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LABORATORIO DI LETTURA

2013/2014

I LIMITI DEL PENSIERO


Spazio logico, solipsismo, Io metafisico

(In immagine Il falso specchio, di Ren Magritte)

2F
Luca van der Heide

1. INTRODUZIONE
Il problema di individuare ci che pensabile e ci che conoscibile, di scoprire cio le potenzialit
e i limiti della nostra mente in quanto strumento di indagine del mondo, a fondamento non solo
della storia della filosofia, ma della storia dell'uomo stesso. Nella sua opera, Ludwig Wittgenstein
stabilisce che gran parte delle speculazioni su questo o qualsiasi altro argomento filosofico non
arrivano a nessuna vera conclusione perch si basano di fatto su presupposti errati, e sono quindi
fallaci gi nella loro formulazione; gran parte delle domande poste nella storia dell'umanit perci
non terrebbero conto del fatto che solo ci che logico pu essere pensato, e, di conseguenza, ci
che non logico non pu essere pensato.
Quello che nel Tractatus logico-philosophicus ci si propone di fare dunque di tracciare al
pensiero un limite, o piuttosto non al pensiero, ma all'espressione dei pensieri1. Al pensiero
infatti strettamente connesso il linguaggio, il quale ne appunto l'espressione; questo significa che
uno studio sulla natura del linguaggio porter a chiarificare la natura del pensiero stesso, e trovare i
limiti del primo ci permetter di delimitare anche il secondo2.
L'insieme di tutto ci che pensabile, e quindi logico, viene chiamato da Wittgenstein spazio
logico. La filosofia viene allora definita come un'attivit di chiarificazione logica del linguaggio, di
tutto ci che ricade nello spazio logico, e non pu andare oltre la logica stessa, perch questo
vorrebbe dire andare al di l di ci che pensabile. Di quello che trascende questi limiti non
possiamo dire nulla, e la filosofia deve accontentarsi di parlare di ci che pu essere detto.
In questo saggio si cercher dunque di mostrare come il Tractatus circoscrive il cosiddetto
spazio logico, e attraverso questo arrivare a comprendere come Wittgenstein ha inteso le possibilit
della logica, e dove il pensiero pu e non pu arrivare. Seguendo questa via si tratter in seguito
della teoria solipsista come viene affrontata nell'opera, riprendendo la questione dei limiti in
relazione all'Io metafisico e alla metafora del campo visivo. La trattazione si svolger
principalmente su questi argomenti, e cercher di sfiorare soltanto il problema dell'inesprimibile e
del mistico, che tuttavia in questo contesto, per ragioni di completezza e comprensione, non pu
non essere menzionato.

1 W. TLP prefazione. Traduzione di riferimento di Amedeo G. Conte (vedi bibliografia).


2 Cfr. KENNY 1984, p. 36. Dati completi in bibliografia.

2. LO SPAZIO LOGICO
Cos dice l'autore, che i fatti nello spazio logico sono il mondo3. Se allora lo spazio logico, come
asserito in precedenza, delimita ci che pensabile, e se il mondo tutto ci che accade4, tutto
ci che accade accade appunto all'interno dello spazio logico.
Ma facciamo un passo indietro. Ci che viene detto per Wittgenstein il fatto, ci che accade; e
in quanto il mondo la totalit dei fatti5, il fatto dice allora qualcosa del mondo. Ci che nel fatto
viene espresso uno stato di cose, il quale rappresenta una connessione di oggetti reali, parte della
struttura del mondo stesso. Dunque ogni cosa che pu essere detta, ogni cosa logica, pu anche
accadere. Da tutto ci consegue che ogni stato di cose pu essere logicamente espresso tramite il
linguaggio, e poich, come appena affermato, ci che logico pu anche accadere, risulta anche
chiaro che alla logica inerisce sempre una possibilit. Infatti ogni cosa possibile , in quanto tale,
logicamente possibile6.
Detto questo si pu asserire che lo spazio logico la somma degli stati di cose possibili ed
esistenti pi gli stati di cose possibili ma non esistenti 7. Se tutto il possibile compreso nello spazio
logico, significa che l'impossibile non lo , e non perci pensabile. Cominciano cos a vedersi i
limiti del pensiero: ci che non possibile che accada non neanche possibile pensarlo, e una
domanda che non pu avere risposta , per ci stesso, insensata. Ogni problema deve avere una
soluzione possibile, altrimenti non nemmeno un problema. Questo perch ogni fatto, essendo
logico, dotato di un senso, e cos tutto ci che accade, e tutto ci che nel mondo ha una relazione
con le altre cose, ha un senso. Lo spazio logico delimita cos non solo ci che pensabile e dicibile,
ma con questo anche ci che sensato, perch un fatto insensato illogico, e inesprimibile. Questo
spiega perch la maggior parte delle proposizioni della filosofia elaborate nella storia non sono
tanto false, quanto insensate, in quanto derivano da un'incomprensione della logica del linguaggio.
Il fatto sensato quello che Wittgenstein chiama il segno proposizionale. Il linguaggio dunque
un insieme di fatti che assumono ognuno il proprio significato, e in quanto i fatti, cio i segni
3 W. TLP 1.13.
4 W. TLP 1.
5 W. TLP 1.1.
6 Cfr. ANSCOMBE 1966, p. 75. Dati completi in bibliografia.
7 Cfr. KENNY 1984, p. 94.

