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Giancarlo Bernardi. I buchi neri. Introduzione.

Nonostante Jurassik Park, il film di Spielberg, un paleontologo, che intenda studiare la vita e l'evoluzione dei dinosauri, deve accontentarsi di pochi reperti fossili con i quali tentare di ricostruire il quadro complessivo delle condizioni vigenti sulla Terra durante il periodo giurassico. La ricostruzione sarebbe sicuramente pi affidabile se potesse osservare personalmente la vita e le abitudini dei suoi assistiti, ma per far ci dovrebbe possedere una macchina del tempo in grado di trasportarlo a circa 135 milioni di anni nel passato. Tuttavia esistono scienziati pi fortunati dei paleontologi. Scienziati che possono, comodamente seduti nei loro laboratori, viaggiare a ritroso nel tempo fin quasi all'inizio di tutto. Questi scienziati sono gli astronomi e la loro macchina del tempo lo stesso Universo. Osservare il cosmo a distanze crescenti significa, infatti, non soltanto viaggiare nello spazio ma anche nel tempo. La nostra immagine dei corpi presenti nell'Universo, a causa del valore finito della velocit della luce, non l'immagine contemporanea alla nostra osservazione, bens quella di come essi erano al momento che la luce li lasci per intraprendere il viaggio verso di noi. L'immagine che vediamo del Sole (distante 8 minuti-luce) l'immagine di come era il Sole 8 minuti prima: se esso si spegnesse improvvisamente potremo godere della sua vista per ancora tale arco di tempo! Osservare la galassia di Andromeda (distante 2 milioni di anni luce) significa osservarla come essa era 2 milioni di anni fa nel passato. Il termine: ora, non ha senso nell'Universo. Viaggiare nel tempo significa, quindi, osservare l'Universo a distanze sempre maggiori per decifrarne il grande disegno della sua evoluzione. Negli ultimi anni, collegando i risultati sulla struttura fondamentale della materia (quindi degli oggetti pi piccoli che siamo in grado di immaginare) con quelli riguardanti le grandi strutture del cosmo (quindi degli oggetti pi grandi), la comprensione di tale evoluzione andata via via arricchendosi di nuovi particolari. Significative, a tale proposito, sono state le osservazioni di alcuni fenomeni celesti riguardanti settori diversi nella descrizione dell'evoluzione dell Universo, osservazioni rese pi accessibili grazie all'acquisizione di nuove tecnologie. Il 1986, ad esempio, grazie all'impiego delle sonde Voyager e Galileo stato l'anno dell'osservazione di Urano e della cometa di Halley che hanno contribuito a chiarire alcuni aspetti dell'evoluzione del sistema solare. Il 1990 stato l'anno del telescopio spaziale Hubble che, dopo alcune difficolt iniziali, ha esteso la nostra vista a distanze spaziali e temporali impossibili da raggiungere con strumenti ottici posti a terra. Ma l'anno pi interessante dal punto di vista dell'argomento di questo libro stato il 1987, l'anno della supernova nella nube di Magellano. Le supernovae sono stelle che, improvvisamente, prendono a brillare in punti dove precedentemente era stata osservata una stella, generalmente di modesta luminosit. Proprio a causa di questa sua difficile individuazione ottica, gli antichi osservatori, privi della tecnologia necessaria, ritenevano che, in questi casi, fosse apparsa una vera e propria nuova stella, da cui il nome. Queste nascite sono piuttosto rare, come dimostra la loro registrazione nella storia dell'umanit, e che limitata a soli tre casi: quello del 1054, registrato dagli astronomi cinesi, quello del 1572, registrato da T. Brahe (1546-1601) e quello del 1604, osservato da J. Keplero (1571-1630). Se consideriamo che solo oggi possiamo disporre di una tecnologia raffinata in grado di andare oltre la semplice osservazione visuale, possiamo comprendere l'entusiasmo degli astronomi per un tale evento. L'unico, finora, presentatosi in epoca moderna. Le supernovae, come vedremo, non sono assolutamente stelle nuove, miracolosamente scaturite dal nulla. Anzi si tratta di stelle vecchie, tanto vecchie da essere arrivate alla fine della loro evoluzione: una fine che le porta ad esplodere scagliando nello spazio circostante gran parte del materiale

che le compone e che ne permette l'osservazione della struttura interna altrimenti preclusa a qualsiasi tipo di indagine. Ma l'osservazione della supernova del 1987 non stata importante soltanto perch ci ha fornito preziose informazioni sulla struttura interna della stella esplosa ma anche perch, probabilmente, ci ha reso testimoni della comparsa dell'oggetto pi misterioso della astrofisica contemporanea. Un oggetto per il quale stato coniato il nome affascinante di buco nero. L'invenzione di questo termine stato sicuramente uno dei colpi pubblicitari meglio riusciti dei nostri tempi. Grazie ad esso, uno degli oggetti pi misteriosi e complessi della fisica teorica, uscito dal ristretto ambito degli specialisti per approdare nel linguaggio comune, a conferma del suo impatto sull'immaginario collettivo. Si tratta di un nome quasi magico, riferito com' a corpi che non possono essere visti e che pure esistono e sono in grado di assorbire ogni cosa orbiti nelle loro vicinanze. Mondi chiusi su se stessi, eternamente esiliati dal resto dell'Universo, vortici senza fondo in cui materia e radiazione sono attirate e annientate fin oltre l'immaginabile. Le loro propriet sono talmente strane che, per lungo tempo, sono stati considerati solo delle soluzioni teoriche prive di ogni possibilit di esistenza reale, relegandoli al ruolo di scorciatoie nell'Universo dei romanzi di fantascienza. Tutto questo fino a quando un'improvvisa esplosione di energia non venne rilevata in prossimit di una debole stella nella costellazione del Cigno. Da quel momento la fantasia ha cominciato a prendere corpo materiale. Un'unica avvertenza: nel testo (visto il suo carattere divulgativo) si volutamente evitato qualsiasi formalismo di tipo matematico, tuttavia a causa dell'elevato valore delle grandezze astronomiche non si potuto fare a meno di adottare la notazione esponenziale delle stesse. Tale notazione di immediata comprensione: l'esponente positivo del numero 10 (ad esempio 103) indica il numero di zeri da considerare, quindi 1000. Un valore negativo dello stesso esponente, analogamente, indica il numero degli zeri davanti alla prima cifra decimale, ad esempio 10-3=0.001. Con questa notazione l'anno luce diventa pari a 9.5 x 1015 metri e 1 parsec = 3.1 x 1O16 metri. Teorie gravitazionali. 1. Prima di Einstein. I filosofi greci non prestarono mai molta attenzione alla gravit, quella forza onnipresente e silenziosa cui ogni oggetto, animato e non, sottoposto per il solo fatto di esistere. Forse proprio a causa di questa sua presenza discreta, la gravit non colp pi di tanto l'immaginazione, per altri versi estremamente fertile, del maggiore tra i filosofi dell'antichit, Aristotele (384-322 a.C.), che ne spieg gli effetti in termini di una naturale tendenza di ogni corpo a tornare al posto lui destinato da una superiore gerarchia cosmica. In essa la Terra e tutto quello che si trovava sulla superficie, occupava il gradino pi basso, quindi veniva l'acqua, l'aria e, infine, il pi leggero di tutti gli elementi: il fuoco. Un corpo rimosso dalla sua collocazione originale, una volta cessata la perturbazione che ne aveva causato lo spostamento, tornava nel posto assegnato al materiale di cui era formato: un sasso tornava a terra, il fuoco saliva verso l'alto. In un impeto di precisione, Aristotele aggiunse che la traiettoria di ogni corpo, indipendentemente dalla sua destinazione, era sempre rettilinea. Una freccia scagliata da un arco si sarebbe mossa in tal modo fino a che perdurava l'effetto dell'impetus (la forza) applicato per poi cadere a terra sempre in modo rettilineo. Naturalmente nessuno si preoccup di verificare sperimentalmente le opinioni di Aristotele, essendo quelli i tempi in cui l'accettazione di una teoria non dipendeva dalla sua corrispondenza con la realt fenomenica, bens dal prestigio di chi la proponeva. Il prestigio di Aristotele fu sufficiente a bloccare lo

sviluppo del pensiero scientifico per tutto il Medioevo. Soltanto con Galileo Galilei (1564-1642) la scienza si sgancia dalla mera speculazione filosofica acquistando quelle caratteristiche qualitative e quantitative che oggi le riconosciamo. Egli fu il primo a misurare l'azione della gravit e nel 1638 ne scopr la prima fondamentale caratteristica: tutti i corpi, indipendentemente dalla loro composizione materiale, sono sottoposti alla stessa accelerazione. Un risultato straordinario se si pensa alla tecnologia disponibile all'epoca. Galileo fu il pnmo ad applicare il metodo scientifico moderno distinguendo ci che importante da ci che non lo . Fu il primo a capire che l'azione frenante dell'attrito sul moto di un corpo ne nascondeva la vera traiettoria riuscendo cos ad arrivare alla determinazione della legge della caduta dei gravi. Il genio intuitivo di Galileo apr la strada all'altro grande genio, questa volta di tipo analitico, del periodo classico della scienza moderna: Isacco Newton (1642-1727). La leggenda vuole che durante una notte di luna piena, nel 1666, Newton fosse disteso sotto un melo quando un frutto lo colp sul capo. In quell'istante avrebbe compreso che la mela e la luna dovevano essere soggette entrambe alla stessa forza di gravit che le spingeva a cadere sulla Terra. Egli calcol che la forza d'attrazione tra due corpi decresceva con l'inverso del quadrato della distanza, ovvero che se la distanza tra due corpi aumentava del doppio, la forza si riduceva di 1/22=1/4. Essendo nota la distanza della Luna e le dimensioni della Terra, risultava che la Luna distava dal centro della Terra 60 volte pi della mela e che, quindi, il satellite terrestre cadeva con un'accelerazione 602=3600 volte pi piccola di quella con cui cadeva la mela. Applicando poi i risultati per i corpi in caduta libera ottenuti da Galileo e che stabilivano che la distanza percorsa da un corpo che cade doveva essere proporzionale all'accelerazione e al quadrato del tempo impiegato a cadere, Newton dedusse che la mela impiegava un secondo a percorrere la stessa distanza che la Luna copriva in un minuto. Quella notte del 1666 (o pi probabilmente in diversi giorni di profonda meditazione e di difficili calcoli) Newton formul la legge di Gravitazione universale, una delle teorie fondamentali per la comprensione dell'intero Universo. Essa segner profondamente tutto il successivo sviluppo scientifico assurgendo ad esempio di come doveva essere conformata una teoria per poter essere considerata legge universale. Nessuno dei grandi scienziati che gli succedettero pot esimersi dal rendergli omaggio e riconoscenza. Pierre Simon Laplace (1749-1827), uno dei primi ad ipotizzare strane stelle nere (gli antenati dei moderni buchi neri) ne riconobbe l'enorme influenza nei suoi lavori, mentre J. Lagrange (1736-1813) ebbe a dire, con una punta di rammarico che ...esistendo un solo Universo da spiegare, nessuno potr ripetere ci che ha fatto Newton, il pi fortunato dei mortali. Lo stesso Albert Einstein (1879-1955), pur proponendo la prima modifica alla teoria di Newton, non si esimer da un deferente riconoscimento. Dopo aver analizzato i limiti della teoria newtoniana, cos scrive Einstein nella sua Autobiografia scientifica: ...E ora basta. Newton, perdonami; tu hai trovato la sola via che, ai tuoi tempi, fosse possibile per un uomo di altissimo intelletto e potere creativo. I concetti che tu hai creato guidano ancora oggi il nostro pensiero nel campo della fisica, anche se ora noi sappiamo che dovranno essere sostituiti con altri assai pi discosti dalla sfera dell'esperienza immediata, se si vorr raggiungere una conoscenza pi profonda dei rapporti tra le cose. Ergendosi sulle spalle dei giganti, Einstein modificher non solo l'immagine ma il destino stesso dell'Universo. 2. La nascita dell'idea di buco nero. Alla fine del XVIII secolo due scienziati, il reverendo J. Michell e Pierre Simon marchese de Laplace, portarono alle estreme conseguenze la teoria della gravitazione universale di Newton. Il punto di partenza era costituito dal concetto di velocit di fuga concetto che oggi, in un'epoca di consolidati lanci spaziali, facilmente comprensibile.

Tutti sappiamo che, per immettere in orbita attorno alla Terra un satellite, occorre portarlo ad una certa distanza dalla superficie. La velocit di fuga non altro, quindi, che la velocit necessaria ad un corpo per sfuggire alla gravit superficiale terrestre ed evitare che ricada al suolo. E' intuibile che maggiori sono le dimensioni del corpo da cui ci si allontana, maggiore sar la velocit di fuga che occorre fornire al corpo in fuga: cos, mentre per sfuggire all'attrazione terrestre sono necessarie velocit di fuga di almeno 11.2 km/sec, su un corpo di dimensioni minori (per esempio la piccola luna di Marte, Phobos) un uomo potrebbe mettere in orbita un sasso con la sola spinta del suo braccio. Il valore della velocit di fuga un valore critico, nel senso che una velocit di poco superiore non immetterebbe il corpo in orbita (ovvero ad una distanza costante) mentre un valore di poco inferiore lo costringerebbe a ricadere di nuovo verso la superficie. L'esistenza di una velocit di fuga una splendida applicazione del principio scoperto da Galileo che stabilisce come tutti i corpi siano soggetti alla stessa caduta gravitazionale, indipendentemente dalla loro composizione. La velocit di fuga, infatti, non dipende dal materiale da mettere in orbita ma dalla massa del corpo da cui ci si vuole allontanare. Questo significa che possiamo avere un'elevata velocit di fuga anche nel caso di corpi che racchiudono grandi masse in un piccolo volume. Pi il corpo risulta denso, ovvero pi il suo raggio a parit di massa diminuisce, pi sar elevata la velocit di fuga necessaria per sfuggire alla forza gravitazionale superficiale. Ad esempio, se per sfuggire all'attrazione gravitazionale superficiale del Sole (che ha una massa di 1033 g) sono necessarie velocit di fuga di 620 km/sec, su una stella di pari massa ma di raggio uguale a quello terrestre, la velocit di fuga sale a centinaia di migliaia di km al sec. Stelle simili esistono nell'Universo e sono chiarnate Nane bianche. A questo punto facile capire come possa affacciarsi l'idea di un corpo tanto massiccio e denso da intrappolare la luce stessa, ovvero di un buco nero. E' possibile, infatti, che esistano corpi talmente massicci (e densi) da rendere la velocit di fuga superiore al valore di 300.000 km/sec che rappresenta la velocit della luce nel vuoto, misurata per la prima volta da O. Roemer nel 1676. In prossimit di simili corpi, quindi, anche la luce, nonostante la sua enorme velocit, sarebbe incapace di abbandonare la loro superficie e l'osservazione non potrebbe che rilevare, nel luogo da essi occupato, una stella nera. Una stella che, invece di irraggiare luce nello spazio, la trattiene sulla superficie: un buco nero, appunto. J. Michell nel 1783 e P. Simon de Laplace nel 1796, l'uno in Inghilterra e l'altro in Francia, arrivarono a queste conclusioni ma dovr passare molto tempo perch le loro ipotesi trovino conferma e approfondimento. Questo lungo periodo d'ibernazione fu dovuto principalmente al fatto che per comprendere appieno le caratteristiche di corpi cos estremi come quelli ipotizzati da Laplace e Michell, era necessaria una nuova teoria della gravitazione. Teoria che apparir solo nei primi anni del XX secolo per opera di A. Einstein. 3. Spazio e tempo. Alla fine del XIX secolo la fisica godeva ottima salute. L'edificio classico della descrizione della Natura sembrava pi solido che mai poggiato com'era su due pilastri apparentemente inattaccabili. La teoria della Gravitazione universale e la teoria elettromagnetica di J. C. Maxwell (1831-1879) esaurivano, infatti, la descrizione di qualsiasi fenomeno fisico. La situazione era talmente positiva che molti eminenti scienziati di questo periodo erano convinti che il compito di coloro che li avrebbero sostituiti nello studio della fisica, si sarebbe limitato a migliorare qualche decimale in misure di fenomeni ormai privi di ogni possibile sorpresa. Neanche a dirlo, i primi anni del xx secolo segneranno invece la nascita di due nuove teorie che spazzeranno via tale ottimistica previsione. Tra il 1905 e il 1916, A. Einstein con le sue due versioni della relativit, quella ristretta (o speciale) e quella generale, relegher la teoria di Newton al ruolo di buona

approssimazione (valida solo nel limitato ambito del sistema solare) di una nuova teoria della gravitazione. Contemporaneamente, sul fronte del micromondo, lo sforzo collettivo di un'intera nuova generazione di fisici dar vita alla meccanica quantistica che porter a rivedere il concetto stesso di realt osservabile. Va anche detto che, come spesso accade nei momenti storici di svolta (quelli che T. Khunn chiama mutamenti di paradigma) molti tra i migliori e pi sensibili fisici dell'epoca intuivano che qualcosa stava per accadere. H. Lorentz (1853-1928) e H. Poincar (1854-1912), solo per citare i migliori tra i fisici cosiddetti classici, arrivarono ad un passo dalla esatta formulazione di quella che poi sar chiamata Relativit, un passo che entrambi furono restii a compiere e che venne compiuto da un, allora, oscuro fisico impiegato all'ufficio brevetti di Berna. Sicuramente, almeno dal punto di vista del senso comune, la rivoluzione compiuta da Einstein fu la pi radicale, come testimonia il prestigio guadagnato dal suo autore anche presso il pubblico dei non specialisti. Il motivo di tanto diffuso interesse risiede nel fatto che la relativit rivisita criticamente due tra i concetti pi comuni cui ognuno di noi fa riferimento: lo spazio e il tempo. Le basi di questa rivisitazione vengono gettate nel primo lavoro di Einstein, quello noto con il nome di relativit speciale (1905) che non contiene considerazioni sulla gravit e su una nuova omonima teoria ma che rappresenta il punto di partenza per quella relativit generale del 1916 che costituir la vera e propria nuova teoria della gravitazione universale. Cominciamo con l'analizzare la struttura classica dello spazio e del tempo. Nell'Universo di Galileo e Newton, lo spazio e il tempo sono completamente indipendenti l'uno dall'altro. Lo spazio misurato da tre numeri, il tempo da uno solo. Lo spazio descritto dalla geometria (parola greca che significa misura della terra) euclidea che a tutt'oggi insegnata nelle scuole e che possiamo verificare in ogni momento della nostra vita: la via pi breve tra due punti una retta, due rette parallele non si intersecano mai, la somma degli angoli interni di un triangolo sempre uguale a 180 sono solo alcune delle pi note affermazioni che ogni scolaro diligente (e non) conosce. Altro punto fondamentale che la distanza che separa due punti indipendente dall'osservatore cos come il tempo che fluisce, per qualsiasi osservatore, dal passato al futuro. Quest'ultima constatazione cos radicata nei nostri sensi che la riteniamo una legge di natura (la cosiddetta legge di causalit) e chiamiamo questa successione irreversibile dei fenomeni naturali, causalit. La convinzione che il tempo sia lo stesso per tutti gli osservatori scaturisce dal fatto che nell'universo di Galileo e Newton non esistono limitazioni di velocit: ogni eventuale orologio, per quanto distante da un altro, con questi sincronizzabile ed entrambi potranno, da quel momento, battere in perfetta simultaneit. Tutto questo fa s che lo spazio e il tempo dell'Universo classico possano essere rappresentati come un presente, infinitamente esteso nello spazio, che separa il passato dal futuro. In realt, anche prima di Einstein, non tutti i filosofi concordavano su queste caratteristiche assolute di spazio e tempo. G.W. Leibniz (1646-1716), contemporaneo di Newton, ad esempio, era convinto che spazio e tempo avessero significato solo in relazione alla materia in essi contenuta, ma il suo ragionamento si basava esclusivamente su motivazioni di ordine filosofico. Due secoli pi tardi Einstein riprender alcune idee di Leibniz provando che spazio e tempo (ovvero lunghezza e durata che ne sono la misura) dipendono dalla velocit dell'osservatore che ne effettua la misura. Lo spazio e il tempo assoluto di Newton e Galileo si fondono in un'unica realt: lo spaziotempo quadrimensionale di H. Minkowsky (1864-1909). Il primo colpo alla concezione classica proprio in questa fusione: l dove prima esistevano, indipendenti dal moto dell'osservatore, uno spazio e un tempo singolarmente presi, ora appare una loro combinazione. Un modo comodo per rappresentare la forma dello spaziotempo di Minkowsky

quello del cosiddetto cono di luce. Immaginiamo un punto nello spazio e un raggio di luce emesso da questi. In uno spazio vuoto, il fronte d'onda si espander uniformemente nello spazio al passare del tempo e potremo rappresentarlo mediante una serie di cerchi concentrici centrati sul punto di emissione. Se ora volessimo raffigurare la situazione su una superficie bidimensionale (un foglio), sar sufficiente eliminare una coordinata e otterremo quello che viene appunto definito cono di luce e che descrive evidentemente la storia degli eventi successivi all'emissione del raggio luminoso. Uno dei postulati fondamentali della relativit speciale che non esiste nell'Universo nessun segnale (od oggetto) che abbia una velocit maggiore di quella della luce. Questo significa che tutto quello che pu essere messo in relazione con l'apice del nostro cono di luce, pu giacere solo all'interno di un doppio cono il cui vertice comune situato sull'osservatore. Gli eventi passati relativi a quest ultimo si trovano su quello inferiore (per gli eventi passati) o su quello superiore (per gli eventi futuri). Tutto ci che accade all'esterno delle falde del doppio cono per sempre precluso all'osservazione di chi si trovi al suo interno. Una simile struttura dello spaziotempo altera profondamente la struttura casuale (il prima e il dopo dell'Universo newtoniano). Ogni evento divide lo spaziotempo in due regioni: la regione degli eventi che lo hanno influenzato e quella degli eventi che egli influenzer. La relativit speciale proibisce che un segnale possa forare una delle falde del doppio cono e raggiungere eventi situati al di fuori di esso. Ogni osservatore avr un suo particolare cono di luce nel quale gli eventi che egli giudica passati possono trovarsi nella regione futura del cono di un altro osservatore. Ci che egli giudica causa di un evento pu essere interpretato come effetto per un altro osservatore. Non negli intenti di questo libro fornire una descrizione dettagliata dei numerosi e importanti risultati che hanno confermato la relativit speciale, per cui ci limiteremo a quelle conclusioni utili per comprendere meglio la via che porta ai buchi neri. Esse possono essere cos riassunte: La relativit speciale fonde in una struttura comune ci che la teoria newtoniana teneva ben distinto, owero lo spazio e il tempo. Nell'Universo della relativit speciale, la velocit della luce rappresenta la velocit limite oltre la quale impossibile andare. Ci comporta una struttura dello spaziotempo che permette l'accesso solo ad alcune zone (quelle all'interno del cono di luce di un osservatore) e ne preclude delle altre: quelle all'esterno dello stesso). In tutto questo la gravit non gioca nessun ruolo, essendo gli osservatori della relativit speciale degli osservatori in moto uniforme, ovvero non accelerati. Considerare la gravit in questa teoria significa affrontare la vera nuova teoria universale della gravitazione. 4. La relativit generale. Dal punto di vista storico sono poche le teorie che possono essere attribuite allo sforzo di un solo uomo. Molto spesso esse sono il risultato di sforzi, forse sconosciuti gli uni agli altri, ma comunque finalizzati al raggiungimento di un unico, comune obiettivo di una serie di scienziati interessati ad un particolare problema. Il caso della relativit generale uno di questi pochi esempi di lavoro solitario ed a questa sua peculiarit storica, insieme alla sua successiva conferma sperimentale, che si deve gran parte del fascino che l'uomo Einstein ha avuto e continua ad avere anche presso i non addetti ai lavori. I primi passi nella formulazione di quella che sar la nuova teoria della gravitazione, sono del 1907 quando Einstein scopre una versione semplificata del principio d'equivalenza, e prevede la deviazione dei raggi luminosi in prossimit di grandi masse oltrech lo spostamento verso il rosso della radiazione emessa in un intenso campo gravitazionale. Dopo quest'anno, la sua attenzione si sposta sui problerni della meccanica

quantistica e sulla sua sanzione di un'impossibile conoscenza ultima della reale natura dei fenomeni atomici osservati. Sono gli anni della amichevole polemica con Bohr e del divorzio mai sanato tra Einstein e l'altra grande rivoluzione del pensiero scientifico che nasce in quei fecondi primi anni del xx secolo, ovvero la meccanica quantistica. Einstein torna al problema della gravitazione nel 1912 e, grazie all'aiuto matematico offertogli dall'amico M. Grossmann, inizia la costruzione del nuovo rapporto tra geometria e fisica che alla base della nuova visione dell'Universo. In base a questi lavori, nel 1915, ottenne l'esatto valore della precessione del perielio di Mercurio. Dopo quest'anno l'interesse di Einstein si sposta dalle applicazioni della propria teoria (che continuano, comunque, ad essere confermate dagli esperimenti) alla possibilita di una sua generalizzazione. Come la relativit ristretta aveva permesso l'unificazione di elettricit e magnetismo e la relativit generale aveva geometrizzato la gravitazione, cos Einstein pensava potesse essere possibile unificare e geometrizzare elettromagnetismo e gravitazione. Sar il sogno di tutta la sua vita ma che non porter a risultati apprezzabili. In questo suo tentativo di unificazione e nonostante gli esperimenti rivelassero, con sempre maggior frequenza, l'esistenza di altre forze oltre quella elettromagnetica e quella gravitazionale, Einstein si ostin a trascurarle, fedele com'era ad una sua precisa nozione di bellezza formale cui ogni teoria, a suo parere, doveva conformarsi. Fortunatamente questi limiti non coinvolgono la relativit generale che, al pari della precedente relativit ristretta, rappresenta una teoria completa che ha completamente rivoluzionato il vecchio modello newtoniano dell'Universo. Nella teoria gravitazionale di Newton tutti i corpi posseggono una grandezza specifica chiamata massa gravitazionale, responsabile della forza gravitazionale alla quale sono sottoposti. Ogni altro effetto imputabile a forze diverse da quella gravitazionale (e descritto dalle tre leggi della dinamica newtoniana) viene misurato, invece, dalla cosiddetta massa inerziale. La gravit, nell'interpretazione newtoniana, non altro che una delle tante forze cui pu essere soggetto un corpo, e la massa gravitazionale caratterizza la gravit cos come la carica elettrica caratterizza la forza elettromagnetica. Tuttavia la gravit, come aveva dimostrato Galileo, non una forza come tutte le altre: i corpi che cadono sulla Terra, indipendentemente dal valore della loro massa gravitazionale o inerziale, lo fanno con la stessa accelerazione il che significa che non esiste nessun corpo gravitazionalmente neutro (come per esempio accade per i corpi carichi elettricamente) e che tutti i corpi, qualunque sia la loro composizione, hanno la stessa carica gravitazionale: massa inerziale e massa gravitazionale sono uguali. Questa curiosa coincidenza, non spiegata dalla teoria newtoniana che si limitava a prenderne atto, viene generalmente indicata con il termine di principio di equivalenza. Come abbiamo gi detto, Einstein parte proprio da questa curiosa coincidenza per approfondire la reale natura della gravit e stabilirne le differenze con le altre forze della natura. Quest'opera di approfondimento del ruolo giocato dalla gravit il cuore della teoria della relativit generale che si colloca quindi come una naturale prosecuzione della precedente relativit speciale dove il moto dei corpi era analizzato in assenza di tale forza. Einstein intuisce che l'equivalenza tra massa gravitazionale e massa inerziale solo il riflesso di una pi generale equivalenza tra gravit e accelerazione. Egli stabilisce i seguenti fatti: 1. Qualsiasi accelerazione equivalente ad una forza gravitazionale: un astronauta lanciato con la stessa accelerazione con cui attratto dalla superficie terrestre, non percepir nessun movimento e sar convinto di trovarsi ancora a terra. 2. L 'effetto della gravit pu essere eliminato, scegliendo un opportuno sistema di riferimento accelerato. L'esempio che viene spesso citato a tale riguardo quello di un osseIvatore chiuso dentro un ascensore in caduta libera

