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Alma Mater Studiorum – Università di Bologna

Dipartimento di Filosofia e Comunicazione

Filosofia del linguaggio

Prof. Sebastiano Moruzzi

LINGUAGGIO E MONDO IN WITTGENSTEIN


Immagini, proposizioni, pensiero e realtà

Giacomo Guidetti

Matricola n°: 0000742682

A.A. 2015/2016
Infatti lo stesso è pensare ed essere
PARMENIDE

L'accordo tra mente e natura è paragonabile all'accordo


tra due sistemi, che siano modelli l'uno dell'altro
HEINRICH HERTZ

1
Sommario

L'unico grande problema del Tractatus-logico philosophicus, nelle parole dello stesso Wittgenstein,
è quello di capire in che modo linguaggio e mondo si corrispondano. In questo paper ci
proponiamo di ripercorrere il percorso che il libro traccia in vista della soluzione di questo
problema: vedremo come l'autore, servendosi di concetti quali (1) immagine, (2) relazione interna
e (3) raffigurazione proponga un'originale teoria del linguaggio gravida di conseguenze,
soprattutto gnoseologiche e ontologiche. Per far ciò, però, non seguiremo l'ordine espositivo del
libro, bensì cercheremo di individuare il modo in cui devono essersi, di volta in volta, succeduti i
pensieri e i problemi alla mente di Wittgenstein e cercheremo di ripercorrere in tal senso le
posizioni espresse nel libro, nella convinzione che sia l'unico modo per coglierne davvero la
portata filosofica.

Parole Chiave: Wittgenstein – Tractatus – Raffigurazione – Linguaggio – Mondo

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Introduzione

«Il mondo è tutto ciò che accade»: così, con austera sicurezza, la proposizione 1 apre il Tractatus

Logico-Philosophicus di Ludwig Wittgenstein; con l'urgenza di presentare un'ontologia che

descriva l'intelaiatura del mondo. La perentorietà delle prime proposizioni del Tractatus è

spiazzante, sembra di trovarsi di fronte a delle eteree verità auto-evidenti – quasi delle banalità –, di

avere a che fare con delle statuarie e monolitiche tautologie che non possono non essere

immediatamente accettate; la sensazione che ne deriva potrebbe risultare, alle volte, urticante: come

punto di partenza sembra alquanto arbitrario. Ma ricostruendo il percorso delle atipiche

argomentazioni di Wittgenstein ci si può subito render conto di come, in realtà, più che un punto di

partenza l'ontologia del Tractatus sia uno dei punti d'arrivo – e neppure troppo banale. Per

dimostrare ciò, quello che faremo sarà percorrere il testo quasi a ritroso, nella convinzione che «il

Tractatus non si [possa] leggere seguendo l'ordine delle sue proposizioni»1, sistemate in tal modo

solo allo scopo di dare più chiarezza a ciò che vi è espresso, poiché il vero ordine dei pensieri

dell'autore dev'esser stato diverso di quello che appare nel libro.

Tra le grandi curiosità di Wittgenstein ci furono quella di capire quale sia la struttura del

pensiero e come esso funzioni e quale sia la relazione tra linguaggio e mondo; di riflesso, una delle

grandi questioni del Tractatus è il problema della raffigurazione ad opera del segno proposizionale

o, più in generale, di cosa significhi farsi una rappresentazione di uno stato di cose. È sulla scia di

queste domande, quindi, che in questo paper ci proponiamo di ricostruire il percorso che il

Tractatus di Wittgenstein traccia nel mettere in relazione linguaggio e mondo.

1 DIONIGI 2001, p.32.

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1. Problemi e prospettive

«Cosa è propriamente caratteristico della relazione del rappresentare»: è questo che Wittgenstein si

domanda in un appunto dei suoi Quaderni 1914-1916 datato 30 ottobre del 1914. Per spiegare come

egli risponda a questa domanda prendiamo avvio da un fenomeno molto semplice e quotidiano

quanto gravido di complessità: la comprensione del linguaggio. Wittgenstein si chiede come sia

possibile il fatto che siamo in grado di comprendere una quantità e varietà di enunciati diversi

virtualmente infinita; com'è possibile intendere il significato di frasi, anche molto complesse, mai

viste prima? Il linguaggio è così variegato e cangiante che, a ben guardare, la nostra naturale

capacità di comprenderlo immediatamente in ogni sua nuova forma è sbalorditiva.

