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I

OPERE
di

.iM

FRANCESCO BERNI
rivcdule
e

mio-

vamerit

illiislrale.

PARTE PRIMA.
Prefazione e vita
tore:

dell'au-

Dialogo de' poeti:

Rime:Come!loalcaplolo
di

della

Primiera

PIETRO PAULO
CHI-

DA SAN

RICO: Noie
alle ri-

n"^

me.

DEL PROTESTANTISMO
del

Berni

per

PIETRO

PAOLO VERGERIO.

BIBLIOTECA RARA

PUBBLICATA DA

G.

DAELLI

OPERE DI FRANC. BERNI


PARTE. PRIMA

TIP. GUGLIELMINI.

Propriet* letteraria .

DAELLI

e C,

PREFAZIONE

Francesco Berni uno

di

quei nomi che

suonano come un
secoli, si

riso

simpatico e comuni-

cativo. Certo questo suono,


affievolito

propagandosi pei
molto, e noi non
suoi primi udi-

di

sentiamo dei versi del compatriota di Masetto


quel piacere che provarono
tori; egli
il
i

non

pi

il

Masetto mutolo,
del nostro

ma

Masetto castaido. I
di

vizj

secolo

non saranno minori


secolo decimosesto;
versi; sono
di
i

numero che

quelli del

ma

per ventura sono disociet laica,

vizj

di

una

non

una societ

ecclesiastica, vale

a dire di

VI

PREFAZIONE
societ

una

contro
dire

natura.
in

Societ

eccle-

siastica

vuol

religione

formalismo

ed inquisitoriale, ora frivolo, ed ora atroce; in filosofia formalismo scolastico; in amore, perversione e vergogna. Or
superstizioso

da queste
delle sue

fonti trasse

il

Berni

arguzie

salvate

gran parte a pena al suo

tempo dalla verit e dal coraggio di bandirla salvate appena adesso da uno stile
;

meraviglioso.

Non
queste

improbabile, dice

il

Roscoe, che
stile in altri
pii

facili

composizioni abbiano aperto la

strada ad una simile licenza di


paesi,

ed in verit pu concepirsi l'idea


e seguaci di lui, col

caratteristica degli scritti del Berni e dei

com-

pagni

considerare esser

quelli in versi facili e vivaci la stessa cosa

che sono

le

opere in prosa di Rabelais


di Sterne.

di

Cervantes e
I precipui

elementi dello
il

stile

del Berni,

dice argutamente

Panizzi, sono: l'ingegno


tra

con che
stanti,

trova

somiglianze

oggetti di-

e la rapidit

nette le idee

onde subitamente conpi remote; il modo solenne


ridicoli

onde allude ad eventi

profferisce

un'assurdit; l'aria d'innocenza o d'ingenuit

con che presenta osservazioni piene

di

ac-

corgimento e conoscenza del mondo, la pe-

PREFAZIONE
cuiiar bonariet con che

VII

con indulgenza, e

allo

sembra risguardare stesso tempo con istomalvagit umane


;

maco

gli

errori

le

la

sottile ironia eh' egli

adopera con tanta ap-

parenza di
cerbezza
;

semplicit
singolare

ed avversione
unit di

all'

a-

la

cuore con
inteso a

che pare desioso di scusare uomini ed opere


nello stesso

momento che
i

tutto

farne strazio:
stile

precipui

lineamenti del suo

sono

la

elevatezza del
fievolezza
dell'

verso che fa

argomento , i pi gravi concetti esposti nella forma pi. 1' uso opportuno di strane metacasalinga
contrasto alla
;

fore e di similitudini talora sublimi, e per tal

ragione pi

risibili

ove

si

considerino

ri-

spetto al subietto che intendono ad illustrare;


u

quella facilit, direbbe Shakespeare, di scioil

gliere

nodo gordiano

come
il

si

sciogliedi

rebbe un legaccio
cravatta, n

di calza o

nodo

una

Agostino Coltellini in una sua graziosa Ci'


calata rilev
l'

ironia del Berni, esponendo


serio,
il

con seriet comica come un elogio


sonetto
:

Chiome d'argento fine,


e l'esposizione

irte ed attorte,

ben riassunta

cos:

vili

PREFAZIONE

Oh veramente
e resto

modello delle cose belle!


quasi attonito nel. consid'

Ora comincio a
fosti fatta,

capire, con quant' ordine tu

derare quel bellissimo viso

oro

quella

chioma d' argento fine senza arte lascivamente scherzargli intorno: quei bellissiini occhi risplendenti a guisa di due orientali perle,
torti,

e ritrosi di rivoltarsi

in

quella parte,

che a loro fusse


fiocchi di

men

che convenevole; quelle

bellissime ciglia, che appunto parevano due

candida neve, quelle manine


ed

deli-

cate dolcemente grosse e corte; quelle chiarissime

labbra; quella magnifica

ampia

bocca celeste; e quei bellissimi denti d'ebano,

non bruttamente

l'un sopra all'altro inculcati,

ma

bene

rari, e

con regolatissima simme-

tria disposti, n

Quanto fosse ricca la vena del Borni si vede nel capitolo ch'egli fece nell'elezione di Papa Adriano, tanto detestata dai Komani, che quando i cardinali, aperto il conclave, tornarono a casa, furono per tutto svillaneggiati, e ad alcuni passando dal Ponte Sant'Angelo
fino

agli

artigiani

ai

fanciulli

con occhi
batteron

minacciosi, con voce e con


dietro
,

mano

come a

quelli

che

avevan privato
papato , e
gli

Italia e

Roma

dell'

onore del

PREFAZIO^
cvillaneggiati eran cos

IX

mal sicuri della loro soscienza, che Gismondo Gonzaga cardinale


allegro
gli

con volto
fossero
loro che

ringrazi
villanie

molto che
sole

contenti

delle

contro

avevano meritato tutti gli estremi supplicj, e non vendicassero la pubblica ingiuria con sassi. Veramente Adriano VI si abbatt, come egli stesso dicea a sua scusa, a tempi infelici per guerre, per peste, fame e altri danni; gran contrasto alla felicit del regno di Leone; ma egli era veramente duro
e rintuzzato,

come nota
e
il

il

Giovio, ed antiindole degF Itaa'

patico alla lieta


liani.

liberale

Egli dava

tutto in

mano
ei

suoi fiam-

minghi, a queir Hincfort, eh'


e che
il

fece cardinale,

Vasari ora chiama Hincfort, ora Ninil

cofort, e

Berni facetamente Trincheforte

a quel Teodorico
impedito.
dola,
le

Ezio

che

avrebbe fatto
sprezzan-

cardinale se dalla morte non gli fosse stato

Egli

crebbe
i

la

peste

come solevano

Tedeschi, e levando

dov poi rimettere; egli non seppe soccorrer Rodi, che si perde nel suo
cautele, che
in

pontificato, e

quel

giorno che gli eroici

cavalieri 'cristiani furono costretti a renderlo,

ebbe a rimaner oppresso sotto

l'

architrave

della porta della cappella in palazzo, caduto

appena

egli era passato per entrare a celebrar

%
la

PREFAZIONE

messa nella solenne


ai beneficati di

festa

della Nativit
e
i

di Cristo; egli

era avarissimo

voleva far
doni, spesso

rendere

Leone

meritati con gli studj e l'opere,


ai beneficati di

come Galba
i

Nerone rivomitare
le

gi pap-

pati regali; egli odiava


gli

arti

volgeva

come da simulacro pagano; egli che s'era tirato dietro un buffone di Spagna, il Toccino, per rallegrarsi con goffaggini degne di lui, odiava il genio di Pasquino, e voleva gettarlo in Tevere o farne calcina, se non era Lodovico, duca di
occhi dal Laocoonte,

Sessa che

gli

mostrava che Pasquino era im-

mortale; egli voleva

mozzare ogni libert


oltramontano, idest

di parola; egli era infine

nemico del nome italiano, onde

non

istette

male, alla sua morte, ornar con frondi d'alle-

grezza
tali:

le

porte a Giovanni Antracino, suo


titolo scritto

medico, con un

a lettere cubiQ. R. Que-

Liberatori Patria,
,

S. P.

st'odio popolare si vers tutto nell'invettiva

del Borni

che mostr nella

satira politica
si

un
di

valore, ch'egli poco saviamente

scus
nelle

aver sempre per

innanzi sciupato

lodi

eW Anguille

e eV Orinale,

Questa potente
Boccalini parve

ironia

del

Borni

che al
pi
effi-

meno

strepitosa

ma

PRESTAZIONE

XI

cace che quella di Griovenale

fece

proscri-

vere dai preti cresciuti di vizj e scemati di


sapienza que' versi ch'eran piaciuti ai preti
letterati e viziosi; e
il

Berni non

si

lesse pii

che mutilo e stroppiato.

dare un'idea della stoltezza della cenprincipio


del

sura italiana al

secolo
al

XVII
primo

noteremo alcune variazioni


l'edizione veneziana di

fatte

capitolo del Berni, diretto al Fracastoro, nel-

Francesco Bab, 1627.

Nel verso:

Con un hranco di

lestie e di persone,

a hranco h sostituito mondo


Il prete della villa,

j'

nel verso:

un

ser saccente,

un ricco scambia
scancellato

j^ref e;

anzi questo vocabolo


,

da per tutto e lo scambia uomo, padrone; ed anche il don scambiato


dal sere, nonostante
il

ser

da Varlungo del

Boccaccio.

Anche

la

voce santo proscritta.


',

San Giuliano si converte in un ceri' uomo San Gio) in un franciosato! Sani' Anton in qualch'altro. Il venerahil Beda nel travagliato Ameda! Dio rimosso per ogni dove. In f di Dio cede il posto a In f buona; Quando Dio volse a Quando il del volse; Che

^II
noi

PREFAZIONE

era Dio grazia ammattonata a La quat non era jpunto ammattonata. Dio il dica per me a Aitici il dica. Il bicchiere cresimato si

muta

in risciacquato e

il

verso:

come fece con

le

man Tommaso,

nel ridicolo:

E poi

mi

feci delle

mani un vaso!
le

Divisando

ristampare

cose del Bern,

avevamo cominciato a
ci

raccoglierle;

quando

venne innanzi la nitida ed elegante edizione del Barbera (Firenze 1863). Ci parve
abbreviata la fatica; e la seguimmo da prin-

Rime, forse pi che non ci saria bisognato. Se non che nel corso della stampa ci dipartimmo da lei, e di tutto
cipiO;

massime

nelle

anderemo distintamente dando ragione.


Il

Dialogo contro

Poeti h una satira arsono

guta della loro famosa importunit. Al Rolli

non parve
pida. Basta

cosi:

Gli

scherzi

inetti,

egli dice, e la

maledicenza comune ed

insi-

insomma cominciarlo a leggere per non finirlo, non che per non giudicarlo del Borni. Il nuovo editore, signor Carlo
??

PREFAZIONE

XIII

Gargiolli, lo crede invece scrittura del Berniy


e
il

Gamba
il

lo dice piacevolissimo.

Lo

stesso

Gramba ne aggiunge

cit tre edizioni,

tutte rarissime
,

Gargiolli

Ferrara

Scipione e
in-8; e

Fratelli, 1537, in-8;

Modena, 1540,
il

senza luogo e
Alla

nome

di stampatore,

1542, in-8.
si

sua

ristampa

Gargiolli

servi di

quella del 42, giovandosi ad un tempo di una copia manoscritta nella fine del secolo XVI,
che si conserva nella Magliahechiana, Noi per
la nostra riproduzione ci

valemmo

del testo

del Gargiolli, riformandone l'interpunzione

nostro modo, e correggendone qualche errore

come

il

mappello, che

non

ci

parve poter

passare per nappello (Pag. 17).

Nella ristampa delle Rime,

il

signor Carlo

Gargiolli dice aver seguito l'edizione che ne


fece
il

Lasca in Firenze presso


e

Giunta
l'altra

nel 1548, tenendo a riscontro


di

anche

Londra

rata dall'

Firenze (Napoli 1723) procuavvocato Dr. Giuseppe di Lecce.

Se non che

non pare ch'egli abbia posto

mente slW Errata- Corri g che il Bottari fece a questa edizione, e stamp in fondo al terzo volume. Cos non tenne conto dell' edizione procurata a Londra da P. Antinoo Kullo, per Giovanni Pickard 1721-24. Noi, nei
,

XIV
nostri

PREFAZIONE

dubbj

ricorremmo

al

Bottari

ed al
vere

Rolli, e

ne traemmo

le Varianti, talora
,

e necessarie emendazioni
fine della

che inserimmo al

Seconda Parte della nostra edizione.


se
si

Non sappiamo
il

troveranno mai
;

le cor-

rezioni fatte dall'autore a' suoi versi


Rolli che
il

dicendo

Magliabechi attestava che in mano sua era venuto, per regalo fattogli da

Andrea Torti Pievano di Castel Fiorentino, un MS. di mano del Borni, nel quale erano
alcune cancellature e correzioni
egli
,

ed averlo

mandato a Raffaello Dufresne per farlo stampare in Parigi il che non segui sog;
,

giunge

il

Rolli,

per la morte di quel letterato.


dell' 0-

Notiamo con questa occasione una particolarit sulla

vera data della terza parte

pere burlesche del Berni, citata come del 1723.


Il

Biscioni al Cantare VII, St. 77 del

Malman-

tile,

toccando de' sonetti di Alfonso dei Pazzi,

inseriti in quel

volume, dice:

Quel (terzo)
altri

libro apparisce
in- 8,

stampato

in Firenze, 1723,

ed come un' aggiunta agli


opere burlesche
,

due

libri di dette

che portano

in fronte l'edizione di

Londra;

ma

per tutti

e tre sono impressi in


l'ultimo

uscito

fuori
il

una citt d'Italia, e 1' anno 1729, e non


parve
lettera

prima come vuole


bene far

frontispizio. Ci

tesoi'o della

premessa dal

PREFAZIONE

XV

Lasca
e la

alla

sua edizione,
il

siccome quella che


genio del Berni;

caratterizza assai bene

poniamo a suggello della nostra Prefadel


Kolli

zione.

Dall' edizione
alle

traemmo
le

le

note

Bime, e rare volte


il

ritoccammo.

noto che
e

Nivalsi o

il

Salvini v'ebbe
;

mano,

non sono da spregiare ma il Berni aspetta ancora un annotatore, che spiegandone le allusioni, ne faccia rivivere tante bellezze ed
arguzie perdute.

Notiamo che
(^n lode del

capitoli

XXXI

XXXII

caldo del

dubbj; e dubbia la
(cap.

Del Pescare) son risposta di Fra Bastiano


letto,

Vn).

Il
:

Vasari per nella vita di questo


u

pittore

dice

Fu

ancora grandissimo suo

amico M. Francesco Berni Fiorentino, che


gli scrisse

un capitolo al quale rispose Fra Sebastiano con un altro assai bello, come quegli che essendo universale seppe anco a
far versi toscani e burlevoli accomodarsi.
Il

sonetto

XXXVI

(Jo

ho

sentito,
la
di

Mariani) fu pubblicato per dal Trucchi sopra una copia


gliabechi
il
^il
;

Giovan prima volta


del

mano

MaMa-

XXXVII

(N navi n

cavalli),

Gargiolli l'ha tratto pure dalle schede

XVI

PREFAZIONE

gliabechi, e risponde con le stesse

rime, a

quanto egli dice, ad un sonetto

di

Annibal
ci-

Caro, che incomincia: Mentre navi) ecc.

La canzone
vetta
si

sopra la morte della sua

attribuisce

generalmente

al

Firen-

zuola e tra le sue rime fu stampata dal valente

Brunone Bianchi
nell'

Firenze Le Mouil

nier 1848). Ess' anche, sotto

nome

del

Firenzuola

edizione citata

del

Pickard
l'ha,

1721-24, e non scorretta e guasta come

con singoiar abbaglio, data


tuttavia lo
sotto

il

Gargiolli.
lezioni

Noi
,

seguimmo

in

alcune

ponemmo

quelle dell' allegata edizione


le

Le Mounier, contrassegnando
la lettera B. Il

varianti con
il

Madrigale

Vero inferno

mio petto) fu

altres tratto dalle

schede del

Magliabechi per cura del Gargiolli.


Alla ristampa del Cemento di messcr Pictropaulo da San Chirico al Capitolo del Giuoco
della Primiera,

non potemmo giovarci

del hi

prima edizione,
del

Roma

per F. Minutio Calvo,

1526, in-4; sibbene della riproduzione veneta

1534 (per Bernardinumde Bindonis, dell'isola de Lago Maggiore), assai scorretta, e da non poterne sempre uscire ad onore. Alcuno pi felice od ingegnoso saner agevolmente
i

il
'

passi,

che noi tenemmo per dispe-

PREFAZIONE
rati.

XVII

Anche

il

valore di questo Comento^ conessere


il

fessiamo non

grande; ed

il

Fiacchi

sentenzi eh'
felice

primo saggio non troppo


a poesie
il

di

comenti piacevoli
il

burle-

sche,

ed

Gamba

aggiunse che mosse

Caro

a vincerlo col suo arguto trapunto al Capitolo


dei Fichi del Molza.
il

noi pare tuttavia che

comentatore del Berni (e secondo alcuni

egli stesso)

non mirasse tanto

alla piace-

volezza^ quanto alla spiegazione del Giuoco,


e questa dottrina, esposta
efficacia

con propriet ed
,

di

stile

e'

indusse

pi

che

altra

causa, a fregiare di questo singolare compo-

nimento

la nostra edizione.

Al
Berni

fine della

seconda parte

ponemmo un

opuscolo del Vergerlo sul Protestantismo del


,

traendolo dalla ristampa fattane dal

Panizzi nel suo Boiardo.

I versi latini furon

tratti

dal libro Car-

mina quinque hetruscorum poetarum (Firenze, Giunta, 1562). E merito del signor GargioUi l'averli dissotterrati e noi li raccogliemmo nella nostra edizione, non tanto pel pregio
,

poetico, quanto pei cenni autobiografici,


ci

che
tut-

sono
si

sparsi

per

entro.

Pi corretti
nel

tavia

leggono in parte

tomo

II dei

XVIII

PREFAZIONE

Carmina illustrium Poetarum italomm, Firenze^ 1719.

Per

la

Catrina e

il

Mogliazzo

il

signor

Gargiolli segui l'edizione del Rigeli (Firenze

Ronchi, 1825), e quella senza luogo e anno (Napoli) a cura di L. Ciccarelli, pur giovandosi

per

la Catrina

dell' altra

di

Firenze

(Panizzi, 1567).

Non

tenne conto, n fa motto

della ristampa milanese a cura del Dr. Giulio

Ferrarlo

nelle Poesie

drammatiche ru-

sticali,

Classici Italiani^ 1812) che noi tut-

tavia risconrammo , e ne

buona variante, e le note, gio, ma non prive affatto di della lingua. Le ritoccammo

traemmo qualche non di gran preutilit ai

nuovi

in pochi luoghi,

ma

senza intento o meglio senza possibilit

di ridurle

ad oro

o d'illustrar

pienamente que'

componimenti, che richiederebbero la venusta


erudizione del Salvini.

Il

signor

Gargiolli

riprodusse

le

Lettere

sull'edizione datane dal


visopoli, 1833), sono a

Gamba
numero

(Venezia, Al-

XXV;

non

tanto sicure di lezione da quietare al tutto


l'editor fiorentino,

che

si

allegra di aver po,

tuto correggere

la

XIII

la

XIV

e la

XV

Bul miglior testo che

ne pubblic Alessandro

PREFAZIONE

XIX

Mortara nella sua ra'ccolta: Alcune lettere di celebri scrittori (Prato Alberghetti, 1862).

M^

il

signor Gargiolli sprezz la lezione delle

tredici lettere impresse nel

volume
Milano

dello
,

Opere
ri-

burlesche

del

Berni

in

tipografia

de' Classici Italiani,

1806). Se le avosse

scontrate avrebbe veduto lo strazio fattone


nell'edizione d'Alvisopoli, e rimediatovi.

Noi

poniamo
del

in fine le Varianti

dell'

edizion mi-

lanese, della veneziana di Altobello Salicato

1601 ed
i

altre, e dal

confronto appariranno
fatti e in

facilmente

miglioramenti

parte an-

che quelli che restano a fare.

Tra

le

venticinque

lettere

compresa

la

dedica del Comento del Capitolo della Pri'

miera , che

noi

riponemmo innanzi ad
alla pag.
all'

esso

Comento

ed
1'

avvertiamo che

203

ove noi non volemmo

supplire

evid*5nte

mancanza

edizione d' Alvisopoli invoce di

avuto legge avevano.

Pi che del Comento


nuinit

si

dubit

della ge-

autenticit della Vita dell'Aretino,

migliori giudizj attribuiscono a Niccol Franco. Si dubit anche della prima edizione
i

che

perugina quanto

il

Brunet dubita
nella

ancora. Ecco

si

legge

Bua

pregevolissima

XX
opera:
rigi

PREFAZIONE

Manuel du
e ^Qg^.

Lihrairej 5^ edizione. Pa^

1860

Vita di Pietro Aretino


pet. in-8, de 3
fF.

Berni, 1531, e 45 pp. avec un portr.


del

de l'Aretin. [30731]
dition faite Londres, vers 18^1, d'aprs une pr-

tendue dition originale de Prouse, per Bianchini del Leon, 1537, qui serait devenue fort rare. S'il fallait s'en rapporter un avis imprim au verso du il n'aurait f. qui suit le titre de ce petit volume t tire qu' 23 exempl. sur pap. et 2 sur vlin. (1 liv. 10 sh. mar.beu, Libri.) Le prix de cliaque exempl. tait 28 sh. (21 fr. De Bure). Il est fort douteux que cette vie soit du Berni, et mme qu'il existe une dit. de 1537. Nous remarquons que l'exempl. impr. sur vlin, qui a t vendu 1 liv. lo sh. chez Hanrott, est annonc dans le catal. de ce bibliophile, 3 partie, n. 44, sous le nom de Singer.
,

Il

Gamba

pi sicuro e

ne d la seguente

notizia ne' suoi Testi di lingua (Venezia, 1839)

1259. G-A.

Vita

di Pietro Aretino.

Perugia,
rissima.

BiancHn

dal Leon, 1538, in-8. i?a-

Carte 20 non numerate compreso il frontispizio.


carattere rotondo, e la data infine :

in

Stampato

in Pe-

rusia per Bianchin dal Leon in la centrata di car-

PREr AZIONE
mni
,

XXI

a d xvii

d'

agosto m. d. xxxviii. Seguono due

carte bianche.

Si legge al principio
il

una
il

lettera in data di

Roma

che ha fatto forse sospetsiavi altra edizione di che Vermiglioli tare al eh. Roma; ma egli non facile che di si osceno com-

XX

di settembre 1538,

ponimento
ristampa.

siasi fatta cos presto, e


S'

in

Roma, una

bens ristampato de' nostri giorni


in Londra, in
soli 28 esemplari e sono con altri di avviso che che quest'infame componimento
, ,

(nel 1829) cojla data di Perugia, 1837, e con Ritratto

deir Autore, in-8


2 IN

PERGAMENA.
del Berni,

lo

non

ma

sia piuttosto
libro.

di Nicol Fra7ico, o d'altri di tal ca-

Ma

pi distintamente

ne parla Giuseppe
voi.

Montani nel seguente


della Collezione

articolo dell'Antologia,
(

Giornale di scienze, lettere e arti


,

XLiv
,

Firenze

Vieusseux

tip.

Pezzati, 1831; pag. 42 e 43.

Vita di Pietro Aretino del Berni. Perugia,

1537 (Londra 1829 o 1830),

in-8.

Il Mazzuchelli scrivendo egli pure , o piuttosto scrivendo egli primo la vita dell'Aretino, disse d'aver veduto quest'altra vita, o piuttosto questa sa,

tira

in

dialogo

attribuita
,

al

Berni

presso Apostolo Zeno

bench infine

manoscritta vi leggesse

Stampato in Perugia, per Bianchin del Leon in contrada

XXII

PREFAZIONE
che
la

stampa fosse mai stata eseguita. Ma la stampa fu pur veduta dal Tiraboschi presso il suo amico Tommaso Farsetti, che dodei carme ni 1537, dubit

vea tenerla come cosa carissima

mente invidiata. Ora una specie d sta stampa uscita pocanzi a Londra in piccolissimo numero di esemplari, per cura d'una societ editrice de' libri pi rari.
s'intitola Roxbourge-Club, la qual

da molti sicurafacsimile d que-

Probabilmente di quella che nacque (v. il Dibdin,


3 voi. del Bibliographical

se ben

mi rammento, nel

Decameron) in occasione che fu venduto un Boccaccio pi centinaia di sterline, e pubblic, fra le prime

sue cose, quella novella del Da Porto, di cui questi


ultimi anni abbiamo avute pi edizioni italiane, fra

cui la sui)erbissima colle miniature del Gigola. L'edizion novella della vita o della satira attribuita al

Berni, non differisce dalla

perugina

che per

la

scelta della carta, la nitidezza de' caratteri, e alcuni

ornamenti del frontispizio, che ci presenta il rovemedaglia che l' Aretino si fece fare appunto nel 1537 col Divus Petrus Aretinus Flagellum Principum dall'una parte, e il Veritas odium parit dall'altra; ed ha a riscontro il ritratto inciso (sic) da Tifino e inciso dallo Swaine. Quanto all' autore della vita o della satira, gi il Rolli, che pur la vide manoscritta, aveva osservato ch'ella non poteva essere del Berni, il quale scriveva con troppa maggior propriet ed eleganza. Al Mazzuchelli parve di poterla attribuire con certa verisimiglianza a Niccol Franco. Ma essa potrebbe anche attribuirsi al Formassime tunio cho vi lodato pi del Franco alla fine, i.i una supposta lettera del Berni all'Arescio di quella
,
,

tino.

PREFAZIONE

XXIII

Piacendoci di ristampare questo Dialogo


per le notizie curiose che d intorno all'Aretino,
al libro

ne levammo tutto quello che merit


il

titolo

Unfame, servendo cos

alla

curiosit, e

non offendendo il senso morale, che veramente non troppo riguardato neppur nelle Rime; ma almeno il poeta vela
quello che
il

prosatore sverta con facchine-

sca licenza. Rispetto alla lezione


il

seguimmo

testo di

Londra, se ne levi alcuni luoghi


frasi della

che potemmo francamente correggere, perch

accennavano a nomi o

Cortigiana

commedia

e delle Lettere dell'Aretino.

A maglo

giore illustrazione del Dialogo^ gli

ponemmo
il

a riscontro

il

Terremoto del Do'ni contro

stesso Aretino, e per questo seg

mmo

testo

pubblicato a Lucca, presso Bartolomeo Canovetti, 1861, in-8.

Aggiungemmo
dal

la

vita

dell'

autore scritta

Mazzuchelli, resecando
ci

le

annotazioni

che

parevano meno
ci

utili.

catori;

pregiamo d'esser buoni cavalma la stampa ai nostri di veramente la mula di Florimonte. Fa nascere i
sassi dal centro dell'inferno.

Noi non

Bisogna ad ogni passo Raccomandarsi a Dio, far testamento

E portar ielle

bolge

il

Sacramento.

XXIV

PREFAZIONE

Peggio quando si stampano di questi li>ri scomunicati. Morir nel bacio del Signore
impossibile.
Zoilo.

pi facile morire nel morso di

Il Sanfa,

VITA

DELL'AUTORE
SCRITTA
D

GIAMMARIA MAZZUCHELLI

Berni, detto anche Berna, e Bernia (Francesco)

chiarissimo jpoeta
stile

volgare,

massimala

mente nello

piacevole, nacque verso


(1).

fine del secolo

XV

Le
ci

pii

belle

notizie

intorno alla sua vita

sono state

lasciate

da

medesimo nel suo poema delV Ovls^no Innamorato. Quivi dunque ci narra d'essere
lui

nato di famiglia nobile

ma

povera,

d' ori-

gine fiorentina ; che suo padre (il quale

al-

tronde sappiamo che chiamossi Niccol di


ton Francesco di Niccol)
trito, e

An-

(2)

era stato nu-

lungo tempo abitato aveva in Ca^en-

XXVI
tinO; j)aese

VITA
situato venti miglia

ad Oriente

di Firenze confinante col Territorio d' Arezzo,


e

che poscia si era accasato in Bibbiena^ Ca-

stello nobile e

molto ameno sopra Arno sul


che

detto Casentino;

di questo egli,

cio

il

nostro Francesco, era nato in Lamporecchio,

Terra pur della Toscana in Val di Nievole,


donde fu condotto giovinetto a Firenze; e che quivi visse in istato povero sino all'et di

XIX

anni; che di l trasferitosi a

Roma

si

accomod presso a un cardinale suo parente, il quale non gli fece ne bene n male; e che morto questo, stette con un nipote di detto cardinale, che lo tratt come il zio; ond'egli,
si

trovandosi defraudato delle sue speranze,

pose al servigio in grado di Segretario del

Datario del Pontefice, Il Berni veramente quivi non aggiugne come


si

chiamassero

detti personaggi,

cui egli

servi ;

ma

noi abbiamo fondamento di credere

che

il

cardinale, presso
il

cui alla

prima

si

pose in Roma, fosse


Divizio
,

cardinale Bernardo
il

detto

comunemente
il

cardinal

di

Bibbiena (3), e che

nipote, presso al

quah
vuole

di poi pass, fosse Angelo

Divizio da Bibil

biena protonotario apostolico,

quale

si

appunto che fosse nipote di detto cardinale. Certo che il Berni fin da' suoi pi teneri

dell' autore

XXVII

anni serv

il e

detto Angelo, e che godette della

sua grazia
vette
d'

confidenza,

sebbene poscia do-

prender bando dalla sua corte per colpa


cui,

un violentissimo amore, per

dopo

es-

serne stato lungo tempo lontano, pentito gliene


chiese mille perdoni.

Il datario poi del Pontefice, al cui servi-

gio appresso si pose


celebre

il

nostro Berni,

fu

il

rona,

Giammatteo Giberti vescovo di Veeh' era appunto datario del pontefice


e

Leone X,

cui

il

Berni,

il

quale aveva gi

vestito abito ecclesiastico, servi nel

grado di

segretario per sette anni, parte

in

Roma

parte anche in Verona


che
il

(4).

Ma

egli

certo

Berni

si

trov

sempre mai non sola-

mente poco inclinato a un tale impiego, come


quegli eh' era nemico della fatica e molto pi
della soggezione,

ma

eziandio poco sodisfatto


che gliene ve-

del frutto
niva

e della retribuzione

{p), sebbene ci

sollevarne l'animo e

non ostante studiasse di col comporre e recitare


e

agli amici facete poesie,

col godere fre-

quentemente della conversazione di questi, un

gran numero

de' quali

seppe conciliarsi in

quella corte colla sincerit del suo animo e


colla vivacit del

suo ingegno

(6).

Egli fa

uno

de' principali poeti

mavano in

Roma

ed accademici che forinsieme col Mauro, con

XXVIII

VITA

Moisig. della Casa, con Lelio Cajpilupi, col

Firenzuola, col Bini,

con altri

V accaderau-

mia

detta de' Vignaiuoli,

cK era

solita

narsi col in casa Uberto Strozzi gentiluomo

mantovano.
Fiori in

Roma principalmente

circa

il

1526,

nel qual anno si trov presente al sacco,

cui allora

soggiacque quella citt i ed egli

pure ne

gran danno, restando spogliato d'ogni cosa che aveva (7). Non poche pur sono le notizie che da alsent
tri suoi

componimenti

si

possono trarre
essi

in-

torno alla sua persona.

che serv

XVI

apprendiamo anni in corte e sempre con


il

Da

affanno, e che gli unici prelati, di cui si trov


contento, furono

cardinal Niccol Ridolfi,

Monsig. Gihertij che da guest' ultimo fu mandato nell'Abruzzo al governo d'una sua Abbazia, di che molto si dolse, come di carico

a cui aveva l'animo assai avverso i che


Giberti

col
esso

pur

fece alcuni viaggi, e

fu con
si

lungo tempo in Verona, ove pur


negli

trovava

1530 (8); poi and a Venezia ed a Padova; che fece moltissimi altri viaggi per l' Italia, e con molta celerit; ch'era egualmente facile ad innamorarsi che
anni

1529

a lagnarsi del suo

stato,

dello

stesso

suo
la

benefattore Giberti, non che

ad aguzzare

dell' autore

x^ix

penna contro vari


no

letterati, e

a sparlare per

sino con eccesso di libert del pontefice

Adria-

VI

allorch questi

fu

eletto,

ed anche del

suo successore Clemente VII, che pur l'am dir (9), come che il Berni si vantasse di non

mai male

di alcuno; che soggiacque a mortale

per voto fatto alla beata Vergine, che nel 1533 doveva trasferirsi a Nizza per servigio di Monsig. Giberti coli' occasione dell' andata di Papa Clemente a Marsiglia, ma che per affari di sua casa, e molto pi per una lite
pestifera infermit,

da cui

libero

rest

sopraggiuntagli, dovette trattenersi a Firenze,


ov' era

anche nell'aprile del 1534;

per quanto
Ve-

appare, al servigio di detto Monsig. di


rona.; e che finalmente ebbe

due

zie

ed un zio,

che
sino

per

essere vissuti insieme con sua

madre

a decrepita et furono da lui facetale

mente descritti come

maggiori anticaglie

del suo tempo. Egli lasci altres la descri-

meno vivace (10). Ebbe eziandio un fratello per nome Tommaso, che fu poi suo erede (11), e
zione di se medesimo, che non niente

soggiacque a gravissima infermit nel 1533, nel qual anno erano ancor vivi sua madre ed
il

zio.

Stanco finalmente di servire in corte, si determin di fissare la sua stanza a Firenze,

XXX

VITA

godendo d'un canonicato gi conferitogli in


quella cattedrale. Quivi
to,

si

trov assai ben vedude' sie-

non solamente dal cardinal Ippolito

dici,

ma

anche da quel duca Alessandro come


corte

allievo

della
e si

di

Papa Clemente VII

suo zio,

diede a godere d'una vita as-

sai quieta e tranquilla, la quale poi non sap-

piamo

se

veramente fosse

sregolata nel co-

stume come
Zilioli (12).

ci viene descritta

da Alessandro

Bens fa d'uopo credere che restasse poscia molto disgustato di esso duca

quando almeno sia vero, come alcuno vuole,


che contro di questo fosse

da

lui

composto

quel rabbiosissimo sonetto che principia:

Empio
Lieto

Signor, che de la roba altrui


ti

vai godendo, e del sudore:

Venir

ti

possa un canchero nel cuore,


i

Che

ti

porti di peso a

re^ni bui.

venir possa un canchero a colui,

Che

di quella citt (13)

ti

f'

signore,

s'egli altri

che

ti

dia favore.
lui.

Possa venir un canchero anche a

Ma

s*

egli vero che


il

ad un

eccesso di tanto

sfogo giugnesse

Berni contro al duca Alescardinale Ipal


il

sandro, non

inverisimile che il

polito de' Medici,

quale

pemava

modo

DELL* AUTORE

XXXI

di avvelenare quel duca gi suo nemico per


gelosie di Stato, prendesse motivo

da un
v^

tal

disgusto del Berni per ricercare a questo l'o-

pera sua in

fatto
il

disegno, giacche

ha

chi afferma che

detto

cardinale

al Berni

appunto raccomandasse un tale attentato, e il modo pure quegli gli additasse per ridurlo ad effetto. Altri tuttavia scrive che il duca
fosse quegli che tentasse di valersi del Berni

suo confidente per avvelenare


nale.
e

il

detto

cardi-

Comunque

ci sia si

aggiugne dall'una

dall'altra parte

che

il

Berni non volesse

eseguire un s reo disegno, e che perci quel

duca
perti,

quel cardinale, o per non essere sco-

per isfogare la rabbia loro contro al medesimo Berni, facessero poi avvelenare esso Beimi (14)^ la cui morte vien posta a' 26 di
luglio

del

1536.

Ma

sebbene

una

tal

data

sembri soggetta a qualche grave difficolt, per lo. quale appare essere vissuto il Berni sino
al 1543, ci
colt

sembra tuttavia che questa


sussista,

diffi-

come che per altro sia chiaro che non poteva essere fatto avvelenare
non
dal detto cardinale, mentre questi era morto
sin dall'agosto del

1535 avvelenato, come allor fu creduto, per ordine di detto duca. Ne da altro canto verisimile che il duca facesse
avvelenare
il

Berni per non aver egli voluto

XXXII

VITA
il

avvelenare

detto

cardinale

^perciocch il

cardinale era gi morto un anno incirca pri-

ma

del Berni.

Esso Berni fece il suo testamento, il quale ancora esiste manoscritto y lasciando erede Tommaso suo fratello ; e si vuole che il Berni

medesimo comjponesse
taffio
:

jper se il seguente

Epi-

POSTQUAM SEMEL BIBIEKA IN LUCEM HUNC EXTULIT QUEM NOMINAVIT iF.TAS ACTA BERNIUM, JACTATUS INDE ET SEMPER TRUSUS UNDIQUE VIXIT DIU QUAM VIXiT ^'.GRE AC DURI TER, FUNCTUS QUIETIS HOC DEMUM VIX ATTIGIT.
Egli
si dilett

assai di comporre in istile

faceto, nel che si felicemente riusc, che co-

munemente viene considerato

il

miglior poeta

che s'ahhia in cotal genere di poesia. Molti lo

hanno pur voluto riconoscere per inventore di


esso,

ma

altri, e

non senza fondamento, sono

stati di contrario parere.

Certo

tuttavia che d'accordo se gli

la gloria d'averla ridotta al

maggior grado
dell* espres-

di perfezione (15). In fatti la facilit della

rima congiunta alla naturalezza


uniti
lui 8

sioni^ e la vivacit de' pensieri e degli scherzi

a singolare coltura

nello stile, sono

in

mar avig Uose,

che viene egli considerato

dell' autore

XXXIII

come

il

capo di

fatta poesia, la quale per-

ci ha

presa da

lui la

denominazione,

suol

chiamarsi Bernesca.
bia favellato con

sebbene alcuno n'abla

poca stima,

piena tutta-

via degli scrittori


elogj.

concorsa a fargli distinti

per altro che a lui un tal modo di comporre costasse, come sembra all'apparenza, poca fatica: mentre all'incontro si saputo dal suo testo a penna originale, che ogni verso era da lui pi e pi volte in varie maniere rifatto (16). Il gran male, che
Falso

vi si
sivi

trova,

la

copia degli equivoci allu-

a oscenit, sopra di che sovente si aggirano gli argomenti da lui trattati, cos che

non sapremmo a chicchessia consigliarne la lettura! ne a sua difesa si potrebbe, al parer


nostro, altro addurre che il suo pensiero, che

fossero tenute secrete, ed appena si comuni-

cassero

a' suoi pi,

intrinseci

amici; ed in

fatti non furono raccolte e pubblicate che al-

cuni anni dopo la sua morte, se almeno vero


che
esse

questa seguisse nel

1536;
le

alcune

di

non

si

posero allora insieme che

coli' a-

iuto della

memoria di

chi

aveva sentite a
quale pare che
le

recitare dal

Berni (17);
solito

il

non fosse nemmeno


cose
sue.

a tenere scritte
libert

Di
la

qualche scusa potrebbe

anche

servirgli

gran licenza

del suo

IH

2LXXIV

VITA
in

femjpo,

cui

si

avevano per grazie

per

maggiori laidezze^ come pur si vede da simili componimenti fatti da altri poeti di quel tempo, che pur erano, non men del
sali
le

Berni, del carattere ecclesiastico decorati.

quello stesso dir si vuole del suo rifacimento


dell'

Orlando Innamorato del Bojardo , che quanto colto per la lingua^ tanto in pi luoghi
tira

libero nel costume

Anche nella
di

sa-

per altro fu molto

eccellente, nella quale

scrive il Crescimheni che

superiore a tutti gli altri


e l'Ariosto; e se

gran lunga Toscani, salvo Dante

fu

non

si

fosse curato di toc-

care

alle

volte

l'eccesso

della

maldicenza
co' sud-

spesso anche unita all'empiet, certamente

avrebbe potuto andare ancor del pari


detti maestri.

diverso giudizio ne ha reil

cato Giuseppe Bianchini dicendo che

Berni
pronto

per la sua varia erudizione e dottrina, e per


l'ingegno suo non

meno piacevole
tal

cbe giudizioso, condusse a

segno la gio-

cosa satira italiana, che pi oltre ella non

pu trapassare; e poco appresso aggiugne che il Berni essendo stato quegli che perfezion
la giocosa
e

piacevole satira italiana, sar

altres quegli

che dovr essere preso per mo-

dello di
tira

ben comporre in questa spezie di sa* ecc. ov' per altro da avvertire che il\

dell' autore

XXXV

Bianchini intende quivi di comjprendere sotto


il

nome di
Beimi.

satira giocosa tutte

le

rime facete
delle

del

qiti

])ro]posito

satire

del Berni, si vuol


calini in uno
volle fingere

tacere come Traiano Boc-

de' suoi

ragguagli di Parnaso
rifiutasse
la di-

che Giovenale

sfida fattagli dal nostro Berni di cimentarsi seco nella satirica poesia; del qual rifiuto
'per

altro

intese

Giovenale

di

giustificarsi
i

avanti ad Apollo col dire che come


satirici compariscono e si distinguono

poeti

a mi-

sura che
cos

si

fanno grandi

vizj de' tempi loro,

non essendo V et sua, cio di Giovenale, da paragonarsi con quella del Berni tanto
peggiorata, infurbita, intristita, egli non poteva cimentarsi in

sopra vizj

un arringo contro al Berni ignoti all' et sua. Ebbe pur un

ottimo gusto nella poesia latina come si

pu
lin-

vedere da' suoi componimenti in questa che si

hanno alla stampa


ne

seppe altres di
delle

gua greca come alcuna

sue

lettere

ce

fa

fede.

XXXVI

NOTE
ALIA VITA DEH' AUTORE

(1)

Che nascesse circa

il

terminare del secolo

XV si
in

ricava dal contesto delle cose che si diranno appresso,


e

massimamente

daW essersi

egli trasferito a

Roma

et di

XIX

anni, e quivi postosi al servigio del cardi-

nale di Bibbiena verso gli idtimi anni della vita di

questo cardinale,
(2)

il

quale mor nel 1526.

Testamento del Berni nelV Archivio delV ArciveOhe


il

scovado di Firenze.
(3)

'cardinal di Bibbiena fosse suo parente,

lo

affermano

Giuseppe Mannucci
l'autore

il

P.

Negri:
le

dietro questi

r che

si

crede

V abbate Angi ri-

tonmaria SalviniJ delle Annotazioni sopra


ferite Stanze del
di questo dell' edizione di

Berni, impresse in fronte alle Bims

sai verisimile s

Londra del 1721; ed ci asper essere amendue da Bibbiena e non


cardinale potesse essere a lui

trovarsi

qual altro

congiunto di parentela, come perch appunto il detto


cardinale fioriva in
e vi

Roma

sul principio del secolo XVI,


si viene

mor in et di 50 anni nel 1520, dal che


il

pure in chiaro circa qual tempo


servigio di lui.

Berni

si trovasse ai

NOTE ALLA VITA DELL'AUTORE


Berni 'Meno buona parte di esso, come
(4)

XXXVII

In Verona compose

il

il detto

si

suo poema, o apprende dalle sue


II,

Stanze che sono

ii

principio del Lib.


il

Cant.

I,

St. 5,

6 e

8,

ove indirizza

suo discorso al Jiuw.e Adige che


1530.

passa per mezzo a Quella citt. Egli era ancora in Verona nel 1529

Anche

il

marchese MaJ'ei afferma nella parte II della sua Verona illustrata a e. 314, che il Berni compose col
molte delle sue facete
(5)

e giocose poesie.

Si ascolti

il

Berni

stesso, che di s

parla in

tal

guisa nell'Ov^mo innamorato al Lib. Ili, Canto VII,


St. 39, e segg.

Credeva
Il

il

pover

uom

di

saper fare

Quello esercizio, e non ne sapea straccio:

E pur non

padron non pot mai contentare, usc mai di quello impaccio. Quanto peggio facea, pi avea da fare. Aveva sempre in seno e sotto il braccio.

Dietro e innanzi di lettere

un

fastello,

scriveva e stillavasi

il

cervello.
'1

Quivi anche, o fusse la disgrazia, o Merito suo, non ebbe troppo bene:
Certi beneficioli aveva loco.

poco

Nel Paesel, che

gli

eran brighe e pene:


il

Or Or

la
il

tempesta, or l'acqua ed or Diavol l'entrate gli ritiene,

foco.

certe magre pensioni aveva. Onde mai un quattrin non riscoteva.

B poco
naturale :

appresso cosi segue a descrivere

il

proprio

XXXVIII

NOTE
di servit

Nessun

giammai

si

dolse.

N pi ne

fu nemico di costui;

E pure

a consumarlo il Diavol tolse, Sempre il tenne Fortuna in forza altrui Sempre, che comandargli il'padron volse. Di non servirlo venne voglia a lui:
:

Voleva far da s non comandato, Com'un gli comandava, era spacciato. Cacce, musiche, feste, suoni e balli. Giuochi, nessuna sorte di piacere

Troppo
Assai,

il

movea; piacevangli
si

cavalli

ma

pasceva del vedere;

Che modo non avea da comperalli. Onde il suo sommo bene era in jacere. Nudo, lungo, disteso, e '1 suo diletto Era non far mai nulla e starsi in letto.
Tanto era dallo scriver stracco e morto. Si i membri e i sensi aveva strutti ed arsi. Che non sapeva in pi tranquillo porto. Da cos tempestoso mar ritrarsi; N pi conforme antidoto e conforto Dar a tante fatiche che lo starsi. Che starsi in letto, e non far mai niente, E cos il corpo rifare e la mente. Quella diceva, che era la pi bella Arte, il pi bel mestier, che s facesse.
Il

una veste, una gonnella Ad ognun buona che se la mettesse *


letto era
:

* Nota il Bossi che dosi del Berni, che

Sancho disse, forse ricordanil sonno avvolge l'uomo in

teramente come un mantello.

Ed.

ALLA VITA DELL'AUTORE


Poteva un larga e stretta e lunga avella. Crespa e schietta, secondo che volesse: Quando un la sera si spogliava i panni,
Lasciava in sul forzier tutti
(6) Cosi al

XXXIX

gli affanni.

Berni piacque di descrivere s medesimo

%^^^'Orlando

innamo rato, al Lib.

Ili, C. VII. St. 41 e 42

Contuttoci viveva allegramente.

N mai troppo pensoso ^o


Era
assai

tristo stava.

ben voluto

dalla gente.

Di quei signor di corte ognun l' amava. Ch'era faceto e Capitoli a mente D'Orinali e d'Anguille recitava, E certe altre sue magre poesie, Ch'eran tenute strane bizzarrie.

Era

forte collerico e sdegnoso.

Della lingua e del cor libero e sciolto.

Non
Era

era avaro,
fedele ed

non ambizioso:
:

amorevol molto Degli amici amator miracoloso. Cos anche chi in odio aveva tolto. Odiava a guerra finita e mortale. Ma pi pronto era a amar, eh' a voler male.
(7)

Il

Berna a

lui vicino /^cio all' Alcionio^

rimase

netto, ed oltre alla roba volevano ^i nemicij portar

via

un gran cumulo
il

di lettere dirizzate a

Datario, al quale

Berna serve in luogo

monsignor del Sanga

ma

sentendo non so chi gridar Chiesa, Chiesa^ le lasciarono ecc. Cos scrisse allora da Roraa, cio ai 24 d'ottobre del 1526, Girolamo Negro con lettera inserita
nel Voi.
I.

delle Lettere di principi a car. 2S5.

XL
(8)

NOTE
Sue lettere scritte da Verona nel 1530 a Vinapenna presso al P. Bernardo

slao Botano esistenti a

Maria de Rues.
(9)

Bianchini,

Gran Duchi

di

Toscana, nel Proemio

pag. XXIII.
(10) Si trova nel

suo Orlando innamorato, al Uh. Ili,

Cant. VII, Stanza 43, e dice cosi:

r>

r>

-n

Di persona era grande, magro e schietto, Lunghe e sottil le gambe forte aveva, B'I naso grande, e il viso largo e stretto Lo spazio che le ciglie divideva,
w
^

r>

Concavo l'occhio aveva azztirro

e netto;

" n
n

La barba folta quasi il nascondeva Se V avesse portata, ma il padrone


Aveva con
le

barbe aspra quistione.

Di lui fece pure il ritratto Giorgio Vasari nei suoi Ragionamenti a cari. 136. La sua effigie si trova altres dipinta fra quelle dei pi chiari Poeti Fiorentini in una delle volte della real Galleria di Toscana, come si vede dalla Tav. VII di essa Galleria che si ha alla
stampa.
(11) Ci si

vede da un atto legale esistente nell'Ar,

chivio dell' Arcivescovado di Firenze

con cui and al

possesso della sua eredit, siccome troviamo notato in

alcune memorie a penna del Magliabechi maoidatec da

Firenze dal gentilissimo signor canonico


(12)

B andini.

L'opera

del Zilioli intitolata

Storia dei Poeti

Italiani,
il

non essendo mai stata pubblicata, merita che

suo passo, ove del costume del Berni favella, qui si

riferisca intero tale quale si trova nel Codice a

penna

che presso di noi se ne conserva a car. 218, qualunque

ALLA VITA dell'autore


siasi la

XLt

fede che se gli debba prestare. Scrive dmigue mor in Firenze, dove stanco di seguire ritirato, innanzi s'era poco tempo le Corti, contentandosi del canonicato che possedeva
quivi il Zilioli che il Berni

in quella citt, con le rendite del quale trapassava

sua allegrissima con le onorata conversazioni de'Letterati, che ambiziosamente cercavano di avere la sua pratica, e con la fedele e semplice servit della sua celebrata fantesca, e di un solo ragazzo, di dove forse ebbe origine quella poca onesta fama, che gli emuli suoi e in vita e dopo morte gli addossarono, d'avere esercitato scandalosamente di continuo il vizio contro natura; bench negli ultimi anni avesse dato segno d'essere alieno da quelle dila vita

non pi casti, almeno pi modesti, e lo disse pentendosi del passato:


sonest, e di avere pensieri, se
"

Tu m' imbarcasti prima con

colui,

"

Or vorresti imbarcarmi con colei, Io va' che venga il morbo e a lei e a


la

lui.

Vi aggiunsero anco
di quello si

calunnia di goloso, di beone

e di giuocatore, siccome quello che con pi libert

conveniva ad un prete interessandosi nelle pratiche de' giovani, cadesse molte volte guidato dalla vivezza e dall'allegria de' suoi spiriti nei
disordini e nelle leggerezze, ecc.
(13)

Forse componendo
:

renze, si dee leggere

Berni quel Sonetto in FiChe di questa citt ti f' Siil

gnore,

rn,a

vi si sostituito:
il soggetto

Che

di quella citt, ecc.,

per coprire

contro cui

fu

composto.

(14) Magliabechi, loc. cit. Un cenno ne fa anche il Quadrio nel Voi. II della Stor. e Rag. d' ogni poesia

XLII

NOTE

a car. 557, ove questi scrive che il Berni fu tolto sgraziatamente di vita non per altro motivo, che per non

aver voluto aderire all'altrui malvagie intenzioni* Questo passo del Quadrio si pu render chiaro con al^ tro del signor canonico Bandini nel Voi, I del suo Specimen Literat. Florent. ove a car. 22 scrive che il Berni, obiit veneno, ut ferunt, a Card. Hippolyto

Mediceo

illi

propinato;

ma

quanto

ci sia falso, si

dir appresso.
(15) Gli Attori che
licit del nostro

tissimi, e

hanno esaltato il valore e la feBerni nella Poesia giocosa, sono moltroppo lunga impresa saree il volerne ri-

ferire le testimonianze.

Fra queste

tuttavia non si vuole

omettere quella che ci ha lasciata G-iammatteo Toscano


nel Peplus Italiae al Cap. 135, ne' seguenti versi:

Cedile

Romanique

sales, et cedile Graji

ri

"

Urbano et quisquis tincta lepore canit. Bernius est, cui sola Venus se pandit, ah ipso Cui se detexit vertice nuda Charis.

Mira fldes : ars nulla


Foelix

linit

quae carmina fuco


labore

His facile exprimere


y>

est arte polita magis.

quem nullo decorai laus parta

Quae vigili studio saepe pelila fugit. Ai quali versi cos ha soggiunto, come per ispiega-\ zione, il medesimo Toscano. Biblena Etruriae oppidunji Bernium protulit Jocosi carminis auctorem, quem multa praeclara ingenia sunt aemulata' non irrite! conatu, nullum tamen nativa Illa urbanitate nullr
n
!

arte quaesita superavit.


(16) Il detto

Codice originale era presso al Maglia-

fu donato a Raffaello Du-Fresnt che aveva in animo di farlo ristampare in Parigi: mu

bechi, e da questo

ALLA VITA DELL'AUTORE


le

XLIII

occupazioni del

Du-Fresne nella stamperia Regia

impedirono a questo V esecuzione d'un tal disegno, e poi succedette la sua morte; n si sa a qual destino sia
soggiaciuto quel manoscritto. Tutto ci si racconta da

Giuseppe Mannucci nella Giunta alle Glorie del Clusentino a car. 116, e si riferisce pur dal Cinelli nella Scanzia I della Bib. Volante a car. 30, e quindi dal Crescimdeni nel Tom. IV della Storia della Volg. Poes.

a car.

26.

Qui

si

pu a

tal proposito avvertire,

come

tuttavia

altri Codici a pedina,

sebbene

no7i originali,

Rime del Berni si conservano in Firenze nella Libreria Ma g Ha b e chiana, come altres nella Riecar diana alla Scanzia S. I. numero 3 in foglio, nella
contenenti

Gaddiana al Cod. 896 , e in quella SS. Nunziata al Cod. 233.


(17)

de'

PP. Serviti della

Una

bella testimonianza si ha sopra di ci in

una
ove

delle Lettere d'Annibal


il

Caro

7iel

Tom. I a car.

l'I,

Caro, risp07idendo nel 1539 al Cinami suo amico,


il

che gli aveva ricercato

Capitolo del Bergli in lode

dell'Ago, eh' appunto uno dei pi licenziosi per gli


equivoci che vi si contengono, cosi gli dice:

L'Ago del

trova se non cosi spuntato e scrunato come avete veduto, perch egli non lo dette mai fuori e dopo la sua morte, quel che ne va d'intorno, si cav la pi parte da monsignor Ardinghello,
si
:

Bernia non

che intendendolo recitare a lui solamente due volte, lo impar a mente. Se con la memoria di qualche altro si potr supplire al resto, si vedr di mandar
velo intero ecc.

LETTERA
DI

ANTON FRANCESCO GRAZZINI


DETTO
A MESSER
IL

LASCA

LORENZO SCALA

Veramente che l'opere di M. Francesco


Berni, che a mio giudizio
hegV ingegni f dei pi rari
nostra citt
virtuoso
stato

uno dei pi

spiriti, e dei

pi

capricciosi cervelli che siano stati

mai nella di Firenze, hanno, magnanimo e


ricevuto un" tempo torto
e state

M. Lorenzo,

grandissimo: sendo uscite fuori,


nelle

tanto

mani degli uomini


degli

cos guaste, malconce,

lacere e smembrate,

per

difetto
la

solamente e

per colpa
e

stampatori:

qual

cosa

senza dubbio alcuno passata con poc' onore,

non senza qualche carico di questa

citt, e

A MESSER LORENZO SCALA

XLV

'particolarmente dell'Accademia nostra degli

Umidi, la quale jprincijalmente fa professione, sendovi tutte persone dentro allegre e spensierate, dello stil burlesco, giocondo, lieto, amorevole, e

per dir cos buon compagno,

il

quale

tanto giova, piace, diletta e conforta altrui, e


del quale oggid fatto tanto conto, avido in

tanta stima,

tenuto in tanta riputazione,


,

e.

non mica da plebei

ma da

uomini

nobili e
le

da signori: avendo
tezze e
le

le

petrarcherie,

squisi-

bemberie , anzi che no, mezzo riil

stuc(^

'nfastidito

inondo, perciocch ogni

cosa

quasi ripiena di

Fior, frond', erbe, ombr', antr', onde, aure soavi.

Oltre che conducono spesso altrui, e guidano


in

un sopraccapo

in

un fondo

tale

che

a poterne uscire , bisogna altro poi che la zucca: e per lo pi ^tuttavia se ne vanno su per le cime degli arbori. Ma tu, o Berni da bene , o Berni gentile , o Berni divino non e' inzampogni , non e' infinocchi , e non ci vendi lucciole per lanterne: ma con parole non istitiche o forestiere , ma usate e
naturali, con versi non gonfiati o scuri,
sentenziosi e chiari, con rime

ma

non stiracchiate
fai
conoscere

aspre,

ma

dolci

pure,

ci

la perfezione della Peste, la bont della

G-

XLVI
latina,
la

A MESSER LORENZO SCALA


bellezza

della Primiera, V utilit

delle Pesche, la dolcezza dell' Anguille, e i se-

greti e la profondit di mille altre cose belle


e buone, che nell'opere tue,
cesti,
le

come tu
e

stesso di-

qui

qua

si

trovano sparse

seminate:
e di-

quali ora noi con grandissima fatica


raccolte
loro
e

ligenza

ritrovate,

alla

prima

avemo, per dover darle a benefizio universale, per utilit comune, e per passatempo pubblico alle stampe: accioc-

forma

indotte

ch poi,

corrette e emendate,

si

manifestino
aperta-

al mondo, la

qual
tanto

cosa

confess' io
s

mente, che n
succedere

bene, ne
lo

felicemente
e

mi

poteva senza

aiuto

l'accu-

ratezza d'alcune persone, non meno di gran-

dissima letteratura, che di perfettissimo giudizio

per la qualit dBl poema, e per V affezione che portavano ad esso Autore, non si sono sdegnate d' affaticarsi in,
,

le

quali, e

cercar V opere sue, in riscontrarle, in rivederle,


e in ricorreggerle:

in guisa tale

che,

se

da,

esso Al.

Francesco

riscontrate, rivedute e ri-

corrette state fissero

poco

o niente sarebbero
si

migliorate di quel ch'elle


sente.

trovano al pre'

Rallegrinsi dunque con esso voi tutti

gli amatori di questo Poeta, e desiderosi del

burlesco stile ; perciocch non solamente

le

rime

Bernesche

ma

tutte

V altre ancora

rivedute^

A MESSER LORENZO SCALA


e emendate

XLVII

diamo di M. Giovanni della Casa, del Varclii, del Mauro, e di tutti gli alvi

tri

ingegnosi com]^onitori, che giudicato ave-

mo non indegni d' esser da voi veduti e letti: ma voi, generoso e gentile Scala mio, a cui
e

per volont di Bernardo


elezione, sono

di

Giunta,

per

mia

indiritte

con tutto questo


del

libro insieme

l'opere miracolose

Berni:
le

come a

colui che non solo

da

tutte

parti
molto
e e

vi si convengano,

ma

sopra ogn'altro,

pi per la riverenza incredibile che avete, per V affezione incomparahile che portate
a
loro
e

a chi

le

compose: l'uno
e

l'altre

difendendo,

onorando,

a vostro potere alVivete lieto sempre

zando perinsino al

cielo.

e ricordevole di loro e di me^ il quale spero,

non come ora dell'altrui,


com'elle siano, delle me
delle quali ho gi

ma

tosto onorarvi

delle cose mie, e dirizzarvi la

prima Parte,
in sulla burla}

Rime

gran yarte ridotte insieme per doverle stampare in questo secondo libro,
che

avemo tra
non
ci
s'

le

mani dell'opere
Autori composte:

burlesche
il

da vari
se altro

e diversi

quale,

interpone, uscir tosto fuori.


e

Voi intanto amatemi all'usanza,

attendete

a darvi buon tempo al

solito.

Di

Firenze alli

luglio

MDXLVIIL

IL Lasca.

DIALOGO CONTRA ITOETI

INTERLOCUTORI.

Sanga.
Berni.

Marco.
Giovanni di Modena.

DIALOGO CONTEA

POETI

Sanga.
-

Berni, io sto male; Dio

mi

aiuti.

Bem, Che cosa ci ? Sanga, che avete? Sanga. Che ho? guardatemi un poco in viso, se
Berni. Per Dio si; che voi avete

e' vi

pare ch'io stia fresco.

un

cattivo viso:

dite, di grazia,

che vi sentite.
dolvi niente

Sanga. Male.
Berni.

Che male?

sotto

il

braccio o

nella coscia? guardate che questi son

tempi sospetti^

come

voi sapete.

Sanga. Ci peggio.
Beimi.

Come peggio? che pu


il

essere peggio di que-

sto? guardate, che non sia


Sanga, Peggio.

mal

francese, che sa-

pete ve l'ho pronosticato cento volte.

DIALOGO
Semi. Dio
Sanga.
ci aiuti;

che pu esser questo?

ha

Dio, io vel dir. assassinato.

Un

poeta traditore mi

Semi. Che vi ha fatto? Sanga. Mi ha morto. Bemi, E come?


Sanga. Io stavo adesso in
co, fastidito; e

sapete quanto piacevole esercizio

camera scrivendo che mi sia stavo strac; ;

quando fui presso al fine sperando con qualche sfogameuto, o d'andarmi a sollazzo, o di compagnia, o di qualche altro passatempo ristorarmi del fastidio preso, ed eccoti alla porta battere uno quanto pi poteva: il garzone apre per vedere
chi , e trova un poeta maladetto, che prosuntuosamente urta senza pur dire quel che vuole. Viensene a me come un porco ferito e alla bella prima mi
,

squaderna forse

sei fogli di carta scritti di lettera

minutissima. Io cercai prima scappare in qualche

modo
dur.

trovai

non so che scuse niente mi valse


;

bi-

sogn star
Bemi.

forte

ad udir quella maladizione,

fin

che

che cosa era? Dio che cosa era! era il malan che Dio li dia, cos com'egli ha dato a me. E mi venne da prima tanta stizza e di poi trovandomi in quel
Sanga.
,

termine, tanto affanno, ch'io non so pur come stessi


vivo,

non che io ponessi cura a che cosa quella si era. Bemi. Per certo non si pu vivere noi siamo spac;

ciati: e

mi maraviglio come

le

leggi e la giustizia

non provvedono
Or che pi

alla salute e securit delli


alli

uomini
Il

contra questa peste, come


belli assassini,

altri

inconvenienti.

che omicidi di questi?

bargello piglier qualche poveretto, che aver roba-

CONTEA
to sei
dosi,

POETI

pagnotte per necessit; o uno che defendenper qualche altra disgrazia ara ammazzato

un altro: questi traditori, nimici della quiete del mondo e della vita delli uomini, vanno liberi e securissimi per tutto, mostrando versi a questo e quello, col seno e con le mani piene di cartuccie, e talvolta
di

volumi che sono tante ghiandusse;

non

chi

dica lor niente. Anzi sono cos prosuntuosi, che par


loro fare
e

un gran giovamento alla generazione umana, dover essere accarezzati e adorati dalla gente, come se egli avessino racquistato Terra Santa, e menato
Turco in prigione suppa
le
ti
;

il

dicono che son divini, e che


falli

Iddio soffia loro nel cervello,


la

cantare come fa

putte.

Platone, perch

non
le

vvesti tu

tanto che

venisse fatto quel che andavi disegnando

nella tua republica?

O perch non avesti

forze con-

formi a l'animo,
dette
ti

ch'io potessi dire adesso: Bene-

siano le

mani?
;

ti dir il vero se non ch'io li scuso per pazzi, perch essi medesimi si battezzano cos, ed hanno piacere di esser chiamati pazzi, dicendo

Sanga. Berni, io

che son

furiosi, e

che hanno
li

il

furor divino, e vosciocchezze, ioti


leggi pari-

lano sopra
la

le stelle, e cotali altre

giuro a Dio che credo che

scannerei. Diavolo! se
le

natura consente, anzi comanda, e

mente, che l'uomo difenda la vita sua contra qualunche cosa fin alla morte, perch non lecito a noi fare il simile contra questa maladizione? e che crudelt questa?

Beim. Sapete com'


ruina d'

Sanga?

io dir

quel che ho
:

sentito pi volte dire a voi in questo proposito

la

una setta comincia, e non ci rimedio che totalmente non segua, quando alcuni di essa comiu-

(*>

DIALO

(1

ciano a ribellarsi. Ancora io sono stato qualche volta


nel

numero
;

di queste bestie

da putto ho fatto qual-

che verso

ora ne son guarito, e ben ne ringrazio


e

messer Domenedio,

ne ho tanta allegrezza come

se fussi guarito dello spiritato.

Dove vogliate tener-

mi il saldo, e aiutarmi, io vi prometto che Annibale non fu cosi ostinato e crudel nimico del nome romano, come sar io di quel de' Poeti. Vi prego dunque, non mi mancate.
Sanga. Ch'io vi manchi? In f di Dio,

mi mancaste

voi a me, e

quando ben non si trovasse altri al mondo

che volesse esser meco, io son risolutissimo solo solo fare aperta professione di nimico de' poeti, co-

minciando da ora a
diavol ch'io vi
Berni,

dirlo a chi lo

vuol sapere: come

manchi?
abbiate voi; de' pari vostri ci fos-

Oh bene

sero assai!

Sanga. E forse che l'uomo non ha causa di far questo? Di grazia discorriamo un poco ragionando, e vediamo che sorta d'uomini sono e' poeti. Lasciamo andare che siano pazzi, perch questo essi lo

tengono per niente, anzi hanno piacere d'esser


cos. Vedesti voi

detti

mai

la

pi inutil gente, e
si

non

so-

lamente inutile

tali e in ispirito

con tutti e' peccati morpossono avere ? Cominciamo prima dalla religione nostra. Essi son cristiani, hanno il carattere di cristiano, se il battesimo lo d loro come agli altri: or conosceste voi mai poeta, che non pizzicasse un poco dello eretico; anzi, che dico dello eretico? del non credere in niente. Vedansi le opere loro secondo il detto dello evangelio. Essi chiamano nostro signor Jes Cristo quando Giove, quando Nettunno, quando il Tonante,
santo che

ma dannosa,

CONTILA
viuaiido
il

POETI

Padre delli Idii, quando il malanno clie Diodia loro la nostra Donna lunone. Diana, Cerere,
:

Astrea, e cotali altre ribalderie e spurcizie

li

Santi,

Mercurio, Marte, Ercole, Bacco, le pi mostruose cose, le pi nefande che mai si udissero. Procediamo poi di mano in mano all'altre cose che si apparten-

ad uomo cristiano. Vediamo li dieci comandamenti i quali lasciamo che si sdegnano d' imparare, tenendole cose basse e indegne del loro ingegno; pure sendo cosi conformi alla natura come sono bisogna che ne abbino ingenite la pi parte se non che poi per malignit e operosit le negano e abominano. Del primo, che onorare Dio, e degli altri che appartengono alla religione avemo detto e mostro quanto ne servano che non pur non fanno quel che la Chiesa comanda espressamente di san-

gono a

fare

tificar le feste

udendo

la

messa

li

altri ofiflci divini;

ma
se

lo disprezzano e se ne ridono; e che peggio, pure accade in qualche lor cosa nominare li sa-

crifizi

e riti nostri, si

vergognano

dire

il

nome

loro

proprio,
e

ma li

vanno circonscrivendo poeticamente,

quasi burlandosene, e dileggiandoli li chiamano giochi e feste, come fece verbigrazia l'Alcionio e,

che peggio, in una orazione dello Spirito Santo: che se pure l'avesse fatto in verso, n'andava con li

ma volse mostrare d'essere singolare. Del confessarsi e comunicarsi non bisogna parlare,
altri pazzi,

che se pure il fanno. Do sa con che animo: e che pi? per parer cristiani, e non esser cacciati di chiesa, nella quale stanno volentieri solo per far male e per nuocere. O perversit del mondo! e non ci si provvede. Quel luogo, che
le

leggi

han dato per

sicu-

rezza di qualunque malfattore fino all'omicidio (che

DIALOGO
non
li

chi fugge in chiesa salvo, e la corte


dir niente), essi

pu

con

la loro

audacia hanno profa-

nato, e

non

pi sicuro alcuno dalle mani loro


;

stando in chiesa che in su il pi bello della messa ardiscono, come i malvagi uomini fariano d'una spada contra l' inimico, cos essi sfoderare, addosso alle persone pie e religiose epigrammi e versi che sono peggio che pugnali avvelenati n fanno ci a
,
:

caso, e senza altissimo fondamento di malignit,

perch come essi non sono, cos non vorriano che gli altri fossero cristiani. Anzi per farsi da buon
rit, quelli

capo ad impugnare la fede nostra, e levarle l' autoche fumo il principio di essa, cio li Profeti e' buoni autori della Scrittura Sacra e del Testamento Vecchio, dicono che fumo poeti e che
feciono
versi.
il

Delle altre cose minori,

come

dire

padre e la madre, voi potete pensare che se si fanno beffe di Dio e lo stimano poco, che manco stimeranno gli uomini. Vedete quel che dice Ovidio, in non so che luogo delle opere sue, della obedienzia che aveva a suo padre che quel buon uomo, come savio, voleva che egli attendesse ad altro che
onorare
;

muse

e a pazzie, e studiasse in legge, o in qual-

che altra professione pi utile, e onorevole; e lui, albanese messere, fece disperare quel poveretto, che dove aria potuto essere un buon procuratore, o mefar qualche arte da guadagnare, si empi el dico,
corpo di vento, e and a comporre Elegie, e Metamorfosi, e Fasti, e frasche di che avea composto il
cervello.

vedete ben che Dio lo gastig del pecli

cato suo, che

fece dar
in

che

era, e lo

mand

bando come ad un ribaldo Moscovia a morirsi di freddo.


fatto cose simili alli lor pa-

Gli altri se

non hanno

CONTEA
dri e madri, forse
gii

POETI

perch non hanno potuto, o non nome che dopo Dio ci onorabile sopra ogni cosa, ed la seconda piet che possiamo mostrare, hanno vituperato e infamato disonestissimamente, scrivendo le cantafavole di
accaduto. Almeno quel
Mirra, e di Cinira, di Edipo e di locasta, e di mille

da far scurare il sole hanno fatto che Giove cacci del regno Saturno, ed esso castri il Cielo suo padre; che Tieste si mangi i figliuoli; Oreste ammazzi Clitennestra poi di mano in mano i fratelli amino le sorelle, ed e converso poi che si
altre ribalderie
:

ammazzino, come dire Eteocle e Polinice e procedono anche pi oltre con la empiet a dire di Dio,
:

mostri crudelissimi, e farlo ora diventare aquila per portar via un putto, ora toro per una donna, ora cigno per un'altra, or che s' imbriaca, ora che egli
legato dagli altri dii, ora fa alle
li

pugna con

loro,

priva della divinit, e quelle altre bestialit che

riprende M. Tullio, come voi sapete, e Luciano se ne ride. Poi dicono che fingono, e qual di loro va
fantasticando pi orrende ed esorbitanti cose, quel dicon aver pi bella invenzione or vedete che figuli
:

son questi e che maestri di porcellana. Bemi. Voi mi avete con quel nome di
venir voglia di ridere
,

Jlgul fatto

ricordandomi d' un pensiero che ho avuto e ho del continuo sopra questa generazione se mai fussi tale da poterlo mandare ad effetto; sappiate che regio e conforme a quel d'Alessandro Magno, quando a quel buon balestriero che
,

per mostrare la valenteria sua li fece vedere che a colpo per colpo dava in un cece, diede in premio

come
tirare

dire
il

un rubbio di ceci, acciocch avesse a che tempo della vita sua. Volete che vi dica quel

lo

t) I

T.

fi

che farei dei poeti? Giaccli si usurpano questa dedi flguli, e vogliono che si dica che li metterei fingono, io a fare de' mattoni tutti quanti ne potessi trovare, e darei loro da fingere tanto, che se ne caveriano la voglia; e vi so dire che delle ope-

nominazione

re loro si farla altra opera, che la Sansonide, o la


Veneziade, o lo Essasferio. In f di Dio io vorrei aver
finito

San

Pietro, e le

Loggie

di Belvedere, e
;

opere cominci papa lulio, in tre d


farei far loro.

quante tanti mattoni


ad ogni modo
il

Sanga.
io

bel pensiero, se Dio m'aiuti


'1

credo che
;

primo esercizio

de' poeti fusse

mu-

rare

ma

poi,
il

come soglion

fare questi garzoni, che

hanno poco

capo a far bene, e come anche fanno ai di nostri i medici ( verbi grazia maestro Giovanni da Macerata, che di medico, bench assai tristo, diventato poeta), cos queste bestie si sviassero, e
lasciata stare quell'arte, che aria loro

messo qual-

che conto pi che la poesia, si dessero a far versi e baie perdendo il tempo, e rompendo altrui la testa.

Che credete che vogli dire quel misurare i versi a piedi che fanno? se non che come prima sendo muratori misuravano i loro lavori con quella misura, che gli antichi chiamavano deccmpeda^ perch era divisa in x piedi, oggi inostri chiamano canna, cos avendo poi mutato esercizio, e volendo misurare anche le opere loro come se fussero cose da mettere in considerazione, n sapendo come farsi altrimenti, adoperarne il medesimo instrumento che avevano prima, e andando drieto alla loro ordinaria pazzia non si fermorno ad una certa legge di tanto numero
di piedi

per verso,

ma

indifferentemente e senza re-

gula,

ne

fecero di tanti

quanti venne lor bene. Ve-

CONTRA
dete che chi ne
sei,

POETI

11

ha

fatti di dieci, chi d'otto, ehi

di

secondo che erano pii o meno poltroni; fin ad un gaglioffo che per estrema poltroneria and a farne
di due.
Beloni.

vero per Dio; vedete Apollo che fu

lor

capo maestro, e serv Laomedonte a credenza pi di due anni a rifar le mura di Troia; poi, per isdegno che non fa pagato, and a disfarle. Sanga. S; e Anflone che fece le mura di Tebe, e a questi d un altro che mi present certe mele ap-

con un epigrammetto di sopra, che ho trovato poi che muratore, e sta con Giulian Leno, non vi par che sia argomento manifestissimo, che questa fu da principio l'arte loro? Voi troverete, Berni, che tutti i poeti alla fin sono o muratori o manovali. Oh che inspirazione divina che vi venuta a dargli cos conveniente ricapito, che quasi meglio che quello che aveva pensato io talvolta da me che darei
pi
,

loro se fussi signore!


Berni.

E quale?
il

Sanga. Voi sapete che


colori, bagattelle

fatto

loro

non

se

non
soli-

prospettiva, descrizioni, comparazioni, traslazioni,

che non hanno sustanzia, n

dit; e perch ci

vuol premio, io

durano pur fatica, ed ogni fatica pagherei con moneta equivalente, e darei loro come dire un mazzo di fiori, o un uccellino che cantassi, o un testo di bassilico, quando una di queste penne lavorate di seta; se mi estenli

dessi qualche volta a donarli

un par

di guanti, saria

ben gran cosa. Se venissero per desinar meco, come fanno quasi tutti prosuntuosamente, non mi acchiapperesti ad invitarli; ma cos in fine del mangiare li
darei

una ciocca

di finocchio, o

uno spicchio

di pera.

12
e bere

DIALOGO
un tratto,
e va'

cantando. Questi mi pareriano

premj convenientissimi a poeti. Berni. Per Dio ho detto de' mattoni, e dir pi oltre, Sanga; e' son cosi fastidiosi e maledetti, che credo li farei mettere in galea a provare se cosi dolce cosa a sentir cantar le sirene; come fingono di Ulisse che per non sentire s'impegol le orecchie e a vedere il delfino che port Arione, e quelli sopra che fuggi Venere il mostro marino, e se Scilla ha cani o gatte attaccate alle cosce, e se Proteo d beccare ai cefali, o mena a pascere li storioni perch lo fingono pecoraio de' pesci. Io vorrei una volta che egli uscissino di finzioni, e dicessero il vero de msu; che s che uscirla la voglia di esser poeta, e di rompere altrui la testa con gli scartabelli! Saiga. Vedeste voi mai gente pi inetta, e che abbi alle mani pi impertinente esercizio di questa? Lasciamo andare, che tutti quanti gli altri studj sian migliori di quello, che e' chiamano umanit; anzi per dir meglio, sieno buoni, e questo solo sia tristo I)ure anche essa umanit ha in se qualche parte che buona a qualche cosa. Chi si d alla prosa, e facci qualche profitto nello stile, pu ad un bisogno fare una orazione in cappella; piacere, se per disgrazia gli verr detta qualche cosa buona, ed acqui; ; ;

stare la grazia de' signori, e tal volta diventare ve-

scovo: pu, quando muore


lini,

un Cardinale, laudarlo

e beccarsi su fino a quindici o venti ducati di care tal volta pi, secondo la liberalit di lor si-

gnorie reverendissime.
siglierei a farlo se

Un

altro

(bench non constile

non a chi

volessi male, perch

forse peggio che far versi),

avendo

ed eserci-

tazione,

pu

darsi alla segreteria, e servire qualche

CONTRA
signore
;

POETI

13

che pure alla

fine,

dopo che avr un pezzo

tirato la carretta, acquister qualche cosa, e cos

non perder in tutto il tempo. Si troveranno di quelli, che sapendo parlare per lettera, serviranno ad un bisogno per interpreti a qualche imbasciatore polacco inglese che vadi a torno. Chi sar condotto ad Orvieto o a Velletri per maestro di scuola; chi

un poco

pi onorevolmente otterr

un luogo

nello

Studio di

Roma

a leggere a duo pedanti, e a tre ban-

che; finalmente non sar in tutto perso lo studio

la fatica.

Questi furfanti da poco, vero che non


;

sapriano fare una di queste cose


rieno n anche, con dire, che ad
pi

ma non
un

si

degneil

poeta,

quale

che uomo, perch ha lo spirito divino, non conviene fare cose da uomo; e cos standosi su la riputazione, se '1 furor viene, faranno qualche pazzia; se no, si terranno le mani a cintola, e che , che , non faranno pane in casa, e poi, buona notte. Semi. Furfanti veramente! Non vidi mai, Sanga, convenienti epiteti che dare loro. Chi vuol i pi
pi bella furfanteria e adulazione, che quando se ne

vengono
ti

in petto e in persona con un tetrastico, e faranno prima un proemio o di scuse magre, o


tei

pure

vorranno dichiarare impudentissimamente,


l

dicendo, che in lauda vostra? e


a qualche cosa, bene
;

se

voi uscite

se no, con la
fin d'

medesima im-

pudenza vi affronteranno

un par di calze vecchie

promettendovi in pagamento di mettervi nell' opera loro, e farvi immortale; e talvolta saranno cos maligni, che se voi state sodo al macchione, vi minacceranno di scrivere contro, e darvi il licambeo ve^lene, e cotali altre loro inezie.

14
Satiga.

r> i

LOG
il

Come mi danno

mio

resto, quelle altre

sciocchezze, quando questa canaglia sta appostan-

ha un pezzo cicalato alle orecchie del Principe, chi la pi favorita e propinqua persona che abbi. Verbigrazia quando fatto un Papa, chi
do, poi che

Datario, o altri che abbi gli orecchi suoi; e lasciamo

andare che non solo non

lo

conoschino,

ma

li

ab-

bino voluto mal prima, e allora gliene voglino pi che mai per fare il fatto loro non si curano del
,

resto, e sfacciatamente si

mettono in laude sua a


e te

fare distichi, tetrastichi, endecassillabi, selve, boschi;

metton poi ogni cosa insieme

ne fanno un

li-

bretto in quarto foglio di forse dodici carte,

messo

ad oro coperto di taffett bertino o turchino, o verde che significa speranza, con fettuccie alla divisa, eccetera: dentro fanno la prefazione in lettere maiuscole in triangulo, pongono i cognomi, pronomi e agnomi loro, che si hanno mendicati dagli antichi per parer dotti e persone rare. Anzi quelli che il battesimo ha dati loro, per rinnegarlo bene e parere in ogni modo che possono di non esser cristiani, vanno mutando e stroppiando; e si chiameranno, verbigrazia, se uno ara nome Giovanni lano, se Domenico Domizio, se Luca Lucio, se Pietro Pierio o Petreo, se Tommaso Tamira o Tamisio. Al signore
a chi scrivono diranno Mecenate, o Varr, e cos gli

faranno un presente del quale non crederanno avere ricompensa, se si desse loro tutti i Vescovadi del mondo. Alcuni saranno che una qualche loro operetta fatta mille anni innanzi a diversissimo fine, o vero mutatis mutaiidis, volteranno a questo, o vero
lasceranno pure star cos, e faranno scrivere in lettera formata con le main>'^^ip'+tp d'oro, o di azzurro

CONTEA
lita e

POETI

15

oltramarino, e con una pistoletta dinanzi tutta pu-

da bene

la intitoleranno,

come ha

fatto l'Al-

cionio ; che quella sua operacela di Esilio

ha

intito-

lato a sette o otto persone ad un tratto. E in fin di essa diranno a quel tale: o et pi'aesidium et dulce decus itievM; con adulazioni per dentro impudentissime, da metterli issofatto sopra una schiavina. Ma che di-

remo della boria del fare stampare? Pu essere maggior vanit al monJb di questa? Non ha prima uno messo insieme cinquanta sillabe, che si consu-

ma

d'andare,

come costoro dicono,

in verga, ed esdi

ser portato per

Roma

o per le scale

Palazzo,

cima d'un baquando stone, allegando il detto di quella bestia pazza di Persio arciduca de' pedanti che bella cosa esser mostro a dito, e che si dica: il tale ito in istampa;
cappella o concistorio, in
;

credendosi cos dovere essere immortali. Berni. Voi mi fate ridere, Sanga; che e' pare che
vi siate

fermo sopra

la

vanit e leggerezza loro sola,


capitali e
le ribalderie

e avete lasciato e' peccati

che vi eravate prima messo a contare. Sanga. Non dubitate: questa stata un poco di evagazione per imitar loro, quando saltano di palo in frasca, sendo in su il pi bello di raccontare una cosa, e il tempo non ci fugge. Dove eravamo noi?
Berni. Circa alle cose della religione nostra, a pro-

vare che non ne servano straccio


dell'onorare
il

ed avevamo detto padre e la madre. Sanga, Bene sta; dopo quello ne viene che non si ammazzi, ove in verit per ora non mi soccorre esempio di omicidio attuale di alcun poeta. Ma voi sapete, che le cose della sacra Scrittura hanno pi sensi, e
:

a'icuni de' nostri dottori,

esponendo questo precetto,

16

DIALOGO

particolarmente intendono la morte degli uomini in due modi, l'uno per quella del corpo secondo il senso
litterale; l'altro per quella dell'anima

secondo
:

lo

allegorico.

Ute timere

Onde par che quel detto evangelico noeos qui occidmit corpus, animam miteni non
:

])ossmit interflcere

intendesse di queste due morti, e

dicesse che quelli sono terribili ammazzatori e assassini

sti sia

che ammazzano l'anima solamente, e da quemassime da guardarsi: e chi dir che e' non

volessi intendere de' poeti?

zano e cavano altrui l' Avete visto di sopra abbondantissimamente questo essersi provato per lo esempio mio, della cui disposizione il viso vi ha fatto testimonio, e voi ancora, sendo della opinione che sete centra di loro,
trino.

Che se e' non ammazanima, non ne voglio un quat-

so che

non senza ragione ed esperienza


non
glie

delle mali-

gnit loro dovete volerli male.

ne voglio a credenza vi so dire che e' son persone graziose ed attrattive da far l'amor con loro. Sanga. Dio grazia, in confirmazione di questo, se ogni altra cosa ci mancasse, essi medesimi non mi lasceranno mentire. Voi vi ricordate bene in quanti luoghi Catullo, che un di loro Satrapi, te li ritrova come asini, chiamandoli ora saecU incommoda; ora dolendosi d'uno amico, che li avea dato a leggere non so che libro d' un poeta, il quale dice d' esser pieno di veleno, e di pestilenzia. Orazio ancora, che fa la poetica, e par che li piaccia tanto, fa una satira intera centra uno di questi traditori, che una volta se li messe attorno a recitare versi e alla fine si vendica con dire che passando per corte Savella Dio r aiut, che uscirno fuori non so che sbiri-i '
Bern. Pensate che
: ;

CONTRA
messero colui
tutto
il

POETI

in prigione:

che cosi fosse fatto u

resto,

come fu presso che per intervenire ad


di che poi per

uno a questi
Beriii.

compassione che

li

fu

avuta, rimen cinque cavalli a casa!

La

intesi quella cosa e

piacquemi mirabil-

mente: cosi l'avessero messo nella secreta, e datoli li meritava assai pi innocenti. Egli, chi potesse altri meschini che quelli dere, ha fatto morir d'affanno a' suoi d cinquanta persone, recitando versi. Ha che pi bella prova
dieci tratti di corda, che forse

della lor malignit?

Non dicono
Cielo,

eglino che

e'

versi

possono tirar
e far mille

la

luna dal

cavar
di

li

spiriti delle

sepulture, tramutare

un campo

biada ad un altro,

ribalderie, sino a far crepar le serpi?

che sorta di veleno ci bisogna? Per Dio io credo che n l'arsenico, n il nappello, ne le cantarelle, n la polvere del diamante, n l'argento vivo, n il menstruo delle donne sia di tanta malignit, quanto sono i
versi,

che fanno

fin
si

seccare gli alberi. Vedete quel


iustifica l nella Priapeia
si

povero melo che quel vignaiuolo,

con lamentava perch si era secco, dicendo che uno epigramma traditore, che gli
il

quale

era stato attaccato, l'avea fatto seccare.


Sanga. Io per
s'io

me

l'ho detto sempre, e lo ridico;


gli altri

son mai signore, dove

sogliono per

del buon vivere mandar bandi che non si porti arme sulla terra, io )glio mandarli non si mostrino versi: e sopracci costituire uq bargello particulnre, che non attenda l'I altro d e notte, clie andar per la terra cercando maniche e il seno a' poeti per li versi come si fa delle arme: e tutti, quanti ne trova in fallo, tanti ne meni in prigione, dia la corda, e l' impicchi ancora.

quiete e

mantenimento

e proibizioni

Bernl.

Parie

T.

18

DIALOGO

E se pur non uscir co.^ al primo a far questo per non parere al vulgo ( che non sa quante giuste cause
arci di farlo) troppo crudele,
e far leggi, che

almeno metter gride

dai cristiani

come i Giudei per esser segnalati come gente infame e odiosa, portano le
il

berrette gialle o

pannetto rosso, cos

e'

poeti por-

tino la berretta verde, e per segno d' infamia e per-

ch
se
li

la

gente possi meglio guardarsi da loro, e non

lasciare accostare.

banda bianca, come gli ammorbati; e pi credo che farci una inquisizione particulare sopra i poeti, come si fa degli eretici, o de' marrani in Spagna: e sappiate che saria necessario, perch l'uomo non sa oramai pi da chi aversi a
Berni. Io dico la

guardare.

ribaldi, per poter meglio ingannare e

hanno cominciato andare in maschera, e dove prima solevano portare abiti da pedanti e da filosofi con le maniche lunghe, e con la berretta da una piega, o da prete, adesso vanno vestiti da uomo, e hanno cappe alla Spagnuola bigheassassinare altrui,
rate di velluto, e frappate, e mille gentilezze. Voi

credete talvolta abbattervi a qualche

gno
zer.

e galante: e darete in

Or

dell'

omicidio de'

buon compaun poeta che vi ammazpoeti avemo detto, benchf}

non abbastanza: pur basti che si sappi che sono ammazzatori d'uomini. Che siano anche ladri, non ne voglio altro testimonio che da loro stessi. Essi si tengono a gloria il rubare, e lo portano per impresa, dicendo che chi non ruba non pu essere buon poeta. Non mica che rubino cappe, n altro robe (il che credo per che sia non per coscienza, ma perch son da poco e poltroni, e sanno che se
f ussero

un

tratto acchiappati sariano carichi di l)a-

CONTI? A
stonate),
all'altro.

por TI
l'

19

ma rubano

bei tratti e le invenzioni

uno

sette cose che dice le sei


di

Comincisi da Virgilio, e si trover delle non son sue, ma o d'Omero,

Lucrezio, o d'Ennio, o di Catullo.

cosi anche

da credere che questi togliessero da altri, perch dicono che niente si pu dire che non sia stato detto prima. Venghisi poi ai nostri dolcissimi; che per Dio grazia, ci che scrivono, o sono (come essi chiamano) centoni, cio cose d'altri rappezzate e cucite insieme, o se pur sono di lor testa, son cose che non ne mangerebbono i cani; acciocch sappiate che li poeti de 'tempi nostri son qualche cosa peggio che non furono gli antichi. Ecco adunque che i poeti son ladri. Quid voUs videUir? Smiga. Fussi io cosi lor giudice, come sono accusatore vi so dire che non sariamo adesso in questa disputa, n mi domandereste il parer mio: che vi arei gi risposto con gli effetti.

e'
,

Marco. Ol, compar Berni!


Berni.

Che diavol sar? qualche poeta?

Marco. Ol.
Sanga. Giovanni; o Giovanni,. Giovanni!
Giovanni.

Sanga.

Oh oh, chi chiama? Tu dormi balordo, che ti

possi dormire gli


alla

occhi;

porta: tu

mai fa' altro che dormire. Vedi chi batte non odi?

Giovanni.

Eh

vo, signore. Chi quello?


il

Marco. Apri, diavolo: dove


Beird.

Berni?

Che sar, compare? Marco. O compare, buon d;

t, dice

monsignore

che vi dia queste lettere, e li parliate poi stasera. Berni. T su quest'altra maladizione. O Dio, dam-

mi pazienzia! Or non

vi par,

Sanga, che questi sieno

20
fratelli carnali de'

D T A I- o a o
poeti?
'l'

(|ua

vedi se

manca

lor

faccenda che vengono a turbar la quiete mia, scrivendo al Datario senza proposito per intratteni-

mento. uno che si scusa e pregalo che gli perdoni, se non gli ha scritto da otto d in qua che stato occupato e promette di ristorar per l' avvenire. Si trova pure alcuna sorta d'uomini, che potevan fare senza essere, anzi ariano fatto m^olto bene a non essere, perch son molesti a s e ad altri: certi fastidiosi scioperati, che credono acquistar ben della grazia de' Signori quanto pi li molestano e fastidiscono con quelle cortigianerie magre; una seconda specie di quelli che vengono a fare il coram vohis, e bella la stanza con le lor presenzie pontificali, credendo fare un gran piacere altrui e che si
, ;
,

abbia a restar loro obbligato; come quando


valca ancora
,

si

ca-

che

si

flccono altrui dietro per ac-

bisogna fare quistione con loro per ispiccarseli dalle spalle; e se alcuna volta mancano, fanno anche la scusa di non vi essere stati molesti, s che e' non possibile usar la libert che Dio ne ha data: e molti sono che a tuo dispetto vogliono che tu li conosca, e ti salutano, e si mettono a ragionar teco per forza.

compagnare,

Sanga.

Grande

infelicit certo della vita

umana

che simili animali si trovino al mondo. Ci parer poi gran fatto che la natura abbi produtto le mosche, e le pulci, e le cimici, e le bisce; quasi questi

non siano molto

pii fastidiosi e

dispettosi di quelle.

Berni. Sappiate che anche monsignore ha poca faccenda, e credo che il facci per fare rinnegare la

lede a noi altri: che se se gli togliesse dagli orecchi,

spacciandoli per

il

generale

come meritano

non

CONTEA
gli

POETI
le risposte

12

invitando coi buoni visi e con


,

a far

peggio

piglieriano partito
,

ben
,

presto.

Ma

ben sa-

pete che

sendo prosontiiosi naturalmente la prosunzione si mette volontieri ove trova buona stanza. Marco. Ors, compare, a Dio. che tu mi hai BeTii. Vatti con Dio a tua posta
,

dato

il

mio

resto.

Ma che colpa ci ho io, compare? Bemi. Nessuna: non mi tor la testa anche mi faresti far qualche pazzia. Marco. Ah, compar, tu hai il torto. Sanga. Compare, non te ne andare ancora
Marco.

tu,

che

sta'

un

poco da noi. Giovanni. Ors, messer Francesco,


pez
,

el

severe sta

sai fus sta mi poieta.

Benii. Per Dio

non

so; ancora

non ne son
ti

risoluto.

Giovamii. Cor/imo, mi poieta? ah maid.

Sanga. Vien qua, Giovanni: che

pare

di

questi

poeti?

Che pensi tu che siano?


,

Giovanni. Che soje mi; e ve ne ho oidi dir tant mal,

cha pens chi sien qualch nagirrmnte


ladre.

smarrivuo

Sanga. Perch ladri?


Giovanni. Perch vu m' hati veda cha

man guard

coni

dal foghe de lassarle intrar in camara.


Sanga.

E che credi tu che cerchino? Giovanni. A crez mi chi vagati fazand dal mal
,

e
i

ro-

band

de

sort, signor

cha te zure a De cha


,

me

atei

tant messe in desgrazia


el co' a

cha crez cha im per amor vostre.

rorfipro

im zorne

Sanga.
ni

Tu non mi

potresti fare

il

maggior piacere

mondo.
Bernl,

Ammazzane uno,

e pagati.

22
(xiomnni.
ve servir ?

DIALOGO
Mo
lag
,

pw far
che

a mi; voli altra vu,

cita

E savi

V ammazaro

con un sckioppet,
Giti in

dia son anc mi sta scoppettier del coni


tra

campe.

Marco. Oim, compari, che questo che avete confar ammazzare? Or non i poeti, che li volete sono eglino persone dotte ? Non fanno que' bei versi divini? Come? Che cosa questa? Berni. Sono, e fanno il malanno, che Dio dia loro, e presso che non dissi a te ancora. Tu vai cercando

stasera di capitar male.

Marco. Dio mi aiuti! perch capiter io male? Berni. Perch tu vuoi difendere e' poeti. Marco. Io voglio difendere la verit. Or

non

sail

pete voi quante laudi sono date loro da tutto

mondo ?
Saoifja.

Contamene un che

glie le dia.

Marco. I corrono per ora autori particolari.


Sanga.

poeti medesimi; che so io? non mi soc-

sempre una bestia, e empre sarai. Berni. Lasciate, che egli ha allegato il testimonio dice che i poeti medesimi si lodano. di san Gennaro non avete letto Ovidio massime in Marco. S quella elegia che fa della morte di Tibullo, ed esso
fusti
;
:

Tu

Tibullo?
Sanga. S
;

quando
,

e'

vuole intrare in grazia delle

che le Muse e Apollo son d' oro e di seta; sciagurato, che si doverla vergognare! Berni. Io aspettavo che egli allegasse il Donatello., perch comincia l'opera sua ^^Voeta, qtwi pars est?
donne, che dice
Marco.
poeti?
Tullio pr Ardila poeta, che difende cos gagliardamente quell'uomo da bene, laudando l'arte sua, e dicendone tante belle cose?