proposizionali, devono comunicare qualcosa, e devono essere compresi, ogni linguaggio deve
accettare delle convenzioni, alle quali sono legati i significati delle parole.
Il linguaggio segue allora delle regole, la cui mancata osservanza priva lo stesso linguaggio del
suo significato. Un linguaggio che non segua queste regole certo possibile, in quanto dicibile, ma
si colloca su un diverso piano di significato; cambiando le regole si crea un nuovo linguaggio,
completamente diverso dal primo. Questo nuovo piano di significato non potr comunicare con
quello convenzionale, per il quale avevamo accettato certe regole, ma non per questo si pu dire che
contraddice o nega il linguaggio stesso. Il segno proposizionale perci non ha mai un
significato universale, ma altres, come si visto, puramente convenzionale, e ad ogni linguaggio
cos accordata una possibilit di significato all'interno dello spazio logico.
Secondo quanto asserito, il segno rappresenta la realt nella proposizione. Cos facendo,
esprime qualcosa che prima era solo nel pensiero; il linguaggio quindi il mezzo d'espressione del
pensiero, il suo veicolo. Pensiero e linguaggio sono concettualmente diversi, ma
indissolubilmente legati l'uno all'altro. Cos non pu esistere un pensiero che non possa essere
espresso, e ogni parola deriva certamente da un fondamento cognitivo8.
Dicendo invece, come abbiamo fatto, che il segno rappresentante del reale, non significa che
io possa affermare che cosa una parola realmente sia, ma solo come essa sia. Gli oggetti possono
solo essere nominati9; e questo perch il linguaggio pu solo descrivere la realt, non penetrarla. Il
senso di un fatto, e quindi di un segno proposizionale, non pu essere detto, ma solo mostrato, deve
essere cio compreso tramite la sua applicazione. Il segno infatti ha un suo senso solo se utile, se
pu essere applicato in una proposizione logica. Un segno inutile privo di significato10, non
necessario, e ogni cosa in logica, per avere validit, dev'essere necessaria. La logica dev'essere uno
strumento utile per la conoscenza della realt, la quale invece contingente, in quanto governata
dalle leggi del caso e dell'accadere.
In quanto funzionale alla propria utilit, e riferentesi sempre ad altro, mai a se stessa, la logica
non pu parlare di s, pu solo mostrarsi. Non possibile dire lo spazio logico, ma solo ci che in
esso incluso, ci che rientra nei suoi limiti, e non i suoi limiti. Infatti il linguaggio logico intende
gi tutto ci che in esso contenuto, perch, come ormai dovrebbe risultare evidente, nulla pu
essere detto che non sia logico.

