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Universit degli studi di Firenze Facolt di Lettere e Filosofia

Ebrei dopo la Shoah


Politica e cultura nellItalia del secondo dopoguerra (1945-1973)

Candidata ELENA MAZZINI

Relatore: Prof. Marco Palla Prof. Daniele Menozzi

Indice Indice..............................................................................................2

Abbreviazioni.............................................................21 Glossario ....................................................................21


Introduzione..................................................................................26 Capitolo I: le fonti.........................................................................45

1. ISRAEL 1944-1974............................................45 Cenni storici prima del 1944..................................45 La ripresa e la normalizzazione.............................46 Carlo Alberto Viterbo ............................................48 La struttura del giornale ....................................49 2. BOLLETTINO DELLA COMUNITA ISRAELITICA DI MILANO 1945-1970................53 Introduzione.............................................................53 Raffaele Cantoni......................................................54 Struttura del giornale.............................................56 3. LECO DELLEDUCAZIONE EBRAICA 1946-1970....................................................................58 4. HE-CHALUZ 1947-1956...................................59 Introduzione.............................................................59 Struttura del giornale.............................................60 2

5. LA SCALA 1948-1949.......................................61 6. LA RASSEGNA MENSILE DI ISRAEL 19481970.............................................................................63 Introduzione.............................................................63 Dante Lattes.............................................................64 Struttura del giornale ............................................67 7. KARNENU-IL NOSTRO FONDO 1950-1970 .....................................................................................68 Introduzione.............................................................68 Struttura del giornale.............................................70 8. LE NOSTRE ISTITUZIONI 1950-1954..........72 9. AMICIZIA EBRAICO-CRISTIANA 1951-1970 .....................................................................................73 Introduzione.............................................................73 Struttura del giornale.............................................74 10. ASPETTI E PROBLEMI DELLEBRAISMO 1952-1954....................................................................75 11. LA VOCE DELLA COMUNITA DI ROMA 1952-1967 .....................................................75 12. HAMIM 1953-1958..........................................76 13. HA-KOL 1954-1960 .......................................77 3

Introduzione.............................................................77 Struttura del giornale.............................................79 14. HA-MAKOR 1954-1956..................................79 15. FIRENZE EBRAICA 1955-1959....................80 16. LA FIAMMA 1955-1970.................................81 17. HA-TIKWA 1957-1970...................................82 Introduzione.............................................................82 Struttura del giornale.............................................83 18. EBREI DEUROPA 1959-1969 .................84 Introduzione.............................................................84 Struttura del giornale.............................................85 19. TORINO EBRAICA 1959-1960 ...................86 20. PORTICO DOTTAVIA 1965-1968...............86 21. SHALOM 1967-1972.......................................88 Introduzione.............................................................88 Struttura del giornale.............................................89
Capitolo II: la memoria della Shoah.............................................91

Introduzione.............................................................91 I. Il 16 ottobre 1943....................................................97 I primi anni del dopoguerra...................................97

NellItalia

non

ancora

interamente

liberata

dallesercito doccupazione nazifascista, la rivista romana Mercurio pubblic il pregevolissimo opuscolo di Giacomo Debenedetti, intitolato semplicemente 16 ottobre 1943, in cui si narra, con taglio cronachistico e affatto originale, lo svolgersi della triste giornata che conobbe la deportazione dellintera popolazione ebraica residente nellantico ghetto romano. Oltre ad essere firmato da una prestigiosa penna, questo libro risulta altrettanto importante perch rimarr per un lungo periodo di tempo lunico contributo scritto su questa vicenda; un silenzio che circondava anche le testate giornalistiche esaminate in cui si trovato, prima dellinizio del decennio degli anni Cinquanta, il solo Israel a dare notizia della commemorazione pubblica che si svolse allinterno del vecchio ghetto di Roma nellottobre del 1948, alla presenza del Sottosegretario allInterno Giorgio La Malfa, del presidente della Comunit Vitale Milano del rabbino David Prato che ha 5

esortato i fedeli a trasformare lo strazio in energie tese verso la ricostruzione spirituale e politica che si sostanzia in quello Stato ebraico che in questi giorni, nelle assise dellOnu stato virtualmente ricostituito. Il rabbino ha poi recitato il Kaddish per i deportati non ritornati e se tale pietoso rito era stato compiuto finora con un residuo di dubbio e di speranza, adesso, sappiamo che ogni speranza svanita e che i tanti partiti non faranno pi ritorno. Eun peccato che il settimanale romano non abbia riportato il discorso che sicuramente lonorevole La Malfa pronunci in tale occasione, perch poteva illustrare efficacemente le modalit con cui, fin dai primissimi anni del dopoguerra, il governo italiano avesse guardato alla persecuzione antisemita, sebbene sia possibile ipotizzare che le considerazioni espresse nei paragrafi successivi possano ben adattarsi anche a questa primissima e silente fase che non si riuscita ad interrogare....98 Gli anni cinquanta: un decennio di silenzi............99 Gli anni sessanta....................................................103 6

II. Lanniversario della Liberazione......................108 Il decennale: 25 aprile 1955..................................108 Il ventennale della Liberazione: 1965..................113 III. Il 1938 fra amnesia e ricordo ...........................117 Gli anni cinquanta.................................................117 Gli anni sessanta....................................................124 IV. Una memoria visiva: i monumenti...................138 V. Una memoria fisica: i pellegrinaggi...................145 VI. La memoria antifascista: figure di partigiani ebrei...........................................................................150 VII. 1960-1961: una memoria da ripensare...........167 Il 1960 si apr con gravi e preoccupanti manifestazioni antisemite nelle principali citt italiane, europee e americane che indussero le comunit ebraiche dei vari paesi ad assumere prima una ferma presa di posizione di aperta denuncia davanti a queste pericolose provocazioni, dopo, ad interrogarsi circa le modalit che fino ad allora erano state impiegate nella trasmissione della Shoah alle nuove generazioni. Le svastiche dipinte sulla sinagoga di Colonia che aprirono la strada ad altre 7

manifestazioni antisemite spinsero lUnione delle comunit israelitiche italiane a redigere un proclama in cui si leggeva che tutti gli Ebrei dItalia sono sorpresi e addolorati per il susseguirsi delle inattese testimonianze del permanere in paesi evoluti e civili di pregiudizi antiebraici e di sentimenti di odio, religioso e razziale, residui di medievali pregiudizi e di pi moderne criminose propagande. Dobbiamo dirsi preoccupati per questi ritorni di fiamma che hanno radici nel recente passato nazifascista ma affondano le proprie radici in un passato remoto. Tutte le testate esaminate registrarono questo penoso stato di cose con una serie di articoli, di appelli a ricordare, di ricercare una stretta solidariet fra le varie organizzazioni ebraiche e non, nel combattere tali ingiuriosi attacchi che sembravano essere un vero e proprio terremoto per tutti coloro che credevano che lorrore del recente massacro ebraico fosse stato dinsegnamento, che non si sarebbe pi verificata lumiliante condizione 8 di doversi, di nuovo,

difendere da quellodio che in alcuni casi veniva chiamato residuo medievale, in altri odio nazifascista. Interessante lanalisi che il direttore del settimanale Israel tracciava su questi incidenti antisemiti: cerchiamo di riassumere la cronaca dei tristi avvenimenti di questi giorni e delle reazioni suscitate. Le manifestazioni non sono state provocate da qualche misfatto attribuito o attribuibile a ebrei. Dunque le manifestazioni sono lespressione di una passione nel cui quadro gli Ebrei sono un oggetto. I germi nazisti non sono stati spazzati via del tutto allindomani della fine della guerra. Sia in Germania che in Italia e altrove non stato fatto abbastanza: criminali nazisti sono stati liberati con facilit e reintegrati nella societ civile. Inoltre alle nuove generazioni, che non hanno materialmente vissuto quellepoca di distruzione, non vengono impartite adeguate nozioni di educazione civica che la storia impone che siano date. Il centro dellinfezione antisemita certamente in Germania e l deve iniziare la cura per poi 9

estendersi a tutti i paesi affetti dal male, compresa lItalia. Si aprono i libri di storia per le scuole e non si scorge nessun tipo di riconoscimento degli errori compiuti, n la condanna dei delitti perpetrati. I nomi di Matteotti, Rosselli, Eugenio Colorni non dicono nulla ai giovani di questo secondo dopoguerra. La nostra richiesta di unenergica, efficace opera di educazione da parte di tutti gli Italiani degni di questo nome. Questo articolo compendia in maniera efficace alcuni aspetti caratteristici di un certo modo di guardare allesperienza della Shoah da parte ebraica: si legge uninsolita accusa rivolta al mondo politico postbellico di aver reintegrato e riabilitato i criminali nazisti e fascisti in seno alla societ civile in qualit di normali cittadini e anzi, come si visto analizzando la vicenda di Pende, come cittadini prestigiosi; c il rammarico di non aver saputo insegnare adeguatamente alle nuove generazioni ci che nel cuore dellEuropa 10 accadde durante loccupazione hitleriana e permane nella proposta di

Viterbo lidea che il lavoro di educazione vada svolto maggiormente in Germania, vista come la patria delezione dellantisemitismo di cui gli altri paesi coinvolti nel 1960 come nel 1943non risulterebbero che semplici imitatori e seguaci privi di proprie tradizioni antigiudaiche. Sul medesimo numero del settimanale romano ci si affretta a pubblicare un articolo significativo che testimonia associazioni come i partiti hanno antifascisti e le l8 partigiane organizzato

gennaio al Portico dOttavia una manifestazione di protesta contro gli incidenti antisemiti. Ha preso parte anche Raffaele Cantoni il quale ha posto laccento sul carattere unitario della manifestazione: i cittadini italiani, di ogni razza e religione, sono concordi nel reagire all indegna provocazione. Lunit del popolo italiano nel reagire allantisemitismo si riconfermava, come in passato, in ununit dettata dalla profonda umanit e fratellanza dimostrata dalla comunit nazionale, assolta in tal modo dalla macchia di avere al suo 11

interno elementi minoritari inneggianti allodio antisemita; tuttavia, al di l di queste blande rassicurazioni e alla luce di questi shockanti avvenimenti, la comunit ebraica si interrogava in maniera pi approfondita su quale tipo dinsegnamento fosse stato fornito ai giovani intorno a quel passato nel corso degli anni Cinquanta, se fosse stato fatto abbastanza per rendere visibile questa memoria; il rabbino della capitale Elio Toaff esprimeva queste riflessioni affiancandole alla legittima richiesta di insegnare in Italia cosa avvenuto in passato realmente; in questi ultimi tempi abbiamo voluto dimenticare quellorrore, ognuno si occupato dei propri affari e ha trascurato la Comunit. Dobbiamo imparare la lezione e tornare a vigilare. Linvito a vigilare rivolto dal Rabbino capo di Roma alla Comunit ebraica ma anche a quella nazionale non era disgiunto da un appello che andava verso una maggiore presa di coscienza e conoscenza intorno allo sterminio ebraico perpetrato meno di quindici 12

anni addietro in Europa. Non risulta essere casuale il fatto che il Cdec avesse dato alle stampe un catalogo, Il Cdec e le vicende degli ebrei italiani durante il periodo fascista, prologo del gi citato Gli ebrei italiani sotto il fascismo, pubblicato nel 1961, con la precipua funzione di far conoscere alle giovani generazioni il passato recente in maniera pi approfondita di come lo si insegna nelle scuole, pi esattamente di come narrano i padri. Mentre si registravano reazioni di protesta, di inviti a ricordare e di commemorazioni organizzate dalle varie comunit ebraiche italiane, cresceva lesigenza di conoscere quegli avvenimenti in una prospettiva pi storica che orale, si avvertiva cio come prioritaria una memoria che da ricordo si facesse avvenimento trasmissibile e condivisibile anche da quella fascia di persone che non erano state diretti testimoni di quel periodo. I giovani della Federazione giovanile ebraica si resero voce di tale fermento scrivendo che alla fine della guerra si piangeva la scomparsa di sei milioni di ebrei ed era 13

spontaneo domandarsi come mai il mondo si fosse illuso delle sorti a cui sarebbe giunto il nazionalsocialismo. Che cosa conosce di questi fatti la nuova generazione? Quei giovani che alla fine del conflitto bellico contavano pochi anni e che oggi sono in prima fila nellesplosione dellodio antiebraica, che cosa conoscono del nazifascismo? Lignoranza su questo tragico passato che manifesta nelle nuove generazioni pericolosa; responsabilit nel passato di aver permesso gli orrori, responsabilit nel presente di far dimenticare tali orrori. Lignoranza era dunque individuata come la causa centrale che aveva permesso lo scatenarsi dellattuale antisemitismo, e tuttavia il non sapere delle nuove generazioni chiamava in causa anche la generazioni dei padri che su quel passato avevano pi taciuto che raccontato non solo per la comprensibile reazione di non aprire una ferita cos recente e dolorosa, ma anche per lindifferenza e la disattenzione mostrata da larga parte dei potenziali interlocutori; in altre parole, si 14

prendeva atto del fatto che la rimozione, il non detto fu latteggiamento pi diffuso fra i testimoni e i sopravvissuti alla deportazione nel decennio che era seguito alla fine della guerra e che in sostanza poco si era pubblicato sullargomento, poco si era parlato e altrettanto poco si era insegnato dentro le aule scolastiche. In occasione dellinaugurazione della Mostra dei campi di sterminio nazisti a Padova, commentava unarticolista che se ancora dopo quindici anni molti occhi piangono davanti alle immagini di tanto male, altri occhi si volgono altrove, n vogliono guardare o ascoltare. Questa mostra si propone di fornire ai giovani, che nulla hanno visto e nulla sanno, alcune nozioni sugli avvenimenti di un periodo storico fino ad ora taciuto nei libri scolastici. Noi affidiamo ai nostri figli il dolore della nostra epoca ma adesso spetta a loro di riscattarlo e di nobilitarlo. Il monito del passato, per doloroso che sia, deve essere raccolto e non disperso nel tempo. Tuttavia lauspicato passaggio di testimone intorno alla memoria dello sterminio da 15

una

generazione

allaltra

risulter

essere

unoperazione meno pacifica e naturale di quanto potesse apparire a prima vista; se infatti da una parte i padri trovavano un uditorio inadeguato ad ascoltare i propri racconti, dallaltro, come scrive la Wieviorka sulla scomparsa dello yiddishkeit- il modo yiddish, lo sguardo delle generazioni nate dopo la Shoah era uno sguardo cieco. Ebrei senza eredit essi avevano il sentimento che lunica cosa che era stata loro trasmessa del giudaismo erano le ceneri dei crematori. Il legame tra le generazioni era stato interrotto dalla morte dei nonnile generazioni non potevano comunicare fra loro dal momento che i nonni, quando erano sopravvissuti, parlavano male la lingua del luogo e i nipoti ignoravano lo yiddish. ...........................................168 VIII. La memoria letteraria...................................193
Capitolo III : il Sionismo ...........................................................209

I. Cenni sul Sionismo in Italia: dalle origini alla ricostruzione postbellica..........................................209 II. Stato d Israele: dallidea alla realt.................228 16

III. Leroismo o la rivolta del Ghetto di Varsavia. 243 IV. Israele e Diaspora: il difficile dialogo...............252 V. He-Halutz.............................................................265 VI. Enzo Sereni: primo halutz dItalia..................281
Capitolo IV: istituzioni e comunit .....................................291

I. Lassociazionismo giovanile non sionista: la FGEI ...................................................................................291 Dalla nascita alla Guerra dei Sei Giorni.............291 La frattura del 1967..............................................313 II. LUCII..................................................................319 III. Geografia dellEbraismo italiano.....................337 Introduzione...........................................................337 Le medie Comunit: una realt che sfugge.........339 La Comunit israelitica di Roma.........................342 La Comunit di Milano: dalla ricostruzione agli anni Sessanta..........................................................355
Conclusioni.................................................................................369 Bibliografia.................................................................................373

Parte A. Le Fonti......................................................373 Parte B. Storiografia................................................374

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Abbreviazioni RMI : La Rassegna Mensile di Israel. Bcim : Bollettino della comunit israelitica di Milano. LEco : Leco delleducazione ebraica. La Voce : La Voce della comunit di Roma

Glossario Aliah: pl. Alioth: letteralmente salita, indica il movimento migratorio (ritorno) verso Israele. Convenzionalmente si indicano cinque alioth storiche: Prima Aliah (18811903); Seconda Aliah (1904-1914); Terza Aliah (1919-1923); Quarta Aliah (19241927); Quinta Aliah (1929-1939). Ashkenaz: Germania. Con tale termine si indica tutti quegli ebrei detti ashkenaziti- che provengono non solo dalla Germania ma anche da tutta lEuropa continentale. La lingua parlata da tale popolazione ebraica era lo yiddish. Bar mitzv: Maggiorit religiosa. Al compimento dei tredici anni il ragazzo chiamato a confrontarsi con i precetti dellebraismo, dopo di che il ragazzo tenuto a rispettare tutti gli obblighi religiosi comandati. Bat mitzv: Cerimonia analoga al bar mitzw per le ragazze. Tuttavia non ha alcun valore strettamente religioso, significando semplicemente lingresso nel mondo degli adulti. Benei-Akiba: Figli di Akiva. Movimento sionista religioso giovanile fondato a Gerusalemme nel 1929. Il proprio credo veniva riassunto nellespressione Torah waAvodah (Torah e Lavoro). Betar: Abbreviazione di Berit Trumpeldor, lAlleanza di Trumpeldor, dal nome del primo eroe dellepopea militare sionista. Movimento giovanile revisionista, venne

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fondato a Riga nel 1923; il suo leader fu Vladimir Jabotinsky che lo trasform in un movimento inquadrato militarmente, addestrato e armato. Bund: Unione Generale del Lavoro Ebraico in Lituania, Russia e Polonia. Fondato a Vilna nel 1897, il Bund era sia un partito politico che un sindacato dispirazione marxista. Chassid: Pio, devoto. Con il termine chassidismo si indica la corrente mistica religiosa fondata da Baal Sem Tov nel XVIII, in Europa orientale. I seguaci venivano appellati con il nome di chassid. Eretz Israel: Terra di Israele. Di origine biblica, venne impiegato in senso laico dal movimento sionista che tuttavia mantenne il messaggio messianico di ritorno alla Terra promessa. Golah: Esilio, Diaspora. Il medesimo significato lo ha il termine Galuth che tuttavia, in ebraico moderno, si coloro di una sfumatura peggiorativa. Haganah: Difesa. La Haganah era lorganizzazione militare di difesa fondata nel 1920 a Gerusalemme. Finanziata dallHistadrut, con la nascita dello Stato ebraico, lHaganah divenne lo Tzahal (Esercito di difesa di Israele). Haggadah: Racconto, narrazione. Testo rituale che accompagna il rituale della Pasqua. Hakhsharah: Colonia agricola o artigianale di addestramento e di rieducazione professionale, preparatoria allemigrazione in Palestina Ha-Shomer ha-Tzair: Il Giovane Guardiano. Movimento pionieristico e socialistasionista, fondato a Vienna nel 1916. Divenne partito politico nel 1946, unendosi nel 1948 al Mapam Haskalah: con tale termine si indica lIlluminismo ebraico che ebbe le proprie origini nellEuropa occidentale a partire dagli anni Ottanta del XVIII secolo e successivamente diffuso anche in Europa orientale; lesponente pi noto di questa corrente fu il filosofo tedesco Moses Mendelssohn. Hatikw: Speranza. Inno ufficiale dellOrganizzazione sionista mondiale dal 1905, divenuta successivamente linno ufficiale dello Stato dIsraele. Haver: Colono. Il termine generalmente viene impiegato per designare colui che abita in un kibbutz. He-Halutz (o He-Chaluz): Il Pioniere. Movimento giovanile sionista dispirazione socialista, sorto alla fine del XIX secolo in Russia. Halutz indica generalmente il pioniere ebreo recatosi in Palestina a partire soprattutto dalla Seconda Aliah. Herut: Libert. Partito nazionalista di destra fondato nel 1948 da Menahem Begin. Erede dellideologia e del programma dei revisionisti, and per la prima volta al

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governo nel 1977. Histadrut: Organizzazione generale dei lavoratori ebrei in Palestina. Nato nel 1920, lHistadrut la confederazione sindacale israeliana. Irgun Tzeva Leummi: Organizzazione militare nazionale. Fondata da David Raziel e Avraham Stern, lIrgun viene creata dagli ambienti di destra revisionisti nel 1937, quando si consuma il distacco dallHaganah considerata troppo moderata. Si scioglie nel 1948 confluendo nellEsercito di difesa di Israele. Kabbalah: Tradizione. Corpus dottrinale dellebraismo mistico ed esoterico, sviluppatosi soprattutto a partire dallepoca medievale. Kaddish: Preghiera per i defunti, recitata al momento della sepoltura. Keren Hayesod: Fondo di base. Istituzione sorta negli anni Venti con il fine di assistere coloro che immigravano nella Palestina sotto mandato britannico e formarli professionalmente in base alle esigenze del paese. Keren Kayemeth le-Israel: Fondo permanente per Israele. Organizzazione assistenziale sorta per finanziare e sostenere linsediamento ebraico prima della nascita dello Stato dIsraele. In seguito, divenne una sorta di ponte fra Diaspora e Israele, sia finanziario che culturale. Kibbutz: Gruppo. Insediamento agricolo collettivo dispirazione socialista, sorto nel 1910 e sviluppatosi dopo la Prima Guerra Mondiale. I suoi membri sono detti Kibbutzim. Knesset: Parlamento israeliano. Likud: Raggruppamento politico di destra il cui partito-leader lHerut. Tale coalizione arriv per la prima volta al governo nel 1977. Mapai: Partito degli operai di Eretz Israel. Nato nel 1930 dalla fusione di due precedenti raggruppamenti politici, il Mapai sar il partito che per quasi un trentennio guider il governo israeliano. Mapam: Partito operaio unificato. Nato nel 1948 il Mapam si differenzia dal Mapai per una coloritura socialista ben pi marcata. Moshav: Insediamento agricolo cooperativo; a differenza del kibbutz, il moshav prevede anche un tipo di aziende agricole private oltre che collettiviste. Mitzwah: Precetto. Indica una lunga serie di prescrizioni e divieti che gli ebrei sono tenuti a rispettare nella propria vita. Hanno la loro origine nella Bibbia e nel Talmud che ne indicano in tutto 613. Oleh: Immigrante. Gli olim erano coloro che stavano per compiere laliah verso Israele. Pesach: Pasqua ebraica. Festa ebraica che rievoca lEsodo dallEgitto, la traversata

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del Mar Rosso, la conquistata libert e la fine della schiavit. La festa di Pesach inizia il 14 di Nissan e si apre con il seder, la cena rituale. Sabra: Letteralmente fico dIndia. Indica lebreo nato in Israele e non immigrante da altre parti del mondo. Autoctono. Sefarad: Spagna. Questa parola designa tutti quegli ebrei espulsi dalla penisola iberica nel 1492 e dispersi da allora in tutto il bacino del Mediterraneo. La lingua parlata da questa popolazione il ladino. Shaliach: Inviato. Si indica colui che viene mandato dallOrganizzazione sionista dIsraele nella Diaspora ad educare e preparare coloro che si accingevano a compiere laliah. Shoah: Catastrofe, distruzione. Parola ebraica che designa lo sterminio dei sei milioni di ebrei nei campi di eliminazione nazisti durante la seconda guerra mondiale. Shtetl: Cittadina dellEuropa orientale abitata solitamente da ebrei; lo shtetl ha rappresentato la culla della cultura e della lingua yiddish. Talmud: Tradizione. Vastissimo insieme di tradizioni rabbiniche tramandate per via orale. Esso costituisce la cosiddetta legge orale in rapporto alla Torah detta legge scritta. Tuttavia, anche se nato oralmente, il Talmud costituito da un ampissimo corpus letterario. Torah: Insegnamento. Indica i primi cinque libri della Bibbia, detti Pentateuco ma pu assumere il significato anche di dottrina riferita tanto a uno specifico insegnamento, quanto allinsieme della cultura ebraica tradizionale. Tzahal: Acronimo di Tzeva-Haganah le-Israel, ossia Esercito della Difesa di Israele, nato allindomani della nascita dello Stato israeliano. World Zionist Oraganisation: Fondata da Theodor Herzl nel primo congresso sionista tenutosi a Basilea nel 1897, la WZO oltre che a svolgere la funzione di difesa della causa sionista di fronte ai vari governi, dedic molte delle proprie risorse finanziarie per promuovere linsediamento ebraico in Palestina e incoraggiare limmigrazione verso il paese. Dopo la Dichiarazione di Balfour, alla WZO venne accordato, nel 1922, il riconoscimento giuridico di Agenzia ebraica, organismo che rappresentava ufficialmente gli interessi ebraici dinanzi al governo mandatario britannico e insieme al quale doveva collaborare per la creazione della sede nazionale ebraica in Palestina. Yeshiv: E il grado pi elevato delliter scolastico tradizionale in cui i giovani discutono i pi complessi testi della tradizione. Yishuv: Insediamento. Indica linsediamento ebraico in Palestina; si distingue fra antico yishuv costituito da quella popolazione ebraica che l risiedeva prima del 1881

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e nuovo yishuv con cui gli esponenti della Prima aliah definirono linizio dellinsediamento sionista. Yom Atzmaut: Giorno dellindipendenza. Festa con cui si commemora la fondazione dello Stato dIsraele, avvenuta il 14 maggio del 1948.

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Introduzione
Il periodo storico in cui si colloca la presente ricerca prende avvio l dove termina lesperienza della cosiddetta soluzione finale del popolo ebraico, consumatasi tra il 1939 e il 1945 nellEuropa occupata dai nazisti. La scelta del termine Shoah per designare lo sterminio di sei milioni di ebrei europei, che compare fin dal titolo di questo studio, esige una breve spiegazione. Se esula dagli scopi e anche dalle competenze di chi scrive condurre unanalisi di tipo lessicale-semantico sui termini che nel corso del secondo dopoguerra si sono utilizzati o coniati ex novo per definire lo sterminio ebraico, appare non di meno necessario accennare ai motivi che hanno condotto a preferire Shoah ad altri sostantivi che, nella lingua corrente o specialistica, indicano il medesimo evento storico. Se, come suggerisce Anna Vera Sullam Calimani in un contributo stimolante, dare un nome allo sterminio1 costituisce unoperazione che interessa problematiche di natura sia semantica che storica, le difficolt ad esprimere tale avvenimento tramite un lessema adeguato e al contempo specifico, chiamano in causa una serie di questioni che in sintesi potrebbero essere definite psicologiche. I nomi che via via sono stati usati nel corso degli anni, testimoniano infatti il tipo di mentalit con cui lo sterminio ebraico stato di volta in volta interpretato. Quando il secondo conflitto mondiale era ancora in atto, inizi ad essere adoperato in Europa come in Palestina il tradizionale termine ebraico hurban2 distruzione, catastrofe- che, fin dai tempi antichi, aveva designato la distruzione del Tempio di Gerusalemme e che, nel Medioevo come nei tempi pi recenti, indicava le persecuzioni e i pogrom subiti dalla popolazione ebraica europea. Pertanto denominare con tale sostantivo la catastrofe ebraica significava attribuirle una sorta di continuit storica, collocandola allinterno di un paradigma storico gi dato e conosciuto, mentre la peculiare specificit che caratterizzava lo sterminio nazista scientifico e assolutamente moderno- si perdeva in quella sorta di spiegazione vichiana del fluire storico secondo
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Cfr., A. V. Sullam Calimani, I nomi dello sterminio, Torino, Einaudi, 2001, pp. 22-38. Nota Sullam Calimani che il termine non fu adoperato a lungo per ragioni sia formali sia semantiche: esso caratterizzava in modo particolare un insieme di persone eccessivamente ristretto, cio quello dei parlanti la lingua yiddish, un gruppo che, dopo le persecuzioni, era divenuto minoritario, mentre era del tutto estraneo ai parlanti altre lingue, soprattutto linglese. Nel neo-nato Stato dIsraele il termine venne definitivamente abbandonato, anche per le associazioni che suscitava con la lingua dei perseguitati, da cui gli abitanti del nuovo Stato volevano distinguersi e dalle cui tragiche memorie volevano liberarsi, I nomi, cit., pp. 15-16.

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cui ci che avvenuto in passato torna inevitabilmente a ripetersi. Le antiche vicende del popolo ebraico venivano evocate in questa parola per dare un significato di ripetizione a un evento storico che apparentemente non ne aveva. Pi neutro e laico il neologismo genocidio, coniato nel 1944 dal giurista polacco, emigrato negli Stati Uniti, Raphael Lemkin, che cre tale termine per definire il crimine in atto in Europa nei confronti della popolazione ebraica; genocidio aveva lindubbio merito di racchiudere in s la singolarit della distruzione ebraica e di non presentare alcun legame con avvenimenti storici precedenti; tuttavia, con landar del tempo, genocidio ha perso, in conseguenza delluso allargato che se ne fatto, loriginaria caratteristica ebraica e attualmente indica anche massacri subiti da altre popolazioni, quali ad esempio quelli degli armeni o del popolo Rom3. Occorreva allora un vocabolo che non avesse bisogno di attributi per sottolineare lebraicit dellevento e sicuramente tale compito pu assolverlo il termine Olocausto che tuttavia abbiamo scartato per pi motivi. Intanto, si deve notare che Olocausto ha assunto nel tempo valenze diverse a seconda della lingua in cui attestato; in italiano e in francese esso anche sinonimo di sacrificio, riferito al martirio della croce, laddove nella lingua inglese viene impiegato nel senso di massacro senza implicazioni religiose. Limpiego di olocausto nel significato specifico di massacro degli ebrei inizi ad essere presente nei testi storici di lingua francese, quali ad esempio il Brviaire de la haine di Lon Poliakov4, apparso nel 1955, sebbene lintroduzione del termine nella saggistica, con una sfumatura cristiana si attribuisca allautore cattolico Franois Mauriac. Infatti, nello scritto introduttivo a La Nuit di Elie Wiesel, apparso in Francia nel 1958, Mauriac confessava che cosa avevo amato fin dallinizio nel giovane israeliano: quello sguardo da Lazzaro resuscitato; per lui il grido di Nietzsche esprimeva una realt fisica: Dio morto; il Dio di amore, di dolcezza e di consolazione, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe si dileguato per sempre, sotto lo sguardo di questo ragazzo, nel fumo dellolocausto umano preteso dalla Razza, la pi ingorda di tutti gli idoli5. Lo scrittore francese definendo olocausto lo
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Su tale termine ha osservato Alain Finkielkraut che genocidio ebbe una carriera trionfale nel linguaggio corrente. Con il rischio, forse, di morire per inflazione. Dalle donne agli Occitani ogni monoranza oppressa arriv a proclamare il proprio genocidio, citato in A. V. Sullam Calimani, I nomi, cit., p. 47. 4 Cfr., C la volont di circondare lolocausto di un orrore sacrale, di trasformarlo in un mistero santificato e purificatore, citato in A. V. Sullam Calimani, I nomi, cit., p. 81. 5 F. Mauriac, Prefazione, in E. Wiesel, La notte, Firenze, Giuntina, 1996, pp. 5-8.

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sterminio del popolo ebraico creava un inevitabile parallelo con la componente cristologica che quella parola evocava nella lingua francese, secondo cui il rapporto con il massacro-martirio era da rintracciare l dove il popolo ebraico veniva ad assumere il ruolo di popolo martire della fede. Il termine olocausto, dunque, anche se impiegato con intenzioni non direttamente cristiane, evoca tuttavia unidea di sacrificio che implica una vittima da immolare o che si autoimmola per amore di Dio, risultando, a nostro avviso, un termine mistificatorio, in quanto sposta il significato del genocidio, conferendogli un tono eufemistico e/o mistico-religioso. Di ascendenza religiosa pure la parola scelta e usata nel nostro lavoro, Shoah: essa compare pi volte nella Torah per indicare un disastro improvviso causato dallira del Signore, e dunque si potrebbe obbiettare che su di essa gravano le stesse critiche in precedenza mosse nei confronti di concetti attinenti ad un contesto teologico; tuttavia la parola Shoah presenta aspetti positivi che ci hanno inndotto a preferirla ad altre: essa contiene un concetto di desolazione e di non senso esistenziale, includendo nella sua area semantica accezioni come buio, vuoto assoluto, morte, senza avere legami con i concetti di esilio e di distruzione del Tempio6; per questa sua caratteristica di saper esprimere al contempo negativit totale e esperienza precisamente ebraica, tale da non poter essere confusa o accomunata ad altre, per il concetto di anti-umanit in essa contenuto, peculiare dello sterminio nazista, e non ultimo, per il suo riconoscimento ufficiale da parte dei protagonisti/vittime7, si infine optato per un suo impiego nel corso della scrittura. Passiamo a considerare il periodo storico preso in esame. Le motivazioni principali che sottendono a tale scelta possono essere sintetizzate in due punti: la prima maturata dalla constatazione che lebraismo italiano stato oggetto soprattutto a partire dal 1961 di un vero e proprio interesse storiografico che si principalmente concentrato sullanalisi delle vicende verificatesi durante la seconda guerra mondiale; la seconda derivata dalla constatazione che, allexploit di studi che sono fioriti su tale argomento, non corrisposto un altrettanto adeguato interesse per il periodo che ha preceduto, preparato e permesso la massiva deportazione della popolazione ebraica italiana, precedente storico fondamentale per comprendere correttamente il fatto che senza
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A. V. Sullam Calimani, I nomi, cit., pp. 20-21. Si noti che il termine venne ufficializzato nel 1951 dallo Stato dIsraele decretando il Giorno del ricordo della persecuzione ossia il yom ha-shoah che cade il 27 di Nissan.

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lapparato persecutorio legislativo orchestrato e pianificato dal governo fascista a partire dal 1938, lo sterminio messo successivamente in atto dai nazisti non avrebbe avuto il successo che purtroppo ebbe. Soltanto in tempi molto recenti stata sviluppata unadeguata riflessione sul capitolo delle leggi razziali italiane8, mentre per il periodo successivo alla Shoah, scarsissimi sono i contributi fino ad oggi pubblicati9. Se si eccettua la vasta produzione letteraria costituita dalle testimonianze dei sopravvissuti che in quel dopoguerra scrissero le proprie memorie -senza per altro fermare troppo lattenzione sul tipo di reinserimento che conobbero nella societ- il materiale storiografico reperito su questo capitolo storico risultato alquanto esiguo tale da indurre addirittura a chiedersi se potesse avere legittimit una ricerca cos scarsamente documentata. Tuttavia questa realt di fatto non ha scoraggiato il proposito che motiva il presente studio e che interessa direttamente linterrogativo questa la seconda motivazione- di come i sopravvissuti alla Shoah si siano reinseriti nella societ italiana del secondo dopoguerra, attraverso quali modalit e mediante quale elaborazione del lutto abbiano ripensato se stessi, la propria identit e la propria storia di comunit di minoranza allinterno della compagine nazionale italiana. Le difficolt proprie di un campo storiografico pressoch vergine si sono mostrate in tutta la loro entit fin dallinizio del lavoro; il non avere avuto come punto di partenza e di riferimento testi,
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Si pu a buon diritto affermare che, a parte alcuni studi pionieristici pubblicati negli anni Cinquanta quali ad esempio gli articoli apparsi su Il Ponte nel 1952 a firma di Antonio Spinosa e negli anni Sessanta il volume di De Felice Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo uscito presso Einaudi nel 1961, solo nel cinquantenario delle leggi razziali che si registra la fondamentale iniziativa presa dalla Camera dei Deputati di riflettere in ambito storiografico su questo capitolo interamente italiano; la Camera pubblica nel 1988 La legislazione antiebraica in Italia e in Europa, aprendo la strada a ricerche successive che hanno contribuito a delineare in maniera pi chiara il quadro della normativa persecutoria fascista. Dal momento che tali volumi sono stati elencati nel corso del Cap. II, per evitare ulteriori e sterili ripetizioni, si rimanda ad esso per una loro elencazione. 9 M. Sarfatti (a cura di), Il ritorno alla vita: vicende e diritti degli ebrei in Italia dopo la seconda guerra mondiale, Firenze, Giuntina, 1998, M. Toscano (a cura di), Labrogazione delle leggi razziali in Italia (1943-1987), Studi del Senato della Repubblica, Roma, 1988, A. Luzzatto, Autocoscienza e identit ebraica, in Storia dItalia. Annali 11, a cura di C. Vivanti, Gli ebrei in Italia. Dallemancipazione a oggi, Torino, Einaudi, 1997, vol. II, pp. 1831-1900, A. Goldstaub, Lantisemitismo in Italia, in L. Poliakov (a cura di), Storia dellantisemitismo in Italia 1945-1993, Firenza, La Nuova Italia, 1996, pp. 425-472. Alcuni spunti per ricostruire le vicende degli ebrei nel secondo dopoguerra sono offerti dalla biografia di S. Minerbi, Un ebreo fra DAnnunzio e il sionismo: Raffaele Cantoni, Roma, Bonacci, 1992; la memoria della persecuzione fascista stata affrontata con lucidit da G. Schwarz, Gli ebrei italiani e la memoria dellantisemitismo fascista (1945-1955), in Passato e presente, n. 47, 1999, pp. 109-130; inoltre si veda anche il contributo sulleducazione ebraica nellItalia repubblicana di A. M Pissi, E li insegnerai ai tuoi figli. Educazione ebraica dalle leggi razziali a oggi, Firenze, Giunitna, 1997; una stimolante lettura elaborata su un caso specifico proposta da C. Forti, Il caso Pardo Roques. Un eccidio del 1944 tra memoria e oblio, Torino, Einaudi, 1998.

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che potrebbero essere definiti classici, a cui richiamarsi per impostare un discorso corredato da tesi pi incisive e meno incerte, ha pesato nel corso di tutta la stesura, dato che non esistono al momento opere generali, come, ad esempio, quelle scritte da Hilberg o da Poliakov per il periodo della persecuzione nazista. stato dunque in maniera del tutto consapevole che si deciso di addentrarsi in un campo storiografico cos scarsamente battuto, e altrettanto coscientemente si sono valutati i pericoli che una scelta del genere porta naturalmente con s; avere a disposizione una serie di lavori che in qualche misura canonizzino interpretazioni o filoni di ricerca acquisiti, ha lindubbio vantaggio di poter elaborare una propria tesi attingendo a diverse teorie che rendono pi vivace e stimolante lintera trattazione. Al contrario, per larco cronologico che interessa la comunit ebraica dItalia nella sua evoluzione post-bellica si sono potuti consultare testi che, seppur stimolanti e meritevoli di aver affrontato per la prima volta questioni storiche e sociali del dopo Shoah, rimangono spesso opere molto specifiche e settoriali. I dati storici stessi, anche i pi elementari, sono stati a fatica ricomposti, con la conseguenza che questa deficienza storiografica si fatta sentire costantemente e in modo quasi assillante in ogni singolo paragrafo. La vastissima storiografia riguardante lo sterminio ebraico stata qui utilizzata per definire il punto di partenza del lavoro, cio lorigine della riflessione che si cercato di costruire e di sviluppare. Da alcuni anni la Shoah oggetto di interesse e di studio in chi ha scritto la presente ricerca, e proprio questo studio ci ha portati a maturare un interrogativo circa quale tipo di reintegrazione possa essere avvenuta allindomani del 1945 e quale tipo di ricordo della persecuzione appena conclusasi possa essere stato elaborato dalla comunit ebraica. La ricerca stata quindi indirizzata a ricostruire le vicende successive al 1945, sia perch parso stimolante vagliare levoluzione storica di una minoranza che non sparita dalla nazione italiana con la fine del conflitto bellico ma che, al contrario, ha continuato a vivere contro le previsioni dei piani sterminatori nazisti, sia perch si ritiene che un contributo alle analisi delle vicende di questo capitolo della nostra storia cos poco analizzato possa offrire letture alternative contro una certa diffusa mentalit che dipinge lebreo europeo eterna vittima prigioniera di un qualche lager nazista. David Bidussa ha definito questa diffusa e stereotipata raffigurazione collettiva con lefficace espressione

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di memoria del tatuaggio10 che ha invalidato e invalida tuttoggi- una riflessione storica adeguata, che da quella memoria possa partire per sviluppare in seguito stimolanti analisi per il periodo postbellico. Per quel che riguarda la cronologia dentro cui si collocata la ricerca, la motivazione di terminare con il 1970 derivata dalla constatazione che il 1967, se per molti versi ha rappresentato per le vicende politico-militari che lo hanno interessato, un anno cerniera, altres apparso troppo netto per fermare lo studio a tale data, preferendo piuttosto seguire nei tre anni successivi le ripercussioni provocate dagli avvenimenti occorsi nellestate del 1967. Tuttavia si preferito guardare al dopo Guerra dei Sei Giorni non tanto dal punto di vista di politica internazionale quanto da quello interessante le crisi specifiche che coinvolsero alcuni settori del mondo ebraico italiano nei suoi rapporti con la sinistra comunista, allindomani delle prese di posizioni antisioniste assunte da questultima. Le motivazioni storiche e geopolitiche che condussero Siria, Egitto e Giordania ad attaccare lo Stato dIsraele, le operazioni militari che vennero guidate da questultimo e le reazioni violente registrate allinterno del blocco atlantico verso Israele, non sono state affrontate ma solo accennate, dal momento che la ricerca si basata sullanalisi della comunit ebraica italiana e i comportamenti non sempre uniformi e a tratti contraddittori da essa assunti di fronte a tali vicende. Cera il rischio che alle intenzioni non corrispondesse una sostanza che permettesse di procedere nellindagine che ci premeva approfondire, e che il risultato fossero congetture non facilmente documentabili; lapproccio iniziale a tale questione stato pertanto empirico e passibile di concludersi in un fallimento. Ci sembra anche doveroso precisare che alcuni aspetti della ricerca, al termine dello spoglio sistematico delle fonti, hanno prodotto esiti alquanto incerti che non hanno comunque ostacolato le linee genrali dellanalisi che ci premeva condurre; le intenzioni sono, temiamo, probabilmente rimaste al di sopra delle effettive risposte che i documenti hanno saputo fornire, anche se questultimi si sono dimostrati in grado di assolvere la funzione di fonti storiche adeguate nella maggioranza delle problematiche affrontate. Per quanto riguarda luso delle fonti esposte nel corso del capitolo I del presente studio-, occorre qualche precisazione in modo tale da non far pensare ad un lavoro che
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D. Bidussa, Gli ebrei in Italia in et moderno-contemporanea. Considerazioni per una storia ancora da scrivere, in Bailamme, n. 14-16, 1994, pp. 50-69.

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si riduca ad un pezzo di storia del giornalismo come forse il titolo indurrebbe a supporre- dal momento che non stato questo il movente che ha generatola ricerca. Innanzitutto si deve precisare che la scelta delle fonti stata stimolata dalla lettura di alcuni contributi che trattavano della testata giornalistica ebraica Israel11, autorevole portavoce dellebraismo italiano fin dallanno della sua nascita nel 1916, assertrice di un sionismo affatto originale e complesso, che fino allimposta soppressione del 1938 ha svolto un ruolo di primo piano nel panorama politico, culturale e spirituale ebraico della penisola. La domanda che in secondo luogo ci si posti se le numerose attivit ebraiche che con attenzione sono state analizzate in diversi studi per il periodo fascista12, avessero ripreso il proprio operato nel secondo dopoguerra e attraverso quali modalit avessero differenziato la stagione post-liberazione da quella prebellica. Si perci proceduto allesame della testata giornalistica Israel, che gi aveva destato il nostro interesse, e il cui spoglio sistematico ha sollevato ulteriori domande riguardo il canale comunicativo della stampa ebraica; infatti, leggendo le diverse polemiche che il direttore Carlo Alberto Viterbo ingaggiava nel corso degli anni con altri quotidiani ebraici, ha indotto a ricercare le testate che venivano citate negli articoli, che ci ha permesso di giungendo a comporre una rete piuttosto sostanziosa della stampa e di usarla quindi quale fonte preferenziale per svolgere il presente studio. Tale composizione stata fatta in maniera affatto empirica, cio personale, nel senso che il numero effettivo dei giornali ebraici stampati in Italia dal 1945 in poi non era
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Cfr., D. Bidussa, A. Luzzatto, G. Luzzatto Voghera, Oltre il ghetto. Momenti e figure della cultura ebraica in Italia tra lUnit al fascismo, Brescia, Morcelliana, 1992, V. Piattelli, Israel e il sionismo in Toscana negli anni Trenta, in E. Collotti (a cura di), Razza e fascismo. La persecuzioni contro gli ebrei in Toscana (1938-1943), Firenze, Carocci, 1999, pp. 35-79, F. Del Canuto (a cura di), Israel, un decennio. Saggi sullebraismo italiano, Roma, Carucci, 1984, id., La ripresa delle attivit sionistiche e delle organizzazioni ebraiche alla Liberazione (1944-1945), in RMI, n. 1-6, gennaio-giusno 1981, pp. 174-229. 12 Si segnalano i contributi principali, mentre quelli specifici verranno ampiamente menzionati nel corso della ricerca: A. Segre, Movimenti giovanili ebraici in Italia durante il periodo razziale, in RMI, n. 89, agosto-settembre 1965, pp. 382-393, T. Eckert, il movimento sionistico halutzistico in Italia fra le due guerre mondiali, Citt di Castello, Arti grafiche di Citt di Castello, 1970, G. Piperno, Fermenti di vita giovanile ebraica a Roma durante il periodo delle leggi razziali e dopo la liberazione della citt, in D. Carpi, A. Milano, U. Nahon (a cura di), Scritti in memoria di Enzo Sereni, Gerusalemme, Fondazione Sally Mayer, 1970, pp. 293-313, G, Romano, Il sionismo in Italia fino alla seconda guerra mondiale, in RMI, n. 7-8, luglio-agosto 1976, pp. 241-354, D. Fishmann, Una risposta alle leggi razziali: lorganizzazione delle scuole, in M. Sarfatti, 1938 le leggi contro gli ebrei, in RMI, n. 1-2, gennaiofebbraio 1988, pp. 335-364, B. Di Porto, La Rassegna Mensile di Israelin epoca fascista, in RMI, n. 1, gennaio 1995, pp. 7-60, M. Sarfatti, Gli ebrei nellItalia fascista. Vicende, identit, persecuzione, Torino, Einaudi, 2000.

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riscontrabile attraverso studi specifici e sistematici che potessero in una qualche misura indicare un percorso interessante da sviluppare. Allinizio si proceduto dunque su un iter non del tutto rigoroso, costruito dopo aver analizzato, spoglio dopo spoglio, i giornali trovati citati in altri, alla stregua di scatole cinesi; questa tecnica, da una parte ha stimolato la ricerca di un percorso personale, che ha il vantaggio di non essere gravato da molteplici contributi storiografici e interpretativi, che in una qualche misura condizionano sempre gli sviluppi del lavoro, dallaltra ha costituito una trama che a fatica ha preso forma, dato che, nelle diverse bibliografie consultate, non si trovato alcun accenno al numero di quotidiani ebraici pubblicati in Italia. Si proceduto per tentativi, e utili informazioni sono giunte da alcuni scritti apparsi su Israel13 e su La Rassegna Mensile di Israel14 in cui si trattava della condizione della stampa ebraica italiana e del numero delle testate edite. Si deve precisare che non tutti i quotidiani esaminati sono risultati di uguale spessore e di uguale ricchezza di materiale; in alcuni casi quali ad esempio i bollettini comunitari, ad eccezione di quello milanese di ben altro livello- si dovuto constatare che i risultati a cui si poteva pervenire attraverso certi fonti non potevano che essere molto parziali dato che o le realt a cui si riferivano erano molto, forse troppo, specifiche oppure essi stessi non erano in grado di saper riferire in termini meno scarni suddette realt. I criteri con cui si sono selezionate le fonti giornalistiche hanno preso forma e si sono perfezionati e in parte corretti, nel corso della ricerca; se eravamo partiti collintenzione di escludere quei quotidiani che per convenzione, potrebbero essere definiti religiosi dacch laspetto confessionale non era previsto nello schema dello studio, si infine optato per una loro inclusione, motivata dal fatto che anche tali quotidiani concorrevano a dare informazioni sulla condizione della realt ebraica. Per fare un esempio: Dante Lattes, che nel secondo dopoguerra
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L Fano Jacchia, I periodici ebraici in Italia, in Israel, n. 32, 12 maggio 1949, C. A. Viterbo, La condizione della stampa ebraica in Italia, in Israel, n. 37, 8 giugno 1950, R. Bonfiglioli, La stampa ebraica in Italia, in Israel, n. 29, 2 aprile 1959, C. A. Viterbo, Il Nostro settimanale e gli altri quotidiani ebraici in Italia, in Israel, n. 42, 2 luglio 1959, id., Ancora sul nostro settimanale, in Israel, n. 45, 23 lugliio 1959, id., La stampa ebraica in Italia, in Israel, n. 25, 8 aprile 1965, Il raduno sulla stampa, in Israel, n. 28, 13 maggio 1965, Interventi e riflessioni sulla stampa ebraica, in Israel, n. 29, 20 maggio 1965, C. A. Viterbo, Una nuova proposta: un solo organo di stampa ebraica, in Israel, n. 32, 17 giugno 1965, La stampa ebraica in Italia: proposte di modificazioni, in Israel, n. 38, 5 agosto 1965. 14 D. Lattes, Il 30 compleanno della Rassegna, in RMI, n. 1, gennaio 1965, A. Milano, Il 30 compleanno della Rassegna e la condizione degli altri giornali ebraici stampati in Italia, in RMI, n. 2, febbraio 1965, D. Lattes, La stampa ebraica in Italia, in RMI, n. 6, giugno 1965.

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svolse una funzione di guida culturale assai rilevante, fu al contempo un pensatore laico e spirituale, il direttore di una prestigiosa rivisita come La Rassegna Mensile di Israel, allinterno della quale trattava con rara intensit il dramma incancellabile della Shoah e contemporaneamente firmava articoli in cui affrontava questioni teologiche complesse e non sempre intelligibili per i non addetti ai lavori. Detto altrimenti, le problematiche religiose sono emerse tuttaltro che sporadicamente durante la lettura dei quotidiani e, pur rimanendo estranei ai dibattiti interni e specifici, si ritenuto che una loro netta esclusione recidesse drasticamente un ambito che si ritiene, per lebraismo specialmente, nientaffatto secondario. In tal modo, si scelto di citare queste testate religiose allinterno del capitolo iniziale dedicato alla descrizione dei vari quotidiani analizzati, proprio per testimoniare il panorama diversificato e vitale che caratterizzava lEbraismo italiano, dotato di organi di opinione laici ma anche religiosi. Da quanto detto, risulta evidente che nel prosieguo dello studio queste voci giornalistiche sono state scarsamente impiegate, dato che le tematiche in esso affrontate non riguardano appuntola sfera della religiosit ebraica e dato che questi giornali raramente esaminano questioni non direttamente spirituali. Per ci che concerne quelle testate che hanno conosciuto un breve periodo di pubblicazione, ci si posto a posteriori linterrogativo se fosse di qualche utilit citarle in qualit di fonti, giacch esse non si sono dimostrate in grado di offrire contributi stimolanti agli argomenti prescelti; si tuttavia concluso che una parte dello studio era destinata non soltanto allesposizione di quelle fonti che sono state effettivamente utili allavanzamento della ricerca ma anche di quelle di cui non si conosciuto lindirizzo e leffettivo contenuto se non dopo averle esaminate. Pertanto, la decisione a cui infine si giunti stata dettata dalla volont di menzionare tutti quei giornali ebraici reperiti15, a prescindere dagli argomenti che successivamente sarebbero stati trattati; questo per fornire un quadro il pi esaustivo possibile di detta stampa. Per quanto riguarda lapproccio alle fonti, esso stato ispirato dal tentativo di mantenere un certo sguardo critico verso di esse, partendo dalla consapevolezza che i quotidiani esaminati affrontano e trattano problematiche che in precedenza erano state selezionate dai
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Doveroso precisare che non si certi che il numero delle testate edite in Italia dal 1945 fino al 1970 siano tutte quelle citate nel presente lavoro; al presente manca del tutto una bibliografia che possa confermare questo dato.

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direttori e che pertanto potevano non costituire oggettivamente le questioni centrali dellEbraismo italiano ma venire reputate tali da coloro che dirigevano le testate; detto altrimenti, la realt ebraica dipinta e fotografata da tali giornali si sostanzia di orientamenti tematici vagliati a priori ed avvertiti quali questioni urgenti a livello individuale. doveroso precisarlo, dato che ci preme sottolineare il dubbio che ha accompagnato lintera analisi e che ha spinto a chiedersi se le questioni via via studiate e analizzate a partire dai quotidiani rappresentassero realmente i quesiti pi impellenti e incombenti che gravavano sulla comunit ebraica della penisola. Tale interrogativo destinato a rimanere in parte senza risposta poich la singolarit delle voci consultate non permette di formulare altro che ipotesi. Proprio su questultimo aspetto conviene formulare un quesito arduo e tuttavia necessario: lunidimensionalit dei documenti esaminati legittimano una ricerca storica suscettibile di articolarsi su pi livelli concettuali e argomentativi? Probabilmente, un maggior spessore teorico il presente studio lo acquisterebbe se lo si integrasse con lo spoglio di quotidiani nazionali italiani, cos da poter collocare la ricerca in un ambito corale e completo; tuttavia, si ribadisce ci che si gi evidenziato precedentemente, e cio che, essendo la stampa ebraica italiana assolutamente un campo vergine, lo sforzo si concentrato maggiormente sullo studio della materia che interessava in primo luogo approfondire e conoscere. Solo dopo questa prima fase sarebbe utile e stimolante correlarlo alla sfera dellambiente giornalistico nazionale. Questa seconda fase potrebbe essere stimolante spunto di riflessione per uneventuale ricerca futura, da condurre in uno spazio specifico e a se stante, data la complessit delle dinamiche e delle tematiche che esso chiama in causa. I venticinque anni che rappresentano la cornice storica al cui interno si sviluppato il presente lavoro, sono stati seguiti con lo scopo dichiarato di arrivare a definire la ricostruzione materiale e culturale della comunit ebraica dItalia allinterno della Repubblica nelle sue diverse fasi e nei suoi diversi tempi; per quanto riguarda la ricostruzione dellidentit, essa stata studiata attraverso due macro-avvenimenti storici che hanno interessato la popolazione ebraica della penisola: la Shoah e la fondazione dello Stato dIsraele, temi svolti rispettivamente nel secondo e nel terzo capitolo. Il IV dedicato ad un approfondimento delle questioni connesse con le ricostruzioni materiali

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della comunit ebraica italiana. Se la ricostruzione ha presentato, come gi detto, difficolt legate alle carenze di documentazione storiografica, lanalisi del sionsimo ha comportato uno studio ex novo della materia, affrontata per lo pi in lavori inglesi e francesi non tradotti16. Il totale disinteresse registrato in campo editoriale italiano verso la questione sionista ha portato a creare in parte una bibliografia piuttosto frammentaria e non organica, dal momento che, salvo pochi testi, lideologia sionista accennata negli studi italiani soltanto in riferimento alla nascita dello Stato dIsraele, mentre una trattazione indipendente dalla realt statale sembra trovare a fatica un proprio adeguato spazio17. Affermare che Israele in quanto realt nazionale sia stato unicamente frutto della logica delle potenze vincitrici di ricompensare, allindomani del 1945, un popolo massacrato, per due terzi, dalla politica sterminazionista della Germania nazista, pu essere solo in parte accettato, poich asserendo questo si trascura tutta una serie di complesse problematiche elaborate dallideologia sionista a partire dai primi anni del XX secolo. Interpretare la nascita dello Stato dIsraele soltanto come lesito di sei milioni di morti nei campi di concentramento nazisti piuttosto fuorviante, dal momento che dietro la creazione di quello stato cerano precedentemente stati cinquantanni di dottrina sionista, di congressi, di dibattiti e polemiche, di scissioni interne e di crisi anche profonde, per cui, riportando ci che a suo tempo disse Dante Lattes su La Rassegna Mensile di Israel, la Shoah ha accelerato la nascita dello Stato ebraico ma non si pu dire che lo abbia creato18. Il pensiero lattesiano ci induce a rivedere correttamente le fasi storiche che si sono avvicendate nel corso del Novecento, a chiarire quale sia stato il prius e quale il posterius, sollecitandoci ad analizzare in prima istanza non tanto la storia dello Stato dIsraele quanto la vicenda del sionismo che ha concorso in maniera incisiva alla realizzazione statale. Per quanto riguarda il sionismo in Italia, non si vuole qui riassumere le tesi esposte nel capitolo dedicato ad esso, baster solo accennare al fatto che gi prima del 1948 la causa sionista era presente nella Penisola non solo come corrente teorica di pensiero, ma anche come unorganizzazione dotata di strutture federative, di circoli culturali e giovanili creati a
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Per la bibliografia italiana e straniera riguardante il sionismo si veda il Cap. III del presente studio. Infatti, come si noter leggendo il sopraccitato capitolo, i volumi apparsi sulla storia dello Stato dIsraele in quanto a numero di pubblicazioni sono di gran lunga superiori a quelli dedicati alla storia del pensiero sionista. 18 D. Lattes, Lo Stato dIsraele: una realt, in RMI, n. 2, febbraio 1949.

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partire dai primi anni del Novecento19. Vero che, se prima della Shoah il sionismo interessava una sparuta minoranza di ebrei italiani, dopo il 1945 esso venne abbracciato, pi o meno intensamente, dalla maggioranza dei quadri dirigenziali della comunit italiana e dalla maggioranza degli ebrei della comunit stessa20. Il sionismo rappresenta in tal modo un polo identitario di fondamentale importanza e di assoluta centralit nellebreo post-Shoah che, per la prima volta dal 70 d. c, vedeva nascere uno stato in cui si sposavano esigenze delle idealit sionistiche ad esigenze di natura concreta, volte a dare un rifugio stabile a quei profughi che, sopravvissuti allo sterminio, si trovavano ad essere senza una casa e una patria in cui vivere. Il 1948 ha costituito un avvenimento epocale per gli ebrei di tutto il mondo e ha pure ingenerato una serie di intricate e problematiche relazioni fra Israele e la Diaspora, tema su cui ci si soffermati a lungo nel corso del terzo capitolo, dal momento che questo conflittuale rapporto apparso estremamente interessante l dove si assistito a un vero e proprio confronto di civilt e di cultura, che sebbene generate da una comune origine lebraismo-, non di meno sono state allorigine di crisi anche laceranti, solo parzialmente attutite a partire dalla Guerra dei Sei Giorni, in cui il pericolo di una probabile non sopravvivenza dello Stato israeliano ha rinsaldato lunit del popolo ebraico21. La tematica della Shoah ha richiesto una lunga riflessione, a partire dallimpostazione stessa da conferire a questo delicato capitolo della storia contemporanea. I pericoli che si sono avvertiti come pi pressanti hanno riguardato lapproccio con cui interrogare le fonti; dal momento che esse sono direttamente formulate in campo ebraico, si pi volte rischiato di fare proprie le riflessioni elaborate in tale ambito e non tanto per una soggettiva preferenza interpretativa, quanto piuttosto per un certo coinvolgimento che a tratti ha gravato sullanalisi di un capitolo di storia che, per lorrore che porta con s, si presta facilmente ad interferire su una ricerca storica che vorrebbe essere distaccata. Lo
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I contributi che si sono dimostrati affatto indispensabili nel redigere il presente studio sono stati quelli di D. Bidussa, Il sionismo in Italia nel primo quarto del Novecento. Una rivolta culturale?, in Bailamme, n. 5-6, 1989, pp. 168-290, n. 7, 1990, pp. 95-172, F. Del Canuto, Il movimento sionistico in Italia dalle origini al 1924, Milano, Federazione sionistica italiana, 1972, R. Di Segni, Le origini del sionismo in Italia, Firenze, Giuntina, 1972, G. Laras, Il movimento sionistico, in RMI, n. 7-12, lugliodicembre 1981, pp. 74-80, D. Bidussa, A. Luzzatto, G. Luzzatto Voghera, Oltre il ghetto, cit. 20 Scarsi i contributi che hanno per oggetto le vicende del sionismo italiano, la maggioranza dei quali copre un arco cronologico che giunge fino al 1945 e raramente si spinge oltre. 21 Uno studio in particolare ha stimolato linteresse ad approfondire tale argomento ed stato quello di A. Luzzatto, Chi lebreo? Lidentificazione ebraica tra Israel e la Diaspora, in D. Bidussa a cura di, Ebrei moderni. Identit e stereotipi culturali, Torino, Bollati Boringhieri, 1989, pp. 33-46.

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sforzo di prendere le distanze da un tipo di dolore che alcuni dettagli hanno suscitato c comunque stato. Lesperienza della Shoah nelle coscienze degli ebrei italiani allindomani della liberazione, stata contestualizzata, cercando di mettere in relazione la rielaborazione o la rimozione avvenuta allinterno del gruppo ebraico con il clima politico in cui la Repubblica italiana si strutturava e di esaminare i sensibili mutamenti avvenuti dal 1945 sino alla fine degli anni Sessanta nelle interpretazioni susseguitesi intorno a tale evento. Lanalisi del rapporto comunit nazionale/comunit ebraica si basa principalmente sulla descrizione di alcune cerimonie commemorative organizzate a livello nazionale direttamente ispirate al culto dei caduti per la libert della patria; si cercato cos di isolare e di far emergere in quale modo la specificit della persecuzione ebraica abbia trovato lentamente e gradatamente uno spazio e un ricordo proprio allinterno della memoria collettiva. Per tutto il decennio che segu la fine della seconda guerra mondiale, il paradigma prescritto e predominante prevedeva non tanto una differenziazione dei motivi che avevano portato alla persecuzione e alla deportazione della minoranza israelitica, quanto piuttosto una palese volont di unire sotto il discorso resistenziale tutti i morti del secondo conflitto mondiale22. Questa lettura, canonizzata in diversi ambiti sia storiografici che politici- fu promossa tanto dalle autorit politiche del paese quanto dalla comunit israelitica stessa, che cercava di reinserirsi mediante una memoria suscettibile di esser condivisa anche al di fuori del proprio gruppo di riferimento originario. Daltra parte, il recente passato fascista lasciava alla Repubblica uneredit difficile da gestire e da ripensare, soprattutto l dove rievocava strategie politiche e atteggiamenti non proprio etici assunti da una parte della popolazione italiana durante la dittatura. Uno dei capitoli pi delicati e spinosi di questa eredit era sicuramente rappresentato dalle leggi razziali del 1938, emanate senza alcuna pressione esterna ovvero tedesca- ma unicamente codificate dal governo fascista, deciso a dotare lItalia di una normativa razzista che, di fatto, costitu lindispensabile prodromo per la deportazione massiva degli ebrei avvenuta a partire dall8 settembre
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Il fenomeno di non-differenzazione dello sterminio ebraico dagli altri eccidi avvenuti durante il secondo conflitto mondiale ha coinvolto, nel decennio degli anni Cinquanta, i paesi dellarea occidentale europea in maniera simile al caso italiano; tuttavia, un paese come la Francia si dotato fin dal 1943 di un Centre de docuementation juive contemporaine e, a partire dal 1946, cominciarono le pubblicazioni della rivista del Centro Le Monde Juif, divenuta nel 1997 la Revue dhistoire de la Shoah. A tuttoggi in Italia non si pubblica nessuna rivista che affronti in sede storica lo sterminio del popolo ebraico. Sulle vicende francesi si veda G. Benoussan, Leredit di Auschwitz. Come ricorsare?, Torino, Einaudi, 2002.

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1943. Lelaborazione ufficiale del quinquennio persecutorio italiano stato per un lungo periodo di tempo rimosso dalla storia nazionale italiana, che ha preferito declinare le proprie responsabilit a favore di uneccessiva accentuazione del ruolo giocato dalloccupazione nazista, dalla data dellarmistizio fino alla Liberazione23. Se risultava funzionale allepos nazionale dipingere il cittadino italiano quale individuo estraneo a sentimenti antisemitici e solerte nellaiutare lebreo perseguitato, questa ipostatizzazione della versione storica dei fatti ha inficiato per tutto il decennio degli anni Cinquanta una rielaborazione maggiormente oggettiva e imparziale che avrebbe evitato distorsioni pericolose, dirette a deresponsabilizzare la collettivit nazionale dalla propria storia che fu, per un periodo di tempo, storia di un paese razzista e antisemita. La memoria legata al 1938 era mantenuta viva nel ricordo soltanto in ambito privato ebraico, una memoria chiusa, come direbbe Annette Wieviorka24, in cui comunque la ferita di essere stati traditi da un paese che aveva parificato i cittadini di origine israelita al resto degli italiani nel momento stesso in cui veniva creata la nazione italiana, che aveva permesso una promozione sociale e che nel corso dellet liberale aveva conosciuto il solo caso Pasqualigo25 quale vicenda definibile come autenticamente antisemita, causava una lacerante perdita di tutte quelle coordinate culturali e sociali che fino a tale momento avevano informato il percorso identitario della comunit ebraica della penisola. E allora, come e dove collocarsi in quanto minoranza nel quadro democratico della giovane Repubblica? Se il modello assimilatorio codificato nellet
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Sulle difficolt di fare i conti con il passato fascista nel secondo dopoguerra e sul ruolo deresponsabilizzante giocato dalla Resistenza si vedano i fondamentali volumi di C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralit della Resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 1994, id., Le idee della Resistenza: antifascisti e fascisti di fronte alla tradizione del Risorgimento, in id., Alle origini della Repubblica. Scritti su fascismo, antifascismo e continuit dello Stato, Torino, Bollati Boiringhieri, 1995, pp. 3-69, L. Mangoni, Civilt della crisi. Gli intellettuali tra fascismo e antifascismo, in F. Barbagallo a cura di, Storia dellItalia repubblicana. La costruzione della democrazia, Torino, Einaudi, 1994, pp. 617-718, vol. I. 24 A. Wieviorka, Lera del testimone, Milano, Cortina editore, 1999, pp. 11-33. 25 Su questo scandalo politico dellItalia liberale si veda il notissimo studio di A. Canepa, Emancipazione, integrazione e antisemitismo liberale in Italia. Il caso Pasqualigo, in Comunit, n. 174, 1975, pp. 166-203. Sulla seconda emancipazione ebraica in Italia si rimanda a id., Latteggiamento degli ebrei italiani di fronte alla loro seconda emancipazione: premesse e analisi, in RMI, n. 9, settembre 1977, pp. 416-436, id., Considerazioni sulla seconda emancipazione e le sue conseguenze, in RMI, n. 1-6, gennaio-giugno 1981, pp. 45-89. Pi recentemente sono stati pubblicati i contributi di F. Sofia, M. Toscano, Stato nazionale ed emancipazione ebraica, Roma, Bonacci, 1993, M. Toscano (a cura di), Integrazione e identit. Lesperienza ebraica in Germania e in Italia dallIlluminismo al fascismo, Milano, Angeli, 1998, G. Luzzatto Voghera, Il prezzo delluguaglianza. Il dibattito sullemancipazione degli ebrei in italia (1781-1848), Milano, Angeli, 1998.

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liberale era fallito e si era disperso nei treni piombati diretti a Auschwitz, a quale modello alternativo ci si poteva rivolgere per ricostruire unidentit spezzata e tradita nei suoi assunti pi profondi? Vi stata una ri-assimilazione o piuttosto una reintegrazione che non ha significato perdita delle proprie origini ebraiche? Questi gli interrogativi centrali che ci hanno portato ad analizzare le risposte, a volte criptiche, che sono giunte a noi dai giornali esaminati e che probabilmente in alcuni casi possono apparire risposte deboli o latenti. In ogni modo, quanto sopra detto non attiene unicamente al decennio degli anni Cinquanta, sebbene stato durante questo periodo che si assistito ad una patente riscrittura del passato storico, funzionale a permettere una riconciliazione nazionale che passata da unepurazione sommaria e quanto meno parziale delllite fascista ad un silenzio pressoch totale sulle dirette responsabilit avute dal popolo italiano fra il 1938 e il 1945. Continuare a definire lItalia come paese occupato e soggetto a una legislazione straniera, ha portato a derubricare dalla storia nazionale quel termine che con estrema disinvolta veniva e viene- impiegato per definire altre realt nazionali, tacciate di collaborazionismo con gli occupanti tedeschi, etichetta che sembrava adattarsi bene al governo di Vichy, a quello di Horty in Ungheria o a quello clericalfascista slovacco di Monsignor Tiso, mentre la Repubblica sociale italiana veniva confusa con uno stato-satellite in mano nazista, non meglio specificato26. Se non rientra nei nostri scopi affrontare i complessi dibattiti storiografici che trattano di questo intricato fenomeno, non di meno riteniamo che anche allinterno di un microcosmo come quello ebraico italiano si possa avvertire lo strabismo con cui per decenni si guardato al razzismo fascista, tenendosi ben lontani dallaffrontare le questioni pi scomode e fastidiose interessanti quel capitolo di storia; il rapporto su cui si basata la ricostruzione di unidentit ebraica nella Repubblica e i rapporti che con questa si sono venuti a creare, non sono sempre state relazioni lineari perch, se vero che la riconciliazione nazionale portava a seppellire le ferite recenti, daltra parte questa operazione richiedeva un silenzio forzato che ha pesato sulla memoria della Shoah anche in ambito ebraico, in cui si registrata una tendenza a giudicare il capitolo
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Su questo dibattito si rimanda a M. Palla, Italia 1943-1945: una guerra civile o collaborazionismo?, in Passato e presetne, n. 1-3, 1989, pp. 889-923, E. Aga Rossi, Una nazione allo sbando. Larmistizio italiano del settembre 1943, Bologna, Il Mulino, 1998, L. Klinkhammer, Loccuapzione tedesca in Italia 1943-1945, Torino, Bollati Boringhieri, 1993, E. Collotti, L. Klinkhammer, Il fascismo e lItalia in guerra. Una conversazione tra storia e storiografia, Roma, Ediesse, 1996, R. De Felice, Mussolini lalleato. II. La guerra civile (1943-1945), Torino, Einaudi, 1997.

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antisemitico con lottica del paese occupante in balia di leggi straniere, rifiutate da gran parte della collettivit nazionale. Se indubbiamente si verificarono episodi anche diffusi di aiuto e di soccorso agli ebrei sia da parte civile che vaticana- questi sono stati erroneamente estesi e generalizzati ai comportamenti tenuti dalla maggioranza del popolo italiano, conclusione affatto assolutoria e mitopoietica. Scavare, interrogare, porsi le giuste domande e cercare risposte non prefeconzionate e meno rassicuranti, ha richiesto un tempo di incubazione piuttosto prolungato nella formazione di adeguate riflessioni storiche intorno alle passate vicende nazionali. Il decennio degli anni Sessanta conobbe in tal senso evidenti mutamenti a livello sia politico che culturale; se per il primo aspetto si pu citare il processo inaugurato nel 1961 nel tribunale di Gerusalemme contro il criminale nazista Adolf Eichmann27, la cui vicenda dette una svolta decisiva nel rendere la memoria della Shoah memoria specifica ebraica e al contempo memoria di tutti, non pi soltanto relegata ad ambiti e interni privati, per quanto riguarda laspetto culturale si pu menzionare La storia degli ebrei italiani sotto il fascismo di De Felice, uscito nel 1961 su commissione dellUnione delle Comunit israelitiche italiane28, che contribu a promuovere una stagione di studi in Italia che in precedenza aveva fatto somma fatica a decollare29. A fianco del volume dello storico reatino si iniziavano a pubblicare i contributi curati da Guido Valabrega in collaborazione con il Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano30, dedicati al periodo persecutorio fascista, che analizzavano non solo la politica fascista verso la minoranza israelitica ma anche quei comportamenti che con Primo Levi si potrebbero definire propri della zona grigia, che interessarono non pochi ebrei italiani

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Su questa complessa vicenda si svolta un articolata riflessione nel Cap. II del presente studio a cui si rimanda. 28 Recentemente, grazie agli studi di Paolo Simoncelli e alledizione degli Atti del Convegno del maggio 2000 dedicati a De Felice curata da Pasquale Chessa e Francesco Villari, emerso questo aspetto fino ad ora sconosciuto riguardante il fatto che fu lUcii ad essere stata il committente del libro dello storico reatino. Cfr., P. Simoncelli, Renzo De Felice. La formazione intellettuale, Firenze, Le lettere, 2001, P. Chessa, F. Villari (a cura di), Interpretazioni su Renzo De Felice, Milano, Baldini&Castoldi, 2002. 29 Come fa notare lo stesso De Felice nellintroduzione lunica opera dinsieme disponibile nel 1961 era la Storia dellItalia nel periodo fascista di L. Salvatorelli e G. Mira, cfr., R. De Felice, Introduzione dellautore, in id., Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1993, pp. XXVIIIXXXII. 30 I tre Quaderni del Centro di Documentazione ebraica contemporanea curati da Guido Valabrega, Gli ebrei in Italia durante il fascismo, uscirono con il medesimo titolo rispettivamente nel 1961, nel 1962 e nel 1963; per un approfondimento si veda oltre al Cap. II.

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sotto la dittatura31. Qui non si aggiunger altro riguardo al nuovo corso storiografico inaugurato e fiorito in tale periodo, evitando di esporre riflessioni che si troveranno formulate in maniera organica nel corso del lavoro; si vuol sottolineare unicamente che gli eventi accaduti in ambito internazionale, uniti al parallelo mutamento politico che interess i governi italiani nel medesimo arco temporale, furono i motivi principali che permisero a una modificata sensibilit storica di poter emergere e di poter essere sviluppata adeguatamente. Nella lettura si noter la mancanza di una trattazione organica circa un aspetto che, potenzialmente, avrebbe potuto costituire un argomento stimolante e rilevante da affrontare: le relazioni esistenti fra mondo ebraico e mondo cattolico. Queste infatti non sono state oggetto di unindagine particolareggiata n ad esse stato dedicato uno spazio proprio. Il motivo che ha prevalso su tutti gli altri nel maturare tale scelta pu essere definito attraverso una giustificazione di ordine pratico. Infatti, dal momento che la precipua finalit della ricerca si direzionata verso un approfondimento della complessa realt ebraica italiana allindomani della Shoah e della nascita dello Stato dIsraele nei suoi rapporti con la societ circostante, molteplici sono risultati gli aspetti che potevano essere indagati ma, per la vastit di studi e di argomentazioni che essi richiedevano, non stato possibile affrontarli tutti quanti con la medesima esaustivit. Ci siamo dunque imposti, di necessit, una scelta di tipo tematico. Tuttavia lesclusione di uno studio sistematico intorno al dialogo ebraico-cristiano non stata drastica; si cercato di non perdere di vista il fatto che, per quanto riguarda la situazione italiana, quel che viene definito come cattolicesimo non investe unicamente la sfera religiosa ma va ad interessare anche ambiti governativi i cui programmi politici e culturali venivano ad essere fortemente influenzati da elementi e istanze confessionali. Tale quadro storico stato tenuto come punto di riferimento dentro cui si collocata la ricerca, ma non lo si presentato in ogni sua fase cronologica e in ogni sua implicazione politico-sociale; dunque non si troveranno argomentati n i dibattiti reperiti nelle fonti sullinserimento dei patti lateranensi nella Costituzione32, n il sistema scolastico statale che penalizzava
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Come gi osservato nella nota precedente, i contributi fioriti durante gli anni Sessanta sono stati ampiamente esaminati allinterno del Cap. II della presente ricerca. 32 Ha scritto uno studioso che larticolo 7 non ha fatto altro che giustificare la prevalenza del Concordato sulla Costituzione, provocando una vasta serie di interventi della Chiesa nel campo dellistruzione scolastica, del matrimonio, della famiglia, del lavoro, in palese sfavore delle religione non cattoliche, cfr., G. Disegni, Ebraismo e libert religiosa in Italia. Dal diritto alluguaglianza al

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i cittadini di religione differente da quella cattolica, n levento storico del Concilio Vaticano II, che ha trovato nei quotidiani ebraici italiani uno spazio di analisi piuttosto ampio; torniamo a ripetere che tali tematiche non sono state escluse in maniera netta ma sono state solo accennate allinterno di una trattazione generale, poich siamo convinti che un capitolo storico talmente denso e complesso non possa essere scandagliato in un solo paragrafo ma che, al contrario, debba costituire un tema specifico e precipuo da esaminare in uno studio ad esso interamente dedicato. Il Concilio Vaticano II viene menzionato allinterno di un discorso che riguarda pi in generale i cambiamenti che si verificarono durante il decennio degli anni Sessanta e dunque risulta inserito quale ulteriore evento epocale registrato nel corso di quellarco temporale; senza alcuna esitazione si pu definire epocale il Concilio ecumenico, soprattutto se si raffronta lo scarso interesse dimostrato dalla Chiesa cattolica nella fase preconciliare del pontificato di Pio XII nella ricerca di un dialogo con le altre religioni. Una maggiore apertura dialettica interconfessionale si verific con la salita al soglio pontificio di Giovanni XXIII, continuata anche se in maniera pi attutita, dal successore Paolo VI. Nel 1965 con la Declaratio Nostra Aetate la Chiesa, per la prima volta nella sua storia, disconobbe la millenaria accusa di popolo deicida attribuito agli ebrei e deprec lantisemitismo di matrice cristiana. Atti che indubbiamente provocarono cambiamenti sostanziali nelle relazioni fra le due grandi religioni monoteiste ma che non devono indurre a pensare come in qualche occasione si rischiato di fare- che a partire dal Concilio ecumenico la Chiesa si sia dimostrata disposta a criticare il proprio operato su altri aspetti della sua storia; le reazioni violente registrate in ambito cattolico alla rappresentazione teatrale prima e alla pubblicazione del libro poi, de Il Vicario del drammaturgo tedesco Rolf Hochhuth, danno una chiara dimostrazione delle timide e caute aperture che hanno caratterizzato i percorsi di autocritica su cui il mondo cattolico ha proceduto, a volte in maniera non sempre lineare, a volte discontinua. Nei loro tratti essenziali, queste sono le istanze di fondo che hanno ispirato e guidato lo studio che segue e che hanno nelle intenzioni formato una struttura tematica su cui operare. Ogni capitolo reca gi in s alcune riflessioni parziali. Per altre, pi generali, rimandiamo al paragrafo conclusivo.
diritto della diversit, Torino, Einaudi, 1983, p. 72 e passim.

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I miei pi sinceri ringraziamenti vanno allintero personale dellEmeroteca della Biblioteca Nazionale di Firenze (Forte Belvedere) che con pazienza e cura ha reperito anche quelle annate giornalistiche che ad una prima ricerca apparivano alluvionate o disperse. Un personale grazie a Guri Schwarz che da due anni a questa parte, con stimolanti suggerimenti e puntuali critiche, ha incitato e incoraggiato la sottoscritta ad affrontare e a sviluppare le tematiche centrali di questo studio. Probabilmente, senza il suo prezioso e amichevole sostegno, la ricerca non avrebbe avuto lindirizzo che ha poi intrapreso. Questo lavoro dedicato alla mia famiglia e a coloro che non sono pi.

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Capitolo I: le fonti

1. ISRAEL 1944-1974 Cenni storici prima del 1944 Nato a Firenze nel gennaio del 1916 dalla fusione delle due pi importanti riviste ebraiche e sioniste dellepoca, Il Corriere Israelitico e la Settimana Israelitica, per iniziativa di Dante Lattes e Alfonso Pacifici, Israel si present da subito come un progetto editoriale destinato a essere letto da un pubblico ebraico nazionale, ad essere cio considerato un quotidiano in cui accanto al lato informativo era ben presente uno culturale e politico volto a formare dei lettori attenti, consapevoli e intellettualmente ricettivi33. Dallanno della sua comparsa fino al 1929 il giornale fu diretto da entrambi i fondatori, mentre dal 1929, in seguito al trasferimento di Dante Lattes a Roma, al 1934 la direzione fu affidata al solo Pacifici. Nel dicembre del 1934 venne costituito un comitato direttivo composto da Lattes, Giuseppe Ottolenghi, lo stesso Pacifici e Umberto Nahon; Pacifici e Ottolenghi salirono in quello stesso anno in Palestina, raggiunti, in seguito alle leggi razziali, da Lattes e Nahon nel 1939. Questo quadrumvirato diresse il settimanale fino al 15 novembre del 1938, giorno in cui la tipografia Poligrafica di via San Gallo, dove si stampava il giornale, venne devastata da un gruppo di ebrei fascisti fiorentini, zelanti nel voler dimostrare la loro lealt al regime34. Lorientamento sionista del giornale guardava a quellarea politica rappresentata da Chaijm Weizmann e dai cosiddetti sionisti generali, fautori di una sintesi (da qui anche il nome di sionismo sintetico) fra sionismo politico (caratterizzato da un atteggiamento favorevole a mediare e patteggiare con la potenza mandataria britannica in Palestina) e quello materiale dellyishuv35 palestinese in cui prevalevano richieste e
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Per un approfondimento sulle attivit svolte da Israel negli anni Venti si veda D. Bidussa, A. Luzzatto, G. Luzzatto, Oltre il ghetto. Momenti e figure della cultura ebraica in Italia tra lUnit e il fascismo, Brescia, Morcelliana, 1992. 34 Per unampia analisi dellopera svolta da Israel negli anni Trenta si rimanda a V. Piattelli, Israel e il sionismo in Toscana negli anni Trenta, in Razza e fascismo. La persecuzione contro gli ebrei in Toscana (1938-1943), a cura di Enzo Collotti, Roma, Carocci, 1999, vol. I, pp. 35-114. 35 Insediamento. Prima della nascita dello Stato dIsraele si definiva con tale termine le comunit ebraiche residenti in Palestina.

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indirizzi politici ortodossi, poco inclini a trattare diplomaticamente con la Gran Bretagna36. Tuttavia, per via delle due personalit che decretavano la linea politica e culturale del settimanale, Lattes e Pacifici, diversissimi fra loro per formazione e per la personalissima accezione che attribuivano al concetto di ebraismo e di sionismo, risultavano non di meno solidali nel concepire il sionismo espresso da Israel come un fattore non soltanto meramente politico nel senso pi stretto del termine, quanto piuttosto una concezione di vita e di valori a cui lebreo moderno doveva essere educato, informato e avvicinato al fine di vivere la propria ebraicit con maggiore consapevolezza e coscienza37. La ripresa e la normalizzazione Dopo la forzata sospensione durata dal novembre 1938 al dicembre 1944, Israel riprese ad essere pubblicato in sede diversa da quella originaria: infatti il primo numero post-Liberazione usciva a Roma il 7 dicembre 1944, sotto la direzione di Carlo Alberto Viterbo che rimase il direttore del settimanale fino al 1974, anno della sua scomparsa e di quella del settimanale stesso. In realt, la rinascita della stampa periodica ebraica nellItalia liberata, fu dovuta non tanto a Israel quanto a un Bollettino Ebraico dInformazioni38, pubblicato sempre nella capitale e sempre per iniziativa di Viterbo, coadiuvato da Fabio Della Seta e dal gruppo sionistico della capitale, che venne stampato dal 13 luglio al 23 novembre del 1944, per un totale di 19 numeri 39. Il relativo ritardo con cui Israel riprese le proprie pubblicazioni, fu dovuto a una sorta di reticenza politica proveniente dagli ambienti dirigenziali dellUnione delle comunit
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Cfr. V. Piattelli, Israel e il sionismo in Toscana negli anni Trenta, cit. Per la fase formativa di Lattes si rimanda a D. Bidussa, Oltre il ghetto cit., pp.17-95; per la fase formativa di Pacifici id., ivi, pp. 113-146. Per unesposizione riassuntiva fra le differenze ideologiche dei due pensatori si rimanda a V. Piattelli, Israel e il sionismo in Toscana negli anni Trenta, cit., pp. 25-34; per una lettura diretta di tale confronto intellettuale si veda A. Pacifici, N utopia n compromesso, in RMI, n. 12, dicembre 1961, D. Lattes, Una risposta allamico Pacifici, in RMI, n. 12, dicembre 1961, 38 Recitava il primo numero di tale Bollettino: Fratelli ebrei! Le truppe alleate hanno gi liberato la maggior parte dItalia e il giorno della Liberazione completa ormai vicino. La fine del nefasto regime fascista si avvicina e gli Ebrei riavranno la restituzione di tutti quei diritti elementari che riguardano al vita umana. Mussolini e il fascismo si sono fatti vieti servitori del nazionalsocialismo di Hitler, adottando il programma nazista della razza ariana, pur essendo inesistente lodio razziale in Italia; dietro le richieste di Berlino si sono promulgate nella civile e bella Italia leggi che hanno messo al bando cittadini incolpevoli, ufficiali e soldati ebrei che hanno sempre dimostrato fedelt verso la patria italiana. Li hanno consegnati ai padroni tedeschi, disperdendo e polverizzando le nostre gloriose e storiche comunit secolari, riportato in Israel, n. 37, 16 luglio 1964. 39 Notizie tratte da A. Milano, La ripresa della stampa ebraica in Italia, in RMI, n. 2, febbraio 1965.

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israelitiche italiane che ritenevano il sionismo si tenga presente che Israel era storicamente una testata sionista- fonte di instabilit che poteva in qualche modo compromettere i rapporti con le forze alleate presenti nella citt; Carlo Alberto Viterbo aveva gi inoltrato nel giugno del 1944 la richiesta presso lUnione di intervenire presso le autorit alleate perch venisse concessa lautorizzazione indispensabile alla ripresa delle pubblicazioni del settimanale, che giunse tuttavia solo nel dicembre del 1944, proprio a causa dei timori sopra delineati40. Nel suo primo numero Israel intitolava emblematicamente larticolo di prima pagina Liberazione in cui si leggeva che la nostra non una resurrezione perch non siamo mai morti, non un risveglio perch non abbiamo mai dormito; solo unuscita dalla prigione. Assumiamo per compito quello di illuminare gli ignari, di svegliare i dormienti, di incitare i pigri, di suscitare i volenterosi indicando loro le mete perseguite attraverso i secoli dal pensiero ebraico e dallazione dei nostri Maestri, dei nostri Profeti, dei nostri Eroi41. In linea con la vocazione che fin dalla sua nascita lo aveva animato, il giornale si present come lorgano di stampa rappresentante la collettivit degli ebrei italiani, come sua portavoce autorevole nei confronti dellesterno e, come osservava Giorgio Romano, il settimanale Israel stato un piccolo periodico, con una tiratura ristretta e un limitato numero di lettori solo apparentemente omogeneo, ma stato un foglio di diffusione nazionale, che arrivava sul tavolo del governo ed era considerato rappresentativo dellebraismo italiano42. Questa scelta di ufficialit ha portato il giornale ad assumere fin dallinizio una linea politica cauta e responsabile, perdendo quella spinta innovatrice e combattiva che lo aveva invece caratterizzato negli anni Venti e Trenta. Inoltre risentiva della gestione
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Sulla difficile ripresa delle pubblicazioni di Israel si veda, F. Del Canuto, La ripresa delle attivit sionistiche e delle organizzazioni ebraiche alla Liberazione (1944-1945), in RMI, n. 1-3, gennaiogiugno 1981, id., La soppressione della stampa ebraica in Italia e la sua ripresa, in Italia Judaica. Gli ebrei nellItalia unita, 1870-1945. Atti del IV Convegno internazionale. Siena 12-16 giugno 1989, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1993, pp. 464-473, G. Schwarz, Appunti per una storia degli ebrei in Italia dopo le persecuzioni (1945-1956), in Studi storici, n. 41, luglio-settembre 2000, pp. 757-797, F. Barozzi, Luscita degli ebrei di Roma dalla clandestinit, in Il ritorno alla vita: vicende e diritti degli ebrei in Italia dopo la seconda guerra mondiale, a cura di M. Sarfatti, Firenze, Giuntina, 1998, pp. 31-46, 41 C. A. Viterbo, Liberazione, in Israel, n. 1, 7 dicembre 1944. Articolo riportato nel decimo anniversario del settimanale, Cfr. C. A. Viterbo, Dieci anni, in Israel, n. 11, 9 dicembre 1954. 42 Cfr. Israel, un decennio 1974-1984. Numero unico dellIsrael. Saggi sullebraismo italiano, a cura di Francesco Del Canuto, Roma, Carucci, 1984, p. 19.

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solitaria e artigianale affidata al solo Viterbo, che pur avvalendosi di collaboratori di rilievo (Fabio Della Seta, G. Romano, R. Cantoni), tali sodalizi risultavano in definitiva temporanei, a intermittenza, in modo tale da non conferire al settimanale una coralit di voci sistematica, mancando del tutto un progetto di base collettivo.

Carlo Alberto Viterbo Impossibile presentare Israel se preliminarmente non si traccia un profilo della personalit che per un trentennio lo diresse e ne decret la linea politica e culturale, con una dedizione e un impegno incondizionati. Proveniente da una famiglia fiorentina assimilata, Viterbo fu iniziato al sionismo dal compagno di liceo Alfonso Pacifici, che divenne ben presto per lui la guida indiscussa del suo nuovo e difficile cammino personale; frequent il collegio rabbinico fiorentino di Shmuel Zev Margulies43 insieme allo stesso Pacifici e ad altri giovani promettenti, quali David Prato, Umberto Cassuto, Enzo Bonaventura, Israel Zolli, Quinto Sinigaglia, formando una vera e propria avanguardia intellettuale nel desolante e assimilazionista quadro ebraico italiano. Conseguita la laurea in legge, succedette nel 1931 a Dante Lattes alla presidenza della Federazione Sionista Italiana, nel 1933 fu membro attivo del Comitato italiano per gli ebrei profughi della Germania e nel 1936 lo troviamo in Etiopia inviato dallUnione delle Comunit Israelitiche con lincarico di conoscere, fotografare e documentare la realt di quella popolazione ebraica esoticaconosciuta sotto il nome di Falasci44. Con lentrata dellItalia in guerra, venne arrestato per sospetta attivit antifascista, rinchiuso prima a Regina Coeli, poi internato per oltre un anno a Urbisaglia. Scampato alla deportazione, nascondendosi nella citt di Roma per oltre un anno, dopo il 4 giugno si
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Sulla personalit del rabbino Margulies si veda J. M. A. Pacifici, Rav S. Z. Margulies, in RMI, n. 4, aprile 1972, C. A. Viterbo, Cinquantanni dalla scomparsa di Samuel H. Margulies: un maestro ancora presente, in RMI, n. 4, aprile 1972. A. Neppi Modona, Tre lezioni inedite del rabbino Margulies, in RMI, n. 10, ottobre 1973. 44 Cfr., R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1993, pp. 194-197; F. Del Canuto, Come si giunse alla missione in Etiopia presso i Falasci, in Israel un decennio, cit., pp. 23-46, id., Primi contatti tra i falasci e lebraismo italiano, in RMI, n. 3, marzo 1987, C. A. Viterbo, Relazione al Ministero dellAfrica Italiana in rappresentanza dellUnione delle Comunit Israelitiche Italiane, ivi, pp. 47-113. Si veda inoltre il contributo inerente alle conseguenze razziali subite da questa popolazione in F. Del Canuto, I falasci fra politica antisemita e politica razziale, in Storia contemporanea, n. 6, 1988, E. Trevisan Semi, Allo specchio dei falasci: ebrei ed etnologi durante il colionalismo fascista, Firenze, Giunitna, 1987

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apprest immediatamente a far rinascere non solo la stampa ebraica ma anche tutte le altre strutture sioniste presenti in Italia nel periodo prebellico, prima fra tutte, la Federazione Sionista Italiana di cui fu presidente dal 1945 al 1947, e poi dal 1951 al 1961, divenendone successivamente presidente onorario fino alla morte. In pi occasioni partecip in qualit di delegato per lItalia alle riunioni del Congresso Mondiale ebraico e ai Congressi Sionistici; allinterno dellUCII45 fu presente in qualit di membro del consiglio, nonch della Keren Kayemeth Le-Israel46 e della Keren Hayesod47. In ambito politico rimase fedele al sionismo weizmaniano moderato48 e su tali basi orient lindirizzo del settimanale; fu il direttore della rinascita, luomo che fino alla sua morte ne ha guidato le sorti, colui che, costretto dalle circostanze, fu anche editorialista, impaginatore, redattore capo, amministratore e, talvolta, anche inviato speciale. Con orgoglio esponeva il proprio credo giornalistico in uno scritto del 1959: abbiamo tenuto fede al nostro programma, nessun nemico ci ha fatto fuggire, abbiamo taciuto solo quando le macchine di stampa furono spezzate e il bavaglio fu posto alla bocca.in difesa di unilluminata coscienza ebraica, per la riconquista nazionale di Eretz Israel, indispensabile centro di vita ebraica e coronamento di ogni aspirazione, anche quando ci veniva dai pi ritenuto utopistico49. Da questo breve profilo biografico si evince che Viterbo, al pari di un Cantoni, fu un personaggio di indubbia autorevolezza per lebraismo italiano nellItalia della prima Repubblica, animatore di diverse iniziative in campo giornalistico, come si dir qui di seguito, punto di riferimento e valida guida per quella nuova generazione nata negli anni Trenta, che si affacciava negli anni cinquanta in veste di futura classe dirigente. La struttura del giornale Di formato grande, con un numero di pagine che variava da sei a otto, raggiungendo le dieci con gli inserti o in concomitanza con eventi internazionali che necessitavano di spazi maggiori del normale, Israel si presentava dal punto di vista grafico in modo non molto dissimile da quello degli anni Trenta: raramente apparivano fotografie, gli
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Unione delle Comunit Israelitiche dItalia. Fondo nazionale di sostegno economico allimmigrazione in Israele. 47 Fondo nazionale di sostegno alla colonizzazione in Israele. 48 Per un inquadratura generale del pensiero e dellopera svolta da Chajim Weizmann si rimanda a C. Weizmann, La mia vita per Israele, Milano, Garzanti, 1950. 49 C. A. Viterbo, Il nostro settimanale, in Israel, n. 42, 2 luglio 1959.

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articoli, densi e lunghi, venivano presentati in una medesima veste grafica tale da rendere la lettura a tratti faticosa e impegnativa, mentre lintestazione, che prevedeva il nome trascritto in italiano e in ebraico, era affiancata dai nomi dei due storici giornali dalla cui fusione nacque successivamente Israel, ossia il Corriere Israelitico e la Settimana Israelitica. Il maggiore spazio cartaceo era destinato alle notizie provenienti dalla Palestina, fino al 15 maggio 1948, e da Israele dopo la proclamazione dello Stato ebraico. Settimanalmente le vicende mediorientali venivano esposte, spiegate, approfondite, raccontate con estremo pathos sionistico, tanto da far apparire la testata alla stregua di un giornale di lingua italiana redatto e compilato in Israele. E questo indirizzo non soltanto sar proprio della fase calda, cio di quel periodo collocabile fra la fine della seconda guerra mondiale e la nascita dello Stato dIsraele, ma interesser tutto larco della direzione Viterbo, con il messaggio conseguente e non troppo implicito che richiedeva unadesione e un coinvolgimento incondizionati da parte degli ebrei italiani e diasporici alla realizzazione, attesa per millenni, di uno Stato ebraico indipendente. Tale militanza politica, presente nella maggior parte degli articoli numero dopo numero, faceva s che la voce del settimanale risultasse un po monocorde e cristallizzata, venendo meno quel lato rivoluzionario ed eversivo che aveva caratterizzato il movimento sionistico ante 4850. Le restanti pagine trattano argomenti eterogenei che possono riassumersi in notizie riguardanti le varie attivit sionistiche in Italia, con particolare attenzione al mondo giovanile e a quei circoli giovanili ebraici su cui si proiettano le maggiori aspettative e fermenti culturalmente innovativi; resoconti particolareggiati e descrittivi della realt delle maggiori Comunit israelitiche italiane, e uno spazio a s dedicato alla cronaca della comunit romana, sia perch ivi si stampava e si redigeva il giornale stesso, sia perch essa era (ed ) numericamente la prima comunit ebraica italiana. Saltuariamente appariva anche una rubrica di relativo spessore intitolata Lettere al Direttore51 e quella interessata alle recensioni delle novit editoriali di argomento ebraico. Solitamente era la quarta pagina in cui si
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Questo fenomeno di ridefinizione e ricollocazione del sionismo allindomani della nascita dello Stato dIsraele interesser tanto i vertici quanto la base del movimento a livello internazionale e si ripercuoter sullambiente italiano con modalit e toni piuttosto attutiti e tiepidi. Per quanto riguarda in generale il sionismo post-quarantotto si rimanda a N. Weinstock, Storia del sionismo, Roma, Samon e Savelli, 1970, 2 voll., V. D. Segre, Israele e il sionismo (dallautoemancipazione allautocolinazzione), Milano, Editoriale Nuova, Milano, 1979, E.Barnavi, Storia dIsraele, Milano, 1996, D.Bidussa, Il sionismo politico, Milano, Unicopli, 1993, N. Garribba, Lo Stato dIsraele (nascita, istituzioni e conflitti dal 1948 a oggi), Roma, Editori Riuniti, 1983

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trovavano dibattiti e discussioni sullebraismo italiano, sul futuro della giovent ebraica italiana, su quali basi e presupposti educare le nuove generazioni e su tutti quelle problematiche che potrebbero essere definite diasporiche. E anche la pagina pi interessante, meno allineata e pi vivace; una sorta di tavola rotonda a cui prendevano parte i maggiorenti dellebraismo italiano, riuniti al capezzale di un ebraismo, soprattutto nei primi anni del dopo guerra, agonizzante e falcidiato dalle ingenti perdite causate dal recente sterminio. Lultima pagina era invece dedicata allattivit dei Fondi Nazionali, ovvero il Karen Keimeth e il Keren Ha-Ysod verso cui Viterbo sollecitava il suo pubblico a destinare somme anche simboliche per costruire e aiutare lo Stato dIsraele a vivere e prosperare. Allinterno del settimanale nacquero, nel corso degli anni, vari inserti alcuni dei quali diventeranno successivamente, come si dir, testate indipendenti. Israel rappresentava quindi anche una palestra dentro cui i giovani facevano il proprio apprendistato giornalistico-politico e fu un indubbio merito del direttore aver saputo allevare e fatto crescere sotto la propria ala queste nuove leve di giovani. Nel numero del 13 gennaio 1949 faceva la sua comparsa linserto di gran lunga il pi interessante Tikw (Speranza) che rappresentava la pagina giovanile del settimanale, essendo redatta dalla Federazione Giovanile Ebraica Italiana, con sede a Genova. Linserto appariva ogni quindici giorni ma non sempre in maniera sistematica. Nel 1952 mutava il nome in Ha-Tikw insieme alla sede della redazione che si trasferiva a Roma; nel dicembre 1956 il giornale si distaccava da Israel divenendo testata autonoma. Nel numero del 17 marzo 1949 compariva La voce della Comunit di Roma, una sorta di continuazione della Comunit Israelitica, periodico edito nella capitale fra il 1932 e il 1938. La Voce usciva ogni due mesi con lo scopo di mettere al corrente tutti gli ebrei italiani della vita culturale, organizzativa e politica della maggiore comunit

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Tale giudizio formulato tenendo presente ci che scrive Bidussa sulla funzione che tale rubrica rivestiva allinterno del settimanale durante gli anni Venti: viene cos a crearsi una rete vasta di lettori il cui risultato probatorio fornito dalla rubrica delle lettere al giornale, anche in disaccordo con la linea culturale del periodico, ma che costituiscono unindiretta conferma della sua funzione socializzante, in D. Bidussa, Oltre il ghetto, cit., p. 129. Difficile fare considerazioni simili a proposito della funzione svolta dalla medesima rubrica negli anni del secondo dopoguerra, le cui lettere risultavano essere pi di natura informativa che stimolante veicolo di scambio intellettuale e culturale.

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della Penisola. Nel dicembre del 1951 si consumava il distacco dal giornale di Viterbo, uscendo indipendentemente. I supplementi che invece restarono allinterno di Israel erano quelli compilati dalle organizzazioni ebraiche internazionali e israeliane che hanno le proprie sedi in Italia. Quasi tutte le settimane vedeva luce Ha-Noar (Il Fanciullo), nato come inserto a partire dal numero del 3 dicembre 1953 ed era redatto da Aliah Ha-Noar(la salita del fanciullo)52; illustrava la vita, gli scopi e le necessit dellinfanzia ebraica in Israele. Il 20 agosto 1953 veniva pubblicato Il Congresso Mondiale Ebraico compilato dallufficio italiano che presentava le finalit e le opere svolte allinterno di tale organizzazione. La presenza di questo supplemento risultava piuttosto saltuaria e discontinua. Il 17 marzo 1955 vedeva la nascita Realt Israeliane che metteva al corrente delle varie realizzazioni compiute in Israele dal Keren Hayesd, il quale procurava anche la documentazione giornalistica. La sua presenza allinterno di Israel era mensile. Lultimo supplemento pubblicato sulle colonne del settimanale romano era Il Portavoce dellAdei-Wizo che comparve nel numero del 4 gennaio 1964; testata precedentemente autonoma, con il nome de La Nostra Rivista53, questo inserto aveva lo scopo di tenere collegate le socie dellAdei (Associazione Donne Ebree dItalia) con quelle della Wizo (Women Istitution Zionist Organisation)54.

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Aliah, plurale alioth, il termine ebraico con cui si indica la salita, ovvero lemigrazione, degli ebrei della Diaspora verso Israele. LAliah Ha-Noar fu unorganizzazione che durante la seconda guerra mondiale nonch negli anni immediatamente precedenti si adoper con impegno a favore dei profughi e dei rifugiati ebrei tramite limmigrazione clandestina; cfr., Aliah Ha-Noar, Presente e futuro dIsraele, Milano, Aliah Ha-Noar, 1953. Lorganismo fu diretto nel periodo bellico da Augusto Segre, Berti Eckert e Franca Muggia; questultima venne deportata nel 1944 nel campo di sterminio di Auschwitz dove per. Cfr., C. A : Viterbo, Franca Muggia, in Israel, n. 14, 1 gennaio 1948. 53 La testata nacque per iniziativa del presidente dellassociazione Marta Navarra nel 1955, con sede a Milano. 54 Nata a Milano nel 1927 lADEI si configur originariamente come associazione di beneficenza e di assistenza dispirazione sionista; nel 1931 ader alla WIZO entrando cos a pieno titolo nel novero di quelle organizzazioni che svolgevano campagne di raccolta fondi sionista in Italia. Per uno studio approfondito su tale associazione: AA. VV., LADEI dalla nascita ai nostri giorni, Venezia, ADEI, 1971; per lopera di soccorso fornita dallAdei ai profughi ebrei dellEuropa centro-orientale in Italia negli anni Trenta si veda A. Minerbi, La Comunit ebraica di Firenze, in Razza e fascismo, cit., pp. 152-160.

