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Alba Fucens: risplende un’antica città

Costruita in origine dagli Equi ai piedi del monte Velino, su una


pianura a circa mille metri di altitudine, fu occupata dai Marsi nel IV
secolo a.C.; giunsero infine i Romani che le diedero il nome di Alba
Fucens. Città strategica e fiorente, nel corso del II secolo a.C. si rivelò
un sito ideale per l’internamento di sovrani e principi sconfitti da
Roma: vi furono infatti deportati Siface, re di Numidia1, Perseo di
Macedonia2 e Bituito, re degli Arverni3. Le sue sorti ricordano un po’
quelle della ben più nota Pompei: distrutta, abbandonata e sepolta, è
stata lasciata all’intemperie e all’oblio, fino a quando, intorno alla
metà del Novecento, si è dato il via ai prima scavi stratigrafici. Le
indagini, ancora in corso, continuano a restituire tesori di inestimabile
valore, anche se, purtroppo, ad oggi l’antica Alba Fucens rischia di
essere di nuovo dimenticata: aiutiamola a risplendere, coinvolgiamo
colleghi, amici e parenti, dicendo loro che in Abruzzo esiste un’intera
città romana che val la pena di essere visitata, incorniciata da un
paesaggio favoloso, dove l’aria è pura, il cibo ottimo, la gente affabile.
Andiamo ad Alba, non lasciamo che tramonti!

Fig. 1 - Alba Fucens. In primo piano, l’attuale parco archeologico; in secondo piano,
il paese moderno; in fondo, sulla collina, i resti della città medievale con il castello.