L'idea di Wittgenstein per rispondere a queste domande è grossomodo questa: le

proposizioni mostrano e al contempo definiscono l'intelaiatura degli stati di cose, attuali o possibili

che siano; e «sapere quale situazione possibile la proposizione raffigura vale a dire sapere come

stanno le cose nel mondo se la proposizione è vera»2.

Ma procediamo per gradi: cosa significa che le proposizioni mostrano l'intelaiatura degli

stati di cose? Significa che in qualche modo le proposizioni sono isomorfe alle situazioni che

descrivono, hanno la stessa struttura, lo stesso scheletro, dei fatti. Qui bisogna fare una

precisazione: i fatti sono le cose del mondo in una determinata e di volta in volta contingente ed

imprevedibile relazione reciproca; il Tractatus dice che «ciò che accade, il fatto, è il sussistere di

stati di cose» (TLP 2), specificando subito dopo che «lo stato di cose è un nesso d'oggetti (entità,

cose)» (TLP 2.01). La comprensione di una proposizione, quindi, «è identificabile con la

conoscenza di ciò che accadrebbe nella porzione pertinente del mondo – quella su cui verte la

proposizione – nel caso in cui quest'ultima fosse vera» 3. Ma questa relazione che c'è tra la

proposizione e ciò che essa dice e il sussistere di uno stato di cose – pur ipotetico ma possibile – in

2 MARCONI 2017, p. 26.


3 FRASCOLLA 2000, p. 36.

4
cosa consiste e come si articola? Cosa significa rappresentarsi i fatti, e di conseguenza, cosa

significa pensare? Il problema pare essere quello di «trovare una connessione tra i segni sulla carta

ed uno stato di cose fuori nel mondo» (Q 27.10.14).

Prima di procedere nel vedere come Wittgenstein affronti questo argomento, diamo un

rapido sguardo alla sua concezione di linguaggio così da avere chiaro il piano di discussione su cui

il filosofo fa muovere il proprio pensiero. Il linguaggio, per Wittgenstein, è come un unico grande

sistema e ha quindi un carattere paradigmatico, ha un insieme di regole e di meccanismi che ne

determinano il funzionamento. Questo insieme di regole e meccanismi – la logica – gode di ottima

salute. A differenza di quel che pensava Russell, infatti, «tutte le proposizioni del nostro linguaggio

comune sono di fatto, così come esse sono, in perfetto ordine logico» (TLP 5.5563) dato che «non

può darsi un ordine logico imperfetto: o esso c'è o esso non c'è» 4. Inoltre, se parliamo di linguaggio

nell'accezione tractariana del termine non ci riferiamo alle lingue naturali, empiriche, ma ad un

piano astratto – quello della logica, appunto – nel quale riposa quell'insieme di meccanismi e regole

che sono sottesi ad ogni lingua naturale e, quindi, al nostro modo di pensare.

2. Immagini e proposizioni: rappresentarsi il mondo

Il Tractatus propone una teoria rappresentativa in cui giocano un ruolo fondamentale i concetti di

immagine e di forma logica. Per Wittgenstein comprendere un'immagine equivale a conoscere lo

stato di cose che questa rappresenta, ciò implica che la prima deve da sé mostrare il secondo:

l'immagine deve rendere visibile il fatto a cui è connessa. Egli, poi, «si domanda che tipo di

caratterizzazione della nozione di proposizione sarebbe in grado di spiegare come mai, chi

comprende una proposizione, sappia quale situazione sussiste se essa è vera» 5: in questi termini è

lampante ed immediata l'analogia con le immagini che, sebbene non coincidenti con ciò che

4 DIONIGI 2001, p. 71, modificata.


5 FRASCOLLA 2000, p.37.

5
rappresentano, restituiscono chiaramente la situazione che ritraggono. «L'immagine è un modello

della realtà» (TLP 2.12) – osserva – e «noi ci facciamo immagini di fatti» (TLP 2.1).

