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FRANCESCA BREZZI. LE GRANDI RELIGIONI. INTRODUZIONE.

L'induismo La pi antica fase della religione indiana: i Veda Il brahmanesimo (X-VI secolo a.C.) L-induismo Movimenti filosofici dell'induismo Il neoinduismo Il giainismo l buddhismo La vita del Buddha n canone buddhista Le basi dottrinali del buddhismo antico e la scuola del Piccolo Veicolo n Grande Veicolo o Mahayana La scuola Vajrayana o Veicolo di diamante n Le religioni cinesi Il Il Il Il taoismo canone taoista confucianesimo buddhismo cinese o Ch'an

IV. L'ebraismo Brevi cenni storici Contenuti religiosi Testi sacli e letteratura religiosa Correnti religiose Il cristianesimo Vita di Ges I testi sacri del cristianesimo 88 Bibliografia Cronologia Contenuti dottrinali Chiese, istituzioni ecclesiastiche e confessioni VL L'islamismo Vita di Maometto Le correnti dell'islamismo Contenuti dottrinali Il sufismo

INTRODUZIONE. La religione un fenomeno complesso, articolato e poliedrico, non univoco, s che uno studio di essa presenta, e non da oggi, numerose difficolt, che tuttavia non vanno eluse, n devono spingere a escludere tali tematiche dall'ambito del razionale, ma possono esse-

re assunte consapevolmente a cifra significativa del nostro tempo, cifra appunto ambigua e contraddittoria. Se da un lato studiare criticamente la religione pu sembrare inattuale, constatata l'incredulit psicologica che ci circonda, dall'altro tuttavia si assiste anche a una grande popolarit di questa problematica, determinata dall'allargamento delle nostre esperienze e conoscenze, dall'aprirsi davanti a noi del continente immenso delle diverse religioni. Dalla World Christian Encyclopedia (Oxford 1982) apprendiamo che su questa terra vivono quattro miliardi e duecento milioni di uomini: di essi un miliardo e quattrocento milioni si dichiarano cristiani, 723 milioni sono musulmani, 583 milioni ind e 274 milioni buddhisti, a cui bisogna aggiungere un miliardo di cinesi. Queste cifre, che andrebbero necessariamente aggiornate, esprimono gi la totalit immensa, in parte sconosciuta, che si apre alla nostra conoscenza: se infatti con le grandi scoperte geografiche si ampliato il nostro orizzonte culturale, oggi assistiamo al dissolversi di antichi confini, specie religiosi e, come stato detto da H. Kung, i fedeli di altre religioni compaiono numerosi nel nostro paese, nella nostra citt, fabbrica, scuola e persino spesso nella medesima strada. Di qui la necessit di offrire una panoramica sulle grandi religioni, non senza una previa riflessione sul fenomeno religione, cio la sua presenza o meno nella cultura contemporanea. Sia sufficiente ricordare il susseguirsi di parole d'ordine che hanno caratterizzato il nostro tempo: eclissi del sacro, demitizzazione, morte di Dio, secolarizzazione, ma anche rinascita del sacro, nuovi movimenti religiosi, crisi della ragione, ecc. Al di l delle mode, tuttavia, queste espressioni sono cifre indicative (e contenuti) di precisi movimenti di pensiero, che evidenziano la ricchezza e la complessit del nostro tempo. Se negli anni Sessanta, infatti, I'ottimismo generalizzato e la fiducia nel progresso scientifico consentivano, sulla scia della nietzscheana morte di Dio, la marginalizzazione della religione e la sua caratterizzazione come fenomeno anacronistico o retrogrado, il panorama odiemo mutato, sembra anzi che l'homo faber voglia riscoprire le proprie radici religiose e si avverte, come notava Fromm, una sorta di nostalgia di trascendenza al di l del crollo delle ideologie e delle scommesse mancate dai miti storici. Se il nostro quel di~rftige Zeit (tempo squallido) di cui parlava Heidegger sulla scia di Holderlin, ma in quanto il tempo degli di fuggiti e del Dio che viene, I'atmosfera che si respira quella di una ricerca, di una domanda, di un dialogo e non solo nel mondo cristiano occidentale, ma anche nelle religioni orientali, s che il fenomeno religioso appare quale prisma dai molteplici aspetti che si rifrange diversamente nelle varie culture e tradizioni che ne sono state investite. Si comprende allora perch le tematiche religiose occupino una posizione particolare nella modemit, o post-modemit, e molti studiosi siano concordi nel caratterizzare il campo religioso come zona di sommovimenti tellurici (Filoramo), sempre in sospeso tra radicali dislocamenti e provvisori assestamenti; pertanto si tratta di comprendere come e perch i rapporti tra fede e cultura, religione e societ civile, istituzioni clericali e potere politico frequentemente si presentino sotto il segno della tensione nella societ seco-

larizzata. Si apre cos un ulteriore campo di indagine, gi implicito nelle cosiderazioni fin qui svolte, I'ambito della secolarizzazione, che poi il nucleo tematico verso cui convergono molteplici indagini di ricerca, dal momento che i temmini stessi, secolarizzazione, spirito secolare, secolarismo, ecc. possono avere accezioni diversel. Accettando, per necessit di semplificazione le definizioni di Larry Shiner a cui si ricollega anche G. Marramao2, si pu considerare la secolarizzazione come: a. declino della religione; b. confommarsi della organizzazione ec~ Cfr. Ia voce secolarizzazione in Dizionario teologico, Torino, MarieTti, 1977, e in Enciclopedia del Novecento, Roma, IsTituto dell'Enciclopedia ITaliana, 1982, vol . v pp. 415-430. 2 G. Manarnao, Potere e secolarizzazione. Roma, Editori RiT;In~ti,1983. clesiastica al mondo; c. sacralizzazione del mondo; d. privatizzazione della religione; e. trasposizione di credenze e comportamenti dalla sfera religiosa a quella secolare. Si comprende quindi come la secolarizzazione sia categoria complessa che accomuna (e talvolta confonde) concezioni e modi di pensare diversi, che, se hanno come centro unificatore il sapere aude kantiano, la maggiore et dell'uomo, tuttavia assumono significati filosofici, politici, religiosi, sociologici ecc. Ricordiamo solo gli autori significativi al riguardo come M. Weber, K. Lowith, H. Blumenberg, D. Bonhoeffer, H. Cox, J.B. Metz, Fr. Gogarten, rinviando per una panoramica complessiva alla bibliografia finale. Delineati pertanto i confini di questa tematica, confini sempre aperti e continuamente soggetti a mutamenti, che pemmettono di spaziare anche in zone limitrofe (per esempio il rapporto religione-morale, religione-politica), passiamo all'individuazione di itinerari precisi, diversi ma complementari, che sono il risultato delle differenti prospettive con cui si affronta il tema: la religione infatti, come fenomeno unitario pur nella sua prismaticit, materia di indagine da parte di una molteplicit di scienze (la storia, la sociologia, la psicologia, la fenomenologia, la filosofia e la teologia) e il risultato, lontano da fomme di riduttivismo, che pure in maniere suggestive si talvolta presentato nella storia della cultura occidentale, un pluralismo di voci interpretanti ... che cerca di mettere a fuoco quell'oggetto proteifomme e sfuggente che la religione, circuendolo, descrivendolo, definendolo, interpretandolo3. Prima di affrontare direttamente questi vari ambiti rimangono due nodi teoretici da risolvere: il problema della scientificit di tali discipline e il possibile articolarsi dei loro rapporti, Molti studiosi sottolineano l'importanza del primo punto, come interrogazione sullo statuto epistemologico e delineano una possibile risposta: nell'Ottocento si avuta la nascita di alcune di queste discipline sotto la spinta di istanze positivistiche o razionalistiche, come la storia comparata delle religioni che, con l'ausilio di altre scienze

quali la linguistica, I'antropologia culturale, la psicologia e la sociologia, assunse immediatamente un ruolo antagonistico nei confronti di filosofia e teologia, che fino ad allora avevano avuto il monopolio di tali tematiche. Nel Novecento in seguito alla crisi del positivismo e allo sviluppo delle Geistwissenschaften (scienze dello spirito) la situazione cultu3 G. Filoramo, a cT~ra di, Introduzione allo studio della religione, Torino, Tm~ r, 1992, p. I 1. rale si modifica: allo spiegare (Erklaren) si affianca il comprendere (Verstehen), pertanto lo studio della religione non privilegia soltanto i dati storici o filosofici, ma anche l'esperienza vissuta (Erlebnis). Nel mondo contemporaneo le contrapposizioni metodologiche sono venute meno e anzi si verifica l'accettazione di un pluralismo o politeismo metodologico4. Circa il secondo nodo, il rapporto tra loro delle varie discipline che si occupano del dato religioso, la soluzione pu essere intravista nel riconoscimento dell'autonomia e della complementariet, ma anche nella rivendicazione di un proprio ruolo da parte di ogni scienza: nella cultura contemporanea infatti si avverte un clima di disponibilit reciproca e di rispetto, lontano dall'atteggiamento predatorio o gerarchico, per cui una disciplina aspirava ad essere l'unica scienza religiosa, culmine dell'edificio del sapere. Oggi si parla di costellazioni di saperi, nelle quali i rapporti reciproci sono fondati sul terreno di una epistemologia aperta, struttura dischiusa e dinamica, sorta di circolarit ermeneutica di scambio e acquisizione. Ricordiamo brevemente quali sono queste discipline; I'ordine con il quale si analizzeranno non rispecchia alcuna valenza assiologica, ma solo una intenzionalit sistematica: dalle scien-ze empiriche che fanno uso di metodi induttivi quali la storia, I'antropologia, la psicologia e la sociologia, alla fenomenologia comparata, alla filosofia e alla teologia che si configurano, come vedremo, diversamente. 1. La storia delle religioni come disciplina autonoma, con un proprio oggetto e metodo nasce nella seconda met dell'Ottocento, nel clima caratterizzato da un lato da istanze positivistiche, dall'altro dalla grande fioritura dello storicismo tedesco. In estrema sintesi si pu affermare che la storia delle religioni studia i fatti religiosi su base documentaria e secondo il metodo storico critico, per coglierli nella loro genesi e nel loro divenire; focalizza altres i miti, le credenze e le dottrine che determinano la specificit di una religione rispetto a un'altra, nonch i processi di istituzionalizzazione di esse. Strettamente collegato con questo tipo di indagine lo studio comparato, o storia comparata delle religioni, che confrontando pi religioni tra loro tenta di raggiungere una visione globale e complessiva, indagando anche sul nesso causale che esiste tra un certo popolo e la sua religione, o tra fatti religiosi di popoli e religioni diverse. 4 G. Filorarno, C. Prandi. Le scienze delle reli~ioni, Brescia, Morcelliana, 198 7, p. 13.

Infine c' un'ulteriore accezione di questa disciplina che va menzionata, anche perch ci permette il passaggio alle altre; come ricorda Filoramo la storia delle religioni coincide con l'area semantica designata dal termine tedesco Religionswissenschaft (scienza delle religioni), cio studio integrale dei fatti religiosi compiuto con l'aiuto di altre discipline come la psicologia e la sociologia della religione. 2. La sociologia della religione studia la religione intesa come prodotto sociale, e pertanto focalizza i rapporti intercorrenti tra fenomeni religiosi e vissuto sociale, come afferma B. Wilson5. Inizialmente (nell'Ottocento) la sociologia della religione coincideva con la sociologia tout court, in quanto tutti i grandi pensatori, che oggi sono riconosciuti come i classici (Comte, Durkheim, Mauss, e poi via via Weber, Troeltsch, ecc.), hanno lasciato interessanti studi sul fenomeno religioso come momento significativo della trasformazione della societ borghese, ma soltanto nei primi decenni del Novecento essa assume una fisionomia autonoma. La riflessione odiema, continuando il discorso iniziato dai classici, si particolarmente concentrata, con diversi esiti, sul rapporto fra prorompente e irreversibile sviluppo della societ industriale moderna e declino del sacro, e di conseguenza della religione: il tema weberiano del disincanto del mondo ha costituito un punto di riferimento obbligato sia per coloro che vedono nella religione un fattore di integrazione e conservazione dell'ordine costituito, sia per chi, al contrario, la considera elemento di innovazione. 3. La psicologia della religione quella disciplina psicologica che cerca di osservare, descrivere e spiegare attraverso quali processi psichici l'individuo umano, rispondendo a sollecitazioni che provengono da simboli religiosi, diventa o meno religioso.6 Da questa definizione si evince immediatamente la complessit e problematicit di tale approccio al fatto religioso, non solo per le caratteristiche insite nella psicologia e nell'oggetto religioso, ma anche per il necessario differenziarsi o collegarsi con aree limitrofe, nonch per il continuo mutamento e trasformarsi dei problemi che essa deve affrontare. Se si presta attenzione allo sviluppo storico della psicologia della religione, si nota come essa sia nata, quale disciplina autonoma, negli Stati Uniti alla fine dell'Ottocento e abbia 5 La religione nel mondo contemporaneo, Bologna, Il Mulino, 1985, p. 20. 6 L. Pinkus, Psicologia e religione, in Introduzione allo studio della religione, cit., pp. 105-138, 112. avuto uno sviluppo fiorente fino ai primi anni Venti del Novecento: sia sufficiente ricordare il nome di W. James, la cui opera Le varie forme della coscienza religiosa del 19027 tuttora considerata il capolavoro della psicologia religiosa statunitense. Il lavoro di James significativamente importante perch, criticando il metodo scientifico di stampo positivistico e contrapponendovi un metodo descrittivo-fenomenologico, preannuncia quelle che saranno le coordinate metodologiche di tutti i successivi studi in questo settore, anche se nel dibattito attuale non si presenta pi una alternativa nei termini di aut-aut, ma di et-et, come nota Filoramo. Accanto al nodo metodologico, un altro importante settore rap-

presentato dagli studi sulla genesi e sul significato della religione per la personalit umana: il dibattito vivacissimo in quanto il tema viene a inserirsi nell'ambito delle teorie psicodinamiche, basate sul metodo clinico, all'interno cio di modelli teorici precisi. I riferimenti obbligati si possono riassumere nel titolo di un celebre saggio di E. Glover, Freud o Jung?, pubblicato da Feltrinelli nel 1978, ancora oggi infatti, al di l della contrapposizione, le interpretazioni in chiave psicologica della religione si rifanno o al metodo psicoanalitico di Freud, o a quello psicologico-analitico di Jung. Al primo sono riconducibili i lavori di Rank, Reik, Abraham e via via di Erikson e Fromm; al secondo sia gli studi di J. Hillmann che di G. Adler. 4. L'antropologia della religione indaga i rapporti del fatto religioso con la cultura, sia considerando questo come momento essenziale di quella, sia cogliendo i significati che la religione assume per gli uomini che la praticano. Seguendo C. Prandi possiamo individuare i filoni pi significativi di tale disciplina nell'antropologia culturale, nell'antropologia sociale, nello strutturalismo e nelle scuole simboliche. Se il caposcuola pu essere considerato E. B. Taylor, innovatore appunto del concetto di cultura in Primitive culture del 1871, il vero teorico e sistematizzatore B. Malinowski, che elabor lo statuto epistemologico dell'antropologia culturale in genere. Con prospettiva funzionalista egli colse il ruolo della dimensione religiosa nell'insieme della cultura, studiando il rito e il mito come momenti essenziali di espressione dd s~cro. ~- Di~a ma non incompatibile, anzi intrecciata con l'antropologia I'analisi antropologico-sociale applicata sempre al fatto 7 W. J~nes, ~t., ~r. it. Milano, Bocca,194s. religioso: essa, privilegiando la societ come contenitore di cultura, indaga il legame che si instaura tra rito e societ, studiando la magia e la stregoneria in quanto momenti di protezione di quella. Difficile da inserire in una corrente precisa, ma considerato come un maestro dell'antropologia religiosa R. Bastide, che si muove con uguale competenza nella psicologia, nella sociologia e nella storia delle religioni. Studioso delle religioni africane, interessato ai fenomeni di sincretismo e di interazioni culturali, con grande suggestione (e radicalit) aveva indicato il nucleo essenziale dell'antropologia: strapparsi la pelle per entrare in quella degli altri. Per quanto riguarda lo strutturalismo si deve ricordare C. LviStrauss, la cui opera di etnologo, fondamentale per tutta la cultura contemporanea, ha avuto ripercussioni anche nell'ambito delle scienze della religione. Seguendo le ipotesi e i postulati del metodo strutturalista, Lvi-Strauss indaga i miti e le religioni, dapprima scomponendoli nei loro momenti originali o mitemi (strutture elementari ed espressione del rapporto natura-cultura com' vissuto da un determinato gruppo etnico) e poi cogliendone alcune possibili combinazioni. Molto diverso invece l'approccio delle scuole simboliche, particolarmente fiorenti negli Stati Uniti: rifiutando una semplice spiegazione del fatto religioso, gli studiosi si pongono il problema del si-

gnificato e si interrogano sulle specificit del simbolo in relazione al contesto sociale e culturale che lo produce. Da ricordare due autori che risentono dell'influenza della filosofia tedesca del ventesimo secolo (Husserl, Heidegger e Cassirer): C. Geertz e V. Turner. 5. La fenomenologia della religione la scienza che studia la religione come fenomeno umano nel suo essenziale manifestarsi. Nonostante l'espressione fenomenologia della religione sia usata per la prima volta dallo studioso olandese P. D. Chanmtepie de la Saussaye nel suo Manuale di storia delle religioni (1878), il fondatore G. van der Leeuw, che con il suo testo Fenomenologia della religione8 ha offerto il vero e proprio manifesto metodologico della disciplina. Frutto della temperie culturale in cui si super l'evoluzionismo positivista e in genere ogni atteggiamento scientista, la fenomenologia della religione si collega strettamente alla svolta fenomenologica husserliana e alla sua parola d'ordine: Tomiamo alle cose stesse. Se, come sottolinea G. Filoramo, determinante lo sforzo antime8 Fenornenologia della religione, Torino, Einaudi, 19O (edizione originale 1933). tafisico e realistico di investigare le realt che ci circondano, cogliendo, grazie alla sospensione del giudizio (epoche~) e alla capacit intuitiva del ricercatore, la loro essenza (visione eidetica)9, forte anche l'esigenza antiriduttivistica che vuole restituire alle varie realt, e pertanto alla realt religiosa, la sua complessit e la sua autonomia. Ci soffermiamo su van der Leeuw, sia per l'intrinseca importanza, sia perch il suo uno dei pochi testi di fenomenologia della religione tradotto in italiano. Molte sono le componenti del metodo delineate dallo studioso olandese: oltre lo sfondo filosofico husserliano, gi evidenziato, si deve sottolineare la dimensione psicologica, cio la centralit della religione come esperienza vissuta (in consonanza con le affermazioni di R. Ottol, da alcuni considerato un precursore della fenomenologia della religione). Da qui una terza caratteristica del metodo, quella ermeneutica, per cui la fenomenologia di van der Leeuw comprendente, in quanto sulla base di una certa sintonizzazione affettiva con l'oggetto (Einfuhlung) si raggiunge la conoscenza (Verstehen). Un'ultima componente (presente in van der Leeuw, ma non in tutti i successivi studiosi) quella teologica: mostrare il modo o i modi in cui l'uomo pu naturaliter giungere a intuire e a cogliere le verit religiosell. Dopo van der Leeuw, una corrente prosegu il metodo della fenomenologia comprendente, un'altra invece rivisit criticamente quelI'approccio, giungendo anche a conclusioni radicalmente differenti. Nel primo gruppo si deve ricordare F. Heilerl2, nonch G. Mensching e G. Lanczkowski, dei quali non possediamo opere in italiano. Esiti diversi invece si sono avuti nella fenomenologia storica della religione che si sviluppata in quei paesi che risentono delle influenze culturali neopositivistiche o storicistiche: da ricordare G. Widengren, in Italia R. Petazzoni e U. Bianchi, e lo svedese A. Hultkrantz. Un cenno infine va fatto a Mircea Eliade, che se in senso stretto non appartiene alla fenomenologia della religione, tuttavia, come nota Filoramo, ha molti rapporti con essa, e lo studio pi significati-

vo in questo contesto il Trattato di storia delle religionil3, dall'autare stesso definito opera di morfologia religiosa. Se finora si sono passate in rassegna le scienze della religione che ~. ~4~ dcll~ religioni, cit.. p. 34. ,~7). trad iL 11 saero, Milano, Feltrinelli, 1966. 2 p, }tdbr. 1~ rcligioni dcU' ~unanit~, Milano, laca Boo~ 1985 3~disoria~cUcr li8u7~.T~o~BQ~ghieli~ 1972. fanno uso di metodi empirici, dobbiamo ora volgere l'attenzione alla filosofia della religione e alla teologia, che sono discipline con ulteriori diverse connotazioni. E vogliamo ricordare come momento di passaggio dalla fenomenologia della religione alla filosofia della religione, I'opera di Max Scheler: essa, senza analizzarla nei particolari, si segnala come esempio insigne e fecondo di un'analisi dei rapporti tra filosofia e religione che, pur affermando la loro autonomia, si risolve in quello che Scheler chiama il sistema di conformitl4. 6. La filosofia della religione, come dice Dumry rappresenta: I'insieme delle riflessioni del filosofo in quanto filosofo sul dato religioso15, definizione, necessariamente generica, ma che in quanto tale non esclude pregiudizialmente nessun tipo di filosofia. Volendo precisare si pu affermare che la filosofia della religione presuppone gi in atto la religione e quindi non si propone alcuna dimostrazione, a differenza della teologia naturale, n vive all'interno del vissuto religioso, come la teologia riflessiva. In secondo luogo quindi il suo oggetto sar I'evento rivelatore di un A priori divino, oggetto immenso, che si incontra con l'a priori umanol6. Non possiamo ricordare ora le difficolt inerenti a tale focalizzazione dell'oggetto, che appare quanto di meno fattuale esiste, molto distante dai fatti protocollari di cui parlano le scienze emp~che. Strettamente congiunto con il problema dell'oggetto quello del metodo: tutti gli studiosi sono concordi nell'affermare che esso non pu essere indicato in modo univoco, perch vari possono essere i modi legittimi di affrontare filosoficamente il fatto religioso e pertanto ritroviamo una grande variet di essi: deduzione razionale o induzione positiva, fenomenologia descrittiva o analisi trascendentale, ermeneutica del significato o indagine critica dell'efficacia storica ecc. Se poi si volesse fornire un profilo della filosofia della religione si possono seguire due direttrici, non necessariamente antinomiche: una storica e una teoretica. 7. La teologia. In senso generale si intende la scienza di Dio, in se stesso e nei suoi rapporti con le creature. In senso stretto, teologia sacra indica la scienza di Dio che si fonda sulla rivelazione divina, mentre teologia naturale o razionale quella che si fonda esclusivamente su princpi razionali. 4 Ci~. L'eterno nea'uorno, Milano, 1972, nuova edizione, Roma, Edizioni Logos, 1 991. 15 H. Dumry, Critique et religion, problrnes de rnethode en philosophie de religio n,

