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PIERO

1'r\.JARDI
EDIZIONI
fo,lARTELLO
EDIZIONI MARTELLO
Piero Pajardi
CATEIUNA LA SANTA
DELLA POLITICA
L'originalit di questo saggio sulla fi-
gura di S. Caterina da Siena sta in due
tagli complementari.
Anzitutto, e proprio in funzione del
tipo di formazione culturale e profes-
sionale dell'autore, nella ricerca del-
l'anima "politica" di S. Caterina da
Siena che si potrebbe addirittura defi-
nire la "mistica della politica", inten-
dendo la politica in senso molto lato
del governo della cosa pubblica, in
chiave cii senso della giustizia, cii valo-
re del bene comune, e di sentimento
clello Stato.
Inoltre, nella universalizzazione e
quincli nella attualizzazione dei mes-
saggi di una Santa tanto particolare,
in tema cii virt morali, cii connotati
positivi, di responsabilit civiche clei
cletentori del potere pubblico.
CATERINA LA SANTA DELLA POLITICA
Ricerche e riflessioni sul pensiero elico, giuridico,
sociale e polilico di Santa Calerina da Siena
PIERO PAJARDI
CATERINA
LA SANTA DELLA
POLITICA
Ricerche e riflessioni sul pensiero etico,
giuridico, sociale epolitico
di Santa Caterina da Siena
PRESENTAZIO lE
t Cardinale Carlo Maria Martini
EDIZIONI MARTELLO
1993 Edizioni Martello - Milano
Alla santa memoria
di S.Em. il Cardinale Giovanni Colombo
cui devo la riconoscenza
per la tenera amicizia di tutta una vita,
per la lusinghiera e dolce stima
che mi ha sempre profferto,
per la ineffabile protezione
morale e spiri tuale
che mi ha conservato fino alla
Sua scomparsa e che certamente
continua anche ora.
lJio colui che .
Colui che peT s.
Noi siamo coloro che non sono.
Coloro che non sono per s.
Noi possiamo essere
COl07-0 che sono
se siamo disposti
ad essere per Dio.
Non amaTe te per te,
e non amaTe Dio per te,
ma ama te per Dio.
s. CATERIN:\ DA SIENA
PRESENTAZIONE
Cara Eccellenza Prof. Pajardi,
c' tanto bisogno oggi di santit nella politica
(perch solo l'impegno per la santit garantisce
che si arrivi almeno al minimo dell'onest) e Lei
ci dona un libro su una "santa della politica".
L'espressione certamente un po' paradossale
per Caterina da Siena che non ha mai fatto parte
n di corti n di parlamenti. Ma il libro vuole dav-
vero condurre a comprendere come anche llna
donna semplice e illetterata, guidata dal fuoco
interiore dello Spirito santo e dall'esercizio quoti-
diano delle virt cristiane, giunse a esprimere un
vero e proprio pensiero etico, giuridico e in qual.
che modo anche politico.
Ci ci conforta nella bufera odierna in cui sembra
che anche i pi saggi non sappiano quale strada
imboccare e la gente si sente disorientata dal dilu-
vio delle opinioni e delle proposte. Caterina ha
saputo, in un secolo pi difficile del no5O'O e in
vicende che hanno lacerato dall'interno anche la
compagine ecclesiastica, indicare le vie per la
riconciliazione e l'ordine.
Mistica e politica: ecco un altro modo con cui si
potrebbe intitolare il libro. Due grandezze che
sembrano inconciliabili in realt si ritrovano e si
danno la mano per aiutare la Chiesa e la societ
del proprio tempo. Non forse di origine mistica
quella concezione cosi originale e stimolante
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PIERO Pf\IARDI
della "Citt prestata" che Lei cosi attentamente
analizza nel suo libro e che ben definisce la condi-
zione cii ogni potere politico nella citt'
La ringrazio pure cii cuore per aver voluto cleclica-
re quest'opera alla venerata menloria del 111io pre-
decessore, il Cardinale Giovanni Colombo. Egli
ha stucliato attentamente la storia clella spiritualit
e si rallegra certamente in cielo, godenclo la com-
pagnia cii santa Caterina, cii questo libro che sente
anche un poco come suo e in cui legge una conti-
nuit con i suoi studi preferiti e con la sua azione
per la Chiesa e la societ in tempi travagliati e dif
e
ficili.
Suo cordialmente
't Carlo Maria Card. Martini
Milano, 23 ottobre 1992
lO
PREMESSA
Ebbene, lo ammetto, io sono un "caterinato".
Dovrei dire in realt "cateriniano"; ma la prima
espressione veniva usata dai contemporanei di
Santa Caterina da Siena in chiave spregiava per
indicare i suoi discepoli, appassionati, seguaci,
"fans". E non mi dispiace affatto, tolto di mezzo
ogni pudore ogni "rispetto umano", come si dice-
va nel vecchio catechismo, accettare questa
nomenc1atura quasi ad indicare una influenza
diretta di tipo formativo e quasi conquistativo da
parte di un grande personaggio referente.
Non essendo uno stolico e tanto meno un agio-
grafo, l'unico spazio che io posso identificare per
un clevoto commento della figura clella Santa
quello relativo alla illustrazione del suo pensiero e
cio della sua dottrina, potrei anzi dire della sua
filosofia giuridica e politica. Ma perch, tra i tanti
pensa tori cristiani, proprio Santa Caterina da
Siena?
Ho due risposte. La prima, quella che mi galvaniz-
za, mi viene suggerita dallo stesso Pontefice Paolo
VI che il 4 ottobre 1970 ha proclamato Santa
Caterina cla Siena Dottore della Chiesa Universale
(clopo che Pio XII l'aveva proclamata patrona
d'Italia insieme a San Francesco d'Assisi il 18 giu-
gno 1939). Con molta franchezza, con altrettanta
onest Inentale, sia pure con infinita devozione,
Paolo VI riconosce che non possiamo pretenclere
Il
PIERO PAJARDI
di trovare negli scritti della Santa' il vigore apolo-
getico, gli ardimenti teologici e ancora le alte spe-
culazioni proprie della teologia sistematica, ed
insielne le ricchezze dei rivestimenti scientifici
della teologia di San Tommaso D'Aquino, al quale
pure la Santa si riferisce. Dunque, afferma Paolo
VI, non vi che da concludere che la sapienza di
Santa Caterina. costituisce un esempio classico di
"sapienza infusa", cio scienza direttamente tra-
sfusa da Dio stesso con un miracolo di eccezionale
portata. Non diversamente si spiegherebbe la luci-
da, profonda ed inebriante assimilazione delle
verit divine e dei misteri della fede contenuti nei
Libri Sacri dell'Antico e del Nuovo Testamento:
una assimilazione, puntualizza il Santo Padre,
favorita si da doti naturali singolarissime, ma evi-
dentemente prodigiosa e dovuta ad un carisma di
sapienza dello Spirito Santo, ed un carisma tipica-
mente mistico. Del resto non forse vero che gli
stessi Apostoli avevano una estrazione umilissima
e modestissima anche sul piano culturale? E non
forse vero che Giovanna d'Arco era la pi igno-
rante delle pastorelle della Lorena? Non dimenti-
chiamo che, improwisamente, un pomeriggio la
Santa, che non sapeva n leggere n scrivere e
non aveva alcuna cultura di alcun tipo, si messa
a dettare subito lettere di altissima importanza
concettuale ed ideologica, e per di pi con uno
stile che i critici letterari definiscono assai raffina-
to. Evidentemente Dio pu fare questo ed altro.
Ma colpisce il fatto perch, analogamente a quan-
to accaduto per gli Evangelisti, siamo di fronte
allora ad un intervento diretto della Divinit, con
la conseguenza che, paradossalmente, proprio
perch la singola creatura umana non ha "potuto"
aggiungere niente di suo, sul piano del pensiero
teologico come sarebbe invece stato per una per-
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CATERINA 1..A SANTA DELLA POLITICA
sona molto dalla, sicuramente il suo prodotto di
pensiero genuino nell'essere collimante con il
disegno divino.
La seconda ragione legata ad un fatto di incredi-
bile portata: la attualit del messaggio cateriniano.
Pi che mai, ripeto, pi che mai, vi bisogno di
riscoprire la purezza, nli si consenta di usare il ter-
mine "santit", dell'etica, del diritto, della politi-
ca, della filosofia; ma molto in particolare della
politica. Caterina prova, testimonia, che si pu
essere politici ed essere Santi, anzi che il legitti-
mo, lecito e corretto uso del potere politico un
fatto salvifico; ancora che, specialmente in chi ha
attitudini naturali tali da farlo, sussiste il dovere di
dedicarsi alla vita politica. Caterina insegna ed
esorta a vivere la politica con purezza di intenti,
con grande forza morale, con orizzonti vastissimi,
con un grande, grandissimo senso del bene comu-
ne. Che cosa occorre, mi domando, per dimostra-
re l'attualit del suo pensiero?
Purtroppo Santa Caterina da Siena pi cono-
sciuta come personaggio globalmen te e superfi-
cialmente inteso e Ineno nota per la sua dottri-
na. E questo forse dipende anche dalla intrinse-
ca difficolt per i non addetti ai lavori di legge-
re, con facilit di assimilazione, le sue famose
Lettere, principalmente quelle. Il continuo pas-
saggio da un tema all'altro a causa della loro cro-
nologia, lo stile talvolta non agevole, la commi-
stione tra monlenti orazionali e momenti dottri-
nali; non poco quello che converge per ren-
derla al quan to inaccessibile. Di qui appunto il
mio desiderio di abbandonare ogni idea di com-
pletezza, visto che esistono gi raccolte molto
esaurienti, ed ogni pretesa di riporto totale delle
lettere, in cambio di un raggruppamento delle
stesse per passi salienti e temi o sottotemi aggre-
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PIERO P:\JARDI
ganti, inevitabilmente con notevole saggettivit
personale.
Dopo quanto detto, appare chiaro che non soltan-
to non ha per me senso la suddivisione delle Let-
tere in rapporto alle categorie dei destinatari, n
la datazione delle Lettere nel loro contesto stori-
co. Quello che pi rileva che non devo occupar-
mi, o devo occuparmi il meno possibile, del riferi-
mento slorico di quei contenuti etici, giuridici,
sociali e politici e da ultimo economici, i quali,
certissimamente, hanno un riferimento storico di
per s, ma che personalmente ho cercato di
astrarre proprio per conferire loro quella univer-
salizzazione che essi meritano. Del resto la ricchis-
sima bibliografia su Caterina consente a chi inve-
ce abbia giusto desiderio di siffatti collegamenti di
reperire opere a ci finalizzate.
Lo scopo quindi dell'operetta quello di divulga-
re in chiave pi intelligibile e di maggiore presa la
dottrina cateriniana, di commentarne i contenuti
e di evidenziare nella sua universalit la pressante
attualit.
Mai come per questo saggio ho avvertito l'esigen-
za di una collaborazione intelligente ed attenta
nella identificazione di testi cateriniani e di esege-
si delle fonti. Per questo il ringraziamento per la
mia giovane Amica la Dottoressa Federica Villa
assume un significato particolare anche in rappor-
to alla sua polivalente formazione culturale ed
alla sua esperienza anche internazionalistica di
tecnica della politica.
Nella revisione teologica del testo mi ha offerto
una sicurezza determinante l'amico Monsignor
Enrico Rossi, Vice Presidente del Tribunale Eccle-
siastico regionale di Milano, che ringrazio qui
ancora teneramente.
Ringrazio altres il Centro Studi Cateriniani di
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CATERINA Lo\. SANTA DELL\ POLITICA
Roma che m.i ha cortesemente fornilO testi e fonti
assolutamente irreperibili.
Delle Lellere ho usato a stralci il testo della recente
e moderna raccolta di D. Umberto Meattini, Edi-
zioni Paoline cii Milano, straorclinariamente avvin-
cente e stupendamente commentato, eli cui consi-
glio la consultazione integrale nel ringraziare per
l'autorizzazione.
Del Dialogo, allo stesso modo, il tesLO di P. Enrico
da Rovasenda, Edizioni Boria di Torino, che pure
ringrazio.
L'ultima revisione dci testo stata curata dalla
mia allieva Dottoressa Laura Bonacina che ancora
ringrazio eli Cuore.
Milano, S. Natale 1992
L'AUTORE
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PRIMA PARTE
S. CATERINA DA SIENA
APPUNTI PER UN RITRATIO
IDEOLOGICO E SPIRITUALE
CAPITOLO l'IUMO
L'EPOCA DI SANTA CATERINA
1.1. La sua vita
Senza volere anticipare in lTIodo forzato quanto
invece sar opportuno dire in modo organico
nell'impatto specifico con i temi trattati da Cateri-
na, lni pare che occorra pur sempre presentare
un n1inilno eli visione di insieme, esclusa ogni trat-
lazione agiografica che qui non avrebbe senso e
che peraltro appartiene gi a preziose opere di
specialisti storiografi.
Sul punto baster qui per comodit del lettore
ricordare che Caterina Benincasa nasce a Siena il
25 marzo 1347. A sei anni ha una prima visione di
Cristo, dopo la quale, ostacolata in un primo
tempo dalla famiglia, decide di farsi domenicana.
Ed soltanto nel 1363, cio a sedici anni che
Caterina riceve l'abito domenicano del terzo ordi-
ne delle Mantellate.
A venti anni impara a leggere. II fatto improvvi-
so e miracoloso. Essa comincia con una prodigio-
sa disinvoltura a rivolgersi a personaggi importan-
ti. Non tralascia la sua attivit caritativa verso
poveri, ammalati, in particolare carcerati. Nel
1370 avviene il misterioso "scambio dei cuori", tra
Caterina e Ges.
La Santa viene presto chiamata dal suo mistico
Sposo a lasciare la vila conlelnplativa e Ql-azionale.
La sua vocazione mistica pu benissimo sposarsi
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PIERO rAJARDI
con una intensa attivit di relazioni umane nel
mondo ecclesiastico e in quello politico. Dal 1373
al 1375 un susseguirsi di viaggi, di visite, di
pazienti opere di tessitura per sedare conflitti
politici, ottenere pacificazioni, condurre operazio-
ni sempre tendenti alla pace, alla giustizia,
all'ordine. Pu dirsi che in questo periodo il vero
miracolo sia quello della sua credibilit: un vero
prodigio che arroganti politici e austeri ecclesia-
stici la stiano ad ascoltare e molto di frequente ne
seguano i consigli.
Fonda anche nuovi lVlonasleri, e in lulto questo
"rimane" una mistica: iliO aprile 1375 riceve le
stimmate ottenendo per umilt che rimangano
invisibili.
Nel 1376 si verifica l'evento pi noto. La sua par-
tenza per Avignone per convincere Gregorio XI a
lasciare la artificiosa sede papale francese e ritor-
nare nella sede naturale di Roma. Ebbene, ad Avi-
gnone, Caterina vince la ritrosia del Sommo Pon-
tefice e la con trariet di tutta la Corte papale.
Non tralascia alcuna chiamata delle circostanze, al
punto che colpisce la sua assistenza ad un giovane
perugino condannato a morte e da lei seguito fin
sul palco della esecuzione capitale,
Solo nel 1377 impara a scrivere.
Clamoroso il suo intervento nel 1378 niente di
meno che nello stesso Concistoro per incoraggia-
re il nuovo Pontefice Urbano VI e i Cardinali
rimasti fedeli a lui a resistere allo scisma d'occi-
dente, in quanto i Cardinali francesi avevano
infranto le regole del Concistoro eleggendo in
seconda votazione il gine\O;no Clemente VlI.
Nel 1380 a trentatr anni muore, dopo alcuni
mesi di malattia che l'avevano immobilizzata a
letto. Viene sepolta a Santa Maria sopra Minerva.
Ma il capo verr portato in San DOlnenico a Siena
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CATERlNA w\ SANTA DELLA POLlTIC\
per pressante richiesta dei senesi.
Nel 1461 viene proclamata Santa, nel 1866 Catel;-
na diventa compatrona di Roma. Nel 1939, come
detto, Pio XII proclama Caterina e Francesco
d'Assisi compatroni primari d'Italia.
Infine nel 1970 Paolo VI riconosce, come gi
accennato, a Santa Caterina il titolo di Dottore
della Chiesa Universale, prima donna ad ottenere
tale titolo insieme a Teresa d'Avila e sino ad ora
riservato a soli ecclesiastici, trenta in tutto.
1.2. Genio o carisma?
Occorre sviluppare una tematica gi pi volte toc-
cata, anche in rapporto alla testimonianza papale
in ordine alla presenza in Caterina di una scienza
infusa, affermazione certamente non smentibile,
anche a prescindere dalla autorit della fonte.
Intanto dubito che si possa distinguere con sicu-
rezza il genio dal carisma; nel senso che nel primo
sempre presente il secondo, mentre il secondo
non esclude afTatto il primo. Certo quando sono
presenti entrambi siamo di fronte ad una figura
gigantesca, specialmente se il genio molto spic-
cato e se i carismi sono forti e di primissimo livel-
lo.
Di sicuro i biografi. che sono in generale una sot-
tospecie di storici e che io ammiro ma fra i quali
non saprei mai collocarmi, sono in disaccordo su
questa antitesi che a me pare nmo sommato un
falso problema. Lo stesso Beato Raimondo di
Capua insiste esplicitamente nell'affermare che
Dio fu il vero Maestro e la unica guida di Caterina
in ogni momento della sua vita. Non senza uguali
ragioni Giacinto D'Urso insiste sulla genialit per-
sonale clelia Santa. sostenendo che Dio fu per lei
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PIERO Pt\JARDI
non lanto il rivelatore di concetti nuovi, capaci di
aumen tare il bagaglio della sua cultura, ma piutto-
sto lo stimolo continuo della sua mente a conside-
rare le cose sotto una certa angolatura, a pene-
trame il senso intimo e la portata con il lume
della fede. Quest'ultimo pare argomento estrema-
mente realistico per la considerazione che Cate,-i-
na ha avuto una sua crescita anche per un fonda-
mentale fenomeno di alta gestione dei propri
talenti e delle stesse ispirazioni divine, per cui, se
si trattasse soltanto di un miracolo, la Calerina dei
trenlau' anni sarebbe stata la stessa dei suoi venti
anni, cosa che non fu.
Di certo Dio non ha bisogno di "partire" da un
genio per operare i suoi interventi nel mondo e
nella storia della umanit attraverso una singola
creatura. L'esempio della Madonna vale per tUlti,
ma potremmo utilizzare pi semplicemente quel-
lo di Giovanna d'Arco. Ammetto per che il pro-
blema si complica anche nella sratistica quando si
tratta di prendere, per cos dire, una persona
ignorante e di trasformarla in una persona dotta o
addirittura in uno scienziato; nessun pastorello
diventato mai San Tommaso D'Aquino.
Il fatto per che una valutazione umana non
pu arrivare a cogliere se vi siano in un soggetto,
che parte nella vita da un totale difetto di isu-u-
zione e di cultura, delle genialit imposte per
remoto e preparatorio volere di Dio, pronte a
risvegliarsi di fronte all'innesto progressivo o
improvviso di carismi soprannaturali. Quando ci
si verifichi, e probabilmente questa la chiave di
lettura del personaggio, il genio, indubbiamente
fortemente presente in Caterina, viene come fol-
gorato da un innesto divino e da matrice nasco-
sta, e diventa lo strumento che da una parte rac-
coglie la scienza infusa e dall'altra la gestisce
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CATEIUt\'t\ L\ SAN'I't\ DELLJ\ POLITICA
secondo un piano provvidenziale superiore.
Probabilmente questa la chiave di lettura anche
in considerazione del fatto che tutto si pu dire
fuorch che Caterina sia stata uno strumento pas-
sivo dello spirito Santo. Questo tipo di funzione
strumenrale pi presente, ed intendo esprimer-
mi con misura e con prudenza, in Giovanna
d'Arco, pi meritevole per "cocciutaggine" nella
sua fede che per geniali l; e, sempre procedendo
con prudenza di valutazione, quasi del tutto
assente in Tommaso Moro, nel quale l'intervento
dello Spirito Santo a me si presenta come un
fenomeno di sottile raffinato e discreto suggeri-
mento orientativo e confortatorio.
Ma ammetto che occorre avere molto pudore
nell'approccio col mistero esislente tra la libert
umana e la grazia divina.
1.3. Riforma e controriforma
AI postutto Caterina dall'alto del suo punto di
osservazione comprende che quando "l'assoluto si
temporalizza", quando cio Dio diventa storia
dell'uomo attraverso il Cristo, impossibile che
non succedano scandali, per usare un'espressione
di San Luca, ed in presenza di questi mali Cateri-
na si guarda bene dal pensare a nuovi ordini reli-
giosi, a nuove milizie, e d'altra parte non scacle
neppure in un alteggianlento messianico di atte-
sa, di mera attesa, di una et felice quale quella
della agostiniana "civitas Dei". La Chiesa nel suo
corpo visibile , come afferma Newman, "sempre
malaticcia e sempre languisce di debolezza".
"Porta in s la morte di Ges affinch anche la
vita di Ges si manifesti nel suo corpo", per ripor-
tare una sofferente espressione di Adam. Il che
23
PIERO PAJARDI
naturalmente non impedisce di assumere atteg-
giamenti fustiganti, responsabilizzanti, repressivi.
* :I: *
Un pensiero va svolto sul riformismo ecclesiastico
di Santa Caterina. Ebbene penso che si possa
affermare senza esitazioni che se un Papa O un
Concilio avessero trovato la forza di raccogliere il
messaggio di una Santa che sembrava proprio e
puntualmente inviata da Dio per realizzare questo
grande disegno, non si sarebbe neppure instaura-
ta la Riforma protestante. E poich sono tra colo-
ro che ritengono che il bene della Controriforma
sia stato, almeno sul piano della ricerca della fede
e della sua pi pura dottrina, un bene maggiore
del danno provocato dalla Riforma, non riesce a
negare che questo "quid pluris" si sarebbe gi rag-
giunto seguendo coraggiosamente le indicazioni
della Santa.
La sua fustigazione fortissima, circostanziata, con-
tinua, perfino ripetitiva, stata di grandissimo
momento. Ma perch pochi decenni dopo Gero-
lamo Savonarola dir le stesse cose ed anzich
essere proclamato Santo, come tutti ancora ci
attendiamo, verr considerato eretico dalla Chiesa
e condannato a morte dalla Signoria di Firenze?
Forse solo perch far esplicitamente il nome di
Papa Alessandro VI Borgia nelle sue arringhe
accusatorie? Ma pensabile che se fosse vissuta al
tempo di Savonarola Caterina non avrebbe fatto
la stessa cosa?
E non si parli di dolcezza femminile, perch a
proposito della Curia romana, Caterina afferma
che al tempo essa costituisce "l'infero di molte ini-
quit!). (Pensate, essa scrive a Raimondo da
Capua, suo padre spirituale, "che io misera mise-
24
C:\TERINA LA SANTA DELL\ POLITICA
rabile sto nel corpo, e trovomi per desiderio conti-
nuo di fuore del corpo. Ohim, dolce e buono
Ges! lo muoio e non posso morire, e scoppio e
non posso scoppiare, del desiderio che io ho della
innovazione della Santa Chiesa per onore di Dio e
salute d'ogni creatura; e di vedere voi e gli altri
vestiti di purit arsi e consumati nell'ardentissima
carit sua". Ed ancora, scrivendo a Caterina dello
Spedaluccio e a Giovanna di Capo, "io muoio
vivendo e dimando la morte al mio Creatore e
non la posso avere. Meglio si sarebbe a morire che
a vivere, innanzi che vedere tanta ruina quanta
venuta, ed per venire nel popolo cristiano". E
chiss quali ardori di speranza dovettero animarla
quando pi avanti, scrivendo a Matteo, Rettore
della Misericordia in Siena, disse "il tempo
nostro... perocch perseguitata la sposa di Cristo
da cristiani falsi membri e putridi. Ma confortate-
vi: ch Dio non dispreger le lagrime, sudori e
sospiri che sono gittati nel cospetto suo. L'anima
mia nel dolore gode ed esulta, perocch tra le
spine sento l'odore della rosa che per aprire.
=I: * :I:
Ci si posti il quesito ardito intorno alla posizione
di Caterina ave mai anzich nascere prima fosse
nata dopo la Riforma protestante e la Controrifor-
ma cattolica, comportante quest'ultima una
profonda riforma morale e strutturale della Chie-
sa e per lo pi nei sensi puntualmente cateriniani.
un quesito affascinante che si pone anche per
Gerolamo Savonarola, ma in generale per tutti
coloro che hanno auspicato e preconizzato una
riforma proprio perch al loro tempo ancora non
c'era, e cos anche per le riforme politiche e civili.
Ebbene il riformista, ben pi che il rivoluzionario,
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PIERO PAJARDI
certamente una personalit ricca e di grandissi-
mo spicco che intuisce i tempi coglie il futuro e
provoca l'accelerazione verso un n10ndo nuovo.
La risposta pu essere dunque difficile ed insieme
facile. Una personalit cosi fatta riverserebbe in
periodo temporale post-riformista quelle ricchez-
ze che sa esprimere per un consolidamento dei
risultati raggiunti dalla riforma e per annunciare
e preconizzare ulteriori sviluppi.
1.4. J critici della Sanla
Nessuno e niente che sia umano mai andala
esente da critiche, anche se talvolta le pi sogget-
tive, le pi capricciose, le pi infondate. Dello
stesso Ges si detto, dal protestantesimo libera-
le, che il suo pensiero era carico di filosofia greca,
COIne se questo, nei limiti in cui poteva anche
essere vero, cambiasse qualche cosa, e non invece,
se mai, dimostrasse come Dio sia rispettoso
dell'umanit e utilizzi uomini, cose, epoche, ci-
vilt anche per realizzare miracoli ed eventi
straordinari.
E cos anche Caterina ha avuto i suoi critici, e
forse proprio per essersi occupata molto del socia-
le, del mondano e del terreno. Savonarola inse-
gna e Tommaso Moro altrettanto; menue nessuno
ha disturbato Giovanni della Croce o Teresa
D'Avila. In particolare non pochi si sono soffer-
mati a parlarne, pur con molto rispetto e con sin-
cera carit interpretativa, nella diau'iba tra il mira-
colo della scienza infusa da una parte e carismi e
talenti specialissimi dall'altra, pi in particolare
ancora nella chiave della sua originalit.
Del tema di fondo ho gi detto, e in questa ulte-
riore fascia confesso che il tema non mi conqui-
26
CAITRINA L\ $A'.fTr\ DELL<\ POLlTIC\
sta. Quand'anche Alvaro Grion mi persuadesse
che Catel;na ha tratto numerosi elementi concet-
tuali e spiritualistici dalla letteratura teologica
morale e pastorale del tempo che l'ha immediata-
mente preceduta, la cosa non mi impressionereb-
be. Anzi, non vorrei scadere nell'ironia, che la
pi irrispettosa delle risposte, insinuando che
Caterina forse non ha avuto il tempo n le capa-
cit per fare tutti questi studi, come del resto ha
gi acutamente osservato Giacinto D'Urso nella
sua lunga "polemica" responsiva che, a me sem-
bra, ha fatto piazza pulita di perplessit e di riser-
ve. Qui non si tratta di processare un fanatismo
cateriniano (a proposito, anche Grion domeni-
cano, vale forse anche per Caterina il motto
"nemo profeta in patria"?). Per quanto personag-
gio miracoloso e miracolistico, anche Caterina
figlia del suo tempo, e se mai il miracolo sta
nell'avere pensato e detto cose universali non
legate strettamente al suo tempo, talch sono vali-
de ancora oggi dopo seicento anni. Ove anche
non avesse letto nulla o sentito leggere nulla dei
suoi predecessori immediati, e il pensiero di que-
sti le fosse stato trasmesso per ispirazione divina
come materiale pur necessario di riflessione per la
formazione del suo pensiero e per l'espressione
dello stesso, il tuttO mi pare talmente umano, tal-
mente valido, ed anche talmente non idoneo ad
un effetto riduttivo del personaggio della Santa,
da non meritare neppure di soffermarsi su questo
angolo di visualizzazione.
Quanto poi a pretese devianze per presunti ecces-
si di considerazione del personaggio da parte del
bealO Raimondo di Capua, consulente spirituale e
primo biografo della Santa come detto, ammetto
anche qui che teoricamente lUttO pu anche esse-
re stato, Iua la valutazione diretta dei testi cateri-
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PIERO PAlARDI
niani ci libera sostanzialmente da ogni preoccupa-
zione di questo tipo. Mentre per il contenuto
intrinseco delle critiche di questo secondo tipo
rinvio l'eventuale lettore interessato ai testi anzi-
detti dei due studiosi.
:I: * *
Per lo pi la critica francese, la quale arriva ad
essere sciovinista perfino quando proviene da
rigorosi storici, non nutre simpatia per S. Cateri-
na. Essa intravede nella Santa una figura troppo
"insignificante" per giustificare la sua vittoria nel
convincere il Papa a ritornare da Avignone a
Roma facendo cos perdere all'orgoglio francese
l'incommensurabile prestigio di ospitare la sede
del Papato. Sconfitta per sconfitta, si sa come
l'orgoglio sia meno ferito quanto pi il vincitore
"grande". Questa ragazzina di poco pi di venti
anni non viene digerita.
Tutto questo in un contesto in cui storici diventati
veri e propri specialisti nel panegirico nazionalista
affermano che il Papato non mai stato tanto
grande come ad Avignone e che la Francia ha
fatto opera salutare nel sottrarlo alla corrotta
romanit; dimenticando tutto ci che gli storici
non francesi hanno affermato in termini non sol-
tanto di accresciuto orgoglio e prestigio ma anche
di grandi e non tutti limpidi interessi che portaro-
no la Francia a "conquistare" il Papato. Per non
dire della non buona fede con cui si comportaro-
no i Cardinali francesi (divenuti, guarda caso, la
maggioranza nel Conclave) al punto che furono
proprio i francesi ad alimentare dopo il ritorno
del Papa a Roma lo scisma d'occidente.
E cos si afferma che ad Avignone se mai vi fu
un'influenza di S. Brigitta di Svezia o dell'Ordine
28
CATERINA L\ SAI\'TA DELlA POLITICA
dei domenicani. E ancora che Raimondo di
Capua non fu che agiografo autore di testi panegi-
rici in favore di Caterina della quale era infatua-
to.Denis-Boulet scrive addirittura che Caterina
ispira un'immensa ammirazione ma non ha nulla
dell'uomo di Stato, del politico, del diplomatico,
dello storico. Essa non merita alcuna attribuzione
di competenza e la sua informazione non ha nulla
di ritnarchevole. "Giovinelta morta a trentatr
anni, il suo genio, conforme a quello dei poeti
della sua provincia e del suo tempo, non esclude
la semplicit la pi ingenua".
Ne esce una mistica contemplativa cui si fatto
dire e cui si attribuito da altri, per interessi che
non la riguardavano, tutto ci che serviva ad una
certa causa nazionale o provinciale. Salvo poi
sfruttarla per vero oracolo quando essa critica la
Chiesa romana, perch allora fa comodo la deni-
grazione della romanit.
Per fortuna, se si discute all'infinito sulla autenti-
cit dimensionale delle sue lettere, nel senso che
si insinuano consuetudini di tagli vari, nessuno
per mette in dubbio la appartenenza del conte-
nuto e quindi la sostanziale paternit. Col che e
dopo di che diventa assai arduo sostenere le tesi
di cui sopra, anche se non questa la sede adatta
per ulteriormente confutarle. Cos la vita e cos
la storia: sarebbe d'altra parte estremamente
arduo pretendere che un inglese facesse il panegi-
rico di S. Tommaso Moro!
29
CAPITOLO SECONDO
PUNTI SALIENTI DEL PENSIERO
DI SANTA CATERINA:
LA DOTTRINA TEOLOGICA SULLA SALVEZZA
Vediamo un po' pi sistematicamente la dottrina
complessa di Santa Caterina da Siena, sia pure in
sintesi, seguendo la traccia di D. Umberto Meatti-
ni, fra i pi puntuali studiosi della Santa. Comin-
ciando dalla dottrina teologica sulla salvezza.
Caterina concentra lo specifico della fede nel
riconoscimento che l'uomo chiamato a fare di
Dio, e nel complerTIentare riconoscimento che
l'uomo chiamato a fare di se stesso in funzione
di Dio. appunto per farsi conoscere che Dio si
rivelato, creando l'uomo e rivelandosi
all'uomo come sublimi atti di amore. Atti e mes-
saggi che hanno lo scopo di aiutare l'uomo a
sua volta a rivelarsi per la sua parte migliore che
Dio misticamente contempla con priorit, quasi
dimenticando le iniquit dell'uomo frutto di un
disposto esercizio della sua libert. All'esortazio-
ne amorevole deve corrispondere nella creatura
il desiderio di Dio, secondo una inlpostazione
che scientificamente tomistica ma assurge ad
un alone tipico di una sensibilit e di una conce-
zione teologica e umanistica tipicamente pro-
prie di una mistica.
Il desiderio esprime l'essere, l'allontanamento il
non essere. Ed ogni allontanamento consiste in
una carenza d'arTIore nella quale si traduce ogni
tipo di peccato. Felice, felicissimo connubio tra la
31
PIERO P,\IAROI
scienza teologica e la trama mistica della vita spiri-
tuale.
Caterina insiste in modo molto marcato sul valore
del peccato personale come frutto perverso della
nostra libert e come attO libero della nostra
volont. La sua severi t morale le concede ben
poco ad ogni tipo di alibi della volont.
* * *
Stabilito che il peccato il non-essere dell'uomo
di [l'onte a Dio Inentre invece per definizione
l'uomo non pu che essere, Caterina affronta il
tema della prevenzione. Tema che Caterina svolge
sul significato del "Verbo". essa non si
attarda, e richiamo qui la premessa fatta, su specu-
lazioni teologiche che in fondo non le apparten-
gono, e si guarda bene dall'affrontare il problema
della natura della Santa Trinit.
Una sola cosa la colpisce: il Verbo si interpone tra
il Padre e lo Spirito Santo per realizzare lo scopo
di soddisfare l' "ansietato desiderio" della reden-
zione dell'uomo. Giustamente il Meattini pone in
luce qui la natura della personalit di Caterina
che donna di azione e quindi pratica, di conse-
guenza attirata dagli argomenti.
Bisogna insistere su questo punto perch i mistici
hanno dei percorsi di spirito totalmente propn e
diversi da quelli pi freddamente razionali dei
teologi, e d'altra parte anche meno esortativi dei
pastori. Il mistico eleva certi segni a fattori deter:
minanti della sua costruzione anche quando e
una costruzione dotuinale. Ne la riprova il tanto
ricorrente "motivo" del sangue.
Per Caterina il sangue si trova dappertutto nella
cristologia, dal momento della circoncisione fino
alla morte cruenta sulla croce. Qui addirittura la
32
CATERINA L't. SANTA DELLA POLITICA
perdita di sangue crea nel Cristo-uomo una natu-
rale fisiologica sete, talch Ges morendo dice la
famosa parola "sitio", ho sete. E nella mistica
quell'acqua, in realt poi non data ma come ideal-
mente ricevuta, destinata a diventare continua-
mente, in una idealit sovramateriale, diventando
sangue nuovo che scorre senza esaurirsi. Il sangue
in cui gli uomini sono esortati a donarsi, quasi
nascondendosi nei suoi flussi, per bere e rifocillar-
si ed ancora inebriarsi.
Naturalmente i teologi diranno che l'evento
vero sotto ogni profilo ma che si realizza con il
momento centrale della S. Messa e la distribuzio-
ne ai fedeli del Corpo e del sangue "reali" di
Ges. Questa di Caterina , ripeto, una versione
non diversa ma in chiave di ascesi mistica.
Il quadro vivente mistico non sarebbe completo se
Caterina non inserisse Maria nel passaggio
dall'albero della morte all'albero della vita. Maria
diventa il centro non pi soltanto della cristologia
ma addiritUlra della teologia generale, perch Dio
non concepisce soluzione diversa che di "passare"
attraverso lei. E, si noti, non soltanto passare con
la incarnazione, bens anche attraverso tutti i tren-
tatr anni della vita terrena di Ges e soprattutto
al momento culminante della sua morte come
uomo. Anzi Maria il piedistallo stesso della Tri-
nit. Caterina la chiama "portatrice di fuoco" e
"portatrice di misericordia".
L'umanit, cio l'essere dell'uomo, la sua condi-
zione esistenziale che lo connota, esaltata in
Maria temporalmente prima che in Ges Cristo.
esaltata anche perch, e questo un concetto che
personalmente ho espresso in tante occasioni in
passato, Dio la rispetta nella sua fondamentale
autonomia. (<In te ancora, oh Maria, scrive Cate-
rina, "si dimostra oggi la fortezza e libert del-
33
PIERO PAJARDI
l'uomo; perch dopo la deliberazione di tantO e s
grande consiglio, mandato a te l'Angelo ad
annunciarti il mistero del consiglio Divino, e a
cercare la volont tua, e non discese nel ventre
tuo il Figliolo di Dio prima che tu el consentissi
con la volont tua... manifestamente dimostra la
fortezza e libert della volont, che n bene n
male veruno si pu fare senza essa v o o n t ~
E il momento di maggiore esaltazione della figura
di Maria quello in cui la Madre di Dio "costret-
ta", nell'atto del supremo olocausto del Figlio, ad
essere, nella sua spaventosa sofferenza di madre,
"contenta", "sovrumanamente contenta", che si
compia cos il destino del Figlio inserito nel piano
prowidenziale generale del Padre.
:I: * :I:
E veniamo alla Chiesa. Ritorna ancora, quasi
come dolce ossessione, il senso del sangue. Dolce
ossessione perch la mistica subii ma tutto, anche
ci che tristissimo. Il Vicario "il dolce Cristo in
terra" viene dipinto come il "celiarlo" del sangue
di Ges, depositario di quello strumento di vita
per tutti coloro a venire che non hanno potuto
idealmente giovarsene sul calvario. Anzi, l, in
quel momento sublime, nessuno se ne giovato
materialmente, quasi per un senso di rispettoso
pudore, ma tutti i fedeli presenti hanno espresso
un profondo desiderio di assumere nel loro corpo
quel sangue. Quel desiderio idealmente e concre-
tamente prosegue nella storia della Chiesa, la
quale insegna a mantenerlo vivo e offre lo stru-
mento per l'appagamento del desiderio slesso.
In questa ideale prosecuzione di incomparabile
storia d'amore, Caterina insegna che ciascuno
deve amare l'altro non per s ma per l'altro. Nes-
34
C..ATERINA L\ SANTA DEL.Lo\. POLITICA
suno deve amare s per s, ma ciascuno deve
amare l'altro per l'altro, e se stesso per l'altro, e
tutti per Dio.
E qui trionfa con enorme anticipo un senso ecu-
menico e universale che galvanizza. Per Caterina
tutta l'umanit "Chiesa": ministri e fedeli ma
anche infedeli e pagani, perch per tutti quel
"sangue" stato versato. E ancora Caterina vede
una Chiesa tutta arante e tUlta operante nel signi-
ficato della parabola della vigna e fondata sulla
legge dell'amore, cos misticamente incisa nella
espressione attribuita a Dio ,<a me nOI1 potete ren-
dere questo amore che io vi richiego e per v'ho
posto eI mezzo del prossimo VOSU'O, a ci che fac-
ciate a lui quello che non potete fare a me".
35
CAPITOLO TERZO
IL MISTICISMO DI S. CATERINA
3.1. Quale mistica?
Caterina non finisce pi di sorprenderei, perch
dopo avere solidamente fondato la sua dottrina
della salvezza e prima di fornirci insospettabil-
mente una straordinaria dotu;na politica, che il
punto specifico qualificante di questa meditazio-
ne saggistica, ci propone da par suo quale
momento pi specifico del suo percorso di cuore
e di mente la dottrina ascetica e mistica. Una dot-
trina, questo veramente da sottolineare,
nient'affatto astratta dalla realt dell'esistenza
umana e dalla esperienza generalizzata del popo-
lo di Dio, ma "incollata" con la realt che tutti
viviamo. Anzi Caterina in chiave consolatoria
interpreta il dramma umano proprio nella visione
dei beati e nella prospettiva di un ricongiungi-
mento a quell'amore divino che ha creato gli
uomini "per s e non per loro", consentendo loro
per di godere della esaltazione finale per la glo-
ria di Dio alla quale hanno collaborato.
* * *
Come spesso accade, si parla pi di un fenomeno
di quanto lo si identifichi. Che cosa la mistica?
Lungi da me la tentazione di sciorinare qui
dell'erudizione. Certamente potremmo comincia-
37
l'I ERO PAJAROI
re con il precisare che ii mistico cristiano, COIne
afferma Giovanni Maiali, veral11enle tale se ha il
senso che la sua esperienza grazia e misericor-
dia; se ha il senso del suo essere peccatore e del
suo peccato; se quindi ha il senso del ringrazia-
mento, della disponibilit alla libera iniziativa divi-
na, del bisogno di rinnovamento e di perdono,
della domanda di preghiera, della speranza fidu-
cIOsa.
Ma dovremmo per continuare nella specificazio-
ne, puntualizzando che, per arrivare al livello
designala con questo termine, il cristiano mistico
deve avere il senso dell'importanza relativa, forse
aggiungerei molto relativa, per quanto ovviamen-
te reale, dell'esperienza che egli vive. Non gi per
deprimerla o degradarla, bensi al contrario per
esaltarla o meglio per servirsene proprio per la
sua ascesi. Ed ancora egli deve cogliere che
l'essenziale non Lanto l'esperienza Inistica quan-
to la carit, unico parameu'o della sua perfezione,
una carit che non sia Inera solidariet ma sia la
risultante della fede, della fede operosa, di una
giustizia anima, di una speranza assoluta.
Obbedienza e comunione col Dio di Ges Cristo
il "Ieit-motiv" del vero mistico.
Una puntualizzazione va fatta, per quanto possibi-
le e inevitabilmente in modo problematico, in
ordine al "tipo" strutturale e contenutistico della
mistica cateriniana. Tema di straordinaria delica-
tezza. Lo ripropone in termini perfetti ed in via
generale Giovanni Moioli, il quale peralu'o a mio
sommesso avviso insiste forse troppo sull'aspetto
gnoseologico della mistica, lasciando in ombra
l'aspetto esistenziale (confesso la mia predilezione
per la cosiddetta "mistica dell'essenza" rispetto
alla "mistica sponsale").
Posto, egli dice, che si debba riconoscere una
38
C:\TERINA 1..-\ SANTA DELLA POLITICA
omogeneit tra "esperienza mistica e il sapere
della fede, come sarebbe possibile trovarla e
mostI-arIa, allesa principahnente la non concet-
tualit dell'una ed invece la concettualit
dell'altra? Ma Caterina una tomista (sia pure,
secondo la nota citazione papale, per "scienza
infusa "). Ed proprio la neo-scolastica che ha
compiuto il tentativo di soluzione del problema,
cercando di ipotizzare la duplice modalit di
attuazione e di esercizio della vita teologale: l'una
legata alla discorsivit tipica della razionalit
umana (il "mondo umano"); l'altra legata alla u'a-
scendenza propria delle virt teologali stesse, in
quanto abiti operativi infusi e partecipazioni crea-
te al lnoclo stesso divino, non discorsivo, non con-
cettuale, di conoscere e di amare (la "grazia"
come partecipazione creata alla vita Divina). Il
passaggio da un modo all'altro avviene puntual-
mente per mozione dello spirito Santo, il quale,
essendo il principio creatore dell'uomo "spiritua-
le" e quindi della interiorizzazione, consente ed
agevola appunto il passaggio dal modo umano
della vita teologale al modo divino sovraumano di
questa vita stessa. Quanto poi al tipo di sapere che
si rigenererebbe nel cristiano per il superamento
della soglia umana del suo comportamento teolo-
gale, esso viene diversamente configurato a secon-
da che si cerchi di collocarlo in linea prevalente-
mente intellettiva o in linea prevalentemente
affettiva.
in questo quadro che, sempre a mio sommesso
e non presuntuoso avviso, si inserisce Caterina: lo
stesso Joret ha tentato di leggere l'esperienza
mistica al suo cuhnine, interpretandola come una
situazione-limite della fede, quando cio la fede
diventerebbe intuizione diretta di Dio; ma nello
stesso momento in cui il mistico raggiunge Dio in
39
PIERO PAJARDI
questo modo, quasi lungo una scorciatoia, si rea-
lizza, come pare evidente che si sia realizzato per
Caterina, quell'ulteriore "scoppio" d'amore per
cui egli percepisce di "essere costretto ad amare"
in una dolce spirale ascensionale come afferrato
irresistibilmente da quella Entit che egli ha
conosciuto in modo sublimato, teologicamente
valido a monte ma per intuizione a valle, cosicch
sulla conoscenza cos raggiunta si instaura un
rapimento nella sfera della bont dell'Essere per-
fetto.
Questo il punto nodale, perch diversamente si
corre il rischio di fare di Caterina o una mera teo-
loga, che un errore, o una mera spirilualista,
errore opposto. Ricordiamo il famoso "ponte".
Procedere non ascienlificamente, percorrere con
il bagaglio saldo delle virt teologali e cardinali,
ma quasi un salire, se posso usare questa espres-
sione plastica, senza neppure toccare ma sempli-
cemente sfiorando "per salLUm" i gradini della
scala cosmica dello spirito per arrivare a Dio. E
cos giungervi senza l'affanno e senza i tormenti,
perch senza la fatica del procedere quasi corpo-
reo. E cos ancora giungervi con la freschezza
poetica di chi ha chiesto di essere rapito e gode
interamente dell'estasi del distacco compiuto.
Laddove resta il dolce "mistero" di come una
mistica siffatta riesca a vivere appieno la vita oriz-
zontale cercando marcatamenle e assessivamen te
proprio l'orizzonte, la pianura dei rapporti
umani, la parit terrena, la famosa base del trian-
golo isoscele. E cos intensamente da essere accet-
tata da politici, statisti, professionisti, uomini di
mondo, tutti pertoccati da un angelo incarnato,
tanto contenta di non essere angelo ma di essere
una creatura umana e per di pi una donna.
40
CATERINA LA SANTA DELlA POLITICA
* * *
Alcuni quesiti ancora, fra i mille che si addensano
nella mente. Pu clarsi una ascesi mistica senza la
grazia? Certamente no e certissimamente non per
Caterina. Ma per una ragione peraltro generalissi-
ma, in ordine alla quale, anche a voler rasentare i
limiti leciti di una prossimit al pelagianesimo,
nulla dell'uomo e del suo operato meritevole,
salvi fico ed anzi perfino possibile senza l'aiuto
della grazia, al di fuori di un quadro prowidenzia-
le divino, senza o peggio contro !'ispirazione dello
Spirito.
Nessun dubbio su ci su un piano generalissimo
teologico, e nessun dubbio all'interno del sistema
dottrinale e spiritualistico di Caterina, le cui invo-
cazioni sono perennemente, quasi ossessivamente,
nel senso di una persistente richiesta dell'aiuto di
Dio e specificamente del "suo" Ges.
Ancora un dubbio. Ma la mistica l'unica via
della perfezione cristiana? Certamente no, come
ha compiutamente dimostrato tra gli altri il Giavi-
ni, e come in fondo gi si precedentemente
detto. La mistica come forma di sublimazione
una, e forse la pi praticata e insieme la pi impo-
nente, delle vie percorribili per puntare alla per-
fezione dell'uomo proteso verso Dio. La stessa
ascesi, come sar pi diffusamente detto oltre,
non porta necessariamente alla mistica, n
quest'ultima costituisce la mera scorciatoia capace
di annullare una corretta base teologica. Si
detto che in sostanza la mistica "soltanto"
un'esperienza. Certamente cos, anche se andrei
oltre questa nomenclalUra per rawisarvi la straor-
dinaria individuazione di un percorso che non so
immaginare esaltante e pi awincente verso la
perfezione.
41
PIERO l'AjARDI
3.2. DUre la carit
poi addirittura sorprendente a mio avviso che
Caterina riesca perfino a sublimare la stessa virt
della carit. E questo con una formula teoretica
estremamente semplice, la quale forse non era
stata in precedenza sufficientemente sviluppata.
Essa osserva, anche per comprovare il prinlalo
della carit cio dell'amore, che nel Regno dei
Cieli non vi sar pi bisogno della fede perch
}'anilna ornlai si sar rassicurata dell'esistenza
stessa dell'oggetto nel quale credeva, e cos tanto
meno della speranza perch la stessa anima avr
ottenuto ci in cui sperava. Dunque, dice Cateri-
na, attraverso la porta della vita eterna passa sol-
tanto la carit, mentre le altre virt teologali stes-
se, ed a maggior ragione quelle cardinali, ne
rimangono fuori. La sola carit, cio l'amore e
l'amore soprattutto per Dio, continuer a regna-
re: anzi la stessa vi la eterna non sar a1Lro che
amore, col quale godremo di Dio attraverso il
coinvolgimento nostro nella sua stessa essenza. E
cos godremo gli uni degli altri accomunati da
questo comune gran mare che ci raccoglier tutti,
il mare della infinta e purissima carit di Dio.
Impalcatura perfetta anche teologicamente,
tenendo peraltro conto che la vita terrena
dell'uomo non pu essere coltivata e fertilizzata
che proprio attraverso le virt fondamentali della
fede e della speranza, le quali insieme alle virt
cardinali della giustizia della fortezza della pru-
denza e della temperanza, realizzano glorificano e
sublimano proprio la vita terrena come atto ed
evento di prova meritoria per passare dalla vita di
amore di livello terreno a quella del grado supe-
riore olmo ed infinito.
42
CATERINA L-\ SANTA DELL\ POLITICA
:I: * :I:
Giacinto D'Urso, uno dei maggiori conoscitori del
personaggio di Santa Caterina nel suo complesso,
dopo avere come nessun altro posto in luce che il
genio di Caterina non soltanto intuizione ma
piuttosto continua fatica di ricerca nel pi preciso
senso anche figurato che Caterina non si alza al
mattino inventandosi all'improvviso una nuova
lettera, come potrebbe sembrare leggendo super-
ficialmente il suo epistolario, sottolinea acutamen-
te che il senso clelIa carit, anzi la concezione
etica teologica filosofica della carit, progredisce
in Santa Caterina e raggiunge i suoi punti massimi
nei primi capitoli del "Dialogo". Due sarebbero le
enUnCIaZIOlll.
La prima quella della "alterit": "ogni virt si fa
con il mezzo del prossimo, e ogni difetto.
L'uomo da solo non si realizza, o non si realizza
compiutamente, perch il rapporto con il pros-
simo, anche quando confliggente, che lo porta
per adesione o contrapposizione a cliventare sem-
pre pi se stesso realizzando il programma della
sua vita, della qualit clelia sua vita, e clelia sua
stessa iclentit complessiva, eliminanclo tutte le
potenzialit inespresse con progressione benefica.
La seconda enunciazione correlata alla prima.
La cliversit tra gli uomini non casuale (e come
potrebbe esserlo nella mente provvidenziale cli
Dio?), ma voluta clal Creatore in modo che si crei
una complementariet tra tutte le creature o tra
singoli o tra gruppi o tra etnie cos da promuove-
re una accentuazione della solidariet e quindi
una formazione pi intensa e pi estesa della base
dell'amore universale. Una concezione insomma
"naturalistica" clelle virt ecl in particolare della
carit, pur in proiezione verso il trascendente.
43
PIERO P.'\JARDI
Dunque Caterina giunge a questo in seguito al
suo modo di concepire la genesi della carit, la
quale una risposta all'amore che Dio ci ha dimo-
stralo e che noi scopriamo nel "conoscimento"
della bont di Dio in noi. Ma occorre fare atten-
zione; le regole concrete comportamentali di vita
non possono essere che queste; chi pi ha pi
deve dare, chi pi pu pi deve operare, e tutto
questo anche atu'averso un dovere di correzione e
di stimolazione nei confronti del prossimo, nel
senso di aiutare chiunque a tirar fuori da s tutte
le proprie potenzialit.
Il tema, o meglio la sua ripresa, prezioso perch
consente di riprendere il punto pi terribilmente
difficile che il mio personale intelletto riesca a
configurare; esiste un "al di l" dell'amore? cor-
retta una via mistica di superamento delle virt
teologali? Superamento ben inteso nel senso non
gi di sorpasso che neglige bens di ulteriore avan-
zamento? Se nItti gli uomini diventassero perfetti,
scrupolosamente "osservanti", amanti del vero del
bello del buono, giusti fino allo spasimo, fedeli
servitori e pieni di amore verso Dio e verso il pros-
simo, sarebbe tutto "finito"? Nel senso di "tutto
raggiunto" e quindi senza pi spazio per una pro-
gressione spirituale e morale?
Basta porsi questa drammatica serie di domande
per cogliere come il quesito, pi abbozzato che
risolto trattando degli epigoni della mistica, si
ripresenti con la pretesa di una conferma della
soluzione gi abbozzata. Non pu essere che l'arre-
sto della elevazione dell'umanit possa coincidere
proprio con il raggiungi mento della sua perfezio-
ne, e allora non pu esserlo neppure per il singolo.
Ma allora lo stesso singolo non pu vedersi negata
una proiezione di questo tipo anche senza avere
raggiunto la sua perfezione personale.
44
CATERlNA LA SANTi\ DELL\ POLITICA
In alu'i termini, la creatura di Dio, pur nella pro-
pria imperfezione che essa cerca titanicamente di
eliminare con tutte le sue forze lungo il percorso
della vita, non pu autonegarsi un orizzonte che
vada oltre il confine, pur umanamente irraggiun-
gibile, della sua totale perfezione. Il mistico ha
ragione. Esiste un regno dello spirito che va oltre
tutto, anche oltre l'amore; che comincia proprio
quando tutto completo e che si inu-awede nella
linea dell' orizzon te che si intuisce essere quella,
pur irraggiungibile, del "tutto concluso".
Non occorre, e Caterina certalnente non lo ha
fatto, invocare la teoria di quei mistici che si
appellano drammaticamente, quasi u'agicamente,
all'affermazione di Ges "Dio mio, Dio mio, per-
ch mi hai abbandonato?". Affermazione tremen-
da perch parte da un dato di fatto, cos tale rite-
nuto dallo stesso Ges uomo-Dio, cio quello del
gi awenuto abbandono da parte di Dio Padre.
Cosa che non poteva essere perch l'attenzione
umana di Ges addirittura spostata non sul fatto
gi assunto e sussunto ma addirittura sulle ragioni
del fatto in termini di invocazione di una spiega-
zione esistenziale. Questo misticismo senza agget-
tivi, eppure chiamato "puro", rasenta il nichili-
smo, anche se talvolta lo evita (come per Giobbe).
Caterina non dubita mai del suo Dio. Ed anzi con
estrema dignit, quando le sembra di poter essere
un po' "delusa", lo invoca con forza e gli dice;
"Sei tu che mi hai ispirato di fare cos, di chiederti
giustizia, di invocare il tuo intervento: adesso devi
fare giustizia a te stesso ed accontentarmi per il
bene della persona per la quale Ti invoco".
Dicevo che non occorre, perch, come Caterina
sente gi in terra, la vita stessa di ogni creatura
di Dio che, come un cero acceso, pu diventare,
deve diventare, "", un cantico di gloria a Dio.
45
QuesLO l'unico senso possibile di una realt inef-
fabile che va oltre lo stesso amore.
Ma ha senso un traguardo collocaLO oltre l'amore,
se Dio stesso , ed solo, amore? Rispondo,
appunto: s! il finalizzare l'amore alla gloria di
Dio. E cos rendergli la massima giuszia.
Raggiunto peraltro quesLO punto verce del mes-
saggio cateriniano, mi preme riLOrnare col pensie-
ro su un momento per me essenziale del tratto
finale di questa ascesi, anzi di questo programma
di ascesi offerto da Caterina a tut. Si tratta di un
m0111CnlO determinante che non esito a qualifica-
re per la mia sensibilit personale, con la quale a
me parso di poter penetrare e cogliere il pi
geloso, il ~ riposto, il pi prezioso messaggio
cateriniano. E un'idea che ho gi esposLO ma che
riprendo, e che riprendo proprio anche a dimo-
strazione di come essa sia diventata nel Inio intel-
letto una idea piacevolmente "ossessiva".
Premetto che sono perfettamente in sintonia con
il D'Vrso nel sostenere che si ha ben voglia di
dire, pur all'unisono con il pensiero papale, che
Caterina non una teologa ma llna spirituali sta,
non un San Tomlnaso d'Aquino ma una Santa
Teresa d'Avila; si ha ben voglia di dire che i suoi
schemi concettuali non sono tcorelici, bens co0-
feziona con l'ordito del misticismo sul canovac-
cio della spiritualit. In realt, come lo stesso
Santo Padre ha sotlmente sotteso nelle sue ispi-
rate espressioni, Caterina non oblitera la teologia,
ma procede "per saltum" mirando diriua "oltre"
la teologia, perch la sua spiritualit si fonda sul
"rigo in pi" del pentagramma della teologia; una
teologia souesa, supposta, "scontata" se si pu
dire, e, ancora se si pu dire, "sublimata" a sua
volta. Caterina prende la mano di San Tommaso e
si adagia dolcemente sopra le sue spalle, dopo
46
CATERINA L-\ SANTA DElL.\ POLITICA
aver pre-assorbilo la spiritualit di Santa Teresa e
dopo averla genialmente manipolata nella sua
particolare proiezione sociale politica e terrena
"sub specie aeternitas": questo mi pare il quadro
plastico immaginario ma efficace.
Tutto ci premesso o ripreso, riesprimo e chiari-
sco quella "idea" che mi attanaglia dolcemente. In
tutto il suo dire, il suo scrivere, il suo meditare, il
suo proferire, Caterina non ci dice che per essere
mistici occorre "prima" essere perfetti sul piano
teologico morale, nel pensiero come nel compor-
tamento, come nel raggiunginlento della totalit
ortodossa della propria esistenza. Anzi, se pensas-
se il contrario, essa non offrirebbe le proprie mar-
gherite ai porci, come invece pur fa. Caterina ci
dice invece che la proiezione misca trova "Iegit-
mato", quanto meno nella lodevole e preziosissi-
ma aspirazione, chiunque. Essa dice, ed io ripeto,
"chiunque". Giustamente tanto il Goffi, quanto il
Bernard, quanto ancora il Giavini sottolineano
che anche il mistico un peccatore come tutte le
creature di Dio, come peccatore il pi perfetto
teologo. COine peccatore, anche se a noi cOlnuni
mortali pu sembrare blasfemo, San Francesco
d'Assisi, che come noi un comune mortale. Guai
se ci mettessimo nella anticaritatevole posizione di
prevenzione verso il mistico e pretendessimo da
lui, in cambio della sua "pretesa", quasi a nostra
biasimevole compensazione di un complesso di
inferiorit, una perfezione che egli non pu uma-
namente raggiungere. Anch 'io come il Goffi non
sono sicuro, o non sono sicurissimo che essere
mistici voglia dire essere "qualcosa di pi" che
essere cristiani senza aggettivi; e sono certamente
convinto che prima di tUlto occorra essere cristia-
ni il pi possibile perfetti. Ma di qui a dire che
non si possa intraprendere la via del ll1isticislTIO
47
PIERO Pi\fA.RDI
senza prima avere realizzato una perfetta identit
cristiana corre moltissimo. E qui si annida quel-
l'insegnamento prezioso di Caterina sul quale
insisto. Pur nella propria imperfezione, contro la
quale ciascuno di noi combatte tutta la vita nel
tentativo di ridurla, di ridurIa, ed ancora di ridur-
la, non vi dubbio alcuno che non soltanto l'asce-
si sia legittima e doverosa, ciascuno per il proprio
itinerario personale, ma anche la prospelliva
mistica ci trovi sempre legittimati. Ma ci trovi
legittimati non soltanto a partire da un ceno tetto
in su o in avanti, bens "subito", con realL spiri-
tuale immediata, interiore.
Se essere mistici vuole essenzialmente dire subli-
mare la propria vita, e con essa tutte le virt teolo-
gali e cardinali; se vuoI dire compiere lo sforLO di
un avvicinamento spasmodico alla Divinit; se
vuoi dire vivere intensamente e nel contempo
obliterare tUlto e trasformare tutto in un can tico
di gloria a Dio, essendo se stessi e dimenticando
se stessi, offreildogli tutto, perfino paradossal-
mente il nostro peccato e soprattutto la pena del
pentitnenlo e la gioia della conversione; se essere
mistici vuoi dire tutto questo, allora ciascuno di
noi, gi ora, adesso e subito, e senza attendere la
peraltro solo eventuale lievitazione spirituale dei
momenti preagonici che potremmo non avere se
la nostra sorella morte ci prendesse all'improvvi-
so, ha "il diritto" di ineffabile fattura e natura di
coltivare questa aspirazione e questa realt, senza
insuperbirsi, senza esaltarsi, senza sentirsi niente
di pi che una fiammella nel creato, nella storia,
ma oltre lo spazio ed oltre il tempo, anzi oltre la
vita propria, degli altri e dell'intera umanit.
Se, come a me sembra, Caterina ci ha detto que-
sto, allora in tutto il mosaico agiografico dell'inte-
ra storia della Chiesa sarebbe bastata lei sol,
48
CATERJNA Lo\. SANTA DELLA l'OLITICA
unica Santa sintetizzatrice di tutte le possibili
realt concettuali, spirituali, esperienziali, e di
ogni possibile insegnamento didascalico come
esonativo.
* * :I:
Dunque alla fine di ogni fine rimane solo la
carit; ritnane questo amore senza confini, senza
dimensioni, e senza tempo, come fattore esisten-
ziale che assorbe tutta la infinit ed impercettibile
realt del definitivo rappono tra l'uomo e Dio.
Resta per da stabilire se questo sia quell'amore-
virt che costituisce la carit come virt teologale
nella concezione insopprimibilmente quanto teo-
logicamente "umana" quale noi nella nostra
dimensione terrena riusciamo al massimo a con-
cepire. Questo rimane il punto e vi si arriva per
altra via.
Nulla in contrario in fondo a denominarla cos.
Ma l'entit ed inu'inseca strUltura forse pu dirsi
che mutino. Quanto meno mutino in una sorta
ascensionale di sublimazione che tutto cristallizza
in una unit fondamentale, e soprattutto, anche
qui come per la fede che per la speranza, nella
cessazione di "divenire" sostanzialmente di aspira-
zione, o quanto meno di una realt aspirante ad
una realt superiore.
Quel "nosse et vivere nota" che costituisce il fon-
damento e la sintesi dell'intellettualismo tomislico
sul punto della carit, e che vede prima il momen-
to intellettivo e poi il momento operativo della
traduzione del conoscere nell'essere e nell'opera-
re, non ha qui pi alcun dualismo, perch tUlto
non soltanto conosciuto e fatto ma addirittura si
solidificato in una posizione sratica, tanto in tale
"status" la ragione e il sentimento si fondano defi-
49
PIERO Pf\IAROI
nltIValnente. Perfino la volont viene assorbila.
L'agostiniano (,senza di te ti ho creato, ma solo
con te ti salver)) ha anch'esso trovato sul piano
della volont accettante dell'uomo la sua elevazio-
ne nella spirale globalmente sublimante.
3.3. La mistica clelia ,elazianalit
Riprendo il tema della re!azionalit, per usare un
termine caro a Sergio Cotta.
Catelina spinge fino ad un positivo e preziosissi-
mo "parossismo" il senso della doppia relaziona-
lit, quella verticale verso Dio attraverso Ges, e
prima attraverso Maria, e quella orizzontale verso
tutti i fratelli. La seconda, essa in almeno due
punti lo dice chiaramente, ha "senso" solo ed
esclusivamente in funzione della prima.
