Sei sulla pagina 1di 27

Maynard Keynes

Economic Possibilities for our Grandchildren.


Conferenza tenuta da Keynes a Madrid nel giugno del 1930. Ora nel nono volume dei suoi Collected Writings intitolato Essays in Persuasion, tradotta in Italia da Bollati Boringhieri (La fine del laissez faire ed altri scritti, Torino 1991).

I In questo momento siamo affetti da un grave attacco di pessimismo economico. cosa comune sentir dire dalla gente che ormai conclusa lepoca dellenorme progresso economico che ha caratterizzato il secolo XIX; che adesso il rapido miglioramento del tenore di vita dovr rallentare, per lo meno in Gran Bretagna; che nel prossimo decennio pi probabile un declino anzich un fiorire della prosperit. Ritengo che questa sia uninterpretazione estremamente errata di quanto sta accadendo. Quello di cui soffriamo non sono acciacchi della vecchiaia, ma disturbi di una crescita fatta di mutamenti troppo rapidi. e dolori di riassestamento da un periodo economico a un altro. Lefficienza tecnica andata intensificandosi con ritmo pi rapido di quello con cui riusciamo a risolvere il problema dellassorbimento della manodopera; il miglioramento del livello di vita stato un po troppo rapido; il sistema bancario e monetario del mondo ha impedito che il tasso dinteresse cadesse con la velocit necessaria al riequilibrio. Ci nonostante lo spreco e la confusione che ne conseguono investono non pi del 7,5 per cento del reddito nazionale; buttiamo via uno scellino e 6 pence per ogni sterlina, e rimaniamo con 18 scellini e 6 pence dove, se fossimo pi intelligenti, potremmo avere una sterlina intera; con tutto ci i 18 scellini e 6 pence valgono quanto valeva una sterlina cinque o sei anni fa. Noi dimentichiamo che nel

1929 il volume della produzione dellindustria britannica era superiore a quello di qualsiasi momento precedente e che lo scorso anno lattivo netto della bilancia dei pagamenti, disponibile per nuovi investimenti allestero, dopo aver pagato tutte le importazioni, era superiore a quello di tutti gli altri paesi, superando perfino del 50 per cento lattivo corrispettivo degli Stati Uniti. Ovvero, se si vuole farne una questione di raffronti, supponiamo di dover ridurre a met i nostri salari, denunciare quattro quinti del debito nazionale, e accumulare leccedenza in oro puro anzich darla a prestito al 6 o pi per cento: ci troveremmo in posizione simile alla tanto invidiata Francia. Ma migliorerebbe qualche cosa? La depressione che domina nel mondo, latroce anomalia della disoccupazione in un mondo pieno di bisogni, i disastrosi errori che abbiamo commesso ci rendono ciechi di fronte a quanto sta accadendo sotto il pelo dellacqua, cio di fronte al significato delle tendenze autentiche del processo. Voglio affermare, infatti, che entrambi i contrapposti errori di pessimismo, che sollevano oggi tanto rumore nel mondo, si dimostreranno errati nel corso della nostra stessa generazione: il pessimismo dei rivoluzionari, i quali pensano che le cose vadano tanto male che nulla possa salvarci se non il rovesciamento violento; e il pessimismo dei reazionari i quali ritengono che lequilibrio della nostra vita economica e sociale sia troppo precario per permetterci di rischiare nuovi esperimenti. In questo saggio, tuttavia, mio scopo non di esaminare il presente o il futuro immediato, ma di sbarazzarmi delle prospettive a breve termine e di librarmi nel futuro. Quale livello di vita economica possiamo ragionevolmente attenderci fra un centinaio danni? Quali sono le prospettive economiche per i nostri nipoti? Dai tempi pi remoti dl cui abbiamo conoscenza (diciamo duemila anni prima di Cristo) fino allinizio del secolo XVIII, il livello di vita delluomo medio, che vivesse nei centri civili del mondo, non ha subito grandi mutamenti. Alti e bassi sicuramente. Comparse di epidemie, carestie e guerre. Intervalli aurei. Ma nessun balzo in avanti, nessun

cambiamento violento. Nei quattromila anni, conclusisi allincirca nellanno di grazia 1700, alcuni periodi hanno fatto registrare un miglioramento del 50 per cento (nel migliore del casi del 100 per cento) rispetto ad altri. Questo lento tasso di progresso, ovvero questa mancanza di progresso, era dovuto a due motivi: lassenza vistosa di miglioramenti tecnici di rilievo, e la mancata accumulazione di capitale. Lassenza di grandi invenzioni tecniche fra lera preistorica e i tempi relativamente moderni davvero degna di nota. Quasi tutto ci che, di sostanziale importanza, il mondo possedeva allinizio dellet moderna, era gi noto alluomo agli albori della storia. Il linguaggio, il fuoco, gli stessi animali domestici che abbiamo oggi, il grano, lorzo, la vite e lolivo, laratro. la ruota, il remo, la vela, le pelli, la tela e il panno, i mattoni e le terrecotte, loro e largento, il rame, lo stagno e il piombo (e il ferro vi si aggiunse prima del 1000 a C.), il sistema bancario, larte del governo, la matematica, lastronomia e la religione: non sappiamo quando luomo abbia avuto per la prima volta in mano queste cose. In una certa epoca, anteriore allinizio della storia, forse durante uno di quei favorevoli intervalli che hanno preceduto lultima epoca glaciale, deve essere esistita unera di progresso e di invenzioni paragonabile a quella in cui viviamo oggi. Ma per la maggior parte della storia vera e propria non si avuto nulla del genere. Let moderna si aperta, ritengo, con laccumulazione di capitale iniziata nel secolo XVI. Io credo che ci, per ragioni con cui non devo gravare questa trattazione, sia stato dovuto inizialmente allaumento del prezzi (e ai profitti conseguenti) determinato dal tesori doro e dargento che la Spagna port dal Nuovo Mondo in quello Vecchio. Da allora a oggi il processo di accumulazione secondo linteresse composto, che sembrava in letargo da tante generazioni, ebbe nuova vita e assunse nuove forze. E la portata di un interesse composto per un periodo di pi di due secoli tale da far vacillare la fantasia. Permettetemi di citare un esempio, da me elaborato, a illustrazione dellentit di questa capitalizzazione. Il valore degli

