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SAGGI, PERCORSI & OLTRE Prima edizione: ottobre 1995 (c) 1995 by Guaraldi/Gu.fo Edizioni S.r.l.

Via Covignano 302, 47900 Rimini ISBN 88-8049-062-1 Antonio Balestrieri ISTINTI Gli antichi sentieri del comportamento umano oggi Guaraldi Ringraziamenti: Esprimo stima e riconoscenza a Chiara Bellini che ha collaborato , con intelligenza ed interesse, alla redazione del testo e della bibliografia. Indice Introduzione di Danilo Mainardi ISTINTI PROLOGO I. ESISTENZA ED ESSENZA DELL'ISTINTO NELL'UOMO II. PLURALIT ED INTEGRAZIONE NELL'ORGANIZZAZIONE ISTINTIVA III. ISTINTO, SOGGETTIVIT E PSICOLOGIA DINAMICA IV. ISTINTO E CONOSCENZA V. I MODELLI ISTINTIVI PER L'AGGRESSIVIT VI. GLI ISTINTI NELLA SESSUALIT VII. ETICA E LIBERT DELLA PERSONA VIII. SOCIOLOGIA E ISTINTI IX. ISTINTI, PSICOPATOLOGIA E TERAPIA PSICHIATRICA CONCLUSIONI NOTE BIBLIOGRAFIA

Introduzione di Danilo Mainardi Strano fenomeno quello dell'istinto. E quando dico strano non mi riferisco al fa tto in s, perch l'istinto sar magari un fenomeno difficile da comprendere, se si vu ole andare a fondo, essere sottili, ma strano no, perch l'istinto ha una sua inne gabile e comprensibile funzione naturale e funzionalit. Se dico strano, invece, p erch penso al suo destino nella cultura umana, o meglio nelle culture. La cultura popolare, per cominciare, non ha dubbi. Da sempre la gente - diciamo cos - poco colta, sa cosa si intende per istinto. La parola nel parlare comune. "L'ho fatto per istinto" un modo di dire frequente e inequivocabile. Chi parla vuole signif icare che l'azione gli scappata fuori indipendentemente dalla sua volont. C', nell a frase, anche un vago senso di scusa: "l'ho fatto per istinto, non colpa mia!" Perch l'istinto scritto dentro, salta fuori completo e improvviso se si schiaccia quel determinato bottone. Come quel diavoletto che spaventa i bambini... Questo per la cultura popolare; esistono, per, anche le culture dotte, le culture

specialistiche, le scuole di pensiero, le correnti. Perfino le ideologie. in qu esto ambito che succede di tutto. Succede, perfino, che l'esistenza dell'istinto (che pure tutti conoscono) venga totalmente negata. Il cacciatore che vede la s ua cagna partorire e scopre e ammira la straordinaria sapienza di ogni sua azion e, la tempestivit di ogni atto, non ha dubbi. Quella la sapienza della specie, sa pienza innata, ereditata e indipendente da ogni esperienza individuale. La cagna sa perfettamente che un determinato giorno deve rigurgitare ai suoi cuccioli un po' di carne masticata e semidigerita. Ogni cagna lo sa, lo fa, e nessuno gliel 'ha detto. E per il cacciatore, per il pastore, per la gente comune va bene cos. istinto. Ma prendete lo stesso istinto e mettetelo nelle mani di uno specialista . Mi ha sempre impressionato il caso di quello studioso (erano gli anni '30) che sosteneva che, se il pulcino appena sgusciato sapeva beccare, e lo faceva a pro posito, non era per istinto, ma perch, mentre si trovava nell'uovo, apprendeva il ritmo grazie al battito cardiaco, che faceva di riflesso contrarre l'amnios e i nfine il capo. Quel ricercatore, il cinese-americano Z.Y. Kuo, ipotizzava che i singoli movimenti venissero man mano integrati fino a dare luogo, grazie a reazi oni condizionate, al classico stereotipo che possiamo osservare immediatamente d opo la schiusa: l'atto del beccare. Fu Konrad Lorenz a sollevare il problema: co me mai, allora, altre specie di uccelli, che pure dovrebbero fare nell'uovo espe rienza col proprio battito cardiaco, non beccano, ma, come i passe-racei, spalan cano il becco, mentre altre setacciano il fango in cerca di cibo, come le anatre , oppure introducono il becco in quello dei genitori, come i colombi? Certo, si tratta di un caso estremo, di un'idea che oggi pare soltanto bizzarra, eppure un'importante scuola di pensiero la pensava cos, e c' ancora chi - come un fossile vivente - su quelle (a mio parere strampalate) posizioni. Il fatto che l'istinto, se l'approccio approfondito e scientifico, un fenomeno effettivamente complesso, che non pu certo risolversi nell'idea dello "scritto dentro", che poi vorrebbe significare dentro nei geni. la stessa genetica a insegnarci il concet to di fenotipo: tutto ci che appare di un organismo, che pu essere studiato dirett amente; e il fenotipo, per definizione, dipende sia dal genotipo che, nel senso pi lato, dall'ambiente. L'espansione del concetto di fenotipo al comportamento, n el senso che ogni comportamento deve considerarsi espressione fenoti-pica, indub biamente un passo fondamentale per la comprensione dell'essenza stessa dell'isti nto. Sicuro , per, che con questa acquisizione l'istinto vecchia maniera, quello t otalmente "scritto dentro", perde ogni ragione di esistere. E infatti i moderni dissezionatori (molti etologi tra loro) del vecchio istinto l'hanno frammentato in particole che necessitano dell'apporto ambientale (anche esperenziale e socia le) per manifestarsi fenotipicamente nella nota primigenia funzionale interezza. Ho parlato, fin qui, dell'istinto in generale, che poi vorrebbe signifi-care nel la zoologia. Figurarsi quando ci si sposta nella nostra specie. Mi verrebbe da d ire, dalla mia comoda postazione di generalista, che l'uomo la specie meno indic ata, meno adatta, per studiare l'istinto. E ci non solo perch l'uomo, sviluppando in modo specialistico l'evoluzione culturale, pi di qualsiasi altro primate s' ema ncipato grandemente dall'esperienza della specie poggiando i suoi meccanismi ada ttivi (o maladattivi) sull'apprendimento sociale, ma anche perch l'uomo siamo noi . Gi: l'uomo che studia se stesso. Affascinante ma pericolosissimo. Differenti cu lture con differenti fondamenti teorici, ottiche, ignoranze. E differenti ideolo gie (la genetica, cio l'istinto, di destra; l'ambiente, l'apprendimento sono di s inistra). Occorreva un esercizio di interdisciplinariet saggia, che sapesse elimi nare estremismi e ignoranze, visioni parziali o mode del momento. Antonio Balest rieri, che da decenni lavora, con sapienza, curiosit, enorme esperienza, intorno al problema, ci ha regalato un saggio straordinariamente stimolante. Un contribu to forte alla difficile unificazione dell'uomo biologico e dell'uomo culturale. Venezia, ottobre 1995 Universit Ca' Foscari ISTINTI

PROLOGO I cultori delle scienze esatte e sperimentali si sorprendono del fatto che gli s tudiosi della psiche umana tendono a basare le loro argomentazioni non tanto su elementi obbiettivi, ripetibili e verificabili, quanto su citazioni delle grandi menti che li hanno preceduti sull'argomento. Come diceva Freud, come diceva Jun g, come ha detto Piaget ecc. E magari a risalire a Platone, Tommaso, Vico, Kant ecc. Alla metodologia galileiana sembrano ancora preferire quella dello "ipse di xit" nel senso aristotelico. Anche in un campo decisamente sperimentale ed obiet tivante come quello della etologia, assieme ad una mole sempre crescente di rice rche minuziose, precise, esatte, esiste un ricorso alla citazione delle grandi " originarie" interpretazioni di Lorenz, Tinbergen, Hinde, Thorpe o, pi indietro, d i Von Holst o di Heinroth. L'osservazione fatta dai nostri colleghi appartenenti ad altre aree nella comuni t scientifica ha reale fondamento. Ma non dovrebbe essere intesa come critica met odologica quanto come comprensione dei nostri problemi e delle nostre difficolt. Le ricerche nel senso galileiano sono particolarmente difficili nell'area che ci compete. Ci troviamo spesso di fronte a fenomeni molto complessi, individualmente diversi , non ripetibili sperimentalmente, per i quali le interpretazioni possibili sono numerosissime. Affrontiamo la famosa sfida della complessit sia sotto l'aspetto epistemologico che per quello delle obiettivit nel campo. Nel senso che ogni feno meno pu essere considerato e categorizzato secondo ottiche diverse (dalla filosof ia alla clinica) ed in se stesso composto di tante parti, legate tra loro in cau salit pi circolari che lineari. Alla fine in che pu consistere la nostra "sperimentazione"? Pu consistere anche pr oprio nel vedere e capire che effetto hanno fatto tali fenomeni nelle illustri m enti che noi citiamo. E ad aggiungere la nostra modesta mente in coda alla colon na. Ho fatto questo prologo ad un discorso che vorrei fare sugli istinti dell'uomo. un discorso difficile e, per molti, antipatico. I pi fondamentali reperti e le pi illustri opinioni vengono spesso scotomizzati o considerati superati da molti ch e vogliono considerare l'uomo soltanto con ottiche spiritualistiche, filosofiche o psicologiche, per lo pi in determinate prospettive ideologiche. E sono il primo a riconoscere volentieri che l'uomo ha elaborato strumenti disci plinari per cercar di capire se stesso, nelle proprie pi alte manifestazioni, con operazioni cognitive che potrebbero sembrare pi "degne" di quelle a base natural istica. il "soltanto" che non dobbiamo accettare, proprio mentre siamo costretti ogni giorno a riflettere su che cosa realmente stia sotto a certi ricorrenti e ripetitivi comportamenti degli individui e delle collettivit. Qualcosa sul quale non si forse sufficientemente riflettuto per capirne il potere, il senso ed i li miti. I. ESISTENZA ED ESSENZA DELL'ISTINTO NELL'UOMO L'istinto nella biologia e nella psicologia attuali. Pulsioni e relazioni in psi cologia e psicanalisi. Il vissuto dell'istinto e l'autocoscienza. Innatismo e de finitivit nella formazione della persona. Il modello energetico e quello della fa cilitazione. Il fattore ideologico. Gli antichi sentieri del comportamento. Conc lusione. Vale la pena di parlare ancora di istinto ? Il termine certamente usato spesso n el linguaggio comune. Si dice: ho agito di istinto - l'istinto mi ha salvato - i stintivo fare cos - ho ceduto all'istinto. Con ci si allude a qualcosa che dentro di noi, al quale magari sbagliato, oppure difficile, op-pure impossibile, oppors i. Dal quale possiamo per trarre sia danni che vantaggi, gioie o dolori. Che rest a comunque altrettanto potente quanto vago, ineffabile. Spesso, come vedremo poi , serve da sinonimo di emozione o sentimento. Si comprende, da chi un po' acculturato in proposito, che tutto questo ha a che

fare con i concetti della psicologia dinamica (o psicanalisi), in quanto agisce a livello inconscio, ha a che fare con i nostri investimenti affettivi, con i no stri desideri, con la nostra empatia, sicurezza ed insicurezza, con le nostre an sie, con i nostri deliri. Oppure connesso, anche in altre prospettive disciplina ri (come l'etologia umana), con la nostra aggressivit, la nostra possessivit, la n ostra sessualit, le nostre gerarchie. Qualcosa insomma che ci spinge e ci condizi ona, che proprio parte di noi, dentro a noi e ci modula nel rapporto con l'ambie nte. Per di pi esso non sembra assente nelle nostre elaborazioni cognitive e cult urali, tanto che ha a che fare con la creativit e l'inventivit, con la religiosit e cc. ecc. Il discorso ritorna quindi nell'arte, nella religione, nell'antropologia cultura le, nella sociologia, nella politica, nell'economia ecc., ecc. un qualcosa di da to a priori che richiama la concezione filosofica di Kant, alla quale, come vedr emo, potrebbe persino fornire una filogenetica giustificazione (v. Cap. IV). L'i stinto il luogo della comunione e della distinzione tra noi ed il resto del regn o animale. l'enigmatica base naturale della mente. Che nell'uomo ci sia una comp onente istintiva, oggi quasi nessuno lo nega, anche se qualcuno ha cercato di fa rlo negli anni passati. Oltre tutto, l'istinto una tappa cos importante dell'evol uzione che sarebbe stato ben strano se il processo di ominazione avesse potuto c ancellarlo. Spesso per si cerca di non parlarne, come sperava si facesse della nostra discend enza scimmiesca una mitica signora inglese del secolo scorso. Molte critiche, se non hanno smentito il concetto di istinto, sono forse riuscite a farlo passare di moda, sottraendolo all'attenzione di molti autori, facendolo ammettere con ri levanza ridotta, attribuendo all'uomo il potere di prescindere da esso nella pro pria formazione. Per altri, invece, resterebbe soprattutto nostro compito il dominarlo per contro llare le sue possibili qualit sia perverse che salvifiche, come Delaunay le vuole connotare. Verrebbe da molti anche considerato come quasi estraneo, residuale, marginale al la nostra vera personalit e non come fondamento naturale del nostro essere uomini . Don Chisciotte, avendo colpito Sancho in uno scatto d'ira, gli spiega: il prim o impulso non appartiene all'uomo. Il fatto stesso che l'istinto compaia nell'obbiettivo di tante diverse categorie di conoscenza mi sembra una prova che esso esista. Costituisce una di quelle re alt che non possono non esserci perch ce la troviamo di fronte qualunque ottica ep istemologica e qualunque categoria mentale noi adottiamo. L in fondo, quella "rea lt" c' sempre, allora "deve" esistere. Pu sembrare comunque oggi strano fare il punto sugli istinti nell'uomo quando il termine istinto, usato in senso generale, trova critiche e proposte di eliminazi one anche tra i biologi. Il fatto che una volta si parlava di istinto come cosa chiara in s, autoesplicati va, con significato di innatismo assoluto, in senso persino fatalistico. Ci senza potersi chiedere a che cosa, "scientificamente parlando", esso corrispondesse. Era, come dice Hinde, la meraviglia dei primi naturalisti 1 che ora cede il post o alla meraviglia per il funzionamento del tutto che riusciamo a conoscere. Oggi il termine usato in tale senso generale, nella ricerca biologica, a molti n on serve pi. Il termine ha progressivamente perso di onnipotenza, non soltanto pe rch si sono colte sempre meglio le embricature tra istinto ed apprendimento, ma s oprattutto perch abbiamo cominciato a vedere dentro i mecca-nismi innumerevoli ch e di fatto, regolano il comportamento. L'aumento delle conoscenze sui meccanismi della motivazione induce ad usare terminologie pi precise e dettagliate di quell a generica di istinto. Cos si parla di meccanismi motivazionali, comprendendo in essi quelle componenti innate ereditate, comuni alla specie, che corrispondono p er sempre anche a ci che si pu continuare a chiamare globalmente istinto. L'etologo Hinde, il quale inizia la sua voce "Istinto" sull'Enciclopedia del '900 afferma ndo addirittura che l'istinto non pi un concetto scientificamente utile, poi cost retto a precisare che con ci si riferisce soltanto ad un "misterioso concetto esp licativo, capace di spiegare tutto". E deve ampiamente ammettere che molti tipi di comportamento sono quasi perfetti la prima volta in cui si manifestano, senza

istruzioni o pratiche precedenti. Egli ammetterebbe, ad es., che vi sia nell'uo mo una propensione innata ad acquisire la paura dei serpenti (1980). Resta, comu nque, vero e assai significativo il fatto che l'intima connessione tra motivazio ni istintive ad agire, scelta predisposta ad apprendere, ed apprendimento e fiss azione dei segnali ambientali, stata evidenziata proprio in quell'ambito discipl inare biologico dell'etologia ove l'istinto ha sempre avuto la massima valorizza zione. La scoperta dell'imprinting ci ha introdotto anche la variabile della fas e di sviluppo per fissare un determinato apprendimento. Le ochette nate in incub atrice seguono il prof. Lorenz perch lui il primo essere mobile che incontrano do po la nascita. Questo giuoco tra disposizione naturale ed apprendimento reale dall'ambiente, ev idenziato dall'etologia, lo troviamo del resto anche in Freud quando diceva che la disposizione diviene talora cos dominante da selezionare alcune esperienze rig ettandone altre, mentre influenze sociali possono qui e l essere cos potenti da ri chiamare e fissare parti latenti della disposizione originale. La rinuncia, la s cotomizzazione, la polemica anti istintiva viene per soprattutto da un certo fron te della psicologia dinamica e sociale. Non certo dai grandi padri della psicana lisi, come Freud (Pulsioni e loro destini), Jung (Gli archetipi sono una forma d i manifestazione degli istinti), e neppure Hartmann, Moley Kirle, Bion, Sullivan e moltissimi altri (v. Balestrieri '88). Ma altri autori cercano di assumere posizioni diverse, sia negando il valore del l'istinto nell'uomo adulto, sia valorizzando la relazione in luogo della pulsion e. Secondo Allport gli istinti fondamentali dell'uomo (ambizione, sesso, difesa, ag gressivit, ecc.) dopo l'infanzia diminuiscono rapidamente di importanza e sono so ppiantati da tipi di motivazioni pi sofisticate che saranno poi caratteristiche d ell'et matura. La personalit matura con il sistema di valori sarebbe un fenomeno p ost-istintivo. Resterebbe solo un legame storico, non funzionale, con i primitiv i riflessi o spinte istintive del bambi-no. Da un soggetto immaturo motivato da impulsi biologici perveniamo al soggetto adulto, centrato nel presente. Questa posizione crea una frattura tra l'origine naturale dell'uomo, le caratter istiche dell'infanzia e dello sviluppo, e l'organizzazione della personalit matur a. Una dottrina della continuit, pur con tappe definite e con il riferimento fond amentale al possibile fenomeno della regressione, era invece quella della psican alisi classica. Proprio ad essa Allport vorrebbe opporsi, ma non sembra poterlo fare in modo convincente. Non mi sembra che l'adulto sia spiegabile senza una genesi della personalit di ti po continuativo. Le caratteristiche pi tardive debbono venir fuori da ci che vi er a prima e mantenerne le tracce. La realt che lo stesso Allport ammette poi il prevalere di motivazioni istintive ed inconsce nei soggetti anormali e nei nevrotici, per idealizzare poi un ipotet ico e "vittoriano" (come dicono Hall e Lindzey) soggetto maturo e normale che da tutto ci si staccherebbe nettamente. Ed un simile stacco tra diverse categorie d i uomini, sani ed ammalati, non mi sembra accetta-bile, anche soltanto per consi derazioni antropologiche e cliniche. La regressione sempre un ritorno su ci che i n qualche modo persistito. In altri autori si cerca invece di sostituire la pulsionalit istintiva con la ten denza relazionale (Fairbarn - Kohut). Per altri ancora, la sostituzione avverreb be con le condizioni relazionali sociali (Horney, Adler, Sullivan) 2 . Mi sembra che al fondo dei molti discorsi, difficili da confrontare con precisio ne, resti per sempre presupposta una tendenza ad assumere questi atteggiamenti ed a cercare questi rapporti. Tendenza che non pu essere altro che istintiva. Sono questi gli antichi invitanti sentieri ai quali mi riferir pi avanti proponend o appunto di sostituire la facilitazione alla pulsione. Ma sono anche tanti i mo di per dire le stesse cose pur con angolature diverse ed originali. Se facciamo un po' la storia delle umane conoscenze, sono il primo ad ammettere che il processo di ominazione ha portato ad un essere vivente che ha dovuto adot tare, per cercare di comprendersi e spiegarsi, linguaggi e categorie conoscitive diversi da quelli naturalistici. Spesso infatti ha usato i 'primi' prima dei 's econdi' e li ha proprio chiamati "umanistici". Ma ci non cancella nulla della nos

tra naturalit e degli strumenti conoscitivi necessari per afferrarla. Solo che la vera conoscenza della natura arrivata dopo i miti e dopo la filosofia. La nostra naturalit emerge, tra l'altro, proprio nei momenti pi sublimi (l'amore) o pi terribili (odio-aggressivit) della nostra esistenza. Oltre tutto, ho l'impressione che molte difficolt ad inglobare il concetto di ist into nella propria teorizzazione psicologica, derivi dalla tendenza a considerar e gli istinti come pi o meno , un "non vissuto", o almeno un "non vissuto coscien te". Si tende cio ad ammettere un meccanismo istintivo appunto a livello animale, mentre contemporaneamente si tende a negare agli ani-mali stessi una esperienza cosciente, sia pure "sui generis". Ovviamente, comparendo nell'uomo coscienza e d intelletto, tutto dovrebbe cambiare. Anche sul versante psicanalitico gli istinti sembrerebbero talora concepiti solo come componente dell'inconscio. E lo sviluppo della vera personalit sembrerebbe doversi realizzare con la comparsa dell'io o del super-Io coscienti. Ci comporter ebbe, ovviamente, una smentita alla metapsicologia freudiana. Al riguardo del vissuto istintivo, conscio ed inconscio, sembra invece necessari o mettere pienamente in evidenza che la progressiva comparsa, nell'evoluzione, d i un meccanismo cosciente per l'elaborazione del comportamento pu aver rappresent ato un perfezionamento operativo ed un fattore di efficienza, che non avrebbe pe r minimamente superato o reso obsoleto il ruolo fondamentale della pulsione istin tiva, bens ne sarebbe divenuto l'aspetto pi importante. L'"invenzione dell'autocoscienza" potrebbe essere considerata una tappa fondamen tale nel processo di ominazione, verosimilmente raggiunto gradualmente e gi assai sviluppato negli animali superiori, coi quali noi abbiamo evidenti e cospicui r apporti empatici. Nel Cap. III svilupper particolarmente il problema del vissuto istintivo negli animali e nell'uomo. L'aspetto affettivo-conativo dell'esperienz a istintiva ha un'enorme ed essenziale importanza nella natura dell'uomo, perch i n lui raggiunge la massima raffinatezza. Nell'uomo l'istinto vissuto, come desid erio o timore, con infinite sfumature nella sua componente pulsionale e come pia cere e gioia nella sua fase consumatoria. Pensiamo alla sofferenza della sete ed alla gioia di dissetarsi. Pensiamo al desiderio amoroso ed al vissuto del congi ungimento. Se ora ricordiamo ancora la situazione culturale di critica o rifiuto verso l'is tinto, vediamo che, invece e contemporaneamente, il nostro spontaneo vissuto aff ettivo riceve sempre un'universale ed intensa valorizzazione. Si accettano gli i stinti quando essi si travestono da emozioni! Dante dice che "ogni animale, siccome ello nato, si razionale che bruto, se mede simo ama, e teme e fugge quelle cose che a lui sono contrarie e quelle odia". Ma cosa sono questi sentimenti, queste emozioni, se non possibilit esperienziali ch e l'istinto permette perch vengano poi raffinate, fissate, ricor-date, elaborate culturalmente attraverso le vicissitudini della vita? Il termine istinto mi sembra dunque conservare la sua credibilit non soltanto per ch ci pone il problema di ci che in noi innato, potenzialmente preesistente e indu ttivo nella scelta dell'esperienze formative, relativamente costante in tutti i membri della specie, stabile attraverso le generazioni, ma anche perch il suo val ore euristico psicologico, come vedremo, si lega proprio al significato affettiv o che all'istinto umano possiamo e dobbiamo attribuire. E proprio sul versante disciplinare umanistico e psicologico chi negherebbe la r ealt e l'importanza degli affetti? A questo punto, rispondendo alla domanda che ci facevamo in principio, direi che il concetto globale di istinto potrebbe ben servire nell'uomo anche proprio per l'integrazione ed inscindibilit dei nostri meccanismi comportamentali e soggetti vi. Ripeter pi volte anche in seguito che l'istinto dell'uomo soprattutto la parte pulsionale, appetitiva e quindi anche affettiva della nostra organizzazione gen erale del comportamento. La progettazione e l'esecuzione del comportamento stess o si realizzano con meccanismi evolutivamente post-istintivi e ci con intelligenz a e cultura. Pochi comportamenti umani sono completamente innati, come la suzion e del lattante. Dobbiamo apprendere anche l'accoppiamento sessuale! Oggi, d'altra parte, bisogna stare attenti a non confondere ci che pu essere "isti ntivo" con ci che pu essere pi o meno "stabilizzato ontologicamente" o "definitivo"

. Noi potremmo trovarci a chiamare istinto qualcosa che non completamente innato, ma che invece si forma e concretizza nell'organismo in base alle esperienze che l'innatezza ha, non rigidamente, favorito e che si fissato anche con fenomeni de l tipo dell'imprinting Dobbiamo ammettere un profilo psicofisiologico delle pers onalit individuali. Questo collimerebbe assai bene con i concetti sviluppati nell'ambito delle neuro scienze e denominati da Changeux come "epigenesi selettiva" e da Edelman come "d arwinismo neurale". In sostanza, partendo dall'incommensurabile dotazione di neu roni che il sistema nervoso centrale presenta alla nascita, la formazione della personalit, e quindi anche delle nostre tendenze operative ed esperienziali, si c oncretizza attraverso un rafforzarsi ed arricchirsi di connessioni, contemporane amente ad una decadenza (la morte neurale) di ci che non viene utilizzato ed atti vato tramite l'attivit e l'esperienza. L'innato un fattore basilare ma il suo ruolo parziale in tutta questa sequenza. Fornisce la dotazione di base ed indirizza le tendenze esperienziali. Questo modello finisce per darci un'immagine della nostra dotazione istintiva co me inclusa in quel bassorilievo che la nostra personalit definitiva. Bassorilievo che il risultato di un'evidenziazione del significativo e di una scomparsa dell 'inutilizzato. L'immagine sembra convincente anche a prescindere dall'accettazio ne o meno delle ipotesi e teorie formulate da Changeux ed Edelmann. Tutto ci evidentemente, sposta la peculiarit personale dei nostri comportamenti da l concetto di innatezza verso quello di definitivit, lasciando all'epigenesi molt o spazio nel forgiare quegli schemi comportamentali ed esperienziali che sottend ono ad ogni nostro momento esistenziale. E lasciando anche un ruolo formativo o plastico a tutti i successivi eventi della vita. Ma allora l'istinto pu apparire un concetto limite, in quanto un'assoluta innatezza di comportamento senza compo nenti di apprendimento sembra difficile da accettare, mentre una mancanza di inn atezza, anche nei comportamenti pi complessi, sembra altrettanto impossibile. L'i stinto inteso come meccanismo innato c' sempre, ma non , in senso assoluto, mai o quasi mai solo e sufficiente, almeno nell'uomo e negli animali superiori. La configurazione definitiva dei modi di essere, che si realizza, attraverso la determinazione genetica e casuale del repertorio neuronale primario e poi per le esperienze formative che, comunque, l'innato continua a privilegiare, richiama del resto ci che in psicologia viene ritenuto il meccanismo degli schemi cognitiv i. Solo che questi ultimi si concreterebbero nella sfera noetica, mentre l'istin to riguarda la personalit in modo pi profondo. Trattando dell'istinto, una partico lare considerazione va data poi al problema del modello energetico La risultante dei meccanismi motivazionali istintivi stata tradizionalmente concepita come un 'energia pulsionale verso il comportamento, corredata di un risvolto esperienzia le di tipo soprattutto affettivo. Si tratta della famosa immagine dell'"energia psichica", fonte di tanti equivoci e discorsi. Il termine istinto deriva dal lat ino instinguere, significante eccitare, pungere. Un modello energetico stato sempre volentieri accettato ed utilizzato. Basti pen sare alla teoria freudiana o al modello "psicoidraulico" di Lorenz. L'immagine energetica ha successo anche nel linguaggio laico. Si dice "esauriti" , privi di energia, bloccati, esplosivi, ecc. Si usano i "ricostituenti". Le ten tazioni vanno re-spinte. A parte il fatto che i processi metabolici del nostro organismo, alla base del c omportamento, non possono sfuggire ad un inquadramento anche energetico, si pu di scutere all'infinito, e tanto lo si fatto, su che cosa corrisponda a questa imma gine. Verso la concezione energetica, sia pure simbolicamente e metaforicamente intesa, ci spingono non acquisizioni di ordine neurofisiologico (che semmai spin gono in senso contrario) bens altre di ordine psicologico e soggettivistico. Se l 'uomo ha creato una rappresentazione simbolica come l'energia psichica, se esso (Siciliani 1970) ha elaborato il modello altrettanto simbolico dell'istinto, ci p erch il suo vissuto soggettivo privilegia rappresentazioni di questo genere. prop rio la soggettivit umana, e presumibilmente animale (come vedremo), a rendere pre ssoch ineluttabile tale simbolizzazione, pur senza escluderne altre. Come molti hanno ripetutamente sottolineato, i modelli energetici derivanti dall

o studio del comportamento non trovano per facile corrispondenza nella fisiologia del S.N.C. L'ipotesi che invece mi sembra pi ragionevole, e che da tempo (1974) propongo, quella che le tendenze descritte come vis a tergo possano essere delle differenze di soglia facilitanti lo svolgersi di una funzione in un determinato senso. Con ci il modello sarebbe pi quello della facilitazione anzich della spinta . Le conoscenze elettrofisiologiche e quelle sui mediatori biochimici potrebbero aiutarci a capire tutto ci. Un gioco di soglie nelle comunicazioni interneuronic he ci starebbe benissimo. Con un tale modello gli istinti sembrerebbero antichi sentieri percorsi tante volte nell'evoluzione e che tuttora si presentano a noi particolarmente invitanti. Sembrerebbero tanto invitanti da farceli esperire com e spinte, come vis a tergo anzich come attrazioni. Una ipotesi pi globale sarebbe quella che il vissuto di bisogno e di pulsione der ivi da uno squilibrio omeostasico (fame-sete) o dalla maturazione funzionale (se sso-conquista). I sentieri filogenetici darebbero la via per la realizzazione co nsumatoria dell'istinto. Il piacere consumatorio verrebbe dalla cessazione delle tensioni omeostasiche e funzionali nonch dal ripercorrere una via predisposta e facilitata. comunque impossibile prescindere dall'impressione che l'organizzazione del S.N.C . faccia si che le cose tendano ad esser fatte. A ci potremmo dare anche interpre tazioni metafisiche oppure postulare in luogo delle "pulsioni" istintive un'ener gia definita come lan vital da Bergson, come magnetismo da Mesmer, come pulsione di vita da Ferraro, come libido dal primo Freud, come horm da Monakow (che Disert ori definisce un'anima vitale o principio di vita). Anche con ci non restiamo mol to fuori dalla metafisica 3 . Concetti del genere esistono nella filosofia vedic a o in quella greca. Va anche sottolineato il prepotente fattore ideologico che giuoca in tutte quest e interpretazioni. L'ipotesi pulsionale intesa come scatenamento mediante segnal i adeguati, o addirittura attraverso la loro ricerca attiva, privilegia l'innate zza e la priorit di ci che la natura ha posto in noi (vedi oltre per il problema d ell'aggressivit). A tali ipotesi si contrappongono le ipotesi ambientalistiche o informative sul comportamento, anch'esse spesso ideologicamente enfatizzate. Nella stessa etologia, come dice Grazia Attili, esistono queste due anime. Esse sono rappresentate prevalentemente nelle scuole di lingua tedesca e inglese. Anc he le analisi comparative di De Crescenzio ben colgono la differenza sul piano m etodologico e gnoseologico. La facilitazione mi sembra il modello ideologicamente pi neutrale. Che si voglia concepire il funzionamento del sistema nervosopsiche come energia o come facilitazione o come, ad es., informazione (Siciliani, 1970) sembra comun que essere una scelta epistemologica. Noi applichiamo modelli per conoscere una supposta realt e tale realt ci misurabile solo attraverso una categorizzazione e m odellificazione. E pu anche essere espressa per metafora. L'economia psichica di Freud appunto, per Petrella, una grande metafora. Atta, mi sembra, ad interpreta re i fenomeni clinici, tanto come i correlativi biologici. Del resto anche l'energia elettrica un modello concettuale. In fisica, l'energia la misura dell'attitudine a svolgere un deter-minato lavoro-attivit. E Freud ha parlato proprio di lavoro psichico, lavoro nel sogno, lavoro del lutto, lavoro d el delirio. Ancora Freud a proposito di Pulsioni e loro destini, premette che gi nel corso della descrizione non si pu fare a meno di appli-care, in relazione al materiale dato, determinate idee astratte, le quali provengono da qualche parte, e non certo esclusivamente dalle nuove esperienze. Ancor pi indispensabili sono tali idee, destinate in seguito a diventare "concetti fondamentali della scienza ", nell'ulteriore elaborazione della materia. Sono parole che anticipano l'epist emologia di Kuhn e di Popper. Come diceva Petrolini: "ognuno discende per le sue scale". Pertanto ricordando q uanto dicevo nel prologo, e cio che dobbiamo soprattutto confrontare opinioni, ac cetterei anche l'immagine della pulsione proprio per rendere possibili questi co nfronti. Su ci torneremo nelle conclusioni. Di fatto, sia che siamo "spinti" o che siamo "facilitati" ad agire da stimoli af ferenti, ci potr realizzarsi solo nel senso che le nostre strutture meglio e pi fac ilmente possono realizzare e che noi soggettivamente desideriamo o temiamo. Ed a