La mistica cateriniana porta inesorabilmente, e
peraltro in perfetta ortodossia teologica, a consi-
derare un "nulla" l'uomo per l'altro uomo. Il vero
rapporto tra l'uomo e Dio; la dimensione oriz-
zontale quella che diventa strumento per la rea-
lizzazione pi compiuta del rapporto uomo-Dio,
giacch ogni creatura chiamala a dare alle altre
creature quello che non pu dare a Dio, essendo
Dio una entit perfetta e non bisognosa di alcun-
ch.
Certo, accettato questo passaggio nodale, pensie-
ro teoretico e sentimenti di vita e di alnore diven-
tano totalizzanti nell'esigere da ogni uomo la sua
dedizione ai fratelli, nell'"ansietato desiderio" di
donarsi in una dativit sublinlanle. Caterina di-
venta "frenetica", se mi permessa questa espres-
sione reverente, e non concepisce pi n sonno
n Iiposo, n indugi n soste: ogni minuto, ogni
pensiero, ogni sentiInento della vita sua, erigen-
50
CATERJNA LA SA\'TA DELL\ l'OLITICA
dola a modello, da lei peraltro vituperato perch
ritenuto imperfetto, devono ineluttabilmente
essere destinati alle necessit spirituali e materiali
del prossimo in nome di Dio e per la gloria di
Dio.
Pur nella fortissima identit della propria soggetti-
vit, e nella straordinaria impronta della sua per-
sonalit, Caterina pu ben dire di essere "per" gli
altri e "negli" altri; di vivere nella misura in cui
questa operazione sublimante le riesce; di non
tenere per s nulla ed anzi di strllInentalizzare
fino alla consunzione il proprio corpo nel proprio
tempo per una dativit di eccezionale altezza e di
dinamicissima operosit. Godere con quelli che
godono e piangere con quelli che piangono; ma
soprattutto piangere con quelli che piangono.
Questo il pensiero continuamente ritornante
che la avviluppa totalmente con una forza morale
che forse il miracolo dei miracoli cateriniani.
Il punto concettualmente pi significativo di que-
sta fortissima ascesi tocca l'alTI ore di s, concepito
qui come esattamente l'opposto di quell'amor
proprio che invece purtroppo tan to diffuso e
che rappresenta l'esponente dell'egoismo e del-
l'egocentrismo. Caterina come insegna ad amare
il prossimo in funzione di Dio e non gi di per s,
e tantomeno Dio per il prossimo, cosi espone con
grande forza ed insistenza questa fondamentale
idea: non bisogna amare s per s, e neanche Dio
per s, ma bisogna amare s per Dio. la sublima-
zione estrema della considerazione della propria
esistenza e dell'amore che ogni creatura deve por-
tare a se stessa.
51
PIERO l'ApROI
3.4. Il ponte
Ed ecco la sua singolare e quasi curiosa concezio-
ne del famoso "ponte". Non basta pi neanche la
verit, se questa non serve, attraverso una cono-
scenza pi penetrante, a vivificare e ad alimentare
l'amore. Un amore operoso, un amore che spinge
l'anima di ogni singolo uomo con maggiore pre-
potenza verso il suo traguardo lungo l'ascesi e
cio la cooperazione dell 'uomo alla grazia divina.
E la verit deve dirigersi in due sensi, verso Dio e
verso l'interiore dell'uomo, cio di se stessi, di
quella "cella" entro cui sta la propria identit. In
questa cella si compie e si conclude il pi intenso
e determinante "vivere" dell'uomo. E in questa
cella che l'uomo ama le virt e si congiunge con
la grazia divina, con la quale si dirige sul ponte.
in questa cella che l'uomo recide i vizi che gli pro-
vengono dalla parte negativa della sua natura e
che costituiscono il banco di prova di tutta la sua
esistenza, a cominciare dalla superbia "condimen-
to di tutti i vizi".
Il dolce dramma, pesante ma dolce dramma, di
ogni singolo uomo si traduce tullo in questo.
Sembra che pi nulla basti, n la verit, n la giu-
stizia, n lo stesso amore. Tutto ci necessario,
ed necessario ancora altro. Ma nulla basta. Nulla
definitivo se l'uomo non capisce e non coltiva la
forza che gli nasce dal battesimo e dalla comunio-
ne con il corpo e con il sangue di Cristo. Ritorna
l'idea del sangue.
Che cosa allora manca nella prospettiva del ponte
che porta l'uomo a Dio? L'operosit, l'osservanza
dei comandamenti non basta ancora; viene alla
mente il mollo "totus tuus" di Papa Giovanni
Paolo II. Perch proprio qui sta la spiegazione.
Tutto per Caterina valore, tutto ci che buono
52
CATERINA L\ SANTA DELLA POLITICA
portatore di valori e tutto quindi diventa salvifi-
co. Ma da mistica, Caterina non pu fare a meno,
come del resto Santa Teresa d'Avila e San Giovan-
ni della Croce, di portare la riflessione esistenziale
su un piano ancora superiore, che va fortemente
puntualizzato anche se di difficilissima compren-
sIOne per il cristiano medio, per cos dire, ed
anche per il cristiano raffinato, sempre per cosi
dire.
Ecco dunque la costruzione del ponte. Siamo
nella pi perfetta ortodossia teologica, n potreb-
be essere diversamente. Ma di certo, nell'afflato,
nella sensibilit, nella concezione stessa delle
spinte dell'anima e dei suoi percorsi, siamo perfi-
no al di l della teologia.
Veniamo al ponte, e cerchiamo di capire la sensi-
bilit pi che la logica di una mistica. Una sensibi-
lit fatta di segni, di richiami, d simboli. Il ponte
lungo e faticoso da percorrere, e il suo tragitto
in salita. In salita come i tre scaloni del ponte, cor-
rispondenti il primo ai piedi di Ges, il secondo al
costato, e il terzo alla sua bocca.
Ammetto che difficile, anche presupposto un
certo "allenamento intellettivo", seguire il per.
corso spirituale di un mistico. Occorre entrare
in un alone di soavit, come dicevo, che va oltre
non soltanto una sensibilit comune, ITIa anche
una cOluune esperienza sia pure spiritualistica.
Per sintetizzare, al primo scalone corrisponde la
base essenziale indefettibile, e cio l'assenso
della fede sia pure ad un livello primordiale che
fa dell'uomo un servo di Dio. Il secondo scalo-
ne, cui corrisponde anche il cuore di Ges, vede
l'uomo passare da uno stato gi molto commen-
devole di servo a quello di fedele. la fede che
perfeziona e che recupera la speranza. un per-
corso di avvicinamento progressivo ma soprat-
53
PIERO l't'lARDI
tutto pi inliIllistico verso la Santissilna Trinit.
Ma ecco l'uomo che giunge alla bocca. Il mistico
parla con la lingua del santo desiderio, si pasce
del corpo e del sangue di Cristo, e cos per questa
via il servo divenuto fedele assurge allo "status" di
figlio del Padre comune. La grazia battesimale
assurge al suo acme. Le virt sono osservate nella
misura e soprattutto nella qualit massima rese
possibili dal singolo soggetto. L'obbedienza diven-
ta il pi grande piacere della vita, sopportato dal
piacere incommensurabile di essere come il Padre
vuole. "Essere" con una esislenzialit lalmente
ormai piena da scacciare totalmente il "non esse-
re".
Ed su questa soffusa sublimit, in una sfera in
cui l'ascesi termina, la mistica si compie e l'estasi
piena, che si chiude "Il Libro" della Santa.
=1= =1= =1=
Ed ancora, ma i temi e gli esempi non finirebbero
mai, un ponte mistico collega nel pensiero e nella
sensibilit profonda di Caterina il punto fermo
della volont umana con il mondo e il senso stes-
so del male. Il Male esiste, ed anzi personilicato
nel Demonio. Ma esso nulla pu contro di noi se
la nostra volont lo respinge; noi perdiamo il
duello quando la nostra debolezza gli offerta.
come arma contro di noi. L'uomo si ferisce con il
proprio coltello quando lo offre in uso al Mali-
gno. Dunque la lotta sempre dentro di noi U-a il
meglio di noi e il peggio di noi, mentre non vi
cosa che non possa essere accettata o rifiutata da
un atto di volont dell'uomo.
E qui la concezione mistica si sposa ad una conce-
zione eroica della vita, perlina belligerante. E la
Grazia Divina diventa carisma e viatico. Azzardo
54
CATERINA LA SANTA DELl.A POLITICA
l'affenllazione che nel difficilissinlo equilibrio,
forse impossibile per l'uomo da identificare
anche teoreticamente tra intervento della grazia
divina e sfera della libera volont, meritevole o
immeritevole dell'uomo, Caterina, di formazione
si noti e si ricordi pi tomistica che agostiniana,
propende per il secondo piatto della bilancia_ E
questo non gi per pelagiana iattanza, bens nel
titanico sforzo di veelere trasfofIllato tutto l'essere
umano in un cantico sublime della gloria di Dio:
quanto pi libert tanto pi merito, ma solo per-
ch il cantico sia pi intenso e valido. CvIi vengono
alla mente i pensieri poetici di Nino Salvaneschi.
=1= :I: :I:
noto come, dopo il mon umen to letterario delle
famose "Lettere", la seconda opera di Santa Cate-
rina sia il "Dialogo della Divina Provvidenza"
variamente chiamato nei secoli e perfino sempli-
cemente "Il Libro". Quale la concezione della
Santa sul rapporto tra la Divina Provvidenza e il
mondo dell'uomo?
Qui si inserisce un filone di grande attualit del
messaggio cateriniano per l'itinerario spirituale
dell'uomo di oggi. E non solo perch il messaggio
forte, contro il mero tepore disimpegnato del
famoso motto di Benedetto Croce "Non possiamo
non dirci cristiani", ma anche perch Caterina
esorta a non accontentarsi di una religiosit vaga-
mente tcistica. La Provvidenza evita che il cristia-
nesimo senza di essa diventi un mito, una inven-
zione poetica che, come stigmatizza il Rovasenda,
meramente la allegoria di una pura verit filoso-
fica. Non concepibile in sostanza un cristianesi-
mo senza la realt della Provvidenza e la fede in
questa realt.
55
PIERO P:\IARDI
Giustamente il "Libro" stato considerato CQIne
la "teologia mistica" dell'azione della Prowidenza
nella storia dell'umanit. E ci in corrispondenza
alla "Cilt di Dio" di Sant'Agostino che pu consi-
derarsi la "teologia apologetica" dell'agire divino
nella storia, e alla "Divina Commedia" di Dante
che pu invece essere considerala la "teologia
poetica".
E qui va ripeluto che l'azione della Provvidenza
non sopprime quell'interiorit che tanto seduce
gli uomini di oggi. Come gi delto, Caterina parte
anzi dalla conoscenza di s per arrivare alla cono-
scenza di Dio, ma sulla base di una forte consape-
volezza del proprio esistere e della propria auto-
nomia, la quale ultima conferisce verit, dignit e
valore al famoso inizio del "Ponte". Altrimenti
l'uomo che uomo sarebbe?
Anzi la u-ascendenza implica realmente una infini-
ta distanza ontologica che pur ben si concilia con
la grandezza dell'uomo quando questi riesca a
superarJa, attraverso l'azione provvidenziale, avvi-
cinandosi a Dio. Azione ascenden te e azione
discendente: cos l'uomo e Dio si incontrano
misteriosamente, magicamente, quasi imperscru-
tabilmente. Dio, che presente all'essere creato,
dentro l'essere creato, pi di quanto questi non
sia presente a se stesso, in se stesso. Ecco la possi-
bilit di un dialogo o conversazione.
3.5. La seconda creazione
Tutta la tematica del "Ponte" dunque tipicamen-
le propria di una visione mistica della fede. Ma
possiamo aggiungere, sempre per esemplificare,
la concezione sostanzialmente ideologica e finali-
stica dell'amore verso il prossimo, ed in particola-
56
CATERINA L\ SANTA DElL>\ POLITICA
re dell'amore operoso, come valenza sostituente
una impossibile gratificazione dell'uomo nei con-
fronti di Dio; in altri termini, Dio non pu essere
beneficato dall'uomo, essendo Lui l'Ente perfet-
to, per cui chiede il ricambio delle opere amore-
voli verso il prossimo elevato come creditore di
ogni uomo cristiano credente ((amatevi come io
vi ho amato))).
Altro esempio, fra tutto, quello per me pi
impressionante. Per aiutare l'uomo a reditnersi) a
realizzarsi, ad elevarsi, Dio "capisce" che non vi
alua soluzione adeguata e nobile che soffrire per
l'uomo. Ma Dio, sempre perch Ente perfetto,
non pu soffrire. Sarebbe per questa ragione,
secondo Caterina per questa ragione, che Dio
Padre Eterno, creatore e pantocratore, si incarna
e diventa uomo mandando sulla terra suo Figlio.
Questi, essendo "anche" uomo, come uomo, pu
soffrire, anzi pu addirillura morire di sofferenza,
come avviene. Certo muore come uomo e non
come Dio, ma come uomo soffre, "pur essendo
Dio", "sostenendo la pena nella propria carne",
per usare una espressione cateriniana.
Ma veramente non finiremmo mai di scoprire gli
angoli talvolta nascosti di una spiritualit mistica.
Come si pu pretermettere l'idea cateriniana per
cui Dio "costretto dal fuoco della sua carit" volle
crearci non animali e neppure angeli bens "a sua
immagine e somiglianza". Di poi, per portare a
termine la sua creazione, per cos dire la seconda
creazione, per completare il nostro essere nella
sua identit e nella dignit, prese lui stesso la
nostra immagine "quando vesti la deit dell'uma-
nit". Ci Dio ha fatto esattamente con moto con-
trario completando il cerchio. E Caterina aggiun-
ge che stata pi gravosa, e pi significativa nel
contempo, la seconda creazione perch Dio "ci
57
PIERO Pi\JARDI
ricomper non d'argento ma di sangue" (ritorna
sempre nelle spirali misteriose clelia spirito clelia
Santa mistica il senso ciel sangue).
E si pu forse pretermettere l'iclea cii sublimare la
propria personale esperienza cii sofferenza nel-
l'offrire al prossimo i frutti e le stesse riflessioni
esperienziali per essergli cii utilit nel condurre la
sua vita specialmente in un momento di crisi? Ed
in fondo trovare perfino la capacit di gioire di
questa trasn1igrazione di una parte di s nella vita
del fratello, quasi come una auto-consumazione
per offrirgli una luce della sua vita lungo il suo
percorso, COITIe appunto un cero votivo? Questa
non pi soltanto carit, e supera la stessa c1ativit
dell'''esistere per"; questa mistica della carit.
3.6. Il desiderio di olocausto
Di sottilissima fattura e di grandissima sensibilit
mistica il colloquio di Caterina con Ges. Dopo
l'estasi durante la quale Dio stesso estrae da Cate-
rina il cuore e lo spreme sul volto della Chiesa nel
tentativo di ripulirla, dopo ancora il mistico scam-
bio dei cuori tra Ges e Caterina, si colloca il
momento, eli altissima ascesi eppure tanto carico
di valenza dottrinaria al pi grande livello teologi-
co, del colloquio tra Caterina e Ges. La Santa gli
chiede, con una acutezza degna di un teologo
poeta e di un poeta teologo, se egli abbia sofferto
di pi, durante l'agonia della croce, per gli estre-
mi mali del corpo oppure per il lancinante desi-
derio di salvare l'umanit. Il famoso "desiderio cii
olocausto"; Ges COITIe Dio non poteva non sape-
re che il tutto si sarebbe risolto nella pi alta posi-
tivit, pure a prezzo del suo olocausto, perch
questo era il disegno provvidenziale del Padre; ma
58
C.ATERINA LA SANTA DEI.L-\ POLITICA
come uon10 non poteva non soffrire l'ansia, l'ap-
prensione, la precariet, la comn10zione ed insie-
me l'emozione drammatiche per la conclusione
della sua brevissima unica e irripetibile avventura,
"avventura umana". Non dimenlichialTIo il Ges
tentato, il Ges sofferente nell'orto del Getzema-
ni, il Ges del {(Dio ITIio, Dio mio, perch mi hai
abbandonato?". Ebbene Ges risponde a Caterina
di avere assai pi duramen te solTerto per il deside-
rio di olocausto e per il desiderio finalizzato di
questo olocausto che per i mali pur tragici del
corpo.
E Caterina raccoglie il messaggio perch in tutta
la sua vita matura, sente ed espriITIe, e ripetitiva-
mente riesprime, la disponibilit a farsi carico di
colpe altrui, ad offrirsi in olocausto per responsa-
bilit non proprie, a soffrire non soltanto per i
mali del mondo, per liberare il mancia, ma anche
sempliCelTIente per salvare l'anin1a di una singola
persona, e perfino per convertire una singola
creatura. Desiclerio di olocausto od olocausto di
desiderio? Gli estremi si toccano ed i contrari si
armonizzano.
* :I: :I:
A ben vedere ha tutto il sapore di un classico
n1islicismo anche la visione teologica del rappor-
to di obbeclienza, per cosi clire, ineffabile tra
Ges e il Padre. Rapporto clelicatissimo perch
anche Ges Dio, eppur persona distinta nel
quadro trinitario. Ma certamente in questa chia-
ve di valutazione di Ges come persona anche
con natura U111ana, U1TIana e anche storica, il rap-
porto di obbedienza acquista un particolarissimo
significato. Un rapporto vissuto, umanamente
travagliato perfino dai clubbi e clagli scoramenti
59
-
PIERO Pt\IARDl
del Ges-uomo, secondo una drammaticit ricor-
rente che culmina peraltro nel momento preli-
minare all'olocausto tinale della parte umana di
Ges.
Ebbene in quel momento ed in quella condizione
unica e irripetibile, Ges chiamato a dire di "si".
un altro "s", come quello di Maria, perch Dio
non pu non lasciare libero l'uomo-Dio. E non
c' nulla n di formale n di automatico, e neppu-
re di scontato, a ben vedere. Al punto che Ges,
uomo in questo momento supremo della sua vila
come non mai, chiede l'allontanamento del calice
amaro. Francamente non so perch n la teologia
n soprattutto la pastorale abbiano mai sufficien-
temente esaltato questo momento estremamente
significativo della vita di Ges. Ma Ges aggiunge
il famoso "sia fatta "per" la Tua volont".
Ecco dunque il "s" obbedienziale di Ges, su cui
si incentra una delle pi eminenti e peculiari
riflessioni estatiche di S. Caterina.
La Santa vede in questo "si" qualche cosa che can-
cella, prima bilancia e compensa e poi cancella, il
"no" di Adamo, e tutti i "no" dei successori di
Adamo (differenza tra peccato originale e peccato
attuale). Caterina dipinge questo rapporto ideale
tra Aclamo e Ges con una intensit cii grancle
valiclit teologica eppure cii pregnanza poetica:
siamo ai massimi livelli clello spirito.
Ma Caterina si pone il problema che mentre il
"no" cii Aclamo era risolutivo, sia pure in senso
negativo, perch Aclamo clecicleva per s (come
clopo cii lui tutti gli uomini peccanclo cii volla in
volta cleciclono per s), altrettanto non poteva
essere, n per il passato n per il presente n per
il futuro cieli 'umanit, il "s" cii Ges. Poteva im-
maginarsi un "s" risolutivo? Avrebbe voluto dire
esautorare, eteronomizzare la condizione umana,
60
CATERINA LA SANTA DELLA POLITICA
trasformando tutti gli uomini automaticamente in
angeli (ma anche gli Angeli sono stati liberi). Non
era, non era assolutamente, questa l'economia
provvidenziale clelia salvezza cieli 'uomo.
Ecco allora che Caterina inserisce in questo atto
cii obbedienza cii Ges, nel suo "si", la necessit
sublimata cii una aclesione di tlltti gli uomini, cii
ogni singolo uomo, ciascuno per s. Occorre clun-
que che al si cii Ges si unisca momento per
momento clelia vila cii ciascuno il s cii ogni singo-
lo uomo.
Ma allora non era sufficiente il "s" degli uomini
senza il "s" cii Ges? Risponclere a questa cloman-
cla vuoi clire cogliere l'immenso infinito significa-
to clelia incarnazione e dell'olocausto ciel Dio-
uomo. L'offesa falta originariamente e successiva-
mente a Dio cla parte cieli 'uomo richiedeva una
riparazione cii uguale natura. Solo Dio poteva
riparare a s stesso: ecco il "supplemento", o me-
glio il supporto sublimante ciel "si" meramente
umano. Questo ci clice Santa Caterina aggiungen-
cio alla tematica meramente teologica un mistici-
smo che la sublima.
3.7. Dignit e umilt dell'uomo e maest di Dio
I mistici sono sempre stati clelle creature teneris-
sime, talvolta tanto tenere cla apparire paraclos-
salmente cleboli come S. Giovanni clelia Croce e
soprattutto Santa Teresa cii Lisieux. D'altra parte
si giustamente osservato come non esista in
senso monolitico un moviInento mistico unita-
rio. Anzi non esistono neppure clei raggruppa-
menU "correntizi" di pensiero come per la teolo-
gia. Il mistico sempre cosa a parte e cosa a s.
Detto questo, certamente Caterina la mistica
61
PIERO PAJARDI
pi "curiosa", nel rispettosISSimo senso di essere
estremamente originale.
Mi spiego: non c' dubbio che essa si abbandoni
con insistenza, spesso fin eccessivamente ripetitiva
per noi moderni, in espressioni di grande dolcez-
za di abbandono. Ma esse mi paiono come il tes-
suto connettivo che lega tlltLO il resto e che crea
una atmosfera demro lo spirito della Santa e nel
suo cOITIunicare con gli altri. Senza dire che
anche queste espressioni sono insolitamente
molla forti, come quella abituale all'inizio di ogni
lettera con la quale essa richiama sistematicamen-
te il sangue di Ges nel quale e con il quale essa
inlmagina di scrivere.
Ma, a parte questo, intendo qui sottolineare come
il suo misticismo non le vieti, ed anzi perfino le
faciliti, un al.leggiamento di grande grandissima
dignit. Caterina non , non mai, "solo" la crea-
tura del dolce abbandono. Essa "parla con il suo
Signore)), e parla in maniera farle. Nessun ITIistico
avrebbe immaginato almeno con uguale forza la
stessa struttura del "Dialogo". Essa si rivolge a Dio,
a Lui chiede e da Lui "pretende". Lo sollecita, lo
richiama al suo dovere di affrettarsi. Gli dice che
Lui e soltanto Lui ha instillato in lei prorompenti
desideri di essere utile al suo prossimo dolente,
per cui, e di conseguenza, sempre Lui non pu
deluderla; anzi, espressione questa fortissima, non
pu venir meno al dovere .. di fare giustizia a se
stesso". Con il linguaggio dei giuristi qui Caterina
invoca in definitiva un "atto dovuto".
Si direbbe che il Dio la ispira ad essere estrema-
mente carica di dignit e di forza dialettica, perfi-
no polemica, fortemente competitiva, talvolta esa-
speratamente contrattuale, nei confronti dei
patemi della terra per ollenere risultati validi per
la causa della Chiesa, della societ, del mondo,
62
CATERINA L\ SAr..rrA DELLA POLITICA
del governo, del buon governo della collettivit.
Ma certamente questo "habitus" mentale Caterina
trasferisce, pur con estremo sensibilissimo garbo,
anche nei rapporti con Dio. E non le fa velo, non
la condiziona n poco n punto, la Maest Divina.
Essa si sente chiamata a qualche cosa, e ragiona,
pur nell'involucro di un guanto di velluto, come
un mandatario che si rivolge al suo mandante per
richiamare i suoi doveri collegati con l'incarico
conferitogli: se mi hai spinto a fare questo, adesso
aiutami a farlo e aiutami a raggiungere i risultati
per i quali Tu mi hai dato una investitura, la quale
ha chiamato a raccolta tutto il mio impegno e
comparla tutta la mia sofferenza; insomma non
posso accettare di fare la serva inutile per i tuoi
"capricci" n posso pensare che tali essi siano, per
cui non venire meno al Tuo ruolo.
Certo sullo sfondo tutto si raccoglie, si compone,
si riordina armonicamente nel quadro di una
grande coscienza di tipo provvidenziale. Ma
prima, a monte, Caterina lotta da creatura umana,
con grande e fiero orgoglio, con una determina-
zione volontaristica rarissima, con uno straordina-
rio spirito di missionaria, Qui sta la ragione
"umana" del suo superamento rispetto ai rapporti
con i potenti che altrimenti l'avrebbero soffocata
e paralizzata. Avignone insegna. Non c' altra
spiegazione. Chi nel '300, ma io dico anche nel
2000, avrebbe potuto pensare, e tutt'ora oggi
potrebbe pensare, ad una ragazzina che parte in
quarta in carrozza... per andare a convincere il
Papa a ritornare a Roma, sola contra tutti, sola
contro tutta la corte papale francese ammalata di
sciovinismo e carica di interessi nazionali. Era
impossibile allora sul piano esperienziale del
tempo, ma io dico che sarebbe impossibile anche
ora se non ad un altissimo livello istituzionale.
63
PIERO PAJARDI
Miracolo? Sicuramente s, ma la parte coadiuvan-
te umana dell'accadimento del miracolo appartie-
ne alla fibra di Caterina e al suo straordinario
senso di s, siccome inserito nel senso della causa,
"condito", per usare un'espressione cateriniana,
di uno straordinario convincimento, di uno zelo
tanto smisurato da creare a volte l'impressione di
un pur sano fanatismo.
* :I; :I:
Si molto detto intorno appunto ad un atteggia-
mento esistenziale permanente dell'interiore
cateriniano improntato a grande dignit, quasi
talvolta, come sopra detto, ad una dignit "con-
trattuale".
Si per anche molto insistito, e molto pi, sulla
"umilt" di Santa Caterina, quale viene espressa
non tanto, o non soltanto, dalle sue espressioni,
specialmente quelle con cui comincia le sue lette-
re, quanto dalla sua stessa dottrina sui rapporti
esistenziali tra il suo essere creatura di Dio e la
maest di Dio. La famosa espressione posta da
Caterina in bocca alla Divinit .. io sono colui che
, tu sei colei che non conduce perfino ad un
senso mistico della umilt rasentando, ma senza
cadervi, un terribile nichilismo che ricorda mistici
pi "sentimentali" di Caterina.
Ebbene, come conciliare questi due opposti atteg-
giamenti? Non vi autore che non abbia una sua
risposta. Va anzitutto escluso l'annullamento per-
sonologico che sarebbe distruttivo per lo stesso
amore creativo di Dio, il quale dopo averci fatto a
sua immagine e somiglianza ci ha addirittura volu-
ti figli suoi, e quindi entit esistenziali di massimo
livello anche in prospettiva della futura conviven-
za ultraterrena nella sua Casa. L'umilt, anche la
64
CATEIUNA LA SANTA POLITICA
pi eticamente "forte" e la pi spiritualmente
"intensiva", non pu che tradursi dinamicamente
e strumentalmente in un positivo riconoscimento
della maest di Dio. Anzi non vi autoesaltazione
valida, lungo le stesse vie del misticismo, che non
passi attraverso questo senso di umilt, quasi una
non considerazione di s, un ridimensionamento
della propria entit e della importanza degli stessi
valori positivi del proprio interiore come delle
proprie opere. E ci, in particolare.e forse soprat-
tutto, per evitare il grande, grandIssImo, nschlO
che sta sempre dietro l'angolo di queste esisten-
ziali costruzioni e che il Maligno subito pronto a
trasformare in attualit negativa proprio per
demolire le cose pi valide e le creature pi vali-
de: la superbia. .
Dunque l'esigenza di una profonda autocatarsl,
addiritUlra preventiva, impera in queste temauche
esistenziali: verificare i pensieri buoni, i sentimen-
ti buoni, gli slanci operosi buoni, le gratificazioni
pur necessarie per le opere riuscite, e tutto pro-
prio perch il dono compless.ivo del nostro
re alla divinit sia il pi valIdo posslbJ1e, Il plU
sgombro di tutte quelle insidie velenose che
vanno dalla superbia all'orgoglio, dalla presunzIO-
ne alla vanit, dall'arroganza allo smodato senso
di s. Non abbiamo forse detto che un mistico
altro non vuole essere che un cero acceso che si
consuma per Dio, come un cantico di gloria rivol-
to al Cielo? E non vogliamo che la luce sia la pi
pura ed il cantico il pi nitido? L'umilt non deve
portare alla "negazione di s", che sarebbe oltrag-
gio alla pi eccelsa delle opere del essa
deve invece liberare la creatura, e questo mI sem-
bra essere il pensiero di Caterina, fino al punt?:
paradossalmente, da farla diventare tanto pltJ
grande tanto pi essa si sente pi piccola.
65
PIERO IJAjARDI
* :I: :1=
Veramente grande tenerezza, e non saprei come
diversalnenle esprimermi, suscita l'insistenza di
Caterina sulla virt morale dell'umilt. L'interpre-
te della sua personalit morale si trova quasi a
disagio, non gi ovviamente perch non creda,
bens per il sofisticato motivo della difficolt,
esprimendomi con tutto rispetto, di raccordare
questa virt con i connotati salienti della persona-
lit cateriniana. Quali soprattutto la forza imposi-
tiva nei suoi rapponi relazionali umani e la sua
grande tendenza trascinauice 01 tre che, detto ed
anzi ridetto francamente, una grande sicurezza
nelle proprie convinzioni pari alla grande certez-
za nella validit delle proprie indicazioni esortati-
ve. Assumo controvoglia il ruolo di inquisitore,
critico per giunta, ma paradossalmente proprio
la passione estimativa che mi trasporta in questa
direzione.
L'armonizzazione tutt'altro che agevole. Ed una
volta tanto non si pu per comodo fare ricorso
alla sublimazione mistica. L'osservazione cri tica
psicologistica si sposa a quella di tipo etico. Biso-
gna superare la diffusa prevenzione che porta a
giudicare "superbi" i sicuri e i certi, nonch gli
animatori e i trascinatori, e forse il problema, n
grave n generale, ma anzi perfezionisco e speci-
fico, tutto qui.
Caterina si macera nella ricerca delle sue certezze
e nel consolidamento delle sue sicurezze. Certez-
ze sui principi e sicurezze nelle scelte di compor-
tamento. Lavora di mente e di cuore, soprattutto
di mente, checch lei stessa dica. Si affida fideisti-
camente al suo Signore, invocando Ges e Maria,
e questa gi una prima picconata nei confronti
della tentazione della superbia oltre che della pre-
66
CATERINA LA SANTA DELLo\. POLITICA
sunzione. Ma il suo abbandono, qui sta una gran-
de particolarit della sua figura, pur dopo rilevan-
tissimi momenti di ascesi e di annullamento, non
n totale n definitivo, o almeno non definiti-
vo. Si registra ad un certo momento, talvolta anti-
cipato, talvolta tardivo, il superamento e il recupe-
ro totale del momento razionale, premessa a sua
volta del momento volitivo. Senso spirituale della
nullit di s, della sua pochezza, del suo "non
essere" come essa lo chiama. E quindi ricerca
quasi affannosa delle volont superiori e delle
ispirazioni dello Spirito Santo.
E cos certezze e sicurezze sono raggiunte, non
auraverso la via di una umana e terrena pienezza
di s, bens lungo il percorso travagliato del pas-
saggio attraverso il bagno nelle sfere trascendenti.
Solo uccisa la superbia, compresso l'orgoglio, eli-
minata la presunzione, Caterina, quasi in un terzo
momento, si convince si esprime ed esorta con
grandissima forza d'animo e spesso addirittura
con esortazioni ordinatorie. Perci, ben a ragio-
ne, essa pu vantarsi di essere umile, se questo gi
di per s non fosse una riduzione della stessa
umilt. Perci, diciamo meglio, ben a ragione noi
possiamo attribuirle un atteggiamento sostanziale
e fondamentale di grandissima umilt, che non
viene minimamente oscurato dalla imperiosit
missionaria e messianica che costuisce forse un
caso unico nel suo genere in tutta l'agiografia cri-
stiana. Se cos non fosse, la semplice astratta pre-
tesa di andare ad Avignone a "Iilevare" il Santo
Padre per riportarlo a Roma farebbe semplice-
mente sorridere e farebbe pensare a Caterina
come ad una sorta di invasata. Un po' come per-
fin facile e banale pensare di una Santa Giovanna
d'Arco in non tanto dissimili situazioni.
67
PIERO PAJARDI
3.8. Sublimazione del corpo umano
Il tema della mistica incredibilmente complesso
e delicato nonch perfino articolato. Ma non
voglio sottrarmi all'impegno che appunto sto con-
ducendo di almeno tentare di tipologizzare i
grandi momenti della vita rivisitati da una visuale
appunto di tale natura. Anche perch cos facen-
do si rende giustizia ed insieme omaggio a Santa
Caterina da Siena, che forse pi di tutti gli altri
mistici, da San Giovanni della Croce a Santa Tere-
sa d'Avila. ci rappresenta una concezione mistica
della vita non soltanto la pi comprensibile ma
anche la meno astratta e la pi aderente alle espe-
rienze dei momenti della vita per cos dire comu-
ne. Proseguo dunque in questa fatica e richiamo
qui, sempre per esemplificare, la tematica del
corpo umano.
Se qualcuno pensa che per essere mistici occorre
negare il corpo, disprezzarlo e quasi desiderare di
buttarlo via, ebbene quel qualcuno proprio legga
le opere cateriniane. Non soltanto il corpo umano
viene considerato per quello che , nei suoi aspet-
ti naturali anche pi semplici e, se vogliamo dire,
meno nobili; lna anche, e soprattutto, accanto a
questa semplicit naturalisti ca, Caterina sviluppa
una sublimazione del "fenomeno" trascinante del
corpo umano, anche del corpo di Cristo, cos cari-
ca di fascino da incantare. Si gi detto del rap-
P0rlO tra il famoso "Ponte" e il Corpo di Cristo.
Altrettanto del senso ricorrente e quasi ossessivo
del sangue, visto quest'ultimo come un flusso di
vita che unisce gli uomini e li rende "comuni" a
Dio attraverso il Cristo. Come se il connotato pi
forte di questa appunto comunione nell'ambito di
un sistema corporeo umano fosse proprio questo
elemento dinamico di vita, di tutti il pi umano
68
CATERINA LA SANTA DELLA. POLITICA
ed anche il pi drammatico, perch il versamen-
to del sangue il fattore simbologico centrale
dell'olocausto e quindi della estrema dativit.
Una nota personale. Proprio a questo aspetto
della sensibilit cateriniana penso quando quasi
ogni volta che mi reco a Roma e mi industrio di
passare dalla Chiesa di San ta Maria Sopra Miner-
va per sostare anche un momento davanti all'alta-
re maggiore e ricontemplare senza alcun senso di
ripetitivit il corpo imbalsamato di Caterina (la
testa di cera perch quella vera stata portata
dal beato Raimondo di Capua suo confessore
nella Chiesa di San Domenico di Siena). E guardo
quella figura lunga, che in posizione eretta doveva
apparire molto slanciata, e quelle lunghe, dolci
ma possenti, mani.
Il riferimento di Caterina al corpo dell'uomo
sempre incessante. A volte parla di boccale con il
sangue uguale a quello di Cristo; a volte di urna
dello Spirito Santo; a volte ancora di cellario o cil-
leraio; le mani stesse sono le mani stesse di Dio, se
la creaUlra mette a disposizione di Lui il proprio
corpo siccome appunto pu farsi a colui che ce
I'ha donato perch lo utilizzassimo per lui. Mai si
riscontra nella Santa una parola o una espressione
men che rispettosa del corpo umano, talch essa
non si presenta affatto come quel tipo di ascetici
che pretendono che il percorso della perfezione
spirituale parta o passi necessariamente dalla
degradazione del corpo. E come potrebbe essere
degradabile quella naUlra psicofisica nella quale
Dio stesso ha voluto entrare rivestendosene?
Quanto meno da questo momento, da questa
seconda creazione, il corpo umano ne esce gi di
per s sublimato.
Talch Caterina non disdegna di usare a voi te
espressioni che, prese a s, darebbero il segno di
69
PIERO P/\JARDI
un naturalismo non raffinato e neppure troppo
spiritualizzato, e che pure completano questa con-
cezione. Come quando con sdegno e forse con
una sottilissima vena di ironia paragona certi cor-
rotti detentori del potere a "sacchi putridi di ster-
co". E cos mostrando una veemenza di stile lette-
rario che accresce la fermezza dei suoi atteggia-
menti fustiganti.
Lontana da atteggiamenti negligenti e spregiativi
della materia, Caterina ha come pochi altri Santi
il senso vero del corpo come tempio dello Spirito
Santo. Anzi la Santa giunge a punte di misticismo
del corpo da trovare in esso e nelle sue parti
valenze, simboli e richiami di incredibile portata.
La tematica del ponte, quella del sangue, quella
delle lacrime, tutto porta a esaltare il corpo
umano come il dono strumentale valido offerto
da Dio all'uomo per realizzare la sua vita.
Certo il corpo non deve essere idolatrato, diven-
tando da mezzo a fine, perch questo il peccato
in cui facilmente si scade. Ma il punto di partenza
valido, come prova il fatto stesso che Dio abbia,
nell'economia del creato, pensato alla risurrezio-
ne dei corpi, uno dei punti pi misteriosi nelle
modalit di realizzazione della teologia cristiana.
* * *
Vi sono passaggi ed espressioni che, pur nella
intensit della spiritualit, provocano un senso di
tenerezza sia per l'immagine che per la sua discre-
zione. Come quando Caterina immagina che
Ges sia salito sulla cattedra della croce, secondo
un 'idea sublimante a lei cara, e da questa cattedra
ci abbia insegnato fede e dottrina profondendo il
suo amore. Orbene Ges avrebbe scritto la dottri-
na sua nel proprio corpo facendo di s un libro.
70
CATEIUNt\ LA SANTA DELLA l'OLlTIC\
Un libro con s grossi, che non uomo
tanto idioto, n di s poco vedere, che non ci
possa largamente e perfettamente leggere".
:I: * *
Pensando alla gestione della vita personale della
Santa e alle sue innumerevoli dichiarazioni in
materia di penitenza corporale ed ancora di supe-
riorit dello spirito sul corpo, verrebbe forse spon-
taneo pensare che la spiritualit cateriniana di
tipo animistico, negatorio del valore della materia
ed in particolare del corpo umano. Esiste in altri
termini una lnislica cateriniana di sublimazione
del corpo come tale quasi a trasfondere la realt
vera in una realt sublimata?
Ebbene, a me non sembra. Anzi a me questo par-
rebbe frutto ed insieme segno di una non corretta
visione teologica del problema da parte di Cateri-
na. Innanzitutto le penitenze da Lei predicate
non sono affatto solo corporali ma sono anche
spirituali, in particolare la penitenza della obbe-
dienza. Di poi la sublimazione della materia del
corpo non affatto nel senso della negazione
dello stesso bens verso il traguardo di una sua
superfunzione spiritualistica che lo esalta anzich
sopprimerlo; come esalta perfino lo stesso corpo
di Ges Cristo, nel quadro di un forte senso della
realt materiale corporea dell'uomo come tempio
dello Spirito Santo.
In un passo del "Dialogo", Caterina, facendo par-
lare il suo Signore, gli fa dire che sono ignoranti
coloro che vedono la perfezione soltanto nel
macerare e addirittura nell'uccidere il corpo, per-
ch il vero problema quello di uccidere se mai
la propria perversa volont. Quella personale
volont umana che, recita sempre Caterina in
71
PIERO Pf\JARDI
bocca al Signore, va annegata e sottoposta alla
dolce volont di Dio. Anzi .. la penitenza buona a
macerare il corpo quando vuole impugnare con-
tra lo spirito.. , mentre addirittura bisogna condan-
nare l'idea della penitenza fine a se stessa, perch
la penitenza un mezzo e non un fine, e quindi
come mezzo va ordinato al fine vero e non a un
fine falso.
Esiste un sottile e delicatissimo collegamento con
un altro tema mistico strutturato come questo,
per cosi dire, in sovrapposizione. Ed quello dei
doni e delle consolazioni del Signore: non vanno
cercati di per s, e di per s non vanno visti e
goduti, perch la realt pi riposta quella che
sta sotto, e cio l'amore di Dio che consola.
3.9. Ascesi attraverso l'azione
Un capitolo a s e a parte, perfino rispetto a quel-
lo della mistica, costituito dalla ascesi, momento
spirituale ed esperienza in cui ancora una volta
Caterina esprime uno straordinario anticipo ed
una struggente attualit. L'ascesi un modo di
evoluzione della vita spirituale, insieme una espe-
rienza; globalmente, una crescita personologica
globale dell'uomo ed in particolare dell'uomo in
quanto credente.
stato detto saggiamente, ed in particolare da
Tullo Goffi, che il nodo dell'ascesi e il suo conte-
nuto di pratiche concrete possono conoscere un
divenire, maniere nuove di strutturarsi, forme
sapienzali diverse, sotto l'influsso di molteplici
culture, spinte, idealit; e che bisogna saper intui-
re presente e operante lo Spirito Santo, che va
guidando la Chiesa e il popolo di Dio entro una
storia salvifica in una santificazione provvidenziale
72
CATEIUNA L\ SAl\'TA DELL\ POLITICA
pi completa nel quadro di un disegno divino
arricchente.
Nel tempo di Caterina, e molto tempo prima
come molto tempo dopo, l'ascesi era concepita
essenzialmente come un programma di mortifica-
zioni corporali, di rinunce alla istintivit sensuale,
di concezione della preghiera come sacrificio, e
cos via. Orbene, Caterina certamente non rinun-
cia, come emerge dalla sua biografia, a questa sen-
sibilit del tempo, ma mostra di credere forte-
mente che le vie di una ascesi pi costruttiva sono
di tipo propositivo e non gi negativo o degrada-
torio. Ecco allora l'armonia interiore tra le facolt
dell'io, la capacit di colloquio e di amore oblati-
vo, la promozione delle potenzialit sparse nella
propria personalit, la spinta generosa e dativa a
realizzare pienamente se stessi secondo la parabo-
la dei talenti per s e per essere pi disponibili ed
utili ai fratelli: tutto questo complessivo valore
umano deve essere acquistato, secondo le puntua-
li considerazioni del Goffi, interiormente matura-
to in modo che sia disponibile ed entrare in una
esperienza di segno e di protensione caritativi,
proprio per esprimersi secondo lo spirito di Cri-
sto. Ecco allora che si presenta la necessit che
l'ascesi si applichi in modo privilegiato, secondo
Caterina, ed oggi pi che mai secondo quella
indicazione pionieristica, in rapporto ai valori
indicati da una antropologia culturale che Cateri-
na appunto ha vissuto con grande anticipo. E ci
per poterli vivere e testimoniare intimamente
disponibili all'azione caritativa dello spirito del
Signore.
Va riperuto. Non gi che il senso medioevale alta-
mente nobile di una certa ascesi per autofustiga-
zione sacrificale fosse sbagliato. Ma non men
vero che ogni epoca deve esercitare lo spirito del
73
PIERO PAIARDI
Signore all'interno dei valori culturali umani pre-
senti nel suo tempo. Grande, dunque, originalissi-
mo, esclusivo merito di Caterina stato quello di
prevenire i tempi moderni concependo anche
l'ascesi in termini pi propositivi che negativi.
Essere di pi per dare di pi. In realt essere di
pi per essere pi presenti negli altri. Caterina
era pronta a morire per tutto e per tutti e per
ogni cosa che fosse nell'ambito della causa del
suo Signore, ma anche pronta a moltiplicare le
sue forze ed a farsi sorreggere da un corpo fedele
nel quadro di una vita sociale adeguata per rap-
presentare un punto fermo di maggiore peso spe-
cifico per la stessa dimensione terrena, come
indefettibile base del moto ascensionale verso la
divinit. Un altro grande, grandissimo, toscano
raccoglier poco dopo di lei questo doppio mes-
saggio: sar Gerolamo Savonarola.
* :I: *
E per passare ad un ulteriore aspetto, non si pu
fare a meno di soffermarsi sul tema dell'azione.
Anche per sottolineare meglio un aspetto del
misticismo della nostra Santa. Si detto che non
tutti gli asceti sono mistici ma i mistici non posso-
no non essere asceti, nel senso che al misticismo
non si pu giungere se non attraverso una ascesi
che in faticosit ed in qualit, anzi, non pu che
essere ben maggiore della media. E ci intenden-
do l'ascesi come percorso di perfezionamento spi-
rituale dell'uolno in senso, come dice l'etimo,
ascensionale. Quanto ai cosiddetti ascetici passivi
per i quali prevale il senso della disposizione o
predisposizione in condizione inerte e veramente
recettizia dell'opera provvidenziale dello Spirito
Santo, va detto che invece Caterina "muove le
74
CATERINA lA SANTA DELL\ POLITICA
mani", agita il suo pensiero, viaggia con costanza,
partecipa attivamente alle cose del mondo, inter-
viene in lUtti i modi e pi che pu nelle cose della
vita sociale che la attornia anche se lontane da lei.
Caterina quindi anche la mistica dell'azione.
Nessuno, assolutamente nessuno, avrebbe osato
"agire" come Caterina ha fatto sul Santo Padre
perch tornasse da Avignone a Roma. Nessuno le
avrebbe dato una moneta bucata come scommes-
sa per la sua riuscita. Ma Caterina ama l'azione, e
francamente non saprei trovare un mistico pari a
Lei in questo. Oso perfino pensare che questo
aspetto sia il suo connotato pi saliente.
Non l'azione di per s, ma l'azione come traduzio-
ne di un pensiero, di un atto di fede, di una mis-
sione assunta, di un messaggio soprannaturale. In
questo Caterina assomiglia incredibilmente a
quello che diventer con lei il compatrono d'Ita-
lia, e cio San Francesco d'Assisi, altro uomo di
grandi anche se diverse opere.
ben vero che le azioni di Caterina sono soprat-
tutto epistolari. Ma innanzi tutto deve dirsi che
anche questa un 'azione, intesa come opera di
intervento sul mondo; mentre in secondo luogo il
tenore delle sue missive tale da realizzare una
tale operazione incidente anche psicologicamen-
te, e non solo spiritualmente, sui destinatari cos
da innescare molle incontenibili verso compona-
menti ben sperati dalla mittente.
Assai spesso Caterina pi che una proponente
una promovente; essa non propina ma sospinge.
Caterina anzi bellicosa contro il male e belligeran-
te contro tutto ci che tende ad essere inerte. Cate-
rina odia l'omissione, disprezza il procrastinare,
censura fonemellle chi non accetta la sfida delle
circostanze degli uomini e della vita. Caterina
minaccia l'inferno a chi cos facendo tollera il male.
75
PIERO Pi\IARDI
Ma vi di pi; di pi sofisticato in chiave di arte
politica. Caterina frusta coloro che non sanno
determinarsi, che non trovano la volont operati-
va, che non sanno decidersi mai, che tentennano.
Essa in sostanza sviluppa il mito del decisionismo,
come oggi diremmo. Sfiducia, taluni insinuereb-
bero, nell' opera provvidenziale dello Spirito
Santo? Assolutamente no. Perch Caterina sente
che l'uomo realizza pienamente se stesso diven-
tando l'operatore sociale "dello" Spirito Santo, il
quale lo illumina, lo spinge contro il male, lo pro-
muove verso il bene, gli suggerisce programmi di
vita intensi. Charles Andr Bernard parla di sovra-
coscienza. Ed il termine mi sembra estremamente
adatto a rendere questa realt interiore di un sog-
getto che cerca di spostare in estensione i confini
delle capacit dell'uomo, per essere di pi, per
vivere di pi, per portare pi intensamente Dio
nel mondo.
Caterina vivifica e anima l'azione, predica l'azio-
ne, esorta tutti i destinatari delle sue lettere
all'azione. Diremmo oggi che oltre che decisioni-
sta anche una interventista. Ma il taglio
dell'osservazione sarebbe di mera natura sociale e
politica se non cogliesse marcatamente la finaliz-
zazione dell'azione nel senso esistenziale cateri-
niano. L'azione sentita e vista come trasfusione
dell'idea e del sentimento, come terminale opera-
tivo di un atteggiamento dello spirito, come tra-
duzione gestuale e socialmente incisiva di un atto
di fede e di amore. L'azione diventa la vita stessa
dell'uomo che, appunto agendo, realizza il senso
della propria esistenza nella linea orizzontale e
sempre guardando alla linea verticale.
76
CATERINA Lo\. SANTA DELL\ POLITICA
* :1= :1=
Che senso avrebbe avuto il grande
Impegno di Catenna per fare ritornare a Roma il
sommo Pontefice da Avignone? Non poteva tutta
la cosa apparire come un fatto organizzativo poli-
tico?
L'azione dell'uomo racchiude il suo tempo ed il
tempo dei fratelli, essa nel tradurre il suo stesso
esistere diventa simbolo ed insieme realt
dell'identit dell'uomo che agisce. L'azione si
in e queste diventano le pietre
che testImOl11ano la fatica e il tormento, la creati-
vit e la costruzione. Penso che veramente non si
potrebbe dire meglio di cos nello scolpire il
senso dell'azione in Santa Caterina. La quale,
non si dimentichi, fu refrattaria in un primo
tempo all'idea stessa di entrare operativamente
nel mondo per un ruolo che le sembrava tanto
lontano dalla sua congenialit. Fu l'intervento
soprannaturale ad indicarle questa strada, tanto
originale e tanto insolita per un mistico. E cos le
e i palpiti, le teorie e le concezioni, gli spasi-
mi e le anSie, tutte le fibre spirituali e sentimen-
tali oltre che intellettive di Caterina confluiscono
da quel momento nella concretezza dell'azione
come produttiva delle opere. Il suo conforto
dato dalla immagine di Dio che ha, sia pure a
suo modo, "agito" nella creazione del mondo e
dell 'uomo, mostrando come una idea di amore
possa proprio incorporarsi in un'opera attraver-
so l'azione.
:1= ;I: :I:
E azione anche la mano che accompagna la
preghiera che scrive, il parlare della bocca che
77
PIERO l'AJARDI
costituisce strumento di u-asmissione, del pen-
siero COlne del sentimento.
Non vi dubbio che si pone il problema del rap-
porto tra azione e preghiera. Ma non un rappor-
to antitetico, ed d'altra parte errato ripensare
che la preghiera appartenga soltanto all'interiore
mentre l'azione soltanto all'esteriore. Su questo
piano a me sembra veramence che Caterina sia
riuscita a coniugare l'uno con l'alu'o momento.
Cos come ha insegnato non a negare il corpo,
come prima dicevo, e neppure a mortificarlo, ma
semplicemente a dominarlo, per altro "secundum
naturam", in modo da fenderlo esso stesso un
valore assoluto sia pure strumentale e quindi gio-
coforza relativizzato ai valori dello spirito, "arne-
se" dell'azione.
La tradizione dell'ascetismo come del misticismo
cristiani non in questo senso (salvo sia pure
importanti "filoni" della tradizione, da Tertulliano
ad Agostino, da Francesco a Colombano), bensi
in quello di una profonda interiorizzazione con
quasi totale negazione non soltanto del mondo
delle azioni e delle opere ma anche dei valori del
corpo. contro questo atteggiamento che Cateri-
na reagisce anticipando fortissimamente il Conci-
lio Vaticano II. Qui Caterina diventa di una straor-
dinaria e semplicemente incredibile attualit.
* * *
Azione individuale o azione collettiva?
Pur tenendo conto della vita sostanzialmente soli-
taria di Caterina, non sembra difficile abbozzare
in lei anche una mistica della comunit dove con-
vergono componenti di grande incidenza
vitale,come gi detto. Emerge soprattutto il filone
della preghiera comune anche se intesa come
78
CATERINA L\ SAN"r.-\ DELL-\ POLITICA
orante ma operosa comunione ideale, nel quadro
della comune esperienza della paternit di Dio da
cui sorge la fraternit. Il punto saliente rimane
peraltro la iden tificazione con Cristo come arche-
tipo di vita filiale ed unico ed autentico mediatore
della salvezza, esperienza inserita nella cornice
dell'ascolto del messaggio permanente dello Spi-
rito Santo. Di certo una mistica comunitaria sotto
il segno della croce, come realisticameme puntua-
lizza Stefano De Fiores, e per di pi sofferente per
il travaglio di una contlillualit polivalente ed
incrociata che essa stessa una croce terrena
importante e catartica.
3.1 O. La mistica della eOITezione
Un connotato saliente della personalit morale e
pastorale di Caterina quello della disponibilit
ed anche della fone disposizione all'intervento
amorevole correzionale del prossimo. Atteggia-
mento anche questo del tutto insolito per un
mistico, il quale per sua natura spirituale arriva al
massimo, come per San Francesco, alla esorta-
zione. E in Caterina questa connotazione discen-
de dal suo spirito interventista, dal suo amore per
l'azione, dalla sua passione per l'opera incidente
sulla vita degli altri in termini di illuminazione e
di conversione.
Talvolta questa opera potrebbe perfino sembrare
almeno in pane frutto di un atteggiamento di
presunzione e di superbia se non fosse continua-
mente, e perfino quasi ossessivamente, accompa-
gnata da componenti e complememari atteggia-
menti di umilt, e di fone "professione" di umilt.
Il parallelo con S. Giovanna d'Arco anche su que-
sto punto forre.
79
PIERO Pr\JARDI
lo non conto nulla, continuamente dice la Santa,
nOll valgo nulla e sono la serva dei servi ... tua la
mia coscienza lui dice che devo gridarvi queste
cose perch voi vi comportiate in un ceno luodo.
il nostro signore che lo chiede. E cos la Santa
non si limita a coltivare un rapporto diretto con
Dio, ancora non si limita ad esprimere emozioni,
sensazioni, palpiti, professioni varie di fede, e nep-
pure soltanto enunciazioni di principi teologici
pastorali o ancora canoni di viL1. vissuta. Essa parte
dalla rilevazione di un comportamento sbagliato
anche di un Papa o di un Re, e si pone in una
chiave che non soltanto esortativa ma diventa
ben presto fortemente correzionale. E giustifica
questa professione di correzionalit pervenendo
ad un livello mistico anche in questo atteggiamen-
to estremamente delicato. E ci esprimendo la
imprescindibile necessit che si faccia sempre e
dovunque, nel generale come nel particolare, la
volont del Padre comune. Perch, ha della anco-
ra una volta, non il peccato in s, non l'errore
in s, che contano, ma la sottrazione di amore ai
fratelli e attraverso di essi a Dio. E ancora questo
non il momento finale, perch il tullo suona
negazione di una parte della vita o di un momen-
to della vita che dovrebbero essere ineluuabil-
mente destinati alla gloria di Dio e al cantare que-
sta gloria.
La traduzione finale della correzione puntual-
mente questa.
3.11. /1 mito della volont
Senza dubbio una delle cose pi difficili da capire
nel pianeta cateriniano il connubio tra il mistici-
smo e il mito della volont. Variando parzialmen-
8U
CATERINA LA SANTA DELL\ POLlTIC\
te di lettera in lettera, Caterina esalta la memoria
l'intelletto, il cuore, cio i sentimenti, dell'uomo:
Ma stringi e seleziona, tutti questi fattori compo-
nenti della personalit spirituale dell'uomo fini-
scono per relativizzarsi di fronte alla costruzione
di un altare esaltante per reggervi il fattore voliti-
vo. Vero e proprio culto della volont umana, il
quale di per s ben si accorda con il mito
dell'azione, e il tutto con un atteggiamento com-
plessivamente "belligerante" di Caterina, il quale
ultimo ricorda assai quello di Giovanna d'Arco,
pur priva la seconda della intellettualit di Cateri-
na. La nostra Santa totalmente innamorata della
sua profonda convinzione circa il libero arbitrio
dell'uomo.
Cos essa finisce per diventare estremamente rigo-
rosa sul piano del giudizio morale, perch non
accettando altro che un uomo totalmente libero,
e cosi voluto da Dio creatore, la conseguenza non
pu che essere quella di addossargli tutte le colpe
per tutte le possibili sue deviazioni morali perso-
nali. In tal modo Caterina, indulgente fino allo
spasimo di fronte al pentimento e alla conversio-
ne, diventa per a monte estremamente rigorosa
sul piano del giudizio, e con espressioni che
fanno sentire perfino quasi "lontana" la misericor-
dia.
La spiegazione peraltro, paradossalmente sempli-
ce di fronte alla estrema difficolt.'i della costruzio-
ne, sta nel fondo del suo misticismo che a questo
punto potremmo definire totale e totalizzante,
quanto forse in nessun altro mistico. Sublimando
tutto, Caterina sublima l'azione come proiezione
attiva della volont, figlia di questa e madre delle
opere dell'azione.E concepisce una volont illu-
minata nella quale l'uomo concentra tutto se stes-
so e realizza la sua complessiva radicale e totale
81
PIERO PAJARDI
fedelt a Dio. Perfino l'amore e perfino la fede
finiscono per essere "anche", quanto meno "an-
che", atteggiamenti dello spirito conseguenti ad
un atteggiamento di volont illuminata, natural-
mente nella interazione generale che nell'animo
dell'uomo si realizza tra tutti i suoi fattori compo-
nenti.
:I: * *
Pi in generale e pi complessivamente pu ben
dirsi che Caterina abbia nutrito una concezione
eroica della vita ed in particolare della vita cristia-
na. Del resto, a ben pensare, certi eroi della mito-
logia classica erano creature che si ritenevano
nate da un mortale e da una divinit e che quindi
dimostravano la loro natura divina con magnani-
me e prodigiose imprese. Il traslato, a considerar-
lo con prudenza, in fondo evidente. L'uomo
certamente una creatura lunana e terrena, ma lo
spirito che aleggia in lui di origine divina. Egli
innanzi tutto una creatura di Dio, destinata a
ritornare a Dio in un mondo che a sua volta la
sublimazione di quello terreno, dove l'uomo con-
duce la sua vita umana e contingente, come crea-
tura di Dio. E questo uno dei punti pi acuti
della concezione cateriniana della vita. L'uomo ha
l'onere di valorizzare al massimo questa sua com-
ponente profonda di identit che non soltanto
non deve tradire ma deve realizzare nella misura
massima consentitagli dalle dimensioni della vita
terrena.
un errore pensare agli eroi come campioni di
imprese belliche. la stessa vita, e segnatamente
la vita cristiana, che esige un eroismo quotidiano
nella osservanza dei doveri della legge divina e
nella dedizione totale alla causa della riconquista
82
CATERINA L\ SANTA DELLA POLITICA
della patria ultraterrena, dalla quale l'anima
giunta e alla quale deve ritornare. il sacrificio
diulUrno, la consumazione dell'esistenza in que-
sta quasi ossessiva finalizzazione alimentata dalla
fede e dalla speranza sorretta dall'amore e dalla
giustizia, che gi di per s, secondo le forze ed i
talenti di ciascuno, costilUisce complessivamente
un atto di eroismo. Che cosa pu negare questo
connotato? Il sonno della negligenza, per usare
una espressione tipicamente cateriniana, la omis-
sione, il quieto vivere, l'abbandonarsi ai piaceri
del mondo grandi o piccoli che siano, il chiudersi
nella piccola siepe del proprio piccolo orto, il non
sentire lo slancio amorevole verso i fratelli, e il
non godere e accettare il fascino della sublimazio-
ne della vita verso il trascendente. Tutto quindi
un negativo che costituisce, perfino anche a pre-
scindere da deviazioni coscienziali e da peccati
espliciti, il bagaglio oscuro contro cui si appunta
l'indice ed idealmente anche la lancia sempre
pronta della Santa.
Anche certo suo linguaggio si accompagna alla
sensibilit e alla concettualistica esistenziale. Essa
parla spesso dell'arma della orazione per sconfig-
gere il demonio, ed ancora del pugnale dell'odio
per il peccato ed ancora del coltello della umilt
contro la superbia considerata l'arma pi forte
del Maligno. Idee e espressioni eloquenti depon-
gono appunto per una concezione, ripeto, "belli-
gerante" della stessa vita morale cristiana.
* =I: *
Trovo non ancora appagante la riflessione su per-
fezione morale e spirituale e protensione verso la
stessa. Qui soccorre anzi tutto la parabola dei
talenti, per cui ciascuno possiede i talenti che
83
PIERO PAJARDI
riceve e di quelli l;sponde, e non d'altro. Con la
conseguenza che non vi un metto di perfezione
uguale per tutti, ma anzi ciascuno ha il proprio,
come ha il proprio "tetto" massimo raggiungibile
nel concreto della condizione umana specifica in
cui si trova; rispondendo se mai della cattiva utiliz-
zazione dei talenti Iicevuti. Ma anche soccorre, e
qui mi pare insista in particolare il pensiero di
Caterina, una realistica concezione dell'ilnpegno
dell'uomo verso il suo personale perfezionamen-
to. La Santa pu sembrare a volte assolutista, inte-
gralista, perfino un po' supponente, e perfIno
ancora non priva di qualche atteggiamento di
arroganza. In realt pervasa da una profondissi-
ma umilt e da un grande senso della realt della
condizione umana. Quando pu sembrare utopi-
sta in realt esprime la sua infinita ambizione per-
ch l'uomo, il singolo uomo, diventi il meglio di
s, sotto la sferta della volont.
Quando parliamo di perfezione morale e spiri ma-
le nel messaggio di Caterina togliamoci dalla
mente che essa proponga risultati sistematici, tipi-
cizzati, standardizzati, e comunque soprattutto
"risultati". La sua voce insiste fIno all'ossessione
invece sull'''impegno''. l'impegno che santifica,
l'impegno generoso, amorevole, dativo. Se quelli
che raggiungono il terzo stadio del pon te lo
fanno affetti da una vena di superbia, meglio allo-
ra fermarsi al secondo stadio e perfino al primo.
Ciascuno deve fare secondo le sue forze, perch
in base a questo bagaglio di genetica spirituale
che Dio Padre giudicher non soltanto l'opzione
fondamentale di ciascuno ma anche l'intensit
della fede e la pregnanza dello spirito di carit.
Ma, attenzione, Caterina per sua natura una
fustigatrice. Non le fa difetto, ed anzi abbonda in
lei, lo spirito di critica, di critica forte, e conse-
84
CATERINA L\ SANTA DELL\ POLITICo\.
guentemente di esortazione pungente e provoca-
toria. Quindi guai all'uomo che cerchi l'alibi di
un grado di perfezione in meno raggiunto in un
presunto od ostentato difetto di talenti, quando
invece questi ci sono e non sono stati utilizzati!
Ma, tolto questo pericolo, sar impegno globale e
complessivo della creatura umana approfittare dei
propri talen ti per la causa deIla sua salvezza e
della sua ascesi per raggiungere, e non gi in
senso aritmeticamente altimetrico, il punto di
arrivo risultante. Torna iltnito della volont.
Non gi la mera intenzione, ulteriore punto di
attenzione, ma "intenzione seguita clall'ilnpegno
comportamentale. E non gi soltanto il comporta-
mento esterno, pur inlportantissimo, ma innanzi
tutto l'atteggiamento interiore profondo della
mente e del cuore.
L'impegno. Storici, biografi e teologi hanno a
lungo dissertato sui cardini della struttura genera-
le teologica del pensiero di Caterina, sul proble-
ma delle tre potenze e cos via. Lascio a loro per
un fondamentale e sentito bisogno di rispetto
delle competenze queste ricerche e queste impor-
tantissime proiezioni. lo qui mi lilnito a prendere
atto della insistenza del pensiero di Caterina sul
tema della volont. La Santa, "fanatica" del libero
arbitrio, lo anche della meritocrazia, pur con
re1ativismo realistico in rappono a quan'to sopra si
detto. Non gi che la Grazia non sia pervas\'a di
tutti gli angoli riposti del suo pensiero e della sua
sensibilit.