investimenti allestero della Gran Bretagna stimato, oggi, circa 4 miliardi di sterline, e fornisce un reddito annuo al tasso di circa 116,5 per cento. Questo reddito per met lo facciamo rimpatriare e lo godiamo; laltra met, vale a dire il 3,25 per cento, lasciamo che si accumuli allestero con linteresse composto. Qualche cosa del genere accaduto ininterrottamente per circa 250 anni. Io, infatti, riconduco linizio degli investimenti inglesi allestero al tesoro che Drake sottrasse alla Spagna nel 1580, anno appunto in cui rientr in Inghilterra portando con s le spoglie meravigliose del Golden Hind. La regina Elisabetta era una forte azionista del gruppo che aveva finanziato la spedizione. Con la sua quota del tesoro la regina pag tutto il debito estero del paese, riport in pari il bilancio e si ritrov in mano ancora 40mila sterline. Questa fu appunto la somma che invest nella Levant Company, la quale prosper. Con i profitti della Levant Company fu fondata la East India Company, e i profitti di questa grande impresa costituiscono la base dei successivi investimenti allestero della Gran Bretagna. Ora, si d il caso che la capitalizzazione di 40mila sterline al tasso di interesse composto del 3,25 per cento corrisponda approssimativamente al volume reale degli investimenti allestero della Gran Bretagna in date diverse, e ammonterebbe effettivamente alla somma complessiva di 4 miliardi di sterline che ho gi citata come volume attuale dei nostri investimenti allestero. Pertanto, ciascuna delle sterline che Drake port in patria nel 1580 si trasformata in 100mila sterline. Tanta la potenza dellinteresse composto! Dal secolo XVI incominciata, proseguendo con crescendo ininterrotto nel XVIII secolo, la grande era delle invenzioni scientifiche e tecniche che, dallinizio del secolo XIX, ha avuto sviluppi incredibili: carbone, vapore, elettricit, petrolio, acciaio, gomma, cotone, industrie chimiche, macchine automatiche e sistemi di produzione di massa, telegrafo, stampa, Newton, Darwin, Einstein e migliaia di altre cose e uomini troppo famosi e troppo noti per essere ricordati. Quale il risultato? Nonostante lenorme sviluppo della popolazione del mondo, che stato necessario dotare

di case e di macchine, il tenore medio di vita in Europa e negli Stati Uniti aumentato, devo ritenere di quattro volte. Lo sviluppo del capitale avvenuto su una scala di gran lunga superiore a cento volte quella conosciuta da qualsiasi altra epoca. E dora in avanti non dobbiamo attenderci un incremento demografico tanto forte. Se il capitale aumenta, diciamo, del 2 per cento lanno, in ventanni lattrezzatura produttiva del mondo sar aumentata del 50 per cento e in centanni di sette volte e mezzo. Pensate a questo in termini di beni capitali: case, trasporti e simili. Al tempo stesso i miglioramenti tecnici nei settori manifatturiero e dei trasporti sono proceduti negli ultimi dieci anni con tassi molto superiori a quelli registrati precedentemente dalla Storia. Negli Stati Uniti la produzione pro capite dellindustria, nel 1925, superava del 40 per cento quella del 1919. In Europa ostacoli contingenti ci hanno intralciato il cammino; pur tuttavia lecito dire che il rendimento tecnico sta aumentando con ritmo superiore al tasso composto dell1 per cento lanno. Vi sono buoni elementi per ritenere che le rivoluzionarie trasformazioni tecniche, che finora hanno interessato soprattutto lindustria, si applicheranno presto allagricoltura. Pu ben darsi che ci troviamo alla vigilia di unevoluzione del rendimento della produzione agricola di portata analoga a quella verificatasi nellestrazione mineraria, nellindustria manifatturiera, nel trasporti. Nel giro di pochissimi anni, intendo dire nellarco della nostra vita, potremmo essere in grado di compiere tutte le operazioni dei settori agricolo, minerario, manifatturiero con un quarto dellenergia umana che eravamo abituati a impegnarvi. Per il momento, la rapidit stessa di questa evoluzione ci mette a disagio e ci propone problemi di difficile soluzione. I paesi che non sono allavanguardia del progresso ne risentono in misura relativa. Noi, invece, siamo colpiti da una nuova malattia di cui alcuni lettori possono non conoscere ancora il nome, ma di cui sentiranno molto parlare nei prossimi anni: vale a dire la disoccupazione tecnologica. Il che significa che la disoccupazione dovuta alla scoperta di strumenti economizzatori di manodopera procede con ritmo pi rapido di quello con cui riusciamo a trovare nuovi impieghi per la stessa manodopera. Ma questa

solo una fase di squilibrio transitoria. Visto in prospettiva, infatti, ci significa che lumanit sta procedendo alla soluzione del suo problema economico. Mi sentirei di affermare che di qui a centanni il livello di vita dei paesi in progresso sar da quattro a otto volte superiore a quello odierno. N vi sarebbe nulla di sorprendente, alla luce delle nostre conoscenze attuali. Non sarebbe fuori luogo prendere in considerazione la possibilit di progressi anche superiori.

II Ammettiamo, a titolo di ipotesi, che di qui a centanni la situazione economica di tutti noi sia in media di otto volte superiore a quella odierna. Cosa di cui, in verit, non dovremmo affatto stupirci. ben vero che i bisogni degli esseri umani possono apparire inesauribili. Essi, tuttavia, rientrano in due categorie: i bisogni assoluti, nel senso che li sentiamo quali che siano le condizioni degli esseri umani nostri simili, e quelli relativi, nel senso che esistono solo in quanto la soddisfazione di essi ci eleva, ci fa sentire superiori ai nostri simili. I bisogni della seconda categoria, quelli che soddisfano il desiderio di superiorit, possono davvero essere inesauribili poich quanto pi alto il livello generale, tanto maggiori diventano. Il che non altrettanto vero dei bisogni assoluti: qui potremmo raggiungere presto, forse molto pi presto di quanto crediamo, il momento in cui questi bisogni risultano soddisfatti nel senso che preferiamo dedicare le restanti energie a scopi non economici. Veniamo ora alla mia conclusione che credo riterrete sconcertante, anzi quanto pi ci ripenserete, tanto pi la troverete sconcertante. Giungo alla conclusione che, scartando leventualit di guerra e di incrementi demografici eccezionali, il problema economico pu essere risolto, o per lo meno giungere in vista di soluzione, nel giro di un secolo. Ci significa che il problema economico non se guardiamo al futuro, il problema permanente della razza umana.

Perch mai, potrete chiedere, cosa tanto sconcertante? sconcertante perch, se invece di guardare al futuro ci rivolgiamo al passato, vediamo che il problema economico, la lotta per la sussistenza, sempre stato, fino a questo momento il problema principale, il pi pressante per la razza umana: anzi, non solo per la razza umana, ma per tutto il regno biologico dalle origini della vita nelle sue forme primitive. Pertanto la nostra evoluzione naturale, con tutti i nostri impulsi e i nostri istinti pi profondi, avvenuta al fine di risolvere il problema economico. Ove questo fosse risolto, lumanit rimarrebbe priva del suo scopo tradizionale. Sar un bene? Se crediamo almeno un poco nei valori della vita, si apre per lo meno una possibilit che diventi un bene. Eppure io penso con terrore al ridimensionamento di abitudini e istinti nelluomo comune, abitudini e istinti concresciuti in lui per innumerevoli generazioni e che gli sar chiesto di scartare nel giro di pochi decenni. Per adoperare il linguaggio moderno, non dobbiamo forse attenderci un collasso nervoso generale? Abbiamo gi avuto una piccola esperienza di quello che intendo, cio un collasso nervoso simile al fenomeno gi piuttosto comune in Gran Bretagna e negli Stati Uniti fra le donne sposate delle classi agiate, sventurate donne in gran parte, che la ricchezza ha privato dei compiti e delle occupazioni tradizionali: donne che non riescono a trovare sufficiente interesse nel cucinare, pulire, rammendare quando vi manchi la spinta della necessit economica: e che tuttavia sono assolutamente incapaci di inventare qualche cosa di pi divertente. Per chi suda il pane quotidiano il tempo libero un piacere agognato: fino momento in cui l'ottiene. Ricordiamo lepitaffio che scrisse per la sua tomba quella vecchia donna di servizio: Non portate il lutto, amici, non piangere per me che far finalmente niente, niente per leternit. Questo era il suo paradiso. Come altri che aspirano al tempo libero, la donna di servizio immaginava solo quanto sarebbe stato bello passare il tempo a far da spettatore. Cerano,