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2. BOLLETTINO DELLA COMUNITA ISRAELITICA DI MILANO 1945-1970 Introduzione Il primo numero del Bollettino della comunit israelitica di Milano, tirato a ciclostile fino al 1952, veniva pubblicato pochi mesi dopo la Liberazione del capoluogo lombardo, precisamente il 22 giugno del 1945, per iniziativa del carismatico presidente della Comunit milanese, Raffaele Cantoni, che di l a un anno assumer la carica di presidente dellUnione delle Comunit Israelitiche dItalia (UCII). Cos Cantoni, che mantenne la direzione del giornale fino al 1951, successivamente passata a Raul Elia, scriveva il 22 giugno: alle diverse iniziative sorte con la rinascita della nostra Comunit, si aggiunge quella di un Bollettino di Informazioni, notiziario e culturale. E augurabile che diventi una tribuna di proposte feconde per lEbraismo milanese e per il resto del nostro Paese. Palestra per coloro che intendono dedicarsi allo studio delle cose nostre, sacre o della terra, affinch la cultura dia sempre gioia ai figli dIsraele. Tutti sono invitati a collaborare55. Nato inizialmente con lintento di riportare i nomi di coloro che facevano ritorno dai campi di annientamento nazisti, funzionale dunque a informare le numerose famiglie che attendevano notizie sulla sorte dei congiunti deportati, il Bollettino assunse in seguito caratteristiche via via sempre pi giornalistiche dando spazio alle varie attivit culturali e politiche che iniziavano a risorgere dopo la triste parentesi bellica nel capoluogo lombardo, e ad articoli di natura prettamente sionistica in cui si riportavano sia le vicende mediorientali sia i discorsi dei leader del sionismo mondiale. Dei bollettini comunitari presi in esame, quello milanese appare di gran lunga il pi ricco e vivace per argomenti e tematiche affrontati, per le personalit che presero parte alla redazione del giornale e per la vitalit stessa dimostrata dalla seconda comunit israelitica dItalia. Molteplici fattori hanno dato alla testata un certo prestigio e autorevolezza, soprattutto negli anni della ricostruzione, grazie agli sforzi organizzativi dispiegati in primis dallartefice e dal direttore di tale impresa, Raffaele Cantoni.

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R. Cantoni, Presentazione, in Bcim, n. 1, 22 giugno 1945.

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Raffaele Cantoni56 Nato a Venezia nel 1896, trascorse i suoi anni formativi a Padova in un ambiente familiare rigido e piuttosto conservatore, al quale reag dimostrando unentusiastica adesione alla causa irredentista dispirazione risorgimentale e allo scoppio della prima guerra mondiale si arruol volontario nel reggimento degli Alpini. Allindomani del trattato di Versailles, Cantoni si un allimpresa fiumana di DAnnunzio dopo il fallimento della quale, deluso, interruppe gli studi dingegneria e si trasfer a Torino lavorando presso la Banca Commerciale Italiana. Inizialmente appoggi la formazione dei fasci di Combattimento, distaccandosene gi nel 1922 e divenendo fermo oppositore del movimento. Milit prima nellorganizzazione mazziniana Italia Libera e negli anni Trenta in Giustizia e Libert; denunciato per delazione dalla spia del regime, Carlo Del Re, Cantoni fu arrestato nellottobre del 1930 e scarcerato nel marzo dellanno successivo per insufficienza di prove. Trasferitosi a Milano inizi ad avere contatti con lambiente ebraico cittadino, contatti che divennero partecipazione attiva al Comitato di Assistenza per gli Ebrei Profughi della Germania, sorto nel 1933 al fine di aiutare e accogliere i profughi che scappavano dalla Germania hitleriana; sostenne economicamente lapertura delle hakhsharoth57 nella provincia lombarda e nel 1939 divenne presidente del suddetto Comitato di Assistenza. A partire dal 1938, incoraggi e pianific lemigrazione degli ebrei italiani e stranieri verso la Palestina, oper a fianco della Delasem58 fino al 12 giugno 1940 giorno in cui venne tradotto al confino, nel
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Il libro obbligatorio a cui far riferimento per approfondire la vicenda biografica di Cantoni quello di S. Minerbi, Un ebreo fra DAnnunzio e il sionismo: Raffaele Cantoni, Roma, Bonacci, 1992. Si segnala inoltre A. Tagliacozzo, Raffaele Cantoni in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, 1975, pp. 326-328, vol. 18, S. Sorani, Onore a Raffaele Cantoni, in Israel, n. 21, 8 luglio 1971; S. Sarano, Raffaele Cantoni nei miei ricordi, in RMI, n. 4, aprile 1978; M. Varadi, Raffaele Cantoni,in RMI, n. 8, agosto 1971. 57 Plurale di hakhsharah, termine ebraico che indica una colonia-scuola agricola o artigianale di addestramento e di rieducazione professionale preparatoria allemigrazione (aliah) in Israele. 58 Delegazione assistenza emigranti ebrei. Organizzazione creata da Lelio Vittorio Valobra nel 1940, diretta dal Presidente dellUnione Dante Almansi, essa si cur dei profughi ebrei presenti in Italia e della loro emigrazione, nonch dellemigrazione degli stessi ebrei italiani; sovvenzionata da organismi internazionali quali il Joint; rimase legale fino alla caduta del fascismo, operando in clandestinit fino alla Liberazione, Cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei, cit., pp. 427-432, S. Sorani, Lassistenza ai profughi ebrei in Italia (1933-1947). Contributo alla storia della Delasem, Roma, Crucci, 1983, G. Fano, Cenni sulla costituzione del Comitato italiano di assistenza agli emigrati ebrei. Riassunto aggiornato sullattivit del Comitato negli anni 1938-1943, in RMI, n. 10-11, ottobre-novembre 1965, M. Leone, Le organizzazioni di soccorso ebraiche in et fascista 1918-1945, Roma, Crucci, 1983, R. Paini, I sentieri della speranza. Profughi ebrei, Italia fascista e la Delasem, Milano, Xenia, 1988.

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campo dinternamento di Urbisaglia, con laccusa di attivit antifascista. Nellaprile 1941 venne trasferito in un comune della provincia di Ascoli Piceno e poi a S. Vittoria nel giugno del medesimo anno. Dopo molte sollecitazioni alla Prefettura di Firenze e i numerosi appelli fatti dal suo ex-compagno dellimpresa fiumana, il fascista Giovanni Giurati, Cantoni fu trasferito nel comune di Fiesole dove rimase fino a quando non venne catturato nel novembre del 1943 dallesercito nazifascista insieme a Nathan e Anna Cassuto e Saul Campagnano. Trasferito nel carcere di Verona, da l venne deportato in un vagone piombato in direzione Auschwitz-Birkenau, dal quale riusc a fuggire eroicamente lanciandosi dal finestrino del treno in corsa, riuscendo a raggiungere la Svizzera a fine dicembre, dove rimase fino alla liberazione di Milano, avvenuta un anno e mezzo pi tardi. Impossibile riportare per esteso le innumerevoli attivit che Raffaele Cantoni intraprese dal 1945 fino allanno della sua morte, avvenuta a Roma nel giugno del 1971. Divenuto commissario straordinario per la gestione della Comunit israelitica di Milano il 29 aprile del 1945, Cantoni si adoper immediatamente nelleleggere Ermanno Friedenthal alla carica di Rabbino capo della comunit israelitica e al contempo intraprese la non facile azione amministrativagiudiziaria diretta a far s che la Comunit potesse rientrare in possesso dei propri beni immobiliari, dagli edifici scolastici di via Eupili, alla villetta della casa di riposo per gli anziani in via Ippolito Nievo, fino alledificio storico della comunit in via Unione, requisito dai fascisti dopo l8 settembre del 43 e distrutto dai bombardamenti alleati durante il 44-45. Oltre ad essere uno dei pi autorevoli fautori della rinascita dellebraismo italiano -che si concretizz in maniera pi incisiva e nazionale nel 1946 quando venne eletto Presidente dellUCII- Cantoni fu impegnato anche sul versante sionista, aiutando nel triennio 1945-48, lattivit dellAliah Beth, ossia limmigrazione clandestina ebraica verso la Palestina, soccorrendo i profughi che giungevano dai vari campi di concentramento nazisti alla ricerca di un rifugio e di una patria. Svilupp i legami con le organizzazioni ebraiche internazionali che erano in grado di aiutare le opere di assistenza, come il Joint American Committee59, il Congresso Mondiale

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Joint American Jewish Committee, organizzazione ebraica attiva internazionalmente, fu creata durante la prima guerra mondiale per portare soccorso e aiuti materiali agli ebrei profughi europei, Cfr. Encyclopaedia Judaica, vol. IX, Jerusalem, 1971.

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Ebraico60, lOSE61 e lORT62, apprestandosi al contempo a fornire armi necessarie allHaganah63 per la costruzione dello Stato ebraico. Dopo aver lasciato la presidenza dellUnione nel 1951, si impegn a divulgare presso i giovani il messaggio sionista, ad aiutare le hakhsharoth, lAliah Hanoar e le organizzazioni giovanili, fino a quando,nel 1956, decise di istituire egli stesso una Fondazione per la Giovent ebraica, con sede a Roma, i cui scopi prevedevano di aiutare la giovent italiana a realizzare gli ideali sionistici, promuovere incontri, creare centri di studi ebraici, diffondere la cultura ebraica fra la giovent, dare vita ad iniziative editoriali, sostenere istituzioni educative tramite borse di studio. Gli anni Sessanta sono per Cantoni anni di maggior isolamento politico rispetto ai precedenti, la sua militanza allinterno delle istituzioni ebraiche perde di vigore, la sua firma appare sempre pi di rado sui quotidiani, eccezion fatta che per i due epocali eventi che segneranno il decennio, ovvero il processo Eichmann e il Concilio Vaticano II. Le due occupazioni a cui si dedic fino alla morte furono la sua Fondazione e lOse, la cui presidenza ventennale fu abbandonata nel 1967 per motivi di salute; mor tre anni dopo, nel 1971, a Roma. Struttura del giornale Settimanale fino allagosto 1946, divenuto mensile nel mese successivo del medesimo anno, il Bollettino, distribuito gratuitamente, consta di non pi di sei-otto pagine che si articolano nel modo che segue: la prima e la seconda pagina sono dedicate alla Palestina e dopo il 15 maggio 1948 allo Stato dIsraele, di cui si seguiranno tutti i passi e gli avvenimenti, le attivit e i vari indirizzi politici, con costanti inviti diretti agli ebrei italiani ad aiutare economicamente Israele tramite i due fondi nazionali presenti nella Penisola. Accanto alla politica internazionale, cio israeliana, laltro tema che presenzia nelle restanti pagine riguarda la vita comunitaria milanese, illustrando le attivit del Gruppo Sionistico Giovanile (il pi numeroso dItalia), la vita della scuola elementare
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Congresso Mondiale Ebraico, sigla italiana dellinglese World Jewish Congress, ossia: A voluntary association of rappresentative Jewish bodies, communities and organaizations throughout the world, organizaed to foster the unity of the Jewish people, in Encyclopaedia Judaica, vol. XI, Jerusalem, 1971. 61 Organizzazione sanitaria per i fanciulli indigenti, la sigla sta per Oeuvre de scours aux enfants. 62 Sigla russa indicante Scuole professionali di rieducazione tecnica. Di tale organismo si parler nel corso del presente capitolo. 63 Organizzazione militare palestinese di autodifesa fondata nel giugno del 1920 dal partito Ahdut haAvodah; illegale sotto mandato britannico, costituir, dopo la proclamazione dello Stato dIsraele, lEsercito di difesa nazionale.

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ebraica in via Eupili (e infatti la rubrica ad essa dedicata sintitola emblematicamente Mondo eupilino), presente fin dallinizio del Novecento a cui si affianc, durante le persecuzioni razziali, anche una scuola media, orgoglio dellintera Comunit e del suo direttore Yoseph Colombo64. Allinterno di Milano ebraica si danno notizie sulle varie organizzazioni giovanili sioniste importate da Israele, fra cui He-chaluz, Benei Akiba, Hashomer Hatzair ma anche sul Circolo Giovanile Ebraico, meno sionisticamente impegnato. Linteresse per il mondo giovanile verr ulteriormente incentivato con la creazione, nel febbraio del 1947, di una Pagina del giovane, che diverr nel gennaio 1953 il Bollettino dei ragazzi la quale si propone di pubblicare articoli, compiti o composizioni varie dei ragazzi su argomento ebraico, nonch scritti dedicati alla giovent. Compaiono sovente anche storie bibliche e festivit ebraiche che vengono spiegate col proposito di educare allo spirito religioso ebraico le nuove generazioni e farle avvicinare al patrimonio storico-culturale del medesimo. Sempre nella rubrica si riportano le decisioni e le riunioni del consiglio e della giunta della Comunit milanese, i congressi a scadenza quinquennale dellUnione e le altre questioni legate per lo pi al campo amministrativo e gestionale dellebraismo cittadino. Tribuna Libera accoglieva articoli riguardanti la condizione dellebraismo italiano, leducazione da impartire ai giovani, dibattiti inerenti alleredit del passato fascista e alla memoria della deportazione. I lettori hanno invece voce tramite la Corrispondenza e nel settembre 1953 la Comunit di Genova trova uno proprio spazio nella rubrica intitolata Note Genovesi, affiancata nellagosto del 1962 da Note Veneziane; Tra i libri ospita invece le recensioni di libri stampati in Italia e allestero di argomento ebraico. I collaboratori che prendevano parte alla redazione del bollettino erano personalit di spicco allinterno del mondo ebraico milanese e italiano, infatti numerosi gli articoli
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Nel novembre del 1947 la scuola riprendeva la sua attivit e tale iniziativa veniva salutata dal Presidente della Comunit milanese con un articolo apparso sul giornale in cui si leggeva che linsegnamento ha occupato da millenni il posto pi importante nella vita di ogni collettivit ebraica. Il compito mio e dei miei colleghi stato in parte facilitato dal ritorno delle stesse maestre e professori che avevano contribuito a formare la scuola. Il lavoro di ripristino stato ugualmente difficile perch durante la guerra le due villette di via Eupili erano state danneggiate; merito di approvvigionamento materiale stato di Raffaele Cantoni, nostro primo presidente dopo la Liberazione, di Aldo Jarach, assessore alle scuole, al prof. Y. Colombo, preside della scuola stessa. Le nostre scuole saranno in grado di essere allaltezza del loro storico compito se tutti ci aiuteranno nellopera di ricostruzione, S. Mayer, Si riapre la scuola, in Bcim, n. 2, ottobre-novembre 1947. Sullattivit svolta dalla struttura scolastica milanese durante il periodo fascista e la vitale funzione che essa svolse si veda Y. Colombo, Il problema scolastico per gli ebrei dItalia nel 1938. La scuola di Milano, in RMI, n. 5, maggio 1965.

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firmati da Guido Lopez, Giorgio Romano, Alfredo Sarano, Marcello Vitale, Alberto Nirenstein, Guido Ludovico Luzzatto, Anna Colombo, per citarne solo alcuni. Il Bollettino rappresenta una felice e riuscita unione di due elementi che difficilmente risulteranno cos ben legati in altre testate comunitarie, ossia la giusta compenetrazione di un registro locale che dia voce alle varie attivit e problematiche proprie di una comunit, e di un registro nazionale che testimoni i medesimi aspetti riferiti tuttavia ad una realt pi generale; si viene in tal modo a creare un interessante quotidiano che segue da vicino le dinamiche della comunit di cui espressione e voce, senza perci perdere di vista le vicende, i dibattiti e le trasformazioni riguardanti lebraismo italiano tout court.

3. LECO DELLEDUCAZIONE EBRAICA 1946-1970 Bollettino dinformazione professionale per gli insegnanti ebrei65 che svolgevano la propria attivit nelle strutture scolastiche ebraiche, LEco viene redatta mensilmente a Milano dallassociazione nazionale insegnanti ebrei dItalia. Fortemente legato alla realt scolastica milanese di via Eupili, il giornale ospitava gran parte delle firme proprio di quei professori e professoresse che l svolgevano la loro attivit e che intervenivano sulle colonne del bollettino discutendo attorno alle problematiche e ai quesiti riguardanti la scuola milanese, anche se non mancavano articoli che abbracciavano tematiche educative pi generali e teoriche. In effetti, dopo lesperienza persecutoria che vide crescere e rafforzarsi questo tipo di strutture66, dalla liberazione in poi lindirizzo da intraprendere in un clima politico mutato, risultava assai problematico per un ebraismo come quello italiano tendente
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Lorganizzazione degli insegnanti ebrei dItalia si costitu nel corso del 1945 sottolineando la decisa volont di mantenere strutture scolastiche e un corpo insegnante specificatamente ebraico nonostante la completa reintegrazione giuridica degli ebrei italiani allindomani della Liberazione. Limportanza che la tematica educativa risulter costantemente centrale allinterno del nucleo ebraico italiano bene analizzata dal contributo di A. M. Pissi (a cura di), E li insegnerai ai tuoi figli. Educazione ebraica dalle leggi razziali a oggi, Firenze, Giuntina, 1997, id., ( a cura di), Presto ad apprendere tardi a dimenticare: leducazione ebraica nellItalia contemporanea, Milano, Angeli, 1998. 66 Su tale capitolo si rimanda a A. Minerbi, Tra nazionalizzazione e persecuzione. La scuola ebraica in Italia 1930-1943, in Contemporanea, n. 4, 1998, D. Fishmann, Una risposta ebraica alle leggi: lorganizzazione delle scuole, in M. Sarfatti (a cura di), 1938 le leggi contro gli ebrei, in RMI, n. 1-2, gennaio-febbraio 1988, F. Levi, Le leggi razziali e la scuola, in N. Raponi (a cura di), Scuola e Resistenza. Atti del convegno promosso dalla Regione Emilia Romagna per il XXX della Resistenza, Parma 19-21 maggio 1977, Parma, Pilotta, 1978, pp. 87-95.

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allassimilazione. La paura era costituita dal fatto che, con la ritrovata libert, le famiglie ebree mandassero i propri figli nelle scuole pubbliche statali a danno di quelle ebraiche che rischiavano di ritornare a svolgere la funzione ante-persecuzione, ossia luoghi frequentati per lo pi da ragazzi di famiglie indigenti67. Anche le colonie estive ebraiche organizzate dal corpo insegnante venivano presentate come appuntamenti indispensabili per la formazione di unautentica coscienza ebraica nei giovani poich oltre al lato ludico e aggregativo, vi era anche posto per lo studio biblico, la storia ebraica e lapprendimento della lingua ebraica moderna. Accanto a queste tematiche italiane, si trovavano ampi resoconti sullinsegnamento impartito in Israele, si esponevano i progressi ivi compiuti e si esortavano gli insegnanti dItalia a seguire i metodi didattici israeliani.

4. HE-CHALUZ 1947-1956 Introduzione Prima di essere un giornale, He-chaluz (Il Pioniere) era innanzitutto un movimento giovanile sionista68 nato in Russia allindomani del terribile pogrom del 1881, fondato da Joseph Trumpledor69 ma teorizzato politicamente e programmaticamente da David Gordon70, iniziava ad essere presente in Italia gi nei primissimi anni del secondo dopoguerra; di orientamento decisamente marxista opera nella Penisola, o per essere pi precisi nella Diaspora, al fine di preparare i futuri olim (emigrati), in procinto di salire in terra di Israele, al lavoro agricolo proprio del kibbutz. I principi fondamentali dello spirito halutzistico prevedevano laliah, il lavoro organizzato su basi socialistiche e collettivistiche e la riconquista della lingua ebraica, non pi circoscritta a un ambito biblico e dotto, ma parlata da un popolo risorto e vivo.
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Le scuole ebraiche fornivano ai propri allievi materiale scolastico gratuito e una quota discrizione simbolica. 68 Il movimento halutzistico presentato nel Cap. III di questo studio. 69 Cfr. Encyclopaedia Judaica, vol 15, Jerusalem, 1971: soldier, symbol of pioneering and armed defense in Eretz Israel; he was elected chairman of He-Halutz movement in 1919. The life and death of Trumpeldor became a symbol to pioneer youth from all parts of Diaspora; he inspired both the pioneering socialist movements and right-wing youth groups. 70 Cfr. Encyclopaedia Judaica, vol. 7, Jerusalem, 1971: spiritual mentor of that wing of Zionist labor movement which emphasized self-realization throught settlement on the land (the halutzim).

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Il periodico di tale organizzazione aveva perci intenti principalmente pedagogici, illustrava gli scopi a cui deve giungere lhalutzim, preparandolo materialmente e spiritualmente allinterno delle hakhsharoth, colonie agricole di addestramento e rieducazione professionale preparatorie allascesa in Israele, presenti in Italia gi a partire dagli anni Trenta71. E proprio allinterno dellhakhsharah di Cevoli, nella provincia pisana, che il giornale veniva compilato e redatto collettivamente con periodicit quindicinale. Guida spirituale per i giovani pionieri italiani era rappresentata dal primo halutz dItalia, Enzo Sereni, la cui figura di eroe e martire, veniva commemorata pressoch in quasi ogni numero; ampio spazio trovavano infatti le notizie riguardanti la vita e le attivit, nonch le realizzazioni, svolte allinterno del Ghivat Brenner (Colle di Brenner), il kibbutz fondato dallo stesso Sereni nel 1927 in Palestina. Per le finalit medesime del movimento, ossia laliah, He-halutz si estinse mano a mano che i propri aderenti prendevano la via verso Israele, e nel settembre 1956 lorgano di stampa venne chiuso. Struttura del giornale Tecnicamente piuttosto artigianale, il quindicinale prevedeva non pi di quattro pagine, non organizzate sistematicamente in rubriche, ma comprensive di articoli per lo pi teorici (programmi politici del movimento, biografie dei fondatori del medesimo, proclami sionistici) e pratici (tecniche di coltivazione della terra, uso dei macchinari agricoli). Due erano gli appuntamenti fissi che si riscontrano nella lettura del periodico: uno riguardante il vocabolario agricolo in cui vi era la traduzione dallebraico allitaliano di quelle parole chiave usate nei kibbutz israeliani, laltro intitolato Langolo dei bambini di natura pedagogica in cui si illustravano, tramite favole, racconti, parabole e giochi, gli insegnamenti kibbutzistici in base ai quali i fanciulli devono essere educati. Fedelmente riportati anche i Congressi dellorganizzazione, le conferenze da essa promosse, le riunioni, i seminari e tutte quelle attivit culturali che avevano luogo nelle varie hakhsharoth dItalia. Anche se modesto graficamente e
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Limportante opera che queste colonie svolsero a favore dei rifugiati ebrei tedeschi in Italia segnalata da K. Voigt, Il rifugio precario, Firenze, La Nuova Italia, 1993; si veda anche id., Gli emigrati in Italia dai paesi sotto la dominazione nazista: tollerati e perseguitati, 1933-1940, in Storia contemporanea, n. 1, 1985, id., Le scuole dei profughi ebrei in Italia, (1933-1943), in Storia contemporanea, n. 6, 1988; per lattivit delle colonie in Toscana si rimanda a V. Piattelli, La percezione del nazismo e lassistenza ai profughi dalla Germania, in Razza e fascismo, cit., pp. 87-93.

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tecnicamente, He-chaluz rifletteva lo spirito fortemente motivato e impegnato del movimento di cui era espressione, mostrando vivacit e slancio ideologico, al limite del proselitismo, non comuni da trovare nel mondo giovanile ebraico italiano del secondo dopoguerra.

5. LA SCALA 1948-1949 Portavoce del Tennuat Haheruth72 israeliano (Movimento della Libert), La Scala73 rappresentava un vero e proprio organo di partito che si proponeva di diffondere e spiegare gli scopi e i programmi del medesimo in Italia. Settimanale stampato a Roma da una stretta cerchia di fedeli, diretto da Francesco Di Pietro, esso si componeva di quattro pagine interamente dedicate alle vicende mediorientali interessanti soprattutto la guerra in atto ai confini israeliani fra arabi ed ebrei; non si trattava delle istituzioni che si andavano creando in Israele, n di tutti quegli aspetti economici e sociali che il giovane Stato si trovava ad affrontare allindomani della sua nascita, ma si enunciavano unicamente gli aspetti bellici, lefficacia dellorganizzazione militare israeliana, leroismo con cui tali battaglie erano condotte (e vinte) dai soldati, un autentico elogio della nazione in armi e del cittadinomilitare. Era questo credo aggressivo pi che difensivo, che informava il discorso politico portato aventi dallHeruth, che diventer partito politico nel 1948 e che aveva nellIrgun Zevi Lemmi74 la propria organizzazione militare, fondata a Gerusalemme da Menahem Begin nel 1931, staccatasi per divergenze ideologiche dallHaganah. Il movimento della Libert e con esso lIrgun, avevano il proprio leader e ispiratore

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Il movimento divenne partito nel giugno del 1948 col semplice nome di Heruth (Libert) trovando il proprio leader in Menahem Begin, ex comandante dellIrgun, che sispirava allideologia fortemente nazionalista e militarista di Vladimir Jabotinsky, cfr., E. Barnavi, Storia dIsraele, Milano, Bompiani, 2001, pp. 47-49. 73 Abbiamo scelto come nome La Scala perch essa rappresenta il simbolo di costruzione e di ascesa del popolo ebraico che nei secoli ha saputo mantenere fede al proprio ideale e ha finalmente raggiunto, dopo secoli di dispersione la Terra promessa, la Terra dei Padri che noi difenderemo fino alla morte, Meyer Adami,Possesso perpetuo, in La Scala, n. 1, 21 luglio 1948. 74 Organizzazione nazionalista militare, staccatasi dallHaganah nel 1937 e divenuta corpo militare indipendente. Conflu nellEsercito di difesa dIsraele allindomani della nascita dello Stato ebraico.

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principale in Vladimir Jabotinsky75 e nellorganizzazione giovanile revisionista76 cui dette vita nei primi anni Venti del XX secolo. Nel programma presentato da Begin allindomani della nascita dello Stato ebraico, si leggeva che lHeruth si propone di radunare tutti quei cittadini combattivi, patriottici e progressisti che desiderano condurre la nazione attraverso la guerra a conquistare quei territori che non le sono stati riconosciuti, ossia entrambe le rive del Giordano che storicamente e geograficamente appartengono al popolo ebraico. La spartizione avvenuta illegale e il compito della nostra generazione quello di riportare sotto la nostra sovranit quelle parti della nostra terra che sono state assegnate a stranieri77. Partito dopposizione fino al 197778, lHeruth caratterizzava la propria attivit politica in violente polemiche al partito di maggioranza, polemiche che venivano riportate fedelmente sulle colonne del settimanale e in cui si leggeva che esistono posizioni oligarchiche in quel partito che occupa tutte le posizioni preminenti, mentre sostiene di essere democratico sulle basi di una coalizione di partiti in realt inesistente, coalizione di cui dice di essere il rappresentante senza esserne minimamente autorizzato. Ci ricorda molto da vicino i regimi totalitari cominciati con simili coalizioni in cui poi, tutti gli altri partiti furono gradualmente eliminati dal potere79. La medesima vena accusatoria nei confronti degli organismi capeggiati dal Mapai, si riscontrava pure in quegli scritti ove si illustravano le eroiche imprese dellIrgun durante la guerra di liberazione nazionale contro gli arabi: le vittorie a Giaffa, la difesa di Jerusalem, sono monumenti che non si perderanno. Sappiamo del miserabile numero di soldati racimolati qua e l che lAgenzia ebraica ha messo a disposizione del paese. E la nostra famiglia di combattenti che ha permesso la vittoria di quei luoghi80. Tuttavia

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Per un inquadramento della personalit di Vladimir Jabotinsky e del suo partito si veda V. Piattelli, Israel e il sionismo, cit., pp. 44-47. Sui rapporti intercorsi fra il leader revisionista e Mussolini si veda C. L. Ottino, Jabotinsky e lItalia, in G. Valabrega (a cura di), Gli ebrei in Italia durante il fascismo, n. 3, Milano, Quaderni del Centro di documentazione ebraica contemporanea, 1963, pp. 82-96. 76 Il Betar, a cui aderirono i sionisti pi nazionalisti, si trasform in partito nel 1925 sotto il nome di Zohar. 77 M. Begin, Il Movimento della Libert, in La Scala, n. 4, 16 settembre 1948. 78 Il Likkud, la coalizione delle forze di centro-destra il cui partito-guida fu lHeruth, vinse in quella data le sue prime elezioni politiche, detronizzando il Mapai dalla sua posizione, quasi trentennale, di partito di governo allinterno della Knesset (Parlamento israeliano). 79 M. Begin, Heruth, in La Scala, n. 3, 9 settembre 1948. 80 Id., LIrgun e la Guerra di Liberazione, in La Scala, n. 8, 21 ottobre 1948.

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lIrgun, con la creazione di un esercito nazionale israeliano, si scioglier confluendo in esso nel novembre del 1948. Arduo appare poter parlare di una struttura del settimanale dato che non si riscontra una logica organizzativa pensata ed evidente; gli articoli si susseguono luno di fianco allaltro, legati fra loro dal comune argomento trattato, e cio la linea politica e militare seguita e propagandata dal partito di Begin. Gli scritti, il pi delle volte, non sono firmati e dunque individuare gli eventuali collaboratori che prendono parte al progetto editoriale risulta difficile, e solo dopo un anno e mezzo circa dalla sua uscita, La Scala cessa di essere pubblicato.

6. LA RASSEGNA MENSILE DI ISRAEL 1948-1970 Introduzione Dante Lattes, direttore della rinata rivista, esponeva nel primo numero la ripresa dellattivit della prestigiosa Rassegna, non trascurando di ripercorrere le tappe pi significative e storiche della testata: Sorta nel 1925 per iniziativa dellamico e collega Alfonso Pacifici, La Rassegna Mensile di Israel sospendeva le sue pubblicazioni, per cause indipendenti dalla volont dei suoi compilatori, alla fine del 1938. Nei brevi anni della sua esistenza era riuscita a farsi apprezzare in Italia e allestero fornendo ai suoi lettori una raccolta di scritti che illustravano degnamente aspetti, idee, vicende della storia ebraica passata e presente. Ora, dopo let fosca e dolorosa delle persecuzioni, delle stragi e della guerra orribile, ci parso necessario riprendere l opera interrotta. La Rassegna riprende le sue pubblicazioni nel nome dei martiri, dei RMI 1965pensatori e dei pionieri dIsraele, rendendo grazie al Signore per averci concesso di salutare lalba del Risorgimento ebraico81. Finanziata dallUnione delle Comunit Israelitiche dItalia e dal Ministero dellInterno, la Rassegna mensile di Israel riassumeva il ruolo di primo piano nel panorama
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D. Lattes, Qualche parola di presentazione, in RMI, n. 1, aprile 1948. Riguardo il periodo precedente della Rassegna si vedano i contributi di F. Del Canuto, La soppressione della stampa ebraica in Italia e la sua ripresa (1938-1944), in Italia Judaica, cit. pp. 464-473, A. Luzzatto, La rassegna mensile di Israel(1925-1938), in Bailamme, n. 3, 1988, pp. 195-204, D. Lattes, Il Trentesimo Compleanno della Rassegna, in RMI, n. 1, gennaio 1965, B. Di Porto, La Rassegna Mensile di Israel in epoca fascista, in RMI, n. 1, gennaio 1995, V. Piattelli, Israel e il sionismo, cit., pp. 36-37.

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culturale dellebraismo italiano che fin dal suo nascere le era stato proprio dovendo fare a meno del suo fondatore, Alfonso Pacifici, salito nel 1936 in Eretz Israel, che a differenza di Lattes non far ritorno in Italia al termine della seconda guerra mondiale 82. Tuttavia Pacifici collaborer a distanza con la rivista scrivendo articoli riguardanti soprattutto lambito religioso. Dante Lattes83 Nato a Pitigliano nel 1876, Lattes conobbe presso il Collegio Rabbinico di Livorno la propria educazione religiosa sotto la guida del carismatico Elia Benamozegh84, mistico cabalista di origine marocchina, personaggio affatto originale nel panorama ebraico italiano della seconda met dellOttocento, che inizi il giovane alla conoscenza di un ebraismo per cos dire eterodosso. Lattes, dunque, non si form sulla base di una concezione religiosa votata ad esaurirsi in un ossequio formale delle mizvoth, di una religione cio rituale e tradizionale, ma venne presto in contatto con un ebraismo filosofico, misticheggiante, universalista, che interpretava il messianesimo del popolo ebraico come rinascita nazionale e spirituale valorizzandone il messaggio di libert sia politica che religiosa. Divenuto rabbino, nel 1898 si trasfer a Trieste dove inizi a collaborare al Corriere Israeltico85 di Vita Morpurgo, divenendone direttore nel 1903, inaugurando cos la sua attivit giornalistica. Ed proprio il periodo triestino che costituisce la seconda fase della formazione culturale-spirituale del giovane Lattes, il quale si trovava a vivere in un ambiente ebraico formatosi in base ai criteri della Scuola
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Tuttavia Alfonso Pacifici collaborer a distanza con alcune testate giornalistiche ebraiche che oltre alla Rassegna, comprendeva Israel con cui ufficializz il sodalizio con le seguenti parole: riprendere una produzione in italiano mi far senzaltro bene per una ragione essenziale e intima. Infatti, nonostante i trentacinque anni del mio ebraico e nonostante la squisita familiarit con il francese, litaliano rimasta la lingua unica del mio pensiero e nulla me lha sostituita durante questo lungo periodo di lontana dal mio paese dorigine, Il Maestro Pacifici nostro illustre collaboratore, in Israel, n. 1-2, 11 ottobre 1951. 83 Non esistono biografie di Dante Lattes. I contributi pi interessanti sono di G. Luzzatto Voghera, La formazione culturale di Dante Lattes, in D.Bidussa, Oltre il ghetto, cit., pp. 17-95, Y. Colombo, Un anno dalla morte di Dante Lattes, in RMI, n. 11, novembre 1966, id., Nel primo centenario della nascita di D.Lattes. Numero monografico, in RMI, n. 8-9, ottobre-novembre 1976, A. Segre, Alcune note biografiche in RMI, n. 8-9, settembre-ottobre 1976, R. Ravenna, Dante Lattes o della dignit ebraica, in RMI, n, 11-12, novembre-dicembre 1978, Encyclopaedia Judaica, vol. 10, Jerusalem, 1971. 84 Per una sintetica esposizione biografica del rabbino mistico Benamozegh si veda R. De Felice, Elia Benamozegh, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituo dellEnciclopedia Italiana Treccani, 1966, pp. 169-171, vol. 8. 85 Per le vicende di questa storica testata diretta da Lattes si veda G. Luzzatto Voghera, La formazione culturale di Dante Lattes, cit., pp. 17-95.

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Rabbinica di Padova e del suo autorevole rabbino, Samuel David Luzzatto86. Lincontro con tale scuola di pensiero razionalista87, che disconosceva la Quabbalah come testo sacro, permetter a Lattes di fondere nella sua esperienza livornese tale illuminismo creando cos una sintesi di pensiero affatto originale e complessa che caratterizzer lintero iter intellettuale del futuro maestro. Nel 1916 era accanto allamico Pacifici a dar vita al settimanale Israel di cui sar co-direttore fino al 1938 allorch le persecuzioni razziali lo costrinsero ad abbandonare lItalia, emigrando nel 1939 in Eretz Israel. Nel dopoguerra rientr in Italia, dirigendo la Rassegna fino alla sua morte avvenuta nellottobre del 1965. Difficile appare definire la seconda stagione giornalistica-politica-religiosa di Lattes nel secondo dopoguerra, poich se rimane comunque guida indiscussa dellebraismo italiano e punto di riferimento per le nuove generazioni, pur vero che il clima in cui si trovava ad operare era non solo sconvolto dai tragici avvenimenti occorsi allebraismo italiano ed europeo88, ma anche mutato per via di una realt del tutto nuova ed unica, costituita dalla nascita dello Stato dIsraele. Se, dunque, nella prima met del Novecento, Lattes e il suo sionismo potevano essere considerati mosche bianche nel panorama fortemente assimilato degli ebrei dItalia, assimilazione che coinvolgeva gli
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La diatriba che si scaten fra Luzzatto e Benamozegh intorno allinterpretazione elaborata in maniera diametralmente opposta dai due pensatori sulla Quabbalah ben illustrata da Y. Colombo, Il dibattito fra Luzzatto e Benamozegh intorno alla Kabbal, in RMI, n. 10-12, febbraio-aprile 1934, id., La polemica col Benamozegh. Nel primo centenario della scomparsa di S. D. Luzzatto, in RMI, n. 8, settembre 1966; G.Luzzatto Voghera, Aspetti di cultura ebraica in Italia nel secolo XIX ,in Storia d Italia. Annali, 11**, cit., pp. 1226-1230, Nel primo centenario della morte di Samuel David Luzzatto, in RMI, numero speciale, n. 9-10, settembre-ottobre 1966. Lo scetticismo con cui gli esponenti della Wissenschaft guardavano alle correnti mistiche Quabbalah compresa- un aspetto su cui si sofferma G. Scholem, Le grandi correnti della mistica ebraica, Torino, Einaudi, 1993, pp. 15-18. Sul Collegio rabbinico di Padova si rimanda a G. Castelbolognesi, Il Collegio rabbinico di Padova al tempo di Samuel David Luzzatto, in RMI, n. 10-11, ottobre-novembre 1966, M. Del Bianco Cotrozzi, Il Collegio rabbinico di Padova: la sua situazione ed il suo influsso sulla cultura ebraica, in RMI, n. 912, settembre-dicembre 1991, id., Il Collegio rabbinico di Padova. Unistituzione religiosa dellebraismo italiano sulla via dellemancipazione, Firenze, Olschki. 1995. 87 La Verein fur Cultur und Wissenschaft des Judentums -Societ per la Cultura e la Scienza del Giudaismo- sorse a Berlino nel 1819 con lintento di studiare i testi dellebraismo avvalendosi dei moderni e scientifici strumenti di analisi storiografica. Per una prima inquadratura si rimanda a J. Baumgarten, S. Trigano (a cura di), La Wissenschaft des Judentums, in Pards, n. 19-20, 1994. 88 Si segnala il toccante dialogo che Dante Lattes, pochi mesi prima di morire, intrecci, sulle colonne della propria rivista, con le personalit pi autorevoli dellebraismo italiano introno alla Shoah, sollevando implicazioni teologiche riguardo al silenzio di Dio durante il tragico periodo: cfr., D. Lattes, Il mistero dellindifferenza divina verso le umane tragedie, in RMI, n. 6, giugno 1965, C. A. Viterbo, Sulle umane tragedie e sul silenzio di Dio, in Israel, n. 37, 29 luglio 1965, D. Lattes, La mia risposta allAvv. Viterbo direttore dellIsrael, in RMI, n. 8-9, agosto-settembre 1965, Y. Colombo, Il mistero dellindifferenza divina verso le umane tragedie, in RMI, n. 8-9, agosto-settembre 1965, L. Fano Jacchia, La mia risposta al Professore Dante Lattes, in RMI, n. 10-11, ottobre-novembre 1965.

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stessi vertici comunitari, nel 1945, nel momento in cui si accingeva a riprendere il discorso lasciato interrotto nel 1938, Lattes doveva confrontarsi con un pubblico i cui interrogativi riguardavano due realt, le persecuzioni e Israele, che richiederanno un dialogo e un linguaggio da rifondare ex nihilo, venendo meno tutte quelle coordinate e certezze su cui si basava e in cui era vissuto lebraismo italiano dalla nascita dello stato unitario. E obbligatorio sottolineare il fatto che Lattes non deluse le aspettative delluditorio, la Rassegna da lui diretta offriva una rosa di argomenti di vario genere sempre di alta qualit e vivacit intellettuale, proponendo un sionismo rivisitato alla luce delle recenti vicende storiche senza tuttavia perdere quella connotazione mistica che era stata caratteristica del proprio percorso biografico. Cos egli tornava a parlare dei danni che lassimilazione aveva prodotto allinterno della compagine ebraica italiana, tornava a insegnare il significato dellessere ebreo e vivere da ebreo, che per lui prescindeva da manifestazioni cultuali di rito e da pratiche religiose private del loro contenuto spirituale, ma che al contrario andava ad identificarsi con una reale presa di coscienza ebraica, patrimonio millenario di storia, cultura, filosofia, teologia, lingua e nazione. Detto altrimenti Lattes, tramite la rivista, proponeva la sua concezione del ruolo che lebreo contemporaneo era chiamato a rivestire, ruolo di agente storico attivo a cui poteva aspirare soltanto se precedentemente avesse avuto luogo una riacculturazione complessiva dellebraismo inteso in senso lato. Pertanto lintenzione con la quale egli dirigeva la Rassegna nel periodo del secondo dopoguerra era informata di istanze pedagogiche e culturali che solo parzialmente si discostavano da quelle che avevano sostanziato la riflessione del periodo prebellico. Alla sua morte, sopraggiunta nel novembre del 1965, Carlo Alberto Viterbo firmava un pezzo in cui ricordava come egli fu, come nessunaltro in Italia , il perfetto continuatore della gloriosa scuola livornese, Maestro di questa nostra generazione, parte costitutiva nella fondazione di questo nostro settimanale, scrittore chiarissimo di pagine indimenticabile, sorgente di luce e di forza, coscienza dellEbraismo, formatore dentro e fuori le aule scolastiche di schiere di allievi, pioniere fra i combattenti delle battaglie del risorgimento nazionale ebraico, difensore degli Ebrei e del loro retaggio spirituale; Dante Lattes rivest le massime cariche della Comunit ebraica italiana, esempio di vita inflessibilmente dedicata al sostegno dei pi alti ideali umani, germogliati nelle radici

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del suo ebraismo. Il 25 cheshwn 5726 (19 novembre 1965) ha concluso la sua settimana di lavoro su questa terra89. Struttura del giornale Mensile, stampato a Roma sotto il patrocinio dellUnione delle Comunit Israelitiche dItalia, la Rassegna Mensile dIsrael sar diretta fino allottobre del 1965 da Dante Lattes, anno in cui gli subentrer Yoseph Colombo, direttore delle Scuole ebraiche di Milano ed esponente piuttosto tradizionalista del mondo religioso e culturale italiano90. Colombo dar unimpronta per cos dire biblica alla Rassegna interpretando, anzi, identificando lebraismo con il giudaismo, ossia con la sua forma pi prettamente teologica e religiosa; nella direzione Colombo si riscontra perci una certa monotonia tematica, perdendo la brillantezza e la specificit delle discussioni che il precedente direttore aveva saputo stimolare e condurre. Nella quasi ventennale gestione lattesiana, accanto ad argomenti nettamente biblici, si riscontravano numerosi interventi riguardanti tematiche attuali, soprattutto quelle inerenti alla distruzione dellebraismo europeo durante la seconda guerra mondiale, alla problematica rinascita da un passato di ceneri e di lutti, al ruolo che poteva avere la Diaspora rispetto ad Israele e in base a quali modalit potesse esprimersi la propria esistenza di ebreo diasporico. Frequenti erano pure gli articoli che trattavano di mistica ebraica e del pensiero del maestro di Lattes, Elia Benamozegh, come frequenti sono gli scritti su altri pensatori religiosi del passato, in primis su Samuel David Luzzatto e sulla sua scuola rabbinica di Padova; e ancora, articoli riguardanti i precursori del sionismo, il pensiero filosofico da cui prendeva le mosse il discorso sionista e i ripensamenti che Israele, per il fatto stesso di
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C. A. Viterbo, Dante Lattes, Rav e Maestro, in Israel, n. 7, 25 novembre 1965. In occasione della morte di Lattes comparvero i seguenti articoli A. Segre, A Dante Lattes, in Rmi, n. 10-11, ottobrenovebre 1965, S. Piperno, In ricordo di Dante Lattes. Discorso ufficiale pronunciato dal Presidente dellUnione ai funerali del Maestro, in RMI, n. 10-11, ottobre-novembre 1965, Y. Colombo, Il dovere di continuare, in RMI, n. 12, dicembre 1965, A. Pacifici, Ricordi, in Israel, n. 11, 23 dicembre 1965, Convegno per Onoranza a Dante Lattes, Roma 15 dicembre 1965, in Israel, n. 11, 23 dicembre 1965, E. Toaff, In onore di Dante Lattes, in Israel, n. 11, 23 dicembre 1965, A. Toaff, La scomparsa di Dante Lattes (o dellanticonformismo), in La Voce, n. 8, dicembre 1965, G. Romano, La morte di un Maestro ebreo, in Bcim, n. 3, dicembre 1965, G. L. Luzzatto, Una luce ebraica si spenta: la scomparsa di Dante Lattes, in Bcim, n. 4, gennaio 1966, L. Bedarida, Lestremo saluto a Rav Lattes, in LEco, n. 2, dicembre 1965, P. Levi, Morte di un Patriarca, in Ha-Tikw, n. 10, dicembre 1965, L. Neppi Modona, La morte di Dante Lattes, in Ebrei dEuropa, n. 51, ottobre-dicembre 1965. 90 Al fine di evitare una non corretta sottovalutazione di questo importante personaggio che oper attivamente in diversi ambiti ebraici nellItalia del secondo dopoguerra si rimanda a E. Toaff, Yoseph Co,ombo filosofo e pedagogista, in RMI, n. 8, agosto 1975, pp. 134-140, id. (a cura di), Annuario di studi ebraici. Raccolta di studi in memoria di Yoseph Colombo, 1975-1977, Roma, Carucci, 1978.

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esistere, induceva a riformulare e a riconsiderare su altri presupposti. Al di l comunque dei contenuti eterogenei e di diversa natura che componevano i vari articoli, si avvertiva in ognuno di essi la presenza intellettuale del direttore, anche quando non era lui a firmarli, una presenza pronta a dialogare con gli aspetti multiformi da prese di posizioni definitive e dogmatiche, ma aperta a confrontarsi non solo con il mondo ebraico al suo interno, ma anche con la societ moderna dei non ebrei da cui provenivano aspettative, richieste e problematiche ineludibili e imprescindibili Prestigiosi i collaboratori di cui si avvaleva Lattes, fra cui Giorgio Romano che da Gerusalemme illustrava la vita culturale che si svolgeva allinterno del giovane stato, Riccardo Curiel, Attilio Milano, Guido Bedarida, Riccardo Bachi, Guido Ludovico Luzzatto, per citare le pi famose personalit intellettuali dellebraismo italiano. Le rubriche non erano sistematizzate entro un quadro organico e unitario, eccezion fatta per le recensioni di libri e riviste che occupavano uno spazio importante dal momento che l si trovavano voci dellebraismo internazionale, soprattutto americano e israeliano, che si presentavano in veste di realt-guida a cui ogni ebreo deve riferirsi e appellarsi.

7. KARNENU-IL NOSTRO FONDO 1950-1970 Introduzione Rivista bimestrale edita a Roma dalla sezione italiana del Keren Kajemeth Leisrael, Karnenu pu definirsi, nei suoi intenti e scopi, un giornale propagandistico in cui gli appelli e i proclami lanciati dal Fondo Nazionale Ebraico agli ebrei della Diaspora per aiutare economicamente lo Stato dIsraele costituivano la sua unica finalit e motivo dessere91. Nato nel 1911 per volont del sionista austriaco Hermann Shapira, il Fondo Nazionale ebraico iniziava la sua opera di conquista effettiva del suolo palestinese dopo la Dichiarazione di Balfour, quando pot spostare il suo quartier generale da Colonia a Gerusalemme, nel 1922. Da questo periodo in poi lorganizzazione si adoper nel creare colonie in quelle terre che precedentemente aveva riscattato, delineando cos i confini che il futuro Stato ebraico avrebbe avuto e che cos avvenne: nel 1947 lOnu segu la
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Un contributo specifico dedicato al Keren Kajemeth quello di A. Silfen, Note sul KKL e sul sionismo: Kern Kajemeth Le-Israel. Fondo Nazionale Ebraico, Roma, Visigalli-Pasetti, 1977.

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linea delle colonie fondate dal Keren Kejemeth nella decisione dei confini da assegnare al nuovo Stato92. Abraham Granott93, Presidente del Fondo Nazionale Ebraico dal 1943, spiegher in un articolo di Karnenu i molteplici compiti che aspettavano di essere realizzati dal KKL, il quale non aveva esaurito la propria funzione dopo la nascita dello Stato dIsraele ma che al contrario continuava, tramite colonizzazioni e insediamenti, a difendere lo Stato israeliano in quelle zone di confine maggiormente in pericolo; un intervento piuttosto lungo che merita tuttavia di essere riportato perch presenta in modo chiaro le linee programmatiche su cui si basava lorganismo di cui era a capo: una volta conseguita lindipendenza dIsraele, non furono pochi coloro che giudicarono il compito del Keren Kejemeth Leisrael terminato, o quanto meno ridotto ad attivit di secondaria importanza. Ma si ignorava che lacquisto della terra non che il primo gradino sulla strada per la liberazione del suolo. Dopo lacquisto vengono infatti la messa in valore e la ripartizione del suolo fra i futuri coloni, che costituiscono la pi difficile parte dellazione. La bonifica delle regioni desertiche, le opere di rimboschimento e dirrigazione stettero sempre alla base del KKL; esso deve continuare a riscattare queste terre e soprattutto deve intraprendere la loro rapida messa in valoreDopo la conquista del territorio bisogna dunque procedere alla conquista del suolo senza il quale il ripopolamento dello Stato pu ridursi ad unillusoria chimeraIl KKL deve dare allo Stato solide fondamenta, deve assicurargli uno sviluppo socialmente normale, accrescere le sue possibilit di difesa mediante linsediamento sul suolo delle masse ebraiche, completare la grande rivoluzione nazionale che ebbe inizio nel 194894. Le campagne di aiuto economico indirizzate agli Ebrei della Diaspora dal KKL a cui si chiedeva di pagare lo Shekel95 per incentivare le opere da realizzare in Eretz Israel, riguardavano offerte che spaziavano dallacquisto di un semplice francobollo a investimenti finanziari nelle varie opere agricole promosse dal Fondo. In Italia il KKL apriva la sua sezione a Roma nel 1949 e gi nel 1950 si dotava di un suo organo di stampa, iniziando in quellanno la sua prima campagna di raccolta fra gli
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Liter storico del KKL descritto nel lungo articolo ad esso dedicato in Da Hermann Shapira a Abraham Granott, inKarnenu, n. 3, febbraio 1951. 93 Sullintera sua vicenda biografica si veda Una vita esemplare, in Karnenu, n. 1, ottobre 1950. 94 A. Granott, Kol Ha-Adam (Il Richiamo della Terra), in Karnenu, n. 2, dicembre 1950. 95 Cos venne denominato il contributo da versare in favore di Israele da parte della collettivit ebraica della Diaspora; il contributo non era obbligatorio.

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Ebrei dItalia, dopo la parentesi bellica. Presidente del Keren Kejemeth-Italia sar fino al 1957 Bruno Castelnuovo a cui gli succeder Nino Donati, affiancati da un Comitato Centrale in cui figuravano i nomi delle personalit pi importanti dell Ebraismo italiano96. Struttura del giornale Delle riviste prese in esame, Karnenu quella pi modernamente impostata, stampata su carta lucida, si avvaleva di un repertorio fotografico di qualit tanto da permettere di affermare che il bimestrale, pi che sugli articoli, puntava a colpire il lettore sulleffetto che queste immagini suggerivano; a partire soprattutto dai primi anni Sessanta lindirizzo che veniva dato alla testata interessava sempre di pi questo aspetto iconografico a scapito degli scritti che si limitavano ad essere semplici didascalie e commenti delle immagini. Si ripete che tale impostazione era del tutto originale nel panorama delleditoria ebraica italiana, e direttamente funzionale allo scopo che si intendeva perseguire, ovvero quello di mostrare concretamente le realizzazioni compiute in Israele grazie alle campagna di raccolta promosse dal Fondo. Pertanto la fotografia assolveva a tale compito in maniera molto pi suggestiva ed emotiva di qualsiasi articolo scritto. Il direttore, Fausto Sabatello, era anche vice-presidente del KKL-Italia che con le seguenti parole presentava la rivista: Karnenu si giova di una ricchezza tipografica quale forse nessuna pubblicazione ebraica pu oggi vantare in Italia. Karnenu si propone di portare fin negli ambienti pi lontani e indifferenti uneco viva, fatta di immagini pi che di parole, della vita e delle opere dei figli dIsraele. Il successo riportato nel primo numero ci ha indotto a rendere ancora pi ricco e variato il secondo97. E infatti le pagine da dodici diventavano quattordici fino a un massimo di venti che si suddividevano in reportages riguardanti le battaglie intraprese dal Fondo per rendere abitabile e coltivabile la regione desertica del Neghev; la costruzione e lo sviluppo degli agglomerati urbani soprattutto di Gerusalemme e Haifa; le bonifiche e il rimboschimento di zone abbandonate e aride con conseguente colonizzazione delle stesse; la creazione della Foresta dei Martiri, reportages affiancati da articoli in cui si
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Per citare i pi illustri: Renato Di Segni, Raffaele Cantoni, Giorgio Piperno, Fausto Sabatello, Lionello Piattelli. 97 F. Sabatello, Un anno di attivit del Keren Kejemeth in Italia, in Karnenu, n. 1, ottobre 1950.

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esaltavano tali vittorie, viste come rafforzamento e consolidamento anche difensivo dei confini dello Stato dIsraele98. La realt italiana era trattata in maniera piuttosto frettolosa, limitandosi a promuovere le campagne di sostegno economico del KKL e a riportare i cambiamenti dirigenziali avvenuti allinterno del KKL-Italia. Per quanto riguarda i collaboratori di cui la rivista si avvaleva, essi erano nella maggioranza dirigenti israeliani i cui articoli originariamente apparivano su giornali israeliani e successivamente venivano tradotti dal comitato di redazione; non mancavano tuttavia anche interventi di personalit ebraiche italiane autorevoli, quali Dante Lattes, Giorgio Romano e Leo Levi che trattavano comunque temi concernenti la realt israeliana, gettando una rapida occhiata alla realt ebraica della Penisola. Di rubriche vere e proprie non se ne trovano allinterno di Karnenu, fatta eccezione di tre che costantemente sono presenti numero dopo numero: La Pagina dei Ragazzi, ludica e fumettistica, Vita e lavoro in Israele, in cui si illustra con elogi la qualit di vita del Paese, e quella del Libro doro su cui converr spendere qualche parola in pi. Il Libro doro pu essere considerato un vero e proprio simbolo non solo per il Keren Kejemeth di cui diretta espressione, ma dellintero ebraismo internazionale. Fausto Sabatello dedicava ad esso uno scritto in cui ripercorreva le fasi storiche del Libro e della sua funzione propriamente commemorativa: il Libro doro, tradizione di tutti gli Ebrei del mondo, rievoca i pi importanti avvenimenti degli individui e delle nazioni che hanno permesso di realizzare il sogno della redenzione ebraica. Questo Libro eterna i primi eroi e i primi avvenimenti della lotta per la ricostruzione di uno Stato ebraico. Il Libro doro del KKL divenuto un archivio storico che ci rammenta anche le grande alioth,la lotta per la bonifica e il riscatto del suolo dal secolare abbandono, ci ricorda la guerra, la distruzione dellEbraismo europeo ad opera dei nazisti, ma anche leroica rivolta del Ghetto di VarsaviaMa il Libro doro non commemora solo avvenimenti e individui eroici, iscrive pure semplici persone, o semplici avvenimenti come un barmitzv, un compleanno, una nascita, che rappresentano tutti atti di riconoscenzaIl popolo dIsraele non distribuisce onorificenze o titoli nobiliari ai suoi benemeriti, ma liscrizione al Libro doro in cui vengono registrate solo persone di alta dirittura
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Questa caratteristica di difesa militare operata dal KKL con le sue attivit verr bene alla luce durante la Guerra dei Sei Giorni.

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morale99. In ogni numero consultato, lultima pagina della rivista ad essere dedicata alle nuove iscrizioni di quegli ebrei italiani meritevoli di apparire allinterno del Libro.

8. LE NOSTRE ISTITUZIONI 1950-1954 Bollettino della R.U.P.I.E.R, ossia Raccolta Permanente per le Istituzioni Ebraiche di Roma, questo giornale diventer poi foglio interno nel 1954 de La Voce della Comunit di Roma in cui si davano le notizie delle varie attivit svolte da quelle istituzioni aderenti alla Rupier che erano le seguenti: Adei, Asili infantili israelitici di Roma, Casa di ricovero di maternit di Roma, Orfanotrofio Israelitico Italiano, Ospedale Israelitico, Ricovero Israelitico per gli invalidi indigenti, lOrt, lOse e la Sase. Risulta opportuno dire qualcosa in pi riguardo allOrt che rappresenta uno degli organismi ebraici internazionali pi importanti operanti in Italia. Nata in Russia alla fine del XIX secolo come societ filantropica con lo scopo di promuovere presso gli ebrei dellimpero zarista attivit artigianali e agricole, lOrt100 diventer unorganizzazione internazionale nel 1921 allorch il proprio establishment si trasfer a Berlino mutando il nome in World Ort Union. Fu in tale periodo che da organismo filantropico esso assunse caratteristiche pi sociali e politiche presentando il lavoro manuale come mezzo di emancipazione dalla miseria per gli ebrei dellEuropa centro-orientale, dallassimilazione per quelli dellEuropa occidentale. Nel periodo delle due guerre essa vide le proprie scuole di avviamento professionale aprirsi in vari paesi fra cui la Germania, Francia, Ungheria, Romania, Bulgaria. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale, lOrt conobbe in Israele la sua pi alta realizzazione e infatti come si legge: Israel was the only country where the Ort idea of manual work did not need to be propagated as it deeply rooted there by the pioneers of the first and second aliyah,as well as by the halutzim who arrived in Eretz Israel between the two wars101. Presente in pi di trenta paesi, lOrt ha attualmente la propria sede internazionale a Ginevra.
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F.Sabatello, Il Libro doro, in Karnenu, n. 3, marzo 1956. La sigla riprende la dicitura russa di Societ per il lavoro manuale agricolo, Cfr. Enciclopedia Judaica, vol 12, Jerusalem, 1971. 101 Ivi.
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LOrt venne costituita in Italia soprattutto grazie agli sforzi di Raffaele Cantoni102 nel 1946, stabilendo al propria sede a Roma e alla fine del 1947 la Ort-Italia poteva vantare scuole professionali e centri di addestramento in 17 localit. Facevano parte del comitato esecutivo di tale organizzazioni Guido Jarach in qualit di Presidente, Isacco Levi, Renzo Levi e Guido Lopez in qualit di Segretari, mentre Cantoni entr come membro del Consiglio insieme a Yoseph Colombo, Saul Israel, Adriano Olivetti, Federico Weil e Andrea Tabet.

9. AMICIZIA EBRAICO-CRISTIANA 1951-1970 Introduzione Redatto ed edito a Firenze, sede nazionale dellAssociazione ebraico-cristiana, il bollettino svolgeva la funzione di portavoce delle attivit che tale istituzione organizzava mensilmente nel capoluogo toscano. LAmicizia ebraico-cristiana nacque come iniziativa dialettica interreligiosa per opera di Jules Isaac a Parigi con il nome di Amiti judo-chrtienne divenendo organismo internazionale nel 1947 in occasione del Congresso di Salisburgo. Lautore di Jsus et Israel, edito in Francia nel 1948 ma composto durante la guerra nel corso della quale perse tutta la famiglia nei campi di sterminio nazisti, richiamava lorigine ebraica di Ges e della sua famiglia, lo svolgimento del suo insegnamento nel quadro tradizionale del giudaismo, il radicamento profondo del Vangelo nella tradizione ebraica; lo spirito con cui venne composto questo fondamentale contributo ben espresso in un passo in cui Isaac scriveva che quels que soient les pchs dIsrael, il est innocent, pleinement innocent des crimes dont laccuse la tradition chrtienne: il na pas rejet Jsus, il ne la pas crucifi. Et Jsus non plus na pas rejet Israel, ne la pas maudit. Puissent les chrtiens le reconnaitre en, reconnaitre et rparer leurs criantes iniquits. A lheure prsente o une maldiction semble peser sur lhumanit tout entire, cest le devoir pressant que leur dicte la mditation dAuschwitz103. Nei primi anni del dopoguerra, nacquero in
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Cfr. S. I Minerbi, Un ebreo fra DAnnunzio e il sionismo, cit., pp. 200-202. Jules Isaac, Jsus et Israel, Paris, Seuil, 1948, p. 551. Storico francese di origine ebrea fu un convinto sostenitore che un efficace dialogo interconfessionale potesse portare ad un parziale svigorimento delle teorie antisemite maturate in ambito cristiano. Fondamentale la sua influenza nella decisione di introdurre il capitolo delle relazioni con gli Ebrei da parte del Concilio Vaticano II nel 1965.

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diversi paesi dEuropa, svariate amicizie di questo tipo per incoraggiare una sorta di dialogo e avvicinamento fra le due fedi; in Italia lorganizzazione venne fondata nel 1950 da Arrigo Levasti che fu, oltre che Presidente, anche il direttore dellomonimo bollettino. Struttura del giornale Ciclostile stampato a Firenze dalla Tipografia Giuntina, il bollettino usciva con una periodicit mensile, divenendo bimestrale nel 1968 cambiando anche il titolo in Bollettino dellAmicizia ebraico-cristiana- e trimestrale nel 1971; le rubriche che apparivano sistematicamente fisse prevedevano laggiornamento delle attivit culturali svolte (congressi e convegni), delle riunioni e dei dibattiti interni dellorganismo, dei ritrovi internazionali delle amicizie europee ed extra europee, di libri, riviste e bollettini stranieri riguardanti il medesimo campo di interessi. Le pagine di cui si componeva la testata variava da un numero di venti a un massimo di quaranta, non comparivano foto e i caratteri impiegati nel compilare gli scritti erano i medesimi anche per le intestazioni delle rubriche stesse; tale monotonia grafica portava ad una lettura faticosa del giornale che gi ne richiedeva una attenta e impegnativa per gli argomenti che si esponevano, soprattutto di natura religiosa ed esegetica dei Testi sacri. Oltre ad Arrigo Levasti, che firmava la maggioranza degli articoli, i collaboratori di cui si avvaleva si limitavano al Rabbino capo di Firenze, Abrham Uzzielli, e ai rappresentanti della Chiesa cattolica e protestante presenti nella citt.

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10. ASPETTI E PROBLEMI DELLEBRAISMO 1952-1954 Settimanale redatto a Roma, questa testata nacque per diretta iniziativa dellUnione delle Comunit Israelitiche Italiane decisa a dotarsi di un proprio organo di stampa104. Nel primo numero Dante Lattes, artefice principale di tale giornale, spiegava ai lettori liter non privo di problemi che aveva dovuto percorrere prima di giungere alla pubblicazione: due anni fa, nel maggio del 1950, noi avemmo in mente di iniziare una Antologia del Pensiero dIsraele suddivisa per argomenti. Ma la nostra iniziativa non ebbe fortuna e dovemmo rinunciare allidea sostituendovi, dal gennaio 1951 al maggio 1952 le dispense del Commento alle massime dei Padri. Ora abbiamo ripreso, in forma pi modesta, il programma che non fu possibile attuare allora 105. In effetti gli aspetti e i problemi che sembravano stare a cuore ai maggiorenti dellUnione erano di natura essenzialmente religiosa come testimoniavano i titoli degli articoli che si trovavano pubblicati fra cui: Fede e Ragione, La torre di Babele, Il Noachismo, Il messianesimo, il Talmud. Lultimo numero usciva il 3 marzo 1954 con larticolo in prima pagina in cui si leggeva che gli scritti pubblicati hanno interessato una vasta cerchia di lettori,specialmente fra i giovani. Ci sono in Italia Circoli di cultura, Centri di studi, Associazioni giovanili, i quali avrebbero potuto approfittare della materia offerta loro in questi fascicoli e prenderne il pretesto per discutere gli argomenti nelle loro riunioni. Noi abbiamo affrontato la nostra fatica nella fiducia di aiutare gli ebrei a riconquistare il proprio Ebraismo che molti di loro hanno smarrito per ignoranza, debolezza, paura interesse106.

11. LA VOCE DELLA COMUNITA DI ROMA 1952-1967 Gi presente come foglio interno di Israeldal 1949, La Voce della Comunit di Roma iniziava ad essere pubblicata come testata indipendente dal settembre 1952; artefici del bollettino erano Aldo Sonnino e il Rabbino capo della capitale, Elio Toaff. Per essere il foglio rappresentativo della maggiore comunit israelitica dItalia, La
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Il progetto di un organo di stampa rappresentativo dellUcii era in realt nato gi nel 1934 e brevemente archiviato per difficolt di natura sia politica che finanziaria. Cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani, cit., p. 151. 105 D. Lattes, Ai nostri lettori, in Aspetti e problemi dellEbraismo, n. 1-2, 16-23 ottobre 1952. 106 Id., Due parole di commiato, n. 70-71, 17 febbraio-3 marzo 1954.

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Voce si presentava come un giornale piuttosto mediocre e di respiro provinciale, se paragonato soprattutto a quello di Milano. Diverso invece il discorso per quanto riguarda la testata che assorbir La Voce nel 1967, ossia Shalom, degna rappresentante della Comunit di cui si faceva portavoce. Le sei pagine che solitamente componevano la testata erano dedicate in parte alla politica e alle realizzazioni materiali compiute in Israele, in parte alla vita e alle attivit che si svolgevano allinterno della Comunit capitolina. Erano questultime che presentavano aspetti e tematiche interessanti e maggiormente stimolanti, pagine in cui frequenti erano i richiami, i commenti e gli imperativi a non far venir meno la memoria dello sterminio nazista nei sopravvissuti e come si vedr in seguito, ricorrenti erano le commemorazioni riguardanti gli eventi simbolici di quel tragico capitolo, quali il 16 ottobre 1943 e il massacro delle Fosse Ardeatine. Durante tutti gli anni di vita della Voce i suddetti eventi storici venivano ricordati quale patrimonio storico della collettivit ebraica romana; accanto a tali argomenti, emergevano anche gli aspetti comunitari pi propriamente amministrativi, elettorali e ricreativi; Roma, non va dimenticato, era la sede delle istituzioni ebraiche nazionali e dunque ampi i resoconti dedicati alle attivit delle medesime.

12. HAMIM 1953-1958 Per una nuova giovent ebraica era il sottotitolo di questo modesto giornale fiorentino che nel suo primo numero si presentava quale giornale nato dal desiderio di agire, di risvegliare, di indicare a chi non la vede la vera luce che deve guidare ogni ebreo: la luce cio di Israele. Il popolo ebraico deve essere orgoglioso di essere il popolo di Dio e condanniamo tutti coloro che abbandonano dichiaratamente o no lebraismo. Il giornale sar aperto a tutti coloro che vogliono collaborarvi, aperto a tutti e al di sopra di logiche di parte. Coloro che si oppongono ad Hamim sono degli ebrei antisemiti107. Scritto, redatto e compilato da un unico giovane, Leo Neppi Modona, animatore del Cge di Firenze, la testata risente di tutti quei limiti propri di questi progetti solitari che cercavano di esprimere la riconquista e la rivendicazione di una nuova coscienza ebraica tramite la pubblicazione di pagine personali di sapore quasi diaristico.
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Leo Neppi Modona, Parole di presentazione, in Hamim, n. 1, 1953.

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Hamim usciva mensilmente, distribuito gratuitamente, e prendeva il nome dal sostantivo ebraico ham indicante una zuppa che si soliti mangiare durante lo shabbath; il formato si presentava di piccola dimensione, come conveniva a un ciclostilato, le pagine variavano da un numero minimo di sei a uno massimo di dodici, stampate su una carta di bassa qualit. Dal numero 16 del 1954 il giornale muter di formato, inserendovi sotto la testata la trascrizione ebraica di Hamim e alcune foto che ritraevano paesaggi o citt israeliane. Le rubriche che periodicamente vi comparivano riguardavano le attivit di varia natura promosse dal locale Centro giovanile ebraico fiorentino, un racconto dello stesso Leo Neppi Modona, alcune notizie provenienti o interessanti lo Stato dIsraele e interventi religiosi del vice rabbino capo della Comunit fiorentina, Fernando Belgrado, e del rabbino capo, Abraham Uzielli. Saltuariamente si evocavano i personaggi pi in vista e di rilievo della Comunit locale scomparsi nei campi di sterminio. Gli articoli firmati da Neppi Modona trattavano per lo pi della crisi della giovent ebraica italiana, della sua pericolosa tendenza ad assimilarsi e del suo stato di completo disinteresse nei confronti del popolo cui apparteneva e del suo millenario patrimonio storico da riscoprire e far conoscere; erano scritti spesso infuocati e pieni di ardore che cercavano, anche tramite lillustrazione biografica-storica dei maggiori leader sionisti, di smuovere dal torpore le coscienze atrofizzate della giovent ebraica italiana. Lorientamento politico del giornale era quanto mai vago e incerto, anche se dagli ampi resoconti storici dedicati al Mapai di Ben Gurion si pu dedurre quali fossero, almeno in campo sionistico, le simpatie personali del direttore.

13. HA-KOL 1954-1960 Introduzione Il direttore di questo giornale, Virginio Vita, nel primo numero spiegava cosa fosse lebraismo progressivo e a quali fini esso aspirasse: Lebraismo progressivo una concezione insieme storica e profetica dellebraismo, una visione di esso universalistica poich in passato il particolarismo non ha portato nientaltro che a tragedie e perch i giovani sono pi sensibili a quei richiami di ampio respiro. Il nostro un programma

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culturale, pubblicando studi, libri, riviste dellebraismo mondiale. Noi fondiamo la nostra coscienza ebraica su: la spiritualit, luniversalismo e il messianesimo. Nostra guida preziosa Elia Benamozegh ed a lui e alla sua dottrina che noi traiamo direttamente ispirazione108. Corrente culturale nata alla fine del diciottesimo secolo a Berlino per iniziativa di alcuni esponenti laici cui successivamente si affiancarono quei rabbini meno legati allebraismo ortodosso, lebraismo progressivo, conosciuto anche con il nome di liberale o riformato109, aveva la propria istituzione internazionale nellUnione Mondiale con sede a New York, il cui esimio presidente dal 1945 fino al 1956 fu Leo Baeck, che dichiarava nel proprio statuto di avere la missione di diffondere la conoscenza di Dio, di far s che gli Ebrei vivessero seguendo esigenze etiche e religiose che la millenaristica fede imponeva loro. Nel febbraio del 1956 Virginio Vita scriveva riguardo alle finalit a cui lebraismo progressivo tendeva: lebraismo progressivo non incoraggia lassimilazione come pi volte lo si accusa di fare; gli assimilati sono essenzialmente degli indifferenti, che cercano di dimenticare e far dimenticare la loro ebraicit. Lebraismo riformato si propone di riportare gli allontanati alla conoscenza e allapplicazione nella vita dei principi essenziali dellebraismo. E facile avere unosservanza formale di una serie di pratiche, pi difficile arrivare ad una comprensione degli altissimi imperativi morali e spirituali che stanno alla base dellebraismo. Nostro compito operare al risveglio della coscienza ebraica nella Diaspora e al ravvivamento di idee, credenze, attivit antiche che sono state trascurate110. Lebraismo italiano, a differenza di quello tedesco, francese, inglese e americano, non conobbe la riforma religiosa che invest al contrario i suddetti paesi, rimanendo fedele a una concezione ortodossa in ambito religioso che peraltro non si estrinsec mai in manifestazioni troppo rigide e strettamente osservanti. Pertanto il giornale portavoce dellebraismo progressivo non conobbe un gran successo di pubblico
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V. Vita, Che cos lebraismo progressivo?, in Ha-Kol, n. 1, settembre-novembre 1954. Non questa la sede per approfondire le complesse questioni riguardanti la riforma religiosa ebraica; si segnalano i contributi principali apparsi in materia quali E. Artom, A proposito del movimento della Riforma in Italia, in Scritti in memoria di Sally Mayer, Gerusalemme, Fondazione Sally Mayer, 1956, pp. 110-114, id., Tentativi di riforma in Italia nel secolo scorso e analisi del fenomeno nel presente, in RMI, n. 7-8, luglio-agosto 1976, G. Luzzatto Voghera, Cenni storici per una ricostruzione del dibattito sulla riforma religiosa nellItalia ebraica dell 800, in Rmi, n. 3, marzo 1993, id., Aspetti della cultura ebraica, cit., pp. 1219-1226. 110 Id., Chiarimenti, in Ha-Kol, n. 2, febbraio 1956.

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sia perch gli ebrei della Penisola erano poco inclini di per s a meditare su questioni teologiche, limitandosi a frequentare, nella maggioranza, la sinagoga in occasione delle festivit ebraiche pi importanti, sia perch lItalia, come detto, non fu interessata al movimento dellebraismo liberale dal suo nascere e rimase anche in seguito piuttosto lontana da questa corrente liberale religiosa. Struttura del giornale Nelle dodici pagine di cui si componeva il trimestrale redatto a Firenze, la maggior parte degli articoli trattava del messaggio che questo tipo di ebraismo simponeva di far conoscere e diffondere, illustrando soprattutto la vita e le opere del suo fondatore, Leo Baeck111. Egli, Rabbino capo di Berlino dal 1912, divenne presidente dal 1933 del Reichsvertretung, lorganizzazione rappresentativa degli ebrei tedeschi sotto il Nazismo e successivamente deportato allet di 73 anni nel campo di concentramento cecoslovacco di Terezn. Sopravvissuto allo sterminio, nel dopoguerra emigr negli Stati Uniti ricoprendo, fino alla morte avvenuta a New York nel novembre del 1956, la carica di presidente del The World Union for progressive judaism. Da quanto scritto si evince che il tono e la caratteristica precipua del trimestrale fossero ispirati a messaggi teologici e non un caso che gli articoli siano tutti firmati dai vari rabbini dItalia, anche se non appartenenti a questo tipo di corrente teologica ebraica.

14. HA-MAKOR 1954-1956 Bollettino del Centro studi ebraici, Ha-Makor (La sorgente) usciva con periodicit quadrimestrale, a Roma, per iniziativa del presidente di tale centro, Saul Israel. La funzione che tale organizzazione si proponeva di svolgere prevedeva quella di diffondere la cultura capillarmente, tramite conferenze, convegni, discussioni, lezioni di argomento religioso tenute dai Rabbini, di far conoscere limmenso patrimonio spirituale ebraico a un pubblico di persone che noi ci auguriamo essere sempre pi numeroso112. In realt i centri studio richiamavano un numero di persone piuttosto ristretto, pi fenomeno di nicchia che luogo di diffusione culturale divulgativa. Gli unici due centri attivi e operanti di cui si ha notizia in Italia erano costituiti da quelli
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Cfr. Encyclopaedia Judaica, vol 4, Jerusalem, 1971. S. Israel, La nostra attivit, in Ha-Makor, n. 1, gennaio-aprile 1954.

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presenti a Roma e a Trieste, questultimo inaugurato nel novembre del 1953. Il giornale riportava nei propri articoli le varie conferenze promosse da tali organizzazioni, conferenze cui prendevano parte personalit di primo piano del panorama ebraico italiano, fra cui Giorgio Piperno che espose ampiamente in una lezione il problema religioso in Israele, non trascurando di narrare le proprie vicende biografiche che lo avevano condotto a vivere dallambiente borghese e assimilato romano a quello ben pi spartano e rigoroso del kibbutz religioso Sed Elyau in Galilea113. Si ospitavano altre firme prestigiose come Dante Lattes che illustrava la poetica di Bialik114, o Giorgio Levi Della Vida, illustre orientalista, che intratteneva sul concetto di Dio nellIslamismo e nellEbraismo115, mentre il Rabbino capo di Trieste, Paolo Nissim interveniva su argomenti biblici interpretandoli. Difficile esprimere un giudizio dinsieme anche parziale su tale rivista soprattutto per lesiguit del materiale reperito; tuttavia dalla lettura degli scritti apparsi nei due anni di vita della testata, emerge un progetto editoriale piuttosto ambizioso che si proponeva di affrontare e approfondire il vasto bagaglio culturale e spirituale dellebraismo e di l partire in una ricerca alta della propria identit ebraica.

15. FIRENZE EBRAICA 1955-1959 Bollettino della Comunit Israelitica di Firenze, stampato dalla tipografia Giuntina, Firenze ebraica un modesto giornale di quattro pagine diretto da Settimio Sorani, coadiuvato dal vice rabbino della citt Fernando Belgrado. La struttura del bollettino quella che solitamente si riscontra in questo tipo di stampa: notizie da Eretz Israel con conseguenti appelli ad aiutare le sorti e le attivit che l si svolgevano e si portavano a termine, sintetici accenni alla condizione dellebraismo italiano ed eventuali commenti sulla vita diasporica e infine la cronaca cittadina. Nella memoria collettiva ebraica fiorentina frequenti erano le commemorazioni riguardanti la deportazione degli ebrei fiorentini, iniziata il 23 novembre del 1943, giorno in cui cadde vittima anche lamato e compianto rabbino capo della citt Nathan Cassuto con la moglie Anna. Cassuto sar
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Giorgio Piperno di passaggio a Roma, in Ha-Makor, n. 3, gennaio-aprile 1955. D. Lattes, La poesia di C.Bialik, in Ha-Makor, n. 4, maggio 1955-aprile 1956. 115 G. Levi Della Vida, Ebraismo e Islamismo, in Ha-Makor, n. 4, maggio 1955-aprile 1956.

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ricordato in pi occasioni non soltanto come martire ed eroe del periodo persecutorio, ma anche come colui che tanto si adoper nella gestione del Talmud Torah, dellospizio israelitico, dellassistenza ai profughi, il rabbino che visse con coscienza il ruolo di guida spirituale in nome del quale immol la sua giovane esistenza. In gran parte alluvionato, il bollettino era attento a riportare sulle proprie colonne lo svolgersi della vita comunitaria della citt, affaccendata nel risolvere problemi di natura burocratica-amministrativa, lasciando ben poco spazio a quelli di carattere sia culturale che spirituale.

16. LA FIAMMA 1955-1970 Mensile redatto a Genova, La Fiamma pu essere considerato il portavoce della comunit israelitica del capoluogo ligure la cui direzione era affidata a Marcello Vitale che nel primo numero del giornale illustrava le finalit che si proponeva di perseguire tramite tale bollettino: negli anni cruciali della guerra, quando tutto sembrava toglierci ogni speranza di salvezza, in quei tragici momenti chi ci ha sorretto fu soltanto la fiamma della fede che ancora ardeva nei nostri cuori. La Fiamma non una rivista, n un giornale n una rassegna, ma solo una modesta copertina in cui cercher di pubblicare un notiziario locale e studi e articoli che possono interessare particolarmente lebraismo genovese116. La vita e lattivit della comunit genovese avevano avuto modo di esprimersi fino a quel momento tramite il Bollettino della Comunit Israelitica di Milano ed infatti un grazie particolare Vitale lo rivolge alla testata milanese: Un saluto grato e cordiale al Bollettino di Milano che ha gentilmente ospitato fino ad oggi la pagina di Genova ebraica117. Dei giornali comunitari analizzati, quello genovese si discosta parzialmente dalla struttura classica di questultimi per via del suo forte intento religioso alla cui trattazione si dedicava la maggior parte degli articoli e delle rubriche; di queste la pi rilevante e centrale era rappresentata da Devarim118 ossia il commento dei vari passi tratti dal testo sacro della Torah, scelti e commentati mensilmente dallo stesso direttore. La riappropriazione di una coscienza ebraica passava per La Fiamma e per il suo
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M. Vitale, Presentazione, in La Fiamma, n. 1, settembre 1955. Id., ivi. 118 Parola ebraica con cui si indica il Deuteronomio.

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direttore attraverso un recupero spirituale religioso ortodosso, mediante unosservanza stretta e rigorosa delle mizvoth e una conoscenza approfondita dei testi sacri. Non mancavano rubriche riguardanti recensioni editoriali, le conferenze svolte dentro la comunit, le rievocazioni storiche del periodo delle persecuzioni razziali in cui si ricordava soprattutto Riccardo Pacifici, rabbino capo di Genova morto in deportazione e alla cui memoria vene eretto un monumento nel 1952, proprio accanto al tempio israelitico.

17. HA-TIKWA 1957-1970 Introduzione Gi presente come foglio interno di Israel dal 1949, se ne distaccava nel dicembre del 1956 uscendo autonomamente dal febbraio dellanno successivo. Organo della Federazione Giovanile Ebraica Italiana (FGEI), nata nel 1948 come federazione nazionale dei Centri Giovanili Ebraici119, Ha-Tikw veniva redatto e compilato a Roma, con periodicit settimanalmente fino al dicembre del 1957 e mensile a partire dal gennaio del 1958. Il progetto di dare vita a un giornale portavoce di tale Federazione venne formulato in occasione del IX Congresso dellorganizzazione, svoltosi a Torino nel dicembre del 1956. La nostra linea era il titolo esplicativo dellarticolo di prima pagina con cui Ha-Tikw inaugurava luscita del suo primo numero e in cui si leggeva che in unItalia ebraica che cos poveramente contribuisce alla vita e alla cultura del popolo dIsraele, si deve fare il massimo degli sforzi affinch i giovani si interessino pi profondamente delle cose ebraiche. I mezzi da usare per questo risveglio delle coscienze sono: i libri, le conferenze, i circoli ricreativi, lezioni di Torah, i campeggi e non ultimo questo giornale. La Fgei, per la sua struttura aperta, non prende e non pone limiti nel campo ideologico120. Da tale passaggio si possono trarre alcune considerazioni circa la natura della testata; innanzi tutto lafflato pedagogico che muoveva questo gruppo di giovani a redigere un proprio giornale, lintento cio di parlare e insegnare cose ebraiche a un pubblico
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Di tale federazione e delle sue vicende storico-politiche si veda Cap. IV del presente studio. La nostra linea, in Ha-Tikw, n. 1, 12 febbraio 1957.

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giovanile, non strettamente, o per meglio dire, non solamente sionista. Consci del fatto che la maggioranza degli ebrei dItalia avrebbe continuato a preferire, nonostante lo sterminio e la nascita dIsraele, un modus vivendi assimilatorio, essi si proponevano di far arrivare, seppur flebilmente, una voce ebraica anche in quegli ambienti refrattari o disinteressati al verbo sionista. Obiettivo quanto mai ambizioso ed impegnativo che si cercava di soddisfare privilegiando quegli aspetti aggregativi e ricreativi del modo giovanile, lasciando in sottofondo il discorso pi prettamente politico; per questo intento pi ludico che militante, i giovani della Fgei verranno pi volte attaccati e criticati dagli ambienti sionisti pi ortodossi. Un indirizzo engag era comunque presente nel giornale dato che le simpatie, in campo israeliano, erano indirizzate esplicitamente al partito di Ben Gurion, il Mapai121, rappresentante della sinistra sionista marxista eterodossa, mentre nei riguardi della politica italiana le prese di posizioni erano pi caute e informate sostanzialmente di quel bagaglio di valori politico-culturali nati dalla Resistenza di cui gli aderenti della Federazione giovanile si rendevano interpreti e testimoni fedeli122. Struttura del giornale Ha-Tikw si componeva di non pi di sei pagine, con punte di otto-dieci in occasione dei congressi della Fgei, la cui cronaca veniva trascritta fedelmente e commentata ampiamente. La prima pagina illustrava tematiche riguardanti lebraismo italiano, criticando spesso la dirigenza che ad esso faceva capo, considerata troppo conservatrice e immobile di fronte alla crisi che attraversa orizzontalmente la comunit diasporica italiana. Alla staticit dei vertici, la Fgei, tramite articoli scritti con spregiudicatezza e irruenza tutta giovanile, si contrapponeva mostrando dinamicit e forte animosit nei dibattiti che si consumavano al proprio interno; accusava spesso lUnione di chiusura verso la compagine giovanile, di essere tiepida nei confronti della politica italiana, di

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Partito degli operai di Eretz Israel, nato nel 1930 dallunione di due partiti dispirazione operaista, lAhdut ha-Avodah (Unione del Lavoro) guidato da Ben Gurion,e Ha-Poel ha-Tzair (Il Giovane Operaio) il cui leader era Chaim Arlosoroff. Il Mapai sar il partito che guider la politica dello Stato dIsraele per un trentennio, fino alle elezioni del maggio 1977. 122 Sar questo spirito che porter la Fgei a patrocinare la creazione del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) nel 1955 con il fine di raccogliere documenti e memorie del periodo delle persecuzioni antisemite e della lotta resistenziale in Italia.

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non esercitare insomma quel ruolo di guida dellebraismo italiano che avrebbe dovuto al contrario rivendicare123. Le rubriche che comparivano sistematicamente erano: La corrispondenza da Israele in cui si commentavano le vicende politiche mediorientali; le corrispondenze dalle pi importanti comunit dItalia, in primis, Roma, seguita da Venezia, Torino, Genova, Firenze e saltuariamente da quelle pi piccole, come Ferrara e Bologna. Inoltre si davano notizie sullattivit dei Centri Giovanili Ebraici operanti in Italia; non mancava lo spazio dedicato alla recensione dei libri n quello destinato alla posta dei lettori. Dal dicembre del 1959 Ha-Tikw ospitava un inserto, Zeraim (Esploratore) organo dellassociazione giovanile sionista religiosa dei Benei Akiba124; il sodalizio si rompeva cinque anni dopo, nel marzo del 1964, per divergenze dopinione inconciliabili; i Benei Akiba si doteranno in seguito di una propria testata, piuttosto modesta, dal titolo Raschamcol (Il Registratore).

18. EBREI DEUROPA 1959-1969 Introduzione Rassegna mensile di libri e riviste antiche e moderne riguardanti lebraismo, Ebrei dEuropa rappresentava il progetto editoriale pi maturo, e in parte continuazione, di Hamim, diretto e redatto dallo stesso Leo Neppi Modona il quale si proponeva di fornire un quadro quanto pi completo del panorama culturale ebraico in ambito europeo. Rispetto ad Hamim, Ebrei dEuropa aveva lambizione di rivolgersi ad un pubblico non solo pi adulto ma anche colto e interessato ad approfondire tanto laspetto storico che culturale dellebraismo. Si potrebbe vedere questa rivista come il frutto di una trasformazione personale del direttore che, partito da convinzioni pi vicine a tematiche politiche nella ricerca di una propria identit ebraica, giungeva
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Una profonda e irreversibile frattura fra la Fgei e lUnione delle Comunit Israelitiche dItalia verr a verificarsi nel 1967 in conseguenza delle ripercussioni innescate dalla Guerra dei Sei Giorni, evento che segner linizio di una nuova epoca per lebraismo italiano, e non solo italiano. 124 I Benei Akiba (figli di Akiva), movimento giovanile fondato a Gerusalemme nel 1929, tendono a un rinnovamento dello studio della Torah secondo il motto Torah wa-Avodah (Torah e lavoro). A partire dal 1957 sono presenti nelle maggiori comunit ebraiche italiane, fra cui Milano e Roma, di cui il Rabbino Capo Elio Toaff uno dei principali promotori e sostenitori.

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successivamente ad interpretare tale identit alla luce di quel ricco e multiforme, nonch millenaristico patrimonio culturale che definisce, in parte, lebraismo. Le due testate sembrano testimoniare due fasi differenti che semplicisticamente potrebbero essere definite luna della giovinezza, laltra della maturit, che ruotavano intorno alla riflessione comune di come pensarsi ebreo in una societ di non ebrei. Permanevano, tuttavia, tutti quei limiti riscontrati gi nella primigenia testata diretta da Neppi Modona, limiti concernenti sia la qualit tecnica del giornale quanto quella pi propriamente contenutistica. Struttura del giornale Stampato a Firenze e distribuito gratuitamente, Ebrei dEuropa si articolava in rubriche fisse a seconda dei temi ivi trattati. Solitamente la prima delle venti pagine di cui mediamente si componeva la rivista, era dedicata a un editoriale del direttore che commentava generalmente la vita culturale organizzata in Italia dalle varie istituzioni ebraiche, non risparmiando critiche feroci sulla pochezza e la miseria di tale vita se paragonata a quella di altri paesi europei, primo fra tutti la Francia. Come in Hamim, anche in Ebrei dEuropa gli argomenti di natura religiosa-teologica erano affidati ai rabbini Belgrado e Uzielli che commentavano passi scelti dalla Torah. Sotto il nome de Il libro del giorno si recensivano le maggiori novit librarie italiane in campo ebraico, commentate sempre dallo stesso Neppi Modona. Seguiva Incontrarsi nel mondo una sorta di agenda culturale in cui si riferivano gli appuntamenti pi interessanti organizzati nelle citt europee, americane e israeliane; conferenze, congressi e convegni in cui lebraismo costituiva largomento dibattuto e oggetto di approfondimenti in consessi il pi delle volte internazionali. Il medesimo taglio internazionale lo si ritrovava nella rubrica Rassegna stampa ove comparivano le testate straniere pi influenti e prestigiose, prima fra tutte la rivista francese Evidences, accanto a quelle ebraicoamericane (Judaism,Commentary), mentre per quanto riguardava lambito italiano, Neppi Modona ingaggiava nelle proprie recensioni dure e polemiche battaglie contro una certa forma mentis tipica dellebraismo filo-assimilazionista e culturalmente sterile dellebraismo italiano.

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19. TORINO EBRAICA 1959-1960 Bollettino della Comunit Israelitica di Torino, Torino ebraica usciva mensilmente per lanno e mezzo che vide luce; distribuito gratuitamente, Florio Foa, il direttore, presentava il giornale nel suo primo numero nelle proprie caratteristiche: questo bollettino uscir ogni mese al fine di portare alle famiglie dei nostri correligionari un richiamo diretto e costante della vita dellebraismo in generale e di quello torinese in particolare. Lunico modo per intensificare i rapporti fra il centro amministrativo e religioso della Comunit e i fedeli quello di mettere tutti al corrente di ci che si fa,delle difficolt da superare,delle attivit che si cerca di concretizzare125. Di qualit tecnica modesta, il bollettino si componeva di non pi di quattro pagine suddivise in rubriche: La voce dIsraele trattava della realt politica, culturale e materiale dello Stato ebraico, con interventi dello stesso direttore che commentava gli avvenimenti mediorientali e incitava i propri correligionari ad aiutare con contributi, materiali e spirituali, il giovane Stato; la Pagina antologica recensiva i libri scritti sullebraismo, con particolare attenzione alle novit italiane in campo editoriale, mentre Vita ebraica torinese era dedicata alla gestione amministrativa della Comunit, alle principali manifestazioni religiose svolte al Tempio. Interventi sporadici di carattere teologico venivano firmati dal Rabbino della citt, Sergio Sierra, mentre era sempre il direttore che scriveva le recensioni sulle novit editoriali e i resoconti sulle conferenze di varia natura che periodicamente si svolgevano allinterno della comunit. La citt di Torino riprender ad avere una testata giornalistica ebraica dopo quindici anni dalla chiusura di tale bollettino, precisamente nel 1975 con luscita di Ha-Keill (La Comunit), bimestrale organo del Gruppo di Studi Ebraici, di ben altra struttura e qualit stilistica.

20. PORTICO DOTTAVIA 1965-1968 Quaderni di cultura sionista, questo bimestrale nasce a Roma nel 1965 per iniziativa di due giovani ebrei, Franco Liuzzi e Fernando Tagliacozzo che illustravano la personale
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F. Foa, Presentazione, in Torino ebraica, n. 1, febbraio 1959.

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iniziativa editoriale a partire proprio dal nome che per essa avevano scelto: Portico dOttavia il nome di unantica strada di Roma, la via centrale del ghetto, lunico quartiere ebraico rimasto oggi in Italia. Noi parleremo di cose ebraiche e sionistiche, di Israele e della Diaspora, ispirandoci allopera dei pionieri dIsraele che nei kibbutzim e nelle citt simpegnano nella costruzione e nella difesa dello Stato Ebraico. Parleremo di sionismo nato dalla Resistenza, parleremo delle nostre comunit, parleremo di tutto ci che ci riguarda126. Politicamente schierato con il Partito operaio unificato (Mapam)127, dispirazione comunista, la rivista dedicava ampio spazio alla storia e ai fondatori di tale partito, riportando e commentando le decisioni da esso prese in seno alla Knesset128. La Pagina dellHa-Shomer Ha-Tzair, rubrica fissa allinterno del giornale, era curata dalla sede italiana del movimento giovanile israeliano affiliato al Mapam, in cui costanti erano gli inviti rivolti ai giovani ebrei italiani a prendere parte alle iniziative da esso promosse. La vita ebraica della Penisola trovava voce in rubriche riguardanti le Comunit maggiori, in primis Roma e Milano, illustrando le deficienze ma anche le risorse che lebraismo italiano aveva saputo dispiegare allindomani della seconda guerra mondiale. Liuzzi non risparmiava nei propri scritti duri attacchi indirizzati ai vertici dellebraismo italiano e ai metodi con cui gestivano le storiche istituzioni di cui erano portavoce. Organismi quali la Federazione sionistica italiana, la testata giornalistica ufficiale dellebraismo italiano, Israel, venivano accusati di immobilismo e di sostenere una politica tiepida, conservatrice, sostanzialmente ispirata a programmi e valori tradizionalisti; non venivano tuttavia risparmiate da tali polemiche neanche quelle associazioni giovanili quali la Federazione giovanile ebraica incapace di formulare proposte innovative e rivoluzionarie come ci si avrebbe dovuto al contrario aspettare dalla federazione nazionale della giovent ebraica della penisola. Con la Guerra dei Sei Giorni e la crisi che invest il mondo politico italiano soprattutto da sinistra, il tono della rivista si faceva pi incerto e dubbioso e non era un caso che
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F. Liuzzi- F. Tagliacozzo, Invito, n. 1-2, giugno-agosto 1965. Il Mapam nasce nel 1948 dallunione di tre partiti, Ha-Shomer ha-Tzair (La Giovane Guardia), il Poalei Tzion-sinistra (lala rivoluzionaria del Partito operaio sionista) e la Ahdut ha-Avodah (Unione del Lavoro). Il suo programma politico, rivoluzionario e collettivista, prevedeva la lotta delle classi diretta dal movimento dei kibbutzim che porter alla creazione di una societ ugualitaria e operaista. Cfr. E. Barnavi, Storia dIsraele,cit., pp. 42-44. 128 Parlamento israeliano.

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essa cess le pubblicazioni proprio nel 1968, non riuscendo a trovare una propria collocazione in ambito politico. Dal luglio del 1967 fino allaprile dellanno successivo venivano riportati i proclami lanciati dal Mapam a tutti i partiti operai del mondo129, proclami inneggianti alla difesa della pace e a una rapida conclusione del conflitto mediorientale, non arrivando mai a mettere in discussione lesistenza dello Stato dIsraele e la sua azione bellica di difesa territoriale. Si susseguirono nel corso dellanno apprensivi articoli dei due direttori che cercavano le motivazioni che avevano spinto lUnione Sovietica su posizioni nettamente filo-arabe e con essa da tutti i partiti comunisti occidentali, compreso quello italiano. Esponenti di sinistra quali Alberto Nirenstein, Guido Fubini, Emilio Vita Finzi, Guglielmo Heller intervennero sulle colonne del giornale con articoli di lucida critica verso larea politica della sinistra comunista, che tuttavia testimoniavano anche un certo spaesamento, dolore e sgomento davanti allintransigente presa di posizione del Pci e del proprio organo di stampa, LUnit, che in quei mesi portava avanti una battaglia giornalistica decisamente antisionista. Tuttavia la lacerazione politica nonch personale che risulta evidente nella lettura di tali articoli non giungeva per alcun motivo a mettere in discussione la profonda convinzione che tutti questi autori avevano della legittimit e del diritto dello Stato ebraico a vivere come tale e come tale a difendersi per salvaguardare la sua stessa esistenza.

21. SHALOM 1967-1972 Introduzione Mensile degli ebrei di Roma, cos recita il sottotitolo, Shalom rappresenta forse la novit giornalistica pi interessante e matura nel panorama editoriale ebraico italiano. Come gi detto esso rappresentava la continuazione ideale de La voce della comunit di Roma che rimaneva presente allinterno del giornale sotto forma di rubrica. Nato allindomani della Guerra dei Sei Giorni, Shalom si presentava spiegando il proprio titolo perch il nostro antico saluto, perch antichi sono il suo significato e il suo sentimento. Noi vogliamo, qui a Roma un giornale che ci rappresenti, che porti una
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La crisi da sinistra, in Portico dOttavia, n. 6, luglio 1967.

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voce ebraica a tutti coloro che vogliono ascoltarla; vogliamo che sia un giornale aperto, vivo e semmai ce ne sar bisogno, un buon lottatore per la riaffermazione degli autentici valori ebraici contro ogni forma di aggressione o menzogna. Lavorare per Shalom significa lavorare al servizio dellideale profondo di giustizia e libert130. Politicamente impegnato, ma mai dogmatico e anzi, aperto a dibattiti anche aspri riguardanti soprattutto la sinistra italiana e le posizioni antisioniste manifestate da una parte di essa durante la Guerra dei Sei Giorni, la testata affrontava con coraggio tali polemiche, intervistava i dirigenti pi in vista del mondo politico italiano, di quello israeliano, li faceva talvolta dialogare insieme e non risparmiava da critiche pure quella parte dellebraismo tiepido e indifferente che non sembrava essere toccato dalla bufera scatenatasi dopo il 67 sulla sinistra italiana e sul suo rapporto con Israele. Shalom era sorto con intenti affatto politici e il proprio indirizzo politico e culturale era portato avanti con coerenza e determinazione, facendo s che tale progettualit di base conferisse al giornale uno spessore e una complessit rara da trovare altrove; in un certo senso esso appare come il continuatore ideale del discorso iniziato da Israel nei primi decenni del Novecento, ossia una concezione del giornale e della funzione che esso doveva svolgere che abbracciava intenti non solo meramente informativi, ma anche formativi e culturali, diretti a creare un lettore cosciente e coinvolto nelle problematiche sollevate dalla realt a lui circostante. Struttura del giornale A formato grande, con un numero di pagine di circa una ventina, il mensile presentava non tanto rubriche fisse quanto piuttosto argomenti che tornano periodicamente ad essere analizzati e commentati, primi su tutti gli avvenimenti israeliani, non trascurando comunque di curare la parte dedicata alla realt ebraica italiana e ai suoi contatti con il mondo politico della penisola. La Comunit di Roma trovava la propria voce in uno spazio a lei interamente dedicato in cui vi si davano notizie delle molteplici attivit svolte allinterno dellorganismo comunitario capitolino. Modernamente impostato, fornito di foto e vignette satiriche, Shalom promuoveva un modello di giornale mosso e variegato, in cui accanto a lunghi articoli di argomento politico ne comparivano altri pi spensierati, leggeri, come la divertente rubrica
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Perch Shalom, in Shalom, n. 1, novembre 1967.

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Divagazioni gastronomiche, Notizie pratiche e giochi enigmistici. Lo spazio riservato alla posta dei lettori era vivace, mosso e dialettico, testimonianza del pubblico che si avvicinava alla lettura di tale mensile, un pubblico ansioso di proposte innovative a cui Shalom sembrava dare soddisfazione e voce. Diretto da una donna, Lia Levi Calderoni, e affiancato da un comitato di redazione composto da Alberto Baumann, Enrico Modigliani, Raffaele Sadun, Ariel Toaff, il giornale nel 1969 cambiava il sottotitolo da Mensile degli ebrei di Roma a Mensile ebraico dinformazioni attestando lambizione, parallela alla qualit giornalistica, di diventare una testata nazionale che sapesse parlare agli ebrei dItalia con spirito critico, combattivo e polemico. Anche la grafica mutava in favore di pagine lucide mentre il formato diventava pi sottile ed elegante. I collaboratori che figuravano sulle pagine del mensile sono davvero troppi per elencarli tutti quanti, ma baster citare Aldo Garosci, Luciano Tas, Giorgio Romano, Guido Tedeschi, per avere unidea esatta del livello della qualit che informava la redazione.