Paris, 1957. 16 L Mancini, Filosofia della religione, Genova, Marietti, 1986. La teologia sacra si differenzia in quanto il suo contenuto comprende, oltre alle verit naturali, anche i misteri o verit di fede, e pertanto il suo metodo si articola e si fonda su quella. Si divide poi in teologia dogmatica (relativa alle verit da credere), teologia morale (relativa a verit-precetti da mettere in pratica) nonch teologia spirituale e teologia fondamentale che indicano una sorta di trattazione apologetico-introduttiva alla teologia dogmatica. Dobbiamo a S. Agostino la definizione di teologia naturale, anche se gi in Platone tuttavia presente in contrapposizione al mito. Essa indica una trattazione sistematica di ordine razionale su Dio e ci che viene considerato alla luce di Dio. In ci vicina e contigua con la filosofia. s~eciP r~n 1:~ metafisica. intesa come dottrina dell'assoluto. I. L'induismo Con l'espressione induismo si indica la terza e ultima fase nella storia delle religioni dell'India dopo il vedismo (1500 900 circa a.C.) e il brahmanesimo (900 400 circa a.C.), ma si deve sottolineare subito che tale tripartizione rispecchia un modo di vedere occidentale e non una autodenominazione di una religione indiana: i fedeli di questa religione, riconoscendo il ceppo comune e le Scritture del brahmanesimo definiscono la loro fede con quest'ultimo termine. La parola persiana hindu fu usata inizialmente dai musulmani penetrati in India per indicare gli abitanti di quella regione percorsa dal grande fiume Indo; in seguito design con una connotazione pi religiosa coloro che non si convertirono all'Islam, e soltanto nel secolo XVI gli europei separarono il concetto di indiano, a cui attribuiranno un significato profano, da ind (e poi induismo) cui fu data un'accezione religiosa. In linea generale, e per evitare fraintendimenti, c' da aggiungere ancora che l'induismo un vasto, composito complesso di idee, concezioni e aspirazioni religiose, che si esprimono in movimenti diversi; tali movimenti, se da un lato manifestano chiaramente una origine comune, dall'altro mostrano divergenze dottrinali e liturgiche molto precise. Come afferma H. von Stietencron: con induismo si intende non una religione, ma un collettivo di religioni, collegate fra loro dal comune spazio geografico con la sua storia e dalle condizioni socio-economiche e relazioni culturali sviluppatesi in essol. Da un lato si consapevoli che una molteplicit di posizioni necessaria per trovare un cammino proprio di accesso alla divinit, dall'altra la molteplicit tale solo in superficie e al di sotto troviamo un'unit d'intenti, in quanto tutte le religioni operano per aiutare il cammino verso l'assoluto e la salvezza. Come si legge in uno dei testi fondamentali, la Bhagavadgita lo stesso Krishna afICfr.H.Kung,op.cit.,p.175. ferma: Anche i fedeli di altri di, che li onorano con fede piena, pure essi non fanno che venerare me, bench non proprio in forma giusta (IX, 23). Lo sfondo comune che consente questa unit nelle differenze la religione vedica (con la lingua sacra, il sanscrito), un patrimonio di

credenze e liturgie proprio degli Arii, cio di quella gente originaria dell'Asia centro-occidentale che si stanzi in India nella prima met del II millennio a.C.; questa popolazione fu anche progenitrice di tutte le stirpi indoeuropee, ed significativo che la religione vedica mostri notevoli somiglianze con le credenze greco-romane e germaniche. Attualmente gli induisti sono la terza comunit religiosa mondiale, dopo i cristiani e gli islamici, rappresentando il 13% circa della popolazione: la quasi totalit di induisti (99%) vive in Asia meridionale, in particolare nella Repubblica indiana, dove costituisce la maggioranza, permeando profondamente la vita sociale e politica. In seguito ad emigrazioni l'induismo si diffuso anche in Asia, in Africa e in America Latina, ha dato luogo a forme significative di sincretismo a Bali, mentre in Europa conosciuto pi per la presenza di nuovi movimenti religiosi come gli Hare-Krisna, Ananda marga, Meditazione trascendentale ecc. La pi antica fase della religione indiana: i Veda I Veda sono i testi sacri fondamentali degli ind, e il termine significa conoscenza, dal momento che si ritiene che alcuni antichissimi veggenti e poeti (rsl~ abbiano udito (sruti, letteralmente ascolto) questo sapere; allo stesso tempo si crede che queste siano rivelazioni eterne, senza principio e non prodotte in un certo momento dagli di. Tale conoscenza, inoltre, necessaria per mantenere un giusto rapporto con le potenze sovrannaturali, dal quale poi deriver il benessere nella vita quotidiana, come vedremo tra poco. Questa caratteristica di religione rivelata si manterr in tutte le correnti ind, cos come molto forte il collegamento con la tradizione vedica, anche se il contenuto dei testi rivelati in vigore oggi ha ancora poco a che fare con il contenuto dei Veda2. Si dwto prima che i Veda sono l'espressione delle credenze svilupp~i in India in seguito all'immigrazione delle popolazioni di a ~uia, che tra il 1800 e il 1600 a.C. si spostarono dalla Russia meridionale e dall'Asia centrale verso l'Oriente. In India queste popolazioni guerriere si sovrapposero alla cultura autoctona dravidica: gli invasori di carnagione chiara si definivano arya (signori della terra); gli altri, di carnagione scura, che furono sottomessi, presero il nome di dasyu (schiavo). La composizione dei Veda non pu essere ricondotta a uno stesso periodo, ma secondo gli studiosi la parte pi antica risale al 1500 a.C., mentre la rimanente si data intorno al 600 a.C. Essi sono costituiti da qua~tro raccolte di inni: a. Rigveda, o Veda della lode, la pi antica e anche la prima opera memorabile dal punto di vista linguistico e culturale, oltre che religioso, dell'India. Costituito di dieci libri (mandala o cerchi) comprendenti 1028 inni per circa diecimila versi. b. Samaveda, o Veda dei canti sacri, costituito in gran parte di inni rituali gi presenti nel Rigveda, con una parte (75 strofe) originale.

c. Yajurveda o Veda dello yajus, una sorta di manuale con le istruzioni necessarie per il sacrificio che, insieme alla conoscenza, rappresenta un momento essenziale anche dell'induismo strettamente inteso, come vedremo. E costituito di due raccolte chiamate Yajurveda bianco e Yajurveda nero. d. Atharvaveda o Veda della conoscenza delle formule magiche, composto di venti libri, rappresenta il testo pi popolare poich si occupa di incantesimi, formule protettive o magiche ed esorcismi. Se i Veda sono scritti in lingua sanscrita, la loro peculiarit anche quella di essere trasmessi oralmente fino ai tempi recenti da maestro a discepolo, da padre in figlio nelle famiglie di brahrnani: di qui un'altra caratteristica della religione ind, la fede nell'affivit diretta della Parola divina. Venendo alla cosmogonia che si ricava, non senza difficolt, dai Veda, troviamo all'origine del mondo l'Entit Assoluta, indivisibile ed eterna, o Uno, che si manifesta grazie all'energia generata dalle pratiche ascetiche, energia che d luogo altres al mondo conosciuto dall'uomo, alle forme e ai nomi. Nel Rigveda l'Uno presentato come divinit androgina, cio avente in s il principio maschile e quello femminile, dalla cui unione nasce l'uomo cosmico o Purusa, che ha in s l'intero universo: dal suo sacrificio infatti e dal suo corpo smembrato, come vedremo, scaturiscono il mondo, costituito a sua volta di tre ambiti (cielo, atmosfera e terra) e le quattro caste principali. Ma prima di chiarire la concezione del mondo e dell'uomo dobbiamo ancora delineare il pantheon della religione vedica, che pantheon ricco di potenze ed entit, benevole o avverse all'uomo, ma che comunque vengono a rappresentare la totalit dei fenomeni naturali, oltre a impersonare forze sovrannaturali. In particolare il Rigveda parla di trentatr divinit, undici in ognuno degli ambiti dell'universo, che si dividono a loro volta in due gruppi i deva con a capo Indra e gli asura con a capo Varuna. Dei primi si possono ricordare Dyaus Pitar (padre cielo) e la sua sposa Prdlivi Matar (madre terra), Usas, dea dell'alba, presente in molti inni come figura danzante, Surya, il sole, Vayu, dio del vento, Parjanya, la pioggia E se queste sono divinit naturali non mancano figure ant~ morfizzate, come Indra, considerato appunto il capo, nume tutelare degli ariani, con la sua sposa Indrani, Agni, dio del fuoco, Soma, divinit legata al sacrificio, le due divinit gemelle Asvin, protettrici dell'agricoltura e degli allevatori, Rudra, dio delle tempeste e delle devastazioni. E interessante sottolineare che nel Rigveda troviamo come figura secondaria una divinit che diventer centrale nell'induismo classico: ~Isnu. Nella classe degli asura, che solo in seguito saranno considerati dei demoni, troviamo Varuna, garante dell'ordine e vincitore del caos, e protettore, insieme con Mitra, del diritto e della verit, Aryaman, Prajapati e altre divinit minori. Si detto che Purusa il maschio primordiale e insieme rappresenta la totalit dell'universo, ma significativo sottolineare che se dal sacrificio di Purusa e dal suo smembramento nasce la molteplicit delle cose che ci circondano, il fine ultimo sar la ricomposizione dell'Unit, il ritorno al Principio originario. Comunque tutta la vita

del mondo (comprese le orbite del sole, delle stelle e della luna) derivano da questo smembramento e tutto regolato dalla Rta, legge impersonale. Anche la divisione in caste, che doveva sancire la differenza tra conquistatori arii di pelle chiara e popolazione indigena di pelle pi scura, viene fondata mitologicamente, in un canto del Rigveda, dal sacrificio dell'uomo cosmico che cos suona: Il brahmana fu la sua bocca le braccia divennero lo ksatriya, le sue cosce il vaisya e dai piedi nacque il sudra. Le quatho caste varr~a (o colore) pertanto sono: i sacerdoti o brahmana, i g~rieri o ksatriya, i mercanti e agricoltori vaisya e infine di DdliaVIi indigeni o sudra (si veda dopo). i L'ullimo a~petto da ricordare della religione vedica l'importanza del sacrificio, came momento di legame tra uomini e divinit: I sacrifici possono dividersi in due gruppi fondamentali, I'uno finalizzato a ottenere l'intercessione degli di, l'altro a scopo espiatorio. Il brahmanesimo (X-VI secolo a.C.) E questa, come abbiamo detto, la seconda delle tre fasi in cui si suddivide la religione indiana: il termine brahmanesimo deriva da brahmano, colui che dispone del brahman, cio una formula che ha insieme potere religioso e carattere magico; pertanto i brahmani sono gli appartenenti alla casta sacerdotale, che in questo periodo acquistano sempre pi importanza e potenza come custodi della parola sacra trasmessa dai Veda e come unici officianti dei riti sacrificali. Tale supremazia durer fino al VI secolo a.C., quando in seguito ai movimenti rinnovatori (buddhismo e giainismo) si verificarono profonde trasformazioni. I testi letterari del brahmanesimo sono costituiti, oltre che dai Veda, dai Brahmana, dalle Aranyaka, e dalle Upanishad. I Brahmana, o Testi sacerdotali, si collegano strettamente con i Veda costituendo l'esegesi ufficiale e il commento di quelli: si ritiene che risalgano al 900-700 a.C. e sono scritti in prosa sanscrita. Contengono precetti molto minuziosi e particolareggiati sui riti sacrificali e l'interpretazione di antiche leggende. Le Aranyaka, o Testi della foresta, come dice il titolo, sono testi redatti da e rivolti a eremiti, quindi con forte accentuazione misticoascetica e con riferimenti a certi riti sacri. Infine le Upanishad, o Dottrina segreta (letteralmente sedersi accanto riferito alla vicinanza di maestro e allievo), chiamate anche nel loro insieme Vedanta, o Fine dei Veda, rappresentano uno dei patrimoni pi preziosi e duraturi della spiritualit indiana. Composte in et diverse a partire dall'800 a.C., sono trattati (108 secondo la tradizione) mistico-filosofici di contenuto esoterico (appunto dottrine segrete per gli allievi dei brahmani). Anche se il loro contenuto non sistematico, pur tra qualche contraddizione emergono le concezioni pi importanti di questa religione, come vedremo, e i tentativi di risposta alle domande sul senso dell'esistenza, sul principio del mondo ecc. Le pi antiche sono le Brhadaranyaka e le Chandogya, in prosa e versi, seguono la Kausitaki, la Kena, la Svetasvatara e altre, che se-

gnano il distacco con i Brahmana. La caratteristica principale (e la differenza) del brahmanesimo rispetto al periodo vedico la minore importanza attribuita alle divinit, a favore appunto della casta sacerdotale. Di conseguenza la divinit principale divenne Prajapati, il signore delle creature, cui fu attribuita anche la personificazione del sacerdozio: padre degli di e dei demoni, egli libera da s il principio femminile, che accoppiandosi con il principio maschile d inizio al mondo empinco. Inoltre Prajapati diventa l'immagine e la manifestazione de11'Assoluto o Uno, che prende il nome di brahman. Se nel vedismo questo infatti indicava una sorta di rituale magico, nel brahmanesimo diventa l'oggetto di quel rituale, l'Essere dal quale ogni cosa deriva come dal ragno il filo e dalla scintilla il fuoco, un principio cosmico eterno, infinito e inconoscibile, fondamento del tutto, principio e fine delle cose. Vedremo poi come nell'induismo tale principio diventer Brahma, dio della creazione. Tuttavia ritroviamo anche nel brahmanesimo una ricerca di unit nell'essere umano, per cui se il brahrnan il principio del macrocosmo, l'atman lo del microcosmo: atrnan o respiro, alito, l'essenza dell'individuo, S cosciente, ma anche riflesso della divinit o del brahman nell'uomo. Un passo molto significativo delle Upanishad esprime questa identit: Che cos' quella sottigliezza, il mondo intero l'ha come anima. Questa la verit, questo l'atrnan, tutto questo sei tu stesso. Ed da sottolineare come l'atman venga sempre pi ad indicare una sorta di anima individuale, che deve identificarsi con il soffio vitale del mondo, ma che molto diversa dal corpo sottile del singolo di cui parlava il vedismo pi antico. Tale unit o identificazione rappresenta il sapere pi alto e attraverso un lungo cammino di ascesi, che investe anche molte reincarnazioni, l'individuo raggiunge questa liberazione dai desideri o dalle paure, cogliendo l'Essere (moksa). Collegata con quanto detto si afferma un'altra nozione fondamentale del brahmanesimo, il karman, o atto, azione, nozione che gi presente nel vedismo assume nuove connotazioni. Il karman infatti l'azione compiuta dall'individuo e anche l'opera e il frutto che ne deriva: la vita poi non si conclude in una sola esistenza, ma da una si trapassa in un'altra e il genere di questa determinato dalle azioni precedentemente compiute. Si visto come gi nell'epoca vedica esistessero quattro caste che rimangono anche in questo periodo con caratteristiche tuttavia diverse: innanzi tutto aumenta di gran lunga la supremazia dei sacerdoti, custodi dell'antica sapienza, ma anche coloro che potevano rendere efficaci le formule rituali equmdi legare quasi gli di all'esaudimento, come si afferma in un proverbio del tempo: Il cosmo intero sottomesso agli di, gli di sono sottomessi agli scongiuri imploranti e gli scongiuri dipendono di brahmani. Perci i brahmani sono i nostri di. In particolare, poi, la vita dei brahmani si dispiegava in quattro momenti o stadi, detti ashrama, che divennero poi l'ideale di vita a cui attenersi: il primo grado era quello del brahmacarin, o allievo,

periodo di tirocinio da trascorrere nella casa del Maestro studiando i Veda; il secondo momento era quello del grihastha, o padre della casa, in cui il futuro brahmano costituiva la propria famiglia e si perfezionava nel culto dei sacrifici. Il terzo periodo (con cui si faceva iniziare la maturit) era detto del yanaprastha, o eremita del bosco in quanto il brahmano lasciava la famiglia e si ritirava nella solitudine per dedicarsi a una vita di meditazione e di ascesi; l'ultimo stadio era quello di sannyasin o mendicante senza patria, in cui il brahmano poteva vagare come pelleg~ino. Dopo i brahmani, come si detto, seguiva la casta dei guerrieri che, seppure aveva perso l'egemonia precedentemente goduta essendosi conclusa la conquista ariana della pianura indiana, manteneva sempre il potere politico difendendo il paese dai nemici. La terza casta era rappresentata dai coloni di razza ariana, contadini, commercianti che dovevano fornire i mezzi di sostentamento alle altre due. Infine veniva la casta dei sudra, o non ariani, o ariani impuri, che erano braccianti nullatenenti o schiavi. In conclusione, da sottolineare come il ciclo delle esistenze, con il loro fluire, che prende il nome di samsara, sia una corrente senza fine e senza gioia di nascite e morti: di qui una visione pi pessimistica presente nelle Upanishad rispetto a quella sostanzialmente serena e naturalistica dei Veda; emerge infatti un desiderio di evadere da questa ruota delle esistenze e di spersonificarsi nella pace del nirvana, anche se con la dottrina del karman si comincia a privilegiare il comportamento etico piuttosto che attardarsi sulla correttezza e formalit rituale. L'induismo Si detto che l'induismo rappresenta un vasto, composito complesso di idee, concezioni e aspirazioni religiose che si esprimono in movimenti diversi; aggiungiamo che, mancando la figura di un fondatore, non facile fissarne con precisione la nascita: gli studiosi sono concordi nel coglierne le originarie elaborazioni intorno alla prima met del I millennio a.C. Vedremo tra poco in particolare i singoli movimenti dell'induismo, ma per comodit riassumiamo quelli che sono i fondamenti comuni, accettati da tutti i fedeli, anche se non sono riconosciuti dogmaticamente da alcuna autorit: a. Fede nel brahman, principio e fine della realt e forza in esso operante. b. Accettazione di un ordine dinamico a tutti i livelli della realt, fisica e morale (dharma), legato quindi a una concezione ciclica del tempo, senza inizio e senza fine. c. Concezione del karma, del samsara e del moska, di cui abbiamo gi parlato, con una rielaborazione delle vie della liberazione, che possono essere molte (via meditativa, via delle esecuzioni rituali e via della devozione), ma non incompatibili. d. Fede nei Veda, che comporta la credenza nello stato sacrale dei brahmani e nella supremazia dell'aristocrazia di sangue, con relativo irrigidimento della divisione in caste. I principali movimenti induisti si possono dividere in correnti tei-

ste e in movimenti filosofici. Le prime sono tre: visnuismo, sivaismo e saktismo. I secondi sono sei: samkhya, mimamsa, vedanta, yoga, vaisesika e nyaya. Abbiamo detto correnti teiste, e in effetti nel ricco pantheon indiano (che comprende una molteplicit di potenze che operano e distruggono o conservano le vicende terrene, e si parla di di celesti o deva, e di sotterranei o asura) acquistarono particolare popolarit o importanza i culti di Visnu e Siva, che con Brahma costituiscono la Trimurti, o triade divina: con essa si vuole personificare, pur nei vari aspetti, l'unit, pertanto Brahma la forza vitale e creatrice dell'universo, Visnu il conservatore e quindi la bont del mondo, e Siva non soltanto la forza che lo distrugge, quanto quella che lo trasforma. Pertanto non esatto parlare di politeismo riferendosi all'induismo, o almeno ci possibile solo in relazione agli di celesti, che in seguito saranno considerati in un piano inferiore rispetto alla Trimurti, la quale, lo ripetiamo, va vista come differenziazione funzionale della divinit suprema, sia questa Visnu, Siva e la Grande dea, che trascende e abbraccia tutte queste forme. Si pu aggiungere che mentre Brahma per il suo carattere astratto e speculativo non fu mai oggetto di culto popolare, le altre due figure originarono delle vere e proprie correnti devozionali. n vi`~uismo se aU'~terno del visnuismo si possono rintracciare numerose scuole e varie sette, qui ricordiamo solo le caratteristiche pi generali: Visnu, che era una divinit minore nel vedismo, assurge a figura principale, riunendo in s tuttavia varie peculiarit: forza benefica, sostenitore dell'Universo, Signore (Isvara) misericordioso, difensore del diritto e della verit. Sua sposa (Sakti) Laksmi; inoltre nella sua opera di opposizione alle forze negative Visnu si presenta agli uomini in varie incarnazioni o apparizioni (avatara), che sono una specie di rivelazione sensibile della sua divinit. Finora ne sono avvenute nove nelle epoche passate (la decima e ultima si avr alla fine dell'epoca attuale) e se le pi antiche sono state sotto forma di pesce (matsya) e di cinghiale (Varaha), in altri momenti si incarnato in Rama, il principe protagonista del poema epico Ramayana, e in Krisna, divinit presente nell'altro poema indiano Mahabharata. Infine, a prova delle capacit di assimilazione dell'induismo, si pu ricordare che un'ulteriore incarnazione di Visnu in Buddha. Questa concezione delle incarnazioni permette di comprendere anche l'idea del tempo, che tempo cosmico e ciclico, senza inizio n fine, in cui si individuano quattro et. Nei momenti di pericolo interviene appunto il dio Visnu, che interrompe il ciclo cosmico per ristabilire l'ordine. Da qui deriva anche il concetto di potenze di dio, cio la capacit di volere, conoscere e agire: per i visnuiti tali potenze non si sono rese autonome (come sar per i sivaiti) ma sono parte di Visnu, che mediante esse manifesta la sua onnipotenza. In particolare Visnu ha il potere di trasformare, simulare e incantare, potere riassunto nel termine di maya, illusione, fantasia o gioco, per cui Visnu considerato giocatore divino e Maya il suo partner in tale gioco.