Non ci altri che Non avete voi letto M.

laudi la poetica che

CONTEA
quella orazione, poich
di

POETI

23

Sanga. Si par ben che tu

non
ti

la debbi

aver letta

non

accorgi del procedere

prima cosa ch'ei fa, si scusa d' avere a dir contra la opinione sua in laude della poetica; pure che per uno amico convien far cosi. Poi bon da crederli cosa che dica, come se quelli

M.

Tullio, e

che

la

sero mille bugie per fare

che fanno orazioni fussero evangelisti, e non dicesil fatto loro: e che esso
Tullio

M.

vanta in molti luoghi d'aver messo il cervello a partito ai giudici con le paroline sue, e datoli ad intendere una cosa per un'altra? Vedi
si

non

quel che

e'

dice poi a
,

sangue freddo
;

quando sta

in cervello

di

questa canaglia

se in moltissimi
,

luoghi non
studio loro

come bestie chiamando lo leggerissimo e vano? e non so dove adli

dileggia

duce il testimonio di quell'uomo da beue, M. Catone, che butt in occhio e riprese, come di cosa malissimo fatta, un M. Fulvio che aveva menato seco in Etolia un poeta; e chi? forse che fu un qualche
guattero

Fu

saria il Siculo o un altro deserto ? per Ennio, che, quanto patisce quella maladetta
,

come

professione, era assai comportabile poeta. Vedi poi in

quello de dimnatone che a provar la vanit di questo

studio dice, che Apollo quando ebbe fatto


versi
,

un pezzo
,

poi che
il

si

apersero gli occhi

alli

uomini

crebbe
si

giudicio, per lo meglio lasci stare di farne.

Ma quando
trovano

tutte queste ragioni gli mancassero,

non

infiniti

matti e privi di giudicio al


gli spiritati?

mondo ?

e che cicalano

come

tu non credi

essere

non possibile che la verit dopo essere stata un pezzo occulta venga in luce e
di quelli?
=;i

uno

ritrovi?

Marco.

S,

che

p.s 'libile.

24
Swtiga.

DIALOGO
Or questo
;

il

tempo, ancor che molto prima

sia stato
bestia, e
alle

e domandane Platone. Ma tu che se' una non sai che cosa sia poesia, te ne vai preso grida, e credi che sia una gran cosa mettere
gli

insieme cinquanta sillabe che stordischino altrui orecchi: e sappi che non niente.
;

Marco. Or io v'intendo voi volete parer cima d'uomostrando di mini con questa nuova invenzione sentire altrimenti di quel che sente tutto il mondo, e la e far il grande. Chi dicesse a voi che i versi poetica vi son stati buon mezzi a farvi conoscere
,

e acquistar quel loco che avete, e se

non fusse stato

questo, stareste freschi, che risponderesti voi?


Sanga. In f di Dio, s'io credessi averlo acquistato

per questa via

mi parerla
il
,

di esserne

tenuto a re-

stituzione, pi che se avessi prestato ad usura.

Tu

mostri ben d'aver

uomini da bene che ci amano di poco iudicio a credere che la grazia che avemo con loro proceda da questo. Ma saria gran fatto che come Dinocrate poi che ebbe un pezzo stracco le porte d' Alessandro Magno
padrone, e gli
altri
, ,

per aver audienza, e pregato


dieri, e

li

camerieri e scugli facessero l'im-

quanta famiglia avea, che

basciata, senza poter

mai impetrarlo,
si

alla fine finse

d'esser pazzo, e vestitosi da Ercule con la pelle del leone, e con la clava,
fece far largo, e con quella

ragia ^^enetr sino in camera, ed ebbe quel che volse,


cos avessimo fatto noi ancora.
ste tue

Non
,

sai tu

che que-

medesime

bestie confessano

che sWtitarii

skimlare loco prudentia

summa

est?

Berni. Deh scempio, egli peccato a parlar teco! Acci che tu veda che non si cicala a caso come fai tu, vion qu: provami, non dico che i poeti non abbino

COLTRA

POETI
(che questo

25
si

fatto infinite cose triste, e scelerate

sa, e se tu fussi venuto un poco prima, ne aresti sentito contare qualcuna), ma che ne facessero mai una buona. Marco. Come? Non si dice che Anflone col suon della sua lira senza opera umana edific le mura di Tebe? Sanga. Ah! ah! vedi se 1 furor divino lavora. Compare tu debbi anche tu esser mezzo poeta o vero tu hai bevuto un poco. Come ti se' abbattuto a ricordare Anflone che poco fa l' abbiamo concio per le feste. Or sappi che Anfione non fu poeta, ed vero che fece le mura di Tebe, perch fu muratore.
,

Marco.
Sanga.
sta

E E

voi siete baioni.

quel

ti

dico.

il malanno che Dio li dia. TriTebe se non fussero stati i maestri e manovali Sanga. Ben sapete, Berni, che se si presuppongono e l'annosi lor buoni i trovati e favole che e' fingono, che da uno inconveniente ne seguitano molti. Ma levateli le prosopopeie e la nebbia, con che adoprano e corrompono le cose, e cercate la verit; vedrete

Berni. Egli edific

che resteranno bestie. Marco. Oh! Orfeo, che fu poeta teologo, non si dice che con la dolcezza de' suoi versi cav la moglie dell'inferno, mosse le fiere, e i monti, e i fiumi, ei sassi? che costoro vogliono che per allegoria significhi, che la poesia ha tanta forza che muove a meraviglia gli

uomini grossi, e li fa disciplinabili e colti. Berni. Mades; di qui nasce che alli balordi e castroni solamente piaceno li poeti: gli uomini da bene, che hanno ingegno, non li possono patir di
vedere.

26 Sanga. Per

DIALOGO
non fusse per non parere pazzo come loro, e' mi fanno venir tate, se
i

mia

poeta, idest

lor tanta stizza eh' io sto per farli vedere se


tirare

sassi

con altro che con le viole e c'oi liuti, si possano e forse che si tireria altro che sassi. Ha trovato costui che Orfeo tirava a s i sassi, e che era teologo credi che la teologia stessi fresca nelle mani sue? che ti dovresti vergognare fece hene un fine quella bestia, da prosumere che fusse teologo, se vero , secondo la fede nostra, che chi ben vive ben muore. Marco. E che fin fece?
:

Sanga. Va' cercalo:


di loro.

cos lo facesse tutto

il

resto

che cosa fu? Sanga. Fu sbranato e squartato dalle donne: e quanta ragion n'ebbero, che il traditore trov quella bella invenzione che voi sapete. Berm. Si, questo ci rest a dire dei poeti, quando che avevamo a punto finito di dire costui venne
Marco.
,

Ma

del sesto peccato, e

eravamo per entrare


io vi

al

settimo

ove

si

proibisce l'adulterio.

Sanga.

Non

di

questo

assecuro

e invero

non

sono cos loro inimico che

la

passione non mi lasci


i

dire la verit. Cos lasciassero essi stare

figliuoli

come lasciano

star le

donne

d' altri

ci

hanno ben

provvisto, vi so dire.
Bernl. Voi avete, Sanga, tocco
il

bel

punto adesso
fin
e'

con provar

le ribalderie di colui dal tristo

che

fece. Sappiate ch'io

tengo per certissimo, che


forse esempj simili
di

fusse

cos trattato, perch era poeta.

Sanga. Ci

mancano

questa
ri-

canaglia? Vi giuro a Dio che credo, che pochissimi


siano morti sul letto loro
,

massime quei greci

CONTEA
baldi,
altri.

POETI

27

che erano ancora pi impii e scellerati che li Cominciamo un poco da Omero, che fu il primo

ad aprir la via a quest' altre bestie. Lasciamo stare che fusse cieco il tempo della vita sua, e mendicasse il pane cantando in banca, come il conte Otse voleva vivere alla fine mor disperato e tavio
,
:

crep per non aver potuto solvere lo enigma de' pidocchi. A Lino che anche lui fu maestro in teolo,

gia,

venne un tratto capriccio

di cantare in

banca

oche non avesse egli avesse stizza d'altro, o che colui buona voce, o che si fusse, ad Ercole mont la mosca, e prese la ribeca con che ei cantava, e ne gli fece una scuffia cos piacevole, che con essa lo mand a dormire, di sorta che non si svegli mai pi. A

come

quest'altro, e invit Ercole ad odire; e

Esiodo , che vide le Muse in carne e in ossa , una volta per mutar cibo venne voglia de' fichi fiori ; e dove gli altri poeti sogliono guardarsene come dal
fuoco,

una certa poco pratico, seppe s donna, con la quale, come ben governarsi che la sdegn; e fece si che contra il costume delle donne non solo non volse mai confantasia se gli tocc di

non so che

sentire,
fecelo

ma

lo

disse

ai

fratelli

e parenti suoi, e

ammazzare una

sera.

quella

bestiaccia

d'Empedocle, che andava in zoccoli per l'asciutto, venne un altro capriccio di diventar Dio prese una
:

ricetta di gettarsi in Mongibello, e gettvisi

e cos

in luogo di santo fu canonizzato per pazzo. Euripide


si sa,

mor

che fu magnato dai cani. Anacreonte forse che un fatto d'arme, o in qualche gloriosa impresa? Magnando dell'uva passa, un acino se gli
in

attravers gi per la gola e lo strangul. Eschilo


sciagurato, poi che fu stato tutto
il

tempo

della vita

38

DIALOGO
e Pagliari
, ,

perche li era stato che si guardasse da una cosa che gli doveva cadere in testa, e per questo non voleva a3itare in case murate, alla fine un d che andava passeggiando per un prato, e forse componeva versi una aquila che portava una tartaruga per aere la lasci cascare, e abbattessi a darli in su
detto dall' oraculo
,

sua sotto campane

la testa, e

^ie

la fracass di sorte

che non fece mai

un altro ghiotto che attendeva a dir male di questo e di quello, come suol fare la pi parte di questa canagl a quando si
pi n versi n altro. Eupolis,

muor

di

fame

non
le

si

sa aiutare altrimenti,

fu imbavagliato da Alcibiade e buttato in

un d mare che
:

mani! Un altro sgraziato che mangiava in tinello d'Alessandro Magno, e chiamavasi Cherilo, per parer che quel pane non fusse in tutto perduto, fece non so che Veneziade in laude sua; e un giorno, recitandogliela a suo dispetto gi per un fiume, Alessandro stomacato per la disonest delle buge che ci erano dentro, prima gli strapp il libro di mano e lo gitt in acqua, poi caric lui di pugna e ce lo mand drieto a capo di sotto. Quel Gallo, compar di Virgilio, per quello amorazzo che scrive nell'ultima egloga, perse il cervello eli venne appetito di diventar Bruto fece non so che coniurazione contra il principe, onde capit male. Lucrezio per le sue buone opere, che fece contro alla religione, prima impazz, poi si ammazz da s stesso. Lucano, sapete che Nerone li dette la stretta, che
benedette gli sian
:

mai altra buona opera a' d suoi; e beati noi, se come seg le vene a Seneca vecchio, cos avesse segata la gola anche al nipote, a Silio Ita-

non

fece

lico,

a Marziale, e a quell'altra canaglia, che empi

CONTEA

POETI

29

poi il mondo di veleno. Di Ovidio dicemmo di sopra che mor di freddo in quel paese. Quell'altra pecorn favorita de'pedanti di luvenale, anch'egli ebbe bando del capo, e fece una morte simile. Di quelli che son
stati ai d nostri ci
Il

ha anche da dir qualche cosa.

Marnilo, che faceva aperta professione di

non

cre-

dere in Cristo, anneg

come un

ribaldo; che era in

chiamato Cecina. Il aiuzzarello per li suoi buon portamenti fu buttato in un pozzo insieme con la sua mula e il garzone n mai pi si vide. Messer Marco Cavallo poco pi d'uno anno che contraffece Catone Uticense, perch
iu quel di Pisa,

un fiume che

aveva il cognome suo, e chiar il mondo del cervello che si ritrovano i poeti. Dire, che il Postumo ammonito lungo tempo dalla febbre quartana che faceva male a far versi, e alla fine come miscredente fu ammazzato da essa, impertinente. E lungo saria raccontare l'infelice fine della maggior parte di in loro basta che conosciate per questi esempj che grazia siano appresso Dio gli uomini di questa
:

Or va adesso, compare, e difendi e' poeti impara a far versi. Marco. Voi m'avete mezzo sbigottito oh possibile che siate cos inimici di tutti generalmente?
professione.
va,
;
:

Scinga.

Di

tutti.

Marco. Di tutti?
Sanga. Messer
s,

di tutti.

Marco.
Sanga.
:

Non

ve ne dispiace
sai

men uno

che un altro?

com'ella ? nessuno me ne piace pur per far piacere a te , se vuoi eh' io dica quel che ne sento, il dir. E' poeti mi paiono quella sorte d'animali che disse il Piovano Arlotto nella sua predica che non erano buoni se non morti o

Compare,

So

DTA

T.

GO
;

questi erano i porcL I poeti sono come i porci se pur mi piaceno, non mi piaceno e non morti: per
vorrei che fussino tutti morti.

Marco.
stra,

che leg-gerezza e incostanza la vocompari, che io vi ho gi sentito dire mille


,

Oh

beni del Fontano, del Vida, del Sannazzaro

del

Bembo,
Sanga.

del Navaiero, del

demia, e ora ne dite

Molza e degli tanto male?

altri dell'Aca

ho io detto che tu fosti sempre unn sempre sarai? Or se' tu cos matto, che tu pensi ch'io chiami poeta chiunque fa versi? e ch'io metta questi uomini da bene, che hai raccontato, e
ti

Non

bestia, e

molti altri amici miei in conto e in dozzina di poeti? Io non chiamo poeta, e non danno, se non chi fa versi

solamente e sti di sopra


versi,
d

tristi
si

non

buono ad

altro.

Que-

sa chi sono, e se sanno .far altro che


e'

quando
;

vogliono. Essi

non fanno profession

pur han fatto qualche cosa ai suoi di, mostrare al mondo che oltre alle opere virtuose, che appartiene a far ad uomo, non im^^ pertinente con qualche cosa, che abbi men del grave, recrearsi un poco e che sanno anche far delle bagattelle per passar tempo. Anzi dir che quelli pochi versi che han fatto, han fatto per mostrare a quepoeta
e se

stato per

sti

animali che sono asini e ignoranti, e che quando


si

vogliono sanno far meglio coi piedi quello, che essi

stentano e sudono e
Grio.

mordono
,

le

mani facendo.

Mo

messer Marche

non disir ben di poiete,


e che t'han fatto

cJia crezer) cita siat

poieta anca tuie, esivatorrmal.


;

Marco. T su quest'altro
a te?

poeti

Sanga. Compare, la verit troppo potente credi, che non senza causa ha messo a costui nell' animo
:

questa impressione.

COXTTA

POTI
,

3l

Mafco.
Berni.

E
Il

tu, compar Berni


dissi

clie

hai fatto

ie

An-

luille e le

Pesche e la Primiera^ non sei poeta?

compare e confessai che era stato poeta, rendendomene in colpa come dolente e pentito e proponendo a essere alprima
elie

tu venissi

trettanto ostinato contrario; cos


e

il

ridico

adesso,

confermo che mi spoeto.


quali

se quelle baie che tu

non credere che abbi durata una fatica al mondo, perch mi son venute fatte) si debbono chiamare poesia, da ora io le rinunzio ma non le tengo per tali, perch con esse non ho fatto quel
di' (nelle
;

che soglion far

poeti coi lor versi

d' acquistarsi

nemico ognuno. Anzi pi tosto credo esser voluto mal da qualcuno che ara voluto verbigrazia , che
,

gli dia le

pesche; che sapete piacciono a molti, e non

r ar potuto dare cos presto, e va' discorrendo. Pure se anche per questo debbo esser detto poeta, io rinunzio al nome; e se da mo innanzi, compare, tu trovi ch'io faccia mai pi versi (se non comandato da chi pu sforzarmi), di' ch'io sia un can traglie

ditore.

ho detto e ridico io. io ho paura che se i poetj risanno queste cose che voi dite di loro, sendo tanti e s maladetti, vi si metteranno attorno con li versi
Sauga. Altrettanto

Marco. Compari miei,

e vi

faranno una schiavina. Berni. Eh , compare, semo stati poeti ancora noi
e

sapemo quel che sanno,


tantos mih flvge metus.

possono fare

e'

poeti

Ne

Sanga.

Oh
la

volessi Dio darmi tanta allegrezza! che,

bench

maggior difesa

di loro, saria far

che potessi fare contra , tanto conto di loro versi, come se


drieto;

tanti asini

mi gridassero

non

di

meno

per

32
trattarli

D lyM. o

ri

da asini a bn^toimte, gi che chiamano dar

bastonate il dir male, e la maggior vendetta che usino questa, vi do la fede mia, che se gli tanta
lia

lor disgrazia che egli aprino la bocca,


,

ne dar
delle

lor tante che gli pester

far

lor

conoscere se

quando voglio ancor io son poeta, e armato medesime armi che essi minacciono.
Berni. Egli vero che
e'
,

son maligni e traditori non di meno sono anche poltroni e da poco come dicemmo di sopra; e non credo che saranno cos pazzi, che intendendo per quante vive ragioni questa opinione della tristizia e dappocaggine lor sia
;

rarci

cominciata a svegliarsi negli uomini , e debbi dusi mettino sfacciatamente ad impugnare la


,

verit, che
latti, e

ben sanno dopo

le

parole

si

viene

ai

come si castigano i discredenti. Nondimeno, compare se e' non fussero ancora ben chiari tu che sai se ancor io mi trovo la mia parte della lingua quando ci metto mano, guadagnati un par di
,

calze; va', di' loro da parte nostra, che venghino via, che noi stiamo paratissimi soli, senza altro aiuto, a difendere la verit, e mantenerli quel che si detto

qui

che

li

poeti sono la pi inetta, la pi maligna,

la pi trista, la pi sciagurata

gente che viva.

Marco. Questa senseria non voglio far io, compare, che non ho bisogno di rilevare, o dall' una parte o dall'altra, qualche bastonata. Pi tosto voglio esser con voi a dirne male e averli per inimici che ad ogni modo mi pare abbiate mille ragioni, e dichiate
,

pi che

'1

vero, che

e'

sono una canaglia.


e re voie

Dio

compari.
G?'ov.
sti

messer Marche,

ben :

mo sappia che

potete son

mala

zente.

CONTEA
lasciate stare

POETI
i

33

Sanga. Otb, ci resteria a finire


i

dui ultimi
;

perch

comandamenti: e si contengono
;

quasi in quelli di sopra


il

dite del falso testimonio


si

quale peccato cos spesso ne' poeti, che

pu

medesima, e quante volte aprono la bocca, tante mentino per la gola. E se quelli che ministrano la giustizia facessero il debito loro, che che , voi trovereste in ponte un poeta immitriato un altro scopato un altro suggellato chi col naso mozzo; chi senza orecchi, tutti per testimoni falsi.
dire sieno la falsit
;
;

Poi seguiteriano

li

sette peccati mortali,


le sette

cinque

sentimenti del corpo,


dia.

opere della misericor-

Ma

ci

bisogneria una notte pi lunga, che non


voler cenare, me,

fu quella della concezione d'Ercole, secondo le lor

bugie.

E perch monsignor deve


andiamo
:

glio che

poi dopo cena

se

non

ci

sar

qualche lettera traditora da rispondere, finiremo di


dire
il

resto.

Buona

notte.

Bem'.

Parte

I-

RIME

in

IL
IN

LASCA
LODE

DI MESSER.

FRANCESCO BERNI

voi, ch'avete

non gi rozzo o
il

vile.

Ma

delicato e generoso

core.

Venite tutti quanti a fare onore

Al Berni nostro dabbene e gentile*

lui fer tanto,

con sembiante umile,


le

tanto e tanto

Muse

favore.

Che primo

stato, e vero trovatore.


stile.

Maestro e padre del burlesco

E seppe

ben dire e fare Insieme colla penna e col cervello. Che invidiar si pu, non gi imitare.
in quello si
sia chi

Non

mi

ragioni di Burchiello,

Che

saria proprio

come comparare

Caron Demonio all'Agnol Gabriello. Leggete, questo '1 bello. Quanti mai fece versi interi e rotti, Tutti son belli, sdrucciolanti e dotti;

fi

tra sentenze e motti.

Detti e facezie, tanto stanno a galla.

Che a leggergli ne va

la

marcia spalla.

Chi non ha di farfalla, Ovver d'oca il cervello, o d'assiuolo. Vedr eh' io dico il vero, e ch'egli solo. E mentre al nostro polo
Intorno gireranno
Fia sempre
il
il

carro e

'1

corno,

nome suo

di gloria adorno.

IL

LASCA

CHI LEGGE

01,

ch'ascoltate in rime sparse


'1

il

suono

Di quei capricci che

Berni divino

Scrisse cantando in volgar Fiorentino;

Udite ne la

fin

quel ch'io ragiono:

Quanti mai fur Poeti al mondo e sono Volete in Greco, in Ebreo o in Latino,

petto a lui

non vagliono un lupino,

E con un
Che ve

Tant' dotto, faceto, bello e buono. stil senz'arte, puro e piano. Apre i concetti suoi s gentilmente.
li

par toccar proprio con mano.

Non

offende gli orecchi de la gente

Colle lascivie del parlar

Toscano, Unquanco, guari, mai sempre e sovente. Che pi ? da lui si sente Anzi s'impara con gioia infinita

Come

viver

si

debbe in questa

vita.

40

IL

BERNI
IN

NOME

DI M. PRINZI VALLE

Da PONTREMOLI

buone persone. Che costui ch'ha composto questa Non persona punto ambiziosa, Ed ha dirieto la riputazione.
01 avete a saper,

cosa,

L'aveva fatta a sua soddisfazione. Non come questi Autor di versi e prosa. Che per far la memoria lor famosa, Voglion andar in stampa a processione: Ma perch ognun gli rompeva la testa,

Ognun la domandava e la voleva. Ed a lui non piaceva questa festa.


Veniva questo
e quello, e gli diceva:

tu mi dai quel libro , o tu

me

'1

presta

se gliel dava,

mai non
fatti

lo rendeva.

Ond'ei, che s'avvedeva


Ch' alfin n' arebbe
Deliber levarsi

pochi avanzi
dinanzi.

ognun

venutogli innanzi

Un

che di stampar opere lavora,


:

Disse stampami questo in la mal ora

Cos l'ha dato fuora;

voi, che n'avevate tanta frega,


la bottega.

Andatevi per esso a

41

IL
IN

LASCA

NOME DEL BERNI

HI

brama

di fuggir

malinconia.

Fastidio affanno dispetto e dolore;

Chi vuol cacciar da s la gelosia, martel d' amore , come diciam noi Legga di grazia quest'opera mia. Che gli empir d' ogni dolcezza il core Perch qui dentro non ciarla e non gracchia
, ;

11

Bemho Merlo

'1

Petrarca Cornacchia.

Capricci sentirete incancherati,

Ch* a mio dispetto mi volean venire

s'allor

non

gli avessi svaporati.

Mi conveniva impazzare

e stordire:
i

Dunque stien cheti e sien contenti Non mi scomunicare o interdire.


Perch
Poi
gli
si

Frati

avrien cinquanta mila torti;

non

fanno queste cose a

morti.

42

se pi volte guastai la
Io

Quaresima

me

ne son pi volte confessato:

Perch'ella sempre

una cosa medesima, Se ne fa s per tutto buon mercato. Ma or per non tenervi troppo a ere sima
Chi vuol viver allegro in ogni stato. Senza imparare o cercare altre vie,

Comperi, e legga pur


Voi sentirete infra
i

le

rime mie.

pi degni eroi.

Che nominar con laude m'apparecchio, La Peste ricordar, la qual fra voi

pi utile e sana , che

'1

vin vecchio

Anguille, cardi, ghiozzi e pesche poi.

Cose non gi da darle

al

Ferravecchio;

Ma

da tenerle pi care che l' oro: Ors leggete intanto Fracastoro.

M. Pmizivalle da PontremoU,

iS

CAPITOLI

I.

A MESSER lERONIMO FRACASTORO

VERONESE
DITE, Fracastoro, un caso strano.

Era

ito

Degno di riso e di compassione, Che l'altr' ier mi 'ntervenne a Povigliano. Monsignor di Verona mio Padrone, quivi accompagnare un frate
,

Con un branco

di bestie e di persone.

Fu

a' sette

d'agosto, idest di state,


tutte a tanta gente.

E non bastavon
Se ben tutte
Il

le

stanze erano agiate.

prete della villa,

un

ser saccente

Venne a far riverenza a Monsignore, Dentro non so ma fuor tutto ridente Poi volto a me, per farmi un gran favore, Disse: stasera ne verrete meco, Che sarete alloggiati da signore.
,
;

44

CAPITOLI
vin, che fa vergogna al greco.
vi

r ho un

Con esso

dar frutte e confetti

Da far vedere un morto, andare un cieco. Fra tre persone arete quattro letti Bianchi, ben fatti, isprimacciati, e voglio
Che mi
Io

diciate poi, se saran netti.


tai bestie

non soglio. di non dare. Come detti in malora, in uno scoglio. In^f di Dio, diss'egli, io n'ho a menare Alla mia casa almanco due di voi: Non mi vogliate questo torto fare.
Lo
licenziai,

che gioir di

temendo

Ben, rispos'io, messer, parlerem poi:

Non

fate qui per or questo fracasso

Forse d'accordo resterem fra noi.

La sera dopo cena andando a spasso. Parlando Adamo, ed io, di varie cose.
Costui faceva a tutti il contrabbasso. Tutto Vergilio, e Omero c'espose.
Disse di voi, parl del Sanazzaro:
Nella bilancia tutti a due vi pose.

Non son,

diceva, di lettere ignaro,


in arte metrica erudito;

Son bene

io dicevo, basta, io l'ho

ben caro.

Animai mai non

vidi tanto ardito,

Non arebbe a Macrobio, e ad Aristarco, N a Quintilan ceduto un dito.


Era ricciuto questo prete,
e l'arco

Delle ciglia avea basso, grosso e spesso.

Un ceffo accomodato a far san Marco. Mai non volse levarcisi d'appresso.
Fin eh' a Adamo, e a

me

dette di piglio,

bisogn per forza andar con esso.

A lERONIMO PRACASTOKO
Era discosto pi d'un grosso miglio L'abitazion di questo prete pazzo, Contr'al qual non ci valse arte o consiglio. Io credetti trovar qualche palazzo

45

Murato di diamanti e di turchine, Avendo udito far tanto stiamazzo.

Quando Dio

volse, vi
in

giugnemmo

alfine.

Entrammo
Convenne

una porta da soccorso


l'usato corso,

Sepolta nell'ortica e nelle spine.


ivi lasciar

salir su per una certa scala.

Dove

aria rotto

il

collo ogni destr' orso.

Salita quella, ci

trovammo

in sala.

Che non era. Dio grazia, ammattonata, Onde il fumo di sotto in essa esala. Io stava come l'uom, che pensa e guata Quel ch'egli ha fatto, e quel che far conviene. Poich gli stata data una canata. Noi non l'abbiamo. Adamo, intesa bene.
Questa
la casa, dicev'io, dell'Orco:

Pazzi che noi siam stati da catene.

Mentre io mi gratto il capo e mi scontorco Mi vien veduto attraverso a un desco

Una

carpita di lana di porco.


,
:

Era dipinta a olio e non a fresco Voglion certi dottor dir ch'ella fusse Coperta gi d'un qualche barberesco. Poi fu mantello almanco di tre usse.
Poi fu schiavina, e forse anche spalliera,

Finch' a tappeto alfln pur


vSopra al desco

si

ridusse.

una rosta impiccat'era Da parar mosche a tavola e far vento.


Di quelle da taverna viva e vera.

46

eA P

TO

1.

mosso questo nobile strumento Da una corda a guisa di campana,

E d

nel naso altrui spesso, e nel mento.

Or questa s, che mi parve marchiana; Fornimmi questa in tutto di chiarire


Della sua cortesia sporca e villana.

Dove abbiam noi, messer,


Venite

dissi,

a dormire?

meco
il

la signoria vostra
'1

Rispose

sere, io ve
;

far sentire.

Io gli vo dietro

il buon prete mi mostra La stanza eh' egli usava per granaio Dove i topi facevano una giostra. Vi sarebbe sudato un di gennaio.

Quivi era la ricolta, e

la

semenza,
'1

'1

grano, e l'orzo, e la paglia e

pagliaio.

Eravi

un

cesso senza riverenza,

Un

Dove

camerotto da destro ordinario. il messer faceva la credenza:


le scodelle

La credenza facea nel necessario.


Intendetemi bene; e

Teneva in ordinanza in sull'armario. Stavano intorno pignatte e padelle,


Coreggiati, rastrelli, e forche, e pale.

Tre mazzi
Quivi
ci

una pelle. volea por quel don cotale


di cipolle e

E E
io

disse: in questo letto dormirete;

Starete tutt' a due da

un

capezzale.

a lui, voi non mi ci correte. Risposi piano, albanese messere;

Datemi ber eh' io mi muoio di sete. Ecco apparir di subito un bicchiere. Che s'era cresimato allora allora, Sudava tutto, p non potea sedere:

A lERONlMO FRACASTORO
Pareva il vino una minestra mora; Vo' morir, clii lo mette in una cesta. Se 'n capo all'anno non vel trova ancora. Non deste voi bevanda si molesta

4'

Ad un eh' avesse Com^ quella era


In questo,

il

morbo

o le petecchie

ladra e disonesta.

addosso a due pancaccie vecchie

Vidi posto

un

lettuccio, anzi

un

canile;

E
Il

dissi: quivi appogger l'orecchie.

prete grazioso, almo e gentile

Le lenzuola

f tr dall' altro letto

Come fortuna va cangiando stile. Era corto il canil, misero e stretto, Pure a coprirlo tutto, due famigli Sudaron tre camicie ed un farsetto; E v'adopraron le zanne e gli artigli.
Tanto tirar que' poveri lenzuoli. Che pure a mezzo alfin fecion venigli. Egli eran bianch come due paioli. Smaltati di marzocchi alla divisa: Parevon cotti in broda di fagioli.

La

lor sottilit resta indecisa

Fra Cosa nessuna non era divisa. Qual colui , che a perder va la vita Che s'intrattiene, e mette tempo in mezzo, E pensa, e guarda pur s'altri l'aita;
Tal io schifando a quell'orrendo lezzo;

loro e la descritta gi carpita

Pur fu forza il gran calice inghiottirsi E cos mi trovai nel letto al rezzo. Muse, Febo, o Bacco, o Agatirsi,
Correte qua, che cosa
s

crudele
dirsi.

Senza l'aiuto vostro non pu

, ,

48

CAPITOLI

le dure mie querele. Raccontate l'abisso, che s'aperse. Poi che furon levate le candele. Non men tanta gente in Grecia Serse, N tanto il popol fu de' Mirmidoni Quanto sopra di me se ne scoperse; Una turba crudel di cimicioni. Dalla qual poveretto io mi schermia. Alternando a me stesso i mostaccioni. Altra rissa, altra zuffa era la mia. Di quella tua che tu, Properzio, scrivi Io non so in qual del secondo elegia. Altro che la tua Cintia avev' io quivi Era un torso di pera diventato, un di questi bachi mezzi vivi, Che di formiche addosso abbia un mercato: Tante bocche mi avevan, tanti denti Trafitto, morso, punto e scorticato. Credo che v'era ancor dell'altre genti.
"

Narrate voi

Come dir Non men


Io

pulci, piattole e pidocchi.


di quelle

animose e

valenti.

non poteva valermi degli occhi,


Perch' era al buio
,

ma

usava

il

naso

conoscer

le

spade dagli stocchi.

E come

fece colle

man Tommaso,
io

mi certificai. Che r immaginazion non facea caso. Dio vel dica per me, s' io dormii mai
Cosi con quello
:

L'esercizio fec'io tutta la notte.

Che fan per

riscaldarsi

marinai.
rotte.

Non cos D le volte

spesso, quando l'anche ha

Tifeo l'audace ed empio,


le valli e le

Scotendo d'Ischia

grotte.

A lEROKIMO FRACASTORO
Notate qui eh" io metto quest'esempio

4^

Levato

dall' Ene'da di

peso,

E non

vorrei per parere

un scempio

Perch mi han

detto che Vergilio ha preso

Un
Il

granciporro in quel verso di Omero,

qual non ha, con riverenza, inteso:


di

certo strana cosa, s'egli vero.

Che

Ma

lasciam

due dizioni una facesse; ire, e torniam dov' io

ero*

Eran nel palco certe assaccie fesse Sopra la testa mia fra trave e trave. Onde calcina parca che cadesse:
Aresti detto che le fussin fave.

Che rovinando in sul palco di sotto, Facevano una musicfl soave


;

Il

qual palco era d'asse anch' egli, e rotto,

il fumo che quivi si stillava Passando agli occhi miei faceva motto. Un )amhino era in culla che gridava E una donna vecchia che tossiva, E talor per dolcezza bestemmiava. Se a corteggiarmi un pipistrel veniva, E a far la mattinata una civetta. La festa mia del tutto si forniva;

Onde

Bella quale io

non credo avervi detta La millesima parte, e poi ci quella Del mio compagno ch'ebbe anch' ei la

stretta.

Faretevela dir, poich'ella bella:


stato detto ch'ei ve n'ha gi scritto, vuol scriverne in greco una novella. In poco pi che durava il conflitto

Mi

Io diventava

il

venerabil Beda,

He

l'epitaffio

suo l'ha ben descritto.


T,

Berni

Porte

50

CAPITOLI

Mi levai ch'io pareva una lampreda, Un'eutropia fine, una murena: E chi non me '1 vuol creder non me '1 creda. Di buchi aveva la persona piena: Era di macchie rosse tutto tinto; Pareva proprio una notte serena. Se avete visto un san Giulian dipinto Uscir di un pozzo fuor fino al bellico,
D'aspidi sordi e d'altre serpi cinto;

un san Giob in qualche muro antico, E se non basta antico, anche moderno,
sant'Anton battuto dal nemico;
Tale avevan di

me

fatto

governo

Coji morsi, graffi, stoccate e ferite.

Quei veramente diavoli d'Inferno.


'

Io vi scongiuro, se voi

mai venite

Chiamato a medicar quest'oste nostro.


Dategli ber a pasto acqua di vite:
Fategli fare

un

servizial d'inchiostro.

V/VAyxA.-'V

u
IL

DELLA PESTE

A MAESTRO PIERO BUFFETTO CUOCO


i-

,on

ti

maravigliar, maestro Piero,

S'io

non volevo

l'altra sera dare

Sopra quel dubbio tuo giudizio intero

Quando stavamo a cena a disputare


Qual era miglior tempo, e la pi bella Stagion, che la natura sappia fare;
Perch questa una certa novella, Una materia astratta, una minestra,

Che non la pu capire ogni scodella. Cominciano i poeti dalla destra Parte dell'anno, e fanno venir fuori

Un

castron coronato di ginestra;


e di fiori.
gli

Copron la terra d'erbette Fanno rider il cielo e

elementi,

Voglion eh' ognun s'impregni e s'innamori,

Che

frati, allora usciti de'

conventi.
a dieci, a venti

Ai capitoli lor vadino a schiera

Non

pi a due a due,
il

ma
si

Fanno che

pover asin
alle

dispera

Ragliando dietro

sue innamorate: cos circonscrivon primavera.

'tt2

CAP

Altri

hanno detto, che g-li me' la state. Perch pi s'avvicina la certezza, Ond' abbino a sfamarsi le brigate:
il

Si batte

gran,

si si

sente una allegrezza

De' frutti, che

veggono indolcire

Dell'uva, che comincia a farsi ghezza.

Che non si pu cos per poco dire; Son quei d lunghi, che par che s'intenda
Per discrezion, che l'uom debba dormire. Tempo ha di farla almen, chi ha faccenda: Chi non ha sonno, faccenda o pensieri, Per non peccare in ozio, va a merenda:

si

reca dinanzi
al

un

tavolieri

Incontro

ventolin di qualche porta

Con un rinfrescatoio di bicchieri. Sono altri, ch'hanno detto, che pi importa


Averla inanzi cotta, che vedere

Le cose insieme, onde si fa la torta: E per la stagion che d da bere.

Che apparecchia

le

tavole per tutto.

Ha
Che

quella differenza di piacere.


:

l'opera, il disegno, il fiore, e 1 frutto Credo che tu m'intenda, ancorch scuro

Paia de' versi miei forse il construtto. Dico che questi tal voglion maturo Il frutto, e non in erba, avere in pugno.

Non in aria l'ucccl, ch' pi sicuro; Per lodan l'ottobre pi che '1 giugno. Pi che '1 maggio il settembre e con effetto Anch'io la lor sentenza non impugno. Non manonto ancor chi abbia detto Gran ben del verno, allegando ragioni:
:

Che

allor dolce cosa star nel letto;

DELLA PESTE
Che
tutti gli auimali allor

38

son buoni

Infino a' porci, e fansi le salsiccie


Cervellate, ventresche e salsiccioni;

Escono in Lombardia fuor le pellicce, Creseonsi gii spennacchi alle berrette,

fassi
i

il

Giorgio colle seccaticcie.

Quel che

d corti tolgon, si rimette

In altrettante notti; stassi a veglia

Fino a quattr'ore, e cinque, e sei, e Adoprasi in quel tempo pi la teglia A far torte, e migliacci, ed erbolati.

sette.

Che la scopetta a Napoli, e la streglia. Son tutti i tempi egualmente lodati:

Hanno tutti esercizio, e piacer vario; Come vedrai tu stesso, se lo guati.


Se guati, dico, in su
'1

tuo breviario
cuoci
il

Mentre che
Chi cuoco
ti

di' l'uflzio, e

bue,

Dipinto addietro, a pie del calendario.


parr,

come

sei tue,

chi si scalda, e chi pota le vigne.

Chi va con lo sparvier pigliando gruc. Chi imbotta il vin, chi la vinaccia strigne

mesi hanno sotto le lor feste, Com' ha fantasticato chi dipigne. Or piglia insieme tutte quante queste
Tutti
i

Opinioni, e tien, che tutto baia,

A paragon
N
vo'

tempo della peste. che strano il mio parlar ti paia.


del
favelli,

N ch'io

anzi cicali a caso.

Come

s'io fussi

un merlo

una ghiandaia.

Io ti voglio

empier

Dell'intelletto, anzi

che tu facci

il vaso colmar lo staio, come san Tommaso.

fino all'orlo

54

CAPITOLI

Dico che sia settembre, o sia gennaio, altro, appetto a quel della moria,

Non bel tempo, che vaglia un danaio, E perch vegghi ch'io vo per la via, E dotti il tuo dover tutto in contanti,
Intendi molto ben la ragion mia.

Prima

ella

porta via tutti

furfanti.

Gli strugge, e vi fa buche, e squarci drente,

Come
K
fa

si fa

dell'oche l'Ognissanti.
di stento:

gran bene a cavargli

In chiesa

non

pi chi t'urti o pesti

In su

'l

pi bel levar del sagramento.

Non

si

tien conto di chi accatti, o presti:

Accatta, e fa pur debito se sai.

Che non creditor, che ti molesti. Se pur ne vien qualcun, di' che tu hai Doglie di testa, e che ti senti al braccio: Colui va via senza voltarsi mai.
Se tu vai fuor, non hai chi ti dia impaccio. Anzi t' dato luogo, e fatto onore. Tanto pi se vestito sei di straccio.
Sei di te stesso e degli altri signore.

Vedi fare alle genti i pi strani atti. Ti pigli spasso dell'altrui timore.
Vivesi allor con nuove leggi e patti.
Tutti
i

piaceri onesti son concessi.

Quasi lecito agli uomini esser matti. Buoni arrosti si mangiano e buon lessi; Quella nostra gran madre vacca antica Si manda via con taglie e bandi espressi

Sopra tutto si fugge la fatica Ond'io s^on schiavo alla peste in (-atena. mia mortai nemica. Che l'urta e l'altra
:

('

DELLA PEK TE
Vita scelta
Il

00
;

si fa,

chiara, e serena

tempo

si
'1

Tutto fra

dispensa allegramente, desinare e fra la cena.

S'hai qualche vecchio ricco tuo parente. Puoi disegnar di rimanergli erede.

Purch

gli

muoia

in casa

un solamente.

Ma

questo par che sia contro alla fede. Per sia detto per un^verbigrazia.

Che non

si

dica poi: costui

non

crede.

Di far pazzie la

natura

si sazia.

Perch 'n quel tempo. si serrau le scuole, Ch' a' putti esser non pu la maggior grazia, Fa ognun finalmente quel eh' e' vuole
:

Dell'alma libert queir stagione

Ch'esser

cara a tutto

il

mondo

suole.

salvo allor l'avere e le persone;

Non

dubitar, se

ti

cascassin gli occhi.

Trova ognun le sue cose ove le pone. La peste par ch'altrui la mente tocchi,

la rivolti

a Dio: vedi le

mura

Di san Bastian dipiute, e di san Rocchi. Essendo adunque ogni cosa sicura,

Quest' quel secol

d' oro, e

quel celeste

Stato innocente primo di natura.

Or

se queste ragion son manifeste.

Se le tocchi con man, se le ti vanno. Conchiudi, e di', che tempo della peste
'1

'1

pi bel tempo, che sia in tutto l'anno.

,,

5^

CAPITOLI

m.

DELLA PESTE

IL

Ancor non ho

io

detto della peste


dir,

Quel ch'io poteva

maestro Piero,

N l'ho vestita dal d delle feste; Ed ho mezza paura, a dirti il vero. Ch'ella non si lamenti, come quella, Che non ha avuto il suo dovere intiero. Ell' bizzarra, e poi donna anch' ella: Sai tutte quante che natura eli' hanno
Cantai di

Voglion sempre aver piena la scodella. lei, come tu sai l' altr' anno

E com'ho
Per de'
fatti

detto, le tagliai la vesta

Larga, e pur mi rimase in


Coirai uto di Dio,
si

man

del panno.

suoi quel eh' a dir resta


dir ora;
la testa.

Non

vo', ch'ella

mi rompa pi
il

lo lessi gi d'un vaso di

Che v'eran dentro

Pandora, canchero e

la febbre,

mille morbi, che n'usciron fuora.


'1

Costei le genti, che

dolor fa ebbre,

Saetterebbon veramente a segno. Le mandano ogni d trecento lebbre.

Perch par loro aver con essa sdegno: Dicon; Se non s'apriva quel cotale. Non bisognava a noi pigliare il legno.

DELLA PESTE
Infln,

31

quest'amor proprio ha del bestiale;

l'ignoranza, che va sempre seco.

Fa che 1 mal bene, e '1 ben si chiama male. Quella Pandora un vocabol greco. Che in lingua nostra vuol dir tutt' i doni E costor gli hanno dato un senso bieco. Cosi son anche molte opinioni, Che piglian sempre a rovescio le cose: Tiran la briglia insieme, e dan di sproni. Piange un le doglie e le bolle franciose. Perch gli pazzo, e non ha ancor veduto
Quel, che gi messer Bin di lor compose.

Ne dice un ben, che non saria creduto;


Leggi, maestro Pier, quella operetta,

Che tu arai quel mal, se non l' hai Non fu mai malattia senza ricetta.
La natura
l'

avuto.

ha

fatte tutt' a

due

Ella imbratta le cose, ella le netta.

Ella fece l'aratol, ella


Ella
il

il
,

bue,
la lepre e
;

lupo

r agnel

'1

cane

dette a tutti le qualit sue

Ella fece gli orecchi, e le

campane,
e dolce
il

Cre l'assenzio amaro,

mle,

E
Eli'

l'erbe virtuose, e le
il

mal sane;
candele,

ha trovato

buio e

le

E E

finalmente la morte e la vita,

par benigna a un tratto e crudele.

Par, dico, a qualche pecora smarrita;

Vedi ben tu, che da lei non si cava Altro che ben, perch bont infinita.

Trov

la Peste,

perch bisognava;

Eravamo

spacciati tutti quanti

Cattivi e buon, s'ella

non

si

trovava;

58

CAPITOLI
:

Tanto multiplicavano i furfanti Sai che nell'altro canto io messi questo Tra i primi effetti, della peste, santi.

Come

si

crea in

un corpo indigesto
umori
;

Collera, e flemma, e altri mali

Per mangiar, per dormir, per istar desto E bisogna ir del corpo, e cacciar fuori Con riverenza, e tenersi rimondo,

Com'un

pozzo, clic sia di pi Signori;

Cos a questo corpaccio del

mondo.
feccia

Che per esser maggior pi

mena.

Bisogna spesso risciacquare il fondo. E la natura, che si sente piena, Piglia una medicina di moria. Come di reubarbaro o di sena; E purga i mali umor per quella via Quel che' medici nostri chiaman crisi Credo ch'appunto quella cosa sia. E noi balordi facciam certi visi. Come si dice la peste 'n paese Ci lamentiam, che par che siamo uccisi Che doveremmo darle un tanto il mese.
:

Intrattenerla

com'un capitano,
i

Per servircene a tempo a mille imprese.

Come

fan tutti

fiumi all'Oceano,

Cos vanno alla peste gli altri mali

dar tributi e baciarle la mano.

E r accoglienze
Che

sue son tante e

tali

di vassallo

ognun

si fa

suo amico.

Anzi son tutti suoi

fratei carnali.

Ogni maluzzo furfante e mendico allor peste, o mal di quella sorte, Com'ogni uccel d'agosto beccatico.

, , , ,

DELLA PESTE
Se tu vuoi far le tue faccende corte Avendosi a morir, come tu sai, Muorti, maestro Pier, di questa morte.

59

Almanco intorno non arai notai Che ti vog'lin rogare il testamento. N la stampa volgar del Come stai; Che non al mondo il pi crudel tormento. La peste una prova, uno scandaglio. Che fa tornar gli amici a un per cento: Ka quel di lor, che fa del grano il vaglio Che quando eli' di quella d'oro in oro, Non vale inacetarsi, o mangiar aglio. AUor fanno gli amanti il fatto loro,

uom di sua parola, Quel che dicea: madonna, i' spasmo, i' moro. Che s'ella ammorba, ed ei la lasci sola, Se non si serra in conclave con lei,
Vedesi allor s'
Si vede ch'ei

Bisogna che

le

mentiva per la gola. metta de'cristei.

Sia spedalingo, e facci la taverna,

E son poi grazie date dagli Dei. Non muor chi muor di peste alla moderna;
Non Che
Son
si fa
ti

troppo spesa in
il

frati o preti.

cantino

requiem eterna.

gli altri

mali ignoranti e 'ndiscreti.

Cercano il corpo per tutte le bande. Costei va sempre a' luoghi pi segreti Come dir quei che copron le mutande O sotto il mento, o ver sotto le braccia, Perch' ell' vergognosa, e fa del grande. Non vuol che l' uom di lei la mostra faccia Guarda san Rocco com' egli dipinto Che per mostrar la Peste si sdilaccia.
,
:

60
sia che questo

CAPITOLI
male ha per
il

istinto

Ferir le

membra, ov'
la carne del
'1

vital vigore,
;

Ed
Il

da loro in quelle parti spinto

O veramente

cuore

fegato, e

cervel gli de' piacere,

Perch'ell' forse di razza d'Astore:

Questo problema debbi tu sapere. Che sei maestro, e 'ntenditi di carne. Pi che cuoco del mondo al mio parere.
,

per lascio a te sentenzia darne: So che tu sai, che la peste ha giudizio,

E
Or
le

cognosci

li

storni dalle starne.

sue laude sono un ediflzio.

Che chi lo vuol tirare inflno al tetto Ara faccenda pi eh' a dir l' uflzio Non hanno i frati di san Benedetto: Per qui di murar finir io.
,

Lasciando

il

resto a miglior architetto.

lascioti ir,

maestro Piero mio, Con questo salutifero ricordo. Che la Peste un mal che manda Dio,

chi dice altrimenti

un

balordo.

IV.
IN

LODE DELLE PESCHE

Tutte

le

frutte in tutte le stagioni.


dir

Come

mele rose, appi


e

e francesclie.

Pere, susine, ciriege

poponi.

,, ,

,,

15?

LODE DELL2 PESCHE


le

G
:

Son buone a chi

piaccion

secche e fresche

Ma, s'io avessi a esser giudic'io. Le non hanno a far nulla colle pesche.
Queste son proprio secondo
Sasselo ognun, eh'
i'

il

cuor mio;

Che r ha

fatte

ho sempre mai detto, messer Domeneddio.


.

frutto sopra ogni altro benedetto

Buono innanzi,

nel

mezzo

e dietro

pasto,

Ma

innanzi buono, e di dietro perfetto.


scritto delle

Dioscoride, Plinio e Teofrasto

pesche bene. Perch non ne facevan troppo guasto; Ma chi ha gusto fermamente tiene
Ch'
-elle sien le reine delle frutte
i ragni e le murene. menzion Margutte Fu perch' egli era veramente matto, E le malizie non sapeva tutte.

Non hanno

Come

de' pesci

non ne

fece

Chi assaggia

le

pesche solo un tratto,

E non ne
Si

vuole a cena e a desinare.

pu

dir

che sia pazzo affatto affatto


a gli altri smemorati

ch'alia scuola gli bisogni andare.

Come bisogna

Che non san delle cose ragionare. Le Pesche eran gi cibo da prelati. Ma perch a ognun piace i buon bocconi. Vogliono oggi le Pesche inflno ai frati Che fanno l'astinenzie e l'orazioni:
Cos intervenuto ancor dei Cardi,

Che
Queste

chi ne dice mal. Dio gliel perdoni.


alle

genti son piaciute tardi.

Pur s' E non

mutata poi l'opinione, pi nessun, che se ne guardi.

62

CAPITOLI
E
al giudizio
lo Pesche son buone, mio non acconsente,

Chi vuol saper se

Stiesene a detto dell'altre persone,

C'hanno pi tempo,

E
Son

meglio a mente; vedr ben, che queste Pesche tali


e tengron
ci)/ all'

Piaccion ai vecchi, pi
le

altra gente.

pesche apritive e cordiali.


le

Saporite, gentil, ristorative.

Come

cose eh' hanno gli speziali.

s'

alcun dice eh' elle son cattive

Io gli far veder

con esse in mano.

Che non sa se s' morto e se si vive. Le pesche fanno un ammalato sano. Tengono altrui del corpo ben disposto, Son fatte proprio a benefizio umano;

Hanno

sotto di s misterio ascosto,


i

Com' hanno

beccafichi, e gli ortolani,

E gli Ma non

altri

uccei che comincian d'agosto.


i

s'insegna a tutti

grossolani:

Pur chi volesse uscir

di

questo affanno.

Trovi qualche dottor, che glielo spiani;

Che

ce n' pure assai, che 'nsegneranno Questo segreto , e un' altra ricetta Per aver delle Pesche tutto 1' anno. frutta sopra all'altre egregia, eletta,
Utile dalla scorza inflno all'osso,

L'alma

e la

carne tua sia benedetta.

Vorrei lodarti, e veggio ch'io non posso,

Se non quant' dalle stelle concesso A un, ch'abbia il cervel come me grosso.

beato colui, che l'usa spesso,

E che r

usarle molto

non

gli costa,

Se non quanto bisogna averle appresso;

IN

LODE
n

DF.T

LE PESCHE

beato colui ehe

sua posta

Ha sempremai qualcun clie gliele dia, E trova la materia ben disposta. Ma i' ho sempre avuto fantasia,
Per quanto puossi

un indovino apporre
avventurato sia

Che sopra

gli altri

Colui, che pu le pesche dare e torre.

V.
IN

LODE

DE" GHIOZZI

vsacri, eccelsi e gloriosi

Ghiozzi,

O sopra

gli altri pesci

egregi tanto
rozzi,
,

Quanto degli altri pi grossi e pi Datemi grazia eh' io vi lodi alquanto


,

Alzando al ciel la vostra leggiadria. Di cui per tutto il mondo avete il vanto. Voi siete il mio piacer , la vita mia Per voi, quand'io vi veggio, ogni mia pena Cessa, e ogni fastidio passa via. Benedetto sia il fiume che vi mena O chiaro ameno e piacevol Vergigno, In te non venga mai tosco n piena. Poich tu siei s grato e s benigno, E ti ci mostri assai miglior vicino. Che quel, che mena solo erba e macigno.
,
:

^'4
<

'

A P

']'

T- T

Sia benedetto appresso anche Nardino^

Dio

lo

mantenga

e diegli ci che vuole

Cacio, gran, carne secca, ed olio, e vino;

facciagli le doti alle figliuole:

Acci ch'altro non facci, che pigliarvi Col bucinetto o colle vangaiole.
Io vorrei

Ma

pur cominciare a lodarvi, non so s'io m'ar tanto cervello,

Ch'io possa degnamente sodisfarvi. Quand'io veggio Nardin con quel piattello Venire a casa, e colla sua balestra, Io grido com' un pazzo, vello, vello. Accenno verso lui colla man destra, Tant' allegrezza mi s'avventa al cuore, Ch' io mi son per gittar dalla finestra. Poi ne vo verso lui con gran furore, Correndo sempre e sempremai gridando, Come si fa d'intorno a chi si muore. Poi eh' io v' ho visti, io vo considerando
Vostre fattezze tutte a parte a parte, Come chi va le stelle astrolagando.
Certo natura in voi pose grand' arte

Per fare un animai cotanto degno. Da esser scritto in centomila carte. La prima lode vostra e '1 primo segno Ch'io trovo, quel, ch'avendo voi gran testa forza, che vo' abbiate un grande ingegno;

La cagion per

l'effetto

manifesta:

Un gran coltel vuole una gran guaina, E un grand' orinale una gran vesta.
J^egue da questa un'altra disciplina,

Ch' avendo ingegno e del cervello a iosa Bisogna voi abbiate gran dottrina.

IN

LODE de' ghiozzi


cosa,

65

A me

pare

un miracolo, una
s

Che

'n tutti gli

animai mai non trovossi


maravigliosa.

Cosi stupenda e

Questa per un miracol contar puossi, E pur si vede, e tutto il g-iorno avviene. Che voi sete miglior, quanto pi grossi.
Se cos fussin fatte
le

balene

ceti, i lucci, i buoi, i lionfanti. So che le cose passerebbon bene. pesci senza lische, o pesci santi.

Agevoli, gentil, piacevoloni.

Da comperarvi

a peso ed a contanti;
i

Ma

per non far pi lunghi

miei sermoni.
v'

Provar

vi

possa, chi non

ha provati.

Come

voi siete in ogni

modo buoni

Caldi, freddi, in tocchetto, e marinati.

V/WXA/V

VI.

LETTERA AD UN AMICO

Questa per avvisarvi, Baccio mio, Se voi andate alla prefata Nizza,
Che, con vostra licenza, vengo anch'io. La mi fece venir da prima stizza. Parendomi una cosa impertinente Or pur la fantasia mi vi si rizza.
:

Berul.

Purte

I.

66

eA
risolvo

1' I

To

mi

meco finalmente.

Che posso e debbo anch'io capocchio andare Dove va tanta e si leggiadra gente. So che cosa galea, che cosa mare^ So che i pidocchi, le cimici e il puzzo Mi hanno la curatella a sgangherare; Perch'io non ho lo stomaco di struzzo. Ma di grillo, d mosca e di farfalla: Non ha il mondo il pii ladro stomacuzzo. Lasso, che pur pensavo di scampana,

E ne

feci
'1

ogni sforzo

coli'

amico.

capo, e l'una e l'altra spalla. Con questo virtuoso putto, dico.


Messivi

Che sto con lui, come dire a credenza. Mangio il suo pane e non me 1' affatico. Volevo far, che mi desse licenza.
Lasciandomi per bestia a casa, ed egli Mi sment per la gola in ma presenz'^;

disse: pigliati

un

dei mei cappegl,


alla

.,

Mettiti

una casacca

turchesca

Co' botton fino in terra e con gli ucchegli^


Io che son pi

caduco ch'una pesca.

Pi tenero di schiena assai eh' un gallo,

d'amor stoppino ed esca. Risposi a lui: sonate pur eh' io ballo; Se non basta ire a Nizza, andiamo a Nsa, Son
del fuoco

Dove fu Bacco su tigri a cavallo. Faremo insieme una bella divsa, E ce ne andrem cantando come pazzi
Per
Io
la riviera di

Siena e

di Pisa.

mi propongo

fra gli altri sollazzi

Uno

sfoggiato, che sarete voi.


s

Col quale forza eh' a Nizza

sguazzi.

,,

LETTERA AD UN AMICO
Toi conoscete
gli asini da'

67

buoi.

Sete Io moncugino e monsignore, E converr che raccogliate noi.


Alla f, Baccio, che
il

vostro favore

fa in gran parte piacer questa gita, Perch gi fuste in Francia imbasciadore. Un' altra cosa ancor forte m' invita

Mi

Ch'

io

ho sentito
quella

dir

che

v' la

peste

E questa

che mi d

la vita.

Io vi voglio ir, s'io dovess' irvi in ceste:

Credo sappiate quant'ella mi piaccia. Se quel, ch'io scrissi gi di lei, leggeste. Qui ognun si provvede e si procaccia Le cose necessarie alla galea Pensando che doman vela si faccia. Ma '1 sollion s' ha messo la giornea,

E A

par che

gli osti

l'

abbin salariato
il

sciugar bocche perch

vin

si

bea;

Vo' dir, che tutto agosto

fla

passato.

imbarchiamo. mondo in tutto non spiritato. Se E se egli anche, adesso adesso andiamo,
Innanzi forse che noi
'1

e'

Andiam

di grazia adesso adesso

v^.

Di grazia, questa voglia ci caviamo; Ch' io spero nella vergine Maria

Se Barbarossa non un babbuasso,

Che

ci

porter tutti in Barberia.

Oh che

ladro piacer, che dolce spasso.


a'

Vedere

Un

remi, vestito di sacco. qualche abbate e qualche prete grasso.

Crediate, che guarrebbe dello stracco.


Dello svogliato, e di mill' altri mali:

Certo fu galani uom quel Ghin di Tacco,

, ,

68

CAPITOLI
E
prelati miei amici
:

Io l'ho gi detto a parecchi uflciali,

abbiate cura

Che

in quei paesi l si fa co' pali;

Ed

non abhiam ^aura mal che codesto, Lo torrem per guadagno e per ventura. Anzi per un piacer simile a questo Andremo a posta fatta in Tremisenne:
essi a
:

me

noi

Se non

ci fatto altro

Sicch, quel s' ha da far, facciasi presto. Mentre scrivevo, questo mi sovvenne Del Molza nostro, che mi disse un tratto. Un dotto di costor molto solenne; Fu un, che disse, Molza, io son s matto. Che vorrei trasformarmi in una vigna. Per aver pali e mutar ogni tratto. Natura ad alcun mai non fu madrigna
:

Guarda quel ch'Aristotel


Rispose
il

ne' problemi

Scrive di questa cosa, e parte ghigna.

Molza: dunque mano ai remi; Ognun si metta dietro un buon timone,


via, eh' anch' io trovar vorre'mi

E andiam

cos gloriosa impalazione.

POST SCRITTA
Post scritta
,

1'

ho saputo

che voi siete

Col cardinal Salviati a Passignano,

E indi al Pin con esso andar volete. Ammelo detto, e non vi paia strano,
Messer Pier Carnesecchi segretario.

Che sa

le

co^

non

le dice in

vano,

LETTERA AD UN AMICO
Io

69

n'ho martello,

panni necessario

Per la dolce memoria di quel giorno,

Che

fra

me

stesso fa tanto divario.

Col desiderio a quel paese torno,

Dove facemmo tante fanciullezze


Nel fior degli anni pi fresco e adorno. Vostra madre mi f' tante carezze
:

Oh
Arete

che luogo da monaci quel Pino!


li

Idest da genti agiate e male avvezze.

quel cardinal divino,

Al qual vo' ben, non come a cardinale. N perch' abbia il ricetto o il cappuccino: Che gli vorrei per quel pi tosto male; Ma perch'io 'ntendo, ch'egli ha discrezione,

E
Seco

fa de' virtuosi capitale.


il

Fondulo sar di ragione. Che par le quattro tempora in astratto.

Ma
Dice

pi dotto poi

che Cicerone

le

cose, che non par suo fatto.

Sa greco, sa ebraico, ma io So che lo conoscete, e sono un matto. Salutatel di grazia in nome mio, E seco un altro Alessandro Ricorda, Ch' un certo omaccin di quei di Dio. Dico che con ognun tosto s'accorda.

Massimamente a giocare a primiera

Non aspett giammai tratto di corda. Quando gli date uno spicchio di pera

tavola cos per cortesia*


,
:

mia parte buona sera Mi raccomando a vostra signoria.


Ditegli da

7d

APITOL

VII.

A FRA BASTIAN DEL PIOMBO

Padre, a

me

pi che agli altri reverendo


io nolla

Che son reverendissimi chiamati,

la lor

reverenza

intendo;

Padre, riputazion di quanti frati Ha oggi il mondo, e quanti n'ebbe mai.

Fino a quei goffi degP Inghiesuati Che fate voi dappoi ch'io vi lasciai Con quel, di chi noi slam tanto divoti. Che non donna, e me ne innamorai?
:

Io dico

Che quando

Michelagnol Buonarroti io veggio mi vien fantasia


1

D'ardergli incenso ed attaccargli

voti;

E credo che sarebbe opra

pi pia.

Che farsi bigia o bianca una giornea, Quand' un guarisce d' una malattia.
Costui cred' io che sia la propria idea
Della scultura e dell'architettura.

Come

della giustizia

monna
figura,

Astrea.

chi volesse fare

una

Che

le

rappresentasse ambedue bene

Credo che farla lui per forza pura. Poi voi sapete quanto egli dabbene, Com' ha giudizio, ingegno e discrezione.

Come conosce

il

vero,

il

bello e

il

bene.

Ho

visto qualche sua composizione

Sono ignorante , e pur direi d' avelie Lette tutte nel mezzo di Platone.

, ,

A FRA BASTIAN DEL PIOMBO


S eh' egli

"il

nuovo Apollo e nuovo Apelle Tacete, unquanco, pallide viole,


liquidi cristalli e fere snelle:

Ei dice cose, e voi dite parole; Cos moderni voi scarpellatori


,

E anche E da

antichi, andate tutti al sole.

voi, padre reverendo, in fuori

Chiunque vuole il mestier vostro fare Venda pi presto alle donne i colori.
Voi solo appresso a lui potere stare, E non senza ragion, s ben vi appaia
Amicizia perfetta e singulare. Bisognerebbe aver quella caldaia, Dove il suocero suo Medea ristrisse

Per cavarlo di
fosse viva la

man

della vecchiaia,

donna d'Ulisse, Per farvi tutt'a due ringiovanire, E \dver pi, che gi Titon non visse.
disonesto a dire

A ogni modo

Che voi che

fate

legni e

sassi vivi

Abbiate poi com' asini a morire. Basta che vivon le querci e gli ulivi,
I

cerbi, le cornacchie,

cervi e

cani,

E mille Ma questi

animalacci pi cattivi. son ragionamenti vani. Per lasciamgli andar, che non si dica Che noi siam mammalucchi o luterani.

Prego vi, padre, non vi sia fatica. Raccomandarmi a Michelagnol mio E la memoria sua tenermi amica. Se vi par anche dite al Papa, ch'io Son qui, e l'amo, e osservo, e adoro.
Cerne padrone e vicario
di

Dio.

12

CAPITOLI
tratto ch'andiate in concistoro.
vi sien

S un

Che

congregati

cardinali,

Dite a Dio da

mia parte a
,

tre di loro:

Per discrezion vo' intenderete quali, Non vo' che voi diciate tu mi secchi Poi le son cirimonie generali.
Direte a monsignor de' Carnesecchi,

Ch'io non

gli

ho invidia
gli

di quelle

sue scritte,

di color

che

tolgon gli orecchi;

Ho ben martel di quelle zucche fritte, Che mangiammo con lui 1' anno passato
Quelle mi stanno ancor negli occhi
fitte.

Fatemi, padre, ancor raccomandato Al virtuoso Molza gaglioffaccio

Che m' ha senza ragion dimenticato. Senza lui, mi par esser senza un braccio. Ogni d qualche lettera gli scrivo,

perch'

eli'

plebea

dipoi la straccio.
io

Del suo signore, e mio, eh'

non servivo.

Or servo

e servir presso e lontano

Ditegli, che mi tenga in grazia vivo. Voi lavorate poco, e state sano,

Non

A A

vi paia ritrar bello, ogni faccia: Dio caro mio padre fra Bastiano,

rivederci a Ostia a

prima laccia

78

Vili.

RISPOSTA IN NOME DI FRA BASTIANO

Com'io ebbi la vostra, signor mio, Cercando andai fra tutti i cardinali, E dissi a tre da vostra parte addio. Al medico maggior dei nostri mali, Mostrai la data, onde ei ne rise tanto Che il naso f due parti degli occhiali. Il servito da noi pregiato tanto Cost e qua, siccome voi scrivete N'ebbe piacere, e ne rise altrettanto.

Ma

quel che tien

le

cose pi segrete

Del medico minor non ho ancor visto,


Farebbesi anco a lui se fusse prete.

Sonci molti

altri,

che rinniegan Cristo,


, ;

Che voi non siate qua n d lor noia Che chi men crede si tien manco tristo.
Di voi a tutti caver la foia Di questa vostra, e chi non si contenta Affogar possa per le man del boia.

La carne, che nel sai si purga e stenta, Che saria buon per carnovale ancora.
Di voi pi che di s par
Il

si

contenta.

nostro Bonarroto, che v'adora. Visto la vostra, se ben veggio, parmi.

Che

al ciel si lievi mille volte

ognora.
eterno,

dice che la vita dei suoi

Non basta a fare Come lui fanno i

il

marmi vostro nome

vostri divin carmi;

74

CAPITOLI
qui non nuoce n state n verno.

Da tempo
Che fama

a'ssenti

da morte crudele
in governo.

di virt

non ha
i

E come
Disse

vostro amico e mio fedele


ai dipinti, visto

versi belli,

S'appiccan voti ed accendon candele.

Dunque io son pur nel numero di quelli Da un goffo dipintor senza valore
Cavato da pennelli ed
Il

alberelli.

Bernia ringraziate, mio signore,

Che

fra tanti egli sol conosce

il

vero

Di me, che chi mi stima in grand' errore.

Ma

la sua disciplina il lume intero Mi pu ben dare e gran miracol fia A far d'un uom dipinto un daddovero.
,

Cosi

mi

disse, ed io per cortesia

Vel raccomando quanto so e posso.

Che fia apportator di questa mia. Mentre la scrivo a verso a verso rosso Divengo assai, pensando a chi la mando, Sendo al mio non professo grosso e mosso. Pur nondimen cos mi raccomando Anch'io a voi, e altro non accade, D' ogni tempo son vostro e d' ogni quando.
,
,

voi nel

numer

delle cose rade

Tutto mi v'offerisco,

Ch'io manchi, se il Cos vi dico, e giuro, e certo siate,


Ch'
io

non pensate cappuccio non mi


e

cade.

non

farei per

me

quel che per voi;


,

E non m' abbiate


Comandatemi
,

a schifo

come

frate

e fate poi

da

voi.

IX.

A MESSER ANTONIO DA BIBBIENA

Se voi andate dietro a questa vita Compar, voi mangerete poco pane,

farete

una

trista riuscita.
le

Seguitar d e notte

puttane,

Giocar tre ore ai billi e alla palla,

dire

il

ver, son cose troppo strane.

Voi dite poi che vi duole una spalla, E che credete avere il mal franzese;

Almen venisse il canchero alla falla. Ben mi disse gi un, che se ne intese. Che voi mandaste via queir uom dabbene

Oh veramente matto da
S' io dico

Per poter meglio scorrere il paese. catene,

Perdonatemi voi per discrezione,


pi che non
s'io dica

mi

si

conviene.

Io ve lo dico per afiTezione,

Pur non so

fame o sete,

Ch' io tengo della vostra salvazione.

Che

fate voi de'


altri

paggi, che tenete

gran maestri, e de' ragazzi. Se ne' bisogni non ve ne valete? Rinniego Dio, se voi non siete pazzi. Che lasciate la vita, per andare Dietro a una puttana, che v'ammazzi. Forse che voi v'avete da guardare. Che la gente non sappia i fatti vostri, B stievi dietro all'uscio ad ascoltare?
Voi

"76

CAPITOLI
che colei ad un tratto vi mostri In su '1 pi bello un palmo di novella,

Da

fare spaventar le fiere e

mostri;"

poi vi cavi di dito ranella,

votivi ad un tratto la scarsella? Forse che non avete a darle cena,

E E

chieggavi la veste, e la catena,

E profumare

il

letto e le lenzuola,

dormir poi con lei per maggior pena? la signora non stia sola, Anzi si tenga bene intrattenuta. Star tre ore impiccato per la gola. Oh vergogna degli uomini fottuta. Dormir con una donna tutta notte. Che non ha membro addosso che non puta. Poi piagne , e dice eh' ha le rene rotte E e' ha perduto il gusto e l'appetito, E gran merc a lui se se lo fotte. Ringrazio Iddio, eh' i' ho preso partito.

E perch

Che

le

Inflno

non mi daranno troppo noia a tanto eh' io mi sia pentito.


di foia.

Prima mi lascer cascar

Ch'io acconsenta, che si dica mai, Ch' una puttana sia cagion eh' io muoia.

ho veduto sperienza assai, E quanto vivo pi, tanto pi imparo, Facendomi dottor per gli altrui guai. Or per tornare a voi, compar mio caro,
Io n'

Ed

a'

disordinacei che voi fate.


vi costi caro.

Guardate pur che non

Io vi ricordo eh' egli or di state,

che non
i

si

pu
le

far delle pazzie,

Che

facevan

stagion passate.

A MESSER ANTONIO DA BIBBIENA

77

Quando

e'

vi

vengon quelle fantasie

Di cavalcare a casa Michelino,


Sienvi raccomandate le badie.

Attenetevi al vostro ragazzino.

Che finalmente

men

pericoloso,

E non domanda
Il

altrui n

pan n vino.

di statevi in pace, ed in riposo.

Non
Che

giocate alla palla dopo pasto


vi far lo

stomaco acetoso.

Cosi vivendo voi quieto e casto.

Andrete

ritto ritto in Paradiso,

troverete l'uscio, andando al tasto.


di star

Abbiate sopra tutto per avviso:

Se voi avete voglia

sano.

donne troppo jn viso; Datevi innanzi a lavorar di mano.


le

Non guardate

X.

SOPRA

IL

DILUVIO DI MUGELLO

Nel mille cinquecento anni ventuno,

Nel mese di settembre

a'

ventidue.
,

Una mattina a buon' otta a digiuno Venne nel mondo un diluvio che fue
,

S rovinoso, che da

No

in l

A un

bisogno non ne furon due.

, ,

78

e AP
il

li I

Fu, come disse

Pesca, qui e qua;


cli lo sa.

Io che lo vidi, dir del Mugello,

Dell'altre parti dica

Vulcano, Ischia, Vesuvio

e Mongibello,

Non

fecion a'ior d tanto fracasso;


le
,

donne eh' egli era il fragello E eh' egli era il demonio e '1 satanasso E '1 diavolo, e '1 nemico, e la versiera, Ch' andavon quella volta tutti a spasso.
Disson
,

Egli era terza, e parca pi che sera,


L'aria

non

si

potea ben ben sapere,

S' eli' era persa, monachina o nera. Tuonava e balenava a pi potere, Cadevon le saette a centinaia; Chi le sent, non le volea vedere.

Non
In

rest campanile o colombaia:

modo

tal, che si potea cantare

Quella canzona, che dice, o ve' baia. La Sieve f quel eh' eli' aveva a fare
Cacciossi innanzi ogni cosa a bottino: Menonne tal, che non ne volea andare.

Non rimase

pei fiumi

un

sol

molino,

maladetto quel gambo di biada. Che non n' andasse al nimico del vino. Chi stette punto per camparla a bada,

Io

Avrebbe poi voluto esser altrove. Che non rinvenne a sua posta la strada. potrei raccontar cose alte e nuove
Miracoli crudeli e sterminati,

Dico pi

d' otto

Come

dir bestie e

e anche pi di nove uomini affogati.

Querce sbarbate,
Case spianate
e

salci, alberi e cerri.

ponti rovinati.

, ,

SOPRA
Io ne vo

IL

DILUVIO DI MUGELLO

Di questi dica chi trovossi ai ferri:

solamente un riferire, E anche Dio m'aiuti, ch'io non

erri.

O buona
E
Si

gente , che state a udire

Sturatevi gli orecchi della testa,


udirete quel eh' io vi vo' dire.
ciel

Mentre eh' egli era in

questa tempesta

trovorno in un fiume due persone.

Or udirete cosa che fu questa. Un fossatel che si chiama il Muccione Per r ordinario s secco e s smunto Che non immolla altrui quasi il tallone. Venne quel d s grosso e s raggiunto. Che costor due credendo esser da lato. Si trovaron nel mezzo appunto appunto.
,

Quivi ciascun di loro spaventato,

E non vedendo modo di fuggire. Come fa ch'in tal casi s' trovato, Vollono in sur un albero salire, E non dovette darne loro il cuore.
Io

non so ben che


fratelli, e l'iin

si volessi dire.
il

Eron

ch'era

maggiore
e 'n
le spalle

Abbracci ben quel legno,


Si f salire
il

suo fratel

su minore.

Quivi

Muccion con tutta quella valle Menava ceppi, e sassi aspri e taglienti
il

Tutta mattina dlie, dlie, dlie. Furon coperti delle volte venti,

E quel

di sotto, per

non
il

affogare.
viso e
i

All'albero

appoggiava

denti,

tendeva quell'altro a confortare, Ch' era per la paura quasi perso

Wd Tuno

e l'altro

aveva poco a stare,

CAPITOLI

Che bisognava lor far altro verso. Se non che Cristo mand loro un legno. Che si pose a queir albero attraverso.
Quel dette loro alquanto di sostegno, E non bisogna che nessun s'inganni,

v'era disegno. quel di sotto non rimaser panni,

Che

'n altro

modo non

Uscinne pesto, livido

e percosso.

Ed era a ordin com'un san Giovanni. Quel di sopra anche aveva poco indosso. Pur gli parve aver tratto diciannove, Quand' ei si fu della furia riscosso. Quest' una di quelle cose nuove.
Ch'io non ricordo aver mai pi sentita. N credo sia mai stata tale altrove. Buone persone, che l'avete udita,

E pure E

avete fatto questo bene.


ci

Pregate Dio, che

dia lunga vita,

guardici dal foco e dalle piene.

WV/V\/V

XI.
IN

LODE DELLE ANGUILLE

S'io avessi le lingue a mille a mille,

E
Io

fossi tutto bocca, labbra e denti.

non

direi le lodi dell'anguille;

IN

LODE DELLE ANGUILLE


i

Bl

Kon

le

direbbon tutti
futuri,

miei parenti.

Che son, che sono


Dico,
i 1

stati, e
i

che saranno.
presenti.

passati e

Quei che son og-gi vivi non le sanno: Quei che son morti non l'hanno sapute: Quei e' hanno a esser non le saperanno. L'anguille non son troppo conosciute, E sarebbon chiamate un nuovo pesce

Da un che non l'avesse pi vedute. Vivace bestia, che nell'acqua cresce, E vive in terra e 'n acqua, e 'n acqua e 'n terra.
Entra a sua posta ov'ella vuole, ed esce.
Potrebbesi chiamarla Vinciguerra,
Ch'ella sguizza per forza, e passa via,

Quant'un pi con

le

man

la stringe e serra*

Chi s'intendesse di geometria.

Vedrebbe che all'anguilla corrisponde La pi capace figura che sia. Tutte le cose, che son lunghe e tonde.

Hanno

in s stesse pi perfezione,

Che quelle, ove altra forma si nasconde.^ Eccone in pronto la dimostrazione, Che i buchi tondi, e le cerchia, e 1' anella Son per le cose di questa ragione. L'anguilla tutta buona e tutta bella, E, se non dispiacessi alla brigata, Potria chiamarsi buona roba anch' ella;
Ch'eli' morbida, bianca e dilicata,

Ed anche non
Sta nella

punto dispettosa,

Sentesi al tasto, quand'ell' trovata.

mota il pi del tempo ascosa; Onde credon alcun ch'ella si pasca, E non esca cos per ogni cosa.
Berni.

Parte

/.

*3

,,

B2

CAPITOLI
il

Com'esce

barbio e com'esce la lasca,


Tiene spesso

Ed escon

anche

granocclii,

gii altri pesci eh'

hanno

della frasca.

Qiiest' perch'ella savia e apre gli occhi.

Ha
Sa

gravit di capo e di cervello,


fare
i

fatti

suoi me' che gli sciocchi.

Credo, che se l'anguilla fusse uccello, E mantenesse questa condizione.


*erch'ella

Sarebbe proprio una fatica avello; fugge la conversazione,


gli altri pesci

E pur con
Pur poi che Fra tanti
'1

non s'impaccia,

Sta solitaria, e tien riputazione.

capo a qualcuna si stiaccia affanni. Dio le benedica. Ed a loro ed a noi buon pr ci faccia.
Fiumi,
fossati, pozzi, fonti e laghi,

Sia benedetto ci che le nutrica.

dura a pigliarle fatica; tutti quei che son del pescar vaghi. Dio gli mantenga sempremai gagliardi,

E chiunque

iJer

me

del lor merito gli paghi.

Benedetto

sii tu,

Matteo Lombardi
:

Che

pigli queste anguille, e dalle a noi


ti

Cristo

leghi, e sant'Anton
i

ti

guardi
;

Che guarda

porci, le pecore

e'

buoi

Dieti senza principio e senza fine.

tiri

Ch'abbi da lavorar quanto tu vuoi. a s tre delle tue bambine,

O veramente faccia lor la dota, E or l'allievi, ch'elle son piccine;

pegni dalla corte


i

ti

riscuota.

Disobblighiti

tuoi mallevadori,

caviti del

fango e della mota:

LODE DELLE ANGUILLE

Acci che tu attenda ai tuoi lavori, E non senta mai pi doglie n pene, Paghiti i birri, accordi i creditori, in effetto un uom dabbene. facciati E

XII.
IN

LODE DEI CARDI

Poi ch'io ho detto di Matteo Lombardi,

Dei ghiozzi, dell'anguille e di Nardino, Io vo' dir qualche cosa anche de' cardi.

Che son quasi miglior che

il

pane e

il

vino:

daddovero. Direi di s per manco d'un quattrino. anche mi parrebbe dire il vero.
s'io avessi a dirlo

Ma

la

brigata poi non

me

lo

crede,

E fammi
Bench pure

anch' ella rinegar san Piero;


alla fin, quand'ella

vede

Che 1 cardi son s bene adoperati. Le torna la speranza nella fede,

dice:

terque, quaterque beati.

Quei che credono altrui senza vedere. Come dicon le prediche dei frati.

Non

ti

faccia, villano. Iddio sapere,

Cio che tu non possa mai gustare


Cardi, carciofi, pesche, anguille e pere.

J4

CAPITOLI

Io

non dico dei cardi da cardare. Che voi non intendessi qualche baia, Dico di quei che son buoni a mangiare Che se ne pianta l'anno le migliaia.

Ed attendonvi appunto i contadini Quando e' non hanno pi faccende all'aia; Fannogli anche a lor mano 1 cittadini,
sono oggi venuti in tanto prezzo. Che se ne cava di molti quattrini. Dispiacciono a qualcun che non avvezzo,

Come

suol dispiacere

il

caviale.

Che par s schifa cosa per un pezzo. Pur non dimanco io ho veduto tale. Che come vi s'avvezza punto punto. Gli mangia senza pepe e senza sale; Senza che sien cos trinciati appunto. Vi d ne pi n men dentro di morso. Come se fosse un pezzo di pane unto.

chi piaccion le foglie e a chi

'1

torso.

Ma

questo poi secondo


il

gli appetiti:
e il

Ognuno ha
Dietro fra

suo giudizio

suo discorso.
mele.

Costoro usan di dargli nei conviti


le

castagne e fra

le

Dipoi che gli altri cibi son forniti. Mangiousi sempre al lume di candele. Cio volevo dir, mangionsi il verno, E si comincia, fatto san Michele. Bisogna aver con essi un buon Salerno,
sa provvedere chi ha governo. Chi vuol cavare i cardi di stagione. Sarebbe proprio, come se volesse

un Come

qualch' altro vin di condizione.

Metter un legno su per un bastone.

,,

,,

IN

LODE DFI CARDI

se fuase qualcun che gli cocesse

E
I

volesse mangiarli in vari modi.

Ditegli che

non sa mezze
s sodi,

le

messe.

cardi vogliono esser grossi e sodi

Ma non A voler

per

che sien duri,


lodi.

che la gente se ne

esser troppo ben maturi. Anzi pi presto alquanto giovanetti Altrimenti non son molto sicuri. Sopra tutto bisogna che sien netti: E se son messi per la buona via.

Non voglion

Causano infiniti buoni effetti. Fanno svegliare altrui la fantasia, Alzan la mente agli uomini ingegnosi,
Dietro
a'

segreti dell'astrologia.

Quanto pi stanno sotto terra ascosi Dove gli altri eotal diventan vecchi.
Questi diventan belli e rigogliosi.

Non so quel che mi dir di quegli stecchi. Che egli hanno ma secondo il parer mio
:

posson comportar cos parecchi Perch poi che gli ha fatti loro Iddio, Che fa le corna e l'unghie agli animali, Convien eh' io abbia pazienza anch' io Purch non sien per di quei bestiali. Che come gli spuntoni stanno intieri. Tanto che passerebbon gli stivali. Anton Calzavacca dispensieri. Che sei or diventato spenditore. Compraci questi cardi volentieri.
Si
;
;

Non

ti

pigliar cos le cose a cuore.

Attendi a spender se tu hai danari Del rest poi provveder


il

Signore.

50

CAPITOLI
i

Se

cardi

ti

paressin troppo cari.

Non

gli lasciar,
i

Che patiscano
Il

perch non onesto. ghiotti per gli avari.


l'olio e l'agresto.
il

Lascia pi presto star


pane,
il

vin, la carne,

sale e
il

il

lardo,

Cacciati dietro tutto quanto

resto,

per l'amor di Dio dacci del cardo.

XIII.
IN

LODE DELLA GELATINA

E'

non mai, n sera, n mattina, N mezzo d, n notte, ch'io non pensi

A
E
I

dir le lodi della gelatina,


i

mettervi entro tutti quanti


nervi, le budella e
i

sensi,

il

naturale.

Per discoprire

suoi misteri immensi.

Ma

veggo, che l'ingegno non mi vale;

Che

la

natura sua miracolosa

pi profonda assai che l'orinale.

Pur, perch nulla fa quel che null'osa. S'io dovessi crepare,- io s'on disposto.

Di dirne in ogni

modo qualche
cos accosto.

cosa.

s'io

non potr
il

ir

N entrar bene bene


Far

affatto drento,

me' eh' io potr cos discosto.

IN

LODE jDELLA GELATINA

87

La gelatina

un quinto elemento, s'ella non fusse, l'anno Di verno quando piove e tira vento: Ch'ella vai pi, ch'una vesta di panno E presso ch'io non dissi anche del fuoco. Che tal volta ci fa pi tosto danno. Io non la so gi far, ch'io non son cuoco, E non mi curo di saper, ma hasta,

guai a noi,

Ch'ancor

io

me

s'io volessi metter

n'intendo qualche poco. mano in pasta.

Farei forse vedere alla brigata. Che chi acconcia l'arte e chi la guasta.

La gelatina scusa

la insalata,

E serve per finocchio e per formaggio, Di poi che la vivanda sparecchiata.


ho trovato un avvantaggio. Quando m' messa gelatina innanzi, Vo pur di lungi, e mio danno s'io caggio: E non pensi nessun che me ne avanzi. Che s'io ne dessi un boccone a persona.

io,

che

ci

Ti so dir ch'io farei di begli avanzi.

Chi vuole aver la gelatina buona


Ingegnisi di darle

buon colore,

Quest' qu3l che ne porta la corona. Dice un certo filosofo dottore.

Che se

la gelatina colorita,

Forz' ancor, eh' ella abbia

buon sapore.

Consiste in essa

una

virtute unita

Dalla forza del pepe e dell'aceto.

Che

fa che

l'

uom

se ne lecca le dita.

Io vi voglio insegnare

un mio segreto. Che non mi curo che mi resti addosso: Io per me la vorrei sempre di dreto.

B8

Un

altro

ne vo'

CAPITOLI dire a ^i grosso:

La gelatina vuole essere spessa,


sua carne vuol esser senz'osso. Che qualche volta, per la troppa pressa Che l'uom ha di ficcarvi dentro i denti. Un se ne trae, poi d la colpa ad essa.
la

gelatina, cibo delle genti

Che sono amiche

della discrezione,
i

Sien benedetti tutti

tuoi parenti;

Come

dir gelatina di

cappone.
soii

Di starne, di fagian, d'uova e di pesce,

E
Io

di

miir altre cose che


ti

buone.

non

potrei dir

come m' incresce

Ch'io non posso dipignerti a pennello, N dir quel che per te di sotto m'esce. Pur vo fantasticando col cervello.

Che Che

diavol voglia dir quel po' d'alloro


ti si

mette in cima del

piattello.

trovo finalmente, che costoro

Vanno alterando le sentenze sue: Talch non da creder punto loro.


Ond'io, che intendo ben
le

cose tue.

Come
Al
fin

colui che l'ho

pur troppo a cuore,

concludo l'una delle due: Che tu sei o poeta o imperadore.

XIV.
IN

LODE DELL' ORINALE.

Chi non ha molto ben del naturale E un gran pezzo di conoscimento,

Non pu saper che cosa


N quante cose
Dico
,

l'orinale:

vi si faccin
il

drento

senza

servigio dell' orina


;

Che sono a ogni modo presso a cento

se fussi

un dottor

di

medicina.

Che

le volessi tutte

quante dire,

Aria faccenda infino a domattina.

Pur chi qual cosa ne volesse udire.


per fargli piacere , Tutto quel ch'io ne so di definire. E prima innanzi tratto da sapere. Che l'orinale a quel modo tondo.
Io son contento

Acci che possa pi cose tenere.

fatto proprio

come

fatto

il

mondo,

Che, per aver la forma circulare, Vogiion dir che non ha n fin n fondo. Questo lo sa ognun, che sa murare E che s'intende dell'architettura. Che 'nsegna altrui le cose misurare. Ha gran profondit la sua natura.

Ma

profonda considerazione La vesta, e quel cotal con che si tura.


pili

Quella d tutta la riputazione

Diversamente a

tutti gli orinali.


i

Come danno anche

panni

alle

persone

90

CAPITOLI
da persone dozzinali Quella d'altri colori da signori. Quella eh' rossa sol da cardinali
vi

La bianca

Che

voglion attorno quei lavori


gli

Cio frangie, fettucce e reticelle.

Che

fanno parer pi bei

di fuori.

Vale altrui l'orinai per tre scarselle. Ed ha pi ripostigli e pi segreti

Che

le

bisacce delle bagattelle.


i

Adopranli ordinariamente

preti,

appresso al letto, Drieto ai panni d" arazzo e ai tappeti; dicon, che si fa per buon rispetto.

E tengonlo

la notte

Che s' e' s'avessino a levar la notte. Verrebbe lor la punta e '1 mal di petto, E forse a un bisogno anche le gotte. Ma sopra ogni altra cosa il mal franzese C ha gi molte persone mal condotte. Io r ho veduto gi nel mio paese
Essere adoperato per lanterna,

starvi sotto le candele accese;

chi r

ha adoperato per lucerna,

E
Io

chi se n' servito per bicchieri.

Bench questa sia cosa da taverna. v' ho fatto gi su mille pensieri,


Avutovi di strane fantasie, E da non dirle cosi di leggieri.

s'io dicessi,

non

direi bugie,

ne son servito sempremai In tutte quante l'occorrenze mie.


Ch'
io

me

ogni volta, ch'io l'adoperai

Per mia necessit, sempre

vi

messi

Tutto quel ch'io avevo, o poco o assai.

IN

LODE DELL' OPINALE


lo fessi.

91

E non
Che

lo
si

ruppi mai n mai


potessi dir per

mio

difetto.

Cio che poca cura vi mettessi.

Bisogna l'orinai tenerlo netto, E ch'egli abbia buon nerbo e buona schiena, E darvi drento poi senza rispetto Che se il cristallo di cattiva vena.
;

Chi crepa, chi

si

schianta, e chi
fastidio e

si

fende.

Ed

proprio

un

una pena.

tutte queste prefate faccende


Dell'orinale, e parecchi altre appresso,

Conosce molto ben chi se ne intende. E chi v' ha drento punto d' interesso Giudicher, com'io, che l'orinale vaso da scherzar sempre con esso. Come fanno i Tedeschi col boccale.

XV.
IN

LODE DELLA PRIMIERA

Tutta l'et d'un


S'ella fusse

uomo

intera intera,
di Titone,

ben quella

Non basterebbe a dir della Primiera. Non ne direbbe affatto Cicerone, N colui ch'ebbe, come disse Omero,
Voce per ben novemila persone.
9

, , , ,

92

CAPITOLI
che volesse dirne daddovero Bisogneria ch'avesse pi cervello.

Un

Che chi trov gli scacchi e '1 tavoliero. I^a primiera un giuoco tanto bello,

tanto travagliato

e tanto vario
;

Che r et nostra non basta a sapello

Non lo ritrovarebbe il calendario. N '1 messal, eh' s lungo, n la messa. N tutto quanto insieme il breviario.
Dica le lode sue dunque ella stessa Per eh' uno ignorante nostro pari Oggi fa bene assai, se vi si appressa. E chi non ne sa altro, almanco impari.

Che colui ha la via vera e perfetta. Che giuoca a questo giuoco i suoi danari.
Chi dice, egli pi bella la bassotta. Per esser presto e spacciativo gioco

Fa un gran male a giuocar,


Questa
fa le

se egli

ha

fretta.

sue cose appoco appoco


eli'

troppo bestiale. Pone ad un tratto troppa carne a fuoco.


Quell'altra, perch'

Come fanno color eh' han poco sale E quei che son disperati e falliti E fanno conto di capitar male: Ha la primiera mille buon partiti.
Mille speranze da tenere a bada.

Come
Chi l'ha,

dir carte a
e chi

monte,

e carte a inviti.
e

non l'ha, vada,


,

non vada.
,

Stare a

f russi

a primiera

e dire

a voi ,

E non
Che

venire al

primo a mezza spada:

se tu vuoi tener l'invito, puoi.

Se tu noi vuoi tener lascialo andare, Metter forte, e pian pian, come tu vuoi;

, ,

IN

LODE DELLA PRIMIERA

98

Puoi far cou un compagno anche a salvare, Se tu avessi paura del resto, E a tua posta fuggire e cacciare. Puossi fare a primiera in quinto e 'n sesto

Che non avvien cos negli altri giuochi, Che son tutte novelle appetto a questo;
Anzi son proprio cose da dappochi. Uomini da niente, uomini sciocchi. Come dir, messi, e birri, e osti, e cuochi. S'io perdessi a primiera il sangue e gli occhi,

Non me ne

curo; dove a sbaraglino


,

perdo tre baiocchi. Non uom s fallito e s meschino, Che s'egli ha voglia di fare a primiera.

Rinniego Do

s' io

Non

trovi d'accattar
si

sempre un

fiorino.

Ha

la

primiera una
s fa

allegra cera

Ch' ella

per forza ben volere

Per la sua grazia e per la sua maniera. Ed io per me non trovo altro piacere.

Che, quando non ho il modo da giocare. Star di dreto ad un altro per vedere.

stare'vi tre d senza

mangiare.

Dico bene a disagio, ritto ritto.

non avessi altro da fare E per suo amore andrei fino in Egitto,
s' io
:

Come

E anche
Ma
s' io

credo, ch'io combatterei.


diritto.

Difendendola a torto e a

facessi e dicessi per lei

Tutto quel ch'io potessi fare e dire.

Non
Per
s'

arei fatto quel ch'io doverci.

a questo non

si

pu venire

Io per

me non

vo' innanzi per s poco

Durar fatica per impoverire:


liasta

che la primiera un bel giuoco.

, ,

04

CAPITOLI
XVI.
IN

LODE

D'

ARISTOTILE

A MESSER PIETRO BUFFETTO CUOCO

Non

maestro Pier, quel che ti pare Di questa nuova mia maninconia Ch'io ho tolto Aristotile a lodare. Che parentado, o che genealogia Questo ragionamento abbia con quello, Ch' io feci r altro d della moria Sappi, maestro Pier, che quest' '1 bello. Non si vuol mai pensar quel che l' uom
SO,
;

faccia.

Ma
io

governarsi a volte di cervello,

non trovo persona, che mi piaccia. N che pi mi contenti, che costui; Mi paion tutti gli altri una cosacela. Che fumo innanzi, seco e dopo lui; Che quel vantaggio sia fra loro appunto Ch' fra '1 panno scarlatto e i panni bui
Quel eh'
fra la

Che

sai

quaresima e fra l'unto. quanto ti pesa, duole e incresce.

Quel tempo fastidioso quando giunto, Ch' ogni di ti bisogna frigger pesce Cuocer minestre, e bollire spinaci. Premer l'arance fin che '1 sugo n'esce. Salvando, dottor miei, le vostre paci, r ho detto ad Aristotile in segreto.

Come

il

Petrarca, tu solo

mi

piaci.

IN
Il qiial

LODE

D'

ARISTOTILE

95

Petrarca avea pi del discreto

In quella filosofica rassegna,

porlo innanzi,
,

come
,

'1

pose dreto.
,

Costui

maestro Piero quel eh' insegna Quel che pu dirsi veramente dotto.
;

Che di vero saper l'anime impregna Che non imbarca altrui senza biscotto,

Non

dice le sue cose in aria al vento

Ma
Che

tre e tre fa sei, quattro e quattro otto.

Ti fa con tanta grazia


te lo senti

un argomento.

Fino

al cervello, e

andar per la persona rimanervi drento.

Sempre con

sillogismi ti ragiona,

la

ragion per ordine


ti

Quella

Dilettasi d'

ti mette: scambia, che non ti par buona. andar per le vie strette

Corte, dirette, per finirla presto,

E non
Fra

istar a dir, l'and, la stette.

gli altri tratti Aristotile ha questo. Che non vuol, che l'ingegni sordi e loschi, E la canaglia gli meni l' agresto.

Per par qualche volta che s'imboschi.

Passandosi

le

cose di leggiero,
'1

E non abbia
Ma

piacer che tu
il

conoschi.

quello con effetto

suo pensiero:

S'egli chi voglia dir che

non l'intende.
'1

Lascialo cicalar, che non

vero.

Come

falcon

eh' a far la preda intende


l'ali.
1

Che gira un pezzo sospeso in su


Poi di cielo in

un

tratto a terra scende

Cosi par ch'egli a te parlando cali,


E; venga al punto; e perch tu lo investa^

Comincia dalle cose generali;

96

CAPITOLI
le

squarta, e sminuzza, e trita, e pesta, Ogni costura, ogni buco ritrova. S che scrupolo alcun mai non ti resta. Non vuol che l'uomo a credergli si muova. Se non gli mette prima il pegno in mano, Se quel che dice in sei modi non prova. Non fa proemi inetti, non in vano.

