio Gaber. C’è dell’altro. Con le ma-

fie ben compenetrate nello Stato (organiche) che fatturano il 20 per

cento del prodotto interno lordo, è in atto una pacifica e duratura convivenza in vigore dallo sbarco degli Alleati. Segreti, misteri e san- gue a fiumane per nascondere traffici di armi, occultamenti di rifiuti, strategie offensive. Stragi, omicidi, omissioni, insabbiamenti della verità per celare ruberie parastatali ed egemonie belliche. Vi siete mai accorti di quanto sia bello vivere in un paese a sovranità ine- sistente, che non può prendere proprie decisioni senza il nullaosta degli USA. Belpaese a sovranità limitata, o più precisamente azze- rata, almeno a partire dalle clausole misteriose (ignote perfino agli storici di professione) dell’armistizio di Cassibile (anno 1943). Da noi imperversano tuttora segreti militari regolamentati da un regio decreto fascista del 1941 in aggiunta ad ombre di Stati e multinazio- nali del crimine legalizzato. La nazione italiana occupata dagli Sta- ti Uniti d’America, non è sovrana né indipendente, ma succube. La fragilità italica cova le radici proprio nella lunga sequela di misteri alimentati a dismisura. Infine, un rosario di accordi internazionali

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ha annichilito la Costituzione: ultimi in ordine temporale i Trattati

di Prüm, Lisbona e Velsen, che assoggettano ogni Stato del vecchio

continente ad una normativa sovranazionale, promulgata da legisla- tori oscuri e ratificata da parlamentari sulla cresta dell’onda. Tanti, troppi, sotto controllo totale. Alzi la mano chi ha mai sentito parlare

di Eurogendfor: la nuova polizia militare europea che ha assunto po-

teri e compiti totalmente al di fuori del controllo democratico. Una decisione ratificata anche dal parlamento italiano (opposizione com- presa), soltanto nell’anno 2010. L’Echelon italiana, capitolo inter- cettazioni e spionaggi è una regalo a parte. Il controllo dello Stato si

esercita ogni giorno perfino sui nostri stili di vita individuali. Ormai, con l’ausilio delle nuove tecnologie, i funzionari della norma frugano ogni recesso della nostra esistenza. La nostra vita collettiva si dipana

in una gabbia a cielo aperto. Un esempio? Il nostro corpo appartiene

allo Stato: una legge del 1999 consente di prelevare i nostri organi al momento della morte, se in vita non l’abbiamo rifiutato espressa- mente. Questo padre degenere ha trasformato la pietà in reato come nel caso dell’eutanasia. In un termine: regressione: come quando in- tralcia la sofferta scelta dell’aborto. Allora, a chi rendere conto delle scelte di Governo se le decisioni principali, ammantate dal segreto di

Stato, vengono adottate da soggetti come nel caso dell’eterodiretto Monti (un maggiordomo dell’Alta Finanza) e del suo entourage, che il popolo sovrano non ha mai eletto? Consumatori sempre più im- balsamati, telespettatori lobotomizzati e utenti imbambolati, avanti, fate il nostro gioco. Trivellano il cuore della Terra, oscurano il Sole, mentre la Luna l’hanno già bombardata. E noi?

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Capitolo primo

Echelon Italia

«We are watching you»: “Ti stiamo osservando”. Dallo spazio, in- fatti, qualcuno ci spia. Non si tratta di extraterrestri, ma di satelliti controllati segretamente dai governi, in primis dal Pentagono, ma non solo. A confronto le intercettazioni telefoniche di spioni pubblici

e privati che hanno coinvolto la Telecom (Tronchetti Provera, Ta-

varoli & soci), sono una bazzecola. L’aria e il cielo sono intrisi di se-

gnali elettronici. Intercettarli è facile come raccogliere la pioggia con

un secchio. Numerosi cittadini da qualche tempo risultano schedati

elettronicamente, grazie ai prodigi di un braccio supersegreto dell’ex Sismi, specializzato in spionaggio d’ogni genere e guerra elettronica.

È tutto documentato nei fascicoli personali: dalle credenze religiose

a quelle politiche, fino alle attività professionali e del tempo libero. Siamo controllati e sorvegliati da tempo, a nostra insaputa. Chi ge- stisce questa struttura, quale tipo di informazione utilizza e di quale mandato politico gode? Esistono fondati sospetti che tale sistema

di spionaggio, al di fuori del controllo parlamentare, possa venire

utilizzato per fini difformi da quelli della sicurezza e della pace? Ma

di che si tratta? Proviamo a spiegarlo, poiché ben due responsabili

della Difesa, prima Ignazio La Russa, poi il successore Giampaolo Di Paola, non hanno offerto chiarimenti. È la struttura supersegreta e

più potente mai realizzata in Italia, fabbricata anche per intercettare

— senza alcuna autorizzazione della magistratura e all’insaputa di

una fetta consistente del Parlamento italiano — particolari sogget-

ti: magistrati, giornalisti, industriali, politici scomodi (pochi in re-

altà), ecologisti, diplomatici; ma anche chi si oppone alla guerra, al tracciato della Tav, a qualche inceneritore illegale di rifiuti speciali della Marcegaglia, oppure all’installazione di basi militari stranie-

re nel nostro Paese. Figurano sotto la lente dell’Intelligence occulta,

addirittura poliziotti, carabinieri e finanzieri rispettosi dello Stato di

diritto. Una rete riservata che non fa capo ad apparati pubblici dello Stato, ma al Reparto Informazioni e Sicurezza, il servizio segreto che raggruppa i tre vecchi SIOS di forza armata e che ha il compito di accedere, captare ed elaborare qualsiasi forma elettronica di comu- nicazione in transito nel Mediterraneo ed anche oltre.

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È un’attività così gelosamente custodita che, qualche tempo fa, l’al-

lora Capo di Stato Maggiore della Marina, Paolo La Rosa, interpella-

to da due parlamentari della commissione Difesa (Elettra Deiana e

Pier Paolo Cento), ne ha negato addirittura l’esistenza, trincerandosi

dietro il segreto di Stato. Risponde infatti La Rosa, in una lettera

di

cui siamo legalmente in possesso: «Con riferimento alla richiesta

di

autorizzazione alla visita avanzata dai parlamentari in oggetto, si

comunica che non risultano in Cerveteri e nel territorio nazionale strutture denominate “Echelon Italia”. — Infine, concludeva, l’allora vice capo di gabinetto del Ministero Difesa — Si soggiunge che in linea generale, quanto al regime delle autorizzazioni delle visite dei

Parlamentari ai siti protetti dal segreto di cui all’art. 12 della legge 24 ottobre 1977, n. 801, vige il disposto della legge 24 giugno 1988 n. 206 e relativo regolamento d’attuazione». “Echelon” o struttu-

re simili in Italia non esistono? Il cuore dell’Intelligence fantasma,

collegato a varie stazioni di ascolto distribuite capillarmente nella

Penisola, è mimetizzato all’interno di una caserma dell’esercito nel territorio di Cerveteri, fronte mare - in provincia di Roma. Un lun- go recinto e poi un muro protetto all’interno da un terrapieno, filo spinato e telecamere difendono due palazzine basse, una decina fra antenne paraboliche (in collegamento col sistema satellitare Sicral e Cosmo SkyMed) e alcune casematte per la sorveglianza. «La base viene utilizzata attualmente come orecchio elettronico per inter- cettare comunicazioni radio militari e civili (Sigint), segnali elet- tromagnetici militari (Elint), comunicazioni via satellite (Comint), trasmissioni immagini (Imint), telefonia di vario genere», attesta la documentazione riservata dello Stato Maggiore Difesa. I messaggi vengono trasferiti, trascritti e analizzati a Roma, all’aeroporto mi- litare di Ciampino e a Forte Braschi. Ovviamente, sempre in nome della lotta al terrorismo internazionale e della sicurezza generale.

In Italia non si può intercettare nessuno senza l’autorizzazione della

magistratura. Nel caso dei Servizi segreti occorre il nulla osta delle Procure Generali della Repubblica, presso le Corti d’Appello. L’asso- luta discrezionalità e l’assenza di regole democratiche sembrano ca- ratterizzare i tratti essenziali del RIS, peraltro mai sottoposto finora ad una verifica parlamentare. Sembra un scherzo: un organo dello

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Stato non sottoposto a controlli, che occupa due interi edifici a 37 chilometri da Roma. Ma la faccenda diventa seria se si pensa che il

RIS è la mente operativa di carattere militare dell’Intelligence italia- na, dove si concentra la massima mole di notizie riservate esistente nella Penisola: informazioni particolari su aziende e privati cittadini. Singolare coincidenza. «L’attuale normativa sulla privacy riconosce ampie deroghe proprio ed esclusivamente per i servizi di informazio- ne e sicurezza» dichiara Antonio Martino il 20 ottobre 2004, allora in veste di ministro della Difesa, nel corso dell’audizione presso la Commissione Affari costituzionali. E aggiunge, a tale proposito: «In questo ambito, ho indicato soluzioni strutturali per assicurare un rapporto sempre più efficace tra il Sismi ed il reparto informazioni

e sicurezza dello stato maggiore della Difesa (…) Gli ambiti di com-

petenza del Ris sono complementari a quelli del Sismi. Il Ris realiz- za un sistema informativo organico ed integrato, a disposizione del capo di Stato maggiore della Difesa (…) In quanto servizio speciali- stico a supporto diretto dello strumento militare in tutte le sue com- ponenti, quindi non destinatario di un controllo politico diretto». Un altro riferimento ufficiale è racchiuso in uno scarno paragrafo del Libro Bianco pubblicato dal ministero della Difesa nel 2002. A

pagina 41, a proposito del “R.I.S.” si legge: «I SIOS (Servizi Infor- mazioni Operative e Situazione) di Forza Armata sono stati sciolti

e l’attività informativa è stata portata a livello interforze presso lo

Stato maggiore della Difesa. Il trasferimento di competenza è stato sancito dalla direttiva del Ministro della Difesa n.1/30863/14.8/97 in data 15 maggio 1997 e l’attività, dopo una fase sperimentale, ha assunto una definitiva configurazione in data 1° settembre 2000 con la costituzione del Reparto Informazioni e Sicurezza ed i dipendenti Centro Intelligence Interforze e Scuola Interforze Intelligence/Guer-

ra Elettronica». E ancora: «L’attività di ricerca informativa e di si- curezza s’inquadra naturalmente in quella del SISMI che, operando

a più ampio raggio, è in grado di fornire l’inquadramento generale

della situazione ed il sostegno di riferimento con i servizi collegati. Non va peraltro trascurata la funzione di sicurezza interna svolta a tutela delle strutture ed infrastrutture militari in Patria, in stretto collegamento, in questo caso, con l’Arma dei Carabinieri e con gli organi specializzati del servizio stesso a tutti i livelli ordinativi».

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Chi controlla i controllori? «Il Centro Interforze di Formazione In- telligence/GE è un istituto militare, dipendente dal II Reparto Infor- mazioni e Sicurezza (RIS) dello Stato Maggiore della Difesa — spiega una nota ministeriale —. In particolare il centro provvede a qualifi- care ed aggiornare il personale, appartenente alla Difesa, per l’im-

piego nel settore dell’Intelligence. In tale ottica i corsi afferiscono

in maniera peculiare a tutte le discipline dell’Intelligence (IMINT,

SIGINT, HUMINT, OSINT, ACINT, MSINT) e della guerra elettroni-

ca, in funzione di quelle che sono le necessità addestrative formulate dal RIS o dagli Stati maggiori di singola Forza Armata». Computer

di

ultima generazione sono la mente operativa. Software ultraveloci

in

grado di entrare nelle nostre case, ascoltare e registrare le tele-

fonate, setacciare la posta elettronica e le altre forme di comunica- zione che viaggiano su Internet, aprire e decifrare tutto quanto vie- ne trasmesso dalle banche dati. Penetrare nel mondo della finanza, svelare i movimenti di denaro, individuare le scelte strategiche dei

gruppi industriali, rivelare notizie riservate sulle indagini giudiziarie in corso, sui politici sotto inchiesta, sui boss mafiosi sotto control- lo, sui giornalisti ficcanaso. Una concentrazione senza precedenti

di informazioni sensibili, inaccessibile ai parlamentari della Repub-

blica, gestita da un ramo speciale dei servizi segreti e conservata senza limiti di tempo. Il sistema è attualmente in grado di captare e analizzare miliardi di comunicazioni private al giorno che passano

attraverso il telefono, il fax, la rete internet. Creato nel 1997 dall’am- miraglio Fulvio Martini (direttore del Sismi dal 5 maggio 1984 al 26 febbraio 1991) il RIS ha avuto come primo responsabile l’ammira- glio Sergio Biraghi. Il suo successore è stato un altro ufficiale della Marina, l’ammiraglio Sirio Pianigiani. Le voci ben mimetizzate di spesa sui bilanci dell’ultimo quindicennio del ministero della Dife-

sa ne documentano inequivocabilmente l’attività. Un esempio? La

«costruzione di un inceneritore per documenti classificati a Udine»,

oppure la «realizzazione di impianto palazzina Tlc a Jacotenente»

in piena Foresta Umbra (Gargano). Quali satelliti utilizzano i ser-

vizi segreti? Il SICRAL (Sistema Italiano per Comunicazioni Riser- vate ed Allarmi), costato 500 milioni di euro, è il primo satellite italiano per telecomunicazioni ideato completamente dalla Difesa

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e sviluppato dal consorzio Sitab (Alenia, Fiat Avio, Telespazio). Il 7 febbraio 2001 è stato posto in un’orbita geostazionaria. «Il sistema

militare di osservazione da satellite HELIOS ed il sistema satellita-

re duale italiano COSMO Sky-Med sono utilizzati da parte italiana

tramite strutture risalenti alle responsabilità dello Stato Maggiore

della Difesa, in collegamento con il Sismi», decreta il 6 marzo 2006

il ministro Martino. Humint e Sigint corrono insieme, anzi volano.

Quando l’Intelligence si interessa a personaggi su cui non avrebbe titolo per indagare, usa la tecnica dei galleggianti: si apre cioè un fascicolo genericamente intestato a un certo affare, o ad una fonte, e poi si allegano ad esso i fascicoli collegati al personaggio che interes- sa. Un calcolo preciso è impossibile farlo. È possibile ipotizzare che migliaia di persone siano state schedate dai nostri infaticabili 007 di quart’ordine con la divisa e le stellette. Molto in voga è l’abitudine di

archiviare faldoni particolarmente delicati non a Forte Braschi, ma in uffici di copertura dislocati in tutto il territorio nazionale, e, perfi-

no all’estero. Tali operazioni non richiedono e nemmeno presumono

che chi è oggetto delle intercettazioni stia violando la legge. Già nel ’95 venne alla luce un’attività informativa prestata negli anni 1989- 91 al capo del Sismi, Martini, dal colonnello Demetrio Cogliandro: in

sostanza, un’illegittima raccolta di informazioni di natura personale su uomini politici, ed esponenti del mondo finanziario, sindacale ed industriale. Il Comitato parlamentare che sovrintende all’attività dei servizi aveva esaminato la documentazione concludendo il 5 marzo 1996: «Salvo qualche nota sporadica, il contenuto delle carte è del

tutto estraneo alle finalità istituzionali del Servizio (…) Essi appaio-

no destinati ad offrire strumenti di pressione e di ricatto (…) contro

soggetti politici ben individuati (…) Sono state raccolte informazioni

di ogni genere, notizie relative agli intrighi che si sviluppavano nel

sistema di governo». Non è cambiato nulla, anzi è peggio. Attual- mente, gli archivi dei Servizi Segreti presentano un’estensione sem- pre più smisurata. Nonostante il trascorrere dei decenni e malgrado ripetuti segnali d’allarme che hanno rivelato l’accumulo disinvolto

di

milioni di fascicoli e la loro illegale e spregiudicata utilizzazione,

il

materiale scottante ora viene depositato in banche dati elettroni-

che. Un’avvisaglia oscurata: il 17 novembre 1987, l’ex ministro della Difesa, Attilio Ruffini, alla “Commissione Affari Costituzionali della

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Camera” aveva rivelato: «Nessun governo è in grado di controllare singolarmente i milioni di fascicoli per verificare se rientrano o meno nell’ambito dei compiti istituzionali dei Servizi. Ci si deve necessa- riamente fidare di quanto affermano i direttori dei servizi o i loro su- bordinati». La situazione verrà confermata dall’ammiraglio Martini alla stessa Commissione, il primo dicembre di 25 anni fa: «Quando il Presidente del Consiglio mi chiese se potevo affermare in Parlamen- to l’inesistenza negli archivi di qualcosa che potesse prestarsi a un giudizio negativo, gli risposi che potevo dargli questa assicurazione, sottolineando come negli archivi di Forte Braschi esistessero circa 18 milioni di pratiche». Lo “zio Sam” con Echelon ha fatto scuola anche in Italia: la base di ascolto di San Vito dei Normanni (attualmente dismessa, ma non bonificata,), in provincia di Brindisi ha registrato istante per istante la strage di Ustica (27 giugno 1980) e intercettato i sequestratori dell’Achille Lauro nel 1985. Eppure, nessuno ha mai chiesto conto in sede ufficiale alle autorità Usa del chiarimento di alcuni misteri d’Italia. Intercettare, catalogare ed archiviare la vita di chiunque è una violazione dei diritti umani. La democrazia è costru- ita su diritti che prevalgono su qualsiasi interesse collettivo, indivi- duale, economico, politico e di sicurezza. Ora stanno smantellando un pezzo dopo l’altro, senza dare troppo nell’occhio, il concetto di privacy individuale, uno dei diritti umani più basilari.

Echelon è un sistema di sorveglianza mondiale ideato nel 1947 e re- alizzato successivamente da alcuni Stati durante la Guerra fredda. Viene gestito da Usa, Regno Unito, Australia, Canada e Nuova Ze-

landa (accordo Ukusa). L’infrastruttura spaziale è stata insediata nei primi anni ’60, lanciando in orbita un gran numero di satelliti spia. Responsabile di questi progetti è la National Security Agency (NSA),

la più grande agenzia di intelligence nordamericana, in collaborazio-

ne con la Cia e la Nro. I centri elaborazione dati terrestri sono ubicati

a Menwith Hill (Gran Bretagna) ed a Pine Gap (Australia). Anche

l’Italia ha ospitato una struttura di questa rete spionistica (orecchio,

poi trasferita a Gioia del Colle) nella base di San Vito dei Normanni, dal 1964 fino al 1994. Negli Usa è nata nel 2001, la “Total informa- tion awareness”, una banca dati unica che ha lo scopo di raccogliere informazioni sui cittadini di tutto il mondo dal comportamento so-

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spetto. L’Enfopol, in collaborazione con l’Fbi, è nata ufficialmente il 23 no-

vembre 1995 grazie a un accordo di cooperazione europeo per un sistema di controllo totale di tutti i mezzi di comunicazione. Le radi-

ci sono state sviluppate fin dal 1991 nell’ambito della conferenza di

Trevi dai ministri dell’Ue, e si sono concretizzate nel 1993 a Madrid. Secondo l’associazione inglese per i diritti civili Statewatch esistono intese segrete sotto forma di “Memorandum of Understanding Con- cerning the Lawful Interception of Telecommunications” (Enfopol

112, 10037/95). L’Italia svolge un ruolo di primo piano all’interno del programma, perché ospita, in provincia de l’Aquila, la base terrestre

di Iridium, la rete di satelliti per le comunicazioni cellulari. Enfopol

coordina la collaborazione europea dei ministeri degli interni e della giustizia. È al di fuori dei controlli parlamentari europei ed italiani.

L’incubo fantascientifico diviene realtà, sotto il naso della società di- stratta dal caos, alimentato ad arte da chi detiene il potere e giostra i mass-media. Potere economico e bellico, al servizio degli USA (in declino economico), per controllare definitivamente la società civile

in ogni recesso del pianeta Terra, a partire dal vecchio continente.

Ben oltre il grande fratello di orwelliana memoria letteraria o addi- rittura lo scenario tratteggiato dalla saga cinematografica di Matrix. Uno spettro militarista, con conflitti resi permanenti, solca l’Europa,

e la crisi finanziaria non c’entra un fico secco. È nota dagli addetti ai lavori come «Eurogendfor», ovvero Forza di Gendarmeria europea svincolata dal controllo parlamentare e dalla dipendenza della magi- stratura; nel 2012 soppianterà la Polizia di Stato, relegata ad un ruo-

lo secondario su base locale mescolata alla bassa forza (sottufficiali)

dell’Arma. Ufficialmente questa Polizia multinazionale alle esclusive

dipendenze di un comitato interministeriale (esclusivamente Difesa

ed Esteri), denominato Cimin, è stata originata dal “Trattato di Vel-

sen”. La genesi si rinviene però nella Dichiarazione di Petersberg (anno 1992). L’accordo è stato firmato a più riprese e a prescindere dall’orientamento governativo (Martino e Parisi) dai Paesi che sono dotati di Polizie militari: Francia (Gendarmerie), Spagna (Guardia

Civil), Portogallo (Guardia Nacional) e Olanda (Marechaussée) e per l’Italia, i Carabinieri. Lo Stato del belpaese ha sancito definitivamen-

te l’accordo con la legge numero 84, il 14 maggio 2010. Le cronache

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parlamentari danno i numeri. Infatti: la Camera ha approvato la «Ratifica ed esecuzione della Dichiarazione di intenti tra i Ministri della difesa di Francia, Italia, Olanda, Portogallo e Spagna relativa alla creazione di una Forza di gendarmeria europea, con Allegati, fir- mata a Noordwijk il 17 settembre 2004, e quella del Trattato tra il Regno di Spagna, la Repubblica francese, la Repubblica italiana, il Regno dei Paesi Bassi e la Repubblica portoghese per l’istituzione della Forza di gendarmeria europea, EUROGENDFOR, firmato a Velsen il 18 ottobre 2007. Presenti 443, Votanti 442, Astenuti 1, Maggioranza 222. Hanno votato sì 442». Il 28 aprile anche il Senato aveva approvato senza discussione seria né approfondimenti. Per caso qualche onorevole — anche a livello eurocentrico — ha letto i 47 articoli elaborati a Velsen? Cos’è l’European Gendarmerie Force?

All’articolo 3 si legge: «la forza di polizia multinazionale a statuto militare composta dal Quartier Generale permanente multinaziona-

le, modulare e proiettabile con sede a Vicenza (Italia). Il ruolo e la

struttura del QG permanente, nonché il suo coinvolgimento nelle operazioni saranno approvati dal CIMIN — ovvero — l’Alto Comitato Interministeriale. Costituisce l’organo decisionale che governa EU- ROGENDFOR». Le caratteristiche portanti, definite dall’articolo 1, configurano la EGF come «una Forza di Gendarmeria Europea ope- rativa, pre-organizzata, forte e spiegabile in tempi rapidi al fine di

eseguire tutti i compiti di polizia nell’ambito delle operazioni di ge- stione delle crisi». Al servizio di chi? L’articolo 5 recita: «EURO- GENDFOR potrà essere messa a disposizione dell’Unione Europea (UE), delle Nazioni Unite (ONU), dell’Organizzazione per la Sicurez-

za e la Cooperazione in Europa (OSCE), dell’Organizzazione del

“Trattato del Nord Atlantico” (NATO) e di altre organizzazioni inter-

nazionali o coalizioni specifiche». Insomma mercenari istituzionali

di elevato grado e livello di addestramento protetti dalle bandiere

statali. E chi comanda su Eurogendfor? Un comitato interministeria-

le (appunto CIMIN) con sede a Vicenza, composto dai rappresentan- ti ministeriali dei Paesi aderenti (Difesa ed Esteri). Il CIMIN esercita

in

esclusiva il «controllo politico» sulla nuova Polizia militare e deci-

de

di volta in volta le condizioni di ingaggio di Eurogendfor. L’EGF

dipende solo dal CIMIN. In altri termini: l’European Gendarmerie

Force non risponde ad alcun Parlamento, nè nazionale nè europeo.

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Non è tutto, perché questa super Polizia sovranazionale gode anche

di una sorta di totale immunità a livello internazionale. Infatti, ana-

lizzando il trattato si scopre inoltre che: articolo 21) «Inviolabilità dei locali, degli edifici e degli archivi»; articolo 22) «Le proprietà e i capitali di EGF e i beni che sono stati messi a disposizione per scopi ufficiali, indipendentemente dalla loro ubicazione e dal loro detento- re, saranno immuni da qualsiasi provvedimento esecutivo in vigore nel territorio delle Parti»; articolo 23) «Le comunicazioni indirizzate ad EGF o da queste ricevute non possono essere oggetto di intercet- tazioni o interferenza»; articolo 28) «I Paesi firmatari rinunciano a chiedere un indennizzo per danni procurati alle proprietà nel corso della preparazione o esecuzione delle operazioni. L’indennizzo non verrà richiesto neanche in caso di ferimento o decesso del personale

di Eurogendfor»; articolo 29) «Gli appartenenti ad Eurogendfor non

potranno subire procedimenti a loro carico a seguito di una sentenza emanata contro di loro, sia nello Stato ospitante che nel ricevente, in uno specifico caso collegato all’adempimento del loro servizio». Mis- sioni e compiti? L’articolo 4 illustra un ampio spettro di attività:

«EGF potrà essere utilizzato al fine di: a) condurre missioni di sicu- rezza e ordine pubblico; b) monitorare, svolgere consulenza, guidare

e supervisionare le forze di polizia locali nello svolgimento delle loro ordinarie mansioni, ivi comprese l’attività di indagine penale; c) as- solvere a compiti di sorveglianza pubblica, gestione del traffico, con- trollo delle frontiere e attività generale d’intelligence; d) svolgere attività investigativa in campo penale, individuare i reati, rintraccia-

re i colpevoli e tradurli davanti alle autorità giudiziarie competenti;

e) proteggere le persone e i beni e mantenere l’ordine in caso di di- sordini pubblici; f) formare gli operatori di polizia secondo gli stan-

dard internazionali: g) formare gli istruttori, in particolare attraver-

so programmi di cooperazione». Ergo: l’EGF potrà operare in qual-

siasi parte del globo terrestre, sostituirsi alle forze di Polizia locali,

agire nella più totale immunità giudiziaria e, al termine dell’ingag- gio, dovrà rispondere delle sue azioni al solo comitato interno. A quali crisi si fa riferimento? Si allude cripticamente a quelle inqua- drate «nel quadro della dichiarazione di Petersberg». Scarne righe ufficiali avvertono che «Il Consiglio ministeriale della UEO, riunito a Petersberg, presso Bonn, approvò, il 19 giugno 1992, una Dichiara-

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zione che individuava una serie di compiti, precedentemente attri- buiti alla stessa UEO, da assegnare all’Unione Europea; le cosiddette ‘missioni di Petersberg’ sono le seguenti: missioni umanitarie o di evacuazione, missioni intese al mantenimento della pace, nonché le missioni costituite da forze di combattimento per la gestione di crisi, ivi comprese operazioni di ripristino della pace». Uno degli innume- revoli aspetti inquietanti è la sede scelta per EGF: la caserma dei ca- rabinieri «Generale Chinotto» a Vicenza. La medesima città dove è situata la più grande base militare Usa in Italia — in fase di amplia- mento (Dal Molin) multiforme fuori e dentro l’area urbana —, base a disposizione soltanto del Pentagono, che vi mantiene un buon nu- mero di testate nucleari (Site Pluto nel comune di Longare), con i carabinieri di grado inferiore, ignari dei pericoli ambientali e sanita- ri, usati alla stregua di cani da guardia. In buona sostanza i nordame- ricani hanno voce in capitolo nell’ordinare le «missioni» per Euro- gendfor. Per gli ufficiali, l’Arma aumenta il suo potere: dovrà rispon- dere solo al CIMIN (ovvero a ufficiali e rappresentanti del ministero Esteri e Difesa); manterrà i suoi poteri in Italia e nel mondo godendo di privilegi impensabili in uno Stato di diritto, fino ad una totale im- munità e insindacabilità. Sempre “fedeli nei secoli”: i sottufficiali e la truppa confluiranno nella PS ormai degradata a polizia regionale di secondo livello. Sotto il profilo operativo l’attività di EGF è assicura- ta dal comandante, attualmente il colonnello Jeorge Esteves. EGF ha un bacino di capacità ad alta prontezza operativa, variabile a seconda dell’esigenza, che consente la possibile attivazione di 800 uomini e 2.300 di riserva entro 30 giorni. Singolare anomalia: la legge di rati- fica risale al 2010, ma il quartiere generale è stato insediato a Vicen- za nel 2006. Anzi, secondo fonti autorevoli del ministero della Difesa «La EGF rappresenta un’iniziativa joint, nata nel 2003 in seno all’U- nione Europea». Addirittura il bimestrale ufficiale del dicastero retto attualmente dal ministro Giampaolo Di Paola, INFORMAZIONI DELLA DIFESA (3/2010), attesta che «il 18 gennaio, la Presidenza del CIMIN ha incaricato il QGP di Vicenza di studiare un piano fi- nanziario relativo alla potenziale missione. Il 2 febbraio il CIMIN ha proposto l’uso della forza in ambito MINUSTAH - Missions des Na- tiones Unies pour Stabilisation en Haiti. L’8 febbraio, il CIMIN, con procedura elettronica, ha approvato la partecipazione della EGF alla

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missione». Il famigerato Edward Luttwak, che non ha esitato nel 2011 ad offendere in tv i familiari della strage di Ustica, spara a bru- ciapelo ( …): «Haiti è completamente incapace di auto-governarsi. Tutti i regimi come Haiti generano crisi che costringono ad un inter- vento diretto dall’esterno, per quanto questo non possa essere un intervento definitivo e perciò non di certo una colonizzazione». La tentazione muscolare è contagiosa: Romania e Lituania aderiranno a breve all’EGF. L’analista Carlo Jean — nel 2003 a capo della Sogin (ramo smantellamento nucleare) — sulla rivista Geopolitica scrive senza scrupoli: «Occorre smettere di considerare la pace come una

specie di diritto acquisito, garantito dall’articolo 11 della Costituzio- ne, ma di fatto delegato ad altri. Occorre considerare le Forze Arma-

te come strumenti di guerra anziché come mezzi indispensabili per

qualsiasi pace possibile». Come dar torto al generale che intendeva calpestare la volontà popolare dei lucani per realizzare a Scanzano Jonico il deposito unico di scorie atomiche nel novembre 2003? In effetti il “Trattato di Lisbona” (13/12/2007) entrato in vigore il pri- mo dicembre 2009, composto da numerosi protocolli, modifica il “Trattato sull’Unione Europea” e il trattato che istituisce la Comuni- tà Europea; è stato ratificato e reso esecutivo in Italia con la legge

numero 130 del 2 agosto 2008. Il “Trattato di Lisbona”, approvato dai parlamentari nostrani ma sconosciuto agli italiani, assoggetta ogni Stato europeo ad una normativa promulgata da legislatori oscu-

ri. La questione cruciale è il rapporto tra democrazia rappresentativa

e potere militare, retti notoriamente su principi diversi. La prima si

basa su libertà e controllo pubblico, mentre il secondo su disciplina

e gerarchia. Le democrazie occidentali condizionate dal potere eco-

nomico rischiano di svuotarsi sempre più, rinunciando alle garanzie

di libertà e concedendo spazio alle caste militari. Non è in gioco sol-

tanto il monopolio della forza, ma il controllo totale della collettività. In questa situazione si collocano attualmente i rapporti tra potere politico e potere militare, tra governo di facciata e governo invisibile ma sostanziale. È in questo tipo di processo concretamente in atto che rivestono un ruolo le élites militari, ossia il potere repressivo. In uno studio della Kennedy School of Government (Harvard) si descri-

ve come ogni mese si tenga a Washington una riunione tra rappre-

sentanti dei principali media nazionali, del governo, del Congresso e

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dei servizi segreti, per determinare il margine di manovra sulle infor- mazioni da pubblicare, ossia cosa e quanto. In ultima battuta si deli-

nea un mondo inquietante in cui gli uomini armati accresceranno il loro potere influenzando più di oggi le grandi scelte della politica. Di fronte al saccheggio di Gaia, all’inquinamento globale e all’esauri- mento delle risorse naturali (dall’acqua al petrolio), come impedire che il sistema democratico ceda il passo a quello autoritario? Provate

a sciogliere il dilemma oligarchico.

