Sei sulla pagina 1di 156

CAMILLO ANTONA-TRAVERSI

(Bose cavucciane...

I^DLJOS'.

S'

'

G.

B.

PARAVIA

&

C.

Prem. Stab. Cromo-Tip.

LUIGI

& ITALIANO SIMBOLI

Recanati

AL CORTESE LETTORE,
Neil'

anno di grazia 1889,


L.
Battei di

io

davo

alle

stampe

per

tipi
:

dell' editore

Parma

il

un volumetto dal
quale,

titolo

Spigolature classiche leopardiane,


lo

in altro

paese

mi

dico oggi, a distanza di molti anni e senza

amarezza

avrebbe procacciato, nel ristretto

mondo

dei letterati e dei filologi,

non poca lode


Fochi,
stizia alle

; e fruttata,

forse,

una Cattedra

universitaria.

invece,

se

ne accorsero, ne parlarono, resero giufatiche.

mie lunghe, pazienti, amorose

Qualche anno dopo, nella Rassegna Nazionale di Firenze,


pubblicai

un lungo
secolo

studio sulla

Lirica classica della seconda


.

met del
Solo,

XVIII

nei Levia Gravia e nei luvenilia

a farne menzione

almeno

eh' io

sappia

fu

Giu-

seppe Checchia, autore di un eccellente lavoro sulla Vera critica


delle
fonti a proposito di

pretese imitazioni

carducciane,

il

quale ne disse in questi termini:

Camillo Aitona- Traversi fu

il

primo, o dei primi, a

ri-

cercare
le

un

vent'

anni

fa, in

un opuscolo ora non

pi, reperibile,

imitazioni carducciane specialmente da Orazio e altri latini;


lo fece

ma

con industria
il

sottile

non disgiunta da ammirazione


il

grandissima verso

nostro
servili.

Poeta, e senza

pi lontano

ac-

cenno a derivazioni

Dopo

il

Traversi, nessuno continu cos largamente qtieste


riprese

indagini, che furono

da molti

altri

soltanto dopo

la

un movimeito inconsulto

morte del Carducci, cio quando alla sua apoteosi, che degener
in feticismo, segu quxisi per reazione

di

neo-critici .

Grazie sian rese al valoroso Professore di questo suo atto


di gentile giustizia. Oggi, riunisco quelle mie ricerche in questo
libro,

lo

mando
la bella

fra gli studiosi del grande scrittore marem-

mano, onde

fama

s'

accresce e accrescer sempre piii con

V andar

degli anni.

* * *

In pari tempo, raccolgo alcune


ducci,
dell'
le

lettere

scrittemi dal

Car-

quali fan
e

nuova

e bella

testimonianza

della

nobilt

animo suo;
*,

ristampo un mio vecchio commento al

Qa-

Ira

che

credo riuscir possa di

qualche utilit a quanti

giovani

e vecchi

leggeranno quei mirabili sonetti sulla Rivo-

luzione Francese, e trarranno da essi insegnamenti sempre nuovi


e

cnsoni ai tempi che noi tutti viviamo.

Camillo Antona-Tra versi

Parigi, agosto del 1920.

LA

LIRICA
Nei

DELLA SECONDA MET


<'

DEL

SECDLO

LEVIA GRAVIA

nei

''

lUVENILIA

Quantunque i Levia Gravia e i luvenilia rigurgitino reminescenze leopardiane (tanto che il numero di queste supera, per avventura, la somma totale delle reminescenze degli altri classici), tuttavia il Carducci non deriva da Giacomo Leopardi. E mal a proposito, cred' io, si compiacque lo stesso Carducci, in una nota ai Decennalia, d'aver saputo opportunamente e abilmente innestare a una sua poesia un verso leopardiano. Ben altre compiacenze, pi superbe e invidiabili, pu concedere meritamente a se stesso l'illustre uomo {sume superbiam quaesitam meritis); e pu facilmente gettare, da gran signore, questa misera che io ardisco negargli. Perch i molti versi ed emistichj leopardiani, che si trovano sparsi pei Levia Gravia e pei luvenilia, vi stanno evidentemente come sovrapposizioni eterogenee, anche quando, o Y argomento lugubre (come nei versi In memoria di Domenico Carducci mortosi di ferro), o il generoso sdegno per la presente umilt della patria (come neir ode AgV Italiani, e altrove) sembrerebbero dover avvicinare il Carducci al Leopardi. I versi del grande di Recanati, in mezzo a quelli del Carducci, m' hanno V aria di estatici Eremiti della Tehaide fatti partecipare con dolce violenza a un giocondo e tempestoso convivio di legionarj romani; ovvero mi ricordano Fra Cristoforo assistente al lieto, clamoroso pranzo di don Rodrigo e del conte Attilio, e partecipante al generoso
di

vino e alla

mondana

discussione

della

brigata.

cosi

doveva necessariamente avvenire: troppo diversa era la


versi
i

di-

natura del Leopardi da quella del Carducci. Troppo


fisiche

tempi, e le circostanze politiche, sociali, domestiche,

della vita dei due poeti. N bast a ravvicinar due nature discordanti la conformit degli studj e degli entusiasmi classici, n quella educazione greco-romana, da cui il Leopardi specialmente nell' et matura altro non prese che la forma. Ma qui sorge spontanea una domanda Come si spiega la esuberante abbondanza di reminescenze leopardiane nei Levia Gravia e nei luvenilia ? Le reminescenze di un poeta, specialmente quando sono in cos ostinata continuit, indicano necessariamente il lungo studio e il gravide amore rivolto dall'imitatore al poeta imitato. Or, questo lungo studio e questo grande amo^e indicano quasi sempre una certa affinit e somiglianza tra l'ingegno dello imitatore e quello dell' imitato. Ecco io credo che il Carducci, giovinetto, immerso fino agli occhi nei classici greci e latini, leggendo per la prima volta il Leopardi, e specialmente i canti nei quali il Recanatese riprodusse divinamente le forme e gli eterei fantasmi della poesia greco-romana, dovesse necessariamente ammirare, adorando, il sommo ingegno che seppe riprodurre da maestro ci che era il suo sogno principale. Di qui, l'amore del Carducci per il Leopardi amore che, come ognun vede, fu indiretto e riflesso. Egli am nel Recanatese le divine forme e i fantasmi dei poeti greci e latini pur ammirando e adorando quelle, ricalcitr sempre alle malinconie e alla tetra disperazione che formano il substrato e l'essenza dell' ingegno leopardiano. Come i primi Cristiani anche di nazione e di lingua diversi si chiamavano fratelli in Cristo, e s' amavano tra loro solamente per Cristo ; cosi il Carducci, non ostante la diversit d'ingegno e di natura, am ardentemente il Leopardi soltanto per la comunione

degli

studj e degli

entusiasmi classici.

ci

servir a

spiegare anche un altro fatto; cio, che le reminescenze

leopardiane nel Carducci, bench innumerabili, sono sem-

pre (come vedremo nella seconda parte di questo studio)


di

identit di locuzioni;

pura forma, e consistono quasi sempre laddove dagli altri

in

una semplice
il

classici

Car-

ducci deriv spesso concetti e pensieri importantissimi.


Assai
poesia di
;

dalla
nelle

meno discord il Carducci dall'ingegno e Ugo Foscolo quantunque rarissime siano,


una continua e
distinta

poesie del nostro, vere e distinte reminescenze foscoliane.


Si sente, piuttosto, in
di aspirazioni e d'
:

due ingegni siasmo per i fantasmi eterei della greca poesia, e dal comune punto di partenza. Perocch a me pare che il punto di partenza della grande opera lirica del Carducci

conformit immagini, la profonda somiglianza dei somiglianza accresciuta dal comune entu-

(come per quella del Foscolo) la lirica classica della seconda met del secolo decimottavo. Per essa, e con essa, risali il Carducci agli esemplari latini dei poeti di quel periodo, Tibullo e Ovidio; specialmente al modello principale, Orazio. E ci tanto vero che, quando gli avviene d'imitar passi oraziani (come gli accade spessissimo nei Levia Gravia e nei Iuvenilia\ lo fa talora con le stesse
sia

parole e frasi

adoperate,

nella imitazione

dei

medesimi

passi, dal Cerretti, dal

Fantoni e dagli

altri di

quel tempo.

Dico talora, perch il pi delle volte il Carducci sa rendere da vero e grande poeta (anche nelle cose sue pi giovanili) la voce di Orazio laddove i lirici del settecento ne danno spesso un' eco indistinta, fioca, talora anche falsa. Ci potranno giudicare da se stessi i lettori, scorrendo i raffronti che troveranno appresso; nei quali, dopo aver indicato i versi del Carducci derivati da Orazio, aggiungo non poche imitazioni, o traduzioni, che degli
;

stessi versi fecero


d'

lirici

del settecento.

Anche
di

il

pensiero

imitare

metri oraziani venne primamente al Carducci


di quei lirici: e, certo,

dallo studio
tratt in
il

prima

lui,

ninno

Italia

tanto

abilmente

metri oraziani quanto


e confrontare

Fantoni. Sarebbe, io credo, opera non inutile all'avveni-

re della metrica barbara in Italia studiare


gli

due abilissimi maneggianon bisognerebbe trascurare le Primavere elleniche^ che trovansi nel volume delle Nuove Poesie, n l' ode Al Targioni e quella A Giulio, le quali si trovano nei luvenilia. E se il Carducci (come mostrer pi sotto) tenne sempre un po' massime nei Levia Gravia e nei luvenilia - dei lirici del settecento
le

esempj e

norme

di questi

tori dei

metri oraziani. In

tal caso,

in generale,

anche pi degli
si

altri egli

del Fantoni, di cui

ricorda talora

sin

tenne del Fantoni: anco nelle Odi


dell'

Barbare.

Cito,

come esempio, un verso


:

ode Nella

Piazza di San Petronio

le

moli

Che

il

braccio armato cupe lev de gli avi,


di

che reminiscenza evidente


Ferretti Preste)
:

questi

del

Fantoni {Al

l'alte torri

che innalz l'armato Braccio de gli avi

(1):

di quel Fantoni,

ora troppo ingiustamente dimenticato e


il

che pu

dirsi, sotto certi rispetti,

precursore di Giosu
le

Carducci. Che

se,

come ho
il

gi detto, nelle imitazioni e

derivazioni da Orazio,

Carducci usa spesso


lirici

medesime

parole e frasi adoperate da

del settecento, tanto pi

spesso ci

gli

questo luogo

d'

avviene col Fantoni. Imitando, per esempio, Orazio (IV, 9)


:

Alcaei minaces

Camenae,
il

Carducci scrive

Ed

al cantor lesbiaco

Spavento de' tiranni;

secondo dei quali versi copia a dirittura un verso del Fantoni


il
:

Alceo dai lunghi affanni, Spavento de' tirann

Carducci sort da natura ingegno pi profondo e vasto del Fantoni e V ingegno naturale rafforz e temper col lungo studio e con la molta dottrina cosa che il Fantoni, dissipato per indole e travolto continuamente nelle brighe creategli dalla sua scapataggine, non fece. N il Fantoni pot sempre animar la sua lirica
Certo,
il
;

(come

ai di

nostri fu dato

al

Carducci) di quegli
-

spiriti

di libert e di giustizia,

che noi

venuti dopo due o tre

rivoluzioni^
dall' Alfieri

respiriamo

nell'aria;

n pot
il

apprendere

e dal Foscolo (come pot

Carducci) la fierezza

fremito di nobili sdegni; n da il convulso Vincenzo Monti lo splendore e l'impeto sonante dell'immaginoso verso; n pot arricchirsi (come il Carducci)
tacitiana e
delle squisitezze stilistiche e dei felici ardimenti
di

Ugo
la

Foscolo

di

Giacomo Leopardi. A ogni modo, per


lo sfolgorio delle
l'

condensazione e

immagini,

lo

splendore

delle locuzioni oraziane,

imitazione felicissima di alcuni

metri d'Orazio; e anche per aver cantato talora libert


e giustizia

prima ancora della Rivoluzione Francese,

con le stesse eleganze prima ancora di Vittorio Alfieri del Venosino imitate poi dal Carducci, pu dirsi, a buon
vero precursore di lui. solamente dal Fantoni, si bene da tutti i lirici seconda met del secolo decimottavo, tolse spesso della Iiweniliaj concetti, il Carducci, nei Leiria Gravia e nei immagini, locuzioni.
diritto,
il

Ma non

Facciamo alcuni

raff'ronti.

Nella bella ode / Voti,

il

Carducci, dopo aver detto,

con crescente splendore d' immagini e impeto di suoni, eh' egli consacra il suo canto alla virt, alla patria, alla libert; e dopo aver aggiunto:
Adulator di trepidi
Liberti e vili sofi io

non

sar,

soggiunge

Che

se nel reo servizio


'1

Precipitar co

vulgo anch'

io

dovr,

Immaturo com.pongami
Del fratel generoso entro V ave

La Madre.