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Capitolo II: la memoria della Shoah Introduzione Non sembra possibile che dopo cos breve periodo di tempo dagli eccidi, dai massacri e dai tormenti che colpirono i nostri fratelli, si manifesti loblio. Il 24 marzo di questanno, nellanniversario delleccidio delle Fosse Ardeatine, da nessuna parte nelle commemorazioni, stato ricordato che settantaquattro ebrei furono trucidati soltanto perch tali, in quella tragica giornata. Da parte nostra si ha ragione di cercare ogni forma di manifestazione che renda sempre pi vivo e degno il culto dei nostri scomparsi131. A tre anni dalla Liberazione di Roma e due da quella della penisola, il Presidente dellUnione delle comunit israelitiche dItalia Raffaele Cantoni lamentava una situazione di oblio e di silenzio intorno agli eccidi perpetrati dalle forze doccupazione naziste a danno degli Ebrei italiani, in occasione delle manifestazioni commemorative nazionali, come quella svoltasi a Roma nel marzo del 1948, in ricordo delle 335 vittime delle Fosse Ardeatine132. Egli sottolineava, ricorrendo anche ad espedienti grafici, il
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R. Cantoni, In ricordo dei nostri Martiri, in Israel, n. 38, 27 maggio 1948. Il corsivo nel testo. 132 Nel corso dei paragrafi successivi le cerimonie in ricordo delle Fosse Ardeatine non verranno trattate; tuttavia, per dare una parziale idea della frequenza con cui si celebrava questo tragico episodio italiano si citano qui di seguito gli articoli pi significativi reperiti nelle testate giornalistiche esaminate: Quinto Anniversario della strage delle Ardeatine: un Monumento per ricordare, in Israel, n. 24, 17 marzo 1949, Il Monumento ai Martiri delle Ardeatine: a cinque anni dallo scempio, in La Scala, n. 11, 25 marzo 1949, Ricordando i morti delle Fosse Ardeatine, in Israel, n.30, 22 marzo 1951, Lanniversario del massacro delle Ardeatine, in Israel, n. 28, 27 marzo 1952, Ricordanon dimenticare, in La Voce, n. 3-4, marzo 1953, Ricordando i 75 nomi dei fratelli trucidati, in La Voce, n. 3, marzo 1954, Un triste decennale: la ricorrenza della strage delle Fosse Ardeatine, in Amicizia ebraico-cristiana, n. 1, gennaio-aprile 1954, Omaggio di autorit e di popolo ai gloriosi caduti delle Ardeatine, in Israel, n. 30, 1 aprile 1954, Il messaggio dellUnione nel decennale delleccisio delle Fosse Ardeatine, in Bcim, n. 8, aprile 1954, I martiri delle Ardeatine, in Israel, n. 25, 24 marzo 1955, Onoriamo sempre i nostri martiri: onoranze ai Caduti delle Ardeatine, in Israel, n. 28-29, 5 aprile 1956, Pellegrinaggio alle Cave Ardeatine nel tredicesimo anniversario delleccidio, in Israel, n. 30, 28 marzo 1957, Lanniversario delle Fosse Ardeatine, in La Voce, n. 6, marzo 1957, Il triste anniversario delle Ardeatine: quattordici anni, in Israel, n. 27, 27 marzo 1958, Perch il ricordo non scompaia: cerimonia alle Fosse Ardeatine, in Issrael, n. 28, 26 marzo 1959, IL sedicesimo anniversario delle Cave Ardeatine: dove erano i giovani?, in Israel, n. 24, 31 marzo 1960, XVII Anniversario delleccidio delle Cave Ardeatine, in Israel, n. 25, 30 marzo 1961, La commemorazione delle Ardeatine e della Resistenza, in Israel, n. 24, 26 marzo 1964, Ricordando un massacro nazista: 24 marzo 1944, in Bcim, n. 7, marzo-aprile 1964, 24 marzo 1944: venti anni fa leccidio delle Fosse Ardeatine, in Ha-Tikw, n. 3, aprile 1964, La celebrazione del Ventennale del massacro alle Fosse Ardeatine, in LEco, n. 2, marzo 1964, XX ricorrenza del massacro delle Fosse Ardeatine: Roma ebraica celebra le sue vittime, in La Voce, n. 3, marzo 1964, Un numero, un simbolo: 335, in Israel, n. 26, 15 aprile 1965, Solenne commemorazione alle Fosse Ardeatine, in La Voce, n. 3, marzo 1965, Una scorretta procedura: non si officiato il rito ebraico, in Israel, n. 24, 31 marzo 1966, Il tempo

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motivo delluccisone dei settantaquattro ebrei, periti solo perch tali, evidenziando limportanza di non sottacere questo aspetto poich le altre vittime, pur spinti da nobilissimi intenti, avevano agito contro le forze occupanti,mentre gli Ebrei, solo perch Ebrei, furono portati al massacro e trucidati133. Ci che probabilmente sfuggiva a Cantoni era il clima che regnava nellItalia nel momento in cui redigeva lo scritto sopraccitato; nel 1948 lItalia era un paese che faticosamente cercava di ricostruirsi non solo materialmente, ma anche dal punto di vista morale, rimodellando il proprio passato in funzione di un presente che esigeva di essere la logica conseguenza di lotte clandestine combattute valorosamente da eroi, preferibilmente in armi, che avevano sacrificato la propria vita in nome di quegli ideali di libert e democrazia che entravano direttamente a far parte nel patrimonio politico e culturale rivendicato dalla giovane Repubblica. Non cera spazio per un discorso che andasse al di l di questa rilettura schematica del passato recente, non ce ne era soprattutto per unadeguata riflessione sul massacro degli Ebrei che richiamava due ordini di problemi di difficile gestione: il primo riguardava il grado di responsabilit avuta dal popolo e dalle autorit italiane nel periodo delle persecuzioni antiebraiche, laltro interessava limmagine passiva del martire ebreo, trucidato -come ricordava Cantoni nel suo scritto- non perch in lotta contro il nemico ma solo perch ritenuto razzialmente inferiore134. Lintersecazione di queste due problematiche fece s che lebreo perseguitato e deportato entrasse nella mentalit collettiva nazionale dentro quel paradigma resistenziale135 che ne alterer la condizione originale di vittima aliena da motivazioni direttamente politiche, in favore di una rappresentazione ideologicamente motivata ed attivadel proprio martirio136.
passa, il ricordo resta, in Israel, n. 22, 28 marzo 1968, I nostri fiori ai Martiri delle Ardeatine, in Israel, n. 19, 20 marzo 1969, Venticinque anni fa le Fosse Ardeatine, in Shalom, n. 3, marzo 1969 133 Id., ivi. 134 Per lo studio di una Resistenza passiva si rimanda a M. Broszat, Opposizione e Resistenza, in La Resistenza tedesca 1933-1945, C. Natoli (a cura di), Milano, Angeli, 1989, J. Smelin, Senzarmi di fronte a Hitler. La Resistenza civile in Europa 1939-1943, Torino, Edizioni Sonda, 1993, A. Bravo, Resistenza civile, in Dizionario della Resistenza. Vol. II. Luoghi, formazioni, protagonisti, a cura di E. Collotti, R. Sandri, F. Sessi, Torino, Einuadi, pp. 268-299. 135 Lespressione tratta dal saggio di N. Gallerano, Critica e crisi del paradigma antifascista, in AA. VV., Fascismo e antifascismo negli anni della Repubblica, in Problemi del socialismo, n. 7, giugnoaprile 1986, pp. 106-133. 136 Per lo studio del binomio Resistenza/Deportazione il riferimento dobbligo a G. Quazza, Resistenza e Deportazione, in Il dovere di testimoniare. Atti del Convegno, Associazione ex deportati

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Le riflessioni proposte da Cantoni costituiscono senzaltro uneccezione, soprattutto se si mettono in relazione allatteggiamento prevalente assunto dallo stesso ebraismo italiano, ansioso di collocarsi in quel paradigma al fine di testimoniare il contributo che tanti ebrei dettero alla lotta di Liberazione e, last but non least, alla costruzione della nuova Italia democratica137. Sebbene tale contributo sia un dato inconfutabile138, pur vero che preliminarmente ci si dovrebbe interrogare su quali presupposti si fondava ladesione di questi ebrei alla resistenza, ovvero se essi vi parteciparono perch perseguitati in quanto ebrei o perch animati da quegli ideali democratici comuni a tutti i resistenti italiani139. Tale quesito non emerger, se non sporadicamente, nelle fonti prese in esame e la tendenza prevalente sar quella di confondersi in un unico abbraccio che tiene uniti tutti i combattenti morti per un medesimo ideale di giustizia e libert140. In un clima politico dunque poco propenso a distinguere le differenze delle esperienze e dei percorsi personali verificatisi nel biennio 43-45, si affermava nella mentalit collettiva quellidentit che livellava la condizione specifica della deportazione ebraica a quella di matrice politica tout court, senza preoccuparsi di operare distinzioni di sorta141. Significativo a tal proposito il messaggio radiofonico di Cantoni lanciato allindomani della liberazione, che, seppur lungo, merita di essere
politici (a cura di),Torino, Scaravaglio, 1984, pp. 23-29; id., Un problema: storiografia sulla deportazione e strutture della ricerca, in La deportazione nei campi di sterminio nazisti. Studi e testimonianze, F. Cerea e B. Mantelli (a cura di), Milano, Angeli, 1986; si veda anche L. Picciotto Fargion, Deportazione razziale: la persecuzione antiebraica in Italia 1943-1945, in Dizionario della Resistenza, cit., pp. 141-147, A. Bravo-D. Jalla Una misura onesta, in Una misura onesta. Gli scritti di memoria della deportazione dallItalia, 1944-1993, A. Bravo e D. Jalla (a cura di), Milano, Angeli, 1994, pp. 17-32. 137 Una lucida analisi sulla difficolt di inserire la tragedia ebraica nellepos nazionale di alcuni paesi dellEuropa occidentale quella di P. Lagrou, Lamnesia del genocidio nelle memorie nazionali europee (Francia, Belgio, Olanda), in La memoria del nazismo nellEuropa di oggi, a cura di L. Paggi, Firenze, La Nuova Italia, 1997, pp. 329-355. Sulla questione pi generale del reinseriemtno dei reduci si veda C. Pavone, Appunti sul problema dei reduci, in N. Gallerano (a cura di), Laltro dopoguerra: Roma e il Sud 1943-1945, Milano, Angeli 1985, M. Dondi, La lunga liberazione, Roma, Editori Riuniti, 1999. 138 Cfr. G. Donati, Ebrei in Italia: deportazione, resistenza, Firenze, Giuntina, 1980; S. Sorani, La partecipazione ebraica alla Resistenza in Toscana e il contributo ebraico nella seconda guerra mondiale, Firenze, Giuntina, 1981, G. l: Luzzatto, La partecipazione ebraica allantifascismo in italia e allestero dal 1918 al 1938, in G. Valabrega (a cura di), Gli ebrei in Italia durante il fascimo, n. 2, cit., pp. 32-44. 139 Cos Leo Valiani: Gli ebrei in quanto tali avevano particolari ragioni per militare nelle file partigiane, ma ciononostante avevano sempre -nella stragrande maggioranza- la sensazione di battersi per la libert della patria italianacome non vi fu un antifascismo specificatamente ebraico, non vi fu una lotta specificatamente ebraica.Tutti si battevano per lavvenire della comune patria italiana, sapendo che il destino degli ebrei era inseparabile da quello dellItalia libera e democratica, citato da R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Eiunaudi, 1997, p. 486. Scettico riguardo alla categoria di antifascismo ebraico anche larticolo di P. Treves, Antifascisti ebrei o antifascismo ebraico?, in RMI, n. 1-6, gennaio-giugno 1981. 140 Al sacrario delle Ardeatine, in La Voce, n. 3, marzo 1952.

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riportato per intero poich ben riassume ci che stato detto finora: per gli ebrei tornati ad avere diritto alla vita profonda ragione di gioia lessere stati parte attiva nellultima fase della lotta che ha portato alla cacciata dei nemici, e il sapere che il contributo da loro dato alla resistenza e ai partigiani stato valido e cospicuo in tutti i campi dazione. Fu nella Resistenza e fra i partigiani che molti di essi si ritrovarono finalmente parificati agli altri cittadini,nelluguale spontanea offerta della vita. Il sangue versato ha valso, quale simbolico sacrificio, a cancellare per sempre lonta che il fascismo ha fatto subire allItalia. I Comitati di Liberazione Nazionale, della Resistenza e dei Partigiani compirono opera di assistenza verso gli ebrei che vivevano in clandestinit, convinti che i bisognosi erano tutti, per il loro stato, membri della resistenza e molti erano effettivamente dei partigiani. Ora un particolare dovere incombe su tutti noi: quello di agire in ogni modo perch una pi profonda giustizia sociale costituisca la base sulla quale dovr sorgere lItalia nuova142. Non un caso che si scelto di citare un messaggio pronunciato da Cantoni che qui sembra impostare una riflessione differente da quella precedentemente citata, pi vicina al binomio ebreo perseguitato/partigiano. La contraddizione che si riscontra nei due scritti del medesimo autore in parte spiegabile tenendo presente la vicenda personale di Cantoni stesso143 -antifascista militante, confinato per attivit eversiva nel campo di Urbisaglia, deportato perch ebreo verso il campo di concentramento di Auschwitz, salvatosi solo grazie a uneroica fuga dal treno in corsa- e in parte considerando il differente pubblico a cui si rivolgeva nel primo e nel secondo articolo. Se infatti nelluno il passato tragico delle persecuzioni veniva rievocato in un contesto privato ebraico, capace di comprendere la particolare condizione degli ebrei perseguitati, nellaltro il messaggio formulato si faceva nazionale, ovvero funzionale a collocare la
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Per un utile distinguo fra i diversi soggetti coinvolti nella deportazione (deportati politici, internati militari ed ebrei) si veda a riguardo il bel saggio di A. Rossi-Doria, Memoria e Storia: il caso della deportazione, Catanzaro, Rubettino, 1998, specialmente pp. 37-44. Inoltre si veda anche AA. VV., Una sotria di tutti. Prigionieri, internati, deportati italiani nella seconda guerra mondiale, a cura dellIstituto storico della Resistenza in Piemonte, Milano, Angeli, 1985, L. Picciotto Fargion, La persecuzione antiebraica in Italia, in Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, LItalia nella seconda guerra mondiale e nella Resistenza, Milano, Angeli, 1988, pp. 197-213. Sugli internati militari fenomeno affatto italiano- si veda F. Cereja, Deportazione e internamento militare, in LItalia nella seconda guerra mondiale, cit., pp. 539-549, 142 Messaggio di Raffaele Cantoni trasmesso il 30 aprile 1945 da Radio Milano, in RMI, n. 6-8, giugno-agosto 1959. 143 Per la biografia di R. Cantoni si veda S. Minerbi, Un ebreo fra DAnnunzio e il sionismo, cit.

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minoranza ebraica genericamente intesa dentro quel passato comune e condivisibile costituito dalla Resistenza. Tuttavia, Cantoni dimostr anche in un contesto privato questa sorta di reticenza nel distinguere gli ebrei perseguitati per motivi razziali da quelli politici; nel corso del 1953, sul settimanale Israel si svilupp a riguardo una fitta polemica fra il Cantoni e i giovani della Federazione giovanile ebraica: il motivo scatenante era rappresentato dalla possibilit di unequiparazione legale dei perseguitati per motivi razziali ai perseguitati politici; questa possibilit era sostenuta vivacemente dai componenti della Federazione dal momento che questo atto avrebbe costituito un riconoscimento oggettivo della tragedia recentemente vissuta. Cantoni, al contrario, scorgeva un pericolo perch il perseguitato politico pu essere ritenuto un individuo pericoloso e gli ebrei che le persecuzioni dovettero subire non per una determinata posizione assunta o per una certa azione svolta, ma solo perch ebrei, si troverebbero in uningiusta posizione di sospetto144. Nelle pagine che seguiranno si cercher di riflettere sulle modalit con cui alcuni eventi-chiave della persecuzione saranno rievocati e reinterpretati dalla comunit israelitica italiana, e se essi troveranno uneco adeguata anche al di l dellambiente strettamente interessato e coinvolto in tale politica commemorativa. Si vedr come la memoria dellevento luttuoso e le sue manifestazioni pubbliche subiranno delle trasformazioni consequenziali al parallelo mutamento politico della societ italiana che si dimostrer pi o meno aperta ad accogliere e a confrontarsi con una vicenda che, se interrogata senza far uso del paradigmatico mito del bravo italiano145, poteva introdurre un critico ripensamento intorno allautorappresentazione sulla quale lItalia repubblicana basava la propria identit di cui tale mito era la pi efficace e simbolica espressione. Detto altrimenti, la questione fondamentale riguarda il tipo di dialogo che si instaura fra una comunit minoritaria, uscita dal trauma delle persecuzioni, come quella ebraica, e la realt nazionale in cui vive, e se soprattutto quest ultima sapr accettare tale trauma come parte delleredit fascista o se al contrario preferir vedere lintero capitolo persecutorio come vicenda a latere, perpetrata dalle forze di
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R. Cantoni, La risposta dellUnione a Enzo Levy sulla questione dello stato giuridico dei perseguitati, in Israel, n. 15, 17 dicembre 1953. 145 La celebre e forse troppo abusata espressione di D. Bidussa, Il mito del bravo italiano, Milano, Il Saggiatore, 1994; id., Razzismo e antisemitismo in Italia: ontologia e fenomenologia delbravo italiano, in RMI, n. 3, marzo1992.

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occupazione naziste a danno degli ebrei, inscrivibile in uno dei molteplici massacri accaduti durante il secondo conflitto mondiale146.

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La memoria delle persecuzioni antiebraiche nellItalia repubblicana conosce scarsi contributi storiografici. Si segnala: M. Sarfatti (a cura di), Il ritorno alla vita: vicende e diritti degli ebrei in Italia dopo la seconda guerra mondiale, Firenze, Giuntina, 1998; Istituto romano per la storia dItalia dal fascismo alla Resistenza, La memoria della legislazione e della persecuzione, cit., AA. VV., Ebrei italiani, memoria e antisemitismo, in Studi storici, anno 41, luglio-settembre 2000; I. Pavan-G. Schwarz, Gli ebrei in Italia tra persecuzione fascista e reintegrazione postbellica, Firenze, Giuntina, 2001 segnalando lutile saggio bibliografico curato da Schwarz, pp. 171-190.

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I. Il 16 ottobre 1943 I primi anni del dopoguerra

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NellItalia non ancora interamente liberata dallesercito doccupazione nazifascista, la rivista romana Mercurio pubblic il pregevolissimo opuscolo di Giacomo Debenedetti, intitolato semplicemente 16 ottobre 1943147, in cui si narra, con taglio cronachistico e affatto originale, lo svolgersi della triste giornata che conobbe la deportazione dellintera popolazione ebraica residente nellantico ghetto romano148. Oltre ad essere firmato da una prestigiosa penna, questo libro risulta altrettanto importante perch rimarr per un lungo periodo di tempo lunico contributo scritto su questa vicenda149; un silenzio che circondava anche le testate giornalistiche esaminate in cui si trovato, prima dellinizio del decennio degli anni Cinquanta, il solo Israel a dare notizia della commemorazione pubblica che si svolse allinterno del vecchio ghetto di Roma nellottobre del 1948, alla presenza del Sottosegretario allInterno Giorgio La Malfa, del presidente della Comunit Vitale Milano del rabbino David Prato che ha esortato i fedeli a trasformare lo strazio in energie tese verso la ricostruzione spirituale e politica che si sostanzia in quello Stato ebraico che in questi giorni, nelle assise dellOnu stato virtualmente ricostituito. Il rabbino ha poi recitato il Kaddish per i deportati non ritornati e se tale pietoso rito era stato compiuto finora con un residuo di dubbio e di speranza, adesso, sappiamo che ogni speranza svanita e che i tanti partiti non faranno pi ritorno 150. Eun peccato che il settimanale romano non abbia riportato il discorso che sicuramente lonorevole La Malfa pronunci in tale occasione, perch poteva illustrare efficacemente le modalit con cui, fin dai primissimi anni del dopoguerra, il governo italiano avesse guardato alla persecuzione antisemita, sebbene sia possibile ipotizzare che le considerazioni espresse nei paragrafi successivi
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Cfr. G. Debenedetti, 16 ottobre 1943, in Mercurio, n. 4, dicembre 1944. Il celebre scritto fu successivamente pubblicato in altre riviste fino al 1959 allorch usc in veste di libro presso la casa editrice milanese Il Saggiatore. 148 Si stima che gli ebrei romani rastrellati nel ghetto e negli altri quartieri della citt in quei giorni dalle forze doccupazione naziste furono 2091, di cui solo 15 -14 uomini e una sola donna- tornarono dal campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, Cfr. L. Picciotto Fargion, Loccupazione tedesca e gli ebrei di Roma, Roma, Carucci, 1979. Per un primo inquadramento sulle stragi compiute dai tedeschi allindomani dell8 settembre si veda E. Collotti, T. Matta, Rappresaglia, stragi, eccidi, in Dizionario della Resistenza, cit., pp. 254-267. 149 A quanto risulta fino al 1973 con la pubblicazione del libro di Robert Katz lopuscolo di Debenedetti fu il solo scritto riguardante la razzia dellottobre 1943. 150 C. A. Viterbo, La razzia del 16 ottobre e il Kaddish per i defunti, in Israel, n. 6, 23 ottobre 1947. Il Kaddish la preghiera ebraica per i defunti, recitata nel momento della sepoltura.

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possano ben adattarsi anche a questa primissima e silente fase che non si riuscita ad interrogare. Gli anni cinquanta: un decennio di silenzi Il 16 ottobre 1943 la data pi nera nella storia degli ebrei di Roma.Una storia che non aveva mai visto in duemila anni niente di simile a quanto accadde in quella livida mattina autunnale quando le truppe naziste posarono le loro mani insanguinate su duemila ebrei romani. Vecchi, donne, bambini: un corteo tragico che sfil sotto gli occhi attoniti di una cittadinanza impossibilitata ad impedire lorrendo misfatto, perpetrato nei confronti di una gente che costituiva parte integrante e rispettosa della grande e nobile citt. Siamo giunti al 16 ottobre del 1952; nove anni sono passati e nove volte ci siamo riuniti per ricordare quei nostri cari fratelli che non sono pi. Ma il mondo sembra non aver appreso abbastanza sul significato del 16 ottobre 43151. Fabio Della Seta, sotto lo pseudonimo di Hillel, firma questo articolo in ricordo della triste giornata dottobre del 43, identificata come simbolo di tutte le altre deportazioni avvenute in citt a partire dall8 settembre dello stesso anno. La grande razzia dottobre costituisce un calzante esempio per approfondire e capire come la memoria del tragico evento si sia strutturata nel tempo e nella mentalit degli ebrei romani e italiani, interrogando i silenzi che per un quindicennio circa circondano questo tipo di memoria. Silenzi, bene specificarlo, provenienti soprattutto dallambiente cittadino romano e dalle autorit politiche capitoline che sembrano delegare, almeno fino agli anni Sessanta, alla Comunit ebraica il compito e il dovere di ricordare. Innanzi tutto si deve dire che se vero che la razzia del 16 ottobre rappresenta e fu la deportazione pi massiccia avvenuta nella citt di Roma, anche vero che essa non fu lunico caso di rastrellamento, al contrario, altri si verificarono nella capitale in quegli stessi giorni152, che tuttavia non vengono menzionati n sulla stampa ebraica n nelle commemorazioni ufficiali disposte dallamministrazione. Il motivo appare chiaro se si mette in evidenza che circa la met dei 1022 ebrei romani deportati furono arrestati e
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Hillel, 16 ottobre, in Israel, n. 4, 16 ottobre 1952. I responsabili delle deportazioni degli ebrei romani, il tenente colonnello delle SS Herbert Kappler e Theo Dannecker, esperto nella repressione antiebraica e inviato a Roma direttamente da Adolf Eichmann, avevano suddiviso la citt in 26 zone in modo tale da non risparmiare nessun quartiere e permettere una capillare caccia agli ebrei, Cfr. F. Coen, 16 ottobre 1943. La grande razzia degli ebrei di Roma, Firenze, Giuntina, 1993, E. Collotti, Loccupazione tedesca in Italia, in Dizionario della Resistenza, cit., pp. 43-65.

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destinati nei campi di sterminio dalla polizia fascista italiana e che solo la razzia del 16 ottobre fu compiuta unicamente dai nazisti153; perci questo silenzio non risulta essere casuale ma perfettamente in sintonia con la politica del tempo che fece della riconciliazione nazionale uno dei suoi capisaldi principali, facendo ricadere ogni responsabilit sul nemico nazista e occupatore. La cerimonia indetta il 16 ottobre del 1952 dal Comune di Roma coadiuvato dalla Comunit ebraica per lo scoprimento di un cippo marmoreo nel cimitero israelitico del Verano, costituisce una valida occasione per riflettere sulle modalit con cui tale lutto venisse rielaborato e rievocato dalla popolazione cittadina. Israel commentava : il 16 ottobre la Comunit di Roma ha convocato una riunione del popolo e delle Autorit al Cimitero del Verano per lo scoprimento di un cippo eretto alla memoria dei 2091 ebrei romani vittime delle deportazioni naziste. Ha preso la parola il presidente della nostra comunit Anselmo Colombo rievocando le personalit che in quei giorni terribili ressero con coraggio e onore le istituzioni comunitarie, prime fra tutte, Dante Almansi, il Rabbino Panzieri e lallora presidente Ugo Fo. In seguito ha parlato il sindaco di Roma Rebecchini che ha narrato di aver personalmente assistito in quel cupo 16 ottobre alla deportazione di un suo conoscente e dellintera sua famiglia, e ha ricordato il senso di impotenza e di orrore suscitato nel suo animo davanti a quella scena di inaudita barbarie154. Nel X anniversario della deportazione, lorgano di stampa della Comunit ebraica di Roma dedicava un numero speciale il cui articolo di apertura ricordava che loccupatore nazista del suolo italiano scaten tutta la sua ferocia massacrando duemila ebrei della nostra storica citt sotto gli occhi attoniti dei concittadini che niente potettero fare 155; da questo scritto non solo la cittadinanza romana veniva sollevata da ogni sorta di responsabilit, ma il popolo italiano tutto, l dove si legge che da queste ceneri sorta unItalia libera e democratica che vuole perpetuare il ricordo di uno dei pi tristi episodi

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Cfr. L. Picciotto Fargion, Loccupazione tedesca, cit. La Comunit di Roma onora e ricorda i suoi deportati, in Israel, n. 5, 23 ottobre 1952. Appare singolare che proprio una personalit di dubbia moralit e da una torbida attivit politica quale fu la gestione di Salvatore Rebecchini, partecipasse a tale manifestazione in veste non solo di rappresentante dellautorit politica ma anche di spettatore diretto dellevento che si commemorava. Sullamministrazione Rebecchini si veda A. Giovagnoli, Il partito italiano: la Democrazia cristiana dal 1942 al 1994, Roma, Laterza, 1996, F. Malgari (a cura di), Storia della Democrazia cristiana. De Gasperi e let del centrismo 1948-1954, vol. II, Roma, Edizioni Cinque Lune, 1987. 155 E.Toaff, Roma ebraica unita nellesaltazione dei suoi martiri, in La Voce,n. 9, 16 ottobre 1953.

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e momenti della dominazione straniera del suo suolo156. Si aggiunga il fatto che nei giorni che precedettero la data del 16 ottobre, il Vaticano offr un aiuto economico alla comunit per riscattare la taglia dei 50 kg doro imposta dai nazisti. Il 16 ottobre rispondeva cos a due esigenze di centrale importanza: assolvere il popolo italiano dalla spaventosa deportazione avvenuta nel cuore della citt santa e di millenaria civilt, pianificata e voluta dalle sole forze di occupazione tedesche, ed enfatizzare la virtuosa opera di soccorso attuata dal Vaticano a favore dei perseguitati. Sintomatico ci che scrive Viterbo in occasione della morte di Pio XII: lebraismo europeo, che tante sciagure ebbe a soffrire durante il conflitto, trov nel Pontefice un valido aiuto e molti ebrei ebbero rifugio e salvezza nei monasteri e conventi. Soprattutto gli ebrei di Roma devono ricordare con gratitudine che, quando nel 1943 il comando tedesco impose una taglia di 50 kg doro alla Comunit israelitica, il Vaticano assicur che alloccorrenza avrebbe colmato la differenza nella misura che eventualmente si fosse dimostrata necessaria157. La riconoscenza verso la Chiesa cattolica per aver aiutato i perseguitati durante il periodo bellico, o per essere pi precisi, a partire dall8 settembre 1943158, centrale in un retorico racconto pubblicato dal bollettino Amicizia ebraico-cristiana in cui si narra di una madre che insieme alle sue due figlie fuggivano da una parte allaltra della Penisola per nascondersi dai nazisti. Proprio nel momento di maggior pericolo, quando la caccia diventava sempre pi serrata, esse, dopo un lungo cammino, bussarono alla porta di un convento dove furono affettuosamente accolte. Dichiaratesi ebrei al sacerdote, esso rispose loro che Dio, un solo Dio per tutti, egli vi protegger.Poi egli si adoper per farle partire per un convento sicuro e lontano e cos ebbero salva la vita159. Si citato questo pezzo che, sebbene non sia direttamente
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I deportati della Comunit di Roma, in La Voce, n. 9, 16 ottobre 1953. C. A.Viterbo, La morte di Pio XII, in Israel, n. 5, 16 ottobre 1958. 158 Riguardo allatteggiamento tenuto dalla Chiesa allindomani della promulgazione delle leggi razziali si veda R. De Felice, La chiesa cattolica e il problema ebraico durante gli anni dellantisemismo fascista, in RMI, n. 1, gennaio 1957, L. Martini, Chiesa cattolica ed ebrei, in Il Ponte, n. 11-12, 1978, B, Bocchini Camaiani, Chiesa Cattolica e leggi razziali, in Qualestoria, n. 1, 1989, G. Miccoli, Caratteri e tappe dellantiebraismo cristiano, in Qualestoria, n. 2-3, id., Santa Sede e Chiesa italiana di fronte alle leggi antiebraiche del 1938, in AA. VV., La legislazione antiebraica in Italia e in Europa, Roma, Camera dei Deputati, 1989, pp. 163-232, id., Santa Sede, questione ebraica e antisemitismo fra Ottocento e Novecento, in Storia dItalia, Annali, 11**, Gli ebrei in Italia, a cura di C. Vivanti, Torino, Einaudi, 1997, pp. 1380-13574. 159 N. Bahar Jud, Fratellanza umana, in Amicizia ebraico-cristiana, n. 2, maggio-agosto 1954. Racconti del genere apparvero sul bollettino in pi occasioni sotto la rubrica intitolata Fratellanza umana in cui generalmente un autore ebreo scriveva una sorta di parabola volta a testimoniare laiuto che gli uomini di Chiesa dettero ai perseguitati ebrei, accogliendoli dentro le strutture

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collegato alla razzia del 16 ottobre, esprime tuttavia con efficacia lo stato danimo con cui si interpretava da parte ebraica il ruolo rivestito dalle istituzioni ecclesiastiche durante lepoca delle persecuzioni. Enfatizzare linnegabile sostegno fornito dalla Chiesa dopo il 16 ottobre era un modo per tacere sul silenzio che inform la politica vaticana antecedente a tale data; silenzio che peraltro investiva anche il capitolo delle leggi razziali emanate dal regime fascista nel 38 su cui si aveva fretta di chiudere presto il discorso. La comunit ebraica italiana, e nello specifico romana, si adeguer a tale paradigma, rimovendo il prima in favore del dopo: I provvedimenti razziali -si legge in uno scritto apparso su La Voce di Roma- adottati in Italia verso gli ebrei possono cronologicamente distinguersi in due periodi: 1938-1943 e 1943-1945 con linvasione delle truppe del Reich. I provvedimenti del primo periodo, emanati dal Governo fascista, sono noti e pubblicati, quelli del secondo periodo sono invece conosciuti in modo approssimativo e frammentario160. Seguivano, nel numero successivo della testata, i resoconti dettagliati degli avvenimenti che portarono alla razzia del 16 ottobre161, il profilo biografico di Kappler162, la spietatezza nazista nel deportare vecchi e bambini163, infine, laiuto vaticano164. Il copione interpretativo era dunque fissato, tutte le commemorazioni che di anno in anno si susseguiranno al cimitero ebraico del Verano, trascritte fedelmente dalla stampa ebraica165, non faranno che ripetere, inserendo variazioni formali, il contenuto di quel copione; levento celebrato si riduceva cos a puro atto rituale, privo di qualsiasi intento a contestualizzare il singolo fatto dentro una cornice storica pi ampia, reiterando stancamente le ordinarie formule del non dimenticare e del generico mai pi. Si deve comunque precisare che i motivi di un atteggiamento pi formale che sostanziale riscontrato in tali manifestazioni, debbano ascriversi a due cause di differente origine: se la ferita subita
ecclesiastiche. 160 Le misure razziali adottate a Roma dopo l8 settembre, in La Voce, n. 1, settembre 1952. 161 Loccupazione degli uffici della Comunit, in La Voce, n. 2, ottobre 1952. 162 I 50 kg doro di Kappler, ivi. 163 Gli invasori germanici, ivi. 164 Laiuto della Chiesa, ivi. 165 Si segnalano gli scritti i pi significativi: Cronistoria del 16 ottobre 1943, in La Voce, n. 6, ottobre 1955; La giovent ebraica di Roma rievoca la tragedia del 16 ottobre 1943, in La Voce, n. 6, ottobre 1956, La nostra comunit nel 1943, in La Voce, n. 6, ottobre 1956; C. A. Viterbo, Fecondit del martirio, in Israel, n. 5, 20 ottobre 1955, Perch il ricordo non svanisca, in La Voce, n. 1-2, settembre 1958, A. Sarano, La Comunit di Roma ricorda la razzia del 16 ottobre, in Bcim, n. 11, 22 ottobre 1958.

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dalla collettivit ebraica sembrava essere ancora troppo recente per permettere una rivisitazione pi obiettiva e distaccata delle vessazioni subite, per quanto riguardava invece i silenzi riscontrati nei discorsi ufficiali pronunciati dalle autorit capitoline, qui il discorso interessava direttamente la volont della classe dirigente nazionale di mantenere una memoria paradigmatica e ufficiale che declinasse i possibili coinvolgimenti del popolo italiano nella persecuzione antisemita in favore di una vulgata assolutoria di italiani brava gente166. Come stato giustamente detto il silenzio, la rimozione non mai senza conseguenze: si paga con la produzione di ferite, di deformazioni che gravano inevitabilmente soprattutto sulle generazioni successive167 . Anche se il decennio degli anni sessanta rappresenter una rottura parziale di tale paradigma, permarr tuttavia un certo strabismo nel guardare quello scomodo capitolo italiano rappresentato dalle leggi razziali, e pi generalmente, dalleredit del passato fascista. Gli anni sessanta Mantenendo il 16 ottobre come evento da indagare nel suo strutturarsi in memoria storica cittadina e seguirlo nelle sue evoluzioni commemorative, si constata che il decennio degli anni sessanta si apre con alcuni avvenimenti internazionali e nazionali che contribuiranno a rendere la memoria della Shoah pi presente e visibile agli occhi dellopinione pubblica. Per quanto riguarda la scena nazionale, il 1960 si apre con violente manifestazioni di antisemitismo168 che costringono la Comunit ebraica di Roma a ripensare le modalit fino allora usate nella trasmissione della memoria persecutoria169. Il quadro internazionale segnato, oltre che dai rigurgiti neofascisti, dal
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Lespressione viene impiegata con reticenza per un uso troppo disinvolto che di essa stato fatto in questi ultimi anni. Scrive provocatoriamente Cavaglion a tal proposito: francamente non se ne pu pi della litania contro gli italiani brava gente, ossessivamente esibita per far capire a chi legge o ci ascolta che si fa parte del medesimo gruppo; tanta umanit infastidisce, fa venir voglia di prendere la difesa di quella brava gente tanto derisa, in L. Monaco, La deportazione nei lager nazisti. Didattica e ricerca storiografica, Milano, Angeli, 2000, n. 8, pp. 131-132. 167 F. Koch-S. Lunadei, Il 16 ottobre nella memoria cittadina, in La memoria della legislazione e della persecuzione antiebraica, cit., p. 61. Sulla generale rimozione che caratterizz a livello europeo la memoria della Shoah durante il decennio degli anni Cinquanta si veda A. Kriegel, Le intermittenze della memoria: dalla storia immediata alla storia, in Pards,.Pensare Auschwitz, ed. Thlassa de Paz, Milano, 1995. 168 Tutte le testate esaminate riportano i gravi incidenti avvenuti nelle varie citt dItalia (Roma, Milano,Venezia, Firenze) ed europee (Parigi, Colonia, Amburgo, Londra) nel gennaio del 1960. 169 I. B. Di Veroli,e lo ripeterai ai tuoi figli, in La Voce, n. 4, 1960; A. Segre, Dove erano i giovani?, in Israel, n. 24, 31 marzo 1960.

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processo Eichmann che si apre a Gerusalemme nel 1961, mentre la storiografia si arricchisce di contributi innovativi : del 1961 la pubblicazione del libro di Renzo De Felice Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, del medesimo anno luscita della monumentale opera di Raul Hilberg170, dellanno successivo la traduzione italiana del volume di Gerald Reitlinger171; inoltre vengono allestite le prime mostre fotografiche sulla deportazione172, nasce la polemica intorno a Il Vicario di Rolf Hochhuth173, questi ed altri eventi permetteranno alla memoria della Shoah di strutturarsi su parametri in parte differenti dal decennio precedente. E in questo periodo che la Comunit di Roma arricchisce la ricostruzione degli avvenimenti del 16 ottobre con nuove pubblicazioni174, e per il ventennale della razzia anche la giunta capitolina partecipa alla commemorazione ebraica delle vittime che ha luogo a Portico dOttavia, lingresso del ghetto romano. Scrive Viterbo: Il 16 ottobre simboleggia tutte le deportazioni verso i campi di sterminio inflitte agli ebrei dItalia. Alla giornata commemorativa c stata ladesione scritta del Ministro Andreotti e nel pomeriggio si tenuta una rievocazione dei fatti da parte del presidente dellUnione,
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Cfr. R. Hilberg, The Destruction of the European Jews, New York, Holmes&Maier, 1961. Cfr. G. Reitlinger, La soluzione finale, Milano, Il Saggiatore, 1962. 172 L8 giugno del 1961 si apriva a Roma, a Palazzo Venezia, la Mostra della Deportazione, promossa dallambiente giovanile legato alla Federazione giovanile ebraica italiana.Tuttavia persisteva lo spirito che vedeva la deportazione parte integrante della Resistenza. Si legge: L8 giugno si inaugurata la Mostra della Deportazione con annessa una Rassegna sulla Resistenza e questa rappresenta una novit poich, con uno studio approfondito, si potr forse conoscere meglio lo sterminio del popolo ebraico, A.Muggia, Mostra della Deportazione a Roma, in Ha-Tikw, n. 6, giugno 1961. Nel 1963 prendeva avvio la mostra itinerante dei disegni dei bambini di Terzn, che partita da Bologna tocc nel corso dellanno le principali citt italiane; cfr, I bambini di Terzn, in Israel, n. 19, 28 febbraio 1963. 173 Dramma teatrale in cinque atti, Il Vicario venne per la prima volta rappresentato a Berlino il 20 febbraio del 1963 suscitando uno scandalo internazionale. Dedicato alla memoria di padre Kolbe, internato e ucciso a Auschwitz, il libro fu un atto daccusa nei confronti della politica vaticana di Pio XII, reo di essersi reso complice e connivente al regime hitleriano; di qui la violenta polemica che nacque allinterno del mondo cristiano. In Italia Il Vicario usc presso Feltrinelli nel 1964, con una bella prefazione di Carlo Bo. Per un inquadramento generale sul comportamento tenuto dal Pio XII nei confronti del regime nazista si veda il recente contributo di G. Miccoli, I dilemmi e i silenzi di Pio XII. Vaticano, Seconda guerra mondiale e Shoah, Milano, Rizzoli, 2000; inoltre wsi rimanda a, F. Traniello, Pio XII dal mito alla storia, in Pio XII, a cura di A. Ricardi, Bari, Laterza, 1984, pp. 5-29, G. De Rosa (a cura di), Cattolici, Chiesa, Resistenza, Bologna, Il Mulino, 1997, A. Pellicani, Il papa di tutti. La Chiesa cattolica, il fascismo e il razzismo (1929-1945), Milano, Sugar, 1964. 174 La Comunit israelitica di Roma pubblic il diario scritto durante i giorni che precedettero la razzia del 16 ottobre dal Presidente Ugo Fo, Cfr. Relazione circa le misure razziali adottate in Roma dopo l8 settembre a diretta opera delle Autorit tedesche doccupazione,in Ottobre 1943: cronaca di uninfamia, a cura della Comunit israelitica di Roma, 1961; M.Tagliacozzo, La comunit di Roma sotto lincubo della svastica. La grande razzia del 16 ottobre 1943, in G. Valabrega (a cura di), Gli ebrei italiani durante il fascismo, numero monografico per il XX della deportazione,Quaderni del Centro di Documentazione ebraica contemporanea, n. 3, 1963.

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Sergio Piperno, e del presidente della Comunit Fausto Pitigliani. Poi stata la volta del senatore Eugenio Artom che ha detto: Come ebreo voglio ricordare tutto quanto gli italiani hanno dato a noi nellora della persecuzione e della sofferenza, e ricordare questo dolore e questa comunione spirituale nellora del dolore175. Questo passaggio testimonia efficacemente quanto il discorso del mito del bravo italiano e del 16 ottobre come data simbolo di tutte le altre deportazioni sia ben radicato nellimmagine collettiva della comunit romana. Il discorso di Sergio Piperno ancora pi chiaro in proposito, aggiungendo la Resistenza come esperienza unificante per italiani ed ebrei: Gli eventi oscuri che si abbatterono sugli ebrei dItalia dopo l8 settembre 1943 esortarono molti di essi ad andare ad ingrossare le fila dei combattenti per la libert. Su trenta mila ebrei, ventimila parteciparono alla lotta. Ma questi eventi tragici ebbero anche unaltra conseguenza: furono occasione per la gran massa di italiani di dimostrare la loro solidariet. La schietta e generosa anima del popolo italiano si ribell, si prodig per aiutare i perseguitati; tutte le chiese prestarono il loro aiuto, tutti ricordano lopera di Monsignor Barale di Torino, don Repetto di Genova e padre Benedetto che allindomani della liberazione, il 5 giugno del 1944, si apprest a ricostruire il Tempio di Roma 176. Dalla lettura di questo discorso pubblico si evince che se vero che il decennio degli anni sessanta conosce unapertura prospettica riguardante il passato persecutorio, altrettanto vero che certi pregiudizi, una volta codificati e diffusi, riescono ad essere rivisitati a fatica e con estrema difficolt. Se anche un giornale come Ha-Tikw, solitamente battagliero e polemico, non fa eccezione a tale discorso177, apre tuttavia una riflessione pi generale su tali tematiche, presentando in alcuni articoli il contributo che il fascismo dette al capitolo persecutorio senza aver ricevuto alcuna pressione esterna, ossia nazista, illustrando le disposizioni varate in difesa della razza178.
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C. A. Viterbo, Una data dolorosa e ammonitrice:16 ottobre 1943, in Israel, n. 4, 24 ottobre 1963. S. Piperno, Il 16 ottobre, in Israel, n. 4, 24 ottobre 1963. Lo stesso Piperno si era espresso in modo non dissimile in occasione della consegna, avvenuta in Campidoglio nel 1956, degli attestati di benemerenza a quegli italiani che aiutarono i perseguitati durante loccupazione nazista: Tutti si prodigarono; tutti quelli che in qualche modo erano in grado di seguire le mosse delloccupante e dei suoi sgherri, furono solleciti ad avvertire le innocenti vittime predestinate; tutti gli amici, i conoscenti, i vicini di casa furono pronti a riceverli, a nasconderli, ad aiutarli; tutti si affannarono a procurare agli ebrei falsi documenti e a sviare le ricerche, in Israel, n. 16, 20 dicembre 1956. 177 P. Abbina, Anno zero per gli ebrei di Roma:16 ottobre 1943, in Ha-Tikw, n. 7, ottobre 1963. 178 A. Sabatello, 16 ottobre 1938: il Gran Consiglio decide la persecuzione, in Ha-Tikw, n. 8, novembre 1963. Larticolista comunque tendeva a presentare la fase italiana della persecuzione pi buona di quella nazista e infatti si ammetteva che fu nel 1943 che le leggi toccarono il culmine poich non solo discriminavano ma perseguitavano. Fu cos che la maggioranza degli ebrei che si trovavano in

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La Voce della comunit israelitica preferiva invece ripercorrere minuziosamente le ore che precedettero la razzia, presentando in qualit di eroi i dirigenti comunitari che nellora del pericolo restarono al proprio posto senza abbandonare la popolazione al suo destino179; in modo significativo si elogia il sostegno spirituale che seppe dare il Rabbino Panzieri, in chiara polemica con il suo predecessore Israel Zolli che aveva abbandonato con la famiglia la propria casa gi dal 9 settembre, rendendosi irreperibile e abbandonando la comunit in balia di se stessa180. Nel 1964 la comunit decide di affiggere una lapide al Portico dOttavia in memoria degli ebrei romani deportati e lo spirito che anima tale lapide ancora ispirato al perdono e alla pacificazione181; in tale occasione il Presidente della Repubblica Gronchi conferisce allUnione la Medaglia doro al merito civile, ricordano, nelle parole dellonorevole Taviani quale prezioso contributo dettero gli ebrei italiani alleroica Resistenza, vittime di barbara e cieca persecuzione razziale, combattenti nella lotta di liberazione182. Da una parte vi dunque la volont di rendere visibile il martirio subito, di evidenziare anche il luogo fisico -il ghetto- in cui tale martirio fu vissuto -e ci costituisce senzaltro una pratica commemorativa nuova nella trasmissione della memoria- ma dallaltra, nei discorsi ufficiali che vengono pronunciati in questi frangenti pubblici, la distorta visione assolutoria con cui ancora si giudica il comportamento tenuto dalla maggioranza del popolo italiano, lidentit creata fra ebreo deportato ed ebreo partigiano, rimangono cristallizzati e ben radicati nella coscienza e nellopinione pubblica sia ebraica che italiana183.
Italia furono deportati dai tedeschi e non tornarono pi. 179 Significato di un ventennale, in La Voce, n. 6, ottobre 1963. 180 Sulla vicenda di Israel Zolli e il caso che segu allindomani della Liberazione per via della sua conversione al cattolicesimo, diventando Eugenio Zolli in onore di Pio XII, si rimanda a R. De Felice, Storia degli ebrei, cit., p. 467, F. Coen, 16 ottobre 1943. La grande razzia degli ebrei di Roma, Firenze, Giuntina, 1993, pp. 43-47, R. Katz, Sabato nero, Milano, Rizzoli, 1973, S. Waagenaar, Il Ghetto sul Tevere, Milano, Mondadori, 1972, pp. 369-374, A. Toaff, Eugenio Zolli e loro di Roma, in Shalom, n. 10, ottobre 1968. L ex rabbino scrisse anche unautobiografia mai pubblicata in Italia , cfr., E. Zolli, Bifore the Dawn, New York, 1954. 181 16 ottobre 1943 qui ebbe inizio la spietata caccia agli ebrei e 2091 cittadini romani vennero avviati a feroce morte nei campi di sterminio nazisti dove furono raggiunti da altri sei mila italiani vittime dellinfame odio di razza. I pochi scampati alla strage, i molti solidali invocano dagli uomini amore e pace, invocano da Dio perdono e speranza. 25 ottobre 1964, testo tratto da F. Koch-S. Lunadei, Il 16 ottobre nella memoria cittadina,cit., n. 33 p. 66. 182 Portico dOttavia: giornata commemorativa del sacrificio degli ebrei romani, in La Voce, n. 8, dicembre 1964. 183 Non solo in Italia gli ebrei deportati venivano accomunati ai resistenti, ma anche nei giudizi formulati da storici di altre nazionalit si legge ad esempio che la tragedia ebraica deve avere un suo

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In occasione del venticinquesimo anniversario della razzia del 16 ottobre, il presidente dellUnione Piperno fece redigere e affiggere nella capitale e nelle principali citt italiane un manifesto murale in cui si leggeva: concittadini, venticinque anni fa, il 16 ottobre 1943, i nazisti dettero inizio alla deportazione e allo sterminio degli ebrei dItalia. Degli ottomila deportati soltanto seicento dieci fecero ritorno. Noi, i superstiti, dobbiamo ricordare a noi stessi e a tutti quanti questa data tremenda, ricordare ai coscienti, spiegare agli ignari, raccoglierci nel ricordo dei morti e nel dovere verso di essi184. Pi che il contenuto in s, ci che interessa evidenziare, il canale comunicativo scelto per far arrivare alla cittadinanza il ricordo del 16 ottobre, un canale nuovo e immediato, visivo, fruibile da tutti, nonch emotivamente coinvolgente; impensabile uniniziativa del genere nel decennio precedente, ed proprio questa evoluzione fisica e visiva della memoria della Shoah, che iniziava in questo periodo a conquistare spazi pubblici accresciuti, a rendere gli anni Sessanta un momento di cesura in cui, faticosamente, prendeva avvio una riflessione meno conciliativa e confusa su uno dei capitoli pi oscuri e tragici dellEuropa moderna. Tuttavia, nelle occasioni commemorative nazionali ed ufficiali, questi accennati mutamenti non sembrano aver riscontro, come testimonia il discorso che il Presidente della Repubblica Saragat tenne davanti ad una delegazione composta dai membri del Consiglio e dal Presidente dellUnione, ricevuta al Quirinale in occasione del venticinquesimo anniversario del 16 ottobre, discorso che compendia egregiamente tutti quei miti -umanit del popolo italiano, soccorso della Chiesa Cattolica, deportazione quale evento incluso dentro il paradigma resistenziale- sedimentatisi nella coscienza nazionale nel corso degli anni e che risultano essere ancora ben presenti alla fine di un decennio che pure conobbe evoluzioni centrali nella rielaborazione della memoria della Shoah, ma che sembrano non coinvolgere, in Italia soprattutto, quei temi nodali direttamente connessi alla responsabilit o connivenza dimostrata da una parte del popolo italiano nella persecuzione antisemita, prima dell8 settembre 1943. Su questo registro si struttura anche il discorso del Presidente della Repubblica italiana, affermando che ogni persona
posto specifico nella storia della Resistenza italiana e nel suo insegnamento: una questione di rispetto verso la verit e la giustizia storica. Erano riflessioni espresse dallo storico israeliano Raphael Mahler, Fascismo, nazismo, antisemitismo, in Portico dOttavia, n. 5, settembre 1966. 184 Testo riportato interamente dal Bollettino dellamicizia ebraico-cristiana, n. 6, novembre-dicembre 1968.

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civile, ogni cittadino italiano, non pu non provare un senso di colpa verso gli israeliti che nel corso dei secoli sono stati vittime del fanatismo e che nel nostro tempo furono sterminati dalla barbarie nazista. Accanto a tanta ferocia non dimentichiamo per i gesti di misericordia che, nellora della maggiore afflizione, seppero porgere agli ebrei perseguitati la Chiesa, le autorit civili, il popolo italiano. Fintantoch la violenza soverchier la ragione, necessario che lo spirito della Resistenza, che rinnova quello del Risorgimento, si mantenga vigile. Voi ebrei che siete la parte del popolo italiano pi provato dallinvasione straniera, capirete bene ci che ho detto. Spirito della Resistenza vuol dire rifiuto dellingiustizia, della violazione dei diritti delluomo, vuol dire vigile consapevolezza185. II. Lanniversario della Liberazione Il decennale: 25 aprile 1955 In occasione delle manifestazioni riguardanti lanniversario della liberazione dellItalia dalle forze di occupazione nazifasciste186, la comunit ebraica italiana partecipava con fiero sentimento patriottico a questa data nazionale enfatizzando sia il massivo
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Il discorso di Saragat riportato in Shalom, n. 9, ottobre 1968, Bollettino dellamicizia ebraicocristiana, n. 6, novembre-dicembre 1968, Portico dOttavia, n. 9-10, settembre-ottobre, Israel, n. 7, 21 novembre 1968 in cui si trova un articolo che commenta il discorso tenuto dal Presidente, in cui limmagine che lantisemitismo del regime fascista fosse stato allacqua di rose usciva ulteriormente rafforzata: Rispetto agli altri paesi dEuropa sottoposti al giogo nazista, le condizioni degli ebrei italiani potevano -fino al settembre del 1943- considerarsi non cattive. Le leggi razziali -promulgate dal governo di Mussolini- venivano spesso applicate con spirito di tolleranza e moderazione e gli ebrei potevano vivere in unatmosfera di relativa sicurezza. Ma questo periodo di calma cess con loccupazione tedesca e gli ebrei di Roma costituirono le prime vittime. Una lucida messa a fuoco sullantisemitismo italiano nientaffatto estraneo alla cultura nazionale stata elaborata da D. Bidussa, I caratteri propri dellantisemitismo italiano, in Cantro Furio Jesi (a cura di), La menzogna della razza: documenti e immagini del razzismo e dellantisemitismo fascista, Bologna, Grafis, 1994, pp. 113-124, id., Il razzismo italiano: un corpo estraneo da dissotterrare? In I viaggi di Erodono, n. 1, 1994; si veda inoltre A. Pasquini, Le origini dellantisemitismo in Italia, in Il Ponte, n. 11-12, 1978. 186 Un contributo stimolante sulla pratica delle commemorazioni ufficiali dedicate alla Liberazione quello di C. Cenci, Rituale e memoria: le celebrazioni del 25 aprile, in I. Paggi (a cura di), Le memorie della Repubblica, Firenze, La Nuova Italia, 1999, pp. 325-378. Sul difficile rapporto creatosi allindomani della guerra fra comunit nazionale, Stato e patria, senza alcuna pretesa di completezza, si rimanda a M. Ridolfi, Limmaginario repubblicano. Amor di patria, apprendistato democratico e mito di fondazione, in M. Ridolfi e N. Tranfaglia, 1946. La nascita della Repubblica, Roma, Laterza, 1996, A. Ventrone, La cittadinanza repubblicana. Forma-partito e identit nazionale alle origini della democrazia italiana (1943-1948), Bologna, Il Mulino, 1996, G. Vecchio, Tricolore, rappresentazioni e simboli della nazione nel primo decennio repubblicano, in G. Vecchio e F. Tarozzi (a cura di), Gli italiani e il Tricolore. Patriottismo, identit nazionale e fratture sociali lungo due secoli di storia, Bologna, Il Mulino, 1999, pp. 329-392, A. Parisella, Tricolore, rappresentazioni e simboli della nazione nelle culture popolari e nella cultura di massa dellItalia repubblicana, ivi, pp. 393-456.

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contributo ebraico alla lotta partigiana sia la solidariet unanime dimostrata dal popolo italiano verso i perseguitati; nellora del pericolo, di fronte a uno straniero invasore e sterminatore, gli italiani tutti -ebrei e non- si sono ritrovati luno accanto allaltro nello sforzo comune di combattere per la difesa della patria e per la libert. Questo lo schema sostanziale che informa i discorsi ufficiali tenuti dalle personalit del mondo politico italiano nel decimo anniversario della Liberazione, uno schema accolto e fatto proprio dallebraismo italiano ansioso di inserirsi in quel paradigma antifascista che la giovane Repubblica italiana aveva individuato come valore cardine della propria identit politica e civile. A Milano, nellaprile del 1955, aveva luogo una solenne cerimonia, organizzata dallUnione delle comunit israelitiche dItalia, per il decennale della Liberazione e che Israel non mancava di riportare e commentare: Al Teatro Alcione si svolta la cerimonia per il X anniversario della Liberazione. Da tutti gli oratori stato messo in evidenza il sacrificio degli ebrei e la solidariet di coloro che hanno contribuito alla salvezza dei perseguitati. Lavvocato Ottolenghi, Presidente della comunit di Milano, lavvocato Zevi, in qualit di rappresentante dellUnione e il Rabbino Alfredo Toaff, in nome del Rabbinato italiano, hanno messo in particolare evidenza quanto grande fosse la gratitudine degli Ebrei per tutti quegli italiani che durante il terribile periodo si sono prodigati per salvare da morte certa la perseguitata minoranza. Sarebbe stato impossibile premiare tutti coloro che hanno cercato di salvare gli Ebrei perseguitati e si dovuto quindi scegliere soltanto un piccolo numero di essi ventritr- ai quali la gratitudine ebraica non viene mai meno col passare del tempo187. Seguivano i resoconti biografici dei ventitr valorosi (molti dei quali, non a caso, religiosi) che aiutarono e salvarono gli ebrei dalle deportazioni, allargando la virt dei pochi allindifferenza dei molti. Continuando nella lettura dellarticolo, emerge con chiarezza lo spirito che animava questo tipo cerimonie: ha parlato il Ministro Tupini per il Governo sottolineando che questa cerimonia ha voluto essere il ricordo di quanto c di buono nellanimo umano, auspicando che questa manifestazione rappresenti per lItalia la fine del dopoguerra e che si possa, concordi, lavorare insieme per la libert, la democrazia e la pace188. Il desiderio di pacificazione e riconciliazione nazionale,
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C. A. Viterbo, La gratitudine degli Ebrei dItalia ai valorosi che riscattarono linfamia nazifasciste, in Israel, n. 29, 21 aprile 1955. 188 Id., ivi.

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evidente nel discorso del Ministro, faceva s che la memoria della persecuzione antiebraica venisse, al meglio, relegata ad occasione funzionale a testimoniare lumanit e solidariet -verrebbe quasi da dire cristiana- dimostrata in quel frangente dagli italiani, riconfermati brava gente. La manifestazione milanese si chiudeva, in mattinata, con lassegnazione di 23 medaglie doro ai 23 valorosi sopra menzionati, con la lettura del formale saluto del Presidente Einaudi189 e salutandoci cantando linno dei Partigiani190. Nel pomeriggio si svolta un austera e commovente cerimonia al Cimitero monumentale dove, davanti al cippo eretto in onore dei martiri vittime della ferocia nazifasciste, lavvocato Ottolenghi ha pronunciato un toccante discorso su quel triste periodo 191. Il discorso di Ottolenghi compendia efficacemente tutto ci che si cercato di mettere in luce fino a questo punto: Italiani! Nel X anniversario della Liberazione, gli Ebrei dItalia che, come italiani ed ebrei furono due volte oppressi dalla tirannia nazifasciste, si inchinano riverenti alla memoria dei martiri di ogni fede caduti per la libert, rievocano commossi le vittime innocenti deportate e trucidate per la disumana ferocia. Esaltano riconoscenti lopera coraggiosa di tutti quegli italiani -partigiani, militari, religiosi e laici- che riscattarono le colpe di una minoranza, prodigandosi italianamente per salvare i perseguitati inermi. Ricordando con gratitudine lappoggio dato alla risorta democrazia nellimmediato dopoguerra ai profughi ebrei superstiti dai campi di sterminio 192. Vale la pena soffermarsi su quanto sopra riportato perch in esso si scorge una tipica forma mentis che caratterizzer per un lungo periodo di tempo il rapporto fra comunit nazionale e minoranza ebraica in relazione al comune passato fascista. Innanzi tutto si deve notare che linterlocutore a cui si rivolge il presidente della comunit milanese lintera collettivit nazionale a cui indirizza un messaggio di estrema riconoscenza per lopera di soccorso da essa dispiegata in quei tragici momenti, presentando inoltre la stessa popolazione italiana come vittima della tirannia nazifascista; sintomatico infatti laccenno posto sulla doppia oppressione subita dagli israeliti in quanto ebrei e italiani e altrettanto sintomatico circoscrivere ad una minoranza degli italiani la responsabilit di
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Id., ivi. Questo il lapidario saluto del Presidente Einaudi: Mi associo allomaggio reso a tutti gli israeliti caduti nella lotta per la resistenza e saluto tutti coloro che si prodigarono affinch fossero risparmiate altre vittime inutili. 190 Id., ivi. 191 Id., ivi. 192 G. Ottolenghi, Il manifesto agli Italiani, ivi. I corsivi non sono presenti nel testo.

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aver aiutato i nazisti nella loro sciagurata opera, a cui veniva contrapposta una maggioranza virtuosa cui spettava lonore e il diritto di incarnare il vero spirito nazionale. La storia del dopo liberazione sembrava poi confermare questa visione di unItalia misericordiosa che davanti alla massa di profughi ebrei scampati allo sterminio nazista, dimostrava la propria umanit accogliendoli dentro i propri confini. Le parole di Ottolenghi non costituiscono certo uneccezione, al contrario riflettono fedelmente uno stato danimo diffuso in buona parte dellebraismo italiano193; lanno successivo, nel 1956, veniva organizzata una cerimonia il cui fine era sempre rappresentato dalla testimonianza dellestraneit della nazione italiana alla politica mussoliniana antisemita . Si apprende cos che il Sottosegretario dellInterno Guido Bisori, in rappresentanza del governo, era presente alla premiazione avvenuta in Campidoglio il 14 dicembre 1956, premiazione di coloro che a Roma benemeritarono degli ebrei durante la persecuzione razziale. Ha preso la parola lOnorevole Ugo Della Seta194 il quale ha detto: oggi, 14 dicembre, in ogni angolo della terra, gli ebrei di Israele e della Diaspora sono uniti in un sentimento mistico di amore e di dolore. Oggi gli Ebrei di Roma intendono esprimere, in nome di tutti gli ebrei dItalia il loro grato sentimento verso i propri concittadini non ebrei per lo slancio generoso che ebbero verso i loro fratelli ignoti perseguitati; questi italiani accorsero animosi ad apportare inestimabile conforto e aiuto efficace per ogni possibile salvezza. VI concorse la Chiesa come istituto religioso e per libera iniziativa di credenti, cattolici e evangelici. Perci la Comunit Israelitica di Roma, nel consegnare il diploma della benemerenza vuole onorare in voi chi ha onorato lItalia195. Tuttavia, se si passano ad esaminare le
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Si veda ad esempio, Il decimo anno della Liberazione di Milano, in La Voce, n. 1, maggio 1955, A. Sarano, Gli Ebrei dItalia celebrano la giornata della riconoscenza, in Bcim, n. 8, maggio 1955, in cui fra laltro si legge che dieci anni sono passati dal giorno in cui il popolo italiano risorgeva alla vita, dopo un non breve periodo di tirannide. Non si pu nascondere che ci sono stati anche nel nostro paese deprecabili episodi dettati tanto dalle infami leggi della tirannide quanto alle nefandezza degli uomini.Tali episodi non possono essere obliati ma la maggioranza del popolo italiano si ispirato alla bont, generosit, altruismo e comprensione. Le 23 medaglie doro significano questa riconoscenza. Le cosiddette giornate della Riconoscenza si svolgevano con una periodicit pressoch annuale durante il decennio degli anni Cinquanta. 194 Per una sintesi efficace della vicenda biografica di Ugo Della Seta si veda B. Di Porto, Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dellEnciclopedia Italiana Treccani, 1989, pp. 485-489, vol. 37. 195 Testimonianza italiana di fraternit umana durante le persecuzioni razziali, in RMI, n. 1, gennaio 1957. In tale occasione prese la parola anche il presidente dellUnione delle Comunit israelitiche italiane, Sergio Piperno il quale sottoline con particolare enfasi laiuto fornito dal Vaticano: Il sommo Pontefice offr paterna sollecitudine per tutto il periodo dell persecuzioni e delloccupazione tedesca, sia ricevendo ebrei negli edifici extraterritoriali della citt del Vaticano, sia cercando di far mitigare lasprezza delle misure razziali, sia accogliendo anche intere famiglie nei conventi dove sacerdoti e

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manifestazioni celebrative organizzate allinterno delle singole comunit, si registrano lievi eppur significative differenze di toni e di contenuti. Genova, per esempio, commemorava il decimo anniversario della Liberazione collegandolo al ricordo di un martire locale: davanti al Tempio di Genova c un cippo marmoreo a ricordo del sacrificio del Rabbino Riccardo Pacifici che mor non perch sovversivo, n politicante o militare o uomo di piazza ma perch ebreo, vittima innocente dellodio razziale. Passati ormai dieci anni, noi, nella Liberazione vediamo la ricorrenza di una data che ha permesso a pochi superstiti di un terribile massacro di ritornare a vivere da uomini liberi196.Qui non si fa riferimento agli ebrei caduti eroicamente nella lotta partigiana, n alla bont del popolo italiano, c spazio solo per un doloroso e intimo ricordo del proprio rabbino scomparso ad Auschwitz; le cause della sua morte sono tutte racchiuse nella parola ebreo accanto al quale non si avverte la necessit di apporre alcun attributo qualificante, giacch fu il solo fatto di essere nati ebrei lunico motivo che port la maggioranza degli ebrei italiani a morire nei campi di sterminio, sebbene questa versione razziale della deportazione venisse il pi delle volte declinata in favore di una politica, come si avuto modo di vedere in occasione della cerimonia milanese. Una manifestazione commemorativa simile a quella genovese, venne organizzata dalla comunit israelitica di Torino in cui accanto alla rievocazione dei 474 ebrei torinesi scomparsi nei lager nazisti, venne lasciato al sopravvissuto Enzo Levy il difficile compito di parlare della propria dolorosa esperienza197; impensabile trovare un oratore del genere in cerimonie collettive e nazionali. Si pu, in conclusione, individuare due piani differenti in cui la ricorrenza del decimo anniversario della Liberazione si svolge, sebbene essi non siano da interpretare in maniera troppo rigida e schematica; si potrebbe dire che sono piani che interessano due realt, una nazionale laltra comunitaria, in cui i soggetti destinatari del messaggio formulato in tali circostanze si aspettavano una politica del ricordo condotta con
suore, malgrado il pericolo, fecero a gara per assisterli. Tutti si prodigarono salvo pochissime biasimevoli eccezioni, Solenne manifestazione di gratitudine e di ricordo in Campidoglio, in Israel, n. 16, 20 dicembre 1956; manifestazione recensita anche da A. Sarano, La riconoscenza ebraica agli Italiani, in Bcim, n. 1, gennaio 1956, E. Toaff, In Cmapidoglio manifestazione di benemerenza agli italiani, in La Voce, n. 4, gennaio 1957. 196 M. Vitale, Lasciateci piangere in pace i nostri morti, in Bcim, n. 8, maggio 1955. 197 E. Levy, Non possiamo dimenticare, in Israel, n. 34, 26 maggio 1955. Tuttavia egli impostava il proprio discorso diretto pi verso un appello generico del non dimenticare piuttosto che caratterizzarsi come vera e propria testimonianza.

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modalit affatto proprie e specifiche. Se da una parte era il paradigma resistenziale a dover essere enfatizzato, a scapito di altri aspetti pi compromettenti, il discorso commemorativo diventava allora loccasione giusta per rilevare la compattezza e lunione che la nazione tutta seppe dimostrare davanti allo straniero, lottando unitamente in nome dei medesimi ideali di giustizia e libert; limmagine che qui emergeva dellebreo perseguitato, si qualificava di coloriture politiche, antifasciste, resistenziali, che conferivano alla persecuzione antisemita motivazioni intelligibili e moralmente accettabili dallopinione pubblica. Daltra parte, quando si esaminano invece le cerimonie svoltesi allinterno di una comunit singola, la commemorazione assumeva caratteristiche parzialmente diverse, nella misura in cui non necessariamente si sentiva lesigenza di esaltare unicamente la figura dellebreo partigiano, ma trovando al contrario uno spazio adeguato anche il ricordo di chi, sebbene non militante e combattente attivo, seppe ugualmente infondere coraggio e forza morale alla propria comunit, come testimonia la vicenda del rabbino di Genova Riccardo Pacifici o quella del rabbino di Firenze Nathan Cassuto198. Questa versione storica dei fatti, cos poco eroica e gloriosa, si manifestava in quei luoghi pi appartati -ovvero ebraici- in cui era presente prima di tutto la volont di onorare la memoria dei propri morti senza alcuna distinzione di sorta, come conviene ad una qualsiasi comunit religiosa.

Il ventennale della Liberazione: 1965 A venti anni dalla Liberazione vorremmo soprattutto non dire parole superflue. Ventanni in cui c stato un lento progresso di una presa di coscienza. In Italia, dopo venti anni di cinismo e scetticismo, si deve auspicare un nuovo inizio sulla colpa storica di tutta una categoria dirigente. Amaramente abbiamo dovuto constatare che il sentimento antifascista finito. Uno dei fenomeni pi curiosi che oggi tanti ebrei italiani vogliono negare quella che stata unevidenza, la loro larga partecipazione a

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S. Sorani, Ricordando Nathan Cassuto, in Firenze ebraica, n. 3, ottobre 1955. Su Nathan Cassuto un ritratto completo veniva tratteggiato anche da C. A. Viterbo, Onore a Nathan Cassuto vittima innocente di una barbarie, in Israel, n. 9, 29 novembre 1951. Si veda inoltre D. Carpi, A. Segre, R. Toaff (a cura di), Scritti in memoria di Nathan Cassuto, Gerusalemme, Ben Zev, 1986.

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quella lotta che era lotta per la libert politica e democratica199. Le amare considerazioni di Luzzatto intorno allo svigorito sentimento antifascista presso gli ebrei italiani, permettono di introdurre il clima che negli anni sessanta regnava riguardo al paradigma resistenziale e di verificare se lantifascismo come lamentava Luzzatto fosse realmente tramontato. Ci che probabilmente si era attutito nel corso dei ventanni era, come stato ben detto la funzione essenzialmente difensiva e di conservazione dei valori unificanti svolti dalla Resistenza; levoluzione della democrazia italiana e la dissoluzione del suo carattere conflittuale hanno svuotato di senso il richiamo al paradigma antifascista come fondamento di valore della giustificazione dellunit nazionale200. Un sentimento di analoga apprensione sullindebolimento del richiamo resistenziale si riscontra sulle colonne del giornale della Federazione giovanile ebraica italiana che esortava la generazione post-persecuzione a continuare ad operare nella societ civile e politica secondo gli ideali di quei giovani di venti anni fa, ideali eterni e non completamente realizzati. La Resistenza ancora necessaria, sempre necessaria201. Rispetto al 1955, dunque, si nota nellanniversario del ventennale della Liberazione unimpostazione commemorativa che travalica la semplice esaltazione delleroismo partigiano, andando ad intrecciarsi in una sorta di denuncia verso un presente caratterizzato da unapatia che provocava in qualcuno linterrogativo se era da preferire una coscienza perseguitata ma ribelle ad una libera ma vuota e in declino202. Un interessante spunto di riflessione fornito da una manifestazione organizzata dalla comunit ebraica di Torino alla quale parteciparono tanto i rappresentanti dellebraismo
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G. L. Luzzatto, A ventanni dalla Liberazione, in Bcim, n. 8, aprile 1965. Sulla complessa personalit di questo antifascista ebreo si rimanda ai contributi elaborati da A. Cavaglion, E. Tedeschi (a cura di), Scritti politici. Socialismo, antifascismo, Milano, Angeli, 1996, id. (a cura di), Scritti politici. Ebraismo e antisemitismo, Angeli, Milano, 1996. 200 A. Baldassarre, La costruzione del paradigma antifascista e la Costituzione repubblicana, in AA.VV, Fascismo e antifascismo negli anni della Repubblica, in Problemi del socialismo, numero monografico, n. 7, gennaio-aprile 1986, pp. 11-33. Su questa problematica storiografica si veda anche C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralit della Resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 1994, La Resistenza in Italia: memoria e rimozione, in Rivista di storia contemporanea, n. 2, 1994-1995, id., Alle origini della Repubblica. Scritti su fascismo, antifascismo e continuit dello Stato, Torino, Bollati Boringhieri, 1995, A. Parisella, Resistenza e identit nazionale nellItalia repubblicana. Problemi storiografici ed etico civili, in Passato e presente della Resistenza, Roma, Istituto poligrafico dello Stato, 1994, pp. 323-346 I. Paggi, Una repubblica senza Pantheon. La politica e la memoria dellantifascismo, in id., (a cura di), Le memorie della Repubblica, cit., pp. 247-267, N. Gallerano, Memoria pubblica del fascismo e dellantifascismo, in Politiche della memoria, a cura di N. Gallerano, Roma, Manifestolibri, 1993, pp. 7-20. 201 C. A. Mortara, La Resistenza che in noi, in Ha-Tikw, n. 4, aprile 1965. 202 P. Levi, Ebrei nella societ:cosa fare?, in Ha-Tikw, n. 9, aprile 1965.

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italiano quanto quelli del movimento partigiano; appare utile mettere a confronto questo evento con la cerimonia milanese del 1955 e trarre le dovute conclusioni intorno al binomio concettuale Resistenza-deportazione. E sempre il giornale di Viterbo a fornire la cronaca dettagliata della giornata: nelle celebrazioni del ventennale si inserita una lodevole iniziativa della Comunit israelitica di Torino. Il senatore Ferruccio Parri stato invitato a parlare al Tempio di Torino sul tema Resistenza e Deportazione. Egli ha ricordato limmane tragedia che si apr nel nostro paese con la promulgazione delle leggi razziali, inique e ingiuste nei confronti di una collettivit che aveva da sempre testimoniato il proprio patriottismo; ha poi ricordato la partecipazione attiva di molti ebrei alla guerra di Liberazione, soffermandosi in particolare su leroiche figure di Emanuele Artom e Mario Jacchia. Parri ha concluso ringraziando la comunit torinese per loccasione offertagli di manifestare, come semplice italiano, la solidariet del popolo italiano verso i fratelli ebrei203. Se rimaneva immutato il paradigma degli ebrei resistenti e patrioti e degli italiani brava gente, non pu tuttavia passare inosservato laccento che Parri poneva sul capitolo italiano delle persecuzioni antiebraiche, capitolo del tutto ignorato nellanniversario del decennale. Non si pu certo affermare che la legislazione razziale fascista venisse approfondita e indagata dalloratore nelle sue cause e i suoi sviluppi, tuttavia non la si tace204; anche le testimonianze da parte ebraica si articolano in maniera meno schematica e pi mossa, come larticolo firmato da Marcello Cantoni in occasione del decennale della Liberazione partendo dallinizio ufficiale delle persecuzioni che in Italia iniziarono il 20 luglio del 1938, con la pubblicazione dellinfamante Manifesto della razza che sorprese la maggioranza di noi ebrei italiani irreggimentati nelle file fasciste e che adesso ci espelleva senza motivi apparenti. Il 20 luglio ci strapp brutalmente dal resto dellItalia e ci fece ritrovare il nostro Ebraismo; poi, dopo l8 settembre 1943, inizi il nostro martirio; incominciarono a partire i treni piombati diretti verso i campi di concentramento nazisti e un terzo del nostro popolo fin nelle camere a gas di Auschwitz, mentre chi rest in Italia trov nel popolo italiano, nella Resistenza, lamico fraterno e lideale comune; la maggior parte
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Il ventennale della Resistenza: una manifestazione a Torino, in Israel, n. 3, 28 ottobre 1965. Si veda M. Cantoni, Discorso ai giovani, in Bcim, n. 9, maggio 1965, id., Augusto Levi, n. 10, giugno 1965, E. Ravenna, Gli ebrei e la lotta antinazista, in Ha-Tikw, n. 1, gennaio 1965, Non dimenticare, in Israel, n. 1, 30 settembre 1965, Ringrazio Dio che non ero ancora nato, in La Voce, n. 7, ottobre 1965, L. Neppi Modona, Ricordando la Liberazione, in Ebrei dEuropa, n. 9, settembre 1965.

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di noi giovani, come un secolo prima avevano fatto i nostri avi nelle guerre del Risorgimento, combattemmo nei mesi cruciali nelle file della Resistenza, riuscendo a portare una nuova alba in Italia. Se il 25 aprile la festa della Resistenza italiana, essa anche la giornata commemorativa del martirio e della gloria degli Ebrei Italiani; soprattutto i giovani non lo debbono dimenticare, n oggi, n mai205. La riflessione di Cantoni si sostanziava di molti di quei luoghi comuni che in precedenza si cercato di far emergere, ma colloca lorigine della persecuzione degli ebrei in Italia nellestate del 1938, data che nelle testimonianze degli anni passati non si trovato traccia. Giova nuovamente ricordare che il contributo fornito da Renzo De Felice con la sua Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo206 aveva aperto non secondarie conoscenze riguardo alle vicende occorse agli ebrei italiani, analizzate ab initio fino al termine del conflitto bellico. Con questo non si vuole sostenere che largomento dellantisemitismo italiano entrasse a far parte diffusamente di un dibattito pubblico, permangono tutte quelle fuorvianti visioni strutturatesi negli anni Cinquanta, permane il mito del bravo italiano cos come vincente e diffusa rimane limmagine dellebreo perseguitato politico; tuttavia inizia una stagione in cui si cerca di contestualizzare la Shoah collocandola in una cornice storica che prendesse in considerazione non pi solo la Germania nazista quale unico paese antisemita, ma anche le realt specifiche nazionali di quei paesi che con propri e nazionali sentimenti antisemiti o per calcoli politici si dotarono di legislazioni antiebraiche senza ricevere alcuna sollecitazione da parte nazista. Preme inoltre sottolineare il fatto che in una commemorazione nazionale come quella del Ventennale della Liberazione trovasse un proprio spazio il tema della deportazione ebraica non pi confusa e strettamente legata a quella politica di natura antifascista207.
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M. Cantoni, Discorso ai giovani, in Bcim, n. 9, maggio 1965. Il Libro di Renzo De Felice, commissionato direttamente dallUnione delle Comunit israelitiche italiane, apparve presso la casa editrice Einaudi nel 1961 con una prefazione firmata da Delio Cantimori. Nelle edizioni successive (sempre presso lEinaudi) la prefazione di Cantimori stata purtroppo sostituita da introduzioni progressivamente aggiornate dallautore stesso. Un parziale resoconto di tali vicende fornita da R. De Felice, Introduzione, in Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, nuova edizione ampliata, Torino, Einaudi, 1993, pp. VII-XXXIV. 207 Stupisce ci che si legge nel 1966: Liniziativa dellAssociazione ex-Intenati ci appare encomiabile: essa ha consegnato i diplomi di benemerenza alle famiglie dei caduti nei campi di sterminio nazisti e per la prima volta, a Napoli, in una manifestazione pubblica si sono onorati insieme ad altri caduti per la Patria- i deportati ebrei, Diplomi di benemerenza, in Ebrei dEuropa, n. 56-57, settembre-dicembre 1966. La medesima testata -Ebrei dEuropa- celebr il ventennale della Liberazione in maniera originale, dedicando una serie di articoli al tema specifico della deportazione ebraica, lasciando in

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III. Il 1938 fra amnesia e ricordo Gli anni cinquanta Dieci anni fa, dopo le vergognose preparazioni della stampa venduta o inconscia del suo dovere, dopo lobbrobrio del Manifesto della razza in calce al quale figurano a eterna infamia le firme di scienziati che prostituirono la verit alla politica, la bieca follia sedicente razziale sferr contro di noi ebrei il primo colpo cacciando dalle scuole gli innocenti allievi ebrei. I buoni italiani hanno talmente dimenticato questo infame capitolo che ci si pu domandare se, nella loro maggioranza, se ne sono accortiOra che la sofferenza ha avuto termine, lasceremo passare questo decennale senza ricordarlo? No, meminisse juvabit; noi ricordiamo i tanti ispiratori, collaboratori, firmatari ed esecutori zelanti di quellinfamia che girano indisturbati per le citt dItalia. Tra le norme della nostra Tradizione e condotta primeggia il dovere di collaborare con tutte le nostre forze alla ricostruzione nazionale con il fermo proposito di non permettere, per quanto sta a noi, a coloro che si sono tanti macchiati di riprendere neppure in parte secondarie le redini della vita pubblica in Italia208. Si ritenuto opportuno trascrivere interamente larticolo di Viterbo uscito in occasione del decennale della legislazione razziale fascista209- dal momento che esso esprime una
sottofondo il discorso pi legato a tematiche resistenziali; cfr., A. Devoto, Il ricordo del Lager, in Ebrei dEuropa, n. 45, gennaio-febbraio 1965, id., Una visita a Auschwitz, in Ebrei dEuropa, n. 46-47, marzo-aprile 1965, id., Riflessioni concentrazionarie, in Ebrei dEuropa, n. 48, maggio-giugno 1965, id., Luniverso concentrazioanrio venti anni dopo, in ebrei dEuropa, n. 51, ottobre-dicembre 1965. 208 C. A. Viterbo, Un triste decennale, in Israel, n. 52, 2 settembre 1948. 209 Impossibile elencare i numerosi contributi apparsi sulla legislazione antisemita emanata dal regime fascista in tempi piuttosto recenti; per un inquadramento generale si segnala A. Ottolenghi, La legislazione antisemita in Italia, in AA. VV., Fascismo e antifascismo. Lezioni e testimonianze, vol. I, Milano, Feltrinelli, 1962, pp. 202-209, F. Sabatello, Il censimento degli ebrei del 1938, in RMI, n. 1-2, gennaio-febbraio 1976, N. Raponi (a cura di), Le leggi razziali e la scuola. Atti del convegno promosso dalla Regione Emilia Romagna per il XXX della Resistenza, Parma 19-21 maggio 1977, Parma, Pilotta, 1978, A. Segre, Le leggi razziali quarantanni fa, in RMI, n. 11-12, novembre-dicembre 1978, U. Caffaz (a cura di), Discriminazione e persecuzione degli ebrei nellItalia fascista, Firenze, Consiglio regionale della Toscana, 1988, F. Coen, Italiani ed ebrei: come eravamo. Le leggi razziali del 1938, Genova, Marietti, 1988, M. Sarfatti (a cura di), 1938 le leggi contro gli ebrei, in RMI, numero monografico, n. 1-2, gennaio-febbraio 1988, AA. VV., La legislazione antiebraica in Italia e in Europa: atti del Convegno nel cinquantenario delle leggi razziali, Roma, 17-18 ottobre 1988, Roma, Camera dei Deputati, 1989, AA. VV., Conseguenze culturali delle leggi razziali in Italia. Atti del Convegno (Roma, 11 maggio 1989), Roma, Accademia dei Lincei, 1990, F. Levi (a cura di), Lebreo in oggetto. Lapplicazione della normativa antiebraica a Torino 1938-1943, Torino, Zamorani, 1991, id., Riflessioni su istituzioni e societ di fronte alle leggi razziali, in RMI, n. 1-2, gennaio-febbraio 1993, id., Lapplicazione delle leggi contro la propriet degli ebrei (1938-1946), in Studi storici, n. 3, 1995, id.,

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voce autorevole e rappresentativa del mondo ebraico italiano che, nonostante una politica commemorativa generalmente ispirata ai principi di una riconciliazione e pacificazione nazionale all indomani della liberazione, si trovava tuttavia impossibilitato a cancellare le sofferenze subite a partire dal 1938 e tanto meno a obliare i nomi di coloro che da solerti zeloti collaborarono attivamente alla politica razziale; quei nomi che si presentarono sulla scena nazionale del secondo dopoguerra con la pretesa di essere reinseriti a pieno titolo e diritto in posti di rilievo e di comando 210. E una denuncia quella lanciata dal direttore del settimanale romano, indirizzata a non permettere che questi individui potessero passare inosservati, che indisturbati riprendessero la propria occupazione avendo alle spalle un vissuto cos corrotto e criminale; gli italiani, nello scritto sopra menzionato, erano invece descritti in un atteggiamento di innocente ignoranza, sollevati, per il solo fatto di non sapere, da una qualunque responsabilit in merito; di questa vulgata Viterbo non sembra dubitare. Si preferisce dunque individuare in pochi scriteriati lonta di aver partecipato alla scellerata campagna razziale, presentata come fenomeno di vertice imposta ad una maggioranza riluttante. Il bollettino della comunit israelitica di Milano presenta invece sulle proprie colonne il decennale delle leggi razziali riportando larticolo apparso sul numero speciale dedicato alle leggi razziali de Il Ponte del suo direttore, Piero Calamandrei211 in cui, fra laltro, si leggeva che i maestri del Ventennio riprendono indisturbati la loro propaganda e i loro posti di comando senza che nessuno intervenga per fermare questo scempio212; larticolista commentava inoltre amaramente lassenza di una qualsiasi organizzazione
Lidentit imposta. Un padre ebreo di fronte alle leggi razziali di Mussolini, Torino, Zamorani, 1996, Centro Furio Jesi (a cura di), La menzogna della razza, cit., D. Jona Falco, Origini ed analisi della legislazione antirazzista in Italia dalle leggi razziali del 38 alla legge 25 luglio 1943, in RMI, n. 3, marzo 1994, M. Sarfatti, Gli ebrei nellItalia fascista. Vicende, identit, persecuzione, Torino, Einaudi, 2000, id., Mussolini contro gli ebrei. Cronaca dellelaborazione delle leggi del 1938, Torino, Zamorani, 1994, id., Il censimento degli ebrei del 22 agosto 1938 nel quadro dellavvio della politica antiebraica di Mussolini, in Italia Judaica, vol. IV, cit., pp. 258-413, id., La persecuzione antiebraica nel periodo 1938-1943 e il suo difficile ricordo, in A. L. Parlotti (a cura di), Italia 1939-1945. Storia e memoria, Milano, Vita e pensiero, 1996, pp. 73-85, M. L. San Martini Barrovecchio, Documenti dellArchivio di Stato di Roma nel periodo della persecuzione fascista (1939-1944), in Italia Judaica, vol. IV, cit., pp. 152-166, R. Finzi, LUniversit italiana e le leggi antiebraiche, Roma, Editori Riuniti, 1997. 210 Pretesa pienamente soddisfatta tra laltro dallallora Ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti che nel giugno del 1946 promulg unamnistia segnando la fine dellepurazione. Cfr. R. Palmer Domenico, Processo ai fascisti 1943-1848: storia di unepurazione che non c stata, Milano, Rizzoli, 1996, H. Woller, I conti con il fascismo. Lepurazione in Italia 1943-1948, Bologna, Il Mulino, 1997, P. Ginsborg, Storia d Italia 1943-1996, Torino, Einaudi, 1998. 211 P. Calamandrei, Un decennale, in Il Ponte, n. 10, novembre 1948, pp.

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per ricordare tale ricorrenza. Una vera e propria battaglia contro una delle maggiori personalit scientifiche firmatarie del Manifesto degli scienziati razzisti213, Nicola Pende, veniva ingaggiata tanto dal Bollettino milanese che da Israel per tutto il 1949, rappresentando una delle rare occasioni in cui la memoria legata alle vicende del 1938 si manifestava senza reticenze n timori. Il dottore Nicola Pende214, allontanato dall insegnamento universitario per il suo passato fascista, si rivolgeva opportunisticamente al direttore del settimanale ebraico con una lunga lettera nella quale lo scienziato esponeva con innocenza e candore la propria particolare persecuzione 215 subta sotto il regime in conseguenza alle teorie bio-mediche da lui elaborate216 e invise allambiente scientifico fascista: gi nel 1933- notava Pende nella sua lettera- il mio libro Bonifica umana razionale venne sequestrato dalle autorit fasciste perch in esso io confutavo le teorie razziste naziste e perch disprezzavo il loro assunto principale della superiorit di razza217. Lo scienziato passava poi a mostrare quei documenti che dovevano testimoniare il suo non coinvolgimento nella campagna
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Meminisse iuvabit, in Bcim, n. 3, dicembre 1948. In tale scritto si lamentava tra laltro la mancanza di una commemorazione ufficiale organizzata dalle autorit politiche italiane. 213 Pubblicato il 14 luglio del 1938 con il titolo Il fascismo e i problemi della razza, esso conobbe pi stesure, lultima delle quali -quella ufficiale- riportata per esteso in M. Sarfatti, Mussolini contro gli ebrei, cit., pp. 19-20. Solo il 25 luglio dello stesso anno si conobbero i nomi dei firmatari di tale manifesto tramite un comunicato del Pnf riportato da R. De Felice, Storia degli ebrei, cit., p. 557. 214 Per lintricata vicenda di Pende legata alla stesura del Manifesto degli scienziati razzisti si rimanda a R. De Felice, Storia degli ebrei, cit., pp. 279-280, G. Israel, Politica della razza e persecuzione antiebraica nella comunit scientifica italiana, in La legislazione antiebraica in Italia e in Europa. Atti del Convegno nel cinquantenario delle leggi razziali, Roma, Camera dei Deputati, 1988, pp. 123-154, A. Colombo, Il manifesto della vergogna, in Nuova Antologia, vol. 560, 1988. Per il contributo dato dagli studiosi della scienza alle teorie razziste si veda G. Israel e P. Nastasi, Scienza e razza nellItalia fascista, Bologna, Il Mulino, 1998, R. Maiocchi, Scienza italiana e razzismo fascista, Firenze, La Nuova Italia, 1999, G. Cosmacini, Clinici, biologi, igienisti ebrei e la nuova medicina dellItalia Imperiale, in A. Di Meo (a cura di), Cultura ebraica e cultura scientifica in Italia, Roma, Editori Riuniti, 1994. 215 Cos De Felice: Negli ambienti fascisti, allindomani della pubblicazione del Manifesto degli scienziati razzisti, fecero scalpore alcune prese di posizioni del Pende che, sebbene piuttosto caute, erano considerate molto pericolose. Le proteste del Pende non furono prese in considerazione e gli fu risposto con la minaccia di far stendere su tutta la stampa nazionale un velo di silenzio su ogni sua presa di posizione scientifica. Con tale minaccia, Pende e Visco riconobbero la paternit del Manifesto della razza, in Storia degli ebrei, cit., p. 280. 216 Scrive Giorgio Israel sulle teorie scientifiche del Pende che egli tendeva a contrapporre i principi di una concezione razziale italiana, che si era venuta costituendo attraverso tutto un lavoro di ricerca di cui egli era il massimo rappresentante, ai principi di uneugenetica anticoncezionale selettiva e materialistica quali si erano venuti affermando in Germania. Il dissenso di Pende non verteva tanto sulla necessit di una politica della razza- della quale Pende era convinto assertore- n verteva sullopportunit di separare gli ebrei dalla popolazione italiana ai fini della bonifica ortogenetica, quanto sullopportunit di unadesione incondizionata alle tesi prevalse in quegli anni nelleugenetica razzista germanica. La questione sollevata dal Pende riguardava soltanto il modo di stabilire la piattaforma scientifica dellantisemitismo, in Politica della razza, cit., pp. 136-137. 217 Processo a Pende. Riceviamo e pubblichiamo, in Israel, n. 14-15, 13 gennaio 1949.

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antisemita e anzi, una sua decisa opposizione ad essa: quando fu pubblicato anonimo il ben noto Manifesto sui giornali fascisti, lindomani il Minculpop convoc alcuni professori universitari, fra cui il sottoscritto, per dare il parere scientifico sul manifesto di cui ignoravano lautore (sic!). Io fui il primo a protestare come dimostrano i documenti ufficiali trovati fra le carte di suddetto ministero, dimostrandomi coerente con le mie idee ostili al razzismo antisemita, pubblicate gi nel mio libro nel 1933. Alla mia protesta si associ il collega Sabato Visco. Attesi invano la pubblicazione della mia protesta; nel numero cinque di Vita Universitaria io difesi di nuovo le mie idee contro lantisemitismo che scatenarono lira di Telesio Interlandi che su IL Tevere del 17 ottobre mi accus di prendere le parti dellebraismo e di essere contro la politica di difesa della razza decretata dal regime218. A propria discolpa chiamava in causa anche il Commissario delle Comunit israelitiche italiane Giuseppe Nathan, il quale ha inviato il 18 febbraio 1947 al Presidente della Repubblica Italiana scrivendo che il professor Pende non appose la sua firma al Manifesto della razza, che preluse alla persecuzione degli ebrei in Italia durante la quale il professore dette assistenza morali e materiali a molti correligionari. Quindi non ci pu essere alcuna protesta da parte delle Comunit israelitiche italiane a che il professor Pende sia reintegrato nella cattedra dellUniversit di Roma219. Infine concludeva pacificamente la propria autodifesa constatando che da tutti stata attestata la mia innocenza dallaccusa infamante di persecutore degli ebrei, onta per la quale sono stato ingiustamente allontanato per quattro anni da quella cattedra universitaria che solo per i miei meriti mi sono conquistato220. Nello stesso numero del giornale compariva la dura replica di Viterbo il quale commentava che la difesa del professor Pende potrebbe essere efficace ed esauriente, ma non lo . La lettera sopra pubblicata afferma che il Signor Pende non ha firmato il Manifesto della razza e che convocato al Minculpop per firmarlo, rifiut di farlo. Noi invece avemmo una comunicazione del tutto opposta; perch il professor Pende non protest subito contro laffermato abuso di averlo inserito fra i firmatari?.
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Ivi. Su questa vicenda cfr., R. De Felice, Storia degli ebrei, cit., pp. 259-274. Su Telesio Interlandi e lattivit antisemita portata avanti dal proprio giornale si veda A. Cal, Stampa e propaganda antisemita del regime fascista (1936-1938) in Israel, un decennio, cit., pp. 115-164, A. Goldstaub, Rassegna bibliografica delleditoria antisemita, in M. Sarfatti (a cura di), 1938 le leggi contro gli ebrei, in RMI, n. 1-2, gennaio-febbraio 1988. 219 Id., ivi. 220 Id., ivi.

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Inoltre cita il suo articolo di Vita Universitaria in cui a noi non risulta nessun io non ho firmato il Manifesto dal momento che non parla di suddetto Manifesto, ma solo e unicamente del Duce e della sua gloriosa politica razzista. Egli afferma apertamente che la razza italico-romana non deve essere inquinata dagli Ebrei e sul numero del 5 ottobre del 1938 su Vita Universitaria si legge Professori ebrei eliminati dalle universit facendo poi seguito lelenco dei professori espulsi con lapprovazione dei colleghi, fra cui figura il nome del Signor Pende. La verit che egli prest servilismo e opportunismo al regime; noi non possiamo dimenticare la nostra schiera di morti221. Sdegnata anche la reazione di Cantoni che definiva in un articolo il professore come una baldracca prostituita a Storace che solo dopo quattro anni di riposo riuscito a risalire in cattedra e a riprendere la sua professione222. La polemica scatenatasi sul caso Pende terminer nel 1950 allorch Israel riferiva che il professore Nicola Pende, recatosi recentemente in Brasile per un ciclo di conferenze, ha avuto col unaccoglienza che non si aspettava: le famiglie ebree residenti in S. Paolo, che hanno perso i loro cari per quell odio razziale teorizzato dallesimio scienziato, gli hanno fisicamente impedito di tenere le lezioni previste dal convegno. Il professor Pende raccoglie ci che ha seminato223. Dopo questa notizia non si trovano pi notizie fino al 1961allorch si ha notizia che alla fine di maggio a Torino, in occasione delle giornate mediche, circolata la notizia che stato deciso di assegnare una medaglia doro al merito della sanit al professor Nicola Pende. Il consiglio della Comunit Israelitica di Torino ha diffuso una deliberazione di protesta a cui ha risposto il professore smentendo ogni sua collaborazione allantisemitismo scientifico del fascismo. LUcii si associata alla protesta sollevata dagli antifascisti ebrei di Torino contro lassegnazione di tale medaglia ad una personalit di chiara fama razzista, inviando un telegramma allonorevole Fanfani. Israel si associa a questa protesta224. Da quanto si riportato si nota unassoluta mancanza di critica da parte ebraica verso quelle istituzioni che permisero a Pende, come del resto a tanti altri come lui, di reintegrarsi nella vita nazionale nel dopoguerra senza troppe scosse e mutamenti; gli articoli dei due direttori

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C. A. Viterbo, Risposta al Professor Nicola Pende, in Israel, n. 14-15, 13 gennaio 1949. R. Cantoni, La cattedra di Pende sui mitra della celere, in Bcim, n. 4, gennaio 1949. 223 Hillel, Una sorpresa per Pende, in Israel, n. 39, 22 giugno 1950. 224 C. A. Viterbo, Un processo che gi stato istruito, in Israel, n. 32, 8 giugno 1961.

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difettano di un indagine adeguata sullintera e intricata vicenda epurazionista225, che si tradusse in una pratica politica giustificata in nome di una pacificazione nazionale che di fatto si risolse soltanto in una impunibilit generalizzata. Per quanto riguarda la ricostruzione storica delle persecuzioni molto si adoper il colonnello Massimo Adolfo Vitale226 che dirigeva il Comitato Ricerche Deportati Ebrei (Crde) dal maggio del 1945227; creato dallUnione delle Comunit israelitiche italiane nellautunno del 1944, tale Comitato svolse il delicato compito di ricercare e aiutare i deportati. Tuttavia, accanto a questa attivit, Massimo Adolfo Vitale, dietro sollecitazione di Raffaele Cantoni, inizi a raccogliere quei dati storici funzionali a una storia delle persecuzioni, inviando a tal fine una circolare alle comunit dItalia per esortare una collaborazione da parte loro, sebbene loperazione si risolse in un insuccesso e Vitale dovette inviare una seconda circolare e infine chiedere lintervento del presidente dellUnione Catoni. Ha osservato Schwarz che le difficolt e le resistenze in cui simbatt Vitale sono rivelatrici del fatto che gli ebrei italiani erano scarsamente interessati a fare compiutamente i conti con il passato: furono sorprendentemente pochi coloro che in quei primi dieci anni operarono per conservare la memoria e interpretare quanto era accaduto e anche coloro che lo fecero sembravano inclini ad archiviare la vicenda piuttosto che analizzarla228. Tuttavia, lopera di reperimento di dati e fonti riguardanti il periodo persecutorio svolta da Vitale, si concretizz nella relazione di oltre venti pagine da lui scritta intitolata Les persecutions contre les juifs en Italie 1938-1945229; in tale relazione non mancavano tratti di originalit interpretativa circa il comportamento tenuto dal popolo italiano che se in un primo momento aveva dimostrato un rifiuto netto alla normativa antisemita, col tempo tale opposizione perse di vigore e le opposizioni divennero sempre meno numerose;
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Si veda la voce Epurazione in Enciclopedia dellantifascismo e della Resistenza, vol. II, Milano, 1971, pp. 222-224; M. Flores, Lepurazione, in AA. VV., LItalia dalla Repubblica, cit., pp. 413-467; si veda anche S. Lanaro, Storia dellItalia repubblicana. Leconomia, la politica, la cultura, la societ dal dopoguerra agli anni Novanta, Venezia, Marsilio, 1992, F. Barbagallo, La formazione dellItalia repubblicana, in AA. VV., Storia dellItalia repubblicana. La costruzione della democrazia. Dalla caduta del fascismo agli anni Cinquanta, Vol. I, Torino, Einaudi, 1994, pp. 5-129 226 Sul colonnello M. A. Vitale si veda R. Bassi, Ricordo di Massimo Adolfo Vitale, in RMI, n. 1-3, gennaio-marzo 1979. 227 Su tale organismo si veda L. Picciotto Fargion, Lattivit del comitato di ricerche deportati ebrei. Storia di un lavoro pionieristico (1944-1953), in AA. VV., Una storia di tutti, cit., pp. 75-96. 228 Cfr. G. Schwarz, Gli ebrei italiani, cit., p. 123. 229 Id., ivi, p. 124.

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inoltre, analizzando le vicende occorse in Italia dopo l8 settembre, affermava chiaramente che i coraggiosi che sfidarono tutti i pericoli per salvare qualche ebreo non mancarono ma si tratt di un piccolo numero, mentre gli agenti di polizia insieme ai Carabinieri, pressoch nella totalit dei casi, eseguirono la loro opera di delazione, di perquisizione, di arresto e di accompagnamento ai campi di internamento e della morte230. Un giudizio nettamente controcorrente quello espresso da Vitale nel proprio scritto in cui non risparmi nemmeno il Vaticano accusandolo di aver tenuto in quel tragico frangente un atteggiamento alquanto ambiguo e di non aver disapprovato mai esplicitamente la politica antisemita attuata dal governo fascista fin dal 1938231. Nel 1952, Antonio Spinosa inizi a pubblicare su Il Ponte, fra il 1952 e il 1953232, articoli sulle persecuzioni razziali in Italia e sebbene, come nota Schwarz, Vitale avesse pi volte fatto notare che egli aveva dato personalmente a Spinosa una copia della sua relazione sulla quale, successivamente, lo studioso si era basato per comporre la serie di scritti pubblicati, Spinosa non solo non dichiar in alcuna circostanza tale filiazione, ma non seppe ampliare n approfondire le questioni pi originali che il testo di Vitale sollecitava ad indagare233. Gli anni sessanta Nellottobre del 1960 apparve sulla rivista israeliana Yad va-Shem uno studio dello storico Meir Michaelis che poneva al centro della propria indagine lanalisi dei motivi che indussero Mussolini ad emanare la legislazione antisemita in Italia; pubblicato in Italia nel giugno dell anno successivo sulla Rivista di studi politici internazionali234,
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Id., ivi, p. 125. Id., ivi, p. 126. 232 Gli articoli di Antonio Spinosa uscirono nel n. 7 e n. 8 del 1952, nel n. 7 e 11 del 1953. Adesso raccolti in A. Spinosa, Mussolini razzista riluttante, Roma, Bonacci, 1994, 233 Id., ivi. Il solo argomento che risultava essere di qualche originalit negli articoli pubblicati da Il Ponte riguardava il capitolo Vaticano verso cui anche Spinosa non risparmi critiche, cfr., A. Spinosa, Le persecuzioni razziali in Italia. Latteggiamento della Chiesa, in Il Ponte, n. 8, 1952. 234 M. Michaelis, I rapporti italo-tedeschi e il problema degli ebrei in Italia 1922-1938, in Rivista di studi politici internazionali, n. 2, aprile-giugno 1961, ed. originale in Yad Va-Shem, Gerusalemme 1960. Lunica recensione delledizione originale di D. Lattes, Un nuovo contributo sul capitolo dellantisemitismo italiano, in RMI, n. 10, ottobre 1960. Si segnala inoltre che solo nella Rassegna che si trovata la recensione di un interessante articolo precedente a quello di Meier, di Aroldo Benini apparso sul trimestrale Il Paradosso nel gennaio del 1960 e recensito da Giorgio Romano il quale dichiara che Il contributo italiano alla storia del razzismo di Benini tanto pi importante in quanto pochissimo si scritto e ancor meno si dice su coloro che sostennero la politica razzista in Italia. Questo scritto merita unattenzione particolare perch dimostra un certo coraggio nel citare i nomi di alcuni giornalisti che ancor oggi scrivono sulle colonne dei massimi quotidiani italiani
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larticolo venne subito recensito dal direttore di Israel che si diceva daccordo con lautore nellaffermare che non fu il Fuhrer a fare pressioni sul duce affinch introducesse in Italia una politica razziale antiebraica, ma fu di propria e spontanea volont che Mussolini si accost alla teoria della razza e all attivit discriminatoria contro la minoranza ebraica. Lo studio di Meir deve essere letto e meditato attentamente perch da troppo tempo si va sostenendo che il razzismo in Italia fu un agente esterno voluto da Berlino235. Non di avviso diverso il giornalista Ettore Camaschella che commentava il contributo di Meier sulle pagine della Rassegna mensile di Israel ammettendo di sottoscrivere la tesi dello storico israeliano e cio quella di un razzismo autonomo mussoliniano, non frutto di una imposizione nazista citando a riguardo alcune delle pagine del diario di Ciano in cui affermava che il duce era stato lunico responsabile dell inizio della campagna razzista236. La riflessione condotta da Meier sul capitolo persecutorio degli ebrei italiani si collocava in un clima politico che iniziava gradatamente ad aprirsi ad un certo tipo di contributi storiografici; nello stesso periodo in cui apparve larticolo di Meier, la Federazione giovanile ebraica italiana, coadiuvata dal Centro di Documentazione ebraica contemporanea, prendeva limportante iniziativa, in occasione del 25 aprile 1961, di tenere a Torino una specifica conferenza sullantisemitismo italiano con lo scopo di cercare di affrontare aspetti meno noti al pubblico come il problema ebraico e il razzismo italiano237. A partire da questo convegno, la Federazione giovanile promuover una serie di pubblicazioni nel corso dei primi anni degli anni 60 che, insieme allopera defeliciana, costituiranno il punto di partenza per una riflessione storica pi dettagliata e completa sullantisemitismo italiano. Ledizione del primo fascicolo238 da interpretarsi anche
con una disinvoltura sconcertante, in RMI, n. 8-9, agosto-settembre 1960. 235 C. A. Viterbo, Lantisemitismo di Mussolini, in Israel, n. 41, 10 agosto 1961. 236 E. Camaschella, I rapporti italo-tedeschi e il problema degli ebrei in Italia 1922-1938, in RMI, n. 19, ottobre 1961. Sul dialogo italo-tedesco si veda M. Michaelis, La politica razziale fascista vista da Berlino. Lantisemitismo italiano alla luce dei documenti inediti tedeschi (1938-1943), in Storia contemporanea, n. 6, 1980, R. Pommerin, Le controversie di politica razziale nei rapporti dellAsse Roma-Berlino (1938-1943), in Storia contemporanea, n. 4-5, 1979. 237 G. Neppi Modona, Gli ebrei in Italia durante il Fascismo, in Ha-Tikw, n. 4, aprile 1961. 238 Quaderni della FGEI, G. Valabrega (a cura di), Gli ebrei in Italia durante il fascismo, Torino, 25 aprile 1961. Lopuscolo prevedeva tre sezioni: la prima composta dai seguenti contributi di G. Luzzatto, Gli Ebrei in Italia dalla marcia su Roma alle leggi razziali, A. Luzzatto, La Comunit in Italia durante il fascismo, G. Valabrega, Prime notizie su La Nostra bandiera; la seconda dedicata invece alla pubblicazione di Memorie e documenti con i contributi di L. Levi, Antifascismo e Sionismo: convergenze e contrasti (note e ricordi sui fermi torinesi del 1934), I. Kalk, I campi di concentramento italiani per ebrei profughi: Ferramonti di Tarsia, G. Funaro, Vicende dellorfanotrofio israelitico di Livorno dopo l8

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come un atto di accusa da parte del mondo giovanile nei confronti della generazione adulta che per troppo tempo ha ignorato il triste capitolo persecutorio e di come visse essa stessa sotto il fascismo. Siamo venuti a conoscenza che ci furono ebrei fascisti e che ce ne furono antifascisti e che la maggioranza fu di qualunquisti. Se essi hanno sbagliato, questo sbaglio lo hanno pagato amaramente perch la mancanza di una coscienza politica e democratica conduce all accettazione supina anche di un regime come quello fascista239. Dei vari scritti presenti allinterno del fascicolo, quello firmato da Guido Valabrega quello che desta pi attenzioni e discussioni, illustrando le differenti reazioni e i vari comportamenti che comunit israelitica italiana tenne sotto il regime; e invece di scoprirsi tutti partigiani e antifascisti, si viene a sapere, leggendo il saggio di Valabrega, che la maggioranza degli Ebrei, tranne luminose eccezioni, tennero un contegno scialbo e passivo e che lunico movimento politico ebraico fu quello de La Nostra Bandiera. Le angherie che il regime inflisse agli Ebrei furono tante e dolorose e noi ci rammarichiamo che non si registr alcuna reazione da parte ebraica240. Inoltre la ricca documentazione pubblicata in appendice, induceva a ripensare il razzismo italiano su parametri in parte diversi da quelli che fino a quel momento si erano utilizzati, e permetteva di conoscere fenomeni ambigui come quello degli ebrei fascistissimi de La Nostra Bandiera che prima di allora non aveva avuto alcuna possibilit di palesarsi. Larticolo firmato da Leo Levi riguardante le affinit e divergenze fra il movimento sionistico e lantifascismo per il Quaderno241 suscit una pronta reazione da parte di Sion Segre che sebbene riconoscesse limportanza del Quaderno dal momento che esso rappresenta un primo passo per unindagine accurata sulla vita e sulle condizioni degli ebrei d Italia durante il fascismo, permetta lamico Leo Levi che si correggano alcune inesattezze nelle quali senza volerlo incorso. Egli, trattando dei processi svoltisi a Torino nel marzo del 1934 contro quindici antifascisti appartenenti al movimento di Giustizia e Libert, afferma che egli fu il principale protagonista ebreo di detti
settembre 1943, R. Bauer, Tre lettere a Nino Contini; la terza sezione prevedeva la pubblicazione di unefficace appendice che mostrava i poco noti esempi di legislazione razziale fascista, custoditi nellArchivio storico del Cdec. 239 E. Modigliani, Genitori sotto inchiesta, in Ha-Tikw, n.6, giugno 1961. 240 L. Neppi Modona, Gli ebrei e il Fascismo, in Ha-Tikw, n. 21, aprile 1961. 241 L. Levi, Antifascismo e sionismo, cit., pp. 59-61. Su tale questione si veda anche R. Jona, Antifascismo: vocazione dellebraismo?, in G. Valabrega (a cura di), Gli ebrei in Italia durante il fascismo, n. 3, 1963, cit., pp. 146-152.