A proposito di schedature di massa. Anche in Occidente i diritti

dell’essere umano sono sempre più carta straccia. Alzi la mano chi ha mai sentito parlare del “Trattato di Prüm”, sottoscritto da sette Stati membri il 27 luglio 2005. In ossequio alle dottrine autoritarie Usa, nonché ai Trattati di Velsen e di Lisbona (approvati in tutta fretta dai parlamentari di stanza a Bruxelles e Strasburgo senza uno strac- cio di coinvolgimento popolare), la libertà risulta sempre più vigilata nel vecchio continente. Oltre Orwell: il codice ereditario umano è in balia di alcuni Stati europei. Il pretesto è apparentemente nobile: la lotta contro «il terrorismo internazionale, la criminalità transfronta- liera e la migrazione illegale» mediante la cooperazione. In sostanza:

il Dna (acido desossiribonucleico), viene immagazzinato per 40 anni

in una banca dati istituzionale. «Lo standard europeo ISSOL (Inter-

pol Standard Set Of Loci, ndr) aveva inizialmente solo 7 marcatori

più amelogenina — spiega l’avvocato Giorgio Ponti —. Nell’aprile 2005 è stata decisa l’introduzione di 3 nuovi marcatori ritenuti mol-

to sensibili. Non tutte (le banche dati, nda) utilizzano il medesimo

standard di archiviazione, anche se la risoluzione del Consiglio E del 9 giugno 1997 “invita” gli Stati membri alla realizzazione di uno stan- dard comune. La più affollata banca dati europea è quella inglese con 3 milioni di profili». La legge numero 85, promulgata il 30 giugno 2009, a firma del presidente del consiglio Berlusconi nonché dei mi-

nistri Frattini, Maroni, Alfano, con la controfirma del Presidente del-

la Repubblica Giorgio Napolitano, si intitola appunto così: «Adesio-

ne della Repubblica italiana al Trattato concluso il 27 maggio 2005

tra il Regno del Belgio, la Repubblica federale di Germania, il Regno

di Spagna, la Repubblica francese, il Granducato di Lussemburgo, il

Regno dei Paesi Bassi e la Repubblica d’Austria, relativo all’appro-

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fondimento della cooperazione transfrontaliera, in particolare allo scopo di contrastare il terrorismo, la criminalità transfrontaliera e la migrazione illegale (“Trattato di Prüm”). Istituzione della banca dati nazionale del DNA e del laboratorio centrale per la banca dati nazio- nale del DNA. Delega al governo per l’istituzione dei ruoli tecnici del Corpo di Polizia penitenziaria. Modifiche al codice di procedura pe- nale in materia di accertamenti tecnici idonei ad incidere sulla liber- tà personale». Il primo progetto normativo per la regolamentazione del prelievo coattivo risale al 1998: l’ allora Ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick (del Governo di centro-sinistra guidato da Ro- mano Prodi) presentò al Senato, il 20 gennaio, un disegno di legge (numero 3009 rubricato sotto il nome di «Disciplina dei prelievi di campioni biologici e degli accertamenti medici coattivi nel procedi- mento penale») che non è mai diventato Legge dello Stato. L’Italia, che non era tra gli Stati promotori dell’accordo di Prüm, il 4 luglio 2006, a Berlino, nella persona dell’allora Ministro degli Interni, Giu- liano Amato, ha sottoscritto, insieme al collega tedesco, Wolfgang Schaueble, una dichiarazione congiunta sull’ingresso dell’Italia nel “Trattato di Prüm”. L’articolo 5 assicura una garanzia apparente- mente al di sopra di ogni sospetto: «presso il Ministero dell’interno, Dipartimento della pubblica sicurezza, è istituita la banca dati na- zionale del DNA. Presso il Ministero della giustizia, Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, è istituito il laboratorio centrale per la banca dati nazionale del DNA». Ad ogni buon conto i danni sono a responsabilità limitata, infatti, l’articolo 4 dispone inequivo- cabilmente: «quando agenti di una Parte contraente operano nel ter- ritorio nazionale, lo Stato italiano provvede al risarcimento dei dan- ni causati dal personale straniero limitatamente a quelli derivanti dallo svolgimento delle attività svolte conformemente al medesimo Trattato». Chi sono le prime cavie oggetto della disposizione norma- tiva? L’articolo 9 stabilisce: «i soggetti ai quali sia applicata la misura della custodia cautelare in carcere o quella degli arresti domiciliari; i soggetti arrestati in flagranza di reato o sottoposti a fermo di indi- ziato di delitto; i soggetti detenuti o internati a seguito di sentenza irrevocabile, per un delitto non colposo; i soggetti nei confronti dei quali sia applicata una misura alternativa alla detenzione a seguito di sentenza irrevocabile, per un delitto non colposo; i soggetti ai quali

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sia applicata, in via provvisoria o definitiva, una misura di sicurezza detentiva». La legge non risparmia i bambini. L’articolo 29 dispone il «Prelievo di campioni biologici e accertamenti medici su minori e

su

persone incapaci o interdette». Un abominio? L’ennesimo abuso

di

potere? Oppure ordinaria amministrazione? «Il prelievo coattivo

è vincolato oggettivamente nel senso che può aver ad oggetto solo il

materiale indicato in via alternativa dal legislatore: saliva o capelli; la soglia massima dell’intervento fisico sull’indagato che non con- sente è un prelievo di saliva o capelli autorizzato dal pm — puntua- lizza l’esperta Paola Felicioni, autrice del saggio Accertamenti sulla persona e processo penale (Ipsoa 2007) — Occorre chiedersi qual è

la disposizione che trova applicazione in un’ipotesi di tal fatta in cui

non sussiste l’urgenza dell’intervento della polizia giudiziaria sulle persone, diversi dalle ispezioni personali, possa essere compiuto un rilievo-prelievo di “materiale biologico”». La Corte Costituzionale, con la sentenza numero 238, risalente al 9 luglio 1996, aveva già chiarito la «genericità del potere conferito al Giudice di emettere un provvedimento coattivo per assicurare il compimento della perizia:

non sono infatti indicati i “casi” e i “modi” del prelievo coattivo da persona vivente: carenza di precisazione circa la natura e la possibi- lità di estensione della coazione; incompatibilità di tale “genericità” con i principi dell’articolo 13 della Costituzione, che richiede, per tutti gli atti di restrizione della libertà personale, una duplice garan- zia: la riserva di legge “nei soli casi e modi previsti dalla legge”, e la riserva di Giurisdizione, “atto motivato dall’autorità Giudiziaria”». L’articolo 1 (comma 4) del “Trattato di Prüm” prevede addirittura che «Entro e non oltre tre anni dall’entrata in vigore sarà presentata una iniziativa in previsione della trascrizione delle disposizioni del presente trattato nell’ambito giuridico dell’Unione europea».

Ma a quale sistema di potere? Senza vo-

ler scomodare le rivelazioni del generale (in pensione) Nicolò Bozzo, braccio destro del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa — «cercare

di spiegare perché l’anima nera, presente nell’Arma come del resto

altrove, abbia potuto affermarsi a scapito dei valori più autentici» —, dopo i 70 milioni e passa di fascicoli custoditi illegalmente dall’Arma dei carabinieri su italiane e italiani, vicenda emersa qualche tempo

Fedele nei secoli, d’accordo

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fa grazie alla coraggiosa denuncia di un sottufficiale, subito messo a tacere, siamo infine, ai prelievi biologici sul corpo umano. In al- tri termini, siamo tutti un po’ meno liberi per ragioni di “sicurezza”. Esiste già da un bel pezzo l’archivio delle tracce biologiche raccolte attraverso le perizie delle forze dell’ordine e nei prelievi su indagati. In un unico database, affidato alla gestione di un apposito organi- smo (Ris dell’Arma, in seguito Eurogendfor, la super polizia militare europea), vengono catalogati con un sistema di codici a barre tutti i campioni raccolti. L’enome mole di informazioni è custodita all’in- terno di un sistema informatico controllato a più livelli e accessibile solo dai diversi gradi dell’autorità giudiziaria. Rispetto al passato, la novità fondamentale è nella possibilità di confrontare i campioni in tempo reale attraverso un software speciale. Attualmente, infatti, ogni campione di Dna rimane confinato all’interno del procedimento giudiziario in cui è stato raccolto, rendendo solo incidentali i con- fronti. In realtà, la creazione di una banca dati copre il vuoto legi- slativo che ha consentito la nascita di archivi istituzionali al di fuori della legalità. Come, ad esempio, quello del Ris carabinieri di Parma, che custodisce migliaia di campioni biologici. Questo archivio segre- to dell’Arma è stato casualmente svelato durante un processo per furto in cui l’imputato ha scoperto che il proprio Dna veniva da anni conservato — violando la normativa sulla privacy — dagli uomini del reparto investigativo scientifico. Forza: il controllo generale. Basta essere fermati per una verifica di routine per finire nel cervellone del Viminale anche senza aver com- messo reati. L’anno scorso 15 milioni di cittadini italiani sono stati inseriti nell’archivio delle forze dell’ordine. Ma non è tutto nell’era del grande fratello militare. Siete in auto con il vostro amante o con la compagna di università il giorno in cui avete marinato le lezioni. Una volante della Polizia o una pattuglia dei Carabinieri (ma anche della Guardia di Finanza o della Forestale o della Polizia Penitenzia- ria) vi intima l’alt per un normale controllo. Voi esibite i documenti, il vostro accompagnatore pure. Tutto in regola. «Prego potete anda- re», vi dicono cortesi gli operatori delle forze dell’ordine. Siete tran- quilli, in fondo il vostro “peccato” non è (ancora) reato, e alla polizia che gliene importa se voi avete l’amante o non siete andati a scuola? Tornate a casa dopo esservi ricomposti (o ritruccate) e proseguite la

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vostra vita di tutti i giorni. Ma a vostra insaputa, è scattato un mec- canismo infernale di controllo, denominato “Sistema di indagine (Sdi)” dal quale non uscirete più, per il resto dei vostri giorni. E che potrebbe rendervi la vita molto dura, anche se siete un innocuo rap- presentante di biancheria intima con qualche indecisione sentimen- tale. Osserviamo come funziona e soprattutto quali problemi crea questo sistema voluto dall’ex ministro dell’Interno Enzo Bianco e ampiamente sviluppato dal ministero dell’Interno. Per comprendere il meccanismo creato da quando lo Sdi ha soppiantato il vecchio Cen- tro elaborazione dati (Ced), occorre fare un passo indietro e vedere come operava fino al 2000 il cosiddetto cervellone del Viminale, sede del ministero dell’Interno. Fino a qualche anno fa la verifica della vostra autovettura e dei vostri documenti finiva nelle statistiche numeriche delle attività di controllo del territorio. In passato, infatti, il vostro nome veniva iscritto nel cervellone solo in caso di arresto o denuncia, per un qualsiasi reato; oppure se presentavate un esposto per lo smarrimento dei documenti. Nel 2001, secondo i dati del Vi- minale, furono denunciate dalle forze dell’ordine 152.399 persone; ne vennero identificate ai posti di blocco 14.897.666, su 7.870.021 veicoli controllati. Mentre prima dell’entrata in vigore dello Sdi, nel cervellone venivano iscritte solo le 152 mila persone denunciate, oggi invece vengono registrati mediamente 15 milioni di cittadini identi- ficati e assolutamente estranei a qualsiasi imputazione o sospetto e quindi totalmente immacolati. Prima c’erano limitazioni ben preci- se, oggi tutto confluisce nel calderone di un sistema di indagine che coinvolge alla lunga l’intera popolazione. Secondo il Dipartimento della Pubblica Sicurezza «Il Ced interforze viene regolato dalla legge 121/1981 e dall’articolo 21 della legge 18 marzo 2001, n. 128. Prevede la raccolta, elaborazione, classificazione e conservazione delle infor- mazioni e dei dati in materia di tutela dell’ordine, della sicurezza pubblica e di prevenzione e repressione dei reati, e di quelle a tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica. Il Sistema rispetta le norme sulla protezione dei dati, individuando in modo univoco la persona che effettua operazioni di immissione e di interrogazione della Banca dati (mediante uso di password e user Id)». La spiegazione è inecce- pibile, ma non esauriente. Il problema non è come e da chi questi dati vengano utilizzati, ma perché vengano raccolti e quali siano le

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necessità di sicurezza che giustificano l’inserimento del nominativo

di un cittadino in una banca dati così delicata per il semplice fatto di

essere stato identificato dalle forze dell’ordine. Il controllo del terri- torio ha a che vedere con la prevenzione, quell’attività che si fa per impedire i reati e che consiste nel fermare delle persone nell’ipotesi che qualcuna di queste possa essere un latitante o un trafficante di droga. Secondo quanto prevede la normativa in vigore, invece, que- sta routine è stata inserita nel più complesso sistema d’indagine, tra- sformandosi in un’attività investigativa a carico di cittadini ignari di questa schedatura. Con la legittima giustificazione di operare una prevenzione dei reati, si è creata una schedatura di massa dove sono già inclusi, a loro insaputa, milioni di cittadini. Nella lista dei poten- ziali “cattivi”, dove una volta finivano solo quelli indagati o condan- nati, adesso ci sono anche quelli colpevoli solo di essere stati identi- ficati. Dal Ministero spiegano: «Il compito principale del Sistema informativo Interforze è senz’altro quello della raccolta e gestione di tutti i dati e le informazioni che derivano dalle attività di prevenzione e repressione dei reati. Il Sistema di Indagine Sdi, richiedendo la rac- colta delle informazioni là dove sorgono, prevede l’alimentazione da parte di tutti gli uffici segnalanti e dai relativi operatori». Il che tra-

dotto vuol dire: non solo la Polizia, ma anche gli altri corpi raccolgo- no le notizie e le inseriscono nel sistema. Precisazione che, invece di tranquillizzare, preoccupa ancora di più. Nessuno dovrebbe detene-

re informazioni sulle frequentazioni, sulle abitudini e quant’altro di

un singolo cittadino, a meno che non vi sia un’esplicita richiesta del-

la magistratura, per indagini. E sembra chiaro che nessun giudice

può aver autorizzato indagini su milioni di cittadini italiani. Il garan-

te della privacy non ha nulla da dire sul fatto che annualmente una

media di 15 milioni di cittadini, senza aver commesso alcun reato, vengono schedati e inseriti in un cervellone che, da qui all’eternità, potrà documentare ove erano alla tal ora, di tale giorno e con chi? Dicono che dall’11 settembre, anno 2001, siamo tutti un pò meno li- beri, per ragioni di sicurezza. In realtà la genesi dello Sdi è antece- dente alla tragedia di New York e porta la firma di entrambi gli schie- ramenti. Per la cronaca. Il Presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, in un’intervista al Corriere della Sera (30 novem- bre 2007) aveva rivelato: “dell’attentato dell’11 settembre alle due

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torri in New York, mentre tutti gli ambienti democratici d’America e d’Europa, con i prima linea quelli del centrosinistra italiano, sanno ormai bene che il disastro attentato è stato pianificato e realizzato dalla Cia americana e dal Mossad con l’aiuto del mondo sionista per

mettere sotto accusa i Paesi arabi e per indurre le potenze occidenta-

li ad intervenire sia in Iraq sia in Afghanistan”. L’Unione europea ha

assemblato il Programma Europeo di Ricerca e Sicurezza (PERS). Sulla carta, un piano destinato ad aumentare la sicurezza interna de- gli stati membri. Il nodo oscuro: la crescita delle industrie legate ai settori della sicurezza, delle tecnologie dell’informazione e delle co- municazioni, ed anche della difesa militare, con la volontà di creare un “complesso industriale della sicurezza” in Europa. Il passaggio è stato incrementare, attraverso aiuti, la ricerca di società che possano implementare il PERS negli ambiti del controllo terrestre, maritti- mo, aereo, spaziale e cibernetico. Indagini che a loro volta possono essere usate per scopi civili, commerciali, sicurezza della polizia e di difesa militare. Il PERS suggerisce che la sicurezza europea sia divisa in due zone: una fuori dalle frontiere dell’UE destinata a fornire co- pertura alla sicurezza estera per esercitare funzioni difensive, con forze di intervento veloce sotto comando militare; ed un’altra di sicu-

rezza interna, con una complessa rete di controlli fisici e virtuali in mano alla polizia fornita di sofisticati sistemi di sorveglianza. Questo complesso sistema di controllo e sorveglianza è aumentato a seguito delle misure adottate dagli Stati Uniti dopo gli attentati dell’11 set- tembre. Ed è, in qualche modo, una copia dell’homeland security (sicurezza nazionale) degli USA avviato nel 2002 per instaurare una

politica sulla sicurezza per il controllo totale del territorio compresi i cittadini, attraverso agenzie statali interne alla sicurezza, mezzi mili- tari, aziende private di sicurezza e le industrie produttrici di armi. Nel caso europeo, il PERS è stato creato nel 2003, ed il primo passo

è stato quello di formare un “gruppo di personalità” nel quale erano

presenti: l’Alto rappresentante della politica estera (Mr. PESC), lo spagnolo Javier Solana, diversi Commissari europei per la società d’informazione, vari Commissari degli Affari Esteri e del Commer- cio, rappresentanti della NATO, rappresentanti dell’Agenzia per gli Armamenti dell’UE, rappresentanti delle quattro industrie militari europee più importanti, Thales, EADS, BAE Systems e Finmeccani-

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ca, e quattro rappresentanti dell’ambito dell’elettronica e delle tec- nologie militari e civili: Ericsson, Siemens, Diehl e Indra (spagnola). Questo gruppo di “personalità” ha elaborato un primo Rapporto (2004) che ha indicato quali sono state le minacce alla sicurezza eu- ropea su ciò che dovrebbe essere impedito terrorismo, proliferazione delle armi di distruzione di massa, conflitti regionali, la criminalità organizzata e l’immigrazione clandestina. Successivamente, il Rap- porto affermava che la tecnologia era indispensabile per garantire la sicurezza. E per ultimo, stabiliva i legami esistenti tra la sicurezza civile e la sicurezza militare, consigliando una stretta collaborazione tra i due settori. Il PERS ha ricevuto 200 milioni di euro per avviare studi di sicurezza e per svilupparsi. Parallelamente, la Commissione Europea ha creato un consiglio di amministrazione per consigliare il PERS, composto da 50 membri, tra accademici, istituzioni, Europol, Agenzia Europea della Difesa, e sette posti riservati ad aziende mili- tari, due delle quali, EADS e Thales, si sono divise la presidenza per periodi uguali. Delle 325 proposte nate da questa giunta, sono stati approvati 46 progetti per 156,5 milioni di euro che sono stati conse- gnati a Thales, Finmeccanica, EADS, BAE Systems, Saab e Sagem, tutte legate alla produzione militare. Allo stesso tempo, hanno conti- nuato a creare nuove piattaforme con importanti finanziarie: l’ESRIF del valore di 1.400 milioni di euro, un Foro Europeo per l’Innovazio- ne e la Ricerca in Sicurezza (Berlino, marzo 2007), EOS (Organizza- zione della Sicurezza Europea), ASD (Organizzazione della Difesa Europea), tutte con lo stesso scopo e con una forte presenza di azien- de militari. Uno dei progetti che ha ricevuto l’impulso più importan- te di tutte queste piattaforme è stato FRONTEX (2003), l’agenzia di controllo delle frontiere dell’UE. Il risultato è stato la militarizzazio- ne delle missioni che questo organismo porta avanti contro l’immi- grazione clandestina. Soprattutto nel Mediterraneo, zona considera- ta come la principale “prima linea di difesa” delle frontiere Europee. La Frontex svolge missioni di polizia, aeree, navali di intervento ve- loce, equipaggiate con materiale militare pesante, aerei ed elicotteri da combattimento e navi da pattugliamento marittimo. Un’altra conseguenza delle misure di sicurezza adottate, sono state le misure legislative approvate per catturare ogni tipo d’informazione dei citta- dini: impronte digitali sui passaporti, permessi di soggiorno e visti,

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tutti i dati delle telecomunicazioni (mail e telefoni) e i dati di tutti i passeggeri che circolano nello spazio aereo, sia dentro che fuori l’Eu- ropa, ed anche tutte le transazioni finanziarie. Informazioni che sono conservate dall’Interpol System e la Schengen System, le due banche dati di criminali in Europa. Ergo: accumulano una montagna di in- formazioni private che permette uno stretto monitoraggio di tutti i cittadini europei. La deriva repressiva si è delineata con il “Rapporto Solana”, elaborato da Javier Solana nel 2003. Un documento che ha segnato il profilo della politica dell’UE in materia di sicurezza. E che annunciava una “nuova cultura strategica che fomentava l’interven- to rapido e precoce e, quando necessario, un intervento robusto in situazioni di emergenza al di fuori dell’Europa. Non si usa l’epiteto “preventivo”, sostituito qui con “rapido”, per evitare il parallelismo con “le guerre preventive” del periodo della presidenza di Bush negli USA, ma in definitiva vogliono dire la stessa cosa. In teoria, l’obietti- vo di tutta questa rete di agenzie e di risorse destinate ad aumentare la sicurezza europea, come pure rilevano tutti i documenti e rapporti elaborati dalla Commissione Europea, è la difesa del “proprio terri- torio” dell’Europa e la lotta di fronte alle “minacce contro lo stile del- la vita occidentale”. Idee ultraconservatrici che ci portano ad una pericolosa “società del controllo” di impronta orwelliana. Sistemi di sorveglianza sovranazionali che vedono tutto e tutto controllano, e che vengono costruiti senza nessun controllo né regolamentazione democratica. Sistemi che rendono vulnerabile il principio della pri- vacy, uno dei fondamenti della democrazia. Ma con un grave perico- lo aggiunto, questo controllo è esercitato al di fuori degli Stati, con la partecipazione di aziende private, con l’aggravante che la maggior parte di esse sono militari. La risposta dell’UE è stata di praticare misure di tipo palliativo, portando all’estremo le misure di controllo della polizia e dei militari, cosa che presuppone un’inevitabile perdi- ta di libertà e diritti. Anche a livello locale non si scherza. Dai Comuni si possono acqui- stare a buon mercato milioni di nominativi e di dati. E perfino ri- venderli senza alcun controllo del Garante, in barba alla sbandiera- ta privacy. Altri punti deboli: Poste Italiane, siti Internet, vendite a distanza, case farmaceutiche, sistemi di informazioni creditizie. Ad alcuni può far anche piacere trovarsi la cassetta postale imbottita di

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pubblicità cartacea: tessere di partiti, offerte di vendita, proposte economiche di banche, tranelli di finanziarie e inviti di persone mai conosciute. I cittadini, però, la faccenda non riescono a digerirla, in particolare quando anche la casella di posta elettronica è intasata di spazzatura commerciale, ma soprattutto elettorale di chi governa il nostro Paese. E che dire delle chiamate delle maggiori compagnie telefoniche a determinate ore per strappare ad ignari vecchietti con- tratti telefonici capestro, alla stregua dell’Agos-Financo che smercia

carte di credito per tutti e poi ti strozza, legalmente s’intende? In tan-

ti si chiedono: come fanno le aziende ed alcuni schieramenti politici

a schedarci e a sommergerci di allettamenti postali? Dove prendo-

no gli indirizzi e i nominativi, le professioni e l’età di noi potenziali elettori-clienti? A condannarci a perenne schedatura presso gli ar- chivi dei cacciatori del marketing politico basta un ufficio pubblico:

l’Ufficio elettorale in cui risiediamo. Fino al 31 dicembre del 2003 chiunque poteva recarsi presso l’ufficio elettorale e chiedere tutti gli indirizzi degli aventi diritti al voto. Addirittura divisi per fasce d’età. Dal 4 gennaio 2004, in base al decreto legge 196/2003, la normativa è leggermente mutata, ma aggirarla è semplicissimo. Per verificar- lo, abbiamo provato a telefonare all’ufficio elettorale del comune di

Milano. «Buongiorno. Vorremmo comprare i vostri indirizzi su cd». Dall’altra parte del filo la funzionaria ci ha informato: «Possiamo ce-

dervi un milione 74 mila indirizzi: il costo è di 5 mila euro. Si posso- no anche avere suddivisi per fasce d’età, per esempio tutti i giovani

di Milano dai 20 ai 30 anni. La selezione, però, costa 1 centesimo a

nominativo, più 90 euro per il supporto». Per ottenerli basta una semplice autocertificazione. In sostanza, bisogna dichiarare che si useranno gli indirizzi solo a scopo di studio. «La richiesta può essere

fatta anche da soggetti privati purché l’uso sia culturale e statistico», spiegano i responsabili degli uffici elettorali di città piccole e grandi dello Stivale. Addirittura in parecchie città del Lazio, della Puglia e della Sicilia ci sono autoscuole che ogni sei mesi chiedono ai Comuni

i nominativi dei diciottenni; il pretesto è la “ricerca statistica”; ma

nessuno ha controllato se poi li contatta per offrire i suoi servizi a

caro prezzo. «Pur con la nuova normativa in vigore è anche possibile incrociare i dati elettorali acquisibili con altre fonti. Il che consente

di avere più informazioni sui cittadini», spiega il responsabile di una

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delle aziende che offrono su internet la consulenza per mailing e che forniscono liste di indirizzi. Anche le anagrafi comunali cedevano i nominativi fino a qualche tempo fa, compresi quelli dei minorenni. Controlli istituzionali? Pari a zero. Attualmente basta confrontare

i dati sui componenti familiari nelle varie professioni e fasce d’età,

con l’elenco telefonico, pubblico, quindi legalmente utilizzabile per il marketing. Così, se volete contattare via posta giovani dai 20 ai 30 anni (sovente ancora in casa con i genitori) e non rischiare nul- la, basta scrivere al capofamiglia che compare sull’elenco telefonico, sapendo già, grazie appunto ai dati anagrafici, che ci sono nel nucleo familiare giovani dell’età desiderata. In questo modo la legge sulla privacy è formalmente rispettata da tutti (partiti, aziende, funzionari comunali, ufficio del Garante), ma la riservatezza dei cittadini va a farsi friggere. Eppure l’Autorità Garante aveva stabilito al suo inse-

diamento un programma di accertamenti definendo criteri, principi e priorità di intervento per verificare se chi gestisce banche dati rac- colga, usi e conservi i dati personali dei cittadini lecitamente e nel rispetto di quanto previsto dalle norme a tutela della privacy. Entro

il 31 marzo 2006 tutte le aziende che trattano dati personali (come i

database di clienti o fornitori) dovevano obbligatoriamente adegua- re i propri sistemi informatici secondo i requisiti previsti dal decreto legge n. 196/03 e redigere il Documento Programmatico sulla Sicu- rezza (DPS). Almeno sulla carta il Codice in materia di protezione dei dati personali è in vigore e soprattutto sono già in vigore tutti i diritti dei cittadini.

Altro che diritto alla riservatezza: i nostri dati sensibili, vale a dire salute, opinioni politiche, orientamento sessuale, fede religiosa, idee, sono allegramente gestiti da uffici segreti a caratura militare. La popolazione italiana non è stata mai così minuziosamente spia- ta, schedata, etichettata. La nostra vita privata non ha mai subito tante illegittime interferenze come da quando la cosiddetta priva- cy (diamine esiste anche un Garante pagato lautamente con denaro pubblico) è assurta al rango di “diritto”. La legge Bossi-Fini, d’al- tronde, promulgata due lustri fa col pretesto di contrastare l’immi- grazione clandestina, ha stabilito l’obbligo di prendere le impronte digitali agli “stranieri”. Infine, questo obbligo è stato esteso senza

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colpo ferire, anche alla silente popolazione tricolore, inserendo i dati biometrici sul passaporto. Le parole dello scrittore Antonio Tabucchi (L’oca al passo) risuonano attuali anche se lui, bontà sua più amato

in Portogallo e Francia che effettivamente rispettato in Italia, si è da

poco congedato dall’esistenza terrena. «Se una volta vi vedeva l’oc-

chio di dio, ora vi vede un occhio fatto di titanio e altre leghe leggere che ruota attorno al globo in un’orbita impossibile che invia alla base segnali sena sosta, panoramiche e dettagli; paziente raccoglie tutto

di

voi: i vostri passi quotidiani e il giusto riposo notturno, la nascita,

il

sesso, il decesso. Veramente i tempi sono bui. Il tutto ci è vietato,

ma del tutto possiamo conoscere parti sufficienti a farci capire di più

se riusciamo a collegarle fra di loro, a mettere insieme i frammenti

degli avvenimenti che accadono e che ci vengono forniti in materia discronica, illogica, palindroma». Come non concordare appieno. E’

sotto gli occhi dell’opinione pubblica inebetita, l’espansione esplosi-

va e preoccupante di sistemi di sorveglianza come se il genere uma-

no fosse ormai rinchiuso in una prigione invisibile che ci considera tutti potenziali delinquenti da controllare, nessuno escluso. Ed è fin troppo evidente una medicina eugenetica, estranea alla democrazia, tesa alla manipolazione e selezione del genere umano. Si affaccia un pericoloso imperativo categorico che impasta nuovi autoritarismi, bellicismo trionfante, razzismo a dosi massicce ed affermazioni tota- litarie. Una “nuova era” di sonno della ragione annuncia le sorti del mondo? Il virtuale annulla e sostituisce il reale. Così, lo scopo della comunicazione non è informare ma intrattenere, non è confutare ma distrarre. Il tutto è sotto controllo.

non è confutare ma distrarre. Il tutto è sotto controllo. Cerveteri, Ris (Echelon Italia) foto Gianni

Cerveteri, Ris (Echelon Italia) foto Gianni Lannes

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Capitolo secondo

Colonia tricolore

La sudditanza italiana decolla ufficialmente il 16 marzo 1949, quan- do Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio, alla conclusione del dibattito sull’adesione all’Alleanza atlantica, afferma alla Camera dei Deputati: «Nessuno ci ha mai chiesto basi militari, e d’altra parte

non è nello spirito dei patti di mutua assistenza fra Stati liberi e so- vrani, come il patto atlantico, di chiederne o concederne».