ppunto ci quello che la parola istinto dovrebbe soltanto significare. Prendiamo d unque per modello che esista una tendenza comportamentale, con vissuti psichici corrispondenti, sviluppatasi secondo schemi filogeneticamente ereditati e poi fi ssatisi nella personalit attraverso processi di apprendimento pilotato. Essa indi viduerebbe ancor oggi quella risultante globale che biologi e fisiologi cercano di analizzare, frammentandola nelle sue integratissime componenti e che conserva tutta la sua utilit ed il suo valore anche in psicologia. Tale risultante costit uisce il modello dell'istinto. Questo modello ci pu andare bene, per capire e per spiegarci, e non pi criticabile di altri. Il vero scopo del discorso che cercher di fare resta comunque non quello di valor izzare il concetto di istinto, ma quello di stabilire come innatezza e successiv a definitivit personologica dei meccanismi motivazionali dell'uomo, contribuiscan o a deter-minare i suoi comportamenti e le sue esperienze. In altre parole, se esistano delle costanti comportamentali, pi o meno rigidament e intendibili (come tendenze, come obblighi o come privilegiate possibilit), rint racciabili nei singoli, nei gruppi, nel presente e nel futuro. E questo sia a mo nte che dentro la straordinaria plasticit formativa di cui l'uomo dotato. Per con cludere, in biologia la conoscenza dettagliata ed approfondita dei meccanismi co mportamentali rende oggi meno comune l'uso del termine di istinto. In psicologia e psicodina-mica l'attenzione si in parte spostata dai meccanismi pulsionali a quelli relazionali pur senza poter prescindere dai primi. Ci nonostante il proble ma dell'istinto e l'utilit del termine restano fondamentali per comprendere la na turalit dell'uomo, la sua filogenesi ed ontogenesi ed i suoi attuali comportament i ed esperienze. Aspetti fondamentali di questo studio sono una valutazione del modello energetico e la possibile alternativa con uno facilitatorio. Ed un'integ razione del concetto di innatismo con quello di formazione della personalit attra verso i mecca-nismi di "darwinismo neurale" e di "epigenesi selettiva". II. PLURALIT ED INTEGRAZIONE NELL'ORGANIZZAZIONE ISTINTIVA L'istinto come tendenza generale o come tendenze comportamentali autonome. Tende nza innata, elaborazione intellettiva e fase realizzativa nel comportamento uman o. I cataloghi degli istinti. Confluenze ed integrazione degli istinti nei diver si comportamenti. La rete istintiva continua ed i suoi nodi e focolai. Polimotiv azione istintiva dei comportamenti e diversa utilizzazione dei singoli istinti. La libert personale. Conclusione. un vecchio problema quello di dare all'istinto un riferimento pi o meno preciso a i diversi comportamenti, oppure di concepirlo come una fonte motivazionale tende nzialmente generalizzata ed applicabile a comportamenti diversi che potrebbero p oi avere soprattutto un'organizzazione culturale. La generalit ed aspecificit delle pulsioni pu comunque essere accettata soltanto in senso relativo, visto che un istinto senza direzionalit sembra essere una contra ddizione in termini. Anche il modello della facilitazione esige la facilitazione verso qualche cosa. Tuttavia, anche in senso relativo, una visione olistica lascerebbe alle peculiar it personali, alle culture e alle circostanze una "li-bert" ben maggiore di quanto farebbe una canalizzazione prestabilita tra precisi istinti e precisi comportam enti. Bisogna subito ammettere che la trasformabilit dei fini istintivi e l'influsso de ll'apprendimento dei segnali scatenanti ha sfumato ogni differenza. Le pulsioni, diceva Freud, sono grandiose nella loro indeterminatezza. Anche gli etologi, qu ando si rifanno al modello "psicoidraulico", debbono poi discutere se gli istint i hanno un'energia propria e riservata oppure attingono a "serbatoi energetici" generali. Per quanto riguarda l'uomo il problema resta quello di ammettere, al l imite, una generica, bergsoniana, spinta vitale o ammettere che egli sia spinto a fare determinate cose e, pi o meno, proprio quelle. Per fare un po' di chiarezza bisogna cominciare a vedere cosa succede negli anim

ali. Si tendono ad ammettere in loro istinti diversi, almeno per quanto riguarda i principali tipi di comportamento. La situazione molto complessa perch i divers i comportamenti sono tra loro integrati "a cascata" (ognuno d luogo ad altri), pe rch certi comportamenti hanno assunto significati via via diversi (la ritualizzaz ione del sesso, dell'alimentazione ecc.), perch pi istinti collaborano in compless i cicli comportamentali importanti per la specie (lotta, accoppiamento, cura del la prole, territorialit ecc.). Katz, parlando della psicologia della forma, dice che l'azione istintiva, riguardo alla sua compiutezza, al suo conchiudersi in s, stata spesso paragonata ad una melodia. Come una melodia rileva il suo carattere dal fondersi insieme dei suoi singoli suoni, cos l'azione istintiva acquista il suo significato attraverso le strutture unitarie delle singole fasi. Queste fasi , prese una per una, cio staccate singolarmente dalla totalit di cui fan parte, no n hanno pi un senso, sono dei semplici frammenti senza significato alcuno. In ogn i modo una distinzione tra gli istinti sembra possibile anche perch essi nel regn o animale si attivano in strategie diverse, in et diverse ecc. anche vero che ess i sfumano, spariscono, si trasformano nell'et della vita. Va sempre sottolineato che l'istinto animale tende ad essere un ciclo completo, fatto di una fase appetitiva ed esplorativa e di una fase esecutiva consumatoria , tendenzialmente innate nella loro organizzazione. Ci anche se apprendimento ed intelligenza sono sempre pi o meno presenti, almeno a partire da un certo livello evolutivo. Gli animali sono "spinti" verso un comportamento e "sanno" istintivamente come e seguirlo. Diamond ci ricorda che negli antichi (Seneca, Galeno, Avicenna, Tommas o) ci che noi riteniamo pulsione istintiva sembrava essere una forma di sapere na turale infuso nella creazione. Questo "sapere innato" va sfumandosi nella scala biologica ed i mammiferi appren dono dai genitori come cacciare, come difendersi, come imparare ecc. Ma i piccol i si aspettano, istintivamente, di essere istruiti. Gi tra le scimmie l'atto copu lativo sessuale sembra dover essere appreso per imitazione. L'uomo non sa istint ivamente come ci si accoppia. Nell'uomo il comportamento, come ho gi detto, deve essere organizzato da intellig enza e cultura con una serie infinita di invenzioni. Knig e Leyhausen, in una pro spettiva naturalistica, parlano di decomposizione e frammentazione degli istinti dell'uomo, che verrebbero poi ricomposti dall'intelligenza in modo pi adeguato. Il modello di una rete, che pi avanti esporr, mi sembra pi convincente. Tuttavia la decomposizione e frammentazione, specie in patologia, pu essere un concetto inte ressante. La seconda met dell'arco comportamentale, quella consumatoria, non del tutto innata in noi salvo che per alcuni comportamenti infantili (suzione, attac camento) o alcune difese stereotipate in situazioni che non permettono riflessio ne. Questa diversificazione esecutiva, che porta l'"oggetto" istintivo ad essere l'elemento pi variabile di tutto il processo (Freud 1915), rende difficile risal ire a istinti primari tra di loro separabili. Vien allora da chiederci, quanto s opravvissuto in noi dell'originaria distinzione tra gli istinti? In altre parole , sussistono comportamenti dominati in modo abbastanza esclusivo da particolari istinti? Oppure, lo ripeto, il patrimonio istintivo si fonde in una generale spi nta motivazionale a disposizione per comportamenti scelti ed organizzati solo o prevalentemente a livello culturale? In altre parole l'uomo completamente "liber o" di utilizzare la sua "energia comportamentale" in direzioni culturalmente e s ocialmente scelte o pi o meno spinto o facilitato a fare prevalentemente certe co se? In quest'ultima prospettiva si anche tentato di compilare elenchi degli istinti. Il problema terribilmente complesso ed un "catalogo degli istinti" soddisfacent e non mai stato prodotto. In ogni modo, anche nei supposti cataloghi, si confron tano sempre la tendenza a specificare (cito i 40 istinti di Thorndike o l'elenco di 500 formulato da Bernard) o a raggruppare (libido istinto di morte - aggress ivit ecc.). Lorenz parla di un grande parlamento degli istinti, ammettendovi come "quattro grandi" la fame, il sesso, la fuga e l'aggressione. Lo stesso Freud non voleva, del resto, concepire soltanto due istinti, bens due r aggruppamenti nei quali metterne molti altri. Erano due categorie generali. Egli tendeva a costruire le sue categorie istintive mettendole in coppie antitetiche

. Prima di Eros e Thanatos aveva prospettato la coppia: istinti dell'io ed istin ti sessuali, poi una libido narcisistica e una oggettiva. Fletcher distinguerebbe gli istinti veri e propri, che sarebbero le istanze fond amentali dell'es, aventi una base neurofisiologica definita, connesse ad un'espe rienza conativa o appetitiva non appresa, correlate ad una sequenza di attivit e terminanti in un comportamento consumatorio. Sarebbero l'istinto di respi-rare, alimentarsi, regolare la temperatura, dormire, star svegli, curarsi della propri a superficie corporea, aver paura, espellere, avere attivit generale fisica e men tale, giuocare, curiosare, cacciare, comportarsi sessualmente (compresa la cura parentale e la vita famigliare). A questi istinti in senso proprio, si aggiungerebbero le tendenze istintive gene rali. Corrisponderebbero agli elementi affettivi dell'esperienza. Darebbero il s enso di verit e di valore agli atteggiamenti sociali. Sarebbero il senso di piace re o di valore, l'attaccamento-evitamento, le tendenze positive e negative dell' io. Vi sarebbero infine gli influssi secondari connessi alla funzione del super-Io. Avrebbero origine sociale (differenziandosi nelle culture), ma agirebbero a mo' di istinto mediante utilizzazione di pulsioni esperite. Anche questo tentativo di Fletcher di integrare elementi biologici con altri psi co-sociali, dimostra che un catalogo degli istinti come tale non possibile, sopr attutto perch ogni supposto istinto pu esprimersi in comportamenti diversissimi e perch ogni comportamento , alla fine, plurimotivato (sovradetermi-nato, diceva Fre ud). In ogni modo, si pu ribadire che non sarebbe tanto importante un catalogo quanto il poter distinguere tra una pulsionalit piuttosto generalizzata ed una direziona lit istintiva tendenzialmente precisa. Ripeto che il comportamento umano risulta molto pi determinato se si accetta una simile direzionalit, di quanto lo possa ess ere se si utilizzano per ogni scopo possibile spinte pi o meno generiche. Oltre tutto andrebbe anche considerata la possibilit che una spinta pi o meno gene rica si possa successivamente fissare, tra-mite condizionamento, abitudini o alt ro, a comportamenti acquisiti arrivando cos ad un'"autonomia funzionale dei motiv i", come diceva Allport (v. Cap. I), connessa a spinte istintive annesse a fatto ri cognitivi e che ormai si ripetono a prescindere dal fine primitivo dell'istin to. In proposito Freud aveva parlato di impulsi secondari. Monakow distingueva gli "ormeteri", forme primitive dell'istinto, ed i "noormete ri", cio le forme istintive elaborate dalla sfera noetica. Disertori, accettando questa distinzione, dice che la sfera dell'orientamento e della causalit dinamizz ata dalla sfera delle tendenze e lavora per realizzare i fini di questa. Si parl erebbe appunto di noormeteri quando un istinto primitivo e semplice si integri c on elementi noetici. La sessualit diventa amore, l'istinto materno la cura dei fi gli ecc., l'istinto di gruppo diventa ideologia patriottica. Tale mi sembra, in fondo, anche la genesi dei complessi e delle ideologie. C' infine, da considerare l'aspetto diacronico della pluralit degli istinti. accet tabile che essi via via confluiscano nel corso dello sviluppo della personalit pe rdendo di individualit e specificit. Anche Freud pensava che i diversi "istinti se ssuali" (corrispondenti alle zone erogene) confluiscono con lo sviluppo della se ssualit matura dell'adulto. Per Freud distingueva le varie fasi istintive che si e videnziano successivamente nelle et dello sviluppo e rimandando ad esse per inter pretare i fenomeni clinici di regressione. Schematicamente i poli (non sempre necessariamente alternativi) del dilemma potr ebbero essere questi: a) negli animali ed anche, almeno fino ad un certo punto, nell'uomo l'organizzazione istintiva si basa su canali operativi separati; b) es iste solo una specie di serbatoio generale unico al quale comportamenti (e relat ive esperienze) attengono liberamente costituendosi per pure strutturazioni psic ologicamente acquisite; c) nell'uomo, il confluire di quelli che sono, negli ani mali e nella nostra filogenesi, gli istinti separati porterebbe ad una struttura zione pi o meno integrata, con particolare facilit di spostamenti e collegamenti, soprattutto al servizio dell'organizzazione intellettiva e culturale del comport amento e dell'esperienza. La prima ipotesi non porrebbe problemi ma sembra decisamente semplicistica di fr

onte alla complessit dell'organizzazione comportamentale nella filogenesi e nell' ontogenesi. La seconda ipotesi cui sembra invece vanificare il concetto di istinto e lo scop o della sua postulazione. L'esistenza di una spin-ta soltanto generale concettua lmente ammissibile. Sarebbe il recupero e la valorizzazione estrema di concetti pi o meno metafisici, come l'energia della psiche (al singolare), l'lan vital berg soniano ecc. Ma con ci negheremmo radicalmente l'esistenza degli istinti e si ren derebbe inutile tutto il discorso che cerchiamo di fare. Anche Carotenuto ritien e antiistintivistica la concezione di Goldstein di una tendenza autorealizzativa generale. Non siamo qui per dimostrare che gli istinti esistono con una certa l oro definizione differenziale, ma lo diamo per scontato nel senso euristico prec isato all'inizio e cio per mantenere una continuit filogenetica anche in questo as petto dell'uomo. La pulsione generale annullerebbe le nostre ipotesi di base ind ucendo scelte teoriche diverse. Ed un modello facilitativo generale non potrebbe neppur essere concepito. La terza ipotesi mi sembra la pi accettabile. Essa corrisponde ad un processo fun zionale, che d maggior spazio ai fattori formativi individuali e che segue il pro cesso riorganizzativo degli istinti nella filogenesi. Per una sua interpretazion e mi rifarei senz'altro alla teorizzazione di Baudouin. Autore di ispirazione cattolica, Baudouin ha cercato di espri-mere l'ascesi dall e tendenze biologiche di base alle pi alte realizzazioni dello spirito. E ci senza mai abbandonare lo schema di base di quell'arco reattivo tra stimolo ambientale e risposta che va allungandosi, e con ci allontanandosi dalla fatalit del rifless o verso una progressiva "liberazione". Scomporre e ricomporre le basi dinamiche dell'esistenza sembrano caratteristiche del suo pensiero, e ci estremamente interessante per il problema della pluralit i stintiva. vano, dice, voler far corrispondere ogni condotta ad un particolare is tinto. In ogni condotta importante sono rappresentati pi istinti. Gli istinti si sono scomposti in pulsioni e tendenze che si sono poi raggruppati in altri modi. Tale raggruppamento, per Baudouin, avverrebbe a livello dei complessi. La carat teristica del complesso sarebbe quella di rappresentare pi tendenze diverse e di attivarle simultaneamente, anche quando appartengono, geneticamente, a epoche e stadi differenti. Baudouin usa il concetto di complesso per spiegare l'articolarsi e lo strutturar si della nostra psiche sotto l'influenza sia della biologia che della cultura. A ccoglie la definizione di Marie Bonaparte che i complessi siano gli organi della nostra anatomia psichica. Avrebbero anche una funzionalit interna per cui se una via di realizzazione blocc ata l'energia potrebbe rifluire per altre vie dello stesso complesso potendo anc he esprimersi in condotte sorprendenti, rappresentative di tutto il complesso. Del resto, l'autore, pur riconoscendo che col scendere lungo l'albero dei comple ssi si va sempre pi nel biologico e nella strut-tura rigida, ribadisce che i comp lessi medesimi hanno cause sia organiche che psichiche e che debbono tendersi co munque in una rete di vie cerebrali. Baudouin dice proprio che "l'insieme delle nostre tendenze sembra piuttosto formare una rete continua ove nodi di forte con centrazione sono i complessi". Le nostre tendenze formerebbero una matassa da sbrogliare con l'analisi, nella q uale rete i complessi sarebbero le aree nodali, le aree di pi forte concentrazion e tendenziale (quindi dei desideri). Facendo uso del concetto di tendenza (tipo di azione nell'osservazione comportam entale, o desiderio in quella introspettiva), Baudouin valorizza notevolmente la sua plasticit, che permette di cambiare oggetto, trasferirsi, sublimare, ma semp re tra oggetti in rapporto simbolico reciproco, con possibilit di scambi che poss ono essere onirici, ludici o espressi nella vita reale. Dal punto di vista che qui pi ci interessa, e cio quello della pluralit e distinzio ne degli istinti, la concezione basilare di Baudouin permette altri sviluppi ed interpretazioni. Il modello di una rete, di nodi complessuali e di focolai istintivi originari so ttostanti mi sembra di poterlo utilizzare anche per immaginare il processo filog enetico che ha portato da pochi e distinti moduli istintivi fondamentali alle co

mplessit istintiva e psicologica dell'uomo. Con ci mi rifaccio appunto alla terza ipotesi che ho sopra prospettata. La sempre maggior disponibilit ad accettare stimoli diversificati per ottenere le stesse risposte (in rapporto alle richieste ambientali), il progressivo allonta narsi delle risposte dagli stimoli attraverso processi elaborativi emotivi ed in tellettuali ed a schemi cognitivi, la variet delle risposte necessarie e possibil i ha necessariamente creato una sovrapposizione di strutture operative. Ogni ist into finisce per avere in comune con altri, sia stimoli, che elaborazioni, che r isposte. Ed ogni comportamento, salvo i pi elementari, ha finito per utilizzare f onti istintive diverse. Mi sembra di poter cos prospettare nella sua filogenesi i l principio freudiano della sovradeterminazione. Anche Lorenz afferma che tra du e impulsi avvengono tutte le interazioni possibili, che variano indipendentement e da ognuno di essi. Alla fine, noi ci comportiamo ed esprimiamo ad un livello ove l'integrazione int ensa, ma spostandoci sulla rete per elaborare la nostra esistenza risentiamo ovv iamente dei focolai sottostanti che sono pi vicini in ogni momento alle necessit c omportamentali. Ed incappiamo anche fatalmente in quei modi complessuali ove, co me vogliono Jung e Baudouin, spinte, elaborazioni e induzioni culturali si sono maggiormente strette. Aggiungerei che un tale modello pu includere anche la possi bilit che uno si trovi sotto l'influenza di tendenze istintive contrastanti o in aree di confine tra tendenze diverse. Cos si spiegherebbero tante nostre ansie, a mbivalenze ed ambiguit. Lorenz dice che siamo come una nave comandata da molti ca pitani che rimangono contemporaneamente sul ponte di comando. Lo psichiatra si deve appunto muovere su questa rete, rispettandone la fondament ale struttura individuale, cercando di far s che ognuno, nella sua, ci viva nel m odo migliore possibile: normale, nevrotico o psicotico che egli sia. Questa visione del problema sta, ovviamente, a riconoscere la pluralit degli isti nti. Riconosce peraltro anche il livello dinamico generale che sottende l'esiste nza. E non vincola rigidamente i comportamenti a meccanismi, diciamo, monoistint ivi, anche se li lascia sotto la loro influenza. In fondo, entro certi limiti, noi possiamo fare una cosa per motivi diversi oppu re fare cose diverse per lo stesso motivo. Ne riparleremo a proposito di "libert" e di etica e di sociologia. Tornando alla rete, direi che essa si forma sopratt utto con un processo ontogenetico ed esperienziale, collegante gli originari foc olari tendenziali. Essi sottostanno alla rete che poggia su di essi, ma su di es si si libra con i propri nodi e le proprie connessioni. Essa la risultante dello sviluppo ed in essa mi sembra anche risolversi il dilemma dell'unicit o pluralit degli istinti. A conclusione vorrei quindi sostenere che: - La strutturazione filogeneticamente originaria degli istinti, con la loro conn essione stretta a determinati comportamenti imponeva delle distinzioni e canaliz zazioni abbastanza separate. Ci a prescindere dal problema se la postulata energi a pulsionale attinga a serbatoi separati o ad uno generale. - La liberalizzazion e elaborativa e realizzativa delle risposte attraverso l'allungamento dell'arco comportamentale (dallo stimolo all'azione) ha reso sempre meno definita la conne ssione tra le pulsioni e loro possibili realizzazioni operative. - Il realizzars i di comportamenti individuali e sociali sempre pi complessi ha portato ad una re te di tendenze tra loro artico-late ed in parte sovrapposte, tale da realizzare la plurimotivazione di ogni comportamento. Su tale rete si svolge la nostra esis tenza individuale. Essa non tanto determinata dalle singole tendenze originarie quanto dallo schema operativo che la integra secondo stili di vita che si sono a ndati configurando epigeneticamente nella definizione e stabilizzazione delle di verse personalit. Sono i complessi e gli schemi cognitivi ed operativi che danno appunto alla personalit sviluppata il suo definitivo assetto psicologico nel viss uto e nel comportamento. - In queste condizioni riesce impossibile riferire escl usivamente ad "un istinto" un determinato comportamento. I vari istinti originar i giuocano, lottano, si integrano tra loro, assumendo un ruolo maggiore o minore in ogni nostra attivit o esperienza. questo il loro modo di agire, questa la lor o fondamentale importanza ed in questo senso che dobbiamo discuterli come espres sione comportamentale ed esperienziale della natura dell'uomo.

Proprio in ci sta la differenza tra un'analisi psicologica ed un etogramma ricava bile da una sperimentazione il pi possibile "pura" e magari artificiosa. In questo giuoco, in questa lotta, in questa integrazione sta anche il nocciolo della libert personale. Il giuoco si svolge appunto tra le circostanze della vita e le caratteristiche stabilizzate della personalit (v. Cap. VII). III. ISTINTO, SOGGETTIVIT E PSICOLOGIA DINAMICA Il problema del soggettivo in psicologia ed in biologia. La soggettivit nello stu dio dell'istinto. Il fattore autocoscienza come evoluzione organizzativa nella f ilogenesi. Riflessione, coscienza ed inconscio. Cognizione, logica ed affetti. P sicanalisi ed etologia. L'aspetto naturalistico nella psicanalisi. Il fattore co scienza negli studi etologici. Commisurazione e confronti tra le due discipline. Conclusione. La branca scientifica a cui si fa principalmente riferimento per lo studio degli istinti l'etologia. Essa si qualificata come una scienza obiettiva, rivolta all'analisi della vita a nimale cos come questa si svolge nell'ambiente naturale, attribuendo il massimo p eso a ci che nell'organismo prestabilito, innato. Ha notoriamente considerato le organizzazioni istintive come serrature nelle quali i segnali ambientali entrano come le chiavi previste. Ha trascurato metodologicamente l'aspetto soggettivo d el comportamento, bench poi in illustri autori si sia sviluppata una spiccatissim a tendenza ad antropomorfizzare gli animali (vedasi tutta l'opera di Lorenz). So tto questa angolatura, lo studio etologico degli istinti nell'uomo potrebbe semb rare riduzionistico in quanto volesse ridurre la nostra esistenza ad una regolaz ione comportamentale semiautomatica, o perlomeno valorizzasse al massimo tale co mponente organizzativa che c' in noi. Questa posizione potrebbe coincidere con l'indirizzo behavioristico in psicologi a, inteso nella sua accezione pi radicale. Cio quando il behavioristico ha afferma to la non utilizzabilit dei vissuti soggettivi come strumento di indagine, ed al limite li ha negati come realt scientificamente accettabile. Un'etologia purament e comportamentistica poteva quindi anche sembrare la branca rivolta agli animali di una psicologia comparata puramente behavioristica. Questa , ad es., la posizione assunta da Timbergen nel 1951 (e non modificata nel le prefazioni alle successive ristampe del suo testo): i fenomeni soggettivi neg li animali potranno anche esserci ma non possono essere osservati oggettivamente ed quindi inutile sia affermarne, sia negarne, l'esistenza. Il modo di pensare del fisiologo e dello psicologo non devono confondersi. Anche parlando dell'uomo , Timbergen per la netta dualit del pensiero psicologico e di quello fisiologicoetologico. La realt unica, i fatti ci sono nei due pensieri, ma lo scienziato inc apace di una sintesi. In realt le cose non sono mai state cos. proprio molto interessante constatare che gli etologi, e in generale gli studiosi dell'istinto, sono stati costretti ad i ntrodurre e a discutere i vissuti psichici soggettivi nel proprio campo di indag ine. Cercher di seguire questa traccia per giungere a quell'intreccio che si sviluppat o negli ultimi decenni tra gli studi psicologici e psichiatrici e quelli di etol ogia umana ed animale. E proprio in questo incontro che l'inscindibilit tra sogge ttivo ed obiettivo ha portato verso un'integrazione tra la disciplina della mass ima soggettivit, la psicanalisi, e le versioni pi evolute dell'etologia umana. L'ipotetica coscienzialit dello psichismo animale un vecchio problema. Un forte a rgomento empirico a favore della sua esistenza mi sembra proprio essere il senso di empatia e di comunicazione affettiva che esiste, talora in grado elevato, tr a un animale ed un uomo. Non si empatizza e non si scambiano affetti con una mac china che funziona a riflessi. Questo dato di fatto appare cos ovvio che generalm ente neppure lo si invoca. Leach (1980) dice che il modo pi semplice per comprend ere il comportamento di un animale quello di supporre che esso stia pensando com e un essere umano.