La diversit tra)Visnu e Siva (di cui parleremo tra breve) proprio nella partecipazione attiva da parte di Visnu a questo gioco; egli sempre presente, attento al mondo, pronto a intervenire quando la situazione pu sembrare drammatica, quindi un dio buono, talvolta astuto, sempre equilibrato. Contenutisticamente alcune scuole visnuite sostengono una forma di monismo, in quanto ritengono che tutte le realt (anime individuali, mondo delle cose materiali e dio, Visnu) pur distinte, sono indissolubilmente legate; altre invece professano un deciso dualismo, in quanto Visnu autonomo e le anime e il mondo dipendono da lui che ne il motore. Infine alcune correnti tentano un'armonizzazione di dualismo e monismo paragonando il rapporto di dio alle altre sostanze, a quello dell'oceano con le onde. Il sivaismo I seguaci del dio Siva lo ritengono la personificazione dell'Assoluto, principio distruttore e rigeneratore del mondo, colui che dispensa vita e morte, e tale dinamica, sorta di gioco (lila), avr termine solo quando l'uomo avr conosciuto la propria identit con Siva e confluir in lui. Siva pertanto il dio che con le sue tensioni mette in moto il mondo; la sua capacit generativa e distruttiva illimitata, la sua vibrante danza ritmica forma il mondo e lo tiene in mcvimento, finch alla fine, preso dai ritmi sempre pi frenetici, lo calpesta. La sua ira micidiale per i suoi nemici (von Stietencron). Il timore dell'ira di dio, presente in altre religioni come il giudaismo, il cristianesimo e l'islamismo, nell'induismo pu essere spiegato anche in base alla storia primitiva di certe zone e di certe popolazioni, in cui le concezioni religiose dovettero lottare per far riconoscere la propria autonomia. Inoltre un'altra differenza rispetto a Visnu consiste nello spirito individualista che circola nel sivaitismo, in quanto Siva innanzi tutto dio degli asceti ed egli stesso asceta, immerso nello yoga, disinteressato del mondo; in secondo luogo, quando risvegliato e annienta i demoni, questi sono da intendere dentro gli uomini, come concupiscenza, cecit spirituale ecc. In altre parole Siva opera per la liberazione individuale: liberazione per la maggior parte dei sivaiti unione con Siva. Essa pu attuarsi nella meditazione e nell'estasi. In entrambe il mondo viene estinto, bruciato, annientato per la coscienza individuale(von Stietencron). Anche Siva (come si detto di Visnu) pu assumere diverse forme caratteristiche e nomi, 1008 secondo la tradizione. Ricordiamo solo le pi importanti: come creatore e signore dell'universo (Mahasiva, Mahadeva, Mahasvara); come asceta e yogin (Mahayogi); come distruttore (Mahakala, Ugra, Bhairava); e infine come danzatore cosmico (Nataraja), per simboleggiare sempre il ritmo delle nascite e delle morti. Solo in seguito, cio in epoca precristiana, Siva perde la connotazione di asceta diventando signore del sapere, e non unicamente del sapere supremo, ma anche delle arti, delle scienze e della danza. Anche nel sivaismo si trovano correnti diversificate a seconda se seguono forme di monismo assoluto, monismo qualificato o pluralismo: in generale tuttavia la dialettica tra le anime individuali, tenute lontane dal dio e sempre desiderose di ricongiungersi ad esso, vincendo lamateria e attraverso la meditazione e la devozione

(bhakti). Il saktismo I fedeli di questa corrente sviluppano il culto della dea-madre Sakti o sposa, culto che in certe forme arriva a sostenere la prevalenza del principio femminile: la figura pi popolare e venerata Durga-Kali-Parvati, moglie di Siva, ma adorata anche la sposa di Visnu, Laksmi, e quella di Brahma, Sarasvati. In questa scuola si sottolinea l'energia creativa della divinit, la sua forza e potenza; la dea diventa elemento centrale perch ess soltanto il principio motore e operativo. Addirittura con un gioco di parole alcuni affermano che senza Sakti, Siva non sarebbe che un cadavere o sava. Pi equilibratamente si pu dire che Siva e Sakti sono fin dall'inizio in vicendevole rapporto, il che permette altres di superare la distanza tra trascendenza divina e immanenza terrena: il principio maschile infatti agisce attraverso la sua sposa o talvolta si ritiene che la stessa energia femminile genera e nutre costantemente la natura materiale. Un'altra caratteristica tipica del saktismo sta nel legame quasi emotivo che unisce i fedeli alla Grande Dea: mentre non troviamo mai nelle altre correnti la definizione di Visnu o Siva come padre Sakti venerata quasi carnalmente come madre che dona la vita, e talvolta tuttavia si trasforma in madre sdegnata che castiga. Ne consegue che nel saktismo, pi che in altre scuole dell'induismo, le donne godono di alta stima e considerazione e nell'unione fra uomo e donna si vede ripetuta l'unione perfetta dei dio con la sua sposa. Movimentifilosofici dell'induismo Secondo gli studiosi, i sistemi filosofici classici presenti nell'induismo sono sei (va aggiunto Che nella tradizione indiana vengono ordinati in coppie, in quanto il loro sviluppo stato in rapporto dialettico). Essi sono: samkhya, mimamsa, vedanta, yoga, vaisesika e nyaya, e ognuno il risultato di una complessa elaborazione dottrinale e speculativa, che si attinge nella vasta letteratura che da essi deriva. La caratteristica che li accomuna che essi nascono per fornire un'interpretazione del mondo e con lo scopo di indicare all'uomo la sua liberazione, attuabile con la conoscenza. 1. Samkhya uno dei pi antichi e dei pi caratteristici sistemi filosofici della spiritualit indiana: il termine significa enumerazione, dal momento che si sostiene la necessit di enumerare e indagare le categorie del mondo fenomenico. Il samkhya concepisce due realt fondamentali: la prakrti o principio attivo, privo di coscienza, causa prima dell'universo, sorta di natura naturans e il purusa o anima, principio intelligente e cosciente ma passivo, non soggetto a gioia o dolore. Dall'opposizione dei due momenti scaturisce tutta la vita dell'universo, secondo il ritmo gi detto del samsara. In particolare, poi, la materia primordiale costituita da tre elementi o guna (fili): sattva (intelligenza), rajas (energia), tamas (resistenza). Finch essi sono in equilibrio nella prakrti esiste lo stato di riposo ma, una volta che si rompe l'equilibrio per la prevalenza di uno sull'altro, inizia il processo dinamico dell'universo, la nascita della materia e dei cinque elementi. E da sottolinea-

re che questo schema di sviluppo verr adottato da altre scuole induiste. A loro volta le coscienze individuali o purusa sono di per s immateriali ma legate (o precipitate) nella materia, dalla quale si devono distaccare, riconoscendo la propria estraneit e ritornando allo stato di quiete. 2. Mimamsa, che significa investigazione, si proponeva l'esegesi sistematica dei testi e rituali vedici, insistendo quindi sull'importanza di questi e del sacrificio per interrompere il ciclo del samsara. 3. Vedanta, o scuola di Sankara, dal nome del fondatore, che anche uno dei pi famosi filosofi indiani, vissuto dal 788 all'820. Sostenitore di un rigido monismo, egli ritiene che la molteplicit e la dualit sono solo apparenza, o meglio sono il velo illusorio (maya) che copre la pura unit e identit (advaita) di brahman universale e atman individuale. Una scala di conoscenze, da quella inferiore a una superiore, permette il raggiungimento della verit assoluta di tale identit. 4. Yoga, una delle scuole induiste pi famose; se il terrnine, che significa unione, indica generalmente il metodo per ottenere il dominio di tutte le forze spirituali e il raggiungimento della pace interiore, qui si riferisce alla scuola che manifest una notevole forza speculativa. Pur ammettendo due sostanze opposte ed eterne, purusa e prakrti, lo yoga afferma anche l'esistenza di un dio (Isvara) come supremo regolatore del moto della natura, causa intelligente della sua evoluzione. Per quanto riguarda poi il cammino yoga, delineato da Patanj li, si deve r,icordare che il termine ambivalente, in quanto signifiimbrigliare, mettere sotto controllo le funzioni del corpo, i pindao stesso, sia il risultato di ci, l'unione di io indivi~ewo #~aluto, Atman e Brahman. Esso comprende otto gradi suddivisi in due fasi, in cui si Mggiunge dapprima il controllo del corpo mediante esercizi fisici e poi la sospensione della molteplicit delle rappresentazioni interiori, e si conclude con l'estasi mistica, cio la separazione del purusa dalla prakrti, illuminazione fulminea e omnicomprensiva della conoscenza, momento non facilmente raggiungibile e non da tutti. 5. Vaisesika, fondata dal sapiente Kanada, sostiene la necessit di definire le categorie fondamentali del mondo, e propone pertanto una teoria atomica, specificando la natura degli atomi, la loro combinazione ecc. L'assoluto controlla gli atomi e le loro unioni e in tal modo controlla anche il karma. 6. Nyaya, fondata dal brahmano Gautama, molto simile alla precedente, e si sviluppata per un periodo di venti secoli, con molte diffeenz~azioni. Scuola tipicamente filosofica, considera proprio lo sfo speculativo dialettico come momento essenziale per la conoscenza del la lealt, non p~pone una nuova visione del mondo, ma si sforza di fornire i mezzi per dare consistenza logica all'argomentazione. Il neoinduismo Il contatto della societ indiana con il mondo occidentale e il cristianesimo ha comportato una serie di reinterpretazioni della religiosit tradizionale, reinterpretazioni molto sensibili alle istanze ecumeniche e al possibile incontro con culture diverse. Un tentativo in questo senso fu quello di M. K. Gan&i: padre dell'India, di famiglia visnuita, ma aperto ad altre influenze, un l'impegno religioso di pu-

rificazione del politeismo verso un certo teismo con l'azione politica di liberazione dal d-ominio inglese. L'antica virt indiana della non violenza, da lui aggiornata, gli serv non solo per la lotta politica, ma anche per combattere la divisione in caste, contro ogni tipo di intolleranza e pregiudizio. Gandhi riteneva che Dio unico pure se chiamato con nomi diversi da musulmani, cristiani e induisti. Il giainismo E necessario un cenno a qesta corrente che, nata dal ceppo dell'induismo come riforma di quello, si poi sviluppata come religione distinta, e oggi conta pi di tre milioni di seguaci, presenti soprattutto nella zona nord-occidentale dell'India. Il fondatore considerato Vardhamana, vissuto secondo la tradizione fra il 539 e il 467 a.C.; intorno ai trent'anni lasci la famiglia e si dette alle pratiche ascetiche e alla meditazione, raggiungendo il dominio completo del samsara, e della via della salvezza; pertanto gli fu attribuito il titolo di Jina (il vincitore), da cui poi il termine giainismo, e si raccolsero intorno a lui i primi discepoli, e via via la nuova religione si diffuse, anche perch annover fra i suoi seguaci anche un sovrano, il re Chandragupta (322-298 a.C.). Verso la fine del I secolo d.C. Ia religione giainista sub una scissione a causa di alcune divergenze sulla vita monastica: alcuni denominati digambara (vestiti d'aria), pi radicali e conservatori, ritenevano che i monaci dovevano vivere nudi, non avendo bisogno di nulla e non dovendo ostacolare il cammino verso la liberazione; altri, detti svetambara (vestiti di bianco), accettavano l'uso dell'abito monastico. Il canone riconosciuto dagli svetambara chiamato Siddhanta (libro didattico) e le parti pi antiche risalgono al m-Il secolo a.C.; in tutto costituito di quarantacinque testi divisi in due sezioni. I digambara, invece, non riconoscono valore canonico a questo testo e considerano tali solo gli scritti di alcuni maestri della loro scuola, in particolare l'opera in versi di Kundakunda, vissuto nei primi secoli dopo Cristo. Contenutisticamente la dottrina giainista ha molte somiglianze con l'induismo: I'universo eterno e solo attraverso rigide pratiche ascetiche si pu superare la legge, o karma che regola il ritmo delle varie vite, o samsara. Le anime, cos salvate, possiedono conoscenza infinita, gioia e forza e dimorano in un luogo sopra i cieli. In particolare poi la vita etica guidata da cinque princpi: 1. Il massimo rispetto verso qualsiasi forma di vita (ahimsa), quindi assoluta non violenza nei confronti anche delle pi piccole e insignificanti creature animali, nonch delle piante e di tutti gli elementi di base (terra, aria e acqua). Questo spiega perch ai seguaci del giainismo sono precluse molte attivit lavorative e perch essi si siano dedicati particolarmente ad attivit accademiche e commerciali. 2. La sincerit. 3. n rispetto della propriet altrui, a meno che non ne venga fatto dono.

4. La castit. 5. Il non attaccamento ai beni materiali. Per i monaci sono tutti e cinque obbligatori, per i laici solo i primi tre, ma va sottolineato che tra comunit monastiche, rette dagli acarya (maestri), e i laici vi sono profondi legami e rapporti molto stretti.Francesca Brezzi. Le grandi religioni. NEWTON. Trascrizione elettronica per i non vedenti curata da: Ezio Galiano. II. Il buddhismo Con questo termine si indica la dottrina predicata dal principe Sid&arta Gautama (563-483 a.C. circa) detto Bud&a, cio l'IIIuminato, dottrina che nacque in India come alternativa al brahmanesimo, ma diventata poi una delle grandi religioni mondiali; non solo ma essa pu essere considerata anche come filosofia, visione del mondo, insegnamento etico, senza che tali definizioni ne esauriscano la complessit. In questa sede focalizzeremo gli aspetti religiosi, cio il suo manifestarsi come dottrina di liberazione e di salvezza: dai testi buddhisti infatti emerge con chiarezza la primariet di questo viaggio, e nave o veicolo (yana), con cui si deve attraversare il mondo, il termine che ritroviamo significativamente nelle denominazioni delle tre grandi correnti del buddhismo: Hinayana o Piccolo Veicolo, Mahayana o Grande Veicolo, Vajrayana o Veicolo del diamante, come si vedr meglio dopo. Attualmente il buddhismo costituisce la quarta comunit religiosa del mondo (dopo il cristianesimo, I'islamismo e l'induismo) con circa trecento milioni di seguaci, cio il 6% della popolazione mondiale: maggiormente diffuso in Asia meridionale (51%), in misuraminore in Asia orientale (48%); religione di Stato in Thailandia e in Bhutan ed religione molto importante in Giappone, Birmania, Vietnam, Sri Lanka, Cambogia e Laos, ma anche nei paesi in cui preserlza minoritaria (Cina popolare, Taiwan, Corea del Sud e India) esercita una forte influenza spirituale. Anche in Europa vi sono comunit buddhiste, specie in Gran Bretagna, Germania e Francia ita del Bu~ldha La vita del Bud&a ci giunta trasformata dalla leggenda, e non faciLe separare notizie storiche da racconti fantastici; cento tuttavia che la figura del Bud&a ha fondamento storico e sono state abbandonate le teorie che la consideravano un mito solare; generalmente IL 13UDDHISM0 35

si divide la sua esistenza in tre fasi principali, ognuna segnata da un evento centrale. La nascita e l'infanzia Siddharta (colui che ha raggiunto il suo scopo) Gautama nasce intomo al 563 a.C. a Kapilavastu, una regione himalayana, ora ai confini del Nepal, in una nobile famiglia del bellicoso clan dei Sakya: la

prima parte della sua esistenza trascorre nel lusso e nelle mollezze della casa paterna, dove riceve un'educazione adeguata al suo rango, acquisendo anche nozioni di legislazione e di amministrazione, che gli saranno utili in seguito. Prende in moglie una principessa Sakya e avr un figlio cui viene dato il nome di Rahula (legame). In questi stessi anni, tuttavia, iniziano i primi smarrimenti e le inquietudini sulla vanit e transitoriet dei beni terreni, inquietudine aggravata dagli incontri che ha con il dolore e le sofferenze dell'umanit. Un successivo incontro con un eremita segner una svolta decisiva: dopo la notte della grande rinuncia Sid&arta, a ventinove anni, abbandona genitori, moglie e figlio, lascia gli agi e il lusso, si rade il capo, indossa la veste gialla dell'asceta e si d alla vita del monaco itinerante. La via verso l'Illuminazione Inizia il periodo dell'errare alla ricerca della verit: Sid&arta prima segue gli insegnamenti di asceti famosi (Aradhakalama e Udraka Ramaputra), presso i quali trascorre un anno, senza riuscire a placare le ansie del suo spirito; in un secondo momento si reca da altri asceti e con loro vive sei anni sostenendo rigidi digiuni e severe mortificazioni. Ma neanche in tal modo raggiunge la quiete dello spirito e tenta una nuova via, via intermedia fra il godimento esagerato e la rinuncia totale, iniziando un cammino di meditazione e distacco dal mondo. A trentacinque anni, giunto a Uruvela, in una notte di meditazione sotto un albero, riceve l'illuminazione piena (bhodi) attraverso tre visioni: nella prima rivede tutte le sue nascite e trasmigrazioni e comprende pertanto che il ciclo della vita infinito. Nella seconda vede la condizione attuale del mondo come risultato, costituito di luci e ombre, delle azioni precedenti. Nella terza visione infine coglie come il dolore derivi da questo perpetuo movimento di causa ed effetto. Siddharta ha raggiunto cos la consapevolezza della verit, o meglio della quadruplice verit che riveler al mondo nel celebre sermone di Benares, la prima volta in cui parla in pubblico, dando inizio al suo magistero. Le quattro auguste verit diventano il fulcro dottrinale del buddhismo: 1. I'esistenza dolore; 2. la causa del dolore il desiderio; 3. I'eliminazione del desiderio comporta la cessazione del dolore; 4. esiste un ottuplice sentiero, cio otto forme di rettitudine per giungere a ci. Gli anni della predicazione e la fine della vita Dopo un primo momento di dubbio e di tentazioni il Buddha decide di comunicare la grande esperienza da lui vissuta e, di fronte ai cinque asceti che un tempo considerava suoi maestri, pronuncia il discorso di Benares, appunto, detto anche discorso sulla messa in moto della ruota della legge. I primi discepoli sono proprio i cinque asceti che ricevono i voti monastici. In tal modo i tre pilastri (o gioielli) del buddhismo sono costituiti: il Buddha, la dottrina (dharma) e la comunit (sangha). Il movimento si diffonde rapidamente, avvengono numerose conversioni, anche di laici, e si cosSituisce ben presto anche una comunit femminile. Il Bud&a stesso per quarantacinque anni diffuse senza sosta la sua dottrina, trasmise il suo messaggio spirituale in tutta l'India occidentale, ritirandosi in alcuni periodi in un boschetto a meditare.

All'et di circa ottant'anni, mentre in viaggio verso Kusinaga, muore avvelenato da cibi guasti proferendo le ultime parole: Monaci, io vi dico: tutto trascorre e perisce. Ma il vostro compito cercare la verit e mirare alla salvezza eterna. Spira e percorre poi i vari stadi estatici, entra nel parinirvana, cio nello stadio di chi ha gi raggiunto il nirvana e completato la relativa incarnazione, eliminando ogni ulteriore rinascita. Il canone buddhista La dottrina buddhista ci pervenuta in un'immensa produzione letterario-filosofica e religiosa, redatta in molte lingue diverse, sia indiane (sanscrito, pali, pracrito) che extraindiane (tibetano, cinese, ecc.). La fonte principale per noi rappresentata dal corpus canonico redatto in pali, intitolato Tre canestri (Tipitaka), perch i libri di ogni raccolta, scritti su foglie di palma, potevano essere contenuti in una cesta. Le tre sezioni del Tipitaka sono: Suttanipata, cio i discorsi dottrinari del Buddha; Vinaynipata, che verte sulle regole dell'ordine monastico; Abhidhammanipata, che ritoma sulle questioni dottrinali, filosofiche e teologiche. Naturalmente questo canone non il frutto delle sole dottrine predicate dal Bud&a, ma la rielaborazione in un insieme organico di quelle e di ulteriori teorie, spunti, convinzioni, rielaborazione che con molta probabilit risale all'epoca del primo concilio, tenutosi nel 477 a.C. Rappresenta quindi la formulazione pi antica della dottrina e il canone sacro accettato dalla scuola del Piccolo Veicolo (Hinayana), cio di quella corrente, sviluppatasi soprattutto nel Sud dell'India, a Ceylon, e anche in Birmania, Cambogia, Thailandia, che si contrapporr alla scuola del Grande Veicolo, diffusasi nel Nord. Questa la corrente pi diffusa che attrib agli avversari solo la dignit di Piccolo Veicolo, in quanto i primi, come vedremo, allargarono molto il corpus canonico, rappresentando un'interpretazione laica del buddhismo, di contro a quella monacale. Una terza corrente sar chiamata Veicolo del diamante, o Vajrayana. Le basi dottrinali del buddhismo antico e la scuola del Piccolo Veicolo Si detto dei tre gioielli che costituiscono il bud&ismo: il Bud&a, la dottrina (dharma) e la comunit (sangha) e che la dottrina rappresentata dalle quattro verit, da cui si deduce la onnipresenza nel mondo del dolore, ma anche una possibilit di redenzione o di salvezza: attraverso un addestramento lungo e faticoso, mediante una severa pratica meditativa, si pu giungere a superare i desideri, causa del dolore, e conquistare la condizione di illuminati. La via che conduce a questo stadio costituita dall'ottuplice sentiero: retta visione, retto pensiero, retto discorso, retta azione, retta vita, retto sforzo, retta consapevolezza, retta meditazione. Ma prima di approfondire questo tema occorre soffermarsi sulla concezione dell'esistenza secondo il Buddha: I'essere umano, cos come anche il mondo, il risultato dell'unione di vari elementi (dharma) che fluiscono continuamente in un perenne gioco di associazione e dissociazione guidato dalla legge del karma, che porta alla costituzione dei vari individui e dei vari mondi; non esiste pertanto una sostanza permanente che trasmigri di esistenza in esistenza e rappresenti l'individualit, essendo il dharma riunito a formare cinque skandha: forma e materia (rupa), sensazione (ve-

dana), idee (samjina), impressioni ed emozioni (samskara) e coscienza (vijnana). Pertanto il complesso psicofisico non sorretto dall'atman (come in altre dottrine indiane), ma il karma, nell'azione che l'uomo compie, a trascinare e trasformare il tutto e a determinare la sorte futura, una specie di legge della causalit trasportata sul piano psichico. Bud&a predic una dottrina della reincarnazione diversa da quella del brahmanesimo: Ogni esistenza infatti inizia da un residuo determinato dalle azioni delle vite precedenti, quindi, come si detto, non esiste un'entit individuale (come per esempio nelle Upanishad), I'unico elemento di continuit tra un'incarnazione e l'altra il dharma, una sorta di minimo psicofisico che si disintegra immediatamente (L. Arena). In tal modo il buddhismo rappresenta una novit rispetto alla concezione aristocratica della reincarnazione predicata dal brahmanesimo, in quanto la reincarnazione viene sciolta da ogni legame con il sistema delle caste, ed questo un aspetto di notevole dissacrazione rappresentato dal bud&ismo: il destino di ogni essere legato al comportamento tenuto nelle precedenti esistenze e, se da questo dipender la sua forma futura, la dottrina del karma rende conto della diversit dei destini umani e delle vite singole mediante una logica ngorosa. Ma qual la dialettica del karma? In che modo esso costituisce insieme l'origine, il mantenimento e la dissoluzione di ci che viene chiamato individuo? Il buddhismo rispose con la dottrina dei dodici nessi causali o anelli (nidana), ciascuno dei quali determina il successivo e allontana dall'Illuminazione. Il primo anello rivelatosi al Bud&a durante l'Illuminazione l'ignoranza, causa originaria del dolore, seguono poi le predisposizioni, la coscienza, I'individuo, i sei organi, il contatto, la sensazione, la sete, I'attaccamento, I'esistenza, la nascita, la vecchiezza e la morte. Solo quando questo ciclo di vita e morte verr spezzato, quando il karma si esaurito e gli elementi che costituiscono il complesso psicofisico restano inerti perch manca la forza motrice, si realizza uno stato di serenit ineffabile, chiamato nirvana. Il Bud&a non definisce precisamente questo momento, preoccupato pi di insegnare il modo per porre fine al dolore attuale; il nirvana al di l di esso, cessazione della legge di causalit che, come si detto, regola il ciclo delle nascite. Per la scuola del Piccolo Veicolo dunque il nirvana l'antitesi del san~ara (ruota delle nascite e delle morti) e come tale sfugge a ogni definiziane; invece altre scuole bud&iste lo hanno connotato in senso positivo come stato di pace totale e di gioia assoluta, verit ultima che solo gli illumirlati scorgono; per il bud&ismo Mahayana si parla quasi di un paradiso vero e proprio, luogo di beatitudine e di esaurimento di ogni desiderio. Tutte queste possibili interpretazioni del nirvana sono accettabili dal momento che una sua definizione in senso positivo difficile: il termine significa propriamente estinzione e quindi un primo livello di caratterizzazione mediante asserzioni negative, come si visto: cessazione del dolore, fine dell'avidit, dell'odio e della follia. Ma d'altra parte esso non un annientamento assoluto (e il bud&ismo non pu essere considerato come una sorta di nichilismo), ma regno di pace, come si detto. Il nirvana beatitudine, afferma Sariputta, uno dei due principali discepoli del Bud&a, in cui non c' pi sensazione, ma solo libert interiore.