Dice

le

cose sue semplicemente,


affetta
il

E non
Quando
Parla

favellar toscano.

gli occorre parlar della gente,

d' ognun pi presto ben che male Poco dice d'altrui e di s niente: Cosa che non han fatto assai cicale. Che volendo avanzarsi la fattura, S' hanno unto da sua posta lo stivale. regola costui della natura Anzi lei stessa, e quella e la ragione Ci ha posto innanzi agli occhi per pittura. Ha insegnato i costumi alle persone: La felicit v' per chi la vuole Con infinito ingegno e discrezione. Hanno gli altri volumi assai parole: Questo pien tutto di fatti e di cose. Che d'altro che di vento empier ci vuole Oh Dio, che crudelt, che non compose

Un' operetta sopra la cucina, Tra l'infinite sue miracolose.

Credo eh'

ella

sarebbe altra dottrina.

Che quel tuo ricettario babbuasso. Dove hai 'mparato a far la gelatina; Che t'avrebbe insegnato qualche passo, Pi che non seppe Apizio mai, n Esopo, D'arrosto e lesso, di magro e di grasso.

IN

LODE

D'

ARISTOTILE

97

Ma

io che fo? che son come quel topo. Ch'ai lion si flcc drento all'orecchia,

del

mio

folle ardir

m'accorgo dopo.

Arreco Bianchezza voglio aggiugnere alla neve,


al

mondo ima
tutto
il

novella vecchia.

E metter

mare

in poca secchia.

Io che soglio cercar materia breve,

sugo alcuno, Che punto d'eloquenza non riceve: E che sia '1 ver, va', leggi a uno a uno
Sterile, asciutta, e senza
I

Capitoli miei

eh' io vo'

S'egli subietto al
Io

mondo
se

morire pi digiuno:
dire

non mi so scusar,
Quel ch'io

non con

son capricci, Ch'a mio dispetto mi voglion venire, Com' a te di castagne far pasticci.
dissi di sopra: e'

xvn.
A MESSER MARCO VENIZIANO

io vo pi pensando alla pazzia Messer Marco magnifico , che voi Avete fatto e fate tuttavia, D' esservi prima imbarcato e dipoi Para pur via, sappiate che mi viene

Quant'

Compnssion
Bmii.

di voi stesso, e di noi,

Parte I

98

CAPITOLI
:

Che dovevamo con cento catene Legarvi stretto ma noi semo stati Troppo dappochi, e voi troppo dabbene. Quel Monsignor degli stivai tirati
Poteva pure star due giorni ancora, Poi che due mesi ci aveva uccellati Con dire: io voglio andare, io andr ora; Che pur veniva da monsignor mio La risposta la quale venut' ora. E dice eh' contento, e loda Iddio Ch'io con voi venga, e stia, e vada, e torni, E faccia tanto quanto v' in disio Purch la stanza non passi otto giorni; Ma Dio sa poi quel che sarebbe stato
,
:

Al pan
Poi

si

guarda prima che

s'

inforni

non importa quando

gli infornato.

Or basta, io son qui solo com' un cane, E non mangio pi ostriche, n flato.

per disperazion vo via domane


In luogo, ov'io v'aspetto, e vi scongiuro

Che

siate

almen qui

fra tre settimane:

Perch altrimenti non sarei sicuro. Cio avrei da far, voi m' intendete.

Che sapete

il

preterito e

il

futuro;

Diranno: noi voglam che tu sia prete, Noi vogliam che tu facci e che tu dica
,

Io star fresco se voi

non

ci siete.

Senza che pi ve lo scriva o ridica Venite via: che volete voi fare Fra cotesti orti di malva e di ortica? Che son pe' morti cosa singolare, Come dice il sonetto di Rosazzo Io vo' morir se vi potete stare.
:

A MESSER MARCO VENIZIANO

per mia f, che per

un

bel sollazzo

L'avete scelto, e questa vostra gita

stata quasi
eli'

un

caprccio di pazzo.

Per certo

era pure un' altra vita


di Grazia, e quelle trte.

Santa Maria

Delle quali io

mi

lecco ancor le dita;


s

Quelle vo' dir, che con


Ci apparecchiava

varia sorte

messer Pagol Serra: Che mi vien ora il sudor della morte, A dir eh' io m' ho a partir di questa terra, Ed andarmi a ficcare in un paese. Dove si sta con simil cose in guerra. Di quella graziosa alma cortese. Che vive come vivono i Cristiani, Parlo della brigata genovese Salvaghi, Arcani, e Marini e Goani, Che Dio dia ai lor cambi e lor faccende La sua benedizione ad ambe mani. Era ben da propor da chi s' intende Di compagnie e di trebbi, a coteste Generazion salvatiche ed orrende. Che paion sustituti della peste: Or io non voglio andar multiplicando In ciance che vi son forte moleste. E 'n sul primo proposito tornando.
Dico cos, che voi torniate presto:

A
E mi

vostra signoria

mi raccomando,
il

riserbo a bocca a dirvi

resto.

100

CAPITOLI
XVIII.

A MESSER FRANCESCO DA MILANO

Messer Francesco, se voi siete vivo, Perch' io ho inteso che voi siete morto Leggete questa cosa eh' io vi scrivo Per la qual vi consiglio e vi conforto A venire a Venezia, che oggimai A star tanto in Piacenza avete il torto; E quel eh' peggio, senza scriver mai: Che pur s' aveste scritto qualche volta. Di voi staremmo pi contenti assai. Qui messer Achille dalla Volta, E '1 reverendo monsignor Valerio,
:

Che domanda di voi volta per volta; mostra avere estremo desiderio. Non pur sol egli, ma ogni persona

N'ha un martel, eh' proprio un vituperio. Lasciamo andar monsignor di Verona,


Nostro padron, che mai n d n notte. Colla lingua e col cuor non v'abbandona.

Be voi aveste, non vo' dir le gotte. Ma '1 mal di sant'Antonio e '1 mal francese,

le

gambe

e le spalle e l'ossa rotte.

Devereste esser stato qua un mese.

Tanto ognun

si

consuma

di vedervi,
le

d'alloggiarvi, e quasi far

spese.

Ma non
Che
Se
i

disegni gi nessun d'avervi.


vi vogl' io; e

per Dio starei fresco,

forestieri avessino a godervi.

A MESSER FRANCESCO DA MILANO


Venite via,

101

il mio messer Francesco, prometto due cose eccellenti L' un' il ber caldo, e l'altra il mangiar. fresco. E se voi avete mascelle valenti. Vi giover, che qui si mangia carne

Che

vi

Di can, d'orsi, di tigri e di serpenti.


I

medici consiglian, che le starne Quest'anno, per amor delle petecchie,

Farehbon mal, chi volesse mangiarne.

Ma

di questi lavori delle pecchie,

api, a

modo vostro,

vi

prometto.

Che n'abbiam
Io parlo d'

coi corbelli e colle secchie.


;

ogni sorte di confetto

In trte, marzapani, e 'n calieioni,

Vo' sotterrarvi infln sopr' al ciuffetto Capi di latte santi, non che buoni.
Io dico capi, qui si

chiaman

cai.
;

Da

star proprio a mangiargli ginocchioni

Poi certi bozzolai impeverai,


Ali'as

berlingozzi e confortini.

La miglior cosa non mangiaste mai. Voi aspettate, che l'uom vi strascini; Venite, che sarete pi guardato.
Che
il

doge per l'Assensa dai facchini.

Sarete intrattenuto e corteggiato.

Ben

visto da

ognun come un barone:


si

Chi v'udir,

potr dir beato.

un Anfione, Anzi un Orfeo, che sempre aveva drieto Bestie in gran quantit, d'ogni ragione. Se siete, come io spero, sano e lieto.
Parrete per quest'acque

Per vostra f

non

vi fate aspettare.

star tanto con l'animo inquieto.

102

CAPITOLI

cci comodamente da sguazzare

Secondo il tempo, cci Valerio vostro, Che in cortesia sapete singulare. Ci eh' di lui possiam riputar nostro, E pan, e vin; pensate, che adess' io Scrivo colla sua carta e col suo inchiostro. Stiamo in una contrada e in un rio.
Presso alla Trinit e all'Arsenale,

Incontro a certe monache di Dio;

Che fan

la

Idest, che

pasqua come il carnevale, non son troppo scrupolose,

Che voi non intendeste qualche male.


"Venite a scaricar le vostre cose,

a diritto, e venga Bernardino, Che faremo armonie miracolose.


l

Poi alla fin d'agosto, o

vicino,

Se si potr praticare il paese. Verso il padron piglieremo il cammino,

Che

l'altr'ier se

ne and nel Veronese.

XIX.
AI SIGNORI ABATI

Signori abati miei, se

si

Ditemi quel che voi

pu dire. m' avete fatto

Che gran piacer

l'avrei certo d'udire.

AI SIGNORI ABATI

108

Sapevo ben ch'io ero prima matto, Matto, cio, che volentieri amavo,

Ma

or

mi pare aver

girato affatto.

Le virt vostre mi v' han fatto schiavo E m' han legato con tanti legami, Ch' io non so quando i pie mai me ne cavo Gli forza eh' io v'adori, non eh' io v'ami.

D'amor per di quel savio d'irtene. Non di questi amoracci sporchi e infami.
Voi siete
s

cortesi e si dabbene,
sol,

Che non pur da me

ma

ancor da tutti.

Amor, onor, rispetto vi si viene. Ben sapete, che l'esser anche putti, Un non so che pi v'accresce e v'acquista, Massimamente, che non siete brutti.

Ma

per Dio siavi tolta dalla vista,

N dalla vista sol, ma dal pensiero. Una fantasiaccia cos trista. Ch'io v'amo, e vi vo' bene, a dir il vero.

Non tanto, perch siete bei, ma buoni, E potta, ch'io non dico, di san Piero,
Chi colui, che di voi non ragioni? Che le virt delle vostre maniere. Per dirlo in lingua furba, non canzoni?

Che non

oggi facile a vedere, Giovane, nobil, bella e vaga gente. Che abbia anche insieme voglia di sapere, Ch'adorni il corpo ad un tratto, e la mente; Anzi eh' a questa pi che a quello attenda.

Come voi fate tutti veramente. Per non vo', che sia chi mi riprenda,
S' io dico,

che con voi sempre starei dormire e a fare ogni faccenda.

104

CAPITOLI
se
i

fati, o le stelle, o sien gli Dei,


io potessi far la vita

Volessin eh'

Secondo Dappoi che

gli auspicj e voti miei.


'1

genio vostro

s
il

m'

invita

Vorrei farla con voi:

ma

bel saria,

Che come dolce, fosse anche infinita. Oh, che grata, o che bella compagnia! Bella non per me; ma ben per voi. So io che bella non saria la mia. Ma noi ci accorderemmo poi fra noi; Quando fussimo un pezzo insieme stati.
,

Ognuno andrebbe a far i fatti suoi. Faremmo spesso quel giuoco de' frati.
Che certo bello, e fatto con giudizio In un convento, ove sien tanti abati.

Diremmo ogni mattina

il

nostro uflzio,

Voi cantereste, io vel terrei segreto. Che non son buono a s fatto esercizio. Pur per non stare inutilmente cheto, Vi farei quel servigio, se voleste. Che fa chi suona agli organi di dreto. Quai pi solenni e quai pi allegre feste, Qual pi bel tempo e quai maggior bonaccia.

Maggior consolazion sarien

di queste?

chi piace l'onor, la roba piaccia:


Io

tengo
al

il

sommo bene
un

in questo

mondo,

Lo
Il

stare in

compagnia che

sodisfaccia.

terno

fuoco in

bel cerchio tondo

A
E

dire

ognun

la sua, la state al fresco:

io di lui

Questo piacer non ha n fin n fondo. pensando s m'adesco, Che credo di morir, se mai v'arrivo: Or parlandone indarno, a me rincresco.

AI SIGNORI ABATI Vi scrissi l'altro


d,

105

che mi spedivo

Per venir

via, ch'io

muoio

di martello,

E
Io

ora un' altra volta ve lo scrivo.

ho lasciato in Padova il cervello, Voi avete il mio cor serrato e stretto


Sotto la vostra chiave e
'1

vostro anello.

Fatemi apparecchiare in tanto il letto, Quella sedia curule e due cuscini, Ch'io possa riposarmi a mio diletto,

state sani, abati miei divini.

XX.
AL CARDINAL IPPOLITO DE' MEDICI

Non

crediate per, signor, ch'io taccia

Di voi, perch'io non v'ami e non v'adori;

Ma temo
Io

che

'1

mio

dir

non

vi dispiaccia.

da muratori. Di queste case qua di Lombardia, Che non van troppo in su co' lor lavori.
stil

ho un certo

Compongono a una

Che se volete pur ch'io ve

certa foggia mia. lo dica.

Me

l'ha insegnato la poltroneria.

Non bisogna parlarmi di fatica, Che, come dice il cotal della peste. Quella la vera mia mortai nimica.

106

CAPITOLI
stato detto
stil

M'

mo, che voi vorreste

Un
Come

pi alto,

un pi

lodato inchiostro

Che cantasse
Unico
stile,
il

di Pilade e d'Oreste;
il

sarebbe, verhigrazia,
vecchio,

vostro

o singolare, o raro,

Che vince

non che

'1

tempo
;

nostro.

Quello ben, eh' a ragion tegnate caro

Per ch'ogni bottega non ne vende: Ne siete a dire il ver pur troppo avaro.
Io

ho sentito

dir tante faccende

Della traduz'ion di quel secondo


Libro, ove Troia misera s'incende.

Ch'io bramo averlo, pi che mezzo

il

mondo;

Hovvelo

detto, e voi

Onde anch'io

taccio, e pi
al stil

non rispondete, non vi rispondo.


il

Ma

per tornare

che voi volete,


torrei,

Dico, eh' anch'io volentieri

E n'ho

pi voglia che voi non credete;

Ma

far rider la gente

non

vorrei.

Come

sarebbe, se

'1

vostro Gradasso

Leggessi greco in cattedra agli Ebrei; Quel vostro degnamente vero spasso. Che mi par esser proprio il suo pedante,

Quando a parlargli m'inchino si basso. Provai un tratto a scrivere elegante.


In prosa, e 'n versi, e fecine parecchi. Ed ebbi voglia anch'io d'esser gigante;

Ma messer Cintio mi tir gli orecchi, E disse; Bernio, fa' pur dell'anguille.
Arte non
il proprio umor dove tu pecchi. da te cantar d'Achille; A un pastor poveretto tuo pari Convien far versi da boschi e da ville.

Che questo

Il

A IPPOLITO DE' MEDICI

107

Ma

lasciate ch'io abbia anch'io danari,

Non fla pi pecoraio^ ma cittadino, E metterocci mano unquanco e guari, Com'ha fatto non so chi mio vicino, Che veste d' oro, e pi non degna il panno, E dassi del messere e del divino.
Far versi di voi che fumeranno, E non vorr che me ne abbiate grado, E s'io non dir il ver, sar mio danno. Lascer stare il vostro parentado,

E E A

vostri papi, e

'1

vostro cappel rosso,

l'altre

cose grandi, ov'io non bado.

voi vogl'io, signor, saltare addosso.

Voi sol per mio soggetto e tema avere,


Delle vostre virt dir quant' io posso.
Io

non v'accoppier come

le

pere,

E come
Nelle

l'uova fresche, e

come

frati,

mie filastrocche

e tantafere;

Ma

far sol per voi versi appartati.

N metterovvi con uno in dozzina. Perch d'un nome siate ambo chiamati:

dir

prima

di quella divina

Indole vostra e del beato giorno.

Che ne promette

bella mattina:

Dir del vostro ingegno, al qual intorno


Infinito giudizio e discrezione:

Cose che raro

al

mondo

si

trovorno;

Onde

lo studio delle
le

cose buone,

composizioni escon sovente.

Che fan perder la scherma a chi compone. N tacer da che largo torrente La liberalit vostra si spanda,

dir molto, e

pur

e'

sar niente.

108

CAPITOLI

Questo quel fiume, die pur or si manda Fuori, e quel mar, clie crescer s forte.

Che

'1

mondo

allaglier da ogni banda.


le

Non

se ne sono ancor Per la novella et;

genti accorte

ma tempo
le

ancora

Verr, ch'aprir far

chiuse porte:

se le stelle, che

'1

vii

popolo ora.

Dico, Ascanio, San Giorgio, onora e cole.

Oscura, e fa sparir la vostr' aurora,

Che spererem che debba

fare

il

sole?

Beato chi udir dopo mill' anni Di questa profezia pur le parole.
Dir di quel valor, che mette
i

vanni,

E potria far la spada e il pastorale Ancora un d rifare i nostri danni. Far tacere allor certe cicale.
Certi capocchi, satrapi ignoranti,

Ch' alla vostra virti commetton male. Genti che non san ben da quali e quanti
Spiriti generosi

accompagnato,

L'altr'ier voleste agli altri andare avanti:

Dico oltre a quei ch'avete sempre allato, Che tutta Italia con molta prontezza

Varia
Questo

di l dal

mondo

seguitato.

vi fece

romper

la cavezza,

Legazion tutti i legacci, Tanto da gentil cuor gloria s'apprezza. Portovvi in Ungheria fuor de' covacci S che voi sol voleste passar Vienna: Voi sol dei Turchi vedeste i mostacci. Quest' la storia, che qui sol s'accenna: La lettera minuta, che si nota. Dipoi s' estender con altra penna.
della

A IPPOLITO

Dt;'

MEDICI

10

E mentre

il

ferro a temprarla s'arruota,

Serbate questo schizzo per un pegno. Fin ch'io lo colorisca e lo riscuota.

Che

se voi siete di tela e di legno,

di biacca per man di Tiziano, Spero ancor' io, s'io ne sar mai degno, Di darvi qualche cosa di mia mano.

V/VA./VVV

XXI.
AL CARDINAL DE' MEDICI
IN

LODE DI GRADASSO

Voi m'avete, signor, mandato a dire.

Che
Io

del vostro Gradasso

un'opra

faccia:

son contento,

io vi voglio ubbidire;

Ma

s'ella vi riesce una cosacela. La vostra signoria non se ne rida E pensi eh' a me anche ella dispiaccia. Egli nella Poetica del Vida Un verso, il qual voi forse anche sapete. Che cos agli autor moderni grida: Oli tutti quanti voi, che componete, Non fate cosa mai che vi sia detta. Se poco oiior aver non ne volete
;

Ilo

CAPITOLI
lavorate a posta

Non

mai n in

fretta,

Se gi non siete sforzati e costretti

Da gran maestri e signori a bacchetta. Non sono i versi a guisa di farsetti.


Che si fanno a misura, n la prosa, Secondo le persone, or larghi, or stretti:
La poesia
Che

come

quella cosa.
lei.

Sapete, cke 3sogna star con


si rizza

a sua posta, e leva, e posa.

Dunque negarvi

versi io non potrei, Sendo chi siete; e chi gli negherebbe Anche a Gradasso mio re de' Pimmei? Che giustamente non s'anteporrebbe A quel gran Serican, che venne in Francia Per la spada d' Orlando e poi non l' ebbe. Costui porta altrimenti la sua lancia:
,

Non peserebbe

solo

il

suo pennacchio

La stadera dell'Elba e la bilancia; Con esso serve per ispaventacchio Anzi ha servito adesso in Alemagna A Turchi, e a Mori: io so quel che mi gracchio.

destro, snello, adatto di calcagna,

far

moresche

e salti:

Un

grillo,
il

un

gatto,

non tale un cane ed una cagna.


il

In prima

periglioso, e poi

mortale;
l'

Non ha

tante virtH nei prati

erba

Bettonica, quant'ha quest'animale. La cera verde sua brusca ed acerba Pare un viso di sotto, quando stilla

Quel che nel ventre smaltito

si

serba.

La sua genealogia

chi potria dilla?

Io trovo eh' egli usc d'

un

di

quei buchi

Dove abitava a Norcia

la Sibilla.

,, ,

,,

AL CARDINAL DE' MEDICI


Suo padre gi facea
gli

IH

Eunuchi,
i

lui f dottorar nel berrettaio.

Per non tenerlo in frasca come

bruchi.
;

Nacque nel dua

di qua dal centinaio grande eh' io credo che manchi Poca cosa d'un braccio a fargli un saio. Se si trovava colla spada ai fianchi

Ed

si

Quando

topi assaltarono

ranocchi

Egli era fatto condottier dei granchi.

certo gli somiglia assai negli occhi

E
M'

nella tenerezza della testa.


alle

Che va incontro
stato detto di

punte degli stocchi.


festa,
a cavallo

non so che
,

Che

voi gli fate

quand' egli

Se cos tosto a seder non s'appresta. Fate dall' altra banda traboccano A capo chino e par che vadi a nozze
,

Si dolce in quella parte

ha

fatto

il

callo.

Cos le bestie

non diventan rozze,

Che ve le mena meglio assai eh' a mano E parte il giuoco fa delle camozze; Un certo giuoco, eh' io ho inteso strano, E che si lascia il matto a corna innanzi
Cader dagli
alti

scogli in terra al piano.

State cheti poeti di romanzi

Non mi rompa la testa Rodomonte, N quel Gradasso ch'io dicevo dianzi;


Buovo
d'

Antona
i

Buovo

d'

Agrismonte,

Paladin farebbon meglio. Poi che sono scartati, andare a monte:


tutti

Questo della montagna il vero Veglio Questo solo infra tutti pel pi grasso, E per la miglior roba eleggo e sceglio.

112

CAPITOLI

si dica il Serican Gradasso, Questo cognome ornai si spegne e scorcia, Come la sera il sol, quand' egli basso. Viva Gradasso Berrettai da Norcia.

Pi non

XXII.

LAMENTO

DI

NARDINO

CANATTIERE, STROZZIERE E PESCATORE ECCELLENTISSIMO

buona gente, che

vi dilettate,

piaccionvi

piacer del Magnolino,

Pregovi in cortesia che m'ascoltiate. Io vi dir il lamento di Nardino, Che fa ognor con pianti orrendi e fieri Sopra il suo sventurato cornacchino:

Questo era un bello


Ch'
ei

e gentil sparavieri,

s'avea preso e acconcio a sua


gi mille piaceri;

mano

E avutone

Egli era bello, grazioso e

umano,
mano;

Sicuro quanto ogni altro uccel che voli

Da tenersel per Avea fatto ai suoi


Avea

testa a ignuda

d mille bei voli,

fra l'altre parti ogni

buon segno,

prese gi trentanove assiuoli.

LAMENTO DI NARDINO

13

Non avea forza, ma gli aveva ing-egno, come dicon eerti, avea- destrezza, E in tutte le sue cose assai disegno. Tornava al pugno, eh' era una bellezza, Aspettava il cappel com' una forma:
In fine, egli era tutto gentilezza. Oli Dio, cosa crudel fuor d'ogni norma!

Come ne venne E che n'appar

il

tempo

delle starne^

fuori alcuna

torma.

Appena ebb' ei cominciato a pigliarne. Che gli venne un enfiato sotto il piede, Appunto ove pi tenera la carne;
.ccome tutto
il

d venir si

vede

gli

uecei cos vecchi,

come nuovi.
si crede.

Che per troppa caldezza esser

Come

si sia,

comunque tu

gli

provi
chiovi.

Ei vien subitamente lor

un male.
i

Che questi uccellator chiamano

Oh umana speranza ingorda

e frale;

Quant' verace il precetto Divino: Che non si debba amar cosa mortale Cominci indi a sospirar Nardino,

E star pensoso e pallido nel volto. Dicendo d e notte: o cornacchino, cornacchin mio buon, ehi mi t' ha tolto? Tu m' hai privato d'ogni mio sollazzo. Tu sarai la eagion eh' io verr stolto. impiccato sia io, s' io non m'ammazzo, S' io non mi metto al tutto a disperare!

E come

Cosi gridava, che pareva pazzo. spesso avvien nell'uccellare.

Che qualche uceel fantastico restio, Cos in un tratto non volea volare.
Bemi.

Parte

I.

, ,

114

CAPITOLI
mordeasi per rabbia ambo le mani. Gridando: Ove sei tu, cornacchin mio?

Ei' s'adirava e rinnegava Dio,

Di poi ha preso adirarsi co' cani,

d lor bastonate da cristiani: eh' suo (ne vo' c^e vi dispiaccia) ha nome Fagianino, eh' un buon cane. ssi adirato, e non ne vuol pi caccia; E spesso spesso a drieto si rimane: Dicono alcun, che lo fa per dolore; Un tratto e' va pi volentieri al pane. Vedete or voi quanta forza ha l' amore

E E

gli

chiama,

e gli sgrida, e gli

minaccia,

Ond'un,

Che insino

gli

animali irrazionali
del lor signore.

Hanno compass'ion

Queste son cose pur fiere e bestiali. Chi le discorre e chi le pensa bene, Ch' intervengon nel mondo agli animali. Per, s' alcuna volta c'interviene Cosa eh' a gusto non ci vadi troppo Bisogna torsi al fin quel che ne viene; Che si d spesso in un peggiore intoppo. Ed talor con danno altrui 'nsegnato. Che gli meglio ir trotton, che di galoppo.

buona gente, eh' avete ascoltato Con s divota e pura attenzione


Questo lamento eh' io v' ho raccontato Abbiate di Nardin compassione.
Dio
;

Perch non s'abbia al tutto a disperarne: lo cavi di questa tentazione. Io voglio in cortesia tutti pregarne: Pregate Dio per questo cornacchino; Dico a chi piace uccellare alle starne, Ch' proprio un dei piacer del Magnolino.

113

XXIII.

SOPRA UN GARZONE

Ilo

ho sentito
Dette

dir,

che Mecenate
farsi frate.

un

fanciullo a Virgilio Marone,

Che per martel voleva

jE
I

questo fece per compassione,


Ch'egli ebbe di quel povero Cristiano,

Che non si desse alla disperazione. Fu atto veramente da Romano, Come fu quel di Scipion maggiore^ Quand'egli era in Ispagna capitano* non son n poeta n dottore.

Ma

chi

mi desse

a quel

modo un
'1

fanciullo.
core.

Credo ch'io

gli darei

l'anima e

)h state cheti, egli pure

un

trastullo

Avere un garzonetto, che

sia bello.

Da
per

'nsegnargli dottrina e da condullo.

me

credo ch'io farei

il

bordello,

E
S

ch'io gl'insegnerei ci ch'io sapessi.

S'egli avesse niente di cervello.


cos ancora

quand' io m' avvedessi Che mi facesse rinnegare Iddio, Xon dispetto ch'io non gli facessi.
Dio, s'io n'avessi un, che vo' dir io,

|)h

Poss'io morir
S'io
ila

non

gli dividessi

io

ho a

far

com'uno sciagurato, mezzo il mio; un certo con ostinato.

Ma

per dir meglio, con certi ostinati,


tolto a farmi viver disperato,

C'han

16

CAPITOLI

Per Dio, noi altri siam pure sgraziati. Nati a un tempo, dove non si trova Di questi cos fatti Mecenati.

Sar ben un, che far una prova. Di dar via una somma di danari;

Da

quello in su,

non

uom

che

si

muova.

Or che diavolo ha a
Se non
ci

far qui

un mio

pari,

Hass'egli a disperare e gittar via.


Mecenati, Tucchi o Vari?
secol d'oro,

Sia maledetta la disgrazia mia.

Poich

io non nacqui a quel buon Quando non era ancor la carestia.

Sappi, che diavol sarebbe a costoro

D'accomodare un pover uom dabbene, E di far un bel tratto in vita loro? Ma so ben' io donde la cosa viene:
Perch
la gente, se lo trova

sano.

Ognun va dreto al fresco delle rene, E ognun cerca di tenere in mano;


Cos avviene, e chi non ha, suo danno.
Cristo,

vai n sant'Anton n san Bastiano. cavami tu di questo affanno, O tu m'insegna, come io abbi a fare, Aver la mala Pasqua col mal' anno.

Non

s'egli dato eh' l'abbi a stentare.

Fa' almen, che qualcun altro stenti

meco

Acci ch'io non sia solo a rovinare.

Cupido traditor, bastardo, cieco.

Che

sei

cagion di tutto questo male,

Rinniego Iddio s'io non m'ammazzo teco, Poich '1 gridar con altri non mi vale.

117

XXIV.
IN

LAMENTAZION D'AMORE

In f di Cristo,

Amor, che tu

liai

'1

torto,

Assassinare in questo

modo

altrui,

E volermi ammazzar quand' io son morto. Tu m' imbarcasti prima con colui Or vorresti imbarcarmi con colei Io vo' che venga il morho a lei e a lui;
;
;

E presso eh' io non dissi a te e a lei, Se non perch' io non vo' che tu t' adiri;

ogni

modo
i'

io te

1'

appiccherei.
:

Sappi quel eh'

ho a far coi tuoi sospiri

avvezzo a rider tuttavia, Or bisogna eh' io pianga e eh' io sospiri. Quand' io trovo la gente per la via
Io era

'0

Ognun mi guarda per trasecolato, E dice eh' io sto male e eh' io vo via. me ne torno a casa disperato: E poi eh' io m' ho veduto nello specchio

fi
'

Conosco ben eh' io son trasfigurato. Farmi esser fatto brutto, magro e vecchio, E gran merc, ch'io non mangio pi nulla, E non chiudo n occhio n orecchio. Quand' ognun si sollazza e si trastulla,
Io attendo a trar guai a centinaia:

E fammegli tirar una fanciulla. Guarda se la fortuna vuol la baia. La m' ha lasciato stare insino ad ora Or vuol eh' io m' innamori in mia vecchiaia.

118

CAPITOLI
:

non volevo innamorarmi ancora Che poi eh' io m' ero innamorato un tratto Mi pareva un bel che esserne fuora-. A ogni modo, Amor, tu hai del matto: E credi a me, se tu non fossi cieco. Io ti farei veder ci che m' hai fatto. Qr se costei l'ha finalmente meco. Questa rinnegataccia della Mea
Io

Di grazia, fa' ancor, ch'io l'abhia seco. Poich tu hai disposto eh' io la bea
;

S'ella

mi fugge,

ch'io le sia nimico,

sia turco io, s'ell'

ancor giudea.

Altrimenti, Cupido, io te lo dico In presenza di questi testimoni:

Pensa eh'

io t'

se tu

mi percuoti
non
ti

abbia a esser poco amico. negli ugnoni,


ti

Rinniego Dio s'io non

do la stretta,
ci

s' io

fornisco a mostaccioni.

Prega pur Cristo, ch'io non mi

metta:

Tu non me

n' arai fatte per sei,

Ch' io ti far parere una civetta, Non potendo valermi con costei: Per vendicarmi de' miei dispiaceri.
Faretti quel eh'
i'

arei fatto a

lei.

E non ti varr esser balestrieri, O scusarti coli' esser giovanetto


Ch' allor
tei far io
ti

pi volentieri.

Non

creder ch'io

vogli aver rispetto.

Io te lo dico, se nulla t'avviene,

^on

dir di poi eh' io


sei

Cupido, se tu

servi altrui

non te l'abbia detto. un uom dabbene, quando tu sei richiesto,


delle

Abbi compassion

mie pene.

IN

LAMENTAZION

D'

AMORE

1]|

Non guardar perch'io t'abbia detto questo: La troppa stizza me l' ha fatto dire
;

Un'altra volta io sar pi onesto.

io non vorrei morire: il vero Ogni altra cosa si pu comportare. Questa io non so com' ella s'abbia a ire. Se costei mi lasciasse macinare. Io le farei di dreto un manichino, E mostrerei di non me ne curare. Ma chi non mangia pane e non bee vino l'ho sentito dir che se ne muore,

dirti

E
Per
S'

quasi quasi eh'


ti
i'

io

me

lo

indovino;
:

vo' pregare

o Dio d'

Amore

ho pure a morir per man di dame. Tira anche a lei un^verretton nel cuore; Fa' eh' ella muoia d' altro che di fame,

XXV.
NEL TEMPO CHE FU FATTO PAPA ADRIANO VI.

poveri infelici cortigiani.


Usciti dalle

man

dei fiorentini,

dati in preda a tedeschi e marrani:

Che credete che importin quegli uncini. Che porta per insegna questo arlotto
Figliuol di

un cimator

di

panni lini?

120

CAPITOLI

Andate a domandarne un po'Ceccotto, Che fa profess'on d'imperiale,

E
Onde

diravvi

il

misterio che vi sotto,

diavol cav questo animale

Quella bestiaccia di Papa Leone?

Che

gli

manc da

far

un cardinale?

voi reverendissime persone.

Che vi faceste cos bello onore. Andate adesso a farvi far ragione, O Volterra, o Minerva trad'itore,
canaglia diserta, asin, furfanti.

Avete voi da farci altro favore? Se costui non v'impicca tutti quanti, E non vi squarta vo' ben dir che sia
,

Veramente

la

schiuma

dei pedanti.

Italia poverella, Italia

mia,

Che ti par di questi almi allievi tuoi. Che ti han cacciato un porro dietro via? Almanco si voltasse costa' a voi,

E vi fesse patir la penitenza Del vostro error: che colpa n' abbiam noi? Che ci ha ad esser negato l'udienza, E dato sul mostaccio delle porte:
Che
Cristo

non

ci

arebbe pazienza.

Ecco che personaggi, ecco che corte. Che brigate galanti cortigiane,
Copis, Vinci, Corizio e Trincheforte
!

Nomi da fare sbigottire un cane; Da fare spiritare un cimitero.

Al suon delle parole orrende e strane. pescator diserto di san Piero,

Questa

ben quella volta, che tu vai

In chiasso e alla stufa daddovero.

, ,

PER

L'

elezione di PAPA ADRIANO

121

Comincia pure avviarti a Tornai,

E canta per
Che
dice:

la strada quel versetto,


e

Andai in Fiandra

non

tornai,

Oltre canaglia brutta, oltre al Traietto;

Ladri cardinalacci schiericati. Date luogo alla f di Macometto

Che

vi gastighi dei vostri peccati,


levivi la

forma del cappello.

Al qual senza ragion foste chiamati. Oltre canaglia brutta, oltre al bordello; Che Cristo mostr ben di avervi a noia.

Quando in conclave vi tolse il cervello. S'io non dico or da buon senno, che io muoia; Che mi parrebbe fare un sacrifizio. Ad esser per un tratto vostro boia.
ignoranti, privi di giudizio. Voi potete pur darvi almeno
il

vanto

D' aver messo la Chiesa in precipizio.

Basta

che

gli

hanno

fatto

un papa santo

Che dice ogni mattina la sua messa E non se '1 tocca mai se non col guanto. Ma state saldi, e non gli fate pressa; Dategli tempo un anno e poi vedrete
,

Che piacer anche a

lui

1'

arista lessa.

Santi, s che voi vedete Cristo, Dove ci han messo quaranta poltroni, E state in cielo, e s ve ne ridete. Che maladette sien quante orazioni,

E quante
Dai

litanie vi fur

mai dette

frati in quelle

tante processioni.

Ecco per quel che stavan le staffette Apparecchiate a ir annunziare La venuta di Cristo in Nazarette,
,

, ,

122

CAPITOLI
me
fui vicino^a spiritare.
sentii gridar quella Tortosa:

Io per

Quando

E volli cominciare a Ma il bello era a sentir

scongiurare.

un' altra cosa


accettassi,

Che dubitavan che non

Come persona troppo

scrupolosa.

Per questo non volevan levar 1' assi Di quel conclave ladro scellerato. Se forse un'altra volta e' bisognassi. Da poi che seppon ch'egli ebbe accettato. Cominciarono a dir che non verria, E dubitava ognun d' esser chiamato. Allora il Cesarin volle andar va Per parer diligente, e men seco Serapica in iscambio di Tubbia. sciocchi, a Ripa s tristo vn greco. Che non avessi dovuto volare Se fossi stato zoppo, attratto e cieco? Dubitavate voi dell'accettare? Non sapevate voi, che egli avea letto Che un vescovado buon desiderare? Or poi che questo papa benedetto Venne cos non fussi mai venuto Per far agli occhi miei questo dispetto;
;

Roma
Oh Non si

rinata,

il

mondo

riavuto.
:

La peste

spenta , allegri gli uflziali

che ventura che noi abbiamo avuto


:

dice pi mal de' cardinali Anzi son tutti persone dabbene Tanto franzesi, quanto imperiali. mente umana, come spesso avviene

Ch'

un loda

In pr e

danna una cosa in contro, come ben


e

e la piglia
;

gli viene

PER
Cos adesso

L'

ELEZIONE DI PAPA ADRIANO

123

non maraviglia, Se la brigata diventa incostante,


contenta di costui bisbiglia.

E mal

Or credevate voi, gente ignorante.


Ch'altrimenti dovessi riuscire

Un sciagurato, ipocrito, pedante? Un nato solamente per far dire.


Quanto pazzescamente la fortuna Abbia sopra di noi forza ed ardire Un, che s'avesse in s boutade alcuna, Doverebbe squartar chi l' ha condotto
;

Alla sede papal, ch'ai

mondo

una.

Dice

il

suo Todorico

eh' egli dotto

una buona coscienza. E Come colui che gliel' ha vista sotto. L'una e l'altra gli ammetto, e credo senza Che giuri, e credo che gli abbia ordinato Di non dar via benefizi a credenza.
ch'egli ha

Pi presto ne far miglior mercato, E perderanne innanzi qualche cosa.

Purch denar contante gli sia dato. Questo perch la chiesa bisognosa, E Rodi ha gran mestier d' esser soccorsa Nella fortuna sua pericolosa. Per questo si riempie quella borsa Che gli fu data vota; onde pi volte La man per rabbia si debbe aver morsa.

Ma

di chi vi dolete, o genti stolte.

Se per difetto de' vostri giudizi Vostre speranze tenete sepolte?


Lasciate andar l'imprese degli uflzi,

si

habetis auro ed argento

Spendetel tutto quanto in benefizi;

124

CAPITOLI
vi staranno a sessanta per cento,

Che

E non
Ch'
i

arate pi sospezone,

denar vostri se gli porti il vento. Non dubitate di messer Simone, Che Maestro Giovan da Macerata Ve ne far plenaria assoluzione.

tutte r altre cose sta serrata

videbimus; a questa Si d una udienza troppo grata. Ogni domanda lecita e onesta, E che sia il ver, bench fosse difeso. Pure al Lucchese si tagli la testa. Io non so s' il vero quel eh' i' ho inteso,
dicesi,

Ch'

ei

tasta a
se
i

un a un

tutti

denari,

E guarda
Ora chi non

ducati son di peso.

lo sa studi e

impari.

Che

la regola vera di giustizia

Cos

far che la bilancia stia del pari.


si

tiene a

Roma
le

la dovizia,

fannosi venir

spedizioni

Di Francia, di Polonia e di Galizia. Queste son l'astinenze e l'orazioni,

le sette

virt cardinalesche.
ne' sermoni.

Che mette san Gregorio

Dice Franciscus, che quelle fantesche.

Che tien a Belveder, servon per mostra:

Ma con
E

effetto a lui piaccion le psche.

certo la sua cera lo dimostra.

Che gli pur vecchio, ed in parte ha provato La santa cortigiana vita nostra.
Di questo quasi l'ho per iscusato:

Che non

vizio

proprio della mente.

Ma

difetto

che

gli

anni gli han portato;

PER

L'

elezione DT PAPA ADRIANO

125

credo in coscienza finalmente.

Che non sarebbe, se non buon cristiano, Se non assassinassi si la gente. Pur quand' io sento dire Oltramontano, Vi fo sopra una chiosa col verzino, Idest nimico del sangue italiano.
'

furfante, ubbriaco, contadino.

Nato alla stufa: or ecco chi presume Signoreggiare il bel nome latino! E quando un segue il libero costume Di sfogarsi scrivendo e di cantare. Lo minaccia di far buttare in fiume. Cosa d' andarsi proprio ad annegare Poich r antica libert natia Per pi dispetto non si puote usare. San Pier, s'io dico poi qualche pazzia. Qualche parola eh' abbia del bestiale Fa' con Domeneddio la scusa mia. L' usanza mia non fu mai di dir male E che sia il ver, leggi le cose mie. Leggi l'Anguille, leggi l'Orinale, Le Psche i Cardi e 1' altre fantasie Tutti sono inni, salmi, laude ed ode: Guardati or tu dalle palinodie. Io ho drento uno sdegno, che mi rode
:

sforza contro

all'

ordinario mio

Mentre costui

di noi trionfa e

gode

dir di Cristo e di

Domeneddio.

12G

CAPITOLI

XXVI.
IN

LODE DEL DEBITO

A MESSEJV ALESSANDRO DEL CACCIA

Quanta

fatica,

messer Alessandro,

Hanno certi filosofi durata, Come dir, verbigrazia, Anassimandro

E Cleombroto, E

e quell'altra brigata.
'1

Per dichiararci qual sia


la vita felice,

sommo

bene,

alma

e beata.

Chi vuol di scudi aver le casse piene. Chi stare allegro sempre e far gran cera, Pigliando questo mondo com'' viene; Andare a letto com' e' si fa sera. Non far da cosa a cosa differenza. Non guardar pi la bianca che la nera:

Questa hanno certi chiamata indolenza, Ch' , messer Alessandro, una faccenda. Che l'Auditor non v' ha data sentenza;
Vo' dir, eh' io credo che la non s'intenda.

Voi chiamatela vita alla carlona. Qua un che n' ha fatto una leggenda. Un' altra opinion, che non buona, Tien, che l'imperador e '1 prete Ianni Sien maggior del Torrazzo di Cremona: Perch veston di seta, e non di panni, Son spettabili viri, ognun gli guarda,

Son come

fra gli uccelli

barbagianni.

, ,

IN

LODE DEL DEBITO

127

fu

una vecchia lombarda. Che credeva che '1 papa non fuss' uomo, Ma un drago, una montagna, una bombarda;
tratto

un

vedendolo andare a vespro in duomo ^Si fece croce per la maraviglia: Questo scrive un istorico da Como.

Dell'altra filosofica famiglia

Sono intricati pi, dico, Ch' una matassa quando


Vergilio disse, che
i

gli errori, si

scompiglia.

lavoratori

Starebbon ben, s'egli avessin cervello, Se fussin del lor ben conoscitori. Ma questo alla sentenza stran suggello, come dare innanzi intero un pane

chi

non abbia denti n


le

coltello.

Chi vuol che

persone sien mal sane


ci fa beati,

Dice, che lo studiar

E
E

la scienza delle cose strane.

qui gridan le regole de' frati.

Che danno l'ignoranza per precetto, E non voglion che mai libro si guati. Non mancato ancor chi abbia detto Gran ben del matrimonio e de' contenti Che son nel maritai pudico letto.
IQuesto

amo

io pi,

che tutti

miei parenti

E
I

dico, che lo starvi cosa santa,

Ma

senza compagnia, non altrimenti,


pi di novanta,
gli

^on queste opinion


Son tante quanti E sempre ognun

uomini

e le vite

le altrui

celebra e canta.

Ma f^a le pi stimate e riverite per detto d' ognun quella de'


Perch' egli

preti,

han grandi entrate

poche uscite.

128

CAPITOLI
flosofl e poeti;

Or tacete,

Voi Svetonio,
Lasciate dir a

'1

Platina, e Plutarco,

Che scriveste le vite, state cheti; me, che non imbarco, E sono in questo cos buono autore. Sono stato per dir, come san Marco.
al

Pi bella vita

mondo un

debitore.

Fallito, rovinato e disperato,

Ha, che '1 Gran Turco e che l'imperadore. Questo colui che si pu dir beato In tutto l'universo, ove noi stiamo.
,
:

Non

pi lieto e pi tranquillo stato.

perch paia che noi procediamo Con le misure in mano e con le seste, Prima quel che sia debito vediamo.
le

Debito far altrui

cose oneste.

Come
Trar

dir, eh' a' pi vecchi si


le

conviene

berrette ed abbassar le teste.


far
il

Adunque

debito far bene


il

E quanto
Or
fatto
il

fatto

debito pi spesso,
e tiene.

Tanto questa ragion pi lega

presupposito, e concesso

Che

'1

debito sia opra virtuosa.

Le conseguenze sue vengono appresso. Ha l'anima gentile e generosa

Un uom ch'affronti, e faccia scrocchi uom da fargli fare ogni gran cosa: Non ebbe tanto cuore Ercole mai,
N que' che vanno
teste

assai;

in piazza a dare al toro


^

Sbricchi, sgherri, barbon, bravi, sbisai.

degne d'immortale alloro.


sn fatte loro.

Ma
E

pi delle carezze e dei rispetti

delle feste, che

, ,

IN

LODE DEL DEBITO

129

Non

tal carit fra pi diletti

Figliuoli e padri, e fra moglie e marito,

s'altri

son fra s di sangue


e

stretti.

pi accarezzato

pi servito

Un
Che

debitor da chi ha aver da lui,


se del corpo fuor gli fosse uscito.

on par che tenga memoria d'altrui: Andate a dir, che un avaraccio boia

Abbia

le belle

grazie

ch'ha costui?

Anzi non chi non brami che muoia Tanto perseguitato e mal voluto,

Tanto r han proprio


T'n debitore volentier

suoi figliuoli a noia.

veduto.

Mai non

si

trova che nulla gli ilianchi. spese


prete,

d' altri mantenuto. quando va per banchi. Che sberrettate egli ha da ogni canto. Quanta gente gii sempre intorno a' fianchi. Liesto colui che si pu dare il vanto Di vera fama e di solida gloria. Quel eh' canonizzato come un santo Non ha proporzione annale o istoria Con gli autentici libri de' mercanti. Che son la vera idea della memoria.

Sempre

alle

(iiiardate

un

r^

costor vi son drento tutti quanti;

E
\'oi

quindi tratti a farsi pi immortali


i

E' son dipinti su per tutti

canti.

vedete certi abiti ducali.


lettere patenti di speziah.

Fatti con orpimento e zafferano,

Con
1'^

sar tal che prima era

un

cristiano,

Che si far pi noto a questo modo, Che non Lancillotto n Tristano.


Beru.

Parte

I.

130

CAPITOLI
debitor, eh' savio,

Un

dorme sodo.

Fa sonni che
Disse

cos gli facess' io.

Par che bea papaveri nel brodo.

un

tratto Alcibiade a suo zio,


:

Ch' avea di certi conti dispiacere Voi siete pazzo per lo vero Dio;

Lasciatevi pensare a chi ha a avere,

O qualche modo
Che
i

pi presto trovate,
gli

creditor

non

abbino a vedere.

Vo' dir per questo, se ben voi notate.

Che

se

debiti

ad un metton pensiero.

Si vorria dargli cento bastonate.

Vedete, Caccia mio, s'io dico il vero. Che '1 peggio che gli possa intervenire, r esserne portato com' un cero.

Voi vedete

il

Bargello a voi venire

Con una certa grazia e leggiadria. Che par che voglia menarvi a dormire. N so quand' io veggo un che vada via Con tanta gente da lato e d' intorno Che differenza a lui dal Papa sia. Poi forse che lo menano in un forno? Serranlo a chiave in una forte rcca, Com' un gioiel di m.olte perle adorno. Come egli giunto, ognun la man gli tocca.
,
,

Ognun Ognun
Luogo Degno

gli fa

carezze e accoglienze.

per carit lo bacia in bocca.


celestial,

gloriose Stinche di Firenze,

luogo divino,

di centomila riverenze; voi ne vien la gente a capo chino,

E prima
S'

che

la vostra scala saglia


;

abbassa

in sull' entrar dell' usciolino

IN

LODE DEL DEBITO


s'

131

voi

nessuna fabbrica
altra a

agguaglia.
'1

Siete pi belle assai, che

Culiseo,

s'

Roma

pi

degna anticaglia.
suoi baroni
;

\'oi siete

quel famoso Pritaneo,


i

Dove teneva in grasso


II
I

^1

popol che discese da Teseo tenete in stia come i capponi. gli Voi Mandate il piatto lor pubblicamente,

Non
<^'om'

altrimenti che
quivi
,

si fa a'

Lioni.

uno
'1

giunto finalmente
la

quello stato eh' Aristotil pose,

Che

senso cessa, e sol opra

mente.

Voi fate anche le Chi cuce palle, chi lavora fusa.

genti industriose:

Chi stecchi, e chi mille altre belle cose. Non vi ha n l'ozio n '1 negozio scusa.

L'uno
Se

e l'altro ricapito vi trova,


v' la

Di tutti duoi

scienza infusa.

alla citt vien

qualche buona nuova.

Voi siete quasi le prime a sapella: Par che corrieri addosso il Ciel vi piova.

qui

si

sente

un rumor

di martella.

Di picconi e di travi, per mandare Libero ognun in questa parte e 'n quella.

Ma

s'io vi son, lasciatemici stare.

io non mi curo; Appena morto me ne voglio andare. Non so pi bel, che star drento ad un muro Quieto, agiato, dormendo a chiusi occhi, E del corpo e dell' anima sicuro.

Di questa piet vostra

Fate, parente mio, pur degli scrocchi.


Pigliate spesso a credenza, a interesse,

E
Che

lasciate eh' agli altri

il

pensier t&cchi

la tela ordisce

un,

l'altro la tesse.

, ,

132

CAPITOLI
XXVII.
IN

LODE DELL'AGO

Tra tutte le scienze e tutte l'arti. Dico scienze ed arti manuali. Ha gran perfezi'on quella de' sarti
Ell' sol quella, che ci fa diversi,

Perch' a chi ben la guarda senza occhiali

E differenti dagli altri animali. Come i Frati da Messa dai Conversi.


Per
lei

noi ci

mettiam sopr'alla

pelle

Verdi panni, sanguigni, oscuri e persi; facciam cappe, mantelli e gonnelle, E pi maniere d' abiti e di veste

Che non ha rena il mar, n 1 cielo stelle; mutiamci a vicenda or quelle or queste. Come anche a noi si mutau le stagioni

E
Ci

son da lavoro,
la state

e
i

d di feste.

mangerebbon

mosconi

vespe e i tafan, se non foss'ella; Di verno avremmo sempre i pedignoni.


le

Essendo dunque l'arte buona e bella, Convien che gli strumenti ch'ella adopra, Delle sue qualit prendin da quella,

perch fra lor tutti sotto sopra

Quel ch'ella ha sempre in


Di lui stato son io sempre

man

par che sia l'ago,

Di lui ragioner tutta quest' opra.


s

vago,

m'

ito per la fantasia

Che

sol di

ricordarmene m'appago.

, , , ,

IN
Dissi gi in
\

LODE DELL'AGO

133

una certa opera mia Che le figure che son lunghe e tonde Governan tutta la geometria: Chi vuol saper il come, il quando o il donde,
,

Vadi a legger

la storia dell'Anguille,

Che quivi a chi domanda si risponde. Queste due qualit fra l'altre mille
Nell'ago son cos perfettamente,

Che sarebbe perduto il tempo a dille. {Manca la rima.) Questa dell' ago sua propria fortuna Si posson tr tutte l' altre in motteggio A questo mal non speranza alcuna. Le donne dicon ben, ch'hanno per peggio. Quando si torce nel mezzo o si piega: Ma io quella con questa non pareggio; Perch quando egli guasta la bottega
:

Rotta
Si

la

toppa, e spezzati
:

serrami.

pu
io n'

dire al maestro

vatti anniega.

sono alcuni aghi ch'hanno due forami;

ho visti in molti luoghi assai servon tutti quanti per farne ami. ^on gli opran n bastier , n calzolai

E E

N simili altri, perch' e' son sottili. Quante pu l' ago assottigliarsi mai. ^on cose da man bianche e da gentili Per le donne se gli hanno usurpati. N voglion che altri mai che lor gli infili; non gli tengon punto scioperati,
:

Anzi
'ra

la notte e

'1

sempremai
seni.
il

pieni

E fan con essi lavori sfoggiati.


quei lor telai
fitte coi

Sopra quei lor cuscin tutto


Ch' io

stanno,

non so com'

eli'

han

la sera reni.

IS4

CAPITOLI

Quai 'o l'ago si spunta grande affanno: Pur perch' al male qualche medicina
Si ricompensa in qualche parte il danno; Tanto sopr' una pietra si strofina E tanto si rimena innanzi e indreto, Cli' acconciarne qualcun pur s' indovina. Quando si torce ha ben dell'indiscreto,

se poi ch'egli torto

un

lo dirizza.

Vorrei che m' insegnasse quel segreto.

Questo

alle

donne
,

fa venir la stizza,

ci intervien

perch' egli

un

ferraccio

Vecchio d'una miniera marcia e vizza. Per quei da Damasco han grande spaccio In ciascun luogo, e quei da San Germano;
Il

resto si

pu
si

dir carta

da straccio.

Questi tai non

Ma

piegano altrui in mano. stanno forti, perch son d'acciaio.


alla grotta di
(

Temperati

Vulcano.
)

Manca

la rima.

Chi la vista non ha sottile e pronta. Questo mestier non faccia mai la sera.

Che a manco delle quattro ella gli monta: Che spesso avvien che v' entra dentro cera
terra o simile altra sporcheria.

Che innanzi

eh' ella n' esca

un

si dispera.

{Manca

la rima.)

cos l'ago fa le sue vendette:


S'altri lo infilza, ed egli infilza altrui,

E rende ad

altri

quel ch'altri

gli dette.

{Maoica la rima.)

Opra d'amor tener le cose unite: Questo fa l'ago piii perfettamente, Che per unirle ben le tien cucite. {Manca la rima,)

IN

LODE dell'ago
podere.

1*35

Camminando

tal volta pel

Entra uno stecco al villanel nel piede Che le stelle nel d g-li fa vedere. Ond' ei si ferma, e ponsi in terra, e siede, E poi che in sul ginocchio il pie si ha posto Cerca coir ago ove la piaga vede; E tanto guarda or d'appresso or discosto, Ch' al fin lo cava, e s' egli indugia un pezzo. Pare aver fatto a lui pur troppo tosto. Infilasi coir ago qualche vezzo... {Manca la rima.) Godete con amor, felici amanti: State dell' ago voi sarti contenti
:

Che per
vii

dargli gli estremi ultimi vanti,


altri

lo

strumento degli

strumenti.

XXVIII.

DELLA PIVA
Nessun' inflno ad or persona viva.
Ch'io sappia, in prosa o 'n versi ha mai parlato
Dell'eccellenza e virt della piva;

Ond'

io forte
,

mi son

stato

Vedendo

eh' egli

ammirato un nobile strumento

E degno

d'esser da ciascun lodato.

Conosco degli ingegni pi di cento. Buoni e gentili, atti a far questa cosa. Ma il capo tutti quanti han pien di vento.

136

CAPITOLI
si

perdon chi in scrivere una rosa Chi qualche erba, od un fiume, od un uccello, qualche selva, o prato, o valle ombrosa: E cos van beccandosi il cervello. Ma dirla alcun: tu ancor fosti di quelli; Io '1 confesso e di questo non m' appello. Ma diciam pur, eh' alli sug-getti belli E degni doverebbono attaccarsi Quei, che gl'ingegni hanno svegliati e snelli. Vogliono in certe baie affaticarsi. Che fanno belle mostre al primo aspetto. Poi son suggetti bassi, nudi e scarsi.
,

La piva cosa pi bella in effetto, Che 'n apparenza, e per con ragione Pu scriver d' essa ogni bell'intelletto. Veramente non senza gran cagione Mantova vostra l'ha sempre onorata,

halla avuta in gran riputazione.


fin

Or questa nobil senza


Poich
ella tutte
l'

lodata.

eccellenze eccelle

Oggi in rima da me sia celebrata. le pive io ho per buone e belle, corte, E e lunghe, e grandi, e Piccolino; Bench queste son pive da donzelle. Pur quelle, che son deboli e meschine, Io non approvo: perch, a dire il vero. Non si suona mai ben con le piccine. Per mio giudizio pive daddovero Solo si posson dir le Mantovane, Belle di forma e d' un aspetto altiero. Quando si suona, almanco empion le mane; E tante ve ne son per quel paese. Quanti bulbari son quante son rane.
Tutte
,

Mi

DELLA PIVA
Queste pive si ponno a tutte imprese Usar, a nozze, a feste, giorno e notte,
sonar a un bisogno tutto un mese; Che salde restan a tutte le botte.

131

Onde sen

fa

gran conto nella Corte

De' preti e d'altre assai persone dotte.

La piva in somma esser vuol grossa e forte. Senza magagna tutta intera e nuova.
Talch a veder ed a sonar conforte. Chi la vuol buona, la de' tr per prova.

Perch

la vista facilmente

inganna,

'1

pentirsi da sezzo nulla giova.


,

Questi pratichi dicon

che una spanna

'ncirca esser de' lunga; io

mi rimetto.

Perch

l'effetto l'opera
io

condanna.

A sonar questa piva

non ammetto

Cos ognun, senza far differenza

Da un brutto
'f;i

un bel, da un accorto a un inetto; vo'che sempre abbian buona apparenza,


a

S' possibil,
1 piffer,

acciocch sien pi grati

bench anche potria far senza.


:

Io

modo alcuno i frati Se sonar voglion, suonin le campane, qualch' altri strumenti sciagurati casa mia non vengon ei per pane
V'

non

accetto in

Non che

a sonar la piva, e

s' io g'

incontro.

Soner lor, come si suona a un cane. Manco laudo costor, che al primo incontro A richiesta d' ogn' nom pongon la mano
Alla piva, e gli corrono all'incontro.

Non per questo


Il

vo' gi, che sia villano

che si facci or pregare, Or senza preghi suoni dolce e umano.


piffer,

ma

, ,

138

CAPITOLI
Dee la piva tener netta e forbita, E con acqua, e con vin spesso lavare;

Colui dunque, che vuol ben ben sonare.

Perciocch poi ch'ella tutta marcita.

Piena di muffa, e di un cattivo odore.

Non
Nessun

la terria tutto
si

'1

mondo

pulita.

creda esser buon sonatore


i

Di piva mai per serrar bene

busi,

E mandar molto ben del flato fuore: Che quando i busi ha ben serrati e chiusi S'egli non sa poi far altro che questo.
Color che ballan tutti alzano
i

musi.

Mi piace ben

eh' ei sappia suonar presto

voglio ancora eh' egli abbia gran flato;

Ma

pi

mi
,

piacerla eh' ei fosse onesto

Perch bisogna darlo temperato

Or presto or tardi or dare or ritenere Ora dal destro, or dal sinistro lato; E con questi bei modi intertenere
,
,

Quello,

quella, che balla con fatica,

Sicch' abbian essi ancor qualche piacere. Bisogna ancor aver la lingua amica, E saper darla, e a tempo, e con arte. Come il sapete ben senza ch'io '1 dica. Alcun d della lingua con tant' arte.

Che subito
S bene
il

la piva alza la testa


flato col

>,

tempo comparte.

Quanto

la lingua pi veloce e presta,

Tant' meglio saper diminuire

onoran Vorrei ancor, che


pi
s'

i
'1

balli e la festa.

piffer, per fuggire

La sazietade Che '1 suono

'1

tedio , fosse vario

vario fa pi bel sentire.

DELLA PIVA
Se avesse, come a dir, pieno Di balli in testa,
Ordinati com'

139

un

lento ed

un armario un gagliardo.
:

un

bel calendario

Ed

or, cavalca su cavai Baiardo,

Sonasse, or

il

Marchese, ch'io non curo,


poi, che sia sicuro

Purch

il

ballo sia allegro, e ancor gagliardo;

Quando

egli

ha un ballo

sodisfaccia alla lingua, ed allora


,

Voglio

che questo suoni, e tenga duro.

A me

certo, io noi nego, m'innamora.

Quando un buon sonator, che ha buona lena Suona il di chiaro finch vien l'aurora; E quando io veggio far atti di schiena Giovani, o donne, e giuocar di gambetta Sotto il suon di una piva grossa e piena.
Quest' unico rimedio e la ricetta

Da guarir

presto la malinconia D'alcuna troppo sciocca giovinetta;

Quando non sa quel ch'ella si vorria, E tien che alcuna femmina cattiva Le abbia fatto mangiar qualche malia. S'ella ha il conforto allor di qualche piva. Tu vederai che s' ella fosse morta
,

Subito torner gagliarda e viva. Per dovrebbe ogni persona accorta

Far il suo sforzo di saper sonare Di questa piva, che tanto conforta. Al tempo antico si trovaron rare Persone, bench ve ne fosser tante. Che non sapesser ben la piva usare.

Fu tenuto Temistocle ignorante


Per non saperla suonar nel convito, Sendogli per sonar posta davante;

,,

140

CAPITOLI
Bench
fra tutti di quella contrada
e ardito.

Talch'egli n'ebbe a rimaner schernito:

Fosse tenuto coraggioso


Altri pi accorti
s'

aperser la strada

grande onor, ben questa piva oprando. Assai pi che non fecer con la spada. Cos credo io si fece grande Orlando

cos gli altri, che le damigelle

Con

Ma

la piva acquistaron, non col brando. che bisogna dir tante novelle? la piva
il

Senza

mondo non
il

nulla,
le stelle.

Ed

qual saria

ciel

senza

Ciascun per lei sta in festa e si trastulla.

Femmina, maschio, grande

e Piccolino,

Infn a quel che tolto dalla culla.

Ella fu cara al Greco e al Latino

Anticamente, e l'un la volse in guerra, L' altro in la pace al buon culto divino. Al nostro tempo, se '1 mio dir non erra, Ciascun la vuol in tutti quanti 1 lochi. In tutti i tempi, e per mar e per terra.
Ella onora
i

conviti,

balli e

giuochi.

Senza ella non si fan giammai Dottori veramente se ne fanno pochi.


Voi eh' avete a venire a questi onori De' quai non molto il tempo si prolunga, E forse ne vedrem tosto i romori; Dio faccia pur, che quel d tosto giunga. Nel qual con bella comitiva drieto Vi veggia
ir

consolato in veste lunga.

Ricordatevi allor , eh' andrete lieto Ch' una piva vi vada sempre innante

s'

innanzi non pu, v'entri di drieto:


lo studio

Acci tenga

per galante.

141

XXIX.
ALLA SUA INNAMORATA

Quand'

io ti g-iiardo

eh' io

ben dal capo a'piei, contemplo la cima e il pedone.


i

Mi par aver acconcio


Alle guagnel, tu sei

fatti miei.

un

bel

donnone.

Da non
,

trovar nella tua belt fondo:

Tanto capace sei con le persone. Credo che chi cercasse tutto il mondo Non troveria la pi grande schiattona.

Sempre

sei la

maggior

del ballo tondo.

Io vedo chiar, che tu saresti

buona

Ad ogni gran rifugio e naturale, Sol con l'aiuto della tua persona. Se tu fussi la mia moglie carnale. Noi faremmo s fatti flgliuoloni Da compensarne Bacco e Carnevale.
Quando io ti veggio in sen que' dui flasconi, Oh mi vien una sete tanto grande. Che par che abbia mangiato salciccioni.
Poi quand' io penso
all'

altre tue

vivande.

Mi si risveglia in modo l'appetito. Che quasi mi si strappan le mutande. Accettami ti prego per marito Che ti trarrai con me tutte le voglie, Perciocch' io sono in casa ben fornito.
,

Io

non avea

il

Ma

quand'

io

capo a pigliar moglie. veggio te. Giglio incarnato.


si scioglie.

Sono come un stallon quando

142

CAPITOLI
la

Che vede

sua dama in sur un prato,

balla e salta,

come un paladino,
ti sono allato suono il citarino,
:

Cos fo io or eh' io
Io ballo, io canto, io

dico all'improvviso tai sonetti.


gli
il

Che non
Se vuoi che

scuoprirebbe

un

cittadino.

mio amor in te rimetti, Eccomi in punto apparecchiato e presto. Pur che di buona voglia tu l'accetti; E se ancor non ti bastasse questo Che tu voglia di me meglio informarti. Informatene che gli ben onesto. In me ritroverai di buone parti: Ma la miglior io non te la vo' dire;
,

S'io la dicessi, farei vergognarti.

Or se tu vuoi

agli effetti venire,


le

Stringiamo insieme

parole e

fatti,

E da uom
E
se poi
il

discreto

chiamami a dormire.

Io

mio esser piaceratti Ci accorderemo a far le cose chiare; Che senza testimon non vaglion gli atti. so che appresso m' arai a durare
che tu vuoi im marito galante:
piglia

Adunque
Io ti fui

me, non mi

lasciare.

sempre sviscerato amante; Di me resti a veder sol una prova.


quella in fuor
1'

Da

hai viste tutte quante.

Sappi che di miei par non se ne trova.


Perch'io lavoro spesso, e volentieri

Fo questo e quello eh' allajmoglie giova. Meco dar ti potrai mille piaceri, Di. Marcon ci staremo in santa pace Dormirem tutti due senza pensieri; Perocch il dolce a tutti sempre piace.

ALLA SUA INNAMORATA

143

XXX.
ALLA DETTA

sei disposta pur eh' io muoia affatto Prima che tu mi voglia soccorrire, E farmi andar in frega come un gatto. Ma se per tuo amor dehho morire. Io t' entrer col mio spirito addosso, E sfamerommi innanzi al mio uscire. E non ti varr dir, non vo', non posso; Cacciato eh' io ti avr '1 mio spirto drento

Tu

Non

ti

avvedrai che

il

corpo sar grosso.

Al tuo dispetto anche sar contento,

E mi star nel tuo ventre a sguazzare. Come se fosse proprio l'argom-ento.


Se
i preti mi vorranno discacciare, Non curer minacce n scongiuri,

Ti so dir, aranno agio di gracchiare.

Quando aran

visto, che io
sia

non me ne

curi,

Crederanno che
Presa a mangiar

qualche malia.
troppo duri
;

gli scaffl

chi dir che

venga da pazzia. Cos alla fin non mi daranno impaccio, E caverommi la mia fantasia.
s' io

Ma

piglio coi denti quel coraccio

Io gli dar de'

morsi come cane,


s

insegnergli ad esser

crudaccio.

Tel dico ve',

mi ammazzer domane.
t'

Per venir presto con teco a dormire.

Ed

entrerotti dove

esce

il

pane

144

CAPITOLI
Io
ti

S che vedi or se tu

ti puoi pentire: do tempo sol per tutta sera.

Non

Altramente diman mi vo' morire. esser, come suoli, cruda e fiera. Perch s' io ci mettessi poi le mani. Ti faria far qualche strana matera.

Farotti far certi visacci strani.

Che specchiandoti arai maggior paura. Che non ebbe Atteon in mezzo ai cani. Se tu provassi ben la mia natura.

Tu

teneresti via di contentarmi,


saresti contro

E non

me

dura.

In fine son disposto d'ammazzarmi; Perch ti voglio in corpo un tratto entrare, Ch' altro
S'io
v'

modo non
ti

da vendicarmi.

entro, io

vo' tanto tribolare,

uscir poi per casa la notte,


ci che trover ti vo' spezzare.
ti

Quand'io

ar tutte

le vesti rotte.

Io ti far ancor

maggior dispetto,
di sul letto,

E E
IC

caverotti
il

il

zipol dalla botte,

leverotti
ti

panno

far mostrar queir infernaccio,


il

Ov' entra ed esce

Diavol maladetto.

Darotti tanto affanno e tant' impaccio.

Che non sarai mai pi per aver bene, S' io non mi sciogli*o di questo legaccio/
Sicch stu vuoi uscir
d' affanni e

pene,

non vuoi diventar spiritata. Accordarti con meco ti conviene.


se

Ma io ti veggio star tutt' ostinata, E non aver piet dei miei gran guai,
Ch' forza farti andar co' panni alzata,

di farti

mostrar quel che tu

hai.

145

XXXI.
IN

LODE DEL CALDO DEL LETTO

Messer Michele, un medico m'ha detto, Ch' a distendere i nervi rag-gricchiati Niente buon, quanto il caldo del letto;
Perch
li

gonfia e
li

li

fa star tirati.

Li conforta,

torna in sua misura,


i

Li torce e fa voltar da tutti

lati.

In vero gran segreto di natura.

Che in breve spazio sotto le lenzuola Ogni tenero nervo pi s'indura. Se '1 Mauro Monte Varchi e Firenzuola Considerassin ben le sue moresche Non parlerebbon sempre della gola.
,

\ir

un piaccion

le

fave secche e fresche.

L'altro s'empie la pancia di ricotte.

Queir altro non si pu saziar di pesche. '^on vo' negar, che non sian cose ghiotte
Queste;
A.

ma non
il

per mi par che sia

Da empiersene

corpo giorno e notte.


:

me

par ben cosi pur tuttavia

Ciascun faccia secondo il suo cervello. Che non siam tutti d' una fantasia.

Qn

Ma

ha celebrato il ravanello non si parte dal dovere. Che veramente il frutto buono e bello,
altro
;

costui

forse ancora a lui

debbe piacere Anzi a tutti costor: mi rendo certo.

Che

drieto al pasto

li

fa

buono

il

bere.

Bmii.

Parte

I.

IO

146

CAPITOLI
quel medico mio, eh' molto esperto.
'1

Ma

Dice, che

meglio, che trovar

si

possa,

star con le lenzuola


si

ben coperto.
tutte l'ossa,

Quivi hen

compongon

standovi ben caldo insino a sesta. Ogni materia dell' uomo s' ingrossa. Mi ha detto ancor un' altra bella festa Che questo caldo detto assai sovente L'uomo dal sonno lacrimando desta.
11

caldo delle stufe per niente.

Ma
E

Perch la state a molti vien a noia, questo piace sempre ad ogni gente.
i

Guarisce

granchi, e fa tirar

le

cuoia,

fa tant' altri mirabili effetti.

Che stancherian l'Aretin e '1 Pistoia. Ma non toglio per questi suggetti. Per quel caldo d' amor, che presto presto

Fan le fantesche con li scaldaletti Che se ben quello principio di questo.


;

pur materiale Fregando in su e 'n gi con modo onesto. Ma '1 caldo buon, vero e medicinale
Si fa col fuoco

quel ch'esce
molti
il

dell'

ossa per s stesso,

dicon caldo naturale.

Provandol voi, vi sentirete spesso Miracolosamente sotto i panni Tutte le membra crescere un sommesso.

Questo

vi lever tutti gli affanni,

se foste pi vecchio che Nestore,

Vi far giovin di venticinque anni. Quivi con salutifero sudore. Stando coperto ben, vi sentirete Uscir da dosso ogni soverchio umore

, ,

d^

lode del caldo

'^.l

letto
te

se lite

quistion per sorte a\

Con qualche donna, che sia s ritrosa Che non voglia con voi pace o quiete, Non potresti trovar pi util cosa. Che farla riscaldar nel letto vostro, Oppur del vostro caldo, ov' ella posa; Che la vedrete in men d' un paternostro Sentendo il caldo, farsi mansueta. Se fusse ben pi feroce che un mostro.
Giove soleva in camera segreta Con questo caldo medicar la moglie,

farla ritornar tranquilla e lieta.

Quando veniva a
,

trarsi le sue voglie,

E con maschi e con femmine tra noi E lei lasciava in Ciel piena di doglie; Ma quando sazio in Ciel tornava poi.
Quivi
i

crucci, l'ingiurie, quivi

il
:

Cielo

Era in tribolazion con tutti i suoi Ma quel che ben sapeva, ove quel pelo
Di gelosia la tirasse, taceva.

Fin che dava alla terra ombroso velo Poi insieme al letto andavano, e faceva

Quel caldo

suoi

effetti, e la
si

mattina

Giunon tutta contenta

vedeva.

Sicch vedete che cosa divina,

Che cosa
Se ancor
Io

questa virtuosa e buona.

l'usano in medicina. sono in cruccio con quella persona


gli dei
io

Che voi sapete,


Viene
alla porta, e

son seco adirato.

Perdi' ogni notte la testa m' introna.

par un arrabbiato.
e

Con un maglio,
Tosto eh'
io

mi rompe ogni disegno.

son alquanto riscaldato*

148

CAPITOLI

Ma perch'io so che voi avete ingegno, E conoscete il cece dal fagiiiolo


Non
dir pi di questo caldo degno.

Sol vi ricorder, che Bonastolo,

Ch' or con bagni

or impiastri vi martira

Che

Sente del bolognese romaiuolo; se guarir quel nervo che vi tira.


collo dico, intendetemi bene,

Il

Pensa con medicine, in van s'aggira. Ma se il consiglio di un, che vi vuol bene
Seguirete, per certo in breve spero Vedervi san de' nervi delle schiene. Perch siete oggimai di anni severo,

E per coprirvi ben col copertoio, Non vi scaldate cos di leggero.


Terrete sopra
il

petto

un

vivo cuoio,

massara appresso, che vi servi, Porgendovi la notte il pisciatoio


la
;

Cos vi scalderete l'ossa e

nervi.

XXXII.

DEL PESCARE

bhe bella Ch'ha

vita al

mondo un

pescatore.

della pescagion l'industria e l'arte,

di tutte le

pesche gode

il

flore.

, ,

DELPESCARE
S' io volessi contare a parte a parte
Il

HQ

piacer che si cava dal pescare.

Non

basterian di Fabbrian le carte;

E quante

reti son gittate in mare, Quante nei fiumi, e quante nei pantani.

Chi non

Per potersi alle pesche esercitare. s' imbratta nel pescar le mani, E non si sforza di trovare il fondo.
Sia squartato
il

poltrone

e dato a' cani

Che pu ben dir d' esser soverchio al mondo Chi non fa del pescar la notomia.
Essendo tra' piaceri il pi giocondo. Che tanto attendere all'astrologia! Marcanton da Urbin v' su impazzato Or fa il buffon colla chiromanzia. Che vale esser felice in grande stato! Chi non tiene il pescare arte suprema Dica non esser uomo al mondo nato. Oh che piacere, oh che allegrezza estrema
;

Si

prende
far che

il
'1

pescator, che

si

conforte

A
E

pesce la sua rete prema;


eli'
i

Massime quand'
serra bene
s' ella

provata e forte

pesci, che v'incappano;

Che

frale, egli proprio


e si

una morte.

Perch quando son dentro

dibattano,

Sendo tal volta fuor d' ogni misura Avviene spesso eh' ei te la fracassano. Ma un pescator, eh' ha seco la ventura Giunta con l'arte e con sicura rete. Di quel lor travagliar poco si cura. Oh quant' allegrezza ha chi '1 frutto miete Della fatica, che pescando ha fatto. Che tanta nel pax lecurii non ha il prete.

150

CAPI
a terra
le

E quando

sue reti ha tratto.


dai sensi astratto.

Tanti pesci vi vede entro sguizzare.

Che resta nel piacer

Poi comincia con essi a sollazzare,

E
E

pigliarne

un

di quei pi grossi in

mano,

Che gli par possa nel canestro entrare. perch tal piacer poscia gli sano. Tutto sei caccia drento a poco a poco,

E spesso cambia or l' una or l' altra mano. Quel neir entrar in cos stretto loco
Si sbatte
,

'1

pescator n' ha tal piacere


'n ciel sia

Che non crede che

pi bel giuoco.

tratto dal disio di rivedere

Un' altra volta e un' altra quel solazzo, Talor sta in quattro ritto , or a giacere.

tanto gaudio prende

il dolce pazzo Di scazzellar con quel pesce a man piena. Che scrivendone anch' io giubilo e sguazzo.

Infln, crediate a

me, questa

la

vena

D'ogni estremo piacer, d'ogni contento.

Come

dei pazzi la citt di Siena.

Piace la caccia e l'uccellar,


;

ma un

stento

il verno e se '1 pescar piace la state. Di verno il suo piacer non resta spento. Vuoi tu conoscer se queste pescate Son cose da tener con riverenza.
Come
dal ciel le grazie gratis date;

Vedi ogni oltramontan per reverenza Pesca poco in sue terre, perch indigno Son d' aver di tal grazia conoscenza Ma tratto dal disio che a Roma il spigne Diventa nel pescar s furibondo
:

Ch' ogni altro

al

par di

lui si arresta e 'nflgne.

DELPESCARE
E per non terra, in tutto Che pi di Roma abbonde
il
,

151

mondo
parer mio
il

al

Di chi ben peschi, e meglio tocchi per lo corpo, che non vo' dir io

fondo.

La maggior parte tiene

il

pane
d'

il

vino,

A
E

rispetto

il

pescar

manco

un

fio.

'n fatti,

gli

ignorante o contadino

Chi non prende piacer di pescagione: Che un pesce buono un boccon divino. Blossio, Giovio, Domizio e il buon Rangone, Che tengon nel pescar la monarchia

Correrebbono in India a tal boccone. Ed io ti giuro per la fede mia.

Che chi non


Far
'N
si

si diletta di pescare dovrebbe per la sua pazzia

un monte

di

letame sotterrare.

152

SONETTI
SOPRA DIVERSI SOGGETTI
SCRITTI A DIVERSE PERSONE

I.

Chi vuol veder quantunque pu natura


In far una fantastica befana.

Un' ombra, un sogno, una febbre quartana, Un model secco di qualche figura; Anzi pure il model della paura. Una lanterna viva in forma umana. Una mummia appiccata a tramontana. Legga per cortesia questa scrittura.

A questo modo fatto un Cristiano, Che non contadin n cittadino E non sa s'ei s' in poggio, e s'ei s' in piano.
Credo che sia nipote
di

Com'

egli visto fuor rincara

Longino: il grano

Alla pi trista, ogni volta

un

carlino.

SONETTI
Ha
indosso

153

un gonnellino

Di tela ricamata da magnani,

toppe e spranghe messe coi trapani.

Per amor de' tafani


al collo uno straccale come da' vescovi un grembiale Con un certo cotale Di romagnuolo attaccato alle schiene Con una stringa rossa, che lo tiene.

Porta attraverso
,

Quadro

Ahi quanto calza bene

Una brachetta

accattata a pigione.
di

Che pare appunto un naso

montone.

Non

farla la ragione.

Di quante stringhe ha egli e '1 suo Muletto, Un abbachista, in cento anni, perfetto. Nimico del confetto,

E degli arrosti, e della peverada. Come dei birri un assassin di strada. opinion eh' ei vada
,

Del corpo

1'

anno quattro

tratti soli

faccia paternostri e fusaioli.

Fugge
Acciocch non
Tant' sottil
,

da' ceraiuoli

lo

vendan per un boto,


;

leggieri , giallo e voto

Buonarroto Dipigne la quaresima e la fame, Dicon che vuol ritrar questo carcame. Con un cappel di stame Che porta d e notte, come i bravi, E dieci mazzi a cintola di chiavi;
il

Comunque

Che venticinque schiavi a' pie non fan tanto remore, E trenta sagrestani ed un priore.
Coi ferri

154

SONETTI
Va per ambasciadore

Ogni anno dell'aringhe a mezzo maggio, Contra a capretti, a uova e a formaggio: E perch' gran viaggio Ha sempre sotto il braccio un mezzo pane, ;pd ha un giuhbon di sette sorti lane
:

Quel rode come un cane.


Poi gi pel gorguzzul gli d la spinta

Con

tre o quattro sorsi di

acqua

tinta.

Ora eccovi dipinta

Una

figura arabica, un' arpia,

Un uom

fuggito dalla notomia.

II.

Chiome d'argento
,

fine, irte e attorte

Senz'arte, intorno ad un bel viso d'oro; Fronte crespa u' mirando io mi scoloro Dove spunta i suoi strali amore e morte; Occhi di perle vaghi, luci torte.

Da

ogni obbietto disuguale a loro;

Ciglia di neve, e quelle, ond'io m'accoro.

Dita, e

dolcemente grosse e corte; Labbra di latte, bocca ampia celeste Denti d'ebano, rari e pellegrini. Inaudita ineffabile armonia;

man

Costumi

alteri e gravi: a voi, divini

Servi di amor, palese fo, che queste

Son

le bellezze della

donna mia.

SONETTI

155

III.

spirito bizzarro del Pistoia,

Dove sei tu? che ti perdi un subbietto, Un'opra da compor, non che un sonetto, Pi bella che '1 Danese e che l'Ancroia. Noi abbiam qua P ambasciador del boia. Un medico maestro Guazzaletto Che se m'ascolti infln ch'io abbia detto,
,

Vo' che tu rida tanto , che tu muoia.


Egli ha una berretta, adoperata Pi che non '1 breviario d' un prete Ch'abbia assai divozione e poca entrata. Sonvi ritratte su certe comete.

Con quel che

si

condisce l'insalata,
fa

Di varie sorti, come

le monete. morir di sete. Di sudore, di spasimo e d'affanno. Una sua vesta, che fu gi di panno.

Mi

Ch'ha forse ottant'un anno; 'e bonissima roba nondimanco.


Che non ha
I

peli, e

pende in color bianco. Mi fanno venir manco

castroni ancor debiti al beccaio


il

Che porta

luglio in cambio del gennaio.

Quella gli scusa saio. Cappa, stivai, mantello e copertoio. Intorno al collo par che sia di cuoio;
Saria buon colatoio.

Un che l'avesse agli occhi, vedria lume. Se non gli desse noia gi l' untimie.

156

SONETTI

Di peluzzi e di piume Piena tutta, e di sprazzi di ricotte.

Come

le

berrettaccie della notte

Son

forti

vaghe

e ghiotte

Le maniche in un modo strano fesse, VoUer esser dogai, poi fur hrachesse.
Piagnerla chi vedesse

Un
Che

povero giubbon che porta indosso.


'1

sudor

Da sedici E par che

ha bigio in gualdirosso: E mai non se 1' ha mosso anni in qua che se lo fece,
fatt'

sia attaccato colla pece.

Chi

lo

guarda,

non

rece,

Ha stomaco

di

porco e

di gallina.

Che mangian
,

gli

scorpion per medicina.

La mula poi divina: Aiutatemi Muse a dir ben d' essa Una barcaccia par vecchia dismessa. Scassinata e scommessa, Se le contan le coste ad una ad una.
,
;

Passala

il

sole, e le stelle, e la

luna

E
Che
il

vigilie

digiuna,

calendario

memoria non fanne:


lei

Come un

cignal di bocca ha fuor le zanne.

Chi

vendesse a canne,

a libbre, anzi a ceste, la sua lana,

Si faria ricco in

una settimana.
,

In cambio di

Per parer cortigiana. baciar la gente morde

E d

coi pie certe ceffate sorde.

Ha
Intorno
a'

pi funi e pi corde

fornimenti sgangherati
sei navigli

Che non han

ben armati.

SONETTI
Nolla vorriano
i

S1
frati.

Quando

salir le

vuol sopra

il

padrone.
:

Geme
Vede

clie

par

d' una piva il bordone AUor chi mente pone.

le calze

sfondate al maestro,
Colla fede del destro

la camicia, eh' esce del canestro.

Scorge chi ha
Il

la vista

pi profonda

culiseo, l'agglia e la ritonda.

D una
La mula,
Dice
il

volta tonda

e via zoppicando e traendo.

maestro,

wMs me

commendo.

IV.

Verona

una terra
,

eh'

ha

le

mura

Parte di pietre

e parte di

mattoni

Con merli, e torri, e fossi tanto buoni. Che mona Lega vi starla sicura. Dietro ha un monte innanzi una pianura Per la qual corre un fiume senza sproni Ha presso un lago, che mena carpioni
,
;

trote, e granchi, e sardelle, e frittura.

Dentro ha spelonche, grotte ed anticaglie Dove il Danese, ed Ercole, ed Anteo Presono il re Bravier colle tanaglie
;

Due
Che

archi soriani

un

Culiseo
le

Nel qual sono intagliate


fece
il

battaglie.

re di Cipri con

Pompeo;

158

SONETTI
La Ribeca, che
Oi'feo

Lasci, che n'apparisce

un istrument,

Plinio ed a Catullo in testamento.

Appresso ha anche drente

Com' hanno

1'

altre terre piazze e vie.

Stalle, stufe, spedale ed osterie.

Fatte in geometrie.

Da

fare ad Euclide e

Passar

gli architettor

vuol far

Archimede con uno spiede. E chi non ve lo crede, pruova della sua persona.
otto di a Verona;
la

Venga a sguazzare Dove La piva e il corno,

fama suona

in accenti asinini.

Degli spiriti snelli e pellegrini.

Che van su

pe'

cammini,

E su

pe' tetti la notte in istriazzo.


1'

Passando in gi e in su

E han

dietro

Adige a guazzo un codazzo

Di marchesi, di conti e di speziali. Che portan tutto l'anno gli stivali; Perch i fanghi immortali Ch' adoran le lor strade graziose,

Producon queste ed

altre belle cose.

Ma
Da
sotterrarvi

quattro pi famose.
insino a gli occhi

un drento

Fagiuoli, e porci, e poeti, e pidocchi.

SONETTI
V.

159

Voi che portaste gi spada e pugnale


Stocco, daga, verduco e costolieri.
Spadaccini, sviati masnadieri.

Bravi sgherri, barhon, gente bestiale;


Portate or

una canna, un sagginale,

qualche bacchettuzza pi leggieri,


voi portate in Gli Otto

pugno uno sparvieri: non voglion, che si faccia male.


,

Fanciulli, ed altra gente, che cantate.

Non

dite pi

ve' occhio eh'

ha

il

Bargello

Sotto pena di dieci scoreggiate.

Questo partito, e debbesi temello. Di loro eccelse signorie prefate


Vinto per sette fave ed un baccello.

Ognuno

stia in cervello,

chi la nostra terra abitar piace:


si

Noi slam disposti che

viva in pace.

VI.

Del pi profondo

tenebroso centro.
i

Dove Dante ha

alloggiati

Bruti e
i

Cassio

Fa, Florimonte mio, nascere

sassi

La vostra mula per urtarvi dentro. Deh perdi' a dir delle sue lodi io entro, Che per dir poco, me' eh' io me la passi? Ma bisogna pur dirne, s'io crepassi. Tanto il ben eh' io le voglio ito addentro.

,,

160

SONETTI
Come
a chi rece senza riverenza.

Regger bisogna il capo con due mani Cos anche alla sua magnitcenza. Se secondo gli autor, son dotti e sani
I

capi grossi, quest'ha pi scienza.


Prisci'ani,

Che non han settemila


Per
le

Non bastan cordovani


redine sue, non vacche o buoi.

bufoli, n cervi o altri cuoi.

sostenere

suoi

Scavezzacolli dinanzi e di dreto

Bisogna acciaio temprato in aceto. Di qui nasce un segreto. Che se per sorte il Podest il sapesse, Non danar di lei che non vi desse; Perch quand' ei volesse Fare un dei suoi peccati confessare, Basteria dargli questa a cavalcare. Che per isgangherare
Dalle radici le braccia e le spalle,

possa agguagliane. Non bisogna insegnane La virt delle pietre e la maniera,

Corda non

che

si

Ch' eir matricolata gioielliera. E con una maniera Dolce e benigna da farsele schiave. Se le lega nei ferri, e serra a chiave. Come di grossa nave Per lo scoglio schifar torce il timone Con tutto il corpo appoggiato un padrone;
Cos quel gran testone

Piegar bisogna come vede un sasso,

Se d'aver gambe e collo hai qualche spasso.

, , ,

SONETTI
Bisog-na ad ogni passo

l6l

Raccomandarsi a Dio,

far testamento,

Sacramento. Se siete mal contento. Se gli qualcuno a chi vogliate male. Dategli a cavalcar quest' animale

portar nelle bolge

il

O con un

cardinale

Per paggio la ponete a far inchini Ch'ella gli fa volgar, greci e latini.

MI.
donna, che ogni sera Io abbia a stare a mio marcio dispetto In fino all' undici ore andarne a letto A petizion di chi giuoca a primiera?

Pu

far la nostra

Direbbon poi costoro: ei si dispera, maggiori di s non ha rispetto; io l'ho pur detto, Corpo di Hassi a vegliar la notte intera intera? Viemmisi questo per la mia fatica, Ch' io ho durato a dir de' fatti tuoi Che tu mi sei, primiera, s nimica ?

ai

Signor

Bench bisogneria voltarsi a voi. che se volete pur eh' io '1 dica Volete poco bene a voi e a noi.
,

innanzi cena

e poi

Giuocate d e notte tuttavia, E non sapete che restar si sia. Qucst' la pena mia Ch' io veggio, e sento, e non posso far io: E non volete eh' i' rinniegh Dio?

So'nL

Parte

J.

11

, ,

162

SONETTI
VITI.

Cancheri

e beccaflchi

magri arrosto,

carbonata senza bere. Essere stracco, e non poter sedere. Avere il fuoco presso, e il vin discosto; Riscuotere a beli' agio, e pagar tosto, E dare ad altri per avere a avere; Essere ad una festa, e non vedere, E sudar di gennaio come d'agosto; Avere un sassolin n' una scarpetta, E una pulce drento ad una calza

E mangiar

Che vadia

in gi e in su per istaffetta;

Una mano imbrattata e una netta Una gamba calzata ed una scalza.
Esser fatto aspettare, ed aver fretta: Chi pi n' ha, pi ne metta

conti tutti
la

dispetti e le doglie
di tutte l'aver moglie.

Che

maggior

X.

La casa, che Melampo


Disse a
Ificlo gi,

in profezia

che cascherebbe;
lui

Onde quei buoi da

per merito ebbe,


;

D' essere stato a quattro tarli spia

Con questa casa, che non ancor mia. N forse anche a mio tempo esser potrebbe
In esser marcia gli occhi perderebbe
:

Messer Bartolomeo, venite via.

,, ,

SONETTI
La prima cosa in capo arete
i

163

palchi.

Non

fabbricati gi da legnaiuoli.

Ma

da bastieri, ovver da maniscalchi. Le scale saran peggio che a pinoli


troppi stagni o oricalchi

Non arem

Ma

quantit di piattegli e orciuoli.

Con

gufi ed assiuoli
il

Dipinti dentro, e la Nencia, e

Valler:

poi la masserizia del Coder.

Come

dir la stadera.

un trespolo, un paniere. un fiasco, un lucerniere. Mi par cos vedere Farvi, come giugnete, un ceffo strano, E darla a dietro, come f' Giordano;
arcolaio,

Un Un

predellino,

Borbottando pian piano, Ch' io mi mettessi con voi la giornea Come gi fece Evandro con Enea. E trar via 1' Odissea,
greche e 1' ebraiche scritture. Considerando queste cose scure. Messer, venite pure, Se non si studier greco od ebreo Si studier, vi prometto, in caldeo.
le

Ed aremo un

corteo

Di mosche intorno, e senza aver campana. La notte e il d soneremo a mattana. Ma sarebbe marchiana, Id est, vo' dir, sarebbe forte bello. Se conduceste con voi l' Ardinghello, Faremo ad un piattello Voi e mia madre , ed io la fante e i fanti Poi staremo in un letto tutti quanti.
, ,

164

SONETfl
E
leverenci santi
ci

Non che
Sendo

pudichi: e non

sar furia

tutti ricette

da lussuria.

X.

ho per cameriera mia l'Ancroia, Madre di Ferrali, zia di Morgante, Arcavola maggior dell' Amostante Balia del Turco e suocera del boia. la sua pelle di razza di stuoia, Morbida come quella del liofante: Non credo che si trovi al mondo fante
lo
,

Pi orrida

pi sudicia e squarquoia.

Ha del labbro un gheron di Una sassata glielo port via.


Quando
Pare
Pien
d'
si
il

sopra manco,

combatteva Castelfranco. suo capo la Cosmografa, isolette d' azzurro e di bianco


dalla tigna di tarsia.
11

Commesse

d di Befania

Vo' porla per befana alla finestra,

Perch qualcun le dia d' una balestra. Ch'eir s fiera e alpestra. Che le daran nel capo d'un bolzone. In cambio di cicogna e di aghirone. S'eir andasse carpone Parrebbe una scrofaccia, o una miccia. Ch'abbia le poppe a guisa di salciccia: Vieta, grinza, ed arsiccia, filino^ (ini tinta in verdn,a-i:illo, Becca
p,

SONETTI
Con
porri e schianze, e suvvi qualche callo.

165

Non
La lingua
e'

le

fu dato in fallo

denti di mirabil tempre

Perdi' ella ciarla e

mangia sempre sempre. Convien ch'io mi distempre

A dir ch'uscisse di man dei famigli, E che la trentavecchia ora mi pigli.


Fur dei vostri consigli, Compar, che per le man me la metteste. Per una fante dal d delle feste. Credo che lo faceste Con animo d' andarvene al Vicario, E accusarmi per concubinario.

XI.

Non vadin pi pellegrini o romei La Quaresima a Roma, agli stazioni. Gi per le scale sante inginocchioni.
Pigliando
le

indulgenze e
gli

giuhbilei;
e'

N contemplando

archi

culisei

E E

ponti, e gli acquidotti, e settezzoni,

la torre,

ove stette in due cestoni


l per fede o per disio

Yergilio spenzolato da colei.

Se vanno

Di cose vecchie, veugan qui a diritto.

Che l'uno
Se
Io

e l'altro

mostrer

lor io.

la fede canuta,

come

scritto.

ho mia madre, e due zie, e un zio. Che son la fede d'intaglio e di gitto-

166

SONETTI
Paion
gii

Dei di Egitto,

Che son degli

altri

Dei suoceri e nonne:


e l'ipsilonne,

furo innanzi a Deucalionne.


Gli

omeghi

Han pi proporz'on ne' capi loro, E pi misura, che non han costoro.
Io gli stimo

un

tesoro,

mostrerogli a chi li vuol vedere Per anticaglie naturali e vere. L'altre non son intere,
qual

manca

la testa, a qual le

mani;
dei cani.

Son morte,

e paion state in

man

Questi son vivi e sani, dicon che non voglion mai morire:
ei la

La morte chiama; ed

lascian dire.

Dunque
Venga a Firenze
nella

chi si

ha a

chiarire

Dell'immortalit di vita eterna,

mia taverna.

XII.

Un
Or

dirmi, ch'io le presti e ch'io le dia.

la veste, or l'anello, or la

catena,

E per averla conosciuta appena. Volermi tutta tr la roba mia:

Un
Che

voler, che io le faccia

compagnia.
pena.

nell'inferno

non

altra

Un darle desinare, albergo e cena. Come se l'uom facesse l'osteria: Un sospetto crudel del malfranzese.

Un

tr danari e robe ad interesso

SONETTI
Per darle, verbigrazia, un tanto il mese: Un dirmi, ch'io vi torno troppo spesso;
Un'eccellenza del signor marchese. Eterno onore del femmineo sesso: Un morbo, un puzzo, un cesso.

167

Un non
Son
le

poter vederla, n patilla,


io

cagion che

mi meno

la riila.

Xlll.

Ser Cecco non pu star senza la corte. la corte pu star senza ser Cecco:

E
E

ser Cecco
la

ha bisogno della corte, corte ha bisogno di ser Cecco.


:

Pensi

Chi vuol saper, che cosa sia ser Cecco, e contempli che cosa la corte Questo ser Cecco somiglia la corte,

E questa corte somiglia ser Cecco. E tanto tempo viver la corte.