L’attuale cittadina di Albe (Massa d’Albe, in provincia de L’Aquila) si presenta

1 Liv., XXX, 17, 45

2 Pol., XXXVII, 16

3 Liv., Per., 61; Val. Mass., IX, 6, 5


come un luogo tranquillo, spesso dominato da un profondo silenzio, dove il
tempo pare essersi fermato… forse ai non troppo lontani anni ’50 del secolo
scorso, quando le donne del paese riempivano grosse giare d’acqua,
attingendo al fontanile vicino l’antica Porta Fellonica e, portandole in
sorprendente equilibrio sul capo, raggiungevano le proprie abitazioni costituite
da graziose casette in pietra locale4. In quegli stessi anni fu dato l’avvio ai primi
scavi nel sito archeologico di Alba Fucens, partendo dal centro del vallone della
“Civita”, grazie ad un équipe di archeologi belgi, capitanati da Fernand De
Visscher, professore di Diritto Romano all’Università di Lovanio e direttore
dell’Accademia Belgica di Roma. Quest’ultimo, alla fine della seconda guerra
mondiale, cercava un’area in cui promuovere la ricerca archeologica. Il sito di
Alba Fucens gli venne suggerito dal professor Giuseppe Lugli, dell’Università di
Roma, e così iniziò la storia degli scavi di questo piccolo gioiello abruzzese,
situato “in excelso saxo” e traboccante di storia. L’entusiasmo delle scoperte
archeologiche spinse altri esperti a recarsi dal Belgio nel sito della colonia
latina e portò in seguito alla redazione, il 25 aprile 1949, del primo saggio sugli
scavi ad opera dell’archeologo Franz De Ruyt, dell’Università di Lovanio.
Successivamente si aggiunse all’impresa Joseph Mertens, destinato a diventare
il principale artefice degli scavi di Alba. Grazie all’iniziativa di De Visscher prese
avvio una stagione di collaborazione italo-belga, dovuta anche all’impegno
dell’archeologo Valerio Cianfarani, allora Soprintendente alle Antichità di
Abruzzo e Molise. Alba Fucens è stato il primo grande scavo sistematico di un
centro antico dell’Abruzzo. Salire oggi ai grandi ruderi di Alba, ad una quota di
circa mille metri tra il Velino e l’antico lago Fucino, significa rendersi conto sul
terreno dell’intelligenza politica dei Romani e della raggiunta integrazione fra
popolazioni sorelle. Di un insediamento rurale secondario venne fatta una città,
perno importante sulla via consolare Valeria e crocevia dei traffici in direzione
dell’Adriatico. Le terme, le taverne, il foro, le strade, il teatro, il santuario
dedicato ad Ercole, ricco di mosaici e oggetti di pregio: ogni cosa ci parla della
straordinaria vita di un piccolo municipium, un tempo animato e popoloso,
risuonante di voci e di lavoro, posto lungo la via della transumanza,
fondamentale linea di transito fin dall’età preromana. I primi studi sistematici,
all’inizio dell’Ottocento, riguardarono le strutture visibili in superficie; soltanto a
partire dal 1949, con l’intervento dell’Academia Belgica, si entrò nel vivo della
ricerca. La missione belga, conclusa nel 1979, vide due successivi interventi di
scavo nel 1980 e nel 1990-92 che gettarono nuova luce sull’interessante
quadro storico-culturale emerso dalle precedenti indagini. Ancora protetta dalle
antiche mura in opera poligonale, risalenti in buona parte al momento della
fondazione della colonia (303 a.C.), l’area archeologica comprende una serie di
edifici pubblici e sacri delimitati da due vie di andamento nord-sud (Via del
Miliario e Via dei Pilastri). Al margine settentrionale dell’area visitabile, che ha
inizio dal lato corto meridionale del Foro, alcuni pozzetti quadrangolari
4 Il testo è quasi interamente tratto dalla tesi di laurea specialistica della sottoscritta, dal titolo:
“Strade del commercio nelle città romane: ricerche nella colonia di Alba Fucens. Scavi 2008.
Fascicolo II”. A.A. 2008 - 2009.
segnalano lo spazio occupato dal diribitorium; l’edificio di Alba costituisce una
preziosa e rara testimonianza di questo tipo di struttura, utilizzata durante le
elezioni amministrative sia per la deposizione delle tabulae elettorali da parte
dei cittadini divisi per tribù - e pertanto incanalati in file distinte all’interno di
un temporaneo recinto ligneo - sia per lo scrutinio e per la proclamazione degli
eletti, a cui sovrintendevano specifici funzionari. Dietro il diribitorium si aprono
gli ingressi della grande basilica divisa in tre navate, con il lungo tribunal posto
al centro del lato di fondo. Sulla strada occidentale (cd. Via del Miliario, dal
ritrovamento del cippo con l’indicazione di 68 miglia da Roma, collocato
durante il regno di Magnenzio - 350/352 d.C.) si affacciano il mercato della città
circondato da botteghe (il macellum) e un tempietto su podio, forse dedicato a
Mercurio, visto il suo stretto collegamento con l’area commerciale. Tutti questi
edifici, fra loro contigui, fanno parte di uno stesso progetto monumentale,
databile, nella sua prima fase, agli anni finali del II secolo a.C., ma con evidenti
tracce di ristrutturazioni successive, comprese fra la tarda età repubblicana e la
prima età imperiale. Forse costruite nello stesso periodo, ma più volte
rimaneggiate nel corso dell’età imperiale, sono le adiacenti terme, nelle quali
sono ben riconoscibili il calidarium, con relativo impianto di riscaldamento su
suspensurae, e la piscina. A sud di esse è l’ampio ingresso a scivolo del
Santuario di Ercole; questo si articolava su un grande quadriportico, sul cui lato
settentrionale si affacciava un sacello, in origine affiancato da due stanze in
seguito inglobate dall’adiacente edificio termale. Un baldacchino sostenuto da
quattro colonne proteggeva la colossale statua di culto, rinvenuta
sostanzialmente intatta al suo interno; l’iscrizione di dedica del pavimento a
mosaico bianco con fascia esterna di tessere nere risale alla metà del I secolo
a.C. e permette di conoscere uno dei finanziatori dei lavori eseguiti in
quell’epoca nel santuario, Lucius Vettius Q. filius. Del tutto originale nell’ambito
delle costruzioni sacre di età tardo-repubblicana, con il fuoco costituito dal
grande piazzale porticato piuttosto che dall’edificio di culto vero proprio e con il
particolare ingresso a scivolo, l’edificio sembra aver risposto ad esigenze anche
di natura pratica, funzionando probabilmente come forum pecuarium (mercato
e stabbio per le pecore) posto sotto la tutela dell’eroe a cui era demandata la
protezione delle greggi e dei pastori lungo i percorsi della transumanza. Di
fronte al santuario, sul lato opposto di Via del Miliario, un alto podio accessibile
mediante quattro gradini permette l’accesso ad una vasta dimora (che deriva il
suo nome da quello della strada) - costruita alla metà del I sec. a.C. sui resti di
una precedente casa - articolata in più settori (vestibolo, atrio coperto,
tablino/salone, peristilio con annesse stanze residenziali) e decorata da
ricercati mosaici. La strada orientale (cd. Via dei Pilastri) si segnala per la
presenza di un portico scandito da poderosi sostegni quadrangolari in breccia,
sul quale si aprivano botteghe di grandezza regolare (con una modularità che
trova puntuali e significativi riscontri nelle tabernae presenti nel Foro della
quasi coeva colonia di Paestum) e delimitate sul fondo da possenti sostruzioni
in opera poligonale. Insieme agli ampi tratti di mura urbiche ancora visibili
lungo il lato sud e presso l’ingresso est della città (Porta di Massa), tali
sostruzioni costituiscono i più significativi resti della più antica attività edilizia
cittadina, quando le tabernae - e le sovrastanti abitazioni - erano costruite con
muri in terra pressata (opus formaceum o formatum) e legno, poi sostituiti nel
corso della prima età imperiale da pareti realizzate nella più resistente e
affidabile tecnica dell’opera cementizia con paramento più o meno regolare
(opus incertum o reticulatum). Fra le tabernae messe in luce lungo la strada si
segnala, quasi in corrispondenza dell’incrocio settentrionale, un elegante
thermopolium, con il bancone in muratura ancora in parte ricoperto di scaglie
di marmi colorati e il pavimento decorato da un mosaico bianco nella zona
frequentata dai clienti. Rilevanti monumenti cittadini sono ubicati sulla collina
che domina la città ad ovest (S. Pietro), ove sono i notevoli resti di età tardo-
repubblicana del tempio dedicato ad Apollo, in seguito inglobati all’interno della
chiesa romanica di S. Pietro. Non lontano dal tempio, lungo il fianco del colle, è
l’anfiteatro, conservato quasi interamente nell’arena e nella parte inferiore
della cavea (un’iscrizione riporta il nome del suo costruttore: Q. Naevius
Cordus Sutorius Macro, uno dei protagonisti della vita di corte durante i regni di
Tiberio e di Caligola). Fuori dall’area archeologica sono invece alcuni ruderi
situati sulla sommità e alle pendici del colle orientale (Pettorino) - dove si
trovano rispettivamente un tempio e il teatro - e immediatamente all’esterno
del settore settentrionale delle mura; qui, una vasta terrazza rettangolare di
età tardo-repubblicana, su cui vennero a disporsi un sepolcro monumentale, un
heroon e un grande ambiente di culto, può essere identificata con il locale
campus, ossia l’area destinata alla formazione atletica e militare dei giovani
cittadini posta sotto la protezione di un personaggio eroizzato. Altri settori e
monumenti messi in luce dagli scavi sono invece stati ricoperti per consentire
le attività agricole del piccolo borgo moderno sorto intorno al vallone dopo il
terremoto che, nel 1915, distrusse Albe Vecchia, collocata sulla collina del
Castello, dove si trovava probabilmente l’antica arx della città romana. Fra
questi si segnalano la piazza del Foro, con il Comitium che ne chiudeva il lato
corto settentrionale, e un santuario dedicato alle divinità egizie, situato in
prossimità della Porta Sud.
Fig. 2 - Alba Fucens. L’Anfiteatro.