Ma senlbra quasi che per Caterina la Grazia sia
COme data per "scontata". E allora se Dio som-
tnamente generoso nell'offrire la sua grazia, quasi
nel "gettarcela addosso" con dolce violenza,
l'uomo sol per questo diventa fone, forte sempre
in rapporto ai talenti che ha. Quindi non pu che
85
PIERO PAJARDI
dipendere dalla sua volont, una buona volont
ed insieme una volont buona, riuscire a prose-
guire nella sua ascesi.
Insomma, tutto il resto presupposto e scon tato,
noi saremo quello che avremo seminato interior-
mente in noi nel migliorare e nel rendere pi
forte pi attenta e pi attiva la nostra volon t.
3.12. Sofferenza e tentazione
Anche il rapporto con Dio fortemente subii ma-
to nel quadro del misticismo cateriniano. Ci si
evince particolarmente dal "Dialogo" e dai brani
nei quali Caterina fa parlare Dio stesso sul tema.
Non cercare mai ci che il tuo prossimo pu
darti, se non per cercare lui stesso; siamo esatta-
mente all'opposto della strumentalizzazione
dell'uomo ad opera dell'uomo. In questa scia:
non cercare mai, clice Dio stesso, la mia consola-
zione, la mia forza e la mia stessa grazia, beni che
pur io voglio darti, se non per cercare attraverso
essi lue),. Al che si riannoda il concetto articolato
gi svolto: la prima risposta la reazione alla
croce e l'aspirazione a che essa passi via; la secon-
da la invocazione a Dio della forza per portarla;
la terza il coraggio, sublimato nella letizia, di
portarla per gli altri, e nella finale traduzione per
cantare la gloria di Dio. Concetti, idealit, senti-
menti di diflicile concezione e di difficilissima,
per non dire "impossibile", uaduzione. Ancor pi
"impossibile", per dire cos, appare poi l'esu'emo
limite a cui Santa Caterina porta il suo processo di
elevazione: occorre arrivare al punto in cui al-
l'uomo non importano pi la gioia o la sofferen-
za, perch enU'a in una indifferenza ideale rispet-
to alla realt, pur vivendola questa appieno; e ci
86
CATEIUNA LA SANTA DELL\ POLITICA
perch trova sempre in essa il disegno prowiden-
ziale di Dio e la sua volont, talch da una parte
lieto di vivere comunque la sua giornata, quale
che essa sia, mentre dall'altra vive nel desiderio,
perfino "penoso", dell'attesa della conclusione
totale che schiuda la porta della eternit. "Nec
mori timuit nec vivere recusavit (S. Martino di
Tours).
* * *
La Santa si d gran carico della pena della vita e
delle pene molteplici della condizione umana.
Nel suo slancio verso Dio attraverso Ges, non sol-
tanlo non le minimizza, non soltanto ancora non
si limi ta retoricamente a spingere gli uomini a
sopportarle, ma invoca ed esorta ad invocare la
grazia della forza necessaria per affrontare le
asperit della vita. Sopra ogni cosa per Caterina
invoca gli uomini, i fratelli, i destinatari delle sue
lettere a sublimare questa sofferenza offrendola
in olocausto a Dio in unione con Ges e con
Maria, anch'essi grandi, i pi grandi, sofferenti.
Ed in questo contesto esce pi volte con una idea
plastica, di grandissima forza espressiva, di un
modo sublimato di concepire e di affrontare la
sofferenza dell'uomo. Essa esorta il sofferente a
"nascondersi" nelle piaghe di Ges: per lei il
luogo superlativo dove l'uomo possa ricavare
conforto e forza, il luogo ideale dove sentirsi in
unione mistica con il Sofferente per antonomasia,
il luogo dove unendo le sofferenze l'uomo offre
le sue a Ges per la salvezza del mondo, con una
gratificazione altissima che anch' essa matrice di
forza di sopportazione.
Non vi dubbio che queste visioni mistiche abbia-
no un loro substrato che pu apparire ostico ad
87
PIERO P.,\JARDI
una considerazione plu-amente fisica. Basti pensa-
re al sangue, ai chiodi che diventano chiavi per la
vita dell'eternit, e cos via. Eppure questo percor-
so ascetico non soltanto non svalorizza il corpo,
non soltanto non lo oblitera, ma anzi lo subii ma.
E ci anche se il tutto richiede una sensibilit vor-
rei quasi dire "allenata" a superare il piano "ordi-
nario" per portarsi ad un livello superiore dove
tutto si ordina e dove tutto si comprende in fun-
zione di uno slancio che ci riporta sempre al
famoso ponte cateriniano.
Caterina, insieme ad l u ~ i numerosi mistici, segna-
tamente a San Giovanni della Croce, a Santa Tere-
sa d'Avila e a Santa Teresa di Lisieux, sente la s o ~
ferenza esistenziale, di ogni tipo, come tributo
partecipativo della Divinit. Dio ci manda durante
la nostra vita terrena le croci all'insegna di ogni
specie di sofferenza, valutando, e questo verit
di fede, le nostre capacit specifiche e personali di
sopportare, e senza che noi necessariamente riu-
sciamo a comprendere di volta in volta il perch
di ogni singola sofferenza. Caterina dice che tutto
ci awiene per "Idi nostro bene)); che se poi cos
non fosse, nel senso di non averne necessariamen-
te noi bisogno, llItto ci comunque devolubile e
devoluto a favore degli altri, delle altre anime che
ne hanno bisogno per salvarsi, perfino, e senza
che noi obbligatoriamente lo sappiamo, a vantag-
gio di chi ci ha fatto del male.
Di qui a concepire che, pur nel rispettoso para-
dosso, pi croci riceviaJno, pi segnali di amore e
soprattutto di fiducia raccogliamo da Dio; e di qui
ancora a giungere a provare un senso di gratillldi-
ne a Dio per le croci che ci manda, il passo
abbastanza breve. Anzi con un ulteriore passo si
pu pervenire, e Caterina lo fa, all'invocazione
della sofferenza: non aspettiamo che Dio ci mandi
88
CATERINA LA SAI'ITA DELL\ POLITICA
le croci, ma desideriamole o quanto meno dichia-
riamoci disponibili a riceverle ed a riceverne altre.
Ma tullO questo strettamente necessario per
essere ottiJni cristiani? Forse no, come sembrava
dire San Tommaso Moro, il quale non aveva affat-
to la vocazione per l'olocausto, ma lo ha accettato,
e lo ha accettato di buon grado contro tutti, perfi-
no contro la Chiesa Anglicana, quando ha ritenu-
to che fosse necessario. Ma certo resta il fatto di
una sublimazione assolutamente superiore e
irraggiungibile.
E tUllO ci non sembri pura astrazione o mera
palestra spiritualistica: basti pensare con molta
semplicit a quando ciascuno di noi nell'intimo
del proprio animo implora il Signore offrendosi
per sopportare la sofferenza che sembra destinata
ad una persona molto cara. Quale la madre e
quale il padre che non chiedano di sopportare
una croce al posto di un figlio?
Se Ges, l'uomo-Dio, si offerto in olocausto
estremo per tutta l'umanit per colpe ovviamente
non proprie e per redimere llItti, la imitazione di
lui non pu che portare a queste, conseguenze
pur estremamente generose e richiedenti il massi-
mo del coraggio.
Commovente, assolutamente commovente, la
visione cateriniana per la croce come "cattedra" di
insegnamento del Maestro per la salvezza
dell'umanit, ed ancor pi in particolare l'esalta-
zione dei chiodi della croce come "chiavi" offerte
all'uomo per entrare nel Regno dei Cieli.
La mistica della croce ricomprende anche
l'uomo. Siamo stati noi uomini, dice la Santa,
quella terra che, pressata dai soldati e rinforzata
dai cunei di legno, ha tenuto diritta la croce. E
l'abbiamo tenuta diritta perch si realizzasse la
volont del Padre e avesse senso compiuto il sacri-
89
PIERO Pt\JARDI
ficio del Figlio. Ed ancora, quando il sangue del
Cristo colava imbevendo le zolle di terra attorno
alla croce, noi siamo stati i vasi raccoglitori di quel
nettare che fisicamente passato dalla sua alla
nostra umanit in benefica eredit del suo supre-
mo sacrificio. E qui si innesta una straordinaria
pagina che riprende il tema del sangue e che non
posso non riportare pur essendomi riproposto in
questa parte del saggio di non riportare di massi-
ma citazioni dirette di Caterina. Nel rivolgersi al
suo padre spirituale fra Raimondo da Capua
dell'Ordine dei Predicatori, essa gli indirizza una
esortazione di portata universale che considero
tra i passi pi forti di tutte le lettere cateriniane.
.. Annegatevi dunque nel sangue di Cristo crocifisso, e
bagnatevi nel sangue, e inebriatevi del sangue, e sazia-
tevi del sangue, e vestitevi di sangue. E se fuste fauo
infedele, ribattezzatevi nel sangue; se il dimonio v'aves-
se offuscato l'occhio dell'intelletto, lavatevi l'occhio col
sangue; se fuste caduto nella ingratitudine de' doni
non cognosciuti, siate grato nel sangue; se fuste pasto-
re vile e senza la verga della giustizia, condita con pru-
denzia e misericordia, traetela dal sangue; e coll'occhio
dell'intelletto vederla dentro nel sangue, e con la
mano dell'amore pigliarla, e con ansietato desiderio
strignerla. Nel caldo del sangue dissolvete la tepidezza;
e nel lume del sangue caggia la tenebra; acciocch
siate sposo della Verit e pastore vero e governatore
delle pecorelle che vi sono messe tra le mani, e amato-
re della cella dell'anima e del COl-pO, quanto v' possi-
bile nello stato vostro. Se starete nel sangue, il farete; e
se no, no. E per vi prego per amore di Cristo crocifis-
so, che voi il facciate. E spogliatevi d'ogni creatura (e
io sia la prima); e vestitevi per affetto d'amore di Dio, e
ogni creatura per Dio; cio, d'amanle assai, e conver-
sarne pochi, se non in quanto si vede adopel-are la salu-
te dell'anime. E cos far io, quanto Dio mi dar la
Grazia. E di nuovo mi voglio vestire di sangue, e spo-
gliarmi ogni vesumento ch'io avessi aVl1[Q per fine a
qui. lo voglio sangue; e nel sangue satisf e satisfar
90
CATERINA LA SANTA DELL-\ POLITICA
all'anima mia. Ero ingannata quando la cercavo nelle
creature. Sicch io voglio nel tempo della sollicitudine
accompagnarmi nel sangue; e cos truover il sangue e
le crealtlre; e berr l'affetto e l'amore loro nel sangue.
E cos nel tempo della guerra guster la pace, e
nell'amaritudine la dolcezza; e nell'essere privata delle
creature, e della tenerezza del padre, truover il Crea-
[Ore ed il sommo ed eterno Padre. Bagnatevi nel san-
gue: e godete, che io godo per odio santo di me mede-
sima. Altro non vi dico. Permanete nella santa e dolce
dilezione di Dio. Ges dolce, Ges amore...
Perfino la tentazione, si intende qui la tentazione
demoniaca ai livelli sia minimi che massimi, "rie-
sce" ad essere sublimata nella complessa ed impo-
nenle ll1islica cateriniana. Contro, per cos dire,
perfino un indistruttibile e peraltro estremamen-
te saggio passo del "Pater Noster" ("ne nos indu-
cas in tentationem))), Caterina eleva la tentazione
a tempera siderurgica, mi si conceda l'espressio-
ne, dell'amore dell'uomo verso Dio, della sua
fede, della sua coerente e pervicace fedelt. Un
amore che non passato atu-averso le forche cau-
dine della tentazione non gi un amore certa-
mente puro ma semplicemente un amore non
provato, non collaudato, n,?n confermato, ancora
non scevro da dubitabilit. E solo attraverso la ten-
tazione, paradossalmente quanto pill forte, che
l'uomo pu da vincitore offrire a Dio il suo perso-
nale trionfo, dovuto al suo impegno unito alla
grazia divina. Dunque santificazione attraverso le
croci ma anche attraverso le tentazioni. E come il
dubbio si poneva nel pi limpido ed onesto para-
dosso per le croci della sofferenza cos esso si
pone per le tentazioni, dovendosi chiedere one-
stamente se la tentazione come tale sia a questo
punto desiderabile e auspicabile. Ma anche qui
Caterina non perde la sua formidabile coerenza.
91
PIERO PAJARDI
Ammette che dalle tentazioni si possa uscire
anche sconfitti, ma la sua propensione quasi
parossistica per l'azione e per il vivere dinamico
quanto eroico la spinge ad accettare l'idea delle
sconfitte per concludere che meglio essere
molto tentati, anche se purtroppo in proporzione
finire talvolta per essere sconfitti, piuttosto che
restare inerti con un alTIore la cui forza e le cui
dimensioni e soprattutto la cui capacit dativa e
costruttiva non sono mai SU"l.te sperimentate.
Occorre dunque per Caterina vivere ardendo e
agendo, invocando la grazia e quasi bruciando nel
fuoco ardente dell'amore divino. E cos accettare
il rischio, tutti i rischi, purch la creatura umana
si realizzi come una fiamn1a che brucia ossigeno e
conquista lo spazio offrendo attorno a s quella
luce che le proviene dalla sua natura sublimata.
3.13. Peccato e Perdono
Mi pongo il problema se Caterina sia giunta al
punto di immaginare e coltivare una sorta di
"mistica del peccato". L'espressione che uso va
trattata con estrema prudenza ed anzi la virgolet-
tatura dovrebbe essere doppia. 11 peccato un
fatto negativo e non pu essere minimamente
esaltato, se non paradossalmente proprio esaltan-
do il negativo.
Eppure non intendo affatto riferirmi al parados-
so, ancora maggiore, con cui la colpa di Adamo
presentata da una certa teologia trasversale di
tutti i tempi come una "felix culpa", come Cateri-
na stessa si esprime, sempre ovviamente nella logi-
ca di tale paradosso. Che Dio possa trarre dal
negativo il positivo, non vi dubbio; anzi questo
un miracolo ricorrente nella storia dell'umanit e
92
CATERINA L\ SANTA DELL\ POLITICA
di ogni singola persona. Ma il negativo resta nega-
tivo e la colpa di Adamo e di Eva, colpa di super-
bia e di autodeificazione, rimane ferma sul piano
storico e su quello della teologia morale.
Qui intendo invece, e raccogliendo qua e l un
ritornante pensiero, cosi a me sembra, di Cateri-
na, riferirmi al comportamento umano successivo
al peccato, e cio alla auspicata conversione e alla
penitenza, o se vogliamo pi genericamente alla
sofferenza che accompagna tale conversione.
Ogni pentimento infatti ed ogni penitenza com-
portano inevitabilmente, al punto che non sareb-
bero tali senza questa componente, una sofferen-
za morale, tanto pi forte quanto pi il pentimen-
to vero ed autentico nel suo contenuto pi ripo-
sto; cio quanto pi esso vissuto come non gi
un generico rimorso ma una crisi in prospettiva
costruttiva di conversione con la consapevolezza
dell'offesa fatta a Dio. Come non pensare qui a S.
Teresa d'Avila?
Qui sta forse la chiave. 11 peccato negazione
della propria identit, ingiuria alla propria
dignit, sconfitta rispetto alle proprie idealit.
Tutto questo vero, n potrebbe essere diversa-
mente per il credente. Ma se il credente arriva a
percepire che il peccato anzitutto offesa a Dio,
corrispondentemente al senso del bene compiu-
to, questo come anzitutto e soprattutto inno di
gloria a Dio, allora la pena espiativa si subii ma. Di
qui ad ammettere una sorta di "sublimazione del
peccato", interpretando con carit ("omnia
munda mundis"), si pu giungere; con la perce-
zione che il peccato, non gi assolutamente per
s, ma in ci che provoca di altamente positivo
nella successione, finisce per trovare una propria
esaltazione sia pure indiretta.
Conosco la difficolt e la rischiosit di queste
93
PIERO PAIARDI
affermazioni, ma vorrei anzitutto essere interpre-
tato "in bonam partem". Non vi alcun dubbio
che, in assoluto e prioritariamente, il peccato
oltre che fatto negativo dovrebbe proprio perch
tale non sussistere proprio. Ma dovendo per forza
di cose sussistere perch l'uomo debole e nessu-
no totalmente immune dal rischio di peccare,
mi pare altrettanto indubbio che la concezione
che sto problematicamente e soffenamente espo-
nendo porta proprio a quella corrispondente
opera umana, combaciante con l'opera divina,
per cui anche il negativo) pur restando beninteso
tale, pu portare al positivo. Come non invocare
qui S. Teresa di Lisieu.x?
Non sar certamente il peccato un inno di gloria
a Dio, ed esso rester tale anche sul piano della
responsabilit morale della singola persona. Ma
l'inno di glOlia a Dio, e quindi una sublimazione
che porta ad una visione mistica dell'intera pro-
blematica della debolezza della condizione
umana, pu essere la reazione al peccato da parte
dell'uomo, il quale, anzich cadere del tutto e
disperarsi, coglie l'occasione, quasi lo spunto,
quasi lo stimolo, di una caduta o di un inciampo
per elevarsi uILeriormente. Esaltazione del pecca-
to? Assolutamente no. Ma di certo esaltazione
della capacit dell'uomo di superare la propria
debolezza e di far tesoro di tutto per una conver-
genza dolcemente ossessiva quale appunto la tra-
sformazione della vita globale e complessiva in un
unico canto di gloria a Dio.
Ripeto, mi rendo conto che a volere dimenticare
la realt ideale del principio per cui "omnia
munda mundis", si rischia il peccato di bestem-
mia. Ma io oso ancora insistere su questo concetto
che mi sembra profondamente cateriniano. Pre-
supposto che nessuno pu essere senza peccato,
94
CATERINA L>\ SANTA DELL\ POLlTIC\
)'uonlo che commelle peccato deve, attraverso
l'esperienza spirituale e morale del pentimento
susseguente, giungere a sentire e a concepire che
il peccato non tale per la materia in s, cio per
l'azione commessa, non neppure totalmente
tale per la eventuale offesa compiuta a danno del
fratello, ma in realt si traduce in una sottrazione
a Dio, vuoi come devianza dalla sua legge, vuoi
ancor pi come carenza d'amore. Allora il pecca-
to, ovviamente non gi di per s ma per l'effetto
indotto, non necessariamente da raggiungere
attraverso questo percorso ma comunque cos rag-
giunto, diventa paradossalmente il piedistallo di
una sublimazione che porta al misticismo.
Dico di pi. Con il peccato la creatura umana si
"aliena", nel senso etimologico del "vendersi", del
"darsi via", del "cedersi" (non del "donarsi"); nel
caso del vendersi al Demonio "in cambio" del pia-
cere procurato dall'azione peccaminosa. L'errore
maggiore, sempre al di l dell'azione peccamino-
sa in s materialmente considerata, sta pi pun-
tualmente, alla luce di una visione mistica, nel
"vendere !'invendibile", nell'esercitare un potere
che assolutamente essa non ha, nello schiavizzarsi
non essendo schiavizzabile. Questa indisponibilit
morale nasce non solo dalla creazione divina ma
dalla "ri-ereazione" e cio dalla redenzione. Il pec-
cato si presenta come un'azione contraria a quella
di Ges che si immolato per "ricomprarci" dal
Demonio) per usare una tipica espressione cateri-
niana (.. lo schiavo non si pu vendere, n ad altro
signore servire. Noi siamo comperati non d'oro
n di dolcezza d'amore solo, ma di sangue,,). Che
poi razione negativa della creatura umana, pro-
prio in quanto umana, non possa di per s
distruggere quella divina, altro discorso; e pro-
prio per questo la redenzione una protensione
95
PIERO !,":lARDI
della divinit, sempre a livello potenziale e perma-
nente, talch san sufficienti il pentimento e la
conversione per paterne profittare per tutto
l'arco della vita.
:I: :I: *
Peccato, giustizia, conversione, riparazione. per-
dono.
Se questo "campionario" di ispirazioni mistiche
commuove e suscita tenerezza, ve ne sono alcune
che appaiono di grandissima forza e di immane
severit. Di una in particolare soprattutto alno
riferire perch attiene ad una ideologia giuridica
nella quale mi sento immerso con convinzione
pari alla passione e che recupera perfino la giusti-
zia divina: una filosofia che si incentra sull'idea
fondamentale della ineluttabilit della giustizia.
Un'idea molto cara a S. Caterina, per la quale la
giustizia o si realizza o non affatto tale; anzi non
realizzandosi si autonega; anzi ancora resta tale
anche quando viene per cos dire superata dalla
misericordia, e in realt cos ribadita; e perfino
quando trova una strana, sempre per cos dire,
forma di realizzazione attraverso il perdono, che
si concede a colui che si pentito e convertito,
perch anche questa "" giustizia. Orbene Cateri-
na eleva misticamente questo piano filosofico,
in tessuto di spiritualit estrema, ad un livello di
sublimazione di incredibile fattura.
Questo l'apice: "anche" Dio, nell'essere perfetto,
per essere perfetto, e per essere perfettamente
giusto, "deve" essere ineluttabilmente giusto. Ma
per essere tale giunto all'estremo di autosacrifi-
carsi per riparare al peccato degli uomini. "Impo-
nendo", vero, l'olocausto al Figlio Dio-uomo ma
sostanzialmente sopportandolo lui stesso. Si vuoI
96
CATERINA Lo\. SANTA DELIA POLITICA
forse dire che Dio stato "costretto" all'incarna-
zione e al sacrificio estremo? Cert.:'lmente no. La
"avventura" umana di Dio, con tutti i suoi signifi-
cati e tutti i suoi effetti infinitamente benefici per
l'uomo, ed anzi eletenninanti per la sua salvezza,
stata un dono gratuito oltre che libero di Dio.
"Necessaria" invece era la riparazione comunque
realizzata, perch "quella" era l'atto di giustizia.
Ma la riparazione come tale, e non anche il fatto
che a riparare fosse Dio stesso. Anzi Egli avrebbe
potuto risolvere il problema solo attraverso il
mistero e la realt dei Novissimi. E qui sta la subli-
me raffinatezza del significato profondo
dell'incarnazione e dell'olocausto di Ges: con-
sentire all'uonlo gi eli salvarsi in questa vita con
una sua personale conversione esaltata nell'effet-
to qualitativo dal sacrificio di Ges, pari per eleva-
zione, perch proveniente da Dio, al peccato
dell'uomo come offesa diretta fatta a Dio stesso.
3.14. La mistica della i1lljll?ljezione umana
Bisogna indubbiamente in queste cose essere
franchi e forti nelle idee, come nella loro esterna-
zione. Il vero mistico un mistico che potrelTIlTIO
definire con un termine moderno "totalizzante".
Egli sublima tutto, anche il negativo: questa la
sua caratteristica spirituale pi rilevante sul piano
del metodo, ma in definitiva anche sul piano dei
contenuti.
Caterina lo . Lo a tal punto, osservazione non
nuova, che giunge a concepire non soltanto,
come detto a parte, una "mistica del peccato", ma
pi genericamente una vera e propria lnistica
della imperfezione umana.
Rilevo in Caterina una insistenza quasi manellan-
97
PIERO P,\JARDI
te su un concetto base riguardante il perch della
imperfezione della condizione dell'uomo, concet-
to che abbraccia, anche in questa chiave molto
particolare, il perch della sofferenza insita per
mille ragioni e cause in questa condizione, e tutto
ci in una proiezione di "teologia del dolore" e di
"pedagogia del dolore". Esploriamo con attenzio-
ne.
Dio poteva anche crearci perfetti. Egli per si
prospettato, per usare inevitabilmente una espres-
sione letteraria umana, due ostacoli. Prima di
tutto se ci avesse creati perfetti anzich semplice-
mente a sua "immagine e somiglianza", avrebbe
sostanzialmente "riprodotto" s stesso; e, a pre-
scindere da tutto, sarebbe stat.:'l un'altra operazio-
ne ma non gi la creazione dell'uomo. In secondo
luogo, Dio avrebbe risolto ed esaurito da solo
tutta l'opera, non lasciando nulla alla creatura
creata, n sul piano del merito n su quello anco-
ra pi semplice del "quid faciam".
Quest'ultimo argomento quello che folgora let-
teralmente Caterina e che va a costituire il lievito
di tutta la sua concezione sia teologica sia spiri tua-
listica. Dio ha voluto l'uomo imperfetto, lo ha
concepito come padrone della propria vita e
gestore libero, lo ha programmato come un
"faber" in senso assai lato e onnicomprensivo,
proiettato verso l'awentura della esistenza umana.
Limitate le sue forze, e diversissime in qualit e
quantit da soggetto a soggetto; diversificate le
condizioni in cui operare. L'inlperfezione, quasi e
apparentemente per paradosso, diventa per
l'uomo l'''arma'' per dare una giustificazione per-
sonale e autonoma alla sua vita, nel miraggio della
perfezione che egli ha l'incarico e l'esortazione a
perseguire. Anzi, l'uomo sa che non arriver mai
ad un traguardo assoluto, e questo ulteriormente
98
CATERINA L-\ SANTA DELLo\ l'OLlTlCA
valorizza sul piano della meritologia l'impegno
posto nella propria awentura. Lavora, fatica, sof-
fre, incontra, come Giobbe figura cara su questo
punto a Caterina, tutti i disagi immaginabili.
Dio lo vuole vedere "diventare" perfetto al massi-
mo grado relativo cui talenti e impegno personale
gli consentono di giungere. Se non fosse cosi
Caterina sente che la vita non sarebbe sufficiente-
mente giustificata. Beata imperfezione, dunque!
Essa d senso alla vita dell'uomo. Ma guai a
quell'uomo che non capisce e non opera in que-
stO giusto senso! E non occorre che ogni creatura
capisca, come Caterina ha capito insieme ad altri,
perch sufficiente cogliere questo programma
di Dio e questa risposta pur in termini generici. E
capire che la grazia di Dio rappresenta il viatico
indispensabile e sufficiente, infi.lso e perenne, per
trovare meritevolmente per l'uomo la forza di
condurre e concludere l'impresa. La grazia che si
sposa idealmente con la misericordia di Dio pro-
messa ed accordata per la comprensione, di fattu-
ra quale noi umanamente non possiamo cogliere,
per le debolezze le manchevolezze e le cadute;
mai peraltro infrangendo il principio di responsa-
bilit, al limite anche in termini minimi per la
pochezza dei talenti e l'imponenza dei condizio-
namenti.
Un solo ostacolo si pu dire che trovi questa
costruzione, e Caterina non se lo pone mai in ter-
mini espliciti: il fatto che l'uomo non abbia libera-
mente accettato all'inizio della sua vita di eseguire
questo incarico ed intraprendere questa avventu-
ra. Non cosa da poco, ed io stesso confesso di
esserne talvolta turbato meditando per parallelo
sul "si" di Maria all'Arcangelo Gabriele. In defini-
tiva, raccoglierei il materiale strutturale della teo-
rica cateriniana per rispondere che anche questa
99
PIERO f'/\JARDI
mancata richiesta di disponibilit a monte della
vita fa parte del piano della creazione. Ovviamen-
te la risposta teologica complessa, ma amo segui-
re Caterina in questo percorso intuitivo, passante
per obliquo, sublimante. La donazione della vita
il pi grande atto d'amore di Dio verso l'uomo.
ben vero che la morale naturale e il ctiriLLo natura-
le ci dicono che anche la donazione, specialmente
quando onerosa anche solo potenzialmente,
deve essere accettala. Ma come non vedere anche
in questa non necessit della accettazione della
vita da parte della singola creatura un l'more di
estrema valorizzazione dell'impegno di vivere? La
risposta che Caterina si sarebbe data se si fosse
posta esplicitamente il problema tutta qui.
L'uomo non un contraente sul pano di vivere.
solo il destinatario di una donazione modale cari-
ca di oneri. Anche questo, sicuramente anche
questo, gli verr accreditato alla fine della vita.
L'essersi inserito 110n volontarialnente in un cir-
cuito di amore sublimante che unisce dinaInica-
nlente Dio a tutti gli uomini e viceversa. E cos
l'uomo costruisce la sua vita quasi in continuazio-
ne rispetto all'opera iniziale della sua creazione e
all'unisono con la generale opera di costruzione
del mondo. Questa costruzione della vita che
sublima anche la natura di uomo "faber" e d alla
espressione un significato spiritualissinlo la vita
stessa dell'uomo nella esaltazione della sua azio-
ne: siate, dice Caterina, uOlnini di fatti e 110n di
vento.
D'altra parte, come avrebbe potuto Caterina porsi
il problema della necessit dell'accettazione della
vita? Essa addirittura in una leuera precisa che la
bont di Dio nel darci la vita cos grande che ce
la dona anche se noi non abbiamo neppure potu-
to pregarlo di darcela non esistendo ancora prima
100
C\TERINA LA SA!''Tr\ DELL\ POLlTICi\
della nostra creazione. Il dono della vita dunque
per Caterina cosi incommensurabile da non
potersi neppure pensare alla necessit morale di
subordinarlo ad una accettazione. E ci pur ren-
dendosi essa conto che a valle la vita pu essere
tutta e solo al limite un calvario. Laddove il "pro-
blema" da Lei risolto appunto attraverso una
estrema sublimazione: pi calvario , meglio ,
perch la creatura ha una ancor maggiore possibi-
lit di offrire per amore il suo sacrificio a Dio.
Dunque in ogni caso, anche in quello umanamen-
te peggiore, la donazione non affatto modale ed
onerosa ma anzi si arricchisce del negativo tradu-
cendosi in un dono netto e solta.nto esaltante.
Persuasiva o no che sia questa costruzione, a
seconda che entriamo o meno nella sua logica
interiore, questa la risposta. Una risposta che
non elimina del tutto il mio turbamento, e conti-
nuamente penso alla accettazione di Maria pur di
fronte al dono sovrumano e infinito di diventare
la madre di Dio; ma che certamente conquista e
aVVInce.
3.15. Finalizzazione dell'alllore alla gloria di Dio
Il credente che si salva ha risolto tutti i suoi pro-
blemi della vita terrena, e non vi dubbio che
per il fatto stesso che si salvi ha avuto fede, ha
avuto speranza, ha avuto carit ha coltivato tutte
le virt cardinali, ma soprattutto ha amato Dio
con tutte le sue forze. E ancora non vi dubbio
che se lo ha fatto e se ha raggiunto la salvezza
non stato certamente per un puro calcolo
come farebbe colui che si auiene meramente alla
attrizione pur conoscendo la differenza concet-
tuale teologica tra questa e la contrizione.
IO L
PIERO Pi\JARDI
Ma il mistico compie un passo anzi un volo ancora
pi elevato: tutto deve essere ordinato alla gloria
di Dio. Qui sta la perfezione della ascesi. La stessa
salvezza dell'anima quasi si smitizza rispetto al tra-
guardo ulteriormente elevato dell'annullamento
di s per la gloria di Dio.
Nessun indugio qui sulla differenziazione tra
mistica dell'essenza e mistica sponsale. Basti consi-
derare che il vero mistico giunge al limite non sol-
tanto di non fare il bene per s ma per Dio, e cio
per la sua gloria, ma perfino, e questo il pumo
massimo di difficilissima comprensione, di fare il
bene, non per la stessa salvezza della sua anima,
che pure il traguardo principale della sua vita,
ma prioritariamente per la gloria di Dio. AI punto
che, paradossalmente, molto paradossalmente, il
mistico accetterebbe la propria dannazione se
questa servisse alla gloria del Signore.
:I: :I: *
In numerosi brani del suo epistolario Santa Cate-
rina insiste sulla stessa finalizzazione dell'amore.
Pur massima tra le virt, dopo la fede (ma il rac-
cordo delicato e complesso e non pu essere
trattato qui), la carit non pu essere finalizzata a
se stessa, e qui viene in gioco quanto gi detto in
precedenza sul "superamento" delle virt teologa-
li. Non soltanto l'amore per il prossimo, pure
l'amore operoso, non ha significato teologico se
non finalizzato a Dio, ma lo stesso amore per
Dio, e stiamo toccando il massimo vertice della
speculazione teoretica, pu esser semplicemente
finalizzato a se stesso. E qui sostialno per indicare
come Caterina numerosissime volte insiste su una
espressione a lei cara: s per s (egoismo ed ego-
cemrismo dell'uomo), Dio per s (antropocemri-
102
CATERINA LA SANTA DELLA POLITICA
smo egoistico dell'uomo).
Ma vi ancora un balzo da fare, al di l del piano
teologico. Lo stesso amore per Dio entra nel-
l'alone mistico quando la sua finalizzazione la
gloria di Dio. E qui tocchiamo la mistica dell'esi-
stenza.
Ritorna l'angosciante quesito: ma Dio ha bisogno
"di per s" di questo cantico di gloria e di un
uomo che lo glorifichi? La risposta sempre quel-
la: Dio, essere perfettissimo, n.0n ha bisogno di
nulla e neanche degli uomini. E solo per impulso
di carit e per totale gratuit, e neppure ovvia-
mente per una necessit di autorealizzarsi pi
compiutamente perch non ne aveva bisogno,
che Dio ha creato l'uomo a sua immagine e somi-
glianza. Lo ha creato libero a rischio di essere tra-
dito perfino nella fede in Lui. Ma lo stesso allon-
tanamento da Lui dell'uomo una sconfitta del-
l'uomo e non sua, cos come la salvezza dell'uomo
non pu neppure "arricchirlo" proprio a causa
della sua perfezione assoluta. Ma allora, se perfi-
no il ritorno trionfale dell'uomo alla casa del
Padre lascia il Padre per cos dire "indisturbato", a
maggior ragione il cantico di gloria che va oltre la
salvezza non pu rendere "pi felice" Dio, altri-
menti ne ammetteremmo una imperfezione pur
positivamente risolvibile.
E allora? Caterina risolve in modo sublime questo
punto difficilissimo. Lo stesso moto d'amore che
appartiene al momento creativo deve ritornare
indietro quasi in senso ascendente perch appun-
to questo il modo assolutamente superiore, per-
fetto, se vogliamo dire sofisticato e misterioso
insieme. con cui l'uonlo nel rispondere cos al
Creatore pona al pi alto compimento il proprio
programma di vita e l'essenza pi riposta del pro-
prio esistere. Insomma l'essere in s cantore
103
PIERO P:\JARDI
della gloria di Dio che porta l'uomo stesso a dila-
tare al massimo quella "immagine e somiglianza"
che realizza e rende attuale e definitiva una
potenzialit di deificazione che Dio stesso ha volu-
to non soltanto nel mOlnenlo creativo Jna anche
ed ancor pi nella seconda creazione quando Lui
stesso si fatto uomo.
A questo punto le due mani della Cappella Sisti-
na, la mano di Dio e la mano dell'uomo, che sono
dipinte come protese dolcemente ineffabilmente
a toccarsi. portano a compimento questo Inoto
sublime e si stringono per l'eternit. Questo in
fondo il momento misticamente finale del pro-
gramma di creazione dell'uomo e dello stesso
senso della sua vita.
* :I: :I:
E come trascurare il paragone esaltante tra
l'amore di Cristo e il fuoco? Caterina scolpisce il
suo sentire quando, guardando il fuoco che arde,
formula l'idea che il fuoco attira a s tutto quello
che raggiunge "coinvolgendolo" nella propria
identit naturalistica e quindi trasformando tutte
le materie che incontra in fuoco. Cos per lei
l'amore di Cristo che trasforma in amore tutte le
creature che raggiunge, e le raggiunge tutte. In
tULLO ci si innesta peraltro il fortissimo senso del
libero arbitrio che Caterina coltiva, per cui men-
tre il fuoco realizza la sua operazione totalizzante
e coinvolgente in modo naturalisti co. la creatura
umana deve assentire: "sequar le quocumque
ieris", rieccheggia l'antico sublimante motto. Ma
se il fuoco dell'amore di Cristo e se il percorso di
Cristo si indirizzano sulla croce, che dire e che
fare? In una stupenda lettera Caterina stigmatiz-
za: non resta che salire sulla croce in compagnia
104
CATEIUNA lA SANTA DELLA POLITICA
del Cristo! E cos alimentarsi del suo sangue, vive-
re nel suo fuoco d'amore, nascondersi nelle sue
ferite, e vivere insieme a lui la sua sofferenza libe-
rante.
:I: * :I:
In ordine all'impianto teologico di Caterina,
occorre ritornare alla idea "ossessiva" quanto
sublime del sangue del Cristo. La Santa, come sot-
tolinea Enrico di Rovasenda, ha sempre presente
nel suo genio mistico l'unione tra la natura divina
e la natura umana nel Cristo, e secondo la stessa
appuntO la natl.lra divina che fa valere il prezzo
del sangue. Il Rovasenda parla di visione teandri-
ca della redenzione, in quanto la Santa non vede
mai in essa l'opera della sola divinit o della sola
umanit di Cristo, bensi della divinit che "usa"
della umanit assunta nella unione ipostatica per
fare adatto ed efficace strumento di redenzione.
Insomma la natura divina fa valere il prezzo del
sangue nel senso che si serve della umanit per
realizzare il piano provvidenziale. E Caterina si
presenta veramente come il mistico dottore della
Provvidenza, e misticalnente puntualizza che ad
inchiodare e a tenere legato alla croce Ges non
furono il legno e i chiodi ma il fuoco della divina
carit capace di esaltare la stessa umanit.
Ma per capire questo occorre capire la struttura
dell'amore divino come sentita dalla Santa misti-
ca. Soccorre ancora il Rovasenda nel puntualizza-
re come Caterina, con apparente paradossalil.
respinga la concezione del cosiddetto amore esta-
lico che egli descrive come un assoluto oblio
dell'''io'' per volgersi esclusivamente verso Dio e
verso il prossimo. Essa vi contrappone la cosiddet-
ta concezione fisica dell'amore, gi formulata da
105
PIERO Pr\JAROI
Aristotele e preferita da San Tommaso. Tutto ci
in realt coerente con il suo sistema filosofico:
bisogna partire da se stessi. perfezionando se stes-
si, e meglio conoscendo se stessi, se si vuole
proiettare il meglio di s verso Dio e verso il pros-
simo compenetrandosi nella loro vita.
Certo occorre un alnore ordinato di s, ma biso-
gna uscire da s, e raggiungere una perfetta incor-
porazione di s nella Chiesa e nell'umanit nel
nome di Dio. Qui anzi essa recupera Sant'Agosti-
no, il quale sentenzia che se si ama male si odia, e
se invece si odia bene si alna, laddove l'odio in
senso Inistico rivolto a se stessi e l'amore verso
Dio e verso' il prossimo.
* :I: :I:
Pu perfino dirsi che Santa Caterina sia riuscita a
sublimare l'amore della creatura per s stessa. E
lo ha fatto nella formula pi semplice. InnanzilUl-
to lei, che ha tanto odialo l'amor proprio e l'egoi-
smo che gli va appresso, ha dislinto nettamente
l'esasperazione dell'amore per se slessi da un
sano amore per se slessi. L'egoismo indubbia-
mente uno dei peccati maggiori ed uno sfrenato
amore di s finisce per divenlare perfino un fatlO
autodeificante. Caterina stigmalizza l'amor pro-
prio, inteso in senso deformato e deviante, come
una delle peggiori male erbe dell'animo umano.
In secondo luogo ed a fondamento ad un sano
amore di s, conle sopra lo denominavo, Caterina
usa questo elementare argomento: se Dio mi ha
amato tanto e se Ges si sacrificato per me, tutto
ci ((m'insegni quanto debbo amare me medesi-
ma", Dunque non soltanto l'alnore per il prossi-
mo, anzi Ges insegna che bisogna amare il fratel-
lo come se stessi, scontando il dovere di amare se
J06
CATERINA L.\ SANT..\ OELL\ POLITICA
slessi. Ma proprio dunque l'amore valido, sano e
pulito di s che costiluisce non soltanto un fatto
naturale, non soltanto un diritto, ma addirittura
un dovere fondamentale; un dovere verso la vita
che ci stata donata perch venisse vissuta; un
dovere verso Coiui che ci ha (,ma il dono e ci ha
incaricalO di gestirlo.
107
CAPITOLO QUARTO
LA DOTTRINA SOCIALE
Veniamo alla dotu-ina sociale cateriniana, premes-
sa della sua dottrina politica, tema specifico di
questo saggio_ Pensiero complessivo che scattu-i-
sce dalle "Massime del Reggimento Civile" e da
molte delle sue "Lettere".
Mi preme sottolineare un punto molto originale
della concezione cateriniana della societ. Non vi
dubbio che Caterina non sfugge all'idea fonda-
mentale che la societ non affatto un prodotto
del mero arbitrio ma nasce da un bisogno umano
di tipo natllralistico sia pure ovviamente in senso
complessivo che non riguarda soltan to la funzio-
nalit del vivere. Ma questo sarebbe riduttivo della
concezione della Santa, la quale, non dimenti-
chiamolo mai, nasce si fonda e si forma,) su San
Tommaso d'Aquino; la quale ancora eminente-
mente una pensatrice poliedrica di valenza preva-
lente socio-economico-giuridico-politica, per con-
notare le scienze umane ed escludere qui la teolo-
gia; ma, continuamente ripeto, assolutamente e
soprattutto una mistica. Convalidando dunque
questa necessit naturalistica, Caterina affonda il
pensiero nella vocazione cristiana dell'uomo. Di
qui, come ha acutamente osservato Anna Maria
Balducci, essa ricava il principio secondo cui la
solidariet delle anime nella vita morale e sopran-
naturale non tanto si sorregge sul pi o meno fra-
gile fondamento della identit e della necessit
109
PIERO PA:lARDI
naturale, facile appannaggio dell'egoismo, ma,
convertendosi in autentica fratellanza cristiana,
ottiene dalla "Grazia" di potersi solidamente costi-
tuire con la coesione soprannaturale allogandosi
su una roccia adeguatamente solida. inson1ma il
corpo mistico di Ges Cristo che, nella proiezione
verso la gloria di Dio, riesce a diventare il vero tes-
suto connettivo ed insieme lo sfondo ed il riqua-
dro dell'essere della societ.
Concezione suprema e vivificazione estrema della
consistenza della societ, la quale in definitiva si
alimenta dell'influsso della Grazia e trasforma
una somma atolnica di esseri in un monumento
granitico ipervivente e iperattivo. Vedremo anzi
con1e la stessa attivit politica, in questa concezio-
ne, diventa l'attivit destinata a coordinare e a
dirigere l'azione collettiva, come strumento
potente nello svolgimento della storia. L'attivit
politica attivit umana, ovviamente, tna, coniu-
gandosi con la Grazia, si trasforma in una azione
risanatrice, continuamente catartica e definitiva-
mente orientatrice di tutti gli uomini e di ogni
singolo uomo. E questo nel programma di svilup-
po armonico dei due destini, da quello globale
dell'umanit a quello specifico di ogni singola
creatura nel quadro di un programma divino
provvidenziale.
Certamente l'avere incentrato la "politica" come
attivit umana, insieme ideologica ed organizzati-
va del vivere esistenziale, nella vita del Corpo
Mistico costituisce un atto creativo di altissima
filosofia, realizzativo di una perfetta sublimazione
della vita politica. Vi sono Santi che non fanno
miracoli, come San Tommaso d'Aquino, ma che
sono Santi, e Santi di grandissimo spicco per le
idee e per le azioni, talvolta anche solo per le idee
che hanno espresso perch hanno lievitato la fede
110
CATERINA LA SANTA DELL\ POLITICA
dell'intera umanit per secoli e millenni. Questa
idea della politica come fattore di animazione del
Corpo Mistico, e del Corpo Mistico come organi-
smo intersoggettivo ispirato n105SO e animato
dalla politica, pare cosa di straordinario ed ecce-
zionale momento.
Naturalmente quando si affrontano queste temati-
che di altissimo livello lo stato d'animo di chi
riflette ed osserva, di chi in altri termini utilizza le
vie della speculazione astratta, ma al contempo
sperimenta la realt contingente concreta, deve
essere non soltanto sereno e pacato ma anche
forte e tenace. Mi rendo conto infatti che parlare
di mistica della politica in tempi, e non solo i
nostri, in cui la vita politica sottoposta a durissi-
ma quanto giustificata critica rischia il sapore
mnaro dell'ironia e perfino di un umorismo inac-
cettabile, quando non di imperdonabile inge-
nuit.
Rispondo ancora una volta che proprio degli
spiriti forti superare il livello di una pur disastrosa
realt contingente e non autoesonerarsi dal-
l'obbligo di proporre costruzioni ideali, al con-
tempo attivandosi con tenacia indefessa, perch
almeno qualcosa del pensato si traduca in un con-
tributo al miglioramento della realt. Guai se pen-
sassimo che la storia a fare l'uomo e cio l'espe-
rienza sola a costruire l'esistenza umana, e non
credessimo, con Pguy, che l'uomo a fare la sto-
ria, la sua storia personale di individuo e per
quota la storia dell'intera umanit.
* :I: *
Anche Santa Caterina, tomistica di formazione
pi di quanto non si dica, parte dal concetto fon-
damentale di dottrina sociale della dignit della
111
l'I ERO l'I\JARDI
persona Ul11ana. Anche qui si rivela la mistica che
assorbe e ingloba ma supera la teologia. Se
l'uomo segno altissimo dell'immagine divina, se
questo segno dato dalla sua libert soprattutto,
ecco allora che la societ degli uomini non pu
avere altro tessuto connettivo che quello della
carit, una carit ovviulnente che va ben oltre una
solidariet esistenzialmente necessitata.
Per nulla priva di realismo, Caterina stigmatizza
l'uomo, conle tgura che essa sa essere esistente e
purtroppo anche appartenente ad un modello
piuttosto diffuso, fornito di idee deboli, come
quella della mera conservazione. Ma quasi lo "ful-
mina", ributtandogli in faccia questa modestia di
tono morale sul cui piano vive, e gli addita quasi
punitivamente che se abbandona il livello della
carit egli pur costretto dalla necessit di una
coesione accomunante. teSe perdete la carit per
le iniquit vostre. alnleno sete costretti per vostro
bisogno.
La "caritas", nlassima e suprema espressione
dell 'amore, virt teologale che si indirizza prio-
ritarialnente a Dio stesso, e solo strumental-
mente passa attraverso il prossinlo, da Cateri-
na talmente mitizzata C0l11e strumento della
vita sociale, che Caterina parla della carit
COlne prima dolce verit). Ed ancor pi tene-
ramente usa l'espressione di carit increata)"
per esprimere l'idea fondamentale che Dio si
mosso a creare l'uomo a sua itnrnagine e somi-
glianza proprio in funzione di questa suprema
carit. Quasi addirittura, ma se fosse anche
vera interpretazione dovrebbe perdonarsi ad
una Santa mistica questa "curiosit" teologica,
che la carit precedesse come indefinibile
moto d'amore l'opera di Dio e il suo stesso
cleterminarsi; quasi CDIne un "fattura" esisten-
112
r
CATER1NA LA SANTA DELL-\ POLITICA
ziale sublime e indefinibile perfino precedente
all'idea di Dio stesso.
A questo punto facilmente intuibile quale realt
spirituale sia nel pensiero di Santa Caterina l'idea
del "Corpo mistico" della Chiesa Universale. La
forza di tale idea la porta a concepire il fine della
societ come (ciI bene universale e comune, tra-
guardo che in ogni caso mai pu essere raggiunto
con alcunch di illecito come quello di sacrificare
l'individuo senza giustificazione alcuna di ordine
morale.
:I: :I: :I:
Dunque per Caterina il bene comune trascende la
prospettiva dei beni esclusivamente terreni e
materiali, la loro gestione e il loro utilizzo nel-
l'interesse della societ, ma investe tutti i fini
dell'uomo ed il fine complessivo stesso della sua
esistenza. Ed anche, il bene comune mira a santi-
ficare l'uomo attraverso la realizzazione migliore
di s nella proiezione della vita trascendente.
Ritorna ancora il concetto del Corpo Mistico, che
costituisce sempre lo sfondo e la cornice di ogni
attivit umana, di ogni sua modalit di realizzo.
Ed appare molto molto importante che Caterina
individui proprio nella giustizia la matrice del
bene comune.
Non altro fattore o valore la giustizia pu assicura-
re: il bene individuale e il bene comune. Anzi
dove vi ingiustizia non pu esservi che disordine
sociale ma anche grave danno per lo stesso indivi-
duo. perfino di colui che crede di raggiungere la
felicit attraverso una disordinata ricerca di un
bene particolare esaltato.
]]3
PIERO PAJARDI
* * :I:
cos che Caterina arriva, a tutte vele al vento,
al porto della giustizia. Io Caterina... scrivo
a voi ... con desiderio di vedere rilucere in voi
la margarita della santa giustizia... quella dolce
virt che pacifica la creatura con il suo Creatore, e
l'un cittadino con l'altro, perch ella esce dalla
fontana della carit e vincolo d'amore e unione
perfetta, la quale ha fatta in Dio e nel prossimo
suo... Anche la giustizia individuale deve essere
coordinata con la giustizia universale, perch la
virt unica e unitaria cos come la carit. Se
subisce un'ingiustizia il singolo la subisce tutta la
societ. Per non dire poi di quando il bene comu-
ne universale gabellato come tale ma in realt
copre un interesse personale del detentore del
potere, il quale cos si sottrae al dovere di servizio
e privatizza egoisticamente la funzione che la
societ gli attribuisce unicamente nell'interesse
collettivo.
Ma non perdiamo mai, parlando di Caterina, il
piano mistico, che il suo connotato pi saliente.
I rapporti tra gli uomini non possono essere diver-
si da quelli di ciascun uomo con Dio stesso: un
triangolo perfetto che parte dalla indicazione di
Cristo, secondo la quale lui stesso presente in
ogni uomo, polo di partenza e polo di arrivo di
un rapporto di giustizia basato sulla carit.
"Naturalmente quando si fanno queste afferma-
zioni cos totalizzanti non si pu non tener conto
della concezione complessiva ed onnicomprensiva
cateriniana sulla giustizia, secondo una autentica
idea forte. Ancora una volta Anna Maria Balduc-
ci mette in rilievo come per Caterina l'attivit pra-
tica di ogni individuo dipende dalla sua persona-
lit morale e non altro in fondo che l'applicazio-
114
CATERINA LA SANTA DELL\ POLITICA
ne della concezione che egli ha di Dio, del
mondo, della vita terrena e della vita eterna. Tal-
ch nel pensiero della Santa il concetto di citt
perfetta intimamente connesso con il concetto
di giustizia, che essa chiama sempre la santa giu-
stizia,).
Virt cardinale di valore universale, essa viene
prima del diritto dello Stato, il quale anzi non si
pu conservare nella legge civile e nella legge
divina... senza la santa giustizia... Quella giustizia
che sempre sia condita con misericordia... per-
ch... esce dalla fontana della carit... Mirabili
armonizzazioni di virt che solo un freddo tecni-
co concettualismo concepisce come totalmente
autonome.
E per evitare di essere fraintesa, Caterina si affret-
ta a precisare che l'uso della misericordia
nell'esercizio della giustizia non diminuisce la
coscienza di quello che dovuto alla repressione
del male. Allo Stato non permesso di tollerare il
male, per cui un salutare e adeguato atto di
repressione esso stesso atto di giustizia ed in
definitiva atto di autentica carit. "Sarebbe colpe-
vole praticare una pazienza inerte di fronte a
colpe che possono esporre la societ intera al
male, ma non sar meno colpevole lasciarsi tra-
sportare ad una repressione inadeguata e irrazio-
nale. Talch qui Caterina anticipa quello che poi
dir in ordine alle virt del governante: colui
che giustamente ha giudicato s, diventa giusto
giudice degli altrh.
La spirale si richiude: lo stesso bene comune
che richiede con la giustizia anche la giustizia
punitiva, perch il male va colpito anche per
Gavonina per la catarsi personale di chi lo ha
commesso.
Concludendo, e nella proiezione pi esaltante e
115
PIERO PAJARDI
pi positiva, in Santa Caterina l'esercizio della giu-
stizia, avendo per centro i fini della persona uma-
na, non si esaurisce nell'atto negativo riparatorio
in senso generale, ma acquista un significato pi
vasto, quello della promozione della vita spirituale
e della ascesi dell'anima umana.
In tal modo la carit, o amore, valutata dagli
uomini solo nell'ordine etico ed ignorata invece
nell'ordine giuridico, diventa nella dottrina socia-
le giuridica e politica della Santa una forza com-
plessiva articolata ed interagente, nella quale le
virt coinvolte si sovrappongono si identificano e
si fondono.
116
CAPITOLO QUINTO
LA DOTTRINA POLITICA
Siamo cos giunti alla dottrina politica. E non
posso esimermi dal ripetere che la cosa pi stupe-
facente costituita da questo fenomeno: un Inisli-
co che si occupa di politica, una Santa mistica che
assurge prima per scienza infusa a livelli di accul-
turazione di grande luminosit, e che poi, pur da
mistica, concepisce un quadrante deontologico di
vita politica ed ancora oltre un nlanuale. per cos
dire, ciel buon governo della cosa pubblica. I
111istici in generale, e forse anzi senza eccezioni, si
distaccano dalla dimensione terrena, quanto
meno c1alle tecniche relazionali cii questa dimen-
sione. Eppure essi sono i pi adatti, per paraclos-
so, a valutare quella dimensione ed a governare
quelle tecniche; sempre che si accetti questa pi-
che-posilivit "sub specie aeternitatis".
:I: :I: ;I:
Tutta l'attivit pubblica cii Caterina protesa, e
qui stanno la sua universalit e marcatamente la
sua spiccatissima attualit, a richiamare gli uomini
ad una modificazione anzi ad lIna trasformazione
raclicale intima della persona. Essa mostra di non
credere molto alle modifiche di struttura di un
sistema o cii un ordinamento. E tenta di fare brec-
eia nelle men e nei cuori: l'uomo prima di tutto.
La politica quindi, secondo la concezione cateri-
117
PIERO P:\JARDI
niana, trova la sua ragione ed insieme i suoi lill1ili
nella direzione della persona umana, sottolinean-
do che la societ al servizio dell'uomo e non gi
l'uomo al servizio della societ, secondo una chia-
ra tomistica concezione della sussidiariet del
pubblico rispetto al privato.
E poich in gioco il destino dell'uomo, di tutti
gli uomini, attraverso il diaframma della ricerca
del bene comune che deve governare appunto la
societ degli uomini, impegnarsi nella politica
per l'uomo un dovere; anzi la dimensione sociale
all'uomo naturale altrettanto quanto la dimen-
sione individuale. Certo la politica un mezzo e
non un fine, cos come essa una parte e non il
tutto, cos come ancora si tratta di un momento
provvisorio rispetto al definitivo.
La citt terrena non un possesso personale pri-
vato di chi la governa. Essa citt in realt una
citt prestata)l, secondo l'efficace e ritornante
quasi ossessivo concetto ilnrnaginifico che Cateri-
na offre nelle sue lettere... Colui che... signoreg-
gia... la possieder con timore santo, con amore
ordinato e non disordinato; COlne cosa prestata e
non come cosa sua". Ecco il senso del mandato,
da cui nasce il senso del servizio. Chi pi pu pi
deve, e chi ha pi autorit ha pi doveri. Il potere
l'esercizio dell'autorit legittima e lecita. Il pote-
re deve essere esercitato con mezzi corretti e fina-
lizzati al bene del singolo e della societ.
A pensarci bene nel concetto di "prestito" cateri-
niano sotteso quel senso di precariet della vita
umana insita nelle fibre pi profonde della condi-
zione terrena, che poi a mio avviso la matrice
sublimata della autentica "povert" evangelica
interpretata in un senso evoluto. Non possedere
definitivamente nulla ma soprattutto non essere
"proprietari" di nulla, e dovere anzi godere delle
118
CATERINA L\ SANTA DELLA POLITICA
cose ricevute con grande oculatezza e con alto
senso di responsabilit e di rendiconto, propria-
men te la matrice di quello stato di distacco da
UlltO, che pur nella immersione nel tUtto potenzia
il senso del servizio e riduce l'autodeificazione,
perch tale ultimo per Caterina il tanto ripetuta-
mente censurato amor proprio.
Ma non mi distacco da questo concetto del presti-
to senza prima avere toccato uno spunto collegato
in modo veramente esaltante. Ges esiste, in
quanto Dio, da sempre e per sempre, ammesso
che il "sempre" abbia un significato ultratempora-
le. Per storicamente, come uomo, viene dopo
l'uomo, anzi in pieno percorso di sviluppo della
storia di tutta l'umanit. ben vero che Dio non
crea Ges come uomo alla stessa maniera con cui
crea l'uomo ed ogni uomo (generato non crea-
to" dice il nostro "Credo", come Verbo, ma creato
come uomo sia pure con un concepimento subli-
mato); ma pur vero che l'esperienza del nascere
come uomini era stata fatta da Dio come donatore
e dall'uomo come entit costruita prima della
nascita di Ges.
Orbene, di qui ad immaginare che l'umanit
"presti" la propria condizione esistenziale a Ges
che nasce e che la sceglie secondo i disegni di Dio
Padre, il passo breve. Forse un passo pi senti-
mentale che teologico, come prova il fatto che in
definitiva tutto voluto da Dio e tutto nasce da
Lui. Ma, sia pure con un diverso significato, ed
anzi a ben vedere con significato opposto, questa
offerta da parte del cuore umano di una sorta di
investitura proveniente dalla base, e simboleggiata
dai pastori che accorrono alla capanna, appare
come un fenomeno altamente spirituale, forte-
mente carico di sentimenti ed anche di carismi
coincidenti con i segnali spirituali innanzi tutto
119
PIERO PAJARDI
Udi sensibilit" cateriniana. Caterina sente Ges
come qualcosa di pi, di ben di pi di un fal1la-
sma uscito dalle parabole di duemila anni fa.
Quello che ha fallo nella sua vita umana Egli
vuole ripeterlo fino alla fine dei tempi in coloro e
attraverso coloro che portano il Suo nome e conti-
nuano la Sua vita. Ecco il senso della cOl1linuit
tra la sua vita terrena e la nostra. Mentre Egli
cerca il suo gregge sperduto, esige da noi proprio
questo prestito di umanit in aggiunta in prosecu-
zione affinch Egli possa di nuovo percorrere il
mondo come Samarilano misericordioso, COlne
padre del figliol prodigo, come amico dei pecca-
tori, come buon pastore, come difensore degli
oppressi ed infine come annunciatore della lieta
novella.
Caterina, che ha sempre espressioni molto forti,
lancia questa esortazione che in realt uno scos-
sane: "non abbiate paura dell'ombra vostra". E
per non essere nebulosa (Caterina non mai n
retorica n vaga), precisa, incalzando i pubblici
amministratori, nella famosa lettera n. 123 ai
Governatori di Siena che tre sono i peccati fonda-
mentali dell'uomo politico e del pubblico ammi-
nistratore: evitare la contesa, rimandare la decisio-
ne e tollerare il male.
Peccati che essa riassume nel sonno della negli-
genzla.
Tremende parole di straordinaria, assolutamente
straordinaria, attualit in un clima politico dove la
decisione una chimera, il coraggio sempre per-
duto, la volont di risolvere resa evanescente.
Parole dure, come del resto queste: il timore ser-
vile iOlpedisce e avvilisce il cuore, e non lascia
vivere n adoperare come all'uomo ragionevole,
ma come animale senza aver una ragione. Veroc-
ch il timore servile esce e procede dall'amore
120
CATERINA LA SANTA DELLA POLITICA
proprio di s, noi leggiamo in Signori e in sudditi,
in Religiosi e in Secolari, e in ogni maniera di
gente; perocch non attendono ad altro che a
loro m e d e s i m i ~ Ed ancora (Ccon desiderio di
vedere di uomini virili e non timorosi governatori
della citt propria e della ciw prestata".
Tornando al primo dei brani da ultimo citati si
consideri con sufficiente forza di penetrazione lo
spirito combattivo, il grande coraggio, l'eccezio-
nale carisma, di una poco pi che vel1lenne igno-
ral1lissima creatura del Signore che afferma come
sia la omissione, la sottrazione alla battaglia per
una causa valida e san ta, sommo peccato agli
occhi di Dio oltre che grande carenza d'amore
verso i fratelli, ed ancora polverizzazione del signi-
ficato del proprio ruolo di detentori del potere
politico.
Evitare la col1lesa. In tempi di "patteggiamenti"
continui
l
di compromessi assai spesso eticamente
immotivati o invalidi, mi pare questo un testamen-
to spirituale da ascrivere a codicillo delle "Dodici
Tavole di Mos".
Della stessa falla l'idea del rinvio della decisio-
ne, ed ancora, se possibile, pi pregnante l'ulte-
riore idea del tollerare il male fondato sulla idea
debolissima del "cos fan tutti", sorta di appiatti-
mento al pi basso livello dei comportamenti
umani inseguendosi parossisticamente la moneta
meno buona anzich la moneta pi ricca, il
modello pi modesto anzich quello pi fulgido.
Il terzo dei tre messaggi contiene anche, ai diversi
livelli di consapevolezza, l'accettazione del male, e
quindi in definitiva il suo favoreggiamento, solo
perch talvolta singolarmente, il che sperimen-
tabile, torna difficile combatterlo. E qui Caterina
insorge sostenendo che se tutti o almeno se molti
facessero ciascuno la propria parte si capovolge-
121
PIERO PAJARDI
rebbero anche statisticamente e numericamente
le proporzioni sociali ed il bene avrebbe pi possi-
bilit di trionfare. AI vecchio detto evangelico per
cui i figli della legge sono meno aweduti dei figli
delle tenebre andrebbe aggiunto il concetto
secondo cui i figli della luce sono anche purtrop-
po spesso meno armati e vogliosi. Il senso del par-
ticolare, del proprio comodo, quando non del
proprio tornaconto, spesso prevale e appiattisce
ogni velleit.
* * *
Balducci afferma che ..Santa Caterina ci d nelle
sue lettere l'immagine di un "principe" nuovo nel
quale la dignit personale dell'uomo il fonda-
mento, la sicurezza e il valore delle sue abilit di
politico... Dunque dignit della persona umana
riferita al governato ma anche al governante.
Ed altra cosa assolutamente straordinaria la tra-
sposizione del rapporto tra l'etica e la politica
anche sul piano individuale. Il pensiero di l'iferi-
Inento cateriniano continua ad essere questo: ((chi
non sa governare se stesso, non pu governare gli
altri.
Insisto molLO sul punto della decisione, oggi
dIremmo del decisionismo di Caterina come dote
a lei appartenente e da lei stessa attribuita al suo
modello di uomo politico. E mi piace riferire un
brano dell'autorevolissimo Nicola Festa, per signi-
ficare come appunto la dote di fermezza (ritorna
sempre il tema della volont, della buona volont,
della volont buona, della volont ferma) pre-
sente in Caterina prima ancora che questa la attri-
buisca al suo modello di governante. Scrive il
Festa: .. Risolutezza, energia, voglia di infondere le
sue lettere e, in pari tempo, distruggere o indurre
122
C\TERINA L\ SANTA DELLA. POLITICA
a vincere gli ostacoli che l'opera del Demonio
suscita per arrestare o rallentare lo slancio
dell'anima pia verso il bene e verso l'adempimen-
LO del suo dovere. Parla dunque come figliola
devota, piena di venerazione e di tenerezza, a
colui che essa chiama "dolce Cristo in terra", ma
di tanto in tanto ella sente di parlare in nome di
Dio, a nome del Cristo crocefisso; allora la sua
parola diviene imperiosa, autorevole; non pi
quella di una figlia devota, ma s di una madre
pia, che consiglia, annuisce, rampogna, se occor-
re, un figlio non cattivo, ma tiepido, perplesso,
inquietante, l dove il dovere richiede prontezza e
coraggio. Come una madre spartana, dimostra
che i pericoli, la morte, se ci fosse bisogno, e ogni
obbrobrio deve essere affrontaLO con animo sere-
no e lieto, e tanto pi che si tratta della patria

Va da s che lo sfondo quello di un fortissimo
senso della divina e della sua presen-
za nel mondo. E questa la fonte dell'ordine uni-
versale del programma di salvezza di ogni uomo e
di tutta l'ulnanit della storia umana intera, quasi
il mistico contenitore di tutte le virt teologali e
cardinali osservando e vivendo le quali ogni singo-
lo specifico uomo ma insieme ogni societ in ogni
luogo e tempo possono realizzare il meglio della
vita umana.
in questo quadro che si inserisce per Caterina
con LOmistica lucidit il rapporto tra individuo e
societ, nella chiave della libert e della autorit
attraverso lo strumenLO del potere. Qui Caterina
raggiunge il massimo del suo senso politico al pi
alto livello teoretico. L'auLOrit viene da Dio; ogni
autorit viene da Dio. A livello orizzontale terreno
essa proviene in via immediata dallo StaLO e cio
dalla societ politicamente e istituzionalmente
123
PIERO PAJARDI
organizzata. Il potere lo strumento dell'autorit.