infatti, altri due versi nellepitaffio: Il paradiso risuoner di salmi e di dolci musiche ma io non far la fatica di cantare. Eppure la vita sar tollerabile solo per quelli che partecipano al canto: e quanto pochi di noi sanno cantare! Pertanto, per la prima volta dalla sua creazione, luomo si trover di fronte al suo vero, costante problema: come impiegare la sua libert dalle cure economiche pi pressanti, come impiegare il tempo libero che la scienza e linteresse composto gli avranno guadagnato, per vivere bene, piacevolmente e con saggezza. Gli indefessi, decisi creatori di ricchezza potranno portarvi tutti, al loro seguito, in seno allabbondanza economica. Ma saranno solo coloro che sanno tenere viva, e portare a perfezione larte stessa della vita, e che non si vendono in cambio dei mezzi di vita, a poter godere dellabbondanza, quando verr. Eppure non esiste paese o popolo, a mio avviso che possa guardare senza terrore allera del tempo libero e dellabbondanza. Per troppo tempo, infatti, siamo stati allenati a faticare anzich godere. Per luomo comune, privo di particolari talenti, il problema di darsi unoccupazione pauroso, specie se non ha pi radici nella terra e nel costume o nelle convenzioni predilette di una societ tradizionale. A giudicare dalla condotta e dal risultati delle classi ricche di oggi, in qualsiasi regione del mondo, la prospettiva davvero deprimente. Queste classi, infatti, sono per cos dire la nostra avanguardia, coloro che esplorano per noi la terra promessa e che vi piantano le tende. E per la maggior parte costoro, che hanno un reddito indipendente ma nessun obbligo o legame o associazione, hanno subito una sconfitta disastrosa, cos mi sembra, nel tentativo di risolvere il problema che era in gioco. Sono certo che, con un po pi di esperienza, noi ci serviremo del nuovo generoso dono della natura in modo completamente diverso da quello dei ricchi di oggi e tracceremo per noi un piano di vita completamente diverso che non ha nulla a che fare con il loro. Per ancora molte generazioni listinto del vecchio Adamo rimarr cos forte in noi che avremo bisogno di un qualche

lavoro per essere soddisfatti. Faremo, per servire noi stessi, pi cose di quante ne facciano di solito i ricchi doggi, e saremo fin troppo felici di avere limitati doveri, compiti, routines. Ma oltre a ci dovremo adoperarci a far parti accurate di questo pane affinch il poco lavoro che ancora rimane sia distribuito fra quanta pi gente possibile. Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo. Tre ore di lavoro al giorno, infatti, sono pi che sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che in ciascuno di noi. Dovremo attenderci cambiamenti anche in altri campi. Quando laccumulazione di ricchezza non rivestir pi un significato sociale importante, interverranno profondi mutamenti nel codice morale. Dovremo saperci liberare di molti dei principi pseudomorali che ci hanno superstiziosamente angosciati per due secoli, e per i quali abbiamo esaltato come massime virt le qualit umane pi spiacevoli. Dovremo avere il coraggio di assegnare alla motivazione denaro il suo vero valore. L'amore per il denaro come possesso, e distinto dallamore per il denaro come mezzo per godere i piaceri della vita sar riconosciuto per quello che : una passione morbosa, un po ripugnante, una di quelle propensioni a met criminali e a met patologiche che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali. Saremo, infine, liberi di lasciar cadere tutte quelle abitudini sociali e quelle pratiche economiche relative alla distribuzione della ricchezza e alle ricompense e penalit economiche, che adesso conserviamo a tutti i costi, per quanto di per se sgradevoli e ingiuste, per la loro incredibile utilit a sollecitare laccumulazione del capitale. Naturalmente continueranno ad esistere molte persone dotate di attivismo e di senso dellimpegno intensi e insoddisfatti, che perseguiranno ciecamente la ricchezza a meno che non riescano a trovarvi un sostituto plausibile. Ma non saremo pi tenuti allobbligo di lodarle e di incoraggiarle perch sapremo penetrare, pi a fondo di quanto sia lecito oggi, il significato vero di questo impegno di cui la natura ha dotato in varia misura quasi tutti noi. Impegno infatti, significa preoccuparsi dei

risultati futuri delle proprie azioni pi che della loro qualit o del loro effetto immediato nel nostro ambiente. Luomo impegnato tenta sempre di assicurare alle sue azioni unimmortalit spuria e illusoria, proiettando nel futuro linteresse che vi ripone. Non ama il suo gatto, ma ne ama i gattini, o per la verit neppure i gattini, ma i figli di quei gattini e tutta la loro generazione fino a che esister la stirpe dei gatti. Per costui la marmellata non marmellata a meno che non si tratti della marmellata di domani, mai della marmellata di oggi. E cos proiettando nel futuro la sua marmellata tenta di assicurate limmortalit al lavoro con cui la prepara. Permettetemi di ricordare qui il professore di Sylvie and Bruno: solo il sarto, sir, con il suo conticino disse una voce querula fuori delluscio. Oh, bene disse il professore ai bambini. Risolver subito questa sua faccenda, se vorrete aspettare un momento. Quant questanno buonuomo? Mentre parlava il sarto era entrato. Vedete, stato raddoppiato per tanti anni replic il sarto un po brusco che adesso penso proprio di volere i quattrini. Sono duemila sterline, sono! Roba da nulla, osserv noncurante il professore frugandosi nelle tasche come se si portasse sempre dietro quella cifra come minimo. Ma non preferireste aspettare ancora un anno e farle diventare quattromila sterline? Pensate solo a quanto diventereste ricco! Pensate, potreste diventare un re, se lo voleste! Non so se mi interessi diventare un re comment pensieroso luomo. Ma sembra davvero un mucchio di quattrini... Beh, credo che aspetter.... Certo che aspetterete incalz il professore. Vedo che avete cervello. Buongiorno, buonuomo! Non appena la porta si richiuse alle spalle del creditore Sylvie chiese: Gliele pagherete mai quelle quattromila sterline? Mai ragazza mia replic enfatico il professore. Preferir raddoppiare fino ai giorno della morte. Vedete, vale sempre