Il beato De Gasperi, oggi in odore di santità, il 27 gennaio 1950, ha

impegnato il nostro Paese col primo accordo «di mutua assistenza difensiva» dal quale prese avvio l’insediamento di basi americane

e della Nato in Italia. Questo accordo e gli altri che seguirono sul

medesimo argomento furono sistematicamente sottratti all’esame del Parlamento italiano e sono tuttora segreti come il fondamentale “Bilateral Infrastructure Agreement” o il più recente “Stone Ax”.

Il

BIA fu siglato a Roma il 20 ottobre 1954 dall’ambasciatrice Luce

e

dal ministro Scelba, ad esso sono strettamente collegati undici an-

nessi per ciascuna base, un accordo tecnico aereo (30 giugno 1954)

ed un accordo tecnico navale. Tale accordo regola le modalità per l’utilizzo delle basi ed infrastrutture concesse in uso alle Forze Usa, per un’ampia libertà di manovra sul territorio nazionale. Il BIA vanta un’elevata classifica di segretezza: le sue clausole non possono essere rese pubbliche unilateralmente, poiché il regime “top secret” è stato deciso consensualmente dai governi americano e italiano. Il segreto

è relativo alle infrastrutture, ai compiti, alla distribuzione di uomi- ni e mezzi, al tipo di presenza militare nelle varie basi. L’accordo bilaterale sulle infrastrutture trae fondamento dal Trattato di Wa-

shington, costitutivo dell’Alleanza atlantica, che all’articolo 3 fissa le norme sull’assistenza militare secondo cui «le parti manterranno e svilupperanno la loro capacità individuale e collettiva di resistenza a un attacco armato». Tale assistenza comprende sia i sistemi d’arma

e le installazioni della Nato sia gli accordi bilaterali in virtù dei quali l’Italia accetta di ospitare in proprio basi e uomini e mezzi delle forze armate Usa con intese specifiche che sarebbero state arricchite e mo- dificate nel corso degli anni. Inoltre, l’accordo ombrello trae origine dalla Convenzione di Londra del 19 giugno 1951 per la costituzione

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del Nato Status of Forces Agreement (SOFA), ratificata dall’Italia nel 1955, che fissa le regole generali che si applicano alle forze armate di ciascun paese membro dell’Alleanza che operino in uno stato diverso da quello di origine. Le forze armate godono di sostanziale extrater- ritorialità. Il Parlamento è sempre stato tenuto all’oscuro. I negoziati vengono condotti dal ministro Paolo Emilio Taviani che così li ricor- da in un suo libro: «Gli accordi simili conclusi in Belgio e in Olanda vennero ratificati dai rispettivi parlamenti. Noi abbiamo deciso di non farlo». Per ottenere la definizione dell’accordo bilaterale con il governo Scelba, il governo Usa appoggia la candidatura italiana per l’ammissione all’Onu. Nel settembre del 1955 le truppe d’occupazio- ne americane (5 mila uomini) vengono trasferite dall’Austria a Vi- cenza. Nasce il Setaf: una forza americana dotata di missili a breve raggio Honest John e Corporal a capacità nucleare.

Un documento storico di fondamentale importanza è una lettera che

reca la data del 12 aprile 1956. La missiva fu inviata dal segretario

di Stato americano dell’epoca, John Foster Dulles, al segretario della

Difesa, Charles Wilson. Il documento è stato reso pubblico, vale a

dire declassificato, il 20 ottobre 1995. Ecco il testo:

«Caro signor Segretario, mi riferisco alla sua lettera del 22 dicembre

1955, concernente la richiesta dell’ufficio congiunto degli Stati mag- giori di immagazzinare armi nucleari nella Francia metropolitana e

in Italia, e alla mia risposta interlocutoria del 24 gennaio 1956. La

questione concernente la Francia è attualmente materia di discus- sione fra le nostre amministrazioni. L’ambasciatore Luce (Clare Bo- oth Luce, ambasciatore degli Usa a Roma dal marzo 1953 al gennaio

1957, nda) ha discusso lo spiegamento di armi atomiche in Italia con

il ministro della difesa Taviani. Il ministro italiano della difesa ha

assicurato l’ambasciatore che gli Stati Uniti possono liberamente

procedere con lo spiegamento. Sono d’accordo con lo spiegamento

di armi atomiche in Italia. Prendo nota dell’assicurazione contenuta

nella sua lettera del 22 dicembre secondo cui il Dipartimento di Stato verrà informato in anticipo della data in cui avrà inizio lo spiega- mento in Italia di armi speciali. Quando questo spiegamento sarà completato, il Dipartimento di Stato si propone di autorizzare l’am-

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basciatore Luce, se lo ritiene necessario alla luce della sua conversa- zione con Taviani, a informare il generale Mancinelli, capo di stato maggiore, in merito alla generale ubicazione dei siti».

L’Archivio storico del Senato è una miniera d’oro da compulsare con

attenzione: in particolare le carte e i diari di Amintore Fanfani. Dalla metà degli anni Cinquanta del XX secolo in Italia, da nord (Veneto)

a sud (Puglia) sono state schierate alcune centinaia di armi atomiche nordamericane, dalle devastanti testate termonucleari montate sui

missili balistici Jupiter e sui missili da crociera Gryphon destinati ad essere lanciati direttamente contro l’unione Sovietica, a quelle tatti- che montate sui vari missili Corporal, Honest John (montavano te- state nucleari W7 e W31), Sergeant e Lance, concepiti invece per es- sere impiegati contro le forze armate del Patto di Varsavia. La logica

a cui rispondeva la scelta di accettare questi armamenti sul territorio

nazionale, i problemi politici che la loro presenza poneva sul piano interno e internazionale, i dati relativi alla loro capacità distruttiva, alla durata del loro schieramento e alle modalità del loro eventuale impiego, non sono mai stati al centro di una disamina parlamen- tare, né tantomeno pubblica. Nel dicembre del ‘56 Taviani era così

contento da dichiarare, durante la sessione del Consiglio atlantico, che il governo italiano auspicava «che nel settore dell’Italia centrale

e meridionale ci fossero altre unità di questo tipo». Nell’agosto del

’58 i generali Norstad e Disosway stabilirono che almeno una delle due squadriglie di missili Jupiter fosse schierata in Puglia, riscon- trando l’approvazione del governo italiano. Il documento formale sottoposto all’attenzione di Fanfani stabiliva che l’accordo fosse con- cluso tra il ministero degli esteri italiano e l’ambasciata americana mediante «uno scambio di note relativo sia allo schieramento dei

missili sia all’ingresso in Italia del personale statunitense, in confor- mità degli accordi preesistenti relativi alle infrastrutture bilaterali

e alle forze americane in Italia». Fanfani rispose esprimendo il suo

«assenso di massima e la piena comprensione per il bisogno di fare in fretta», ma soprattutto sottolineò l’importanza di conservare il si- lenzio sull’iniziativa quanto più a lungo possibile. In questa fase del negoziato il segreto fu infranto da una notizia diffusa dall’Associated Press, a New York, ripresa repentinamente dal quotidiano L’Unità.

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Il 26 settembre anche il New York Times pubblicò un altro artico- lo sulla decisione italiana di schierare i missili atomici. Il 30 luglio 1958 Amintore Fanfani incontra alla casa bianca il presidente Dwigt Eisenhower e Foster Dulles. Il presidente del Consiglio comunica loro in segreto l’intenzione di accettare la richiesta per l’installazione nello Stivale dei missili balistici a raggio intermedio Jupiter. L’Ita- lia è il primo degli alleati europei ad accogliere armamenti nucleari. Ottiene semplicemente la promessa di diventare la nazione favorita negli scambi commerciali. La reazione dell’Urss giunge il 21 ed il 28 aprile 1959. Chruscev avverte che, «in caso di guerra, l’Italia sareb- be diventata uno dei primi obiettivi di distruzione atomica e quindi avanza la proposta di una denuclearizzazione del nostro paese, in cambio della creazione di una zona di pace nei Balcani». La proposta non viene accolta. In compenso si aprono i negoziati Italia-Usa per l’uso dell’energia atomica a scopo militare: reciproca difesa e stoc- caggio in Italia di testate atomiche statunitensi. Fanfani annota che «lo schieramento dei missili è diventato l’elemento centrale e non sacrificabile della politica estera italiana, tanto più importante di fronte alle nuove sfide che si stavano delineando sul fronte europeo» (Diario Fanfani, 15 ottobre 1958, in Archivio Storico Senato, Carte Fanfani). All’inizio del 1959 iniziarono le spedizioni di materiale da- gli Usa verso l’Italia. Il primo missile fu collocato il 13 gennaio 1960. I tre missili successivi arrivarono a Gioia del Colle in febbraio, segui- ti da altre spedizioni in aprile, luglio e settembre 1960. «Il 2 aprile 1960 lo Stato maggiore dell’Aeronautica istituì la 36ª aerobrigata interdizione strategica (Abis) che avrebbe provveduto al lancio dei missili insieme ad alcune piccole unità di personale americano», si legge nella Circolare 23 aprile 1960 dello Stato maggiore aeronautica (In Memorie storiche 36ª aerobrigata interdizione strategica (Abis), Archivio Ufficio Storico Stato maggiore Aeronautica – Aussma). La 36ª Abis schierò due squadriglie, ciascuna su cinque gruppi. Ogni gruppo controllava tre piazzole di lancio in condizioni operative permanenti. Le testate nucleari si trovavano permanentemente sui missili e non erano custodite a parte da speciali unità americane, in violazione della legge McMahon, che regolamentava la politica nu- cleare americana. Nel 1961 un gruppo del Joint Committee on Ato- mic Energy (JCAE), guidato dal deputato Chet Holifield, aveva com-

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piuto un’ispezione a Gioia del Colle, dove erano posizionati i missili Jupiter, dotati di testate nucleari, ciascuna delle quali era cento vol- te più potente delle atomiche esplose in Giappone. La conclusione dell’ispezione era allarmante, poiché i missili a combustibile liquido erano legati a installazioni fisse e quindi soggetti a probabili attacchi preventivi:

«in ciascuna postazione ci sono due ufficiali e due avieri america- ni (…) Gli ufficiali sono addetti all’autenticazione per il lancio e gli avieri sono i custodi della testata. I custodi che prestano servizio a turno, si trovano in una posizione dalla quale possono prendere atto che le testate sono sui tre missili in ogni momento (…) La chiave non viene portata al collo dell’ufficiale, ma conservata in una cassaforte nel centro di controllo del lancio (“Report on Visit to Jupiter Sites in Italy, dated September 18”)».

I piani Nato di lancio degli Jupiter erano coordinati con il “SIOP”, il progetto generale integrato di Guerra atomica approvato dal presi- dente degli Stati Uniti (“Single Integrated Operational Plan”). All’ini- zio del 1961 Kennedy concretizzò una revisione strategica della Nato, anche sulla base del rapporto Acheson. La lunga relazione fu ufficial- mente adottata dal presidente Kennedy con la direttiva NSAM 40 del National Security Memorandum (21 aprile 1961). Nel loro primo incontro con il presidente Kennedy (giugno del 1961), il presidente del consiglio Fanfani e il ministro degli esteri Segni sottolinearono apertamente che «l’Italia era il paese che aveva accettato i rischi maggiori. Ciò le dava il diritto di essere consultata più di ogni altro»

e che «era necessario che ci fosse un adeguato livello di controllo

da parte del governo italiano in merito all’impiego di queste armi». Nell’autunno del ’62 si sfiorò l’apocalisse atomica, durante la crisi di Cuba, a causa di minacciate ritorsioni dell’URSS contro l’Italia.

Il 13 dicembre 1962, a Parigi, il ministro della difesa Giulio Andre-

otti fu informato — durante la riunione del consiglio atlantico — che gli Usa intendevano smantellare gli Jupiter entro il primo aprile del 1963, per rimpiazzarli con i missili Polaris, schierati nel Mediter- raneo a bordo di sommergibili a stelle e strisce. Il 5 gennaio 1963

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McNamara ribadì l’intenzione americana di rimuovere gli Jupiter in una lettera indirizzata al ministro della difesa italiano. Nel diario di Fanfani, nei giorni 16 e 17 gennaio 1963, è scritto: «Comunico alle 10 con Kennedy, discutendone le condizioni: quelle di ieri enunciate da Rusk e concordate da me con Mcnamara, più che i sottomarini Usa non abbiano basi in Italia, più che l’Italia faccia parte del comitato Nato per studiare, controllare e dirigere forza multinucleare multi- laterale. Accetta e fa trascrivere queste mie condizioni in un foglietto in due copie, una per lui e una per me. Gli chiedo di cancellare un rigo a proposito di basi nel Mediterraneo, che poteva far supporre in Italia, ed egli personalmente lo cancella nelle due copie». Il primo aprile 1963 un sottomarino americano equipaggiato con missili Po- laris stazionava nelle acque territoriali italiane.

Il primo luglio 1968 è stato firmato, e successivamente ratificato da- gli Usa e dalla Repubblica italiana, il “Trattato di non proliferazione

nucleare”, che contiene nel primo articolo l’obbligo degli stati nucle- ari di non lasciare a disposizione di nessuno, né in modo diretto, né indiretto, armi nucleari. Per la base di Santo Stefano alla Maddalena,

i primi contatti risalivano al 1964, quando era stata espropriata una

vasta area privata dell’isola e, successivamente, erano stati scavati in gran segreto un bunker e chilometrici cunicoli nella roccia. L’intesa bilaterale veniva perfezionata nel mese di luglio 1972 dal governo Andreotti, senza una ratifica parlamentare. Gli americani avevano ottenuto di poter attraccare nella base una nave a propulsio- ne nucleare dotata di armamento missilistico atomico (Howard Gil- more), la cui funzione era di approvvigionare i sommergibili nucleari d’attacco, i famigerati “hunter-killer”. «Da tempo c’è la necessità di assicurare nel Mediterraneo un valido e stabile equilibrio di forze — sosteneva il ministro degli esteri Medici». Nel discorso al Senato (6 ottobre 1972) Medici dichiara: «il governo ha dato il proprio consen- so, nello spirito dell’alleanza, affinché una nave appoggio americana possa stazionare alla Maddalena». Quindi il ministro minimizzava

i termini dell’intesa: «Si tratta soltanto di una nave appoggio e per-

ciò non vi è alcuna intenzione di costituire alla Maddalena una base nucleare. Tale nave appoggio ha il compito di fornire ai sottomarini nel Mediterraneo l’assistenza di carattere ordinario di cui oggi pos-

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sono fruire. Certo — ammetteva Medici — tra questi sottomarini ve ne saranno anche a propulsione nucleare, ma questo non modifica i

termini del problema, posto che tale sistema energetico è da tempo collaudato sia nelle centrali per la produzione di energia elettrica sia nella propulsione di navi commerciali». L’occupazione della sesta flotta USA è terminata soltanto nel 2008 con un pesante inquina- mento radioattivo attestato dal Criirad (Commissione di Ricerca e

di Informazione Indipendente sulla Radioattività) di Parigi e da uno

studio accurato dell’università della Tuscia. Il 25 marzo 1986, l’allora ministro della Difesa, Giovanni Spadolini, aveva pubblicamente di- chiarato: «Per quanto riguarda i rischi di esplosione di sommergibili

nucleari, questi rischi esistono in tutte le regioni e in tutto il mondo, non soltanto alla Maddalena (…) L’ho detto una volta in Parlamento e lo ripeto, non sono in grado di impedire che il presidente Reagan mandi nel Mediterraneo i sommergibili nucleari, che possono esplo- dere presso le coste sarde, presso la Grecia, presso la Spagna, presso

le Baleari».

L’Italia non si limitò ad accarezzare il sogno dell’atomica, ma si at- tivò per realizzarla prima negli anni ‘50 in collaborazione con fran- cesi e tedeschi, poi per conto proprio. Si eseguono tre prove di un

missile in grado di essere equipaggiato con una testata atomica. I lanci di sperimentali avvengono in Sardegna, nel poligono militare

di Quirra, all’estremo lembo sud-orientale della provincia di Nuo-

ro. Gli esperimenti sono ancora coperti da segreto. Il primo test del missile Alfa, un vettore a due stadi, si svolge il primo febbraio 1973 mentre scorre la sesta legislatura del parlamento italiano. Presidente

del consiglio dei ministri è Giulio Andreotti, responsabile della dife-

sa è Mario Tanassi, mentre agli esteri siede Giuseppe Medici. Fino al

1976, data dell’ultimo lancio di prova, il quadro non muta: a Palazzo Chigi siederanno Mariano Rumor e Aldo Moro, alla Farnesina pri- ma Rumor e poi Forlani, alla difesa Andreotti, Forlani e Lattanzio. Il progetto era effettivamente decollato nel 1971 con la denominazione “programma tecnologico diretto allo sviluppo di un carburante soli-

do ad alto potenziale per razzi per applicazioni civili e militari”. Nes- suna menzione della testata nucleare, nessun accenno alla vera na- tura dell’operazione. Bisognava dotare il missile Alfa della capacità

di trasporto e sganciamento di testate atomiche. La costruzione della

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bomba non era un problema, le centrali nucleari civili allora erano

in

piena funzione e garantivano l’approvvigionamento di plutonio e

le

professionalità. Il primo lancio dell’Alfa, a testata inerte, avvenne

nel 1973; l’ultimo noto nel 1976, dopo lo stop imposto dagli Alleati. Sarebbe toccato al governo Spadolini nell’agosto 1981 approvare la decisione di destinare l’aeroporto di Comiso, in Sicilia, quale base per i 112 missile Cruise, con i 28 lanciatori assegnati all’Italia dalla Nato. Programma che sarebbe stato confermato nell’agosto del 1983 dal presidente del consiglio Craxi.

Ai giorni nostri, il primo Governo Prodi ha firmato nel maggio del

1996 il Memorandum d’intesa per il piccolo scudo missilistico. L’ac- cordo quadro per lo scudo missilistico che coprirà tutta l’Italia è sta- to firmato dal secondo governo Prodi nel febbraio 2007 (grande scu- do). La Meads International (joint venture internazionale con sede

in Florida) ha ricevuto un primo contratto per 3,4 miliardi di dollari

per il piccolo scudo. Il 17 per cento della cifra è a carico dell’Italia:

mezzo miliardo di euro di denaro pubblico solo come primo anticipo

di

spesa. Durante gli anni successivi si pagherà il resto. Se il gran-

de

scudo è un sistema di difesa contro i missili intercontinentali, il

piccolo scudo è invece «un sistema mobile, facilmente trasportabile

in

lontani campi di battaglia, utilizzabile contro missili tattici, aerei

ed

elicotteri (…) uno strumento non per la difesa ma per l’attacco:

una sorta di testuggine destinata a proteggere i soldati statunitensi e alleati all’offensiva in distanti teatri bellici».

A proposito di amnesie istituzionali, nel marzo 1999 il governo

D’Alema, a seguito della strage del Cermis (20 vittime il 3 febbra-

io 1998), annunciò l’abolizione del segreto sul trattato bilaterale

italo-americano del 1954 e su quello del 1995. L’accordo è tuttora segreto. Risaliva al marzo 1999, invece, la divulgazione di un altro

accordo Italia-Usa denominato “Shell Agreement” datato 2 febbraio 1995, che sancisce i poteri del comandante italiano della base situa-

ta sul nostro territorio e quelli del comando Usa. Accordi in forma

semplificata: nella prassi dei rapporti tra Stati parti di un’alleanza militare vengono frequentemente conclusi accordi in esecuzione di altri accordi precedentemente conclusi nei quali si faceva esplicito

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riferimento ad un’ulteriore normativa internazionale di dettaglio o tecnica. Gli accordi in forma semplificata sono accordi che, contra- riamente a quelli conclusi in forma solenne e che necessitano della ratifica del Capo dello Stato e, quando occorra, dell’autorizzazione delle Camere (articoli 80 e 87 della Costituzione), entrano in vigore grazie alla sola sottoscrizione del testo da parte dei plenipotenziari. Né in contrario può opporsi che gli accordi in forma semplificata non godano della necessaria pubblicità, dal momento che, fin dal 1984, tutti gli accordi conclusi dal nostro Paese (e quindi anche quelli in forma semplificata) devono essere pubblicati in Gazzetta Ufficiale. Roberto Rivello, magistrato e docente di Diritto e Organizzazione internazionale, ha scritto a proposito: «negli accordi internazionali stipulati in forma semplificata si escludono le successive fasi, usual- mente necessarie, della ratifica e dello scambio o deposito delle ra- tifiche del trattato stesso. La prassi degli accordi stipulati in forma semplificata è estremamente diffusa, e l’Italia ne ha fatto ampio uso proprio in materie di natura militare: basti ricordare i trattati, talvol- ta addirittura segreti, sulle basi NATO in Italia, ma anche i numerosi SOFA (Status of Force Agreement) ed altre forme di Memorandum d’intesa stipulati in ambito di Alleanza atlantica, che non possono che essere qualificati come tali. Inoltre nella più parte delle opera- zioni di pace keeping viene stipulato un SOFA fra il comando delle forze multinazionali e il Governo dello Stato in cui la missione ha luogo o dello Stato in cui avviene un transito delle truppe. L’accordo tra Italia e Stati Uniti d’America, del 20 ottobre 1954, sottoscritto dai rappresentanti dei governi dei due Stati e qualificato come se- greto, è evidentemente un trattato internazionale stipulato in forma semplificata. La sua parziale comunicazione ai Comandanti militari italiani, insieme a disposizioni dello Stato maggiore che ne prevedo- no l’applicazione, può essere intesa come atto di esecuzione nell’or- dinamento interno. Poiché il trattato verte su materie rientranti fra quelle di cui al disposto dell’articolo 80 della Costituzione, la sua stipulazione in forma semplificata può porre dubbi di legittimità costituzionale, difficilmente superabili sulla base della tesi, che oggi incontra solo sporadici consensi, secondo la quale in relazione agli accordi NATO sussisterebbe una generale fonte di legittimazione di accordi successivi nella presunta necessità di dare esecuzione al ge-

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nerico disposto dell’articolo III del Trattato Nord Atlantico. Questo non muta la natura giuridica dell’accordo, né comporta conseguenze automaticamente declassificanti gli atti di esecuzione, in senso lato, del trattato: solo dall’eventualmente ritenuta incostituzionalità del procedimento di formazione del trattato potrebbe derivare l’invalidi- tà delle norme interne di esecuzione. Le successive intese intercorse fra le Autorità militari e, rispettivamente, il Governo italiano, le Au- torità militari e il Governo statunitense (Memorandum d’intesa del 1993, Accordo tecnico del 1994, Memorandum del febbraio 1995), e gli organi NATO (Memorandum del dicembre 1995), possono ana- logamente qualificarsi come accordi stipulati in forma semplificata. Lo stesso “Trattato dell’Atlantico del Nord”, all’articolo 9, è attento ad esplicitare che gli accordi di cooperazione militare tra alleati do- vranno essere applicati nei vari Paesi «in conformità con le rispettive procedure costituzionali».

Le procedure costituzionali dell’Italia sono quelle sancite dagli ar- ticoli 80 e 87 della Costituzione. In proposito l’ammiraglio (in pen- sione) Falco Accame, già presidente della Commissione Difesa, ha le idee chiare: «Tutta la problematica che riguarda le basi NATO sul nostro territorio ha un aspetto comune: il fatto che il Parlamento italiano è tenuto all’oscuro della materia, quasi come se le basi non concernessero la sovranità del nostro paese. E questo è veramente

sconcertante. Per capirlo occorre risalire alle clausole segrete del trattato di pace e dell’accordo bilaterale Italia-USA del 1954. L’accor- do bilaterale è ancora in vigore e non se ne conosce neppure il con- tenuto. Anzi, secondo quello che diceva il professor Giovanni Motzo, ne esistono due versioni e non si sa quale sia quella vera». Sosteneva Motzo: «È ora di dire basta a quei patti firmati solo dal Governo e non sottoposti al Parlamento. Intese che riguardano anche le basi di truppe e accesso ai missili. Visto che si va verso un quadro interna- zionale in cui i conflitti locali tendono ad estendersi sempre di più

e

la presenza o il passaggio nel territorio nazionale di forze militari

e

mezzi bellici stranieri sarà sempre più frequente, la disciplina do-

Si conoscono solo alcune clausole: si dice

che gli Stati si impegnano a prestarsi assistenza reciproca. Si prevede l’impiego di consiglieri militari in Italia. Si sta delineando una nuova

vrebbe essere cambiata (

)

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situazione e, quindi, ancor più, si tratta di non accettare più una Re- pubblica fondata sul segreto, o meglio sulla clandestinità. La disci- plina che regola la presenza delle basi deve essere cambiata, dovrem- mo fare nuovi accordi internazionali, ma, questa volta, sottoposti al controllo del Parlamento. Non devono esistere isole di segretezza alle quali nessuno può accedere. Le basi USA e NATO sono state co- stituite sulla premessa di un presunto stato di necessità determinato da quella che fu definita la minaccia sovietica. Oggi, che questa mi- naccia è scomparsa, le basi non sono però scomparse, anzi, si nota addirittura un deciso incremento nella loro consistenza in uomini e mezzi. Tutto il territorio, da Aviano a Lampedusa, è disseminato di

basi americane. Esistono 12 piani di evacuazione per emergenza nu- cleare dai porti italiani che potranno ospitare unità nucleari. I piani

di emergenza dovrebbero essere conosciuti, ovviamente, da tutta la

popolazione e sperimentati per valutarne la attuabilità. Sono invece per lo più sconosciuti. Di un solo piano si è venuti a conoscenza: è quello che riguarda la base navale di La Spezia. Ma, con non poco stupore, abbiamo appreso che il piano riguardava l’evacuazione dei soli militari, e non dei civili». Placido Nord-est, colonizzato in piena regola. Spuntano come i fun-

ghi nel vicentino i centri e le infrastrutture logistiche dell’esercito Usa. Mentre nell’ex aeroporto Dal Molin procedono i lavori ad al- tissimo impatto ambientale per realizzare la grande base operativa della 173ª Brigata aviotrasportata, il reparto d’élite impiegato negli scacchieri di guerra mediorientali, ingegneri e tecnici del genio mi- litare statunitense lavorano a decine di cantieri della provincia. Re- centemente sono state consegnate due nuove facilities costate più di 60 milioni di dollari, un complesso ospedaliero avanzato all’interno della base di Camp Ederle e un centro di assistenza all’infanzia nel cosiddetto “Villaggio della Pace”, il residence-bunker che ospita una parte dei militari Usa di Vicenza. L’Enhanced Health Service Center è stato realizzato in una super- ficie di 14.170 metri quadri accanto al campo di calcio di Ederle ed accoglie presidi medici, studi dentistici, un centro maternità, nume- rosi uffici e ambulatori. Nel complesso lavorerà un’équipe medica

di oltre 200 persone. «Si tratta del più grande progetto di costru-

zione in Europa di un centro sanitario Usa negli ultimi 30 anni»,

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ha dichiarato il responsabile dell’USAG Vicenza Health Center, il colonnello Lorraine T. Breen. «Il presidio, costato 47,5 milioni di

dollari, amplierà i campi d’assistenza per i militari e i familiari», ag- giunge Breen, avvertendo però che gli statunitensi «continueranno ad utilizzare l’ospedale San Bortolo dell’Azienda Sanitaria Ulss 6 di Vicenza per altri più importanti interventi sanitari». Il nuovo centro

di salute dell’US Army è stato progettato dagli studi R.L.F. della Flo-

rida e Nesco International di Roma, e realizzato da una joint venture composta dall’azienda tedesca Bilfinger e Berger (ditta che a bari ha smantellato motrici e carrozze ferroviarie imbottite d’amianto, en

plein air) e da Pizzarotti Parma, una delle società di costruzioni che compongono il ristrettissimo circolo dei contractor di fiducia delle forze armate Usa in Italia.

Il nuovo Child Development Center del “Villaggio della Pace” potrà

accogliere sino a 348 bambini “per programmi a tempo pieno o part- time”. Costato 13,1 milioni di dollari, sorge accanto al polo scolastico

di recente realizzazione, ed è dotato di confortevoli aule, palestre,

sale-gioco. Il centro di assistenza all’infanzia è stato realizzato dalla CMC - Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna, la stessa che con il CCC - Consorzio Cooperativo Costruzioni di Bologna sta ese-

guendo i lavori al Dal Molin.

Le

due infrastrutture realizzate e consegnate all’US Army fanno par-

te

di un pacchetto di opere progettate dal Dipartimento della Difesa

Usa per fare di Vicenza, secondo quanto enfaticamente annunciato,

la «capitale dell’esercito statunitense di stanza in Sud Europa e mo-

dello per tutti gli altri presidi militari del Comando USA nel vecchio continente con le facilities meglio mantenute, i servizi di più alta qualità, l’ambiente più sicuro e la più efficiente organizzazione». L’o- biettivo è quello di assicurare tutti i requisiti per ospitare nel modo migliore a Vicenza 4.200 soldati Usa entro il 2015, più ovviamente i rispettivi familiari a carico. Un piano ambizioso per cui sono stati in- vestiti 465 milioni di dollari, 289 milioni dei quali destinati all’ex ae- roporto Dal Molin per la costruzione di caserme-alloggio per 2.000 militari, magazzini, spazi operativi, officine di manutenzione velivo- li, uffici e centri comando, centri sportivi, eccetera. Tra i progetti più rilevanti già completati: a Camp Ederle spiccano due caserme-alloggio per circa 300 militari del 173 Airborne Brigade

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Combat Team (lavori per 25 milioni di dollari appaltati alla Pizzarot-

ti Parma), un Centro sanitario neonatale (costo 3,2 milioni di dollari,

realizzato dall’Impresa Costruzioni Andriolo Srl di Vicenza), un Kin- der Garten (Andriolo Srl), un’arena per spettacoli e attività ludiche con centro bowling, fast food, ristorante e piccolo casinò (Maltauro

Costruzioni di Vicenza), e l’Ederle Inn, l’hotel riservato agli ufficia-

li statunitensi con 58 suite familiari, lavanderia, ampi magazzini e

parcheggio, sale conferenze, breakfast room e finanche «alcune stan-

ze per i cani mascotte al piano terra». Attualmente sono in via di

completamento a Camp Ederle l’ammodernamento ed ampliamento

del fitness center e la realizzazione di una nuova piscina hi-tech con copertura vetrata in parte retraibile (costo complessivo dei due pro- getti 4,3 milioni di dollari). A fine 2007 è stato portato a termine invece il cosiddetto “Vicen-

za Installation Information Infrastructure Modernization Program

(I3MP)”, il programma di ammodernamento delle infrastrutture di telecomunicazione del 509th Signal Battalion dell’US Army. Avviato

nell’aprile 2002, esso è servito a potenziare la rete a fibre ottiche e

ad alta velocità che collega tra loro i centri operativi di Camp Ederle,

il “Villaggio della Pace”, i depositi e magazzini di stoccaggio dell’Us

Army di Lerino (frazione del comune di Torri di Quartesolo) e Lon- gare (i lavori sono stati eseguiti dalla tedesca Siemens e da subap- paltatori locali). Secondo fonti del MILCON, il Corpo del Genio della

Marina USA che sovrintende alla realizzazione delle opere, nel solo biennio 2008-2009 sono stati finanziati più di un centinaio di picco-

li progetti di “costruzione”, “manutenzione” e “ammodernamento”

nelle basi militari del vicentino, per un valore complessivo di 37 mi- lioni di dollari. Top secret le finalità dei lavori avviati nel 2007 nella base di Longare, l’ex “Pluto Site”utilizzato per l’immagazzinamento

di mine e testate nucleari per i missili a corto raggio dell’US Army.