Occorre che l'autorit sia legittima e lecita, e
occorre che il potere sia esercitato legittimamen-
te, lecitamente e correttamente. Correttamente
vuoi dire finalizzato al bene comune universale.
Notevolissime le pagine dedicate da San ta Cateri-
na al delicato rapporto tra autorit e libert. Se
l'autorit quella vera, met strada e forse pi
compiuta nel difficile rapporto tra autorit e
libert sia personale sia collettiva. Se l'autorit
un atto di servizio per i componenti dell'autorit
politica, anche chiaro infatti che l'autorit non
deve prevaricare sulla libert. Per, di contrappo-
sto, il cittadino non pu sottrarsi all'osservanza
delle leggi e alla obbedienza al governante se
l'autorit bene esercitata e il potere corretta-
mente gestito, anche quando una parte della sua
libert sacrificata in qualit e in misura propor-
zionate e adeguate peralu'o alla necessit di realiz-
zare il bene comune.
Tale sottomissione per Santa Caterina un atto di
giustizia individuale e sociale, senza la quale
l'autorit si vani fica e regna il caos.
Non si forse detto che proprio primo compito
del governante tutelare i singoli componenti della
comunit politica, nella loro vita, nei beni della
loro vita, nei loro pi svariati diritti, ed anzi che
proprio in questo consiste la margarita della
santa giustizia))? La stessa uguaglianza legittima in
via ulteriore eticamente l'autorit e il suo eserci-
zio accresce il rispetto della libert di ogni singolo
e della sua propria dignit. In realt il principe
deve fare giustizia al piccolo come al grande ed al
povero come al ricco.
Ancora una volta pu ben considerarsi all'uniso-
no con quasi tutti i commentatori della figura e
delle opere della Santa, in sintonia anche con i
124
CATERINA L\ SANTA DELL\ POLITICA
documenti papali che la riguardano, come la fon-
dazione filosofica di Caterina sia eminentemente
tomistica, ovviamente Ineno scientificamente rico-
stituita, tna in compenso misticamente, per cos
dire, corredata. Se San Tommaso d'Aquino avesse
mai voluto desiderare un postero raccoglitore del
suo messaggio, capace di trasfonderlo in un alone
di misticislno, certamente non avrebbe potuto
desiderare di meglio. Ed certamente la Provvi-
denza che ha fatto seguire a un San Tomtnaso la
nostra Caterina. E tutti e due prepareranno altre
figure, vuoi attraverso la comunicazione culturale
e scientifica dei messaggi, come sar per Erasmo e
per Tomlnaso Moro, vuoi attraverso invece quei
misteriosi canali della vita dello spirito dove
l'uomo non pu pi conoscere e capire e domare
le susseguenze, come sar per Santa Giovanna
d'Arco.
:i: * :I:
Si iscrive qui puntualmente il senso del potere
come "servizio": nulla di pi del servizio. Chi ha
pi potere pi onerato, e soltanto onerato.
L'onore gli pu venire dal fatto e nella misura in
cui ha sentito il senso del servizio e ha esercitato il
potere con questa finalit e con questa concezio-
ne della vita e del ruolo specifico. Non solo ma il
potere come servizio deve essere alin1entato dallo
spirito di carit e deve realizzare una giustizia per-
fetta. Se queste regole fondamentali venissero
osservate, la vita politica sarebbe il perfetto con-
cretarsi di una armoniosa e costruttiva convivenza
terrena tra gli uomini. In tal modo, e questo rap-
presenta l'elemento ultrateleologieo, ogni creatu-
ra lllnana anche dalla stessa vita terrena trovereb-
be l"'humus" e l'''habitat'' in cui realizzare meglio
125
PIE.RO PAJARDI
la sua vita per la maggiore costruzione di se stesso,
per la migliore possibile condizione di esistenza,
per la salvezza dell'anima, per la gloria di Dio.
Perch questo, puntualissimamente questo, la
Santa della politica, possiamo e dobbiamo dire "la
mistica della politica", addita ed insegna: la politi-
ca, come gestione complessa di tutto il relazionale
umano nella prospettiva del governo civile della
societ, si santifica come condizione indispensabi-
le nell'esaltare la dignit dell'uomo, nel fornirgli
gli strumenti per la vita migliore possibile, nel
tutelare la sua libert, nel garantirgli la giustizia
nei contatti umani, in definitiva nel rendere que-
sto mondo il migliore possibile anche allo stesso
livello terreno. La politica quando santa, e cio
onesta, pulita, correttamente finalizzata, rispetto-
sa e fattiva, diventa il fattore imprescindibile per
cominciare gi a realizzare in questa dimensione
terrena il Regno dei Cieli.
:f: * *
Fondamentale nel pensiero di Caterina la costru-
zione positiva del modello di governante nel qua-
dro della sua concezione della societ, dello Stato
e della politica. Fondamentale perch fattore di
sintesi delle ideologie di supporto ed anche, dicia-
molo francamente, frutto di una esperienza che
essa non aveva e non poteva avere, quanto meno
frutto di una verifica altrettanto insussistente.
Prova ulteriore non soltanto pi di una scienza
infusa ma anche di una "esperienza infusa".
Qui il discorso potrebbe essere molto allargato
oltre i limiti del tema specifico di cui ci occupia-
mo. Mistica e carismatica, sta bene; e questo il
primo miracolo di Dio nei confronti della sua
Serva. Ma ci si chiede come mai lUtti stessero ad
126
C\TIIUNA L-\ SA"'tTA DELLA POLITICA.
ascoltarla invece che trallarla con sufficienza se
non quasi con sdegno come una saputella venti-
trentenne che pretendeva di insegnare ai gover-
nanti come si fa a governare. Ecco il secondo
miracolo. E poich tutti i miracoli hanno un vei-
colo umano secondo la divina saggezza, l'espe-
rienza infusa conferisce a Caterina, insieme alla
scienza infusa, il basamento della sua credibilit.
Vi sono cose che possono dipendere da un mira-
coloso utilizzo di un bagaglio filosofico infuso, ma
altre richiedono la sperimentazione vitale di fatti
consimili sulla cui stratificazione si fonda appunto
l'esperienza.
Scaturisce dagli scritti cateriniani la figura di un
"principe" in antitesi con i modelli propri del
tempo e perfino teorizzati, come quello di Nic-
col Machiavelli.
Il secondo caposaldo, gi in precedenza sotto
diversi profili richiamato, quello del fondamen-
to dell'autorit. L'autorit lo strumento morale
ed insieme tecnico attraverso il quale si realizza il
governo della citt. La politica non pu che ruota-
re come attivit attorno ad un fulcro di autorit
che si fonda su un principio di autorit. Questo
vale perfino per i non credenti, per coloro che
non accettano l'idea cristiana che ogni autorit
venga da Dio. Ma importante verificare la strut-
tura, il contenuto e soprattutto la finalizzazione
dell'autorit. L'autorit non pu che essere stru-
men to di servizio alla ci tt.
Vuoi che la si consideri, almeno "in apicibus",
proveniente da Dio stesso, vuoi che invece paga-
namente la si consideri frutto di una investitura a
livello terreno civico, l'autorit non che uno
strumento istituzionalizzato attraverso il quale si
governa un gruppo, una collettivit. Il principio
di democrazia, che comporta la partecipazione
127
PIERO Pf\jARDI
dei governati al governo, non prescinde affatto
dal principio di autorit, ma se mai lo colora di
legittimit, di trasparenza, di responsabilit, di
partecipazione nell'investitura come nella stessa
gestione.
Se per cos , appare del tutto chiaro che l'auto-
rit sottende un mandato, quello che si chiama
anche investitura, e un incarico in definitiva.
Colui che investito di autorit un mandatario
di qualcuno, cio di qualcun altro, comunque lo
si identifichi.
Ritorna qui l'espressione tenerissima, assoluta-
mente esclusiva e originale, di Santa Caterina,
della "citt prestata", a significare che il governo
della citt non per il governante un fatto auto-
nomo e fine a se stesso; non nasce dal puro fatto
storico o da un atto di forza. La citt viene "presta-
ta", e cio affidata per incarico, al governante, il
quale esercita la sua autorit mai per s ma solo
per quella entit, appunto la citt che gli viene
affidata, in definitiva per il popolo, che costituisce
il fattore istituzionale cio politicamente organiz-
zato, appunto la citt.
Da queste affermazioni nascono corollari di
straordinaria importanza e che solo in questi ulti-
mi tempi storici si sono autenticamente scoperti.
L'autorit deve essere legittima. Il potere, che lo
strumento con cui l'autorit si realizza, deve esse-
re a sua volta legittimo nel titolo cio in quanto si
radica su un'autorit legittima, ed ancora lecito
nei mezzi con cui si esplica, ed ancora corretto
cio finalizzato al bene comune. Per non dire poi
del rendiconto permanente verso il mandante da
parte del governan te mandatario. Per non dire
ancora della responsabilit del detentore del pote-
re, cio dell'investito dell'autorit nei confronti
della citt.
128
CATEIUNA LA SANTA DELL\ POLITICA
:I: ',' *
Ma quali sono, tutto ci premesso, le caratteristi-
che personologiche del governante, cio
dell'uomo pubblico, o dell'uomo politico, o
dell'uomo comunque che esercita un potere pro-
prio dello Stato in senso lato, e ricomprendendo
tutte le tipologie della vita pubblica? Caterina
comincia con lo stigInatizzare un difetto molto
diffuso e cio l'amore proprio di s" parallelo al
timore servite, inteso il primo COIne la schiavit
dell'uomo alle proprie disordinate passioni, il
secondo come sudditanza di con10do verso altri.
Insomma la prima vera libert la libert da se
stessi, cos come parallelamente la prima capacit
di governare si sperInenta su se stessi. In fondo
anche il difetto di libert dagli altri, centri di pote-
re, gruppi di pressione, pOlenti della polilica o
delI'econoInia e via dicendo, si traduce in un
difetto di libert da se stessi, perch ci da cui
non ci si scioglie il legame o di timore o di
preoccupazione o di interesse appunto con
l'esterno da s.
Anzi la politica, proprio per la sua poliedricit e
per la polivalenza dell'attivit che immette l'uomo
polilico, inteso sempre come uomo pubblico,
nella socialit, finisce per evidenziare pi di ogni
allra attivit i difetti dell'uomo, segnatamente
quello indicato. E cos ogni errore o difetto o pec-
cato si traducono in una ingiustizia sociale perch
riverberano il loro danno sulla collettivit o su un
membro di essa,
Caterina ripete di frequente le espressioni UOIno
forte e buono", uomo virile, e spesso sembra
privilegiare le componenti della volont rispetto
alle altre componenti della persona del governan-
te. La forza della volont e la tenacia devono
129
PIERO PAJARDI
diventare inesorabili in particolare nella lotta con-
tro il male per l'affermazione' e la conquista del
bene.
Ma il dominio totale di s non raggiungibile da
parte del governante se non attraverso il pieno
((conoscimento di sb.: ritorna la sensibilit misti-
ca. Non si u'atta di conoscere, o di conoscere se
stessi. Nel conoscere a fondo se stessi si verifica la
creatura che siamo, creata e ricreata in ascesa,
redenta da Dio per impulso d'amore. Conoscersi
vuoi dire identificare i propri limiti, il divario tra
ci che siamo e ci che dovremmo essere, l'ulte-
riore divario rispetto all'infinito amore di Dio
creatore e pantocratore. Conoscersi un risco-
prirsi come punto di partenza per il costruirsi, O
meglio per finire di costruire quella creatura base
che Dio aveva gi creato. E ci che noi moderni
chialniamo la realizzazione di s.
* * *
Ma l'uomo politico oltre che uomo forte deve
essere anche uomo paziente, credente, temperan-
te. Solo allora in lui rilucer la margarita della
giustizia con vera umilt e ardentissiIna carit),.
Ancora una volta giustamente la Balducci fa
osservare che Santa Caterina non d alla pazien-
za il significato politico di saper attendere e tem-
poreggiare; questa pazienza non solo una virt
morale, perch anche un'arte politica e diplo-
matica. La pazienza cateriniana un atteggia-
mento interiore dello spirito che d la capacit di
sostenere con dolce fortezza, fondata sulla
dimenticanza di s, ogni pena, tormento e tribo-
lazione. E cosi l'uomo di potere non deve pensa-
re di trovare in esso ((diletto o riposo), ma deve
sapere che trover dolore, perch v' in esso
130
CATERINA LA SANTA DELL>\ POLITICA
potere tanta imperfezione e inquiete".
Insomma per Caterina il governo della cosa pub-
blica una vera e propria croce da "sostenere", e
se non c' vocazione per questa missione, allora
assai bene che il singolo soggetto si astenga da
questa aspirazione e si dedichi pi proficuamente,
anche in senso morale, a cose ed ad attivit priva-
te. D'altra parte per Santa Caterina non rilevan-
te il successo esterno per la realizzazione compie-
ta del singolo governante. Importa vivere etica-
mente e operativamente e diremmo professional-
mente in modo valido la vita e l'attivit del gover-
nao te. II successo pu essere un coronamento ma
non il metro clei meriti del governante stesso.
Anzi, il principe ideale di Caterina non affatto,
come comunemente si intende, colui che sa man-
tenersi al potere, magari a tutti i costi; ma colui
che sa essere grande davanti a Dio nella sua perfe-
zione morale e nell'azione che esercita sulla col
lettivit. proprio qui il vantaggio della comunit
politica: essere governata da un principe comples-
sivamen te valido, clopo di che le disgrazie della
vita collettiva, come una guerra o una carestia,
possono anche disu'uggere nel concreto i van taggi
di un siffatto valido governo. Ed grande anche il
principe che piuttosto che rinunciare alla sua
identit, cos come eticamente costruita, e ai suoi
principi, perde il potere. Machiavelli in realt
insegna al suo principe a saper commettere il
male per conservare il potere, ma Santa Caterina
insegna a saper perclere lo stato cii principe per
restare fedeli socraticamente alle
Ecco dunque scolpito il santo della politica,
un santo cui viene richiesto eroismo cristiano. E
certo solo la grazia di Dio pu assisterlo ed aiutar-
lo in una intrapresa cos faticosa e difficile.
E d'altra parte non forse vero che prati-
131
PIERO Pr\JARDI
ca di ogni individuo dipende dalla sua personalit
morale ed in fondo altro non che l'applicazione
nelle opere, e ancor prima nelle azioni, in genera-
le nella vita relazionale, della concezione che egli
ha di Dio, del mondo, della vita terrena e della
vita ultraterrena? E naturale che ci sia ancora
pi accentuato per l'uomo pubblico. Inutile gri-
dare allo scandalo dell'utopia, ch tutta la comu-
nit ha bisogno di uomini savi, maturi e discreti e
di buona coscienza), ed ancora di uomini che
siano leali e veritieri con i cittadini.
Nota mistica: l'uomo pubblico ha una quota di
responsabilit, nella proiezione finale della sua
azione in ordine alla salvezza eterna dei suoi
governati. Siamo al limite massimo tlInanalnente
concepibile della mistica della politica.
Questo il "cantico" sublime che nessuno aveva
mai potuto o saputo tessere sia sul piano teoreti-
co, sia su quello giustificativo razionale, sia su
quello operativo pratico. A questo cantico si rifa-
ranno i successori spiIituali di Santa Caterina da
Siena, fra i quali mi piace citare per tutti San
Tommaso Moro, il quale forse mentre saliva le
scale del patibolo ha pensato a Caterina, ma certa-
mente vi ha pensato in tutte le infinite cose che
ha gestito nel quotidiano della sua vita di Lord
Cancelliere d'Inghilterra.
:I: :I: *
Non darei onestamente eccessivo peso ad una
affermazione di Felice Battaglia, secondo cui per
Caterina, sul piano di una lettura compiutamen-
te religiosa, la politica non pu essere che nega-
tivit da espungere", o almeno realt da subordi-
nare ai valori eminenti della salvezza della vita
eterna. Lo stesso autore infatti in un momento
132
C-\TERIN.-\ LA ....:\i\'TA DELLA. POLITICA
successivo e con grande vigore ricostruisce il
senso mistico della politica nella Santa.
Il punto di partenza, anche secondo il mio parere,
quello del "superamento", nel senso pi volte
ortodossamente precisato, delle stesse tre virt
teologali. AI di l di tutto, ben al di l di tutto, il
mistico, e quindi anche il mistico della politica,
un cantore della gloria di Dio. Tutto di lui e della
sua l'ila ha questa funzione. Il che non minimizza
la vita terrena ma anzi la esalta. Eppure l'uomo
non pu pretendere di essere di alcuna utilit" a
Dio e la apparente contraddizione si risolve ap-
punto sul piano mistico.
Ecco perch Ges ha tanto insistito nel predicare
l'amore operoso verso il prossimo e segnatamente
nel puntllalizzare che l'uomo deve l'edere nel
prossimo Dio stesso. Con ci si raggiunge il massi-
mo livello di misticismo della stessa carit: non
potendo fare nulla di concreto per Dio l'uomo gli
tributa il suo amore operoso dedicandolo a lui ma
indirizzandolo triangolarmente verso il prossimo
in suo nome. La politica il terreno ideale per
questa tematica relazionale.
Ed puntualmente l'amore del prossimo che
induce Caterina ad entrare nel mondo per vince-
re il mondo, per far si che il famoso conoscimen-
to di s.. si generalizzi, si approfondisca, si realizzi
in un equilibrio interiore, piedistallo ideale nel
rapporto tra uomo e Dio. e consegue a livello
sociale che tUlti gli uomini nelle organizzazioni
umane, in cui vivono ed operano, si armonizzino
e concordino auto-ordinandosi in funzione di
Dio. Sta propriamente qui il profilo sotto cui la
Santa vede la politica. Non come attivit in s
compiuta, per usare un'espressione propria del
Battaglia, volta esclusivamente ai fini di questo
mondo, ma come attivit "in fieri", incompiuta
133
PIERO PAJARDI
ma tendente a compiersi, ed a compiersi attraver-
so la mistica sempre pi perfetta che garantisce il
raggiungimento e perfino il superamento delle
virt teologali.
=I: :I: :I:
Caterina insiste moltissimo nelle sue lettere e
anche nei dialoghi sul concetto di "conoscimen-
to", talvolta specificato come di s o come di Dio.
Riprendo il tema nella proiezione politica. Quasi
tutti i commentatori insistono concordemente
sulla necessit di attribuire a questa espressione
qualcosa di pi concettoso, penetrante e comples-
sivo di una lnera attivit di conoscenza, di accerta-
mento, di consapevolezza, Non va dimenticato
che Caterina una tenera "fabbricante" di espres-
sioni che non erano soltanto neologismi del suo
tempo ma che sono rimaste anche e tuttora di
esclusiva ed originale paternit sua. Coscienza?
Autocoscienza? Ma dobbiamo andare ancora oltre
su un piano che superi nettamente quello della
pur pi profonda consapevolezza; Su un piano
che valichi la qualit della mera fotografia della
personalit.
Caterina intende quasi certamente la scoperta
della vera profonda identit, la quale scoperta
esige poi la coscienza della stessa, ma che in defi-
nitiva ipoteca una attivit personale creativa che
"realizzi" quella identit. Quindi un accertamento
strumentale per capire le radici profonde della
divinit di Dio come della umanit-divint di
Ges, come della umanit dell'uomo; e il tutto
per realizzare corretti rapponi e per trarne conse-
guenze le pi terminali e coerenti.
Nulla a che vedere con la concezione rinascimen-
tale, cui reagir poi e quasi nello stesso senso
134
CATERINA LA SANTA DELLA POLITICA
Gerolamo Savonarola. Non gi un antropocentri-
smo bens un cristocentrismo, e,attraverso questo,
un teocentrismo. Eppure un fortissimo senso
della vita terrena e delle opere della vita terrena.
Come ho gi detto, il misticismo di Caterina si
specializza proprio in questa valutazione del terre-
no, il quale ha gi un fine in s, anche se non il
fine ultimo che non pu che essere fuori di s.
Non vi dubbio che dirigere la vita degli uomini
comporti impegni cos alti che condurre una tale
politica da santi impresa ardua. Tanto ardua che
non vi riesce neppure la Chiesa del tempo di Cate-
rina che vive ed opera in un mondo spirituale, taI-
ch il potere inquina anche la sua organizzazione.
E non si pensi, per concludere, che il misticismo
riduca o addolcisca la forza delle idee fortissime
di Caterina. Alla stessa pace essa riguarda come a
qualche cosa che non pu prescindere dalla giu-
stizia. La pace senza la giustizia non vera pace;
soltanto una situazione amorfa anche senza vio-
lenza evidente. Cos come Caterina insegna che
occorre avere grande capacit di autodetermina-
zione, grande fermezza nelle decisioni, grande
forza nella realizzazione della propria volont
politica una volta correttamente formatasi. Il chi-
rurgo che con decisione affonda il bisturi l'otti-
mo chirurgo se intrinsecamente l'intervento
buono, mentre da deprecare colui che tentenna
per prudenze eccessive e per sbagliate ideologie e
sensibilit incruente.
Caterina concluder il suo cantico con un testa-
mento spirituale di tale fattura che ci fa dire che
esso non poteva che appartenere a Dio, fermo il
merito di Caterina per aver aperto il suo cuore
allo spirito Santo ed essere stata, come Maria, la
consenziente, docile e forte, fedele e sicura, stru-
mentazione della Divina Volont.
135
!lIERQ Jlj\JARDI
Per completare il tema assai complesso della vita
politica, non si pu fare a meno di sviluppare un
breve cenno ad un atteggiamento che Santa Cateri-
na esprime in tema di pace e di guerra. Da una
Santa siffatta UIttO ci si potrebbe aspettare fuorch
un atteggiamento che oggi definiremmo con una
vena critica di "pacifismo". Caterina certamente
non impugna la spada come Giovanna, ma si sa
come la parola sia spesso anche pi tagliente della
spada. Non solo ma essa incita laddove vi sia una
gius"l causa e non vi siano altri mezzi per realizzare
la tutela dei diritti umani fondamentali con1pressi;
incita ed esorta alla misura estrema della guerra.
La vita senza dubbio un bene grandissimo, ma
non il pi grande; il pi grande la fede. Ed
ancora la giustizia, per la quale infatti si pu ed in
certi casi si deve saper rinunciare alla vita. Per non
dire del bene sommo della pace fondato sulla giu-
stizia, su quella giustizia che a sua volta garantisce
la libert e assicura il bene comune.
Non dunque un atteggiamento n bellicoso n
belligerante, neppure in senso potenziale, quello
che Caterina coltiva. soltanto una filosofia pano-
ramica e complessa che tende a mettere ogni
bene ed ogni valore al giusto posto.
La prudenza e il contenimento con cui poi si
esprime e si muove sono sicuri contorni di un
atteggiamento che altrimenti potrebbe essere da
qualcuno frainteso. Essa infatti afferma che per
mantenere una pace vera il principe cristiano
deve essere anche pronto a saper eroicamente
subordinare certe aspirazioni nazionali pur giuste,
certi allargamenti territoriali, pur non iniqui,
all'interesse comune dell'umanit. Ed anche,
quando l'incertezza dell'esito e il danno comune
fossero di gran lunga maggiori dei vantaggi che si
possono aspettare da un conflitto armato, come
136
CATERINA L\ SANTA DELL\ JlOLITICA
ulterionnente sintetizza la Balducci, si deve saper
rinunciare mOIl1entaneamenle alle pur giuste
rivendicazioni. E cos rinunciare alla popolarit
per evitare una guerra avventata, attendere il
momento opportuno per riguadagnare con i
negoziati quello che stato in precedenza perdu-
to, riconoscere i torti propri e del proprio popolo,
infine stendere la mano al nemico quando si
possa e quando occorra, dilnenticando il tono
ricevuto per il bene dei popoli e la gloria di Dio.
in questo quadro generale che si inserisce
l'amore di patria di Santa Caterina, che le fTutter
la elezione a Patrona Generale dell'Italia. Ancora
una volta, con lungimiranza politica autentica-
mente miracolosa, essa esprime il desiderio di
"pacificare tutta Italia l'un con l'altro... questi
nostri italiani ... l'_ Essa esprime in pi occasioni
con ardore che commuove l'aspirazione di dare
ula pace e l'unione a lutto il Paese".
Si badi bene, essa non esclude la disparit di opi-
nioni, il pluralismo culturale ed ideologico, quel-
lo che oggi diremmo partitismo sia pure in senso
buono. Ma predica la tolleranza, la sostanziale
unit, la capacit di superamento delle divisioni
per realizzare i denoIninatori comuni.
E al di sopra dell'amore di patria Santa Caterina
pone l'amore per l'umanit intera, giungendo a
dire, cosa per allora incredibile, che ogni uomo di
Stato in qualche modo e misura, responsabile
anche del bene e del male delle altre Nazioni.
Forse a questa stregua Santa Caterina da Siena
meriterebbe la elezione a Patrona della umanit
intera e specificamente della istituzione, quale
l'Organizzazione delle Nazioni Unite, che racco-
glie politicamente tutti gli Stati del mondo.
lo qui formulo a gran voce questo auspicio.
137
PIERO P ~ J R D I
:I: * *
Molto acutamente il Rapisardi Mirabelli pone in
evidenza la forza speculativa del pensiero di Cate-
rina, ancora una volta saldamente fondato su
quello tomistico, in ordine alla giustificazione
della guerra, quando questa sia condotta per la
difesa, per la opposizione alla aggregazione, e
condotta con mezzi e modalit corretti, oltre che
naturalmente dichiarata da chi ne ha il potere
legittimo.
Etica individuale ed elica sociale non sono in con-
trapposizione: la prima si snoda sul principio
della legittima difesa e la seconda nella pi pro-
pria chiave politica su una mera dilatazione quali-
l3'tiva e quantitativa dello stesso principio.
E come se l'aggressore ucciso dall'aggredito si
uccidesse da s, perch lui stesso la causa di
quella azione illecita che non pu e non deve
essere assorbita dall'aggredito.
Lo stesso messaggio dell'offrire l'altra guancia,
che peraltro va opportunamente interpretato in
un contesto generale del pensiero di Ges, pu al
massimo costituire comportamento vittimale
opzionale del singolo soggetto quando non derivi
danno ad altri; ma mai pu rappresentare una
linea politica per un governante che deve invece
preoccuparsi dei destini e delle vite umane che
dipendono dalla sua scelta. Insomma non si pu
"far pagare" ad altri inermi ed innocenti la scelta
sacrificale propria, ma anzi il dovere di solidariet
quando si sposa al dovere di protezione esige se
mai l'olocausto di s in difesa dell'aggredito. In
questo senso anche le ultime indicazioni pontifi-
cie (1992).
138
CATERINA LA SANTA DELLo\. POl.ITICA
:I: :I: *
Si parlato di Caterina, come ho gi detto, come
temperamento "belligerante". indubbio che per
Caterina, e proprio nella sua chiave mistica, non
sono la pace o la guerra valori da ritenersi assoluti
bensi come sempre la gloria di Dio.
Una pace priva di valori anche peggiore di una
guerra carica di valori pur opinabili; figuriamoci
poi rispetto ad una guerra "giusta" o addirittura
"santa" come quella fatta per rivendicare con le
crociate la libert dei pellegrini cristiani in Terra
Santa.
In relazione con ci, ed in perfetta coerenza, va
certamente messo in luce il suo amore per la fer-
mezza, per la determinazione, diremmo oggi per
la decisione. Ed anche la sua passione per espri-
mersi con forza e franchezza nei giudizi di valore
su fatti e su persone.
Ricorre continuamente nelle sue lettere una serie
di sostantivi e di verbi "forti".
IIVi impongo), {(esigo)), (Inon mi aspetto da voi di
meno. Espressioni usate nei confronti di nobili,
cii monarchi, cii personaggi molto altolocati.
Talvolta Caterina usa persino espressioni a clir
poco anticliplomatiche, fino a clire cii alcuni prela-
ti scismatici e corrotti che erano come sacchi
putricli di rifiuti. Il MeaLtini ha identificato una
lettera in cui ricorre per ben tredici volte il verbo
"voglio".
Si gi cletto clelia profoncla convinzione cii Cate-
rina in orcline alla sussistenza ciel libero arbitrio
nell 'uomo e alla sua piena e totale responsabilit
per le sue azioni, soprattutto per le opzioni foncla-
mentali. Somma libert e somma responsabilit.
Ma anche qui la sublimazione cii questa libera
volont si iclentifica nella sua tenerissima e pur
139
PIERO P'\IARDI
fortissima concezione clelIa volont come una
unica arma dell'uomo per difendersi dal Demo-
nio e dalle tentazioni che sono nel mondo e sono
in se stesso. Qui sta il senso pi profondo della
sua "belligeranza", e del suo continuo esortare
tutti a non dormire. a non restare passivi, a non
assopirsi: ritorna l'oelio cateriniano per il sonno
della negligenza che esattamente lo stato di spi-
rito contrario a quello che la Santa vagheggia.
140
SECONDA PARTE
IL MESSAGGIO POLITICO CATER1NIANO
DELLE "LETTERE" E DEL "DIALOGO"
PREMESSA
Le opere di S. Caterina da Siena che pi intensa-
mente esprimono un messaggio sul piano politico,
etico, giuridico, teologico e sociale sono le "Lette-
re" e il "Dialogo della Divina Provvidenza", essendo
le altre pi improntate a meditazione generale, a
riflessione ed a preghiera. Come gi detto in pre-
messa, mi sono servito per la prima opera del testo
curato dal Prof. D. Umberto Meattini per le Edizio-
ni Paoline di Milano, con lodevole accurata revisio-
ne anche letteraria; per la seconda opera mi sono
servito del testo revisionato dal Padre Enrico da
Rovasenda per la Casa Editrice Boria di Torino,
anche questo con grande risultato di comprensibi-
lit concettuale e letteraria.
Volendo e dovendomi circoscrivere ad un tema
molto specifico, per quanto a sua volta generale
data la missione preminente della Santa, ho dovu-
to fare scelte arbitrarie per evitare quelle forme di
miscellanee che altri hanno tentato, e che a mio
awiso hanno finito per disperdere il lettore non
addetto ai lavori. Anche la stessa suddivisione in
funzione o storica o di categoria sociale dei desti-
natari od altro ancora mi parsa eli scarsa utilit
per il problema metodologico e contenutistico
prefissomi.
Non mi restava che il criterio dei contenuti, suddi-
videndo idealmente il tema in tanti sottotemi in
funzione della specificit della esortazione o
143
PIERO Pr\IARDI
dell'insegnamento o della allocuzione. Ci ha ine-
vitabilmente comportato una difficolt a distin-
guere neltamente tra un sottotema ed un altro. Vi
sono ineluttabilmente punti di contatto non divi-
sibili e quindi elementi e passaggi ritornal1li, e
d'altra parte un sistema di rinvii avrebbe reso fasti-
diosa la lettura.
Questo il punto su cui, pi che per ogni alu'o,
chiedo scusa al lettore, al quale peraltro non far
dispiacere trovarsi almeno suddivisa, sia pure per
approssimazione, la grande materia dell'immenso
messaggio caleriniano con una coagulazione spe-
cificizzante di temi particolari.
144
CAl'rrOLO SESro
LA CITT PRESTATA
6.1. 7sl,i
Lellem n. 68
A modom", Belledella, donna chefi' di misser Bocchino
de' Belforti da Vol/enn.
Confonalevi dunque, poich non l'ha falla per dan'i
mone, anca per dalvi "ila, e per consen'afVi la sanit. E
per io vi prego per l'amore di quello dolcissimo e
abbondantissimo Sangue, il quale [u sparto per nostra
redenzione, acci che la volont di Dio sia piena in voi,
e acci che queste amarifudini tutte tornino in vostra
santificazione: s, come vuole la volont di Dio, voi in
verit vi vestiate della virt della pazienzia come detto .
E non voglio, che pensiate nel vostro figliuolo che v'
rimaso, come cosa vostra, per che non vostra (anca
saremmo ladri); ma come cosa prestata usare a vostra
necessit. Sapete bene, che egli cos; per che se
russe vostra, noi la pou-emo tenere, e usare secondo la
nostra volont<.; ma perch prestata, conviencela ren-
dere secondo il piacere dei dolce Maestro della verit,
il quale donatore e facitore di luHe quante cose che
sono.
LeI/era n. 116
A mon.na PanlfL5ileo, donna di Rnnuccio da Famese.
Adunque, carissima suora, aprite l'occhio dell'intellet-
to, e amate il vostro Creatore e ci che lui ama, cio la
145
PlERO PAJARDI
virt, e singolarmente la pazienzia, con vera e perfetta
umilt, non reputandovi alcuna cosa; ma solo rendere
onore e gloria a Dio; possedendo le cose del mondo, e
marito e figliuoli e ricchezze e ogni alu'o diletto, come
cosa prestata, e non come cosa vostra. Perocch come
gi detto , vengono meno; e non le potete tenere n
possedere a vostro modo, se non quanto piace alla divi-
na Bont di prestaIV'ele. Facendo cos, non vi farete Dio
de' figliuoli n di alcuna altra cosa; anca, amerete ogni
cosa per Dio, e fuora di Dio non cavelle; e spregierete
il peccato, e amerete la virt. Levate, levate l'affetto e 'l
desiderio vostro dal mondo, e ponetelo in Cristo croci-
fisso, che fermo e stabile, e che non viene mai meno,
n vi pu esser tolto se voi non volete. Non dico, per,
che voi non stiate nel mondo o nello stato del matri-
monio pi che voi vogliate, n che voi non governiate i
vostri figliuoli n l'altra famiglia secondoch vi richie-
de lo stato vostro: ma dico che viviate con ordine, e
non senz'ordine. E in ci che voi fate, ponetevi Dio
dinanzi agli occhi; e state nello stato del matrimonio, e
andate con timor santo e come a sacramento. E avere
in riverenzia e' comandamenti della santa Chiesa,
quanto egli possibile a voi. E li figliuoli, notricarli
nelle virt e nelli santi comandamenti dolci di Dio:
perch non basta alla madre e al padre di nou'icargli
solamente il corpo; ch questo fanno li animali, di
notricare e' suoi figliuoli: ma debbe notricare l'anima
nella Grazia, giusta il suo potere, riprendendoli e casti-
gandoli nelli difetti che commettessero. E sempre
vogliate che usino la confessione spesso, e la mattina
odano la Messa, o almeno li d comandati dalla santa
Chiesa. E cos sarete madre dell'anima e del corpo.
San certa che se averete vero cognoscimento di Dio e
di voi, cadetto , voi 'I farete: perocch senza questo
cognoscimentQ noi potrete fare.
Lellera n. 123
Ai signori difensori della cill di Siena.
E male posseder la cosa prestata, se in prima non
governa e signoreggia se medesimo. Signoria prestata
146
CATEIUNA LA SANTA DELLA POLITICA
sono le .signorie delle cittadi altre signorie temporali,
le quaiI sono prestate a nOI e agli altri uomini del
mondo; le quali sono prestate a tempo, secondo che
piace alla divina bont, e secondo i modi e i costumi
de' paesi: onde o per morte o per vita elle trapassano.
Sicch per qualunque modo egli , veramente elle
sono prestate. Colui che signoreggia s, la posseder
con timore santo, con amore ordinato e non disordina-
to; come cosa prestata, e non come cosa sua. Guarder
la prestanza della signoria che gli data, con timore e
riverenzia di colui che gliela di. Solo da Dio l'avete
avuta; s che quando la cosa prestata c' richiesta dal
Signore, ella si possa rendere senza pericolo di morte
eternale. Or con uno, dunque, santo e vero timore
voglio che voi possediate.
Letiera n. 1 71
A Nicol Soderini di Firenze.
Or che peggio potiamo avere, che esser privati di Dio?
Bene potremo avere assai legame; e, fatta lega, legati
con molte citt e creature; che, se non c' il legame e
l'adiutorio di Dio, non ci varr nulla. Sapete che in
vano s'affadiga colui che guarda la citt, se Dio non la
guarda.
6.2. Nola
Il termine "Citt prestata" assolutamente insoli-
to per i non addetti ai lavori cateriniani, pur se
coltissilTIi, ed invece teneramente conosciuto e
coltivato dagli appassionati studiosi di S. Caterina
da Siena. Si tratta di un'espressione quanto mai
semplice, vorrei perfino dire domestica, eppure
estremamente espressiva. Un'espressione in cui si
colloca sostanzialmente tutta la teologia della poli-
tica secondo la concezione cateriniana.
147
PIERO Pt\IARDI
Sembra di poter immaginare la Santa come un
personaggio fone e altissimo che punta "indice
contro i governanti, ma non tanto per accusarli,
bens per esortarli a capire e a ricordarsi una idea
essenziale: la "Citt", cio il potere civico, non
dala a loro per loro stessi; essa invece data loro
"in prestito" perch ne facciano buon governo
cio esercitino correttamente e awedutamente il
potere, per il servizio in favore dei governati e
cio per la utilit di questi ultimi. Non quindi un
fatto arricchente ma un fatto responsabilizzante.
Caterina cosi convinta di questa idea fondamen-
tale di tutto il suo pensiero, che estende l'ideolo-
gia a lUtto ci che all'uomo proviene nell'arco,
nei tempo e nell'economia della sua vita. Persino
un figlio non dato all'uomo da Dio per se stesso,
ma gli viene "prestato" con l'altissima missione di
servire alla causa della sua crescita per farne un
uomo il pi possibile perfetto.
Ogni cosa insomma, .. le cose dei mondo, il mari-
lO, i figliuoli e ricchezze e ogni altro diletto",
data all'uomo come mandatario. Come l'uomo
non nulla di per s e non possiede nulla, cos
tUllO ci che lo in quanto lo pu diventare, e
lo pu diventare realizzando se stesso; e cos ci
che gli viene affidato come strumento della sua
vita serve in quanto venga oculatamente utilizzato
per la sua viu') nella protensione verso il prossimo,
gli altri, la societ.
Discorso fortissimo per lUtti, ma straordinariamen-
te fone per gli uomini pubblici, cosiddetti gover-
nanti a tutti i possibili livelli e a tune le possibili
del governo della pubblica cosa. Alla quale
va sicuramente assinlilata la cosa privata special-
mente se ha una dimensione collettiva. o sociale.
stato giustameme dello che Caterina, di forte
ed evidente formazione tomistica, ovviamen te
148
CATERINA LA SANTA DELL\ POLITICA
plU intuitiva che scientifica, e gi questo un
grandissimo miracolo. Essa intuisce le verit pi
di quanto ne dimostri o ne strutturi il fondamen-
to teoretico. Ma la Divina Provvidenza non aveva
bisogno di una Catelna teologa e filosofa, mentre
sapeva quanto preziosa fosse una figura capace di
una fone esortazione e quindi di una incidenza
quasi violenta nello spirito degli uomini del
tempo. Essa parla addirinura di .. signorie delle
cin... le quali sono prestate a tempo, secondo
che piace alla divina bont, e secondo i modi e i
coslUmi dei paesi, onde o per mone o per vita elle
Cotne non vedere, anche su] piano
del linguaggio, una felice ottimizzazione del rap-
parlo tra cielo e terra, vita trascendente e vita ter-
rena, Dio e Cesare? Come non intravedere una
profonda convinzione democratica. sia pure in
senso assai IalO come riconoscimento del diritto
naturale di ogni popolo di scegliersi i governanti
secondo i propri costumi, propri e del proprio
tempo? Ancora si pensi e si provi la tenerezza che
suscita l'espressione "Colui che signoreggia s, la
(citt) posseder con timore santo, con amore
orclinato e non disordinato, come cosa prestata, e
non come cosa sua,>. Lungi dal voler ridurre ed in
definitiva imlniserire un messaggio tanto forte
riconducendolo, anche solo come spumo tempo-
rale negativalnente esaltativo, ai tempi calamitosi
che investono questo momento storico delle
societ civili, ed in particolare di quella italiana, in
questa fine del secondo millennio dopo Cristo,
proclamo che il messaggio, universale ed estem-
poraneo, rappresenta la base fondamentale di
una essenziale etica della politica e pi in genera-
le del pubblico potere. Tanto pi che, con grande
senso di realismo, Caterina si preoccupa di evitare
un equivoco, e che cio si possa pensare eli lei che
149
PIERO PAJARDI
disistima le cose temporali. Non cos, sembra
gridare a gran voce, perch dovremmo conclude-
re che Dio ci ha offerto cose di per s non buone,
sia materiali sia spirituali, come il potere. invece
il cattivo uso, la loro mitizzazione, l'incapacit
di capire che esse sono un peso e non gi un van-
taggio, un motivo di responsabilit e non una
locupletazione: questo quello che rovina il
governante, il quale, anzich sentirsi meno degli
altri, finisce per sentirsi pi degli altri, e non capi-
sce appunto questa estrema e pur semplice verit:
e cio che la citt gli stata prestata perch ad
essa renda un servizio maggiore degli altri, quale
agli altri non poteva essere richiesto avendo lui e
non altri i talenti necessari, o tali ritenuti.
E quale l'esperienza storica di millenni e millen-
ni di vita dell'umanit, ai livelli pi elevati ed este-
si come a quelli pi piccoli modesti ed individua-
li? Forse non abbiamo sbagliato tllllO ma certo
abbiamo sbagliato molto, specialmente dopo due-
mila anni di cristianesimo.
150
CAPITOLO SETflMO
IL SONNO DELLA NEGLIGENZA
7.1. 7sli.
Lellera n. 85
A Pielro di 71I/.1Ilaso de' Ba'rdi de Fiume.
E quello che non fusse stato fatto per lo tempo passato,
io voglio che si faccia per lo presente. E non aspellale
il tempo a cercare la salute VOSUd, per che il tempo
non aspetta voi; e per non dovete aspetLar lui, facen-
do come 'I corvo, che dice cm cra. Cos c' perdiLOri del
tempo sempre dicono: domane far. E cos si trovano
giunti alla morte, e non se n'avveggono.
Lellera n. 88
Ad Angelo Ricasoli Vescovo di Fiorenza.
Non vorrei dunque, carissimo, rcvcrendissirno e dolcis-
simo Padre in Cristo Ges, che quesLO addivenisse a
voi, ma pregovi che siaLe pastore verO,a ponere la vila
per loro. E per dissi, che io pregavo e desideravo con
grande desiderio che vi levaste dal sonno della negli-
genzia; perocch chi dorme, non vede e non sente. E
egli bisogno di molto vedere, molto sentire; perocch
avete a rendere ragione di loro, e sete in mezzo de'
nemici, cio del corpo, del dimonio, e delle delizie del
mondo. La necessit della vostra salute m'invita a
destarvi, e col lume seguitare la vita e li santi modi de'
veri pastori. adunque a questa dolce madre
della carit, la quale vi torr ogni timore servile e ogni
151
PIERO J':\JARDI
freddezza di cuore, e daravvi fortezza e larghezza e
libert di cuore. Perocch Dio carit: e chi sta in
carit sta in Dio e Dio in lui. Adunque, Padre, poich
abbiamo veduto che la carit fortifica e tolleci la debi-
lezza, e li nimici sono molti e ci assediano; non da
indugiarsi a intrare in questa fortezza, seguitando la via
della verit e degli altri pastori. Non aspettate il d di
domane; ma pregavi per l'amore di Cristo crocifisso, vi
rechiate innanzi la brevit del tempo, perocch non
sapete se averete il d di domane. Ricordavi che voi
dovete morire, e non sapete quando. Non dico pi,
Padre, se non che perdoniate a me misera miserabile.
LeI/era n. 114
Ad AglZoLino di Giovanni d'AglZo/ino di, SaLilllbeni da
Siena.
Al nome di Ges Cristo crocifisso e di Maria dolce.
Carissimo figliuolo in Cristo dolce Ges. lo Catarina,
serva e schiava de' senri di Ges Cristo, scrivo a voi nel
prezioso sangue suo; con desiderio di vedenri vero com-
battitore, e non schifare i colpi come rane il vile cavalie-
re. Figliuolo mio dolce, noi siamo posti in questo campo
della battaglia; e sempre ci conviene combattere, e
d'ogni tempo e in ogni luogo noi abbiamo c' nimici
nostri, e' quali assediano la citt dell'anima; ci sono la
carne con lo disordinato diletto sensitivo, 'I mondo
coll'onore e con le delizie sue, e il dimonio con la sua
malizia. Il quale, per impedire il santo desiderio
dell'anima, si pone con molti lacciuoli, o per se medesi-
mo, o col mezzo della creatura in su la lingua de' senri
suoi facendo parole piacentiere e di lusinghe o di
minacce o di mOlmorazioni o d'infamie: e questo fa per
contrist..tre l'anima e per farla venire a tedio nelle buone
e sante operazioni. Ma noi, come cavalieri virili, dmria-
ma resistere, e guardare questa citt, e serrare le porte
de' disordinati sentimenti. E ponere per guardia il cane
della coscienzia sicch, quando il nimico passa, senten-
do, gli abbai; e cos dester l'occhio dell'intelletto, e
veder se egli amico o nimico, cio o vizio o vin, che
passi. A questo cane si conviene dare bere e mangiare:
bere se gli comriene dare il sangue, e mangiare il fuoco,
152
CATEIUNA 1.-0\ SA1\'T:\ DEIL\ POLlTIC\
acci che si levi dal freddo della negligenzia; e cos
diventer sollecito. A te dico, figliuolo Agnolino, dgli
mangiare a questo tuO cane della coscienzia fuoco di
ardentissima carit, e bere del sangue dell'Agnello
immacolato, aperto in Croce, il quale da ogni parte del
corpo suo versa sangue. Perch noi abbiamo che dargli
bere. E cos facendo. sar tutto rimrigOl;to; e sarete vero
combauilore. E tellete il coltello dell'odio e dell'amore;
cio odio e dispiacimento del vizio, ed amore della virt;
e il nimico della carne noslra, che il pi pessimo e mal-
vagio nimico che noi possiamo avere, sia ucciso, e il
diletto suo, da questo collello. E la coscienzia il faccia
vedere all'occhio dell'intelletto, quanto pericoloso
questo nimico del diletto carnale, che passa nell'anima;
acci che l'uccida. E ragguardi la carne flagellata di Cri-
sto crocifisso, acci che si vergogni di tenere in piacere e
in diletto disordinato, e in delizie il corpo suo. E il dimo-
nio con le malizie e lacciuoli suoi e' quali egli ha tesi per
pigliare l'anime, si sconf-igga con la virt della vera
umilt. Abbai questo cane della coscienzia, destando
l'occhio dell'intelletto. E vegga quanto pericoloso a
credere agl'inganni suoi; e vollasi a s medesimo, e
cognosca l'uomo, s non essere, acci che non venga a
superbia; perocch "umilt quella che rompe tutti i
lacciuoli del dimonio.
Bene averebbe l'uomo da vergognarsi d'insuperbire,
vedendosi s non essere, e l'esser suo avere da Dio, e
non da s; e vedere Dio umiliato a lui. Perocch per
profonda umilt discese dalla somma altezza a tanta bas-
sezza, quanto la carne nastIa. Questo dolce e innamo-
rato Agnello, Verbo incarnato, ci d confono; per che
da lui viene ogni conforto. Perocch egli venuto, come
nostro capitano, e con la mano disarmata, confitta e
chiavellata in Croce, ha sconfitti e' nimici nostI;; e 'I san-
gue rimaso in sul campo per animare noi, cavalieri, a
combattere e senza alcuno timore.
Lettera. 1/.. J23
Ai sigllOli difellsOIi deLLa citt di Siena.
E male posseder la cosa prestata, se in prima non
153
PIERO PAJARDI
governa e signoreggia se medesimo. Signoria prestata
sono le signorie delle cittadi o altre signorie temporali,
le quali sono prestate a noi e agli altri uomini del
mondo; le quali sono prestate a tempo, secondo che
piace alla divina bont, e secondo i modi e i costumi
de' paesi: onde o per morte o per vita elle trapassano.
Sicch per qualunque modo egli , veramente elle
sono prestate. Colui che signoreggia s, la posseder
con timore santo, con amore ordinato e non disordina-
to; come cosa prestata, e non come cosa sua. Guarder
la prestanza della signoria che gli data, con timore e
riverenzia di colui che gliela di. Solo da Dio l'avete
avuta; s che quando la cosa prestata c' richiesta dal
Signore, ella si possa rendere senza pericolo di morte
eternale. Or con uno, dunque, santo e vero timore
voglio che voi possediate.
LeUemN.128
A Gabriele di Davino Piccolomini.
Rispondoti, che in nessun modo si pu sconfiggere li
nimici se non coll'arme e senza timore; e che volontaria-
mente entri nella batlaglia, e dispongasi alla morte, e
che ami la gloria che sguita dopo la baltaglia. In questo
modo noi, che siamo posti nel campo a combattere con-
tro li nostri nimici, cio contra il mondo, la carne e 'I
dimonio, senza l'arme non potremmo combattere, n
ricevere li colpi che non ci offendesscno. Che arme dun-
que quella che ci conviene avere? Di coltello.
ti anca avere la corazza della vera cal-it, la quale ripara
e' colpi, che ci d il mondo in diversi modi, e a molte
tentazioni del dimonio, e a' colpi della nostra fragilit,
che impugna contra lo spirito, come detto . E conviensi
che la corazza abbia la sopravvesra vermiglia, cio il san-
gue di Cristo crocifisso, unito, intriso e impastato col
fuoco della carit.
Non voglio dunque, figliuolo, poich stanno in tanLQ
pericolo, che tU sia di questi cotali; ma armato per lo
delLO, costante, e perseverante sia nella battaglia
mfine alla morte, e senza alcuno timore.
154
CATERlNA 1.'\ SANTA DELLA POLITICA
Lettera n. 170
A mesS/ff Pietro mal-cllese del Monte, podest di Siena.
A voi, carissimo padre in CriStO dolce Ges, io Catari-
na, serva e schiava de' servi di Ges Cristo, mi vi racco-
mando nel prezioso sangue del Figliuolo di Dio; con
desiderio di vedervi vero servo e cavaliere di Cristo,
combattendo sempre virilmente contra i vizi e peccati,
non con negligenzia, ma con vera e santa sollicitudine;
sicch venendo quel punto dolce della morte, lornia-
mo con la viuoria nella citt vera di Gerusalem, visione
di pace, dove noi non troveremo la carne che voglia
ribellare spirito.
Lettera n. 202
A maestrojacomo medico in Asciano.
ma, come uomo virile, seguitate la via delle virt. E
non indugiate, e dite: .cDomane far". Per che non
sete sicuro d'avere il tempo; siccome disse il nostro
dolce Salvatore: .cNon vogliate pensare del d di doma-
ne. Basti al d la sollicitudine sua". Oh quanto dolce-
menle ci manifest il poco tempo che l'uomo ha! e noi
miseri miserabili, con tulla la nostra sollicitudine e con
molti affanni spendiamo il tempo nostro, che la pi
cara cosa che noi abbiamo, inutilmente! Destianci dun-
que oggi mai dal sonno, e non dormiamo pi, peroc-
ch non tempo da dormire; ma destatevi dal sonno
della negligenzia e dell'ignoranzia.
Lettera 1/. 257
Al Conte di manna Agnola, e compagni in Firenze.
Li nemici nosu; non dormono mai, ma sempre stanno
attenli a perseguitarci: e questo permette Dio per darci
sempre materia per la quale noi meritiamo, e per levar-
ci dal sonno della negligenzia. Sapete che quando
l'uomo si sente assalire da' nemici suoi, egli sollecito
155
l'I ERO PAJARDI
a pigliare il per difendersi da loro; perch'egli
vede che, se dOl-mlsse, starebbe a pericolo di morte.
Letlera n. 323
Al priore di Gorgrma ddl'ordine della certosa in Pisa.
Il nostro dolce Santo Padre papa Urbano VI, vero
sommo pontefice, pare che voglia pigliare quello reme-
dio che gli necessario alla reformazione della santa
Chiesa, cio, di volere i servi di Dio allalo a s, e col
con.siglio .101'0 guidare s e la santa Chiesa. Pcr questa
cagione VI manda questa Bolla nella quale si contiene
che voi abbiate a richiedere tutti quelli che vi sar.lI1no
scritti. Fatelo sollicitamellle, e tosto, c non ci mettete
spazio di tempo; ch la Chiesa di Dio non ha bisogno
d'indugio. Lassate stare ogni alu-a cosa, sia ci che si
vuole; e sollicitate gli altri che vi saranno scritti, che
siano qui. !'!on tardate, non tard,lte, per l'amore
di DIO. Entrate 111 questo giardino il lavorare di qlla; e
frate R. iLO a lavorare di l, perocch il Santo Padre
l'ha mandaLO al re di Francia.
Lettera n. 338
A llliSSe1- A nclreasso Cavalcabuoi allora senalm'e di
Siena.
E ?issi ch'i? desideravo di vedervi signore giu-
sto, ooe Vivendo glllstamente, acci che voi mantenia-
te ragione e giustizia nello stato che voi sete. Carissi-
mo fratello, non dormite pi, ma con sollicitlldine vi
svegliate dal sonno. Torniamo a noi medesimi, non
aspetland.o il tempo, per che il tempo non aspelta
nOi. ConSIderando me che il tempo lanto breve, che
mai non potremmo imlllaginarlo; vorrei che noi escis-
d'ob!igo, e rompessimo il legame. nel quale
sIamo legatI.
156
CATERINA L\ SANTA DELL\ l'OLlTIC:\
Lettera n. 341
Ad Angelo eletto Vescovo Cflslella.lIo.
Siatemi vero e perfetto ortolano in divellere i vizi e
pi.antare le. virt in questo giardino. Per questo v''la
DIO ora, di nuovo, posto e chiamato; siate adunque
lulto virile a rendere il debito vostro. So' certa che,
se averete vero lume, il farete compitamente; altri-
menti, no. E per vi dissi che io desiderava di vedervi
alluminato .d'llI.lo vero perfetti.ssimo lume. Pregavi
per amor di Cristo crOCifisso e di quella dolce madre
Maria, che vi studiate di compire in voi la volont di
Dio e il desiderio mio: e allora riputer beata l'anima
mia. Non pi tempo da dormire, ma da deslarsi dal
sonno della negligenzia. e levarsi dalla cechit della
ignoranzia, e realmente sposare la verit con l'anello
della santissima fede, non tacendola per veruno
timore, ma largo e liberale, disposto a dare la vita, se
bisogna: tutto ebbro dcI sangue dell'umile e immaco
IalO Agnello, traendolo dalle mammelle della dolce
Sposa sua, cio della sanla Ecclesia. La quale vedia-
mo tulla smembrma: ma spero nella somma ed eter-
na bont di Dio, che gli render membri sani e non
infermi, odoriferi e non putridi; e fabbricherannosi
questi membri sopra le spalle de' veri servi di Dio
amatori clelia verit, con molte fadighe, sudori e
lagrime, e umile, continua e fedele orazione. Altro
non vi dico.
7.2. Nota
Esortazioni, indicazioni, istruzioni, ancora preci-
sazioni di principio su solida base teologica mora-
le e giuridica naturale, lutto lentamenle si snoda e
sussegue in una commistione con la forte tenden-
za cateriniana ad additare virt e difetti. Indicazio-
ne quest'ultima che la Santa fa con abituale fer-
mezza unita ad una singolare dolcezza.
157
PIERO PAJARDI
Questo uno dei carismi cateriniani. Mai alcuna
concessione transattiva o compromissoria sul
piano dei principi, mai alcuna concessione nella
valutazione dei comportamenti umani, mai anco-
ra tergiversazione nel fissare il principio del libero
arbitrio della libert di scelta e della responsabi-
lit delle decisioni. Ma il tutto "condito", per
usare un'espressione tipicamente cateriniana, con
un afflato amorevole che ammanta la forza conte-
nutistica e che, cosa molto importante, nella pro-
pensione di Caterina verso il suo prossimo, la
spinge alla comprensione per la debolezza umana
e al recupero del debole e del deviante, talch le
sta assai pi a cuore la conversione del severo
momento di giudizio morale
Il tema della "citt prestata", come abbiamo
visto, di straordinaria lettura e di singolarissi-
ma fattura. Ma accanto a questo, nel percorso
concettuale volto a ricercare con la lanterna di
Diogene i pregi e i difetti dei governanti, Cateri-
na si imbatte, seguendo un ordine logico che
peraltro appartiene soggettivamente soltanto a
me, in un tema pitI specifico riguardante l'uomo
e il suo comportamento, un tema di metodo che
ha peraltro enormi riflessi di contenuto. Un
tema di comportamento sul che cosa fare, quan-
do fare, come fare, mai assolutamente mai coin-
volgente il se fare. Un tema che oltre tutto
avrebbe richiesto una grande esperienza opera-
tiva che Caterina non aveva e non poteva avere,
a riprova ancora del miracolo globale dell'''even-
to" cateriniano.
Essa intuisce mirabilmente che il difetto pi diffu-
so tra gli uomini, prescindendo qui dalle malefat-
te esplicite, ma soprattutto tra gli uomini pubblici
detentori del potere civico, quello della omissio-
ne. Caterina odia, letteralmente odia, la omissio-
158
CATERINA LA SANTA DElL\ POLITICA.
ne; odia la negligenza; odia quel tipo di quieto
vivere, in senso spregiativo, che porta ad adagiarsi
alle situazioni senza muovere dito; odia i vuoti di
potere, che essa sa benissimo come vengano pre-
sto riempiti da altri e per lo pi malamente; odia
l'inerzia. Ho gi detto come Caterina possa consi-
derarsi una mistica dell 'azione. Virt teologali e
virt cardinali premono nell'uomo per una conti-
nua ideazione. E dalla ideazione, il passaggio ine-
lultabilmente necessitato in senso cateriniano
verso l'azione. Non l'azione in s che costituisce
un valore, ma l'azione in quanto elemento termi-
nale ed insieme operante di un processo in cui
mente anima e cuore si fondono per incidere sul
mondo esterno attraverso la chiave della volont.
Questo l'uomo, questo modello Dio vuole, que-
sto tipo richiesto perch l'uomo sia il pi possi-
bile integrale nei rapporti con la divinit e con il
prossimo: la stessa opera caritativa, come opera
d'amore, non sarebbe possibile senza questo qua-
dro di spin ta.
I contenuti vengono dopo, anche se sono gi anti-
cipati nella ottimalit delle scelte umane. Ma ven-
gono un istante dopo, anche perch sarebbe inu-
tile parlare di contenuti se prima non avessimo
messo in pieno assetto la molla realizzativa
dell'uomo. Certo i contenuti sono i maggiori por-
tatori di valori. E la stessa lettera n. 123, una lette-
ra fondamentale, fa gi ampia commistione di
metodi e di contenuti. Ma far scendere una piog-
gia fertilizzante su un campo di soli sassi sarebbe
allucinante.
Ecco dove origina concettualmente e moralmen-
te, ma vorrei aggiungere sentimentalmente
(awerbio che nella sobriet del valore etimologi-
co non pu mai mancare in ogni descrizione cate-
riniana), l'espressione, anche questa straordina-
159
PIERO PAJARDI
riamenlC tenera e calzante sia pur nella sua nega-
tivit, del "sonno della negligenza".
Chi dorme non vede e non sente, e quindi a mag-
gior ragione non interviene; mentre la vila un
dinamismo articolato ed interagente di vedere, di
sentire, di operare, perch solo cos l'uomo vivo,
qualunque sia il suo stato e quindi quali che siano
i doveri di questo stato; ma certamente tanto pi
quanto pi potere sociale un uomo ha. Perch
nessun uomo obbligato ad occuparsi della cosa
pubblica n del sociale operativo se non si sente o
non ne ha l'attiuldine, neanche se un re perch
pu abdicare. Se quindi un uomo assume un
mandato pubblico e governa in qualche misura la
cosa pubblica, quest'uomo pi di qualunque altro
ha il dovere di non essere negligente, di essere
come il bravo ortolano che cura assiduamente il
suo orto. E questo tanto pi che, riflessione teolo-
gica, i nosui nemici, ed in particolare il Demonio,
sono esU"etnamente svegli, attenti, attivi, awedutis-
simi.
Gianfranco Morra, attento studioso della lettera
n. 123, sintetizza cos il pensiero caLeriniano ivi
contenuto con l'esortazione ai governanti: non
evitare la contesa, non rimandare la decisione,
non tollerare il male. Esortazione universale
che si fonda su una constatazione altrettanto
universale, e, a me sembra, di incredibile attua-
lit.
Se avversari o circostanze creano le premesse per
una "sfida", questa non va evitata ma va affrontata
con determinazione, con fermezza, con la consa-
pevolezza di ben agire, il tutto dopo avere profon-
danlente riflettuto e coscientemente scelto e deci-
so. Mai sotu-arsi alla contesa circostanziale o alla
provocazione.
Se l'evolversi delle cose presenta al governante la
160
CATERINA LA SANTA DELL\ POLITICA
necessit di una decisione, mai rimandarla al gior-
no dopo o a tempi futuri. II governo della cosa
pubblica esige anche tempi reali di intervento.
Certo, e questa considerazione generale, il tutto
con riferimento necessitatamente relativistico
alle possibilit, alle concrete misure adottabli,
alla eventuale limitatezza delle fone. Ma Dio non
chieder mai conto dell'assoluto, come insegna la
parabola dei talenti; chieder per inesorabilmen-
te conto dell'utilizzo delle forze disponibili, ed
anche del tempo e dello spazio perch queste
fone siano impiegate al meglio.
Se uno spiacevole malcostume porta a prassi
intrinsecamente cattive ma purtroppo generalizza-
te, talch sembra a volte impossibile umanamente
travolgerle, il governante non deve mai rassegnar-
si all'idea che poich "cos fanno tutti" bisogna
adattarsi a questa realt. Qui insorgerebbe con
grande vigore Miguel Cervantes che fa dire al suo
eroe Don Chisciolte: gran follia non pretendere
di cambiare la realt bens adagiarsi ad essa senza
neanche lo spirito di pretendere una riforma in
meglio.
E cos Caterina usa spesso l'aggettivo "virile",
ccrtalnen te non in senso maschilista, ma unica-
mente per indicare in un modo comune e diffu-
so il senso della fermezza, della coerenza, della
determinazione. E chiama "sollecitudine" il con-
trario della negligenza. E ricorda a tutti che il
tempo della vita breve oltre che incerto, per
cui "conviene" muoversi ed agitarsi, perch non
sappiamo se il tempo ci baster e se perfino ne
avremo.
Naturahnente ritorna ossessivo il tema dei con-
tenuti. Contro chi? Per quale causa? Con quali
finali t? Caterina non abbandona mai ovviamen-
te il tema valoristico. La sua originalit sta se
161
PIERO P.,\JARDI
mai nell'aver elevato a valore, sia pure relativo e
strumentale ma determinante, il metodo, cio il
come e quando fare prima ancora e come stru-
mento del che cosa fare, del perch cosa fare. E
cos ritorna incisiva l'indicazione dei nemici. I
nemici della nostra vita, se vogliamo tentare di
esprimerci in termini non strettamente teologici
cristiani e quindi accessibili a tutti. I nemici
della nostra identit umana. I nemici della
nostra libert. I nemici della nostra crescita, del
nostro sviluppo, della realizzazione di noi stessi.