la pena di aspettare ancora un anno per avere il doppio! Forse non un caso che la razza che pi ha fatto per radicare la promessa di immortalit nel cuore e nella natura delle nostre religioni, anche quella che pi di ogni altra ha fatto per il principio dellinteresse composto e che predilige in particolare questa che la pi impegnata delle istituzioni umane. Vedo quindi gli uomini liberi tornare ad alcuni del principi pi solidi e autentici della religione e della virt tradizionali: che lavarizia un vizio, lesazione dellusura una colpa, lamore per il denaro spregevole, e che chi meno saffanna per il domani cammina veramente sul sentiero della virt e della profonda saggezza. Rivaluteremo di nuovo i fini sui mezzi e preferiremo il bene allutile. Renderemo onore a chi sapr insegnarci a cogliere lora e il giorno con virt, alla gente meravigliosa capace di trarre un piacere diretto dalle cose, i gigli del campo che non seminano e non filano. Ma attenzione! Il momento non ancora giunto. Per almeno altri centanni dovremo fingere con noi stessi e con tutti gli altri che il giusto sbagliato e che lo sbagliato giusto, perch quel che sbagliato utile e quel che giusto no. Avarizia, usura, prudenza devono essere il nostro dio ancora per un poco, perch solo questi principi possono trarci dal cunicolo del bisogno economico alla luce del giorno. Attendo, quindi, in giorni non troppo lontani, la pi grande trasformazione che mai s sia verificata nellambiente fisico in cui si muove la vita degli esseri umani come aggregato. Ma, naturalmente, tutto avverr per gradi, non come una catastrofe. Tutto, anzi, gi incominciato. Le cose andranno semplicemente cos: sempre pi vaste diventeranno le categorie e i gruppi di persone che in pratica non conoscono i problemi della necessit economica. Ci si render conto della differenza critica quando questa condizione si sar a tal punto generalizzata da mutare la natura del dovere delluomo verso il suo simile: infatti limpegno del fare verso gli altri continuer ad avere una ragione anche quando avr cessato di averla il fare a nostro vantaggio. Il ritmo con cui possiamo raggiungere la nostra destinazione

di beatitudine economica, dipender da quattro fattori: la nostra capacit di controllo demografico, la nostra determinazione nellevitare guerre e conflitti civili, la nostra volont di affidare alla scienza la direzione delle questioni che sono di sua stretta pertinenza, e il tasso di accumulazione in quanto determinato dal margine fra produzione e consumo. Una volta conseguiti i primi tre punti il quarto verr da s. In questo frattempo non sar male por mano a qualche modesto preparativo per quello che il nostro destino, incoraggiando e sperimentando le arti della vita non meno delle attivit che definiamo oggi impegnate. Ma, soprattutto, guardiamoci dal sopravvalutare limportanza del problema economico o di sacrificare alle sue attuali necessit altre questioni di maggiore e pi duratura importanza. Dovrebbe essere un problema da specialisti, come la cura dei denti. Se gli economisti riuscissero a farsi considerare gente umile, di competenza specifica, sui piano del dentisti, sarebbe meraviglioso.

La rivincita parziale di Keynes


di Domenico De Masi

Qualche anno fa la disoccupazione in Italia aveva superato il 14% ed io, in un volume intitolato Il futuro del lavoro (Rizzoli), proposi di sperimentare una riduzione calibrata dellorario sulla scorta di quanto aveva fatto la Volkswagen in Germania. I tempi non erano maturi e quella proposta fu aspramente criticata. Qualche commentatore particolarmente ameno arriv ad addebitarla alla mia origine meridionale, dunque incline alla pigrizia. In realt mi ero limitato a riprendere una proposta avanzata da John Maynard Keynes nel 1930. Oggi la disoccupazione al 8% e, sotto la sferza della crisi, rischia di veleggiare verso l10%: una percentuale comunque ben lontana dai picchi raggiunti qualche anno fa. Per latteggiamento verso il tipo di interventi a favore delloccupazione cambiato e da pi parti riemerge lidea di ridurre lorario di lavoro. Ci che ieri non riusc ad ottenere il 14%, oggi riesce ad ottenerlo l8%. E la rivincita parziale di Keynes. Parziale perch il rimedio cui oggi si vorrebbe ricorrere identico a quello da lui proposto ieri; ma la causa cui si attribuisce oggi laumento della disoccupazione da arginare (cio la crisi galoppante ma transitoria) affatto diversa dalla causa che indic a suo tempo il grande economista inglese (cio il progresso tecnologico galoppante e interminabile). Chi oggi propone la riduzione dellorario di lavoro, pensa a un rimedio estremo e transitorio per un male estremo e transitorio come la crisi finanziaria. Keynes, invece, pensava alla riduzione dellorario di lavoro come alleffetto benefico e crescente di un fenomeno positivo e irreversibile come il progresso scientifico-tecnologico. Il progresso visto da Keynes come un lungo itinerario dell'umanit verso l'intenzionale liberazione dalla fatica fisica prima e dalla fatica intellettuale poi. Dalle origini della nostra storia fino al Medioevo, luomo riuscito a realizzare la propria liberazione dalla schiavit; dal Medioevo alla prima met del Novecento ha realizzato la sua liberazione dalla fatica; dalla seconda guerra mondiale ad oggi, finalmente si avvicina alla liberazione dal lavoro

tout court. Se si va indietro nel tempo, si trova che presso i Greci liberi dominava il massimo disprezzo per il lavoro dipendente e per qualsiasi attivit che comportasse fatica fisica o, comunque, attivit esecutiva. Secondo Aristotele e Platone, qualsiasi produzione di oggetti materiali fossero anche opere d'arte come le statue di Prassitele rappresentava un'attivit di secondo ordine rispetto alla produzione di idee. Nel V secolo Atene contava 40.000 cittadini maschi liberi che si dedicavano quasi totalmente alla politica e allo studio. Per il resto, delegavano tutto il lavoro pratico alle donne in casa, ai 20.000 meteci nei mercati, ai 300.000 schiavi stanziati sul territorio e nelle miniere di Lario. Intanto, vagheggiavano mondi futuribili, dei ed eroi dotati di robot. "Se ogni strumento favoleggia Aristotele potesse, a un ordine dato, lavorare da se stesso, se le spolette tessessero da sole, se l'archetto suonasse da solo sulla cetra, gli imprenditori potrebbero fare a meno degli operai e i padroni degli schiavi". Ma la tecnologia non forn ai Greci e ai Romani alcun pratico supporto a queste utopie e quasi tutto ci che vi era da fare per la vita di ogni giorno, in Grecia come a Roma, veniva affidato alla cura dei meteci e alla fatica degli schiavi. Le case ricche impiegavano anche 1.000 schiavi; un ateniese medio ne aveva una diecina; non possedere neppure uno schiavo era segno di estrema indigenza. In casa gli schiavi provvedevano alla portineria, alla cucina, alla macina del grano, alla sorveglianza e alla cura dei bambini, alla pulizia, alla tessitura. In citt provvedevano all'igiene e all'ordine pubblico ma anche all'amministrazione e alla zecca. Quanto all'Italia, si stima che, alla fine del I secolo a.C. gli schiavi fossero due milioni, su una popolazione totale di 6 milioni. Nell'epoca imperiale, tra il 50 a. C e il 150 d.C., nei territori romani gli schiavi erano diventati 10 milioni su una popolazione totale di 50 milioni. A Roma i benestanti possedevano dozzine di schiavi e i senatori pi ricchi arrivavano ad averne molte centinaia. Dall'infanzia alla morte i romani liberi erano circondati, serviti, mantenuti dal lavoro degli schiavi: nella coltivazione della terra, nelle miniere, negli opifici, nei lavori domestici, nei pubblici