Collegata con quanto detto in un certo modo la cosmologia bud&ista, che caratterizzata dal senso dell'enorme grandezza degli spazi e dei tempi. Essa prende le mosse da un corso ciclico della storia del mondo che riflette in qualche modo su scala cosmica il ciclo delle nascite individuali: vi sono determinate, ripetute evoluzioni del mondo e ripetute catastrofi cosmiche, cui hanno fatto seguito nuove cosmogonie. Infiniti mondi, dunque, o infiniti universi, alcuni gi esistiti e periti, cos come quello attuale destinato a scomparire, e ogni mondo ha la durata di un periodo denominato mahakalpa, equivalente a venti kalpa (periodo). Gli infiniti universi, inoltre, fluttuano nello spazio o sostanza primordiale (akasa), e ognuno costituito di quattro parti: una superficie, un centro, una zona inferiore e una superiore. Nella inferiore si trovano gli esseri che subiscono pene temporanee a seguito delle loro azioni, al di sopra si trova il disco terrestre con il monte Meru al centro, da cui si separano i quattro continenti, circondati dal mare e abitati da animali, uomini, spiriti e demoni. Se intorno al monte Meru ruotano il sole, la luna e le stelle, nella zona superiore, detta anche regione della pura forma, vivono gli di. Come si comprende, non c' nel bud&ismo una sistematizzazione teoretica che si attardi sui concetti di creazione del mondo, o intorno alla divinit: ai monaci che chiedevano spiegazioni di complesse questioni metafisiche il Buddha rispondeva con un nobile silenzio, indicando la via di una grande pratica etica unita ad un atteggiamento antidogmatico. Cos afferma egli in un testo canonico: Io so assai di pi di quel che vi ho esposto: le cose che vi ho esposto sono poche. E perch, o monaci, io non ve le ho esposte? Perch esse sarebbero senza vantaggio dal momento che non promuovono la santit della vita e non conducono... all'Illuminazione, al nirvana. Teorie e dottrine dunque sono inutili ai fini dell'Illuminazione e il Bud&a libero dalle opinioni, e nel momento dell'Illuminazione avrebbe intuito un preciso imperativo etico: liberarsi dalle opinioni (ditthi). E interessante sottolineare invece come l'ottuplice sentiero che rappresenta, come si detto, la via di liberazione sia una forte disciplina etica che avvia poi alla pratica meditativa. L'ultimo aspetto che si deve indagare del movimento Hinayana la comunit monastica (sangha) che, fondata dallo stesso Bud&a, divenne il centro propulsore di diffusione del bud&ismo; i membri maschi prendono il nome di bhiksu, le donne di bhikkuni, mentre nel bud&ismo tibetano sono i lama e in Giappone i bonzi. I monaci, organizzati in una collettivit di tipo egualitario, conducono una vita di distacco dal mondo e con maggiore rigore di altri percorrono il sentiero che porta alla salvezza: loro modello il santo perfetto bud&ista (arhat), ma se il monaco non se la sente pi di seguire le regole dell'ordine pu tornare allo stato laicale, dal momento che, seppure preceduto da un'ordinazione, lo stato monacale non ha valore di investitura divina, ma solo di tappa in un cammino. I momenti importanti della vita monastica sono l'ingresso nella comunit e l'ordinazione, cerimonie entrambe ricche di elementi di precisa ritualit. Le regole a cui il monaco deve rigorosamente attenersi sono tre: l. assoluta povert (infatti i monaci vivono di elemosine); 2. non essere causa di dolore per alcun essere vivente (animali compresi); 3. astenersi dai rapporti sessuali.

Pur partecipando in posizione particolare e distinta alle cerimonie rituali, il monaco dunque non svolge funzioni sacerdotali, e questo si spiega ancora con il fatto che nel buddhismo le pratiche rituali non sono essenziali alla liberazione, che rappresenta il fine ultimo: anche le divinit (deva) sono sottoposte alla legge delle reincarnazioni e del karma e quindi non sono di aiuto nella salvezza, ma possono rappresentare un esempio di uno stadio pi avanzato sulla via del perfezionamento. Prima di passare alla corrente Mahayana, c' da aggiungere che all'intemo della scuola del Piccolo Veicolo si sono formati altri indirizzi di pensiero, tra cui il Theravada e la scuola dei Sarvastivadin: il Theravada o Scuola degli anziani una corrente tradizionalista che ha avuto una grande diffusione dapprima a Ceylon, poi in tutta l'Indocina, diventando la forma di bud&ismo pi diffusa nell'Asia sudoccidentale; i principali rappresentanti sono Bud&aghosa (vissuto nel v secolo d.C.), autore del Visuddhi magga, interpretazione dell'insegnamento di Buddha, e il birmano Anuruddha (vissuto nel XII secolo d.C.). I Sarsastivadin, che si oppongono ai Theravada, sostengono che tutti gli eventi esistono insieme (da cui la loro denominazione, sar~a = tutto, asti = esistente, vadin = testimoni), in un continuo fluire (santana). Massimo rappresentante di questa scuola Vasubandhu (vissuto tra il IV e il v secolo). Il Grande Veicolo o Mahayana Con circa centosessantacinque milioni di seguaci il bud&ismo Mahayana rappresenta la fomma di buddhismo pi diffusa nel mondo e viene definito anche buddhismo del Nord essendosi affemmato soprattutto nel settentrione dell'Asia, in Cina, Giappone, Corea, Mongolia, Nepal, India del Nord, Tibet, assumendo via via il ruolo di religione mondiale. Se la delineazione compiuta di questa corrente si ha nel I secolo dopo Cristo, con centro nell'universit di Nalanda (tendenze scismatiche si erano verificate gi durante la vita del Bud&a storico Gautama Sid&arta), tuttavia in occasione del secondo concilio di Vaisali, intomo al 377-367 a.C. che ha inizio la controversia che detemminer importanti ripercussioni nella storia del bud&ismo e che in estrema sintesi si pu caratterizzare come una contrapposizione tra una corrente pi rigida e quasi elitaria (Piccolo Veicolo) e una di pi ampio respiro (Grande Veicolo): questa reinterpreta i vecchi dogmi alla luce delle nuove condizioni di vita e di pensiero, non ritenendo di doversi chiudere in una ristretta cerchia di iniziati, ma di aprirsi a tutti gli uomini. Il primo oggetto della controversia, infatti, verteva proprio sul conseguimento della condizione di illuminato, che il bud&ismo Hinayana reputava possibile raggiungere solo attraverso una stretta osservanza di regole da parte di alcuni arhat (saggi), i quali non hanno poi alcun legame con gli altri uomini, mentre la speculazione mahayanica crede che tale condizione possa, con un adeguato addestramento, essere conseguita da tutti. Si insiste pertanto sull'evidenza della liberazione progressiva, ponendo l'accento sulla pratica morale, sull'etica attiva, pi che sulla suprema conoscenza, per cui l'ideale non pi il singolo che ha raggiunto l'Illuminazione per se stesso, ma il Bo&isattva (illuminato pietoso), colui che, pur in grado di giungere all'Illuminazione, vi rinuncia e in nome della compassione si adopera per aiutare tutti gli altri esseri umani a trovare la via della perfezione. Inoltre, riprendendo la dottrina delle vite precedenti del Bud&a,

si giunse a considerare la sua esistenza storica non come un avvenimento unico, ma come una delle varie manifestazioni del vero Bud&a, che in sostanza coincide con l'Assoluto ultraterreno, dotato di una triplice essenza o di tre corpi: la prima, o corpo della creazione, legata al tempo e allo spazio e corrisponde al Bud&a storico; la seconda, o corpo del godimento, la manifestazione del Bud&a ai soli Bo&isattva e rappresenta lo stato di beatitudine di cui il Buddha gode nel suo paradiso celeste; nella terza, o corpo della legge, il Bud&a coincide con l'Assoluto, pura essenza, Illuminazione suprema, presente nella struttura pi profonda di tutti gli esseri, sorta quasi di anima del mondo. Vedremo tra poco in particolare la corrente Mahayana, da aggiungere ancora, circa le differenze, che il Piccolo Veicolo usa la lingua pali e in tale lingua redige il canone bud&ista, attenendosi rigidamente a questo testo, mentre il Grande Veicolo ricorre al sanscrito e non si riferisce a nessun canone, reinterpretando il contenuto dei tre canestri, assumendo quindi una posizione pi eterodossa rispetto all'immobilismo dell'altra corrente. Le principali scuole del Grande Veicolo sono la Scuola del vuoto (Sunyavada) o della via di mezzo, e la Scuola della mente sola (Vijnanavada). Il nucleo centrale della prima lit di tutte le cose: non solo sonale che sopravviva alla morte quei minimi psicofisici di cui sostanziali. l'affemmazione della insostanzianon esiste un Io, una individualit perdel singolo, ma anche i dharma, si detto, sono vuoti di realt, non

Si dovr alla grande mente speculativa di Nagarjuna, verso la fine del I secolo d.C., una sistematizzazione logica e una base metodologica di questi princpi. Egli affemmer che i concetti di essere e non essere non hanno alcun senso poich tutto relativo, la realt di per s indefinibile e vuota di ogni definizione, ad essa ci si pu riferire solo negativamente come vuoto assoluto (sunyata). Questo temmine non caratterizza una condizione privativa, uno stato di manchevolezza, esso si riferisce ad una realt estremamente ricca e concreta (tathata) che si riveler finalmente come tale non appena smetteremo di defommarla col pensiero (Arena). In questo senso si spiega anche la definizione di scuola di mezzo, perch tale corrente si pone in una posizione intemmedia fra i due estremi, le dottrine dell'essere e del non essere. La Scuola della mente sola o Vijnanavada ebbe come fondatore Maitreya, la cui storicit tuttavia non sicura; altri rappresentanti illustri furono i fratelli Asanga a Vasubandhu. La loro una teoria nettamente idealista e, seppure in contrapposizione con l'altra corrente, condivide con essa la concezione che la concretezza empirica un'illusione e che l'Assoluto entit da attingere con l'intuizione mistica. L'unica realt che pu essere definita tale una realt mentale, della quale tuttavia non possiamo dare le caratteristiche, perch priva di sostanza e di qualit. La grande illusione consiste nel percepire IL BUDDHrSMO 43

il mondo come altro da s, laddove emanazione della coscienza: se la mente non esistesse, nemmeno le cose esisterebbero, si ammette

pertanto una sorta di principio coscienziale, l'alayavijnana (coscienza deposito), che non ha mai avuto inizio, esiste da sempre e non verr mai distrutto. In questo contesto si comprende come il raggiungimento del nirvana e la possibilit di diventare Bo&isattva affidato alla pratica yoga, o annullamento delle funzioni mentali, ottenuto paradossalmente attraverso la mente. Altre correnti all'intemo del Grande Veicolo sono le scuole buddhiste giapponesi come Hossoshu, Tiantai e soprattutto l'Amidismo, cio i vari filoni del buddhismo che si richiamano al Buddha Amida, nonch il buddhismo Zen che riprende il Chanzong cinese (introdotto in Cina a sua volta dall'India, si veda la religione cinese). Il buddhismo Zen inizi a diffondersi in Giappone intomo al 1200, quando il monaco Eisai fond la scuola di Zen Rinzai e il monaco Dogen la scuola Soto, scuole che ancora oggi vantano molti seguaci. La scuola Vajrayana o Veicolo di diamante La terza grande corrente del buddhismo la scuola Vajrayana o Veicolo di diamante, che conta oggi circa venti milioni di seguaci soprattutto nelle regioni himalayane, in particolare nel Tibet, ma anche in Nepal, Cina e Giappone. Sinteticamente pu essere caratterizzata come corrente esoterica in quanto, chiamata anche Mantrayana o Veicolo delle fommule magiche, sottolinea il veicolo esoterico per giungere al nirvana, grazie agli insegnamenti segreti che come un filo teso legano il maestro e il discepolo. Essa si svilupp soprattutto dal secolo vI-vlId.C., attribuendo importanza centrale proprio alla ripetizione di fommule sacre (mantra) che, insieme con la meditazione e con particolari posizioni della mano, cariche di valori espressivi simbolici, pemmettono al fedele di ottenere l'Illuminazione. Ricollegandosi al tantrismo (complesso di liturgie e pratiche esoteriche basate su testi sanscriti, Tantra, libri), si configura un allargamento della via della liberazione, in quanto il credente pu raggiungere la condizione di felicit suprema anche nel corso di una sola esistenza. La scuola Vajrayana si diffuse, come abbiamo detto, in Giappone, prendendo il nome di Shingonshu, il cui centro presso il tempio Kongobunji, fatto erigere dal fondatore giapponese di questa corrente, il monaco Kukai (774-845), in Cina, dove chiamata Mizong o Scuola dei misteri, ma soprattutto nel Tibet che ha assunto particolari caratteristiche e notevole risonanza, assumendo il nome di lamaismo, da Lama, maestro, in quanto i monaci hanno il compito di guidare il fedele sul cammino della salvezza, mediante rituali e pratiche meditative. Se il primo diffusore di questa dottrina in Tibet fu il monaco indiano Padmasambhava agli inizi dell'vm secolo d.C., ben presto sorsero numerose scuole e sette, i cui seguaci, dai copricapi indossati, vengono chiamati berretti rossi o berretti gialli. Un ordine conosciuto in Occidente quello istituito nell'xI secolo dall'asceta Mar-pa, che ebbe come discepolo e continuatore il famoso poeta Milarepa, autore dei Centomila Canh, in cui rievocando la propria vita offre al Tibet un'epopea grandiosa. La setta gialla, fondata da Tson-ka-pa nel 1407, rappresenta un

grande rinnovamento del buddhismo tibetano, insistendo soprattutto sulla via meditativa, e promuovendo la costruzione dei giganteschi monasteri tibetani in cui vivevano i capi o Dalai Lama, ritenuti incarnazioni di uno dei cinque Buddha o di un Bodhisattva; dopo la loro morte quindi un Buddha o un Bodhisattva si trasferisce in un bambino, che sar riconosciuto da certi segni, accettato come guida spirituale e temporale della comunit e trasferito nel monastero. Dalai Lama (Dalai in lingua mongola significa grande oceano, Lama in tibetano bla-ma, maestro, quindi oceanico maestro) il titolo pi alto della gerarchia ecclesiastica tibetana. Egli risiedeva nel monastero di Lhasa, ma nel 1951 il Tibet fu occupato dai cinesi e il Dalai Lama, che anche un capo politico, fu costretto all'esilio in India, dove vive tuttora. Nel 1989 fu insignito del Premio Nobel oer la oace. Francesca Brezzi. Le grandi religioni. NEWTON. Trascrizione elettronica per i non vedenti curata da: Ezio Galiano. Le religioni cinesi La caratteristica generale delle religioni cinesi di essere religioni sapienziali, e anche se gli intrecci culturali sono tanti, gli apporti di credenze vicine, come vedremo, notevoli, il carattere sapienziale pu essere considerato il denominatore comune del confucianesimo, del taoismo e del buddhismo Ch'an, che sono le tre confessioni pi importanti nello sviluppo della civilt cinese: il taoismo la forma religiosa locale pi antica, laddove il confucianesimo rappresenta una evoluzione e una codificazione della religione tradizionale, il buddhismo Ch'an di provenienza indiana, pur assumendo via via caratteristiche tipicamente cinesi. Il taoismo Questo termine non denota semplicemente una scuola, ma una quantit di dottrine con valore filosofico e religioso, e la complessit rende impossibile fornire una definizione univoca per una serie di difficolt. Innanzi tutto il termine Tao (la ~la) compare in tutte le correnti di pensiero e in tutte le religioni cinesi, inoltre il taoismo sempre stato circondato da un'aria di mistero, e se come filosofia preferisce l'esposizione mediante indovinelli ed enigmi, come religione esoterica rivela molti segreti solo agli iniziati. Comunque gli sviluppi filosofici (Tao-chia) e quelli religiosi (Tao-chiao) sono profondamente intrecciati e non sempre facilmente distinguibili, quindi parleremo di entrambi: il momento originario visto nella leggendaria figura di Lao-zi (Vecchio maestro) (VI O v secolo a.C.), cui viene attribuito il pi antico testo taoista, il breve e criptico saggio in versi, intitolato con il suo stesso nome Lao-zi. Secondo la leggenda, la madre di Lao-zi rimase gravida del figlio, concepito da un raggio di sole, per ottant'anni e poi lo partor dall'ascella sinistra sotto un susino. Divenuto archivista nella citt di Luoyi, Lao-zi qui avrebbe conosciuto Confucio, come lui preoccupato della grave crisi politica e morale attraversata dalla Cina, ma diversamente da Confucio, come vedremo, Lao-zi fu spinto da questo stato di cose alla meditazione e all'abbandono del mondo. Rinunci al suo lavoro e a dorso di un bufalo si diresse, sempre secondo la leggenda, verso ovest, verso il regno del riposo dell'anima, dove avrebbe ottenuto la vita eterna. Secondo altre leggende Lao-zi sarebbe andato verso ovest per diffondere presso i popoli barbari, cio

non cinesi, il suo messaggio, e da ci l'idea secondo cui Buddha fosse Lao-zi stesso, che avrebbe adattato alla mentalit indiana la sua dottrina. Comunque sia, prima di passare il confine gli fu chiesto dalla guardia di lasciare una testimonianza del suo insegnamento ed egli scrisse la breve opera Lao-zi, sopra citata. Questo testo detto anche Tao-te-ching (libro del Principio e della sua virt) si concentra inizialmente sul Tao, come principio primo, assolutamente indefinibile; inizia infatli con i celebri versi: Il Tao che pu essere chiamato Tao non l'eterno Tao. Se il suo nome pu essere pronunciato non il suo eterno nome. Ci che senza nome il principio del cielo e della terra. Si evidenzia subito una caratteristica del pensiero taoista, la sua dialetticit e il suo sforzo di individuare nel Tao senza nome il principio primo, immutabile, indeterminato dal quale tutte le cose scaturiscono per poi raggiungere la propria determinazione. Il Tao infatti pu essere considerato la madre del mondo: esso non solo genera tutti gli esseri, ma li nutre, li plasma e li completa. Inoltre il Tao anche inteso come unit fondamentale nella quale si risolvono le differenze particolari tra gli esseri e le contraddizioni; di qui il risvolto pratico di questa dottrina, secondo la quale gli uomini devono regolare la propria vita al Tao, partecipare ad esso mediante il wu-wei (letteralmente, non agire), che non sta a significare un'assenza di azione, ma un'azione non artificiale, una sorta di assecondamento del flusso naturale delle cose e dell'originario ordine cosmico, senza turbarlo o modificarlo. Se si ritrova nel taoismo una certa forma di ascetismo e di ritiro dal mondo, dai suoi piaceri e dai valori in esso propugnati, in positivo le virt del non agire si realizzano come modestia, umilt, mitezza, tolleranza, desiderio di tranquillit, altruismo. Un altro testo fondamentale per la comprensione dei princpi taoisti il Chuang-tzi (dal nome dell'autore Chuang, maestro del IV sec. aC.), raccolta di scritti ricchi di parabole, allegorie e descrizioni fantastiche. Oltre alle concezioni gi esposte nell'altro testo, qui si l~lizza la ricerca della beatitu&e assoluta, che l'autore ritiene p~asi ~ggiungere superando le distinzioni tra io e universo e quindi in una sorta ~ annullamento - trasformazione nel Tao. E necessaria una conoscenza superiore, che vada oltre le distinzioni, anche quella della vita e della morte, conoscenza definita anche come digiuno del cuore, in altre parole uno svuotamento dei sensi e della mente. A questo proposito si deve ricordare l'importanza attribuita dalla religione taoista alla meditazione, che aveva lo scopo di cogliere un nuovo io, di raggiungere l'armonia con il ritmo del cosmo e dialogare con gli di. Sotto l'influenza del buddhismo (si veda poi) il taoismo svilupp la meditazione in senso pi spirituale, parlando quasi di una immortalit che l'io spirituale raggiunge dopo la morte fisica, e di un'unione mistica con il Tao, come si detto. Collegato con la meditazione anche il rituale taoista, molto complesso e complicato, a cui viene attribuito valore sacrale: iniziazione, purificazione e rinnovamento sono i suoi momenti essenziali, e una funzione importante svolta dai sacerdoti. Le cerimonie pi note sono il Capodanno cinese (con danze di draghi e fuochi d'artificio per scacciare i demoni) e il rito del Rinnovamento cosmico (al-

I'epoca del solstizio d'inverno per ricordare la rinascita cosmica), tutti rituali soteriologici che risentono dell'influenza buddhista. Se come dottrina filosofica il taoismo era di tipo individualistico e rappresentava una razionalizzazione di concezioni precedenti, come religione invece, diffondendosi cio in pi ampi strati della popolazione, si mescoler con elementi delle religioni popolari come lo sciamanesimo e con dottrine bud&iste, pur non identificandosi totalmente con esse, nonch assimiler princpi pi generali del pensiero cinese come quello della scuolayin-yang, che concepisce l'ordine naturale alla luce dei due aspetti, complementari e insieme antitetici: yin, momento di attivit, yang, momento di passivit. Lo scopo principale della religione taoista il raggiungimento dell'immortalit fisica, e il credente deve conquistarla mediante pratiche dietetiche, ginniche, sessuali, alchemiche e meditative. Rispetto alla morte del corpo la religione taoista ritiene che sia solo apparenza e che in realt gli immortali si rechino in uno dei paradisi o alle Isole della Felicit, situate oltre i confini della Cina. Accanto agli immortali celesti vi sono anche gli immortali terrestri che vagano nelle foreste sacre e sui monti, e infine gli esseri umani, che si limitano ad abbandonare il loro corpo fisico. In questa prospettiva la religiosit popolare, fondendosi con i prinpi taoisti, d vita a un pantheon molto ricco di figure divine, come Yunhuangdi, signore del cielo e padre di nove figlie, che guida e governa il mondo insieme con i cinque divini sovrani che sovraintendono ai punti cardinali (in Cina oltre ai quattro noti considerato anche il centro); via via Yunhuangdi perder, specie nel culto ufficiale, le caratteristiche antropomorfiche presentandosi come forza e come essere. E interessante comunque sottolineare, come fa J. Ching, che se durante il II secolo questi era la divinit suprema, subito dopo, all'inizio dell'epoca Han, si prese a venerare una triade di di che in tempi diversi porteranno nomi diversi: i Tre puri. Essi erano i signori dei tre princpi vitali o movimenti respiratori. I loro nomi erano: il Primo celeste, il Prezioso celeste e la Via e il suo potere celeste. Dal punto di vista metafisico ognuno di essi rappresentava qualche aspetto del Tao ineffabile, trascendente e insieme capace di incarnarsi, specialmente mediante la rivelazione di Laotzul. Anche i saggi che raggiungono l'immortalit (xien ren) entrano a far parte di questo olimpo di di, e per perseguire questo fine sorsero in alcuni periodi i maestri delle ricette, che facevano uso di pratiche magiche e invitavano i fedeli a una vita ritirata secondo il principio (gi ricordato) del wu wei, e nacquero comunit monastiche e sacerdotali. Tra le molte sette taoiste va ricordata quella del Maestro celeste, titolo questo attribuito per la prima volta (intorno al II secolo d.C.) a Zang Lu, secondo la leggenda, da Lao-zi stesso, che gli apparve lamentando l'assenza di bene nel mondo e dando pertanto a Zang Lu l'incarico di sopprimere le pratiche demoniache e instaurare la vera ortodossia: furono aboliti infatti i sacrifici cruenti e si introdusse la confessione dei peccati, come cura delle malattie. Inoltre Zang organizz i suoi seguaci in comunit prowiste di sacerdoti e sacerdotesse, contrapponendoli ai numerosi sciamani o medium della religione popolare. Questa setta sostiene l'esistenza di un mondo invisibile al di l della vita, nonch la necessit che l'esistenza terrena sia guidata da una casta incaricata della mediazione spirituale, cio di pregare

ufficialmente per la guarigione di certe malattie. Rafforzandosi la setta, il titolo di Maestro celeste divenne ereditario, i suoi sacerdoti si trasferirono sul Monte del Drago e della Tigre e dopo la conquista comunista del potere ( 1949) la base fu trasportata a Taiwan, dove ha pure sede la Societ taoista nazionale fondata nel 1965. Un'altra setta importante, ancora oggi presente, quella della Perfetta Verit, sviluppatasi nella Cina settentrionale sotto dinastia Yuan: sostenitori di una vita di celibato e di astensioni varie, i monaci di questa setta seguivano le pratiche della meditazione e praticavano l'alchimia. ing, Cristianesimo e religiosit~ cinese, Milano, Mondadori, 1989. Il canone taoista Gli scritti taoisti che costituiscono il canone, quale ci stato tramandato dal secolo v, si articolano in sette sezioni distribuite a loro volta in tre parti dette le Tre Caverne; questo termine (tung) viene usato probabilmente perch i testi pi importanti sarebbero stati rivelati a degli eremiti o da essi scoperti in grotte2. La prima Caverna comprende gli scritti che fanno corona al pi importante, cio gli Shang-ch'ing, poema liturgico con nomi segreti di di e spiriti. La seconda Caverna raggruppata intorno agli scritti Ling-pao; composti come i precedenti nella Cina meridionale, rivelano una influenza buddhista. La terza Caverna, formatasi intorno agli scritti San-huang, di origine incerta, forse opera di maestri taoisti presenti a corte e in collegamento con la setta del Maestro celeste. Il confucianesimo E questo il termine usato dagli occidentali per indicare una scuola di pensiero cinese, scuola dei letterati, che si costit intorno all'opera di Kong-fuzi, latinizzato in Confucius, il quale non pu essere considerato il fondatore come Buddha o il Cristo, ma l'organizzatore e riordinatore di un vasto materiale, patrimonio dell'antica religione cinese, che in un particolare momento della travagliata vita di questo paese assunse il valore di diga rispetto al disfacimento morale e spirituale. Anche per questa forma di religione si pu dire (come per il taoismo e in genere per la cultura cinese) che molto stretto il legame e il rapporto con la vita politico-sociale e quindi con il sostrato morale e intellettuale della antica civilt. Anche se inizialmente il confucianesimo si pu definire (e cos stato considerato) come un umanesimo etico, dal momento che l'interesse per l'uomo uno dei suoi punti di forza, noi dobbiamo poi concentrarci sulla sua indiscutibile dimensione religiosa. La vita di Confucio Innanzi tutto va ricordato che Confucio visse nel periodo detto delle Primavere e Autunni (770-454 a.C.) e nacque nel 551 a.C. nelI'odierna localit di Zhufou, principato di Lu; anche se la sua vita