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processi di Torino, mentre egli sa benissimo che insieme a lui cero anchio e tanti altri che adesso non sono pi; credo a differenza di lui che i processi torinesi siano stati il primo palese atto di politica antisemita del regime mussoliniano e che fra noi giovani, senza alcuna preparazione politica, solo pochissimi hanno saputo in seguito combattere a fondo e offrire la vita per il proprio ideale242. Le questioni sollevatesi con la pubblicazione di questo contributo toccavano molteplici aspetti di un passato a lungo rimosso e travisato nel suo rendersi -raramente- discorso pubblico; le vicende legate alleredit del passato fascista chiamavano in causa non solo la generazione che crebbe in quegli anni e i differenti atteggiamenti che essa assunse -o non assunse- davanti il regime, ma investiva direttamente il problema sulle modalit con cui la memoria di tale passato era stata trasmessa alle nuove generazioni, modalit sostanzialmente informate da un unico tipo di memoria -la lotta di Liberazione- che avevano trascurato di considerare tutta una vasta gamma di realt e di avvenimenti che composero la complessa e articolata esperienza fascista. Con luscita del libro di De Felice243 a distanza di pochi mesi dal primo Quaderno curato dalla Federazione giovanile, la conoscenza storica del periodo persecutorio si arricchiva di un fondamentale contributo che approfondiva ulteriormente i comportamenti tenuti dagli ebrei sotto il regime fascista, facendo emergere anche aspetti poco piacevoli della vicenda che provocarono negli ambienti giovanili accese reazioni verso la generazione dei padri che al pari di tutti gli altri italiani, ebbero una condotta mostruosa rendendosi schiavi e servi di una dittatura che li perseguitava. Tutti i giovani devono leggere questo libro affinch evitino di commettere gli stessi sbagli dei genitori244; altres
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S. Segre Amar, Sopra alcune inesattezze storiche intorno alle passate vicende degli ebrei dItalia, in RMI, n. 5, maggio 1961. 243 Come gi accennato nellIntroduzione del presente studio, la Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo pubblicato dallEinaudi nel dicembre 1961 con unintroduzione scritta da Delio Cantimori, purtroppo non pi pubblicata nelle edizioni successive- venne commissionata allo storico reatino direttamente da Sergio Piperno, presidente dellUnione delle Comunit Israelitiche Italiane, con il chiaro proposito di giungere tramite tale opera ad una divulgazione e conoscenza storica, fino allora pressoch inesistente, intorno alle vicende occorse alla comunit ebraica della penisola negli anni del regime fascista. Si veda a riguardo gli studi di P. Chessa, F. Villari (a cura di), Interpretazioni su Renzo De Felice, Milano, Baldini&Castoldi, 2002, P. Simoncelli, Renzo De Felice: la formazione intellettuale, Firenze, Le Lettere, 2001, A. Ventura, Renzo De Felice: il fascismo e gli ebrei, in id. (a cura di), Incontro di studio sullopera di Renzo De Felice, Roma, Giunta centrale per gli studi storici, 2000, pp. 34-57. 244 L. Neppi. Modona, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, in Ebrei dEuropa, n. 28, gennaiofebbraio 1962. Sul libro di De Felice si vedano anche le riflessioni espresse da G. Valabrega, Reazione sociale, razzismo, antifascismo. Spunti di ricerca e discussione, in id., (a cura di), Gli ebrei in Italia durante il fascismo, n. 3, cit., pp. 19-31, id., Ebrei fascismo sionismo, Urbino, Argalia, 1974, pp. 90-93.

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interessante notare come persisteva una certa resistenza nellammettere che in Italia era presente un antisemitismo autonomo e svincolato da quello nazista e che la legislazione razziale risultava posta in essere per unica volont individuale del governo italiano. Anna Colombo scriveva, ad esempio, che per lautore lantisemitismo sarebbe stato abbastanza diffuso in Italia anche prima del 1938; eppure noi non ne ricordiamo alcuna traccia. E la campagna di stampa su cui si diffonde De Felice? Ma via, sotto il fascismo gli italiani di giornali leggevano soltanto le notiziole e poi quanti li leggevano?245. Per qualcuno appariva addirittura sconcertante il fatto che lautore non parli di tutto loro tedesco versato a Roma per far scatenare la campagna razziale anche nel nostro paese. Si dovrebbe parlare di Ebrei italiani sotto il nazismo perch i fascisti di questo non furono che dei servitorelli untuosi. Non per nulla lantisemitismo ufficiale si apre con un massiccio intervento dello stesso Hitler sulla rivista Vita Italiana di Preziosi. Deve esserci da qualche parte una documentazione che testimoni la corrispondenza fra Hitler e Mussolini e di come il primo obblig il secondo ad adeguarsi alla propria politica antisemita246. Un giudizio pi pacato ed oggettivo si riscontra nella recensione firmata da Giorgio Romano il quale considerava positivo il fatto che il libro citi senza esitazioni gli esponenti della Chiesa cattolica o personaggi oggi molto in vista della Dc che si macchiarono di odio antisemita. Lautore tuttavia non tace le sue critiche nei confronti degli ebrei pavidi o propensi a tutti i compromessi. E tesi comune che il razzismo italiano sia stato imposto da Hitler a Mussolini; il De Felice invece confuta questa tesi e sostiene che il Capo del governo, senza alcuna pressione esterna, decise la discriminazione per bieco servilismo247. La reticenza dimostrata da alcuni settori del mondo ebraico italiano nellaccogliere pacificamente la versione defeliciana dei fatti, non deve troppo stupire se si tiene presente che la storiografia iniziava proprio allora, a partire dalla pubblicazione di questa opera, a rivisitare criticamente quei luoghi comuni che da una parte dipingevano lItalia come paese occupato, derubricando cos dalla propria storia nazionale qualsiasi
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A. Colombo, Gli ebrei italiani e il fascismo, in Bcim, n. 6, febbraio 1962. L. Neppi Modona, Gli ebrei italiani sotto il fascismo, in Ebrei dEuropa, n. 28, gennaio- febbraio 1962. 247 G. Romano, Gli ebrei e il fascismo, in RMI, n. 2, febbraio 1962. La medesima recensione apparve anche su La Voce, n. 1, febbraio 1962. Si veda anche lo scritto sullopera defeliciana di C. Vivanti, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, in Studi storici, n. 4, 1962, pp. 889-906 che in anni relativamente recenti ha riformulato sulla medesima testata, cfr., C. Vivanti, Nellombra dellOlocausto, in Studi storici, n. 29, 1988, pp. 805-810.

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responsabilit politica e morale in merito alla persecuzione antiebraica dal momento che essa stessa si trovava in balia di leggi straniere, e dallaltro come un luogo in cui la popolazione civile seppe riscattare con il proprio umano e misericordioso atteggiamento verso i perseguitati, lonta di quei pochi connazionali che dimostrarono essere servi fedeli dell invasore. Ora, il libro di De Felice scardinava proprio questa mentalit cronologica, analizzando le differenti e contraddittorie fasi che caratterizzarono i rapporti che la dittatura fascista instaur con la minoranza israelitica a partire dal 1922 fino ad arrivare alla svolta del 38 con la promulgazione delle leggi razziali che non risultavano essere poi cos improvvisate n tanto meno imposte da agenti esterni. In questo caso si pu realmente parlare di rimozione di un passato che per troppo tempo era rimasto silente o se reso pubblico lo si era comunque presentato con tutto quel corollario di interpretazioni assolutorie e retoriche funzionali pi adatte a soddisfare le esigenze di una nazione in cerca di unautorappresentazione conciliativa e rassicurante, piuttosto che al campo della ricerca storiografica. Il peso di Auschwitz248 ha per lungo tempo inficiato una rivisitazione oggettiva dello svolgersi dei fatti antecedenti l 8 settembre 1943, e ancor oggi, come nota Roberto Finzi249, la logica del dopo che fa apparire il prima come un capitolo s umiliante e tragico, ma che risulta essere blando se messo a confronto con lorrore dei campi di sterminio. La legislazione razziale del 38 perci unutile occasione che permette di ripercorrere e riaffrontare due nodi dellitaliano del Novecento: da una parte la retorica dellidentit nazionale, dallaltra laggiornamento di quelle stesse tavole di identit su cui si storicamente espressa la
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Lefficace espressione di Michele Sarfatti il quale aggiunge che lassunzione di Auschwitz a metro di paragone unico ha comportato la rinuncia a collocare l antiebraismo fascista allinterno della vasta realt extratedesca dellepoca, e cio ad esempio a non soffermarsi sul fatto che nellautunno del 1938 e nella realt sopraspecificata, la legislazione persecutoria varata da Mussolini fu di gran lunga la pi grave e la pi articolata, M. Sarfatti, Il volume 1938. Le leggi contro gli ebrei e alcune considerazioni sulla normativa persecutoria, in La legislazione antiebraica, cit., pp. 47-54. Sul pericolo della monumentalizzazione di Auschwitz si vedano anche A. Nirenstein, Rassegnazione-coraggio. Perch Dio lo ha permesso, in AA. VV., La Sho ah tra interpretazione e memoria, Napoli, Vivarium, 1998, pp. 109-124, S. Trigano, Gli ebrei come popolo alla prova della Shoah, in Pards. Pensare Auschwitz, cit., pp.199-225. 249 R. Finzi, L universit italiana e le leggi antiebraiche, cit. Nota lautore che nellintervista fatta a Primo Levi da Nicola Caracciolo, egli domandava se non aveva avuto limpressione, prima di quella terribile esperienza ad Auschwitz, di aver vissuto in Italia circondato da un ambiente ostile. Scrive Finzi che la chiave sta in quel prima. Appunto: dopo lesperienza della soluzione finale, dopo che amici, parenti, vicini erano stati deportati, dopo tutto questo che immagine resta di un prima sostanziato di persecuzione e umiliazione, ma non dallorrore della Shoah in atto?, p. 33. Lintervista sopra menzionata di Primo Levi si trova in N. Caracciolo, Gli ebrei e lItalia durante la guerra 1940-1945, Roma, Bonacci, 1986.

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fisionomia dellitaliano come carattere nazionale e come rappresentazione250. Tuttavia, sebbene una certa fisionomia stereotipata dellitaliano rimanga inalterata nella coscienza collettiva nazionale, gli eventi internazionali -in primis il processo Eichmann251- e le opere storiografiche che vedono luce in questi anni, oltre allopera di De Felice, contribuiscono a dare una spinta decisiva nel tentare di interrogare un passato compromettente con domande parzialmente nuove. Guido Luzzatto scriveva nel corso del 1962 a Viterbo di una sua recente scoperta su Guido Piovene che firm sul Corriere della sera una recensione, datata il primo novembre 1938, sul libro di Telesio Interlandi contro gli ebrei. Per comprendere la bassezza e linfamia di questa recensione, bisogna conoscere Interlandi e la sua storia di cui lintellettuale Piovene rende volontariamente omaggio. Sicuramente Piovene dir che non poteva pensare a dove si sarebbe arrivati C gente che continua ad identificare nazionalisticamente nei tedeschi e soltanto nei tedeschi lantisemitismo che port al massacro 252. Da questo intervento si apre sulle colonne del settimanale romano un dibattito intorno al libro scritto, in piena campagna antisemita, dal direttore de Il Tevere 253, Contra Judeos, riaprendosi in tal modo il discorso intorno alla memoria delle leggi razziali e ai suoi zelanti esecutori254; un lettore di Israel indirizzava al direttore del settimanale in cui difendeva lintellettuale Piovene giacch egli una delle poche persone che, compromessasi gravemente con il fascismo, rinnega questo suo passato e dimostra sia
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D. Bidussa, Il mito del bravo italiano, cit., p. 67. Il pi volte citato processo Eichmann se da una parte sensibilizz lopinione pubblica sullorrore dei campi di sterminio nazisti, dallaltra, tramite le testimonianze delle vittime sul capitolo italiano, rafforz limmagine di un antisemitismo italico allacqua di rose (il termine di paragone sempre lantisemitismo nazista). Si veda a riguardo la relazione introduttiva del procuratore generale Gideon Hausner al processo Eichmann che liquidava lItalia come paese occupato e dunque privo di una sua interna e indipendente legislazione antisemita, Cfr. G. Hausner, Sei milioni di accusatori. Saggio introduttivo di Alessandro Galante Garrone, Torino, Einaudi, 1961. 252 G. L. Luzzatto, Il fenomeno delloblio, in Israel, n. 29, 3 maggio 1962. Unapprofondita panoramica sul contributo dato dallambiente intellettuale italiano allineato alla politica razzista del regime dalla guerra dEtiopia alle leggi razziali si trova in Centro Furio Jesi (a cura di), La menzogna della razza. Documenti e immagini del razzismo e dellantisemitismo fascista, Bologna, Grafis Edizioni, 1994; su intellettualit e regime M. Isnenghi, Intellettuali militanti e intellettuali funzionari, Torino, Einaudi, 1979, G. Turi, Il fascismo e il consenso degli intellettuali, Bologna, Il Mulino, 1980, id., Ruolo e destino degli intellettuali nella politica razziale del fascismo, in La legislazione antiebraica, cit., pp. 95-122, L. Mangoni, Linterventismo della cultura: intellettuali e riviste del fascismo, Roma, laterza, 1974, id., Civilt della crisi. Gli intellettuali fra fascismo e antifascismo, in F. Barbagallo (a cura di), Storia dellItalia repubblicana I. La costruzione della democrazia. Dalla caduta del fascismo agli anni cinquanta, Torino, Einuadi, 1994, pp. 617-718. 253 La campagna antisemita scatenata da Telesio Interlandi e dal suo giornale fin dal 1934 ben trattata in R. De Felice, Storia degli ebrei, p. 140 e passim. 254 Cfr. L. Morpurgo, Rileggendo vecchie carte, in Israel, n. 30, 10 maggio 1962.
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con la lettera inviata ai giovani della Fgei, sia con altri atteggiamenti coraggiosi di aderire oggi a convinzioni politiche molto diverse da quelle fasciste. Perch prendersela dunque con Piovene quando si pubblicamente ravveduto e autocriticato? Perch non ci si indigna per il fatto che Israel continua a citare gli argomenti tratti dal Corriere della sera giornale tanto antifascista da aver ripescato come corrispondente dallArgentina quel Deodato Foa che fu il direttore de La Nostra Bandiera? 255. Pi avanti verr riportata la lettera che Piovene scrisse alla Federazione giovanile italiana in difesa della sua attivit svolta durante il regime fascista; per il momento interessa seguire il dibattito che su Israel non sembra essere giunto a conclusione: in un ambiguo e tormentato articolo Guido Lopez si presentava come un amico di Guido dal 1950 e in tutti questi dieci anni di conoscenza non sono mai riuscito a farlo parlare del suo dolente passato per un solo motivo: pudore. Ma nella lettera aperta da lui inviata ai giovani della Fgei notai che accanto a una sofferta lucidit cera pure una certa reticenza scrivendo che la persecuzione antiebraica stata motivo di infinita vergogna per quegli adulti che non lhanno combattuta e soprattutto per quelli che prestarono la loro opera alla turpe stampa dellepoca. Manca in questa frase laggiunta : e io ero con loro. Uguale reticenza vedo nel suo definire passivo il proprio atteggiamento del 1938. Passivo? In campo antiebraico latteggiamento di Piovene fu nel novembre del 1938 pi che passivo. Una colpa commessa -e ammessa- ha necessit, per riscattarsi internamente, di bruciare tutte le sue scorie: Piovene non sembra arrivato a tanto, almeno nei nostri riguardi. Ma fare un gran mescolone di lui con i Preziosi e gli Interlandi, a me sembra solo frutto di unimpulsiva confusione di termini256. Una vicenda individuale e circoscritta, come quella di Piovene, ha la capacit di sollevare molteplici questioni che non interessano soltanto i corifei antisemiti di ieri riproporsi nel presente intellettuali con un passato riscritto e riveduto, ma che vanno ad intrecciarsi anche con gli articolati e sfumati comportamenti tenuti dagli ebrei stessi, che non furono tutti monoliticamente connotati da spirito antifascista, l dove si ricorda che ci furono pure correligionari tanto fascisti da dare vita a un movimento come quello de La Nostra Bandiera, sul quale si era steso un vero e proprio velo di silenzio per lungo tempo. Piovene, dal canto suo, aveva indirizzato alla Federazione giovanile ebraica la
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E. Garancini, Uno dei pochi che ha cambiato opinione, in Israel, n. 32, 31 maggio 1962. G. Lopez, Piove su Piovene, in Israel, n. 32, 31 maggio 1962.

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seguente lettera, che seppur lunga, merita di essere trascritta interamente perch essa rappresenta uno dei rarissimi casi in cui un intellettuale fece una propria resipiscenza pubblica. Sono venuto a conoscenza scriveva Piovene- di un discorso pronunciato a Torino, durante il Convegno dello scorso aprile, da Guido Ludovico Luzzatto nel quale a proposito della persecuzione antisemita in Italia si citano alcuni miei articoli scritti durante il periodo fascista e specialmente quello scritto sul libro di Interlandi. Io non intendo smentire questo mio passato; vi per uninesattezza quando loratore dice che la mia amicizia con Eugenio Colorni fu troncata; infatti fu soltanto sospesa. Riprese molto pi profonda a Roma sotto loccupazione tedesca, nella casa in cui venne spesso ad abitare da me fino a quando fu ucciso alcuni giorni prima della Liberazione. Giudicare il proprio passato oggi un atto che si compie per volont di chiarezza intellettuale, per mettere la propria azione presente su basi giuste. Comincio col dire quello che non amo affatto. Detesto il convertito, mi piace luomo che cambia per maturazione di coscienza morale ma detesto un certo genere di autocritica. E quella pseudo-analitica che nella prolissit annega nellambiguo e mentre finge di mettere lanimo a nudo, ha qualcosa di recitato. Questa autogiustificazione opportunistica, intellettualmente mediocre che porta a rilanciare la colpa degli errori su cento cause: lambiente, la mancanza di prospettive valide nella societ eccetera. Per quanto mi riguarda io accetto tutti i miei errori e li accetto come miei; la denuncia di Luzzatto una denuncia onesta: i cedimenti degli intellettuali della mia generazione non furono dovuti nella maggioranza dei casi ad una passione politica ma alla mancanza di passione politica che li spingeva al compromesso. Laver commesso errori per pigrizia intellettuale, per condiscendenza allambiente e per mancanza di coraggio, non mi autorizza a commetterli unaltra volta; oggi posso dire di essermi completamente slegato da quegli errori257. Un testo piuttosto contraddittorio quello firmato da Piovene in cui accanto a un pubblico mea culpa si affiancava una presa di distanza dalla generazione degli intellettuali ufficiali del regime l dove si nota che dalla prima persona usata in precedenza, passava alla terza plurale marcando la lontananza che separava la propria vicenda personale da quella altrui. In un certo senso riabilitava se stesso sottolineando laiuto dato nel momento del bisogno allamico partigiano-ebreo
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Una lettera di Guido Piovene: agli amici della Fgei, in Quaderni del Cdec, G. Valabrega (a cura di), Gli ebrei in Italia durante il fascismo, n. 2, Milano, marzo 1962.

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Colorni; a tal proposito viene in mente laneddoto raccontato da Giancarlo Sacerdoti nella sua autobiografia in cui racconta di suo padre che, in piena campagna antisemita, simbatt incidentalmente per strada nel gerarca fascista Dino Grandi che lo apostrof dicendogli Ciao Sacerdoti, non riconosci un vecchio amico?258. Gli italiani, pi o meno fascisti, pi o meno antisemiti, sembravano agire in maniera scissa a seconda del contesto in cui si trovavano ad operare, e per riprendere lefficace espressione impiegata da Finzi, vi era una sfera di vizi pubblici e una di private virt le quali erano espressione del convincimento della bont del singolo conoscente ebreo, cos diverso dagli ebrei in generale, cos poco ebreo!259. Il fatto di avere aiutato un amico, incidentalmente ebreo verrebbe da sostenere, era presentato da Piovene come prova di una sua evidente immunit dal verbo antisemita, facendo risultare larticolo apologetico scritto sul libro di Interlandi, sebbene biasimato dallautore stesso, un incidente di percorso, uno sbaglio per cos dire di giovent. Probabilmente losservazione pi completa su ci stata scritta da Paolo Alatri che recensendo la dibattuta autobiografia di Ruggero Zangrandi, Il lungo viaggio attraverso il fascismo, sulla rivista Belfagor esprimeva la personale condivisione con il pensiero di Giancarlo Pajetta quando afferma che il processo di accettazione del fascismo e il processo di liberazione dal fascismo stesso riguardano tutte le generazioni; non vero che esistono soltanto i giovani i quali prima sono tutti innocenti e poi scoprono che il fascismo una menzogna. Ci furono anche degli adulti la cui posizione passata attraverso varie fasi. Il caso di Guido Piovene mi sembra un caso tipico della giustezza di tale osservazione; Piovene proprio luomo della generazione di mezzo. Comp allora errori, anche molto gravi, ma li ha scontati con unazione coraggiosa e coerente, presentando pubblicamente il mea culpa tramite la lettera da lui scritta e indirizzata ai giovani della Federazione Giovanile Ebraica Italiana in cui non fa mistero del proprio scomodo passato fascista260. La Federazione giovanile, sulla scia anche di tali echi, avviava una campagna dinformazione261 volta ad individuare i nomi di quei giornalisti che a partire dal 1938
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G. C. Sacerdoti, Ricordi di un ebreo bolognese. Illusioni e delusioni 1929-1945, Roma, Bonacci, 1989, p. 129. 259 R. Finzi, L universit, cit., p. 36. 260 P. Alatri, Lungo viaggio attraverso il fascismo, in Belfagor, n. 4, 1962, pp. 470-476 261 Cfr. S. Di Castro, Antisemiti di ieri giornalisti di oggi, in Ha-Tikw, n. 2, febbraio 1962, Id., Lantisemitismo di ieri giornalisti di oggi, in Ha-Tikw, n. 3-4, marzo-aprile 1962. In questultimo

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presero parte alla campagna razzista e che nel presente continuavano ad esercitare indisturbati la propria professione pubblicistica come oltre al gi citato Guido PioveneAlfio Russo, Giovanni Ansaldo, Antonio Lovato262. E sar sempre opera della Federazione giovanile la pubblicazione del secondo e del terzo Quaderno, con la collaborazione del Cdec, curato da Guido Valabrega263, usciti rispettivamente nel 1962 e nel 1963, redatti con lintento di testimoniare, tramite una ricca documentazione a riguardo, la vicenda storica della comunit ebraica nella penisola, con particolare attenzione per il periodo fascista e per il movimento antifascista. Il 1968, il trentennale delle leggi razziali, per cos dire una banco di prova per verificare se i contribuiti storiografici sopra delineati abbiano o meno sollecitato una rielaborazione pi articolata e corretta, rispetto al decennio precedente, intorno al periodo antisemita fascista. Partendo dalla quantit di articoli reperiti, si constatato che la ricorrenza venne rievocata solo da alcune testate; se Israel si limitava a commemorare solamente il massacro del 16 ottobre264, Ha-Tikw preferiva dedicare un lungo scritto alla rivolta del ghetto di Varsavia265 e nessuno riguardo alla politica razziale del 38; il mensile Shalom che si assumeva limpegnativo compito di ricordare alla comunit ebraica della Penisola la data storica della sua persecuzione. In un lungo articolo si leggeva che il problema ebraico in Italia non esisteva, fu uninvenzione tutta fascista. Allinizio del 1938 i giornali italiani assunsero posizioni talmente estremiste da travalicare le stesse intenzioni del governo; gli intellettuali, dopo il famoso Manifesto della razza,
scritto si osservava a ragione che questo il vergognoso passato di alcuni fra i pi noti giornalisti dellItalia odierna. Queste sono state alcune premesse ideali per lo sterminio di sei milioni di ebrei. 262 Per uno studio generale sulla stampa del regime fascista si rimanda a N. Tranfaglia P. Murialdi M. Legnani, La stampa nellet fascista, Roma, Bonacci, 1980; per le vicende dei nomi citati nel testo si veda P. Murialdi, Storia del giornalismo italiano, Bologna, Il Mulino, 1996, pp. 141-184; per linteressante ed emblematica vicenda biografica di Giovanni Ansaldo si veda F. Balloni, Il Telegrafo di Livorno, in Razza e fascismo, cit., pp.274-285, nonch le memorie autobiografie del giornalista, Cfr. G. Ansaldo, Diario di prigionia, Bologna, Il Mulino, 1993. La reintegrazione di quei giornalisti antisemiti che nellItalia repubblicana svolsero incarichi di comando allinterno di testate nazionali ben tracciata da V. Castronovo, N. Tranfaglia, La stampa italiana dalla Resistenza agli anni sessanta, Roma-Bari, Laterza, 1980 263 G. Valabrega (a cura di), Gli ebrei in Italia durante il fascismo, n. 2, cit., G. Valabrega (a cura di), Gli ebrei italiani sotto il fascismo, n. 3, Milano, marzo 1963. Spiega Valabrega nel secondo numero dei Quaderni che mentre iniziamo la diffusione di questa raccolta di saggi e documenti, si sta svolgendo in Italia uninteressante discussione intorno al volume di De Felice che in maniera organica ed approfondita delinea un panorama complessivo delle vicende degli israeliti italiani nel ventennio fascista sulle quali alcuni mesi or sono abbiamo incominciato a parlare, in Gli ebrei n. 2, cit., p. 3. 264 Ricordiamo con amore i martiri di 25 anni fa, in Israel, n. 4, 17 ottobre 1968. 265 M. Novitch, 25 anniversario di Varsavia, in Ha-Tikw, n. 4, maggio 1968.

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rincorsero il carrozzone timorosi di perderlo. Lantisemitismo militante fu assolto dagli studenti che pi che dissenso manifestarono un fedele assenso. E gli altri? Il popolo italiano nella sua maggioranza reag negativamente alle leggi razziali, mentre gli intellettuali si gettarono nel fango della vilt e della menzogna, insieme ai Guf, ai giornalisti e mentre tutta questa gente si prostituiva, la gente comune misur dalle discriminazioni odiose verso gli ebrei tutta la nefandezza del regime fascista. E a questa gente comune alcuni anni dopo gli ebrei italiani e stranieri dovettero in buona misura la salvezza266. Interessante e coraggioso risulta essere il discorso inerente alla responsabilit e allappoggio dato dal ceto intellettuale alla campagna antiebraica; altrettanto controcorrente lattacco mosso al mondo giovanile gufino che la storiografia insieme alla memorialistica degli stessi ex-Guf dipingevano genericamente come ambiente di dissenso e di potenziale antifascismo267, mentre nello scritto di Shalom era individuato come uno dei maggiori centri propagandistici del verbo antisemita268. A queste nuove polemiche, facevano tuttavia riscontro elementi di acriticit nel giudizio formulato sullatteggiamento solidale tenuto in quel frangente dalla popolazione italiana nei riguardi della minoranza perseguitata, che, bene ripeterlo, ci fu senza ombra di dubbio e che ebbe occasione di manifestarsi in pi di una circostanza, ma che altrettanto sicuramente tale atteggiamento non appartenne allintera collettivit nazionale che ebbe le proprie zone dombra o per usare lespressione efficace di Primo Levi, la propria proteckja. La memoria delle leggi razziali era di difficile trasmissione alle giovani generazioni e uno scritto apparso sul Bollettino della comunit di Milano, scritto da una testimone di quel buio periodo, osservava amaramente che di quel terribile 1938 alle nuove generazioni rimasto ben poco, lo ignorano e ci accusano di aver subito senza rivoltarci, di esserci lasciati infamare, imprigionare da leggi disumane, noi Ebrei Italiani da due, tre generazioni immessi e immersi nel clima di libert. Ci aveva commosso il
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L. Tas, Il Gran Consiglio del fascismo, in Shalom, n.7, luglio 1968. Si vedano soprattutto le memorie di R. Zangrandi, Il lungo viaggio attraverso il fascismo. Contributo alla storia di una generazione, Milano, Feltrinelli, 1962, F. Gambetti, Gli anni che scottano, Milano, Mursia, 1967, U. A. Grimaldi, Autobiografia di giovani del tempo fascista, Brescia, Morcelliana, 1947. La versione di un antifascismo esistenziale nato in ambiente giovanile stato elaborato in sede storiografica da G. Quazza, Resistenza e storia dItalia. Problemi e ipotesi di ricerca, Milano, Feltrinelli, 1976. 268 Per uno studio critico e approfondito sulla multiforme realt giovanile legata ai Guf si rimanda al bel saggio di S. Duranti, Gli organi del Guf, in Razza e fascismo, cit., pp. 367-414, in cui si mette in rilievo come soltanto unesigua minoranza gufina sia stata una vera e propria palestra di antifascismo militante, p. 367-414.

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martirio dei nostri fratelli tedeschi iniziato nel 1933 ma non si riteneva che questo potesse accadere in Italia, il cui Risorgimento aveva dato liberalit alla minoranza ebraica. Ma dopo il patto d acciaio si insediarono al Ministero degli Interni gli specialisti tedeschi in materia razziale e di l prese avvio la nostra persecuzione269. Fra i sopravvissuti, ma non solo fra essi, si faceva fatica a formulare un giudizio oggettivo sul ruolo giocato, indipendentemente e volontariamente, dal governo fascista nella decisione di dare al paese una legislazione razziale antiebraica, ancora rimaneva il nobile passato liberale del Risorgimento che permise luscita dai ghetti e una completa parificazione giuridica e civile degli ebrei, un passato che sembrava invalidare una corretta comprensione delle vicende verificatesi dal 1938 in poi nella penisola, e che veniva collegato al presente attraverso il paradigma del secondo Risorgimento270incarnato dalla Resistenza; il periodo fascista e con esso liniqua legislazione razziale risultava come una vicenda storica isolata e affatto parentetica in relazione alla storia dellItalia unita che sembra progredire senza soluzione di continuit. Nel ventennale dellemanazione delle leggi razziali la ricorrenza verr impostata seguendo percorsi in parte differenti da quelli tracciati nel decennale, lasciando cio da parte il discorso reintegrativo dei singoli razzisti nella societ italiana, preferendo piuttosto rivolgere lattenzione sulle pronte reazioni che la collettivit ebraica italiana seppe dimostrare dopo tante sciagure, risorgendo e riorganizzandosi come comunit. Il settimanale Israel data il 15 luglio del 1938 linizio della persecuzione degli ebrei con la pubblicazione del Manifesto della razza mentre qualche giorno dopo veniva costituita presso il Ministero degli Interni la Direzione Generale di Demografia e
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A. Perugia, Quei giorni, in Bcim, n. 1, ottobre 1968. Sulla polemica nata sul finire degli anni Cinquanta intorno alla Resistenza interpretata da pi parti come secondo Risorgimento, il rimando dobbligo a C. Pavone, Le idee della Resistenza: antifascisti e fascisti di fronte alla tradizione del Risorgimento, in Passato e Presente, Firenze, n. 11, 1959. A riguardo scrive Bidussa che il monumentalizzarsi della Resistenza come secondo Risorgimento ha permesso una rielaborazione mitica dellantisemitismo fascista. Ci che si attende allindomani della liberazione da parte della societ italiana non solo che avvenga il rientro in essa degli ebrei italiani, ma che questo processo avvenga senza soluzione di continuit, naturalmente. Tale mito si sostanzia nel secondo dopoguerra di due immagini: quella dello straniero occupante sconfitto e quella della rigenerazione universale di tutti gli italiani. La riammissione degli ebrei nella societ civile italiana assunta pi che come terza emancipazione, come riconferma del modello della cultura della seconda emancipazione: ovvero che labolizione delle leggi razziali sia incorporata nellequazione Resistenza=Risorgimento, e perci sia assunta ed equiparata allabolizione dei ghetti, a riconferma di un carattere vero e autentico degli italiani naturalmente non razzisti, in Razzismo e antisemitismo, cit., n. 7, p. 11.

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Razza, arrivando piano piano alla confisca dei beni e purtroppo anche alla deportazione e allannientamento fisico. Vogliamo tuttavia far credito allItalia e alla maggioranza degli italiani; vogliamo mettere quegli orrori in conto alla pressione giunta doltralpe, alla nefandezza di pochi gregari. Vogliamo celebrare un ventennale di pacificazione. In fondo al cuore ci sentiamo rivendicati dalla nemesi storica che ci ha fatto uscire vivi dalla bocca dei forni crematori per assistere alla rovina dei nostri persecutori271. Rimane primaria la preoccupazione di non mettere sottaccusa lintero popolo italiano e di non vederlo coinvolto nella politica razzista voluta e organizzata da pochi gregari, ma si ha pure una visione consequenziale dello sterminio ebraico che non giunse ad essere operante in Italia a partire dall8 settembre del 1943 per volont nazista, ma che fu accuratamente preparato da unintera legislazione antiebraica che permise successivamente agli invasori di concretizzare con successo i loro piani sterminatori272. Continuava sulla medesima testata la rievocazione dei vari decreti razzisti emanati dal governo fascista nel 1938: con i due Regi Decreti Legge del 19 e 20 novembre si apr con essi e altri successivi un umiliante e doloroso periodo della vita millenaria e gloriosa degli Ebrei in Italia; esso ebbe la durata di un quinquennio e travolse la vita di 8000 dei nostri correligionari. A ventanni di distanza ricordiamo i decreti che non possono essere disgiunti dagli eccessi pi terribili che ne furono il logico e naturale sviluppo. A voi fratelli italiani diciamo che avete il diritto di chiedere che non si sovrapponga del tutto lallucinata faccia del demente teutonico sterminatore al mite, civile e caro volto dellItalia273. Non si omette di sottolineare che la maggiore responsabilit della Shoah cadeva sul popolo tedesco che ne fu il principale esecutore; tuttavia si evidenziava a chiare lettere che i provvedimenti italiani del 38 furono fondamentali nel coltivare un terreno adatto ad accogliere la messa in atto del genocidio
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C. A. Viterbo, Ventanni, in Israel, n. 42, 17 luglio 1958. Il corsivo nel testo. Scrive Hilberg: Un processo di distruzione possiede una struttura intrinseca. Un gruppo da solo non pu essere distrutto che in un solo modo. Loperazione comporta tre fasi organiche: DefinizioneConcentrazione-Annientamento. Tale la struttura invariabile del processo di base, nessun gruppo poteva essere ucciso senza che le vittime fossero arrestate o concentrate, e nessuna vittima avrebbe potuto essere oggetto di segregazione se lagente del processo non avesse saputo prima che apparteneva al gruppo, in La distruzione degli ebrei dEuropa, cit., p. 1080. 273 M. Savaldi, Ventanni dopo, in Israel, n. 10, 20 novembre 1958. I due R. D. L a cui si riferisce larticolo, sono quelli emanati rispettivamente il 19 novembre 1938 titolato Per la difesa della razza italiana e il 20 novembre 1938 titolato Integrazione e coordinamento in un unico testo delle norme gi emanate per la difesa della razza nella scuola italiana. Cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei, cit., pp. 344-379; M. Sarfatti, Mussolini contro gli ebrei, cit., pp. 53-74.

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nazista; in ultima istanza si assolvevano gli italiani dalla vergognosa politica antiebraica rimanendo caratterizzati da tutte quelle virt di umanit e fraternit che si sono gi riscontrate in pagine precedenti, sebbene qui la retorica nazionale sia affiancata da una riflessione storica sul periodo persecutorio italiano che costituisce senzaltro una novit. E probabilmente lo scritto di Guido Lodovico Luzzatto che contiene una riflessione storica analizzata con maggior lucidit e chiarezza, sforzandosi di non ricorrere al paradigma italiani brava gente e di non cancellare dalla storia nazionale i provvedimenti antiebraici decretati dal regime fascista: gli aiuti della popolazione italiana si legge- e quelli dellesercito italiano in Francia, in Jugoslavia, in Grecia, agli ebrei minacciati di morte, e lo stesso paragone con gli orrori estremi di Auschwitz, sembrano che abbiano fatto dimenticare la gravit dellimprovvisa legislazione antisemita e della sfrenata campagna di diffamazione del 1938-1939. Eppure nella sua irrazionalit e estremit quel fatto non dovrebbe essere cancellato dalla coscienza. Esso viene presentato da molti come un fenomeno complementare dellazione nazista; ma se fu possibile in Italia, esso dovrebbe collegarsi coi fatti avvenuti nel corso della storia e che spesso ebbero carattere stupefacente perch non preparati da un diffuso stato danimo e quindi da una forte discriminazione preesistente. Il negare tutto questo sintomo di una pusillanimit e di una debolezza morale non diversamente deplorevole di certe incresciose attitudini di diffidenze, e quindi di palese timore, nei fratelli tragicamente perseguitati in Polonia. Un rappresentante del pensiero liberale italiano, Benedetto Croce, invita, da buon antisemita, gli ebrei a dissolversi, ad assimilarsi completamente. Eppure alcuni ebrei italiani che nel 1937, un solo anno prima della campagna antisemita, non solo tentarono quella strada in Italia ma la dichiararono apertamente possibile.Un fatto mi sembra caratteristico: nella vita politica e parlamentare dellItalia prefascista erano tanti i nomi ebraici; nel periodo dopo il fascismo risultano pi frequenti proprio i figli di madre ebrea ma con cognome non ebraico. Perch?274. Non questa la sede per fornire una risposta adeguata allinterrogativo con cui termina larticolo di Luzzatto; tuttavia, esso solleva una questione che metteva direttamente in discussione quella conclamata continuit storica e politica fra Italia liberale e repubblicana che probabilmente risult essere ununit pi dichiarata che perseguita concretamente.
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G. L. Luzzatto, A proposito dellantisemitismo nella storia dItalia, in RMI, n. 8, agosto 1968.

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IV. Una memoria visiva: i monumenti Il 13 luglio, in presenza delle autorit ebraiche italiane, delle autorit civili e militari e politiche italiane, Milano ebraica inaugurer il Monumento al Sacrificio ebraico nel cimitero monumentale israelitico. Dodici salme di martiri ebrei caduti nei luoghi della deportazione sono state inumate alla base del monumento275. Voluto e ideato da Raffaele Cantoni276 e portato a termine dal successivo presidente della comunit milanese Sally Mayer, il monumento milanese, eretto a simbolo della tragedia abbattutasi sullebraismo italiano ed europeo durante il periodo delle persecuzioni, , da quanto risulta, il primo ad essere eretto in Italia e dunque esso costituisce un efficace punto di partenza per svolgere una riflessione intorno al tema della trasmissione visiva della memoria della Shoah. Innanzi tutto stupisce la precocit con cui la comunit milanese si apprestava a concretizzare uniniziativa del genere, essendo passati soltanto due anni dalla fine della guerra, quando ancora la ricostruzione materiale delle strutture comunitarie era una realt pressante e presente che lasciava poco spazio a progetti non direttamente interessati a tale ricostruzione. Motivato da unindubbia volont di testimoniare il martirio del proprio popolo, lebraismo milanese si rendeva pioniere di uniniziativa che verr seguita, nel corso degli anni, da altre comunit italiane, costituendo una sorta di punto di riferimento e di modello da seguire. La funzione e il precipuo messaggio che il memoriale milanese conteneva in s era descritto da Giuseppe Ottolenghi sul Bollettino ebraico milanese, il quale spiegava che il Monumento dedicato al sacrificio degli ebrei dItalia e alla inaugurazione ha partecipato una larga rappresentanza della popolazione milanese non ebraica. Questo monumento un sacro simbolo che gli ebrei italiani, scampati alla distruzione e allannientamento, hanno eretto per ricordare i loro fratelli tragicamente scomparsi, vittime di ingiustizia, di intolleranza e di persecuzione. Questa fiamma accesa in memoria dei Martiri e degli Eroi, non si spenger n si affievolir poich noi la alimenteremo costantemente col nostro vigile pensiero e con le buone opere. Possa lolocausto di milioni dei nostri fratelli non essere vano, ma da esso giunga un
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Un Monumento, in Bcim, n. 10, luglio 1947. Cfr. S. I. Minerbi, Un ebreo fra DAnnunzio e sionismo, cit., pp. 206-208.

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imperativo categorico: impedire ad ogni costo e con qualsiasi mezzo che la barbarie prenda il sopravvento sulla civilt. Israele attende che la promessa messianica si compia277. Esigenza primaria dei vivi di dare senso alla propria sopravvivenza perpetuando il ricordo dei morti, la funzione che il monumento doveva assumere allinterno della comunit e della citt veniva esplicitata dalle dodici salme che furono poste al suo interno, undici delle quali appartenevano a ebrei partigiani; ancora una volta la Resistenza costituiva un paradigma che conferiva allo sterminio non solo un significato decifrabile -morire per la libert- ma anche un valido trait dunion per sentirsi, nel presente, partecipe e protagonista di un sacrificio nazionale. Inoltre, il richiamo ad Israele nella frase finale dell articolo di Ottolenghi, induce a riflettere su un altro aspetto di centrale importanza e cio quello costituito dal ruolo giocato dal sionismo come elemento fondamentale nella rilettura della catastrofe: un ruolo gravato di riscatto rigenerativo e di rinascita per lebraismo che aveva saputo risorgere in quanto comunit nazionale e sopranazionale. Indicativo a riguardo linclusione della salma di un soldato dellIrgun, artefice dell attentato all Ambasciata britannica nellottobre del 1946, successivamente ucciso dalla polizia italiana mentre tentava la fuga dal carcere278. Resistenza e sionismo venivano in tal modo a costituire due poli su cui poter basare e avviare una ricerca identitaria che si rendeva ben visibile nel monumento milanese; come osserva Schwarz lo sterminio non costituiva, nella simbologia del monumento, un dramma assurdo ma veniva colmato di senso accostandolo simbolicamente alla Resistenza, rappresentata dalle salme dei partigiani ebrei l custodite, e al sionismo, rappresentato dal corpo di Epstein. Sterminio, Resistenza e sionismo venivano cos proposti come tre aspetti di ununica questione, la persecuzione dell ebraismo e la lotta per la libert
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. A differenza della comunit milanese, che creava un memoriale

ispirato al ricordo dello sterminio, la comunit romana partecipava nel 1949 in quanto
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G. Ottolenghi, In memoria dei martiri, in Bcim, n. 11, agosto 1947. Cfr. S. Minerbi, Un ebreo fra DAnnunzio e il sionismo, cit., p. 207. 279 G. Schwarz, Lelaborazione del lutto. La classe dirigente ebraica italiana e la memoria dello sterminio (1944-1948), in M. Sarfatti (a cura di), Il ritorno alla vita: vicende e diritti degli ebrei in Italia dopo la seconda guerra mondiale, Firenze, La Giuntina, 1998, pp. 167-180. Scrive Schwarz sulla decisione di includere Epstein fra le dodici salme dei martiri che a fianco di undici ebrei italiani morti nel corso della guerra vi era un altro ebreo, ma non di origine italiana, sionista e militante dellIrgun, ucciso dalla polizia italiana dopo la Liberazione. Con questa scelta si rivendicava unidentit ebraica sopranazionale e si collocavano in un medesimo contesto simbolico lo sterminio e la lotta per la creazione di uno Stato ebraico, p. 178.

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minoranza perseguitata ad una celebrazione nazionale che prevedeva linaugurazione di un Mausoleo per i caduti delle Fosse Ardeatine; Israel riportava la cerimonia svoltasi gioved 24 marzo con lintervento delle autorit in cui si inaugurato il Mausoleo nel quale sono state esposte le salme delleccidio delle Cave Ardeatine. Come noto sulle 335 vittime, ben 72 erano ebrei, morti per il fatto di essere ebrei. Nel piazzale antistante al Mausoleo, su un altare improvvisato, un frate minoritario diceva la messa per i caduti cattolici, il Rabbino Maggiore di Roma in separata sede recitava salmi Kaddish. Ed questa contemporanea celebrazione dei due riti il lato pi singolare e degno di nota. Esso sottolinea che la religione dello Stato la religione cattolica quando si tratta di celebrare per lo Stato, ma quando si tratta di celebrare per i Caduti, soltanto alla religione di essi che deve aversi riguardo. Va data lode alle Autorit che hanno preordinato le cerimonie, di averlo compreso e applicato280. Appare evidente il desiderio di sottolineare da parte ebraica il fatto che fra le vittime delleccidio delle Fosse Ardeatine fossero presenti anche martiri ebrei, riconosciuti tali dalla cerimonia religiosa officiata dal Rabbino Maggiore della citt, accanto a quella cattolica per gli altri caduti. Il settimanale romano enfatizzava questa specificit di riti religiosi separati come un evento da interpretare positivamente giacch con tale atto si riconosceva alla comunit ebraica il personale sacrificio che dava diritto a ricordare i propri morti secondo proprie liturgie religiose. Nel 1951, il Presidente della Comunit israelitica di Roma, Anselmo Colombo, decideva di erigere un cippo marmoreo in ricordo delle vittime ebree della citt deportate nei campi di sterminio nazisti; ne dava notizia Israel il quale informava che per perpetuare il ricordo dei 2091 deportati romani si costituito un Comitato con lo scopo di erigere un cippo funerario eretto in loro memoria. Invitiamo i correligionari a manifestare la loro solidariet con un offerta affinch questa iniziativa si realizzi, che forse potr dare un sia pur minimo conforto a tanti lutti281. Il cippo verr scoperto e inaugurato al cimitero israelitico del Verano nella simbolica data del 16 ottobre nel 1952 con la funzione precipua di dare idealmente sepoltura ai morti, i cui corpi furono straziati e dispersi in terre lontane. I deportati non torneranno coi loro corpi, ma torneranno eternamente vivi a noi che li ricordiamo282. Rispetto al
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Linaugurazione del Mausoleo per i Caduti delle Ardeatine, in Israel, n. 26, 31 marzo 1949. Hillel, Per ricordare degnamente i duemila deportati, in Israel, n. 33, 12 aprile 1951. 282 C. A. Viterbo, La Comunit di Roma onora i suoi deportati, in Israel, n. 5, 23 ottobre 1952. La cerimonia riportata in A. Sonnino, Lo scoprimento del cippo, in La Voce, n. 2, ottobre 1952.

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monumento milanese che con le sue dodici salme investiva la politica del ricordo di significati nazionali e sopranazionali, la Comunit romana invece pi rivolta ad impostare le commemorazioni come eventi riguardanti una specifica memoria cittadina, legata agli avvenimenti che la videro vittima, trascurando quegli aspetti di carattere pi generale e per cos dire universale. E in questi primi anni Cinquanta che si riscontrano le maggiori realizzazioni monumentali in ricordo dei caduti della seconda guerra mondiale, tenendo tuttavia ben presente ci che scrive Isnenghi riguardo al clima che regnava nellItalia della ricostruzione, osservando che alla grandiosa e capillare occupazione ideologica delle strade e delle piazze dellEra fascista, non seguir nessun coordinato progetto di ridefinizione dello spazio nazionale. A quella sovrabbondante eloquenza pubblica, lItalia post-fascista sembra reagire dando segni di saturazione e di afasia. Pesa su tutti la catastrofe militare, le memorie sono divise e chi ricorda e rende grazie e gloria a chi, e per chi?283. Lo spaesamento collettivo del paese descritto da Isnenghi -la cui riflessione pu essere integrata con quella elaborata da George Mosse intorno alla nascita e al declino del Mito dellEsperienza della Guerra284- lo si pu riscontrare nella cerimonia del Deportato Ignoto che ebbe luogo a Milano nel giugno del 1952 intorno alla cui bara si stretta una gran folla fra cui erano presenti il cardinale Schuster, il sindaco di Milano, il Presidente dellAssociazione ex-Internati. Ci stupisce lassenza del rappresentante della collettivit ebraica dItalia, il rappresentante di ben ottomila ebrei italiani scomparsi nellinferno nazista a motivo della loro convinzione religiosa. In nessun caso lecito dimenticare che una gran parte degli Italiani periti nei campi di
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M. Isnenghi, Le guerre degli italiani. Parole, immagini, ricordi, 1848-1945, Milano, Mondatori, 1989, p. 324. 284 Sebbene Mosse incentri la propria analisi sullo studio del caso tedesco, non di meno si trovano nella propria opera stimolanti punti di contatto con la vicenda italiana: il declino del culto del soldato caduto era un chiaro sintomo dellincapacit del Mito dellEsperienza della Guerra di risorgere dalle sue ceneri nel paese in cui nel periodo tra le due guerre sera conquistato uninfluenza decisiva. N le cose andarono diversamente in Italia, laltro paese in cui dopo la Grande Guerra e sotto il regime fascistaesso aveva avuto una grande influenza politica. La politica italiana postbellica si costitu sulla base dei movimenti antifascisti che erano sopravvissuti nella penisola anche durante il regime fascista. Anche qui troviamo movimenti nazionalisti post-bellici, residui del passato, come i monarchici e i neofascisti ma che comunque non avrebbero potuto resuscitare il Mito dellEsperienza della Guerra neppure se lavessero voluto; allItalia, con la sua storia di nazionalismo liberale, faceva difetto la profondit di una tradizione guerresca quale quella che gi prima del 1914 aveva ispirato una parte del sentimento nazionale tedesco. Cos possiamo dire che il Mito dellEsperienza della Guerra fall in quei paesi che avevano visto la sua gloria passata, G. Mosse, Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, Roma, Laterza, 1998, pp. 243-244.

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concentramento furono Ebrei, anzi i figli migliori di questa millenaria comunit che pur conservando integra la sua fisionomia, per tanti secoli ha legato le sue sorti a quelle dellItalia. Per il Deportato Ignoto stata recitata una messa, e nessun kaddish. Ma noi non abbiamo dimenticato285. Si scorge una certa amarezza unita ad un rimprovero di non aver partecipato come comunit duramente perseguitata alla suddetta cerimonia, sebbene non si riesca a decifrare chiaramente se tale rimprovero fosse indirizzato alla negligenza dellamministrazione cittadina per non aver convocato la comunit ebraica o a questa stessa che non era intervenuta col proposito di testimoniare il proprio martirio mancando ad un appuntamento di cordoglio nazionale. LUnione delle comunit israelitiche dItalia sar invece presente, nella persona di Marcello Vitale, alla cerimonia svoltasi pochi mesi pi tardi a Merano dove il 7 settembre stato solennemente inaugurato, alla presenza dellonorevole Jannuzzi, il monumento ai soldati italiani internati nei campi di concentramento e l deceduti e contemporaneamente una stele marmorea a ricordo di 47 ebrei deportati e sterminati nei campi di concentramento della Germania e della Polonia. Nel cimitero ebraico offici il Rabbino capo di Padova, Aldo Luzzatto, che recit in italiano una commovente preghiera per i deportati di tutte le fedi, fraternamente uniti nel martirio. LUnione era rappresentata da Marcello Vitale286. Questa cerimonia esplica egregiamente lo spirito con cui la comunit ebraica partecipava a queste occasioni, mostrando la volont di non disgiungere la propria passata persecuzione dai massacri dei civili e militari italiani, cercando, in altre parole, di unirsi, mantenendo comunque una propria identit, a quelle celebrazioni nazionali finalizzate ad officiare ci che si potrebbe chiamare il culto dei caduti; come si legge nellarticolo sopra riportato, non importava tanto far emergere la differente motivazione che stava alla base della deportazione dei militari italiani da quella degli ebrei, quanto dare rilievo alla sofferenza, genericamente intesa, patita da entrambe le parti; il trait dunion essenziale fra le due tipologie di perseguitati era rappresentato non solo dal destino condiviso nei campi di concentramento, ma anche dalla lotta combattuta contro il comune nemico287 in nome di ideali altrettanto collettivi. E doveroso chiedersi quali
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Hillel, Il Deportato Ignoto, in Israel, n. 42, 3 luglio 1952. Cerimonia a Merano per le vittime del nazismo, in Israel, n. 53, 18 settembre 1952. Lunica testata in cui si trovata la notizia inerente alla cerimonia di Merano, oltre a Israel, in Amicizia ebraicocristiana, n. 2-3, aprile-settembre 1952. 287 Sullimmagine del tedesco cattivo si rimanda E. Collotti-L. Klinkhammer, Il fascismo e lItalia in guerra, Roma, Ediesse, 1996, soprattutto il capitolo I, pp. 11-24, E. Collotti, I tedeschi, in M. Isnenghi

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erano le cause di un tale atteggiamento da parte ebraica che la inducevano a confondere la propria esperienza della deportazione a quella di diversa matrice subita da una parte della popolazione italiana; forse un avvenimento internazionale potr costituire una parziale e cauta risposta a tale interrogativo. Gli sforzi di creare luoghi che accogliessero e custodissero il ricordo della Shoah non che non ci furono, solo che non trovarono alcuna effettiva possibilit di essere costruiti; come ricorda Annette Wieviorka la coscienza della perdita e il desiderio di memoria furono immediati, ma i rari sforzi compiuti dai sopravvissuti affinch la societ nella sua globalit si assumesse il carico del genocidio furono destinati allinsuccesso. Emblematico, da questo punto di vista, l esempio del memoriale di New York, la cui prima pietra fu posata nel 1947 e che in seguito non venne mai costruito288. Una resistenza simile si riscontra nella costruzione di un memoriale dedicato al genocidio ebraico a Parigi289, inaugurato nel 1956, mentre solo in Israele si registr, per ovvi motivi, la ferma volont di costruire memoriali dedicati alla memoria della Shoah e la creazione dello Yad Vashem venne infatti votata allunanimit dalla Knesset con una apposita legge nel 1953290. Da queste vicende si pu dedurre che la reticenza mostrata durante il decennio degli anni Cinquanta dalla collettivit nazionale dei singoli paesi a metabolizzare lo sterminio ebraico e a riconoscerlo pubblicamente in spazi propri e adeguati, scoraggiava qualsiasi operazione indirizzata a rendere dicibile e, in questo caso visibile, il ricordo del genocidio ebraico; operazioni destinate o al fallimento o a trovare al meglio una concretizzazione soltanto allinterno del nucleo comunitario ebraico. E questo il caso della comunit fiorentina che ricorda gli ebrei della citt deportati e mai ritornati erigendo una lapide ad essi dedicata accanto al Tempio291; il caso di Genova che erige di fianco alla sinagoga un monumento in memoria del Rabbino Riccardo Pacifici292 al
(a cura di), I luoghi della memoria. Personaggi e date dellItalia unita, Bari-Roma, Laterza, 1997, pp. 65-86. 288 A. Wieviorka, L era del testimone, Milano, Cortina editore, p. 62. 289 Un monumento a Parigi per ricordare i sei milioni di vittime ebree, in Israel, n. 34, 10 maggio 1956. 290 Scriveva Fabio Della Seta che il 19 agosto 1953 la Kenseth ha approvato il conferimento della cittadinanza israeliana alla memoria dei sei milioni di Ebrei periti durante la seconda guerra mondiale in Germania e altrove. Secondo il progetto, sar creato un Ente denominato Yad Va-Shem che comprende anche la costruzione di monumenti ai martiri; inoltre sar fissato anche un giorno in memoria del loro sacrificio, Cfr. F. Della Seta, Yad Va-Shem: la glorificazione dei martiri, in Israel, n. 49, 27 agosto 1953. 291 Onore alle innocenti vittime della barbarie, in Israel, n. 9, 29 novembre 1951. 292 M. Vitale, Un monumento a Riccardo Pacifici, in La Fiamma, n. 11, luglio 1956.

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quale viene successivamente affiancata una lapide riportante i nomi dei deportati ebrei genovesi periti nei campi di sterminio293, o il monumento realizzato dalla comunit torinese294, senza contare tutte quelle lapidi dedicate alle vittime delle deportazioni erette un po ovunque nelle varie comunit israelitiche d Italia, insieme ai nomi delle vie ad esse intitolate295. Per concludere la riflessione intorno al significato e al ruolo che questo tipo di memoria simbolica riveste nella sua interrelazione con la rielaborazione del lutto della comunit ebraica e dei suoi componenti, si cita una calzante riflessione dell antropologo americano Clifford Geertz il quale osserva che sono certi rituali di solito pubblici, in cui sono coinvolti una vasta gamma di stati d animo e di motivazioni da un lato, e di concezioni metafisiche dall altro, che plasmano la coscienza spirituale di un popolo; queste fastose cerimonie rappresentano non solo il punto in cui convergono gli aspetti disposizionali della vita religiosa ma anche il punto dove losservatore distaccato pu cogliere pi prontamente linterazione fra essi296. V. Una memoria fisica: i pellegrinaggi Nel 1984 lo storico francese Pierre Nora intitola la monumentale opera dquipe da lui promossa I luoghi della memoria297 per indicare quei luoghi particolarmente emblematici e significativi per la storia nazionale francese, in cui si sono consumati avvenimenti la cui memoria storica ha assunto nel corso del tempo un ruolo determinante e centrale per l identit del paese e della collettivit. I campi di concentramento nazisti, chiamati brevemente KZ298, per un lungo periodo di tempo non

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Id., Una lapide, in La Fiamma, n. 12, agosto 1956. Monumento alla memoria delle vittime della deportazione, in Torino ebraica, n. 2, marzo 1959. 295 Cfr. Una stele ricorda gli ebrei genovesi morti in deportazione, in Israel, n. 40, 10 giugno 1948, L inaugurazione di una lapide commemorativa dei 571 ebrei triestini deportati, in Israel, n. 7, 12 ottobre 1950, Una lapide in memoria dei gloriosi caduti ebrei goriziani, in Israel, n. 39, 24 maggio 1951, Una via di Pisa intestata a Giuseppe Pardo-Roques, in Israel, n.48-49, 3 settembre 1959, Due lapidi a Ferrara per ricordare i morti degli eccidi nazisti, in Israel, n. 11, 1960, Una lapide per i martiri ebrei di Gubbio, in Israel, n. 39, 26 luglio 1962, Una lapide per gli 85 fratelli bolognesi deportati, in Israel, n. 20, 20 febbraio 1964, Una lapide per ricordare il massacro del 16 ottobre 1943, in La Voce, n. 8, dicembre 1964. Si ritenuto opportuno di non menzionare le lapidi e intestazioni di vie riguardanti il nome di Franco Cesana, il pi giovane partigiano dItalia, di origini ebraiche, morto allet di 14 anni, e di Emanuele Artom dal momento che ad essi verr dedicato un paragrafo a s, si veda oltre. 296 Tratto da G. Schwarz, L elaborazione del lutto, cit., p. 175. 297 P. Nora, Les lieux de mmoire, 7 voll., Paris, Gallimard, 1984. 298 Abbreviazione della parola tedesca Konzentration Zenter con cui si indicava i lager nazisti.

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rappresentarono luoghi della memoria299 -fenomeno questo recente- anzi, furono luoghi di vergogna e di silenzio, luoghi su cui si preferiva tacere se non addirittura occultare: questo ad esempio il caso del campo di Dachau, in Baviera, che venne in parte smantellato nel 1953300, ma senza arrivare a tanto, si nota che allinterno della stessa comunit ebraica si avvertiva, almeno per tutto il decennio degli anni cinquanta, una sorta di riluttanza a recarsi in quei posti che testimoniavano direttamente lorrore delluniverso concentrazionario301. A tal proposito nel 1955 in Israel si riferiva che il pellegrinaggio previsto dallUnione delle Comunit israelitiche italiane stato annullato per non aver raggiunto il numero sufficiente di persone . E una notizia che ci sorprende e ci addolora. Uniniziativa del genere, la pi importante fra le iniziative promosse negli ultimi tempi non pu essere lasciata cadere!302. Il pellegrinaggio organizzato, e poi annullato, dallUnione cadeva nel decimo anniversario della liberazione dei campi di sterminio nazisti e a quella data di pellegrinaggi se erano organizzati a partire dai primi anni successivi alla liberazione303, segno che comunque una volont -forse di pochi- di vedere lorrore negli occhi si era manifestata, sebbene le informazioni reperite sulle testate riguardanti tali manifestazioni fossero relegate a trafiletti schematici privi di commento304. Non cera interesse da parte del pubblico di conoscere pi
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Interessanti osservazioni su mostre e luoghi ove si consuma lesperienza del ricordo sono state sviluppate da E. Collotti, Le rappresentazioni della memoria: mostre e luoghi monumentali, in Insegnare Auschwitz. Questioni etiche, storiografiche, educative della deportazione e dello sterminio, E. Traverso (a cura di), Torino, Bollati Boringhieri, 1995, pp. 78-96. 300 Scriveva a riguardo Viterbo: si spazzata via la testimonianza diretta dellorrore che l si consum per anni, ma non potranno mai essere strappate le pagine della storia. La memoria dei fedeli dura pi che gli edifici di pietra, Viene chiuso il capo di Dachau, in Israel, n. 43, 16 luglio 1953. 301 La celebre espressione tratta dal titolo del libro di D. Rousset, Luniverso concentrazionario, Milano, Baldini&Castoldi, 1997. La prima edizione francese del 1945. Un contributo stimolante sulla nascita e funzione dei campi di concentramento nella storia europea fra Otto e Novecento stato scritto da A. Jaminski, I campi di concentramento dal 1896 a oggi, Torino, Bollati Boringhieri, 1998. 302 Mai pi Auschwitz, in Israel, n. 32, 12 maggio 1955. 303 Il primo pellegrinaggio di cui si ha notizia, analizzando le fonti, del settembre 1949 Cfr. G. Amati, Visita a Dachau, in Israel, n. 1, 29 settembre 1949, non ritenendo un pellegrinaggio ladunata di tutti i superstiti di Buchenwald avvenuta nel maggio del 1945 Cfr. Buchenwald: maggio 1945, in Bcim, n. 1, 22 giugno 1945. LUcii, coadiuvata dalle singole comunit, organizzarono nel corso degli anni altre manifestazioni di questo tipo Cfr. Pellegrinaggio a Dachau, in Bcim, n. 4, gennaio 1950, Pellegrinaggio alle Fosse Ardeatine, in La Voce, n. 3, marzo 1957 e in Bcim, n. 8, aprile 1954, Una visita al ghetto di Varsavia, in Bcim, n. 6, febbraio-marzo 1956, Una visita ad Auschwitz, in Israel, n. 17, 11 febbraio 1960, A Bergen Belsen con Adenauer, in Israel, n. 18, 18 febbraio 1960, Buchenwald, in Israel, n. 38, 20 luglio 1961, Pellegrinaggio a Auschwitz, in Israel, n. 29, 18 maggio 1967, Pellegrini a Mauthausen, in Bcim, n. 10, giugno-luglio 1970, Auschwitz, in Israel, n. 31, 18 giugno 1970. 304 Cos per linaugurazione a Mathausen di un monumento dedicato ai deportati italiani che sebbene sia riportato in prima pagina da Israel si nota che accanto alle fotografie compaiono semplici trafiletti esplicativi, Cfr. Un monumento italiano a Mathausen, in Israel, n. 41, 14 luglio 1955. Non

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approfonditamente la realt e i meccanismi che sottostavano a quei luoghi infernali305, come venivano chiamati i campi di concentramento negli articoli analizzati, con lunica eccezione di una testimonianza fatta da un sopravvissuto che in occasione del primo convegno internazionale degli ex-detenuti dei campi di concentramento, riferiva, in un lungo articolo apparso su Israel, il suo ritorno da uomo libero nei lager nazisti che porto ancora tutti dentro i miei occhi cos come porto dentro le camere a gas e i forni crematori di Auschwitz, Birkenau, Maidanek. Per me, deportato per oltre 19 mesi, lemozione di rivedere quei luoghi stata quanto mai profondaAuschwitz ha segnato la mia esistenza come quella di tutti i convenuti al convegnoAuschwitz una precisa consegna a tutti gli uomini306. Alla met del decennio degli anni cinquanta, precisamente nel luglio del 1955, veniva inaugurato un monumento eretto alla memoria dei Caduti italiani nel campo di eliminazione di Mauthausen, notizia sinteticamente apparsa in Israel e nel Bollettino milanese307. Liniziativa era stata presa dal Comitato genovese e da quello torinese degli ex- deportati politici, che nel 1959 pubblic un opuscolo in cui venivano esposte le varie tappe che avevano portato alla realizzazione di tale monumento. Dalla lettura di questo contributo si apprende che una delle prime visite di comitive italiane al campo di eliminazione di Mauthausen fu quella organizzata a fine ottobre del 1948 dallAssociazione di Torino ex deportati politici in Germania. La comitiva era di circa ottanta persone, quasi tutti reduci da quel campo e
diversamente si riporta il monumento eretto nel campo di sterminio di Maidanek Cfr. Un monumento commemorativo dellolocausto ebraico, in Israel, n. 33, 11 giugno 1964. 305 Emblematico a questo proposito linaugurazione nel 1956 di un Muro-Ricordo a Fossoli, uno dei maggiori campi di smistamento italiani in provincia di Carpi da dove partivano i treni piombati verso i campi di annientamento nazisti; si legge che per iniziativa dellAmministrazione comunale di Carpi, ha avuto luogo una manifestazione che prevedeva la visita alla Mostra alla Resistenza e lo scoprimento di un muro-ricordo a Fossoli. Ha parlato Raffaele Cantoni il quale ha esaltato il valore della Resistenza e ha rievocato limmane tragedia del popolo ebraico. Il grande contributo di sangue versato dagli ebrei durante lultima guerra stato largamente riconosciuto da tutti coloro che hanno parlato in questa occasione, Una celebrazione della Resistenza, in Bcim, n. 5, gennaio 1956. Non una parola sulla funzione che ebbe il campo di Fossoli durante il biennio 43-44; si preferiva parlare genericamente di campi di concentramento al plurale e di resistenza come riscatto attivo alla tragedia subita ingiustamente. Piuttosto sconcertante risulta pure la scarsa attenzione che si presta allerezione di un monumento in ricordo delle vittime perite nel campo di concentramento e di sterminio di AuschwitzBirkenau; solo Israel ne fa menzione Cfr. Un Monumento ad Auschwitz per non dimenticare, n. 26, 12 marzo 1959; lo stesso dicasi per il memoriale di Buchenwald Cfr. G. Formiggini, Il memoriale di Buchenwald, n. 5, 26 ottobre 1961. 306 E. Levy, Ritorno ad Auschwitz, in Israel, n. 20, 7 febbraio 1952. Accanto allarticolo era presente un ampio reportage fotografico che ritraeva le camere a gas e i forni crematori del campo polacco. 307 Un monumento ai Caduti italiani a Mauthausen, in Israel, n. 41, 14 luglio 1955, Inaugurato a Mauthausen il Monumento agli italiani deportati, in Bcim, n. 10, giugno-luglio 1955.

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parenti dei caduti in quel campo. In quelloccasione venne ideato il progetto di far sorgere il monumento, portato avanti dal Comitato genovese che nel 1950 si costitu in comitato esecutivo e a cui fu affidato lincarico di formare un Comitato Nazionale composto da personalit della Resistenza, scelte in modo che vi fossero rappresentati tutti e sei i partiti. Si apr la campagna delle sottoscrizioni fondi che vennero raccolti in tempi relativamente brevi e durante quel periodo venimmo a conoscenza che uniniziativa simile era stata presa anche dal Comitato ex deportati politici presieduta da Enzo Levy. Il comitato esecutivo torinese aveva inviato una lettera, nellaprile del 1952, allonorevole De Gasperi, presidente del Consiglio dei Ministri in cui si dichiarava che dallottobre del 1951 abbiamo personalmente consegnato nelle mani dellonorevole De Gasperi un completo memoriale con accluse fotografie dei campi di concentramento, nel quale oltre a richieste a carattere di carattere giuridico e assistenziale, formulavamo una precisa richiesta al Governo italiano di voler ufficialmente provvedere allerezione di un cippo marmoreo nel campo di Mauthausen a perenne memoria degli italiani tragicamente scomparsi nei campi di eliminazione. Sono passati ormai cinque mesi senza che la nostra associazione abbia ricevuto un cenno di risposta su tale argomento. Noi crediamo che anche attraverso le gravi difficolt finanziarie in cui si trova il nostro paese, sia doveroso da parte del nostro governo considerare questa nobile iniziativa. Il comitato genovese si un allora a quello torinese e giungemmo a una fattiva collaborazione con il Governo a partire dal novembre del 1952. Linaugurazione ufficiale del monumento avvenne il 2 luglio del 1955; la messa cattolica venne officiata da Don Campi, reduce dai campi di Mauthausen e di Dachau. Alla fine della Lotta partigiana si riscontrato che i segni di piet e di volont a ricordare sono nati per primi dalla volont popolare; al Governo della Repubblica spetta il ruolo principale di aver risposto con notevole contributi finanziari alle richieste degli organizzatori e di aver coordinato le varie iniziative tramite il Commissariato onoranze ai Caduti308. Gli aspetti che premono di essere evidenziati dalla lettura del passo sopra riportato riguardano innanzi tutto la confusione persistente fra deportazione politica e deportazione razziale; il presidente del Comitato torinese era Enzo Levy, deportato ebreo, sopravvissuto al campo di sterminio di Auschwitz che tuttavia presenziava un
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Comitato genovese ex deportati politici (a cura di), Come fu ideato e attuato il monumento italiano nel campo di Mauthausen, Genova, 1959.

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organismo che raggruppava ex deportati politici, senza che fosse presente alcun accenno alla motivazione ebraica della propria deportazione; stessa considerazione per il Monumento che viene eretto genericamente alla memoria di italiani periti nel campo di Mauthausen, senza distinguere le diverse categorie coinvolte nella deportazione, a cui si dava una simbolica sepoltura mediante il rito cattolico. Inoltre, il testo sottolineava anche le reticenze dimostrate dal governo democristiano verso politiche commemorative come quella presentata dal Comitato che se da un lato attribuiva al governo il fondamentale appoggio finanziario, dallaltro sottolineava il fatto che il progetto era stato sentito e progettato, come in altre occasioni, unicamente da quella che veniva definita volont popolare, cio, unesigenza a ricordare proveniente dal basso piuttosto che dai vertici. Durante gli stessi anni sessanta che come pi volte si ricordato segnano una svolta incisiva nel campo della memoria pubblica della Shoah, non si registrava uno stato danimo mutato se Andrea Devoto si domandava ancora nel 1965: a chi interessa sapere? Per quel che mi consta, ai sopravvissuti, ad alcuni studiosi, forse alle famiglie degli scomparsi. Pochi sono coloro che al di fuori di questi gruppi, aspirano a conoscere, a documentarsi, a ricordare. Da una parte vi la convinzione che il passato va lasciato stare, dallaltro vi chi pensa che solo unopportuna prospettiva storica possa chiarire le idee, alterare le passioni, eccetera. Nel caso dellesperienza concentrazionaria questi ragionamenti hanno scarso valore poich quando i superstiti saranno morti, avremo una dimensione dimezzata del campo di sterminio nazista309. Significativo inoltre il fatto che nel ventennale della liberazione dei campi di concentramento non venisse organizzata nessuna visita ai campi di sterminio310 e il monumento eretto ai Martiri italiani di Auschwitz nel 1966 verr riportato di sfuggita dal solo Israel311. Nel 1967, lUnione delle Comunit israelitiche italiane si faceva promotrice di un pellegrinaggio per gli alunni delle scuole ebraiche dItalia a Auschwitz
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A. Devoto, Una visita a Auschwitz, in Ebrei dEuropa, n. 46- 47, marzo-aprile 1965. Scrive cos Devoto: Per il cultore degli avvenimenti passati il 1965 stato un anno importante. Nel corso di esso sono stati celebrati diversi anniversari: il ventennale della liberazione dei campi di concentramento, della Resistenza, della fine della guerra. Ma mi domando cosa resta di questo tutto questo dopo ventanni, Luniverso concentrazionario venti anni dopo, in Ebrei dEuropa, n. 51, ottobre-dicembre 1965. 311 Il Monumento ai Martiri italiani di Auschwitz, in Israel, n. 19, 4 febbraio 1966. Israel era lunico giornale a riportare la notizia della costruzione di una simbolica sinagoga eretta nel campo si annientamento di Treblinka Cfr. Il giorno della dedicazione a Treblinka, n. 32, 4 giugno 1964.

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e anche in questa occasione non si trovano n resoconti su tale viaggio n approfondimenti sulla storia del pi grande campo di lavoro e di sterminio del Reich hitleriano312. La domanda probabilmente risulter oziosa ma viene da chiedersi se i pellegrinaggi organizzati con encomiabile ed impegnativo sforzo dalle maggiori organizzazioni ebraiche italiane abbiano in qualche modo sensibilizzato lopinione pubblica ebraica e non, sulla realt dei campi di concentramento, se siano cio riusciti a trasmettere una conoscenza storica effettiva su di essi o se, una volta terminato il viaggio, non siano caduti nel vuoto insieme a tutti gli imperativi del ricordo, della memoria e della sua conservazione. Fenomeni come questi, se non trovano una societ pronta a portare avanti, con modalit altre e al contempo complementari, il discorso da loro iniziato, risulta destinato ad essere al pi importante ed utile per i pochi partecipanti dellevento ma che difficilmente pu risultare un veicolo adatto a creare una chiara coscienza storica della Shoah ben salda e radicata nella collettivit nazionale.

VI. La memoria antifascista: figure di partigiani ebrei Sebbene si sia gi trattato della memoria antifascista analizzando gli anniversari della Liberazione, in questa sede verranno esposte in maniera pi dettagliata e puntuale le vicende di alcuni ebrei antifascisti che, nel secondo dopoguerra, divennero i simboli della minoranza ebraica oppressa in lotta per la libert -figure che a posteriori incarnarono il riscatto da una persecuzione ingiustamente inflitta e altrettanto ingiustamente subita313. Si gi notato come nel mondo ebraico italiano lesperienza antifascista sia stata, al pari della collettivit nazionale, un punto di riferimento prioritario nella ricostruzione identitaria della comunit; numerosi furono gli ebrei che presero parte alla lotta di liberazione nazionale e si gi precedentemente riflettuto sul fatto che questi ebrei partigiani, nella maggioranza dei casi, aderirono alla Resistenza in quanto italiani piuttosto che in quanto ebrei; ora, se vero che questultima
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Cfr. I nostri ragazzi a Auschwitz, in Bcim, n. 9, maggio-giugno 1967; Pellegrinaggio a Auschwitz, in Israel, n. 29, 18 maggio 1967. 313 Si veda ad esempio il contributo di G. Valabrega, Gli ebrei e la Resistenza, in id., (a cura di), Gli ebrei in Italia durante il fascismo, n. 2, cit., pp. 41-59. Nel decennio degli anni Settanta sembrava ancora prevalere questo tipo di paradigma storiografico come attesta il contributo del Comitato della Resistenza e della Liberazione-Comitato Regionale Toscano, XXXI della deportazione degli ebrei e ricordo della loro partecipazione alla Resistenza, Pisa, Regione Toscana, 1974.

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osservazione ben si adatta alla maggioranza dei percorsi individuali di questi antifascisti italiani di origine ebraica, al contrario si svuota di significato l dove si esaminano altre vicende personali in cui la componente ebraica marginalmente condizion la successiva adesione allantifascismo314. Come suggerisce Alberto Cavaglion non mai esistita una forma di adesione collettiva ebraica allantifascismo prima e alla Resistenza poi. Si tratta di seguire caso per caso, percorsi di singoli individui non di gruppi organizzati in quanto tali. Penso sia pi produttivo analizzare i percorsi intellettuali di singoli personaggi utilizzando la meno usurata categoria della consapevolezza politica315. Pertanto, non potendo sviluppare una riflessione su una collettivit politica uniforme, le conclusioni a cui si giunger saranno valide per il caso singolo a cui esse si riferiscono, sebbene caute constatazioni sullesistenza di aspetti e problematiche comuni possano ugualmente essere formulate. Per quanto riguarda la categoria politica dellantifascismo, si deve operare un fondamentale quanto sintetico distinguo storico fra le diverse fasi che lo costituirono; prendendo spunto dalla periodizzazione operata a riguardo da Liliana Picciotto Fargion316, si nota come la componente ebraica sia stata ugualmente presente tanto nel primo antifascismo (1922-1929), che nel secondo (1929-1943) quanto nel terzo (19431945). Se lantifascismo della prima generazione scrive la studiosa- era legato a concezioni di democrazia liberale in cui lazione si attuava attraverso metodi legali e morali, risultando oggettivamente staccato dalla realt del paese, ebbe il merito di aprire la strada della coscienza politica allantifascismo della seconda generazione in maggioranza costituito dalladesione a Giustizia e Libert317. Dallo studio condotto sulle testate giornalistiche ebraiche, si riscontrata una totale assenza di scritti dedicati alla memoria degli antifascisti della prima generazione, mentre alcuni contributi interessanti e di qualche rilievo sono stati reperiti sul secondo periodo, in cui centrali

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Ha notato a ragione Corrado Vivanti che insistere sui nomi dei fratelli Rosselli, di Umberto Terracini e di tutti quelli che si schierarono fin dallinizio contro il fascismo mi sembra una sorta di razzismo alla rovescia, che finisce ugualmente per attribuire a un dato gruppo etnico o religioso qualit morali particolari, id., Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, in Studi storici, n. 4, 1962, p. 892. 315 A. Cavaglion, Ebraismo e antifascismo negli anni Trenta, in Clio, n. 4, ottobre-dicembre 1997, pp. 769-777. 316 L. Picciotto Fargion, Sul contributo di ebrei alla Resistenza italiana, in RMI, n. 3-4, marzo-aprile 1980. 317 Id., ivi.

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risultano essere le vicende dei fratelli Rosselli318 e del movimento politico, di cui furono leader nonch fondatori, di Giustizia e Libert. Tuttavia, dei due fratelli, Nello Rosselli ad occupare un ruolo rilevante negli articoli esaminati, in parte spiegabile da una certa sensibilit che egli aveva dimostrato di avere verso le proprie origini ebraiche interesse pressoch inesistente nel fratello Carlo. Fu durante il Congresso giovanile ebraico tenutosi a Livorno nel novembre del 1924, che Nello Rosselli ebbe loccasione di palesare la propria personale concezione di ebraismo e di sottolineare il legame affatto particolare che sentiva di avere con esso. Merita di riportare il celebre intervento nei suoi momenti salienti, rimandando ad altre sedi la lettura integrale di questo originale intervento319. Contrapponendosi a una visione integrale data allebraismo da parte di alcuni ambienti sionisti, Rosselli confessava che per me il problema ebraico interessa unicamente sotto laspetto religioso; io in quanto ho sete di religiosit- sono ebreo. Ma tutti gli altri aspetti della vita mi si presentano, ad uno ad uno, con unintensit, e vorrei dire, una angosciosit pari a quella con la quale mi si presenta oggi il problema religioso, assolutamente dissociati dallebraismo. Il problema ebraico non , o io non lo sento, come il problema fondamentale, unico della mia vitaMi dico ebreo, tengo al mio ebraismo perch indistruttibile in me la coscienza monoteistica, che forse nessunaltra religione ha espresso con tanta nettezza perch ho vivissimo il senso della mia responsabilit personale e quindi della mia ingiudicabilit da altri che dalla mia coscienza e da Dio perch mi ripugna ogni pur larvata forma di idolatria perch considero con ebraica severit il compito della nostra vita terrenaGli ebrei integralisti trovano la loro pace, o cercano la loro pace in Sion. E
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Per la vicenda biografica-politica di Carlo Rosselli si veda N. Tranfaglia, Carlo Rosselli dallinterventismo a Giustizia e Libert, Bari-Roma, Laterza, 1968, A. Garosci, Vita di Carlo Rosselli, Firenze, Vallecchi, 1973, 2 voll, S. Pugliese, Carlo Rosselli: socialista eretico ed esule antifascista, Torino, Bollati Boringhieri, 2001. Su Nello Rosselli si veda Z. Ciuffoletti (a cura di), Nello Rosselli: uno storico sotto il fascismo. Lettere e scritti vari 1924-1937, Firenze, La Nuova Italia, 1979, G. Belardelli, Nello Rosselli: uno storico antifascista, Firenze, Passigli, 1982, con una prefazione di Norberto Bobbio. Sulla famiglia Rosselli, A. Rosselli, La famiglia Rosselli: una tragedia italiana, Milano, Bompiani, 1983, id., Memorie, a cura di M. Calloni, Bologna, Il Mulino, 2001, Z. Ciuffoletti (a cura di), I Rosselli: epistolario familiare di Carlo, Nello, Amelia Rosselli, 1914-1937, Milano, Mondatori, 1997, G. Fiori, Casa Rosselli: vita di Carlo e Nello, Amelia, Marion e Maria, Torino, Einaudi, 1999. 319 Il celebre intervento venne riportato da Israel, n. 46, 20 novembre 1924 e da Il Ponte, n. 6, giugno 1957. Recentemente riprodotto per intero in A. Landuyt (a cura di), Carlo e Nello Rosselli. Socialismo liberale e cultura europea (1937-1997), Quaderni del Circolo Rosselli, n. 11, pp. 111-114, si veda anche R. De Felice, Storia degli ebrei, cit., pp. 89-91. Sul Congresso di Livorno si veda A. Astrologo, F. Del Canuto, Livorno 1924: una rivoluzione in seno allebraismo italiano, in RMI, n. 7-8, luglio-agosto 1975.

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anchio devo trovare la mia pace, la serenit della mia vita. Essa non pu trovarsi che dove sono le fondamenta della mia individualit: nellebraismo e nellitalianit320. Al fine di comprendere pi chiaramente questultimo binomio che compendia efficacemente un sentimento comune ad altre personalit, non si pu prescindere dallesaminare lambiente familiare in cui i due fratelli crebbero, un ambiente, come stato detto, intellettualmente stimolante, politicamente attivo e socialmente impegnato. Ebraismo (lirrinunciabile tradizione morale seppur in versione secolare) e italianit (la recente identit politica conquistata mediante la lotta risorgimentale) diventano i due elementi costitutivi della famiglia Rosselli321. Un ebraismo dunque secolarizzato e integrato mediante il Risorgimento nella realt politica e sociale del paese322 che portava la madre Amelia Pincherle Rosselli ad affermare Ebrei? S: ma prima di tutto italiani. Anchio perci, nata e cresciuta in quellambiente profondamente italiano e liberale, non serbavo, della mia religione, che la pura essenza di essa dentro il cuore. Elementi religiosi unicamente di carattere morale: e fu questo lunico insegnamento religioso se cos si pu chiamare, e che piuttosto che insegnamento era ispirazione- da me dato ai miei figliuoli323. Se in Nello tale ispirazione venne a coniugarsi successivamente allimpegno politico, militando nelle file di Giustizia e Libert, non altrettanto si pu dire del fratello maggiore che, ricorrendo nuovamente alle memorie delle madre Amelia si apprende: Carlo manifest un giorno il dispiacere di questa completa mancanza di ogni osservanza religiosa in casa nostra e mostr il desiderio di andare al Tempio, come gli altri. Dopo di che, Carlo and ancora per altre due volte al Tempio; poi non volle pi andare, n mai pi, dopo di allora, mostr il pi piccolo segno di una qualsiasi tendenza religiosa324. La giornalista Gina Formaggini tratteggiava in un suo scritto lambiente familiare in cui crebbero i due fratelli il cui culto per la libert risaliva al Risorgimento; nota infatti lamicizia che legava la famiglia Rosselli a Giuseppe Mazzini il quale volle morire nella loro casa, a Pisa, e fu in questo culto patriottico che Carlo e Nello
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N. Rosselli, Ebraismo e italianit, in A. Landuyt (a cura di), Carlo e Nello Rosselli, cit. M. Calloni, Introduzione, in A. Rosselli, Memorie, a cura di M. Calloni, Bologna, Il Mulino, 2001, p.

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La famiglia della madre Amelia, i Pincherle, di origine veneziana, avevano aderito alla Rrepubblica di Manin contro la dominazione austriaca e parte del nucleo familiare aveva poi riparato in Francia una volta caduta detta Repubblica. La famiglia del padre, i Rosselli, di provenienza livornese, erano stati invece ferventi mazziniani e repubblicani, Cfr. G. Fiori, Casa Rosselli, cit., p. 34. 323 A. Rosselli, Memorie, cit., p. 128. 324 Id., ivi, p. 131.

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furono allevati e che permise loro di abbracciare fin dalla prima ora lantifascismo. Se a Carlo il legame con il proprio ebraismo risult irrilevante, per Nello questa tradizione era invece sentita; e partecip con sincera passione al Convegno giovanile di Livorno; egli ebreo della Diaspora, tenacemente attaccato alla patria italiana, custodiva un sentimento profondo che lo identificava con lEbraismo: unindistruttibile coscienza monoteistica e senso di responsabilit personale325. Interessante lannotazione circa il modo differente di rapportarsi alle proprie origini ebraiche dei due fratelli, descritto da un amico di famiglia, Alessandro Levi il quale notava che mentre Carlo era completamente straniato dallebraismo, Nello custodiva in fondo al cuore un residuo di religiosit avita326. Individuare una netta matrice ebraica nel pensiero e nelle opere di Carlo Rosselli come in taluni scritti si cercato di sostenere327, risulta unoperazione piuttosto forzata l dove si scorgono manifestazioni di ebraicit, in echi o in richiami indiretti, e per cos dire inconsci, della religione avita. Nelle fasi che compongono liter della consapevolezza politica di Carlo, non si trova un momento propriamente ebraico di tale percorso, e sembra alquanto azzardato vedere nella celebre frase oggi in Spagna, domani in Italia unevidente derivazione dallHaggadah pasquale: questanno siamo qui, lanno prossimo saremo in terra dIsraele; questanno schiavi, lanno prossimo saremo in terra dIsraele liberi328. Dal momento che di consapevolezza si tratta, ricercare la componente ebraica in elementi residuali o comunque non rivendicati e assunti espressamente come valori, una procedura che non sembra soddisfare la premessa iniziale da cui il presente paragrafo ha preso avvio. Passando ad analizzare gli articoli reperiti su alcune testate giornalistiche ebraiche, si riscontra una tendenza a
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G. Formiggini, Ricordo di Carlo e Nello Rosselli, in RMI, n. 6, giugno 1968. Cfr. A. Levi, Ricordi dei Fratelli Rosselli, in Quaderni del Ponte, Firenze, La Nuova Italia, 1947. 327 Cos ad esempio Sergio Minerbi : noi riteniamo che essi agissero sempre in base al loro retaggio culturale ebraico che da alcuni veniva tradotto in preghiere, da altri, laici, in una visione sociale consona con lebraismo. La scelta socialista di Carlo non pu non ricollegarsi alleredit dellebraismo, intesa non come sistema teologico da accettare o fede religiosa a cui riferirsi nella propria azione, bens come una visione e un modo di rivivere la storia umana, Ebrei italiani antifascisti fra il 1922 ed il 1938, in Clio, n. 4, ottobre-dicembre 1997, pp.751-768. Cos Alberto Cavaglion: nella pagina di Socialismo liberale non espresso soltanto che il socialismo liberale allievo senza saperlo del profetismo. Menzionando la storia del popolo dIsraele di Renan, Carlo Rosselli individuava anche lui, al pari del fratello, tre caratteristiche peculiari dellebraismo moderno: il rifiuto dellidolatria, lidea di Giustizia terrena e il mito delluguaglianza, A. Cavaglion, L ebraismo in Carlo e Nello Rosselli, in Carlo e Nello Rosselli. Socialismo liberale e cultura europea (1937-1997), a cura di A. Landuyt, Quaderni del Circolo Rosselli, n. 11, pp. 69-75; considerazioni simili sono svolte in un altro scritto di Cavaglion, cfr., Gli ebrei e il socialismo, in F. Sofia, M. Toscano (A cura di), Stato nazionale ed emancipazione ebraica, cit., pp. 377-392. 328 R. De Felice, Storia degli ebrei, cit., p. 90.

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spiegare lantifascismo dei due fratelli, ricorrendo alla matrice ebraica, individuata come punto di partenza fondante e indifferentemente presente in entrambi. In occasione del rientro delle salme dei due fratelli dalla Francia329 in Italia - e pi precisamente a Firenze-, il direttore di Israel Viterbo polemizzava con la decisione presa dal governo italiano di inumare i corpi in un cimitero non ebraico, affermando che se vero che essi appartengono all Italia altrettanto vero che essi sono usciti dal nostro seno, sono uno dei tanti preziosi contributi dellEbraismo italiano allelevazione e al progresso di questa benedetta terra italiana. Adesso che lItalia ha reclamato le loro salme per rendere loro omaggio e onore, noi sentiamo come un ingiusto disconoscimento che esse non siano state inumate in un cimitero ebraico. Carlo e Nello Rosselli appartengono allItalia: questo giustissimo. Ma allItalia appartengono innumerevoli Ebrei italiani che riposano nei loro cimiteri e non per questo sono meno italiani. Linumazione degli Eroi in un cimitero israelitico non li avrebbe staccati dalla terra italiana n dallItalia; linumazione nel cimitero non ebraico appare come un disconoscimento o quanto meno come un insufficiente rispetto della loro intima e indistruttibile essenza ebraica, contro il quale ci sentiamo di dover levare una parola di vivo rammarico330. Il rammarico di Viterbo intorno alla sepoltura italiana dei Rosselli non da interpretare come una semplice rivendicazione di clan ma semmai come una richiesta di riconoscere primariamente ai due patrioti la loro origine israelitica che informava la successiva vicenda di antifascisti militanti. Raffaele Cantoni331 da parte sua si limitava a constatare che nel rendere omaggio ai loro resti mortali, gli ebrei italiani e di tutto il mondo hanno ragione di sentire la fierezza di Carlo e Nello Rosselli, antifascisti animati da ideali ebraici di Giustizia e Libert332. Non sembrava essere di questo avviso lautorevole direttore della Rassegna Mensile di Israel, Dante Lattes, che recensendo un articolo di Meier Michaelis riguardante i rapporti instauratesi fra fascismo e popolazione ebraica,
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Si ricorda che Carlo e Nello Rosselli furono assassinati l11 giugno 1937 a Bagnoles-sur LOrne dai Cagoulards francesi, sicari fascisti incaricati dellassassinio da Mussolini e Ciano Cfr. N. Tranfaglia, La prima guerra mondiale e il fascismo, Torino, Utet, 1995, p. 626-629. Le salme dei due fratelli furono sepolte nel cimitero parigino di Pre Lachaise e l rimasero fino al 1951. 330 C. A. Viterbo, Le salme di Carlo e Nello Rosselli, in Israel, n. 36, 3 maggio 1951. Alla cerimonia di in tumulazione si apprende che era presente anche il Presidente della Repubblica italina Luigi Einaudi. 331 Si ricorda che Cantoni era stato amico e compagno di lotta di Nello e Carlo Rosselli e come nota Sergio Minerbi Cantoni fu molto colpito dalla tragica morte dei suoi amici e un sabato alla sinagoga di Padova fece recitare lizkor, la preghiera alla memoria, per i fratelli Rosselli stimolando a tener vivi i valori dellebraismo e della libert, Un ebreo fra DAnnunzio e il sionsimo, cit., 102. 332 R. Cantoni, In onore di Carlo e Nello Rosselli, in Israel, n. 36, maggio 1951.

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osservava che nei primi tempi del regime latteggiamento degli ebrei nei confronti del fascismo conobbe unalta percentuale di persone che lottarono per la libert di pensiero; quanto quegli oppositori lo facessero per sentimento di ebraismo per noi da dimostrarsi. I tre professori ebrei che Meier cita fra gli undici che rifiutarono di giurare fedelt al regime non erano spinti da alcuna ragione ebraica, perch la loro ebraicit era molto dubbia, mentre altri buonissimi ebrei militavano nelle file fasciste. E giustamente Meier, citando alcune frasi di Carlo Rosselli, dice che esse erano state pronunciate dallitaliano Rosselli e non dallebreo Rosselli, poich non risulta che egli si fosse mai sentito o detto ebreo333. Riguardo allintricato rapporto fra ebraismo e antifascismo, viene in mente un bel libro, ingiustamente poco conosciuto, scritto da una partigiana ebrea, Giuliana Segre Giorgi, in cui, in un passaggio significativo, lautrice confessa: per me il problema dellappartenenza allebraismo e quello pi complesso dellantisemitismo esistevano, naturalmente, ma, come per la maggioranza degli antifascisti ebrei, quasi appannati in pratica dalla preponderanza della pi assillante sfida politico-sociale334. La questione dellappartenenza alla propria origine ebraica era subordinata a quella pi urgente e, verrebbe da dire pi importante, della lotta politica tout court; con questo non si vuole dire che una testimonianza singola e personale come quella della Segre possa essere estesa e generalizzata a tutte quante le altre vicende di ebrei antifascisti, perch si verrebbe subito contraddetti a ragione dalla biografia per esempio di un Emanuele Artom -ebreo cosciente e antifascista militante. Tuttavia preme evidenziare il fatto che i singoli ebrei che aderirono alla Resistenza lo fecero dettati da motivazioni personali, che per alcuni potevano certo essere rappresentate dalle proprie origini ebraiche, ma che in altri queste origini non qualificavano la propria attivit politica. Un ricordo di Guido Lodovico Luzzatto pu forse sintetizzare egregiamente quanto sopra detto; egli notava come Modigliani non aprisse mai bocca senza prima dire che era ebreo e ricordo anche una riunione a Parigi in cui Carlo Rosselli parl della sua concezione di socialismo liberale, della sua volont di lotta in Italia, e Modigliani intervenne dicendo fra laltro che io come ebreo, io che mi sento ebreo; ricordo che, uscendo da quella sala, Carlo
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D. Lattes, Il contributo ebraico allantifascismo, in RMI, n. 10, ottobre 1960. G. Segre Giorgi, Piccolo memoriale antifascista, A. Cavaglion (a cura di), Firenze, La Nuova Italia, 1999, p. 71.

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Rosselli invece si lamentava della inopportunit noiosa con cui Modigliani doveva sempre accennare al proprio ebraismo335. Daltronde, asserire genericamente che lappartenenza allebraismo non rappresenti un fattore di rilevante importanza, liquiderebbe in maniera del tutto semplicistica un aspetto che per molti costitu una questione su cui riflettere e interrogarsi. Parole meritorie di essere riportate sono state scritte a riguardo da Vittorio Foa, che pure non si qualific mai come ebreo-partigiano, n tanto meno come credente, e tuttavia confessa: la religione tradizionale un po come una di quelle grandiose case di campagna del Settecento che per tenerla in piena efficienza occorrono capitali e daltra parte si ha un certo ritegno a disfarsene per il rispetto della tradizione avita e per un certo e sincero attaccamento a quelle mura che conobbero fasti e nefasti, gioie e dolori dei nostri padri. E allora ci si barcamena: la si tiene ma ci si spende il meno possibilePure talvolta, in momenti di sfiducia e di stanchezza, la vecchia casa par quasi accogliente e non mancano proprietari che decidono di passarvi gli ultimi anni e di morirvi, con l idea di non interrompere la tradizione336. Tornando agli scritti apparsi sui quotidiani ebraici riguardanti i fratelli Rosselli, si ha notizia di una cerimonia organizzata nel 1962 a Firenze, in memoria dei partigiani ebrei dItalia, in occasione della festa della Liberazione quando 17 anni or sono lItalia veniva liberata dal nemico grazie agli eserciti alleati e alle forze della Resistenza. Come era avvenuto nel Risorgimento, cos anche nella Resistenza le forze democratiche trovarono il motivo della loro unione. Nella lotta contro loppressione e la dittatura non potevano mancare anche gli Ebrei che vi parteciparono in larga misura, dai Fratelli Rosselli a Emanuele Artom da Rita Rosani a Enzo Sereni337. Vale la pena riflettere su questo estratto perch, seppur breve, sintomatico di una mentalit diffusa con cui da parte ebraica si guardava allesperienza antifascista. In primo luogo ci che appare singolare accomunare i nomi dei due fratelli a quelli degli altri partigiani dal momento che i Rosselli, per motivi cronologici, non presero parte alla lotta armata di liberazione nazionale e il loro antifascismo si caratterizz di quegli elementi di lotta propri
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G. L. Luzzatto, La partecipazione allantifascismo in Italia e allestero dal 1918 al 1938, in G. Valabrega (a cura di), Gli ebrei sotto il fascismo, n. 2, cit., pp. 32-44, p. 38. 336 V. Foa, Lettere dalla giovinezza: dal carcere, 1935-1943, F. Montevecchi (a cura di), Torino, Einaudi, 1998, p. 501. Citato in A. Cavaglion, Introduzione, in G. Segre Giorgi, Piccolo memoriale antifascista, cit., pp. XXIII-XIV. 337 L. Neppi Modona, 25 aprile 1962, in Ebrei dEuropa, n. 30, maggio-giugno 1962.

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dellemigrazione antifascista italiana che non prevedevano -nel momento in cui furono formulati unimmediata sollevazione collettiva armata contro il regime; confondere i tempi storici in cui, con modalit proprie e affatto diverse, lopposizione alla dittatura si estrinsec durante il corso degli anni, dimostrava una persistente difficolt ad impostare una riflessione svincolata dallidea predominante di un unico tipo di antifascismo, ovvero, per riprendere Liliana Piccciotto Fargion, quello della terza generazione, facendo confluire le esperienze di resistenza politica precedenti dentro un paradigma pi propriamente combattentistico338. In altri casi , come osserva Cavaglion, la coppia ebraismo-antifascismo a risultare fuorviante dandole ora il segno delluguaglianza ora quello dellineguaglianza: ebraismo uguale antifascismo e allopposto ebraismo uguale fascismo339 ; e infatti come si ha modo di leggere in uno scritto il contributo dato alla Resistenza da una parte degli ebrei fu massiccio e in qualche modo riscatta quelladesione manifestata da altri ebrei al fascismo. Lebraismo ha dato figure di primo piano allantifascismo: dai fratelli Rosselli a Leone Ginzburg, da Emanuele Artom a Franco Cesana, che ricordiamo fu il pi giovane partigiano ebreo caduto nella lotta di liberazione nazionale340. Appare palese il fatto che i fratelli Rosselli raramente vengono citati con lo scopo di esporre la personale vicenda politica, il movimento di cui furono animatori e promotori, relegandoli piuttosto allinterno di un discorso che oscillava fra la rievocazione eroica della Resistenza in armi e lenfatizzazione dellorigine ebraica ad essa che sottostava. Con lesperienza antifascista di Emanuele Artom si arriva ad analizzare la vicenda di un uomo che visse il proprio ebraismo quale prius da cui deriv il conseguente impegno politico341. Nel 1954 Augusto Segre recensiva sulle colonne
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Un altro esempio che conferma questa impressione dato dalla lettura di un articolo in cui si comunicava che la conferenza tenuta dallavvocato Salvatore Jona a Palazzo Vecchio, alla presenza del sindaco La Pira e di Arrigo Levasti, il 7 aprile 1962, ha trattato linfamante capitolo delle leggi razziali e della deportazione degli ebrei italiani. Loratore si soffermato a lungo sulla partecipazione considerevole apportato alla Resistenza dagli ebrei italiani, come attestano i nomi di Franco Cesana, Emanuele Artom, i fratelli Rosselli e tanti altri valorosi che sacrificarono le loro giovani vite in nome di unItalia libera, La conferenza a Palazzo Vecchio, in Amicizia ebraico-cristiana, n. 1-4, gennaiomaggio 1962. Salvatore Jona scrisse un interessante libro a riguardo nel 1947, pubblicato soltanto nel 1975 nella cui introduzione lautore avvertiva che molte delle affermazioni inerenti alla Resistenza ebraica formulate nellimmediato dopoguerra, erano state rivisitate e demitizzate con il passare degli anni, Cfr. S. Jona, La Resistenza disarmata, Genova, Erga Edizioni, 1975. 339 A. Cavaglion, Ebraismo, cit., p. 769. Lautore tornato recentemente a trattare di tale problematica nel suo ultimo libro, cfr., id., Ebrei senza saperlo, Napoli, Lancora, 2002. 340 E. Tagliacozzo, Rovesciare la dittatura, in Ha-Tikw, n. 8, novembre 1963. 341 La poliedrica e affascinante personalit di Emanuele Artom, il suo percorso intellettuale e politico sono ben analizzati e studiati da A. Cavaglion (a cura di), La moralit armata. Studi su Emanuele Artom (1915-1944), Milano, Angeli, 1993.

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della Rassegna Mensile di Israel un libro edito dalla casa editrice Israel che raccoglieva i vari scritti di Emilio, Ennio e Emanuele Artom342-rispettivamente il padre e il fratello maggiore di Emanuele- e osservava come le famiglie ebraiche del vecchio Piemonte sabaudo erano state educate alla devozione della fede ebraica e delle sue tradizioni nella stessa misura in cui erano state allevate al culto della Patria e di Casa Savoia. Questa duplice forma di educazione, spontanea e sentita, era diventata per molti ebrei un tutto inscindibile. E chiaro che lassimilazione facesse notevoli progressi presso queste famiglie. La copertina del libro perfettamente indovinata: il Maghen David intrecciato con il tricolore, riassume simbolicamente tutti gli aspetti di questo piccolo mondo ebraico. Il 1938 segn una data triste nella storia di tutti gli Ebrei dItalia e sollev fra gli ebrei stessi lotte che non furono certamente n utili n decorose per la comunit. Questo fu lambiente in cui visse Emilio Artom con i figli Ennio e Emanuele; egli, figlio di quel mondo ebraico che aveva ricevuto lemancipazione, discendente da quegli ebrei che avevano combattuto per lUnit dItalia, versando generosamente il loro sangue, don la sua promettente vita affinch ancora una volta la giustizia e la libert potessero trionfare343. La recensione di Segre introduce perfettamente il clima familiare e culturale in cui crebbe Emanuele, un ambiente che, a differenza di quello dei Rosselli344, aveva conservato e custodito le tradizioni della religione ebraica che pacificamente coesistevano accanto ad un verace sentimento patriottico345. Il percorso intellettuale di Artom si sostanzia di tale duplicit che se da un lato prevedeva uno studio assiduo della Torah346, dallaltro non venivano a mancare quegli interessi storici che lo porteranno a studiare il periodo risorgimentale italiano con una particolare attenzione rivolta alla carismatica figura del patriota ebreo e letterato mazziniano David
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B. Treves (a cura di), Tre vite: dallultimo 800 alla met del 900, Roma, Casa editrice Israel, 1954. A. Segre, Tre vite, in RMI, n. 6, giugno 1954. Il Maghen David lespressione ebraica indicante la stella di David. 344 Cfr. G. Belardelli, Nello Rosselli, cit., in cui si legge che il forte sentimento di italianit proprio della famiglia non ammetteva due patrie ad indicare cio che il sentimento nazionale non doveva essere in alcun modo limitato dalla religione ebraica della famiglia. In tal modo i figli vennero educati dalla madre ad un generico e sentimentale nazionalismo e ad essere diffidenti verso il movimento sionista, p. 17. 345 Un articolo interessante, anche se datato, che descrive il mutare del sentimento patriottico degli Artom con il parallelo mutare del clima politico e storico dellItalia quello di L. Bulferetti, Risorgimento e Resistenza: gli Artom, in Il Movimento di Liberazione in Italia, n. 34-35, 1955. 346 Si legge che Ennio e Emanuele studiavano la Tor col padre, prima come suoi allievi, poi come suoi validi interlocutori. Il gruppo fece rapidi progressi tanto nellanalisi e nellinterpretazione testuale quanto nellapprendimento della lingua ebraica, D. Sorani, Lebraismo, il confronto di una vita, in A. Cavaglion (a cura di), La moralit armata, cit., pp. 31-44, p. 32.