Parimente,

il

Cerretti, nell'ode

La

Filosofia morale,

dopo avere

scritto:
Schifo d'aduator suono mendace, Se aver dee nobil meta al canto mio,

Sien lunghi

giorni miei,


soggiunge
:

10

Ma

se,

me

stesso e alle tue leg-gi

infido,

Dando

al sentier

de

la virt le

spalle,

Prima su
Componga,

'l

fato

mio pianto immaturo


il

Versi la inadre^ e tra profumi eoi


i

membri sovra

rogo oscuro.

L'ode A Febo Apolline - che , forse, la men bella di quante ne abbia mai scritte il Carducci, ma che pu offrir materia a uno studio curioso - ribocca di reminiscenze dei lirici del settecento. Il concetto fondamentale dell'ode una preghiera fatta dal poeta al sole affinch tramonti presto, perch attendono esso poeta, al cader della notte, gli amplessi della sua fanciulla. Ugualissimo il concetto dell' ode del Mazza, La notte, in cui il poeta prega la notte a discender presto per affrettare i sospirati gaudj del talamo. Cito con ragione V ode del Mazza, perch questi - al pari del Carducci - si dilunga molto nella preghiera, facendone quasi il concetto fondamentale della sua ode, come della sua fa il Carducci. Ma brevi e fuggitivi accenni a cotal desiderio e voto trovansi frequente-

mente nei lirici del settecento e nei poeti latini imitati da quelli. Il Parini, che pur fiori nella seconda met del secolo, scrive nell' ode Le Nozze :
Quando
il

sole in
il

mar
si

declina,
:

Palpitare

cor

sente

Gran tumulto nella mente. Gran desio negli occhi appar;


ai

quali

versi

ebbe,

forse,

l'occhio
il

il

luoghi di questa sua ode.

Anche

Cerretti, nell'

Carducci in varj ode Tibullo

a nozze Lucchesi

Gi d'Esper nel ciel brilla la luce: Qual mai d'Esper v'ha luce pi bella, Che le fanciulle a' talami conduce?;

quali versi, del resto, son

imitati o tradotti

da Catullo

{Carm. LXII):

11

Hespere qui caelo lucet iucundior ignis ? Qui natam possis complexu avellere matris, Et iuveni ardenti possis donare puellam Quid datur a Divis felici optatius bora ?
:

come ancora Tibullo e Ovidio (imitati frequentemente dai Lirici del settecento) gi
lo

stesso

Catullo

avevano

fatto in pi luoghi gli stessi accenni. Ovidio,


di
-

per

Piramo e Tisbe la storia dei quali amanti toccata molto opportunamente dal Carducci nella stessa ode, avendo l'occhio evidentemente a Ovidio (2) - dice che il giorno, precedente il convegno notturno di quei due amanti, sembrava loro molto pigro
esempio, l dove parla
e lento a tramontare {Mei. IV)
:

et lux, tarde decedere visa,

Precipitatur aqnis, et aquis nox surgit ab isdem.

E
LXII)
:

Catullo, parlando pure di sposi novelli, dice {Carni.

Vesper Olympo Expectata diu vix tandem lumina tollit.

In

fatti,

anche

il

Carducci nella stessa Ode scrive:

E
i

corro e guardo ed Espero


in cielo affretto;

Gridando

quali versi, ricordano, nelle


altri

immagini e nella locuzione,


del

due
notte.

versi

degli

Amori

Savioli

il

quale,

al

contrario del Carducci,

non potendo godere durante

la

De
e

la fida d' altrui

sposa a

lui cara,

desiderando

all'amata donna, dice

ardentemente V alba, (// Furore):

per

poter

correre

l'alba affretto^ e
il

ai

talami

Gridando

sol precedo.

Del rimanente, nella detta ode A Febo Apolline, il Carducci imita assai spesso gli Amori del Savioli. Dice, per esempio, il Carducci
:


Ah

12

no, che sen pi candido

Endimion non strinse Quando notturna venere

La
e
il

schiva dea scinse

Savioli,

pur

in via di

paragone

(//

Passeggi):

Forse

fatte in Caria

Endimion string-ea Quando dal carro argenteo Diana a lui scendea.

altrove {Alla propria

Immagine)

Salmace, ardita naiade, L nel paterno rivo, Non strinse a sen piti candido
Il

giovin freddo

schivo.

Scrive

il

Carducci

Clizia,

Oceania vergine,
te

Per

conversa in

fiore,

Ancor mutata serbati Il non mutato amore;


e

il

Savioli {All'amica abbandonata):


Clizia,

affannosa Driade,
fior

In croceo

cangiata,

Tien volta al caro Apolline La faccia abbandonata.

Il

concetto,
i

come ognun vede,


poeti;

in

ambedue
sott'

ma

il

perfettamente uguale Carducci non si appag di

tener

occhio solamente
:

il

Savioli in questa

remini-

contemporaneamente al libricciuolo del medesimo apr anche le Metamorfosi d' Ovidio, da cui
mitologica
il Savioli. Ond' che, sebbene il condue versi sia del tutto identico, cosi nella strofe del Carducci come in quella del Savioli, tuttavia, nella locuzione, il Carducci anche pi strettamente fedele
i

scenza
deriv

suoi versi
ultimi

cetto

degli

a Ovidio,

il

quale dice {Met. IV):

Vertitur ad solem, mutataque servai amorem,

13

tradotto fedelmente dal Carducci

E ancor mutata
Il

serbati

non mutato amore.

Il

Carducci scrive anche:


di lacrime

Io gli abbracciati altari

Sparsi; e non furo

superi

A me
Tutto

di

grazia avari.

ci, s'intende,

per impetrar dagl'Iddi l'amore


il

e gli amplessi della sua fanciulla. Similmente,

Savioli

{Le Fortune):
a Venere
I voti

miei fur cari

Pace r udii promettere


Dagli abbracciati
altari
;

quali

abbracciati altari

questo luogo del Carducci, la ricordano anche molti luoghi dei poeti

pur rimanendo certa, reminiscenza del Savioli


latini

e,

in

e greci;

specialmente, dei tragici. Vergilio, per esempio, nel se-

condo canto delV Eneide

(v.

51647):

aitarla circum
....

et

divum amplexa siraulacra sedebant

e Ovidio (Mei. IX):


Crinalem capiti vittam nataeque sibique Detrahit, et passis aram complexa capillis^ ecc.

presso

poi
i

Greci,

ben noto che, presso gli antichi e specialmente V abbracciare era un'azione concomitante

sempre
si

le domande e le preghiere dei supplicanti. Quando facevano direttamente a una persona viva, si abbracciavano i suoi ginocchi. I poemi d'Omero rigurgitano di

tali

abbracciamenti

di

ginocchi.

Anche

Latini hanno

talora la locuzione amplecti


pio, Plauto,
Cistell. 2, 3, 25.
si

quando non
ciavano
le

Rud. 1, 6, 16). Del resto, potevano abbracciare i ginocchi, si abbrac-

genua

alieni (vedi, per esem-

cose pi strettamente attinenti alla persona, o


al Dio,

14

il

che
:

si

voleva supplicare. Onde

Parini,

nella

Caduta

Abbracciando
Degl' imi che

le

porte
ai

comandano

potenti.

Il

Foscolo, che tante immagini e locuzioni tolse


lirici
e

dal

Parini e dagli altri

del settecento,
abbracciar

ha nei Sepolcri:

V urne

E
Dice
il

interrogarle.

Carducci

Dolce fiammeggian V umide Luci nel vano immote,


Siede pallor lievissimo

In su
e
il

le

rosee gote;

Sa violi {Alla propria Immagine)

Vedrai le guance rosee D' un bel pallor velarsi,

cari occhi cerulei

Accesi in te fissarsi.

Il

Carducci, ardendo

d'

amoroso desiderio, esclama


!

Piet, divino Apolline

Spingi

destrier celesti

Le

iierti

Ore sollecita,

ecc.

il

Savioli, trovandosi nello stesso caso

(La notte)

Deh, come pigre avanzano Per mio supplizio l' Ore! Ah, scorrerian pi rapide Se le pungesse Amore Numi, al desio che m'agita Soverchio indugio morte Deh, per piet, ecc.
!

Il

Carducci scrive

Oh, sperar lungo e timido, Oh, d' angosciose notti False quieti, oh torbidi Sogni dal pianto rotti/;

15

il

Savioli,
(Il

sempre per ismanie amorose

cos

come

il

Car-

ducci

furore):

E indarno
[1

gli occhi in%'ocano

fug'g'itivo

sonno

E un

freddo orror la torbida

Quiete infetta e scioglie.

qui

potrei
s'

recar un migliajo
lirici

di

raffronti

di
;

simili
e,

lamenti, che

incontrano nei
;

del settecento

spe-

cialmente, negli erotici


sia

ma

con

tutto

che

s fatti

lamenti

per la grande frequenza, sia per la quasi uniformit

delle locuzioni
lirici

richiamino specialmente alla memoria


si

del settecento, tuttavia


altri poeti italiani,

sa, in

latini e greci.

trovano spesso, come ognun Per non dilungar-

mi troppo
per

dall'

g' Italiani,

il

argomento principale, ricorder solamente, Petrarca, che lamenta spesso, per cagion
i

d'amore,

le

affannose notti; per

latini,

Tibullo, che fa
;

pi volte uguali lamenti per la stessa


greci. Saffo, di cui tutti

cagione

e,

per

conoscono

la

famosa odicina:

che

lo

Stefano traduce elegantemente

lam pulchra quidem Diana, lam Pleiades occiderunt, lam nox media est, et bora lam praeterit ipsa vero
:

Ah, sola cubo misella

(Tra parentesi, e di sfuggita:


semplici e sereni
i

come sono divinamente anche nel dolore, anche nel lamento, quando chi si lamenta una femmina! Il misella, e le altre frasche dello Stefano, non si trovano nel testo, il cui lamento consiste nella semplicissima esposizione
Greci
della cosa stessa dolorosa
:

io

dormo

sola

!)

16

Tuttavia, niun poeta


tratt
il

d' altri secoli

eh' io ricordi

ex

"professo questo argomento,

come^ nel settecento,


il

lirico

e erotico Gherardo

De

Rossi

quale finse di

cercar con ingegnosa favola V origine delle


notti degli amanti.

angosciose

Ecco

il

sonetto

Amore

sogni.

Qual premio avr dell' opra mia ? Dicea Cupido al re delle tartaree soglie Per me rapisti la vezzosa Dea, Per me tu al bruno sen la stringi moglie.
:

Pluto rispose

La magion

leta

Spirti troppo al tuo genio avversi accoglie,

Pur fra Se vuoi


Disse

la turba sconsolata e rea


servi, gli avrai
:

scegli a tue voglie.

Tacque Cupido,
:

All' arbitrio

dopo brevi istanti mio dunque


i

ridotti

Fra

le

tenebre voglio

sogni erranti.
condotti
afflitti
!

Pluto assenti. Furon

d' allor
;

Da Amore

Sogni

e aveste,

amanti,

Sonni funesti e dolorose notti

Tornando
dell'

al

mio proposito,

oltre
i

raffronti gi detti,

molti altri se ne potrebbero fare tra

versi

carducciani

Febo Apolline, e i versi degli Amori del Savioli se non che, temendo d' annojare i lettori, registrer solamente qualche altra notabile coincidenza di
ode
:

locuzioni.

Dice, per esenipio,


e
io
il

il

Carducci:

Ed
Il

Savioli:

Entro
:

furtivi talami.

i furtivi talami ; Carducci ha: Non

lamento perfida La mia fanciulla; escluso Non io e il Savioli Che me la perfida Per novo amante escluda? Il Carducci scrive: Le vigili piume stancando invano; e il Savioli: Stanca le piume incomode, e via
ecc.
;

discorrendo.

Seguitiamo piuttosto a stessa ode con varj luoghi Scrive il Carducci


:

raffrontar
di
altri

altri

passi

della

lirici

del

settecento.

17

Della quadriga eterea Agitator sovrano Sferza i focosi alipedi

ecc.^

il

Rezzonico (La Veglia):


Alto agit gli alipedi

Della feba quadriga.

gi Ovidio (Anu

III,

2,

7)

0, cuicumque faves, felix agitator

equorum;

e altrove [Trist.

II,

385):

agitante Cupidine currus.

Scrive

il

Carducci

E
Al
e
il

in cor

fido error

pensava i gaudi commessi ;


:

Cerretti

{AW

Ancella)
Se

me dovea

commettere

Solo al notturno orrore.

gi Ovidio {Met. VII):


et se

committere noeti.

Altrove, poi, con maggior somiglianza ai versi del Carducci

{Am.

I,

12, 21):

His ego commisi nostros insanus amores.

Anche

il

fido
:

error trova riscontro

in Ovidio,

il

quale

dice {Met. VII)

Nox,

ait,

arcanis fidissima, ecc.