Nelle profonde gallerie della base sarebbero stati ammodernati e ri- attivati i depositi di stoccaggio armi, munizioni e attrezzature della 173ª Brigata Aviotrasportata e dei reparti che saranno utilizzati in ambito AFRICOM, il Comando USA per le operazioni nel continente africano di recente costituzione. Dal dicembre 2008 l’unità statu- nitense della Riserva di stanza a Longare è stata posta agli ordini del 7° Civil Support Command dell’US Army con base in Germania,

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l’unico presente fuori dagli Stati Uniti d’America, responsabile della gestione degli affari civili delle forze terrestri USA in Europa. Alla vigilia dell’attivazione del Civil Support Team di Longare, i militari ad esso assegnati hanno condotto una controversa esercitazione di 76 giorni nel poligono di Fort Leonard Wood (Missouri) simulan-

do uno scenario realistico di guerra chimica con l’uso di gas nervini. Successivamente il CVT di Longare ha avviato corsi basici per i resi- denti USA di Vicenza sulle armi nucleari, chimiche e batteriologiche

e sull’equipaggiamento personale di protezione.

I mass media propagandano l’immagine dell’Italia come di un paese

libero e democratico, in cui la popolazione gode di potere politico ed economico. Ma è davvero così? Il sospetto che l’élite egemone economico-finanziaria si sia appropriata del Belpaese e che lo stia guidando verso il baratro, è venuto persino al Financial Times. In-

fatti, in un articolo del 16 marzo 2006 si legge che «L’Italia sta se- guendo la stessa strada dell’Argentina verso la rovina». L’autore del pezzo, Richard Perle, è un esponente della destra americana, quindi

è complicato immaginare che abbia voluto mettere in cattiva luce

Berlusconi. Il paragone fra l’Italia e l’Argentina nasce da considera- zioni finanziarie, precisamente dalla scelta italiana di assumere l’eu-

ro come propria valuta, pur essendo il paese condannato ad avere un’economia debole, a causa delle scelte di politica economica effet- tuate dai governi, che tendono ad avvantaggiare il capitale stranie-

ro piuttosto che lo sviluppo del paese, come accade in una colonia. Anche l’Argentina, agganciando la propria valuta al dollaro, si trovò

a fare i conti con una moneta forte, mentre la sua economia era in

mani straniere. Oggi l’Italia è il paese europeo meno competitivo e che ha più azien- de in mani estere. Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Cen- trale Europea stanno col fiato sul collo per controllare i pagamenti del debito, ignorando il livello di benessere o di povertà materiale dei

cittadini italiani. Infatti, pur di esigere i pagamenti, il FMI non esita

a

chiedere tagli alla spesa pubblica (sanità, scuola, amministrazione

e

ulteriori privatizzazioni). Lo scopo principale del FMI (un istitu-

to finanziario controllato dai banchieri anglo-americani) è quello di impoverire i cittadini italiani, in armonia con ciò che già nel 1998 svelava Zbigniew Brzezinski, nel suo libro La grande scacchiera: il

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primato americano e i suoi imperativi geostrategici. L’eccessivo be- nessere dei paesi dell’Europa occidentale, secondo Brzezinski, era un

grave ostacolo, poiché tale livello di ricchezza era più elevato rispet-

to a quello della media dei cittadini americani, ed essendo l’Europa

considerata un protettorato americano, ciò risultava inammissibile:

«L’Europa ha una posizione fondamentale di fortezza geostrategi-

ca per l’America. L’Alleanza Atlantica autorizza l’America ad avere

influenza politica e peso militare sul continente (…) L’Europa Oc- cidentale è in larga misura un Protettorato americano e i suoi Stati ricordano i vassalli e i pagatori di tributi dei vecchi imperi». L’Europa doveva essere indebitata e impoverita affinché il dominio statunitense potesse imporsi su tutta l’Eurasia. Occorreva con ur- genza impoverire i ceti medi. Le campagne mediatiche fanno credere che il FMI e la BCE tengano alla stabilità del paese, o alla competiti-

vità delle aziende italiane, mentre è l’esatto opposto: vogliono tenere

in scacco l’intera economia del paese, strozzandola con il debito e

rendendola poco competitiva attraverso varie strategie. Un paese risulta soggetto al dominio coloniale quando non è padrone del pro- prio territorio e non sceglie liberamente la propria organizzazione politica ed economica. I diritti degli indigeni coloniali sono subor- dinati agli interessi della potenza dominante, che si erge al di sopra delle leggi. Le autorità dei paesi coloniali esigono ingenti pagamenti, come accade con le banche titolari del nostro debito, che impongono alle nostre autorità di elaborare una finanziaria annuale per pagare il debito. Il debito è in realtà una forma di tassazione imposta dalle banche, architettata in modo tale che i cittadini credano di aver rice- vuto qualcosa da dover pagare, mentre invece si tratta di una tassa- zione di tipo coloniale, cioè creata per impoverire i cittadini e arric-

chire il sistema di potere. Il debito imposto all’Italia è talmente alto che nel 2002 equivaleva ad un terzo del debito pubblico complessivo

di tutti i paesi dell’Unione Europea (che era di 4.707,7 miliardi di

euro). Nonostante le manovre finanziarie che hanno dissanguato il paese, nel gennaio 2007 il debito era ancora di 1.605,4 miliardi, e aumenta sempre più; ed ora gonfiato artificiosamente, ha sfondato il

tetto dei 2 mila miliardi di euro. Non sarà mai estinto, affinché l’Ita-

lia possa rimanere in eterno assoggettata all’élite economica.

Le finanziarie hanno anche l’obiettivo di stanziare denaro per la par-

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tecipazione alle guerre del paese dominante, e nell’ultima finanziaria

il governo ha aumentato tali spese, addirittura per un paese che non

ha nemici e ufficialmente non è in guerra. Si comprende tale spesa soltanto se si pensa che ogni paese sottomesso ad un potere coloniale

è obbligato a partecipare alle spese militari del paese imperiale. Gli

italiani pagano il 41 per cento del costo di stazionamento delle basi americane, si tratta mediamente di 366 milioni di dollari all’anno. Proprio come una colonia, subiamo un’occupazione militare e siamo anche costretti a pagarla a caro prezzo; e se a ciò si aggiunge che noi non abbiamo alcun potere sulle questioni finanziarie ed economi- che dell’Italia, si può dire che la loro condizione è simile a quella del suddito sottomesso ad un potere che non accetta alcuna limitazione. La popolazione italiana viene persuasa, addirittura con artifici su- bliminali, di avere potere politico, in quanto alle elezioni possono scegliere fra destra e sinistra, ma quando essi chiedono che venga rispettata concretamente la loro volontà (ad esempio nel caso della no-Tav o della base “Dal Molin” di Vicenza), si scatena un putiferio mediatico e politico, per evitare di concedere il benché minimo reale potere. Tre grandi banche, Morgan Stanley, Goldman Sachs e UBS, posso-

no far salire o scendere qualsiasi titolo, avendo nelle mani il 70 per cento del credito speculativo mondiale, e potendo diffondere notizie che condizionano il comportamento degli investitori. Manovrando

il valore delle azioni, si condiziona l’andamento dell’azienda, e ciò

consente ai grandi colossi bancari di preparare il terreno per appro-

priarsene a buon mercato, come è già accaduto con la Grecia.

Si taglia sui servizi e sui diritti, si mantengono i privilegi dei ricchi, non si intaccano gli interessi dei produttori di armi. Il problema delle spese militari non è solo una questione sociale ed economica, si lega

a conseguenze materiali e indegne per un Paese che ripudia la guerra

nella sua Costituzione. Il problema non è neanche circoscrivibile al solo esercito italiano. Ultimo caso in ordine cronologico è l’Hub. Ov- vero il progetto di trasformazione dell’aeroporto militare di Pisa in un centro strategico fondamentale della Nato, a disposizione di tutte “le forze armate che avranno bisogno di spostarsi per via aerea per tutte le missioni in teatri internazionali”, come ha spiegato il porta- voce della 46ª aerobrigata.

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Capitolo terzo Guerre in santa pace

L’Italia è in guerra? La battuta a prestito è di Stefano Benni: «Citta- dini italiani. Qui è Silvio W. Berlusconi che vi parla. Anche se la pro- paganda comunista e vaticana cerca di convincervi del contrario, i miei avvocati mi hanno rassicurato che: a) l’Italia non è belligerante b) non solo non è belligerante, ma non è neanche in guerra c) non c’è in realtà nessuna guerra. Non abbiamo mai concesso né basi né spa- zio aereo agli americani. Era già tutto loro. Le basi americane sono da tempo territorio Usa a tutti gli effetti, occupano uno spazio gran- de come una regione e non sono ancora Stato Usa autonomo perché stanno decidendo per il nome: Italiaska o New Pizzland. In quanto alla spazio aereo, gli americani ci scorazzano già da anni, basta pen- sare al Cermis o a Ustica» (Il Manifesto, 26 marzo 2003). I nostri ufficiali sono inseriti a pieno titolo nel comando Nato/Isaf di Kabul, che indica all’aviazione Usa gli obiettivi da colpire, dove si presume possano nascondersi i maledetti talebani. In Afghanistan dal cielo piovono anche sui civili ordigni da 1 tonnellata e grappoli di mine. La guerra aerea ha provocato un crescente numero di vittime tra la po- polazione. Un esempio? Nella provincia di Kapisa, sono stati ripetu- tamente disintegrati dai bombardamenti con bombe da demolizione bambini, donne e vecchi. Il B-1B è un bombardiere strategico Usa per l’attacco nucleare, che ci fa in Afghanistan? Durante una missio- ne può sganciare 24 Gbu-31 Jdam a guida Gps da 2 mila libbre (qua- si una tonnellata), 8 Mk-82 da 500 libbre, 30 bombe a grappolo di vario tipo e decine di altre munizioni letali. Anche i caccia italiani (Tornado ed Am-x) sono equipaggiati con bombe “Jdam”. Chi lo at- testa? A Roma, i bilanci del ministero della Difesa. L’ultima fornitura nota della Direzione generale armamenti aeronautici risale al 31 di- cembre 2006: «Acquisto di spolette multifunzione tipo ID 260 MF di nuova generazione per bombe a guida precisa della serie MK 80, Pa- veway, Jdam, Opher e Lizard impiegate sui velivoli da combattimen- to dell’A.M.». Ogni volta che i militari avvolti dal tricolore muoiono nelle durature guerre all’estero, scorrono, immancabilmente in di- retta televisiva, copiose lacrime di coccodrillo. Dopo una pausa con le squillo, il capo del governo in carica aveva trovato il tempo per esternare in viva voce discorsi preconfezionati a tavolino. Berlusconi

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Silvio, prima di cedere carica e poltrona a Monti Mario, aveva detto:

«È una giornata dolorosa. Bisogna mantenere le truppe italiane in Afghanistan e far crescere la democrazia per evitare le infiltrazioni terroristiche». Non è stato da meno il ministro della Difesa, La Russa Ignazio che qualche istante prima di congedarsi ha sbottato: «Dolo-

rosa e triste circostanza. Un attentato che non ci fermerà». Il trio non è al completo senza l’intervento di Schifani Renato, presidente del Senato: «In Afghanistan noi italiani siamo dalla parte della giustizia, della pace e della democrazia». E altrove? Insomma, siamo circon- dati da un’apocalisse di bontà. La casta in scena non ha più nemme-

no il coraggio di chiamare le cose col loro nome. Non guerra ma “pe-

acekeeping” o “azioni umanitarie”; non ordigni ma “bombe intelli- genti”. In realtà siamo invasori sotto l’egida Usa. Ormai l’Alleanza

atlantica si è trasformata nel braccio armato di un’egemonia totalita- ria, assumendo compiti e funzioni che hanno esautorato l’Onu. L’Ita-

lia calpesta la sua Costituzione partecipando attivamente ad azioni

belliche in mezzo mondo, non certo difensive della propria integrità territoriale. Tradotto: si fa la guerra. Le conseguenze, in primis, so- vente si pagano con la perdita di giovani vite umane. Gli Stati Uniti d’America attraverso la Nato hanno collaudato la subalternità

dell’Europa. A parte le amnesie affaristiche. L’Afghanistan è disse- minato di mine nostrane sfornate dalla Fiat (Borletti e Valsella). Conti alla mano, siamo tra i maggiori esportatori al mondo di armi,

in barba, tra l’altro, alla legge 185 del 1990, sapientemente smantel-

lata (grazie al sostegno trasversale del centro-sinistra dallo stesso

“unto del Signore”, per mano del pregiudicato Previti Cesare, Rugge-

ro Renato, Martino Antonio e Selva Gustavo). Non è quindi una sor-

presa, se nell’ottobre 2004, Berlusconi in persona partecipando alla

presentazione di un velivolo Aermacchi ha assicurato il proprio ap- poggio all’industria della guerra: «Mi chiedete che il vostro presi- dente del Consiglio divenga il vostro commesso viaggiatore. Lo sto

facendo: credo che attirerò l’attenzione dei miei colleghi su questo nuovo prodotto della tecnologia italiana all’avanguardia nel mondo.

Si

prevede di avere ordinativi cospicui. Abbasseremo i costi attraver-

so

la quantità». Capito l’antifona? Muti e fedeli alla consegna una

volta fascista, oggi berlusconiana: “taci, il nemico ti ascolta”. L’invio

di truppe italiane all’estero è solo l’ultimo passo di una escalation

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interventista, iniziata e consumata da un bel pezzo. Nel 1991, con il governo Andreotti, la Repubblica italiana combatte la sua prima guerra, partecipando all’operazione “Tempesta del deserto” lanciata dagli Usa. Sette mesi più tardi, in ottobre, il ministero della Difesa pubblica il rapporto “Modello di difesa / Lineamenti di sviluppo del- le FF.AA. negli anni ’90”. È l’avvio della mutazione genetica delle forze armate: il loro compito, secondo il rapporto, non è più solo la difesa della patria (art. 52 della Costituzione), ma la “tutela degli in- teressi nazionali ovunque sia necessario”. Viene così enunciata una nuova politica estera, con funzioni contrarie a quelle stabilite dalla Carta costituzionale. Una volta varato, il “Nuovo modello di difesa” passa da un governo all’altro, dalla prima alla seconda Repubblica e così via, senza mai essere discusso in Parlamento. A elaborarlo e ap- plicarlo sono i vertici delle Forze Armate, ai quali i Governi lasciano piena libertà decisionale, pur trattandosi di una materia di basilare importanza politica repubblicana, ex antifascista. Nel 1993, mentre l’Italia partecipa all’operazione militare lanciata dagli Usa in Soma- lia, e al governo Amato subentra quello Ciampi, lo Stato Maggiore della Difesa dichiara che «occorre essere pronti a proiettarsi a lungo raggio» per difendere ovunque gli “interessi vitali», al fine di «garan- tire il progresso e il benessere nazionale mantenendo la disponibilità delle fonti e vie di rifornimento dei prodotti energetici e strategici» (Stato Maggiore della Difesa, Aggiornamenti del modello di difesa, 1993). Nel 1995, durante il governo Dini, il medesimo Stato Maggio- re fa un ulteriore passo avanti, affermando che «la funzione delle forze armate trascende lo stretto ambito militare per assurgere an- che a misura dello status e del ruolo del paese nel contesto interna- zionale» (Stato maggiore della difesa, Modello di difesa, 1995). Nel 1996, durante il governo Prodi, «tale concetto viene ulteriormente sviluppato nella sessione 47 del centro alti studi della difesa — affer- ma il generale Angioni —, diventa uno strumento della politica della sicurezza e, quindi, della politica estera» (Informazioni della Difesa, suppl. al n. 4, 1996). Nel 1999 — dopo che il governo D’Alema ha ordinato la partecipazione dell’Italia, sotto il comando Usa, alla guerra contro la Jugoslavia, in particolare con i bombardamenti ae- rei in Kosovo ed il conseguente rilascio di ordigni nell’Adriatico — la marina militare annuncia che l’Italia, affermatasi quale “media po-

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tenza regionale”, ha «un crescente e solido ruolo geostrategico nel Mediterraneo allargato: spazio geopolitico comprendente, oltre al Mar Nero, anche le vie meridionali di accesso al Canale di Suez; vale a dire il Mar Rosso fino allo Stretto di Bab el-Màndeb e, più oltre, il Golfo Persico che, attraverso lo Stretto di Hormuz, è intimamente collegato al sistema mediterraneo di rifornimenti energetici» (Mari- na militare italiana, Rapporto 1999). Su questa falsariga, dopo l’11 settembre, il governo Berlusconi invia le truppe tricolori prima in Afghanistan e quindi di nuovo in Iraq, offrendo più recentemente un gratuito sostegno in armi ai cosiddetti ribelli libici (la fornitura di armamenti depositati nel bunker dell’isola di Santo Stefano alla Maddalena, frutto di un sequestro giudiziario). Infine, c’è la spesa approvata in gran silenzio dalle commissioni Difesa della Camera e del Senato per l’acquisto di 131 aerei cacciabombardieri del costo di 100 milioni di euro l’uno (salvo lievitazioni: con 100 milioni di euro si potrebbero costruire 400 asili nido o pagare l’indennità di disoc- cupazione ad 80 mila precari). Visto che la guerra fredda è finita e che non dobbiamo invadere la Cina, rinunciare a questi strumenti di morte meglio noti con la sigla F-35, in grado di trasportare ordigni nucleari, ci consentirebbe di risanare l’Italia per 15 miliardi di euro. Esattamente il bisogno finanziario stimato per la ricostruzione in Abruzzo, congelato inspiegabilmente da tre anni.

Certe ferite non si rimarginano mai, almeno nella memoria di chi le ha subite. «Danno collaterale continuo». Si chiama così il rapporto redatto da Medact e dall’organizzazione International Physicians for the Prevention of Nuclear War (IPPNW), premio Nobel per la Pace nel 1985, secondo il quale la guerra in Iraq e le sue conseguenze han- no inflitto un pesante bilancio tra i combattenti e tra i civili, «che hanno pagato e continuano a pagare il prezzo della guerra in termini di morti, feriti e malattie fisiche e mentali». Questo conto dei morti, è chiaro, non è aggiornato, ma offre una misura alla dilatazione pla- netaria dell’orrore. Il documento diffuso il 29 novembre 2003 a Roma nel corso del Summit dei premi Nobel per la Pace, specifica:

«tra 21.700 e 55.000 persone sono morte tra il 20 marzo ed il 20 ottobre 2003, mentre le conseguenze del conflitto sulla salute e sull’ambiente saranno sentite per molti anni a venire». Tra i morti

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iracheni il rapporto stima «10 mila civili e 45 mila militari molti dei quali erano ragazzini in servizio di leva». Da allora ad oggi non si sa quante siano le ulteriori vittime: impossibile verificare. Secondo John Bolton, ex sottosegretario per la sicurezza internazionale pres- so il dipartimento di Stato Usa, «tale cifra è piuttosto bassa se si con- siderano le dimensioni dell’operazione militare che è stata intrapre- sa». L’azione “Iron Hammer” (martello di ferro), ad esempio, ha utilizzato anche l’aviazione: un’escalation militare che è entrata nel vivo prima e dopo la cattura di Saddam Hussein, con i bombarda- menti di caccia F-16 su Baghdad e Tikrit. Su Falluja, a parte il fosfo- ro, già adoperato durante la seconda guerra mondiale in Italia, sono state sperimentate le micro bombe atomiche. Tanto per scrutare l’ef- fetto che fa sugli “umani di serie non classificata”. Infatti, è stato sca- tenato dai militari Usa un inferno di fuoco, soprattutto dal cielo con gli AC 130 H Spectre, bestioni ipertecnologici capaci di colpire due obiettivi simultaneamente. L’esercito britannico ha ricoperto le aree urbane di “cluster bomb”. Gli americani hanno fatto altrettanto e in misura maggiore, aggiungendo munizioni all’uranio impoverito, il cui veleno radioattivo viene inalato inconsapevolmente da autoctoni e stranieri in missione di pace. Secondo Landmine Action e Human Rights Watch «Usa e Gran Bretagna hanno usato circa 1 milione di bombe a grappolo». Gli effetti delle bomblet sono facilmente preve- dibili: diventano mine terrestri. Buoni, c’è di mezzo anche l’Italia. Il cartello che lo reclamizza recita: «Low cost, hi volume production». L’oggetto pubblicizzato è un esemplare del JDAM (una sigla che sta per Joint Direct Attack Munition, munizione interforze per attacco diretto) o, più semplicemente, un missile a caduta libera di ultima generazione. È il contributo “made in Italy” alla penultima guerra degli Stati Uniti d’America, prima della prossima aggressione calco- lata alla Siria e all’Iran. Nell’Antica Mesopotamia gli Usa, oltretutto, hanno sperimentato nuove tecnologie militari a suon di bombe a gui- da satellitare “Jdam” che attualmente formano l’80 per cento dell’ar- senale (nel ’91 erano appena il 10). Le bombe ad alto potenziale che gli aerei anglo-americani hanno sganciato a tappeto sull’Iraq sono dotate di un nuovo sistema di guida, costruito dall’industria italiana Alenia Marconi Systems (azienda della Finmeccanica, di cui il prin- cipale azionista è il ministero del Tesoro), che le rende ancora più

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micidiali. Si tratta di un perfezionamento della Jdam (in produzione

alla Boeing dal ’98): un sistema che permette di trasformare le bom-

be stupide, a caduta inerziale, in “bombe intelligenti”, capaci di diri-

gersi sul bersaglio con un errore compreso tra 13 e 30 metri. L’effetto

chirurgico, in teoria, è reso possibile dall’aggiunta di una nuova se- zione di coda (un timone mobile controllato da un sistema elettroni-

co) che guida la bomba sul bersaglio attraverso il sistema satellitare

di posizionamento globale (Gps), abbinato al sistema di navigazione

inerziale (Ins). «La bomba così modificata è abbastanza precisa» puntualizzano i tecnici dell’azienda pubblica italiana, pur essendo

sganciata a un’altitudine che oscilla tra 9.150 e 10.675 metri per non esporre l’aereo al fuoco nemico. Il targeting è comunque ancora im- preciso e per colpire un singolo bersaglio occorrono in media 6 di questi costosissimi ordigni (per il modello jsbw il prezzo cadauno è

di 375 mila dollari). Le JDAM all’uranio sporco, il cui veleno radioat-

tivo viene inalato inconsapevolmente da autoctoni e mercenari stra- nieri senza distinzione, sono identificabili in GBU-31 (bomba Mk-84 da 907 kg, disponibile anche con penetratore BLU-109), GBU-32 (bomba Mk-83 da 454 kg) o GBU-35 (Mk-83 con penetratore BLU- 110) e nella nuova GBU-38 (bomba Mk-82 da 227 kg). L’enorme po- tenza esplosiva di questo ordigno da demolizione, usato contro strut- ture in cemento armato come bunker, ponti e dighe, rende inevitabi-

li i danni collaterali in una vasta area attorno all’obiettivo, soprattut-

to quando contro di esso si lanciano più bombe da una distanza di

quasi 40 chilometri. Va da sé: non fa distinzioni tra civili e militari. I

kits di guida JDAM sono di semplice realizzazione e si articolano nel-

le corte pinne poste intorno al corpo bomba, l’unità di guida e il “tail-

cone” con le alette mobili per far manovrare la bomba. Il sistema di

guida è un INS-GPS abbinato ad un sensore inerziale laser GPS: una

volta lanciata, nella JDAM vengono immessi i dati relativi al bersa- glio forniti dall’aereo che le trasporta, si attivano gli impennaggi cau- dali e l’autopilota mentre iniziano ad arrivare i segnali dei satelliti NAVSTAR. Con queste armi si possono programmare attacchi con- tro una vasta gamma di obiettivi selezionando per ciascuno di essi il profilo più opportuno. La procedura d’impiego è stata denominata dagli esperti italiani “sgancia-e-dimentica” in quanto dopo il lancio

la bomba si dirige autonomamente verso il bersaglio che già conosce.

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Singolare coincidenza. Il giorno consacrato allo scoppio dell’ultimo conflitto in Iraq (20 marzo 2003), il Pentagono ha firmato con la multinazionale di St. Louis un contratto per una extra fornitura di Jdam da 690 milioni di dollari in 6 anni, che si aggiungono al miliar- do e più che già questi kit hanno fruttato. La prima bomba Jdam viene testata l’11 febbraio 1998 nel poligono di China Lake, in Cali- fornia, da un B-1B, aereo che può trasportare 24 bombe da mille lib- bre. Il successo procura alla Boeing un primo contratto col Pentago- no da 20 milioni di dollari. Il test decisivo viene effettuato nel ’99, quando i nordamericani sganciano sulla Jugoslavia oltre 1200 bom- be Jdam. La prestazione surclassa le bombe a guida laser e i missili da crociera. Per la prestazione delle bombe Jdam nell’operazione “Allied Force”, la Boeing riceve nel febbraio 2000 l’Award for Milita- ry Aviation, il più alto riconoscimento conferito dall’industria aero- spaziale internazionale, e un contratto da 162 milioni di dollari per la fabbricazione dei primi 7 mila kit Jdam, a fronte degli 87 mila che il Pentagono acquista successivamente. La Boeing, per migliorare le prestazioni delle bombe Jdam, si fa aiutare dall’Alenia Marconi Sy- stems. L’azienda pubblica italiana sviluppa una nuova sezione di coda, chiamata “Diamond back”, dalla forma a diamante che assume dopo che l’ordigno è stato sganciato. Il nuovo sistema di guida italia- no viene testato nell’aprile 1999, durante la guerra contro la Serbia, e nel settembre 2000, con un buon margine di anticipo per essere sperimentato dal vivo nella guerra in Afghanistan. Esso permette di sganciare le bombe simultaneamente contro più obiettivi, non più da 13 ma da 40 chilometri di distanza. L’invenzione della bomba Jdam- Er (Jdam a raggio d’azione esteso) frutta all’Alenia Marconi Systems, trasformatasi nell’ottobre 1999 in joint-venture al 50 per cento con la British Aerospace, un lucroso contratto con la Boeing. In soldoni:

20 mila dollari per un kit. L’accordo, firmato il 18 luglio 2001, stabi- lisce che «l’Alenia commercializzerà le “Jdam-Er” in gran parte dell’Europa e del Medio Oriente e potrà anche assemblare le Jdam e armi derivate, che i suoi clienti acquisteranno commercialmente» (Boeing Alenia Marconi Teaming for International Jdam Activity, Boeing New Release, St. Louis, July, 18, 2001). Il primo cliente este- ro delle Jdam è stato Israele, che ha acquistato kit di modifica per bombe Mk-84, di cui sono armati i suoi F-16. Il conto da 45 milioni

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di dollari è stato pagato in contanti dal governo Usa. Sorpresa. C’è

anche un altro insospettabile cliente: «Le bombe Jdam-Er» — infor- ma la Boeing nel comunicato stampa del 18 luglio 2001, oltre che sugli aerei Usa e israeliani — «sono installate su aerei italiani». Il numero 29 (annata 2002) della rivista Analisi Difesa certifica: «L’A- eronautica militare si doterà presto di 900 bombe intelligenti JDAM (Joint Direct Attack Munitions) che verranno prodotte dagli stabili- menti Oto Melara, società controllata da Finmeccanica, in coopera- zione con Boeing. I 900 kit destinati a rendere più precise e letali una vasta gamma di bombe verranno assemblati a partire dal marzo 2003 ed entreranno in servizio presso i reparti in breve tempo. Le JDAM italo-statunitensi andranno ad armare AMX e Tornado della nostra Aeronautica Militare con l’Alenia Aeronautica che si occuperà dell’integrazione di queste armi con i velivoli in questione».

Punto e basta. La cricca che detiene il potere nello Stivale ha deciso

di entrare nel ristrettissimo numero di nazioni che si assumono il

diritto di intervento immediato nelle aree di crisi del mondo, con una fortissima capacità distruttiva. Come ha sottolineato la Boeing qual-

che anno fa, «le Jdam-Er hanno il marchio di qualità “combat-pro-

ven” (provate in combattimento)». Ieri sui Balcani e sull’Afghanistan (dove hanno mietuto migliaia di vittime civili) oggi sull’Iraq; domani

su Iran e Siria. Anche l’Italia è pronta a elargire il suo contributo.

Ed è appunto in questo contesto e nel corso dell’incontro (ottobre 2002) tra il ministro della Difesa Martino, Francesco Guarguaglini (al vertice di Finmeccanica) e Rinaldo Petrignano (Boeing Italia) che Jim Albaugh, presidente della Boeing, aveva ricordato che «l’Italia è il primo cliente internazionale del Jdam: Boeing e Oto Melara colla- borano nella produzione di 900 kit Jdam in Italia e l’assemblaggio dovrebbe cominciare, tra cinque mesi, nel marzo 2003». «Il pro- gramma italiano per la costruzione delle JDAM - aveva dichiarato Albaugh - è un modello di collaborazione industriale per soddisfare il fabbisogno difensivo di nazioni alleate». Il Parlamento è all’oscu- ro, ma volutamente sonnecchia: il bilancio del ministero della Difesa non include tutti i costi per l’acquisto di armamenti che spesso sono finanziati attraverso il bilancio del ministero dell’Industria sotto for- ma di sovvenzioni ai produttori. La Breda Meccanica Bresciana (uni-

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tà di business dell’Oto Melara, del Gruppo Finmeccanica) nel 2001

ha concluso un accordo con la Boeing per la produzione di 900 kit

di guida consegnate all’Aeronautica Militare, in tre lotti di 300 cia-

scuno, dei quali i primi esemplari sono già stati consegnati, mentre

gli altri sono stati forniti nell’estate del 2004. L’azienda di Stato ha già provveduto ad addestrare gli specialisti della forza armata ed a fornire il supporto logistico, costituito da «alcune attrezzature speci- fiche, dai manuali tecnici e dal sistema CAMBRE per il caricamento dei programmi». Il valore di questo contratto per 900 unità è di 40 milioni di euro si apprende leggendo i contratti - a trattativa privata

- pubblicati dal Segretariato Generale della Difesa/D.N.A. Le bom-

be Jdam italiane - versione GBU-31 da 450 kg - sono destinate ai Tornado che ne possono caricare fino ad otto. Il capitolo di bilancio

1665 del ministero della Difesa (anno 2001) riferisce «l’acquisto kit jdam per bombe MK 83 e supporto logistico». Ancora. Il bollettino dei contratti Weag del Segretariato Generale della Difesa, nel nume-

ro 4, pubblicato ad aprile 2000 (sezione 1), segnala l’assegnazione a

«trattativa privata» alla Finmeccanica spa dell’appalto per la forni- tura entro giugno 2001 di «kit per bombe guida laser Gps (Egbu) e kit Jdam (contratto n. 5315). E ancora: il bollettino 6 (giugno 2000,

sez. 1) documenta il contratto 5316 per la fornitura entro luglio 2001

di «kit per bombe guida laser Gbu 12 E/B e Gbu 16 B/B con relativo

supporto logistico». La Breda intende usufruire della clausola “quin-

to d’obbligo” - che consente di aumentare una fornitura di un quinto

senza dover ripetere la gara d’appalto - affinché la Marina Militare

possa ordinare 180 dispositivi per i suoi caccia. Questi armamenti sono impiegati dagli AMX-Ghibli. I kits GBU-31 e GBU-32 sono pre- visti per le bombe da mezza e una tonnellata ma sono previsti anche quelli per le bombe da 225 kg e per le SDB (Small Diameter Bomb, bomba di piccolo diametro) da 129 kg. Nel 2002 il Libro Bianco della Difesa annunciava con toni trionfalistici:

«Una particolare attenzione verrà rivolta nel quadriennio 2002- 2005 ai seguenti aspetti: completamento dell’armamento difensivo

e offensivo adeguato a sostanziare con credibilità gli impegni, sia as- sunti sia prevedibili, anche in “contesti fuori area”; armamento di caduta di precisione, a guida laser o satellitare, con capacità ogni-

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tempo (programmi Jdam e Paweay III); ammodernamento delle li- nee aerotattiche TORNADO e AM-X; partecipazione al programma internazionale di sviluppo di un velivolo per attacco al suolo e rico- gnizione da introdurre in servizio a partire tra il 2010-2012 (pro- gramma JFS)». Il recente acquisto di missili di crociera “Storm Sha- dow”, aria-aria “Iris-T” e Aim-120 AMRAAM (140 pezzi) conferma che sono definitivamente tramontati i tempi dell’Aeronautica che non spara. Eppure, il 27 aprile il premier Berlusconi ha dichiarato pubblicamente che «in Iraq la nostra è una missione di pace, l’abbia- mo iniziata e intendiamo portarla avanti».