Torniamo alle immagini: ogni immagine è un modello costituito da degli elementi –

ciascuno dei quali è rappresentante di un oggetto fuori nel mondo – e delle relazioni e il fatto «che

gli elementi dell'immagine siano in una determinata relazione l'uno con l'altro rappresenta che le

cose sono in questa relazione l'una con l'altra» (TLP 2.15). Un'immagine è, per Wittgenstein, in

grado di fare quel che fa, ossia rappresentare dei fatti, grazie a dei mezzi espressivi che, come

ricorda Monk riprendendo il famoso esempio del plastico dell'incidente automobilistico, possono

variare dalle relazioni di tipo spaziale fino alle proprietà cromatiche, passando per le relazioni

temporali e così via 6. L'insieme di questi mezzi espressivi è ciò che nella cornice del Tractatus

prende il nome di forma di raffigurazione, ossia «ciò che l'immagine deve avere in comune con la

realtà, per poterla raffigurare» (TLP 2.17).

Questa forma di raffigurazione, determinata di volta in volta in modo contingente, quindi,

non è affatto la stessa per tutte le immagini, dato che dipende da quello che queste rappresentano.

C'è però qualcosa di costante: il «carattere comune di tutte le immagini – l'avere struttura» 7: la loro

forma logica. Infatti, se tutte le immagini hanno una forma di raffigurazione che rappresenta una

determinata struttura, per contingenti ed imprevedibili che possano essere queste strutture resta

comune ad ogni immagine la peculiarità di essere qualcosa di strutturato. Così pensata, però,

l'immagine diviene un fatto essa stessa perché è un fatto che i suoi elementi costitutivi siano in

quelle determinate relazioni reciproche. Anche cambiando solo una relazione tra due elementi di

un'immagine otteniamo una nuova disposizione, una nuova struttura del fatto rappresentato e,

quindi, un nuovo fatto e una nuova immagine. Non solo: quest'ultima, come si è detto, è anche

(quasi kantianamente) forma; è possibilità di una struttura, è ciò che configura la realtà per come ci

appare. Fabbrichesi Leo la descrive come un fatto (empirico) e, al contempo, una forma

6 Cfr. MONK 2005, p. 44.


7 MARCONI 2017, p. 22.

6
(trascendentale), intendendo parlare con ciò dell'immagine come di una struttura di relazioni tra

elementi in cui queste relazioni sono al contempo rappresentative e configurative ma, nella quale

struttura, tali relazioni non sono elementi terzi, di mezzo tra il fatto e l'immagine, ma una

caratteristica propria della natura di quest'ultima: è ciò che – mostrandosi – la rende tale8.

Riassumendo quanto detto finora possiamo sintetizzare le caratteristiche delle immagini

così: (1) ogni immagine ha una struttura, ossia consta di elementi in determinate relazioni tra loro

che costituiscono l'aspetto di quell'immagine, la sua struttura; (2) ciascun elemento è rappresentante

di un elemento del fatto rappresentato, in virtù di quella che chiamiamo relazione di raffigurazione,

e infine (3) ogni immagine è una forma di raffigurazione, ovvero la possibilità di una struttura che

può o meno sussistere nella realtà, di modo tale da rendere l'immagine vera o falsa e da permettere

di individuarne il valore di verità sempre e solo a posteriori, dato che l'immagine è un fatto.

La proposizione, allo stesso modo «dice: così è, e non invece così. Essa rappresenta una

possibilità e forma già visibilmente la parte d'un tutto – del quale ha i tratti – e dal quale spicca» (Q

6.6.15). Già nei Quaderni, quindi, si profila una teoria raffigurativa della proposizione che in prima

battuta appare come la perfetta traduzione nel dominio delle proposizioni di quanto detto circa le

immagini. Come fa notare Sluga9, però, le proposizioni non sono immagini di fatti nell'accezione

visiva del termine bensì soltanto in quella logica perché «se la forma di raffigurazione è la forma

logica, l'immagine si chiama immagine logica» (TLP 2.181) e «l'immagine logica dei fatti è il

pensiero» (TLP 3) – e noi sappiamo che le proposizioni sono l'espressione sensibile del pensiero.

