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JOHN LOCKE

John Locke nasce il 29 agosto 1632 a Wrington e visse la sua giovinezza in un periodo turbolento
della storia inglese (la prima rivoluzione inglese), studia all'università di Oxford, dove il cancelliere
John Owen sostenitore di una politica di tolleranza verso le differenti religioni, idea che influenzò
molto il giovane Locke. Dopo essere stato nominato docente nella stessa università inizia ad
interessarsi sia di studi naturalistici, sia di problemi economici-politici, inoltre riesce grazie all'aiuto
di lord Ashley conte di Shaftesbury, partecipa in modo attivo alla vita politica.
Successivamente compie una serie di viaggi tra la Francia e l'Olanda a causa del clima politico del
paese molto teso, torna in patria dopo la Gloriosa Rivoluzione nel 1689, dove divenne uno dei
massimi rappresentanti intellettuali del regime liberale e cominciò uno dei periodi più intensi a
livello letterario, infatti sono proprio di questo periodo i suoi maggiori scritti, i “Due trattati sul
governo” e il “Saggio sull'intelletto umano”. Muore vicino Londra il 28 ottobre 1704, diventando
il fondatore del cosiddetto empirismo inglese.

Empirismo

Per Locke la ragione, diversamente dal razionalismo di Cartesio, ha dei limiti strutturali, infatti
non è uguale per tutti gli uomini, perchè essi ne partecipano in maniera diversa, non è infallibile,
perchè le idee di cui dispone o sono numericamente limitate o oscure o prive di legami e non
forniscono un ragionamento, e non può ricavare da sé idee e principi, ma deve ricavarli
dall'esperienza. Tuttavia, dice Locke, che se pur limitata, la ragione rimane comunque l'unica
guida efficace di cui l'uomo dispone, infatti se l'esperienza ci fornisce delle idee semplici che
fungono da materiale per la ragione. Precisamente la ragione combina e ordina questo materiale,
formando idee complesse e ragionamenti, ma anche questi devono passare al vaglio dell'esperienza
così da non far formare costruzioni senza fondamento. Quindi possiamo dire la ragione, se
controllata dall'esperienza, impedisce all'uomo di affrontare problemi che sono al di là delle sue
capacità, come le problematiche relative alla metafisica tradizionale, ma di concentrarsi su questioni
diverse, come la morale e la politica.

Locke dice che l'oggetto della nostra conoscenza è l'idea, cioè pensare e avere idee sono la
medesima cosa, ma diversamente da Cartesio, le idee derivano esclusivamente dall'esperienza,
cioè non sono frutto di una spontanea creazione dell'intelletto umano, ma piuttosto sono frutto della
sua passività di fronte alla realtà.

Per l'uomo questa cosiddetta realtà è di tue tipi, o è esterna, e quindi le idee provenienti da questa
realtà vengono chiamate idee di sensazione (cioè in generale tutte le qualità che attribuiamo alle
cose), o è interna, e quindi le idee vengono chiamate idee di riflessione (cioè tutte quelle
operazioni che si riferiscono al nostro spirito, come la percezione, il pensiero, il dubbio, etc.).

Inoltre Locke compie un'operazione di critica verso l'innatismo, infatti per lui avere un'idea
significa percepirla, cioè esserne cosciente, quindi l'esistenza di un'idea avviene solo quando
questa è pensata, quindi non è possibile possedere delle idee innate, anche perchè tali idee
dovrebbero appartenere a tutti gli esseri umani di tutte le età e estrazioni sociali, ma ciò non è vero
nella realtà.

Ora, come detto in precedenza, vediamo che ci sono le idee semplici che ci fornisce soltanto
l'esperienza, mentre le idee complesse sono prodotte dal nostro spirito mediante la riunione di varie
idee semplici, quindi la conoscenza umana è la costruzione che risulta dalla capacità dell'intelletto
umano di combinazione delle idee, e non dalla creazione di idee semplici nuove e diverse da quelle
prodotte dall'esperienza.
Quindi lo spirito, che per quanto riguarda le idee semplici si comporta in modo passivo, diventa
attivo quando usa queste idee per costruire, come abbiamo detto sopra, le idee complesse e le idee
generali.