verso terra. Nel breve tragitto della caduta, l'osservatore si sentir senza peso esattamente come un astronauta lontano dalla Terra. Questi due punti sottolineano la radicale differenza tra la gravit e le altre forze fondamentali della natura. Prendiamo come termine di confronto la forza elettromagnetica: non esiste alcuna accelerazione che possa simulare l'effetto di questa forza su corpi carichi in quanto essi presentano un'accelerazione proporzionale alla loro carica. La natura universale della forza di gravit talmente particolare da farla ritenere una propriet dello spazio piuttosto che una semplice forza esercitata tra corpi diversi che si muovono in esso. Per capire meglio questo punto, facciamo l'esempio di due palle lanciate in tre situazioni diverse: 1. sul loro percorso non vi alcun ostacolo: il risultato sar che le loro traiettorie (supponendo il piano di scorrimento privo di attrito) sar parallelo; 2. sul percorso vi un ostacolo: il risultato sar che le loro traiettorie divergeranno; 3. sul percorso vi una buca (non troppo profonda): il risultato sar che le loro traiettorie convergeranno. Se estendiamo questo esempio all'Universo e consideriamo che le traiettorie di due corpi sottoposti ad una forza gravitazionale sono sempre convergenti (la forza di gravit sempre attrattiva), ci rendiamo conto di come lo spaziotempo dovrebbe presentare delle buche piuttosto che degli ostacoli. Questo esempio, pur nella sua elementarit, ci permette di capire la vera portata della relativit generale: i corpi materiali non si muovono in uno spaziotempo piatto sotto l'azione della forza gravitazionale ma, piuttosto, si muovono liberamente seguendo i contorni di uno spaziotempo curvo. La struttura rigida dello spaziotempo della relativit speciale (altrettanto piatto di quello newtoniano) completamente deformata dall'introduzione della gravit e la materia si muove seguendo la curvatura di tale deformazione: un'immagine che pu aiutarci a visualizzare questo modello quello di un telo elastico sul quale sono posti corpi di diversa massa e che alterano, quindi, la forma del telone nelle loro vicinanze. In maniera tanto pi marcata quanto maggiore la massa coinvolta. Fin qui le idee, ma naturalmente la relativit generale non una speculazione metafisica. E' una teoria scientifica e come tale deve poter essere confermata o smentita dall'osservazione della realt. Essa, quindi, comporta delle previsioni sull'evoluzione dei fenomeni, e per fare ci necessita di equazioni (equazioni di campo gravitazionale) e di un relativo apparato matematico di non facile divulgazione. In questo contesto ci limiteremo a dire che le equazioni di campo correlano il grado di distorsione dello spaziotempo alla natura e al moto delle sorgenti gravitazionali, ovvero la materia stabilisce come e quanto debba incurvarsi lo spaziotempo e questo stabilisce come la materia debba muoversi. Nelle equazioni, le forze e le accelelazioni sono sostituite dalle distanze e dalle durate temporali, compattate in grandezze particolari chiamate tensori il cui complcsso formalismo matematico si deve in gran parte all'opera di Minkowsky. Grazie a questo supporto formale e ai suoi successivi sviluppi, Einstein propose tre esperimenti, per giudicare la veridicit della relativit generale: la deviazione della luce in prossimit del Sole, l'avanzamento del perielio di Mercurio e l'arrossamento (red-shift) delle righe spettrali in un campo gravitazionale. Il primo esperimento venne svolto durante l'eclisse solare del 1919. Si dovette aspettare tale eclisse per poter confrontare le posizioni di alcune stelle in presenza e in assenza del Sole sulla traiettoria delle radiazioni da esse inviate verso Terra. Il risultato fu che le stelle registrate durante l'eclisse apparivano Ieggermente spostate daila posizione occupata in assenza del Sole. Si tratter della prima conferma sperimentale della relativit generale.

Per quanto riguarda la seconda, essi partiva dall'assunto newtoniano che un pianeta isolato dovesse muoversi su un'ellisce fissa nello spazio, mentre in presenza di altri corpi, tale ellisse avrebbe lentamente ruotato nello spazio. Nel 1856, J. Le Verrier aveva mostrato che il perielio di Mercurio aveva un valore troppo alto in base alle previsioni della teoria gravitazionale di Newton. Si trattava di una discrepanza minima ma inquietante per una teoria giudicata universale. Furono tentate diverse soluzioni per spiegare l'anomalia, dalla presenza di un misterioso pianeta posto tra Mercurio e il Sole (a cui venne anche dato un nome: Vulcano) ad una misteriosa forza emanante dal Sole stesso. Nessuna di esse risultava per ne confermata dalle osservazioni n soprattutto da una coerenza con la teoria newtoniana. Sar soltanto con la relativit generale che l'avanzamento del perielio di Mercurio (e di tutti i pianeti del sistema solare) verr soddisfacentemente spiegato come il moto libero di un corpo in uno spazio incurvato dalla presenza della grande massa del Sole. La stessa teoria forniva poi un valore per tale avanzamento che risult essere in perfetto accordo con quello osservato sperimentalmente. Il terzo esperimento implica una diminuzione della frequenza della radiazione luminosa verso la regione rossa dello spettro di una sorgente luminosa posta in un campo gravitazionale. Purtroppo il campo gravitazionale solare troppo debole per influenzare in maniera sperimentalmente rilevabile questo cambiamento di frequenza, e la stessa cosa vale per stelle pi dense (come ad esempio le nane bianche) dove l'effetto dovuto al campo gravitazionale sarebbe coperto da quello dovuto all'intenso campo magnetico in esse presente. Tuttavia esiste una variante di questo esperimento di pi facile esecuzione. In realt il red-shift delle righe spettrali pu essere interpretato anche come la versione luminosa del rallentamento (o dilatazione temporale) del tempo in un campo gravitazionale. Due orologi posti in punti diversi dello stesso campo gravitazionale dovrebbero segnare un tempo diverso. Grazie all'utilizzo di orologi atomici dall'estrema precisione, nel 1976 i fisici della Harvard University riuscirono a misurare la differenza temporale segnata da due orologi atomici postl uno a terra ed uno a bordo di un aereo in volo. La differenza tra i due orologi atomici era in perfetto accordo con le previsioni della relativit generale. All'epoca di Einstein un tale esperimento era impossibile, ma le conferme dei due precedenti erano una garanzia pi che sufficiente per stabilire la validit della sua teoria. In particolare, non appena furono resi noti i risultati della deviazione dei raggi di luce durante l'eclisse del 1919, la notoriet di Einstein valic i limiti degli addetti ai lavori e il suo nome divenne il simbolo della genialit umana. Le date della consacrazione di Einstein furono quindi le seguenti: 1915: Einstein termina la Formulazione della relativit generale nel novembre di quest'anno e i risultati dei suoi sforzi vengono pubblicati in diversi numeri dello stesso mese del Berliner Berichte. 1918: A. Eddington a Londra e H. Weyl in Germania, pubblicano i primi libri dedicati all'argomento. 1919: In una storica seduta della prestigiosa Royal Society di Londra vengono comunicati i risultati sperimentali dell'eclisse che confermavano le previsioni della teoria. Da quell'anno i giornali di tutto il mondo si riempiranno di articoli che descrivevano, in maniera pi o meno precisa, lo strano Universo concepito dal giovane fisico di Berna. La relativit divenne argomento di discussione comune e il suo autore finir per rappresentare il prototipo stesso dello scienziato. Al suo arrivo in America (in fuga dal nazismo), Einstein venne accolto dalle autorit come un capo di Stato mentre la gente comune gli riserv le stesse attenzioni regalate ai divi del cinema. Per comprendere il motivo di tanto inusuale successo per un uomo e una teoria che, all'epoca, si riteneva fosse comprensibile solo da un'altra dozzina di persone in tutto il mondo, ci sembrano eloquenti le seguenti le considerazioni di A. Pais, autore di una approfondita biografia del grande scienziato tedesco.

Scrive Pais a riguardo: La ragione vera della collocazione unica di Einstein strettamente connessa con le stelle e il linguaggio. Compare tutt'a un tratto una nuova figura, l'improwisamente famoso dottor Einstein. E latore del messaggio di un nuovo ordine nell'Universo. Si esprime in un linguaggio strano, ma i sapienti asseriscono che le stelle sono testimoni della sua veridicit. In tutte le epoche fanciulli e adulti hanno parimenti guardato con meraviglia le stelle e la luce. Se si parla di novit come i raggi X o gli atomi l'uomo pu essere sgomento. Ma le stelle hanno sempre avuto un posto nei suoi sogni e nei suoi miti. Il loro periodico ritorno rendeva manifesto un ordine al di l del controllo umano. Ed ecco apparire un uomo nuovo. Il suo linguaggio matematico sacrale, eppure suscettibile di trascrizione in termini profani: la quarta dimensione, le stelle non si trovano dove si pensava che fossero ma niente paura, la luce pesa, lo spazio curvo. Egli soddisfa due esigenze profonde dell'uomo: quella di sapere e quella di non sapere, ma di credere. L'uomo nuovo che appare in quel momento (alla fine del primo conflitto mondiale, N.dA.) rappresenta l'ordine e l'autorit. Egli diventa l'uomo divino del ventesimo secolo. Diverso fu l'atteggiamento della comunit scientifica dove le reazioni furono pi pacate e, in alcuni casi, apertamente ostili. Mentre H. Weyl dichiarava l'opera di Einstein: uno dei pi luminosi esempi della potenza del pensiero speculativo, il fisico H. Bouasse cos commentava il successo della teoria di Einstein: la ragione di questa gloria, che considero effimera, che la teoria di Einstein non fa parte delle teorie fisiche: essa un'ipotesi metafisica che, al di l di tutto, risulta incomprensibile. Alla fine spetter a noi, fisici sperimentali, dire l'ultima parola: accetteremo quelle che ci permetteranno di lavorare e rifiuteremo quelle che non possono essere comprese e che quindi non ci interessano. Illuminante per capire l'acceso dibattito che la relativit generale aveva suscitato nell'ambiente scientifico, la storia dell'assegnazione del premio Nobel: Einstein ricever l'ambito riconoscimento soltanto nel 1921 e non per la Relativit ma per i suoi studi sull'effetto fotoelettrico. Non a caso nella commissione giudicatrice era presente un tenace avversario della relativit, il premio Nobel per la fisiologia del 1911, A. Gullstrand. Tuttavia la gloria di Einstein si rivel molto poco effimera, per usare le parole di Bouasse, ed legata indissolubilmente a quella teoria che muter l'immagine stessa dell'Universo. II. Gerarchie cosmiche. 1. Scatole cinesi. Man mano che ci si allontana dalla Terra, l'apparente disordine dei diversi oggetti celesti che possiamo osservare, si ricompone in strutture ordinate dalle dimensioni sempre maggiori. In un'ideale zoomata all'indietro, osserveremo il sistema Terra-Luna, quindi il Sole con il suo corteo di pianeti e satelliti per proseguire, a distanze sempre maggiori, con l'individuazione di altri sistemi stellari distribuiti in strutture dalle diverse forme e dimensioni: le galassie. Abbandonate quest'ultime, dopo immense distese di vuoto pressoch assoluto, ci accorgeremo che anche questi giganteschi insiemi di stelle, gas e polvere, non sono distribuiti casualmente ma formano insiemi ancora pi giganteschi, chiamati ammassi di galassie. Osserveremo, cio, una sorta di gerarchia cosmica dalle dimensioni sempre maggiori man mano che la tecnologia osservativa ci consente di spingere sempre pi lontano la nostra osservazione. In un'ideale sequenza di scatole cinesi, la scatola pi grande conterr, quindi, gli ammassi di galassie, per poi proseguire con le singole galassie, le singole stelle, eventuali altri sistemi planetari (oltre il nostro) per terminare con possibili pianeti. Tutti questi sistemi sono comunque accomunati dall'azione della gravitazione che ne permette l'esistenza e la conseguente evoluzione. Prima di passare a una descrizione sommaria di quelle gigantesche strutture rappresentate dagli ammassi di galassie e dalle galassie stesse, sar opportuno fornire qualche informazione sull'origine della nomenclatura con la quale questi

oggetti vengono identificati. Gran parte delle galassie osservate sono catalogate mediante due sigle (M e NGC) seguite da un numero. Tali sigle identificano due cataloghi, quello di Messier e quello del New General Catalogue (il pi recente). Il primo ha origine nel 1784 quando l'astronomo francese C. Messier (1730-1917) decise di compilare un catalogo di quelli che all'epoca, venivano definiti come oggetti nebulari, ovvero di quei corpi celesti che, a una prima osservazione, potevano essere confusi con le comete, soprattutto quando queste si trovavano ancora a grande distanza dal Sole. Mediante osservazioni ripetute nel tempo il loro moto sulla volta celeste le identificava come tali distinguendole quindi dagli oggetti nebulari che rimanevano fissi nella loro posizione. Per risparmiare il tempo necessario per questa identificazione, Messier catalog 108 oggetti nebulari in modo che non potessero essere confusi con le comete. Successivamente, nel 1888, l'astronomo Dreyer ampli l'originale catalogo di Messier, portando il numero degli oggetti registrati a 7840, con il che il suo catalogo divenne il Nuovo Catalogo Generale (NGC). Quindi, se sulla foto di un oggetto nebulare appare la sigla M13 Ci Si riferisce al 13mo oggetto del catalogo di Messier mentre la sigla NGC 5139 indica il 5139mo oggetto del Nuovo Catalogo Generale di Dreyer. Con il progredire delle tecniche osservative gli oggetti nebulari (pensati originariamente come insiemi di gas appartenenti al nostro sistema stellare) hanno gradualmente rivelato una natura del tutto diversa. Gran parte di essi ad un esame pi approfondito, si sono rilevati essere sistemi stellari composti da miliardi di stelle posti ben oltre il sistema cui la Terra appartiene. Non si tratta dunque di ammassi di gas collocati dentro la nostra galassia bens di altre galassie caratterizzate da dimensioni e forme estremamente diverse. 2. Le galassie. Per stabilire se le stelle costituiscono un sistema legato gravitazionalmente, invece che essere distribuite casualmente sulla volta celeste, non c'era che un metodo: contarle. E' quello che fece l'astronomo inglese W. Herschel (1738-1822), nella seconda met del XIX secolo. Osservando zone diverse della volta celeste l'astronomo inglese constat come il loro numero aumentasse man mano che le osservazioni si spostavano verso un cerchio massimo ideale che divideva la volta celeste in due emisferi. Lungo questo cerchio massimo si distendeva la Via lattea (osservata da Galileo due secoli prima) che, da questo momento in poi, verr identificato come l'equatore galattico. Dopo questo primo lavoro pionieristico seguirono altre osservazioni ma soltanto negli anni Venti verr definitivamente stabilita l'esistenza di altri sistemi stellari ben distinti dal nostro che manterr il nome di Via lattea. Sempre negli anni Venti, l'astronomo americano E. Hubble (1889-1953) propose una prima classificazione per le diverse forme delle galassie osservabili: Ellittiche (indicate con E); a Spirale (indicate con S); Irregolari (indicate con I); ed a queste tre tipologie di sistemi stellari che rivolgeremo ora la nostra attenzione: GALASSIE ELLITTICHE. Di forma ovviamente ellittica questi sistemi non presentano, all'osservazione ottica, strutture interne apprezzabili, salvo una graduale diminuzione della luminosit dal centro al bordo. Possono avere dimensioni estremamente variabili, come testimonia il loro grado di appiattimento, ovvero il rapporto tra il loro asse maggiore e quello minore. Questo rapporto viene preso come ulteriore parametro di classificazione, in cui l'indice 0 indica una galassia pressoch sferica mentre l'indice 7 ne individua una fortemente allungata. In tutte queste galassie comunque riscontrabile l'assenza di gas interstellare, di stelle di recente formazione e di giganti. Al loro posto si osservano invece numerose stelle in fase evolutiva avanzata e stelle bianche di luminosit contenuta. Altro particolare, dal possibile significato evolutivo, che le galassie ellittiche appartenenti ad ammassi di galassie, risultano essere galassie

giganti mentre quelle isolate hanno dimensioni molto minori. GALASSIE A SPIRALE. A differenza delle galassie ellittiche, quelle a spirale mostrano una ricchezza di forme e dimensioni notevolmente pi marcate, tanto da dover distinguere in questa categoria un sottogruppo, rappresentato dalle cosiddette galassie a spirale barrate, galassie cio in cui i bracci caratteristici della spirale si sviluppano da una sorta di barra che sembra attraversare l'intero nucleo del sistema stellare. I bracci della spirale testimoniano una potente spinta dinamica e a seconda del loro diverso grado di apertura e, come quelle barrate (indicate con il simbolo SB), vengono suddivise in sottocategorie indicate con le lettere a, b e c. In questo modo nella categoria Sa, troviamo delle galassie molto simili a quelle ellittiche, in cui i bracci sono appena visibili all'estrema periferia di un imponente nucleo centrale. Nella categoria Sc, il corpo centrale estremamente ridotto e sono marcati e ben identificabili gli sviluppati bracci della spirale. Anche il numero e la forma dei bracci variabile, sebbene la maggior parte delle spirali presenta due bracci pressoch simili come forma e dimensione. In numero ridotto, infatti, sono state osservate galassie con un numero maggiore di bracci cos come galassie con due bracci di forma e dimensione diversa l'uno dall'altro. Anche il tipo di stelle presenti molto diverso da quello delle galassie ellittiche. Mentre in quest'ultime sono del tutto assenti stelle giovani, gas interstellare e polvere, nelle galassie a spirale tutti questi elementi sono massicciamente presenti, a testimonianza di come questo tipo di galassie si trovi in una fase evolutiva considerevolmente diversa da quella del tipo precedente. Inoltre, il gas interstellare e la polvere (rilevabile dalla striscia equatoriale, oscura a causa dell'assorbimento della radiazione ottica retrostante) sono situati lungo l'equatore del disco, esattamente come accade per la Via lattea che dovrebbe quindi appartenere a questa classe di galassie. Come abbiamo detto, tra queste, vanno distinte quelle cosiddette a barra, ovvero quei sistemi stellari in cui le braccia non si dipartono direttamente dal nucleo, bens da una barra che ne attraversa l'interno. A parte questa caratteristica, la cui origine ancora sconosciuta, queste galassie presentano le stesse peculiarit di quelle a spirale. GALASSIE IRREGOLARI. Nelle due categorie precedenti, nonostante le differenze presenti, possibile individuare una forma e un grado di simmetria abbastanza definito, cosa che non possibile nelle cosiddette galassie irregolari. Esse vengono suddivise in due sottoclassi: le galassie irregolari di tipo I e quelle di tipo II. In quelle di tipo I, la luminosit elevata e la struttura interna, per quanto irregolare, presenta un alto grado di complessit. Quelle di tipo II presentano, invece, una debole luminosit e la quasi totale assenza di una struttura interna complessa. 3. La Via lattea. Se ci allontaniamo dalle luci della citt e osserviamo il cielo notturno, noteremo, anche a occhio nudo, una striscia lattiginosa che lo attraversa in diagonale. Se poi adoperiamo anche un modesto cannocchiale, vedremo che essa risulta formata da migliaia di stelle di piccola luminosit intervallate da zone oscure. Quello che stiamo osservando il profilo di uno dei bracci della galassia entro cui collocato il Sole e il suo sistema planetario. La nostra galassia prende il nome di Via lattea, in quanto gli antichi greci ritenevano che la striscia lattiginosa fosse stata causata dalla caduta di gocce di latte dal prosperoso seno di Giunone durante uno dei suoi frequenti allattamenti della progenie di Zeus. Come abbiamo gi detto, la nostra galassia ha una forma a spirale e il Sole si trova in uno dei suoi bracci ricchi (come in tutte le galassie di questo fipo)

di gas interstellare e polvere che assorbono la luce delle stelle poste dietro di essa impedendo quindi l'osservazione ottica del nucleo centrale. Dal conteggio e dalla distribuzione delle stelle possibile avere un'idea delle dimensioni del nostro sistema stellare. In base a considerazioni di tipo statistico e al confronto con altri sistemi stellari dello stesso tipo, possiamo dedurre che la nostra galassia ha la forma di un disco fortemente appiattito con un grosso rigonfiamento centrale (il nucleo galattico) nel quale la densit stellare molto maggiore di quella delle altre zone. Considerando che, come nel caso dell'atmosfera terrestre che sfuma con l'aumentare dell'altezza, anche per la nostra galassia non possibile stabilire una superficie limite. E' necessario quindi individuare un parametro in funzione del quale stabilire che, da un certo valore in poi, il sistema termina, e assegnargli dimensioni che abbiano senso fisico. Questo parametro la densit stellare: prendendo come valore limite quello di una stella per 1000 parsec (un'unit di misura astronomica pari a 3.26 anni luce, abbreviabile con il simbolo pc), la nostra galassia ha un diametro di 30.000 pc e uno spessore di 2500 pc. Il Sole si trova sul disco, ad una distanza di circa 10.000 pc dal nucleo in una posizione pi vicina al bordo del sistema stellare che non al suo centro. Sempre in base a stime statistiche e al confronto con altri sistemi simili, il numero delle stelle appartenenti alla Via lattea, di 101, ovvero di dieci miliardi di stelle. Sebbene il nucleo della Via lattea sia irrisolvibile dal punto di vista ottico, grazie all'utilizzo di strumenti che lavorano nell'infrarosso e nella zona radio, stato possibile osservare questa zona misteriosa che potrebbe nascondere molte sorprese, non esclusa quella della presenza di un gigantesco buco nero. In base a queste osservazioni si stabilito che il nucleo della galassia ha un diametro di soli 1300 pc ed una densit stellare elevatissima tale da impedire la sua risoluzione in singole stelle. Esso, inoltre, risulta essere sede di una potente emissione radio difficile da spiegare con i consueti meccanismi di riscaldamento di gas proveniente da stelle in una determinata fase evolutiva. 4. Ammassi di galassie. Cos come le stelle si riuniscono in sistemi legati gravitazionalmente, anche le galassie presentano una tendenza analoga. dando vita a veri e propri sistemi (i cosiddetti ammassi) in cui le distanze tra i singoli componenti, se confrontate con quelle di altri sistemi esterni a questa zona, risultano essere estremamente ridotte (ovviamente su scala galattica). Anche la nostra galassia parte di un ammasso, il cosiddetto ammasso locale. Sembra che la maggioranza delle galassie del nostro ammasso, appartenga al tipo irregolare a bassa luminosit e anche da recenti osservazioni sembra che in una sfera di 500 kpc centrata sulla Via lattea, le galassie nane del tipo lIl siano la maggioranza, cos come sembrano essere la maggioranza in un altro ammasso molto vicino al nostro, quello della Vergine. Schema: le galassie dell'AMMASSO LOCALE: Grande Nube di Magellano; Piccola Nube di Magellano; Sistema dello Scultore; NGC 6822; NGC 147; NGC 185; NGC 224, detta Galassia di Andromeda; NGC 205; NGC 221; IC 1613; NGC 598; Sistema del Leone 1; Sistema del Leone 2; Sistema del Dragone; Sistema dell'Orsa Minore; Sistema del Fornello Chimico. Dal punto di vista della luminosit la parte del leone giocata sia dalla nostra galassia sia da NGC 224, pi nota come galassia di Andromeda. La luminosit di questi due sistemi supera di molte volte quella complessiva degli altri sistemi appartenenti all'ammasso, cos come la loro massa. Questo porta a ritenere che l'ammasso locale sia costituito da una coppia di galassie giganti (la Via lattea e Andromeda) con una quindicina di galassie satelliti. Tuttavia un'interpretazione del genere (ovvero di un sistema gravitazionalmente stabile) non trova conferma dall'analisi delle velocit radiali dei singoli componenti dell'ammasso che, per quanto incerti, sembrano far ritenere l'intera struttura in via di disgregazione. Solo ulteriori e approfondite indagini in tal senso potranno dissipare questo ed altri dubbi.