esercizi, nell'allattamento, nelle prestazioni sessuali. Solo quando, intorno al X secolo dopo Cristo, i proprietari vi furono costretti dalla scarsit di bestiame umano e di bestiame animale, si decisero a impiegare la possente forza inorganica del mulino ad acqua, che avrebbe risparmiato a migliaia di uomini una fatica massacrante. Insieme al mulino ad acqua per il grano furono riesumati, inventati, reinventati e diffusi il mulino per la concia e per la follatura, le seghe idrauliche, i magli da officina, la ferratura delle bestie da soma, l'attaccatura in fila delle bestie da tiro, la bardatura moderna dei cavalli, la staffa, la rotazione triennale delle colture. E poi, via via, l'arcolaio, la polvere da sparo, la bussola, la stampa: tutte invenzioni che, in un primo momento, supplirono alla carenza di manodopera e, in un secondo momento, diffuse oltre il previsto, ne determinarono l'esuberanza. Se a tutte queste invenzioni si aggiunge quella degli occhiali e dell'orologio meccanico, si comprende come siano stati proprio i "secoli bui" del Medioevo a gettare una prima luce sulla condizione umana del lavoro. Parte da essi, infatti, quella spinta all'innovazione tecnologica che trover nell'Illuminismo la concettualizzazione sistematica e nella rivoluzione industriale la realizzazione concreta su vasto raggio. Come alla fine del Medioevo la scarsit di schiavi e l'esigenza di lavoratori motivati port all'adozione di nuove tecnologie e alla nascita del modo di produzione protoindustriale, cos alla fine del Settecento, soprattutto in Inghilterra, la scarsit di proletari e l'esigenza di dipendenti pi motivati port alla meccanizzazione della filatura e della tessitura, con la nascita del modo di produzione industriale. La meccanizzazione e la centralizzazione ne costituiscono il cuore, l'organizzazione scientifica ne costituisce la mente. Alla base di tutto resta, comunque, il perenne desiderio umano di una migliore qualit della vita ottenuta con sempre meno lavoro. Con l'industria moderna, l'uomo compie un ulteriore, importantissimo passo verso il sogno di Aristotele: ottimizzare, fino ad annullarlo del tutto, il denominatore contenuto nella formula della produttivit P/H (cio, quantit di prodotto divisa per il tempo-uomo necessario a produrla). Quando, nella fabbrica completamente

robottizzata, sar possibile produrre beni senza che neppure un'ora di lavoro umano intervenga nel ciclo produttivo, allora il sogno ancestrale sar realizzato anche se, per ironia della sorte, gli uomini lo vivranno non come liberazione dal lavoro ma come minaccia alloccupazione. Durante tutta la lunga storia che precede l'avvento dellindustria, le risorse energetiche di cui disponeva l'umanit non hanno mai superato il miliardo di megawattore; tra la met dell'Ottocento e la met del Novecento, grazie all'impulso industriale, sono aumentate di oltre cinquanta volte, superando i 53 miliardi di megawattore. Intanto, l'ausilio della tecnica ha permesso di sottrarre fatica non solo al lavoro industriale, ma anche al lavoro domestico: Hyamon G.Rickover (in Prospect for the Rest of Century) ha calcolato che, se prima occorrevano 20 uomini per sostituire la forza muscolare di un cavallo, oggi i moderni elettrodomestici forniscono a ciascuna casalinga un aiuto paragonabile a quello che in Grecia si otteneva da 33 schiavi; l'energia di cui dispone ciascun operaio nel suo lavoro di fabbrica equivale alla forza di 244 schiavi; un'automobile di media cilindrata sviluppa la forza di 1000 schiavi. Cos facendo, "nel corso di una sola generazione ha scritto W.Mills un sesto dell'umanit passato da uno stato feudale e arretrato alla pi progredita e temibile modernit". Ma la riduzione del lavoro umano per produrre beni e servizi (la riduzione, cio, di H nel rapporto P/H con cui si misura la produttivit) non deriva solo dall'innovazione tecnologica, bens anche dall'innovazione organizzativa. Nei suoi scritti, Frederick W.Taylor (1856-1915), padre dell'organizzazione scientifica del lavoro, fornisce vari esempi eloquenti di questo benefico effetto. In sintesi, nei trent'anni in cui applic un poco ovunque i suoi principi, egli ottenne il raddoppio di rendimento da parte di almeno 50.000 lavoratori. Se Taylor, impiegando macchine e metodi che oggi considereremmo rudimentali, riusc ad ottenere da 35 persone che lavoravano 8,30 ore al giorno, la stessa mole di lavoro prima effettuata da 120 persone che lavoravano 10 ore al giorno, c' da chiedersi perch, dopo di lui, le aziende preferirono ridurre il personale (creando superlavoro per pochi e disoccupazione per molti) anzich ridurre l'orario. Con caparbiet autolesionista, invece di por mano a

profonde riorganizzazioni mirate alla riduzione drastica degli orari di lavoro e alla rapida destrutturazione spaziotemporale dell'impresa, le aziende hanno preferito ignorare queste opportunit rivoluzionarie e si sono gingillate con contratti collettivi tanto astrusi quanto privi di mordente. Mentre i capi del personale e i sindacalisti hanno sprecato il meglio di s arzigogolando strambe composizioni dell'orario di lavoro (una raffineria siciliana della Esso arrivata a prevedere l'inizio giornaliero del lavoro alle 7,43 e la fine alle 16,51), nella quasi totalit delle aziende vige tuttora una mistica quantitativa del lavoro per cui un dipendente tanto pi apprezzato quante pi ore serali di straordinario non retribuito immola alla megalomania del proprio capo; il quale, a sua volta, si costringe ogni pomeriggio ad inventarsi qualche nuova, urgente incombenza pur di trattenere i propri dipendenti oltre l'orario contrattato. Intanto i neo-assunti sono cinicamente iniziati a questa grande farsa attraverso la norma informale secondo cui la loro futura carriera dipende proprio dalla loro disponibilit ad allungare la permanenza quotidiana in azienda. Si innesca cos un circolo vizioso per cui, quante pi ore un impiegato resta in azienda, tanto pi diventa estraneo alla famiglia e agli amici esterni; quanto pi diventa estraneo alla famiglia e agli amici, tanto pi si sente a suo agio solo tra le mura del proprio ufficio e tende a restarci pi a lungo. Longanesi ironicamente parlava del solerte funzionario che tiene per tutta la vita il ritratto dei cinque figli sulla scrivania e che solo sul letto di morte viene a sapere che almeno tre non sono suoi. In altri termini, l'organizzazione scientifica del lavoro, gestita in modo inumano e a scopi inumani, comporta che l'homo faber prevarichi sistematicamente l'homo cogitans e soprattutto l'homo ludens, moltiplicando, anzich ridurre, le cause dell'infelicit assunta come condizione "naturale" e persino come provvidenziale opportunit espiatoria degli esseri viventi. Ma proprio quando il taylorismo era al suo massimo splendore, John Maynard Keynes, pur avendo teorizzato che per combattere la disoccupazione occorre elevare gli investimenti, seppe intuire per primo gli sbocchi della disoccupazione tecnologica e il rapporto che sarebbe stato