Scrive

il

Carducci:
e vuole
I nostri

amor congiungere,
Il

locuzione rarissima nei classici.

Fantoni l'adopera nel-

r ode

Glicera

Ma uniamo
Amor,

intanto

facili
2

18

e la tolse di peso da Catullo;

il

quale, ch'io ricordi, fu

il

solo dei poeti latini a usarla. Parlando di Gallo,


di

amori

in guanti gialli, dice infatti

mezzano {Ca7\ LXXVIII, 3)


:

nam
Il

dulces iungit aniores.

Fantoni cotal locuzione


pi propriamente
d'

Carducci, pare a me, us pi opportunamente del poich coigiungere amori detto


;

anzich di
ri.

un terzo che congiunga due amanti, amanti stessi che congiungano i proprj amocarducciani,
terzo
il

Se non che, nei versi


ossia

soggetto
gli

della

proposizione,

quel
il

che congiunge

amori,

Amore

stesso. Forse,

poeta

maremmano
non
si

a cagione
di

della lontananza del soggetto


ripetizione,
resto,

avvide

questa
del

che
il

altrimenti
:

l'avrebbe evitata.

Ecco,

tutto

passo

che tutto supera, che tutto piega, Vuol, mite Iddio, commetterla Nelle mie mani, e vuole
I nostri

Amor Amor

amor

cong-iungere,

Te

declinato, o sole.

Del qual passo,

primi due versi

Amor Amor
se,

che tutto supera, che tutto piega,

nel

concetto, ricordano
:

alcuni
vincit

luoghi di

Ovidio e

di

Vergilio (per esempio

Omnia

Amor

et

nos cedamus

Amo?n, Ed.
il

X), nel

suono e nella ripetizione simmetrica,

ricordano, in vece, due versi di un eroico del settecento,


Vittorelli:

Amor Amor
Parlando
guita
il

che vede che tutto

tutto.
sa.

d'

Apollo, innamorato della figlia d' Admeto, se:

Carducci nella stessa ode

Giacca, de' tori indocili

Dal vago pie calcato L' arco divino argenteo In abbandon sul prato...

19

il

Rezzonico, parlando

di

Marte innamorato, dice ugual-

mente {La Veglia):


Amor r elmetto Va della guerra
Il

a togliere
al

nume

picciol dio col tenero


lo calca.

Piede talor

Pi

sotto, scrive

il

Carducci
Ke

del voluhil

anno;
:

il

Fantoni, neir ode Al Forteguerri

Ah, troppo ancor volubili Scorrono gli anni.

Del rimanente, il Fantoni prese a sua volta l'epiteto di volubile da Ovidio, che V usa in questo senso, ripetendo in due luoghi il medesimo distico {Met. X, 519. - Am, 1,
8,49):
Labitur occulte fallitque volubilis aetas Et nihil est annis velocius.

Pi sopra, seguitando a parlar d'Apollo innamorato, dice il Carducci


:

bast l'arte medica

Verso la cura nova.

(Apollo,

come
il
:

tutti

sanno, era anche

il

Dio della medicina).

Similmente,

Fantoni, nell' ode

Ad

Apollo medico, dopo

aver detto

Piet, Febo, piet del

mio periglio
:

!,

che ricorda

il

verso carducciano

Piet, divino Apolline

!,

soggiunge

Me

misero! Ahi, non son farmachi ed erbe

Medicina d' amore !


Seguita
il

20

Carducci:

Tu
Co

amor gemi, ed orride muggito diverso Rompon le vacche tessale


d'
'1

La

dotta voce e

il

verso.

il

Cerretti, parlando anch' egli d' Apollo

innamorato (Ti-

bullo a

nozze Lucchesi)

Oh, quante volte osaro i carmi suoi, Onde chiedea la sua perduta pace, Con muggito importuu rompere i buoi

risal,

Ma, per mezzo del Fantoni e del Cerretti, il Carducci in questi due luoghi, air autor primo di tali immaa Tibullo.
quelli

gini

di

Mettiamo a confronto i versi carducciani con Tibullo. Dice il Carducci:


i

greggi a pascere

Pur

ti

ritenne Admeto.

Te
I

solitari attesero

templi ermi del cielo,


aditi
(3)

N pi muggio dagli La religion di Delo. N bast r arte medica


Verso
II

la

cura nova
si

Ahi, sol di furie e lacrime


nostro Iddio
d'

giova.
orride

Tu

amor gemi, ed
'1

Co

muggito diverso
le

Rompon
La

vacche tessale
il

dotta voce e

verso.

Tibullo

(II,

3):

Nec

Pavit et Admeti tauros formosus Apollo. potuit curas sanare salubribus herbis
artis

Quidquid erat medicae vicerat

Amor.
alta,
!

quoties ausae, caneret cum valle sub Rumpere nmgitu carmina docta boves

Delos ubi nunc, Phoebe, tua est ? Ubi Delphica Pitho Venit et e templis irrita turba domum.

21

Anche

Ovidio, rappresentando Apollo innamorato, gli

fa dire {Met. I):

Hei mihi, quod nuUis amor est medicabilis herbis! Nec prosunt domino, quae prosunt omnibus, artes

Del rimanente, un altro lunghissimo brano della quarta Elegia del libro III di Tibullo traduce letteralmente il Carducci in questa stessa ode. Stimo opportuno farne qui parola, perch forse l' illustre uomo fu guidato a questa
imitazione, o traduzione, dal Fantoni,
il

quale imit fedel-

mente la stessa elegia di Tibullo nella sua ode II sogno (A Clemente Bondi). Non trascrivo l'ode del Fantoni, perch soverchiamente lunga, e anche perch i lettori potranno trovarla facilmente nelF edizione Barbra dei Lirici del secolo XVIII, curata dal Carducci medesimo. Ma credo necessario, giacch ho fatto parola di questa imitazione
carducciana, di metterne a confronto
di Tibullo.
i

versi

con quelli

Scrive

il

Carducci

giorno fu che in trepida


:

Cura Tibullo ardea Varia di amori il candido Vate Neera augea.

Gemeva egli le vigili Piume stancando in vano


pura luce videsi Il cavalier romano. Pe '1 lungo collo eburneo
in

Ma

Intonsi

crin fluire

Vide e

stillar la

mirtea
assire.

Chioma rugiade

Qual de la luna in placido Sereno era il candore Era nel corpo niveo Di porpora il colore.
:

Come

al

settembre tingonsi
fanciulle intrecciano

Bianche mele fragranti,

Come

I gigli alli

Soffri, dicesti:

amaranti. ad Albio
:

Serbata pur Neera Tendi le braccia a' superi Con molta prece, e spera.

22

Tibullo:

Nec me sopierat, menti deus utilis aegrae, Somnus sollicitas deficit ante domos. Tandem, quum summo Phoebus prospexit ab
;

ortu,

lumina sera quies. Hic, iuvenis casta redimitus tempora lauru Est visus nostra ponere sede pedem.
Pressit languentis

Intonsi crines longa cervice fluebant,

Spirabat Syrio myrtea rore coma. Candor erat qualem praefert latonia luna, Et color in niveo corpore purpureus Ut quum contexunt amarantis alba puellae Lilia : ut autumno candida mala rubent.
:

Eddit haee dulci tristia verba

modo

Diversas

suas agitat mens impia curas,

(4)

Nec gaudet casta nupta Neaera domo. Sed flecti poterit mens est mutabilis illis; Tu modo cura multa brachia tende prece. Hoc libi coniugium promittit Delius ipse.
;

d'Admeto, scrive

Pi sopra, parlando d'Apollo innamorato della il Carducci:

figlia

fra le dita
ti

ambrosie

splendea la lira. ? r avena rustica Dal labbro tuo risona, O figlio dell' Egioco,
fig-lio

Pi che

di

Latona?

Tibullo, nella stessa Elegia, mette in bocca d'Apol:

lo questi versi

Me quondam Admeti Non est in vanum

niveos pavisse iuvencos, fabula


ficta

iocum.

Tuic ego nec cithara poteram gaudere sonora,

Nec similes chordis reddere voce sonos


Sed perlucenti cantus meditabar avena, Ille ego Latonae filius atque lovis !

Anche Seneca, parlando d'Apollo perduto


amori (Hipp)
:

in

quegli

positoque plectro, Impari tauros calamo vocavit.

E
Ovidio, accennando

23

amori
d'

pur

egli a quegli

Apollo

(Mei. ri)

lUud erat tempus quo te pastoria pellis Texit onusque fuit dextrae silvestris oliva
:

Alterius, dispar sepfenis fstula cannis.

Sempre

nella stessa ode

Febo ^7)o//m<?, ha

il

Carducci:

Del giovinetto Piramo L* inaugurata sposa

usando V inaugurata nel significato di inauspicata^ come avea scritto da prima, cio male auspicala. Or, questa voce, in questo significato, non si trova nel Vocabolario della Crusca, n in quello del Manuzzi n io ricordo d' averla mai veduta nei classici nostri anteriori alla seconda met del secolo decimottavo. Qualora occorre a essi di significar questa idea, usano sempre la locuzione male augurato, o malaugurato. Il Passavanti, per esempio, dice in un luogo dello Specchio di t?era penitenza : Conciossiacosach sieno d infausti e 7ual augurati ; e il Sannazaro {Are, pros. 8) Ricordami avere non poche volte riso della mal augurata cornice Se non erro, l'uso di questa voce, in questo senso, fu introdotto primamente dai lirici del settecento i quali, del
;
,

resto, introdussero nella lingua tante altre novit; novit

Il

che furono spesso bene accolte dal Foscolo e dal Carducci. Cerretti, neir Ode / Hmorsi :
Ove
Il

a'

miei

lai

eongiungano

L' inaugurata voce

gufo

solitario,

Il flebile

alcon.

il

Fantoni (A Melchiorre Cesarotti)


Sorgi
e

deludi, inaugurato sposo,

r empie germane

dove r inaugurato sposo ricorda V


ciano
:

intiero

verso carduc-

Z/'

inaugurata sposa.

24

il

Accolse questo nuovo uso ^'inaugurato Sepolcri :

Foscolo nei

inaugurate immagini dell' orco Sorgon cippi e marmorei monumenti.

Oramai,

si

della lingua,

pu dir introdotto nel legittimo patrimonio almeno della lingua poetica.


III
il

Nel IX sonetto del libro


r ordine dell'edizione Barbra),

dei

luvenilia (secondo

Carducci ha questi versi:

Quando nel petto e per le vene ardenti A lei si come nembo amor scendea
;

quali,

ultimi
disi

meglio che imitati, son due versi della seguente {Al Conte Ancini) :
Qual ne
Tale a
i

copiati a dirittura
strofe di

dagli

Giovanni Para-

campi
il

dell'

arida Cirene
la valle ocnea,

Austro, e

Po gonfio per
le

me

in petto e per

accese vene

Delio scendea.

Del

resto, pi d'

una volta

s'

incontrano in Giovanni
vibrate, alcuni

Paradisi versi e strofe che arieggiano, per colorito, densit

d'immagini, eleganza di locuzioni


del Carducci. Per esempio, nell'ode

luoghi

Per

le

nozze d Pietro
:

Ferrari,

c'imbattiamo, in questi versi semibarbari

Musa che Fuggendo

il

fremere de'
il

litui

bellici

regio fulgor di

porpore

Fra domestiche mura segui ed La virt pura

il

piacer,

Non

usa un giorno

d'

udir che supplice


io co'

te pregassi,

quand'

numeri

D'Alceo cingea

di fregi, ecc.^

pi sotto

Non ei, languendo nei molli talami, Fra i casi augusti del suolo italico Invan di Marte udito Avria r invito e il generoso suon

Ma come

gonfio trabocca l'Aufido

Sceso sarebbe tra 1' aste indomite Pronto a rapir la palma ad offrir 1' alma alla sua patria in don.

25

Singolarmente nei Iiivenilia e nei Levia Gravia si trovano molti luoghi simili, per intonazione e colorito, ai
versi sopra scritti.

Ma

procediamo nei nostri

raffronti.

ha

il

Nel sonetto precedente (secondo la stessa edizione), Carducci:


e d'

ombre sante
nostri amori.

Proteggerebbe un lauro

Non
di

ricordo,

sul

momento,
il

anteriori al settecento

ricoprire

se

d' aver incontrato nei poeti verbo proteggere nel senso latino anche vi si trova, dev' esser certa-

mente rarissimo. Forse,


poetica introdotta dai pi volte.
Il

anch' esso

una nuova locuzione


V usarono
:

lirici

del settecento, che

Fantoni, per esempio, scrive {Al merito)


Protegge
i

vati

con la

docil'

ombra

Palladio ulivo.

il

Foscolo, che
dai

come
del

il

Carducci

tante

nuove

lo-

cuzioni prese
volte questo

lirici

settecento,

accolse parecchie

nuovo uso del verbo proteggere. Nelle Grazie

{Inno

I)

un

fatidico laureto,
la vite,

In cui

men verde serpeggia


di

La protegge
e,

tempio

nei Sepolcri, con senso un po' dubbio

voi palme e cipressi, che le nuore Piantan di Priamo, e crescerete, ahi presto, Di vedovili lacrime inafati. Proteggete i miei padri.