Parte 3. Le stelle. 1. Caratteristiche fisiche. In media tutte le stelle hanno una composizione chimica analoga a quella del Sole (composto da circa il 70% di idrogeno, 28% di elio e 2% di elementi pesanti) e questo consente di identificare il loro stato in funzione di soli tre parametri interdipendenti: luminosit, raggio e massa, ognuna delle quali generalmente espressa in analoghe unit solari. L'intervallo delle possibili variazioni di ognuna di queste grandezze molto diverso: per la luminosit, ad esempio, abbiamo stelle come S Dorado (milioni di volte pi luminosa del Sole) contro la compagna della stella Wolf 1055 che 700.000 volte meno luminosa del Sole. Questo notevole intervallo di variabilit diminuisce nel caso dei raggi e ancor di pi in quello delle masse. Al pari delle tre grandezze appena citate, l'altro prezioso strumento d'indagine dello stato fisico di una stella, rappresentato dalla radiazione da essa emessa, quello che in termini tecnici viene indicato con il termine di spettro. Gli spettri della maggioranza delle stelle costituiscono una serie continua che viene cos indicata: R-N; O-B-A-F-G-K-M. Per permettere una classificazione estremamente dettagliata, ognuna delle classi sopra indicate viene ulteriormente suddivisa in intervalli di 10 unit, in modo da poter registrare stelle con minime variazioni di temperature all'interno di una determinata classe (ad esempio B0, B1, ...B9). La classe spettrale di una stella indica la sua temperatura superficiale (o, analogamente, il suo colore). Nella classificazione data sopra la temperatura va da 30.000-40.000 K per stelle di tipo O a 2000 K quelle di tipo M. La stella pi brillante dell'emisfero boreale, Sirio A, appartiene alla classe A0 (10.000 K, corrispondente a un color bianco) mentre il Sole una stella gialla di classe G (corrispondente ad una temperatura superficiale di 6000 K circa). Tanto per avere un'idea del nostro vicinato, diamo le distanze (in parsec) e il tipo spettrale delle venti stelle pi vicine: Distanza e classe spettrale delle 20 stelle pi vicine al Sole. Sole; Proxima Centauri; a Centauri A; a Centauri B; Stella di Barnard; Lalande 21185; Lupo 359; Sirio; Sirio B; Ross 154; Ross 248; Luyten 7896; S Eridano; Procione; Procione B; 61 del Cigno; 61 del Cigno B; della Balena. Tra il 1911 e il 1913, il danese E. Herztsprung (1873-1967) e l'americano H. N. Russell (1877-1957), stabilirono una precisa relazione tra tipo spettrale e luminosit (o pi esattamente tra magnitudine e indice di colore) costruendo un diagramma (l'omonimo diagramma di Herztsprung-Russell o diagramma H-R) che rappresenta a tutt'oggi uno degli strumenti pi validi per interpretare i processi evolutivi stellari. Contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, una volta collocate le stelle in questo diagramma, esse non si dispongono in modo casuale, ma lungo direttrici ben delimitate: la maggioranza si dispone lungo una diagonale (chiamata sequenza principale) che attraversa quasi tutto il diagramma e dal quale si diparte un ramo identificato con il termine di ramo delle giganti. Al di sopra della sequenza principale vi poi un ulteriore ramo, meno popolato dei precedenti, definito come ramo delle supergiganti ed, infine, fuori da queste direttrici e in corrispondenza di bassi valori di luminosit ma elevati valori di temperatura, troviamo un gruppo di stelle note con il nome di nane bianche che avremo modo di reincontrare nel prosieguo del testo. Ma il diagramma H-R ha anche un ulteriore impiego oltre quello di registrare passivamente il rapporto tra indice di colore e temperatura superficiale. Un impiego che permette di ricostruire l'evoluzione di una stella. 2. Cos ' una stella? Una stella essenzialmente una sfera di gas in equilibrio tra due forze contrastanti: la gravit che tende a comprimerla verso il centro e la pressione provocata dalle reazioni termonucleari interne che tende, invece, ad espanderla

verso dimensioni sempre maggiori. Tra queste due forze, per tutta la durata della vita della stella, s'ingaggia una battaglia titanica, e il prevalere dell'una o dell'altra caratterizza le diverse fasi della sua esistenza. Tra la forza di gravit e la pressione di radiazione termonucleare, esiste una differenza importante: mentre la gravit agisce costantemente nel tempo, la pressione di radiazione attiva fintanto che esiste materiale da bruciare. Una volta che questo si sia esaurito, la gravit non incontra pi nessuna resistenza alla sua opera di contrazione. Ma dove e come nasce una stella? Ancora una volta la causa scatenante la gravit: non ostacolata da nessuna fonte di energia interna, essa pu innescare la contrazione di enormi nubi di gas interstel]are presenti in quelle gigantesche strutture popolate da miliardi di stelle che abbiamo visto essere le galassie. Il gas interstellare appare, all'osservazione ottica, di colore scuro a causa della sua bassa temperatura (circa -173 C = 100 K) e risulta essere composto principalmente di idrogeno ed elio (in un rapporto di 16 a 1), con qualche traccia di elementi pi pesanti come azoto, carbonio e ferro. La sua densit molto bassa (una decina di atomi per centimetro cubo) se confrontata con quella dell'aria terrestre (30 milioni di atomi per centimetro cubo) ma risulta enormemente pi elevata di quella dello spazio interstellare al di fuori della nube, dove crolla a valori di pochi atomi per anno luce. Una nube di gas interstellare, quindi, in una situazione critica potendo collassare sotto l'azione della gravit non appena la densit divenga appena maggiore di quella circostante. Sono stati proposti due possibili meccanismi per la perturbazione di una nube di gas: 1: Le galassie non ruotano come un corpo rigido, e i bracci delle galassie a spirale, nella loro lenta rotazione attorno al nucleo, tendono ad attraversare le nubi di gas, comprimendolo. Ci aumenterebbe la densit in alcune zone e innescherebbe il fenomeno della contrazione. 2: Lo stesso effetto potrebbe essere causato da una specie d'onda d'urto scagliata nello spazio interstellare dalle esplosioni di stelle arrivate alla fine della loro evoluzione (come spiegheremo pi avanti). Resta comunque il fatto che una volta perturbata una zona della nube di gas, questa viene ad avere una densit maggiore delle zone circostanti e inizia un processo a catena in cui la zona a pi alta densit attrae verso di s le circostanti. In questo modo nasce una stella. 3. Evoluzione stellare. Per come la intendiamo noi terrestri, una nube di gas freddo, opaco e in contrazione non ancora una stella. Diverr tale solo quando inizier a emettere radiazione luminosa e inizier a brillare. Perch questo avvenga, necessario che gli strati pi interni della proto-stella raggiungano valori di densit e di temperatura sufficienti a innescare le reazioni termonucleari. Per una stella simile al nostro Sole, questo avviene quando la temperatura degli strati centrali raggiunge 1 milione di gradi Kelvin. A questa temperatura, l'idrogeno (il costituente principale della nube in cui la stella si formata) si trasforma in elio, disperdendo nello spazio una piccola (ma costante nel tempo) quantit d'energia alla quale, per inciso, dobbiamo la nostra esistenza. Si tratta di un processo energetico estremamente efficiente. Basti pensare che 1 kg di idrogeno, trasformato in elio, sviluppa la stessa energia della combustione di 200 tonnellate di carbone. Il Sole ne trasforma 600 milioni di tonnellate al secondo e, stimando la sua et in oltre 4 miliardi d'anni, in tutto questo arco di tempo lo ha fatto a un ritmo pressoch costante! La fusione dell'idrogeno in elio non l'unico meccanismo di produzione energetica, ma quello attivo in stelle di dimensioni confrontabili con quelle del Sole. In quelle di massa o et maggiore, sono attive reazioni pi complesse che coinvolgono la catena carbonio-azoto-ossigeno. Reazione, quest'ultima, particolarmente importante per l'arricchimento delle nubi di gas interstellare con elementi diversi dall'originario idrogeno ed elio.

La fase di combustione dell'idrogeno segna un lungo periodo di stabilit nella vita di una stella simile al Sole. La gravit efficacemente contrastata dalla radiazione proveniente dalla sua parte centrale, permettendo cos alla stella di mantenere le sue dimensioni per tempi umanamente sterminati. In funzione della sua massa iniziale, la stella si colloca sulla sequenza principale del diagramma di H-R, tanto pi in alto quanto maggiore la sua massa iniziale. Naturalmente le stelle possono avere masse molto maggiori e vite molto pi brevi di quelle del Sole: maggiore la massa, minore il tempo necessario a esaurire il contenuto di idrogeno. Stelle di grande massa bruciano pi rapidamente, e altrettanto rapidamente, lasciano la sequenza principale avventurandosi verso periodi di profonda instabilit che le porteranno rapidamente alla forma finale e che vengono registrati sul diagramma H-R in uno spostamento della stella verso il ramo delle giganti. 4. Le giganti rosse. Il periodo trascorso da una stella sulla sequenza principale dipende, quindi, dalla sua massa, ed caratterizzato da una notevole stabilit. La stella in equilibrio e, sia le sue dimensioni sia la radiazione emessa, rimangono praticamente costanti. E' proprio grazie alla stabilit nella quantit di radiazione emessa, che eventuali sistemi planetari possono sviluppare le condizioni adatte al sorgere della vita e, forse dell'intelligenza. Per il Sole e per tutte le stelle confrontabili in termini di massa, il tranquillo periodo di sequenza principale si aggira sui 10 miliardi di anni. Le cose vanno diversamente per stelle dotate di massa maggiore: esse bruciano rapidamente il loro idrogeno e il periodo di tranquillit si accorcia notevolmente al crescere della massa. Una stella di 15 masse solari, ad esempio, termina il proprio periodo di sequenza principale in soli 12 milioni di anni, una di 9 masse solari in circa 25 milioni di anni, e una di 3 masse solari in circa 300 milioni di anni. Quindi, le stelle pi massicce del Sole hanno abbandonato da tempo il tranquillo periodo della sequenza principale per divenire delle giganti rosse. Una volta esaurito l'idrogeno, la pressione di radiazione si spegne e la gravit torna prepotentemente a far sentire il proprio effetto. Non pi sostenuti da alcuna pressione interna, gli strati pi esterni della stella sprofondano sotto il proprio peso precipitando verso un nucleo ormai completamente composto di elio. Nello stesso tempo, gli strati esterni in caduta sono ancora formati da idrogeno in quanto non coinvolti dalla fusione centrale. Ora, per, a causa della contrazione essi si riscaldano raggiungendo temperature sufficienti ad innescare la combustione nucleare nel loro interno. A questo punto la stella presenta un doppio comportamento: da una parte il nucleo di elio continua a collassare sotto il proprio peso, dall'altra gli strati esterni di idrogeno si accendono nuclearmente e, sotto la spinta esplosiva delle reazioni innescate, si espandono verso l'esterno. Il risultato una stella con un core massiccio che ha raggiunto l'incredibile temperatura di 100 milioni di gradi Kelvin (in grado quindi di bruciare elementi sempre pi pesanti) e un'enorme atmosfera gassosa di densit decrescente verso l'esterno. Gli strati pi distanti tendono a raffreddarsi e il loro colore vira verso il rosso. La tranquilla stella della sequenza principale si tramutata in una gigante rossa. Stelle con una tale enorme superficie radiante risultano estremamente luminose anche a grandi distanze, e sono tra gli oggetti celesti pi luminosi del cielo, osservabili anche ad occhio nudo. Betelgeuse nella costellazione di Orione, Aldebaran in quella del Toro, Antares nell'Aquila e Arturo in quella di Boote, sono le giganti rosse di pi facile individuazione nella nostra galassia. La fase di gigante rossa dunque, una tappa dell'evoluzione stellare che tutte le stelle, prima o poi, dovranno attraversare. Anche il Sole, quando verr il suo momento (ovvero tra circa 4 miliardi di anni) si trasformer in una gigante rossa: un enorme globo gassoso rossastro i cui strati pi esterni si estenderanno fino a lambire la stessa orbita terrestre, dove un pianeta annerito

e ormai privo di vita, li attraverser come un fantasma. La fase di gigante rossa una fase di forte instabilit: periodi esplosivi si alternano a periodi di tranquillit apparente. Questo perch il core, ormai trasformato completamente in carbonio ed ossigeno, inerte mentre vengono innescate progressivamente le fusioni degli strati di idrogeno ed elio che lo circondano. A ogni nuova accensione, la stella tenta di costruire un nuovo equilibrio mediante movimenti di contrazione ed espansione che causano violente fluttuazioni nell'emissione di radiazione. E' il cosiddetto periodo di variabile. Durante questo periodo la stella espelle parte degli strati pi esterni e meno densi dell'atmosfera originaria, riducendo le proprie dimensioni e circondandosi di nuvole di gas in espansione: si trasformata in una nebulosa planetaria. 5. Una fine tranquilla. Al centro delle nebulose planetarie, troviamo dunque quello che resta di una stella, dopo essere passata attraverso lo stadio di gigante rossa ed aver perso parte della massa iniziale. Ora, circondata da nubi di gas in rapida espansione, c' una piccola stella ad alta temperatura e alta densit. Stelle simili sono chiamate nane bianche. Esse concentrano la propria massa in dimensioni confrontabili con quelle della Terra, raggiungendo densit, quindi, dell'ordine di 800 kg per centimetro cubo, un valore 40.000 volte pi grande della densit di un qualsiasi metallo conosciuto sulla Terra. L'esistenza delle nane bianche fu prevista, teoricamente, da J. Bessel (1784-1846) nel 1834 il quale, studiando le perturbazioni nell'orbita di Sirio (la stella pi brillante dell'emisfero boreale) le attribu alla vicinanza di un oscuro pianeta dalla enorme massa. 30 anni pi tardi A. Clarke riusc a rilevare, tra i bagliori del luminoso Sirio, la fioca traccia di una piccola stella, Sirio B che mostr come il compagno oscuro non fosse un pianeta grande come una stella, ma una stella piccola come un pianeta. Riassumiamo brevemente le fasi dell'evoluzione stellare fin qui esposte: una gigante rossa, al culmine della propria agonia, espelle parte della massa nel tentativo di recuperare una configurazione stabile; la massa cos rimasta, non pi sostenuta dalla produzione di energia termonucleare interna, collassa sotto il proprio peso. La stella si contrae a dimensioni di tipo planetario e raggiunge finalmente una nuova configurazione di equilibrio stabile: quella di nana bianca. Quest'ultima, a causa della contrazione, ha aumentato enormemente la propria temperatura (da cui il color bianco, segno di temperature elevate) permettendo l'innesco di nuove reazioni termonucleari che la stabilizzano per un lungo periodo durante il quale brucer lentamente. La possibilit di mantenere questa nuova configurazione di equilibrio dovuta alle particolari propriet che la materia acquista quando sottoposta a pressioni enormi come quelle presenti nelle nane bianche. In base a un principio noto con il nome d i principio di Pauli gli elettroni, infatti, non possono essere impacchettati oltre un certo limite. Al di l di esso, il gas stellare (di cui gli elettroni sono tra i principali componenti) sviluppa una pressione interna, detta degenere, in grado di sostenere l'enorme peso degli strati esterni sovrastanti. In una nana bianca, quindi alla gravit si oppone la pressione degenere del gas di elettroni di cui composto il materiale stellare dopo il collasso. Tuttavia la massa in contrazione pu essere cos elevata che, quegli stessi elettroni in grado di sviluppare la pressione in grado di contrastare la gravit, divengano relativistici e in quanto tali (per princpi fisici noti) in grado di sviluppare una pressione minore di quella degenere. Ci significa che esiste un valore limite per la massa di una stella, oltre il quale non le consentito di stabilizzarsi come nana bianca. S. Chandrasekhar (premio Nobel nel 1983) ha stabilito questo limite nel valore di 1.4 masse solari. Una stella con una massa superiore a questo valore non

terminer la sua esistenza come nana bianca. 6. Una fine violenta. Al termine del periodo di gigante rossa la stella dunque ha espulso parte della sua massa iniziale permettendo la formazione di una configurazione costituita da una nebulosa planetaria e di una nana bianca al suo centro. Tutto questo se la massa della stella in contrazione gravitazionale inferiore (dopo l'espulsione di massa sotto forma di nubi di gas) al limite di 1.4 masse solari. Questo scenario relativamente tranquillo, con una stella di piccole dimensioni ad alta temperatura superficiale e con delle nubi di gas in moto di allontanamento, cambia radicalmente se la massa rimasta eccede il limite di Chandrasekhar. Immaginiamo una stella di grande massa: le prime fasi della contrazione non sono dissimili da quelle valide per stelle di piccola massa. Tutto procede con la consueta graduale trasmutazione dell'originario patrimonio di idrogeno ed elio in elementi via via pi pesanti, fino alla formazione di nuclei di ferro. Questo elemento provoca una grave crisi nelle ripetute contrazioni ed espansioni con le quali la stella ricostruisce l'originario equilibrio tra pressione di radiazione e gravit. I nuclei di ferro, infatti, non possono essere ulteriormente fusi, e la stella si trova ad avere un core ferroso che assorbe energia invece di liberarla. Esso sovrastato da strati di elementi pi leggeri che vengono, di volta in volta, accesi solo dopo che la stella si espansa a dimensioni enormi. La massiccia stella, cui stato negato dalla sua massa iniziale la tranquilla fine come nana bianca, si avvia a divenire una supergigante rossa. Un mostruoso globo gassoso che, se posto al centro del sistema solare, inghiottirebbe tutti i pianeti ad eccezione del lontanissimo Plutone, distante oltre 5 miliardi di chilometri dal Sole. Le supergiganti rosse sono le stelle pi grandi della galassia, e sono costituite quindi da un core ferroso circondato da strati successivi di elementi progressivamente pi pesanti man mano che ci si avvicina alle enormi temperature delle parti centrali (circa 1 miliardo di K). Tuttavia, nonostante questa temperatura, da queste regioni non proviene nessun flusso radiativo e l'equilibrio gravitazionale risulta sempre pi gravemente compromesso. Soltanto dopo la trasformazione degli elettroni in elettroni degeneri (simili a quelli presenti nelle nane bianche) il core riesce a sostenere il peso degli strati esterni e a permettere alla supergigante di brillare ancora per qualche tempo. Quando per la massa della supergigante supera il valore limite delle 1.4 masse solari, anche la pressione del gas degli elettroni degeneri incapace di ostacolare la contrazione degli strati esterni. E' quello che accade in una stella di 10 masse solari, la quale capace di formare un core ferroso di oltre 1.4 masse solari con una densit di 1 miliardo di grammi per centimetro cubo. Quando questo accade la catastrofe procede rapidamente. Il core non in grado di sostenere il peso degli strati sovrastanti che collassano rapidamente, portando la temperatura in pochi secondi al valore incredibile di 15 miliardi di K. In queste condizioni fisiche estreme, i fotoni che vengono emessi sono cos altamente energetici che possono frantumare i nuclei di ferro trasformandoli in una specie di polvere di elio, mediante un processo chiamato di fotodisintegrazione. In questo modo i fotoni assorbono energia sottraendola al core, che continua quindi a collassare aumentandone ancora di pi la temperatura. A questo punto possibile la disintegrazione spontanea dei nuclei di elio nei suoi componenti elementari: protoni, neutroni ed elettroni. Quest'ultimi, sebbene degeneri, divengono relativistici e incapaci quindi di fermare la contrazione. Non solo: in pochi istanti sono letteralmente forzati dentro i protoni neutralizzandone la carica: il risultato la formazione di sempre pi neutroni in mezzo a una vera e propria cascata di neutrini che si propagano dalle regioni centrali verso l'esterno. Una tale trasformazione della materia viene chiamata neutronizzazione. I neutrini furono previsti teoricamente da W. Pauli (1900-1958) nel 1931 e la

loro esistenza fu provata sperimentalmente soltanto nel 1956. Il lungo periodo, trascorso tra previsione teorica e conferma sperimentale, dovuto alla loro principale caratteristica ovvero quella di interagire in modo assai blando con la materia ordinaria. Sono necessarie molte lastre di piombo sul loro percorso perch solo pochi di essi rivelino la loro presenza nell'urto contro i nuclei atomici. Ma la neutronizzazione del core di una supergigante talmente esasperata, e il flusso neutrinico cos intenso, che gli strati esterni della stella sono in grado di assorbirne una grande quantit e solo una piccola parte riesce ad arrivare alla superficie e a perdersi successivamente all'esterno. Ma torniamo al core ormai composto quasi esclusivamente di neutroni. Questi hanno una vita media di 10 minuti, trascorsi i quali, decade in un protone, un elettrone e un neutrino. Per una propriet fisica dei neutroni e delle particelle a loro simili (i cosiddetti fermioni), i neutroni hanno la tendenza a occupare uno spazio minimo, inferiore ai 10-13 cm. In altre parole possono toccarsi l'un l'altro. Questo fa s che i neutroni, derivati dalla contrazione gravitazionale, vengano impacchettati strettamente gli uni accanto agli altri facendo balzare la densit di una tale configurazione di materia al valore difficilmente immaginabile di 1014 grammi per centimetro cubo. Un ditale colmo di questa materia peserebbe 100 milioni di tonnellate. Una densit del genere si trova soltanto nel nucleo atomico e sarebbe realizzabile se, dalla materia ordinaria, togliessimo tutti gli elettroni, e i nuclei rimasti fossero impacchettati l'uno accanto all'altro senza lasciare nessun spazio vuoto. Il core della supergigante, eccedente il limite di Chandrasekhar, divenuto quindi un gigantesco nucleo atomico costituito per la maggior parte da neutroni. La stella ha raggiunto lo stadio successivo a quello di nana bianca: quello di stella di neutroni. 7. Supernovae. La situazione a questo punto la seguente: un nucleo estremamente denso (simile a quello atomico) di qualche chilometro di diametro, sul quale piombano strati superficiali non neutronizzati. La velocit di caduta di questi strati sul nucleo di circa 40.000 km al secondo, ed essendo quest'ultimo non ulteriormente comprimibile, li obbliga a rimbalzare all'indietro, provocando una vera e propria onda di shock che si propaga dal centro all'esterno per un tempo che pu durare qualche giorno. L'enorme quantit di energia di quest'onda di rimbalzo, spazza letteralmente via gli strati superficiali della stella, in un modo che definire catastrofico un pallido eufemismo. L'originaria supergigante si trasformata in una supernova, ovvero in una stella in grado di liberare, in pochi giorni, una quantit d'energia che, in condizioni normali, viene liberata in centinaia di milioni di anni da una stella sulla sequenza principale. In questo breve intervallo di tempo, una simile stella pu divenire pi brillante di un'intera galassia. Al termine di questa esplosione catastrofica, tutto ci che resta della stella originaria un pallido relitto neutronico di circa 1 massa solare. Una stella di neutroni, appunto. Le esplosioni di supernovae sono eventi relativamente rari (come testimoniano le registrazioni storiche di tali eventi e che vedremo pi avanti) ma costituiscono un fattore essenziale addirittura per la formazione della vita sui pianeti. Le esplosioni, infatti, liberano negli spazi interstellari tutti quegli elementi pi pesanti dell'idrogeno e dell'elio senza i quali nessuna forma di vita potrebbe esistere ed evolversi. Le supernovae sono delle vere e proprie spore che liberano nell'aria (si fa per dire) preziozi semi dai quali potr, in futuro, svilupparsi la vita e, forse, l'intelligenza. Gli atomi di cui noi stessi siamo costituiti, sono stati sintetizzati dentro antiche supernovae e quindi liberati nell'Universo grazie alla loro morte. Un buon tema di riflessione filosofica! Ma torniamo alla statistica delle supernovae. Nell'introduzione questo libro ne

abbiamo citato tre casi a testimonianza di come si tratti di eventi comunque rari. Naturalmente, per, l'evoluzione stellare la stessa sia nella nostra che in altrui galassie. Questo significa che il loro numero, comprendendo nell'osservazione anche altre galassie, dovrebbe significativamente aumentare. Tuttavia, a causa delle grandi distanze, l'osservazione di supernovae extragalattiche si resa possibile solo nel ventesimo secolo, grazie al miglioramento tecnologico delle tecniche osservative. Da questo momento in poi l'elenco si andato gradualmente infittendo e sono state osservate una media di due supernovae al mese, considerando un centinaio di migliaia di galassie tra le pi vicine. Statisticamente, quindi, il numero di supernovae in una singola galassia dovrebbe ammontare a circa 4 per secolo. Delle circa 100 supernovae che dovrebbero essere apparse nella nostra galassia, possediamo le registrazioni storiche di solo tre di esse. La rarit di tali fenomeni probabilmente da attribuire all'infelice (dal punto di vista astronomico) collocazione del sistema solare. Esso, infatti, si trova nel piano galattico dove se da una parte si trovano le stelle massicce in grado di divenire supernovae, dall'altro si trovano anche numerose e dense nubi di gas e polvere che assorbono la radiazione e impediscono l'osservazione ottica a distanze superiori a qualche centinaia di anni luce, permettendo quindi l'osservazione di una frazione minima dell'intero volume galattico. La situazione nettamente migliorata dopo l'introduzione nelle tecniche osservative di altri tipi di radiazione oltre quella ottica. Durante l'esplosione di una supernova, infatti, non viene liberata solo radiazione ottica ma anche ogni altro tipo di radiazione a diversa frequenza. Tra quest'ultime particolarmente interessante, quella legata alla presenza di neutrini che, come abbiamo visto, sono un vero e proprio diluvio, e hanno la preziosa caratteristica di attraversare indenni distanze di molti anni luce, trasportando con s preziose informazioni sugli strati interni della stella che li ha emessi. Il problema dell'individuazione delle supernovae si sposta quindi al modo e alle tecniche di rilevazione di questo imponente flusso neutrinico che ha, come controparte negativa, una bassa capacit d'interazione con la materia ordinaria e quindi anche con gli strumenti per la loro rilevazione. Tentativi in tal senso sono stati fatti nel caso del Sole, non perch questo sia una supernova (fortunatamente) ma perch le reazioni termonucleari al suo interno producono neutrini, e costituisce quindi un ottimo banco di prova per la tecnologia della strumentazione osservativa. Nel caso del Sole, come rilevatore, viene usato un serbatoio di 600 tonnellate di CCl4 posto in una profonda miniera del Sud Dakota (per evitare la rilevazione di altre particelle, soprattutto raggi cosmici). La mole di roccia che sovrasta il serbatoio serve, infatti, per fermare tutte le altre particelle meno elusive dei neutrini che, invece, non dovrebbero avere difficolt ad attraversare sia la roccia che il serbatoio di cloro. Qualcuno, per, dovrebbe colpire un atomo di quest'ultimo e trasformarlo in argo, in modo che dalla sua quantit si possa risalire al flusso neutrinico originario proveniente dal Sole. Nel caso delle supernovae la situazione dovrebbe essere migliore: i neutrini prodotti in tali eventi sono molto pi energetici di quelli solari e in numero molto maggiore, il che rende pi probabile una loro interazione con i rilevatori. Nell'attesa che i sempre migliori rilevatori forniscano preziose informazioni sulle nuove supernovae, la loro comparsa deve essere cercata nei documenti storici del passato. I pi antichi, in questo senso, sono quelli costituiti dalle registrazioni astronomiche degli osservatori orientali: cinesi, giapponesi e coreani. Gli eventi pi antichi registrati e che fanno sospettare l'apparizione di una supernova non dovrebbero superare la decina. Tra questi il meno incerto sembra essere quello riguardante la registrazione di una nuova stella nella costellazione del Lupo, osservata contemporaneamente dagli osservatori europei (come si legge in alcuni resoconti di monasteri medievali), arabi e giapponesi. La nuova stella del Lupo rimase visibile, anche ad occhio