Sono questi nemici che avranno il sopravvento
se non ci destiamo dal sonno della negligenza.
... 11 tempo non aspetta voi; e per non dovete
aspettar lui, facendo come il corvo, che dice cra
cra. Non si trascuri anche questa modernit let-
teraria che la rende nobilmente spregiudicata. E
cos non deridiamo la sua ira quando se la pren-
de con i perditor del tempo che dicono sem-
pre: far domani.
I nemici assediano la citt della nostra anima, la
nostra gelosissima cittadella che custodisce il
nostro vero essere. E ci assalgono in tutti i modi,
trappole, lusinghe, minacce, mormorazioni. Ma
bisogna essere cavalieri virili, e resistere, e guarda-
re questa citt, e serrare le porte dei disordinati
sentimenti.
E cos giungiamo inevitabilmente al sottotema
centrale della coscienza. Quella coscienza che
Caterina raffigura nel cane. il cane da guardia
che si accorge dell'arrivo dei nemici e abbaia per
svegliare l'intelletto e scuotere la volont. Ed
un cane che deve essere ben alimentato col san-
gue e col fuoco perch si levi dal freddo della
negligenza e diventi sollecito. Lo spirito bellige-
rante di Caterina si anima: quel cane diventer
rinvigorito e vero combattitore in nome di Cr-
162
CATERlNA L\ SANTA DELLA POLITICA
sto. Qui si inserisce l'idea mistica del coltello
dell'odio e dell'amore, il coltello che distrugge i
vizi e le tentazioni e che conquista attraverso
l'umilt le beatitudini. E al coltello si aggiunge la
corazza della carit. Il tutto animato da una fede
incorruttibile, impermeabile, inerodibile.
163
CAPrI'OLO aTI'AVO
AZIONE, DETERMINAZIONE, FERMEZZA
8.1. 1!Sli
Lettera n. 150
A finle Francesco Tebaldi di Fiorenza, nell'isola di GO/c
gona, monaco certosino.
E per fuggo queslo dolore con grande sollicitudine,
nel cospetto di Dio, dove io vi tengo per continua ora-
zione. E per dico: con desiderio io desidero di vedenri
COSLante e perseverante nella vin infino alla morte. E
cos vi prego e stringo da parte di Cristo crocHsso, che
giammai non perdiate lempo, ma sempre vi annegale
nel sangue dell'umile Agnello. L'amaritudine vi paia
uno latte; e il latte delle proprie consolazioni, per odio
santo di voi, vi paia amaro. Fuggite l'ozio quanto la
morte. La memoria s'empia de' benefici di Dio e della
brevit del tempo; l'intelletto si speculi nella dottrina
di Cristo crocifisso; e la volont l'ami con tutto il cuore
e con tutto l'affetto e con tutte le forze vosu'e, accioc-
ch l'alletto e tutte le vostre operazioni siano ordinate
e drizzate ad onore e gloria del nome di Dio e in salute
dell'anime. Spero nella sua infinita misericordia che a
voi ed a me dar grazia che voi il farete.
Lettera n. 185
A Gregorio XI.
Oh dolce e vero cognoscimento, il quale porti teco il
coltello dell'odio, e con esso odio distendi la mano del
165
PIERO Pt\JARDI
santo desiderio a trarre e uccidere il vermine
dell'amore proprio di s medesimo, il quale uno ver-
mine che guasta e rode la radice dell'arbore nosu'o, s
e per siffauo modo che neuno frutlO di vita pu produ-
cere, ma seccasi, e non dura la verdura sua; perocch
colui che ama s, vive in lui la perversa superbia (la
quale capo e principio d'ogni male) in ogni stalO
ch'egli , o prelato o suddito. Che se egli solo amato-
re di s medesimo, cio che ami s per s, e non s per
Dio; non pu far altro che male, e ogni morta in
lui. Coswi fa come la donna che parlOrisce i figliuoli
morli. E cos veramente; perch in s non ha avuta la
della carit, c attendette solo alla loda e alla gloria
propria, e non dci nome di Dio. Dico dunque: se egli
prelalO, fa male, perocch per l'amore proprio di s
medesimo (cio, per non cadere in dispiacimento
delle crealllre) nel quale egli legato per piacimento e
amore proprio di s, muore in lui la giustizia santa.
Perocch vede commettere i difetti e' peccati a' sudditi
suoi, e pare che facci vista di non vedere, e non gli cor-
regge; o se pure li corregge, li corregge con tanta fred-
dezza e tiepidil di cuore, che non fa cavelle ma uno
l'impiastrare il vizio e sempre teme di non dispiacere, e
di non venire in guerra.
Tutto questo perch egli ama s. E alcuna volta che
essi vorrebbero f"are pur con pace; io dico che questa
la pi pessima crudelit che si possa usare. Se la piaga,
quando bisogna, non s'incende col fuoco, e non si
taglia col ferro, ma ponesi solo l'unguento; non tanto
ch'egli abbi sanit, ma imputridisce tuuo, e spesse volte
ne riceve la morte.
E questo quello ch 'io voglio vedere in voi. E se per
insino a qui non ci fussi stato ben fermo, in verit
voglio e prego che si facci questo punto del tempo che
c' rimasto, virilmente, e come uomo virile, seguitando
Cristo, di cui Vicario ste. E non temete, Padre, per
veruna cosa che avvenga da questi venti tempestosi che
ora vi sono venuti, cio di questi putridi membri che
hanno ribellato a voi. Non temete: per che l'aiuto
divino presso. Procurate pure alle cose spirituali, a'
buoni pastori, a' buoni rettori delle citt vostre; peroc-
ch per li mali pastori e rettori avete trovata ribellione.
Poneteci dunque rimedio; e confortatevi in Cristo
166
CATERINA LA SANTA DELL\ POLITICA
Ges e non temete. Andate innanzi, e compite con
vera sollicitudine e santa quello che per santo proponi-
mento avete cominciato; cio dell'avvenimento vostro
e del santo e dolce Passaggio. E non tardate pi, peroc-
ch per lo tardare sono avvenuti molti inconvenienti; e
il demonio s' levato e leva per impedire che questo
non si faccia, perch s'avvede del danno suo. Su dun-
que, Padre! e non pi negligenzia.
Lettera n. 233
A CregO/io XI.
Su Padre! Ch io vi dico che non vi bisogna
temere. Se non quello che doveste fare, avere-
ste bisogno di temere! Voi dovete venire. Venite dun-
que.
Lettera n. 252
A Gl'egO/io XI essendo a Comelo.
Questo dunque il remedio. E per dissi, santissimo
Padre, ch'io desiderava di vedenri il cuore fermo e sta-
bile, fortificato in vera e santa pazienzia. Voglio che
siate uno arbore d'amore, innestato nel Verbo Amore,
Cristo crocifisso; il quale arbore, per onore di Dio e
salute delle pecorelle vostre tenga le radici nella
profonda umilt. Se voi sarete arbore d'amore, radica-
lo cos dolcemente, troverete in voi, arbore d'amore,
nella cima il frutto della pazienzia e fortezza, e nel
mezzo la perseveranzia coronata; e troverete nelle
pene pace, quiete e consolazione, vedendovi confol1na-
re in pena con Cristo crocifisso. E cos nel sostenere
per amore di Cristo crocifisso, con gaudio verrete dalla
molta guerra alla gran pace.
Lettera n. 257
Al conle di monna Agnola, e compagni in Fi,.enze.
167
PIERO
Sicch vedete ch' egli buono e ottimo che li nemlCI
nostri si levino conLra di noi. Non dobbiamo temere,
n possiamo temere, se noi vogliamo: ma confonarci
dicendo: "Per Cristo crocifisso ogni cosa potremo.. E
di che debbe l'anima temere se si confida nel suo Crea-
tore?
Poich noi abbiamo trovaLO il rimedio, il nostro capita-
no Cristo li ha sconfitti per noi, e fatti debili, e legati
per s fatto modo che non ci possono vincere, se noi
non vogliamo; non da temere, ma virilmente combat-
tere, segnandoci col segno della santissima Croce;
poncndoci per obietto il sangue dell'Immacolato
Agnello; pigliando 'I coltello dell'odio e dell'amore, e
con esso percuotere e' nostri nemici.
Parmi che la inestimabile bont di Dio ci abbia eletti,
come cavalieri, a combauere realmente conll'd i e'
peccati, per acquistare la ricchezza e 'I tesoro della
virt.
Non siate negligenti, ma solleciti; per piccola fadiga
non fuggite il frutLO: ch in altro modo non potreste
essere cavalieri virili. E per vi dissi che io desideravo
di vedervi cavalieri virili, posti nel campo di battaglia. E
per vi prego, acci che adempiate la volont di Dio e
il desiderio mio, che voi vi anneghiate, atLUffiate, e ine-
briate nel sangue di Cristo crocifisso, perch nel san-
gue si fortifica il cuore. Altro non dico. Permanete
nella santa e dolce dilezione di Dio. Ges dolce, Ges
amore.
LeUera n. 305
A Urbano VI.
Questa luce pona seco il coltello dell'odio del vizio, e
dell'amore della virt, il quale UIlO legame che lega
l'anima in Dio e nella dilezione del prossimo. O santis-
simo e dolcissimo Padre, questo il coltello che io vi
prego che voi usiate. Ora il tempo vosuo da sguaina-
168
CATEIUN,\ LA SANTA DELIA POLlT[CA
re questo coltello; odiare il vizio in voi e nei sudditi
vostri, e nei ministri della santa Chiesa. In voi, dico;
perch in questa vita venmo senza peccato: e la cal;t
si debbe prima muovere da s, usarla prima in s
coll'affetto delle vin, e nel prossimo nostro. Sicch,
tagliate il vizio; e se il cuore della non si pu
muLare; n trarlo de' difetti suoi, se non quanto Dio
nel trae, e la creatura si sforzi coll'adiutorio di Dio a
trarne il veleno del vizio; almeno, santissimo Padre,
siano levati dalla Santit vostra il disordinato vivere e'
scelerati modi e costumi loro.
Piaccia alla Santit vostra di regolarli secondo che
loro richiesto dalla divina bont, ognuno nel grado
suo. Non sostenete l'atto della immundizia: non dico il
desiderio suo, ch noi pOlete ordinare pi che si
voglia; ma almeno l'alla (che si pu) sia regolato da
voi. Non simonia, non le grandi delizie: non giuocatori
del sangue; che quello de' poveri e quello della santn
Chiesa sia giuocato, tenendo baratteria nel luogo che
clebbe essere tempio di Dio. Non come clerici n come
canonici, che debbono essere fiori e specchio di san-
tit;egli. stanno come barallieri, gittando puzza
d'immundizia e esempio di miseria.
Leliera n. 364
A Urbano VI.
Voi non potete di primo colpo levare li difetti delle crea-
ture, li quali si commettono comunemente nella religio-
ne cristiana, e massimamente nell'ordine c1ericaLO,
sapr dcIIi quali dovete pi avere l'occhio; ma ben pote-
te e dovete fare per debito (se non, li avereste sopra la
coscienzia vostra), almeno di fanle la vosU-a possibilit.
lavare il ventre della santa Chiesa, cio procurare a quel-
li che vi sono presso e intorno voi, spazzarlo dal fracidu-
me, e ponervi quelli che attendono all'onore di Dio e
vostro, e bene della santa Chiesa; che non si lassino con-
taminare n per lusinghe n per denari. Se reformate
questo ventre della Sposa vostra, LUtto l'alITO corpo age-
volmente si riformer; e cos sar onore di Dio, e onore
e utilit a voi; con la buona e santa fuma e odore delle
169
PIERO PAJARDI
virt si spegner l'eresia. Ciascuno correr alla S.V.
vedendo che voi siete estirpatore de' vizi, e mostriate in
effetto quello che desiderate. E non curo che vi curiate,
n per vestimenw, n per altro pi di grande valuta che
di piccola; ma solo, che siena uomini schietti, che vada-
no con drittura, e non con faJsiL.
Lettera n. 366
A maeslro And,-ea di Vanni, dipinlore.
E se egli in stato di signoria, fa giustizia e ragione al
grande ed al piccolo, e al povero come al ricco, e non
teme di dispiacere ad alcuna creatura, ma solo teme
Dio: perocch il limore servile egli il perdene
nell'amore divino, e nell'odio santo di s medesimo.
E per non si scandalizza dell'ingiuria, n di alcuna
altra tribolazione o pena che sostenesse o dalle altre
crearure o da Dio; cio, che Dio gli desse alcuna disci-
plina, o perch egli sottraesse dalla mente sua la conso-
lazione della mente, e lassassegli dare al dimonio le
molte tenmzioni e battaglie. Ma tutte s'ingegna di por-
tarle pazientemente; e fa forla a s medesimo, tenendo
la volont che non si scandalizzi; e umiliando s mede-
simo, reputandosi degno della fadiga, e indegno del
frutto che sguita dopo la fadiga, e indegno ancora
clelia pace e quiete della mente. E cos trae fuore la
pazienzia, ch' el mirollo della carit. E per questo
modo ha adempita tulta la legge, cio d'amare Dio
sopra ogni cosa, e il prossimo come s medesimo.
Il Dialogo - Cap. VII
Ch voglia l'uomo ono, !l0n pu fare che per forza
non usi l'atto della carit. E vero che se ella non fatta
e donata per amore di me, quello atto non gli vale
quanto a grazia.
170
CATERINA LA SAf'I,'T;\ DELL;\ POLITICA
Il Dialogo - Cap. LXVII
Ma a loro adiviene come de l'uomo che in giardino;
e in esso giardino, perch v' diletto, si riposa con la
sua operazione. Pargli riposare nell'operazione, ed egli
si riposa nel diletto che preso nel giardino. E a que-
sto se n'avede, che egli la verit: che egli si diletta pi
nel giardino che nell'operazione; per che toltoli il
giardino, si sente privato del diletto. Ma se il principale
diletto avesse posto nella sua operazione, non l'avreb-
be perduto, anca l'avrebbe seco, perch l'esercizio del
bene adoperare non pu perdere (se egli non vuole)
bench gli sia tolto la prosperit, s come a costui il
giardino.
8.2. Nola
Come pi volte detto, i temi sono fortemente
intersecati ed interagenti. Il modello cateriniano
di governante quello di un uomo interventista
pur con riflessione e con prudenza, determinato,
fermo e coerente. Un uomo che non indugia, che
non proroga, che non procrastina. Un operatore
che si consuma nell'azione finalizzata secondo i
dettami della sua funzione sociale. Pulito moral-
men te all'inverosimile, generoso nell' offrire le
proprie energie alla causa, fidente solo nel bene
comune, da inseguire ossessivamente nel senso
del servizio alla collettivit.
E Caterina usa a modo suo il proprio personale
bisturi morale. Ricerca con energia e senza mezzi
termini le cause di ci. ((Un uomo non fatto cos
un uomo solo amatore di s medesimo)" il quale
cerca il quieto vivere per non sciuparsi troppo e
non consumarsi l'impegno. E cos vede commet-
tere .. i difetti e i peccati ai suoi sudditi, e pare che
171
PIERO PAJARDI
facci vista di non vedere, e non gli corregge...
Insomma un governante che non agisce commet-
te (<la pi pessima crudelit che si possa usare)).
Anzi il Demonio in persona che tende a paraliz-
zare l'azione degli operatori politici prevedendo
con sua grande soddisfazione tut i mali che con-
seguono ai ritardi.
Caterina sembra dire: se vi , come punroppo vi
, un rischio di errore nelle cose umane, meglio
sbagliare agendo che sbagliare per omissione. Il
secondo errore sicuramente impUlabile, il
primo non necessarianlente. (Se non faceste quel-
lo che doveste fare, avereste bisogno di temerei .. :
questo Caterina arriva a dire al Santo Padre.
Ma ,!on soltanto l'azione che Caterina vagheg-
gia. E anche la fermezza. Azione, fermezza: siamo
sempre al discorso del metodo, come gi detto,
ma Caterina sa che questo il primo punto debo-
le, anche se non esaurisce tutto. Agire, essere
fermi, restare coerenti, il determinarsi con fer-
mezza: per chi, per che cosa, in che modo, per
quale causa? Ritorna un motivo ricorrente. Ma,
ripeto, Caterina sa che il punto debole dell'uomo
a monte nel metodo, cio nel sapere essere se
stesso e nell'immedesimarsi nel fine al quale si
votato. La ricerca del contenuto, owiamente pre-
minente, viene paradossalmente un momento
dopo. Troppi agiscono male, troppi vorrebbero
agire bene ma non agiscono affatto. Il problema
di convincere i governanti ad agire e ad agire
bene, ma prima di tutto ad agire.
E che cosa appunto sorregger questa azione
ferma e determinata? La verit, la giuszia, lo spi-
rito del bene, l'annullamento di ogni proprio tor-
naconto personale come di un interesse privato
illecito ed inquinante, senza timore, e senza spe-
ranZa di alcun proprio vantaggio. E la fede. Una
172
CATERlNA LA. SANTA DELLA POLITICA
fede ferma ed incrollabile, sorregger tutto l'ope-
rato del governante.
Fede in Dio creatore e pantocratore, se il gover-
nante credente; ma, se non credente, aggiungo
io, fede nella vita, nel progresso della societ, nel
bene comune che valore universale, nell'ulit
di tutti i governati, perfino di coloro a cui si chie-
de come nel sistema tributario un sacrificio fina-
lizzato ad un bene superiore.
Ma Caterina incalza. La carit innanzi tutto, e
sOpratlUllO la carit. Intesa come riflesso
dell'amore di Dio, come fuoco che arde in favore
dei fratelli unici destinatari di una nostra utilit
terrena, dato che non possiamo essere diretta-
mente utili al Padre celeste, bens ai fratelli in
nome suo. Carit peraltro intendi bile laicistica-
mente conle amore universale dativo.
E qui l'apologo del giardiniere straordinaria-
mente calzante. Il giardiniere si riposa nel suo
giardino. Ma si diletta pi nel giardino che
nell'operazione di riordino, di coltivazione, di
assetto del giardino stesso. Perci si smarrisce se
gli viene tolto il giardino. Se invece il giardiniere
ponesse il suo diletto nella operazione volta a fer-
tilizzare il giardino, ben saprebbe come il suo
essere se stesso si realizza, e si realizza soltanto,
nella sua operazione e non nella materialit del
risultato.E cos il giardino potrebbe essergli sot-
tratto, mentre la sua opera mai.
Come non pensare ai detentori del pubblico pote-
re tanto somiglianti al famoso Re Tentenna, a
quelli che si fanno condizionare da centri di pote-
re interni o esterni alla istuzione, ancora a quelli
che danno ragione all'uno e poi all'altro e poi
all'altro ancora, talch non si sa pi quale sia la
decisione o l'ordine? E sappiamo che talvolta la
decisione del governante purtroppo condiziona-
173
PIERO Pf\JARDI
la anche da pressioni che fanno leva sul suo torna-
conto personale diretto o indiretto, morale o
materiale, il che ancora peggio, Come non pen-
sare in particolare al diffuso vizio della indecisio-
ne, che si realizza anche attraverso il rinvio della
decisione stessa? Il mondo della vita pubblica
ricolmo di operatori che, anche quando sono
puliti, appaiono come degli eterni indecisi, cari-
chi di incertezze, strapieni di insicurezze, di gente
che per decidere ha bisogno di tante di quelle
coperture da domandarsi di chi sia il potere e a
chi appartenga la responsabilit della decisione.
174
CAPITOLO NONO
L'AUTORIT E IL POTERE,
IL POTERE COME DOVERE, COME SERVIZIO,
COME TITOLO DI SALVEZZA
9,1. 7"ti.
Lettera n. 235
Al,'e di Francia,
Egli il dolce maesu'o che ci ha insegnata la dottrina
salendo in su la cattedra della santissima Croce. Venera-
bile padre, che dottrina e che via egli vi d? La via sua
questa: pene, obbrobri, vituperii, scherni e villanie;
sostenere, con vera pazienzia, fame e sete; satollalO
d'obbrobri, confiuo e chiavellato in Croce per onore del
Padre, e salute nostra. Che con la pena e obbrobrio suo
ha satisfatto alla colpa nostra e al nostro viulperio, nel
quale era caduto l'uomo per lo peccato commesso, Egli
ha restituite e punite le nostre iniquit sopra il corpo
suo; e hallo fatto solo per amore, e non per debito.
Lettera n, 255
A Gregorio XI.
La volont sua, Padre, questa e cos vi dimanda.
Egli vi di manda che facciaLe giusLizia dell'abbon-
danzi a delle molte iniquit che si commeUono per
coloro che si nOlricano e pascono nel giardino della
santa Chiesa; dicendo che l'animale non si debba
nutricare del cibo degli uomini. Poich esso v'ha
data l'autorit, e voi l'avete presa; dovete usare la
virt e potenzia vostra: e non volendola usare,
meglio sarebbe a refutare quello che preso: pi
175
PIERO l'r\IARDI
onore di Dio, e salute dell'anima vostra sarebbe,
sia tu, che 'l tempo e la forza che ti fu com-
messa, tu non l'hai adoperalab..
LeI/era n. 31 J
A' signori difensori dell,o/Jolo e C011lune di Siena.
Che debito IYli doviamo rendere? Una debita riveren-
o
zia uno amore filiale; non solamente con la parola,
ma', come veri figliuoli, sovvenire 'l padre nel tempo
del bisogno; la ingiuria che fatta a lui,
fatta a noi; e menerei ci che si pu, per levargii Il
nemico suo d'innanzi.
Ma quesli cotali fanno tUlli il contrario. Pigliando
una falsa cagione, dicono: "E' san tanti e' difetl!
loro, che noi non aviamo altro che male: onde non e
degno di riverenzia, n d'essere sovvenuto. Fusse
quello che egli debbe essere. e aH:
spirituali e non alle temporali".' E COS!, Illg.rau
e scognoscenti, non rendono nverenZla, ne obedten-
zia, n adiutorio; ma spesse volte sottraggono coloro
che 'l volessero aitare, con molta irriverenzia; come
persone accecate dal proprio amore; .Non v:diamo
che la cagione nostra falsa: perocche 111 ogni modo,
o buono o cattivo che egli si fosse, noi non doviamo
ritrarre adietro di non rendere '1 debito nostro; per
che la riverenzia non si fa a lui in quanto lui, ma al
sangue di Cristo, e alla autorit..e .che g!i
ha data per noi. Questa 3utonta e dIgnIla non dImi-
nuiscono per neuno suo difetto che in lui fusse. Non
ci ministra la sua autorit di meno potenzia, n di
meno virt; e per non debbe diminuire la riveren-
zia, n l'obedienzia (per che staremmo in stato di
dannazione); n per questo si debbe lassare il
nirlo; perocch sovvenire a lui, sovvenire a nOI
medesimi. E poich per lo suo difetto non ci tolta
la nostra necessit la quale abbiamo di lui; doviamo
esser grati e cognoscenti, facendo ci che si pu
utilit della santa Chiesa, e per amore delle ChiaVI
che Dio gli ha dale.
176
CATERINA Lo\ SA,..,'T" DELLo\ POnneA
Let/era n. 350
Al re di l'TOnda.
Or non pi cos, carissimo padre. Recatevi la mente al
pella: pensate che voi dovete morire, e non sapete
quando. Ponetevi dinanzi all'occhio dell'intelletto Dio
e la verit sua, e non la passione n l'amore della
patria: ch, quanlO a Dio, non doviamo fare differenzia
pi d'uno che d'un altro, perch lUtti siamo esci ti dalla
sua santa mente, creati all'imagine e simiiilUdine sua, e
ricomprati del prezioso sangue dell'unigenito suo
Figliuolo. San certa che, se averete il lume, voi 'I farete,
e non aspeUerele il tempo, perch il tempo non aspet-
ta voi; e inviterete loro a tornare alla santa e vera obe-
dienzia. tvla, altrimenti, no.
E per dissi che io desideravo di vedere in voi un vero
e perfettissimo lume, acciocch col lume cognosciale,
amiate e temiate la verit. Sar allora beata l'anima mia
per la salute vostra. di vedervi escire di tanto errore.
Altro non vi dico. Permanete nella santa e dolce dile-
zione di Dio. Perdonatemi se troppo v'ho gravalo di
parole. L'amore della vostra salute mi costrigne a piut-
tosto dirvele a bocca con la presenzia che per scritta.
Dio vi riempia della sua dolcissima Grazia. Ges dolce,
Ges amore.
Lettera n. 372
A messer Carlo della Pace, il quale l'ai l" Te di Puglia,
ovvero di Na/Joli.
In qualunque stato si sia, o suddito o signore, egli
tenuto e obbligato di far guerra con questo tiranno.
Non dico che, se attualmente vuole possedere lo stato
suo nel mondo, che egli non possa vivere in Grazia:
anca, pu, Ch noi abbiamo di David, che fu re, e di
santo Lodovco: e nondill1eno furono santissimi uomi-
ni. Questi tennero il reame auualmenle, ma non con
disordinato affetto o desiderio: e per riluceva in loro
la margarita della giustizia. con vera umilt..:' e ardentissi-
ma carit. A ciascuno rendevano il debito suo, s al pic-
colo come al grande; e al povero come al ricco. Non
177
rlERO !""IARDI
facevano come quelli che oggi regnano, ne' quali Lanto
abonda l'amore proprio di loro medesimi, che di que-
sto tiranno del mondo si vogliono fare Dio. E da que-
sto nascono le ingiustizie, omicidii, e grandissime Crtl-
deit, e ogni altro difetto.
Il Dialogo - Cap. IX
E questo fa la virt della discrezione, fondata nel
cogno5cimento di s come vera umilt. Che se questa
umilt non fosse nell'anima, come dello , sarebbe
indiscreta, la quale indiscrezione sarebbe posta nella
superbia, come la discrezione posta nella umilt. E
per indiscretamente, si come ladro, furarebbe l'onore
a me e darebbelo a s, per propria reputazione; e quel-
lo che suo porrebbe a me, lagnandosi e mormorando
de' misteri miei, i quali lo adoperassi in lui o nelle altre
mie creature, d'ogni cosa si scandelizzarebbe in me e
nel prossimo suo.
Il contrario fanno coloro che nno la virt della discre-
zione, i quali, poi che nno renduto il debito, che
detto , a me e a loro, rendono poi al prossimo il prin-
cipale debito dell'affetto della carit e della umile e
continua orazione; il quale debba rendere ciascuno
l'uno all'aluo. E rendegli il debito di dottrina, di santa
e onesta vita per esempio, consigliandolo e aitandolo
secondo che gli di bisogno alla salute sua, come di
sopra ti dissi.
In ogni stato che l'uomo , o signore, o prelato, o sud-
dito, se egli questa virt, ogni cosa che fa e rende al
prossimo suo, fa discretamente e con affetto di carit;
per che elle (virt) sono legate e innestate insieme, e
piantate nella terra della vera umilt, la quale esce dal
cognoscimento di s.
Il Dialogo - Cap. CLIV
Unde procedette l'amore? Dal lume della chiara visio-
ne con la quale vedeva, l'anima sua, chiaramente la
178
CATERINA LA SANTA DELLA POLITICA
divina ES,senzia e la Trinit e cos sempre vede-
va me, DIO eterno. Questa V1Slone adoperava perfettissi-
mamente quella fedelt, la quale imperfettamente ado-
pera in voi il lume della santissima fede. Ch fu fedele
a me, Padre eterno, e per corse col lume glorioso,
come mnamorato, per la via de l'obedienzia. E perch
l'amore non solo, ma accompagnala di tutte le vere
e reali virt, per che tutte le virt nno vita da
l'amore della carit (bench altrimenti fussero le virt
in lui e altrementi in voi); ma tra l'altre la pazienzia,
che il mirol1o suo, tino segno dimosu-ativo che ella fa
ne l'anima se ella in grazia e ama in vCI;t o no; e
per la madre della carit l' data per sorella alla virt
de l'obedienzia, e l1e s unite insieme, che mai non si
perde l'una scnza l'alu-a; o tu l'i amendue, o tu non
n'i veruna.
Questa. virt una nutrice che la nutrica, cio la vera
umilit; unde tanto obediente quanto umile, e umile
quanto obediente. Questa umilit baglia e nutrice
della carit, e per il latte suo medesimo notrica la
virtll de l'obedienzia. Il vestimento suo, che questa
nutrice le d, l'avilire se medesimo, vestirsi d'obrobri,
dispiacere a s e piacere Cl me. In cui lo trllovi?
9.2. Nola
Coerentenlente con le basi tomistiche, assoluta-
mente conseguenziale il pensiero complessivo
cateriniano che il potere non sia demagogicamen-
te riguardato con disprezzo bens positivamente
considerato come corretto strumento dell'auto-
file' necessaria alla vita civile, e addirittura come
necessario esercizio di un dovere che porta lo stes-
so potere a titolo di salvezza dell'anima per il suo
detentore; infine come cantico della gloria di Dio.
Pu dirsi che in questa concisa espressione si rac-
chiuda in sintesi tutto il pensiero cateriniano sul
punto.
Caterina coglie l'autorit come lievito della
179
PIERO P:\IARDI
societ civile. L'autorit deve esse legittima, lo se
fondata su un ordinamento umano a sua volta
legittiJno, come tale quindi indirettamente, attra-
verso la chiave del diritto naturale, accetto anche
all'autorit divina. La legittimit deve sussistere
"ex parte ti tLl! i" ed "ex parte exserci ti i". Ne I
mOlllento dell'esercizio l'autorit non pu fare a
meno di servirsi del potere come strumento per la
realizzazione dei suoi fini sociali. Il potere quindi
deve essere corretto negli strumenti, intrinseca-
mente buono nelle finalit perseguendo il bene
comune, ortodosso nelle modalit e nei tempi.
Dopo quanto detto in precedenza, del tutto evi-
dente come solo su questa base insieme teologica
morale e filosofico-giuridica Caterina pu costrui-
re la sua fondamentale esortazione ai governanti:
avete l'autorit, bene vi stata data, esercitate il
potere conseguente; se non lo late peccate grave-
mente di omissione.
All'opposto del peccato di omissione si colloca
quello dell 'uso scorrelto del potere, tipico del
governante che tende a trarre dall'esercizio del
potere una gratificazione personale oltre quella
misura e soprattutto quella qualit che derivano
indissolubilmente dal compiacimento di aver
compiuto il proprio dovere con spirito perfetto.
Dunque Caterina non si preoccupa demagogica-
mente del problema come tale. Essa al contrario
si esaspera per i vuoti di potere e per le degenera-
zioni del potere. Del primo caso si gi detto
molto parlando della cosiddetta citt prestata, del
secondo caso invece utile riprendere i temi
costitutivi. Soprattutto Caterina cerca di capire il
perch di questo fenomeno degenerativo, e non
tarda a coglierlo in un amore smisurato di s che
il governante prova, come del resto tutti gli uomi-
ni, e che lo spinge ad usare il potere per una pro-
180
CATERINA l.A SANTA DELLA POLITICA
pria autoesaltazione. Ma essa intravede anche il
timore servile: usare il potere per compiacere
qualcuno, nel che si insinua gi il principio di cor-
ruzione.
vero che noi mettiamo troppo di noi stessi
nell'esercitare i poteri del nostro stato, sia che
siamo semplici cittaclini sia che siamo governanti
cio amministratori della cosa pubblica. Confon-
diamo la necessaria personalizzazione delle nostre
idee e clelle nostre azioni con una anche involon-
taria soggettivi t. Questa, attraverso le vie della
esasperata gratificazione (che i credenti attribui-
scono assai saggiamente al Maligno, il quale vuole
rovinare le opere buone), finisce per tradurre il
tutto in un'opera di superbia, di orgoglio, di egoi-
smo, di egocentrismo, di trionfalismo, di esaltazio-
ne di se stessi, quando addirittura non di autodei-
ficazione. Siamo alla grande tentazione primige-
nia della specie umana in cui Adamo ed Eva sono
caduti.
E volutamente trascuro tutte le ipotesi di corru-
zione del potere nel senso della "svendita" di un
potere, che ci viene dato per l'interesse della col-
lettivit, al fine di tornaconto personale, materiale
o morale. Giacch se abbandoniamo le spiagge
della serenit per pensare come il potere pu
diventare autentica e spesso deliberata opera pro-
grammata di prevaricazione e di prepotenza, di
maneggio inquinato del destino del prossimo,
allora la censura di lussuria trova purtroppo la sua
massima giustificazione esperienziale ed anche il
suo maggiore trionfo quale non vorremmo.
Ed ancora una volta il dovere di carit che Cate-
rina pone a base di tutta questa problematica.
Fede, carit, speranza, giustizia. Ed ancora fortez-
za, temperanza, e tanta, tanta prudenza nella tota-
le umilt. Guai a chi si lascia scoraggiare. Il pas-
181
PIERO PAJARDI
saggio dalla citt dell'uomo alla citt di Dio len-
tissimo. Richiede tenacia, perseveranza, sacrifici a
non finire, talvolta anche olocausti. In particolare,
richiede una infinita pazienza, la quale deve
coniugarsi con una totale sconfitta della
Chi pianta dattero non raccoglie dattero. E la
catena totale degli uomini di buona volont, che,
nel tempo, nei secoli e nei millenni, otterr, unica
nella sua globalit e senza alternative, quei frutti
che segneranno i veri destini dell'umanit. Ma di
quei frutLi sar giusto riconoscere pezzettino per
pezzettino la paternit a tutti coloro che hanno
creduto, che hanno creduto nei principi della
vita, che hanno creduto nel destino dell'uomo,
che hanno creduto nella forza e nella capacit di
recupero e di proiezione dell'umanit, e, da ulti-
mo, per i credenti che hanno creduto nel destino
trascendente dell 'uomo proteso a raggiungere la
citt di Dio.
Dovretnmo chiedere a Caterina: ma ci sono gover-
nanti cos? Caterina non risponderebbe n s n
no. Caterina risponderebbe che possono esserci, e
che quindi devono esserci, ed anzi che devono
assolutamente esserc; e che chi non lo lo diven-
ti. Perch questo Dio e gli uomini vogliono, e la
nostra natura esige.
A questo punto per si innesta il problema del-
l'obbedienza. chiaro che l'autorit, cos come
concepita, ha il potere, cos come concepito, di
pretendere dal cittadino che ogni sacrificio sia
proporzionato allo specifico bene comune. Un
contributo, ad esempio, per opere pubbliche e
servizi sociali adeguati; ma anche al litnite massi-
mo ii sacrificio della vita per una guenCl difensiva.
Una autorit cos concepita si impone all'indivi-
duo in piena liceit ed in piena legittimit. Secon-
do i vari sistemi politici, purch sempre naturali-
182
CATE.RINA LA SANTA DELL\ l'OLITICA
sticamente leciti e legittimi, mille potranno essere
i modi di partecipazione del cittadino al governo
della cosa pubblica, anche nella maniera pi indi-
retta del formare e del contribuire a formare opi-
nione pubblica. Ma una volta pronunciata la deci-
sione, si pone il problema della obbedienza.
Ebbene, con la immensa devozione e con il pi
grande affettuoso rispetto per una figura di santa
quale Caterina, che mi ha totalmente avvinto, a
me sembra che il problema della obbedienza non
sia stato dalla Santa chiarito, almeno quanto gli
altri. Si potrebbe dapprima osservare che le ha
fatto velo l'averlo esaminato nel rapporto tra
superiore in autorit di tipo ecclesiastico da una
parte e fedele dall'altra. Ma l'osservazione prove-
rebbe troppo, perch un po' tutti i temi politici, a
cominciare da quello del potere in generale, sono
staLi riguardati da Caterina anche e spesso soprat-
tutto in tale chiave, sia pure poi generalizzando.
Caterina ondeggia, specialmente nel "Dialogo", tra
una ossessi\'ll idea di obbedienza cieca ed assoluta
anche nei conl'i'onti del prelato che sbaglia, ed una
forte quanto dignitosa sensibilit per l'autonomia
del singolo soggetto che essa non vuole vedere
ptivo o privato di quei talenti che costituiscono la
base non solo della sua libert ma della sua stessa
responsabilit. E si pone il problema specifico del
se e del come sopprimere un sindacato di merito.
Viene 0<1 l'altro spontaneo pensare che se Caterina
avesse concepito l'obbedienza in termini di assolu-
tezza mai si sarebbe permessa di svolgere quella
imponente attivit diplomatica personale per far
ritornare, sia pure attraverso la persuasione, il
Santo Padre a Roma da Avignone. Senza dire della
veemenza C011 cui Caterina aggredisce in termini di
giudizio critico, morale oltre che politico, gover-
nanti laici quanto vescovi e cardinali.
183
PIE.RO PAJARDI
Ebbene, un principio di soluzione, anche se non
totalmente appagante, pu ritrovarsi in questa
apparente duplicit di anime. Caterina nega la
ribellione e la sua liceit nella contingenza
dell'atto di obbedienza richiesto, ma lascia total-
mente libero, attraverso i canali del lecito del
legittimo e del corretto, l'espandersi del pensiero
critico del soggetto titolare del dovere di obbe-
dienza, in modo cos da raggiungere il risultato
della negazione della rivoluzione ma anche della
contestazione del detentore del potere deviante.
Un atteggiamento vaganlente socratico impernia-
to sull"'obbedisco, ma ti contesto", oppure "ti
contesto, ma obbedisco".
184
l,.APITOLO DECIMO
VIRT E DIFETTI DEI GOVERNANTI
IO.!. 1sli.
Leltera n. J J
A Pie/m cardinale di Oslia.
Al nome di Ges CrisLO crocifisso e di Maria dolce.
Carissimo e reverendissimo Padre in CrisLO dolce Ges.
lo Calc.lrina, serva e schiava de' sel\li di Ges Cristo, scri-
vo a voi nel prezioso sangue suo; con desiderio di veder-
vi uomo ~ r i l e non timoroso, acciocch virilmente ser-
viate alla Sposa di Cristo adoperando per onore di Dio
spiritualmente e temporalmente, secondo che nel
tempo d'oggi questa dolce Sposa ha bisogno. Son certa
che se l'occhio dell'intelletto vostro si lever a vedere la
sua necessit, voi il farete sollicitamente e senza alcuno
timore O negligenzia. L'anima che teme di timore sen'i-
le, neuna sua operazione perfetta; e in qualunque
stato si sia, nelle piccole cose e nelle grandi viene meno,
c non conduce quello che ha cominciato, alla sua perfe-
zione. Oh quanto pericoloso questo timore! Egli taglia
le braccia del santo desiderio; egli accieca l'uomo, che
non gli lassa cognoscere n vedere la verit: perocch
questo timore procede dalla cecit dell'amore proprio
di s medesimo. Perocch subito che la creatura, che ha
in s ragione, s'ama d'amore proprio sensitivo, subito
teme: e questa la cagione perch teme; perch ha
posto l'amore e la speranza sua in cosa debile che non
ha in s fermezza n stabilit alcuna, anco passa come il
vento. Oh perversit d'amore, quanto sci dannosa a
signori temporali e spirituali, e a sudditi! Onde, se egli
prelato, non corregge mai, perocch teme di non perde-
re la prelazione, e di non dispiacere a' sudditi suoi. E
cos medesimamente ancora dannoso al suddito.
185
PIERO l'AJARDI
Perocch umili l non in cului che s'ama di cosiffauo
amore; anca v' una radicala superbia; e il superbo nOI1
mai obediente. Se egli signore temporale. non tiene
giustizia; anca commette molte inique e false ingiustizie,
facendole secondo al piacere suo o secondo il piacere
delle crealllre. Cos dunque per lo non correggere, e
per lo non tenere giustizia, li sudditi ne diventano pi
cattivi; perocch si nou'icano nelli vizi e nelle malizie
loro. Poi, dunque, che lanto pericoloso l'amore pro-
prio, col disordinalO timore; da fuggirlo: ed da apri-
re l'occhio dell'intelletto nell'obietto dell'immacolato
Agnello, il quale regola e dottrina nOSlra, e lui
ma seguitare. Perocch egli esso Amore e Verit; e
non cerc altro che l'onore del padre e la salute nostra.
Egli non temeva e' Giudei, n loro persecuzione, n la
malizia delle dimonia, n infamia, n scherni, n villa-
nia; e nell'ultimo non temette l'obbrobriosa morte della
Croce. Noi siamo li scolari, che siamo posti a questa
dolce e soave scuola.
Lellera n. J2J
A' signori difensori, e capila:llo del popolo della citt di
Sierta essendo essa a sant'Antimo.
Al nome di Ges CI;sto crocifisso e di Maria dolce.
Carissimi signori in Cristo dolce Ges. lo Catarina,
senra e schiava de' servi di Ges Cristo, scrivo a voi nel
prezioso sangue suo; con desiderio di vedervi veri
signori c con cuore virile: cio che signoreggiate la
propria sensualit con vera e reale virt, seguitando il
nostro Creatore. Al tramenti , non potreste tenere giu-
stamente la signoria temporale, la quale Dio vi ha con-
cessa per sua grazia. Conviensi dunque che l'uomo che
ha a signoreggiare altrui e governare, signoreggi e
governi prima s. Come potrebbe il cieco vedere e gui-
dare altrui? Come potr il morto soUeITare il mano?
Lo 'nfermo governare lo 'nfermo, il povero sovvenire
al povero? non potrebbe.
186
CATERlN:\ LA SA."'ffA DEl.Lo\ POLITICA
Lellera n. 123
Ili sigllori diJemo.; della cill di Siena.
Al nome di Ges Cristo crocifisso e di Maria dolce.
Carissimi fratelli e signori temporali in Cristo dolce
Ges. lo CaLarina, serva e schiava de' servi di Ges Cri-
sto, scrivo a voi nel prezioso sangue suo; con desiderio
di veden,i uomini virili, e non limorosi governatori
della ciu propria e della ciu presta.la, considerando
me che 'I timore scrvile impedisce e avvilisce il cuore, e
non lascia vivere n adoperare come a uomo ragione-
vole, ma come animale senza veruna ragione. Perocch
il timore servile esce e procede dall'amore proprio di
s. E quanto egli ?i
noi 'l veggiamo in signOI:1 e 111 .suddItl, In rehglO:1 e 1Il
secolari, e in ogni mal11era di gen.te;. perocche
attendono ad altro che a loro medeSimI. Onde se eglt e
suddito secolare, mai non obedisce n osserva quello
che gli imposto per lo suo signore: e s'egli signo:e,
mai non fa giustizia ragionevolrnente, ma con
sensitivo commelte molte ingiustizie, chi per propna
utilit, e chi per piacere agli uomini, secon-
do la volont d'altrui, e non secondo la venta. Ovvera-
mente, che egli dispiace;e: il. quale
gli tollerebbe la signona. Onde d ognI cosa piglia timo-
re e sospetLO, con molta cecit, per che il piglia col
dove non debbe, e noi piglia col dove debbe.
Lellera n. J50
A frale Francesco Tebaldi di Fiorellza, nell'isola di Gor-
gona, monacO certosino.
Catarina serva e schiava de' sen'i di Ges Cristo.
scrivo a voi 'nel prezioso sangue suo; di
veden'i costante e perseverante nella Vlnu mfino
mone; perocch la perseveranzia vin eh,; e
coronala. Ella porta il fiore e la glona della vlla
dell'uomo: ella compimento d'ogni virt; tutte le
altre le sono fedeli. Ella non esce mai della navicella
della religione, ma sempre vi naviga dentro infino che
giugne a porto di salute. Ella non sola, ma accompa-
187
PIERO PAJARDI
gnata; tutte le virt le sono compagne, ma singolar-
mente due; cio, la fortezza e la pazienzia. Ed ella
lunga e perseverante. Perch detta lunga questa per-
severanzia? perch tiene dal principio che l'anima
comincia a volere Dio, infino all'ultimo; che mai non si
lassa scortare, per veruno inconveniente che venga.
Non la scrta la prosperit per disordinata allegrezza
n leggerezza di cuore, n consolazione spirituale, n
veruna altra cosa che a consolazione s'appartenga: e
non la scrta la tribulazione, n ingiuria, scherno, villa-
nia che le fusse fatta detta; non per peso n gravezza
dell'Ordine n per grave obedienzia che gli fusse
imposta. Tutte queste cose non la scnano per impa-
zienzia; ma con pazienzia persevera nelle fadighe sue.
Lettera n. 185
A Gregorio Xl.
Oh dolce e vero cognoscirnento, il quale poni teco il
coltello dell'odio, e con esso odio distendi la mano del
santo desiderio a trarre e uccidere il vermine
dell'amore proprio di s medesimo, il quale uno ver-
mine che guasta e rode la radice dell'arbore nosu'o, s
e per siffatto modo che neuno frutto di vita pu produ-
cere, ma seccasi, e non dura la verdura sua; perocch
colui che ama s, vive in lui la perversa superbia (la
quale capo e principio d'ogni male) in ogni stato
ch'egli , o prelato o suddito. Che se egli solo amato-
re di s medesimo, cio che ami s per s, e non s per
Dio; non pu far altro che male, e ogni virt morta in
lui. Costui [a come la donna che partorisce i figliuoli
morti. E cos veramente; perch in s non ha avuta la
vita della carit, e attendette solo alla loda e alla gloria
propria, e non del nome di Dio. Dico dunque: se egli
prelato, fa male, perocch per l'amore proprio di s
medesimo (cio, per non cadere in dispiacimento
delle creature) nel quale egli legato per piacimento e
amore proprio di s, muore in lui la giustizia santa.
Perocch vede commettere i difetti e' peccati a' sudditi
suoi, e pare che facci vista di non vedere, e non gli cor-
regge; o se pure li corregge, li corregge con tanta fred-
dezza e tiepidit di cuore, che non fa cavelle ma uno
188
CATERINA Li\ SANTA DELl-'\ POLITICA
l'impiastrare il vizio e sempre teme di non dispiacere, e
di non venire in guerra.
Tutto questo perch egli ama s. E alcuna volta che
essi vorrebbero fare pur con pace; io dico che questa
la pi pessima crudelit che si possa usare. Se la piaga,
quando bisogna, non s'incende col fuoco, e non si
taglia col ferro, ma ponesi solo l'unguento; non tanto
ch'egli abbi sanit, ma imputridisce tutto, e spesse volte
ne riceve la morte.
Lellera n. 265
A l re di Francia.
Siate, siate amatore delle virt, fondato in vera e santa
giustizia, e spregiatore del vizio. Tre cose vi prego sin-
golari, per l'amore di Cristo crocifisso, che facciate
nello stato vostro. La prima si , che spregiale il mondo
e voi medesimo, con tutti i diletti suoi; possedendo voi
il reame VOSU'O come cosa prestata il voi, e non vostra.
Perocch voi sapete bene, che n vita n sanit n ric-
chezze n onore n stato n signoria non vostra. Che
s'ella fusse vostra, voi la potreste possedere a vostro
modo. Ma talora vuole essere l'uomo sano, ch'egli
infermo; o vivo, ch'egli morto; o ricco, ch'egli pove-
ro; o signore, ch'egli fatto servo e vassallo. E tutto
questo perch'elle non sono sue; e non le pu tenere
se non quanto piace a Colui che gliel'ha prestate,
Adunque bene semplice colui che possiede l'altrui
per suo. Drittamente egli ladro, e degno della morte.
E per prego voi, che, come savio, facciate come
buono dispensatore, possedendo come cose prestate a
voi; fatto per lui suo dispensatore.
L'altra cosa, che voi manteniate la santa e vera giusti-
zia; e non sia guasta n per amore proprio di voi medesi-
mo, n per lusinghe, n per veruno piacere d'uomo, e
non tenere occhio, che i vosu'i offiziali facciano ingiusti-
zia per denari, tollendo la ragione a poverelli. Ma siate
padre de' poveri, siccome distributore di quello che Dio
v'ha dato. E vogliate che i difetti che si truovano per lo
rearne vostro, siano puniti, e la virt esaltata. Per tullo
questo partiene alla h ~ n Giustizia di fare.
La terza cosa si , d'osservare la dottrina che vi d que-
189
PIERO PAJARDI
sto maeSlfO in Croce; che quella cosa che pi deside-
ra l'anima mia di vedere in voi: ci l'amore e dilezio-
ne col prossimo vostro, col quale tanto tempo avete
avuto guerra. Perocch voi sapete bene, che senza que-
sta radice dell'amore, l'arbore dell'anima vostra non
farebbe frutLO, ma seccherebbesi, non potendo trarre a
s l'umore della Grazia, stando in odio. Oim, cat'issi-
ma padre, che la prima dolce Verit ve lo insegna, e
lassa per comandamento, d'amare Dio sopra ogni cosa,
e il prossimo come s medesimo. Egli vi di l'esempio,
pendendo in sul legno clelia santissima Croce. Gridan-
do i Giudei .. Cnlcifige.. ; ed egli grida con voce umile e
mansuela: ,(Padre, perdona a costoro che mi crocifig-
gono, che non sanno che si fare... Guat-date la sua ine-
stimabile carit; ch non tanto che egli perdoni, ma gli
scusa dinanzi al Padre. Che esempIo e dottrina que-
sta; che il Giusto, che non ha in s veleno di peccato,
sostenga dall'ingiusto, per punire le nostre iniquiL!
Lettera n. 268
Agli amiani e consoli e gonfalonieri di Bologna.
Chi n' cagione di tanta ingiustizia? l'amore proprio di
s. Ma e' miserabili uomini del mondo, perch sono
privati della verit, non cognoscono la verit, n secon-
do Dio per la salute loro, n per loro medesimi; per
conservare lo stato della signoria. Perch, se essi cogno-
scessero la verit, vederebbero che solo il vivere col
timore di Dio conserva lo stato e la citt in pace: e per
conservare la santa giustizia, rendendo a ciascuno de'
sudditi il debito suo: e a chi debbe ricever misericor-
dia, fare misericordia non per propria passione, ma
per verit: e a chi debbe ricever giustizia, farla condita
con misericordia non passionata d'ira; n per della di
creatura, ma per santa e vera giustizia: e attendere al
bene comune, e non al ben particolare; e ponere gli
officiali, e quelli che hanno a reggere la citt, non a
slte, n per animo, n per lusinghe, n per rivendere,
ma solo con virt e modo di ragione: e scegliere uomi-
ni maturi e buoni, e non fanciulli; e che temano Dio,
amatori del bene comune, e non del bene particolare
suo. Or per questo modo si conserva lo stato loro e la
190
CATERINA Lo\. 5Al'-.'TA DELL\ POLITICA
citt in pace e in unione. Ma le ingiustizie e il vivere a
stte, e il ponere a reggel-e e governare uomini che
non sanno reggere loro medesimi n le famiglie loro,
ingiusti e iracondi, passionati d'ira e amatori di loro
medesimi; questi sono quelli modi che fanno perdere
lo stato spirituale della Grazia, e lo stato temporale.
Onde a questi cotali si pu dire: In vano t'affadighi a
guardare la citt tua, se Dio non la guarda; cio se tu
non temi Dio, e nelle tue operazioni non tel poni
innanzi a te.
Se voi sarete uomini giusti, e che il reggimento vostro
sia fatto come del[Q di sopra, non passionati, n per
amor proprio e bene panicolare. ma con bene univer-
sale fondato in su la pietra viva Cristo dolce Ges; e
che col timore suo facciate tutte le vostre operazioni; e
col mezzo delle DI"azioni conserverete lo stato, la pace,
e }'unir...'. della citt vostra. E per vi prego per amore di
Cristo crocifisso (poich altro modo non c') che,
avendo voi l'aiuto dell'orazione de' servi di Dio, voi
non manchiate nella parte vostra quello che bisogna.
Perocch, se voi mancaste, voi sareste bene un poco
sostenuL dall'DI-azioni, ma non tanto, che tosto non
venisse meno; per che voi dovete ailare a portare que-
StO peso, della parte vosUd.
Lettera n. 291
A Urbano VI.
E veramente, santissimo Padre, che solo colui che fon-
dato in carit, quello che si dispone a morire per
amore di Dio e salute dell'anime; perocch privato
dell'amore proprio, di s medesimo. Perocch colui che
nell'amor proprio non si dispone a dare la vita; e non
tanto la vita, ma neuna piccola pena non pare che voglia
sostenere: perocch sempre teme di s, cio di non per-
dere la vit.:'l corporale e le proprie consolazioni. Onde
ci che fa, fa imperfetto e corrotto, perch corrotto il
principale suo affetto, col quale affetto adopera. E in
ogni st.:'l[Q adopera poca virt; o pastore o suddilO che
sia. Ma il pastore che fondaLO in vera carit, non fa
191
PIERO l':\IARDI
cos; ma ogni sua operazione buona e perfetta, perch
l'affctto suo unito e congiunto nella perfezione della
divina carit. Questi non teme n 'I di mania n la crea-
tura, ma solo teme il Creatore suo; e non cura le delra-
zioni del mondo. n obbrobri n scherni n n
scandalo n murmurazione de' sudditi suoi; li quali si
scandalizzano e vengono a mumllll'aZione quando sono
ripresi dal prelato loro: ma come uomo virile, e vestito
della fonezza della Cath"., non gli cura.
Lellem n. 296
A don. Giovanni delle Celle di Valle Ombrosa.
E,' per io v'invilO, carissimo padre, da parte di Cristo
crocifisso, che ora di nuova cominciamo il perdere
noi medesimi e a cercare solo l'onore di Dio nella
salute dell'anime, senza alcuno timore scrvile; o per
pene nostre, O per piacere alle creature, o per. morte
che ci convenisse sostenere, per neuna cosa mal allen-
tare i passi; ma correre, come ebbri d'amore. e
dolore della persecuzione che fatta al sangue. Cn-
sto crocifisso. Perocch, da qualunque lato nOI CI vol-
Iiamo, il vediamo perseguitare. Onde, se io mi volla
noi, membri putridi, noi il perseguitiamo con molti
difetti, e con tante puzze di peccati mortali, e con
l'avvelenato amore proprio, il quale avvelena tutto
quanto il mondo. E se io n,ti volla a' del san-
gue di queslO dolce e umIle Agnello, la lingua non
pu anca narrare tanti mali e difetti. Se io mi volla a'
ministri, che sono al giogo dell'obedienzia, per la
maladetta radice dell'amor proprio, che non anca
morta in loro, li veggo tanlO imperfetti che neullo s'
condotto a volere dare la vita per CrisLO crocifisso; ma
pi tosto hanno usato il timore della morte e. della
pena, che il santo timore di Dio e la reverenZla del
sangue. E se io mi volla a' secolari, che gi hanno
levato l'affello del monclo; non hanno usata tanta
che si siano partiti dal luogo, o eletta la mone,
innanzi che fare quello che non si debbe fare. E que-
sto essi l'hanno falla per imperfezione, o essi il fanno
con consiglio. Il quale consiglio, se io avessi il dal.-e, io
consiglierei che, se essi volessero usare la perfeZIOne,
192
r CATERIl'A L\ SA!'ITA DELL\ POLlTIC\
eleggessero innanzi la morte; e se essi si sentissero
debiti, fuggire il luogo e la cagione del peccato, giusta
al nostro potere. Questo consiglio medesimo, se
neuno ve ne venisse alle mani, mi parrebbe che voi e
ogni servo di Dio, il dovesse dare. Perocch voi sapete
che in neuno modo, non tanto per paura di pena o di
morte, ma per adoperare una grande virt non ci
lecito di commettere una piccola colpa. Sicch dun-
que, da qualunque lato noi ci volliamo, non troviamo
altro che difeui. Che io non dubito, che se uno solo
avesse tanta perfezione che avesse data la vita per li
casi che sono occorsi e occorrono tutto di, che il san-
gue averebbe chiamato misericordia, e legale le mani
della divina Giustizia, e spezzati i cuori di Faraone,
che sono indurati come pietra di diamante; e Ilon
veggo modo che si spezzino altro che col sangue.
Lellera. n. 302
A Urbano \fIo
E cos , santiSSImo Padre. Voi siete padre e signore
dell'universale corpo della religione cristiana: tutti
stiamo SOllO l'aie della Santit vostra; ad autorit
potete tUllO, ma, a vedere, non pi che per uno;
onde di necessit che li figliuoli vostri vedano e
procurino con schiettezza di cuore, senza timore ser-
vile, quello che sia onore di Dio, salute e onor vostro,
e delle pecorelle che stanno solto la vostra verga. E io
so che la Santit vostra ha grande desiderio d'avere
degli aiutatori, che y'aitino: ma convienvi aver
pazienzia nell'udire.
L'altra cosa che vi farebbe pena si , quando il figliuo-
lo che viene a voi a dirvi quello ch'egli sente che
torna in offesa di Dio e danno dell'anime e poco
onore alla Santit vostra, che egli commetta ignora n-
zia, che per coscienzia contenda dinanzi alla Santit
vostra a non schieltamente la pura verit, come
ella giace; perocch neuna cosa debbe essere segreta
n occulta a voi.
193
PIERO PAJARDI
Lettera n. 330
A frate Raimondo da Capua, dell'ordine di santo Dome-
nico in Pisa.
Non pi tempo da dormire, ma da destarsi dal
sonno della negligenzia. e levarsi dalla cechit
deIl'ignoranzia. e realmente sposare la verit coll'anel-
lo della santissima fede; e annunciare la verit, non
tacendola mai per veruno timore, ma larga e liberale; e
disponersi a dare la vita, se bisogna; tutto ebbro di san-
gue dell'umile e immacolato Agnello, traendolo dalle
mammelle della sposa sua della santa Chiesa. La quale
sposa vediamo tutta smembrata. Ma spero nella somma
ed eterna bont di Dio, che le render i membri sani e
non infermi, odoriferi e non putridi; e fabbricheransi
questi membri sopra le spalle de' veri servi di Dio, ama-
tori della verit, con molte fadighe, sudori, e lagrime,
umili e continue oraziani. E nelle fadighe riceveremo
refrigerio, rallegrandoci nella reformazione di questa
dolce sposa.
Lettera n. 345
Alla contessa Giovanna di Mileto e di 1rra Nuova in
Napoli.
Ma questi cotali, come ciechi e matti, non ragguarclano
a tanti loro mali. TUllo loro addiviene per lo disordina-
to affetto che hanno posto nel mondo, possedendo e
amando le cose temporali fuora della dolce volont di
Dio. Non voglio che questo addivenga a voi; ma voglio.
e detto ho, che io desidero che 'I cuore e l'affetto
vostro in tutto ne sia spogliato; cio che voi amiate e
teniate le creature e le cose create lutte per Dio, e
senza lui non caveIle. Lui amate e lui servite con tutto
'I cuore e con tutte le forze vostre, senza neuno mezzo,
con vera e profondissima umilt; amando il prossimo
vostro come voi medesima.
Ma voi mi direte: ,(Come posso avere questa umilL?
Mi sento piena d'amor proprio, e inchinevole ad ogni
atto di superbia.. , lo vi rispondo. che se voi vorrete,
194
CATERINA LA SANTA DELLo\. POLITICA
mediante la divina Grazia, tosto le taglierete da voi. La
qual Grazia data a chiunque la vuole. Il modo que-
sto: che, col lume ragguardiamo l'umilit di Dio e il
fuoco della sua carit. La quale umilit si vede tanto
profonda, che ogni intelletto umano ci viene meno. Or
fu mai simil cosa in creatura? Certo no. maggior
cosa, che vedere Dio umiliato all'uomo? Vedere la
somma altezza discesa a tanta bassezza? Essersi vestito
della nostra umanit, conversando Dio visibilmente tra
gli uomini; portando le nostre infirmit, povert e
miserie, sopra s medesimo e umiliatosi all'obbrobrio-
sa morte della Croce? La grandezza s' falla piccola, a
confusione degli enfiati superbi che sempre cercano
d e s s e l ~ maggiori; ma essi non se n'avveggono, che cag-
gIOno In somma bassezza e miseria. Sicch in lui trove-
rete la vena dell'umilit; la quale s' appressata denn-o
nell'anima d'ogni creatura ragionevole; se noi ragguar-
diamo la carit sua. E dove si vidde mai, che colui che
stato offeso, pagasse volontariamente la vita per colui
che offende? solo nell'umile immacolato Agnello la
troviamo, che per noi malvagi debitori ha pagato quel
debito il quale mai non contrasse. Noi fummo e siamo
e' ladri, ed egli ha voluto esser chiavellato in sul legno
della santissima Croce; egli ha presa l'amara medicina
per dare a noi la sanit, e fattoci bagno del sangue suo;
come innamorato, ci ha aperto il corpo, che da ogni
parte versa sangue con tan ta larghezza e fuoco
d'amore, e con tanta pazienzia, che 'l grido suo non fu
udito per veruna mormorazione. A questa larghezza si
vergognino i cupidi avari, che vedranno e' poverelli
perire di fame, e non lo volgeranno pure il capo. E
fanno ancora peggio; che non tanto che essi gli diano,
ma tollono l'altrui. Alla carit detta si confondono gli
amatori di loro medesimi, li quali per lo proprio amore
non curano offendere Dio e la verit; n pongono
mente alla sua pazienzia. Venga terrore agl'impazienti,
che non vogliono sostenere una piccola cosa, ma
rodonsi con ira e odio del prossimo loro.
Lettera n. 357
Al re d'Ungaria.
E se egli signore, che abbi a lenere giustizia; a ognu-
195
PIERO Pi\JARDI
no fa ragione, cos al grande come al piccolo, e al pove-
ro come al ricco. Non contamina la giustizia n per
lusinghe n per minaccie, n per piacere n per dispia-
cere; ma tiene la bilancia dritta, dando a ciascuno quel-
lo che vuole la ragione. Con grande diligienzia serve il
prossimo suo, mostrando sopra lui quello amore che
esso pona a Dio.
LeI/era n. 358
A maestro Andrea Vanni, dipintore, essendo capitano
del popolo di Siena.
Al nome di Ges Cristo crocifisso e di Maria dolce.
Carissimo figliuolo in Cristo dolce Ges. lo Catarina,
schiava de' servi di Ges CrisLO, scrivo a voi nel prezio-
so sangue suo; con desiderio di vedervi giusto e buono
rettore, a ci che si compia in voi l'onore di Dio e il
desiderio vostro. il quale so che Dio vi ha dato buono.
per la sua misericordia. Ma non veggo il l'nodo che noi
potessimo ben reggere altrui, se prima non reggiamo
noi medesimi. Quando l'anime regge s, regge altrui
con quel medesimo modo: perocch ama il prossimo
suo con quell'amore che ama s medesimo. Siccome la
carit perfetta di Dio genera la perfetta cariL'. del pros-
simo; cos con quella perfezione che l'uomo regge s,
regge i sudditi suoi.
In che modo regge s medesimo colui che teme Dio? E
con che giustizia? Il modo suo questo. Che con lume
di ragione egli ordina le tre potenzie dell'anima, e con
quell'ordine regola tutta la vita sua spiritualmente e
c?rporalmente, in ogni luogo, stato e tempo che egli ,
gIUstamente. Ordina la memoria a ritenere i benefici i
di Dio, e l'offese che lui ha fatte al sommo Bene. Ordi-
na l'intelletto a vedere l'amore con che Dio ha date le
grazie; e a cognoscere la dotmna della sua verit. Cos
ordina la volont ad amare l'infinita bont di Dio. la
quale lui ha veduta e cognosciuta callume dell'intellet-
to. E perch egli ha cognosduto che Dio debbe essere
amato dalle sue creature con tutto il cuore, con tutto
l'affetto e con tutte le forze nostre; poi saglie sopra la
sedia della coscienzia per t ~ ragione. quando vede
che la sensualit volesse guastare questo dolce e glorio-
196
CATEIUNA LA SANTA DELL\ POLITICA
so ordine. E se:: per illusione del dimonio a per la pro-
ptia fragilit fusse guasta o impedita la perfezione che
d questo santo ordine; egli ne fa giustizia; come allu-
minato. che a ciascuno d il debito suo. Onde, se la
sensualit gitta il colpo mortale. morte ne riceve;
tagliando il capo alla propria perversa volont col col-
tello dell'odio del vizio, c coll'amore clelia virt.