Ma

quanto

il

Foscolo abbia preso

nei concetti,
!

nelle im-

magini, nelle locuzioni


forse, altra volta.

dai

lirici

del settecento, .dir,


Si

Poveri
i

lirici

del settecento
:

applicare ad essi

versi vergiliani

pu ben Sic vos non vobis, con

quel che segue.

26

Neil'

ode Pe?'

la

B.

Diana Giuntini, scrive

il

Car-

ducci

E, pieno r anno, di votivo onore


L' ara
ti

splende.

il

Mazza, nei versi che hanno per

titolo

Impero uni-

versale della musica, parlando anch' egli di una santa e

vergine (Santa Cecilia), dice

r alma vergine
Ch' oggi va
lieta di votivo onore.

Neir ode Al Targioni scrive

il

Carducci

di glorie

La fronte Depone
;

carica, stanco alle

pruove

e Luigi Lamberti, nell'ode Al

Duca

di

Sudermania
il

riposa

fianco

Per gran

vittorie stanco.

Negli
detto
:

sciolti

Maggio

Novembre,

il

Carducci, dopo aver


errando

Del lamentoso Egeo lungo

la riva,

Amorosa

fanciulla, e
fior de'

il

molto

i cieli e il mare campi lacrimosa

Mirando e sospirando, invoc Saffo

La
Per

florida Ciprigna
il

e gi presente

Annunzi

nume un
odorata

fremito diffuso
(5),

la selva

soggiunge

Essa

la diva

Con

le

dita d' ambrosia^ essa dagli occhi


il

Tergea della mortai giovine

pianto

la quale bellissima

immagine

tolta di

peso dagli

Amori

del Savioli, che, dopo aver detto {A

Venere):

Te

sulle corde eolie

Saffo invocar solea,

Quando a

quiete

languidi
togliea.

Begli occhi

Amor

21

tu richiesta, o Venere, Sovente a lei scendesti Posta in oblio 1' ambrosia

E
soggiunge
:

tetti

aurei celesti,

E mentre
Solevi
il

udir propizia

flebil canto Tergean le dita rosee Della fanciulla il pianto.

Del resto, questa immagine, bench non si trovi, propriamente, nella bellissima ode di Saffo, che comincia:

evidentemente ispirata dalle tante tenerezze

di

Venere
;

per Saffo, che sono divinamente descritte in quella ode


tanto pi che, nelle
strofe

precedenti

del

Savioli,

la si

tradotta quasi letteralmente. Per non far troppo lunghe citazioni greche (certo, ispide e selvagge ai bei giorni che corrono), cito una sola strofe

trova

"ApiJ.'

7iosu|aoa,

xxXo
'ys
'a7t'

'you

Oxs$ oTpou^ot
Ilyxu ^tuyvTS?
nella quale
i

TTSpt

|j.oXatua5,

TTTsp

wpv 't^spog ^t ^loot

primi due versi son tradotti dal Savioli con


:

questa strofetta

Il

gentil carro idalio,

Ch' or le colombe addoppia,

Lieve traea

di passeri

Nera amorosa coppia.

(Tra parentesi, non vorrei che


fosse
ri).

nera aggiunto a copia


alle terre,

un qui pr quo. Saffo


il

lo

non

ai passe-

Anche

Carducci, nella stessa poesia, con locuzioni

molto somiglianti a quelle del Savioli:

Ma

or n Cipri
l

all'

egre anime accorre

Su'

carro tratto dagli augei, ecc.


tali

Del rimanente, anche Orazio ha pi volte Dice in un luogo (III, 18):


et
.

immagini.

Paphon
;

iunctis visit oloribus

e altrove (IV,
1)
:

28

Abi, revocant preces,

Quo blandae iuvenum

te

Purpureis ales oloribus.

Parlando pure

di Saffo,

il

Carducci ha nella stessa poesia:

un dolce Canto che ripetuto, ahi con un molto

Ansar

del petto e scintillar degli occhi,


d'

Dei neri occhi


Della

man

amore, e un batter forte su le corde, iscolorava


di Lesbo,

Le fanciulle

dove alcune immagini


del 'petto e
tolte
il

e specialmente

il

batter forte della


;

man
il
:

su

le

molto ansar furon corde

evidentemente dal Parini

quale, favellando anch'

egli di Saffo, scrive (// Pericolo)

N quando

al coro intento

Delle fanciulle lesbie


L' errante violento

Per

le

midolle fervide
;

Amoroso velen

N quando

lo interrotto

Dal fuggitivo giovane


Piacer cantava, sotto
Alla percossa celer
Palpitandole
il

sen.

Metto pegno che il batter forte della man su le corde deve la sua origine a questa percossa, che il Parini applica alla celer. Nel

Canto di Primavera,

il

Carducci,

dopo aver detto

Di Vesta ella dal tempio Traea la sacerdote,

soggiunge

Onde

il

gran padre liomolo

E
E
Rezzonico.

Cesare nipote;
i

Onde
tu,

Ramni e i Quiriti, Roma, signora in tutti


i

liti

dei quali quattro versi,

primi due son

tolti

di

peso dal

Anche

il

concetto generale dei quattro versi

29

presso a poco, uguale a quello espresso dal Rezzonico

nella strofetta a cui appartengono

due versi

tolti

di

peso

dal Carducci.

Il

Rezzonico, dopo aver detto {La Veglia):

Amore

al fier sabe-llico

romano Le spade consanguinee Fero cader di mano,


al rapitor

soggiunge

Onde

gran padri sorsero


Cesari nipoti^
di

Che superar

Romolo
i

In pace e in guerra

voti.

Nel sonetto I.^ del libro III dei luvenilia (edizione Barparlando del Parini come poeta, e bra), il Carducci dicendo, modestamente, eh' egli non potr mai raggiungere scrive metaforicamente r inarrivabil volo di lui

Altera aquila al polo

Troppo ogni emulo ardire hai


la
il

tu precorso

qual immagine e locuzione tolta di peso


quale,

dall' Alfieri,

come ognun

sa,

appartiene anch' esso alla fine del


di

settecento. Nel canto lirico

David, che

trovasi

nella

scena quarta

dell' atto III


:

del Saul, V Alfieri, pur

meta-

foricamente, dice

Fin presso al polo

inarrivabil volo
ei

aquila altera

stende

Le reverende

risuonanti penne.

Nel

Achille

frammento, che ha per titolo che trascinava il cadavere


di Troja, scrive
il

Omero, descrivendo
d'

Ettore intorno alle

mura

Carducci:
e

Dopo

la biga, alle difese

come mura

Intorno, egli il divin corpo d' Ettorre Tre volte orribilmente istracicasse Entro r iliaca polve
;

dove alcune locuzioni


dell'

e, singolarmente, la squisitezza avverbio dopo, usato come preposizione in vece di dietro (come facevano i latini di post) richiamano una


simile

30

fatto d' Achille, si


le

descrizione, che, del

medesimo

trova in un'ode di Giovanni Paradisi (Per

nozze

d'

un

Laureando)

lui miralo, pallidi le gote,


I g-uerrier frigi dall' iliaca torre

Trascinar dopo

le

sanguinose rote

Lo spento

Ettorre.

Pi

innanzi,
il

d' Achille,

nello stesse frammento, Carducci scrive


:

parlando

sempre

Achille

ftio,

sangue

di

Giove

il

Paradisi, nella stessa ode, alludendo


del

ad Achille

commisto Sangue di

ai

numi

Ftia.

Neir ode Per la nozze di Cesare Parenzo, ha


questa strofe
:

il

Carducci

ride la donzella

Air amator marito,


Lei che tacita e bella
.

L' attese, ed

all'

ardito

Guerrier di nostra fede

Serb questa mercede.


I

primi due versi son

tolti
il

quasi di peso da una strofetta


:

di

Agostino Paradisi,

quale scrive (Uraiia)


amante
;

La

nuzial facella
all'

Piacque

ardito,

rise la donzella

All' unico marito

e gli altri quattro possono ricordare,

versi di Giovanni Paradisi


Viva per
te,

almeno (Ad hieneo) :


1'

in parte,

due

tua visse, e

aureo laccio

Premi

1'

antiche pene.

(Fra parentesi
soggetto,
recchio).

nella strofe

del

Carducci,

quel Lei

trattandosi

qui

di

poesia seria, bruttino pa-

Neir ode Dopo Aspromonte, scrive

il

Carducci

31

Fuggono, ahi fuggon rapidi


G' irrevocabili anni.

Con

quell'epiteto irrevocabili, egli ricorda, tra


il

gli

altri,

Luigi Lamberti,

quale dice in un sonetto:

Gi con veloce irremeabil volo

Fuggono
e col rapidi,
in fine

gli

anni

di

verso,
i

il

Parini (Nozze)

Fuggono

giorni rapidi
;

Del caro viver mio

il Parini cominciano ambedue dando con essi V intonazione al r ode con questi versi, loro canto. Del resto, anche Orazio incomincia col medesimo lamento la sua ode a Postumo (IL 14):

tanto pi che

il

Carducci e

Eheu, fugaces, Postume, Labuntur anni.

Postume,

In alcuni versi dell' inno


sopra, dice
il

Febo Apolline mentovati pi

Carducci:
I

templi ermi del cielo

arditissima locuzione, non usata prima del settecento

da

nessun

lirico

italiano

(6).

Il

primo a usarla

fu

Agostino

Paradisi nelF ode Le vesti nuziali


FA vola delle stelle
Il
all'

romane

arduo tempio.

Paradisi la deriv, a sua volta, da un luogo di Terendi

e da alcune citazioni {EunuchuSy III, 5):


zio

Varrone. Scrive Terenzio

At quem

Deum

qui tempia caeli

summa

sonitu concutit.

E Varrone

{De lingua latina, VI, 11): Hinc poetae : Aeterna tempia caeli . E, in altro luogo, recando altri esempi di cotal locuzione, ne dichiara le ragioni e 1' oriIncipiam hinc

gine (VII, 6):


:

Unus

erit

quem

tu tolles

7i

caerula caeli

Tempia.

32

modis dicitur: ab natura, ab auspiciendo, ab similitudine. Natura in caelo ab auspiciis in terra ab similitudine sub terra. In caelo templum dicitur, ut in

Templum

tribus

Hecuba

O magna
Commixta

tempia caelitiim
stellis

spleudidis

E, forse, da quest' ultima citazione di Varrone dedusse

il

Paradisi

il

verso sopra scritto


Ei vola delle stelle

all'

arduo tempio.
il

Nel sonetto

del libro III dei luvenilia, dice

Carducci

E
e
il

argomento di riso altrui si addita Uoin che per s del vulgo esce e s' affranca

Rezzonico {Per V anno secolare

d'
il

Arcadia)
Preti
:

fur di riso l'Achillini e

Lungo argomento

da

qui, forse, tolse cotal

locuzione anche

il

Leopardi,

il

quale, nelle Rico^danze, scrive:

Argomento di riso e di Son dottrina e saper.

trastullo

Nel sonetto III del Carducci


:

Libro IV

dei Levia Gravia^ dice

il

Cedi

al sacro desio,

dell'

amatore
\

Va
consigli e inviti

negli amplessi, o vergine pudica

che

si

ripetono spesso nei

lirici

del set-

tecento, quasi con le


-

Il

Cerretti,
:

medesime parole usate dal Carducci. per esempio, nell' ode Tibullo a nozze Luc-

chesi

cedi,

t'

affretta
;

ripugnante in van cara donzella


e,

altrove, con immagine anche pi somigliante a quella carducciana (Talia a nozze Lucchesi):

33

Sorgi dunque

a che stai

Le ardenti braccia
:

T' invitano del cupido marito Al fortunato invito


S'

arrenda

il

tuo pudor

consigli e inviti, del rimanente, che

lirici

del settecento

imitarono dai

latini,

e specialmente da

Catullo.

Aggiungo una osservazione curiosa. noto a tutti quante innumerabili volte nella lirica di questo secolo, e singolarmente in quella del Carducci, si accenni ai due troppo simpatici lirici di Lesbo Alceo e Saffo. Oramai, alludere ad Alceo e Saffo in poesia divenuto luogo comune. Or, i primi a citare, a ogni pie sospinto, Alceo e Saffo i primi a creare questo nuovo luogo comune^ furono i lirici del settecento, che son pieni zeppi di Alcei e di Saffi, e usano spesso immagini e passaggi che arieggiano molto alcuni luoghi del Carducci.

Ma
eterni

per
raffronti

non tediar pi a lungo


dei
lirici

lettori

con questi
qui
la

del

settecento, tronco

processione, che potrebbe esser altrimenti

interminabile.