nudo, per 25 mesi e, in accordo con quanto affermato in una registrazione irachena, alla sua massima luminosit superava quella di un quarto di Luna. Ma la registrazione pi attendibile, non solo dal punto di vista storico ma anche da quello scientifico, quella riguardante una supernova apparsa nel 1054 e registrata dall'astronomo imperiale Wei-T'e presso la corte della dinastia Sung. Grazie alla conoscenza delle costellazioni e alla precisione dell'astronomo cinese, sappiamo che il 4 luglio del 1054 una nuova stella apparve in cielo (evento che venne interpretato dallo stesso astronomo imperiale come segno di una futura grande prosperit). Qualche minuto prima del sorgere del Sole, Wei-T'e osserv il sorgere di una stella molto pi brillante di Venere e di qualsiasi altra stella visibile nel cielo. Essa rimase visibile anche di giorno per 23 giorni e, di notte, continu a essere osservata per due anni fino a scomparire completamente. Da calcoli successivi si stimato che l'astronomo cinese aveva osservato una stella che, esplodendo, aveva raggiunto una luminosit pari a 250 milioni di volte quella solare e che, tenendo conto della distanza, era avvenuta 5000 anni prima che il suo lampo arrivasse alla Terra! Le cronache di Wei-t'e vennero dimenticate fino a quando John Bevis, che oggi si definirebbe un astronomo dilettante, nel 1731, scopr una nebulosa dalla strana forma nella costellazione del Toro e che venne identificata con il numero 1 nel catalogo degli oggetti nebulari di Messier. Nel 1844, Lord Ross attribu a quest'oggetto nebulare il nome di nebulosa del Granchio. Nel 1919, grazie alla traduzione di alcuni annali cinesi, l'astronomo svedese Lundmark scopr per la prima volta la connessione esistente tra la registrazione di Wei-T'e e la nebulosa osservata da Bevis e Ross. Infine, nel 1929, l'astronomo E. Hubble, misur la velocit di espansione della nebulosa del Granchio e, estrapolando a ritroso, concluse che essa doveva essere partita da un punto approssimativamente centrale ad essa circa 900 anni prima, in buon accordo con la data del 1054 nella quale l'astronomo cinese aveva registrato la nascita della nuova stella. Per la prima volta si era stabilita un'indubbia connessione tra dei resti gassosi in espansione e l'esplosione di una supernova. Il 1572 segna una nuova data nell'identificazione delle supernovae. In quell'anno l'astronomo danese Tycho Brahe osserv, nella costellazione di Cassiopea, una nuova stella che per qualche giorno rimase pi brillante di Venere. Si tratt della prima supernova osservata scientificamente e la sua osservazione gioc un ruolo storicamente importante. A quel tempo, infatti, era ancora diffusa la convinzione che la Terra si trovasse al centro dell'Universo e che le stelle fossero fisse a una sfera cristallina non molto distante. I calcoli di Brahe (unanimemente riconosciuto come uno dei pi precisi osservatori della storia dell'astronomia) dimostrarono che la stella del 1572 doveva essere molto pi lontana della Luna e quindi, secondo la cosmogonia dell'epoca, collocata sulla sfera delle stelle fisse. Questa conclusione dava un altro duro colpo (dopo quello inferto da Copernico) alla teoria dell'immutabilit delle stelle e prepar la strada alle osservazioni e ai calcoli di J. Keplero che dovevano mandare definitivamente in frantumi la vecchia visione tolemaica dell'Universo. Tra l'altro fu proprio a questa stella che venne attribuito, nel ventesimo secolo dagli astronomi F. Zwicky (1898-1974) e W. Baade (1893-1960), il termine di supernova. Ultima tra le supernovae, per cos dire, storiche quella del 1604, osservata simultaneamente in Europa e in Asia e che viene spesso indicata con il nome di supernova di Keplero perch fu proprio il grande astronomo tedesco a determinarne con esattezza la posizione. Nel 1943, W. Baade individu una nebulosa attorno alla posizione da cui doveva essere partita l'esplosione. La registrazione delle supernovae storiche termina qui. Dopo oltre quattro secoli nessun altro segnale sembrava indicare la presenza di una supernova, fino a quando, nel 1987, un'esplosione inaspettata in una galassia a noi vicina, la grande nube di Magellano, non attir l'attenzione di tutti gli osservatori della Terra.

Durante la notte tra il 23 e il 24 febbraio del 1987, l'astronomo canadese I. Shelton, all'epoca al lavoro all'osservatorio di Las Campanas in Cile, ebbe la fortuna di essere il primo osservatore moderno ad individuare una supernova. Essa apparve all'improvviso in una delle galassie satelliti della Via lattea, la grande nube di Magellano, distante 170.000 anni luce. La supernova venne identificata con la sigla SN 1987A ed era visibile anche ad occhio nudo ma solo nell'emisfero australe. Un astronomo australiano identific la supernova con una stella precedentemente nota come Sanduleak-69 202, una stella di dodicesima grandezza, nota come una gigante blu. Questo poneva un primo quesito teorico, dato che ci si sarebbe aspettato che una supernova dovesse scaturire da una gigante rossa. Il secondo problema era costituito dallo spettro emesso dalla SN 1987A. Esso, infatti, mostrava delle righe di idrogeno che la collocavano nella categoria delle supernovae di II tipo (vedi paragrafo successivo) ma la curva di luce presentava delle anomalie non compatibili con una simile classificazione. In particolare, la luminosit era 100 volte inferiore a quella prevista per supernovae di quel tipo. Nel frattempo, a Princeton, i teorici pubblicarono un articolo in cui si prevedeva che i rilevatori neutrinici a disposizione avrebbero dovuto segnalare l'arrivo di un flusso neutrinico qualche ora prima dell'osservazione ottica della supernova. Essi calcolarono che una supernova di tipo II avrebbe dovuto emettere una luminosit neutrinica pari all'energia liberata in un secondo da 100 milioni di intere galassie, corrispondenti ad un flusso di 100 miliardi di neutrini per centimetro quadrato di superficie terrestre! Al posto di questa valanga, i rilevatori neutrinici rivelarono appena 18 neutrini, ben poca cosa in confronto a quelli previsti nell'ipotesi che la supernova fosse di II tipo. La conclusione fu che la 1987A era una supernova di tipo I (esplosione di una nana bianca in un sistema binario, senza emissione di neutrini). Nel prosieguo del fenomeno, dopo pochi mesi, scomparvero le anomalie della curva di luce e la luminosit continu a diminuire con la curva caratteristica di decadimento radioattivo del cobalto 56. Un successo per la teoria che prevedeva che tale elemento fosse uno dei principali costituenti tra quelli sintetizzati da stelle massicce. Le anomalie iniziali furono spiegate retrospettivamente e in funzione della stella compagna del sistema binario. Sandulek-69 202 era probabilmente una supergigante rossa gonfiatasi dopo la combustione dell'elio e il cui inviluppo esterno era stato spazzato via dall'intenso vento stellare protrattosi per 10.000 anni. Questo l'aveva ridotta a una brillante stella blu di massa e raggio pi piccoli (40 volte quello solare, invece di 500). Rimaneva un problema e non era certamente il meno importante: l'esplosione aveva lasciato una stella di neutroni o un buco nero? Finora i tentativi di identificare al centro del luogo dell'esplosione una stella di neutroni (la pi diretta da indentificare) non hanno dato risultati. La cosa non deve sorprendere se si pensa che, qualunque sia l'identit del relitto, esso ancora ben avvolto dai gas in espansione. Solo quando questi si saranno diradati a sufficienza potranno essere ricevuti segnali identificabili. In un intervallo di tempo che va da qualche anno ad una decina, potremo rilevare i raggi X emessi dalla calda superficie dell'eventuale stella di neutroni ed assistere, dopo aver registrato la nascita di una supernova, alla nascita di una pulsar, ovvero di una stella di neutroni in rapida rotazione attorno al suo asse (vedi pi avanti). Nel caso questo non accadesse, potremmo sperare di individuare qualche segnale indiretto della eventuale presenza di un buco nero. Comunque vadano le cose, la supernova del 1987 rimane uno degli eventi fondamentali dell'astronomia del ventesimo secolo.

8. I resti del gigante. Mentre la supernova pu essere osservata solo per qualche mese (grazie alla sua aumentata luminosit), le nubi di gas da questa emesse sono visibili per molto pi tempo, come testimoniano le nebulose osservate attorno alle supernovae storiche elencate nel paragrafo precedente. Alcune di queste nubi, tuttavia, sono troppo deboli per emettere nel visibile ma, nel loro moto di espansione, collidono con il mezzo interstellare e producono onde radio e raggi X. Il rapporto di 20 resti gassosi osservabili nel visibile contro 100 nella regione radio. I resti gassosi pi famosi, oltre a quelli della nebulosa del Granchio scaturiti dalla supernova del 1054, sono quelli identificati come nebulosa di Gum e provenienti probabilmente da una supernova apparsa nella costellazione della Vela in un'epoca stimata attorno al 9.000 a.C., troppo antica perch possa esistere un qualche tipo di registrazione, ma che fu sicuramente osservata da qualche nostro antico progenitore di quella lontana epoca e che chiss quali ancestrali pensieri deve in essi aver fatto sorgere. Non era possibile ignorare la nuova stella dovendo avere una luminosit, nel suo picco massimo, confrontabile con quella del primo quarto di Luna. I resti gassosi di una supernova sono una miniera preziosa d'informazioni sulla natura dell'esplosione che li ha scagliati nello spazio. Come abbiamo visto, nell'esempio della SN 1987A, gli astrofisici catalogano le supernovae in due tipi, I e II, dove la luminosit maggiore in quella di tipo I che presenta anche un andamento irregolare nella fase discendente della sua curva di luminosit. Tuttavia questa classificazione, dal punto di vista teorico, ancora incerta. Alcuni attribuiscono la differenza tra le due categorie a una semplice differenza nella composizione chimica delle stelle coinvolte. E' noto che tutte le stelle appartengono a due tipi di popolazioni: quelle di popolazione II (le pi vecchie) e quelle di popolazione I (le pi giovani). Le prime sono dominanti nelle galassie pi antiche, quelle ellittiche, e negli aloni di quelle a spirale. Le stelle di popolazione I, al contrario, si trovano principalmente sul disco e nelle braccia delle galassie a spirale. Le supernovae del tipo I (le pi brillanti) si osservano indifferentemente sia nelle galassie ellittiche sia in quelle a spirale, mentre quelle di tipo II sono state osservate, finora, solo in quelle a spirale. E' quindi ragionevole pensare che quelle di tipo II provengano da stelle di popolazione I (le pi giovani), mentre quelle di tipo I siano da attribuire a stelle di popolazione II (le pi vecchie). Probabilmente questa una semplificazione eccessiva. Mentre i teorici sono abbastanza d'accordo sul fatto che le supernovae di tipo II siano da attribuire ad esplosioni di stelle massicce (di massa maggiore di 10 masse solari) e siano accompagnate dalla formazione di stelle di neutroni, l'interpretazione per le supernovae di tipo I molto pi discutibile. Alcuni ritengono che, in questa categoria, rientrino nane bianche costituenti un sistema binario. In tale modello l'elio viene sottratto alla compagna del sistema e viene lentamente a depositarsi sulla superficie della nana bianca. Quando gli strati cos deposti raggiungono un valore critico per densit e temperatura, s'innesca la fusione dell'elio che provoca un qasar che si spegne poi gradualmente con le stesse caratteristiche di quelle osservate nella curva di luce delle supernovae di tipo I. Una variante di questo modello prevede la presenza di una nana bianca vicina al limite teorico delle 1.4 masse solari. In questo caso il progressivo accumulo di materiale sulla supefflcie, spinge la massa dell'originaria nana bianca oltre il limite, innescando la catastrofe gravitazionale e la conseguente esplosione della stella. Un'altra interpretazione potrebbe coinvolgere due nane bianche inserite in un sistema binario molto stretto. La radiazione gravitazionale, prevista teoricamente dalla relativit generale, dovrebbe dissipare lentamente l'energia orbitale e provocare, alla lunga, l'urto delle due stelle con una liberazione di energia confrontabile con quella sviluppata dalle supernovae di tipo 1.

Come si vede, il problema dell'interpretazione dei meccanismi alla base delle esplosioni delle supernovae (soprattutto di tipo I) non assolutamente risolto, a testimonianza delle difficolt che s'incontrano nell'analizzare stati cos estremi della materia. Senza contare il problema posto dai resti di Cassiopea A. Questa nebulosa ha il vantaggio di essere osservabile nella banda ottica, in quella radio e in quella X. Dalle misure della velocit di espansione dei resti, si dedotto che la supernova deve essere esplosa nel 1.670 ad una distanza di 9.000 anni luce. Tuttavia non esiste nessuna registrazione di un tale evento, nonostante si sia presentata in un'epoca in cui il cielo era costantemente osservato dagli astronomi e che la presunta supernova dovesse essere pi brillante di Sirio per almeno un mese. Recentemente alcuni storici della scienza hanno trovato traccia della registrazione di una nuova stella nel catalogo dell'astronomo reale John Flamsteed che venne pubblicato nel 1725 ma che conteneva registrazioni risalenti al 1680. Esso mostra, nella posizione attualmente occupata da Cassiopea A, una stella di valore 6; grandezza (al limite della visibilit ad occhio nudo) identificata dall'estensore come 3 Cassiopea ma di cui non si trova traccia n nei cataloghi precedenti n in quelli seguenti, fino al 1835. Nessuno sembra aver prestato troppa attenzione alla nascita di questa nuova, piccola stella. Come conciliare questa indifferenza con i calcoli teorici che danno per Cassiopea A una luminosit pari a quella di Sirio e che non sarebbe certo passata inosservata agli osservatori del XVII secolo? Pu una supernova avere la bassa luminosit registrata da Flamsteed? Una possibile spiegazione potrebbe essere un'atipica formazione di polvere durante l'esplosione dell'inviluppo, polvere che avrebbe assorbito gran parte della radiazione proveniente dal centro. Tuttavia anche in questa evenienza, altri elementi complicano il quadro di Cassiopea A. Lo spettro dei suoi resti gassosi, infatti, manca totalmente di ferro e ci radicalmente in contrasto con tutti gli spettri delle nebulose associate alle supernovae sia di tipo I che di tipo II. Oltre a ci, 300 anni dopo la sua esplosione, non stata rilevata nessuna stella di neutroni al centro della nebulosa, cosa abbastanza inspiegabile visto che la temperatura superficiale di una tale stella dovrebbe essere sufficiente per renderla una sorgente di radiazione x. Tutti questi elementi hanno portato a concludere che Cassiopea A appartenga ad un terzo tipo di supernovae, molto pi raro dei due tipi precedenti. In questa classe potrebbero essere collocate stelle per le quali l'esplosione non deriva dal collasso del nucleo bens dall'instabilit tipica di alcune stelle estremamente calde e note sotto il nome di stelle di Wolf-Rayet. Un modello teorico, sviluppato in Francia, prevede che in stelle del genere l'aumento di luminosit, dovuta all'esplosione, ammonterebbe a solo 100 milioni di volte la luminosit stellare ovvero 10 volte inferiore a quella di una normale supernova. Un'esplosione di tali stelle, inoltre, non lascerebbe dietro di s alcun relitto centrale. Esiste un'ultima ipotesi: il collasso di un core degenere, oltre certi limiti di massa, non porterebbe alla formazione di nessuna struttura dotata di una superficie in grado di arrestare il collasso gravitazionale. Un tale oggetto noto sotto il nome di buco nero. 9. Stelle come nuclei di atomi. Come abbiamo visto, la configurazione d'equilibrio, successiva a quella di nana bianca, quella costituita dalle stelle di neutroni. Essi, insieme ai protoni, costituiscono il nucleo degli atomi di cui composta la materia. La loro scoperta awenne nel 1932 ad opera di Sir J. Chadwick (1891-1974) e alcuni storici affermano che, gi da allora, la scuola sovietica di fisica con a capo L. Landau (1908-1968), avesse ipotizzato l'esistenza di corpi celesti costituiti esclusivamente di neutroni. In Occidente sono i fisici Zwicky e Baade a suggerire per primi che i neutroni, in particolari condizioni di densit, possono sviluppare una pressione degenere simile a quella degli elettroni nelle nane bianche.

Questo significava che anche se la massa della stella in contrazione fosse stata superiore al limite indicato da Chandrasekhar, essa avrebbe potuto stabilizzarsi in una nuova configurazione, ancora pi estrema (per quanto riguarda la densit) di quella gi incredibile delle nane bianche. La tragica parentesi della seconda guerra mondiale e il conseguente sforzo finalizzato alla costruzione dell'arma atomica, distolsero l'attenzione dei fisici dalla teoria sulle stelle di neutroni. Improvvisamente, nel 1967, la laureanda J. Bell capt, durante il conteggio delle radiosorgenti che costituivano l'argomento della propria tesi, uno strano segnale. Del tutto diverso da quelli fino ad allora ricevuti dai radiotelescopi terrestri. Il segnale, proveniente da punti precisi della volta celeste, presentava una periodicit e una stabilit tale da far ritenere impossibile una sua origine naturale. I giornali si impadronirono della storia e iniziarono a parlare di segnali prodotti da sconosciuti little green man, membri di una qualche civilt extraterrestre ansiosa di mettersi in comunicazione con la speci umana. Pi realisticamente, F. Pacini e T. Gold proposero che gli strani segnali ricevuti fossero da attribuire a stelle di neutroni in rapida rotazione attorno al proprio asse e che la periodicit fosse dovuta a degli spot ad alta temperatura localizzati sulla loro superficie. Queste zone emettevano intensi fasci d'energia che potevano essere rilevati solo quando la rotazione dell'intera stella li portava ad illuminare la Terra, analogamente a quanto accade per il fascio luminoso di un faro su una lontana scogliera. Le stelle di neutroni in rapida rotazione vennero denominate pulsar a indicare proprio il regolare pulsare dovuto alla veloce rotazione. Le pulsar sono, quindi, stelle di neutroni che racchiudono l'intera massa di ci che rimasto della stella, entro una sfera di poche decine di chilometri, facendo cos raggiungere alla densit l'incredibile valore di 100 milioni di tonnellate per centimetro cubo. Una pulsar (dunque una stella di neutroni in rapida rotazione attorno al proprio asse) possiede molte delle caratteristiche proprie delle nane bianche (in primis, la densit elevata, la massa ridotta, l'alta temperatura superficiale, la bassa luminosit) ma il considerarle simili a quest'ultime sarebbe improprio. La diminuzione del raggio, da quello di una nana bianca a quello di una stella di neutroni, molto pi radicale di quello tra il Sole e una nana bianca. Il salto qualitativo tra le due configurazioni estreme della materia confrontabile solo con quello che separa il Sole da una gigante rossa. La densit di una nana bianca di solo 1 tonnellata per centimetro cubo. Quella di una stella di neutroni di 100 tonnellate per centimetro cubo! Il campo magnetico del Sole simile a quello della Terra (circa 1 Gauss), quello di una nana bianca di 100 milioni di Gauss. Quello di una stella di neutroni di circa 1 trilione di Gauss! E' proprio grazie a questo enorme valore del campo magnetico connesso alla stella di neutroni, e alla velocit di rotazione, che possibile rilevare una pulsar. Non va, infatti, dimenticato che questi oggetti, a causa delle loro ridotte dimensioni e nonostante posseggano una alta temperatura superficiale (circa 10 milioni di K), risultano impossibili da osservare otticamente al di l di qualche anno luce. La pulsar della Vela, una delle pi deboli, risulta da questo punto di vista avere una luminosit 25 milioni di volte inferiore a quella del Sole. E' soltanto grazie all'interazione tra l'intenso campo magnetico e l'alta velocit di rotazione, che le pulsar risultano visibili nella banda radio, X e gamma. L'elevata velocit di rotazione causata dalla contrazione della stella originaria in virt dello stesso principio per il quale un pattinatore ruota pi velocemente quanto pi raccoglie il proprio corpo attorno all'asse di rotazione, mentre l'intensit del campo magnetico pu essere intuitivamente compresa pensando alle linee di campo magnetico come un numero costante di linee materiali che attraversano l'intera stella. Quando la stella contrae le proprie dimensioni sebbene il numero complessivo delle linee non aumenti, aumenta (e di molto) il numero delle linee per

centimetro quadrato di superficie. L dove prima passavano solo poche linee, ora a causa delle dimensioni ridotte, ne transitano un numero molto pi elevato. Tutto questo significa che il campo magnetico superficiale della stella di neutroni milioni di volte pi intenso di quello originario della stella prima della contrazione gravitazionale. Un oggetto in rotazione e dotato di un forte campo magnetico qualcosa di cui conosciamo bene il comportamento e che impieghiamo costantemente sulla Terra. Si chiama dinamo ed in grado, grazie alla rotazione del campo magnetico, di generare corrente elettrica. Una stella di neutroni , in effetti, da questo punto di vista una gigantesca dinamo, molto pi efficiente di quelle terrestri. Il potenziale elettrico provocato dal suo enorme campo magnetico rotante pu raggiungere i 1.016 volt e fornire alle particelle cariche l'accelerazione necessaria per sfuggire all'intenso campo gravitazionale superficiale. Il processo di emissione , in realt, un processo a cascata tra raggi gamma e coppie elettrone-positrone. Questo perch l'intenso campo magnetico tende ad impedire l'emissione di radiazione. Tuttavia, gradualmente, le successive trasformazioni tra raggi gamma e coppie elettrone-positrone, riescono ad avanzare nel campo fino a potersi allontanare verso l'esterno. Sono necessarie molte migliaia di particelle per produrre un'unica particella in grado di perdersi verso l'esterno. 10. Stellamoti. Una stella di neutroni dunque un gigantesco nucleo atomico tenuto insieme, invece che dalle forze nucleari, dalla forza gravitazionale. Essa talmente intensa da impedire la formazione di qualsiasi tipo d'irregolarit superficiale. Eventuali montagne sulla sua superficie solida non potrebbero essere alte pi di qualche centimetro! Un possibile modello di struttura interna di una stella di neutroni quindi il seguente: - Una crosta sottile (non pi di 1 km) di ferro galleggiante su un mare di elettroni degeneri. La densit in questa regione va da 1 tonnellata per centimetro cubo (simile a quella di una nana bianca) a 400 tonnellate per centimetro cubo. - Man mano che scendiamo in profondit, i nuclei atomici hanno un duplice aspetto: da una parte tendono ad avere un numero sempre maggiore di neutroni ma, dall'altro, sono sempre meno capaci di trattenerli al loro interno. Ad una profondit di 5 km, i neutroni fuggono dai nuclei e si dissolvono in un mare di nuovo degenere contenente anche protoni. La densit in questa zona dovrebbe arrivare a 100 milioni di tonnellate per centimetro cubo. - A una profondit di 10 km, l'enorme pressione esistente in tale regione, dissolve qualsiasi struttura cristallina e forma un unico fluido indistinto costituito da neutroni, protoni ed elettroni. Un simile fluido viene chiamato superliquido ed ha una curiosa caratteristica: non possiede alcuna viscosit. Per le propriet dei superfluidi (realizzabili anche nei laboratori raffreddando l'elio a temperature prossime allo zero assoluto) un vortice che si venisse a formare in esso potrebbe mantenersi per interi mesi prima di scomparire a causa appunto della viscosit nulla. - Infine il nucleo, di circa 1 km di diametro. Qui le ipotesi sulla sua costituzione sono estremamente incerte a causa dei valori estremi di densit e pressione. Alcuni modelli prevedono una sorta di stato cristallino per i neutroni, altri uno stato condensato costituito da pioni, altri ancora una strana forma di materia fatta di quark, ecc. L'unica cosa certa che non abbiamo la minima idea di come possa comportarsi la materia ai valori inimmaginabili di densit e pressione esistenti al centro di una stella di neutroni. Lasciamo dunque questa regione sconosciuta e risaliamo alla superficie della stella di neutroni. Abbiamo detto che essa deve possedere una superficie solida priva d'irregolarit a causa dell'enorme campo gravitazionale cui sottoposta. Con un tale campo

difficile immaginare che possa accadere qualcosa sulla superficie. Tuttavia, a volte, qualcosa pu succedere. Nel febbraio del 1969, la pulsar della Vela, diminu improvvisamente il proprio periodo di rotazione e il fenomeno si ripet nel 1971 e nel 1976: improvvisamente la sua velocit di rotazione aument di 10 milionesimi di secondo per un periodo di qualche giorno. Dopo qualche mese la velocit di rotazione torn ai valori precedenti. Tali fenomeni presero il nome di glitches, un termine usato in elettronica per indicare improvvisi e rapidamente transitori cambiamenti di comportamento in componenti elettronici funzionanti fino ad allora in modo corretto. I glitches vennero spiegati come l'effetto di veri e propri stellamoti, ovvero di terremoti scatenatisi sulla superficie solida delle stelle di neutroni. La loro alta velocit di rotazione tende a gonfiarle all'equatore e schiacciarle ai poli: di tanto in tanto la conseguente tensione superficiale provoca delle fratture sulla crosta con spostamenti di pochi millimetri. Nonostante la piccolezza di tali faglie, l'energia liberata da questi aggiustamenti superficiali libera una eccezionale ed improvvisa quantit d'energia che viene spesa per aumentare la velocit di rotazione della stella di neutroni. Tanto per avere un'idea delle grandezze messe in gioco da un simile terremoto stellare, si stimato che esso raggiunga il 25 grado della scala Richter, dove il terremoto pi distruttivo mai registrato sulla Terra ha raggiunto il grado 8.9 della stessa scala. 11. Pulsar e supernovae. Da quanto abbiamo detto fin qui, il modello che vede le pulsar, ovvero le stelle di neutroni in rapida rotazione, come resti di supernova, sembra essere del tutto convincente. Tuttavia l'ultima parola per un modello scientifico deve essere assegnato all'osservazione, e quindi ci aspettiamo di trovare una pulsar l dove, o storicamente o otticamente, sia stata segnalata la presenza di una supernova. Per la nebulosa del Granchio e per quella della Vela, questa identificazione stata osservata. L dove stata ipotizzata la comparsa di una supernova si trovano resti di una nebulosa costituita dalle nubi di gas in espansione e una pulsar. Per Cassiopea A, per la supernova di Tyco Brahe e per quella di Keplero ci non stato ancora osservato. Ma non solo: delle 450 pulsar conosciute e delle 200 nebulose associate a resti di supernova, solo 3 (comprendenti quella della Vela e della Nebulosa del Granchio) sono state associate con un buon margine di accettabilit. Gli scenari proposti per spiegare questa strana anomalia osservativa sono molteplici. Il pi semplice di tutti quello che prevede che non tutte le supernovae debbano lasciare dietro di s delle pulsar. Alcune potrebbero non lasciare niente del tutto o, cosa che pi ci interessa, un'ulteriore e ancora pi estrema configurazione della materia, quella ad esempio di un buco nero. Senza contare che la catastrofica esplosione potrebbe ragionevolmente spostare la pulsar come accade nel rinculo di un fucile. In questo caso staremmo guardando nella posizione sbagliata. Quest'ultima ipotesi sembra essere molto ragionevole: se l'asse di rotazione della stella non fosse parallelo a quello del campo magnetico, la materia verrebbe ad essere espulsa in modo asimmetrico e le velocit tipiche di queste espulsioni (circa 10.000 km/sec) comporterebbero un rinculo della pulsar con una velocit di alcune centinaia di km/sec in direzione opposta a quella dell'eiezione della materia. E' anche possibile che le pulsar appartengano a sistemi binari e, anche in questo caso, l'esplosione come supernova del suo compagno porterebbe alla distruzione del sistema stesso separando le due componenti e fornendo alla stella di neutroni un'alta velocit di allontanamento. Ma, forse, il modello che sembra essere pi probabile quello che imputa la carenza d'identificazione tra pulsar e supernovae, alla sfavorevole posizione