Cercherei comunque di evitare il trabocchetto animalista, rico-noscendo bens che noi infliggiamo sofferenze agli animali (e talora proprio crudeli ed inutili), m a che possiamo farlo (almeno possibile) se la cosa ragionevole, proprio come inf liggiamo ragionevoli sofferenze anche agli uomini. Ad es: con l'educazione, con la giustizia, con la disciplina sociale, ecc. Purtroppo lo facciamo per interess e nostro e non degli animali. A parte l'empatia e la comunicazione affettiva, ci sono argo-menti pi tecnici e razionali. Vi una lunga serie di studiosi ad orient amento neurofisiologico che ha ritenuto possibile attribuire a determinate strut turazioni nervose la capacit di produrre psiche e coscienza. Si pu andare da Reich ardt, a Kppers, a Guiraud, a V.M. Buscaino, a Penfield, a Rose, a Cobb, a Fessard , a Lashley, a Sperry. Ma l'argomento pi seduttivo mi sembra ancora un altro. Come ho gi detto, si potreb be pensare che, da un certo livello evolutivo in su, l'introduzione del fattore psichismo cosciente pu aver rappresentato un enorme perfezionamento operativo. Qu esta tesi la si trova, oltre che in Bergson, in Thorpe, in Jung, in Griffin, in Bowlby, in Fletcher (v. oltre), in Huxley, in De Crescenzio. Tra i filosofi, Ari stotele e Schelling avevano posto l'anima intellettiva e l'autocoscienza al culm ime della natura. Venendo alla storia degli studi sull'istinto, e non riferendom i all'etologia in senso stretto, potrei anzitutto ricordare alcuni pensatori che hanno negato la psiche degli animali o l'hanno ritenuta come qualcosa di non co mparabile con quella umana, non solo come valore quantitativo. Cito Aristotele, Pascal, Fabre, Bergson. Invece una qualche forma di vissuto soggettivo era ammes sa negli animali gi da Seneca e poi da Darwin e da Spencer, coerentemente con la loro concezione evoluzionistica. Riferendosi pi precisamente al funzionamento deg li istinti James diceva che nell'animale vi una particolare sensazione, o percez ione, o immagine che lo spinge. Tra i pi noti studiosi dell'istinto, Lloyd Morgan fa un discorso "ibrido" di elem enti biologici e psicologici. Egli per sembra propenso a parlare di concomitanti psicologiche, senza attribuire un ruolo causale ad una parte o all'altra. Hobhou se andrebbe invece pi in l, dicendo che il meccanismo istintivo entrerebbe in funz ione nel quadro di una tensione interna, un sentito che guidi tutto il processo. L'elemento conativo, vissuto come tensione interna, sarebbe la caratteristica c entrale dell'istinto. L'aspetto psicologico sembra particolarmente valorizzato i n Mc Dougall. L'istinto una tensione percepita, una propensit, una direzionalit at tentiva, un'emozione, un sistema di emozioni che si configura in un sentimento. Una sofferenza se l'atto non pu compiersi, un piacere ed una soddisfazione se si raggiunge l'esito previsto. In Drever, bench si torni alla distinzione tra aspetto biologico ed aspetto psico logico dell'atto istintivo, il vissuto sarebbe presente anche nelle manifestazio ni istintive pi rudimentali. Questo vissuto avrebbe certamente aspetti emotivi, s oprattutto di fronte a difficolt esterne o di organizzazione interna delle attivi t, ma per Drever ancora pi importante dell'emozione sarebbe l'interesse, cio la pro pensione al fine da raggiungere. Gi da tutte queste citazioni (e da altre possibi li) discenderebbe che il perfezionarsi dei meccanismi istintivi, il loro colloca rsi in organismi pi evoluti e complessi, il realizzarsi in ambienti pi differenzia ti con maggiori capacit adattative, le necessit di scelta tra possibilit operative diverse, ecc. ecc. comportino una valorizzazione sempre maggiore di quelle compo nenti vissute che vanno dalle semplici emozioni, alle tensioni finalizzate, alle elaborazioni intellettive e coscienti. Noto ancora che i diversi autori, anche a seconda della loro identit epistemologi ca, sembrano pi portati a parlare di concomitanze e parallelismi psico-fisici opp ure di un'identit con aspetti che sono diversi solo in chi questi fenomeni cerca di conoscere secondo la propria particolare disciplina. Sul problema del dualism o e del monismo torner nel Cap. IX. Resta comunque chiaro che non si riesce a parlare di istinti, e non solo nell'uo mo, senza che il discorso divenga anche psicologico e soggettivistico. Tutto ci a meno che, nel behaviorismo pi o meno radicale, il discorso venga rifiutato gnose ologicamente e metodologicamente a priori. Venendo all'uomo, chiaro che la componente istintiva della nostra esistenza non pu non comprendere un vissuto cosciente. L'arco organizzativo che va dalla tenden

za istintiva e dall'informazione ambientale all'elaborazione e poi esecuzione de i comportamenti, prevede necessariamente l'inserirsi di processi coscienziali. Immaginare, nell'uomo, una tendenza istintiva che non sia anche un vissuto impos sibile. Immaginare che il giuoco tra spin-te ed inibizioni, che in noi si svolge pi nei confronti del super-Io che dei segnali esterni, non abbia aspetti emotivi coscienti o inconsci, ma comunque psichici, altrettanto assurdo. Ci che bisogna discutere la funzione intrinseca di questa coscienza ed il suo ruolo nel meccani smo globale. Ci sarebbe, infatti, anche la possibilit che uno studio dell'istinto nell'uomo fo sse un'occasione per ricadere su posizioni dualistiche, nel senso che si potrebb e concepire in senso behavioristico tutto l'arco comportamentale a regolazione i stintiva. E ritenere invece gli aspetti psicologici del tutto come "epifenomeni" o "parallelismi", facendone magari tutta una questione epistemologica. Questa p osizione potrebbe essere considerata persino un corollario della dottrina behavi oristica, come ho gi detto all'inizio del capitolo. Il pi paradossale corollario s arebbe appunto quello che noi potremmo fare quello che facciamo anche senza emoz ioni o coscienza di farlo. Esistono invece molti dati, molte considerazioni possibili e molte opinioni di a utori illustri (v. sopra), a favore di un'inscindibilit e necessaria complementar iet della regolazione istintiva e delle sue varie derivazioni operative con i vis suti che, in modo vario ed a vari livelli, accompagnano la regolazione del nostr o comportamento. Altra considerazione da fare quella che gli aspetti coscienti della regolazione comportamentale assumono nell'uomo, ed eventual-mente nell'animale, gradi, livel li, essenze assai diverse. Un conto provare un'emozione, o una tendenza, un altro conto avere coscienza di averli. Anche le conoscenze noetiche e le elaborazioni intellettive possono esse re oggetto di riflessione cosciente o anche non esserlo. La riflessione una pres a di conoscenza della conoscenza. Esiste poi il problema dell'inconscio che pu essere rintracciato anche in discipl ine diverse (v. Balestrieri e Cazzullo, 1983), e che nella concezione psicanalit ica riguarderebbe un secondo livello di elaborazione dell'esistenza con autonomi a funzionale e con uno status di realt "sui generis" in quanto potrebbe essere so lo dedotto e ricostruito. Per Freud il nucleo dell'inconscio costituito appunto dagli istinti. Con ci non d obbiamo disconoscere che dei nostri istinti possiamo spesso avere coscienza. Suc cede lo stesso per regolazioni automatiche ancor pi elementari, come il rabbrividire o sudare, che possono essere del tutto automatiche o accompagnarsi a coscie nza di caldo e freddo (v. Balestrieri 1983). Freud ha pensato ad una fase di svi luppo in cui l'inconscio fosse l'unico genere di processo psichico. Fletcher avv icina l'inconscio alla psiche degli animali superiori. Jaynes ipotizza che l'uom o non tanto antico (gli eroi omerici) non avessero una riflessione cosciente com e la nostra. Effettivamente sia nella tradizione pagana che in quella giudeo-cri stiana le figure mitiche fornivano conoscenze e comandi, rappresentavano emblema ticamente pulsioni e comportamenti. Freud ha riportato dentro di noi tale "ogget tivit" ponendola a livello sia conscio che inconscio. Cos anche l'istinto ha potut o essere riconosciuto nella coscienza. Ritengo comunque che il vissuto dell'istinto si collochi in quella sfera, o stat o psichico, in cui si muovono sentimenti, desideri, passioni, repulsioni. Sono e spressioni della psiche che hanno la massima coscienzialit timica e la minore com e elaborazione noetica. Sono potenti, sentitissime, ma imprecise. Addirittura, i n un certo senso, come dice Fletcher, l'aspetto pi importante degli istinti umani sarebbe quello conativo affettivo, e non quello comportamentale. D'altra parte, le elaborazioni noetiche veramente coscienti sono un lusso confin ato ad una piccola parte della nostra attivit mentale. I vissuti istintivi ed aff ettivi ci sono sempre, pervadono la nostra esistenza, hanno caratteristiche prop ulsive e repulsive pressoch onnipotenti. Anche la nostra logica si regge su rappo rti affettivi e si mescola ad essi. Una elaborazione particolare del problema st ata tentata da Ciompi con la sua "logica affettiva". Kant nega che lo scopo supr emo della ragione sia il dare la felicit all'uomo. L'istinto ci riuscirebbe molto

pi sicuramente. Sulla base di quanto ho detto sinora, posso parlare dei rapporti tra etologia e psicoanalisi nello sforzo di evidenziare che si tratta, limitata mente a quello che qui ci concerne, di discorsi diversi sullo stesso argomento. ovvio che, riferendomi alla psicologia dinamica, penso all'aspetto pi soggettivis tico delle disciplinariet psicologica e psichiatrica. Il riferimento pi diretto al la psicanalisi dipende dalla ricerca di un confronto diretto tra i dati naturali stici dell'etologia e le precisazioni cliniche e dottrinali che le scuole psican alitiche, pur con tante divergenze, sono andate accumulando in un secolo di stor ia. stato lo sforzo conoscitivo ed interpretativo che si pi addentrato nel profon do e che, nel contempo, ha assunto uno sviluppo teoretico alla ricerca di una sp iegazione generale delle motivazioni umane e della nostra struttura di personali t. Ovviamente non voglio con ci esplorare tutti i risvolti possibili dell'argomento. Preferisco cogliere l'occasione per un tentativo di rivisitazione dei lavori cl assici e soprattutto di quello di R. Fletcher. Tentativi di commisurazione tra etologia e psicanalisi ne sono stat i fatti tanti. Certe corrispondenze, certe analogie, persino certe omologie nei contenuti concettuali, semantici ed osservativi tra le due discipline sono ben n oti. Ricordo soltanto: - il ricorso al modello energetico ed alla basilare spontaneit del comportamento. - il progetto maturativo e l'esistenza di tappe nelle quali soltanto certi passi evolutivi sono possibili (ad es. imprinting, fase edipica, ecc.). - l'oggetto, inteso come investimento libidinale o come "chiave che entra nella serratura". - la possibilit di trasferimento, compenso, sublimazione, attivit a vuoto, rituali zzazione ecc. Cio la mobilit delle pulsioni su obbiettivi diversi, al servizio del l'espressione energetica - l'esistenza di determinanti della conoscenza e dell'o rganizzazione comportamentale a monte dei singoli individui (istinti della speci e - archetipi dell'inconscio collettivo). - il contrapporsi tra pulsioni ed inibizioni, che l'etologia classica riferisce ai segnali provenienti dall'oggetto e la psicanalisi colloca invece nella dinami ca interna tra es e super-Io. Anche il super-Io, pur nella sua formazione esperi enziale, necessita peraltro alla base di un'"appetizione etica" verso un process o educativo (v. Cap. VII). comune alla due forme di regolazione, ambientale e su per egoica, il giuoco dialettico tra pulsione ed inibizione. - l'aspetto relazionale, tanto valorizzato nella psicanalisi pi recente, e riferi bile ai comportamenti di attaccamento che ambedue le discipline valorizzano. Ho gi detto come la "realt" dei fenomeni istintivi risulti anche dal comparire del le stesse "cose" nell'obbiettivo di pi discipline. La psicanalisi potrebbe davver o apparirci come la grande metafora dell'etologia. Benassy, pur dicendo che l'esperienza analitica potrebbe essere interpretata anc he con modelli filosofici o linguistici ritiene che l'interpretazione istintiva dimostrerebbe che l'esperienza analitica non contraddittoria con la scienza obbi ettiva. Io non mi fermerei a tal punto. Vorrei invece mettere in rilievo l'insci ndibilit degli aspetti soggettivi ed oggettivi, psicologici e biologici, della me nte umana che psicanalisi ed etologia hanno rispettivamente ricercato e trovato nel loro campo di indagine e coi loro linguaggi. Psicanalisi ed etologia sono evolute separatamente. Freud ben poco sapeva di psi cologia animale. Pi profonde ed acute sono alcune intuizioni di Jung nel rapporto tra archetipi ed istinti. Di fatto le due discipline si sono incontrate come sc ienze gi mature. L'incontro ha suscitato interesse generale, sia nei trattati (Pl oog - Kaplan e Sadok - Balestrieri, 1993) che in convegni (White - Balestrieri, De Martis e Siciliani) che nei lavori monografici e saggi (Viario - Mainardi, 19 76 - Kraner e Mc Kinney, 1979 - Cronholm - White). Con tutto ci, comprendo la difficolt di omologare due discipline pur nella converg enza sull'oggetto che esse si trovano ad avere. Comprendo anche come sia spesso necessario lasciare loro una separata peculiarit epistemologica, realizzantesi an che ed ovviamente, in preparazioni culturali ed operativit scienti-fiche e terape

utiche molto diverse. Le categorie, inutile ripe-terlo, sono e restano nelle men ti dei conoscenti e non nelle cose conosciute. Ma il punto che vorrei mettere a fuoco che ognuna delle due aree disciplinari se mpre stata costretta a considerare e a utilizzare ci che potrebbe sembrare peculi are delle altre. A parte la psicanalisi freudiana, l'integrazione tra l'osservazione obbiettiva d el comportamento e l'interpretazione psicologica dei vissuti si posta col concet to psicologico e biologico junghiano degli archetipi. Debbo ripetere l'affermazi one di Jung che gli archetipi sono una manifestazione degli istinti. Cos la Jacobi, in una prospettiva junghiana, vedrebbe una gerarchia di archetipi, da quelli pi strettamente biologici e comuni a tutti gli uomini a quelli con mag giore o minore costruzione socio-culturale che "rivestirebbe" la base innata. Al verdes psicologizzerebbe l'istinto parlando, ad es., di un inconscio collettivo dei ragni per la ricostruzione delle loro reti. Portman individuerebbe livelli d iversi di regolazione istintiva con componenti genetiche ed esperienziali di val ore proporzionalmente diverso. Dalle potenzialit gestaltiche innate (il viso uman o rico-nosciuto dall'infante), alle determinazioni istintuali bisognose di impri nting o di completamento esperienziale, agli archetipi di formazione soprattutto culturale. Vien subito da osservare che queste interpretazioni corrono il rischio di prospe ttare un rapporto tra componenti biologico culturali e componenti psicologico-es perienziali considerandole integrabili ma essenzialmente diverse. Senza voler da re giudizi sulla reale posizione degli autori, ribadirei che il risultato di que sti processi integrativi dovrebbe essere quello di un qualcosa che ha aspetti de ll'una e dell'altra natura. La rete da tessere da parte del ragno pu essere uno s chema neurofisiologico o gestaltico, come anche un rudimentalissimo vissuto. Gli archetipi umani sono tutto quello che di automatico, inconscio, conscio e vissu to affettivamente e cognitivamente ci pu essere in noi. Tornando alla psicanalisi , fuor di ogni dubbio che i grandi padri (Freud, Jung, Hartmann, Klein) hanno ed ificato la loro dottrina su di un presupposto istintivo (v. Cap. IV). In Bowlby il riferimento all'etologia diretto. L'innatismo presupposto in Money-Kirle, Bio n, Fornari. Ho gi detto nel primo capitolo che altri autori, pur valorizzando sop rattutto la relazionalit a scapito della pulsionalit, non possono prescindere da u na motivazione concepita in modo innatistico. Sacerdoti, rifacendosi all'affermazione di Freud che un istinto ci appare come i l rappresentante psichico degli stimoli che trovano origine dentro l'organismo, afferma che il concetto di pulsione istintuale un concetto psicologico. Alla fin e afferma che l'etologia umana, per essere completa, dovrebbe comprendere l'inda gine psicanalitica. Se la psicanalisi ha sempre focalizzato il mondo dell'istinto, l'etologia ha dov uto sempre considerare il vissuto nei comportamenti. L'intrinsecit dell'aspetto psicologico esperienziale nel mecca-nismo istintivo, g i sostenuta dai fondamentali studiosi dell'istinto che ho sopra ricordato (Hobhou se, Lloyd-Morgan, Mc Dougall, Drever) trova la pi aggiornata considerazione in Fl etcher, proprio raffrontando sistematicamente etologia e psicanalisi 5 . In tutta l'opera di Fletcher il ruolo della coscienza e del vissuto soggettivo v iene sostenuto come meccanismo comportamentale e ritenuto strettamente connesso alle altre componenti dell'istinto, non soltanto nell'uomo. Questo ruolo, connes so anche a fattori di vero "significato", nella motivazione, sembra essenziale a Fletcher. In altre parole per lui la soggettivit non un epifenomeno, invece un m eccanismo indispensabile. Di fatto, egli nota, nella scala evolutiva le risposte immediate e rigide diveng ono sempre meno disponibili e l'esperienza affettiva giuoca un ruolo sempre magg iore sino a divenire la caratteristica principale dell'istinto. La tesi di Fletc her quella che l'istinto dell'uomo sia soprattutto un vissuto, una direzione esi stenziale. Dato questo valore attribuito alla componente psicologica soggettiva ed al vissu to nella regolazione istintiva, la monografia finisce per essere soprattutto un confronto con la psicanalisi. Il problema dell'uomo viene appunto affrontato con la conclusione che siano due approcci disciplinari ai medesimi problemi.

A Fletcher va benissimo l'aspetto arcaico ed inconscio, fantastico, pre-verbale, alogico, amorale del vissuto istintivo dell'uomo. Ci corrisponde quindi a quanto si pensa dell'inconscio freudiano. Il rilievo che Fletcher d allo stesso Es come struttura della persona, ed all'inc onscio come livello di funzionamento mentale corrispondente a quello istintivo, porta poi ad accettare la visione freudiana sull'origine dell'Io direttamente da ll'Es. L'autonomia dell'Io, sostenuta da meccanismi istintivi propri, come la tr overemmo in Hartmann, non viene presa in considerazione. Anche il Super-Io vien visto, sempre in accordo con Freud, come un'ulteriore differenziazione dell'Io e come largamente radicato nel mondo istintivo a livello inconscio. Il Super-Io q uindi originato filogeneticamente ed anche gli ideali morali derivano da bisogni istintivi basilari. Fletcher per non accetta l'origine istintiva del contenuto d el Super-Io, in quanto lo considera storicamente acquisito nella societ e trasmes so cultural-mente ai singoli durante la loro formazione culturale. Il lamarkismo di Freud, il quale pensava che ripetute esperienze dell'umanit finissero per leg arsi nel gene in senso normativo, viene rifiutato. L'istinto etico e l'istinto d i apprendere sarebbero il supporto motivazionale, per Fletcher, all'apprendiment o delle norme (v. Cap. VII). Non vi sarebbero elementi a favore del giusnaturali smo. Le posizioni di Fletcher sono aperte e decise a favore dell'interpretazione "psi cologistica" dell'istinto anche a livello animale. Sono anche aperte alla maggio re integrazione tra psicanalisi ed etologia. Ma altri autori sono di opinione diversa o affrontano diversamente il problema. Un esempio lo troviamo in un'altra grande monografia sull'etologia umana, ove ne cessariamente si parla del vissuto cosciente. Ploog nel capitolo dedicato all'etologia nella Psychiatrie der Gegenwart (1964) si chiede: dove sta il vissuto, il veramente spirituale (Seelische) in questa sc ienza? 6 E risponde che il lato soggettivo del comportamento non oggetto dell'et ologia, ma appartiene alla scienza pi "specialistica" della psicologia e psicopat ologia dell'uomo. Ploog sembra dunque rifugiarsi dietro un chiaro dualismo epistemologico. Non riesce per ad evitare l'argomento del vissuto animale. Dice infatti, a propos ito di autostimolazione cerebrale, che noi assolutamente non sappiamo se l'anima le prova piacere, dolore o ansia. Tuttavia non sembra escludere queste ineffabil i esperienze ed osserva che anche le esperienze umane vengono rese agli altri in modo assai scialbo dal linguaggio parlato. In un altro punto ammette che sappia mo troppo poco degli animali per sostenere in via di principio punti di vista co mparativi o diversificativi. Anche Ploog, dato che scrive in un trattato di psichiatria, deve necessariamente incontrare i rapporti tra psicanalisi ed etologia. Cos riconosce i verosimili le gami tra l'imprinting ed il problema dei traumi psichici. Ancora a proposito del le ricerche di Hess, dice che esse convalidano le tesi etologiche che la disposi zione ad agire e l'umore si corrispondano. Ploog ha trattato specificamente il problema nel saggio "L'evoluzione della cosc ienza" del 1989. Ritiene che non possiamo sapere a quale livello evolutivo di co mplicazione strutturale si possa iniziare la produzione di una coscienza. Pensa, in conclusione, che gli animali abbiano un senso di loro stessi ("Sich --selbst - Bewusstsein") e facciano riflessioni su loro stessi. Questa possibilit si svil upperebbe solo nelle condizioni del vissuto sociale interattivo. Si potrebbe concludere che anche l'iniziale tentativo di puristica separazione e pistemologica che Ploog fa tra etologia e psicologia soggettivistica, finisce po i per dissolversi in un insieme di inevitabili riflessioni sulle radici naturali stiche della coscienza, dell'autocoscienza, dell'elaborazione cognitiva. De Crescenzio svolge, nella sua competenza filosofica, un'analisi critica molto sottile delle posizioni di Lorenz, in opere meno recenti, circa le caratterizzaz ioni psicologiche dei comportamenti istintivi. Lorenz riconosceva al comportamen to affettivo l'aspetto psicologico di un desiderio che "lo accompagna". Il compo rtamento consumatorio sarebbe anch'esso "accompagnato" da un piacere sensibile d a non intendersi per come "epifenomeno" in quanto avente in se stesso un signific ato biologico concreto. Nel '50 Lorenz avrebbe ritenuto i processi psichici semp

licemente "concomitanti" ai processi psicologici. Secondo De Crescenzio il limit e di Lorenz e l'origine delle sue difficolt stava nel suo persistente dualismo e quindi nella concezione di mente e corpo come entit separate. Per Lorenz la relaz ione psicofisica sarebbe di conseguenza del tutto incomprensibile. In ogni modo, nella ben nota opera del 1963 (Il cosiddetto male) Lorenz conclude apertamente a favore delle esperienze soggettive degli animali superiori, pur r itenendole scientificamente indimostrabili. In un altro passo, De Crescenzio si esprime a favore della neoetologia umana di lingua inglese (soprattutto di Thorpe e Timbergen), la quale, evitando lo scient ismo rigido di Lorenz, riconoscerebbe l'interazione problematica tra etologia e scienze umane, intesa come "controllo reciproco che da un lato consente la corre zione dei rispettivi punti di vista e dall'altro non annulla, ma presuppone, l'a utonomia metodologica di essa". L'influenza dell'etologia sulla psicanalisi, not a De Crescenzio, si manifestata soprattutto in alcuni autori, come Bowlby, Spitz e Storr. Talora si tenderebbe per ad una connessione interdisciplinare e ad un'i dentificazione di concetti fondamentali che il filosofo De Crescenzio non dispos to ad accettare. Egli manterrebbe l'irriducibilit metodologica delle due discipli ne. Sorge comunque anche il dubbio su quale delle due discipline abbia ricavato dall'altro pi di quanto abbia dato. Per Benassy la psicanalisi avrebbe ricavato d i pi di quanto abbia dato. Ma non dimentichiamo l'affermazione di Sacerdoti che l 'etologia umana, per essere completa, dovrebbe comprendere l'indagine psicanalit ica. Quindi, soltanto completandosi con la psicanalisi l'etologia potrebbe compi ere uno studio scientifico dei derivati degli istinti degli uomini. Possiamo anche chiederci quali sarebbero gli elementi del vantaggio in un senso o nell'altro? Penso bisogni soppesare la vaghezza dei concetti psicanalitici e l'apparente sci entificit dei concetti etologici. Psicanalisi ed etologia si sono storicamente sv iluppate in una visione scientista e positivista. Quanto sopra detto su Lorenz e su altri autori del filone etologico di lingua tedesca lo dimostra. Si danno ce rtezze, si forniscono opinioni definitive. Certi capitoli di Lorenz e di Eibl-Ei besfeldt danno all'umanit indicazioni apodittiche sul che fare (v. Cap. VIII). An che la psicanalisi part con gli sforzi positivistici di Freud, rest poi come bersa glio delle critiche metodologiche, mantenne incerta la sua accettabilit scientifi ca e si frantum in un pur rigoglioso groviglio di opinioni, tra le quali quelle s entite e comprese umanisticamente prevalgono su quelle chiarite e dimostrate sul piano scientifico. Oggi le cose sono un po' diverse. L'etologia ha migliorato lo status scientifico delle psicanalisi fornendo obbiettivi riscontri alle sue intuizioni. D'altra pa rte l'etologia ha mostrato ampiamente le sue crepe ideologiche e la relativit del le interpretazioni o delle conclusioni che autori di orientamento diverso hanno voluto ricavare da osservazioni apparentemente "obbiettive". Lo schieramento ide ologico si fatto sentire forse pi in etologia che nella psicanalisi. Possiamo allora ascoltare nuovamente il filosofo De Crescenzio e riconoscere che le due discipline possono esercitare un controllo reciproco senza rinunciare al la loro rispettiva autonomia metodologica. Ferma restando questa autonomia metodologica, possiamo veramente accontentarci d i questo? O dobbiamo fare tutto quel passo commisurativo tra le scienze autonome e diverse che Platone e Democrito accettavano e che Aristotele rifiutava? Abbia mo visto che la realizzazione del fenomeno istinto, anche a livello animale, non sembra possibile senza ammettere un fat-tore psichico in tutto il processo oper ativo. Un vissuto di tendenza, di affetto, di conazione, di desiderio, di intere sse non sembra concettualmente eliminabile. ben vero che questo vissuto trova nella metodologia e nel linguaggio psicologico la sua migliore descrizione. per anche vero che esso "" anche il comportamento ch e l'etologia descrive. Non c' nessun dualismo "in s" che sia necessario. Il dualis mo, se vogliamo, solo epistemologico e soltanto nel senso che esistono disciplin e pi adatte a conoscere e descrivere aspetti funzionali diversi nell'organizzazio ne del comportamento. Non direi per soltanto che si tratti di modi di conoscenza alternativi applicati facoltativamente al fenomeno globale del comportamento-esp erienza. Il fatto invece che non si pu comprendere il comportamento istinto senza

considerare il vissuto affettivo, conativo, attentivo ecc. E non si pu capire il vissuto comportamentale senza farlo poggiare sull'istinto. Che si debbano usare due ottiche categoriali conoscitive, caratteristiche di div ersa autonoma disciplina, per afferrare completamente un fenomeno non costituisc e uno scandalo epistemologico, specie per chi abituato a pensare in psichiatria (v. oltre, Cap. IX). Resterebbe sempre la speranza di una sintesi superiore come auspicava Bacone, ip otizzando una scienza "capace di contenere tutti quegli assiomi che non apparten gono in proprio ad alcune delle scienze particolari, ma che possono competere co n pi d'una nel medesimo tempo". Una posizione del genere assunta oggi dalla teori a generale dei sistemi, dalla teoria delle catastrofi, da alcuni concetti di Pri gogine, ecc. Potremmo anche pensare che la stessa etologia potrebbe presentarsi come una scie nza intesa a superare le divisioni disciplinari, arrivando a schemi di valore su periore e generale. Ad affrontare cio i vissuti come meccanismi comportamentali p revisti in natura. Una collocazione dell'etologia in questa posizione potrebbe sdrammatizzare tanti problemi di chi, come lo psichiatra, parte da una formazione naturalistica per accedere a conoscenze di tipo necessariamente anche umanistico. Fondamentalmente gli permetterebbe soprattutto di capire che, mentre nella filogenesi si passati dal pi biologico al pi psicologico, nella patologia avviene proprio il contrario. Il malato regredisce verso le sue strutture naturali di base perdendo la propri a libert di utilizzare tutta la rete nodale delle sue motivazioni. Anche nelle pr oduttivit patologiche sarebbero proprio le tendenze basilari disintegrate (cibo, sesso, potere, territorio, ecc.) a fornire il contenuto, invero monotono, dei de liri e delle allucinazioni (v. Cap. IX). Per concludere lo studio degli istinti, gi negli animali e soprattutto nell'uomo, non sembra possibile senza una visione dei due aspetti, oggettivo e soggettivo, che gli istinti stessi presentano. Cos l'etologia ha dovuto tener conto dei proc essi coscienti. E la psicanalisi partita dall'istinto. Il realizzarsi, nel proce sso evolutivo, delle possibilit di coscienza pu apparire come la suprema modalit di regolazione comportamentale. Il confronto tra etologia e psicanalisi ha signifi cato di reciproca validazione. IV. ISTINTO E CONOSCENZA Il problema gnoseologico e le scienze naturali. I contenuti della conoscenza nel la loro corrispondenza istintiva. Istinti e contenuti psicopatologici. Gli aspet ti categoriali della conoscenza in filosofia e nella filogenesi umana. Evoluzion e naturale ed evoluzione culturale. Innatismo e conoscenza nelle visioni psicolo giche e filosofiche. Il "dove" della conoscenza. Strutture personali, strutture linguistiche, strutture sociali. Antropologia culturale della conoscenza. La fil ogenesi della conoscenza ed il "dove" del delirante nella schizofrenia. Conclusi one. L'esistenza, anche sul piano della natura, esige una qualche forma di conoscenza . Un aspetto naturalistico della conoscenza gi stato evidenziato dai filosofi. Quan do Protagora diceva che l'uomo misura di tutte le cose o quando Platone parlava della prigione corporea che non ci lascia accedere alle idee universali, o quand o Tommaso diceva che il conosciuto nel conoscente secondo la natura di quest'ult imo, evidente che la natura e la biologia venivano ben prese in considerazione. Oggi, in filosofia, il problema gnoseologico, di fronte al relativismo epistemol ogico imperante, si andato dissolvendo. La gnoseologia ha ceduto il campo alla m etodologia. Anche nelle scienze non possiamo pretendere di conoscere un "vero" c he sia al di fuori di noi e al di l della portata dei nostri metodi. E cos anche quella naturalistica resta una delle metodologie. Essa preziosa, purc

h applicata con criteri di relativit epistemologica. Un modo di valorizzare la metodologia naturalistica mi sembra quello di evidenzi are come essa sia stata implicita e necessaria in altre aree disciplinari. Si pu quindi cercar di commisurare la problematica della conocenza legata ad una visio ne biologica e naturalistica con quella che si ritrova in aree di studio che non vengono solitamente considerate tra le scienze naturali. Tali confronti si possono fare con la psicanalisi, l'antropologia culturale, la linguistica e con certi campi dell'etnologia e della sociologia, soprattutto per vedere quale supposizione naturalistica si ritrova in queste discipline che pro priamente biologiche non sono. Premetto che le cose non sono semplici, gi al punto di partenza, per i molti sign ificati che la conoscenza pu assumere. Noi conosciamo per percezione, per misuraz ione, per teorizzazione, per ipotesi, per dimostrazione, per immaginazione, ecc. Come dice Pomian, la parola conoscenza si dice in pi sensi, polisemica. L'istinto, si dice, una conoscenza innata. Gli antichi (Galeno, Seneca) attribui vano agli animali un sapere innato, e non una pulsione a fare. Nell'uomo l'istin to per rimasto soprattutto come tendenza, affetto, come bisogno vissuto, mentre l a conoscenza del mondo, nonch la modalit comportamentale per la realizzazione cons umatoria, sono prevalentemente riferite al livello intellettivo e culturale. Que lla conoscenza che pu essere anche accompagnata dalla conoscenza di conoscere. Tu ttavia, anche a questo livello la nostra naturalit non pu cessare di manifestarsi. Possiamo ora individuare tre aspetti del problema conoscitivo, in rapporto alle premesse naturalistiche fondamentali dell'etologia. Ci sono delle cose che dobb iamo conoscere perch servono ai nostri imprescindibili bisogni (cibo, oggetto ses suale, pericolo ecc.). Radicandosi nel nostro potente residuo istintivo ovvio ch e tali oggetti debbono risultare privilegiati nelle nostre operazioni conoscitiv e. Debbono pilotare l'immagine che ricaviamo dal mondo. Sono le prime immagini c he il neonato ricerca ed acquisisce. Sono quelle determinanti cognitivo-comporta mentali che vengono talora enfatizzate dall'innatismo pi rozzo. Persino un etolog o sofisticato come Hinde considera biologicamente adattive e probabilmente evolu te nella selezione, sia la paura dei serpenti che la nostra inclinazione a dare un'interpretazione all'universo. Anche per Monod l'esigenza di una spiegazione t otale del mondo sarebbe innata. Di fatto, lo scoprire quello che ci sembra una v erit (eureka) sembra darci un'istintiva gioia. I temi di base sui quali si orientano le nostre conoscenze risultano nella psico patologia come, del resto, in tutte le situazioni di emergenza o di regressione. Gli psichiatri sanno che le nostre ansie, i nostri deliri, le nostre allucinazio ni si riferiscono, con trasformazioni varie, a questi temi dominanti. Non per nu lla i loro temi risultano abbastanza costanti e talora addirittura monotoni. Noi deliriamo desiderando o temendo pressappoco sempre le stesse cose. Ma al di l di questo "cosa" conoscere, di aspetto un po' hegeliano, ma connotato da una direzionalit pulsionale, c' il problema assai pi kantiano del "come" conosce re. Esiste cio un'epistemologia biologica su base filogenetica ed ontogenetica che co nsidera la strutturazione dell'apparato conoscitivo nel corso dell'evoluzione. D al lato etologico se ne occupato soprattutto Lorenz, che gi nel 1941, da buon uni versitario di Koenigsberg, dissertava sul problema degli a priori di Kant. Sopra ttutto ne L'altra faccia dello specchio Lorenz sostiene che l'apparato conosciti vo anch'esso una parte del mondo naturale e deriva dall'adattamento a quegli ele menti reali che esso stesso esperisce. L'a priori conoscitivo stato acquisito ne lla filogenesi. Le categorie a priori, dice Lorenz, stanno alla realt come lo zoc colo del cavallo sta alla steppa o la pinna del pesce sta all'acqua 7 . Kant, vissuto prima di Darwin e di Freud, non poteva giustifi-care i suoi a prio ri con simili punti di vista. Egli tuttavia, secondo Piattelli-Palmarini, avrebb e potuto volentieri accettarli perch consoni alla propria dottrina. Si sarebbe po tuto avere una "critica della ragione inconscia" ed una filogenesi delle categor ie conoscitive. Questo dunque l'aspetto naturalistico dell'epistemologia etologica. l'aspetto de l "come conoscere", per il quale sembra difficile disconoscere una componente di