2J.C~ng,op.cit.,p.162.. avvolta da leggende, sembra che non abbia avuto una esistenza particolarmente brillante per incarichi o impegni: inizialmente fu al servizio della famiglia feudale di Qi, come sovrintendente dei granai e dei campi e a ventidue anni divenne insegnante, circondandosi di ragazzi 'di tut~ le condizioni. Momento determinante di un'esistenza fino ad allora grigia fu il viaggio che intraprese a Luoyi dove comp ricerche, e dove sembra sia avvenuto l'incontro con il fondatore del taoismo, Lao-zi, come si detto. Dal viaggio Confucio tom con la fama di saggio stimato e rispettato e, convinto com'era di vivere tempi calamitosi e di prafon~"decadenza morale, si impegn con il suo insegnamento a riformare la societ, sia in senso politico-sociale che in senso religioso, reinterpretando le antiche norme e le antiche dottrine affinch fossero di aiuto per il presente. Caduto in disgrazia presso il principe Ding di Lu, di cui era nel frattempo diventato ministro, Confucio trascorse gli ultimi anni della sua vita peregrinando per tutta la Cina, insieme con i suoi discepoli, formandone di nuovi, occupandosi di poesia e musica. Si dedic altres alla raccolta delle testimonianze e memorie dell'antichit, contribuendo direttamente o indirettamente alla costituzione dei Cinque Libri classici del confucianesimo. Il canone del confucianesimo Gli scritti canonici sono nove, cinque sono i libri classici (iing): il Libro delle mutazioni o l-ching, il Libro della storia o Shu-ching, il Libro delle elegie o Shih-ching, il Libro dei riti o Li-ching, gli Annali della Primavera e dell'Autunno. Se un tempo questi testi erano tutti attribuiti a Confucio, sia come autore che come editore, gli studiosi contemporanei ritengono che il nucleo di molti libri risale a Confucio, ma ciascuna opera si poi sviluppata nel corso di periodi molto lunghi e quindi ha subito vari apporti nel tempo. Accanto a questi vanno ricordati i quattro libri (shu): i Dia~oghi, in cui i dettami di Confucio sono presenti nella vivezza dell'insegnamento e nel dialogo, appunto, con i suoi discepoli; il Libro di Mencio, raccolta di conversazioni, Daxue o grande insegnamento, breve trattato politico-filosofico e Zhongyong o il giusto mezzo, indicato nell'equilibrio interiore. L'etica confuciana Come si detto Confucio si dedic molto all'educazione dei giovani, e questo perch egli era convinto che la riforma della collettivit si sarebbe attuata solo attraverso la rigenerazione del singolo e della famiglia, ma soprattutto riteneva la virt una ricchezza interiore che ognuno pu acquisire, dal momento che la natura umana di per s non n buona, n cattiva; di qui l'importanza di una giusta educazione. Il fine dell'etica confuciana sar quello di formare dei saggi, cio dei nobili di spirito, e se non si raggiunger tale scopo gli uomini si comporteranno come degli stolti: il centro di tale etica il concetto di jen (concetto introdotto proprio da Confucio, che tuttavia rielabora altres i concetti di Li e di Ming, gi presenti nella filosofia cinese).

Il termine li complesso perch indica sia l'armonizzazione dell'uomo con la natura, sia l'osservanza di regole e riti religiosi, sia infine l'amore per il sereno vivere sociale. Il li, come stato detto, la forza ordinatrice che guida l'uomo nei suoi doveri, sia verso gli altri uomini (rispetto, cortesia, tatto, decoro, autocontrollo), sia verso gli esseri spirituali superiori, che secondo l'antica religione erano il rien (cielo), o dio supremo da cui il sovrano riceve il regno, e i sudditi, sui quali govema tramite il Mandato dal Cielo (Ming o T' ien-ming). Per Confucio la vita individuale e la storia della nazione sono oggeKo della particolare provvidenza del Cielo, e ogni uomo responsabile nei confronti di esso. _ Ma il novum della dottrina confuciana rappresentato dall'elaborazione della virt detta jen, o giusta organizzazione delle relazioni umane: jen pu indicare un complesso di virt (bont, benevolenza, mitezza) che potremmo sintetizzare come umanit; se talvolta in Cina si definiva questa qualit come caratteristica del nobile nei confronti dell'inferiore, per Confucio una virt universale, la virt che costituisce il saggio, I'essere umano perfetto, stadio raggiungibile da tutti, anche se egli divide gli uomini in tre categorie: i saggi o uomini perfetti, che costituiscono il modello da seguire, avendo raggiunto il grado pi alto della perfezione (per esempio gli imperatori della Cina). Seguono i nobili, o uomini superiori, infine gli uomini comuni che costituiscono la maggioranza. - Un aspetto importante della religione confuciana il suo presentarsi anche come religione civile: la dottrina dello jen viene infatti estesa all'ambito politico: si parla di governo benevolo, basato cio sulla persuasione morale e il cui capo esempio di integrit morale e dedizione disinteressata. Se il saggio confuciano stato descritto come dotato del cuore del saggio e della sapienza del re, anche l'uomo viene sempre concepito in armonia con se stesso e con la societ, la quale rispecchia a sua volta la perfezione spirituale ed etica. Come religione civile inoltre il confucianesimo, oltre a essere culto dello Stato, deriv tutta una serie di grandi rituali, messi in atto dallo stesso imperatore per onorare il Cielo (culto importantissimo in Cina fino al xx secolo), la Terra e i suoi Antenati; il Culto degli Antenati un aspetto molto noto della religione cinese. Altri rituali poi erano dedicati al Sole, alla Luna e agli spiriti terrestri, o a divinit minori, nonch a quei saggi e magistrati incorruttibili venerati come Di della citt, e in seguito anche Confucio divenne oggetto di culto. Il confucianesimo verr poi sviluppato dai seguaci di Confucio, tra cui vanno ricordati Mengzi (latinizzato in Mencius) e Hsun-tzu. Il primo, vissuto fra il 372-289 a.C., perfezion il pensiero di Confucio, in senso pi ottimistico, parlando di un'innata bont degli uomini e di un amore universale di Dio per tutti gli esseri. Hsun-tzu (312-238 a.C.), al contrario, ha una visione pi pessimistica; secondo lui l'uomo, fondamentalmente cattivo, pu tuttavia raggiungere la perfezione con una severa e giusta educazione morale. All'epoca della dinastia Song (960-1280 d.C.) si svilupper il neoconfucianesimo iniziato da Zhou Dunyi e portato al massimo splendore da Zhu Xi, pensatore sistematico e padre dell'ortodossia confuciana. Altri pensatori pi recenti sono Kang Yowei (1858-1927), vero e proprio interprete del confucianesimo religioso e Liang Qichao (1873-1929), che invece ne evidenzia le caratteristiche di religione civile.

Il buddhismo cinese o Ch'an Il buddhismo inizi la sua lenta penetrazione in Cina nel I secolo d.C. sotto la dinastia Han posteriore, in seguito alla predicazione di missionari stranieri, quando erano passati circa cinque-seicento anni dalla morte del Buddha storico (che secondo alcuni studiosi fu contemporaneo di Confucio); tale penetrazione fu senza dubbio un avvenimento di grande portata per lo sviluppo della cultura e della religione cinese. Ma va subito sottolineato come a quel tempo sia il buddhismo che il confucianesimo avevano alle spalle un loro svolgimento, una propria tradizione consacrata dal tempo, per cui l'incontro inizialmente dette luogo a controversie e discussioni e si risolse solo quando il buddhismo si adatter all'ambiente cinese, rendendo giustizia ai valori morali confuciani, come la piet filiale, e insieme servendosi delle idee e della terminologia cinese per la propria sopravvivenza e sviluppo3. D'altra parte da aggiungere che durante le dinastie T'ang (618907 d.C.) e Sung (960-1279 d.C.) il bud&ismo svolse un ruolo determinante per il rinascimento culturale cinese. Si pu dire quindi che lo scambio fu proficuo per ambo le parti, n si deve dimenticare la mediazione taoista: ci avvenne in occasione della rinascita del taoismo per opera della corrente della dottrina oscura, definita anche neotaoismo. I primi pensatori che cercarono di adattare il buddhismo alle conoscenze cinesi, Tao-an e Huiyuan, lo fecero proprio ricercando e valorizzando le analogie con il taoismo, convinti che le due correnti esprimessero gli stessi concetti con una diversa terminologia. In effetti molte erano le somiglianze, sia nell'etica che nella concezione della vita: repressione dei desideri, distacco dal mondo, non attivit, e ancora spontaneit di vita, naturalezza e non artificiosit, rifiuto della speculazione dogmatica. Questo processo di acculturazione del bud&ismo in Cina fu poi accelerato dalla traduzione in cinese della letteratura buddhista in pali e in sanscrito, e ci avvenne nel corso dei secoli a opera di monaci e missionari: verso la fine della dinastia T'ang (906) si pu dire che la formazione del canone buddhista cinese, cio grosso modo la traduzione del canone pali (Tipitaka) era ultimata n buddhismo all'inizio si diffuse in Cina sia nella linea Theravada che in quella Mahayana; diventato poi una dottrina di questo grande paese, presenta una grande variet di scuole, la cui divisione tradizionale la seguente (Cfr. Arena): l . Chu-she tsung, o Scuola della consistenza del tutto: trasporta in terra cinese una corrente indiana del Piccolo Veicolo, quella dei Sarvastivadinah, che sosteneva un realismo esasperato. Fu introdotta in Cina intorno al VI secolo ma si estinse nel x e non esercit grande influenza. 2. Ch'eng shi tsung, o Scuola della realt compiuta, anch'essa continuazione della setta indiana del Piccolo Veicolo, i Sautrantikah, che si rifaceva ai sutra, cio alla seconda parte del canone buddhista. Il concetto centrale che le cose (dharma) sono transitorie ed esistono solo nel loro manifestarsi immediato. Si diffuse in Cina intomo ai primi anni del v secolo e si estinse tra il VII e l'vm

3. Fa-hsiang tsung, o Scuola delle qualit delle cose, invece una corrente del Grande Veicolo d'ispirazione idealista: l'io reale e le cose sono prodotte dal pensiero; I'opera principale, Vidya matra sastra o Trattato della conoscenza unica, ricalca vagamente la teoriadella mente sola. Fu introdotta in Cina nel secolo VIIe si estinse nel x. 4. San-lun tsung, o Scuola dei tre trattati, fu sviluppata da Kumarajiva, che tradusse le opere (i tre trattati) di Nagarjuna e Aryadeva; in seguito ebbe come grande rappresentante Chi-tsang (549-623), sostenitore, come tutta questa scuola, della categoria della natura vuota, come la scuola indiana della via mediana. Il periodo di svolgimento di questa scuola fu dal secolo v all'vIIL 5. Hua-yen tsung, o Scuola della ghirlanda, una delle pi importanti scuole bud&iste cinesi, la cui opera principale Avatamsaka Sutra (Sutra della ghirlanda) nota solo nella versione cinese. Fondata da Tun-shun (557-640) la scuola si svilupp tra il v e il x secolo e i suoi seguaci elaborarono un'originale sintesi tra le varie correnti del buddhismo; in particolare il loro principio centrale l'uguaglianza o indifferenza di unit e molteplicit. In ogni minimo frammento della realt racchiuso l'intero universo. Tutta la realt vista come un immane corpo bud&ico. Anche in questa scuola si sostengono dottrine idealistiche (le cose sono prodotto della mente), in una visione tuttavia molto composita e articolata, che riassume tendenze anche di altre correnti. 6. T' ien-t' ai tsung, o Scuola del T'ien-t'ai, una delle poche scuole autoctone, cio tipicamente cinese e non riconducibile a nessuna influenza del bud&ismo indiano. Fu fondata nel VI secolo e si conserv pur con minore risonanza fino al nostro secolo: le sue caratteristiche, che emergono dal testo Saddharma pundarika sutra (Sutra del loto della vera dottrina) sono una sorta di sintesi tra princpi idealistici e realistici, e l'intreccio di studio (chih) e meditazione (kuan) nella pratica esistenziale. 7. Lu tsung, o Scuola della disciplina, come la precedente unicamente cinese, sorta intorno al VII secolo e con una presenza anche oggi. Dalla sua stessa denominazione si comprende che gli interessi maggiori erano volti alle tematiche etiche, morali e disciplinari, lasciando quindi in secondo piano la speculazione, come recita il titolo del testo base: Dharmagupta vinaya sutra o Sutra della disciplina, posta a protezione della dottrina. 8. Chin-t'u tsung, o Scuola della terra pura, che insieme con la scuola Ch'an una delle pi importanti scuole del bud&ismo cinese; la sua origine era indiana ad opera di Hui-yuan, ma poi per la semplicit e insieme per la forza delle sue concezioni ha avuto una grandissima diffusione in Asia orientale, come nel Sud-est asiatico e in Occidente, conquistando le masse alla ricerca della salvezza. La terra pura (secondo il Sukhavati vyuha o Descrizione del paradiso) il paradiso presieduto dal Bud&a Amitabha (o Amitayus), al di qua del nirvana, e raggiungibile da chi avr fede in lui, pronunciandone il nome o meditandovi sopra, e che col rinascer da un fiore di loto. Come si comprende, questa scuola gener una sorta di religiosit popolare con tratti teistici, lontana dal bud&ismo originario: al posto del Bud&a che indicava la via della liberazione subentrava una divinit quasi salvifica, compassionevole, che accoglieva

presso di s i fedeli. La trasformazione (in origine la terra pura era intesa come una metafora) fu dovuta anche alle diverse versioni dei testi: I'opera di base infatti il Sutra del paese puro, di cui esistono due versioni appunto, una pi lunga che ribadisce l'uguale importanza della fede e dedizione al Bud&a e delle opere buone, e una pi breve (Amitabha sutra) che dice espressamente che necessaria soltanto la fede nell'infinita compassione del Bud&a, manifestata mediante l'orante e meditativa ripetizione del nome di Amitabha4. Un altro scritto importante l'Amitayur dhyana sutra (Sutra della meditazione su Amitayus), che ribadisce la necessit di un singolo atto di fede-invocazione del nome di Amitabha, anche se poi i fedeli moltiplicarono questi atti, servendosi anche di rosari, con lo scopo di rinforzare la propria disposizione di fede. 9. Chen-yen tsung, o Scuola della retta parola, che sorse nell'vIII secolo in Tibet, in sintonia con culti locali; si svilupp, pi che in Cina, in Giappone con il nome di scuola di Shingon. La sua caratteristica di essere una corrente esoterica, che fa un uso frequente di formule magiche (mantra) e di rituali iniziatici. lo. Ch'an tsung, o Scuola della meditazione, pur fondata dal monaco indiano Bo&idarma una setta tipicamente cinese ed la pi importante e nota delle dieci correnti esaminate. La parola Ch'an, conosciuta anche nella pronuncia giapponese di Zen, la traslitterazione del sanscrito dhyana, che significa appunto meditazione, e si riferisce alla disciplina religiosa che tende a rasserenare lo spirito e a far conoscere a ognuno l'intimit della propria coscienza. Una delle caratteristiche della scuola, infatti, la convinzione che la realt ultima (sunya o vuoto), talvolta indicata anche come natura del Buddha, si raggiunge solo con un'intuizione diretta e senza ricorrere necessariamente a speculazioni metafisiche, n a letture. Per 4J.ching.op.c~ p.228. raggiungere l'Illuminazione spirituale (wu) servono s la disciplina e l'allenamento meditativo, ma anche la libert e la spontaneit, I'attenzione alle cose quotidiane e agli aspetti minori della natura, e soprattutto richiesta la trasmissione da spirito a spirito (o da mente a mente), cio da maestro a discepolo, senza argomentazioni razionali. Anzi si propugna l'assenza di pensieri e la mente sgombra come appare da questa competizione in versi tra un giovane monaco e il suo dotto e anziano maestro che afferma: Il corpo l'albero dell'illuminazione, lo spirito uno specchio limpido. Tienilo sempre diligentemente pulito, liberalo dalla polvere5. Per finire si deve sottolineare che tale diffidenza per le scritture, per riti ecc., delinea nel Chian un riassorbimento del taoismo, nella misura in cui anche quello accentuava la spontaneit e la naturalezza, nonch la tradizione orale, e questo spiega anche la grande diffusione del Ch'an come vera e propria religione cinese. Francesca Brezzi. Le grandi religioni. NEWTON. Trascrizione elettronica per i non vedenti curata da: Ezio Galiano. IV. L'ebraismo Il termine indica in generale l'intera civilt ebraica, fino alla fine della comunit nazionale, e per quanto riguarda pi specificamente

la religione si suole la giudaica. La prima dei figli di Giacobbe termina con la caduta

dividere in due fasi: la religione israelitica e quel riferita al culto e alla fede delle dodici trib (chiamato anche Israele) nipote di Abramo, e del regno di Giuda.

La seconda designa quel periodo della storia di questo popolo che comprende, dopo la fine del regno di Giuda, l'esilio babilonese, ma sostanzialmente la continuazione delle tradizioni delle antiche trib. Religione israelitica e giudaismo fanno parte delle religioni semitiche dell'Asia Minore e vengono annoverate tra le religioni universali. Attualmente gli ebrei sono circa diciotto milioni, cio lo 0,4% della popolazione mondiale, l'ebraismo diffuso in centododici paesi e nello Stato di Israele costituisce la religione della maggioranza della popolazione. Brevi cenni storici Gli studiosi oggi sono concordi nel ritenere gli ebrei antichi come un gruppo di khabiru, di cui si parla in vari documenti del secondo millennio a.C., come apolidi che prestavano servizio militare e di lavoro. Il nome deriva probabilmente da Eber, discendente di Sem, figlio di No (Genesi, x, 21) o da abar (passare) che indicherebbe un popolo venuto di l dal fiume. Gli ebrei narravano che il loro capostipite Abramo aveva abbandonato per ordine di Dio la zona mesopotamica nel secondo millennio e si era trasferito con il suo popolo a Sud della Siria; la comunit costituita dalle dodici trib dei figli di Giacobbe fu chiamata Israele, altro nome di Giacobbe, come si detto. Mos viene considerato l'iniziatore della religione israelitica (che chiamata infatti anche mosaica), ed la prima figura storicamente delineata, anche se in parte ancora avvolta in un alone mitico. Nacque nella casata di Levi durante il periodo del faraone Ramesse II (1290-1224 a.C.), che aveva sottomesso come schiavi i nomadi ebrei, ma il suo nome di origine egiziana, che significa figlio, ci informa sulle vicende della sua infanzia: avendo il faraone ordinato agli ebrei di uccidere tutti i neonati, Mos era stato posto in una cesta di canne e affidato al Nilo, da cui lo aveva tratto in salvo una delle figlie del faraone, che lo aveva poi allevato a corte come principe. Tuttavia, una volta adulto, Mos aveva avvertito la sua condizione di ebreo, era fuggito in seguito a un omicidio commesso e si era stabilito presso i pastori di Madian. Qui, sul monte Horeb, considerato sacro dalle trib nomadi del deserto, ebbe la visione di un roveto ardente che non si consumava, cio la teofania o manifestazione di Jahweh. Questi gli ordina di liberare il suo popolo dalla schiavit; Mos ritorna allora in Egitto e, dopo varie vicissitudini e scontri con il faraone, gli ebrei riescono ad abbandonare il paese sotto la sua guida. Nel deserto del Sinai Dio stringe un patto di alleanza: sar il loro unico Dio e doner loro prosperit e vittoria sui nemici. Con questo atto fu fondata formalmente la religione israelitica (Esodo, capp. 1924), che avr espressione visibile nelle Tavole della legge, conservate da allora nell'Arca detta dell'alleanza, punto sacrale della comunit.