D' altra parte, certe derivazioni e somiglianze piuttosto si sentono intimamente, di quel che si possano esattamente mostrare, anche per via di accurati raffronti. A
rivederci, dunque, in

compagnia

di Orazio,

modello princi-

pale e Iddio della lirica classica della seconda met del


secolo decimottavo;
e,

parimente, modello principale e Iddio

della lirica del Carducci,

massime

nei Levia

Gravia e nei

luvenilia.

34

NOTE
Del Fantoni e degli altri lirici del settecento, del resto, si il Carducci cos nelle Odi Barbare, come nelle Nuove Poesie. Sebbene il mio proposito sia, qui, di rilevar solamente le reminiscenze che si trovano nei Levia Gravia e nei lumnilia, pur tuttavia non sar inutile registrare fin d' ora qualche raffronto, che mi torna a memoria sul momento. Neil' ode A Giuseppe Garibaldi, scrive il Carducci
(1)

ricorda molte altre volte

Tu

ascendi, o divino
i

di morte

Lunge
Sopra

silenzi

il

da 7 tuo capo. comune gorgo de 1' anime


a

Te

rifulgiante
le altezze,
i

A
De

chiamano i secoli 'l puro concilio

numi

dove, sebbene con pi alta ispirazione, e

mutatis mutandis
;

tro-

viamo immagini e pensieri di Agostino Paradisi In morte della marchesa Hercolani, scrive
:

il

quale, nell' ode

Lunge,

ella dice,

il

pianto
i

Da

la

mia tomba e
il

lugubri

Fregi ed

flebil

canto.
lo spirito

...
Agii vol tra
i

numi.
il

Anche Orazio
accennando

a cui ebbero l'occhio

Paradisi e
(II.

il

Carducci

alla propria apoteosi, scrive

20)

non ego, quem vocas Dilecte Maecenas obibo, Nec stygia cohibebor unda
Absint inani funere neniae Luctusque turpes et querimoniae
;

Compesce clamorem, ac sepulcri


Mitte supervacuos honores.
Neil' ode, intitolata

Mors^ dice

il

Carducci

Quando a le nostre case la diva severa discende, de lungi il rombo de la volante s' ode, e l'ombra de V ala che gelida gelida avauza ecc..

35

e pi sotto

Invecchiai! ivi ne

1'

ombra

superstiti,

'l

rombo

del tuo ritorno teso l'orecchio, o dea...;

nei quali versi, alcune


del Cerretti

immagini e locuzioni ricordano questo luogo (A Monsignor d' Este) :

Molto che morte mi sovrasta, e tetra

M' agghiaccia a 7 rombo


tanto pi che questo secondo verso

de

le

squallid' ale

una variante trovata dal Car-

ducci in un manoscritto del Gagnoli, e riprodotta nelle note alla bella

edizione diamante dei Lirici del secolo

XF/// curata da
il

lui

medesimo.

Nella terza Primavera ellenica, scrive

Carducci:

lev la tenue

Fronte pallida e bella

Fra

le floride

anella
;

Che a r
i

agii collo scendendo incante ecc.

quali ultimi due versi, specialmente con queir epiteto incante, cordano subito questi dal Fantoni (A Maurizio Solferini) :

ri-

Gi da r eburneo collo, ove scendono Tjc brune trecce del crine incanto.

Anche
alla

suddetta edizione,
del verso

questa un' aggiunta riprodotta dal Carducci nelle note e questa aggiunta segue immediatamente
:

una variante

La
che ricorda gli

fronte ingenua del volto pallido,

altri

due versi carducciani soprascritti


lev la tenue

Fronte pallida e bella.


Del resto, se vogliamo trovarne un riscontro anche nelle floride '1 bianco collo , apriamo gM Amori di Ludovico Savioli (La Maschera):

anella scendenti pe

Scendea su

'1

collo

eburneo

Parte del crine aurato, Per mano delle veneri

Ad
Neil' ode In

arte inanellato.
il

una

chiesa gotica^ scrive

Carducci

vederti, o Lidia,

Vorrei fra un candido coro di vergini,

Danzando cingere
i

1'

ara d' Apolline

quali versi, se possono per avventura ricordare alcuni luoghi di


- e, specialmente, un' ode in cui Orazio, alludendo sua amante Licinnia, esclama (II, 12):

poeti greci e latini


alla

Quam
....,

36

nec ferre pedem dedecut choris nec dare brachia,

Ludentem, nitidis virginibus, sacro Dianae Celebris die,


ricordano anche alcuni luoghi del Fantoni strofe saffica (A Paolo Luigi Raby) :
;

e,

specialmente, questa

Congiunte in cerchio, danzin cantando dell' ara intorno. La casta Venere lieti invocando
Donzelle e giovani,

Madre

del giorno.

E, forse, non sono lontanissimi da alcuni luoghi delle Odi Barbare questi altri versi del

Manfredi (Pel Natalizio di Ferdinando):


da
civili aifanni

Allor che

afflitte

templi Tutte vestite a brun vergini e spose.

Le man

supplici a Dio tendean ne'

Vero che il Manfredi fiori e mor nella prima met del secolo. Ma tronchiamo questi raffronti, che son fuori del proposito
questo studio.
Infatti,
il

di

(2)

Carducci,

sua fanciulla soggiunge


della
:

per

1'

ora

dopo aver accennato all' impazienza sospirata dell' amoroso convegno,

Cotal forse aggiravasi, Nella stanza odiosa^

Del giovanetto Piramo


L' inaugurata sposa
e cos, per
1'
;

appunto,

la descrive Ovidio. Oltre

versi da noi riferiti

nel

testo

et lux, tarde decedere visa,

Praecipitatur aquis,

ecc.,

Ovidio aggiunge molti altri accenni all' impazienza di Piramo e Tisbe, ispirando, senza dubbio, al Carducci il verso
:

Nella stanza odiosa.


Perch, dopo aver descritto la posizione dei due amanti, a cui

era

vietato

dai

parenti

vedersi

favellarsi

che,

trovandosi

da una sola parete, potean soltanto per mezzo di una invisibile screpolatura del muro dirsi raramente qualche dolce parola di nascosto, Ovidio soggiunge
divisi
:

Invide, dicebant, 'paries, quid amantibus obstas ?

Quantum erat ut sineres nos toto corpore lungi Aut hoc si nimium, vel ad oscula danda pateres

37

il

primo dei quali versi


:

e specialmente

queir invide paries

diede origine al verso

Nella stanza odiosa.

Ed
mente.

ecco qui

qualche altro

raffronto

ovidiano, che mi

torna a

Nel Canto di primavera^ scrive


Tal, se

il

Carducci

alta

marina
ecc.,

Ara
dove
la

1'

insonne Atlantico
alta

locuzione arare

marina

derivata da alcuni luoghi


Ili,

di Ovidio.

Ricordo questo verso (Trist.

12):

Non

nisi vicinas tutus arart aquas.


titolo

il

Negli sciolti, che hanno per Carducci


:

Maggio

Novembre, scrive

e Anfitrite

Sorridea, dal divin talamo

il

capo

E
dove, sebbene
il

le

braccia porgendo

pensiero sia diverso, la locuzione interamente


si

ovidiana, e l'immagine non

discosta molto da

questa d'Ovidio

Met.

I)

nec brachia longo

Margine terrarum porrexerat


Neil' ode
yl

AinpJiitrite.

dei cavalli del sole,


di

Febo Apolline, descrivendo il Carducci l'impazienza quando faceano indugio ad Apollo gli amplessi
:

Leucotee, dice

Te

pur, dell'

ugna
il

indocile

Stancando

balzo eco,

Chiamaro
Nitriti

in

van

ne' vigili

Eto e Piroo.
l'

impazienza dei cavalli del sole il figliuolo Fetonte tutto tristo per dal funesto desiderio di guidare l'eterea quadriga lugubri presagi, indugia la partenza del cocchio, per dar almeno qualche consiglio all' inesperto* auriga, dice (Met. II)

Parimente Ovidio

descrivendo

quando Apollo, non avendo potuto

far recedere

Interea volucres Pyroeis, Eous et Aethon,


Solis equi, quartusque Phlegon, hinnitibus auras Flammiferis implent, pedibiisque repagula pulsant.

Intanto

Amor gemeane,
;

De' preparati lutti Gi fatalmente presago

38

quali versi pajono traduzione letterale di questi di Ovidio (Met. II)

praesagaque luctus
Pectore sollecito repetens suspiria.

Pur

nella stessa ode, dice

il

Carducci

a noi con V alma Venere


Facile

Amor

si

mostra,

noi gli amplessi affrettano

Della fanciulla nostra.

In van la madre, ahi rigida

Madrigna, a

ine la niega.

.... pur
Pur debbo Su questo

compiesi
alfine io stringerla

Il dolce e fier disio,

petto

mio!

.... non furo i superi A me di grazia avari ecc.;


nei quali versi molte immagini e locuzioni ricordano questo d' Ovidio {Met. IX)
:

passo

non

te

custodia caro

Arcet ab amplexu, nec cauti cura magistri,

Non

patris asperitas,
facile,

non

se negai ipsa roganti.

Dique mihi

Venit ecce

quidquid valuere, dederunt. optabile tempus,

Luxque
Sempre

iugalis adest, ut
il

iam mea

fiat

lanthe

nella stessa ode,

Carducci scrive
bella

Quando

la

Orcamide

Ti palpit su '1 core, E gli achemenii talami Chiuse ridendo Amore.

Tanto in queAllude, qui, agli amori di Apollo con Leucotee. dove si fa allusione alla irregolaquanto nella strofe precedente rit con cui Apollo, perduto in quegli amori, conduce il giorno alla terra si scorge chiaramente che il Carducci ebbe sott'occhio Ovidio; il quale, parlando pure di quegli amori d' Apollo con Leucotee, accenna anch' esso alla irregolarit del giorno (sebbene in modo inverso), e usa parecchie immagini e locuzioni di cui si veggono le tracce nella strofe sopra scritta dal Carducci. Dice Ovidio (Met. IV);
sta,

Temperius caelo
(quando primamente
amori,
s' s'

Modo surgus Eoo modo serius incidis undis


di Leucotee, avanti di ottenerne gli
:

innamor

intende per vederla pi a lungo), e seguita

39

Rexit Achemenias urbes pater Orchamus... (halamos deus intrat amaios At virgo, quamvis inopino territa visii,

Vida

nitore dei, posila

vim passa querela

est.

Neil' ode, che

ha per
:

titolo:

Nel

XX anniversario dell' 8
i

agosto

1848,

il

Carducci scrive

Pallido ei rise, e su

cubiti

ritto,

Salut
il

il

sole, ecc.,

qual luogo ricorda questo verso d' Ovidio (Met. XI)

Excussit tandem sibi se, cubitogue levatus, ecc.

ma

il

Aggiungo, tanto per variare, non una reminiscenza ovidiana, contrario, cio un errore di memoria, che ha qualche relazione

con Ovidio. Nella bellissima ode All' Aurora, ritesse il Carducci, con rifulgenti immagini, la storia di Cefalo, attratto dal bacio la quale storia, come ognun sa, oltre che da altri dell' Aurora poeti greci e latini, fu narrata distesamente da Ovidio nelle Metamorfosi. Scrive il Carducci
;

Non

tu scendesti, o dea
1'

ma

Cefalo attratto al tuo bacio

salia per

Cadde
il

1'

fido'

aure lieve, bello come un bel dio. arco su 1' erbe e Lelapo immobil con erto arguto muso, mira salire il sire.
;

alla favola, Lelapo ci sta proprio come i merenda; perch, quando Cefalo fu rapito dall'Aurora, Lelapo era ancora in mente Dei ; o, meglio, in mente Danae. Lelapo fu donato da Diana a Procri (moglie di Cefalo), e da questa a Cefalo, molto tempo dopo che Cefalo era stato rapito e rilasciato dalla non corrisposta Aurora. (Si vegga Ovidio, Metamorfosi, lib. VII, verso

Or

qui, volendo star

cavoli a

la

fine).

(3)

Ne pi mugg o dagli La religion di Delo,

aditi

Questa locuzione ricorda alcuni luoghi di Vergilio e di Orazio. Quest'ultimo (1,16)


:

non adytis quatit

Mentem sacerdotum

incola Pythius.

(4)

Carducci.

Questo diversas curas corrisponde al varia d' amori Giacch parlo di Tibullo, mi fermo a qualche altro

del
raf-

fronto tra

versi del cavalier


:

romano

e quelli del Carducci.

Scrive

quest' ultimo nell' ode / voti

40

Che a gli agi suoi rinnovino Ben cento solchi i duri


Giovenchi
e Tibullo (III, 3)
;

Aut ut multa mei renovarent iugera

tauri.

il

Fantoni, nell' ode

Glicera

altri

possegga
provvegga.
Febo,
dice
il

Di molti

aviti iugeri

Fertil terreno, e a mille buoi

Negli Carducci
:

scritti

Maggio

Novembre^

parlando a

eterna

La giovinezza

avesti.