Quanto sar
Cecco, Perch tutt'uno, ser Cecco e la corte, Quand'un riscontra per la via ser Cecco, Pensi di riscontrare anche la corte. Perch ambe due son la corte e ser Cecco. Dio ci guardi ser Cecco, Che se muor per disgrazia della corte, rovinato ser Cecco e la corte. Ma dappoi la sua morte Arassi almen questa consolazione. Che nel suo luogo rimarr Trifone^
la vita di ser

168

SONETTI
XIV.
Piangete, destri,
il

caso orrendo e fiero.

Piangete, canterelli, e voi pitali.

N tenghin gli occhi asciutti gli orinali. Che rotto il pentolin del haccelliero. Quanto dimostra apertamente il vero
Di giorno in giorno agli occhi de' mortali,

Che per nostra speranza in cose frali. Troppo nasconde il diritto sentiero. Ecco chi vide mai tal pentolino
,

Destro, galante, leggiadretto

snello.
l'arte.

Natura

il

sa, che n'

ha perduto
il

Sallo la sera ancor, sallo

mattino.

Che il vedevan talor portare in parte. Ove usa ogni famoso cantarello.

XV.

CONTRO A MESSER PIETRO ALCIONIO


Una mula
sbiadata, damaschina,

Cestita d'alto e basso ricamato.

Che l'Alcionio poeta laureato Ebbe in commenda a vita masculina; Che gli scusa cavallo e concubina. S ben altrui la lingua d per lato;

rifarebbe ogni letto sfoggiato.


si

Tanta lana

trova in sulla schina;

SONETTI
Ed ha un
paio di natiche si strette,
ella
le

169

bene spianate, eh'

pare

Stata nel torchio,

come

berrette;

Quella, che per superchio digiunare

Tra r anime celesti benedette Come un corpo diafano traspare: Per grazia singulare. Al suo padrone il d di Befania Annunzio '1 malan, che Dio gli dia; E disse, che saria Vestito tutto quanto un d da state; Idest, ch'arebbe delle bastonate. Da non so che brigate; Che per guarirlo del maligno bene Gli volean fare un impiastro alle rene; Ma il matto da catene Pensando al paracimeno duale.

Non

prognostico fatale: E per modo un cornale Misur, ed un sorbo, e un querciolo. Che parve stato un anno al legnaiuolo.
intese
il

A me ne
Che

incresce solo.

se Pierin Carnesecchi lo 'ntende. Noi terr come prima uom da faccende;

E faransi leggende, Ch' a d tanti di maggio l' Alcionio


Fu bastonato come sant'Antonio.
Io gli son testimonio. Se da qui innanzi non muta natura.

Che non

gli

sar fatto pi paura.

170

SONETTI
XVI.

Godete, preti, poich '1 vostro Cristo V'ama cotanto, che se pi s' offende, Pi da Turchi e Concili vi difende,

pi felice fa quel eh' pi tristo. Ben verr tempo, eh' ogni vostro acquisto.
cosi bruttamente oggi
si

spende. Ti lever: che Dio punirvi intende Col fulgor, che non sia sentito o visto. Credete voi per, Sardanapali,
Potervi fare or femmine or mariti,

Che

la chiesa or

spelonca ed or taverna?

E E

far tanti altri, eh' io

non

vo' dir, mali,

saziar tanti e s strani appetiti,


far ira alla

E non

hont superna?

XVII.
Signore,
io ho trovato una badia. dea della distruzione:

Che par

la

Templum

pacis e quel di Salamone,

Appetto a lei, sono una signoria. Per mezzo della chiesa una via. Dove ne van le bestie e le persone: Le navi urtano in scoglio, e '1 galeone Si consuma di far lor compagnia. Dove non va la strada son certi orti D'ortica e d'una malva singulare.

Che son buon a tener lubrichi

morti.

SONETTI
Chi volesse di calici parlare, averebbe mille torti: Non che tovaglie, non v' pure altare. Il campanil mi pare Un pezzo di frammento d'acquidotto.

171

di croci,

Sdrucito, fesso, scassinato e rotto.

Le campane son sotto

Un

tettuccio appiccate per la gola.

Che mai non s'odon dire una parola. La casa una scuola Da scherma perfettissima e da ballo. Che mai non vi si mette piede in fallo:
Netta com'un cristallo.
Leggiadra, scarca, snella e pellegrina. Che par eh' eli' abbia pi' sa medicina.

Ogni stanza
Camera,

cantina.

sala, tinello e spedale;

Ma

sopra tutto stalla naturale.

donna
E ha
la

universale,

roba sua pr indivisa. Allegra, ch'ella crepa dalle risa.


In

somma

Che tanto sta

di

fatta in guisa, drente quanto fuori:

Ahi preti scelerati

e traditori!

I
XVIII.

CONTRO A PIETRO ARETINO


Tu ne dirai e farai tante e tante Lingua fracida, marcia, senza sale, h' al fin si trover pur un pugnale
<

Miglior di quel d'Achille, e pi calzante.

,,

l'72

SONETTI
:

11 papa papa, e tu sei un furfante, Nudrito del pan d' altri e del dir male Hai un pie in bordello, e l'altro allo spedale, Storpiataccio ignorante ed arrogante.
,

Giovammatteo e gli altri eh' egli ha presso. Che per grazia di Dio son vivi e sani. T'affogheranno ancora un d n' un cesso.
,

Boia, scorgi

costumi tuoi

ruffiani:

se pur vuoi cianciar, di' di te stesso. Guardati il petto e la testa e le mani. Ma tu fai come i cani. Che d pur lor mazzate se tu sai. Scosse che l' hanno son pi hei che mai. Vergognati oggimai Prosuntuoso, porco, mostro infame, Idol del vituperio e della fame: Che un monte di letame Ti aspetta, manigoldo, sprimacciato. Perch tu muoia a tue sorelle allato; Quelle due, sciagurato. Ch'hai nel bordel d'Arezzo a grand' onore, A gambettar, che fa lo mio amore.
,

Di queste, traditore.

Dovevi

far le frottole e novelle

E non

del

Sanga che non ha

sorelle.

Queste saranno quelle.

Che mal vivendo ti faran le spese, E il lor, non quel di Mantova, marchese; Che ormai ogni paese Hai ammorbato, ogni uom, ogni animale:
Il ciel,

e Dio, e

'1

diavol

ti

vuol male.

Quelle veste ducale

ducali accattate, e furfantate.

SONETTI
Che
ti

173

piangono indosso sventurate

siion di bastonate

Ti saran tratte prima che tu

muoia
:

Dal reverendo padre messer boia

Che r anima di noia Mediante un capestro caveratti,

E per maggior

favore squarteratti.
quei tuoi lecca piatti

E
Ti canteranno
il

Bardassonacci, paggi da taverna.

Or

vivi e ti

requiem eterna. governa

Ti faranno star cheto in ogni

Bench un pugnale, un cesso, o vero un nodo modo.

XlX.
Chi fla giammai cos crudel persona. Che non pianga a cald' occhi e spron battuti Empiendo il ciel di pianti e di starnuti. La barba di Domenico d'Ancona? Qual cosa fla giammai s bella e buona. Che 'nvidia o tempo o morte in mal non muti
, ,

chi contra di lor fa che l'aiuti.


la man d'un uom non le perdona? Or hai dato, barbier, l'ultimo crollo
la

Poich

Ad una barba
Almen
Pili

pi singolare
'n prosa.

Che mai fusse descritta in verso o


gli avessi

tu tagliato

il

collo

tosto che tagliar s bella cosa.


si

Che

saria potuto imbalsimare


-,

li

SONETTI
E
fra le cose rare

Porlo sopra ad un uscio in prospettiva Per mantener l' immagine sua diva.

Ma

pur almen

si

scriva

Questa disgrazia di colore oscuro. Ad uso d' epitaffio in qualche muro Ahi caso orrendo e duro! Giace qui delle barbe la corona, Che fu gi di Domenico d' Ancona.
:

XX.
Chi avesse, o sapesse chi avesse Un paio di calze di messer Andrea Arcivescovo nostro, ch'egli avea Mandate a risprangar, perch eran fesse Il d che s' ebbe Pisa se le messe.

una giornea Chi l'avesse trovate non le bea, Ch' al sngrestan vorremmo le rendesse.

Ed ab

antico furo

usato discrezione Di quella, la qual usa con ogni uomo:


gli sar

Perch' egli liberal gentil signoro. Cos grid il predicator del duomo:

Intanto

il

paggio
le

si

trova in prigione

Ch'ha perduto

brache a monsignore.

SONETTI
XXI.
Dovizie mio, io son dove

175

La

riva, a cui
la

il

Battista

il

mar bagna nome mise,


il

E non

donna, che fu gi d'Anchise,

Non mica scaglia, ma buona compagna. Qui non si sa chi sia Francia n Spagna,
N
lor rapine,

bene o mal divise;


s'

chi al giogo lor si sottomise.


il

Grattisi

cui,

adesso in van

si

lagna.

Fra sterpi

e sassi, villan rozzi e fieri

Pulci, pidocchi e cimici a furore,

Men vo a sollazzo per aspri sentieri. Ma pur Roma ho scolpita in mezzo


E con
gli antichi

il

cuore,

miei pochi pensieri

Marte ho nella brachetta, in culo Amore.

XKiJ.

Empio signor, che


Lieto
ti stai
ti

della roba altrui

Venir

godendo e del sudore. possa un canchero nel cuore


:

Che

ti

porti di peso ai regni bui

E
Che

venir possa

un canchero a

colui,

di quella citt ti f'

signore:

s'egli altri, che ti dia favore. Possa venir un canchero anche a lui. Ch'io ho voglia di dir, se fusse Cristo,
v-^iie

consentisse a tanta villania.


potrebb' esser, che

Non

non fusse un

tristo.

, ,

l7'5

SONETTI
Or
tinla col

malan, che Dio


la

ti

dia,

Quella, e ci che tu hai di male acquisto:

Ch'un

mi renderai

roba mia.

XXIII.

Pu Che tu

fare

il

ciel

per, papa Chimenti,

Cio papa castron, papa balordo.


sia diventato cieco e
i

sordo

abbi persi tutti

sentimenti?
far
1'

Non

vedi tu, o non odi, o non senti.

accordo Per ischiacciarti il capo come al tordo Coi lor prefati antichi trattamenti? Egli universale opinione. Che sotto queste carezze e amori
Ti daranno la pace di Marcone.

Che costor voglion teco

Ma

so ben io che gl'Iacopi

e'

Vettori

Filippo, Baccio, Zanobi e Simone,

Son compagni

di corte e cimatori.

Voi altri imbarcatori,Renzo, Andrea d'Oria e Conti di Gaiazzo, Vi menerete tutti quanti il cazzo. Il papa andr a sollazzo Il sabato alla vigna a Belvedere, E sguazzer, che sar un piacere: Voi starete a vedere Che e che non , una mattina Ce ne far a tutti una schiavina.
:

SONETTI
XXIV.
Fate a
Il

IT

modo d'un

vostro servidore.

Non

qual vi d consigli sani e veri: vi lasciate metter pi cristeri.


vi

Che per Dio

faranno poco onore.


io vel

Padre santo,

dico

mo

di

cuore,

Costor son mascellari e mulattieri

vi

teng-on nel letto volentieri,


si

Perch

dica:

Il

papa ha male

muore;

E che son

forte dotti in Galieno,

Per avervi tenuto allo spedale,


Senz' esser morto

un mese e mezzo almeno. E fanno mercanzia del vostro m:iIo:


,

E han sempre

il

petto di polize pieno

Scritte a questo e queir altro Cardinale.

Pigliate

un

orinale.

Date loro con esso nel mostaccio: Levate noi di noia, e voi d'impaccio.

XXV. Un papato composto


Di pi, di poi, di D pur
,

di rispetti.

Di considerazioni e d discorsi:

ma,

di s, di forsi.
;

d assai

parole senza effetti

Di pcnsier, di consigli, di concetti.

D congetture magre, per apporsi


D'intrattenerti, pur che

non

sborsi.

Con udienze, risposte


Beni.

e bei detti;
12

Parte

I.

nS

SONETTI
Di pie di piombo e di neutralit.

Di pazienza, di dimostrazione.

Di fede, di speranza e carit;

D'innocenza,

di

buona intenzione:

Ch' quasi come dir, semplicit. Per non le dare altra interpretazione
Sia con sopportazione.

Lo dir, pur vedrete che pian piano Far canonizzar papa Adriano.

XXVI.
Eran gi i versi ai poeti rubati, Com' or si ruban le cose tra noi

Onde Vergilio per Compose quei due

salvare

suoi.

distici abbozzati.

A me
E

quei d' altri son per forza dati


gli arai,

dicon tu

vuoi o non vuoi:

Sicch, poeti, io son da pi di voi; Dappoi ch'io son vestito, e voi spogliati.

Ma

voi di versi restavate ignudi.

Poi quegli Augusti, Mecenati e Vari

Vi faceva

le

tonache

di scudi.
,

A me son date frasche Voi studiavate, e io pago


E
so che

a voi danari
gli studi,

un

altro alle

mie spese impari.


di questi avari

Non son

Di nome, n di gloria di poeta; Vorrei pi im(.-'o ivcil oro o moneta.

la

gente faceta
di prose e carmi.

Mi vuol pure impiastrar

SONETTI
Come
s' io

179

lussi di razza di

marmi.
;

Non posso ripararmi

Come
Il

vede fuor qualche sonetto. 1' Derni ha composto a suo dispetto. E fanvi su un guazzetto
si
il

Di chiose e sensi, che rinnieghi

Cielo,

Se Luter

fa pi stracci del

Vangelo.

non ebbi mai pelo, Che pur pensasse a ci, non eh' io '1 facessi E pur lo feci, ancor eh' io non volessi. In Ovidio non lessi
Io

Mai, che

gli

uomini avessin tanto ardire

Di mutarsi in cornette, in pive, in lire:

fussin fatti dire

uso

di

trombetta veneziano.
gli

Ch'ha dreto un, che

legge

il

bando piano.

Aspetto a

Che perch'io dica a Mi pigli, e leghi, e diemi

mano. suo modo, il comune


a
della fune.

mano

XXVII.
Se mi vedesse la segreteria prebenda del Canonicato,
io

la

Com'

m' adatto a

bollire

un bucato

In villa, che miU'anni stata mia;


far dell'uve grosse

notomia.

Cavandone
Per farne
l'

il

granel da ogni lato.


il

Ognissanti

pan Acato

un arrosto, o

altra leccornia;

180

SONETTI
L'

una m'accuserebbe
fatto

al

Cardinale,

Dicendo: guarda questo moccicone. Di cortigiano


Ch' io

un animale.

L'altra diria mal di

me

al

Guascone,

non porto

di dietro lo straccale

Per tener .come lui riputazione. Voi avete ragione.


Risponderei
io lor, eh'
il

vostro resto?

Recate

facciam conto presto: La corte avuto ha in presto Sedici anni da me d'affanno e stento,
i

libri, e

io

da

lei

ducati quattrocento:

Che ve ne son trecento,

O pi, a me per cortesia donati Da duoi, che soli son per me prelati: Ambedue registrati
Nel libro del mio cuor eh'
in

carta buona;

L'uno

Ridolfl, e quell'altro

Verona.
a dare,

Or
Arrechi
il

se fusse persona
gli avessi

Che pretendesse ch'io

conto, ch'io lo vo pagare.

Voi, Madonne, mi pare.

Che

siate

molto ben sopra pagate.

Per di grazia non m' infracidate.

XXVIII.
S'io avessi l'ingegno del Burchiello,
Io vi farei volentieri

Che non ebbi

un sonetto: yi mai tema e subietto

Pi dolce, pi piacevol, n pi beUo.

SONETTI
Signor mio caro, io mi trovo in bordello. Anzi trovianci, per parlar pi retto; Come tante lamprede in un tocchetto Impantanati siam tino al cervello. L' acqua e il fango e i facchini e i marinari Ci hanno posto 1' assedio alle calcagna, Gridando tutti: Dateci danari. L'oste ci fa una cera grifagna, E debbe dir fra s: frate' miei cari. Chi perde in questo mondo e' ci guadagna. All'uscir della ragna Di settimana renderem gli uccelli,

181

facci vezzi

come a suoi fratelli. Vengon questi e poi


la

quelli,

E dicon che Qua intorno

Rotta sar presa


1'

a San Vincenzio e Santa Agnesa;

abbiamo intesa Pi presto sotto a mangiarci lo strame Che andare innanzi, e morirci di fame A queir albergo infame Che degnamente detto Malalbergo Ond' io per stizza pi carte non vergo.
;

Che noi

XXIX.
SI

DUOLE DELLA SUGGEZIONE


IN

IN CUI

STAVA

VERONA.

S'io posso un d porti le mani addosso, Puttana libert , s' io non ti lego

Stretta con mille nodi

e poi

ti

frego
in dos<?o
:

Cos ritta ad

un mur con panni

182

SONETTI
Poss' io

siccome io posso Rinnegar Cristo che ogni ora il rnniego: Da poi che non mi vai voto n priego Centra il giogo pi volte indarno scosso. A dire il vero eli' una gran cosa,
,

mal capitar

Ch'

io

m' abbi sempre a

stillare

il

cervello

scriver qualche lettera crestosa;

Andar legato come un

fegatello.

Vivere ad uso di frate e di sposa,

morirsi di fame.

Oh

il

gran bordello!

XXX.

ALLA CORTE DEL DUCA ALESSANDRO IN PISA


Non mandate
sonetti,

ma

prugnuoli.

Cacasangue vi venga a tutti quanti Qualche buon pesce per questi di santi,

poi capi di latte negli orciuoli.

Se non altro de' talli di vivuoli Sappiam, che siete spasimati amanti,

E E

per amor vivete in doglia e 'n pianti,


fate versi

come

lusignuoli.

Ma
Non
ci

noi del sospirare e del lamento

pasciam, ne ne pigliam diletto: Perocch l'uno acqua, e l'altro vento. Poi quando vogliam leggere un sonetto. Il Petrarca e '1 Burchiel n' han pi di cento

Che ragionan d'amori

e di dispetto:

SONETTI
Concludendo in effetto. Che noi farem la vita alla divisa.
Se noi stiamo a Firenze, e voi a Pisa.

183

XXXI.

ALLA MARCHESANA DI PESCARA


QUANDO PER LA MORTE DEL MARCHESE DICEVA VOLERSI FAR MONACA.

Dunque
Il

se

'1

cielo invidioso
'1

ed empio

Sole, onde si fea


tolto, e

secol giocondo.

messo quel valore al fondo, A cui dovea sacrarsi pi d' un tempio


;

N'ha

Voi, che di lui rimasa


Siete fra noi, e quasi

un vivo esempio

un Sol secondo. Volete in tutto tr la luce al mondo.


Facendo
di voi stessa

acerbo scempio?

Deh Donna

se punto vi cai de' danni nostri


gentil, stringete in
s lasciato ai

mano

il

freno.

Ch'avete

dolor vostri.

Che

Tenete vivo quel lume sereno. n' rimaso e fate che si mostri
,

Al guasto

mondo

e di tenebre pieno.

184

SONETTI
XXXII.

RINCANTAZIONE
S' io dissi

DI

VERONA.
di

mai mal nessun

Verona

Dico eh' io feci male e tristamente E ne son tristo, pentito e dolente.

Come

al

mondo ne

fusse mai persona.


bella e

Verona

una terra

buona
:

cieco e sordo chi noi vede o sente


si

perdona a chi si pente. Alma citt, ti prego or mi perdona. Che '1 martello eh' io ho del mio padrone Qual Dio vi tiene a pascere il suo gregge.
Se da Dio
,

Di quel sonetto stata la cagione.

Ma

se con questo l'altro

si

corregge.
:

Perdonatemi ognun eh' ha diserezione Chi pon freno a' cervelli, o d lor legge?

XXXIII.

DELLA INFERMIT'
II

DI

PAPA CLEMENTE

VII.

papa non fa altro che mangiare. Il papa non fa altro che dormire Quest' quel che si dice e si pu dire A chi del papa viene a dimandare:
;

Ha buon

occhio, buon viso, buon parlare,

Bella lingua,

buon sputo, buon

tossire;

, ,

SONETTI
Questi son segni,

185

Ma

e'

medici

lo

non vuol morire. voglion ammazzare.


eli' ei

Perch non

ci

sarebbe

il

lor

onore

S'egli uscisse lor vivo delle mani.

Avendo detto: gli spacciato, e' muore. Trovan cose terribil, casi strani:
Egli ebbe
'1

parocismo

alle

due ore,
i

l'ha avut'oggi, e non l'ara domani.

Farian morire

cani

Non che

'1

papa; e alfin tanto faranno.


d'

Che a dispetto

ognun l'ammazzeranno.

xxxn'.

VOTO
Quest'

DI

PAPA CLEMENTE.

un voto che papa Clemente

questa nostra Donna ha sodisfatto Perch di man d'otto medici un tratto


liber miracolosamente.
Il

Lo

pover'

uom non

aveva niente
affatto:

se l'aveva,

non l'aveva

Quei sciagurati avevan tanto fatto

Che l'ammazzavan risolutamente.

Alfin Dio l'aiut, che la fu intesa, detton la sentenza gli orinali,


'1

Che

papa aveva avuto un po'


la

di scesa.

E
S'

la vescica fu de' cardinali

Che per venire a riformar


avevan gi calzati

Chiesa,

gli stivali.

, ,

18(>

SONETTI
Voi, maestri Cotal,

Medici da guarir tig-na e tinconi.


Siete

un branco

di ladri e di castroni.

XXXV.
Poich da voi, signor, m' pur vietato dir le vere mie ragion non possa.
le

Che

Per consumarmi

midolle e
strazio e

1'

ossa

Con questo nuovo

non usato;
fiato,

Finch spirto avr in corpo, ed alma, e Finch questa mia lingua aver possa. Grider solo in qualche speco o fossa La mia innocenza, e pi l'altrui peccato. E forse eh' avverr quello eh' avvenne Della zampogna di chi vide Mida, Che suon poi quel ch'egli ascoso tenne. L'innocenza, signor, troppo in s fida. Troppo veloce a metter ale e penne, E quanto pi la chiude altri, pi grida.
,

XXXVL
Io ho sentito Giovan Mariani Che tu sei vivo, e sei pur anco a Vico: Io n'ho tanto piacer (ve' quel ch'io dico), Quant' io avessi mai '1 d de' ... Le carestie passate e i tempi strani, Ch' hanno chi morto e chi fatto mendico
, .

SONETTI
Fan che di te non arei dato un fico Tu m' eri quasi uscito dalle mani
Or
vi sei
:

187

(non so come) ritornato:

Sia ringraziato Benedetto Folchi

Che questa buona nuova oggi m' ha dato. Dimmi, se' tu nimico pi de' solchi.

Come

solevi? che v' eri impacciato

Pi che colui ch'ar quel campo a Colchi.

A
Che stan

questi tempi dolchi

cos fra dua, che

seme getti?

Attendi a far danari o pur sonetti?

Vo' che tu mi prometti

Ch'io

ti

rivegga prima che

si

sverni.

Mi raccomando: tuo Francesco Berni.

xxxvn.
N navi, n cavalli, o schiere armate. Che si son mosse cos giustamente,
Posson ancor
Italia e

la

misera

e dolente

Roma

porre in libertate.
:

S'

speso tanto eh' una pietate

spenderassi, e spendesi sovente:

Mi par eh' abbiamo un desiderio ardente


Di parer pazzi alla futura etate.

Onde al vulgo ancor io m' ascondo e celo Non leggo, e scrivo sempre, e'n mal soggiorno Perdendo I' ore spendo e non guadagno. Cosa grata non ho dentro o d' intorno Testimon m' colui che regge il cielo Di me sol, non d'altrui mi dolgo e lagno.
; :
;

188

RIME VARIE
CACCIA D'AMORE

ALLE NOBILI E GENTILI DONNE


Noi siamo, o belle donne, cacciatori.
Ministri e servi
all'

amorosa Dea
lia

Nutriti con le ninfe e con gli amori

Nella selva, che 'n Pafo

Citerea,

voi condotti per diversi errori

Dalla piaggia odorifera sabea Venuti con gli 'ngegni e reti nostre. Per cacciar solo nelle selve vostre. Sappiam che '1 terren vostro pien Che inetti e pochi cacciatori avete; E perch raro dentro vi si caccia

di caccia.

Offese spesso dalle fere siete. Per quando con noi cacciar vi piaccia,
L' alta perfez'on nostra vedrete

Oltre che vi

fla

certo

il

cacciar grato.

In breve vel farem netto e purgato.


Il

cacciar, donne, la pi bella cosa

Che si faccia nel mondo, e la pi cara La pi soave e la pi dilettosa. La pi dolce, pi onesta e la pi rara; La caccia l'arte ne' segreti ascosa. Che con maggior difficult s'impara.

Ed

sol opra d'alti ingegni eletti:

Molti son cacciatoi', pochi perfetti.

RIHIE

VARIE

189

Bisogna un sodo ingegno naturale. Per trovar prima della caccia i luochi. Ed esser ben nell'arte universale. Trovar cacciando mille belli giuochi;

Che cacciar come caccia

il

generale.

Provato abbiam che in s diletti ha pochi. Convien, donne, alla caccia usar gran cura, Servar ordini, tempi, arte e misura.

Come

la caccia a chi sa
i

ben cacciare
'1

di tutti

diletti

il

meglio e

flore

Cosi difficultade nel trovare

Un ben accomodato cacciatore. Ed aver can, che possa al corso E

stare

Nervoso, svelto e di animoso core:


saper poi, quando la fera presa,
Torla viva dal can senz' altra offesa.

Son nella caccia mille bei segreti. Che questi vostri cacciator non sanno V'ha grand' ingegno nel piantar le reti.
:

Saper se meglio ad alto o basso stanno; Sceglier a un mirar solo i consueti

Luoghi dove
Spinger
si

le fere

ad uscir vanno;

Star col cane alla posta, e saper quando

de\ quand'arrestar cacciando. Non son tutti i terreni accomodati. N ciascun campo ha dilettevol caccia:
Molti vaghi paesi

abbiam

trovati.

Dove senza

diletto alcun si caccia:

Questi luoghi, che son sempre bagnati.

Fan

delle fere ai
si

can perder

la traccia;

Salvaticine vi

piglian rare.
si

N senza

usatti vi

pu cacciare.

190

RIME VARIE

Queir Ugualmente in general perfetto, Ch' duro e sodo, e che non sassoso; Caccia troviam d'un singular diletto, E d'alto frutto in ogni bosco ombroso. Folto non gi, non gi chiuso n stretto

Da

sterpi e tronchi, che fia agli occhi ascoso:

Pur sempre

meglio

e di pi

preda certa,
aperta.

Quando
Son
di

si

caccia alla
colline,

campagna

Queste

che coperte appena

tenera erbetta, ottime sono:


per cacciarvi
li

Ma

voglion can d'una perfetta schiena.

Che non
Perdonvi

ogni can buono:

poltron tosto la lena.

N pu di corno inanimargli il suono; La salita gli stanca, ed in brcv'ora Fuggon le fere della caccia fora. Non avvien questo a' nostri can cacciando.
Perch cacciamo accomodatamente,

E sappiam come ristorargli, e quando Non seguissero il corso arditamente;


Se alcun ne va fuor della pesta errando, Facciam, ch'una sol voce o un grido sente. Col qual ritorna, che gli abbiamo istrutti. Che sanno i termin della caccia tutti. Adopriam anco per diletto l'arco, E mettiam dritti nella mira gli occhi,

Cogliam le fere all'aspettato varco, N tiriam colpo mai, che indarno scocchi. Data la botta, in un momento carco E cosi sta Anch' ad un'altra tocchi; N quella fugge pi ch'una sol volta
;

Dalla saetta nostra in caccia colta.

RIME VARIE
L' astute volpi, che

191

schernendo vanno

De' nostri cacciator l'arte e gli 'ngegni,

indi a voi sovente ingiuria fanno


le

Con

rapine e furti lor malegni.

S nove astuzie ritrovar

non sanno.
'ngegni;

Che non sien vinte

dalli nostri

E che non
F
di

faccian nelle nostre reti


alti segreti.

quest'immortali

Secondoch troviamo il terren grato, Facciam sempre la caccia, e lunga e breve. Abhiam, Madonne, veltro accomodato. Che n per sol si stanca, n per neve;
Scorre e passa or da questo or da quel lato,

E sempre Non tana

nel cacciar pi pronto e leve:


s stretta

o s riposta.

Che non v'entri cacciando egli a sua posta. Qual piacer, donne, vi credete voi. Che sia cacciando una fugace belva.
Poi d'averla cacciata

un

pezzo, e poi

can l'ha spinta nell'estrema selva. Vederla stanca dar del petto in noi, AUor che '1 can gagliardo pi s'inselva, E da pi morsi punta appi d'un colle. Rendersi alfin tutt' affannata e molle? Dateci campi, ove cacciar possiamo.
'1

Che

Che

della caccia vi faremo parte

Anzi, donne, per noi nulla vogliamo.

Se non solo il Con tutto che


L'ingegno,
i

piacer che
nell'opra
i

si

comparte.

il

pi mettiamo.

dardi,

can, le reti e l'arte,

E che

sia nostra la fatica in tutto.


la

Vostra sar

preda e vostro

il

frutto.

192

lUMK VAKIK

CANZONE.
Messer Antonio,
io

sono innamorato
:

Del saio che voi non m' avete dato


Io sono innamorato, e Propio come se fussi la signora:

vo'gli bene

Guardogli

il

petto, e guardogli le rene,

Quando

lo

guardo pi, pi m'innamora;


di

Piacemi drento, e piacemi

fuora.

Da

rovescio e da ritto, Tanto che m' ha trafitto E vo'gli bene, e sonne innamorato. Quand' io mei veggio indosso la mattina, Mi par direttamente, che sia mio:
:

Veggio que' bastoncini a pesce spina, Che sono un ingegnoso lavorio


:

Ma io rinniego finalmente Iddio, E non la voglio intendere,


Che ve l'ho pure a rendere:

vo'gli bene: e

sonne innamorato.
,

Messer Anton

se voi sapete fare

Potrete diventar capo di parte;

Vedete questo saio, se non pare Ch' io sia con esso indosso un mezzo Marte? Fate or conto di metterlo da parte: Io sar vostro bravo, E servidore e schiavo Ed anch' io porter la spada allato.

Canzon, se tu non l'hai. Tu puoi ben dir, eh' io sia


Fallito intno alla furfanteria.

KIME VARIE

193

SOPRA LA MORTE DELLA SUA CIVETTA.


Gentile augello, che dal

mondo

errante

Partendo nella tua pi verde etade, Hai '1 viver mio d' ogni ben privo e casso Dalle sempre beate alme contrade

Laddove l'alme semplicette e sante


Drizzan, deposto
il

terren peso,

il

passo.

Ascolta quel ch'assai vicino al sasso.

Che tien rinchiusa

la

Del partir tuo la notte e

tua bella spoglia. '1 d si lagna,

tutto

il

petto

bagna

Di lagrime, ed il cor colma di doglia: Che persi ogni piacer al viver mio. Quel d eh' al ciel santa spiegasti '1 volo

Da indi in qua n grassa n gentile Non ebbi cena mai ma magra e vile ;
,

Talch sovente al mio desco m' involo , E son venuto senza te in oblio Ai pettirossi, ai beccaflchi, ond' io
Dir odo poscia andando tra la gente u Quel poverel divien magro sovente.

Ohim, che chiusi son quegli occhi gialli. Che solean far di scudi e di doppioni E dei ben dei banchier fede fra noi Spezzinsi adunque, e brucinsi i panioni
!

E
I

sicur per le fratte e per le valli


pettirossi sene volin
la civetta
,

poi

con noi. Che Che con quello smontare e rimontare Ed ora in qua ed ora in l voltarsi.
Abbassarsi e innalzarsi
Berni.

mia non

Parte

I.

13

,,

1^
Fea

RIME VARIE
tutti intorno a s gli augei fermare;

E E

lieta e

vaga ognun tenea sospeso,


e lor dispetto

giocolava con tal maraviglia.

Che quasi a marcia forza

In sul vergon gli fea balzar di netto. Di poi lieta ver me volgea le ciglia

Quasi volesse

dir: vien vieni, preso.*

Mi tenea

'1

core in tanta gioia acceso.


eli'

Ch'io diceva tra me: mentre


Sar. la vita

viva.

mia dolce
il

e giuliva.

vago animaletto Visto sei volte ben tonda la luna, Quando morte crudele empia l'assalse, Ed in un tratto con doglia importuna
Cotal
le

Non avea ancora

strinse

il

delicato petto.

Che d'erbe

o di parol' virt

non

valse

trarla delle
ella del
la

man

invide e false.

Onde
Venir

suo mal presaga, visto morte a s con pronti** passi

Gli occhi tremanti e bassi

Mi

volse, e disse: ahi sconsolato e tristo.

Sozio, con cui gi tanti e tanti augelli


Fatt'

abbiam rimaner sopra


l'

vergoni

Venut'

ora che io
civette
i

men

voli in*** cielo

Scarca del mio mortai terrestre velo

E dove
Si

le

e'

civettoni

Gli allocchi e

gufi leggiadretti e snelli,


elli

posan

lieti, il

Delle fatiche

guiderdon con mie possa fruire;


p'i'oso.

* Un re k' ** Presti. B. *** AL B.

B.

RIME VARIE
Rimanti in pace: e pi non pot dire. Qual rimas' io quando primier m' accorsi Del caso orrendo, spaventoso e fiero! E maraviglia ben com' io son vivo. Qual padre vide mai destro e leggiero
Figli uol sopra

195

un
d'

destrier feroce porse,

ogni pigrizia schivo. Mentre corre pi lieto e pi giulivo Cadern' a terra* e rimanerne morto.

Di ogni vilt,

Che cangiasse la fronte cos presto, Com' io veggendo questo


!

E lungo E senza
Stetti;

spazio fuor d'ogni conforto,


al pianto

poter dar la via

pur poi con voce assai pietosa

Rivolto al ciel gridai, chiamai vendetta:

Ahim che tolto m' hai** la mia civetta. Anzi la mia sorella, anzi la sposa.
Anzi
la vita, anzi

l'anima mia;
ai gufi, ai

Quella eh' a fare una buffoneria

Toglieva

il

vanto

barbagianni

Degna Che
Sono
i

di star fra noi mille e mill' anni.

far, lasso!
bei

il

giorno adesso, quando

tempi dopo desinare.

mia dolce compagna? Che mi solea con essa sempre andare, E con un asinel mio diportando, Ora per questa or per quella campagna; Ed u' cantando il rosignuol*** si lagna,
Privato della

* Cadere 'n terra. B. ** Chi tolto m' ha. B. *** LMgnuol. B.

196

RIME VARIE
sverna
il

E dove E dove
Ed

il

gentil capinere,

meno

accorto* pettirosso
beccafico vero,

Alletta a pi

non posso.
il

u' s'ingrassa

Tendea**

l'insidie; e

mentre
l'

io

li

prendeva.

Un mio

servo carcava

asinelio

Di legne per poter cuocer la sera La caccia, e far con essa buona cera. Cos lieto passava il tempo , e quello Che sopra ogni altra cosa mi piaceva

Era il ben pazzo eh' ella mi voleva. Or tutto il mio diporto e '1 mio riparo pianger la sua morte col somaro. Canzon, se ben vedi acceso '1 desio A far pi lunga la tua rozza tela E la civetta mia porget' il filo ,*** Stanca la penna, e cotal fatto '1 stilo, Com' al soffiar de' venti una candela.
Per voglio por fine**** al duro pianto. Che ci far chi pianger altrettanto Con stil pi grave pi canoro***** e bello
,

Be non m' inganna '1 mio caro asinelio. Discreto asinel mio, che gi portasti Sopra gli omeri tuoi si ricche piume Ed ogni sua maniera, ogni costume, E le prodezze sue , tutti i suoi gesti
Gi tante
fiate lieto ti godesti,

* Mal accorto^ B. ** Tender. B. *** Porgerne tifilo. B.


***KYo' poli er fine. B.
l.

*ic*** f^^mro.

RIME VARIE

19^

Con

quella voce tua chiara e distesa.


ti* pesa.

Mostra quanto la morte sua

MADRIGALE.
Vero inferno '1 mio petto. Vero infernale spirito son io

vero infernal foco


Quell'arde, e
la

'1

foco mio.
e

non consuma,
tale

non

si

vede

mia fiamma

Che, perch'io vivo e non la mostro fore.

Madonna non

la crede.

Privo d'ogni speranza di mercede

E del divino aspetto lo spirito misero infernale Ed io gli sono eguale E vivo senza '1 mio vitale obbietto.
;

N speme ha

la

Ed

ostinato in

mia fede una voglia

'1

core:

Anzi stato migliore

Han

gli spirti

laggi, che giustamente


io

Ardono in foco, ed

ardo innocente:

Quegli spregian sovente

E bestemmian l' autor dell' esser loro Ed io chi mi tormenta amo e adoro.

Ci.

B.

198

RIME VARIE

itMADRIGALE.

Amore, io te ne incaco. Se tu non mi sai far altri favori.


Perch'io
ti

servo, che tenermi fuori.


,

Pu far Domeneddio che tu consenti Ch' una tua cosa sia Mandata nell' Abruzzi a far quietanze?

diventar fattor d'una badia.

In mezzo a certe genti.

Che son nimiche delle buone usanze? Or su queste speranze


Sta tutto il resto de' tuoi servidori Per nostra Donna, Amor, tu mi snamori.

AL VESCOVO SUO PADRONE,


S'io v' usassi di dire
il

fatto

mio

,'

Come

lo

vo dicendo a questo e a quello.

Forse piet m' areste qualche benefzio mi dareste Che se '1 dicesse Dio
;

Pur

fo,

pur scrivo anch'

io,

m'affatico assai, e sudo e stento

Ancorch'io sappia, ch'io non vi contento. Voi mi straziate, e mi volete morto. Ed al corpo di Cristo avete '1 torto.
'

L
199

RIME VARIE

DESCRIZIONE DEL GIOVIO.


Stava un certo maestro Feradotto
Col re Gradasso
,

il

quale era da

Como
,

Fu da
Non

venti fanciullo in l condotto

Poi ch'ebbon quel paese preso e

domo;
,

era in medicina troppo dotto

Ma
E

piacevol nel resto, e galantuomo:


le

Tenea

genti in berta, festa e spasso,

l'istoria scriveva di

Gradasso.

Stavali innanzi in pie

quando mangiava.

Qualche buffoneria sempre diceva, E sempre qualche cosa ne cavava; Gli venia voglia di ci che vedeva: Laonde or questo or quell'altro affrontava D' esser basci grand' appetito aveva Avea la bocca larga e tondo il viso
, ,

Solo a vederlo

ognun moveva a

riso.

EPITAFFIO PER UN CANE DEL DUCA ALESSA.NDRO DE' MEDIO


Giace sepolto in questa orrenda buca

Un cagnaccio superbo
Oh' era
il

e traditore.

Dispetto e fu chiamato
altro di

Amore

Non ebbe

buon, fu can del Duca.

CAPITOLO
DEL GIUOCO DELLA
PRI.MI|ERAJ

GOL COMENTOj
DI M

ESSER PIETRO PAULO|J


D SAN
CHIRICO

AL MIO ONORANDO COMPARE

MESSER BORGIANNI BARONCI


DA NARNI

Compare^

io

non ho potuto tanto

scheriiirmi, che

piwe
e
,

mi

bisognato

dar fuori questo benedetto Capitolo,

Comento della Primiera ; e siate certo che

V ho
,

fatto

non perch mi consumassi di andare in stampa

n per

immortalarmi come
fatica

el cavalier Casio

ma

per fuggir la

mia
e

e la malevolenza di molti, che,


lo

melo

non

avendo
,

domandandomi- minto mal di raorte. Aven-

mi bisognava o scriverlo, o farlo scrivere, e l'uno e V altro 7ion mi piaceva troppo per non mi affaticare, e non mi obligare. Poi che rtii ci sono lasciato crre, ringrazio Dio che son pwr stato tanto savio, che, dicendomi qmsti nostri poeti e oratori moderni che
doglielo a dare

Cos

il

Testo.

204

bisognava necessariamente intitolar

l*

opera a qwxlcuno,

non ho fatto come

come hanno
spese.

fatto

pi che corrono drieto al favore, e una cosa, suMto la indrizzano a qualli

che Mecenate, e sono el pi delle volte condennati nelle

Ma

ho voluto fare a mio modo, e mi son disposto


li

di darla a qualche buon compagno che si

possi par-

lare con la berretta in testa. Belli quali, esaminando a

chi la stesse bene, per

mia

f,

Compare, non ho saputo

vedere a chi la stia meglio che a voi; dico tanto che

mi pareria

avervi fatta una grandissima ingiuria^ aven-

dovi anteposto alcuno.

Ohe se ben molti

si trovano che

hanno pi denari

men

cervello di voi, cose che dicono

esser necessarie alla Primiera, io non vidi gi

mai uomo
n

che l'avesse pi nell'ossa, n che giocasse ad ogni tempo,


in ogni luogo, con ogni persona
,

con ogni occasione

pi

volentieri di voi.

Chi diceva di
tutti

Br andini
,

chi di

Beltrami; vadinsi pur

a riporre; che se la volont

quella che si considera e che si giudica


siete il

primo uomo del mondo.

cos

per Bio voi Compar mio


,

che siate benedetto, abbiatevi quesV opera

nella quale

considerate ancora voi la buo-ia volont; e qualmente,


si potessi ancor io
,

giocherei cos volentieri come

voi.

"Pigliatela in protezione, e con l'autorit vostra difende-

tela contro chi

malignamente corresse a morderla


voi, s

che

la si

raccomanda a

come fo ancora

io.

Bi Roma.,

alli 27 d' agosto

M. B.

26.

Vostro servitor e compare

L. Gelasino de Fiesoli.

DI

SER Sl'M SERMOLLINI

DA RADICOFANI

CAPITOLO IN LAUDE DELL' OPERA

El pi bel libro eh' io vedessi mai. Che n' ho veduto pur anch' io qualcuno

Ver

questo, e leggil, che

mi

crederai.

che non pasto da ogni uno un pedante ci d su de morso. Ci si romper e' denti a un a uno. un libro da uomini di discorso. Da ingegni svegliati e pellegrini, E che gustino il vino al primo sorso.

s'

sia chi mi ragioni di latini. N d'ebraichi o grechi a petto a questo, Ch' i' non darei di tutti duo quattrini.
si

Qui

conosce senza torre


fatto a

il

sesto.

Che

la natura, e la fortuna, e l'arte

Hanno

primica

del suo resto.

, ,

206

CAPITOLO
se tu guardi

ben a parte a parte. Cose son qui che non saranno altrove, Se tu volgessi cento milia carte. Cose util, cose belle, e cose nuove;
verno. quand' sol, quando piove. L'altr'arti, o le ti fanno ir all'inferno. Come le leggi, se ci vuoi far frutto, le ti fan stentar in sempiterno. La medicina sta nel mal per tutto
d'
'1

Cose

adoperar la state e
e'I d,

La notte,

la filosofia eh'

Scambio

di savio

ti

sua parente fa pazzo in tutto.

ogni altro esercizio finalmente,

chi comincia assaggiar questo

un poco

Par cosa assai da

manco che

niente.

Che lasciam ir, che gli cos bel gioco, Che oltra quel che n'ha scritto 1' autore,

dir el resto

i'

diventarci fioco.

L'utilit, eh' la parte

maggiore,

tanta in questo, a
d'

un
,

eh' abbia cervello.

Che
In

un
a

furfante pu farsi

Pensai eh' a un sciocco

un signore. un dar un coltello


castello.

man

un pazzo,
si gli

a 'nsegnargli primiera,

E perder

avessi

un

Bench' io conosco tal persona eh' era Scimunita e sventata, che giocato

questo, or par una santa Severa.

Tal che se ben ne va qualche ducato,


Talor, salva la spesa, al gran

guadagno.

Che vien poi

fatto

sol

un pazzo, ma
d'

'1

da quest' altro lato. maggior taccagno,

ribaldo che sia, questo mestiere

Lo purga

ogni vizio pi eh' un bagno.

IN

LODE DELL'OPERA
sempre a sedere.

207

Per che

lo fa star

N mai pensar ad altro eh' a s solo Con piccola fatica, e gran piacere. Ch' io ti giuro si avesse un mio figliuolo, r lo farei star fitto in questa cosa, Com' in cucina el treppiede e '1 paiuolo. E va, di' che ci sia verso n prosa. Che con lor diceria, con le lor fole
Avanzin la rettorica qui ascosa: he solamente con quattro parole. Passo, vada, l'invito, vo'e non voglio, la rinvito, s' ha quel che l'uom vuole. \ ti bisogna andar in Campidoglio Gracchiando come f' gi Cicerone, tener sempre la penna in sul foglio. Qui s'osserva giustizia, e fa ragione

Sommaria,
Perde
e'

e chi ardisce di far torto

danari e la riputazione.

quel che pur

mi par un gran conforto che, mentre che l'uom a questo bada. Acquista molto onor, pur che sia accorto.

Ed

in

qualunque luogo che


re,

si

vada.

da imperator gli fatta strada. E pu' ficcar il capo in tutti e' buchi, N alcun sar mai che lo riprenda, E dove vuol, non lo meni e conduchi. Farmi ancor maraviglia eh' un, ch'attenda

Da Da

conti, da baron, marchesi e duchi.

A
O

ci

non tema fame

o sete

o sonno

caldo,

freddo, o cosa che l'offenda.


s s' afifaticonno le

Che que' pazzi che


A' primieranti

Per voler superar

passioni
3*

mai non

accodtonno,

208

CAPITOLO
amorosi che stan sotto e' tetti Appresso a questi parrebbon poltroni:
gli

E' soldati che son s gran campioni,

Che

se

non

fussi per certi rispetti.

Direi eh' in questo sol piccol

volume
;

son tutti e' precetti che eleganza, E con con che fiume D'eloquenza, con che fonda dottrina Noi dico che da s la si fa lume Da starci la sera a la mattina,
ci
,
;

Del ben viver

cos pel contrario, e legger tanto.


si

Che

tornassi in cener e 'n farina.

O grande

autor, tu

ti

puoi ben dar vanto

D' aver passato chiunque ha scritto assai

Pi eh' un pugnai

dall'

uno

all'

altro canto,

tu, Pelicia, che

le

carte fai

Istrumento di tanta e tal virtue. Adesso s che' fatti tuoi farai. E se non se' un asino o un bue. Sarai pi obligato a tal persona. Che a chi padre, e chi madre ti fue. E mettera'le in capo una corona, Non de' tuoi re, n delle tue madame. Ma d'ogni loda e d'ogni cosa buona. E voi librai che gi morti di fame Vi veggo con cotesti scartafacci. Deh mandategli a fiume col letame: E non sia alcun di voi che pi s'impacci. Se non di vender el Testo el Cemento De la Primiera, acci che vi rifacci. Ne spaccerete ogni ora pi di cento Come vorrete; se ben saran cari Nessun per ne sar mai contento.

IN

LODE dell'opera

209

Anzi da que' che saranno pi avari, Fatt' el conto all' entrata e all' uscita, Non guardaran n a roba n a danari.
l'per

son per metterci la vita. Per averne e per passar e' guai Con tal' opera d' ogni ben fornita.
,

me

la pi bella eh'

i'

vedessi mai.

^erni,

Parte

I.

14

CAPITOLO
DEL

GIUOCO

DELLA PRIMIERA

COL COMENTO
DI

MESSER PIETRO PAULO


DA SAN CHIRICO

Tutta

l'et

d'un uomo intera intera,

Se

la fusse

ben quella

di Titone,

Non

basterebbe a dir della Primiera


il

Qualunque fusse colui che trov


carte, bench
il

giuoco delle

nome suo,

o per invidia di

tempo
in fra

per altrui trascuranza, sia oscuro, merita per certo

laude grandissima, e d'aver


i

non ultimo luogo


;

n veggio perch, si debba cedere o a Pirro inventore del giuoco delle tavole, a Palamede delli scacchi, o a qual si voglia altro autore di qualunque altro giuoco; perch ricercata diligentemente la qualit di ciascheduno degli altri, certamente questo, e d' artifcio, e di variet, e di piacevolezza, non pure non inferiore ad alcun di loro, ma, secondo l'opinion mia, di gran
lodati di cos fatta professione

212

CAPITOLO
li

lunga superiore. Sono

scacchi veramente giuoco

ingeniosissimo e artificioso, e per questo massima-

mente nobile, che e' paiono una imagine delle sanguinose battaglie, e in essi si pu contemplare la virt di questo e di quel capitano di quello e di
,

quell'altro re, la animosit de' pedoni, la valenteria

n ha per questo giuoco con tutto ci maggior prerogativa , n pi forte conflrmazione delle laudi sue, che dire di signoreggiare solo fra gli altri alla fortuna, e di non aver a far niente con lei, conciossiach tutto dall'ingegno e dalla industria si regga; il che non diranno miga le favole d'avere in tutto, ma in gran parte s, affermando essere giuoco da gentili uomini e da gran signori i quali non se commetteriano totaldi cavalieri e degli altri soldati:

mente

alla temerit della fortuna se

non vedessino

con virt d'ingegno e con natun taceranno anche questo, che il fatto loro ha pi vita e pi speranza che molti altri giuochi, n cos ad un tratto mettono al punto lo stato
di poter reggerla

rale intelligenza,

con esso loro s'impaccia, come fa verbigrazia la bassetta o li tre dadi , e che a questo si pu conoscere principalmente la loro dignit che comunemente sono usati da persone di senno e di consiglio, come sono i vecchi, de' quali principalmente
di chi

cos fatto giuoco. Alla qual ragione se potrebbe per

agevolmente rispondere che non per tanto da giudicare che questo sia pi bel giuoco del mondo conciossiach anche le pesche, le quali non scn cos per:

fette frutta

come si stima, piacciono a cos fatte persone, s come scritto nel capitolo di quelle E vedr ben che queste pesche tali
:

Piaccion a vecchi ecc.

IN

LODE DELLA PRIMIERA

213

E bench
gioni
si

queste e tutte l'altre preallegate rapotrebbero molto ben sbattere in favore


e' si

e defensione delle carte, tutta volta perch

non
dice,

paia eh' io voglia deli' altrui biasmo,


,

come

acquistar laude altrui lascer pensare a chi ha pi


pratica e pi discrezione di

intender voglio. gione filosofica a proposito di ci, che essendo la natura del bene diffusiva, e chiamandosi quello maggior

me, quel che io tacendo Sol non tacer una potentissima ra-

bene che maggiormente a diverse cose


facendo ad ognuno parte
questo
le

si

diffonde,

di s,

mi pare che per

carte

si

possono chiamar

sommo

bene, per-

ch del piacer loro infiniti, a dir cos, sono i participanti, n cos disutil giuoco in esse, sia pur stretto a sua posta, che riceva men di quattro persone e volesse Dio che tanti fossero coloro che avessero il modo, come son quegli che hanno il luogo appresso di quelle, s come sa molto bene chi in esse ha punto d'esperienza. Io lascio stare la di;

versit de' giuochi loro, che se gli volessi

contare

ad uno ad uno arci troppo che fare. Taccio similmente il mirabile piacere che di quelle pure a guardarle si cava. La pittura nonch altro innamora gli
animi dei riguardanti
lori
,

gradi, numeri,
,

punti,

co-

le figure
si

diverticuli

gli strani

passatempi

che in esse
ficaci

trovano; n questa sia delle


,

meno

ef-

che la natura la cui forza grandissima, non meno per essa opera mirabilissimamente negli uomini, che per qualunque
altra cosa se sia.

prove della virt loro

Non

prima nato uno, n prima


le

ha vedute
le

le carte

che egli

appetisce,

le

desidera,

prima mediante gli anni della discrezione ha imparato ad annumerare insino a dieci che

seguita, n

214

CAPITOLO

io di

cosa son danari, spade, coppe e bastoni, e ho veduto quegli che prima hanno imparato questo, che
il

l'Ave maria o

Credo; e ardirei dire che questa

una delle scienze infuse da Dio nell'anima nostra quando ella vien nel corpo, la quale, secondo il placito di Platone, per bere del fiume Leteo, insieme

con

tutte le altre si dimentica, e poi a


para, onde detto

poco a poco s'impiii

che

il

nostro sapere non al-

tro che ricordarsi ;

ma questo
mio non

per sia rimesso a

sani giudicj che


e

il

veramente

in tutte le cose

invenzione divina secondo la natura, qual


bella cosa?
fastidioso a

Dedalo, quale Argo inventore della prima nave, quale


Aristeo, quale Eritorno trov

Se

io

mai cos non credessi parer presuntuoso e

chi legge, direi di loro forse pi che a

me non

se

conviene, bench non dicessi quanto meriterebbero.

Ma perch il principale instituto mio di dichiarare, quanto in me fla, il presente capitolo, la cui intenche lodare il giuoco della Primiera, ripetendo un'altra volta i primi tre versi', dico che. fra gli altri infiniti e bellissimi giuochi delle carte
zione
altro

non

uno

n' sopra gli altri bello,

il

cui

nome

Primiera,

postoli cos,

a beneplacito o per qualche particu-

lare intenzione di chi la trov.

ardirei io con al-

cuna certezza affermare la etimologia, o vogliamo dire la propriet di questo vocabolo avere o depenconvenienza, o denominazione da cosa del mondo, perch non se n' avendo certezza per scrittura, o per testimonio, follia sarebbe la mia volermi
denza,

mettere ad indovinare; ma se i pareri di cos fatte cose son liberi agli uomini, siami concesso, non per affermare, ma per istimare o imaginare, dir che io per me credo che la denominazione di questo nome

IN

LODE DELLA PRIMIERA

215

sa dedutto dal valore e dalla nobilt della cosa;

ne

per altro esser chiamata Primiera, che per esser pri-

ma
chi.

e principessa, a dir cos, di tutti gli altri giuo-

E a

dir

il

vero, qual altro

ha pi grandezza, pi

galanteria, pi generosit, e pi libert di questo?

N la ronfa, n la erica, n i trionfi, n la bassetta ha a far cosa del mondo con esso questo fasti;

da brigatene: quest'altro troppo semplice, quell'altro troppo bestiale sola la


dioso, questo ignobile e
;

Primiera piacevole, nobile, figurata, e, a dir cosi, buona compagna; e con tanta destrezza fa le cose
sue, che se ella facesse altrui tutto il mal del mondo, bisogna che l'uomo le resti schiavo, s come di sotto

sangue e gli occhi, non me ne curo; e una grandissima prova della sua grandezza, che i gran signori a Primiera giuocano e non ad altro giuoco o rarissime volte. Da quel che ella si sia denominata adunque sia in
dice
il

poeta. S'io perdessi a Primiera

il

arbitrio vostro, o lettori, di credere; la cosa


di

non

molta importanza, e trista lei se con questo argomento s'avesse a provar solamente la dignit sua. Similmente di chi ne fusse inventore o di chi la illustrasse primamente, poca certezza si ha, ne quella poca conflrmata per autorit di fede degni; alcuni dicono del magnifico Lorenzo de' Medici, e raccontano non so che novella d'una Badia, la quale, perch in verit l'opera non merita il pregio, e io ne potrei, narrandola, aver cos mal grado come buono, lascer cercare a pi curiosi. Altri vogliono che il re Ferrando di Napoli, quello che tanto magnificamente oper, la trovasse
:

altri
:

il

re Mattia
altri
il

ghero

molti la Reina Isabella

certi

Ungran

Siniscalco.

In breve, perch questa osservazion

216

CAPITOLO
come
la

COS superflua

prima, lasceremo medesima-

mente trovare a chi desidera sapere quanti barili di vino desse Aceste ad Enea, o come avesse nome
la balia d'Anchise, e cotali altre curiosit

peggio che

quelle dell'uovo e della g-allina. Io per me, se ne fussi

domandato, direi che ella stata sempre e sar sempre; e sono d'opinione che non le carte la trovassero, ma ella trovasse le carte, e che assai maggior merito s'acquista di lodarla e di celebrare le virt sue,

che

di

vanamente consumare
tutte

il

tempo intorno a
il

cos

fatte considerazioni; della qual cosa

poeta nostro

accortosi, pretermesse

le

superfluit, e

non

senza grandissimo

artificio, dice:

Tutta Pt d'un uomo intera intera,

Se

la fusse

ben quella

di Titone,

Non

basterebbe a dir della Primiera.


dei precedenti versi

Bench per dichiarazione


bisognino molte parole
chiari,
s

non

per esser essi da s assai


detto di sopra abba-

come anche per aver noi

stanza quanto ne pareva che a ci appartenesse, pur per non pretermettere la istoria di Titone la quale
,

in vero

degna

di notizia,
il

figliuolo d'ilo re di Troia,


citt Ilio, di cui scrive
di

da sapere, che Titone fu quale da s denomin la


e Vergilio; fu fratello

Omero

LaomedOnte padre
lei
i

di

Priamo, e fu amato dall'Auimmortale.

rora, e da

trasferito in cielo e fatto

Costui fingono
il

poeti essere stato converso in cicala,

che allegoricamente non vuol dir altro se non che la vecchiezza ' sempre loquace. Di lui fa menzione il Petrarca nel principio de' suoi Trionfi, e nella
descrizione del nuovo giorno, dicendo
:

IN

LODE DELLA PRIMIERA

217

Scaldava il sol gi l'uno e l'altro corno Del Tauro, e la fanciulla di Titone Correa gelata al suo antico soggiorno.

in

un

altro luogo

Che con

la

bianca amica di Titone

Suol de' sogni confusi ecc.

E Dante

nel principio d'

un
di

capitolo del Purgatorio

La concubina

Titone antico.
vi-

Convenientemente adunque, sendo costui stato


,

vacissimo e massimamente loquace , posto dal poeta nostro per esempio di lunga et, e d'uno che
quasi potesse a sufficienza dire della Primiera
;

ma

non

gli

basta questo, che

e'

soggiugne

Non ne direbbe affatto Cicerone, Ne colui ch'ebbe, come disse Omero,


Voce per ben nove milia persone.
Con
officio

licenza di questi

signori dottori d'umanit,

e senza carico di presunzione, siami concesso far lo

che

s'

aspetta alla cominciata impresa. Io

rendo certissimo pochi esser quegli, litterati, che non sappino quale e quanto fusse messer Tullio Cicerone nella Romana repubblica; conciossiach la vita sua e le sue opere non meritino minor contezza di quello che s'abbino: pure per soddisfar, com'io dissi poco anzi, al debito mio e al desiderio di quegli che di simil notizia hanno bisogno, dico che Marco Tullio Cicerone fu da Ar-

mi massimamente

218

CAPITOLO

pino, non molto nobile castello nel regno di Napoli. Venne in Roma nella sua pi fanciullesca et, e, aiutato dalle gran doti dell' animo e della persona, di-

vent grande, and a Rodi ad imparar retorica da uno Apollino*^ottimo retorico in que' tempi, dal quale fu laudato publicamente. Di poi per mezzo di questa arte, cresciuto nella opinione degli uomini, merit esser nel Senato romano accettato, dove assai onori
e magistrati
si

gli

furon dati

come partitamente

pu vedere da chi scrive la vita sua. E volendo Catilina per mezzo d'una sua coniurazione farsi signor di Roma con publico consentimento del Se,
:

nato fu fatto console: volt s contro di lui, ed estinselo, e liber la patria molto gloriosamente and proconsole in Cilicia, e di quelle genti ebbe non so

che
di

vittorie. Nelle

guerre

civili

Cesariane, sendo egli


le

Pompeio amicissimo, tenne

parti sue, e da

quello fu adoperato in diverse faccende. Ma morto che fu l'uno e l'altro di loro, e fatto a Roma il triumvirato di Augusto, Lepido e Marcantonio, Cicerone,

che con costui avea particolari inimicizie, credendosi esser nell'antica libert di

Roma,

pi volte e

pi volte gli or contro, e cotali orazioni nomin


Filippiche a similitudine di quelle di Demostene. Alla

permissione d'Augusto, e ad istanza di Marco Antonio fu morto da' soldati suoi , e il capo di lui messo per ispettacolo a tutto il popolo. Fu assai
fine per

buon uomo

n mai si dice che pigliasse cause contro ad alcuno, n volle mai prezzo d'esse, e nella maggior parte delle sue defensioni otnelle sue azioni,

tenne e persuase.

Fu

(eloquentissimo in tanto che

* Cosi

il Testo^

IN
e' si

LODE DELLA PRIMIERA


il

219

crede che

tanto dire fusse buona cagione di

fargli tagliar la testa.


il

Non immeritamente adunque

poeta nostro, per esempio di facundia, e di chi po-

tesse dir ben della Primiera, lo mette allato a Ti-

per tanto, parendogli che n anche costui fusse bastante a cos fatta impresa, fa una maggiore esagerazione, dicendo:
tone
;

ma non

Ne

colui ch'ebbe,

come

dice

Omero,

Voce per ben nove

milia persone.
il

Qui s'ingannano alcuni, credendo che


voluto intendere di Stentore,
il

poeta abbia
testifica

quale,

come

Omero, fu nello tanto che con le grida stordiva e vinceva gl'inimici tutti; s come anche si dice del re Bravieri, che fu vinto dal Danese, ma non si trova mal che Omero
dicesse particolarmente, che costui avesse voce per

esercito de' greci vocalissimo, in-

nove

per diecimila persone; che egli l'avesse grans;

dissima,

onde opinione
il

di chi sente pii sana-

mente che l'autore non


abbia voluto intendere,

di Stentore,

ma

di

Marte

quale

il

nel quinto della Iliade induce che,

medesimo Omero combattendo con

Diomede a solo a solo, fu ferito da lui sconciamente in un fianco, per la qual ferita messe tanto gran voce quanto metterebbeno nove o dieci milia persone; s come sonano appunto le parole d' Omero il che
;

pronto a vedere a chi vuole, com' io dissi nel quarto della Iliade circa il fine: pure a chi piacesse pi quell'altra opinione sia rimesso in lui,

una volta

l'in-

tenzione
Latini

del poeta esagerare

amplificar la cosa

quasi per lo impossibile: ed questa


i

una figura che


i

chiamano

iperbole, la quale

nostri poeti

220

eAP

ITOLO
come il Petrarca

hanno spessissime quando dice:


Tutto
e Dante
il

volte usurpata, si

ben degli amanti insieme accolto


ed

e molti altri

bellissima cosa in

una

opera, e grande ornamento della poesia:

Un

che volesse dirne dadovero,

Bisognere' ch'avesse pi cervello,

Che

chi trov gli scacchi e

'1

tavoliero.

Accennammo

di

sopra nel principio della nostra

prefazione Palamede essere stato inventore degli


scacchi, e Pirro delle tavole; e bench dell'una e dell'altra tradizione

non

sia certezza per autori degni di


si
l'

fede, pur,

perch cosi

crede

molto bene essere che


noi,

istoria sia

communemente, pu apocrifa, come


:

quella di Orlando, e qualcuna altra del Turpino

non volendo pretermetter cosa che


del nostro

faccia a di-

chiarazione

poeta, quanto se ne pu

per altrui relazione avere notizia, diremo che Palamede fu nepote di Belo di Fenicia, non immerita-

mente annumerato

fra gli altri capitani che andorono con Agamennone a Troia. Fu quello che, fingendo Ulisse d' esser matto per non andare a quella

guerra, gli pose innanzi il figliuolo. Arando egli e seminando sale, fece assai in quella spedizione con le mani e col consiglio: trov le ascolte, contrassegni
i

della notte, trov quattro delle lettere greche, e ap-

presso questa invenzione degli scacchi,


stra
il

come dimo-

nostro poeta.

Il

tavoliero e le tavole voglion

IN

LODE DELLA PRIMIERA

221

da Pirro re degli Epiroti, cio degli Albanesi. Costui diceva esser parente d'Achille: fu il. primo che menasse elefanti in Italia, quando fece guerra ai Romani: fu peritissimo della disciplina
dire che fusse trovato
militare; trov l'uso di porre
il

campo qua

e l, e

sue invenzioni fu detto. Perch adunque come tavole, quella delle l'uno e l'altro di costoro furono grandissimi uomini,
degli alloggiamenti
,

e fra

l'

altre

e d'acutissimo ingegno, gli

pone

il

poeta appresso a

Titone e a Cicerone;
si

ma
bene

quegli per

amor

della elo-

cuzione, questi per la invenzione, senza le quali

non

pu

far cosa che

stia.

La Primiera

un giuoco tanto
non basta a

bello,

tanto travagliato, tanto vario,


la et nostra
sapelloj^

Che
Dicono

i filosofi,

logici

massimamente, che ogni


il

buona

diflnizione debbe avere

genere e

la diffe-

renza, cio in ciascuna cosa che si dice,

prima

si

debbe proporre, e poi dividere, e che la proposizione e la divisione sono le principali parti del diflnito, e bench di sopra si possa pi tosto dire che noi abbiamo laudata la Primiera che diflnita vogliamo
,

questa licenza dagli auditori, che quella laude datale sia in

luogo di diflnizione

conciossiach

il

di-

chiarare che cosa sia Primiera,

non essendo cosi

grosso uomo che non ne sappia, sarebbe cosa pi tosto disutile che altrimenti, e la intenzion nostra

solamente cose piacevoli e fruttuose. In diversi luoghi, diversamente adoperato questo gioco,
di dir

lungo sarebbe volergli tutti raccontare. A Firenze

222
si

CAPITOLO
di levare
i

costuma

sette delle carte e gli otto e

nove, invitasi, e tiensi sopra ogni piccolo punto, seconda carta, e quando si dice passo, bisogna per forza scartarle tutte, sebbene uno avesse un asso o un sei in mano cos a Venezia, verbigrazia, debbe esser diverso il modo del giocare,
fassi del resto alla
: ;

in Lombardia, Napoli, in Francia, in Ispagna, tanti

paesi tanti costumi,


sia

ma di tutte le
cos,

usanze del mondo


in tutte le al-

pur qual si voglia, che nessuna pi bella di quella

della corte di

Roma, la quale

come

tre cose, giudiciosa ed accorta, cos in questa tiene


il

principato fra l'altre corti e republiche: n tanto be-

gli spiriti,

n cos acuti ingegni


fa

si

trovano nel resto

del

mondo quanti ha
fama

raccolti l'alma citt di

Roma,

continuamente concorrere tutti i valorosi animi ad essa come i fiumi al mare; n mai d, n ora, n momento, che qualche bella cosa non
la cui

apparisca or di questo, or
diverse maniere, che io

(Vi

quell'altro;

e in s

non mi vergogner a dire, che se mai fu questo piccol mondo in supremo grado
n debbe aver punto di Cesare. Cond'invidia alla ciossiach n di variet, n di grandezza, n di bellezza non ha da vergognarsi da lei. In questa gloriosa
nostra Roma, a quella
corte adunque, fra le altre lodevoli usanze, fiorisce

di perfezione, egli al presente,

sommamente

quella della Primiera: qui ha ella la


il

libert sua, la reputazione,

decoro,

numeri,

le

non se gli toglie n sette, scartare, e non scarsi Qui pu nove. n otto, n tare amendue le carte, poi che detto una volta: passo. Non si fa cos alle due carte del resto, come forse non meno malignamente che leggermente s' usa di fare altrove, e che grandissimo argomento di
figure e le parti sue: qui

LODE DELLA PRIMIERA

288

libert; in alcuni luoghi se dice:

senza mal gioco; la

quale usanza come che ella sia da qualcuno biasimata per le ragioni che di sotto nel progresso della
fatica nostra

porremo, pure a

me non

dispiace; n

saprei dir perch, se

non mi

difendessi con l'auto-

rit de' molti. Potrei raccontar mille altri belli parti-

colari in conflrmazione di questa cortegiana

usanza;

ma a me non par di poterne dire alcuno pi ef-^ flcace, pur che e' mi sia concesso di dirlo senza carico di superbia, che cos come li molti, che dico,
aver autori, non giocherebbero ove non s'usasse di
dir:

senza mal gioco


e,

io

ancora non giocherei altrove


verace

che in corte;
sto e

a dirlo in una parola, reputo che queil

non

altro sia

modo

di giocare;

n
gioil

altra fosse la intenzione del

primo inventore

di
si

que-

sto gioco, se

non che

cos e

non altrimenti

casse. Di questo

modo

cred'io assolutamente che

poeta nostro intendendo abbia detto quella gran


parola
:

La Primiera

un gioco tanto

bello,

che considerato quali e quante sieno quelle persone, a chi questa cosa diletta, certamente l'autorit, il nu-

mero, e quel ch'io stimo maggior cosa di tutto, la natura, artefice ingegnosissima, chiaramente dimostrer

questo esser pi vero che la verit stessa. Qual quell'imperatore, quel re, o quel principe che

non

gio-

chi a Primiera, e che giocando ad essa


liberale e valoroso,

non

di venga

che forse senza questo mezzo non

sarebbe cosi? Quale quel cittadino, quell'artigiano, quel contadino quel cosi mendico e deserto, che non
verr drieto a questa cosa

come

la

pazza

al figliolo ?

224

cJapJitol'o
alle

noi vegg-amo quella dimostrarle e le opere sue pi efficacemente nelle cose inferme e deboli, dove l'arte e il consiglio
:

Ma vegnamo

cose della natura

non ha ancor luogo che

nelle altre , e infondere in quelle dal principio della creazion loro l'appetito del bene e l'odio del male, s come si vede per espe-

rienza nella tenera et di tutti gli animali; n

ha

biso;

gno questo

molta dimostrazione per persuaderlo e quale animale al mondo pi infermo e pi imdi

donna? quale pi trasportato dai adunque noi veggiamo questo animale non aver prima cognizione di cos fatta dolcezza che egli non vorrebbe mai far altro che stare in essa, che diremo se non che tanta maggior la bellezza della Primiera quanto eli' ^pi secondo la natura, e quanto la natura per mezzo di lei in noi
perfetto che la

naturali appetiti? Se

opera

effetti

maggiori? Dissi poco innanzi che

si-

gnori, mediante la Primiera divengono liberali e

ma-

gnifici; e bench questo sia verissimo, pure non molto malagevole a credere, per esser naturale la magnificenza a'signori. Ma che si dir se e' s trovano uno avaro, uno sordido un poltrone, un meschino
,

giocando a Primiera divenir prodigo, splendido, valoroso e ricco, e per conseguente famoso volare al cielo per la bocca di questo e di quello. Non giuochi

buon compagno, e a dirlo in un tratto, uomo da bene, perch e'.non riceve cosa che in alcuna parte macchi il caijdore dell'animo:
a questo giuoco chi

non

in esso sono le tre principali virt, fed;^ la speranza e carit, accompagnate da pazienza, modestia, lon-

ganimit, prudenza, cortesia, piacevolezza e dalle cardinali e dalle teologiche. S

come

di ;Sotto, partita-

mente discorrendo, ciascuna

di esse

dimostreremo

IN

LODE DELLA PRIMIERA


il

22o

pur che

la

materia

riceva. Per era siavi abbastanza,

lettori miei, persuadervi,

che

io della bellezza

abbia

con gli detto assai, o almeno voluto ing-egni vostri a' difetti miei, essendo tempo da pasdire, e supplite

sar pi avanti.

Tanto travagliato
I

e tanto

vario.

travagli della Primiera

si

possono pigliare in due


dalla parte di chi

modi, uno dalla parte di

lei, l'altro

giuoca; e per maggior notizia di questo da sapere, che travaglio non altro appresso i buoni autori che

mutazione e alterazione da una cosa ad un' altra onde si suol dir volgarmente una cosa esser travagliata, che per qualche diverso accidente muta o
colore,

voglia, o stato, e

comunemente

si

piglia in
il

mala parte.
vaglio
il

Ma non

in questo

modo
e' si

ha preso

tra-

nostro poeta, bench

possa tirare per

qualche via a questa significazione; solo per quando appartiene a' giuocatori di Primiera ella si dir
travagliata per
della
glio
le molte variet che in essa sono e maniera e della fortuna; sua, il principal travadi questo giuoco si posson chiamare i suoi due
il

principali capi,

flusso e la Primiera, e
si

derivato dal primo, che

chiama

il

punto.

un terzo Da questi

tre derivano tutte l'altre diversit, che nella Pri-

miera intervengono cotidianamente, cio, maggior flusso e minor flusso, maggiore e minor Primiera, pi e men punto, dalle quali diversit nascono infinite controversie e mille be' punti da disputare, come manifestamente si potr vedere nel processo dall'opera nostra, pur che la occasione il richiegga. Di qui cavato il fare al meno, nel qual modo di giocare
Berni

Parte

I.

15

226

CAPITOLO
io di quelli
il

non bisogna minore


conosco
giuoco,
il

artificio che nell' ordinario e che volentieri giuocano a questo


;

quale

io a

mio beneplacito ho battezzato

rovescio della Primiera, che al diritto e all'ordina-

rio, e

mettevisi molte volte di buone poste.


flusso e la Primiera,

Un

altro

non men

bello travaglio di questi che le quattro


il

cose vincano e

come

dir quattro

il che a molti moltissime volte intervenuto, nei quali nominare volentieri mi affaticherei, se non temessi di offendere qualcuno che forse questa legge non ammette nel giuoco suo perch a dire il vero ella non cosi universale antica, come qualcun' altra; e potrebbesi pi convenientemente chiamare statuto essa legge bella ella a ogni modo, particolare o generale che ella sia, e un grande ornamento di questo giuoco. Ma che diremo, che dalla Primiera si derivono altri giuochi, che ciascuno d' essi ha proprie diffnizioni, regole e giudicj? La Pariglia non giuoco, e forse poco men travagliato che la Primiera, e puossi fare nelle prime e nelle terze carte, e pu esser maggiore e minore, secondo la dispensazione della fortuna. Chi stimarebbe che la Bassetta che tien tavola da sua posta, e ha tanta riputazione, che son molti che non voglion giocare ad altro giuoco, fusse derivata dalla Primiera? Forse non stato uomo infino a qui che se ne sia ac-

figure, quattro assi e simili;

corto; e puree

sia l'uno da pi che l'altra.


alla bassetta,

un grandissimo argomento di questo, Non egli un giuocare quando i giuocatori di Primiera 1' un

con l'altro metton denari da parte per doversi tirare da quelli a chi prima la fortuna mander il punto di comun consentimento chiamato? Io non dico gi che il giuoco della Zara sia derivato da questo, per-

IN

LODE DELLA PRI^IIERA

S27

giudicio preporre l'un de' due all'altro,

che l'uno e l'altro ha diverso subietto, n mio non essendo


la professione:

anche mia
e e'

cerchin questo

curiosi,

mia libera opinione, che io per me tengo per fermo non esser altro quel che

mi consentino

dir la

si

punto a tre dadi, che quel che poco sopra chiamare un numeroso una figura delle carte a beneficio di colui a chi prima verr e sebbene quello dei tre dadi pi. famosa cosa appresso del mondo che questo, non si debbe per
dice mettere al
dissi
;

creder che in alcun


si dice

modo

sia

minor

di quello

anzi

questo in tanto esser men chiaro che l'altro, e pi il giuoco da tre dadi pi ristretto ella non avesse limitato che la Primiera; che se tanti diverticuli e tanti, a dir cosi, luoghi comuni,

quanto

ne sarebbe meno

illustre

il

nostro mettere al punto


la

di quello dei tre dadi.

Ma

povert di questo e

il

non avere

capo in s, il fa essere il pi imitato, e per conseguente pi celebre. Non si debbon chiamare punto minor travaglio della Primiera le leggi, i patti, le condizioni, i modi del gioaltro principal

care,

dubbj,

casi, e le

controversie che in essa

cotidianamenlie intervengono,- le quali tutte cose insieme, e ciascuna da per s hanno bisogno di

grandissima dichiarazione. Sa ognuno questo essere nella Primiera per legge comune che il flusso la vinca n cosi barbara o cos strana nazione, che non
;

riceva cos fatta legge per irrevocabile nel giuoco

suo: e credo io che pochi si trovino a cui non sia manifesto quest'altra esser general legge nel giuoco

meno, che la Primiera e il flusso perdino, il che potrebbe molto ben accadere, che qualcuno, non
del

sapendo, per non intender sanamente

la

general legge

S28

CAPITOLO
me
detta di sopra, in questo
s'

ingannasse a partito, e cadesse in qualche inconveniente; n sarebbe miracolo che il medesimo, ingannandosi cos fattamente, avendo verbigrazia flusso, volesse vincere uno che avesse Primiera di quattro cose, il che potrebbe generar discordia e scandalo grandissimo fra i giuocatori, e esser causa di molto male e acciocch questo non abbia ad intervenire, per dichiarazione di questo passo da sapere, che questa Primiera
,

da

di quattro cose come ho detto di sopra, non ricevuta da tutti per legge comune; per cos frequentata nella nostra corte, che, avendo io poco innanzi per alcuna ragion voluto mostrare, questa cortigiana usanza esser perfettissima, e ci che in essa si ammette, potersi sicuramente per ottima legge tener da ciascuno, che usandosi questa fra l'altre universalmente, mi par che senza rispetto veruno se ne debba dar precetti particolari. La Primiera delle quattro cose sopra ogni altra Primiera, e sopra ogni grandissimo flusso puossi accusare per l'uno e per l'altro; pu invitare, passare, lasciar passare ad altri; ha tutti questi privilegi che si possono avere, e non cosi brutta Primiera, sia pur d'otto di nove a sua posta, che non gli goda: ben vero che anch'ella ha i gradi suoi, come hanno l'altre Primiere, ed vinta la minore dalla maggiore come nella Pariglia interviene. A questa legge se ne potrebbono aggiungere molte altre universalissime per tutto il mondo, come dir che n sopra flusso, n sopra Primiera si possa invitare, n passare con l'uno o con l'altro senza pregiudicio che il punto stesso, e non la lingua, giuochi, e alcune
altre, quali io

insieme con queste

di leggieri

mi paa.

IN
ser,

LODE DELLA PRIMIERA


di

22

non avendo esse bisogno

molta esposizione
;

per dubbj che dentro ne intervengano e bisogna correre dove pi ne strigne la necessit. Se ben m^
ricordo, facendo

menzion

della primieresca libert,

non molto

di sopra

dissi esser

grandissima parte
la

di quella l'usanza di dir:

senza mal gioco:

quale

usanza cade in grandissima controversia fra dottori di questa professione, se per legge, o per statuto, o per patto si debba ammettere e poi che eli' ammessa, se cosa laudevole, attento il bene e il male che da quella pu venire ed stata questa sottilissima disputa in pendente sotto diversi giudici in
;

mano

di

grandissimi procuratori dell'una e dell'al-

tra parte.

E perch ancora non


il

data la sentenza,

per seguir

mio ordinario

istituto di dire pel s e

pel no senza risolver nulla, far,


sia legge

come

si dice,

il

So-

crate che niente affermava. Vogliono alcuni che ella


delle quattro cose, e

del

non minore, n di manco potenza che quella muovonsi questi tali da un zelo ben comune, causato ogni volta che questa legge
con essa
si

sia osservata: conciossiach

ovvia alla

rovina di molti, che in giuoco per lor ventura non aranno tanti denari quanto gli altri, e alla temerit
e audacia di coloro che, disprezzato
il

picciol

numero

degli altrui denari, volendo ferocemente cacciare, s

qualche volta fanno capitar male, e fondonsi brevemente gli amici di cos fatta legge in sul dire che dove il fin della Primiera non sia il vincer principalmente, ma il passar tempo, ella sia massimae altri

mente necessaria per fondamento


di quella libert

di

che

io dissi

di sopra.

questo fine e Alcuni altri

da non meno cflicaci ragioni mossi sentono diversamente, che questa cosa n per legge, n per ista-

250

CAPITOLO
si

tuto vogliono ammettere, negando principalmente


quella potentissima ragione, con la quale gli altri

difendono, cio la libert, la quale affermano

al

tutto

esser perduta ogni volta che nel giuoco regni cos


fatta usanza, e che molti, da essa impediti nella ani-

mosit nello invitare, nella generosit nel tenere,


la cautela nel lasciar ire, nell'astuzia di cacciar,

che a molti con una tristissima primiera sar levato un ottimo punto da uno, che per ghiottonia, o per sicurezza, che io vodi
e pi

mostrar possino,

huon giuoco, tiene un mediocre invito, fatto da quello del buon punto per tirar sui compagni; e non senza grandissimo pregiudicio di lui gli
glia dire, del

leva la speranza del far del resto

finalmente, per de-

struere tutte

le

contrarie ragioni, dicon questi tali

che il zelo, da che color si muovono, al tutto falso, e ingannonsi di gran lunga credere che in quel modo men denari si giuochino; conciossiach e molte ragioni, e la speranza massimamente dimostri essere
il

contrario. Io, come ho detto, fra due cos potenti oppugnazioni volentieri sar uomo di mezzo, lasciando dar la sentenza a chi ne sa pi di me. Piacemi bene aver fatto questo discorso per utilit di

quegli, che, delle ragioni


ranti, pi

d'amendue

le

parti igno-

ad una che ad un'altra s'appigliano. Con-

senton ben costoro, e per general legge mettono il potersi dir: senza mal giuoco; ma in un caso solo, e questo ogni volta che uno, trovandosi assai men denari innanzi di quel che si trova l'altra brigata, fa e questo perch non pregiudichi del suo resto
;

a qualcuno, che avendo tenuto fino all'ora tutta


l'altra

posta, sa cacciato per supcrchieria da un


;

terzo senza proposito

bench, a dire

il

vero,

anche

IN

LODE DELLA PRIMIERA

231

questo a
i

me non par molto


ito,

necessario, conciossiach
il

dottori voglino, ogni volta che

resto d'uno della


altro far nulla

compagnia
di

non potersi da alcun


ivi

nuovo, perch
la si fa

Anita quella partita; rispon-

desi che questo pi tosto cerimonia che necessit, e

che

pi tosto per torvia l'occasione di consia.

tendere agli ignoranti, che per bisogno che ce ne

Detto assai abbastanza de' travagli della Primiera,


resta a dir di quegli delle genti, che ad essa giuo-

cano,

quali,

ju due
l'altro

modi

come i sopraddetti, si possono pigliare uno per diversa maniera di giuocare,


:

per passioni e accidenti che agli uomini intervengono giuocando le maniere del giuocare sono diverse secondo la diversit delle genti che giuocano. Alcuni son larghi nel giuoco, alcuni stretti, alcuni astuti, riservati, alcuni matti e sbardellati, alcuni timidi e da poco, alcuni animosi e risoluti,
alcuni impazienti e temerari, alcuni pazientissimi
e saldi, certi sottili e volonterosi, certi altri
e gravi, e un'altra specie

arrecano a sospetto

modesti che si ad augurio, se uno pi che

ho vista

di molti

un

buona o trista cosa che la sia, essi gli se la fanno,* che ne renderanno la ragione a chi la vorr sapere a me basta averla
altro star a veder le carte
; ;

messa insieme con l'altre sopraddette maniere e opinioni per non mancare all'officio d'un buon comentatore. Ma che dir io di certi che giuocando a primiera, si egli avvien che e'vinchino, cappono della somma continuamente, e imborsano le miglior monete? La qual cosa la nostra corte con peculiar vocabulo chiama imbrachettare questa dico io bene il vero, che se me ne fusse domandata sentenza so:

* Cos

il Testo.

232
pra, direi che
la fusse la pi

CAPITOLO
non me ne paresse punto bene; anzi brutta cosa del mondo, e che non

potesse procedere da altro che da pusillanimit o da avarizia. Difendensi pur questi tali, se e' sanno,

che finalmente non daranno ad intendere per via di rag-ione ad uomo del mondo, che la sia real cosa, bench eglino stessi, se punto di vergogna avesseno, conoscerebbono che mai non fanno cos vile atto, che con lor grandissima ignominia non siano notati da circonstanti; senza che la fortuna severa castigatrice delle cose
detta,
li

mal

fatte, quasi per giusta

ven-

costrigne lor mal grado a sbraghettare, non

solo

vinti denari,

ma di

quegli che
luce.

mai che dovesseno veder

Ma io

non pensorno mi sento troppo


e'

trasportare dallo sdegno dietro a costoro. Per, pi-

gliando la mia incominciata materia, dico che

al-

cuni nel giuoco della Primiera son larghi,

che

questa lor larghezza procede da natura, che a cos essere gli sforza. Questa maniera di giuocare, se sia laudevole o no, gran disputa nasce fra i nostri dottori, e finalmente, dopo molte ragioni di qua e di l allagate, si conchiude, ove se questa tal larghezza non accompagnata e regolata da cervello, el sia pi tosto dannosa e da biasimare, che altrimenti; conciossiach il proverbio, che cotidianamente si

ode nella bocca di questo e di quello, che a Primiera bisogna poco cervello e assai denari, non n autentico n approvato, e detto pi tosto a ventura, che con fondamento di scienza. In questa specie ho io conosciuti pure assai amici, e oggid ne onosco molti, che per questa lor naturai larghezza non son molto avventurati nella primieresca repubblica. Altri si

trovano

stretti, e questi tali

non man-

IN

LODE DELLA PRIMIERA

233

come i primi di audacia; n medesimamente a dottori, affermando che senza grandissimo pregiudicio non si
cano
di timidit, cos

piace quest'altra sorte

possine

gli altri con costoro impacciare; e trovasi bene spesso gli amici con un cinquantaquattro o con un cinquantacinque aspettare che uno inviti, e fargli del resto, o veramente passare per corgli meglio: onde non immeritamente nella nostra corte,

per vulgato proverbio, son detti star dopo l'uscio

con l'accetta a guisa


pi mite vocabolo
si

di

malandrini: a Firenze con


e di questi

chiamono aspettoni,
,

conosco io pure assai. diano ad intendere di sapere far meglio i fatti loro che gli altri; anzi gli tratta peggio la fortuna, quasi per vendicarsi contro alla lor malvagia natura, e il proverbio vicos fatti, siccome de' primi

X voglio per che questi

tali si

tuperosamente gli condanna, quando dice, che in capo dell'anno spende pi l'avaro che il largo. Sono
alcuni altri assenti e riservati, alcuni matti pazienti,
impazienti, subiti, volonterosi, n alcuno ritto che

non abbia
niere,

il

soverchio suo,* che lungo sarebbe ogni

cosa voler raccontare. Di queste tante diverse

mapo-

cappando

de' migliori

si

potrebbe fare una

composizione, che trovandosi in


trebbe colui chiamar perfetto.

un

giocatore,

si

Non lo ritrovarebbe il calendario, Ne '1 niessal, eh' s lungo, ne la messa, N tutto quanto insieme il breviario.
hanno bisogno questi versi, sendo per s stessi assai noti, n contenendo in s
cosa, per la quale
i

Di poca dichiarazione

novizj della primieresca profesr

* Cosi

il

Testo,

284

CAPITOLO

sione debbino affaticare gl'ingegniloro. La figura poetica, molto bella, e della quale abbondano tutti
i

buoni autori ogni volta che in simili esagerazioni, descrivendo qualche cosa, vogliono con cos fatti fioretti far a bello bello il poema loro, s come Verluoghi ha
fatto, e
il

gilio in infiniti

Petrarca:

Venghin quanti

filosofi

fur mai.
:

Dante nel capitolo dell'inferno


Se
Il
i'

avessi le rime e aspre e chiocce.

poeta nostro medesimo nel principio del capitolo

dell'Anguille:
S'
i'

avessi le lingue a mille a mille.


i

finalmente tutti

poeti toscani antichi

quali

certamente per dir col nostro:

Non
Ma

lo

ritrovarebbe

il

calendario.

perch e'potria parere a qualcuno che legluogo dello si fa in questo impossibile, esser cos poco religiosamente detto
gesse l'addurre che
dallo autore, come anche impertinente, non avendo convenienza alcuna la messa n il breviario col giuoco della Primiera ma sendo totalmente l'uno all'altro contrario, si risponde, che, come secondo d'Orazio, alli dipintori concessa ogni il piaci' cosa, e qualche volta sia lecito non solo con iperboli passare il segno della verit, ma, con piacevolezze e motti che abbia qualche sapore, adescare le orecchie dei lettori, e ben spesso uscir di pr,

IN

LODE DELLA PRIMIERA


e
altri

235

posito con digressioni impertinenti, siccome leg-

giamo appresso Vergilio, Lucrezio


quello ora con
le

li

buoni,

laudi d'Italia, ora con la favola di


di

Orfeo, ora con lo scudo

Enea, quell'altro con

descrizion della peste uscir di via, solo per ricreare


e riposare* le gi
il

stanche orecchie dello auditore;


faccia con grazia e

non absurdamente, non solo quello che pu parere impertinenza pertinentissima, ma se qualche cosa vi fusse meche pur che
si

scolato, che offendesse le orecchie delli scrupolosi,


allora,

come

dice Orazio,

li

sar data licenza, modesia

stamente per; senza che nella poetica par che


volte sopra l'ordinario dello stile, in che
si

legge comune, ove una qualche parola insurga alle


scrive,

per mitigarla, o per fiorire pi quella elocuzione, ovver per dichiararsi meglio siamo forzati aggiugnere qualche altra simile e consequente a quella: come in questo luogo, avendo usato il poeta il pro,

verbio del calendario,

il

quale vulgarmente

si

ha in

bocca quando
trovarsi,

si

parla d'una cosa malagevole a ri-

come quello della carta da navigare, pare che fusse consentaneo, salva la reverenza del breviario e del messale e della messa, libri e cose ordinate per numeri, metterli a canto a quella,

come

correlativi suoi per accrescere pi quella impossibilit,

massimamente

che,

come

dice Orazio,

non ha

motteggiato senza gravit. Di queste figure son pieni i poeti, che lungo saria raccontare; e il Boccaccio, autore nelle sue cose facetissimo, ne abbonda;

come quando

dice della

Quaresima cos lunga,

e del

calendario a cintola, e delle quattro tempora nella


^ Il Testo: disgregare.

CAPITOLO
novella di messer Ricciardo di Chinzica, e in altri infiniti

luoghi; per l'autorit de' quali pare che

il

no-

stro

poeta debba venire scusato della suspizione

della impertinenza, e della

poco rispettata religione.

Dica le lode sue dunque ella stessa, Per ch'uno ignorante nostro pari Oggi fa bene assai, se vi si appressa.
Quanto pi si va procedendo in questo capitolo, tanto maggiore ci si scorge dentro arte, e profondit
d'ingegno. Erasi sforzato l'autore di dire ci che lei, pigliando soggetto e da lunghezza di tempo, da eloquenza d'uomini, da valenteria di lingue, da forza di invenzione, da
a lui era possibile in laude di
beneficio in

un
lo

certo

modo

di divinit,

quando disse

Non
Come

ritrovarebbe

il

calendario.

se opra miracolosa e soprannatural fusse de-

una tanta cosa; come anche fece Vergilio nel nono della Eneide, volendo raccontare il miracolo della metamorfosi delle troiane navi quando
scriver bene
,

disse

Qual

dio,

Muse, ecc.

Finalmente, vedendo di non potere asseguire, quasi


disperato dell'impresa,
le

come

dice Orazio, lascia star


riuscire, e soggiiigne
:

cose che vede

non esser per

Dica

le

lode sue dunque ella stessa.


si

Quasi dica, non


ch pareggi
le

ritrovando

modo alcuno

di

laude

virt di costei, ella che sola s

me-

IN

LODE DELLA PRIMIERA

237

desima, e

il

valor suo perfettamente conosce, di-

chiarisi, e dica di s.

Per ch'uno ignorante nostro pari

Oggi
Luogo

fa

bene

assai, se vi si appressa.

bro VII. Cos

ingeniosissimamente da Plinio nel liPetrarca in molti luoghi, parlando della sua madonna Laura, e non potendo anche egli dir tanto che si satisfaccia in lodarla, ora l'assomiglia a s stessa, ora dice che in s stessa respira, e con simili discrezioni va dicendo quel che pare che non possa dire. A questo par simile quell'altro luogo usato dal nostro medesimo poeta nel capitolo delle
tolto
il

Pesche, quando disse:


Vorrei lodarti, e veggo ch'io non posso

Se non quant' dalle

stelle

concesso, ecci

Molti altri esempj di poeti e dei oratori

si

potrieno

addur in similitudine di questa figura, usata adesso da lui con uomini idioti, che non molto ben sapessino il conto loro come debbon sapere quelli che a Primiera giuocono e non con dottissimi avessimo
,

a ragionare.

chi

non ne sa
colui

altro,

almanco impari,
vera e perfetta.
i

Che

ha

la via

Che giuoca a questo giuoco

suoi denari.

Recitansi originalmente nella Poetica di Orazio questi due versi; Li poeti vogliono, o dilettare, o

288

CAPITOLO
ovvero insieme dir cose piacevoli e utili quando un poeta non si ha proposto questi, vera la sentenza del filosofo che
,
:

giovare

alla vita nostra

uno

di

dice; ogni cosa fatta a qualche fine. Io

non veggo

dura fatica per impoverire, come ben dice di sotto il poeta nostro in fine della presente opora. Quando anche tanta
si

a che proposito quel meschino

grazia gli d la natura o la fortuna, che egli abhi


in s l'uno e l'altro, cio
vole, quello si

che sia e utile e piacedebbo veramente chiamar poeta, e tener sempre in mano, sempre leggersi, sempre studiarsi; perch come dice il medesimo Orazio nel medesimo luogo: chi ha insieme l'utile e il piacevole, ne cava la macchia. Questo che sia nel poeta
nostro manifestissimamente
,

chi cos cieco che

non vegga,

o
?

cos presuntuoso o

maligno che aril

disca negare

Considerisi prima la intenzione sua,


subietto

nella proposizione dell'opera: considerisi


d'essa, veggasi
li

andamenti nell'andare, nel descri-

vere, nel procedere. Se

mentecatto e
in lui

tristo,

non fla non potr


ut
lit

chi legge in tutto

non

sia

somma

dire con verit che congiunta con infinito

piacere, dice:

E
E

chi

non ne

sa altro^

almanco impari.

quale pi util cosa agli uomini che la scienza?

quale appetito pi, secondo la natura umana, che questo? Per lascTare andare quel che dice il filosofo, che tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere, e
9
il

Salomone nella sua Sapienza


:

ne'Proverbj,

Petrarca

Ch'altro diletto che imparar non provo,

IN

LODE DELLA PRIMIRA


di

239

non vediamo noi per cotidiana esperienza


utilit sia la dottniia,
il

quanta
il

snperc, la pratica? questo ci

giovi a guardarci dal male, e ad acquistare

bene.

