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GEOGRAFIA DELL'ITALIA

PROVINCIE DI REGGIO CALABRIA, CATANZARO

COSENZA

PARTI DELL'OPERA PURRLIGATE

Introduzione generale (97 figure e 4 carte)

Provincia di Torino (189 figure e 2 carte)

Alessandria (111 figure e 3 carte)

» Cuneo (57 figure e 3 carte)

Novara (88 figure e 3 carte)

Genova e Porto Maurizio (113 figure e 4 carte)

L.

»

»

»

»

»

» Palermo, Caltanissetta, Catania, Girgenti, Mes-

sina, Siracusa e Trapani (185 figure e 5 carte) »

Roma (274 figure e 29 carte)

Milano (145 figure e 2 carte)

Firenze (150 figure e 5 carte)

»

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7. 25

8.60

5.30

5.

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15.

15.

10. 60

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Legata L.

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9. 75

11. 10

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7. 50

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17.50

«17.50

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13. 10

10. 90

Cagliari e Sassari, Corsica, Malta, Mari d'Italia

(59 figure e 3 carte)

» Arezzo, Grosseto e Siena (80 figure e 3 carte)

Perugia (135 figure e 1 carta)

»

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»

8.60

5. 30

7. 30

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11. 10

7. 80

9.80

» Como e Sondrio, Canton Ticino e Valli dei

Grigioni (58 figure e 1 carta)

»

» Massa e Carrara,

(104 figure e 3 carte)

Lucca, Pisa e Livorno

»

Pavia (109 figure e 2 carte)

»

Napoli (238 figure e 5 carte)

»

9.30

5. 30

6.—

9.30

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»

11.80

7. 80

8.50

11.80

» Bergamo e Brescia, con Appendice sulle Valli del

Versante lombardo appartenenti air Impero Austro-

Ungarico (115 figure e 3 carte)

>

10.

»

»

12. 50

» Avellino, Benevento, Caserta, Salerno (91 figure

e 1 carta)

»

7. 30

»

»

9. 80

» Ancona, Ascoli Piceno, Macerata, Pesaro e

>

Urbino (145 figure e 1 carta)

Cremona e Mantova (58 figure e 2 carte)

.

.

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Bari, Poggia, Lecce e Potenza (129 fig. e 2 carte) »

8.

6.

8.

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10. 50

8. 50

10.50

> Aquila, Chieti, Teramo e Campobasso (97 figure

e 1

carta)

Bologna (80 figure e 2 carte)

»

»

7. 50

5. :!()

»

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10.

7. 80

» Reggio Calabria, Catanzaro e Cosenza (35 figure

e 2 carte)

»

5.

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»

7. 50

La patria

GEOGRAFIA

DELL'ITALIA

CENNI STORICI COSTUMI TOPOGRAFIA PRODOTTI INDUSTRIA COMMERCIO MARI FIUMI LAGHI CANALI STRADE PONTI STRADE FERRATE PORTI MONUMENTI DATI STATISTICI POPOLAZIONE

ISTRUZIONE RILANCI PROVINCIALI E COMUNALI ISTITUTI DI BENEFICENZA

EDIFIZI PUBBLICI, ecc., ecc.

OPERA COMPILATA

DAL PROFESSORE

GUSTAVO STRAFFORELLO

COLLA COLLABORAZIONE DI ALTRI DISTINTI SCRITTORI

PROVINCIE DI REGGIO CALABRIA, CATANZARO

COSENZA

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TORINO

UNIONE TIPOGRAFIGO-EDITRIGE

33 Via Carlo Alberto 33

MILANO ROMA NAPOLI

1900

La Società Editrice intende godere dei diritti accordati dalle vigenti Leggi e Convenzioni

internazionali sulla Proprietà letteraria e artistica per la presente Opera.