Mine anti essere umano, camuffate. Negli stock dell’aviazione mili- tare italiana ci sono perfino le Cluster BL 755, micidiali mine anti- esseri umani: una circostanza che spiega l’affossamento del disegno

di

legge per metterle al bando. Dal ministero della Difesa britannico

si

apprende che l’Italia è tuttora un paese produttore di mine “intel-

ligenti”. Oltre a fabbricarle in proprio è partner in almeno 4 progetti internazionali. In un documento di Human Rights Watch si menzio- na un progetto su bombe cluster in corso che svilupperà il modello migliore. Si tratta di sistemi guidati il cui compito è di perfezionare la

precisione del tiro rispetto all’obiettivo. Il progetto “Guided Multiple Launch Racket System” (Gmlrs) accomuna Francia, Germania, Italia e Gran Bretagna. Ognuno di questi ordigni, già testati con successo, ha un raggio d’azione sul territorio di una settantina di chilometri. Le munizioni cluster sono armi di grandi dimensioni che si aprono a mezz’aria spargendo ad ampio raggio centinaia di submunizioni. Le

cluster possono essere sganciate da svariati tipi di mezzi aerei, tra cui caccia, bombardieri ed elicotteri. Da terra, possono essere lanciate

da sistemi di artiglieria, lanciarazzi e lanciamissili. Le munizioni clu-

ster sono particolarmente pericolose per una serie di motivi. Primo tra tutti è l’ingente numero di submunizioni inesplose che rilasciano.

Recita un vecchio adagio: il passato non muore mai e prima o poi ritorna. Per l’Onu sono «Armi di distruzione di massa». I cittadini comuni ignorano le “categorie belliche 7 e 21”. Nei palazzi di governo se ne parla a bassa voce. Anzi, ufficialmente nell’entourage che conta non esistono. Eppure i nuovi materiali d’armamento delle Forze Ar-

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mate italiane comprendono «Armi nucleari, biologiche e chimiche». L’elenco completo si legge nel supplemento ordinario della Gazzetta Ufficiale numero 171 del 25 luglio 2003. In effetti, con decreto 13 giugno 2003 il ministro della Difesa Antonio Martino — «di con- certo con i ministri degli Affari Esteri Frattini, dell’Interno Pisanu, dell’Economia e delle Finanze Tremonti e delle Attività Produttive Marzano» — ha approvato l’acquisto di «Agenti tossici chimici e bio- logici, gas lacrimogeni, materiali radioattivi, relative apparecchiatu- re, componenti, sostanze e tecnologie». Negli anni Trenta del secolo scorso, l’Italia fabbricava segretamente aggressivi chimici (iprite, fosgene, lewisite, adamsite, eccetera) proibiti dalla Convenzione di

Ginevra del 1925, poi adoperati nella spietata aggressione all’Etiopia e alla Libia. A pagina 17, il più recente atto ministeriale specifica che

i militari italiani si dotano di «Agenti biologici e sostanze radioattive

adattati per essere utilizzati in guerra per produrre danni alle popo- lazioni od agli animali, per degradare materiali o danneggiare le col- ture o l’ambiente, ed agenti per la Guerra Chimica». Si tratta, in par- ticolare, dell’autorizzazione all’acquisto di gas nervini che uccidono per inalazione a contatto con l’epidermide nel giro di 1-15 minuti. Tra questi, il Sarin (quello dell’attentato alla metropolitana di Tokyo

il 20 marzo 1995, attuato dalla setta Aum Shinrikyo), il Soman, il Tabun, il Vx. Non è tutto. Ancora: «agenti vescicanti per la Guerra

Chimica: ipriti e lewisiti». E poi: «agenti inabilitanti e defolianti» tra

i quali spicca il cosiddetto “Agente Arancio”, lo stesso utilizzato dai

soldati nordamericani in Vietnam (nel periodo 1965-75) e i cui terri- bili effetti sulle popolazioni e sulla vegetazione si riscontrano ancora oggi. Per quanto riguarda il nucleare l’autorizzazione non si limita «al software in grado di simulare ogni aspetto di una esplosione», ma fa riferimento all’acquisto di «sostanze radioattive», nonché alla costruzione di «Impianti per l’ottenimento (produzione) del plutonio 239 e loro apparecchiature e componenti appositamente progettati o preparati». Inoltre si decreta l’acquisto di «apparecchiature nucleari per generare energia o apparecchiature per la propulsione, compresi reattori nucleari, appositamente progettati per l’uso militare e loro componenti appositamente progettati o modificati per uso militare». Il ministro della Difesa autorizza anche l’acquisto di vari tipi di «gas lacrimogeni ed agenti antisommossa contenenti: cianuro di bromo-

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benzile (CA), O-Clorobenzilidenemalonitrile (CS), fenil-acil-cloruro (ω-cloroacetofenone) (CN), Dibenz-(b,f), -1,4-oxazepina (CR)». Evidentemente in previsione dell’utilizzo nelle manifestazioni di piazza sono comprese «apparecchiature appositamente progettate o modificate per la disseminazione delle sostanze chimiche» oltre a «tecnologia per lo sviluppo, la produzione o l’utilizzazione di agenti tossici». Sulla vicenda il parlamentare Paolo Cento aveva indirizzato l’8 settembre 2003 un’interrogazione parlamentare (a risposta scrit- ta) al ministro della Difesa. «Tutto l’elenco appare in netto contra- sto con le convenzioni internazionali sugli armamenti convenzionali — sottolinea Cento — che tale armamento è destinato a supportare azioni militari non solo difensive ma anche offensive in territorio straniero». L’onorevole Cento, alla stregua di altri parlamentari, aveva chiesto al governo Berlusconi di riferire sui motivi che hanno determinato tale autorizzazione da parte del ministero della Dife- sa, sul rispetto delle Convenzioni internazionali in materia di armi e sulle previsioni di utilizzo. Quali sono i programmi di utilizzo in territorio nazionale e internazionale di simili armamenti che violano la Convenzione di Parigi? «È un fatto gravissimo — aveva ammoni- to Cento —. Siamo in presenza di un’escalation militarista dell’Italia che desta forte preoccupazione e che contrasteremo in Parlamento e nel Paese». Il CS (ortoclorobenzilmalonitrile) rientra nella definizio- ne di arma chimica (di cui alla Convenzione Internazionale firmata a Parigi il 13 gennaio 1993), ed è vietato dal protocollo per la proibizio- ne e l’uso in guerra di gas asfissianti o velenosi firmato a Ginevra il 17 giugno 1925. Amnesty International l’ha messo sotto accusa in Gran Bretagna, Bolivia, Corea del Sud, Svizzera. E il governo italiano dopo l’11 settembre lo ritiene «possibile strumento di attacchi terroristi- ci». È quanto risulta da una circolare del ministero della Salute diffu- sa il 12 ottobre 2002. Mentre non c’è traccia dell’autorizzazione che lo stesso dicastero dovrebbe aver concesso per l’impiego di questo veleno in ordine pubblico. Non è strano? Un’arma proibita in guerra può essere impiegata in una piazza pubblica. Per la legge italiana Dpr 359/91) deve essere bandito in quanto provoca all’organismo colpito danni permanenti. Uno studio dell’89 pubblicato dal Journal of the American Medical Association ipotizza «conseguenze a lungo ter- mine sulla salute, come formazioni tumorali, malattie dell’apparato

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riproduttivo e dell’apparato respiratorio» causate dall’esposizione al CS. Altre ricerche parlano di «effetti cancerogeni e alterazioni cromosomiche dimostrate da sperimentazioni in vitro su cellule di mammiferi», spiega il professor Nicola Loprieno. Un dossier sui gas lacrimogeni al CS era stato recapitato il 15 giugno 2002 al pm geno- vese Francesco Albini Cardona. L’aveva depositato l’avvocato Nicola Canestrini del Genoa Legal Forum, a sostegno di nove denunce per

lesioni gravi e gravissime, abuso d’ufficio e getto pericoloso di cose a carico dei responsabili delle forze dell’ordine del G8 del luglio 2001. Ricordate la mattanza di persone inermi e l’omicidio di Carlo Giu- liani? «IL CS è da considerarsi sostanza dotata di attività genotos- sica», sintetizza il dottor Edoardo Magnone. Pericolosa per l’essere umano, in grado di alterare il ciclo cellulare, provocandone l’arresto

e il rallentamento. «Inoltre — aggiunge Magnone — una delle carat-

teristiche del CS è quella di entrare subito in azione, cioè di avere effetti istantanei sul soggetto che ne entra a contatto». L’allarme per le conseguenze di quella nera cortina di fumo che avvolse Genova e i polmoni di manifestanti, poliziotti, residenti, è diventato ancora più alto dopo le denunce di molte persone, che hanno problemi, diven- tati irreversibili, proprio da allora. I lacrimogeni incriminati funzio-

nano, sono efficaci: a Genova ne sono stati sparati ben 6.200. Una guerra, ma era interna. Nel 1947 il Consiglio di Sicurezza delle Na- zioni Unite indicava nelle «armi atomiche esplosive, armi costituite

da materiale radioattivo, armi costruite da agenti chimici e biologici

e letali». Da allora le armi di distruzione di massa sono indicate con

la sigla CBRN: chimiche, biologiche, radiologiche e nucleari. Nel ’92 l’Onu ha dichiarato che «la proliferazione di tutte le armi CBRN co- stituisce una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale». Il 13 gennaio 1993 è stata firmata a Parigi la Convenzione che proibisce lo sviluppo, la produzione, lo stoccaggio e l’uso di armi chimiche e ne regola la distruzione controllata. La Convenzione è entrata in vigore il 29 aprile del 1997. A tutt’oggi è stata ratificata anche dall’Italia. La Convenzione sulle armi chimiche conta su uno strumento operativo, l’Organizzazione per il divieto delle armi chimiche (OPCW) che ha l’autorità per far rispettare gli obblighi di legge da parte degli Stati che ne hanno ratificato l’accordo.

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L’escalation militarista non si arresta. Ecco il soldato hi-tech. Prima sperimentazione segreta proprio in Afghanistan. “Forza Nec”: addio “missioni di pace”. È la punta di diamante dell’esercito italiano. Uf- ficialmente, a partire dal 2010 è la prima unità operativa di “cyber soldati”. Ogni kit di equipaggiamento costa 30 mila euro. In gran segreto l’82° reggimento fanteria “Torino” sperimenta l’equipaggia- mento bellico in Afghanistan. Cosa cambia in pratica? In sostanza gli armamenti. A cominciare dal fucile d’assalto Beretta, evoluzione dei modelli esistenti AR-70/90 e CX4-Storm. L’arma è più leggera con una serie di optional, incluso il lancia granate di 40 mm con calco- latore balistico a telemetria laser. La tecnologia consente prestazio-

ni impensabili: il sistema di mira optronico consentirà al soldato di

scoprire, identificare e sparare a obiettivi (esseri umani) su distanze

che oltrepassano la capacità del nemico in ogni momento ed in ogni

situazione di luminosità, di giorno come di notte. Anche dietro gli angoli degli edifici. Dati e immagini (di serie le combat camera mon- tate su elmetto e fucile) sono trasmessi in tempo reale a chilometri

di distanza, dietro le linee nemiche, in modo da aggiornare costante-

mente il campo di battaglia. Canale termico, telemetro laser e com- passo integrato, invece, per il sofisticato binocolo. Le nuove uniformi assicurano maggiore protezione e minor visibilità. Sono più leggere del 20 per cento rispetto a quelle standard e, grazie al ricorso alle fibre impregnate di carbone attivo, risultano efficaci contro la mi- naccia Nbc. Nulla è stato lasciato al caso. Ecco i sensori per tenere sotto controllo costantemente lo stato psico-fisico del soldato, laptop collegati in Gprs, navigatori satellitari palmari funzionanti con bat- terie al metanolo. Le linee di tendenza della Difesa italica prevedono un numero sempre più limitato di soldati con elevate possibilità di sopravvivere al combattimento.

Allora, nessun imbarazzo a giocare alla guerra in tempo di massacri

bellici reali e quotidiani. Si definiscono Blitzkommando, Incursori della Magarella, Arditi di Parma, Divisione Napoli Borbonica, Legio-

ne Farnese, Diavoli Verdi, Le Belve, Iena Korps, Lupi di Sicilia, e con

altri mille nomi. Sono i 30 mila cittadini — età media 35 anni, com- prese le donne — che in Italia praticano il “Soft Air”, la guerra virtua-

le all’aria aperta importata dal Sol Levante e dagli Stati Uniti. Qual-

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cuno dice che sono “guerrafondai esaltati”, altri li definiscono “para-

militari neonazisti”; i protagonisti replicano che “si divertono a con- tatto con la natura”. Un campione italiano della disciplina racconta che «Le armi sono di libera vendita, acquistabili nella nostra provin- cia presso l’armeria Ciccarelli. Per chi volesse provare, può trovare gratuitamente nel nostro club tutta l’attrezzatura necessaria». A un tiro di schioppo, in quel di Civitanova e San Severino, si sparano ad- dosso, per finta, altri due gruppi organizzati. Adesso la novità è che le esercitazioni a tema hanno inserito nuovi nemici, dopo l’elimina- zione di Osama bin Laden e Saddam Hussein. Recentemente, si fa per dire, una dozzina di talebani sono stati “trucidati” nei boschi dell’Abruzzo. «Il merito — vanta con orgoglio il soldato Giorgio M., nome in codice faina — è delle micidiali mitragliette della nostra squadra». Il gioco consiste nel dividersi in gruppi, eserciti e com- mandos e portare a termine le missioni speciali ordinate dal coman- dante. Si tratta di liberare ostaggi, eseguire rapimenti, sferrare in- cursioni aggressive, conquistare la bandiera nemica e occupare il campo avversario. Ma anche affrontare reazioni di difesa, lotta corpo

a corpo, fuoco contro fuoco. Per non dire delle missioni singole de-

gne di un vero eroe. «L’episodio che preferisco è quando si simula la caccia a un terrorista — racconta Catia, 42 anni, di mestiere impiega- ta —. Ci esercitiamo in alcune cave abbandonate della Maiella, sem- bra davvero di stare tra le grotte afghane. L’altra domenica siamo stati sorpresi da un gruppo di talebani violentissimi e ho avuto molta paura. Per fortuna abbiamo saputo distrarli e colpirli a morte. Tutti tranne uno. Marco dei nostri è rimasto gravemente ferito. Mi piace impersonare i buoni, mi fa sentire importante e il mio senso di impo- tenza diminuisce». Trionfa lo spettacolo in diretta della guerra simu- lata, schermo e sipario strappato alla quotidianità. «È un gioco

esplorativo di ruolo e di società: un’attività ricreativa e culturale», assicurano i giovani praticanti. Ribattono i critici: «È un fenomeno che rispecchia ciecamente la realtà bellica». Almeno per ora, niente cannonate, bensì proiettili di gomma. Se ti centrano in parti vitali, comunque, finisci all’ospedale. Per dribblare i nosocomi i guerrieri del terzo millennio indossano imbottiture rinforzate e caschi di pro- tezione. Eppure gli incidenti, a volte mortali (rubricati come inciden-

ti fortuiti), non si contano, soprattutto a danno di ignari malcapitati:

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bambini, escursionisti, campeggiatori, fotografi, botanici, raccoglito-

ri di funghi e tartufi. Il 10 giugno 2001 sul fiume Adige, durante un’e- sercitazione militare simulata, ha perso la vita Francesco Solofrizzi,

di 25 anni. Le forze dell’ordine tollerano, anzi chiudono gli occhi.

Già, ma chi se n’è accorto? Il periodico Soft Air Adventures lo defini- sce “sport del ventunesimo secolo”. I softgunners parlano di gioco ma esultano soltanto «quando si fanno fuori gli avversari» scrivono nel loro dominio informatico, Leo, Gigi e Domenico da Canosa di Pu-

glia, sfrenati praticanti. I luoghi prediletti per le battaglie domestiche sono le aree naturali protette. Gargano, Gran Sasso, Maiella, Conero, Gennargentu, Maremma, Circeo, Golfo di Policastro, Dolomiti Bellu- nesi, Stelvio. Ovvero: i santuari boschivi, le zone umide, le zone co- stiere scampate alla speculazione edilizia. Territori a rischio impalli- namento, sempre più inaccessibili ai comuni mortali anche per via delle esercitazioni top secret dei militari Nato. I soldati della domeni-

ca non risparmiano gli scenari urbani nei paesi fantasma, come San

Valentino in provincia di L’Aquila. Ci sono gli incontri ufficiali (dal nord al sud della Penisola: Bari, Rimini, Trieste, Viareggio, Reggio Calabria, Palermo) e gli addestramenti clandestini con armi autenti- che, in Svizzera, Ungheria, Romania, Israele. In questa insospettabi-

le galassia attinge adepti l’Executive outcomes, la più grande multi- nazionale di mercenari al mondo. I soldati di ventura provengono da Belgio, Francia, Italia, Usa, Gran Bretagna, Russia, Ucraina, Suda- merica. Da un paio d’anni d’anni ex ufficiali israeliani addestrano praticanti di Soft Air nella terra promessa con armi vere. Ispiratore l’ex capo di Stato maggiore Rafael Eitan, coadiuvato dal generale Re-

havam Zeevi. Il verbo di queste milizie a mano armata che combatto- no guerre finte è disarmante: «Noi ci ispiriamo ai reparti speciali Seal

e Delta Force». Il concetto è illustrato su Internet dall’Acme Sat: «La

filmografia d’azione è la musa ispiratrice di tanti games, così come lo

è la storia bellica». Per partecipare alla guerra virtuale occorre mu-

nirsi di un equipaggiamento standard: anfibi, occhiali protettivi, tuta mimetica, elmetti, passamontagna, berretti chiazzati, cinturoni da combattimento, porta caricatori, borracce, binocoli e fuoristrada. L’armamento personale comprende pistole a gas o a molla, fucili e mitragliette elettriche: strumenti identici a quelli reali. Sparano a 70 metri raffiche da 700 a 1200 colpi al minuto. I proiettili sono pallini

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di plastica dura del diametro di 6 millimetri e peso variabile. Queste

armi sono dotate di sistemi avanzati come il dispositivo “hop up”, un marchingegno che regola la rotazione nella fase di sparo, affinché il colpo sia perfettamente lineare. Lo strumento bellico più diffuso e apprezzato è il “superkurz”, un fucile superaccessoriato, davvero speciale, almeno a giudicare dal portafoglio. Il costo base del “bam- bino” parte dai 900-1.000 euro. Sono in commercio, a prezzi proibi- tivi, una serie di optional all’equipaggiamento che farebbero invidia ai corpi militari di mezzo mondo. I soldati del fine settimana usano mirini al laser, computer microscopici, telerilevatori, rompifiamma, puntatori frontali, creme per il mascheramento, reti mimetiche, pu-

gnali d’ogni foggia e speciali bombe che trillano quando rovinano al suolo. Gli incursori in erba, armi in pugno, voce grossa e viso incaro- gnito, sperimentano anche il parapendio lanciandosi da rupi, burro-

ni e scogliere. Il copione più gettonato è pattuglia “Bravo two Zero”.

I “rambo made in Italy” entrano in azione nel cuore della notte o all’alba. Al buio i belligeranti si muovono con disinvoltura. Sono at- trezzati di tutto punto: visori notturni a infrarossi, ricetrasmittenti computerizzate, cellulari satellitari, sensori termici, che consentono spostamenti rapidi e localizzazione del nemico. Non mancano tatti- che di guerra studiate per ogni occasione e compiti precisi per ognu- no, a partire dall’esame della cartografia territoriale. Ci sono falchi,

cecchini, esploratori, cacciatori di teste e volpi in fuga. L’obiettivo è vincere: basta seguire le istruzioni che dettano i manuali operativi. Ognuno dei combattenti è specializzato in qualcosa: celerità di movi- mento, mira infallibile, capacità di invadere il territorio nemico, combattimento corpo a corpo, volontà di annientamento. I comman- dos italici l’idea fondamentale l’hanno recepita da film e telefilm in circolazione: il “fuoco-movimento”, vale a dire, uno corre l’altro co- pre. Le battaglie si disputano in orari prestabiliti: i games possono finire in 30 minuti ma anche dopo 3-4 ore. Lo scopo è far fuori tutti i nemici conquistando il territorio avversario. I contatti ravvicinati si risolvono con un colpo di pistola. La vittima colpita muore, non è previsto il ferimento. La “salma” abbandona il gioco con le sue gam-

be e attende che i commilitoni portino a termine la partita, annoian-

dosi a morte. Per la miseria: “quanto è bella la guerra simulata”. Come si fa ad apprezzare, e incentivare ed esaltare l’estetica della

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guerra? Lo puoi anche definire “gioco”, la natura di simulazione bel- lica non cambia. Testimonianze - Soft-gunner 1 (Rocco): «Gioco a soft-air da un anno ed è diventata la mia passione. Ho comperato un’arma a gas in un sito straniero e tra equipaggiamento e tessera annuale al club a cui sono iscritto ho speso 600 Euro circa, non mol- to per essere uno sport a tempo pieno (mi occupa tutte le domeniche

e a volte anche il sabato), gioco con un mio amico, è bello stare all’a-

ria aperta, mi diverto a uccidere gli avversari e fa bene alla salute vi- sto che si svolge completamente all’aria aperta. Ci sono però troppi invasati, esaltati e fanatici del genere che vedono questo gioco come una guerra vera, ricca di odio verso gli altri, questi rovinano il gio-

co». Soft-gunner 2 (Anna): «Il softair o soft air o tiro tattico sportivo

è uno sport a tutti gli effetti, che consiste nella simulazione di scontri

armati e tattiche militari e per questo nella maggior parte dei casi è stato osteggiato e fortemente criticato, ma credetemi, non è violento né pericoloso ma basato sul corretto confronto sportivo. Il softair si differenzia dalle altre attività basate sulla simulazione militare per l’esclusivo utilizzo della air soft gun, che tradotto dall’inglese lette- ralmente significa arma ad aria compressa, da cui appunto prende il nome. È caratterizzato da una molteplice varietà di modalità di gioco

da conseguire in un tempo prestabilito, che spaziano dalla modalità della conquista di una bandiera avversaria al dover conquistare una determinata postazione, oppure al mantenimento di una dislocazio- ne, fino ad arrivare alla liberazione di un prigioniero, o (il più gioca- to) alla “distruzione” della squadra avversaria. In alcuni casi il gioco diviene più complesso trasformandosi in una vera e propria “storia” da mettere in pratica. Un esempio? Certo, quella ultimamente gioca- ta: recuperare un commilitone catturato in territorio nemico con una squadra che lo deve riportare al campo base e una squadra nemica che deve eliminare i soccorritori e portare il prigioniero nel suo cam- po. In definitiva, è un’attività che garantisce una buona forma fisica, con un continuo allenamento anche mentale che rafforza il fisico, la mente e aiuta a lavorare in gruppo e rafforzare i legami che si instau- rano all’interno di esso». Soft-gunner 3 (Armando): «La pratica del Softair non rappresenta alcun pericolo per il giocatore perché si uti- lizzano armi perfette repliche delle vere, ma sostanzialmente armi giocattolo che sparano pallini di ceramica, oppure di materiali pla-

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stici, biocompatibili o biodegradabili, del diametro di 6 mm e peso variabile tra 0.10 e 0.50 grammi che risultano innocui. Le armi pos- sono essere a gas o CO2, cioè in cui il pallino è sparato dalla rapida decompressione del gas; oppure a molla cioè dove è una molla a spa- rare il pallino. In questo modo si sviluppa generalmente una velocità di sparo maggiore. Ed infine a propulsione elettrica, dove il pallino è sparato da un motorino alimentato da un’apposita batteria, general- mente di voltaggio variabile tra i 6 e i 12 V e di diversi tipi: si possono trovare batterie di tipo NiCh, LiFe e LiPo, le quali offrono diverse prestazioni. Ma tutte, sempre omologate nel rispetto delle regole. Per questo l’unico accorgimento durante il turno di gioco è l’obbliga- torietà di indossare una protezione per gli occhi con occhiali o ma- schere integrali appositamente studiate e chiamate “gran facciali”. Per il resto, l’abbigliamento adeguato e comodo consiste in tute mi- metiche, anfibi ed elmetti per la protezione del capo, nonché ginoc- chiere o paracolpi per le braccia”. L’arma è un oggetto artificiale la cui definizione è esaurita dalla fi- nalità dell’offesa. In altre parole, non tutto ciò che è fabbricato ar- tificialmente e può offendere è un’arma, ma tutto ciò che è creato artificialmente per offendere è un’arma. Chiarissimo che ci sia la meraviglia ingegneristica. L’esclamazione di stupore che ti sfugge dalle labbra nel vedere la perfezione di uno strumento artificiale, il concerto nettissimo del movimento di ogni parte dell’oggetto, la pulizia del meccanismo, l’eleganza dei meccanismi, l’ingegnosità del disegno generale, il reverenziale stupore per il design attento. E vuoi mettere la funzionalità? L’arma in sé, intrinsecamente, è un oggetto che ha la sua sola ragione di esistere nell’atto di offesa (a prescindere dal motivo dell’offesa stessa), ideata e progettata al fine di ottenere l’efficienza più letale possibile, uccidere nella maniera più pulita od efficace, universalmente atta a spezzare la vita. Questo in assoluto (ab-solutum, slegato da), cioè in un contesto sciolto da ogni conte- stualizzazione. Penso che questo si possa tranquillamente assumere che l’arma è in assoluto un oggetto che per vocazione ed essenza è mortifero. L’ “interesse per le armi”, in questa ottica razionale, ac- quisisce delle connotazioni quantomeno spiacevoli, che certo fanno storcere il naso a chi la adotti e vi rifletta. Infatti, pure se anche que- sto interesse è assoluto — decontestualizzato e sciolto da concrete

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situazioni e atteggiamenti di bellicosità — non può non avere una struttura sofferente della radice fondante dell’essenza dell’arma, un’essenza finalistica offensiva, algesica. L’interesse per le armi (da fuoco) affonda necessariamente secondo logica le sue radici intrin- seche in un oggetto volto nella propria essenza a intimorire, ferire, uccidere ed eliminare con un singolo clic. Ci pare strano e non trop- po sano, e questo è l’approdo del discorso sull’estetica della guerra:

finché un’arma verrà in assoluto e astrattamente ritenuta “fica” e non terribile foriera di morte, come sulla natura detta, si potrà veramente compiere il salto culturale che elimini guerra vera, armi vere e risolu- zioni violente dei conflitti dal nostro pianeta? Oggetto di critica è la simulazione di un’azione di guerra e “l’interesse per le armi”, come cita la ricerca di Kermel e Sorrentino del 2002. Il gioco influenza sempre la persona, le sue rappresentazioni mentali e la sua gestio- ne delle associazioni emozionali. Da solo non basta — ovviamen- te, niente basta da solo — ma di certo ha una sua influenza nel far credere che la guerra possa essere qualcosa di eccitante ed eroico. Il pericolo sta nel fatto che non agisce sui circuiti coscienti ma su quelli emozionali, coscientemente ingestibili. Informare sulla guer- ra è fondamentale per la coscienza, evitare tagli di rappresentazio- ni emozionali positive o associazioni positive con l’estetica bellica è fondamentale per la costruzione di una cultura nuova che disprezza la guerra, come è avvenuto con la schiavitù. Non si tratta di censura, il rifiuto dovrebbe partire dall’interno della persona stessa. Dovere dell’adulto (individuo in costante formazione comunque) è quello di esemplificare una società scevra da lordure riconducibili all’estetica bellica. Sul fatto che lo sport, marziale e non, rilassi, siamo tutti d’ac- cordo. Anche io, andando a correre, quando torno sono rilassatissi- mo e amo l’universo. E anche sullo status speciale delle arti marziali in relazione alla violenza siamo tutti d’accordo. Ci può essere l’esal- tato, ma sappiamo che lo spirito dell’arte marziale, per chi lo pratica come noi per finalità spirituali, è ben altro.

Adesso facciamo un piccolo esercizio di fantasia per scaricare lo stress della routine quotidiana. «Giochiamo a schiavo e padrone?». Perché non giocare a schiavo e padrone? Facile rispondere. Perché la schiavitù è un’idiozia tale che anche solo la finzione è degradante.

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«Ma è solo un gioco! Non si ammazza mica nessuno! Lo sappiamo

che è un gioco e che la schiavitù è sbagliata». D’accordo, è già qual- cosa. Ma è comunque sano giocare a schiavo/padrone? Seriamente,

lo voglio capire. Se si vedessero bambini o adulti giocarci che cosa si

potrebbe pensare? «Ma un gioco del genere sarebbe immensamente diverso da Soft Air. Schiavitù e guerra sono due cose diverse». Tor- niamo un pò indietro nel tempo, allora. Poche centinaia di anni. La schiavitù è accettata e addirittura è indispensabile alla nostra vita. È

uno dei grandi fatti del mondo, come l’alba, la pioggia, le stagioni e la guerra. Giocare allo schiavo e al padrone, anche fuor di gioco, diverte

i bambini e fa sorridere gli adulti. Tutte persone rispettabilissime. Al

giorno d’oggi l’estetica della schiavitù (che pure esiste) non è cultu- ralmente accettabile nemmeno per scherzo, nemmeno per gioco. È degradante, fa venire il voltastomaco. L’estetica della guerra invece è accettabilissima, indispensabile, si penserebbe. Come si pensava della schiavitù. Nonostante giocare alla guerra sia degradante esat- tamente come vedere persone giocare a schiavo e padrone o a eretico

e inquisitore. Se si sapesse che ci sono persone che giocano all’Inqui- sizione che cosa se ne potrebbe pensare? Se si sapesse che persone giocano al latifondo dell’Alabama, che cosa se ne potrebbe pensare?