necessario instaurare tra lavoro e tempo libero. Secondo un proverbio popolare spagnolo, hombre que trabaja pierde tiempo precioso". Non so se Keynes conoscesse questo proverbio, cert che scelse proprio la liberazione dal lavoro come tema per una conferenza tenuta a Madrid nel giugno del 1930, rintracciabile ora nel nono volume dei suoi Collected Writings intitolato Essays in Persuasion e tradotta in Italia da Bollati Boringhieri (La fine del laissez faire ed altri scritti, Torino 1991). Le idee portanti della conferenza dovevano maturare da tempo nella testa di Keynes e dovevano stargli particolarmente a cuore se, fin dal 1928, egli ne aveva fatto oggetto di numerosi discorsi tenuti qua e l, su invito di associazioni culturali come la Essay Society del Winchester College o il Political Economy Club di Cambridge. Poich le teorie keynesiane sono alla base della strategia tuttora invocata e praticata (di validit assai pi dubbia oggi che ai suoi tempi) secondo cui la disoccupazione un male che va combattuto riducendo le tasse e aumentando gli investimenti, interessante riproporre la conferenza di Madrid, dove Keynes per primo anticipa i limiti di questa strategia. Quando, nel 1930, Keynes tenne a Madrid la sua conferenza, non erano stati ancora inventati il microscopio elettronico, lelaboratore, il polietilene, il radar, le fibre artificiali, lelicottero, il motore a reazione, la fissione e il reattore nucleare, il DDT, gli antibiotici, la penna a sfera, il rene artificiale, la bomba atomica, la plastica, il transistor, il videoregistratore, gli anticoncezionali, il laser, i circuiti integrati, le fibre al carbonio, le stazioni spaziali, la fecondazione artificiale, il compact disc, il fax, il robot, Internet, il telefono cellulare. Gli scienziati non sapevano ancora di che cosa composto un atomo o come strutturato il DNA. Gran parte degli oggetti che compongono il nostro attuale universo quotidiano forno a microonde, televisione, I-Pod, I-phon, Facebook, Wii esulavano dallesperienza personale del raffinato economista di Bloomsbury. Eppure il suo acume, umanistico e sociologico prima ancora che economico, riusc a guidarlo oltre i confini delleconomia. Per quanto lontano dai successivi sviluppi, gi nel 1930 il progresso tecnologico doveva apparire a Keynes come un fenomeno portentoso e rivoluzionario, destinato a crescere

con il ritmo a valanga previsto dalla legge di Moore. Per i dati di fondo erano gi ben chiari: luomo di Neanderthal quando gli abitanti del pianeta non superavano 120 milioni aveva una vita media di 29 anni e disponeva di circa 4000 calorie al giorno; nel 1750 - quando la popolazione complessiva del pianeta aveva raggiunto i 600 milioni luomo pre-industriale dei paesi pi ricchi aveva una vita media di 35 anni e disponeva di 24.000 calorie al giorno; oggi, che la rivoluzione industriale ormai conclusa e che la societ postindustriale ha preso il suo posto, gli abitanti del pianeta superano i 6 miliardi e ciascun abitante dei paesi ricchi vive in media 75 anni, disponendo di circa 300.000 calorie al giorno. su questo trend, gi percepibile a suo tempo nelle sue linee di fondo, che lacuta intelligenza di Keynes imposta il proprio ragionamento profetico. Keynes nato nel 1883 ed morto nel 1946. La sua conferenza intitolata Economic Possibilities for our Grandchildren. I nipoti di chi nato nel 1883 e parla nel 1930 corrispondono pi o meno ai figli di chi, come me, nato nel 1938 e scrive nel 2009. Quali sono, dunque, le prospettive economiche per i nostri figli, secondo il parere di Keynes? La sua conferenza apre con riflessioni che potrebbero essere ripetute alla lettera anche oggi: "In questo momento egli scrive siamo affetti da un grave attacco di pessimismo economico. Ritengo che questa sia uninterpretazione estremamente errata di quanto sta accadendo". Keynes ritiene opportuno sbarazzarsi delle previsioni a breve e medio termine per librarsi nel futuro e prospettare il livello di vita economica ragionevolmente probabile per i suoi nipoti e per i nostri figli. Anche lui, per anticipare il futuro, sente il bisogno di partire dal lontano passato. Dai tempi pi remoti di cui abbiamo conoscenza (diciamo duemila anni prima di Cristo) fino allinizio del secolo III, il livello di vita delluomo medio, che vivesse nei centri civili del mondo non ha subito grandi mutamenti....Dal secolo XVI incominciata, proseguendo con crescendo ininterrotto nel XVII secolo, la grande era delle invenzioni scientifiche e tecniche...nel giro di pochissimi anni, intendo dire nellarco della nostra vita, potremo essere in grado di

compiere tutte le operazioni dei settori agricolo, minerario, manifatturiero con un quarto dellenergia umana che eravamo abituati ad impegnarvi. Keynes, come Marx e come Taylor, pi citato che letto. Pochi, dunque, penserebbero che gi nel 1930 egli potesse considerare la disoccupazione tecnologica come una fase transitoria in vista della liberazione dal lavoro. Ecco, invece, cosa egli scrive: La disoccupazione dovuta alla scoperta di strumenti economizzatori di manodopera procede con ritmo pi rapido di quello con cui riusciamo a trovare nuovi impieghi per la stessa manodopera. Ma questa solo una fase di squilibrio transitoria. Visto in prospettiva, infatti ci significa che lumanit sta procedendo alla soluzione del suo problema economico. In realt, alla luce dellattuale esperienza, le previsioni di Keynes risultano sbagliate: ma per difetto. Egli ipotizzava che, nei cento anni successivi alla sua conferenza, la situazione economica dei paesi civili sarebbe stata otto volte superiore a quella del 1930. Invece, grazie allaccelerazione impressa dalla seconda guerra mondiale, dalla globalizzazione, dallo sviluppo scientifico-tecnologico, dalla scolarizzazione e dai mass media, lo sviluppo stato ben pi accelerato. Dopo aver distinto tra bisogni assoluti (esauribili) e bisogni relativi (inesauribili), Keynes prevede che ben presto saremo ampiamente in grado di soddisfare i bisogni assoluti e che, quindi, potremo finalmente dedicare le nostre energie a scopi non economici. Per farlo, occorre sostituire la perizia nel lavoro" con la "perizia nella vita", attraverso tre tappe. Nella prima tappa, di natura organizzativa, durante la quale il lavoro diminuir drasticamente senza ancora scomparire del tutto, occorrer ridistribuirne il residuo in modo che ognuno possa essere occupato sia pure per un tempo minimo. In una seconda tappa, di natura culturale, preparata fin da subito, "per la prima volta dalla sua creazione, luomo si trover di fronte al suo vero, costante problema: come impiegare la sua libert dalle cure economiche pi pressanti, come impiegare il tempo libero che la scienza e l'interesse composto gli avranno guadagnato, per vivere bene, piacevolmente e con saggezza. In una terza tappa, di natura etica, la mutazione del codice morale si sommer alla mutazione organizzativa e a quella culturale.