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LA KA IKI A -Geografia dell Italia

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Carta delle Provincie di

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Spiegazione dei Segni

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91-

PARTE QUARTA

(Continuazione)

ITALIA MERIDIONALE

ALtAlRIA

hi dice Calabria è come dicesse il mezzodì del mezzodì. Forma la Calabria odierna una lunga penisola, di variabile larghezza, circondata

dal mare Tirreno e dal mar Jonio. È il Bruzio dei Romani, il quale

insieme con la Lucania, con le grasse Apulie e con quel tallone della

grande penisola madre che i Romani chiamavano allora Calabria o

Messapia, e noi chiamiamo adesso Terra d'Otranto, andavano già

gran tempo prima della grandezza di Roma, sotto il civilissimo e glorioso nome di

Grecia Grande (Magna Grecia). Colaggiù, più di un mezzo millennio av. Cristo (o vi

fosse approdato da Samo o fosse stato iniziato a dottrina più anticamente divenuta italica in Etruria) filosofeggiava Pitagora, il pensatore che più ritrasse in Occidente

della rigida sapienza egizia e pelasga: suoi sono un sistema del mondo e un codice

morale che non solamente furono tenuti in venerazione da' discepoli raccolti a vita

cenobitica e contemplativa, ma dall'antichità medesima sono stati trasmessi, e non senza seguito, al mondo cristiano. Colaggiù, circa un secolo dopo, traeva ad erudirsene Pla-

tone; colà Erodoto, il gran padre delle istorie, scendeva a leggere alle turbe; e a

Metaponto, a Crotona, a Locri, a Turio, a Sibari, a Taranto, elettissima gemma fra

quelle sempre agitate e pur sempre fiorenti repubbliche, splendeva una civiltà degna

di essere foriera ai tempi stessi della Grecia di Pericle (1).

I. La Calabria antica.

Calabria fu il nome dato dai Romani alla penisola che forma il promontorio sud-est

o, come vuoisi sempre chiamare, estremità del grande stivale d'Italia, quel desso che

i Greci addimandavano Messapia o Japigia.

L'uso di queste denominazioni pare invero fosse assai incerto e fluttuante. Ma, nel

tutto insieme, puossi osservare che il nome di Japigia il quale par fosse il primo noto

fra i Greci e probabilmente l'unico nei tempi antichi fu dato da essi, non solamente

(1) Caterina Pigorini-Beri, In Calabria. Torino, Casanova, 1892.

48 La Patria, voi. IV, parte 2».

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Parte Quarta Italia Meridionale

alla penisola stessa, ma all'intiera porzione sud-est dell'Italia dalle frontiere della

Lucania al promontorio del Gargano, comprendendovi così la maggior parte dell' Apulia

del pari che la Calabria.

Erodoto pare al fermo abbia considerato l'Apulia come parte della Japigia, ma non

ha nome distinto per la penisola stessa. Né egli né Tucidide adoperano mai Messapia

pel nome del paese, ma ambedue parlano dei Messapii come di una tribù o nazione

degli abitanti natii a cui applicano il nome generico di Japigii.

I Calabri i quali par fossero identificati dai Greci coi Messapii ebbero

primamente il nome di Calabri dai Romani. Essi abitavano la metà settentrionale

e l'interno della penisola sino ai confini dei Peucezii e formavano evidentemente la

più potente delle due tribù (i Salentini), di che il nome di Calabria fu adottato a

grado a grado dai Romani per significare l'intiero distretto nell'istessa guisa che i

Greci avevano adottato quello di Messapia. Quest'uso fu stabilito fermamente prima del tempo di Augusto.

La Calabria, definita in tal modo, era confinata a ovest da una linea tirata da un mare all'altro, principiante dal golfo di Taranto un po' a ovest di quella città e sten-

dentesi, a traverso la penisola, alla costa dell'Adriatico fra Egnatia (rovine presso

Fasano in provincia e circondario di Bari) e Brundusium (Brindisi). Di tal modo la

Calabria antica aveva pressoché la medesima estensione dell'odierna Terra d'Otranto o provincia di Lecce. Ma, non essendo definito da alcuna configurazione naturale, il confine non può essere

determinato con precisione, e, per fini amministrativi, variò probabilmente secondo i tempi. Per tal modo, noi vediamo Frontino comprendere nella Provincia Calabriue

parecchie città dei Peucezii che, secondo la suddetta linea di separazione, apparten-

gono all'Apulia e pare infatti le fossero comunemente attribuite. La stessa osservazione

applicasi alla lista dei Calabrorum mediterranei di Plinio, ed è invero probabile che i

Calabri, o Messapii, si stendessero in origine più oltre a ovest del limite arbitrario

fissato così dai geografi.

Strabone pare abbia considerato l'istmo (com'egli lo chiama) fra Brindisi e Taranto

come segnato dalla natura più di quel che in realtà non sia; egli stabilisce la sua larghezza in 310 stadii, che è meno della vera distanza fra le due città, ma assai più della larghezza odierna misurata in linea retta da mare a mare, la quale non oltre- passa i 250 stadii. Ciò non è però che inferiore di poco alla larghezza media della pro-

vincia, la quale si avrebbe invero a definire più propriamente un gran promontorio

piuttostochè una penisola nello stretto senso della parola.