Il vedere questi come orrori è una conquista estetica prima ed etica

poi. Se si ama l’esperienza a contatto con la natura si può fare il corso

per guida alpina. È una meraviglia. Se si vogliono fare giochi di ruolo con gli amici nei boschi, le alternative ci sono. Ma giocare alla guer-

ra è e sarà sempre degradante come giocare agli schiavi, e coltiverà

una visione estetica inaccettabile come inaccettabile è l’estetica della

schiavitù. E mi fa ribrezzo che su qualcosa del genere venga montata l’emozione di adrenalina, gioco di squadra, nervi tesi, riflessi pronti.

È vero, a Soft Air non ho mai giocato, ma so cos’è la guerra perché

l’ho vissuta con gli occhi ed il cuore del cronista in prima linea. Sa- rebbe stato divertente durante l’assedio di Sarajevo giocare a Soft Air? Allora, non ho bisogno di giocare a schiavo e padrone per sa- pere che non mi piace. Oltretutto, dispendiosi ed elaborati giochi di guerra e violenza “controllata” mettono in luce una vasta categoria

di persone che quotidianamente ci stanno accanto ma che sognano,

nel tempo libero, di maneggiare un fucile che-sembra-vero in un’a-

zione di guerra che-sembra-vera sparando in un modo che-sembra-

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vero ad altezza d’uomo. Persone non semplicemente idiote, ma che

su

questa idiozia investono denaro a profusione, che coltivano, non

so

se deliberatamente o incoscientemente, la patologica e pericolosa

estetica della guerra, e che forse, come suggerito da Seth MacFarlane

e più o meno da ogni sceneggiatore comico che si sia pronunciato

a riguardo, tentano di puntellare l’irrecuperabile debolezza del pro-

prio ego usando bellicosi falli di plastica e metallo. Persone cui fa piacere farsi fotografare come manipoli di soldati veri nella guerra vera. Come se fossero uomini valorosi, grandi guerrieri.

Dunque, ora e sempre Resistenza al totalitarismo. C’è una targa affis-

sa sul muro esterno al Palazzo Vecchio di Firenze che dice: «Dall’11

agosto 1944/ non donata ma riconquistata/ a prezzo di rovine di torture di sangue/ la Libertà/ sola ministra di giustizia sociale/ per

insurrezione di popolo/ per vittoria degli eserciti alleati/ in questo palazzo dei padri/ più alto sulle macerie dei ponti/ ha ripreso stan- za/ nei secoli». Le armi sono già state imbracciate a sufficienza. I nostri popoli hanno già versato abbastanza sangue, per liberarsi. Chi

è morto per la nostra libertà lo ha fatto con l’intima speranza che

potesse essere l’ultima volta, coltivando una cultura di democrazia,

di

dialogo e ripudiando la guerra in ogni sua forma (articolo 11 del-

la

Costituzione repubblicana ed antifascista), in ogni sua allusione.

Il

nemico attuale è una forma di dittatura (in senso lato) fanatica,

cieca e violenta che nasce dal pus dell’ignoranza, nelle cloache della miseria e dell’emarginazione. Questo Soft Air potrebbe essere visto come un’onta per tutti i nostri avi che hanno combattuto realmente per la libertà, che hanno sentito davvero il dolore lacerante di una pallottola di piombo incandescente che ti morde la schiena e i pol- moni mentre tenti in mezzo a un bosco di tamponare la ferita di un tuo amico fraterno morente stringendogli la coscia con la cintura, sacrificando tutto pur di respingere un invasore che negava libertà, uguaglianza, fratellanza e amore agli uomini che tutti nascono liberi

su questa bella terra. Io non ho rispetto per la guerra, ma ho rispetto

per chi, morendo, mi ha permesso la libertà.

“Pecunia non olet”: vero Sua Santità Ratzinger? L’istituto per il so- stentamento del clero, emanazione della Conferenza episcopale ita-

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liana, ha aperto conti in 33 istituti di credito. 13 di queste banche collaborano attivamente al commercio verso paesi dove non vige la

democrazia e i diritti umani sono calpestati con la violenza di Stato. Tra le banche in questione figurano anche quelle del gruppo Intesa San Paolo che hanno movimentato oltre 500 milioni di euro, vale

a dire un terzo dell’intero volume d’affari. Tuttavia dalla Relazione

governativa sull’export d’armi italiane è scomparso l’elenco con il valore monetario e il paese destinatario delle singole operazioni au- torizzate alle banche. Tra l’altro, in un rapporto della presidenza del consiglio dei ministri, la tabella 16 è errata: la prima banca armata non è Unicredit ma Banca di Roma (ora sono lo stesso gruppo ma i valori raddoppiano).

Il marchio italiano non è solo pasta e tarallucci del Mulino Bianco,

bensì unione di finanziatori o meglio produttori di armi: ad esempio

il micidiale cannone 20 millimetri (Oerlikon) adottato da Hitler e dai

dittatori di mezzo mondo. Anda-Bührle e Barilla: una saga di fami- glie d’altri tempi. Generazioni e identità accomunate dal senso della produzione e vendita al miglior offerente, ingraziandosi il consenso popolare mediante la pubblicità dilagante sui mass media. Occhio, non è tutta d’un pezzo la proprietà: la ditta parmigiana in attività dal 1877 non è quotata in borsa, ma vanta un socio imbarazzante. Per dirla con uno spot, addomestica coscienze: «Scopri il mondo di casa

Barilla, iscriviti e diventa protagonista». Detto e fatto: gratta… grat- ta. L’accordo finanziario latina affonda nel passato remoto, appena sbianchettato. Infatti, nell’anno 1979 Hortense Bührle (maritata Anda) — figlia del famigerato Emil Georg (al soldo di Hitler) e sorella del pregiudicato Dieter (responsabile della morte in Africa di milio-

ni di innocenti, prevalentemente donne e bambini, come accertato

dall’Onu) nonché madre dell’ingegnere Gratian — investe 10 milioni

di dollari per acquistare il 15 per cento della nota marca emiliana.

Hortense (nata il 18 maggio 1926, originaria di Ilsenburg ma natura- lizzata a Zurigo nel 1937) ha sposato nel 1964 il pianista Géza Anda. Nel 1969 la gentildonna ha un figlio di nome Gratian, che in seguito diviene ingegnere elettronico, nonché consulente di direzione della McKinsey. Secondo il Dizionario Storico della Svizzera (Historisches Lexikon der Schweiz, Band, 1, 322) la signora è a tutti gli effetti:

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«Coerede e grande azionista del gruppo industriale Bührle, dal 1956

ha fatto parte dei consigli di amministrazione della Oerlikon-Bührle

Holding AG, della Bally International AG e della Ihag Holding AG». Chi sono i Bührle-(Anda)? Scomodiamo a tal proposito, tra le innu- merevoli fonti informative ben documentate a disposizione, proprio uno studioso elvetico (mai smentito), ovvero Jean Ziegler che nel

1997 per la casa editrice Mondadori ha pubblicato il saggio, La Sviz- zera, l’oro e i morti. Alle pagine 175-179 si apprende che:

«I fabbricanti d’armi svizzeri furono particolarmente preziosi per

Hitler. La Svizzera è leader mondiale nella meccanica di precisio- ne: i congegni di puntamento dei cannoni svizzeri, la precisione delle mitragliatrici e dei mortai, i cannoni antiaereo a tiro rapido erano (e restano) i migliori del mondo. Hitler ne ordinò decine di migliaia; l’addestramento degli artiglieri – sia dell’esercito sia del- le SS – destinati a manovrarli si svolse sotto la direzione svizzera. L’industria bellica elvetica presentava un ulteriore vantaggio: poi- ché produceva in territorio neutrale, non veniva bombardata dagli Alleati. La fabbrica di armi di gran lunga più potente del paese, che era anche una delle maggiori del mondo, apparteneva a un figlio di emigrati del Wurtemberg: Emil Bührle. Le sue officine erano situate

soprattutto a Zurigo-Oerlikon. I suoi affari con il Reich gli fruttarono guadagni considerevoli: tra il 1939 e il 1945 le sue entrate ufficiali passarono da 6,8 a 56 milioni di franchi svizzeri e il suo patrimonio personale da 8,5 a 170 milioni. Bührle era amico personale di Al- bert Speer, il ministro nazista degli armamenti e della produzione

di guerra, nonché del barone von Bibra, un consigliere di legazione

che fu forse l’intermediario più importante tra i dirigenti nazisti e gli industriali svizzeri. Bührle era un habitué delle cene offerte da Otto Carl Köcher, l’ambasciatore tedesco a Berna. A partire dall’estate del 1940 fino alla primavera del 1945, il gruppo Bührle fu quasi esclusi- vamente al servizio di Hitler. Nel 1941 offriva lavoro a 3.761 persone, vale a dire tre volte di più che all’inizio della guerra. In origine, la Bührle-Oerlikon fabbricava macchine utensili, ma in seguito all’in- vasione della Polonia si riconvertì agli armamenti: nel 1940 le armi e le munizioni rappresentavano il 95 per cento di tutta la sua produ- zione. Il punto forte del suo catalogo era il cannone antiaereo da 20 millimetri, molto apprezzato da Hitler, in quanto abbatteva un gran

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numero di aerei alleati. Bührle era il caratteristico padrone da lotta

di classe; aveva orrore dei sindacati, in special modo del coraggioso

leader sindacale e deputato di Zurigo Hans Oprecht (…) Per la cro- naca, bisogna sapere che la vittoria spiacevolmente rapida degli Al- leati impedì a Bührle di smaltire tutte le sue scorte di cannoni; molte

delle forniture ordinate dai nazisti restarono a Oerlikon dopo il 1945. Tuttavia, anche dopo il suicidio del suo miglior cliente, Bührle seppe trovare una soluzione: cominciò a esportare le sue armi di morte nel Terzo Mondo. La guerra del Biafra durò dal 1967 al 1970 (…) Le Na- zioni Unite decretarono il blocco economico e militare nei confronti del Biafra e la Svizzera aderì alla proibizione di esportare armi. La guerra fece due milioni di vittime, principalmente donne e bambini.

Il Biafra capitolò e nelle sue caserme gli ispettori dell’Onu trovarono

dozzine di cannoni Bührle. Alcuni recavano ancora la croce uncinata

e i numeri di serie tedeschi: si trattava delle forniture Oerlikon, già pagate dai nazisti e pronte a essere loro consegnate, che Bührle ave-

va rivenduto a Ojukwu. Per questo eccellente affare, Dieter Bührle,

erede di suo padre Emil, fu condannato dal tribunale federale a una multa di 20.000 franchi svizzeri per non aver rispettato l’embargo (…) I fornitori svizzeri di Hitler facevano i loro affari in un ambito in

cui i valori etici non avevano importanza».

Nel dopoguerra, la famiglia Bührle-Anda – certificano le Nazioni

Unite – ha venduto armi a paesi sotto embargo e regimi notoriamen-

te dittatoriali: Sudafrica, Nigeria, Indonesia. Secondo il quotidiano

spagnolo El Mundo, nel 1999 anche i bombardamenti con munizioni

all’uranio impoverito in Kosovo sono stati realizzati grazie alla pro- duzione di questa benemerita famiglia elvetica di origini tedesche. L’European Network Against Arms Trade ha documentato con pro-

ve inequivocabili vendite di fucili d’assalto, razzi e missili contraerei

all’Indonesia per 1,8 milioni di franchi svizzeri tra il 1982 e il 1993

attraverso la controllata Contraves, nonostante l’embargo in corso per violazione dei diritti umani. Sempre nel ‘93, grazie alle forti pres- sioni che la società bellica mise in atto per convincere il Parlamen-

to Svizzero ad autorizzarle, furono venduti armamenti per importi

pari a 10 milioni di franchi. La fabbrica di armi Oerlikon-Contraves

è stata tra i migliori clienti del poligono sardo di Quirra, dove sono

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stati seminati a piene mani nell’inerme popolazione civile orrori e malattie mortali. Nel 2000 il gruppo Oerlikon-Bührle si è dato un

nuovo look cambiando il nome in Unaxis e diversificando gli inve- stimenti in vari modi: ad esempio un grazioso hotel sul lato svizzero del Lago Maggiore. I Barilla, comunque, entrano personalmente in società con questi spietati mercanti di morte. Il denaro insanguina- to che ha alimentato conflitti a danno degli esseri umani più inermi (senza valutare i defunti a causa della seconda guerra mondiale, solo

in Biafra 2 milioni di vittime civili), senza alcuna ombra di dubbio,

è frutto della produzione e del traffico di armamenti in paesi in cui l’unica regola è la sopraffazione. Le armi, come noto, sono strumento essenziale di tutte le forme peggiori del saccheggio globale moderno a base di violenza. Nel 1999 il gruppo Bührle passa di fatto a Gra- tian Anda. Il 10 ottobre 2001 (e-mail delle ore 15:57:58, acquisita integralmente e legalmente dal giornale Italia Terra Nostra), un di- rigente aziendale di rilievo, tale Armando Marchi, scrive: «Sono il responsabile delle Relazioni Esterne del gruppo Barilla. Mi permetto

di osservare che, se si eccettua il periodo dal 1973 al 1979 (in cui è

stata di proprietà della multinazionale Grace), la Barilla è dal 1877, anno della sua fondazione, saldamente in mano alla famiglia Barilla,

che ha sempre vissuto dei frutti del lavoro in campo alimentare. Il signor Gratian Anda, che tra l’altro non è nel Consiglio di Ammini- strazione del Gruppo Barilla, rappresentava una quota di minoranza

(il 15%) detenuta da una Società finanziaria olandese: un investitore meramente finanziario, non un’industria bellica. Non abbiamo mai utilizzato la correttezza come strumento di marketing, e ritengo an- che che non sia immeritata la trasparenza che ci viene riconosciuta dalla “Nuova Guida al consumo critico”». Incongruenze o sgangherate menzogne dalle gambe corte? Il nipote

di Emil George Bührle nel 2000 ha ricoperto la carica di vice pre-

sidente della Barilla; attualmente è consigliere di Barilla Iniziative S.r.l., anche se nel Bilancio 2009 il suo nome non si legge addirittu- ra. Prove? A iosa. Il documento ufficiale di casa Barilla denominato “Corporate Governance” indica — nella società a responsabilità li- mitata Barilla Iniziative S.r.l. — tra i consiglieri, vicino ad Emanuela Barilla (sorella del presidente Guido Maria), proprio il convitato di pietra, detto altrimenti Gratian Anda (nato a Zurigo il 22 dicembre

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1969), in buona compagnia degli inseparabili Nicolaus Issenmann e Robert Singer. Lo stesso Issenmann (per gli amici semplicemente Nico) siede accanto a Guido Maria Barilla nella società controllata dal Gruppo, meglio detta Lieken AG. Se Pietro Barilla pagava tan- genti miliardarie sotto spinta di Silvio Berlusconi da conti segreti svizzeri, come hanno evidenziato i procedimenti giudiziari in cui era coinvolto, il figlio Guido Maria, attuale presidente del Gruppo, ha mai sfogliato un libro di storia non edulcorato? Al rampollo parmi- giano erano stati chiesti chiarimenti che però latitano. Appunto la morale di facciata, o meglio, fuori tempo limite che scomoda addi- rittura Kant. Meno male che il consiglio di amministrazione della Barilla (in “zona Cesarini”, si fa per dire) il 4 marzo 2005 ha recupe- rato terreno almeno sulla carta, approvando un Codice Etico di 24 cartelle. Nel testo, a pagina 11 è inciso: «Barilla considera come punti irrinunciabili nella definizione dei propri valori la Dichiarazione uni- versale dei Diritti Umani dell’Onu». Belle parole, o forse chiacchiere al vento, anzi fumo negli occhi degli ignari consumatori. Ma la so- stanza? Magari un ravvedimento dei fratelli e sorella Barilla (Guido Maria, Luca, Paolo, Emanuela)? Nulla, per ora. Il dna parmense non tradisce il lauto business. Narrano le cronache del quotidiano Il Cor- riere della Sera (12 luglio 2008):

«La famiglia Barilla «premia» il socio svizzero Anda-Bührle. Accele-

ra il riassetto del gruppo: più peso agli azionisti storici. La Finba Ini- ziative concentrerà altre attività e sarà partecipata all’85% da Barilla Holding e al 15% dagli elvetici. Riassetto al vertice del gruppo Barilla che dopo molti anni ridefinisce i rapporti con il socio di minoran-

za storico (15%), la famiglia svizzera Anda-Bührle, entrata alla fine

degli anni Settanta. Le modifiche nella governance e nelle relazioni

partecipative stanno entrando in questi giorni nella fase esecutiva

con la fusione in Barilla G e R Fratelli, la capogruppo industriale,

di quello che fino a ieri è stato il veicolo societario dell’alleanza, la

Relou Italia. Se i tempi saranno rispettati, già dalla settimana pros- sima la partnership dovrebbe trasferirsi nella nuova holding Finba Iniziative. Tuttavia non è solo un’operazione di facciata ma vi è la so- stanza di un riassetto societario che accompagna una riorganizzazio- ne industriale al termine della quale il 15% della famiglia Anda avrà più «peso». Nella nuova configurazione, infatti, rispetto al passato

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saranno concentrate sotto la società comune alcune attività che in precedenza erano fuori dall’area di influenza degli svizzeri. Secondo

una versione che circola in Barilla, si tratta di una specie di premio fedeltà dopo un periodo di turbolenza finanziaria dovuta alla falli- mentare acquisizione della Kamps, il gruppo tedesco del pane. Nel dicembre scorso si era conclusa consensualmente la burrascosa sta- gione di joint venture con la Banca Popolare di Lodi, entrata in Kam-

ps a sostegno della Barilla subito dopo l’Opa del 2002. La cessazione

del contenzioso ha portato il gruppo della pasta al 100% di Kamps e Harry’ s (prodotti da forno), e contestualmente è stata delineata una nuova struttura di rapporti con gli Anda-Buhrle. Il passo successivo è stato, a marzo, l’annuncio che le «bakeries» della Kamps, cioè la rete di oltre 900 negozi (quindi non il business del pane industria- le), erano in vendita. Poi un mese fa la vendita di GranMilano alla Sammontana, e ora sono partite le operazioni più prettamente fi- nanziarie. La prima è, appunto, la fusione «al contrario» di Relou in Barilla Fratelli. «Al contrario» perché Relou è socia al 49% di Barilla Fratelli che, lo ricordiamo, è la capofila industriale. E in questo modo viene di fatto smantellato il vecchio schema della partnership azio- naria con i soci di minoranza. Il successivo step, che in questi giorni

sta per essere messo a punto, è il contestuale trasferimento dell’al- leanza in una nuova finanziaria, la Finba Iniziative, che sarà dunque partecipata all’85% dalla Barilla Holding (100% famiglia) e al 15% dagli svizzeri. E qui, come aveva scritto Il Sole 24 Ore anticipando

le linee della riorganizzazione, i due partner dovrebbero siglare un

patto parasociale la cui principale materia da regolare sarà, quasi

sicuramente, il meccanismo di prelazione sulle rispettive quote. Il gruppo emiliano, 18mila dipendenti, 64 stabilimenti in 11 Paesi, le- ader mondiale nel mercato della pasta e primo in Italia nei prodotti

da

forno (Mulino Bianco), ha chiuso il 2007 con 4,2 miliardi di euro

di

ricavi (+.4,3%).

Allora chi controlla la Barilla? Nell’interrogazione parlamentare del 13 giugno 1985 (numero 3-00953) — focalizzata anche sulla Ferrero

— dei senatori Bonazzi e Riva indirizzata ai ministri del commercio

con l’estero, dell’industria, del commercio e dell’artigianato e del te- soro, è scritto: «Premesso: che il 71 per cento della Barilla G. e R. f.lli s.p.a. è posseduto da soggetti di nazionalità non italiana, e cioè per il

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40 per cento dalla Financieringsmatschappy Relou N.V. di Amster- dam, per il 16 per cento dalla Pagra A.G. del Liechtenstein e per il 15 per cento dalla società svizzera Loranige S.A.; che l’81,5 per cento della P. Ferrero e C.S.P.A. è pure posseduto da soggetti esteri, e cioè il 18,75 per cento dalla olandese Brioporte B.V. ed il 25 per cento, per ciascuna, dalle svizzere Nelgen A.G. e Creitanen A.G.; che diversi organi di stampa hanno dato notizia, non smentita, che le società estere che possiedono la maggioranza delle azioni delle due società farebbero capo a soggetti di nazionalità italiana, si chiede di sapere:

se sia vero che le società estere che possiedono la maggioranza delle azioni della Barilla G. e R. f.lli s.p.a. e della Ferrero e C.S.P.A. fanno capo a soggetti di nazionalità italiana; come, in tal caso, è stato pos- sibile realizzare tale situazione; se tutto questo sia compatibile con le vigenti norme valutarie e fiscali».

Scava e scava affiorano le maxi-tangenti di Pietro (padre di Guido Maria, Luca, Paolo, Emanuela), il caso Sme, il piduista Berlusconi Silvio (tessera gelliana numero 1816). E poi ancora il pregiudicato Cesare Previti (condannato in via definitiva), un esperto in materia

di conflitto di interessi alla stregua del suo stesso padrone. Proprio il soldato Previti: ossia il relatore del disegno di legge di riforma che ha smantellato la legge 185 del 1990 imponendo un controllo reale sul traffico di armi. Previti Cesare è stato anche il primo vice presidente dell’Alenia e ha continuato a sedere nel consiglio d’amministrazione dell’azienda bellica fino al 1994. In un altro libro, stra-documentato

ed intitolato Mani Pulite, la vera storia (Editori Riuniti, 2002), si

rileva minuziosamente (pagine 472-474): «Allo scandalo Sme il pool arriva da solo, senza l’aiuto di Stefania Ariosto: indagando sui conti del finanziere Franco Ambrosio, e risalendo da questi ai conti di un

imprenditore in affari con lui, Pietro Barilla (deceduto nel 1993, ndr) si imbatte nel conto zurighese usato da Barilla per pagare tangenti a

Dc e Psi. Da quel conto il 2 maggio e il 26 luglio 1988 partono due bo-

nifici di circa 800 milioni e 1 miliardo per l’avvocato Pacifico. Questi

versa poi 200 milioni al giudice Verde, 850 a Previti e 100 a Squillan- te. Perché? Convocato dal pool, Guido Barilla, figlio del defunto Pie- tro, non sa spiegare perché mai suo padre avesse versato tutto quel denaro a due avvocati che non avevano mai lavorato per lui. Sembra

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una storia gemella dell’Imi-Sir (…) Intanto l’uomo di Arcore invita a cena in un ristorante di Broni due degli inserzionisti pubblicitari più

affezionati delle sue tv, Pietro Barilla e Michele Ferrero. E li convince seduta stante a costituirsi in una nuova società, la Iar, che si propone

di rilevare la Sme al prezzo di 600 miliardi. La nuova offerta viene

ufficializzata dai Barilla e Ferrero nell’ultimo giorno utile, il 25 mag- gio: il ministro delle Partecipazioni statali Clelio Darida si assenta dalla stanza dove sta per avvenire la firma del contratto Prodi-De Benedetti per ricevere, al telefono, l’improvviso rilancio (…) La Sme resterà all’Iri. Ma Barilla e Ferrero sono contenti ugualmente: il loro scopo era semplicemente quello di impedire a De Benedetti di dare vita a un colosso alimentare che probabilmente li avrebbe schiaccia- ti. Missione compiuta anche per Silvio Berlusconi».

Sempre per masticare la pasta dei Barilla, ovvero “la pubblicità dei buoni sentimenti”, sfogliamo un altro testo basato sulle carte pro-

cessuali, titolato Mani Sporche (Chiare Lettere, 2007); a pagina 63 è attestato senza tema di smentite: «Il 2 maggio Barilla bonifica 750 milioni a Pacifico, che li preleva in contanti e li porta in Italia. Men- tre la Cassazione esce con la sentenza definitiva, Verde comincia a depositare decine e decine di milioni cash sul suo conto italiano. Il 26 luglio, due settimane dopo il verdetto di Cassazione Barilla – ca- pocordata della Iar – riapre il rubinetto svizzero e accredita un’altra provvista, stavolta di 1 miliardo, a Pacifico. Il quale la suddivide fra Previti (850 milioni) e Squillante (100 milioni), stavolta per bonifi-

co

bancario, riservando a se stesso appena 50 milioni. Perché mai

il

socio di Berlusconi nell’affare Sme dovrebbe pagare un miliardo

e

750 milioni a due avvocati di Berlusconi che neppure conosce e a

un giudice di Roma, anch’egli a lui sconosciuto, se nella causa Sme fosse tutto regolare? (…) L’accusa non ha dubbi: corruzione in atti giudiziari per compravendere la sentenza Sme che consentì a Ber- lusconi di sconfiggere De Benedetti. Esattamente come avvenne poi nel 1991, con la sentenza Mondadori». Dunque, la Barilla senza possibilità di smentita, annovera soci ed

alleati finanziari produttori e trafficanti di armi ed ordigni di primo livello. Nel 2002 la multinazionale alimentare italiana si è allargata

al mercato tedesco acquistando, per un miliardo di euro, la Kam-

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ps, produttrice di pane e crackers. L’anno successivo ha comprato per 517 milioni la Harrys, azienda francese dello stesso comparto.

I soldi necessari alla Barilla sono stati elargiti dalla Banca Popolare

di Lodi — attraverso cui passano transazioni finanziarie per la com-

pravendita di armi anche a nazioni in guerra o prive di democrazia

in barba alla legge 185/1990 s.m.i. (cfr.: Relazioni al Parlamento

italiano) — che ha costituito una nuova società, la Finba Bakery, e

poi in marzo ha girato il 17 per cento del capitale della Finba a vec- chie conoscenze della Barilla: tramite la solita finanziaria anonima,

la Gafina, la quota è passata nelle mani della famiglia Anda-Bührle,

presente nel capitale Barilla con una partecipazione del 15 per cento dal 1979. Ecco la sorpresa. Nel Memorial Journal Officiel du Grand- Duché de Luxembourg (edizione del 4 maggio 2004 – C n° 469) riaffiora una società anonima: Bakery Equity S.A. (capitale sociale:

di 337.139.060 euro, suddivisi in 33.713.906 azioni aventi un valore

pari a 10 euro cadauna), costituita dinanzi al notaio Paul Frieders il

3 dicembre 2002. In qualità di amministratore spicca il faccendie-

re Gratian Anda accanto agli italiani Francesco Mazzone e Fabio La

Bruna. L’oggetto principale è l’acquisizione e il controllo di interessi

in

Finbakery, Partner G, Finbakery Netherlands e Gibco. All’interno

di

questa scatola societaria ribolle un minestrone finanziario: Baril-

la

Holding (Parma), Finba Bakery Holding (Dusseldorf), Finbakery

Netherlands (Amsterdam), Banca Popolare di Lodi (Lodi), Finbake-

ry Europe (Dusseldorf), Gafina (Rotterdam), Gibco o più dettaglia-

tamente Lombok Limited (Gibilterra, un paradiso fiscale), Harrys, Kamps, Ramisa (Convention principale d’investissement et d’action- nariat reformulée et amendée) siglata il 4 novembre 2002 da Bpl, Azionariato industriale e Barilla Holdind S.p.a.), Dutch Foundation (Stichting Bakery Finance di Amsterdam), Finba Luxembourg. In

Bakery Equità S.A. figura anche una vecchia conoscenza di casa Ba- rilla (attuale consigliere di Barilla G. e R. Figli S.p.A. nonché Lieken AG, ovvero Nicolaus Issenmann, nato a Zurigo il 6 maggio 1950). Ovvio, non è tutto. Dopo una girandola di fusioni, apparentamen-

ti, capitalizzazioni e trasferimenti di capitali urgono gli approfondi-

menti al di là delle Alpi. Il 30 aprile 2009 Ticino Finanza rimarca:

«E buonanotte ai suonatori

Arrivano Spagnoli e Italiani e se ne

vanno gli Elvetici. Infatti, se aprono CMB e Santander, esce dal

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mercato luganese la banca zurighese IHAG. Al 31 dicembre 2008 il profitto operativo lordo di IHAG Privatbank era di 21.6 mio CHF e il profitto netto 14.6 mio. La banca impiega circa 93 dipendenti. Il personale che operava a Lugano è stato assorbito da altri Istituti, tra cui quelli aperti di recente sulla nostra piazza finanziaria. La banca, presieduta da Gratian Anda, nipote di Emil Georg Bührle, ha parteci- pazioni in Privatbank IHAG Zürich AG, AdNovum Informatik AG, la fabbrica d’aerei militari e civili Pilatus Flugzeugwerke AG, Hotel Ca- stello del Sole, Hotel zum Storchen, Stockerhof Immobilien, Terreni alla Maggia SA, Private Equity Beteiligungen, Tenuta di Trecciano SA. IHAG rimane dunque in Ticino con un albergo, vini, polenta e la produzione del riso che cresce alla latitudine più settentrionale d’Europa, nel delta della Maggia. Gratian Anda siede inoltre nel CdA della Holding Barilla in Italia, che per il 15% fa capo alla sua fami- glia, mentre l’azienda d’armi storica di famiglia Oerlikon-Bührle è stata ristrutturata, vendendo alcune attività e nel 2000 cambiando il nome in Unaxis. IHAG Privatbank dichiara di essere composta da banchieri “denen Sie Ihr Vertrauen schenken können” ovvero in cui possiamo credere e che è caratterizzata da uno spirito di famiglia “das Familiäre kennzeichnet unsere Bank”. Per famiglia, si intendo- no forse i signori Bührle e Anda che spendono cifre considerevoli nel- la sponsorizzazzione di mostre d’arte della Foundation E. G. Bührle Collection nella Zollikerstrasse (Emil Georg Bührle, 1890-1956, è stato il noto produttore di armi nella Oerlikon-Contraves e fondatore della banca IHAG) e di concerti e concorsi musicali come il Concours Géza Anda. Con i tempi che corrono per il Private banking, e visti i risultati concreti di marketing e immagine di una forma obsoleta di comunicazione quale ormai è la sponsorizzazione, forse certe banche dovrebbero smettere di sviolinare e di farsi suonare da improbabili

pifferai magici e mettersi a fare banca un po’ sul serio

Le banche

svizzere si sono buttate a tagliare in maniera decisa i costi a causa dell’attesa contrazione di quest’anno per la crisi economica globale, il che si è tuttavia tradotto solo in chiusure e licenziamenti “diversa- mente confezionati”, ma sarebbe ora che si affrontasse in maniera professionale competente quella che viene chiamata da tutti ‘crisi’ che è in realtà un profondo cambiamento strutturale che esige una strategia chiara e illuminata e una politica forte. E quanto a questo,

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abbiamo visto come è finita con il segreto bancario L’11 maggio 2009 appare sul Corriereconomia la classica toppa del

casato: «Nella tabella pubblicata a corredo dell’articolo del 4 maggio su “Barilla, cambio al vertice e ritorno all’industria”, si attribuisce alla famiglia Anda-Bührle, azionista di gafina BV, anche la proprie-

tà della F. Relou BV. Il dato non è corretto. La catena di controllo

del gruppo è infatti la seguente: Barilla Holding e Gafina detengono, rispettivamente, l’85% e il 15% del capitale di Finba Iniziative (in futuro chiamata Barilla Iniziative), la quale controlla direttamente o indirettamente il 100% della Barilla G. e R. Fratelli S.p.A. Più in par- ticolare, Barilla Iniziative detiene il 50,62% del capitale della Barilla G. e R. Fratelli e il 100 % della Finanziaria Relou BV, che a sua volta detiene il 49,38% della stessa Barilla G. e R. Fratelli». Per caso danzano le veline? Ecco un comunicato stampa aziendale:

«Barilla, prima azienda italiana al mondo per reputazione. Il Repu- tation Institute assegna a Barilla il primato per la reputazione tra le aziende italiane e la prima posizione in assoluto nel settore alimen- tare. Parma, 25 maggio 2010. Secondo una ricerca del Reputation Institute di New York, condotta tra le 600 aziende più importanti al mondo, classificate per fatturato, Barilla si aggiudica la diciannove-

sima posizione tra quelle con la migliore reputazione, prima tra le italiane e prima in assoluto nel settore alimentare. I risultati della ricerca, pubblicati sul sito della rivista Forbes, sono stati ottenuti attraverso la consultazione diretta dei consumatori in 24 paesi nei diversi continenti».