Tibullo

(1,4)

Solis aeterna est

Phoebo Bacchoque iuventas.


d'

Pi
scrive
:

sotto,

parlando dei bellissimi capelli

Apollo,

il

Carducci

la

Chioma stupor

bionda d' Olimpo.

Tibullo

(II,

3)

capillos

Quos admirata
cio la matrigna

est

ipsa noverca prius,


!

Giunone

eh' tutto dire

(5)

di

Venere a Enea,

Questi ultimi versi ricordano, del rimanente, 1' apparizione in mezzo a una selva odorata, descritta da Vergilio
:

nel I libro dell' Eneide

Cui mater media sese tulit obvia silva .... et avertens rosea cervice refulsit,

Ambrosiaeque comae divinum


Spiravere.

vertice

odorem

questi versi ebbe

1'

occhio anche

il

Foscolo nei Sepolcri


sento

bella Musa, ove sei tu?

Non

ambrosia, indizio del tuo nume, Fra queste piante, ov'io siedo e sospiro Il mio tetto materno. E tu venivi E sorridevi a lui sotto quel tiglio Ch' or con dimesse frondi va fremendo, ecc.
Spirar
1'

41

Anche

altre volte

il

esempio, questi versi

dell'

Carducci si ricorda di Vergilio. Per citar un ode Per la morte del Principe Napoleone :
figlio
d'

Non Non
ricordano
il

questo, o fosco

Ortensia,

questo avevi promesso al pargolo,


delle

principio
haec, o

divine

querele

di

Evandro

Non

Palla,

dederas promissa parenti.

(6) Ho detto pensatamente da nessun lrico ; perch, a dir vero, prima del settecento, trovasi cotal locuzione due volte nel poema

epico del Tasso,

il

quale, in

un luogo,

scrive (Gerus.,S^ 44):

Essi del ciel nel luminoso tempio

Han corona immortai


e in

del

vincer loro

un

altro {Gerus. 18, 13):

Luci

il

O quante belle tempio celeste in s raguna


s'

Fuori di questi due esempj che

incontrano

nell' epico nostro,

non

credo se ne trovi nessun altro, prima del settecento.

QUINTO ORAZIO PLACCO


NEI " LEVIA GRAVIA E

f^'

NEI " lUVENILIA .

Levia Gravia
Nel forte e nobile sonetto a N.
risposta ad
altro

F. P.,
al

sonetto indirizzato

che una Carducci, e che

comincia

Chi mi rimembra la speranza altera, Che giacque fulminata entro il mio core Te ragguard con mite occhio d' amore, Su 'l nascer tuo, Melpomene severa,

questi due ultimi versi sono

una traduzione bella


(IV, 3);

e oppor-

tuna

di

due versi d'Orazio

Quem

tu Melpomene semel Nascentem placido lumine videris.

Del resto, questi due versi d' Orazio ebbero anch' essi buona fortuna nel settecento, perch tentarono e sedussero, tra gli altri, il Rezzonico il quale, coronazione di Gorilla Olimpica, scrive
;

nell'
:

ode Per la

Che

se per arte o studio

Crede talun la fronte Cinger di lauro...

Lo spera

in van, se volgere

Le placide pupille

Non

si

Quando

degn Melpomene, ei nascendo aprille.

La
d'

bellissima ode / Voti prende le mosse da un'ode


l'

Orazio, e ne riproduce, con lieve cambiamento,


le

intimo

immagini Carducci comincia


senso e
:

nelle

prime quattro

strofe. L'

ode del

sche prega il vate, il libero Vate che preg-a e vuole ?,


e l'ode d'Orazio

(I,

31):

Quid dedicatum poseit Apollinem Vates? Quid orat...?


Seguita, qui, Orazio enumerando, col suo solito splen-

dore di locuzioni e

d'

immagini, una lunga serie di beni

materiali, rifiutandoli tutti, per concludere eh' egli

brama

solamente
turpe. Cosi

l'

integro animo, la cetra e una vecchiaja non


il

Carducci, nelle prime quattro strofe della

sua ode, seguita enumerando una lunga serie di beni materiali, rifiutandoli tutti, con imitazione evidentissima delle immagini e dello svolgimento dell' ode oraziana. La quale, del resto, diede le mosse anche a un' ode del Fantoni {A Glicera\ che comincia Sudando infaticabile, ecc. In questa ode del Carducci, / Voti, leggiamo pi
:

sotto

Che, delle spose immemore, Ruinava alla morte,

dei quali versi

il

primo traduzione dell'oraziano tenerae


(I,

coniugis

immemor

1).

che hanno per titolo Maggio e Novembre, la descrizione d' Apollo tolta evidentemente da Orazio. Scrive il Carducci
Negli stupendi
sciolti,
:

allor che Licia

T' accogliea ne' suoi gioghi, e

patarei

Dumeti

quando
la

in core

Amor

prendeati di tuffar
nella pudica

bionda

Chioma

onda

castalia.

Orazio

(III,

4):

Qui rore puro Castaliae lavit Crines solutos, qui Lyciae tenet

Dumeta

Patareus Apollo.

Pi sopra,
poi,
re
il

44

~
:

Carducci

Agieo
il

tuffar

la

bionda

Chioma entro

bel Xanto.

Anche Orazio

(IV, 6):

Phoebe, qui Xantho lavis amne crines


Levis Agyieu
;

dei quali ultimi

versi oraziani,
in

delmente anche dal Fan toni


Febo che
lavi
il

il primo fu tradotto feuna sua ode Ad Apollo:

biondo crin nel Xanto^

e dal Cerretti, nell'ode Al

Manfredini
i

Amabil Dio che

lucidi capegli

Lavi nel Xanto.

Del rimanente,

anche Orazio

tolse a

sua volta dai

poeti greci questa e altre simili descrizioni d' Apollo.

Nella calda e fiera ode Alla Libert, presa da Orazio


la bella

immagine dell'eco
:

del

monte vaticano. Scrive


1'

il

Carducci

'1

nome gi per
lui dal

aer cieco
eco.

Cupo rendeva a

vaticano
1'

Vertice

Orazio

(I,

20):
iocosa

Redderet laudes

tibi

Vaticani

Montis imago

(sapranno

meglio di me i lettori che, con la perifrasi iocosa imago, i Latini significavano semplicemente V eco).

Nel Brindisi, degno

d'

Alceo, leggiamo
tu gli animi
;

Evo, Lieo
Apri, e la
il il

speme accendi

concetto dei quali versi tolto evidentemente da Orazio;


quale, rivolto a Lieo, dice in un luogo:

Tu spem
altro,

reducis

mentibus

anxiis

(III,

21)

e,

in

un

che

Lieo

45

donare novas largiis, ad Alceo, scrive il Carducci


spes

(IV, 11). Pi sotto, alludendo


:

Ed

al

cautor lesbiaco,
;

Spavento de' tiranni


i

quali versi

potrebbero

sembrar

imitati

pur da Orazio

(IV, 9):
et Alcaei

minaces

Cameuae.

Ma

la verit

forse inconsapevolmente,

a sua volta, lo
(Al principe di

Carducci scrisse qui a dirittura, un verso del Fantoni il quale, deriv dalle parole sopra scritte d' Orazio
che
il
;

Cowper)
E

Alceo dai lunghi affanni Spavento de' tiranni.

poesia che ha per questo verso: troviamo bianca,

Nella

titolo

/ Poeti di parte

Tardi ritorna alla spera natia,

per significare
zio
(I,

Vivi lungamente. Nello stesso senso Ora-

2):

Serus in caelum redeas


e,

nel redeas^
il
:

compreso anche
nell'ode

il

natia del Carducci.


Caleppi, imitando

Ugualmente

Fantoni,

Al

Orazio, scrive

....

al ciel dal terreno

esigilo

Tardi ritorni.

Del rimanente,
zioni
simili, trovasi

lo

stessa concetto, espresso con locu-

anche, pi volte, nei poeti nostri del

secolo decimoterzo.

che hanno per titolo Alla meC. mortosi di ferro, accennando al truce e fermo proposito del morituro, il Carducci ha questo verso
Negli
sciolti mirabili,

moria di D.

Nella deliberata anima forte.


risoluta di uccidersi, scrive
Deliberata
al

46

37):

Parimente, Orazio, accennando a Cleopatra, fermamente


(I,

morte ferocior,
il

qual verso ebbe forse Y occhio anche


di Bruto,

Leopardi, l
:

dove parla

pur risoluto
Fermo gi

di uccidersi

di morir.

Pi sopra, nella stessa poesia,


detto
:

il

Carducci, dopo aver

Qual fu a vederlo con ardor virile Ruotare in breve giro agii destriero, E disserrarlo per l'aperto campo!,

soggiunge
Lasso !, negra,
il

ma

in

groppa

gli

sedea

la

cura

qual

verso tradotto

opportunamente da Orazio
(III,
1):

il

quale, in un luogo, scrive

Post equitem sedet atra Cura

e in

un

altro

(II,

16)

Scandit

aeratas

vitiosa

naves
relinquit.

Cura nec turmas equitum


Il

Fantoni, nell' ode

A
la

Giorgio Vianiy traduce

Sale la nave, del destrier sul dorso

Con noi

cura torbida
le

s' asside.

Nel sonetto Per leggiamo


:

nozze

d* Isidoro

Del

Lungo,

Povera e sola alla magion felice Ecco ne vengo, ove m'invidi un pio Amor che mi restava, o incantatrice.

Questi versi

rivolti dalla poesia,

personificata, a

una

novella, che, nelle prime ebbrezze matrimoniali, occupa interamente 1' animo del giovane e colto marito, escludendone momentaneamente anche V amor delle letsono una imitazione, come tutti tere e della poesia

sposa

47

sanno, di un concetto e di un'immagine ugualissima del


Parini nell' ode Alla

Musa

Giovinetta crudel, perch mi togli

Tutto

il

mio D'Adda?

ecc.

Ma

la frase

invidiare

ficato di togliere

una cosa ad una cosa ad alcuno

alcuno^ nel signi-

usata

poi

da

tanti poeti nostri, e, principalmente, dal

Foscolo

trasse

sua origine da Orazio (figuris et verbis felicissime audax) ; il quale, parlando del poeta Pindaro, dice che, col canto, alzava agli astri e invidiava all' orco giovini morti gloriosamente fra V armi (IV, 2) i

primamente

la

Plorat et vires

iuvenemque raptum animumque moresque


in astra nigroqiie

Aureos deducit

Invidet Orco.

Nel sonetto
versi

P. E. in morte di

Maria

sita moglie^
i

sono, forse, nella lor forma,


:

una reminiscenza oraziana

Ma le donne gentili oneste e belle Che un solingo arse in terra unico amore
poich Orazio, favellando parimente
d'

una moglie onesta


(III,

(Livia Drusilla, moglie d' Augusto), dice

14)

Unico gaudens mulier marito


Prodeat...
;

onde anche Agostino Paradisi (Urania):

rise

la donzella

All' unico marito.

48

JuvenlUa.
Nel singhiozzante e fremente sonetto, che comincia:
S

crudelmente fero quel


l'

flagello,

forse (dico forse^ perch qui


fu presa molto

imitazione assai dubbia)

opportunamente da Orazio una bellissima immagine. Il Carducci dice che, stanco dei tanti disinganni della vita, pensa di finirla, e abbassa V occhio a te^ra^ quasi cercando il sepolcro ma vedendosi innanzi l'aspetto della madre, o della moglie, che, atteggiata di speranza e di dolore, pur in lui guarda lagrimando, e solamente per lui mostra aver caro V avvenire, egli depone, sebbene a malincuore e fremendo, il fiero proposito. Cosi Orazio, descrivendo Attilio Regolo, fermo nel proposito di voler morire per la patria, e resistente alle preghiere e alle lagrime della moglie, erompe cantando divinamente
; :

Fertur pudicae coniugis osculum

Parvosque natos,

ut capitis minor,

Ab

se removisse, et virilem

Toruiis

humi posuisse vultum.

Io dubito che questa bellissima

immagine

dell'

abbas-

sare

il

volto

a terraf

in atto

d fremente

irremovibilit

disperata, sia stata imitata dal Carducci, l

dove dice che

abbassa V occhio a terra.

Ma

un puro dubbio.

Un' altra
V emistichio
:

minuzia.
Il

Nel

sonetto

Pietro
l'

MetastasiOy

tuo nobile Calo, ricorda

oraziano Catonis

nobile letum.

Nel sonetto Vincenzo Monti, il paragone che il poeta Monti con V impeto di un fiume, preso da Orazio, il quale paragona similmente a impetuoso e spumante fiume il canto di Pindaro. Scrive il Carducci
fa del canto del
:

T'usciva

il

Come

dell'

canto rapido in sua possa Eridn l'onda natia.