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Levi347, socialista sansimoniano, il quale aveva gi attratto la curiosit di Nello Rosselli durante la stesura del suo libro su Carlo Pisacane348. Cresciuto con una coscienza ebraica cercata, interrogata, critica e mai dogmatica, Artom pu davvero definirsi un ebreo antifascista e come stato notato la scelta politica dellimpegno e della lotta partigiana in montagna non possono, in lui, non essere legate anche al suo ebraismo cosciente, che lo portava ad analizzare, a distinguere, a prendere posizione, ad agire. E al suo ebraismo dobbiamo legare la scelta del Partito dAzione: minoritario, critico, intellettuale; e il suo fondamentale ruolo di commissario politico: dialettico, ideologico, psicologico349. Lebraismo in Artom investe dunque pi piani e pi significati tematici, e anche l dove esso impone ritualit da eseguire, esse non saranno mai interpretate come semplici riti privi di contenuto, confessando nelle pagine del suo diario: sono contento di aver fatto digiuno di Kippur, perch abbandonare lebraismo sempre impoverirsi350; e ancora un ebraismo inteso essenzialmente come ricerca interiore che conduceva a possedere una coscienza morale attiva, a sentire il proprio impegno politico essenzialmente come una missione educatrice e pedagogica, lontana dallaccettare facili soluzioni intorno ad interrogativi riguardanti problematiche non solo strettamente politiche ma anche esistenziali; la dimensione politica in lui non era mai disgiunta da quella di natura etica, come attesta una riflessione scritta il 31 dicembre 1943 circa lesecuzione di alcuni prigionieri fascisti: ora capisco come sarebbe stato meglio ricordargli che i tedeschi uccidono i partigiani catturati, poi puntargli la rivoltella, graziarlo e intrattenerlo unora a spiegargli la sconfitta certa di Hitler e le ragioni della nostra resistenza. Poi congedarlo. Se tornava dai fascisti poco male: uno pi uno meno fra tanti non conta, ma cera qualche possibilit che si ravvedesse, che ci restasse amico

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Per la produzione storiografica di Emanuele Artom rimandiamo a R. Pertici, Emanuele Artom studioso di storia, in A. Cavaglion (a cura di), La moralit armata, cit., pp. 11-29. Artom inizi a scrivere una biografia sul patriota David Levi nel 1938, rimasta incompiuta e riprodotta in appendice in A. Cavaglion (a cura di), La moralit armata, cit., Principio di una biografia di David Levi, pp. 87-102. 348 Cfr. N. Rosselli, Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1977; frequenti richiami a David Levi anche in id., Scritti sul Risorgimento italiano e altri scritti, prefazione di G. Salvemini, Torino, Einaudi, 1946. Tra laltro Rosselli riordin e consegn al Museo del Risorgimento di Torino Le Memorie di David Levi nel 1932 su cui lavor qualche anno pi tardi Emanuele Artom, Cfr. G. Belaredelli, Nello Rosselli, cit., p. 57. 349 D. Sorani, L ebraismo, cit., p. 42. 350 Cfr. E. Artom, Diari. Gennaio 1940-febbraio 1944, a cura di P. De Benedetti, E. Ravenna, Milano, Cdec, 1966, cit., p. 44.

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o che almeno combattesse pi fiaccamente contro di noi351. E curioso notare come nei quotidiani esaminati la vicenda e la personalit di Emanuele Artom non conosca scritti a lui dedicati fino al 1964, anno in cui ricorreva il ventennale della sua scomparsa, eccezion fatta per la recensione sopra riportata di Segre e per una tanto sintetica quanto insignificante menzione allinterno di un articolo che Ha-Tikw dedicava al ricordo dei partigiani ebrei torinesi352; Israel rievocava come invasa lItalia nel 1943 dai tedeschi, la causa degli ebrei si fuse con la causa di tutti gli italiani, per la necessit di riconquistare con la libert politica, la giustizia umana. Emanuele non esit: il 7 novembre si iscrisse volontario nelle formazioni di Giustizia e Libert in cui milit fino al febbraio 1944 quando fu catturato dai nazisti durante un rastrellamento e portato prigioniero nella prigione di Luserna S. Giovanni. Scoperto ebreo, fu sottoposto a sevizie e torture. Fu successivamente trasferito a Torino nel braccio delle carceri diretto dalle SS tedesche; dopo giorni di torture mor nella sua cella il 7 aprile 1944. Ricordiamo questuomo che fu espressione di salvezza morale e coraggio civile353. Di l a pochi giorni il settimanale informava che la citt e la comunit israelitica di Torino hanno deciso, di comune accordo, di intestare una via a Emanuele Artom, caduto per la Libert, il cui antifascismo era saldamente intrecciato con il grande amore per Israele354; in occasione del ventennale della Liberazione Raoul Elia, direttore del Bollettino della comunit milanese, firmava un lungo articolo in cui ripercorreva le tappe fondamentali della biografia del giovane Artom, concentrando lattenzione soprattutto sul periodo che andava dal 1937 in poi quando lantisemitismo cominci anche in Italia a trovare espressione pubblica culminante con la legislazione razziale del 1938. Questo tragico avvenimento, insieme alla morte prematura del giovane e brillante fratello maggiore Ennio, fece scattare in Emanuele Artom la chiara percezione dei doveri che la sventura gli impose verso i genitori. Nellautunno del 43, davanti al
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Id., ivi, p. 145. Il 20 dicembre del 43 scriveva di un prigioniero fascista catturato pochi istanti prima: lho visto scendere dal camion, cupo, silenzioso, legato fra due soldati. Mi turba lidea che possa venire ucciso. Come sono contento di non averlo catturato io! Pensando alla sua possibile fine, lavrei lasciato fuggire. Uccidere in battaglia ma non a sangue freddo. Forse non ha nessuna colpa vera di essere chi , perch la vita un terribile misteroEcco come la guerra rende gli uomini!, ivi, p. 131-132. 352 S. Di Castro, Partigiani ebrei in Piemonte, in Ha-Tikw, n. 1, gennaio 1961. 353 F. Della Seta, Venti anni e il ricordo rimane indelebile: Emanuele Artom, in Israel, n. 25, 9 aprile 1964. 354 Una via per Emanuele Artom a Torino, in Israel, n. 26, 16 aprile 1964.

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pericolo che incombe su tutti i giovani italiani e specialmente sugli Ebrei, i genitori organizzarono per lui la salvezza mediante la fuga in Svizzera, ma egli rinunciava e il 7 novembre si arruolava nelle formazioni partigiane di GL. Notava allinizio del proprio diario: gli uomini sono uomini: bisogna cercare di renderli migliori e a questo scopo, per prima cosa, giudicarli con spregiudicato e indulgente pessimismo. Nel gennaio del 44 commissario politico presso le bande di GL di Val Germanasca e nella primavera dello stesso anno, in un rastrellamento, cade in mano tedesca, mentre una spia ad informare i nazisti della sua origine ebraica. Iniziano le torture; dopo poche settimane viene trasferito a Torino, nel famigerato braccio controllato dai tedeschi; per le sevizie e le torture subite spirer il 7 aprile 1944. Non fu possibile ritrovare la salma 355. La comunit torinese celebrava il ventesimo anniversario della Liberazione, invitando Ferruccio Parri a tenere una conferenza nel Tempio della citt sul tema Resistenza e deportazione ricordando la partecipazione attiva di molti Ebrei alla Guerra di Liberazione, soffermandosi in particolare su Emanuele Artom che mor tra le torture senza mai tradire i suoi compagni di lotta, dimostrando una fedelt e un coraggio che non potranno mai essere dimenticati356. Tuttavia, al di l di commemorazioni di tal genere, che scarsamente informano sul tema iniziale proposto circa il ruolo giocato dallebraismo sulla scelta antifascista di Artom, il discorso si fa in questo senso pi interessante allorch vengono pubblicati, grazie al Centro di documentazione ebraica contemporanea, i Diari che il giovane partigiano tenne dal 1940 fino alla morte e presentati a Torino da Leo Valiani il quale ha esposto la completa incompatibilit di fondo fra ebraismo e fascismo. Valiani si poi soffermato a parlare della Resistenza, ricordando la definizione che ne dette Piero Calamandrei il quale la identificava in un movimento mistico, in unispirazione religiosa, in una rinascita spirituale che mosse la giovent italiana a combattere contro il nazismo. Nei Diari di Artom, Valiani ha trovato una conferma che la Resistenza nata dalla coscienza e dalla morale; per Artom lebraismo significava appunto Resistenza, resistenza individuale e collettiva per poter continuare a d essere ci che si . Attraverso la lettura di questi scritti si capisce e risalta il profondo legame fra la resistenza bimillenaria del popolo ebraico e la Resistenza

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R. Elia, Morte di un partigiano ebreo, in Bcim, n. 9, maggio 1965. Ventennale della Resistenza: una manifestazione a Torino, in Israel, n. 3, 28 ottobre 1965.

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italiana357. Valiani sar, di l a qualche mese, al centro di una piccola polemica sollevata da un lettore del Bollettino della comunit milanese il quale, rivolgendosi al direttore del giornale, si domanda perch Leo Valiani nella sua abituale rubrica Storia apparsa ne L Espresso del 2 ottobre, mentre di un altro autore di diari sulla Resistenza cita la successiva appartenenza alla Democrazia Cristiana, di Emanuele Artom ignora completamente lattivit ebraica e la sua essenza di ebreo cosciente358. La risposta data da Raoul Elia non era meno critica della domanda postagli, affermando che forse perch Leo Valiani, lontanissimo cugino di Theodor Herzl ma che non ne ha seguito lesempio nel ricavare la lezione dai tragici avvenimenti che ha vissuto, respinge il pensiero che, se durante la sua attivit di resistente fosse caduto nelle mani tedesche, gli sarebbe stata riservata non la sorte di un Parri o di un Montanelli ma come ebreo, quella di un Emanuele Artom359. Infine, Valiani stesso inviava una lettera, piuttosto lunga, al direttore precisando che lungi dallignorare che Emanuele Artom merita la nostra attenzione non soltanto perch valoroso partigiano, ma anche e soprattutto perch, come Ebreo, sfid rischi ben maggiori di quelli che i suoi compagni di lotta correvano, ho tenuto un mese fa a Torino, su invito del Centro di documentazione ebraica contemporanea, una conferenza sul libro di Artom nella quale davanti a un centinaio di persone ho parlato a lungo del suo Ebraismo e della sua cultura ebraica. Ho messo in rilievo che non era un caso se alcuni dei pi luminosi esponenti dellantifascismo italiano, Carlo e Nello Rosselli, Eugenio Colorni, Leone Ginzburg e altri, erano ebrei. Sin dal 1926 quando conobbi Claudio Treves e Carlo Rosselli, e decisi di dedicare tutte le mie energie alla lotta antifascista, ero perfettamente consapevole di agire cos perch etnicamente e spiritualmente appartengo a una comunit (sia essa razza o religione) che ha la Libert e la Giustizia fra i suoi millenari ideali. Se invece di dedicarmi al Sionismo, come avrei fatto volentieri se in Italia non fosse stata al potere una dittatura e la resistenza, alla quale pensavo con Rosselli, non avesse avuto la priorit; ho militato nelle prime file e credo di aver fatto con ci quel che era bene che
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I Diari di Emanuele Artom presentati da Leo Valiani, in Israel, n. 4, 20 ottobre 1966. Significativo ci che si legge nella Prefazione scritta dalle due curatrici dei Diari intorno allebraismo politico di Artom in cui nacque dal suo sentirsi ed essere ebreo la prima spinta ad una resistenza attiva. La missione dellebraismo aveva per Emanuele un carattere religioso sia immanente in relazione alla sua formazione idealistica sia trascendente in relazione alla fede avita alimentata dal padre, P. De Benedetti-E. Ravenna, Prefazione, cit., p. 8. 358 R. Levi, Perch?, in Bcim, n. 2, ottobre-novembre 1966. 359 R. Elia, Risposta a Levi, in Bcim, n. 2, ottobre-novembre 1966.

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almeno alcuni Ebrei facessero. Non credo di meritare di esser messo su un piano diverso da quello sul quale Emanuele Artom, mio compagno nel Partito dAzione, voleva essere considerato360. Lapparente contraddittoriet riscontrata negli ambivalenti atteggiamenti di Valiani - omettere lebraicit di Artom sulle colonne de L Espresso e affermare al contempo sul Bollettino che tale ebraicit era stata centrale non solo nella scelta politica di Artom ma anche nella sua personale- pu essere letta come conseguenza degli ambiti differenti in cui si trovava a scrivere il giornalista; in un settimanale nazionale poco opportuno, forse, appariva evidenziare la matrice ebraica della lotta resistenziale di Artom -al contrario, ampio spazio ad essa veniva dedicata durante il citato convegno di Torino, organizzato, non a caso, dal Cdec- ma quando si trattava di scrivere per un giornale ebraico, letto da ebrei- unicamente da ebrei verrebbe da diredefinire ebraico il proprio antifascismo cos come quello di Artom, non sembrava essere fuori luogo, sconveniente, anzi, risultava costituire unoccasione adatta ad accogliere una sorta di autoconfessione insolita e impensabile in altre sedi. Questa duplicit comportamentale si gi avuto modo di osservarla trattando delle celebrazioni degli anniversari della Liberazione e l come qui si riscontra nuovamente quella differente sensibilit che spingeva la comunit ebraica a smorzare o a enfatizzare laspetto ebraico a seconda del contesto in cui si svolgevano tali manifestazioni celebrative. Di tuttaltro tipo le commemorazioni, gli articoli e le rievocazioni del partigiano pi giovane dItalia caduto allet di 14 anni Franco Cesana; in questo caso ci che interessava mettere in evidenza ai giornalisti era la precocit con cui il giovane sent urgente il richiamo alla lotta antifascista a cui univa un autentico disprezzo per quegli ebrei che si nascondevano senza far nulla per cercar di salvare i loro fratelli in pericolo361. Leroismo dimostrato da Cesana, medaglia di bronzo alla memoria362, che volle combattere nelle bande partigiane per la libert nazionale si univa allesaltazione della propria origine ebraica interpretata quale causa principale e centrale della scelta antifascista; la giornalista-scrittrice Gemma Volli evidenziava bene questo aspetto, firmando un lungo articolo nel ventennale della scomparsa del giovane in cui si
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Risponde Leo Valiani, in Bcim, n. 3, novembre-dicembre 1966. In anni recenti Leo Valiani tornato sullargomento in unintervista di Roberto De Pas apparsa in Pensare Auschwitz, cit., pp. 112129. 361 Hillel, Il pi giovane partigiano dItalia: Franco Cesana, in Israel, n. 42, 24 giugno 1954. 362 Una medaglia ricorda Franco Cesana e il suo eroismo, in Israel, n. 54, 23 settembre 1954, A. Fano, A dieci anni dalla morte del partigiano Franco Cesana, in Bcim, n. 13, settembre 1954.

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ricordava che non aveva ancora 14 anni quando Franco Cesana il 14 settembre 1944 venne ucciso da una raffica di mitraglia. Questo bambino sapeva che la sua famiglia era ingiustamente perseguitata dai nazifascisti; intuiva che appartenendo ad una stirpe che per secoli era stata privata della libert, bisognava combatterla per conquistarla. E giusto ricordare ai ragazzi Franco Cesana e la sua morte sul campo se ancor oggi essi si commuovono a leggere la storia de Il tamburino sardo o della Piccola vedetta lombarda, figure gloriose del primo Risorgimento ma create dalla fantasia di uno scrittore; e allora perch non ricordare questo bambino che veramente ha combattuto ed morto nelle lotte del secondo Risorgimento? Come nel Primo anche nel Secondo Risorgimento, gli Ebrei dItalia hanno dato il loro tributo di sangue e se il Primo annoverava fra i suoi combattenti ebrei un ragazzo, Ciro Finzi, che quindicenne muore nelle cinque giornate di Milano, il Secondo Risorgimento ricorda fra i suoi caduti Franco Cesana363. Prima di esaminare il contenuto dellarticolo, utile riportare un altro scritto riguardante il medesimo argomento, apparso su Israel in occasione della commemorazione che la citt di Bologna dedic il 12 aprile 1964 alla memoria del suo giovane concittadino durante la quale Gemma Volli ha sottolineato che se egli fosse stato deportato oggi sarebbe ricordato come uno fra un milione di bambini ebrei massacrati dai nazisti; ma egli volle combattere; anche in Italia la Resistenza inizia quando hanno inizio le deportazioni; durante la Resistenza un saldo vincolo si stringe fra i perseguitati ebrei e uomini liberi. E che il pi giovane partigiano dItalia era un bambino ebreo, lo ricordiamo oggi, ai molti ignari e dimentichi. Franco Cesana aveva un forte sentimento ebraico e anche questo lo indusse ad unirsi ai partigiani: voleva fare qualcosa per i suoi fratelli in pericolo e non attendere passivamente gli eventi. Questo bambino intuiva che la battaglia intrapresa dalla Resistenza era la sua, la nostra battaglia364. La lotta partigiana assumeva cos un naturale sbocco per chi, ebreo, sentiva lappartenenza alla propria stirpe non come un fattore legato solamente alla sfera religiosa, ma anche come richiamo etico a quei concetti universali di libert e giustizia terrena propri dellebraismo largamente inteso. Il sacrificio del giovane ragazzo si inseriva inoltre in quella prospettiva di continuit storica che preveda una liaison fra le guerre dindipendenza risorgimentali e la guerra partigiana; cos come la comunit
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G. Volli, Il pi giovane partigiano dItalia caduto per la libert, in RMI, n. 6-7, giugno-luglio 1964. Commemorazione a Bologna di Franco Cesana, in Israel, n. 27, 23 aprile 1964.

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ebraica partecip e contribu con propri caduti allUnit dItalia, la fedelt e il sentimento patriottico tornavano a rinnovarsi nel 1943 quando la maggioranza degli ebrei si unirono spontaneamente alla Resistenza per far trionfare unItalia libera e democratica. Ma c anche dellaltro nelle parole di Gemma Volli; il richiamo a quel milione di bambini deportati e uccisi dai nazisti a cui contrappone lattivismo armato di Cesana che non aspett passivamente il corso degli eventi, porta a constatare come ancora una volta limmagine dellebreo portato al massacro senza opporre alcuna reazione, risultasse piuttosto difficile da essere metabolizzata, riscattando in un certo senso tale sudditanza con lenfatizzazione di quelle figure che al contrario scelsero in nome di che cosa morire365.

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Un ulteriore testimonianza di quanto si affermato nel testo giunge da un articolo in cui si riportava la commemorazione a Verona della partigiana ebrea triestina Rita Rosani, caduta combattendo contro i nazifascisti sul monte Comune, presso Verona, decorata medaglia doro al valor militare. Il professore Fabio Suadi, consigliere della Comunit di Trieste aveva detto che noi siamo grati tre volte a Rita Rosani: come italiani, come triestini e come ebrei. Come italiani perch diede la vita per la libert della Patria, come triestini perch Trieste conserva gelosamente le nobili figure che furono i suoi figli eletti, come ebrei perch il suo sacrificio plac tante anime afflitte di correligionari massacrati, A. Sorano, Commemorata a Verona la partigiana ebrea Rita Rosani, in Bcim, n. 3-4, novembre-dicembre 1955.

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VII. 1960-1961: una memoria da ripensare

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Il 1960 si apr con gravi e preoccupanti manifestazioni antisemite nelle principali citt italiane, europee e americane che indussero le comunit ebraiche dei vari paesi ad assumere prima una ferma presa di posizione di aperta denuncia davanti a queste pericolose provocazioni, dopo, ad interrogarsi circa le modalit che fino ad allora erano state impiegate nella trasmissione della Shoah alle nuove generazioni. Le svastiche dipinte sulla sinagoga di Colonia che aprirono la strada ad altre manifestazioni antisemite366 spinsero lUnione delle comunit israelitiche italiane a redigere un proclama in cui si leggeva che tutti gli Ebrei dItalia sono sorpresi e addolorati per il susseguirsi delle inattese testimonianze del permanere in paesi evoluti e civili di pregiudizi antiebraici e di sentimenti di odio, religioso e razziale, residui di medievali pregiudizi e di pi moderne criminose propagande. Dobbiamo dirsi preoccupati per questi ritorni di fiamma che hanno radici nel recente passato nazifascista ma affondano le proprie radici in un passato remoto367. Tutte le testate esaminate registrarono questo penoso stato di cose con una serie di articoli, di appelli a ricordare368, di ricercare una stretta solidariet fra le varie organizzazioni ebraiche e non, nel combattere tali ingiuriosi attacchi che sembravano essere un vero e proprio terremoto per tutti coloro che credevano che lorrore del recente massacro ebraico fosse stato dinsegnamento, che non si sarebbe pi verificata lumiliante condizione di doversi, di nuovo, difendere da quellodio che in alcuni casi veniva chiamato residuo medievale, in altri odio nazifascista. Interessante lanalisi che il direttore del settimanale Israel tracciava su questi incidenti antisemiti: cerchiamo di riassumere la cronaca dei tristi avvenimenti di questi giorni e delle reazioni suscitate. Le manifestazioni non sono state provocate da qualche misfatto attribuito o attribuibile a ebrei. Dunque le manifestazioni sono lespressione di una passione nel cui quadro gli Ebrei sono un oggetto. I germi nazisti non sono stati spazzati via del tutto allindomani della fine della guerra. Sia in Germania che in Italia e altrove non
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Svastiche a Colonia, in Israel, n. 12, 7 gennaio 1960. Appello dellUnione delle Comunit Israelitiche Italiane, in Israel, n. 12, 7 gennaio 1960. 368 Cfr. G. Lopez, Nostalgie di un passato ignobile, in Bcim, n. 5, febbraio 1960, Ancora manifestazioni antisemite nel mondo, in Israel, n. 13, 14 gennaio 1960, Antisemitismo nel mondo, in La Voce, n. 4, gennaio 1960, Svastiche e antisemitismo, in Amicizia ebraico-cristiana, n. 11, gennaio 1960, Ritorni antisemiti, in Torino ebraica, n. 4, gennaio 1960, Svastiche in Europa, in La Fiamma, n. 4, gennaio 1960, Lappello degli insegnanti contro le recenti manifestazioni antisemite, in L eco, n. 4-5, dicembre 1959-gennaio 1960.

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stato fatto abbastanza: criminali nazisti sono stati liberati con facilit e reintegrati nella societ civile. Inoltre alle nuove generazioni, che non hanno materialmente vissuto quellepoca di distruzione, non vengono impartite adeguate nozioni di educazione civica che la storia impone che siano date. Il centro dellinfezione antisemita certamente in Germania e l deve iniziare la cura per poi estendersi a tutti i paesi affetti dal male, compresa lItalia. Si aprono i libri di storia per le scuole e non si scorge nessun tipo di riconoscimento degli errori compiuti, n la condanna dei delitti perpetrati. I nomi di Matteotti, Rosselli, Eugenio Colorni non dicono nulla ai giovani di questo secondo dopoguerra. La nostra richiesta di unenergica, efficace opera di educazione da parte di tutti gli Italiani degni di questo nome369. Questo articolo compendia in maniera efficace alcuni aspetti caratteristici di un certo modo di guardare allesperienza della Shoah da parte ebraica: si legge uninsolita accusa rivolta al mondo politico post-bellico di aver reintegrato e riabilitato i criminali nazisti e fascisti in seno alla societ civile in qualit di normali cittadini e anzi, come si visto analizzando la vicenda di Pende, come cittadini prestigiosi; c il rammarico di non aver saputo insegnare adeguatamente alle nuove generazioni ci che nel cuore dellEuropa accadde durante loccupazione hitleriana e permane nella proposta di Viterbo lidea che il lavoro di educazione vada svolto maggiormente in Germania, vista come la patria delezione dellantisemitismo di cui gli altri paesi coinvolti nel 1960 come nel 1943- non risulterebbero che semplici imitatori e seguaci privi di proprie tradizioni antigiudaiche. Sul medesimo numero del settimanale romano ci si affretta a pubblicare un articolo significativo che testimonia come i partiti antifascisti e le associazioni partigiane hanno organizzato l8 gennaio al Portico dOttavia una manifestazione di protesta contro gli incidenti antisemiti. Ha preso parte anche Raffaele Cantoni il quale ha posto laccento sul carattere unitario della manifestazione: i cittadini italiani, di ogni razza e religione, sono concordi nel reagire all indegna provocazione370. Lunit del popolo italiano nel reagire allantisemitismo si riconfermava, come in passato, in ununit dettata dalla
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C. A. Viterbo, Fenomeno complesso, in Israel, n. 13, 14 gennaio 1960. Hillel, Calorose manifestazioni di protesta da parte ufficiale e da privati cittadini, in Israel, n. 13, 14 gennaio 1960.

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profonda umanit e fratellanza dimostrata dalla comunit nazionale, assolta in tal modo dalla macchia di avere al suo interno elementi minoritari inneggianti allodio antisemita; tuttavia, al di l di queste blande rassicurazioni e alla luce di questi shockanti avvenimenti371, la comunit ebraica si interrogava in maniera pi approfondita su quale tipo dinsegnamento fosse stato fornito ai giovani intorno a quel passato nel corso degli anni Cinquanta, se fosse stato fatto abbastanza per rendere visibile questa memoria; il rabbino della capitale Elio Toaff esprimeva queste riflessioni affiancandole alla legittima richiesta di insegnare in Italia cosa avvenuto in passato realmente; in questi ultimi tempi abbiamo voluto dimenticare quellorrore, ognuno si occupato dei propri affari e ha trascurato la Comunit. Dobbiamo imparare la lezione e tornare a vigilare372. Linvito a vigilare rivolto dal Rabbino capo di Roma alla Comunit ebraica ma anche a quella nazionale non era disgiunto da un appello che andava verso una maggiore presa di coscienza e conoscenza intorno allo sterminio ebraico perpetrato meno di quindici anni addietro in Europa. Non risulta essere casuale il fatto che il Cdec avesse dato alle stampe un catalogo, Il Cdec e le vicende degli ebrei italiani durante il periodo fascista, prologo del gi citato Gli ebrei italiani sotto il fascismo, pubblicato nel 1961, con la precipua funzione di far conoscere alle giovani generazioni il passato recente in maniera pi approfondita di come lo si insegna nelle scuole, pi esattamente di come narrano i padri373. Mentre si registravano reazioni di protesta, di inviti a ricordare e di commemorazioni organizzate dalle varie comunit ebraiche italiane374, cresceva lesigenza di
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Per altro questa situazione di tensione venne ad aggravarsi nel corso del luglio del 1960 con la vicenda del governo Tambroni che sembrava sintonizzarsi con un clima di neofascismo di ritorno; su tale episodio si veda G. De Luna, I fatti di luglio 1960, in M. Isnenghi, I luoghi della memoria, cit., pp. 360-372, S. Lanaro, Storia dell?italia repubblicana, cit., pp. 399-409. 372 E. Toaff, 10 gennaio-10 teveth: ricordo dei martiri e dei perseguitati, in Israel, n. 13, 14 gennaio 1960. 373 G. Valabrega, L archivio del Cdec, in Ha-Tikw, n. 1, gennaio 1960. 374 Cfr. M. Paggi, Fuori i nazisti: discorso di Guido Lopez allinaugurazione della Mostra dei campi di deportazione a Modena, in Bcim, n. 5, febbraio 1960, Grandiosa manifestazione di protesta a Firenze, in Israel, n. 15, 28 gennaio 1960, Ricordati a Portico dOttavia gli ebrei romani deportati, in La Voce, n. 5-6, febbraio-marzo 1960, Il Giorno del Deportato: solennemente commemorato a Trieste, Milano, Ancona, Firenze, Napoli, in Israel, n. 15, 28 gennaio 1960, Il Giorno del Martire ebreo celebrato a Venezia, Livorno, Torino, Genova, in Israel, n. 16, 4 febbraio 1960, Conferenza internazionale contro lantisemitismo in Campidoglio, in Israel, n. 21, 10 marzo 1960, Settimana del Ricordo: 8-15 maggio 1960, in Ebrei d Europa, n. 12, marzo 1960, Svastiche e antisemitismo, in Amicizia ebraico-cristiana, n. 1-4, ottobre 1960.

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conoscere quegli avvenimenti in una prospettiva pi storica che orale, si avvertiva cio come prioritaria una memoria che da ricordo si facesse avvenimento trasmissibile e condivisibile anche da quella fascia di persone che non erano state diretti testimoni di quel periodo. I giovani della Federazione giovanile ebraica si resero voce di tale fermento scrivendo che alla fine della guerra si piangeva la scomparsa di sei milioni di ebrei ed era spontaneo domandarsi come mai il mondo si fosse illuso delle sorti a cui sarebbe giunto il nazionalsocialismo. Che cosa conosce di questi fatti la nuova generazione? Quei giovani che alla fine del conflitto bellico contavano pochi anni e che oggi sono in prima fila nellesplosione dellodio antiebraica, che cosa conoscono del nazifascismo? Lignoranza su questo tragico passato che manifesta nelle nuove generazioni pericolosa; responsabilit nel passato di aver permesso gli orrori, responsabilit nel presente di far dimenticare tali orrori375. Lignoranza era dunque individuata come la causa centrale che aveva permesso lo scatenarsi dellattuale antisemitismo, e tuttavia il non sapere delle nuove generazioni chiamava in causa anche la generazioni dei padri che su quel passato avevano pi taciuto che raccontato non solo per la comprensibile reazione di non aprire una ferita cos recente e dolorosa, ma anche per lindifferenza e la disattenzione mostrata da larga parte dei potenziali interlocutori; in altre parole, si prendeva atto del fatto che la rimozione, il non detto fu latteggiamento pi diffuso fra i testimoni e i sopravvissuti alla deportazione nel decennio che era seguito alla fine della guerra e che in sostanza poco si era pubblicato sullargomento, poco si era parlato e altrettanto poco si era insegnato dentro le aule scolastiche. In occasione dellinaugurazione della Mostra dei campi di sterminio nazisti a Padova, commentava unarticolista che se ancora dopo quindici anni molti occhi piangono davanti alle immagini di tanto male, altri occhi si volgono altrove, n vogliono guardare o ascoltare. Questa mostra si propone di fornire ai giovani, che
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S. Di Castro, Ricorda cosa ti fece Amalek, in Ha-Tikw, n. 1, gennaio 1960. Larticolo si chiude con il passo biblico tratto dal Deuteronomio divenuto limperativo per antonomasia della memoria della Shoah: Ricorda cosa ti fece Amalek nel tuo viaggio quando eri uscito dallEgitto: come ti venne incontro e faceva a pezzi i rimasti indietro delle tue schiere che stanchi si erano fermati, mentre tu eri spinto dalla fame e dalla fatica, e non ebbe timor di Dio. Due anni prima era apparso con lomonimo titolo il celebre contributo alla storia della Shoah scritto da A. Nirenstein, Ricorda cosa ti fece Amalek, Torino, Einaudi, 1958.

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nulla hanno visto e nulla sanno, alcune nozioni sugli avvenimenti di un periodo storico fino ad ora taciuto nei libri scolastici. Noi affidiamo ai nostri figli il dolore della nostra epoca ma adesso spetta a loro di riscattarlo e di nobilitarlo. Il monito del passato, per doloroso che sia, deve essere raccolto e non disperso nel tempo376. Tuttavia lauspicato passaggio di testimone intorno alla memoria dello sterminio da una generazione e allaltra risulter essere unoperazione meno pacifica e naturale di quanto potesse apparire a prima vista; se infatti da una parte i padri trovavano un uditorio inadeguato ad ascoltare i propri racconti, dallaltro, come scrive la Wieviorka sulla scomparsa dello yiddishkeit- il modo yiddish, lo sguardo delle generazioni nate dopo la Shoah era uno sguardo cieco. Ebrei senza eredit essi avevano il sentimento che lunica cosa che era stata loro trasmessa del giudaismo erano le ceneri dei crematori. Il legame tra le generazioni era stato interrotto dalla morte dei nonnile generazioni non potevano comunicare fra loro dal momento che i nonni, quando erano sopravvissuti, parlavano male la lingua del luogo e i nipoti ignoravano lo yiddish377. La volont di rendere visibile e dicibile lesperienza della Shoah conoscer un ulteriore e decisivo incentivo dalla notizia data al parlamento israeliano il 23 maggio 1960 dal Primo Ministro israeliano David Ben Gurion; egli comunic che il Mossad378 aveva scovato e catturato in Argentina il famigerato criminale nazista Adolf Eichamnn il quale, al momento, si trovava in Israele379 in attesa di essere processato. A partire da questo momento fino a tutto il 1961- anno in cui ebbe luogo il processo il caso Eichamnn primegger sulle colonne delle testate analizzate, proponendo prima il
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S. Weiller Romanin Jacur, Mostra della deportazione nei campi nazisti a Padova, in Israel, n. 4, 20 ottobre 1960. 377 A. Wieviorka, Lera del testimone, cit., pp. 42-43. Si vedano anche i toccanti colloqui che Claudine Vegh ha intrattenuto con i figli dei sopravvissuti in Non gli ho detto arrivederci. I figli dei deportati parlano, Firenze, La Giuntina, 1981. 378 Servizio segreto israeliano. Il 23 maggio 1960 il Primo ministro Ben Gurion avvis la Knesset che uno dei principali criminali di guerra nazisti, Adolf Eichmann, era stato scovato in Argentina e a quella data si trovava gi in terra israeliana. Ricardo Clement, questo il nome con cui era conosciuto in Argentina Eichmann, venne rapito l11 maggio 1960 mentre stava rientrando nella sua casa in via Garibaldi a Buenos Aires, Cfr. S. Wiesenthal, Giustizia, non vendetta, Milano, Mondatori, 1999, pp. 91108, T. Segev, Il settimo milione, Milano, Mondadori, 2001, pp. 299-353. 379 Cfr. C. A. Viterbo, Un popolo e il suo carnefice: dopo lannuncio di Ben Gurion della cattura di Eichamnn, in Israel, n. 32, 9 giugno 1960, Il rapimento Eichmann, in Ha-Tikw, n. 6, giugno 1960, Israele e Argentina: il caso Eichmann, in La Voce, n. 9, giugno 1960, Il criminale nazista Eichmann catturato, in Bcim, n. 9, giugno 1960.

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resoconto degli orrori commessi dal gerarca nazista380 e, a processo iniziato, la cronaca delle sedute giudiziarie381. La vicenda dellObersturmbannfuhrer Adolf Eichmann, la sua carriera politica sotto il Terzo Reich in qualit di tenente colonnello, il ruolo centrale da lui svolto nella deportazione della popolazione ebraica nei territori via via occupati dalle truppe naziste, non verranno rievocati in questa sede382 giacch ci che preme qui evidenziare e analizzare sono piuttosto le reazioni, i commenti, le discussioni che la comunit ebraica italiana registrava al suo interno in relazione a questo epocale processo e a ci che si ricordava e si testimoniava durante il suo svolgersi. Iniziato l11 aprile 1961, il 20 dello stesso mese, Giorgio Romano, corrispondente di Israel, firmava un articolo che non aveva timore di intitolare Il processo del secolo, in cui il giornalista compendiava efficacemente lo stato danimo con cui si guardava allevento notando che esso non tanto un processo contro un uomo, quanto contro un regime; portando Eichmann davanti a un tribunale ebraico nel risorto Stato dIsraele si compie unopera di giustizia storica. Il processo deve ricordare ai dimentichi e insegnare ai giovani quel che avvenuto in Europa pochi lustri fa. A Norimberga si sono giudicati i criminali di guerra, si voleva fare giustizia e a quindici anni di distanza il processo odierno ripropone alla coscienza del mondo una domanda senza risposta: come stato possibile leccidio di sei milioni di ebrei e perch?383. Funzionale al ricordo dei sei milioni di vittime ebraiche scomparse nei campi della morte nazisti, il processo di
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In questo senso Israel il giornale che si impegna a fornire uninformazione dettagliata dei fatti, Cfr. C. A. Viterbo, La giustizia e la storia, in Israel, n. 32, 9 giugno 1960, id., Eichmann: cronaca dei fatti, in Israel, n. 34, 23 giugno 1960, id., Le gesta di Eichmann, in Israel, n. 35, 30 giugno 1960, id., Il Consiglio di sicurezza ha riconosciuto il diritto israeliano a processarlo, in Israel, n. 36, 7 luglio 1960, Accordo fra Israele e Argentina su Eichmann, in Israel, n. 41, 25 agosto 1960. 381 La durata del processo fu di quattro mesi, dallaprile allagosto 1961; il verdetto della condanna a morte tramite impiccagione dellimputato venne emesso nel dicembre dello stesso anno. Eichmann fu impiccato nella prigione di Ramla la sera del 31 dicembre 1962, Cfr. T. Segev, Il settimo milione, cit., p. 337. 382 A riguardo, il riferimento obbligatorio a H. Arendt, La banalit del male. Eichmann a Gerusalemme, Milano, Feltrinelli, 2001. Gran parte della bibliografia su Eichmann composta da contribuiti inglesi, francesi e tedeschi; si veda la bibliografia al termine del libro sopraccitato della Arendt, pp. 300-305. In italiano G. Hausner, Sei milioni di accusatori, cit., Q. Reynolds, Il ministro della morte. La storia di Adolf Eichmann, Milano, Bompiani, 1961, L. Poliakov (a cura di), Dossier Eichmann, Roma, Editori Rinuiti, 1961, H. Geiger, Ecco le prove: Adolf Eichmann, Milano, C. del Duca editore, 1961, S. Minerbi, La belva in gabbia: Eichmann, Milano, Longanesi, 1962, P. Pardi (a cura di), Processo al Terzo Reich, Roma, Editori Riuniti, 1962, J. Von Lang, Il verbale: la registrazione degli interrogatori a Adolf Eichmann, Milano, Sperling&Kupfer, 1982. Sulla cattura in Argentina si rimanda a I. Harel, La casa di via Garibaldi, Milano, Mondadori, 1976. Sulleco del processo Eichmann in Italia si veda G. Valabrega, Ebrei fascismo sionismo, cit., pp. 306-315. 383 G. Romano, Il processo del secolo, in Israel, n. 27, 20 aprile 1961.

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Gerusalemme persegu esplicitamente lobiettivo di fornire, soprattutto alle nuove generazioni, una lezione di storia, di pedagogia e di trasmissione di una memoria fino a quel momento taciuta o sussurrata, che trovava adesso la giusta occasione -tramite la deposizione dei centoundici testimoni chiamati alla sbarra dal procuratore generale Gideon Hausner- di essere raccontata e soprattutto ascoltata dallintera opinione pubblica internazionale. Nota giustamente la Wieviorka, memore delle riflessioni della Arendt, che il processo di Gerusalemme doveva essere, in teoria, il processo al carnefice, ma quasi subito il carnefice scompare. I riflettori dei media non sono pi puntati sul protagonista della Soluzione finale. Luomo dietro la gabbia di vetro viene cancellato dalle vittimele televisioni di tutto il mondo chiedono soltanto le sequenze in cui sono i sopravvissuti a deporre, senza badare al fatto che ci che racconta il testimone abbia qualche legame con limputato, la cui presenza come impallidita384. Tornando al contesto italiano, da pi parti si scrissero articoli che davano uninterpretazione piuttosto univoca e concorde sulla lezione storica che il processo doveva impartire; cos Dante Lattes osservava con toni universalistici che a Gerusalemme si sta compiendo il processo allUmanit, la quale non fece niente per impedire lenorme strage di milioni di Ebrei, anche se ci fu una minoranza di giusti che si adoperarono per sottrarre le vittime dai forni crematori385; in un suo successivo scritto, Lattes esprimeva pi pessimisticamente il proprio dubbio intorno agli effetti che si attendono o si sperarono dal processo. Purtroppo gli uomini dimenticano presto quelle che dovrebbero essere le lezioni della storia, ammesso che la storia insegni qualche cosa a chi la vive o a chi la legge sui libri. Non nutro alcuna fiducia che si possa apprendere gran che dal massacro nazista386. Pi fiduciose e aggressive le parole di Eucardio Momigliano che vedeva accusati in quellaula giudiziaria non solo quel
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A. Wieviorka, L era del testimone, cit., p. 97. Sulla funzione che i testimoni chiamati al processo da Hausner dovevano rivestire, Hannah Arendt ha scritto che essi dovevano rendere spettacolare e drammatico il processo, un processo sensazionale, La banalit del male, cit., p. 17; da parte sua Tom Segev scrive che entr in scena quella che Hausner nelle sue memorie defin la parata dei testimoni dellOlocausto. Moltissimi erano stati convocati come testimoni sul contesto storico. I giudici espressero pi volte la loro perplessit di fronte ad alcune testimonianze che sembravano irrilevanti rispetto alle accuse rivolte allimputato. Chiesero ripetutamente che il dibattimento si concentrasse sulle azioni compiute da Eichmann, ma Hasuner continu imperterrito a chiamare uno dopo laltro i testimoni che aveva scelto ed essi, quando cominciavano a raccontare, erano come fiumi in piena, inarrestabili, Il settimo milione, cit., p. 324. 385 D. Lattes, Dobbiamo assolvere l umanit?, in RMI, n. 10, ottobre 1961. 386 Id., La lezione del processo Eichmann, in RMI, n. 2, febbraio 1962.

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miserabile individuo di nome Eichmann ma tutti quei tedeschi che hanno plaudito a Hitler. Se la Germania aspira a riconciliarsi con il mondo civile, ha scritto Thoams Mann nel 1945 rivolgendosi ai suoi compatrioti, necessario che voi abbiate piena totale conoscenza dei delitti ripugnanti dei quali voi sapete troppo poco. Quel che conta in questo processo che il mondo sappia, che i tedeschi sappiano e si vergognino, e cos pure i loro servi sciocchi italiani: arrossite!387. Leo Neppi Modona firmava invece un articolo cauto, breve, in cui premeva evidenziare il fatto che il processo Eichmann non una vendetta degli ebrei ma unoccasione storica per imparare su come andarono le cose e insegnare al mondo che milioni di persone non possono cos impunemente sparire nella notte e nella nebbia388; Elio Toaff affermava da parte sua che se per Israele questo processo stato efficace per far conoscere ai giovani limmane strage europea, nella Diaspora serve a due categorie di persone: ai giovani, che non hanno avuto modo di conoscere direttamente quegli eventi, e a tutti coloro che avendo visto e saputo, pensano a torto di dover dimenticare perch il ricordo troppo legato a dolori, lutti familiari o di stretti congiunti. Lebraismo romano ha sofferto pi e come lebraismo italiano della persecuzione razziale e del dominio nazista. Eppure quanti conoscono le vicende esatte? Quanti hanno letto il libro di Giacomo De Benedetti 16 ottobre 1943? La Resistenza ha portato alla libert, ebrei della Diaspora non dimenticate!389. Una versione tutta sionista veniva invece da Sandro Di Castro, ex direttore di Ha-Tikw che di recente aveva compiuto la propria aliah, vedendo nel processo Eichmann un duplice obiettivo: il primo avvicinare i giovani israeliani a quelli della Golah la cui esistenza per i primi assurda dopo la creazione dello Stato dIsraele e dopo soprattutto ci che essi hanno sopportato durante il nazismo. Riusciranno i sabres a sentire come propri fratelli i giovani ebrei della Golah? Il secondo fine di questo processo, di gran lunga il pi importante riguarda invece i giovani della Golah; dal 1948 essi hanno un indirizzo ma non lo riconoscono: Israele. Se i loro genitori, spettatori o superstiti dellimmane tragedia, sono cos ciechi da
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E. Momigliano, Il processo Eichmann, in Bcim, n. 8, aprile-maggio 1961. L. Neppi Modona, Il processo di Gerusalemme, in Ebrei dEuropa, n. 21, aprile 1961. Lespressione notte e nebbia una citazione dellomonimo film premiato a Cannes nel 1956 girato dal regista francese A. Rsnais, ex internato a Mauthausen, il quale prese a titolo del proprio film un decreto nazista promulgato il 7 dicembre 1941 che aveva lo scopo di prelevare le persone invise al regime nei paesi occupati e deportarle in Germania dove il loro destino era avvolto nel pi profondo segreto, Cfr. Notte e nebbia, in Israel, n. 42, 5 luglio 1956. 389 E. Toaff, Il processo Eichmann e lebraismo della Diaspora, in La Voce, n. 6, agosto 1961.

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continuare a credere che nel mondo non vi sia pi posto per lantisemitismo, sappiano almeno i giovani- specie quelli italiani che sembrano non aver imparato nulla dalle persecuzioni recenti- che lo sterminio del nostro popolo poteva essere evitato solo se non avessero tardato a riconoscere in Eretz Israel la loro patria. Il processo Eichmann rappresenta nella nostra storia attuale lo strumento per la salvezza di quegli ebrei diasporici che non hanno appreso fino in fondo la lezione: prima che sia di nuovo troppo tardi!390. La testata giornalistica che dedic maggior spazio e resoconti dettagliati e anche pi interessanti al processo fu Israel391; Guido Lodovico Luzzatto firmava uno scritto di particolare interesse riguardante il capitolo italiano delle persecuzioni, riportando lo storico discorso dapertura pronunciato da Hausner il quale dopo aver passato in rassegna i vari metodi di rastrellamento degli Ebrei usati dai nazisti, nei paesi dellEuropa occidentale, ha parlato anche dellItalia ed ha messo in luce, come era giusto che facesse, lopposizione netta del popolo italiano e, in molti casi, delle autorit italiane, contro la persecuzione e le deportazioni degli ebrei. Infatti la percentuale degli ebrei deportati dallItalia stata pi bassa che altrove. Questo giusto sottolinearlo ma un titolo come quello del Secolo dItalia del 19 aprile che recita Mussolini salv la vita a migliaia di ebrei. Lo ha riconosciuto laccusa al processo di Gerusalemme sottende a un che di pericoloso, cio che il razzismo e lantisemitismo fossero estranei allideologia fascista e se Mussolini alla fine ag contro gli ebrei ci fu causato perch fu costretto ad agire cos dai tedeschi. Non bisogna dimenticare che se vero che le leggi antisemite entrate in vigore in Italia nel 38 non arrivarono a formulare la deportazione e leliminazione fisica degli ebrei, altres vero che quelle leggi tolsero
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S. Di Castro, Lumanit contro Eichmann, in Israel, n. 29, 11 maggio 1961. Il termine Golah indica in maniera spregiativa la Diaspora, mentre i sabres sono gli israeliani nati e cresciuti in terra di Israele, gli autoctoni. 391 Si sono rintracciati i seguenti articoli Eichmann alla sbarra, in Israel, n. 26, 13 aprile 1961, Eichmann e lOnu, ivi., G. Romano, Il processo del secolo, in Israel, n. 27, 20 aprile 1961, La parola al Pubblico Ministero, in Israel, n. 28, 27 aprile 1961, Tre settimane dallinizio del processo, in Israel, n. 29, 11 maggio 1961, G. Romano, Penosa rievocazione di orrori e dolori, in Israel, n. 30, 18 maggio 1961, id., L Italia ebraica durante la persecuzione, ivi., id., La responsabilit di Eichmann, in Israel, n. 31, 1 giugno 1961, Capitolo ungherese della persecuzione, in Israel, n. 32, 8 giugno 1961, C. A. Viterbo, Eichmann, in Israel, n. 34, 22 giugno 1961, La deposizione di Eichmann, in Israel, n. 35, 29 giugno 1961, La parola a Servatius, in Israel, n. 36, 6 luglio 1961, Parola ancora alla difesa, in Israel, n. 37, 13 luglio 1961, Contro interrogatorio di Hausner, in Israel, n. 38, 20 luglio 1961, Fase conclusiva dellistruttoria, in Israel, n. 40, 3 agosto 1961, Requisitoria di Hausner e la difesa di Servatius, in Israel, n. 42, 31 agosto 1961, Ripresa del processo Eichmann, in Israel, n. 12, 14 dicembre 1961, La sentenza del Tribunale di Gerusalemme: Eichmann condannato a morte, in Israel, n. 13, 21 dicembre 1961.

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a tutti gli ebrei diritti civili basilari, gettandoli nella miseria. Come ebrei vogliamo e dobbiamo riconoscere davanti al mondo la generosit del popolo italiano, che sempre osteggi il razzismo e lantisemitismo, ma ci ribelliamo come italiani, contro la falsa idea che quella generosit, quel senso profondo di umanit sia attribuito al fascismo come regime, come ideologia. Mussolini forse inorrid davanti ai sistemi usati nei campi nazisti, ma le sue idee prepararono il terreno perch ci avvenisse. I morti di ogni fede, vittime del fascismo, non lo permettono; di questo bisogna serbar memoria, questo vogliamo ricordare392. Sullo scritto di Luzzatto bene soffermare pi a lungo lattenzione, poich numerose sono le questioni che il testo solleva e che meritano di essere approfondite. In primo luogo, si constata nelle parole del procuratore generale quella tendenza riscontrata anche altrove a smorzare gli effetti che la persecuzione antisemita gener in Italia per via della reazione unanime di avversione e di sdegno dimostrata dalla maggioranza della popolazione civile; non era il giornalista che interpretava le parole di Hausner conferendogli una personale lettura dal momento che nella stessa relazione introduttiva del procuratore generale si legge che loperazione di rastrellamento e di deportazione non ebbe il successo sperato perch gli italiani aiutavano gli ebrei, nascondendoli a rischio della propria vita. Anche il clero italiano partecip unanime allopera di salvataggio e i monasteri aprirono le porte ai perseguitati. Il pontefice poi, intervenne personalmente a favore degli ebrei arrestati a Roma393. Si avr modo di notare pi avanti come questo giudizio verr riformulato e rafforzato durante la seduta giudiziaria dedicata al capitolo italiano; tuttavia gi nelle parole introduttive di Hausner si riscontra quella vulgata riassumibile nellefficace espressione bidussiana del mito del bravo italiano; ed proprio questo mito che informa laccenno fatto dal procuratore alla bassa percentuale debrei deportati dallItalia, letta come effetto dellavversione dimostrata dal popolo e dalla Chiesa italiana alla persecuzione ebraica. Effettivamente, il numero degli ebrei deportati dal suolo italiano stato di minor entit se rapportato a quello di paesi come la Polonia, ma questo dato non pu essere unicamente spiegato mediante losservazione che fu grazie ai soccorsi prestati dai cittadini italiani agli ebrei a salvare questultimi da una
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G. L. Luzzatto, Gli Italiani non il fascismo!, in Israel, n. 28, 27 aprile 1961. Singolare appare il fatto che il Secolo dItalia, testata in gran parte diffusa negli ambienti neofascisti, venisse letta dai giornalisti che scrivevano sulle testate ebraiche italiane. 393 G. Hausner, Sei milioni, cit., p.181.

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deportazione capillare. Piuttosto si concorda con ci che scrive la storica americana Susan Zuccotti la quale osserva che sebbene la liberazione non venne presto come molti si aspettavano, per gli ebrei in Italia il periodo pericoloso fu pi breve che per quelli degli altri paesi occupati. Quasi tutta la Polonia fu occupata per pi di cinque anni, i Paesi Bassi, il Belgio e la Francia settentrionale lo furono pi di quattro. In Italia, con un periodo pericoloso iniziato tardi e durato poco, c da stupirsi perch gli ebrei catturati furono tanti, anzich pochi394. Tuttavia, durante il processo Eichmann, limmagine che venne tratteggiata dellItalia fu sostanzialmente quella di un paese che accett con riluttanza la legislazione razziale, che manifest questo dissenso aiutando i perseguitati e che comunque liniqua normativa antisemita voluta da Mussolini e dal proprio entourage fu attuata moderatamente e senza mai arrivare a formulare propositi di sterminio e di eliminazione di massa caratteristici invece di quella nazista. Il titolo apparso sul Secolo d Italia citato da Luzzatto lesempio forse pi vistoso e estremo di un pensiero che era probabilmente condiviso dalla maggioranza dei giornalisti italiani presenti al processo se Luzzatto stesso notava che molti giornalisti italiani presenti in aula, hanno evidenziato in modo ampio questa parte della requisitoria, come umano che facessero395; a tal proposito il giornalista ricordava a ragione che lItalia ebbe un regime che indipendentemente e senza pressioni esterne si dette una legislazione razzista, che ebbe per pi di ventanni un regime antidemocratico che prepar un terreno fertile ad accogliere le conseguenze estreme che unalleanza con la Germania nazista avrebbe inevitabilmente portato con s. Giorgio Romano, da parte sua, commentava il discorso di Hausner partendo dal fondamentale distinguo fra latteggiamento di Mussolini favorevole ad aiutare i tedeschi nella deportazione degli ebrei e una buona parte dei funzionari italiani che al contrario non dimostrarono entusiasmo e sviarono le operazioni di rastrellamento soprattutto nel Sud della Francia. Da qui le lamentele tedesche e da qui anche le misure inapplicate in Italia e nei territori da essa controllati. Anche il clero italiano partecip al salvataggio degli ebrei, insieme al
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S. Zuccotti, L olocausto in Italia, Milano, Tea, 1995, p. 280. Annota inoltre la storica americana che in maggioranza gli italiani detestavano la guerra, il fascismo e i tedeschi. In maggioranza non erano antisemiti, in maggioranza erano individualisti, diffidavano delle autorit, tendevano a non prendere sul serio le leggi e la retorica. Tuttavia la maggioranza degli italiani non aiut gli ebrei. Avevano il terrore delle punizioni, erano troppo impegnati a lottare per sopravvivere a loro volta, o erano ignari o indifferenti alle sofferenze altrui, pp. 288-289. 395 G. L. Luzzatto, Gli Italiani non il fascismo!, in Israel, n. 28, 27 aprile 1961.

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popolo italiano e al Papa396. Nelle settimane successive si riportavano succintamente le notizie riguardanti le deposizioni dei vari testimoni397 fino ad arrivare alla seduta dell 11 maggio dedicata al capitolo italiano in cui parl lunica testimone italiana sentita al processo. Era Giorgio Romano a firmare lampio resoconto di tale seduta e merita di riportarlo per intero giacch esso costituisce una valida occasione per riflettere ancora sullantisemitismo fascista e di come esso venisse ricordato a posteriori da chi laveva subito in prima persona. La giornata dell11 maggio -scrive Romano- stata dedicata alla persecuzione nazista in Italia. E stata una giornata complessa perch ha mostrato da un lato le prove di umanit e comprensione che hanno dato gli italiani ai loro fratelli ebrei, dallaltro ci ha parlato di luoghi e di persone che abbiamo conosciuto e amato. LItalia stata raccontata a partire dall8 settembre del 1943, menzionando lirritazione provata dai tedeschi riguardo al comportamento dimostrato dagli italiani che applicavano con malcelata noncuranza le leggi razziali e di come cercassero di sabotare le disposizioni relative al lavoro forzato, ai campi dinternamento e alle deportazioni. Le beffe giocate a danno dei nazisti per mano delle autorit italiane, gli indugi e il perdere tempo sono una bella testimonianza non solo per il popolo e gli individui, ma anche per alcuni uffici. Avremmo per voluto sapere anche ci che il fascismo fece fin dal 1938 con le sue leggi razziali, con le sue discriminazioni che offesero e ferirono lEbraismo sebbene non costituissero una minaccia di vita per le persone. Testimoni la nostra amica Hulda Cassuto Campagnano; ella ha descritto gli avvenimenti che conobbe a Firenze (da dove furono deportati senza ritorno suo fratello, il rabbino Nathan Cassuto e il marito David Campagnano e dove fu presa anche la cognata Anna Cassuto che doveva giungere due anni dopo in Israele dopo essere stata deportata a Auschwitz, Bergen Belsen e Theresienstadt) e dello strazio della caccia alluomo, esprimendo calda gratitudine per laiuto e la solidariet ricevuta in quei mesi da parte dei cittadini italiani. Il Procuratore Generale le chiese quali cause vedesse nella solidariet dimostrata dagli italiani agli ebrei ed ella indic tre fattori principali: lodio per i tedeschi tradizionale in Italia; lazione partigiana; il buon cuore degli italiani. Tuttavia non ha taciuto gli atti di delazione che ci furono ma ha dato unimmagine -che mi sembra vera e reale- di una
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G. Romano, La non collaborazione del popolo italiano, in Israel, n. 28, 27 aprile 1961. Si vedano su tutti i due articoli scritti da G. Romano, Penosa rievocazione di orrori e dolori, in Israel, n. 39, 18 maggio 1961, id., La gloriosa tragedia degli ebrei di Vilna, Bialistok e Kovno, ivi.

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situazione che ha avuto la nobilt di luci e di gesti eroici. Su 7496 ebrei italiani deportati soltanto 610 hanno fatto ritorno; se noi pensiamo che un quinto dellebraismo italiano cos perito e se noi meditiamo che il popolo italiano ha aiutato le vittime contro i persecutori e che la durata della persecuzione stata relativamente breve, abbiamo ancora unidea pi terribile della forza distruttrice del nazismo in Europa398. Il fatto che la persecuzione degli ebrei in Italia fosse stata di durata breve non dava adito a un tipo di problematica che induceva a riflettere in altro modo sulle cause del basso numero di ebrei deportati, anzi questo costituiva una prova ulteriore dellefferatezza nazista che anche in un lasso di tempo piuttosto ristretto riusc a decimare un quinto dellebraismo italiano; permaneva lesaltazione del grande cuore degli italiani e della sua umanit, sebbene nel giugno successivo Hulda Cassuto Campagnano indirizzava una significativa lettera al direttore di Israel in cui teneva a precisare che ricevendo alcuni giornali italiani contenenti la mia deposizione al processo Eichmann, sono rimasta spiacevolmente sorpresa e addolorata nel vedere come le mie parole sono state male interpretate, forse a causa della traduzione dallebraico. Gran parte della mia deposizione stata totalmente travisata. Io non ho mai detto che noi eravamo totalmente intossicati dai privilegi che in Italia ci erano stati fino ad allora concessi. Anzi ho cominciato la mia deposizione proprio parlando delle leggi razziali in vigore dal 1938 e ho fatto notare come tali leggi non andavano a ledere il diritto alla vita degli ebrei. Ho parlato poi del cambiamento fondamentale avvenuto nel settembre del 1943 e di quale fatica mio fratello Nathan impieg nel convincere gli ebrei a lasciare la propria abitazione. Il procuratore mi ha chiesto: Perch gli ebrei non volevano fuggire?. La mia risposta stata che alcuni ebrei erano accecati dal fatto che erano stati discriminati dai fascisti e per questo si sentivano al sicuro. Non ho mai parlato di privilegi come invece riporta La Nazione e Il Resto del Carlino. Cos non ho parlato di unanime aiuto del popolo italiano ma di aiuto che ci venuto da tutti gli strati della popolazione. Se laiuto fosse stato davvero unanime quante vittime in meno ci sarebbero state! 399. Questa testimonianza porta alla luce un aspetto nodale della politica della memoria
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Id., LItalia ebraica durante la persecuzione nazista, in Israel, n. 30, 18 maggio 1961. Gran parte della deposizione di Hulda Cassuto Campagnano si pu trovare anche in S. Minerbi, La belva in gabbia, cit., pp. 48-51. 399 H. Cassuto Campagnano, Parola ad una testimone, in Israel, n. 34, 22 giugno 1961. La medesima lettera si trova pubblicata anche su Bcim, n. 11, luglio-agosto 1961.

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espressa da una parte del giornalismo italiano che sicuramente rispondeva a soddisfare esigenze di autorappresentazione nazionale sentite e volute dallopinione pubblica che continuava a voler leggere quel passato a partire dallinvasione tedesca dell8 settembre, ovvero, quando iniziarono a manifestarsi gli aiuti e i soccorsi agli ebrei perseguitati; inoltre, datare linizio delle persecuzioni all8 settembre metteva in sordina i cinque anni della legislazione antisemita italiana, ideata e applicata allo scopo di isolare, impoverire e de-nazionalizzare lintera comunit ebraica della penisola. Hulda Cassuto Campagnano esprimeva un concetto cos semplice da far apparire ancora pi sconcertante il fatto che nessuno -nemmeno da parte ebraica- dimostr coraggio nel risponderle o nellasserire con lei che se nella Penisola fosse stato realmente presente un verace sentimento antisemita, allora quegli aiuti tanto declamati si sarebbero dovuti palesare ben prima dell8 settembre e se questi poi furono cos pervasivi a partire da quella data, il numero dei deportati sarebbe dovuto risultare di gran lunga inferiore rispetto alla cifra reale; lunica testimone italiana sentita al processo Eichmann era lunica voce che sembrava dire la verit su quel periodo, sullatteggiamento tenuto dai pi che non risultava essere cos eroico e misericordioso come giornali nazionali quali La Nazione e Il Resto del Carlino sembravano dipingere. Nessuno risponder alla sua lettera, n Israel n altri giornali; soltanto un anno pi tardi, Giorgio Romano riprese il discorso sulle pagine della Rassegna Mensile di Israel, scrivendo una sorta di riflessione sullesito del processo Eichmann e sulle reazioni che si verificarono in Italia; il giornalista notava che nella nostra sofferenza per i misfatti compiuti in Italia di cui soffriamo anche per leclissi della civilt italica in cui fummo cresciuti e in cui abbiamo creduto- non dobbiamo dimenticare la loro pochezza in confronto a quella di altri paesi (ma guardiamoci bene anche da coloro che elogiano solamente la gentilezza e lumanit degli italiani). Voglio parlare della testimone italiana al processo del secolo Hulda Cassuto Campagnano per il suo valore umano e per linsegnamento che tutti noi da lei possiamo trarre. L11 maggio 1961 stato presentato il capitolo italiano; apparso chiaro che in Italia gli effetti catastrofici delle persecuzioni nazisti sono stati pi tenui per la resistenza della popolazione. Rispondendo a richiesta specifica sulle leggi razziali emanate dal governo fascista nel 1938, la signora Cassuto Campagnano ha detto. Si trattava di leggi emanate soprattutto contro gli ebrei che non erano cittadini

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italiani, i quali venivano cacciati dal paese. La nostra sicurezza personale non era stata minacciata e la nostra vita non era in pericolo. Alla domanda cosa fosse avvenuto nel settembre 1943, la teste rispose che le cose cambiarono completamente quando i tedeschi entrarono in Italia come invasori e iniziarono a perseguitare gli ebrei fisicamente. Nellultima parte della testimonianza si svolto il seguente dialogo: Pubblico Ministero: Si pu affermare che gli aiuti che lei ha ricevuto non si limitavano ai religiosi e ai conventi ma comprendevano effettivamente tutti gli strati della popolazione?. Teste: Posso asserirlo perch ho ricevuto valido appoggio da parte del clero ma anche dalla gente umile, da semplici operai e da altri ceti della popolazione. Pubblico Ministero: Come spiega lei questo aiuto che le stato fornito dalla popolazione?. Teste: Un fattore lodio che gli italiani nutrivano per i tedeschi; poi lattivit dei partigiani che dispiegarono unazione su vasta scala che mirava alla liberazione di tutto il paese. Inoltre il buon cuore degli italiani che ho trovato ovunque; ciascuno di noi ebrei italiani che abbia potuto salvarsi in seguito, deve la sua vita al popolo italiano. Queste pagine non intendono affatto indagare le cause prossime dellantisemitismo in Italia, ma in un tentativo di presentare la storia della persecuzione in Italia come una cosa imposta dalla Germania e osteggiata dal paese, certa stampa andata troppo oltre e ha tratto conclusioni del tutto diverse da quelle che erano state portate davanti alla corte di Gerusalemme (La Nazione e Il Resto del Carlino). Nella deposizione della teste si possono riscontrare delle inesattezze e magari una certa tendenza a non sottolineare la gravit della prima parte della persecuzione fascista, ma assolutamente falso che essa abbia fatto le dichiarazioni che alcuni organi di stampa le hanno attribuito. Per cui la Signora Campagnano ha scritto una lettera di rettifica su Israel e sul Bollettino della comunit israelitica di Milano rispettivamente il 22 giugno 1961 e nel luglio del medesimo anno. E doloroso che sia stata necessaria questa messa a punto perch semmai sarebbe stato dovere dei giornalisti italiani fare ci. Come scriveva sul Corriere della sera Domenico Bartoli il 29 dicembre 1961: Non diciamo, non diciamo per carit che stata tutta colpa dei tedeschi400.

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G. Romano, Una testimonianza sul capitolo italiano al processo Eichmann, in RMI, n. 3-4, marzo-aprile 1962.

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Indubbiamente nella teste stessa si riscontravano certi luoghi comuni intorno alla persecuzione fascista ricordata s iniqua e spregevole ma non lesiva del diritto alla vita401; tuttavia se la Campagnano sent lesigenza di rettificare le opinioni lette su alcuni giornali italiani, significava che, malgrado gli aiuti e i soccorsi da lei ricevuti da ampi strati della popolazione, un dubbio sul fatto che realmente si poteva fare di pi per salvare la minoranza ebraica e che se questi aiuti fossero stati pi diffusi e generalizzati, i 6885 ebrei italiani che non fecero ritorno dai lager nazisti sarebbero stati di gran lunga di minor entit. Questo processo di riscrittura nazionale di un passato tragico presentato con tutte quelle attenuanti volte a sollevare il popolo italiano da una diretta corresponsabilit con gli occupanti tedeschi, andava di pari passo a quella elaborata dalla Chiesa pronta a presentarsi in qualit di istituzione che accolse e aiut profusamente la comunit ebraica durante loccupazione nazista in Italia. A riguardo, merita citare un articolo di rettifica inviato a Civilt Cattolica dagli ex rappresentanti della Delasem402 Lelio Vittorio Valobra, Renzo Levi e Settimio Sorani403 che venne successivamente pubblicato da Israel, in cui si leggeva che in uno scritto a firma del Reverendo Padre Leiber, dal titolo Pio XII e gli ebrei di Roma 1943-1944 apparso il 4 marzo 1961 su Civilt Cattolica, i sottoscrittori non vogliono giudicare se il Vaticano abbia fatto quanto in suo potere fare nei riguardi degli ebrei, n sminuire in alcun modo quanto stato fatto, ma dichiarano di voler precisare alcuni punti: 1. Non esatto dire che nel settembre del 1943 Papa Pio XII abbia offerto spontaneamente di mettere a
401

A tal riguardo rappresentativo ci che disse la stessa Hulda Campagnano sul periodo persecutorio 38-43: Gli ebrei italiani furono espulsi da tutte le loro funzioni ufficiali e da tutte le cariche pubbliche. Al tempo stesso gli ebrei sono riusciti ad ottenere nuovi uffici e impieghi. Se prendo lesempio della mia famiglia posso dire che noi abbiamo ottenuto nuovi incarichi. Mio padre, dopo lespulsione dalluniversit, si trasferito a Gerusalemme, mia sorella, che come me insegnava nei ginnasi italiani, si trasferita in Palestina ed io sono entrata nellinsegnamento ebraico privato. La nostra sicurezza personale non era minacciata, ma dal punto di vista economico la nostra esistenza era diversa da quella di prima. Il riferimento iniziale riguardo al fatto che gli ebrei comunque avevano la possibilit di continuare ad esercitare in altro modo la propria professione viene nel corso della deposizione smentito dalle parole stesse della teste rilevando che allinterno del proprio nucleo familiare ben due persone dovettero emigrare per riuscire a sopravvivere e che lei stessa entr in una struttura scolastica creata dalla comunit ebraica. Sembra che tutto ci che era stato detto fosse stato influenzato da ci che accadde dopo l8 settembre allorch inizi la fase della deportazione di massa degli ebrei e in cui perirono lo stesso fratello e marito della testimone. 402 Delegazione Assistenza Emigranti Ebrei operante in Italia dal 1940 fino a Liberazione avvenuta, Cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei, cit., pp. 427-433. 403 Per una storia dettagliata dellopera prestata da queste tre personalit allinterno del Comitato assistenza emigranti ebrei prima e della Delsaem poi, si veda S. Sorani, Lassistenza ai profughi ebrei in Italia, 1933-1947: contributo alla storia della Delasem, a cura di A. Tagliacozzo, prefazione di R. De Felice, Roma, Carucci, 1983.

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disposizione agli Ebrei di Roma la quantit doro eventualmente mancante per raggiungere il quantitativo richiesto dai tedeschi. 2. La Delasem che insieme allopera di S. Raffaele viene indicata nellarticolo come organizzazione ecclesiastica, al contrario stata sempre unorganizzazione ebraica come dice la sigla stessa. 3. Quando i tedeschi occuparono Genova, non fu al cardinale Boetto che furono consegnati i cinque milioni di propriet della Delasem, bens furono rimessi tramite il Sig. Ariccio a Don Giuseppe Repetti. 4. Non esatto inoltre sostenere che Padre Benedetto per la sua opera assistenziale abbia avuto venticinque milioni di lire da Pio XII. Mentre vero che Padre Benedetto si prodig instancabilmente, i denari spesi dalla Delasem non passarono mai fra le sue mani e non furono procurati dal Pontefice, bens furono presi a prestito da cittadini italiani non ebrei, dietro impegno di rimborso in dollari a liberazione avvenuta. I prestiti furono possibili per la garanzia prestata dallAmerican Joint Distribution Committee e, a liberazione avvenuta, tutti i prestatori sono stati regolarmente rimborsati404. Il settimanale di Viterbo nel numero successivo pubblicava uno stralcio della risposta fornita dallecclesiastico ai tre ex delegati della Delasem, informando i lettori che Padre Leiber ha risposto affermando che nel precedente articolo aveva voluto far conoscere quanto il papa Pio XII aveva fatto per gli ebrei sebbene rimanga il fatto che anche gli ebrei hanno concorso con i loro mezzi alla loro salvezza. Padre Leiber aggiungeva inoltre che quel che pi conta che gli Enti ecclesiastici di soccorso hanno fatto tutto quello che era possibile fare perch i fondi raccolti dalla Delasem potessero essere salvati e distribuiti fra gli ebrei; che i venticinque milioni di lire erano soldi della Chiesa, mandati dal papa; non si nega che i fondi papali erano destinati in primo luogo agli ebrei battezzati, ma non soltanto a quelli, risultando diffuso il soccorso che la Chiesa dette alla minoranza ebraica perseguitata a Roma come in tutto il resto dellItalia 405. Largomento non interessa da
404 405

L. V. Valobra- R. Levi- S. Sorani, Risposta a Civilt Cattolica, in Israel, n. 32, 8 giugno 1961. La risposta di Padre Leiber, in Israel, n. 33, 15 giugno 1961. Sullopera svolta da Padre Benedetto si veda Relazione sullattivit della DELASEM di Padre Benedetto, 20 luglio 1944, in R. De Felice, Storia degli ebrei, cit., pp. 633-634. De Felice aveva gi firmato nel 1957 un originale articolo riguardo alla politica vaticana nei confronti degli ebrei perseguitati in cui dichiarava che allindomani della presa del potere da parte di Hitler e la repentina attuazione di una politica razzista e antisemita, il Vaticano si trov in una difficile situazione. Infatti se da una parte le numerose affermazioni antisemite naziste trovavano consenziente una larga parte dellopinione pubblica cattolica e dei vertici della Santa Sede, dallaltra la dottrina razzista accomunava in ununica condanna ebraismo e cristianesimo. Comunque, per molto tempo il Vaticano e Berlino mantennero rapporti ispirati al dialogo; nel luglio dl 1933 fu addirittura stipulato un Concordato. Il ruolo dirigente assunto dal nazismo nella lotta

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vicino il processo Eichmann ma si ritenuto opportuno citarlo allinterno di questo contesto perch non appare casuale la data in cui venne pubblicato larticolo di padre Leiber, sulla scia di quanto detto nella seduta dell11 maggio da Hulda Cassuto Campagnano circa lopera di soccorso dispiegata dal clero nei confronti degli ebrei; le precisazioni subito fatte giungere da parte ebraica intorno ad alcune inesattezze scritte dal gesuita sono altrettante spie che permettono di intravedere una certa evoluzione nel giudizio critico e storico riguardo al comportamento non sempre chiaro e cristallino tenuto dal Vaticano durante il biennio 43-45. Il processo Eichmann dunque provoc una serie di questioni e problematiche che a partire da quella data venivano pienamente poste in discussione ed entravano a far parte del dibattito pubblico; non ultimo quello scatenato intorno alla pubblicazione del contestatissimo libro di Hannah Arendt, Eichmann in Jerusalem, uscito in veste di libro406 negli Stati Uniti nel 1963 e pubblicato in Italia lanno successivo dalla casa editrice Feltrinelli. A livello internazionale le critiche che il libro sollev, furono soprattutto rivolte a quella parte in cui la filosofa, dopo aver descritto il perverso meccanismo che sottendeva alla creazione degli Judenrat -i consigli ebraici-, li accusava senza mezza termini di collaborazionismo e di aver fornito un prezioso aiuto ai nazisti nello sterminio del proprio popolo; scriveva che ovunque cerano stati consigli ebraici, i loro capi, quasi senza eccezione, avevano collaborato con i nazisti in un modo o nellaltro. La verit vera che se il popolo ebraico fosse stato realmente disorganizzato e senza capi, dappertutto ci sarebbe stato caos e disperazione, ma le vittime non sarebbero state quasi sei milioni407. Dal
anticomunista non poteva infatti che attirare le simpatie della Chiesa, al punto di far tacere ogni altro motivo di contrasto. Ad una rottura si giunse lentamente nel corso dei vari anni, e pi a causa delle circostanze e degli sviluppi della politica hitleriana che non per iniziativa di Roma, R. De Felice, La Chiesa cattolica e il problema ebraico durante gli anni dellantisemitismo fascista, in RMI, n. 1, gennaio 1957. 406 Si ricorda che nel 1961 la Arendt segu il processo Eichmann in qualit di corrispondente del The New Yorker sulle cui colonne pubblic il resoconto del processo nel febbraio del 1963; divenne successivamente un libro in forma un po ampliata nel maggio del medesimo anno con il titolo Eichmann in Jerusalem. A report on the banality of Evil edito dalla casa editrice newyorkese The Viking Press, Cfr. H. Arendt, La banalit del male, cit., p. 9. 407 H. Arendt, La banalit del male, cit., p. 132. Per le implicazioni politiche-filosofiche sollevate dal volume della Arendt si veda P. Helzel, Levento Auschwitz nella teoria politica di Hannah Arendt, Cosenza, Marco Editore, 2001, pp. 56-84, P. Amodio, Male radicale e banalit del male: Hannah Arendt e le aporie del pensare Auschwitz, in P. Amodio-R. De Maio- G. Lissa (a cura di), La Shoah tra interpretazione e memoria, Napoli, Vivarium, 1998, pp. 310-322, S. Forti, Hannah Arendt, in G. Pasquino (a cura di), Il pensiero politico. Idee teorie dottrine, Torino, Utet, 1999, voll. 3, pp. 476-502, B. Dupuy, Il problema del bene e del male negli scritti di Hans Jonas e Hannah Arendt, in E. BaccariniL. Thorson (a cura di), Il bene e il male dopo Auschwitz. Implicazioni etico-teologiche per loggi,

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momento che la tesi arendtiana riguardo a tali istituzioni costitu il centro delle feroci polemiche successivamente scatenatesi allinterno e fuori del mondo ebraico, sar opportuno fare una piccola digressione storica e illustrare sinteticamente a quale scopo gli Judenrat vennero creati. Questi organismi furono istituiti, contemporaneamente e in funzione alla creazione dei ghetti, con un decreto del Governatorato generale, datato il 28 novembre 1939, il quale ordinava a tutta la Comunit ebraica sotto la giurisdizione del III Reich di eleggere uno Judenrat di dodici persone o di ventiquattro se la comunit fosse stata pi numerosa di 10.000 persone. Essi dipendevano direttamente dallamministrazione civile ed erano riconosciuti quali istituzioni ufficiali; i membri di tali consigli erano per lo pi vecchi dirigenti i cosiddetti notabili- della comunit che eseguivano gli ordini impartiti dai nazisti, i quali esercitavano su detti Consigli poteri illimitati; allinterno del ghetto, il Consiglio ebraico rappresentava una vera e propria amministrazione municipale con diversi burocrati e diverse mansioni a cui provvedere, dagli alloggi al cibo allassistenza sanitaria; scrive lo storico Hilberg che esercitando fino in fondo la loro funzione, questi Consigli esaurirono le risorse nel tentare di attenuare le sofferenze e nel combattere la massiccia mortalit che colp i ghetti; ma nel contempo si piegarono automaticamente a tutte le esigenze dei Tedeschi, e richiesero lintervento dellautorit nazista per costringere le comunit allobbedienza. Questi dirigenti ebrei salvarono il loro popolo e al tempo stesso lo distrussero; salvarono alcuni ebrei e ne uccisero altri; sottrassero per un certo tempo gli ebrei dalla morte e in un periodo successivo li uccisero. Alcuni presero distanze da questo potere, altri se ne ubriacarono408. Affermazioni simili venivano pronunciate nel libro della Arendt che, come si accennato in precedenza, dettero luogo a dure e violente polemiche, la pi famosa delle quali fu quella che vide contrapposti la filosofa tedesca al suo vecchio amico Gershom Scholem409 che la indicava come una di quei tanti intellettuali ebrei
Milano, Paoline, 1998, pp. 257-272, E. L. Fackenheim, Laggressione allalleanza di Abramo, in E. Beccarini-L. Thorson (a cura di), Il bene e il male, cit., pp. 29-51, H. Arendt, Limmagine dellinferno. Scritti sul totalitarismo, a cura di F. Fistetti, Roma, Editori Riuniti, 2001, pp. 33-48. 408 R. Hilberg, La distruzione degli ebrei, cit., p. 221. Lo storico americano delinea in maniera chiara e puntuale la funzione dei Consigli Ebraici e la loro evoluzione nel corso degli anni, con riferimento soprattutto al ghetto di Varsavia e di Lodz, Cfr. 220-243. 409 Lo scambio di lettere che i due si inviarono nel giugno-luglio 1963 adesso riprodotto in H. Arendt, Ebraismo e modernit, a cura di G. Bettini, Milano, Feltrinelli, 1998, pp. 215-228. La formazione culturale comune ai due filosofi ben descritta da S. E. Aschheim, G. Scholem, H. Arendt, V. Klemperer: tre ebrei tedeschi negli anni bui, Firenze, La Giuntina, 2001.

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che provengono dalla sinistra tedesca in cui non si trova traccia dellamore per il popolo ebraico410. Le reazioni della stampa italiana e internazionale intorno alle tesi sostenute dalla Arendt, si apprendono tramite alcune recensioni apparse sulla Rassegna di Israel, nella maggioranza dei casi firmate da Dante Lattes; in una di queste il direttore riportava un articolo del settimanale ebraico-americano Ha-Dar del maggio scorso in cui il giornalista Arjeh Tartakover ha pubblicato uno scritto dal titolo Hannah Arendt, il processo Eichmann e il complesso dellodio di se stessa; inoltre nel settimanale romano Il Mondo del 18 giugno comparso un articolo di Alessandro Passerin DEntreves intitolato Intorno al caso Eichmann: le vittime e il carnefice. Li riassumiamo entrambi perch il caso patologico dellebrea Arendt e della sua anormale psicologia merita di essere studiato anche nelle sue ripercussioni pubbliche internazionali. Comincio dallarticolo del giornalista ebreo che senza mezze misure taccia di antisemitismo ebraico Hannah Arendt la quale ha pubblicato in cinque puntate sul The New Yorker, una serie di capitoli sul processo Eichmann. Lautrice appartiene -dice il Tarkover- a quella schiera di ebrei assimilati il cui complesso dellauto-odio ha sconvolto la mente: nella Arendt questa antipatia per il proprio essere ebraico triplice: lodio verso il sionismo, verso lo Stato d Israele e verso il popolo ebraico in generale. Dal suo scritto si evince che i sionisti sono stati alleati di Hitler e quindi responsabili in gran parte del loro sterminio; che la parte che lo Stato dIsraele ha avuto nel processo Eichmann un fatto molto discutibile dal punto di vista sia giuridico che morale; che gli ebrei sono un popolo di gente paurosa e vigliacca, che non solo non ha saputo difendersi ma che ha addirittura aiutato i nazisti, tramite gli Judenrat, nellimmane massacro. Lodio che la Arendt ha per il sionismo fortissimo. Larticolo dello scrittore italiano altrettanto serio e profondo di umana piet e di sdegno verso lo scritto della Arendt; soprattutto l dove essa tratta dei consigli ebraici in cui si avverte una stretta analogia
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H. Arendt, Ebraismo, cit., p. 216. Scholem indicher lamore del popolo ebraico con lespressione Ahabath Israel a cui la Arendt risponder: Io non ho mai avuto la pretesa di essere qualche cosaltro o diversa da quella che sono. Ho sempre considerato la mia ebraicit come uno di quei dati di fatto indiscutibili della mia vita, che non ho mai desiderato cambiare o ripudiare. Per quanto riguarda ci che tu chiami Ahabath Israel, lamore per il popolo ebraico, hai perfettamente ragione- non sono animata da alcun amore di questo genere, e ci per due ragioni: nella mia vita non ho mai amato nessun popolo o collettivitio amo solo i miei amici e la sola specie damore che conosco e in cui credo lamore per le persone. In secondo luogo questo amore per gli ebrei, essendo io stessa ebrea, mi sembrerebbe qualcosa di piuttosto sospetto. Non posso amare me stessa o qualcosa che so essere una parte essenziale della mia persona, ivi, p. 222-223.

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con lopera di Raul Hilberg, altro ebreo antisemita, per i quali gli Ebrei avrebbero partecipato volontariamente allimmane tragedia insieme ai nazisti. Eichmann in sostanza non avrebbe fatto ci che ha fatto se non fosse stato aiutato dagli ebrei medesimi. Tutto questo , lo ripetiamo, patologico411. Solitamente misurato e poco incline a esagerazioni verbali, i giudizi espressi in questa occasione da Dante Lattes stupiscono non poco, ma che tuttavia aiutano a comprendere meglio come il mondo ebraico fosse stato poco propenso in generale a riflettere sulle questioni sollevate dalla Arendt, tenuto conto del fatto che i Consigli ebraici comunque furono una realt storica e non una supposizione formulata della filosofa. Un tono accusatorio simile a quello di Lattes era presente nellarticolo di Guido Luzzatto che ammetteva di aver molto sofferto nel leggere i cinque articoli della Arendt pubblicati sul The New Yorker. Pi che di antisemitismo ebraico io parlerei di aberrazione cerebrale. In alcuni punti la trattazione della Arendt ha qualcosa di cos assurdo e di osceno da apparire patologica. Il processo Eichmann riuscito a rompere quella cortina di silenzio che la grande stampa di tutto il mondo si ostinava a mantenere caparbiamente; costato sofferenze inaudite a innumerevoli testimoni; e tuttavia stato un grande avvenimento, necessario, che fa onore a Israele. Volendo parere obiettiva la Arendt si avvicina con simpatia a Eichmann, stigmatizza Ben Gurion e tutta lorganizzazione del processo. Inoltre lautrice dimostra di essere una ben misera storica dal momento che mette lItalia accanto alla Bulgaria e alla Danimarca, come se lItalia fascista avesse solo resistito alle deportazioni e non avesse invece gi dal 1938 emesso le leggi razziali, oltre alla collaborazione dei fascisti mussoliniani dopo l8 settembre. Due soli sentimenti si possono provare per questo tipo di lavoro: disprezzo e ribrezzo412. Bench esatte le precisazioni di Luzzatto riguardo ai giudizi arendtiani sul capitolo persecutorio italiano, il contenuto dellintero articolo sembra poggiarsi sulle medesime considerazioni di
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D. Lattes, Il caso patologico di unebrea antisemita, in RMI, n. 7-8, luglio-agosto 1963. Il corsivo non nel testo. 412 G. L. Luzzatto, Laberrazione cerebrale di Hannah Arendt, in RMI, n. 12, dicembre 1963. Si legge altrove che in alcuni punti la trattazione della Arendt ha qualcosa di assurdo e di osceno, al di l della freddezza cerebrale e del partito fazioso. La meticolosit della documentazione storica e bibliografica in parte o apparentemente esatta, labilit della formulazione concettuale di una tesi, non dovrebbero ingannare nessuno sul carattere, incomprensibile per ogni mente sana, di questo lungo resoconto; ed veramente increscioso e pietoso che il conformismo, lossequio a una chiara fama induca a non insorgere con spontanea indignazione anche persone che hanno validamente dimostrato di sentire questo tema in modo diverso, in G. L. Luzzatto, Scritti politici. Ebraismo e antisemitismo, Milano, Angeli, 1996, p. 138.

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quelle di Lattes riportate in precedenza e anche a livello terminologico si riscontrano termini quali patologia, aberrazione cerebrale che non sembrano costituire valide e fondate argomentazioni che pure meritavano di essere affrontate per un libro tanto denso e complesso come quello della filosofa tedesca. Non si riscontrava alcun tipo di volont nei due scritti sopraccitati ad oltrepassare la personale irritazione e antipatia suscitate dalla lettura del volume, per giungere ad una riflessione pi approfondita e oggettiva intorno alle molteplici problematiche sollevate dallautrice, tacciata perfino di antisemitismo ebraico. Ora queste violente reazioni, parafrasando Segev, al limite dellisteria413, non furono precipue solamente del mondo ebraico italiano se si tiene presente che a tuttoggi Eichmann in Jerusalem non conosce una traduzione in ebraico moderno414 e se si considerano gli articoli apparsi sulla prestigiosa rivista ebraicoamericana Commentary, portavoce dellinfluente comunit ebraica statunitense. Nella rubrica dedicata alle recensioni delle riviste straniere della Rassegna Mensile di Israel, Dante Lattes riportava le impressioni scritte dal direttore della rivista americana Commentary, Norman Podhretz, il quale notava fra laltro: secondo la signorina Hannah Arendt i nazisti, allo scopo di attuare il genocidio contro gli ebrei, avevano bisogno della loro cooperazione e la ottennero in maniera straordinaria. Se gli ebrei non avessero fornito il loro aiuto le vittime sarebbero state minori. Quanto ai nazisti, la politica del genocidio non derivava dalla natura patologica degli antisemiti, ma dalla legge, considerata dai tedeschi una virt e Eichmann aveva perci fatto ci che la legge gli ordinava di fare. Una altro assurdo paradosso della Arendt quello in cui essa scrive che se gli ebrei fossero stati meno organizzati, se non avessero avuto capi o guide, ci sarebbero stati caos e miseria, ma le vittime sarebbero state minori. Di queste e di altre assurdit il libro ne pieno415. Se talune reazioni possono risultare in alcuni casi esagerate e talvolta irrazionali, si tenga comunque presente che il tema del collaborazionismo ebraico, individuato dallautrice come una delle principali cause che port il genocidio a contare sei milioni di morti, era -ed - una questione assai delicata
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T. Segev, Il settimo milione, cit., 331. Si veda T. Segev, Il settimo milione, cit., in cui lautore osserva che La banalit del male, pur essendo uno dei testi pi importanti sullOlocausto, meritevole di una discussione intelligente, non mai stato tradotto in ebraico, a parte qualche capitolo pubblicato da Haaretz. E stato invece tradotto un saggio che accusa la scrittrice di aver distorto la verit, p. 332. 415 D. Lattes, Norman Podheretz: Hannah Arendt on Eichmann. A study in the perversity of brilliance, in RMI, n. 11, novembre 1963.

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da trattare poich chiamava a rispondere dellimmane tragedia non gli aguzzini nazisti ma direttamente le vittime di quella tragedia, ponendo loro langosciante interrogativo se effettivamente questi organismi fossero stati parte attiva nello svolgersi dello sterminio nazista e se i capi di tali Consigli fossero stati pi o meno coscienti riguardo al proprio operato416. Giorgio Romano, in una sua recensione, mostrava bene la pericolosit di tale domanda notando che la pi controversa tesi del libro quella che riguarda lindiretta collaborazione che gli ebrei -pi o meno forzatamente- hanno finito col dare al proprio sterminio. La Arendt afferma che un eroico e totale rifiuto di subire loltraggio ne avrebbe forse infirmato il massacro, ne avrebbe forse infirmato lesito e limitato lestensione, una tesi che trova purtroppo consensi. Soprattutto fra la giovent israeliana, incredula che leccidio abbia potuto compiersi in larga misura senza uninsurrezione di massa; questo rimprovero rivolto alle vittime di non essere state capaci di fermare il genocidio, non tiene di conto delle circostanze in cui la dittatura tedesca si affermata, delle condizioni di terrore, della situazione bellica per cui il genocidio ha potuto esser portato avanti. Paolo Milano, recensendo il libro ne LEspresso del 9 giugno 1963 afferma che la tesi quintessenziale di Eichmann a Gerusalemme gli appare ineccepibile riportando a riguardo una celebre frase di Etienne de La Botie, amico di Montaigne, che recitava: ogni servit volontaria. Ma noi ci domandiamo quante possibilit avevano le comunit ebraiche di insorgere, di ribellarsi?417. Tale interrogativo sar un tema centrale e ricorrente nella formazione dellidentit della generazione nata dopo la Shoah e di questo si parler in maniera pi articolata nel capitolo successivo; tuttavia in tale sede preme sottolineare il fatto che il processo del secolo, con le sue numerose strazianti testimonianze, aveva sollevato anche una sorta di ribellione nelle coscienze dei pi giovani davanti alla passivit dimostrata dagli ebrei di fronte al massacro. Ancora Guido Lodovico Luzzatto tornava a scrivere sul libro della Arendt un anno dopo la sua pubblicazione e i toni da lui usati precedentemente non erano mutati n rivisitati, dichiarando infatti di non essere ancora
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Su tale quesito, tanto angosciante quanto illuminante lautoconfessione di C. Perechodnik, Sono un assassino? Autodifesa di un poliziotto ebreo, Milano, Feltrinelli, 1996. 417 G. Romano, Hannah Arendt: Eichmann in Jerusalem, in RMI, n. 9, settembre 1963. Un giudizio pi cauto viene formulato dallo stesso giornalista un anno pi tardi dicendosi disposto a concedere qualcosa allautrice, non foss altro per il fatto che essa ha giustamente impostato -ma non lo ha dimostrato- che laccusa nel processo Eichmann stata basata pi si ci che gli ebrei hanno sofferto piuttosto che su quello che Eichmann ha fatto, Hannah Arendt e Eichmann, in RMI, n. 10, ottobre 1964.

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riuscito a spiegarmi laberrazione psicopatica non solo della Arendt ma anche di altri ebrei che la seguono nel suo pensiero. Come si pu prendere sul serio la grottesca esposizione della Arendt su Eichmann? E uno stato patologico che muove a scrivere certi libri come questo e se non patologia, allora si tratta di una di quelle forme di esplosione di odio e di rabbia contro i compagni di sventura, nellinconscia volont di ribellarsi a quel legame che avvince tutti gli ebrei alla mostruosit di questa storia. C chi crede che queste siano delle battaglie di pensiero l dove invece si scorgono solo rigurgiti di risentimenti rabbiosi contro la sorte inevitabile si essere stati e di essere, ebrei perseguitati, ebrei combattuti, ebrei in pericolo418. Al termine di questa sintetica rassegna sul processo di Gerusalemme, la domanda che si pone riguarda il tipo di trasformazione che questo evento ingener nella trasmissione della memoria della Shoah. Si visto che gi allinizio del 1960 segnali preoccupanti di antisemitismo manifesto avevano indotto il mondo ebraico occidentale a ripensare in una prospettiva critica linsegnamento fino a quel momento tramandato alle giovani generazioni che apparivano del tutto prive di unadeguata conoscenza a riguardo; si poi visto come il processo Eichmann avesse allargato questo interrogativo allambito internazionale; i testimoni chiamati alla sbarra a deporre, parlarono non tanto dei crimini commessi dallimputato quanto dei loro penosi trascorsi nei vari campi di concentramento nazisti, facendo emergere per la prima volta in un contesto mondiale la cruda realt della Shoah419. Lincubo descritto da Primo Levi, di quando, internato nel campo di Auschwitz-Birkenau, sognava di far ritorno a casa e alla felicit iniziale di riabbracciare i propri affetti, subentrava un lacerante dolore nel vedere i familiari poco propensi ad ascoltare le sofferenze da lui patite nel lager420, sembrava essersi dissolto
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G. L. Luzzatto, Postilla alla Arendt, in RMI, n. 5, maggio 1964. Fra le varie testimonianze ascoltate, una delle pi toccanti riguard il famoso scrittore conosciuto sotto il nome di Ka-tzetnik 135633 (Yehiel De-Nur) che testimoni il 7 giugno 1961; rievocando gli orrori da lui visti e vissuti ad Auschwitz, svenne in aula e non fu pi in grado di riprendere a testimoniare. Ka-tzetnik la pronuncia tedesca delle lettere K. Z, le iniziali di Konzentration Zenter; le maggiori opere dello scrittore sono state tradotte in italiano: La casa delle bambole, Milano, Mondadori, 1959, Piepel, Milano, Mondadori, 1963, La fenice venuta dal lager, Milano, Mondadori, 1969. La deposizione di De-Nur si trovata solamente in De-Nur alla sbarra, in Ha-Tikw, n. 6, giugno 1961. 420 Qui c mia sorella, e qualche mio amico non precisato, e molta altra gente. Tutti mi stanno ascoltando, e io sto raccontando proprio questo: il fischio su tre note, il letto duro, il mio vicino che io vorrei spostare. Racconto anche diffusamente della nostra fame, e del controllo dei pidocchi, e del Kap che mi ha percosso sul naso e poi mi ha mandato a lavarmi perch sanguinavo. E un godimento intenso, fisico, inesprimibile, essere nella mia casa, fra persone amiche e avere tante cose da raccontare: ma non posso non accorgermi che i miei ascoltatori non mi seguono. Anzi essi sono del tutto indifferenti: parlano confusamente daltro fra loro, come se io non ci fossi. Allora nasce in me una pena

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laddove linaudibile finalmente trovava, in quellaula di tribunale, un uditorio adeguato e attento. Si constatato come nelle parole dellunica testimone italiana del processo rimanesse saldo il giudizio sullantisemitismo fascista ricordato come una persecuzione vessatoria ma non finalizzata alla diretta eliminazione fisica delle persone; infine, si analizzato il caso Arendt che non solo accusava la procedura stessa del processolimputato secondo la Arendt doveva essere giudicato da un tribunale internazionale e non da quello israeliano- ma faceva anche riemergere un tipo di memoria scomoda e imbarazzante per la comunit ebraica costituita dai Consigli ebraici, individuati dallautrice come organismi funzionali alla collaborazione attiva del popolo ebraico al suo stesso sterminio; si sono viste, in ultimo, le reazioni unanimemente negative alla pubblicazione e alla lettura del libro da parte della stampa ebraica. Sembrava essersi consumato nel lasso di tempo di un solo anno fasi storiche che segneranno negli anni a venire421 in maniera indelebile la memoria della Shoah che a partire dal 1961 sar memoria di tutti, ebrei e non ebrei.

VIII. La memoria letteraria Sviluppare in maniera diffusa e ampia laltrettanta vasta produzione letteraria delle memorie e delle testimonianze dei superstiti dei campi di sterminio nazisti, un compito che la presente ricerca non si prefigge di assolvere in modo esaustivo giacch largomento richiederebbe una trattazione del tutto specifica e particolare. Tuttavia, data limportanza che essa riveste allinterno del discorso connesso alla memoria dello sterminio ebraico, si ritenuto opportuno esporre piuttosto brevemente alcuni di quei testi che si sono trovati menzionati nel corso di questo studio e degni di essere citati422. Fra questultimi, ad esempio, vi era un libro che raccoglie le impressioni e i ricordi di uno scampato di Auschwitz ed stato scritto da un bisogno interiore, con la speranza di scuotere e far meditare sulla tragica lezione i troppi apatici e i molti indifferenti che
desolata; dolore allo stato puro, P. Levi, Se questo un uomo, Torino, Einaudi, 1989, p. 53-54. 421 Valga per tutti il processo inaugurato a Francoforte nel 1963 contro ventidue criminali nazisti che prestarono servizio nel campo di Auschwitz-Birkenau durante il biennio 1943-1944, che non pu essere disgiunto dal precedente processo contro il nazista Eichmann. 422 Per conoscere approfonditamente la memorialistica italiana sui campi di concentramento nazisti il riferimento dobbligo a A. Bravo e D. Jalla (a cura di), Una misura onesta. Gli scritti della deportazione dallItalia 1944-1993, Milano, Angeli, 1994. Per un riferimento internazionale a riguardo, Cfr. A. Wieviorka, L era del testimone, cit., pp. 19-69.

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indubbiamente lautore ha incontrato dopo il suo ritorno nel mondo dei vivi. Abbiamo letto molti libri e visto documentari e rapporti, abbiamo esaminato raccolte fotografiche dei campi di concentramento e di sterminio, ma non credo di aver trovato ancora niente che abbia limmediata efficacia di queste pagine. Molto spesso gli scampati dai campi della morte si chiudono in se stessi, impediti di parlare da un complesso di sentimenti e noi accogliamo il loro silenzio, perch ci sembra gi abbastanza tragico vedere indelebilmente tatuati sui loro polsi i numeri infami. Apprezziamo quindi doppiamente chi, venuto fuori dall inferno, abbia il coraggio di scrivere su di esso 423. Lautore del libro recensito da Romano era Primo Levi che pubblicava Se questo un uomo nel 1947 presso la piccola casa editrice torinese De Silva, dopo il rifiuto einaudiano dello stesso anno424. Il testo veniva menzionato brevemente anche da Israel il cui direttore scriveva che non questo il primo libro che ci descrive gli orrori dei campi di sterminio e tuttavia lo leggiamo con inappagata curiosit, ancora quasi increduli e commossi davanti a ci che lautore descrive perch sono particolari che risultano troppo disumani per essere veri. Il pregio di queste descrizioni dei superstiti sta non solo nella documentazione dei fatti, ma anche nella rivelazione dei moti danimo e della reazione psicologica425; interessante notare nelle parole di Viterbo il fatto che gi nel 1947, a distanza cio di soli due anni dal termine del conflitto bellico, potesse gi dire che a quella data molto si era gi letto e pubblicato sullesperienza dei campi di concentramento nazisti. Infatti, nel periodo immediatamente a ridosso del ritorno dai lager, le testimonianze scritte furono numerose e importanti per cercare di far avvicinare alla realt concentrazionaria quelle persone che a mala pena sapevano che cosa essa fosse; come osserva Federico Cereja questo primo momento di intensa attivit
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G. Romano, Se questo un uomo di Primo Levi, in Bcim, n. 8, maggio 1950. Sulle diverse fasi storiche che hanno caratterizzato la produzione letteraria dellesperienza concentrazionaria in Francia un bel contributo che purtroppo non ha riscontri italiani- quello di A. Wieviorka, La construction de la mmoire et du dportation en France. 1943-1995, in Istituto storico della Resistenza in Valle dAosta (a cura di), Storia e memoria della deportazione. Modelli di ricerca e di comunicazione in Italia e in Francia, Firenze, Giuntina, 1996, pp. 88-129. 424 Su Primo Levi si rimanda a P. Levi, Conversazioni e interviste, 1963-1987, a cura di M. Belpoliti, Torino, Einaudi, 1997, A. Cavaglion (a cura di), Primo Levi: il presente e il passato, Milano, Angeli, 1991, P. Momogliano Levi e R. Gorris (a cura di), Primo Levi testimone e scrittore di storia, Firenze, La Giuntina, 1999, G. Ioli (a cura di), Primo Levi: memoria e invenzione, S. Salvatore Monferrato, 1995, M. Anissimov, Primo Levi o La Tragedia di un ottimista, Milano, Baldini & Castaldi, 2001, A. Cavaglion (a cura di), Primo Levi per lAned, lAned per Primo Levi, Milano, Angeli, 1997, F. Camon, Conversazione con Primo Levi, Milano, Garzanti, 1991, M. Belpoliti (a cura di), Primo Levi: Opere, Torino, Einaudi, 1997. 425 C. A. Viterbo, Se questo un uomo di Primo Levi, in Israel, n. 10, 20 novembre 1947.

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memorialistica assai importante ma si conclude presto, praticamente nel 1948. Come in ogni dopoguerra, vi la volont di dimenticare e liquidare frettolosamente il ricordo duro e molte volte doloroso di anni difficili in cui tutti, in vario modo, hanno vissuto tragedie e lutti426. Per tutto il decennio degli anni Cinquanta il silenzio cadr su questo tipo di memorialistica, le maggiori case editrici non si dimostravano molto interessate alle pubblicazioni di tali testimonianze ad eccezione fatta per il Diario di Anna Frank, la cui prima edizione italiana risale al 1954 presso lEinaudi, che conobbe un largo e inaspettato successo di pubblico; si dovr aspettare linizio degli anni 60 per assistere ad una ripresa di diffuso interesse sul tema, stimolato principalmente dal processo Eichmann e da una nuova stagione di studi storiografici che contribuirono a sensibilizzare lopinione pubblica sul fenomeno Shoah. Allinterno di questa sintetica periodizzazione sopra descritta, si cercher di individuare quale tipo di comportamento caratterizzer i giornali ebraici a riguardo, se tendenti a conformarsi allatteggiamento diffuso fra la societ italiana, o se portarono avanti un discorso proprio e indipendente dal contesto nazionale, bench appartato e difficilmente condivisibile al di l del proprio gruppo di riferimento. Ad eccezione della Rassegna Mensile di Israel, lattenzione rivolta dalle altre testate giornalistiche esaminate alle pubblicazioni letterarie interessanti il mondo concentrazionario, fu scarsa se non addirittura nulla per tutto il decennio degli anni Cinquanta e oltre -escludendo le recensioni dei libri di De Felice, Hilberg e Reitlinger427; pur vero che fra tutti i giornali di cui si avvalso tale studio, la sola Rassegna ad essere propriamente un mensile specificatamente letterario, mentre gli altri assolvono pi un compito di veri e propri canali di informazione politica. A questo punto legittimo porsi linterrogativo se in base allanalisi di un'unica rivista possa essere condotta una valida ricerca storica riguardante la memorialistica dei lager; interrogativo a cui si data una risposta affermativa per pi ragioni: innanzi tutto la Rassegna lunico giornale propriamente letterario di primaria importanza che circola nel mondo ebraico italiano, per cui il suo prestigio assolve egregiamente alla
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F. Cereja, La ricerca storiografica, in L. Monaco (a cura di), La deportazione nei lager nazisti. Didattica e ricerca storiografica, Milano, F. Angeli, 2000, pp. 35-43; la citazione riportata nel testo a p. 37. 427 In occasione delluscita delledizione inglese del volume di Gerald Reitlinger The final solution, Fabio Della Seta affermava senza mezzi termini che con tale opera si assiste alla nascita di una vera e propria storiografia del terrore che fornisce unadeguata conoscenza storica sul fosco periodo dello sterminio del popolo ebraico, Cfr. Hillel, La storiografia del terrore, in Israel, n. 10, 2 dicembre 1954.