Come Taylor seppe vivere in piena coerenza con la sua utopia (liberare luomo dal lavoro attraverso la tecnologia e lo Scientific Management), dedicandosi sempre meno alla professione di ingegnere e sempre pi al giardinaggio e alla vita di relazioni, cos Keynes seppe anticipare la realizzazione della sua utopia attraverso lesperienza multidisciplinare e raffinatissima del circolo di Bloomsbury (vivere esteticamente in virt e saggezza, liberati dallassillo del lavoro e del guadagno). Il sodalizio con Vanessa e Clive Bell, con Virginia Woolf, con Wittgenstein, con Bertrand Russell, con Strachey, con Forster, costituisce infatti la mirabile anticipazione di una possibile societ postindustriale, fondata sui bisogni radicali della cultura, dellamicizia e dellestetica, contrapposta al perbenismo rituale dellInghilterra vittoriana, tanto falsa quanto opulenta, e contrapposta alla morsa di efficientismo e consumismo in cui, per due secoli, si trovato costretto luomo industriale. Il circolo di Bloomsbury, di cui Keynes faceva parte, insieme alla Wiener Werksttte di Vienna, alla Bauhaus di Berlino, alla Stazione Zoologica di Napoli, al Circolo matematico di Palermo, e poi al Cavendish di Cambridge, al gruppo raccolto intorno a Enrico Fermi in via Panisperna a Roma e a pochi altri cenacoli europei, tracciarono la via allorganizzazione dei knowled group creativi che, man mano, avrebbero preso il posto delle catene di montaggio, come ho cercato di dimostrare nel volume Lemozione e la Regola (Rizzoli). In realt nessuno pu ormai negare che l'intreccio tra innovazione tecnologica e lavoro umano evolve storicamente in modo che occorra sempre meno lavoro fisico e persino intellettuale per costruire sempre pi oggetti e per fornire sempre pi servizi. In passato erano le aziende in crisi a ridurre il proprio personale; oggi licenziano anche le aziende di successo, perch possono permettersi le tecnologie pi sofisticate e, quindi, pi sostitutive di manodopera e mentedopera. Siamo anzi arrivati al punto in cui le quotazioni in borsa di unimpresa salgono nella misura in cui essa rinnova le tecnologie e licenzia il personale. In altri termini, non vero che per ridurre la disoccupazione basta rilanciare gli investimenti: oggi, se un

imprenditore ha pi soldi a sua disposizione, non li investe assumendo uomini ma acquistando macchine. Questo sempre avvento, ma solo con lautomazione e con lelettronica ha assunto un ritmo e unintensit tali da non trovare altro sbocco se non la riduzione dellorario almeno per i lavori esecutivi di natura quantitativa. In passato la manodopera esuberante in agricoltura stata scaricata nell'industria (in Italia scomparso l'80 % dei contadini nel giro di un secolo); la manodopera esuberante nell'industria stata scaricata nei servizi (in Italia scomparso il 20 % degli operai manifatturieri nel giro di un trentennio); la manodopera esuberante nei servizi stata scaricata nel settore ICT (che, nei paesi avanzati, impiega ormai il 40 % della popolazione attiva). Oggi la tecnologia e l'organizzazione permettono ai settori di destinazione ammesso che ancora se ne creino in un futuro prossimo l'assorbimento di un'aliquota di manodopera assai minore della massa liberata dai settori di provenienza. Se a ci si aggiunge la crescita numerica della popolazione mondiale e il recente accesso al mercato del lavoro centrale sia da parte delle donne che ne erano state escluse dal maschismo industriale, sia da parte dei lavoratori del terzo mondo che ne erano stati esclusi dalla divisione imperialista del lavoro, si giunge alla facile previsione di un prossimo, tumultuoso incremento di disoccupazione che, da congiunturale, diventa strutturale e si avvia a rappresentare la situazione prevalente per i cittadini del Primo Mondo, cos come lo stato da sempre per i cittadini del Terzo Mondo. Partendo da questi dati tanto incontrovertibili quanto rimossi, negli anni Settanta furono i sociologi francesi e, tra essi, soprattutto Andr Gorz a proporre l'attuazione delle idee di Keynes circa la drastica riduzione dell'orario di lavoro. Ma l'ondata giapponese, con il suo efficientismo iper-taylorista, travolse qualsiasi voce favorevole alla sostituzione del concetto di disoccupazione con il concetto di liberazione dal lavoro. Forse oggi un bene per tutti che la disoccupazione abbia superato il 4% anche in Giappone, che persino una fabbrica di successo come la Fujitsu abbia licenziato migliaia di persone annunciando il congelamento delle assunzioni, che Takeshi Nagano, presidente dell'associazione imprenditoriale Nikkeiren abbia constatato l'inevitabilit della deindustrializzazione, che il Wall Street

Journal abbia incitato i giapponesi a sgobbare meno e a godersi meglio la vita se vogliono salvare la propria bilancia dei pagamenti. Solo dopo questo declino dell'ultimo mito di produttivit iper-industriale, la grande stampa di informazione ha percepito che i licenziamenti non sono pi appannaggio delle imprese in crisi e che occorre ormai scegliere tra un modello a bassa tecnologia e alta occupazione oppure un modello ad alta tecnologia e a liberazione dal lavoro. Ha scoperto, cio, il Jobless Growth: lo sviluppo senza lavoro. Rispetto alla liberazione dalla schiavit, che caratterizz il Medioevo e alla liberazione dalla fatica, che ha caratterizzato la societ industriale, la liberazione dal lavoro, resa possibile dal Jobless Growth che caratterizza la societ postindustriale, si profila con caratteristiche sue proprie. Delegato alle macchine quasi tutto il lavoro fisico e gran parte del lavoro intellettuale di tipo esecutivo, l'uomo conserver il monopolio dell'attivit creativa, che per sua natura ammette assai meno di quella industriale sia la divisione dei compiti, sia la scissione tra tempo di lavoro e tempo libero. A differenza della disoccupazione, necessariamente vissuta con il dolore della miseria e dell'emarginazione, la liberazione dal lavoro ammette forme di libera crescita: non solo una maggiore agiatezza diffusa, ma anche una maggiore autodeterminazione dei compiti, un'attivit intellettuale pi ricca di contenuti, maggiore importanza data all'estetica e alla qualit della vita, maggiore spazio per l'autorealizzazione soggettiva. Oggi che le profezie di Keynes sono cos vicine al loro compimento, solo in privato molti colletti bianchi sono disposti ad ammettere che i loro compiti quotidiani potrebbero essere svolti in una quantit di tempo infinitamente minore e che l'eccesso di permanenza in azienda ha come unico scopo, non dichiarato, quello di tenere compagnia al proprio capo. In un testo del 1991, curato da Durand e Merrien (R.Sue, "Temps libre et production de la societ", in Sortie de sicle. La France en mutation a cura di J.P.Durand e F.X.Merrien, Vigot, Paris 1991) si riportavano i calcoli eseguiti dall'istituto Insee, secondo cui in Francia l'orario effettivo di lavoro in una giornata media corrispondeva a 2 ore e 31