E
Orazio:
Fervet,

49

Monte decurrens velut amnis, immensusque ruit profundo


Pindarus ore
;

quali versi

oraziani

imit, al solito,
il

anche

il

Fantoni,

quando paragona a un fiume


lode di Metastasio)
:

canto del Metastasio (In

Artino un fiume che nel vasto letto

Lucido scorre fra

la ripa erbosa.

(E qui prego
la

lettori di

non confondere V eloquenza con

usitato
;

poesia. So

benissimo che

proverbiale

il

paragone dell' eloquenza con un fiume ma non credo sia molto frequente nei classici il paragone della poesia con un fiume).
Il

sonetto che comincia

Bella la donna mia se volge

neri....,

imitazione felicissima

della

fine

di

un' ode

oraziana.

Dice Orazio che nessuna dolcezza, nessun bene terreno, uguaglia di pregio la sua donna,

Dum

fragrantia detorquet ad oscula

Cervicem.

il

Carducci

Cosa

di cielo la

Che

la rosea cervice e
ai

Declina
:

mia donna allora il vago riso baci e quei d' ambrosia irrora.

Le parole e quei d' ambrosia irrora, traducono il fragrantia d' Orazio ma assai pi bello il detorquet che il declina (vero che la lingua italiana non concedeva al Carducci di render bene il deto^quet scultorio della lingua latina). L'epiteto di rosea dato a cer^vice, parimente roba d'Orazio:
;

Cum

tu, Lydia, Telephi Cervicem roseam, etc.

50

Del resto, anche Vergilio, nel lib. I della Eneide, parlando di Venere, dice rosea cervice refuUit. Nello stesso sonetto, parlando sempre della sua donna, scrive il Car:

ducci

E, minacciando, pur chiede eh' io tenti

La
i

dolce guerra e la vittoria speri


le

quali versi seguitano a tradurre


citata:

immagini espresse

da Orazio nell'ode

aut facili saevitia negat

Quae poscente magis gaudeat

eripi.

Da

ultimo, anche oraziano

il

verso

Sopra quel sen,

fra quelli amplessi io

mora

!,

che rende

il

tecum obeam
al

libens d' Orazio.

secondo libro dei luvenilia, il pi rigurMa essendo anche riboccante di reminiscenze di altri classici latini e italiani, credo utile ripetere che il mio assunto di rilevar solamente le reminiscenze oraziane perci, salter a pie
gitante di reminiscenze oraziane.
:

Passiamo

pari

quelle

di
d'

altri

classici,

salvo

quando
verso,
o

coincidano
passo,
del

con quelle Carducci.

Orazio

nello

stesso

La prima ode di questo libro, indirizzata a Ottaviano Targioni Tozzetti, tutta modellata esattamente sulla pri-

ma

ode d' Orazio Maecenas atavis edite regibus. Dopo aver enumerato e descritto i diversi studj umani e le
:

varie occupazioni dei mortali,

dice

eh' egli consacrato

unicamente alla poesia. E tanto Orazio, quanto il Carducci, invocano il favore della musa argiva. Tanto Orazio, non quanto il Carducci, accennano, ma modestamente per mezzo di una superba affermazione, ma di un pio

voto e desiderio

alla lor qualit e professione di poeti.

Dice

il

Carducci

51

se un tenue spirto 1' argiva Cainena infondami !, se a me ne' lieti Fantasmi eterei de' suoi poeti

Ed oh

Grecia riviva

Orazio:
si

neque

tibias

Euterpe cohibet, nec Polyhymnia

Lesboum

refugit tendere barbiton

Quod

si

me

lyricis vatibus inseres,


!

Sublimi feriam sidera vertice


I

primi due versi, poi, della strofe sopra scritta del Carson

ducci

traduzione letterale
:

di

un

altro

luogo dello

stesso Orazio

mih ... Spiritum Gratiae tenuem Camoenae


dedit
il
;

qual luogo

Giorgio

oraziano Viani:

imit

anche

il

Fantoni

nell'

ode

Lo

spirto tenue del latino stile


la

A me

Parca consegn benigna.

Del resto, anche il Fantoni (certo, meno opportunamente del Carducci) allude pi volte al favore dell'eolia

musa

e della lesbia cetra.


Al tsco invito
dell' eolia cetra,

dice, per esempio, neir

ode a Fille Siciliana

il

qual ver-

so similissimo, nel concetto, a un verso carducciano di

questa stessa ode

Io tsco e

memore

dell'

are atte

cio,

toscano di patria,

ma

studioso di poesia greca. Tutti

sanno che anche il Fantoni era toscano. Pi sopra, dice il Carducci


:

me

di

mutua fede

costretto

il qual mutua, in questo senso, tolto da r usa spessissimo. Per esempio


:

Orazio, che

52

et

bene mutuis

Fidum pectus amoribus.

Dice anche

il
le

Carducci

Qui fra

candide gioie di Bacco,

dove r epiteto di candido Bacco roba d' Orazio

dato alle gioje di Bacco, o a

... non ego te, candide Bassareu, Invitum quatiam.

Sapranno i lettori che, fra i tanti altri nomi, Bacco aveva anche quello di BassareOy nome forse derivato da Bassara, luogo della Lidia dove si facevano vesti talari simili a quella indossata da Bacco, per testimonianza di Tibullo
:

Fusa sed ad teneros lutea palla pedes.

Anche il Foscolo, nelle Grazie nome di Bassareo


:
.

(Inno

I),

chiama Bacco

col

Chiam un

invan d' oltre 1' Eufrate Bassareo giovine dio ingentilir di pampini le balze.
.
.

di

Del resto, anche Tibullo d pi volte V epiteto di candido a Bacco. Infatti, dice in un luogo Candide Libe?^ ades ; e in un altro Candidior seniper, candidiorque veni. Parlando, poi, degli studj del guerriero, il Carducci
:
:

dice

Neil' aer livida

che da' moschetti Divisa stride

il

qual

participio

divisa,

applicato all'aere solcata dal

fuoco, imitato da Orazio, che scrive:

Dumque

Diespiter

Igni corusco nubila dividens.

Anche

il

Leopardi, parlando del fuoco della folgore, imita


:

quest' uso oraziano del verbo dividere

Tonando,

il

tenebroso aere divide.

Seguita
naviganti
:

il

Carducci,

parlando

di

mercanti

di

53
Con
fame dell'oro
tu vedi.

altri vig-ile

La prora ascendere

Anche Orazio chiama


vigile cura

il

navigante indocilis pauperiem

pati. , poi, interamente oraziana questa

immagine

della

che accende la nave insieme col navigante.


:

Dice Orazio

Scandii aeratas vitiosa naves

Cura
e altrove
(III,

1):

neque
Decedit aerata triremi atra cura
. .
.

la qual

immagine

fu imitata
:

da

tanti poeti nostri.

Il

Leo-

pardi, per esempio

Ahi, ahi,

s'
;

asside

Su r
e
il

alte

prue la negra cura

Fantoni, nell'ode

Giorgio Viani
Sale la nave,

Con noi

la cura torbida

s'

asside.

Pi

sotto, dice

il

Carducci:
flutti

D'euro che gl'ispidi

cavalca,

metafora tolta parimente da Orazio:


Eurus Per siculas equitavit undas.

Parlando da ultimo
Vinca
io

di s,

il

Carducci scrive
l'

con semplice petto


di s,

invidia.

un luogo Invidiaque maior urbes relinquam; e altrove: Et iam dente minus mo^deor invido. Sopra questo concettuzzo si svolge tutta r ode minuscola del Fantoni Ad alcuni critici. Finalmente, chiude il Carducci la sua ode, dicendo
Orazio, parlando
dice
in
:

Anche

lunge

il

servile

Gregge profano

!,

la
di

54

quale esclamazione e le quali parole sono reminiscenza parecchi luoghi d'Orazio, che, nell'ode P del libro III,
:

scrive

Odi profanuni viilgus et arceo

e nella Epistola 19 del


imitatores,

lib.

servum pecus,

etc.

Altrove, poi: Et

malignum spernere vulgus ;


le

concetto che,

del resto, fu ripetuto a saziet da molti

lirici nostri,

masdi

sime dal Parini e dal Fantoni, con


Orazio.

medesime parole

Saltiamo a pie pari la seconda ode

A Neera, che

come avverte il Carducci nelle noie traduzione o imitazione del Basium II di Giovanni secondo, e per non
contiene roba di Orazio, salvo
Le tenue fronte su
il

verso

la dotta cetra,

dove r epiteto tenue, dato a

fronte, preso
;

da Orazio

Insignem tenui fronte Lycorida

e anche l'attributo dotto, dato


zio
(I,

al

poeta,

roba d'Ora-

1):

Me doctarum hederae praemia


onde anche
poeta
il
:

frontium

Leopardi, nei Paralipomeni, chiama dotto


Omero.

il

Omero

Non che

il

prisco Israele,

il

dotto

passiamo alla terza ode A Febo Apolline; la quale, meglio che poesia, pu dirsi una burla, una dotta burla, del genere dell' Inio a Nettuno del Leopardi (i lettori ricorderanno che l'inno del Leopardi tutto composto con versi ed emistichi presi sparsamente da varj poeti greci); poich dei duecentododici versi di cui si compone, i versi originali del Carducci son tanto pochi, che si possono quasi contar sulle dita. un mosaico, fatto con brani di poeti latini tradotti (di Tibullo vi sono due lunghissimi brani) e

55

con versi di poeti nostri, massime di Ludovico Savioli e di Vincenzo Monti. Ma tutto ci non entra nel mio assunto, che solamente di rilevar le reminiscenze oraziane. Sicch, restringendomi a rilevar queste, salter a pie pari tutte
le altre.

Seguitiamo,

dunque,

raffronti

oraziani.

Scrive

il

Carducci

Ed

ella ornai le tacite

Cure nel petto anelo


Volge.

Ella la fanciulla innamorata.


forse,

Questi

versi

non son

propriamente parlando, una reminiscenza; ma ricordano certamente al lettore ci che Orazio dice degli amanti in genere:
.
.
.

amantem
imo

et

languor et silentium

Argiiit, et latere

Petit US

spiritiis.

Altrove, parlando di se stesso innamorato di Ligurino:


Inter verba cadt lingua silentio.

Seguita

il

Carducci

Dolce fiammeggian V umide Luci ;


la

immagine, applicata a una amante, potrebbe cordare ci che di s, amante, dice Orazio
qual
:

ri-

Manat
Cosi pure

rara nieas lacryma per genas.

gli altri

due versi della

strofe carducciana:

In su

Siede pallor lievissimo le rosee gote,


il

potrebbero ricordare

verso

d'

Orazio

Et tinctus viola pallor amantiuin,

o r altro d' Ovidio

Palleat omnis

amans

color est hic aptus amanti.

Ma

pi probabile che, in vece


il

di

ricordar Orazio
seri-

o Ovidio,

Carducci ricordasse e avesse presente,

vendo questi
co
Savioli,
versi,

56

AmoH
di

una

strofe degli

Ludovi-

dal

quale prende molte altre immagini nel

progresso dell'Inno; tanto pi che la strofe del Savioli


allude direttamente,
del poeta.

come

quella del Carducci,


le

all'

amante

Mettiamo a confronto
il

due

strofe.

Dice della

sua amante

Carducci:

Dolce fiaTimeggian V umide Luci nel vano immote : Siede pallor lievissimo In su le rosee gote ;
e
il

Savioli dice della sua:


Vedrai le guance rosee D' un bel pallor velarsi,

E
Seguita

cari occhi cerulei

Accesi in te fissarsi.
il

Carducci:
le dolenti

Ma

immagini

Si portin gli euri in

mare

quali versi sono

una reminiscenza
tristitiam et

di

questi d' Orazio

metus

Tradam

protervis in

mare

Portare ventis.

il

Fantoni, a imitazione d'Orazio, nell'ode^ Maurizio

Solferini:

...

le torbide

cure

si

spingano

Nel vasto mare.

Pi sotto, ha

il

Carducci:
presser
fati,

Quando immaturi
L' egra Sulpizia
i

dove

il

verbo premere^ in questo senso, oraziano:

Tam
Similmente
il

te

premei nox fabulaeque Manes.

Fantoni, imitando sempre Orazio,

nell'ode

Al Ferretti

t><

interminabil notte
Ci preme.