aspetto istintivo. Per un riferimento commisurativo possiamo qui accennare alla teoria della forma per la quale la nostra psiche esprime certe disposizioni strutturanti. Ed anche a questo proposito vengono esposte interpretazioni innatistiche o addirittura in vocato un isomorfismo fisico-psichico. Forse, come ipotizza Leach (1977), l'uomo pu pensare solo quei pensieri che il meccanismo preparato a pensare. Tracce di q ueste premesse si ritrovano certamente nello strutturalismo, come vedremo tra br eve. Ma c' pure un altro aspetto, che possiamo almeno in parte ricondurre alla teoria dell'evoluzione. Ne trattava anche Theilhard de Chardin e sul problema sono torn ati Ruse e Cavalli Sforza. stata cio osservata un'affinit tra gli schemi evolutivi della natura e quelli dell a cultura. Ambedue risentono di fattori stabilizzanti, ritualizzanti, fissativi. E di fattori mutazionali, divergenti, innovativi. E meccanismi selettivi provve dono a scegliere tra il nuovo ed il diverso facendolo poi diventare vecchio e st abile. Sotto questo aspetto la natura sembra continuarsi nella cultura e ci potre bbe porre il problema dello strumento biologico che attivo in ambedue i casi. An dando oltre all'analogia si potrebbe ipotizzare un'omologia. un aspetto particol are, al quale anche De Crescenzio d il rilievo filosofico che merita, quello dell a cosiddetta "etologia culturale", proposta anche da Knig. Presupponendo l'analog ia, ed addirittura l'omologia, di comportamenti elaborati nella cultura con quel li sviluppatisi precedentemente in natura, si verrebbe in sostanza ad eliminare lo iato tra scienze della natura e scienze dello spirito ed a considerare la pre istoria come un anello di congiunzione. I prodotti culturali dell'uomo potrebber o essere interpretati anche sulla base di schemi comportamentali innati. Sino a questo punto, l'approccio pi strettamente biologico mette dunque in eviden za le seguenti determinanti istintive o per lo meno le componenti innate della c onoscenza umana: - i contenuti che vengono privilegiati nello apprendimento o che sono gi latenti in noi; - la strutturazione evolutiva dell'apparato conoscitivo con le sue categorie, le sue possibilit, i suoi limiti, i suoi fini operativi; - l'analogia, o omologia, dello sviluppo naturale con quello culturale. Su queste basi mi sembrano possibili ulteriori considerazioni partendo da un con fronto con la componente naturalistica che pi o meno esplicitamente, invocata o a mmessa in campi disciplinari e filoni culturali che non si considerano di solito appartenenti alle scienze biologiche o non soltanto ad esse. Mi riferisco alla psicanalisi, allo strutturalismo, alla linguistica, all'antropologia culturale, all'etnologia, alla sociologia. Nell'ambito della psicanalisi (della quale ho gi discusso nel precedente capitolo ) il riferimento fondamentale Jung. I suoi archetipi dell'inconscio collettivo v engono riferiti alla biologia dell'istinto. Jung paragona l'archetipo alla tela del ragno. Per Jung gli archetipi non sono conoscenza, sono spinte naturali per elaborare certe conoscenze fondamentali per l'uomo. L'idea di Jung non manca cer to di precedenti, anche lontani, che vanno dalle idee di Platone, alle "idee gen erali" di Agostino, alle "idee interne" di Keplero. Cicerone rifacendosi a Plato ne, spiegherebbe il rapido apprendimento nell'infanzia alla preesistenza, nell'a nima, di contenuti conoscitivi. La rivoluzione junghiana consistita nel collocar e concettualmente tali "idee", o tali loro premesse, nel mondo fascinoso ed impo sitivo dell'inconscio. Jung accenna alla possibilit che la fissazione genetica degli archetipi sia legat a al ripetersi di certe esperienze nella storia dell'umanit. Questo lamarkismo, c he gli stato rimproverato (per es., da Hall e Lindzey), certamente pi evidente ed ingenuo in Freud, quando egli parla della famosa uccisione del padre che stareb be alla base del tab dell'incesto. A parte i due grandi padri della psicanalisi, altri cultori della materia hanno apertamente espresso convincimenti di tipo naturalistico circa l'origine dei nos tri contenuti conoscitivi. In tal senso M. Klein parla di "imago" che precedono

le esperienze, Winnicott di "fantasmi precursori dell'oggetto", Money-Kyrlie di "fantasie innate", Bion di "pensiero senza pensatore". Fin qui sembra che possiamo collegare abbastanza bene gli studi psicoanalitici c on i due primi aspetti del meccanismo conoscitivo considerati dalle ricerche eto logiche. Quello dei contenuti istintivi (il "cosa" conoscere) e quello dei modi categoriali del conoscere (il "come" conoscere). Ma nella psicanalisi ulteriore viene fuori un problema che ci collega ad un terz o modo di considerare l'evoluzione della conoscenza sul piano etologico. Quello del "dove" si attua la conoscenza. E ci si collega con ci anche ai temi pi affasci nanti dell'antropologia culturale, della linguistica e della sociologia. Bisogna partire dalla distinzione di Saussurre tra lingua e parola. La parola dei singo li. La lingua di tutti, ha una storia e una sua vita, ci unisce, ci possiede e c i domina, fornisce le vie per il nostro pensiero. Anche Wittgenstein diceva che il linguaggio un'istituzione sociale. Nell'ambito della psicanalisi, Lacan aggiunge o sostituisce all'endoscheletro is tintivo un esoscheletro linguistico. La lingua un inconscio sovrapersonale ed im personale. L'uomo visto come un animale in preda al linguaggio. E Lacan innatist a circa le prime origini di questo meccanismo. Con l'uomo immerso nell'universo linguistico, che ha creato e dal quale ricreato , passiamo dunque ed in tal modo dal "cosa" conoscere e dal "come" conoscere, al "dove" conoscere. Questo "dove" per, per esterno a noi che sia, pu anch'esso esse re posto in una prospettiva naturalistica. Pu infatti essere un "fuori" di noi ch e riflette le nostre strutture interne e naturali e le risultanti tendenze istin tive. Per ci stesso ci pu essere comprensibile. Fornari prevede significati innati disposizionali nella biologia del soggetto. Ci sono per lui delle protocategori e affettive, delle unit minimali di significato che per si esprimerebbero per il t ramite linguistico. Diceva Vico che "questo mondo civile certamente stato fatto dagli uomini, onde se ne possono... ritrovare i principi dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana". Tale prospettiva risalta negli studi linguistici e nello strutturalismo linguist ico, sociologico, storiologico. Per Chomsky la capacit linguistica fa parte dell'attrezzatura biologica originale della specie, una facolt mentale ed strettamente determinata da un programma gen etico. Chomsky sostiene l'esistenza di una grammatica universale, che in tutte l e lingue legata alla natura umana. Ma tale grammatica una forma logica. Grammati ca, sintassi, logica, farebbero parte di un programma genetico comune a tutte le lingue, che non mi sembra poter essere altro che una genetica dell'uomo. Anche Piaget fa ampie concessioni all'innatismo, pur attribuendo notoriamente lo svilu ppo della personalit alla continua epigenetica interazione, passo per passo, tra fattori innati ed acquisiti. Piaget pensa che, se l'intelligenza precede il ling uaggio, il linguaggio finisce poi per strutturare un'intelligenza gi parzialmente strutturata. Questi cenni alle teorie linguistiche, assieme a quelli alla psica nalisi di Lacan e di Fornari, ci fanno vedere l'universo linguistico nel quale c resciamo e viviamo (il "dove" della conoscenza) come qualcosa che esce da noi e si ribatte poi formativamente su di noi. C' dunque un "dentro" di noi che determi na il "fuori", ma poi il "fuori" che conferma e ristruttura il "dentro" nel cors o della storia sociale e dello sviluppo personale. Vediamo quindi anche in tale senso, quel rapporto continuativo, che diviene reciproco, tra natura e cultura c he avevamo individuato inizialmente. Sembrano esserci delle omologie tra il nost ro mondo interno e quello che ci circonda. E sono proprio quelle considerate dal lo strutturalismo. Lo strutturalismo si pone notoriamente come teoria generale trans-disciplinare. uno schema che ha servito alla psicologia, alla linguistica, all'etnologia, alla storiografia. Levi-Strauss colloca le strutture in ci che natura ci ha dato. Ess e non proverrebbero n dalla storia, n dall'esperienza, n dalla prassi. Sarebbero ne lla natura universale dell'uomo. Avrebbero, come dice Remotti, il carattere univ ersale dell'inconscio junghiano. E poi le strutture dettano legge alle nostre es perienze. Esse si esprimono nel linguaggio, negli usi e costumi sociali (vedi le famose relazioni di parentela), nella storia. Ma, una volta poste fuori, esse n on possono non ribattersi poi su di noi e determinare ci che noi in esse diveniam

o. Levy-Strauss si collegato al filone degli studi etnologici e storiografici, da D urkheim e Merlau-Ponty, a Mauss. E Durkheim dice appunto che la societ un aggrega to che pensa, sente, vuole. Noi ne siamo riplasmati. il "dove" del conoscere, il "fuori" che ridetermina il "dentro". Sarebbe, alla fine, il braccio pi lungo del la nostra originaria pulsionalit. Noi viviamo nella nostra creazione e viviamo di essa, specie quando essa si fiss a e concretizza in miti, riti, religioni ed ideologie. Sono questi che captano l e cariche affettive, le spinte istintive generali dando loro forma e contenuti. La storia e l'evoluzione culturale hanno dunque esercitato negli uomini questo i nflusso formativo. Ma esse stesse sono state un prodotto degli universali umani, interpretabili in chiave sia naturalistica che strutturalistica. L'antropologia culturale si trovata sempre di fronte al problema della fratellan za conoscitiva degli uomini, mentre il semplice diffusionismo culturale non ha c onvinto Bastian, n Jung, n la Jacobi, n lo stesso Levy-Strauss. L'antropologo Basti an parlava di "pensieri elementari" esistenti presso tutti i popoli. C' sempre il problema di Colombo e degli spagnoli che sbarcano e trovano cospecifici con fil one evolutivo separato da almeno 20.000 anni e che subito si capiscono, si accop piano e scoprono incredibili comunanze di strutture sociali, religiose, architet toniche ecc. Possiamo allora concludere che i bisogni innati, le forme e strut-ture, le categ orie conoscitive, la lingua, le strutture sociali e la storia che creiamo e dall e quali siamo forgiati restano tutti punti di riferimento necessari per un'inter pretazione naturalistica della conoscenza. La lingua assume in tutto ci un riliev o particolare come vero habitat della stessa specie che l'ha prodotta. Rifletten do ancora su come tutto ci si concretizza e si definisca dentro di noi, va consid erato che noi siamo abituati a considerare i fattori naturalistici, biologici co me qualcosa di dato a priori, di agente iniziale definitivamente prestabilito e legato al progetto genetico. E con ci lo contrapponiamo a ci che invece "culturale " e cio venuto dopo dal di fuori. chiaro invece che tutto ci che conoscenza ed sta to esperienza viene continuamente a far parte della nostra personale struttura p sicologica. Noi siamo ci che la natura voleva, ma siamo anche quello che abbiamo esperito, fatto, appreso. Tutto ci che ci ha fatto diventare epigeneticamente que llo che siamo. E questa, alla fine, la nostra vera natura. Il crescente flusso d i informazioni nel quale cresciamo e viviamo, ingigantisce oggi il fenomeno. Le teorie dell'epigenesi selettiva (Changeaux) e del darwinismo neurale (Edelman n) che abbiamo gi considerate (cap.1) sembrerebbero fornire oggi il modello inter pretativo pi adatto per la formazione epigenetica della nostra definitiva persona lit, nel rapporto continuo tra ci che dentro e ci che fuori di noi. Possiamo dire i noltre che, anche per il problema degli aspetti naturalistici della conoscenza, sembra ulteriormente chiarirsi il carattere di una scelta epistemologica. Nella natura l'uomo ci pu infatti stare tutto e quindi ci possono stare tutti i s uoi mezzi e le sue forme di conoscenza. Ma certi aspetti del suo rapporto col mo ndo vengono tradizionalmente trattati in campi disciplinari che non sono ritenut i, di solito, parte delle Naturwissenschaften. Allora sta a noi scegliere di tra ttarlo qualche volta, come stiamo facendo ora, sotto l'aspetto naturalistico, te nendo presente che gli enormi progressi della biologia del comportamento permett ono di stabilire una continuit delle conoscenze innate pi semplici (come i rifless i) alle vere conoscenze realizzate a livello di intelligenza, cultura e conoscen za. E che discipline come la psicologia analitica, la linguistica e lo struttura lismo hanno dovuto ricorrere alla natura come spiegazione dei loro problemi. Ma proprio facendo una simile scelta ci accorgiamo che essa legata alla nostra v era attuale "natura", cio a quello che personal-mente siamo diventati nell'univer so linguistico, culturale, scientifico, disciplinare nel quale siamo individualm ente cresciuti. una pseudospeciazione culturale, come dicono gli etologi, ma que sta, di fatto, la natura di ogni singolo uomo. Leach (citando Devereux) dice che l'uomo pu dividersi in "razze sintetiche". Mi sembrano cos anche le categorie pro fessionali. Vorrei concludere, per fedelt alla mia propria specie culturale, col vedere che c

osa ci possano insegnare queste acquisizioni polidisciplinari e transdisciplinar i nell'ambito della psicopatologia. Ho gi detto che le nostre motivazioni e pulsi oni istintuali originarie forniscono senso e contenuti alle nostre manifestazion i psicopatologiche sia nevrotiche che psicotiche. A proposito delle manifestazioni psicotiche, ed in particolare della forma che c hiamiamo schizofrenia, ci siamo abituati a considerare una sintomatologia negati va o positiva (nel senso dell'organo-dinamismo francese) oppure primaria o secon daria nel senso di Bleuler. lo stesso problema dell'autismo povero e ricco di Mi nkowsky (v. Cap. IX). Si tende a ritenere che il danno morboso (o processuale, come si diceva) determi ni direttamente un deficit e dia luogo direttamente a sintomi primari, o negativ i o poveri. La risposta della personalit che porterebbe ad una conoscenza autisti ca e delirante, darebbe luogo a sintomi secondari, positivi, ricchi. I farmaci t enderebbero ad eliminare questa risposta lasciando pressappoco invariato il quad ro deficitario. Tutto ci mi resta abbastanza convincente ed accettabile (v. Cap. IX). Noto anche che, sul piano epistemologico, tendiamo a vedere il negativo in senso pi biologico ed il positivo in senso pi psicologico. Il difetto ci sembra pi biolo gico, il delirio pi psicologico. C' per anche da chiedersi se la regressione ontogenetica e filogenetica nella schi zofrenia non porti in campo meccanismi conoscitivi che l'uomo sano normalmente n on usa ma che possono venire utilizzati nella produttivit psicotica. Simili cose in psicopatologia sono certamente gi state dette (pensiero primitivo, pensiero al ogico ecc.). Quanto abbiamo gi considerato a proposito di natura e conoscenza ci fa ancora riflettere sullo stesso problema. Gli antichi meccanismi conoscitivi p otrebbero essere stati superati sul piano evolutivo, ma essi potrebbero essere r ecuperabili in una patologica regressione filogenetica. Potremmo avere un "come" della conoscenza di tipo paleontologico Ne riparleremo al Cap. IX. La stessa prospettiva naturalistica ci permette anche di riconsiderare, in psico patologia, l'effetto retroattivo del prodotto psichico sul producente. Chi costi tuisce un delirio, poi ci vive dentro e ne riplasmato. Come chi crea un linguagg io e ne riplasmato. Esiste alla fine un "dove" personalizzato e ristretto, che p otrebbe essere una forma dell'autismo. Ma il delirio coin-volge, nella realt e ne ll'immaginazione, anche altre persone. Ha quindi una sua storia ed una sua evolu zione. Come dice Durkheim (a proposito della societ): pensa, sente, vuole. Alla f ine il paziente preda di quel delirio che lui stesso ha creato. Il "dove" del de lirante sarebbe sui generis, ma analogo a quello del normale. Diventerebbe, per dirla con Maturana e Varela, autopoietico. Il cerchio, anche in psicopatologia, come vedete si chiude. La mente ed il mondo creano la mente ed il mondo (Goodman). In conclusione il contributo che la natu ra d ai processi di conoscenza (gi prospettato dai filosofi) potrebbe essere schem a-tizzato in un "cosa" e cio gli oggetti attesi e privilegiati di conoscenza, in un "come" e cio negli strumenti categoriali che l'evoluzione ci ha dato, ed in un "dove", e cio l'ambito sociale, culturale, linguistico che noi abbiamo creato e che si ribatte su di noi forgiandoci nei processi epigenetici di apprendimento. La regressione psicopatologica potrebbe farci recuperare modalit conoscitive arca iche tali da spiegare i contenuti del pensiero autistico e dissociativo. Il mond o delirante che il paziente finisce per strutturare pu influire su lui come un "d ove" conoscitivo. V I MODELLI ISTINTIVI PER L'AGGRESSIVIT Aggressivit come istinto primario o come possibilit comportamentale per fini diver si. La polemica sull'aggressivit. La storia dell'uomo attraverso le guerre. I due modelli possibili e le difficolt di una scelta. Rilevanza dei modelli e realt ant ropologica. Conclusione. La valutazione dell'aggressivit e delle sue radici di grande importanza per ogni

studio della vita istintiva, e ha ricadute particolari verso i problemi della so ciologia e dell'etica (v. Cap. VII-VIII). La voce aggressivit entra, di fatto, in ogni trattazione sull'istinto. Infinite sono infatti le modalit con le quali, secondo varie interpretazioni etol ogiche o psicodinamiche, l'aggressivit potrebbe manifestarsi, anche in modo appar entemente molto diverso da quello originario. Proprio restando ai nodi essenziali della strutturazione istintiva dell'uomo, e riconoscendo che il comportamento aggressivo assai frequente e spesso nocivo nel la nostra specie, sarebbe dunque essenziale poter attribuire all'aggressivit un c arattere obbligato oppure facoltativo. Cio chiarire se l'aggressivit possa essere considerata un istinto primario che ha in se stesso spinte che ne rendono necessaria la manifestazione. Qualcosa di com parabile alla fame, al sesso, ecc. Oppure poter attribuire all'aggressivit un car attere secondario, strumentale. Cio considerare l'aggressivit un modo di rapportar si, uno strumento, un modulo comportamentale che permetta la soddisfazione di al tre spinte istintive o di bisogni culturalmente indotti, o anche avente l'aspett o di una risposta a stimoli esterni o alla frustrazione di istanze fondamentali. Questo secondo modo di vedere l'aggressivit non negherebbe il suo aspetto innati stico ed istintivo, ma lo farebbe dipendere, in modo pi flessibile, da situazioni ambientali anzich prospettarlo come un'inevitabile spinta interiore. Le opinioni pi o meno polemicamente espresse, sono discordanti e su questo argome nto anche gli autori pi illustri finiscono spesso per esprimersi in maniera ambig ua o contradditoria. Il problema esiste, parallelamente all'etologia umana, anche in psicanalisi. Una pulsione aggressiva primaria sembra ammessa da Adler, Federn, Klein, Hartmann. La posizione di Freud stata mutevole e incerta. Dapprima considerava l'aggressiv it parte dell'istinto di vita, poi la collocava autonomamente, in-fine la faceva confluire in quello di morte. Sembra comunque che in questa ultima concezione fr eudiana l'aggressivit assuma il carattere di un dinamismo specifico ed autonomo, pur nel complesso della thanatos. Fenichel appare pi limitativo sulla primariet della pulsione aggressiva. Altri aut ori (Sullivan, Guntrip, Kohut, Fromm, Fornari), hanno considerato, con varie sfu mature e sfaccettature, l'aggressivit come una reazione all'insoddisfazione di al tri istinti o come un modulo comportamentale atto al raggiungimento di altri fin i istintivi. Il dilemma che abbiamo prospettato all'inizio dunque bene evidente nella lettera tura psicanalitica. Una posizione particolare quella degli autori che hanno voluto collegare diretta mente l'aggressivit alla frustrazione. La tesi e la ricerca di Dollard e coll., n ella sua originale e rigida formulazione, ha ormai un significato soltanto stori co. Essi partono da un postulato assai esplicito e semplice che viene offerto al l'inizio dell'opera. L'aggressivit sempre conseguenza di una frustrazione. Gi all' inizio, a proposito di definizioni e concetti, Dollard sembra comunque ritenere che siano gli ostacoli alla soddisfazione di istinti naturali e tendenze psicolo giche a scatenare l'aggressivit stessa. In una tale concezione l'aggressivit appar irebbe dunque "strumentale", cio come meccanismo per ottenere ci che ci viene nega to. In campo etologico la tesi pi esplicita e radicale quella di Lorenz (1969). L'agg ressivit per lui una delle grandi spinte, come lo sono la fame, il sesso, la paur a ecc. Con essi siede nel "grande parlamento degli istinti". dunque un istinto p rima-rio, vero, preservatore della specie. L'aggressivit sarebbe auto-nomamente p rodotta. L'animale avrebbe bisogno di scaricarla e cercherebbe attivamente gli s timoli adatti a scatenarla. La tesi di Lorenz certamente la pi drastica ed unilat erale, rispetto a quelle variamente sfumate di altri etologi come Thorpe, Tinber gen, Hinde, che De Crescenzio citerebbe come innatistiche e pulsionali in ordine decrescente. Anche secondo Lorenz (1969) i quattro grandi istinti, fame, sesso, fuga ed alime ntazione, non determinerebbero per il comportamento in maniera incontrastata. Il risultato comportamentale sarebbe influenzato anche da altre entit istintive meno importanti e filogeneticamente meno antiche. Tutte le immaginabili interazioni

potrebbero avvenire tra due impulsi indipendenti. Lorenz cita l'immagine di Juli an Huxley, dell'uomo come una nave che ha molti comandanti. Nel Cap. II abbiamo gi parlato della pluralit e contemporaneit delle pulsioni istintive. Lorenz non vuol certamente spiegare tutto con l'aggressivit intesa nel senso lett erale. Essa sembra essere per lui un elemento pulsionale assai esteso e polivale nte. Assomigliante, in ci, alla libido, o anche all'istinto di morte di Freud. In ibizioni e trasformazioni ("redirezioni") permetterebbero questa estesa utilizza zione. In sostanza, anche gli istinti ed i corrispondenti sentimenti degli uomini "in s enso positivo" (amore di coppia, amore materno, solidariet, amicizia, ecc.) risul terebbero dall'inibizione e redirezione di un fondamentale istinto aggressivo. Lorenz dell'opinione che l'aggressivit di cui l'uomo dotato non abbia sufficienti scariche nell'ordine sociale attuale. Tra gli etologi classici diversa la posizione di Eibl-Eibesfeldt, il quale conce pisce invece una coppia bipolare fondamentale definita come amore-odio. Sul prob lema della priorit o della strumentalit la posizione di Eibl-Eibesfeldt non appare per molto chiara, oppure lo in senso lorenziano. In una sua opera recente (L'uom o a rischio - 1988) egli si scandalizza per l'accusa rivolta agli etologi di ess ere sostenitori di un'aggressivit (anche in bipolarit con l'amore) innata ed inevi tabile. Ma poi insiste, con Lorenz, nell'evidenziare la necessit di riutilizzazio ne positiva e di controllo di questa stessa aggressivit. In sostanza, sembra acce ttare l'impulso aggressivo di Lorenz come istinto pri-mario. Gli esseri umani sa rebbero persino educabili "contro la propria natura". Quale sia tale natura non sembra dubbio, anzi viene ribadito esemplificando il comportamento aggressivo sp ontaneo dei bambini. Uno studio, ad impronta etologica, particolarmente diretto al problema della pri mariet o della strumentalit del comportamento aggressivo stato fatto da Storr. Egl i si chiede appunto se, in accordo con la teoria etologica classica (il modello "psicoidraulico"), non esista negli esseri umani un accumulo di tensione aggress iva che abbia bisogno di sfogo periodico. Potremmo anche ammettere che tale tens ione abbassasse la soglia per lo scatenamento reattivo. Le opinioni, ricerche ed argomentazioni considerate da Storr sono diverse ed a p ossibile sostegno dell'una o dell'altra tesi. Cita quelli che ritengono che l'uo mo vada in cerca di stimoli all'aggressivit. Dice che non opportuno il tentativo di ridurre totalmente le forme aggressive nella societ attuale. Valorizza il "pot ere" politico e l'opportunit di coesione sociale che offre la comparsa di nemici esterni al gruppo. Tende ad allinearsi con Lorenz nel concepire altre tendenze e sentimenti come riorientamenti di un'aggressivit primitiva. Si pone su posizioni adleriane valorizzando l'aggressivit come elemento di autonomizzazione ed autoaf fermazione, particolarmente in una specie come la nostra ove i legami di dipende nza durano assai a lungo. E anche vetero-maschilista: "Si hanno molte ragioni di credere che l'indubbia superiorit del maschio nella sfera intellettuale e creati va sia da ricollegarsi a una pi cospicua dotazione di aggressivit". Afferma che "l 'idea di essere afferrata e violentata da un maschio spietato ha sempre esercita to un gran fascino sul sesso femminile". A parte ogni altra considerazione, ques to che Storr dice solleva il problema generale dell'accettazione, o gradimento, dell'aggressivit da parte di chi, singolo o gruppo, ne oggetto. Va anche detto che questa teorizzazione sociologica e sessuologica sembra peralt ro partire dalla premessa affermata che il maschio pi aggressivo della femmina. N on tiene conto del fatto che l'aggressivit maschile pi appariscente perch diretta a lla conquista, mentre quella femminile si scatena, ad es., nella difesa della pr ole. Pur ammettendo che le donne nevrotiche appaiano pi aggressive delle altre, m entre il contrario avverrebbe per gli uomini, Storr non terrebbe conto dei cicli di mansuetudine ed aggressivit che si alternano nei due sessi nel corso della vi ta. Andando direttamente alle conclusioni va riconosciuta l'onest di Storr quando riconosce che "in tutto il libro ci siamo sforzati di rendere evidente il fatto che l'aggressivit un impulso non meno innato, naturale e potente della sessualit. ..". Gli argomenti a favore di questo postulato lorenziano non mancano certament e. Ne riparleremo pi avanti. Johnson tende a considerare l'aggressivit non come un processo unitario, ma come

un fenomeno complesso sotto controllo multifattoriale. Deve per ammettere l'esist enza di certe strutture cerebrali (non sarebbero un unico centro) la cui stimola zione d luogo a comportamenti aggressivi. Sembrerebbe peraltro che l'esperienza p ossa modificare questa risposta. Il fatto che la stimolazione dei centri ipotala mici dia luogo a risposte non assolutamente stereotipe e che possano, ad es., al ternarsi con la fuga sulla base di una valutazione delle circostanze ambientali, fu dimostrata chiaramente gi da Hess (v. discussione in Balestrieri 1961, Ancona 1968) e sembra un dato acquisito. Altra considerazione che Johnson pu fare quell a che ceppi animali particolarmente aggressivi possano essere selezionati ed all evati in specie assai diverse, dai pesci ai mammiferi. Sul fondamentale problema se l'aggressivit sia fine a se stessa e se sia autorinf orzante, Johnson finisce per per non pronunciarsi. Fa riferimenti critici a Loren z ed alle analoghe opinioni gi espresse da James, riconosce che il nostro cervell o deve avere dei meccanismi innati per organizzare risposte aggressive indipende ntemente dalle esperienze. Non vuol peraltro riconoscere all'aggressivit lo stess o carattere della fame o della sete. Dice che se noi non mangiamo sentiamo la fa me ma se non abbiamo occasioni di aggredire non diveniamo pi aggressivi. Il model lo psicodinamico freudiano o lorenziano non lo convince. In aperta polemica con le tesi di Lorenz (oltre che con quelle pi divulgative di Ardrey), Montagu ha raccolto nel 1968 una serie di articoli di autori diversi co mplessivamente critici verso il concetto di istinto aggressivo. Gi nella prefazio ne, oltre a rimettere in discussione l'esistenza ed il ruolo degli istinti nell' uomo, Montagu sottolinea che ogni fatto presentato come scientifico il risultato di un'interpretazione. Ci peraltro, ritengo, vale sia per le tesi di Lorenz o Ja mes che per quelle opposte che Montagu raccoglie! Vale quindi anche per la sua a ffermazione che "l'uomo uomo perch non ha istinti, perch deve impa-rare tutto...". Ci con l'unica eccezione delle reazioni "istintoidi" degli infanti spaventati. Il comportamento istintivo, secondo Montagu, avrebbe dovuto andar incontro ad un a soluzione negativa, in quanto inutile e dannoso. E sarebbe dubbio che anche i grandi primati abbiano istinti. Per Gorer l'uomo non avrebbe istinti omicidi, mancherebbe per di inibizioni alle aggressivit intraspecifiche. Resta da stabilire cosa sia questa aggressivit! Ma, c omunque, la programmazione filogenetica dei meccanismi inibitori potrebbe essers i in noi indebolita man mano che l'uomo ha ridotto i suoi apparati offensivi nat urali (dentatura, forza muscolare). Pi importante l'articolo di Scott col confronto tra autopoiesi del comportamento alimentare e la dubbia possibilit che qualcosa di similmente spontaneo avvenga co n l'aggressivit. logico che la diminuzione dello zucchero nel sangue metta in mot o il comportamento di alimentazione. Sembra difficile ammettere che i centri del l'aggressivit, se non stimolati direttamente con elettrodi, possano attivarsi in assenza di stimoli ambientali. Boulding sottolinea invece la possibilit di concep ire un "istinto culturale", cio una trasmissione transgenerazionale di comportame nti, compreso quello aggressivo. Cos ogni generazione "erediterebbe" culturalment e aggressivit o territorialit. Tutto ci indubbiamente esiste, ma non dimostra affat to, come Boulding vorrebbe, che l'aggressivit e la territorialit umane siano solo prodotti dal sistema sociale e non da quello biologico. In un successivo articol o Halloway fa la logica, ma ben necessaria, distinzione tra le disposizioni inna te ed istinti veri e propri. Si pu infatti essere predisposti a reagire in manier a istintiva senza essere obbligati o essere comunque aggressivi. Considerazioni pi complesse vengono infine fatte da Crook il quale sostiene anche lui che non vi effettiva evidenza di un comportamento appetitivo per il comportamento aggressi vo. Non vi sarebbero prove sicure che, in assenza di stimoli, l'aggressivit possa essere del tutto spontanea. Resta da vedere cosa possa essere l'"assenza di stimoli" in quanto il discorso p otrebbe valere anche per la sessualit. E, d'altra parte, lo studio etologico dei comportamenti a vuoto evidenzia come elementi stimolanti possano essere facilmen te trovati o forse, almeno nell'uomo, immaginati. Segnalo infine l'opinione di Barash il quale, nella sua teorizzazione sociobiolo gica, interpreta il controllo e la riduzione dell'aggressivit sulla base di consi derazioni globali sui vantaggi e svantaggi di manifestarla nell'ambito della spe