Lettera /l. 366
A maestro Andrea di \lanni, dipintore.
E se egli in stato di signoria, fa giustizia e ragione al
grande ed al piccolo. e al povero come al ricco, e non
teme di dispiacere ad alcuna creatura. ma solo teme
Dio: perocch il timore servite egli il perdelte
nell'amore divino, e nell'odio santo di s medesimo.
E per non si scandalizza dell'ingiuria. n di alcuna
altra tribolazione o pena che sostenesse o dalle altre
creature O da Dio; cio. che Dio gli desse alcuna disci-
plina. o perch egli sottraesse dalla mente slla la conso-
lazione della mente. e lassassegli dare al ciimonio le
molte tentazioni e battaglie. Ma tutte s'ingegna di por-
tarle pazien temcn te; e fa farla a s medesimo, tenendo
la volont che 11011 si scandalizzi; e umiliando s mede-
simo. reputandosi degno della fadiga. e indegno del
frutto che sguila dopo la fadiga. e indegno ancora
della pace e quiete della mente. E cos trae fuore la
pazienzia. ch' cl mirollo della carit. E per questo
modo ha adempita tulla la legge, cio d'amal'e Dio
sopra ogni cosa. e il prossimo come s medesimo.
Il Dialogo - Cap. CXVIII
- Oni narrato. carissima figliuola, alcuna cosa della
reverenzia che si debba fare ai miei unti. non astante i
difetti loro; perch la reverenzia non fatta n debba
essere fatta a loro per loro. ma per l'autorit che lo
data a loro. E perch per li difetti loro il misterio del
sacramento non pu diminuire n essere diviso. non
debba venire meno la reverenzia verso di loro: non per
197
PIERO P..\JARDI
loro, come dctto , ma per lo tcsoro dci Sangue.
Il Dialogo - Cap. CXlX
Ma ei non pensano, i miserabili, infedeli e superbi, che
lo sono solo Colui che proveggo in nIlte quantc le cose
che sono. di necessit a l'anima e al corpo; bench con
misura voi sperate in me, con quella vi sar
misurata la provldenzia mia. I miserabili presuntuosi
non raguardano che lo sono Colui che sono, ed essi
sono quegli che non sono: l'essere loro nno ricevuro
da la mia bont e grazia che posta sopra l'essere. E
per invano si pu colui reputare aJfadigllrsi che guarda lo
cill, se ella non guardata da me [Ps., CXXVI, Il. Vana
sar ogni sua fadiga, se egli per sua fadiga lo crede
guardare. o per sua sollecitudine: per che 5010 lo la
guardo; E vero che e le grazie che lo poste
sopra I essere vostro voglio che nel tempo l'esercitiate
in virt, usando il libero arbitrio, che lo v' dato, col
lume della ragione. Per che lo vi creai senza voi, ma
senza voi non vi sal var.
Il Dialogo - Cap. CXXV
- In che modo questi, pieni di tanti difetti,
e fare gIUstizia e riprendere i difetti dei
sude!lu loro? Non possono, perch i loro difetti loro
tolgono l'ardire c lo zelo della santa giustizia. E se
alcuna volta la facessero, sanno dire i sudditi scellerati
con loro insieme: - Medico, medica te medesimo
innanzi c. poi medica me, e io pigliar la medicina
che t:1 mi Egli in maggiore difello che non
l?, e dIce male a me! Male fa colui la cui repren-
sione e solo con la parola e non con buona e ordinata
vita; non che egli non debba per riprendere il male
(o bu.ono o gattivo che egli sia) nel suo suddito; male
fa che egli non corregge con santa e one-
sta vita.. molto peggio fa colui che, per qualunque
modo gli e fatta .Ia o da buono o da gatti-
va pastore che Sia,. che eglI non la riceve umilemenle,
correggendo la VIla sua scellerata; per che egli fa
198
CATERINA LA SANTA DELL\ POLITICA
male pure a s c non altrui, ed egli quello che
sosterr le pene dei difetti suoi.
Il Dialogo - Cap. CXXV11I
Tu dispregi gli umili e virtuosi povarelli. Tu gli fuggi'
ma tu i ragione di fuggirli, poniamo che tu noi debbi
fare; tu li fuggi perch la puzza del vizio tuo non pu
sostenere l'odore delia virt. Tu ti rechi a vile di
vedeni a l'uscio i miei povarelli. Tu schifi nei loro
bisogni d'andare a visitarli, vedili morire di fame e
non li sovieni. E tutto questo fanno le corna della
superbia, che non si vogliono inchinare a usare un
poco d'alla d'umilt. Perch non s'inchina? perch
l'amore proprio. che notrica la superbia, non l'
punto tolto da s; e per non vuole conscendare n
ministrare ai povarelli n sustanzia temporale n la
spirituale senza rivendaria.
O maledetta superbia, fondata ne l'amore proprio,
come i acdecato l'occhio de l'intelletto loro per s
fatto modo, che, parendo loro amare e essere teneri
di loro medesimi, essi ne sono fatti crudeli; e parendo
loro guadagnare perdono, parendo loro stare in deli-
zie e in ricchezze e in grande altezza, essi stanno in
g.rande povert e in miseria, perch sono privati della
ncchezza della virt; sono discesi da l'altezza della
grazia alla bassezza del peccato mortale. Par loro
vedere, ed ci sono ciechi, perch non conoscono loro
n me. Non conoscono lo stato loro n la dignit
dove lo gli posti, n conoscono la fragilit del
mondo e la sua poca fermezza; per che, se la cogno-
scessero, non se ne farebbero Dio. Chi l' tolto il
cognoscimento? la superbia. E a questo modo sono
diventati dimni, avendoli lo eletti per angeli e per-
ch siano angeli terrestri in queSL1. vita; ed essi caggia-
no da l'altezza del cielo al basso della tenebre. E tanLa
multiplicata la tenebre e la loro iniquit, che alcuna
volta caggiano nel difetto che lo ti dir.
199
PIERO PAJARDI
Il Dialogo - Cap. CXXIX
Riformatala di buoni pastOl-i, per fona si correggeran-
no i sudditi, per che quasi dei mali che si fanno i sud-
diti sono colpa i gmtivi pastOl-i; per che, se essi correg-
gessero e rilucesse in loro la margarita della giustizia,
con onesta e santa ~ t a non farebbero cos. E sai che
n'adiviene di questi cotali pen'ersi modi? che "uno
sguita le vestigie de l'altro; per che i sudditi non
sono obbedienti, perch, quando il prelato era suddi-
to, non fu obbediente al prelato suo. Unde riceve dai
sudditi suoi quel che di egli; e perch fu gattivo suddi-
to, gatti va pastore.
Di lUllo questo e d'ogni altro difelto, cagione la
superbia fondata in amore proprio. Ignorante e super-
bo elel suddito, e molto pi ignorante e superbo ora
che prelato. E tanta la sua ignoranzia che, come
cieco, dar l'offizio del sacerdote a uomo idiota, il
quale a pena sapr pure leggere e non sapr l'offizio
suo.
Col dove egli debba scegliere uomini esperti e fondati
in virt che sappinD e intendano quello che dicono, ed
essi fanno tutto il contrario, perch non mirano che
egli sappi e non mirano a tempo ma a diletto: pare che
scelgano fanciulli c non uomini maturi. E non mirano
che essi siano di onesta e santa vita, n che cognoscano
la digniL alla quale essi vengono, n il grande misterio
che essi nno a fare, ma mirano pure di moltiplicare
gente, ma non virt. Essi sono ciechi e ragunalOri di
ciechi, e non veggono che lo di questo de l'altre cose
loro richiedar ragione ne l'ultima estremit della
morte. E poi che egli nno fatti i sacerdoti cos tene-
brosi come detto , ed essi loro danno ad avere cura
d'anime, e veggono che di loro medesimi non sanno
avere cura.
IlDialogo- Cap. CXXX1lI
lo non voglio che neuno secolare se ne impacci di
punirli. E se essi lo far'anno, non rimarr impunim la
200
CATERINA LA SANTA DELLA" POLITICA
colpa loro, se gi non la puniscono con la contrizione
del cuore, emendandosi dei difetti loro.
10.2. Nola
Ancora una volta mi pare opportuno sollolinea-
re come Caterina (ed io stesso nella sua scia),
nell'esplorare i difetti dei governanti ed in gene-
rale dei detentori del potere pubblico, non si
soffermi su quella fascia di devianze, di malefat-
te, di empiet, e potrenlmo continuare a lungo,
che l'uomo comune riduce al denominatore
realisticamente semplificante sul piano concet-
tuale della "corruzione del potere", cio della
deviazione dai fini propri e giustificanti e
dell'utilizzo del potere in cambio di un torna-
conto personale di qualunque tipo. E non gi
perch questi non siano difetti, giacch anzi
sono i maggiori; ma proprio perch sono
appunto i pi vistosi e i pi drammaticamente
immorali e quindi non richiedono sofisticate
analisi e censure specificamente motivate.
1nsomma a dire che il politico ladro un cattivo
politico ci vuole troppo poco perch si giustifi-
chi l'intera vita di una Santa come Caterina
spesa per questa causa, e si spieghino ulteriori
sovrapposizioni saggistiche di natura filosofica,
teologica, giuridica, morale.
Sembra di avere scoperto l'owio, eppure questa
una precisazione importante perch, da una
parte, il lettore potrebbe non trovare, smarrendo-
si, proprio la cosa pi owia, mentre, dall'altra, lo
stesso lettore esortato a cogliere una sorta di
nobilitazione dell'indagine e della valutazione.
Siamo insomma alla ricerca pi dei difetti perso-
201
PIERO PAJARDI
nologici che delle devianze grossolane di compor-
tamento operativo.
Eppure vorrei dire a me stesso, ma prima devota-
mente alla Santa, che un fortissimo denominatore
comune raccoglie tutti i possibili difetti dell'uomo
pubblico, come ho cercato di dimostrare nel mio
saggio "La lussuria del potere", Milano, Mursia,
1990.11 denominatore comune costituito
dall'esercizio del potere secondo un interesse per-
sonale del detentore, o quanto meno "anche"
nell'interesse o "secondo" l'interesse proprio, di
qualunque natura sia "interesse stesso. Insomma
si tratta di una "privatizzazione" del potere pubbli-
co ricevuto per investitura.
Il che, si noti bene, non significa affatto "persona-
lizzazione". Quest'ultima anzi, almeno fino a
quando non diventi arbitrio o capriccio od abuso,
pu rappresentare una meritevole impostazione,
volta a tradurre il meglio della personalit del
detentore proprio nell'esercizio del suo potere.
Tale fenomeno positivo, e ripeto auspicabile,
nel limite della correttezza e della osservanza
della legge giuridica e morale.
Privatizzare invece vuoi dire appropriarsi di una
funzione pubblica che non appartiene al detento-
re e trasformarla come cosa personale e privata
del detentore stesso, quanto meno nell'esercizio
della funzione oppure nei risultati. Qui sta la
deviazione pi tipica del potere pubblico, ma io
aggiungerei subito anche del potere privato quan-
do esso ci viene attribuito da altri come per un
mandato o un rapporto di impiego privato. A ben
riflettere, in definitiva, si tratta di un latrocinio: il
soggetto fa propria una cosa che non gli appartie-
ne. Non una cosa materiale, e per questo forse
paradossalmente sfugge di pi e provoca meno la
coscienza. Talch, per usare un esempio un po'
202
CATERINA LA SANTA DELLA POLITICA
banale, urta senz'altro di pi l'appropriarsi di un
bene anche piccolissimo come una matita che
appartiene all'ufficio, pubblico o privato che sia,
che il fare una telefonata "a sbafo" con il telefono
dell'ufficio stesso.
Intendiamoci, la legge morale conosce la regola
della misura. E non dobbiamo diventare ossessivi.
Nelle finalit che il detentore del potere pubblico
si pone pu ben esservi una sovrapposizione tra
l'oggettivo interesse dell'ufficio e un interesse
morale di tipo ideologico, e quindi nobile, del
detentore. Come negare in tal caso che questo
combaciare delle due realt, sempre nella linea
della correttezza e nell'ambito di una stretta orto-
dossia, finir anzi per ipermotivare l'uomo pubbli-
co e gratificarlo quel tanto che sempre serve a
renderlo pi convinto del programma di esercizio
della funzione e quindi anche pi pervicace nel
raggiungere risultati nell'interesse del bene comu-
ne? Ma bisogna essere molto e molto attenti e cri-
tici nella analisi delle situazioni, soprattutto ope-
rando sulla materia delle intenzioni.
In tutte queste cose Caterina maestra somma.
Quando essa parla di amor proprio, e soprattut-
to di eccesso di amor proprio, non fa altro che
stigmatizzare questo fenomeno che insieme
psicologico e morale ma alla fine diventa anche
giuridico, vuoi di diritto naturale vuoi di diritto
positivo.
Ancora, quando Caterina stigmatizza l'operato
dei governanti che "governano per s" e non gi
"per la cosa pubblica", ripete ed amplifica lo stes-
so concetto. "Lo Stato sono io", dir dopo Cate-
rina il monarca pi assoluto forse mai esistito,
Luigi XIV di Francia. Eppure senza toccare. i
Capetingi, anche per non fornire troppo faclh
alibi, non vi chi non veda attorno a s pullulare
203
PIERO P:\JARDI
uomini pubblici che si comportano come se il
loro ufficio appartenesse a loro in senso privato!
Lo stesso discorso merita la ritornante censura di
Caterina in ordine al timore servi le. Idea questa
molto importante a denuncia anche della grande
dignit che Caterina sente come fedele suddita
del suo Signore. Essa ritiene che Dio non voglia,
neppure Lui, la servilit, che oltretutto tarpa lo
slancio e la idealit dell'amore pi puro. Ricordia-
moci la famosa mistica del ponte. Figuriamoci se
Caterina disponibile a pensare che il governante
eserciti il suo potere per timore servile nei con-
fronti di qualcuno!
Ma il "peccato" che Caterina soprattutto addebita
ai governanti, almeno nella statistica e nella fre-
quente ricorrenza, quello della superbia. Chi
non ha conosciuto uomini pubblici superbi getti il
primo fiore! Potremmo anzi "condire" questo pec-
cato che sarebbe definibile come "professionale";
e aggiungervi una cornice di arroganza, una ten-
denza a scostare, un vizio abituale di sgarbo, una
ostentata tendenza all'incomprensione del cittadi-
no-fratello che si trova davanti ad un ufficio, ad
uno sportello, o in coda all'ingresso di un palazzo.
E alla superbia potremmo aggiungere la presun-
zione, la saccenteria, spesso un ostentato fastidio
nel dover ascoltare qualcuno che pur sarebbe
doveroso sentire. E se ci fermiamo per non
diventare noiosamente pedanti.
La superbia. Non vi dubbio: il potere "d alla
testa". L'essere investiti di una funzione pubblica
fa acquistare immediatamente, ineluttabilmente,
inesorabilmente, insopprimibilmente, al preposto
l'idea di essere "qualche cosa di pi" di tutti colo-
ro che lo a ~ c i n a n o in tale veste. Prendete ai livel-
li pi modesti il pi piccolo personaggio, mettete-
gli una divisa, quale che sia, con uno stemma sulla
204
CATERINA L\ SAmA DELL\ poune"
vIsIera del berretto ufficiale, magari di parcheg-
giatore autorizzato di un ufficio pubblico, e gi
avrete creato anche in termini minimi il fenome-
no sociologico che sto cercando di dipingere.
Andate a spiegare a questo signore con la visiera
che tutto quello che gli viene dato per renderlo
nobilmente servitore degli altri, e vi guarder con
gli occhi stralunati creando llna atInosfera tipica-
mente kafkiana. Lui, altero ed arrogante, conside-
rer voi paradossalmente insolenti.
La superbia. Come definirla? Trovo questa formu-
la molto appagante: desiderio smodato e perverso
nella propria eccellenza; superiorit, per la quale
l'uomo non si piega a Dio e ai suoi precetti, e ai
superiori, e spregia gli altri e ne cerca l'abbassa-
mento; tino dei sette peccati capitali, considerato
anche il primo e l'origine di tutti (Zingarelli,
1967). Da non confondersi con l'orgoglio il quale
invece , in una dimensione e soprattutto
nell'ambito di una qualit fisiologica, costitl.lisce
un fatto positivo, comportando fierezza e coscien-
za della propria identit con i suoi valori e con le
sue esigenze di rispetto.
altrettanto indubbio che l'esercizio continuo e
professionale del potere, l'abitudine a dare ordini
ma soprattutto di programmare le opere degli
altri e di pretendere legittimamente che le pro-
prie istruzioni vengano osservate, e quindi in defi-
nitiva la necessit di pilotare la vita operativa
alu'ui, comportino questo grande rischio morale,
quello appunto di sentirsi qualche cosa di pi
degli altri. Anche se non vero che questo rischio
non possa essere evitato, visto tra l'altro che la
Santa Chiesa Cattolica ha elevato agli altari gnmdi
uomini pubblici, perfino re e regine, da re Luigi a
Tommaso Moro Lord Cancelliere d'Inghilterra.
E la superbia trascina la presunzione, cio il pen-
205
PIERO P..\JARDI
sare, criticamente o istintivamente, di essere sem-
pre dalla parte della ragione e di essere sempre
nel vero e quindi di presumere che siano sempre
gli altri a sbagliare; ed ancora comportante la ten-
denza a porre se stessi come metro di giudizio per
la valutazione della condotta altrui, atteggiamento
tipico di quell'uomo pubblico che il giudice.
Ma su questo tema cos centrale nella economia
della nostra conversazione saggistica su basi cateri-
niane, quale l'esortazione in positivo che la Santa
ci offre, affinch non awenga che il lettore non
nutra l'impressione che tutto sia male e che non sia
verificabile reaIisticamente, storicamente e statisti-
camente altro che il male? Potremmo riassumere
cos il pensiero cateriniano in questa chiave.
Siate umili, dice la San ta ai governanti, umili nel
sentirvi al servizio degli altri e gratificati per que-
sta funzione adempiuta in umilt. Governate
prima voi stessi, perch se non imparate a reggere
correttamente la vostra vita non potete pretende-
re di ordinare quella degli altri. Siate giusti, ed
esercitate la giustizia per amore, per amore di Dio
innanzi tutto se siete credenti, ma anche per
amore verso i fratelli, ed in ogni caso per tutti
coloro che vi sono sottoposti. Siate retti ed amate
la rettitudine siccome virt professionale tipica
del vostro stato; e cosi ogni cosa fate secondo
ragione, alla luce della fede e nello spirito della
carit, talch la stessa regola di giustizia "a ciascu-
no il suo" suoni non tanto come dativit operativa
quanto come sommo proposito di rispetto e di
riconoscimento di ciascuno, potente o debole che
sia, ricco o povero che sia. Non temete il dissenso
di alcuno una volta che la vostra coscienza retta
ed informata tranquilla, perch meglio essere
giusti apparendo ingiusti che essere ingiusti appa-
rendo giusti, e non disdegnate le tribolazioni che
206
CATERINA U\ SANTA DELl.A POLITICi\
possano venire a causa del vostro retto comporta-
mento. Vivete nello spirito della verit, e ricorda-
tevi che la verit il lievito con cui si condisce
qualunque virt, non essendovi virt che non si
appanni se non vi la luce della verit. La reve-
renza che vi viene offerta dai vostri sottomessi va
riferita da voi stessi a Dio e a lui ridonata come a
Ente Supremo, mentre i non credenti sostituiran-
no la divinit con la societ, la sua storia, il suo
progresso, il suo destino. Ma i credenti si industri-
no di vedere in ogni atto del loro governo un atto
di tributo per la Divinit da cui in definitiva
discende ogni potere del fratello sul fratello, e
cos in questo rendiconto trascendente continuo
si sentiranno oltretutto ancora pi responsabiliz-
zati. Governanti, sembra concludere Caterina,
non illudetevi di distinguere tra la vostra vita pub-
blica e la vostra vita privata, n pretendete di inse-
gnare bene ci che male fate nel vostro particola-
re. Per il fatto stesso di avere accettato un incarico
cos importante, voi siete impegnati ad ordinare
la vostra vita privata in modo da presentarvi ai
vostri governati come persone altamente credibili
per quanto imperfette, perch non si pu ordina-
re ci che chi ordina il primo a trasgredire.
207
C\PITOLO UNDICESIMO
LA SCELTA DELL'UOMO PUBBLICO
11.1. Testi
Lellera n. 206
A Gregorio XI.
E se voi mi diceste, Padre: - il mondo tanto travaglia-
to! in che modo verr a pace? - dicovi da parte di Cri-
sto crocifisso: tre cose principali vi conviene adoperare
con la potenzia vostra. Cio, che nel giardino della
santa Chiesa voi ne traggiate li fiori puzzolenti, pieni
d'immundizia e di cupidit, enfiati di superbia; cio li
mali pastori e l'cuori, che attossicano e imputridiscono
questo giardino. Oim, governatore nostro, usate la
vostra potenzia a divcllere questi fiori. Gittateli di fuori,
che non abbino a governare. Vogliate ch'egli studino a
governare loro medesimi in santa e buona vita. Pianta-
te in questo giardino fiori odoriferi, pastori e governa-
tori che siano veri servi di Ges Cristo, che non atten-
dano ad altro che all'onore di Dio e alla salute
dell'anime, e siena padri dc' poveri.
Lettera n. 233
A Gregorio XI.
Su virilmente, Padre! Ch io vi dico che non vi bisogna
temere. Se non faceste quello che doveste fare, avere-
ste bisogno di temere! Voi dovete venire. Venite dun-
que.
209
PIERO rj\JARDI
Lettera n. 238
Il Gregorio Xl.
Divelto il vizio, piantata la virt, ponendo questa
Croce in mano di buoni pastori e rettori nella santa
Chiesa. E se non ci di fatti, vuole che quelli che sono
a fare, voi miriate che siano buoni e virtuosi che non
temano la morte del corpo loro. Non vuole Dio che si
ragguardi agli stati e alle grandezze e alle pompe del
mancia, perocch Cristo non ha conformit con loro;
ma solo alla grandezza e ricchezza clelia virt. A questo
modo li buoni con l'affetto della croce perseguiteran-
no li vizii dcIIi cattivi.
Lettera n. 291
1\ Urbano VI.
Oim, Babbo mio dolce, poneteci rimedio; e clate refri-
gerio alli spasimati desiderii delli servi di Dio, che cii
dolore muoiono, e non possono morire; e con grande
desiclerio aspettano che voi, come vero pastore, mettia-
te mano a correggere non solamente con la parola, ma
con l'effetto, rilucendo in voi la margarita della giusti-
zia unita con la misericordia; e senza alcuno timore ser-
vile correggere in verit quelli che si notricano al petto
di questa dolce Sposa, li quali sono fatti ministri del
sangue.
Ma veramente, santissimo Padre, io non so vedere che
questo si possa ben fare, se voi non reformate il giardi-
no di nuovo, della vostra Sposa, di buone e virtuose
piante; attendendo di scegliere una brigata di santissi-
mi uomini, in cui troviate virt, e non temano la
mortc. E non mirate a grandezza; ma che siano pastori
che con sollecitudine governino le loro pecorelle. E
una brigata di buoni cardinali, che siano il voi drtta-
mente colonne, che v'aitino a sostenere il peso delle
molte fatiche con l'adiutorio divino. Oh quanto sar
allora beata l'anima mia quanclo io vedr rendere alla
Sposa di Cristo quello che suo, e vedr notricare al
peno suo quelli che non ragguardano al loro ben pro-
210
C:\TERINA LA SAN'I"A DELL\ poun\.:\
prio, ma alla gloria e loda nel nome di Dio, e a pascer-
si, in su la mensa della Croce, del cibo dell'anima. Non
dubito che, poi, li sudditi secolari non s correggano;
perch noI potrebbero fare, costretti dalla dottrina
santa e onesta vita loro, che non si correggessero. Non
dunque da dormirci su, ma virilmente e senza negli-
genzia, per gloria e loda del nome d Dio, farne ci che
voi potete, infino alla morte.
Lettera n. 347
III conte IIlbe.-ico da Balbiano cal,itano generale della
compagnia di san Giorgio e alt,"; caporali.
E per caporali scegliate uomini virili e fedeli, di miglio-
re coscienzia che potete: che ne' buoni capi rade volte
pu stare altro che buone membra.
11 Dialogo - Cap. CXXIX
Per che, se egli avesse amato me sopra ogni cosa e
l'anima di quel tapinello, e fusse stato umile e senza
timore, avarebbe cercata la salute di quella anima.
n.2. Nota
Nei criteri, nei suggerimenti, nelle esortazioni di
Caterina in ordine alla scelta di un reggitore, di
un preposto, di un governante ed anche di un
prelato (la correlazione tra potere pubblico eccle-
siastico e potere pubblico civico continua, alme-
no nella chiave che ci interessa), Caterina insiste
in una linea di grande rigore. Non usa mezzi ter-
mini neppure quando si riferisce alle strutture
della Chiesa, talch ritorna il vecchio dubbio in
ordine al perch Caterina stata accettata e Savo-
211
PIERO
narola no. Basti pensare che proprio parlando
della Chiesa, essa. in una lettera al Santo Padre,
esorta a strappare dalla Santa Chiesa "li fiori puz-
zolenti, pieni d'immundizia e di cupiclit, enfiati
cii superbia; cio li mali pastori e rettori, che attos-
sicano e itnputridiscono queslo giardinaI>. Anzi i
prelati devono essere talmente buoni e virtuosi da
non temere neppure la morte corporale.
Ovviamente mi riferisco qui, anche nel criterio
selettivo di raccolta, acl esortazioni cii carattere
generale, giacch i criteri specifici promanano da
quanto in precedenza cletto in orcline alle e
ai clifetti dei governanti. In effetti ci che mi col-
pisce, torno a ripetere, la veemenza con cui
Caterina si esprime, proprio con riferilnento ai
governanti ciel bene comune spirituale clelia
Santa Chiesa. E Ini pare tenerissima quanto fortis-
sima l'espressione, peraltro ripetuta cii frequente,
seconclo cui i servi di Dio, oppressi dalle malefalte
di ceni prelati, muoiono di dolore e non posso-
no morire.
Caterina riferir spesso questa "idea" che insie-
me morale, spirituale e teologica. Una idea che
esprime il desiderio di morire per la gloria di Dio
con il raIllmarico di non riuscirvi.
Straordinariamente concettuosa l'esortazione a
scegliere dei capi (qui si tratta di capi militari)
che siano molto coscienziosi; con l'aggiunta che
nei buoni capi raramente si pu riscontrare qual-
cosa di pi di forti membra fisiche.
212
CAPITOLO DODICESIMO
LA GIUSTIZIA E I GOVERNANTI
12.1. Testi
Lellem n. 3
AL preposto di CasoLe e a Giacomo di Manzi, di dello
Luogo.
Oim, oim, aprile l'occhio del cognoscimento e non
aspettate la forza e la pOlenzia del sommo giudice. Ch
altro il giudice umano e altro il giudice divino.
Dinanzi a lui non si pu appellare, n avere awocau,
n procuratori; perocch il giudice vero ha fallo suo
avvocato la coscienzia che s medesima in quella estre-
mit condanna, giudica s essere degna clelia mone.
Or giudichiamci in questa vila, per l'amore di Cristo
crocifisso. Giudicando noi peccatori, e confessando
d'avere offeso Dio, dimandiamo misericordia a lui, ed
egli ce la far, non volendo noi giudicare n fare ven-
detta del prossimo nostro. Perocch, quella misericor-
dia che io voglio per me, mi conviene donare ad altrui.
Letlera n. 28
A messe,. Bemab Visconti, signore di MiLano per certi
a11lblL5cialori da esso signore mandati a lei.
Non credete al dimonio: non vogliate far giustizia di
quello che non tocca a voi. Il nostro Salvatore non
vuole; dice che sono i suoi unti; non vuole che n voi
n veruna creatura faccia questa giustizia, perch la
vuoI fare Egli. Oh quanto sarebbe sconvenevole che il
213
J'IERQ J't\JARDI
servo volesse tone la signoria di mano al giudice.
volendo fare giustizia del malfauore! molLO sarebbe
spiacevole: perocch non tocca a lui: e 'I giudice
quello che l'ha a fare. E se dicessimo: .. Il giudice noi fa;
non ben fatto che 'I faccia io?... No. Ch ogni volla
ne sarei ripreso: n pi n meno ti cader la sentenzia
addosso (se tu ucciderAi) d'essere mano lu. Non scu-
ser la legge la tua buona intenzione, che l'hai fatto
per levare il malfattore di terra. Non vuole la legge n
la religione, che, perch il giudice sia cattivo e non fac-
cia la giustizia, che lU la facci. Per tu debbilo lasciar
punire al sommo Giudice, che non lascer passare le
ingiustizie e gli altri difetti, che non siena puniti a
luogo e a tempo suo, singolarmente nell'estremit
della morte, passata quesLa tenebrosa vita; nel qual
punto, passato. ogni bene remunerato, e ogni colpa
punita. Cos vi dico, carissimo padre e fratello in Cristo
dolce Ges, che Dio non vuole che voi, n veruno, vi
facciate giustiziere de' ministri suoi. Egli l'ha commes-
so a s medesimo,ed esso l'ha commesso al Vicario suo:
e se il Vicario non lo facesse (ch lo debbe fare, ed
male se non si fa), umilmente doviamo aspettare la
punizione e correzione del sommo Giudice. Dio eter-
no.
Lettera n. 59
A messer PielTo; prele da Semignano.
Ors dunque virilmentel Mentre che sete nel tempo di
potere ricevere misericordia. ricorrete a Cristo crocifis-
so, che vi ricever benignamente, purch voi vogliate.
E pensate che se noi faceste. caderebbe sopra voi quel-
la sentenzia che fu data a quello senio iniquo, il quale
aveva ricevuta tanta misericordia del grande debito che
aveva col signore. e poi al senro suo non volse lassare
una piccola quantit. ma meuevaselo SOlto i piei. e
volevalo strangolare: onde sapendo il signore. giusta-
mente revoc la misericordia, che gli aveva fatta. e
fecene giustizia, comandando a' servi suoi che gli leghi-
no le mani e' piei, e sia messo nelle tenebre di fuore.
Non pensate che la divina bont dolce del buono Ges
ponesse questa similitudine se non per coloro che stan-
214
CATERINA LA SANTA DELL\ POLITICA
no in odio con Dio e col prossimo loro. Non voglio
dunque che aspettiate pi questa ma
voglio che la misericordia .che avete rIcevuta e.
voi la participiate col nimlco vostro; perocche III altro
modo voi non potreste participare la Grazia di Dio, e
sareste privato della visione sua.
Non dico pi. Rispondetemi della vostra
volont. Permanete nella santa e dolce dileZione d,
Dio. Ges dolce, Ges amore.
Lettera 11. 101
A1acOII/.o cardina.le degli Onini.
Bene vedete con quanta pazienzia egli ha portato e
porta le vostre iniquitndi; che che vistn. di
110n vedere: bench quando verra Il punto e Il lennme
della mone, allora mostrer ch'egli abbia veduto, per-
ch ogni colpa sar punita, e ogni bene sar remunera-
LO.
Letlera n. 109
All'abate nunzio a.postolico.
Ricevetti, dolce Padre mio, la lettera vostra con grande
consolazione e letizia, pensando che vi ricordiate di s
vile e misera creatura. Intesi ci che diceva; e rispon-
dendovi alla prima delle tre cose che mi dimandare,
dir che il dolce nostro CriSLO in terra credo, e cos
pare nel cospetto di Dio, .che
cose singolari. per le qualI la Sposa di Gesu Cnsto SI
guasta, si levassero via. L'una si l?, troppo e
sollicitudine di parenti. la quale SI
verrebbe che in lUtto e per tutto eglI fusse tutto morU-
ficato. L'altra si la troppo dolcezza fondata in troppa
misericordia. Oim. oim. questa la cagione che i
membri diventano putridi, cio per lo non
E singolarll"lente ha per male Crist? tre perversI. VIZI;
cio la immundizia, l'avarizia. e la mftala superbia. la
quale regna nella Sposa di Cristo: ne'. prelati,
non attendono ad altro che il deliZie e stati e grandlss1-
215
PIERO Pi\jARDI
me ricchezze. Veggono i demoni infernali portare
l'anime de' sudditi loro, e non se ne curano, perch
sono fatti lupi; e rivenditori della divina Grazia. Vorreb-
besi dunque una forte giustizia a correggerli; perocch
la troppa piet grandissima crudelit, ma con giusti-
zia e misericordia si vorrebbe correggere.
LeUera n. 183
All'Arcivescovo d'Otranto.
Ecci ora bisogno di medico che non abbia timore, e usi
il ferro della santa e dritta giustizia; perocch tanto
unguento s' usato infino a qui, che li membri sono
quasi tutti imputriditi.
LeUemn.196
A Gregorio Xl.
Pace, pace, pace! acciocch non abbi la guerra a pro-
longare questo dolce tempo. Ma se volete fare vendetta
e giustizia, pigliatela sopra di me misera miserabile, e
datemi ogni pena e tormento che piace a voi, infino
alla mortc. Credo che per la puzza delle mie iniquit
siena venuti molti difetti e molti inconvenienti e
discordie. Dunque sopra me misera vostra figliuola
prendete ogni vendetta che volete.
LeUera n. 213
A Suora Daniella da Orvieto, vestita dell'abito di Santo
Domingo, la quale, non potendo segui"e la sua grande
/lenitenza, era venuta in grande afflizione.
Questi sono ti-e rami principali di questo glorioso
figliuolo della discrezione, il quale esce dall'arbore
clelia carit. Di questi U-e rami escono infiniti e variati
frutti, tutti soavi e di grandissima dolcezza, che notrica-
2]6
CATERINA 1.:\ SANTA DELL\ POLITICA
no l'anima nella vita della Grazia, quando con la mano
del libero arbiu'io, e con la bocca del santo e affocmo
desiderio li prende. In ogni stato che la persona ,
gusta cii questi frutti, se ella ha il lume della discrezio-
ne: in diversi modi, secondo il diverso stato. Colui che
nello stato del mondo, e ha questo lume, coglie il
frUllO clell'obedienzia, de' comandamellti di Dio, e il
dispiacere del mondo, spogliandosene mentalmente,
poniamoch attualmente ne sia vestito. Se egli ha
figliuoli, piglia il frutto del timore di Dio, e col timore
santo suo li notrica. Se egli signore, piglia il frutto
della giustizia, perch discretamente vuole rendere a
ciascuno il debito suo; onde col rigore della giustizia
pUllisce:: lo ingiusto, e il giusto premia, gustando il frut-
to della ragione; ch per lusinghe n per limore servile
non si parte da questa via. Se egli suddito, coglie il
frutto dell'obedienzia e reverenzia verso il signore suo;
schifando la cagione e la via, per la quale il potesse
offendere. Se col lume non l'avesse vedute, non l'ave-
rebbe schifate. Se sono religiosi o prelati, trggonne il
frUllO dolce e piacevole d'essere ossen'atori dell'ordine
loro; portando e sopportando i difetti l'uno dell'altro,
abbracciando le vergogne e 'I dispiacere, ponendosi
sopra le spalle il giogo dell' obedienzia. Il prelato pren-
de la rame dell'onore di Dio e della salute dell'anime,
gittandogli l'amo della dottrina e clelia vita esemplaria.
In quanti diversi modi, e in diverse creature si colgono
questi frutti! Troppo sarebbe lungo a narrarlo; con lin-
glia non si potrebbe esprimere.
LeUem 71. 307
A una. donna che mormorava.
Poich l'anima cosi dolcemente ha cognosciuta la
verit nel suo Creatore, e giudicalO cos dolcemente e'
misteri suoi in bene, si volle, in questa medesima verit
e (Tiudizio, nel prossimo suo; perch la carit del prossi-
esce dalla carit di Dio. Onde questa la regola di
coloro che il temono: che mai giudizio neuno non vor-
ranno fare a neuna creatura se non in bene; guarda gi
che non vedesse il male espressamente colpa di pecca-
to mortale. N questo piglia per giudizio, ma, per lilla
2]7
PIERO l'f\JARDI
santa compassione, il pona dinanzi a Dio, dicendo:
"Oggi tocca a te, domani a me; se non russe la somma
Bont che mi conserva. Ogni giudizio lasso al sommo
Giudice che ha a giudicare e buoni e rei, e al giudice
temporale, il quale posto perch tenga e faccia {Tiusli-
. cl o
zia a ognuno secondo che merita". Non si pone a giu-
dicare per detto delle creature, n per costumi e atti di
fuore; perocch vede bene che Cristo benedetto glielo
vieta nelI'Evangelio dicendo: "Non vogliate giudicare
in faccial>.
LeUera n. 310
A Ire ca,dinali ilaliani.
Tornate, tornate, e non aspettate la verga della Giusti-
zia; perocch dalle mani di Dio non potiamo escire.
Noi siamo nelle mani sue, o per giustizia o per miseri-
cordia: meglio a noi di ricognosccre le colpe l1osU-e e
stare nelle mani della Misericordia, che di stare in
colpa e nelle mani della Giustizia. Perch le colpe
nostre non passano impunite; e specialmente quelle
che sono fatte contra alla santa Chiesa.
LeUera n. 312
Alla reina di Napoli.
QueSk1. tenebra, della quale vorreste far luce, vi torne-
rebbe a ruina con loro insieme; perocch voi sapete,
che Dio non lassa passare impunite le colpe commesse,
massimamente quelle che sono fatte alla santa Chiesa.
LeUera n. 318
A Sano di l'v1aco, e a luui gli aUri suoi in C,lo figliuo-
li, secolari di Siena.
Troppo sarebbe lungo a narrare ci che si legge in
questo libro: ma aprasi l'occhio dell'intelletto, col
218
CATERINA L\ SANTA DELL\ POLITICA
lume della santissima fede, e vadano i piedi dell'affetto
a leggere in questo dolcissimo libro. Ine si truova la
prudenzia; ine la sapienzia, con la quale, egli prese il
dimonio coll'amo della nostra umanit. In lui giusti-
zia, in tanto che, per punire la colpa, di s medesimo
all'obbrobriosa morte della Croce, facendo ancudine
del corpo suo, la quale fabric col fuoco della sua
carit, col martello delle grandissime pene. Sicch in
lui giustizia, fortezza e temperanza: che per tenerezza
di s n per nostra ingratitudine n per le grida de'
Giudei non volt il capo addietro a ritrare dal sacrificio
che egli faceva di s il capo addietro a ritrare dal sacri-
ficio che egli faceva di s al Padre. Or leggiamo in quel-
la virt piccola della vera umiiit, e profonda, che fu in
lui, a vergogna della nostra superbia. Vedremo Dio
umiliato all'uomo, la somma altezza discesa a tanta bas-
sezza, Dio-c-uomo umiliato alla penosa e vilissima
morte della Croce. E tutto d il vediamo usare di questa
umilit. E con quanta umilit e pazienzia porta egli le
nostre iniquit! La ignoranzia, e negligenzia e ingrati-
tudine nostra, tutte le pona per fame ch'egli ha della
nostra salute; prestandoci il tempo con le buone e
sante ispirazioni, con farci vedere e provare la fragilit
nostra e la poca fermezza del mondo, acciocch noi
Ilon ce ne fidiamo.
Lettera n. 337
A' signori priori dell'arti, e al gonfaloniere di giustizia
del/lopolo e del comune di Finm.ze.
Dall'amore proprio. Tolle la dilezione della carit; fa
l'uomo superbo, ricognoscendo quello ch 'egli ha di
bene da s, e non da Dio. Non vede se non essere, per-
ch il proprio amore l'ha accecato: ch se egli vedesse,
cognoscerebbe che l'essere ed ogni grazia che posta
sopra l'essere, spirituale e temporale, tutte le ha da Dio,
perch solo Dio Colui che . Lo ingrato non pazien-
te, perch separato dalla carit e dilezione del prossi-
mo; la sua speranza vana, perch si confida in s; spera
nell'adiutorio umano, e non nell'adiutorio divino. La
fede sua morta; perch senza buona operazione: per
219
PIERO Pt\JARDI
che la fede senz'opera, morta . Se egli suddito, egli
disobediente; se egli 6ignore che tenga stato di signoria,
egli commette ingiustizia; e non fa giustizia se non ad
animo; la quale non giustizia; anzi ingiustizia; perch o
egli la fa per odio e dispiacere che egli ha verso quello
cotale, o per piacere e non dispiacere alle creature, o per
propria utilit che egli ne traesse. Onde vediamo in ogni
cosa mancare la santa giustizia. l signori naturali sono
Euti tiranni. AI pello del Comune non si nutricano i sud-
diti con giustizia n carit fratellla; ma ciascuno con fal-
sit e bugie allende al bene proprio partico1<u-e, e non al
bene universale. Ognuno cerca la signoria per s, e non
il buono stato e reggimento della citt. Ma, come ciechi,
non s'avveggono de' loro guai; ch, credendo acquistare,
perdono; credendo possedere, lussano, tale ora che essi
non seI pensano. Questo abbiamo veduto e provato.
Tutto il permette Dio per divina giustizia, per purgare la
nostra ingratitudine, e per farci tornare a cognoscimen-
to, e con la verga umiliarci sotto la potente sua mano.
Adunque vi necessario di spogliarvi dell'uomo vec-
chio, cio dci proprio amore, onde esce la ingratitudi-
ne; e vestirvi dell'uomo nuovo, Cristo dolce Ges, cio
clelia dottrina sua, seguitando le sue vestigie. Egli, per
l'obedienzia del Padre e salute noso-a, per satisfare alla
colpa di Adam, fece il contrario di ci ch'esso Adam
aveva hato. Adam con la disobedienzia corse al dilctto,
con superbia e ingratitudine del beneficio ricevuto; e il
dolce e amoroso Verbo corse, come innamorato, COIl
obedienzia, all'obbrobriosa morte delia Croce. Umi-
liossi Dio all'uomo pigliando la nostra umanit, e Dio-
e-uomo si umili intno all'obbrobriosa morte della
Croce; e cos satisfece alla colpa della nostra ingratitu-
dine, siccome nostro tramezzatore. Convienci vestire
dunque della dottrina di questo uomo nuovo, con vera
e santa sollicitudine, e vestirei dell'affetto della sua
carit, che tanto amore ci ha mostrato.
Lellera 11. 348
Alla reina di Napoli
O carissima madre (madre, dico, in quanto io vi vegga
220
CATERINA LA SA!'ITA DELLA POLITICA
esser figliuola fedele alla santa Chiesa); egli mi pare
che neuna piet abbiate inverso di voi. Oim, oim,
che, perch io v'amo, io mi doglio del male stato vostro
dell'anima e del corpo. Vorrei volentieri ponerci la vita
per rimediare a questa crudelt. Pi volte v'ho scritto
per compassione; mostrandovi che quello che v'
mostrato per veriL.", bugia; e la verga della divina giu-
stizia, la quale sta apparecchiata, se non vi levate da
tanto difetto. Umana cosa il peccare; ma la perseve-
ranzia nel peccato cosa di dimonio.
Adunque temiamo Dio, e tremiamo sotto la verga della
giustizia sua. Correggiamoci, e non si vada pi oltre.
Temete, temete Dio e ponetevelo dinanzi agli occhi
vostri; e pensate che Dio vi vede, e l'occhio suo sopra
di voi, e la giustizia sua vuole che ogni colpa sia punita,
e ogni bene remunerato.
Lellera n. 349
A' signori /)anderesi e quattro buoni uomini manlenilori
della repubblica di Roma.
Tutto il contrario dimostra l'uomo ch' grato e cogno-
scente al suo Creatore. Egli gli d giustizia, rendendo-
gli quello che suo: cio, la gloria e loda che clebbe
essere di Dio, egli gli d, amandolo sopra ogni cosa, e il
prossimo come s medesimo. Ragguardanclo la umilit
di Dio, ha mozzo le corna della superbia e con la sua
giustizia s' levato dalla ingiustizia, e con la carit del
prossimo suo ha conculcata la invidia, dilargando il
cuore nell'affetto della carit. Nella purit di Cristo e
nell'abbondanzia del sangue suo, si leva da ogni
immundizia. Vive onestamente, sowenendo al prossi-
mo suo, o suddito o signore che sia, in ogni sua neces-
sit: quanto gli possibile, d del suo, e non toglie
l'altrui; fa ragione al piccolo come al grande; e al pove-
ro come al ricco, secondo che vuole la vera giustizia.
Egli non leggi ero a credere un difetto del suo prossi-
mo; ma con prudenzia e maturit di cuore ragguarda
molto bene colui che dice, e di cui egli dice. Egli
221
PIERO PAJARDI
grato e cognoscente a chi '} serve; perch egli grato a
Dio, per grato a lui. E non tanto che egli serva chi '1
serve, ma egli ama, e fa misericordia a chi l'ha dissenri-
to. La vita sua ordinata, perch ha ordinate tutte le
u'e potenzie dell'anima; la memoria a ritenere i benefi-
cii di Dio per l;cordamenlO; lo intelletto, ad intendere
la sua volont; e la volont, ad amarlo. E cos gl'istru-
menti del corpo tutti si dispongono in esercitare la
virt. Egli paziente e benevolo; ama la concordia, e
odia la discordia; fedele a Dio, alla santa Chiesa e al
vicario suo; come figliuolo vero, si nutrica al petto della
sua obedienzia. Ora, a questo modo dimostriamo di
essere grati e cognoscenti a Dio. Allora le grazie cresco-
no, temporali e spirituali.
Lettera n. 362
Alla ,-eina che fil di NajJOli.
O dolcissima madre, io desidero di vedervi fondata in
questa verit, la quale seguirete stando nel vero cogno-
scimento di voi: altrimenti no. E perci vi dissi che
desideravo di vedervi cognoscere voi medesima. A que-
sta verit io v'invito a cognoscerla, acciocch la possiate
amare. Questa la verit: che Dio v'ha creata per darvi
vita eterna. E se voi ragguardate l'umile Agnello, nel
sangue suo v'ha manifestato che cos la verit; e per
fu sparto e dato a noi in prezzo, e ministrato nel corpo
della santa Chiesa. Che promette questa verit a chi
l'ama? promette che nel prezzo del sangue ricever vita
eterna, colla santa confessione, contrizione e satisfazio-
ne. Anca promette che ogni bene sar remunerato, e
ogni colpa punita. E cos ci d timore santo e amore;
invitandoci, che, come noi temiamo la pena, cos
temiamo la colpa.
Lettera n. 363
A mastm Andrea di Vanni
J
di!Jintore.
Sicch vedete dunque, che altro modo non ci ha a con-
222
CATERINA LA SANTA DELLA POLlTIC.A,.
servare e crescere nella virt. E per vi prego, carissimo
figliuolo in Cristo dolce Ges, che impariate da questo
dolce e immacolato Agnello a stare sempre a basso per
vera e dolce umilit; acci che sempre conserviate e
cresciate la virt in qualunque stato voi sete. Perocch
colui ch' umile, ogni sua operazione spirituale e tem-
porale gli vale a vita eterna, perocch fatta in Grazia.
Onde se egli fa operazioni temporali, esse gli danno
vita, per che le fa con l'occhio dirizzato in Dio; e se
elle sono spirituali, gettano odore di virt dinanzi a
Dio e dinanzi agli uomini del mondo. E se egli in
stato di signoria, gitta odore di santa giustizia; per che
colui ch' umile, non fa ingiustizia verso del prossimo
suo, n dispiacere; anca, l'ama come s medesimo. E
cos vi prego, carissimo figliuolo, che ora nello stato
vostro manteniate ragione e giustizia al piccolo come al
grande, al povero come al ricco, e agguagliatamente a
ciascuno rendete il debito suo, secondo che vuole la
giustizia santa, condita con la misericordia.
Letiera n. 377
Ai signori priori dell'arti e al gonfaloniere di giustizia
della citt di Filenze.
Questi combatte virilmente col mondo, e non mai
vinto, ma sempre vince, perch Dio, che somma ed
eterna fortezza, dentro nell'anima sua per grazia; e in
qualunque stato la persona , vive virilmente e con
affetto di virt, quando legato in s dolce legame e
unito nella dilezione e carit dolce del prossimo suo.
Se egli suddito secolare, egli sempre obediente alla
legge divina, osservando i dolci comandamenti di Dio,
e alla legge civile non trapassando le costituzioni e
comandamento del Signore suo; se egli religioso,
osservatore dell'Ordine infino alla morte; e se viene a
stato di signoria, in lui ;iluce la margarita clelia santa
giustizia, tenendo ragione e giustizia al piccolo come al
grande, e al povero come al ricco; e non la guasta que-
sta virt della giustizia, n per piacere alli uomini, n
per desiderio di pecunia, n per amore che egli abbi al
suo bene particolare; per che non attende al suo bene
223
JlIERO PAJARDI
proprio. ma al bene universale di tutta la cilL, e per
apre "occhio dello intelleno non passionato per alcu-
na ingiuria che ciii abbi ricevuta, ma al bene comune.
Questa quella dolce vin che pacifica la creatura col
suo CreaLOre, e l'uno cittadino con l'ahro, perch ella
esce dalla fontana della carit e vincolo d'amore e
unione perfetta, la quale ha fatta in Dio e nel prossimo
suo.
Il Dialaga - Cap. VI
E cos ogni male si fa per mezzo del prossimo, elOe
che, non amando me, non nella carit sua. E tuui i
mali dipendono perch "anima privata della carit di
me e verso il prossimo suo. Non facendo bene, seguita
che fa male; facendo male, verso cui lo fa e dimostra?
verso se medesimo in prima e del prossimo; non verso
di me, ch a me non pu fare danno, se non in quanto
lo reputo fatLO a me quello che fa a lui. Fa danno a s
di colpa, la quale colpa lo priva della grazia; peggio
non si pu fare. Al prossimo fa danno non dandogli il
debito che gli debba dare della dilezione e della carit
e amore, col qual amore lo debba sowenire con l'ora-
zione, e santo desiderio offerto dinanzi a me per lui.
Il Dialaga - Cap. VIII
TUlLe le virt si pruovano e si parluriscano nel prossi-
mo, come gli iniqui parturiscano ogni vizio nel prossi-
mo loro.
E cos la giustizia non diminuisce per le sue ingiustizie.
anca dimostra di provarla cio che dimostra che egli
giusto per la virt della pazienzia, come la benignit e
mansuetudine del tempo de l'ira si manifestano con la
dolce pazienzia, e nella invidia, dispiacimenLO e odio. si
manifesta la dilezione della carit. con fame e deside-
rio della salute dell'anime.
E se ella, al tempo che pruovala con molti contrari,
224
CATERINA L\ SAt\'TA DELL\ rOLlTIC\
non facesse buona pruDva. non sarebbe virt in verit
fondata.
Il Dialaga - cap. XXXVII
- Questa seconda reprensione. carissima figliuola. in
falto, perch giunla all'ultimo dove non pu avere
rimedio, perch s' condotla alla estremit clelia
mone, dove il vermine della coscienzia (del quale lo li
dissi ch' era accecato per lo proprio amore che egli
aveva di s) ora, nel punto della morte. perch vede s
non potere esci re dalle mie mani. questo vermine
comincia a vedere, e per rode con reprensione s
medesimo. vedendo che per suo difetto condotto in
tanto male.
Se essa anima avesse lume che cognoscesse e dolessesi
della colpa sua, non per la pena dell'inferno che ne le
seguita. ma perch offeso me, che sono somma ed
eterna Bont. anca trovarebbe misericordia. Ma se
passa il punLO della morte senza lume e solo col vermi-
ne della coscienzia e senza la speranza del sangue, o
con propria passione, dolendosi del danno suo pi che
dell'offesa mia, egli giogne all'etenla dannazione.
E allora ripreso crudelmente dalla mia giustizia, ed
ripreso della ingiustizia e del falso giudizio; e non tanto
della ingiustizia e giudizio generale. il quale usato nel
mondo generalmente in tutte le sue operazioni, ma
molto maggiormente sar ripreso della ingiustizia e
giudizio paniculare, il quale usato nell'ultimo, cio
d'avere POSL.'l, giudicando, maggiore la miseria sua che
la misericordia mia.
Questo quello peccato che non perdonato n di
qua n di l, perch non voluto, spregiando, la mia
misericordia; per che pi m' grave questo che tutti
gli alLri peccati ch'egli commessi. Unde la disperazio-
ne di Giuda mi spiacque pi e pi fu grave al mio
Figliuolo, che non fu il tradimento ch'egli gli fece. S
che sono ripresi di questo falso giudizio, d'avere posto
maggiore il peccato loro che la misericordia mia. e
per sono puniti con le dimonia e crociati eternalmen-
le con loro.
225
PIERO P.'\IARDI
IlDialogo- cap. XLIII
A virt non si viene se non per lo eognoscimento di se
medesimo e per eognoscimento di me; il quale cagno-
scimento pi perfettamente s'acquista nel tempo della
tentazione, perch allora cognasce s non essere, non
potendosi levare le pene e le molestie le quali vOlTebbe
fuggire, e me cognosce nella volont (la quale fortifi-
cala per la bont mia) che non consente ad esse cogita-
zioni. E perch veduto che la mia carit le concede,
perch il dimonio infermo e per s non pu nulla, se
non quanLO lo gli d, ed lo lo permetto. per amore e
non per odio, perch vinciate e non siate vinti, e per-
ch veniale a perfetto cognoscimenlD di me e di voi, e
acci che la virt sia provata, per che ella non si pruo-
va se non per lo suo contrario.
Il Dialogo - Cap. LVIII
La legge del timore era la legge vecchia, che fu data da
me a Mois, la quale era fondata solamente in timore,
per che commessa la colpa pativano la pena.
La legge dell'amore la legge nuova, data dal Verbo
dell'Unigenito mio Figliuolo, la quale fondata in
amore; e per la legge nuova non si ruppe per la vec-
chia, anca s'ademp. E cos disse la mia verit: lo non
venni a dissolvere la legge, ma adempirla [ML, V, 17]. E
uni la legge del timore con quella dell'amore. Fulle
tolto per l'amore la imperfezione del Limare della
pena, e rimase la perfezione del timore santo, cio
temere solo di non offendere, non per danno proprio,
ma per non offendere me che sono somma Bont.
S che la legge imperfetta fu fatta perfetta con la legge
dell'amore.
Il Dialogo - Cap. CXIX
Costoro nno seguitato le vestigie sue, e per corresse-
ro e non lassaro imputridire i membri per non correg-
226
r
, CATERINA L\ SANTA DELL\ POLITICA
gere; ma caritativamente correggevano con l'unguento
della benignit, e con l'asprezza del fuoco incendendo
la piaga de! difetto con la reprensione e penitenzia,
poco e assai secondo la gravezza del peccato. E per lo
correggere e dire la verit non curavano la morte.
Questi erano veri ortolani, che con sollecitudine e
santo timore divellevano le spine dei peccati mortali e
piantavano piante odorifere di virt. Unde i sudditi
vivevano in santo e vero timore, e allevavansi come fiori
odoriferi nel corpo mistico della santa Chiesa, perch
correggevano senza timore seIV'ile, perch n'erano pri-
vati. E perch in loro non era veleno di colpa di pecca-
to, per tenevano la santa giustizia, riprendendo viri1-
mente e senza veruno timore. Questa era ed quella
margarita, in cui ella riluce, che dava pace e lume nelle
menti delle creature e facevaJi stare in santo timore, ed
i cuori erano uniti. Unde lo voglio che tu sappi che per
veruna cosa venUla tanta tenebre e divisione nel
mondo tra secolari e religiosi, cherici e pastori della
santa Chiesa, se non solo perch il lume della giustizia
mancato ed venula la tenebre della ingiustizia.
Neuno Stato si pu conservare nella legge civile e nella
legge divina in stato di grazia senza la santa giustizia,
per che colui che non corretto e non corregge fa
come il membro che comnciato a infracidare, che,
se il gatlivo medico vi pone subitamente l'unguento
solamente e non incuoce la piaga, rutto il corpo impu-
tridisce e corrompe. Cos il prelato o altri signori che
nno sudditi, se essi vedono il membro del suddito
loro essere infracidato per la puzza del peccato morta-
le, vi pongono subito l'unguento della lusinga senza la
reprensione, non guarisce mai, ma guaslar l'altre
membra, che gli sono d'intorno legate in uno medesi-
mo corpo, cio a uno medesimo pastore. Ma se egli
sar vero e buono medico di quelle anime, s come
erano ques gloriosi pastori, egli non dar unguento
senza fuoco della reprensione. E se il membro fusse
pure ostinato nel suo male fare, lo tagliar dalla con-
gregazione, acci che non gli imputridisca gli altri con
la colpa del peccato mortale.
Ma essi non fanno oggi cos: anca fanno vista di non
vedere. E sai tu perch? perch la radice de l'amore
proprio vive in loro, unde essi traggono il peIV'erso
timore seIV'ile; per che, per timore di non perder lo
227
('(ERO Pt\JARDI
Stato o le cose temporali o prelazioni, non correggo-
no; ma ci fanno come acciecati, e per non cognosco-
no in che modo si conserva lo Slato. Ch se essi vedes-
sero come egli si conserva per la santa giustizia, la man-
terrebbero. Ma perch essi sono pl-ivati del lume, non
il cognoscono; ma, credendolo conservare con la ingiu-
stizia, non riprendono i difetti dei sudditi loro; ma
ingannati sono dalla propria passione sensitiva e da
l'appetito della signoria o della prelazione.
E anca non correggono, perch essi sono in quelli
medesimi difetti o maggiori; sentendosi compresi nella
colpa, e per perdono l'ardire e la sicurt; c, legati dal
timore servile, fanno vista di non vedere. E se pure veg-
gana, non correggono, anca si lassano legare con le
parole lusinghevoli e con molti e essi
mi truovano le scuse per non pUllIrll. In costoro SI
compie la parola che disse la mia Verit, dicendo:
Costoro sono ciechi e guide de' ciechi; e se l'ILIlO cieco guida
{'allro, ambedue caggiano nellnJo.<sa [Mt., XV, 14].
Non nno fatto n fanno cos quegli che sono stati (o
se alcuno ne fusse) miei dolci ministri, dei quali lo ti
dissi che avevano la propriet e condizione del sole. E
veramente sono sole, s come detto t', per che in
loro non tenebre di peccato n ignoranzia, perch
seguimno la dow'ina della mia Verit; n so.no
per che essi ardono nella fornace mia ... 'l, e
sono spregiaLOri delle grandezze e stati e dehzle del
mondo: e per non temono di correggere. Ch
non appetisce la signoria o la prelazione non teme dI
perderla, ma riprendono virilmente; ch chi non si
sente ripresa la coscienzia da la colpa non teme.
E per non era tenebrosa questa margarita negli. unti e
cristi miei, dei quali lo t' narrato; anco era lUCida, ed
erano abbracciatori della povert volunl.aria e cercava-
no la vilL:-l. con umiliu profonda. E per non curavano
n scherni, n villanie, n detrazioni degli uomini, n
ingiuria, n obrobri, n n tormento. Essi
bestemmiati, e eglino benedlce\'ano, e con vcra pazlen-
zia pormvano s come angeli terrestri e pi che angeli:
non per natura, ma per lo misterio e grazia data a loro,
soprannaturale, di ministrare il Corpo e il Sangue de
l'unigenito mio Figliuolo.
228
CATERlNA LA SANTA DELLA POLITICA
Jl Dialogo - Cap. CXLIII
Chi mi cosu-inge a farlo? Non egli, che non mi cerca n
dimanda "aiutorio e la providenzia mia se non in colpa
di peccato, in delizie, ricchezze e stati del mondo, ma
"amore mi costringe, perch v'amai prima che voi
fuste, senza essere amato da voi. lo v'amai ineffabiIe-
mente. Esso mi costringe a farlo, e l'orazioni dei servi
miei, i quali (il servidore dello Spirito Santo, ciemenzia
mia, ministrando loro l'onore di me e la dilezione del
prossimo loro) cercano con inestimabile carit la salute
loro, studiandosi di placare "ira mia e di legare le mani
della divina mia giustizia, la quale merita lo iniquo
uomo che lo usi conlI'o di lui.
12.2. Nola
La giustizia dei governami o i governanti della
giustizia, o pi complessivamente giustizia e
governami? Tema assai complesso e articolato,
oltremodo composito. Solo all'apparenza non
sempre questo il nucleo centrale attorno al quale
ruota tutto lo spirito di questo saggio. Solo appa-
rentemente, perch in realt la giustizia rappre-
senta il parametro indefettibile di qualunque valu-
tazione si voglia fare del modello di qualsivoglia
governante: per le leggi che promulga, per lo spi-
rito soprattutto con cui le enlana, ma anche per
come lui stesso oltre ad osservarle le fa osservare.
Una vera cartina di tornasole morale.
Caterina lo sente e lo sa, Lalch, pur chiamando
teneramente margherite tl.tte le virt, si attarda e
si ripete nel chiamare "margarita" la virt della
giustizia che essa sente da par suo in modo subli-
me, anzi pi precisamente sublimato. Sembra
quindi che la Santa "aspetti al varco" l'uomo di'
229
PIERO PAJARDI
potere, ecclesiastico o civico o sociale, per lodarlo
o rimproverarlo proprio a seconda di quanto lo
stesso riesca ad impersonare la virt della giusti-
zia. Ed ancora una volta sono costretto ad ammet-
tere che quasi un mistero il fatto che una santa
mistica, una angelica creatura del Signore, per la
quale tutto il problema esistenziale si riduce e si
traduce in un fuoco d'amore indefinibile colloca-
to sull'altare del suo Dio, riesca a cogliere con
tanta perfezione concettuale ma ancor pi con
tanto trasporto morale l'essenzialit della giusti-
zia. Laddove il quasi mistero si chiarisce proprio
nella matrice filosofica e teologica fortemente
tomistica del personaggio. Un personaggio che,
come pi volte detto, si allinea perfettamente
rispetto al suo "Ges dolce"; quel Ges che per i
tre anni della sua predicazione ha continuamente
martellato con le sue parole sull'incudine della
giustizia, dicendo tra l'altro a colui che offriva
sacrifici a Dio di sospendere i suoi gesti e di anda-
re prima a rappacificarsi con il fratello, quasi a
significare che non vi purezza di intenti n slan-
cio verticale di sentimenti trascendenti autentici
senza il compimento di quella giustizia che brilla
nel cielo pi splendente della stella di Sirio.
La perfezione teoretica di Caterina giunge al
punto di farsi carico di una giustizia anche proces-
suale, cio modale e strumentale, come quando
condanna chi voglia sostituirsi al giudice, anche
quando lo stesso giudice cui competerebbe di
prowedere non prowede.
Mi si consenta di ripetermi nell'esprimere un
ammirato stupore per il profondo senso di giusti-
zia che Caterina mostra di coltivare anche in rap-
porto alla vita trascendente e al giudizio particola-
re come universale: ogni colpa sar puni ta e ogni
bene sar remunerato. Dunque quel "Ges
230
CATERINA L\ SANTA DELLA POLITICA
dolce", espressione con cui Caterina inizia tutte le
sue lettere, non un Ges "1TIorbido"; n1isericor-
diosissimo cerlA."1mente s con chi si converte e si
pente, ma non aprioristicamente morbido.