«Lo stile — come sosteneva Pietro Barilla — è un modo di compor- tarsi che “implica tante cose”. Tutto ciò significa soprattutto ispirarsi a principi e valori condivisi che si richiamano al consenso». A pagina 12 del Codice Etico aziendale è scritto: «uno degli aspetti centrali che qualificano la condotta di Barilla è costituito dal rispetto dei principi

di comportamento intesi a garantire l’integrità del capitale sociale».

Appunto, i soldi, ricevuti dalla produzione e vendita di armamenti; utili poi investiti dai soci elvetici in strumenti di morte. Armi: un’of- ferta di qualità che aiuta a vivere meglio dentro e fuori casa Barilla. Consigli per gli acquisti: infarinare bene le carte e censurare i critici.

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Con le buone o con le cattive: il risultato non muta, ma fa il suo luri- do effetto. Complimenti e buon appetito.

Capitolo quarto

Bombe amare

Mediterraneo in agonia: testimone silenzioso della guerra balcanica

e custode degli orrori, risalenti all’ultimo conflitto planetario. Un

mare di armi chimiche e nucleari: un milione di ordigni proibiti e convenzionali inabissati dagli Alleati nel “Mare Nostrum”, dal 1943 ai giorni nostri. Ma il numero a conti fatti, seppure desunto dai do- cumenti sepolti negli archivi istituzionali — National Archive di Lon- dra, Department Defense USA, Archivio di Stato italiano, Archivio Storico della Marina Militare — è pur sempre sottostimato. Due le aree particolarmente colpite dalle discariche subacquee di scorie bel- liche, disposte dagli statunitensi: il Tirreno e, soprattutto, l’Adriati- co, un mare chiuso che impiega 100 anni per il ricambio delle acque superficiali. Il rapporto dell’US Army (29 marzo 2001) denominato “Off-Shore Disposal of Chemical Agents and Weapons Conducted by The United States”, a parte il riscontro diretto, è un’altra prova tan-

gibile. Nel testo ufficiale, a pagina 12 si fa esplicito riferimento all’af- fondamento di un notevole quantitativo di ordigni imbottiti di ag- gressivi tossici: nella Baia di Napoli, all’isola di Ischia, nel Golfo di Manfredonia, al largo del porto di Bari e in un luogo non indicato. In una relazione più recente (3 gennaio 2007) al Congresso USA (“U.S. Disposal of Chemical Weapons in The Ocean”), l’analista David M. Barden sottolinea che considerevoli, ma sconosciute, siano la quan- tità e la tipologia di munizionamento affondato dalle Forze Armate USA. In uno studio (11 novembre 2010) realizzato dall’associazione indipendente Global Green USA (diretto da Paul F. Walker) per con-

to dell’Onu, sono indicati - nella mappa geografica a pagina 8 - come

siti di affondamento, proprio l’Adriatico (Gargano) ed il Tirreno. Il report evidenzia che gli USA nel periodo 1918-1970 hanno affondato migliaia di bombe e missili, particolarmente nel ventennio 1946- 1965. La testimonianza dell’ufficiale Ugo D’Atri (con esperienza da alto ufficiale della Marina Militare) è di un addetto ai lavori di primo piano: «L’opinione pubblica italiana non è stata messa sufficiente- mente al corrente. Soprattutto nell’Adriatico, ma non solo, dal ’45 c’è stato un diluvio di bombe, probabilmente un milione: iprite e gas nervino, roba veramente pericolosa. Di queste bombe, soprattutto a Molfetta dove ho avuto da giovane un’esperienza di comando, ne tro-

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vavamo, si può dire, una al giorno. E le trovavamo sotto costa nel periodo ’92-’93. A poche decine di metri dalla spiaggia, a Torre Ga- vetone. Le prime ordinanze le ho fatte io. Poi abbiamo cominciato con la Marina militare una lunghissima opera di recupero. I nostri fondali marini, anche non tanto al largo, cioè sotto costa, sono disse- minati di ordigni. I fondali del basso Adriatico sono strapieni di bombe. Anche sul Tirreno, a Napoli e dintorni, a Salerno, i fondali marini sono pieni di bombe. Questi residuati bellici sono pericolosis- simi. E poi la cifra delle bombe NATO non sarà mai quantificabile e indicabile con precisione, perché le hanno buttate a casaccio dove capitava». Nel 1899 il Congresso internazionale per la pace, all’Aja, propose la risoluzione di “astenersi dall’uso di tutti i proiettili che mirano alla diffusione di gas asfissianti o dannosi”, con la motivazio- ne che un tale metodo di guerra appariva inumano. Tra le grandi potenze soltanto gli Stati Uniti dissentirono basandosi sul fatto che l’aspetto disumano degli aggressivi chimici non era chiaramente di- mostrato. Il governo Usa ha sempre mantenuto questo punto di vi- sta. Nel 1925 il Protocollo di Ginevra ripropose il bando degli aggres- sivi chimici ed esso fu insabbiato in sede di discussione al senato statunitense per l’opposizione dell’American Legion e dell’American Chemical Society; nonostante la dichiarazione di Roosvelt (1943), di Eisenhower (1960) e di altri ancora, determinati tipi di gas, detti ge- nericamente “riot-controll” (contro le sommosse) furono usati per motivi di ordine pubblico. Nel 1941 iniziò a funzionare a pieno regi- me l’arsenale di Edgewood (Maryland), sede dello U.S. Army Medi- cal Research Institute of Chemical Defense. In loco 8 mila addetti, tra militari ed operai, fabbricavano iprite (mustard gas) su larga scala (Brophy L., Fisher G., The Chemical Warfare Service: Orga- nizing for War, Office of the Chief of Military History, Washington, 1959). Nel corso della seconda guerra mondiale i timori più volte espressi da Washington su un possibile uso di armi tossiche da parte dell’Asse vennero alimentati da un rapporto confidenziale (353/6) redatto l’11 settembre 1943 dal maggiore Stewart F. Alexander, con- sulente medico di chimica bellica del quartier generale per il Medi- terraneo. Occorreva come sempre un pretesto, anche se nel rapporto Alexander è specificato in conclusione che «non risultano segnala- zioni di impiego tattico di tale agente chimico». L’Intelligence, pom-

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pata a dovere dai comandi centrali, gonfiò i resoconti paventando la minaccia che Hitler fosse intenzionato ad usare il gas contro le trup- pe alleate impegnate nel sud Italia. Ne derivò un’autentica psicosi che contagiò anche il presidente Roosvelt, il quale in un discorso alla radio minacciò “ampia e completa ritorsione” nel caso in cui le po- tenze dell’Asse avessero fatto qualsiasi uso di gas. «L’uso di tali mez-

zi di guerra è stato dichiarato fuori legge dalla coscienza della civile umanità. Il nostro Paese non li ha mai usati e spero che non sarà costretto ad usarli. A tale riguardo, dichiaro categoricamente che non useremo mai in nessuna circostanza tali mezzi, se non saranno prima impiegati dai nostri nemici. Come Presidente degli Stati Uniti

e Comandante delle Forze Armate Americane intendo chiarire al di

sopra di ogni dubbio ai nostri nemici che l’impiego di tali metodi barbari e disperati e che atti di questa natura contro una qualsiasi nazione alleata debbono essere considerati come diretti contro gli Stati Uniti stessi e, pertanto, trattati in conseguenza. Noi promettia- mo ad ogni autore di tali crimini pronta ed immediata ritorsione con gli stessi mezzi, e mi sento obbligato in questo momento ad ammo- nire le armate e i popoli dell’Asse che le terribili conseguenze di qual- siasi impiego di tali metodi inumani ricadranno prontamente e sicu-

ramente sulle loro teste. Pertanto, qualsiasi uso di gas velenosi da parte di ciascuna delle potenze dell’Asse sarà immediatamente se- guita dalla più ampia e completa ritorsione sui centri fortificati, sui

porti e altri obiettivi militari per l’intera estensione del territorio di tale Paese». Alle parole seguirono presto i fatti, anche se le forze ar- mate dell’Asse (oltretutto i Tedeschi avevano a disposizione il mici- diale Tabun, mentre il regime mussoliniano non era da meno, aven- done già fatto uso in Etiopia e Libia) non usarono mai gas velenosi contro gli angloamericani. Sin dallo sbarco in Sicilia, i gloriosi Allea-

ti sperimentarono a tutti gli effetti munizionamento al fosforo e al

napalm. Nell’agosto del ’43 il presidente Roosvelt concesse l’autoriz- zazione ad imbarcare congrui rifornimenti di bombe contenenti ipri- te con destinazione l’Italia. Il mercantile John Harvey, appena vara- to, fu scelto per trasportare il carico della cosiddetta Levinstein H. Ben duemila bombe M 47 A1, contenenti 32 chilogrammi di gas ca- dauna, progettate nel 1930 dal Chemical Warfare Service, furono caricate su un treno all’Eastern Chemical Warfare Depot nel Mary-

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land. Il capitano Elwin F. Knowles ricevette l’ordine di portarsi alle banchine della Curtis Bay Depot di Baltimora per caricare gli ordi- gni. Il 28 novembre del 1943 il piroscafo approdò a Bari con un cari- co di 100 tonnellate di iprite: ogni bomba aerea era lunga poco più di un metro e venti, con un diametro di 20 centimetri. Gli ordigni proi- biti dovevano servire a sfondare la linea Reinhardt. Il 2 dicembre del ’43, tuttavia, i Tedeschi bombardarono il porto barese. L’ex ufficiale Glenn B. Infield nel libro Disaster at Bari (The Macmillan Company, New York, 1971; tradotto e pubblicato dall’editore Adda nel ‘77) ha documentato in prima linea gli avvenimenti: «Fu il più grave episo- dio di guerra chimica nel secondo conflitto mondiale. Uno dei sei segreti mai svelati della seconda guerra mondiale era costituito dalle circostanze in cui nella notte del 2 dicembre 1943 oltre un migliaio di militari alleati e inermi civili italiani morirono a Bari per effetto della diffusione di un centinaio di tonnellate di gas velenoso. Si trattava di iprite, il letale gas usato nella prima guerra mondiale, all’epoca della vicenda considerato ancora uno dei possibili estremi mezzi di guer- ra». Quella sera non fu dato l’allarme generale per la presenza del gas. E non venne fornita alle autorità sanitarie degli ospedali civili alcuna informazione sull’esposizione all’iprite. Un paio di settimane più tardi, fu il Washington Post a scrivere che «quello di Bari è stato il più grave, improvviso bombardamento subito dopo Pearl Harbor. Delle 30 navi nel porto almeno 17 sono state affondate, fra le quali 5 mercantili americani e 8 molto danneggiate. Le perdite in uomini sono state almeno un migliaio». Nel ’49 il generale Eisenhower diede alle stampe il libro Crociata in Europa. Ike scrisse: «il porto fu sog- getto ad un’incursione e subimmo la più grave perdita inflittaci con attacco aereo dell’intera campagna militare nel Mediterraneo e in Europa». Ma ciò che l’autorevole quotidiano americano prima ed Ei- senhower dopo volutamente non rilevarono, fu che tra le navi di- strutte c’era la John Harvey, esplosa con il suo carico di iprite non registrato. Un veleno che gli Alleati intendevano utilizzare in Euro- pa. Bisognava impiegare l’arma chimica per sfondare la linea Rein- hardt. Ma quel gas finì in fondo al mare italiano. Sull’incursione te- desca calò una strana cortina di silenzio. La ragione di quel mistero era la riprovazione umana, l’uso proibito a livello internazionale. Churchill in persona impedì che si aprisse un’inchiesta sulle conse-

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guenze del bombardamento. I morti di Bari furono seppelliti come “deceduti per ustioni”. Così l’esatto numero delle vittime civili non fu mai conosciuto. In quella fase gli Alleati erano congelati davanti alla linea di difesa tedesca, distesa attraverso le montagne a nord di Iser- nia e la cresta di San Salvo fino a Vasto. Davanti alla Reinhardt scor- reva il fiume Trigno, subito dietro il Sangro. Un baluardo quasi insu- perabile, dietro al quale la Wermacht bloccava l’avanzata verso il nord. Gli attacchi a questo muro difensivo si erano succeduti inutil-

mente e le perdite erano stati gravi. C’era il sospetto che, pur di sfon- dare, gli Alleati sarebbero ricorsi all’iprite: perché altrimenti non si comprende cosa facessero cento tonnellate di bombe caricate con questo gas a Bari, se non essere prontamente caricate sui bombar- dieri di stanza nel Tavoliere delle Puglie, per la bisogna. Non si cono- sce quale altro uso sia ipotizzabile in una guerra, per l’iprite, tranne l’impiego per scopi militari. Ancora oggi se ne pagano le conseguen-

ze

volutamente ignorate a livello governativo. La segretezza del cari-

co

indusse il comando Usa a nascondere sia ai militari sia ai civili

italiani l’enorme gravità della situazione. I contaminati morirono tra atroci sofferenze per tutelare un granitico segreto; una rigidissima censura militare bloccò ogni informazione. Il 9 aprile 1945, sempre a Bari, alle ore 11.57 esplose il piroscafo americano Charles Hender- son. Era un Liberty che trasportava 6.675 tonnellate di bombe di va- riegata tipologia, partito da Norfolk il 14 marzo 1945. Non è stato mai appurato se fu incidente o sabotaggio. Mancavano pochi giorni alla fine della guerra in Italia. Che ragione c’era di ammassare ancora

gas letali in Europa, se di lì a poco sarebbe stata sganciata sulla città

di Hiroshima la prima bomba nucleare? Le conseguenze furono in-

calcolabili. “Un ammasso caotico di macerie di ogni sorta — si legge

nella relazione ufficiale del Genio Civile, curata dall’ingegner Giu- seppe Geraci —. Del piroscafo, che pochi minuti prima dominava con

la sua mole la scena della calata, non restavano che due enormi spez-

zoni. La prua e la poppa ridotte ad un ammasso informe di ferraglie. Della parte centrale dello scafo non si scorgeva alcuna traccia. La calata denominata n. 14, dove trovavasi attraccata la nave per una lunghezza di 75 metri, era del tutto sparita”. Grave il tributo pagato dalla popolazione civile. «Anche la Henderson, al pari della Harvey, custodiva aggressivi chimici», dichiara Vito Antonio Leuzzi, diretto-

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re dell’Ipsaic. Una rigorosa censura sul carico della nave venne im-

posta dalle autorità alleate, ma anche da quelle italiane. «Ancora non si spiega perché — riflette ancora Leuzzi — gli alleati accumula- vano armi letali, proibite dalle convenzioni internazionali, in una fase in cui il conflitto poteva dirsi concluso. E in una realtà distante

dai teatri di guerra». In attesa di risposte rimane agli atti bibliotecari

la testimonianza inedita di Nicola Bottalico, uno dei pochi operai del

porto sopravvissuti all’esplosione: «Il sottoscritto, destinato con la squadra 39 della mattina, stava in attesa perché la nave Henderson dalla banchina 17 doveva passare alla 13. Arrivate le undici e trenta,

il caposquadra ci ordinava di avvinarci alla nave. Io ero destinato alla

stiva numero 3 dove era un carico di bombe di 250 chilogrammi. Passarono pochi muniti e venne lo scoppio. Mi trovai sbattuto vicino

a una scaletta che portava in coperta. Però dopo che il cielo diventò

chiaro ci trovammo diversi operai salvi. Però nessuno si permetteva

di buttarsi a mare perché la nafta ribolliva nell’acqua (…) Uscimmo

all’esterno del porto completamente ricoperti di nafta. La gente ci scambiava per negri». L’Union Jack - giornale delle forze armate al- leate che si stampava in città - definì l’incidente del 9 aprile 1945 «uno dei maggiori disastri della guerra nel teatro del Mediterraneo». Un disastro di cui non compare traccia nei libri di storia. «Segreto militare a parte, la Marina italiana per il recupero degli ordigni ha utilizzato un sistema arcaico — dichiara Angelo Neve, presidente dell’associazione San Nicola per la pace —, ha ritenuto opportuno raggrupparli e farli brillare direttamente in mare, causando un grave danno alla flora e alla fauna marina. Perché non sono stati interpel-

lati gli americani, visto che in massima parte sono loro gli artefici di questa sciagura?». Gli ultimi conflitti bellici, più o meno preventivi,

ci hanno indotti a considerare il lato oscuro delle strategie militari.

La guerra chimica è uno degli eventi ancora oggi meno conosciuti del

secondo conflitto mondiale. Sempre più spesso, a battaglia termina- ta, emergono circostanze scomode per la propaganda delle forze in campo vincenti. L’iprite è un liquido bruno, oleoso, volatile che at- tacca e distrugge tutte le cellule viventi. Il solfuro di etile biclorurato aggredisce, se respirato, l’apparato cardiovascolare. Colpisce con ve- sciche e piaghe, senso di arsura, difficoltà a respirare, cecità. La Iarc (agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) ha stabilito: «è a

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rischio di cancerogenicità per l’essere umano». Produce esiti neopla- stici — argomenta la letteratura scientifica — a carico dell’apparato respiratorio ed emolinfopoietico anche dopo singole esposizioni. Usata per la prima volta dall’esercito tedesco in Belgio, a Ypres (1917), l’iprite è stata messa al bando dalla Convenzione di Ginevra nel 1925. Le potenze occidentali, tuttavia, hanno continuato a pro- durla, mascherata dall’industria del cloro. Le fonti storiche parlano chiaro: basta esaminarle. Occultate dai segreti insabbiati, malamen-

te oscurati, spesso intrappolati nelle reti dei braccianti del mare, in-

fine dimenticati. Eppure attuali: infatti seguitano a colpire, anzi sono programmati per manifestare l’azione ritardata a distanza di tempo, specie sulle generazioni future, in ottemperanza a quanto avevano indicato tre luminari americani alla Casa Bianca. Il Memorandum Groves (segretato fino al 1975) prospettava di inquinare un’area e danneggiare le forme di vita presenti, per continuare a colpire le ge- nerazioni future. In altri termini, creare menomati per sempre. Gli autori di quella famigerata indicazione (James Bryant Conant, retto-

re dell’università di Harvard nonché presidente del National Rese-

arch Defense Council, ed i premi Nobel Arthur H. Compton e Harold C. Urey) suggerivano il 30 ottobre del ’43 al governo USA di «utiliz- zare l’uranio sporco per inquinare le città nemiche con nuvole di na- noparticelle radioattive». Non è proprio un mistero, il fenomeno è sempre più palese: la nocività come strategia globale di dominio. Dal ’46 è andato in onda quotidianamente uno stillicidio invisibile all’o- pinione pubblica, di pescatori infortunati, gravemente ammalati e deceduti per cause misteriose. Lo studio scientifico di Adamo Ma-

strorilli (Esiti a distanza di lesioni di vescicatori), analizzava il caso

di 102 pescatori molfettesi, ipritati dal ’46 al ’54, e venne pubblicato

nel 1958 dal Giornale di Medicina Militare (numero 4). Nell’Adriati-

co fra il 1950 ed il 1960 la frequente contaminazione con casi morta-

li della gente di mare da iprite, fosgene, fosforo, lewisite e napalm, ha

assunto le caratteristiche di massa. Nel 1960 la Rassegna di Medici- na industriale e di Igiene del Lavoro pubblicava lo studio a cura di Nicola Mongelli Sciannameo, Infortunio collettivo da solfuro di etile biclorurato in un gruppo di pescatori. «Tirando la rete avvertiva bruciore alle mani provocato probabilmente da sostanze tossiche (Gas Iprite?)», emerge da una una denuncia del 14 marzo 1966: è l’

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infortunio occorso al pescatore Francesco Andriani, a bordo del pe- schereccio Maria Giuseppa Madre. Un gravissimo incidente di cui si

abbia notizia ufficiale risale al 25 luglio 1996. Nel pomeriggio di quel giorno il peschereccio Marco Polo, impegnato in una battuta di pesca

a venti miglia dal Gargano, ha preso una bomba che ha mandato

all’ospedale con gravi ustioni tre uomini d’equipaggio. Alla fine del mese di giugno del ’96, al largo del litorale veneziano, nei pressi di Chioggia, una misteriosa sostanza giallognola — descrivono le crona- che —, cerosa e viscida faceva incendiare le reti dei pescherecci a

contatto con l’aria. Le analisi di laboratorio svelarono che si trattava

di fosforo bianco, un liquido altamente tossico, normalmente impie-

gato nell’industria bellica per le bombe incendiarie. Un’inchiesta giudiziaria della Procura della Repubblica di Venezia accertò che “La sostanza è diffusa in maniera puntiforme e non omogenea, quindi difficilmente localizzabile”. Il 15 dicembre 1999, Nicola Freda, co- mandante della capitaneria portuale di Manfredonia, documentava ufficialmente: «Soltanto nell’ultimo semestre sono stati rinvenuti tre

ordigni bellici nelle acque antistanti il porto di Manfredonia. Il pri- mo ordigno, una bomba d’aereo di fabbricazione statunitense, è sta-

to rinvenuto il 9 settembre da un peschereccio a circa 4 miglia dalla

costa. Il successivo il 7 ottobre dal peschereccio Smeraldo a circa 3 miglia ad est del porto. Infine il 18 ottobre il motopesca Isacco ha recuperato e prontamente rilasciato in mare un ordigno bellico, ov- vero una bomba da mortaio al fosforo a 3 miglia dalla costa. Nello stesso periodo un’interrogazione parlamentare del senatore Buccie- ro, indirizzata il 21 ottobre ’99 al governo, confermava che “Numero-

si fusti di iprite, apprestati per una guerra chimica degli angloameri-

cani, da questi furono gettati in mare tra Molfetta e Manfredonia nel 1943, onde distruggere le prove della violazione della Convenzione di Ginevra”. Nel 2001 a farne le spese il sommozzatore Lorenzo Ciani, che aveva rimediato due settimane di prognosi all’ospedale di padre Pio di San Giovanni Rotondo. Il sub aveva sfiorato a quattro metri di profondità l’ogiva corrosa di una bomba chimica, rimettendoci quasi una mano. Nella disattenzione generale prosegue lo stillicidio gior- naliero, inferto ai pescatori di mestiere dai residuati della seconda guerra mondiale. L’8 ottobre dello stesso anno ne sono stati portati a galla undici caricati al fosforo, che una volta issati a bordo, a contatto

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con l’aria, hanno preso fuoco ustionando due pescatori di Manfredo- nia in provincia di Foggia. Angelo Salvemini, 33 anni, e Walter Gra- natiero, 26 anni, hanno riportato ustioni di primo e secondo grado agli arti superiori e alla schiena. Ferite non gravi giudicate guaribili in quindici giorni dai sanitari dell’ospedale di Monte Sant’Angelo. Salvemini e Granatiero formano il giovane equipaggio del pescherec- cio Partenope di circa 9 tonnellate di stazza, che a tre miglia e mezza dalla costa sipontina ha agguantato i pericolosi residuati bellici. «Le bombe erano lunghe più di un metro e avevano la circonferenza di una trentina di centimetri — racconta Walter —. La carcassa era del tutto arrugginita. Siamo riusciti a buttarle a mare, però ci siamo bru- ciati». Angelo fa un po’ di conti: «Abbiamo subito danni alla nostra salute, alla barca, alle reti e ai calamenti — ripete il comandante con moglie a carico e tre figli —. Perché la zona delle bombe non è indica- ta sulle carte nautiche?». In assenza di divieti i lavoratori del mare hanno seguitato a sudare il sangue per un tozzo di pane onesto nelle aree infestate, esponendosi a sostanze letali come l’iprite e l’arsenico fuoriuscite dagli ordigni corrosi. «Sui fondali è presente armamento convenzionale (bombe d’aereo, mine, proiettili d’artiglieria) e “chi- mico” — spiega il biologo Ezio Amato che, per conto dell’Istituto cen- trale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare, dal ’97 al ’99 ha monitorato l’impatto dei residuati bellici sugli ecosistemi marini —. Quest’ultima tipologia è costituita da una carica di iprite, fosgene, fosforo e composti contenenti arsenico (lewisite, adamsite, Clark I, Clark II). L’esposizione a tali sostanze provoca nell’essere umano danni molto seri, data l’azione di tipo vescicante, asfissiante, irritante e tossica. I pesci dell’Adriatico sono particolarmente sog- getti all’insorgenza di tumori, subiscono danni all’apparato riprodut- tivo, sono esposti a vere e proprie mutazioni che portano a generare esemplari mostruosi». Nella relazione dello studio campione (otto- bre 1999) — una sorta d’ago in un pagliaio — i biologi Amato ed Al- caro hanno documentato: «Si è accertata la presenza sui fondali del Basso Adriatico di almeno ventimila ordigni con caricamento costi- tuito da aggressivi tra cui varie formulazioni di iprite e composti a base di arsenico; in totale si sono individuate ventiquattro diverse sostanze costituenti il “caricamento speciale”, di queste, diciotto sono persistenti e in grado di esercitare effetti nocivi per l’ambiente.

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Nell’area “pilota” sono stati individuati centodue bersagli di interes- se; tra questi ne sono stati ispezionati mediante robot filoguidato

sedici, e undici sono risultati essere ordigni a carica chimica corrosi.