L'intiero spazio compreso fra questi limiti a ovest e il promontorio Japigio è molto

uniforme ne' suoi caratteri fisici. Esso non contiene montagne ed appena qualche col-

lina di altezza cospicua, non occupando la regione aspra e collinosa che attraversa la

parte meridionale dell' Apulia che un picciol tratto nell'estremo nord-ovest della Calabria intorno alle odierne città di Ostuni e di Ceglie che abbiam già descritte nella provincia di Lecce, circondario di Brindisi. Di là al promontorio Japigio (ora

Capo di Leuca) non vi ha una sola eminenza cospicua, essendo l'intiero spazio occu-

pato da larghe e vagamente ondulanti colline di pochissima elevazione, che la città

di Oria (l'antica Hi/ria), che sorge sur un colle di mediocre altezza presso il centro

della penisola, ha la veduta ininterrotta del mare ai due lati. Quindi Virgilio descrisse

giustamente lo appressarsi all'Italia da questa parte obscuros colle* humilemque Italiani II terreno è quasi intieramente calcareo, composto di un calcare terziario tenero

che trattiene l'acqua che non iscorre che qualche rivolo nell'intiera provincia. Ma,

nonostante la sua aridità e l'ardore estivo del clima, il paese era in passato feracissimo

ed è descritto da Strabone come fiorente e popolatissimo, quantunque molto scaduto

a' dì suoi dalla pristina prosperità.

Calabria

Il suolo è atto principalmente alla cultura dell'ulivo, e l'olio della Calabria, come

andò rinomato nei tempi antichi, è così sempre a' dì nostri; ma esso produceva, come

produce tuttora, ottimi vini, frutta di varie specie in gran copia, miele e lana finissima.

Senonchè, pei calori eccessivi dell'estate, era necessario spingere in quella stagione le greggio nelle montagne e nelle alte valli della Lucania. Virgilio osserva che la

Calabria era infestata da serpenti più micidiali di quelli delle altre parti d'Italia.

Un'altra fonte di ricchezza pei Calabri era la loro ottima razza cavallina da cui i

Tarentini traevano la loro eccellente cavalleria, per la quale andarono lungamente

rinomati. Anche nel III secolo av. C, narra Polibio, che gli Apuli e i Messapii pote- vano scendere in campo con non meno di 16.000 cavalli. Ed anche al d'oggi la

Terra d'Otranto, o provincia di Lecce, è una delle più fertili e delle più fittamente

popolate provincie dell'Italia meridionale. Come abbiamo detto, la popolazione della penisola calabra consisteva in due tribù

o nazioni diverse: i Messapii, o Calabri propriamente detti, e i Salentini, di cui già abbiamo trattato in addietro. Ma pare non abbiavi ragione di supporre che codeste

razze fossero originariamente od essenzialmente distinte. Abbiamo invero due rela-

zioni diverse intorno alla origine dei Messapii: una che li rappresenta quale un

popolo affine ai Daunii e ai Peucezii e condotti in Italia, in un con essi, dai figliuoli

di Licaone: Japige, Daunio e Peucezio. L'altra relazione fa di Japige un figliuolo di

Dedalo e il capo di una colonia cretense; il che evidentemente non è che un'altra versione della leggenda tramandataci da Erodoto, secondo la quale i Cretensi, che

avevano formato l'esercito di Minosse, furono gettati, al loro ritorno dalla Sicilia,

sulle coste della Japigia e stabilironsi nell'interno della penisola, ove fondarono la città di Hi/ria (ora Oria) ed assunsero il nome di Messapii.

Anche i Salentini sono rappresentati come Cretensi associati ai Locrii e agli Illi-

rici; ma la loro migrazione è collocata assai tardi, al tempo d'Idomeneo, dopo la

guerra trojana. Senza annettere alcun valore storico a queste testimonianze, esse possono però venire considerate come rappresentanti il fatto che la popolazione di

quella penisola era strettamente connessa a quella delle sponde opposte del mare Jonio ed apparteneva alla stessa famiglia con quelle razze pre-elleniche, comprese

comunemente sotto la denominazione di Pelasgiche.