cie. Egli comunque contrario all'innatezza etologica lorenziana di un bisogno di aggredire. La numerosit di queste citazioni (e di tante altre possibili) dimostrativa di qua nto pochi siano i dati "oggettivi" sui quali basarci, al di fuori delle interpre tazioni. Torniamo a quanto dicevo nel prologo. Negli anni pi recenti sull'argomento non sembrano esservi stati particolari contr ibuti. significativo che la discussione etologico-psicologico-sociologico-politi ca sull'aggressivit (v. anche Carthy ed Ebling) fosse di attualit negli anni dal ' 60 al '70, cio in un'epoca in cui il mondo occidentale sentiva particolarmente il problema delle ideologie e lo dibatteva con un'indubbia aggressivit. Sarebbe inf atti impossibile negare che tutte le opere citate, da Lorenz e Storr ai loro opp ositori, abbiano impronta fortemente ideologica. Potremmo comunque considerare le opinioni sinora riportate come sostanzialmente esaurienti delle tre posizioni possibili. E cio: 1) L'aggressivit da intendersi un "istinto primario" nel senso etologico classico (direi paleoetologico), cio una tendenza innata, dotata di una carica propulsiva ("energia") specifica, esprimibile in diversi comportamenti, con possibilit di a ccumulo o liberazione spontanea di tale carica anche in assenza di stimoli adegu ati. In ogni caso tali stimoli potrebbero essere attivamente ricercati. 2) All'opposto l'aggressivit conseguenza di un apprendimento comportamentale ed l a conseguenza di una provocazione o di una frustrazione. Come gi detto, la frustr azione sarebbe poi un ostacolo al raggiungimento di un fine istintivo. L'apprend imento potrebbe essere un affinamento di una disponibilit aggressiva che le ricer che fisiologiche di stimolazione encefalica dimostrano inequivocabilmente. Quest a seconda eventualit finisce quindi col travasarsi nella terza che ci resta da es porre. 3) L'aggressivit un tipo di organizzazione comportamentale diffuso in natura e ra dicato, facile da innescare ed utilizza-bile per il raggiungimento di obbiettivi (alimentazione, territorio, cibo, ecc.) per cui altri istinti sono attivi. Oppu re anche per bisogni culturalmente e socialmente acquisiti dalle specie. Nell'am bito dei programmi comportamentali utilizzabili quello aggressivo avrebbe una fa cile priorit di attivazione. Teniamo presente che tutti gli animali sono pressoch costantemente bisognosi e desideranti di qualcosa. E che le frustrazioni e gli s timoli irritanti sono anch'essi pressoch costanti ed ubiquitari. Vi sarebbe poi d a considerare lo stabilirsi per apprendimento ed abitudine di schemi comportamen tali (fissati nel S.N.C. durante la formazione della personalit) che introducono la risposta aggressiva in modo pressoch automatico e costante. Va premesso, ancora una volta, ad ogni possibile conclusione che ognuno dei term ini sopra utilizzati discutibile e convenzionale. Lo si pu dire per: istinto, pul sione, energia psichica, frustrazione, segnali ambientali ecc. Non possiamo capi rci e discutere se non facendo uso di convenzioni verbali e di postulati teorici : la coscienza epistemologica di cui oggi possiamo vantarci non fa che confermar e quanto diceva Freud in Pulsioni e loro destini: "Gi nel corso delle descrizioni non si pu fare a meno di applicare determinate idee astratte le quali provengono da qualche parte, e non certo esclusivamente dalla nuova esperienza. Ancor pi in dispensabili sono tali idee, che saranno poi i concetti fondamentali delle scien ze, nell'ulteriore elaborazione della materia". Ho gi fatto questa citazione nel primo capitolo. Le opinioni, le teorie, gli schieramenti ideologici sono quelli che abbiamo esposto ed altre citazioni poco servirebbero. La realt umana non pu es sere colta senza interpretazione. La mia interpretazione seguir i due fondamentali modelli si-nora riferiti, tenend o presente che si tratta comunque di modelli ricavati dallo studio biologico del comportamento (etologia) e dalla teoria e pratica psicodinamica (psicanalisi) p er interpretare comportamenti umani individuali e collettivi. Facciamo dunque il tentativo di collocare fatti in uno schema teorico che li accolga adeguatamente . Quali sarebbero i fatti? La storia umana una storia di conflitti. A scuola si im parano prevalentemente guerre e battaglie, anche se ci potrebbe dipendere dal mod

o tradizionale di fare la storia. Si potrebbe (e si anche tentato di farlo) scri vere storia sulla vita quotidiana e pacifica degli uomini. Da essa sono derivate cultura e grandi civilt, almeno quanto dalle battaglie. Le religioni hanno modif icato gli uomini, hanno "fatto storia" attraverso atti di amore, come il buddism o ed il cristianesimo. La storia della filosofia una vera storia dell'umanit nei suoi aspetti pi evoluti. Resta comunque il fatto che gli uomini le guerre le hanno sempre fatte e continu ano a farle. E che anche le riforme religiose sono quasi sempre finite in guerre feroci. Freud, durante la guerra del 1915, si chiedeva: "Perch poi in generale i popoli e le nazioni... si denigrino, si odino, si detestino l'un l'altro, un vero mister o. A questo proposito io non so proprio che cosa dire". In realt Freud ha cercato per tutta la vita di sistemare teoricamente il problema della aggressivit umana, ma di ci abbiamo gi parlato. E riflettiamo che la generazione corrispondente ai f igli di Freud, dopo aver partecipato all'immane massacro, dal Carso, a Verdun, a ll'Ortigara, alle Fiandre, a Gallipoli ecc., fu pronta a ricominciare (da quaran tenni) la guerra successiva ed a combatterla per sei anni. Guardandoci attorno a i giorni nostri, vediamo che ai colossali conflitti della prima parte del secolo seguono guerre interetniche o guerre civili particolarmente feroci in aree nell e quali il condizionamento ideologico avrebbe dovuto avere effetti pacificanti e preventivi. Non ha avuto tali effetti l'intenso cattolicesimo irlandese e non l o ha avuto un'educazione plurigenerazionale nell'uomo all'internazionalismo prol etario, all'eguaglianza, al socialismo ecc. come se l'istinto di lotta sia riemerso improvvisamente appena la pacificazione oppressiva si dileguata. Pensiamo poi a quanto avvenuto in Africa o in India alla cessazione dei domini c oloniali. Se dai conflitti interetnici (Irlanda, America, ex Jugoslavia ecc.) si passa all 'interno delle singole societ, vediamo un aumento generale della criminalit violen ta, della criminalit organizzata, della violenza sessuale ecc. Ci non tanto o non solo per decadenza economica, immigrazione ecc., quanto magari in parallelo ad u n aumento delle prospettive per una vita materialmente pi ricca. C' poi il mondo d ella comunicazione delle immaginazioni, della "realt virtuale" in cui siamo sempr e pi immersi e nel quale sembra avvenire un'educazione alla violenza. Per process i di darwinismo economico, la violenza tende infatti ad affermarsi ad un punto t ale da smentire la propria funzione catartica e da minacciare l'equilibrio etico della popolazione. Allarmi in proposito vengono ormai da parti al di sopra di o gni sospetto di moralismo. Il continuo dibattito sul rapporto tra violenza in televisione e comportamento d egli spettatori, specie minori, fonte di ambiguit. Non si pu escludere che gli spe ttacoli vengano prescelti da individui gi propensi all'aggressivit. Uno sguardo ai programmi fa per capire che l'appetenza, che commercial-mente diviene un'imposiz ione, deve essere estremamente diffusa. Particolarmente appetito l'accoppiamento di aggressivit e sessualit, tanto da far ritenere che sesso e violenza abbiano un legame filogenetico ed innato. A tutta questa realt, quale dei due modelli (agressivit come istinto primario - ag gressivit come strumento per l'affermazione di altri istinti o altre istanze appr ese) si adatta meglio? Il primo modello, quello di Lorenz e di Storr (e non soltanto loro) ci farebbe d unque ammettere che gli uomini, spinti dal primario istinto aggressivo, adottino un comportamento esplorativo verso situazioni e occasioni utilizzate per scaric are le pulsioni che esisterebbero a monte. Ci secondo il classico model-lo "psico idraulico" di Lorenz. Le aggressioni, i conflitti, le violenze che abbiamo citato non avrebbero veri m otivi "razionali" e neppure corrisponderebbero ad altri istinti come la territor ialit, il potere, la nutrizione ecc. Questi sarebbero soltanto pretesti, perch il vero scopo del comportamento sarebbe quello di scaricare le pulsioni aggressive. Anche gli sport pi seguiti dalle masse (da noi il calcio) fungerebbero come cata rsi settimanale delle tensioni aggressive. Ci, beninteso, in un ordine di pensier o in cui l'aggressivit sia vista anche come un'utile pulsione variamente utilizza

bile ("il cosiddetto male" di Lorenz). stato scritto anche un Elogio della guerra, nel quale si sostiene che essendo st ata uccisa dall'atomica la "vecchia, cara, onesta guerra" gli uomini debbono sfo garsi nell'aggressivit civile, nella droga, nel terrorismo (Fini). L'accettazione di questo modello invitante e sarebbe semplice. N si pu negare che gli uomini sembrino soprattutto vogliosi di litigare e che non li interessi la possibilit di ottenere le stesse cose senza fare la guerra. Ricor do che l'Italia nel 1915 poteva ottenere il Trentino dall'Austria se restava neu trale. E che la costituzione jugoslava prevedeva la pacifica separazione tra le repubbliche federate. In realt, riflettendo, si vede che le cose non stanno proprio cos. Ogni vittoria i n un conflitto comporta, con la sconfitta dell'avversario, dei vantaggi in pi. Ed alla radice motivazionale dei conflitti sembra possano esserci delle finalit pi c omplesse del semplice sfogo dell'aggressivit. I conflitti interetnici si accendono sulla base di progetti, pi o meno chiari, di conquista territoriale, di accesso alle risorse, di eliminazione di minoranze e cc. Quello che avvenuto in Jugoslavia potrebbe sembrare un cieco scoppio di viol enza non finalizzata. In realt si delinea un progetto di spartizione territoriale e di "pulizia etnica" a favore di Serbia e Croazia che cos risolvono altri confl itti esistenti tra di loro. Nel 1915 l'Italia voleva anche Trieste e la Dalmazia (patto di Londra). Il problema particolare dell'aggressivit intraspecifica dell'uomo deve poi essere oggetto di particolari considerazioni relativamente alla cultura. Si osserva generalmente che gli animali hanno un'aggressivit intraspecifica limit ata alle lotte per la supremazia senza arrivare all'uccisione dell'avversario. L 'uomo sembrerebbe capace di uccidere i propri simili perch il fenomeno della "spe ciazione culturale" non gli farebbe riconoscere come cospecifici coloro che parl ano una lingua diversa, hanno una religione diversa, appartengono ad altri siste mi culturali, economici, politici. I fattori culturali sembrano anche pi scatenan ti di quelli razziali. L'aggressivit umana sarebbe scatenata pi dalla cultura che dalla natura. Non sarebbe la "bestia che in noi" ma la nostra evoluzione cultura le a renderci pericolosi (v. anche Cap. VII). A questo proposito altre considera zioni sono possibili. Gli ani-mali impongono definitivamente la propria supremaz ia al vinto, anche facendogli pochi danni e senza bisogno di ucciderlo, con la d imostrazione di essere i pi forti. Si pu osservare (Andreski) che ci non vale pi da quando gli uomini usano armi. Il vinto, se sopravvive, pu facilmente ritentare ad essere lui ad uccidere al primo colpo. Anche cos la cultura avrebbe turbato fatt ori naturali di equilibrio. L'entusiasmo militante per dirla con Lorenz, della collettivit all'inizio della g uerra stato oggetto di numerosi rilievi. Tolstoi in Guerra e pace narra del prin cipe Andrea che, andando all'assalto, sentiva che una forza ignota, invincibile, lo conduceva innanzi e provava un'immensa felicit. Trotsky esponeva nella sua au tobiografia il disgusto per l'entusiamo bellico dei proletari tedeschi nel 1914. Lo stesso Freud ebbe allora una fase di entusiasmo. Per Lorenz nessun governo p otrebbe fare una guerra se non potesse contare su questi fattori. A proposito dell'entusiamo collettivo per la guerra si pu peraltro osservare (And reski) che i governi debbono dedicare grandi sforzi a sviluppare lo spirito comb attivo, come se questo non esistesse o fosse debole. Parimenti si rileva che i c ombattenti aggressivi sono sempre una minoranza e che le guerre del passato eran o realmente combattute da una fascia assai esigua della popolazione. Anche la criminalit organizzata che flagella i paesi pi ricchi ha un evidente scop o di deviare il flusso di ricchezza a favore di individui e gruppi. Come si vede esistono argomenti a favore e contro la primitivit dell'istinto aggr essivo, rispetto alle alternative di una strumentalit aggressiva comportamentale al servizio di altri fini istintivi o stabilitisi culturalmente. Cos il modello dell'aggressivit bruta e fine a se stessa potrebbe anche essere sem plicistico e grossolano. Resta il fatto che gli uomini utilizzano sempre facilmente la violenza per ogni scopo possibile. E che la lotta, la competizione, il sentirsi arrabbiati, l'assi stere a spettacoli violenti danno una notevolissima gratificazione. Come esiste

un erotismo del sesso, come esiste il piacere dell'alimentazione, cos esiste il p iacere della violenza. Il modello "strumentale" della aggressivit, che potrebbe andare bene, come abbiam o appena detto, per interpretare molti fenomeni individuali e sociali, pi diffici le da utilizzare proprio come spiegazione di questo "erotismo della violenza". possibile concepire un piacere legato a prestazioni di varia importanza, che non siano semplicemente la scarica di una tensione aggressiva primaria? Il modello strumentale si adatta ad una concezione dell'istinto come "facilitazi one" pi che come "pulsione". Ed abbiamo appunto discusso in proposito come si pos sa realizzare il piacere consumatorio (v. Cap. I). Ci potrebbe anche essere il piacere della performance (Funktionlust) di per se s tessa. Ma con ci restiamo al punto di prima sul nostro fondamentale dilemma. Ci accorgiamo, a questo punto, che n l'uno n l'altro modello si impone senza possi bilit di dubbio. Di fatto, anche noti cultori della materia che hanno considerato il problema nei termini in cui ho cercato di farlo, come Mainardi, non se la se ntono di prendere una definitiva posizione. bene fare una riflessione e tornare ancora una volta sul concetto dei modelli e della loro utilit. Generalmente, in un certo momento della storia della conoscenz a, un modello si impone perch efficace e soddisfacente ad inquadrare i dati di cu i disponiamo (pi o meno "obiettivi") oppure perch corrisponde ad un paradigma o ma gari ad un'ideologia denominante. Su questo problema della aggressivit non trovia mo per un modello del tutto soddisfacente e siamo fortemente timorosi che paradig mi ed ideologie possano influenzarci, come evidentemente hanno influenzato altri autori che abbiamo citato. Non potendo fruire di una scelta logica o di un modello unico che si imponga, ce rchiamo almeno di vedere se una diversit di scelta sarebbe cos decisiva. Anche sot to l'aspetto sociale, educativo ed etico le cose non cambierebbero molto. Una aggressivit primaria, prorompente in modo spontaneo, con un serbatoio psico-i draulico alla Lorenz, un qualcosa di operativamente del tutto diverso da un comp ortamento organizzato e disponibile in natura, che bassi stimoli riescono gi ad i ntrodurre e che minaccia sempre di essere la risposta pi facile in molte situazio ni? Visto che le situazioni provocatorie o di bisogno sono quasi costanti, la di fferenza non sembrerebbe pragmaticamente significativa. Se la supposta aggressivit primaria pu essere ampiamente rediretta e trasformata ( Lorenz) in comportamenti utili e lodevoli, oppure pu essere alternata all'amore ( Eibl-Eibenfeldt), un'educazione adeguata, anche da parte dei sistemi politici, p otrebbe sempre avere successi. Lo stesso avverrebbe per con un'educazione a scegl iere risposte non aggressive in luogo di quelle istintivamente pi facili, alle st imolazioni ambientali. In conclusione il risultato in termini operativi non sarebbe poi molto diverso e ci che potrebbe farci propendere per l'una o l'altra interpretazione modellistic a sarebbe sempre quella componente ideologica dalla quale non riusciamo mai comp letamente a liberarci. In ambedue i casi l'aspetto innato, istintivo, resterebbe confer-mato, in accord o sia con i risultati della stimolazione sperimentale dell'encefalo, che con la frequenza prevalente delle risposte o estrinsecazioni aggressive in infinite cir costanze personali e sociali. Se esiste praticamente questa equivalenza tra i due modelli ai fini operativi, q uale importanza pu avere una scelta tra loro per la teoria degli istinti? Se inte ndiamo per istinti meccanismi comportamentali complessi aventi innatezza, finali zzazione e pulsionalit, vediamo come i primi due punti si salvano con l'uno o con l'altro dei modelli. Pu essere innata un'organizzazione che deve comunque esprim ersi con l'aggressione, come pu essere innato un apparato a facile innesco che fa agire l'organismo aggredendo per il raggiungimento di altri fini primari o per difesa. Sarebbe quello che Mainardi (1992) chiama "istinto reattivo". Anche un'a ggressivit primaria si dovrebbe finalizzare mentre si traduce in un comportamento . Il problema che resta aperto sempre quello della pulsionalit. Esiste questa vis a tergo che giustifica il modello "psicoidraulico" di Lorenz? Esiste, ed in tale misura, un'attivit da S.N.C., che pu prescindere dagli stimoli esterni o anche da

variazioni del mezzo interno (tipo ipoglicemia per l'istinto alimentare), portan do comunque ad un dato comportamento e costituendo una necessit vissuta anche sog gettivamente come bisogno e, poi, come gratificazione consumatoria? Diciamo che il problema non solo metapsicologico ma anche metaetologico. Anche la biologia del comportamento, rivolgendosi all'essenza ultima dei fenomen i che indaga, non pu non fare una scelta, un atto gnoseologico di valore (di "fed e", se vogliamo). L'osservatore ed il teoreta entrano fatalmente nel fenomeno os servato. loro la scelta se vi vogliono porre o meno un'"aggressivit primaria" o s e preferiscono un modello diverso. In una visione utilitaristica della scienza, volta ad accettare ipotesi, teorie, formulazioni e termini convenzionali, per le loro implicazioni euristiche e per le loro ricadute sulle sorti dell'umanit, potremmo rinunciare ad una pretesa dim ostrazione "scientifica" dell'una o dell'altra tesi, e semplicemente chiederci, come ho fatto, quali potrebbero essere le deduzioni operative dalle possibili te orizzazioni sull'argomento dell'aggressivit. Ed abbiamo concluso che esse non dif ferirebbero sostanzialmente a seconda del modello che si voglia privilegiare, be ns a seconda dell'ideologia di chi tali modelli voglia utilizzare. VI GLI ISTINTI NELLA SESSUALIT La componente innata e l'organizzazione completa del comportamento sessuale 'uomo. Il significato generale della sessualit nel comportamento umano. La orazione degli istinti nella sessualit. Il sesso, la sua utilizzazione non uttiva, i suoi rapporti con alimentazione, aggressivit, potere gerarchico. sione. nell collab riprod Conclu

Pu essere che la sessualit sia alla base di tutti i comportamenti umani, come sost anzialmente Freud voleva? Oppure anche nel comportamento umano debbano venire ut ilizzate tendenze istintive diverse? Per parlare di sessualit, dobbiamo nuovamente ricordare che il meccanismo comples sivo dell'istinto comprende fasi, settori diversi. C' la tendenza innata (vissuta probabilmente gi a livello degli animali come spint a, desiderio, bisogno), c' l'organizzazione operativa, c' la realizzazione esecuti va. Gli animali pi semplici hanno tutto organizzato con prevalenza dell'innatezza e p oco o nulla apprendimento. La sessualit di certi pesci prevede migrazioni oceanic he, risalita di fiumi, deposizione delle uova, inseminazione esterna successiva da parte dei maschi ecc., senza che nessun apprendimento o progetto intellettivo possa aver influito. Le fasi della farfalla, bruco, larva si succedono con comp ortamenti utili alla fase successiva per pura innatezza. Ma nell'uomo la situazione diversa. Noi organizziamo la soddisfazione dei nostri istinti soprattutto mediante intelligenza e cultura. Di innato c' rimasta la ten denza. Proprio a proposito di sessualit sappiamo che l'uomo non ha il sapere innato di c ome ci si accoppia. I bambini devono sentirselo dire dagli amici, se non dagli i nsegnanti. Adamo ed Eva ci arrivarono da soli, ma fu provando e riprovando sino a farsi da soli una cultura in proposito ed andando incontro a molti guai. Parad ossalmente proprio l'accoppiamento sessuale viene cos ad essere un fatto cultural e. E non si sa, a questo proposito, quanto possa influire l'apprendimento nelle devianze sessuali. Certamente esso importantissimo, sia come imprinting iniziale che come conferma e stabilizzazione di comportamenti comunque acquisiti. Sappia mo dall'etologia che i segnali ester-ni attivatisi dal comportamento sono scelti , tra molti che l'ambiente pu fornire, sulla base di una disposizione ad apprende re abbastanza determinata. una scelta in ambito categoriale, non oggettivo. Il f enomeno dell'imprinting la prova sperimentale che in certe fasi dello sviluppo c i che costituisce la occasionale afferenza esterna si fissa e diviene poi definit iva. Le neuroscienze, con la teoria del darwinismo neurale, ci possono oggi aiutare a

comprendere la fisicit di questi fenomeni (v. Cap. I). Cos l'uomo costruisce anche la sua personalit sessuale attraverso una serie di esperienze che saturano le valenze pulsionali istintive, ma sono relat ive all'ambiente, alla storia, al caso, alle fortune personali e che vanno confi gurandosi nel suo cervello in maniera definitiva. Di fatto, quella sessuale la motivazione istintiva che siamo pi disposti a ricono scere. Freud ha concepito la libido come base di tutto. Ma poche motivazioni si sono prestate ad elaborazioni, scelte, valorizzazioni ritualizzate e simboliche quanto appunto quella sessuale. E tutto ci tramite la nostra evoluzione culturale . A questo punto si porrebbe il solito problema se l'istinto sessuale nella sua pi ampia accezione (la libido di Freud e dei freudiani ortodossi) possa spiegare tu tto il sesso ed anche il resto del comportamento umano. E quanto invece, nello s tesso comportamento sessuale, si abbia la collaborazione ed integrazione di spin te istintive originariamente diverse. Anche rifacendomi a quanto si detto nei precedenti capitoli, direi che l'istinto sessuale serve a molti bisogni dell'uomo; ma che la funzione sessuale necessita , a sua volta, della collaborazione di istinti diversi. Proprio il concetto di rete pulsionale esposto da Baudouin (v. Cap. II) tende a sfumare e sovrapporre i confini tra focolai pulsionali di origine diversa, dando ci un'immagine di integrazione e collaborazione tra questi focolai, specie nell' organizzazione di comportamenti cos fondamentali come la sessualit - riproduzione, l'alimentazione, l'affermazione gerarchica e territoriale ecc. ecc. Nel Cap. II abbiamo detto che l'apprendimento e la formazione dei complessi permette l'anno darsi di questa rete. Cos posso pensare che al comportamento sessuale contribuisc ano focolai istintuali diversi. Lo stesso Freud, del resto, parlava della plurim otivazione dell'uomo. Ci sono, ad es., gli intrecci tra istintivit sessuale e un'altra pulsionalit poten te originale: quella alimentare. Il significato erotico del bacio deriverebbe dall'alimentazione bocca a bocca de ll'infante. La regressione alla fase orale piacevole e stimolante nella sessuali t. L'erotismo orale pieno di gratificazioni. La ritualizzazione del comportamento alimentare assume contemporaneamente carattere di ritualizzazione sessuale. La cenetta intima il miglior preludio ed largamente usata. All'inverso, l'istinto ad accoppiarsi, serve, sul piano dell'organizzazione soci ale, a favorire e cementare l'unione personale. Non si pu stare assieme e volersi bene se, prima o poi, non si fa all'amore. Il matrimonio valido per la Chiesa e lo Stato solo se consumato. E sono gli sposi, non il sacerdote, i suoi ministri . Fare all'amore ha un profondo significato umano, sociale, naturale anche se no n si lega indissolubilmente al fine riproduttivo. Il fatto che il metodo Ogino-K naus sia ammesso persino dal cattolicesimo pi rigido sta a confermarlo. In tutta la natura gli atti di origine sessuale e riproduttiva hanno subito molteplici ri tualizzazioni, assumendo significati perfettamente naturali anche se il fine rip roduttivo si perso. Parlare di fine naturale dal rapporto limitandosi a quello r iproduttivo naturalisticamente scorretto. Ma c' poi il prevalere di fattori intellettivi, culturali, sociali e fantastici c he nella socialit umana porta ad un'utilizzazione del sesso ancora pi vasta, con f ini non riproduttivi ed in collaborazione con altre motivazioni istintive. La mo da cambia ogni anno, combatte l'assuefazione, assume aspetti estetici e sociali oltre che erotici. Il bello femminile che una volta era fruizione del possessore individuale, diventato un bene comune, una fruizione collettiva. Per le nostre strade o sui nostri schermi (ormai "la realt" si fonde) le donne devono essere be lle e tutti devono poterle ammirare. una socializzazione estetica che costituisc e un meccanismo gratificante e ritualizzato di coesione sociale. La bellezza e l 'erotismo, attraverso condizionamenti, apprendimenti, invenzioni, sono la base d ella pubblicit commerciale, assolvendo cos a scopi economici sino ad aspetti riten uti degradanti per la personalit femminile. Una ben evidente frammistione dell'impulso sessuale si verifica, oltre che con q uello alimentare, con quello aggressivo. Si gi detto (v. Cap. V) che l'aggressivit pu essere fondamentalmente concepita in d

ue diverse maniere. Come pulsione primaria, principio e fine a se stessa, nel se nso di Lorenz. Cio come un bisogno in s che quello di scarica energetica, secondo il mitico, criticabile, metaforico, ma inevitabile, modello psicoidraulico di un 'energia psichica. Oppure come meccanismo operativo di facilissimo innesco, ma n on primario, bens al servizio di altri istinti o bisogni anche culturali. Saremmo aggressivi non tanto per esserlo quanto per ottenere altre cose. Come ho detto, la scelta tra i due modelli molto influenzata dall'ideologia, in quanto esiston o considerazioni possibili a favore dell'uno e dell'altro. Comunque sia, sesso e aggressivit, sono legati ed integrati. Nel regno animale l' aggressivit serve a conquistare l'area necessaria per la riproduzione, serve ad a ccaparrarsi l'accesso alle fem-mine e cos anche a far emigrare gli altri maschi c on effetto esogamico, serve a difendere la prole. Resta la discussa questione dei limiti all'aggressivit nel rapporto interpersonal e. Le femmine, in specie diverse, sembrano esigere un certo grado di insistenza per acconsentire. Fanno pi o meno finta di non volere e di non starci subito. E q uesto previsto anche dai nostri rituali sociali, pur se molto cambiato. Anche qu i l'effetto selettivo in quanto solo i maschi pi aggressivi e perseveranti finire bbero per riuscirci. Esiste per, come si detto, un "piacere della violenza", oltre a quello sessuale o alimentare. Cio una fruizione, dal ludico al criminale, della violenza fine a se stessa. Non soltanto l'aggressivit pu servire alla fruizione del sesso. ma il ses so pu essere soltanto una modalit di violenza. Anche qui non dovremmo usare l'espr essione "bestiale" presumendo una lombrosiana regressione filogenetica a precede nti livelli istintivi. Le bestie non aggrediscono senza fini, misure, inibizioni opportunamente previste dalla natura. La perversione istintiva privilegio dell' uomo. Proprio perch l'uomo pu influenzare, redirigere, deviare, mescolare, cultura lmente i suoi istinti, che in loro stessi sarebbero sani e semplici. Giacch parliamo di cose sgradevoli ricordiamo, per conclude-re, l'uso della sessu alit come simbolo del potere. Potere sugli altri, possesso, disponibilit di sesso, fanno parte di quell'intreccio di istinti che ben presto si realizza in coloro che il potere lo hanno o lo conquistano. Anche qui fattori selettivi giuocavano una volta permettendo maggior riproduzione agli individui pi forti ed aggressivi. Anche oggi chi ha pi forza e successo spesso desidera permettersi di pi anche in campo sessuale. Ma spesso il sesso viene ritualizzato e simbolizzato, in modo bassamente metafor ico, anche solo per significare la propria supremazia. L'assogettare sessualment e con violenza sempre stata un'affermazione di potere. I nostri figli studiano i l ratto delle Sabine. Tutte le guerre si sono accompagnate a violenze sessuali, tanto da renderle scontate gi nell'antichit. Le donne face-vano parte del bottino di guerra. In tempi pi recenti l'Armata rossa arrivata in Germania ha celebrato l a vittoria anche in questo modo. Gli americani, invece, compravano le "segnorine ". C'era un po' pi di consenso, ma in Ciociaria i coloniali fran-cesi hanno fatto altro. Quello che avviene nei Balcani lo immaginiamo tutti. C' di pi. Tra i primati una simulata monta omosessuale simbolizza il potere di un esemplare sull'altro. uno dei tanti usi simbolici del sesso. Il nostro volgare, sempre pi volgare, eloquio contiene molte espressioni con questo significato di s opraffazione, inganno, astuzia, ecc. Per non parlare di ci che realmente e concre tamente avviene nelle carceri ed in altri ambienti chiusi. Consoliamoci che il sesso, nelle sue migliori accezioni, anche lo stimolo ed il nutrimento per la musica, la pittura, la poesia. Si unirebbe dunque ad un ipotet ico istinto estetico. C' dappertutto quindi, dai migliori e peggiori ambiti dell'esistenza umana. Pu ess ere cos proprio per la sua forza istintiva e la sua duttilit culturale. Concludendo, potrei dire che il campo della sessualit presenta in modo paradigmat ico le possibilit alternative che la teorizzazione sull'istinto finisce per prosp ettarci. La sessualit pu essere intesa come mono-istintiva ed addirittura estenden tesi, sotto forma di sublimazione, evoluzione, ritualizzazione ecc., a tutta o g ran parte dell'attivit umana. Oppure pu essa stessa essere considerata realizzabil e attraverso la collaborazione ed integrazione di spinte originali diverse. Ed i ntegrabile a queste ultime anche per molti altri fini.