Dopo quarant'anni di peregrinazioni, gli ebrei iniziano la conquista della Terra promessa (Palestina) costituendosi in monarchia con Saul prima, David e Salomone poi e facendo di Gerusalemme la capitale dello Stato (intorno al 1000). Il regno di Salomone ricordato per l'ampliamento e lo sfarzo di Gerusalemme, nonch per la straordinaria cultura di Salomone stesso, ritenuto autore di numerosi libri della Bibbia (/ Proverbi, ll Canhco dei cantici, l'Ecclesiaste e il Libro della Sapienza). Tuttavia l'unit nazionale non dur e nel 993, dopo la morte di Salomone, si formarono due regni. Quello del Nord (Israele), ebbe termine nel 721 per la conquista degli Assiri; molti abitanti di questa zona iniziarono l'esilio in Media e in Mesopotamia. Nel regno del Sud, Giuda, dapprima furono introdotti culti estranei, per cui fu necessaria, intorno alla met del 700 a.C. e grazie all'opera del profeta Isaia, una restaurazione religiosa, la riforma deuteronomista, che ristabil l'autentico culto di Jahweh; mentre nulla in seguito si fece di fronte alla predicazione di Geremia che annunciava la fine a opera dei Babilonesi: nel 598 Vi fu il primo assedio di Gerusalemme e i primi esilii, segu un altro assedio, durato un anno e mezzo, e nel 587 Gerusalemme e il tempio di Salomone furono distrutti; il regno di Giuda cesser di esistere nel 586 con la deportazione in massa a Babilonia. Durante questo esilio, che dur quarant'anni, gli ebrei mantennero e rafforzarono le loro tradizioni religiose e dopo la caduta del regno babilonese a opera dei Persiani (539), tornarono in patria, e la Palestina verr riconosciuta come una provincia persiana. Gli ebrei poterono ricostruire il Tempio e sotto la guida di sommi sacerdoti svilupparono un sistema teocratico. Pi che ricordare le successive vicende storiche (rivolta dei Maccabei, riedificazione del Tempio da parte di Erode il grande, dominio di Roma e conseguenti ribellioni) interessante sottolineare il rapporto tra giudaismo e aree culturali circostanti, in particolar modo il mondo ellenistico. Negli ultimi tempi infatti, prima dell'ra cristiana, I'ebraismo viene a contatto con la civilt ellenistica e con il mondo latino, e ci avviene in due modi diversi: da un lato mediante le comunit della diaspora, dall'altro con l'ingresso del Vlcino Oriente e quindi della Palestina nell'orbita greca e romana dopo le conquiste di Alessandro Magno. Se questo secondo rapporto fu in genere uno scontro per l'intenzione dei vari sovrani (da Antioco Epifane a Vespasiano e Adriano) di grecizzare la Palestina non solo dal punto di vista politico, ma anche religioso, diversamente andarono le cose nei paesi della diaspora. Infatti le comunit degli ebrei esiliati (o dispersi) sorte nelle grandi citt ellenistiche (Antiochia, Efeso, Atene, Corinto, Alessandria) e a Roma, veri centri cosmopoliti dove regnava tolleranza di idee e di religioni, operano per una sorta di integrazione tra le due culture (ebraica ed ellenica), accettando una riflessione sulla religione dei Padri alla luce delle categorie speculative dell'ellenismo, dal momento che gli stessi greci colti, consideravano gli ebrei, come filosofi. Innanzi tutto gli ebrei, parlando come i loro concittadini il greco, non solo introducono questa lingua nel culto, ma traducono la Bibbia in greco (detta dei Settanta), compito assolto dalle comunit giudaiche dell'Egitto; ne segue un apprezzamento da parte del mondo greco che ritrova negli scritti biblici la filosofia greca, ma anche la consapevolezza, da parte degli ebrei ellenisti, della superiorit del pensiero monoteista biblico su quello politeista greco. Inoltre tali comunit della diaspora saranno anche il punto di partenza dell'attivit missionaria del giovane cristianesimo, anche se poi i rapporti tra

le due religioni si logoreranno sempre pi e purtroppo la lotta religiosa si rifletter anche nella vita sociale, in modo sempre pi doloroso per gli ebrei. Contenuti religiosi Il nucleo centrale della religione ebraica, il suo punto di forza e il suo contributo alla storia della cultura sono il monoteismo, in opposizione al politeismo dei popoli vicini, che divinizzavano le forze della natura, e la fede nell'intervento di Dio nella storia della sua gente. Il suo nome Jahweh, che in ebraico viene scritto solo con le consonanti, e nel racconto del roveto ardente (Esodo, 3,14), cio nell'apparizione a Mos, si autodefinisce come Io sar presente come colui che sar presente (per intervenire) o Io sono colui che sono secondo la traduzione dei Settanta. Un altro nome di Dio Elohim, forma plurale di El, la divinit per i semiti; inoltre il nome El talvolta usato insieme con Shaddaj (onnipotente). Jahweh infatti l'unico Dio dell'universo, onnipotente creatore del cielo e della terra, giusto e indipendente, ma anche temibile per coloro che si manifestano come suoi avversari o disobbediscono alla sua volont. La professione di fede giudaica sull'eternit e unicit di Dio, che deve essere recitata mattino e sera da ogni adulto, ripete le parole bibliche (Deuteronomio, 6, 4): Ascolta Israele (Shema Israel), Jahweh il tuo dio, Jahweh unico. Se ricordiamo che un altro appellativo collegato al nome di Dio Sebaot (schiere di eserciti), comprendiamo anche come l'esperienza religiosa abbia rappresentato per le trib nomadi un momento di autocoscienza sulla strada dell'unificazione: se inizialmente le varie trib manifestavano credenze singole e diverse, I'alleanza con Dio sul monte Sinai con la rivelazione della legge diventa esperienza comune ed elemento costitutivo dell'unione. Il nucleo della legge sinaitica rappresentato dal Decalogo (o Dieci comandamenti), ma da sottolineare anche l'atteggiamento del fedele che, se comprende come la via verso l'aiuto di Dio passa attraverso il riconoscimento della regalit e unicit di Dio, coglie anche che il peccato non solo una ribellione a leggi sacrali, ma un essere peccatore davanti a Dio, un mancare, una carenza in opposizione a una integrit. Questo legame particolare con il Dio unico trova il suo sostegno nell'azione e negli insegnamenti dei capi spirituali d'Israele nelle varie epoche della sua storia, da Mos ai Giudici; poi, sorta la monarchia, David diventa il prototipo del re giusto e pio; da allora il messianesimo, cio l'attesa di un discendente di David, come lui fedele a Dio e difensore del suo popolo, diventa una costante dell'ebraismo. Altre figure essenziali di questa religione sono i profeti, che cominciarono ad agire intorno al secolo IX fino al III a.C., custodi dell'originario e autentico messaggio religioso e quindi molte volte fustigatori delle masse o critici violenti dei re, quando questi cedevano al fascino dei culti politeistici e orgiastici. I profeti, per esempio Amos e Isaia, cercano inoltre di spiritualizzare il culto stesso senza dimenticare la difesa delle classi pi umili. A poco a poco tuttavia il profetismo perde la sua carica e cede il posto alla precettistica delle scuole rabbiniche, nelle quali si privilegiava la formalit e quantit

dei precetti; in questo periodo si completa la sistemazione dei testi sacri dell'ebraismo. Testi sacri e letteratura religiosa Questo vasto patrimonio degli ebrei si divide in tre parti che riflettono epoche e generi diversi: 1. Letteratura biblica (XI sec. a.C. - I sec. d.C.), che comprende la Bibbia ebraica e gli Apocrifi. La Bibbia (dal greco biblia = libri) a sua volta divisa in tre parti: Torah, Nabim e Ketubin, che hanno valore di testi sacri; la Torah (che in ebraico significa insegnamento, mentre in greco si usa il termine Pentateuco o cinque libri) comprende i cinque libri attribuiti a Mos e precisamente: Bere'shit (Genesi), Emot (Esodo), Wayyiqra' (Levitico), Bamidbar (Numeri), Haddevarim (Deuteronomio). I Nabim comprendono i primi profeti con Giosu, Shofetim (Giudici), Samuele (due libri), Melakim (Re) (due libri) e gli ultimi profeti con Isaia, Geremia, Ezechiele e i dodici profeti minori. I Ketubin (scritti) comprendono i Tehillim (Salmi), mirabile testo poetico, i Mishle (Proverbi), Giobbe, il Shir-ha-shirim (Cantico dei Cantici), Rut, Eka (Lamentazioni), Qohelet, Ester, Daniele, EsdraNehemia e Dire-ha Jamin (Cronache) in due libri. Il libro di Ester, insieme con la Torah, fu trascritto per primo in rotoli di pergamena (Megillot) e tuttora viene letto in occasione delle cinque feste principali del calendario ebraico: Pasqua, Festa delle Settimane, Festa in ricordo della distruzione del tempio di Gerusalemme, Festa delle Capanne e Purin (si veda dopo). La Bibbia ebraic fu tradotta in aramaico e usata nel culto sinagogale, mentre si designa Bibbia dei Settanta (LXX) quella tradotta in greco che, terminata nel II secolo d.C., fu accolta dal cristianesimo e con il nome di Antico Testamento, insieme con i libri del Nuovo Testamento, costituisce la Bibbia cristiana; da sottolineare che tale testo ha influenzato anche popolazioni estranee all'ebraismo e rappresenta una delle opere letterarie pi diffuse nel mondo. Gli Apocrifi e gli Pseudoapocrifi sono testi di minore importanza in quanto, a differenza dei precedenti, non sono considerati ispirati da Dio e pertanto vincolanti per la fede. 2. Letteratura talmudico-midrashica (fino al IX secolo d.C.). E rappresentata dal cosiddetto insegnamento orale, cio insegnamento post-biblico della legge, riportato nella Mishnah e nel Talmud. Quest'ultima opera , dopo la Bibbia, uno dei capisaldi della letteratura ebraica e raccoglie un vasto materiale della tradizione dal I secolo a.C. al v d.C.; in senso stretto comprende solo la Gemarah, in senso pi ampio anche la Mishnah. La Mishnah (ci che viene imparato pi volte) rappresenta il nucleo pi antico dell'insegnamento orale e verte sia sulla dottrina legislativa tramandata, che sull'interpretazione della legge: costituita di sei sedarim (ordinamenti), ognuno con altri trattati per un totale di sessantatr; il contenuto indicato da brevi titoli: sementi, feste, donne, danni, cose sacre, purezza.

La Gemarah (completamento) rappresenta un commentario della Mishnah, redatto dagli Amorei (parlanti), e si possono distinguere, sulla base del contenuto, due parti: la Halakah, pi legislativa, e la Haggadah, pi narrativa. Per comprendere la grande importanza del Talmud e il suo influsso sul popolo ebreo si devono considerare i suoi princpi ispiratori: la convinzione che esiste una legge orale accanto a quella scritta e che la santit, ideale di vita per ognuno, si raggiunge proprio con l'osservanza dei precetti divini (mizvot). Infine la letteratura midrashica indica quella letteratura di commento alla Bibbia (midrash = interpretazione) redatta con intenti consolatori e per aiutare la meditazione, la cui caratteristica il tono narrativo. 3. La letteratura rabbinica (fino al 1800 d.C.). Se il rabbinismo il complesso di dottrine esegetiche, morali, giuridiche e rituali dei rabbini, cio dei maestri ufficiali della religione, e quindi comprende anche la Mishnah e il Talmud, in senso pi specifico per letteratura rabbinica si intendono le produzioni post-talmudiche e post-midrashiche fino al secolo xu~, durante il quale le accademie talmudiche, o yeshibot, si trasformeranno in istituti con un proposito di ricerca pi ampio e vario. Tale letteratura pertanto comprende i commenti alla Bibbia, il commento al Talmud e la codificazione del diritto talmudico; rientrano sempre in questo ambito anche gli scritti cabalistici e chassidici: i primi sono i testi mistici, frutto di varie correnti, che all'interpretazione del midrash affiancavano una pi approfondita esegesi biblica, tramite l'interpretazione dei caratteri e dei numeri. Il chassidismo, il pi recente movimento mistico-religioso, fondato alla met del 1700 dal rabbino ucraino Israel ben Eliezer, si diffuse nell'Europa orientale: affondando le sue radici nella Cabala si approfondisce il valore della devozione, sentita come momento di gioia che sfocia nell'estasi dell'unione con Dio. Si detto della grande importanza del Talmud e del suo influsso sul popolo ebreo, i precetti divini a cui si ispira sono 613, dei quali alcuni (248) imperativi positivi, altri (365) divieti. Nei comandamenti positivi grande importanza hanno, oltre alle leggi etiche vere e proprie, le regole di purezza, quelle alimentari e le norme riguardanti il matrimonio. La distinzione di puro e impuro, infatti, prescrive le abluzioni cultuali, il lavaggio delle mani prima della preghiera mattutina e prima e dopo i pasti. Anche le regole alimentari sono codificate con precisione sulla base dell'esistenza di cibi perfetti e della separazione di carni e latticini, nonch sul divieto di mangiare la carne di particolari animali. Altri comandamenti fondamentali della religione ebraica sono la preghiera, I'osservanza della festivit del sabato (sabbath, riposo) e l'obbligo della circoncisione. Il sabato il settimo giomo della seffimana dedicato alla santificazione e al riposo, in ricordo del riposo di Jahweh al termine della creazione e, se da un lato presenta caratteristiche tipiche di una via negationis astensione da, negazione assoluta del lavoro, rifiuto di ogni affanno od occupazione, dall'altro assume una valenza molto

pi grande di santit del tempo e nel tempo, come dice il filosofo i~ ebreo Heschel, di ricordo dell'Alleanza e di anticipo dell'etemit. La preghiera pu essere recitata in casa o nella sinagoga (Bet haKenesset, luogo di riunione o casa di preghiera) a orari fissi e in occasioni ben precise. La fomma pi usata forse la gi ricordata shema' Israel, espressione della fede nell'unico dio, altra preghiera la baraka (benedizione o lode) che recita: Tu sii lodato, Etemo, Dio nostro, re dell'universo. Preghiera comunitaria invece la shemone esre (diciotto benedizioni), che comprende richieste di vario tipo, spirituali, materiali e patriottiche. L'altro comandamento fondamentale, la circoncisione, rappresenta il simbolo e il rito di iniziazione, il segno mediante il quale si entra a farparte dell'Alleanza che Dio stipul con Abramo (Genesi, 17, 10) e si esegue otto giomi dopo la nascita. A tredici anni, poi, il giovane (nelle comunit ebraiche rifommate anche le ragazze) diventa Bar-mizwa (figlio del comandamento), cio obbligato a osservare i comandamenti, e fa parte a tutti gli effetti della comunit religiosa. Anche il matrimonio ha valore di comandamento divino e ha luogo sotto la chuppa (cielo delle nozze), una tenda sostenuta da quattro pali. Un momento importante della vita religiosa ebraica sono le festivit, che si dividono in festivit gioiose, feste solenni, commemorazioni liete e commemorazioni tristi. Delle prime fanno parte la Pesah (pasqua), Savu'ot e Sukkot, le celebrazioni cio del pellegrinaggio, che ricordano tre momenti fondamentali della storia del popolo di Israele: la liberazione dalla schiavit egiziana, I'elezione a popolo santo nel Sinai e le peregrinazioni nel deserto. Tra le feste solenni si devono ricordare il Capodanno (Ro'sh ha-shanah) e il giomo dell'espiazione (Jom ha-kippurim). Giomo commemorativo lieto Hanukkah (consacrazione del Tempio) e Purin (ricordo del pericolo scampato, secondo il racconto del Libro di Ester). I giomi festivi tristi sono cinque e fra questi i pi significativi sono il ricordo della prima (587 a.C.) e seconda (70 d.C.) distruzione del Tempio, durante i quali viene osservato il digiuno. Correnti religiose Molte furono le correnti e i movimenti religiosi all'intemo dell'ebraismo. Ne ricordiamo solo i principali: i samaritani, i sadducei, i farisei, gli zeloti, gli esseni, la comunit di Damasco, oltre al raWinismo e allo chassidismo, di cui abbiamo gi parlato. I samaritani erano una popolazione che prese il nome dalla citt di Samaria, capitale del regno del Nord, costituita dall'unione degli ebrei rimasti in patria dopo la deportazione con i coloni assiri. In seguito, quando si ripristin la comunit giudaica a Gerusalemme, i capi (Esdra e Neemia) vietarono i rapporti con la popolazione mista e i samaritani fommarono da allora una corrente autonoma delI'ebraismo. I sadducei erano i rappresentanti dell'alto clero, in maggioranza aristocratici e conservatori, che si opponevano ai farisei: essi infatti riconoscevano come imperativa solo la legge scritta (Torah) e respingevano quella orale, sostenuta dai farisei, inoltre negavano ogni sviluppo in senso escatologico della religione giudaica (come fu elaborata dopo il II secolo a.C.). Furono molto autorevoli all'intemo del Sinedrio o alto Consiglio, potendo designare i sommi sacerdoti.

I farisei erano una corrente non solo religiosa ma anche politica, in quanto attendevano il riscatto del popolo dal dominio romano, ma non ritenevano di dover ricorrere alla forza come gli zeloti, che si staccarono da loro. Dal punto di vista religioso essi sostenevano una rigida osservanza della legge, privilegiandone gli aspetti formalistici con atteggiamenti di intransigente chiusura nei confronti dei peccatori. La corrente degli zeloti (o fanatici) ebbe inizio intomo all'anno 67 d.C., su iniziativa di Giuda il Giudeo, che sosteneva la necessit di ribellarsi contro i dominatori stranieri. Essi vivevano di scorrerie nel deserto e per questo motivo lo storico Giuseppe li chiama briganti. Sotto la loro pressione scoppi la guerra contro Roma, nel 66 d.C., che si concluse nel 70 con la caduta di Gerusalemme, dove si era asserragliato il loro capo Giovanni di Giscala. Gli esseni (i puri) furono una comunit ascetica, organizzata come un ordine monastico, nata in polemica con quella che consideravano un'eccessiva ellenizzazione dell'ebraismo; si svilupparono soprattutto in Palestina e il capo della comunit era un sacerdote detto maestro di giustizia in contrapposizione al sacerdote del tempio di Gerusalemme, detto empio. Importante centro degli esseni era il monastero di Qunram, sulle rive del Mar Morto, riservato ai membri celibi della comunit, sul quale si sono avute notizie in seguito al ritrovamento nel 1947 di notevoli manoscritti. I fedeli conducevano una vita in comune, regolata dall'obbedienza e dal silenzio, con una cura particolare per la purit corporale, culminante in frequenti abluzioni, con valore anche di purificazione spirituale; inoltre il rispetto della legge mosaica, il distacco dai piaceri materiali, la convinzione che l'anima umana viene dal cielo e vi ritoma, se meritevole, dopo la morte del corpo, l'apertura al prossimo e il rifiuto di ogni uso di violenza erano le caratteristiche di questa comunit. La comunit di Damasco deriva dagli asidei (pii o devoti), che risalgono al II secolo d.C. e che avevano fondato la comunit della Nuova Alleanza, sotto la guida di un maestro di giustizia; perseguitati, si trasferirono a Damasco in attesa di un messia, in seguito tornarono in Palestina. La loro organizzazione simile a quella degli esseni: si riscontrano somiglianze teologiche con il gruppo giudeocristiano degli ebioniti. Francesca Brezzi. Le grandi religioni. NEWTON. Trascrizione elettronica per i non vedenti curata da: Ezio Galiano. V. Il cristianesimo E questa la religione che prende il nome da Cristo, I'unto o il consacrato del Signore, appellativo attribuito a Ges di Nazareth, nato secondo il nostro computo tra il 7 e il 4 a.C.; i suoi seguaci vengono detti cristiani. Se il nome Jesus era abbastanza comune nell'ebraismo, Cristo era usato originariamente come titolo messianico, e solo in seguito Ges Cristo venne inteso come nome unico. Il cristianesimo fra le grandi religioni quella con un maggior numero di fedeli, circa un miliardo e mezzo, cio il 32% della popolazione mondiale, e con la maggiore diffusione geografica, prevalentemente in Europa e America Latina. E religione di Stato in Gran Bretagna, nella fomma dell'anglicanesimo, in Finlandia e Norvegia

(confessione evangelico-luterana), in Bolivia, Colombia e Paraguay (cattolicesimo romano). Il capo della cattolicit il papa, che vive nella Citt del Vaticano, di cui anche sovrano temporale. Essendo il cristianesimo la religione pi conosciuta dagli occidentali, daremo solo pochi cenni sulla vita del Cristo per soffemmarci invece sui contenuti religiosi del pensiero cristiano, focalizzando il nucleo originario e via via i successivi sviluppi. Una osservazione va fatta sul valore storico delle fonti, dal momento che, se le varie discussioni teologiche dei primi secoli del cristianesimo partivano dalla premessa comune dell'accettazione della realt soprannaturale e dell'ispirazione divina dei testi sacri, dall'Illuminismo nacquero gli interessi di critica storica e da allora i testi biblici furono letti con l'intento di trovare in essi i segni delle varie fasi di composizione. Oggi comunque si possono fissare alcuni punti universalmente accettati: la storicit di Ges, nato da donna e vissuto in un detemminato periodo e ambiente storico, sul quale conosciamo dati precisi e circostanziati. Inoltre i testi scritti che noi possediamo (vedi oltre) sono il punto di arrivo di un lungo lavoro di fissazione letteraria di un materiale catechetico, che in precedenza era stato predicato oralmente e adattato alle orecchie degli ascoltatori. I libri del Nuovo Testamento, come vedremo, sono anche il prodotto di un certo ambiente storico, soggetto quindi a certi criteri di composizione e a precise finalit. Vita di Ges Ges nacque a Betlemme negli ultimi anni dell'impero di Augusto da una famiglia ebraica discendente da David, quando Erode era il re della Palestina: gi la sua nascita un evento soprannaturale in quanto Maria, promessa sposa di Giuseppe, apprende dall'angelo Gabriele che avrebbe concepito un figlio per opera dello Spirito Santo. Gest secondo l'usanza ebraica, fu condotto dai genitori al Tempio di Gerusalemme, dove il vecchio Simeone profetizza che egli sar il salvatore di tutti i popoli. Dopo la fuga in Egitto per scampare all'ordine di Erode di uccidere tutti i bambini nati a Betlemme, Ges e la sua famiglia si stabiliscono a Nazareth. La storia dell'infanzia di Ges narrata nel Vangelo di Luca in parallelo a quella di Giovanni Battista, il quale viene a rappresentare il momento battesimale messianico: Giovanni infatti, raggiunto dalla parola di Dio nel deserto, si sposta sulle rive del Giordano, esortando tune le genti al battesimo, mediante immersione e con la concomitante confessione dei peccati. Secondo il Vangelo di Marco anche Ges viene battezzato e in quell'occasione riceve la confemma della propria missione dal Padre celeste: Tu sei il Figlio mio prediletto. In te mi sono compiaciuto (Mc, 1, 9). Dopo questa esperienza Ges si ritira nel deserto, imponendosi un digiuno di quaranta giorni, durante i quali subisce le tentazioni del demonio, ma lo respinge. Incomincia cos, a circa trent'anni, la missione pubblica di Ges in Galilea: raccoglie intomo a s un gruppo di discepoli (anche donne), con i quali percorre tutta la Galilea; in particolare si reca a Cafamao e nella regione del lago di Tiberiade; il proposito di insegna-