La leggenda ricordata, dal suddetto Antioco, che li collegava ai Bottii della Mace-

donia, pare accenni alla medesima origine e riceve conferma dalle indagini recenti dell'illustre Mommsen nei residui del linguaggio parlato dalle tribù natie in questa

parte d'Italia, indagini che hanno assodato pienamente il fatto che il dialetto dei

Messapii, o Japigii, non aveva che una analogia lontanissima con quelli delle razze osche od ausoniche ed era assai più prossimamente affine al greco, col quale invero

pare avesse quella medesima attinenza che aveva coi natii dialetti della Macedonia

o della Creta. Seleuco, il grammatico alessandrino che fiorì intorno il 100 av. C, pare abbia con- servato alcuni vocaboli di codesto linguaggio e Strabone riferisce che la lingua mes-

sapica era sempre parlata ai suoi ; le numerose iscrizioni sepolcrali esistenti tuttora

si possono assegnare, la più parte, agli ultimi tempi della Repubblica romana.

Questa stretta relazione con le razze elleniche spiegherebbe la facilità onde i

Messapii pare adottassero i costumi e le arti degli immigranti greci, mentre la loro

diversità nazionale era sempre tale da indurre i coloni greci a considerarli come barbari. Una quistione fu però suscitata, se i Calabri fossero in origine del medesimo ceppo con gli altri abitanti della penisola e il dotto Niebuhr propende a considerarli

quali intrusi di razza osca. Ma le indagini preaccennate sembrano contraddire a questa congettura e stabiliscono il fatto che i Calabri e i Messapii erano della stessa tribù.

Il nome di Calabri (KcAaPfoi) riuviensi per la prima volta in Polibio; ma è da notare

Parte Quarta Italia Meridionale

che i Fasti Romani, nel rammentare la loro sottomissione, adoperano il nome greco

e narrano il trionfo dei consoli dell'anno 487: De Sallenti nis Messapiisque.

Tutte le notizie che possediamo intorno l'istoria primitiva di queste tribù sono connesse naturalmente con quelle delle colonie greche stabilite in quella parte d'Italia,

Taranto segnatamente. Le notizie pervenuteci concorrono nel rappresentare i Mes-

sapii, o Japigii, come giunti già ad un certo grado di cultura e possedenti le città di

lìydria (Oria) e di Brundusium (Brindisi) nel periodo che veniva fondata la colonia di

Taranto, intorno l'anno 708 av. Cristo.

I nuovi sopraggiunti vennero tosto alle prese coi nativi, il che dicesi avvenisse sin da quando viveva ancora lo spartano Falanto, fondatore di Taranto. È probabile

che i Tarentini riuscissero generalmente vittoriosi e varie offerte a Delfo ed altrove attestano le loro vittorie reiterate sugli Japigii, i Messapii e i Peucezii. Fu durante una di queste guerre ch'eglino presero la città di Carbina (l'odierna Carovigno nella

provincia di Lecce, circondario di Brindisi), commettendovi atrocità inaudite. Ma in un periodo successivo i Messapii si vendicarono sconfiggendo, nel 473 av. C, i Tarentini

in una grande battaglia con una strage non mai veduta. Nonostante questa terribile

sconfitta, i Tarentini ripigliarono a grado a grado il sopravvento e i Peucezii ed i Daunii strinsero alleanza con essi contro i Messapii, i quali trovarono però potenti

ausiliari nei Lucani, sì che, per opporsi alle loro armi collegate, i Tarentini invocarono

successivamente l'aiuto dello spartano Archidamo e di Alessandro re dell'Epiro, il

primo dei quali cadde in battaglia contro i Messapii presso Manduria nel 338 av. C.

Ma, mentre gli abitanti dei distretti interni e delle frontiere della Lucania con-

servavano così i loro guerreschi costumi, quelli lungo la costa pare adottassero le

raffinatezze dei loro vicini Elleni e divenissero quasi così effeminati e sfibrati come

i Tarentini. Noi li troviamo perciò poco resistenti alle armi romane; e, quantunque il

pericolo comune unisse i Messapii e i Lucani ai loro antichi avversari i Tarentini sotto

il comando di Pirro, dopo la sconfitta di questo monarca e la sottomissione di Taranto,

bastò una sola campagna per compiere la sottomissione della penisola Japigia. È

notevole che, lungo questo periodo, i Salentini soltanto sono ricordati dagli storici romani: il nome dei Calabri, che si estese poi all'intiera provincia, non rinviensi nel-

l'istoria che dopo la conquista romana. I Salentini son ricordati come ribelli ad Anni-

bale durante la seconda Guerra Punica (213 av. C); ma furono poi risottomessi.