Per essere più precisi, per Wittgenstein sono i pensieri a essere immagini solamente logiche ma,

come abbiamo detto, siccome questi si trovano espressi in maniera sensibile nelle proposizioni del

linguaggio, queste ultime sembrano essere a loro volta immagini logiche dei fatti. In quanto tali, le

proposizioni non constano di elementi visivi che fanno le veci10 dei loro corrispondenti nel mondo;
8 L'immagine è al contempo parte dell'insieme dei fatti e rappresentante di tale insieme; e le relazioni rappresentative
e configurative – in sostanza: la forma logica – sono esclusivamente nell'immagine, non nel mondo né tantomeno
nelle menti. Cfr. FABBRICHESI LEO 2000, p. 20.
9 Cfr. SLUGA 2012, p. 45.
10 È interessante notare come Wittgenstein tenga ben separate le relazioni elemento-elemento delle immagini dalle

7
di questo si occupano dei nomi convenzionali. Scrive Wittgenstein: «il segno, mediante il quale

esprimiamo il pensiero, lo chiamo il segno proposizionale e la proposizione è il segno

proposizionale nella sua relazione di proiezione al mondo» (TLP 3.12). Ciascun segno

proposizionale è, poi, composto da nomi, i quali sono «rappresentanti, nella proposizione, degli

oggetti» (TLP 3.22).

Ma se l'immagine era isomorfa al mondo in virtù di quell'insieme di mezzi espressivi che si

chiama forma di raffigurazione, le proposizioni, che di questo insieme vantano solo la forma logica,

riusciranno lo stesso a toccare il mondo? La risposta a questa domanda è, come sottolinea Marconi,

che la forma logica è la forma della realtà 11 e dunque sì, il contatto è assicurato. La forma logica va

quindi pensata – con un paragone un po' improprio ma espressivo – come l'anima di ferro delle

mura in cemento armato che rappresentano i fatti del mondo per come ci appaiono: vi sta dentro.

Ma sta dentro anche alle proposizioni; ed è in virtù di ciò, di questa relazione interna, che queste

funzionano allo stesso modo in cui funzionano le immagini e sono ad esse isomorfe. Le immagini

sono, a loro volta, isomorfe alla realtà: è di conseguenza assicurato l'isomorfismo anche tra

proposizione e realtà12.

Finora abbiamo visto le caratteristiche della nozione tractariana di immagine e come queste

possano essere applicate anche alla nozione di proposizione; adesso ci occuperemo di capire più in

dettaglio che relazione intrattengano linguaggio e mondo nel pensiero di Wittgenstein.

3. Forma logica: la pietra angolare

La relazione di raffigurazione che lega il linguaggio e il mondo non va pensata come una relazione

relazioni immagine-fatto anche sul piano semantico: come riporta Frascolla, Wittgenstein si serve dei termini
vertreten e Vertretung, che Frascolla traduce con le espressioni “fare le veci” e “essere il rappresentante di” per le
relazioni elemento-elemento; mentre per le relazioni immagine-fatto utilizza i termini dastellen e Darstellung, che
Frascolla, seguendo A. G. Conte, rende con “ rappresentare” e “rappresentazione”. Cfr FRASCOLLA 2000, pp. 49-
50.
11 Cfr. MARCONI 2017, p. 22.
12 Cfr. DIONIGI 2001, p. 73.

8
di semplice rappresentazione, poiché questa non si limita a fare un calco della realtà e riproporlo

nell'immagine o nella proposizione ma, al mondo, imprime anche una forma. Potremmo dire che

“estrazione” ed “immissione” della forma avvengono in uno stesso tempo, in un'unica azione: sono

la stessa cosa. Abbiamo già detto che tra immagine e realtà c'è un «processo raffigurativo e

sostitutivo»13, adesso aggiungiamo che tale processo è possibile grazie a quel qualcosa che

accomuna immagine e realtà: la forma logica. La proposizione 2.2 del Tractatus è lapidaria:

«l'immagine ha in comune con il raffigurato la forma logica della raffigurazione», e così quindi

«mondo e immagine del mondo sono perfettamente equivalenti, perché la forma di rappresentazione

attraverso cui il mondo si dà è la sola possibilità logica di averlo»14.