re le Scritture nelle sinagoghe, intervenendo anche nelle dispute sulla validit della legge antico-testamentaria. Ges annuncia la lieta novella (eu-angelion), cio il prossimo avvento del regno di Dio e di conseguenza esorta gli uomini a cambiare modo di pensare e di agire; ma la novit rappresentata soprattutto dal fatto che tale messaggio rivolto a tutti, ebrei e non, adulti e bambini, uomini e donne, giusti o peccatori, nonch agli oppressi e ai perseguitati, che Ges chiama beati nel celebre passo delle beatitudini (Mt, 5, 3-10). La predicazione e l'opera di Ges suscitarono forti ostilit presso i contemporanei, sia tra gli ebrei, scandalizzati dalle posizioni di Ges nei confronti dei precetti tradizionali, sia tra i Romani che lo considerarono un pericoloso capo politico. Pertanto in occasione di un viaggio a Gerusalemme per la Pasqua, Ges, inizialmente osannato come messia, viene arrestato e condannato a morte per crocefissione, secondo l'usanza romana per i malfattori e i rivoltosi. L'anno della sua morte cade nel periodo in cui procuratore romano della Giudea eM Ponzio Pilato; secondo i calcoli pi attendibili era il 30 d.C. Ma dai Vangeli si apprende che Dio non abbandona il Figlio nel sepolcro, ma lo resuscita e poi lo innalza a S nella gloria. I testi sacri del cristianesimo Sia per l'ebraismo che per il cristianesimo il termine Bibbia designa le Sacre Scritture, cio i testi che esprimono la parola di Dio, essenziali per la fede e per la condotta dei fedeli. (Si veda il capitolo sull'ebraismo per quanto riguarda la Bibbia ebraica.) La Bibbia cristiana comprende due parti: I'Antico Testamento (o Bibbia ebraica) e il Nuovo Testamento, scritto in lingua greca. Circa l'Antico Testamento, oltre a quanto gi detto nel capitolo sull'ebraismo, esso rappresenta per il cristianesimo il periodo anteriore alla venuta di Cristo, ma da intendere in maniera unitaria con il Nuovo Testamento. Inoltre da sottolineare la divergenza tra protestanti e cattolici circa l'autenticit dei testi: i primi infatti accettano il canone adottato dagli ebrei e considerano autentici solo gli scritti redatti in ebraico, pur considerando trentanove libri (cio sdoppiando i libri di Samuele, dei Re, di Esdra e Neemia, delle Cronache e dei profeti minori), a differenza degli ebrei che ne contano ventiquattro. I cattolici e gli ortodossi, oltre i trentanove testi ebraici, aggiungono i sette desunti dall'antica traduzione greca dei Settanta (Giuditta, Tobia, Maccabei, due libri, Sapienza, Ecclesiastico o Siracide e Baruc), arrivando pertanto a considerare quarantasei libri. Il Nuovo Testamento comprende ventisette scritti, divisi in tre gruppi: l. i cinque testi di contenuto storico, e cio i quattro Vangeli e gli Atti degliApostoli; 2. scritti a carattere dottrinale e morale, e precisamente ventuno lettere apostoliche; 3. il testo profetico per eccellenza: I'Apocalisse di Giovanni. l . I Vangeli, o buona novella, sono quattro e sono indicati con il nome dei loro autori: Matteo, Marco, il pi antico, Luca e Giovanni; i primi tre raccontano i fatti con tale accordo che si pu seguire la narrazione in parallelo, pertanto sono detti sinottici. La loro struttura (con piccole variazioni) la seguente: presentazione di Ges, descrizione della sua opera e del suo messaggio, rapporti con i discepoli e con gli oppositori, infine umiliazione della Pas-

sione e glorificazione della Resurrezione. Da ci si comprende come essi offrano al lettore non solo l'annunzio salvifico di Ges, ma anche la vita e le azioni del Cristo, venendo quindi ad assumere un significato storico biografico e un valore di messaggio religioso. Il Vangelo di Giovanni invece, scritto intorno all'anno 100, presenta una struttura e un contenuto, oltre allo stile, molto diversi dai sinottici: la figura del Cristo assume il significato del Figlio eterno di Dio e del portatore della salvezza, e quindi sono in primo piano i contenuti dottrinali del messaggio, evidenziati per temi: la luce e le tenebre, la vita, la verit, il mondo, la gloria del Cristo, la sua missione. Gli Atti degli Apostoli, che risalgono agli anni 95-100 e sono attribuiti all'evangelista Luca, narrano la prima espansione della Chiesa attraverso l'opera dei discepoli, in particolare nella comunit di Gerusalemme, guidata dagli apostoli Giacomo e Pietro, e l'attivit di Paolo dalla Palestina a Roma. 2. Le lettere apostoliche costituiscono libri didattici in quanto vi si trovano la risoluzione di dubbi, chiarimenti dottrinali, esortazioni a dirimere controversie ecc. Le prime 14 (e non solo nel senso dell'ordine) appartengono a Paolo, il grande teologo della nuova rivelazione e prendono il nome dai destinatari: Romani, Corinti I e Il, Galati, Efesini, Filippesi, Colossesi, Tessalonicesi I e 11, Timoteo I e 11, Tito, Filemone, Ebrei. La Lettera ai Romani (scritta alla comunit cristiana di Roma per prepararla alla visita di Paolo) non solo la pi lunga, ma la pi importante per il suo contenuto dottrinale e teologico e per le conseguenti interpretazioni. Oltre alle lettere paoline rientrano in questo gruppo le sette lettere cattoliche, sempre indirizzate alla Chiesa delle origini ma designate con il nome dell'autore presunto: Giacomo, tre di Giovanni, e 11 di Pietro e Giuda. 3. L'Apocalisse di Giovanni, o Rivelazione di Giovanni come viene indicata in ambito protestante, uno dei libri pi difficili del Nuovo Testamento, composto probabilmente intorno al 90, si propone di consolare i fedeli colpiti dalle persecuzioni di Domiziano, e li invita pertanto alla speranza nel ritorno del Cristo, che completer il suo regno di giustizia e di pace, simboleggiato nella Gerusalemme celeste. Questi scritti del Nuovo Testamento, nell'ordine in cui li abbiamo elencati, che quello sancito dall'attuale canone (dal greco, misura o norma), costituiscono la rivelazione divina e hanno pertanto valore normativo. Tale canone fu fissato nel secolo Vl e in questa forma la Bibbia stata tradotta in circa milleduecento lingue e dialetti: per i cattolici fondamentale stata la traduzione latina di S. Gerolamo, detta Vulgata, mentre per i protestanti considerata ufficiale la traduzione tedesca portata a termine da Martin Lutero nel 1521 per il Nuovo Testamento, nel 1523-34 per l'Antico Testamento; tale traduzione, oltre a segnare un momento importante e decisivo per la Riforma, rappresenta una tappa nello sviluppo della moderna lingua tedesca. Contenuti dottrinali

Dio Dalla matrice giudaica derivata al cristianesimo la concezione di un Dio, unico e signore di ogni cosa, che tuttavia abolisce ogni distinzione razziale, essendo il Dio di tutti, e acquista accanto ai caratteri della giustizia, onnipotenza, grandezza e fedelt, quelli dell'amore, del padre amorevole e generoso che instaura con i suoi figli un rapporto di intimit tutta particolare. Diversamente da altre dottrine religiose contemporanee al cristianesimo, salda e chiara era la concezione della trascendenza di Dio rispetto a tutte le cose e pertanto si precisava l'idea della creazione dal nulla, con le conseguenze relative: inizio del mondo nel tempo, sua fine, sua insufrlcienza, per cui Dio vigila sul creato continuamente, e questo continuo atto creatore si definisce Provvidenza, per indicare il potere di Dio sugli avvenimenti e sulla vita umana. Un altro nodo teologico molto importante la rappresentazione trinitaria di Dio: quando Ges affida agli apostoli l'incarico missionario, cio di rendere tutti i popoli discepoli, esprime nella formula battesima'e la Trinit: Battezzateli nel nome del Padre, e del Figlio e dello Spirito Santo (Mt, 28,19). La Trinit sta a indicare la fede nelle tre persone divine (il Padre Dio, il Figlio Dio, lo Spirito Santo Dio), ma esse sono un unico Dio, quindi non triteismo, ma monoteismo. Nell'unica natura divina sono compresi il Padre che non generato da nessuno, il Figlio nato dal Padre prima di tutti i tempi e lo Spirito Santo, che dall'eternit deriva dal Padre e dal Figlio. Tale dottrina della Trinit fu formulata dai concili di Nicea (325) e Costantinopoli (381) ed riconosciuta da tutte le maggiori Chiese cristiane. Ges Cristo il Salvatore Se incerto che il giudaismo abbia avuto una concezione chiara del peccato originale dell'umanit, si deve affermare che il cristianesimo imperni su di essa la visione della realt e fece della salvezza dell'uomo decaduto un punto nodale della sua dottrina. Secondo il racconto della Genesi (3, 1-24), Adamo ed Eva, la prima coppia umana, simbolo dell'intera umanit, erano passati dallo stato di perfezione creato da Dio al peccato originale, radice di ogni altro peccato, come afferma anche Paolo in Romani (5, 12-21). Circa il tipo di peccato e il modo e il grado in cui si trasmette a ogni uomo non c' concordanza nelle Chiese e tra gli studiosi. In sintesi si pu dire che qualunque sia l'elemento materiale che lo rappresenta, il peccato da intendere come disobbedienza alimentata dalla superbia, un atto di orgoglio. Le conseguenze quindi sono la perdita dei doni soprannaturali della grazia e l'indebolimento della volont dell'uomo, per le Chiese orientali e la Chiesa romana, mentre le Chiese protestanti parlano di una conseguente e radicale corruzione della natura umana: ogni uomo, dal momento che nasce, in quanto uomo peccatore davanti a Dio, cio irrimediabilmente corrotto. Comunque per tutte le Chiese dalla concezione del peccato originale deriva la necessit di un'azione salvifica, di una redenzione, e a tale scopo Dio ha inviato sulla terra il Figlio come Salvatore. Il Cristo

Si deve sottolineare che la dottrina che tratta di Ges Cristo, detta cristologia, una delle parti pi complesse del cristianesimo, e ha raggiunto una sua formulazione definitiva, dopo lunghe disquisizioni, solo nel corso dei secoli che vanno dal IV al Vll, e non senza il permanere di divisioni. Indubbiamente, infatti, il Ges dei Vangeli sinottici non cos esplicitamente il Salvatore come troviamo in Paolo o l'apportatore di una nuova vita come in Giovanni, ma in tutti si avverte la consapevolezza della sua missione e dell'adempimento di un compito. Dapprima si afferma la messianit del Cristo, cio la convinzione che egli era colui tanto atteso, anche se si presentava in modo diverso dalle aspettative degli ebrei in un trionfo temporale; in un secondo momento si afferma il concetto di rigenerazione (come ritomo a una condizione primitiva) potentemente tratteggiata da Paolo nell'opposizione tra il primo Adamo e il secondo Adamo, cio Cristo: I'uno colpevole e causa di morte per l'intero genere umano, I'altro, Figlio di Dio fattosi uomo, il giusto per eccellenza e causa di vita per tutti, grazie alla sua volontaria morte in croce e alla susseguente Resurrezione e Ascensione. Collegato strettamente con quanto detto il problema relativo alla divinit e umanit stessa del Cristo, e si ricordata pi sopra la complessit della cristologia: se al Concilio di Nicea (325) si afferma che Ges Cristo vero Figlio di Dio e ha la stessa natura del Padre (in greco homousios), nel Concilio di Calcedonia (451) si sostiene che nel Cristo sono presenti due nature (divina e umana), unite in maniera indivisibile ma non mescolate (in greco hypostasis). L'antropologia cristiana e l'insegnamento morale Prima di cogliere come si sviluppa questo itinerario di salvezza messo in moto dalla venuta del Cristo, necessario soffermarsi sulla concezione dell'uomo secondo il cristianesimo e di conseguenza sul contenuto etico di questa religione. Nella Bibbia, dalla Genesi all'Apocalisse, moltissime sono le indicazioni antropologiche che offrono una visione poliedrica e complessa dell'essere umano; volendo sintetizzare si pu affermare che questo posto in una triplice, essenziale relazione: con Dio, da cui fu creato a immagine e somiglianza, suo capolavoro, che gli consente una posizione privilegiata nell'universo; con il mondo naturale, con la terra (in ebraico la adamah) e infine con gli altri esseri umani, come detto nel versetto Dio cre l'uomo a sua immagine: maschio e femmina li cre (Gen., 1, 27), in cui la relazione con Dio come relazione d'amore a fondamento del rapporto interpersonale. Da qui dunque la grande rilevanza della persona, in quanto nelle Scritture si afferma il valore ultracorporeo (o immortalit) della persona umana (per esempio Matteo, 16, 26): I'uomo vive per un soffio di Jahweh ed illuminato dalla luce del Logos. Comunque caratteristica del cristianesimo non la contrapposizione dualistica di anima e corpo, in quanto la prima, pur continuando a esistere dopo la dissoluzione del secondo, destinata a riassumerlo alla fine dei tempi e l'essere umano sar salvo nella sua interezza, come dice Paolo nella I Lettera ai Corinti: I morti si desteranno incorruttibili.

Ancora la centralit dell'essere umano emerge dal fatto che esso non subordinato a nessuna finalit mondana e si pone rispetto a tutti gli altri esseri e cose come un fine e mai come un mezzo. Se il fine dell'uomo solo Dio, a questi indirizzata la responsabilit individuale cui sono legati i destini dei singoli: I'importanza data alla libert personale e alla libera scelta comporta che l'uomo ha il dominio delle sue azioni, il merito e il demerito. Inoltre l'affermazione dell'interiorit umana, del bene e del male, nonch la superiorit degli interessi spirituali su quelli temporali (con forti possibilit di capovolgimenti sociali e politici, che tuttavia non erano nelle intenzioni di Ges) fa s che il male sia nella volont pi che nella carne o nella materialit, come un certo malinteso platonismo faceva credere nel pensiero greco. Cos come il pregio e la virt di un'azione non dipendono dal successo, ma solo dall'intenzione, quindi sempre dalla volont dell'uomo, di cui all'esterno si riveler solo un aspetto. Prima di completare questa parte sull'etica cristiana occorre tuttavia riallacciarci a quanto detto sul peccato originale: se la rinascita spirituale dell'uomo resa possibile dal sacrificio del Cristo, le confessioni cristiane si dividono sul modo di concepire questo cammino di riconciliazione. Le Chiese orientali e la Chiesa romana ritengono che gli uomini siano aiutati e sorretti dallo Spirito Santo e, ricevuta la grazia, possono con le opere buone meritare la grazia divina e guadagnarsi la felicit eterna. La Chiesa luterana e calvinista invece, ribadendo che lo stato dell'uomo quello di peccatore davanti a Dio, affermano che tale stato si modificher con la giustificazione (concetto fondamentale in Paolo), cio solo per volont di Cristo con la grazia. In altre parole, se gli uomini non possono iniziare da s questa rinascita, essa avviene per l'aiuto esclusivo dello Spirito Santo, aiuto che viene a intrecciarsi con la dottrina della predestinazione sviluppata soprattutto da Calvino: Dio salva con la grazia coloro che con suo imperscrutabile disegno ha eletto alla vita beata, e il successo terreno solo segno visibile di questa elezione. La grazia di Dio, invisibile direttamente, viene impartita mediante segni visibili, cio i sacramenti, che per i cattolici producono la grazia ex opere operato, secondo l'intenzione di Cristo, indipendentemente dalla persona che li impartisce e in collegamento con l'intenzione di chi li riceve (ex opere operantis), cio libero da peccati. Per le Chiese orientali e la Chiesa romana i sacramenti sono sette: battesimo, cresima, eucarestia, penitenza, unzione degli infermi, ordine e matrimonio. Le Chiese luterane e riformate riconoscono solo due sacramenti: battesimo ed eucarestia. Ritornando all'etica, strettamente collegata con questo messaggio soteriologico e con la portata escatologica di esso (I'instaurazione del regno di Dio lungamente preparato e giunto alla pienezza dei tempi), I'impegno etico del cristiano si concretizza nella conversione o metnoia, in risposta al dono della grazia e in vista appunto della venuta del regno: I'agire morale, tuttavia, prescinde dalla ricompensa ed da intendere solo come risposta al dono ricevuto. Principio del comportamento secondo le parole stesse di Ges l'amore o agape, che nel Nuovo Testamento significa amore di Dio per gli uomini e amore degli uomini per Dio, esemplificato nell'a-

more reciproco tra gli esseri umani. Com' noto, Ges con la parabola del buon samaritano non circoscrive l'amore del prossimo ai soli COnnaZiOnali, ma a tutti gli uomini, che in quanto figli di Dio sono fratelli, e anche ai nemici, proclamando in tal modo l'annullamento di ogni formalismo o barriera giuridica in nome dell'universalit esistenziale. Nel Nuovo Testamento, accanto al precetto dell'amore, i Dieci Comandamenti, risalenti alla tradizione ebraica, mantengono il loro valore di decalogo, seppure con diversit di ordine di successione nei va~ri catechismi cristiani; per i cattolici, poi, prevista l'osservanza di altri precetti e divieti, che per distinguerli dai comandamenti sono detti precetti della Chiesa: i cinque pi importanti sono: 1. santificazione del giorno festivo; 2. partecipazione alla messa; 3. osservanza del digiuno e astinenza; 4. confessione almeno una volta all'anno; 5. comunione almeno una volta all'anno a Pasqua. Chiese, istituzioni ecclesiastiche e confessioni Dopo la morte e la Resurrezione del Cristo i suoi discepoli cominciarono a riunirsi per pregare, per celebrare insieme l'eucarestia; in seguito iniziarono a somministrare il battesimo e a invocare il dono dello Spirito Santo: era in tal modo costituita la prima comunit cristiana di Gerusalemme. In seguito alla rivolta ebraica contro i Romani (66-70) tale comunit si trasfer a Pella nella Transgiordania, mantenendo le caratteristiche di comunit giudeo-cristiana. Il distacco dal giudaismo e quindi il primo cristianesimo si ebbe dal 70 al 150 d.C., che conclude il periodo post-apostolico. Nel corso della storia si sono avute varie comunit e Chiese che differiscono tra loro in base alla professone di fede: oggi le pi grandi Chiese organizzate sono: la Chiesa cattolica, le Chiese orientali, le Chiese protestanti e la Chiesa anglicana. La Chiesa cattolica considerata originariamente la Chiesa tutta, universale (katholiks in greco vuol dire universale), istituita da Ges stesso, come comunit sopranazionale con fini religiosi, di ordine e di magistero, con stn~ttura monarchico-gerarchica, con a capo Pietro, cui fu conferito un primato di giurisdizione da perpetuarsi nei secoli. Successore di Pietro nel primato universale il vescovo di Roma, o papa, che guida tutti gli arcivescovi e vescovi della sua confessione. Se il papa ha il potere giurisdizionale sui vescovi, nonch il privilegio dell'infallibilit per quanto riguarda le affermazioni dottrinali e morali ex cathedra (emanate, cio dalla cattedra apostolica di Pietro, quindi raramente), un'importante funzione di guida per la Chiesa hanno i concili ecumenici di tutti i vescovi cattolici, che si svolgono sotto la guida del papa stesso. Dalla Riforma in poi (si veda dopo) il termine cattolico ha assunto un significato confessionale per distinguere le Chiese che si collegano a Roma e ne riconoscono l'autorit da quelle protestanti, sorte dalla Riforma. Attualmente i milioni) e al tina e Chiesa nove milioni, cattolici sono il 57% di tutti i cristiani (pi di 884 loro interno si dividono in Chiesa cattolica romana o lacattolico-orientale o chiese uniate, che contano circa e si tratta di Chiese orientali che mantengono il rito

orientale e la lingua liturgica del loro paese, ma riconoscono il primato del papa e la comunit con la Chiesa di Roma. Le Chiese orientali sono le Chiese sorte nell'antico Impero Romano d'Oriente o da esse derivate: le pi numerose sono le Chiese ortodosse, cos definite in quanto accettano le deliberazioni dei concili di Nicea, Efeso e Calcedonia, in contrapposizione quindi agli Ariani, Nestoriani e Monofisiti (che costituiscono altre Chiese orientali). I fedeli ortodossi sono circa 1'8% di tutti i cristiani (circa 130 milioni). Tali chiese, pur concordando tra loro per la dottrina e le forme del culto, si definiscono autocefale (autos = proprio, kephal = testa), cio ciascuna con un proprio capo nazionale, praticano il rito bizantino e riconoscono al patriarca (capo delle sedi metropolitane) di Costantinopoli un certo primato d'onore; altri patriarcati importanti sono quelli discendenti dai quattro antichi dei primi secoli del cristianesimo, e precisamente Alessandria (sede attuale a Il Cairo), Antiochia (sede attuale Damasco), Gerusalemme, e la sunnominata Costantinopoli. Anche queste Chiese presentano una struttura gerarchica articolata in tre gradi: diaconi, preti, vescovi. La pi importante fra le chiese ortodosse quella russa, con il patriarcato di Mosca e di tutte le Russie: il patriarca di questa chiesa, dopo la caduta di Costantinopoli (1453), si autodenomin patriarca della terza Roma, per sottolineare la propria importanza quale guida del mondo ortodosso. Altre Chiese orientali sono, come detto, i Nestoriani, e i Monofisiti; i primi si richiamano a Nestorio, patriarca di Costantinopoli dal 428 al 431, seguono il rito caldeo e come lingua liturgica usano il siriaco. I Monofisiti (in greco: monos,fysis = natura) sono coloro che sostengono il valore unicamente divino della natura del Cristo, e se questa dottrina fu condannata al Concilio di Calcediona (451), ad essa si continuano a richiamare oggi le chiese Copta, (o chiesa Cristiana di Egitto), Etiope (chiesa presente in Etiopia che caratterizzata dalla liturgia protocristiana), Giacobita (che si divide in siro occidentale e siro malabarica, presente quest'ultima in India) e Armena (la pi antica chiesa autocefala dell'Oriente, detta anche Chiesa gregoriana). Le Chiese protestanti ebbero origine nel secolo XVI in seguito alla Riforma sviluppatasi originariamente in Germania per opera di Martin Lutero (1483-1546), autore delle Tesi che, se prendevano a pretesto le indulgenze e la corruzione della Chiesa di Roma, di fatto presentavano contenuti dottrinali nuovi o rinnovati. Se il termine protestante deriva dalla solenne protesta o testimonianza espressa nella dieta di Spira, i fedeli stessi preferiscono definirsi evangelici, in quanto lo spirito della Riforma fu proprio quello di rifarsi in modo radicale al Vangelo e al cristianesimo primitivo. Attualmente i protestanti contano circa 292 milioni di seguaci, cio il 18% di tutti i cristiani. All'interno delle Chiese evangeliche si distinguono: i luterani (circa 43 milioni), presenti soprattutto nell'area germanica, i riformati, che sono le comunit che si rifanno alle dottrine di U. Zwingli (1484-1531) e di J. Calvino (1509-1564), presenti in Svizzera, Germania e Paesi Bassi, mentre in Inghilterra e Stati Uniti prendono il nome di presbiteriani (il loro numero totale di 32 milioni di fedeli), i puritani anch'essi di derivazione calvinista, presenti in Scozia, Inghilterra e Nord America; altri gruppi sono i battisti, i metodisti, i

quaccheri. Va menzionata anche una Chiesa vicina al protestantesimo, la valdese, fondata nel 1176 da un mercante di Lione, che afferma un'idea rigorosa di pover~ evangelica. L'organizzazione interna delle Chiese evangeliche di tipo presbiteriale: le singole comunit godono di un'amministrazione autonoma, i presbiteri (in greco = i pi anziani) formano un consistoire o presbiterio, sotto la presidenza di un pastore, e assolvono a quattro distinte funzioni spirituali: il servizio dell'annuncio della parola (riservato al pastore e ai predicatori); I'insegnamento (riservato ai dottori), il governo della comunit (di spettanza del presbiterio) e la funzione di aiutanti (spettante ai diaconi). Soprattutto in Germania, accanto al presbiterio, si affermato anche il sinodo, composto di religiosi e laici, che ha il compito di stabilire la legislazione ecclesiastica nonch la suprema direzione e amministrazione delle chiese. La Chiesa anglicana nasce in Inghilterra all'epoca di Enrico VIII (1509-1547), che si separ dalla Chiesa romana, ed Chiesa di Stato in Gran Bretagna dal 1534, quando il parlamento la riconobbe come tale, mediante l'Atto di Supremazia, in cui si ritiene il re capo supremo della Chiesa; primate l'arcivescovo di Canterbury, che ha dimora a Londra e siede di diritto nella Camera dei Lord insieme con l'arcivescovo di York. Il numero degli anglicani di circa 68 milioni (4% di tutti i cristiani); come contenuti dottrinari l'anglicanesimo ha sviluppato una sintesi di elementi luterani, cattolici e calvinisti. Le correnti principali di questa Chiesa, sviluppatesi dal secolo XIX sono: 1. Low Church (Chiesa bassa), cio gli evangelicals, vicina ai protestanti, che svolge soprattutto attivit sociale; 2. High Church (Chiesa alta) pi vicina al cattolicesimo e che privilegia gli elementi rituali e gerarchici; 3. Broad Church (Chiesa larga), corrente liberale vicina alla teologia storico-critica. Francesca Brezzi. Le grandi religioni. NEWTON. Trascrizione elettronica per i non vedenti curata da: Ezio Galiano. VL L'islamismo Il termine Islam significa abbandono, sottomissione totale e incondizionata ad Allah (Dio), nome quest'ultimo presente 2697 volte nel Corano, libro sacro dell'Islam, come contrazione di al-ilah, la divinit per eccellenza. L'Islam una religione rigidamente monoteista, e fu rivelata dalI'arcangelo Gabriele, lo spirito fedele, a Muhammad (ital. Maometto), il profeta; i princpi dogmatici di questa predicazione sono raccolti nel Corano, la cui forma attuale riproduce la compilazione fatta per ordine di Othman, il terzo califfo, e la cui autenticit universalmente riconosciuta. Il Corano consta di 114 capitoli detti sure. I seguaci della rivelazione coranica sono in tutto il mondo circa ottocento milioni e costituiscono la seconda comunit religiosa del mondo dopo il cristianesimo; vengono chiamati musulmani, dal termine turco-persiano muslim, dedito a Dio. Gli arabi, popolo di Maometto, sono il 20% di tutti i musulmani, tuttavia rappresentano il vero nucleo dell'Islam sia geograficamente che culturalmente. Attualmente l'Islam diffuso in 162 paesi, come religione di Stato e della maggioranza della popolazione (Arabia Saudita, Yemen del nord,