Le idee complesse, per quanto infinite di numero, si lasciano ricondurre a tre categorie
fondamentali: i modi, cioè quelle idee non considerate sussistenti di per sé, ma solo come
manifestazioni di una sostanza: ad esempio, “triangolo”, “gratitudine”, “delitto”, etc.; le sostanze,
cioè quelle idee complesse che vengono considerate come esistenti di per sé, come “uomo”,
“piombo”, “pecora”, etc.; le relazioni, cioè quelle idee che scaturiscono dal mettere a confronto più
idee, istituendo un rapporto tra esse, come ad esempio quelle di causa ed effetto o di identità o di
diversità.

L'idea complessa di sostanza merita un'analisi più approfondita, infatti dice Locke che, visto che le
idee semplici sono costantemente unite fra di loro, la nostra mente confonde l'idea complessa, per
esempio di un uomo, come se fosse un'idea semplice, che però vista la difficoltà di immaginare
un'idea semplice che possa sussistere di per sé, ci si abitua a supporre un qualche substratum che ne
sia la base. Locke quindi afferma chiaramente il carattere arbitrario di questo substratum, in quanto
esso supera la testimonianza dell'esperienza.

Per quanto riguarda le idee generali, Locke afferma che non indicano alcuna realtà, ma sono
soltanto segni di un insieme di cose particolari somiglianti tra di loro, quindi non esiste nessuna
realtà universale di “uomo”, ma solo l'idea generale di ”uomo” che si riferisce ad un gruppo di
realtà particolari che hanno caratteri somiglianti.
In definitiva possiamo dire che mentre le idee complesse sono formate mettendo insieme più idee
semplici, le idee generali vengono formate attraverso un processo di astrazione.

Questo ci porta a dire che per Locke il linguaggio ha un carattere convenzionale, cosa già detta
anche in precedenza, per esempio da Ockham, ma lui estremizza il concetto; infatti se l'arbitrarietà
era data solo dal significante (cioè la parola), Locke aggiunge che è arbitrario anche il significato,
affermando che l'idea generale è un segno convenzionale, a cui corrisponde nulla di essenziale nelle
cose.

L'esperienza fornisce il materiale della conoscenza, ma non è la conoscenza stessa, perchè consiste
nella percezione di un accordo o di un disaccordo delle idee tra di loro e come tale la
conoscenza può essere di due tipologie.

La prima è la conoscenza intuitiva e avviene quando l'accordo o il disaccordo di due idee è visto
immediatamente e in virtù di queste idee stesse, senza l'intervento di altre idee; questa conoscenza
è la più chiara e certa che l'uomo può raggiungere ed è quindi il fondamento della certezza e
dell'evidenza di ogni altra conoscenza (per esempio si percepisce immediatamente che il bianco non
è nero, che tre non è due, etc.).
La seconda è la conoscenza dimostrativa e si ha quando l'accordo o il disaccordo tra due idee
viene reso mediante l'uso di idee intermedie che si chiamano “prove”, quindi si può dire che
questa conoscenza consiste in una catena di conoscenze intuitive e che la certezza della
dimostrazione si fonda su quella dell'intuizione, ma specialmente nelle lunghe dimostrazioni,
l'errore diventa possibile, quindi questo tipo di conoscenza è meno sicura di quella intuitiva.