Ma in che senso la forma logica si “staglia via”, e al contempo, si “imprime” e al linguaggio

e al mondo? Cosa comporta questo movimento a doppio senso? Per afferrare saldamente l'idea di

questo andirivieni della forma logica dobbiamo pensare a questa come al punto medio di un

segmento i cui estremi sono – per semplificare – linguaggio e mondo: quella si trova nel mezzo tra

questi e ogni movimento di passaggio tra i due estremi passa necessariamente attraverso il punto

medio. Ma quel che è più importante è che questo punto medio in qualche modo si proietta sia

sull'uno che sull'altro estremo: la forma logica imprime il suo stampo sia al linguaggio che al

mondo, nel contempo in cui ne fornisce una rappresentazione. I secondi si riflettono l'uno nell'altro,

vicendevolmente, solo attraverso e in virtù della prima – sono l'uno modello dell'altro, come

scriveva Hertz15.

Il segmento del nostro esempio va pensato, però, come un continuum ad un primo tempo

indistinto dove linguaggio e mondo non sono differenziati; questo garbuglio necessita d'esser

strutturato e a ciò concorre la forma logica. Nel momento stesso in cui questa imprime una forma al

13 FABBRICHESI LEO 2000, p. 23.


14 ibidem
15 Sarebbe fuori luogo fermarsi qui a parlare dell'influenza che Hertz ha esercitato sul giovane Wittgenstein ma vale la
pena sottolineare che questi conosceva molto bene Die Prinzipien der Mechanik e ne aveva evidentemente preso a
piene mani idee e spunti. Quasi lo stesso potremmo dire per quanto riguarda Kant ma di quest'ultimo Wittgenstein
aveva una conoscenza quasi esclusivamente di seconda mano o comunque manualistica che però, nonostante tutto,
ha esercitato non poca influenza sul filosofo.

9
continuum di linguaggio e mondo ecco che questi due diventano immediatamente riconoscibili: nel

momento in cui s'imprime la matrice al materiale indistinto della realtà, è lì che anche diviene

possibile rappresentarne forme e strutture. Mondo e linguaggio si conformano vicendevolmente

attraverso la relazione interna, logica, che li lega.

Da quanto detto fin qui viene fuori il quadro ontologico ed epistemologico del Tractatus.

Del primo possiamo dire che: l'immagine è – lo ripetiamo – un fatto costituito da elementi stanti per

oggetti del mondo in determinate relazioni reciproche; queste relazioni costituiscono di volta in

volta quella che è la forma logica dell'immagine, che è la stessa della realtà: forma logica e forma

della realtà sono il medesimo. Ma le immagini raffigurano situazioni possibili che, a seconda della

loro sussistenza o non sussistenza, verificano o falsificano l'immagine. Dobbiamo quindi pensare il

mondo come l'insieme delle immagini vere. Quindi «il mondo è tutto ciò che accade» (TLP 1), è «la

totalità dei fatti, non delle cose» (TLP 1.1), intendendo appunto con fatto «il sussistere di stati di

cose» (TLP 2) e con stato di cose «un nesso d'oggetti (entità, cose)» (TLP 2.01). Per Wittgenstein

non si può parlare del mondo nei semplici termini di una lista di oggetti: una tale lista può

sicuramente dirci che oggetti potrebbero esserci nel mondo ma non può dirci altro, non può dirci

quali di questi ci siano effettivamente né quali siano le relazioni che legano gli uni agli altri questi

oggetti16. Il mondo in quanto tale è afferrato nella sua essenza – espressione che avrebbe dato non

poco prurito a Wittgenstein – solo quando si parla di fatti, quindi, solo quando si guarda alle

relazioni tra cose; la nozione di fatto, come sottolinea Sluga, è primaria rispetto a quella di

oggetto17.

Passando alla questione epistemologica Wittgenstein si dimostra quantomai vicino alle

posizioni di Kant: già nei Quaderni appuntava che «solo ciò che noi stessi costruiamo possiamo

prevedere» (Q 15.4.16). Possiamo propriamente conoscere solo ciò che ci appare nei confini della

logica; il resto è ineffabile ed «esso mostra sé» (TLP 6.522). Su tutto questo, forma logica inclusa

16 FRASCOLLA 2000, p.126.


17 Cfr. SLUGA 2012, p. 37.

10
perché «la sua propria forma di raffigurazione l'immagine non può raffigurarla; essa la esibisce»

(TLP 2.172), non può che incombere quel profondo, mistico silenzio a cui la proposizione 7 del

Tractatus ci invita a prender parte.