della pulsar rispetto alla direzione di osservazione che la lega a noi. Abbiamo visto come la radiazione che rileviamo da terra provenga da regioni ben localizzate della pulsar, quindi se la direzione del fascio tale da non intersecare l'orbita terrestre, la stella rimarr per sempre nascosta nelle profondit dello spazio. Parte 4. I buchi neri. 1. Evoluzione di un'idea dimenticata. La riscoperta dell'idea di strane stelle nere inizia in un modo piuttosto strano. Nel freddo inverno del 1915 le armate tedesca e russa si fronteggiano durante il sanguinoso primo conflitto mondiale. Nell'armata prussiana presta servizio, come volontario, un giovane fisico tedesco: K. Schwarzschild (1877-1916). Questi, nel dicembre del 1915, un mese dopo la pubblicazione delle equazioni di Einstein per la relativit generale, invia al suo autore un manoscritto nel quale risolve il problema di descrivere il campo gravitazionale creato da una massa sferica nel vuoto. Einstein risponder con le seguenti parole: Non mi aspettavo che per tale problema potesse essere formulata una soluzione esatta. Il vostro procedimento analitico del problema mi sembra splendido. Purtroppo, nello stesso periodo di questo scambio epistolare, Schwarzschild contrae una polmonite e muore nel maggio del 1916. Ma in cosa consisteva l'enorme valore della soluzione scoperta? I motivi sono principalmente due. Da una parte la trattazione di Schwarzschild rappresenta una buona descrizione del campo gravitazionale presente nel sistema solare, dall'altra essa ha un carattere universale nel senso che non dipende dal tipo di stella considerata ma unicamente dalla sua massa. A parit di essa, il campo gravitazionale di una stella di neutroni o del Sole, lo stesso cos come sarebbe lo stesso per un punto ideale dotato della stessa massa. Il problema, per, si complica quando dallo spazio esterno alla massa, si passano a considerare regioni sempre pi vicine a quest'ultima fino ad arrivare ad un evidente assurdo quando si considera una distanza critica direttamente proporzionale alla massa gravitazionale dell'oggetto considerato. Questa distanza critica viene oggi definita come raggio di Schwarzschild e per una massa simile a quella del Sole, ammonta ad una sfera con un raggio di 3 km. Senza saperlo Schwarzschild aveva riscoperto le conclusioni delle ipotesi settecentesche di Laplace e Mitchell. Tuttavia la difficolt di descrivere il campo gravitazionale al di sotto del raggio di Schwarzschild, fece s che per molto tempo esso rimanesse poco pi che una curiosit teorica sorta dalla relativit generale. Finalmente, nel 1950, D. Finkelstein prov che il comportamento paradossale delle usuali coordinate di spazio e tempo, era un semplice incidente matematico. L'uso di nuove e pi adatte coordinate restituiva senso fisico al problema della singolarit posto da Schwarzschild. Anche dal punto di vista astronomico, l'idea di una stella che potesse collassare entro una sfera di pochi chilometri di raggio, risultava piuttosto difficile da accettare e, soprattutto dopo un impressionante lavoro del fisico giapponese Y. Hagihara, i teorici tornarono ad interessarsi principalmente delle caratteristiche dello spazio esterne al raggio critico. Non tutti, per. Nel 1920 A. Anderson si chiese cosa sarebbe accaduto ad una stella di dimensioni vicine a quelle del suo raggio di Schwarzschild e la sua risposta fu una ripetizione quasi perfetta delle conclusioni di Laplace e Mitchell. Nel frattempo, la nascita e lo sviluppo della meccanica quantistica, aveva messo a disposizione dei teorici una serie di strumenti con i quali prevedere il comportamento di stati estremi della materia e le ipotesi di un corpo dalla enorme densit eppure esistente, tornarono ad affacciarsi alla mente dei fisici. Un punto di vista contrario era quello di Sir A. Eddington, uno dei pi tenaci ed efficaci estimatori della relativit generale che in merito affermava: penso che debba esistere una legge di Natura che impedisca ad una stella di

comportarsi in un modo cos assurdo! Il grande scienziato inglese fu sempre convinto di ci, e sostenne tale tesi anche all'Unione astronomica internazionale del 1935. A questa riunione partecipava anche un giovane fisico dal promettente futuro: S. Chandrasekhar che domand al presidente della riunione di poter contestare il punto di vista di Eddington. Il permesso gli venne rifiutato: lo scienziato inglese era troppo famoso per poter essere contraddetto! Ma i tempi erano comunque maturi per una rivisitazione in chiave moderna delle antiche idee di Laplace e Mitchell. Nel 1939, R. Oppenheimer (1904-1967) e H. Snyder, sempre con le equazioni della relativit generale, riuscirono a dare una soluzione analitica al problema del collasso sferico al di sotto del raggio di Schwarzschild. Bisogner aspettare comunque ancora molti anni perch a tale soluzione venga assegnato un nome comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Ci accadde il 29 dicembre del 1967, durante una conferenza tenuta a New York, dal fisico americano J. A. Wheeler che coni per la prima volta il fortunato nome di buco nero. Con questo termina l'excursus storico sull'idea della quale passeremo ora ad analizzare l'aspetto fisico. Prima per ricapitoliamo i punti chiave stabiliti fin qui: - La gravit la forza dominante nella vita di una stella. Essa particolarmente importante durante le fasi di non equilibrio, ovvero quando non vi alcuna forza interna in grado di contrastarne l'azione. Ci avviene durante le fasi iniziali e finali dell'evoluzione stellare. - Durante il periodo di sequenza principale, essa controbilanciata dalla pressione interna sviluppata dalle reazioni termonucleari che trasformano idrogeno in elio per stelle di massa pari a quella solare o a quelle del ciclo carbonio-azoto-ossigeno per stelle di massa maggiore. - Esaurito il combustibile nucleare la stella contrae il proprio core ed espande i suoi strati superficiali. Diviene cio una gigante rossa. - Alla ricerca di nuove configurazioni stabili di equilibrio, la gigante rossa, dopo un breve (su scala astronomica) periodo di instabilit, si libera di parte della propria massa espellendo gradualmente i suoi strati superficiali (nebulosa planetaria) o in maniera esplosiva coinvolgendo anche il core (supernova). - Le configurazioni finali d'equilibrio dipendono dalla massa rimasta dopo i fenomeni di espulsione: se la massa inferiore a 1.4 masse solari la stella termina la sua esistenza come nana bianca. Se la massa supera questo limite, la stella si tramuter in una pulsar, ovvero in una stella di neutroni in rapida rotazione attorno al proprio asse. - Se la massa supera le 3 masse solari, non esiste nessuna forza in grado di arrestarne la contrazione. La stella in contrazione termina il proprio collasso in un buco nero. A questo punto sono opportune alcune considerazioni: 1. molte stelle presenti nella nostra galassia hanno masse superiori a tre masse solari; 2. i tempi di esaurimento del combustibile nucleare all'interno delle stelle sono molto pi brevi dell'et dell'Universo. Ci significa che nell'Universo i buchi neri dovrebbero essere piuttosto numerosi, tenendo conto che possono formarsi anche mediante processi che non necessitano di stelle in contrazione. Buchi neri con masse dell'ordine da 100 a 107 masse solari potrebbero formarsi dal collasso non di una singola stella ma di un intero ammasso stellare, cos come potrebbero esistere buchi neri microscopici, troppo leggeri per collassare sotto il proprio peso, ma spinti in tale configurazione dalle pressioni inimmaginabili presenti nei primi istanti di vita dell'Universo. Partendo da queste considerazioni proviamo a entrare nel regno dei buchi neri, sperando di venirne fuori con le idee un po' pi chiare. 2. Definizione di buco nero.

Un buco nero una regione di spaziotempo all'interno della quale la gravit talmente intensa da impedire la fuga di qualsiasi forma di materia ed energia, compresa la luce. Nella sua formazione non determinante soltanto la massa del corpo ma anche il volume entro cui questa collocata. Questo significa che possono esistere buchi neri di diversa grandezza, piccoli come atomi o enormi come interi sistemi planetari, e di densit non necessariamente enorme anche in confronto con quella terrestre. Un buco nero, per esempio, derivante dal collasso di una massa pari a 107 masse solari (derivante dal collasso di un insieme di stelle) avrebbe una densit 100 volte inferiore a quella dell'acqua. Un buco nero deforma lo spaziotempo che lo circonda in maniera tanto pi marcata quanto maggiore la sua compattezza, grandezza quest'ultima determinata dal rapporto tra il raggio del corpo e il suo raggio critico o raggio di Schwarzschild. Se il corpo crolla al di sotto di quest'ultimo, il corpo collassante scompare per formare un buco nero. Una volta che la stella crollata al di sotto del suo raggio di Schwarzschild, non esister nessuna forza in grado di arrestarne il collasso. Vediamo pi in dettaglio la sequenza degli eventi che portano a tale evento. - Immaginiamo di osservare una stella alla fine della sua evoluzione. Il suo combustibile nucleare prossimo all'esaurimento. Poco prima che inizi il collasso gravitazionale, la struttura dello spaziotempo circostante non particolarmente alterata dalla presenza della stella, e i fotoni provenienti dalla sua superficie sono emessi radialmente in ogni direzione, essendo lo spaziotempo praticamente piatto. - La pressione di radiazione si spegne del tutto. Non pi contrastata da nessuna forza, la gravit comprime gli strati pi esterni verso quelli pi interni e il raggio iniziale si avvicina al valore del raggio critico, determinato dal volume occupato dalla stella prima del collasso. La stella diviene pi compatta e lo spaziotempo circostante aumenta la propria curvatura. I fotoni che prima erano emessi radialmente in ogni direzione, sono costretti a seguire l'aumentata curvatura dello spaziotempo. - Quando il raggio in contrazione vicino a 1.5 volte il raggio di Schwarzschild, la curvatura dello spaziotempo talmente marcata che la maggior parte dei fotoni emessi dalla superficie della stella ricadono su di essa e soltanto pochi riescono ancora (a causa della direzione di emissione) a fuggire verso lo spazio esterno. Abbiamo una specie di fontana di luce nella quale solo l'acqua emessa dal getto centrale riesce a raggiungere una certa distanza, mentre quella emessa dai getti laterali ricade vicino a quello centrale. - Quando il raggio della stella cade al di sotto di quello critico, il cono di luce di ciascun fotone che andato restringendosi con l'aumento della curvatura dello spaziotempo, si chiude del tutto e nessun fotone in grado di lasciare la relativa zona dello spaziotempo ormai completamente chiusa su se stessa. Si formato un buco nero. Tra i fotoni che possono ancora lasciare la superficie della stella e quelli che non possono farlo, ne esisteranno alcuni, per cos dire critici, nel senso che essi non potranno abbandonare la loro posizione n verso l'esterno n verso l'interno e saranno condannati a viaggiare eternamente in direzione tangenziale alla superficie curva dello spaziotempo. Questi fotoni limite costituiscono il cosiddetto orizzonte degli eventi, orizzonte che ha esattamente il raggio di Schwarzschild. L'orizzonte degli eventi la prima strana caratteristica di un buco nero: contrariamente a quanto accade sulla Terra dove l'orizzonte dipende dall'osservatore, l'orizzonte di un buco nero assoluto, non dipende, cio, dalla distanza dell'osservatore. Esso divide nettamente gli eventi in due categorie: quelli che accadono al suo esterno e quelli che accadono al suo interno. Il destino delle due categorie radicalmente diverso. Per capire meglio questo punto si soliti ricorrere ad un diagramma. Il diagramma mostra la storia completa del collasso di una stella sferica fino alla formazione di un buco nero con la relativa singolarit. Le dimensioni spaziali sono misurate sul piano mentre il tempo rappresentato

da una retta verticale orientata verso l'alto. Il centro della stella si trova a r=0. A causa della soppressione di una delle tre dimensioni spaziali, la superficie della stella in un dato istante ha la forma di un'ellisse. La curvatura deilo spaziotempo mostrata dai coni di luce relativi ad ogni raggio di luce che abbandona la stella. Lontano dal campo gravitazionale essi sono praticamente verticali poich lo spazio tempo piatto, ma man mano che ci si avvicina alla stella collassata, essi si stringono e s'inclinano a causa dell'aumentata curvatura. Sulla superficie critica di raggio r=2M, i coni di luce sono ruotati di 45 gradi e una delle generatrici diventa verticale, consentendo un'unica direzione per i segnali al loro interno: quella verso il bueo nero. Questo l'orizzonte degli eventi, il limite di un buco nero. Oltre questo limite, la materia continua il collasso verso la singolarit di volume nullo e densit infinita, posta a r=0. L'emissione dei segnali luminosi a El, E2, E3, E4 verso un osservatore distante discussa nel testo. Questo diagramma mostra la formazione di un buco nero dal collasso gravitazionale di una stella. Sono rappresentate due dimensioni spaziali e una temporale. Il centro della stella in contrazione si trova a r=0 e la sua superficie ad ogni istante (normalmente di dimensioni sferiche) ridotta ad un'ellisse decrescente perch stata soppressa una dimensione spaziale. La curvatura dello spaziotempo descritta come in ogni diagramma di questo tipo, dai coni di luce. Essendo lo spaziotempo praticamente piatto a grandi distanze dalla stella, i coni di luce di queste regioni sono verticali ma appena ci si avvicina alla stella in contrazione, a causa dell'aumento della velocit, essi prendono a stringersi e ad inclinarsi verso la regione deformata, seguendo l'aumentata curvatura dello spaziotempo. Quando i coni di luce raggiungono l'orizzonte degli eventi, le loro direttrici diventano praticamente verticali e, ricordando che sono possibili solo traiettorie interne ai coni, a partire da queste regioni i fotoni non possono far altro che viaggiare verso l'interno del buco nero. E' possibile una sola direzione: dall'esterno all'interno. E in queste caratteristiche che risiede la spiegazione dello strano termine, inventato da A. Wheeler: un buco nero nero perch la luce non pu abbandonarlo e buco perch la materia pu solo entrarvi. La figura precedente mostra anche un'altra strana caratteristica di questi oggetti unici nell'Universo. I raggi di luce provenienti dagli eventi E1, E2, E3 e E4, lasciano la stella in contrazione e arrivano ad un osservatore posto a grande distanza dalla stessa. La sua linea d'Universo (che un modo per rappresentare l'esistenza di un osservatore) una retta, in quanto, a causa della sua grande distanza dal buco nero, lo spaziotempo in quella regione piatto. Come si pu vedere dalla figura, i raggi di luce provenienti dagli eventi in progressivo avvicinamento al buco nero, sono sempre pi incurvati e impiegano sempre pi tempo ad arrivare all'osservatore distante. Per quest'ultimo il tempo, tra un evento e l'altro, risulta dilatato fino a divenire praticamente infinito per l'evento E4 che segna il raggiungimento della superficie della stella al suo raggio di Schwarzschild. In altre parole, per l'osservatore distante, la superficie della stella eternamente congelata sull'orizzonte degli eventi. Se al posto della superficie della stella, immaginiamo un incauto astronauta, i suoi gesti (visti da un osservatore lontano dalla zona incurvata dello spaziotempo) risulteranno progressivamente rallentati fino ad apparire completamente bloccati in un ultimo segno di saluto. Anche quando avr da tempo attraversato l'orizzonte degli eventi. A causa di questo caratteristico rallentamento riguardante la luce proveniente dall'orizzonte degli eventi, i buchi neri vengono anche chiamati stelle congelate. 3. Chi si muove perduto!

Mentre nel caso delle nane bianche e delle stelle di neutroni, l'esistenza di una superficie solida sorretta dalle pressioni degeneri di elettroni o neutroni, in grado di arrestare il collasso; nei buchi neri questa supefficie non esiste e il collasso verso un punto centrale totale. Cosa esista fisicamente al centro di un buco nero ancora argomento di discussione, ma su un aspetto tutti concordano: al centro di un buco nero giace una singolarit, ovvero una zona dello spaziotempo in cui sono sospese le normali leggi fisiche vigenti nell'Universo al di fuori dell'orizzonte degli eventi. Dato il mistero di questa regione, supponiamo che un osservatore interno all'orizzonte degli eventi intenda evitarla e, dando fondo ad ogni energia immaginabile, cerchi di allontanarsi da essa. Qualunque fosse la velocit raggiunta, i suoi sforzi sarebbero inutili perch all'interno di un buco nero l'intera geometria dello spaziotempo ad essere in movimento e con una direzione che conduce inevitabilmente verso la singolarit. Questo perch, in un buco nero, lo spazio e il tempo si scambiano di ruolo! Ricordiamo che nell'Universo, per cos dire normale, possibile muoversi in tre dimensioni e in qualsiasi direzione: avanti e indietro, a destra e a sinistra, in alto e in basso, mentre per il tempo possibile un'unica direzione: dal passato al futuro. All'interno di un buco nero questo non pi vero: la deformazione dello spaziotempo e la conseguente inclinazione dei coni di luce di un qualsiasi evento, tale che i due tipi di coordinate si ribaltano completamente! In questa zona la coordinata spaziale a risultare costantemente puntata verso la singolarit e a possedere quella caratteristica unidirezionale che, nel mondo esterno, appartiene alla coordinata temporale! Tutto questo significa che non vi modo di sfuggire alla singolarit che giace al centro dato che la coordinata spaziale punta costantemente verso di essa e muoversi rapidamente significa solo accelerare la propria fine. Lo scambio di ruoli tra spazio e tempo all'interno di un buco nero deve essere valutato con molta attenzione in quanto pu facilmente generare una serie di equivoci, primo tra tutti la possibilit che un buco nero sia una specie di macchina del tempo. Se il tempo al suo interno si comporta come lo spazio al suo esterno, ipotizzabile che si possa percorrerlo anche in senso contrario, violando quindi la legge di causalit. Ci non esatto perch l'unico tempo che ha un senso fisico reale il cosiddetto tempo proprio, ovvero il tempo segnato da un orologio in caduta libera verso la singolarit: tempo, quest'ultimo, che aumenta man mano che la distanza dalla singolarit diminuisce. In altre parole, anche all'interno del buco nero, il tempo misurato da un osservatore in caduta libera verso il centro scorre nella consueta direzione: dal passato al futuro con, per, la particolarit che, in questi casi, il futuro ha una fine! Quella segnata dalla singolarit. 4. Come vedere un buco nero. Le singolari propriet di un buco nero impongono una comprensibile cautela riguardo la loro effettiva esistenza fisica, e risulta quindi fondamentale accertarne la presenza nell'Universo. Tuttavia, per la loro stessa definizione, i problemi osservativi posti dai buchi neri, sono di complessa soluzione. Osservare un buco nero sembra essere una contraddizione in termini. Tuttavia l'assenza di radiazione luminosa non una caratteristica che appartiene unicamente ai buchi neri. Nell'Universo sono molti i cosiddetti corpi oscuri: basti pensare ai pianeti i quali, non possedendo fonti di energia interna, non emettono altra radiazione luminosa che quella ricevuta dall'esterno e successivamente riflessa. Anche un buco nero riceve radiazione luminosa che per, contrariamente a quanto awiene per i pianeti, viene inghiottita dal forte campo gravitazionale che lo circonda. Tuttavia l'efficienza di questo assorbimento dipende dalla distanza alla quale la radiazione transita. La curvatura dello spaziotempo, infatti, diminuisce all'aumentare della distanza. Ci significa che parte della radiazione, seppur deviata dalla direzione originale, non destinata a scomparire all'interno del buco ma possiede ancora energia sufficiente a vincere

l'effetto gravitazionale del buco nero. Mentre i raggi diretti centralmente verso il buco nero sono tutti catturati dal pozzo gravitazionale, due di quelli pi esterni, dopo essere stati fortemente curvati, se ne allontanano uno a 90 e uno a 270: ci significa che possibile illuminare un buco nero, ottenendo una sua immagine composta da una serie di punti luminosi posti ad una precisa distanza dall'oscuro corpo centrale. Si parla di una serie di punti, invece che di due, perch tra queste due posizioni estreme vi tutta una serie di spot intermedi e d'intensit sempre minore a causa della diversa deviazione cui sono sottoposti i raggi originariamente paralleli. Ovviamente, perch un buco nero possa essere illuminato ed essere osservato nella forma appena descritta, necessario che nelle vicinanze vi sia una qualche sorgente di radiazione ed altrettanto ovvio che le sorgenti pi comuni di radiazione sono le stelle. Tuttavia se un buco nero orbitasse attorno a una stella, l'intensit luminosa di quest'ultima sovrasterebbe del tutto i piccoli punti luminosi creati dalla deviazione differenziale della radiazione incidente sul buco nero. E' necessaria quindi una sorgente di radiazione di bassa intensit e sufficientemente estesa, in modo che la radiazione proveniente dalle sue parti pi esterne venga solo deviata e non catturata dal buco nero. Ottimali, sotto questo aspetto, sono i cosiddetti dischi di accrescimento, simili come forma agli anelli di Saturno ma dai quali si differenziano fisicamente per la presenza di processi energetici. Processi totalmente assenti negli anelli planetari. Un disco di accrescimento costituito da materiale in orbita attorno ad un corpo massiccio centrale e posto ad una distanza tale da mantenerlo in equilibrio. Nel caso degli anelli di Saturno, il materiale (ghiaccio e polvere) freddo e rilevabile solo attraverso la radiazione solare riflessa che vi incide sopra. Al contrario, nel caso di un disco di gas orbitante attorno a un buco nero, il moto di caduta verso quest'ultimo lo riscalda portandolo a temperature tali da farlo divenire una fonte indipendente di radiazione. Naturalmente il disco d'accrescimento si trova in una zona dello spaziotempo fortemente deformata, e ci comporta qualche sorpresa nell'immagine composta dalle radiazioni provenienti da zone con diversa curvatura. Torniamo al caso di Saturno: i suoi anelli si trovano in uno spaziotempo piatto e, in base alle leggi della gravitazione newtoniana, non possono assumere che una forma ellittica. Diverso il caso di un disco d'accrescimento attorno a un buco nero: in tale situazione vi saranno dei raggi deviati in direzioni praticamente opposte e l'immagine risultante si divider in due: un'immagine primaria dovuta alla radiazione proveniente dalla faccia superiore del disco e che risulta deviata meno di 180, e un'immagine secondaria proveniente dalla parte inferiore. La sorpresa sta nel fatto che, per quanto riguarda la radiazione proveniente dalla faccia superiore, essa permette di osservare tutta la superficie del disco di accrescimento comprese quelle zone che, in condizioni normali, sarebbero occultate dalla presenza del corpo attorno cui il disco in orbita. Non solo: le diverse zone del disco di accrescimento hanno un'intensit luminosa diversa. Le parti pi interne, quelle pi vicine al buco nero, sono le pi luminose a causa dell'alta temperatura cui giunge il gas man mano che scompare nel corpo centrale, mentre quelle pi esterne hanno una temperatura, e quindi una luminosit, pi bassa. Nessuna radiazione proviene, invece, dalle regioni pi interne del disco, comprese tra le ultime propaggini del gas e il buco nero: questo perch la curvatura dello spaziotempo in questa zona tale da proibire un possibile contatto tra il disco di accrescimento e la superficie del buco nero rappresentata dall'orizzonte degli eventi. Quando il gas supera il raggio di Schwarzschild, esso scompare semplicemente all'interno del buco nero senza aver il tempo di emettere alcun tipo di radiazione verso l'esterno. 5. Buchi neri rotanti. La massa la responsabile del destino finale di una stella ma anche la rotazione gioca un ruolo importante. In fisica esiste una legge fondamentale la quale stabilisce che se un corpo rotante diminuisce le proprie dimensioni, esso

deve inevitabilmente aumentare la velocit di rotazione attorno al proprio asse. E' la legge della conservazione del momento angolare. Il modello di buco nero cui abbiamo finora fatto riferimento, un modello che prende in considerazione una stella sferica e statica (modello di Schwarzschild) ma, in natura, stelle rispondenti ad una simile idealizzazione non esistono. Tutte, seppur con velocit diverse, ruotano attorno al proprio asse come testimonia il diverso grado di schiacciamento ai loro poli. Nel 1962, il fisico neozelandese Roy Kerr scopr le soluzioni delle equazioni di Einstein per un campo gravitazionale provocato da una massa rotante, e quindi mentre il modello di Schwarzschild descrive una stella sferica e statica, quello di Kerr descrive la formazione di un buco nero da parte di una stella rotante. La prima importante differenza tra i due modelli sta nel fatto che, nel caso di un buco nero rotante, tutti i punti dell'orizzonte degli eventi ruotano con la stessa velocit angolare. Naturalmente questa velocit angolare deriva direttamente da quella che la stella possedeva prima del collasso e quindi non pu avere un valore qualsiasi. Una stella con una velocit angolare troppo elevata, al momento della contrazione, si frantumerebbe a causa della forza centrifuga. Il rispetto della legge di conservazione del momento angolare stabilisce quindi l'esistenza di un valore critico per la velocit angolare, superato il quale non si potrebbe formare alcun orizzonte degli eventi ma soltanto quella che viene chiamata una singolarit nuda, ovvero una singolarit non separata dal resto dell'Universo. Il valore critico del momento angolare, stabilito dall'equilibrio tra la forza gravitazionale e la forza centrifuga, e ci si realizza quando l'orizzonte degli eventi ruota alla velocit della luce. Un tale buco nero viene chiamato buco nero massimo e avrebbe un campo gravitazionale nullo sull'orizzonte degli eventi. La rotazione di un buco nero comporta delle conseguenze anche per lo spaziotempo che, oltre ad essere deformato, verrebbe anche trascinato nella rotazione. La relativit generale prevede un simile effetto sullo spaziotempo per qualsiasi massa rotante (Effetto di Lenserhirring) ma solo nel caso dei buchi neri questo effetto diviene apprezzabile. Un buco nero rotante avvita nella sua rotazione lo spaziotempo creando un gorgo molto simile a quello descritto in un racconto dello scrittore E. A. Poe, dove un'imbarcazione viene rapidamente risucchiata al centro di un gigantesco vortice (maelstrom) formatosi nell'oceano. Nel caso di un buco nero rotante il ruolo giocato dall'acqua ricoperto dallo spaziotempo che, non solo devia dalla direzione verticale i coni di luce degli eventi, ma li ruota anche nello stesso verso di rotazione del buco nero in una spirale che segna il cosiddetto limite statico, e che indica un'altra importante differenza con il modello statico di Schwarzschild. In quest'ultimo, infatti, presente un unico orizzonte degli eventi, mentre nel modello di Kerr l'orizzonte degli eventi vero e proprio una seconda regione limite dove, come nel caso statico, i coni di luce sono completamente orientati verso la singolarit centrale. L'orizzonte degli eventi, nel modello di Kerr, situato all'interno del limite statico e lo tocca ai poli: queste due regioni hanno due diversi significati. Il tempo appare congelato sul limite statico, ma solo sull'orizzonte degli eventi che la materia definitivamente intrappolata all'interno del buco nero. J. Wheeler ha coniato per la regione tra il limite statico e l'orizzonte degli eventi, il termine di ergosfera in quanto teoricamente possibile estrarre energia dalla materia eventualmente presente in essa. Come si vede la struttura interna di un buco nero rotante pi complessa di quella del caso statico, e ci si riflette anche nella forma della singolarit: l dove vi era un punto privo di dimensioni ora appare un anello piatto che possibile attraversare! La presenza di un secondo orizzonte degli eventi scherma le regioni tra i due orizzonti degli eventi dagli effetti della singolarit centrale ad anello, per cui anche nel modello di Kerr la singolarit ben nascosta all'interno del buco nero. Tuttavia nel caso di un aumento del momento angolare, i due orizzonti