minuti. Ma gi nel 1977 il gruppo Adret, in un volume significativamente intitolato Travailler deux heures par jour, aveva scritto: "La vera difficolt per la nostra societ non quella di ridurre il tempo dedicato al lavoro ma di non ridurlo: per raggiungere questo risultato occorre pagare (il meno possibile) un esercito di disoccupati; mantenere nelle aziende una rilevante manodopera eccedente...creare posti di lavoro quale che sia la loro reale utilit; compiere importanti ricerche per rendere pi fragili i beni di consumo che invece non chiedono di meglio che durare a lungo; lanciare costose campagne pubblicitarie per convincere la gente ad acquistare cose di cui non ha alcun bisogno; fare in modo di tenere il pi possibile fuori della vita professionale i giovani, le donne, i vecchi e cos via". Come rispondono i policy makers a questa grande, inedita opportunit? Se si esaminano le loro leggi e le loro esternazioni, se ne deduce che, in materia di lavoro e di occupazione, essi versano in uno stato confusionale acuito dallignoranza e dalla presunzione. Sicch sfornano me e regolamenti contraddittori che finiscono per incrementare la confusione del mercato del lavoro attraverso la confusione dei loro paradigmi approssimativi e stereotipati. Il concetto stesso di orario di lavoro nato con la societ industriale, centrata sulla produzione in serie di beni materiali, e ha trionfato con lintroduzione della catena di montaggio nel processo manifatturiero. Nelle campagne pre-industriali, nellagor della polis greca, nelle cattedrali gotiche, nelle botteghe fiorentine, il mondo della precisione non aveva ancora soppiantato il mondo del pressappoco. E con quello che Le Goff ha chiamato tempo del mercante che i minuti e i secondi hanno acquistano valore; con lavvento dellindustria che in tot minuti si fabbricano tot bulloni; con la catena di montaggio che il lavoro pu iniziare simultaneamente, solo quando tutti sono al loro posto, e deve finire simultaneamente, quando il nastro trasportatore si blocca per tutti. Nella Manchester industriale dellepoca in cui Marx scriveva Il Capitale, il 94% dei lavoratori dipendenti svolgeva attivit fisiche e parcellizzate, imbrigliati nellinumana gabbia descritta da Max Weber e schiacciati nella metropoli filmata da Fritz Lang. Nella metropoli

industriale, tutto si ingolfa nelle ore di punta e la vita massificata toglie al singolo la solitudine senza dargli la compagnia. Dove i ritmi sono scanditi dal cronometro, anche i secondi hanno un loro preciso valore, la velocit condizione dellefficienza e lefficienza condizione della ricchezza. Oggi la situazione completamente cambiata nella sua sostanza anche se resta immutata nella percezione che i policy makers continuano a coltivarne e perpetuarne. Chi studia il fenomeno dei knowledge worker ci assicura che il lavoro intellettuale interessa ormai il 33% in Spagna, il 39% negli Stati Uniti, il 41% in Italia, il 43% in Francia, il 48% in Germania, il 52% nel Regno Unito (Butera, Bagnara, Cesaria, Di Guardo, Lavoro, lavoratori, societ della conoscenza, Angeli). Alcuni arrivano a calcolare che in America i lavori intellettuali di tipo flessibile raggiungono il 40%, cui va aggiunto un 20% di lavoratori che svolgono attivit creative (Florida, La nuova classe creativa, Mondadori). A differenza dei lavoratori della vecchia Manchester industriale, questi knowladge workers operano con il cervello e con il computer, non con i bicipiti e con il martello; quando sono impegnati nel loro lavoro non possono distrarsi pensando ad altro; producono novit ed emozioni, non oggetti materiali; anticipano i bisogni dei consumatori; sono spinti dalla molla della motivazione non dalla paura del controllo; svolgono attivit sotto tensione, in cui difficile distinguere il lavoro dallo studio e dal gioco. Come faccio a spiegare a mia moglie si chiedeva Konrad che quando guardo dalla finestra, sto lavorando?. Il lavoro intellettuale, soprattutto quando creativo, non risponde a nessuna delle regole con cui Taylor e Ford hanno imbrigliato il lavoro fisico, ripetitivo, esecutivo della fabbrica industriale. Mentre, alla catena di montaggio, ogni addetto vale quanto il suo collega ed con lui intercambiabile, nelle attivit intellettuali ogni lavoratore ha un suo diverso valore e il lavoratore geniale ha un valore incommensurabile che lo rende insostituibile. Mentre il tornitore, quando suona la sirena, lascia il tornio in fabbrica e se ne va a casa, dove evita di pensare al lavoro fino al giorno successivo; il creativo lavora con il cervello, che lo accompagna dovunque, giorno e notte, e che riesce

ad elaborare idee ovunque egli sia e persino nel dormiveglia. Si pu dire a un operaio: Vieni domani mattina alle 7 e comincia a produrre bulloni; non si pu dire a un creativo: Vieni domani mattina alle 7 e comincia a produrre idee. Come ho cercato di dimostrare nel volume La fantasia e la concretezza (Rizzoli), la produzione di idee segue regole completamente diverse dalla produzione di oggetti. Spesso non segue alcuna regola. Dunque non possibile applicare lo Scientific Management al lavoro intellettuale, come pretendono di fare le aziende malate di cultural gap, infliggendo ai lavoratori intellettuali la stessa unit di tempo e di luogo imposta agli operai metalmeccanici, con tutto larmamentario di recinzioni, tornelli, guardiani e cartellini. Con lirrompere del lavoro intellettuale, cade il concetto stesso di luogo fisso e di tempo determinato, cade il concetto stesso di pensionamento, cade il concetto stesso di controllo sul processo lavorativo. Poich la creativit una sintesi di fantasia e concretezza, lunica possibilit di incrementare la produttivit di idee consiste nel creare team composti da personalit fantasiose e personalit concrete, guidate da leader carismatici, capaci di organizzare il lavoro per obiettivi, in unatmosfera di fecondo entusiasmo. Dunque, i policy makers dovrebbero differenziare nettamente le politiche organizzative a seconda che si tratti di attivit fisiche ed esecutive, di attivit intellettuali e flessibili, di attivit intellettuali e creative.

(Domenico De Masi)

PAGE \* MERGEFORMAT 2