La Calabria fu compresa da Augusto nella seconda Regione d'Italia; e sotto l'Impero

romano pare fosse generalmente unita per fini amministrativi all'adiacente provincia dell' Apulia, nell'istessa guisa che la Lucania fu unita al Bruzio, quantunque noi li

troviamo alle volte separati, ed è chiaro che la Calabria non fu mai compresa sotto

il nome di Apulia. Dopo la caduta dell'Impero d'Occidente il suo possesso fu lunga-

mente ed aspramente contrastato fra gli imperatori greci, i Goti, i Longobardi e i

Saraceni; ma, per la sua prossimità alle spinggie della Grecia, essa fu una delle ultime porzioni della penisola italica in cui si mantenne la signoria degli imperatori bisantini,

i quali non ne furono cacciati da ultimo che dallo stabilimento della monarchia dei

Normanni nel secolo XI.

A questo periodo devesi riferire il cambiamento singolare per cui il nome di Calabria

fu trasferito dalla provincia così qualificata dai Romani alla grande regione ora nota

sotto questo nome, che coincide a un dipresso coi limiti dell'antico Bruzio. La causa, del pari che il periodo esatto di questo trasferimento, sono incerti; ma pare probabile

che i Bisantini estendessero la denominazione di Calabria a tutti i loro possedimenti

nel mezzodì d'Italia e che, quando essi furono ridotti ad una piccola porzione del

sud-est intorno Bydrvntum (ora Otranto) e il promontorio Japigio, essi vi compren-

dessero sempre la maggior parte della penisola Bruzia, a cui, come possesso più importante, il nome di Calabria venne così ad essere più particolarmente annesso.

Calabria

Paolo Diacono, nel secolo Vili, adopera sempre il nome di Calabria nel senso

romano: ma l'uso degli scrittori italiani dei secoli X e XI è variabilissimo e noi tro-

viamo Costantino Portìrogenito, del pari che Lnitprando di Cremona nel secolo XII,

clic applicano il nomo di Calabria ora indeterminatamente a tutta l'Italia meridionale,

ora alla penisola Bruzia in particolare. Dopo la conquista normanna il nome di Calabria

pare fosse stabilito definitivamente nel suo senso odierno, vale a dire, come applicato

soltanto all'estremità meridionale d'Italia, all'antico Bruzio.

La Calabria antica non è bagnata da alcuna corrente che meriti il nome di fiume

nel senso ampio della parola. Plinio fa menzione d'un fiume sulla costa settentrionale

a cui il nome di Japige, la cui situazione è ignota affatto; un altro, a cui il

nome di Fazio (Pactius), scorreva (come apprendiamo dalla Tavola, ove il nome è

scritto Pastinili) fra Brundusium e Baletium e corrisponde probabilmente al moderno

canale del Cefalo, ch'èun piccolo corso d'acqua. Sulla costa meridionale i due fiuniicelli in vicinanza di Taranto, detti il Galeso e il Taro, quantunque assai più rinomati, sono

poco più notevoli.

Dice Strabone che la penisola Japigia conteneva, nei tempi della sua floridezza,

tredici città; ma ch'esse erano tutte scadute ai suoi e ridotte a borghi, eccettuati

Brundusium e Tarentum. Oltre queste due importanti città principali troviamo le minori seguenti ricordate da Plinio, da Tolomeo e da altri, il luogo delle quali si può

determinare con certezza. Incominciando da Brundusium e procedendo a sud. al promontorio Japigio stavano

Baletium, Lupiae, Rudiae, Iiydruntum, Castrum Minervae, Basta e Veretum. Vicino

al promontorio eravi una piccola città detta Letica, donde il nome moderno di Capo

di Santa Maria di Letica (con la punta Ristola) dato all'estremità dell'antico promon-

torio Japigio. Da questo verso Taranto troviamo, o sulla o presso la costa, Uxentum,

Aletium, Callipolis, Neretum e Manduria.