Per tutte le considerazioni espresse nei precedenti capitoli, riterrei la second a interpretazione come la pi convincente. Essa ci prospetterebbe il giuoco realis tico e fantastico della sessualit dell'uomo come molto pi libero, ricco, sfaccetta to, fruibile ed integrabile al resto della nostra vita. Alla fine, se sul punto della pluralit istintiva siamo sempre noi a scegliere il modello che ci permetterebbe di capire e di capirci meglio, il modello di rete i stintiva mi sembra essere quello pi fruttuoso. VII ETICA E LIBERT DELLA PERSONA Rapporto tra etica e potere. Norme etiche e senso etico istintivo. Giusnaturalis mo. Ideologia. La normativa comportamentale in natura. La concezione psicodinami ca. La codificazione culturale e quella naturale. Necessit e sviluppo del senso e tico generale. Formazione ed essenza del senso etico personale. La libert umana n el giuoco degli istinti e delle norme. Il ruolo della personalit, anche come fatt ore di libert individuale. Istinto e cultura, nel bene e nel male. Si fatto un gran parlare di etica negli ultimi anni. A capire perch l'etica assum a aspetti cos angosciosi ci pu aiutare la riflessione che esiste un rapporto tra q uanto si pu fare e ci che si deve o non si deve fare. Etica e potere si possono po rre anche in un rapporto di proporzionalit. Pi posso fare, tanto pi devo chiedermi se sia lecito farlo. I nuovi poteri della medicina hanno esasperato la sua probl ematica morale. Evidentemente, supporti normativi ed ispirazioni morali ognuno li pu trovare nei contenuti di tutte le culture, ideologie e religioni che egli personalmente poss iede. Vien per da chiederci se esista una base naturalistica che valga in modo ge nerale, al di sotto o a fianco delle etiche personali che ognuno trova nel propr io senso civile, o nella propria religione o ideologia. Alla base di ogni ossequ io alla norma ci deve essere una tendenza a farlo. Leopardi diceva che la disubb idienza alla legge non pu essere impedita da nessun'altra legge. Una radice naturale, istintiva, dell'etica ha avuto riconoscimenti vastissimi si n dall'antichit. Il dilemma sempre stato rappresentato dalla distinzione tra sens o morale (intendibile appunto come dotazione istintiva fondamentale) e norme eti che elaborate per le necessit della specie e della societ attraverso meccanismi in tellettivi e culturali. Potremmo qui discutere anche del ruolo normativo dell'ideologia, visto che l'uom o stato definito animale ideologico (Bergman) in quanto egli coniuga nell'ideolo gia contenuti culturali e pulsionali della mente. Le nostre tendenze istintive, svincolate dai pi rigidi collegamenti genetici, possono applicarsi (col loro viss uto affettivo) ai contenuti cognitivi elaborati dalla nostra cultura collettiva. Ci spiega la potenza delle ideologie, che stata appunto comparata con quella del l'istinto negli animali. Spiega anche il rischio che si corre ogni qualvolta una teoria si trasforma in ideologia. La storia lo insegna. Proprio per ci il ruolo morale delle ideologie resta assai discutibile in quanto l'adesione ideologica n on sempre coincide con un'etica adeguata. I fini proposti dalle ideologie posson o anche travolgere le deboli strutturazioni etiche personali. Gli ideologi posso no anche non essere morali, pur essendo convinti delle loro ideologie. Il concetto di giusnaturalismo, cio di una normativa etica naturale comprendente regole pi o meno precise sempre stato discusso. L'esistenza di queste norme natur ali gi sostenuta, ad es., da Cicerone e da Seneca. In seguito si per sempre pi valo rizzato un diritto delle genti elaborato culturalmente nelle societ e nella stori a e largamente influenzato dalle ideologie dominanti. Possiamo ricordare che Bergson distingueva una morale aperta da una chiusa. La s econda corrisponderebbe sull'uomo a ci che l'istinto negli animali. Quella aperta sarebbe una concessione fatta dalla natura all'uomo di operare una scelta indiv iduale. Quando si parla di morale naturale dunque necessario chiarire bene se si intende un'istintiva tendenza generale all'etica o se si intendano fondamentali regole che valgono in natura sia per gli animali che per l'uomo.

Tra gli etologi, W. Wikler nel suo saggio La biologia dei dieci comandamenti ha ricercato un fondamento biologico alle norme morali. Anche Eibl-Eibesfeldt si op porrebbe al relativismo morale dettato dalla maggioranza rifacendosi ad aprioris mi etici sorti da adattamenti filogenetici. Farei osservare che sono un aprioris mo morale anche le posizioni religiose pi rigide sulla verit rivelata. De Crescenzio non ritiene invece che negli animali siano rintracciabili analogie funzionali con la nostra esperienza morale e religiosa. Una proto-eticit o addir ittura una proto-religiosit, come sostenuta da Lorenz e da Thorpe, non lo convinc ono. Non volendosi concedere un'interpretazione spiritualistica (lui, filosofo) De Crescenzio resta problematico. Certo che pi facile agganciare ai meccanismi regolatori dell'istinto il senso eti co generale piuttosto che riferire ad essi le norme particolari. D'altra parte, il rapporto tra tendenze istintive, segnali esterni (ambiente e c ultura) ed apprendimento costituisce sempre l'aspetto pi affascinante dell'etolog ia moderna. Abbiamo detto che, nelle sue concezioni pi radicali e meno evolute, l 'etologia tendeva a sostenere l'esistenza di comportamenti geneticamente prestab iliti per i quali gli stimoli esterni agivano solo come "chiavi nella serratura" . Gli studi successivi hanno dimostrato, soprattutto attraverso la scoperta dei fenomeni imprinting che le chiavi si formano per apprendimento a partire da un'a ttesa pi o meno mirata e pi o meno selettiva, e per opera del contatto con quei mo lti oggetti e situazioni stimolanti che l'ambiente pu fornire. Si fissa cos un app rendimento che rimane poi con valore di chiave pi o meno esclusiva. Poich ci potreb be riguardare sia segnali stimolanti che inibitori, potremmo pensare che nel cam po dell'etica le norme comportamentali di base si fissino nelle prime fasi della vita sotto la spinta istintiva che porta alla ricerca di riferimenti normativi e mediante l'incontro delle nostre attese con gli stimoli educativi. Bench Freud tendesse, con una visione lamarkiana, a ritenere innate parecchie norme del comp ortamento umano fissate nel gene attraverso ripetute esperienze della specie, la stessa sua teoria psicodinamica prevede l'acquisizione precoce delle norme nell a vita individuale. Prevede anche la possibilit di sostituzione dei segnali norma tivi esterni, come quelli considerati dall'etologia, con contenuti psicologici c he vanno strutturandosi nell'inconscio e che forniscono le leggi morali alle qua li il super-Io si riferisce. Evidentemente anche in questa formazione del superIo giuoca l'incontro tra l'istintiva attesa di norme ed i segnali ambientali nor mativi. Tutto ci permetterebbe una pi equilibrata visione del tanto discusso collegamento tra morale naturale (concetto giusnaturalistico del diritto) e morale positiva ( o convenzionale). Naturale sarebbe l'impulso etico vissuto come bisogno di norme . Aspetto abbastanza "naturale" potrebbero avere quelle normative precocemente f issate in risposta a supposte esigenze basilari insite nella natura dell'uomo, b ench la loro definizione resti discutibile. Non sarebbero "naturali", tutte le no rme complesse che l'uomo escogita, memorizza, introita nel corso della vita in r apporto all'ambiente in cui vive ed alle circostanze in cui deve via via regolar si. Pure queste ultime necessitano peraltro di un senso etico generale che agisc a da supporto. A questo punto fondamentale il rilievo che la tendenza naturale etica dell'uomo non pu certamente declinarsi dettagliatamente in un insieme di norme tale da sodd isfare n le esigenze complesse della societ attuale, n le sempre nuove problematich e che lo stesso progresso tecnologico ed organizzativo (il nostro "potere") cont inuamente ci pongono. L'uomo fatto per regolarsi con intelligenza e cultura in b ase alle mutevoli condizioni dell'ambiente. La codificazione culturale, anche a prescindere dall'aumento dei poteri umani, n on mai stata sufficiente a prevedere tutti i casi dell'esistenza individuale e s ociale. La morale personale, intesa come regola generale interpretativa, sempre dovuta inter-venire. La possibilit ed i gravi rischi, in questa operazione, sono quelli che una tensione ideologica finisca per trasformare i voleri in valori, c ome dice Piovani. In conclusione potremmo dire che l'entit della pulsione etica generale, nei singo li individui, costituisce una dotazione istintiva di base che dovrebbe permetter e l'acquisizione di norme culturali sia nella fase formativa personale che nel c

ontinuo succedersi e sostituirsi delle norme della nostra societ. Dovrebbe poi anche permetterci di mantenere talora elastico il giudizio etico de ttagliato sui singoli problemi, permettendoci di funzionare eticamente non una s orta di "pensiero debole" normativo, possibilistico e pluralistico. Nel compless o mondo in cui viviamo, le decisioni del singolo hanno raramente una portata di salvezza o rovina totali, di verit o di errore assoluti. Neppure le verit e le nor me rivelate in ambito religioso possono essere onnicomprensive e prive di interp retazioni. Anche i codici civili e penali debbono essere interpretati ed applica ti ai singoli casi. Le diverse norme "positive" debbono poi venir via via elaborate e rivedute dalla societ in cui viviamo. A nulla per servirebbero se non vi fosse verso di loro un' aspettativa etica istintiva generale. la distinzione di Kant tra l'imperativo ca tegorico ed i suoi contenuti. Anche a proposito di senso etico-generale non per detto che possiamo solo contare sulla natura e sull'istinto come la genetica lo produce. Sappiamo bene che anch e gli istinti si sviluppano ed entrano correttamente nella formazione della pers onalit solo se trovano adeguate valorizzazioni nell'ambiente. Cos una tendenza eti ca personale di base si sviluppa nell'infanzia attraverso il contatto con le fig ure genitoriali ed analogamente una tendenza etica professionale potrebbe svilup parsi nella fase formativa dell'et degli studi e dell'avviamento alla professione . Ci si potrebbe chiedere se possa esistere, nell'adulto, un senso etico senza rif erimenti a norme educative tradizionali, a ideologie, a religioni. il vecchio problema della morale laica. L'istinto etico di base certamente "laic o". Direi che ognuno, poi, il pi spesso appoggia, riferisce, la propria etica, a qualche "sovrastruttura" (come avrebbe detto Marx). Quindi dovrebbe prima venire il bisogno istintivo dell'etica e poi il suo riferimento 8 . Di fatti ognuno ut ilizza nel presente alcune regole fondamentali che sono quelle della societ a cui appartiene, facendolo con quella maggior convergenza o divergenza tendenziale c he caratterizza la sua personalit. Ognuno poi applica come pu il suo senso etico g enerale e la sua intelligenza alle circostanze non codificate. La generalit del s enso etico resta soprattutto come un concetto limite, una potenzialit. A monte, al di l, ed al fianco di tutte le normative che ci sforziamo di elaborar e sta quindi la sostanziale necessit di confer-mare e sviluppare un senso etico g enerale di base che appetisca alle normative e ad esse si attenga, ma che sia an che in grado di escogitare soluzioni etiche autonome immediate ove le normative siano assenti, vaghe, superate o comunque opinabili. Bench questo senso etico di base trovi riferimento anche nell'ideologia, religione, cultura dei singoli, ess o trova nella nostra stessa naturalit istintiva la pi salda e non opinabile radice . Ed questa dotazione morale istintiva di base che dobbiamo in ogni modo favorir e nell'epigenesi degli esseri umani. Restando al problema etico come si pone il problema della li-bert e della responsabilit di fronte alla specificazione delle t endenze istintive? Premetterei che, per me, il problema della libert esiste nel senso che ognuno pos sa fare quello che corrisponde alla sua personalit ed al completo e libero giuoco di tutti i fattori motivazionali che ci sono in lui. Non riterrei libero, ma pl agiato o coatto, chiunque faccia quello che un'altro farebbe al posto suo. Se so no libero posso fare quello, e solo quello, che la mia persona decide per un suo giuoco interno di motivazioni. Non si pu ammettere che io possa fare qualunque c osa immaginabile e che magari un altro farebbe. Tra queste motivazioni, dunque, le pi antiche e profonde sono quelle ancorate al mondo degli istinti. Mondo tutt'altro che univoco nelle sue indicazioni. Non cer to pensabile che noi, di momento in momento, siamo sotto la spinta di una sola d eterminata tendenza indirizzata. Di ci abbiamo gi detto (v. Cap. II). Vale anche l 'immagine di Lorenz del "parlamento degli istinti". Ne riparleremo nelle conclus ioni. Se siamo sani, in ogni momento sono disponibili tutte le nostre motivazioni, sia quelle pi generali che quelle pi specificate. Ad ogni nostro comportamento molte di esse sottendono. Quelle concordanti, o integrabili tra loro, verosimilmente c ooperano e modellano il risultato globale. In quell'intervallo decisionale in cu

i si elabora la nostra risposta alla situazione, moltissime spinte possono coinv olgerci. Tra loro ci pu essere coordinazione, somma o competizione ed esclusione. Su questo punto De Crescenzio fa delle considerazioni assai interessanti. Il fat to che nella volont umana sembrino influire fattori che si presentano come geneti ci, bio-costituzionali, filosofici, socio-culturali ecc. (e quindi anche istinti vi) indica che nessuno di essi da solo, escludendo gli altri, pu completamente de terminarci. Poich alla fine il nostro comportamento risulta armonico ed ordinato significa che deve esistere una coordinazione ed un'unificazione integrativa. La pluralit delle tendenze istintive e il loro giuoco con altri fattori interni ed esterni esige dunque il riconoscimento che sia proprio la personalit individuale vera sede della nostra libert, a giuocare col tutto e ad integrare il tutto per r ealizzare la nostra esistenza attiva. Il giuoco non si svolge quindi soltanto tra pure e semplici istinti, ma anche, e molto, tra essi e le strutturazioni cognitive. Tra tutti quegli apprendimenti c he hanno a loro volta captato e fissato dinamismi funzionali. Quelle motivazioni che hanno acquisito, come dice Allport, autonomia funzionale. In altre visioni (Jung, Baudouin), sono potenti quelle strette connessioni noetico, affettive, is tintive che costituiscono i complessi e che partecipano alla formazione della re te motivazionale sulla quale ci muoviamo. Tutto ci concepibile anche in riferimento alla teoria neuroscientifica di Edelman sulla formazione definitiva della personalit (v. Cap. II). proprio il concetto d i personalit che ci permette di afferrare questa operazione integrativa che conti nuamente in ognuno si svolge secondo lo stile di ognuno. Ammettere che il compor tamento umano sia basato sul giuoco tra gli istinti e sul giuoco tra gli istinti originari e quelle strutturazioni istintivo-cognitive che tutti ci formiamo non significa affatto deresponsabilizzare eticamente l'uomo. La organizzazione di un comportamento che cerchi di corrispondere ad una struttu razione etica personale, sulla base di un istinto etico o degli apprendimenti ch e esso favorisce e sottende potrebbe utilizzare la disponibilit istintiva a due l ivelli: - Un primo livello sarebbe quello relativo alle energie abba-stanza generali, su l tipo della libido freudiana o di una certa accezione dell'aggressivit lorenzian a, le quali abbiano una direzionalit ma si prestino a fenomeni di trasformazione, conversione, sublimazione, realizzazione, ecc. definiti secondo i vocabolari di sciplinari etologico o psicodinamico. In questa operazione "trasformistica" i va lori etici personali potrebbero giuocare un ruolo preminente. Si tratterebbe di usare "per il bene" o "per il male" quella spinta configurata come aggressivit, l ibido, potere, gerarchia, ecc. - Ci sarebbe poi la disponibilit di istinti diversi, anche essi non completamente determinanti nell'oggetto e nella modalit di realizzazioni operative, e spesso o rganizzati bipolarmente, attinenti per a comportamenti abbastanza specifici. Qui la scelta "libera" ed il giuoco etico non sarebbe quello di una riutilizzazione o trasformazione, ma quello invece di una prevalente utilizzazione sulla via con sumatoria finale nell'ambito di quella struttura a rete che abbiamo prospettato nel Cap. II. In tutte e due queste prospettive, che non si escludono vicendevolmente, la pers onalit individuale sarebbe quindi meccanismo di libert. La scelta o l'integrazione tra gli istinti e le altre possibili determinanti avverrebbe secondo le diretti ve prevalenti che una determinata personalit darebbe in una determinata situazion e ambientale. L'esperienza soggettiva che abbiamo di essere liberi mi sembra pro prio radicata in qu esto aspetto assolutamente personale ed individuale del mecc a-nismo volitivo. Il mondo dell'istinto non sarebbe pi dunque quello delle zanne e del sangue, come qualcuno teme, ma piuttosto una specie di giuoco degli scacchi tra pezzi che ha nno funzioni diverse e possono essere diversamente utilizzati. Ovviamente, in ogni personalit, certe tendenze generali o particolari, hanno giuo co pi facile e sono caratterizzanti. La loro importanza non certo da sottovalutar

e. Non per che esse dominino assolutamente la persona, salvo i casi di malattia ( e quindi di non imputabilit). Esse danno alla personalit il suo profilo, la sua pe culiare individuale configurazione. Altrimenti saremmo tutti eguali e faremmo tu tti le stesse cose. Tornando al problema dell'istinto in una visione generale de ll'etica bisogna smentire anche sulla base di quello che ho gi detto, che l'istin to possa essere inteso come male, e la cultura acquisita invece come bene. Gran parte dei nostri sentimenti pi nobili sono istintivi. Noi istintivamente ami amo, o tolleriamo, gli altri uomini, come avviene del resto nell'ambito di tutte le specie al di l delle motivate competizioni. Ci che innesca la nostra aggressiv it intraspecifica e ci rende quasi l'unico animale che uccide i membri della prop ria specie, pu essere proprio la differenza culturale. Il pericolo resta quello c he una cultura diversa faccia apparire come appartenenti ad una specie diversa q uelli che hanno un'altra lingua, divisa, bandiera, religione. (v. il capitolo su ll'aggressivit). Se poi l'avversario non lo vediamo neppure e soltanto lo immaginiamo e simbolizz iamo, ogni freno inibitorio istintivo tolto. La storia cominciata con la freccia e continua con i missili. Se vogliamo salvare etica e libert, dobbiamo coltivare i nostri migliori, prezios i ed umanissimi istinti, a scapito di quelli che tali non sono. In conclusione, la nostra dotazione istintiva comprende un senso etico di base e la tendenza ad acquisire norme mediante educazione e cultura. L'uomo attuale, c on le sue problematiche e la sua complessit sociale, deve risolvere problemi etic i anche in carenza di norme precise. La nostra libert risiede nel ruolo determina nte della personalit nel gioco delle tendenze, delle norme e di tutto ci che in no i. Fattori istintivi e fattori culturali possono svolgere ruoli diversi nel bene e nel male. VIII SOCIOLOGIA E ISTINTI Le visioni sociali delle scuole etologiche. I diversi significati possibili degl i istinti nei comportamenti sociali. L'interpretazione psicodinamica e naturalis tica in sociologia. Storia e realt nello studio delle razze umane. Le ispirazioni psicodinamiche in sociologia. Il naturalismo in Pareto. La verticalit e la trasv ersalit dei ruoli istintivi in sociologia. Critica alla sociologia di una scuola etologica. Conclusione. Si detto (Wilson) che l'organizzazione sociale la classe di comportamenti pi lont ana dal gene. Tuttavia la trattazione degli istinti nei cultori dell'etologia um ana ha dato luogo ad una serie di saggi nei quali volentieri si passati dall'ana lisi dei reperti naturalistici a considerazioni generalizzanti sull'essenza dell a nostra societ, sulla storia, sulla politica, sull'antropologia. Il tono, particolarmente nel filone etologico di lingua tedesca, stato spesso ap odittico, ideologico, messianico, e fortemente recriminatorio sul come le cose d egli uomini stanno andando. Si percepisce un certo conservatorismo, forse pi visc erale che puramente intellettuale. logico che queste opere siano in pole-mica, i mplicita o esplicita, con altre produzioni, che si sono sviluppate soprattutto n ell'ambito psicologico e sociologico marxiano, nelle quali autori soggetti ad al tre robuste spinte ideologiche, hanno trattato dell'uomo come una tabula rasa, s oggetto solo a condizionamenti ed apprendimenti, sino a negare ben note evidenze ed a scotomizzare appieno il fatto che una nostra storia naturale deve pur esis tere. Il problema esiste nei due sensi. Se Marino dice che l'uomo pu essere interpretat o quale organismo vivente senza nulla sacrificare della complessit del suo pensie ro e delle forme sociali in cui si realizza la sua esistenza, De Crescenzio fa, ad es., osservare che il controllo dell'aggressivit istintiva negli stessi ani-ma li pu essere compreso solo analizzando anche le loro strut-ture sociali. L'impossibilit, anche in sociologia, di prescindere dalle componenti istintive de

lle motivazioni umane, risulta anche nell'opera pi recente di un etologo inglese ben lontano dal nucleo pi ortodosso e conservatore della disciplina. Hinde in Ind ividui, relazioni e cultura cerca appunto di rendere la ricchezza e complicatezz a della componente del quadro comportamentale globale e definisce il suo libro " un ponte tra etologia e scienze sociali". Egli rifiuta quella separazione tra fi logenesi ed ontogenesi, che la Attili (nella sua prefazione) imputa all'"anima t edesca dell'etologia". E tuttavia anche Hinde finisce per basarsi su "predisposizioni" e "propensioni" di tipo naturalistico che guidano dal fondo sia lo sviluppo della personalit che il comportamento e l'organizzazione sociale. Dice infatti che l'idea che le cara tteristiche delle strut-ture sociali e socioculturali siano radicate nelle prope nsioni comportamentali degli individui plausibile, anzi inevitabile. Gli stereot ipi sociali ed i sistemi di credenze potrebbero sia evidenziare tali propensioni che distorcerle ed influenzarle. Dunque anche Hinde appare fondamentalmente con vinto che schemi e contenuti cognitivi e comportamentali abbiano in noi basi inn ate. Parlando in generale, un'ampia parte della trattazione etologica sulle sort i sociali della umanit centrata sul problema della tendenza aggressiva. Vedansi p articolarmente Lorenz, Hass, Storr, Morris. Di tale problema ho gi parlato nel Ca p. V, ma voglio ora sottolineare che se l'aggressivit in un modo o nell'altro esi ste e si esprime, il problema principale resta proprio sociologico perch quello d el suo controllo, ed eventuale ritualizzazione. Certi discorsi sociologici fatti da cultori di etologia umana possono comunque essere sottoposti ad analisi crit ica anche sotto l'aspetto della loro coerenza interna. Se si d per scontato e si enfatizza il ruolo delle determinanti innate e si sosti ene che le costanti comportamentali dell'uomo si rifanno sostanzialmente a quant o si accumulato come istinto nella nostra storia evolutiva, resta sempre da vede re in quanti modi ed in quante combinazioni tutti i possibili istinti si esprimo no, e come essi si integrino nello sviluppo culturale. curioso invece come, nell e opere che ho citato, le interpretazioni dei singoli problemi tendano ad essere monoistintive. Cio si tende a presupporre che ogni problema venga risolto da una sola spinta istintiva o debba venir discusso in riferimento ad essa. Ed in aggi unta si deve anche osservare a certi ingenui (o meno) propagandisti dell'etologi a umana che un istinto di propriet, di territorialit, di autoaffermazione possono esprimersi con riferimento puramente individuale (competizione "capitalistica" p ura), oppure collettivo (nazionalismo, imperialismo e, perch no, propriet socializ zata) oppure ancora assumere carattere morale (etica protestante-calvinismo). Lo stesso Marx diceva che, a dispetto delle persone, gli interessi personali si ev olvono sempre fino a divenire collettivi, generali. Proprio la sociobiologia ha esteso alle strutture sociali lo studio delle manifestazioni istintive. Bisogna per ammettere che il riferimento diretto all'interesse individuale permet te un aggancio pi diretto alle istanze istintive, di quanto possa avvenire con st rutturazioni economiche e sociali di tipo collettivo. D'altra parte, anche al marxismo ed all'ambientalismo pi ingenui e radicali si de ve comunque opporre che nei rapporti economici e sociali si esprimono necessaria mente le fondamentali istanze pulsionali dell'uomo. L'elemento propriamente soci ale e la natura dell'uomo non possono certo vicendevolmente escludersi, se non n elle menti troppo ideologizzate. Chi si occupa degli aspetti naturalistici in sociologia incappa fatalmente nel p roblema razze umane dato che la nostra specie sempre rimasta unica, ma si differ enziata, sia pur non nettamente, in razze a seconda dei tempi e dei luoghi per f attori di adattamento e di deriva genetica. Una remora ad affrontare serenamente questi problemi viene proprio dalla storia culturale e politica del razzismo. Si pu dire infatti che i tentativi di evidenzi are differenze psicologiche tra uomini o gruppi umani sulla base di considerazio ni naturalistiche hanno molto spesso coinciso col tentativo di dimostrare che il proprio gruppo (di solito la propria razza) il migliore di tutti. In proposito esistono anche strani fraintendimenti. Ad es. Levy-Strauss afferma che Gobinau, gran teorico del razzismo, propendeva per una differenza di attitudini delle raz ze, e non per una decisa scala di valori. Evola riporta per un passo dello stesso

Gobinau ove la razza bianca risulta l'unica fonte della civilt. Quello che mi sembra essere sempre mancato, proprio perch l'argomento scotta, una pacata considerazione a proposito di quanto Marino dice e cio che non sia insens ato porre l'ipotesi che la colonizzazione delle pi diverse nicchie ecologiche e l a creazione delle pi diverse strutture sociali abbiano portato alla costituzione di unit di selezione in cui si sia prodotta una differenziazione dei genotipi com portamentali. Sera, in un articolo complessivamente equilibrato e critico sulla Enciclopedia Italiana (1935), parlava di specializzazione psichica. Una ipotesi di ricerca come quella prospettata da Marino trova riscontri eccezio nalmente rari tra i molti autori che, per una via o l'altra, arrivano oggi ad in cappare in questo argomento. Ed anche Fletcher, nonostante la voluminosit della s ua opera, non esprime opinioni decise in questo senso. Evidentemente il fantasma inibitorio di tutto ci che successo al termine storico del razzismo in Europa, c ome realizzazione operativa della "Rassenpsychologie" tedesca, funziona pienamen te e blocca ogni altro approccio al problema. Ma non possiamo dimenticare che il razzismo un vecchissimo contenuto della cultu ra e della storia. Non certo stato diffuso, in Germania, da Hitler e dai suoi, n ei soli sei anni in cui sono stati al potere prima della guerra. Delle differenz e razziali parlava Aristotele, l'Universit di Salamanca ha discusso se gli indios avessero un'anima e tutta la cultura ottocentesca piena di affermazioni di diff erenze e superiorit anche da non appartenenti alla solita razza ariana e bianchis sima. Ne faceva anche Lombroso, israelita con simpatie socialiste. Le conquiste coloniali, del resto, hanno trovato nel razzismo le migliori giustificazioni. Il razzismo dato per scontato in India ed largamente accettato nelle Americhe. Come segno dei tempi, il razzismo tende anche a connotarsi culturalmente anzich b iologicamente. Gli stessi ebrei tedeschi si sentivano superiori a quelli dell'Eu ropa orientale ed andarono incontro alla strage non potendo credere che potesse compierla la cultura alla quale essi stessi appartenevano ed alla quale tanto av evamo dato. Anche attualmente in Israele askenazi e sefarditi non si sentono del tutto eguali. Curiosamente, ma significamente, da noi si comincia a parlare di razzismo per indicare il campanilismo e persino la tifoseria calcistica. L'aspetto pernicioso ed antipatico di queste diatribe sta nel confondere l'event uale diversit con la superiorit. Ed in questo senso che il razzismo ha fatto solta nto danni ed ha acquisito la sua pessima connotazione. Quali sono le differenze sostenute da tutti coloro che hanno guardato "gli altri " dall'alto in basso? Ancor pi che sull'intelligenza, si puntato su certi "valori" di tipo comportament ale aventi aspetti assai mitologici e fumosi come il coraggio, la fedelt al grupp o, il senso dell'onore, l'autoaffermazione ecc. (Clauss parlava di stile della v ita psichica esprimentesi anche nel soma). Pensiamo agli eroi wagneriani i quali , tra l'altro, uscivano da una mitologia almeno in parte celtica e non germanica . Pensiamo al "mito del sangue" di Evola. Il problema dell'intelligenza nei dive rsi gruppi dell'umanit (risollevato in rapporto alla differenza tra razze bianca e nera dalle ricerche di Jensen negli USA) un po' fuori dall'argomento che sto t rattando. L'intelligenza comunque difficilissima da valutare in se stessa ed in rapporto all'ambiente e alla cultura, e soprattutto a ci a cui dovuta servire e s erve nella storia in luoghi diversi della terra. Anche Fletcher, nel suo libro s ugli istinti dell'uomo, tende a considerarla uno stato organizzativo ed una poss ibilit funzionale dell'intera personalit. Si nota comunque come singoli individui appartenenti a razze diverse siano in gr ado di apprendere ed utilizzare rapidamente tecnologie che sono state estranee a l filone storico e culturale della popolazione a cui originariamente apparteneva no. E che certi popoli che un secolo fa erano disprezzati sudditi coloniali ora sono lanciati verso realizzazioni scientifico-tecnologiche di avanguardia. Paradossalmente i razzisti amano richiamarsi al sangue come equivalente biologic o della superiorit razziale (il buon sangue, l'identit di sangue, la nobilt del san gue, il sangue blu) mentre sappiamo che esso universalmente trasferibile nell'am bito di quei gruppi che ci sono in tutte le razze. Restando sull'argomento degli istinti-affetti possibile che i diversi ceppi dell 'Homo sapiens li abbiano sviluppati un po' differentemente?