Onde vengono
quanti
i

le

ricchezze, onde

li

onori, onde tutti


ci fa diffe-

beni, se

non

di

qui? Che cosa

rire dalle bestie, se non questa? Che pu fra noi medesimi aver maggiore e minor grado se non maggiore e minore scienza? Che fu proposto al
,

primo uomo dallo inimico della umana generazion per indurlo al peccato, se non questo? Che, bench restasse ingannato pur fu sotto specie di questo bene. Ma senza che pi lungamente andiamo ripe,

tendo altre ragioni in confrmazione della proposiz.ion

nostra, venga in
il

mezzo

la esperienza,

doman-

disene chiunque ha

senso comune, che natural-

mente non

lo

poeta nostro

ai lettori

negher. Proponendosi adunque dal questa utilit del sapere, co-

nosciuto e laudato lo artificio che usa circa l'uno e l'altro fine, e che un pari suo si deve proporre scri-

vendo, lasciato da parte quello del dilettare, che della materia stessa senza altra elocuzione o disposizione del poema si vede manifestissimo, da considerare in che

modo,
,

con che termini

si

pu

acquistare questa sorta di scienza propostaci nel

giuoco della Primiera


utilit.

per conseguente questa

chi

non ne
colui

sa altro^ al
la via

manco

impari,

Che

ha

vera e perfetta,
i

Che giucca a questo giuoco


Non penso che
e'

suoi denari.

mi bisogni

affaticare in

quella parte, che forse dal principio del

purgar mio scrivere

240

CAPITOLO
avessi, se
quelli

in dichiarazione di quest'opera saria stato a proposito


clic

non purgata, almeno

reietta, rispon-

dendo a

mente per

dir meglio,

che troppo filosoficamente, o ipocritadannano e vituperano in gei

nere ogni sorte di giuoco, afl'ermando tutti


mie,
i

vizj, in-

convenienti, e disordini da quello procedere; bestemli

odj, le

rapine, le ruberie; finalmente tutti


la avarizia,

mali che seguitano

come
zelo,

lor radice

certo

non

se

moveriano dal mal


e

se alquanto

pi reservati

non
il

cos senza rispetto parlassero;


s, tutto

perch in verit

giuoco in

che sia simile

a quelli istrumenti, che diversamente adoperati di-

Marco Tullio parlando della eloquenza: questa bench sia di natura pi presto trista che altrimenti, non per tanto che, moderata e sostenuta dalla ragione di chi 1' usa, facci cos terribili efifetti di malignit, come costoro
versi effetti producono,
dice

come

vogliono senza redenzione alcuna che faccia. Vediamo niente essere stato prodotto dalla natura invano,

nessuna cosa cos maligna o fiera che con qualche arte e contrappeso non si converta in qualche buono uso. Chi dirla che del veneno si facesse medicina? e pur si vede per ordinaria esperienza questi e mag-

Ma concedasi a questi che il giuoco pessima cosa, poich anche il nostro Boccaccio, in quella sua prefazione della prima giornata, pare che senta con loro, quando dice esser necessario che
gior miracoli.
sia

nel giuocare, eziandio di niente,

si

conturbi l'animo

dell'una delle parti. Diasi lor vinta: saranno eglino


cos resoluti nei loro
placiti
,

che non consentino

anche a
e

me
il

che

ci

sia qualclic sorta di giuoco tol-

lerabile, piacevole,

grazioso? e se noi consentiranno,

che

io

provi loro, che diranno? Bench, se avessi

IN

LODE DELLA PRIMIERA

241

durar doppia fatica in laudare la divina invenzione della Primiera ( che non mi parrebbe mai grave), ma di mettere, come
a venire a questo,
di
si

non dico

dice,

il

mio in compromesso, come dice

il

poeta

nostro nel capitolo de' Cardi:


Crederei prima rinegar san Piero.

N so perch mi dovessi dignare


dere, e

di

cavare d'igno-

ranza uomini cosi indegni, dandola loro ad intennon pi presto lasciargli andare in malora
la loro

oscura diligenza, standosi su le banche a grattar la pancia tutti d per coscienza di non giuocare a Primiera. Posto adunque, e non concesso, che il giuoco sia mala cosa, gi che noi semo cos fragili e impotenti dei nostri appetiti, che non ci potremo in tutto guardarne, ditemi, padre, quando pur ci vien questa maledetta tentazione, come avemo

con

a fare; risponde:

Che

colui

ha

la via

vera e perfetta,
i

Che giuoca a questo giuoco


Quasi
dica,

suoi denari.

colui la intende che, avendo pure a

giuocare a qualche giuoco, giuoca pi presto a Priscrupoloso, fantastico, malinmiera che ad altro.

mezzo luglio in villa uno ignorante, e da bene vedrai quattro o cinque buon compagni ad una tavola allegramente far una Primieretta galante per passar tempo fino all'ora del diporto, che farai? dormirai che cos dormissi tu sempre e massimamente quando di' mal della Primiera. Vedrai la
conico,

quando tu
e

ti

troverai a

dopo desinare,

sarai

Bgrni.

Parie

IG

242
virt, e per

CAPITOLO
sei

dappocaggine la lascerai stare, perch tu neanche degno di conoscerla. Queir altro, che non cos tetrico, dir che egli meglio giuocare sei giuochi a sbaraglino perch giuoco da gentiluomini, giuoco che dura e ha vita, e non sa eh' egli ha pi presto la morte, e la febbre la rabbia, e' canchero che li venga; giuoco da gottosi, da ribambiti, da chi ha le gamberacce; giuoco trovato

non

per far rinegar Cristo a san Paolo e perder la pazienza a Socrate: ma di sotto in questo proposito,
dichiarando quel terzetto, che dice:
S'io perdessi a Primiera
il

sangue e

gli

occhi ec.
di

ne

diremo

di

belle.

Un

altro

pi piacevolone
la festa, e

costui per intrattenere

un poco pi

dar

piacere alla brigata, a guardare le dipinture, ha tro-

vato che Tarocchi sono un bel giuoco,


sere in regno suo
d

e pargli es-

dugento

carte, che

quando ha appena
le

in
le

mano un numero
pu tenere,
e,

per

non essere appostato,


sotto la tavola
:

mescola cos meglio che pu

viso proprio di Tarocco colui, a chi

non vuol dir Tarocco che ignocco, sciocco, balocco, degno di star fra fornari, e calzolari, e plebei a giuocarsi in tutto un d carlino in quarto a Tarocchi, o a Trionfi, o a Sminpiace questo giuoco, che altro
chiate che si sia; che ad ogni modo tutto importa minchioneria e dappocaggine, pascendo l'occhio col solo e con la luna, e col dodici, come fanno i putti. Alcuni bravi, che fanno professione di giudizio, vorranno combattere in camiscia, che la Ronfa giuoco bollissimo ol possibile, perch lo trov el re Ferrando perch ci bisogna grandissima mwuoria in tenere
;

IN ifoDE

DELLA PRIMIERA

243

mente quello che

dato, industria in invitar l'ulsi ricer-

tima, cervello a saperla tenere, tante cose


cano, tanta fatica convien durare per avere
di

un poco

piacere,

che meritamente
il

si

pu

dire a questi,

come

nel principio del capitolo dello Sparvieri disse

agli auditori suoi

poeta nostro:
vi dilettate,

buona gente che

piaccionvi

piacer del Magnolino,

Pregovi in cortesia che m'ascoltiate.


voi,

tevi cosi fatta consolazione, che io

che giocate a Ronfa, senza invidia abbiatengo per l'ottava

allegrezza quel piacere che cominci

da dispiacere,

non che quello, nel quale siano mescolati infiniti dispetti, parendomi che, come dice quel buon compagno, pi presto nuoca che giovi quel diletto che si compra con dispetto. Per non sia alcuno cosi prudente autore, che mi persuada esser bella cosa levarsi tre

quattro ore la mattina innanzi d per an-

dare a caccia, stare al sole, all'acqua, al vento, alla


polvere,

a rischio di rompere

senza mangiare, correr drieto a chi fugge il collo per non pigliare un poci

vero animale, che non

ha n colpa n peccato, che io dir che ei sia assai pii!i pazzo e maggiore animale di lui e cosi dico sommariamente d' ogni piacere che sia di questa lega. Che diremo dell'altra moltitudine infinita dei giuochi, che come clie siano in;

numerabili, inetti, sgraziati, non per cosi deserto alcuno, che non abbi particolarmente qualche favorito a chi e' piaccia, s

come anche non

donna cos
di-

brutta n cos sciagurata, che non abbi uno inna-

morato a suo proposito, perch cosi come son

244

CAPITOLO
come
dice
il
:

verse qualit di cose e diversi gusti,

poeta nel capitolo de' Cardi

Ognuno ha

il

suo giudizio

'1

suo discorso,

cos anche da questa diversit nasce un certo temperamento, che concilia una similitudine e una convenienza fra s, simile a quella concordia che
fra
li

quattro elementi, non solo diversi,

ma

contra-

ri, si

vede essere. Lasciati da banda

quelli,

che co-

storo vogliono reggersi immediate dall'ingegno,


dalla fortuna,

non

come

dire

li

scacchi e la palla, ancor

facchino insieme con

che quello sia da pedanti, questo tenga un poco del li altri di questa sorte, senza
quelli, di

ragionamento nostro, che troppo lungo calendario saria, conchiuderemo nessuno essere che, per vicinanza o parentado che abbi con madonna Primiera, sia degno, ove si consumi

numerar

che

il

un'ora di tempo pi presto che in ogni altro disutile


esercizio. Abbinsi la Cricca
i

li

sbirri,

Trionfi piccoli
le

contadini,

il

Flusso e
il

il

Trentuno
stia

donne,

il

addosso a Papa Giulio che lo trov. Neviera, Sestiera e Quintiera i troppo speculativi ingegni che, non contenti dei confini di questo esercizio, hanno trovate queste gentilezze per andare un poco pi oltre finalmente tutti li altri che mi soccorrono n voglio perder tempo in numerare, siano di chi se ne diletta senza concorTrichetracche o

Dormire

rente

liberamente

facciasi

madonna
,

Bassotta

in-

nanzi che se

le tira

cos forte

che
il

le

pare esser

qualche grand' uomo, che ne dice

poeta nostro:

IN

LODE DELLA PRIMIERA

215

Chi

dice,

egli pi bella la Bassetta,

Per esser presto

e spacciativo giuoco,

Fa un gran male
Sanno

a giuocar, se egli ha fretta.

dire altro costoro che la lodano,

hanno

al-

tra rettorica che questa, altre laude da darle? Dice

che bel giuoco per esser presto e spacciativo o se tu l'hai cos in sommo, vai cos in diligenza, che ti paia mille anni d'averla spedita, poich, a dirla
:

come si deve, mostri di giuocare per marcia avarizia, non per piacere, a che consumare anche quel poco di tempo in aspettar la prima o seconda? che non dai quando ti vien quella voglia, i denari che
tu vuoi giuocare in deposito a chi che sia, e spogliatoti in camiscia tu e il compagno tuo con un pugnale
per uno in

mano non

fai

a guerra finita per chi


poi che

e'

debbono essere? che a manco

di tre la liberarla. Pia;

cevol giuoco che questo perdio

chiamato

il

punto

e scoperte le
il

una volta carte, vedersi sem,

pre la morte innanzi,

rasoio alla gola, stare con

una

ansiet,

con un tormento crudele

aspettando

che venga quel che tu vuoi, o il malanno e la mala pasqua ad un tratto. Forse che ci redenzione o refugio alcuno altro che quel

magro

ordinario di farne
della posta? forse

fuori, di dare, o tor vinta parte

che speranza, o recreazione alcuna? quivi bestemmie in chermisi di Cristo e di Santa Maria, quivi rinegamenti villani, e rabbia, e disperazione strac;

magnarsele, dir loro mille vergogni; quando non fusse mai altro che il strazio che si fa loro in questo maledetto giuoco con tanta iudignit, pigliandole per l'orecchio, come si fanno i gatti o i
ciar carte,

S46

CAPITOLO
da quell'uso, perche
al
le

cagnolini, e storpiandole cos bruttamente per divertirle

sono state trovate prin-

cipalmente, in cos vituperoso e

perdoni

esecrabile. Dio il magnifico Lorenzo de' Medici vecchio, che,


le

sendo stato in tutte


posito in

sue azioni prudentissimo, nel

scrivere di giudizio grandissimo,

non so a che prola

una certa sua canzonetta carnovalesca,


il

quale ha

titolo da' Confortini,

parlando di questa

maledizione, parve che volesse laudarla anche egli

da questa parte, quando disse:

Questa bassetta, spassativo gioco. Si pu far ritto ritto in ogni loco. Ma egli ha in s un mal che dura poco.
bene egli ha, questo che poco; che, come dice Dante:
di

ce.

Anzi quanto

e'

dura

Che dove l'argomento della mente S'aggiunge al mal volere ed alla possa. Nessun riparo vi pu far la gente.
Avesse almanco cos giudizioso uomo detto
sta quel che disse del flusso nella
di

que-

medesima canzo-

netta

Il

flusso c', che gioco maladetto, ecc.

detto

veramente una certa comune opinione invecchiata, che talvolta ne* ben forbiti ingegni ha tanta forza, che gli fa uscire dalla

Che certo pi proprio


;

saria stato, e pi

ma

scusilo l'uso di quelli tempi, e

vera via.

IN

LODE DELLA PRI^IIERA

247

Fa un gran male
Come

a gitiocar, se egli ha fretta.

se dicesse: perch

non corre

la

posta pi pre-

sto, non vola, o non si getta gi per una balza per avanzar tempo, se ha tanta furia? ed simile elocuzione ;i quella che usa il Boccaccio nel fine delle sue Centonovelle, nella apologia, ove si scusa ecc., in quella parte che dice: se le buone donne, che riprendono le sue novelle di lunghezza, hanno da far qualche

tempo

cosa che pi loro importi, follia fanno a perdere il in quelle cos questi tali cos frettolosi, per:

ch se sono occupati in agibiUMis et in tiegotiis, non fanno pi presto quel che hanno a fare, lasciando
giuocare alla Bassetta, quelli che vendono
arrosto, o le ciambelle,
i

caldi

come giuoco veramente da


male
e

loro

in servizio del quale e delli altri, che sono anlui,

che peggio di

vorrei poter, senza dirne

senza offendergli, seguitare l'instituto mio di mostrar al mondo la eccellenza della Primiera, perch
io

veggo alcuni

di
al

questi cos presuntuosi

che,

mondo, presumono esser qualche cosa a comparazione di questa. S come alli oratori concesso in defensione delle cose loro impugnare le contrarie, sia anche a me licito, per mostrare questa vera via e questa utilit, che propone il poeta nostro alli uomini, in qualunque modo usar mezzi che faccino a questo line; e chi non in tutto di corrotto giudicio, il pigli in buona parte se vuole;
se no, lasci stare.

senza un giudizio

Questa

fa le sue cose a
eli'

poco a poco,
troppo bestiale,

Quell'altra, perdi'

Pone ad un

tratto troppa carne a foco.

248

CAPITOLO
fanno color cli'han poco
sale,

Come

E E
E

quei che son disperati e

falliti,

fanno conto di capitar male:

continua dimostrazione di questa differenza sia

dell'uno all'altro di questi giuochi, e

zione della qualit d'amendui, per la quale

una comparasi pu

comprendere il vantaggio che dall'uno all'altro. E per star su quella sola differenza, in che si fonda il poeta, parendoli che anche sola debba bastare a
provare la intenzione sua, veggasi che cosa maturit e prudenza, che temerit e pazzia, di quanto

ben

sia

causa quella,
si

di

quanto mal questa


e

discor-

rasi per ragioni,

per autorit,
eserciti e citt

per esempj, che

senza molta fatica


sto molti imperj,

trover la verit.
,

Avemo
male:

vi-

per leggerezza e
al-

imprudenze

de' Governatori, esser capitati

l'incontro per la prudenza e


ser mantenuti,
salvati.

gravit

non

solo es-

ma

di

grandissimi pericoli e

mine

Troppo vulgar cosa saria addurre per esempio quello che da Livio quasi ad ogni passo della sua istoria si scrive, e di Quinto Massimo e del contrario. La sperienza supplisce ove mancano tutte le
altre ragioni.

sia chi incontro

mi

alleghi la prela

stezza di Cesare nelle espedizioni,


scrittori
;

quale

dalli

pu esser cos male intesa, come ben lodata perch io dir, che questa a punto facci a proposito mio, che non voglio cos assottigliare la proposizione del poeta e mia, che non s' intenda la
virt,

che

si

predica per tutta questa opera della

Primiera, esser posta nella mediocrit,

come sono
era Cesare

anche poste tutte

le

altre

virt.

Non

IN

LODE DELLA PRIMIERA


ii

249
nella pre-

temerario, bench ponessi


stezza,

sommo bene

seg-no di precipitoso, se

forza

come dicono costoro; anzi non mostr mai non in quelli casi che li era il pur vedere, se diligenche si pu essere:

temente si leggono e considerano le cose sue. Non la Primiera lenta come i Trionfi, non agiata come il Trichetracche, non fastidiosa come lo Sbaraglino, non sazievole come la Ronfa; ma ha in s una certa laudabile mediocrit con la quale si va
,

Tuno estremo e l'altro n si distende in cinquanta carte come quelli, n si restrigne in due come la Bassetta, ma nel perfettissimo numero
temprando
fra
:

del quattro, al quale da Platone principe de' filosofi sono attribuite tante laudi, che, se io volessi raccontarle, saria lungo. A me par argomento assai suflciente a provare che, se la virt un mezzo di due estremi viziosi, come dice Orazio, da ogni banda ristretto, questo si vede per prova cos manifestamente essere nella Primiera, che oramai se le doveria concedere il primo luogo poi che messa al parangone di quello che a qualcuno pare che li facci
;

concorrenza, finalmente

si

conosce, non solo esserci

grandissimo intervallo, ma, non avendo fra s queste due qualit, alcuna sorte di similitudine, se non in essenza, bisogna concedere la comparazione essere totalmente falsa e viziosa. Chiama la Bassetta
bestiale

ed da notare nella nostra lingua


nativi

ficano

che
in

si

come cosa veramente da bestia i nomi denomiche vanno in ale, per la maggior parte signiuna certa participazione della sostanza, da derivano, come dire animale da anima, cor])o~
il

poeta,

Tale da cotido, spirituale da spirito, e via discorrendo;

modo che

bestiai

viene ad importare tanto quanto

250

CAPITOLO
E
se cos

cosa da bestia.
giuoco,

non

vaglia; elio

non fa le cose sue questo non solo da s di questa


li

natura,

ma

per virt d'influsso in chi l'usa, causa


fa venir

una

certa similitudine di s, che d'uomini

proprio bestie, bestemmiatori, dispettosi, ladri, omicidi e

raccontati

con tutti quelli difetti, che di sopra avemo n gli basta esser bestia se non anche
;

cos grande, che, per fare onore a' forestieri, possa

mettere ad un tratto

di

molta carne a fuoco, come

ben dice

il

poeta:

Quell'altra^ perdi'

eli'

troppo bestiale^

Pone ad un

tratto troppa carne a foco.

Usando una gentilissima translazione da un bufalo da un elefante, che avendo assai carne addosso, assai anche ne pu cuocere alla volta; proverbio
cotidiano tratto da quel cuoco, o da quella fantesca,

che portandole

lo

spenditore in cucina la carne che


,

abbi, verbigrazia, a bastare per tre di

la

mette

al

fuoco ad un tratto, o per smemoraggine, o per ghiottonia, che tutto torna a proposito di chi inconside-

ratamente

si

getta alla strada e giuoca del disperato,

Come

fanno color ch'han poco


;

sale,

idest poco cervello

pare che stia nella translazione del cuoco, e non cos; perch, dicendo uno aver poco sale, non conseguente che debba mettere

non avendo da insalarla: dice adunque semplicemente poco sale, imprudenza e beassai carne a fuoco,
stialit.

IN

LODE DELLA PRIMIERA


elle

*25l

E
sare,

quei

son disperati e

falliti.

Chi non ha che perdere, non ha anche che pen-

come dice Ovidio in quella di Dido, che, avendo perso la fama e l'onore e ogni cosa, leggier cosa le
era perdere anche le parole; per son cos risoluti
li

uomini disperati e falliti. Fallito si pu intendere in qualunque modo V uomo abbi perso il credito,

di

di scienza, o di favore

mercanzie, o di denari, o di riputazione, nome generale da acco:

modarsi ad ogni sorte di perdita che si faccia, dalla quale possa nascere merita disperazione, e per conseguente risoluzione d'animo ad ogni fortuna.

fanno conto di capitar male:

cio e' si hanno proposto il capitar male per fine, non miga per fine necessario e che proceda da elezion volontaria, ma che se accadesse loro non sariano per dolersene, come farla chi non fusse cos disposto come essi sono.

Ha

la

Primiera mille buon

partiti,

Mille speranze da tenere a bada,

Come

dir carte a

monte, e carte a

inviti.

Credo aver detto

di

sopra nel principio di questa


facolt,

mia

fatica

non essere n

n professi on mia

dare difflnizione, n precetto alcuno della Primiera;

ma

solamente dichiarare la mente dello autore per quanto mi fusse possibile, perch la prima parte cos nota, che sarebbe ben pazzia se volessi descri-

$52

CAPITOLO
ha innanzi agli medesima insegna; la
si

vere quella cosa, che ogni giorno


occhi, e che la natura per se

seconda tanto profonda e infinita, che se io pennon che col scrivere o sassi con la imaginazione col parlare aggiugnervi, troppo pi inconsiderato potrei chiamarmi, che chi per non perder tempo si mette a giocare alla Rassetta, massimamente avendomi tolto l'animo e l'ardire il poeta, quand in quella sua prima amplificazione, narrando la grandezza del subietto che per lui si scrive, dice che non ne
,

direbbe

afi'atto

Cicerone, n Marte, n

il

Calendario

ecc., che sbigottirebbe

non che me,

ma

ogni ben

esercitato ingegno: pure, perch delle cose grandi,

buona volont, per non parer per sbigottito in tutto, n mi metter troppo in alto a pescare, n mi torner a casa coi piedi

come

dice colui, basta la

asciutti; e quelli

che son pi dotti

di

me nella scienza
,

primieresca, vedendomi aver pretermessi infinitissimi luoghi che si sariano potuto mettere scusino benignamente la ignoranza e la impotenza mia, e

consentino che ogni cosa n


dire.

si

possa n

si

debba
partiti.
i

adunque

nella Primiera mille


si

buon

Questo vocabolo Partito


quali

piglia in diversi modi,

mi par necessario

dichiarare, per venire pi

agevolmente al significato, in che l'autore lo piglia. Partito in primo modo si piglia per una risoluzione che da se medesimo l'uomo piglia nelle sue azioni, iion come fine immediato, ma mediato e ordinato ad

un ultimo
in

quale con questo


a Margutte
dica,

come se tu dicessi deliberazione, la nome chiamano appunto latini; questo modo lo piglia il Morgante, quando fa dire
fine,
i
:

Bella vergogna ho preso partito


ci

quasi

son risoluto, non

ho pi dubbio. Ejin questa

IN

LODE DELLA PRIMIERA

253

significazione si piglia quel che si dice,

uno esser
si

uomo

di partito,

contrario a quello clie nemico

delle conclusioni.

Non

s'intende cos quando


,

dice

una esser donna

di partito

che allora

si

piglia in

poco onesta significazione, cio che la sia, come dice il Boccaccio, femina di mondo. Altrimenti si dice, uno andar cercando partito, o aver trovato partito, esser un buon partito ec; quella volta vuole significare ricapito, avviamento e indirizzo. Dicesi eziandio,

uno essere a mal partito, quando ha le cose sue mal condotte, tanto che non sa pi che si fare, e significa mal termine. In corte si piglia in un altro senso, quando nelle cose de' beneficj uno cerca di
far partito

con

altri

allora far partito vuol dir barat-

tare, vendere, impegnare. In


piglia
il

nessun

di questi lo

poeta nostro, n

lo

intende per delibera-

zione, n per avviamento,

n per permutazione,

ma

per patto, per condizione, per offerta.

Ha
Cio
si

la

Primiera mille buon

partiti.

trovano mille patti, mille accordi, mille


salvarsi: e quali sono? Risponde:

modi da

Come

dir carte a

monte, e carte a

inviti.

licenza

usurpata dai poeti dir qualche volta

una cosa per un' altra, impropriamente trasferendo da una cosa ad un' altra le propriet e i modi del dire, ora ponendo un tempo per un altro, ora una persona, ora un caso, e via discorrendo. Carte a monte parola peculiare della Ronfa, quando non avendo le parti in mano carte che satii,

254
faccino,
il

CAPITOLO
s'

accordano a metterle a monte amendue e di nuovo. Ma perch in effetto tanto suona quanto a Primiera il dir Passo, non lia avuto per inconveniente il poeta metter questo per quello; e bench anche questa non si possa metter fra quelli partiti, di che ha intenzione di dire, e che poco disotto da lui e da me saranno messi, pure pu difendersi con la medesima licenza poetica, esser se non partito,
rifare

giuoco

al
il

manco un mero e dir. Passo, come


Questo
lo sa

principio d'esso.

Che cosa

sia

dice quel terzetto del capitolo

dell'Orinale:

ognun che

sa murare.

Dir ancora io, questo lo sa

ognun che

sa giuo-

care, che quello che basta alla intenzion mia, per-

ch chi non sa giuocare a Primiera, senza scrupolo pu separare dal consorzio delli uomini; n io curo, n anche importa, che sappi quello che sanno li uomini. Nel dir. Passo, da notar qualdi coscienza, si

che punto che importa alla dechiarazione del testo, e ancora che sia cosa assai resoluta fra i gran dot-

ho a giovare ai principianti, che non sanno cosi ogni cosa come quelli, da avvertire diligentemente che non si faccia mai preiudizio al compagno, dicendo quella parola, ma si lasci andar per ordine la proposta e la risposta, secondo che va la mano, non preoccupando mai la volta d'alcuno; n bisogna esser cos volonteroso di levarsi di mano le carte che non piaccino, che non si aspetti che
tori,

perch

io

tutta la compagnia

si

sia resoluta, o di passare o

d'invitare, se gi le carte, che

uno ha, non fussero

tanto triste, che non dessero da banda alcuna causa


di tener l'invito.

cos,

sendo deliberato ih ogni

evento di gettarle, pu farlo senza pregiudizio suo,

IN

LODE DELLA PRIMIERA

255

d'altri; altrimenti

non
le

onesto che sia reintegrato


le

d'alcuna sua ragione, anzi

perda tutte colui che

una volta ha messo

carte confusamente a monte:

e questa sia regola generale, tanto nelle

due

carte,

quanto nelle quattro. Questo precetto

fia utile

an-

cora nel processo del giuoco, circa il sopra invitare, cio, quando uno si trova in mano un buon punto,
e invitando

un

altro innanzi a lui,

ha animo

di rin-

vitarlo di sopra, e per troppa pressa non lascia che se lo vogliono, o no li altri compagni respondino

che segno d'imprudenza, e causa danno non piccolo, perdendosi quello che coloro ariano forse teil

nuto: dico ancor che


il

si

usi di dir senza

mal

giuoco;

che, come dissi di sopra, non legge generale,


patto, che
si fa

ma

non

quando si usa, quando no, ed e' poi anche sempre quella eccezione. Domandasi qui se, avendo passato tutta la compagnia, salvo che colui che fa le carte, pu quel tale di chi
pare che non se risolvino questi
nell'arbitrio
de' giuocatori
;

la volta invitare, e

legisti,

ma

la
i

lascino
patti,

volendo che

che fra loro sopra ci si fanno di potere o di non potere, si tenghino per legge. Alcuni vogliono che s come facendo le carte, ha disavvantaggio colui, e nell'esser l'ultimo alla mano, e nell'avere a metter la posta doppia, perch non abbi il malanno e la mala pasqua, possa pure invitare, e non tenendosi per ninno l'invito, sa in potest sua scartare e

non

scartare, seguitando tutta-

via di dar le carte, e

usando il privilegio tante volte quante bisogna. In un altro modo si suol dire. Passo, di che il poe^a poco di sotto far menzione dicendo:

^tare a frussi, a Primiera^ e dire: a voi.

256

CAPITOLO
signiflca dire

voi, tanto quanto rimettere la

volta e l'azione che ci tocca, a quello ch'


diate

imme-

dopo

voi, e
il

questa parola

bench sustanzialmente importi medesimo che quella, ha per al-

cune circostanze che la fanno in alcuna cosa differire. Alle due prime carte si suol dire ordinariamente Passo alle terze e alle quarte non cos, perch, cominciandosi da quelle il giuoco di poca im;

portanza

Nel processo poi, quando

pare che sia usarci solennit di parole. le poste son cresciute e la

materia riscaldata, pi consideratamente e con pi rispetto si parla, perch come che tutte le altre
parole in questo giuoco non apportino pregiudicio

alcuno a chi
glie le

le dice,

ma le

carte

medesime

punti

sieno quelli che parlino, questa sola che d e to-

sue ragioni ad uno, detta in tempo e fuor di tempo come dicemmo di sopra essere quando le carte sono messe una volta a monte, quel tale, che
,

mette con quelle medesime, non deve aver azione alcuna nel giuoco adunque dire carte a monte, Passo, e a voi, in s una medesima cosa ma si debbe usare in diversi tempi, volendo importare diverse
le
; ;

intenzioni.

Carte a

inviti. Interviene alcuna volta

che, sendo data la quarta carta intorno senza far menzione di chi l'ha o chi non l'ha, il che fa dichiarato di sotto, vero, non essendo stati tutti d'accordo di fare, ad uno che prima aveva nelle tre un mediocre punto, sar venuto un sei, o un sette, il che gli ara fatto crescere la cosa in mano, di sorte che, non contento della prima posta, e vedendo non poter pi vincere se non con nuova condizione, dice questa parola, carte a inviti, cio, scartinsi e diausi

carte di nuovo, e inviti chi vuole

il

che, se piace a

IN

LODE DELLA PRIMIERA


,

257
si

compagni

accordonsi fra s a ricevere

torna

n pi n manco ne' termini delle tre prime carte, e vanne tal volta il resto gagliardamente, o al meno grandissime poste, secondo che la fortuna va dispensando i punti che corrispondine a quello che ha fatto l'invito. Questo si pu mettere fra i primi buon partiti della Primiera, che tal volta sar uno che
alla

ventura

si

sar messo per disperato a tenere a

Primiera, o con buone, o con triste carte, secondo che accade e venendoli la seconda volta fatta come
;

vien bene spesso, uccella pulitamente quello amico,

che non contento di vincere in pace^ quello che la sorte gli aveva proposto per troppa ingordezza, va cercando Maria per Ravenna; se anche non gli vien
fatta

il

buon

partito per colui che fa onore a


gli

quel bel punto che

manda messer Domeneddio;

tanto che la regola ad ogni via vien vera, che

Ha

la

Primiera mille buon partiti,

Mille speranze da tenere a bada.


Quasi tutti li espositori, che fino ad ora hanno scritto sopra questo capitolo, interpretano sempli-

cemente esser posto dal poeta il nome di speranza secondo il significato generale di quella passion d'a-

nimo descritta da' filosofi per contrario della paura, ancor che per questa si trovi molte volte usata dalli scrittori, che non or tempo di raccontare, e dicono
nella Primiera esser mille

speranze da tenere a bada, cio, da intrattenersi, da aspettar sempre qualche cosa che megliori, o che emendi la condizione e
lo stato del

volta

si

giuoco loro; e di qui nascere che alcuna accorder la compagnia a mettere a monte,

Bemi,

Parte.

I.

Il

258

CAPITOLO

le carte

a passare venticinque, e trenta, e quaranta volte fln che le si riducano a niente: tuttavia,

aspettando d'affrontare qualche punto sopra che si possa fondare l'invito, di qui procedere che, alcuna volta invitandosi forte per la maggior parte de' compagni su qualche buon punto, o facendosi del re-

come interviene, un terzo che si trover in mano, come dir tre sette, o tre sei, parte per non far loro ingiuria, parte per speranza che ha che
sto,

gagliardamente venga gli fallita, perch stare a Primiera, ove tutti li altri abbino punto per il pi, cosa fallacissima, non per che questa non sia specie di speranza. Similmente si dice speranza in questo giuoco, aspettare che venga flusso quando l'uomo vede vinto il punto suo da un maggiore, potersi accordare col vincitore, che, uno con chi si ha fatto a salvare, vinca la posta, e in breve generalmente si pu dire speranza il naturai desiderio
la tiene
;

debba venire o il quarto che gli faccia far Primiera, e bench il pi delle volte

o qualche altro

simile

e appetito che si
le altre

ha

di

vincere

come

in tutte

nostre azioni quello che ce le fa ordinare

chiama speranza, senza la quale nessuna voglia. Questa come che possa esser principale e sola intenzione dell'autore, non per
al fine, si

cosa

si fa di

mi

fia

negato

il

credere, che

come

in tutte le altre

sue cose egli ingeniosissimo e profondo, cos in


genere,

questo abbi voluto poeticamente porre speciem ro come da poeti molte volte si suole e per
,

una passione
care,

sola dell'animo avere voluto significhe tutte le altre si trovano manifestissimamente nell'atto del giuocare a Primiera. Dicemmo
di sopra, s^

ben mi ricorda, in esco sser

1* tre

IN

LODE DELLA PRIMIERA


:

259
;

virt teologiche
le teologiche
,

fede,
le

speranza e carit
,

non
,

solo
e le

ma

cardinali

e le

vescovali

papali.
fetti,

Ora diciamo non solo queste,

ma

tutti

li

af-

tutte le perturbazioni, tutte le passioni dell'a-

nimo umano vedersi cos espresse, come se tutte in una maestrevole pittura ci fussero poste innanzi agli occhi, in modo che cos, come da quella mente
che dice Virgilio nel sesto, esser infusa da Dio nei corpi nostri, nascono i quattro accidenti del timore,
desiderio, dolore
e allegrezza, cosi dalla Primiera,

in

nascere in noi di nuovo, o destarsi talmente, che nessun altro umano atto possono cos ben no-

tarsi

come
e

in questo. Chi potria descrivere


si

il

timore

che ha uno quando


la

trova un cinquantacinque e ha
gli faccia

mano

ogni cosa, che un altro non

una

Primieraccia addosso, come intervien bene spesso,

vero che, avendo una buona Primiera, non


fatto
flusso,

gli sia

un punto mediocre, non vinto da un maggiore, un trentanove per uno in mano in due carte quello che ha la mano, che gli altri non riscontrino prima di lui, che non sia fatto del resto sopra l'invito che si fa per un mediocre punto, e
cos in tutti
li

altri pericoli,

che

superfluo raccondesiderio, che

tare vedendosi cotidianamente? Del

diremo, se non che chi vuol conoscere quando causa abbino quelli che dicono il fine del giuocare esser il piacere e il passar tempo, non l'appetito del vin-

cere?

Come

doveria per esser ragionevolmente, stia


,

a vederli giuocare a Primiera

consideri ben di

quanti colori

si

fanno, aspettando che la volta sia

finita, che da ognuno sia accusato, o punto o Primiera; e se essi per sorte avanzano li altri, con

quanta avidit

si

votino innanzi

il

piatto della

po-^.

260
sta, tirino
il

CAPITOLO
resto d' ogni intorno senza cercar se

moneta, o oro v' da cambiare, o da rendere indietro ad alcuno, o da salvare chi per ventura
si

sar

accordato con loro, come

si

usa

di far

molte volte.
difettoso,

ben grosso

colui che crede in

qualunque
,

furfantesco e vituperoso giuoco, per desiderio di


vincere, aversi rispetto ad amici
telli,

a parenti

a fra-

madre o a padre a s stesso, per modo di dire, che non si volesse vincere loro la vita e l'anima, se fosse possibile. Non ha trovato la natura maggior coniunzione fra li uomini ne pi potente che quella dello amore. Venga Platone, venga Marco
a
,

venghin quanti filosofi, fur mai, quella che accidente, o per rarissimi almeno, par nessuno per che si possa separare. Tuttavia i' ho visto due innamorati ben da maledetto senno giuocare insieme, e a giuoco che non saria degno di scalzare la PriTullio,

miera, non solo essersi crucciati,

ma

venuti crudel-

mente prima erano innamorati,


alle

mani,

e si

come da maledetto senno


cos poi da maledetto

senno

non per altro, che per desiderio di vincere bench, come di sopra dicemmo, non avvenghino mai questi inconvenienti, se non fra persone di corrotta mente, e che non tendono,
esser diventati inimici,
;

giuocando, a quel

fine,

il

qual ciascun

uomo

inge-

nuo deve proporsi, pur non , che questa passione evidentemente non apparisca con le altre dette di
sopra, e che di
lore

mano

in

mano

si

diranno. Del do-

ancora chi a parte a parte considerasse, non dico quanto siano li effetti che si causano in noi, ma li segni che esteriormente si monstrano, manifestamente conoscerebbe quasi la maggior parte del giuoco ber dolore; che se ben interamente non si

IK

LODE DELLA PRIMIERA

261

gusta, se non poi che ognuno partito da quello, da quelli che restano alla line perditori, non che
fra
'1

giuocare, or uno, or

un

altro,

questa posta e quando


sia vero,

quella,

non

perdendo quando e che si dolga


,

domandisene Dante, che dice:


si

Quando

parte

il

giuoco della Zara,

Colui che perde

si

riman dolente,
colui,

ecc.

Non

cosi

magnanimo

n cos risoluto nelle

cose sue, che possa con buona coscienza dire

avere per male il perdere, e non se bene non notabilmente, almeno qualche poco da s; perch naturai cosa non solo all' uomo, ma a tutti gli animali che lian qualche eccellenza di senso contristarsi del danno suo. Cos vadasi discorrendo per tutte l'altre perturbazioni dell'animo prossime, e derivate dalla allegrezza, o dal dolore, due capi e fonti principali di tutti gli affetti dell' anima nostra e per non esser troppo lungo, concludasi che tutti insieme, e ciascuno da per s, si conoscono cos notabilmente nel giuoco della Primiera, anzi via molto pi che in qualunque altro atto umano. Io ho pi
:

non ne muover, se

volte udito dire


apocrifo,
e vero,
si

un proverbio, che non

so se

si

autentico, perch senza autore. Bello

che
le

le

qualit delli uomini, e quelle che

si scoprono nell' atto del gioco mirabilissimamente, n cosa che dichiari pi la ingenuit e la gagliofferia, la umanit e la bestialit,

dicono

nature,

e finalmente la

bont e la tristizia che il giuoco. Onde, continuando nel proposito nostro a provare la eccellenza della Primiera, e in pronto formare un sillogismo dimostrativo, che s'egli vero sip^'O quia
clic nell'atto del

giuoco apparischino come in

un

62

CAPITOLO
le

specchio tutte

passioni

umane, quanto un gioco


questo
affetto.

pi vicino alla perfezione, e quanti pi gradi tiene


di bellezza, tanto pi generativo di gioco perfettissimo, e ha in s il sommo grado della bellezza, e di quel che altro si pu avere, secondo la natura della cosa adunque la Primiera
:

La Primiera

passioni dell' animo.


piacere,
il

massimamente dimostrativa e rappresentativa delle adunque in essa non solo il


dolore,
il

desiderio,
'1

l'

allegrezza, e le altre

raccontate, la speranza e

timor, la

fiamma

'1

gelo,

ma

la fede e la carit, e tutte le virt

morali, non

le quali

che teologiche e cardinali, come si disse di sopra; per non avere a raccontare e provar tutte di nuovo, basti dir solo della carit, che la capiquale maggior carit che mettere tre, o quattro,
cinque, o pi, secondo che accade, per uno?

tanessa di tutte, e quella che ne cava la macchia.

come

suo per mezzo d' altri? qual maggior dimostrazione di bont, che dare alli compagni intorno intorno la lor carta corrente con tanta affezione, che a pena si daria cos il pane, darli abilit
dir tutto
il

di passare, di scartare, di rientrare in gioco, di fare

a salvare, di far partito,


finalmente di sperare
e che si

d'

accusare pi o

men

punti,

fin

che

le

carte sono scoperte

ha il rasoio alla gola? Vergogninsi quelli hanno che levato in canzone, e par lor dire una bella cosa quando chiamano la Bassetta il giuoco della carit, perch si d prima la carta ad altri che a s, come se anche in questo non si facesse cos: e non sanno i poveretti che la prima carit comincia da s stesso, e che se non hanno altra analogia, onde formare tale denominazione, questa assai magra, bench, a confutare la loro sciocca posizione, poco

'

IN
di sopra

LODE DELLA PRIMIERA

2fl8

mi pare che abbiamo detto assai parlando questa bestialit. S che nella Primiera son mille SPERANZE DA TENERE A BADA, cio sono mille intratdi

tenimenti,

come

si

dice volgarmente, per darle un'al-

tra esposizione, e

non

si

partendo dalla prima, mille

speranze, mille passion d'animo.

Come
,

dir

carte a

MONTE

ad uso

di

buon

diflnitore

va descendendo

dalli universali alli particulari

per far la diflnizione

sua pi lucida. sentenza del filosofo e tanto trita, che non frate al mondo che non la sappia per lo senno a mente, che per mezzo degli universali si viene in cognizion de' particulari, come dire non si sapr mai cosa cane, cavallo, pecora, uomo ec, se non si saputo prima che cosa animale, n animale,
se

non

substantia ^

n sustcmtia se non

ens.

Non

si

sapr che cosa dir carte a monte, se non si sa che cosa sono le speranze e intrattenimenti, che inter-

vengono nel gioco della Primiera. adunque carte a monte una di queste speranze, di che essendo di sopra detto abbastanza, secondo il parer mio seguiteremo pi avanti, dichiarando le altre pi necessarie cose:

Chi l'ha, e chi non l'ha, vada e non vada,

Stare a

frussi,

a primiera, e dire

a voi,

non venire

al

primo a mezza spada.

di

Questo alli novizzi che navigano per l'alto mare questa divina invenzione, trasportati dal vento dell' appetito alquanto pi avidamente che la navicella piccola del loro ingegno non sopporta suole
,

essere

uno

scoglio, o per dir meglio forse

un guado

264 e
di
si

CAPITOLO
golfo pi fastidioso e pericoloso che le secclie
e lo stretto di Scilla e Cariddi;

un

Barberia

tanto

ci

stenta ad insegnare e a studiare quello che vo;

l'ha e chi kon l'ha bisogna circonscriverlo con tante perifrasi, che se fusse una delle
glia dire CHI

insolubili d'Aristotele, basterebbe, e tanto pi fatica

bisogna durarci, quanto l'appellazione, a dir cos, e l'usanza del dire non uniforme. In corte fra i

buoni 6 che giuocono del vero giuoco della Primiera, si usa universalmente di dire chi l' ha e chi non l'ha, a Fiorenza e in qualche altro luogo di Toscana ho io sentito dire se la non c'; altrove si debbo dire altrimenti. Basta che al fine la torna tutta in uno, come avviene della variet de' pesi, delle monete e delle misure, che quando la cosa si ben lambiccata e dibattuta, finalmente chi non ha denari suo danno; cos qui, se la non c', o chi non l'ha,

non importano

le

parole purch

fatti se

intendino,
a. parlare

adunque,
della

chi non l'ha, per cominciare


parte,
si

prima

una certa condizione,


il

un patto

un

accordo che

propone da uno della brigata che ha


gioco pi dell'ordinario, o per-

voglia d'allungare
invita

ch ha tristo in mano, o perch ha troppo buono e i compagni a fare a chi non l'ha, cio vedute che sono le carte a scartar di nuovo quelle poche,
assai che pi a ciascheduno parer, invitando, o
tratto di
del resto,

non invitando, a beneplacito di chi ha il nuovo in mano per poter fare se bisogna
per poter sperare di salvarsi in qualche

modo con
non

Primiera o con punto


giusto che
s,

si

usa

far questo, se

dandosi la quarta carta, la quale non onesto n


si

guardi, se prima non

si

risposto del

o del no a chi

domanda: verbigrazia sar quello

IN

LODE DELLA PRIMIERA

265

d chi la volta che,

carte, si trover

vedendo dare intorno le quarte in mano, e non che basti a onore fatto aver gli parendo fino allora quel bel punto invitando, vorr ristorare il danno con

un cinquantacnque

compagni, chi non l'ha, cio vaglia a scartare se in questa mano non si scopre Primiera, e rifaccisi di nuovo, dando ad ognuno libert di fare i fatti suoi come pi li piace. Se il
un'altra volta, e dir
alli

partito

aggrada

alla

compagnia, allora

il

pi vicino

a colui che lo propone, risponde di s per le medesime parole, poi l'altro, e l'altro di mano in mano secondo il numero dei giuocatori, e cosi viene ad accordarsi la musica, e dices fare a chi non l'ha; ed questa una legge fermissima, tanto che consffentito una volta per tutti nella convenzione, non

come se fusse un istrumento publico. Altrimenti si dice fare a chi non l'ha, bench una medesima cosa sia quando il mesi

pu pi retrattare n

Iterare,

desimo

di chi la volta,

trovandosi stare a Primiera,


e

buona o

trista che sia,

dubitando

di

non
alli

la far

per allora, condotto da speranza di farla un'altra


volta propone la

medesima condizione
essi,

compa-

gni nel medesimo modo, e

secondo che pi lor


il

mette bene,
l'altra, e

la

accettano, o la rifiutano: poi un'alcontrario del-

tra cosa dire, chi l'ha, quasi tutto

vuol dire, far chi l'ha, quando, sendosi invitato A chi non l'ha, uno a chi non piace la festa,

star

perch non sta a Primiera come pensa che debbino l altri dice, e chi l' ha, cio voi volete fare
,

che,
cisi

non si scoprendo Primiera, si un nuovo giuoco, e io voglio

scarti e ricominfare che, se

anche

la si

scopre, chi l'ha sia tenuto a scartarla; cos


partito di costui piace a quello che

se

il

ha propo-

266
sto l'altro, e
alli

e:

> I

To

i.

compagni

di

mano

in

mano,

dannovi drento rinforzando le poste pi meno, secondo che si trovano pi men grosso in mano. Ove da notare che, come in tutte le altre cose, secondo che dice il filosofo nella sua logica, la negazione di tanta malignit, che ruina ci che trova, e induce il senso contrario, cos in questa non degenera dalla natura sua. Sicch, essendosi accordata non solo la maggior parte della compagnia ad una cosa, ma tutti sino
stabilisce fra loro per legge, e

all'ultimo, se avviene che quell'ultimo si

opponga
s

dica di no, di tanta autorit quel suo no, di quanta

che ogni cosa guasta e manda per terra. Similmente da sapere, che come non solo usanza, ma dovere
era quello de' Tribuni della plebe a
delle due di queste condizioni proporre la prima sola, dicendo chi non l'ha, cos assurda e mal fatta cosa

Roma,

seconda innanzi alla prima, dicendo amendue ad un tratto, e dannomi il mio CHI L'HA, resto coloro che corrono a furia senza vedere se a loro tocca la mano, se si fan bene o male a dire CHI L'HA E CHI NON L'HA, bestialmente e senza una prudenza al mondo. Bisogna adunque non equivocare da una cosa ad un'altra, ma servar l'ordine della mano, del luogo, del parlare, e di tutti i numeri necessari perch un che ne manchi, guasta la
proporre la
,

cucina.

Vada

e non vada. Questo, bench sia posto

dall'autore in questo luogo pi per riempimento

ornamento, che vogliamo dire, dell'opera, conciossia che poca nulla convenienza abbi vada e non vada col fare a chi l'ha e chi non l'ha, pure perch
ancor egli uno dei numeri del giuoco, e considerasi a proporzione come fanno gli altri, da sapere che

IN
si

LODE DELLA PRIMIERA

267

dice

del chi

VADA parlando prima dell'uno, come di sopra, non l'ha, ogni volta che, essendo date le carte
si

intorno, due e tre e quattro, e tante volte quante

bisogna, uno della compagnia, al quale


venir qualche carta buona sopra

abbatte a

la quale gli

par

poter fondar l'invito, stando o a Primiera o a punto,

avendo detto tutti li altri, passo, e questo in caso che egli non abbi la mano; o vero, avendola innanzi agli altri, non dice pi passo, ma, fermatosi, piglia

un

quattrino o

un grosso,

un

giulio, o quella

somma
primo
la

e che fra

che con proprio vocabolo si chiama il vada, li giuocatori innanzi tratto si stabilisce per

invito, e dice,

vada che
;

tanto vuol dire,


il

l'in-

vito se voi altri lo volete. Cosi

secondo
si

di chi

mano dopo
dice
il

questo, al suon de la parola maledetta,


ritrova d'ap-

come

Burchiello, secondo che

petito risponde di s o di

no

e,

volendola, risponde

per le medesime parole, come dicemmo di sopra, vada,

sua in mezzo; cosi di mano in mano li altri per successione, tanto che si viene a cominciare il giuoco a questo modo, che, pur che un solo tenga l'invito, basta; attaccata la bategli la parte

mettendo ancor

taglia

e' si

rinforzano

le poste,

secondo che

le carte

vanno dando o togliendo speranza


avvien che
attaccati,
si

alle parti,

che se

passi fra quelli due, o tre che si


il

sono

che

pi delle volte, lecito

alli altri

esclusi ripigliare al luogo suo per ordine e riaver


la

voce intermessa, seguitando tuttavia

il

giuoco

in quelli termini che si trova,

come

se all'ora se co-

minciasse.

si

pu disdire o negare ad alcun che

non

riabbi la voce e

non

sia

reintegrato delle sue


la

ragioni, ogni volta che

metta

quello che poco di sopra

chiamammo

prima posta, il vada,

cio,

e se

268

CAPITOLO

altro invito si fatto poi da quelli che sono rimasi

Ove da notare che, bench impropriamente e per abusione soglia chiamarsi questo vada l'invito, perch molti, volendo attaccare il giuoco, come quelli che si trovano ben forniti a carte, alcuna volta non dicon, vada, ma invito, non per da considerare questa voce secondo che si proferisce, ma secondo che vuol significare. A differenza adunque delli altri inviti che si fanno
attaccati sopra la terza carta.
nelle terze e quarte carte, e poi di

mano

in

mano

secondo occorre, diremo che la prima posta che si mette sopra le due si chiamer propriamente vada, e non invito, ma le altre si chiameranno poi inviti, e non vada, altrimenti si confonderebbero i vocaboli e consequente i sensi n si potriano dare pre;

cetti particolari dell'arte, della quale noi

facemo pro-

NON VADA si pu ben dir che del tutto sia messo dal poeta superfluamente, e pi tosto per far la rima al verso che per altro conciossiach mai nel giuoco non soglia accadere usarsi questa voce, se non alle volte motteggiando da qualcuno che non vorr tener l'invito sentendo dir da un altro vada, dice egli non vada, non perch sia necessario dir cos, ma gli vien detto per significare che non vuol tenere, il che potria anche far tacendo e gitfessione
:

tando
zione.

le

carte a monte, e intenderebbesi per discre

Non
il
il

lenne

dir

adunque de stylo curlcB, n parola sonon vada, ma posta cos dal poeta per

fornire

verso suo, acconciamente per e con grazia.

Staro a frussi, a Primiera, e dire, a voi.

Due

capi principali ha
soli,

il

giuoco della Primiera,


li

anzi due capi

sopra

quali e dalli quali

si

IN

LODE DELLA PRIMIERA

269
l'altro Pri-

volge e

si

regge, e chiamasi

uno punto,

miera. Questo PUNTO chiamato dall'autore, per licenza poetica, FLUSSO, non per impropriamente, conciossiach

ha seguitato

la

derivazione

di

quella

parte che suol esser superiore alla Primiera, cio a

quattro carte differenziate, e questa quattro carte d'una sorte, le quali, quando si abbattono a venire

ad uno, colui
sia derivato e

si

dice aver flusso, el qual


si

nome, onde

perch

chiamino quattro carte d'una

non con altro vocabolo, si disputa fra i dottori nostri. N ancora si risolve, se non con dire, che s come in latino Jlisso vuol dire un corso di cosa liquida, e una certa liquida^zione uniforme,
sorte, flusso, e

cos nel giuoco della Primiera, flusso, voglia significar similitudine di carte.

Come

si

sia, di

questo

capo principale di questo giuoco ha voluto intendere il poeta stare a flusso, perch in verit, bench

come ad alcuni
il

altri
li

espositori piace secondo

che
di

subietto di tutti
si

giuochi, e

massimamente
i

quelli che

reggono dalla fortuna, sono


il

numeri,

si

chiama

vincere o

il

perdere, se

non essere

superiore o inferiore di qualit numerale; cos an-

che nella Primiera


presto

il

stato del giuoco e l'obietto dei


,

giuocatori sia avanzar di punti

per questi pi
la Pri-

un capo che due paia che debbi avere

miera. Per chi pi sottilmente considera questa scienza, conoscer senza dubbio la perfezione di quel che chiamano punto non esser altro che flusso, cio venire con quattro carte, nelle quali si finisce
il

giuoco, a quella uniformit che


il

dicemmo

di sopra,

stare al punto, esser far flusso, e cos vincere il punto e la Primiera, e ogni cosa. Che se il fine quello che d la perfezione alle
e cos

fine di chi si dice

270

CAPITOL*
anche
col principio e col
il

cose, si debbe credere che dia

una cosa medesima


Il

fine

del

punto

flusso

nome, e sia mezzo suo. adunque il punto


il

flusso,

e cos

vien ad esser vera la posizione del

poeta, che
e al

stare a flusso, voglia dir stare al punto punto a flusso, n esser un capo solo, n un su-

bietto al giuoco della Primiera,

come vogliono

al-

cuni,

l'altre

di

due come avemo detto noi di sopra. Tutte son novelle a petto a questo, come dice poco sotto l'autore e in questo proposito non fia forse
;

ma

disutile avvertire

nostri scolari del disordine e

mina

che causa in questo giuoco quella che si chiama Pariglia, della quale da alcuni vogliolosi inquieti,
,

degni di giuocar pi presto alla Bassetta come li sbirri, che a Primiera, fatto tanto conto che vi si strug-

gono attorno, n

si

sovvengono che

la

mette sotto

sopra, e avviluppa ogni cosa col mostrar che biso-

gna

far delle carte l'uno all'altro col ricordare, col


,

con romper finalmente la testa a sanamente sentendo, bada al vero modo del che cos Dio il giuocare, e ha il capo a far bene perdoni a chi fu inventore di cotal sciocchezza, come non fu trovata mai la pi trista cosa. Il medesimo diremo delle altre impertinenti invenzioni, se alcuna ne che io, o non sappia, o non mi ricordi, o vero
tenere a mente
chi, pi
:

per trovarsi che sia atta a guastare

il

divino giuoco

della Primiera

come fu
i

questa, e dire, A voi. Seguita


e
li

tuttavia di narrare

passatempi

trattenimenti che

propose di sopra dicendo, mille buoni partiti ecc. e dice che fra li altri questo dire a voi per il che
:

da intender

e,

bench ad alcuni, non considerando


paia che
il

pi oltre che

la superfcie delle cose,

dire,
di

VOI sia quasi'una'cosa

medesima con quel che

LODE DHLLA PRIMIERA

271
:

sopra dicemmo esser il dir, passo, e carte a mokte ha per pi profonda considerazione come dice il poeta nel Capitolo dell'Orinale, e non poco differente
,

da quello, se non nel significato, almeno nel tempo del significare, cio che ad uno tempo s' usa il dir, PASSO, ad un altro il dire, a voi. Dicemmo di sopra dichiarando quel verso che dice
:

Come

dir,

carte a

monte

ecc.,

che tanto quasi era dir carte a monte, quanto


PASSO, e che per non esser venuto destro all'autore usar questa voce
e ordinaria del
,

la

quale famigliarissima,

giuoco della Primiera, aveva detto

carte a monte, che l'una e l'altra si usava in principio del giuoco quando si dava intorno le due prime carte: n era solito, o concesso, dandosene pi, adoperarla anche pi, ma che se n'adoquesta,

perava un'

altra,

volendo intender
dall'autore. Dicesi

di

questa che
voi,
;

ora posta qui

dunque a

poich fermo
seguitandosi
le

il

giuoco su

terze e le

le due prime carte e quarte, avviene che a qual-

tarle, dice,

cuno non piacciono le sue, A VOI, cio, do


pare ancora a lui
tare,
di

e cos,

desiderando scar-

la volta e le azioni
si

mie

a voi, parlando a quello che

pi vicino
all' altro,

che se
dire

rimettersi
Il

o d' invi-

ne abbi intera licenza.

medesimo
,

si

pu

con animo di non scartare ancora ma di stare ad ogni volta de' compagni, secondo che si accordano a disporre del giuoco, e cos torna tutta in uno, che
il

mano sua ad un

il luogo e la n si debbe dire altrimenti, n in altro tempo che dopo le prime carte.

dire,

VOI,

non

altro
:

che cedere

altro

si

usa

2*72

CAPITOLA
i

Chi fa il contrario mostra d' intendere male termini del giuoco della Primiera, e parmi aver bisogno del maestro delle cerimonie,

E
scrim,

non venire

al

primo a mezza spada.

Bellissima translazione tolta, o dalli giuocatori di

con

le

spade, che ove

pur da due, che a caso venghino alle mani si suole a poco a poco andare

offendendo e difendendo, anzi pi presto difendendo


ch'altrimenti, chi ha poco cara la vita sua, e giuoca
del disperato, bestialmente si mette

innanzi senza

riguardo alcuno, e viene a mezza spada, cio, dove or-

dinariamente
alle strette,

si

sta tanto lontano che


si

appena

si

pu

toccarsi con le punte,

viene a mezza spada, cio,

come

si

dice vulgarmente; e vuol tut-

tavia intendere delle bestialit della Bassetta, dei

prima voha ad essere argomento veramente manifestissimo di mera avarizia e tactre dadi, e delli altri simili, che alla bella

glion vedere quel che n'

cagneria.

Che

se tu vuoi tener l'invito, puoi,

Se tu noi vuoi tener, lascialo andare


Metter
forte, e

pian pian, come tu vuoi.


di far

Hai elezione libera


e se

quel che

ti

pare, senza

esser escluso totalmente dal consorzio delli uomini;

non

ti

piace di tenere l'invito che fa


in

gno, per non aver cos buono agio di farlo, puoi non lo tenere; e

il compamano, che ti dia n pi n manco,

passato che

si sia

un'altra volta d'ogni intorno, es-

In

lde della primiera

273

ser rimesso nel luogo tuo, se


alla

non prima, almanco

quarta carta, facendo

per sorte chi non l'ha.

Se

lo

vuoi anche tenere, questo s'intende per di-

screzione, senza darne molti precetti, che puoi tenerlo.

Metter
Cio

forte, e

pian pian, come tu vuoi.

invitare d' assai e di poco

come

ti

piace

parlare famigliare e proprio de' giuocatori, metter


forte e piano,
si

onde

si

dice riforzare le poste

quando
si-

crescono.

Forte

in lingua nostra

uno avverbio

di qualit,

che alcune volte, coniunto con nomi,

gnifica quantit,

come

dire,

un forte savio, forte bello^

forte ricco; alcune volte si

lora significa
,

coniunge con verbi, e alquando qualit, quando quantit, s come dire uno aver battuto un altro forte vuol dire tanto quanto acerbamente; alcune altre significa quantit, come dire, in questo luogo metter forte, vuol dire, quel che noi diremo buone poste; ed quantit numerale discreta, come dicono i la,

tini,

perch significa metter denari. Dirassi ancora,


forte, e

uno spender
menti
dire,
s'

significa

il

medesimo.

Altri-^

intender

un

cavallo, o altro

animale cor-

rer forte, che allora sar quantit continua, e vorr

non

solo quel che generalmente s'intende

con

velocit, che saria qualit,

ma assai
come
,

spazio di via in
in questo luogo,
si

poco tempo.

Il

contrario in questo avverbio, preso

nel significato suo ordinario,

proprio uno altro avverbio

che

dice piano, e

per questo generalmente

s'

intende, e senza troppe

circunscrizioni la natura e la importanza del contrario suo forte, se vero che conosciuto

uno dei
1&

Berni

Parte /.

Sl'

CAPITOLO
anche
l'altro.

contrarj, si viene a conoscere

Che

sia

vero,

poeta medesimo per dichiararsi disse: metter FORTE E PIANO, chc tanto vuol dire, quanto
il

assai, e poco, ecc.

Puoi far con un compagno anche a salvare^

Se tu avessi paura del

resto^

a tua posta fuggire e cacciare.

Questa voce salvare e il significato suo, credo io, che s'usi nel giuoco della Primiera, solamente perch in nessun altro suole accadere; e se pure accade, debbe chiamarsi quell'atto con altre parole che con queste, il che se , o se non , sia altrui cura il
cex'care. Io

credo bene, che, come in altre singula-

rit, a dir cos, eccellente questa divina inven-

zione superiore all'altre, e ha da se alcune propriet


particolari che la fanno rilucere

non

solo,

come

la

luna fra

mostra tanto maggiore e pi lucida, ma come il sole, che tanto le avanza di luce che le estingue cos questa sia una veramente unica e sua, e per questa e per l'altre infinite simili in lei si trovano, possi meritamente
1'

altre stelle

delle quali si

aggnagiiarsi di propriet
altri giuochi,

il

giuoco della Primiera

alli

come

il

sole alle stelle. Dicesi

adun-

que, FARE A SALVARE, fra li giuocatoi'i, Ogni volta che andando qualche buona posta, sopra la quale si siano tutti fermi con le quattro carte, uno che ara qualche buon punto in mano, e accortosi che alcuni de' compagni stiano a Primiera, dubita che con essa non gli sia levato, come bene spesso, anzi il pi
delle volte in termine,

sendo

la

natura della fortuna

IN

LODE DELLA PRCvIIERA

275

dilettarsi di fare

sempre qualche segnalato tratto


;

che faccia maravigiiare la gente cos quel tale, parendoli pur male di perder quel bel punto, invita colui che pensa stare a Primiera, e domanda se lo vuol salvare, cio, se caso che la gli venga fatta, e vincendo la posta, si contenta di renderli li denari che ha messo, offerendo a lui ancora il medesimo, el quale si cio che vincendo esso col suo punto
,
,

d ad intendere che
di renderli indietro
le poste;
li

sia pi
il

sicuro, perch

cos

universale opinione, far

medesimo partito a luj denari che ha messo in tutte


reci-

onde viene ad esser questo salvare

proco,
cio,

come dicono i latini, e come noi, scambievole; non si fa mai questo patto fra due, che l'uno

che vorria che al poeta che tenga un poco della furfanteria, o di dappocaggine almeno, e pur per esser uno de' punti e delle speranze da tenere a bada, che sono nella Primiera, stato quasi sforzato a metterla in calendario, s' ancora egli salvato, e scusato col dire
fusse fatto a s.

non

sia tenuto a fare all' altro quel

E perch

questa cosa pare

Se tu avessi paura del

resto,

a tua posta fuggire e cacciare.

perdere ci che l'uomo ha

alcuna volta, per paura di non al mondo, fare qualche cosa meno che conveniente al decoro dell'uomo da bene, e arrecarsi a qualche indignit come qui, perch a qualcuno non venisse voglia uscir del ma lecito
:

Quasi dica,

nico e far del resto, o vero pazzescamente

pur

con fondamento, con gran preiudizio

di chi fino al-

276

CAPITOLO

lora ha tenuto l'invito sopra qualche punto medio-

pensando che la cosa non ahbi a dir pi avanti, deve onestamente cercar di rimediare alle cose sue meglio che pu, come fanno i principi nelle cose della guerra, che appostando ogni loro avvantaggio, vanno ora cercando, ora fuggendo l'amicizia di questo e di quello, non guardando pi ad onest che a vergogna per schermirsi e defendere il stato loro, e mesurano le amicizie e le inimicizie con li commodi e con
cre,

quel che torna lor bene. Simile a questo salvare pare

che sia quella usanza, che di sopra in principio della nostra fatica dicemmo essere in alcuni luoghi frequentata, il dire, SENZA mal giuoco, che con tutto che tenga anche pi di questa del dappoco e del pusillanime pure ricevuta da alcuni e non di,
,

come si sia l'una come avemo de' punti del per un detto, dall'autore giuoco, e non perch si debba, ma perch non si disdica e possasi
;

spiace a molti che hanno iudicio


e l'altra, o questa

almeno

posta,

senza scrupolo

di

coscenza usarla.

Puossi fare a Primiera in quinto e 'n sesto,

Che non avvien Che son

cosi negli altri giuochi,

tutte novelle a petto a questo;

Come avemo

detto di sopra, sogliono tutti

poeti

ordinariamente mettere tempo per tempo, caso per caso; cos ha messo qui numero finito per infinito e dice che si pu fare a Primiera in quinto e

pu giuocare a Primiera chi vuole che tante fussero le carte da dare, quanti possono esin sesto
;

cio

aere

luoghi de' giuocatori; anzi tanto pi bello

IN

LODE DELLA PRIMIERA

877

e vario questo giuoco quanti pi giuocatori ci

sono

per e quieti, a ci che dove moltitudine senza ordine, non sia conclusione: adunque dire
savi
in quinto e in sesto

quanto

infinito, se cos potesse

essere, cio se le carte fussero infinite.

tuttavia

continua,

come manifestamente conosce

chi alquanto

a drento considera la profondit de' sensi, in laudar questo giuoco con quella potentissima ragione filo-

che se ben mi ricordo subito da principio della nostra interpretazione adducemmo per provare la eccellenza e bont della Primiera, dicendo della natura del bene, acci che questa verit pi chiasofica,

ramente apparisca come


li

li

valenti orefici, che

quando

vogliono chiarirsi della perfezione d'una pietra, tra

buoni argomenti che ne hanno il paragone d'un altra, cos il poeta, con lo esempio di quelli altri graziosi giuochi, la turba de' quali tanto fastidiosamente avemmo raccontata di sopra, dichiara quale e quanto sia questo dicendo:
altri

Che non avvien Che son


Ecco
il

cos negli altri giuochi

tutti novelle a petto

a questo.

termine della comparazione, a petto a QUESTO, cio a comparazione di questo, ed translazione di giostranti che, volendo fare sperienza della

persona

loro, e

qual sia pi valente cavaliero,

si ri-

scontrano con le lance dandosi nel petto, e cos si dicono stare a petto l'un dell'altro: elocuzione e figura di parlare schietta toscana. N so io, per quanto mi sovviene , quale altra lingua volgare se
l'usi, e

perch anzi che no

modo

di parlare al-

278

CAPITOLO
e famig-liare,

quanto umile

non credo che

altro au-

tore de' nostri che il Boccaccio l'abbi usato nelle sue prose n per che in rima non possa usarsi sicuramente, massime in questa sorte che scrive il poeta, che certo tanto famigliare che ha molto pi similitudine con la prosa che col verso.
;

Anzi son proprio cose da dappochi,

Uomini da

niente, uomini sciocchi,

Come
In effetto

dir, messi, e birri, e osti, e cuochi.

non

si

pu

in tutto astenersi dal biasi-

mar qualche cosa per lodarne un'altra, come di sopra dicemmo. Ed lecito, anzi attibuito ad arte, e una delle parti della oratoria, che si chiama secondo costoro confutazione, che quando l'uomo ha provato con le pi e migliori ragioni che ha potuto il fatto suo, non l restando a fare altro che buttar per terra, se alcuna ne ha l'avversario che sia atta
a tenere le orecchie delli auditori
si

non ben persuase, mette loro attorno e risponde ad una ad una, se pu modestamente, se no, nel modo che pu. Cos fa il poeta al presente, vedendo la prosunzione che
hanno
li

altri

giuochi contro alla Primiera, non podell'

tendo fargli accorgere


dirli villania
,

erro? loro
plebei
,

come

si fa alli

li

se non col chiama cose

proprio da dappochi. Ove da notare che questa parola

DAPPOCO
,

appresso

li

nostri grammatici inde-

clinabile e neutra; cio si attribuisce a


lini

nomi mascu-

feminini e neutri, senza mutarli voce o ter-

minazione, come dir

uomo

dappoco, donna dappoco^


del pi si varia

legno dappoco ecc.

Nel numero

mai

IN
in caso alcuno,

LODE DELLA PRIMIERA

29
,

come

dire

dappoco,

via discorrendo

uomini dappoco donne cos l' usa il Boccaccio,


:

nel qual solo autore io

mi ricordo averla

letta

non
che

di dire

che pu essere errore della stampa,


al

perch in quel fidelissimo testo antico, anzi oraculo,


io

stimo scritto fino

tempo dell'autore

stesso,

come

in tutte le altre cose che sono di qualche

imli

portanza, e cos sta appunto tante volte quante

accade usarlo. Li luoghi particolari a quante carte e a che mano sono in pronto a vedere a chi ne ha
voglia, e a chi anche

non
il

si

contentasse

di

questa

autorit, parendoli fatica

cercare, consideri,

come

si

suol fare per trovare segni d'un vocabolo, la etimologia


la

derivazione d'essi.

accorgerassi che per


di

esser questa dizione


la

composta
le

da

e i poco,

serva

che il conmolte altre simili che nel numero plurale non mutano terminazione n si dice uomini o donne da eni o uomo e donna d'assalo, il che essendo come in fatto, pare che il poeta nostro abbi mal posto questa del dappoco, avendo detto dappoco nel numero del pi; ma si salva con dire che quel che non stato lecito al Boccaccio, n saria a chi altri volesse scriver prosa, concesso ad un poeta nelli privilegi dell'arte sua, s come stato a Dante molte cose assai pi esorbitanti di queste, al Petrarca ancora, per non dire delli latini, de' quali li esempli ci avanzerebbono, che la necessit del verso ha indotti a storpiar nomi, e formar nuove desinenze e accenti, casi e numeri, e mille altre cose. Basta che la licenza tollerabile, e scusasi probabilissimamente senza scru-^
nella lingua nostra
dir, d'assai,

medesima natura che come

altre

parole composte

trario di questa; da bene

j^
polo,
dicio.

CAPITOLO
massimamente appresso a
chi

ha benigno

iu-

Uomini da niente, uomini

sciocchi.

Pareva al poeta aver detto poco in dappochi, se non esagerava la materia in dir, da niente, e in questo anche non si sendo satisfatto aggiugne uomini SCIOCCHI. Bel procedere di grado in grado che '1 da poco sia men mal che da niente non deve essere chi non sappi che poi sciocco sia peggio dell' uno e dell'altro, il mostra la esperienza manifestamente. Dappoco difetto alquanto tollerabile, potendosi sperare, che chi ne sente possa col tempo con la industria, con lo esercizio farsi un d da qualche cosa; conciossiach, con tutto che poco vaglia, pur sendoci quel poco come un seme atto a far qualche frutto, e crescere, come avemo detto, se ne pu sperare qualche bene ma da niente ben mala cosa, e tristo a chi cotale, che gran fatto sar che n'abbi onore. Peggio di tutti poi l'essere sciocco, che non solo ha in s le due qualit predette, ma una terza sopra venuta gentilezza, che non solo disutile per natura e per negligenza, ma per sciocchezza, idest per mancamento di cervello; e di questo male non si trov mai che ne guarisse alcuno Messer Domeneddio, perch e' buoni uomini a detto del Salmista, gli danno la stretta peggio che chi riniega in Galea, * come scritto nel salmo vigesimoterzo nel
,
, ,
;

principio.

Come
* Cos

dir, messi, e birri, e osti, e cuochi.


il Testo.

IN

LODE DELLA PRIMIERA

281

Dichiara chi siano queste gentil persone favorite de' giuochi soprannominati, che hanno in s queste
tre egregie parti, e di' che sono,
sti in

Toscana

si

dicono famigli di

messi e birri. Queofficiali, che vanno

fuori a far giustizia:

ma

differenza dall'una all'al-

che quelli vanno citando, o richiedendo la gente per usare i vocaboli di l questi vanno e pigliando persone armati a fare altro che citare e pegni e ci che vien loro alle mani senza discrezione alcuna, e furon quelli che pigliarono lesu Cristo in altro paese si chiamano zaffi in qualche altra specie
, ;

tro luogo forse altrimenti;

e in questi

s'intende

il

boia: basta che al fin l' tutt'uno, e intendesi che

queste brigatene si trastullano volentieri con questi manigoldi passatempi. Osti e cuochi sono due nomi
cos chiari e usitati per tutto, ch'io non credo che alcuno ne aspetti altra dichiarazione. Queste quattro specie di brigatene ha messo il poeta in esem-

perch s'intenda generalmente di tutto il resto ed quella figura che si not di sopra nel terzetto:
pio,

della plebe e de' furfanti

Puossi fare a Primiera in quinto e

^n sesto.

Dicendo che avea posto il numero finito per l'inche se li avesse avuto a mettere in calendario tutte quelle gerarchie che portano le domeniche di maggio il palioto a san Bastiano ci saria stata
finito;
,

faccenda infino a luglio.


S'io perdessi a

Primiera
;

il

sangue e

gli occhi,

Non me ne

curo

dove a sbaraglino

Riiiniego Dio, s'io perdo tre baiocchi.

, ,

282

CAP

Cj

Veramente in
discreti lettori
,

servizio d questo

gioco traditore,

vorrei
dissi,

non
ci

avei^mi

promesso quel

che poco
in testa
di

di

sopra

avendo a dichiarare questo

terzetto; perch se

metto, e non gli rovescio un cappello onorevole da ogni tempo, temo

mi

non esser tenuto da poco. Se anche li ritrovo le non mi sia dato nome di appassionato massime da che gi sono due anni che, giocandoci per disgrazia, come si sa, e sendo
costure, bene ho paura di
,

vicino per

mali trattamenti suoi a farmi tener pazzo da' circumstanti feci voto di non ci giocar
li
,

pi in vita mia, e osserverollo

cos Dio
la

mi

voglia,

morte, se vo in luogo ove mi sia lecito lasciare stare il tavolieri per le carte: pure, perch vedendo il poeta (per un certo singulare odio che ha anche egli a questo morbo quasi valendosi di lui, dimostrando alli ascoltanti la malvagit sua) pretermessa la ciurma delli altri, aver fatto di questo particulare e singulare menzione, io come fedele interprete debbo seguitare li vestigi del duca mio, mi sfogher pure cos il meglio che potr con una mediocrit fra l'uno estremo e l'altro, riservandosi ad un altro tempo a far pi aspra e pi allegra vendetta. Dello Sbaraglino credo io veramente che il diavolo fusse trovatore e da molto tempo in qua a ci non vi pensaste che la origine sua fusse cos antica, cos illustre, come
vivo, e
,

mentre che

anche da poi

quella dall'arte militare, o della agricultura; anzi


si tiene,

che da poi che l'inimico dell'umana generazione, mandato da Dio a tentare nella pazienza
,

come si lob con tanti e s dispettosi argumenti legge nella istoria sua , non ebbe forza di moverlo punto dal proposito suo, vedendosi vinto, e desi-

IN

LODE DELLA PRIMIERA

288

gnando sopra noi altri, che semo poi successi, vendicarsi della vergogna sua, and pi e pi tempo
pensando che cosa potesse proporre per venire a
questo
flne,
,

un pezzo mento della constanza e fermezza dell' animo che deve avere un uomo fece che '1 magnifico messer Pino, come costoro vogliono, e come noi in principio dell'opera dicemmo, trov questa bella scusa,
,
,

n alcuna sufficiente trovandone, stent fin che per nostro mal grado e disfaci-

per guarnirlo bene de tutte

le parti

che

si

conven-

gono ad un corpo bene organizzato, ci mise drente tutte quelle piacevolezze che mette Omero nel scudo di Pallade, e Virgilio nel carro di Marte, le quali chi vuol vedere distintamente legga el duodecimo libro della Eneide e il quinto della Iliade e anche ce n'aggiunse da una dozzina in su di suo per esser tenuto pi eccellente artefice che Vulcano o che i
,

che chi giocasse a quel gioco fusse prima la cosa a reverenza di Dio e della Vergine Maria, bestemmiatore, baro che va per l'ordinario,
Ciclopi. Volse

ladro che consequente da quello, arrabbiato,

non

dico iracundo n fantastico, dispettoso, che un peccato veniale, spiritato, malinconico, gridasse com'una
bestia, dicesse villania

non

solo

al

compagno con

cui giuoca,

ma

a quelli che stan da torno, se qual-

cuno, come accade ben spesso, dice qualche parola in favore dell'avversario^lsuo, perdesse
il

sonno, e

talvolta
le notti

il

mangiare,

si

scempi *

si

straccasse stando

intere intere in piedi, e adoperando le bracindietro, che solo questa

cia a metterle innanzi e

facchineria basta a chiarire chi

non sapesse ben che

* Cosi

il

Testo,

284

CAPITOLO
,

cosa fusse Sbaraglino

e tutte

queste gentilezze

le

quali sono niente appresso a mille altre che le se-

guitano. Quale indignit maggiore che stare a di-

screzion d'un asso, o d'un sei, o d'un altro punto

per entrare in casa, o per levare, o per che e' non ti sia dato, per dare ad altri? Qual maggior dispetto
e 'non viene aspettato da te, o pel conquando viene non aspettato ne desiderato, anzi avuto in odio? Che consumamento d'animo, che ansiet peggio che star aspettando d'essere im-

che quando

trario

piccato fra un'ora anzi che giuocar alla Bassetta

pu dir pili l, come accennam di sopra esponendo el testo dicemmo non so che e forse che non vogliono nobilitar questo morbo^ con dire che giuoco da gentiluomini, giuoco di reputazione, perch ci giuocano li uomini vecchi,
che non
si

l'autor e noi,

padri di famiglia, governatori di Repubbliche.

la-

sciamo andare si sia lor risposto nel principio della fatica nostra con lo esempio delle pesche, che piaccino a simil sorte d'uomini pi che all'altra gente e non sono per la miglior cosa del mondo, io voglio accrescere questa loro ragione, e farla migliore col consentirli che non solo tali uomini ci giuocano,
;

ma

ancora

li

principi,

li

tiranni

li

re

e che sia

vero,

domandisene

Totila Jlagelliim Bei che ebbe nella

testa d'un tavolieri da

un che giuocava seco, e fu ammazzato ad uso di bue. Ad un altro capo di parte di Trevisi fu fatto la festa tirando un sei, cinque e

tre,

che fu dato per segno a chi era deputato sopra ci. La istoria sua, chi vuol pi distintamente sapere, legga le croniche e troveralla. Ecco che scherzi piacevoli son quelli dello Sbaraglino, senza che ne
potrei

raccontare

infiniti

altri,

lasciando stare

li

PRIMIERA 285 gran maestri, e venendo a persone di pi bassa mano, come quello che intervenne, non sono per quattro anni, in Roma ad un della terra mia, che giuocando a questo giuoco traditore, li fu dato d'un pugnale nel petto. Li esempj della disperazione, della
rabbia, del rinegar Dio e
nito,
li

W LODE DELLA

santi, del diventare atto-

danno
el

altrui fra
,

li

piedi,

ed fatica odiosa met-

tersi a raccontarli

tanto

merita

pregio. Basta, io

manco che l'opera non non credo che altro fusse

el bossolo di Pandora (del quale scrive Orazio nelle ode quello che fu dato a Epimeteo, onde usc la febbre el mal francese e quel di S. Lazzaro el canchero, e tutte le disgrazie) che lo Sbaraglino, e
, , ,

se lecito dire religiosamente, quel

pomo che
,

per-

suase l'inimico dell'umana generazione al primo parente nostro che dovesse mangiare promettendoli
la scienza del

bene

e del

poi

non ne fu
,

altro; e

male, e tante maraviglie, gran cosa che non fusse

questo e che il diavolo non volesse dire in suo linguaggio, quando disse, mangiate questo pomo, imparate a giuocare a Sbaraglino, e capiterete male.

Lasciamo andar

le

cose pi leggieri
li

che

di*>

sopra

avemo accennate
berretta,

del far

uomini

spiritati, furiosi,

correre nella strada col tavolieri in

mano
,

senza

domandando

a'

viandanti se sanno giuoe cacciarsi

care, poi darsi della testa sul tavoliere

dentro

e dadi, e quello

che alla

mano

venir fra s

a questione uomini ben galanti per altro e gen-

da cani; tanto che si diano dei ho veduto io, e ne potrei addurre infiniti esempj ma prima el d mi verria manco che la materia; tal che si li pu ben
tili, dirsi

villanie

candellieri per el capo. Questo


,

S8<J

CAPITOLO
verso che poco di sotto
:

dire el contrario di quel

mette

il

poeta, concludendo questo capitolo, dicendo

Basta che

la

Primiera un bel giuoco.

Basta che el Sbarag^lino un brutto, un traditore, e un maladetto g-iuoco, dico di sorte, ch'el Toccadiglia, Tornagalca, e' Minoretto, e li altri simili, fino a Scarica l'asino, che el pi diserto che ci sia,

sono un zucchero a petto ad esso,


dir parco,

son nel mio

come

dice colui,

ma

forse tu di cui ver-

ranno

ristorati i danni a g-ran misura, e dir tanto male, anzi pur la verit che da chi vorr conoscere el frutto d'essa, e quanta utilit li apporti il dir mio,

mi sar avuto grado conveniente, e non meno laude ripeter di qual si sia mai stato benefattore della generazione umana.

Non

uom
s'egli

fallito

e si meschino, di fare a Primiera,

Che

ha voglia

Non

trovi d'accattar

sempre un

fiorino.
di

Chi vuol pi bel patrimonio, pi bel banco


lumella

que-

sto? Qual possessione, quale orto insegn mai Co,

Marco Varrone

frasto, che allega el

Dioscorde Plinio e Teopoeta in quel delle Pesche, a


, , ,

lavorare e cultivar tanto

che rendessi cos bene

questo? Io non so se mi abbi letto nello Etimologicon, o nella Poliantea, o pur sentito dire all'avolo mio al fuoco una certa novella d'una fata, che dette a tre uomini amici suoi tre belle e avventurose cose da far diventar ricco in un'ora, fra le quali era una borsa che, semprech al padron d'essa

come

fa

veniva voglia d'avere denn.n, per ogni volta che ci

IN

LODE DELiiA PRIMIERA

28

metteva la man dentro, li veniva cavato un ducato, tanto che se un milion di volte avesse fatto questo atto tanti ducati si trovava da spendere. Bel trovato veramente, se e' non fu vero io credo che ei
;

fusse verissimo, e che,

come

tutte le cose scritte

sono scritte a dottrina nostra, e ogni cosa ci data sotto allegoria, non volesse intendere altro colui, che trov questa figura, che della Primiera, della quale io non so qual sia pi bella borsa, se vero,
che chiunque ha voglia di giuocare
cattar
si

trovi d'ac-

sempre un

fiorino,
io certo

cosa da non far mai altro

in vita sua,

come

loveriano far tutti quelli che

gno, e quelli
loro che
si

non farei se potessi, n hanno punto d'ingeche non hanno ancora, come dir coel

beccano
essenza

cervello dietro all'Archimia,

che possono senza tanto stentare a stillar mercurio,


e la sesta
,

tante novelle

imparare una

Archimia, che la pi vera e la pi certa di tutte.

Ha

la

Primiera una

allegra cera,

Che
Per

la si fa per forza la sua grazia e


el

ben

volere,

per la sua maniera.

Continua

poeta nelle laudi di questo giuoco,

nelle quali, piacendo

a Dio, poco di sotto finir, e usa una ragion potentissima a provare la intenzione sua, quella che certo deve muovere e persuadere ognuno sopra ogni altra; ed la bellezza della quale
e Platone e tutti quelli filosofi speculativi

hanno

dette tante cose, e la natura

tutto insegna

questa la bellezza,

medesima maestra del e non tanto la

bellezza quanto la grazia, la quale ancor pi potente, come vogliono costoro che fan professione di

288

CAPITOL

vagheggini. Dice che la Primiera si fa per forza ben volere con la sua grazia per forza. Serva ben i ter-

mini descrivendo la natura della cosa. scritto in un distico delli epigrammi greci, dove si fa una comparazione della bellezza e grazia all'esca e all'amo,
e dice, che la bellezza senza la grazia
diletta sola-

mente, ma accompagnata con essa, piglia e strigne e a questa alludendo il poeta, dice che la Primiera si fa ben volere per forza con la sua grazia, quasi dica, sforza altrui, o vogli o non vogli a farsi amare, e per la sua maniera. Tutt'uno ancor che alcuni ci facciano differenza, e ponghino la grazia a de tutte le cose, e particolarmente parlando d' una bella in certi atti e movimenti del corpo con tempo e con misura, che piaccion pi che senza essa, la maniera poi nel parlare e ne' costumi ma quella considerazione si lasci alli pi sottili. Maniera importa tanto quanto modo, cio differenza di far le cose ad una foggia o ad un' altra, ed vocabolo
;
;

medio, come dicono


Doltis,

latini,

come appresso
si

di loro

possono pigliare in mal senso; pu essere ancora mala maniera.


Valetudo e simili, che

Ed

io

per

me non

trovo altro piacere,


il

Che, quando non ho

modo da

giocare,

Star di dreto ad un altro per vedere*

Quanto poeticamente, e con quanta arte procede^ seguitando e' vestigi di quelli che innanzi a lui

hanno camminato per simile strada. Quando Virgiebbe detto un pezzo delle laudi della agricoltura, contando tutte le ragioni che li occorsero, non
lio
li

parendo poter dir pi, us

el

termine che usa

el

IN

LODE DELLA PRIMIERA

289

poeta nostro, e disse, che desiderava ancora esso


essere fra
li

boschi, e fiumi, e campagne,

come con-

tadiai a far festa ecc.,

nominando

li

pi famosi e

piacevoli luoghi per amenit che allora fussero in

prezzo, e leggete le parole che usa particolarmente


e in

pronto ad ognuno
li

cos fa l'autore che,

avendo
auditori
e

detto ogni cosa che


nelle opinioni sue,

pareva a tirare
e

li

aggiunge una potentissima,


,

che

deve pi che alcuna muovere,

questa di se stesso^

che non trova altro piacere che far quello che si sforza persuader alli auditori; che che cos fa Messer Tullio nelle Tusculane, parlando della immortalit dell'anima, e
'1

medesimo Vergilio
buoni autori ed
;

in molti luoghi,

cos quasi tutti

li

zione potentissima

una demostracome ognuno vede, dico ognuno

che ha
stano
li

el

senso comune, e gusta

piaceri che gu-

altri

uomini.

stare'vi tre di senza mangiare,

Dico bene a disagio,

ritto ritto,

Come

s'io

non avessi

altro che fare:

Pende dal precedente

va tuttavia crescendo e

esagerando, come ha fatto di sopra in molti luoghi, e particolarmente in quel che notammo con la figura
iperbole, cio della impossibilit,

quando

disse:

Tutta

l'et

d'un

uomo

intera, intera, ecc.

La elocuzione
dichiarazione.
Berni.

chiara,

n ha bisogno di molta
19

Parte

I.

290

CAPITOLO.
per suo amore andrei fino in Egitto,

anche credo^ ch'io combatterei, Difendendola a torto e a diritto.


Gran segno di benevolenza patir per uno qualche disagio, come di sopra, star senza mangiare
tre d, e
altro,

che pi, ritto, e appresso dietro ad un

maggiore

che indignit, e stassi con poca reputazione ; andare in Egitto, el qual paese venuto
sia,
dir, Callicut, o

a bocca al poeta per uno de' lontanissimi che

come

Termistitan, o Zimia*;

come Ca-

landrino in quella novella della ottava giornata delle

pensava che fosse l'Abruzzo, n ha ma d'un delle pili lontane parti del mondo che sia. Grandissima cosa poi combattere in defensione altrui in qualunque modo si facci, che dove si espone la vita proCentonovelle
si

voluto intender d'Egitto particolarmente,

pria a pericolo, pare a

me

che pi non
la

si

possi fare.

Maggior
quanta

di tutte queste poi difendere el torto per

qualcuno, che, sendo tanta


si

forza della verit,

dice, di gran spavento deve esser causa

lo opporseli

manifestamente: e pure el poeta dice, che lo farla per mostrare la affezione che ha a questo giuoco: ma non dubita d'aver a venire a questo, dico di difenderlo a torto, avendo per tante vie di sopra provato che egli ha seco tutte le ragioni
del

mondo:
s'io facessi e dicessi

Ma

per

lei

Tutto quel ch'io potessi fare e

dire,

Non

arci fatto quel ch'io doverci.


Testo.

^ Cosi

il

IN

LODE DELLA PRIMIERA

291

Quasi disperato di potere con alcuna sorta di opere pagare el debito che ha alla eccellenza della Primiera, e per conseguente acquistare della grazia sua per questa via, dice queste parole e indi seguitando, o per dir meglio, ritornando nella opinione
;

che ha, dimostra ne' primi versi del capitolo dicendo:

Dica

le lode sue

dunque

ella stessa.

Ove diffusamente giunge


:

si

estende a dichiarare

ecc.,

sog-

Per s'a questo non


Io per

si

pu venire^
s

me non

vo' innanzi per

poco

Durar

fatica per impoverire:

Basta che la Primiera un bel giuoco.


Concludendo che meglio nelle imprese grandi mostrare una buona volont di pigliarle, laudandole ed ammirandole che mettersi in esse temerariamente a rischio di restar con vergogna
e difficili
,

non riuscendo.

Durar

fatica per impoverire.

un proverbio che s' usa, o a me par che si usi solamente a Fiorenza; ed proprio accomodato a quelle persone che hanno fra le mani qualche impresa,
non
che
solo difficile e inutile,
li

ma
:

ancora dannosa, come

dir verbigrazia
si

Archimisti. Simile ad esso quel


orsi a

usa in molti luoghi

tener pazzo, o

menar

li

Durar fatica per farsi Modena, e appresso

292
e'

eAt>iT0t0
l'istmo.

Romani, cavar

Finalmente

dice,

epilogando
conflrma-

quella ultima bella e efficace parola, in


certo

zione di tutto quel che ha detto di sopra, e di che

non pare che

si

possa dir pi:

Basta che la Primiera un bel giuoco.

cos lasciando questo

delli auditori,

ad uso

di

contento nelle orecchie buon oratore finisce la sua

opera. Nella quale, discreti lettori, io

non m'inganno
io

d'essermi temerariamente messo a durare ancor


fatica per impoverire; conciossiach a

mUle

mig'lia

conosco non mi esser accostato a quel che deve pigli simile assunto, e molte cose ho pretermesso e commesso altrimenti di quel che avevo a fare, e finalmente non satisfatto. Me ne scusai in principio, si ben mi ricorda, e continuai ancora le scuse nel progresso del scriver mio, dicendo esser

uno che

mia intenzione non tanto dichiarare i sensi del poeta con li numeri convenienti, dando precetti della Primiera, ponendo i casi in termine ecc. come alcuno forse aria voluto, ma accompagnarlo e aiutarlo a laudare questa divina invenzione. Se mi bastato, come deve per a presso li benigni iudicii, ne ho nell'animo mio el grado che si conviene; se altrimenti, torno umilmente a pregare chiunque legger queste mie inezie, che le pigli in buona parte, non guardando a quel che detto, ma a quel che si saria voluto dire, che tanto quanto offerir la buona
Volont, ove siano mancati
li

effetti.

NOTE ALLE EBIE

SONETTO DEL LASCA

IN

LODE DEL BERNL

Pagina

37.

BwcMello. Barbiere della contrada di Calimala in Firenze; anticamente chiamata di Callismala dei panni Franceschi. gli compose poesie in stile di
gerghi, e piene di strane metafore,

ma

graziose

e stimate o per la facezia o per la satira che v'

dentro:

fior

nel principio del Secolo XIV. Mor

Roma

nel 1448.
si perde la

Ne

va la marcia spalla, in vece di vi


intiera.
il gioco

spalla

Perdere

il gioco

marcio

si

dice per perdere

doppio, e ne va del mio per dire perdo del

pi'oprio.

L'espressione viva, perch in leggere


si

di

molto,

sta a spalle chine, le quali ne

sof-

frono.
Il

Carro del Sole,

il

Como

della Luna.

294

NOTE ALLE RIME


IL

LASCA A CHI LEGGE.


Pagina
39.
il

Questo Sonetto incomincia appunto come


del Petrarca.

primo

IL

LASCA

IN

NOME DEL
41.

BERNI.

Pagina

Per non tenervi troppo a cresima: a bada, ad aspettare; come suol fare chi va per esser cresimato ne' d
solenni con la moltitudine.

La Stanza quarta leggiadramente comincia come la quarta Stanza del Canto primo dell'Orlando Furioso del divino Ariosto.

AL FRACASTORO.
Cap.
Fracastoro.
I.

pag.

43.
,

Celebre poeta latino e medico


1483,

nato in

Verona nel
Povigliano.

morto nel

1553.

Nome d'un
Verona.

villaggio.

Monsignor di Verona. Giovan Matteo Ghiberti Ve-

scovo
Iclest.

di

Molte parole latine si sono trasportate nel nostro idioma di pianta senza variarle di niente come p. e. Eziam^ che si trova usato nel Mal;

mantile

al

Cant.
il

I.

Staz.

7.

Ed eziam

portare un Jll di paglia.

Ad unguem
Al) antico

nello stesso, Cant. V. Staz. 56

Al cavaliere ad imguem fa il referto. per ah antiquo. Dante Inf. Cant. 15.


Ohe discese di Fiesole ab
antico.

Ab

eterno. Bocc. Gior. X. Nov. 8. Non riguardano, che ab eterno disposto fosse, che ella non di Gisippo

divenisse,

ma

mia.

NOTE ALLE

IU>IE
St. 16, idest la gtierra,
,

295

nel Malmantile Cant.


altre
tori
di

I.

ed

non poche. Ed
erano tanto usi

ci fatto
al latino,
,

perch

gli scrit-

che scappava loro bocca delle parole di quella lingua siccome hanno fatto i Latini, che hanno mescolato ne' loro ragionamenti delle greche ed i Greci de' temp^ bassi dalle latine, nei libri particolarmente delle riportati nel loro linguaggio leggi romane ed
,
:

altri

popoli ancora.

M.
trasposizione,
il

Da

far vedere ecc. Dovrebbe veramente dire Da far andar vm morto, e teder un cieco : ma quel cangia-

mento che imita appunto la confusa


la

quale bene spesso accade in parlando, fa


al verso. Ed
il

gioco, ed accresce grazia


ne' suoi

Nisiely
:

Proginnasmi dice a questo proposito Francesco Berni, suavissimo dispensatore di tutte


le delizie

nel capitolo al Fracastoro volendo imitare una persona idiota e pedantesca,


satiriche
,

le fa dire.

Io ho

VM vin die fa vergogna al greco.


vi dar frutte e cotifetti

Con esso

Da far

vedere im morto, andare un cieco.

Scherza prima con l'equivocazione Da far vedere un morto, cio che alcuno possa vedere un morto dipoi forma il ridicolo porgendo una cosa per mirabile, essendo arcicredibile, com', che i ciechi vadano. E appresso
; ,

Venite la Signoria vostra.

Solecismo piacevole

accomodato. Similmente

Non
dante.

son, diceva, di lettere ignaro.

Questa ultima voce manifesta colui essere un pe-

296

NeTE ALLE RIME


Filmano. Letterato Veronese e Canonico della
o

Adamo

Cattedrale di Verona. Senazzaro

Sannazaro Napo-

litano celebre poeta in latino e in volgare.


TJn ceffo

accomodato a far san Marco.


di

L'insegna

Venezia

gelo di S. Marco sotto

Un ceffo da leone. un Leone alato col Vanuna branca: e questa in-

segna quivi popolarmente chiamata San Marco. Salir da orsi. Cattivo e difficile salire. L'orso un animale, che sebbene par goffo e disadatto, nondimeno assai destro, e facilmente sale anche in luoghi inaccessibili; donde noi abbiamo: Esser come V orso, cio goffo e destro. Orco dal latino Orcus. Mostro imaginario delle favole fanciullesche, il quale, per far paura a' fanciulli,
fingesi divoratore d'uomini.
Carpita. Coperta villosa: a carpendo, dice
il

Salvini.