tendono a convergere fino a scomparire nel caso di un buco nero massimo, rivelando cos la singolarit centrale. 6. I buchi neri calvi. Indubbiamente la struttura di un buco nero e la teoria che ne regola il comportamento (la relativit generale) non di facilissima lettura, tuttavia la struttura interna di un buco nero enormemente pi semplice di quella di un qualsiasi modello stellare. A confronto con stelle di dimensioni e processi energetici variabili nelle diverse fasi dell'evoluzione stellare, un buco nero appare di una semplicit disarmante. Illuminante, a tale proposito, la metafora di J. Wheeler la quale afferma che i buchi neri non hanno capelli, intendendo con ci sottolineare che un buco nero non ricorda la complessit del corpo (il colore dei capelli, nella metafora) da cui ha avuto origine e quindi, indipendentemente dalla struttura del corpo da cui prende origine, presenta sempre lo stesso aspetto. Aspetto che dipende essenzialmente dalla massa e dal momento angolare. A rigore dovremmo aggiungere anche la carica elettrica, ma i suoi effetti sulla dinamica dei buchi neri trascurabile. In conclusione tutte le specie stellari sono riconducibili a soli quattro modelli di buchi neri: - il modello di Schwarzschild, derivante da una stella perfettamente sferica e statica e in cui la grandezza determinante la massa; - il modello di Reissner e Nordstrom, derivante da una stella sferica, statica e dotata di carica elettrica; - il modello di Kerr, derivante da una stella rotante ma neutra elettricamente; - il modello di Kerr-Newman, derivante da una stella rotante e carica elettricamente. A tutti gli effetti il modello che pi di ogni altro descrive la formazione di un buco nero reale quello di Kerr. Altra considerazione da sottolineare il diverso ruolo giocato dalla massa da una parte e dal momento angolare e dalla carica dall'altro. Mentre per la massa non si pone nessun limite, la stessa cosa non vale per le altre due grandezze che, invece, presentano limiti oltre i quali non possibile la formazione di un orizzonte degli eventi (interno, nel modello di Kerr) che protegga il resto dell'Universo dalla presenza della singolarit posta nel cuore del buco nero. Ma perch l'Universo dovrebbe essere protetto dalla singolarit? Per rispondere a questa domanda dobbiamo inoltrarci verso il cuore del Nulla e tornare ad esaminare la struttura dello spaziotempo. Parte 5. Ponti nell'Universo. 1. Una rappresentazione dello spaziotempo. Lo spaziotempo della relativit generale viene spesso indicato con il termine misterioso di cronotopo, ad indicare le sue quattro dimensioni (3 spaziali + 1 temporale). Tuttavia nonostante tale termine abbia un ben preciso significato matematico, la sua visualizzazione presenta dei problemi per il semplice motivo che lo spazio in cui viviamo possiede soltanto tre dimensioni. Le difficolt e le sensazioni di esseri viventi in spazi con diverse dimensioni stato genialmente affrontato in un romanzo, scritto nel 1884, dal reverendo E. Abbot dal titolo Flatlandia. Scritto per gli allievi del reverendo al fine di riconciliarli con lo studio della geometria, esso descrive il mondo e le esperienze di esseri confinati in due sole dimensioni. Cos descrive il proprio mondo il protagonista (un quadrato): Immaginate un vasto foglio di carta su cui delle linee rette, dei triangoli, dei quadrati, dei pentagoni e degli esagoni e altre figure geometriche, invece di restare ferme al loro posto, si muovano qua e l, liberamente, sulla superficie o dentro di essa ma senza potersene sollevare e senza potervisi immergere, come delle ombre, insomma... consistenti per, e dai contorni luminosi. Cos facendo avrete un'idea abbastanza corretta del mio paese e dei miei compagni. Ahim, ancora qualche anno fa avrei detto:

del mio Universo, ma ora la mia mente si aperta a pi alta visione delle cose. A un certo punto il quadrato entra in contatto con un alieno proveniente da una dimensione, la terza, di cui egli ignorava l'esistenza e di cui i dotti del suo mondo negavano persino la possibilit. L'irruzione dell'essere tridimensionale nel mondo di Flatlandia un suggestivo esempio di cosa potrebbe accadere se un essere vivente in un'altra dimensione decidesse di irrompere nel nostro mondo tridimensionale. Nel racconto, l'essere tridimensionale tenta di convincere della sua esistenza il riottoso quadrato spostandosi verticalmente, quindi in una dimensione spaziale a lui sconosciuta. Il quadrato cos racconta la sconvolgente esperienza: ...il rozzo disegno che ho dato sopra mostrer chiaramente ad ogni bambino della Spacelandia che la Sfera (l'intruso tridimensionale), passando, nel suo moto ascensionale, per le tre posizioni col indicate, doveva per forza manifestarsi a me, o qualunque altro abitante della Flatlandia, sottoforma di Circolo, prima grande poi piccolo, e da ultimo piccolissimo, quasi della misura di un Punto. Ma, sebbene avessi i fatti davanti a me, le cause mi erano pi oscure che mai. Tutto quanto potei afferrare fu che il Circolo era diventato pi piccolo e che finalmente era svanito, e che adesso era ricomparso e stava rapidamente facendosi pi grosso. In questa descrizione c' la soluzione per rappresentare un modello di spazio di dimensioni sconosciute in uno spazio noto: essa consiste nell'immergere lo spazio che s'intende rappresentare in uno spazio con una dimensione in pi: un cerchio (figura ad una dimensione) pu essere visualizzato su un piano, ovvero in uno spazio a due dimensioni, la superficie di una sfera (con due dimensioni) in uno spazio tridimensionale. Nulla vieta, quindi, di estrapolare il procedimento ad uno spazio quadrimensionale: l'unico problema che uno spazio pentadimensionale (a cinque dimensioni) ancora pi difficile da immaginare di quello con soltanto quattro dimensioni! Fortunatamente, per, possiamo ricorrere ad alcune semplificazioni che, se riducono la precisione del modello, hanno per l'indubbio vantaggio di darci un modello visivo di ci che intendiamo rappresentare. La prima semplificazione sta nel considerare lo spaziotempo come uno spazio statico, ovvero uguale a se stesso ad ogni istante: questo significa che ogni sua sezione temporale conterr le caratteristiche dell'intera struttura. La seconda semplificazione sta nel considerare lo spaziotempo sferico in modo da poter riferirsi ad una sua sezione equatoriale, ovvero a una sezione che lo attraversi al centro. Con queste semplificazioni possibile rappresentare una sezione dello spaziotempo quadrimensionale (reso in tal modo bidimensionale) nel nostro spazio tridimensionale senza perdere nessuna informazione globale originaria. Quale sar dunque la forma dello spaziotempo quadrimensionale nell'intorno di una stella come il nostro Sole? Essendo la geometria statica, sia al di fuori che all'interno della stella, le sezioni equatoriali istantanee saranno tutte uguali e somigliano molto a ci che si potrebbe vedere nel caso di una massa poggiata su un telo elastico. Le regioni all'esterno della stella che si estendono all'infinito sono regioni praticamente piatte mentre, man mano che ci si avvicina alla stella, lo spaziotempo si incurva e la sua forma dipende dalla struttura della stella, restando comunque molto simile alla forma di una semisfera. Nel caso del Sole, che non ancora collassato al di sotto del proprio raggio di Schwarzschild, questo si trover all'interno della nostra stella e nello spaziotempo non presente nessuna singolarit che possa interrompere la curvatura dello spaziotempo. Con questi nuovi strumenti riguardanti la rappresentazione visiva dello spaziotempo possiamo ora accingerci ad esplorare lo spaziotempo in prossimit ed oltre un buco nero. 2. Lo spaziotempo dentro e fuori un buco nero. Se applichiamo le tecniche di rappresentazione dello spaziotempo al caso di un buco nero perfettamente sferico, quello che si ottiene un tunnel di forma

paraboidale che congiunge due diverse e perfettamente simmetriche zone dello spaziotempo, in cui un raggio di luce che cada oltre l'orizzonte degli eventi del buco nero superiore riemerger dal secondo. Ma un buco nero non permette nessuna fuoriuscita n di materia n di radiazione, e quindi una emissione di radiazione da parte del buco nero inferiore sembra essere un evidente paradosso. Tuttavia se consideriamo che nel buco nero inferiore, la materia e la radiazione hanno un comportamento del tutto simmetrico a quello presentato nel buco nero superiore, il paradosso si risolve: l dove materia e radiazione erano costrette ad entrare, qui non possono altro che riemergere! Il buco nero superiore ha, nell'analogo inferiore, una controparte speculare: un buco bianco! A questo punto sorge spontanea una domanda: si tratta di due buchi appartenenti allo stesso Universo o a due Universi diversi? Per risolvere questo dubbio dobbiamo ricordarci che la nostra migliore teoria gravitazionale (la relativit generale) una teoria locale, nel senso che descrive correttamente la curvatura di una ben definita zona dello spaziotempo, ma non quella dell'intero Universo. Ci significa che per la relativit generale le due zone dello spaziotempo, seppure separate, appartengono allo stesso Universo. Lo spaziotempo, tranne che nelle immediate vicinanze di grandi masse, praticamente piatto, e ci significa che il ponte tra il buco nero e il suo speculare bianco, non dovrebbe essere curvo tranne che sui due fori. Un ponte allungato (un ponte di questo tipo chiamato ponte di Einstein-Rose) a qualsivoglia distanza tra le sue due origini: un wormhole come stato definito da J. Wheeler, letteralmente un buco di tarlo! Questa particolare forma dello spaziotempo, dal momento della sua divulgazione, ha scatenato l'entusiasmo degli scrittori di fantascienza che hanno visto in essa la conferma, per il momento solo teorica, di quei viaggi nell'Universo che le distanze e la limitatezza della velocit della luce, sembravano tassativamente proibire. Supponendo, infatti, di riuscire ad evitare gli effetti distruttivi della forza di gravit all'interno di un buco nero, possibile pensare ad un viaggio che sfrutti un buco nero in modo da riemergere da un suo omologo bianco posto anche a grandissime distanze. Resta comunque un problema che sembra inficiare questa entusiasmante possibilit: tutte le traiettorie interne ad un buco nero terminano inesorabilmente su una singolarit, l dove termina il concetto stesso di futuro. I viaggi tra i buchi neri sono possibili quindi solo se esiste un modo per evitare di finire sulla singolarit che si annida al loro centro. 3. I diagrammi di Kruskal. Siamo quindi costretti ad affrontare lo spinoso problema della singolarit dei buchi neri. Problema di non facile soluzione in quanto le normali tecniche di rappresentazione che ricorrono all'immersione dello spaziotempo in una variet dimensionale pi ampia, sono applicabili solo per zone dello spaziotempo al di fuori di un buco nero e non consentono di rappresentare la singolarit centrale. Una tecnica alternativa costituita da una rappresentazione matematica ideata nel 1960 da M. Kruskal e che fa uso dei suoi omonimi diagrammi. Impossibile in poche righe descrivere tutti i dettagli di questa tecnica n tantomeno la sua giustificazione teorica, per cui ci limiteremo a descriverli consigliando i pi curiosi di consultare i titoli della bibliografia posta alla fine del presente libro. I diagrammi di Kruskal sono essenzialmente dei diagrammi spaziotemporali nei quali vengono impiegate al posto delle familiari coordinate di spazio e tempo, delle pi adeguate coordinate curvilinee. Mediante queste nuove coordinate, la geometria dello spaziotempo rappresentabile su un piano nel quale imposta la condizione che i coni di luce debbano rimanere rigidi. Ricordiamo che in uno spaziotempo piatto, privo di gravit, i coni di luce di tutti gli eventi sono paralleli tra loro e con le generatrici poste sempre ad un angolo di 45. Nel caso sia presente un campo gravitazionale, i coni iniziano a

deformarsi e a ruotare in misura tanto maggiore quanto pi intenso il campo gravitazionale. Nei diagrammi di Kruskal si impone ai coni dello spaziotempo di rimanere paralleli gli uni agli altri come nel caso di assenza di gravit. Simili restrizioni sono frequenti nelle tecniche di geometria proiettiva e nelle relative proiezioni conformi dove le figure rappresentate, pur se d'aspetto deformato, mantengono inalterato il valore dei loro angoli. Con l'impiego di nuove coordinate (indicate con u e v e che sono opportunamente collegate alle precedenti usuali coordinate di spazio e tempo r e t), la geometria di un buco nero si semplifica enormemente e lo spaziotempo si scompone in 4 regioni: contenenti un buco nero, un buco bianco e 2 regioni asintoticamente piatte e non in comunicazione tra loro. 4. I diagrammi di Penrose. Nel modello di Schwarzschild s'ipotizza una stella sferica e statica come causa della forrnazione di un buco nero. Purtroppo una simile idealizzazione molto lontana dalla verit, in quanto le stelle reali hanno strutture pi complesse e, quindi, il modello che meglio degli altri indicato per descrivere i buchi neri che scaturiscono da esse quello di Kerr o di Kerr-Newman se consideriamo anche la carica elettrica. Questo significa anche che necessario migliorare i diagrammi di Kruskal per tenere conto della vera natura fisica di un buco nero. Tale miglioramento si ottiene mediante i cosiddetti diagrammi di Penrose (dal nome del loro autore) e rappresentano lo strumento migliore per visualizzare un buco nero fisicamente reale. Come nel caso dei diagrammi di Kruskal, anche quelli di Penrose devono rispettare alcune regole: la prima la stessa di quella imposta da Kruskal, ovvero i coni di luce devono essere rigidi come se non fosse presente alcun campo gravitazionale. La seconda regola consente di trasformare distanze infinite in finite permettendo, quindi, di rappresentare non solo un buco nero ma anche l'intero Universo che li circonda. Con queste limitazioni, seguiamo il viaggio di un osservatore (dotato di motori opportunamente potenti per evitare di essere inghiottito dalla singolarit centrale) in un buco nero rotante. In base a quanto detto per i diagrammi di Kruskal, sappiamo che esistono due tipi di buchi e l'osservatore pu valicarli entrambi per avvicinarsi sempre di pi alla vera singolarit fisica, quella posta a r=0. Supponiamo che egli abbia energia a sufficienza per deviare e tornare indietro. Qui si pone un problema. L'ultima regione traversata quella del buco nero ovvero una regione che, per definizione, pu permettere solo assorbimento di materia e che, quindi, non pu espellere l'osservatore nel suo viaggio di ritorno. L'unico mezzo per sfuggire a questa contraddizione considerare che l'osservatore, dopo aver traversato l'ultima regione, si trovi in un altro spazio in cui, quelle che precedentemente erano singolarit appartenenti a buchi neri, ora sono singolarita appartenenti a buchi bianchi. In questo modo l'osservatore, dopo aver attraversato le singolarit del buco bianco, si trova in un altro Universo asintoticamente piatto. Naturalmente questo percorso pu essere ripetuto pi volte e l'osservatore, dopo essere sbucato in un secondo universo, pu, reimmergersi in un altro buco nero e, con la stessa tecnica precedente, riemergere in un terzo universo e cos via. Nel modello di Penrose esistono regioni situate dall'altra parte della singolarit fisica reale (quella posta a r=0). La cosa risulta pi evidente se ricordiamo che la singolarit di un buco nero rotante non pi un punto privo di dimensioni (come nel caso statico) ma ha la forma di un anello posto sul piano equatoriale del buco nero rotante. A causa di questa sua estensione, la singolarit non rappresenta pi la fine dello spaziotempo in quanto possibile teoricamente attraversarla. Dall'altra parte della singolarit si trova una regione infinita dello spaziotempo: una regione in cui le distanze sono negative e che quindi

interpretata come una regione in cui si ha un'inversione della caratteristica attrazione della gravit. In queste regioni la gravit tende a separare i corpi e non ad attrarli come nel nostro Universo. Per tale motivo queste regioni vengono indicate come regioni ad antigravit, dove la gravit repulsiva e la materia spinta ad aumentare la propria reciproca distanza. I problemi nell'interpretazione dei diagrammi di Penrose appaiono quando proviamo a considerare gli Universi esterni come facenti parte di un singolo, unico, Universo. In questo caso l'unico spaziotempo, in prossimit di un buco nero rotante, si popola di wormholes in grado di connettere zone diverse dello stesso Universo. In questa situazione ipotizzabile un osservatore che passi da una data posizione in un dato tempo e, dopo un'accurata scelta di un opportuno wormhole, lo attraversi per riemergere nella stessa porzione di spazio ma ad un tempo diverso, sia esso nel passato o nel futuro. Un buco nero rotante verrebbe cos ad essere una sorta di macchina del tempo cosmica il cui, anche solo ipotetico, utilizzo contraddice una legge che riteniamo fondamentale: quella della causalit. In realt questa che noi riteniamo una legge della natura , in effetti, un'esigenza della logica umana che non trova giustificazioni nell'impersonale regno delle leggi fisiche. E' anche vero che la causalit rispettata dalla relativit speciale ma solo perch, all'interno di tale teoria, non presa in considerazione la gravit. In quel contesto violare le relazioni causali significherebbe viaggiare ad una velocit superiore a quella della luce e questa sarebbe un'effettiva violazione di una legge fisica naturale! Nella relativit generale, al contrario, dove la gravit gioca un ruolo fondamentale, l'Universo curvo e la geometria dello spaziotempo distorta, come accade nel caso di un buco nero rotante. Queste deformazioni di un pi generale Universo curvo consentono quindi, teoricamente, di procedere dal futuro al passato senza violare la finitezza della velocit della luce. A testimonianza di come queste considerazioni non siano solo fantasie prive di senso dal punto di vista scientifico, opportuno ricordare che nel 1976 la prestigiosa Bacon Foundation ha offerto un premio di 300 sterline a chi avesse risolto il seguente problema: In accordo con le teorie recenti, i buchi neri rotanti sono porte verso altre regioni dello spaziotempo. Come possibile, quindi, che un veicolo spaziale passi attraverso un buco nero rotante per sbucare in un'altra regione dello spaziotempo, senza essere distrutto dalle forze di marea provocate dalla singolarit? A titolo informativo, il premio non stato ancora assegnato. 5. Le frontiere del pensiero. La possibile violazione della legge di causalit pone un pesante interrogativo sulla reale natura della singolarit centrale e sulla struttura fine dello spaziotempo: problemi che portano direttamente alle attuali frontiere della fisica teorica. Il primo aspetto da capire se la presenza della singolarit, tappa finale del collasso della materia e dello spaziotempo, non sia il risultato di un'applicazione grossolana della relativit generale al problema del collasso gravitazionale. Per fugare questo sospetto dobbiamo analizzare altri campi in cui sia possibile la presenza di singolarit e il terreno migliore per tale indagine quello cosmologico. La migliore teoria da questo punto di vista quella comunemente nota con il nome di Big Bang, secondo la quale l'Universo sarebbe nato circa 15 miliardi di anni fa proprio da una singolarit! Tuttavia la presenza di questa singolarit cosmologica non da sola sufficiente a giustificarne la possibile esistenza in altri casi e ci perch i modelli usati per descrivere il passato e il futuro dell'Universo nella sua interezza, sono estremamente idealizzati e non possibile stabilire se la singolarit cosmologica del Big Bang sia fisicamente necessaria o non piuttosto il risultato

di tecniche matematiche troppo semplificative. Tuttavia a partire dal 1960, una cosa certa. In quell'anno S. Hawking e R. Penrose hanno dimostrato inconfutabilmente che le singolarit sono una parte fisicamente essenziale nella relativit generale e non il risultato di una sua approssimativa applicazione. I due scienziati hanno anche dimostrato che qualsiasi modello di Universo, in accordo con gli attuali dati sperimentali, deve aver avuto origine da una singolarit iniziale cos come, se contiene una quantit sufficiente di materia, dovr terminare in una singolarit. La singolarit una conseguenza inevitabile delle caratteristiche attrattive e autoacceleranti della gravit. La formazione della singolarit pu avvenire in due modi: 1: il collasso pu formare un buco nero con la formazione di un orizzonte degli eventi che nasconder per sempre, ad un osservatore esterno, la presenza della singolarit centrale. All'interno di questo orizzonte potrebbero essere anche violate le familiari relazioni causali ma niente e nessuno potr venirne a conoscenza; 2: la seconda ipotesi permette la formazione di una singolarit senza l'apparizione di un buco nero con il relativo orizzonte degli eventi. Pensiamo al collasso di una stella in rapida rotazione: l'elevato valore del momento angolare, acquistato dalla configurazione finale, impedirebbe la formazione dell'orizzonte degli eventi, e la singolarit apparirebbe in tutta la sua conturbante nudit, non essendo separata dal resto dell'Universo dall'orizzonte di un buco nero. Questa seconda possibilit particolarmente inquietante in quanto l'effetto della singolarit non pi schermata sul pi generale tessuto dello spaziotempo totalmente imprevedibile! Finora non stato osservato nulla che possa far pensare al rinvenimento di una singolarit nuda ma questo, ovviamente non garantisce nulla. Per evitare tutti i problemi che tale presenza comporterebbe, Penrose ha formulato la cosiddetta ipotesi del Censore cosmico, ovvero l'esistenza di una qualche ancora imprecisata legge che impedisca alla natura di creare singolarit nude e che imponga ad ogni collasso gravitazionale di terminare con un orizzonte degli eventi che nasconda la singolarit centrale. Ma si tratta pi di un desiderio che di una legge fisica. La realt che la relativit generale non giustifica una tale ipotesi censoria e che l'ipotesi di Penrose ragionevole solo per situazioni che non si discostano molto dal caso sferico. Per situazioni fisiche pi complesse, il problema rimane aperto. C', infine, un'ultima considerazione da fare: la singolarit verificatasi 15 miliardi di anni fa e dalla quale nato tutto, era una singolarit nuda, non essendo nascosta da nessun tipo di orizzonte degli eventi! Quindi, almeno per una volta, il censore si distratto! Comunque, anche ammesso di riuscire a provare quella che per ora solo un'ipotesi (o un desiderio), rimane aperto il problema di stabilire se le singolarit esistono effettivamente. La soluzione a tale problema sta ancora una volta nella relativit generale e nella risposta che si pu dare al problema della presenza in essa di quantit infinite. In altre parole stabilire se una teoria che implica delle quantit infinite pu ritenersi una teoria esaustiva, completa. La presenza di quantit infinite solitamente interpretata come un sintomo di inadeguatezza e sottintende che, una volta migliorata la teoria, gli infiniti di qualsiasi tipo possano essere eliminati dalle sue previsioni. Il miglioramento ricercato nel caso della relativit generale risiede nel tentativo di renderla coerente con la meccanica quantistica, la teoria che si occupa del comportamento delle particelle elementari: dagli atomi ai loro stessi costituenti. Non possiamo addentrarci nell'analisi di questa teoria, per alcuni versi molto pi radicale e complessa di quella di Einstein, ma va sottolineato che il giudizio finale sulla validit della relativit generale sta proprio nel suo rapporto con la migliore teoria che possediamo riguardo al micromondo. Questo rapporto diventa, infatti, fondamentale nel caso il collasso gravitazionale, infinito per la relativit generale, porti lo spaziotempo ad

assumere dimensioni dell'ordine di quelle tipiche della meccanica quantistica. Il micromondo governato da forze intense su piccole distanze ma che sono trascurabili a distanze maggiori. Tuttavia il collasso gravitazionale pu ridurre a tal punto le distanze tra i componenti della materia collassante da rendere la gravit pi intensa delle forze nucleari altrimenti preminenti a tali ridotte dimensioni. E' stato valutato che, il predominio della gravit sulle forze nucleari, scatta quando la distanza tra le particelle diviene dell'ordine di 10-33 cm, distanza nota con il nome di lunghezza di Planck (uno dei fondatori della meccanica quantistica). Questa distanza anche il limite inferiore al di sotto del quale lo spaziotempo cessa di essere una struttura continua (un continuum) per assumere una forma granulare o, come si dice in maniera pi precisa, quantistica. Questa scala di dimensioni il regno della gravit quantistica, dominio quasi totalmente inesplorato a causa delle difficolt teoriche e sperimentali che il connubio tra la relativit generale e la meccanica quantistica implica. L'aspetto sperimentale poi particolarmente disperante: l'ordine di grandezza coinvolto pone dei problemi titanici. Allo stato attuale possibile analizzare distanze confrontabili al raggio di una tipica particella elementare come il protone (circa 10-33 cm). Ma anche questa dimensione enormemente pi grande di quella necessaria per evidenziare l'azione della gravit quantistica: il rapporto tra l'attuale distanza raggiungibile (il raggio del protone) e quella che s'intende raggiungere (lunghezza di Planck, 10-33 cm) lo stesso che intercorre tra la dimensione della nostra galassia e quella di un uomo! Fortunatamente le difficolt sperimentali non impediscono la possibilit di formulare delle ipotesi: una di queste, opera di J. Wheeler, ipotizza che a queste scale la struttura microscopica dello spaziotempo sia turbolenta e soggetta a violente fluttuazioni quantistiche. Noi, a causa delle nostre dimensioni, vedremmo solo uno spaziotempo continuo e statico ma diminuendo la distanza, questa stessa struttura uniforme si rivelerebbe in perenne movimento e capace di condensarsi in microscopiche bolle che altro non sarebbero che particelle elementari scaturite apparentemente dal nulla! Negli anni sono emerse e continuano ad emergere nuove ipotesi di lavoro ma finora l'unica certezza sembra essere quella che vuole i buchi neri come un banco di prova fondamentale per ogni teoria che intenda collegare la relativit generale e la meccanica quantistica e, in ultima analisi, per ogni Teoria del tutto. Sotto questo aspetto, recentemente stato addirittura proposto che dei mini-wormholes (100 miliardi di volte pi piccoli del nucleo atomico) possono essere in grado, mediante il loro effetto sulla struttura quantistica dello spaziotempo, di fissare il valore numerico di tutte le costanti fondamentali della Natura. Se si pensa che il particolare valore di queste grandezze (come la carica dell'elettrone, la velocit di recessione delle galassie, la costante di struttura fine, la costante di gravitazione universale, ecc.) e il loro coinvolgimento nei fenomeni fondamentali per la nascita della vita e della stessa intelligenza, possiamo intuire di essere arrivati alle soglie dell'essenza stessa del pensiero, inteso come una sonda umana immersa nello spaziotempo. Parte 6. Termodinamica di un buco nero. 1. Termodinamica. Come abbiamo visto un buco nero non poi una prigione cos insuperabile per la radiazione che vi precipita dentro. Tale sorprendente possibilit d'irraggiamento ha conseguenze interessanti sia dal punto di vista puramente teorico sia da quello di una loro, del tutto ideale, utilizzazione. Per comprendere come ci sia possibile, occorre aprire una breve parentesi riguardante la teoria che permette questo nuovo approccio, ovvero la termodinamica (traduzione delle parole greche che significano movimento del calore). La teoria nasce in conseguenza della rivoluzione industriale del diciannovesimo secolo e della conseguente necessit di comprendere meglio e rendere pi efficienti gli scambi termici nelle macchine a vapore che ne rappresentano il simbolo tecnologico.