Effettivamente si possono cogliere, qua e l, orientamenti generali diversamente s viluppati e modulati. Come il senso di iniziativa, la tendenza all'accumulazione , la responsabilizzazione sociale, la disciplina, il senso della famiglia, l'inv entiva, l'individualismo ecc. Potrebbero essere differenze temperamentali aventi determinazioni istintive. Hanno queste differenze solo origini storiche o culturali contingenti? O sono se mpre, come spesso sono, degli stereotipi privi di concreto valore? Oppure la sto ria, come il clima, come la nicchia naturale, come tutto il resto si configurano in qualche modo nel cervello degli uomini? E se cos, lo hanno fatto una volta pe r tutte sul piano genetico oppure lo fanno ad ogni generazione attraverso la def initivit personale (v. Cap. I) realizzata dall'epigenesi selettiva in ogni determ inato ambiente di crescita? Non me la sento di rispondere e riconosco che gli uomini tendono ad apparire sem pre pi eguali. Riterrei per affascinante l'ipotesi che, a fianco della meraviglios a variet delle culture umane, vi fosse anche una variet di inclinazioni naturali. Sarebbe anche una ricchezza potenziale della nostra specie per future ed oggi im prevedibili necessit o opportunit adattative. Levy-Strauss, pur parlando di cultur a (1978), diceva che l'umanit ricca di possibilit impreviste, ciascuna delle quali , quando apparir, non mancher di sbalordire gli uomini. Restando alla cultura, pen so ad es. che la riforma psichiatrica sia stata resa possibile in Italia perch la grande maggioranza dei pazienti non mai stata abbandonata. Ho molti dubbi su qu anto sarebbe avvenuto in altri Paesi. In questo caso il deprecato "mammismo" ser vito bene. Come dice anche Bobbio non bisogna confondere l'egualitarismo con l'eguaglianza dei diritti. Un "bianco" di "sinistra" che pretendesse di considerare gli altri come necessariamente uguali a lui, sarebbe molto pi autoritario ed ingiusto di ch i fosse disposto a riconoscere ad altri caratteristiche diverse senza svalorizza rle. Forse razzismo anche l'attribuire alla propria razza la qualit di modello un iversale comparativo. Tornando al rapporto tra sociologia, etologia umana e psicodina-mica ci accorgia mo che su questi argomenti esistono una storia culturale ed una letteratura soci ologica immensa. L'etologia umana per abbastanza schivata in questo complesso tra vaglio, perch esso si svolto quasi sempre in riferimento alla psicanalisi. Fletcher discute del ruolo attribuito alla psicologia nelle teorie sociologiche. Afferma che anche Durkheim, il quale pur soste-neva che i fatti sociali debbano essere spiegati solo con fatti sociali, doveva presupporre un substrato psicolo gico (come lo faceva a proposito del suicidio). Vico sosteneva il ruolo delle "s cienze umane" nella comprensione dei fenomeni sociali. Considerazioni di ordine psicologico sono sottolineate da Fletcher in Weber, Comte, Stuart, Mill, Parsons . stata per soprattutto la scuola di Francoforte, da Adorno sino a Marcuse, col c ontributo di Fromm, a fare continuo riferimento alla psicanalisi per captare arg omentazioni, che appartengono necessariamente anche all'etologia umana per i mot ivi di complementariet che abbiamo visto nel Cap. III. Dall'altra parte, sul lato della psicanalisi, i neufreudiani (Horney, Fromm, Sullivan, Thompson) hanno seg uito la via aperta da Adler e da Reich nell'allargare i concetti metapsicologici di Freud ai fatti sociali. Per un'analisi di questa stagione culturale, e per l a bibliografia, rimanderei a Vegetti-Finzi. Sull'argomento, infatti, l'approccio etologico ed istintivistico in generale, stato sopraffatto dall'ispirazione psi canalitica. Potrebbe essere indagabile in via naturalistica e nell'ambito dell'etologia uman a anche un certo vitalismo futuristico e dannunziano. E poi un certo combattenti smo di marca nazionalfascista e nazional-socialista. Anche Lorenz, ed anche Jung , si lasciarono un po' trascinare dallo Zeitgeist. Nella sociologia degli ultimi due secoli, evidente o dichiarata l'ispirazione na turalistica e poi darwiniana nel concepire la strutturazione della societ economi ca (Smith, Spencer). Anche Engels, nella sua Dialettica della natura riportava l a lotta di classe ad un modello evoluzionistico e naturalistico. Restando ai puri sociologi ed economisti, un riferimento importante alla compone nte istintiva dell'uomo la si trova in un autore come Vilfredo Pareto che non se mbra avere avuto influssi culturali freudiani, ma che ha avuto informazioni natu

ralistiche da Fabre e Perrier (Fiorot). Pareto ha sostanzialmente distinto le az ioni umane di rilevanza sociale in logiche e non logiche ed ha attribuito alle s econde un'importanza effettiva di gran lunga maggiore, bench gli uomini amino amm antare di logica e razionalit il loro operato. Tra le azioni non logiche si trova no le determinazioni istintive, oltre a quelle abitudinarie, simboliche, magiche , religiose. Gli istinti originari dell'uomo, che Pareto chiama "residui", sareb bero a loro volta divisi in due classi. La prima comprenderebbe la tendenza inno vativa, la seconda quella alla "persistenza degli aggregati" cio alla stabilit soc iale ottenuta mediante la conservazione dei legami e delle tradizioni. La storia della societ deriverebbe dal gioco tra queste diverse tendenze. Pareto, economis ta e sociologo, demanda allo psicologo lo studio di questi fenomeni, ma non fa c erto a meno di basarvi la propria dottrina. Tornando al filone originario del discorso, vorrei soprattutto sottolineare che la complessit del problema ha un aspetto verticale ed uno trasversale. Nel senso verticale ogni istinto pu realizzarsi nella personalit ed essere element o motivazionale solo se si attualizza epigeneticamente attraverso l'esperienza e la culturazione. Bisognerebbe quindi essere molto cauti, anche se ci si volesse riferire ai singoli focolai pulsionali, nel trarre conclusioni su che cosa real mente quel focolaio finisce per sottendere alla fine del nostro sviluppo o nella complessa generale organizzazione della societ. Lo stesso Lorenz ammette che se abolissimo l'aggressivit, anzich redirigerla, gran parte dell'opera umana scompari rebbe. Ma esiste anche una trasversalit dei fenomeni legata alla competizione, integrazi one, sopraffazione delle tendenze istintive nella nostra rete motivazionale. Ho gi accennato alla deplorevole monoistintivit di certe interpretazioni. Ripeto c he non esiste mai soltanto una motivazione istintiva a dominare il campo decisio nale ed operativo. La rete che ho prospettato nel Cap. II, con i suoi nodi compl essuali ed i suoi schemi cognitivo operativi, ci d ben ragione della complessit or izzontale. Lo stesso Lorenz ha sottolineato quanto avviene nel suo "parlamento d egli istinti". Per passare ad esempi concreti sulla grossolanit di certe conclusioni etologico-s ociologiche, consideriamo due delle tesi energicamente sostenute da Eibl-Eibesfe ldt: quello del ruolo femminile nella societ e quello del fenomeno immigratorio. Circa il primo punto Eibl parte dalla sua cultura naturalistica per sostenere, m i sembra ben a ragione ma abbastanza banalmente, le attitudini differenziate che i due sessi hanno in partenza. Ma poi le sue affermazioni sono soltanto di ordi ne sociale, economico, demo-grafico e politico. Non accenna al fatto che l'affer mazione lavorativa, sociale, culturale della donna essa stessa espressione propr io di quelle istanze istintive di autorealizzazione che esistono in tutti gli in dividui di entrambi i sessi. E che oggi spingono evidentemente a superare sia le consuetudini sociali e culturali che le tendenze istintive in senso contrario. Se le donne non vogliono pi fare figli, ci un male sociale, un problema politico, non un andare contro gli istinti. una scelta tra essi 9 . Il discorso vale anche a proposito dell'immigrazione. Eibl sottolinea l'esistenz a di una tendenza istintiva alla coesione di gruppo, la quale pone limiti alla c apacit di un popolo di accettare i diversi. Sottolinea i dati demografici a favor e della maggior natalit degli immigrati, che "snatura" i paesi europei. Potrebbe anche riflettere sul fatto che esistono milioni di disoccupati che non vogliono fare certi lavori, mentre milioni di stranieri vengono chiamati per farli. Non d imostrerebbe, proprio tutto ci, che esiste una tendenza istintivo-affettiva dell' uomo a "cerebralizzare" le proprie prestazioni lavorative, a passare dal lavoro fisico a quello mentale, a collocarsi pi in su nella scala sociale? Ed allora che cosa ci insegna veramente l'etologia su tutto ci? Certamente non i contenuti di certe prediche che ad essa pretenderebbero di fare riferimento. Forse, senza acc orgersene, certi autori escono dai presupposti epistemologici ai quali sono radi cati culturalmente per trattare temi generali su altri piani. In realt, molte delle argomentazioni di carattere sociologico o politologico di c erti cultori di etologia umana hanno carattere cos generale e cos disparato da ess ere significative non di una rigorosa deduzione da presupposti naturalistici doc umentati, bens degli umori e delle tendenze ideologiche dell'autori. Esiste, mi s

embra, una certa "naturalit" di base nei singoli au-tori. Le opinioni come tali r estano invece opinioni politiche, magari accettabili e condividibili, ma non dim ostrabili su base naturalistica. Nel suo libro sull'aggressivit, Lorenz (1969), pur ammettendo che i giovani debbo no accettare o proporre qualcosa di nuovo, sottolinea vigorosamente la pericolos it di ogni abbandono delle inveterate tradizioni o della mescolanza delle culture . Il rischio dell'anomia stato ben messo in evidenza da Adorno, ma ci potremmo c hiedere se un Lorenz, in altri tempi, avrebbe fermato Lutero ritardando di alcun i secoli la nascita di quell'autonomia culturale e linguistica germanica da lui certamente non disprezzata. E si che anche Lutero, alla fine, era un robusto con servatore in campo sociale e politico ed ha predicato l'obbedienza all'autorit e l'antisemitismo. L'acutezza e la spregiudicatezza di Lorenz si salvano, comunque, quando egli nel 1983 (Il declino dell'uomo) dice che nella propria opera di dieci anni prima (G li otto peccati capitali della nostra civilt) ha usato un tono che ora gli d fasti dio. Tono arrogante, dice, come se l'autore fosse stato convinto di essere l'uni co a sapere come stanno veramente le cose. Per concludere, l'analisi che ho cercato qui di svolgere riguarda il problema de l razzismo, il ruolo delle dinamiche psicologiche nella societ e le opinioni espr esse da alcuni cultori di etologia umana in campo sociologico. Se intendiamo la natura in tutti i suoi aspetti e le sue potenzialit risulta evidente l'enorme ric chezza di possibilit che all'uomo si offrono per l'utilizzazione del proprio patr imonio istintivo nel giuoco complessivo della struttura della propria individual e personalit e per i fini sociali pi diversi. E questo sempre avvenuto nella stori a. IX ISTINTI, PSICOPATOLOGIA E TERAPIA PSICHIATRICA Aspetti psicologici ed aspetti biologici in psicopatologia ed in terapia: dualis mo, interazionismo, monismo a doppio aspetto. Le epistemologie dello psichiatra. Gli istinti nelle varie forme della nevrosi e della psicosi. I fattori istintiv i nella farmacoterapia e nella psicoterapia. Meccanismi istintivi nelle nevrosi, nella depressione e schizofrenia. Meccanismi terapeutici. La "saggezza della sp ecie" e l'organizzazione della mente nella schizofrenia. Conclusione. Abbiamo visto, soprattutto nel Cap. III, che l'aspetto biologicocomportamentale e quello del vissuto soggettivo non possono essere considerati separatamente o c on reciproca esclusione nello studio degli istinti. Anche il trattare di patologia psichica e di interventi terapeutici richiama qui ndi il solito problema dell'essenza biologica o psicologica dei disturbi e delle cure in psichiatria. Sarebbe appassionante, ma uno pseudo-problema. Si tratta, infatti di aspetti e non di essenze. Se ci riferissimo all'essenza, infatti rest eremmo o ricadremmo nel dualismo interazionista, continuando cio la ricerca di qu ella mitica ghiandola pineale capace di realizzare l'impossibile connessione tra due entit, come la mente e il corpo, concepite quali categoricamente irriducibil i l'una dall'altra. Tuttavia un certo dualismo tende a persistere. Oggi tutti sono disposti ad ammettere che eventi psichici possono avere ripercus sioni nella "biologia dell'organismo" e che, d'altra parte, ogni alterazione "so matica" "induce", "provoca", "ha per conseguenza" disturbi psichici, ecc. Riteng o per che questo modo di pensare ed esprimersi resti appunto nel dualismo interaz ionista in quanto disponibile ad ammettere un'interazione profondissima e costan te tra due realt che appartengono a sfere conoscitive di natura diversa, naturali stica e psicologica. Sarei invece per valorizzare un dualismo epistemologico spo stando la distinzione e l'interazione dal campo delle cose alla mente del conosc itore e dell'operatore. E quello che Guiraud ha chiamato "monismo a doppio aspet to". Abbiamo visto quanto questo atteggiamento sia fruttuoso proprio nello studio deg li istinti (vedi Cap. III).

Le "cose", cio le malattie della psiche e le cure, ed anche la vita sana e normal e, non "sono" n psicologiche, n anatomiche, n bioelettriche o biochimiche o comport amentali. Ogni even-to "psicologico" sempre e comunque un evento "biologico" e v iceversa. Le cose sono le cose. Ma possono essere afferrate, descritte, modifica te solo attraverso le forme di conoscenze caratteristiche di noi conoscenti. Dic eva Tommaso d'Aquino che il conosciuto nel conoscente secondo la natura di quest 'ultimo, ed superfluo risalire con le citazioni sino a Protagora o prose-guirle almeno sino a Kant. Il dramma, o l'incredibile fortuna, dello psichiatra che egli pu essere tale solo se, pi o meno, in un modo e nell'altro, riesce ad avere le due nature di conosce nza, naturalistica e umanistica. Esiste per un problema metodologico, che consist e nella scelta dello strumento conoscitivo e descrittivo pi adeguato per ogni fen omeno che si considera e per ogni intervento che si vuol compiere. E ci anche per ch la sproporzione tra i sintomi rivelabili con pi adatti strumenti conoscitivi, n el singolo caso, pu essere macroscopica. Dobbiamo infatti ammettere che certi strumenti non sono adatti a conoscere e des crivere certi fenomeni. Dico fenomeni non per dire "cose", ma per dire le appare nze palesi delle "cose" in un ambito conoscitivo o nell'altro. Tanto vero che ce rti fenomeni non rientrano neppure in certi linguaggi disciplinari. Ad es., le n euroscienze possono certamente afferrare, con le loro categorie conoscitive ed i l loro linguaggio, certi aspetti funzionali della mente. Ma i contenuti mentali a tutt'oggi sono afferrabili (e forse lo saranno sempre) con categorie e linguag gi umanistici e filosofici. In conclusione tutto quello che avviene nella psiche umana "" simultaneamente "bi ologico" e "psicologico". O meglio, quello che (a meno di una visione puramente "idealistica"), ma non pu essere concepito e conosciuto se non rientrando a scelt a, in una categoria conoscitiva o nell'altra. Tutto ci pu anche sembrare chiaro, semplice e persino ovvio. Ma di fatto non si ra giona quasi mai cos. Come dice Pancheri, da parte dei singoli clinici e ricercatori vi la necessit di aderire strettamente al modello interpretativo scelto, data l'impossibilit di pad roneggiare adeguatamente le conoscenze in continuo aumento di discipline diverse . Sono dunque la necessit di espressione e di comunicazione che "creano il linguagg io" adatto per certi contenuti. Mi viene in mente il discorso di Lorenz (1974) i l quale, risalendo alla filogenesi degli strumenti conoscitivi, dice che le cate gorie conoscitive stanno alla realt come lo zoccolo del cavallo sta alla steppa e la pinna del pesce sta all'acqua (v. Cap. IV). Le nostre modalit di conoscenza s arebbero forgiate da quella "realt" che debbono conoscere (v. Cap. IV). Potrei anche dire che per ogni svolgimento spontaneo delle attivit organismiche n on ci sono, propriamente, n correlazioni psico-somatiche, n epifenomeni o cause ps ichiche di fatti somatici o viceversa. C' il funzionamento dell'organismo che pu e ssere descritto in termini neuroscientifici o psicologici a seconda dell'opportu nit operativa e della scelta dell'operatore anche in rapporto al rilievo assunto dai diversi aspetti fenomenici. Per spiegarmi ancora, direi comunque che i fenomeni descritti come psichici "cor rispondono", non "inducono", anche ad una modificazione descrivibile come biolog ica. E che ogni modificazione del substrato descrivibile in termini biologici "c orrisponde" a modificazioni comportamentali e del vissuto. Proporrei quindi il concetto di un'unica "realt" avente "aspetti" che si prestano a categorizzazioni e descrizioni in termini psicologici oppure biologici. Il problema non pu essere soltanto ritenuto filosofico o sterilmente nominalistic o. Esso diviene invece fondamentale quando, come dicevo all'inizio, si va a disc utere se i disturbi mentali "sono" o "sono causati" in senso psicologico o biolo gico. Ed anche se le cure debbono essere biologiche o psicologiche. Il problema delle malattie, delle loro cause e delle terapie infatti assai sotti le. Una depressione un vissuto descrivibile in termini psicologici ed anche un qualc osa di biochimico se pu essere modificata da farmaci attivi sulla trasmissione ne rvosa. Una schizofrenia un vissuto (come sopra) e potrebbe essere anche una part

icolare modalit di trasmissione biochimica o bioelettica, e comunque risente dell 'azione di certi farmaci. Possiamo dire che ci sono "cause psicologiche" delle malattie mentali? Di fatto, certe situazioni a monte di certi disturbi (conflitti, frustrazioni, minacce, d isgrazie,) sono concettualizzabili soltanto o preferibilmente, con il linguaggio psicologico. poco concettualizzabile la biochimica di una disgrazia familiare ( anche se la morte di un congiunto sempre anche un fatto biologico). Finch dunque l'evento visto e descritto in se stesso, si potrebbe dire che esso si adatta ad una categoria conoscitiva e descrittiva psicologica, sociale, comunque umanistic a e che una "realt" in tale senso soltanto. Quando per l'evento entra in noi, ci i mpegna come organismo, esso pu essere considerato, a scelta, biologico o psicolog ico. Possiamo comprendere la psicologia di un depresso, possiamo cercare le sue variazioni neurotrasmettitoriali. Quando parliamo di terapie non dovremmo soltanto concede-re che una psicoterapia "modifica il substrato". La psicoterapia modifica l'organismo e, corrispondente mente, si verificano fenomeni che possono essere concepiti in termini sia psicol ogici che biologici. Il farmaco, d'altra parte, pu esistere anche da solo. Una scatola di pastiglie su l tavolo pu essere concepita solo in termini fisici o chimici. Ma dal momento in cui assumiamo il farmaco avvengono in noi modificazioni che sono biologiche e ps icologiche, non perch "correlate" (pi o meno circolarmente), ma perch sono le stess e descritte in categorie e linguaggi diversi. Pi in l di cos non mi sembra si possa andare, avendo raggiunto i confini della filosofia. E pertanto mi fermo, passan do da queste indispensabili premesse generali ai diversi problemi della patologi a e della terapia in relazione all'organizzazione istintiva dell'uomo. Anch'essa , come abbiamo visto, un'unica realt a doppio aspetto, oggettivo-comportamentale e soggettivo. Ed proprio questo che ha giustificato e reso necessario il discors o fatto qui sopra. Sono noti alcuni tentativi di riferire al mondo delle pulsioni e degli affetti t utta o quasi la patogenesi della psicopatologia. Molto in tal senso si trova nel le opere di Dide e Guiraud (1950-1956), di Monakow, di Disertori e dello stesso Freud. Ma le citazioni potrebbero essere tante. Qui per non vorrei partire da una difesa dell'importanza prevalente o assoluta de ll'istintualit umana nella patologia e mi limiterei coll'accennare a come gli ist inti entrino nei diversi aspetti della patologia mentale. E fino a che punto la loro entrata sia determinante nella patogenesi dei disturbi clinici. Ed ancora s e ad essi si possano riferire gli interventi terapeutici. Nel campo delle nevrosi e dei disturbi o abnormit della personalit, il problema de ll'istinto sembra in primo piano. La visione classica freudiana prevede la libido come sorgente dinamica della per sonalit e come vettore, attraverso le fasi di maturazione-fissazione, dello svilu ppo. Ed i vari stadi dello sviluppo libidinale (orale, sadico-anale, edipico, ge nitale), con il valore che ognuno di essi ha avuto, caratterizzano appunto la pe rsonalit non soltanto nel suo percorso maturativo, ma anche come modulazione del risultato finale e come possibilit di regressione patologica. Il perverso "un rimasto tale". Un nevrotico un regredito a fasi precedenti, le q uali hanno rappresentato in lui riferimenti particolarmente significativi. La Kl ein riporta anche la regressione degli psicotici a quelle fasi depressive e schi zoparanoide, che mi sembrano sempre rappresentare una caratteristica della speci e. Altri psicanalisti, come Adler, prevedono un altro fattore di base e cio la sp inta autoaffermativa, considerandola sostanzialmente di natura istintiva. Jung c oncepisce la persona-lit, il suo sviluppo, la sua individuazione in riferimento a l progetto archetipico. Ma dice anche che gli archetipi sono una manifestazione degli istinti. D'altra parte, l'aspetto comportamentale ed il vissuto soggettivo, nelle varie f orme di nevrosi e psicopatia, possono manifestarsi in una proporzione reciprocam ente inversa. Nei casi in cui la sofferenza soggettiva nel vissuto ansioso e dep ressivo raggiunge il massimo, spesso l'estrinsecazione comportamentale sociopati ca ed aggressiva non assume particolare rilievo. Essa prevale invece in quelle n evrosi di carattere, caratteropatie e psicopatie ove l'espressione antisociale e

d aggressiva sembra raccogliere le spinte pulsionali lasciando relativamente ind enne la soggettivit. Nelle vere "malattie psicosomatiche" si avrebbe invece quasi esclusivamente la sofferenza lesionale dell'organismo. Le due facce dell'organi zzazione istintiva, sempre necessariamente presenti (v. Cap. III), possono dunqu e bilanciarsi in gradi diversi nelle apparenze cliniche e sollecitare quindi app rocci conoscitivi diversi. Le cure nel campo delle nevrosi si diversificano molto, per i loro fini e meccan ismi, a seconda che si tratti di farmaci oppure di psicoterapie. I farmaci sostanzialmente, non aspirano ad essere di pi che trattamenti sintomati ci. La sofferenza ansiosa e gli scompensi pulsionali sembrano direttamente mirat i dall'intervento. In base a quanto deciso all'inizio del capitolo un fatto psic hico un vissuto ed un evento biochimico. Non vi sono causalit interne lineari o c ircolari. L'intervento curativo, qualunque sia la sua conoscibilit e descrivibilit prelimina re, chimica o psicologica, pu venire descritto e valutato in essa come anche nell 'altra. Se noi modifichiamo una trasmissione nervosa (agendo sul GABA) otteniamo simultaneamente la riduzione dell'ansia, non come "conseguenza" del fatto bioch imico ma come corrispettivo psicologico dello stesso. Le psicoterapie hanno effetti meglio valutabili in campo psicologico ma alcuni d i essi vengono colti anche dalle neuroscienze (modificazioni ematiche, ormonali ecc., da placebo, da emozione...) Bisogna ricordare che le terapie analitiche, del profondo, rico-struttive, miran do alla regressione provocata, al ripercorrere le tappe dello sviluppo istintivo , al proseguimento di quest'ultimo nel processo di individuazione, sono molto le gate alla specificit filogenetiche ed ontogenetiche del mondo istintivo. Peraltro la gran parte delle psicoterapie realizzate oggi ha carattere pi aspecifico e me no profondamente impegnativo. L'aspetto aspecifico della psicoterapia assume qui ndi particolare interesse ed anche in esso i fattori istintivi meritano particol are attenzione. La tendenza istintiva all'attaccamento e alla dipendenza ha un s uo ruolo nelle prime fasi della cura, quella all'autoaffermazione ed all'autorea lizzazione fondamentale per le fasi successive. Il fenomeno della ritualizzazion e, che ha radici istintive oltre che culturali, interviene nella costituzione de l setting e nella realizzazione dell'effetto placebo. Tutta questa aspecificit, l'ho gi fatto rilevare (1990), giuoca soprattutto dalla parte del paziente. Il terapista ne fruisce certamente, ma egli ha bisogno di qu ello imprinting epistemologico che gli viene dalla sua specifica formazione. Il terapista, in altre parole, tende ad essere pi o meno specifico, il paziente fata lmente molto aspecifico e quindi pi condizionato dalle sue spontanee e naturali d inamiche istintive. Venendo alla depressione evidente la compromissione istintiva dei pazienti che p erdono appetito, voglie sessuali, iniziativa, ecc. Che sono disturbati nel sonno . Il caratteristico disturbo dell'umore pone peraltro interessanti problemi. La tristezza del depresso, il suo pessimismo, il suo dolore vitale hanno posto a gli psicopatologi problemi di quantit e qualit. Le pi raffinate indagini fenomenolo giche tendono a cogliere aspetti qualitativi particolari, che differenzierebbero questi stati timici da quelli occasionalmente vissuti dai non malati. Resta per il fatto che la maggioranza di coloro che, in qualche modo, riteniamo ammalati n on mostrano una straordinaria evidenza di tale qualit. Nei soggetti che pi le evid enziano, fat-tori di personalit potrebbero giuocare a fianco di quelli strettamen te pertinenti alla malattia. Bisogna anche ammettere che la tristezza del depresso non di necessit maggiore di quella che, occasionalmente e motivata, pu cogliere un normale. I depressi sono tristi ma lo sono soprattutto molto a lungo, in maniera statica, senza possibilit di elaborazione spontanea dal lutto, senza risposta ad eventi c onsolatori. Vien quindi da chiedersi se la caratteristica patologica della trist ezza depressiva stia nella sua durata forse pi che nella sua intensit o qualit. Chi ediamoci allora se esiste una regolazione istintiva che abbia a che fare con l'a ndamento temporale delle oscillazioni dell'umore. Proprio Lorenz (1974) ha sottolineato il valore di sopravvivenza di quei cambiam

enti alternati dell'umore che esistono, in un modo o nell'altro, in tutti gli uo mini. un meccanismo di esplorazione del campo di conoscenza (scanning) che ci pe rmette di valutare occasioni favorevoli e pericoli in modo alter-nativo con atte nzione adeguata. Esiste anche negli animali e si accentua, dice Lorenz, nella pa tologia maniaco depressiva. In realt, se si accentua, soprattutto si blocca. Non credo vi siano particolari difficolt a considerare questa disposizione innata , legata alla nostra ed altre specie, spontanea, connessa al vissuto ed alle pul sioni comportamentali, come facente parte dei meccanismi istintivi. Allora il di sordine istintivo nella depressione e nella mania sarebbe, oltre che a livello s intomatico anche, e fondamentalmente, a livello patogenetico. Da molto tempo (1959) ho fatto l'ipotesi che gli antidepressivi possano agire sb loccando la spontanea omeostasi dell'umore che resterebbe bloccato nella fase de pressiva. Gli stabilizzatori dell'umore (Li, carbamazepina ecc.) potrebbero inve ce impedire tale blocco. Sarebbe un modo di riferire queste azioni terapeutiche (verificabili sia con conoscenze naturalistiche che psicologiche) ai meccanismi regolatori innati facenti parte della regolazione istintiva del comportamento e dell'esperienza. Non dimentichiamo che una regolazione dell'umore, in tutto il r egno animale, soprattutto una regolazione dell'attivit. In conclusione, il problema della depressione resta ancora aperto in ogni senso. La vita istintiva c'entra in pi modi, ma nep-pure essa ci permette ancora una ch iave interpretativa completa e soddisfacente. Il problema della schizofrenia nei confronti della vita istintiva dell'uomo potr ebbe essere discusso sotto quasi altrettante prospettive quante sono quelle con cui si cercato di affrontarlo globalmente. Non disponiamo per di alcuna teoria ge nerale soddisfacente. Sinteticamente si potrebbe ricordare che esistono sintomi in ambito prevalenteme nte istintivo, come quelli relativi alla vita sessuale, all'alimentazione, ai co mportamenti psicomotori (mi-mica, loquela, ecc.), alle aggressivit, ecc. La organ izzazione istintiva dunque coinvolta. Vi sono state elaborazioni teoriche sulla schizofrenia che hanno voluto basarsi su alterazioni primariamente istintive. Si cercato pi volte di localizzare ed int erpretare in tal modo il famoso "disturbo fondamentale". Ricordo solo come l'int erpretazione di un ipodinamismo o di alterazione dinamica nella schizofrenia la si ritrovi (v. Balestrieri 1967) in numerose opere (Chaslin, Janet, Jung, Claus, Grinker e Serota, Monakow e Morgue, Disertori, Kppers, Dide e Guiraud, Cerletti, Janzarik e molti altri). Non mi sembrerebbe comunque logico accettare ipotesi " ipodinamiche" con riferimento al mondo istintivo, visto che proprio nell'elabora zione dei contenuti deliranti i fondamentali contenuti istintivi dell'uomo (pote re, minacce, grandezza, miseria, sesso, territorio, trascendenza e bisogno di sp iegazione) trovano la massima valorizzazione. Oggi tende a prevalere un filone interpretativo delle schizofrenie il quale, ria llacciandosi sostanzialmente a E. Bleuler identificherebbe nel quadro patogeneti co e clinico una componente in minus ed una in plus. Vi sarebbero cio anomalie - alterazioni esprimentisi con carenze dinamiche, impos sibilit organizzative, difficolt di filtrare segnali, di mantenere attenzione e pr opositi, di perseguire scopi ecc., che sarebbero dovute a varie possibili soffer enze o incapacit prestazionali del S.N.C. Sarebbe quello che si tende a definire come difetto di base. Sulle loro cause le ipotesi vanno dalla genetica, alla dis torta strutturazione formativa della personalit per carenze affettive ed istintiv e dell'ambiente, alle lesioni neurologiche precoci (traumi, virosi ecc.), alla d istorsione dei processi di epigenesi neuronale selettiva (darwinismo neurale) sp ecie nella prima infanzia o nella pubert (Balestrieri 1992). Sembra anche qui art ificioso e dualistico voler distinguere supposte cause "organiche" da quelle "ps icologiche" perch sappiamo che la strutturazione del S.N.C. avviene per influsso dei rapporti ambientali, come anche per fattori genetici o per fenomeni probabil istici. E che, lo ripeto, ogni fatto biologico "" anche psichico e viceversa, sen za dover invocare cause o correlazioni dualistiche. L'altra componente del quadro schizofrenico sarebbe la risposta compensativa e p rotesica dell'organismo-personalit, mirante a ricostruire una possibile, anche se patologica, esistenza. evidente che in questa fase reattiva e riorganizzativa l

e pulsioni istintive debbano essere massimamente utilizzate. Esse potrebbero dar luogo direttamente a quelle costruzioni deliranti e a quelle risposte comportam entali che costituiscono le sintomatologie superficialmente pi evidenti e disturb anti del quadro clinico. E che hanno per contenuti i temi fondamentali dell'isti ntualit umana. Farebbero parte del "cosa" della conoscenza, considerato nel 3 capi tolo. E con ci arriviamo all'aspetto terapeutico. Anche qui, come per le depressioni, s i sono fatte illazioni sulle "cause" della malattia in base all'effetto biochimi co dei farmaci. La teoria di gran lunga pi discussa quella che nelle psicosi schi zofreniche esista un'iperattivit del sistema dopaminergico, ricavata soprattutto dalla constatazione che i neurolettici bloccano i recet-tori relativi. Esistono elementi a favore e contro tale ipotesi (v. Bellantuono e coll. 1993), ma non di ci che possiamo qui discutere. Vorrei invece mettere in luce altre cons iderazioni, pi pertinenti al tema degli istinti umani. Ammettiamo comunque, come ipotesi di lavoro, che la modificazione neurotrasmetti toriale sia il tramite dell'effetto terapeutico nella schizofrenia. Resta il pun to fondamentale: come? In che senso? Nel difetto di base? Sulla risposta positiv a (sintomi secondari di Bleuer - autismo ricco di Minkowski)? Che i farmaci possano agire sul difetto di base risalente a difetti di antica da ta sembra poco verosimile. Sarebbe ipotizzabile che essi possano agire su ulteriori sviluppi della situazio ne che intervengono all'et in cui di solito si diventa schizofrenici. Anche per c onsiderazioni socio-psicologiche (crisi di autonomizzazione, soglia dell'et adult a) mi sembra pi verosimile che l'evoluzione morbosa avvenga nel campo della posit ivit sintomatologica. Pur restando nel campo delle ipotesi (in mancanza di altro) l'effetto terapeutic o dei farmaci neurolettici sembrerebbe dunque ancora riferibile ad una riduzione della produttivit psicotica sia come tale (nel senso della "positivit" morbosa), sia per la riduzione dell'ansia psicotica profonda che la sottende. Tale sollievo nelle condizioni di sofferenza timica potrebbe connettersi ad una modificazione trasmettitoriale dopaminergica se tali trasmettitori hanno a che f are con le spinte istintivoaffettive che sottendono il disagio e la componente r isposta "positiva" in senso sintomatologico. Se le cose stessero cos il pi agevole canale di comprensione dell'effetto farmacol ogico potrebbe essere ancora quello della psicopatologia. Ritorniamo ai classici temi dell'umore delirante, dalla propensione delirante, dal bisogno di delirare ecc. Ci sia per effetto antidopaminergico che per altri ipotizzabili effetti bio logici. Ma certamente anche e soprattutto con effetti comprensibili solo nelle c ategorie psicologiche. Per concludere, le modificazioni cliniche indotte dai farmaci neurolettici hanno una corrispondenza con influssi sulla trasmissione dopaminergica. Ma non possia mo affermare che siano le alterazioni di tale trasmissione a "causare" la psicos i. L'effetto potrebbe restare sintomatico nella componente psicologica del quadr o. Potrebbero anche essere espressione in senso biochimico del miglioramento com e altri fenomeni ne sono l'espressione psicologica. Mi sembra che il "monismo a doppio aspetto" ci permetta di capire meglio le cose , pur accontentando poco il nostro sempre prepotente bisogno di "causalit". Per concludere sul ruolo dell'organizzazione istintiva nella psicosi schizofreni ca potremmo dire che: - non vi sono elementi convincenti a favore di un deficit dinamico generale. Sem mai il contrario, almeno nelle patogenesi dei sintomi "positivi"; - le modificazioni cliniche indotte dai farmaci neurolettici hanno una corrispon denza con influssi sulle trasmissione dopaminergica. Ma non possiamo affermare c he siano le alterazioni di tale trasmissione a "causare" la psicosi. L'effetto p otrebbe restare sintomatico nella componente psicologica del quadro, anche attra verso la riduzione di dinamismi affettivi-istintivi. Semmai potrebbero essere es pressione in senso biochimico del miglioramento, come altri fenomeni ne sono l'e spressione psicologica.