Kuwait, Pakistan, Iran, Irak, Egitto, Marocco, Sudan, Tunisia, Siria, Algeria, Maldive, Malaysia, Bangladesh, Turchia, Afghanistan), ma anche quale comunit di minoranza come in India o in Europa. Vita di Maometto Come per gli altri fondatori di religioni, anche la vita di Maometto stata arricchita di elementi leggendari e gi prima della sua venuta al mondo si raccontano vari prodigi e annunci alla madre incinta; egli nasce da una famiglia di commercianti, appartenenti alla trib dei Qurays che dominava alla Mecca intorno al 571 d.C. Rimasto fin dalla nascita orfano di padre, fu affidato a una nutrice nomade e trascorse i suoi primi anni custodendo greggi nella zona montuosa del Taif. Persa poi anche la madre, sotto la guida di uno zio, Abu Talib, partecipa alle carovane commerciali dirette in Siria, diventandone guida e venendo cos a conoscenza del suo popolo, delle difficolt della vita nomade, ma imparando altres ad affrontare i disagi e i pericoli. Inoltre, essendo la citt della Mecca un importante centro di smistamento e transito tra Arabia meridionale, Siria, Egitto e India, Maometto incontra e conosce uomini di diverse religioni (ebrei e cristiani soprattutto, ma anche giacobiti e manichei). A venticinque anni, dopo una breve parentesi militare, entra al servizio della vedova quarantenne di un ricco commerciante, la sposa dopo aver trovato in lei la prima seguace e la prima credente, vivono un matrimonio felice per venticinque anni, mettendo al mondo due o tre figli maschi, morti precocemente, e quattro figlie femmine. Secondo alcuni studiosi (Caetani) la vita di Maometto come profeta e uomo di Stato si pu dividere in tre periodi: il periodo della Mecca, quello medinese e gli ultimi anni. 612-622 Nel 605 Maometto viene incaricato di risistemare in un angolo dell'edificio della Ka'ba la pietra nera, un meteorite oggetto del culto popolare, che si riteneva essere stato collocato in quel luogo da Abramo e che era stato spostato per alcuni lavori. Da quel momento Maometto si ritira per alcuni giorni all'anno a meditare sul monte Hira, interessato alle questioni riguardanti il giudizio di Dio e le mancanze umane. Nei suoi viaggi infatti aveva constatato come al politeismo idolatrico, in cui era caduto il santuario della Mecca, si contrapponesse la purezza del monoteismo ebraico-cristiano. E ci, a suo parere, grazie alla predicazione degli speciali inviati di Dio, i profeti; sempre pi si convince della necessit che ogni popolo abbia i suoi, e comincia a considerarsi l'inviato di Dio per purificare la religiosit del suo popolo restituendola alla purezza abramitica. Nella Notte del Destino (ultima decade del mese di ramadan del 610), in una caverna del monte Hira gli appare in sogno un angelo recante in mano un rotolo di stoffa coperto di segni, e gli comunica una prima rivelazione di Allah. Risvegliatosi e uscito dalla caverna, sente una voce che lo saluta dal cielo: Maometto tu sei l'Eletto di Allah e io sono Gabriele. Per i primi tre anni da quella Notte la rivelazione di Allah rimase circoscritta ai parenti di Maometto, successivamente penetr soprattutto fra le classi pi umili (artigiani, operai e schiavi), suscitando la reazione dei Qurays, preoccupati sia dalla composizione sociale di

questa nuova comunit, sia dalla predicazione antipoliteista del profeta, che veniva a colpire gli interessi economici del loro clan, custode del tempio in cui si veneravano una moltitudine di divinit, e centro di pellegrinaggi. La comunit di Maometto fu fatta oggetto di persecuzione e di vessazioni, fino al 622 in cui si verifica la svolta fondamentale: la fuga (o Egira) di Maometto e i suoi seguaci a Yatrib, che prese il nome di Medina (citt del profeta); da questo momento si fa iniziare l'era musulmana. 622-630 Il periodo di Medina rappresenta la trasformazione di Maometto da predicatore disprezzato a uomo di Stato e condottiero. In questa citt Maometto fa costruire la prima moschea islamica e costituisce una comunit comprendente, oltre gli emigrati dalla Mecca, membri delle trib locali, ebrei in attesa del messia: tutti questi gruppi sovrapposero ai legami originari Pautorit incontrastata del profeta, e dove questo non avvenne Sl venficarono misure repressive da parte di Maometto. Inoltre, in questo periodo, egli aggiunse al contenuto delle precedenti rivelazioni, che riguardavano la fine dei tempi (fine del mondo, gioie del paradiso, pene dell'inferno), nuovi contenuti pi a carattere politico-sociale, giuridico ed etico, in conformit al suo rango di capo politico, legislatore e guida militare. Da qui deriva anche il progetto di riconquista militare della sua citt natale, che si protrae con alterne vicende fino al 627 quando respinge un attacco a Medina; in occasione delle vittorie Maometto attribuiva sempre il merito all'intervento di Allah, introducendo cos il concetto di guerra santa (gihad), come strumento di espansione politica degli arabi. In seguito a questo successo ottiene di fare un pellegrinaggio alla Mecca, alla testa di diecimila uomini, di entrare trionfalmente nella citt, distruggere i simulacri delle antiche divinit arabe, prendere possesso della pietra nera e proclamare la Mecca citt santa dell'Islam, con l'obbligo per ogni fedele di compiervi un pellegrinaggio almeno una volta nella vita. 630-632 Gli ultimi anni della vita di Maometto rappresentarono il periodo di maggior trionfo, e insieme furono decisivi per la nuova religione, che si leg intimamente al mondo arabo, recidendo gli ultimi legami con le origini giudaico-cristiane: se prima Maometto si considerava continuatore dell'opera di Mos e di Ges, visto come profeta, ora proclama che la vera fede quella di Abramo, che non era n ebreo, n cristiano, ma semplicemente uomo sottomesso all'autorit di Dio, in arabo appunto muslim. Di conseguenza, nelle loro preghiere i musulmani non dovevano volgersi pi verso Gerusalemme, ma verso la Ka'ba; fu abbandonato altres il divieto di poligamia, ereditato dalla tradizione giudaica, il vener& fu sostituito al sabato ebraico, e il ramadan divenne il mese del digiuno. Inoltre Maometto si adoper a riorganizzare la societ beduina su basi religiose, anzich su legami di sangue: con il suo rientro vittorioso alla Mecca i mercanti ritennero prudente convertirsi e sottomettersi ad Allah per salvare il ruolo della ciK come citt santa, per conservare la posizione di preminenza e assicurare la pace alle proprie carovane. Alla sua morte (632) I'Arabia era uni-

ta, si presentava con un'organizzazione politica pi avanzata rispetto a quella tribale e, anche se il particolarismo non era scomparso del tutto, il profeta aveva sovrapposto la propria autorit religiosa e temporale alle diverse trib: nel discorso pronunciato durante l'ultimo pellegrinaggio alla Mecca Maometto aveva sostenuto che tutti coloro che appartenevano alla comunit musulmana erano fratelli. Le correnti dell'islamismo Se la forma pi antica dell'Islam risale a Maometto e ai suoi primi seguaci, gi nel secolo Vll si verifica una scissione a causa dei contrasti nati sulla successione al profeta alla guida nella comunit musulmana (ummah). Possiamo distinguere tre grandi correnti principali: i sunniti, gli sciiti e gli scismatici. Secondo i sunniti la carica di califfo (successore o luogotenente di Maometto) doveva essere riservata al parente pi prossimo del profeta, discendente in linea maschile dalla stirpe dei Qurays, anche se poi accettavano la libera elezione fatta dalla comunit all'interno di questa cerchia. I sunniti sono i musulmani che si mantengono fedeli alla Sunnah (o tradizione) e al Corano e costituiscono ancora oggi circa 1'83% di tutti i musulmani. La Sunnah contiene le tradizioni sulle parole, sulI'operato e la vita di Maometto, raccolte negli hadi~, e insieme al Corano costituisce la base normativa di comportamento di ogni musulmano sunnita. Essi si considerano i musulmani ortodossi e ritengono pertanto veri e propri errori dottrinari, definendoli come bid'a (innovazioni) tutte le modifiche alla Sunnah e alle regole di comportamento dettate dalla tradizione. 82 LEGRAMDIREIGIO~ Nell'ambito dei sunniti sono sorte quattro scuole giuridiche: gli hanifiti, i malikiti, gli sciafiiti e gli hanbaliti, scuole tuttavia che si differenziano solo supefficialmente e la cui coesistenza pacifica. Gli sciiti (o alidi) sono chiamati i seguaci della shi'a (partito di Al), cio di coloro che considerano legittimi successori di Maometto solo Al (602-661, califfo dal 656), cugino e genero del profeta, e la discendenza dal suo matrimonio con la figlia di Maometto, Fatima. Secondo l'insegnamento della shi'a Maometto prima di morire avrebbe iniziato ai segreti pi profondi Al, il quale a sua volta avrebbe trasmesso questo sapere alla famiglia: i suoi diretti discendenti pertanto sono considerati imam, ovvero guide e custodi di tale sapienza. Dal punto di vista dottrinale la principale differenza con i sulmiti consiste nel fatto che gli sciiti aggiungono alle cinque verit fondamentali dell'Islam (di cui si dir tra poco) una sesta, appunto la figura dell'imam, a cui si riconosce un'autorit assoluta perch discendente diretto di Maometto. Anche all'interno degli sciiti sono presenti varie correnti e le principali sono: gli zaiditi, gli ismailiti, gli imamiti. Gli scismatici comprendono numerose correnti: la principale quella dei kharijti, nome che significa coloro che vanno in battaglia in contrapposizione a coloro che restano a casa>~ (ga'idun). Essi

sono sostenitori di un rigido codice etico, e l'imam dev'essere un uomo moralmente integro, cos come il califfo, senza alcun riferimento al grado di parentela con il profeta, pu essere anche uno schiavo abissino, se il pi degno. Un ramo dei kharijti rappresentato dagli ibaditi, che a loro volta hanno dato origine agli wahhabiti, che proclamano il ritomo all'Islam originario di Maometto, con l'annullamento di tutte le innovazioni successive, non esclusa la venerazione del profeta, dei santi le reliquie e i sepolcri. Il credo wahhabita religione di Stato nell'Arabia Saudita. Un'altra corrente scismatica quella degli yazidi, presente soprattutto tra i curdi: prendono il nome dal califfo Yazid I che combatt contro il figlio di Al, Husayan, nel 680. Vengono anche chiamati timorosi di Satana per il divieto-paura che hanno a pronunciare il nome di Satana o parole a quella vicina. Il loro credo risente, oltre che dei princpi islamici, di antichi riti orientali, zoroastriani e cristiani. Un altro gruppo etnico-religioso quelio dei drusi, che prendono il nome dal turco Muhammad ibn Isma'il ad Darazi, predicatore vi~ suto intorno al 1017-18 in Egitto: egli consider il califfo dei fatimidi al-Hakim un'incarnazione di Allah. Essi credono che la divinit si incarni per gradi, durante periodi ciclici, in alcuni uomini eccezionali, I'ultimo dei quali fu appunto il califfo al-Hakim. I loro doveri comprendono l'obbligo di dire sempre la verit, la professione di fede nell'unit di Dio e la completa sottomissione a lui, mentre non ritengono necessario il digiuno e il pellegrinaggio alla Mecca. I fedeli sono divisi tra iniziati e non iniziati, e a capo del movimento vi un emiro. I drusi si diffusero poi in Siria Infine sempre tra le correnti scismatiche da ricordare il movimento degli ahmadiya, fondato in India intorno al 1879-80 dall'indiano Mirza Ghulam Ahmad, il cui centro Rabwah, in Pakistan, anche se in seguito si ebbe una seconda sottocorrente con centro a Lahore. E questo un movimento che unisce sincreticamente elementi vari di derivazione cristiana e ind, ma significativo per certe aperture come la possibilit di traduzione del Corano nelle lingue nazionali (a differenza dei musulmani ortodossi dell'epoca) e la convinzione di una diffusione dell'Islam in forma pacifica, rifiutando quindi il concetto di guerra santa. Contenuti dottrinali L'Islam una religione monoteista, il cui dogma principale l'unicit di Dio, chiamato Allah. Egli l'unico Dio, trascendente e onnipotente, nonch clemente e misericordioso, e tale assoluta unicit spiega la fiera opposizione non solo verso ogni forma di politeismo o associazione di di, ma anche dlla Trinit cristiana. La professione di fede islamica espressa nella sura 21, con le parole stesse di Allah: Non c' altro Dio fuori di Me: perci adorate Me soltanto. In seguito si aggiunse a questo un altro dogma: Maometto l'inviato di Allah, I'ultimo e il pi grande dei profeti. Islam pertanto sta a significare non solo, come si detto, sottomissione, dedizione nei confronti di Allah, ma anche la vera religione (come afferma il Corano: certamente la vera religione di Allah l'Islam), e infine i doveri religiosi che tale credo comporta per ogni musulmano (il termine muslim participio del verbo salima, sottomettersi, il cui infinito appunto islam).

La forza principale dell'islamismo rappresentata proprio da questo monoteismo senza compromessi e relativamente semplice, che imped il sorgere di questioni e dispute dottrinarie, rafforzato dalla proibizione di rappresentare con immagini la divinit; quando il Corano afferma che Allah possiede tratti umani (mani, orecchie, voce), questi sono reali ma non colti dalla mente umana e, a partire dal sec. vm, si diffonder l'interpretazione in senso figurato di questi passi, contro ogni deviazione in senso antropomorfico. Allah uno e i suoi attributi (sapienza, visione, volont) sono eterni come eterna l'essenza divina, dalla quale emanano senza essere realmente distinti. Allah il creatore di tutte le cose, e Signore del mondo, in una visione occasionalista di esso, in quanto Dio anche l'unica causa della realt: tutte le cose sono costituite di atomi creati e distrutti da Dio con atti continui e ripetuti. Egli cre gli esseri umani (Quindi aveva fatto di essi una coppia, il maschio e la femmina) e nel giorno del Giudizio sar giudice supremo. Egli creatore anche degli atti umani e pertanto salva e danna chi vuole, anche se nel Corano vi sono passi che non escludono la responsabilit e la libert umana, perch su questa si basa poi la dottrina del Giudizio finale, secondo la quale alla fine dei tempi, dopo grandi catastrofi naturali come terremoti, incendi, oscuramento del sole e caduta delle stelle, alcuni saranno destinati al paradiso (alganna, il giardino) e altri al castigo dell'inferno (an-nar, il fuoco). C' da aggiungere a questo proposito che la fede islamica non pone il problema della conciliazione tra onnipotenza divina e autonomia dell'uomo: i musulmani infatti accettano la coesistenza dei due aspetti, anche se alcune scuole insistono sull'assoluto arbitrio di Dio e altre mantengono la libert dell'uomo. Il paradiso e l'inferno vengono descritti nel Corano (e immaginati nella fantasia popolare) con colori vividi: il paradiso offre al beduino tutto ci di cui era privo nel deserto, per cui si hanno giardini ombrosi, ruscelli d'acqua, sorgenti, latte, vino e miele, la compagnia di fanciulle incantevoli ed eternamente belle (sura 52), ma accanto ai piaceri sensuali nel paradiso vi anche il godimento della visione di Allah. L'inferno diviso in zone: la pi elevata (gehenna) destinata ai musulmani peccatori, le altre sono riservate a peccatori diversi o a peccatori di altre religioni. Solo coloro che perdono la vita nella guerra santa vanno immediatamente in paradiso dopo la morte, gli altri attendono il Giudizio finale nelle loro tombe. Intorno ad Allah vi sono gli angeli, spiriti creati da lui e asessuati. I pi importanti sono Jabra' (Gabriele), dal quale Maometto ricevette la rivelazione, Mikal (Michele), guida degli uomini, Israfil (Raffaele), che suoner le trombe della Resurrezione e Izra'il, I'angelo della morte. Inferiori agli angeli sono i ginn, esseri intermedi tra gli angeli e gli uomini, figure sessuate che mangiano e bevono; possono essere buoni o cattivi, credenti o infedeli. Ogni uomo ha due di tali geni al suo fianco, appunto uno buono e uno malvagio. Vi sono infine anche i demoni, a capo dei quali si trova Iblis o Saytan (Satana), angelo ribelle che si rifiut di prosternarsi dinanzi al primo uomo, Adamo, sedusse Eva e fu cacciato dal paradiso (sura 38). Per aiutare gli uomini sviati da Satana, Allah ha mandato 124.000

profeti, tra i quali esiste tuttavia una gerarchia: 313 sono messaggeri superiori e apostoli (rasur) e di questi 28 vengono nominati nel Corano: il primo Adamo, seguito poi da Abramo, amico di Dio, Mos e Ges, a cui attribuito il titolo di al-m~sih, il messia, e che gode di particolare rispetto, anche se non si ammette la morte in croce e si crede che sia stato assunto in cielo e un sosia sia stato crocifisso e sia morto. L'ultimo Maometto, chiamato il sigillo dei profeti (sura 33). Con lui si conclude la Rivelazione; la legge da lui rivelata sar valida fino alla fine dei tempi ed egli si pu fregiare del titolo sia di nabi, in quanto beneficiario della Rivelazione, che di rasul, in quanto messaggero di Allah nella comunit islamica (ummah). Inoltre, come si visto, Maometto fu anche capo politico, in quanto non ha valore per l'Islam la distinzione tra sacro e profano, tra religione e politica. Grande importanza ha in questa religione il messaggio etico, e di conseguenza la shari'a (legge) rappresenta il fulcro di esso. La shari'a (che in origine era la via che conduceva al luogo dove si abbeveravano le bestie) assume il significato metaforico forte di via da seguire, legge canonica, complesso dei doveri religiosi, e anche fonte del diritto statale. In altre parole essa comprende in s e abbraccia tutta la vita religiosa, politica, sociale e individuale dei musulmani, regolando i rapporti verticali con Allah e orizzontali della comunit. In questo contesto vanno considerati i cinque pilastri (arkan) dell'Islam, cio i cinque precetti fondamentali che l'uomo deve rispettare per meritare il paradiso: 1. credere nella professione di fede (shahada), riassunta nella formula coranica: non esiste altro Dio alI'infuori di Allah e Maometto il suo profeta. 2. La preghiera rituale (salat), prevista cinque volte al giorno con il viso rivolto alla Mecca. 3. La carit o elemosina legale (zakat), che ha valore di purificazione religiosa (e non esenta il credente dall'elemosina individuale). 4. Il digiuno (sawan) dall'alba al tramonto nel mese di ramadan. 5. Il pellegrinaggio (hagg) alla Mecca almeno una volta nella vita. Presso alcune correnti dell'Islam (ismailiti e kharijti) esiste anche un sesto precetto, la guerra santa o gihad, e presso gli sciiti, come si detto, anche la fede negli imam considerata un dovere fondamentale. Il rituale Dei cinque pilastri bisogna approfondire il comando del digiuno e del pellegrinaggio, che vengono a rappresentare i momenti rituali e le festivit dell'islamismo. Il digiuno della durata di un mese fu introdotto da Maometto nel secondo anno dell'Egira e ha sostituito il digiuno di un giomo fino ad allora osservato a imitazione degli ebrei. Il mese di ramadan il nono del calendario musulmano, ma non ha cadenza fissa, e viene detto anche mese del digiuno: durante questo periodo ogni musulmano adulto e sano si esime da particolari azioni, non mangia, n beve, non ha rapporti sessuali; importante la notte tra il 26 e il 27 chiamata la notte della decisione, in ricordo della decisione di Allah di inviare il Corano. Il grande pellegrinaggio alla Mecca (hagg), prescritto una volta nella vita a ogni musulmano, dev'essere intrapreso nell'ultimo mese lunare e rappresenta il compimento della vita religiosa (una volta condotto a temmine, infatti, il fedele prende il titolo di haggi, pellegrino) e nei casi che venga compiuto in gruppo da fedeli provenienti da varie parti del mondo rafforza lo spirito comunitario. Al pellegrinaggio sono legati vari riti e cerimonie (come l'abluzione, i giri rituali dell'edificio sacro, il bacio della pietra nera).

Altri momenti importanti sono le festivit di bayram: il piccolo bayram la festa della fine del digiuno, al termine del ramadan, il grande bayram, settanta giomi dopo, o festa del sacrificio perch si immola un animale, ha inizio il dieci del mese di dhu- ' I higga e dura quattro giomi. Con questo nome, che deriva dal mantello di lana grezza (suJ) indossato dagli asceti, si designa il movimento che all'intemo dell'Islam approfon& alcuni aspetti della religione in senso interiore, mistico-ascetico e spiritualista: inizialmente il movimento che poneva in primo piano la virt dell'amore e la possibilit di unione con Allah piuttosto che l'obbedienza alla sua legge, fu avversato. Tuttavia si svilupp nel IX secolo in Iraq, in Egitto e soprattutto in Persia, raggiungendo il suo apice con Husayn ibn Mansur al Hallag (858-922), mistico sostenitore dell'unione anche attraverso il dolore con Allah. Questo asceta e mistico fu per condannato a morte e l'opera di conciliazione con l'ortodossia sunnita fu compiuta dal filosofo e scienziato Abu Hamid al Ghazali (1058-1111). Dal secolo xmpoi acquistarono importanza i dervisci, gruppi di seguaci del sufismo riuniti in confratemite simili a ordini religiosi; da allora sono circa cento le confratemite all'intemo del sufismo. Le caratteristiche comuni sono: abbandono alla fiducia di Allah, insistenza sull'unicit di Dio e svalutazione di tutto ci che Dio non , riconoscimento e venerazione degli amici di Dio o santi intercessori, grande sviluppo dell'interpretazione allegorica dei testi sacri. Molto importante poi la pratica ascetica per il raggiungimento dell'estasi, costituita di preghiera, di esercizi spirituali e liturgici, singoli e collettivi, abluzioni, musiche e danze. I sufi vivono in monasteri in cui, oltre alle stanze per i religiosi, vi sono camere per visitatori e pellegrini. Proprio per questa azione di solidariet, oltre che per l'opera missionaria, il sufismo ha molto contribuito alla diffusione dell'islamismo. FINE.