8 Cfr. KENNY 1984, pp. 175-177.


9 W. TLP 3.221.
10 W. TLP 3.328.

Da tutto ci si comincia a capire che il linguaggio costituisce non solo i propri limiti, ma i limiti
del pensiero in generale, e che questi limiti coincidono, come verr ora dimostrato, con l'Io stesso.
3. IL SOLIPSISMO E L'IO METAFISICO
Si detto che cambiare le regole del linguaggio non vuol dire negarlo, ma spostarsi su un differente
piano di significato. Ora, se un nuovo linguaggio capace di dare un nuovo significato, vuol dire
che dando leggi arbitrarie al mio linguaggio posso dare un nuovo senso al mondo. Creare un
linguaggio allora creare un mondo dotato del significato che noi gli abbiamo attribuito, e dare
un proprio senso al linguaggio dare un proprio senso al mondo. Tutto ci che diciamo allora
un'interpretazione del mondo, che senza il soggetto che interpreta non esisterebbe; infatti il
soggetto stesso a dare un senso al mondo, tramite il proprio linguaggio.
Dato che non pu esistere un mondo se non all'interno dello spazio logico di chi lo interpreta e
interagisce con esso, i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo 11. Ne consegue
che il soggetto, dando un senso al mondo e potendo pensare e dire tutto ci che possibile accada,
fa del mondo il proprio spazio logico, e lo rende quindi il suo mondo. Ci che compreso
all'interno dello spazio logico invero la totalit dei fatti, che appunto il mondo.
Stabilito che i limiti della logica sono limiti del mondo, che il mondo del soggetto che lo
interpreta, e che la logica permea tutto il mondo, il mondo e la vita diventano la stessa cosa, e il
soggetto arriva cos a identificarsi direttamente con la propria visione, col proprio pensiero, e quindi
con il proprio mondo.
Ma proprio perch lo interpreta, e interpretandolo pone i suoi limiti, il soggetto non parte del
mondo, ma dev'essere in qualche modo all'esterno di esso. Bisogna ricordare infatti che il soggetto
non pu essere all'interno del proprio spazio logico, perch significherebbe che il pensiero possa
pensare se stesso, e si detto che questo non possibile. Il soggetto stesso dunque un limite del
mondo.
Per spiegare meglio questo concetto, Wittgenstein introduce una metafora, mettendo a paragone
lo spazio logico col campo visivo. L'occhio infatti come il soggetto, il quale vede tutto ci che
ricade nel suo campo visivo, e solo ci che al suo interno, non potendo vedere i limiti della sua
visione, ma solo coglierne l'esistenza. L'occhio medesimo per non vede se stesso, e non quindi
compreso nel campo visivo, ma altres un suo limite; allo stesso modo il soggetto limite del
proprio spazio logico, e quindi del mondo. Inoltre, nulla nel campo visivo fa concludere che esso

11 W. TLP 5.6.

sia visto da un occhio12, e ci si riferisce al fatto che nulla di ci che nel mondo vediamo
necessario, ma sempre contingente. Quello che diciamo e pensiamo, infatti, pu anche essere
altrimenti, e nessuna parte della nostra esperienza a priori13.
Che il mondo e la vita siano una cosa sola, e che coincidano con il soggetto, o l'Io, esattamente
ci che professa il solipsismo. L'Io solo al mondo, perch solo grazie all'Io il mondo esiste, e solo
attraverso il pensiero il mondo pu essere concepito.
Ma quello che qui Wittgenstein vuole sottolineare che, poich il pensiero comprende tutto il
reale e poich l'Io tutto il reale, il solipsismo portato a questa estrema conseguenza coincide col
pi puro realismo. L'Io il centro vitale da cui tutto viene osservato, e proprio questa osservazione
crea la realt, che per questo come noi la vediamo, sebbene potrebbe essere un'altra cosa
qualora immettessimo in essa un senso differente.
Questo Io di cui stiamo parlando, in definitiva, non pu quindi essere che un Io metafisico, che
in quanto tale non parte della realt, e non rappresenta il soggetto concreto, l'uomo o il suo corpo
o la sua anima, bens un limite inesprimibile del mondo.
Arrivati a questo punto si pu notare, all'interno della questione sul limite, l'influenza di un
importante filosofo, il cui pensiero era per l'autore motivo di grande fascino e interesse, Arthur
Schopenhauer. Se si riformula il concetto del mondo come risultato dell'Io interpretante, infatti, si
pu notare il suo accostamento all'idea schopenhaueriana del mondo come rappresentazione.
Sarebbe tuttavia sbagliato identificare le due teorie, perch al di l di questo aspetto esse prendono
direzioni completamente opposte. Nel Tractatus, sebbene il mondo riceva il suo senso dall'Io, il
reale rimane contingente, indipendente dalla volont del soggetto; questo in quanto il soggetto
distaccato dal reale, e, come detto sopra, non c' nessuna connessione necessaria n aprioristica che
lo lega ad esso. Nel pensiero di Schopenhauer invece la realt fenomenica manifestazione della
volont, e quindi realt e soggetto sono intimamente e indissolubilmente collegati; la posizione
wittgensteiniana dunque si diparte da essa per il concetto di solitudine dell'Io, cio per quel
distacco che pone l'Io al di fuori della realt14.
Il problema del limite apre le porte ad un problema ancor pi vasto, che quello di sapere che
cosa c' al di l di esso, quello a cui fino ad ora ci siamo riferiti come l'inesprimibile. Essendo i
limiti del pensiero anche limiti del mondo, quello che sta al di fuori dello spazio logico non solo
non dicibile, ma non neanche pensabile, e pu essere solo colto: quello che Wittgenstein
12 W. TLP 5.633.
13 W. TLP 5.634.
14 Cfr. ANSCOMBE 1966, p. 155.