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mancanza di altre simili testate giornalistiche; in secondo luogo, i giornalisti che firmano le recensioni sono le pi autorevoli voci, non solo in ambito culturale, dellebraismo italiano: Dante Lattes, Giorgio Romano, Guido Ludovico Luzzatto, Riccardo Curiel solo per citarne alcuni. Infine, premettendo che lanalisi che qui seguir risulter piuttosto parziale per via dellunicit della fonte di riferimento, si ritenuto opportuno dedicare un paragrafo a s al tema della memoria letteraria della Shoah per sottolineare anche il fatto che lexploit editoriale registrato negli ultimi anni, in Italia soprattutto, un fenomeno appunto recente e unacquisizione nientaffatto scontata. Se, come suggerisce Cereja, ad un triennio di intensa pubblicazione di testimonianze dei sopravvissuti ai lager fece riscontro un lungo periodo di silenzio pressoch assoluto della durata di un decennio e oltre, questo paradigma temporale valido da utilizzare nel caso della Rassegna fino ad un certo punto; bench memoria chiusa e del tutto interna, dalle colonne della rivista si nota che il tema della deportazione pressoch costante e ricorrente negli anni, per cui asserire che ad unemorragia dellespressione428 dellimmediato dopoguerra, succedette un decennio di silenzio, vero solo in parte. Dante Lattes, il direttore, fornir sempre qualche notizia circa le testimonianze scritte dei sopravvissuti429, seppure queste saranno composte e pubblicate soprattutto allestero piuttosto che in Italia. Limpegno assunto dalla Rassegna- ma verrebbe da dire dal suo direttore- era dunque quello di mantenere viva e presente la memoria della Shoah, recensendo pure quei libri non direttamente collegabili a tale tematica e l dove possibile esporre, come ad esempio nel caso di Jules Isaac, i trascorsi personali dellautore durante il fosco periodo persecutorio: il volume di Jules Isaac, Jsus et Israel, dedicato alla moglie e alla figlia, martiri della deportazione nazista; il solo figlio pi grande ritornato dai campi di sterminio. Nato da questo strazio

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La celebre espressione di Robert Antelme, La specie umana, Torino, Einaudi, 1997. En passant si fa notare che la Casa editrice Einaudi prefer pubblicare il libro del deportato politico Antelme, nel 1954, in cui narra le vicende della propria detenzione in un campo di concentramento dove non esistevano camere a gas piuttosto che Se questo un uomo di Primo Levi, deportato ad Auschwitz-Birkenau, Cfr. A. Cavaglion, Primo Levi, cit., p. 5. 429 Un interessante articolo, ricco di riferimenti bibliografici, che espone il percorso dellaffermarsi della letteratura sui campi di sterminio in Italia di A. Devoto, Il ricordo dei Lager, in Ebrei dEuropa, n. 44, dicembre 1965. Dello stesso autore si veda anche Bibliografia delloppressione nazista fino al 1962, Firenze, Olschki, 1964; id., Loppressione nazista: considerazioni e bibliografia: 1963-1981, Firenze, Olschki, 1983.

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soverchiante, il libro continuamente volto al ricordo del culmine estremo dellantisemitismo430. Nel 1952 negli Stati Uniti viene pubblicato il Diario di Anne Frank che fu immediatamente recensito da Giorgio Romano secondo cui questa unopera di altissimo valore e un prezioso documento da divulgare, su cui riflettere attentamente; la vita di unesigua collettivit si illumina di episodi singolari dove una bambina giudica se stessa e gli adulti. Raramente la voce e gli interessi ebraici (e solo una volta indirettamente quelli sionistici) si palesano in queste pagine, ma ritornano, di tanto in tanto, con estrema dignit insieme ad accenni di sdegno per chi avesse rinnegato il proprio popolo; senza aver avuto uneducazione ebraica in questa fanciulla si sente un radicato attaccamento alla tradizione ebraica e una composta dignit che molti adulti non seppero esprimere nellora della prova431. In occasione della pubblicazione delledizione italiana del Diario432, Fabio Della Seta notava che lopera di Anne Frank giunge in Italia preceduto da una vasta risonanza assai pi vasta di quanto, solitamente, non circondi altre testimonianze pur ragguardevoli sul periodo bellico; e si tratta indiscutibilmente di una delle cose pi significative, pi preziose che siano state scritte su questo tragico periodo433. Sar opportuno soffermarsi sul caso Anna Frank perch esso occupa un posto centrale nelle recensioni della Rassegna434 e perch il successo editoriale che si registr, costituisce unefficace occasione che permette di riflettere su quale tipo di memoria interessante la Shoah poteva richiamare lattenzione anche di quei lettori generalmente indifferenti e scarsamente interessati a testimonianze del genere435. Sul diario della giovane ebrea olandese e sullo strepitoso successo di pubblico
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G. L. Luzzatto, Jules Isaac Jsus et Israel, in Rmi , n. 9, dicembre 1948. G. Romano, Anne Frank The diary of young girl, in RMI, n. 5, maggio 1953. 432 A. Frank, Diario, Torino, Einaudi, 1954. La prima versione olandese del 1947, quella francese del 1950, mentre nei paesi di lingua anglosassone (Inghilterra e Stati Uniti) il libro venne tradotto nel 1952 e in Germania nel 1955. Della giovane autrice verr pubblicata anche la raccolta di novelle Il Saggio mago ed altri racconti, Milano, Edizione Comunit, 1960. 433 F. Della Seta, Diario di una generazione, in RMI, n. 8, agosto 1954. 434 Nel decennio degli anni Cinquanta si sono trovate le seguenti recensioni riguardanti la letteratura concentrazionaria pubblicata in Italia e allestero: G. Lopez, Friedrich Torberg Eccomi padre mio, in RMI, n. 3, marzo 1951, G. Luzzatto, Lotte Paepcke Unter einem fremdem Stern, in RMI, n. 2, febbraio 1953, A. Segre, Alezx Weissberg La storia di Joel Brand, in RMI, n. 5, maggio 1958, D. Lattes, Carlo Modigliani Una croce e una stella, in RMI, n. 8-9, agosto-settembre 1959, G. Romano, Ka- Tzetnik 135633 La casa di bambole e id., Meyer Levin Eva, entrambe in RMI, n. 12, dicembre 1959 435 Questa osservazione vale soprattutto per il caso italiano perch se vero che in tutta lEuropa occidentale la pratica della rimozione e del silenzio fu latteggiamento pi diffuso, vero anche che da paese a paese si riscontrano delle significative sfumature; cos ad esempio in Francia in cui nel 1954 il
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che ebbero le versioni teatrali e cinematografiche che da esso furono tratte436, Bruno Bettelheim ha scritto pagine di rara lucidit affermando che lo straordinario successo del Diario di Anne Frank, soprattutto nelle versioni teatrale e cinematografica, significativo dellintensit del bisogno di cancellare la consapevolezza della natura distruttiva dei campi di concentramento e di sterminio, sottolineando esclusivamente quella che viene vissuta come una dimostrazione che la vita intima e personale dellindividuo pu continuare anche sotto limmediata persecuzione da parte del pi spietato regime totalitario. E tutto questo bench il destino personale di Anne Frank dimostri come il tentativo di ignorare nella vita privata quello che avviene nella societ possa di fatto accelerare la distruzione dellindividuo. Il favore con cui stato accolto il suo libro in tutto il mondo non si spiega se non vi riconosciamo il desiderio di dimenticare le camere a gas dando il massimo valore alla capacit di ritirarsi in un mondo privato, intimistico e gentile, dove attaccarsi per quanto possibile ai ritmi quotidiani di prima. Potrebbe darsi invece che proprio latteggiamento della famiglia Frank, secondo il quale la vita deve continuare come prima, fosse responsabile della sua distruzione. Celebrando la loro vita nel nascondiglio, senza chiederci in primo luogo se fu una scelta ragionevole o efficace, ci possibile ignorare la lezione fondamentale che la loro storia ci insegna: come un simile atteggiamento possa, in situazioni estreme, riuscire fatale437. Non si pu non concordare con Bettelheim sul fatto che fu proprio un libro come quello di Anne Frank, lontano dal descrivere lesperienza diretta dei campi di sterminio, favorendo un tipo di rappresentazione domestica e intima del dolore e dellangoscia, ad essere per lungo tempo considerato il testo-simbolo della Shoah; emblematico ci che scrive Luzzatto recensendo il libro di Ernst Schnabel intitolato Sur les traces dAnne Frank in cui lautore ricorda linfanzia dellautrice, gli orrori e
prestigioso Premio Goncourt veniva assegnato a un libro sui campi di concentramento, Pierre Gascar con Le temps des morts. Ne d notizia R. Curiel, Passano i treni dei martiri ebrei, in RMI, n. 1-2, gennaio-febbraio 1955; sempre in Francia, nel 1958, veniva pubblicato il testo-simbolo della Shoah, La nuit di Elie Wiesel accompagnato dalla prefazione di Franois Mauriac, autore cattolico. 436 La versione teatrale venne realizzata da F. Goodrich e A. Hackett, Il diario di Anna Frank: commedia in due atti, Milano, Bompiani, 1958; quella cinematografica, di produzione americana, usc nel 1959 diretta dal regista Gorge Stevens, il quale, fra laltro, era stato operatore dellesercito americano e aveva filmato uno dei documentari bellici pi sconvolgenti, quello della liberazione del campo di concentramento di Dachau. 437 B. Bettelheim, Il destino di Anna Frank: una lezione ignorata, in Sopravvivere, Milano, Feltrinelli, 1988, p. 171-181. Interessanti considerazioni sul Diario sono svolte da A. Wieviorka, Lera del testimone, cit., pp. 132-135.

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labiezione dei campi di sterminio. E un libro utile e confesso di non essere assolutamente daccordo con alcuni superstiti della medesima tragedia che dicono che si troppo concentrato linteresse su questo caso singolo; a mio parere il singolo deve valere per tutti e il Diario un efficacissimo contributo al risveglio della consapevolezza. Anna un volto amico e familiare fra i milioni di vittime dello strazio e come ogni eroe vive per la sua opera; la sua figura tocca il cuore degli uomini, la sua una vita aureolata dal martirio438. La sacralizzazione della giovane eroina perita con tutta la famiglia- eccetto il padre- nei campi di sterminio nazisti, che terminava il proprio diario con frasi di speranza e di fiducia nellumanit, ha gettato in ombra altre testimonianze scritte su quella brutale realt, senza tuttavia possedere quel rassicurante afflato adolescenziale e speranzoso di Anne ; il caso, ad esempio di Liliana Millu, autrice de Il fumo di Birkenau439 che gi dal titolo introduceva il lettore direttamente nel campo di sterminio in cui lautrice venne deportata; Giorgio Romano asseriva che dal libro di Liliana Millu si apprende lalta lezione che luomo pu conservare quella scintilla divina sempre e dovunque440. Non si parla di Birkenau nella recensione, non si parla delle atrocit subite e descritte dallautrice, si sottolineava soltanto laspetto pi umano dellintera trama, atteggiamento che tra laltro si riscontra in molte altre recensioni; una tendenza questa che si pu spiegare col desiderio di scorgere, in una situazione di disumanizzazione assoluta quale era lesistenza nelluniverso concentrazionario, quella scintilla divina di cui parlava Romano che rendeva in una qualche misura, luomo a se stesso. La scarsa attenzione mostrata dal giornalista sulleffettiva condizione di vita allinterno di un campo di concentramento, non era motivata tanto da una scelta esclusivamente personale, quanto da una modesta conoscenza storica generale sui lager nazisti e sul loro funzionamento dato che per lungo tempo lunico contributo storiografico in proposito fu quello di Lon Poliakov con il suo Brviaire de la haine441.
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G. L. Luzzatto, Ernest Schanbel Sur les traces dAnne Frank, Paris, 1958, in Rmi , n. 7, luglio 1958. Tradotto in italiano con il sensazionale titolo La tragica verit su Anne Frank, Milano, Mondadori, 1958; nuovamente recensito da G. Romano in RMI, n. 9, ottobre 1958. 439 L. Millu, Il fumo di Birkenau, Milano, Mondadori, 1957. 440 G. Romano, Liliana Millu Il fumo di Birkenau, in RMI, n. 12, dicembre 1957. 441 L. Poliakov, Brviaire de la haine, Le III Reich et les juifs, Paris, Calmann-Lvy, 1954. In italiano lopera usc con il titolo Il nazismo e lo sterminio degli ebrei presso la casa editrice Einaudi nel 1955. Nel 1956 veniva pubblicato anche limportante contributo di L. Poliakov-J. Sibille, Gli ebrei sotto loccupazione italiana, Milano, Edizioni Comit, 1956 e recensito da G. Romano in RMI, n. 12,

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Altro avvenimento degno di nota e menzione, sul finire del decennio, rappresentato dallassegnazione del prestigioso Premio Goncourt nel 1959 al libro di Andr SchwarzBart Le dernier des Justes, uno dei tanti libri che trattano del martirologio ebraico durante la seconda guerra mondiale, anche se presenta qualcosa di diverso. La drammatica fine del suo protagonista a Buchenwald il momento culmine di una lunghissima dolorosa via. Il vero protagonista il popolo ebraico nei secoli dellesilio, perseguitato e avvilito, ma trionfatore di ogni tirannide e barbarie. Lultimo dei giusti Enri Levi, leroe dei nostri giorni; in lui la vocazione al martirio -che compendia quella dei suoi antenati- si palesa in numerosi episodi, fino al 1943 in cui si presenta volontariamente al campo di internamento di Drancy per porgere da santo lestrema offerta. Questopera di fantasia diventa pi vera ed eloquente di qualsiasi opera documentaria: essa tramanda una sintesi di storia ebraica fino allultimo martirio, un grande poema epico in prosa442. Il libro del giovane autore francese sollev non pochi clamori soprattutto per via di quellaspetto centrale dellopera che interpretava la Shoah come lultimo dei millenari martiri subiti nel corso dei secoli dal popolo ebraico, cos come lultimo dei Giusti di Israele era il protagonista Enri Levi. Poliakov notava in proposito che sebbene nel libro ci sia lencomiabile tentativo dinterpretare il senso vertiginoso della vocazione ebraica al martirio, non si pu fare a meno di notare che la credenza sublime e mostruosa nel beneficio del martirio assunto da uno solo per gli altri, non ha nulla in comune con la dottrina e il pensiero ebraico443. Proprio in quegli anni anche la produzione letteraria italiana iniziava a vivacizzarsi maggiormente rispetto al decennio cosiddetto del silenzio, con pubblicazioni di libri pi numerose e soprattutto con un pubblico di lettori molto pi attento e consistente444. Nel 1962 si leggeva sulle
dicembre 1956. Altro importante contributo storiografico sulla realt concentrazionaria fu pure quello di A. Nirenstein, Ricordati cosa ti ha fatto Amalek, Torino, Einaudi, 1958; recensito da G. Romano in RMI, n. 11-12, novembre-dicembre 1958 e anche da C. G. Lapusata in Bcim, n. 4, gennaio 1963. 442 G. Romano, Il Premio Goncourt ad un romanzo ebraico, in RMI, n. 1-2, gennaio-febbraio 1960. Nel 1961 il medesimo Premio venne assegnato a unaltra scrittrice sopravvissuta allorrore dei campi di sterminio nazisti, Anne Lanfus con Les bagages de sable recensito da S. Romanin Jacur, Due romanzi con protagonisti ebrei, in RMI, n. 3-4, marzo-aprile 1963. 443 L. Poliakov, Le tmoin, in Evidences , Parigi, 1959, riportato in RMI, n. 3, marzo 1960. 444 Per il decennio degli anni Sessanta si sono trovate le seguente recensioni riguardanti la memorialistica concentrazionaria: G. Romano, Giacomo Debenedetti 16 ottobre 1943, in RMI, n. 5, maggio 1960, id., Emilio Jani Mi ha salvato la voce, in RMI, n. 10, ottobre 1960, id., Rudolf Hoess Comandante a Auschwitz, in RMI, n. 12, dicembre 1960, id., Edith Bruck Chi ti ama cos, in RMI, n. 4, aprile 1961, id., Ka- Tketnik 135633 Piepel, in RMI, n. 6-7, giugno-luglio 1962, id., Emmanuel Ringelblum Sepolti a Varsavia, in RMI, n. 7-8, luglio-agosto 1963, id., Il Diario di David Rubinowicz, in RMI, n. 8, agosto 1963, id., Letizia Morpurgo Fano Diario (di prigionia), in

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colonne della Rassegna uninteressante quanto negativa recensione di Ludovico Luzzatto sul capolavoro di Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini445- singolare questa accesa reazione viste le entusiasmanti critiche che il mensile romano aveva fino allora dedicato alle precedenti opere letterarie dellautore ferrarese446- secondo cui inammissibile far uso di un cognome che realmente appartiene ad una famiglia esistente; inoltre di spirito ebraico non c assolutamente niente. Intollerabile per me che nel prologo si parli della tremenda tragedia senza alcun rispetto reverente per le vittime di tante sciagure, senza che questo agisca mai sulla narrazione. La resistenza al fascismo, lisolamento voluto nobilmente dalla famiglia sono narrati senza simpatia; la deportazione e la morte stessa non sembrano aver mosso lo scrittore a compassione. Purtroppo il velo sugli orrori del fascismo, oggi in Italia, pu essere steso perfino da uno narratore ebreo447. Lo scritto di Luzzatto non criticava tanto laspetto letterario dellopera, quanto la bassa e deplorevole condotta morale che informava il carattere degli indolenti, indifferenti e passivi personaggi del libro; non cera abbastanza compassione n ebraicit in esso, troppo distacco emotivo dalla tragedia che si era abbattuta sullebraismo italiano come su quello europeo. Ad un articolo cos aggressivo e cos poco obiettivo, rispondeva cautamente Giorgio Romano, chiedendo al proprio collega se egli volesse leggere solo di ebrei senza manie e senza difetti? Manichini di cera dagli atteggiamenti inoppugnabili? Se Bassani ci avesse dato un quadro edulcorato di gente tutta di un pezzo, ci avrebbe dato unimmagine falsa e non credibile. Per contro, egli riuscito a rappresentare un ambiente scomparso; lo ha reso tanto pi credibile e vero in quanto lo ha presentato in un romanzo. Se Renzo De Felice ha portato una documentazione storica per la vita dellebraismo italiano sotto il fascismo, Giorgio Bassani lo ha descritto sotto una veste poetica ma non per questo
RMI, n. 11, novembre 1966, P. Colombo, Simon Wiesenthal Gli assassini sono fra noi, in RMI, n. 6, giugno 1967, G. L. Luzzatto, Emmanuel Ringelblum Il ghetto di Varsavia, in RMI, n, 9, settembre 1967, G. Romano, Edith Bruck Le sacre nozze, in RMI, n. 9, settembre 1969, Y. Colombo, Vincenzo e Luigi Pappalettera La parola agli aguzzini e id., Yuri Suhl Ed essi si ribellarono entrambi in RMI, n.1, gennaio 1970, M. Tagliacozzo, Fabio Della Seta L incendio del Tevere, in RMI, n. 4, aprile 1970, G. Romano, Ka-Tketnik La Fenice venuta dal lager, in RMI, n. 11, novembre 1970. 445 Il libro usc nel 1962 edito dalla casa editrice torinese Einaudi. 446 Cfr. D. Lattes, Giorgio Bassani La passeggiata prima di cena, in RMI, n. 1-2, gennaio-febbraio 1954, G. Romano, Giorgio Bassani Gli ultimi anni di Clelia Trotti, in RMI, n. 9, settembre 1955, G. Romano-B. Di Porto, Giorgio Bassani Gli occhiali doro, in RMI, n. 7, luglio 1958. 447 G. L. Luzzatto, Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani, in RMI, n. 5, maggio 1962.

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meno vera. La grande strage sempre in sottofondo e domina le pagine anche le pi apparentemente serene del suo romanzo448. E forse Giorgio Calabresi a formulare un giudizio pi equilibrato ed articolato in proposito affermando che nellatmosfera degli ebrei borghesi perseguitati dal fascismo, non ce ne uno che si elevi al di sopra di questo grigiore opprimente. Tutti sono votati alla morte per nulla. Pu darsi che Bassani con questo trionfo della mediocrit ebraica ferrarese abbia inteso giustificare il proprio sconforto. Vero che nel libro, a noi sembra che non ci sia niente di vergognoso per gli ebrei se si eccettua forse quel farli apparire cos genericamente passivi sul piano politico. Non fa piacere oggi sentir ricordare che la maggior parte di essi allora stava buona buona ad aspettare luragano, tenendo un contegno troppo remissivo. In deciso contrasto con certa letteratura sui ricordi di Auschwitz, su quella tragedia che non possiamo n mai potremo strapparci dal cuore e nella cui squallida e immota ombra Bassani ha avuto lidea di ritrarre i colori altrimenti splendidi del suo Giardino449. Nella recensione di Luzzatto cera una sorta di rancore politico verso quei correligionari che dimostrarono passivit e poca incisivit nel decretare il proprio destino, mentre negli ultimi due scritti si trova una visione pi distaccata dalla sfera prettamente politica abbracciando quella di una tragedia pi umana e familiare di una qualunque altoborghese famiglia ebraica dellItalia fascista. Non ci sono eroi nel libro di Bassani, non c nessuna caratteristica propriamente ebraica nel nucleo familiare che egli descrive- a parte il cognome- e i protagonisti sono i rappresentanti tipici dellebraismo assimilato della penisola. Che questo comportamento passivo e assimilato dimostrato dalla maggioranza degli ebrei durante il regime fascista risultasse difficile ad essere accettato, ben evidente nella reazione di Luzzatto che sembrava rifiutare non tanto linvenzione letteraria di Bassani, quanto il comportamento dei Finzi-Contini che probabilmente dovevano ricordargli molte famiglie da lui incontrate nel periodo persecutorio450. Rimanendo in ambito italiano, il 1963 vedeva la pubblicazione di un
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G. Romano, Ancora di Giorgio Bassani e del suo Giardino, in RMI, n. 6-7, giugno-luglio 1962. G. E. Calabresi, Il Giardino (nellombra) dei Finzi-Contini, in RMI, n. 8, agosto 1962. Si segnala, senza tuttavia riportarla, la stimolante recensione sul medesimo libro scritta da S. Antonicelli, Il giardino dei Finzi-Contini, in Belfagor, n. 3, 1962, pp. 364-367. 450 E interessante notare come Dante Lattes rimproveri a Luzzatto una certa faciloneria nellesprimersi sul comportamento tenuto dagli ebrei durante il fascismo; in occasione della pubblicazione de Gli ebrei in Italia durante il fascismo a cura di Guido Valabrega nel 1962, il direttore della Rassegna scriveva che nel contributo dato da Luzzatto allinterno del volume si a mio avviso esagerato nel glorificare lebraicit antifascista, facendo entrare lebraismo un po dappertutto, vedendo eroi e martiri l dove

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altro classico della letteratura concentrazionaria, ovvero, La tregua di Primo Levi che rappresenta il seguito meditato di Se questo un uomo, scritto pi di sedici anni dopo le vicende che narra. Il libro la descrizione alla vita normale dellautore dopo una peregrinazione attraverso unEuropa semi-distrutta. Dopo una piccola Iliade, ecco adesso una piccola Odissea, dopo la guerra, il nostos, il ritorno ha scritto Antonicelli nella pi bella recensione che sia stata scritta del libro sulla Stampa del 20 maggio. E una storia nuova che Levi ci racconta e che altri non hanno ancora raccontato. Il primo libro, sullabbrutimento nei campi, stato scritto subito perch ha significato catarsi; questo stato scritto in pochi mesi, ma dopo lunghi anni, perch sempre guerra. La tregua non vuole indicare soltanto una parentesi fra la vita ad Auschwitz e quella che ritrover a Torino, ma un qualcosa che va ben oltre. Signori di Germania: non c niente al modo che possa risarcire di questo crollo e delle rovine che sono state causate in innumerevoli vite e che Primo Levi ha saputo analizzare senza odio, con un profondo senso di umanit451. Ma il 1963 anche lanno in cui Rolf Hochhuth pubblicava laudace dramma teatrale de Il Vicario che metteva direttamente sotto accusa il comportamento poco chiaro tenuto da Pio XII nei confronti del nazismo durante gli anni della guerra. Luzzatto firmava un lunghissimo articolo in cui esaminava il testo di Hochhuth: il dramma di questo giovane drammaturgo tedesco la pi formidabile accusa che sia mai stata scritta; lavversione a questo testo proviene oltre che dalla volont di difendere Pio XII, soprattutto dal fatto che tutti si sentono accusati e respingono questa accusa con generiche scuse. Troppo poco si notato che nel 1943 una protesta e una denuncia del Vaticano non avrebbe avuto soltanto la funzione di intimidire Hitler, ma anche quella di rivelare allopinione pubblica tedesca una realt che era fino ad allora stata ignorata da quasi tutti452. Dante Lattes scriveva un breve articolo il pi possibile oggettivo partendo dal plot del dramma per giungere a commentare le dure reazioni provenienti dal mondo cattolico che accusavano lautore di essere andato a cercare un capro espiatorio fuori
non cerano. Inoltre le fasi dellavversione degli Ebrei al fascismo che Luzzatto dichiara unanime agli inizi devono essere soggette ad un esame pi profondo se non altro statistico, Il secondo fascicolo della Fgei, in RMI, n. 5, maggio 1962. 451 G. Romano, Primo Levi La tregua, in RMI, n. 6, giugno 1963. Una breve recensione si trova in Ritorno da Auschwitz, La Voce, n. 1, febbraio 1963. 452 G. L. Luzzatto, La catastrofe della soluzione finale in un dramma in versi, in RMI, n. 11, novembre 1963.

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dalle mura di casa453. Il Vicario aprir in una qualche misura la strada a una messa in discussione del comportamento tenuto dal Vaticano durante lultimo conflitto mondiale: in un articolo apparso su LEspresso del 19 gennaio 1964 dal titolo Il silenzio di Pio XII e il dramma degli ebrei454, recensito da Lattes, larticolista Giovanni Falconi affermava: per troppo tempo si assolta la Santa Sede da qualsiasi possibile connivenza con il regime hitleriano, eppure ricordiamo che papa Pacelli fu nunzio apostolico a Berlino fino al 1939455. In quel periodo appariva inoltre il contributo di Ralph Webster che analizzava gli stretti legami che intercorsero fra la Santa Sede e il fascismo fin dai primi anni della presa del potere da parte di questultimo456. Tuttavia allinterno dellambiente ebraico si registravano anche reazioni volte a giustificare loperato del Papa e in un singolarissimo articolo apparso sul Bollettino della comunit milanese si leggeva che la figura di Pio XII, in quanto capo della Chiesa, solo da essa pu esser giudicato. Come uomo noi dobbiamo essergli grati per i benefici che elarg a molti di noi. La tesi proposta da Hochhuth se lazione del Papa nei confronti del nazismo e dei delitti da esso commessi potesse essere migliore e pi efficace. Ma lautore non mette in conto che anche noi ebrei abbiamo sbagliato: fummo remissivi e prudenti, leali e servizievoli457. Linteresse suscitato dal dramma del giovane tedesco continuava ad attirare lattenzione sia da parte ebraica che da quella cattolica e proprio nella rivista ebraica redatta dalla comunit argentina Davar apparve nella primavera del 1964 un articolo interessante sul dramma di Hochhuth, riportato e commentato da Riccardo Curiel il quale notava come lo scandalo suscitato dallopera di Rolf Hochhuth con Il Vicario sia unico ed eccezionale. Su questa rassegna il primo a parlarne stato Guido Luzzatto: si trattava di un articolo scritto da un ebreo per una rivista ebraica; ma quello che vogliamo presentare ai nostri lettori stato invece scritto da un cattolico per una rivista ebraica. Nella Germania di oggi esiste un gruppo di giovani che si assunto il compito di indagare e di chiarire se e quanto abbia potuto contribuire al consolidamento del regime nazista latteggiamento tenuto allora dalla Chiesa; e di questo gruppo fa parte Hochhuth che nella sua lunga nota in appendice al
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D. Lattes, Il Vicario, in RMI, n. 11, novembre 1963. Recensito da D. Lattes in RMI, n. 3, marzo 1964. 455 G. Falconi, Il silenzio di Pio XII e il dramma degli ebrei, in LEspresso, n. 4, 1964, pp. 36-57. 456 D. Colombo, Ralph Webster La Croce e i fasci, in RMI, n. 10, ottobre 1964. 457 G. Richetti, Il Vicario, in Bcim, n. 6, febbraio-marzo 1964.

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suo dramma ha voluto confermare con dati storici il carattere dei personaggi presenti ne Il Vicario. Per lautore se la Chiesa avesse condannato il regime nazista e la persecuzione antiebraica ci sarebbero stati effetti positivi, salvando molte vite umane. Larticolista cattolico non invece daccordo con tale giudizio, anzi, secondo lui, se il Pontefice avesse agito in maniera di aperto contrasto con il regime hitleriano, avrebbe sicuramente subito successivamente una dura rappresaglia nazista. Tuttavia non pu fare a meno di riconoscere limportanza morale di una condanna ufficiale da parte della Cristianit, che invece manc totalmente e che avrebbe risvegliato in una certa misura la coscienza di molti cattolici. Concludendo, lautore deplora le aspre critiche contro il dramma di Hochhuth provenienti da parte di personalit del mondo cattolico perch dimostrano ancora una volta che se tutta la tragedia ebraica si ripresentasse di nuovo, i capi ufficiali della Chiesa sarebbero ancora dellavviso che sia meglio rimanere spettatori silenti e testimoni distratti. Come giustamente osserva Carlo Bo alla prefazione italiana de Il Vicario, le violente ingiurie lanciate contro il giovane autore fanno comprendere che le accuse sono state avvertite da tutti coloro che assistettero indifferenti a quegli orrendi massacri458. La polemica non terminava certamente qui. Nel numero successivo del mensile, compariva la recensione del libro di Carlo Falconi scritto in conseguenza delle dure reazioni da parte cattolica al dramma de Il Vicario. Lautore dimostra che il Papa era al corrente delle persecuzioni attuate verso gli ebrei di Polonia e verso gli ebrei e gli ortodossi in Croazia, anzi era certamente pi informato degli alleati. Perch allora non prese posizione? Per Falconi, Pio XII non parl per la persuasione che il comunismo avrebbe trovato giovamento dallindebolimento del nazismo, ma soprattutto per via delle preoccupazioni di assicurare alla Chiesa, in ogni parte dEuropa, la possibilit di sopravvivere e con energie tali da poter influire nel dopoguerra in modo determinante sullavvenire del continente459. Si arrivava cos al 1965 con la pubblicazione del libro dello storico israeliano Saul Friedlander che nel giro di pochi anni diverr un classico in materia460. Bench il tema inerente al
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R. Curiel, Gordon Zahn Silencios testigos ante el genocidio, in RMI, n. 6, giugno 1965. D. Colombo, Carlo Falconi Il silenzio di Pio XII, in RMI, n. 10-11, ottobre-novembre 1965. Il libro di Falconi usc presso la casa editrice milanese Sugar nel 1965. 460 S. Friedlander, Pie XII et le III Reich, Paris, Seuil, 1964. In Italia venne tradotto con il titolo Pio XII e il III Reich: documenti, Milano, Feltrinelli, 1965. Uninteressante recensione al libro di Friedlander venne firmata da Leo Neppi Modona il quale osservava che per noi ebrei queste opere servono non tanto a giudicare la Chiesa, quanto ad arricchire le nostre conoscenze sulle deportazione del nostro popolo. Morti senza tomba, vorremmo che i nostri fratelli non fossero morti senza storia. Per questo

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comportamento tenuto dal mondo cattolico e dai suoi vertici durante il conflitto mondiale non rientri esplicitamente nella memorialistica dei campi di sterminio, non si poteva tuttavia tacere lopera di Hochhuth che ruppe con una certa forma mentis diffusa nellopinione pubblica di giudicare loperato del Vaticano negli anni della seconda guerra mondiale come una politica caritatevole e misericordiosa nei confronti degli ebrei perseguitati; sembrava che con il dramma de Il Vicario un certo paradigma assolutore nei riguardi della Santa Sede venisse a sfumarsi a favore di uno sguardo pi critico e indagatore circa gli effettivi aiuti e omissioni che informarono larticolata politica vaticana negli anni della guerra; oltre ci si ricordi che alcuni significativi fermenti allinterno del mondo cattolico si erano gi registrati alla fine degli anni Cinquanta quando papa Giovanni XXIII, il 27 marzo 1959, dispose labolizione dalla liturgia del Venerd Santo delle espressioni perfidi judaei e judaica perfidia461, mentre nel gennaio del medesimo anno il Pontefice aveva annunciato la convocazione del Concilio Vaticano II462. Iniziato nellottobre del 1962 e conclusosi nellautunno del 1965 sotto il pontificato di Paolo VI, il Concilio si occup, fra le molteplici questioni affrontate, anche delle relazioni che dovevano stabilirsi fra la religione cattolica e le religioni non cristiane463. Fra il 1964 e il 1965 venne elaborato il testo che doveva
motivo ci appare doveroso da parte della Chiesa farci sapere tutto quello che nasconde nei suoi archivi sulla deportazione degli Ebrei. Tuttavia la Chiesa non si limita al silenzio dei documenti o alle manovre contro gli spettacoli de Il Vicario, ma svolge perfino unapologia di Pio XII. Questo un fatto sorprendente perch vediamo che il Pontefice era informato delle deportazioni dei preti cattolici; si legge in una circolare pubblicata da Friedlander inviata dal ministro del Reich a Lisbona: secondo una notizia proveniente dal Vaticano, si apprende che 700 preti cattolici erano stati giustiziati nei campi di concentramento di Dachau, Buchenwald, Auschwitz e che pi di 3000 preti si trova al momento nei campi di concentramento. Di fronte a questi atti e documenti non si venga pi a dirci che Pio XII proteggeva gli Ebrei dato che non si curava nemmeno dei cattolici Ispirandosi ad un personaggio trattato da Il Vicario di Rolf Hochhuth, Friedlander pubblicava due anni dopo Kurt Gerstein o lambiguit del bene, Milano, Feltrinelli, 1967, interessante libro dedicato allindagine psicologica e storica della controversa figura dellSS pentito Kurt Gerstein. Cfr. D. Colombo, Il nuovo libro di Saul Friedlander, in RMI, n. 2, febbraio 1968. 461 Cfr. L Oremus del Venerd Santo, in Israel, n. 29, 2 aprile 1959. 462 Senza pretesa di completezza si segnalano a riguardo i contributi di G. Alberigo (a cura di), Fede, tradizione, profezia: studi su Giovanni XIII e sul Concilio Vaticano II, Brescia, Paideia, 1984, id., (a cura di), Storia del Concilio Vaticano II, voll. 4 , Bologna, Il Mulino, 1999, G. Verucci, La Chiesa postconciliare, in Storia dItalia. La trasformazione dellItalia. Sviluppo e squilibri. Istituzioni, movimenti, culture, Annali II, a cura di N. Tranfaglia, Torino, Einaudi, 1995, pp. 299-382. 463 Cfr. Il Concilio ecumenico considera un progetto che tratta degli ebrei, in Israel, n. 6, 14 novembre 1963, C. A. Viterbo, La non decisione del Concilio, in Israel, n. 10, 12 dicembre 1963, D. Lattes, La Chiesa contro lantisemitismo, in RMI, n. 11, novembre 1963, Il Concilio ecumenico si occupa degli ebrei, in Israel, n. 2, 1 ottobre 1964, D. Lattes, Il Concilio ecumenico, il pellegrinaggio del papa e gli Ebrei, in RMI, n. 8, agosto 1964, id., Problemi e Polemiche, in RMI, n. 10, ottobre 1964, id., La dichiarazione del Concilio ecumenico sugli Ebrei, in RMI, n. 11, novembre 1964, id., La Civilt Cattolica e gli Ebrei, in RMI, n. 1, gennaio 1965, id., Problemi e polemiche, in RMI, n. 3, marzo

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regolare tali relazioni, portato a compimento nellottobre del 1965 con il titolo di Declaratio Nostra Aetate464. In base ad esso, la Chiesa non solo sottolineava il legame spirituale che essa aveva con lebraismo e ne raccomandava la conoscenza e stima reciproca, ma assolveva soprattutto gli ebrei dalla millenaria accusa di popolo deicida, stabilendo in tal modo una svolta storica di importanza fondamentale465. Gli anni sessanta, come si pu ben notare, costituiscono un periodo di eccezionale fioritura di articolati dibattiti e di accese polemiche che davano il decisivo impulso a cercar nuove vie per interrogare il periodo bellico e pre-bellico, lasciando parzialmente da parte un tipico paradigma conciliativo e pacificatore delle coscienze che aveva caratterizzato i primi quindici anni del dopoguerra; nel 1966 il Premio Bancarella veniva assegnato al libro di Vincenzo Pappelettera, Tu passerai per il camino466 e sempre nel medesimo anno usciva ledizione francese del contestatissimo libro di Jean-Franois Steiner Treblinka467, recensito da Giorgio Romano il quale diceva di apprezzare il tentativo dellautore di volersi mettere nei panni dei giovani israeliani di oggi, i quali stentano a rendersi conto del perch gli Ebrei dEuropa si siano lasciati condurre al macello senza ribellarsi; lautore vuol proprio dimostrare questo: che erano impossibili una ribellione e una resistenza organizzate. Lo Steiner non un testimone di quel periodo n un sopravvissuto essendo nato nel 1938, ma ha cercato comunque di ricostruire la tragedia di Treblinka dalla documentazione e dalle interviste che egli ha fatto a quaranta superstiti. Mentre lindimenticabile libro di Andr Schwarz-Bart uno studio dellanima e della reazione ebraica come suole vederla un cristiano o un ebreo della Diaspora, questo volume lesame delle sofferenze e delle ribellioni degli ultimi
1965, C. A. Jemolo-V. Gorresio, Il Documento Conciliare sugli Ebrei negli articoli di due scrittori cattolici, in RMI, n. 10-11, ottobre-novembre 1964. 464 Nota Giuseppe Alberigo che la Dichiarazione per la prima volta nella storia della Chiesa un Concilio dedicava attenzione alle religioni non cristiane, studiando con maggiore critica la natura delle sue relazioni con esse. Il progetto della Dichiarazione elaborato e presentato nel settembre del 1964, venne reso pubblico il 15 ottobre del 1965, G. Alberigo, Santa Sede e vescovi nello Stato unitario. Verso un episcopato italiano (1958-1985), in Storia dItalia, Annali IX, La Chiesa e il potere politico dal Medioevo allet contemporanea, a cura di G. Chittolini, G. Miccoli, Torino, Einaudi, 1986, pp. 857879. Il testo della Dichiarazione in Dizionario del Concilio ecumenico Vaticano II, Roma, UNEDI, 1969, pp. 317-322. 465 Cfr. La Dichiarazione del Concilio Vaticano II, in Israel, n. 25, 8 aprile 1965, C. A. Viterbo, Una pietra miliare, in Israel, n. 4, 4 novembre 1965, Y. Colombo, Una grande data nella storia umana, in RMI, n. 11, novembre 1965, A. Segre, Gli Ebrei e il Vaticano II, in RMI, n. 6, giugno 1970. 466 V. Pappalettera, Tu passerai per il camino, Milano, Mursia, 1965; Cfr. la recensione di G. Romano, Premio Bancarella a Vincenzo Pappalettera, in RMI, n. 11, novembre 1966. 467 J. F. Steiner, Treblinka, la revolte dun camp dextermination, prface de Simone de Beauvoir, Gallimard, Paris, 1966. Il libro verr pubblicato in Italia nel 1967 presso Mondadori.

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schiavi come le concepiscono gli israeliani di oggi. Le due visioni non si eliminano ma si completano; il martirologio ebraico qui visto sotto una nuova luce: forse il suo massimo merito sta nellaver sottolineato ed esaltato il rifiuto del popolo ebraico ad accettare, fino alla morte, la legge del nemico468. Il volume di Steiner fu recepito in alcuni ambienti ebraici come una falsificazione della storia dal momento che egli sostiene che la rivolta del campo di eliminazione di Treblinka fu lunica ribellione avvenuta in un lager nazista. Lautore dimostra di non conoscere approfonditamente la nostra storia pi recente perch rivolte ce ne furono a Sobibor, Varsavia, Mauthausen. Infamante poi la tesi che sostiene la collaborazione del popolo ebraico al proprio sterminio469. Questa lultima significativa recensione che si trovata scritta sulle colonne della Rassegna, ricordando che il presente studio si ferma cronologicamente al 1970; nel 1965 lo storico direttore Dante Lattes era morto e il suo successore, Yoseph Colombo, strutturava il mensile su un piano culturale molto diverso, preferendo pubblicare articoli di argomento religioso, riguardanti il giudaismo biblico e le opere antiche composte in epoca medievale da vari rabbini, trascurando perci tutti quei temi di attualit che non sembravano destare linteressare non tanto del pubblico quanto del nuovo direttore; da questo punto di vista, labbassamento del livello culturale e la scomparsa dei vivaci dibattiti su temi dattualit che avevano reso unica la Rassegna nel panorama editoriale ebraico italiano, si avverte immediatamente nel passaggio dalluno allaltro direttore: da mensile articolato, strutturato su pi piani, contenitore di molteplici argomenti e polemiche suscitate il pi delle volte dalla penna caustica di Lattes, diventava con Colombo una testata specializzata in ununica tematica che rendeva il mensile una testata giornalistica piuttosto statica e a tratti monotona.

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G. Romano, Treblinka, in RMI, n. 11, novembre 1966. E. Vita Finzi, Polemica su Treblinka, in Bcim, n. 1, settembre-ottobre 1966.

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Capitolo III : il Sionismo I. Cenni sul Sionismo in Italia: dalle origini alla ricostruzione postbellica Il presente studio non si prefigge di esporre dettagliatamente le diverse fasi storiche che hanno scandito la nascita e lo sviluppo del pensiero politico sionista470, i suoi molteplici teorici e le sue altrettanto numerose correnti di pensiero471; ci che risulta prioritario al fine di tale ricerca il modo con cui il contesto italiano recep lideologia sionista, come linterpret e la teorizz in maniera affatto specifica e a tratti originale; in altre parole, quale tipo di messaggio sionistico attecch in Italia e perch alcuni dibattiti e polemiche che in altre parti dEuropa infiammarono i circoli sionisti non furono presenti nella penisola o se lo furono, si presentarono con modalit piuttosto tiepide e attutite. Detto questo, si danno per acquisite alcune nozioni basilari della dottrina e della prassi sionista, non si presenter cio, se non genericamente, il sionismo in una dimensione internazionale che richiederebbe una ricerca a s e di cui si ritiene di non avere competenze sufficienti e adeguate per svolgere una riflessione che preveda pi ambiti nazionali a cui far riferimento; perci limiteremo la seguente analisi ad una realt di pi strette dimensioni qual quella italiana.
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I volumi apparsi in Italia riguardanti la storia del sionismo dalle origini fino ai giorni nostri sono piuttosto scarsi, fra questi si segnalano D. J. Goldberg, Verso la Terra promessa. Storia del pensiero sionista, Bologna, Il Mulino, 1999, N. Weinstock, Storia del sionismo, Roma, Samon e Savelli, 1970, 2 voll., L. Cremonesi, Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1922), Firenze, La Giuntina, R. Balbi, Hatikv. Il Ritorno degli ebrei nella Terra Promessa, Bari, Laterza 1983, D. Bidussa, Il sionismo politico, Milano, Unicopli, 1993, id., Le culture del sionismo. Un profilo, in D. Bidussa, E. Collotti Pischel, R. Scardi, (a cura di), Identit e storia degli ebrei, Milano, Angeli, 2000, pp.157-167, Z. Sternhell, Nascita dIsraele. Miti, storia, contraddizioni, Milano, Baldini&Castoldi, 1999, M. Buber, Sion. Storia di unidea, Genova, Marietti, 1987, A. Cavaglion, Tendenze nazionali e albori sionistici, in Storia dItalia, Annali, vol. 11, t. 2, Torino, Einaudi, 1997, pp. 1293-1320, S. Della Seta e D. Carpi, Il movimento sionistico, in Storia dItalia, cit., pp. 1323-1368, V. Pinto, I sionisti, Milano, M&B Publishing, 2000, A. Moscato,G. Taut, M. Warshawski, Sionismo e questione ebraica: storia e attualit, Roma, 2000, J. Tsur, Il sionismo, Milano, Mursia, 1977, A. Eban, Storia dell Stato dIsraele, Milano, Mondadori, 1974, G. Laras, Il movimento sionistico, in RMI, n. 1-12, luglio-dicembre 1981, D. B. Gurion, Testimonianza sul Sionismo, in Enciclopedia del Novecento, Roma, Istituo della Enciclopedia Italiana, vol. VI, pp. 675-689, G. Valabrega (a cura di), Palestina e Israele. Un confronto lungo un secolo tra miti e storia, Milano, Teti, 1999. I contributi internazionali sono al contrario numerosi, si segnalano soltanto i pi rilevanti e generali: AA. VV., Enciclopaedia of Zionism and Israel, New York, Herzl Press/McGraw-Hill, 1971, S. Almog, Zionism and the History, Jerusalem, Magnes, 1987. B. Halpern, The Idea of Jewish State, Cambridge (Mass.), Harvard University Press, 1969, W. Laqueur, A History of Zionism, London, Weidenfeld and Nicholson, 1972, G. Shimoni, The Zionist Ideology, Hannover-London, Brandeis University Press, 1995, Zionism, in Encyclopaedia Judiaca, cit., vol. XVI. 471 I maggiori esponenti delle diverse correnti presenti allinterno del pensiero sionistico sono presentati efficacemente da V. Pinto, I sionisti, cit. Si veda anche la ricca bibliografia che Pinto presenta sui singoli personaggi alle pp. 293-297.

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Nel febbraio del 1896 la tipografia viennese Breitestein pubblic tremila copie di un libro che avrebbe rappresentato il manifesto del moderno sionismo politico, ovvero Der Judenstaat472 dellavvocato ebreo-ungherese Theodor Herzl, ideologo e padre fondatore del movimento sionista473. In Italia leco del dibattito che dalluscita del suddetto volume interess i circoli colti dellebraismo europeo (soprattutto occidentale) e che anim il primo Congresso Sionista svoltosi a Basilea nel 1897 474, interess soltanto una minima parte del mondo ebraico italiano, e il sionismo fin dallinizio si caratterizz nella penisola come un fenomeno di lite in cui, fra laltro, non prevalse tanto uninterpretazione ortodossa dellideologia sionista, quella pi strettamente legata a tematiche politiche-nazionali, quanto piuttosto una tendenza filantropica475, ossia una versione in qualche modo de-politicizzata e depurata di quei contenuti pi rivoluzionari e sovversivi, primo fra tutti linvito rivolto a tutti gli ebrei- assimilati e non- a far ritorno in Eretz Israel. Una premessa necessaria prima di affrontare largomento specifico sionista. Quando si parla genericamente di mondo ebraico si pensa a ununit compatta ed omogenea, in cui le tendenze e i caratteri specifici di ogni singola comunit si uniformerebbero in un pensare e in una cultura sostanzialmente comune; tuttavia non appena si abbandona questo generico piano a favore di unindagine che analizzi pi da vicino le componenti che sostanziano il cosiddetto mondo ebraico, viene alla luce una realt ben pi articolata e multiforme, formata in verit da una pluralit di ebraismi476 che non necessariamente risultano essere fra loro simili e conciliabili. Schematizzando
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Tradotto con limproprio titolo di Lo Stato ebraico la prima edizione italiana del 1918 a cura di G. Servadio, pubblicato presso la Casa editrice Barabba, Lanciano. 473 Si tenga presente che prima di Herzl erano gi apparsi libri e opuscoli dei cosiddetti precursori del sionismo, fra cui Pinsker, Lilienblum, Smolenskyn, Birnbaum, che, detto brevemente, concepivano la riconquista della coscienza ebraica pi su basi interiori che politiche, una rivoluzione essenzialmente spirituale a tratti romantica. Cfr. V. Pinto, I sionisti, cit., pp. 13-70. 474 In tale occasione venne redatto il cosiddetto Programma di Basilea e creata la World Zionist Organisation (WZO), lOrganizzazione sionistica mondiale che assumer nel tempo la direzione politica del sionismo internazionale, si veda Z. Sternhell, Nascita di Israele, cit., p. 525. Al primo congresso sionista non partecip alcun rappresentante italiano. 475 Al secondo congresso sionista del 1898 il rappresentante italiano, il Rabbino Sonino di Napoli, si dichiar italiano di cuore, amatissimo della diletta patria e afferm che si trovava al congresso perch lessere amante delle natie contrade, il suo sentirsi devoto cittadino, lessere insomma patriottico non significa disinteressarsi dei fratelli che soffrono; giacch patriottismo e filantropia sono sinonimi e si uniscono negli animi ben fatti, citato da R. Di Segni, Le origini del sionismo in Italia, Firenze, Giuntina, 1972, p. 18. 476 Unottima riflessione teorica, seppure limitata al caso italiano, sulla necessit di pensare a una molteplicit di ebraismi elaborata da A. Cavaglion, Cenobitismo ebraico, in A. Di Meo (a cura di), Cultura ebraica e cultura scientifica in Italia, Roma, Editori riuniti, 1994.

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tali ebraismi in categorie geografiche -Est e Ovest-, si pu affermare che nellEuropa di fine Ottocento esistevano due tipologie di mondi ebraici ben definiti e distanti luno dallaltro: il tipico ebreo abitante dello shtetl477 differiva profondamente dallebreo italiano, a partire da usi e costumi che il primo conservava e praticava rigidamente nella vita di tutti i giorni, al contrario del secondo che reputava un certo di tipo di tradizione alla stregua di un retaggio dellet del ghetto, appartenente cio a un passato che non interferiva nella vita quotidiana dellebreo italiano emancipato. I diversi ambiti politici e sociali in cui queste due tipologie di individui si erano formati e sviluppati erano marcatamente differenti e dunque differenti risultavano essere la mentalit, il modo di vestire e di sentire lappartenenza alla propria origine ebraica. I cosiddetti Ostjuden478, gli ebrei dell Europa orientale, vivevano un grado molto basso di assimilazione causato da regimi politici che non avevano conosciuto una parificazione legislativa di diritti sociali e civili con il resto della popolazione -la cosiddetta emancipazione479- che aveva mantenuto una rigida separazione fra gentili ed ebrei i quali subirono, in questa parte dEuropa, pogrom, persecuzioni e oppressioni di pi vario genere sconosciuti allebreo italiano -occidentale per estensione- che si affacciava allalba del nuovo secolo con alle spalle quarantanni di libert individuale sancita da una normativa liberale che prevedeva non solo una completa parit di diritti fra coloro che professavano una
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Piccola cittadina ebraica caratteristica dellEst europeo in cui la lingua parlata lo jiddisch. Un recente studio sullaffascinante realt e vita di questi luoghi il contributo di E. Hoffman, Shtetl: viaggio nel mondo degli ebrei polacchi, Torino, Einaudi, 2001. 478 Bench in origine il termine aveva una coloritura dispregiativa con cui gli ebrei tedeschi indicavano gli ebrei della Polonia, oggi viene impiegato senza intenzione negativa per indicare quella numerosa popolazione ebraica che abitava lEst europeo- soprattutto negli shtetl- fino alla sua scomparsa con la II Guerra mondiale e con lo sterminio nazista. 479 Una delle pi efficaci riflessioni intorno a questo concetto non privo di ambiguit qual emancipazione stata espressa da David Bidussa il quale afferma che con il concetto di emancipazione si intende un percorso giuridico, sociale e culturale che accompagna lintegrazione del mondo ebraico allinterno dei singoli gruppi nazionali entro i quali le diverse diaspore ebraiche hanno esperito una precedente condizione di esclusione o di marginalizzazione. Lemancipazione un processo che implica labbandono di qualcosa e, contemporaneamente, laccettazione di un modello (ideale, societario, mentale, ma anche di sensibilit) decisamente distante da quello di partenza. Il modello emanciaptivo non abbassa il conflitto fra lebreo, anche desideroso o comunque disponibile ad assimilarsi, e il contesto sociale al cui interno egli matura questo passaggio. Il processo emancipativo non riconosce legittimit al processo integrativo e considera i soggetti dellemancipazione come eccezioni rispetto a un modello che comunque giudicato per la sua caratteristica comunitaria. Il f atto che lemanciapzione si presenti come un processo collettivo e impersonale, non elimina il fatto che esso invece sia osservato e giudicato in forma localizzata, a un tempo singolarmente individuata e generalizzata, id., Il radicalismo religioso ebraico e le forme dellidentit ebraica contemporanea, in S. Allievi, D. Bidussa, P. Naso, Il libro e la spada. La sfida dei fondametnalismi. Ebraismo, Cristianesimo e Islam, Torino, Claudiana, 2000, pp. 91-152.

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diversa religione da quella cattolica480, ma che incentivava pure una promozione sociale che a sua volta costituiva una valida premessa per unassimilazione che di fatto si concretizz nel giro di pochi decenni. Numerosi ebrei combatterono nelle lotte risorgimentali cos che il formarsi della coscienza nazionale degli italiani and formandosi di pari passo a quella degli ebrei italiani, come not a suo tempo Arnaldo Momigliano481; divenuti cittadini di fede mosaica- come allora si definiva la generazione degli ebrei post-ghetto che conobbe, per lo scarso pregiudizio antisemitico presente nel paese, ad eccezione di alcuni fanatici ambienti cattolici e di alcune frange di estremisti di destra482, una rapida integrazione nella compagine nazionale, come testimonia fra laltro lalta percentuale di matrimoni misti483, riuscendo ad occupare posti professionali allinterno dellapparato statale, dellesercito e del mondo politico484. In una condizione di siffatto benessere e di avvenuta integrazione485, laffacciarsi del
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Con Regio Decreto del 29 marzo 1848 Carlo Alberto di Savoia concesse i diritti civili agli ebrei piemontesi e liguri, esteso a tutta la Penisola con la creazione dello Stato unitario, tramite il Regio Decreto del 13 ottobre 1870, Cfr. G. Fubini, La condizione giuridica dellebraismo italiano: dal periodo napoleonico alla Repubblica, Firenze, La Nuova Italia, Firenze, 1974, S. Mazzamuto, Ebraismo e diritto dalla prima emancipazione allet repubblicana, in Storia dItalia, cit., pp. 1765-1827. 481 La storia degli ebrei di Venezia, come la storia degli Ebrei di qualsiasi citt italiana in genere, essenzialmente appunto la storia della formazione della loro coscienza nazionale italiana. N, si badi, questa formazione posteriore alla formazione della coscienza italiana in genere, in modo che gli Ebrei si sarebbero venuti ad inserire in una coscienza nazionale gi precostituita. La formazione della coscienza nazionale negli Ebrei parallela alla coscienza nazionale nei Piemontesi o nei Napoletani o nei Siciliani, A. Momigliano, Recensione a Cecil Roth, Gli Ebrei in Venezia, in Nuova Antologia, 20 aprile 1933, adesso in id., Pagine ebraiche, a cura di S. Berti, Torino, Einaudi, 1987, pp. 237-239. 482 In ambiente cattolico furono soprattutto i gesuiti che mostrarono un acceso sentimento antisemita pubblicando sul finire del secolo XIX articoli in cui incolpavano gli ebrei di tutti i mali dellera moderna; come scrive De Felice nel 1890 vennero pubblicati su La Civilt Cattolica tre articoli, Della questione giudaica, che contenevano la posizione cattolica nei confronti degli ebrei, accusati di massoneria, di cospirazione internazionale a danno dei cristiani, dei mali del mondo moderno, R. De Felice, Storia degli ebrei, cit., p. 37 e passim. Per quanto riguarda la destra nazionalista corradiniana e la sua battaglia antisionista di inizio Novecento si veda A. Cavglion, Tendenze nazionali, cit., pp. 12951303. 483 In base al censimento fondato su presupposti razzistici del 1938 risultarono che su 100 coppie solo il 56,3 per cento aveva entrambi i coniugi ebrei, le altre 43,7 per cento erano miste; nel 1930-37 tale percentuale sarebbe stata in Italia del 30 per cento, mentre in Germania era nel 1934 dell11 per cento e in Ungheria nel 1932 del 14 per cento. Cifre tratte da R. De Felice, Storia degli ebrei, cit., p. 17. 484 Ebrei italiani che ricoprirono alte cariche politiche furono fra i pi famosi: Luigi Luzzatti, presidente del Consiglio dei Ministri dal 1910 al 1911, Giuseppe Ottolenghi, ministro della Guerra dal 1902 al 1903, Lodovico Mortara, ministro di Grazia e giustizia e dei Culti dal 1919 al 1920, Ernesto Nathan, sindaco di Roma dal 1907 al novembre 1913; perfino il razzista Mussolini nomin nel novembre 1922 sottosegretario agli Interni lebreo Aldo Finzi, carica che mantenne fino al 1924, membro del Gran Consiglio del fascismo fino alla sua espulsione nel 1938 dal Pnf. Per nelleccidio delle Fosse Ardeatine nel marzo del 1944, Cfr. M. Sarfatti, Gli ebrei nellItalia fascista. Vicende, identit, persecuzione, Torino, Einaudi, 2000, pp. 12-13. 485 Sulle vicende della comunit ebraica italiana dallUnit allavvento del fascismo si veda F. Sofia, M. Toscano (a cura di), Stato nazionale ed emancipazione ebraica, Roma, Bonacci, 1992, id., (a cura di), Integrazione e identit. Lesperienza ebraica in Germania e in Italia dallilluminismo al fascismo,

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sionismo sul finire del XIX secolo quale ideologia portatrice di un ideale sovversivo il ritorno nella Terra dei Padri- che presupponeva una radicale rottura con il mondo in cui lebreo medio occidentale era cresciuto e nei cui valori aveva pi o meno creduto, costituiva una vera e propria rivoluzione; da un certo punto di vista, per lebreo orientale, gravato da vessazioni e pogrom, la scelta di abbracciare la causa sionista risultava meno problematica e conflittuale dato che in essa egli scorgeva unoccasione di riscatto, un sogno di realizzare una vita migliore senza oppressioni e persecuzioni, in definitiva allebreo dello shtetl il sionismo chiedeva di abbandonare unesistenza penosa per un progetto politico e sociale che prevedeva uno Stato costruito da e per ebrei. Lebreo italiano versava in tuttaltra situazione, caratterizzata per lo pi da un benessere economico piuttosto diffuso, da uno scarso sentimento antisemita fra la popolazione cattolica e non un caso infatti che le alioth486 dallItalia verso la Palestina saranno numericamente inconsistenti sino a dopo la prima guerra mondiale. Detto questo, appare evidente che per quella nicchia di ebrei italiani che si avvicinarono al sionismo, questo fu per lo pi interpretato come una risposta riguardante sostanzialmente la penosa situazione di oppressione in cui le masse diseredate dellEuropa orientale erano costrette a vivere, piuttosto che unideologia interessante tutti gli ebrei del continente senza distinzione di sorta. Tuttavia anche fra quei pochi individui che di autodefinivano sionisti vi erano delle divergenze sostanziali riguardo al modo di concepire il verbo sionista; vi era chi scorgeva in esso unicamente una via d uscita alle persecuzioni attuate nellEuropa orientale a danno della popolazione ebraica che andava aiutata e
Milano, Angeli, 1998, AA VV., Italia Judaica, Gli ebrei nellItalia unita 1870-1945, atti del convegno internazionale Siena 12-16 giugno 1989, Ministero per i beni culturali e ambientali, Roma, 1993, M. Molinari, Ebrei in Italia: un problema didentit 1870-1938, Firenze, Giuntina, 1991, R. Finzi, Gli ebrei nella societ italiana dallUnit al fascismo, in Il Ponte, n. 11-12, novembre-dicembre 1978, A. Canepa, Considerazioni sulla seconda emancipazione e le sue conseguenze, in RMI, n. 1-3, gennaiomarzo 1981, B. Di Porto, Ebraismo in Italia tra la prima guerra mondiale e il fascismo, in RMI, n. 13, gennaio-marzo 1981, M. Toscano, Gli ebrei in Italia dallemancipazione alle persecuzioni, in Storia contemporanea, n. 5, maggio 1986, id., Luguaglianza senza diversit: Stato, societ e questione ebraica nellItalia liberale, in Storia contemporanea, n. 5, maggio 1994, E. Traverso, Gli ebrei in Italia, in Passato e presente, n. 43, marzo 1998 486 Plurale di aliah termine ebraico che indica la salita (immigrazione) in Eretz Israel. Convenzionalmente la prima aliah si fa risalire agli anni 1881-1903, costituita per lo pi dagli ebrei in fuga dai pogrom dellEuropa orientale; la seconda fra il 1904 e il 1914 caratterizzata dai pionieri sionisti dispirazione socialista; la terza tra il 1919 e il 1923 caratterizzata da giovani influenzati dal marxismo e da un acceso radicalismo socialista; la quarta fra il 1924 e il 1927 caratterizzata soprattutto da emigranti polacchi appartenenti al ceto medio, la quinta e ultima dal 1929 alla II Guerra Mondiale caratterizzata da profughi in fuga dallantisemitismo e persecuzioni. Cfr. J. Goldberg, Verso la Terra, cit.

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assistita -sionismo filantropico e solidale- e chi al contrario vedeva nel sionismo unoccasione storica rivolta universalmente a tutti gli ebrei, per dare vita a un sistema statale, politico e sociale in cui lebraicit fosse il perno su cui costruire tale Stato; questultimo orientamento costituiva una minoranza nella minoranza. Queste due opposte tendenze caratterizzeranno la storia del sionismo italiano fino alla vigilia del secondo conflitto mondiale, causando non poche tensioni e polemiche al proprio interno. Veri e propri sujets dlite, come ebbe a dire il presidente dellOrganizzazione sionista mondiale Chajim Weizmann durante un suo soggiorno in Italia487, provenienti da ambienti fortemente assimilati, queste mosche bianche ebbero il merito di far conoscere le opere e il pensiero dei sionisti europei488, di sensibilizzare, o meglio, di svegliare le coscienze ebraiche dal sonno assimilatorio e, come afferma Cavaglion, di iniziare un processo di dissimilazione489 che avrebbe condotto ad una integrale riconquista della propria identit ebraica. Bench gruppo minoritario e isolato, i primi sionisti italiani dettero prova di un grande spirito di iniziativa, creando gi nel 1901 la Federazione Sionistica Italiana (FSI) sotto la presidenza di Felice Ravenna490 che manterr tale carica fino 1922, affiancato da Angelo Sullam in qualit di vicepresidente; nello stesso 1901 si riuniva a Ancona il primo congresso sionistico italiano in cui il documento redatto in tale occasione non prevedeva solamente il soccorso ai profughi dellEuropa orientale ma anche una profonda riflessione sulla propria identit di ebrei come si era andata formando fino a quel momento491. Il 1902 vedeva la luce lorgano di
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La calzante definizione che Weizmann dette del sionismo italiano fu in occasione del suo viaggio in Italia nel 1922 di cui ricorda nelle proprie memorie che llite di questa comunit, abituata a godere in Italia di ogni bene materiale e sociale che un uomo possa desiderare, volgeva i suoi occhi verso la Palestina. Io non riuscivo a spiegarmi la cosa. Potei solo ringraziare il cielo, C. Weizmann, La mia vita per Israele, Milano, Garzanti, 1950, citato in S. Della Seta, Il movimento sionistico, cit., p. 1331. 488 Si ricordi in proposito linstancabile attivit di traduzione e pubblicazione delle maggiori opere degli scrittori sionisti operata da Dante Lattes a partire dagli anni Venti per la Casa Editrice Israel e per La Rassega Mensile di Israel. Su tale argomento si veda A. Luzzatto, Il rinnovamento culturale dellebraismo italiano tra le due guerre, in Oltre il ghetto, cit., pp. 97-153. 489 Il sionista militante disponeva di una forza che altri non aveva: unenergia che per riflesso si trasfonder nell ebraismo, favorendone la dissimilazione, ossia la ricostruzione, la riconquista di unidentit, A. Cavaglion, Tendenze nazionali, cit., p. 1295. 490 Per un profilo biografico su il presidente della Federazione sionistica italiana che nel 1931 diverr primo presidente della neonata Unione delle Comunit Israelitiche dItalia fino al 1937, si rimanda a G. Falco Ravenna, Leone Ravenna e Felice Ravenna, in RMI, n. 11, novembre 1970; S. Della Seta, Dalla tradizione ad un mondo pi moderno: un ebreo autentico in unepoca di passaggio: note per un profilo di Felice di Leone Ravenna, ivi, n. 9-12, settembre-dicembre 1987. 491 Cfr. R. Di Segni, Le origini del sionismo in Italia, cit., F. Del Canuto, Il movimento sionistico in Italia, cit., D. Bidussa, Il sionismo in Italia nel primo quarto del Novecento. Una rivolta culturale? in Bailamme, n. 12, dicembre 1989, M. Toscano, Ebraismo, sionismo, societ: il caso italiano, in F.

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stampa della FSI, L Idea Sionistica, che si aggiungeva ai due esistenti giornali ebraici, il Corriere Israelitico492 di Trieste e Il Vessillo Israelitico493 di Casale Monferrato, quest ultimo rappresentante ufficiale dellebraismo italiano. Interessante notare come proprio lorgano ufficiale aveva iniziato, sul finire del secolo, una vera e propria battaglia antisionista in nome di un sentimento nazionale totale, unitario, che ricusava totalmente il concetto di doppia fedelt a due patrie. Sebbene il Vessillo Israelitico rappresentasse una presa di posizione di estremo antisionismo fino a sospendere le pubblicazioni nel 1911 al fine di evitare imbarazzi ed equivoci durante il conflitto italo-turco494, tuttavia anche il portavoce della FSI, LIdea Sionistica, non avr toni troppo infervorati e propagandistici scrivendo che il sionismo non mira a darci una patria, poich gi labbiamo, e bella e mobilissima ma deve essere una sacrosanta difesa delle libert individuali e sociali, una propaganda di elevazione morale e intellettuale495. Felice Ravenna, insieme allo staff dirigente della Federazione, si caratterizzava di elementi pi filantropici ed umanitari piuttosto che di accenti politici reali. Diversa invece limpostazione e la concezione di Dante Lattes che dal 1903 era divenuto il direttore del Corriere Israelitico il quale senza mezzi termini accusava i dirigenti federali di blando sionismo, scrivendo che la forma di sionismo che essi vogliono difendere sadatta alle condizioni di libert, civilt e tolleranza che regnano in
Sofia, M. Toscano (a cura di), Stato nazionale ed emancipazione ebraica, cit, pp. 393-420. 492 Nato nel 1862 per iniziativa di Abram Vita Morpurgo, il Corriere Israelitico divenne giornale politico filosionista a partire dal 1897 allorch inizi a collaborarvi Dante Lattes che divenne direttore nel 1903 fino al 1915. Cfr. G. Luzzatto Voghera, La formazione culturale di Dante Lattes, in Oltre il ghetto, cit., pp. 17-95. 493 Mensile pubblicato dal 1874 al 1922, lo dirigeva il suo fondatore, il rabbino Flaminio Servi che bas lindirizzo politico della testata su posizioni nettamente antisioniste. Scriveva in un editoriale di inizio Novecento: I cosiddetti sionisti travisano i desideri di Israele e facendosi forti delle persecuzioni che in paesi barbari avvengono contro gli ebrei, si agitano per diffondere lidea di uno stato giudaico o di un israelitismo (sic!) politico come nazione. Gli israeliti dItalia sono troppo ferventi patriottici per aderire a simili faccende, loro che darebbero fin lultima goccia del proprio sangue per la difesa di questo bel paese ove dimorano da oltre venti secoli, citato in R. Di Segni, Le origini del sionismo, cit., p. 7. 494 Osserva De Felice che il conflitto italo-turco cominci a gettare alcune ombre fra il sionismo e alcuni settori dellopinione pubblica italiana. I nazionalisti in particolare videro nel sionismo, e quindi per riflesso negli ebrei, degli alleati potenziali dei Turchi, stabilendo un evidente sillogismo: i sionisti trattano per lemigrazione ebraica in Palestina con la Porta e quindi nemici della causa italiana. Da qui una serie di prese di posizioni contro il sionismo e gli ebrei in genere, R. De Felice, Storia degli ebrei, cit., p. 55 e passim. Una lucida riflessione su nazionalismo ed ebraismo stata sviluppata da G. Mosse, Gli ebrei e la religione civica del nazionalismo, in F. Sofia, M. Toscano (a cura di), Stato nazionale ed emancipazione ebraica, cit., pp. 143-154. Un discorso pi generale sui rapporti esistenti fra Stato nazionale e minoranze esposto da C. Ghisalberti, Stato nazionale e minoranze tra il XIX e XX secolo, ivi, pp. 27-40. 495 Citato in R. Di Segni, Le origini del sionismo, cit., p. 24.

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Italia quantunque non vada troppo daccordo con quel sionismo politico dei Congressi496. In effetti la Federazione Sionistica assumer fin dal suo nascere un atteggiamento piuttosto cauto e diplomatico, aspetto evidente non appena si legge la Dichiarazione ufficiale che venne redatta in occasione della sua costituzione, in cui si dichiarava la perfetta compatibilit dellidea sionistica coi sentimenti pi vivi ed affettuosi verso la patria italiana, con quella che semplicemente una manifestazione di solidariet verso i propri fratelli di razza e di fede497. Cos si pronunciava il sionismo ufficiale; un sionismo dunque moderato, caratterizzato da una sorta di adattamento e di compromesso dellideologia pi ortodossa sionista, un sionismo che, malgrado queste incertezze e esitazioni, rappresent comunque una svolta decisiva nella storia dellebraismo italiano. La frattura delle due correnti si pales apertamente al VI Congresso sionistico, tenutosi a Venezia nel 1908, durante il quale emersero due stati danimo ben distinti e specifici: da una parte la maggioranza dei sionisti italiani che interpretava il concetto di Stato e nazione ebraica in maniera piuttosto edulcorata e tenue, dallaltra coloro che volevano conferire al sionismo una maggiore incisivit e forza, da realizzare in quanto ebrei piuttosto che da ebrei italiani498. Questultimo gruppo aveva dato vita nel 1907 al comitato Pro-cultura ebraica, una sorta di laica aggregazione culturale e politica, che nel 1908 si costitu ufficialmente a livello nazionale, il cui portavoce giornalistico fu non a caso il Corriere Israelitico di Dante Lattes499. Per quanto riguarda i successivi progetti editoriali di Lattes500, nonch il profilo della sua complessa e articolata figura di leader e pensatore di primordine nellambiente ebraico italiano, si rimanda a quanto si gi scritto in precedenza501; qui giover ricordare come accanto ad un istituzionalizzarsi delle strutture sioniste si
496 497

Id., ivi, p. 25. Id., ivi, p. 26. 498 Si accese una vivace discussione proprio sulla natura del sionismo: da un lato i sionnisti (sic!)la maggioranza- che intendevano lavorare ad unidea piuttosto edulcorata del concetto di nazione .dallaltra i puristi, gruppo di minoranza che premeva per un sionismo pi radicale, G. Luzzatto Voghera, La formazione culturale di Dante Lattes, cit., p. 37-38. 499 Il Comitato Pro-Cultura ebraica nacque a Firenze nel 1907 per iniziativa di un gruppo di giovani allievi del carismatico rabbino della citt Shemuel Zev Margulies, il quale divenne presidente onorario di tale comitato il quale comprendeva fra gli altri Chajes, S. Sorani, D. Lattes, R. Friedenthal, G. Arias, R. Ottolenghi, Cfr. G. Luzzatto Voghera, La formazione culturale di Dante Lattes, cit., p. 39. 500 Si ricordi che Dante Lattes fond a Firenze insieme a Alfonso Pacifici il settimanale Israel nel 1916 e nel 1925 La Rassegna Mensile di Israel, anche questultima redatta a Firenze: cfr., D. Lattes, La stampa ebraica in Italia dal primo Novecento alla seconda guerra mondiale, in RMI, n. 6, giugno 1965. 501 Si veda cap. I.

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accompagnava un parallelo sviluppo di alcuni movimenti che contestavano apertamente la linea di condotta tenuta dai maggiorenti del sionismo, contestazione che emerger in maniera ancor pi forte e pregnante allindomani del primo conflitto mondiale. Fu proprio durante la prima guerra mondiale, precisamente nel 1917, che venne firmata la Dichiarazione di Balfour, in base alla quale il mondo politico internazionale riconosceva lesistenza di un focolare nazionale ebraico in Palestina che pass sotto controllo britannico- e che rappresent la prima fondamentale tappa verso la creazione di uno Stato ebraico502. Fra il governo italiano, che firm la Dichiarazione nel 1918, e i sionisti della Penisola si instaurava un sodalizio tattico e diplomatico basato sulladesione dellItalia alliniziativa Balfour in cambio di contatti internazionali che i dirigenti sionisti dovevano fornire al governo di Roma tali da permettergli una penetrazione in quella sfera dinfluenza del Mediterraneo che da sempre rientrava nei piani espansionistici della politica estera liberale; i sionisti dal canto loro cercavano di sfruttare questa situazione al fine di indurre Roma ad assumere un atteggiamento maggiormente favorevole alla causa sionista, presentandola in qualit di causa utile per la stessa politica italiana. Tuttavia allinterno del mondo sionista della penisola, questo indirizzo politico e diplomatico con il governo seguito dai maggiorenti, non era ritenuto opportuno n tanto meno condiviso agli occhi dalla nuova generazione di giovani che, seppur vicini alla Federazione, interpretavano lattivit e il pensiero sionista come una riconquista ebraica nazionale e identitaria, come un risorgimento interiore di coscienza e di spirito, lontano dai vari tatticismi e mediazioni politiche perseguite dai vertici. Di tale convinzione ne era fervente sostenitore Alfonso Pacifici503, avvocato fiorentino, laltro leader-filosofo insieme a Lattes del sionismo italiano che chiamer ebraismo integrale
502

In piena guerra il presidente della WZO, Chajim Weizmann riusciva dopo numerose manovre diplomatiche ad ottenere la Dichiarazione di Balfour -firmata il 2 novembre 1917- dal nome del Ministro degli Esteri britannico in base alla quale il governo inglese simpegnava a favorire la creazione di una sede nazionale degli ebrei in Palestina. La Dichiarazione venne approvata dalla Conferenza di Sanremo il 24 aprile 1920 e successivamente incorporata al Mandato sulla Palestina che la Societ delle Nazioni affidava alla Gran Bretagna. Il Ministro degli Esteri italiano Sonnino aveva aderito alla Dichiarazione nel novembre del 1918, Cfr. E. Barnavi, Storia dIsraele, Milano, Bompiani, 2000, pp. 21-24. Sul comportamento tenuto da alcuni paesi dellEuropa occidentale nei confronti del focolare nazionale ebraico si veda S. Minerbi, La politca dellItalia, della Francia e della Germania nei confronti della Palestina durante la prima guerra mondiale, in F. Sofia, M. Toscano (a cura di), Stato nazionale ed emancipazione ebraica, cit., pp. 131-142. 503 Nato a Firenze nel 1889 da una famiglia profondamente assimilata, Pacifici rappresenta laltra carismatica personalit che guider Israel e ne decreter, insieme a Lattes, loriginale ed innovativa struttura giornalistica. Su Pacifici il miglior studio fino ad ora apparso quello di D. Bidussa, Tra avanguardia e rivolta, in Oltre il ghetto, cit., specialmente pp. 195-213.

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il proprio pensiero che prevedeva un ritorno completo allebraismo, ritorno integrale, attivo, cosciente e travolgente alla vita interna della Tor, tramite il suo studio, lattuazione dei suoi precetti e il ritorno a Sion504. Per Pacifici non poteva esserci identit nazionale disgiunta da unidentit religiosa dal momento che queste erano da interpretarsi come due facce di un unico essere e avvertirsi ebrei. Espressione di un medesimo disagio nei confronti dei vertici istituzionali-federativi, fu la nascita del gruppo romano Avodah505 sorto nel 1921 per iniziativa di alcuni giovani studenti che formularono un programma del tutto nuovo per il sionismo italiano il cui fine ultimo prevedeva la aliah in Terra dIsraele e una volta l stanziatisi, trasformarsi in kibbutzim dediti al lavoro agricolo; in tale gruppo militarono personalit di primo piano come Enzo Sereni506, Dante Lattes e Moshe Beilinsohn507. Enzo Sereni fu tra laltro il primo ebreo dItalia a trasferirsi in un kibbutz palestinese per aderire ad un ideale sionista socialista508. Le due anime presenti allinterno della Federazione Sionistica Italiana si scontravano per forza di cose su questioni sia pratiche che filosofiche: una volta constata linconciliabilit dei propri personali ideali e convinzioni che risultavano del
504

Citato in S. Della Seta, Il movimento sionistico, cit., p. 1326; Pacifici pubblic il proprio libro Israele lUnico-Ricerca di una definizione integrale dellEbraismo, nel 1912 presso la casa editrice Giuntina di Firenze. In tale volume veniva esposta in maniera organica e organizzata la sua riflessione su ci che egli intendeva per ebraismo integrale. Per lattivit giornalistica da lui svolta negli anni Trenta fino all aliah che lo porter in Israele nel 1934 si veda V. Piattelli, Israel e il sionismo in Toscana negli anni Trenta, in Razza e fascismo, cit., specialmente pp. 36-40. 505 Nato a Roma nel 1921 per iniziativa di un gruppo di giovani, il movimento Avodah (Lavoro) prevedeva nel proprio programma costitutivo la concreta realizzazione dellaliah in Israele, preparandosi alla pratica del lavoro soprattutto quello legato alla lavorazione della terra. Certamente esso rappresentava una rarit nel mondo sionistico italiano pi indirizzato ad aderire alle idee piuttosto che formulare programmi organici dotati di reali fini da perseguire e da raggiungere; il movimento Avodah sispirava al pensiero del sionista russo Aaron David Gordon che aveva teorizzato ai primi del Novecento una ideologia del lavoro intesa in termini marxiani. Cfr. D. Bidussa, Fra Avanguardia e rivolta, cit., pp. 214-244. 506 La figura di Enzo Sereni, per la sua complessa personalit, sar trattata in un paragrafo a s del presente capitolo. 507 Moshe Beilinsohn (1889-1936) ebreo russo sionista proveniente da una ricca famiglia fortemente assimilata, soggiorn in Italia dal 1918 al 1924, poi comp la propria aliah nel 1925 divenendo militante laburista in seno al movimento socialista Ahdut Ha Avodah (Lavoro unito). Nel periodo trascorso in Italia Beilinsohn si legher in amicizia con Dante Lattes al quale far conoscere la letteratura sionista di autori stranieri; nel 1923 aiuta Lattes nella traduzione degli scritti di Martin Buber sul mondo chassidico, pressoch sconosciuto in Italia e lanno successivo cura sempre insieme a Lattes tre antologie destinate alla diffusione del pensiero politico sionista fra gli ebrei italiani: Autoemancipazione ebraica, Saggi e discorsi, Il sionismo nel pensiero dei suoi capi, che contengono scritti di Pinsker, Herzl, Achad Haam, Weizmann, Nordau, Sokolow. Tutte e tre le antologie escono presso la casa editrice fiorentina Israel. 508 Sereni comp nel 1927 la propria aliah insieme alla moglie Ada; fondarono nel medesimo anno il kibbutz Ghivat Brenner.

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tutto antitetiche, soprattutto sul ruolo differente che il sionismo doveva ai loro occhi rivestire nei confronti del governo di Roma: per gli uni sionisti ma anche italiani- tale manovra politica risultava prioritaria e indispensabile al fine di accattivarsi le simpatie del modo politico italiano, per gli altri sionisti ed ebrei- costituiva una questione secondaria e certamente subordinata ad altre ben pi importanti ed urgenti conquiste individuali e spirituali. Per quanto riguarda il periodo fascista esula dal compito della presente ricerca esporre una trattazione articolata e accurata che richiami le varie tappe che caratterizzarono i rapporti instauratesi nel corso del ventennio fra il governo Mussolini e il sionismo italiano; si rimanda per uno studio analitico e approfondito alla ricca bibliografia presente in materia509. Brevemente si pu affermare che il governo fascista guard per un lungo arco di tempo con favore al sionismo -come testimoniano gli incontri Weizmann- Mussolini negli anni venti e trenta510- con il proposito centrale da parte fascista di penetrare in Medio Oriente e minare linfluenza inglese in quella regione. Ad
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Senza pretesa di completezza si segnalano i contributi di A. Luzzatto, Gli ebrei in Italia dalla marcia su Roma alle leggi razziali: appunti sulla loro situazione economica. Sociale e politca, in AA. VV., Gli ebrei in Italia durante il fascismo, Quaderni della Federazione giovanile ebraica dItalia, Torino, 1961,, n. 1, pp. 49-62, M. Molinari, Ebrei in Italia: un problema didentit, 1970-1938, Firenze, Giuntina, 1991, M. Toscano, Ebraismo, sionismo, societ: il caso italiano, in F. Sofia, M. Toscano (a cura di), Stato nazionale e emancipazione ebraica, Roma, Bonacci, 1992, pp. 393-420, G, Romano, Il sionismo in Italia fino alla seconda guerra mondiale, in RMI, n. 7-8, luglio-agosto 1976, R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1993, M. Sarfatti, Gli ebrei nellItalia fascista. Vicende, identit, persecuzione, Torino, Einaudi, 2000, M. Michaelis, Mussolini e la questione ebraica, Milano, Comunit, 1982, id., Lebraismo italiano dallo Statuto Albertino alla legislazione razziale, in F. Del Canuto (a cura di), Israel: un decennio 1974-1984. Saggi sullebraismo italiano, Roma, Carucci, 1984, pp. 251-274. C. Valabrega (a cura di), Gli ebrei in Italia durante il fascismo, Quaderni del Centro di documentazione ebraica contemporanea, Milano, 1962, n. 2, id., Gli ebrei in Italia durante il fascismo, Quaderni del Centro di documentazione ebraica contemporanea, Milano, 1963, n. 3, id., Il fascismo e gli ebrei: appunti per un consuntivo storiografico, in S. Fontana (a cura di), Il fascismo e le autonomie locali, Bologna, Il Mulino, 1973, pp. 401-426, id., Ebrei, fascismo, sionismo, Urbino, Argalia, 1974 G. Formiggini, Stella dItalia. Stella di David. Gli ebrei dal Risorgimento alla Resistenza, Milano, Mursia, 1970, F. Biagini, Mussolini e il sionismo, Bologna, Il Mulino, 1998. 510 Il primo incontro fra Mussolini e Weizmann avvenne nel 1923 cui succedettero altri nel 1926, nel 1933 e nel 1934. Mussolini inoltre incontr anche altri leader del sionismo internazionale: Victor Jacobson e Nahum Sokolow nel 1927, con Nahum Goldmann nel 1934 e nel 1937. Non si dimentichi inoltre il sodalizio con lala revisionistica del movimento sionistico capeggiata da Vladimir Jabotinsky che aveva portato alla creazione nel 1934 dei corsi del Betar - lorganizzazione giovanile revisionistanella scuola marittima di Civitavecchia; tali corsi dovevano preparare i quadri per la marina del futuro Stato ebraico. La scuola chiuse nel 1938 a causa delle leggi razziali. Per quanto detto si veda R. De Felice, Storia degli ebrei, cit., p. 92 e passim, S. Della Seta, Il movimento sionistico, cit., pp. 1332-1338, id., Il fascismo e lOriente. Arabi, ebrei, indiani nella politica di Mussolini, Bologna, Il Mulino, 1988, F. Biagini, Mussolini e il sionismo, cit. Su Valdimir Jabotinsky e i rapporti intrattenuti con il fascismo italiano fino al 1938 si veda C. L. Ottino, Jabotinsky e lItalia, in G. Valabrega (cura di), Gli ebrei in Italia durante il fascismo, n. 3, cit., pp. 82-96, L. Carpi, Come e dove rinacque la marina di Israele. La scuola Marittima del Bethar a Civitavecchia, Roma, NEMI, 1967.

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un siffatto atteggiamento di apertura verso il sionismo internazionale, Mussolini e con lui i dirigenti fascisti, vedeva nel sionismo italiano unaggregazione di infedeli alla madrepatria, da sorvegliare e tenere sotto stretto controllo in quanto movimento sospetto di antipatriottismo. Nonostante questa ambiguit e ambivalenza del Duce, i dirigenti del sionismo italiano vedevano in lui un valido interlocutore al quale chiedere aiuto per due fondamentali questioni: la riorganizzazione delle istituzioni ebraiche italiane su un paino nazionale -richiesta che si concretizz con la creazione dellUnione delle Comunit israelitiche italiane con regio decreto il 30 ottobre 1930511- e il soccorso alla comunit ebraica tedesca sempre pi in pericolo e discriminata dal momento in cui Hitler aveva preso il potere in Germania. Non c dubbio che lItalia rappresent per tutti gli anni Trenta fino alla svolta razzista del 38 un rifugio -che a ragione uno storico ha definito precario512- per la popolazione ebraica tedesca in fuga dal nazismo; a partire dal 1933 fu fondato un Comitato di assistenza per gli ebrei profughi dalla Germania e nel medesimo anno, per iniziativa dellinfaticabile Raffaele Cantoni, nacque un Comitato per gli ebrei profughi trasformato nel 1938 in Comitato assistenza ebrei in Italia513, finanziato dalla FSI cos come altri simili comitati che sorsero in breve tempo nelle maggiori comunit italiane. Negli anni 1935-36 si aprirono inoltre alcune hakhsharoth, ovvero, colonie di educazione professionale agricola destinate ad accogliere i profughi ed educarli a quel tipo di lavoro che avrebbero esercitato una volta giunti in Palestina. Di tali centri se ne occup la Federazione sionistica e presto molti
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Con la nuova normativa lebraismo italiano acquis un riconoscimento e un diritto assai rilevanti: da un lato, lopera di regolamentazione governativa significava di per s una tranquillizzante dichiarazione ufficiale di diritto allesistenza per gli ebrei nel regime fascista; dallaltro, la quasi obbligatoriet delliscrizione comunitaria consentiva di arginare gli effetti del processo di secolarizzazione e di rafforzare, grazie ai contributi connessi, le vacillanti amministrazioni comunitarie. Tutto ci era consolidato dalla creazione di un ente centrale e dallobbligatoriet delladesione a esso delle singole comunit. In cambio, le comunit dovettero abbandonare le proprie specifiche secolari caratterizzazioni, vennero sottoposte a numerosi controlli politici, persero in sostanza la propria autonomia, M. Sarfatti, Gli ebrei in Italia, cit., pp. 74-75. Per liter dellelaborazione e del varo della nuova normativa si veda R. De Felice, Storia degli ebrei, cit., pp. 103-105 e A. Cal, La genesi della legge del 1930, in RMI, n. 3, marzo 1985. 512 K. Voigt, Il rifugio precario: gli esuli in Italia dal 1933 al 1945, Firenze, La Nuova Italia, 1996. 513 Conosciuto con la sigla di Comasebit, esso si trasform nel dicembre del 1939 in Delegazione assistenza emigranti ebrei (DELASEM). Sulle opere assistenziali create a favore dei profughi si veda M. Leone, Le organizzazioni di soccorso ebraiche in et fascista (1918-1945), Roma, Carucci, 1983, S. Sorani, Lassistenza ai profughi ebrei in Italia (1933-1947), Carucci, Roma, 1983, G. Fano, Cenni sulla costituzione del comitato italiano di assistenza agli emigrati ebrei. Riassunto aggiornato sullattivit del Comitato negli anni 1938-1943, in RMI, n. 10-11, ottobre-novembre 1965, T. Catalan, Lemigrazione ebraica in Palestina attraverso il porto di Trieste (1908-1938), in Qualestoria, n. 2-3, agosto-dicembre 1991.

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giovani ebrei italiani trovarono in questi raduni una vita ebraica e sionista pi intensa, in un momento in cui lItalia fascista -e imperiale dopo il 1936- tendeva sempre pi a raggiungere ununiformit, omologazione e irreggimentazione di comportamenti sociali pre-stabiliti a cui conformarsi514. Con la guerra dEtiopia i rapporti fra Mussolini e i leader del sionismo internazionale subirono un mutamento sostanziale dato che questultimi assunsero una posizione filobritannica constatando la poca affidabilit dimostrata dal capo del fascismo nel compiere qualcosa di effettivamente concreto a favore della causa sionista in Palestina; inoltre, allinterno dello stesso ebraismo italiano si andavano registrando proprio in quegli anni aperte manifestazioni antisioniste, condotte dai cosiddetti bandieristi torinesi che nel 1935 avevano fondato il movimento ebraico fascista La Nostra Bandiera e il giornale omonimo dalle cui colonne partivano duri e violenti attacchi diretti a screditare il sionismo italiano, reo di mostrarsi pi fedele a Sion che allItalia fascista515. Le leggi razziali516 comunque non risparmieranno nemmeno i fedelissimi ebrei fascisti torinesi, come dimostra la tragica sorte del leader del movimento Ettore Ovazza e della sua famiglia517; il periodo che si apre con la legislazione razziale del 38 e che si conclude solamente al termine del secondo conflitto bellico, fu un momento in cui le organizzazioni sionistiche della Penisola rafforzarono le attivit di aiuto e di soccorso non solo verso quei profughi che nonostante i divieti del governo continuavano a riversarsi nel territorio italiano518, ma
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Scrive un giovane testimone sionista dellepoca che il movente pi forte del nostro sionismo era in un certo senso la crescente estraneit verso la societ in cui vivevamo, verso la teatrale e guerresca messa in scena del fascismo, che rendeva assetati, al di l dellaltisonante fraseologia, di qualcosa di fattivo e di concreto, come poteva essere la colonizzazione in Palestina, M. Savaldi, I campeggi ebraici (1931-1939), in Storia contemporanea, n. 6, dicembre 1988. 515 Sul movimento de La Nostra Bandiera oltre che a R. De Felice, Storia degli ebrei, cit., pp. 152158, e a G. Valabrega, Prime notizie su La Nostra Bandiera (1934-1938), in Gli ebrei italiani sotto il fascismo, cit., pp. 21-33, si segnala linteressante saggio di L. Ventura, Il gruppo de La Nostra Bandiera di fronte allantisemitismo fascista (1934-1938), in Studi storici, anno 41, luglio-settembre 2000, pp. 711-755. 516 Numerosi i contributi apparsi sulla legislazione antisemita italiana del 38; una delle pi complete bibliografie a riguardo in F. Cavalocchi, A. Minerbi, Bibliografia, in Razza e fascismo, cit., pp. 175199, vol. 2. 517 Ettore Ovazza, direttore del giornale La Nostra Bandiera, si era rifugiato a Gressoney insieme alla moglie e alla figlia quindicenne quando il 9 settembre 1943 vennero arrestati dai tedeschi; tradotti nei locali della scuola del paese, dopo due giorni vennero bruciati vivi nella caldaia del termosifone. Cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei, cit., p. 466, A. Stille, Uno su mille. Cinque famiglie ebraiche durante il fascismo, Milano, Mondadori, 1991, pp. 11-95. 518 Il 19 agosto del 1939 venne emanato un provvedimento con cui si stabiliva il divieto di accesso in territorio italiano agli ebrei tedeschi, polacchi, ungheresi e rumeni, nonch a tutti quelli provenienti dalla Germania. Stando alle cifre riportate da De Felice, ancora nellottobre del 1941 si trovavano in Italia circa 7000 ebrei stranieri, Cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei, cit., pp. 368-369.

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anche verso gli stessi ebrei italiani che si trovarono ad essere esclusi ed espulsi dalla vita nazionale quasi improvvisamente. Dal 1938 in poi le hakhsharoth si ampliarono grazie ai finanziamenti stanziati dalla FSI e dal Joint American Committee, ospitando oltre ai profughi pure quei giovani ebrei italiani intenzionati a lasciare lItalia e fare la propria aliah preparandosi a quei lavori manuali e agricoli che avrebbero dovuto svolgere una volta giunti nei kibbutz della Palestina; inoltre venne creata una nuova attivit in campo sionistico, lAliah Hanoar, limmigrazione della giovent, che si occupava dellemigrazione e delleducazione dei ragazzi di et inferiore ai diciotto anni. Fra il 1938 e il 1939 le autorit italiane ordinarono la sospensione di tutte le attivit ebraiche, ad eccezione di quelle strettamente legate al culto e allopera assistenziale diretta dallUnione delle comunit israelitiche italiane, ovvero la Delasem; un anno pi tardi venne sospesa la pubblicazione della stampa ebraica519- dal sionista Israel al fascista La Nostra Bandiera- chiusi i circoli culturali, chiuse le hakhsharoth, arrestati numerosi antifascisti sionisti520 mentre parte del mondo ebraico italiano compiva la propria salita in Palestina521 decretando sul finire del 1940 linterruzione di ogni attivit sionistica nella Penisola. Il secondo dopoguerra pu essere schematicamente scomposto in due macro-periodi cronologici: il primo che potrebbe essere datato dal 1944 al 1948- caratterizzato da unintesa ripresa delle attivit sionistiche italiane legata soprattutto agli avvenimenti mediorientali, il secondo, collocabile a partire dagli anni Cinquanta fino alla Guerra dei Sei Giorni, in cui prevalse una certa stasi sia sul piano pratico che dottrinale. Quanto si affermato sulla prima fase, trova riscontro nella ricostituzione dei Gruppi sionisti che si andavano riorganizzando nelle principali citt dellItalia liberata; a partire dalla met del novembre del 1944 tali gruppi incominciarono ad intraprendere iniziative per lorganizzazione di un convegno sionistico da tenere a Roma il mese successivo. In
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F. Del Canuto, La soppressione della stampa ebraica in Italia e la sua ripresa (1938-1944), in Italia Judaica, Gli ebrei nellItalia unita 1870-1945, cit., pp. 431-473. 520 Si ricordi larresto di due delle personalit pi carismatiche dellantifascismo ebraico, Carlo Alberto Viterbo e Raffaele Cantoni nel 1939, confinati a Urbisaglia, in provincia di Macerata, con il capo daccusa di attivit sionistica. 521 Partirono nel 1939 fra gli altri Dante Lattes, David Prato, Augusto Levi, Umberto Nahon, Mario Ottolenghi, Elia Artom, Umberto Cassuto, Enzo Bonaventura, Riccardo e Roberto Bachi. Cfr. S. Della Seta, Il movimento sionistico, cit., p. 1348; M. Toscano, Lemigrazione ebraica dopo il 1938, in Storia contemporanea, n. 6, giugno 1988, A. Fano, Laliy dallItalia dal 1928 al 1955, in RMI, n. 7, luglio 1955, D. Lattes, Coloro che sono partiti, in RMI, n. 8-9, agosto-settembre 1960.

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realt questo ebbe luogo il 12 gennaio del 1945 nella sala del Tempio Maggiore di Roma, alla presenza del commissario straordinario dellUnione, del rabbino capo della citt e del rappresentante del Joint, con la partecipazione di 55 delegati e di alcuni rappresentanti dellItalia non ancora liberata. Il 15 gennaio 1945 la Federazione Sionistica Italiana veniva ricostruita e in quelloccasione fu eletto un Comitato esecutivo e alla carica di presidente Carlo Alberto Viterbo522, che mantenne fino al 1947, per poi riassumerla dal 1951 fino al 1961. La Federazione Sionistica era lorgano di collegamento tra i diversi gruppi sionistici che operavano nelle varie citt dItalia e rappresentava, inoltre, i sionisti italiani presso lOrganizzazione sionistica mondiale (Osm). Nel febbraio del 1946, Giorgio Piperno poteva gi scrivere su Israel che i principali gruppi sionistici in Italia si sono gi ricostituiti nelle pi importanti citt come a Milano, Torino, Firenze, Genova. A un anno dalla liberazione dellItalia del nord la vita sionistica ha cominciato a riprendere un ritmo normale. La fase riorganizzativa ormai finita, ogni comunit ha il suo nucleo sionistico e fra gruppi e sottogruppi, ventidue unit sono riunite nella FSI. La riorganizzazione sionistica in Italia dovuta a: 1. Il contatto con i Palestinesi che nella penisola, subito dopo la Liberazione, in ogni citt hanno dato il loro fondamentale appoggio nel far rifiorire la vita sionistica prima ancora della ricostruzione delle comunit; 2. Il profondo mutamento che si venuto determinando nella coscienza di molti a seguito dellimmensa catastrofe della quale a poco a poco si sono conosciute le reali proporzioni; a tale mutamento ha contribuito il pensiero costantemente e dolorosamente rivolto ai nostri cari deportati e lo spettacolo dei profughi riversatevi in Italia dai campi di sterminio. Anche il contatto con questi profughi, con questo ebraismo sofferente, cosciente e attivo ha avuto notevole influenza; 3. Al momento della Liberazione per il sionismo italiano si trovato quasi completamente privo di quadri direttivi poich i maggiori dirigenti hanno o realizzato laliah o sono stati deportati. Il nuovo movimento sionistico, rinato in Italia, ha molti problemi da affrontare: ci sono uomini a sufficienza? Quale tipo di organizzazione creare? Con quali mezzi trasfondere il verbo sionista? In Italia forte la presenza dellassimilazione e i giovani ebrei sono lontani da quella che la base di ogni cultura ebraica: non solo non posseggono luso della lingua, ma alcuni ne ignorano perfino la
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C. A. Viterbo, Rinasce sotto i migliori auspici la Federazione sionistica italiana, in Israel, n. 7, 18 gennaio 1945.

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lettura e non solo non conoscono la storia ebraica ma, vergogna dirlo, sono estranei perfino alla Bibbia. Si deve risvegliare il loro interesse, sopito dallassimilazione e da ventanni di dittatura fascista, alla reale essenza del problema ebraico. Dopo la terribile lezione che la storia ci ha impartito, necessario che i giovani abbiano le idee chiare riguardo alle cose nostre e non si trovino nella penosa situazione in cui ci trovammo noi otto anni fa. Questo lavoro di educazione difficile e lungo, ma un lavoro necessario. Il Gruppo sionistico di Milano lesempio da seguire in tanta povert dirigenziale523. Lo scritto di Piperno compendiava in maniera efficace i centrali problemi che si presentavano ai maggiorenti del sionismo italiano allindomani della fine del conflitto bellico, problemi che riguardavano soprattutto limpartire unadeguata educazione sionistica alla giovent, antidoto contro unassimilazione in procinto di riprendere il proprio storico cammino, e ricostruzione culturale e materiale dei quadri dirigenziali, giacch, come osservava Piperno, gli esponenti del movimento sionistico della penisola del periodo precedente la guerra, erano, nel 1946, o saliti in Palestina per rimanervi stabilmente, o scomparsi nei campi di sterminio nazisti. Nel mese di marzo aveva avuto luogo la prima Conferenza sionistica italiana, sotto la guida di Carlo Alberto Viterbo, il quale venne eletto presidente della ricostituita Federazione Sionista Italiana. Nelle settimane successive alla Conferenza, il settimanale di Viterbo ospitava allinterno delle proprie pagine un fitto e denso dibattito ideologico fra quei pochi leaders sionisti riamasti in Italia a guidare le sorti del movimento, come Max Varadi che sottoscriveva ci che il palestinese Ben Mosch aveva palesato qualche giorno prima sulla medesima testata524, reputando il sionismo italiano un cenacolo di persone che avendo una comune impostazione ideologica, non offre una concreta soluzione al problema dei singoli. La causa di tale insuccesso dovuta alla totale mancanza di discussioni, di contrasti, di differenziazioni fra le tendenze, di scissioni, di non turbare la quiete. Il convegno conclusosi ha dato segni di mancanza ideologica, sebbene ogni discussione sia prematura perch ancora lebraismo italiano difetta di basi da cui poter fare emergere i dibattiti525. Le vicende che riguardano la ristrutturazione materiale della FSI, le sedute e i convegni annuali che regolarmente hanno avuto luogo nel corso degli
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G. Piperno, Il movimento sionistico in Italia, in Israel, n. 12, 28 febbraio 1946. Questo denso articolo citato anche da A. Luzzatto, Autocoscienza e identit ebraica, in Storia dItalia, cit., p. 1875. 524 B. Mosch, Il sionismo in Italia, in Israel, n. 15, 4 aprile 1946. 525 M. Varadi, Il convegno sionistico, in Israel, n. 16, 11 aprile 1946.

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anni, non potranno essere oggetto di tale ricerca, dal momento che questo tipo di analisi costituirebbe un tema da studiare e da approfondire in uno studio dedicato interamente alle dinamiche politiche che investirono i vertici di tale federazione. Si fa presente che gli articoli che trattavano di tale organizzazizone, venivano pubblicati soprattutto da Israel, il quale con la rubrica Notiziario FSI forniva dettagliati resoconti delle attivit svolte in seno alla federazione. Dalla lettura di tale Notiziario si ha limpressione che il secondo periodo, succeduto a quello pi propriamente riorganizzativo, si trovasse a fronteggiare una questione didentit, riguardante il significato stesso che il movimento sionistico diasporico poteva avere una volta fondato lo Stato dIsraele. Tuttavia, come stato detto per contrastare linerzia dei gruppi sionistici locali, la FSI inizi a intervenire sempre pi attivamente, trasformando cos la sua funzione: si svilupp un organo direttivo che dallalto stimolava lattivit nei vari centri. Questa trasformazione venne formalizzata nel settembre del 1949, quando il presidente, Sally Mayer, cre lufficio della presidenza con il fine di organizzare cultura e propaganda e coordinare tutte le attivit526. Accanto a una progressiva verticalizzazione delle attivit sionistiche direttamente orientate dallalto, cera chi si interrogava su questioni sionistiche di natura pi teorica; cos il direttore di Israel che domandava ai suoi lettori e a se stesso: il sionismo, dopo la costituzione dello Stato dIsraele, che cos? Considerato Israele come unico mezzo per la sicura salvezza del Popolo ebraico, considerati i Fondi nazionali come strumento della ricostruzione del consolidamento di questo Stato, che cosa rimane dellideale sionistico? A me preoccupa soprattutto lindifferenza pi che le domande; e questo atteggiamento di apatia regna sovrano nellItalia sionistica. Qui, dopo le persecuzioni e la Liberazione, la via allassimilazione ha ripreso il suo corso e Israele rimane un qualcosa di vago a cui volgere la propria attenzione una volta o due lanno527. Non diverse le constatazioni espresse circa dieci anni dopo da un dirigente sionista il quale, in un articolo denso e rappresentativo dellepoca, osservava che dal 1948, anno della fondazione dello Stato, a oggi, lentusiasmo che aveva contraddistinto il dopoguerra nellItalia ebraica andato sempre pi scemando, soprattutto fra quei giovani che erano bambini durante il periodo bellico e non hanno risentito della forte scossa dei tragici eventi come i loro padri o
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G. Schwarz, Gli ebrei in Italia, cit., p. 776. C. A. Viterbo, Edificare per lavvenire, in Israel, n. 23, 24 febbraio 1952.