E la stessa 111isericordia non va scambiata, come si
precisa nella lettera n. 109, per permissivit, per-
ch il dovere di correzione viene prima della
misericordia e non esclude la misericordia. li fatto
che il bene finale la salvezza dell'anima, e que-
sta si raggiunge in modo autentico con la conver-
sione dello spirito, cio della mente e del cuore, e
con il pentimento per i peccati commessi. Per cui
falsa misericordia quella che non aiuta a portare
a questo risultato. Anzi usi pure il medico il ferro
della santa e diritta giustizia e non si limiti ai
cosiddetti unguenti. E la stessa pace, quella vera,
condizionata alla giusLzia, altrilnenti non una
pace autentica, ma soltanto una assenza di guer-
ra, quando non addirittura un imputridirsi. Le
espressioni cateriniane sono come sempre fortissi-
me.
Si noti, e lo dico per gli addetti ai lavori, come il
senso di giustizia in Caterina giochi sempre in
duplice direzione, la punizione dell'ingiusto e la
premiazione del giusto: essa crede nel diritto
punitivo con la stessa forza con cui crede nel dirit-
to premiale.
Lo stesso "scandalo della Croce" ha in Caterina
una spiegazione apocali ttica, da grande mistica:
oltre l'amore, o se si vuole prima dell'amore,
occorreva un grandissimo incommensurabile atto
di giustizia, cui neppure Dio poteva rinunciare
per raggiungere il risultato della salvezza del-
l'uomo attraverso i meriti e le opere "dell'uomo".
L'olocausto di Ges ha realizzato questo infinito
atto di giustizia a riparazione dei peccati degli
uomini, che, essendo infiniti perch rivolti contro
231
PIERO PI\IARDI
Dio, non potevano essere eliIninati soltanto da
meriti umani o da sacrifici dello stesso uomo e da
pene comunque umane.
Straordinaria, ai nostri fini, la lettera n. 337, lad-
dove, per indicare la mancanza di giustizia istitu-
zionale. statuale, civica e sociale, si stigmatizza
come .. al petto del Comune non si nUlricano i
sudditi con giustizia n carit fraterna; ITIa ciascu-
no con falsit e bugia attende al bene proprio par-
ticolare, e non al bene universale. Ognuno cerca
la signoria per s, e non il buono stato e reggi-
mento della citt".
(Pi volte v'ho scritto per compassione), scrive
Caterina alla regina Giovanna di Napoli .. e mo-
strandovi che quello che v' mostrato per verit
bugia; e la verga della divina giustizia, la quale sta
apparecchiata, se non vi levate da tanto difetto.
Umana cosa il peccare, ma la perseveranzia nel
peccato cosa di dimonio>"
Certo uno dei punti massimi, e tali considerabili
per un teologo morale come per un filosofo del
diritto, quello di aver concepito lo stesso atto di
fede come un atto di giustizia: .. egli gli da giusti-
zia, rendendogli quel che suo: cio la gloria e
loda che debbe essere di Dio, egli gli da, amando-
lo sopra ogni cosa, e il prossimo come se medesi-
mo". Risposta stratosferica a chi tende a degrada-
re la giustizia a livello cosiddetto spregiativamente
"giuridistico".
Fede, speranza, carit: queste tre virt teologali
diventano tutte insieme, ed una per una singolar-
mente, come un sublimato atto di giustizia nei
confronti di Dio e degli uomini. Questo forse il
punto centrale di tutto il pensiero cateriniano
sulla giustizia ed in definitiva sullo Stato, sulla
politica, insomma sulla "citt dell'uomo". Citt
dell'uomo che Caterina sente gi come "citt di
232
r
CATERINA L\ SANTA DELL'\ POLITICA
Dio", perch Dio non espulso. Cosi come sente
in anticipo la citt di Dio (Dine anch'essa citt
dell'uomo, dell'uomo a venire.
Ma anche l'aspetto pi umano, nel senso di terre-
no, della concezione della giustizia si subii ma in
Caterina al pi alto livello. La stessa giustizia com-
mutativa del pagare il debito animata da una
forte spinta ascensionale spiritualistica. Pagare il
debito, di qualunque tipo esso sia, non tanto il
dare una cosa a te perch tu hai dato una cosa a
tne o perch tu dia una cosa a me", ma il "rico-
noscere te", "rispettare te". Pagando il debito io ti
presto il tributo occorrente perch la tua identit
non sia scalfita. Non tanto in gioco ci che com-
pete quanto l'essere tu "te stesso", "anche" attra-
verso il riconoscimento che io faccio di te nel pre-
starti ci che ti devo. Laddove ci che ti devo
necessario perch la tua integrazione sia completa
ed aloesi la tua realizzazione.
L'unica entit alla quale non occorre nulla di
tutto ci perch sia perfetta e realizzata la divi-
nit. Dio non ha bisogno che gli uomini presti-
no a Lui il debito di fede o di amore o di ricono-
scenza. Guai se la sua perfezione fosse condizio-
nata da un atto arbitrario degli uomini. Ma il
debito non prestato torna all'indietro come
quasi duplicata colpa del debitore inadempien-
te. E a ben l'edere, nel pensiero pi riposto di
Santa Caterina, anche l'entit umana non pu
essere condizionata dal comportamento antido-
l'eroso del fratello. Non forse vero che i marti-
fi, per indicare l'eselnpio massimo dell'iniquit
subita, sono trionfanti ancorch apparentemen-
te soccombenti sul piano umano? L'ingiustizia
subita provoca certamente una sofferenza per
chi la subisce, ma questa sofferenza pu essere e
deve essere sublimata in termini ipervalenti di
233
PIERO l'f\JARDI
esaltazione se l'offeso sa operare questa trasfor-
mazione.
, ripeto, una stratosfera giuridica di finissima fat-
tura le cui conclusioni ottengono l'incommensu-
rabile effetto di "sconfiggere in ogni caso l'ingiu-
stizia". Sconfiggerla anche quando umanamente
non vi stata n eliminazione n riparazione. Ma
allora l'ingiustizia a che cosa si riduce? A questo
punto la risposta diventa semplice. Essa si riduce a
un "male" a carico dell'iniquo: lui, soltanto lui,
che deve riparare, che deve convertirsi, che deve
pentirsi, perch il problema e resta soltanto ed
esclusivamente suo. Il male che ha provocato
certamente una realt insopprimibile, ma quesLa
realt pu essere tradona spiritualisticamente in
termini positivi reintegrativi o addirittura esaltati-
vi pur unilaterali dell'oppresso e dell'offeso.
E la chiave di tuno ci? Un ineffabile, ottimale e
sublime rapporto diretto con Dio, sia da parte del
giusto, sia da parte dell'ingiusto. Il primo per
offrirgli la sofferenza subita, e addirittura a van-
taggio dell'anima dell'ingiusto, il secondo per
ripristinare l'alleanza con Lui attraverso la perfet-
ta contrizione. l'autentico pentimento. la sincera
e operante riparazione. E l'ingiustizia diretta com-
messa comunque nei confronti di Dio? Risposta:
bastato tanto poco al buon ladrone, convertitosi, a
differenza dell 'altro, per ottenere da Ges nel
momento dell'olocausto in un attimo tutto.
Non occorre, io penso, esortare il lettore a riflet-
tere su questa tematica finale intorno alla giusti-
zia, perch siamo giunti al massimo. Non al massi-
mo possibile, non al massimo relativo, bens al
massimo assoluto. Oltre non esiste pi nulla, per-
ch nulla esiste al di l della perfezione, cio al di
l di quella realt ideale nella quale nltto perfet-
tamente razionale, perfettamente etico, perfetta-
234
CATERINA lA SANTA DELL-\ POLITICA
mente umano e divino. e perfettamente compiu-
to. A questo Caterina arrivata.
Il governante ideale emana dunque "odore di
santa giustizia... in lui riluce la margarita della
santa giustizia, tenendo ragione e giustizia al pic-
colo come al grande e al povero come al ricco, e
non la guasta questa virt della giustizia, n per
piacere alli uomini, n per desiderio di pecunia,
n per amore che egli abbi al suo bene particola-
re; per che non attende al suo bene proprio, ma
al bene universale di tutta la citt, e per apre
l'occhio dello intelleno non passionato per alcu-
na ingiuria che elli abbi ricevuta, ma al bene
comune. Questa quella dolce virt che pacifica
la creatura con il suo Creatore, e l'un cittadino
con l'altro, perch ella esce dalla fontana della
carit e vincolo d'amore e unione perfetta, la
quale ha fatta in Dio e nel prossimo suo...
Questa la giustizia perfetta dell'uomo politico,
la quale l1on diminuisce per le sue ingiustizie.
anca dimostra di provarla ci che dimostra che
egli giusto per la virt della pazienzia, come la
benignit e mansuetudine del tempo de l'ira si
manifestano con la dolce pazienzia, e nella invi-
dia, dispiacimento e odio, si manifesta la dilezione
della carit, con fame e desiderio della salute
delle anime... E se ella, al tempo che pruovata
con molti contrari, non facesse buona pruova,
non sarebbe virt in verit fondata...
Utopia o realt? Ma la vera utopia non forse un
sogno realizzabile, una realt anuabile' Sogno
della politica ideale o politica del sogno?
Caterina rsponde: una buona legge e un buon
governante portano la realt contingente all'idea-
le che gi incarnato nella realt attuale e che
solo soffocata da una contingenza di negativo,
come di foglie imputridite delle quali occorre
235
PIERO PAJARDI
liberarsi spazzandole via. Una buona legge e un
buon governante contribuiscono, nel divenire
continuo evolutivo ed ascensionale del mondo e
della storia dell'umanit, a quella continua "corre-
zione" della vita dell'uomo e del mondo verso un
ideale assoluto. "Cos fanno", dice a Caterina il
suo Dio "quei miei dolci ministri, dei quali lo ti
dissi che avevano la propriet e condizione del
sole. E veramente sono sole, s come della l',
per che in loro non tenebre di peccato ne
ignoranzia, perch seguitano la dottrina della mia
Verit; n sono tiepidi; per essi ardono nella for-
nace della mia cari l, e sono spregiatori delle
grandezze e stati e delizie del mondo: e per non
temono di correggere. Ch chi non appetisce la
signoria o la prelazione non teme di perderla, ma
riprendono virilmenle; ch chi non si sente ripre-
sa la coscienza da la colpa non teme... s come
angeli lerrestri e pi che angeli...".
236
CAI'ITOLO TREDICESIMO
LA PUNIZIONE E LA RIPARAZIONE COME
EMENDA, CONVERSIONE, PURIFlCAZIONE,
LIBERAZIONE
13.1. Tesli
Lellera 11.. 21
Ad llno il cui nome si tace.
Ma bene vi dico che se voi vorrete correggere la vila
vostra in quesLO punto del tempo, che v' rimaso, Iddio
tanto benigno e misericordioso, che vi far misericor-
dia; benignamente vi ricever nelle braccia sue, faravvi
panici pare il frUllO del sangue dell'Agnello, spano con
tanto fuoco d'amore: ch non neuno s gran peccaro-
re, che non truovi misericordia. Perocch maggiore
la misericordia di Dio, che le nostre iniquit, col dove
noi ci vogliamo correggere, e vomimre il fracidume del
peccato per la santa confessione, con proponimento
d'eleggere innanzi la morte, che tornare pi al vomito.
A questo modo riaverete la dignit vostra perduta per
lo peccato: e renderemo il debito che dobbiamo ren-
dere a Dio. Sappiate che se voi noi rendeste, voi cade-
reste nella pi scura prigione che si possa imaginare.
Sappiale che quando questo debito non si rende, della
confessione, e dispiacimento del peccato, non bisogna
che altri s'affadighi a pigliarlo, perch esso medesimo
colla compagnia delle dimonia, che sono i suoi signori
a cui egli ha servito, ne va nel profondo dell'inferno.
Fratello mio dolce in Cristo dolce Ges, non voglio che
questa prigione n condennagione venga sopra di voi;
ma voglio, e pregavi (e io vi voglio aiutare) da parte di
Cristo crocifisso, che voi usciate delle mani del diavolo.
Pagate il debito della santa confessione con dispiaci-
mento dell'offesa di Dio, e proponimento di non cader
pi in tanta miseria. Abbiate memoria di Cristo croci-
fisso; spegnete il veleno della carne vostra colla memo-
237
PIERO PAJARDI
ria della carne tlagellata di CrisLO crocifisso, Dio ed
uomo. Ch per i"unione clelia natura divina colla naLU-
ra umana venuta in tanta dignit la nostra carne, che
ella esaltata sopra LUtti i cori degli angeli. Ben si deb-
bono vergognare gli stolti figliuoli di Adam, di darsi a
tanta miseria, e perdere la sua dignit.
Lellera n. 285
A Gregorio XI.
Poi vi prego che volgiate l'occhio in punire li difetti
delli pastori e offiziali della Chiesa, quando fanno quel-
lo che non si dee fare. Attendete a fare de' buoni, che
vivano virtuosamente e giustamente: quesw si debbe
fare per onore di Dio, e per lo dovere, e salute loro: e
poi, perch i secolari vi mirano in questo molLO alle
mani; e per questo, ch'egli hanno veduw che dal non
esser puniti li difetti, ne san venuti molti inconvenien-
ti.
Lellera n. 291
il Urbano 1fT.
Perocch, se giustizia senza misericordia fusse, sarebbe
con le tenebre della crudelt, e pi tosto sarebbe ingiu-
stizia che giustizia; e misericordia senza giustizia sareb-
be nel suddito, come l'unguento in su la piaga, che
vuoi essere incesa col fuoco; perch ponendovi solo
l'unguento senza incenderla, imputridisce pi tosto
che non sana.
IlDialogo- Cap. IV
- Otli mostrato, carissima figliuola, come la colpa non
si punisce in questo tempo finito per veruna pena che
si sostenga, puramente per pena. E dico che si punisce
con la pena che si sostiene col desiderio, amore e con-
trizione del cuore, non per virt della pena, ma per la
238
CATERINA LA S:\NfA DELL\ POLITICA
virt del desiderio dell'anima. S come il desiderio e
ogni virt vale ed in s v ~ per Cristo Crocifisso Uni-
genito mio Figliuolo, in quanto "anima trallo
l'amore da Lui e con virt seguita le vesligie sue. Per
q ~ s t o modo vagliono, e non per alu'o, e cos le pene
sausfanno alla colpa col dolce e lInilivo amore acquista-
to nel cognoscimento dolce clelia mia bont, e, con
l'amaritlldine e contrizione di cuore, cognoscendo s
medesimo e le proprie colpe sue.
Jl Dialogo - Cap. XI
- Ques.ti sono i frulti e l'operazioni, chc lo richieggo
dall'aluma, la pruova della vin al tempo del bisogno.
E per ti dissi, se bene li ricordi, gi cotanto tempo,
quando desideravi di fare grande penitenzia per me,
dicendo: Che potrei io fare che io sostenessi pena per
te? Ed lo ti risposi, nella mente tua, dicendo: lo so'
colui che mi diletto di poche parole e di molte opera-
zioni. per dimostrarli, che non colui che solamente me
chiamer col suono della parola, dicendo: Signore,
Signore. io vorrei fare alcuna cosa per te, n colui, che
desidera e vuole mortificare il corpo con le mohe peni-
tenzie, senza uccidere la propria volont, m'era molto
a grado; ma che lo volevo le molte operazioni del soste-
nere virilmente e con pazienzia, e le altre virt (che
contiate t') intrinseche deli'anima, le quali tutte sono
operative che aduoperano frutto di grazia.
J/Dialogo- Cap. XIV
Unde per questa lo, altezza, unii me colla bassezza
della vosrra umanit, per remediare alla corruzione e
morte della umana generazione e per reslituirla a gra-
zia, la quale per lo peccato perd. Non potendo lo
sostenere pena, (e clelia colpa voleva la divina mia giu-
stizia che n'escisse la pena) e non essendo sufficiente
pur uomo a satisfare, ch se egli avesse pure in alcuna
cosa satisfatto, non sausfaccva altro che per s e non
per l'altre creature che nno in loro ragione (bench
di questa colpa n per s n per altrui poteva egli sat-
239
PIERO PAJARDI
sfare, perch la colpa era [alla conlro a me, che so'
infinila bonl). Volendo lo pure restiLUire l'uomo il
quale era indebililo e non poteva satisfare per la cagio-
ne della, e perch era mollo indebililo, mandai il
Verbo del mio Figliuolo vestito di quesla medesima
nalUra che voi, massa COrrOlLa d'Adam, accioch sosle-
nesse pena in quella natura medesima che aveva offe-
so; e sostenendo sopra del corpo suo infino all'obbro-
briosa morte della croce, placasse l'ira mia.
13.2. Nota
Caterina, in posIZIone teoretica teologicamente
perfetta, ben conscia che tutto, assolutamen te
tultO, finalizzato alla salvezza delle anime
nell'ambito del piano prowidenziale di salvezza
generale, che costituisce il programma cosmico
umano della creazione ed insieme il piano infini-
to nel quale si inserisce lo stesso farsi uomo da
parte di Dio e il suo stesso morire come uomo.
Nulla, assolutamente nulla, si sottrae per le vie
dirette o indirette a questa finalizzazione genera-
le. Fede, speranza, carit, giustizia, e ancora
libert, responsabilit, vita stessa: tutto collegato
con i fili invisibili, e spesso imperscrutabili, a que-
sto grande traguardo cui la creazione dell 'uomo,
la storia dell'umanit, il destino finale della condi-
zione umana; sono protesi.
Quindi in questo quadro generale si inserisce
anche il pur grande tema della giustizia, cosi
come il pi particolare, per quanto anch'esso
importantissimo, problema della funzione della
punizione.
Che Caterina sia di grande rigore morale e di
grande fermezza di giudizio etico, non vi dub-
bio, perch questo addirittura un connotato
240
CATERINA LA SANrA DELL;\ POLITICA
persino del suo temperamento. Caterina odia i
lassismi e i permissivismi, gli unguenti che puzza-
no come essa li chiama; e non mai disponibile a
compromessi sui rendiconti e su una equilibrata
ritorsione retributiva. Quindi non meraviglia che
essa parli continuamente di castigo, di punizione,
di salutare afflizione, di penitenza anche attraver-
so esercizi corporali, e via dicendo. Ma errerebbe
chi pensasse che siamo di fron te al trionfo del
principio retributivo fine a se stesso o anche sol-
tanto finalizzaLO in modo composito alla pur
benefica prevenzione generale come individuale,
secondo le tematiche care ai penalisti.
Retribuzione, ritorsione, castigo, punizione. ripa-
razione, sofferenza inflitta al deviante: tutto per
Caterina, pur, ripeto, nella forza concettuale e
morale anche tradotta nelle espressioni usate,
finalizzato al recupero, alla emenda, al pentimen-
to, alla conversione, alla purificazione.
Anche quando Caterina lamenta, con saggia espe-
rienza pastorale pi infusa che acquisita, inconve-
nienti della mancata punizione, essa non si riferi-
sce ad un equilibrio formale dell'ordinamento,
vuoi morale vuoi giuridico, ma punta alla neces-
sit del superamento della devianza. Talch essa
parla continuamente di misericordia, e precisa
che la giustizia senza misericordia sarebbe cru-
delt, pur aggiungendo peraltro che la misericor-
dia senza giustizia sarebbe unguento che fa impu-
tridire.
Sublime poi il concetto secondo cui non la pena
sopportata sofferta o subita che redime, bens lo
spirito di autentico pentimento, di vera aspirazio-
ne alla conversione e alla riconciliazione con Dio
e con i fratelli, che "muta" l'anima del peccatore,
ripristina la sua purezza e la fa aderire all'olocau-
sto donativo di Ges, il Dio-uomo che si sacrifi-
241
PIERO PAJARDI
cato per redimere gli uomini. Se non c' spirito di
amore, se non c' desiderio, foss'anche soltanto
un vivo desiderio pur irrealizzato nelle opere con-
seguenti, per condizioni non volute, di riparare
l'offesa a Dio e al fratello, tutto il resto pura tec-
nica di vita senz'anima. ben vero che Dio non
vuole molte parole ma vuole invece molte opere.
Ma non sono le opere, come direbbe San Paolo,
che risolvono prese a s stanti; Il1entre lo spirito
che le anima, che non le elimina e non le rende
inutili, ma le anima, che canlpeggia, e risolve.
Ripeto ancora quanto gi detto. Il punto pi
eccelso di questa tematica quello della necessit
dell'incarnazione di Dio e dell'olocausto suo
come uomo. Senza questo evento non avrebbe
potuto esservi giustizia perfetta capace di supera-
re tutto il male. E poich l'uomo non avrebbe
potuto tan to, Qualcuno lo ha aiutato portando
sulle proprie spalle quella pena che rappresenta il
pi grande atto d'amore concepibile in assoluto,
ma insieme, ineffabilmente, il pi sottile e sofisti-
cato atto di giustizia riparatoria: Dio ha addirittu-
ra riparato, Lui stesso, nei "propri" confronti a
vantaggio dell'uomo peccatore. Un uomo peral-
tro a cui Dio chiede di fare interamente la propria
parte, senza la quale il sacrificio di Ges gli sar
inutile.
T
CAPITOLO QUATTORDICESIMO
LA RIFORMA DEI COSTUMI
14.1. 7sti
Lettera n. 121
A' signori difensori, e capitano del popolo della citt di
Siena essendo essa a sant /\. nlimo.
Ma pare che i peccati nostri non merItino ancora
tanto. Tutto il contrario pare che si faccia; cio che li
cattivi sono uditi, e i buoni sono spregiati;
Lettera n. 255
A Gregorio XI.
La volont sua, Padre, questa e cos vi dimanda. Egli
vi dimanda che facciate giustizia dell'abondanzia delle
molte iniquit che si commettono per coloro che si
notricano e pascono nel giardino della santa Chiesa;
dicendo che l'animale non si debba nutricare del cibo
degli uomini. Poich esso v'ha data l'autorit, e voi
l'avete presa; dovete usare la virt e potenzia vostra: e
non volendola usare, meglio sarebbe a refutare quello
che preso: pi onore di Dio, e salute dell'anima
vostra sarebbe.
243
PIERO PAJARDI
14.2. Nota
Sulla fustigazione dei costumi del tempo, manife-
stata con valutazioni e giudizi e con esortazioni
morali in realt al di fuori del tempo e "purtrop-
po" di portata universale, certamente attualissima,
potremmo raccogliere una infinit di testi cateri-
niani. Ci si spiega agevolmente dato che, come
pi volte ripetuto, la chiave di S. Caterina quella
della conversione, del recupero, della forte talvol-
ta violenta esortazione alla catarsi, come ancora
illustrato parlando della concezione della pena.
Caterina di un realismo "impietoso" nella dia-
gnosi della realt sociale che la circonda. Questo
un pregio rarissimo in un mistico, il quale per
natura sua portato a vivere aJmeno ad un livello di
un metro sopra la realt. li senso del concreto, del
vero, del reale, del contingente, estremamente
presente nell'animo e alla mente di Caterina. Per-
ci, proprio perci, essa soffre terribilmente,
come qualunque idealista che verifica un eccesso
di distacco tra il reale e l'ideale, e quindi si rende
conto della enorme fatica che si deve fare per por-
tare il reale all'ideale.
Mi sono limitato perci a pochissimi cenni pura-
men te indicativi. Indicativi anche per quella
buona "cattiveria" che Caterina mette in certi tipi
di vaJutazione, come quando vuole scuotere lette-
ralmente il destinatario e chiunque l'ascolti anche
con la violenza psicologica.
244
l
CAPITOl.O QUINDICESIMO
LIBERT, LIBERO ARBITRIO, VOLONT
15.1. 7sti
Letlemn.69
A Sano di Maco in Siena.
Qui manifesta la smisurata bont di Dio il tesoro che
egli ha dato nell'anima, del proprio e libero arbitrio,
che n dimonio n crealura il pu cosu;gnere a uno
se egli non vuole. O carissimo figliuo-
lo In Cnsto Gesu, ragguardate COIl fede e vera perseve-
ranzia; che, insino alla morte, queste parole sono dette
a noi. Sappiate, che come l'uomo crealo da Dio, gli
sono detle queste parole: "Sia fatto come tu vuolb,.
Cio: lITi fa libero, che tu non sia soggetlo a vcruna
cosa, se non a mc),. Oh inestimabile e dolcissimo fuoco
d'amore, tu mostri e manifesti la eccellenzia clelia crea-
tura: ch ogni cosa hai creata perch serva alla tua
creatura ragionevole, e la creatura hai fatta perch
SelYd a te.
Leflera 11. 148
A messer Pietro marchese del Monte.
Al nome di Ges Cristo Crocefisso e di Maria dolce.
A voi, reverendissimo e carissimo padre e figliuolo in
Cristo Ges; io Catarina, serva e schiava de' servi di
Ges Cristo, scrivo con desiderio di vedervi cavaliere
virile, e non timoroso; per che l'uomo non debba
temere, quando si vede l'arma forte. O carissimo
figliuolo, noi vediamo che Dio ha armato l'uomo
245
rlERO rAJARDI
d'un'arma ch' di tanta fortezza, che n dimonio n
creatura il pu offendere; e questa la libera volont
dell'uomo. E per questa libert Dio dice: ~ o creai te
senza le; ma io non ti salver senza te,.
Vuole dunque Dio che noi adoperiamo l'arme la quale
c' data, e che facciamo, con essa, resistenzia a' colpi
che noi riceviamo dali i nemici nostri. Tre inimici sin-
golari abbiamo; cio il mondo, la carne, e il dimonio:
ma non lemiamo; perocch la divina Provvidenzia ci ha
armali s bene, che non ci bisogna temere. Buona
l'arme, ottimo l'aiulatorc, cio Dio, ed s fatto, che
non veruno che possa far resistenzia a lui; in tanto
che, quanto l'anima ragguarda s dolce e forte aiutato-
re, non pu cadere in debilezza per neuna sua fllgilit
la quale si sentisse. QuesLO parve che vedesse il dolce e
innamoraLO di Pavolo, quando dice: "Ogni cosa potr,
per CI-isto crocifisso, che in me, che mi conforta...
Ch quando Pavolo sentiva la molestia e lo stimolo
clelia carne, ed egli si confortava, non in s, che si vede-
va debile, ma in Cristo Ges, e nella buona arme fone,
la quale Dio ha data, della fone libert. E per 'dice:
.. Ogni cosa potr. Ch n dimonio, n creatura mi pu
costringere a un peccato mortale, se io non voglio.
Che se l'uomo non si trae quest'arme di dosso, e met-
tela in mano del dimonio, cio per consentimento di
volont, mai non vinto. Ch, bench le tentazioni e
illusioni del dimonio, e della carne e del mondo vegna-
no. e gittino le saette avvelenate; e la carne, li pensieri
e li movimenti laidi; il dimonio con le varie tentazioni,
frodi e inganni suoi; il mancia con la pompa, vanit e
superbia; la libert, che donna, se non consente a
questi disordinati intendimenti, non ne otlende mai,
perch il peccato sta solo nella volont. E questo ci ha
dalo Dio pel- grazia, e non per debito.
Lellem n. 183
All'mve5covo d'Otranto.
lo godo ed esulto, considerando me dell'arme farle
che Dio ci ha dala, e della debilezza dc' nemici. Ben
sapete che n dimonio n creatura pu costringere la
volont ad uno minimo peccato. Questa una mano s
246
CATERINA Lt\ SANT.-\ DELL-\ POLITICA
forte, che tenendo el coltello con due tagli. cio d'odio
e d'amore, non sar veruno nemico s forte, che si
possa difendere, che non sia percosso o gittato a terra.
Oh inestimabile ardentissima e dolcissima Carit, che,
acci che li cavalieri che tu hai posti in questo campo
della battaglia possano viriImente combattere. e spe-
cialmente li pastori mai che hanno pi percosse e pi
che fare che gli altri, gli hai dato una corazza s forte,
cio la volont, che neuno colpo, perch percuota, la
pu nocere; perocch egli ha con che ripararsi da'
colpi, e con che difendersi. Guardi pure che il coltello,
che Dio gli ha dato, dell'odio e dell'amore, egli noi
ponga nelle mani del nemico suo: la corazza allora
poco ci vaITebbe, ch, col, dov'ella forte, diverrebbe
molle. Ch io m'avvedo che n dimonio n creatura
m'uccide mai se non col mio coltello stesso; con quello
che io uccido lui, dandogli, egli uccide me. Chi uccide
il vizio, il peccato? solamente l'odio e l'amore: e il
dispiacimento che io ho conceputo in esso e l'amore
che io ho conceputo alla virt per Dio. Se il dimonio e
la sensualit vuole voltare quest'odio e quest'amore,
cio che tu adii quelle cose che SOIlO in Dio, e ami la
(lIa sensualit che sempre ribella a lui. perch il di ma-
nio voglia fare questo, non potr, se la mano forte
della volont non gli '1 porge. Ma se gli '1 desse, col suo
medesimo l'ucciderebbe. Dunque da vedere quanto
sarebbe spiacevole a Dio, e danno a noi; ch (sapete)
Padre, perch voi sete pastore, non sarebbe pur danno
a voi, ma a LUtti li sudditi vostri; ed ogni operazione
che aveste a fare per voi, e per la dolce Sposa di Cristo,
la santa Chiesa, questo sarebbe impedimento.
Lellerall,319
A Stefano di Canada Mnconi.
Al nome di Ges Cristo crocifisso e di Maria dolce.
Carissimo figliuolo in Cristo dolce Ges. lo Catarina,
serva e schiava de' servi di Ges Cristo, scrivo a te nel
prezioso sangue suo; con desiderio di vederti vero
guardiano della citt dell'anima tua. O figliuolo carissi-
mo, questa citt ha molte pone. Le quali sono tre; cio
memoria, intelletto,e volont: delle quali porte, il
nostro Creatore unte permette che siena percosse, e
247
PIERO PAJARDI
quando apene per fona, fuori che una, cio la volont.
Onde alcuna volta addiviene che l'intelletto altro non
vede che tenebre; la memoria occupata in cose vane
e transitorie, con molte varie e diverse cogitazioni, e
disones pensieri; e simile, tutti gli altri sentimenti del
corpo suo, disordinali e atti a ruina. Onde certo si vede
che veruna di queste porte liberamente in nostra pos-
sessione: ma solo la porta della volont in nostra
libert; la quale ha per sua guardia il libero arbitrio. Ed
s fone questa porta, che n dimonio n creatura la
pu aprire, se la guardia noI consente: e non aprendosi
questa porta, cio di consentire a quello che la memo-
ria e "intelletto e l'altre porte sentono, franca in per-
petuo la nostra citt. Ricognosciamo adunque. figliuo-
lo, ricognosciamo tanto eccellente beneficio, e s smi-
surata larghezza di carit, quanta aviamo ricevuto dalla
divina bont, avendoci messi in libera possessione di
tanta nobile citt.
Brighiamoci di fare buona e sollicita guardia, ponendo
allalo a la guardia del libero arbitrio il cane della
coscienzia; il quale, quando alcuno giunge alla porta,
desti la ragione, abbaiando, acci ch'ella discerna s'
amico, o inimico; s che la guardia metta dentro gli
amici, mandando ad esecuzione le sante e buone ispi-
razioni, e cacci viu e' nemici, serrando la porta della
volont, che non consenta alle cattive cogitazioni, che
tULlO d giungono alla porta. E quando ti sar richiesta
dal Signore, la potrai render salva e adornata di vere e
reali virt, mediante la Grazia sua. Non dico pi qui.
Lct/cra n. 348
Alla "cina Gauanna di Napoli.
A grande crudelt si reca l'anima quando essa medesi-
ma pone il coltello in mano al nemico suo, col quale la
possa uccidere. Perocch e' nostri nemici non hanno
arme con che ci possano offendere: vorrebbono bene;
ma non possono, perch solo la volonL quella che
offende; e la volont, non dimonio n creatura che la
possa muovere n stringere a una minima colpa pi
che ella si voglia. Adunque la volont perversa che con-
sente alle malizie dei nemici nostri, un coltello che
248
r
CATERINA LA SANTA DELl.A POLITICA
uccide l'anima, quando con la mano del libero arbiuio
il da a' suoi nemici. Chi diremo che sia pi crudele: e'
nemici, o la propria persona stessa che riceve la percos-
sa? Siamo pi crudeli noi; perch consentiamo alla
nostra morte.
Il Dialogo - Cap. XIV
Solo il segno rimase del peccato originale, il quale pec-
cato contraete dal padre e dalla madre quando siete
conceputi da loro; il qual segno si tolle deU'anima, ben
che non in tutto, e questo si fa nel santo battesimo, il
quale battesimo virt e d vita di grazia in virt di
questo glorioso e prezioso sangue. Subito che l'anima
ricevuto il santo battesimo l' tolto il peccato originale
ed lle infusa la grazia. E l'inchinamento al peccato
(ch' la margine che rimane del peccato originale,
come deuo ) indebilisce e pu l'anima rifrenarlo
s'ella vuole.
Allora il vasello dell'anima disposto a ricevere e
aumentare in s la grazia, assai e poco, secondo che
piacer a lei di volere disponere se medesima con affet-
to e desiderio di volere amare e servire me. Cosi si pu
disponere al male come al bene, non astante ch'egli
abbi ricevuta la grazia nel santo battesimo.
Unde, venuto iI tempo della discrezione per il libero
arbitrio, pu usare il bene e il male secondo che piace
alla volont sua. Ed tanta la libert che l'uomo, e
tanto fatta forte per la vin di questo glorioso san-
gue, che n dimonio n creatura lo pu costringere a
una minima colpa pi che egli si voglia. Tolta gli fu la
servitudine e fatto libero, acci che signoreggiasse la
sua propria sensualit e avesse il fine per il quale era
stato creato.
O miserabile uomo, che si diletta nel loto come fa
l'animale, e non riconosce tanto benefizio quanto
ricevuto da me; pi non poteva ricevere la miserabile
creacura piena di tanta ignoranzia.
249
PIERO PAJARDI
Il Dialogo - Cap. XLlII
A vin. non si viene se non per lo eognoscimenLO di se
per di me; il quale cogno-
sClmer:to plU perf:uameote s acquisLa nel tempo clelia
tentazIOne, perche allora cognasce s non essere, non
levare le pene e le molestie le quali vorrebbe
fuggire. e me cognosce nella volOlll (la quale fortifi-
per la mia) che non consente ad esse cogita-
ZionI. E perche a veduto che la mia carit le concede,
perch il dimonio infermo e per s non pu nulla, se
non quanto lo gli d, ed lo lo permetto, per amore e
peJ: odio, perch vinciate e non siate vinti, e per-
che "clllale a perfetto eognoscimento di me c di voi, c
acci che la vin sia provata, per che ella non si pruo-
va se non per lo suo conu-ario.
15.2. Nola
Non vi dubbio. Caterina teologicamente con-
vinta della assoluta libert personale e morale
dell'uomo. Il postulato di un uomo creato libero
da Dio perch libero gestisca la sua vita e faccia le
sue scelte fondamentali, a suo rischio e a slla
responsabilit, in funzione del merito o del deme-
rito finale della vita, addirittura assiomatico Mai
tentennamento o un atteggiamento problematico.
Essa una forte appassionata della tesi del libero
arbitrio dell'uomo, e quindi, come Lutti i pensato-
ri di tal tipo, una innamorata folle del tema della
responsabilit morale dell'uomo, del suo rendi-
conto esistenziale, dei suoi meriti come dei slIoi
demeriti. Per Caterina l'uomo costruttore della
propria viLa, sia pure ovviamente con l'aiuto della
Grazia divina. E come tutti i pensatori di questo
tipo, Caterina una adoratrice, per cos dire,
della volont dell'uomo: nulla pu sfuggire
all'abbaiare del "cane" da guardia della coscienza
250
r
CATERINA LA SANTA DELLA POLITICA
umana individuale, se questa retta ed informata;
e questo cane abbaia fino a quando la volont
non si mossa verso il bene. Anzi, nell'economia
generale della costruzione della persona umana,
forse pu dirsi che Caterina ponga l'accento sul
momento volitivo pi che su quello della cono-
scenza o del giudizio. Tutto ci tipico degli
interventisti, dei cultori mistici dell'azione, degli
adoratori dell'intervento dell'uomo sul mondo
sulle cose sui fratelli e su se stesso. Tutta la sua vita
lo attesta, ma in particolare siamo colpiti sul
punto da quella decisione di intraprendere il viag-
gio ad per andare a "rilevare" il Papa.
Che cosa diremmo oggi se per un'impresa simile
vedessiIno partire da Siena come gi ho osservato
una ragazzina ignorante poco pi che ventenne in
treno? Eppure la risposta sempre pronta: non
abbiamo l'esempio parallelo della pi povera
suora del mondo, Madre Teresa di Calcutta, che
ha trascinato con s i cuori del mondo viaggiando
in aereo?
Tutta presa da questa passione e da questo zelo
teoretico, Caterina non si pone neppure il proble-
ma, che peraltro va posto inesorabilmente, delle
limitazioni che nel concreto alla singola persona
Ulnana possono derivare da circostanze esterne di
vita, da tipo di cultura, da modo di crescita, da
tare patologiche, e via dicendo. In realt, questa
soltanlO una omissione espressiva, una carenza di
esplicitazione, perch quando Caterina tocca la
parabola dei talenti implicitamente richiama tutta
questa problematica: ciascuno risponde nei limiti
dei talenti ricevuti, ed anche una condizione
negativa, interna od esterna, si traduce in un
talento mancato.
E cos la libert data da Dio all'uomo si presenta
alla mente della Santa come un atto di smisurata
251
PIERO PAJARDI
bont di Dio, anche se, non possiamo non aggiun-
gere noi, un atto di estrema responsabilizzazione.
Caterina puntualizza che nessuno e niente, e nep-
pure soprattutto il Demonio, pu costringere una
creatura al peccato mortale se la creatura non
vuole. E con saggezza estrema, essa mette ideal-
men te in bocca a Dio la tremenda indicazione
morale: (cIo ti ho creato senza di te; ma non ti sal-
ver senza di te.
E qui abbiamo la svolta, quasi il raggiro dell'osta-
colo. Caterina soggiunge che c' un mezzo per
non cadere nell'errore, e cio l'invocare sincera-
mente, fortemente, adesivamente, l'aiuto di Dio.
Quando mai Dio potrebbe negare il suo aiuto alla
creatura che gli chiede la grazia di gestire al
meglio la sua libert?
Orbene, rapportiamo tutta questa tematica al-
l'uomo-governante. Certamente tra gli altri uno
tra i pi soggetti alle tentazioni, soprattutto la ten-
tazione di fare uso deviante, come si detto, del
potere. Ma questo che significa, se non che ci
che vale per l'uomo in generale, vale qui ancor
pi per l'uomo pubblico. Questi non dovr, dopo
gli eventuali errori commessi, venire a raccontar-
ci, ma alla sua coscienza prima che a noi, che non
era libero, che non poteva sottrarsi ad una prassi
diffusa, che gli era impedito di scostarsi da un
sistema, e potremmo continuare a lungo. Anche
la coscienza deformata non crea buona fede,
anche se vi sono diversissimi livelli di responsabi-
lit morale e giuridica, come naturale. Perch
ciascuno ha il dovere primario di revisionare con-
tinuamente la propria coscienza, di informarla
sempre meglio e di raffinarla sempre di pi.
Sarebbe insensato vivacchiare con una coscienza
addormentata, quasi apposta per farsi scudo di
questa acquiescienza e di questo obnubilamento
252
CATERINA LA SANTA DELL\ POLITICA
per ridurre le proprie responsabilit. Specialmen-
te da parte dell'uomo pubblico che, proprio per-
ch esercita una pubblica funzione, deve se mai
essere "magisler" di coscienziosit doveristica: se
pone le norme, e se pronto a sanzionare chi
non le osserva, come pu pensare di non rispon-
dere delle proprie devianze dalla linea di una per-
fetta rettitudine per un supposto difetto di li-
bert?
Caterina insorge contro questi tipi di detentori
del governo della cosa pubblica. Lasciate il vostro
posto, se non siete all'altezza; ed altri, sperabil-
mente, vengano, forse migliori di voi.
253
r
CAPITOLO SEDICESIMO
LA VERIT
16.1. 1sti
Lettera n. 46
A Neri di Lrl11doccio.
Al nome di Ges Cristo crocifisso e di Maria dolce.
Carissimo figliuolo in Cristo dolce Ges. lo Catarina,
serva e schiava dc' servi di Ges Cristo, scrivo a te nel
prezioso sangue suo; con desiderio di vedeni esercitare
il lume che Dio ['ha dalO, acci che cresca in te il per-
fella lume. Perch senza il perfetto lume non pOlrem-
ma giugnere, n amare n vesrc clelia verit; e se noi
non ce ne vestiamo, il tenebre ci tornerebbe quel
primo lume. E per di bisogno di giugnere al perfet-
to lume: ch il questo ci ha Dio eletti. Voglio dunque
che con ogni sollicitudine ponga e fermi l'occhio tuo
nella verit e nell'abisso clelia carit di Dio; e per que-
sto giugnerai a perfetto lume soprannaturale, e giugne-
rai a perfettissimo amore del tuo Creatore e dilezione
del prossimo: e cos si compir in te la volonl di Dio e
il desiderio mio. Non dico pi. Permani nella sant..'l e
dolce dilezione di Dio. Ges dolce, Ges amore.
Lettera n. 48
11 !vIatteo di Giovanni Colombini da Siena.
Al nome di Ges CrisLO crocifisso e di Maria dolce.
Cm-issimo fratello e figliuolo in Cristo dolce Ges. lo
Catarina, serva e schiava de' servi di Ges Cristo, scrivo
a voi, con desiderio di vedervi con vero e perfettissimo
lume, nel quale lume cognosciate e vediate la veriL,'. L'l
255
PIERO P:\JARDI
quale verit quella cosa che ci libera: cio, che cogno-
scendola, l'amiamo: ed amandola, ci libera dalla servi-
tudine del peccaLO monale. Clle verit questa la
quale ci conviene cognoscere? E una verit partorita
dall'amore ineffabile di Dio; alla quale verit dobbia-
mo rendere il debito dell'amore e dell'odio. In che
modo? In questo: che noi cognosciamo il sommo ed
eterno Bene, e l'amore ineffabile col quale Dio ci cre
alla imagine e similitudine sua. E creocci per questa
veriL:1., perch noi gustassimo il suo sommo ed eterno
bene, ed acci che rendessimo gloria e loda al nome
suo. E per compire questa verit in noi, ci don il
Verbo del suo Figliuolo, e nel sangue suo ci cre a Gra-
zia.
A questo cognoscimento dobbiamo venire, esercitan-
dolo con grandissima sollicitudine: ma a questo non
possiamo venire senza il lume; e '1 lume non possiamo
avere con la nuvila dell'amore proprio di noi. Il quale
amore offusca l'occhio dell'intelletto, che noi lassa
cognoscere n discernere la verit; ma la bugia vede in
verit, e la verit in bugia; le cose transitorie reputa
ferme e di grande consolazione; e elle vengono tutte
meno, siccome il fiore, il quale, poi ch' colto, subito
perde la bellezza sua. Onore, ricchezze, stato, delizie,
tutte passano come '1 vento: ogni cosa si mutabile;
onde dalla sani t veniamo alla infirmit, dalla ricchezza
alla povert, e dalla vita alla morte.
E l'uomo, matto amatore di s medesimo, come cieco,
giudica tutto il contrario, e cos tiene. E chi manifesta
eh' egli il tenga? Il disordinato amore ed affetto eh' egli
ha a s e al mondo. Tutto gli avviene perch'egli ha per-
duto il lume: ch se egli avesse lume in verit, terrebbe
che Dio sommamente buono, un bene incomprensi-
bile e inestimabile; che neuno che '1 possa stimare,
ma solo esso medesimo si comprende e stima. Egli
somma ed eterna ricchezza: egli giusto e pietoso
medico, che d a noi le medicine necessarie alle nostre
infirmit.
Lellera n. 173
A un fi'ate che usc dell'ordine.
AI nome di Ges Cristo crocifisso e di Maria dolce.
256
CATERINA L\ SANTA DELLA POLITICA
Carissimo figliuolo in Cristo dolce Ges. lo Catarina,
serva e schiava de' servi di Ges Cristo, scrivo a voi nel
prezioso sangue suo; con desiderio di vedervi allumina-
to della verit, acchiocch, cognoscendola, la potiate
amare. Perocch, amandola, ve ne vestirete; e odierete
quello che contrala verit, e che ribella a essa; e ame-
rete quello che nella verit e che la verit ama. O
carissimo figliuolo, quanto c' necessario questo lume!
Perocch in esso si contiene la salute nostra. O carissi-
mo figliuolo, io non veggo che noi potiamo avere il
detto lume dell'intelletto senza la pupilla della santissi-
ma fede, la quale sta dentro nell'occhio. E se questo
lume offuscato, o intenebrito dall'amore proprio di
noi medesimi; l'occhio non ha lume, e per non vede:
onde non vedendo, non cognosce la verit. Convienci
dunque levare questa nebula, acciocch 'l vedere
rimanga chiaro. Ma con che si dissolve, e leva questa
nebula? con l'odio santo di noi medesimi, cognoscen-
do le colpe nostre, e cognoscendo la larghezza della
divina Bont, come adopera verso di voi.
Lellera n. 193
A misser Lorenzo del Pino da Bologna, dottore in decre-
tali.
Al nome di Ges Cristo crocifisso e di Maria dolce.
Carissimo fratello e figliuolo in Cristo dolce Ges. lo
Catarina, serva e schiava de' servi di Ges Cristo, scrivo
a voi nel prezioso sangue suo, con desiderio di vedervi
amatore e seguitatore della verit, e spregiatore della
bugia. Ma questa verit non si pu avere n amare
s'ella non si conosce. Chi Verit? Dio somma ed
etenla Verit. In cui la cognosceremo? In Cristo dolce
Ges; perocch col sangue suo ci manifesta la verit
del Padre eterno. La verit sua questa, verso di noi:
che egli ci cre alla imagine e similitudine sua per
darci vita eterna, e participassimo e godessimo del
bene suo. Ma per la colpa dell'uomo questa verit non
s'adempiva in lui; e per Dio ci don il Verbo del suo
Figliuolo; e imposegli questa obedienzia, che dovesse
restituire l'uomo a Grazia con molto sostenere, pur-
gando la colpa dell'uomo sopra di s, e nel sangue suo
257
PIERO l'!\JARDI
manifestasse la sua verit. Onde per l'amore ineffabile
che l'uomo truova mostrarsi a s da Dio, con questo
mezzo del sangue di Cristo cognosce, che non cerca n
vuole altro che la nostra santificazione. E per questo
fine fummo creati: e ci che Dio d e permette a noi in
questa vita, d, perch siamo santificati in lui. Questa
verit, chi la cognosce, non se ne scorda, ma sempre la
sguita c ama, tenendo per le vestigi e di Cristo crocifis-
so. E siccome questo dolce e amoroso Verbo, a nostro
esempio, e dottrina, spregi il mondo e tutte le delizie,
e volle sostenere fame e sete, obbrobri i e rimproveri i
infino all'obbrobriosa morte della Croce, per onore
del Padre e salute nostra; cos queste vie e vestigie
sguita colui ch' amatore della verit, la quale
cognobbe col lume della santissima fede. Perocch
senza questo lume non si potrebbe cognoscere; ma,
avendolo, la cognosce; e cognoscendola, l'ama, e
diventa amatore di ci che Dio ama, e odia ci che Dio
odia.
Questa ditrerenzia tra colui che ama la verit, e colui
che l'odia. Colui che odia la verit, quello che giace
nella tenebra del peccato mortale. QuesLO odia quello
che Dio ama, e ama quello che Dio odia. Dio odia il
peccato e '1 disordinato diletto e piacere del mondo; e
egli l'ama, nUlricandosi nella miseria del mondo; e in
ogni stato si corrompe.
Leltera n. 284
A Pielm cm-dinale Di Luna.
Al nome di Ges Cristo crocifisso e di Maria dolce.
Reverenclissimo e carissimo Padre in Cristo dolce Ges.
lo Catarina, serva e schiava de' servi di Ges Cristo,
scrivo a voi nel prezioso sangue suo; con desiderio di
vedervi amatore dolce della verit; la quale verit ci
libera. Perocch veruno che possa fare contra la
verit. Ma questa verit non pare che si possa avere per-
feuamente, se l'uomo non la conosce: perocch non
conoscendola, non l'ama, e non amandola, non trova
in s, n sguita questa verit. Adunque ci bisogna il
lume della santissima fede, il qual lume la pupilla
dell'occhio dell'intelletto: col quale occhio, essendovi
il lume della santissima fede, l'anima conosce la verit
258
CATEIUNA lA SANTA DELL\ ]'OLITICA
dolce di Dio, vedendo in verit, che Dio non vuole
altro che la nostra santiHcazione; e ci che Dio d e
permene in questa vita a noi, il d solo per questo fine,
cio, perch noi siamo santificati in lui.
Allora l'anima s'accende e notricasi in amore di questa
verit; e per amore della verit elegge di voler morir
prima, che scordarsi della veril. E non tace la verit,
quando tempo di parlare: perocch non teme li
uomini del mondo, n teme di perdere la vita; per
che gi ha disposto di darla per amore della velit: ma
solo teme Dio. La verit ardilamente riprende, perch
la verit ha per compagna la giustizia santa: la quale
una margaritu che debbe rilucere in ogni creaLUra che
ha in s ragione; ma singolarmen te nel prelato. La
verit tace quando tempo di tacere, e l'acendo g.-ida
col grido della pazienzia. Perocch ella non ignoran-
te, anzi discerne e cognosce dove St..i pi l'onore di Dio
e la salute dell'anime.
Lellera n. 30J
A m,isser Ristoro Cal1igiani da Finmw in Pistoia.
Al nome di Ges Cristo crocifisso e di Maria dolce.
Carissimo figliuolo in Cristo dolce Ges. lo Catarina,
serva e schiava de' sen'i di Ges Cristo, scrivo a voi nel
prezioso sangue suo; con desiderio di vedervi escitare il
lume che Dio v'ha dato, acciocch cresca continua-
mente in voi; perocch senza il perfetto lume, non
potremmo cognoscere n amare n vestirci della
carit: e se noi non ce ne vestissimo, a tenebre ci torne-
rebbe quello lume. E per bisogno che ognuno
l'abbia perfetto in qualunque st..1.to egli .
[n che si dimostra la sua perfezione; cio che perfetLa-
mente vegga, col quale vedere cognosca e discerna la
verit dalla bugia e v.:mit del mondo? In questo: che
egli strigne e abbraccia con affeno d'amore quella
verit la quale egli ha cognosciuL.1., facendosi amatore
della virt, e odiando il vizio e la propl-ia sensualit,
che cagione d'ogni vizio, perch'ella una legge per-
versa che sempre impugna contra lo spirito. Allora
mOSUa in verit che sia perfello il suo vedere, e che la
nuvola della infedelt non abbia offuscato la pupilla
259
PIERO Pi\JARDI
dell'occhio dell'intelletto, cio il lume della santissima
fede. Ma se fosse imperfetto, vedrebbelo imperfetta-
mente con un lume naturale; ma none 'I metterebbe
altrimenti in effetto, non esercitando questo lume
coll'affetto delle virt. E per ci dobbiamo studiare
d'escitare il lume naturale, acci che sia tolta da noi la
imperfezione, e veniamo a perfezione di cognoscimen-
to; come detto .
Ma in che modo, carissimo figliuolo, possiamo perveni-
re a questo perfetto lume? dicovelo: col lume, in que-
sto modo. Noi abbiamo in noi uno lume naturale, il
quale Dio ci ha dato perch discerniamo il bene dal
male, la cosa perfetta dall'imperfetta, la pura dalla
immonda, la luce dalla tenebra, e la finita dalla infini-
ta. Questo un cognoscimento il quale Dio ci ha dato
per natura, e noi il gustiamo continuamente per pruo-
va, ch'egli cos. Ma voi mi direte: "Se questo cogno-
scimento in noi, onde viene che noi ci attacchiamo
pure alla parte contraria alla nostra salute?". lo vi
rispondo, che questo procede dal proprio amore, che
hacci coperto questo lume, siccome la nuvola ricopre
alcuna volta la luce del sole; onde il nostro errore non
per difetto del lume, ma della nuvola. Allora il libero
arbitrio cecamente prende di quelle cose che sono
nocive all'anima, e non quelle che le sono utili.
L'anima di sua natura sempre appetisce bene e cosa
buona; ma il suo errore sta in questo, che perch la
tenebra del proprio amore le ha tolto il lume, non
cerca il bene dov'egli . E per questi cotali vanno
come frenetici, ponendo il cuore e l'affetto loro in
cose transitorie, che passano come vento. O uomo stol-
to sopra ogni stoltizia, che cerchi il bene dov' sommo
male, e la luce dove sono le tenebre, dove la morte
cerchi la vita, la ricchezza dove somma povert, e lo
infinito nelle cose finite. Mai non potrebbe questi tro-
vare il bene, cercando col dov'egli non . Conviencelo
cercare in Dio, il quale sommo e eterno Bene: e cer-
candolo in lui, il troveremo; per che 'l Dio nostro
ne uno male ha in s, ma tutto perfetto bene. Onde
non darebbe altro a noi che di quello che egli ha in s;
siccome il sole, il quale perch ha in s luce, non pu
dare tenebre. Onde vediamo (se con questo lume vor-
remo vedere) che ci che Dio d a noi e permette in
questa vita, di qualunque fadiga, tribolazione e ango-
260
CATERINA L\ SANTA DELL\ POLITIC.A
scia SI Sia, tutto il fa per condurci al sommo Bene, e
perch noi cerchiamo il bene in lui, non nel mondo;
perch in esso non si truova, n in ricchezze, stato o
delizie sue; anca, ci si truova amaritucline e tristizia, e
privazione della Grazia a quell'anima che 'l possiede
fuore della volont di Dio. Sicch, per cosa buona e
perfetta, cio, che cerchiamo lui in verit, ce le permet-
te: e l'uomo accecato dalla propria passione reputa in
male quello che suo bene; e la colpa che 'l priva di
Dio e della vita della Grazia, non pare che la vegga in
male; e cos inganna s medesimo.
Conviensi dunque escitare questo lume naturale nello
spregiare il vizio e abbracciare la virt; e con esso lume
cercare il bene dov'egli . Cercandolo, il troveremo in
Dio; e vedremo l'amore ineffabile ch'egli ci ha mostra-
to col mezzo del Figliuol suo, e 'I Figliuolo col sangue
sparto per noi con tanto fuoco d'amore.
Con questo lume primo naturale, il quale imperfetto,
acquisteremo uno lume soprannaturale perfetto, infu-
so per grazia nell'anima nostra, il quale ci legher nella
virt: confermatoci in ogni luogo, in ogni tempo, in
ogni stato che Dio ci conduca; accordato sempre con la
dolce volon t sua, la quale vedremo che non vuole
altro che la nostra santificazione. II primo lume, esci-
tandolo, come detto , ci taglia; il secondo ci lega, e
unisceci con la virt.
Letlera n. 358
A maest1'O And,.ea Vanni, dipinto,.e, essendo capitano
del popolo di Siena.
Ma il giusto per veruna cosa la lassa; anca, giusta il suo
potere l'osserva, cercando, in ci che egli ha a fare,
l'onore di Dio, la salute dell'anima sua, e il bene uni-
versale d'ogni persona; consigliando schiettamente e
mostrando la verit, quanto gli possibile. Cos debbe
fare, a voler mantenere s e la citt in pace, e conserva-
re la santa giustizia. Ch solo per la giustizia, la quale
mancata, sono venuti e vengono tan mali.
E per io, con desiderio di vederla in voi e mantenerla
nella citt nostra, reggerla e governarla con ordine,
261
PIERO PAIARDI
dissi che io desideravo di vedervi giusto e vero governa-
tore: la qual giustizia se prima non si comincia da s
stesso, come detto , gi mai nel prossimo non la
potrebbe osservare in venmo stato che fosse. Adunque
v'invito e voglio che con ogni sollicitudine ordiniate
sempre voi medesimo, come detto , acci che facciate
compitamente quello perch la divina bont ora vi ha
posto. Ponetevi sempre Dio dinanzi agli occhi vosu'i, in
tutte le cose che avete a fare, con vera umilit, acci
che Dio sia gloriato in voi. Permanete nella san ta e
dolce dilezione di Dio. Ges dolce, Ges amore.
Lettera 11. 362
Alla rl1a che fil di Napoli.
o dolcissima madre, io desidero di vedervi fondata in
questa verit, la quale seguirete stando nel vero cogno-
sci mento di voi: altrimenti no. E perci vi dissi che
desideravo di veelervi cognoscere voi medesima. A que-
sta verit io v'invito a cognoscerla, acciocch la possiate
amare. Questa la verit: che Dio v'ha creata per darvi
vita eterna. E se voi ragguardate l'umile Agnello, nel
sangue suo v'ha manifestato che cos la verit; e per
fu sparto e dmo a noi in prezzo, e ministrato nel corpo
della santa Chiesa.
Che promette questa verit a chi l'ama? promette che
nel prezzo del sangue ricever ~ t eterna, colla santa
confessione, contrizione e satisfazione. Anca promette
che ogni bene sar remunerato, e ogni colpa punita. E
cosi ci d timore santo e amore; invitandoci, che, come
noi temiamo la pena, cos temiamo la colpa.
262
CATERJNA LA SANTA DELl.A l'OLlTIC..A
16.2. Nola
L'inquinamento della verit uno dei primi stru-
menti di perversione. La verit ci libera, cono-
scendola l'atniamo, amandola ci sottrae alla ser-
vit del peccato mortale. Certo esistono verit
supreme e verit pratiche, appartenenti queste
ultime all'ordinario della vita organizzata. Ma il
valore della verit essenziale e polivalente.
E ancora una volta Caterina tende a riesumare
uno dei suoi tab negativi, l'amor proprio, che
secondo lei causa della spinta a falsare la verit,
di tutti i tipi. Se l'uonlo aITIaSSe meno se stesso e
pi il suo Creatore e i suoi fratelli, se l'uomo
amasse di pi il piacere di una coscienza pulita e
di un'anima in pace che quello dell'affannosa e
spasmodica ricerca di interessi terreni, ebbene
l'uomo avrebbe risolto gi una parte dei problemi
della sua vita.
La verit essenzialmente adesione dello spirito
alla propria identit fondamentale in tutti i suoi
valori positivi connaturati alla persona dell'uomo.
Quando neghiamo la verit, anche su un fatto
esterno, in realt neghiamo qualcosa che dentro
di noi. E l'errore non , per cos dire, "tecnico",
ma profondamente morale, perch si uaduce in
una carenza di fedelt a s stessi. Noi simno porta-
ti a rilevare le conseguenze negative della carenza
di verit nei rapporti tra gli uomini, perch
l'effetto pi evidente e pi dannoso per gli altri.
Ma il primo oltraggio del difetto di verit si
appunta nei confronti dell'uomo, il quale per sua
stessa scelta morale "non vero". Non gi soltanto
"non dice il vero" ma "lui non vero come
uomo". Non vero nel senso che non autentico,
che non genuino, che non coerente, che non
fedele a se stesso prima ancora che a Dio.
263
CAPITOLO DICIASSEITE51MO
LA GUERRA E LA PACE
17.1 7sti
Lellera n. 3
Al preposto di Casole e a Giacomo di Manzi, di dello
luogo.
Or pensate dunque voi, che non comparazione
dali 'offesa ch' fatta ad alcuno per la creatura a quella
che si fa esso medesimo. Che comparazione si fa dalla
cosa finita alla infinita? non veruna. Onde se io sono
offeso nel corpo, e io sto in odio per l'offesa che m'
fatta; sguita che io offendo l'anima mia e uccidola tol-
lendole la vita della Grazia, e dandole la morte eterna-
le, se la morte gli mena nel tempo dell'odio; che non
sicuro. Adunque io debbo avere maggiore odio di me
che uccido l'anima, che infinita (perocch non fini-
sce mai quanto che a essere: perocch, bench finisca a
Grazia, non finisce a essere), che verso di colui che vi
uccide il corpo, che cosa finita, perocch o per un
modo o per un altro ha a finire; per ch'elI' cosa cor-
ruttibile e che non dura la verdura sua; ma tanto si
conserva e vale, quanto il tesoro dell'anima v' dentro.
Or che egli a vedere quanto n' fuora la pietra pre-
ziosa? uno sacco pieno di sterco, cibo di morte, e
cibo di vermini. Adunque io non voglio che per questa
ingiuria che fatta contra a questo corpo finito e
tanto vile, che voi offendiate Dio e l'anima vostra, che
infinita, stando in odio e in rancore. Avete dunque
materia di concipere maggiore odio verso di voi che in
verso di loro: e a questo modo caccerete l'odio con
l'odio; perocch con l'odio di voi caccerete l'odio del
265
PIERO "t\lARDI
prossimo, ginercte uno colpo, e satislarete a Dio t: al
prossimo: perocch levando l'odio dall'anima vostra,
voi farNe pace con Dio, e fate pace col prossimo.
LeUera n. 28
A 11U!S.fier Bernab Visconti. signore di IVlilano Iler cerli
ambasciatori da esso signore mandati a lei.
Ma che vendella faremo del tempo che sete staLO
fuore? Di questo, padre, parmi che s'apparecchi un
tempo che ne potremo fare una dolce e graziosa ven-
detta; ch, come voi avete disposto il corpo e la sustall-
zia temporale ad ogni pericolo e morle in guerm col
Padre vostro, cosi ora v'invito da parte di Cristo croci
fisso a pace vera e perfetm col Padre benigno, Cristo in
terra. e a guerra sopra degli Infedeli, disponendo il
coq)O e la sustanzia a dare per Cristo crocifisso. Dispo-
netevi; ch vi convicn fare questa dolce vendeua; che
come voi sete andato contra, cos andiate in aiuto,
quando il Padre lever in alto il gonfalone della santis-
sima Croce; perocch il Padre santo n'ha grandissimo
desiderio e volont. Voglio che siate il principale, che
invitiate e sollicitiate il Padre santo che LOsto si spacci.
Ch gran vergogna e vituperio de' Cristiani, di lasciar
possedere quello che di ragione nostro a' pessimi
Infedeli! Ma noi facciamo come stolti e di vile cuore,
che non facciamo briga e guerra se non con esso noi
medesimi. L'uno si divide dall'altro per odio e rancore,
col dove noi doviamo essere legati del legame della
divina e ardentissima carit; il qual legame di tanta
fortezza, che tenne Dio-t:-uomo conEtto e chiavellaLO
nel legno della santissima Croce. Ors, padre, per
l'amore di Dio crescetemi il fuoco del santissimo desi-
derio, volendo dare la vita per Cristo crocifisso, dare il
sangue per amore del Sangue.
266
GATERIl':A lA SANTA DELL\ POLITICA.
Lellera n. 55
Alla venerabile religioso D. Guglielmo p,-iore e generale
dell'o,-dine ddla certosa.
E questo fa il dimonio, di ponergli innanzi il tempo
della pace, per farlo stare in continua guerra. Ch
colui che non pacifica la volont sua nello stato che
Dio gli ha dato, sta sempre in pena, ed incomportabi-
le a s medesimo: e cosi perde l'uno tempo e l'altro;
che non esercita il tempo della prelazione, e quello
della quiete non ha; e cosi abbandona il presente e
l'avvenire. Non adunque da credere alla malizia sua,
ma da pigliare quello che egli ha, vigorosamente; sic-
come fa l'anima vestita della volont di Dio detta di
sopra, che fa navigare in ogni tempo; cosi nel tempo
della fadiga come in quello della consolazione: perch
egli spogliato dell'amore proprio di s medesimo e
d'ogni tenerezza e passione sensitiva, onde procede
ogni male e ogni pena. Ch avere quello che l'uomo
non vuole, una via onde esce la pena.
Lellera n. 140
A messer Giovanni condolliero e capo della comjJagnia
che venne nellemjJO della fame.