I fondatori della nuova disciplina sono due scienziati francesi: Jean Baptiste Joseph Fourier (1768-1830) e Nicholas Lonard Sadi Carnot (1796-1832) che, rispettivamente nel 1822 e nel 1824, stabiliscono le prime leggi sul comportamento di un flusso di calore e sui conseguenti scambi con l'esterno contribuendo a migliorare la realizzazione di macchine termiche di sempre maggiore efficienza. Nonostante l'origine prevalentemente applicativa, la termodinamica diverr in seguito lo strumento migliore per cercare di risolvere una delle grandi ambizioni del pensiero scientifico: comprendere il passaggio dal caos dell'Universo primordiale all'ordine delle strutture che ne sono scaturite: galassie, stelle, pianeti e... organismi viventi. La potenza della termodinamica risiede nella sua generalit e nel formalismo statistico impiegato, formalismo che consente di analizzare gli scambi termici tra i sistemi pi diversi ignorando la loro composizione atomica, limitandosi a considerare grandezze macroscopiche quali temperatura, pressione e volume. Le leggi della termodinamica (numerate da 0 a 2 per ragioni storiche) possono essere cos enunciate: 0. Un sistema in equilibrio termico ha le sue diverse parti alla stessa temperatura. 1. Il calore una forma di energia che pu assumere diverse forme durante l'evoluzione del fenomeno termodinamico. 2. Non possibile raggiungere lo 0 assoluto (-273.15 C) mediante un numero finito di trasformazioni. Ma la legge che pi della altre assegna un carattere filosofico, alla teoria il cosiddetto secondo principio della termodinamica, la cui fecondit dimostrata anche dalle diverse forme con il quale stato enunciato (anche in contesti molto diversi da quelli originali) ma che pu essere cos riassunto: ogni sistema organizzato tende, nel procedere della sua evoluzione, ad un aumento del proprio disordine interno. In altre parole, senza un continuo apporto di energia dall'esterno, qualsiasi struttura ordinata tender a disgregarsi. Al fine di rendere quantificabile questo grado di disordine si ricorre ad una grandezza, chiamata entropia che, in base al secondo principio, tende ad aumentare continuamente. L'entropia misura dunque il disordine di un sistema, ovvero la possibilit da parte di quest'ultimo di assumere un sempre maggior numero di configurazioni interne che hanno per risultato un identico stato macroscopico. Un gas, ad esempio, caratterizzato dal punto di vista esterno, dai suoi valori di pressione e temperatura, valori realizzabili da un numero pressoch infinito delle configurazioni degli atomi che lo compongono: in altre parole, il gas un sistema altamente entropico. Al contrario, un sistema ordinato, come ad esempio un cristallo o un organismo biologico, pu esistere come tale solo in funzione di un numero estremamente limitato di configurazioni per gli atomi che lo compongono. Il problema o il dramma (per gli organismi biologici) che mantenere questo ordine costa energia, energia che occorre prelevare dall'esterno per contrastare proprio l'enunciato del secondo principio, quello dell'aumento dell'entropia. Ma si tratta di una lotta impari: nel meccanismo stesso dell'evoluzione si nasconde il germe della fine: tutto si evolve, dalle galassie agli esseri umani, ed evolvendosi ogni cosa aumenta lentamente la loro entropia. Fino alla fine. Ma l'entropia ha anche un'altra spiegazione, frutto dell'intuizione di un altro grande scienziato della fine del diciannovesimo secolo: L. Boltzmann (1844-1906). L'entropia pu essere interpretata come una misura dell'informazione disponibile sul sistema. E' chiaro infatti che pi numerosi sono gli stati interni delle componenti il sistema, maggiore il numero delle informazioni nascoste sul sistema stesso: pi alto il numero delle informazioni nascoste pi alta l'entropia e, viceversa, maggiore l'informazione su un sistema, minore la sua entropia: questo stesso libro con le sue parole ordinatamente disposte, un sistema a bassa entropia se confrontato con un libro le cui lettere siano disposte completamente a caso. L'entropia misura quindi la mancanza

d'informazioni su un sistema. 2. Locomotive e buchi neri. Per prevedere il comportamento di un sistema termodinamico (le locomotive del titolo di questo paragrafo), sono sufficienti (dal punto di vista termodinamico) poche informazioni: il valore della pressione, della temperatura e del volume (tutte grandezze macroscopiche). Qualcosa di simile vale anche per i buchi neri: la loro dinamica determinata dalla conoscenza di momento angolare, massa e carica elettrica. Anch'esse, come le precedenti, di tipo macroscopico. Partendo da questa curiosa coincidenza possibile procedere ancora oltre: molte leggi della termodinamica possono essere espresse in termini coinvolgenti le grandezze caratterizzanti i buchi neri, testimoniando in tal modo un legame pi che semplicemente formale, tra i primi e la termodinamica. Normalmente un sistema termodinamico caratterizzato da due grandezze fondamentali: la temperatura e l'entropia. In funzione di esse possono essere derivate tutte le altre grandezze, come pressione, volume ed energia, e descrivere in tal modo la loro evoluzione e con essa l'evoluzione dell'intero sistema. Il caso della dinamica del buco nero analogo: il suo stato esaurito dalla conoscenza di due grandezze fondamentali: l'area, che misura la superficie dell'orizzonte degli eventi, e la gravit superficiale, che misura l'accelerazione causata dalla gravit su tale orizzonte. Come nel caso termodinamico, dove entropia e temperatura possono essere espresse in funzione di soli tre parametri, anche nel caso di un buco nero, la sua area e la gravit possono essere espresse in funzione della massa, del momento angolare e della carica elettrica. In base a queste considerazioni possiamo formulare i princpi della termodinamica in termini di grandezze riguardanti i buchi neri: 0. Tutti i punti di un orizzonte degli eventi, in un buco nero in equilibrio hanno la stessa gravit superficiale. Notare come questa traduzione del principio 0 della termodinamica risulti piuttosto strana nel caso di un buco nero. Basti pensare alla diversa accelerazione di gravit esistente all'equatore e ai poli nel caso terrestre. 1. Durante una trasformazione di un buco nero (causata, ad esempio, dalla cattura di una nube di gas o di un'altra forma di energia), la massa, la velocit rotazionale e il momento angolare variano in funzione della sua area e della gravit superficiale. 2. E' impossibile annullare la gravit superficiale di un buco nero mediante una serie finita di trasformazioni. Ed infine l'equivalente del secondo principio della termodinamica, nel caso di un buco nero, pu essere cos riformulato: 3. L'area di un buco nero non pu diminuire nel tempo: se esso completamente isolato dall'esterno, manterr costante la propria superficie e tender ad aumentarla non appena interagisca con l'esterno. Ci significa che se due buchi neri vengono in collisione, la loro area totale risulter essere maggiore della somma delle due aree singolarmente prese. Questa riformulazione dei princpi della termodinamica (dovuta principalmente agli studi di S. Hawking), fa intuire come tra l'area di un buco nero e l'entropia esista un legame non solo di tipo analogico formale. Questa intuizione confortata anche dall'aspetto informativo del significato dell'entropia: quando materia o radiazione precipitano dentro un buco nero, ogni tipo d'informazione sulle sue propriet interne viene completamente perduta e tutto quello che possiamo apprendere riguardo la nuova configurazione deriva dalla conoscenza delle tre grandezze macroscopiche di massa, momento angolare e carica elettrica. In base a quello che abbiamo detto in precedenza, questo significa che un buco nero deve possedere un'entropia. Come nel caso dei sistemi termodinamici, anche l'entropia di un buco nero misura le possibili configurazioni interne capaci di generare lo stato osservato dall'esterno e, visto che le uniche grandezze che siamo in grado di misurare

esternamente, sono massa, carica elettrica e momento angolare, i buchi neri nascondono un numero enorme di configurazioni interne possibili, rappresentando in tal modo uno dei pi grandi serbatoi di entropia dell'intero Universo. 3. Una speranza per l'Universo. Il secondo principio della termodinamica, al di l del suo aspetto prettamente scientifico, ha una conseguenza a dir poco deprimente. Esso stabilisce in modo inequivocabile la fine dell'Universo e di tutto ci che in esso contenuto. Se la tendenza di qualsiasi sistema non perfettamente isolato quella dell'aumento entropico e, conseguentemente, della propria progressiva disgregazione, l'intero Universo, seppure in tempi inimmaginabili, seguir lo stesso destino. Tuttavia la riformulazione in termini termodinamici della dinamica dei buchi neri, sembra offrire una chance ad un futuro cos poco auspicabile. In base al primo principio, le grandezze macroscopiche del buco nero variano nel caso esso venga in interazione con l'esterno (assorbimento di gas o altro tipo di materia orbitante nelle vicinanze) e di queste tre grandezze (e delle energie ad esse associate) due sono estraibili. Si tratta dell'energia associata al momento angolare e alla carica elettrica e che rappresentano un serbatoio importante mediante il quale l'Universo potrebbe scampare alla morte termica ipotizzata dal secondo principio della termodinamica. Non solo: se i buchi neri sono serbatoi entropici, potrebbe essere possibile attingere da essi per riorganizzare la materia. Supponiamo, con R. Penrose, di inviare una particella dentro un buco nero rotante. Quando questa ha raggiunto la zona definita come ergosfera, essa si separa in due frammenti: uno continua a cadere verso l'orizzonte degli eventi, mentre l'altro fuoriesce dall'ergosfera con un'energia maggiore di quella iniziale avendo assorbito parte del momento angolare del buco nero. Il risultato netto un'estrazione di energia dal buco nero con conseguente diminuzione del suo momento angolare. Misner, Thorne e Wheeler hanno portato alle estreme conseguenze questa possibilit: supponiamo che una civilt estremamente evoluta sia riuscita a costruire (naturalmente ad una distanza di sicurezza per evitare le imponenti forze mareali) una specie di stazione orbitale attorno ad un buco nero rotante. Questa stessa civilt invia, con un'orbita opportuna, delle navette ripiene dei suoi rifiuti, dentro il buco nero. Arrivate nell'ergosfera, le navette si aprono, scaricando i rifiuti verso il centro del buco nero mentre esse, assorbendo parte del momento angolare, schizzano via verso un generatore posto a distanza di sicurezza. Collidendo con esso, l'energia acquistata in tal modo viene riconvertita in energia disponibile per la vita della comunit. Una civilt del genere potrebbe sbarazzarsi dei propri rifiuti in modo definitivo, ottenendo nel contempo un enorme quantitativo d'energia a costo zero (a parte il rallentamento estremamente lento della rotazione del buco nero): un vero trionfo ecologista! L'unica precauzione che occorrerebbe prendere in un progetto simile quella di fare in modo che i rifiuti catturati dal buco nero abbiano un senso di rotazione inverso a quello di rotazione del buco nero, permettendo cos il rallentamento del buco nero e il trasferimento dell'energia associata al momento angolare alla navetta diretta verso l'esterno. Naturalmente, prima o poi, il buco nero finir per arrestare la sua rotazione ma una civilt in grado di realizzare il progetto di Penrose non avrebbe problemi a spostare la propria stazione orbitale in prossimit di altri buchi neri sparsi nell'Universo. 4. Dinamo e laser cosmici. Se il progetto di Penrose pu sembrare una mera esercitazione accademica, esso comunque ha l'indubbio merito di sottolineare la possibilit dell'esistenza di meccanismi capaci di estrarre l'energia racchiusa in un buco nero e renderla disponibile all'esterno di quest'ultimo. Il fisico francese T. Damour ha ipotizzato uno scenario naturale mediante il

quale si ha emissione di energia verso l'esterno da parte di un buco nero. Questi sono corpi conduttori caratterizzati da una determinata resistenza elettrica e, se un buco nero rotante si trova immerso in un campo elettrico, esso si comporter come un motore elettrico, una sorta di gigantesca dinamo naturale. Il rotore di tale motore sarebbe rappresentato dallo stesso buco nero rotante, mentre lo statore sarebbe il campo magnetico esterno. I fenomeni d'induzione tra queste due componenti creerebbero delle correnti elettriche sull'orizzonte degli eventi, capaci di rallentare il moto di rotazione ed estrarre dell'energia dal buco nero. Configurazioni simili potrebbero rendere ragione delle grosse emissioni di energia provenienti dal centro di alcune galassie. Un altro modo di estrarre energia da un buco nero stato proposto dal fisico sovietico Y. Zeldovic, nel 1971, ed noto con il termine di super irraggiamento. In un alomo, gli elettroni sono disposti su livelli energetici ben definiti e distanti tra loro di una ben definita quantit d'energia. In condizioni normali, gli elettroni tendono a occupare i livelli energetici ad energia pi bassa. Quando un elettrone di un livello energetico superiore cade verso un livello di energia inferiore, emette della radiazione con un'energia pari alla differenza energetica tra i due livelli coinvolti. Un simile processo viene chiamato di emissione spontanea. E' possibile anche il processo contrario: fornendo all'atomo una quantit d'energia pari esattamente alla differenza d'energia tra due livelli, si pu portare l'elettrone da un livello d'energia inferiore a uno di energia superiore. Un simile processo viene chiamato di assorbimento. Supponiamo ora di aver a disposizione degli atomi con gli elettroni disposti quasi tutti negli stati energetici a pi alta energia. In questo caso, fornendo l'energia opportuna, si stimolano transizioni collettive verso gli stati energetici inferiori, con il risultato che l'onda incidente mediante la quale si innescato il processo, viene ad essere amplificata. Un processo del genere viene chiamato di emissione stimolata e scoperto da A. Einstein nel 1916, ha trovato la sua applicazione tecnologica nella costruzione del laser. Un meccanismo del genere potrebbe realizzarsi in un buco nero carico rotante. Illuminando un simile buco nero con una radiazione di ben precisa energia e fase, essa verrebbe riflessa amplificata. Anche in questo caso l'energia ceduta alla radiazione riflessa, verrebbe sottratta a quella associata al momento angolare del buco nero, provocandone il rallentamento e la neutralit elettrica. Un po' come se un buco nero carico e rotante fosse una sorta di gigantesco atomo eccitato che tenda allo stato fondamentale nel caso venga illuminato con radiazione di opportuna fase erequenza. Una simile analogia ancora pi stringente se si ricorda che, come nel caso atomico (dove gli atomi sono immersi in una nube di particelle virtuali, saltuariamente trasformabili in particelle reali), anche nel caso dei buchi neri essi, di quando in quando, presentano un simile processo di formazione di particelle reali che, come abbiamo visto, tendono a farlo evaporare. Osservare un buco nero eliminerebbe qualsiasi dubbio riguardo la loro esistenza, ma per definizione un buco nero un oggetto invisibile. Tuttavia abbiamo visto che sia i mini buchi neri sia quelli posti al centro delle galassie possono emettere radiazioni rilevabili ma, sfortunatamente, proprio per le loro peculiarit queste due categorie di oggetti sono di ancora pi difficile individuazione di un buco nero proveniente da un normale collasso gravitazionale stellare. E' quindi necessario rivolgere gli sforzi osservativi a eventuali buchi neri presenti nelle vicinanze del sistema solare, cercando delle tracce che possano escludere ragionevolmente altre possibili spiegazioni. In questo contesto la situazione pi sfortunata rappresentata dal caso di una stella isolata, caso quest'ultimo non frequente nella galassia. La maggior parte delle stelle , infatti, distribuita in modo da costituire sistemi legati gravitazionalmente (i cosiddetti sistemi binari) dove due stelle

ruotano l'una attorno all'altra come nel caso dei pianeti intorno al Sole. I sistemi binari hanno il vantaggio di presentare una radiazione che permette, con sufficiente precisione, di identificare la natura dei corpi orbitanti. Il caso pi semplice, ma anche statisticamente meno significativo, rappresentato dai cosiddetti sistemi binari ottici, dove l'osservazione ottica di due stelle vicine corrisponde alla realt fisica e non a un semplice effetto prospettico. Naturalmente la distanza che separa i due oggetti pu essere talmente grande da porre seri dubbi sul fatto che essi siano effettivamente legati dal punto di vista gravitazionale. Un esempio di un simile, esteso, sistema binario potrebbe riguardare il nostro stesso Sole se si crede alla teoria che lo vuole gravitazionalmente legato ad una stella compagna dall'inquietante nome di Nemesis, orbitante ben oltre i confini del sistema solare. Sarebbe il passaggio ravvicinato di questa lontana compagna a provocare periodicamente l'immissione verso le zone pi interne del sistema solare, di alcune delle comete che formano la cosiddetta nube di Oort, una nube di polvere e ghiaccio, retaggio delle prime fasi formative del sistema solare. Resta il fatto che l'individuazsone di sistemi binari ottici legata soprattutto alla particolare posizione del loro piano orbitale rispetto alla linea visuale che lo connette alla Terra. Se tale posizione non perpendicolare il sistema non si presenter all'osservazione come binario, in quanto una componente eclisser periodicamente l'altra. Una felice disposizione (dal nostro punto di vista) del piano orbitale non ovviamente la norma e quindi i sistemi binari ottici risultano piuttosto rari nella galassia. La disposizione pi frequente quella di due stelle orbitanti che, periodicamente, si occultano a vicenda. Se a ci aggiungiamo che probabilmente le due stelle possono avere masse e dimensioni molto diverse tra loro, ci rendiamo conto di quanto sia difficile una loro identificazione come sistema binario. Fortunatamente oltre quello visuale esistono altri metodi per individuare sistemi binari: il pi usato quello che ricorre alla particolare forma dello spettro emesso da quei sistemi che vengono denominati sistemi binari spettroscopici. Lo spettro di una stella composto da una successione di colori (dal rosso per le lunghezze d'onda maggiori, al violetto per quelle di lunghezza d'onda minori) sui quali si notano due tipi di righe: scure e chiare. Nel primo caso si parla di righe di assorbimento, nel secondo di linee di emissione. Queste righe sono causate dagli atomi che compongono l'atmosfera della stella e che, una volta investiti dalla radiazione proveniente dagli strati centrali possono o assorbirla (righe di assorbimento) o portarli ad uno stato energetico pi alto dal quale decadranno emettendo radiazione (righe di emissione). La presenza delle righe in uno spettro stellare fornisce informazioni fondamentali sulle caratteristiche fisiche, quali la composizione chimica, la temperatura e la pressione, mentre la loro posizione permette di ricavare altre conclusioni. Confrontando, infatti, la posizione delle righe di uno spettro stellare con quella di uno analogo di laboratorio possibile dedurre la dinamica del corpo cui lo spettro appartiene. Le binarie spettroscopiche sono i sistemi pi frequenti nell'Universo, per il semplice motivo che la loro osservazione non dipende pi dall'inclinazione del piano orbitale. In realt anche i sistemi binari ottici sono sistemi spettroscopici ma hanno il vantaggio di avere un'inclinazione che permette l'osservazione visuale di entrambe le componenti. Nelle binarie spettroscopiche lo spettro presenta delle righe che oscillano periodicamente attorno ad una posizione centrale rivelando cos che una delle componenti orbita attorno ad un compagno invisibile. Dall'entit dello spostamento possibile risalire anche alla velocit orbitale e ci grazie ad un ben noto effetto chiamato effetto Doppler. Questo effetto, scoperto nel 1842 dal fisico austriaco C. Doppler (1803-1853), il responsabile della differenza di tono con cui percepiamo una sorgente in moto di avvicinamento o di allontanamento. L'effetto Doppler, cos descritto,

riguarda le onde sonore che si propagano nell'aria ma il fisico francese A. Fizeau (1819-1896) ha poi esteso questa conclusione anche alla radiazione luminosa e per tale motivo l'effetto Doppler applicato alla radiazione luminosa viene chiamato effetto Doppler-Fizeau. Dunque dallo spettro luminoso possiamo dedurre lo spostamento della sorgente, la sua velocit e la direzione relativamente al nostro punto di vista, direzione che nei sistemi spettroscopici binari, alterna periodicamente un moto di avvicinamento e uno di allontanamento. Ma come sono correlati i sistemi binari con i buchi neri? La maggior parte delle stelle sono legate in sistemi doppi (e non solo) ed ragionevole ritenere che la stessa cosa sia accaduta anche in un passato pi o meno recente. Questo significa che parte dei sistemi binari pi antichi presenter una stella (se non entrambe) ormai nelle ultime fasi evolutive: se intendiamo cercare nane bianche, stelle di neutroni e... buchi neri, i sistemi binari sono il primo posto da cui cominciare. Naturalmente il compagno invisibile dei sistemi spettroscopici potrebbe essere una banale stella di dimensioni inferiori a quella della compagna pi brillante e che risulterebbe invisibile solo a causa della sua bassa luminosit. Tuttavia possediamo un indizio che pu sciogliere gran parte dei dubbi sulla natura del compagno invisibile: sappiamo, infatti, che esiste un limite alla massa consentita per la formazione di una nana bianca o di una stella di neutroni, quello di 3 masse solari. Se il compagno invisibile del sistema binario ha una massa superiore a questo valore, l'unica possibilit che sia un buco nero! Fondamentale, quindi, dedurre dalle caratteristiche dello spettro le maggiori informazioni possibili riguardo le masse dei loro componenti. Sfortunatamente non possibile pesare separatamente le componenti di un sistema binario. Gli unici elementi a disposizione sono lo spettro della componente pi brillante (escludendo altre fonti di radiazione come, ad esempio, eventuali dischi di accrescimento) e l'effetto Doppler-Fizeau causato dal moto orbitale. In base a queste grandezze gli astronomi determinano una grandezza, nota come fusione di massa. Essa contiene tre grandezze incognite: le due masse e l'inclinazione del piano orbitale rispetto alla direzione d'osservazione. Per determinare i valori di queste grandezze si ricorre al tipo spettrale e alla luminosit assoluta. Da queste si risale, con un certo margine di errore, ai parametri fisici fondamentali: la massa, il raggio e il grado di evoluzione. Per quanto riguarda l'inclinazione del piano orbitale, la sua determinazione pi difficile a meno che le eclissi periodiche non pongano, esse stesse, dei limiti alla possibile posizione. In base a tutte queste caratteristiche si fa una stima delle masse delle componenti con dei margini di errore ancora piuttosto grandi ma il cui valor medio ragionevolmente affidabile. La determinazione della massa delle componenti binarie mediante la funzione di luminosit non , per, l'unico strumento per individuare degli eventuali buchi neri. Altra traccia rivelatrice della loro presenza , paradossalmente, la loro radiazione! Le stelle di un sistema binario presentano delle differenze notevoli rispetto alla loro evoluzione come stelle singole, soprattutto quando una delle due contratta gravitazionalmente. Se il sistema composto da due nane bianche, le ultime fasi dell'evoluzione sono fonte di eventi energeticamente intensi come accade per le cosiddette variabili cataclismiche e per le novae. Se il sistema composto da stelle di neutroni o buchi neri, i fenomeni energetici sono ancora pi marcati presentando un'emissione di radiazioni particolari tra cui quella di raggi X ricopre un ruolo predominante. Sistemi binari, masse superiori a 3 masse solari e intensa emissione di raggi X sono, quindi, le tracce da seguire per individuare eventuali buchi neri. 2. Onde sospette. Esiste anche un altro tipo di traccia che potrebbe metterci sulla strada giusta per individuare la presenza di un eventuale buco nero. Abbiamo tuttavia preferito separarlo dai tre forniti nel paragrafo precedente perch la sua stessa esistenza materia di discussione e, quindi, anche i risultati del suo