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fratelli maggiori. Laliah dallItalia, piuttosto numerosa fra il 1945 e il 1948, si attualmente ridotta a poche unit annue. Il sionismo da eroico diventato normale amministrazione, sinonimo spesso di contributo ai due Fondi Nazionali ebraici. I gruppi sionistici sono esistiti solo sulla carta, mentre i lavori periodici del Consiglio della FSI non sono riusciti a dissipare limpressione di letargo generale, attenuato solo in vista dei Congressi mondiali, dove i delegati italiani hanno partecipato in veste di rappresentanti di partiti per lo pi inesistenti nella Penisola. Certo, le note positive non mancano: oggi, a differenza del passato, tutti si dichiarano sionisti, parola che trenta o quaranta anni fa risultava pericolosa, mentre oggi accolta dallEbraismo italiano nel suo complesso. Il punto pi doloroso stato lisolamento dei vecchi dirigenti formatisi in un clima diverso da quello della nuova generazione. La vitalit di un sionismo aggressivo sarebbe auspicabile perch molti giovani sono insoddisfatti da questo imperante sionismo ovvio, burocratico e solo una sparuta minoranza ha deciso di reagire a questa palude con la realizzazione personale in Israele. Facciamo che il passaggio della fiamma ideale da una generazione allaltra non sia una dannosa lacerazione, ma il riconoscimento di una volont dei giovani che non si appagano pi di concessioni dallalto, ma che reclamano una partecipazione determinante alla direzione del sionismo italiano528. Queste problematiche, in realt, non riguardavano soltanto la dirigenza sionistica, ma erano questioni che attraversavano orizzontalmente tutta quanta la condizione ebraica italiana, pi o meno sionistica, che, come si vedr, era caratterizzava -a detta dei suoi maggiorenti- da unindifferenza pervasiva. Accanto al rinascere dei Gruppi Sionistici e della loro federazione, si assisteva contemporaneamente alla creazione di movimenti giovanili sconosciuti in Italia prima di allora, come He-Halutz - di cui si avr modo di parlare nei paragrafi successivi- ma anche alla ripresa di organizzazioni gi presenti negli anni Trenta come lAliah Hanoar529(limmigrazione del fanciullo) fondata dalla statunitense Henriette Szold530 nel 1933 per aiutare i fanciulli ebrei perseguitati dEuropa a raggiungere la Palestina e l accolti in colonie o villaggi appositamente creati per loro; gi nel 1938 David Prato,
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R. Ravenna, Problemi del sionismo italiano,in Bcim, n. 6, febbraio-marzo 1961. Nel 1953, venne pubblicato un volume in cui si esponevano le vicende storiche di questa organizzazione, le finalit e gli scopi da realizzare in Israele tramite lAliah Hanoar, Cfr. Quaderni del Bollettino della Comunit israelitica di Milano e Comitato italiano per lAliah Hanoar di Roma, Aliah Hanoar: presente e futuro di Israele, a cura di A. Segre, Roma, 1953. 530 Cfr. Il centenario della nascita di Henriette Szold, in Israel, n. 12, 15 dicembre 1960.

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Enzo Bonaventura e Alfonso Pacifici avevano dato vita a Gerusalemme al Centro per lAliah Hanoar italiana che continuer la propria opera anche nel secondo dopoguerra allo scopo di educare e di incitare la giovent della Diaspora a salire in Eretz Israel; il settimanale Israel dedicher alle attivit di tale organizzazione uno spazio proprio sotto la rubrica intitolata semplicemente Ha-Noar. Unorganizzazione affatto particolare, creata in Palestina nel 1938 e gi operante in Europa nell inverno del 1939 fu l Aliah Bet531, limmigrazione illegale dei profughi ebrei desiderosi di raggiungere la Palestina nonostante la politica immigratoria restrittiva assunta della potenza mandataria britannica. Limportante opera svolta nel secondo dopoguerra dallAliah Bet in Italia fu affidata alla vedova di Enzo Sereni, Ada Ascarelli la quale riusc, dall agosto del 1945 fino alla proclamazione dello Stato dIsraele, ad organizzare 31 imbarcazioni clandestine e far emigrare illegalmente 20480 ebrei532. Proseguendo questa panoramica dellItalia sionista, si segnalano le riprese attivit dei due Fondi Nazionali ebraici, il Keren Kajameth e il Keren Hayesd con sede a Roma; il Keren Kajemth far conoscere al pubblico le campagne di raccolta fondi tramite il proprio organo di stampa Karnenu, mentre quelle patrocinate dal Karen Hayesd saranno pubblicate nellinserto di Israel, sotto il nome di Realt Israeliane a partire dal 1955533; anche lAdei (Associazioni Donne ebree d Italia), affiliata alla Wizo (Women International Zionist Organisation), avr un proprio giornale, La Nostra Rivista, edito dal 1955 al 1960 a Milano, per poi trasformarsi nel 1964 nellinserto di Israel con il titolo Il Portavoce dell Adei534, in cui si pubblicizzano le opere ricreative ed educative portate avanti da questa associazione535. Da questi brevi cenni forniti, si pu evincere che
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Il nome completo dellorganizzazione era Mossad Aliah Bet, Istituto per limmigrazione illegale, nato nel 1938 per volont di alcuni leaders dell Yishuv Katznelson, Tabenkin, Golomb- col proposito di aiutare lebraismo europeo a fuggire dalla persecuzione in atto raggiungendo Eretz Israel. Si deve ricordare che il 17 maggio 1939 la Gran Bretagna esponeva le norme sullemigrazione legale in Palestina stabilendo nel famoso Libro Bianco a 75.000 il numero di visti dentrata concessi nei successivi cinque anni. 532 Per un maggior approfondimento dellattivit svolta dall Aliah Bet in Italia si veda A. Sereni, I clandestini del mare: lemigrazione ebraica in terra dIsraele dal 1945 al 1948, Milano, Mursia, 1994, M. Toscano, La Porta di Sion. LItalia e limmigrazione clandestina ebraica in Palestina (1945-1948), Bologna, Il Mulino, 1990, S. Sorani, Lassistenza ai profughi ebrei in Italia (1933-1947), Roma, Carucci, 1983, M. G. Enardu, Laliah bet nella politica estera italiana, in Italia Judaica, IV, cit., pp. 514-532, S. Minerbi, Raffaele Cantoni, cit., pp. 158-167, D. Carpi, Il movimento sionistico, cit., pp. 1363-1368. 533 Un nuovo inserto: Realt israeliane, in Israel, n. 20, 17 febbraio 1955. 534 Il Portavoce dellAdei-Wizo, in Israel, n. 14, 4 gennaio 1964. 535 Una delle iniziative pi significative organizzata dallAdei fu lEsposizione darte di Milano, nel maggio del 1962, di disegni rappresentanti la persecuzione a danno degli ebrei nell Europa nazista; da

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malgrado la persecuzione, la Shoah, la decimazione della comunit ebraica italiana che nel 1938 contava 48000 persone, ridotte a 26000 a fine guerra, le iniziative dispiegate allindomani della liberazione dai sopravvissuti, aiutati dalla Brigata palestinese per tornare ad una situazione di normalit furono numerose e di qualit, articolate ognuna nei propri indirizzi e scopi, ognuna con propri organi di stampa e sedi nazionali, ognuna con propri rappresentanti, sebbene allo slancio e alla fervida attivit che caratterizz il primo triennio post-Liberazione, segu un lungo periodo di stasi ideologica e generazionale durante il quale la Federazione sionistica seppe promuovere iniziative e dibattiti piuttosto tiepidi e sostanzialmente in linea con lindirizzo politico decretato dai vertici del sionismo internazionale.

II. Stato d Israele: dallidea alla realt Nel percorrere le strade di questa terra e nel passare accanto ai soldati di Israele, mi tornato alla memoria la liberazione dellItalia. La Brigata ebraica, nel partecipare al riscatto dellItalia dallo straniero invasore, dimostr a noi ebrei della Diaspora, quale fosse, cari fratelli cittadini di Eretz Israel, la vostra speranza e aspirazione verso i vostri fratelli che avevano tanto sofferto. Vi accompagni la certezza che le anime di milioni di martiri di Israele, vittime della pi immane tragedia della storia, non avranno pace se non incontrandosi con le anime dei martiri di Israele, perch solo allora sapranno che il loro sacrificio non stato vano. Viva il popolo dIsraele!536. A distanza di dieci giorni dalla proclamazione della nascita dello Stato d Israele537, Raffaele Cantoni, presidente a quella data dellUnione delle Comunit Israelitiche Italiane, formulava un pensiero caratteristico degli ebrei della Diaspora che recepiranno la nascita dello Stato ebraico come riscatto storico dalle millenarie persecuzioni subite nella dispersione, di cui la Shoah rappresentava lultima in ordine cronologico. Lincontro di anime di cui diceva Cantoni evidenziava inoltre quella caratteristica liaison fra Diaspora e Israele che
tale mostra venne pubblicato anche un libro intitolato Non dimenticare recensito da C. A. Viterbo in Israel, n. 20, 7 marzo 1963. 536 R. Cantoni, Messaggio di Radio Jerusalem 25 maggio 1948, in RMI, n. 1, gennaio 1950. 537 Si ricorda brevemente che il 29 settembre del 1947 lONU approvava la spartizione della Palestina; agli inizi del maggio del 1948 lInghilterra, fino a quel momento potenza mandataria, rinunciava al Mandato sulla Palestina; il 15 maggio Chajim Weizmann proclamava la nascita dello Stato ebraico. Cfr. E. Barnavi, Storia dIsraele, cit., pp. 26-70.

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sottolineava, o meglio, ricordava implicitamente ai sabra israeliani538 e a quei sionisti smemorati che Israele era divenuto realt grazie anche al sacrificio dei sei milioni di morti dei campi di concentramento nazisti, cos che la Shoah assumeva agli occhi dei sopravvissuti un ruolo significante e fondativo nella creazione della nazione ebraica. Questa interpretazione a posteriori dello sterminio ebraico, letto alla stregua di una lotta sionista, esplicitato in maniera egregia in un articolo apparso allindomani della liberazione dellItalia, quando ancora Israele non esisteva se non come Palestina, sul Bollettino della comunit milanese in cui si leggeva che dopo la bufera che ha disperso e travolto tutti e che tanti vuoti ha lasciato, noi superstiti possiamo ora raccoglierci e riprendere il lavoro per salvare ci che rimasto. Vogliamo formarci una seria cultura e una ferma scienza ebraica. Prepariamo a noi e agli altri la via del ritorno a Sion, come i martiri dei campi della morte, le vittime dei pogrom e gli eroi di Varsavia vollero e sperarono. A noi sopravvissuti sar dato di vedere ci che per essi fu soltanto un sogno; se non lo vorremmo i nostri morti saranno morti invano; e se le prossime generazioni patiranno ci che essi hanno gi sofferto, la storia render a noi, testimoni inerti di tanti orrori, responsabili del loro sangue. Rispondete all appello anche per il bene delle generazioni future539. Guri Schwarz, riflettendo sullarticolo sopra riportato, ha scritto a ragione che la volont di dare un senso, di attribuire, con la propria vita ebraicamente vissuta, un significato alla morte di milioni di uomini lelemento dominante di questo appellola mancata adesione alla causa sionistica era una violenza fatta alla memoria dei martiri innumeri e un atto di irresponsabilit nei confronti delle generazioni future540. La tragica esperienza della Shoah induceva indubbiamente una parte del mondo ebraico italiano a pensare al sionismo su basi marcatamente differenti rispetto al periodo pre-bellico. Tale differenza era dovuta in parte al mutato quadro internazionale in cui si collocava lo stesso sionismo allindomani della fine del conflitto mondiale -lo stanziamento di un crescente numero di ebrei che entravano in Palestina
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Letteralmente fico dIndia, un modo affettuoso e ironico per definire quegli ebrei nati in Israele e non immigrati da altre parti del mondo: essi sono un po rudi fuori, come il fico dIndia con le sue spine, ma dolcissimi dentro, E. Loewenthal, Gli ebrei questi sconosciuti. Le parole per saperne di pi, Milano, Baldini&Castoldi, 1996, p. 135. 539 E. Modigliani, Invito al sionismo, in Bcim, n. 2, 6 luglio 1945. 540 G. Schwarz, Lelaborazione del lutto. La classe dirigente ebraica italiana e la memoria dello sterminio (1944-1948), in M. Sarfatti (a cura di), Il ritorno alla vita: vicende e diritti degli ebrei in Italia dopo la seconda guerra mondiale, Firenze, Giuntina, 1998, pp. 167-180. La citazione tratta da pp. 171-172.

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nonostante la politica antisionista adottata dalla Gran Bretagna era una realt a cui le potenze vincitrici erano chiamate a rispondere e risolvere- in parte alla ferita morale e umana che la guerra aveva causato allebraismo europeo, consapevole del fatto che tale catastrofe non si sarebbe verificata se fosse esistita una realt nazionale ebraica pronta ad accogliere senza riserve quei profughi perseguitati dai fascismi europei che durante gli anni Trenta541 vennero al contrario abbandonati alla propria sorte dalle democrazie europee. La necessit di dare al popolo ebraico una nazione era fortemente sentita da Yoseph Colombo soprattutto per dare una patria a quei sopravvissuti allo sterminio hitleriano che si sono messi in cammino verso Eretz Israel in cerca di un rifugio sicuro; sono un popolo eroico e libero che duemila anni fa fu esiliato dalla propria terra, perseguitato, tormentato, che oggi torna a casa542. Il medesimo concetto veniva espresso con toni patetici e a tratti melodrammatici da Leo Neppi Modona che firmava un articolo in cui a parlare era una delle tante voci scomparse nei campi di concentramento che orgogliosamente affermava che la mia morte e quella dei sei milioni di deportati ebrei non sono state del tutto inutili. Abbiamo dimostrato a quelli che sono scampati alla tragica fine, la necessit di vivere in una terra dove rivivere come popolo, dove potersi difendere e da difendere, ed essi hanno agito. Forse esagerato credere che lo Stato dIsraele sia nato dalla nostra morte, perch quando ancora tutto questo non era avvenuto, Herzl gi pensava e lavorava per la sua creazione. Forse non errato se penso che noi con la nostra morte abbiamo accelerato gli eventi. A voi che siete rimasti giov la nostra fine e il miracolo che noi invocavamo ora si
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Si ricordi che il problema dei profughi venne affrontato dalla Societ delle Nazioni in due separate conferenze internazionali: la prima si tenne a Ginevra nellestate del 1936 durante la quale il giornalista Stephan Lux, profugo di Germania, si tolse la vita in segno di protesta nellaula della Societ delle Nazioni, lasciando lettere di accusa ai capi di Stato di Gran Bretagna e Francia, rei di mostrarsi totalmente indifferenti di fronte alla persecuzione antiebraica messa in atto dal nazionalsocialismo fin dal 1933; la seconda si svolse a Evian nel luglio del 1938 per volont di Roosevelt e che, come la precedente, si risolse in un nulla di fatto dato che nessuno dei ventinove paesi aderenti -tranne la Repubblica Domenicana- si dichiar disponibile ad accogliere i profughi. Cfr. V. Piattelli, La percezione del nazismo e l assistenza dei profughi dalla Germania, in Razza e fascismo, cit., pp. 81-114, L. Picciotto-Fargion, Il problema internazionale dei profughi negli anni Trenta e la soluzione etiopica di Mussolini, in F. Del Canuto (a cura di), Israele. Un Decennio, cit., pp. 287-302. Oltre alla reticenza dimostrata dalla comunit internazionale ad accogliere o comunque a trovare una minima risoluzione allannoso problema, si aggiunga il fatto che la Gran Bretagna ostacolava laffluenza massiva di tali profughi in Palestina che teoricamente avrebbe dovuto essere la terra di rifugio; si veda per tale questione i contributi di R. Kaznelson, Limmigrazione degli ebrei in Palestina nei tempi moderni, Firenze, Olscki, 1961, A. Ehud, Aprite le porte: la drammatica storia dellimmigrazione clandestina in Israele, Milano, Mondadori, 1976. 542 Y. Colombo, Un popolo torna alla sua casa, in Bcim, n. 5, 31 agosto 1945.

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compiuto: Israele risorto. Credo che il nostro sacrificio non sia stato del tutto vano e io ora so perch sono morto543. Dalla lettura dei quotidiani esaminati, si ricava tuttavia limpressione che lidentit Stato dIsraele-Shoah passi in secondo piano rispetto allesigenza avvertita soprattutto nel primo decennio- di aiutare materialmente Israele, di donare ai fondi nazionali ebraici cospicue somme di denaro, di collaborare cio alledificazione della nazione ebraica, trascurando quegli aspetti che si potrebbero definire teorici, cio interessanti il simbolico ruolo che veniva ad incarnare quello stato nato dopo il genocidio. Indubbiamente, negli ebrei del dopo Shoah, era ben presente ci che scriveva Janklvitch che lo Stato dIsraele anzitutto, in gran parte, il figlio della sventura; questo passato terribile resta presente per noi ebrei nei sotterranei della memoria. Auschwitz la ragione fondamentale, la ragione invisibile della nostra presenza in questo luogo544; tuttavia questo pensiero, negli scritti esaminati, si palesa in maniera piuttosto attenuata, sussurrata, non elaborata in maniera sistematica, privilegiando al contrario lenfatizzazione di aspetti operativi e concreti che si stavano compiendo per costruire la nazione ebraica; si avverte, detto altrimenti, un messaggio rivolto pi verso il futuro che verso il passato, con lo scopo di convogliare i propri sforzi materiali verso quelle istituzioni sioniste dirette a creare un avvenire glorioso per Israele. In ogni singola testata giornalistica analizzata presente un angolo in cui lebreo italiano chiamato a dare il proprio contributo per le campagne economiche via via organizzate dai due Fondi nazionali ebraici545, campagne presentate quali appuntamenti sionisti di vitale importanza a cui era necessario rispondere ed aderire massivamente. Lesperienza della Shoah rimaneva in tale contesto per cos dire un po in sottofondo, in veste di perpetuo e reiterato appello alla coscienza dei vivi affinch non dimenticassero il sacrificio dei sei milioni di morti che aveva accelerato la nascita della nazione ebraica, piuttosto che essere ricordata come la causa fondamentale della nascita di Israele; quanto si affermato trova conferma in occasione della costruzione dello Yad Va-Shem546, il monumento israeliano eretto alla memoria
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L. Neppi Modona, Perch sono morto? in Hamim, n. 5, febbraio 1954. V. Janklvitch, La coscienza ebraica, Firenze, La Giuntina, 1965, p. 79. 545 Keren Kayemeth Leisrael (Fondo Nazionale di sostegno per limmigrazione in Israele) e il Keren Hayesod (Fondo Nazionale di sostegno alla colonizzazione in Israele). Entrambe operavano in Italia tramite distaccamenti nazionali. 546 Per una sintetica esposizione su questo Monumento, simbolo di Israele e della Shoah, si rimanda a Yad Vashem, in Encyclopaedia Judaica, vol. 16, Jerusalem, 1971. Le attivit e gli studi storici promossi da tale organismo venivano fatti conoscere attraverso il Yad Vashem bullettin, edito a Gerusalemme dal

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dei sei milioni della Shoah, approvato con una legge apposita dalla Knesset nell estate del 1953547. Il progetto commemorativo veniva presentato dettagliatamente da Bruno Castelnuovo, vice presidente del Keren Kejemeth-Italia, a partire dal significato delle parole Yad Vashem tratte dal libro di Isaia che significano Monumento e Nome. Il nostro Fondo dette per la costruzione di questo nobile monumento il terreno vicino a Gerusalemme, il Har Hasikaron, il Monte del Ricordo, circondato dalla Foresta dei Martiri; la prima pietra stata deposta nel luglio del 1954 e in esso verranno ricordate le eroiche lotte contro lantisemitismo e il fascismo, i movimenti di resistenza ebraici, la rivolta del Ghetto di Varsavia, le azioni intraprese da ebrei per salvare la vita ai perseguitati e la partecipazione dei soldati ebrei nella seconda guerra mondiale. Ogni cittadino ebreo italiano chiamato con il suo contributo ad appoggiare ledificazione di questo monumento che mantenga viva la fiamma del ricordo548. Dalla lettura di tale articolo si capisce che il momento pragmatico prevaleva su quello teorico della commemorazione dello genocidio nazista in nome del quale il Yad Vashem veniva eretto; Castelnuovo elencava le azioni eroiche, la resistenza del popolo ebraico, per giungere a sollecitare una pronta adesione affinch tale progetto venisse edificato. Gli stessi toni militanti si riscontravano in occasioni di richieste per la creazione di un nuovo kibbutz o per la bonifica di una palude, cos che lo Yad Vashem sembrava piuttosto rientrare in uno dei tanti progetti pianificati da Israele a cui si doveva partecipare perch sionisti; questa osservazione vale soprattutto per una rivista a chiare tinte propagandiste come Karnenu549 sebbene anche un settimanale dopinione come Israel informava brevemente che il 19 agosto la Knesset ha approvato un disegno di legge che prevede la creazione di un monumento in ricordo dei sei milioni di ebrei periti nei lager nazisti il cui nome sar Yad Vashem e a cui gli ebrei di tutto il mondo sono chiamati a sostenere550. Le vicende politiche-sociali riguardanti lo Stato ebraico rivestivano nelle pagine dei quotidiani esaminati un ruolo di centrale importanza, sebbene esse venissero a collocarsi dentro uno spazio temporale presente pi che
1957 al 1969, anno in cui subentr Yad Vashem news, tuttora pubblicato. A partire dal 1957 vengono pubblicati i Yad Vashem Studies che raccolgono i vari interventi composti da storici israeliani e internazionali riguardo alla Shoah. 547 Per una ricostruzione attenta e lucida sulla creazione del monumento e quale tipo di memoria esso evochi si rimanda a ci che ha scritto T. Segev, Il settimo milione, cit., pp. 387-407. 548 B. Castelnuovo, Un monumento eterno: Yad Vashem, in Karnenu, n. 2, dicembre 1955. 549 Si ricordi che Karnenu era il portavoce italiano del KKL, si veda sopra nota 62. 550 C. A. Viterbo, Yad Vashem: glorificazione dei martiri, in Israel, n. 49, 27 agosto 1953.

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passato e se quest ultimo veniva rievocato, si preferiva presentarlo in veste di storia del sionismo, in biografie dedicate ai padri fondatori dello Stato ebraico, in ampi resoconti che delucidavano le vicende storiche delle varie organizzazioni sioniste; la Shoah e la sua memoria si ricordavano l dove si creavano monumenti e archivi storici ma raramente venivano affrontate allinterno di una meditata riflessione sul ruolo legittimante da esse svolto nella creazione dello Stato ebraico. Scriveva Giuseppe Ottolenghi in occasione del decennale della nascita dIsraele che la ricostruzione dello Stato dIsraele non pu ritenersi dovuta solo a un atto di fede o dal recente, tremendo olocausto, ma anche dagli immani sforzi compiuti dai primi sionisti che lavorarono per creare questo nostro Stato551. Il decennale verr festeggiato in tutte le maggiori comunit italiane e i giornali riporteranno, in scritti e numeri speciali552, la storia del pensiero sionista, i profili biografici di Herzl, Nordau, Sokolow, i resoconti dei primi congressi sionistici, le vicende dellYishuv sotto Mandato britannico, mentre la Shoah era ricordata con formule piuttosto ritualistiche volte a riscattare i sei milioni di morti dalloblio e dal silenzio. Un discorso a s andrebbe fatto per il numero speciale che la rivista Il Ponte dedicava allanniversario dello stato ebraico, articolandosi in editoriali e articoli scritti da eminenti personalit del mondo ebraico e non, fra cui il vice direttore Enzo Enriques Agnoletti che riguardo a Israele osservava sinteticamente che questo stato il risultato della civilt e incivilt europea; dedichiamo questo volume alla memoria dei sei milioni di ebrei che non abbiamo potuto o voluto salvare mentre erano ancora in mezzo a noi553; a tale incipit, seguiva un telegramma recapitato alla redazione del giornale firmato da Golda Meir in cui si leggeva che le peuple juif noblie pas lassistance donne sans riserve par le peuple italien durant la priode doccupation

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G. Ottolenghi, Dieci anni, in Bcim, n. 8, aprile-maggio 1958. Si veda numero speciale di Israel, n. 30, 24 aprile 1958, C. A. Viterbo, In Italia festose cerimonie per il decennale, in Israel, n. 32, 8 maggio 1958, id., Celebrazione in Italia del X anniversario, in Israel, n. 33, 15 maggio 1958, Hillel, Nel decennale di Israele: Theodor Herzl e il sogno sionistico, in Israel, n. 40, 3 luglio 1958, Il decimo anniversario dIsraele, in La Voce, n. 6, aprile 1958, A. Sonnino, Storia dellindipendenza di Israele, in La Voce, n. 7, maggio 1958, Festeggiamenti in Italia Israele e a Roma, in La Voce, n. 8, giugno 1958, R. Elia, Il decennale di Israele, in Bcim, n. 9, maggio-giugno 1958, S. Di Castro, Il decennale dello Stato dIsraele, in Ha-Tikw, n. 13, giugno 1958, D. Lattes, Lidea dIsraele, in RMI, n. 6, giugno 1958, M. Vitale, Celebrato in tutta Italia il decennale dello Stato dIsraele, in La Fiamma, n. 8, maggio 1958, Dieci anni fa Israele, in Karnenu, n. 4, giugno 1958. 553 E. Enriques Agnoletti, Israele e noi, in Il Ponte, numero speciale dedicato allo Stato dIsraele, n. 12, dicembre 1958.

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nazie554. Qualche anno prima Lattes scriveva a tal riguardo: io nego che il fattore decisivo o preminente della conservazione dellidea di Israele sia stato la persecuzione, fattore invece giudicato centrale dalla signora Laura Fano Jacchia (Israel, 13 settembre 1956). Lidea che le persecuzioni siano un fenomeno utile e provvidenziale mi sempre sembrata falsa anche quando erano i rabbini ad auspicare lavvento dell antisemitismo visto come il solo argine contro lassimilazione. Credo che, dopo il massacro nazista e le sofferenze che lantisemitismo ha causato agli Ebrei dEuropa, col corteo delle conversioni, delle diserzioni, delle vilt da cui sono state accompagnate, non sia pi possibile attribuire alle persecuzioni nessun benefico effetto. Ci che ha conservato in vita gli Ebrei stata, secondo me, la loro coscienza di popolo, la loro idea religiosa. La coscienza di questo patrimonio quella che ha salvato e conservato il popolo dIsraele555. Ci che preme sottolineare il fatto che accanto alla tematica della Shoah, la nascita dello stato dIsraele veniva recepita dallebraismo italiano non solo in quanto giusta ricompensa dopo limmane catastrofe di sei milioni di morti nei campi di sterminio europei, ma parallelamente veniva portato avanti un discorso in una certa misura autonomo da tale evento luttuoso, abbracciando una dimensione pi strettamente sionista e politica, in cui si inscrivevano le battaglie contro lassimilazione, la problematica collocazione dellebraismo diasporico, lurgenza di una cultura ebraica da trasmettere alle nuove generazioni, tematiche che in definitiva proiettavano il proprio sguardo pi verso un futuro da edificare che verso un passato da commemorare. Si ripete che un aspetto non prevale sullaltro, entrambi corrono lungo sentieri intrecciati e non scindibili fra loro, ugualmente fondamentali per lidentit dellebreo italiano e dellebreo contemporaneo tout court; come sintetizza egregiamente Bidussa si tratta di declinare unidentit che non pu fare a meno di Auschwitz, ma che deve far di tutto per uscire dal complesso che esso ha generato556. Dallo studio dei giornali ebraici italiani si evince, nel caso dIsraele, proprio questo sforzo di riuscire a coniugare un passato tragico ma anche legittimante con un presente che cerca di proporsi anche come altro
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Un telegramma di Golda Meir, in Il Ponte, n. 12, dicembre 1958. Nell anno 1958 Golda Meir ricopriva lincarico di Ministro degli Esteri allinterno della coalizione governativa capeggiata da David Ben Gurion. 555 D. Lattes, A che cosa Israele deve la sua sopravvivenza, in RMI, n. 10, ottobre 1956. 556 D. Bidussa, Introduzione. Gli ebrei moderni e gli uomini di mezzanotte, in D. Bidussa (a cura di), Ebrei moderni. Identit e stereotipi culturali, Torino, Bollati Boringhieri, 1989, pp. 15-31. La citazione tratta da p. 20.

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rispetto allevento che in parte lha originato; si alternano cos ampi articoli dedicati alleroica rivolta del ghetto di Varsavia557 ad altri interessanti la politica e le realizzazioni compiute in Israele558, sottolineando una sorta di continuum che lega insieme leredit passata al momento presente. Per quanto riguarda il variegato movimento sionistico dellItalia del secondo dopoguerra si deve a questo punto chiarire che personalit militanti ed eminenti quali potevano essere Carlo Alberto Viterbo, Leo Levi, Giorgio Piperno, Dante Lattes, Raffaele Cantoni, Yoseph Colombo, Fabio Della Seta che maturarono ed elaborarono le proprie convinzioni sionistiche nel corso degli anni Venti e Trenta e che nei medesimi anni avevano percorso con sofferenza e tensione il proprio personale cammino sionista, vissuto quale polo centrale della propria ritrovata identit ebraica, troveranno nella nascita dello Stato dIsraele una realizzazione naturale e logica del proprio iter intellettuale e biografico; non si pu dire la stessa cosa per la maggior parte dellebraismo italiano che, proveniente da una storia di quasi un secolo di assimilazione e di integrazione, e refrattario, come si visto, a sostenere il movimento sionistico se non in veste filantropica, non poteva che continuare a guardare, anche dopo il 48, ad esso come ad una speranza di ritorno a casa per quegli ebrei europei che, scampati allo sterminio, non avevano pi una patria a cui far ritorno, piuttosto che avvertire su stesso lurgenza di salire in Palestina per contribuire alla creazione della nazione ebraica559. Con questo non si vuol certo asserire che il sionismo italiano non si presenti nel dopoguerra con delle variazioni e dei mutamenti sostanziali rispetto al periodo prebellico, tuttavia si ricorda che la storia del sionismo italiano fino al 45 fu la storia di
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Alla storica ed eroica rivolta del Ghetto di Varsavia si dedicher un paragrafo a s nel presente capitolo. 558 Soprattutto la bimestrale rivista Karnenu esporr in maniera dettagliata e minuziosa le colonizzazioni e irrigazioni delle regioni desertiche, le creazioni di nuovi kibbutz, la nascita di agglomerati urbani in zone inabitabili; tuttavia anche le altre testate forniranno ampi resoconti sulla realt israeliana e sul suo precoce sviluppo. Risulta impossibile citare tutti gli innumerevoli articoli reperiti circa tale argomento, baster dire che esso presente in ogni singolo numero di ogni singola testata. 559 Scrive Della Pergola dopo la creazione dello Stato dIsraele nel 1948, le correnti migratorie dallItalia, coinvolgono prevalentemente individui che, pur appartenendo a societ del cosiddetto benessere, in cui hanno raggiunto un alto grado di assimilazione, decidono di muoversi verso il paese in via di sviluppo. I motivi che spingono gli emigranti di questo tipo a lasciare il proprio paese dorigine hanno una componente ideologica che pu definirsi come laspirazione ancestrale verso la terra degli avi. Si capisce bene perch questo tipo di emigrazione non pu che non essere numericamente esigua, S. Della Pergola, A. Tagliacozzo, Gli italiani in Israele. Risultati di unindagine socio-demografica, in RMI, n. 5, maggio 1978.

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un fenomeno aristocratico, elitario, che non poteva trasformarsi nel giro di pochi anni in un movimento di massa nonostante la tragica lezione che la Shoah aveva impartito e che aveva decretato la fine del sogno assimilatorio durato quasi un secolo. Il direttore di Israel, sionista della prima ora, si diceva convinto del fatto che dopo la terribile lezione che la storia ci ha impartito, necessario che i giovani si formino su basi ebraiche e non si trovino di nuovo nella penosa situazione in cui ci trovammo noi otto anni fa. Questo lavoro di educazione un lavoro difficile e lungo, ma un lavoro indispensabile, necessario; la tradizione ebraica italiana ci spinge ad abbracciare interamente il sionismo integrale560. Lappello che Viterbo lanciava dalle pagine del proprio settimanale per uneducazione ebraica e sionista da impartire alla nuova generazione sinscriveva in una preoccupazione di non saper trasmettere in maniera adeguata limportanza che il sionismo avrebbe dovuto avere nel prevenire lezioni storiche come quelle emerse dai campi di sterminio e conosciute dalla propria generazione di ebrei assimilati, di non saper insegnare in modo appropriato ai futuri quadri dirigenziali il fatto che il sionismo costituiva un fattore di centrale importanza dellessere ebreo, in netta antitesi con il sistema dei valori in cui era cresciuta e in cui aveva creduto la generazione dei padri. Perci, fino a quando non si verific il naturale passaggio del testimone da una generazione allaltra -collocabile come si vedr intorno alla met degli anni Sessanta- coloro che avevano guidato le sorti del sionismo italiano fino alla vigilia del secondo conflitto mondiale furono i medesimi che nel 45 si apprestarono a far risorgere istituzioni, cenacoli, raggruppamenti e circoli culturali. In tal senso il sionismo italiano manterr il proprio status di movimento di nicchia sebbene significativi cambiamenti si registreranno soprattutto nellambito di nuove aggregazioni giovanili sorte ex novo nei primissimi anni del dopoguerra e di cui si parler in un paragrafo a s. Questa premessa apparsa necessaria dal momento che gli articoli e gli interventi che si riporteranno nel corso del presente capitolo erano firmati da personalit gi note e conosciute, che avevano alle spalle una struttura teorica ben definita e meditata su cui si innescavano avvenimenti recenti -Shoah, Stato dIsraele- che certamente inducevano a ripensamenti, a riflessioni e a nuove problematiche ma che non costituivano la premessa da cui partire per giungere a sposare la causa sionista. Per quanto riguarda lambiente giovanile, si ripete, il discorso sar differente, ma nel caso
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C. A. Viterbo, Riconquista di una coscienza ebraica e sionistica, in Israel, n. 11, 28 febbraio 1946.

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della vecchia dirigenza parlare di novit e innovazioni radicali non appare appropriato per le ragioni sovra esposte. Questo non elimina la patente novit che la nascita di Israele veniva a rappresentare per il mondo ebraico della Diaspora che per la prima volta nella propria millenaria storia trovava una sua manifestazione storica in un proprio organismo territoriale e statale, centro dellebraismo mondiale. Tuttavia, come nota Daniel Carpi, dopo la creazione dello Stato dIsraele lattivit sionistica organizzata, sia quella della Federazione sionistica, sia quella dei movimenti giovanili, si venne molto ad affievolire in seno allebraismo italiano, e soprattutto perse molto della sua originalit di pensiero561. In effetti scorrendo i quotidiani, si ha l impressione che gran parte del messaggio radicale ed emotivo che il sionismo poteva possedere prima che il sogno di uno stato ebraico si traducesse in realt, si fosse svigorito proprio quando la secolare formula religiosa dellHaggadah562 pasquale563 Questanno siamo qui, lanno prossimo saremo in terra dIsraele, questanno siamo schiavi, lanno prossimo saremo in terra dIsraele liberi trovava, dopo il 1948, un riscontro storico e manifesto. Nel 1902 uno dei pi carismatici leader sionisti, Max Nordau, scriveva che il nuovo sionismo differisce dallantico sionismo religioso e messianico in quanto rifiuta ogni misticismo, in quanto non si identifica pi con il messianesimo e non attende il ritorno in Palestina dal miracolo, ma vuol prepararlo con i propri sforzi 564; il lato fattivo sottolineato da Nordau comune ad altri pensatori565 sollevava una questione centrale nei rapporti stabilitisi fra Diaspora e Israele allindomani del 1948: coloro che per svariate ragioni non decidevano di emigrare in Israele ma di mantenere il proprio status di ebrei diasporici, sinterrogavano sul tipo di funzione che lebraismo della dispersione poteva rivestire nei confronti di Israele, nato dalla basilare concezione di Stato dotato di una
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D. Carpi, Il movimento sionista,cit., p. 1368 LHaggadah il testo che accompagna il rituale della Pasqua. Esso contiene porzioni di testo biblico, commenti di rabbini, discussioni e riflessioni in margine al racconto dellEsodo dallEgitto, inni e salmi di lode. Questo testo sicuramente uno dei pi popolari della tradizione ebraica, E. Loewenthal, Gli ebrei, cit., p. 97. 563 Pesach, la Pasqua ebraica, la festa che rievoca lEsodo dallEgitto, la miracolosa traversata del Mar Rosso, la conquista della libert e la fine della schiavit. La festa di Pesach dura una settimana e comincia il 14 di Nissan, E. Loewenthal, Gli ebrei,cit., pp. 77-79. 564 Citato in D. Bidussa, Il sionismo politico, Milano, Unicopli, 1993, p. 37. 565 In primis Enzo Sereni il quale dichiarava qualche mese prima di compiere la propria aliah il leitmotiv di tutta la nostra propaganda sionistica quello della personale trasformazione della vita in Eretz Israelil nostro ritorno deve essere una tesciuv, un rinnovamento nel senso religioso della parola, intendendo con ci non un ritorno alle pratiche della fede o alle credenze antiche, ma il fatto che il mutamento di cui si parla, deve interessare la totalit della nostra vita spirituale e materiale, E. Sereni, La primavera sacra, in Israel, n. 4, 7 ottobre 1926, citato da D. Bidussa in Oltre il ghetto, cit., p.238.

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strategia culturale, politica e etnica pi che semplicemente nazionalistica566. Il rapporto problematico che riguardava Israele e mondo ebraico diasporico coinvolgeva certamente lebraismo italiano che si caratterizzava come piccolo nucleo periferico dalle scarse alioth567 e da un alto grado di assimilazione con la popolazione italiana; sulle pagine delle testate analizzate la battaglia contro lassimilazione sar una delle tematiche pi ricorrenti, affiancata da perentori inviti a manifestare pi trasporto e convinzione verso Israele, mentre un discorso culturale sionistico che prescindesse dallo Stato israeliano, veniva progressivamente a mancare perdendo quelloriginalit di pensiero che si era maturata a inizio Novecento fra quei sujets dlite che avevano dimostrato grandi capacit teoriche e intellettuali. Ha ragione Bidussa ad affermare che se il sionismo avesse rappresentato solo aspirazione allo stato, pi poeticamente, ansia per lo stato, dovremmo dedurre che la sua durata sarebbe stata contenibile entro il tempo esatto di mezzo secolo: dal Primo congresso sionistico (agosto 1897) alla risoluzione delle Nazioni Unite relativa alla spartizione del mandato britannico (29 novembre 1947). Cos non se ancora in questo decennio esiste un movimento sionistaci significa che listanza dello stato non un fine. Pu diventarlo, ma in ogni caso non rappresenta un esito obbligatoriamente iscritto nel suo atto di nascita568. E un dato inconfutabile il fatto che il movimento sionistico sia sopravvissuto alla nascita dello stato dIsraele, giacch la parola sionismo contempla al proprio interno altre componenti culturali e identitarie che esulano dalla sfera prettamente politicaistituzionale; altres vero per che lItalia ebraica fotografata dai quotidiani del secondo dopoguerra unItalia che parte da Israele per definire sionista il proprio operato e il proprio pensiero, che anzi si trasforma sempre pi in operato -in primis aiuti economici- venendo parallelamente meno laspetto pi filosofico e spirituale dellarticolata dottrina sionista. Lambiente ebraico italiano seppe elaborare scarsi contributi intellettuali e dottrinali dopo il 1948, tanto che personalit di spessore e di rilievo come Lattes e Pacifici non avranno successori che equipareranno il loro livello,
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D. Bidussa, Il sionismo, cit., p. 14. Amedeo Tagliacozzo stima che fra il 1948 e il 1975 la componente italiana presente in Israele si mantenne stabile al 2%o dellintera popolazione israeliana. Inoltre lautore individua tre tendenze nellaliah italiana: la prima come conseguenza delle persecuzioni razziali, la seconda per motivi ideologici sionistici, la terza come volont di trovare un posto sicuro al riparo dallantisemitismo. La peculiare caratteristica lassenza di motivi economici nell aliah italiana, Cfr. A. Tagliacozzo, Gli italiani in Israele, in RMI, n. 5, maggio 1978. 568 D. Bidussa, Le culture del sionismo, cit., pp. 157-167, la citazione tratta da p. 158.

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n si registreranno teorie complesse e stimolanti come poteva essere il pacifiano ebraismo integrale o letica del lavoro di Sereni; era altres presente una febbrile attivit organizzativa, di ristrutturazione degli organismi esistenti prima del conflitto mondiale, di aiuti materiali destinati a Israele, detto altrimenti, si registrava unesigenza di concretizzare lideale sionistico anche da parte di coloro che sceglievano la dispersione quale realt in cui vivere. Il sionismo italiano rifletter le varie correnti politiche israeliane, si schierer in base ad esse, si far promotore anche di importanti consessi culturali, ma difetter di quel tocco di originalit che aveva decretato la sua specifica peculiarit dei primi decenni del secolo XX. Le intricate dinamiche interne allebraismo continueranno ad essere discusse e analizzate, tuttavia era Israele e la sua politica, la sua cultura e le sue espressioni artistiche a costituire il perno attorno al quale gli articoli e i dibattiti presenti e discussi allinterno dei giornali ruoteranno principalmente. Se dunque si riscontra una sorta di appiattimento alla realt israeliana da parte della comunit diasporica italiana, pur vero che tale fenomeno riguardava in modo pi generale il problematico rapporto che si veniva a creare allindomani del 48 fra Israele e la Diaspora; si deve a tal proposito ricordare che nelle previsioni dei leader del sionismo classico da Herzl a Ben Gurion la Diaspora, una volta creato lo Stato ebraico, sarebbe scomparsa con il verificarsi del massivo trasferimento del popolo ebraico in Israele e con lassimilazione di quei pochi che decidevano di rimanere nella Diaspora. La cosiddetta negazione della Diaspora, teorizzata soprattutto dai dirigenti della Seconda Aliah569, aveva come principale fondamento teorico quello di dimostrare che la vita del popolo ebraico fuori da Eretz Israel era una vita in agonia, una vita morta e senza significato; non era previsto un compromesso con lesilio ma solo una sua definitiva scomparsa dal momento che ogni sforzo doveva essere direzionato verso la Palestina, vista, come nota Sternhell, lunico centro non solo dellesistenza ebraica, ma anche della storia del popolo ebraico, la sua fonte dispirazione ed elisir di vita 570. Aaron David Gordon e Berl Katznelson571 furono coloro i quali si fecero portatori di tale
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Si ricorda che cronologicamente la Seconda Aliah si colloca fra gli anni 1904-1914 e fu prevalentemente costituita da ebrei russi in fuga dai pogrom della Russia zarista, Cfr. J. Fraenkel, Gli ebrei russi. Tra socialismo e nazionalismo (1862-1917), Torino, Einaudi, 1990. 570 Z. Sternhell, Nascita di Israele, cit., p. 77. 571 Su Gordon Cfr. J. Fraenkel, Gli ebrei russi, cit., pp.555-681, V. Pinto, I sionisti, cit., pp. 195-232, Z. Sternhell, La nascita di Israele, cit., pp. 74-108, D. J. Goldberg, Verso la Terra promessa, cit., pp. 175188, Encyclopaedia Judaica, Vol. IX, Jerusalem, 1971. Per Berl Katznelson Cfr. Z. Sternhell, La nascita di Israele, cit., pp. 187-244, J. Fraenkel, Gli ebrei russi, cit., 438-442 e passim, Encyclopedia Judaica,

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ortodossa e pessimistica visione diasporica riassumibile nella frase di Katznelson che non condannare lesilio significa perpetuarlo572. Dal momento che lesilio non termin con la nascita di Israele anche per le circostanze storiche in cui tale nascita avvenne, affatto particolari e lontane da quelle previste dai capi sionistici-, con il corso del tempo sinstaur fra le due parti un tacito scambio di mutue concessioni: da una parte gli ebrei della Diaspora si impegnarono a sostenere Israele con aiuti economici e politici, dallaltra lo Stato ebraico smuss limperativo categorico sionista dell aliah, che daltronde non poteva essere imposta a cittadini liberi che decidevano di non compiere la propria salita ma di restare nell esilio pur rimanendo ebrei e sionisti. Non era una semplice questione che interessava la ricerca di unadeguata definizione terminologica, ma investiva tutta una vasta gamma di problematiche su come collocarsi nei confronti di Israele vivendo nella Diaspora, su come considerare Israele stesso, ovvero se questo fosse il depositario per cos dire legittimo del popolo ebraico. A lungo, durante i congressi sionisti mondiali, i delegati israeliani si scontreranno con i programmi sostenuti da quelli della Diaspora -soprattutto con i rappresentanti pi numerosi di essa, vale a dire, degli ebrei americani- i quali rivendicavano con forza che la vecchia equazione sionista di Diaspora uguale esilio573 era del tutto sorpassata e che la realt dei fatti era che i quattro quinti della popolazione ebraica mondiale viveva fuor dIsraele e che dunque appariva non storicamente corretto asserire la centralit assoluta dello Stato ebraico quale unico rappresentante dellebraismo mondiale. Affermava Lattes che anche dopo la creazione dello Stato dIsraele non avvenuta la normalizzazione del popolo ebraico che tuttora disperso per pi di cinque sesti nel mondo. La preoccupazione per lesistenza della Diaspora stata recentemente espressa da Nahum Goldman, presidente dell Organizzazione Sionistica Mondiale e del Congresso Mondiale Ebraico per via dellautodisintegrazione attuata dal popolo ebraico verso se stesso, per via della corrosione assimilatrice che oggi subdola, silenziosa, incosciente. Noi dobbiamo conoscerci meglio, dobbiamo riscoprire pi approfonditamente la nostra
Vol. XIII, Jerusalem 1971. 572 Citato da Sternhell, La nascita di Israele, cit., p. 76. Gordon dal canto suo affermava che in esilio, noi non abbiamo e non possiamo avere una cultura viva, radicata nella vita reale e in grado di svilupparsi al suo interno. Non possediamo una cultura perch non abbiamo vita, poich la vita condotta in esilio non la nostra vita, citato in Sternhell, ivi., p. 76. 573 La parola ebraica significante esilio si esprime con due forme alternate: Galuth o Golah. Si tenga presente che in ebraico moderno il termine Galuth ha generalmente una connotazione peggiorativa.

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cultura e il nostro patrimonio culturale, dobbiamo concentrarci maggiormente sulla conoscenza di noi stessi574. Alla poco sentita ebraicit della comunit israelita italiana, i giovani della Federazione giovanile ebraica non avevano timore di asserire sul proprio organo di stampa che premettendo che assimilazione esprime uno stato di completo assenteismo da tutto ci che ebraico e che porta a considerare lessere ebreo pi come un onere, non si pu fare a meno di constatare che una delle cause principale di questo stato di cose derivato dal comportamento tenuto dai genitori ebrei verso i propri figli. Dato che lassimilazione principalmente provocata dallignoranza dellebraismo nella sua sostanza (cultura, pensiero, storia) viene spontaneo ricercare i responsabili di tale ignoranza, che nella maggior parte dei casi sono i genitori che impartiscono una educazione totalmente gentile alla propria prole575. Questi intricati scontri che si consumavano allinterno delle organizzazioni ebraiche internazionali venivano a riflettersi allinterno del nucleo ebraico italiano, corroborando la tesi di Bidussa sovra esposta circa la non riducibilit del sionismo al mezzo secolo di storia in cui esso si consum, dato che dopo il 1948 altri problemi sionistici, come si visto, saranno sviluppati, mutati, riadattati e rivisitati. Tuttavia, lebraismo italiano non dava segni di troppa innovazione o di intensa partecipazione a tali polemiche e dibattiti, spiegabile non solo con la facile asserzione dellesiguit numerica del nucleo ebraico italiano, ma che investiva altres questioni di deficienze culturali e di mancanza oggettiva di maestri carismatici. La maggior parte di essi risiedeva in Israele o altrove -eredit pesantissima derivata dalle persecuzioni antiebraiche- provocando allebraismo della penisola una grave perdita culturale e spirituale. Scriveva ancora Dante Lattes che il patrimonio di pensiero e di storia dellebraismo italiano oggi i sionisti non ne tengono in nessun conto; e non sto parlando dei vecchi quanto dei giovani. La cultura un lato e un momento necessario del movimento sionistico. Come dice Buber: Ci che i padri non trasmettono pi ai figli, i figli devono attingerlo dove lo possono attingere, cio devono impararlo. Per essere degni del nome di sionisti si deve sentire il dovere di procurarsi una certa somma di cognizioni sul suo popolo se vuole avere diritto di partecipare con onesta coscienza alla soluzione dei problemi dello Stato e della Diaspora e aver voce in

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D. Lattes, La sopravvivenza della Diaspora, in RMI, n. 6, giugno 1959. F. Terracina, A chi dobbiamo la nostra ignoranza?, in Ha-Tikw, n. 1-2, 21 marzo 1957.

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capitolo nella vita pubblica della nazione576. Concludendo questa breve riflessione sullevento storico e simbolico al contempo che rappresenta la fondazione dello Stato dIsraele, preme evidenziare i due aspetti che si cercato di far emergere: il primo riguardante la visione con cui gli ebrei italiani interpretavano lo stato ebraico come risposta eroica al recente sterminio hitleriano - visione comune non solo agli altri ebrei della dispersione, ma anche agli stessi cittadini israeliani- il secondo interessante i rapporti che si instaurarono fra esilio e Israele, le loro interdipendenze e i loro conflittuali legami allindomani del 48. Nei paragrafi che seguiranno si cercher di enucleare e di presentare in maniera sistematica le due tematiche sopra accennate attraverso lo studio di alcune manifestazioni e polemiche che affioreranno nel corso dei due decenni presi in esame sulle testate giornalistiche ebraiche italiane.

III. Leroismo o la rivolta del Ghetto di Varsavia Nel presente paragrafo la rivolta del ghetto di Varsavia non verr esposta in maniera sistematica nelle sue diverse fasi e vicende storiche giacch si ritiene che esse siano piuttosto note e perch esiste una ricca bibliografia a riguardo a cui si rimanda577. Si preferito al contrario seguire i suggerimenti interpretativi segnalati dallo storico israeliano Saul Friedlander che, riflettendo in un suo bel saggio578 sui modelli centrali che hanno dato vita alla memoria ufficiale della Shoah nello Stato dIsraele, ha individuato tre percorsi della memoria, molto simili fra loro, che prevedono le seguenti coppie concettuali: catastrofe/redenzione, catastrofe/rinascita, catastrofe/eroismo. A tali concetti Friedlander ha fatto corrispondere tre date che si commemorano attualmente in
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D. Lattes, La cultura ebraica come dovere sionistico, in RMI, n. 5, maggio 1952. Cfr. I. Gutman, Storia del ghetto di Varsavia, Firenze, La Giuntina, 1996, A. Nirenstajn, Ricorda cosa ti ha fatto Amalek, Torino, Einaudi, 1973, A. Czerniakov, Diario 1939-1942: il dramma del ghetto di Varsavia, Roma, Citt Nuova, 1989, M. Berg, Il ghetto di Varsavia: diario 1939-1944, Torino, Einaudi, 1991, M. Edelman, H. Krall, Il ghetto di Varsavia:memoria e storia dellinsurrezione, Roma, Citt Nuova, 1985, E. Ringelblum, Sepolti a Varsavia: appunti dal ghetto, Milano, Mondadori, 1992, A. Rudnicki, Cronache dal ghetto, Milano, Silva, 1961, N. Szac-Wajnkranc, I diari del ghetto, Milano, Lerici, 1966, M. Mazor, La citt scomparsa: ricordi del ghetto di Varsavia, Venezia, Marsilio, 1992, J. Korczak, Diario dal ghetto, Roma, Carucci, 1986, J. Barman, Inverno nel mattino: una ragazza nel ghetto di Varsavia, Bologna, Il Mulino, 1994, A. Lewin, Una coppa di lacrime: diario dal ghetto di Varsavia, Milano, Il Saggiatore, 1993, W. Szpilman, Il pianista: Varsavia 1939-1945. La straordinaria storia di un sopravvissuto, Milano, Baldini&Castoldi, 2001. 578 S. Friedlander, La Shoah come mito israeliano, in D. Bidussa (a cura di), Ebrei moderni, cit., pp. 6377. Il saggio di Friedlander comparso in italiano con il medesimo titolo per la prima volta sulla rivista Micromega, n. 4, ottobre-dicembre 1988, pp. 147-159.

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Israele579, lultima delle quali, il 14 di nissan (19 aprile) ricorda il giorno in cui gli eroi del ghetto di Varsavia iniziarono la loro guerriglia contro le truppe naziste. La rivolta del ghetto di Varsavia non costituir soltanto per lo stato ebraico lo spostamento dalla catastrofe passiva alla lotta redentrice, dove la lotta della giovent sionista dei ghetti viene collegata alla lotta armata per lo Stato. Lo spostamento di accento da Shoah a shoah vegevurah (catastrofe/eroismo) diventa il punto focale dellintegrazione dello sterminio degli ebrei europei nella memoria ufficiale israeliana580. Non solo per essa, si diceva; infatti nel 1946 Fabio della Seta firmava un emblematico articolo che ben rifletteva uno stato danimo diffuso fra gli ebrei europei scampati al genocidio, ricordando che il 19 aprile 1943 i soldati tedeschi fecero irruzione nel ghetto di Varsavia per prelevare gli ebrei e deportarli nei campi della morte. Inizi cos la famosa insurrezione; molto si parlato e ancora molto si parler del massacro dei sei milioni di ebrei avvenuto nel corso della seconda guerra mondiale. Ma non si dir mai abbastanza della disperata ed eroica rivolta del ghetto. Sei milioni di ebrei sono stati scannati come un gregge che si affolla docile sotto il coltello del suo carnefice. Non esiste nella storia del mondo un simile esempio di passiva resistenza alle forze del male. E dunque questa lelezione del popolo dIsraele? C un nome che ci fa sperare: Varsavia581. Come si evince da questo scritto, il pensiero che gli ebrei europei si fossero lasciati condurre come pecore al macello durante lo sterminio, non un mito negativo che interessava unicamente la giovent nata e cresciuta in Israele, ma che era ben presente anche fra coloro i quali erano stati testimoni diretti del genocidio in atto e che non si rassegnavano allidea che cos tante persone non avessero opposto alcuna resistenza -ma c da chiedersi a quale tipo di resistenza essi facessero riferimento nel formulare laccusa di passivit- davanti al proprio carnefice; la rivolta del ghetto di Varsavia rappresentava in questo senso unoccasione storica in cui leroismo armato faceva la sua comparsa, allargando il valore militare di una sparuta minoranza al riscatto generalizzato di una maggioranza di vittime che si comportarono alla stregua di docili pecore. Scriveva Marek Edelman, uno dei combattenti del ghetto e unico sopravvissuto fra i capi che diressero linsurrezione: i tedeschi decidono di liquidare il ghetto a qualsiasi costo. Il
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Le altre due date dedicate alla memoria della Shoah cadono il10 di teveth e il 27 di nissan; per il loro significato si veda lo stesso Friedlander, La Shoah come mito, cit., pp. 65-68. 580 Id., ivi., p. 67. 581 F. Della Seta, Varsavia tre anni dopo, n. 11, 25 aprile 1946.

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19 aprile 1943, alle due del mattino, i primi rapporti dagli avamposti di guardia indicano movimenti di gendarmi tedeschi e poliziotti blu-marinono, non abbiamo paura e non siamo sorpresi, Attendiamo solo il momento opportuno. Arriva presto. I gruppi di combattimento aprono un fuoco incrociato, come direbbero i militari. Sono cominciati i combattimenti582. Armi, eroi, combattimenti, insurrezione, lotta: questi i paradigmi con cui per lungo tempo si esalter da parte ebraica, diasporica ed israeliana, il capitolo Varsavia, iniziato il 19 aprile 1943 e conclusosi il 10 maggio del medesimo anno, con luccisone e la deportazione di tutti quanti i rivoltosi. Ancora Edelman: il 10 maggio del 1943 si compie il primo periodo della storia sanguinosa degli ebrei di Varsavia. Il primo periodo della nostra storia sanguinosacoloro che sono stati uccisi hanno compiuto il loro dovere fino alla fine, fino allultima goccia di sangue che imbeve il selciato del ghetto di Varsavia. Noi che siamo sopravvissuti vi lasciamo la cura di conservare sempre viva la memoria583. La memoria di questa atipica vicenda della Shoah verr forzata e strumentalizzata ai fini di unautorappresentazione attiva e combattentistica di cui il popolo ebraico sopravvissuto alla catastrofe aveva bisogno e a cui si appellava per ricreare una propria identit che prevedesse fra i sei milioni di morti delle figure eroiche intorno a cui erigere un certo tipo di culto attivo della memoria della Shoah. Una delle analisi pi lucide e toccanti su questa rivolta le ha scritte David Meghnagi, notando che la lotta, la ribellione non scaturirono dalla possibilit di scegliere, ma dalla disperazione. Non si combatteva per la vita, ma per una morte diversa contro ogni speranza e al di fuori dei valori in cui si era vissuti per secoli: combattevamo per non essere scannati, cos annota Edelman E per evitare che lattesa morte non assumesse la forma dei lager che i combattenti del ghetto si procurarono poche pistole e della benzina, contro un nemico dotato di cannoni, mitragliatricinon per la vita, ma per una morte diversa584. E su questa diversit di morte -morte in armi-, sulla volontaria e cosciente volont di scegliere di quale morte morire, che la memoria dellinsurrezione si sostanzier, col precipuo scopo di trasmettere, soprattutto alla nuova generazione, la lezione fondamentale racchiusa in essa: che il popolo ebraico conobbe gesta ed eroi di cui essere fieri, di cui conservare
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M. Edelman, H. Krall, Il ghetto di Varsavia, cit., pp. 66-67. Id., ivi., p. 77. 584 D. Meghnagi, Introduzione, ivi., p. 11.

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alta la memoria, di cui tenere in massima considerazione il gratuito coraggio dimostrato per la propria formazione585. La rivolta del ghetto ha assunto cos un ruolo fondante per la ricostruzione di una nuova immagine dellebreo che non si lasciava condurre passivamente al macello ma che al contrario si faceva soldato, miliziano, eroe in armi, proprio come lebreo israeliano, che si sentiva portatore di ideali e di comportamenti sociali e pedagogici antitetici a quelli diffusi e stereotipati dellebreo della dispersione, passivo, molle, senza patria. Tuttavia la vergogna provata per il comportamento inerte assunto dai pi durante lo sterminio sar un sentimento condiviso dal mondo ebraico tout court, senza distinzioni geografiche; cos si esprimeva Raoul Elia, direttore del Bollettino milanese, rievocando la rivolta: i soldati tedeschi, alla vigilia di Pesach, circondarono il ghetto e abituati a vedere gli ebrei lasciarsi massacrare senza opporre resistenza, entrarono con soli sei carri armati. Giunti per alla via principale furono presi e bruciati dai combattenti; iniziava leroica rivolta del ghetto che dur quarantadue giorni durante i quali gli ebrei dettero prova del loro coraggio e del loro ardire586. Parole ancor pi esplicite provenivano da Elio Toaff che nel commemorare il sedicesimo anniversario dellinsurrezione, annotava che Varsavia insegn al mondo intero che la succube rassegnazione e il fatalismo innato del popolo ebraico erano finiti per sempre. La lotta degli ebrei era una lotta disperata, una lotta senza speranza. Ma il loro eroismo non per questo un eroismo inutile; i combattenti del ghetto sapevano che il loro sangue versato non sarebbe andato disperso. Lonore degli ebrei massacrati fu riscattato, dette la possibilit di redenzione e dignit. Proprio nei giorni in cui leroe della rivolta Mordechai Anielewicz, avvolto nella bandiera bianco-azzurra con la stella di David, si gettava dal tetto della sua casa in fiamme per non cadere in mano nemica, i primi soldati della Brigata palestinese combatteva sui campi dEuropa. Il Risorgimento ebraico era iniziato. Il sangue versato nel ghetto di Varsavia dette inizio al risorgimento dIsraele; il popolo ebreo prese nelle proprie mani il suo destino e il Signore fu con lui. Per questo Israele combatt e vinse. Oggi Israele una realt storica indiscutibile. Dalle rovine del ghetto di Varsavia, il popolo dIsraele
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Emblematico ci che si legge nellEncyclopaedia Judaica alla voce The Warsaw ghetto uprising: had an enormous moral effect upon Jews and non-Jews throughout the world, especially since it was prepared and carried out under conditions which pratically excluded a priori any attempt at armed resistance. The Warsaw ghetto uprising became an event of world history when details of what happened became know after the war, Vol. 16, Jerusalem, 1971. 586 R. Elia, La battaglia del ghetto di Varsavia, in Bcim, n. 8, aprile 1959.

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risorto a nuova vita587. Un continuum legava in tal modo la rivolta del ghetto allo Stato dIsraele il quale, incarnazione della redenzione ebraica, trovava in essa la propria premessa storica fondante. Dal ghetto e dalla sua tragica fine nasceva il Risorgimento ebraico che trovava il suo compimento finale nel 1948 e gli eroi delle varie battaglie combattute in nome di Sion venivano ad assumere un medesimo ruolo di padri fondatori dello stato ebraico, un ruolo di eroi sionisti. Fra i numerosissimi articoli dedicati a tale episodio588, sopratutto nel ventennale della rivolta del ghetto che si organizzarono manifestazioni, conferenze e celebrazioni nelle maggiori comunit italiane: quella di Roma, ad esempio, organizzava una solenne manifestazione commemorativa a cui presero parte anche personalit del mondo politico italiano -lonorevole Comandini sottoline in tale occasione il filo rosso che univa le gesta dei combattenti di Varsavia a quelle dei resistenti partigiani dItalia589- e che venne recensita ampiamente da La Voce della Comunit Israelitica, riportando gli interventi dei maggiorenti del sionismo italiano come quello di Viterbo il quale confessava che quando rievoco la rivolta del ghetto di Varsavia non posso non farlo con occhio sionistico. Rivendicando al movimento sionistico il merito di aver predisposto, voluto, preparato il Risorgimento nazionale, mi guardo comunque bene dallattribuire tutto il merito allOrganizzazione fondata da Theodor Herzl; il nostro un sionismo bimillenario conservato tenacemente nei ghetti. Questo millenario sionismo era certamente vivo nei cuori dei difensori senza speranza; ma essi vedevano al di l di quelle mura un avvenire, un risorgimento ebraico e il loro grido disperato stato raccolto e ha fecondato il terreno della Rinascita. Ma sarebbe profondamente ingiusto contrapporre questi eroi a color che non combatterono, come se si trattasse di pusillanimi. Il mio pensiero va a tutti i sei milioni di morti dei

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E. Toaff, La rivolta del ghetto di Varsavia: premessa necessaria allo Stato dIsraele, in La Voce, n. 9, maggio 1959. 588 Oltre ai gi citati articoli si veda anche M. Novitch, Itzhak Katznelson: il poeta del ghetto, in Bcim, n. 7, marzo-aprile 1959, R. Elia, La battaglia del ghetto di Varsavia, in Bcim, n. 8, aprile-maggio 1959, M. Morpurgo, Il Risorgimento ebraico inizia da Varsavia, in Ha-Tikw, n. 3-4, marzo-aprile 1960, M. Novitch, Il ghetto di Varsavia nel racconto di una sopravvissuta, in Bcim, n. 8, aprilemaggio 1961, F. Pitigliani, La gloriosa rivolta del ghetto di Varsavia, in La Voce, n. 3, aprile 1963, M. Novitch, Itzhak Katzenelson, il grande poeta del ghetto di Varsavia, in La Voce, n. 4, maggio 1964, R. Ascarelli, La battaglia del ghetto di Varsavia: cronistoria, in La Voce, n. 2, marzo-aprile 1967, A. Nirenstajn, 25 anni fa: la rivolta del ghetto di Varsavia, in Bcim, n. 7, aprile 1968, C. A. Viterbo, Onore agli eroi di Varsavia: 25 anni fa, in Israel, n. 24, 11 aprile 1968, M. Novitch, Venticinquesimo anniversario della rivolta del ghetto di Varsavia, in Ha-Tikw, n. 4, maggio 1968. 589 Il saluto della Resistenza italiana nelle parole dellOn. Comandini, in la Voce, n. 3, aprile 1963.

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nostri Martiri590. Il ricordo formulato da Viterbo, rivolto non solo agli eroi ma anche alle altre vittime senzarmi e senza nome, risultava piuttosto atipico ed isolato se confrontato soprattutto con gli interventi espressi nella medesima occasione dagli altri dirigenti che enfatizzavano la rivolta leggendola quale premessa storica indispensabile al Risorgimento ebraico nazionale: cos il presidente della comunit israelitica romana, Fausto Pitagliani concludeva il suo discorso affermando che la rivolta in armi del popolo ebraico, dei chalutzim di Varsavia preludono al risorgimento di Israele che conquist la sua indipendenza nel 1948591; cos Riccardo Di Segni592, mentre pi critico appariva lintervento del segretario generale della Federazione giovanile ebraica, Giovanni Colla che scorgeva il pericolo di una commemorazione di un fatto recente come la rivolta del ghetto di Varsavia risiede nel farlo diventare un mito. Noi giovani ebrei invece vogliamo individuare quei valori autonomi allinterno delle forze che hanno partecipato all insurrezione del ghetto, che possono essere utilizzate per arricchire la nostra cultura e la nostra azione. La nostra analisi non si pu arrestare alleroismo della resistenza armata, ma deve trovare i pi profondi valori che hanno dato la possibilit agli ultimi abitanti del ghetto di trasformarsi da oggetti passivi ad attivi personaggi della storia. Per noi giovani linsegnamento che ci proviene dal ghetto riguarda due tipi di resistenza: una passiva, culturale degli Hassidim, eroismo purtroppo inutile, dallaltro una resistenza armata, propria dei movimenti giovanili. Questa resistenza attiva ha fatto s che lo Stato dIsraele continuasse e raccogliesse leredit di quella rivolta593. Rimanendo nel quadro delle celebrazioni del ventennale della lotta, a Napoli veniva allestita una mostra fotografica, la prima allestita in Italia con rigore storico, curata dal Centro Giovanile ; il discorso ufficiale stato tenuto dal rabbino capo di Napoli, Isidoro Kahn, che ha sollevato a importanza universale linsurrezione di Varsavia, unendo le vittime ebree a quelle non ebree che caddero come gli insorti di
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C. A. Viterbo, La rivolta del ghetto di Varsavia, in La Voce, n. 3, aprile 1963. F. Pitigliani, Il monito che giunge dalla rivolta di Varsavia, in La Voce, n. 3, aprile 1963. 592 R. Di Segni, Il ghetto di Varsavia, in La Voce, n. 3, aprile 1963. 593 G. Colla, La lotta a Varsavia e i suoi insegnamenti, in La Voce, n. 3, aprile 1963. Gli Hassidim, o Chassidim, letteralmente pio, devoto, vengono cos chiamati i seguaci del movimento misticopietistico chassidico che conservano uno stile di vita, di abbigliamento, di pensiero, conforme a regole di strettissima osservanza unite ad una profonda devozione religiosa, ad un tenace attaccamento alla tradizione in ogni aspetto della vita. Cfr. E. Loewenthal, Gli ebrei, cit., p. 94, M. Buber, I racconti di chassidim, Milano, Garzanti, 1979, G. Scholem, Le grandi correnti della mistica ebraica, Torino, Einaudi, 1993,
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Varsavia combattendo contro lo stesso barbaro invasore, vendicando i sacri valori umani e inviolabili ideali di libert e giustizia594. Si sono riportati solo alcuni estratti dei numerosissimi articoli che nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta furono dedicati sistematicamente allinsurrezione del ghetto polacco dalle testate giornalistiche esaminate. A questo punto si deve porre un quesito semplice eppure fondamentale: perch Varsavia? Ovvero, perch questa ricorrenza cos presente nellimmaginario collettivo a differenza di altre rivolte avvenute in altri campi di sterminio come Treblinka, Byalistock, Sobibor e altri ancora?595 Atteggiamenti ugualmente eroici furono tenuti dai rivoltosi di questi lager, se era leroismo il solo motivo centrale che spingeva il mondo ebraico post-Shoah a mitizzare la rivolta di Varsavia; certo, le testimonianze storiche che sono giunte ad attestare minuziosamente le fasi di quella lotta, non trova corrispettivi simili nella storia delle altre resistenze. Si deve infatti ricordare che allinterno del ghetto della capitale polacca, lo storico di professione Emmanuel Ringelblum596, aveva creato unorganizzazione denominata Onegh Shabbathincaricata di archiviare sistematicamente tutti i documenti concernenti la vita del ghetto il cui contenuto, nelle esatte previsioni di Ringelblum, sarebbe stato preservato dai posteri e dai sopravvissuti. Laureato all Universit di Varsavia nel 1927, con una tesi sugli ebrei polacchi durante lepoca medievale, era entrato nel 1930 al servizio della Joint Distribution Committee (lorganizzazione ebraica americana di soccorso agli ebrei di tutto il mondo nata durante la prima guerra mondiale) fino allinternamento di tutta la popolazione ebraica della citt nel ghetto, avvenuta nel 1939. Nel 1946 e nel 1950 furono ritrovati due archivi che raggruppavano preziose testimonianze, rapporti, fogli della stampa clandestina ordinati da Ringelblum e dai suoi aiutanti597. Veri e propri archivi storici come quelli di Varsavia non si ritrovarono dopo la fine della guerra in altri ghetti, dunque lunicit della realt di quel ghetto pu in parte spiegare il perch di tanta attenzione riscontrata nel secondo dopoguerra; tuttavia la quantit documentaria reperita di scritti e documenti, se da una parte pu aiutare in una dettagliata
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Una mostra a testimonianza delleroismo degli insorti a Varsavia, in Israel, n. 37, 4 luglio 1963. Per la storia delle altre rivolte dei campi di eliminazione nazisti si rimanda a Y. Suhul, Ed essi si ribellarono. Storia della resistenza ebraica contro il nazismo, Milano, Mursia, 1979, A. Nirenstein, Ricorda cosa ti fece Amalek, cit., M. Marrus, La resistenza ebraica, in id., LOlocausto nella storia, Bologna, Il Mulino, 1994, pp. 189-218. 596 Autore del celebre libro Sepolti a Varsavia. Appunti dal ghetto, Milano, Il Saggiatore, 1962. 597 Si traggono queste notizie da A. Wieviorka, L era del testimone, cit., pp. 19-25.

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ricostruzione storica degli avvenimenti, non costituisce una spiegazione giustificativa di per s; torna dunque a ripetersi linterrogativo del perch Varsavia e quale lezione da essa si volesse trarre. Per cercare una risposta soddisfacente opportuno partire dallanalizzare le diverse componenti che formavano la dirigenza dei combattenti, chiamata Organizzazione Ebraica di Combattimento. Dei cinque dirigenti di tale Organizzazione leroe militare, il soldato-simbolo dellinsurrezione, il capo dellOrganizzazione stessa, Mordechai Anielewicz598, era il rappresentante dellHashomer Hatzair (Il Giovane Guardiano), un movimento giovanile pionieristico e marxista fondato a Vienna nel 1916, il pi radicale fra i movimenti della sinistra giovanile sionistica, che affondava le sue radici ideologiche rivoluzionarie e collettivistiche nella realt dei kibbutzim. Anielewicz si suicid l 8 maggio 1943 prima di cadere nelle mani dei nazisti; a lui i giovani militanti dellHashomer Hatzair, emigrati dalla Polonia negli anni Trenta e residenti in Palestina, chiamarono il loro kibbutz nel Negev, Yad Mordechai, in onore del comandante della rivolta. Altri due dirigenti appartenevano al sionismo, Icchak Cukiermann, del movimento pionieristico He-Halutz (il Pioniere) e Hersz Berlinski del Poale Sion (Operai di Sion), mentre Michal Rojzenfeld apparteneva al Partito Comunista polacco e Marek Edelman al Bund, partito socialista ebraico fondato a Vilna nel 1897, caratterizzato dal suo acceso marxismo e dal suo altrettanto forte antisionismo599. Su cinque dirigenti dunque tre appartenevano al sionismo e la lettura che verr data alla rivolta del ghetto di Varsavia tanto in Israele quanto nella Diaspora fu proprio quella di lotta sionista. Oltre alla gi significativa iniziativa citata del kibbutz che intest fin dal 1943 il proprio nome alla memoria di Anielewicz e alla statua di bronzo che lo rappresentava in divisa da soldato, con il petto muscoloso e gli occhi che guardano verso l alto; la mano destra stringe una granata, il braccio teso a lanciarla, Mordechai Anielewicz la personificazione del coraggio600, si registrava, sempre in Israele, alla fine degli anni Cinquanta unaltra operazione commemorativa presa da un movimento meno radicale dellHashomer
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He led the Warsaw ghetto uprising until May 8, 1943, when he fell, together with scorse of comrades in arms, in the command bunker at 18 Mila Street, thus realizing his ideal to die as fighting Jew in armed combat against the Nazis, in Encyclopaedia Judiaca, vol. 3, Jerusalem, 1971. 599 Cfr. Encyclopaedia Judaica, vol. 4, Jerusalem, 1971, J. Frankel, Gli ebrei russi, cit., pp. 268-393, W. Goldkorn, Mamma Bund, in R. Assuntino, W. Goldkorn (a cura di), Il guardiano. Marek Edelman racconta, Palermo, Sellerio, 1998, pp. 9-38. 600 T, Segev, Il settimo milione, cit., p. 409.

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Hatzair, lHakibbutz Hameuhad che fond nel 1949 il kibbutz Lohamei Haghetaot (I Combattenti del Ghetto)601 in memoria dei rivoltosi di Varsavia e del poeta spettatore di quei giorni e di quegli orrori, Itzhak Katzenelson, autore della celebre raccolta di liriche dal significativo titolo Il canto del popolo ebreo massacrato602. Nel 1959 il kibbutz dava alle stampe un librettino che, come si leggeva in una recensione, costituisce il primo di una serie di volumi che testimonieranno lo sterminio degli ebrei europei e la resistenza da essi opposta ai piani distruttori dei nazifascisti. Ampio spazio allinterno dell opera viene dato agli appelli lanciati dal comandante del ghetto di Varsavia, Mordechai Anielewicz che fanno tanto pi impressione se si ricorda la data in cui furono formulati. Appelli eroici, coraggiosi, impavidi603. Fra i due kibbutz, come nota lo storico israeliano Segev non mancarono attriti e allinizio degli anni Cinquanta sia Yad Mordechai sia Lohamei Haghetaot agitarono la bandiera del ghetto di Varsavia come se ne fossero gli unici eredi604; ed proprio questa eredit veracemente sionista che conferiva alla lotta di Varsavia una specificit politica sua propria che nelle altre rivolte si presentava in maniera molto pi tenue e annacquata, sicuramente meno militante. La lotta di Varsavia conteneva dunque in s: una struttura verticistica politicizzata, dirigenti nella maggioranza appartenenti a movimenti sionistici che costituiranno allindomani della nascita di Israele unimportante forza politica anche se non governativa, infine, una lotta armata mossa da ideali non di vittoria militare ma di combattentistico eroismo ebraico; come ha scritto Vidal Naquet pochi periodi della storia contemporanea hanno visto puntati su di s tanti proiettori605; un episodio che racchiudeva al suo interno la rivendicazione di uno Stato ebraico (sionismo), linsurrezione armata (esercito), organizzazione avanguardistica (dirigenza politica), eroismo (lebreo-nuovo), non poteva che diventare per Israele un punto di riferimento imprescindibile da cui partire per la propria autorappresentazione nazionale e per la Diaspora stessa che vi vedeva il riscatto in armi delle sei milioni di vittime passivamente sterminate. Nessun altra
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Cfr. Encyclopaedia Judaica, vol. 11, Jerusalem, 1971. Il kibbutz si dot nel 1950 di un Archivio storico della Resistenza ebraica, Cfr. Ghetto Fighters House: The house serves as a memorial and research and documentation center on the Holocaust period, and on Jewish resistance under Nazi rule in Europe. It contains an important historical archives on the Holocaust and particularly on organized resistance. 602 I. Katzenelson, Il canto del popolo ebreo massacrato, Torino, Amici di Lohamei Haghettaoth, 1966. 603 Extermination and Resistance, in Amicizia ebraico-cristiana, n. 1, dicembre 1959. 604 T. Segev, Il settimo milione, cit., p. 408. 605 Vidal Naquet, Introduzione, in Il ghetto di Varsavia, cit., p. 34.

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rivolta mostrer di possedere cos tanti aspetti politici ed emotivi uniti insieme, e infatti a nessunaltra resistenza verr dedicato il vero e proprio culto di memoria che al contrario conoscer il ghetto di Varsavia, Anielewicz e gli altri suoi leader che avranno un ruolo centrale nellepos nazionale del giovane Stato ebraico e che, come suggerisce Elie Wiesel rovesceranno, con la propria lotta, i termini della questione e cio che il problema non sta tanto nel perch tutti gli ebrei non combatterono, ma nel come cos tanti di loro si ribellarono: tormentati, prostrati, affamati, disperati, dove poterono trovare la forza spirituale e fisica per resistere?606.

IV. Israele e Diaspora: il difficile dialogo Grandi avvenimenti stanno maturando in queste settimane e non lontano il giorno in cui saremo chiamati a compiti di grande responsabilit. Siamo veramente preparati ad affrontare i nuovi sviluppi della situazione? Anche i sionisti dItalia possono e devono portare il loro contributo, limitato, ma non meno prezioso di quello degli altri, perch tutti sono chiamati allopera di ricostruzione e di rinascita di Eretz Israel. Ridestiamo le volont assopite. La colpa non solo di chi dorme, ma soprattutto di chi, non ridesta i dormienti607. Lo scritto di Augusto Segre, datato prima della costituzione ufficiale dello Stato dIsraele, era rivolto a svegliare i dormienti che non si accorgevano che una nuova alba stava sorgendo e a sollecitare nei sionisti il compito e il dovere di operare un risveglio generalizzato delle coscienze in quanto avanguardia ebraica militante e attiva. Dopo il 1948, gli scritti riguarderanno pi specificatamente la costruzione materiale che quotidianamente Israele stava realizzando, lasciando cadere in secondo piano, almeno nei primissimi anni post-48, quegli aspetti di lavoro pi culturale e intellettuale indicati da Segre. Infatti: lo Stato dIsraele viene fabbricato giorno per giorno alla lettera; s, caro amico, nella nostra vita si accendono costantemente delle fiammelle animate da vera gioia. La nuova colonizzazione non rappresenta soltanto una realizzazione alla quale non si sarebbe neppure osato sperare due o tre anni fa, e non rappresenta soltanto la possibilit, per migliaia di nuovi immigrati di stabilirsi sulla nostra terra; questa colonizzazione riveste un altro profondo significato: essa rafforza in
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Citato in Y. Suhl, Ed essi si ribellarono, cit., p. 97. A. Segre, Non perdiamo tempo, in Israel, n. 11, 27 novembre 1947. Presente anche nella stessa autobiografia di Augusto Segre, Memorie di vita ebraica, cit., p. 381.

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pari grado la sicurezza del paese ed aumenta le possibilit difensive del nostro Stato. Non sono soltanto i soldati con le loro armi a difendere il paese ma nella guerra contro gli aggressori i chaluzim con i loro strumenti di lavoro svolgono un compito ugualmente decisivo608. Articoli di tal genere apparivano piuttosto frequentemente nelle pagine dei quotidiani ebraici italiani, che avevano per contenuto lesposizione dei risultati che giorno dopo giorno si raggiungevano in Israele grazie agli sforzi e allimpegno di tutta la popolazione, mentre per messaggio ideologico presentare allebreo della Galuth609 lebreo nuovo che nasceva e cresceva insieme allo Stato; una contrapposizione fra due tipologie ebraiche che stata messa bene in luce da Bidussa il quale interpreta lebreo nuovo non come colui che mostra allebreo diasporico la via da percorrere, attraverso un lento processo di autoriforma segnato da una diversa lettura e ridefinizione delle proprie caratteristiche storicamente consolidate, bens come colui che coscientemente vi si contrappone, vivendosi non come rigenerazione ma come rifondazione. Ristabilendosi nella terra e vivendo della terra non solo in nuovo ebreo rifiuta lebreo diasporico, ma vi si contrappone, scegliendo segni, storia, cultura, modi di vita che con quello non hanno -e comunque non vogliono avere- alcun tratto comune 610. Leggendo i numerosi articoli apparsi sulle testate riguardanti questo tipo di dialogo, certamente conflittuale e assai problematico, si ha limpressione che le due realt ebraiche siano veramente due mondi contrapposti, ognuno portatori di valori e ideali originati non solo da una differente storia ma anche da un diverso intento antropologico. E la debolezza intorno allidentit dellessere ebreo della Diaspora che colpisce maggiormente e come notava sconsolatamente Viterbo il referendum lanciato da Israel sul tema fondamentale del perch sono rimasto ebreo, non ha trovato nessuna risposta se non da parte degli ambienti sionistici e anche da questi, il pi delle volte, la risposta che giunta era che si rimasti ebrei perch lo si era gi, perch ebrei si nasce e si muore. Chi ci ha scritto sembra che nessuno abbia ricevuto dalle persecuzioni la frustata rovente che avrebbe dovuto ricondurre alla fonte delle tradizioni pi genuinamente
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R. Rubinstein, Lettera a un amico della Diaspora, in Karnenu, n. 1, giugno 1950. Una chiara esposizione delle diverse posizioni assunte allinterno del mondo ebraico contemporaneo riguardo al concetto di esilio e di Diaspora bene espresso alla voce Exile dellEncyclopaedia Judaica, vol. 11, Jerusalem, 1971. 610 D. Bidussa, Il sionismo, cit., p. 56. Unattenta analisi sul rapporto Diaspora-Israele quella di A. Luzzatto, Chi lebreo? Identificazione ebraica fra Israel e la Diaspora, in D. Bidussa (a cura di), Ebrei moderni, cit., pp. 33-46.

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ebraiche coloro che pi o meno se ne erano allontanati. Cos ci sembra non sia stato611. Dallarticolo scritto dal direttore del settimanale romano si desume che lidentit ebraica diasporica era emersa dalle persecuzioni e dallo sterminio non tanto rafforzata e per cos dire ritrovata, quanto piuttosto prostrata e ripiegata su se stessa, che non presentava troppo interesse a riformularsi e ripensarsi sulla base della tragica esperienza della Shoah612; unidentit piuttosto incerta dunque quella dellebraismo italiano -eccezion fatta per quella cerchia di persone che gi prima della guerra avevano condotto battaglie culturali contro un diffuso atteggiamento di disaffezione e disinteresse verso le cose ebraiche che, dopo il 1945, sembrava orientarsi verso un modello assimilatorio piuttosto che mostrarsi aperta ad accogliere in s quelle convinzioni pi radicalmente sioniste che indicavano nella Shoah lultima delle molteplici tragedie causate proprio dallassimilazione. Scriveva Lattes che il termine assimilazione ha un significato ben preciso ed un fenomeno ben determinato della storia ebraica succeduta allemancipazione. Dreyfus fu per Herzl il simbolo dellebreo assimilato, dellebreo nella societ moderna che alla fine per viene rigettato e espulso da quella stessa societ in cui si era voluto accanitamente immergere. Per Herzl come per noi assimilazione significa scomparsa, assorbimento, fine, come di fatti essa decretando lallontanamento definitivo dellebreo dalla sua cultura, dalla sua religione, dal suo passato, presente e avvenire613. Se vero che fu laffaire Dreyfus a convincere definitivamente Herzl del fatto che lassimilazione, nonostante le premesse da cui partiva di completa parit giuridica, economica e sociale fra ebrei e gentili, si risolveva de facto in un totale fallimento, questo tipo di constatazione chiamava in causa un altro ordine di problemi su cui si focalizzeranno, nel secondo dopoguerra, i dibattiti e le riflessioni di gran parte dellebraismo europeo. Infatti, se lassimilazione era stata assunta a modello di vita dalla maggioranza dellebraismo diasporico occidentale, in seguito agli avvenimenti occorsi durante la seconda guerra mondiale, ci che risult sconfitto non fu soltanto un modello culturale e sociale in cui si era creduto, quanto la
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C. A. Viterbo, Intorno al referendum: i risultati, in Israel, n. 11, 29 agosto 1946. Questo giudizio, ben inteso, si riferisce agli anni immediatamente successivi al termine del secondo conflitto bellico il referendum di Israel fu infatti lanciato nel 1946- quando la persecuzione subita e appena conclusasi, venne vissuta come una sorta di vergogna da nascondere o da obliare. Diverso sar il discorso per quanto riguarda il decennio degli anni Sessanta allorch la memoria della Shoah inizi a trovare uno spazio adeguato in cui manifestarsi. 613 D. Lattes, Si fa ancora lelogio dellassimilazione, in RMI, n. 6, giugno 1954.
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stessa realt storica in cui si era prodotto quel modello; detto brevemente, fu la Diaspora stessa a venir messa in discussione, soprattutto dopo il 15 maggio del 1948. Si visto precedentemente come le previsioni dei padri fondatori del pensiero sionistico avessero predetto la totale scomparsa dellesilio in vista del formarsi di uno stato ebraico che avrebbe accolto allinterno dei propri confini tutta la popolazione ebraica mondiale; ora, dal momento che questo fenomeno di immigrazione di massa non avvenne, la Diaspora si trovava a dover legittimare la propria esistenza di centro di vita ebraico altro rispetto allo Stato dIsraele; tale legittimazione poggiava sia sulla rivendicazione storica di secoli di dispersione che avevano comunque visto fiorire correnti culturali, mistiche e spirituali di rilevanza centrale per la storia dellebraismo, sia sulla libera decisione di individui altrettanto liberi che sceglievano spontaneamente di vivere nel cosiddetto esilio. Intervenendo sulle pagine della Rassegna Mensile di Israel, Saul Levenberg, delegato dellOrganizzazione Sionistica Mondiale, si chiedeva e rispondeva qual il dovere delle Comunit della Diaspora? Esse hanno due grandi compiti vitali; il primo di mantenere salde e forti le proprie comunit; il secondo di sostenere la costruzione dello Stato dIsraele. I due compiti sono complementari: se le comunit ebraiche sono deboli esse non possono aiutare lo Stato, e se non aiutano a costruire lo Stato, esse non adempiono al loro pi elementare dovere614. Sebbene in tale articolo il delegato sionista interpretava il ruolo delle comunit diasporiche funzionale al mantenimento di Israele, rilevando che nessun altro tipo di aiuto poteva giungere dalla Diaspora se non quello specificatamente materiale, pur vero che questa versione appare abbastanza riduttiva e non storicamente corretta se si pensa che i due maggiori centri dellebraismo mondiale -numericamente prima di tutto erano e sono gli Stati Uniti dAmerica e la Francia che non svolgevano certo lunica funzione di meri banchieri dello stato ebraico. Se esula da tale studio lanalisi della situazione statunitense e francese, per quanto riguarda lambiente italiano si pu a ragione constatare la medesima non riducibilit a semplice ruolo di sostegno economico; come infatti osserva Mario Toscano riguardo alla situazione dellebraismo italiano nel periodo post-bellico, conclusosi con la guerra dei Sei Giorni, essa si caratterizza come un periodo nellinsieme laborioso e pacato, incentrato nel risolvere i problemi della cultura, delleducazione e dell istruzione ebraica, la cui tutela garantiva la sopravvivenza del nucleo ebraico della penisola contro
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S. Levenberg, Israele e la Diaspora, in RMI, n. 9, settembre 1952.

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tutte le suggestioni che ne indebolivano lidentit615. Preservare la propria identit culturale, nata e sviluppatasi nella Diaspora, e definirsi al contempo sionisti, rappresentavano dunque due momenti egualmente centrali di ununica ricerca identitaria, momenti che non saranno sempre pacifici e in accordo fra loro. Laura Fano Jacchia, collaboratrice di Israel, aiuta a meglio focalizzare questo stato danimo a tratti problematico chiedendosi che cosa vuol dire restare sionisti nella Diaspora? Cinquanta, settantanni fa voleva dire essere come dei cospiratori per lunit dItalia nei primi decenni dellOttocento, voleva dire ladesione a unidea millenaria, lavorare senza tregua, rinunciare ad una brillante carriera e ad ogni ambizione personale, mettere intelligenza e denaro al servizio della causa; voleva dire credere nel sogno di un Uomo (Herzl) che apparve come utopista, un pazzo, un visionario. Lutopia divenuta realt e il Visionario oggi considerato lultimo dei Profeti. Attraverso un martirio e una strage senza precedenti nei secoli, ha reso possibile lavveramento di un sogno. Nel 1959-1960 si cominciato a discutere sui giornali italiani tra i pochi vecchi e valorosi sionisti rimasti qua, che cosa significhi essere sionisti oggi nella Diaspora, se il sionismo sia solamente unetichetta, se la giovent capisca cosa sia la causa sionistica, ect ect ect Io dico che i molti che erano religiosamente lontani e semi-assimilati, sono arrivati proprio attraverso il sionismo a capire lEbraismo e parecchi di questi sono oggi ottimi cittadini israeliani o italiani. Secondo me sentirsi sionisti vuole dire, allora come oggi, sentire di appartenere al popolo ebraico, prima che a qualunque altro popolo cui pure ci leghino vincoli indissolubili e al cui bene e alla cui libert abbiamo contribuito col pensiero, con lazione e col sangue. La coscienza di appartenere al popolo ebraico non pu essere cancellata e anzi tale coscienza andrebbe rafforzata nella Diaspora; si potrebbe oggi chiamarla coscienza di appartenere alla Nazione Ebraica. Per il resto, per me tutto cambiato. Ad esempio nei primi anni del dopoguerra, nel 45-46-47, il compito urgente dei sionisti fu quello di organizzare limmigrazione clandestina dei profughi e dei superstiti dei campi della morte mentre lInghilterra limitava lingresso in Eretz Israel. E oggi, quali compiti attendono i sionisti? A mio avviso il pi importante quello di vincere il dualismo che in questi ultimi due anni si andato creando fra
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M. Toscano, Tra identit culturale e partecipazione politica: aspetti e momenti di vita ebraica (19561976), in Annuari di studi storici. Studi sullebraismo in memoria di Sergio Piperno Beer, 1985-1987, Roma, Carucci 1988.

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Israeliani e Ebrei, facendo comprendere soprattutto ai giovani che laliah lunica via percorribile se si vuole dirsi sionisti a tutti gli effetti616. Una simile riflessione riassumeva la fondamentale problematica riguardo allinterrogativo di come potersi a diritto sentirsi ebrei e sionisti pur vivendo in una realt che disconosceva lassunto primario della logica sionistica -ossia la scomparsa della Diaspora tramite unaliah generalizzata. Se un autorevole pensatore contemporaneo come Abraham Yehoshua ha ritenuto opportuno scrivere recentemente un libro617 dedicato allo stesso problema sollevato dallarticolo sopra riportato, si comprende forse meglio che la questione non interessa unicamente la sfera di una corretta definizione terminologica fra ebrei, sionisti e israeliani, ma che questo conflitto didentit non andato risolvendosi nel tempo. Un intervento firmato da Ben Gavriel, attivista nel Fondo nazionale Ebraico, apparso sul bimestrale Karnenu, mostrava chiaramente una certa forma mentis dellebreo israeliano e sionista, in cui si affermava che uno dei maggiori scopi che lo Stato di Israele si posto nel momento stesso della sua creazione, uno scopo che costituisce addirittura la ragione della sua esistenza, la creazione di un ebreo diverso da quello che si formato nella Diaspora, un ebreo pioniere che ha dato un volto e una fisionomia nuova, come non la si era mai conosciuta nella storia 618. Un nuovo modello antropologico dunque si profilava con il nascere dello Stato dIsraele, lisraeliano medio che si caratterizzava nelle parole di un militante sionista come un individuo giovane, coniugato, padre di famiglia, prestante nelle pi svariate attivit manuali perch di solito ha trascorso un anno in kibbutz; aderisce a un partito politico, ignora il pericolo, operoso e non conosce lozio. Egli il rappresentante di una nuova concezione dellesistenza umana, che consiste nel vivere in funzione dellavvenire 619. A questo proposito viene in mente ci che scrive Bidussa quando afferma che il sionista non solo un individuo che decide di torcere la storia, pure chi, conseguentemente, si mette nella condizione obbligata di riconsiderare anche il luogo entro cui produrla. Per questo non sufficiente prendere la decisione per la Palestina, ma occorre, una volta l,
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L. Fano Jacchia, Ebrei, israeliani, sionisti, in Israel, n. 2, 5 ottobre 1961. A. Yehoshua, Ebreo, israeliano, sionista: concetti da precisare, E/O, Roma, 2001.Per quanto le tesi del volume appaiono alquanto discutibili, consigliabile una sua lettura perch paradigmatico di come tuttoggi un certo stereotipo di pensare lebreo diasporico permanga in alcuni settori della societ israeliana. 618 B. Gavriel, Un individuo nuovo viene creato in Israele, in Karnenu, n. 4, maggio 1951. 619 Ritratto verosimile dellisraeliano medio, in Karnenu, n. 4, luglio 1954.

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collocarsi e attivarsi laddove non si mai prodotta storia. Il biglietto di ingresso nella storia non dato da un attivismo organizzativo -come riteneva Herzl- bens dallo sforzo prometeico per riuscire a marcare lo scarto con la civilt da cui si proviene620. Se da una parte lo scarto detto da Bidussa risultava essere uno degli elementi costituivi su cui lidentit del nuovo ebreo si fondava, dallaltra parte si registrava nellebreo del Galuth un certo imbarazzo nel vivere la propria condizione, che tuttavia continuava ad esistere in quanto realt effettiva e storicamente determinata; Shaul Bassi affermava che la Diaspora esiste e questo una assioma che non si pu discutere; che la Diaspora dovr sopravvivere e continuare ad esistere opinione generale e non pi messa in discussione, dato che lo Stato dIsraele non potr accogliere tutti i milioni di ebrei sparsi nel mondo. Ma Israele irradia la sua luce nel mondo con la sua forza morale e col suo esempio, fulcro della vita spirituale del popolo ebraico intero. Questa sar la missione centrale di Israele: essere il centro e la ragione di vita della Diaspora. Daltra parte la Diaspora potr vivere solo in funzione di Israele da cui ricever vita, insegnamento, guida morale621. Un esistenza vissuta di luce riflessa, questo il messaggio nemmeno troppo implicito contenuto nellarticolo di Bassi a cui si contrapponeva Giorgio Calabresi che intervenendo sulla Rassegna Mensile di Israel affermava: io non dico che dallebraismo italiano possa oggi sorgere, quasi per prodigio, una fiaccola nuova e rigeneratrice didealit, dico per che in seno a questo sparuto gruppo pu ancora germogliare una vita spirituale propria e indipendente da Israele. Quando al Convegno sionistico di Milano di qualche giorno fa, il rappresentante del movimento He-Halutz, Bernardo Klein si appellava a tutti i presenti di non permettere che il movimento morisse in Italia, mi sembrava pi una vittima che un apostolo di quella certa mentalit che oggi chiama a concentrare ogni ideale e speranza per lebraismo sulla terra e sullo Stato dIsraele. Mi sembra assurda questa pretesa di voler accanitamente perseguire e conquistare lunit ebraica su presupposti cos esclusivisti e partigiani. Quello che necessita ricercare una comune piattaforma ideale che tutti gli ebrei, sia della Golah che dellYishuv, organizzi e porti al mantenimento di ambedue le realt622. Varie e diverse le posizioni prese intorno a tale problema da parte dellambiente ebraico; cera
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D. Bidussa, Il sionismo, cit., p. 48. S. Bassi, Sulla Diaspora, in RMI, n. 8-9, agosto-settembre 1959. 622 G. Calabresi, Unit: fata Morgana?, in RMI, n. 8, agosto 1955. Il corsivo presente nel testo.

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chi arrivava a vedere nella Federazione Giovanile Ebraica Italiana un luogo in cui la giovent si riunisce e si diverte ma in cui non vengono insegnati i doveri principali e urgenti a cui invece il giovane ebreo di oggi deve essere sensibilizzato e cio che la sua unica via quella porta a Israele. Lattivit dei Centri Giovanili non pu definirsi completa perch non sviluppa sufficientemente il vero e autentico spirito sionistico che trova la sua origine nell aliah623. Di avviso diametralmente opposto Lydia Bedarida che notava come sia diffusa la convinzione che lEbraismo della Golah in crisi e che difficilmente sopravvivr per lungo tempo. Io penso che sarebbe pi appropriato dire che la vita ebraica di oggi presenta per gli ebrei lontani da Israele una serie di interrogativi a cui non si sa dare una soddisfacente risposta. E con un senso di disagio che noi viviamo lontani dalla nostra terra ma non per questo mi trovo a concordare con coloro che auspicano la fine della Golah perch lideale a cui ogni ebreo che vuole mantenersi tale ora quello di andare in Israele, lavorare e a costruire. Chi non sente ci destinato allassimilazione: gli ebrei della Golah scompariranno. Ma tutto questo completamente vero? E pronto realmente Israele ad accogliere tutto il suo popolo? Inoltre, senza quegli ebrei vissuti per due millenni nella dispersione, oggi Israele non sarebbe realt. Secondo me, ovunque batta un cuore ebraico, anche l Israele, unico e unito, poich questa la sua forza e il suo avvenire 624. Non sembrano cambiare i termini della questione durante gli anni Sessanta, come testimonia uno dei tanti articoli apparsi anche in questo decennio firmato da Reuven Ravenna, che dedicava ai due leader del sionismo italiano, Lattes e Pacifici, le proprie riflessioni sulla Golah italiana partendo dalle leggi razziali le quali rappresentarono per ognuno un dramma psicologico, dopo quasi un secolo di totale libert; per molti ebrei, il cui ebraismo era ridotto ai minimi termini, il razzismo costitu il richiamo ad una condizione dimenticata; le defezioni, estremo atto dellassimilazione, furono molte. Ma dopo la soluzione finale che colp anche lebraismo italiano, i sopravvissuti ricominciarono a vivere liberamente con lanima sconvolta nel profondo e apparve allora che gli anni bui e tremendi avessero lasciato una traccia incancellabile e un fermento di ritrovata ebraicit a prezzo delle persecuzioni e dei patimenti passati. Gli anni fra la liberazione e la creazione dello Stato dIsraele furono anni di entusiasmo, di fervida ricostruzione, di
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N. Fo, Il vero problema dei giovani consiste nellaliah, in Bcim, n. 5, gennaio-febbraio 1953. L. Bedarida, Ebraismo nella dispersione: punti interrogativi, in Bcim, n. 1, settembre 1953.

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volont di riconquista spirituale. In questo periodo per molti, come mai in passato, la soluzione ai problemi esistenziali fu una e una sola: basta con la Diaspora, sinonimo di persecuzione e di insicurezze, ricreiamoci un nuovo mondo in Eretz Israel dove riforgeremo una cultura ebraica, dove lebreo si sentir artefice del proprio avvenire. Furono quelli gli anni aurei dellaliah halutzistica, gli anni in cui la via aperta da Enzo Sereni aveva luminosamente aperto negli anni Venti. Ma normalizzandosi la vita italiana, gli ebrei dItalia tornarono alla scialba, grigia esistenza dellanteguerra; nel complesso lebreo italiano di oggi, per quanto riguarda la propria ebraicit vissuta, non migliore n peggiore di quella sentita da suo padre o da suo nonno un quarantennio addietro. Abbiamo s assistito ad una profonda modifica della struttura sociale e della distribuzione geografica del nucleo ebraico, frutto della persecuzione, ma la pericolosit che la societ diasporica offre al giovane ebreo non si svigorita e i suoi richiami sembrano allettarlo pi di qualsiasi altra cosa. Pur rimanendo ebrei della Golah, dobbiamo tenere fede e viva la nostra autentica anima ebraica, non disconoscerla ma alimentarla ogni giorno pur scegliendo di vivere nella dispersione625. I giovani redattori di Ha-Tikw realizzarono nel 1965 unintervista al direttore di Israel, Viterbo, interrogandolo proprio sulla posizione che lebraismo italiano, metonimia dellebraismo della Diaspora, doveva assumere nei confronti del principio sionistico che prevedeva laliah quale prioritaria missione e scelta di ogni ebreo che si sentisse tale; Viterbo confessava che innanzitutto lebraismo italiano va visto nel quadro dellebraismo della Diaspora; un ebraismo perci costretto a difendersi dallassimilazione. Le prospettive di trentacinque anni fa erano migliori e peggiori al contempo. Peggiori perch non esisteva uno Stato ebraico nel quale oggi riponiamo le nostre speranze di sopravvivenza nel mondo. Allora si viveva di sogni e di speranze e noi sionisti venivamo considerati dei visionari. Sembravano migliori perch pi diffusi erano gli studi ebraici e talmudici. Il mio percorso biografico vede a diciannove anni grazie alla guida di Alfonso Pacifici, studiai con lui e con il maestro Margulies, incontrando delle difficolt in famiglia che era molto assimilata. Dopo la guerra, nel 1944, assunsi la direzione di Israel che ancora mantengo e che ritengo essere uno degli strumenti con cui combattere lassimilazione; personalmente non ho fatto laliah perch, oltre a difficolt familiari,
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R. Ravenna, Osservazioni su alcuni aspetti dellassimilazione contemporanea in Italia, in RMI, n. 7, luglio 1965.