Adunque io vi prego dolcemente in Cristo Ges che,
poi che Dio ha ordinato e anco il nostro Padre san LO,
d'andare sopra gl'Infedeli, e voi vi dilettate tanto di far
guerra e di combattere, non guerreggiate pi i cristia-
ni; per che offesa di Dio; ma andate sopra di loro.
Ch grande crudelt che noi che siamo cristiani,
membri legati nel corpo della santa Chiesa, persegui-
tiamo l'un l'altro. Non da fare cos: ma da levarsi
con perfetta solliciLUdine, e lcvarne ogni pensiero.
267
PIERO PAJARDI
Lettera n. 141
A don Giovanni de' Sabbatini da Bologna, monaco
dell'ordine della certosa, nel monastero di Belliguardo,
presso a Siena, quand'ella era a Pisa.
Non tardiamo pi, dunque, figliuolo e padre carissimo
in Cristo Ges, a pigliare ad abitare in questa santa abi-
tazione del cognoscimento di noi; la quale c' tanto
necessaria e di tanta dolcezza. Perocch, come detto ,
vi si truova la infinita bont di Dio. Or questa l'arme
che voglio che noi pigliamo, acciocch non siamo truo-
vati disarmati al tempo della battaglia, dove daremo la
vita per la vita, il sangue per lo sangue. Altro non dico,
Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio. Ges
dolce, Ges amore.
Lettera n. 159
A Jrate Ranieri, in C1isto, di santa Caterina, de' Jmti
predicalOli in Pisa.
Noi siamo in questa vita posti come in uno campo di
battaglia, e dobbiamo combattere virilmente, e non
schifare i colpi, n voliere il capo addietro; ma ragguar-
dare il nostro capitano Cristo crocifisso, che sempre
persever, e non lass per detto de' Giudei, quando
dicevano: ((discendi dalla croce; n per dimonio, n
per nostra ingratitudine. Ma persevera, e non lassa
per di compire l'obedienzia del Padre, e la salute
nostra, infino all'ultimo, che torna al Padre eterno,
con la vittoria, ch'egli ha avuta, d'aver tratta l'umana
generazione della tenebra; e rendutagli la luce della
Grazia, vincendo il dimonio e il mondo con llilte le
delizie sue. E n' rimaso morto. Questo Agnello ha
dato la morte a s per rendere la viLa a noi: colla morte
sua distrusse la mone nostra. Il sangue e la perseveran-
zia di questo capiLano ci debbe fare inani mare a ogni
battaglia, portando pene, strazio, rimproverio, e viJla-
nia per lo suo amore: avere povert volontaria, umilia-
zione di cuore, obedienzia compiuLa e perfetta. A que
w
sto modo, quando sar distrutta la nuvila del corpo
268
CATERINA. LA SANTA DELL-\ POUTICA
suo, LOrner colla vitLOria alla citt di vita eterna: ar
sconfiuo il dimonio, il mondo e la carne, che sono tre
perversi nimci.
Ma voi mi potreste dire: "poich tu vuoi ch'io sia cava-
liere virile; e io sono nel campo della battaglia, combat-
tuto da molti nimici; arme mi conviene avere. Dimmi
che arme io prenda... Rispondovi, ch'io non voglio che
siate disarmato; ma voglio che abbiate l'arme di Pau-
luccio, che fu uomo come voi; cio la corazza della vera
e profonda umilit, la sopraveste della ardentissima sua
carit. Che, come la corazza unita colla sopraveste, e
la sopraveste colla corazza; cos l'umilit balia e nutri-
ce della carit, e la carit nutrica l'umili l. Questa
l'arme che io vi do: perocch ella riceve i colpi, che
assai pu gittare il dimonio, il mondo, e la carne (saet-
te tanto awelenale) che ce ne coglia neuna; perocch
l'anima innamorata di Cristo crocifisso non riceve in s
saetta di peccato mortale, cio per consentimento di
volont. Egli di tanta fortezza, che n dimonio n
creatura il pu costringere pi che si voglia. Anca vi
conviene avere in mano il coltello per difendervi da'
nimici vostri: e abbia due tagli; uno taglio di odio di
dispiacimenLO di noi medesimi, e del tempo passato
speso con poca sollicitudine di virt, e con molta mise-
ria e iniquit, e offese del nostro Salvatore. Dobbiamo
odiare questa offesa, e noi medesimi che abbiamo offe-
so; perocch la persona che ha conceputo uno odio,
vuole fare vendetta della vita passata, e sostenere ogni
pena per amore di Crislo e scontamento de' peccati
suoi, vendicando la superbia coll'umilit, la cupidit e
avarizia con la larghezza e carit, la libert delle pro-
prie sue volont coll'obbedienzia. Queste sono le sante
vendette che noi dobbiamo fare quando portiamo que-
sto coltello dell'odio e dell'amore.
Lellera n. 191
A T01n1naso d'Alviano.
E per vi dissi, che io desideravo di vedervi servo fedele
alla santa Chiesa. Pregovene e costringovene, voi e gli
altri> da parte di Cristo crocifisso, che cos facciate. E
269
PIERO PAJARDI
sempre condite la virt della giustizia con la misericor-
dia; per che, altrimenti, non sarebbe virt. Bagnatevi
nel sangue di Cristo crocifisso; e con santa intenzione e
buona sollicitudine fate quello che avete a fare. E io
lever le mani e la mente al cielo, e orer continua-
mente per voi e per gli altri, pregandolo che vi guardi
da ogni male e che ci dia grazia che si faccia lIna dolce
pace; e dopo la pace, andiamo tutti di bella brigata
sopra gl'infedeli. Quello mi dar grandissima allegrez-
za; e questo mi dar grandissima pena, ci di vedere
che noi siamo condotti a tanto, che l'uno Cristiano
combatta coll'altro, e i figliuoli ribellano al padre, per-
seguitando 'I sangue di Cristo crocifisso. Altro non
dico. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio.
Ges dolce, Ges amore.
Lettera n. 199
A Niccol da Vt.'Uano, canonico di Bologna.
E pensiate che non si debbe odiare solo in uno tempo,
cio quando alcuna volta si vede assediato dalle impu-
gne e molestie della carne, e della negligenzia e sonno-
lenzia sua; ma d'ogni tempo debbe odiare; ogni tempo
gli debbe essere tempo d'odio; poniamoch debba cre-
scere pi a un'ora, che un'altra, secondo le molestie, e
le disposizioni che egli sente in s. E perch egli senta
abbassare il fuoco, e cominci a mortificare, non clebbe
per levare l'odio; ma nel tempo della pace s'abbia
ben cura, perocch egli non se ne pu fidare: ma rie-
scagli addosso con una vera e profonda umilit. S con
l'odio e con la umilit si levi pi tosto egli contra alla
sensualit che la sensualit contra di lui; perocch se
non facesse cos, si desterebbe la propria passione, la
quale pareva che dormisse: e quasi parendo morta,
peggio che mai. Perch, mentre che noi viviamo, ella
non muore. Ma bene s'addormenta, chi pi sodo, e chi
pi leggiero; e questo , secondo l'odio e l'amore delle
virt. II quale odio la castiga, e l'amore l'addormenta.
Chi n' cagione? Il lume. Perocch, se non avesse vedu-
ta e cognosciuta la sua fragilit, non l'averebbe spregia-
ta con odio: ma perch cognobbe come ella vile,
270
CAI"ERINA LA SANTA DELLA POLITICA
l'oelia e ricalcitra sempre conLI,l di lei continuamente.
Onde, vedendo che ella non cessa d'impugnare, non
vuole egli, n debbe volere, cessare la guerra, n volere
fare pace con lei.
Lettera n. 235
Al re di Francia.
lo vi prego che non siate cos pi operatore di tanto
male e impacciatore di tanto bene, quanta la recupe-
razione della Terra Santa, e di quell'anime tapinelle
che non participano il sangue del Figliuolo di Dio.
Della qual cosa vi dovereste vergognare, voi, e li alu-i
signori cristiani; ch grande confusione questa dinan-
zi agli uomini, e abominazione dinanzi a Dio, che si
faccia la guerra sopra il fratello, e lasci si stare il nimico;
e vogliasi torre l'altrui, e non l'acquistare il suo. Non
pi tanta stoltizia e ceciL-"! lo vi dico, da parte di Cristo
crocifisso, che non indugiate pi a far questa pace.
Fate la pace, e tutta la guerra mandate sopra gl'infede-
li. Aiutate a favoreggiare, e 2. levar su l'insegna della
santissima Croce; la quale Dio vi richieder, a voi e agli
altri, nell'ultima estremit della morte, di tanta negli-
genzia e ignoranzia, quanta ci si commessa, e com-
mette tutto d. Non dormite pi (per l'amore di Cristo
crocifisso, e per la vostra utilit!), questo poco del
tempo che ci rimaso; perocch il tempo breve, e
dovete morire, e non sapete quando.
17.2. Nota
Ho gi lungamente detto di Caterina come "Santa
dell'azione", come temperamento "belligerante",
come personalit "interventista". Raccolgo qui nel
finale di questa collezione alcuni brani che chiari-
scono, a me almeno pare, il pensiero della Santa.
Bisogna capire. Ad un mistico la vita terrena
271
PIERO Pi\IARDI
importa poco. Non importano nulla le ricchezze e
niente il benessere della vita, e quasi nulla la salu-
te del corpo. Ad una creatura come Caterina
innamorata del suo Dio, cosi anelante appassiona-
tamente al trascendente, cosi pronta a regalare la
propria vita e quasi dispiaciuta di non vedersela
accettata perch quasi "obbligata a vivere", che
cosa volete che importi la vita?
Ma non gi perch la vita non abbia valore, giac-
ch cadremmo nel primo errore di interpretazio-
ne. Bensi solo perch la vita anch'essa un valore
non assolUlo che deve soggiacere a valori pi ele-
vati, compreso, lo dico in particolare per i non
credenti, il valore della solidariet verso i fratelli:
un uomo assolutamente indisponibile al sacrificio
per gli altri e totalmente negatore al limite
dell'olocausto, pur in condizioni eccezionali,
una monade che si pone al di fuori del circuito
ideale e spirituale degli uomini, il quale per i cre-
denti passa attraverso Dio nel quadro del famoso
"corpo mistico" e nella dinamica spirale della
"comunione dei Santi".
Guerra al male dunque, guerra al Demonio. Piut-
tosto morire che commettere un peccato mortale.
Guerra anche a coloro che creano il male e che
sono strumenti del demonio. Ma anche guerra a
coloro che sottraggono ai fratelli i beni essenziali
della vita, a cominciare dalla libert.
Predicare, persuadere, esortare: Caterina pu
dirsi la Santa della esortazione. Una esortazione
paziente, tenace, mai scoraggiata. Il suo alibi
perfetto e permanente. Ma quando la causa lo
richiede perch i beni in gioco sono fondamentali
per la vita dell'uomo, ed ogni, assolutamente
ogni,strada si presenta inutile ed inefficace, occor-
re intervenire con tutti i mezzi adeguati alla causa
nonch al risultato perseguito e realisticamente
272
CATERINA LA SANTA DELL>\ POLITICA
prospettabile. Non intervenire, anche a costo del
rischio della vita e dell'incolumit alu'ui, in siffat-
te situazioni costituisce grave omissione e quindi
corresponsabilit morale del male derivante dalla
situazione lasciata incancrenire.
La fondamentale solidariet verso i fratelli com-
porta che il non intervento in loro favore quando
la loro vita in grave pericolo si elevi a peccato
mortale di sottrazione di carit. Paradossalmente
l'obbligo di carit pu chiamare anche ad una
azione violenta, quando la violenza proporzio-
nata alla situazione e al fine prospettato, e non vi
sono altre possibilit per salvare i valori messi in
pericolo.
Alle innumerevoli violenze ingiustificate della sto-
ria dell'uomo si aggiungono per contrario le forse
altrettanlo innumerevoli occasioni in cui l'uomo
ha preferito soluzioni egoisticamente comode,
tralasciando un intervento in favore del fratello
debole e oppresso spesso per la scomodit
dell'intervento richiesto. E Dio sa come il mondo
dei governanti, a livello interno della comunit
politica come a livello internazionale, sia sempre
stato gravato, forse specialmente ora per malintesi
pacifismi, di questa pesante ipoteca negativa.
Ma chi avesse ancora un dubbio su una "bellige-
ranza" non ortodossa di Caterina si rilegga la let-
tera n. 3, che una apoteosi del superamento
morale dell'offesa ricevuta, specialmente quando
l'offesa fatta al corpo e la ritorsione ricadrebbe
sull'anima, come nel caso limite della pena di
morte. A proposito del quale ultimo tema va sag-
giamente colto l'argomento teologicamente raffi-
nato del non potersi sottrarre all'uomo il tempo
soggettivamente necessario per ravvedersi e per
fare penitenza riscattando la vita ultraterrena.
Ma allora, potrebbe dirsi, dove pi la santa vio-
273
PIERO PAJARDI
lenza di una Caterina che traduce in pensieri e in
parole la spada di Giovanna d'Arco? Siamo sem-
pre al solito punto: non il castigo per il castigo
bens la severit punitiva unicamente in funzione
di due beni ugualmente primari da salvaguardare,
o l'espiazione convertitrice del deviante oppure la
tutela di valori superiori iniquamente oppressi.
Mai spirito di vendetta e neppure spirito pura-
mente retributivo, ma in definitiva sempre e solo
spirito di carit, per la salvezza delle anime e per
la gloria di Dio.
274
AI'I'ENDICE ("')
CARDINALE GIOVANNI COLOMBO
SANTA CATERINA DA SIENA
Dovendo scrivere di questa fanciulla del popolo,
onore d'Italia e del mondo, se dico che il mio
cuore preso da sgomento, sono semplicemente
sincero.
lo sento dai secoli levarsi e salire a Lei un coro
immenso. e COlllpostO di solenni voci acclamanti.
Sono voci di storici, come il Pastor, che la defini-
sce "la pi grande santa del tardo Medioevo; o di
polemisti, come Igino Giordani, per cui "forse
la pi grande donna del cristianesimo, dopo
Maria. Voci di uomini di Stato, che la proclama-
no (da santa della civilt nostra e consentono
all'istituzione pernlanente d'una cattedra di
"Studi Cateriniani" presso l'Universit di Siena; e
d'uomini di Chiesa, come quella di Pio XII, che
nell'imminenza tragica della guerra, cercando
soccorso tra i grandi del Cielo, giacch i grandi
della terra gli negavano ascolto, il 18 giugno 1939,
dichiar Caterina da Siena e Francesco d'Assisi
Patroni Primari d'Italia. Voci di letterati, come
quella di De Sanctis che inculca rispetto per que-
sta donna storicamente grande, che nel Trecento
(*) Mi riempie di brioia pOler pubblicare qui in Appendice,
per gemi le concessione di Don Francalllonio Bemasconi gi
suo segrelario particolare, lo sLUdio del Cardinale Giovanni
Colombo che rappresema forse l'ultima sua fatica prima di
lasciarci.
275
PIERO PAJARDI
il santo in persona, scrittore e pittore di s
medesimo; e voce di poeti come quell'Anastasio
di Montalcino suo discepolo, che per Lei, ancora
in vita, scriveva versi e l'invocava:
E tu, rosa vermiglia senza spina,
Ci guiderai a quelle cose belle
che hai acquistale con tanta disciplina;
e pi vicino a noi, abbiamo udito la voce del Car-
ducci, il quale vede questa vergine sorgere e pas-
sare come un sorriso); o come quella del Manni,
che nel quinto centenario della morte (ISSO) in
un carme secolare le dice:
Salve, o Vergine bianca! altro miracolo
Non di te pi vago;
Non , per cinque secoli,
apparsa altra imago
pi cara e pi serena
di le, fanciulla, in grembo alla tua Siena!
Sono voci di stranieri, di nostra fede, o di diversa
professione religiosa, ma tutti esaltatori di san ta
Caterina: il cattolico francese Federico Ozanam,
che ne visita la cella .. e bacia il pavimento sfiorato
da quei piedi, che un giorno evangelizzarono la
pace; il danese Giovanni ]orgens, ex luterano
convertito, che venuto in Italia a scrivere una
delle pi belle biografie attesta che .. la santa di
Fontebranda l'ha vinto ed avvinto e sar sempre
per Lui la dolcissima Mamma; il poeta anglica-
no Swimburne, per il quale la senese .. l'angelo,
che prese nelle candide sue mani i dolori della
sua et; WilIiam Boote, il fondatore del prote-
stantico Esercito della Salvezza, che innamorato
per l'apostolato popolare, e per la vibrante dina-
micit spirituale di santa Caterina, la propone
modello ai suoi seguaci e affida loro come motto
276
CATEIUNA 1.J\ SANTA DELl.J\ POLITiCA
due parole care alla Santa: "Sangue e Iuoco".
A questo coro di grandi testimonianze non forse
presumere troppo accostare la mia? Ma che riso-
nanza nuova vi posso io mai aggiungere? E c' un
altro motivo che giustifica il mio sgomento di
fronte a Caterina Benincasa. Essa, s una dolce
creatura terrestre, molto vicina a noi, che, provate
le nostre ansie, soffriva le nostre sofferenze e
gustava le nostre soddisfazioni; ma altres anche
una creatura eccelsa e rara, che respirava in un
mondo superiore e divino, anzi vi si muoveva con
tale disinvoltura, come fosse nel suo ambiente pi
naturale. Ella vedeva anche ci che noi non vedia-
mo, ascoltava ci che a noi non dato d'ascoltare'
si sentiva invasa da forze che le davano di trascen:
dere le comuni leggi della natura; di poter vivere
a lungo senza mangiare, n bere, provava consola-
zioni nuove e afflizioni, che avrebbero schiacciato
la persona pi robusta. Non cosa facile trovare
parole esatte e lievi a sufficienza, per raccontare
nella loro realt queste divine esperienze. Riu-
scir io a trovarle, senza farle cadere nell'assurdo
o nel grottesco?
Ogni anima grande ingrandisce il mondo. I gran-
di filosofi, di l delle cose materiali in continua
corruzione ed evoluzione, vedono realt immate-
riali e incorruttibili, e si mettono in contatto col
mondo delle idee e delle essenze di cui questo
mondo dei sensi una pallida piccola ombra. I
grandi astronomi e i recenti cosmonauti oltre la
volta celeste, che per l'uomo comune il limite
dell'universo, spalancano panorami immensi dove
sciami d'altri universi roteano negli spazi infiniti.
L dove i nostri occhi non vedono nulla,
nell'estremamente piccolo, gli scienziati, dietro le
orme del grande Pasteur, trovano una nuova
fauna e una nuova flora, fors'anche pi meravi-
277
PIERO l':\IARDJ
gliasa dell'altra, e li sentiamo narrare di microbi,
di batteri, di penicilline, di streptomicine. I gran-
di fisici ci fanno intravedere un mondo assai pi
vasto delle comuni esperienze, oltre le quali essi
controllano onde e radiazioni ignote, energie stra-
ne e poderose, e parlano di onde marconiane, di
raggi ultravioletti, di energia atomica.
Ma colui che pi di tutti ingrandisce il mondo,
colui che viene a contatto con le realt pi mera-
vigliose e consolanti, con le energie pi potenti e
benefiche, il "santo". Egli sorpassa l'effimero ed
entra nell'eterno: ivi viene a contatto con il Padre
creatore di tutte le cose visibili e invisibili, col
Figlio suo Unigenito, che venne quaggi a farsi
UOlllO, per immolarsi in espiazione e riscatto di
tutti, con la Vergine Madre da cui nacque Ges,
coi Santi, che furono i suoi amici e che seguirono
i suoi esempi, parla con queste auguste persone a
cuore aperto, ed esse si degnano di proso'arsi e
parlare a Lui. Quando discende da questi sublimi
incontri con le pupille soavemente abbagliate, il
"santo" ha un sentimento sempre pi struggente
della propria nullit e un ardore sempre pi divo-
rante di donarsi alla consolazione degli uomini,
aiutandoli anche materialmente, per salvarli spiri-
tualmente.
Ma chi assicura che le esperienze del "santo"
siano contatti reali col mondo immortale, e non
allucinazioni di nervi malati? La sua vita e le sue
opere.
Sarebbe agevole cosa, negare tutte le visioni di cui
santa Caterina fu donata, a cominciare da quella,
che ebbe a sei anni, del Cristo benedicente, assiso
in abiti pontificali su trono imperiale, fino a quel-
la dello sposalizio mistico, che ebbe a 19 anni, in
cui alla presenza della vergine e dei santi fu ina-
nellata dal Signore Ges, comprese tutte le altre
278
CA'rERINA lA SANTA DELLA POLITICA
volte in cui Cristo le si ITIOstr o crocifisso con la
ferita nel cuore, oppure orante ai suoi fianchi.
Sarebbe agevole cosa negare anche tutti i fenome-
ni mistici, che testimoni degnissimi di fede hanno
riscontrato nella giovinetta senese: tutte le estasi,
le sue stigmate, quel sentire il profumo della virt,
O il fetore del peccato, nelle persone che le si
accostavano, quella "seconda vista" che le permet-
teva, a volte, di vedere la bellezza, o la deformit
dell'aniITIa in alcune persone, o di assistere a fatti,
che si svolgevano lontano.
Una volta negate, per paura del mistero, le espe-
rienze soprannaturali di santa Caterina, tutta la
sua vita diventa un mistero, e resta inspiegabile.
Come spiegheremmo infatti che una fanciulla
sempre ammalata possa darsi a un'azione travol-
gente? Che ella, che non aveva istruzione, e tardi
impar a leggere e a scrivere, sia stata circondata
da molti dotti, che si facevano umili suoi discepo-
li, e abbia potuto dettare tante lettere (a volte tre
o quattro contemporaneamente ad amanuensi
diversi senza sconnettere il filo logico) e un "Dia-
logo" di cui la bellezza stilistica e la profondit
dottrinale formano ancora la meraviglia dei lette-
rati e dei pensatori? Donde in Lei il perfetto equi-
librio tra il coraggio indomito, che la sospinge
verso audacie sempre nuove, e la prudenza, che
sempre l'accompagna? Che una donna inerme, e
per giunta giovanissima, abbia mai potuto avere
una netta visione degli impellenti bisogni dell'et
sua, e abbia mai potuto emanare una potenza sog-
giogatriee a cui non resistono n re n papi, n
principi n cardinali, n ricchi n poveri, n nobi-
li n popolani?
Se vogliamo capire qualcosa, penso sia meglio
prendere questa singolare Santa cosi com', tutta
intiera, nella sua esperienza mistica e nella sua
279
PIERO P'\lARDI
attivit sociale; prenderla cosi come visse nella sua
semplicit sublime, cosi come la storia ce la docu-
menta. E la storia ce la documenta come una can-
dida e impavida messaggera d'amore.
Visse solo 33 anni, come il suo Maestro divino,
che amava eroicamente e di cui ricopiava fedel-
mente gli esempi. Questi suoi pochi anni si posso-
no scandire in tre periodi, che formeranno il dise-
gno del mio profilo personale.
1. I primi diciannove (dal 1347 al 1366, data dello
sposalizio mistico) sono gli anni della preparazio-
ne intima, della conquista di s e della ricerca
della propria via, dell'attesa fervida. Sono la vigilia
dell'Amore.
2. Dai 19 ai 23 (dal 1366 al 1370, data della morte
mistica): sono gli anni dell'Azione verso il prossi-
mo. L'Amore venuto con la sua fiamma, ed ella
muove alla conquista dei singoli; nella sua fami-
glia e nella sua citt.
3. Dai 23 ai 33 (dal 1370 al 1380: data della sua
morte): sono gli anni della sua grande missione
sugli ordini sociali. Ella esce dalla sua ci tt ed
entra nel vortice del grande mondo, recando il
suo messaggio di pace e di amore.
In una sua lettera (ai Fratelli della Compagnia
della Vergine dell'Ospedale di Siena) ella insegna
a coltivare tre vigne simboliche.
- la prima vigna quella dell'anima nostra;
- la seconda quella dell'amore del prossimo;
- la terza quella della Societ e della Chiesa.
E aggiunge che solo quegli, che coltiva bene la
prima di queste tre vigne, si cura di coltivare le
altre due, poich se "esso diviene crudele a se
stesso, non pu essere nello stesso tempo che pie-
toso al prossimo suo.
E ci che ella aveva fatto, l'ordine che Lei aveva
tenuto. Aveva cominciato dalla propria anima,
280
CATERJNA LA SA!'ITA DELLA POLITICA
intorno a cui quasi esclusivamente aveva lavorato
fino ai 19 anni.
1. Vigilia d'amore (1347-1366)
Agli occhi della fanciulla senese, abituata a guar-
dare sino in fondo alle cose, il mondo appariva
diviso in due grandi correnti.
Da una parte l'amore, la verit, lo zelo, la pace.
Dall'altra, l'egoismo, la menzogna, la crudelt, la
lotta. Vi il regno d'Adamo corrotto e il regno di
Cristo rinnovatore. Caterina venuta al mondo
per introdurre i figli di Adamo per la porta della
croce, nell'amore e nella pace del regno di Cristo.
Quando ebbe coscienza di questa sua missione?
difficile dirlo. Forse in germe la presenti quan-
do consacr la prima volta la sua verginit al
Signore, o, prima ancora, quando, bambina, tor-
nando dalla casa, dove la sorella Bonaventura abi-
tava, giovane sposa felice, nel cielo vespertino,
ebbe la prima visione di Cristo pontefice, che la
benediceva e le sorrideva. L'anonimo cronista,
con rara acutezza d'introspezione, osserv che a
Lei (da quell'ora innanzi, rimase una pena
cl lanimo, un timore di rimorso di coscienza e una
paura di commettere peccato, tanto quant'era
possibile a quell'et in cui era.. (Chiminelli la cita
a pago 32).
Ecco l'alba del giorno dell'Amore; l'Amore che
soprattutto teme di spiacere alla persona amata.
Mano mano che gli anni della giovinezza trascor-
revano, era per Lei un prendere coscienza sempre
pi chiara della sua vocazione. Ormai aveva irre-
vocabilmente deciso: rinunciare a tutto, per darsi
tutto all'Amore di Dio e del prossimo.
Ma in quale forma?
281
PIERO l':\JARDI
Chi conosce i costumi del tempo, sa bene che per
Lei, come per ogni fanciulla d'onesta famiglia del
Trecento, non vi era altra scelta, che fra due stati:
o il matrimonio o il chiostro. Ma ella senUva che
nell'uno o nell'altro stato avrebbe dovuto mortifi-
care e sacrificare la novit del suo genio femmini-
le. Sentiva che il breve cerchio del focolare dome-
stico non bastava all'impeto vasto del suo cuore, e
che la regola o la clausura di un conven to le
avrebbe tolto la libert d'azione di cui aveva biso-
gno.
Perci resistette tenacelnente agli autorevoli con-
sigli d'uomini religiosi che l'avrebbero veduta
volentieri monaca, e resistette alle pressioni del
padre, e pi ancora della madre, che avevano gi
pensato di maritarla. Ella voleva essere consacrata
unicamente a Dio, lavorare per la sua gloria e per
amore del prossimo, ma non monaca in un con-
vento, no!
Voleva restare nel mondo senza essere del mondo,
per vivere pi vicina alle sue angosce e alle sue
ferite, libera d'accorrere dove la sua presenza
recava conforto, la sua opera rimedio: ma sposa,
no, proprio noI Aveva fissato di iscriversi al Terzo
Ordine domenicano per secolari, detto delle
"mantellate", perch le iscritte portavano sulla
veste bianca un manto nero.
La lotta da combattere per conquistarsi le libert
necessarie a una donna d'azione non era breve.
Ma a Lei non mancava l'ardire. Per mettere i suoi
genitori davanti a un fatto che significasse chiara-
mente la sua scelta irremovibile, si recise i capelli
che aveva biondi, e aspett la burrasca. Fu castiga-
ta, fu privata della sua cameretta, dove poteva pre-
gare e mortificarsi a suo agio, e costretta ad abita-
re con gli altri nella speranza che il rumore alle-
gro dei fratelli la distraesse. Ma ella ormai non
282
CATERINA LA SANTA DELLA l'OLITICA
aveva plU bisogno della cella esteriore; s'era fab-
bricata una cella nell'anima sua, ,<la cella del
conoscimento di s, dove si raccoglieva incessan-
temente e dalla quale s'era proposta di non uscire
per qualunque cosa del mondo. Il primo ad
arrendersi fu suo padre, il tintoreJacopo Beninca-
sa, uomo pieno di fede e di mite ragionevolezza.
Disse: Non sia clata pi noia alcuna alla mia
dolce figliuola. Lasciate che serva, come le piace,
al suo Sposo divino. E aggiunse non senza un
sorriso: (Perch dolercene? Invece d'acquistarci
per genero un uomo qualunque, riceviamo un
Dio e un UOlno lInmortalel>.
La madre, Manna Lapa, donna che faceva fatica a
staccarsi dagli affetti e interessi della terra, s'arre-
se pi tardi, non senza poi ritentare a intervalli di
riprendersi qualche diritto. A esempio si lamenta-
va che Caterina la lasciasse troppo tempo sola, per
darsi all'azione caritativa, o ai viaggi d'apostolato.
Ma l'affettuosissima figlia stava vigile di fronte alla
sensibilit materna, e la persuadeva a lasciarla
libera di seguire il Signore l dove la chiamava. Le
additava l'esempio della Madonna, che dopo
l'ascensione di Ges al cielo, rimasta sola coi santi
apostoli, bench "Maria e discepoli avessero gran-
de consolazione a stare assieme, e il partire fosse
sconsolazione, nondimeno per la gloria e lode del
Figliuolo suo, per il bene di tutto l'universo
mondo, ella consen te e vuole che si partano... Or
da lei voglio che impariate anche voi, carissima
Inacire.
Oltre la libert familiare c'era un'altra difficile
indipendenza da conquistare: quella del proprio
modo d'agire di fronte ai giudizi e alle convenzio-
ni esteriori del mondo. Orbene, v' un episodio
che ci mostra meglio di ogni altro l'ardore di
carit con cui ella sorpassava ogni gretto formali-
283
PIERO PAJARDI
smo e giungeva diritto al suo fine. E Stefano
Maconi suo discepolo e segretario che lo narra.
Una volta che la Santa sedeva all'aria aperta, le
venne incontro un povero a chiederle con grande
insistenza l'elemosina. "Caro fratello, gli disse, ti
assicuro che non ho moneta di sorta". Quello
replic: "Hai per il mantello". " verol, sog-
giunse Caterina che se lo tolse di dosso, e subito
glielo diede. Coloro che le stavano vicino si scan-
dalizzarono e le chiesero meravigliati come aveva
pontto risolversi a mostrarsi per le vie senza man-
tello. Rispose queste nobilissime parole: ,<Io prefe-
risco essere senza Inantello, che senza carit".
Per intendere il valore dell'atto compiuto e il
significato di questa risposta, bisogna ricordare
come nella Siena del Trecento una donna, che
camminasse per le vie senza mantello, era ricono-
sciuta per una donna di mala vita, giacch gli Sta-
tuti proibivano alle donne oneste di andare senza.
Giammai ella indietreggi nella vita per rispetto
umano, per timore servile o per retrivi conven-
zionalismi: ogni suo atto, ogni sua parola, erano
affermazioni di libert e lasciava che, dietro le sue
spalle, la pusillanimit e il pettegolezzo facessero
lUtto il chiasso che credevano, e la chiamassero
spregiudicata o visionaria.
Ma la libert pi indispensabile e pi ardua la
libert dai propri istinti, dalle proprie passioni.
Non senza gravi pericoli che una donna giovane
e affascinante, come Caterina, pu avventurarsi in
mezzo al mondo, pu curvarsi sulla voragine aper-
ta dei vizi e dei dolori umani, pu donare agli
uomini incontrati per via il proprio cuore, e ser-
bario nello stesso tempo immacolato per Dio.
Anche i Santi sono impastati della comune farina.
E anche la pura fanciulla di Fontebranda, certe
sere, nella sua cameretta piena d'ombre, era tlIr-
284
CXfERlNA LA SANTA DELLA POLITICA
bata da desideri inquietanti, da ricordi melanconi-
ci, da sogni pericolosi. Forse dalla campagna le
giungevano i canti d'amore delle sue coetanee e
dei suoi coetanei. Ed ella che aveva tagliato i
capelli, che ponava il cilicio sul corpo delicato,
che vestiva di rude saio, sentiva il fascino delle
belle vesti, il richiamo delle compagne gioconde,
delle feste allegre. Una volta le maligne seduzioni
furono cosi violente, e la tristezza che ne prov
cos opprimente, che, superato l'assalto, si volse al
Signore per lamentarsene umilmente: "Signor
mio, dove Slavi tu, quando il mio cuore era scon-
volto?". E il Signore crocifisso e sanguinante si
offr al suo sguardo estatico per risponderle:
"Stavo nel tuo cuore a difenderlo dai tuoi nemici.
Il segno della mia presenza era in quel disgusto
che provavi di fronte alle lusinghe malvage".
Fu l'esercizio ascetico delle penitenze, della scar-
sit del cibo, della brevit del sonno, della pre-
ghiera continuata, che la condussero al dominio
sicuro delle sue passioni, alla piena libert di spiri-
to, all'armonia perfetta del suo essere interiore.
"Tutti gli affetti e le potenze dell'anima - ella scri-
ve nel Dialogo - regolati dalla perfezione offrono
un suono melodioso simile alle corde d'un istru-
mento musicale. Le potenze dell'anima sono le
grandi corde, i sensi e i sentimenti del corpo sono
le corde minori, e quando sono usate nelle lodi di
Dio, o in servizio del prossimo, producono un
suono simile al suono d'un organo armonioso..
Siamo nel 1366, Caterina ha 19 anni: e la sua vita,
ora, tutta musica. Il cielo stesso n' affascinato.
In una visione, Cristo le mette in dito l'anello.
Questo sposalizio segna il sigillo della preparazio-
ne e segna l'inizio della sua missione.
Ora l'Amore venuto e affuoca il suo cuore. Ora,
la sua missione incomincia, Ella pronta.
285
PIERO
E vestita di bianco e di nero (bianca la veste e
nero il mantello) come le rondini, come il suo
duomo; e va. Bisogna che vada a portare l'amore
e la pace ai cuori, alle citt divise, alla societ
sconvolta, alla chiesa. Nessuno e nulla la possono
trattenere. Se non andasse, sarebbe poi meritevo-
le del rimprovero ch 'ella stessa rivolge a un
amico: .. Se non poteste andare dirino, foste alme-
no andato carponi; se non si poteva andare come
frate, foste andato come pellegrino; se non c'era
danari, foste andato per elemosina". Ma andare
necessario. Ges aveva detto: (Chi ha orecchi,
oda". Caterina dice: .. Chi ha piedi, vada!".
L'estatica, la mistica, che passa lunghe ore e notti
intere immersa nel mondo invisibile a colloquio
con Dio donna di straordinaria attivit. Certe
sue frasi la rivelano: Meglio le opere, che molti
salmi". E quest'altra in cui sentite fremere la sua
volont d'azione: .. Operate quello che di biso-
gno con allegrezza, e state con ardente cuore: il
fare giova sempre)).
Ella avverte l'incalzare dei pochi anni che ha da
vivere; il senso della fine le martella in cuore, le
impone di affrettarsi, di moltiplicare le energie, di
sfruttare la particella di tempo che ci toccata in
sorte. Scrive: "Non pi tempo da dormire, per-
ch il tempo non dorme, ma passa come il vento".
Il tempo di cui la gente tanto prodiga, Caterina
lo giudica breve, come un punto... Piccola cosa ,
e sapete quanto? Quanto un punto d'aco... ".
Andare, agire, non perder tempo. Ma non
un'ingenua. Sa che incontrer resistenze e vo-
lont avverse. Ma ella non dubita di asservirle al
suo disegno. Ha coscienza di poter piegare la
terra e il cielo alla sua imperiosa volont. Nelle
preghiere usa spesso con Dio la parola: ,,[o voglio
cos. .. ". Al re di Francia scriver: "Adempirete la
286
w\ SANTA DELLA POI..rfICA
volont di Dio e mia... ". AI Papa la potenza apo-
stolica di Caterina proviene appunto da questa
assoluta sicurezza cii s. Avendo conformato in
tuno la sua volont a quella di Dio, convinta fer-
mamente che pure Dio ha conformato la sua a
quella di Caterina.
Sa anche che l'attendono inganni malvagi e lotte;
forse che dovr temere per questo? Esclama: "Chi
non ha battaglia, non ha vinoria: al tempo della
battaglia, daremo la vita per la Vita, il sangue per
il Sangue" ...
Se dare la propria vita, in cambio di quella che
Ges diede per Lei, se dare il proprio sangue in
ricambio del Sangue se insomma il marti-
rio il suo vero desiderio fiammante, di che cosa
avr mai paura? Ella bralna murare una pietra
nella Chiesa", e quella pieu'a lei stessa.
Ha sulle labbra un ritornello, sommesso e caro
per i giorni della gioia e della confidenza; questo:
"Ges dolce, Ges Amore,,1 E ha un grido d'entu-
siasmo per i giorni della battaglia: .. Sangue e
fuoco,,! Il Sangue quello dell'Agnello svenato
sulla croce per il nostro riscano, per la nostra sal-
vezza. II fuoco l'ardore di carit che le incendi
l'anima al pensiero di quel Sangue divino sparso
per amore di Lei e di tutti gli uomini.
2. La vigila dell'amore del prossimo (1366-1370)
Esce dunque dalla sua cella.
Il suo primo biografo fa osservare con molta finez-
za come il Salvatore, che fino allora era apparso a
Caterina nella cella, da questo momento si pre-
sentasse sulla pona, non perch Egli volesse entra-
re, bensi perch lei uscisse. Comprese la Santa
che per essere la sposa di Cristo occorreva si faces-
287
PIERO l':\JARDI
se la serva del prossimo. Non potendo fare nessu-
na cosa utile per Cristo, che ha dato tUllO il san-
gue per lei, sente che l'unico modo di ricambiar-
gli l'amore di servirlo nel prossimo. Scriver
queste parole: Non si arresta mai l'anima inna-
morata di fare opere utili a tutto il n1011(lo", e
prender come programma: "A Dio la gloria, e la
fatica al prossimo'..
Amare servire, servire conquistare. Qui il
segreto del vaSlO incendio d'amore che ella seppe
accendere in giro a s, il segreto cio della sua
forza soggiogatrice.
Cominci nella sua slessa casa. La sua famiglia era
mollo numerosa: eran pi di venti i suoi fratelli e
le sue sorelle. Ora i nipotini si molliplicavano, sali-
vano e scendevano le scale, Caterina li amava ed
era per tutti un 'ottilna zia. Quelli - diceva - se
lamo l'onest,\ permettesse, di continuo bacerei ...
Riusc in breve a guadagnarsi, cosa non facile, il
cuore delle sue cognate, specialmenle di Lisa, che
soleva chialnare Hmia cognata secondo la carne,
ma sorella secondo CrislO", Poi fu la volla della
sua stessa madre. che, rimasta vedova e guarita
miracolosamente per le preghiere della sua santa
figliola da una malattia mortale, si fece anch'essa
mamellala e si associ alle opere di Caterina.
Ma gi allre persone erano state attratte nell'Ql'bi-
la del suo fascino irresistibile: un gruppo d'uomi-
ni e donne, ariSlocratici e popolani, religiosi e
laici, sposati o no, formavano in giro a lei una
fmniglia spirituale, si adunavano nell'umile came-
retta di casa sua, e, rinfocandosi alla sua fiamma
nell'amore di Dio, organizzavano opere per il
bene del popolo.
Ella non ebbe affatto l'intenzione di fondare un
ordine, n i suoi discepoli avevano le caratteristi-
che di un gruppo lenuto assieme da un regola-
288
CATERINA LA SAi'.ITA DEIL"- POLITICA
mento religioso. La sua era una vera fanliglia nel
senso naturale della parola, ave ciascuno era libe-
ro di seguire le inclinazioni e le occupazioni abi-
tuali. Ella era la "mamma", che interveniva per
correggere, per consigliare, per incitare; e "Mam-
ma" la chimnavano tutti, e le aprivano il proprio
cuore con tenerezza filiale. Da parte sua, li ricam-
biava con tenerezza materna, e pregava per loro
con ardente paCisione. <do gI;do a te, signore, per
quelli che lu mi hai dati, che io amo di singolare
amore. Bench io sia infernla, li voglio vedere
sani, e bench io sia imperfetta per i miei difetti,
voglio vedere loro lutti perfetti, e bench io sia
morta, voglio vedere loro vivi nella grazia tua.
Con quesla famiglia spirituale ella si prodiga al
sollievo dei poveri, alla cura degli ammalali e
degli appeslali, negli ospedali e nelle case, all'assi-
stenza dei carcerati. Non c'era per lei limite di
tempo, n di fatica. I servizi pi ribUllanti l'esalta-
vano; la durezza di cuore, l'ingratitudine, l'ingiu-
ria, l'oelio l'incoraggiavano. Diceva che tlL'amore
portalo all'estremo vittorioso), ed ella intendeva
portarlo all'estremo anche nei casi pi disperati,
per vincere sempre. Uno di questi casi, il pi
caralleristico e il pi famoso, quello di Niccol
Toldo. Basta da solo, meglio di ogni altro, a darci
la misura ideale di Caterina.
Tolda era un giovane gentiluomo perugino ed era
stato incarcerato e condannato a morte per aver
detto parole d'insulto contro il governo di Siena.
Noi che abbiamo conosciuto che cosa significhi
"diuatura", sappiamo che in certe ore di tirannia,
una parola sincera, o un gesto di libert, pu essere
pagato con la prigione e la tortura. Noi pure abbia-
mo visto le carceri rigurgitanti di detenuti politici,
come Caterina li vide ai sui tempi. La storia, tra i
suoi ricorsi, di nuovo non crea nulla o quasi.
289
PIERO Pi\IARDI
E facile figurarsi lo stato d'animo del perugino
che non voleva rassegnarsi a morire cos giovane,
in quella dolce primavera piena di fiori e di voli
d'uccelli. Uno, che lo visit nella sua orrida cella,
ci lasci scritto che per la prigione, andava COIne
uomo disperato, non volendosi confessare, n
udire frate n prete che gli dicesse cosa che
appartenesse alla sua salvezza eterna.
Possiamo ricostruire anche le sue parole ribelli:
"Perch si andava a parlargli degli imperscrutabili
decreti di Dio, della sua Provvidenza, del suo
Amore paterno? Comodo per i preti e per i frati
predicargli tutto questo; non toccava gi a loro
morire, non era la loro testa, che sarebbe rotolata
via dal busto... Loro, che vivevano pacifici, poteva-
no ben credere in Dio e amarlo... . Ma quel Dio
che lasciava travolgere Niccol Toldo da una sen-
tenza spietata, che lo consegnava in mano al boia
per una parola sconsiderata e forse troppo since-
ra, poteva essere un Dio buono, un tenero
padre? .. No, mai. E le bestemmie rugghiavano tra
i suoi denti, una pi orribile dell'altra.
Caterina si rec dallo sventurato giovane e lei stes-
sa, unica e solenne testinlone dell'avvenin1ento.
ce lo ha descritto in una pagina che, al dire del
Tommaseo, congiunge la terribilit di Michelan-
gelo con la soavit dell'Angelico.
Andai a visitare colui che sapete: onde egli rice-
vette conforto e consolazione, si confess e dispo-
sesi molto bene. E si fece promettere per l'amor
di Dio, che quando fosse il momento dell'esecu-
zione, io fossi con lui".
La mattina appresso, innanzi la campana
dell'alba, lo menai a udire la messa; e ricevette la
santa comunione, la quale mai pi aveva ricevuta...
e dissi: "Confortati, fratello mio dolce, perch tosto
giungeremo alle nozze eterne. Tu v'andrai bagnato
290
CATERINA LA SANTA DELl.A POLITICA
nel sangue dolce del Figliuolo di Dio, col nome di
Ges, il quale non voglio che t'esca mai dalla
memoria. E io t'aspetto al luogo della giustizia.
Nell'ora e nel luogo stabilito, prima che la lugu-
bre carretta recasse il giovane Niccol Toldo, ella
era l ad attendere colui che non aveva n madre
n una sorella a sostenerlo nella sua violenta sop-
pressione. Ai suoi occhi, quel giovane era inno-
cente; e se anche fosse stato colpevole, ora era
pentito e moriva da giusto, e per questo aspetto
assomigliava a Cristo suppliziato. Tutto ci trasfi-
gura la giovane Benincasa e fa di lei il simbolo
vivo della piet e della misericordia celeste, la di
lei un'immagine della Madonna ai piedi della
croce. E l nell'attesa tragica, ella salita sul palco
prova a distendere sul ceppo il suo collo, e in
quell'atteggiamento prega la Vergine Santa d'assi-
stere nell'estremo momento quel suo figliuolo, e
di infondergli luce e pace di cuore. Ma lasciamo
ancora a lei il racconto:
Poi egli giunse, come un agnello mansueto, e
vedendomi cominci a ridere; e volle che io gli
facessi il segno della croce. E ricevuto il segno,
dissi io: "Gi! alle nozze fratello mio dolce! che
tosto sarai nella vita durabile". Si pose gi con
grande mansuetudine, e io gli distesi il collo, e mi
chinai gi e gli ricordai il Sangue dell'Agnello. La
bocca sua non diceva se non "Ges" e "Caterina".
lo gli tenevo la testa e fermando l' occhio nella
divina bont, dicevo: "lo voglio".
Vuole che l'anima di lui sia salva: la Madonna gli
deve fare la grazia. I suoi occhi sono fissi in quel-
l'altro condannato a morte, che l'Uomo-Dio, il
signore Ges; imlnerso nella sua estasi d'umana
piet non vede neppure la moltitudine, che bruli-
ca fitta all'inverosimile; non ode il vasto mormo-
rio della gente. Ed ecco si trova con il capo mozza-
291
PIERO PAJARDI
to nelle mani virginee, e scopre che la sua bianca
tunica invermigliata di sangue. Allora presa
d'invidia per la morte di Tolda; sospira il martirio
anch'essa: Sentivo un giubilo, e non era senza
l'odore del sangue mio ch'io desidero di effonde-
re per il dolce Sposo Ges! ...
Tale il racconto nella stupenda lettera da lei det-
tata per fra Raimondo da Capua, lettera che il
suo capolavoro letterario, e basterebbe da sola a
rivelare in lei la tempra di gran sanL'.. e di grande
scri tlfice.
3. Nella societ e nella Chiesa
Tre sono le vigne - come abbiamo detto - che la
Santa voleva coltivare con la sua azione d'amore.
E la terza (pi vasta delle prime due) il grande
mondo: il mondo della societ e della Chiesa.
Dinnanzi agli sguardi della fanciulla che s'appre-
stava il entrare mediatrice in mezzo alle contese
umane, si offriva lo spettacolo dell'Italia straziata
dai partiti e dall'anarchia, nelle cui citt rosseggia-
va continuamente sangue fraterno; della Chiesa
decaduta dal primitivo fervore e dalla primitiva
purezza, del papato diventato straniero e asservito
nell'orbita della potenza francese.
Ella perci si propose tre obiettivi principali: la
pacificazione delle citt italiane, la riforma della
Chiesa, il ritorno del papa da Avignone a Roma.
Ma prima di avventurarsi nei vortici di un'opera,
che avrebbe sgomentato il pi abile uomo politico
del mondo, le Occorreva una purificazione pi
profonda e totale. E fu la cosi detta morte mistica,
che la santa sub nel 1370. Tutti la credettero spi-
rata. Quando rinvenne, si ritrov di nuovo su que-
sta terra peccatrice e sofferente, ma si sent pi di
292
CATE.RIN..\ l.\ SANTA DELL:\ pounCA
prima esule e staccata. Confid di aver udito que-
ste parole: "Da qui innanzi non avrai pi la cella
per abitazione, anzi dovrai uscire dalla tua stessa
citt: darai arnmaesu'mnenti ai piccoli e ai grandi,
ai laici e agli ecclesiastici ... [o li condurr innanzi
ai Pontefici e ai Rettori delle Chiese e del popolo
cristiano, affinch per mezzo dei deboli si confon-
da la superbia dei forti ...
E la pellegrina d'amore cominci a viaggiare.
In primo luogo si occup degli Italiani, cercando
di pacificarli. Ogni citt era divisa in partiti, e ogni
partito - antica e nuova storia - cercava d'appog-
giarsi a qualche potenza esterna (ora il Papa
come sowano temporale, ora il duca di Milano e i
Veneziani, ora i Francesi) per rovesciare l'avversa-
rio dallo stesso governo del Comune.
Se gli avveniva, erano confische di beni, epurazio-
ni tremende, campi di concentramento, carcere e
spesso la morte. Ma il trionfo era effimero, ch il
partito schiacciato si risollevava a poco a poco, e a
sua volta SOrtTIontava e conquistava il potere.
Cominciavano allora mali peggiori e rappresaglie
pi crudeli delle antecedenti vendette.
La messaggera di Fontebranda arrivava o sponta-
neanlente o chiamata in queste atmosfere arro-
ventate di odio, e portava l'ulivo della pace e la
rosa dell 'amore.
Noi la troviamo a Lucca, a Pisa, U-a i suoi Senesi, a
Firenze, dove per poco non rimase travolta nel
tumulto dei Ciompi. "Colpite me! .. disse impavida
a un branco di forsennati. Ella saliva ai palazzi del
governo, non armata che di semplicit e di fede,
discendeva nelle piazze, dove i fratelli tendevano
le armi contro i fratelli. Le sue espressioni di sup-
plica erano queste: "Basta col sangue. Il Sangue
l'ha versato Lui, sulla croce, per noi!. Amatevi,
ch se tra voi non vi amate, nessuno c' che vi fac-
293
PIERO P!\lARDI
eia del bene. \(Amatevi, anlatevi, e insieme esulta-
te, perch viene il tempo della dolce estate.
L'estate della carit. Diceva ancora: \(La carit
accorda i discordi, unisce i separati, dona la pace
e toglie le guerre, dona pazienza, dona fortezza e
lunga perseveranza in ogni buona e san ta espe-
rienza".
Ebbe il coraggio di mandare un'Ambasceria al
capitano di ventura inglese Uohn Hawkwood) che
metteva a ferro e fuoco le terre di Toscana, per
invitarlo a piet e a partire con le sue milizie per
la Crociata. La Crociata, ((il mistero del santo pas-
saggio, che Caterina predicava era s la bella
occasione di dare il sangue per la liberazione del
Sepolcro di Cristo, ma era per lei l'unico mezzo di
volgere ad altra meta le soldatesche mercenarie,
che infestando l'Italia vi rinfocolavano uno stato
perenne di guerriglia guerreggiata. Non sempre
le sue missioni diplomatiche avevano buon succes-
so; ma sempre nelle citt, dove ella si recava,
erano InoIti a diventare pi buoni, a perdonare, a
fare opere di carit.
Insegnava la giustizia per tutti, sia per i ricchi che
per i poveri. Diceva: Rendete il dovuto al povero
e al ricco, seconclo che richiede la sanla giusLizia,
la quale sempre sia condita con la misericordia.
E chi stava al governo, voleva che governasse con
lealt e fortezza, senza paura di perdere voti, o il
seggio nei seguenti suffragi elettorali. Non
v'inganni - diceva ai governatori di Lucca - verun
timore sen'ile, perch il timore servile fu quello
che ebbe Pilato, il quale per paura di perdere il
potere, uccise Cristo. Molti sono anche oggi i Pila-
till.
Il secondo obbiettivo a cui anelava l'azione sociale
di Caterina fu la riforma della Chiesa. A quei
tempi molti cardinali e vescovi erano spesso prin-
294
(j\TERINA L\ SANTA DELL'\ POLITICA
CiP' plU che sacerdoti, uomini politici pi che
uomini di preghiera e tenevano gli occhi rivolti
pi alla terra che al cielo. I papi stessi, dal 1305
risiedevano ad Avignone aggiogati alla politica
francese. Ella voleva una Chiesa libera, spirituale,
tutta ardore di carit per le anime. Ma i suoi desi-
deri di riforma scaturivano da ben altra fonte, che
non sia quella dei protestanti antichi e moderni.
Scaturivano dalla fede viva, e da un grande amQre
a Cristo e alla sua Chiesa; da un sincero rispetto
verso tutti i sacerdoti, che chiatnava gli ~ ~ m m n
stratori del Sole.. , cio del Corpo eucaristico di
Cristo, vale a dire i custodi del Sangue
dell'Agnello. Perci chi li perseguita - diceva -
((perseguita il Sangue e non loro". E soprattutto
prilna di chiedere la riforma negli altri, essa aveva
riformato se stessa nella penitenza, nella preghie-
ra, nella povert, nella carit. Ferma su queste
posizioni, la Santa potr levarsi a richiamare con
parole aperte i principi della Chiesa, e a ricordare
perfino al Papa il suo dovere, che quello di eleg-
gere vescovi e cardinali buoni, amanti della
povert e non del lusso e della potenza mondana,
di guardare pi alla perdita delle anime, che a
quella della citt, perch Dio gli chieder conto
pi di quelle che di queste, e infine di tornare da
Avignone a Roma.
Il nome di Caterina legato al ritorno del papato
dall'esilio di Avignone. Non avesse fatto altro, per
questo solo il suo nome resterebbe immortale
nella storia. Proprio lei, ingenua fanciulla, avr
l'ardimento di recarsi con una piccola compagnia
di discepoli alla Corte pontificia in terra di Fran-
cia, e riuscire in quell'impresa, che molti aIL..i ave-
vano tentato invano prima di lei senza riuscirvi.
Ma con lei c'era Dio.
Se ne accorse il Papa Gregorio XI, che, appena la
295
PIERO l'i\JARDI
vide, ne fu conquiso e persuaso, ma se ne accorse-
ro anche gli altri a cui premeva che il pontefice
non sfuggisse alloro influsso.
Il Re di Francia mand il l-atelia, il duca d'Anjon,
a fargli buona guardia, a difenderlo clalla forza
suaclente di quell'italiana. Ma Caterina conquista
clalla sua pane anche il fratello ciel re, e lo incluce
a impegnarsi per la Crociata. Acl armi mistiche i
cardinali cortigiani contrappongono anni n1isti-
che. Per controbilanciare l'influsso della santa di
Siena fanno pervenire al Papa una lettera a firma
cii un altro santo, Pietro cI'Aragona, il quale lo
metteva in guardia clai possibili pericoli cii veleno,
che gli sarebbero stati propinati in Italia.
"Del veleno - rispose Caterina - se ne trova tanto
alle tavole cii Avignone e clelle altre citt, come a
quelle di Roma, e in ogni luogo se ne pu compe-
rare. No, - prosegue - questa lettera, non clelia
persona di cui reca la firma: un falso. Non da
lungi viene tale lettera, ma da ben vicino, e da
servi del deInonio, che poco temono Dio... .
Il 13 settembre 1376, il Papa mise il piede fuori
del turrito palazzo Avignonese, noncurante clelle
lagrime clelia maclre e clelle sorelle, e perfino ciel
supremo, clisperato gesto ciel vecchio padre ottan-
tenne, il conte Guglielmo cii Beaufort, il quale - al
fine cii trattenere l'augusto figliuolo, ormai sordo
alle voci della politica e ciel sangue - gettatosi boc-
coni sulla soglia marmorea emetteva gricla clispe-
rate di clolore e cii scongiuro_
Riconclotto a Roma il pontefice Gregorio XI, e,
morto lui poco appresso, salutato con gioia
l'avvento cii un papa italiano nella persona cii Bar-
toloIneo Prignano, arcivescovo di Bari, che assun-
se il nome di Urbano V1, Caterina negli ultimi
clue anni cii vita, ebbe il dolore di veclere la Chiesa
improvvidamente clilacerata clallo scisma.
296
CATERJNA LA SANTA DELIA rOLlTIG\
Era la Francia che s'accingeva a strappare la vitto-
ria alla intrepicla senese, e con torbicli maneggi,
aveva fatto eleggere, nel conciliabolo di Fondi, un
francese, Roberto cii Ginevra, che fu l'antipapa
Clemente V11. Caterina moltiplic, allora, le ener-
gie del suo corpo, onnai esausto. Si rec a Roma.
Meravigliosa questa sua ultin1a battaglia, com-
battuta a Roma, per Roma. Prepara una mobilita-
zione spirituale: chiama cla ogni parte all'urbe le
persone pi spirituali e sante, che ella aveva cono-
sciuto. Non le anni e la guerra, ma la santit pote-
va sola clifendere le sorti del legittimo Vicario di
Cristo, di colui ch'ella chiamava il clolce Cristo in
terra, e ,(Babbo Inio dolce).
Con frasi roventi segn d'un biasimo d'infamia i
tre cardinali italiani, che nel falso conclave di
Foncli non si opposero all'elezione clell'antipapa
francese, e osarono restare neutrali. Per conto
suo, si offri a Dio in olocausto per la Chiesa e le
anime: invoc su di s i castighi per scontare i
peccati clegli altri-
Intanto scrive lettere al papa Urbano, preganclolo
di essere tutto umile, tutto esemplare nelle paro-
le, nei costumi e in ogni opera.
E furono le sue ultime esortazioni.
Stremata cii forze, non potr nuu-irsi pi, neanche
inghiottire sorsi d'acqua patenclo gran sete. Nel
suo lettuccio, circonclata dalla sua famiglia spiri-
tuale, non potr pi muoversi: solo nel volto gli
raggi ava sen1pre quella sua vita irresistibile. Fu
vista levare gli occhi in alto, e mormorare: ,<Gra-
zie, grazie. Da qualcuno invisibile.
Implorava continuamente misericordia per tutto
il bene che avrebbe potuto fare e non aveva fatto,
e per tutto quello che avrebbe potuto fare meglio.
E tremava dicendo: ,<Peccavi, miserere mei Domi-
ne. Era l'ultimo d'aprile ciel 1380 alle u-e pomeri-
297
PIERO I>:\JARDI
diane, quando i discepoli, curvandosi sulla sua
bocca, con l'ultimo soffio raccolsero l'ultima
parola: ((Sangue, sangue... Il.
Era il sangue dei fratelli, che l'odio spargeva per
le piazze delle citt italiane, oppure era il Sangue
dell'Agnello, che l'amore spargeva dalla croce per
la salvezza eterna dell'intera umanit?
Sono 640 anni giusti dacch venne la mondo que-
sta mirabile creatura; e 607 dacch se n' andata
nella gran luce, che ignora albe e tramonti. Ma
ella si cos inserila nella nostra vita, che noi la
senLiamo ancora vicina al nostro spidto.
Anche oggi, come nel suo Trecento, un'afa di
materialismo soffoca le aspirazioni, pi belle del
cuore. C' bisogno che ella rispalanchi le finestre
sul mondo immortale, sulle speranze d'oltretom-
ba. Ripeta anche per noi il glido, che elevava per i
slloi contemporanei: ((Grido oggi a te, alnore mio,
Dio eterno! il loro cuore bruci ancora del tuo
desiderio!,..
Ancora oggi, come al suo tempo, c' troppo dolo-
re U-a il popolo nostro, e poco amore. Il suo esem-
pio pu dire molto alle donne italiane.
Un proverbio portoghese dice: "Se una donna ti
dice: gettati nel pozzo, prega Dio, che non sia
profondo. Non pregarlo che non ti abbia a getta-
re dentro: impossibile, tanto fone l'influsso
della donna sull'uomo. A lei dato di domare
anche ci che non domano ferro e CeIOCO.
Ma se una donna dovesse sollevarci in alto? Allo-
ra, un popolo potrebbe essere salvo. Caterina sol-
lev la sua Italia alla convivenza civile e agli ideali
di santit.
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303
D,:dica
Pnmmtar.iol'lc
PrclIle.ssa
INDICE
pago 7
" 9
" 11
PRIMA PARTE - SANTA CATERINA DA S,ENA:
APPUNTI l'ER UN RITRATro IDEOI.OGICO E SPIRI-
TUALE Pago 17
CAPITOLO l'lUi\IO
L'EPOCA DI SANTA CATERINA
1.]. La sua "ila
1.2. Genio o carisma?
1.3. Riforma e controriforma
1.4. l critici clelia Santa
CAPITOL.O SECONDO
PUNTI SALIENTI DEL PENSIERO DI
SANTA CATERINA: LA DOTTRINA TEO-
LOGICA SULLA SALVEZZA
Pago 19
" 19
21
Il 23
Il 26
pago 31
CAPITOLO TERZO
IL MISTICISMO DI SANTA CATERINA pago 37
3.1. Quale mistica?
"
37
3.2. Oltre la caril
"
42
3.3. La mistica della relazionalit
"
50
3.4. Il ponte 52
3.5. La seconda creazione

56
3.6. Il desiderio di olocausto
"
58
3.7. Dignit e umilt dell'uomo e maest di Dio
61
3.8. Sublimazione del corpo umano
68
3.9. Ascesi atU<lvcrso l'azione
72
3.10. La mistica clelia correzione
79
305
PIERO PAJARDI CATERINA LA SANTA DELL\ POLITICA
CAPITOLO QUARTO
LA DOTTRINA SOCIALE pago 109
3.11. Mito della volont
3.12. Sofferenza e tentazione
3.13. Peccato e perdono
3.14. La mistica della imperfezione umana
3.15. Finalizzazione dell'amore alla gloria di
Dio
pago 80
86
92
"
97
"
101
CAPITOI.O UNDICESIl\IO
LA SCELTA DELL'UOMO PUBBLICO
11.1. Testi
11.2. Nota
CAPITOLO DODICESIMO
LA CIUSTIZIA E I GOVERNANTI
12.1. Testi
12.2. Nota
pag.209
" 209
" 211
pag.213
H 213
" 229
SECONDA PARTE - IL MESSAGGIO POLITICO
CATERlNIANO DELLE "LETTERE" E DEL "DIA-
LOGO" pag.141
Premessa 143
CAPITOLO QUINTO
LA DOTTRINA POLITICA
pag.117
CAPITOLO TREDICESIMO
LA PUNIZIONE E LA RIPARAZIONE
COME EMENDA, CONVERSIONE,
PURIFICAZIONE, LIBERAZIONE pag.237
13.1. Testi 237
13.2. Nota " 240
CAPITOLO SESTO
LA CITT PRESTATA
6.1. Testi
6.2. Nota
CAPITOLO SETTIMO
IL SONNO DELLA NEGLIGENZA
7.1. Testi
7.2. Nota
CAPITOLO OTTAVO
AZIONE, DETERMINAZIONE, FERMEZZA
8.1. Testi
8.2. Nota
pag; 145
) 145
147
pago 151
" 151
157
pago 165
165
171
CAPITOLO QUATTORDICESIMO
LA RIFORMA DEI COSTUMI
H.1. Testi
14.2. Nota
CAPITOLO QUINDICESIMO
LIBERT, LIBERO ARBITRIO, VOLONT
15.1. Testi
15.2. Nola
CAPITOLO SEDICE51MO
LA VERIT
16.1. Testi
16.2. Nota
pag.243
" 243
l) 244
pag.245
)) 245
), 250
pag.255
Il 255
" 263
APPENDICE
CARDINALE GIOVANNI COLOMBO - S. CATERI-
NA DA SIENA pago 275
CAPITOLO NONO
L'AUTORIT E IL POTERE. IL POTERE
COME DOVERE, COME SERVIZIO,
COME TITOLO DI SALVEZZA pag.175
9.1. TestI 175
9.2. Nota 179
CAPITOLO DICIAS5ETTESIMO
LA GUERRA E LA PACE
17.1. Testi
17.2. NOia
pag.265
)) 265
271
CAPITOLO DECIMO
VIRT E DIFETTI DEI GOVERNANTI
10.1. Testi
10.2. Nota
306
pago 185
185
200
Bibliografia
307
pag.299