Inoltre Locke, aggiunge una terza tipologia di conoscenza, cioè quella delle cose esistenti al di
fuori delle idee, infatti il filosofo inglese è consapevole che impostata in questa maniera, cioè che
la conoscenza riducendola a idee e rapporti tra idee può diventare semplice fantasia priva di
fondamento, quindi per Locke la conoscenza è vera solo se c'è una conformità tra le idee e le cose
reali.
Ora ci sono tre ordini di realtà a cui bisogna giungere alla certezza: l'io, Dio, le cose. Per giungere
alla certezza di questi tre ordini, Locke lo fa attraverso tre modalità differenti, cioè l'intuizione, la
dimostrazione e la sensazione.
Per quanto riguarda l'io, Locke usa il procedimento cartesiano del “cogito ergo sum”, quindi
possiamo giungere all'esistenza dell'io attraverso l'intuizione, mentre per quanto riguarda l'esistenza
di Dio Locke utilizza la dimostrazione classica della prova causale, cioè che nulla si produce dal
nulla, sempre da un qualcosa e questo qualcosa da un'altra cosa ancora, così fino a giungere a un
essere eterno che ha prodotto ogni cosa e che sia onnisciente e onnipotente, cioè appunto Dio.
Quanto all'esistenza delle cose, l'uomo non può che basarsi se non sulla sensazione, precisamente la
sensazione attuale; come abbiamo visto con le idee generali, non esiste un rapporto necessario tra
un idea e la cosa a cui essa si riferisce, ma il fatto che noi riceviamo attualmente l'idea dall'esterno
ci fa conoscere che qualcosa esiste in questo momento fuori di noi e produce in noi l'idea, quindi la
certezza che la sensazione attuale ci dà è quella dell'esistenza delle cose esterne, pur non essendo
assoluta, è sufficiente per tutti gli scopi umani..

Quando l'oggetto non è più testimoniato dai sensi, la certezza della sua esistenza sparisce ed è
sostituita da una semplice probabilità, cioè è ragionevole supporre che le cose continuano ad
esistere anche quando io non ne ho una percezione attuale, ma tutto ciò costituisce una conoscenza
probabile, non certa.

Perciò Locke, accanto al dominio della conoscenza certa, che è limitato all'intuizione, alla
dimostrazione e alla sensazione attuale, ammette il dominio della conoscenza probabile, che assai
più esteso. La conoscenza probabile è quella dove si afferma la verità o la falsità di una
proposizione basandosi non sull'evidenza, ma sulla sua conformità con l'esperienza passata o con
la testimonianza di altri uomini.

La conoscenza certa e quella probabile costituiscono il dominio della ragione, che si distingue
dalla fede, che è invece è fondata soltanto sulla rivelazione; tuttavia la ragione rimane il criterio
della fede, perchè solo essa può decidere sulla attendibilità e sul valore della rivelazione.

Liberalismo e Tolleranza

Locke oltre ad essere il fondatore dell'empirismo, è considerato il fondatore del liberalismo


moderno, cioè uno dei primi e più efficaci difensori della libertà dei cittadini, della tolleranza
religiosa e della libertà delle Chiese: ideali che per lui vengono dimostrati ad opera di quella ragione
che lui ha chiarito la natura e le regole d'uso.

Per Locke, come per Hobbes, lo stato di natura è caratterizzato da una condizione di uguaglianza
di tutti gli uomini, ma mentre per Hobbes si tratta di uguaglianza di forza, per Locke si tratta di
uguaglianza di diritti, cioè tutti hanno l'identico diritto di disporre di se stessi e di propri beni;
nello stato di natura ogni uomo è perfettamente libero, cioè non è sottoposto ad alcun potere e
gode, di conseguenza, di un diritto “naturale” alla vita, alla libertà e alla proprietà.