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svolgo un lavoro che ritengo la mia aliah626. Se pure un fervente e militante sionista come Viterbo sceglieva -insieme a tanti suoi compagni di vivere nella Diaspora piuttosto che in Israele, appare maggiormente comprensibile del perch gran parte degli ebrei italiani, che sicuramente risultavano essere caratterizzati, nella loro maggioranza, da un sionismo pi tiepido rispetto a quello del direttore di Israel, decidesse di rimanere in Italia nonostante le persecuzioni subite627. La sopravvivenza della Diaspora dopo la nascita dIsraele testimoniava che era comunque possibile rimanere fedeli al sionismo e allo stato ebraico pur non diventando cittadini israeliani e questa fedelt si pales in tutta la sua portata allindomani della Guerra dei Sei Giorni, quando, per la prima volta dopo il 48, si temette per lesistenza stessa dello stato ebraico; il sostegno morale, psicologico e economico che lebraismo diasporico dispieg in quella occasione, fu la dimostrazione che la Diaspora era una realt ineliminabile e necessaria per Israele e fu proprio a partire dal 1967 che alcune prese di posizione sioniste pi ortodosse si smorzarono in favore di un riconoscimento storico e legittimo del Galuth. Se quellanno rappresent un momento in cui alcune delle fratture createsi precedentemente fra i due mondi vennero sanate, al contempo ne apr altre, di natura pi politica che culturale: lebraismo diasporico -soprattutto europeo- vide condurre unaperta campagna antisionista e filoaraba da parte di alcune forze politiche della sinistra che, fino a quel momento, erano state considerate patner storici a cui fare appello in quei frangenti in cui la tutela dei diritti della minoranza israelitica era stata messa seriamente in discussione628. Fra ebrei e sinistra politica, la vera frattura, il punto di crisi e di divisione pi profondo fu toccato con la guerra dei Sei Giorni; avvenne in quelle settimane un processo di polarizzazioni radicale; in Italia, il Partito Comunista assunse le posizioni antisioniste decretate da Mosca, scatenando una
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Intervista a Carlo Alberto Viterbo, in Ha-Tikw. Soltanto nei primissimi anni post-liberazione si verificarono consistenti alioth dalla penisola, in parte motivate dalla recente ferita inferta dalla Shoah; tuttavia questo fenomeno fu affatto temporaneo, destinato ad esaurirsi nel giro di pochi anni, Cfr. S. Della Pergola- A. Tagliacozzo, Gli italiani in Israele: risultati di unindagine socio-demografica, Roma: La Rassegna Mensile di Israel, Milano: Federazione Sionista Italiana, 1978. 628 Cfr. J. Cingoli (a cura di), Sinistra e questione ebraica. Marxismo, diaspora, sionismo. Confronto con le ragioni di Israele, Roma, Editori Riuniti, 1989, A. Lon, Il marxismo e la questione ebraica, Roma, Samon e Savelli, 1968, M. Massara, Il marxismo e la questione ebraica, Milano, Teti, L. Ascoli, Sinistra e questione ebraica, Firenze, La Nuova Italia, Firenze, 1970, F. Roberto, Unanomalia nazionale: la questione ebraica, in AA. VV., Storia del marxismo, vol. III, Torino, Einaudi, 1981, pp. 895-936, U. Caffaz, Le nazionalit ebraiche, Firenze, Vallecchi, 1974, G. Fubini, Socialismo e Ebraismo, in RMI, n. 12, dicembre 1968.

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violenta campagna giornalistica su LUnit629 che provoc in molti ebrei di sinistra una crisi di coscienza e di appartenenza a tratti anche drammatica. Infatti, dalla Liberazione fino al 1967, come nota a ragione Toscano, la continuit degli ideali della Resistenza favoriva una convergenza tra gli obiettivi delle forze di progresso, la tutela dei diritti della minoranza israelitica, la lotta allantisemitismo, e sembrava comporre un quadro generale di riferimento in cui era possibile inserire senza traumi lesperimento politico e sociale avviato con la continuazione dello Stato dIsraele dagli scampati ai campi di sterminio630. Questa continuit veniva messa duramente alla prova l dove si profilava unimmagine di Israele altra rispetto a quella codificata ed entrata a far parte nellimmaginario collettivo di rifugio degli ebrei perseguitati e sopravissuti alla Shoah, ipostatizzando lebreo in una raffigurazione metastorica di vittima passiva e perseguitata, di oggetto pi che di soggetto storico. La crisi che si consum in quei mesi allinterno della sinistra e di parte del mondo ebraico, soprattutto giovanile, verr affrontata nelle pagine dedicate alla Federazione Giovanile Ebraica Italiana poich fu proprio allinterno di tale organismo che si verific una profonda frattura fra coloro che si mantennero filoisraeliani e coloro che seguirono la strada indicata dal Partito Comunista italiano; fu in questo settore del mondo ebraico italiano in cui si registrarono i dibattiti pi violenti e le crisi identitarie pi forti, per cui si preferito trattare separatamente questultimo argomento in un paragrafo specifico. Ma anche al di fuori del mondo giovanile, la fine di quel sodalizio fu fortemente avvertito, soprattutto fra chi, ebreo e militante nelle file del Pci, si trov di fronte a una scelta lacerante in un momento in cui si richiedeva uno schieramento per una delle due parti631; molti ebrei, fedeli alla propria appartenenza politica, rinunciarono al proprio ebraismo, assumendo posizioni filonasseriane fu questo il caso di Umberto Terracini, Guido Valabrega632,
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Uno studio approfondito e specifico sullorgano di stampa del Partito comunista italiano di fronte alle vicende mediorientali stato condotto da L. Tas, Cartina rossa del Medio Oriente: la storia dello Stato dIsraele raccontata dallUnit, Roma, Edizioni della Voce, 1971. 630 M. Toscano, Tra identit culturale e partecipazione politica: aspetti e momenti di vita ebraica (19561976), in Annuario di studi storici. Studi sullebraismo in memoria di Sergio Piperno Beer, 1985-1987, Roma, Carucci, 1988, pp. 293-326. 631 Di quel periodo scrive Lon Poliakov parafrasando Raymond Aron che nessuno si rassgenva al ruolo di puro spettatore, tutti parevano ubbidire ai proprio demoni, tutti sentivano lesigenza di prendere posizioni su ogni aspetto riguardasse Israele, in Dallanitsionismo allantisemitismo, Firenze, La Nuova Italia, 1971, p. 79. 632 Le posizioni antisioniste di Guido Valabrega non andarono smorzandosi nel tempo come testimoniano i due libri da lui scritti tra la fine degli anni Settanta e linizio degli Ottanta, cfr., G. Valabrega, Il Medio Oriente dal primo dopoguerra a oggi, Firenze, Sansoni, 1977, id., Medio Oriente

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Emilio Sereni- e chi al contrario oper una scelta di segno opposto, abbracciando la causa di Israele e il suo diritto a esistere questo fu il caso di Fausto Coen, direttore di Paese sera che si dimise nel 1967, di Alberto Nirenstein e di Luciano Ascoli che pur non rinnegando la propria militanza nel Pci, non fecero mistero delle posizioni filoisraeliane assunte. Allindomani del conflitto, una frattura era stata creata e solo in parte rimarginata con il mutare del quadro politico internazionale, sebbene lantisemitismo dei poveri633 come argutamente ha definito Guido Fubini lantisionsimo- sia una eredit con cui la sinistra ha dovuto relazionarsi per un lungo periodo di tempo634. Con la seguente citazione si chiude questa breve analisi sullintricato rapporto fra i due mondi ebraici sopra descritti Israele e Diaspora- con la consapevolezza di aver omesso gran parte degli articoli reperiti durante lo spoglio dei giornali e a cui si rimanda in nota635; scrive Luca Fiorentino, direttore di Ha-Tikw dal 1972 al 1973, che le scelte
(aspetti e problemi), Milano, Marzorati, 1980. 633 G. Fubini, Lantisemitismo dei poveri, Firenze, Giuntina, 1984. Il titolo del libro si rchiama alla celebre espressione pronunciata dal marxista tedesco August Bebel che dichiar lantisemitismo il socialismo degli imbecilli, citato in L. Poliakov, Dallantisemitismo, cit., p. 82. 634 Un interessante, seppur succinto, contributo riguardante tale problematica quello di M. Paganoni, Dimenticare Amalek. Rimozione e disinformazione nel discorso della sinistra sulla questione israeliana, Firenze, Giuntina, 1986. 635 Cfr. R. Cantoni, Ebrei nella Diaspora, in Bcim, n. 4, 8 agosto 1945, R. Elia, G. Piperno, Assimilazione, in Israel, n. 11, 28 febbraio 1946, E. Levi, Educazione, in Israel, n. 31, 2 maggio 1946, G. Viterbo, Perch sono rimasto ebreo, in Israel, n. 44, 29 agosto 1946, R. Elia, Responsabilit, in Bcim, n. 18, agosto 1946, R. Cantoni, La Palestina chiede il nostro aiuto, in Israel, n. 6, 23 ottobre 1947, Verso lo Stato ebraico, n. 3, novembre-dicembre 1947, F. Della Seta, Un appello alla coscienza ebraica, in Bcim, n. 3, novembre 1947, A. Pacifici, Agli Ebrei dItalia, in Israel, n. 10, 20 novembre 1947, G. L. Luzzatto, Assimilazione, in Israel, n. 11, 27 novembre 1947, A. Luzzatto, Risposta a Pacifici, in Israel, n. 11, 27 novembre 1947, A. Pacifici, Assimilazione: risposta a Luzzatto, in Israel, n. 11, 27 novembre 1947, E. Toaff, Sulla situazione ebraica in Italia, in Israel, n. 19, 15 gennaio 1948, M. Navarra Bernstein, Le donne di Eretz Israel alle donne della Diaspora, in Israel, n. 29-30, 1 aprile 1948, D. Lattes, Il centenario dellemancipazione: illusioni e realt, in Israel, n. 31, 8 aprile 1948, G. Modigliani, Problemi da discutere, in Israel, n. 3-4, 28 ottobre 1948, L. Levi, Le scuole di Eretz Israel: un modello da seguire, in LEco delleducazione ebraica, n. 3-4, dicembre 1948-gennaio 1949, Emergenza per Israele: agli Ebrei dItalia, in Bcim, n. 6, marzo 1949, S. Piperno, Sostegno a Israele, un dovere morale, in Israel, n. 21, 24 febbraio 1949, G. Bedarida, Ebrei dItalia, in Bcim, n. 2, gennaio 1949, Due problemi essenziali: Golah e Israele, Sionismo e Comunismo, in Israel, n. 33, 19 maggio 1949, D. Prato, Rigenerazione o assimilazione, in Israel, n. 12, 15 dicembre 1949, D. Lattes, La Terra, in Karnenu, n. 1, giugno 1950, R. Elia, Collaborazione, in Bcim, n. 3, novembre-dicembre 1950, B. Cocker, Verso lavvenire, in Karnenu, n. 3, febbraio 1951, R. Elia, Ancora la squilla risuona, in Bcim, n. 10, giugno-luglio 1951, M. Vitale, La scuola ebraica come lotta all assimilazione, in L Eco dell educazione ebraica, n. 11, gennaio 1952, C. A. Viterbo, Non divagare, in Israel, n. 41, 26 giugno 1952, E. Toaff, Richiamo ai genitori e ai loro doveri ebraici, in La Voce, n. 2, ottobre 1952, A. Colombo, Lettera da Israele, in la Voce, n. 10, novembre 1953, D. Lattes, Per la salvezza del fanciullo ebreo, in Israel, n. 27, 12 marzo 1953, G. Ottolenghi, Saluto agli Ebrei dItalia, in RMI, n. 10, ottobre 1953, A. Luzzatto, Lebreo della Diaspora, in Israel, n. 10, 12 novembre 1953, D. Lattes, Si fa ancora lelogio dellassimilazione, in RMI, n. 6, giugno 1954,

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del dopoguerra furono o di compiere laliah oppure di rimanere in Italia divenendo ebreo osservante o sionista militante. La maggioranza ritorn per al modello assimilazionista. Il giorno in cui lo Stato dIsraele divenne una realt, lidentit degli ebrei della Diaspora dovette dividersi fra le dichiarazioni di principio che, almeno nominalmente, continuavano ad essere sioniste e la permanenza di fatto nella diaspora. Lebreo della Diaspora si abituava, con il passare del tempo a coprire, con la solidariet e con laiuto materiale, quella che considerava una propria imperdonabile carenza, a fornire allo Stato dIsraele denaro per potersi sentire identificato in esso. Continuava a pagare per essere un sionista nella Diaspora. Al contrario della prima identit sionista ideale e non concreta, la seconda paralizzata dallesistenza di Israele e dal rapporto di sudditanza e di dipendenza psicologica. Nel corso di questo secolo perci lidentit sionista passata da un atteggiamento idealistico utopico ad uno estremamente bloccato e definito636. V. He-Halutz Il panorama ebraico dellItalia del secondo dopoguerra presenta, rispetto ai decenni precedenti637, alcune significative novit soprattutto nellambito dellassociazionismo
A. Pacifici, Consapevolezza, in Israel, n. 17, 27 gennaio 1955, D. Lattes, Perch siamo ebrei, in RMI, n. 4, aprile 1955, R. Cantoni, Responsabilit verso Eretz Israel, in Israel, n. 26, 15 marzo 1956, M. Vitale, Editoriale, in La Fiamma, n. 5, gennaio 1956, S. Piperno, La formazione culturale dei giovani, in la Voce, n. 1, ottobre 1957, S. Piperno, Giovani d Israele e giovani della Diaspora, in Ha-Tikw, n. 4, 27 maggio 1957, F. Foa, Shalom Israel, in Torino ebraica, n. 1, febbraio 1959, D. Lattes, Problemi e Polemiche, in RMI, n. 3-4, marzo-aprile 1959, Ebrei nella Diaspora, in La Voce, n. 2, dicembre 1960, D. Lattes, Gli ebrei dItalia combattono l assimilazione, in RMI, n. 4, aprile 1961, R. Ravenna, La via italiana allebraismo, in Israel, n. 39, 27 luglio 1961, R. Nahum, Lavvenire della Diaspora, in Bcim, n. 2, ottobre 1961, G. Lopez, Lebraismo di mio padre, in bcim, n. 3, novembre 1961, Castelnuovo, Apatia di molti e opera di pochi, in Israel, n. 4, 19 ottobre 1961, A. Pacifici, N utopia n compromesso, in RMI, n. 12, dicembre 1961, D. Lattes, Problemi e polemiche, in RMI, n. 11, novembre 1962, G. Levi, Assimilazione, in RMI, n. 9, settembre 1964, F. Tagliacozzo, Aliy e assorbimento, in Portico d Ottavia, n. 3-4, ottobre-dicembre 1965, R. Lichter Liron, Diaspora -assimilazione, in Portico d Ottavia, n. 3-4, ottobre-dicembre 1965, A. Toaff, Pesach: ricordo antico proiettato verso il futuro,in La Voce, n. 2, marzo 1966, T. Musatti, Mobilitazione della Diaspora, in Ha-Tikw, n. 7, settembre 1967, R. Bachi-S. Della Pergola-F. Sabatello, Oggi siamo 30.000 e domani?, in Ha-Tikw, n. 8, ottobre 1967, R. Elia, Invito alla collaborazione, in Bcim, n. 10, giugno-luglio 1967, Laliy di Alfredo Sarano, in Bcim, n. 11, luglio-agosto 1969, Lettere da Israele, in L Eco dell educazione ebraica, n. 1, febbraio 1969. 636 L. Fiorentino, Lebreo senza qualit, ovvero identit e mizwoth, Genova, Marietti, 1989, pp. 45-46. 637 Per lo studio del mondo giovanile ebraico italiano nella prima met del Novecento si veda T. Eckert, Il movimento sionistico chalutzistico in Italia nella prima met del XX secolo, Citt di Castello, Arti grafiche di Citt di Castello, 1970, M. Toscano, Fermenti culturali ed esperienze organizzative della giovent ebraica italiana (1911-1925), in Storia contemporanea, n. 6, dicembre 1982, G. Piperno, Fermenti di vita giovanile ebraica a Roma durante il periodo delle leggi razziali e dopo la liberazione della citt, in D. Carpi, A. Milano, U. Nahon (a cura di), Scritti in memoria di Enzo Sereni,

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giovanile sionista; questo il caso del movimento socialista He-Halutz638 che, costituitosi in Italia nel 1946, attivo tramite proprie hakhsharoth (centri di preparazione alla vita in kibbutz che attendeva i giovani pionieri che si preparavano all aliah) fino al 1956, rappresenta il pi interessante fenomeno giovanile da segnalare e a cui dedicare un breve spazio a s. Nato alla fine del secolo XIX in Russia, come risposta ebraica allo spaventoso pogrom di massa attuato nellimpero zarista nel 1881, data che rappresenta, come stato giustamente notato lo spartiacque verticale nella storia ebraica contemporanea639, He-Halutz, il Pioniere, trov nella Seconda Aliah il suo momento storico pi alto, configurandosi come un movimento giovanile dispirazione socialista che individuava nella salita640 in Palestina il momento principale della propria dottrina e una volta l stabilitisi, impegnarsi in unopera di collettivizzazione e proletarizzazione della popolazione tramite la creazione di kibbutz. Gli halutzim erano una generazione anticlericale che conservavano per una visione sostanzialmente messianica, che tradizionalmente credeva che il Galuth era un avvenimento meramente temporaneo per i pionieri sionisti la scelta cadeva sullidea di missione, di azione ispirata ad un fine superiore, mentre rifiutavano -e al contempo reinterpretavanolantico messsianesimo641. Caratteristica precipua della Seconda Aliah e dellhalutzismo in generale era il credere che la salita in Eretz Israel non si esaurisse semplicemente nella decisione di emigrare, ma che questa scelta doveva essere preceduta da una riconquista interiore della propria identit ebraica, da una rivoluzione interiore che avrebbe permesso la nascita di un nuovo ebreo, progettualit antropologica e
Gerusalemme, Fondazione Sally Maier, 1970, pp. 293-313, A. Segre, Movimenti giovanili ebraici in Italia durante il periodo razziale, in RMI, n. 8-9, agosto-settembre 1965, M. Savaldi, I campeggi ebraici (1931-1939), in Storia contemporanea, n. 6, 1988, A. Luzzatto, Il rinnovamento culturale dellebraismo italiano fra le due guerre, in Oltre il ghetto, cit., pp. 97-153, id., Autocoscienza e identit ebraica, in Storia dItalia, cit., pp. 1831-1900, G. Schwarz, Unidentit da rifondare: note sul problema dei giovani tra persecuzione e dopoguerra 1938-1956, in Zackhor. Rivista di storia degli ebrei in Italia, n. 3, 1999. 638 Cfr. Encyclopaedia Judaica: The pioneer association of Jewish youth whose aim was to train its members to settle on the land in Israel. The original meaning of the Hebrew word is the avanguard that leads the host on its advance. The idea of He-Halutz was conceived during the crisis that overtook Russian Jewry in the aftermath of the 1881 pogroms. This awakening was influenced indirectly by the Russian revolutionary movement which called upon the intellighentsia to go out the people, vol. 8, Jerusalem, 1971. 639 D. Bidussa, Il sionismo, cit., p. 22. Scrive Bidussa che a partire da quella data tutti gli equilibri della Diaspora ebraica sono sconvolti; lesilio non pi da Ovest verso Est, bens da Est verso Ovest, ivi, p. 23. 640 Si traduce con il termine italiano salita la parola ebraica, pi volte incontrata nel testo, aliah. 641 Id., ivi., p. 31.

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filosofica caratteristica e precipua di tale movimento; uno degli elementi che permetteva questa rinascita ebraica era la lavorazione della terra, ossia il mezzo che permetteva il mutamento, la rigenerazione dellindividuo e della realt: la conquista del lavoro avrebbe permesso la conquista della terra e solo per mezzo di essa poteva nascere il nuovo ebreo per cui nuovo ebreo e terra di Israele erano fra loro interdipendenti e due conquiste che tendevano a fondersi in un unico processo642. Queste tematiche, come si vedr, saranno centrali nel pensiero del primo halutz dItalia, Enzo Sereni, il quale insieme al gruppo romano Avodah, nato nei primi anni Venti, rappresentava lunico precedente storico halutzistico nel quadro del sionismo italiano. Infatti, eccetto Sereni e pochi altri, il movimento halutzistico non aveva avuto alcun tipo di rapporti con gli ambienti sionistici della penisola durante il primo mezzo secolo del Novecento e si presentava, allindomani della Liberazione, come fenomeno affatto sconosciuto e per lo pi distante dalle problematiche tradizionali sviluppatesi in seno alla comunit ebraica italiana643. Non avendo precedenti storici a cui richiamarsi n rappresentanti locali a cui ricorrere, il movimento degli halutzim fu avvertito generalmente come un qualcosa di estraneo, giunto dal di fuori (da Israele), capace di conquistare soltanto alcuni giovani che si mostravano realmente motivati e politicamente coscienti nellabbracciare la scelta radicale di trasferirsi in Israele e di vivere in base al collettivismo proprio del kibbutz. Su questa istituzione cardine della dottrina halutzistica, ovvero il kibbutz, si dovrebbe sviluppare unanalisi a parte e specifica; tuttavia, per economia di spazio, si pu tentare di riassumere la sua essenza individuandone nel tutto di tutti, niente di qualcuno, il principio fondativo delletica kibbutzistica. Associazione volontaria di individui liberi, il kibbutz retto da una democrazia diretta: lassemblea generale sovrana. Riunita una volta alla settimana, decide a maggioranza di voti la politica generale del kibbutz, elegge le diverse commissioni specializzate e ne controlla il lavoro; la segretaria il braccio esecutivo dellassemblea generale. Tutte queste funzioni sono svolte a rotazione e non comportano ovviamente alcun vantaggio personale644. La prima notizia reperita
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Id., ivi., p. 48. La migliore opera fra lo storico e il biografico scritta sul movimento halutzistico in Italia quella di G. Piperno, Ebraismo, Sionismo, Halutzismo, Roma, Carucci, 1976. 644 E. Barnavi, Storia di Israele, cit., p. 90. Per una corretta distinzione fra kibbutz, kevutzah (raggruppamento collettivista) e moshav (insediamento agricolo cooperativo) si veda L. Cremonesi, Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz ( 1881-1920), Firenze, Giuntina, 1992, A. Rasenti, Il kibbutz e il moshav, forme di vita collettiva, Milano, Celuc, 1971; sullorganizzazione kibbutzistica si veda anche C. Stroppa, Comunit e utopia. Problemi di una sociologia del Kibbutz, Bari, Dedalo libri, 1970,

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sulle testate giornalistiche analizzate riguardante il movimento pionieristico fornita da Israel che riportava la celebrazione della prima festa dellhalutzismo italiano svolta in Eretz Israel, a Ghivat Brenner; in questa occasione stata ricordata la figura di Enzo Sereni, il primo e il pi grande halutzim dItalia che con la sua instancabile azione ha saputo fare di Ghivat Brenner il maggior centro dellhalutzismo italiano in Eretz Israel645. He-Halutz nacque nellimmediato dopoguerra per iniziativa dei soldati palestinesi della Brigata Palestinese presenti in Italia che, sotto il comando britannico,avevano preso parte alla Liberazione della penisola e grazie ad essi gi nel giugno1944 era sorto a Roma un Centro giovanile ebraico He-Halutz, mentre nel mese successivo veniva aperta lhakhsharah La-Negev, a Ponte di Nona, sulla via Prestina, mentre a fine anno veniva costituito a Firenze il Bet Hehaluz (La Casa del Pioniere), una sorta di hakhsharah urbana; in Alta Italia i soldati palestinesi si adoperarono al termine del conflitto bellico nellorganizzare unhakhsharah a Brivio, nei pressi del Lago di Como, trasferita successivamente a Ceriano Laghetto, nella provincia di Saronno, per poi ubicarsi definitivamente a S. Marco, frazione di Cevoli nei pressi di Pontedera646. Di queste hakhsharoth scrive Daniel Carpi che il loro principale scopo era di preparare i giovani che ne facevano parte alla vita di pionieri in Palestina. Lhakhsharah di S. Marco rimase in funzione -sia pure con il passare del tempo, in misura sempre pi ridotta- per undici anni, dallestate del 1947 al 1958 e parecchie centinaia di giovani ebrei vi ricevettero una preparazione sia sionistica sia ebraica in generale647; di Cevoli e della vita che l si conduceva ha scritto Aldo Zargani, haverim per un periodo dellhakhsharah di S. Marco, che si lavorava duramente nel mese di addestramento degli esterni, e non era uno scherzo perch per quelli fissi della colonia, che di l a poco sarebbero andati in Israele, era un punto donore insegnarci il lavoro fisico che redime, la nuova preghiera laica del giudaismo, e gli
A. Tagliacozzo, I sabra del kibbutz (la socializzazione nei villaggi collettivi israeliani), Roma, Barulli, 1975, S. Sandro (a cura di), Kibbutz: realt e mito, Milano, Federazione giovanile ebraica italiana, 1973, D. Meghnagi, Il kibbutz: aspetti socio-psicologici, Roma, Barulli, 1974. S. Maron, Mercato e comunit: il kibbutz fra capitalismo e utopia, Milano, Eluthera, 1994. 645 A. Ascarelli, Festa dellhalutzismo italiano a Ghivat Brenner, in Israel, n. 46, 25 luglio 1946. 646 Notizie tratte da D. Carpi, Il movimento sionistico, cit., soprattutto pp. 1349-1368. 647 Id., ivi., pp. 1367-1368. Scriveva un giovane che l, nella hakhsharah, pur con tutti i suoi difetti e la sua vita non proprio cos piena di attivit e di lavoro, come nel mio animo avrei desiderato che fosse, l, vive un po di Eretz Israel. C un pezzo di terra nostra, che quei venti haverim, giovani e coraggiosi hanno saputo creare con il loro lavoro e la loro audacia. C un po meno Galth nellhakhsharah e un po pi di ebraismo, L. Diena, Cosa ho trovato nellhakhsharah, in Israel, n. 8, 5 dicembre 1946.

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piaceva un po vederci affaticati e indolenziti.cera poco tempo libero e la sera era dedicata alle riunioni politiche, nelle quali si parlava dellimminente alleanza con le classi lavoratrici arabe, si discuteva sul kibbutz, il luogo sognato della nostra vita futura, senza denaro n gerarchie, il luogo della democrazia perfetta dove la cultura e la scienza erano un premio oltre che un diritto, dove non esisteva pi la famiglia intesa come brutale unit economica e il suo trionfo invece risplendeva come tempio laico degli affetti liberati dalla schiavit del denaro648. Nella localit di Ceriano Laghetto, He-Halutz organizz il suo primo convegno nellaprile del 1946649, durante il quale venne esposto il programma e i fini a cui il movimento sinspirava: Articolo 1: He-Halutz lorganizzazione di tutti i giovani ebrei i quali sono decisi a vivere in Eretz Israel e a costituire il paese e il popolo sulla base del lavoro. Articolo 2: Ogni halutz simpegna a realizzare nella propria vita i valori fondamentali del movimento: laliah. Articolo 3: He-Halutz in Italia accetta la disciplina sionistica dellOrganizzazione Sionista Mondiale attraverso la Federazione sionistica italiana. Articolo 4: He-Halutz in Italia collegata con lHistadrut Ovdim ed aspira allunit della classe operaia, alla colonizzazione, al lavoro agricolo, alla vita collettiva, alla conquista del lavoro e alla difesa di Eretz Israel. Articolo 5: Il movimento HeHalutz quale movimento di lavoratori si sente alleato alla causa dei lavoratori di tutto il mondo650. Seguivano gli articoli sette, otto e nove inerenti allorganizzazione specifica e concreta su cui si strutturava il movimento e il suo ruolo allinterno dell Histadrut651; veniva inoltre fissata la sede della segreteria a Milano652. Allindomani del primo congresso costitutivo di He-Halutz, si sviluppava su Israel un fitto e denso dibattito fra i giovani aderenti e i dirigenti sionisti, questultimi piuttosto scettici riguardo
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A. Zargani, Certe promesse damore, Bologna, Il Mulino, 1997. Cfr. M. Varadi, Gli halutzim dItalia a convegno, in Israel, n. 33, 2 maggio 1946, B. Mosh, Il primo convegno dei chaluzim dItalia,in Israel, n. 8, 9 maggio 1946. Il primo Convegno dellHeHalutz si svolse in Russia il 13 di teveth del 1918, durante il quale vari gruppi di halutzim si riunirono in ununica organizzazione, Cfr. 13 teveth 1918, in He-Halutz, n. 6, 12 dicembre 1947. 650 Lo Statuto di He-Halutz, in Israel, n. 13, 30 maggio 1946. 651 LHistadrut, Confederazione Generale dei lavoratori ebrei di Palestina, nacque nel 1920 e rappresenta il pi importante raggruppamento sionista sindacale israeliano. Per la sua vicenda e per il particolare rapporto instauratosi con il governo si veda E. Barnavi, Storia di Israele, cit., pp. 92-95, Z. Sternhell, La nascita di Israele, cit., pp. 60-73, P. Merhav, Storia del movimento operaio in Israele 19051970, Firenze, La Nuova Italia, 1974, pp. 81-99. 652 I membri della segreteria erano: Miriam Benedetti, Sergio Minerbi, Dario Navarra, Emilio VitaFinzi, Giacomo Viterbo, questultimo membro anche del consiglio della F. S. I in qualit di rappresentante dellHe-Halutz, Cfr. B. Mosh, Il primo congresso degli Halutzim dItalia, in Israel, n. 34, 9 maggio 1946.

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alleffettiva praticabilit del socialismo radicale degli halutzim dentro una realt sionistica come quella italiana in cui era prevalsa da sempre una linea alquanto moderata e tatticistica653; Giorgio Piperno, personalit di primo piano nel panorama sionistico italiano, halutzim del kibbutz religioso Sed Elyau dal 1947654, interveniva sulle colonne del settimanale romano, affermando che dal congresso dellHe-Halutz si sono librate battaglie ideologiche pi o meno pertinenti. Il nodo centrale secondo me uno solo: lEbraismo italiano. Esso ha attraversato la sua crisi, ha chiuso alle sue spalle la parentesi della triste persecuzione fascista e ora ha ripreso la sua via verso lassimilazione. La recente esperienza servita a ben poco, le sofferenze sono state in gran parte dimenticate e sono subentrate unindifferenza e una frenesia di godimenti comprensibili ma non scusabili. Certo, non sono mancati in questi tristi anni ebrei italiani che si sono risvegliati; la rapida ricostruzione di un movimento sionistico notevolmente pi ampio e pi forte rispetto a quello dellanteguerra, e la creazione exnovo di un Movimento He-Halutz con ben tre hakhsharoth in piena attivit, sono sicuri sintomi di questo risveglio. Ma c ancora molto sbandamento e lassimilazione ha ripreso il suo cammino: quando un ebreo si rifiuta di elargire il suo denaro per gli Enti Ebraici, significa che ha raggiunto il massimo grado di assimilazione, dopo del quale non c che il battesimo. Lebraismo italiano del dopoguerra apatico, disinteressato, ancora scioccamente illuso in vani sogni assimilatori. Le polemiche su He-Halutz s HeHalutz no fruttano ben poco; la questione e il compito urgente da svolgere consiste nel convincere chi non vuol essere convinto, educare chi non vuol essere educato! E nostro dovere di ebrei coscienti strappare dallassimilazione chi vuol assimilarsi655. Dotatosi di un proprio organo di stampa nel giungo del 1946, He-Halutz era destinato a trovare
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G. Viterbo, He-Halutz: una nuova generazione, in Israel, n. 13, 30 maggio 1946, M. Varadi, Carri armati, paracadutisti e fanteria a Ceriano Laghetto, in Israel, n. 35, 16 maggio 1946, id., Sionismo e chalutzismo futuro, in Israel, n. 14, 13 giugno 1946, id., Halutzismo integrale, in Israel, n. 3, 28 ottobre 1946, D. Navarra, In margine al convegno di He-Halutz: risposta a Max Varadi, in Israel, n. 14, 13 giugno 1946, L. Foa, Lopinione di un congressista, in Israel, n. 15, 20 giugno 1946. 654 Giorgio Piperno uno dei giovani pionieri israeliani fra i pi valorosi; nato a Roma nel 1923, fu colpito a 15 anni dalle leggi razziali provocando nel suo spirito inquieto una crisi profonda che si polarizz tutta verso il problema religioso. Dopo la Liberazione di Roma fece parte del movimento HeHalutz e divenne segretario della FSI; nel 1947 entra clandestinamente in Palestina ancora sotto mandato britannico e risiede tuttora nel kibbutz religioso in Galilea Sed Elyau, lavorando nella Sezione allevamento delle carpe. Ha intrattenuto la platea parlando del problema religioso in Eretz Israel, tratto da Ha-Makor. La Sorgente. Bollettino del Centro Studi Ebraici, n. 3, gennaio-aprile 1955. 655 G. Piperno, Dura realt, in Israel, n. 19, 22 agosto 1946.

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nellambiente italiano pochi fedeli seguaci656 soprattutto per via del suo militante messaggio che lasciava poco spazio a scelte tiepide e moderate; inoltre, avendo come obiettivo finale e ultimo laliah, una volta che i dirigenti si trasferirono progressivamente in Israele, sia la base che il vertice stesso del movimento si estinsero nellarco di un decennio e difatti nellottobre del 1956 la testata giornalistica HeHalutz chiuse le pubblicazioni contemporaneamente allo scioglimento del movimento stesso. Tuttavia in tale lasso di tempo gli halutzim si adoperarono attivamente per far confluire nelle proprie file il maggior numero di giovani possibile e oltre a lanciare appelli sul proprio giornale, si avvalevano anche del ben pi diffuso e letto Israel al fine di pubblicizzare le proprie iniziative e i propri raduni, che venivano via via organizzati nelle varie parti dItalia; nel novembre del 1947, in occasione del trentesimo anniversario della Dichiarazione di Balfour, He-Halutz lanciava un appello ai giovani ebrei italiani di recarsi al raduno di Selvino dove gi si trovano trenta halutzim pronti a discutere dei problemi del momento; purtroppo si constata che la maggioranza degli ebrei italiani rimane estranea allattivit halutzistica. Risponderanno i giovani ebrei dItalia allappello? Si deve far capire loro che questo un momento di lotta e di militanza per giungere alla costruzione dello Stato Ebraico: il raduno indica ancora una volta che la via del chalutz la via da seguire657. Le modalit con cui veniva trasmesso il messaggio ideologico halutzistico si basavano su una fraseologia militante, avanguardistica, politica, che richiedeva al giovane non un suo appoggio per cos dire formale ed esterno, ma che al contrario esigeva un forte sentimento partecipativo e una ferma decisione di vedere il proprio futuro in un kibbutz israeliano, dal momento che se laliah era la conditio sine qua non dellhalutzismo, la prospettiva lavorativa una volta compiuta laliah, si sostanziava di una scelta altrettanto estrema e impegnativa, trovando appunto nel kibbutz e nel lavoro agricolo i loro principali e fondamentali cardini ideologici. Augusto Segre scriveva in occasione del IV Congresso e in qualit di esimio partecipante che He-Halutz si distacca dal grigiore e dallindifferenza mostrata dalla maggioranza degli ambienti sionistici dItalia. E giunto il momento in cui bisogna
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Sebbene per motivazioni differenti, anche nello stesso Israele questa forma estrema di comunismo poteva piacere solo a unlite ideologicamente motivata. Alla massa di immigrati orientali, come peraltro anche a molti europei, gli ideali del kibbutz e dellHe-Halutz non dicevano niente, E. Barnavi, Storia di Israele, cit., p. 91. 657 Lappuntamento a Selvino, in He-Halutz, n. 4, 9 novembre 1947, He-Halutz lancia un appello ai giovani, in Israel, n. 8-9, 13 novembre 1947.

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rendersi conto che ciascuno di noi, volente o nolente, chiamato in causa, nessuno escluso. Oggi, ciascuno di noi ha nelle proprie mani il proprio destino e quello del nostro popolo. Oggi non esistono pi due problemi: il Galuth e Eretz Israel. Il problema unico: Eretz Israel! Pi che mai la nostra vita legata alla Terra dei nostri Padri e la nostra opera deve svolgersi per essa; inutile e folle pensare di poter agire diversamente. I limiti del Congresso: le relazioni non hanno dato il giusto peso ai compiti spirituali che spettano a Israele e che nel nuovo stato devono trovare un loro posto accanto agli altri. Perch rinnegare il nostro passato spirituale glorioso? Lontano, certo, la retorica dello Spirito ma lontano anche la retorica del Lavoro658. Rispondendo polemicamente a Segre, Marcello Savaldi, halutzim dal 1938 nel kibbutz Ghivat Brenner, discepolo di Enzo Sereni e shaliach659 dell He-Halutz in Italia fino al 1948, confessava che dopo che il consesso internazionale ha riconosciuto il diritto del popolo ebraico a ricostituire il suo stato, sorge una domanda che il mio collega ha trascurato e cio quali doveri mi impone questo riconoscimento?660. La risposta di Segre non si fece attendere, individuando, in contrasto anche con alcuni assunti radicali del movimento661, proprio nel Lavoro e nello Spirito i doveri primari di ogni singolo ebreo: spirito ebraico e lavoro costruttivo per la nostra patria662. Lorgano di stampa di He-Halutz commentava i lavori congressuali ribadendo che il nostro scopo creare una Palestina socialista, fondata su basi halutzistiche in cui il lavoro e i valori che da esse derivano abbiano il predominio. Chi va in Palestina deve essere un elemento produttivo, positivo e preparato. Lhakhsharah conserva la sua posizione centrale nel movimento663. Instancabile, il direttore del giornale tornava a scrivere pochi giorni dopo che il nostro compito attivare e indirizzare la giovent le forze costruttive ebraiche dItalia verso Eretz Israel. E un compito, una lotta per limmigrazione, per il lavoro, per la difesa del territorio. Lesempio halutzistico deve venire dallazione contro lindifferenza,
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A. Segre, Il IV Congresso di He-Halutz a S. Marco, in Israel, n. 19, 15 gennaio 1948. Shaliach, pl. Scelichim, Inviato: dai kibbutz partivano per lEuropa questi emissari che avevano per compito laiutare le organizzazioni pionieristiche sia dal punto di vista materiale sia da quello propagandistico. 660 M. Savaldi, Lavoro e Spirito, in Israel, n. 22, 5 febbraio 1948. 661 Augusto Segre indirizzava nel febbraio del 1948 una lettera al giovani halutzim accusandoli di un agonosticismo pericoloso, di un disinteresse per le questioni morali, familiari, individuali, del rapporto uomo-donna, in He-Halutz, n. 10, 5 febbraio 1948. 662 A. Segre, La mia risposta: lavoro e spirito, in Israel, n. 22, 5 febbraio 1948. 663 L. Forti, Il IV Congresso a S. Marco, Cevoli, Pisa, in He-Halutz, n. 7-8, 5 gennaio 1948.

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lassenteismo, il quieto vivere; nella stessa misura in cui i halutzim cercheranno di scuotere una giovent abulica, essi lotteranno perch al nuovo Stato in costruzione, che ha bisogno di forze sane e produttive, siano avviati elementi preparati e provati. La funzione specifica dellHe-Halutz consiste nellattivare le energie giovanili, nel prepararle, proletarizzarle e soltanto allora avviarle in Eretz Israel. Per questo importante e necessario potenziare la rete delle hakhsharoth che sono il centro della lotta664. Si ritenuto opportuno citare oltre agli interventi apparsi sul portavoce del movimento, anche quelli pubblicati su un quotidiano dopinione come Israel per permettere di collocare He-Halutz in un contesto di dibattiti e polemiche che interessavano non soltanto la sparuta minoranza del movimento ma anche un uditorio ben pi vasto e ampio; per cui se vero che lhalutzismo in Italia non conobbe una consistente quantit di aderenti, pur vero che questa minoranza, per le sue caratteristiche peculiari ed originali, seppe conquistarsi spazi e attenzioni che altri movimenti non riusciranno ad ottenere665. Entrando in polemica con i Centri giovanili ebraici, costituiti in Federazione (la Fgei) nel 1948, accusati di tenue sionismo per lo pi rivolto a coniugare le esigenze proprie e tradizionali dellebraismo italiano con la causa sionistica, He-Halutz mostrava di non saper sviluppare alcun tipo di dialogo con quei settori giovanili meno inquadrati e indottrinati, come potevano essere appunto i Cge; il presidente della Federazione giovanile ebraica, Sergio Piperno, rivolgeva polemicamente alla direzione del giornale portavoce del movimento un articolo in cui esortava gli halutzim a convincersi che i Cge non sono un primo gradino che deve portare tutti i giovani al movimento He-Halutz ma costituiscono al contrario unattivit parallela con analoghi scopi generali e differenti scopi particolari della nostra attivit.
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L. Forti, Ancora sul IV Congresso, in He-Halutz, n. 9, 20 gennaio 1948. E questo ad esempio il caso del Mizrachi, movimento religioso sionista fondato nel 1893 in Russia, divenuto partito politico nel 1902; gi attivo allindomani della prima guerra mondiale in Palestina, si dota di propri kibbutz religiosi e nel 1956 diventa Partito Nazionale Religioso, presente in tutte le coalizioni dirette dal Mapai, Cfr. E. Barnavi, Storia di Israele, cit., p. 48-49. Si apprende da Fabio Della Seta che nel 1948 era sorto il primo ufficiale raggruppamento italiano del Mizrachi, in Israel, n. 21, 29 gennaio 1948; si ha notizia di tale movimento dal solo settimanale romano grazie ai seguenti articoli D. Prato, Lazione del Mizrachi in Italia, in Israel, n. 22, 5 febbraio 1948, Hillel, Risposta sul Mizrachi a David Prato, in Israel, n. 23, 12 febbraio 1948, L. Levi, Stato laico Stato liberale secondo la Torah, in Israel, n. 23, 12 febbraio 1948, E. Toaff, Sui partiti sionistici in Italia, in Israel, n. 24, 19 febbraio 1948, R. Elia, La polemica sul Mizrachi in Italia, in Israel, n. 26, 4 marzo 1948. Dopo questa breve e accesa polemica non si hanno pi notizie del movimento religioso sionistico e delle sue sorti. Per quanto riguarda laltro movimento religioso presente in Italia nel secondo dopoguerra, i Ben Akiba, se ne parler nel paragrafo dedicato alla Federazione giovanile ebraica italiana poich condivideranno per alcuni anni il medesimo organo di stampa Ha-Tikw.

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Dovete infatti tener presente che la maggior parte dei vostri coetanei deve accettare un compromesso fra realt e ideale, compromesso che mentre non permette loro di militare nelle file del vostro movimento, tuttavia non impedisce loro di desiderare ardentemente di vivere una vita ebraica pi cosciente e completa666. Tuttavia, qualche anno dopo, lo stesso Piperno ammetteva che senza He-Halutz e il suo fervore nellorganizzare allindomani della Liberazione un raggruppamento attivo e operante in seno alla giovent ebraica dItalia, i Cge e la Fgei non sarebbero mai nate. Purtroppo il nostro fratello maggiore, dopo un breve iniziale dialogo, andato assumendo nei nostri riguardi un atteggiamento negativo; noi pensiamo che ci che gli halutzim saranno per Israele i futuri pilastri di domani, cos i cigeisti lo saranno della vita della Comunit ebraica italiana667. Nel variegato mondo giovanile italiano lanalisi di Piperno era sicuramente pi aderente e vicina alla realt effettiva entro cui si non solo la giovent ma lintero ebraismo italiano in generale si muoveva o tendeva a muoversi; lacceso socialismo di cui lhalutzismo si faceva portatore, i suoi suggestivi accenti politici rivolti ad indicare i parametri con cui si sarebbe compiuta la rigenerazione dellebreo, la sua stessa concezione esistenziale radicale e rivoluzionaria, permetteva soltanto a una nicchia di persone fortemente convinta e cosciente di fare propri questi ideali che si sarebbero tramutati, una volta raggiunto Israele, in un una condotta di vita altrettanto rivoluzionaria. La maggioranza dellebraismo della penisola rimaneva ancorato a un tipo di messaggio sionistico di diversa matrice, pi moderata, meno radicale, maggiormente propenso a coniugare gli ideali con le esigenze reali e in questo i Centri giovanili ebraici si rendevano fedeli interpreti di questo stato danimo che li portava, non a caso, ad essere accusati da parte degli halutzim e dei sionisti pi ortodossi di apatia, di inconsistenza, di essere un raggruppamento dalle finalit prettamente ludiche. Dal momento che questo capitolo dedicato interamente al sionismo, si ritenuto opportuno trattare dei problemi e delle discussioni che investirono negli anni del secondo dopoguerra i Centri giovanili ebraici e la sua Federazione nel capitolo seguente; qui sar sufficiente far emergere il fatto che lo stesso mondo giovanile si frazionava in diverse e variegate correnti di pensiero, che in qualche occasione diventavano vere e proprie fatture ideologiche come dimostrano due diversi articoli
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S. Piperno, I C. G. E e He-Halutz, in He-Halutz, n. 23-24, 10 settembre 1948. S. Piperno, Cge e He-Halutz, in Israel, n. 18, 22 dicembre 1950.

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apparsi sulla testata He-Halutz che etichettavano i Cge come tipici raggruppamenti nati dalla e nella Golah che tendono a far s che essa si mantenga come realt a s e separata da Israele. Noi invece auspichiamo la scomparsa della dispersione del popolo ebraico e operiamo in modo da rendere laliah un fenomeno di massa, preparato su basi halutzistiche. Molti dei nostri compagni sono saliti in Eretz Israel; il periodo dello sterminio ha lasciato dietro di s un numero esiguo di giovani ebrei e la percentuale dei nuovi olim orientata verso la colonizzazione e le opere halutzistiche sono molto piccole e ridotte. Ai giovani della Golah noi chiediamo di salvare il sionismo; senza lhalutzismo non vi nella nostra epoca diritto di esistenza per il sionismo della Golah. La conquista del popolo al sionismo non sar possibile se non con la conquista degli uomini in et giovanile. E un errore pensare che il sorgere dello Stato abbia gi trasformato tutto il popolo in sionisti. Ma ancora la lotta fra sentimento nazionale e assimilazione non si conclusa. Lo Stato non ha ancora suscitato la vera rivoluzione sionistica, uno slancio travolgente di immigrazione668. Laltro scritto tracciava invece il profilo desolante del giovane ebreo medio della Golah, ovvero il cigeista, come un miscuglio di falsa educazione e di precoci esperienze su un fondo di amara apatia. Egli ha fatto la strana scoperta di vivere in grazia di un caso fortunato perch il caos lo ha risparmiato. Tuttavia latmosfera della guerra rimasta impressa profondamente nel suo inconscio; oggi matura in unatmosfera viziata del dopoguerra, vede attorno a s la delusione degli uomini che assistettero allo sgretolamento progressivo di quegli ideali che per tanto tempo hanno fatto credere di aver raggiunto luguaglianza con i goym. Vive con dei genitori che hanno visto cadere tutti i loro sogni e che quindi non possono trattenersi dal trasmettere ai figli la loro sconfinata sfiducia. Il ragazzo ebreo di oggi per lo pi una copia conforme dei suoi genitori in seno ad una borghesia in decadenza. Non colpa sua, questa la generazione pi disgraziata che porta su di s i difetti del dopoguerra, sono ragazzi spostati, indifferenti e apatici. Ma superata la superficie essi sono pronti a parlare, ad ascoltare, dimostrando delle potenzialit di diventare gli halutzim di domani669. Gli scritti che nel corso del decennio della sua esistenza appariranno sulla testata giornalistica He-Halutz, riguarderanno costantemente gli
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E. Dobkin, Per una Rivoluzione halutzistica, in He-Halutz, n. 1, 20 ottobre 1948. Dobkin era il Capo del Dipartimento per la giovent e per He-Halutz alle dipendenze dellOrganizzazione Sionistica Mondiale e dellAgenzia Ebraica. 669 C. De Benedetti, Giovani e societ,in He-Halutz, n. 2, 5 novembre 1948.

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aspetti organizzativi del movimento che si accompagnavano alle esposizioni teoriche dellideologia halutzistica, presentata come lunico efficace antidoto contro unassimilazione che sembrava aver ripreso con successo il proprio secolare cammino. Laura Fano Jacchia, scriveva che in accordo con lavvocato Viterbo, fra gli halutzim che si preparano nelle hakhsharoth allaliah da una parte e i rimanenti giovani ebrei d Italia dallaltra corre un abisso; gli uni hanno accettato una vita di sacrificio, gli altri non accettano di sacrificare nemmeno cinque, sei ore alla settimana per studiare lebraico e la storia del nostro popolo670. All inizio degli anni Cinquanta iniziava a manifestarsi la crisi insita nello statuto stesso dellHe-Halutz, ossia il progressivo diradarsi delle file del movimento; al VII Congresso si avvertiva limpressione che forse il movimento halutzistico in Italia ha concluso la sua prima fase della sua esistenza del dopoguerra, la fase di quella che io chiamo dei ribelli. Adesso il passaggio delicato: sapranno i nuovi dirigenti raccogliere questa rivoluzionaria eredit passata?671; lo stesso tipo di preoccupazione veniva espressa in maniera pi forte da un halutzim che vedeva la crisi dellhalutzismo in Italia aggravarsi di giorno in giorno; le generazioni di quelli che vissero il fascismo, che vissero e respirarono laria dellantifascismo, la vecchia generazione trov naturale passare dallantifascismo allhalutzismo ma essa purtroppo ha esaurito le sue forze e adesso tocca alla nostra generazione portare avanti gli ideali di quegli uomini gloriosi e fieri del proprio ebraismo democratico. La nostra opera deve rivolgersi ai pi giovani e sappiamo che non sar unimpresa facile perch molti di loro si cullano ancora nellideale assimilazionista672. La radiografia e la diagnosi della crisi che affliggeva lebraismo italiano era oggetto di ampi scritti giacch questa crisi veniva collegata a quella che conseguentemente colpiva lHe-Halutz; si osservava che la generazione precedente alla nostra quella che ha pi sofferto dei venti anni di forzato assenteismo politico e della persecuzione. Se il periodo fascista ha duramente colpito la generazione di uomini gi adulti, assai pi gravemente ha inciso sullo spirito dei giovani, privandoli di educazione e sensibilit politica. La persecuzione ha altres risvegliato in essi il sentimento di nazionalit ma solo in pochi casi tale risveglio ha potuto concretarsi nella realizzazione
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L. Fano Jacchia, Considerazioni sulla giovent, in Israel, n. 9, 26 ottobre 1950. C. De Benedetti, Tra le due generazioni, in He-Halutz, n. 21, 5 settembre 1949. 672 U. Chaim, Trapasso da consegnare, in He-Halutz, n. 21-22, 7 settembre 1950.

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del sionismo e dallhalutzismo. Dopo uneffimera fioritura, questo impeto si sbollito; riformuliamo lappello di aderire al nostro movimento!673. Lappello non verr accolto dalla maggioranza della giovent ebraica italiana e un anno dopo lo stesso articolista affermava sconsolatamente che He-Halutz si esaurito. Abbiamo il coraggio di ammetterlo oggi e proprio qui nellhakhsharah che stata la vita di He-Halutz per sette anni. Di qui sono passati 160-180 haverim; nel 46, 47,48,49 chi veniva nellhakhsharah di S. Marco sapeva che dopo di lui sarebbero giunti altri e che altri lo avevano preceduto. Esaurita la fonte dei giovani usciti a venti anni dalla guerra, si purtroppo esaurita la riserva. Anche gli Zofim, nati nel 1945, erano sorti in rivolta al passato, per per loro la crisi stata pi grave perch pi piccoli e perch sono entrati inavvertitamente nellatmosfera viziata della societ italiana del dopoguerra. Per ovviare alla crisi del giovane movimento scoutistico si sarebbe dovuto attivare una preparazione educativa solida. Ma lo scoutismo invece diventato un bivacco, un semplice dopo-scuola e mancando un reale impegno, il movimento ha perso il suo iniziale slancio. Gli anni della guerra sono lontani, dimenticati insieme a tutte le lotte e le speranze. Gli ebrei benpensanti del Galuth tentano con tutti i mezzi di dimenticare il passato; iniziata la corsa allassimilazione. La situazione sembrava essersi smossa un po con la creazione dello Stato dIsraele, ma dopo tornato tutto tranquillo e pacifico. Cos gli Ebrei dItalia hanno trovato ben presto una soluzione: lo Stato dIsraele il rifugio per i poveri ebrei perseguitati674. Del medesimo avviso sembrava essere Giorgio Piperno che su Israel deprecava il penoso stato dindifferenza e di apatia in cui era caduto lebraismo italiano dopo uno slancio del dopoguerra mai registrato in Italia, ma che purtroppo si totalmente esaurito. C stanchezza una volta che lo Stato dIsraele si realizzato e anche la situazione giovanile presenta gli stessi sintomi di decadenza. Accanto alla piccola e valorosa avanguardia rappresentata dagli Zofim e da He-Halutz, esiste la grande massa degli indifferenti, dei passivi che i giovani halutzim cercano di conquistare alla loro causa raccogliendo risultati ben miseri e scarsi675. Vi era chi scorgeva lostacolo maggiore a permettere unadesione pi generalizzata allhalutzismo nella famiglia stessa che costituisce il maggiore scoglio alle nostre aspirazioni
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M. Maestro, E se non ora? , in He-Halutz, n. 7-8, 26 febbraio 1951. Israel, Dare vita a un movimento, in He-Halutz, n. 6, 9 maggio 1952. 675 G. Piperno, Il sentimento non basta, in Israel, n. 12, 16 dicembre 1954.

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halutzistiche. Questi nostri genitori, dotati della mentalit del quieto vivere, non possono comprendere di come noi si possa rinunciare a tutto ci che secondo loro possa procurare delle soddisfazioni materiali per dirigerci su una strada che sentiamo non essere la nostra. Per noi laliah cercare di risolvere il nostro problema ebraico; quel problema che assillava i nostri genitori, noi adesso lo risolviamo andando nel nostro Paese676. Tuttavia agli occhi di un osservatore esterno come era lisraeliano Ariel Naftali, delegato dell Ufficio centrale del Keren Kajemeth in Italia, il movimento halutzistico della penisola non appariva affatto negativo n inconsistente, anzi: quando sono venuto in Italia con lincarico di riorganizzare il nostro Fondo, credevo di trovare un Ebraismo tendente all assimilazione. Ma dopo le mie visite al campeggio di Pian del Falco dove erano radunati gli Zofim dItalia e dopo essere stato nellhakhsharah di S. Marco mi sono ricreduto su molti miei giudizi: a S. Marco ho trovato un ambiente a me familiare del kibbutz, una vita austera dove intense sono le ore dedicate al lavoro e allo studio. Insieme ai giovani dei Cge, Zofim e He-Halutz mi hanno dato la giusta impressione che tutti, ognuno a suo modo, sono impegnati nella maniera pi completa a prendere parte attiva alla vita ebraica, tutti sono solidali agli ideali dello Stato dIsraele677. Allevidente crisi a cui lhalutzismo andava incontro per la mancanza di dirigenti che prendessero il posto via via che i predecessori compivano la salita in Israele, lo stesso Naftali indicava le via per uscire da questo stato dimpasse, dopo aver assistito al convegno degli Zofim tenutosi pochi giorni fa a S. Marco. Dopo la partenza dellanno scorso di un consistente gruppo di ospiti dellhakhsharah, il movimento dellHe-Halutz italiano rimasto tanto indebolito da dover chiedere agli Zofim di intensificare leducazione e la propaganda pionieristica. Al raduno di S. Marco erano presenti anche venti halutzim francesi in procinto di compiere la propria aliah, mentre quelli italiani provenivano per lo pi da Milano, Roma, Bolgna, Trieste. Il gruppo di anziani si lamentava delle difficolt incontrate per avviare i giovani verso la strada della realizzazione pionieristica per via della mancanza in Italia di madrichim che siano essi stessi halutzim e lassenza di schelichim israeliani. Questo gruppo proponeva addirittura lo scioglimento degli Zofim come movimento halutzistico e le dimissioni dei madrichim anziani. Lopposta tendenza proponeva la necessit di conservare al movimento dei
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A. Camoscio, Noi e i genitori, in He-Halutz, n. 3, 10 dicembre 1953. A. Naftali, Incontri con la giovent, in Karnenu, n. 1, ottobre 1953.

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madrichim anziani dato che non si vede la possibilit di sostituirli. Il sottoscritto proponeva invece di conciliare lideale educativo con la realt; non esiste leducazione senza esempio personale delleducatore; se non vi sono madrichim-halutzim, allora preferibile indirizzare tale educazione verso un sionismo pratico ed occuparsi in maniera creativa e utile dei problemi che riguardano lo Stato dIsraele: tenersi al corrente della vita israeliana, studiare la lingua e la cultura ebraica e collaborare con i Fondi nelle varie raccolte. Anche cos gli Zofim possono formarsi halutzisticamente, senza che sia subito necessario chiedere ai giovanissimi di pervenire definitivamente ad una scelta. Alcuni giungeranno a far proprio lideale pionieristico, altri andranno in Ertz Israele per assolvere altri compiti pur sempre utili per il paese, altri ancora continueranno la loro attivit nella Diaspora, ma tutti identificandosi con un grande ideale che dar un contenuto e un senso alla loro vita: Sion678. Interessante rilevare che nel proprio bagaglio politico socialista, lhalutzismo italiano faceva entrare anche quegli ideali democratici nati dalla Resistenza, dedicando ad essa un lungo articolo in occasione del decennale della Liberazione che per noi ebrei questo il decennale della lotta attiva e passiva con la quale abbiamo partecipato pure noi alla Resistenza. Ricordiamo Gino Donati caduto combattendo nellItalia settentrionale contro linvasore nazista; ricordiamo Rita Rosani morta con armi in pugno vicino Firenze; Sergio Diena caduto eroicamente nella Val Pellice; Emanuele Artom arruolatosi partigiano fin dal 9 settembre 1943 e ucciso dai tedeschi nellaprile del 1944; Eugenio Curiel, animatore del Fronte della Giovent, massacrato a Milano; Eugenio Colorni ucciso per strada a Roma mentre era in compagnia di Pietro Nenni; e Leone Ginzburg, Franca Muggia, Silvio Tedeschi, i Fratelli Rosselli e tanti altri ancora. Leredit di questi caduti affidata a noi e noi non li tradiremo. In questo decennale nostro preciso dovere rivivere e ripetere in noi le esperienze e i dolori di quella lotta679. Proprio uno degli ultimi articoli apparsi sul mensile veniva dedicato al tragico passato persecutorio che da troppo in Italia si voluto censurare per un insensato senso di pudore. Se il cielo fosse carta e tutti i mari del mondo inchiostro, non potrei descrivere le mie sofferenze e tutto ci che vedo attorno a me; cos ha lasciato scritto Chaim, un ragazzo
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A. Naftali, I problemi della giovent, in Karnenu, n. 1, ottobre 1954. Con il termine madrichim (singolare madrich) si designano coloro che allinterno dei campeggi ebraici rappresentavano i capogruppo o guide dei ragazzi pi giovani. 679 E. Vita Finzi, Nel Decennale della Resistenza, in He-Halutz, n. 3, 15 marzo 1955.

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ebreo di 14 anni deportato e gasato in un campo di sterminio nazista. Come ebrei noi non possiamo astenerci dal trarre un grande insegnamento dal sacrificio dei nostri morti: noi saremo liberi come uomini e come ebrei solamente nella nostra terra, Eretz Israel e la storia lo dimostra chiaramente680. Si ripetuto pi volte nel corso del presente paragrafo che il 1956 vede la morte dellHe-Halutz, mentre nel medesimo anno si affacciavano sulla scena giovanile italiana altri due nuovi movimenti giovanili, lHa-Shomer ha-Tzair (La Giovane Guardia), dispirazione marxista rivoluzionaria e collettivista, e i Benei Akiva (Figli di Akiba) movimento sionista religioso costituito da giovani studiosi delle yeshivot681. Sia lHaShomer ha-Tzair che i Benei Akiva non avevano, al pari di He-Halutz, alcun precedente storico in Italia e anche loro conquisteranno alla propria causa pochi adepti; il sionismo religioso dei Benei Akiva, le proprie attivit ricreative, i campeggi e i raduni in montagna, trovavano voce in Zeraim, inserto di Ha-Tikw, dal dicembre 1959 al gennaio del 1965 quando per divergenze ideologiche si consum il distacco dal giornale della Fgei e Zeraim entrer a far parte come uno fra i tanti inserti di Israel; cos scriveva il segretario generale dei Benei Akiva, Raffaele Sadun: dopo sei anni Zeraim si staccato da Ha-Tikw poich lavvento alla direzione dell organo Fgei di elementi notoriamente ostili al nostro movimento ha fatto precipitare la situazione e i legami sono diventati in questi ultimi due mesi sempre pi tesi e difficili. Questa rottura un vero danno per lebraismo giovanile italiano 682. Nel novembre del 1959 HaTikw dedicava un intero numero alla situazione della stampa ebraica in Italia citando Ha-Chaviv quale foglio ciclostilato dei Benei Akiva il cui direttore Gabriele Levi e che ha una tiratura di 450 copie683, mentre Giovanni Paglianti scrive nel suo saggio dedicato allassociazionismo giovanile ebraico che i Benei Akiva si dotarono di un proprio giornale chiamato Raschamcol dal 1957; tuttavia, nello svolgere la presente ricerca, non si avuto modo di reperire nessuna delle tue testate sopraccitate, cos come Daf-Haken, segnalato sempre da Paglianti, quale voce giornalistica dellHa-Shomer
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V. Fo, Mostra dei campi di concentramento a Ferrara, in He-Halutz, n. 3, 18 aprile 1956. Plurale di yeshivah, accademia religiosa di studi talmudici avanzati, costituisce il grado pi elevato delliter scolastico tradizionale dove i giovani affrontano i pi complessi testi della tradizione. La yeshivah non per semplicemente una scuola, bens un vero e proprio ambiente di vita. E. Loewenthal, Gli ebrei, cit., p. 109. 682 R. Sadun, Pesanti responsabilit, in Zeraim, inserto di Israel, n. 16, 28 gennaio 1965. 683 B. Di Porto, La stampa ebraica italiana, in Ha-Tikw, n. 11, novembre 1959.

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Ha-Tzair684. Di quest ultimo organizzazione si ha tuttavia notizia a partire dal 1965 grazie alla pagina che il bimestrale romano Portico dOttavia dedicava alle attivit svolte dallHa-Shomer, sebbene tali notizie siano puramente di carattere informativo in base alle quali risulta pressoch impossibile costruire una riflessione storica adeguata su di esso; la medesima conclusione vale anche per il sionismo religioso dei Benei Akiva i quali preferivano esporre i propri calendari e appuntamenti mensili piuttosto che propagandare ed esporre in maniera sistematica il messaggio ideologico del proprio movimento. Confrontando queste piccole realt fra loro, lhalutzismo, pur con tutti i limiti che il suo programma presentava in riferimento al quadro ebraico italiano posizionato su altri presupposti e direzioni, emerge indubbiamente come la novit giovanile meglio strutturata e argomentata, che ha saputo dare nellimmediato dopo guerra elementi di forza ideologica e spirituale a un ebraismo italiano uscito stremato e demoralizzato da anni di sofferenze e persecuzioni; riassumendo lazione di assoluta dedizione e abnegazione al proprio ideale di questa lite, Ha-Tikw scriveva nel 1966 che al tradizionale sionismo moderato e generale, nellimmediato dopoguerra, si aggiunse il movimento giovanile He-Halutz nato dallideale del kibbutz, aggiungendo allideale sionistico lidea della realizzazione pionieristica del kibbutz. Sorse cos a Pisa lhakhsharah in cui lavoro e studio si armonizzavano perfettamente fra loro e sempre dallo stesso halutzismo nacque il movimento scoutistico degli Zofim che continu lopera dell He-Halutz via via che questo si andava esaurendo per laliah dei suoi membri. E merito di questi volenterosi giovani pionieri aver mosso il quadro del sionismo italiano dopo il 1945685. Lautore di questo articolo metteva bene in evidenza ci che con altre parole ha notato Schwarz a riguardo, ovvero, che il tipo di sionismo espresso dallhalutzismo rappresentava una significativa rottura con il passato. Da una parte vi erano i vecchi sionisti, formatisi tra la fine dellOttocento e linizio del novecento, giunti al sionismo in seguito ad un lento processo di ricerca interiore e di riscoperta dellelemento religioso, stimolati e seguiti in questo percorso da una parte importante del rabbinato. Dallaltra parte vi erano dei giovani giunti al sionismo, in modo brusco, in reazione allostracismo fascista, allorrore dello sterminio, indirizzati
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Cfr. G. Paglianti, Profilo dellassociazionismo giovanile ebraico, in A. Pissi (a cura di), E li insegnerai ai tuoi figli. Educazione ebraica in Italia dalle leggi razziali ad oggi, Firenze, Giuntina, 1997, pp. 42-63. 685 S. Navarro, L attivit in Italia dellHe-Halutz, in Ha-Tikw, n. 8, novembre 1966.

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dai soldati della Brigata Ebraica pi che dalla tradizione del sionismo italiano686. Una tradizione di cui faceva pure parte un personaggio anomalo e originale come Enzo Sereni.

VI. Enzo Sereni: primo halutz dItalia Ieri, in una libreria tutta roba riguardante lebraismo e il sionismo, seppi che il 1 settembre vi sar a Karlsbad il Congresso Sionistico Internazionale. Mi sarebbe venuta una discreta voglia di andarci. Che ne pensate voi?687 Questa cartolina scritta nella capitale austriaca da Enrico Sereni nel 1921, costituir per il fratello minore Enzo 688, a tale data appena sedicenne, il primo incontro con il pensiero sionista di cui si ha testimonianza. Difficile guardare alla figura di Enzo Sereni isolandola dallambito familiare in cui insieme ai fratelli Enrico e Emilio crebbe e si form; i Sereni, al pari dei Rosselli, appartengono a quelllite borghese ebraica in cui a partire dal nucleo familiare in cui comincia lapprendistato politico-culturale dei figli, o come stato detto recentemente in cui la famiglia trib ha un peso, in cui contano i modelli educativi, i momenti di sociabilit verticale della famiglia, lorganizzazione delleducazione e il rapporto fra adulti e adolescenti, di formazione dei caratteri e di costruzione di una disciplina e di un costume689. Famiglia allargata e di ritrovo per amici, conoscenti,
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G. Schwarz, Un identit da rifondare, cit., p. 200-201. Cartolina inviata da Vienna da Enrico Sereni alla famiglia, estate 1921, citata da Enzo Sereni in Ritorno al Congresso, in RMI, marzo 1931, a sua volta citato da C. Castel, Enzo Sereni, in U. Nahon (a cura di), Per non morire. Enzo Sereni: vita, scritti, testimonianze, Federazione Sionistica Italiana, Milano 1973. Su Enzo Sereni inoltre si veda il prezioso contributo di D. Carpi, A. Milano, U. Nahon (a cura di), Scritti in memoria di Enzo Sereni, Gerusalemmme, Fondazione Sally Mayer, 1970. 688 Italian pioneer in Palestine, labor leader, writer and one of the Haganah emissaries parachuted into Europe during World War II. Born in Rome, the discendant of the distinguished and assimilated Serenu family, he discovered Zionism after attending the Thirtheenth Zionist Congress in Karlsbad (1923). He was one of the first in Italy to promote settlement in Palestine as a social ideal. He was a socialist with religious aspirations, seeking spiritual perfection in the light of modern philosophy, Encyclopaedia Judaica, vol. 14, Jerusalem, 1971. 689 D. Bidussa, La nostalgia del futuro, in Enzo e Emilio Sereni, Politica e utopia. Lettere 1926-1943, Firenze, La Nuova Italia, 2000, pp. VII-LXVII. Cugino dei fratelli Sereni era quellEugenio Colorni che oltre che esimio filosofo fu un attivo e militante antifascista socialista, ucciso in una via di Roma alla viglia della liberazione; qualche cenno sul rapporto politico fra Colorni e i Sereni si trova in E. Garin, Eugenio Colorni, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dellEnciclopedia Italiana Treccani, 1982, pp. 408-472, vol. 27. Interessante losservazione sociologica elaborata da Bidussa sulla differenza dei Sereni con la famiglia Rosselli: I Rosselli e i Sereni appartengono allo stesso ambito familiare se noi consideriamo il dato genealogico dei sistemi ad albero, ma rappresentano due stadi diversi del processo emancipatorio e integrativo in relazione al contesto storico e ambientale in cui muovono. Non solo la differenza tra Firenze e Roma, anche quella tra il mondo ebraico fiorentino e

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cugini e compagni di scuola, in essa ci si ritrovava e si discuteva, con la mamma sempre presente, anche se non visibile, discute, consiglia, incita o frena. Enzo entusiasta di questatmosfera domestica e amplificatanon si contenta pi di raccontarla sotto forma di noterelle quotidiane: il suo diario prende il nome di Bravi ragazzi e la forma di un piccolo romanzo690. Tuttavia, il nucleo dei Sereni non pu essere definito solamente in termini di borghesia ebraica-italiana liberale, perch se la cornice storica in cui viveva era quella dellemancipazione e delleredit risorgimentale, pur vero che la componente e la tradizione ebraica le conferivano un vissuto specifico e una caratteristica non collocabile dentro questo quadro di famiglia secolarizzata; la futura scelta sionista di Enzo parte da qui, ovvero, dallincontro di una formazione italiana e di una pi propriamente ebraica, due aspetti che caratterizzeranno la personalit e la visione politica-esistenziale del primo halutz dItalia691. Alla causa sionista, in questa stagione giovanile, si avvicinava pure laltro fratello Emilio, che in futuro divenne militante nel Partito comunista nonch esimio storico delleconomia, il quale, per un tempo relativamente lungo della sua esistenza, progettava di raggiungere la Palestina e fondare un kibbutz su basi prettamente socialiste insieme a Enzo, come testimonia il carteggio recentemente pubblicato dei due fratelli692. Tornando alla cartolina scritta dal fratello Enrico da Vienna, Enzo non andr al preannunciato Congresso sionista di Karlsbad, ma gi nel gennaio del 1922 egli era fra i principali animatori, insieme a Lattes e a Beilinshon, del gruppo Avodah (Lavoro)693, movimento sionistico romano che rappresentava per lebraismo italiano dellepoca unautentica novit per via del suo programma694, la cui principale teoria prevedeva la trasformazione di ogni singolo ebreo in pioniere del Risorgimento ebraico tramite lappropriazione degli strumenti essenziali della cultura ebraica -in primis la lingua viva e parlata-, la salita in Eretz Israel e ivi propagandare presso le masse ebraiche della Diaspora il verbo sionista; sebbene
quello romano, La nostalgia del futuro, cit., p. XXIX. 690 C. Castel, Enzo Sereni, cit., p. 13. Uno studio sulla famiglia Sereni attraverso le sue generazioni stato fatto da C. Sereni, Il gioco dei regni, Firenze, Giunti, 1993. 691 Non si dimentichi la militanza che Sereni dispieg anche in campo antifascista; a tal proposito si rimanda a C. L. Ottino, Cenni sullesperienza sionista e antifascista di Enzo Sereni, in G. Valabrega (a cura di), Gli ebrei in Stallia durante il fascismo, n. 3, cit., pp. 67-85. 692 Emilio e Enzo Sereni, Politica e utopia, cit. 693 Il miglior studio sul gruppo romano sionistico Avodah stato scritto da D. Bidussa, Rifare gli ebrei. Enzo Sereni e il programma Avodah, in Oltre il ghetto, cit., pp. 214-238. 694 Per la lettura dellintero programma del gruppo Avodah si veda C. Castel, Enzo Sereni, cit., p. 19.

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lesperienza Avodah appartenesse alla stagione giovanile di Sereni, si trovano gi qui presenti gli elementi essenziali che informeranno la sua successiva azione in Eretz Israel e in Europa, elementi che torneranno ad essere teorizzati nel corso dello storico Congresso Giovanile Ebraico tenutosi dal 2 al 4 novembre 1924, a Livorno. In questa occasione, prendendo la parola dopo Alfonso Pacifici, Sereni esordiva affermando che il Sionismo quale stato in Italia fino ad ora stato generalmente un movimento di coscienza, nazionale e religiosa, con uno speciale riferimento a Sion, ma non affermazione che la risoluzione del problema ebraico non si poteva avere che in Sion e attraverso Sion. E stato perci difettoso nella sua dottrina e nei suoi metodi di propaganda perch si rivolto quasi esclusivamente alla media borghesia ebraica, con unazione quasi solo di culturaPer noi, ripetiamo, salvezza di vita di ebraica non c che in Eretz Israel: al di fuori c menzogna e errore; fuori della Palestina non c vita ebraica libera. Il popolo ebraico, la giovinezza ebraica deve abbandonare la Diaspora e accettare il suo duro ma necessario compito in PalestinaAndiamo in Palestina per avere una vita libera ebraica, con tutte le gioie, con tutti i dolori degli uomini Andiamo coscienti che questo sacrificio deve essere compiuto695. Gli ideali halutzistici avevano gi acquistato una forma ben definita nella coscienza sionista di Sereni e di l a tre anni egli, primo halutz dItalia, partiva con la moglie Ada Ascarelli per la Palestina, abbracciando la vita socialista kibbutzistica. Giova soffermare lattenzione sul convegno di Livorno perch sulla stampa ebraica italiana del secondo dopoguerra appariranno ampi articoli in cui la discussione cardine ruotava attorno alle posizioni prese da Sereni verso la questione ebraica e quelle tenute da Nello Rosselli che durante lo svolgimento dei lavori congressuali suscit con la sua relazione aspre polemiche, i cui tratti salienti sono state riportate nel capitolo precedente. Le due anime dellebraismo italiano sembravano qui confrontarsi e scontrarsi su quei contenuti che ognuno a suo modo interpretava come cardini del proprio ebraismo; tuttavia in entrambe le relazioni, cos ideologicamente diverse, si avvertiva la medesima intensit di toni e di passioni con cui veniva espressa e vissuta la propria identit ebraica, percepita come una condizione esistenziale e umana intimamente legata agli ideali verso cui si sceglieva di indirizzare il proprio cammino: per uno lideale perseguito sar espresso dallantifascismo
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E. Sereni, La Palestina e noi, relazione al IV Convegno Giovanile Ebraico, Livorno, novembre 1924, riprodotta interamente in Per non morire, cit., pp. 62-65.

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militante, per laltro dal sionismo halutzistico. Il personaggio Sereni non si presta facilmente ad essere presentato mediante lindividuazione di tratti caratteriali tipici della propria personalit perch questa risulta essere un insieme complesso di tante componenti culturali fra loro dialettiche, di tanti mondi e tanti ambienti visti e conosciuti che trovavano il proprio punto di contatto nella radicale, rivoluzionaria, naturale scelta esistenziale che lo porter, come gi detto, a compiere laliah nel febbraio del 1927. Lanno successivo gi fra i trentacinque fondatori del kibbutz Ghivat Brenner696, di cui incarner lo spirito pionieristico lavorando come operaio agricolo -lui, appartenente alla ricca borghesia ebraica romana, studente eccelso di Ernesto Bonaiuti697- attivo in ogni campo, organizzatore di attivit culturali, della trivellazione dei pozzi, dellaratura dei campi incolti e desertici, shaliach nel 1931-1932 in Germania, negli Stati Uniti nel 1936-1937, in Egitto nel 1940, in Irak nel 1942, fino allultima missione in Italia nel marzo del 1944 dove, paracadutatosi il 15 maggio nei pressi di Firenze, verr catturato dai tedeschi, deportato nel campo di Dachau e fucilato il 18 novembre dello stesso anno. La sua opera instancabile a favore degli ebrei perseguitati negli anni Trenta in Europa, aiutandoli ad emigrare e a far trasferire i loro beni in Palestina, la creazione dellAliah Ha-Noar, lorganizzazione di emigrazione per i fanciulli, il ruolo di leader allinterno del movimento He-Halutz a cui non venne mai meno, il suo servizio presso il Mossad, e, in ultimo, la scelta di fare concretamente qualcosa per salvare la popolazione ebraica dallo sterminio in atto nellEuropa occupata dai nazisti, decidendo, a quarantanni, di partire per lItalia, tutte queste imprese e le altre che per mancanza di spazio si sono taciute, fanno di Enzo Chaim Sereni un personaggio di una levatura etica, esistenziale e intellettuale rara da trovarsi non solo nellebraismo italiano ma nellebraismo tout court. Si non di meno daccordo con le riflessioni avanzate da Corrado Vivanti l dove afferma in modo articolato e complesso che la vicenda di Enzo Sereni non un fatto circoscritto alla sola storia della colonizzazione ebraica in Palestina, ma appartiene anche a quella dellantifascismo italiano. La sua attivit in Italia fino al 1926, ma anche i vari e profondi legami che
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Colle di Brenner. Chajm Brenner fu uno dei maggiori scrittori del movimento operaio in Palestina, trucidato dagli arabi nel 1921. 697 Enzo Sereni si laure con Giorgio Levi Della Vida, professore di lingue semitiche allUniversit di Roma, ma fu in stretti rapporti con Ernesto Bonaiuti sulla cui rivista Ricerche religiose pubblic anche la propria tesi, Cfr. E. Sereni, Per non morire, cit., p. 21.

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mantenne in seguito col suo paese natale non devono essere taciuti. Certo, Sereni non partecip come il fratello Emilio alla lotta diretta contro il regime mussoliniano. Si tratta per di vedere se la sua agitazione di tendenza socialista o ad esempio le sue conferenze agli ebrei italiani nel 1936, quando di ritorno da un viaggio in Germania, si sforz di far conoscere tutta la pericolosit del regime nazista e del Reich hitleriano (sia pure a scopo di propaganda sionistica), possono essere escluse da unattivit genericamente antifascista. Del resto basta meditare un istante sulla sua tragica fine a Dachau, dopo la cattura avvenuta nel tentativo di prendere contatto con forze partigiane nel ferrarese per capire che la troppo netta distinzione allinterno di correnti politiche piuttosto esigue pu provocare abbagli e equivoci698. In effetti, negli scritti reperiti sulle testate giornalistiche ebraiche, si avuta limpressione che lesperineza antifascista di Sereni fosse in qualche modo oscurata dalla ben pi attiva e palese vicenda sionista la quale veniva ad essere presentata come un qualcosa di totalmente slegato dalla realt storica e politica in cui essa matur e si svilupp, sottovalutando cio il fatto che la scelta esistenziale sionista di Sereni avvenne in un clima politico e culturale affatto particolare che meriterebbe approfondire per chiarire e comprendere in maniera pi esaustiva e comprensiva di pi elementi liter biografico di Sereni. Nel primo anniversario dalla morte, Umberto Nahon commemor nella sala della Biblioteca della Comunit israelitica di Roma la straordinaria figura di questo intellettuale romano che seppe incarnare profondamente lo spirito pionieristico in un momento storico in cui lebraismo della penisola non sembrava dimostrare alcun tipo di sensibilit verso il messaggio eversivo che egli lanciava; seppur lungo il discorso di Nahon merita di essere riportato per intero perch uno scritto che ha il merito di compendiare egregiamente le caratteristiche proprie e peculiari della poliedrica personalit di Enzo Sereni. Esordiva cos Nahon: siamo adunati qui oggi per unirci e esaltare la memoria di una personalit eminente e valorosa: Chaim Enzo Sereni. Egli rappresenta il dono pi bello che lantico ceppo dellEbraismo italiano aveva offerto al nascente popolo dIsraele in Eretz Israel. Primo halutz dItalia non soltanto in ordine di
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C. Vivanti, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, in Studi storici, n. 4, 1962, p. 898. Vivanti opponeva questa sua riflessione in polemica con la tesi espressa da Renzo De Felice nella propria opera a cui larticolo di Vivanti sopra riportato era dedicato; noto che lo storico reatino sostenesse che sionismo e antifascismo erano due fenomeni affatto differenti e separati, mentre allarticolista tale giudizio appariva un po troppo deterministico e netto. A tal proposito inseriva la vicenda di Sereni presentandola quale trait dunion esemplare fra lattivit antifascista e quella sionista.

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tempo, Enzo Sereni si era conquistato un posto di primo piano nella vita pubblica palestinese; la sua morte un grave lutto per lYishuv intero e per lEbraismo non solo italiano ma anche mondiale. Limpulso del pioniere, linquietudine delluomo che brucia se stesso nella realizzazione di un ideale, la volont indomita di non lasciare nulla di intentato per raggiungere la meta, sono i moventi che hanno fatto di Enzo halutz nella partecipazione degli ebrei di Eretz Israel alla guerra; egli sentiva il valore universale della lotta che si combatteva contro lhitlerismo e lidea della libert di tutti i popoli non era mai disgiunta in lui dalla volont di libert per il suo popolo. Allimmane lotta che si combatteva, Enzo voleva che lYishuv partecipasse con tutta la sua anima e con tutte le sua forze e, come sempre, voleva essere da esempio. Non pago dei servizi resi in America, Egitto, Irak, Palestina, senza lasciarsi scoraggiare dagli ostacoli che gli venivano frapposti, Enzo volle consacrarsi al lavoro di organizzazione dietro le linee del fronte e allopera di salvataggio degli Ebrei nellItalia occupata dai tedeschi. E questo tentativo generoso e audace che ha spezzato la sua meravigliosa esistenza. Io rivado col pensiero ai venti anni della nostra amicizia, ai nostri primi incontri al convegno giovanile di Livorno nel 1924 e agli ultimi, al Cairo, nei primi mesi del 1944. Questa amicizia durata venti anni, unita dai medesimi ideali; egli per possedeva una rara e integrale dedizione a tale ideale che non ho mai pi riscontrato in nessunaltro. Questa luce si spenta, una luminosa speranza tramontata. Il sangue di Enzo si aggiunto al sangue di milioni dei nostri fratelli ed egli tragicamente finito in uno di quei campi della morte dove i nostri vecchi, i nostri bambini e le nostre donne sono stati torturati e massacrati. Ma fra i milioni di vittime passive, fra i milioni che sono andati al macello passivamente, un faro di luce sono coloro che, come Enzo, in piena coscienza e libert sono andati incontro alla morte e lhanno liberamente affrontata, per il loro desiderio di combattere la battaglia dellumanit in guerra, nella loro volont di combattere per la libert del mondo e per quella del proprio popolo. Shalom Enzo!699. Nel secondo anniversario della sua scomparsa, spetter ad un altro noto compagno di vita di Sereni, quale fu Dante Lattes, a ricordarlo: la vita di Enzo stata coronata da un atto di eroismo e di martirio che il grado pi sublime a cui gli uomini possono aspirare. E
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U. Nahon, Enzo Sereni primo halutzim dItalia, brano inedito riprodotto per la prima volta in RMI, n. 11, novembre 1969. Nel X anniversario della scomparsa di Sereni, lo stesso Nahon tenne una radio conversazione per lemittente israeliana Kol Zion la-Golah trascritta in Israel, n. 6, 4 novembre 1954.

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tuttavia il Martirio ha reciso questa grande vita e noi, adesso, ci sentiamo vuoti, poveri e tristi come quando una luce si spegne. Nel piccolo nucleo dei sionisti italiani, fenomeno borghese e romantico, Enzo fu leccezione unica, fu un uomo rivoluzionario; se primo chaluz dItalia vuol dire idealismo, eroismo, sacrificio, abnegazione e dedizione quali furono dimostrati nel 1927, esso un titolo di gloria meritato da Enzo. Fu lelemento pi energico, il propulsore pi vitale che il sionismo italiano, ma direi occidentale, abbia saputo dare. Per lui il sionismo di Herzl voleva dire soprattutto ritorno alla terra dIsraele, ricostruzione del popolo nello Stato ebraico. Dando nuovo valore al fattore volontaristico nellopera di redenzione, il Sionismo era un tentativo di laicizzazione dellebraismo; egli vedeva che solo in Eretz Israel poteva accadere la personale trasformazione della vita ebraica e cos lasci la sua agiata vita borghese romana per diventare salariato giornaliero nel kibbutz. Esort i giovani ebrei dItalia a seguire il suo esempio, sapendo di non invitarli a una festa, n li illudeva con la speranza di una vita felice ma la sua via non venne abbracciata che da lui e dalla sua fedele moglie. Tutto Enzo Sereni, quale stato poi in Eretz Israel, nel suo kibbutz, nella sua politica sionistica, tutto Enzo Sereni era gi in fiore venticinque anni fa, nel nostro piccolo mondo di Roma. Era fin dallora quello che in pi grande misura stato luomo dai grandi ardimenti, il primo a dare lesempio dellazione e nel pensiero nel quale credeva700. Nel 1947 veniva inaugurato proprio nel kibbutz Ghivat Brenner un monumento in suo onore701 per ricordare in eterno gli ideali che mossero questo giovane ebreo romano a venire in Eretz Israel e costruire questo kibbutz che oggi conta mille e trecento operosi halutzim che parlano ebraico e che vivono secondo i pi alti valori kibbutzistici702. Se da una parte il movimento He-Halutz esaltava i tratti pionieristici di Sereni, collocandolo in un ambito legato principalmente alla prassi e alla dottrina halutzistica, egli veniva altres rievocato dai suoi compagni di vita in maniera non solo pi umana ma anche pi universale, e questo lo si notato gi nel caso di Nahon e di Lattes; un altro amico ebreo italiano, Riccardo Bachi, che conobbe Sereni in Eretz Israel, scriver di lui che egli incarna la famosa qualifica di sognatore del ghetto, qualifica che in tutti i tempi spettata ai figli del ghetto nella loro qualit innata e fatale
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D. Lattes, La primavera di Enzo Sereni, in He-Halutz, n. 5, 28 novembre 1946, riportato in RMI, n. 11, novembre 1969. 701 Monumento a Enzo Sereni, in He-Halutz, n. 5, 28 novembre 1947. 702 L. Forti, Italiani in Eretz Israele: Ghivat Brenner, in He-Halutz, n. 13-14, 5 aprile 1948.

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di avere dentro di s una pertinace speranza. Potrei con pari senso di verit attribuire a Enzo la qualifica di realizzatore del ghetto e questa una figura del tutto nuova rispetto alla prima e infatti Enzo un uomo nuovo rispetto al vecchi mondo della Diaspora italiana da cui egli immediatamente derivava e da cui egli ha inconsciamente o consciamente molto tratto. In questo asfittico mondo ebraico italiano, egli stato fra i primi a sentire risorgere in s ardente lanima di Israele, il bisogno intimo di essere ebreo; nel 1921-1922 Enzo cominci la vita del realizzatore dedicandosi volenterosamente allopera di costruzione e rinnovazione del movimento sionista italiano. Dette vita a Roma e poi a Firenze al gruppo Avodah che aveva il suo nucleo e il suo organo in Israel nel quale pubblicava regolarmente la Pagina dellAvodah. Nel 1924 prese parte al Congresso giovanile di Livorno in cui si trov accanto Nello Rosselli; qui fece una dichiarazione ardita: dare al popolo ebraico unanima che era contemporaneamente sionista e proletaria. Enzo stato, io credo, in Italia, il maggior integratore dellopera dei due pionieri spirituali; Lattes e Pacifici. Il grande suo compito stato di diventare il propagandista che agisce, di essere il primo halutz italiano. Cos egli ha dato dignit al sionismo italiano, divenendo un mito, un simbolo. La sua vita stato una vita di un visionario e di un realizzatore 703. A dieci anni dalla scomparsa di Enzo Sereni, il Ghivat Brenner dedic alla sua memoria una giornata di studio, di lettura dei suoi scritti giovanili e della maturit che mostrano come gi allet di sedici anni fosse in lui gi presente e viva il suo fervore che lo rendeva una personalit poliedrica, una di quelle personalit che non possono essere racchiuse in una definizione o in uno schema. Era un trascinatore e un uomo sempre abituato a pagare di persona, un visionario con i piedi ben radicati sul suolo e con il senso sempre presente delle possibilit e della realt, un pacifista ad oltranza che non esit a partecipare alla guerra. Un uomo che conobbi e di cui mi sar sempre caro e presente il ricordo704. Unaltra toccante rievocazione del primo Halutz dItalia, proveniva dal suo discepolo Marcello Savaldi che vedeva in lui la pi alta lezione di libert che lebraismo potesse trarre, ricordando che in una lettera al fratello Emilio, Enzo scriveva: lesperienza fascista
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R. Bachi, Il sognatore del ghetto: Enzo Sereni, in RMI, n. 7, luglio 1957. G. Romano, Il Ghivat Brenner rende omaggio a Enzo Sereni, in Israel, n. 11, 9 dicembre 1954. Nel 1954 cadeva il venticinquesimo anniversario della fondazione dello stesso kibbutz Ghivat Brenner, Cfr. A. Fano, Venticinque anni di Ghivat Brenner, in Israel, n. 19, 15 gennaio 1954, Solenne cerimonia a Ghivat Brenner, in La Voce, n. 1-2, gennaio-febbraio 1954, A Enzo Sereni, in Bcim, n. 6, febbraio 1954.

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mi ha persuaso della superiorit della libert di pensiero e di critica, e mi ha tolto ogni velleit idealistica di inquisizione. In questa lettera al fratello, scritta durante il primo periodo della sua vita in Eretz Israel, emerge chiaro il rifiuto proprio e caratteristico della sua mente per ogni tipo di dogmatismo705. A proposito di questa libert di pensiero, merita riportare alcune parti di una lettera inviata nel dicembre del 1927 da Enzo a Emilio, questultimo sempre pi vicino ad abbracciare la causa comunista e ad abbandonare definitivamente il sionismo e il progetto di raggiungere il fratello in Eretz Israel: senz ombra di offesa e di orgoglio anche la tua adesione al comunismo non per me che un prodotto di uninquietudine che tu cerchi di ammazzare, distruggendola completamente, abolendo tutto lo sviluppo dellEuropa contemporanea dopo Marx, dichiarandoti materialista storico questo un metodo pericoloso come quello di rintanarsi nella religione che, certo, al credente spiega tutto: ma al credente solo e non a chi abbia visto una volta sola la luce abbagliante del mondoil tuo ortodossismo mi d tutta laria di una precauzione contro se stesso che un ottima cosa per il peccatore che, raggiunta una volta la verit pone siepi intorno alla legge per non correre il pericolo di ricadere in tentazione, ma fatale errore per chi sa che la verit eterna conquista, di ogni istante, e che non c siepe che possa servirci a conservarla in noi, che tutto sempre, in ogni attimo, ritorna in discussione, e che in ogni momento bisogna ritrovarla per intero, per salvarsi, la verit. Non mi scomunicherai perci se ti dir che io sono senza partito, come tutta la giovent europea educata allidealismo706. Tuttavia questo suo nomadismo politico, senza etichette n tessere, lo portava non di meno ad abbracciare fin dal 1923 lantifascismo in nome di quella libert di pensiero e di azione che lo accomuner, malgrado tutte le divergenze sopra esposte, a Nello Rosselli e alla sua concezione dellebraismo che veniva crocianamente ad identificarsi con la religione della libert707; e se il momento teorico sar fondamentale per unadeguata ricerca interiore del proprio essere ebreo, non meno importante costituiva per Sereni il momento dellagire, perch, come ricorda Bidussa, che su Sereni ha scritto pagine di rara sensibilit, la questione ebraica viene per esso a coincidere con un
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M. Savaldi, Ricordiamo Enzo Sereni nellanniversario della sua morte, in Israel, n. 10, 20 novembre 1958. 706 Lettera scritta da Haim (Enzo) al fratello Uriel (Emilio), Rechovot, 8 dicembre 1927, tratta da D. Budussa, M. G. Meriggi (a cura di), Enzo Sereni Emilio Sereni, cit., pp. 58-65. 707 R. De Felice, Storia degli ebrei, cit., p. 90.

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progetto politico di rottura che ha la possibilit di avere successo solo se si fa atto pubblico, tradurlo in visibile708. In nome di questa etica dellazione egli inspirer fino allultimo dei suoi giorni le proprie azioni, testimoniando questa fedelt in uno dei suoi ultimi scritti, quando si trovava in Italia per la sua ultima missione senza ritorno: anche oggi si pu far molto, ed io so, oggi, che si pu far molto e che io sono colui che deve agire. In tutta la mia vita passata non ho avuto mai, come oggi, la sensazione della missione709.

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D. Bidussa, Postfazione. Radicalit e Politica. Su Enzo Sereni, in E. Sereni, Le origini del fascismo, La Nuova Italia, Firenze, 1998, pp. 117-138. 709 E. Sereni, Io sono colui che deve agire, lettera spedita dallItalia ai dirigenti dellimmigrazione illegale, 8 aprile 1944, in U. Nahon (a cura di), Per non morire, cit., pp. 233-236.

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Capitolo IV: istituzioni e comunit I. Lassociazionismo giovanile non sionista: la FGEI Dalla nascita alla Guerra dei Sei Giorni Tra pochi giorni i Gruppi Giovanili Ebraici si riuniranno a congresso a Firenze; mi auguro che da tale congresso nasca finalmente quella organizzazione unitaria di tutti i CGE che pur lasciando a ciascuno ampia autonomia in rapporto alle differenti caratteristiche locali, dar tuttavia ununica direttiva allattivit. Si dovr creare una Federazione di soli CGE, cio delle forze giovanili ebraiche perch essi, a differenza di altri raggruppamenti giovanili pi ideologizzati e politicizzati, riescono a raccogliere nelle proprie file giovani ebrei dalle tendenze pi disparate, dallateo allortodosso, dal socialista sionista al revisionista. Ma una federazione che ad esempio comprendesse lHe-Halutz, correrebbe il rischio di essere dominata da questultimo, composta da giovani pi attivi e preparati, e quindi finirebbe per allontanare quei giovani di tendenze molto diverse. I CGE dovrebbero assimilare dentro di s quelle organizzazioni similari, che rappresentano doppioni, quali lUnione Studenti Ebrei e lAdei giovanile; inoltre auspicabile la creazione di un Comitato dintesa fra i CGE e lHe-Halutz allo scopo di sviluppare una proficuo e efficace collaborazione fra le due forze giovanili pi importanti dItalia710. Cos scriveva Fernando Piperno nel marzo del 1948, anticipando la riunione del I Congresso dei Centri Giovanili Ebraici, svoltosi a Firenze dal 19 al 21 marzo, che sebbene non sia la prima riunione della giovent ebraica del dopoguerra, tuttavia quella pi importante e numerosa. Infatti sono giunti da tutta Italia venticinque centri giovanili con il fermo proposito di creare qualcosa di nuovo; dispiace dirlo ma permangono gravi deficienze di formazione culturale711. Alla fine dei lavori congressuali i vari Centri Giovanili Ebraici dItalia si dotavano di un organismo federativo nazionale -la Federazione Giovanile Ebraica Italiana (FGEI) -eleggendo alla carica di presidente lo stesso Fernando Piperno712, il quale firmava un articolo sulla testata Israel a pochi giorni dalla fine del Congresso fiorentino, lamentando lo stato di apatia che circola fra i giovani ebrei dItalia, la loro scarsa propensione a lavorare
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F. Piperno, Il Congresso dei C. G. E, in Israel, n. 27, 11 marzo 1948. Hillel, La parola ai giovani, in Israel, n. 28, 18 marzo 1948. 712 Tale carica sar mantenuta da Fernando Piperno fino al 1988.

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seriamente affinch il nostro movimento cresca e si sviluppi con modalit pi incisive e impegnative; a tutti richiesta una partecipazione meno tiepida e pi attiva713. Sergio Della Pergola che sullassociazionismo cigeistico ha dedicato una lucida analisi in un suo volume714, ha scritto che la FGEI sorse con lintento di unificare su base federativa la giovent ebraica delle varie citt dItalia nelle quali operavano gi diversi movimenti giovanili, rappresentanti delle classi medio-alte urbane715. Esaminando i commenti apparsi sulla stampa ebraica allindomani della costituzione della federazione, appare estremamente interessante un intervento firmato da Leo Levi -animatore dal 1945 di tali Centri che sorsero allindomani della Liberazione nelle maggiori citt dItalia716- il quale notava che dagli scritti apparsi su Israel e dalle stesse relazioni emerse al congresso, ho rilevato uno stato danimo di scetticismo e di sfiducia; vero che il momento storico non dei pi favorevoli ma non mi pare ci sia ragione per tale pessimismo suicida. Certo, un dato di fatto che i giovani ebrei italiani, nella loro massa, non siano allaltezza dellora attuale; colpa del disgraziato ventennio fascista in cui sono nati, colpa della pessima educazione ebraica che i rabbini della precedente generazione hanno dato, colpa -o merito- dellottima situazione politica ed economica in cui lEbraismo italiano si trovato a vivere dopo la brevissima parentesi antisemita che stata rapidamente dimenticata. Al Congresso di Firenze laver riconosciuto lattuale ignoranza, laver vinto quel naturale senso di indolenza che innato nei giovani non cosa da disprezzare. Tuttavia gli ottocento giovani organizzati nei CGE non devono presumere per il solo fatto di essersi dati una forma organizzativa e di aver scoperto il loro essere ebrei, di aver raggiunto la meta. Il CGE un punto di partenza e non di arrivo; se ci si cristallizzer in una posizione statica, se la Fgei e i suoi organi
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F. Piperno, Il Congresso dei CGE e le impressioni di un delegato romano, in Israel, n. 29-30, 1 aprile 1948. 714 Cfr. S. Della Pergola, Anatomia dellebraismo italiano, Roma/Assisi, Carucci, 1976. 715 Id., ivi., p. 72. Lautore inoltre opera uninteressante periodizzazione cronologica-tematica della federazione, individuandone quattro fasi: 1.1948-1953: ricostruzione istituzionaria; 2. 1954-1962: militanza politica in seno alla vita italiana con vivaci e accesi dibattiti sulle colonne di Ha-Tikw; 3. 1963-1967: approfondimento dei dibattiti comunitari e politici, alla ricerca di una propria identit e fisionomia; 4. 1968- : vicende militari mediorientali che segnarono una profonda frattura allinterno della FGEI che non verr pi rimarginata. Sebbene queste indicazioni siano preziose e da tenere di conto, tuttavia nel corso del paragrafo esse non sono state seguite alla lettera. 716 Di particolare importanza fu il CGE di Roma, costituito nel luglio del 1944 grazie agli sforzi dellOrganizzazione sionista e dei soldati palestinesi, che rappresent un polo di attrazione di un movimento che, seppure non poteva essere definito massivo, certo assunse proporzioni numeriche sconosciute in ogni precedente periodo, Cfr. F. Del Canuto, La ripresa delle attivit sionistiche, cit., p. 194.

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non sapranno scuotere ogni singolo aderente dal proprio tepore, dalla sua fondamentale apatia, dalla sua mentalit borghese e assimilata, dovremmo concludere che si fatto un buco nellacqua. La prossima generazione di Ebrei italiani, se esister, nelle mani dei cigeisti di oggi che, detto francamente, sono ebraicamente agonizzanti. Dopo il Congresso di Firenze, i CGE non sono pi Circoli Giovanili Ebraici ma Centri Giovanili Ebraici; non devono e non vogliono essere circoli moderati e borghesi bens crogioli di ebraicit aperti a tutti e soprattutto agli halutzim. La meta una e comune a tutti: la difesa di Israele di fronte ai nemici armati, di fronte alla Storia. E lEbraismo nel senso pi vasto della parola; se sapremo mobilitarci tutti, potremo dire che anche il Congresso di Firenze e la FGEI hanno portato un proprio centrale contributo717. La principale funzione attribuita alla neonata federazione e ai suoi nuclei di base riguardava la formazione della futura classe dirigente ebraica. Questultima doveva essere appunto espressa da tale ambiente giovanile, adatto a soddisfare tale compito dal momento che esso si configurava come un raggruppamento non politicamente e ideologicamente schierato alla maniera sionistica di He-Halutz, ma tendeva a far confluire al proprio interno eterogenee tendenze culturali e sociali che gli conferivano una struttura pi mossa e variegata, piuttosto lontana dalla rigidit costituiva dellhalutzismo. pur vero che la federazione giovanile si caratterizzava per una coloritura politica di sinistra abbastanza accentuata ed evidente, e, come si vedr, direttamente ispirata ai valori resistenziali. Sul movimento cigeistico molti saranno gli articoli apparsi sulle varie testate analizzate e un tale interesse lo si pu spiegare in parte con il fatto che i CGE erano i soli organismi nel quadro giovanile ebraico della Penisola a non dichiararsi apertamente sionisti, o quanto meno a non individuare nel sionismo lunico polo identitario e di riferimento718, ad accettare la Diaspora come propria condizione storica dentro cui vivere, a rappresentare, in definitiva, la maggioranza della giovent ebraica italiana, sospesa fra tentazioni assimilatorie e un accennato risveglio
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L. Levi, Il Congresso Giovanile e lora attuale, in Israel, n. 32, 15 aprile 1948. Amos Luzzatto scrive a riguardo che la FGEI era composta da simpatizzanti sionisti non intenzionati a compiere personalmente laliah, con generiche simpatie per la sinistra italiana, dotati di un tradizionalismo ebraico abbastanza moderato e certamente non ortodosso che tuttavia, sebbene fossero spesso accusati di essere troppo inclini a un associazionismo non impegnato e da svago, fornirono nel dopoguerra allebraismo italiano pi di una generazione di dirigenti comunitari, Cfr. Autocoscienza e identit ebraica, cit., p. 1879.

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della propria identit ebraica719. Al sopraccitato articolo di Levi, rispondeva Fernando Piperno con uno scritto in cui gli chiedeva se noi giovani dobbiamo lavorare per i prossimi cinque mesi o per i prossimi cinquantanni? Credo che la seconda strada sia quella pi giusta; esistono due situazioni reali: una quella di Eretz Israel, laltra quella italiana. Rifiutarsi di accettare luna o laltra non nascondere la testa sotto la sabbia; guardiamo bene i fatti come sono. Da una parte c Eretz Israel che richiede in questo momento la massima solidariet e il massimo aiuto da tutti gli Ebrei del mondo e quindi anche da quelli italiani. Ma al di l dellesito dellattuale battaglia sar senzaltro importante che esista in Italia una Comunit con una coscienza ebraica pi salda e pi netta di quella attuale. Lattivit presente e attuale dei CGE consiste e consister nel raccogliere i giovani affinch comincino ad interessarsi ai problemi elementari dellEbraismo; i CGE dovrebbero raccogliere i giovani dai sedici ai trentasei anni che da un calcolo approssimativo dovrebbero essere diecimila mentre attualmente sono soltanto ottocento. Ecco perch noi riteniamo importante la discussione dei problemi organizzativi, perch senza una solida e ben funzionante organizzazione centrale e periferica impossibile attrarre e far progredire le masse. Ecco perch protestiamo quando si tenta di far passare in secondo piano questi problemi per proporne altri, certo pi attuali e urgenti, ma che interessano una pi ristretta cerchia di persone. Pongo esplicitamente qui due domande alle quali spero non si risponda in maniera non equivoca: 1. Sono disposti gli inviati di Eretz Israel, le Autorit dellEbraismo italiano e i giovani del movimento He-Halutz a favorire lo sviluppo della FGEI, convinti che questa federazione dovr portare avanti dei lenti e graduali frutti nei prossimi anni? 2. Sono disposti soprattutto i giovani halutzim a collaborare all attivit dei CGE con spirito democratico, senza imposizioni e arie di superiorit? Qualsiasi sia la risposta, in ogni caso tempo di decidersi: fuori dall equivoco!720. Puntuali e chiari gli interrogativi che il presidente della federazione poneva riguardo al futuro di tale organismo, delimitando il campo dazione ad un lavoro concreto e continuativo, tralasciando discussioni e dibattiti teorici che interessavano soltanto un numero esiguo di persone. Daccordo con limpostazione pragmatica di Piperno, si dichiarava il
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Un risveglio derivato in parte dalliniqua legislazione razziale del 38 che in molti ebrei non ebreiper usare unespressione di Isaac Deutscher- aveva fatto scoprire per la prima volta la propria origine ebraica. Cfr. I. Deutscher, Lebreo non ebreo e altri saggi, Milano, Mondadori, 1969. 720 F. Piperno, Fuori dallequivoco, in Israel, n. 33-34, 22 aprile 1948.

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segretario generale della FGEI, Leone Diena, sebbene dissentisse nel porre drastica la scelta fra lavorare per cinque mesi o per cinquantanni. Credo che si lavori pienamente e veramente per lEbraismo sia quando si sostiene in tutte le forme la lotta per Eretz Israel, sia quando si sostiene He-Halutz, sia quando si faccia campeggio, sia quando si studi la cultura e la lingua ebraica. Sono forme diverse ma che hanno il comune fine di sottrarre i giovani dallassimilazione. Il significato della FGEI unire le forze di tutti per un lavoro comune: per oggi, per domani, per sempre721. Uniniziativa che susciter fra i giovani cigeisti ampi consensi e entusiasmi sar quella dei campeggi promossi dalla FGEI a scadenza semestrale il cui promotor