Barberesco.

L'uomo che ha cura


perch solevano
li

de' cavalli corridori,


farsi venire

detti Barberi,

da Bar-

baria per essere stimati

pi veloci.

Marchiana. Voce accorciata da Marchegiana. Dicesi


di
si

cosa che eccede nel genere di che

si favella, e

prende in cattivo significato. Significa pur anche cosa rimarcabile in lingua furba.
Imita con la sconcordanza, come
Nisiely,
l'

Venite meco la signoria vostra in vece di tenga, ecc.


si

not sopra col

uomo

rustico che

si

sforza di parlar ci-

vilmente.
Cotale la voce latina talis,

ma da ghiribizzo d' idioma

viene ancor data alla parte oscena dell'uomo, e


quinci trasportata alla metaforica significazione

d'uomo

bestia e gaglioffo. Dice don cotale, perch


si

don titolo rispettoso che


de' Preti e de' Principi

prepone
:

al

nome

privati

voce accorciata

NOTE ALLE RIME

29Tf

da Donno che deriva dal latino ablativo Domino. Gli Spagnuoli se ne onorano tutti indifferente-

mente

reciprocamente.
si

Albanese, messere. Motto che

dice

dopo una do:

manda

a cui

non

vuoisi rispondere
(

Che dite?

ci

sar guerra? Albanese, messere.


col. 1. 171.

Fanf.) Varch. Er-

(Gh. ). Quando alcuno, domandato di non risponde a proposito, si suol dire: una cosa,
Albanese, messere; Io sto co' frati: o Tagliaronsi di

maggio;

Amore ha nome Poste (T.). Forse, come

dire: Io non so d'italiano.

Tommaseo Vocab.

Bicchiere cresimato ecc. cio unto, bisunto.


Mi7iestra mora, cio fitta e spessa, e di tali frutta o

leg-umi che le diano colore oscuro o nero.

Marzocchi, secondo

il

Vocabolario della Cn5ca,


;

nome

dato
le

a'

Leoni dipinti in Divise


o

qui per significa

immondezze

macule

de' lenzuoli pi rilevate

e pi grandi.

Cosa nessuna non era diclsa, cio ogni cosa era

d'

egual

condizione

divisa per distinta, significazione for-

zata per la rima.

Altra rissa ec. io non so in qual elegia del secondo

li-

bro

cio nell' elegia 15

il

cui quarto

verso

rixafmt. S* io dormi' mai. Dormi' per dormii. Viene spesso presa questa licenza nel verso per evitar l' iato che nascerebbene ed appunto in questo caso, dove s' avrebbe avuto a dire dormii mai, Virgilio ha preso un granci2)orro, uno sbaglio nel celebre luogo d'Omero Iliad. lib. 2., ove delia frase hi Arimis fece una sola voce hiarime. En. lib. 9. Tum sonitu Prochyta alta tremit, durwmque cubile Inarime
Quantagtce, sublato lumine,
:

Jovis, imperiis

imposta Typhoeo.

Ma non mancano

298
i

NOTE ALLE KTME


difensori del poeta latino.
I.

Il

Modicio

Dif. di Yrg.

cap.

De Inarime Virgilms falso


.

repre?ie?isus est

ah Aldo Manutio
los aliquot

et

a Frane. Robortello; quos se-

cutus scurra Quidam maledicus, petulantes versicu-

Hetnisca lingua in Virgilium evomuit.

Quis cBQUo animo tantam iudignitatem ferat, Virgiliiim


Il

a scurra htdirio sic JiaUtum esse ?

Nisiely dice a questo proposito:

Puossi udire, o
pii

imag-inare la pi leggiadra, e la

piacevole

incidenza di questa? In una composizione satirica e ridevole


e

frammettere un concetto critico

speculativo; e farlo con mirabile artifizio, e

opportunissimo appicco cosa di molto maggior lode e merito, che non tutta la critica del Modicio il quale non dice cose, che non sieno state
,

prima considerate da altri e quelle, che esso per s va investigando, son considerazioni triviali e pedantesche. Fermamente s'egli avesse avuto co;

gnizione e pratica sopra

la

nostra lingua, e so-

pra la poetica, si sarebbe morso le mani, piuttosto che impiegarlo a ferire stoltamente il pi
riguardevol Satirico che sia mai fiorito nell'Arte.
TJn

poco pi ec. intende di dire che sarebbe rimasto

con

le sole

ossa: l'Epitaffio tale


in fossa

Hac sunt
Eutropia:

Bedae tenerahilis

ossa.

nome

di pietra preziosa di color

verde

tempestata

di gocciole rosse.
il

Nemico, per antonomasia,

Demonio.

AL BUFFETTO. DELLA PESTE.


Cap. IL

pag,

51.

E fassi il
dini di

Giorgio colle seccaticcie.

Solcano

conta-

Toscana nel

d festivo di S. Giorgio

con

NOTE ALLE RIME


seccatccie, cio

299

forno, fare

con stecchi o spini diseccati in d' un uomo armato, vestendolo poi come un guerriero, perch rappresentasse quel
il

fusto

Santo.

Che

la scopetta a
i

Napoli e la

streglia^

istrumenti da

polire

cavalli, de' quali v' perfezione di razze,

ed abbondanza di
quella Metropoli.

numero

in quel

Regno, ed
tic

in

Chi

ctioco ti

parr, come sei

tue,

in vece di

per la

rima. Per intelligenza di questo passo d'


esser informato

uopo

come o

nel principio o nel fine

del Breviario, libro di preghiere del nostro Clero,

v'

il

Calendario, ed alla testa d'ogni

esservi

mese suol una stampa rappresentante quello che il


la terra

popolo suol fare, o

produrre in quel tempo.

Come

fa delV oche V Ognissanti, cio nella stagione che accade il giorno festivo di tutt'i Santi; nel
si

qual tempo generalmente in Firenze

si

mangian

l'oche vendute in abbondanza nel quartiere di S.

Giovanni, dove allora s'apre mercato o Aera.


Quella nostra gran madre ecc. cio
del nostra riferisce al continuo

non

si

mangia pi

carne di vacca vecchia; e per madre:

lo scherzo mangiarne.

Che VvMa
Purch
gli

V altra,

cio la tacca e \^ fatica.

mima
il

in casa

un solamente : a cagione che


le

in tal caso si

muran

porte dell'abitazione per

impedirne
Se
ti

commercio.

cascassn gli occhi per dire

qualunque cosa pi

preziosa.

Di San Basfian ecc. Santi protettori sopra la peste.

300

NOTE ALLE RIME

DELLA PESTE AL MEDESIMO


Cap. in.
Vaso di Pandora.

pag.
la

5C.
,

nota

favola di Pandora

la

quale fu una femmina, che Giove fece fabbricare

da Vulcano, e darle in dono da ciascuno degli Dei le pi belle parti, affine di farne innamorare Prometeo, ed indurlo ad aprire un vaso pieno di tutti i mali, che Giove aveva dato alla medesima, che lo donasse a Prometeo (che vuol dire Provvidente, Che antivede) per vendicarsi dell'ingiuria, da esso fattagli, quando rub il fuoco celeste; ma non l' avendo Prometeo voluto accettare, lo prese Epimeteo suo fratello ( che significa Pmdente dopo il fatto) il quale l'aperse, e vennero M. fuori tutti i mali, che sono nel mondo.

Dicon: Se non

5'

apriva quel cotale^ cio quel vaso di

Pandora, non

avremmo avuto il malfrancese; e non


il

saremmo

stati forzati a pigliare

legno.

Scherza.

Messer Bin ecc. uno degli Autori di poesia burlesca,

che ha scritto in lode del malfrancese.

qualche pecora smarrita^ intende a qualche persona

senza senno, smarrita dal cammino della ragione. oro in oro, per di quella vera. Guarda san Rocco ecc. Dipingesi questo santo che

mostra nuda una parte un bubone.

della coscia

con sopravi

DELLE PESCHE. Cap. IV. pag. 60.


Perch non ne facevan troppo guasto, cio, non ne mangiavano molto, perch non gli piacevano. L'Etrusco incognito dice: Io era scio enou ne fel troppo
guasto.

M.

NOTE ALLE RIME


IN

901

LODE
Cap. V.

DE' GHIOZZI.

pag.

63.

iosa.

Questo A iosa credo sia parola corrotta, e che si dovesse dire A chiosa^ che significa quelle cappelle, che hanno le bullette: e ogni piccola piastra di piombo, di rame, o d'ottone, ridotta tonda, e simile alle nostre monete: delle quali Chiose i nostri ragazzi si servono per giuocare alla trottola, in vece di monete: e per
Chiosa s'intende per

moneta

di

niun valore.

11

Persiani disse:

Ma
A

se in tasca non ho
i7itanto

pure una Chiosa.


quse pars este? Sicch dicenn'era cos
vii prezzo,

mantenermi,

dosi Della tal mercanza re n'era a josa, o a chiosa,


s'intende, che di quella mercanzia
te

grande ahhonAanza,
che se
71'

per questo era a cos

aveva fino per una chiosa.

M.

LETTERA AD UN AMICO.
Cap. VI.
Sonate

pag.

65.

pur ch'io

ballo,

per, comandate pure, ch'io

servo.
Giornea^ Si dice Affibbiarsi, Mettei'si, Calzare la Giornea.

Veste

civile,

che s'usava nelle solenni com:

parse dai nostri cittadini fiorentini ed era fermata


e cinta

con cintura
si

di cuoio,

che poi su' fian-

chi, o davanti, si

serrava con fibbia, siccome nelvede. Di qui nettersi e affib-

r antiche pitture
biarsi la giornea^

per intraprendere a fare alcuna

cosa di conseguenza. M.
sura.

Qui

dell'

estrema ar-

Ghin di Tacco, ladrone, del quale parla il Boccaccio neila Giornata X. Nov. 2. Lo fa venir qui a pr-

302

NOTE ALLE RIME


male
di

posilo l'aver egli curato con forzata dieta l'Abate


di Clig-ny dal

stomaco, mentre era Suo

prigioniero.

POST SCRITTA.
Pagina
Passignano,
68.

nome

di villaggio.

Pino. Altro villaggio, per cui si passa per andare alla

Ponte nella Badia di Fiesole, posseduta anch'oggi dal Duca Salviati. Detto villaggio fu illustrato dalla nascita di Marcello Virgilio, Segretario della Repubblica Fiorentina, che s lodatamente scrisse in latino sopra Dioscoride.
villa del

Martello. Invidia, gelosia, dispiacere.

Che

i^ar le quattro

tempora ecc. perch magrissimo.

Che non par suo fatto, senza affettazione e pedanteria.

A FRA BASTIAN DEL PIOMBO.


Cap. VII.

pag.

70.

IngMesimti. Ingegnati. Lezione preferita da Biscioni.

Ordine soppresso di religiosi: li chiama goffi, per non aversi saputo conservare. Manca una giornea. Sogliono alcun' infermi Bigia
votarsi
a'

Santi di qualche Ordine di voler vestire

per un anno abito del colore e panno che i di lui Religiosi vestono, se scampano dalla malattia.

Monna, per Madonna, dicesi giocosamente.


Per forza pma: sarebbe forzato a far lui ecc. Ho usto qualche sua composizione. Michclagnolo fu ancora elegante poeta, e scrisse alcune Rime.
Andate al
sole,

come piante

iuutili svelte,

e le cui

radiche s'espongono

al sole

perch'ei

le disecchi.

Donna

d' Ulisse, Circe.

NOTE ALLE RIME


MamnaluccM. Gente
risione,

303

del Soldano, presi

da noi in de-

perch infedeli.
e

Tolgon gli orecchi. Quel Monsignore era di qualche

Magistrato in Roma,
a' Curiali;
i

per tenuto a dar udienza

disonesti ed ignoranti de' quali son


pazienti orecchie de' Giu-

chiamati Mozzorecchi, come se a forza di grida


andassero a mozzare
dici.
le

Molza, Modenese, gentilissimo poeta,


di poesie burlesche.

uno degli Autor^


il

Del suo signore,


de' Medici.

mio ecc. stimo che fosse

Cardinale

Non

ti

paia ritrar dello, cio degno di lode, ritrarre,

dipingere la sembianza d'ogni faccia: perch consigliandolo a lavorar poco, lo consiglia a solamente

dipingere riguardevoli faccie o per bellezza o per

merito personale.

A prima

Laccia, a

Primavera

Laccia
nell'

un pesce

di

mare che a primavera viene

acqua dolce.

RISPOSTA IN NOME DI FRA BASTIANO DEL PIOMBO.


Cap. Vili.

pag.
alla
:

73.

Medico maggim\ Papa Clemente VII.

U servito, ecc. sti-

mo

che fosse

il

Cardinal de' Medici; poich queegli lo

sti versi

han relazione

capitolo a fra Bastiano

penultima terzina del chiama pi. sotto


qualche favorito
di dire

Medico

mifior.
le

Ma
Che
.

quel che tien

cose pi segrete,

del detto Cardinal de' Medici.


7'innieg'an,

ecc.

maniera popolare

per signi-

flcare eh' altri disperato,

oggi fuor ch r apparenza troppo empia.

d' uso, per-

804

NOTE ALLE RIME


stra lettera.

Caver la foia ^ l'avida volont di vedere questa vo-

La

carne, che nel sai, ecc. intende di

Monsignor Pietro

Carnesecchi.
S' appiccan voti, ecc. la

quarta terzina del capitolo di


rat

proposta a pag. 70 dice


risposta, si vede che
il

vien fantasia D' arder-

gli incenso, ed attaccargli i voti.

Da questa parte come

di

gran Michelangelo torse


s'egli

quelle sublimi lodi in suo biasmo:

dovesse appunto essere stimato del pari che una


figura dipinta, che un'imagine colorita da

un

mediocre dipintore,

quale solo per riguardo del rappresentato s'ardono incensi, ecc., e non peralla

ch sia bene o male dipinta:


8endo al mio non professo grosso
e

susseguenti versi
mosso

pi chiari degli antecedenti lo dimostrano.


:

essendo

io

grosso: inesperto, disadatto; e mosso ^ spinto, for-

zato dal debito di rispondere, a ci che n^n da

me

professo, per professato, che

non

mia pro-

fessione.

Se il cappuccio non mi cade, per un'impossibilit, co-

me
che

se volesse dire: sar pi facile ch'io


io vi

mi

sfrati,

manchi
M.

dell'offerta.

ANTONIO DA BIBBIENA.
Cap. IX.

pag.
sa

75.

O-iocare a billi:

stimo che
si

quel gioco nel quale


billi o

con una boccia


niti dritti in
il

bocciano nove

legni tor forse

ordine di tre per

tre, se

non

Almen

Trucco, detto da' Francesi Billard. venisse il canchero alla falla: imprecazione
si

che

trova altres nelle commedie del Cecchi.

Falla forse da Phallus.

NOTE ALLE RIME

305

E gran

merc, ecc. qui ironicamente posto per hwi

pr; latino prosit, ecc. se se lo, ecc. per se Io crede, volgarissimo gergo, usato qui per continuazione
d'alto disprezzo.

casa Miclielino,
le

nome

forse

d'un

ruffiano.
si

Le badie,

rendite ecclesiastiche, le quali

godono
a,

vita durante; e per tal cagione lo consiglia

con-

servarsi la salute.

Ragazzino,
di

nome

di

doppio senso, non perch sia tale


'1

per s;
il

ma

perch l'Autore vuol che qui s'in-

tenda
dotta.

produttore sotto

nome

della cosa pro-

SOPRA

IL

DILUVIO DI MUGELLO.

Cap. X.

pag.

Ti.

graziosamente scritto imitando lo stile delle storiette rimate del volgo. Moiachina di colore scuro, come per lo pi ne portan

Questo Capitolo

l'abito le monache.
ve'

baia: o tedi che burla, principio di

qualche

ballata di quei tempi.

In

sw

wi albero:

la

plebe suol dir cos, per dire

so2)i'a

un ecc

Dlie dlie dlie, specie d' avverbio espressivo di continuazione, usata dal Boccaccio. Com' mi san Giocarmi, cio quasi nudo

malcondotto,

come quello che rappresentando detto Santo sopra un carro che va in volta in Firenze nel di lui
giorno festivo, ad ogni scossa del carro, tracolla ed urta ad un'antenna sul plaustro conficcata,
ov'egli legato perch
Tratto diciiiUiiote,

non cada. numero eccedente d'uno


I.

a quel che
20

Bemi.

Parte

306

NOTE ALLE RIME


pu
trarsi nel gioco detto Riffa: volgare espres-

sione che significa aver fortuna,, ottener

V intento.

IN

LODE DEI CARDI,


Oa'p. XII.

p. 44.

pag.

83
i

Chi vuol camre dalla terra per mangiarseli,


che
i

Cardi

di stagione, cio troppo stagionati e duri. Dico per

Cardi o altro frutto d stagione dovrian esser intesi del vero tempo di mangiarli.

Non

sa mezze

le

messe,

non l'intende bene.

Stanilo interi, cio duri, consistenti.

IN

LODE DELLA PRIMIERA.


Gap. XV.

pag.

91.
si

La Primiera

con carte dell' Ombre : il sette conta 21 punti, ed carta maggiore; il sei 18, V asso 16, il cinque

un giuoco

d'invito che

fa

le

la
15,
10.

il

quattro 14,

il

tre 13,

il

due 12, ogni figura,

danno due carte a primo, delle quali si scarta non piace si fa invito poi con le due che piacciono; e s'altri tiene l'invito, se ne danno due di pi delle 4 poi si scartan quelle che non fanno al caso e se ne ritorna a compire di nuovo il numero. Il che fattosi, ciascuno mostra il suo gioco. 4 carte di medesimo colore si chiaman flusso f russo: il sette, il sei, e Vasso del medesimo colore, fanno 55, e vincono la Primiera: la Primiera composta di 4 carte di difiTerente colore, e vince il punto il punto composto o di due o di tre carte d'un colore. Quel poi di loro vince
Si

quella che

l'altro della

delle carte

sua specie, che secondo il calcolo computato di pi numeri.

NOTE ALLE RIME

307

Non

lo

ritromrehde ecc. pone lepidamente l'inventato


gioco.
s'

invece dell'inventore.
Carte a monte, far, d'accordo, nullo
il

Vada, cio
il

si

compisca

il

gioco

non vada^

annulli

gioco.
renire a mezza S'pada.

Non

Suppongasi che ad un giodel colore delle tre rite-

catore

manchi una carta

nute: presane una invece della gi scartata, la

unisce dreto ad una delle tre suddette,


a poco con

e a

poco

ambe le mani la tira su, come appunto fa chi stiaccia un pulce tra l'unghie delli due pollici; e' ci dicesi in Italia tirar V orecchie al
Diavolo;
si

vien poi

a' partiti descritti.

salvarsi: unirsi

con un

altro, e

quel dei due che

vince salva
Cacciare.

il

compagno

dalla perdita.

Quando

s'invita, ed ^y fi'/ige

tiene l'invito, se gli fa pagare


bilita

in pena, e quella si

cio non una moneta stachiama caccia : e per


,

cacciare in quel senso, significa far pagare la caccia.

Sbaraglino, gioco

lombardo

di tavolieri.

IN

LODE

D'

ARISTOTILE.

Cap. XVI.

pag.

94.

Come
il

il

Petrarca, tu solo mi piaci: al son. 173. parte

prima,

etti io

dissi:

tu sola

mi piaci, imitando

verso d'Ovidio neV Arte amandi:


Elige cui dicas
:

tu

mih sola places.

Filosofica rassegna. Petrarca nel Trionfo della

Fama

ove pone Aristotile dopo alatone. Acea 2)^1 ecc. in vece di avrebbe avuto, non fartene esempio.
capitolo
3,

porlo: se l'avesse pusto.

303

NOTE ALLE RIME


la fattura,

Per avanzarsi
lo stivale:

per risparmiare
s'

il

premio da

darsi a chi glielo dasse:

hanno imto da sua posta


libri

hanno da

s stessi lodato s medesimi.

Apizio,

coetaneo di Seneca, scrisse alcuni

De

gulae irritamentis,

A
Para pur
via
:

M.

MARCO VENIZIANO.

Cap. XVII.
partire
,

pag.

97.

men
Rosazzo,

rivoltarsi a

o andare in fretta senza n guardare indreto.

nome

cognome

soprannome

di

taluno in

quei tempi autore d'un sonetto, nel quale sar


stato l'antecedente verso.

Santa Maria di Grazia. Convento o villaggio di tal

nome.

M.

FRANCESCO DA MILANO.
Cap. XVIII.

pag.

100.

Marzapani. Ermolao Bararo in una epistola a Francesco Piccolomini CardinalelSenese, la quale


fra quelle del Poliziano nel lib. 12, dice:
si
"

trova

Quod

Vero ad
tuas

munus ipsum attinet, scito sacchareas Placentas non modo salutares et voluptaveruni etiam eruditioris cuut
interpretationis occasionem dedisse,

rias nobis fuisse,

jusdam

videlicet aut ab inventore Martios panes appel-

latus dicamus etc, aut si hoc

parum

placet; a

maza

lat.

placenta

et

pane

rnazap)anes

vocatus
di paste
;

existimemus.

M.

Bozzolai impererai, parla alla veneziana:

nome

cotte derivato dal latino Buccella piccolo boccone

impeverai, conditi con pepe detto dai Veneziani


pevere.

NOTE ALLE RIME


Assensa. Cos

309
il

chiamano
la

Veneziani
il

giorno festivo

dell'Ascensione, nel quale

Bucintoro a far

Doge andava nel cerimonia di gettare un anello


dominio sull'Adriatico.

in mare, in segno di

AI
Potta.

SIGNORI ABATI.
Cap. XIX.

pag. 102.

10 te

Esclamazione, o specie di giuramento. terrei segreto. I frati nel coro cantano i salmi
di quella parte

da un lato per volta:

che tace

quando

l'altra

canta, s'intende l'allegoria del


vostra

tener segreto.

Voi avete il raio cor serrato e stretto sotto la chiave; cio, ne siete padroni assoluti.
tener sotto

Diciamo

cMave, l'aver cosa in loco sicuro seril

rata a chiave; e stretto sotto


il

vostro anello, sotto

sigillo

che

si

porta scolpito in

gemma

in

un

anello: latino AnnuUis signatorius; v' per sotto

equivoco.

AL CARDINALE IPPOLITO DE' MEDICI.


Gap. XX.
11 cotal delta peste,
il

pag.

105.

tal Capitolo a pag. 54, vers.33.

Mio vicino. Parla di Pietro Aretino, il quale era vanissimo nel vestirsi ricco e pomposamente. Fumar. L'edizione del Rolli Sfumare^ ed aggiunge
l'annotatore che in lingua furba significa scintillare, risplendere ecc.

Fuor de' covacci, fuor dal riposo


IN

e dall' ozio della patria

LODE

DI

GRADASSO, AL MEDESIMO.

Cap. XXI.
Gradasso, era

pag, 109.

un nano

del suddetto

Cardinale,

al

310

NOTE ALLE RIME


quale avean

posto

un

tal

nome famoso

nelli

Poemi
I

del Boiardo e dell'Ariosto.

versi del Vida sono:

Nec jussa canas,

nisi forte

coactus
'

Magnorum

imperio Regum.

II suo pemiaccJiio cos

grande

e greve,

che non

lo
si

peserebbe la stadera ove si pesa il ferro che cava noVEla, isola del mare Ligustico.
Il periglioso, il mortale,
fra' saltatori.

nomi

de' salti

li

pi stimati
ber-

Dottorar nel berrettaio.

Gli fece imparare a far

rette nella bottega ove quelle si fanno.

Per non ecc. averlo a ritenere in casa a mangiare


proprio;

il

come fanno
\'i\.

hriicM'.

sorta d'insetti che

divorano
di

frasca sulla quale vivono.

Goiclottier de' granchi.

Allude alla Batracomiomachia


i

Omero, nel qual Poema

Granchi concludono

la battaglia.

Camozza, Capra selvatica di corna lunghe quasi

un

palmo,

dritte,

ma

ritorte in

punta; vive ne' luo-

ghi pi alpestri, e quando cacciata, si getta da altissime rupi a capo in gi sulle sue corna, le
quali a guisa di suste o molle la sostengono.

Poi che sono scartati; 'nd'ra amonte, cio: giacch

non fanno al mio caso, e non gli stimo farian meglio a non comparir pi in questo mio componimento. Le carte da giocare scartate messe insieme, diconsi messe a monte: e quando si fa partito di far nullo un giuoco per cominciarne un
,

altro, si dice andare a monte.

Il Veglio della montagna.

Polo ne'

Capo dogli assassini. Marco suoi viaggi latini della Tarteria ne parla.

NOTE ALLE RIME


e chiamalo
Seiioi'

311

de Montanls, Boccaccio nella No-

vella 8 della Giornata

terza ne fa motto, e la

postilla di Paolo Riccardo

in Paolo Veneto dell' Isole


Berrettai. Gli

MS. ne addita nuove. M.

la storia

il

cognome

dell'arte fattagli

appren-

dere.

Da

Norcia, perch disse gi che


gli

il

di lui

padre facea

Eunuchi; ed i castratori sono per lo pi di Norcia. Eccotene la storia in due stanze del primo Canto d'un Poemetto giocoso MS.

Norcia un'antichissima
Chiara nella trascorsa

cittade

De' montuosi armigeri Sabini,


e in

questa etade

Per

li

popoli suoi detti Norcini:

Che per le lor ghiandose aspre contrade San cura aver degli animai porcini, E s gli castran con maestra mano. Che quasi tutti han voce di soprano.
Questi chiamati per l'Italia in giro,
I

poveri garzon castrando vanno Misera Italia mia, quanto io sospiro


:

Che

s vii opre in grembo a te si fanno! Hai tal privato e pubblico martiro Di povert, che per fuggirne il danno. Gran turba de' tuoi figli indur si suole

Fino a lasciar disumanar

la prole.

LAMENTO

DI NARDINO.

Gap. XXII.

pag. 112.

Questo Capitolo del carattere di quel del Diluvio del Mugello a pag. "77.

312

NOTE ALLE RIME

SOPRA UN GARZONE. Cap. XXIII. 115.


2^(id'

Cristiano e Frate.

A questo proposito leggiamo nel Nisiely: Per conchiudere tutto questo ragionamento
si

potrebbe assolutamente risolverne que^


il

sto: che

poeta, o altro

scrittore, meriti scusa

nell'anacronismo usato in persona sua propria,

ma nell'altrui
burlesche
si

piuttosto biasimo; e che alle opere


1'

conceda
di riso,

abuso anacronismico per


infinite altre licenziosi

eccitamento
ton dall'arte.
cipe di tutti

come

sit in esse opere per

questa ragione

permetil

Un

siffatto artifizio

adoper

prin-

satirici,

Francesco Berni, in questo


ove all'et di Cesare
Cristiano e

suo capitolo,
Frate.

Io ho udito dir,

Augusto assesta due voci, che sono


IN
Vo via, vado

LAMENTAZION

D'

AMORE.

117. Cap. XXIV. mancando, e m'avvicino alla partenza dal mondo. Mea. Nome plebeo romano invece di Bartolomea. ChHo la dea, o beva, cio eh' io beva questo amaro calice, come suol dirsi in vece di dire eh' io soffra questa

pag.

disgrazia. L'articolo la

in.

tali casi

d'indefinito

genere,

come

il

neutro latino.

Parere ima civetta. Parere uno sciocco,

come una

ci-

vetta smarrita che vola di giorno, essendo augello

notturno.

NEL TEMPO CHE FU FATTO PAPA ADRIANO VL


Cap.

XXV. pag.

119.

Questo Papa fu gran nemico de' Poeti, e per credo che il Poeta scrivesse questa satira contro di
lui.

NOTE ALLE RIME


Usciti dalie

313

man
fii

dei fiorentini,

perch l'antecessore

d'Adriano
Marrano.
roti,
Il

Leone

de' Medici.

Salvini annota alla fiera del


:

2 4 14

Buonardiscendente Maurano, Marrano, quasi


di

di Mori. Infedele.

Arlotto.
a'

Soprannome

disprezzo

che

suol

darsi

Piovani e Curati di campagna: proviene da


il

un
un

famoso Prete del contado toscano detto


libretto stampato.
Ceccotto.

Piovano

Arlotto: de' cui detti e proverbj grossolani v'

Nome

fittizio di

qualche confidente del Papa

suddetto.
Volterra.

Cardinale vescovo di Volterra.


il

Minerva, Altro Cardinale eh' aveva

titolo di S.

Maria

sopra Minerva, tempio antico in

Roma

presso al

Pantheon gi dedicato alla dea Minerva.


Cacciare un porro dietro via; frase plebea per dire
rovinare uno.
Traietto. Utrecht, patria

d'Adriano VI.

Arista lessa schiena del porco; stimata

boccon

dili-

cato: qui per

messo

in sottosenso d'oscenit.

Tortosa. Citt della Catalogna, della quale

Adriano

era vescovo quando fu eletto Papa.


Cesarino. Alessandro Cardinale

Ispagna a confortare
Collegio e del Popolo

il

Papa, in

Romano che and in nome del sacro

Romano, a venire spedita:

mente

in

Roma.
trovo il terapica in una Girolamo Negro nel primo tomo delle Principi a p. 115.

Serapica e Tubbia, camerieri


lettera di
lettere a'
sciocchi,

colle

a Ripa, sponda del Tevere dirimpetto al Aventino, dove approdano le barche, le quali
s tristo vin

vengono dal maro:

greco? che non

314

NOTE ALLE RIME


v'abbia ubriacati? e pure voi parete tutti ubriachi, mentre pensate che Adriano non voglia venire in Roma a regnare.

Todorico Hetio, segretario del suddetto Papa.


Coscienza. In lingua furba significa parte oscena.

Rodi. Isola della Turchia

nel

mare Mediterraneo

sede

un tempo

dei Cavalieri Gerosolimitani, che

fu presa nel Pontificato

d'Adriano VI. da Soliriferito dagli

mano Ottomano,

l'anno loil.

Al Lucchese ecc. Fatto particolare non Storici di quel tempo.


Francisciis, altro confidente.

Beltedere.

la parte del palazzo

Pontificio al Vati-

cano verso Moite Mario,

IN
Auditor della
giudici in

LODE DEL DEBITO.


XXVl.

Ca:^.

j)ig.

126.

Camera Apostolica, uno Roma.

de'

supremi

Alla carlona: alla duona: seraa ambizione: come vive

un della piede, perci le Satire d' Andrea da Bergamo scritte alla popolare, son intitolate satire
le quali sono graziosissime e molto primo volume fu stampato in Venezia per Paolo Gherardo nel 154^^, il secondo ivi ancora per gli Stagnini nel 1565, ambo in 8, e sono rari. Istorico da Como. Il Giovio nato in Como citt del

alla carlona:

stimate.

Il

Milanese.

Fare scrocchi. intenzione

Il

Rolli stocchi, e vale indebitarsi con

di

non pagare.

ShriccM, ecc. Tutti sinonimi di Sgherri.


Abiti ducali, Fatti con orpimento e zafferano. Sogliono
i

mercanti scriver alcune partite de' loro

libri

NOTE ALLE
:

1?IME

315

con colore differente le due suddette droghe tingono in giallo l'acqua con la quale scrivonsi quelle partite, o si inarcano i nomi dei debitori delle medesime. Da tal differente colore nasce lo
scherzo dell'abito Ducale: come se
debitore segnato a giallo fosse
il il

nome

del

debitore mede-

simo vestito d'abito


Lancillotto, Tristano,

giallo.

nomi romanzeschi.

Stinche. Prigioni di Firenze.

Pritaneo. Palazzo del pubblico in Atene, dove a spesa


del

Comune erano mantenuti

benefattori
i

della

patria, e perci dice teneva in grasso


Il

suoi Baroni.

nostro Autore pose erudita e graziosamente


Sinclie
i

questa parit, perch nelle

debitori poveri

sono mantenuti a spese de' creditori, e ci egli

chiama

il piatto

pubblico.

A' Lio9ii, del Serraglio del Gran Duca di Toscana. Libero ognuno, ecc. all'accessione d'un nuovo gran
Duca, alla nascita d'un suo
prigionieri di delitto
figlio, e

ad altra

lieta
i

solenne nuova, costume di dar libert a tutt'

non criminale.
per la
delaninia, per

del colepo, e dell'anima sicuro: del corpo, difesa delle

gran mura: delV

mancanza

delle occasioni di peccare nella privazione

l'umano commercio.

IN
C/i a

Gap. XXVII.

LODE DELL' AGO. pag. 132.


gli riesce

manco delle quattro volte: che non

d'infilar l'ago; ella, cio la collera, la stizza gli

monta, gli viene.


Dette,

per diede: latino dedit. L' ammetto per la rima;

altrimenti son di parere che

non

si

debba usare,

316

NTE ALLE RIME


dir

ma debbasi
ancora
il

sempre

diede, diedi,

non

dette, detti,

che sono nomi e non verbi.

Da

qiiest'

abuso nasce

difettoso dire d'alcuni: andetti, andiedi

per andai: andette e andiede per and.

DELLA

PIVA.

Cap. XXVIII. pag. 135. Bulhari. Pesci, specie di carpa nel lago di Mantua. E H pentirsi da sezzo mUla giova. Verso usato poi dal Tasso neir Aminta: da sezzo avverbio antiquato,
e vale in ultimo, di poi., alla fine, tardi.

Cavalca su cavai Baiardo. Principio di qualche Ballata.

// Marchese. Titolo di

qualche Ballata.

A me

per quanto a me. Maniera popolare. Mangiar qualche malia. Molti visionarj credono che una persona possa affatturare e indemoniare un'altra, dandole a mangiare qualche cibo ammaliato.
Temistocle ignorante.
fldibus

Themistocles, propterea quod

canere nesciret, habitus est indoctior.


1.

Cic. Tusc.

Acci tenga. L'edizione del Rolli

Vi tenga

il

studio,

V Universit,

la

compagnia

del luogo dove si sta

a studiare, vi tenga, vi stimi

un uomo

galante.

ALLA SUA INNAMORATA.


Schiattona.

Gap, XXIX. pag. 141. Giovane robusta. Stiattmie, dice

il

Mila-

nesi nelle sue note al Cecchi: parola contadinesca, e vale giovane. Presa dalle piante

come

dire

pollone, rimessa giovane.

NOTE ALLE RIME


Veggio
te,

317
le

Giglio incarnato.

Leggo

negli antichi testi

piglio, e

non

te

Gglio: e siccome

non trovo alcun

senso nell'antica lettura; cos penso che dovesse dire come ho corretto, perch parlasi d'una donna

giovane grande bianca e rossa, darle tal somiglianza.


Che non gli scoprirebbe, che fossero
viso,

perci poteasi

fatti

all'improv-

uno avvezzo

nelle citt a sentire quei poeti

che ne fanno.

D Marcon, la pace di Marcone. Motto proverbiale d senso osceno deriva da questa Novelletta. Marcone era uno scimunito d'un villaggio in Toscana, dove essendo alcune private inimiczie insorte, e perci in due fazioni diviso il popolo, messer lo Arci:

prete disegn di riconciliar

le

parti

nemiche con

una predica

circa la pace; pens egli, per corro-

borazione delle sue ragioni, mostrare che fino gli scimuniti, per solo principio d natura erano inclinati alla pace:

onde pochi giorni innanzi

alla

predica, fattosi venire spesso Marcone a casa, g' in-

segn a rispondere ad alta voce, pace pace, quand'egl dal pulpito l'interrogasse cos: e
cone, che vuoi?
il

tu,

Mar-

Venne

il

d della predica, e tutto


Il

villaggio era a chiesa.

Piovano, dato princi-

pio alla predica, dopo belle ragioni eloquentemente

addotte,

cadere

il

discorso alla di lu final-

mente inventata dimostrazione, che fino gli seimuniti e fatui per istinto naturale, amavano e desideravano la pace: onde con sonora voce inton la sua richiesta, e tu Marcone, che vuoi? sinvconeche addormentato s* era, risvegliato dal grido
della

domanda

fattagli, rispose,

non Pace

Pace,

ma

l'osceno verbo di

318

NOTE ALLE RIME


Quel soave ^n d' Amor, die pare
All' ignorante volgo tm grate eccesso.

Ariost. Ori. can.

4, st. 66.

d' allora

in

poi, la

Pace di Marcone divent pro-

verbio.

ALLA DETTA.
Cap.
Soccorrire. Dialetto
Scaffi,.

XXX.

pag. 149.

sanese per soccorrere.


fave.

Gusci delle

Qieir Infer/iaccio. Riferisce all'Inferno della Novella

d'Alibech del Boccacci.


St'U,,

per se

tu,

idiotismo.

IN

LODE DEL CALDO DEL LETTO


Cap. XXXI.

pag,

145.

Monte Varchi, o in una sola parola Montevarchi, luogo nel Fiorentino patria di Benedetto Varchi
,

celebre Storico, Oratore e Poeta.


Firenzuola.

nome

d' altro

luogo nel Fiorentino


si

patria ' Agnolo Firenzuola.

In men dello spazio di tempo, nel quale


Paternostro.

dice wi

Quella Persona.
Bonastolo.

Il

Dio degli Orti.

qualche medico. Bolog?iese llomaiiolo. Forse, uomo raffinato, accorto come a dire un Bolognese stato al suo vantaggio lungo tempo nelle corti di Rorm.
di
:

Nome

DEL PESCARE
Cap. XXXII.
Fabriano. Citt
della

pag.

14S.

Marca Anconitana

in Italia,

dov'

la fabbrica della caria.

NOTE ALLE
novo Canonico, ei abbracciato da tutt'
Canonico
v'

RlilE

319
dal capitolo
e

Pax team. Quando viene accsttato


i

un

va ad abbracciare
suoi

ad essere
11

compagni
jDrt.27

clie nell'atto

dell'abbracciamento, dicono

/e;^f//^.

novo

mento

della

ha molto piacere per lo cominciasua rendita ecclesiastica.


il
:

Talor sta hi quattro, ecc. Negii antichi esemplari sta


in quattro ritto,

de'

quadrupedi

che pu in fendersi a somiglianza io per sono stato d'avviso che


in quattro, or ritto or a giacere:

dovesse dire
si

taloi'

perch l'uomo in quattro curvo e non ritto; ancora perch nell'occasione presente la numerazione pili numerosa delle giaciture mostra
s

pi la dilettazione
dirsi

del

pescatore.

Pu

in

oltre

d'un quadrupede
dirsi ritto

ritto in quattro,

sua natu-

rale postura, e ritto in tre e in due:

ma dell'uomo

non pu

che in due o in un piede. Co-

munque
difendo

per
il

siasi,

non biasmo

l'altrui parere, e

mio.
Specie di giuramento.

B per

lo corpo, ecc.

;Manco d'un Fio. Cio d'un'hypsilon, o

hi/ tenue, che facendo sonare Vh, come una/, viene a dirsi volgarmente i^/o. Dicesi similmente, ?/ia/ico d/un iota,

non vale un'acca,

ecc.

SONETTO
Com'egli visto fuor:
pesta: fa
trista,

I.

p. 152.
di pioggia e

come segno
d'

tem-

che
lo

il

graiw diventi pi caro alla pi

per

meno,

un

carlino la misura.

Cotale di romagnuolo. Intende


d

d'un povero mantello panno grosso, come sogion portarlo i conta-

dini di

Romagna.

Pare un naso di montone, rilevante in fuori.

320

NOTE ALLE RIME

Boti

chiamiamo quei Fantocci o Statue, che si mettono attorno alVimmagim miracolose per contrassegni di
dovrebbe dir
Voti,

grazie ricevute: e per si

ma per

iscambiamento
biasimo d'un

di

lettera si

dice Boti. Berni in

uomo

brutto:
ceraiuoli,

Fugge da'

Acciocch non lo vendan 2^er un doto; che anticamente detti fantocci si facevano d cera, e per lo pi colle mani giunte in atto d'orare: e per questo il Lippi dice:

Per starsene a man giunte come un doto, che s'intende d'uno, che non sappia o non voglia operare e muover le mani per lavorare: e vuole
inferire: Che fai
tu tu delle

mani

e della spada, che

non

V adoperi

a mendicarti, se f stata fatta in-

giuria?

M.

mezzo maggio.

Tempo pasquale
si

in cui, lasciati
le carni.

cibi

quadragesimali,

mangiano

SONETTO
Pistoia.

III.

p. 155.

nato

Giovanni de' Rossi da Pistoia, soprannomiPistoia; Poeta satirico o persona maledica. Pietro Aretino g' indirizza molte delle sue lettere. L'Ariosto ne fa questa menzione nella satira 7 al
il

Cardinale Bembo:

Tu

dirai che riihato e del Pistoia

di Pietro Aretino abbia gli armari.

Danese, Ancroia.

Nomi romanzeschi di

storielle rimate

antiche e pedestri. / Castroni, cio la lana, il panno, il giubbone, ecc. Prende l'animai che la produce invece della cosa,

prodotta e tessuta.

KOTE ALLE RIME


Grhiotte
:

321

tanto belle, che fan venir voglia d' averne

delle simili.

Dogai.

Suppongo significhi manica lunga e grande, come quelle d'un abito magnifico d' un Doge.
che dovrebbe dire
in

In Gualdi: cos sta in tutte l'edizioni: io per dico

guado;

nome

d'un' erba che

non

solo tinge in azzurro,

ma

da' Tintori ponesi

per dar pi corpo a tutti gli altri colori; altri-

menti non ci trovo senso; poich non abbiamo la voce Grualdi. Colla fede. Con la lettera autentica o 'patente, che comunemente chiamasi fede, perch fa fede e testimonianza.
Del destro. Qui
comune.

un

sustantivo, e significa

il

luogo

SONETTO
Mona
le

IV. p. 157.

facendone una dwma d l'antico titolo di Madonna. Fiume senza sproni. Ladice o Adice, di corso rapidisLega.
la lega, e

Animando

simo.

Lago oggi detto di Garda., anticamente Benaco. Metia, ha seco, nutrisce Carpioni, pesce peculiare di quel lago, il quale delicatissimo; ed rosso dentro
;

Salmone: mi pare che la Trota salmonata inglese lo somigli di quantit, qualit e colore.

come
il

il

Dove

Danese^ ecc.

Un misto

favolosi,

che ha

la

di nomi romanzeschi e sua lepidezza nella stravaganza

dell'unione e dell'azione.
Culiseo:

nome

corrotto da Colosseo. L'Anfiteatro di

Tito in
di

chiamasi Colosseo, per lo Colosso Nerone gi quindi non lunge situato e perch
:

Roma

in

Verona v' un Anfiteatro,

egli dice

che v' un
21

Culiseo,

come se

tutti gli Anfiteatri dovessero


I.

Demi,

Parte

322

NOTE ALLE PIME

aver

nome

simile a quello di

Roma

similmente

immaginario e grazioso l'intaglio di quelle sognate battaglie, ed il rimanente della descrizione. Da fare ad EtwUde, ecc. Vuol dire che sono tanto mal
proporzionate quelle cose, che EitcUde ed ArcM^ mede ne avrian , per isdegno , ammazzati gli ar^
chitetti.
Spiriti,

Intende in parte gli Spiriti ideali che favoleggiasi viver in aria, ed in parte gli uomini di
spirito.

Istriazzo, o Strazzo

perch

la I

v'

aggiunta per

evitare le tre consonanti, secondo le nostre regolate licenze

prima edizione del Lasca del 1548: dice per solazzo con meno viva immagine nella seconda del 1552. l'ho conservata la prima voce, perch parlasi di spiriti che vanno su pe' tetti a guisa de' gatti. La voce striazzo lombarda e significativa di quando i gatti vanno
;

cos sta nella

in amore

fanno quegli strani gnaulamenti; la

desinenza peggiorativa in accio dai lombardi

pronunciata in azzo verbigrazia: TJomaccio, catti?5' uomo vien da' medesimi detto Omazzo e perch per favola popolare dicesi che la notte le
,

Streghe
gatti;

vadan

pe' tetti

strepitando in forma di
i

perci dicono che

gatti

vanno
il
'1

allora

in striozz, cio

stregaz o stregaccio,
in gattaccio: e

mani dicono andare

che i Rodicono me-

taforica e giocosamente

d'una persona libidinosa. N tal voce devesi rifiutare perch lombarda poich ne abbiamo moltissime tali adottate dai divini Dante ed Ariosto; e tanto pi, quanto non
,
:

trovone nel Vocabolario altra


oltre di che,
il

di simile significato:

suono

della

medesima

ottimo

non

NOTE ALLE RIME

353

che nulla affatto strano al nostro orecchio: ragione primaria per ammettere una nuova voce in

alcuna lingua.

SONETTO

V. p.

150.

Bardon, ecc. Barbone, desinenza ampliativa della


barba: qui per significa bravo, sgherro, ecc., forse

perch
barbe,

tal

gente in quel tempo portava orride


taluni portano gran basette e

come ora

mustacchi.
Oli Otto. Magistrato di Firenze d' otto Giudici.
Ve'

vedi occhio eh' ha il Bargello.

Suppongo

fosse

qualche detto popolare in disprezzo del capitano


de' birri.
Partito.

Decreto di quel Magistrato, detto cos, per-

ch quando il maggior numero degli Otto va in una sentenza, quella parte vince il punto, e fa il
Partito.

Temello in vece di

tergerlo,

per

la

rima.

Per

sette fate,

per sette suffragi: chi annuisce, pone


; ,
:

la fava

bianca e chi contraddice la fava nera donde il Berni fa nascere il giuoco dell' aggiunta d'un baccello per mettere pi in ridicolo il sud-,
detto Partito,

SONETTO
Padrone.

VI. p. 159.
di vascello o
il

il

capo

d'

una nave minore

galera, ai capi delle quali solamente dassi


di Capitano.

titolo

SONETTO

VII. p. 161.

Questo Sonetto fatto per lo dispetto e rabbia che aveva talvolta il Berni, obbligato a vegliare com' io

324

NOTE ALLE RIME


suppongo, con Monsignor
di

Verona, guand*

giocava a primiera.

Pufar

la,

ecc. Specie di

giuramento o d'esclamazione,

come pi

sotto: corpo di, ecc. tralasciato di stam-

pare per religioso rispetto.


Viemmisi: per vienemisi^ mi
frire, ecc.
si viene, 'mi convien sof-

Accorciamento molto usato e simo suono nelle nostre simfli dizioni.

di gratis-

dir de' fatti tuoi.


i'

scriver versi in tua lode.

Ch'

rinieghi Dio ? Ch' io

non vada

in collera, e

non

giuri ?

SONETTO
Melampo, indovino.
Jflclo, fratello
.'

IX. p. 162.

Ercole.

Crii occhi perderebbe. Dicesi d'

uno sventurato nel

giuoco: qui per vuol dire che se quella casa

scommettesse con questa a qual di loro sia peggiore, perderebbe la scommessa. Jsfencia. Nome di qualche donna bruttissima.
Valler.

Nome

di qualch'

uomo deforme,

cui rile

tratti si

fingono dipinti in quei vasi una con

figure de' gufi ed assiuoli, uccelli notturni.


Coder.

Nome di qualche povero, o di taluno, eh' essendo tale, faceva il ricco e si vantava d'aver casa ben fornita, non avendoci altro che le cose quivi sotto numerate. (riordano. Fiume della Giudea, come nel versetto 3
del

Salmo

313.

Evandro con Enea, quando


glierlo.

gli

and incontro ad acco-

NOTE ALLE RIME


Ardinghello. Forse

325

Monsignor Ardinghello amico del


da curare
X.
il

Berni e del Caro.


Micette

da

lussuria,

male

della lussuria.

SONETTO
Ancroia.

p. 164.

finta

una donna brava

in

un Poema,

in-

titolato la

ma

Regina Ancroia: e perch questo Poeche si trovino nella lingua nostra, mi do a credere, che quando si dice V An degli antichi,
croia^

s'intenda

una vecchia.
venga da Croio
qitoio.
^

Ma pu
un

essere ancora, che questa voce Ancroia sia

adiettivo, che
,

che vuol dire


80.

Zotico e Duro

dal latino Corium^ quasi Inquoito,

Fatto duro come il

Dante, Infer. Cant.

Col pugno gli percosse l'epa croia.

Da questa voce

Croio abbiamo il verbo Incroiare^ che vuol dire Aggrinzante e Indirire: ed Incroiato, per intendere Pelle grinza e secca e indurita^ come

quella delle vecchie, alle

quali per si dice per

che nel parlare, perch l'ultima lettera di Mona confonde e mangia la prima d'Incroia, viene a suonare Ancroia, che vuol dire
scherzo.
incroia,

Mona

Vecchia grinzosa. Incroiato si dice

un

Qtioio

che

per esser
grinzoso
:

stato presso

al fuoco, sia

divenuto dtro e

ed

il

simile

chiata. Si dice

una cartapecora abbruciacIncroiato anche un panno, divenuto

ma di questo pi proprio Incorezzato, dal latino Coirigia. Il Vocasodo per gli untumi e lordure;
bolista Bolognese dice, che Ancroia significa
chia, che va crollando il capo.

Vec
si

Ma venga donde

voglia, basta che appresso di noi vuol dire


vecchia e brutta, ed in

Donna

questo senso presa nel

presente luogo.

M.

323

NOTE ALLE RIME


ivi.

Suvvi per su, sopra

SONETTO
Stanzoni in vece di Stazioni: in alcune Chiese.
Vergilio, ecc.

XI. p. 165.

adunanze ne' giorni festivi


il

Nome

di

persona a cui successe

fatto

raccontato.

SONETTO
Rilla.

XII. p. 166.

In disprezzo d'una Cortigiana.

Membro

osceno.

SONETTO XV.
Alcionio letterato in Venezia.

p. 168.

Damaschina o dommascliina. Damasco la Metropoli della Siria, che forse diede il suo nome al Drappo
il

quale essendo fiorato d motivo a far chiamare

Dommascliina quella Mula, la cui pelle spelata


e lacera potea parere

un Drappo tessuto

a fio-

rami:

il

seguente verso mostra tale l'intenzione


Il

dell'Autore.
Paracimeio.

preterito perfetto presso


a'

Greci; cio

pensando solamente

suoi studj in lingua greca.

SONETTO
ragone
di, ec.

XVII.

p. 170.

Appetto. Kn-^qy^o che vale in comparazione di, al pa-

Le navi, in termine architettonico: le navi d'una chiesa sono i grandi spazi delle cappelle; onde
per lo Galeone intendesi la gran nave per lungo,
dalla porta all'aitar maggiore:
il giuoco di parole. Donna imversale. Erede universale.

quindi nasce

NOTE ALLE RIME


Pro indivisa.

321

Latinismo legale, significante stato

d'eredit intero, senza obbligo di divisione con


altro coerede.

SONETTO
del

XVIII. p.

171.

Giovammatteo Ghiberti Vescovo di Verona, familiare

Papa Clemente VII

de' Medici.

gambettar, che fa lo mio amore, cio a danzar sull'aria della Ballata che

incomincia cosi:

il

suo

doppio significato d'altro moto di gambe.


Sanga. Letterato amico del Berni.
Marcliese di
tino.

Mantova.Uno forse de' protettori dell'AreLa metaforica significazione di Marchese, la

quale deve qui sottintendersi, nel Vocabolario.

SONETTO
Dovizio.

XXI.

p. 175.

Bernardo Dovizio Cardinale da Bibbiena, gran


Orlando innamorato verso
Io servii molto
'1

letterato parente del Berni, del quale egli dice


nell'

fine:

Che non mi Non mica


scaglia,

fece

tempo un Cardinale, mai n ben n male.


inutile.

non gi cosa
XXII.
il

SONETTO
Empio
Medici.

p. 175

signor, ecc. Intende

Duca Alessandro

de'

Chimenti.
mente.

SONETTO XXIII. p. 176 Nome antiquato popolare in

vece di Cle*

Cimatori, per metafora, detrattori.

Imbarcatori. Avidi di roba.

328

NOTE ALLE RIME


schiavina,

Vi menerete, ecc. Resterete delusi.

Ne far ima

ne mander in galera. Schia-

vina r abito dello schiavo galeotto.

SONETTO XXV,

p. 177.

Magro, in lingua furba significa di poco fondamento,


sciocco, ridicolo, ecc. dicesi scusa magra,

SONETTO XXVI.
Due
distici, ecc.

p. 178.

Sic vos

non

vobis, ecc.
:

Trombetta per trombettiere, banditore L. Praeco, che


proferisce ad alta voce
il

bando,

il

decreto del
dietro

Magistrato, dettatogli
Notaio.

sottovoce di

dal

SONETTO XXVII.
Ognissanti.

p. 179.

Di festivo di tutt'i Santi.

Panficato, fatto con fichi secchi tritati.


Straccale quella striscia di cuoio, che appiccata alla
i fianchi a' muli. Qui per metaforicamente intesa per alcuna fascia di seta da sostenere la toga, della quale si cingeva il Guascone,

sella fascia

ch'era forse Canonico in dignit della Cattedrale


di Firenze:

uomo grave

e che

tenea riputazione,

cio procurava di cattivarsi stima.

MdolfL Cardinale Fiorentino. Verona. Il Vescovo di Verona gi nominato. Voi, Madonne, cio mie donne. Dame e belle donne che ho amate: non vuo' saper pi nulla di voi, voglio vivere nella mia villa: non m'infracidate, non m'infastidite, v'

ho gi strapagate, non potete doman-

darmi

di pi.

NOTE ALLE RIME

329

SONETTO XXX.
Jhica Alessandro Medici,

p. 182.

primo Duca

di Firenze.

SONETTO XXXI.

p. 183*

Marchesana di Pescara. Vittoria Colonna celebre poetessa, moglie di quel famoso Marchese di Pescara,
Generale di Carlo

Imperatore.
p. 184.

SONETTO XXXII.

Giustamente si disdice il Berni di quel clie nel Sonetto IV aveva a torto scritto contra la illustre citt di Verona, cospicua per antichi e moderni
ediflcj, e

pi per chiarezza di nobilissime famidispetto che ho contra

glie e di sacri ingegni.

Ch'l martello. Perch

il

il

mio padrone, qual


tuo popolo.

tu,

che tu

ritieni

vescovo del

CACCIA D'AMORE,

p. 188.

Queste stanze sono di dolcissimo stile, nulla inferiori alle famose del Poliziano e del Bembo, e tanto pi da stimarsi, quanto conservano 11 burlesco
degli equivoci nella gentilezza dell' espressioni, e
nella dolcezza del

numero.
p. 192.

CANZONE
Bastoncini. Verghette,

ornamenti all'Asole,

fatti

guisa di spina di pesce.


Rinniego, ecc. Esclamazione popolare, disprezzabile
allora, e fuor

d'uso

al presente.

380

NOTE ALLE RIME

SOPRA LA MORTE DELLA SUA CIVETTA,

p. 193.

Nell'edizioni del 1540 e del 1545 in ottavo, senza no-

me

di stampatori, si trova
,

questo componimento
.

attribuito al Berni

a pag

57

in

amendue

gli

esemplari: per nelle due edizioni del Za^m, sti-

mate

le migliori, attribuito al

Firenzuola.

Non

ignor certamente
edizioni

come

si

il Lasca le due antecedenti vede nella sua dedicatoria: e

perci bisogna trarre conseguenza ch'egli certa-

Il

mente sapesse che questa Canzone fosse del Firenzuola^ e non, come altri credeva, del Berni. burlesco di questo componimento consiste principalmente nell' esser egli una Canzone dello stile, col quale il Petrarca pianse la morte della sua Madonna Laura.
ocelli di

Occhi gialli^ diconsi furbescamente


le

Civetta

monete

d'oro.

Panzoni: paniuzze nel vocabolario:

ma

v' differenza

tra queste e quelli: queste sono xerghette sottili


e corte
,

e quelli

sono verghe grosse


e

lunghe,

le quali chiamansi ancora vergoni: co' medesimi

piantati in cerchio

con
i

la Civetta

che sta nel


un'uccele

mezzo sopra un palo


per lo

detto Mazzolo,

si fa

lagione ridicolissima, per

moti della Civetta,

concorso degli uccelletti: Quindi chia-

masi

Civetta quella

Donna che
la

Francesi chia-

mano
civetta.

Coquette, e /aire

coguetie^ dicesi far la

Parar per parole

licenza

voci feminine in ola

non imitabile, perch le non si troncano mai dinanzi

ad altra voce che per consonante cominci.

NOTE ALLE RIME


Orni rimas'
molti
io,

331
:

ecc. verso

del

Petrarca

ve ne son

tali in

questa canzone.

pi non posso, avverbio che significa estremamente.

Ben pazzo, bene estremo.

MADRIGALE,

p. 198.

Tncacare significa Imbrattare checchessia d'escrementi^

per renderlo abo'mhievoe ; onde poi traslato al

sentimento di Disprezzare e Saper mal grado, come vuole il Vocabolario, che pone questo esempio
del Berni:

Amore,

io te

ne incaco,

Se tu non mi sai fare altri favori.

Questo verbo per

propriamente napoletano: e

mi pare

d'averlo letto in pi luoghi negli autori

di quel dialetto. Mi ricordo bens adesso d' un esempio di Filippo Sgrutteudio nel Sonetto 19, della Corda I della sua Tiorba a Taccone, ove lodando il collo della sua Cecca, cos comincia:
bello ciollo,

cnollo, che ne incache

Ad

ogne cuollo, che 'nfra nule nasci.

nella seconda quartina usa

un

altro verbo, si-

milissimo e del medesimo significato, che Scacare; quivi dicendo:

Tu

de bellizze

tutte

rauche scacche. Bisc.


p. 199.

DESCRIZIONE DEL GIOVIO.


Giovio, di

Vescovo Como.
a caso,

di

Nocera, istorico celebre, nativo


soffiata dal vento.

Da'

venti,

come cosa

Fanciullo, quand'era fanciullo.

332

NOTE ALLE RIME


era in medicina.
egli
s'

Kon

Il

Giovio fa in prima medico

com'

intitol nel

suo libro

De Piscibus

JRomanis

PauU

Jovj Medici.
all'

D' esser basci. Allude

aver egli nella sua istoria

dato gran lodi a Solimano.

tondo

Credo che dovesse dir lungo e non tondo: perch i ritratti del Giovio da me veduti^ lo mostrano di lungo viso, e lungo aquilino naso. Neil' edizione in ottavo del suo Dialogo delle Imil viso.

prese, in Lione, appresso Rovinio 1574, v'

il ri-

tratto di lui benissimo inciso in legno; ed io ne

suppongo

dalla

maniera disegnatore Tiziano, del


Lorenzo di Firenze

cui disegno abbiamo altri ritratti di letterati. Nel


chiostri della Canonica di
v' la
^S^.

statua del Giovio.

FINE DELLA PARTE PRIMA

DEL

PROTlSTANTISMO DEL BERiM


OVVERO

STANZE DEL BERNA


CON TRE SONETTI DEL PETPA^.CA
DOVE
SI

PARLA

DELL' EVANGELO E DELLA CORTE


NELL' ANNO M. D.
LI.III.

ROMANA

Io vi dico che se costor taceranno,


i

sassi grideranno.

Lue. XIX, 40.

AVVERTENZA

Nel terzo volume dell'edizione cZe^Z'Orlando Innamorato del Boiardo, e (^e?Z' Orlando Furioso dell' Ariosto cirata

da Antonio Panizzi (London, William Pickering), riferito un opuscolo di Pietro Paolo Vergerio, inteso a
provare
il

Protestantismo del Berni. Ci piac'


opuscolo in appendice

que ristampar questo


alla

Prima Parte
innanzi

delle opere di lui, e

manla

dargli
seguente
u

in

forma

d' avvertenza

Nota del Panizzi.


ricordare

Nel secondo volume di quest' edizione, mi


(pag.
cxxxiii
)

occorse
scoletto

un opu-

pubblicato dal Vergerio, contenente.

336

AVVERTENZA

fra V altre, cose, diciotto stanze del Berni, premesse da lui al Canto XX c^eZ^ Orlando
parlai sulla fede del Fontanini, dello Zeno, del Volpi e del Mazzuchelli,
i

Innamorato.

Ne

quali per non dicono espressamente di aver


il

veduto

libro.

I Fratelli Volpi
i

(nelle

loro

edizioni del Petrarca,

Comino) furono
l'

1722 e 1732, Padova primi a parlare del libretcavarono


,

tino del Vergerio, e ne

il titolo

dal-

Inex librorum prohibitorum


dai
gesuiti
nel

stampato a
e il

Firenze

1563,

titolo

questo: u Alcuni importanti

luoghi tradotti

fuor

delle epistole latine di

M. Francesco Pe

trarca con tre Sonetti suoi' e diciotto Stanze


del Berni avanti
il

XX
fa

Canto, ecc.
lo

Senza-

ch asserirono, come

Zeno, che questo

volume fu stampato a Basilea nel 1555 e pi, volte dopo , a detto del Fontanini, sotto al

mi valsi di un esemplare posseduto da Lord Grenville, impresso nel 1554 e non nel 1555; non ha nome di
medesimo
titolo.,.. Io

stampatore, ne indicazione del luogo, ove fu, pubblicato; ma, secondo tutte le apparenze,

fu pubblicato

in Basilea.
8.,

un

solo foglio di

stampa, in piccolo
scolo resulta:

in carattere corsivo,
contesto
dell'opu-

eccetto il frontispizio.
l.o che

Dal

una edizione autentica

Av^^lRTE^'zA

^
fu
che
si

del Rifacimento dell'Orlando Innamorato,


so]^f ressa dalla

corte di
libri che

Roma,

spa-

ventava pi dei
di
lei,

svelavano gli abusi

che non faceva delle pubblicazioni imi

morali j 2.0 che

versi

bassi e triviali, che

guastano

il

principio del Canto

XX

nel Ri-

facimento, non sono del Berni, poich non si

trovano nelle stanze pubblicate in questo


brettino', 3.0 che

li-

io

m' apposi a dire che

il

Rifacimento era stato assai alterato, poich


la

maggior parte
non
e
le

delle stanze che si leggono

qui,

nell'edizione del

poema

rifatto

dal

Berni,

poche che

si

riscontrano altres

nel Rifacimento, svariano assai dalle nostre;


4.0 che la

pi gran parte degli uomini di

maggior valore addetti alla corte di

Roma

era inclinata ai principj dei Riformatori ; e


che lo stesso Berni era protestante in suo cuore^

almeno allo scorcio della sua


che
il

vita.

Sappiamo
e

Ghiberti

introdusse

un' ottima disci^

plina nella sua diocesi di Verona,


molti abusi
,

ne lev

ed

egli

era

il

pi
il

intrinseco

amico del gran poeta M. A. Flaminio, che


di certo era protestante. Anche

Cardinal

Federico Fregoso

fu

in concetto di pendere in
e

favore della Riforma,

sebbene degli altri


si

mentovati in queste stanze non


Beni.

abbia docu^
22

Parte

I.

338

AVVERTENZA
inchinassero

mento che

quei ^rincijpj ,

il

fatto non sarebbe jpunto imjprobabile. Essi

te-

nevano stretta amist con persone o favorevoli


alla riforma, o che apertamente Vabbraccia-

rono ;

pi riflettiamo allo stato d'Italia in quell'et, pi abbiamo ragione di sospettare


e

che

principj della Riforma fossero a' quei


le

di fra

classi
si

pi elevate d'Italia non meno


siano
i

popolari che
nostri.

principj liberali ai d

Gli estratti delle

lettere latine del

Petrarca

nancano all'esemplare del Grenville,

Ma

DEL PROTESTANTIS]\IO DEL BERNL

ILARIO AI LETTORI CRISTIANI.

A tempo
sco Derni
,

di

Papa Clemente
letterato, e

VII, gi pi di venti-

cinque anni, vivea nella corte

uomo

Romana M. Francea tutta Roma per la

dolcezza e leggiadria del suo ingegno gratissimo.

Costui insino quasi agli ultimi suoi anni non fu


altro che carne e

mondo

di

che ce ne fanno ampia


,

fede alcuni suoi capitoli e poesie

delle

quali egli

molti fogli imbratt.

Ma

perch

il

nome suo

era

scritto nel libro della vita, n era possibile ch'egli

potesse fuggire dalle mani del celeste padre, che


fuor delle tenebre dell'infedelt, nel
la creazione del

tempo che avanti


il

mondo

era stato predestinato, noi


flgliuol diletto

tirasse a s, e

non

gli manifestasse
;

lesu Cristo Signor nostro

in

somma

egli

per sua

840
infinita

ILARIO
bont
e misericordia, glielo fece conoscei*
il

a tempo, che gi invecchiava; onde


fatto

buon

Berni,

nuova creatura,
ardendo

gittate via molte vanit cor-

tigiane, si diede a cercare e tirare avanti la gloria


di Dio, di desiderio

che tutto

il

mondo

ve-

nisse a conoscere, com'egli avea conosciuto, la sincerit dell'Evangelio


di

lesu Cristo
calpestata
,

la

quale era

stata per lunghi tempi

falsit ed abbominazione dell'Anticristo, la qual regnava. Ma veggendo egli che questo gran tiranno non permettea, onde alcuno potesse comporre all'aperta di

la

quei libri, per

li

quali altri possa penetrare nella


le

cognizione del vero, andando attorno per

man

d'ognuno un certo
il

libro profano

r amento d'Orlando, che era inetto e

chiamato Innamo^ mal composto,


rime e
le altre

Berni s'immagin di fare


si

un

bel trattetto; e ci
le

fu ch'egli
e poi

pose a racconciare

parti di quel libro, di che esso n'era ottimo artefice;

aggiungendovi di suo alcune stanze, pens di entrare con quella occasione e con quel mezzo (insinch altro migliore ne avesse potuto avere) ad
insegnare
la verit dell'Evangelio, e scoprire gl'in-

ganni del Papato a quella maggior parte


ch'egli avesse potuto.

dell'Italia

Ma

l'astuzia del diavolo, che

sottilissima, avendosi

accorto del danno, che oce

cultamente se
il

gli

apparecchiava, seppe operare onde


accresciuto

libro,

il

quale gi era ben acconcio

e presso che finito di stampare, fosse soppresso.

Ma

forse che

un

egli

uscir da qualche banda, e

malgrado che n'abbia l'Anticristo (quantunque non ci manchino per grazia di Dio, che la strada ci va allargando, altri mezzi, co' quali possiamo spargere
e far intendere
la

verit) potr esser letto ancor

AI LETTORI CRISTIANI.
esso. Frattanto vi do a
di quelle stanze,

341

gustare, o fratelli, alcune

che erano state dal Berni aggiunte, nelle quali vedrete (questo importa, notate bene, per vi do ora queste piuttosto che alcune altre a
leggere)
delle

una ritrattazione
;

de' passati

suoi studj

vane sue poesie e insieme vedrete una libera confessione della pura dottrina di lesu Cristo, dov'egli intrepidamente afferma questa, che il Papa perseguita, esser la vera; e questo il proprio frutto
dell'Evangelio
tutto nella
,

ritrattare
di

passati

falli,

e gettarsi

man

Dio
la

e di Cristo,

paura degli uomini

confessando senza sua divina dottrina.


li

Dio, fuor di quella Babilonia, cavi gli altri eletti


suoi, e a fare simili ritrattazioni e confessioni

so-

spinga in laude e gloria sua per Cristo nostro Signore.

sono svegliato a toccarvi un Berni nel tempo della sua i nfedelt scritto tante cose profane, vanissime e, molte volte, poco oneste poi quando piaciuto a Dio a donargli il lume e la fede, avendosi egli posto a scrivere di quelle che sono gravi oneste e divine, queste il Papato non vuol patire che si possano stampare e leggere e si sforza di tenerle nascose quanto pi egli pu. Ma egli lascia bene, che ognuno a suo piacere stampi e legga quelle, che sono contra i buoni costumi, e contro la dottrina e l'ouor di Dio (e forse che le librerie e infine i porquesto fine
;

Ma su

io

bel passo

che avendo

il

tici e le

piazze delle pi celebri citt d'Italia


di tal

non

carogne?) e a queste egli d de' favori e de' privilegi ampiamente, quanti mai glie ne sono richiesti; una tal partita sola dovrebbe bastare

sono piene

342

ILARIO
il

per far conoscere chi sia


il

Papa, a cui non avesse

cervello dagli interessi stroppiato.

Alli

XX

d'agosto, nel Lini.

Di nuova istoria mi convien far versi. Per dar materia al vigesimo canto. Dove potr chiaramente vedersi.

Che ogni uom non cos, come par, santo; N per gli abiti bigi, azzurri, o persi, N per aver un breviario a canto, E nomar con le labbra il Salvatore Senza punto sentirlo entro del core. N per portar in testa una coppetta, ventosa, o cappel da stufaiolo; N per portar, o non portar braghetta
Allacciata con molti
,

un

laccio solo

portar una veste lunga e stretta.

Che pare un guardacor da barcaruolo. Con ciancio e paternostri; altro ci vuole Che per rei fatti dar buone parole. La carit incomincia da le mani.

Non da

la bocca, dal viso e da'

panni

Siate discreti, mansueti,

umani.
i

Pietosi a le altrui colpe, a gli altrui danni;

Non hanno E non


Anzi

a far le maschere
fa,

Cristiani,

E, chi altrimenti

va con inganni,

entra per l'uscio ne l'ovile.

ladron e traditor sottile:

Al LETTORI CRISTIANI.

343

Questi son quella sorta di ribaldi, A i quali il nostro Dio tanto odio porta.

Contro cui solo par che si riscaldi, Ogni altro error con pi piet sopporta.

O agghiacciati dentro, e di fuor caldi. In sepolcri dipinti, gente morta. Deh non guardate a quel che sta di fuori.

Ma

rinnovate prima

vostri cuori.

Dicon certi plebei, che or or il Papa Vuol riformarsi con gli altri prelati; 10 dico, che non ha sangue la rapa, N sanit, n forza gli ammalati, E de l'aceto non si pu far sapa; Dico, che allor saranno riformati.

Quando
11

'1

caldo sar senza tafani,

macello senz' ossa e senza cani. Di piombo , Sanga, questa empia stagione, Poi non si pu pi ragionar del vero;

Oggi

tenuto

un

goffo ed

un poltrone
ribaldono

L'uom che
Ne
gli

parla di Cristo e di San Piero;

occhi oggi

f sempre un

Ipocrita,

con

ciglio erto e severo,

E ti chiama bizzarro, o Luterano; E Luterano vuol dir, buon Cristiano. Han tesa un'ampia rete i preti avari, E con squille, con solfi e con piviali,

Oman
A
E

di mirti or questi o quegli altari.

Che prometton far gli uomini immortali. Fan voto a questo legno marinari,
i

quel gesso
dati a
la

soldati

e gli orinali

Son

Santo Cosmo e Damiano,

cura del morbo a San Bastiano,

344
Il

ILARIO
baron Sant'Antonio ha
il

fuoco in seno,

Ed ha
Onde

pensier de l'asino e del ciacco;

E
E

oltra modo han qui i monaci pieno, per ogni contrata, il ventre e '1 sacco; Quello Abbate sen va come un Sileno,

quel Cardinalaccio come un Bacco:

Il

Papa ardito vende

in ogni parte

bolle ed indulgenze al fiero Marte,

La parola

di

Dio

s'

risentita,

E
E

va con destro pie per l'Alemagna,


tesse tuttavia la tela ordita.

Scovrendo quell'occulta empia magagna, Che ha tenuto gran tempo sbigottita E fuor di s la Francia, Italia e Spagna;
Gi per grazia
di

Dio fa intender bene,

Che cosa Chiesa, Caritate e Spene. O gran bont de l'eterno Signore! Ecco '1 Figliuol, che un'altra volta appare,

E comincia

calcar l'alto furore

De l'incredule chierche empie ed avare. Che han tentato celar l'immenso Amore, Che mosse il gran Fattor de l'opre rare

A
E

provar caldo e gelo, col sangue segnar la via del cielo. Non si ragiona qui di questo sangue
farsi servo, e
di Cristo

Innocente

ed

Uomo

e Dio,

Che estinse il velenoso e rigido angue Re malvagio del cieco e basso obblio; Questo Signor nel suo bel corpo e sangue
Uccise
il

vecchio

Adam

superbo

e rio,

plac l'ira del suo Padre eterno.

Serrando l'empie porte de l'inferno.

AI LETTORI CRISTIANI.

345

Questo quel santo e benedetto seme Promesso ai padri antichi, che conduce

le scale del Ciel la

nostra Speme;

Questo

il

vittorioso e

sommo

Duce,

Che

col suo pie

l'uman giudicio preme;


menti, o stringe gli occhi
orridi e sciocchi.

Questa

quella tranquilla e viva luce.


le

Che ottenebra

li

savi del

mondo

Cristiani con gii aniini Ebrei,

Poi che avete per capo

Primo inventor

de'

un uom mortale nuovi Farisei;

Deh

spiegate l'eterne e veloci ale

quel tempio stellato, u' V Agnus Dei


pontefice eterno ed immortale,

Che

sol dona, col sangue puro e mondo. L'indulgenza plenaria al cieco mondo.

quel gambaro cotto ha pur ardire In cappella, dinanzi a quel merlone,

Quell'Anticristo,

il

d di festa dire;

Tu

sei del

nostro

mar

vela e temone;

Che pi presto da noi dovrebbe udire:

Tu

sei il Dio de la destruzione. Padre di tante vane ipocrisie, Di tanti abiti strani ed eresie. Deh, Sanga, per amor di Monsignore Di Verona, deponi il tuo Marone,

Tibullo, e Lucrezio, e

'1

vivo onore

De la lingua latina Cicerone; Ed abbracciam con le braccia del core Il nostro buono maestro e padrone, Che ne fa degni degli eterni chiostri.
Senza
le

diligenze e

merti nostri.

346

ILARIO
E fate accorto, prego, il Molza ancora Marc' Antonio Flaminio e '1 Navagero, Che qui si trova altro che lano, e Flora, E Glauco, e Teti, onde superbo Omero
Le dolci carte Qui si scorge
de' poeti infiora.
ai)

experto
ti

il

falso e

'1

vero,

quel bel
sei

sol,

che

fa

veder chiaro.
l'orecchio

Che

dentro e di fuor empio ed amaro.

buon Fregoso, che hai chiuso

A
E

le

sirene de la poesia,
nell'eterno e vivo specchio,

ti stai

Lieto godendo la filosofia,

nuovo patto, ora del vecchio. Sei sgombro pur di quella frenesia. Che avevi col Fondul i giorni a dietro Di accordar con Platon, Paolo e san Pietro.

Ora

del

Ed

Per forza or mi convien gire a Gradasso, a le fole de' miei Paladini,


'1

Dove
Per
i

Giovio mi chiama seco a spasso,


folti e

suoi

frondosi giardini!

Ben prometto di farvi un lieto e grasso Convito un di, dove i Demonichini, *

Con

gli altri frati si

Se quel

di

morran di sete. grate orecchie mi darete.

Voi avete sentito la confessione della fede del noil quale d tutto l'onore della redenzione e salute nostra a Dio per lesu Cristo, affermando questo esser l'eterno Agnello, e sagrificio, e l'eterno
stro Berni,

* OlUndmoniati Domenicani,

AI LETTORI CRISTIANI.
Pontefice
il
;

347
l'Anticristo,

e d'altra parte
,

il

Papa essere

Dio della distruzione

delle eresie. Dir qui

il padre delle ipocrisie e alcun saviotto; possibile che

voi

non possiate parlare

del vostro Evangelio, se

non urtate addosso de' Papi e della Curia Romana, dicendo parole tanto aspre dell'uno e dell'altra? Rispondo di no; che non possiamo far conoscere la
purit della dottrina insegnataci dal flgliuol di Dio

les Cristo Signor nostro, la quale stata tanto imbrattata, e tanto tempo di lungo stata tenuta

non dimostriamo da cui, e con quali con quali fini ed oggetti siano stati fatti quegl' imbrattamenti e quelle sepolture; tanto pi che i buoni Papi si sono posti bravamente alla difesa, e con estrema crudelt e rabbia (dico col ferro e col fuoco) attendono a voler pur mantenere
sepolta, se noi

occasioni

per cose sanfe e per cattoliche quelle che sono manifestissimi e palpabilissimi
possibile, che
errori.

Dunque com'

possiamo astenerci

di sgridarli, e farli

ogni d pi conoscere per quei capitalissimi nemici della gloria di Dio che essi sono? Gi intorno a ducento cinquant' anni, quando visse il Petrarca, le piaghe di quella meretrice Babilonica erano brutte ed orribili senza fallo perch gi era fatta la
,

inundazione dei culti falsi, ed insieme delle lordure di tutti i pi brutti vizj e peccati i quali, come l'ombra del corpo, vanno sempre in compagnia con le idolatrie e false dottrine. Ma pur non erano ancora n tanto sozze, n tanto incancherite,
,

quanto son nei giorni nostri , ne' quali esse sono ascese a queir altissimo colmo di corruzione e di puzza, che sia possibile immaginarsi; e nondimeno
insino allora, a quei principi, quel valente

uomo

348

ILARIO
si

scrisse di lei questi tre sonetti, che qui descritti

vedrete, acci che


nostri

vegga, che

il

Berni e

gli altri

che abbino di que' Papi e di quella Roma voluto gagliardemente dire quello che in effetto. E se il Petrarca, che tanto in pochi versi ne disse, fosse oggi al mondo, e vedesse quei tanti e tanti accrescimenti s de' culti
soli,

non sono n primi n

e dottrine falsissime,

come

de'vizj e scelerit orri-

bilissime, che a noi tocca vedere,

quanto dobbiamo

credere ch'egli vorrebbe pi alzar la voce, e pi a

lungo adoprarne quel felicissimo suo stile e quasi andar per tutto l'universo contro que' diavoli esclamando? Ver che, per grazia di Dio, il quale in
,

ogni et sa ritrovarsi

di

quei soldati, che a lui

paiono necessari, non mancano oggi di quei che scrivano ed esclamino; e se non lo sanno fare con tanta vaghezza di parole Toscane, e con tanta rettorica quanto

un

Petrarca, vi so ben dire che pa-

recchi d'essi lo fanno con molto maggior lume delle

cose di Dio, e con molto pi spirito che colui non

ebbe (quella fu una scintilletta ed ora ve n' un buon fuoco acceso) e conseguentemente con molto maggior frutto. Ma leggete i Sonetti.
,
;

f^

Qui vengono

Sonetti leu noti, die inutile ripor-

tare.

J
del Ciel su le tue treccie piova, ecc.
il

Fiamma
Fontana

L'avara Babilonia ha colmo


di dolore,

sacco, ecc.

albergo d'ira, ecc.


la seguente Stanca

^Tien

dietro a' Sonetti


si

d'una

Si-

gnora, di cui non

sa

il

nme.J

AI LETTORI CRISTtANI.

B49

Padre celeste e Dio onnipotente.

Che da principio
Perch cos
Tutti
i

tuoi predestinasti
la cui

ti

piacque; in
li

mente

vedesti e tutti

adottasti

Per mezzo

di les, ch'era presente,


li

E E

per suo mezzo

gratificasti.

per suo mezzo fai loro sentire, Che in alcun modo non potran perire.

IL FINE

DELLA PRIMA PARTE.

350

INDICE
DELLE MATERIE CONTENUTE NELLA PARTE PRIMA,

Proemio
Dialogo contra
1

Pag.
poeti
n

V.
3.

Rime
Il Il Il

35.
87.

Lasca in lode di messer Francesco Berni Lasca a chi legge Berni in nome di M. Prinzivalle da Pontremoli

39.

. . .

40.

11

Gap.

Lasca in nome del Berni I. - a M. leronimo Fracastoro veronese


.

41.
43.

II.

Della Peste, cap.

I.

...
. .
. .

51. 56.
60.
63.

III. w

Della peste, cap.

II.

IV. - In lode delle Pesche.

V.

In lode de' Ghiozzi.

...
,

VI. - Lettera ad

un amico.

65.
68. 70. 73.

Post scritta
w

VII. -

fra Bastian Del

Piombo.
di fra

"

VIII. - Risposta in

nome

Bastiano

IX.

n n

X.
XI.

messer Antonio da Bibbiena. Sopra il Diluvio di Mugello.


.

75. 77.
80.

In lode delle Anguille.

XII. - In lode dei Cardi

...
.

83.
86.

XIII. - In lode della Gelatina.

XIV.

XV.
XVI.

In lode dell'Orinale. In lode della Primiera.


In lode d'Aristotile.

"89.

91.
4,

INDICE
Pag-. Cap. XVII. - A messer Marco veniziano n XVIII. - A messer Francesco da Milano.
.

351
97.
100.

XIX.

Ai signori Abati.

...
, .
.

102.
105.

XX.
XXI.
di

Al cardinal Ippolito De' Medici.


Al cardinal De' Medici
in lode

"

Gradasso XXII. - Lamento di Nardino. XXIII. - Sopra un garzone. XXIV. - In lamentazion d'Amore. XXV. - Nel tempo che fu fatto Papa Adriano VI
.
. .

109.

112.
115.

"

117.

119,

r>

XXVI.

In lode del Debito.

123.
132.
135.

n V

XXVII. - In lode dell'Ago. XXVIII. - Della Piva XXIX. - Alla sua Innamorata.

141.
143.

XXX.

Alla detta
del letto.

XXXI. - In lode del caldo XXXII. - Del Pescare


verse persone.

"

145.

148.

Sonetti sopra diversi soggetti,

scritti a diI.
. .

Sonetto

153.
154. 155.

Sonetto
r>

II
III.
.
,

IV
V, e VI VII
Vili, e

157.
159.

t>

n n

)

161.
162.

IX

X
XI.

164. 165. 166.


167.

XII
XIII


rt

XIV XV.

168.
ivi*
170*

Contro a messer Pietro Alcionio

XVI, e XVII

iNDIFi
-

Sonetto XVIII.

Contro a Pietro Aretino. Pag. HI.


'

XIX

173.
174.

XX

XXI, e XXII XXIII

1*5.
179.

XXIV,

XXV

177.
178.

XXVI
r>

V "

XXVII
XXVIII XXIX. Si duole della

179.

180.

suggezione in

cui stava in Verona.

...
n w

181.

XXX.

Alla Corte del duca Alessan182.


183.
184.

dro in Pisa

n w

XXXI Alle Marchesana di Pescara, XXXII. - Rincantazone di Verona. XXXIII. - Della infermit di papa Clemente VII XXXIV. - Voto di papa Clemente.
-

ivi.

185.

XXXV, e XXXVI XXXVII

186. 187.
188.

Rime varie. Caccia d'amore.. Canzone Sopra la morte della sua Civetta.
Madrigale
Id.

.'

"

192.
193.
197.

Al Vescovo suo padrone

....


"

198.
ivi.

Descrizione del Giovio


Epitaffio per

199.
ivi.

Capitolo e

un cane del duca Ales. De' Medici. Comento del giuoco della Primiera.

201.
293.
333.

Note alle rime Del Protestantismo del Berni.

..."

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^^OPERE
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FRANCESCO BERNI
vamenle riveduta
Versi latini:

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Vi-

e illuslrale.

PARTE SECONDA.
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TRINA ED
GLiAzzo,
IL

la caMO-

IP

scherzi

scenici: Lettere:

Note
'

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^
ARETINO

sclierzi
scenici.

conlenente la

vita
il

di

PIETRO

attribuita a F. Derni

ed a riscontro

terre-

moto

di

ANTON

FRANCESCO DONI
contro
lo stesso

Aretino.

BIBLIOTECA RARA

PUBBLICATA DA

G.

DAELLI

OPERE DI FRANC. BERNI


PARTE SECONDA

TIP.

GUGLIELMINI.

Propriet letteraria G.

DAELLI

e C.

OPfRE
DI

FRi^IsTCKSCO

BERNI

PARTE SECONDA

CARMINA
Sw

CAEMINA

ELEGIA
Anser edax, clamose, quid o clangore protervo Ad dominam nobis improbe claudis iter?

An tu

Tarpeise

quondam custodia

rupis

Instare armatos forte putas Senonas?

Non ego barbaricus romani nominis hostis In Capitolinum molior arma Jovem,
Sed foribus dominse obnixus noctem moror unam,

Quam modo
Tu tamen

sopito est pacta puella viro.

ingratis clamoribus improbus instas, Et retegis sanctse dulcia furta Dose; Furta, quibus non nocturni magis orgya Bacchi

Non

cse'.anda almse sacra reor Cereris.

Quid prodest mea quod custodes docta puella Nuper diversos egerit usque canes,

POESIE LATINE

Ne possent longe strepitum venientis amici


Noscere et invisa prodere voce pedes?
Si tu pr canibus nobis convicia dicis

Et procul a caro limine abesse iubes? Sic ego crediderim rictu latrasse trifauci JEgdem centra atqiie Amphytrioniaden

Quem perhibent triplici post vinctum membra catena


Ille

Spedare invitum sydera nostra canem. quidem meritas solvit pr crimine poenas,
Dignaqiie crudelis supplicia invidiae:

At non humanas potuit Proserpina tsedas Atque ad mortales Iseta venire thoros Tseda nempe magis mortali leeta thoroque

Quam
Ah

Ditis

magno

nobilis imperio.

virgo infelix, carse surrepta parenti.

Ut coleres Ut nigri
fleres

tristes et sine sole

domos,

coniux formosa mariti;


tradita coniugio.

Heu nimis indigno

At nos quid miseri tantum turbamus amantes, Cur hostes canibus anseribusque sumus? Cur tantum natura illis concessit odoris,

Quod magis

in ssevas dcbuit esse feras.


istis.

Farce precor volucer pulclierrime vocibus Et dulces potius mi fave ad insidias,

Qus possim cupidae tectis succedere amicse Et fessa in molli membra fovere sinu. Sic tua nobilium fugiant precordia coenas Et tua perpetuo sit satura ingluvies: Sic ubi Thestiadis meditatur furta puellse luppiter in piuma se tegat usque tua.

I>0ESIE LATTICE

EPIGRAMMA.

Tibia quse nivese labris inflata puellse

Dulcem nectareo sugis ab ore animam, Quid mirum si tain suavi feris sethera cantu?
Illa tui est

auctor carminis,

illa soni.

Illius e divino effunditur halitus ore,

A quo vox omnis vitaque ducta tua est. Huius ego setherei partem si nectaris unam Haurirem, roseis pendulus e labiis. Non mea tana ssevse popularent pectora flammse Illa foret nostris ignibus aura levis.

VOTUM
Servasti semel incolumen sanctssima Virgo

Et per te dulcis reddita vita mihi est. Arida cum miseros febris depasceret artus

Exangues macie depopulata genas.

Mox

etiam

pellis dirse

contagia pestis.

Qua prope contacta saucius occideram,


Ausonias olim cum debaccliata per oras Venisset nostram conscelerare domum. Servati toties vilem tibi diva tabellam Pro magnis votam reddimus officiis.

POESIE LAtTNfi

AMYNTAS
Sederat argutse pastor Meli'boeus ad um"brtim
Ilicis, et

Dumque
Et

medio pecudes collegerat sestu, siraul pecus omne coactum forte

iaceret,

leviter

Ipse cava

summas tantum decerperet herbas, moestum modulatus harundine carmen,


et sparsas per inhospita rura querelas

Dum
In

canit indignos LycidsB pastoris amores

Nequicquam,

numerum

referebat,

eum nemora

avia circum

Collesque, fluviique et tutis antra latebris


Dicite vos

Audivere, sonant etiam nunc Carmine sylvae: nymphse nemorum, vos dicite nymplise,
vidistis

Et

Quos

saltus,

enim divse et meminisse potestis, quos non implevit vocibus agros

Infelix Lycidas lento

dum

indulget amori
dicit

Dum

queritur

dum

te

crudelem

Amynta?

Namque

ferunt, pueri Lycidas incensus ut olim

Ignibus, hsec circum miseris loca questibus implens

animum saturarit amore; pecudes curse, non ruris amoeni Cultus erat densis horrebant sentibus arva, Et neglecta situ nequicquam armenta iacebant. Ipse puer viridi tum primum setate iuventse, Muneribusque potens domini, non fletibus uUis,
Errarit tristique

Non

illi

Non precibus moesti poterat miserescere amantis.


Ergo amens desiderio languebat inani, Nec iam quod speraret habebat perditus
ultra.

lUum

adeo Dryades, illum videre dolentem

Nades, et Severe diu, Severe bubulci,


Flevit et ipse pater

nimium formosus

Apollo.

POESIE LATINE

Ventt Amor, long^um pertaesus corde dolorem, Ecquis erit modus, o Lycida, tibi vulneris? inquit;

Non Non

lacrymis saturatur amor, non frondibus hsedi.


levibus segetes ZepUyris,

non imbribus agri. enim Ille autem, quid crudelibus improbe verbis Prosequeris Lycidam et morienti sedulus instas?
tibi
fuit,

Non
Res

cum

superis tunc

cum me

sseve petisti
teli;

aut gravioris opus fuit impete

Sic ovibus lupus insidias, sic mollibus agnis


Instruit,

haud tauris concurrere fortibus audet. Unum adeo, mihi quod suprema in morte loquendum Restat, habe et memori pasto res mente tenento.

Tempus

erit fors,

cum

Lycidse morientis egebunt

Pastores (nec erit nostrse tibi gloria mortis),

nemora, o

colles, o nostri

piena laboris

Arva

armenta gregesque. Vester ego Lycidas quondam non ultimus Inter


valete, valete et vos

Arcadas, intereo, tu funeris auctor


Fessus,

Amynta

es.

Dixit, et incubuit viridanti protinus herbae

eum Nymphse Cyllenides exceperunt Pallentem inque humeros flexa cervice labantem. Olii tergeminse nerant iam stamina Parcse,
lam medium
stygiis Proserpina merserat undis Dilectum Musis caput et pastoribus seque. Non illi quisquam cantu se contulit olim Non iaculo pedibusve bonus, non arte palestrse, Testes vos sylvse, vos o vaga flumina testes.

Quantum amor et tristis Lycidse mors abstulit agris; At casu concussse animum morientis amici Septem illum luces, totidemque ex ordine noctes Ad tumulum prope parthenium, et sperchiadas undas Nades ingemuere, tuleruntque annua dona
Florentes violas, et puri pocula lactis,

lo

POESIE LATINE

Et dxere.

Amor

o Lycida tibi causa sepulchri est.

lam vos

quicumque gregiim per summa Lycsei

Custodes, vitate,

malum

vitate furorem,

Nempe
Pestis

furor vobis Amor, et crudele

venenum

est,

Amor pecudum,
ille

et csecus dolor ille

iuvencas

In furias agit,

truces in vulnera tauros,

Et macie pecus omne peremptum conficit segra. Hsec memini in sylvis Meliboeum forte canentem

Non semel
Admonuit

et querulis

mulcentem versibus auras,

Donec eiim occiduo propior iam vesper olympo


gregis, et serse decedere noeti.

ELEGIA
DE PUEKO PESTE iKGROTANTE.

Ergo

te

miserande puer fata improba, fata

Impia, fata meis invida deliciis

Eripuere? meisque oculis tua tristia cernam Funera, et infelix ipse superstes ero?

Et poter infelix tantum spectare dolorem Et non in lacrymas ire et in exitium? Ergo me miserum illa eadem fata improba, fata Impia, fata meis invida deliciis Servavere, tuis superessem ingratus ut annis Et desiderio conflcerer misero? Ut te crudeli consumptum peste viderem Et ferrem tristes munera ad exsequias? Te ne rogo positum sine me mea vita videbo? Nec me eadem absumptiim fiamma inimica feret?

, ,

POESIE LATINE

11

mi suadebit amor pietasque dolorque; Namqiie simul tecum me illa perire iubent. Scilicet hoc scelus admissuin purgabimus in te, Quod tibi supremo in tempore defuimus, Quod nimium vitee memores stultique timoris

Haud

ita

Debita amicitise clausimus

officia.

Et puto

chare piier, sensisti; et sa^pe timentem


:

Incusasti
Dig-na?

mi quse

satis hiscat
tali

humus

mihi quse veniant pr

prsemia culpa

meum

veniant in mala cuncta caput.

Non

eg'O suppliciis

exponi pcrfldus ultra


deprecor exitium;

Deprecor, aut

vitse

Quae mihi te vivo ut fuerat iratissima quondam Nunc eadem extincto tristis et aspera erit.
Pestis iniqua, proterva,

incommoda, pessima pestis


cinis;

Pestis avara,

honorum omnium acerba


commaculare notis?

Tu ne mei
Ausa

pueri vultus inimica nitentes

es pallidulis

Agnovi certe vitiati sig"na coloris, Obscuras gemini luminis esse faces: Et tamen ignarus causas meditabar inanes Non erat ad tantum mens bene docta malum. Tu ne etiam (scelus) o morienti ingratus abessem

Tu

potuisti esse ut

immemor

efflcerer

Dii quale

malum

terris in peste dedistis:

An ne
Qua natos

aliud fors crudelius aut gravius?

patres, nati fugere parentes,


fides.

Coniugiique manet non bene firma

Ipsa sibi est odio natura et se fugit ipsam,

Cessat et humanse foedus amicitise. Quin etiam in sacros pestis mala ssevit amantes Et quoque nescio quid pessima iuris habet.
Illa

modo nimium

vitse

me

fecit

avarum

12

POESIE LATINE

non satis esse mei. incommoda, pessima pestis, In tam coniunctas ferre manus animas? Ergo qui omnia vincis amor, cui csetera parent Unum non potes lioc perdomuisse malum? At poteram domuisse ego perditus, una voluntas Defuit una puer culpa putanda mea est. Debueram tecum stratis iacuisse sub iisdem Et conferre tuis oribus ora mea; His etiam soevo de vulnere dira venena Exhaurire, et tecum inde perire simul. Non ego nunc furiis agitari nempe viderer Attonitusque umbras effugere ante tuas. quibus iratos placem pr crimine manes
Et
pueri

memorem

Tu

potuisti, inimica,

Supplicis proque impietate

mea?
mortes

Non mea

multi])lices veniant si in crimina

Crimina multiplici morte queam luere. Farce puer qua3so, atque ulcisci desine amantem:

Non
Sic tua

decet a cinere et funere ssevitia.

Et

tibi

non onerosa cubet super ossa sepulti perpetuo florida vernet humus.

DE SANITATE EIUSDEM PUERI.

Gaudete, o lepidi mei sodules, Victori optime luque Carnesecca,

Et profundite tota gaudiorum

Semina interioribus medullis Risu et murmurc et omnibus

cucliinnis;

POESIE LATINE

13

Gaudete et reliqui mei sodales

Quos gaudere bonis decet sodalis: Meus nam puer ille convalescit,
Ille,

inquam, puer, ille convalescit Cui nos carmina moQsta dixeramus Nuper, quem mala febris occuparat Et contagia pestilentiarum Ille, inquam, e manibus tenebricosis Orci et palldulis nimis tenebris Vitse ad lumina restitutus almse est.
:

Gaudete, o lepidi mei sodales,

Quos gaudere bonis decet

sodalis.