Un disordine funzionale nelle strutture nervose ove si organizza la vita istinti vo-affettiva (ipotalamo, lobo limbico, ippocampo, ecc.) indotto da uno dei molti fattori eziologi ipoteticamente considerati (disgenesia, disturbi maturativi, c arenze affettive, lesioni esogene ecc.) potrebbero comunque spiegare molte cose sia sotto l'aspetto psicologico che sotto quello biochimico. Nel complesso, la schizofrenia mantiene infatti l'apparenza di un disturbo affet tivo-istintivo ben pi che noetico. Potrebbe anche essere proprio il venir meno o il disordinarsi dell'istintiva "saggezza della specie" che si costituita attrave rso l'evoluzione sino a noi, a mettere l'uomo schizofrenico in una crisi cos prof onda e totale ed a costituire un disturbo di base. Ho gi considerato l'ipotesi di una regressione filogenetica a meccanismi conoscitivi arcaici (v. Cap. V), non comprensibile all'uomo attuale. Ma potrebbe anche essere che nella crisi schizof renica l'organizzazione generale del nostro sistema affettivo-logico si modifich i, secondo l'interpretazione di Ciompi della teoria di Prigogine, verso una nuov a modalit funzionale. Si anche cercato di interpretare il cambiamento delirante u tilizzando la teoria delle catastrofi di Thom (Muscatello ed altri). Potrebbe es sere, mi sembra, una diversa organizzazione della nostra mente, ben diversa dall a destrutturazione entropica della confusione o della demenza, e legata alle par ticolari possibilit riorganizzative dei sistemi complessi. Compatibile quindi con la vita dell'organismo. Mentre per Ciompi tenderebbe a mantenere l'esperienza schizofrenica vicina alle c omuni esperienze umane, io vedrei questa diversa funzionalit sfuggire a quella ca pacit conoscitiva di cui la filogenesi ci ha dotato (v. Cap. V). E ci proprio perc h al di fuori della normale "saggezza della specie" che ci perviene attraverso l' antica eredit degli istinti e degli affetti, e che si esprime anche nelle essenze dei pi fondamentali meccanismi cognitivi. Ad es. nella categoria del tempo e del la causalit. Il tanto ricercato "disturbo fondamentale" degli schizofrenici potre bbe essere proprio nella naturalit della loro persona. Per concludere, la rinuncia decisa ad ogni visione dualistica ed interazionistic a ci permette di introdurre il tema dell'istinto nella problematica psicopatolog ica e terapeutica. Farmaci e psicoterapie possono entrare in modo alternativo o integrato in quelle situazioni organismiche che corrispondono ai concetti clinic i di nevrosi, depressione e schizofrenia. La compromissione degli istinti in tut te queste condizioni fuori discussione, ma ancora assolutamente da chiarire. CONCLUSIONI Chi si avventura nel misterioso argomento degli istinti umani teme, logicamente, di venir costretto su posizioni rigide, prestabilite, arcaiche. Il fatto stesso che tutta la vita animale sulla terra possa sembrare regolata in tal modo, indu rrebbe a temere (diciamolo pure) che anche per l'uomo le cose stiano pi o meno co s. Cio che noi siamo dominati da "pulsioni" che ci spin-gono prepotentemente verso certi comportamenti. E che potremmo soltanto controllare ed utilizzare per il m eglio. Si comprende quindi che l'istinto sia sempre stato un campo di battaglia cultura le ed ideologica, a cominciare dagli inter-venti di coloro che tale campo hanno ingenuamente o faziosamente voluto dichiarare inesistente. certamente comprensibile che alcuni cerchino di prescindere dall'esistenza di qualcosa che si possa chiamare istinto. Ci sono tante altre cose di cui parlare a proposito dell'uomo! La negazione per contraria ad ogni logica ed evidenza e basta grattare un po' tra le righe per accorgersi che una supposizione naturalistica di tipo istintivo, c analizzata verso certe fondamentali necessit vitali, vien sempre a galla. L'accettazione degli istinti non deve per nasconderci che oggi la ricerca natural istica riconosce e chiarisce faticosamente meccanismi complessi e dettagliati ch e realizzano i vari comportamenti in un intreccio incredibile. Ed per questo che anche alcuni biologi sono un po' scettici sull'utilit del concetto generale onni comprensivo di istinto. Per alla fine, come abbiamo visto, non riescono a prescin derne, almeno come significato globale.

Nell'uomo alla rigidit ed al fatalismo che il concetto di istinto potrebbe ispira re possiamo opporre non la mancanza di istinto ma, al contrario, il fatto che di istinti ce ne sono moltissimi. Tanto che impossibile catalogarli e che restano sempre insoddisfacenti quelle concezioni monopolari o bipolari che sono state vi a via proposte (cap.2). Il termine istinto mi sembra restare utile proprio come concetto generale a sign ificare che ci sono in noi delle tendenze ad agire ed esperire che sono comuni a i nostri fratelli uomini, che precedono le nostre individuali esperienze, che em ergono nei momenti pi cruciali della nostra esistenza e che, proprio perch sono ta nte, finiscono per essere scelte, integrate, sostituite nel libero gioco funzion ale della nostra globale ed individuale personalit. La situazione, per l'uomo almeno, poi complicata e valorizzata dal fatto che nes sun istinto agisce mai da solo e che ogni istinto pu manifestarsi o essere utiliz zato in infinite maniere. Molto dipende dal fatto che, in noi, gli istinti sono rimasti pressoch soltanto come tendenze e che dobbiamo continua-mente inventare, con intelligenza e cultura, come realizzarli, "eseguirli" o utilizzarli per fini diversi. Per ogni nostro progetto comportamentale non utilizziamo mai un istint o soltanto. La stessa sessualit si avvale di ricche collaborazioni istintive e se rve a comportamenti svariatissimi (cap.VI). tutto un bricolage che la nostra per sonalit-organismo realizza continuamente. Essenziale poi il fatto che, gi verosimi lmente nell'animale, ma certamente e potentemente nell'uomo, gli istinti sono vi ssuti, entrano nella soggettivit, costituiscono i nostri affetti, i nostri deside ri, le nostre paure, i nostri godimenti estetici, le nostre estasi, i nostri del iri. Ed in questo mondo soggettivo le possibilit, le sfumature, le trovate sono i nfinite ed infinitamente modulabili (cap.III). Ci che all'inizio sembrava arcaico, rigido, prestabilito, si presenta alla fine d el discorso con tutta la ricchezza delle possibilit esistenziali dell'uomo. Abbiamo cos visto che non si pu comprendere n l'istinto n la psicologia dinamica sen za considerare i due risvolti, psicologico-soggettivo e comportamentale di ogni problema. Hanno voluto o dovuto fare questa concessione trans-disciplinare, sia la psicanalisi che l'etologia. La prima partita da un presupposto naturalistico. La seconda, sia con i classici studiosi dell'istinto che con le diverse scuole etologiche, ha potuto e dovuto far entrare il soggettivo nello studio dei compor tamenti. Nel discorso sull'istinto ci sono comunque due punti fondamentali da chiarire. La concezione pulsionale, dinamica, energetica, sembra prestarsi a critiche radi cali per l'impossibilit di dare una veste "scientificamente obbiettiva" all'"ener gia psichica" (Cap. I). Sul piano delle neuroscienze non sembrerebbe per impossib ile adattare l'immagine energetica a gradienti di soglie che facilitino, invitin o (in pratica spingano) le funzioni nervose in determinati sensi. A percorsi, tr acce preferenziali stabilitisi nella filogenesi, che restano in noi come vie pri vilegiate del sentire e dell'agire e che vengono esperite come tendenze o addiri ttura come spinte. In questi giuochi sulle soglie i mediatori chimici potrebbero costituire l'eleme nto chiave. Cos si potrebbero spiegare anche i potenti influssi che certi farmaci esercitano sia nella salute che nelle malattie della mente. Molti effetti terap eutici possono essere bene interpretati attraverso modifiche di quelle che noi c hiamiamo pulsioni (v. ad es. la pulsione a delirare, le coazioni ossessive, ecc. ) (Cap. IX). In ogni modo il modello energetico, sia per il suo diffusissimo impiego che per le sue indubbie corrispondenze con i pi comuni vissuti e con il linguaggio corren te (forza, debolezza, esaurimento, eccitamento, ecc.) pu benissimo essere usato i n senso metaforico o come assioma epistemologicamente relativo. Di esso non possiamo fare a meno se vogliamo mantenere il confronto con tutti gl i studi che, da punti di vista diversi, sono stati rivolti al problema dell'isti nto. Come dicevo nel prologo, questo confronto continuo tanto pi indispensabile q uanto pi limitata la sperimentazione diretta che possiamo compiere. L'altro punto da chiarire quello che la definizione delle nostre caratteristiche personali ma ture non sembra doversi riferire soltanto ad un'originaria predisposizione istin

tiva, quanto al risultato finale di quell'epigenesi che, attraverso i meccanismi del "darwinismo neurale", porta alla costituzione di un sistema di neuroni sopr avvissuti e comunicanti che ci danno lo stampo personale definitivo (cap.I). Tal e stampo, ad es. con gli schemi cognitivi, ha per l'uomo una sostanzialit e stabi lit che richiama quella dell'istinto, ma non soltanto questo. Nella definitiva si stemazione del nostro S.N.C. gli istinti giuocano la loro parte fondamentale ma non esclusiva. Con tali premesse ho cercato di analizzare, nei diversi capitoli, alcuni dei gra ndi temi ai quali lo studio dello istinto da sempre si applica. E ci mettendo anc he in rilievo sia i fattori storici, sia quei prepotenti fattori ideologici che sono quasi impossibili da togliere dal campo. Si pu cominciare dal problema gnoseologico (Cap. IV), per il quale anche i filoso fi non rifiutavano considerazioni naturalistiche, (da Platone, a Tommaso, a Kant ). I contenuti della nostra coscienza e gli oggetti della nostra conoscenza non possono non avere connessioni con le nostre tendenze e repulsioni istintive. I m odi categoriali della nostra conoscenza non possono non essersi formati nella fi logenesi e non essere in qualche modo legati alla strutturazione istintiva. Il m ondo, la societ, la lingua in cui viviamo sono anche espressione della nostra nat ura, bench finiscano per riplasmarci a loro volta. Ho successivamente problematizzato il fatto che i nostri rapporti col mondo si d eclinano spessissimo con modalit aggressive (Cap. V). L'aggressivit una pulsione p rimaria che deve comunque essere espressa? Oppure una modalit di comportamento co n percorso prioritario per il raggiungimento di fini diversi? In fondo, ho visto , non fa gran differenza ai fini dei fondamentali problemi che il mondo civile d eve porsi. Venendo poi al nostro senso etico istintivo (Cap. VII), retaggio anch 'esso di una filogenetica ricerca di norme comportamentali, mi sono chiesto se e sso del tutto generico, oppure comprende in s, a livello naturale, anche norme pi dettagliate, come vorrebbe il giusnaturalismo. La complicatezza della vita attua le, nonch i poteri dell'uomo sempre pi in aumento, esigono comunque il potenziamen to di una pulsione etica generale che permetta di orientarsi tra le infinite pos sibilit e norme. Senza un valido sentimento etico di base che ci serva di orienta mento non potremmo mai sufficientemente basarci su norme prestabilite dalla natu ra e dalla societ. Il sesso la radice di tutto, come certe visioni monoistintivistiche tendono a so stenere? E pu l'istinto sessuale servire, con ritualizzazioni o trasformazioni, a tante nostre necessit? Ci mentre esso stesso, per realizzarsi, necessita della co operazione di altre radici istintive (cap.VI). La vita sessuale dell'uomo di ogg i una sintesi di pulsioni, di apprendimenti, di fantasie, di interessi che hanno verosimilmente radici istintive diverse ma che si mescolano continuamente in gi uochi indecifrabili. La sociologia e l'economia hanno fatto spesso ricorso a considerazioni naturalis tiche (magari attraverso la psicanalisi) per capire e prevedere il comportamento degli uomini (Cap. VIII). Partendo dall'altra parte, alcuni etologi hanno predi cato su ci che l'uomo sociale dovrebbe fare o sbaglia a fare. Anche il razzismo h a cercato differenze naturalistiche nell'uomo. Al solito, queste considerazioni partono prevalentemente da concezioni monoistintive (sesso, aggressivit, potere, ecc.), non tenendo conto che anche ogni comportamento sociale ed ogni combinazio ne di comportamenti nella collettivit risultano da un gioco di spinte opposte o s inergiche, regolato in gran parte da fat-tori storici, culturali, ideologici, ec c. La storia, intesa come risultato probabilistico non sembra determinata da poc he di queste spinte, le utilizza tutte, anche se risente delle pi forti tra loro. La separazione e differenziazione tra gli uomini, che stimola l'aggressivit intr aspecifica e non le pone argini, pi legata a fattori culturali che istintivi. Alla fine ho cercato (coerentemente alla mia propria "speciazione culturale") di rivedere alcuni aspetti della psicopatologia e della terapia psichiatrica (Cap. IX). Proprio lo studio degli impliciti aspetti naturalistico-oggettivi e di quelli ps icologico-soggettivi dell'istinto, mi ha confermato nella contrariet ad ogni dual ismo biologico psicologico nello studio sia delle cause che dell'essenza delle m alattie della mente. Il "monismo a doppio aspetto" lascia invece le "realt" per q

uello che possono essere al di fuori di noi e lascia a noi la loro percezione ca tegoriale come biologiche o psicologiche. Cos anche ogni intervento, sia esso psi co-terapeutico o farmacologico, mentre agisce nella "realt" vien da noi (curanti e pazienti) percepito, conosciuto e vissuto, come psicologico o somatico, o come ambedue le cose. In ogni caso le tendenze istintive entrano sia nelle patogenesi dei disturbi che nei possibili agganci degli interventi psicoterapeutici o farmacologici. Per quanto riguarda l'eziopatogenesi delle grandi entit cliniche, proporrei una r iflessione sulla depressione quale blocco della naturale ed istintiva omeostasi dell'umore. Si depressi quando si resta tristi in maniera fissa, indipendentemen te dall'oggettivit dell'esistenza. Forse la schizofrenia potrebbe anche avere, co me disturbo di base, una perdita dello "saggezza della specie" organizzata filog eneticamente nel mondo dell'istinto. Alla fine, gli istinti non mi sembrano n i nostri padroni, n dei servi o dei nemic i da dominare o da combattere. Sono noi stessi, insieme a tutto il resto che in noi. Un sistema nervoso come il nostro, strutturatosi nella filogenesi con livelli di versi ma senza eliminare mai i pi antichi, non pu non avere percorsi preferenziali che si presentano come attraenti o, metaforicamente, come pulsioni. E la numero sit dei percorsi che si offrono in ogni momento esige un superiore globale meccan ismo di integrazione o di scelta che quello della nostra personalit ed quello che costituisce la nostra libert nel senso in cui possiamo concepirla. Noi siamo il tutto di noi stessi. Le scelte che tutto il nostro organismo compie, seguono una via o l'altra. Forse per questo si potrebbe finalmente concepire l'istinto non come una vis a tergo, ma come una possibilit di strada da percorrere un sentiero, una traccia. Oltre t utto, il meccanismo della facilitazione, che voglio ancora proporre, mi appare c ome l'ipotesi neuroscientifica (sia fisiologica che biochimica) pi facile da acce ttare o utilizzare. Capisco che, in tal modo, il famoso problema degli istinti classicamente concepi ti come pulsioni rischia di apparire rovesciato. per un rovesciamento di modello, non di essenza di tutti i problemi che vi sono connessi. Ho sostenuto che il co ncetto di energia, di pulsione metaforico, convenzionale, epistemologicamente as siomatico. Esso ci permette per di mantenere i rapporti con un'enorme letteratura scientifica, filosofica, culturale, psicanalitica, etica ed anche religiosa (le famose tentazioni da "re-spingere"). Esso ci permette di proseguire quella sperimentazione sui generis che consiste, come dicevo nel prologo, nel confrontare ci che realt e problemi evocano nella men te degli altri studiosi e nella nostra. Non abbiamo quindi bisogno di interrompe re o rove-sciare il discorso, se gli istinti ci "invitano" anzich "spingerci". Il discorso sugli antichi sentieri della nostra umana specie pu continuare.

Note 1 Una brillante analisi storica del concetto di istinto, fino all'antichit la-tin a, greca e araba, svolta da Diamond. 2 Di fatto Fairbairn afferma che "le strutture dell'io posseggono energia --sono energia " e questa energia , fin dall'inizio, strutturata e diretta verso sogget ti. Gli impulsi non possono venir separati da questa strut-tura e dalle relazion i oggettuali che, grazie ad esse, l'Io pu stabilire. L'uomo, data la perdita di g ran parte degli schemi istintuali esecutivi, elaborerebbe la sua energia in un r apporto con gli altri. Sembra quindi che, per Fairbairn, esista una pulsione pri mitiva avente come direzionalit i rapporti con gli altri, ed in essi tendente a s pecificarsi. Sarebbe ben difficile non ritenere questo un modello istintivistico .

La posizione teorica di Kohut, lasciando da parte le implicazioni terapeutiche c he le sono relative, qui difficile da discutere. La provenienza culturale dell'a utore lo faceva originare in una metodologia classicamente freudiana dalla quale , come hanno recentemente rilevato sia Carotenuto, che Siani e Siciliani, stenta va ad uscire. Quello che oggi possiamo ragionevolmente ritenere evoluzione e mat urazione del pensiero di Kohut passa attraverso due (Greenberg e Mitchell --Caro tenuto) o meglio tre fasi. Proprio Siani e Siciliani hanno compiuto un'esegesi d elle ultime opere per prospettare questa terza elaborazione. Nei primi due schem i il modello pulsionale resta, in maniera mista e poi complementare, con quello di relazione oggettuale. Nel terzo modello l'investimento oggettuale ed il "narc isismo sano" sembrano visti come una modalit di sviluppo nella quale il fattore p ulsionale perde rilievo ed interesse. Il narcisismo maturo (Siani e Siciliani) n on sarebbe un investimento oggettuale pulsionale, ma un "rivolgersi caldamente a ll'altro pi che a possederlo". Kohut dice ancora che un sano narcisismo una "prec ondizione per l'amore oggettuale".Attraverso questi tre modelli e trattandosi an che di "modelli fatti di modelli", l'esegenesi resta difficile. A me sembra evid enziarsi uno sforzo faticoso di Kohut (non certo completamente riuscito) di libe rarsi di una metapsicologia a radice biologica (con relativi richiami etologici) per "ascendere" ad una puramente psicologica. quello che Kohut stesso (1982) di ce: "la psicologia del S... non cerca assonanze con la biologia o la psicologia, ma accetta se stessa come psicologia sempre e completamente... essa deve essere una psicologia". Il discorso epistemologicamente ineccepibile. Delimita un'area disciplinare ad u n campo di indagine che ha le sue ipotesi di base, le sue terminologie, i suoi s viluppi "meta". Non pu peraltro negare quant'altro gli stia fuori. Non pu neppure far tacere dentro di noi la domanda se questo "Homo psychologicus", come lo vuol e Kohut, battagliero, pieno di riserve, che tenta di realizzare il suo S pi profon do e combatte contro gli ostacoli che dall'esterno e dall'interno vi si oppongon o, possa sfuggire ad una modellizzazione che sia anche, ed a scelta istintiva. P otremmo ancora chiederci, per quanto qui interessa e lasciando ogni spazio ad al tre concezioni, se il problema non sia sempre quello di una pulsionalit generale o di tendenze diverse (v. Cap. II), tra le quali quelle narcisistica, empatica, relazionale. E se, come dicono anche Siani e Siciliani, i modelli pulsionali, ag gressivi, non ridiventino necessari, almeno come presupposto.Del resto, Carotenu to, riferendosi al modello kohutiano del '77, nota che ove il S coesivo "adulto" viene a mancare, "le pulsioni occuperanno il centro del palcoscenico psicologico ". una visione che ci richiama un po' la disintegrazione della pulsione autoreal izzativa unitaria con cui Goldstein (in una prospettiva pi neurologica) ha interp retato la patologia nervosa.Se si vuole discutere di Kohut nel presente studio b isogna forse fermarsi a questo. Non possibile seguirlo quando egli esce dal disc orso parlando ormai di altra materia. Anche la Horney tent di trasformare la psic analisi da istintivista ad interpersonale. L'individuo sarebbe capace di consegu ire la realizzazione di se stesso non sotto la determinazione di forze istintual i, ma per la possibilit di sviluppare le proprie potenziali capacit umane, la part icolare abilit, i particolari talenti di cui pu essere dotato.Vien tuttavia da chi edersi, per la Horney e per altri postfreudiani, se l'accento maggiore sull'auto realizzazione e sul raffrontarsi agli altri come singoli e come societ, metta in sordina le personali e peculiari determinazioni istintive pi di quanto voglia o r iesca ad eliminarle. La critica al concetto freudiano, ed anche junghiano, di un a prevalente determinazione istintiva personale ed archetipale dello sviluppo de lla personalit, la troviamo anche in Fromm, oltre che nella Horney. Non viene per negata la "natura dell'uomo". La societ dovrebbe essere in grado di sviluppare ne l modo migliore ogni tendenza, pulsione, disponibilit che la natura fornisca. Anc he Adler, pur avendo elaborato una teoria a fondo sociale, le basa su di un inte resse sociale innato dell'uomo. Lo stesso Freud rico-nosceva che la dottrina di Adler "si fonda pur sempre su una teoria delle pulsioni". Sullivan sembra far co esistere un'azione energetica della psiche di tipo addirittura fisico (Hall e Li ndzey) con una determinazione ambientalistica e relazionale delle modalit con cui la personalit si sviluppa. Un istinto come unica determinazione ed a carattere p uramente innatistico certo estraneo o contrario a queste visioni, ma non estrane

o a loro mi sembra restare un istinto come attualmente inteso dagli studi psicol ogici ed etologici. Esse restano lontane da un ambientalismo assoluto. Restano b en lontano, soprattutto, dalle posizioni pi estreme della riflessologia o della s ociologia ideologica. 3 La vicenda del concetto energetico nella storia, nella filologia e nella psico patologia stata oggetto del III Congresso Nazionale di Psichiatria e Territorio ed. Maxmaur Lucca, 1992, Di Fiorino e Lami (a cura di). 4 Quella del De Crescenzio senza dubbio un'opera massiccia ed originale dedicata al problema degli istinti umani. La ricca informazione bibliografica, citata e documentata nel testo e nelle numerosissime note, rende il volume L'etologia e l 'uomo una preziosa fonte di informazione non solo nel campo strutturante etologi co, ma anche in quello in quello antropologico, linguistico, epistemologico, uma nistico. De Crescenzio un filosofo e vede il problema, pur sotto molti aspetti, sempre con l'attenzione rivolta all'ontologia dell'uomo nel senso pi globale. Le linee di pensiero nei vari autori vengono riprese dalle origini e seguite nelle loro evoluzioni logiche. Anche quando parla delle ricerche etologiche, il taglio del discorso critico sempre quello del metodo, delle essenze, delle categorie c onoscitive, della commisurazione interdisciplinare. Mi sembra assai significativ a questa intensa attenzione alla biologia del comportamento da parte di un autor e di discipline antropologiche umanistiche. L'opera un'introduzione dell'etologi a nel circuito della cultura umanistica. In una situazione in cui la stessa psic opatologia teorica e la psichiatria clinica non sembrano approfittare pienamente di questo filone culturale, l'attenzione di un filosofo particolarmente stimola nte e le sue molte considerazioni metodologiche e psicologiche sono preziose. 5 Fletcher un autore di una monografia intitolata a L'istinto nell'uomo. Opera piuttosto estesa, sistematicamente costruita, minuziosa e alquanto ripetit iva, rappresenta probabilmente il contributo pi esteso ed approfondito al problem a. Si basa su un'analisi delle dottrine pi vecchie sull'istinto, delle critiche c he furono ad esse rivolte, del contributo dell'etologia animale ed umana, di que llo della psicanalisi, infine su di una comparazione, confronto, commisurazione tra i vari aspetti disciplinari e sui dati da esse forniti. Il massiccio e scrup oloso impegno di Fletcher fornisce una panoramica assai vasta anche se non pu com prendere, logicamente, tutte le varianti e sfumature che in ogni disciplina si p resentano. In particolare si potrebbe dire che il contributo psicanalitico consi derato si limita essenzialmente a Freud. Cos Jung non neppure citato, come non lo sono Klein o i neofreudiani, oppure Hartmann. In sostanza vi pi completezza etol ogica e sociologica (da Comte, a Durkheim, a Weber, a Pareto) che psicanalitica. Dal lato etologico ci si riferisce essenzialmente a Timbergen ed al Lorenz degl i anni '50, con ampio riferimento agli studiosi dell'istinto dei decenni precede nti. Nel finale si accennano i grandi problemi ancora aperti per l'interpretazio ne etologica di meccanismi motivazionali individuali e sociali. L'autore stesso definisce il proprio come un libro di psicologia scritta da un sociologo. 6 La lingua tedesca, cos ricca di vocaboli e di parole composte, rischia di non e ssere concettualmente chiara quando usa come sinonimi (o pressappoco) le voci Ps yche, Geist (spirito), Seele (anima). Ad es. Geisteskrankheiten non potrebbe sig nificare "malattie dello spirito". Ma Geist potrebbe significare sia psiche che spirito. Ci non ci aiuta a capire cosa ogni autore intende. 7 Secondo Popper gli organismi possiedono una conoscenza innata, falli-bile e co ngetturale, che precede l'esperienza e che costituisce un'aspettativa verso l'am biente. Dagli esseri pi semplici agli scienziati la vita e la sopravvivenza sono possibili solo attraverso una continua emissioni di ipotesi che il contatto con l'ambiente pu smentire o verificare. I sensi possono dire s o no alle nostre doman de. Popper non accetta l'interpretazione gnoseologica esposta da Lorenz nel 1941 a proposito a priori kantiano. Per Lorenz si sarebbe giunti alla selettiva fiss azione genetica degli a priori partendo dalla percezione. Per Popper innata in n

oi una conoscenza aprioristica che precede e permette la percezione. Essa mantiene peraltro solo il valore di ipotesi. Non pu essere una certezza. Noi siamo continuamente attivi, esploriamo, emettiamo ipotesi, abbiamo aspettative in certe direzioni. Verifichiamo continuamente il tutto nel contatto con l'ambie nte. L'innatismo gnoseologico forse pi importante in Popper che in Lorenz, ma ha pi l'aspetto di una funzione che di un contenuto, anche se non pu esprimersi che m ediante la formulazione dei contenuti ipotetici. Contenuti che, pur avendo carat tere generale, non possono derivare che da fenomeni selettivi realizzatisi nell' evoluzione della specie in base alle esperienze favorevoli o sfavorevoli alla qu ali la specie andata incontro. Sulla genesi dello a priori Lorenz e Popper non s ono quindi molto distanti. Il primo per insiste sull'innatismo percettivo, il sec ondo sulla tendenza innata a congetture sull'ambiente delle pulsioni. 8 M. Schiavone, ad esempio, propone in alternativa all'etica metafisica o teolog ica il postulato laico dell'uomo come fine e come valore assoluto (Bioetica e ps ichiatria. 1990. Bologna: Patron). 9 Evolutivamente e storicamente l'esclusione delle donne dalla cultura, dal pote re economico e politico, dalla libera sessualit ha mirato al mantenimento di un a lto potere riproduttivo e di allevamento famigliare, come una volta indispensabi le. Il prepotere maschile stato uno strumento di questa naturale necessit. Gli is tinti giuocano diversamente nel tempo. Bibliografia Adler A. (1912). Il temperamento nervoso. Astrolabio (1950), Roma. Adler A. (1931). What life should mean to you. Little, Brown. Boston. Tr. it. (1976) Cosa la psicologia individuale. Newton Compton: Roma. Alverdes F. (1939). Wirksamkeit von Archetypen in den Instinkt-Handlungen der Ti ere. Zool. Anz. 119. Ancona L. (1968). Fattori psicodinamici dell'aggressivit. In: Archivio di psicolo gia neurologia e psichiatria. fasc. VVI, 507-528. Andreski S. (1973). Le origini della guerra. In: Storia naturale dell'aggressivi t. Carty J.D., Ebling F. J.(a cura di) Feltrinelli: Milano. Ardrey R. (1969). L'istinto di uccidere. Feltrinelli: Milano. Attili G. (1984). Le due anime dell'etologia. In: Psicologia contemporanea. vol. 65, 3-7. Balestrieri A. (1959). Su di un nuovo farmaco ad azione negli stati depressivi. In: Giorn. psichiat. neuropatol. 87:81. Balestrieri A. (1961). Aspetti teorici dell'evoluzione favorevole nelle schizofr enie. Omnia Medica: Pisa. Balestrieri A. (1961). Patologia mentale e farmacologia. CEDAM: Padova. Balestrieri A. (1974). Il significato degli studi etologici per la psichiatria. In: Etologia e psichiatria. Balestrieri A. et al. (a cura di). Laterza: Bari. Balestrieri A., De Martis D., Siciliani O. (1974). Etologia e psichiatria. Later za: Bari.

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