I campioni prelevati, acqua, sedimenti e pesci, sono stati sottoposti a

quattro diverse metodologie d’analisi che, nel complesso, indicano la sussistenza di danni e rischi per gli ecosistemi marini determinati da inquinanti persistenti rilasciati dai residuati corrosi. In particolare, grazie ai confronti effettuati con esemplari prelevati nel Tirreno me- ridionale, le analisi hanno rivelato, in alcuni campioni, tracce signi-

ficative di arsenico e derivati dell’iprite e la sussistenza di condizioni

di sofferenza nei pesci attribuibili alle sostanze fuoriuscite dai resi-

duati bellici». Il governo italiano non ha fatto nulla se non barcame- narsi annegando nel vuoto. Pesci malati e mutageni continuano a fi-

nire sulle nostre tavole, come se niente fosse. Anche l’Italia fascista

ha prodotto munizionamento proibito, utilizzandolo in Etiopia e Li-

bia. Nel Belpaese gli stabilimenti di produzione degli aggressivi chi- mici (Avigliana, Rho, Bussi sul Tirino, Foggia) attendono ancora una bonifica. Una missiva, indirizzata dal ministero della Difesa il 18 giu- gno 1948 al prefetto di Foggia, apre uno squarcio sugli impianti di produzione segreti, a ridosso di una città e di campi coltivati a vigne-

ti, grano ed ortaggi. «Oggetto: Foggia – Lavori di bonifica dell’ex

centro Chimico Militare. Con riferimento a quanto segnalato con il

telegramma a cui si risponde, si fa presente quanto segue: a) i lavori

di bonifica e di sgombero macerie e materiali degli ex impianti di

produzione aggressivi chimici di Foggia non possono essere eseguiti

che da personale specializzato, in quanto il personale stesso, durante

il

lavoro, deve essere munito di maschere antigas, guanti e indumen-

ti

protettivi, dato che esistono ancora sotto le macerie apparecchi

contenenti quantità considerevoli di iprite e disfogene; b) i menzio- nati aggressivi chimici, per il modo col quale vennero effettuate le distruzioni dai Tedeschi, hanno inquinato, oltre le parti costituenti

gli impianti, anche le macerie dei fabbricati crollati. Questo Ministe-

ro, pertanto, dopo attento e ponderato esame della questione, allo scopo di evitare possibili gravi infortuni, è venuto nella determina- zione di far effettuare i lavori sopraccennati da personale di questa A.M., pratico di maneggio delle sostanze tossiche». Gli arsenali inu- tilizzati sugli umani di pelle nera e “razza inferiore” finiscono in mare

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su disposizione degli Alleati. A parte le testimonianze eroiche del Nucleo Sminamento delle Puglie, preposto alla bonifica dei porti con

uomini che, nonostante la paga da fame, hanno sacrificato la vita, molteplici rapporti della Questura di Bari (reperibili nel locale Archi- vio di Stato) rivelano gli affondamenti di zatteroni inglesi colmi di munizionamento a base di gas, al largo del capoluogo regionale, dopo il ’45. Il 31 luglio del 1947 il Servizio Porti Demanio e Pesca della Marina Mercantile, con una semplice circolare (5661/1/M.A.) firmata dal ministro Cappa, ha stabilito le “Norme per la rimozione

di navi aventi a bordo ordigni esplosivi o aggressivi chimici”. Al pun-

to 2 del testo è scritto: «Il materiale esplosivo e chimico estratto dall’acqua dovrà essere subito allontanato dal posto di lavoro ed af- fondato in mare in alto fondale. Le zone di affondamento verranno determinate dalle autorità Militari Marittime periferiche, di accordo con le capitanerie di Porto, tenendo presente che i fondali non deb- bono essere inferiori ai 150 metri e che le zone stesse non debbono essere frequentate da navi da pesca e debbono essere prive di cavi sottomarini. Per l’affondamento degli aggressivi chimici le zone pre- scelte, oltre ai requisiti di cui sopra, debbono avere un fondale mini- mo di metri 460 ed essere distanti almeno 20 miglia dalla costa più

vicina e 10 miglia dalla più vicina rotta di traffico». Una disposizione dello Stato Maggiore della Marina (reparto O.B.S., protocollo 44198, a firma Pecori) il 4 novembre del ’47, aveva confermato «la opportu- nità di trasportare sollecitamente al largo e di affondare i materiali esplosivi che per le difficoltà di cernita e confezionamento rappre- sentano un maggior pericolo (…) Pertanto in accordo con la D.G. del-

le armi e degli Armamenti Navali questo Stato maggiore: prescrive

che gli esplosivi di risulta siano distrutti mediante bruciatura e che le

munizioni cariche che non fosse possibile sconfezionare in sicurezza da parte della ditta siano distrutte mediante brillamento in alti fon- dali. Stabilisce che tutti gli altri materiali e congegni esplosivi o il munizionamento di qualunque tipo e impiego, non specificato al precedente comma a), siano come per il passato accantonati per il più breve tempo con ogni accorgimento per la incolumità pubblica e alla prima occasione trasportati al largo ed affondati nei punti già stabiliti». Nel Rapporto di fine lavori, sottoscritto dal maggiore V. Martellotta (19 giugno 1948), si apprende che «sono stati richiesti

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interventi per la bonifica ad abitazioni e cure ad incidentati da iprite in diverse località del litorale Adriatico Pugliese e anche per alcune località dell’Alto Adriatico (Ancona, Rimini e Cattolica)». Gli ordigni non convenzionali furono trafugati dai soldati tedeschi in un deposi- to fascista di Urbino e poi, per ordine di Hitler, vennero inabissati di fronte al litorale marchigiano. L’interrogazione parlamentare (nu- mero 6324) del 20 novembre 1951, indirizzata da Enzo Capalozza al ministro della Marina Mercantile, esigeva interventi urgenti: «Per conoscere quali urgenti misure voglia prendere per il rastrellamento delle bombe all’iprite che sin dal 1944 sono state gettate in mare dal- le truppe tedesche in ritirata e che oggi infestano il tratto dell’Adria- tico da Ancona a Pesaro — e specialmente da Fano a Pesaro — che provocano lesioni gravi e incapacità al lavoro ai nostri pescatori». Il sottosegretario di Stato Tambroni confermava la pericolosa presen- za dell’ arsenale fornendo sei coordinate di affondamento: «l’ufficio circondariale marittimo di Cattolica, sulla base delle denunce di rin- venimento ricevute dal 1945 in poi e di quelle di infortunio dei pesca- tori locali per contaminazione da aggressivo chimico, ritiene di poter affermare che la zona in cui le bombe ad iprite sarebbero state affon- date si troverebbe fra Pesaro e Castel di Mezzo». La quantità degli ordigni risalenti alla seconda guerra mondiale è incalcolabile: le navi americane hanno trasportato in Italia circa 10 mila tonnellate di bombe aeree all’iprite. Al termine del conflitto bellico furono affon- date su disposizione Usa, dinanzi alla costa pugliese. Lo storico Vito Antonio Leuzzi, responsabile dell’Istituto pugliese per la Storia dell’Antifascismo, per anni ha cercato le prove dell’affondamento del materiale bellico disposto dalle autorità marittime italiane e le ha scovate: «I fondali di alcune zone di mare comprese fra Molfetta e Manfredonia furono utilizzati dal 1946 al 1955 come discarica dell’immensa quantità di bombe chimiche proibite dalla Convenzio- ne di Ginevra del 1925, che gli angloamericani custodivano a Bari nell’Adriatic Depot e nel grande campo d’aviazione del Tavoliere». La richiesta al governo italiano fu indirizzata dal governo Usa per occultare prove compromettenti. «Nell’agro di Manfredonia gli Alle- ati avevano allestito, accanto alle basi aeronautiche della 15ª Air For- ce, il campo munizioni che si estendeva su di una superficie di 20 chilometri quadrati — rivela l’anziano Raffaele Occhionero, Clerk

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Supervisor del Town Major (comandante del presidio delle forze mi-

litari di occupazione) —. Al termine del conflitto le bombe all’iprite, fosgene e fosforo sono state scaricate a un paio di miglia dalla costa,

al largo di Manfredonia, dai prigionieri tedeschi e dai lavoranti ita-

liani». Lo Stato italiano e quello inglese sono tenuti al segreto milita- re fino al 2018 e i loro archivi risultano quasi inaccessibili. La prima censura fu ordinata da Churchill per celare le responsabilità britan- niche nell’uso di un aggressivo chimico vietato dalle norme di guer- ra. Anche le autorità militari e civili del Belpaese, però, non hanno sfigurato, tanto da «distruggere le cartelle cliniche degli infortunati

— argomenta il professor Nico Perrone, docente universitario —. Oc-

cultando le cause degli infortuni i governi italiani hanno impedito che i numerosissimi malcapitati venissero curati efficacemente». Di recente, nel 2011, i pescatori ipritati di Molfetta si sono visti negare

l’accesso alle proprie cartelle cliniche dai responsabili del Policlinico

di

Bari. Un solo esempio a portata di rete: è accaduto a Vito Tedesco

a suo fratello, contaminati alle mani e agli occhi. Le indagini della cattedra di Igiene industriale dell’università di Bari e una ricerca dell’Istituto di Medicina del lavoro hanno concluso che «La frequen-

e

te

contaminazione da iprite dei pescatori ha assunto caratteristiche

di

massa». Un rapporto dell’ex ministero della Marina Mercantile ha

riconosciuto che «un quarto dell’intera superficie marittima del bas-

so Adriatico è inutilizzabile per la pesca a strascico». Il problema è

che, nonostante le promesse istituzionali, non si sa come recuperare

e smaltire accumuli di iprite e fosgene ingentissimi e ormai privi di ogni protezione esterna. Alla fine della Seconda guerra mondiale la parte più a sud del Mare Adriatico rappresentava la principale area

di seppellimento del Mediterraneo. La maggior parte del materiale

bellico scaricato in mare proveniva dai depositi di armi convenziona-

li e chimiche che i tedeschi prima e gli Alleati dopo avevano installa-

to nei pressi di Foggia e Bari. A peggiorare la situazione, l’inabissa-

mento di ordigni recuperati dalle navi USA affondate nei porti pu- gliesi. Da molte interviste coi pescatori locali (pugliesi, ma anche maltesi, albanesi e croati) risulta evidente l’esistenza di “dumping sites non officially reported” (discariche non denunciate ufficialmen- te). Al largo del Gargano (parco nazionale) è stata segnalata, dagli operatori dell’Istituto Centrale per la Ricerca Scientifica e Tecnologi-

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ca Applicata al mare, un’area contenente armi convenzionali e chi-

miche alla profondità di 230 metri, su un’area estesa approssimati- vamente 10 miglia nautiche. Sempre al largo del Promontorio garga- nico è stata individuata dagli operatori dell’Icram, e confermata grazie alle interviste coi pescatori, la presenza di armi chimiche con

iprite a profondità variabile tra i 200 e i 400 metri, su una estensione

di circa 14 x 29 miglia nautiche, distante dalla costa di Vieste appros-

simativamente 30 miglia nautiche (circa 55 km). Un’altra area di for- ma circolare, nelle acque del Gargano, è segnata sulle carte nautiche come discarica di armi e munizioni inesplose: profondità 50 metri, distanza dal centro dell’area alla costa di Vieste approssimativamen-

te 5,5 miglia nautiche (poco più di 10 km), raggio dell’area 1,4 miglia

nautiche (2,7 km circa). Per quanto riguarda gli effetti sull’ambiente

marino delle sostanze chimiche contenute nei residuati bellici, grazie

al progetto ACAB (Armi Chimiche Affondate e Benthos) realizzato

dall’ICRAM (Istituto Centrale per la Ricerca scientifica e tecnologica Applicata al Mare) e al progetto REDCOD (Research on Envi- ronmental Damage caused by Chemical Ordnance Dumped at sea), nato dalla collaborazione tra l’Istituto Centrale per la Ricerca Scien- tifica e tecnologica Applicata al Mare, il Consorzio Nazionale Interu- niversitario per le Scienze del Mare, il Dipartimento di Scienze Am- bientali dell’Università di Siena, l’Istituto di Biomedicina e di Immu- nologia Molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche e il Centro Tecnico Logistico Interforce NBC, pubblicato nell’ottobre del 2006, la comunità scientifica dispone di dati attendibili che preoccupano

gli studiosi. Da un punto di vista generale, gli alti livelli di arsenico rintracciati negli organismi marini pongono serissimi interrogativi sulla salute umana. Gli studiosi non escludono che le cause dell’ele- vata presenza di arsenico riscontrata nelle aree di studio siano dovu-

te esclusivamente agli ordigni inesplosi adagiati sui fondali marini.

Non sono state rilevate tracce di iprite negli organismi marini, e que-

sto è dovuto probabilmente al rapido passaggio nella circolazione sanguigna. Il professor Giorgio Assennato, ex direttore dell’Istituto

di Medicina del lavoro di Bari ed attuale direttore dell’Arpa Puglia,

avverte: «Le conseguenze della guerra di oltre mezzo secolo fa rica- dono ancora oggi sulla gente di mare. Sono caduti nel vuoto però gli avvertimenti della comunità scientifica internazionale che da tempo

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ha messo in luce le conseguenze di lungo periodo e l’alto rischio can- cerogeno». La National Academy of Science aveva pubblicato nel ’93 una monografia sull’iprite intitolata Veterans at risk. L’attualità del gas era legata al fatto che in quegli anni alcune riviste mediche come il Journal of the American Medical Association e Nature avevano denunciato la sperimentazione fatta dai governi sui propri soldati all’inizio della seconda guerra mondiale. Il prezzo più elevato valuta- to in perdita di salute e di vita viene costantemente pagato dalle ignare popolazioni. A Mattinata, un paese garganico di 6 mila resi- denti — privo di industrie ed insediamenti inquinanti — che si affac- cia sull’Adriatico, è stato registrato un aumento del 100 per cento dell’incidenza di tumori. Quattro medici di famiglia hanno scritto al sindaco: “Allarme inquinamento ambientale”. Negli ultimi due anni il numero delle persone malate di cancro è raddoppiato. Soprattutto leucemie, ma anche polmoni, colon e prostata. Gli esperti le chiama- no neoplasie multi genere, a persone d’ogni età. Il dottor Raffaele Ciuffreda ha rilevato nel solo 2010 dieci nuovi casi di malati oncolo- gici, a cui aggiungere una mezza dozzina di recidive. Rispetto agli anni passati vuol dire un inquietante più cento per cento dell’inci- denza tumorale. «Per ogni medico di famiglia, ed ancor più in un paese piccolo come Mattinata, i pazienti sono la propria grande fa- miglia — spiega il dottor Michele Falcone —. Se uno muore perdiamo un amico con cui magari avevamo giocato da bambini. Ecco perché, scoprendo che ogni collega aveva notato lo stesso considerevole au- mento di patologie tumorali, abbiamo deciso di sollevare il problema rivolgendoci al sindaco Roberto Prencipe, la massima autorità sani- taria locale». Una lettera in cui i quattro medici (inclusi i colleghi Anna Maria Latino e Filippo Palumbo) non si limitano ad indicare lo spaventoso incremento delle neoplasie, ma ne indicano le cause nell’inquinamento ambientale. A poca distanza, nel parco marino delle Isole Tremiti (“area protetta”) si è consumata un’estate esplosi- va. «Ci siamo immersi a mezzo miglio dall’isola di Pianosa per am- mirare le praterie di Posidonia ma abbiamo sfiorato con mano un tappeto di bombe inesplose — raccontano visibilmente storditi Ma- rio e Luigi —. Potevamo saltare in aria. Perché nessuno segnala que- sto grave pericolo?». Ma è possibile che una riserva naturale marina con fondali cristallini e una varietà di flora e fauna unica nel Medi-

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terraneo covi un arsenale esplosivo? Pianosa è la più remota dell’ar- cipelago delle Diomedee — da cui dista 12 miglia —, ultimo lembo di suolo italiano prima del confine con le acque internazionali e, poco oltre, con quelle della Croazia, si staglia a 18 miglia dal Gargano. La minuscola e disabitata isola prende il nome dal suo inconfondibile aspetto pianeggiante. Dal 14 luglio 1989 è zona A, area di maggior integrità e rispetto ambientale: il cuore delle Diomedee. Attualmente

numerosi involucri esplosivi inclusi quelli risalenti al recente conflit-

to nei Balcani perdono il loro micidiale contenuto, alterando l’habi-

tat marino con gravi conseguenze ambientali e sanitarie. La scoperta

è dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale che

ha censito una minima parte degli ordigni. «Le indagini hanno evi- denziato un notevole stress per gli animali marini campionati — ri- vela Luigi Alcaro, ricercatore dell’Ispra —, segni di sofferenza e alte- razioni a livello biochimico e istologico che possono essere diretta conseguenza del Tnt disperso dalle bombe». Il Tnt, secondo la lette- ratura scientifica, è un composto solido, giallo e inodore prodotto dalla combinazione di acido nitrico e solforico. Numerosi studi han- no dimostrato la tossicità di questa sostanza sull’organismo umano che si manifesta a diversi livelli provocando epatite e anemia emoli-

tica, danni all’apparato respiratorio, eritemi e dermatiti. Inoltre, il Tnt è stato qualificato a livello internazionale anche come potenziale agente cancerogeno. Un esame più attento mostra sul suolo tracce dell’impatto di bombe costituite da metallo fuso sulla roccia. Il pro- blema è noto da tempo; in merito all’inquinamento bellico e ai rischi derivanti per la navigazione vi è anche una successiva ordinanza del-

la Capitaneria di Porto di Manfredonia (n.16 del 3 giugno 1991).

Dopo anni passati in fondo al mare gli involucri delle bombe iniziano

a sgretolarsi e disperdere le sostanze nocive. Gli ordigni contengono,

infatti, il Tnt, che è un composto solido, giallo e inodore prodotto dalla combinazione di acido nitrico e solforico. Ed è altamente noci- vo per tutti gli esseri viventi. Numerosi studi scientifici condotti su operai delle fabbriche di armi hanno dimostrato la tossicità di questa sostanza sull’organismo umano che si manifesta a vari livelli provo-

cando epatite e anemia emolitica, danni all’apparato respiratorio, eritemi e dermatiti. Effetti nocivi sono stati rilevati anche su animali

di laboratorio: ratti e cani nutriti con cibo contenente Tnt hanno evi-

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denziato tremori e convulsioni. Il Tnt è stato qualificato anche come un potenziale agente cancerogeno. I ricercatori dell’Ispra hanno scelto proprio Pianosa per approfondire le ricerche e lo hanno fatto analizzando mitili, ricci e un pesce stanziale che vive a contatto con il fondo: il grongo. «Le indagini — riferisce Luigi Alcaro, ricercatore dell’Ispra che ha soggiornato per qualche tempo sull’isola — hanno evidenziato un notevole stress per gli animali marini campionati, se- gni di sofferenza e alterazioni a livello biochimico e istologico che possono essere diretta conseguenza del Tnt disperso dalle bombe». Possibile che almeno le autorità locali non sapessero nulla? Almeno il prefetto di Foggia, Antonio Nunziante, è stato debitamente infor- mato, ma inspiegabilmente non ha mosso un dito. Comunque, pres- so la Capitaneria di Porto di Manfredonia, in provincia di Foggia, scoviamo un faldone impolverato con l’ordinanza numero 27, risa- lente al 18 ottobre 1972. Il documento, firmato dal tenente colonnel- lo Mariano Salemme, rende noto che «Nella zona di mare circostan- te l’isola di Pianosa, per una profondità di metri 100, sono depositate su fondo marino un numero imprecisato di bombe aeree che rendo- no quella zona pericolosa alla navigazione, ancoraggio e sosta di qualsiasi natante, la pesca, la pesca subacquea e la balneazione». Pertanto «Dalla data odierna fino a nuovo ordine, nella zona di mare sopra indicata per una profondità di mare di metri 500 (cinquecen- to) è vietata la navigazione, l’ancoraggio e la sosta di qualsiasi natan- te, la pesca, la pesca subacquea e la balneazione». Strano. Il Portola- no della navigazione non fa menzione degli ordigni, e neppure le carte nautiche più aggiornate. Sull’isola e attorno ad essa è vietata «l’alterazione con qualsiasi mezzo dell’ambiente geofisico o delle ca- ratteristiche biochimiche dell’acqua, nonché l’introduzione di armi, esplosivi e di qualsiasi mezzo distruttivo o di cattura, nonché sostan- ze tossiche o inquinanti», stabilisce il decreto interministeriale del 14 luglio 1989. Non è tutto. Sulla scogliera fa bella mostra un ordigno inesploso risalente alla guerra nei Balcani. Un esame più attento mo- stra al suolo tracce di deflagrazioni costituite da metallo fuso sulla roccia. Ma il Governo non interviene? Interpellati nel 2011, i ministri dell’Ambiente (Prestigiacomo) e della Difesa (La Russa) non hanno offerto alcuna spiegazione. L’unica risposta istituzionale risale al 14 ottobre 2005, quando il ministro della Difesa, Antonio Martino, si

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limitò ad ammettere «il rinvenimento di un numero imprecisato di ordigni bellici risalenti alla seconda guerra mondiale» senza comun- que predisporre la bonifica dei fondali. C’è un rischio effettivo in quest’area dal pregevole e fragile habitat, scarsamente controllata dalla guardia costiera? «Nelle acque di Pianosa operano abitualmen- te pescatori di frodo e in prossimità dell’isola transitano petroliere e spesso gettano l’ancora natanti fuoribordo, circostanze che rendono possibile l’esplosione degli ordigni una volta che essi venissero a contatto con gli scafi», attesta l’interrogazione parlamentare (4- 10469) indirizzata il 13 luglio 2004 da Mauro Bulgarelli ai ministri dell’Ambiente e della Difesa. Il deputato dei Verdi aveva chiesto inol- tre: «quali iniziative si intendano adottare per rimuovere nel più bre- ve tempo possibile gli ordigni giacenti sui fondali, fonti di gravissimo pericolo per l’ecosistema, per la navigazione e la salute delle popola- zioni dell’arcipelago delle Tremiti?». Chi ha bombardato l’isola ad un soffio dal Gargano? Un’ inchiesta della Marina militare italiana ha accertato la responsabilità degli Usa. «Ci sono anche bombe non convenzionali, all’iprite e al fosforo. È un retaggio dell’ultimo conflit- to mondiale: l’isola servì agli Alleati quale campo di tiro per l’Aero- nautica, che peraltro distrusse il faro, i pozzi e i rifugi dei pescatori», rivela l’anziano Raffaele Occhionero, testimone oculare dell’evento in veste di interprete presso il comando anglo-americano di stanza a Manfredonia. Una nota del capitano di fregata Domenico Picone, da- tata 13 gennaio 1996, conferma: «sui fondali dello specchio di mare circostante l’Isola di Pianosa, che è classificata “zona di riserva inte- grale” della Riserva marina Isole Tremiti, in una fascia ampia circa cento metri dalla costa stessa, sono state a suo tempo identificate n. 48 bombe d’aereo (oltre alla probabile esistenza di altre nascoste dalla vegetazione) risalenti alla 2ª guerra mondiale». L’alto ufficiale insisteva: «Lo scrivente ha più volte interessato vari Organismi della Marina Militare, nonché il Ministero dei Trasporti e della Navigazio- ne per la rimozione dei suddetti ordigni bellici, sia allo scopo di eli- minare lo stato di potenziale pericolosità per la pubblica incolumità, sia al fine di rendere fruibili gli specchi acquei dell’isola di Pianosa». Le più alte sfere dello Stato giocano ancora allo scaricabarile? «Che senso ha salvaguardare un ambiente se non si elimina una pericolosa insidia?» osserva il velista Antonio Di Carlo. In realtà, qualcuno ha

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tentato di porvi rimedio. Il 22 giugno ’95 Domenico Picone, coman- dante della Guardia costiera sipontina, interpellava i superiori: «Si prega di far conoscere le proprie determinazioni in ordine agli ordi- gni bellici che rivestono notevole rilievo ai fini della salvaguardia del- la pubblica incolumità». Il direttore generale del ministero dei Tra- sporti e della Navigazione replicava il 19 settembre dello stesso anno:

«Sembrano sussistere i presupposti necessari per l’intervento della Marina Militare in quanto è stata accertata la presenza di ordigni esplosivi che possono pregiudicare l’incolumità della vita umana in mare ed essere pericolosi per la navigazione». Tre mesi più tardi, il 18 dicembre, il contrammiraglio Sirio Pianigiani innestava la marcia indietro tutta, a nome dello Stato Maggiore: «La Marina Militare in- terviene solo a titolo di concorso ed allorquando gli Enti richiedenti assumono formalmente gli oneri di spesa. L’inizio delle operazioni di bonifica potrà avvenire solo allorquando saranno note l’assunzione degli oneri di spesa e l’avvenuta disponibilità dei fondi necessari da parte dell’Amministrazione civile interessata». Strano. La bonifica di ordigni esplosivi è stata sempre effettuata, a partire dal 18 settembre 1963, dai nuclei Sdai della Marina militare. «Non sarebbe il caso di applicare «il principio di chi inquina paga?» chiede Elisabetta Zam- parutti, deputato dell’opposizione in Commissione Ambiente. Maga- ri i responsabili potrebbero essere indotti dallo Stato italiano a farsi carico dei danni sociali ed ambientali prodotti, causati dall’affonda- mento indiscriminato di questi ordigni bellici e della loro lunga per- manenza in un habitat marino che tutto il mondo ci invidia. La Con- venzione internazionale di Ginevra del 1925 proibiva «l’uso in guerra di gas asfissianti, tossici o simili, nonché di tutti i liquidi, materiali o procedimenti analoghi». Questo Protocollo non vietava la produzio- ne e l’immagazzinamento di armi chimiche e non escludeva l’uso dei gas asfissianti come rappresaglia a un eventuale attacco militare con l’uso di armi chimiche. Ciò spiega la presenza sul territorio pugliese, durante la 2ª Guerra Mondiale, di un vastissimo arsenale alleato. La Convenzione sulla loro proibizione firmata a Parigi il 13 gennaio 1993 stabilisce che tutti gli Stati Membri devono procedere alla di- struzione di tutte le armi chimiche nei territori sotto la loro giurisdi- zione; devono, inoltre, provvedere alla rimozione delle armi lasciate sul territorio di altri Stati. Queste disposizioni non si applicano «a

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discrezione dello Stato Parte, alle armi chimiche sotterrate nel suo territorio anteriormente al 1° gennaio 1977 e che rimangono sotter-

rate, o che sono state scaricate in mare anteriormente al 1° gennaio 1985». Il recupero delle armi chimiche rilasciate in mare è di assolu-

ta responsabilità dello Stato che effettua il recupero, senza distinzio-

ne tra acque territoriali o internazionali. La Convenzione di Parigi non affronta l’impatto sull’ambiente delle sostanze chimiche rila-

sciate dagli ordigni inesplosi. Gli esperti affermano tuttavia l’assolu- ta necessità di localizzare i luoghi dove si trovano le armi chimiche, approntare studi ecologici per valutarne l’impatto sull’ambiente e raccogliere informazioni sullo stato di corrosione delle munizioni. Nel suo mare è vietata «l’alterazione con qualsiasi mezzo dell’am- biente geofisico o delle caratteristiche biochimiche dell’acqua, non- ché l’introduzione di armi, esplosivi e di qualsiasi mezzo distruttivo

o di cattura, nonché sostanze tossiche o inquinanti» attesta un de-

creto interministeriale. I fondali cristallini presentano una varietà di flora e fauna marina unica nel Mediterraneo; ma conservano un se- greto esplosivo. Nel 2005, in risposta ad un’interrogazione parla- mentare (numero 4-10237), il ministro della Difesa Antonio Martino ebbe a riferire giocando al ribasso — stile Ponzio Pilato — senza adot- tare alcun provvedimento: «Relativamente agli ordigni bellici affon- dati in basso Adriatico, risalenti alla seconda guerra mondiale, l’Isti- tuto Centrale per la Ricerca Scientifica e Tecnologica Applicata al Mare (ICRAM) ha condotto, su commissione del Ministero dell’am- biente e della tutela del territorio, tra dicembre 1997 e ottobre 1999, un programma di ricerca denominato A.C.A.B. (Armi Chimiche Af- fondate e Benthos), volto a localizzare le aree di fondale interessate dalla presenza di residuati bellici a carica chimica, ad accertarne lo stato di conservazione ed a valutare i rischi ambientali. Il program- ma ha visto la partecipazione anche del Consorzio Nazionale inter- universitario per la Scienza del Mare (Co.Ni.S.Ma.) e dello Stabili- mento militare Materiali Difesa nucleare Batteriologica e Chimica di Civitavecchia. Il citato Istituto, che ha, tra l’altro, pubblicato un ma- nuale illustrativo delle misure precauzionali da adottare in caso di recupero di tali residuati, ha in atto anche il cosiddetto progetto RED COD (Research on Environmental Demage caused by Chemical Ordnance Dumped at sea), finanziato dalla Commissione Europea,

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per approfondire le conseguenze derivanti dai residuati bellici gia-

centi sui fondali dell’area interessata. Solo a conclusione di tale stu- dio (dicembre 2005) verranno valutate le opportune iniziative e le specifiche competenze dei diversi Enti Istituzionali coinvolti nella problematica. Ciò premesso, in merito alle attività di bonifica del fondo marino da ordigni (ovvero, materiali esplodenti ad essi assi- milabili), preme sottolineare, in generale, come la normativa vigente stabilisca che interventi di tale natura siano suddivisi in occasionali

e sistematici. In particolare, è previsto che: la bonifica occasionale

sia effettuata a seguito di ritrovamento di ordigni esplosivi e limita- tamente all’intervento su di essi e per motivi connessi con la salva- guardia della pubblica incolumità; la bonifica sistematica sia effet- tuata, a scopo preventivo, nelle aree dove si presuppone la presenza

di ordigni nascosti da fenomeni naturali o, comunque, non indivi-

duabili a vista. L’urgenza dell’intervento non può, comunque, pre- scindere da considerazioni di effettiva sussistenza del rischio per l’incolumità pubblica in mare, secondo una scala di priorità che col- loca all’ultimo posto interventi su pericoli considerati solo potenzia- li. Peraltro, fatta salva la competenza dell’autorità del Governo a ri- chiedere in ogni caso l’intervento di bonifica, per le bonifiche di ca-

rattere occasionale potrà essere richiesta l’azione di reparti militari specializzati per il tramite dell’Autorità militare territorialmente competente. Nel caso, invece, di bonifiche sistematiche, la Prefettura

— così come disposto dal Dipartimento della Protezione Civile in

data 16 maggio 1996 — si dovrà avvalere, di massima, di ditte specia-

lizzate, in possesso di specifici requisiti, coinvolgendo eventualmen-

te l’apparato militare solo in operazioni preventive di ricognizione

delle aree da bonificare, atte a valutare fattibilità e stima dei costi e,

se necessario, nella fase finale di alienazione e distruzione degli ordi- gni. Con specifico riferimento alla bonifica dei fondali delle acque prospicienti l’isola di Pianosa, auspicata dall’interrogante, si rileva che nel 1972, a seguito del rinvenimento di un numero imprecisato

di ordigni bellici risalenti alla seconda guerra mondiale, è stata effet-

tuata dal Nucleo Sminamento Difesa Antimezzi Insidiosi (SDAI) del-

la Marina Militare la relativa bonifica che, però, non è stata portata a

termine per le intervenute proteste degli abitanti. Per tale motivo è

stata emanata l’ordinanza n. 27 del 1972, cui è cenno nella premessa

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all’atto, con la quale è stata vietata qualsiasi attività per un raggio di 500 metri dalla costa, nella zona antistante l’isola. Al riguardo, si precisa che l’ordinanza del Capo del Circondario Marittimo ha la funzione di regolare determinate situazioni connesse a specifici av- venimenti caratterizzati da peculiarità contingenti e, quindi, in astratto, non estensibili ad ogni fattispecie; la stessa rimane, comun- que, valida ed applicabile per espressa previsione delle prescrizioni in essa contenute. Successivamente, la Capitaneria di porto di Man- fredonia ha interessato il competente Ufficio territoriale del Gover- no, al fine di provvedere allo stanziamento dei fondi necessari per la bonifica. Richiesta, peraltro, reiterata in tempi diversi. Le iniziative della Capitaneria di porto di Manfredonia sono state condivise dallo stesso Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e dall’Ente Parco del Gargano, proprio in ragione della complessità e del carat- tere di sistematicità che assume l’intervento. Nel merito, il Comando in Capo del Dipartimento Militare Marittimo di Ancona ha condotto uno studio di fattibilità, con il quale sono state individuate le moda- lità tecnico-operative inerenti all’eventuale intervento di bonifica dell’area circostante l’isola. Le risultanze di tale studio sono state partecipate alla competente Prefettura, auspicando l’avvio delle azioni necessarie alla risoluzione della problematica. Quanto all’ap- plicazione del principio «chi inquina paga», il Ministero dell’am- biente e della tutela del territorio ha comunicato che, non appena disporrà di materiale probatorio rilevante, tale da risalire con certez- za agli autori dei fatti di cui trattasi, nonché di documentazione atte- stante la sussistenza e l’entità dei danni arrecati alle risorse marine, valuterà se sussistono i presupposti per attivare le procedure finaliz- zate ad ottenere il risarcimento del pregiudizio arrecato, ai sensi dell’articolo 18 della legge n. 349 del 1986. Si aggiunge, in ultimo, con riferimento al rilascio di ordigni da parte di aerei NATO «in emergenza», nel corso di operazioni militari in Kosovo, che il Gover- no ha disposto l’esecuzione delle operazioni di bonifica riguardanti l’intero bacino del Mare Adriatico e che tali attività sono state svolte dalla Marina militare italiana e da unità NATO nel periodo compreso tra il 1999 ed il 2001. Inoltre, la Marina militare italiana svolge pe- riodicamente operazioni di sorveglianza dei fondali sulle principali rotte e linee di comunicazione marittime, con l’impiego delle proprie

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unità di Contro Misure Mine (Route Survey), fornendo, quindi, una continua opera a salvaguardia della sicurezza della navigazione». Sin dallo sbarco in Sicilia, gli alleati usarono munizionamento al fosforo e al napalm. Dall’estate del ’43 venne impiegata un’altra nuova arma che sarebbe diventata tristemente famosa negli anni ’60, durante la guerra del Vietnam. Infatti, a partire dallo sbarco a Salerno, furono affidati alla fanteria americana 15 mila lanciafiamme caricati con il napalm. Tecnicamente questa miscela è un composto di petrolio con

addensante di alluminio, acido palmitico e acido natftoleico. L’effica- cia distruttiva ottenuta dalle operazioni terrestri convinse l’USAAF a lanciare nel giugno 1944 ordigni riempiti di napalm contro le fortifi- cazioni tedesche in Normandia. Prima ancora, l’isola di Pantelleria venne usata come laboratorio a cielo aperto per verificare se il na- palm era in grado di uccidere gli uomini all’interno dei bunker. Il napalm è stato adoperato su larga scala dalle forze alleate contro città e in campo aperto. Secondo lo storico inglese Andrew Brookes,

«il

primo bombardamento aereo con ordigni al napalm sul Nord Ita-

lia

venne effettuato nell’inverno 1944 da alcune squadriglie di