Così come abbiamo aperto queste poche pagine le lasciamo chiudere alle parole di

Wittgenstein che, con una chiarezza disarmante, esprimono in due proposizioni consecutive come

stiano le cose tra linguaggio e mondo.

La proposizione può rappresentare la realtà tutta, ma non può rappresentare ciò che, con la
realtà, essa deve avere in comune per poterla rappresentare – la forma logica.
Per poter rappresentare la forma logica, noi dovremmo poter situare noi stessi con la
proposizione fuori della logica, ossia fuori del mondo.

TLP 4.12

La proposizione non può rappresentare la forma logica; questa si rispecchia in quella.


Ciò, che nel linguaggio si rispecchia, il linguaggio non lo può rappresentare.
Ciò, che nel linguaggio esprime sé, noi non lo possiamo esprimere mediante il linguaggio.
La proposizione mostra la forma logica della realtà.
L'esibisce.

TLP 4.121

11
Conclusione

Abbiamo affrontato il Tractatus logico-philosophicus per capire come Wittgenstein abbia impostato

il problema e la sua soluzione del rapporto tra linguaggio e realtà. Ci siamo soffermati su alcune

nozioni fondamentali per il nostro lavoro: (1) quella di immagine, che abbiamo visto proporsi come

un modello della realtà che per sua propria natura è parte della realtà stessa ma al contempo ne

assurge a rappresentazione; (2) quella di forma logica, vera pietra angolare che tiene insieme mondo

e linguaggio, che appartiene tanto alle immagini quanto alle proposizioni quanto alla realtà stessa;

(3) quella di proposizione, ossia la manifestazione sensibile dei pensieri – intesi questi come pura

forma logica – e quindi come espressione linguistica della forma logica.

Siamo poi passati a vedere più in dettaglio il modo in cui la forma logica sia ciò che mette in

connessione pensiero, linguaggio e realtà e come Wittgenstein ne faccia il perno della sua teoria del

linguaggio; teoria che si presenta raffigurativa nei suoi tratti generali e superficiali ma che, ad uno

sguardo più attento, si rivela assolutamente distante dall'asserire una mera e semplicistica

corrispondenza parole-oggetti. La teoria raffigurativa della proposizione si propone invece come

una teoria proiettiva e a tratti trascendentale, secondo la quale la forma logica s'imprime e al

linguaggio e alla realtà creando così quell'indissolubile legame che li tiene uniti e corrisposti e che

al contempo ne permette il reciproco conformarsi in quel quadro che il Tractatus mostra nelle sue

primissime proposizioni.

Per questioni di spazio non ci siamo potuti soffermare sui punti deboli della teoria di

Wittgenstein, a partire dal suo background concettuale che guarda al linguaggio come ad un unico

grande sistema; prospettiva che lascia fuori non pochi aspetti del linguaggio stesso. Di questo lo

stesso Wittgenstein si accorgerà qualche tempo dopo la pubblicazione del Tractatus e arriverà poi

ad invertire la rotta con le Ricerche Filosofiche, in cui il linguaggio si frammenta in una miriade di

“linguaggi”, i giochi linguistici. Sarebbe interessante sviluppare un confronto sistematico tra la

12
teoria raffigurativa della proposizione e la nozione di gioco linguistico per ricostruire il radicale

cambio di prospettiva del filosofo.

Lasciamo ad un altro spazio questo genere di riflessioni e, per rientrare nella cornice del

Tractatus, ci limitiamo a concludere sottolineando come qui ci appaia una realtà pregna di logica

alla quale, tuttavia, qualcosa continua a sfuggire. Quel qualcosa non può essere afferrato dal

linguaggio, lo si può solo osservare, tacendo nella consapevolezza dei nostri limiti, come la

montagna e il cielo di Tebe prima della morte del suo re, cristallizzati in un «silenzio irreale e

cosmico»18.

18 IERANÒ 2004, p. 136.

13
BIBLIOGRAFIA

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Vocabolario Treccani.it, URL = www.treccani.it/vocabolario/.

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