Nonostante ciò questo stato non coincide con una condizione dove una possa vivere come più gli
piace, perchè è regolato dalla legge di natura, che per Locke è una “legge della ragione”, nel
senso che rivela agli uomini, in quanto ugualmente dotati di ragione, alcuni limiti invalicabili:
non si può violare la propria vita, né la vita e i beni degli altri.
Questo diritto naturale dell'uomo implica anche quello di essere giudici ed esecutori della legge di
natura, cioè di applicare la “giustizia naturale” rivelata dalla ragione: di fronte a una violazione
della legge naturale ognuno può reagire in modo proporzionale alle offese. Ciò nonostante
neppure questo diritto autorizza l'uso di una forza assoluta o arbitraria, ma solo quella reazione che
la ragione indica come proporzionata alla trasgressione.
Per Locke, pertanto, nello stato di natura, a differenza di Hobbes, non vige necessariamente uno
stato di guerra, ma è solo possibile nel caso uno o più persone ricorre alla forza per avere un
controllo sulla libertà, sulla vita e sui beni degli altri; proprio per evitare questa situazione che per
Locke, gli uomini abbandonano lo stato di natura e si riuniscono in società così da avere un potere
per ottenere un soccorso in caso di diritti violati.

Ma la costituzione di un potere civile non toglie agli uomini i diritti di cui godevano nello stato di
natura, tranne quello di farsi giustizia da sé, anzi la giustificazione del potere civile consiste nella
sua efficacia a garantire agli uomini, pacificamente questi diritti.

Precisamente, per Locke, la libertà dell'uomo nella società, consiste nel non sottostare ad altro
potere legislativo che a quello stabilito per consenso, di conseguenza il potere civile è scelto dagli
stessi cittadini, diventando allo stesso tempo un atto e una garanzia di libertà degli stessi
cittadini.

Quindi si può notare che a differenza di Hobbes, Locke dice che il contratto stipulato per la nascita
di un potere civile deve escludere in modo categorico un potere assoluto, in quanto nessun uomo
può stipulare un contratto dove deve rendersi schiavo a un altro e rinunciare ai suoi diritti
naturali come la propria vita; infatti per Locke il contratto viene stipulato, non solo tra i sudditi, ma
anche tra i sudditi e il sovrano, rendendo quest'ultimo soggetto alla legge e al diritto, e in ultima
istanza avvicendato dai sudditi se colpevole di manomettere le libertà e i beni dei sudditi stessi.

Uno dei contributi più importanti che ci ha lasciato Locke è sicuramente il concetto di libertà
religiosa e del non intervento dello Stato in materia di fede, che ancora oggi mantiene la loro
validità. Il primo passo che compie Locke è quello di mettere a confronto lo Stato e la Chiesa,
individuando nel concetto di tolleranza il punto di incontro tra i compiti e gli interessi delle due
istituzioni.

Lo Stato è una società di uomini costituita per conservare e promuovere soltanto i beni civili,
cioè la vita, la libertà, l'integrità del corpo, il possesso delle cose esterne. Questo compito stabilisce
i limiti della sovranità dello Stato e la salvezza dell'anima è abbondantemente al di fuori di questi
limiti.
L'unico strumento dello Stato è la costrizione, la quale è, però, incapace di condurre alla salvezza,
perchè solo la fede può condurre alla salvezza e non può essere indotta con la forza. Inoltre né i
cittadini, né la Chiesa possono richiedere l'intervento dello Stato in materia religiosa.

La Chiesa, invece, è una libera società di uomini che si riuniscono spontaneamente per onorare
pubblicamente Dio, nel modo che credono appropriato, per ottenere la salvezza dell'anima. Così
in quanto società libera e volontaria, la Chiesa non può fare nulla sulla proprietà dei beni civili, né
può far ricorso alla forza per nessuno motivo, visto che la forza è prerogativa dello Stato. La Chiesa
ha solo il potere di espellere coloro che ritiene incompatibili con le proprie credenze, ma la
scomunica non deve trasformarsi in una diminuzione dei diritti civili dello scomunicato.

Nonostante ciò, la tolleranza professata da Locke in materia religiosa non è radicale, ma ha dei
limiti, nello specifico coloro che negano l'esistenza di Dio non possono essere tollerati in nessun
modo, quindi veniva limitata solo per le religioni cristiane.

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