ELEGIA.
Ergo ego transactos intempestivus amores Cogor ab ingratis trudere numinibus. In me mutato quse nunc livore feruntur Et dant rivali vota secunda meo, Quod male custodi veniens alienus abactor Abstulerit praedse gaudia longa mihi. Et modo cum nulla est nostro medicina furori Nitimur liaec studio fundere verba levi. At primum iratus longe siet ille Cupido, Et si quod nostri numen amoris erat. Quos indoctus adhuc nulla miser arte fefelli, Dum staret medio tuta carina mari. Ah nimium tuta peragebam tempora mente.

Ah quantum

nocuit nil timuisse mihi.

t>0t3SIE

LATINE

Qualis Threicio pastor securus in Heemo

Compositum nullo claudit ab orbe greges, Perque vias patltur nulla cum lege vagari Nec vigilat, nuda sed requiescit humo ; Dumque tenet turpis titubantia lumina somnus Infestus medias irruit hostis oves. Sic mea quisque videns in amore pericula discat
Semper
Nil
sollicitis vivere
si

luminibus.
patientia prsestet,
capi.

adeo tutum est quod,

Seu

vi

non

possit, seu

magis arte

T U M.

Hanc quam

cernitis hospites tabellam

Scriptam Carmine non sat erudito, Olim cum mihi forte febris esset Et lecto miser usque decubarem Confectus macie periculosa, Vovi scilicet, integrae saluti Olim si modo restitutus essem,

Votum

solvere Virgini parenti

Spectandum omnibus, omnibus legendum. Hanc tu nunc superi potens olympi


Regnatrix hominis parens Deique quam celebri vocatione Prsedicant modo febrium potentem, Hanc inquam tibi quidquid est tabellse Scriptam Carmine non sat erudito
Virgo,

Pro voto face redditam precamur.

POESIE LATINE

15

ANGELO

DIVITIO.

Si

qua

fides

usquam mortalibus. Angele, habenda

est

Pro pietate animi et moribus ingenuis, Dum sibi conscia mens nihil aut fecisse maligne Aut dixisse uUo in tempore se meminit, Sed sanctam coluisse fldem, sed foedera sancta
Servasse, et sanctas semper amicitias:

Debetur certe nobis hsec plurima apud te Pro pietate animi et moribus ingenuis. Nam quod perditus ante malo flagraverim amore Et fuerim toto infamia nota foro, Pro quo te caruisse, diuque ingratus abesse Debueram, et tristes extimuisse minas, Crede mihi, fuit id fortunse crimen iniqufis. Non morum aut animi non satis ingenui: Fortunse omnipotentis apertum in corpora nostra Inque auimos late quee gerit imperium, Mergens fortia colla profundo vortice amoris Et torquens csecis corda cupidinibus. Quse licet oblitumque hominum, oblitumque deorum Extremam prorsus me ingerit in rabiem:
Nulla tamen rabies
fuit,

aut vis effera tanti

Quae tete nostro avelleret ex animo. Te quem longus amor media in preecordia fixum lussit in seternos usque manere dies Cuius amorem nulla iniaria temporis unquam
:

Aut hominum nostro

e pectore dissolvet,

(umque

Quidquid erit postliac, qusecumque hominumque deFortunseve in me dictaque factaque sint. Quare si hactenus insano labefactus amore

16

POESIE LATINE

Adinisisse in te noxam aliquam potui, Pro qua te caniisse diuque ingratus abesse Debuerim, et tristes extimuisse minas, Ignosces, etenim post longa incommoda, longa

Supplicia et longi dedecus exilii, Denique post demptam per sseva piacula labem, Si qua erat, iratum desinere usque decet. Et mihi reddere te et vivacem extinguere curam Qu86 pectus tristi torquet amaritie. Ne forte Adriacas si unquam vesanus in undas Deferar, heu vestris naufragus ex oculis, Aut terra ignota iaceam neglectus, et exsul, Et matutinis praeda data alitibus, Dicaris miserse mortis tu causa fuisse, Et tua sit nostris funeris invidia.

ANGELO

DIVITIO.

Ergo ego

amari. atque anima, Unum quem petii toto animo Cui mea devotis mens dedita sensibus uni
te ante alios

unum quem semper

lampridem a teneris serviit unguiculis, Cogor in extremas abituras linquere terras


Et triste infelix mittor in exsilium? Nec tamen id merui, nisi amor facit ipse noccntem Et titulus culpa) est perdite amasse mese, Odissem incerto scekris, puto, premia ferre Nec charis mi^er iivdlovor ox oculis.

POESIE LATINE
Ibo equidem

17

quocumque

ferent

tu*-i

iussa, libensque,

Ut placeam, charis auferar ex

ocilis.
l

Perpetiar quicquid crudele et qui'^ [ui

acerbum

est,

Sed certe vestra est hsec amci- invidia

DE ELYCE.
Quid
Istis

me

istis,

Elyce, enecitS ocellis

improbulis et ebriosis, Istis improbulis ocellulis, qui Ignem tui iaculantur in me iullf s.

Qui me urunt penitus, med:J.lit isqu Et csQcos animo movent furces? Nimirum furor est mihi impetusque
In istos gravis involare ocellos,
Istos improbulos et ebriosos.

Qui ignem mi iaculantur in medullas,


Istos prehendere mordicus,

meumque

Inde exugere dentibus venenum.

Nam

quid est aliud nisi venenum Ossa quod labcfacta percucurrit Quod me urit penitus medullitusque Ab istis, Elyce, improbis ocellis? Quare ne rabies furorque vecors In tantum me adigat scelus furentem Ut istos violem improbos ocellos. Ne me istis Elyce eneces ocellis.

Berni

Parte

II.

18

POESIE LATINE

AUCTORIS TUMULUS.

in lucem hunc extulit nominavt setas acta Bernium, lactatus inde semper et trusus undique

Postquam semel Bibiena

Quem

Vixit din

quam

vixit segre ac duriter;

Functus quietis hoc

demum

vix

attigit.

SCHERZI SCENICI

LA CATRINA
ATTO SCENICO RUSTICALE

INTERLOCUTORI.

NANNI.

BECO.

MECHERINO.
GiANNONE, rettor del popolo.
PODEST'.

CATRINA.

LA CATRINA

NANNI

BECO.

NANNI.
Beco, tu sia
il

ben giunto.
BECO.

Oh! dagli
NANNI.
Fotta del
ciel!

'1

giorno.

o tu par de bucato.

Tu sei pi bianco ch'uno spazzaforno, Sarest mai de nulla accalappiato? Diacin che me responda! e' fa '1 musorno.
BECO.

Che vuoi

ch'io dica, che

sii

manganato!

22

SCHERZI SCENICI

NANNI.

Dond'esci tu?
BECO.

De qua.
NANNI.
Dell! tu fa'
'1

grosso.

addosso? Chi t'ha questo cotal cucito

Al corpo, al Noi vedi tu?

ciel,

BECO. che tu debh'esser cieco!

NANNI.

No

io.

BECO.
Mettiti gli occhi.

NANNI.
Secci tu solo,
sei

venuto teco?
BECO.

Son con

color.

NANNI.

Con

chi?

BECO. Co' mie' pedocchi.

LA CATRTNA
NANNI,

83

Oh! Io ci son anch'io. Deh! dimmel. Beco, Dimmelo, che la rabbia te spannocchi,

Vuomel tu

dir?

BECO.
Dicotel
io,

Deh! non me tr son venuto alla festa.


NANNI.

la testa,

Non maraviglia che tu

ha' calzoni,

gli aghetti

de seta,

e'

nastri al tocco.

BECO.

Oh! tu mi tien di questi decimoni! Io non son reo, bench' io te paia sciocco.

NANNI.

Oh! che so io? tu sei sempre a riddoni; Io te veddi domenica al Murrocco, Che tu parevi un maggio delle sei. Deh! dimme '1 ver: togliest poi colei?
BECO.

Chi?
NANNI.

La Catrina.
BECO.

E quale?

24

SCHKRZl"'SCENICI

NANNI.

Ehi ghiarghionaccio,

Tu

fai

'1

balordo eh?
BECO.

S'io te 'ntend' io,

No alle guagnele: che te se secchi un braccio.


NANNI.

Oh bugiardon

quella de

Ton de Chele,

Che stava quinavalle al poderaccio, Che tu gli atasti a batacchiar le mele.


BECO.

Oh! tu me gratti, Nanni, aval la rogna: Che vuoi tu far de cotesta carogna!
NANNI, ss'ella teco mai rappattumata A poi che voi pigliasti il bofonchiello?
BECO.

Eim, Nanni,

ella s' maritata.

NANNI.

chi?
BECO.

Mecarin da Ceppatello.
NANNI.

Diacin lo voglia!

LA CATRINA.
BECO.

25

Ed enno una brigata. Ed bagli intanto compero il guarnello, Ed io ne meno smanie, io me rivilico, E de far qualche mal son stato in bilico.
NANNI.

Oh
Da

lagal'

ir,

non mi

far pi palore.
il

poi che te n' uscito addosso

grillo.

BECO.

Eh non far, Nanni: ella me buca il cuore. Ed hammel trapanato con lo spillo. Tal che me sento sgretolar d'amore, Come fanno le vacche per l'assillo.
Che tu
deresti, stu la

guardi in viso.

Ch'eli' derittamente

un

flolariso.

NANNI.
Be' si tu entri pur nel vitalbaio
:

Lagal'

ir,

che

ti

caschin

le cervella.

BECO.
Io

ho

di loro a sgherrettar
il

un

paio,

cavar loro

ventre e

le budella.

Se fussin bene un mezzo centinaio: Vedi ch'io porto sempre la coltella.

Ed ho

'1

petto, le rene e

un

lancione,

poi che voglion

meco

far questione.

NANNI.

Dah! no.

*2fi

-SCHERZI SCENICI

LA CATRINA

21

dissi: astetta, astetta, e

non

rispose.

Perch'io portavo un cotalon de ferro, Ch'aveva un po' le punte rugginose;

Ed al mercato, odi cosa saccente. Non ho paura, ed evvi tanta gente.


NANNI.
To'livi!

oh tu

sei

bravo!

BECO.
Alla pulita.

NANNI.
Be'
s,

tu

fra! lor

dunque

villania?

BECO. a venire alle dita. Nanni, mai, s'ha Se Le prime busse vo' che sien le mia. Al corpo a dieci, a santa Margherita,
Alle guagnel, ch'io fr qualche pazzia;

E
Io

se gli

ammazzon me prima

costoro,

ammazzer

poi dodeci de loro.

NANNI.

PuoUo

far l'aria.

BECO.

Oh!

be' noi ce

slam drento;

Tu non

lo credi?

NANNI.
Io
'1

credo.

28

(SCHERZI SCENICI

BECO.

O che
Io ne vo' saldamente addosso cento.

cicali?

ne ridi tu, de' principali. quand' io fuggo, paio proprio il vento, Ma Vedi ch'io porto sempre gli stivali: E quand' io vo' crre un, perch non m'oda. Io gli do sempre dove sta la coda.
te

Tu

NANNI.

Dove?
BECO.
Derieto.

NANNI.

Ohi cos

la 'ntend'io:

Tu me

par savio; a quel mo' non ved'egli.


BECO.

Se
Io
Io

me
me

vedessi,

e'

non

vi

srebbe

il

mio;

non son gi de questi avventategli;

'ngegno sottecchi e d'imbolio; S'egli zuccone, appiccarmi a' capegli,


dargli poi dinanzi in sulle stiene.
sai tu

Ma

quand' io

'1

fo? quand'

un mei

tiene.

NANNI.

Tu

sei valente in fin:

ma

quei vicini?

Oh! laghiam

ir,

BECO. che son tutti pillacchere.

LA CATRINA
NANNI. tu qua fra questi cettadini?
BECO.

29

Che

fai

Che credi

all'oste

un

canestrol di zacchere,

slanci

un nugolon de gaveggini
nacchere:

Con

la staffetta, pifferi e le

Gli Nardo, e Menichello, e Scudiscione,

Nencio, e Meo, e Drea, e Ghiandaione.

NANNI.

Oh

to' col,

che gente pricolose!


BECO.

tu?
NANNI.

Ed

io?

BECO.

E che

ci fai

che sbonzoli?

NANNI.

Ho
De

trainato
fichi,

un asin pien

di cose

terracrepi e pappastronzoli.

Per queste vie stranacce e rovinose. Ed all'ostessa anch'un de' mia lattonzoli. Ma a questa festa (muta un po' mantello) Hai tu veduto ancor nulla de bello?
BECO.
Io

ho veduto un cotal lungo

lungro.

30

SCHERZI SCENICI

Che pare il mo paglia', ma non s grosso. Gli ha quinamonte in vetta a mo' d'un fungo
Ch' giallo, e verde, e pagonazzo, e rosso:
S'io te fussi in sul capo, io

non v'aggiungo.

NANNI.

E
;

tu avessi un campanile addosso.


lo

Quando

vedestu?
BECO.

Veddilo

ieri;

Che diavol nn'ei, Nanni?


NANNI.
Egli enno
e' ceri.

BECO.

Che viene a

dire e' ceri? enn' ei di cera?

NANNI.
No, mattacone.
BECO.

de che?

NANNI.

De legname.
BECO.

Questho io apparato pure izera, Alle guagnel che gli enno un gran bestiame! O se ne fussi a vendere alla fiera.

LA CATEINA
Noi fremo. Dio, che train de litame ch'nn'ei buoni?

31

NANNI

nno buoni a guatare.


BECO.

vamo Nanni?
NANNI. Perch abbiam noi a andare?
BECO.

Oh E me

Diol s'io n'avess'uno, egli nno begli,


n' intraversato
il

brulicho.

NANNI.

Oh tu

debb' esser grossoj!

BECO.

Oh,

de quegli,

srebbe appuntamente

il

fatto mio.

Vanne, che

sia impiccato

NANNI. tu ed
?

egli.

Ma

vedest queir altro lavorio


BECO.

Qual, Nanni?

non gi

io; e

dove stava?

NANNI.

A un

capresto

all'

aria e dondolava.

32

SCHERZI SCENICI

BECO.

Porta del

cieli e

qual?
NANNI.

Non
BECO.

odi quello.

Dimmel, che Dio te sbruchi.


NANNI.

Oh,
Io te dar

to' trestizial

un

colpo in tul cervello:

Dal Gcnfaloner della giustizia,


Quinc' oltre dal palagio, oli gli era bello! Mai vidi la pi nuova masserizia.
BECO.
Ch'er'egli infine?

NANNI.

Er'un

diflcio,

un

coso.

BECO.
Alle guagnel, che tu sei dispettoso
;

Che

te cost'egli a

dirmi quel ch'egli era?

NANNI.

Che diavol ne so

io, s'io

noi conosco:

Gli era de carta, de legno e de cera.

Ed aveva uno

stil

de quei del bosco.

BECO
Er'ei femmena o mastio?

LA CATRINA
NANNIS ch'eg-U era.

Sg

BECO.

Che?
NANNI.

Femmena.
BECO.

Oh che
Non
sapevi tu
ir

dato te sia 1 tosco

tanto codiandola?

NANNI.
E' dicevon eh' eli' era la girandola.

BECO.

Pur

lo dicesti,

che te caschi
NANNI.

il

flato.

Do'! tu

me

frai

venir la sconciatura

Beco, tu saresti spiritato

Stu avessi veduto una fegura.


BECO.

che fegura?

NANNI.

Un
Egli era brutto

diavol incantato

come una paura.

E che

faceva?

Semi.

~ Parte //,

34

SCHERZI SCENICI
KANNI. '1 pi bel giuoco;

Ve': mai

E' se trillava, e saettava fuoco.

BECO.

de che fuoco fu?

NANNI.

De quel che cuoceBECO.

Fotta del cielo! e con che?

NANNI.

Con
BECO.

le

mani.

Er'ei de que' che fuggon dalla croce?

NANNI.
Egli era, te so dir, de que' marchiani.

Da

spettarlo, sai dove? in sur

un noce.

BECO.
Eravi gente?

NANNI. Un miglia' de cristiani.


BECO.

Oh!

s'io ve fussi stato!

NANNI.

E
Tu
sresti aval nel letto

poi che srebbe?


la frebbe.

con

LA CATRINA
BECO.

S5

Oh!

io

debb' esser qua' de sette mesi.

NANNI.

Vanne che

sresti uscito del cervello.

BECO.
E'

non uom per tutti esti paesi Che vadi, come me, senza mantello.
Ora giugne

MECHERINO,
MECHERINO.

e dice:

Ve',

che

ti

codiai tanto che

t'

intesi.

Brutto impiccato, ghiotto, ammorbatalo,


Ladroncelluzzo, viso de moria:

Che

ciarli

tu della Catrina mia?


BECO.

Al corpo a

dieci,

che

gli

Mecariuo

Come

fr io avale?

NANNI.

con mano: Raccomandati a Cristo e san Donnino,

Oh!

fa'

Ch'io per

me

la vo'

dar quinc'entro
BECO.

al

piano.

Deh! Nanni, stenta ancora un mi chinino, Ch'e' non me mandi in qualche buco strano. Ve' tu, ch'egli ha '1 pugnale e la sguerruccia,

E vien bollendo come una

bertuccia.

36

SCHERZI SCENICI

MECHERINO.
S'io te rigiungo, ragazzaccio stiavo.

Te vo' conciar, che tu non srai pi buono: E che non si smillanta e fassi bravo. Appuntamento quand'io non ce sono.
BECO.

Non

t'accostar in qua, che tu sra' slavo;


t'accosti, io te dar
'1

Se tu

perdono.

MECHERINOr
Io
'1

vo' veder.

BECO.

Vien

oltre, abbiti quella.

MECHERINO.
Io

non

vo' fare a dar nella scarsella.

BECO.

Oh, te dia

'1

cancro.

MECHERINO.
Oh, tu
BECO.

me

stracci e panni.

Damme

pi,

damme

pi.

MECHERINO. Or te dr
BECO.

io.

Deh! viernmi atare un po', se tu vuoi, Nanni; Ch'io sono avvolto in t'un gran pricolio.

LA CATRINA
IVIECHERINO.

3^

Non

t'accostar in

qua

pe' tua

magli anni.

NANNI.

Vuol tu per ammazzare?

MECHERINO.
In f de Dio,

Se tu t'accosti, e sai ch'io E' ti parr d'aver gridato

me

ne scrupo,

al lupo.

NANNI.

Vuo' tu meco cristion?


MECHERINO. Vuola tu,

tu.

Ve', Nanni, libramente, ch'io te dr.

NANNI.

Questa

sia l'arra; o sta' a tua posta su.

MECHERINO.
Ohi, Ohi!

BECO.

Oh, te dia san Niccol.


NANNI.
Gcciatel sotto.

MECHERINO.

Non me

date pi.

88

SCHERZI SCENICI

NANNI.

Lagga

star Beco.

MECHERINO.
Io

non

lo

laggher.

NANNI.

Tu ne

toccrai.

MECHERINO.

Lagga ch'io me

riabbia.

Oh, te venga

'1

BECO. gavocciolo e la rabbia.

MECHERINO.

Tu

hai

'I

torto, Giovanni.

NANNI.
Io l'ho deritto.

Dagli pur, Beco.


BECO.
lo gli

ho reciso

il

naso.

NANNI.

Fruga

'ntu

'1

ceffo.

BECO.

Oh
Ve' che
ci strai:

te dia

tu

ci sei

san Davitto pur rimasol


:

LA CATRINA
MECHERINO.
In
f

39

de Dio, che s'io mi levo ritto

Io te far pentir de questo caso.

NANNI.

Eh

tu cacrai.

Io

non

MECHERINO. vo' far con dua:

Che vuo' tu dir?


NANNI.

Che

la

Catrina sua.

MECHERINO.
Eli'

mia.

BECO.

Eir mia.
NANNI.
Dagli pur. Beco.

BECO.
Io lo trafiggo.

NANNI.

Oh!

cos, dagli forte.

MECHERINO.

Guardami

gli occhi,

ch'io non resti cieco.

BECO.

gaglioffaccio, te

venga

la morte.

40

SCHERZI SCENICI

MECHERINO. Buon giochi, Nanni


Viene

GIANNONE

Bettor del j^opolo, e dice:

G ANNONE.

venitene meco.

NANNI.

E ove?
GIANNONE.
Presto
al Potest, alla

Corte:

tutt'a tre balzerete in pregione.

NANNI.
Avviat' oltre innanzi

un

po',

Giannone.

GIANNONE.
Innanzi vi vo'
io,

brutta gentaccia;

Che sempre s'ha

sentir qualche pazzia.

BECO.

Tu

m' hai rotto le spalle.


MECHERINO.

E
BECO.

tu

le braccia.

Or

dirai tu, che la Catrina

mia?

MECHERINO.

Tu

vai caiendo.

LA CATRINA
BECO.

41

E che? diavol
MECHERINO.

lo faccia.

Tu ne vuoi anche.
BECO.
El mal che Dio te dia.

GIANNOLE.
state cheti in malor, gentaccia grossa.

Che ve venga

il

gavocciol intru l'ossa.

Giungono al PODEST', e

GIANNONE

dice:

GIANNONE.
Dio ve dia
'1

giorno, ser lo Potest

Egli qua Nanni, Bpco e Mecarino,

C hanno

fatto romhazzo. Andate

l.

POTEST'.

Che quistion

la lor? Pia stato

'1

vino:

Ed

io gli

accorder. Venite qua.

MECHERINO.
Io

non intendo cotesto

latino:

Dite in volgar, ch'i'ho

un

po'

'1

cervel grosso.

POTEST'.
Vi vo' far far la pace oggi,
s' io

posso.

US

SCHERZI SCENICI

NANNI.
Beco, va'
oltre, e di' la

tua ragione.

No laga
:

dire a

me

MECHERINO. che son prim'


;

io.

BECO.

E E

tu debbi voler

rifar cristione:

che

s,

ch'io te

mando

al solatio!

MECHERINO.

io dir.

BECO.

Tu non

dirai,

ghiarghione.

MECHERINO.

per che conto? BECO.

Perch vuole Dio.

MECHERINO.

Ben

lo vedr.

BECO.

Se tu non Te ne dr una.

istai cheto.

MECHERINO.

E ove?
BECO.
S de dreto.

LA CATRINA
POTEST'.

43

Ors che

la

sarebbe una seccaggine.

Di' su, Becuccio.

BECO. Oh, Dij ve faccia sano! Noi siamo innanzi alla magniflcaggine Di ser lo Podest di San Casciano:

ringraziata sia la dappocaggine.

Egli per darci ci che noi vogliamo.

MECHERINO.

Tu

sei

un

tristo.

BECO.

Deh! lasciami
Ch'
al

dire,

sangue,

all'aria te far ratire.

lo

son Beco.

MECHERINO.

De Chi?
Bi::co.

Tu me
Sta' cheto, dico.

to'

'1

capo:

MECHERINO.

Ed
Io

io vo' favellare.

BECO. son Beco de Meo de Ton de Lapo

MECHERINO.
Ser lo Vicario,
e'

ve vuole ingannare.

44

SCHERZI SCENICI

BECO.

De Biagozzo de Drea

de' quei dal

Rapo.

MECHERINO.
To', s'egli

ha cominciato a
BECO.

cicalare!

abbiali tolto

Siam

tutti ricchi, e

dna poderi unguanno: abbiam del gran d'anno.

Come me
Lagatel
dir,

fa

MECHERINO. sudar questa giostizia! che se muoion de fame.


BECO.

Noi raccoglin pur quando E 'nfln nel letto ci trovam

gli dovizia,

lo

strame.

Ed ognuno

fornito a masserizia.

PODEST'.

Quanti siate voi in casa?

MECHERINO.

Un

brulicame.

PODEST'.

Avete voi

la

casa? Sta' un po' cheto.


BECO.

La

casa, e

'1

forno, e

E non valicato Che Mecherin qui tolse

sambuco derieto. incor dua mesi.


'1

la Catrina,

LA CATRINA

45

E
Io

vuoila

com'un

fante per

le spesi,

Oltr'alla dota, quella ciaccherina:

non posso

patir che

me

l'addesi,

Perch la gli troppo bianca farina, Paffuta, tonda, grassa e soflacioccia,

E una

sofflciente bracciatoccia.
le

Costui ha denti da mangiar

ghiande,

E
E
L'

'n

quattro volte

e'

l'ara sfanfanata;

io d'allotta in

qua

ch'io ero grande,

ho infine a questo punto gaveggiata Prima eh' io me mettessi le mutande Pensate s'ell' mia questa gambata.
;

E Ser m'ha detto; Beco, ella te Ed hanne strascinato le parole.


'1

vuole,

PODEST'.

ei

cosi?

BECO.

Che Ton suo padre me

Per queste Die guagnele. l'avea promessa.

MECHERINO.

qual Ton, bugiardaccio?

BECO.

Ton de
Parti, ch'io sappia dirti s'ell'

Chele*

dessa?

Ella diceva ben: Beco crudele,

Quand'io guardavo le bestie con essa, L'anel se tu mei metti un tratto in dito, Annogni modo io te vo' per marito.

46

SCHERZI SCENICI

MECHERINO.

tu t'avvolli, Beco, eh"

eli'

mia,

per

men un

danaio non te la drei.

BECO.
Be', se

tu hai codesta fantasa,


lei.

Andiamo un poco a domandarne


/

MECHET?INO.

Codesto tempo
Io

sre' gittate via

non

vo' che tu sappi e' fatti miei:

Va', cerca tua ventura, io so' in tenuta.

BECO.

Tu

vai caiendo ancor, che la te puta.

MECHET^INO.

che

me

puoi tu far?
BECO.

Tu
Io

lo vedrai

son venuto

al

Podest per.
PODEST'.

Io per

me

noi saprei giudicar mai.

L'anello hagliel tu dato?

MECHERINO. Messer no.


PODEST*.
Beco, aspetta, che tu te n'andrai

Forse contento.

LA CATRINA
MECHERINO. mentre ch'io ce

47

A
Un
tratto
il

str.

Io so che s potr devincolare.

mio no

glie vo' io lagare.

BECO.
E' m' venuto
il

pi bello appipito

Di darti, te so dire,

un rugiolone.

MECHERINO.
Fa' conto, eh' io

mi

srei tagliato

il

dito,

Tu

vai caiendo d'andarne al cassone.

PODEST'.
Fate ch'un zitto non
si sia

sentito;

Ch'io intendo di cavarvi di quistione.

Conosci tu questa Catrina, Nanni?

NANNI.
Ser
s,

derieto alla grandezza, e panni.

EU'

vedete,

una camarlingona.
in

D'assai gagliarda, ardita e recipiente,

La pare un assiuolo

su

la

nona.

Ed ha dinanzi appunto meno un dente, E delle dua lucerne una n'ha buona,
L'altra se potre' metter tra le spente.

Tarchiata, stietta, soda e vendereccia.

PODEST'.

Dove

sta ella a casa?

NANNI.
In Vacchereccia.

48

SCHERZI SCENICI
PODEST'.

Va', mettegli

una

30ce.

NANNI.
Ai, Catrina.

La CATRINA

di lontano risponde

Che diavol hai?


NANNI.
Stravalica
il

fossato.

CATRINA.

Ho

io

a venir ritta alla collina?


NANNI.

Attraversa

il

ciglion dall'altro lato.

Che noi veggiam cotesta tua bocchina, Che pare un maluscristo inzuccherato.
PODEST'.
Hagliel tu

messo?
BECO.

Eccola qua

la ladra.

Guardat' un po' se questa cosa quadra.


PODEST'.

Vien qua, Catrina.


CATRINA.

Che

ci

Dio ve dia il buon d gli a dir? voi m'avete scioprata.

LA CATRINA
PODEST'.

49

Noi t'abbiam oggi fatta venir qui.

Che tu risponda, st

sei

domandata.

CATRINA.
Io rispondr, io.

PODEST'.

<

Tu

vedi cost

Mechero, a chi tu eri maritata: Or tu hai a dire in coscienza tua. Chi tu vorresti pi di questi dua.

CATRINA.

De

quali? Oh, voi


se

me

frete

vergognare:

Guarda

m'hanno mandat'oggi a spasso!


PODEST'.

Di'

pure

il

tuo parer,

non

dubitare.

parr aver perduto passo. Accostat'oltre di' quei che ti pare;


ti
:

Che non

Guardagli in viso.

CATRINA.

io gli

guardo basso,

Dicol'io presto, e quel ch'io dico m'abbia.

PODEST'.
S.

CATRINA.
Io vo' Beco.
Ser}}>.

Parte IL

50

SCHERZI SCENICI

MECHERINO. Oh, datti aval


BECO.

la rabbia.

a te l'acetone; dissitel io?

Oh! Dio te faccia Catrina de bene.


MECHERINO.
,

Io voglio andare a fare

il

rovenio

Al parentorio, e a chiunche t'attiene.


BECO.
S'io posso risaperne

un

brulichio,

Io te far

duo pezzi

delle stiene.

MECHERINO. Vien qua Catrina: che n'hai tu veduto De farmi questo?


CATRINA. Perch m' piaciuto. Non vedi tu come Beco biancoso, grande, e grosso, e alto, e relevato? tu sei brutto, arabico e sdegnoso,

E E

Affamatello, e sparuto, e sdentato.

NANNI.

Or vanne, Mecherin,

fatto al ritroso,
'1

contraaf colui che ha perso

piato.

BECO.

Ser lo Vicario, andiamo intanto a bere

Per l'allegrezza.
POTEST'.
E'

mi

parre' dovere.

IL

MOOLIAZZO.
FRAMMESSO.

INTERLOCUTORI.

Nencionb.

Leprone.

Giannole.
Meia.

IL

MOaLIAZZO

NENCIONE

LEPRONE.

NENCIONE.

Ond'esei

tu,

Lepron,

si

spricolato?

LEPRONE. Esco da quinavalle a seminare;

uguanno tanto dirubbiato. la lonza m'ho avuto a menare: E son, Nencione, come un disperato, E temo il car no m'abbia a spricolare: Semino poco, 'un ricoggo granello, E per ristoro uguanno io ho il balzello.
Egli

Talch

NENCIONE.
Alle guagnel, Lepron, noi

siamo un paio!

lo sono stato anch' io de' balzellati,

E vanne tutto l'olio e '1 mio danaio, E ci che ho guadagnato in su' mercati.

54 E' cittadin ci

SCHERZI SCENICI

mandano

al beccaio,

E com' asini ci hanno scorticati; Ma s'io potessi, ve', colle mie mani
Gli scannerei, e poi gli dare'
a'

cani.

LEPRONE.
Noi facciam de parole un semenzaio. Noi pur beliamo, e lor pongon la soma;

s'

hott' a dir, che ci


ci

Perch

E s ci E non vai

coiman lo staio, mani intra la chioma, avvollan come un arcolaio:

hanno

le

far cattiva la ciloma,


tristi, e

Perch aiam

l'un l'altro

accusiamo

questo

modo

tutti spricoliamo.

Laghiamo andar: che

vai tu ratolando?

NENCIONE. E che so io? tornavo dal mercato. r mi partii, venni qua valicando, Perch' i' fu' oggi de piatto chiamato

Da

un, eh' andava de moglie buzzicando


se se' deliberato
:

Vengo a saper

maritar quella tua fanciullaccia

Che vuo'tu

farne.? l' pi de tre braccia.

Tu mi

""arai,

LEPRONE. Nencione, un gran piacere,


vedere,
:

A farmela logar a un saccente. Ma prima ch'io lo faccia, il vo'


E
'ntender ben

come

gli sofficiente

Alle guagnel, eh' egli giusto e dovere.

IL

MOGLIAZZO

;>5

NENCIONE.
Io te giuro, ch'egli recipiente;

Egli

un garzonaccio

spricolato,

E sempre
Egli

fa cristione in sul

mercato.

Giannon de Meo del Cernecchione, Ed nno una brigata de fratelli.


Gli Beco, Tonio, Teio e Fracassone,

Che paion ghiandaion propio a vedelli, E sempre han delle busse alle questione,

E porton cinti al cui tutti e' coltelli: E son gagliardi, e son di que' del Ruota, E dan pel fango, come nella mota.

LEPRONE.

Com'nno

ricchi codesti garzoni ?

NENCIONE.

Non dimandar; gli han tutti del gran d'anno, E vigne, e campi poco, e processioni. La roba in casa d lor poco affanno.

LEPRONE. Laghiamo andar usciam fuor di tenzon Che vuol de dota? questo il mio malanno
;

<

NENCIONE.

E che

so io? vorr venzei fiorini.

LEPRONE.

Non

lo vo' fare, io

me

n'andre'

a'

confini

^
Rattienti

SCHERZI SCENICI

NENCIONE.

un poco:

egli de' principali.

Egli

un

disrobbiato lagorante,

E buon
Gli

bifolco, e
il

veggone

segnali,
:

Gli spricola

poder

fino alle piante

ha sforacchiato infln dentro a' casali, E non ti dico un grosso mercatante E' suona lo sveglion, quand'egli in bilico,
:

E
E

favvi su: chi semina


Vo', che tu

il bassilico.

gnene dia a ogni modo,


ve', della

laga fare a me,

dota

Dara'li

un buco

al

campo

allato al sodo.

LEPROlrB.

Io

non

vo' fare.

NENCIONE.
Io

non

vo' che te squota.

Non

dubitare, io vo' che tu stia sodo.


ti fla la

Per questo non

borsa vota.

LEPRONE.
Io

son contento

far

come

te pare.

NENCIONE.
Fatti con Dio:
il

vo' ire a trovare.

Si parte un poco, e comincia a

cMamar
:

GIANNONE

gridando

NENCIONE. Giannone, o Giannon diavol eh'


;

egli

oda

IL

MOGLIAZZO

57

GIANXONE.
Chi l? chi
l?

NEXCIONE. Vien qua, che

sii

impiccato.

GTANNONE.
Alle g-uagnel, che gli Nencion del Poda.

Che diavol hai? tu mi pari accanato.


NENCIONE Giannon, tu stenti oggi, o tu goda.
GIAN NONE. deh valica il fossato.

Io vo',

Che

c', che c'?

NENCIONE. Deguazzati e 'ndovina quel che sia. Demena tanto che tu te n'addia.

GIANNONE.
Io

credo quasi averla masticata:

Vorresti! mai,

Neucion mio, darmi moglie?

NENCIONE.
Alle guagnel, che tu
Io vo',
l'

hai 'ndovinata.

Giannon mio, darti pene e doglie, E dtti una manzotta adoperata. Che sar' '1 primo, se ben te ne incoglie. Eir una bellezza quant' un papa, E tonda, e bianca, che pare una rapa.

58

SCHERZI SCENICI
EU' ha dna occhi in testa stralucenti. fuor del mur tutti e' mattoni,
a tromba, bianca infno
a' denti.

Da cavar E '1 naso Con quel

pettoccio fresco, e que' poccioni.

Che paion duo ceston propio altrimenti, E sempre ha dreto un branco de garzoni.

Ed

boccata bene, ed barbuta,

'1

capo ha grosso, ed anche ben canuta.


vedesti la pi dassaiaccia
filare.
:

N mai

Non
La

sa cucir, n tesser, n
'1

filer 'ntro
l, e

mese un fuso

d'accia,

Ponla pur

lagavela stare.
la vuole, ella se caccia,

Ma
E

ve',

quando
ella si

par eh'

vogha

spricolare.

EU' chiesastra, e de far bene ha sete,

E sempre mai

la troverrai col prete.

L' la Mela, figliuola de Leprone,

E hanne un
E
'1

branco, e veston di colore.


si

Gli Beco, Tonio, Teio e Cernecchione,


lor

maggior

dreto al minore

oente propio da busse e da cristione, E fanno un gran fracasso e gran rumore, Son com' e' ghiri un branco de fratelli, E vanno in frotta come gli stornelli. placet' ella ancor, eh' io ho da dire?
GIANNONE, che d de dota?

Ella

me

piace;

ma

NENCIONE
Venticinque
florin.

Non

te fuggire.

GIANNONE.
Io noi vo' fare.

IL

MOGLIAZZO

59

NENCIONB.
Io

non

vo'

che te squota.

GIANNONE.
Io vo'

come Becacco cento

lire.

NENCIONE.

Tu gli spali tra fango e tra la mota: Sono un monzicchio de moneta appunto. Che non gli salteresti mai, pie giunto.
'1

per miglioramento

ti

vuol dare

De giunta ancora un pa' de bucellacci, Che ve possiate andare a stralnare.


GIANNONE. non vo' che te ne 'mpacci.
NENCIONE.

Non

lo vo'far,

Deh laga

fare a

me, non dubitare.

GIANNONE. Guata, che qualche buco tu mi cacci. Io so' contento, fa' con descrizione.
in

NENCIONE.
Fatti

con Dio,
Ora

io vo' trovar

Leprone.

ma

chiamar

LEPRONE.

NENCIONE.
Leprone, o Lepron, che sii bruciato, Aval aval son stato con Giannone,

60

SCHERZI SCEUlC
;

E hottel un gran pezzo deguazzato E holla acconcia, se vorrai, Leprone: Ma fa' che non mi guasti po' mercato.
'I

LEPRONE.

Com' hai tu

fatto ? tra'mi del burrone.

NENCIONE.
Venticinque
fiorin,

no

far parola.

LEPRONE.

tu

me

'mpicchi proprio per la gola.

Io noi vo' far, tu sei

un pazzerone.

NENCIONE.
Lasciat'

un

po',

Leprone, strascinare.

LEPRONE.

Noi

far,

NENCIONE.
S farai.

LEPRONE.

Tu vuo'

qustione:

Tu mi

conquidi, e vuo'mi spricolare.

NENCIONE.
ponla su, mozzala, mcrdellone.
Se' tu contento?

LEPRONE.
Si,

post crepare.

IL

MOGLIAZZO
NENCIONE.

61

Io vo' trovar Giannou, eh' io

l'

ho accordata,

tutti andrno a ber poi de brigata. Or ponla su, Giannon, ch'io t'ho ammogliato: Leprone ebbi un grau pezzo a strascinare Pur tanto, eh' io te l' ebbi arrovesciato,

ci eh' io dissi in dota

ti

vuol dare.

Io so' contento, e

G ANNONE. sonno consolato;

vo' che noi l'andiamo oggi a trovare:


mill' anni toccargli la

Farmi

mano.

NENCIONE.
Ratieon poco andiamo oltre pian piano.

Or ponla
Ve', eh'
i'

su, Leprone, e tienla stretta.

v'

ho giunti insieme ingraticchiati

Paglien, Lepron, segnata e benedetta.

LEPRONE. impalmo, senza che la guati, E dottela per sana e per perfetta.
lo te la

NENCIONE.

Or

siete voi parenti ringraziati.

G ANN ONE.

Ed

io la

toggo, purch la

me

piaccia.

LEPRONE.
Jo so' contento.

SCHERZI SCENICI

NENCIONE. Ors, buon pr

vi faccia.

LEPRONE

chiama

la

MEIA.

LEPRONE.
Meia.

SfEIA.

Messer.

LEPRONE.
Vieri qua,

questo Giannone

hottel dato, e vo' sia tuo marito.

GIANNONE.
Io

non

la vo', eh' ella

va zoppicone.

Perch

s si

NENCIONE. ieri, cadde scemunito, la roppe dreto il codrione;

Gli suo

mal vecchio,

e fia tosto guarito.

MEIA.
Ditegli ancor, eh' io son

fo bel cacio, e

buona latt aia, son buona massaia.


GIANNONE.

Lagatem'ir,
'1

Amor me

fruga e caccia,

E me E sempre vo' far cosa che te piaccia. Tu se' fatticcia, grossa e tutta bella: E parme avere avuto una bonaccia.
cor

grilla in corpo, e le budella;

IL

MOGLIAZZO

63

vuo'ti far la cioppa e la gonnella.

Accostat' oltre a me,

non

dubitare.

Gre' tu per, ch'io t'abbia a

manicare?

Io vo',

LEPRONE, Giannon, che tu le dia


GIANNONE.

l'anello.

Io so'

contento: chi far

le

plore?

LEPRONE,
Faralle qui Nencion, che

ha buon

cervello,

Ch' sindaco del popolo e rettore.

NENCIONE. Io ho imparato a dir da ser Giannello, E ancor dal prete, eh' buon dicitore.

Vien qua, Leprone, e toccagli la mano: E tu, Giannon, gliel metterai pian piano. Dirn al nome dell'Incarnazione,

di tutta la terra e tutto

il

cielo.

Che Dio vi dia del ben la punizione, E mantengav' al caldo e anche al gielo Abbiate d'ogni male compassione. Io ho tanta allegrezza, eh' io trafelo. Dappoi eh' io v' ho appaiati come i buoi.
:

Acciocch voi stentiate insieme poi.

Or voi sarete dua,

e parrete

uno,

E sempre mal
Dove ne va

l'un l'altro avete avere:

l'onor, servite

ognuno:
'1

Fate la cosa ingiusta, eh' dovere.

Ognun de
Siate al

voi sia fedel com'


le

pruno:
volere.

menar

man ben

d'

un

64

SCHERZI SCENICI

Crescete con ognun, moltiplicate. Stentando tanto insieme, che moiate. Vuoi tu, Meia figliuola di Leprone,

Giannon qui per tuo spasimo


MEIA.

marito?

Messer no

eh' io vorrei Baccellone.

LEPRONE.

Tu

sei

matta,

io ti dro':

porgigli

il

dito:

Che vuo' tu

far di quel festucolone?


io
1'

Far qualche pazzia, eh'

ho

sentito.

NENCIONE. Ella ne vuole un altro ad ora ad ora; Rattienti un po', non gliel mettere ancora. Vuoi tu, Meia, per tuo sposo giulio Giannon di Chel de Meo del Battaglione?
MEIA.

Oh! messer no: ch'incor non lo vogl'


LEPRONE.

io.

Tu

vorrai, Meia, eh' io faccia questione?

NENCIONE.
Rattienti a rieto, aval or te
1'

avvio ;

Vien qua, Meia. Ors, vuoi tu Giannone?


MEIA.

Oh messer
!

si,

dappoi eh'

io

non ho

altro.

NENCIONE.

tu Giannone?

IL

M0GLIAZZ9

GIANNONE.
Io

non son qui per


NENCIONE,

altro.

Dappoich'io ho conchiuso questo fatto, Ci resta sol che tu l'abbi a menare,


vorrai di palese, o di soppiatto,
Fagliel

come tu

vuoi, o tu

'1

sai fare.

E' sar buon, che noi beino

un

tratto,

Ch' io voglio a queste nozze scorporare.

dop' otta di cen la Meia e Giannone

Diranno un canzoncin riddon riddone.

r--vO''CX^3IC^j/'^^^"-^=''^^

Berni.

Varie

II.

LETTERE

LETTERE

I.

A MESSER AGNOLO DIVIZIO


PROTONOTARIO APOSTOLICO.

tt

ciechi,

il

tanto affaticar che giova?

Tutti tornate alla gran

madre

antica,

1 nome vostro appena


del Petrarca,

si ritrova.

Questo terzetto

ed buono a dire

a coloro che vanno or l or qua fuggendo la peste,

avuto tanta allegrezza eh' e' fusse stato vero quel che mi disse Giorgio, che la peste era anche cost, acciocch voi aveste avuto a venire qua a furia, ed io a serrarvi fuori per ammorbato. Oramai voi mi cominciate a somigliare Enea, che s' andava aggirando pel mondo, ed ora
fate voi. Io
arci

come

non

era cacciato di Tracia, ora di Creta, ora dalle Strofade; finalmente fu ad

un

pelo per tornarsi a casa

per disperato. Crediate a me, che

quando

si

sar

70

LETTERE

ben cerco, non si trover la migliore n la pi secura stanza di Roma e sar tale, che non se ne vor;

rebbe esser partito.

Non

crediate gi voi esser sicuro


e'

n anche

cost.

Io

ho speranza in Dio che

non

passa quindici d, che voi ve l'avete; ed eccoci in fuga un'altra volta. Dove andremo poi? A Santo Gemini, a Banco? So ben io che uUimum terriUlmm
sar quella Bibiena, et supplementum Chronicarum,

non vedere io sentir dire: Messer Agnolo a Bibbiena, come mi fu scritto a questi d: a Firenze; poi non fu vero. Oh che belle risa ho io a fare allora, e quanto congratularmi meco medesimo che se Dio mi d grazia eh' io la scampi fino a Natale, non ha da esser il pi contento uomo di me.
vedere e
!

Ora, poich voi siete a Civita, almeno diceste voi


in che casa, e con chi, o chi con voi, e per che via
vi s'ha da scriverei Dovevate
ste cose,

una almeno,

ier

pur sapere tutte quemattina quando mi scri-

veste con gli sproni in piede,


farvi
il

come

fate sempre.
:

A
s

dovere, bisognava stare otto d a scrivervi

poca voglia par che ne abbiate, scrivendo altrui della sorte che scrivete. Ma in fine egli in fatis eh' io v'abbia a scriver ogni due di, e render bene per
male, come fa Dio.

Ecco mo, bench

io avessi deliberato di aspettare

che voi diceste scrivimi, non ho potuto tenermi, n lasciare passar di cost il vostro Michele senza mie lettere. Egli sar di questa apportatore, che se ne va a Santo Gemini {tandem dopo molte aspettative
senza risoluzione) per tentare la fortuna sua. Credo che quel Giovanni Borgognone l' abbia uccellato e messolo su prima, e poi postolo gi.
di acccttazioni

Dice, ch'egli l'ha acconcio col Cardinale: pensate

LETTERB
se ha avuto

"71

fede di

buon mezzo. Hammi domandato una mia mano, come voi gli avete data buona li-

cenza, per potersene valere e mostrarla al Cardinale


in satisfazione delle parti. Io gnen'ho fatta informa

Camera cum honoribis et oneribus in grammatica; che se la vedeste, vi farebbe morir delle risa. Dio voglia eh' e' non abbia ad adoprarla in pi necessario servigio!

Ecco che a poco a poco voi vi scaricate di famiglia. Che volete? Costui se n' ito; Dionisio non c'; Antonio ha avuto licenza; Giovanpaolo si va con Dio. Diavolo, noi rimaniamo troppo soli Avete fatto bene a liberarvi della mula e degli staffieri ad un tratto. Cos fa chi vuol scemare spesa: prima d licenza alle bestie, poi alle persone. Doveste essere indovino, che la peste avesse a durare quanto ella
!

fa, e

che per questo non vi bisognasse pi cavalcatura per Roma. Sar bene che noi diamo licenza an-

che alla coperta, sed tamen amoto gii<sramus seria ludo. Io non sono stato da Campeggio per parlargli del
Breve, perch

non m'

parso necessario n a pro-

posito spender pi denari in Brevi, bisognandosi

fondare altrove; che, bench paia che voi vi


diate di ottenerlo
di

diffi-

qualunque tenore per

la per-

dita di quelle Lettere,

non per questo mi

diffidavo,

diffido io di parlarne in

modo

al

Cardinale (dico
e'

eziandio confessandogli delle Lettere) che

non

si

fusse messo a farne ogni cosa, e a passarlo eziandio.


I

Io credo che e' sappia appunto, che Lettere queste

II

sono, che ragionevolmente gnene dovete aver

comudel-

nicate; e senza mostrarle altrimenti al Papa, so che

una semplice informazione sua a Sua Santit


Il

l'animo vostro, per esporre al Re, aria formato

un

72

LETTERE

con le medesime Lettere innanzi, non areste saputo dipinger tale. Ma, come vi dico, non mi pare che in questa cosa ci abbia pi luogo Brevi, siano di qual tenore si voglia. Mutatida est ratio, modusqiie mis; n per cosa superflua ho
Breve, che voi stesso,

voluto affaticare Sua Santit, la quale vuol riservarsi per altro. Al domandargli parere sopra l'osti-

nazione dell'Arcivescovo, e consiglio del pigliare o

non

pigliar voi la
forse

Badia, ho

tempo un mese, che


si

tanto,

pi (per dir cos),

star a spac-

ciare in Francia.
siglio

voi dite, che quel parere e conio scriva al Valerio,

che Sua Santit mi dar


altri.

non ad

difficolt
s'

Intendo anche, che con grandissima d audieuza bene a' grand' uomini, e ch'e'

serrato in secretis, tal che io

non voglio senza


il

proposito e fuor di tempo stuzzicare

formicaio:

basta che ogni volta che vi vada,


voglio.
Il

io

abbia ci che

conte Baldassarre doveva dormire quando vi

disse che aveva parlato all'uomo dell'Arcivescovo

in

ovvero sono due questi uomini. Uno, mi disse Nicolas domenica, che prigione a Milano, e chiamasi messer Benedetto di Vivaldo, e per tal se;

Roma

gnale egli ha cavato un Breve dal Papa per farlo


liberare; sicch
sia,
e'

sar qui tosto.

Ma

poich

e' ci

quid tum 'postea?

Saremo
1'

allora a cavallo, e sar

bella e spedita la Chiesa; e

questa ha da essere

mi par cosi vedere che opera di Santa Liperata, ed

una cetera che non se ne verr mai a capo. Io non so come e' si sia ben fatto (dico quando bene la cosa fusse in procinto d'espedirsi, che non per essere a questi d) far dire da Campeggio al Papa che soprassieda, come m'accennate per la penultima

LETTERE

73

vostra, che talvolta potr rispondere Nostro Signore

che non voglia pregiudicare all'Arcivescovo, massi-

mamente avendone gi scritto al Re e domandata ultimamente Suts Majestatis intetitionem super hac re; n se ne avendo avuto risposta pi presto, bisognava che il Valerio presentasse il Breve ad ogni
,

via,
e'

che non poteva se non giovare; conciossiach


si si

bisognava che pur qualche cosa

rispondesse

indietro a Nostro Signore.


colui ebbe
il

La rosa

colse

Placet,

perch ora tanto

meno

pu dinegare all'Arcivescovo l'espedizione, non gne n'ara dinegata; dico avanti al Placet. Voglio dire, che non so, se parlando io di questa cosa ^1 Cardinale, egli mi risponder quel che io in ques\o presupposto ho detto a voi, e per conseguente siv per fare l'ufficio malvolentieri. Pur mi rimetto; fut^, non c' che bisogni pigliar partiti subiti; quello
che^veva ad essere stato, secondo me; cos avvieii, e chi non ha: suo danno. Aiui'io adesso vi consiglierei a pigliar la Badia e '1 Vescyado litigiosi o non litigiosi perch a peggio non sbu venire, che a darli con qualche partito, gi che le ose sono ne' termini, che le sono. Ho caro da
:

quando il Papa se prima

una bai|da che


dove s^ete,

voi vi siate ridotto finalmente a Civita,

si

pu

dir,

vostro, |i' in quel bordello

padrone, o almeno uomo non eravate cos. Diavolo

favvi anb di costi scrivermi con gli sproni in


e col

mano,

bicone in piede; sempre

si

trova qualche

scusa,

pnon empier mai pi che un foglio di carta. Non vi doria mancar modo da farmi usar la rettorica, come faca;e ultimamente, che lo trovaste cos bello.
Per dio u bella rettorica! svergognare uno per
:

dargli ma\ria da scrivere

son favori

disse Stra-

74
scino. Ors,
vincit.

LETTERfc

pur non

la

prima

et

tandem patientia

Messer Sisto a Nepi, gi sei d sono, fuggita col vescovo di Calice, la mala ventura. Cos ho stamattina trovato essere, quando sono andato a casa per parlargli, a ricordatomi di quelle censure che dite, e nella lettera sua fate menzione che "l solleseco, che

sana buono ecc.; l'ho trovato, e son rimaso e' venga qui oggi da messer Bartolomeo, e con lui tratti quel che sia da fare circa questa cosa che io per me non me ne intendo e sono inettissimo a queste cose. Pure, a me parerla che e' non fusse da sta-rsi a questo, ma vedere col medesimo messer Sisto ora eh' egli cost vicino, di
citatore
,
,
,

che volevate che facessi io; rh vi sar tanto agevole, quanto sarebbe stato a n^, e meglio per essere voi l'agente, io l'istrumento Mes
fargli fare quello

wget, e importa assai. Costoro hanno del tractore,

non
dell'

si
:

rispondendo lor presto, ce

la potrian bello

e calare

per vi prego non dormite, se tenet conto


di

onor vostro. Le cose nostre

casa stanno com'io

v' scrissi

iersera a lungo. Poich ebbi scritto, venn Michelino a


fatto d; e

come sapete e' egli ha due anno e tre e quattr volte il tutto quest' venne ad una certa ora, che messe Bartoloromperne
la testa
,

meo

prese sospetto grandissimo, perch ^sse voler cenare e dormir qui, che o Chimenti o 'Maddalena

non avessero male; non se gli poteva ca\r del capo per conto nessuno. La gente qui entr i nuovo in
susta, e facevangli viso di matrigna.
dire: che

Eg cominci

molto ben poteva fare quello h' e' faceva, conciossiach anche voi, quando fu il;aso vostro,

LETTERE
ne veniste a stare,
rio

75
etc.

dormir seco, quasi dicat

Io cos burlando, gli risposi s che, alle f, al Vale-

ed a

me non

fece egli troppo

buon

viso; e

'1

ti-

gnoso entr in collera, e cominci a dire: Io me ne andr io non ci voglio stare tu dovresti far pi carezze agli uomini dabbene che tu non fai; quando bene io fussi infetto, potrei venire e stare in questa
;
;

casa,

ma

tu sarai cagione che


e'

io

pi ecc. Fui cos savio quella volta,


quello eh'

non ci capiter che non gli risposi

meritava; se non che attesi a placarlo,

e a dargli ad intendere che burlava seco per quelle

parole,

come sa Dio e la Nostra Donna che facevo. Appunto non c'era ordine; la voleva pur con esso
me, e pure diceva tanto che io fui tutto tentato di dargli quel che andava cercando, e fussesi poi venuto a lamentare e a pianger con voi.
;

Roma,

Fraschetta va fiutando quanti bordelli sono per spirita di paura, sa d'aceto che pare un'in-

salata, e poi

vuol ammorbare questo e quello, e se

l'uomo

gli dice

detta per male. Vi giuro che

una parola per burla, crede gli sia non uomo in questa

casa che l'abbia veduto pi volentieri di me. Se e' sapesse quel che gli altri ne sentono, non ci arriveria mai. Domine ignosce

faduni.

illis, quia nesciunt quid Sento che messer Bartolomeo ragiona d'an-darsi con Dio con esso lui; e gli entrata paura da senno. Stamattina andato per risegnare le pen-

sioni e ogni cosa:

non ha potuto far niente. Dice che oggi si vuol confessare; fa come i putti, che non dicono mai volentieri le letanie se non quando
e'

tuona. Credo che se n' andr a Macerata, o a Baa Loreto. Tanto fa;
s'

gnare,
quello che

abbia a fare.

non sa egli stesso La sua Maddalena sta g?fc-

76

LETTERE
M' inha mezzi ammorche pur adesso trionfavamo. Or Dio e san Rocco
si

gliarda. Dice: S che io le sono partigiano.

cresce eh' e'


bati,

parta ora, che

ci

r accompagni. Stamattina ho inteso che il Cardinale si vuol partire di cost per Lombardia, ma che non ha potuto avere licenza. Vi dico bene, che se voi v'allontanaste, molto dura cosa mi parebbe a restar qui in questo fuoco senza bisogno; che finalmente sono pur uomo anch' io, e, andando le cose s pessimamente, so che io non ho il cintolino rosso pi che gli altri pure Jidt
;

voluntas tua, non detrectao imperium.


lersera

non mi

ricordai di scrivervi, che avevo tro-

vato

il

mi disse ch'io ve lo raccomandassi,


lazzo per intenderne
trovarlo.
i

Macerata, che cos a longe con una buona cera e che le cose d'Anparticolari ;

tonio passerebbono bene. Stamattina sono stato a pa-

non ho mai potuto mi risolver, e se potr essere a tempo vel far intendere. Non ho che dire altro, se non che vi ricordo l'o-

Non passer

sta sera, piacendo a Dio, che

nor vostro,
lute vostra.

ma

pi la vita; e raccomandovi la sa-

Di Roma,
PS. chi fu

alli iii di

nov. mdxxii.

Il

sollecitatore stato oggi qui, e noi l'abdella cosa. Dice che bisogna sapere

biamo informato

il notaio dell'obbligazione. Se gli disse, che poteva essere l'Apocello; ond'egli and per intendere; finalmente non ne trov nulla. Bisogna che

voi rispondiate presto se vi ricorda chi

e' fu,

e se

avete in casa scrittura che ne faccia menzione. Io

ne cercher intanto, ma se non la trovassi, sar bene che voi giuchiate in sul sicuro a darne avviso. Oggi messer Bartolomeo ha parlato di nuovo

LETTERE
nato e in su
io parlassi
l'

11

a questo Arteaga, che pure sta ordinariamente ostile

minaceie

e vi so dire, valuto

che

altra sera al Vescovo, e facessegli

man-

dar colui a farlo soprastare. Della Maddalena di messer Bartolomeo, ch'era sospetta, s'intende finalmente

che la non ha mal nessuno,

ma ch'ella era imbriaca

onde costoro si sono tutti riavuti, bench messer Bartolomeo persevera pur in dire di voler andar via. Dio ci dia grazia che noi la scampiamo, che se ci vien fatta, non la pi valente famiglia n la pi valorosa al mondo! Vi so dire, che e' ci giova essere matti spacciati tutti, cominciando a senioribtcs. Se fussimo punto malinconici, saremmo l'oca. Quel della stalla pazzo pubblico, Parigi da catena; gli altri ne sentono tutti, in modo che qui si pu dire
:

Vanne

via,

malinconia.

II.

AL MEDESIMO.
Ringraziato sia Dio, che voi scriveste una volta pi

che un foglio di carta;


e

ma non

vi

guastaste per,
,

anche non

1'

avete lasciato parer buono

col rim-

proverarmelo, e bestemmiarmi come se aveste a durare una gran fatica a contentarmi. Io so pure che

anche voi solete scrivere volentieri, e sete indefesso come il Valerio, e dove bisogna il dimostrate bene. Disgrazia mo la mia che io non sono uno di quelli, al quale accaggia scriver s a lungo. Ora, io non voglio per questo farvi male alle mani'
cos bene

78

LETTERE
tari/i

come faceva Alessandro; perch


^tossii
il

doctas quis non

amare manus? Lasciate pure stare s' e' vi nuoce troppo scrivere, e perdonatemi della mia ingordi-

gia e presonzione, scusandomi con quel verso del


Petrarca, che dice:

Ei perch ingordo, ed io perch

bella?

Ma, mutate

le

mutande, acciocch non s'intenbello, e

desse qualche male, in luogo di della dite

sar quel medesimo senza peccato.

Dovreste pur conoscere eh'


lasci pi vincere
alle

e'

non
io

uomo che

si

passioni di me, ed a quelle

d'amore massimamente, tanto che

ne sono ormai
il

la favola del popolo, et quod peius est,

vostro solvi

lazzo e passatempo; e conoscendomi,

non

merale

vigliate se io parlo o scrivo secondo quelle, concios-

siach alla giornata io operi e faccia tutte


azioni.

mie

Che
'1

si

cava

di

questo

mondo

finalmente al-

tro che

contentarsi, o almeno cercare di con-

tentarsi?

Non
;

vi sia

dunque

invidia n maraviglia

quello, ch'io dico e scrivo, perch l'uno e l'altro fo

umanamente ma questo non importa come


Voi
dite,

il

vino.

che vi pare ch'io abbia perso quel buon


in buona f s, l'avete bello e tromia f anche voi conoscete i cavalli come me! Che conietture ne fate voi, dissi eh' e' mi venne voglia montare in
ci

animo

ecc.

Mad

vata! e per
alle selle

perch

io

su

le

poste, e messer Bartolomeo

avea messi

in susta?

dissi, dal detto al fatto

Questo non conclude, che, sebbene lo un gran tratto e sapete simt non in potestate nostra. Senza primi motus che che, sebbene mi fussi fuggito, non era per altro se non perch questa famiglia mi volea crucifiggere
;

LETTERE

79

e avevaci di quegli che ragionavano di cacciar via

messer Bartolomeo e me, come autori della mina loro. Per questo ero in susta, come quello che mal volentieri fo dispiacere ad uomo; e parte temevo in verit dell'ira vostra, che non vi fusse dispiaciuto ecc. Chi sa gli animi degli uomini? Del resto lo sa Dio e la Nostra Donna, che non arci dato un picciolo per conto mio; che, sebben sono uomo, e come uomo tengo conto della vita, ho anche tanta grazia da Dio, che a luogo e tempo so non ne tener conto eh' anche cosa da uomo. Sicch non mi dite pauroso, che io sono piuttosto degno di esser chiamato temerario. La cosa succede bene fin qui. Dio grazia, tuttoch Cristofano con due ghianduzze agat animam; e la Maddalena fantesca, ch'era rimasa l in casa, adesso
;

adesso s'intende avere


prete s'abbia detto
:

la febbre; e

non

so

come

il

fargli

sempre

quello egli che

una coscia. Questo prete mi d queste nuove, e non

vedeste mai con che maniera! pare ch'egli spiriti;


e dicelo in collera,
e' ride.

come fa ogni cosa, eziandio quando domando mo vu, che 'n crediu tu? Parvi che costoro abbino da stare allegri, e bere il romanesco, e far vezzi a messer Bartolomeo? Il prete a botta per botta va dicendo per casa, cos in voce

B vt

dimessa: Dio

ci aiuti, se
:

noi la

campiamo

ecc.

la

gente risponde E la nostra Donna, che ce n' bisogno. Dio ne aiuta, che noi semo tutti matti, e non c'
chi voglia albergare malinconia pi eh'
d'ora, per niente.

un quarto Se questo non fusse, non ci riparerebbe tutto il mondo, dico a quel che si vede e si sente tutto d per la terra e per le strade, senza le cose di messer Bartolomeo, che sono uno zucchero di tre cotte. Accaggiono di gran cose ogni ora.

80

LETTERE
ar tempo ve lo far
le

e da ridere qualcuna, che se

toccar con mano: prima bisogna trattar d'importanza.

cose

Avete fatto bene a risolvervi delle cose di questo vescovo d'Avila, che vi do la fede mia, se aveste visto la fatica che durai iersera a disporlo, eh' egli aspettasse tanto che voi ci scriveste quel che s'aveva da fare, vi sareste meravigliato ben assai. Mi bisogn parlargli due ore spagnuolo, che non so pur formarne parola, ma ingenium faciedat amor; e pregarlo come si prega la Croce che espetasse asta che gli rompa le braccia, cio sino che voi rispondeste che sicurt s'aveva a trovare per dargli. Perch mi disse, che voleva una sicurt di Banco ben sicura, per sapere dove s' aver a voltare pel suo che est era la maior biwla del mwido; che ya ses annos Jiavia que eran in est; e non so che e' s'abbaiava. Volete voi altro? ch'io sudala farlo mandare uno ad Arteaga, che soprassedesse ad attaccar le scomuniche, fino che voi provvedeste. Credo che stamattina doveste aver mie lettere per via di Ronciglione in proposito di questo, perch subito che quel di Campeggio mi torn a rispondere quello che '1 vescovo gli aveva detto, mi messi a scrivervi, acciocch voi poteste provvedere; e ringraziato sia Dio che l'avete fatto. Ora voi volete pur mettermi alle mani con questo
;

messer

Sisto, e sapete, eh' e'

non pu essere

eh' ei

non

con quel vescovo eh' morto, e in grandissimo sospetto. Sia con Dio; io v'andr, e
sia stato

tornerammi a proposito l'essere confessato, e l'avere buon animo. Ciurmar non mi voglio, n pigliar pillole, come mi volevate dare che non voglio perdere quel poco di appetito che ho. Vedr di fare il bisogno, e
;

Ll^TTERE

SI

sforzerommene undecumque, non lasciando indietro


cosa alcuna, come
lio fatto in

tutte le altre vostre

faccende. Bisogner poi, come vi ho detto dell'altre volte, che la materia sia ben disposta, come dice il capitolo delle Pesche, e che la fortuna e gli uomini del mondo ne voglino aiutare. Certo questo m' pa-

ruto

buon pensamento ad ogni modo, che quando l'ho conferito questa cosa con messer Bartolomeo, non abbiamo mai saputo trovar via, n maniera da poter
:

uscire di questa diavoleria, e levarci questa triaca d' in su lo stomaco e massimamente poi che costui

che voleva promessa di Banco, e volevala buona. Non so ora se si vorr star contento a cento ducati solamente. Egli tanto inve-

cominci

a dire,

lenito e adirato (e mostralo di fuori

che

io

con le parole), ho paura che non ne faccia qualche cattivo

scherzo. Si far ogni cosa per guardarvi e l'onore e


l'utile.

Quanto
si

al pigliare le

censure, io per

me non

so quel che
gio.

voglia dir censure in vostro linguag-

Cesure so bene quel che vuol dire, perch m'intendo un poco di versi. Dice messer Bartolomeo che crede che voi le pigliaste il primo tratto che faceste la promessa in forma Camera: Sicch, ove la cosa di messer Sisto non facesse, bisogna che voi diate
subito avviso
quest' altra.

come

ci

abbiamo a governare circa


sono
di

Lettere vostre

non

ci

Spagna; cos m'ha

detto messer Martino che adesso torna dal Banco,


egli

da intendere. Messer Bartolomeo n' ha bene avuto non so onde voi no bisogna aver pazienza.
: :

Credete, eh' io
di

nuova del vescovo Calice per piacere che n'avessi, se non per mavi detti la

non

ledetta passione. Messer Bartolomeo


Berni.

me la

disse per

Parte

IL

82
certa, e voi sapete

LETl'ERE

che crednla

corsi subito a scriverla,

res amor parendomi con

est:

ond'io

siffatto ar-

gomento sfogare gran parte


preso
;

del dolore che n'avevo

del quale certo stata


intesi
il

maggiore l'allegrezza
contrario,

come suole essere nella perdita delle cose carissime, poi che le
si

venutami da poi che

sono racquistate. Non fu dunque mio

l'errore, e

se pure fu,

non fu

volontario.

tulata.

Sapete che messer Giovannantonio dice, rehUo reCon tutto questo non egli sicuro; che, sesi dice,

condo

ha tenuto il fratello continuamente in braccio nella sua malattia onde per parecchie settimane io fo buon proposito carendi consuetudine,
;

e dire: este procul,

vittce

tenues.

Se Giantommaso

morto, o non morto, faccia egli, lo vi dico quello che sento dire: non ne vogliate male a me, che non sum autor. lersei'a mi disse Martino, che anche Pietro Durea, o

Gurea,

'1

Cieco erano morti a Cor-

neto di non so che,


volete
voi;
e'

eh' io

non me ne

ricordo. Se

mo

credere o discredere anche questo, sta a


evangelio,

non

n articolo

di fede. Io,

per

me, tengo la credenza mia serrata a chiave, e credo solamente quello che veggo e quello che voglio. Dionisio and via stamattina col nome di Dio, e dopo molte informazioni del viaggio, finalmente s' trovato che una via c'era d'andare nell'Abruzzo senza pi; e questa daNarni e Terni ecc., eh' un rallungar la via tre giornate. D'altra banda non passa un
uccello. Dissemi, che
gli saria

una patente
;

di

qualche signore

una lettera al Pisano a Santo Gemini, e credo ch'egli gnene far molto volentieri, perch buon fanciullo, e serve algiovata assai
sicch io
gli feci

trui

quand'egli

richiesto.

Lavora bene

di Breve.

LETTERE

83

Con non

quella potr andar sicuro per tutto, che


gli

mal

verr eh'

e'

non

lo senta.

Sar in vece del

Paternostro di san Giuliano, o delle sette Allegrezze. Io, per lo allungamento del viaggio, e perch egli

anche il domand, gli feci sopra i venticinque aggiugnere cinque altri giulj pe' bisogni che gli potevano accadere: e in vero ne parve a tutti ch'e' si richiedessero, sendo il cammino fra l'andare e '1 tornare presso a quattrocento miglia, secondo che dicono costoro.
Baciovi
le

mani

del presente della veste, e infilzo


gli altri,

fanno mazzi per risponder loro a luogo e tempo. Dio m'aiuti che i pesi non mi sopraffaccino. Aveva ben pensato di far l'imbasciata al Sanga, secondo le lettere del Valerio; e a dirvi il vero, ogni
proprio
si

questo beneficio con


lettere ne'

come

le

volta che leggo

una lettera che venga a voi, mi metto in persona vostra, bench indegnamente, e secondo la mia poca discrezione subito giudico, o mi par di giudicare quel che bisogni far circa essa; quando fo poi qualche mocciconeria, perch non ne so pi. Non gli ho ancor detto niente, perch non ho avuto
comodit con incomodit gnen'arei detto, se la necessit m'avesse cacciato; ma non essendo per espedirsi la cosa di Costanza cos presto, mi pare aver tempo qualche d a dirglielo; bench non passer (con l'aiuto di Dio) domane che a posta l'andr a trovare, che voglio esser seco per altre cose. Vo mal volentieri fuora; questo . Sono stato da Nicolas pi volte per fargli intendere quello che scrive il Valerio; non ve l'ho mai trovato, e Dio sa come anche a lui si favella pericolosamente! Importando la cosa poco pi di quella
:

84

LETTERE

molta istanza "pure non lascer di fare il debito, come prima io possa. Con messer Sisto far un viaggio e due servigi,
del Sang:a,
fatto
;

non ho

cio gli

domander
del Valerio

se sa niente delle cose vostre

circa la Procura in altri che in


lettera

Tommasino ecc. La mander con le altre; che si

spaccia domane, o posdomane, secondo che intendo.


De' miei Sonetti
giocosi
degli altri
i

seri

non so quali me gli mandare, se i quelli li mandai tutti ultimamente


;

non credo

eh'

e' si

curi,

perch non

est

opercB pretium. Vorrei

mi

scriveste

quello che cre-

dete ch'egli voglia, bench di gi l'ho scritto anche a


lui.

A
e d'

Desiderio far

le

imbasciate di Pandolfo del saio

ogni cosa, e avviserovvi delle risposte che safatte a lui e a

ranno
con

me

con

l'aiuto di Dio.

E' pare che v'incresca d'avermi


lo scrivere

un poco

satisfatto

lungo, dicendo, che vi sete lassato

trasportar dalla volont e dallo stratto.


in principio
;

Me

la deste

avete voluto darmela anche in fine

Pazienza di questo ancora!

pi,

pare che

e'

vi

sappia male ch'io vi scriva spesso e lungo. Dite non so che per parentesi: tanto sono le tue. Oh, di
grazia,

non mi
fa,

togliete questo sfogamento di ceril

maggior passatempo che i' abbia. anche non possa ciDiavol calare a mio modo con la carta, scrivendo quel che mi viene a bocca! M'avete data poca allegrezza, vi
vello, eh' egli

ch'io sia senza voi, e

so dire, e pregovi per

amor

di

Dio lasciatemi fare;

che questo, e l'avere lettere di voi spesso, mi servono per antidoto. Se voi non mi scriveste, ed io non potessi scrivervi , pensate come mi troverei E' non mai ben di me, se non quel d che mi son
!

LETTERE

85

portate innanzi lettere di voi; n giucare, n ber

vino romanesco, n sorte alcuna di buona cera ha


forza di farmi stare allegro quanto quelle. Egli

vero che c'ingegniamo, quanto

si

pu, a stare di

buona voglia:
si

il

vino

si

tal famiglinola questa.

beve cos torbido com': A messer Bartolomeo non


sa e pu
,

manca

di

quel che

si

ed egli sta assai

contento. Giuchiamo talvolta a primiera di quattrini;

finalmente non

si lascia

cosa alcuna per star

lieti: sed

quid hcec sine te? L'assenza vostra ci corpiacere, et non sinit esse integnim; per

rompe ogni
ne portaste.
Il

tornate ed arete mostarda, e ogni bene che con voi


famiglio di stalla di Antonio and via, merco-

saranno otto giorni. So bene ch'io arei a rispondere a molte cose della vostra lettera, che non mi sono satisfatto scrivendo, e meno penso di satisfare
led

a voi

anche mi bisognerebbe

dir di

mio pur assai

cose, le quali, se guardassi alla voglia di scrivere,


finirei mai, impossibile a credere il piacere che piglio scrivendovi; ma messer Bartolomeo ha chiamato, che vuol cenare; il che un gran mira-

non

colo. Per io voglio andar a vedere s'egli vero; n voleva minor cagione di questa a spiccarmi dal ragionar con voi, padron mio. Io mi vi raccomando da maledetto senno.

Di Roma. AUi xi di novembre mdxxii.

86

LETTERE

Ut,

A MESSER LATINO lUVfiNALE


CANONICO DI SAN PIETRO A MOMPELLIER O DOVE SIA.
TJnde hoc mihi, ut veniat mater
,

Domini mei ad me ?

Certo

un gran

privilegio stato, signor messer La-

tino mio, che voi m'abbiate degnato


fatta lettera; e sono in certo

d'una

cos

modo

obbligato alla

peste, per la cui causa sono stato fatto partefce


testa Corte

Mentre che voi sete stato in covi potrei mai dire il consumamento che ho avuto continuo di scrivervi una volta per cavarmi la voglia di ragionar con voi la quale non stata punto minore di quella che ho avuta col Valerio col quale il pi delle volte m' accadi tanta grazia.
,

non

duto ragionare

Ma non mi

di cose dispettose e malinconiche. sono mai arrischiato tanto in l, n m' bastata la vista di affrontarvi e tanto meno, quanto il prefato Valerio, del continuo ragionandomi di voi, mi diceva che stavate di mala voglia, et quodamvnodo disperato con le vostre negoziazioni. Ora che
;

ho un

domandarlo a bocca non arci saputo eleggere il maggiore, mi pare esser a cavallo e non m'incresce se non che mostrate, per la vostra, essere partito di Corte per andar in luogo, ove forse non sar cos comodit d'inviar le lettere, com' era prima alla Corte. Puro voi col poco, ed io
tale attacco, che a
;

con

lo spesso,

come

dice

il

proverbio, ne scriveremo

LETTERE
tante e tante, che

87

ne dever arrivare a bene; e cominceremo al nome d'Iddio da questa. Che la mia Elegia vi sia parsa bella, potrebbe essere, e ve lo credo anzi che no, perch l'amore che mi portate ad un bisogno vi ara ingannato ed occupato il giudizio senza lasciarvi conoscere il vero. Io non me n'intendo, n altro so di sua bellezza o e in tanto bruttezza, se non che la feci da senno di travaglio quanto fervor di dolore di passione
fatto
, , ,

un gran

mai
cos

si

facesse cosa al

mondo

e cosi

come

la feci

ex ahrwpto, senza pensarvi punto, solo dictante dolore,

anche imprudentemente

la diedi fuora,

paren-

domi per quella via sfogare gran parte de' miei affanni, e fare fede al

mondo

del

male stato mio,

il

quale quella volta arei voluto che fosse stato noto

ad ognuno. Primi motus non sunt in spotestate nostra; ed io mi sono di poi accorto che con poco avvedimento mi governai. Pure chi si saria potuto tenere ( che fusse stato Francesco ) di non mostrare ogni sua cosa a messer Latino luvenale e a messer Gio. Francesco Valerio, che hanno benigno giudizio,
,

et boni consiilunt, e

come
cos

se stessi?
e

me medesimo,
fatta
i

per dirlo in una parola, mi amano Mi saria parso fare pi ingiuria a sempre mi sarei rimproverato una
,

ingiuria

ricordandomi
tali

ascoso

miei secreti a

d' aver tenuto uomini. Messer Latino


,

mio

fatto

non guardate alla qualit del poema non vale, ed io non me ne inganno;
,

che in
per

ma

quegli affetti

tali

quali sono

considerate cliente

fusse, e sia (che per questo io

non mi sono per mutato) l'animo mio, e con quanta indegnit la mia fortuna m'abbi (come si dice) giunto al boccone, mettendomi in istato dove, per pi doglia, non

05

LETTERE
sia concesso
il

mi

potermi apertamente dolere senza

rossore.

Ecco il Valerio mi riprende e dice eh' io farei bene a lasciare andar queste baie ed a rivolgere i
,

miei pensieri a miglior parte; che maledetto sia egli, e chi sente talmente seco. Che penitenza la mia, a dare ad intendere al mondo che questo si

debbe piuttosto imputare


alcuna elezione? Io
sto tormento,

mia disgrazia che ad non ho comprato a contanti quealla

n me lo sono andato cercando a pofar rider per la gente del fatto mio che non se sta ne ridon per se non gli scempi. Che bisogno mo ,
;

che ognuno faccia sopra di me i suoi conti? Prego Dio che provino una volta questi tali, che cos son pronti a riprendere altrui, la maladizione in che mi trovo ora io, che forse saranno di altra opinione.
Sed nunc non erat

Ms

locus. E'

mi pare

mill'anni che

voi torniate per ragionare un'ora con voi, e vedere


se trovo uno, che (Bquis

mmius una

volta ascolti le

mie ragioni.
che m'avete fatta, parlando de' vostri Sonetti e dicendo non so che in iscusa. Messer Latino, questi sono termini troppo generali, e non punto da usare con esso meco prima, perch il giudicio mio non merita che cos fatte Dio vi perdoni
la ingiuria
,
;

cose

gli

siano sottoposte; poi, perch


il

e'

sono vostri,
stesso,

che importa a chi gli ha


la

tutto. Io

non credo a

me

ma

visti e considerati e lodati,

vi

dico

mia opinione sopra essi, ma di questi tali. E' sono e tengomeli io e di messer Latino belli e buoni molto ben cari appresso, come le cose de' santi. In eo genere ancora io ho fatto non so che baie, anzi ne ho
,
,

fatte tante

da poi che sono in questo labirinto, che

LETTERE

89

non

mai creduto essere stato da tanto. Ecco che mi lodo io; non fo come voi, che troppo alla cortegiana ve n'andate: mi lodo da mia posta per
arei

avanzar

la

manifattura. Dice
Di questi

il

verso: Qui non m>lt


vi

fieri desidiosus, amet.

non

mando che uno,

qua contro a messer Agnolo, che mi strazia senza una misericordia e piet al mondo.
fatto da tre di in
Io,

spinto dalla furia del dolore, sono ricorso al


della poesia; e

ri-

medio

venuto fatto questo, che tale quale , vi mando senz'altro cerimonie. Vedetelo, e fategli quello che merita la sua e la mia coglioneria; n ancor io so far meglio, e non sono n anche obbligato. Mandovi appresso la Egloga

m'

(che prima avete

con
dell'

la

mandata al Valerio, e s' perduta) medesima intenzione che il Sonetto, cio che uno e dell' altra facciate quello che meglio vi

mette.

a scrivere questa mattina, e intanto intendere oggi ho fatto alle vostre donne, che seriIo cominciai

non pare che le se ne siano curate. Forse non si trovavano in ordine; ma io per questo non ho voluto lasciar di mandarvi la mia che di lor colpa non deve patire. Quando si spaccer di nuovo, se le mi daranno lettere far l' ufficio e scriverovvi ancor io. Stasera non posso scrivere pi, perch tardi; il corriere vuol partire, e a me fa un gran freddo. Qui non sono nuove che meritino d' essere scritte. La peste. Dio grazia, s' dileguata del tutto, e la Corte tornata che pur uno non rimasto
vino; e
,

fuori.

Messer Agnolo
s'aspetta di

manno

venuto da Civita, e messer Arcorto. Voi attendete a spedirvi,

di febraro mdxxiii.

e tornate sano, e presto.

Di Roma,

il

primo

90

LETTERE

IV.

AL MEDSIMO.
Ieri mi madonna

fu dato

un

vostro pacchetto direttivo a

Livia vostra, e

una

lettera spicciolata al

reverendissimo vostro padrone. Al primo ho dato ottimo ricapito, avendolo questa mattina io stesso
portato a casa quella
la vostra

madonna

Battista, che voi per

mi divisate. La seconda del Cardinale ho data a messer Agnolo, che mi dice volerla mandar

con una sua che scrive a sua signoria reverendissima a non so che castello, ove si trova. Dell'altro mazzo, che l'altra volta m'indirizzaste da Parigi, vi scrissi ultimamente quanto avevo fatto; e come anche quello era giunto a buon ricapito: per non
perder altrimenti tempo in replicarvene.

non me ne posso tenere. Bisogna che io con quelle persone massimamente che amo e riverisco di cuore, e dalle quali so che sono riconosciuto; bench penso non vi dever essere stato in tutto molesto lo scriver mio, e ne sar forse stato causa il desiderio che ragionevolmente dovete tenere d'Italia, e per conseguente amare gli scritti
In fine
cicali, e

che vengono d'essa, per isconci e disutili che siano. Qui non pi peste, n se ne parla, se non tanto quanto come s' ella non ci fosse mai stata. Tutto il

mondo
un

tornato

e la Corte s'

rimessa su

eh'

piacere. Ci sono quasi tutti questi signori car-

possono di parer molti, poich non sono ricchi. Questi due ultimi di del carnovale si sono fatte di gran maschere. La gente
dinali, e s'aiutano

quanto

e'

LETTERE

91

da principio non s'arrischiava per tema di papa Adriano; poi vi diede pur dentro, e finalmente s' visto che l'inferno non cosi brutto come si dipigne
che Nostro Signore buon compagno. Messer Agnolo, messer Antonio e messer Guglielmo sono- tutti tornati da Civita, e si raccomandano tutti a voi per la pariglia. Il vostro buon messer Armanno si sta pure a Parma. Ancora non s'assicura
e
il

minchione

vuol vedere

le

cose troppo chiare, ed

troppo sofistico, o forse aspetta che sia mandato

lui. Messer Bartolomeo si sta 2i BB,nco, ut stipr a. Ancora egli non vuol sbucare se non al sicuro. Non vidi mai tali uomini! Egli era uno di quegli che alla vista, gli argani non ariano cavato di Roma.

per

Cos diceva: che se tutto


egli solo voleva restare
;

il

mondo

si

fusse partito,

e cos vedete che


.
.

Dum
.
.

vitant stulti vitia in contraria ctirrunt

.Nec miseri possunt revocare parentes, Nec moritura super crudeli funere virgo,
eh'

una sua gentildonna


s il

di

contado, che ne muore


adesso; prima

a ghiado, e sta male di

lui. Ille niJiil

ne faceva

guasto, eh' era uno stento ad udirlo

ragionarne.

Qui non sono altre nuove che della presa del povero Rodi la quale so che dovete avere prima di noi. L'altro d la parte Colonuese entr in Viterbo a tradimento (non so in che modo), e tagli a pezzi
,

quasi tutti que' capi Orsini, prese prigioni, e fece


bordello. Quell'Ottaviano Spiriti stato
il

il

principe,

per che
castello

il
,

vescovo di Cesena qui stato messo in e credesene male. Il Papa ha mandato a

quella volta la guardia di Vincenzio

da Tivoli con

92

LETTERE
altri
si

non so che

trecento fanti ed

il

signor Gio.

Corrado. Coloro

sono

ritirati
,

a Terni e a Narni, e

per quelle terre de' Colonnesi e non fu altro. Qui si ragiona di mandare Legati in volta,
agitur magnis de rebus. Io

et

se

non ho che scrivervi altro, messer Latino mio, non che mi consumo, crepo, ho un gran martello

tornata vostra. Tornate dunque, perch etam si te medio foro invenero, dissuaviabor. Intendo stamattina, la peste da lunedi in qua esdi voi e della

sere rinforzata; e questo credo che sia per la

com-

mistione promiscua della gente questi d del carnovale, ne' quali


sorte di pratica, e

non s' guardato nessuno da ogni massimamente di puttane, che


Tanto
che ieri si son sette venti fra morti e feriti. Dio

sono

la peste stessa.

case ritrovate, e pi di

n' aiuti egli, nec ohstat rubrica siperior.

Ho

lettere dal socio

messer Armanno,

il

quale

si

maraviglia assai che voi indugiate tanto a tornare,


tanto pi che vi tiene per uno spirito resoluto; per
satisfate

Di Roma,

ormai a tanto nostro desiderio, e state sano. a' xix di febraro mdxxiii.

V.

A MESSER GIAMBATTISTA MONTEBUONA

A VERONA.
Per non esserci
il

Sanga,

elio ieri

ore part con monsignore e

mattina a diece con messer Achille per

LFTTERE
le

93

poste alla volta di Loiiiburdia, ho aperto io la

lettera vostra direttiva a lui de"

xxv

del passato; e

visto

il

glior espediente
gliela dietro,

contenuto di essa, non ho saputa che mime ne pigliare, se non mandar-

come feci anche ier sera un' altra vostra lunga di non so quanto; massime che in quest'ultima non ho trovato cosa che sia bisognata far qui, e per la quale non si fosse potuto sicuramente mandar cos chiusa a chi ella andava. Basta,
che voi vi fate un gran praticone, e dovete gi esser assai pi dotto in fattorie e in far quitanze, che non ero
io

quando andai nell'Abruzzo.


cos
si

Ad mam'a pure, che

fanno

gli

uomini!
v'avvi-

Sbrattatevi quanto pi presto potete, e

non

luppate tanto in cotesto signorie, e maggioranze

che vi scordiate in tutto di chi vi vuol bene. Ora-

mai doverete aver fatto il pi forte, e a Natale almanco so che potemo aspettarvi a far una primieretta cos dolce dolce in terzo sopra

un canto

di

tavola; ergo ecc.

Ultimamente mi parve vedere che


vicarj, suffraganei, predicatori
e

vi si

mandasse?

mille gentilezze.
,

Arete avuto bolle, schianze

croste

commessioni,

privilegi e ogni cosa; di che

sar bene che diate

avviso per buon rispetto; bench alla diligenza vostra superfluo ricordarlo. Adesso vi si manda

un Breve per

il Sufifraganeo, che mi penso sia la commission sua. Se altro vi bisogna di qua, date avviso, che perch non ci sia Monsignore, rimase in vece di sua signoria quel di Chieti, che supplir

a tutto pulitamente. Cos


sono, se fossi

io

ancora, cos bestia

come
si-

buono a

servirvi in

qualche cosa,

massime

in far qualche

imbasciata alla vostra

94

LETTERE
vi

gnora, valetevi dei servitori vostri. Non


altro.

dico

Non so dove abbiate sognato, che il signor Giovanni de' Medici abbi ammazzato il vescovo di Trvisi. Per Dio, gran nuove si dicono a Verona! Dio vel perdoni, che credete, o mostrate di credere simili coglionerie.
Il

signor Giovanni

si

part di

qua

otto d sono in circa, e andossene in poste alla volta


del

campo con

tutta la sua divota compagnia; ed

ebbe la benedizione da Nostro Signore in forma Ecclesia co?isueta. Non so se vi par da credere che egli
abbi ammazzato
il

vescovo

di Trevisi.

ha una nuova al mondo dalla presa di Milano in poi, che ha gi la barba. N l' arcivescovo, n il Boschetto, n messer Bernardino scrivono tanto quanto se non fussino al mondo. Le maggiori nuove che ci vengano sono da voi altri sbisai cost. Pensate come ve ne potemo dar noi! Per le prime che Monsignore scriver, doveremo intendere il tutto; ed io allora (caso che il Sanga
si
,

Qua non

non

faccia l'uflacio di l egli,

come credo pure che


si

dovr

fare) vi affogher negli avvisi.

Le vostre raccomandazioni
graziate e

sono

fatte, e tutte

Ti tornano duplicate, dal Lalata

massimamente. Rinsalutate messer Battista dalla Torre quanto

merita

il

valore e la virt di sua signoria.

addio.

Il II

di

novembre mdxxiv*
a quel Dio d'amore di Alessandro

Raccomandatemi
Ricordi.

LETTERE

95

VI.

AL MEDESIMO.
Egli vero che io ricevo
le lettere

soprammodo

volentieri

che mi vengono scritte di qua e di l; ma quando, per sorte, elle son cos lunghe, o cos belle che non mi d il cuore di risponder loro per le rime, pensate che mi viene il sudor della morte,

come m'
e l'altra

bello e

venuto con

la vostra,

che ha l'una
di

parte in s; e volentieri non vorrei avervi

mai

scritto per

non m'aver dato causa


alle

mettermi

adesso la giornea in rispondere


alla f

consonanze.

Ma

che per questa volta arete pure pazienza, che, che non mi voglio mettere in pelaghi cos cupi, mi duol s una gamba per una stincata ch'ebbi che mi volle far carezze che ieri da un cavallo poco ad altro posso pensare che a tenerci le mani.
oltre
,
,

buona verit, se non che il reverendo padrone mio Monsignor di Chieti, col mandarmi a ricordare che stasera si spaccia a Venezia quasi m' ha comandato che vi scriva, rendendovi duplicate le raccomandazioni e cerimonie, che per la mia fate a sua signoria, portava pericolo che non vi dessi cartaccia per questa volta; sicch palavi pur uno zucchero a

in

vostra posta, che v'abbi scritto questi quattro versacci cos a mal in corpo e col braccio al collo.

Gran cosa certo, che questo Suffraganeo e predicatore non siano ancora arrivati! Se fussero altri
che
frati, io sarei

con voi a pensare che fusse inse a quest'ora

tervenuto loro qualche caso strano; e forse forse


che, cos frati

come sono,

non hanno

96
fatto scala, potrebbe

LETTERE
fossato

fiume

molto ben essere che qualche non avesse avuto quel rispetto che si conviene a san Domenico. Fate dir loro la messa di san Gregorio e raccomandateli a
, ,

o pozzo

Dio, e basta: io

non saprei che mi

ci

dire pi. Si

doveriano vergognare (quando mai non avessero altro peccato) ad avervi fatto mangiare i carpioni
e le trote, e peccar cos
Ieri ci fu

disonestamente in gola. data una vostra, che mostra di andar a

monsignore, poi va al Sanga. de' cinque di ottobre, per mia f assai fresca, da Borsella sicuramente. Dice aver pure ricevuto questa benedetta deputazione
;

e finalmente quasi tutto quello

che circa la
;

medesima materia dite voi a me per la vostra sicch non ci parso intendere, quanto a questo, altro di nuovo. Le altre cose che ci sono entro, come dir
dell'aspettare
il

SufTraganeo
eh' io per

scrivere al Capitolo e
ecc., fra

Podest, del Gottifredi e del Miglio,


ve r intendete
spondere.
,

voi

me non

so che

mi

vi ri-

Perdonatemi se
(ih.\2i'm2iio

vi

ho detto cardinale; vuoisi dire

fattore,
,

a far quietanze

che mi pensai essere nell'Abruzzo quando ve lo scrissi. Credevi ogni

grandezza, ogni pompa, ogni favor vostro, e mi vi

par vedere
stris, e

fin di
,

qua con una coda

dietro,
,

grande

come un asino
tanto

voltarvi ora a dextris

ora a sini-

pii

visibilmente, quanto ho provato

ancora io che cosa governare. Questo quel che ruina voi altri poveretti ammartellati, che v'immergete in coteste magnificenze e mettetevi dentro il sommo bene, senza ricordarvi de' poveri saccardelli amici e servidori vostri. Ma per Dio non siate cosi impio, che vi lasciate svolgere da accidente alcuno.
,

LETTERE
S

97

che non abbiate sempre innanzi agli occhi

Roma

Roma.
Vel dissi in principio, vel dir anche in mezzo ed in fine, che monsignor di Chieti vi risaluta, vi
lo dir pure), e cos fanno tutti da voi cominciando dal maggiore fino al minore, fino a Simon da Urbino, che venne non ier l'altro pi savio e pi bello che mai, ve ne manda un centinaio, e dice, che in questo viaggio di san lacomo, che vuol fare tra pochi d, pregher Dio per r anima vostra a pi potere. Il nostro Bino, ch'ebbe l'altro d di Spagna un beneficio che n' vacato, mi sta tutto d a romper la testa, pregandomi che ve lo raccomandi. Quello scimunito di Pusillo, che pare uno stronzo di can magro, anch' egli si vuol metter in dozzina, e pi di cento volte s' gi lasciato uscire di bocca che vi vuol scrivere, n per ancora da tanto che metta mano in carta. Final6i

raccomanda (che

gli altri salutati

mente ognuno desidera essere vostro benevogliente. Le lettere, che mi mandaste sotto la mia, hanno tutte avuto buon ricapito, e subito. Non aspettate che vi dia nuove di Roma, che appena so quello che si fa in camera mia, onde non esco mai, non
che yadi cercando quello che si fa fuori; e lo credo aver detto un'altra volta, e se non ve l'ho detto ve
lo dico ora, che

delle novelle.

sono nemico capitale delle nuove e Perdonatemi quando vi scrissi della

(lu quale dite avere saputa che bench fusse pur cosa notabile, se avessi creduto cos, non l'arei scritta. Ora non pi, che sono arrivato col cicalare fin dove non credetti. State sano ed amateci. Di Roma, a'xxr di novembre mdxxiv. Bem "" Parte IL 7

perdita di monsignore

prima)

yy

LETTERE

vn.
ALLl SIGNORI ABATI CORNARI.
Signori miei, longum
tutti tre
esset,

s'io volessi scrivere a

pr

dignitate rei et personarum, e dire tutto

quello che ho da dire,


di

massime a voi monsignor

Brescia,

il

quale potete chiamarmi spagnuolo

alla

foggia di monsignor Brevio a vostro modo,

ch'io sono e sar sempre cos fatto; e


sce bene. Egli

me

ne incre-

desinato,

un gran caldo, ed io ho pur ora ed ho uno stomaco di carta non nata, e


di sonno.

muoiomi

Mi perdonerete sin che

vi ri-

veggo, che sar, spero in Dio, presto ; ma Verona tantum, che a Brescia non bisogna pensare, qui-

usdam de causis animum nostrum


bus; e questo sia detto alla

et alterius moventi"

S. V.,

monsignor mio

di Vidore, per risposta del cortesissimo invito che

mi

fate.

voi,

di Carrara, aliud mercedis eri. Vedi voi

nite pure, ed
rette
tate,

uno

mi

porti

da

estate,

che non ne ho pi,


il

un paro e se non
resto.
farli

di berle

por-

tristi

voi!

Zefiro nostro, presente latore (che

pare pi presto aquilone) vi dir

dolcis-

direi che vi degnaste baciare la mano per me al reverendissimo signor Cardinale mio padrone, ma non voglio parere prosuntuoso: basta che facciate l'ufficio con

simo giovane, per Dio; e si vuol buona cera. Ve lo raccomando, e

carezze e

monsignor l'Arcivescovo. A voi bacia

la

mano
il

il

signor Flaminio qui presente e acc(;ttante, ed

re
il

verendo monsignor Cigotto nostro dolcissimo,

quale forza che meniate a Brescia per maestro

LETTERE
delle cerimonie.

99

Ed

io lo

metter in quell'abito che

ha da

stare. Intanto addio.

Di Verona
Servitor di tutti

Francesco Berni.

Vili.

A MONSIGNOR

1\IARC0

CORNARO

ABATE DI YIDOR, A PADOVA.