Nell'interno, sui confini dell' Apulia, stavano Caelia e, sulla strada da Taranto a

Brindisi Hyria od Uria, antica capitale dei Messapii. A sud di essa, e sempre nell'in-

terno, eranvi Sole.tum, Sturnium e Fratuertium; Battla o Baubota (ttauota), citata

soltanto da Tolomeo quale una città interna dei Salentini, fu collocata per congettura

a Parabita. Carbina, per supposizione del Romanelli, è l'odierna Caro vigno. Sallentia,

mentovata soltanto da Stefano Bizantino, è ignota affatto ed è assai dubbio che esi-

stesse mai una città di tal nome. Messapia, secondo i topografi italiani, sarebbe la

odierna Mesagne (provincia di Lecce, circondario di Brindisi); ma è assai dubbia la

correttezza del nome. Le due città di Mesochoron e Scamnum, collocate dalla Tabula

Peutingeriana sulla medesima linea stradale, ei parrebbe, dalle distanze assegnate,

corrispondano agli odierni Grottaglie e Latiano. Il Portus Sasina, indicato da Plinio come il punto in cui la penisola era più angusta, fu supposto essere Porto Cesareo,

fra Taranto e Gallipoli; mentre Portus Tarentinns, posto dallo stesso autore fra Brin- disi e Otranto, fu identificato con un lago salso a nord di Otranto, detto Limene; la

Statio Miltopae pare fosse nella medesima vicinanza, ma il luogo assegnatole a Torre

di San Cataldo è meramente congetturale.

Le uniche isole sulla costa calabra sono alcune roccie immediatamente all'ingresso

del porto di Brindisi, una delle quali, dicesi, avesse nome Barra, e due isolotti roc-

ciosi un po' più cospicui a circa 7 chilometri dal porto di Taranto, detti anticamente Chocrades ed ora L-sole di San Pietro e San Paolo.

Le sole antiche linee stradali nella Calabria erano: una che conduceva da Brindisi

al promontorio Japigio o Salentino, con altra da Taranto allo stesso punto, ed una

linea transversale da Brindisi direttamente a Taranto. La prima pare fosse una con-

tinuazione della via Trajana e fu probabilmente fatta costruire dall'imperatore di

questo nome. Procedeva da Brundusium, a traverso Lupiae, ad Hijdruntum e di là,

Parte Quarta Italia Meridionale

lungo la costa, per Castrum Minervae, al promontorio di Santa Maria di Leuca, donde

la linea meridionale metteva, per Veretum, Uxentum, Aletium, Neretum e Manduria,

a Taranto. La distanza da Brindisi a Taranto, per la via transversale, è ragguagliata

a 44 miglia pugliesi (circa 70 chilometri) ne\V Itinerario Antoniniano.

IL La Calabria odierna.

L'odierna Calabria, uno dei sedici compartimenti d'Italia comprendente le tre Pro-

vincie di Cosenza, Catanzaro e Reggio di Calabria, ha una superficie di 17.257,33 chi-

lometri quadrati, con una popolazione tre volte più densa di quella della Sardegna,

la regione men popolata d'Italia, e di circa la metà di quella della Lombardia, la

regione più popolata : in complesso 70 abitanti per chilometro quadrato, fra i quali

non pochi Arnauti d'origine. Sta fra il Tirreno, lo Stretto di Messina, lo Jonio e il golfo

di Taranto e le sue coste, frastagliate dalle insenature dei golfi di Sant'Eufemia e di

Squillace, hanno le loro maggiori sporgenze nel mare nei capi dell'Alice, Colonna,

Rizzuto, Sparavento, dell'Armi e Vaticano. L'Apennino meridionale, che allargandosi manda ramificazioni da ogni lato e rac-

chiude ampie e profonde valli, giunto al principio della Calabria, va scemando le sue

diramazioni, finché si raggruppa a Tiriolo in una sola giogaia, la quale interseca la penisola sin dove va a mettere capo nel mare Jonio. A settentrione il monte Pollino

ergesi a metri 2248, in mezzo la Sila a m. 1930, a mezzodì l'Aspromonte a m. 1958.

La costituzione geologica consiste generalmente, fatta eccezione del gruppo calcareo

del Pollino, in roccie cristalline composte di granito, di gneis e d'altre di simil fatta.

Presso Catanzaro l'Apennino calabrese si restringe fra i due golfi corrispondenti di

Santa Eufemia nel Tirreno e di Squillace nello Jonio; ambidue addentratisi assai nella penisola, sì che fra l'uno e l'altro mare non corrono che 30 chilometri. Dall'uno all'altro

golfo corre un avvallamento fra i monti della Sila a nord e quelli della Serra