chiama il mistico. Il mistico non come il mondo, ma che 15. Questo significa che il
sentimento stesso del limite fa scaturire il sentimento del mistico, in quanto la logica non
comprende se stessa, come nel campo visivo non possiamo vedere il nostro occhio, che tuttavia lo
genera. Percepire il limite allora percepire che c' qualcosa che lo trascende, il quale non
possiamo pensarlo, e su cui non possiamo quindi chiederci nulla, n tanto meno formulare una
risposta a una domanda che non pu essere espressa. Non esistono di conseguenza n il dubbio n il
mistero, in quanto non sono pensabili, e non fanno perci parte del mondo.
Se per il mondo contingente, il senso che ci immettiamo sempre soggettivo e il linguaggio
sottost sempre a regole convenzionali, il vero senso della realt deve stare al di fuori della realt
stessa, nel mistico. Si chiarisce adesso perch la volont non pu influire sul mondo. Non esistono
valori universali all'interno dello spazio logico, e mancando un senso oggettivo delle proposizioni, il
linguaggio, in conclusione, non esprime nulla.
Questa la ragione per cui ogni ipotesi metafisica sulla morale, la religione o l'essere per se
stessa insensata, non ha fondamento logico, e non pu per questo rientrare nel campo del sapere
umano. Ad essa pu essere solo dedicata una sfera mistica, di cui non si pu dire e pensare nulla,
ma che si coglie nel momento in cui cogliamo quella stessa impossibilit di dirla e pensarla,
che la limitatezza del nostro pensiero.
4. CONCLUSIONE
Quello che Wittgenstein comunica al lettore giunto all'ultima delle sue proposizioni dunque che
niente di effettivo pu essere detto sul linguaggio, sul pensiero, sul mondo e su noi stessi. Tutto ci
che ha un senso vero appartiene a una dimensione di cui possiamo solo avvertire la presenza, grazie
alla consapevolezza della nostra impossibilit di indagarla; possiamo conoscere solo l'uso che
facciamo dei nostri strumenti concettuali, il loro funzionamento, ci che nello spazio logico
interpretiamo. La conoscenza soggettivit, e tutto quello che facciamo non altera se non il nostro
mondo, che noi stessi abbiamo creato, e che con noi stessi coincide.
Per questa ragione l'autore esorta a non fermarsi dove la sua opera si conclude. Ogni persona
costituisce se stesso attraverso i valori che attribuisce alla realt, modellandola su se stesso,
trovando la sua propria etica, le sue credenze e le sue verit, tenendo bene in mente che tali valori
valgono solo nella sua realt, e che non potr mai giungere a una posizione oggettiva e universale.
Il Tractatus diventa allora uno strumento, che alla fine non ha, per chi l'ha ben compreso, detto

15 W. TLP 6.44.

nulla, in quanto nulla di vero pu trasmettere il linguaggio. Solo chi in grado, una volta
assimilate le sette proposizioni, di andare oltre, di superarle, vede rettamente il mondo16.
L'opera stata criticata e accusata di incompletezza da molti, compreso Wittgenstein stesso, nel
secondo periodo della sua vita. La critica maggiore verte sul fatto che il Tractatus resta, anche nelle
sue ultime conclusioni, puramente teorico, e che non si sia dedicato anche a una teoria dell'azione,
che possa rendere in qualche modo produttiva l'attivit chiarificatrice della filosofia. Cos la logica
non influisce propriamente sulle cose, il soggetto non agisce sul reale, ma lo comprende soltanto
secondo il proprio pensiero.
Queste proposizioni volte a mostrare i limiti del pensiero e dell'uomo non sono perci esenti
esse stesse, com' coerente con il loro contenuto, da forti limitazioni. L'autore ha mostrato come
non solo le proposizioni esenti da certi presupposti logici sono destinate a non dire nulla, ma
nemmeno ci che logico pu infine fondare qualcosa che tutti possano riconoscere come
irrefutabilmente vero. E proprio in questo sta il suo merito, di non aver scartato le altre verit per
enunciarne una propria, che fosse valida al posto di tutte le altre, perch questo avrebbe reso la sua
opera una grande contraddizione. Wittgenstein riuscito invece a dimostrare l'impeccabile logica
delle sue proposizioni senza sporgersi al di l di esse, e arrivando quindi a riconoscere, oltre ai
limiti del pensiero stesso, anche i limiti del suo stesso pensiero.

16 W. TLP 6.54.

BIBLIOGRAFIA DI LAVORO
1. FONTI
1.1 Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein
1.1.1 Traduzione di riferimento
Wittgenstein, Ludwig, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916 a cura di Amedeo G.
Conte, Torino: Giulio Einaudi editore, 1964.
1.1.2 Traduzione di confronto
Wittgenstein, Ludwig, Tractatus logico-philosophicus a cura di C. K. Ogden, USA: Dover
publications, 1999.
2. STUDI
KENNY 1984

Anthony J. P. Kenny, Wittgenstein, Torino: Editore Boringhieri, 1984.

ANSCOMBE 1966

G. E. M. Anscombe, Introduzione al Tractatus di Wittgenstein, Roma:


Ubaldini Editore, 1966.