Chi non sa, signor mio dolcissimo che voi sete veramente dolcissimo, e la idea della amorevolezza? Ed io me ne sono accorto a molti segni, ma ad uno massime, che quante volte \^o scritto a quel venerabile vescovo di Brescia, tante volte mi ha piantato un porro, e voi m' avete risposto per lui. Ma pazienza! Bisognerebbe vivere assai per imparare assai. Vi chieggo perdono umilmente, se vi ho of' feso in non vi scrivere, bench vedo che me lo date larghissimo con la vostra infinita discrezione; e conservate pi che mai saldo l'amore, che dal primo di mi poneste con dire di contentarvi di quattro mie linee: che ben vorrei mostrar io a voi il mio con altro ma da che la natura e la fortuna mi ha fatto tale dico asciutto di parole e poco cerimonioso, e per ristoro intrigato in servit, vi prego durare nel proposito di satisfarvi di me cosi com'io
, ,
;

100

LETTERE

sono; e abbiate sempre in mente che per" accidente alcuno io non sia mai per mutarmi. Ben sapete che ho pur da fare qualche cosa, se non altro l'andar tuttod innanzi e 'ndrieto dal mio padrone, che mi

occupa tutto poi e' la dappocaggine ordinaria, che ha fatto in fine eh' io non ho mai scritto e ora qui scrivo anche quasi sul ginocchio, perch sono in procinto di andar via. Luned si fa vela generalmante pur tutti e tutti coli' aiuto di Dio ci dirizziamo alla volta di Roma; onde, se ci arrivo mai, e
; ; ;

un poco, potrebbe essere che vi facessi il Vo per la via di Firenze per far l'amore con mia madre quindici o venti d, e andar un poco in coro con la zanfarda, e poi truccar via al nome di Dio, il quale sa quando ci rivedremo! E voi,
mi
riposi

bordello.

messer

lo

piovano, potreste bene, e dovereste, e ne

l, che non tempo della vita vostra. Ma basta e poi che ho nominato il Piovano, dico a quello di San Tommaso, che non speri da me

sarebbe ormai tempo, che ve ne veniste


so ci che vogliate far a Padova
;

il

indulgenze per tutta questa quaresima, perch il papa la consumer tutta in viaggio, ed io non sar con Sua Santit s che lo possa servire. Se la vuol
che sar servito. Godo delle vostre bonaccie e consolazioni; e pi mi rallegro con quello sposo che s' ha goduto e gode quella sposetta divina. Sono certissimo che quel Ruzzante divino, e
poi, gridi

ve n'ho invidia. Noi abbiamo fatto qua corbellerie assai, delle quali non accade darvi conto, che sono
fastidiose; se ne

faremo altrove, che non siano

sciocche, ne avrete la parte vostra.

Ho fatto le vostre raccomandazioni e ve mando indietro, e appresso vi mando questo


,

le ri-

pezzo

LETTERE
di lettera,

101

che cominciai

l'altro d, al

signor Friuli

mio carissimo, acciocch gnene diate, facendoli mia scusa se non la ho finita con tutte le ragioni che vi ho dette di opra. Un d gli scriver una lettera
forse che gli soddisfer, e

comincer cosi:
le

Perch m'ammazzi con


ti

tue querele,
il

Priuli mio, perch

duoli a torto,

Che

sai

che t'amo pi che l'orso

miele?

Sai che nel

mezzo

del petto

ti

porto

Serrato, stretto, abbarbicato e

fitto,

Pi che non Se ti lamenti perch non


Dite di grazia che

son le radici nell'orto.


ti

ho

scritto ecc.

non mi ammazzi, che per Dio


,

ammazzer
di

lui; e cos dite al Brevio.

rologio che sta eccellentemente

Ho avuto l'opare che venga

mano

vostra. Addio, signor mio, fin a quest'altra

volta, che

non posso pi

ora.

Di Bologna.

IX.
AL MAGNIFICO SIGNOR MIO ONORANDO

MESSER VINCILAO BOIANO.


Recapito Cividale del Friuli o a Rosazo.
Magnifico signor messer Vincilao mio. Mi vergogno bene a scrivervi, avendovi fatto cos

poco onove della prima grazia che m' avete

fatto.

102
cio, lasciatami

LETTERE
perder la cagna disgraziatamente;

della quale perdita per

gurati, che l'avevano in

hanno colpa cura, e non


l'aveva data

li

servi scia-

io

che non ne

potei avere

maggior dispiacere
perch

di quello
il

che ebbi

ed ho

e solo
il

me

mio messer

Vincilao,

quale porto in mezzo del core. Ora con

la seconda vergogna caccer la prima, che vi pregher vi piaccia mandarmi come prima vi comodo, due paia di prosciutti belli, che li vorrei donare ad un gentiluomo. Sono privo della speranza, in che ero entrato, di potermi venir a stare con voi questa state, ed allora fornirmene; e per bisogna che non campiate dal minor danno, poich sete
,

campato dal maggiore. Ma io sono forse inetto a bene a messer Vincilao, che appresso di me di quelli uomini che non se ne trova pur molti
dire
;

per vostra signoria mi perdoner


di
Il

si

ricorder

comandarmi, ricordandosi

ch'io l'amo ed osservo.


alli

signor ser messer Marco dar ricapito

pro-

sciutti, se

vostra signoria non ha altro modo. Baalli

ciovi la

mano.

Da Verona,

xv

di

maggio mdxxx.

X.

AL MEDESIMO.
Magnifico signor mio.
Io

non aspettavo
liberalit

altro se

tilezza e

vostra,

non che, oltre alla genmi confondeste ancori

LETTERE
con
la eloquenza, e ci

103

metteste sopra il sapore delle scuse del parlar furiano, e cotali passate cortigianie, che vi dovreste vergognare a far le cerimonie con chi vi ama tanto. Ch'io non sia venuto a rompervi
il

capo vi ha avvisato
sufficienza;

tesia e

non
sete.

vi

la vostra troppa corbisognava essere men

buon

architetto .... per dirlo in


ci

un
in

tratto

men
vi;

d'assai di

che

Come monsignore ha
rettilit pedem

sta .... so che

mi

disse

mandarmi
. .
.

gran piacere di farvi rugnire a primiera, e voi d'una gran molestia e per Dio. Ora per tornare la cagna o il cane mi
e cos io son privo d'un
.
:

sar gratissimo,
se
s

ma non

sgorbiate per per trovarlo

non ne

avete, che ad ogni

modo

io

non

ci

sono

avventurato, che sit opera p7'etium affaticarvi tanto. De' prosciutti vi ringrazio sommamente; ma perch

rileggendo la vostra lettera ci ho visto una parola, che mi ha fatto saltar sin al palco, che dice eh' io

non fuggir
giugniate
fosse

quell'altro
d

un

pur vero,

danno che non mi sopragun capo re, deh Dio che quando mi ricordo di quelli di
a rugnirmi
ci

che
e

fummo

assediati dalle acque e da' troni in Piaz-

zuola, e che piacere che

ebbi

divento matto, e
alla

non so qual

vita

mi proponessi

speranza di
perch se

doverci tornare un'altra volta; la quale potrei avere


se vi disponeste a fare quello che dite
;

non uno, che da Venezia conduca questo messer Marco in qua, io lo vedo murato in eterno in quella
casa di queir ambasciador della Cavagliera. E sapete? Io mi trover questa state in loco, che da It a Piazzuola un passo di gallo e per fatelo, messer Vincilao mio, si Ubi vis oculos debere CaMim,
;

Spererei anche farvi vedere

una certa opera, che

104

LETTERE
vi dispiacer; s^^
,

compongo adesso, che non

awm
mi

Ime omnia discerpunt in nubiUMis par vedere che saranno parole.

irrita

donant;

Ho

letta de verbo

ad verbum tutta

la

coda della
et

vostra lettera a monsignore, qui exultat prce gaudio^


et neqiiit satis laudari

ed admirari dligentiam

amo-

rem

tuurnh,

a quo propediem expectat omnia.


;

Ha ben

inteso

non so che di cavalli che li mandate e parmi che anche voi vogliate cominciar a fare di quelle del signor messer Marco; e se foste altri che voi,
vi darla

un

tienti a

mente;

ma

per questa volta

siavi perdonata.

Dio perdoni a quelli Eremiti, e facciali santi. Monsignore ha carissimo che facciate loro carezze ed
,

che mi piace come le mazzate a' cani tuttavia, poich il padrone vuol cos , da legare l' asino a modo suo. Signor mio, io vi bacio la mano, e vi sono schiavo.
io
,

quantum, sinit fraternitas fratriim


;

Da Verona,

alli

vi di giugno mdxxx.

XL
AL' MEDESIMO.
Signor mio magnifico.
Io credo che

quando mi scrivete v'immaginate

di

giocar a primiera, e aver in


tr,

un quarantanove almeno;
una

mano un cinquantain modo vi met-

tete la giorna e date la baia alli poveretti. Ebbi


l'altro d

vostra, piena di architetture e di squa-

, ,

LETTERE
dre e d
far a
libelli, e

105

con certe imbasciate drente da


;

messer Pamfllo
feci

delle quali

avete a sapere

che non ne
His, et

alcuna. Quid rnihi cvm tuis ccementa-

cum

tuis furnicibus, aut trabibus?

A Piazzuola
,

vi vorrei io

avere

con un cinquantuno alla mano ed io un cinquantaquattro e poi vedremmo chi


,

meglio sapesse dare


onore
,

la baia.

Or

finite cost, e fatevi


,

vi do la fede

come monsignore aspetta che facciate che mia erectus est in spem ittgentissimam che dobbiate aver fatto un tempio di Diana Efesina
si
;

tanto

promette dalla vostra Vitruviet e Frontineit, ed io mi metto al punto quanto posso e lassa dire a me. Ma per tornare a proposito, io vorrei de' prosciutti, perch m' venuto un vizio, che non mi piace pi carne di vacca e bisogna che vada aguzzando il gusto con queste ribalderie. Per mi vi racco,

mando; ma non vi sgorbiate. Mandatemene sei, e ad uno ad uno, perch in casa non se ne fa guasto n cosa opese non da me. Li vorrei non magri rosa cio gran macchine come furono quelli che mi mandaste che stetton bene di quella statura perch si avevano a donare; quelli che si hanno
, , , ,

ad adoperare in casa rnagis fmgi esse debent. Dirizzateli a messer Marco con ordine che li mandi a me; e perch sua signoria sar presto a Piazzuola, considerate bene sopra questa parte. Io ho martello di voi tanto che crepo ma bisogna che mi gratti perch non V' altro rimedio se non date volta in qua. Intanto amatemi, e fate una bella fabbrica, e siate contento che vi baci le mani. Da Verona, alli xiv d'agosto mdxxx.
;

106

LETTERE
XII.

AL MEDESIMO.
Signor mo magnifico. La vostra lettera de' 4 agosto sia la ben venuta poich venuta in tanta furia. L'ebbi ier sera e la lessi per non di men gusto n di minor voglia che se la fusse stata d'oggi o di ieri, come un uovo fresco. Imparate per voi per un' altra volta a man;

non dite villania alle genti qua, che non han colpa. Se non feci le vostre imbasciate a messer Pamfilo, non fu perch non le volessi fare, ma perch era in parte, ove non che luca; credo che fusse allora in Venezia; e poi tordarle in pi diligenza, e
di

nato,

si ficc

a Bovolone, dove gli mandai la vostra


la

scritta,

perch se

leggesse a suo modo; poi quello


la lascio estricare

che

si

leggesse non so;

da voi.

Direte mo' eh' io abbi anche fatto quel


di quest'altre imbasciate,

medesimo

che mi avete imposto;

arate il torto utsupra, perch prima, la vostra giunta

quando intendete, e poi il prefato messer Pamfilo non in paese. Pare che sia ito a Rovere di Trento, onde Dio sa quando torner; e poi, quando torni, egli si levato dal servigio di monsignore e sta da sua posta sicch non so quel che vi possiate promettere di lui circa la fabbrica. Per non errare, ho mandato la vostra lettera a monsignore, eh' in visita, e se me la rimanda stasera, prima ch'io spacci al signor messer Marco vi far qui drento un postscripsi di quel che sua signoria vorr che
,
, ,

vi risponda

se

no

lo saprete

un' altra volta. In-

LETTERE
dere di negligenza la diligenza
eh' io

lO

tanto beccatevi su questo, e imparate a non ripren;

non ho mai
di voi, e

avuto lettera vostra, che non

le

abbi risposto subito,

n mai

ora

punto che non mi ricordi

che

non

vi desideri o a Piazzuola, o qui, o in

qualche altro

poich mi vietato il poter venir da voi, dove pur meo jure dovrei venire e stare perch fui pure il primo possessore di Rosazzo, e quel che ruppi ii guado ma '1 diavolo e la fortuna, miei
loco del
;
;

mondo

grandi amici, mi trattano cos in questa come nelle


altre cose.

che stati sono poich si pu dire siano morti martiri cos maltrattati. Se cos , non se ne parli pi; e siate pregato quest' anno che viene ad averci un poco l'occhio, perch volo saturan carnius eonim poich qui non si magna se non l'uccello di san Luca ed la pi ladra cosa che sia nel mondo. E ricordatevi che siano grassetti, e non operosi, come vi
Dio facci pace
all'

anima

di quelli peccatori
,

dissi per l'ultima lettera.

Di grazia non mi fate venire l' acqua alla bocca con ricordarmi Piazzuola inutilmente, perch io ne sono esclusissimo, e messer Marco cerca d'andarci; me n' ha dato quest' anno le pi belle incanate che voi mai vedeste. Stavo per andare a Brescia, e scorrere per la Lombardia tutto questo tempo che monsignore sta in visita, ma mi pare che Giove e Giunone abbiano fatto lega contro al mio disegno. Ha cominciato a rovinar il cielo di pioggia da quattro di in qua; e tira per il dado di sorte che non so ci che mi far. So bene che ovunque sar et quidquid agam amalo te et tuus ero. Cos vi prego che facciate voi, e andiate dietro spendendo ci che potete
,

108

LETTERE
modo
JicBCpoS-

fare e dire per fabbricare cost, si quo


sit avelli

de complexi liujus non sponscs, sed hipcp.


il

Che
e

le

veglia

cancaro

e a chi fu

cagione che

si

con essa! Vi bacio la mano, signor mio, vi raccomando. Da Verona, alli xvi di sett. mdxxx.
ritasse

mami

XIII.

AL MEDESIMO.
Addio quel giovine. Voi
fate fatti e state
il

cheto.

Cos piace alle donne. venuto

cane, che se

non
di

fosse peccato, direi che fosse divino.

Monsignor

san Zeno vi aveva prima per quel che sete, ma adesso vi tiene per molto pi, e dove vi conosceva solo per nome e relazione di quel poverino a cui Dio perdoni, adesso vi conosce per prova e per la vostra virt. Vi ringrazia e vuole tutto l'obbligo per
,

s; ed
glior

ben giusto, che sua signoria ha molto mispalle che non ho io poveretto il quale non
,

so che

mi

dir altro.

Ottobre, mdxxxi.

Servitor vostro

Francesco.
*M

Affermando quanto

il

Berni ha scritto di sopra,

n
r>

non

far altre cerimonie con voi, messer Vincilao

mio, che potrei dire molte cose dandomene occasione questo bel giovine che
ci

avete mandato

al

LETTERE

109

quale ancora speriamo di avere a dar moglie per mano vostra, innanzi che venga la settuagesima,

che

si

far l'alleluia. Intanto state certo che que-

j'

ri

un presente degno dell'animo di quello che pi volte mi dipinse quel poverino, la cui amara memoria fa che io interrompa qui lo scristo stato
vere, affermandovi che quel eh'

morto

in lui vive
di voi e di

in

me, per quello ch'io posso, verso

tutta casa vostra.

cosi

mi

vi offero,

pregandovi

n
n

che mi raccomandiate al signor vostro fratello messer Eustachio, il quale desidero intendere che
sia sano.
" "

Alli servizj vostri

l'Abate di san Zeko.

XIV.
AL MEDESIMO.
Magnifico Messere.
e uomo dabbene, ogni cosa. Viene mandato da monsignore, e indirizzato a vostra signoria con ordine di fare quanto li comanderete in tutto quello

Eccovi un muratore eccellente


il

per

pilastro

e per

che resterete d' accordo con lui. Vedr il lavorio, e squadrer bene quello che ha da fare et si res exi;

get

che torni in qua per provvedersi di cose necessarie, che non abbi portate seco, lasciatelo tornare, che ritorner poi pi risoluto e pi stabile e si non
:

exiget, lasciatelo

fermare, e datevi drento a far

una

Ilo

LETTERE

bella fabbrica, restando prima,

come

dio, d'accordo

seco, perch noi l'abbiamo rimesso a voi in omnibus

per omnia; e quello che voi farete aremo per rato e fermo. Nec plura his, avendovi scritto alli d passati, credo, abbastanza per quanto si pu scrivere
et

in

un mezzo
io vi

foglio.

Monsignore

vi si

raccomanda,

ed

bacio la mano.
alli

Da Verona,

di luglio

mdxxxii.

XV.
A MONS. IPPOLITO CARD. DE' MEDICI.
Rever. et Illustr. Padron mio.
S'i' avessi

l'ingegno del Burchiello,

io vi farei

vo-

lentieri

un

Sonetto, che non ebbi giammai tema e

subbietto pi dolce, pi piacevol, n pi bello. Signor mio caro, io mi trovo in bordello, anzi trovianci,

per parlar pi retto, come tante lamprede


tocchetto; impantanati Siam
'1

in

un

fin al cervello.
ci
:

L'acqua e

fango,
alle
ci fa

facchini e

marinari

hanno
Dateci

posto l'assedio
danari. L'oste

calcagna, gridando tutti

una cera grifagna, ed ebbe a dir fra s: Frate' miei cari chi perde in questo mondo, e chi guadagna; all'uscir della ragna, di settimana renderem gli uccelli e facci vezzi come a' suoi fratelli. Vengon questi e poi quelli e dicon che la rotta sar presa qua intorno a san Vincenzio e santa
:

Agnesa; che noi l'abbiamo intesa pi presto sotto a mangiarci lo strame, che andar innanzi a morirci di fame a quello albergo infame, che degnamente

LETTERE
detto Malalbergo; ond'io per stizza pi carta

IH
non

vergo.*

canchero alle barche, al Po, all' Adige e a Ferrara e al Bondino! non mi trovai mai in :^anta susta chi ne dice una, chi un' altra chi che

Che venga
:

il

a Malalbergo una pescarla che tiene in collo quante barche si son partite da Ferrara e da Bologna da quindici di in qua; chi che si passa, chi che non si
passa.

Non

fu mai la pi dolce festa

Dall'

una banda

mi costrigne amore,
tega.

dall'altra la pigion della botla pigione dice

L'amore vuole ch'io venga;

ch'io son pazzo, che

non

c' furia, che voi avete


stati

ben tanta discrezione che sapete che saremmo


costi gi otto giorni, se si potesse venire.

Meo buoi

di questa opinione largamente. Medicus est in voto,

come

filosofo e

come medico. Messer Giammaria da


pennas

Callino,

come

soldato, vorrebbe volare super

\ventorum; io vorrei star in letto, discrucior animi; e

on sapendo che
[er

altro farmi, star finalmente a ve-

piovere: che piove tanto e tanto, che pare che

.'elemento dall'acqua sia stato portato sopra quello


leir aria.

Frattanto sendomi venuto questo pezzo di


alle

l^arta

squartata

mani,

il

cui squartamento vi

ara fede del

nostro grazioso stato, ho voluto man[arvelo in scritto, in testimonio di quel che vor-

emmo, e di quel che possiamo fare per pregarvi fhe preghiate Dio per noi, se non ci potete altrilenti aiutare.

Quando vorr Dio

sua Madre, che

* Questo sonetto r abbiamo gi posto a pog. 180; n Xha altra variet che alla l. 9, ove si legge debbe dir Karnio di ebbe a dir.

112
egli spiova, e

LETTERE
che
le

rotte cateratte si rattacchino


,

e si serrino, noi verremo; alias ad impossibile tene tur.

nemo

Baciamo la mano di vostra signoria reverendissima in solidum et in comune. Da Ferrara,. a xix di dicembre mdxxxii.

XVI.

A MESSER

GIO.

FRANCESCO

BINI

Signor Bino mio onorando. Ho avuto la vostra amenissima lettera, che m' ha fatto venir 1' acqua alla bocca, ricordandomi a tavola i morti di Roma; e per Dio avete avuto torto a mettermi in succhio in questo modo, sendo teatino e mortificato, come
sono. Ora io credo d'aver inteso quel che
rete per conto del Signor Sadoleto, e dico

mi

seri-

cos,

che

monsignore stracontento di fare tutto quello che sua signoria vuole; e darassi ordine che sia servito.
Coeterum tres vale sopra l'allegare il Coriolano. Che possa io morire, se s' appose mai sopra pronostico nessuno, se non sopra il mio! Nondimeno ancora
io

sono stoico come

voi, e lascio correre allo ingiCj

l'acqua di questo fiume, che non vedeste mai me*


glio.

vivere

avemo sino

alla

morte a dispetto

di

chi

non vuole, e '1 vantaggio vivere allegramente come conforto a far voi, attendendo a frequentai quelli banchetti che si fanno per Roma, e scrivend(
soprattutto
qn(B vincit

manco che

potete; quia hac est Victoria


far cos
io,

mundmn. Se potessi

avcnd(

LETTERE

113

quel cervel pazzo che ho, sarei da pi che '1 papa. Sono schiavo a quel poeta, che per dir male degli

comincia da ^q: prima charitas incipit a se ipso; e per Dio arei caro conoscerlo. Signor Bino mio, voi sarete contento darmi licenza che io non scriva pi,
altri

avendo
zctto.

scritto

tutta mattina.

Mi raccomando

alla

signoria vostra e a quella di messer Ferrando Pon-

Di Verona, a xxix di giugno mdxxix.

XVII.

AL MEDESIMO*
Risposi ieri brevemente alla cortesissma lettera
di vostra signoria;

fu per la brevit tale, che

mi

parse aver satisfatto a tutto quello che potevate

che non ho altro da dire. Vi dissi, che messer Ubaldino era guarito e ito fuori; ma oggi gli tornata una grossa febbre, che se ferma qui, sar gran ventura perch le recidive, e in questi tempi, sapete di che nature sono. Pure potrebbe anche essere che avesse ventura; ma certo
desiderare per risposta,
s
;

la febbre stata bestiale.

Di

mano

in

mano

vi av-

viser dello stato suo, e


quelli servigi

non mancher

di tutti

che potr, s per sati sfazione di monsignor Carnesecca che l' ama tanto, s anche mia, che non l'amo meno, bench abbi ancor io il mio impiccato e le mie corna, che mia madre sta pessi-

mamente,

mio

fratello

Dio sa come; che ringra8

ziato sia Dio d'ogni cosa.


Berni,

Parte IL

114

LETTERE

Se quel Centurione torna, vorrei che monsignor protonotario gli domandasse conto di quel memoriale e se per sorte messer Giovanni Poggio nun;

avesse dato quella mia translazione della pensione intimata a don Francesco di Mendoza, vorrei che sua signoria se l facesse dare, e fra voi e
zio
gli
lei

guardaste bene; perch m'importa dugento ducati d'entrata. Addio, signor mio: io son chiala

me

mato

da' cristei.
iii

Di Firenze, a

di

settembre mdxxxiii.

XVIII:

AL MEDESIMO.
Scrivendovi
ieri delle

cose di monsignore, non ebbi


il

tempo
sente.

di ricordarvi le mie,

che far con la preil

Raccomandatemi dunque a monsignore

protonotario, e di grazia pregatelo che abbia


ria delle

memo-

mie faccende, e massime di quella del vescovo di Como, dal quale desidero che mi liberi vel , vel clam, vel precario ; e uno di voi faccia che lo sappi, e non stia pi con questo cocomero in corpo E quando sua signoria, dico quella del protonotario, ara un d parlato de' casi di quel suo amico con
quell'altro amico, che
di

promise

di parlar fino a

Roma

dalle Fate,

qael vescovado che fa far ben versi, ricordisi anche di fargliene avere un poco di risposta. Voi, messer Rino mio, anche non m' abbandonate, e scrivetemi
quella pensione di
e di

XXX,

talora per quella via che vi ho detto.

LETTERE
Io

U
un
pezzo, e

mi veggo

ftto
il

qui per
al

pur ora

scrivendo sento

rumore

del freddo della febbre,

eh' venuto bestialissimo

dopo

mio povero fratello, avvengach sempre in letto. Quell'altro mio zio sta anche peggio che mai del cervello, e del corpo non bene. Mia madre non pu levar la testa. Bisognami comparire
tre d ch'era stato senz'essa,

innanzi

a'

consiglieri e magistrati per conto di que-

ho comprata; bisogna che contenda con contadini, che non mi vogliono dar del pane n del vino; e vi so dire, che sto fresco! E '1
sta negra casa che

mio signor cardinale


uno spasso
dire,
il

illustrissimo attende a dire:

Scrivi che venga, e lasci stare ogni cosa. Per Dio


il caso suo. Che sia maledetto, sto per mio, come maledisse Giobbe. Foris tastai me gladius, et intus pavor. Pure in Domino confido. E a voi, messer Bino mio, e agli amici mi raccomando, che non posso pi scrivere.

Di Firenze, a xiii d'ottobre mdxxxiii.

XIX.
AL MEDESIMO.
Per rispondere alla vostra de' 16 da
vi faccia dell'essere

Roma, mesbuon pr

sere Gio* Francesco mio, dico prima, che

giunto a salvamento, e sia pregato Dio che vi stiate lungamente senza muovervi pi ad ire per le mondora; che certo sarebbe cosa

da dire

al podest,

che ogni

sei

mesi aveste ad

ire

116

LETTELE

in Calicut. Poi dico che

non importa che abbi


;

prirna

giugner vostro basta chB r ho inteso ora, e n' ho grandissimo piacere. Cosi dia Dio il malanno e la mala pasqua a quel ghiotto mariuolo, che ha seminato per tutta Italia la morte di monsignor di Verona: che quando tornai l'altro d da Certaldo dal reverendissimo de' Ridolfi, e trovai qui questa baia, pensai che la fusse tale, sendomi detto chi l'aveva portata. Ora veggo ch'ella penetrata sin cost, ed honne avuto lettere e nuove da tanti altri, che da voi, che sono oraltri, il

inteso da voi, che da

mai stracco;

e se

avessi nelle

mani quello impicdaddovero per


il

cato, credo certo che lo impiccherei

insegnargli a mettere sottosopra

mondo a questo
veggo

modo che
;

certo stato scandalo universale, e

che la stata creduta da ognuno. Questo ghiottoncello un figliuolo bastardo di un canonico di Verona, fuggito dal padre pi anni fa, e uomo che l' ha data pel mezzo di tutte le ribalderie immaginabili. Vive in su queste bugie, tro-

vandone oggi una


tre
lici,

domane

un'altra. ssi fatto frate


ito,

quattro volte, e sempre se n'


e dette

ora con ca-

ora con patne. Ultimamente fu questa state a

Roma,

ad intendere
si

a' frati di

santo Stefano

in Celio

monte che
and

voleva vestir quivi. Lev loro

un

cavallo, e

Via.

Maestro Damian nostro sa

benissimo questa istoria; fatevela contare, e ditegli che egli quel medesimo. Ora stato qui, in quelli d appunto ch'io fui a Certaldo; empi tutta questa terra di questa poltroneria, di sorte che ho avuto lina fatica incredibile a tener vivo il mio padrone.

Pur

Dio ch'egli vivo, e sar, e in eo gentes sperahnnt, E voi, se vorrete degnarvi di far
sia ringraziato

LETTERE

117

qualcuna delle cose sue, io credo che ve ne ricercher molto volentieri, e arallo di grazia. Cosi ha scritto a me, e so che dice il vero, e che v'ama, e ha fede in voi. ben vero che per stare dov'egli sta non potr con altro rimeritarvi delle vostre fatiche, che con quella gratitudine d'animo e memoria, che suol avere verso chiunque lo serve: sicch con la speranza di questa mercede sola potete entrare a
questo servizio; ed
citer.
io,

se vi fo piacere, lo solle-

bisogna che a' molti piaceri che avete fattD voi a me, aggiugniate ancora questo importantissimo e di grandissimo momento, come vi dir poi a luogo e tempo ma di grazia servitemi bene e presto. Vorrei che mi
Ora, messer Gio. Francesco mio,
e'
:

mandaste una copia


privilegi

di tutte le facult, esenzioni e

de' protonotari

apostolici,

partecipanti e

non

partecipanti, estratta fedelmente dagli originali

dell'archivio, o

dove

le

fussino, autenticata ed ac-

concia di sorte, che possa far fede in giudizio.

perch so che, oltre alla fatica che ci arete, ci sar ancora spesa, vi prego, metteteci ancor questa per amor mio, che subito che mi avvisiate quanto ella
sar, vi rimetter
tiate
i

punto.

Ma

fate,

danari senza patire che ne paper vostra f, ch'io sia servito


detto di sopra, m'importa estre-

presto, che,

come ho

mamente

all'onore e all'utile.

intanto che
di

mene-

rispondermi due parole alla ricevuta di questa, di quello che sperate di fare intorno a questa materia, e mandatemi le lettere per mano di monsignor nostro protonotario,
vi sia

rete le mani,

non

grave

dirette qui al

suo signor padre, acciocch vengano


id&st fedelmente.

con pi riputazione,

118

LETTERE
che pi dire n in proposta n in

E non avendo
domi a

risposta della vostra lettera, far fine, raccomandanvoi ed agli amici senza Qne.

Da

Firenze, a

xvin

di

settembre mdxxxih.

XX.
AL MEDESIMO.
Reverendo signor mio. Io vorrei parecchie cose da voi. La prima e principale che foste contento rispondermi sopra quei privilegi de' protonotari apostolici che vi ho chiesti; idesU che me li mandaste presto ed autentici. Appresso, perch monsignor di Verona me ne ricerca,
vorrei che

mi avvisaste
di

dov' quel vescovo di Ca-

vaglione; se cost, o pure a Volterra.

E dicemi

il

medesimo monsignor
daste a dire al

Verona, che vorrebbe manSadoleto, che facesse quello epitaffio

di monsignor di Baiosa, che voi, o pi presto io mi sono dimenticato ma lo vorrebbe di velluto, e tale quale sapr fare sua signoria. Item, monsignor Giovanni della Casa mi ha detto qui, che messer Carlo da Fano cost apparecchiatissimo a pagarmi la mia pensione di questo Natale; il che mi soprammodo grato, e ne ringrazio esso messer Carlo. Ora
;

vorrei che voi pregaste

il signor Protonotario nostro, che se la facesse dare, e come l'ha avuta, mandasse a chiamare un certo mercante fiorentino che ha in campo di Fiore un fondaco, e chiamasi Girolamo

LETTERE
Salvador!, e dicessegli aver ordine da
gli

119.

me

di

pagar;

quell'ormesino, che levai da lui la state passata

e se trovi che

monti tanto,
il

gli dia
;

detti denari

se

meno

facciasi dare

resto

se pi,

dica eh' io lo

satisfer

per messer Domenico Canigiani


vi

a ogni

modo. Nec non

prego che siate contento quando andate ad esso monsignor lo Canonico, portare con le vostre proprie mani la qui alligata lettera a casa de' Mellini, raccomandandola strettamente a madonna la madre di messer Piero, con dire eh' ella importa estremamente. A voi e a tutta l'Accademia mi raccomando.
,

Da

Firenze,

alli

xxvii di dee. mdxxxiii.

XXI.
AL MEDESIMO.
Deh
fate
di grazia,

messer Gio. Francesco mio, non mi

rimanere un' oca pelata senza queste facult

protonotariali. Quest' la pi ladra istoria ch'io sentissi

mai

dire,

che

le

non

si

trovano, e che saranno,

altre, che dantur sine origine verii. Alla che io son ruinato, se le non si trovano non per me, che non ne ho che far certo, ma per chi m'ha ricerco che le facci venire, ed io gliel'ho promesso,
f
;

come molte

mi vi sono quasi

obbligato, pensando d'averle cost


io faria,

non mi dissi una strana parola, che messer Gio. Francesco Barengo
a cavaliero. presso che

Non

120

LETTERE
le sepellisse

non

a posta, e non fiisse

uomo da
,

dar-

vele in

mano
lui
,

a vedere e non vedere. Fate

un poco
e se-

capo a

che sapete che compagno egli

guitate quella traccia che messer Piero l'altro di

mi

scrisse che avevate presa, dico del mezzo ed opera sua; e intanto avvisatemi che diavol di questa

maledetta nave, dove dite eh' il quinterno della Camera, sul quale g'ha l'ultima speranza, che queste negre facult possino essere, acci ch'io abbi almanco da dar pastura a questi miei creditori, a chi

me

ne sono obbligato. L' altra


far
il

quella cosa delle

cerimonie.

Pu

rimen

la vostra

mondo, che quel mula non


,

gentil giovane, che vi


si

voglia degnare al-

manco di rispondere a due lettere che gli ho scritto, e non ne voglia cavar le mani? Per Dio, quest'altra chiacchiera mi preme anche pi che la prima, e resto scornato, se non mi mandano tutti due presto
quella attestazione. Monsignor protonotario sa se

l'una e l'altra di queste faccende


velo, se voi vorrete saperlo
,

mi

pesa, e dirav-

l'ho scritto

perch a sua signoria ultimamente a lungo. Non l' ho scritto, n lo scrivo a voi, per non vi romper gli orecchi, oltre alle gambe e alle mani. In cambio di volerlo intendere, sar forse meglio che intendiate se sua signoria ha avute tutte le mie lettere, che le ho scritte in questa materia; ed avendole avute, la preghiate ad esser contenta di darmene un poco di risposta, perch sono conquiso, assassinato e consumato. Fotta! mi fareste dir qualche pazzia! Questa

una grande

allegrezza, che abbiate a

mandar

le let-

tere a Venezia per via di qua.

ben segno

che

le

LETTERE

121

cose vanno "bene, e che non c' faccenda. Quando il procaccio andr in l, che sar sabbato, le mander

per quella via

meglio non

vi

posso fare

e questo

vi offerisco da qui avanti. L' altra vostra al Bini,

messer Gio. Battista Figiovanni vostro e mio che dice che vi vuol tanto bene, quanto presso che non
,

dissi alla casa de' Medici,


di darla esso in

stamattina prese assunto


in questa terra che sia
lui. Io

propria mano; che dice che conosce

quel giovine, e non


mille volte
e a voi

uomo

per darle meglio ricapito di


;

l'ho ringraziato
,

altro che dire se non che prego Dio, che ogni d abbiate da darmi una nuova simile a quella che m'avete data, e duriate tanto che la cosa si riduca a due fin tre, e poi stia a me quello che voglia far di loro.

non ho

Da

Firenze, a xrv di genn. mdxxxiv.

XXII. AL MEDESIMO.
Signor mio osservandissimo. Barba Figiovanni nostro mi ha mostro il capitolo che gli scrivete in una lettera, che mi faccia favore ad entrare ed uscire della libreria di San Lorenzo per far quei servigi di Nostro Signore; alla
Il

cui Santit sarete contento dire, che luned, al


di

nome
il

Dio

sar

addosso

al

Giambullari

caver

marcio dell'uno

e dell'altro

negozio; dico del libro

di Filosofia, e dello Ippocrate. Direte

anche a Sua

Santit che gi ho avuto in nota

il

d della nativit

V22
di Piero,

LETTERE
da uno che
lo pu sapere e dice a' 16 di Andr appresso cercando meglio, e
,

febbraio del 71.


ini sforzer fra

quattro o cinque d risolverne in


alla quale bacio
i

tutto

Sua Beatitudine,
le

piedi umil-

mente; ed a voi

mani, non avendo altro che dirvi.


xxviii di marzo mdxxxiv.

Da

Firenze,

aili

XXIII.

AL MEDESIMO.
Il

Figi,oyanni
di

mi
(

dette

l'

altro

d
,

una

lettera di

monsignor
iitroque

Verona

scritta a

me

sotto la sopra-

scritta della quale

o volete sotto la cui soprascritta,

enim modo dici potest) erano scritte di vostra


:

mano
di

queste parole formali

Risponder

alla lettera

vostra signoria de' xxviii come abbia parlato con

Nostro Signore .... servitore Bino. Or domine! che non abbiate pi parlato a questo Nostro Signore, e che non siano mai pi finite le confessioni e le che scrivo d' ogni ego Icems scuse de' d santi? tempo, e scrivo ora che ho una gamba al collo, che ieri tornando dalla Certosa mi ruppe la mia cavalla, cascandomi vi sopra! Sono pure un gran coglione
, I

ancora delle altre volte, e dirovvi, che mi pare esser s come vi dico anche adesso chiaro che noi non faremo mai niente, quanto al ritrovar quelli quinterni scambiati nel libro, di che mi dette la nota mastro Ferrando; perch, oltre alla diligenza che ne feci io il primo d l' ha fatta

Pure

vi scriver

LETTERE
parecchi d alla
I'

123

fila

quel prete de' Giambullari eh'


il

"

quivi custode, e ultimamente Piero Vettori,

qual

mi

risolve, eh'

si lascia

come cercar de' funghi: pure non per questo di far nuova diligenza n si
,

Quanto al farli riscrivere dall'archetipo, in caso che non si trovassino, non bisogna pensare; perch siamo risoluti che tale libro non solo non V' , ma non vi fu mai. Lo Ippocrate con lo Erolascer.
,

ziano che Nostro Signore


scari
,

mi

disse

il

signor La-

dice il Giambullari eh' un pezzo che il Guarino cav di libreria, e mandollo a Roma, n sa a chi; e conclude che non v' . E anche di questo non bisogna far conto qua cerchisi cost e per
;

cercarlo, io vedr d'avere dal detto quelle pi coniet-

ture che potr


intendete.

ma

fin

adesso la cosa sta come voi


l'ambasciata duplicata
a' le-

Ho

fatto, e fatto fare


libri, e alli

gatori de'
colla col

soprastanti, che stemperino la

suco dell'assenzio, e credo che in questo


finito di
i

Sua Santit sar ubbidita. Ancora non ho


cercare tutt'
libri
il

battesimali dell'arte dei merca-

tanti per trovare


fico

giorno della nativit del magni-

Piero de' Medici buona memoria. Tuttavia vi

sono drieto, e sino ad ora trovo due relazioni, l'una che nacque alli 15 di febbraio, l'altra alli 16 del 75; non ci passeranno per otto d che spero di cavarne il marcio. Se vi par di dire tutte queste novelle a Nostro Signore, fate voi; io ve lo scrivo ac,

ciocch sia in elezione vostra, avendo


dirlo e

il

modo da
e

da non

dirlo. Arci

ben caro che

glielo dice-

ste per testimonio di parte della

mia diligenza;

vorrei anche che faceste

un

servizio a

me

di dire

a monsignor Valerio, idest di domandarlo, se

mand

124

LETTERE

mai quella mia lettera a Camerino a messer Piero Menino e se crede che io ne possa stare con l' animo riposato e che mi raccomandiate a sua sirgnoria, e a quella del mio dolcissimo maestro Da,
;

miano, con pregarlo che sia contento di raccomandarmi alla mia magnifica madre e padrona madonna Ginevra. Oltre a di questo, quando vi vien visto

monsignor

di Segni, alias

cesse fare a sua signoria


zioni; e poi di
vi piace
;

le

monsignor Grana, vi piamie umili raccomandaagli altri signori,


gli altri al

mano

in

mano
,

come

e fra gli altri

sopra

dabbe-

nissimo signor Molza, a messer Giovanni della Casa, e a tutta quella divina Accademia. Cosi vi dia Dio grazia di avere un cosone grande per il vostro orto, con una fruscina trabaie tra gambe e una falciazza

mano, e che non vi s'accosti mai n brinata, n n bruchi n vento pestilente e abbiate fave e baccelli e pesche e carote tutto 1' anno s come desidero di avere io nel mio orticciuolo fallito qua gi, che attendo pure a raffazzonarlo quanto posso; ma trovo finalmente ch' una gran differenza dagli uomini agli orciuoli. Ptvre vo rie fazando el
in

nebbia

melo

cJie

posso, e in
alli

teiui la)07\

St con Dio.

Da

Firenze,

xii d'aprile

mdxxxiv.

XXIV.
A
Priuli
,

M. LUIGI FRIULI.

signor mio dolcissimo e amorevolissimo.

Ni

te

perdite amo, atque amare porro. Omnes simt assi-

LETTERE
rhie

125

paratus annos, dico, Qtkintum qm2)ote plwimum perire, peream, et ne tivam. Io non vidi mai il pi dolce

gentiluomo

'1

pi gentile spirito di

tesissima lettera, che m'

da chi dovette portarla in


co^ aSaAcS)'jij.io
di correre

La tua corvenuta mezzo consumata seno un pezzo, tanto che


te.

non ho potuto leggere una parte

d'essa, yXuxCTv ia

a Venezia e a Padova, e

ovunque pensassi che poteste essere per baciarvi, per abbracciarvi e per adorarvi. N si pu stimare
il

martello che m'avete cresciuto a quello che avevo prima, e che, '1 pi che ho potuto, mi sono ingegnato di esprimere nelle lettere che ho scritto a
di Vidore; nelle quali, e in tutte le altre

monsignor
se

che scrivo in quelli paesi (che ne scrivo per poche),

non

fo

menzione

di

voi

se

non ho sempre
,

in

bocca voi siccome v' ho nel cuore chi ho avere? che non credo che non pure cost,

io

ad
in

ma

da comho voluto cento volte pigliar la penna per scrivervi e rompere tanto silenzio quanto ho usato con voi da poi che vi lasciai, e darvi conto di m-e e della mia vita, e di tutto quello che fo, come a persona tanto benemerita di me, che deve essere ragguagliata e informata di tutte le cose mie; ma giammai lanegligentaccia, anzi la mia disgrazia mi ha lasciato. Ora
si

luogo alcuno del mondo

trovi persona
,

pararvi. Siate certo che io vi adoro

che voi mi avete prevenuto et in tantis lenedictionius dulcedinis, pensate che mi son vergognato e do-

me medesimo estremamente; pure m' an* che piaciuto estremamente vedere, che non pertanto vi siate punto alienato da me, ma mi scriviate una lettera tanto dolce e tanto cara, quanto non so
luto di se

uomo

potesse scrivere ad

un

altro

ben amatis-

26

LETTERE
e

ben carissimo. Ve ne ring-razio con tutte le viscere dell'anima mia, e prego Dio che ve ne renda merito per me, e voi che siate contento seguitare di darmi talora, quando vi avanza il tempo, qualche consolazione simile che vi prometto per
Simo
;

l'amore che vi porto,

y-xi

toi

jjLyxv

opxv oao~aai

che non mi pu venire in questa vita cosa pi cara. Infinito piacere ho preso d' intendere che abbiate saputo il progresso della vita mia dappoich vi lasciai; e molto pi infinito, se potessi ricevere argo-

mento che

mia deliberazione, perch non stimo meno il vostro giudizio di me che 1' amore che mi portate; e parmi avere un condimento suavissimo delle mie azioni, avendo il beneplacito vostro. Non so che semi mi avessi, ch'abbino potuto far frutto o fiore alcuno buono so bene che ho da ringraziar il mio Signore Iddio di molte cose, ma d'una massime, che mi dette quando io nacqui il timore e l'amor suo, e '1 desiderio d'esser cristiano il quale interrotto ora dalla mia fortuna dura, ora dalla mia perversit, non ha mai potuto far segno alcuno di s fino ad ora, che ( merc di Dio ) m' pur apparsa un poco di luce della benignit e umanit sua spiritualmente e temporalmente ed ho fatto s ch'io ho preso il camino che avete inteso, che ben un poco viaggio per insino a qui, e una piccola parte di
lodiate la
,
; ;
;

quello che averci a fare secondo che sono obligato;

pure mi vo aiutando quanto posso, e ingegnando l'esser ogni d meno riprensibile. Starommi qui fino che piacer alla Maest di quello che mi ha inspirato a fermarmici, e quando non gli piacer pi [che ci stia andr dove sar chiamato da lei; perch non penso d'avere n que,

LETTERE
sta n citt alcuna
sola che
,

121

manente e stabile ma quella non vedo e solamente credo. Voglio dire che non mi dispero per in tutto, come fate voi^ di non avervi a rivedere a godere e a vivere anche con voi gli anni; e forse che mi verr il grizzolo un tratto, senza dir niente qui a persona, di venirmene a Padova per le poste come feci l'altro d a Roma, e tornai), e assalterovvi all'improvvista, che non ve lo penserete. Crederestemi ci che vi dico pi facilmente se poteste vedere il cuore che ho verso di voi e quanto amore vi dentro verso le
,
,

vostre virt e

vostro gentile animo. Salvatemi pure una camera terrena o volete in palco o in mezzo, e segnatela col nome mio che vi prometto ad ogni modo venire ad usarla; e se mi verr bene, torner indietro se no, sar anche uomo per starmi e morirmi col mio Friuli, e seguire il disegno che, sendo a Verona, ebbi pi di cento volte in animo dico di far la mia vita ( e sapete che ve lo dissi ) con voi. Tutta la estrema parte della vostra lettera, mandatami dal veramente unico in ogni virt signor Contarini nostro, era consumata, anzi stracciata di sorte, che non ho potuto leggere se non certi fragmenti di linee; le quali parca che dicessino di non so che mie composizioni, e che desiderereste averne, pensando che ora debbano esser gran cose. Se avete voluto dir questo io vi rispondo che non ho fatto mai a' miei d cosa buona e meno da poi che non
'1
,
, ;

vi vidi; e oltre a questo,

cosa alcuna scritta.


voglia
,

Ma
f

di grazia
,

non mi trovo al presente non ve ne venga


tolleratela tanto che vi

se pure

l'

avete

rivegga; che per mia

potria esser pi presto che

128

LETTERE

non credete, perch io non sono per stare lungamente senza la vita del mio reverendissimo padrone monsignor di Verona; e sapete che andando l, non si pu senza infamia lasciare Padova, e '1 complesso di tanti signori virtuosi, e, come voi ben dite, veri
amici miei; e conseguentemente quello de' miei singolarissimi padroni, gli signori Coutarini, che quan-

do penso a quel convento di spiriti divini, mi vien voglia di avere ale &yo\2iTe^ et requiescere ut columda. Intanto andr tollerando questo desiderio al meglio che potr con la memoria e col pensiero e pregher
;

Dio che altrettanto facciate voi verso di me, e preghiate gli altri padroni ed amici che faccino ancora
essi.

Raccomandatemi
di

alli

miei signori Abati,

a quel

Vidore principalmente, al mio signor Navaieretto, messer Iacopo Barbo, e a tutta quella felicissima compagnia; e scrivete qualche volta mandando le che lettere a Venezia a Messer Francesco Corboli fa per li Strozzi, che ne far bonissimo servizio. Di Fiorenza.
a
,

NOTE
AGLF SCHERZI SCENICI

firn.

Far*

ir.

131

NOTE ALLA CATRIM

Interlocutori.
Catrina Aa Caterina,

Nanni a Giovarmi. Beco da Domenico. Mecherino, o Mechero da Domenico^ quasi Dominiculus.

Giannone

accrescitivo di Gianni, di Giovanni.


{p. 21,
l.

Accalappiato

10). Accalappiare,

da

illa-

qnesiTe^ rinchiuder nel calappio^ allacciare: qui pei'-

meta/. Saresti

mai ammogliato?
Il), che rnusa; stupido^ insensato.
l.

Musorno {p. 21, l. Manganato {p. 21,


(iellato.

Y),

per similit.i7ifranto,sfra^
3).

Che

la

rabbia te spannocchi {p. 23,

l.

Spanspicca

nocchiare, tagliar la pannocchia, Morg,

135
i

NOTE
capi,

come una pannocchia Di


la rabbia ti tolga
il

panico, o di mi-

glio,
dire:

di saggina; onde sembra che qui voglia

Che

capo, che la rab-

bia

t'

ammazzi.
(^. 23,
?.

Aghetti de seta
di seta.

10), cordicelle o passamani

Tocco coir largo {p. 23, l. 10), sorta di berretta. Decimoni (p. 23, l. 12). Il Bocc. Lab. usa decimo per isciocco, scimunito : qui decimone sembra r accrescitivo di decimo, e mi pare usato con egual senso. Tu sei sempre a riddoni {p. 23, ^.15). Qui riddone
si piglia

per

lo Ridotto,

nel quale si fa la ridda

J)aUo di molte persone fatto in giro ^ accompagnato

dal canto ;
e

cM

anche dicesi Rigoletto, Ballo tondo,


17), cio

Riddone,

Tu

parevi

un maggio

delle sei

(i?.

23,

l.

tu eri nella maggior gala.

Ghiarghionaccio [p. 24, l.%). Peggiorativo di ghiarghione, che vedremo pi innanzi. Farmi chiacchierone, ciarlone.

No

guagnele {p. 24, ^. 5 ). Guagnelo voce coi'rotta da Vangelo, ed usata a maniera di giuramento da villani^ e contadini, e dicesi alle guagnele e
alle

vale Per lo Vangelo.

Quella de Ton de Chele


Michele.

{p. 24,

l.

8), d'Antonio di

Quinavalle, o Quindavalle {p.

24,

l.

9),

laggi basso,

ma

alquanto lontano.
24, l. 10), aiutasti.
,

Atasti (p.

Batacchiare {p. 24, l. 10), Abbatacchiare Abbacchiare, Bacchiare, battere con batacchio, o pertica,
e dicesi per lo pi delle frutta quando son suir albero*

ALLA CATRINA
val
d
{p. 24,
l.

133

12), avale, ora, testa, adesso.


{p, 24,
l.

Rappattumare
cere,

15): Min. Ann.

al
:

Malm.

la seguente spiegazione a

questo terbo

vin-

pattare, cio pareggiare, far pace; e da

questo credo venga Rappattumare.


Bofonchiello
{p. 24,
:

l.

16), broncio,

ma

non s'usa

che nel detto modo


fica
:

e pigliare il bofonchiello signi-

mostrare d'essere adirato, pigliar il broncio.


{p. 25, ^.3).

Guarnello

Panno

tessuto d'accia e

bam-

bagia; qui per veste da donna, fatta di colai panno,

ed usitato modo di favellare

per
Io

lo

me

il chiamar la veste nome del panno di che ella fatta. rivilico {p. 25, l. 4). Nella Crusca si legge sol-

tanto il verbo attivo Rivilicare che significa, ricercar

con diligenza e minutamente; parmi che qui rivilicarsi sia preso nel significato di ricercare in se
stesso, meditare, logorarsi la

mente per trovare

qualche spediente.

Lagare

{p. 25,
(jo.

l.

7), lasciare.
/.

Sgretolare
mosca,

25,
l.

12), tritare, stritolare, ecc.

Assillo {p. 25,


il

13), insetto alato maggiore della

quale armato di un forte e lungo pungi-

glione, con cui molesta asprissimamente i buoi a se-

gno di rendergli smaniosi,

e talvolta infuriati.

Derittamente
Fiolariso

{p. 25,

l.

15), lo stesso
affatto.

che diritta-

mente. Ver l'appunto,


(i?.

25, ^.15). Fioraliso;

che un fior cam,

pestre, di color azzurro, o biafico

Giglio. Centauil

rea Cyanus. Linn.

fioralisi,

perciocch avevano

gambo un
ralisi,

po' pi lungo, ec. furono chiamati fiofiori

quasi

da

visi, o fiori atti

all'adornaI,

mento

del viso. Fir. Dial. beli, donn. Voi.

p. 78.

Ediz. Class. Ital.

134

NOTE

Vitalbaio {p. 25, l. 17). Luogo pien di mtale. Sembra che qui wglia dire: tu t'esponi a sicuro pericolo ec. ci che si

pu dedurre dagli
le

eletti che

produce la Vitalba, pianta


Sgherrettare
garretti.
o

cui foglie sono cos

caustiche^ che messe su la cute fanno levar vescica.

sgarrettare {p.

25,

l.

20), tagliare i

Gr aretto

o Garretto quella parte, e nerbo


^

a pie della polpa della gamba


loro le

che si congiugne

col calcagno; come se dicesse io romper, spezzer

gambe.
/.

Petto, ecc. {p. 25,


petto :

24),

l'

armadura , che copre

il

Tu

vai caiendo {p. 26,


(p. 26,
l.

l.

9), tu

mi

cercando.

Arrandellare
in arco

17).

Significa

propriamente

stringere con randello, che quel baston corto piegato


,

che serve per istringere e serrar bene le

funi^ con le quali si legano le some, o cosa simile ;

vale anche avventare, e tirare altrui


si dice

il

randello, e

anche per similit. di qualunque altra cosa


si

che s'avventi o
esempio.

tragga come si scorge da questo

Se

tarpa {p. 26, l. 19) , sembra che voglia dire, se afferrandoti, abbrancandoti nel mezzo, t'impedisce
ti
,

fuggire

come

si

fa

cogli

uccelli

tarpando

ossa

penne delV ali; giacch tarpare vale appunto spuntar le penne delV ali, e flguratam.
loro le

spuntando

indebolire alcuno, togliergli le forze.

Ti

manda

al rezzo

{p. 26,

l.

20).

Mandar uno

al

modo basso, vale ammazzarlo, cio mandare il corpo suo sotto terra, al fresco. Sgherro {p. 26, l. 22) qui in slgnijicato di uno che
rezzo flg. e in
fa del bravo,

ma

che timoroso e buono a nulla.


/.

Astetta, astetta {p, 27,

1), aspetta, aspetta.

ALLA CATRINA
To'
!

135

{p. 27,

Z.

) interiezione dinotante meraviglia.


7) quivi.

Livi {p. 27,

l.

Alla pulita {p. 27, ^.9), inforza d' avv. per pulitamente.

Venire

alle dita {p. 27,

l.

13), venire alle mani.

Az-

zuffarsi.

Al corpo a dieci
'

(_p.

27,

1.

15), syezie di giuramento,

come corpo del mondo, corpo del Diavolo ecc. De' principali {p. 28, l. 4), mi sembra che-voglia dire:
tu te ne ridi^ che sarai de' primi
zato.

ad

essere

ammazd'Av-

Avventategli {p.

28,

l.

18). Avventatello dim.

ventato, nel senso d'inconsiderato e precipitoso.

Sottecchi, e sottecco {p. 28,

1.

19), di nascosto, alla

sfuggiasca, quasi dicasi sott' occhio.

D'imbolio {p. 28, l. 19), furtivamente. S'egli zuccone ecc. {p. 23, l. 20). Continua a spropositare dicendo di volersi appiccare ai capelli se
'

ha

la zucca scoperta, cio se

non nejia in capo.

Pillacchera {p. 28,

26). Schizzo di fango, attacca^

tosi a' panni. Figurai, si dice

d'uomo da nulla, o an"

che sordido, avaro.

Gaveggino
gheggiare.

{p. 29.

l.

5), vagheggino.

G2i^eggmve, va-

La

staffetta {p. 29,

l.

6), che

anche dicesi staffa

uno strumento da sonare, fatto a guisa di staffa con alcune campanelle. La staffetta, la quale vogliono

alcuni che fusse

il

crotalo antico. Varch. JSrcol.

Nardo

(p. 29, ^.7)

da Lionardo. Menichello da DoAndrea.

menichello. Nencio, lo stesso che Lenzo, da Lorenzo,

Meo da Bartolommeo. Drea da


Sbonzoli
(j9.

29,

l.

16).

La Crusca al verbo sbon-

zolare d la significazione di spenzolare e d' es-

186

NOTE
ser come cascante per abbondanza di umori; porta

quindi

V esempio

del Salvini che dice: Di latte col-

sbonzolante poppa. Per approssimazione al detto significato parmi che qui voglia dire : e perch
sei s pieno, s carico di

ma

roba?
Questo vocabolo non si

Terracrepi

{p.

29,

/.

19).

legge nella Crusca,

ma

bens Terracrepolo, spezie di

piccola cicerbita che nasce per le muraglie antiche,

mangia in insalata. Pappastronzoli {p. 29, l. 19) non si trova nella Crusca: lo stesso che Mangiastronzi,^aro/a qui detta
e si

per ischerzo. Lattonzolo e Lattonzo


poppa.

{p. 29,

l.

21). Vitello che si

nutrica di latte, foretto appena nato sino a che

Che pare
gliaio,

il

mio

paglia' (p. 30,

l.

1). Paglia',

Pa-

massa grande di paglia


stile nel

in covofii, fatta a

guisa di cupola con wio


stollo. Si dice

mezzo che chiamasi

a persona di statura grande, e parti2), la Crusca spiega: Lass

colarmente quando si vanta della sua grandezza.

Quinamonte
alto^

{p. 30,

/.

ma

alquanto lontano.
1.

Ceri [p. 30,

12), certi legni, coloriti


il

a modo di cero,
S.

che si portavano a offerire

giorno di

Giovanni

a Firenze nella Chiesa del Santo. Dice il Salvini nelle sue awiotazioni alla Fiera, che eran portati come a figura d'offerta, su certe barelle dagli Abbandonatij che son fanciulli restati senza padre, ed
alimentati in Firenze in

Conservatorio cosi no-

minato.

Enn' ei {p. Mattacone

30,

/.

14), sono essi,


l,

{p. 30,

16).

Mattacchione, accresc. di

Matto, Pazzerone.

ALLA CATRINA
Traino
(p. 31,
l.

137

) S

quel peso che tirano in una

volta gli animali che trainano.

Oh vamo Nanni?
Intraversato
il

{p. 31,

l.

6)

Andiamo Nanni.
/.

brulichio {p. 31,

11).

Intraversare

attraversare, porre o andare in traverso; qui


usato Jiguratam. Brulichio e brullichio quelleggier movimento che fanno le cose

quando comificiano

a commoversi ;
tuditie d'insetti

e si dice

comunemente d'una m^ltic7ie

adunata insieme. Per meta/. Rimegran voglia d'averli.


/.

scolamento, e movimento interno. Sembra dunque


voglia dire:

Mi

si eccit

Che Dio

Sbrucare care, levar via le foglie a' rami. Qui per vorr dire che Dio ti levi da questo mondo.
te

sbruchi {p.

32,

6).

bru-

similit.

Quinc'oltre {p. 32, /. 11), qui intorno. Masserizia {p. 32, /. 12) roba, cosa.
Dificio {p. 32,
l.

16), edificio, macchina.

Ed aveva uno
Stile
,

stil

de quei dal bosco

(i?.

32, /. 23).
,

legno

tondo, lunghissimo

e diritto

ma

che

non ecceda una certa grossezza.

Codiare {p.
eh' e' fa,

33,

/. ^),

propriamente andar dietro a uno

senza ch'ei se n* accorga, spiando con diligenza quel

dove

e' va.

Sembra per che

il

suo senso

qui sia: non sapevi tu osservarla tanto da poter


distinguere ci che era.

Girandola

{p. 33,
^

l.

11), tonda macchinetta piena di

trombe di fuoco razzi, ed altri fuochi lavorati, la quale girando schizza fuoco. Gran fuochi lavorati

appesi
in

a' cerchi.

Che sostiene una


Fier.

pertica.

Ch'ha

man

quel moro, alla qual su su 'n vetta Sta


{p. 33,

fitta

una girandola. Buon.


l.

Sconciatura

15), propriamente Aborto;

per

metaf. si dice di cosa imperfetta o

mal

fatta, onde

138

NOTE
sconciatura si dice anche ad

uom

contraffatto;

mi

sembra quindi che qui debba significare qualche malanno.


Trillare {p. 34,
?.

3),

per muovere, dimenare con gran{p. 34,


15).

dissima velocit.

De que' marchiani
priamente sorta di

l.

Marchiana,

jro-

ciriegia, che

molto grossa; onde

essere o parer marchiana, dicesi di cosa, che eccede nel genere di


cattivo significato.

che si favella, e
s,

Or questa

prende in che sarebbe marsi

chiana! Salv.
Codiai {p. 35,
so.
l.

10), qui posto nel suo proprio sen-

V. sopra. {p. 35,


l.

Viso de moria
Ch'io per

12), viso d' appestato.

Moria

mortalit pestilenziale.

me

la

vo'dar

{p. 35,

l.

20), ch'io

me

ne

voglio fuggir.

Quinc'entro
cam. 69

(i?.

35, ^.20), quaentro,

V. i Deput.

De-

e 89. Quicentro.

Stentare

{p. 35,

l.

22), per aspettare.


l.

Michinino
Ch'
l.

{p. 35,

22). Miccinino dim. di

miccino
(^. 35,

che vale wi pochin pochino.


e'

non me mandi

in qualche

buco strano

23); equivoco per avventura sconcio, come noi


{p. 35, ^.24). Specie di
(/?. 35,
l.

diremmo, in quel paese: ali in malam crucem.

Sguerruccia
brottare

arme

offensiva.

E vien bollendo
,

borbottare.

Il

per rimmarito sofferiva e stava


25). Bollire flg.
,

cheto, e costei pur bolliva, e


sta cheta, se

'1

marito

le

disse

non che tu
I.

potresti avere la

mala
117.

ventura. Pecor. Voi.


Ediz. Class. Ital.

Giorn. V, Nov.

IL pag.

ALLA CATRINA

139

Come una
voce^

bertuccia {p.

35,

/.

25), brontolare sotto

facendo con la bocca quei gesti che fa la scimia qtia?ido in rabbia, cJie pare eh' ella borbotti.
Dire
il

paternostro o Vavemaria o

V orazione della

Bertuccia, vale Imprecare, Bestemmiare.

Conciar

(j?.

36,

?.

3), ironicamente per iscmciare^


i), lo stesso

guastare, trattar male.

Smillantarsi {p. 36,

l.

che millantarsi.

Che tu
cio

sra' siavo {p. 36, l. 7). Smvo per savio, prudente, avvertendo, che la segiiente promessa

te dar 1

perdono

ironica.

Dar nella scarsella {p. 36, l. 14), cio per quanto parmi battere sui panni senza offendere?

sai ch'io

me

ne scrupo
37,
l.

(p. 37,

l.

7) cio forse e sa

ch'io

me
al

ne offendo.
lupo {p.
8), prov. usitatissimo
,

Gridar

vale dir pubblicamente una cosa d'uno: E'

non

si

grida mai al lupo, ch'ei non sia in paese, o ch'ei

non

sia lupo, o

can bigio,

7ion

si

dice

riiai

pub-

blicamente wia cosa d'uno^ disella non sia o vera

presso che vera.

Mi

sembra per che questo modo

di dire qui sia pt'eso in un senso pi letterale^ cio


in quello di

abbaiare inutilmente, senza far dan-

no, come

si

fa gridando al lupo
l.

se?iza inseguirlo.
lite.

Cristion {p. 37,

10), questione,
l.

Gavocciolo

{p. 38,
^

10), enfiato

cagionato per
volte

lo

pi dalla peste
d'imprecazione.

e dicesi

alle

per maniera

Tu

vai caiendo (p. 40,


e

l.

23), cercando. Gli antichi

cheendo,

caendo, dal Lat. Quserendo.


l.

Rombazzo

[p. 41,
l.

14) strepito, o romore.

Solatio {p. 42,

risguarda

il

propriamente quel luogo, che mezzogiorno e gode pi del lune del


7),
,

140
sole:

NOTE
qui posto figuratamente , e

mandar uno

al

solatio vorr forse dire mandarlo all'aria aperta

od al sole, cio al Campo Santo.

Casciano {p. 43, l. 7), paese al miglia da Firenze su la via che mena a Roma. Vogliano (^.43, ^.9) invece di Vogliamo. Za o^^ra edizione per errore ha vogliamo.
Rat ire
{p. 43,
l.

14), tirar le recate, che sogliono pre-

cedere la morte^ cio raccolte di fato tardo, sottile


e lento;

morire di dolore.

Lapo {p. 43, l. 24) da Jacopo. Unguanno, e Uguanno {p. 44, l. 6), questo anno. Gran d'anno {p. 44, Z. 7), cio grano di un anno,
cio m^lta scorta di viveri.

Slate

{p. 44

l.

16

invece di siete si trova usato

anche dal Cellini.

Brulicame

il

Bulicame {p. 44, l. 18), propriamente nome, che si d ad alcune vene d'acque^ che
e

sorgono

bollendo nel piano

di Viterbo; e pigliasi

eziandio per qualunque sorgente

di

simili acque.

Si prende anche per Moltitudine, Quantit grande

ma
E
'1

di cose che si muovono.

sambuco

derieto {p. 44,

l.

22).

qui vuoisi in^

dicare naturalmente una

casa

col forno

ed una

qualche siepe di sambuco, o


derieto.

fors' anco

vuoisi intro-

durre un equivoco nelle parole forno e sambuco

Ciaccherina
Ciacco
,

{p. 45,

/.

2).

Ciaccherino diminutivo di

'Porcello.

dicesi

d'uomo finto

e accorto.

un buon
Che me
Paffuta

ciaccheriuo.

l'addesi {p. 45, l.^), forse, che

me

la tolga.

Nella Crusca non che addesiark per desiare.


(jD.

45,

/.

5), grassetta, cartiacciuta.

ALLA CATRINA
Sofflcioccia {p. 45,
l.

l4i

5), accrescit. di soffice.

Braccatoccia 0?.
ciata.

45,

^.6), atta ad essere abbrac8), struggere, disfare^ con sti-

Sfanfanare (p. 45, mare.

l.

Gambata
ta,

{p. 45,

1.

12).

Aver

la g-ambata, o la stinca-

modo basso esprimente VEsclusio7ie da matrimonio un altro; e dicesi anche Dar la gambata, cio prender per moglie, o per marito la dama, o il damo altrui. Il Saltini fAnn. sopra la TanciaJ d alla suddetta parola wia spiegazioie pi ampia di questa riportata dalla
desiderato, che vien coficluso con

Crusca parlando della leggiadrissima composizione


intitolata

L^

G^.m.h^itB, di

Barinco, ove gli

si dice:

fasciati lo stinco.

Credo, che ci sia tenuto focosi

eglij dal voler rappresentare

un

contrattertipo,

che

quando uno corre a tutta carriera terso un luogo


f'pot che il desiderio

portato dall' ali della speranza,

non altro che una corsaj trova un inciampo tra


via,

cade e batte

lo stinco, o la

gamba,

e si riduce

impotente a proseguire il cammino.


nero
i

Cosi ne ten-

nomi di stincata, e gambata, e sertiplicemente aver avuto uno sgambetto, essere fatto cadere.
strascinato le parole {p. 45,
/.

Ed hanne
m^i

14), cio

ne ha tirato in lungo la promessa, non dandole


eletto.
ecc. (p. 46, 1.2).

tu t'avvolli

Ayv oliere,

voce COU"

tadinesca., avvolgere,

qui al flg.
1.

Io so' in tenuta {p. 46,

10). B' cesi in

proverbio Chi

in tenuta Dio l'aiuta per dinotare., che chi in

possesso in miglior condizione.

Che

la te
d(X

PUTA

puta {p. 46, PUTIBE.

l.

12), d'averne dispiacere,

142

NOTE

Appipito {p. Qui Jig.

47, ^.6),

wce

contadinesca per appetito.

Rugiolone D'andarne

(^. 47,

l.

7),

pugno.
{p. 47,
l.

10). Cassone vale anche Deposito, Sepolcro, sopra di cui una lapida, e si dice ancora Arca, per esser fatto a questa foggia; onde Kn^^iYQ al cassone, dicesi in modo dasso^
e

al

cassone

per Morire,

Mandare
{p. 47,
l.

al cassone,

per ammazzare.
di

Camarlingona
Recipiente
rito assai

17), accrescit.

Camar-

linga; dicesi di persona grande e grossa.


{p. 47,
l.

IS),

per Orrevole
Fir. Nov.

e di laudabili

maniere. Convenevole. In pochi d le trov

un ma-

ben recipiente.
47,
l.

Assiuolo {p.
civetta, se

19), uccello notturno simile alla


lo

non che alberga per

pi ne' monti, al
pianure, ed ha

contrario della civetta, che

ama

le

sul capo alcune penne a foggia di corna, come


locco e'I barbagia7ini.
trui

V al-

Capo d'Assiuolo

dicesi al-

per ingiuria^ come Capo di castrone, pecorone^


{p. 47,
l.

ignorante ecc.

Tarchiata

23), voce bassa.

Di grosse mem-

bra; Fatticcia. La
Luig. Pule. Dee.
Stietta
(j?.

Becamia

soda, e tarchiatella.

47,

l.

23), schietta, contr. di

tarchiata;

era grossa,

ma non
{p. 47,

grassa.
l.

Vendereccia

23), o per donna agevole a

trovare spaccio^ oppure per donna che si

muove per

denaro, o per mercede.

Metterli una boce {p. 48, l. 2). fletter voce vale chiamare ; come chi dicesse: Dagli una boce. Dare

una voce

significa Chiamare.
l.

Varch. Ere. 86.

Stravalicare {p. 48,


sare con fretta.

8), valicare di subito, trapas-

....

ALLA CATRINA
Ciglion (^. 48,
la
?.

143
rilevato

12). Quel

terreno

sopra

fossa che soprast al campo. Maluscristo {p. 43, l. 14) non si legge nella

d'usua.,

ma

bens
,

Manuscristo,
la quale si

Manicristo, sorta di conle

fezione

adopera per
48,
l.

Pasticche.

Eccola qua la ladra {p.

\^).

Ladro usasi an-

che fig. ed in forza d' aggiunto, che talora esprima

uona, e talora cattiva qualit; e si dice tanto delle


cose animate, che delle inanimate, onde

Occhi

ladri,

vale micidiali, che feriscono colla loro bellezza, che

rubano

cuori.
48, l.'iA). Scioperare, e scioprare.

Scioprata {p.
der tempo.

Le-

vare chicchessia dalle sue faccende., facendoli per-

Acetone

(i?.

50,

4), specie di

malattia., epidemica

fra

certi animali.

Fu

usato

a m^do d'impreca-

zione,

come Canchero, peste, malanno venga ecc. Il Cecchi nelle Comm. L'acetone venga alla falla.
ip. 50,
l.

Rovenio

7).

Rovinio Gran rumore.

'Pieni di

desiderio d'entrar dentro facevano quel rovinio

d'intorno alla porta. Fir. As.


Brulichio {p.
gnificato
50, l. 10). V. sopra. Qui per ha un simi po' diverso, e vale, la pi piccola cosa. Che n'hai tu veduto ecc. t??. 50, ?. 13): mi pare che voglia dire: perch mai hai pensato, o ti ve-

nuto in mente,

o
l.
l. l.

hai voluto farmi questo torto?


17), m^lto bianco. 18), ben allevato, cresciuto. 19), q vale strano, villano.
l.

Biancoso
Relevato

{p. 50,
{p. 50,

Arabico

{p. 50,

Fatto al ritroso

{p. 50,

22), fatto al contrario, a

rovescio; poich prima aveva moglie^ ed ora senza.

145

NOTE AL MOGLIAZZO

Il

Mogliazzo

ij).

53,

l.

1), il

Matrimonio.

Spricolato (p. 53,

4), spericolato, che teme peri-

coli; che in og?ii cosa

apprende pericoli, sgomenlaggi basso

tevole, qui sgomentato, sgomento.

Quinavalle {p.
lontano.

53, ^.6),

ma

algtcanto

Dirubbiato {p. 53, ?. 7), mi sembra che voglia dire : guest' un anno tanto cattivo^ tanto rovinoso., che
tutto va a precipizio.

Lonza

{p. 53,

l.

8), dicesi

anihe a queir estremit

carnosa, che dalla testa, e dalle

zampe rimane

at-

taccata alla pelle degli aniTnali che si macellano


nello scorticarli;
affacchinarsi.

menar la lonza,
II.

affaticarsi molto,

Berni.

Parte

10

146

NOTE
l.

Balzello {p, 53,

12). Sotto Balzellato, Balzellare

vale Imporre balzelli, o gravezze straordinarie ai


sudditi.

ci

avvollan

come un

arcolaio {p. 54,


,

l.

10).

L* arcolaio quello strumento rotondo per


fatto di canne rifesse, o
di stecche

lo
,

piU
sul

di legno

quale s' adatta la matassa di

accia, o d' altro filato

per dipanarla o incannarla. Avvollan qui posto per Avvolgere , poich dicesi in proverbio, Aggirare uno come un arcolaio cio strapazzarlo, av,

mlupparlo, avvolgerlo, che

si dice

anche far girare


lungo.,

come mi paleo. Ciloma Sciloma {p.


e talvolta inutile.

54,

1.

11),

ragionamento
14)

Che vai tu ratolando?

{p. 54,

l.

Che vai tu fa-

cendo, pensando, forse Razzolando, cio, scrutinando.

De

piatto {p. 54
(p. 54,

l.
l.

18), nascosamente, di soppiatto.


19), vale

Buzzicare
Spricolato

anche Bucinare, Bsser

qualche voce, o sentore di alcuna cosa.


{p.

55,

l.

3), qui

pare che voglia

dire.,

che non teme pericoli, che si espone a' pericoli.


l. 4), per questione. Dar nel fango come nella mota {p. 55,

Cristione {p. 55,

l.

12), vale

Favellar senza distinzione e senza riguardo, cos


degli uomini grandi, come de' piccoli. Qui Far d'o-

gni erba fascio.

Processione
dini.

{p. 55,

l.

il),

per possessione, maniera


,

usata dagli antichi, e oggi rimasa solo ne' conta-

Ho bestiame
a'

e case

e processione. Luig.

Pule. Bec,

Andare

confini {p. 55,

l.

^), per ridursi quasi

al nulla, ad esser senza danari.

AL MOGLIAZZO
Disrobbiato logorante {p.
E'
56,

147
3).

Par c^e valga

lavoratore disperato, terribile, cio indefesso.

veggone i segnali gono i segni.


il

{p. 56,

/.

4), cio se

ne veg56,
l.

Gli spricola

poder fino

alle

piante {p,

5).

Il verbo spricolare usato in questo coruponimento

a guisa quasi di intercalare^ in significati diversi^

come suol farsi popolarmente con certe parole enfatiche. Qui dovree valere metter sossopra, svolgere, in
Gli
l.

somma coltivar minutamente. ha sforacchiato infin dentro a' casali

{p. 56,

6), cio gli

ha foratoli terreno^ coltivandolo fino


/.

dentro alla casa.

Sveglione
l'uso.

(j3.

56,

8), sveglia grande: strumento

antico da sonare

col fiato, del quale s' perduto

Quand'egli in bilico
si

{p. 56,

l.

8), cio,

per quanto

parmi, quand'egli mezzo ubbriaco,


regge in piedi.
Dara'li
l.

e difiicilmente

un buco

al

campo

allato al sodo {p. 56,


incolto, infrutti^

12).

Sodo vale ancora terreno

fero, trasandato, lasciato stare senza lavorarlo o

coltivarlo; laonde potrebbesi intendere questo ver^


so
:

Gli dar

un buco

cio

un pezzetto
l.

di terreno al

Io

campo allato non vo' che

al terreno incolto.
te squota [p. 56,
16). Squotere o

scuotere per ritirarsi, sottrarsi o per opporsi.

Accanato

{p. 57,

l.

1). Essere accanato vale Essere

invelenito, istizzito e acceso,

come quando l'animale


bestie
,

attaccato da' cani

e dicesi delle

e delle

persone.

Deguazzati

{p, 57,

l.

13), diguazzati

per dimenai^

148
cio

NOTE
pensa
e

ripensa tanto, che tu te n' addia,


accorga, indovini.

^i?2-

ch tu

te n'

Quasi averla masticata {p. 57, l. 16), averla quasi intesa. Masticare ^^. vale esaminar bene alcuna cosa seco medesimo ragionando tra s, da che ne
segue che la s'intende bene o male., secondo che
viene masticata.

Manzotta {p. 57, l. 21). Giovenca, Vaccherella; quifig. Se ben te ne incog-lie {p. 57, l, 52). Incogliere., e
Incorre in signif. neut. vale Accadere, Intervenire,
Succedere.

Boccata {p. 5S, l. 7). Voce dello stil burlesco Che ha gran bocca. Dassaiaccia {p. 5?, l. 9). Parola che deriva dal Das.

sai che significa Sufficiente, valente, valoroso ecc.,

onde si forma Dassaiezza, che vuol dire Capacit,


attitudine
,

prestezza nelVoperare destramente,

valorosamente ecc. Era donna di grande dassaiezza. Tratt. gov. fam.

Qui per
15),

ironia.
la

Chiesastra {p. 58, Chiesa :

l.

donna che frequenta

Branco
in

{p. 53,

l.

18),

propriamente moltittidine d'a-

nimali della medesima specie adornati i7isieme, e fg. modo avvilitivo. Quantit di persone.
{p. 5S,
l.

Teio

19),
l.

Teo, da Matteo o Taddeo.

Ghiro
il

{p. 58,

23).

Animai salvatico

di colore e di

grandezza simile al topo,


desta di primavera.

ma

di coda pannocchiuta,
il 'cerno, e si

quale senza mangiare dorme tutto

Bucellacci (^.59,
fica

l.

10).
io

Buccllo nella Crusca signi-

Giovenco; ma

non credo, die qui

si

parli

di cose di tanto valore, trattandosi di

una

giunta,

ad una dote

di venti sei fiorini.

AL MOGLIAZZO
Strainare {p.
dal lavoro
59,

149

^.11) vale Levare dal traino ossia


scosceso, dirv.pato
icio^ e

Burrone {p.
profondo^
e

60,

l.

5),

iogo

per angusimilit. vuol dire: trammi dal buio, dalle stie in cui sono di sapere come hai fatto ecc. Pazzerone {p. 60, l. \0),poco meno che pazzo. ponla su, mozzala {p. 60, l. 21), forse finiscila,
per consegiLenza
scuro. Qui

troncala.

Te

l'ebbi arrovesciato {p. 61,

l.

6), r/io fatto

can-

giar di parere, l'ho indotto a far a modo tuo.

Raticon
ilo, e

{p. 61,

l.

13).

Raticone
?;??<?

o 'R^iWo.ov

avver-

andar raticoni
in

andar

ratio,

andar va-

gando

qua

e in l.
l.

Ingraticcliiati {p. 61,

15), strettamente congiunti

insieme a modo di graticcio.

Segnata

benedetta

{p. 61,
,

l.

16), aggiunti

che si
li-

danno ad alcuna cosa


di

che si voglia rilasciar

hermnente, e senza eccezione alcuna, e con animo

non rivolerla.
Per questo
io

non ho

lor la laurea tolta.

La
Codrione

lascio lor segnata e benedetta. Menz. Sat.

Codione

{p. 62,

l.
,

15),

V estremit

delle

reni appunto sopra

sesso

pi apparente negli
di grosse

uccelli, che negli uomini.

Fatticcia {p.

62,

l.

24), atticciata,

mem-

bra, ben complessa, ben tarchiata.

Cioppa

{p. 63, ^.1), sorta di vesta

a guisa di gon-

nella, usata altre volte dagli uomini, e dalle donne.

Flore {p. 63,

l.

7)

per parole.

150

NOTE AL MOGLIAZZO
{p. 63,
l.

Ch'io trafelo
e

21), ch'io vengo meno.

Pro-

priamente Traf elare vuol dire languire^ r elassar si^

Chelo

quasi venir meno per sovercJda fatica^ o caldo. e Chello {p. 64, l. 15), da Rusticello ^ e pi

verisimilmente da Michele., o Michaello., onde cor-

rottamente Michello.
{p. 65, l.^)-. forse lo stesso che Scorpare die vale Mangiar lene e assai. Riddon riddone {p. 65, l. 11). Nel Fan/ani si

Scorporare

legge:
ridda.

Riddone o Riddoni. Avv.

ant. Con

aria di

NOTE
ALLE LETTERE

153

NOTE ALLE LETTERE

ILcttera. 5.

A MESSSR AGNOLO
pag. 69.

DIVIZIO.

Angelo Divizio da Bibbiena, allora pronotano apostolico,

era nipote del celebre cardinale Bernardo Di-

vizio, detto
a' servigi

comunemente
.to.

li

Cardinal di Bibbiena,

del quale sin dall'et di 19 anni erasi il

Berni accomod

154

NOTE
Lettera
III.

A MESSER LATINO lUVENALE.


pag. 86.

Di Latino Giovenale, che fu della famiglia de^UsiuetU ci ha lasciate diligenti notizie il Marini {degli
Archiatri Pontiflcj ec.

Tom.
353)
in

I.

e.

334

ed egli ha

prodotta (ivi, T.
crale che gli

II. e.

la Iscrizione sepol-

fu posta

Roma

alla

Minerva , in
e gli onore-

cui si notano i suoi meriti letterari ,

voli impieghi sostenuti sin al fine del viver


cio sino all'anno 1553, in et di 67 anni.

suo

Lettera \,

A MESSER GIAMBATTISTA MONTEBUONA.


pag. 92.

Per non esserci


in Portico
e

il

Sanga

ecc.

f^l.

2QJ.

Giambattista

Sanga fu segretario del cardinale di Santa Maria


,

poi del Datario

appresso di Papa

Clemente VII. Abbiamo di lui pure lettere assai


piacevoli

fra

quelle pubblicate dalVAtanagi.

Lettera

l\,

AL MEDESIMO,
pag. 95.

Pensai essere
stato
il

nel!'

Abruzzo

ecc. ^P- 96,

l.

22^. Era

Derni nell'Abruzzo occupato nell'azienda

ALLE LETTERE
di
nn''

155 Giberti

abbazia di monsignor G-iammatteo

vescovo di Verona, di che, come di carico a cui aveva

sue

r animo avverso, egli Rime burlesche.

talvolta si duole anche nelle

liCttera

TU.

ALLI SIGNORI ABATI CORNARI.


pag.
98.

questi medesimi indirizz


tolo

il

Berni anche quel capied ove

che

leggesi nella Parte 7, pag. 102,

dice loro ira Valtre cose:

E m' han

Le virt vostre mi v' han fatto stiavo, legato con tanti legami Ch'io non so quando i pie mai me ne cavo.

Lettera Vili.

A MONSIGNOR MARCO CORNARO.


pag. 99.

Sono certissimo che quel Ruzzante

ecc. rp. 100,


,

l.

27y.

Qui intende di ricordare Angelo Beolco il nome di Ruzzante stava componetido

che sotto

le

famige-

ratissime sue Commedie in dialetto padovano.

15

'.

NOTE
Lettera IX.

AL

?J

AGNI FICO SIGNOR MIO ONORANDO

MESSER ViNClLAO BOIANO.


pag-.

101.

La famiglia Boiano era una


sussiste tuttavia

delle illustri della patria


,

del Friuli^ ehbe suo domiclio in Cividale

ed ora

nel Friuli qualche

ramo della

med^esima.

Lettera X.

AL MEDESIMO.
pag-.
102.

Stanno in questa lettera alcune lacune per non essersi

potuto leggere chiaramente l'autografo.

Perch se non uno, che da Venezia conduca questo messer Marco in qua ecc. f^p. 103, l. 207. A
qtcesto

stato

messer Marco da Venezia che sar forse 2m Contarini famglia che ha in Piazzuola
,
,
,

beni staMli

e'

case di delizie

scrsse il
,
,

Semi

il

capitolo che sta nella Parte

I pag. 97

e che co-

mincia :

Quant'

io

vo pi pensando alla pazzia.

ALliE

LETTERE

157

Lettera XV.

A MONS. IPPOLITO CARD. DE' MEDICI.


pag. 110.

questo medesimo Cardinale indirizz


Capitoli che

il
,

Berni

dite

leggonsi nella Parte

I pag.

105; ed

quegli cWelle la infelice [morte di veleno fattogli apprestare dal

misfatto si volle

Duca Alessandro pel quale da taluno che il Duca tentato


, ,

avesse di servirsi del Berni medesimo


fidente
di
,

come con-

entramU^i 8i Raggiunse eh' egli fosse soggiaciuto poi per comando del principe alla megere quanto scrive

desima infelicissima fine, su di chepter vuoisi legil Boscoe nella Vita di Pnpa

Leone

rTom. VII, Mil. 1817

-8,

pag. IV-

Lettera XVI.

A MESSER

GIO.

FRANCESCO

BINI.

pag. 112.
Qicesta
e le

susseguenti lettere sono dirette al Bini


,

fiorentino

eh'

stato

anco costantemente

amico

del Berni,
,

ed autore felice egli ancora di Rime

burlesche e di saporiti versi latini. Scriveva il Mazzuchelli /^Scritt. d'Ital.y d'essere in possesso
di otto lettere autografe allo stesso

Bino dal Berni

indirizzate negli anni 1533 e 1534, e tutte spettanti

158

NOTE
affari di monsignore liberti. Riescimmi infruttuoso il tentativoldi aggiugnere anche questo manipolo alla presente raccolta.

ad

Lettera XVIII.

AL MEDESIMO.
pag". 114.

Per conto
rp.
de' suoi

115,

questa negra casa che ho comprata ecc. l. SJ. Di questa sua casa, di sua madre
il

parenti non s'astenne

Berni di fare bur-

Non vadin pi pellegrini o romei, che leggesi nella Parte


levole menzione nel Sonetto che comincia
/,

pag. 165.

Lettera

X:JL,

AL MEDESIMO,
pag.
118.

Messer Carlo da Fano ecc. rP' HB, l. 20^. Questo Carlo da Fano era Carlo Qualteruzzi intimo amico
di molti valentuomini del suo
zielt del Cardinale

tempo
nel

ed in ispe-

Bembo. Fu Veditore delle No-

velle antiche impresse in

Roma
la

15*25, in-i.

Monsignor Friuli,

eletto vescovo di Brescia, ebbe da

papa Paolo IV annullata

sua nomina, e pass


sino

la vita in Inghilterra col celebre card. Polo

ALLE LETTERE

159

che questi visse, cio sino all'anno 1558. Alla morte


del Pontejtce torn il Friuli in Italia, e veggonsi
le

Notizie della sua vita nelle lettere del cardinal

Polo pubblicate dal card. Quirini.

Lettera XXIT.

M. LUIGI FRIULI.
pag. 124.

Et requiescere ut coliimba ecc. rp- 12^, L 9J. QuesV ottetto del Berni pel suo Friuli e per altri amici
viniziani si

fa palese anche
ii

i7i

alcuno de' suoi ca-

pitoli burleschi, e

quello^ gi citato, ai Signori

Abati,

si

legge f^Farte

p. 1047;

Se

fati

le stelle, o

sian g' Iddei

Volessin eh'

io potessi far la vita

Secondo gli auspicj e voti miei, Dappoi che '1 genio vostro s m'invita. Vorrei farla con voi eec.

VITA
DI

PIETRO ARETINO

Bern

Parte IL

11

163

Beuedetto Ijoiuellino
il

g^enoTeiie

Berui salute.

Eccoti la vita di Pietro Aretino, la quale

ho raccolto nei ragionamenti che ne facemmo


pur
ieri,

cio

il

Mauro

io.

Queste son

le

virt del poeta Aretino, che

l'innalzano al suon di

campane

alle stelle,

onde volando la fama, forse creduto dottissimo e ricco. Dotto era quando aveva Agostino Ricci lucchese.

Certo che Lorenzo

Veniero dice bene, dicendo ricco come


Falcetto, o ser Quinto, dotto

Don

Pasquino

(e

pur fosse
della
sia

egli

come maestro cos), grande come


,

Gio. Francesco
taglia Icgne ;

Stuffa
si

il

Bruciolo

ma
il

come

vuole. Io vi dono

la vita di Pietro, e

perch sarebbe peccato

a non metter

millesimo quando fu fatta,

ecco io lo metto.

Di Roma, a

di

20 settembre 1538.

VITA DI PIETRO ARETINO

INTERLOCUTORI

Berni

Mauro.

BERNi. Ah, ah, ahi

MAURO. Che diavol hai tu stamattina? che vuol


dir tanto ridere?
B.

Se tu sapessi per che cosa rido 1' aresti caro. M. Se tu non mi dici altro che questo non lo
B. Forse,

sapr.

che se tu

lo sapessi

M. Anzi riderei pi di te.


B.

non te ne rideresti. Che diavol sar? di' su.

Vuoi che

te lo dica?

M. S, dimmelo.
B.

Oh non
,

bravare per Dio

se tu vai in colera

adesso, pensa ci che sar,


M. Ors, di grazia,

quando tu lo dimmelo per Dio.

saprai.

1<56

Vita

B. Son contento. Io lio visto una lettera d Pietro Aretino indirizzata al signor Giovan Giacomo Leo-

nardi, la qual fatta de' sogni. Egli finge (essendo

ubriaco
pi
si

aver visto Parnasso

e
u

dopo

la loda de'

molti, egli disse queste parole,


il

Ma importandomi
il

dare uno sguardo alle vivande che contem-

plarle con presonzion fratina, saluto

cuoco che

ebbe a disperare perch

io gli
,

ruppi
si

un

capitolo

dello Sbernia, e di sier

Mauro che

fosse biscan

tato da lui al

suon

del voltante schidione.

Come diavol s tu ne ridi; s rido non mica io. Che vuoi tu? ch'io pianga. Io non stimo la parola d'un asino povero, come Pietro, e dir come dice il Fortunio: io so far pi con li piedi, che non sa far egli con l'ingegno e con le mani. Se
M.
B. le

sue cose durassero dopo la morte, forse ch'io me ne curerei ma non avendo a durare non le stimo
,

un

baiocco.

M. DovevfC esser a vino costui; tu

mi

hai chiarito.

Quando

dice del cuoco, dev'esser qualche guattaro;

certo che sar parente di Gabriel Giolito. Si diletta


egli del bere?
B.

Che

tu noi sai?

mai Pietro se non in ritratto, il quale trovai di quaresima con un principio delle sue lettere nel caviaro. Ne ho ben udito a dir male di lui dal gentil cavaliero Andrea Zane, ed ho visto non so che lettere sue. Dopo questo ho sentito a contar la sua vita ad un ragazzo, che era stato con lui, ma non iiitesi delle quattro parole le tre.
M. Noi so, n viddi
B. Io

credeva che tu sapessi ogni cosa.


so niente.

M.

Non ne

DI PIETRO ARETINO
B.

167

Poich tu hai cos caro, avendone tu desiderio, sua vita, la qual parte ho sentito da quel matto di Niccol Franco, e parte da Francesco Marcolini: ma io ti dico bene, che se per sorte
ti

vo' contar la

io lasciassi

qualche cosa , che tu mi perdoni persue gagliofifarie sono tante , che chi le voo non se ne ricorderebbe o non ne lesse contare
,

ch

le

verrebbe alla fine quest' anno. M. L'avr a caro d'udire quel poco che tu mi dirai; s che di' pure ch'io t'udir volentieri, bench
sia

tempo perso a ragionare

d'

un

furfante

come

Pietro Aretino. Poi farem bene a qualcheduno, che

per sorte sapr questa cosa. E per Dio , che bisognerebbe impiccar li signori, che gli mandano danari.
B. L'Aretino, acci

que in una
di

villa

che tu sappi il principio, nacappresso Arezzo forse tre miglia

padre villano, di madre schiavona e puttana. Fu simil a quel del poeta Virgilio. ma Virgilio col tempo fu ristorato e B. vero romano con Cicerone parentato, e cofatto nobile stui fu stroppiato, e alla fine sar impiccato, come
M.
, ,
,

quello che dice:


Jl duca miol i;^r corsaletto

un mwo.

Dicesi che la
torir

madre
,

la notte innanzi
il

sogn par-

un

otro di vino
sia

che forse stato cagione

ch'egli

si

chiamato di-vino.

M. Cos avvenne alla

madre

di

Pluto

non gi

ch'egli sognasse otri, o bottazzi,

ma un albore gran-

dissimo, che andava fino alle stelle.


B. Nato dunque Pietro Aretino sotto il Gonella, e pieno suo padre di nuova speranza , uscito gi di

163

VITA

cinque anni , si mise a studiare il babbuino la Macarona di Merlin Mantovano con tanto studio e con tanta cura, eh' avrebbe di gran lunga perso Alflsibro, che studiava quindici ore ogni giorno. M. Cos par ben nell'opre sue. B. Contasi un miracol di lui.
,

M.
B.

Che

sar.

Fugli posto da picciolo innanzi, Virgilio e il Petrarca da un canto e dall' altro 1' Ancroia e gli Amori di Luciano. Mirabil cosa! egli inspirato da
,

quel furor poetico


tutti
,

il che fu granr Ancroia e dissimo segno della grandezza dell'animo suo. M. Cosa mirabil certo, e degna d'uomo s fatto. B. Fugli posto da poi dalla madre dinanzi, lauro, edra, mirto cavoli, erbette e lattuga il putto non
,

che gli donano il Dialogo detto


,

cieli

tolse di

ebbe cos tosto visto quelle erbe, che egli allanciatosi al cavolo, onorevolmente se ne coron la fronte con gran piacere d'alcuno. M. Non merita altro costui, e degli altri, che ce ne sono assai come il Porro poeta il cavalier Bolognese , Quinto Gherardo il Tinto profeta Carlin capo di Vacca, sier Dragoncino, Matteo conte di San Martino, che nuovamente ha fatto la Pescatoria a concorrenza dell' Arcadia del Sannazzaro divino e colui che fece la spada di Dante. B. E degli altri ancora; ma odime: poseli innanzi sua madre, rame, oro e argento: egli prese l'oro; diede segno evidente del suo saper assassinare ciascuno. Ma che dir io di tanto uomo? Certo merita che alcuno s' agguagli alla grandezza dell' animo suo (ben che egli si muoia di fame), ma questo si dia a licenza poetica.
, ,
, ,

DI PIETRO ARETINO

169

M. Cazzo, io n' incaco questa licenza, e se ne deve

avvedere quando esso va a tavola sparecchiata. B. Che importa questo ? basta eh' egli si .pasca di

contemplar la natura. M. La deve contemplar


vuole pensa;
;

alle

volte pi che
di Spirito
Il

non

si
,

deve forsi pascer


vorr.

Santo.

B.

No, diavol
;

che Spirito Santo?


il
i

diavol noi

vuole

pensa, se Cristo

M. Si pasce forse di contemplar bacini.


B.

culi dei suoi

Basta m, dico che studiando egli quelle cose,

ch'io dissi, di dieci anni compose, e fece profitto in

una opera
sette

suo giudicio perfetta; il titolo fu Le allegrezze^ quelle dico io, che cantano i ciechi
al

nella chiesa.

mi M. Per Dio eh' elle han dello stile di Pietro maravigliava bene, ch'altri che esso facesse queste cose cosi bene. B. Fece il lamento della Madonna, il concilio e la
,
:

pompa

del

Papa

e dell'Imperatore
il

la circoncisione

del Vaivoda, fece

capitolo del Mellone a

comparas

razion dei miei,

il

quale Quinto Gherardo


,

calda-

mente rub
vende
M.

con tutto quello


,

Cortigiana commedia
istorie.

mette nella sotto nome di furfante che


eh' egli

Non poteva far meglio che fingersi furbo, bench non finga ma facci davvero. Ho visto tutte le cose che dice e ho visto il capitolo egli mi pare
,
, ;

la sciocca

che vogliono gareggiar teco. Che cera ha Quinto da far capitoli, capitelli , per Dio , mi maraviglio ma ringrazia Dio, ch