Dopo un lungo periodo di stasi dei lavori, la Soprintendenza per i Beni


Archeologici dell’Abruzzo ha promosso nel 2006 nuove campagne di scavo,
coinvolgendo alcune università italiane e straniere (Foggia, “L’Orientale” di
Napoli e Bruxelles), allo scopo di ampliare il parco archeologico e di definire
meglio la lunga storia urbana e monumentale della città. Nel 2007 sono stati
aperti cantieri lungo il tratto nord di Via del Miliario e all’interno del
quadriportico del Santuario di Ercole (Scavi Soprintendenza), sul lato sud-
occidentale del Foro (Università di Bruxelles), sul lato sud-orientale della stessa
piazza (Università di Foggia) e presso l’angolo sud-orientale dell’insula di Via
del Miliario (Università “L’Orientale” di Napoli). Le operazioni di scavo, ancora
in corso, sono state accompagnate e seguite da una completa e attenta
documentazione di quanto rinvenuto: relazioni, foto, piante, studio dei
materiali. È stata inoltre realizzata una scansione con il laser scanner in
dotazione al Centro Interdipartimentale per i Servizi Archeologici (CISA) di
Napoli; le riprese e l’editing dei dati sono stati diretti dal Prof. Andrea D’Andrea
dello stesso Centro ed eseguiti da Giancarlo Iannone. Tra i materiali rinvenuti
nel corso delle più recenti indagini, vanno annoverati alcuni oggetti di
particolare pregio: un trapezoforo conformato a grifo, in breccia rosa locale;
una statuetta di Venere del tipo cd. “che si slaccia il sandalo”, in marmo;
elementi architettonici e d’arredo, tra cui cornici in marmo con decorazione ad
ovuli, erme da giardino, parti di colonne; pavimenti decorati a mosaico; una
grossa quantità di materiali ceramici (tra cui degno di nota è un cratere a figure
rosse databile al IV secolo a.C.); un “tesoretto” costituito da circa 250 monete,
rinvenuto all’interno di una delle botteghe messe finora in luce nel settore
meridionale dell’isolato di cui fa parte la domus del Miliario; bronzetti votivi ed
epigrafi. Tutto il parco archeologico si mostra ampio e davvero molto ricco,
tuttavia le sue poco fortunate sorti non sembrano godere della stessa luce:
quasi abbandonato a se stesso, e durante la stagione invernale completamente
ricoperto di neve, sprovvisto di segnaletica e di qualsivoglia servizio per la
valorizzazione e la manutenzione, il sito è attualmente oggetto di visite
sporadiche da parte di esperti del settore, o semplicemente di curiosi, amanti
della natura, passanti. Prendere atto di un tale scempio, assistere alla
desolazione lasciata dalla soffocata eco di un’antica città romana, pullulante di
storia, di onore e di ricchezza (in gran parte ancora sepolta), una città per di
più incorniciata da un paesaggio che lascia senza fiato, produce… soltanto un
senso di incolmabile vuoto e di infinita tristezza. È un’ingiustizia che non trova
giustificazioni e che non deve avere scampo. Alba Fucens deve rivivere, deve
tornare a brillare, deve far sapere al mondo che nel nostro Paese vi sono
ancora tanti, troppi gioielli nascosti, tra i quali, silenziosa e paziente, attende
una piccola Roma d’Abruzzo.
Maria Cristina Marano