impiego sono ancora incerti. Intendiamo parlare delle cosiddette onde gravitazionali. Tra le tante conseguenze della relativit generale, una delle pi sorprendenti quella che una massa accelerata produce delle onde nella stessa maniera con la quale le onde elettromagnetiche vengono emesse da una carica elettrica in moto. Nel risolvere il problema dell'azione a distanza istantanea (cos come era concepita l'interazione gravitazionale nella teoria newtoniana) Einstein, nel 1918, scopr che le soluzioni delle sue equazioni di campo implicavano delle onde gravitazionali che si propagavano nello spaziotempo curvo con la velocit della luce. Tuttavia l'analogia con le onde elettromagnetiche emesse da una carica in movimento non pu essere forzata pi di tanto. Infatti le onde gravitazionali e la loro interazione con la materia, hanno delle caratteristiche particolari che non trovano riscontri nel caso elettromagnetico. In forza di ci, l'onda gravitazionale che scaturisce da una massa accelerata, essa stessa fonte di gravit. In termini tecnici questa particolarit viene indicata come non linearit e introduce notevoli difficolt dal punto di vista del suo trattamento teorico. Difficolt che si riducono notevolmente se si operano delle semplificazioni come quella di considerare una radiazione gravitazionale proveniente da un oggetto celeste molto distante. Altra differenza con la radiazione elettromagnetica la rispettiva intensit. Due protoni posti ad una distanza di un centimetro posseggono sia carica elettrica che carica gravitazionale, e sono quindi soggetti sia ad un'interazione di tipo elettromagnetico che di tipo gravitazionale. Purtroppo l'intensit di quest'ultima interazione 10-17 volte meno intensa di quella elettrostatica con la quale i due protoni tendono a respingersi. Una simile intensit sembra dunque porre degli ostacoli insormontabili nella produzione tecnologica di oscillatori gravitazionali in laboratorio. L'alternativa potrebbe quindi essere quella di guardare al sistema solare come possibile fonte di onde gravitazionali rilevabili ma anche in questo caso le conclusioni sono deludenti. Per convertire la radiazione gravitazionale in potenza elettrica cos da accendere una modesta lampada da 50 watt, occorrerebbe che cadessero sulla Terra 50 miliardi di meteoriti di 1 km di diametro con una velocit d'impatto di 10 km/sec! Un'evenienza, fortunatamente, piuttosto improbabile. La stessa Terra, nel suo moto di rivoluzione attorno al Sole, ad una velocit di 30 km/sec, produce una potenza gravitazionale di appena 0.001 watt. La conclusione, quasi inevitabile, che solo particolari corpi celesti, quelli in cui la materia ha raggiunto condizioni estreme, possono forse emettere una potenza gravitazionale rilevabile. Una possibilit del genere potrebbe essere rappresentata, per esempio, dalla pulsar PSR 1913 +16, appartenente ad un sistema binario stretto e che sembra costituire, a tutt'oggi, l'unico esempio ragionevolmente accettabile, di sorgente di onde gravitazionali. Si tratta di un sistema estremamente interessante costituito com' da due stelle di neutroni (di cui solo una, la PSR 1913+16, emette radiazione) che orbitano l'una attorno all'altra in 7 ore e 45 minuti, testimoniando che si tratta di un sistema estremamente stretto con un'orbita di pochi milioni di chilometri. Un tale sistema dovrebbe, secondo la relativit generale, essere un'efficiente sorgente di radiazione gravitazionale che tenderebbe a dissipare l'energia rotazionale delle due stelle e provocarne un progressivo avvicinamento con conseguente diminuzione del periodo orbitale. I calcoli svolti in merito sembrano confermare questa previsione: il periodo orbitale della PSR 1913+16 diminuisce di 6 millisecondi all'anno. Tra 300 milioni di anni le due stelle di neutroni cozzeranno l'una contro l'altra con un'ultima massiccia emissione di radiazione gravitazionale. Anche le supernovae, con la formazione di stelle di neutroni, potrebbero essere una potente sorgente di radiazione gravitazionale, anche se concentrata in un unico lampo di energia all'atto dell'esplosione finale. E' evidente che se intense onde gravitazionali sono associate a stati estremi della materia, i buchi neri sembrano gli oggetti pi adatti sotto questo punto di vista. Tuttavia un collasso perfettamente sferico non pu produrre alcun tipo di onda, mentre diverso il caso di una stella collassante rotante. In questo

caso la asimmetria viene mantenuta nella formazione del buco nero ed possibile un'emissione gravitazionale. Anzi, un intenso lampo di questo particolare tipo di radiazione sarebbe proprio il primo segnale che segnerebbe la nascita di un nuovo buco nero. Se un evento del genere avvenisse al centro della galassia, la relativa radiazione gravitazionale sarebbe rilevabile dalla Terra, nonostante l'estrema lontananza. Ma esiste un'altra ipotetica sorgente di onde gravitazionali: lo stesso intero Universo. Infatti, sebbene nei primi milioni di anni di vita, esso non potesse essere fonte di energia elettromagnetica, avrebbe comunque contenuto delle fluttuazioni di densit (soprattutto nelle prime fasi del Big Bang) che avrebbero provocato delle onde gravitazionali. Quest'ultime, data la loro estrema trasparenza alla materia ordinaria, potrebbero essere riuscite a pervenire fino a noi. Ma con quale tipo di strano telescopio possibile tentare d'individuare una radiazione cos sfuggente? Il principio di funzionamento di un simile strumento simile a quello alla base della ricezione di onde elettromagnetiche da parte di un'antenna. Cos come questa viene messa in vibrazione dalla ricezione della carica elettrica, cos anche le onde gravitazionali altererebbero le distanze (in misura diversa a seconda della direzione di ricezione) delle diverse parti di un qualsiasi corpo solido. Lo spostamento relativo delle due masse costituirebbe l'ampiezza dell'onda e da questa facile risalire alla relativa potenza. Ma ancora una volta le grandezze messe in gioco sono al limite della percettibilit degli strumenti pi raffinati. La collisione di due buchi neri al centro della galassia, causerebbe uno spostamento di appena 10-12 millimetri tra le estremit di due barre di 1 metro di lunghezza poste sul percorso della radiazione gravitazionale proveniente dall'evento. Il primo a tentare la rilevazione di eventuali onde gravitazionali dal centro della galassia, fu J. Weber negli anni Sessanta all'Universit del Maryland, e i risultati sembrarono, in un primo momento incoraggianti. Purtroppo la ripetizione degli esperimenti dimostr un'errata valutazione degli errori sperimentali. Attualmente le attenzioni degli astronomi a caccia di onde gravitazionali puntano verso l'ammasso di galassie nella Vergine, dove le esplosioni di supernovae (una delle possibili intense fonti di radiazione gravitazionale) e la conseguente nascita di pulsar, dovrebbero essere in numero elevato visto il numero elevato di galassie compreso nell'ammasso. Tuttavia l'ammasso della Vergine dista 50 milioni di anni luce dalla Terra, e un ipotetico rilevatore di onde gravitazionali dovrebbe essere milioni di volte pi sensibile di uno in grado di rilevare analoga radiazione proveniente dal centro della galassia. Da notare che la SN 1987A (distante soltanto 170.000 anni luce) dovrebbe essere stata una sorgente di onde gravitazionali di sufficiente intensit per essere rilevata, ma purtroppo il lampo gravitazionale fu troppo breve per poter consentire di attrezzare gli opportuni rilevatori. Nonostante le difficolt, diversi gruppi di ricerca in diverse parti del mondo (compresa l'Italia), sono all'opera nel tentativo di realizzare rilevatori di onde gravitazionali sempre pi sensibili. Attualmente vengono impiegati materiali sempre pi puri (come il niobbio e lo zaffiro) raffreddati ad una temperatura prossima a quella dello zero assoluto. Il problema comunque resta aperto anche se le difficolt restano di difficile superamento. La speranza che la possibilit di rilevare onde gravitazionali dallo spazio profondo non costituisca soltanto un'ulteriore conferma delle previsioni della relativit generale (che non ne ha bisogno) ma, soprattutto, quella di fornire un altro prezioso strumento d'indagine dell'Universo, cos come stato per l'astronomia nell'infrarosso o nei raggi X o gamma. In ognuna di queste rivoluzioni sperimentali, l'immagine dell'Universo si andata sempre arricchendo di elementi nuovi e sconosciuti e accadrebbe lo stesso nel caso di un'ipotetica astronomia gravitazionale. Nell'attesa di vedere le onde gravitazionali dei buchi neri immersi nel centro

di lontane galassie, torniamo ad analizzare la situazione sperimentale con i mezzi attualmente a disposizione. 3. La svolta. La svolta nella ricerca sperimentale dei buchi neri si ebbe il 12 dicembre del 1970 con il lancio del quarantaduesimo satellite della serie Explorer, battezzato Uhuru (che in lingua swahili significa libert), che venne lanciato da una piattaforma nell'Oceano Indiano al largo delle coste del Kenia. Il satellite era il risultato dell'impegno di R. Giacconi e del suo team della Harvard University e rappresent l'inizio di una vera e propria rivoluzione nell'immagine dell'Universo. Fino a quella data, l'esplorazione dello spazio mediante finestre diverse da quella ottica, risultava impossibile a causa dello schermo costituito dall'atmosfera e anche le limitate osservazioni fatte con razzi o palloni sonda non erano in grado di costruire una mappa soddisfacente ed esauriente. L'Uhuru permise di osservare il cielo per un tempo molto lungo aprendo prospettive fino ad allora impensabili. Questo storico satellite ha mantenuto fede ai suoi impegni ed ha continuato a funzionare fino al 1973, per poi essere sostituito da altri modelli tecnologicamente pi raffinati. Tra questi ricordiamo la serie degli: HEAO (High Energy Astronomical Observatory) e, in particolare, il secondo esemplare battezzato significativamente Einstein e che ha prodotto i risultati pi interessanti riguardo le sorgenti X binarie. Ma perch un sistema binario anche un'intensa sorgente di raggi X? La spiegazione sta nella constatazione che gran parte dei sistemi che presentano questo spettro caratteristico, hanno periodi molto brevi e quindi una ridotta distanza tra le componenti. Questo implica un effetto gravitazionale estremamente potente tra i corpi orbitanti. Se uniamo tutti i punti con lo stesso potenziale gravitazionale otteniamo, nel caso di un sistema binario, una forma ad 8 rovesciato l dove, nel caso di una stella singola, avremmo solo una sfera centrata sulla stella isolata. Ogni anello dell'8 chiamato lobo di Roche dal nome del matematico francese che per primo studi il problema negli anni attorno il 1850. Stelle compatte, delle dimensioni ridotte di una nana bianca o di una stella di neutroni, occupano una porzione minima del relativo lobo di Roche, ma stelle di dimensioni maggiori possono occuparne porzioni sempre maggiori fino, come nel caso di alcune giganti rosse, a riempirlo completamente. In questa eventualit il materiale della stella deborder dal proprio lobo di Roche per fluire in quello della compagna di dimensioni inferiori. Nel caso quest'ultima sia una pulsar o una stella di neutroni, essa posseder anche un intenso campo magnetico inclinato rispetto al suo asse di rotazione e il gas proveniente dalla compagna maggiore non vi finir direttamente sopra ma sar incanalato dalle linee del campo magnetico e vi arriver compiendo una lenta traiettoria a spirale. Il gas, a causa di questo lento moto di caduta a spirale, former un disco di accrescimento che sar distrutto solo in quelle zone cos vicine alla stella di neutroni dove l'energia del campo magnetico supera l'energia di rotazione del disco. In queste zone il gas viene strappato al disco di accrescimento e finisce sulla componente minore transitando per i poli. L'emissione dei raggi X si ha quando il gas del disco di accrescimento casca sulla superficie solida della stella di neutroni. Il campo gravitazionale sulla superficie di questa cos intenso che 10 grammi di materia che vi finiscono sopra, sviluppano, sotto forma di raggi X, l'equiente energetico dell'esplosione di una bomba atomica. In questo modello l'emissione di raggi X avviene in maniera periodica ma gli oggetti pi interessanti, dal punto di vista della ricerca di buchi neri, sono le sorgenti binarie X sporadiche. In questi casi, infatti, non possiamo attribuire l'emissione al gas che precipita su una stella di neutroni in rapida rotazione. Questi sistemi con emissione X variabile sono il posto migliore per cercare i buchi neri.

Il procedimento, quindi, per individuare sistemi binari con emissione X eventualmente costituiti da buchi neri, consiste nel selezionare tra i molti sistemi binari X osservati, quelli che non presentano fenomeni di emissione periodica o ricorrente. Tra questi si privilegiano quelli che presentano una variabilit di emissione sporadica ed estremamente limitata nel tempo. Questo perch una variazione di luminosit X di breve periodo (i cosiddetti busters) implica l'emissione da parte di una regione di dimensioni ridotte come quelle di un corpo estremamente compatto. Eliminati quindi i sistemi variabili periodicamente (caratteristica, quest'ultima, pi facilmente attribuibile a sistemi binari costituiti da stelle di neutroni o da nane bianche) si passa, mediante la determinazione della funzione di massa, a valutare le masse dei corpi orbitanti. Se le masse risultano essere superiori al limite teorico di 3 masse solari vi sono buone probabilit che il corpo invisibile possa essere un buco nero. Ma a cosa sono dovuti gli sporadici lampi provenienti da questi sistemi? Consideriamo il caso p semplice: quello di un buco nero singolo circondato da un disco di accrescimento prodotto da materiale gassoso strappato alla compagna visibile. Il responsabile dell'emissione X proprio il disco di gas. Si tratta di un disco, piuttosto sottile, che si estende a partire da una certa distanza dal buco nero fino a qualche raggio di Schwarzschild. Ricordiamo che il disco di materiale non pu toccare la superficie del buco nero in quanto esso non possiede una superficie solida sul quale il materiale pu cadere (cosa che avviene, invece, per le stelle di neutroni o le nane bianche). Tuttavia, anche se il disco presenta una zona di orbite proibite (quelle prossime all'orizzonte degli eventi del buco nero) a causa sia della rotazione del disco stesso sia dell'instabilit gravitazionale in cui si trova, il materiale che lo compone altamente turbolento e pu formare delle vere e proprie bolle che sono le responsabili dei repentini aumenti di emissione X. Queste bolle, infatti, hanno vita breve: compiono una rivoluzione in pochi millisecondi muovendosi a velocit prossime a quella della luce dopodich tornano a dissolversi all'interno del disco, eliminando in tal modo il loro contributo alla sua luminosit complessiva. Osservate da grande distanza, queste rapide fluttuazioni della densit si manifestano come lampi di raggi X altamente energetici. 4. Tre buchi neri. Come abbiamo visto le condizioni imposte perch un sistema binario possa essere costituito da buchi neri, sono molto rigide. Una precauzione necessaria sia perch gran parte dei fenomeni presentati da questi sistemi sono spiegabili anche senza ricorrere alla presenza di buchi neri, sia perch i margini d'incertezza dei metodi impiegati sono piuttosto elevati. Per questo motivo si passa da una stima teorica ottimistica che vede i buchi neri piuttosto numerosi nella nostra come in altre galassie, a un numero estremamente ridotto dal punto di vista osservativo. Da quest'ultimo punto di vista i sistemi binari che potrebbero ragionevolmente ospitare dei buchi neri, sono finora soltanto tre. CYGNUS X-1. Questa sorgente X venne scoperta nel 1965 e successivamente osservata mediante il satellite Uhuru present, nel 1971, una rapida variazione della sua emissione nella banda X dello spettro. Successive osservazioni radioastronomiche hanno consentito di individuare anche la controparte ottica sotto forma di una stella gi osservata e nota agli astronomi con la sigla HDE 226 868. Si tratta di una stella piuttosto brillante che dovrebbe avere una massa compresa tra le 25 e le 40 masse solari e che, in base al tipo spettrale e alla massa, la identificano come una gigante blu molto calda e quindi incapace di emettere nella regione X. L'associazione tra questa stella, otticamente visibile, e una sorgente oscura sede di emissione X variabile portano a ritenere che si tratti di un sistema binario in cui la stella maggiore (una gigante azzurra) perde parte del gas verso l'oggetto invisibile.

Il gas, fluendo dal lobo occupato da HDE 226 868 e compiendo la sua orbita a spirale, si riscalda raggiungendo temperature di alcuni milioni di Kelvin il che spiega l'intensa emissione X e la pi generale identit di radiosorgente di questo sistema. A conferma di un simile modello parlano anche i parametri orbitali: il sistema presenta un periodo orbitale di 5.6 giorni con una distanza media tra le componenti di appena 30 milioni di km. La massa stimata per la componente oscura risulta essere di circa 7 masse solari, troppo grande perch possa essere una stella di neutroni. Il sistema Cygnus X-1 sarebbe composto da una gigante azzurra e un buco nero circondato da un disco di accrescimento. LMC X-3. Questo sistema si trova nella grande nube di Magellano, una galassia visibile solo dall'emisfero australe e tra le galassie a noi pi vicine il che ne rende posslbile l'osservazione anche delle singole stelle che la compongono. La componente ottica di questo sistema binario (una stella blu, calda) presenta una massa stimata tra le 4 e le 8 masse solari mentre quella del suo compagno oscuro si aggira tra le 7-14 masse solari, troppo grande perch possa essere una stella di neutroni. A 0620-00. E' un sistema binario appartenente alla nostra galassia posto ad una distanza di 3000 anni-luce. E' un sistema particolare, di quelli che vengono definiti sistemi binari a piccola massa, in quanto la componente brillante una nana bianca con una massa che solo una percentuale della massa solare. Sono stati identificati circa 40 sistemi di questo tipo per i quali stato possibile identificare la componente ottica. Tuttavia, a causa della loro alta emissione nella parte X dello spettro, estremamente difficoltoso determinare i parametri della componente oscura. Nel caso di A 0620-00, fortunatamente, l'emissione pi tranquilla, rendendo possibile la misurazione ottica della componente brillante che ha fissato la massa della componente oscura tra le 3.2 e le 7 masse solari. 5. Dove meno te l'aspetti. Oltre al gran numero di sistemi binari che potrebbero ospitare dei buchi neri, c' un altro luogo dove la ricerca e l'eventuale prova della presenza di simili oggetti risulterebbe a dir poco sconvolgente. Torniamo alla cosmologia: tre elementi ci inducono a ritenere che l'Universo sia nato da uno stato estremamente denso e compatto: 1. Il moto di allontanamento delle galassie le une dalle altre con una velocit proporzionale alla distanza (legge di Hubble); 2. l'abbondanza degli elementi leggeri (idrogeno ed elio) rispetto a quella degli elementi pi pesanti; 3. Ia radiazione di fondo a 3 K (radiazione di fondo), uniformemente diffusa in tutto l'Universo. L'Universo dunque nato circa 15 miliardi di anni fa da uno stato altamente denso e compatto che, in seguito ad un processo d'espansione, aumentato di dimensioni e ha diminuito la sua temperatura consentendo la graduale formazione di strutture sempre pi complesse. La forza dominante in tutto l'Universo ovviamente la gravit e dal valore della sua densit media dipende la sua successiva evoluzione: se essa bassa l'Universo continuer ad espandersi mentre se il suo valore alto, la gravit torner ad avere il soprawento e tutto collassera di nuovo (Big Crunch). Sfortunatamente non siamo ancora in grado di valutare quale di queste due ipotesi si realizzer perch le misure sperimentali della densit del gas intergalattico sono estremamente difficili. Una cosa per evidente: l'azione della gravit sui singoli componenti gassosi dell'Universo, tender (nel momento in cui cesser qualsiasi forma di energia interna) a farli collassare sotto il proprio peso. Quindi sebbene l'Universo esista da 15 miliardi di anni e sia ancora ben lontano dal presentare segnali di esaurimento nei suoi singoli

componenti, questi prima o poi dovranno spegnersi. Dopo 10 elevato 27 anni, tutte le stelle, una volta esaurito in diverse generazioni il gas interstellare nel quale si formano, collasseranno verso il centro delle galassie (qualcosa del genere potrebbe essere gi accaduto nelle galassie ellittiche) per formare un super buco nero di circa 10 elevato 11 masse solari! Ma le stesse galassie appartengono a strutture gravitazionalmente legate (gli ammassi) e in 10 elevato 31 anni esse avranno consumato la loro energia orbitale mediante radiazione gravitazionale. Questo significa che intere galassie collasseranno verso il centro del loro ammasso per formare un super-super buco nero di 10 elevato 15 masse solari. A questo punto inizier il lungo processo di evaporazione dei buchi neri: in 10 elevato 67 anni, evaporeranno i buchi neri stellari, in 10 elevato 97 anni quelli galattici, in 10 elevato 107 anni (!) quelli degli ammassi. Alla fine di questo tempo inimmaginabile rimarrebbero solo alcune particelle della radiazione dalle quali potrebbe ripartire una nuova evoluzione, scongiurando quindi la deprimente morte termica che il secondo principio della termodinamica sembra imporre in maniere inevitabile. Tuttavia questa rinascita cosmica sar possibile solo se non tutte le particelle elementari si trasformeranno in radiazione se, cio, rimaranno dei semi dai quali l'evoluzione pu ripartire. A riguardo sappiamo che tutte le particelle elementari (i mattoni della materia) possiedono una loro vita media, superata la quale o decadono in altre particelle a loro volta instabili fino a trasformarsi in radiazione, oppure decadono in particelle stabili, una delle quali il protone. Recenti ricerche ipotizzano per che anche le particelle ritenute stabili e, in modo particolare il protone, abbiano in realt una vita media che, sebbene lunghissima, non tuttavia infinita. Con molto tempo a disposizione (inferiore comunque a quello necessario per l'evaporazione dei super-super buchi neri) e in assenza di qualsiasi tipo d'interazione con altre forme di materia o energia, anche il protone decadrebbe eliminando dall'Universo la possibilit di rinascita. Lo scenario derivante da questa ipotesi , a dir poco, disperante: miliardi di singolarit immobili in un bagno di radiazione a pari temperatura. Tutto sarebbe iommobile, silenzioso, spento, freddo. L'entropia avrebbe definitivamente vinto la sua battaglia e annientato qualsiasi possibilit di evoluzione. Il destino dell'Universo sarebbe meno angoscioso se l'ipotesi sulla vita media del protone risultasse errata: in questo caso, l'energia intrappolata nei buchi neri di diverse dimensioni verrebbe, prima o poi, restituita all'esterno potendo dar vita ad un Universo oscillante tra una fase di contrazione e una di espansione. Consideriamo (se non altro per ottimismo) quest'ultimo caso di un Universo oscillante in un tempo e in uno spazio finito. In questo modello la densit minima richiesta perch l'Universo sia un sistema chiuso, la stessa di quella che si avrebbe in un buco nero di 10 elevato 23 masse solari e con un raggio pari a 40 miliardi di anni luce: se si considera che l'Universo osservato ha un raggio di 15 miliardi di anni luce, sorge spontaneo il dubbio se non ci troviamo dentro un gigantesco buco nero! Possiamo dunque pensare al nostro Universo come ad un gigantesco buco nero immerso in uno spazio esterno di cui possiamo solo immaginare la vastit! Ma non solo: il nostro Universo deriva da un buco nero primordiale o si sviluppato dal collasso gravitazionale di un ammasso stellare costituito da 10 elevato 23 superstelle? Se cos fosse, l'altro Universo esterno non sarebbe soltanto una distesa di spaziotempo vuoto ma sarebbe popolato da galassie e, quindi, da stelle con probabili pianeti e con possibili forme di vita dalle propriet sconosciute! E cosa accadrebbe se parte di questo materiale di questo super-Universo s'introducesse nel nostro? Le enormi quantit d'energia sviluppate dalle quasar e da oggetti analoghi potrebbero essere un segnale di tale intrusione? E' intuibile quanto sia sconvolgente l'ipotesi di essere dentro un gigantesco (per noi) buco nero cos come intuibile il senso di stordimento

che ci coglie quando consideriamo, anche solo per ipotesi, la possibile esistenza di una gerarchia di Universi, racchiusi gli uni dentro gli altri in un'escalation senza fine di buchi neri sempre pi grandi. Conclusione. C' un concetto che altera tutti gli altri. Non parlo del Male, il cui limitato impero non ci tange, ma dell'Eternit dell'infinito. I buchi neri pongono in evidenza una grave crisi della fisica moderna, una crisi che, per certi versi, ricorda quella alla base del successivo sviluppo della meccanica quantistica nella descrizione del comportamento atomico. Il collasso gravitazionale, infatti, se valido per un buco nero, a maggior ragione rimane valido per l'intero Universo. Dai lavori di Tolman (1934), Alvarez (1960), Geroch (1967), Hawking e Penrose (1969), definitivamente accettato che un Universo chiuso, regolato dalla relativit generale e contenente materia (il nostro Universo, quindi), svilupper prima o poi una singolarit. Tutto ci comporta un paradosso. Da una parte, infatti, con il collasso gravitazionale termina la fisica, dall'altra sappiamo che con il collasso gravitazionale la fisica non pu terminare. Un paradosso dello stesso tipo si present nel 1911 quando Lord Rutherford prov l'esistenza di elettroni e protoni come costituenti localizzati della materia. Costituenti che, in base alla teoria elettromagnetica, avrebbero dovuto collassare in circa 10 elevato -17 secondi, in evidente contrasto con la palese stabilit della materia. Soltanto con la nascita della meccanica quantistica tale contraddizione venne risolta, aprendoci le porte di un interamente nuovo modo d'intendere la fisica e la stessa realt. E' dunque ipotizzabile che il collasso gravitazionale sia un segnale di crisi che non pone un ostacolo invalicabile sulla via della conoscenza ma che segnala, piuttosto, la necessit dello stesso tipo di coraggio intellettuale che ha cos egregiamente funzionato nel caso della descrizione del micro mondo atomico. Se questo l'aspetto che pi interessa i fisici impegnati nella ricerca di nuove soluzioni al problema del collasso gravitazionale, ne esiste anche un altro pi vicino alla sensibilit anche di coloro che fisici non sono. I buchi neri, in qualche oscuro modo, sembrano concretizzare l'ancestrale disagio proprio di ogni essere umano nei confronti dell'infinito. Tale concetto, nella storia del pensiero, sempre stato qualcosa da trattare con molta cautela e, possibilmente da eliminare come elemento perturbatore. Unica alternativa alla sua azione perturbatrice quella di individuare una qualche forma di limite che possa dare un valore concreto, comprensibile alle quantit in esso coinvolte. Scrive P. Zellini nella sua Breve storia dell'infinito: il limite ci che fa esistere concretamente ogni oggetto, conferendogli in ogni istante una sua propria forma e individualit; ed anche ci che determina l'ordine logico degli eventi sottraendoli, per quanto possibile alla casualit... I buchi neri, le singolarit racchiuse nel loro centro, gli ipotetici squarci aperti verso altri universi, il destino stesso dell'intero Universo, sembrano confutare anche soltanto la possibilit di poter costruire un limite entro il quale la materia possa continuare ad avere connotazioni comprensibili. All'interno dei buchi neri la tranquillizzante legge di causalit scompare per lasciare il posto ad un Universo in cui tutto possibile e nulla sembra essere prevedibile con certezza. In un vecchio romanzo di fantascienza, la Terra viene invasa da tutti i personaggi che l'uomo nei secoli ha creato con la sua immaginazione: Topolino, il barone di Munchhausen, Biancaneve, Frankenstein, ecc... con esiti disastrosi per la reciproca incompatibilit sia dei personaggi tra loro che di essi con il genere umano. I buchi neri e il concetto di infinito che ne deriva rappresentano qualcosa di simile: la concretizzazione materiale di un concetto astratto e, apparentemente, lontano dalla nostra esistenza nell'Universo materiale. Un personaggio immaginario scagliato nel mondo fisico reale e, apparentemente incompatibile con esso.

Fine.