Continua

il

Carducci

dipingendo

bianchezza del

corpo d'Apollo:
Qual della luna in placido Sereno, era il candore
;

quali versi

reminiscenza

di questi similissimi

potrebbero sembrare, per avventura, una d'Orazio:

albo sic hiimero nitens,

Ut pura nocturno renidet

Luna mari

come pure

sia

detto per incidenza


:

gli altri

due versi

della strofe carducciana

Era nel corpo niveo Di porpora il colore,

potrebbero sembrar una reminiscenza evidente del verso di Ovidio (Med. Ili):

...

et in

niveo mixtum candore suborem

tanto pi che qui Ovidio, favellando di Narciso, ne fa un paragone con quello stesso Apolline di cui parla il Carducci; e tanto pi che molte altre immagini di quel paragone ovidiano combinano perfettamente con ci che dice il Carducci nella strofe precedente. Tuttavia, n di Orazio, n di Ovidio, si ricord certamente il Carducci scrivendo questi versi perch e questi e venti altri appresso son tradotti letteralmente da Tibullo (III, 4)
;
:

Candor

erat

qualeni praefert

latonia

luna

Et color in vineo corpore purpureus.

E
II

qui mi perdonino

lettori d'

aver accennato

di sfuggita

a Ovidio sul proposito di versi non raffrontati con Orazio.


trovarsi quei due versi nella stessa strofetta in cui si trovano quelli raffrontati con Orazio, e il formar essi con
quelli

una immagine

sola,

mi ha trascinato per un

istante

fuori dei limiti del presente studio.

58

Veniamo, adesso,
questo
libro.

al

Brindisij che la quinta ode di

imitata evidentemente da Orazio.


detto
:

Incontriamo subito una figura retorica, troppo retorica, Il Carducci, dopa aver

noi progenie italica


g-li

Ridan

dei dei Lazio,

La madre

degli Enead
d'

E r armonia ha questi versi:


M' inganno
Intorno a
Fiacco, io

Orazio,

? o

me
ti

un' aura lirica s'aggira?

sento.

Or,

questa specie di visione

improvvisa, dopo
il

invocazione, reminiscenza d'Orazio;


detto
(III...),

una quale, dopo aver

Descende coelo et die, age, tibia Regina longum Calliope melos,

esclama improvvisamente:
Auditis ? an me ludit amabilis Insania? Audire et videor, ecc.

Anche
cato

il

Fantoni,

nell'

ode Alle Muse, dopo


stesse

Calliope con improvvisamente


:

le

parole

d'

aver invoOrazio, esclama

Sogno,

un' amabile follia seducemi


!

?
!

Le porte schiudonsi

le

Muse

io

veggio

Del
in

mo una

anche nell' emistichio Fiacco, io ti sentOy troviareminiscenza oraziana nel verbo sentire usato questo senso nelle Epistole (II, I)
resto,
,
:

praesentia

numina
i

sentit.

Pi

sotto,

il

Carducci ha
io

seguenti versi

Alle decenti Cariti

Ecco, tre nappi

vuoto.

59

Sacro a' sapienti il numero Dei nappi tre; ma nove A noi ne ehieg-gon l'impari Figliuole ascree di Giove.

Non san le dive offendersi Del temperato bere.


Or, tutti questi versi sono una riproduzione fedelissima dei

seguenti

d'

Orazio

tribus aut

novem

Miscentur cyathis pocula commodis. Qui Musas amat impares, Ternos ter cvathos attonitus petet Vates. Tres prohibet supra, Rixarum metiiens, tangere Gratia

Nudis iuncta sororibus.

Del rimanente, anche Ausonio dice


Ter bibe, vel
al
toties ternos
:

sic

mystica lex est

qual verso ebbe forse

1'

occhio
il

il

Carducci scrivendo

Sacro a' sapienti Dei nappi tre.

numero

Seguita

il

Carducci:

tu discordi, o Libero,

Dalle virt severe.

Anch' ei la tazza intrepido Catone al servo chiese, Poi ripensando a Cesare


Il

roman

ferro prese.

Questi versi ricordano molti luoghi

d'

Orazio, e

segnata-

mente questo

(III...)

Narratur et prisci Catonis

Saepe mero caluisse virtus

maggior parte degl' interpetri credono che Orazio alludesse a Catone Uticense, come il Carducci nei versi sopra scritti. Il prisci avrebbe il significato di uomo di
la

dove

prisca virt. Anche noi diciamo spesso air antica; egli un uomo antico.

Egli

un uomo

60

Veniamo, adesso, all'ode per la B. Diana Gintini, che rigurgita di reminiscenze oraziane. Il Carducci ha questi versi
:

E, pieno r anno, di votivo onore


L' ara
si
ti

splende.

spande per le vie festosa Turba e s' allegra. Disciolto il bove mormora un muggito Esulta il gregge nell' erboso piano,

che son traduzione letterale

di

un passo

dell'

ode oraziana

A Fauno:
tener pieno cadit hoedus anno,

vetus ara multo

Fumat

odore.

Ludit herboso pecus omne campo, Festus in pratis vacat otioso Cum bove pagus.

Del resto, pur traducendo da Orazio, il Carducci ebbe r occhio anche ad altri classici. Per esempio, quando
scrive
:

...

si

spande per

le vie

festosa

Turba
imita
i

e s'allegra,

seguenti versi del Leopardi

Tutta vestita a festa La giovent del loco Lascia le case, e per le vie si spande; E mira ed mirata, e in cor s'allegra.

Seguita

il

Carducci

su r aratro ancor dal solco attrito canta il villano.


il

tuo terren natale


al

te s'

adorna, ed

tuo piede in tanto


;

Gigli
i

sommette e

rose, ecc.

quali versi, mutatis mutandis, son ispirati e informati

dalla continuazione dell' ode sopra


Spargit agrestes
tibi

mentovata d'Orazio:

Sylva frondes:

Gaudet invisam pepulisse fossor Ter pede terram.


Continua
il

61

Carducci

Se nostra

dirti,

o buona, anco

ti

giova.

Orazio (Carni, saec), rivolto a Diana e ad Apollo

Eoma
Scrive
il

si

vestrum est opus,


:

etc.

Carducci

Odi

le caste vergini

il

lamento

Della canuta etade odi.

Orazio, nel suddetto carme, dopo aver detto


Supplices audi pueros. Apollo;

Siderum regina

bicornis, audi,

Luna, puellas,

seguita cosi:
Dii, probos

mores

docili iuventae,
etc.

Dii, senectuti placidae quietem,

Da

questi versi trasse forse ispirazione anche

il

Manzoni,

nella fine dell'inno per la P^n^^cos^^. Infatti, egli dice:


Spargi la casta porpora
Alle donzelle in viso, ecc.

Tempra
Il

de' baldi giovani


ecc.

confidente ingegno,
la canizie
liete voglie sante.

Adorna
Di

il

Carducci

Ruinan, vedi, a soffrir tutto audaci Le menti umane in disperata guerra.

Orazio, poi

Audax omnia Gens humana


Seguita
il

perpeti,
ruit per vetitum nefas.

Carducci

Ragguarda, o buona^
,
.

a' figli
ti

madre

al

popol tuo

mostra


e Orazio
(I,

62

2)

neglectum genus

et iiepotes

Respicis auctor.
Il

Carducci scrive anche:


Benigna
assisti a' focolari
aviti
:

Multi plicata invochi te la prole

e Orazio, nel

carme gi

detto

Romulae genti date remque, prolemque.

Da

ultimo,

il

Carducci chiude V ode cosi

a danno irrompa qui possa d'inferno,

Te duce
e Orazio chiude
1'

nostra;

ode seconda

in questo
inultos,

modo

Neu

sinas

Medos equitare

Te

duce, Caesar.

Passiamo, ora, all'ode A Giulio. Qui, incontriamo una ventina di versi, tradotti pi che imitati da Orazio. Scrive il Carducci
:

Non sempre aquario

verna, ne assidue Nubi si addensano, pioggie si versano Malinconicamente Sovra il piano squallente Non sempre 1' arida chioma alle roveri I torbid' impeti d' Euro affaticano, N dura artico ghiaccio
:

industri legni impaccio

Ma

tu, o

che vespero levi la rosea

Face su 1' ampio del ciel silenzio, fugga al sol d' avanti Mal gradito agli amanti, Tu sempre in flebili modi elegiaci Lamenti, o Giulio, la cara vergine, ecc. Oh non continue querele e gemiti Commise a' dorici metri Simonide N ogn' or gem, ecc. Deh, se pur premeti desio di piangere, Mira la patria, ecc.
!


Valgio
:

63

dell'

Tutto ci riproduzione fedelissima

ode oraziana

A
si

tanto fedele (persino nelle minuzie), che

non

pu credere neppure che il Carducci la possa aver fatta a memoria^ come accade in simiglianti casi quasi forza credere che egli, scrivendo, abbia tenuto aperto innanzi
:

a s

il

libro delle odi oraziane. Scrive, in fatti, Orazio:

Non semper imbres


; ;

niibibus
. . .

hispidos
iners

Manant in agros nec stat glacies Menses per omnes aut aquilonibus
Querceta Gargani laborant, Et foliis viduantur orni. Tu semper urges flebilibus modis Mysten adeptum nec tibi vespero Surgente decedunt amores,
:

Nee rapiduni fugiente solem. At non ter aevo functus amabilem Ploravit omnes Antilochum senex Annos nec .... Prygiae sorores Flevere semper. Desine mollium Tandem querelarum et potius nova Cantemus Augusti trophaea, ecc.
: :

Anche

il

Fantoni,

del

resto,

imit, o tradusse, variando

qualche particolare, Ferretti Preste:

questo passo

oraziano

nell'

ode

Non sempre ai sguardi del nocchier la stella D' Orlon nomboso minacciosa appare, N d' Adria inquieto l' inegual procella Agita il mare. Non sempre, o Fresie, inerte ghiaccio il monte Copre d' Alvernia, o il ciel di Flora fosco, Ne sempre incurva la ramosa fronte
Il folto

bosco.

Tu sempre

mesto
:

o te gentil circonde
ex^c.

Stuolo di ninfe

o,

certo,

Carducci

altri classici.

pur traducendo da Orazio, non dimentic Per esempio, i versi


:

il

pioggie si versano Malinconicamente Sovra il piano squallente,

64
ricordano

bellissimi versi del Leopardi

Com' quando a distesa Olimpo piove Malinconicamente e i campi lava.


E, pi sotto,
i

versi

querele e gemiti

Commise

a' dorici

metri Simonide,

rammentano

altri versi dello stesso

Orazio

commissi calores
Aeoliae fidibus puellae.

Seguita

il

Carducci

anch' oggi splendidi gli sdegni vivono Ne' tardi secoli, spirano i fremiti Delle genti latine,
Nelle armonie divine
i
;

quali versi richiamano subito alla


:

memoria

questi altri

oraziani

spirai

adhuc amor,

Vivuntque commissi calores Aeoliae fidibus puellae.

Anche

il

Fantoni, del resto, imit questi versi nell'ode Al


:

principe di Coivjcr
Vivono

eterni quei greci

numeri

Che

alle tremanti

corde del Lazio

Spos r arte animosa Del canto r di Venosa.

Scrive

il

Carducci

Qui dove i Marie, ecc.


Il

tri vii

d' urli e

domestico

domestico Marte, per significare le guerre interne della patria, derivato felicemente dai domestica facta d' 0razio (De arte poetica, v. 287).

Passiamo, adesso,
Scrive

al

frammento del Pi'ometeo, dove

troviamo, a prima giunta, cinque versi dedotti da Orazio.


il

Carducci


Gli
si

65

preniea la Forza e la ferrata


:

Necessit
Dell'

scotea 1' una adamante eterno, e Con la imminente mano


la fronte sten dea del

legami
altra
i

1'

chiovi

Su

gran Titano.

Questi versi riproducono due passi


in

d'

Orazio

il

quale,

un luogo, dice

Te semper anteit saeva Necessitas Clavos trabales et cuneos manu Gestans ahena, ecc.;
e in un altro
:

Si figit

adamantinos
verticibus dira Necessitas
ecc.-

Summis
Clavos,

Del

resto,

anche
:

il

Leopardi imit questi passi

d'

Orazio

nei seguenti versi

Preme

il

destino invitto e la fen^ata


g'

Necessit

infermi
ecc.

Schiavi di morte,

L' epiteto ferrata,

copiato dal Carducci, rende assai


:

bene, con una sola parola, le immagini oraziane


Clavos trabales et cuneos Gestans ahena, ecc.

manu

Continua

il

Carducci

Orfeo mosse

Citareggiando e

le foreste aurite ;

e Orazio
insecutae

Orphea sylvae

Blandum

et auritas fidibus canoris

DiLcere quercus.

66

frammento Omero. pingendo Omero, mentre sta per cantare,


all'

Veniamo

altro

Il

Carducci,

di-

stipato

da una

densa

folla di ascoltatori, scrive

un
Addensato
cogli

vulgo

omeri attendea.

Cos Orazio, dipingendo

Alceo mentre canta stipato


:

da una densa

folla di ascoltatori

Densum humeris
Seguita'
il

bibit aure vulgus.

Carducci splendidamente
la ionia

hi vista ardea

onda famosa
i

biancheggiavan lunge
d'

traci monti.

Orazio, con pari fulgore

immagine
et

Hebrum
Thracen.

prospiciens

nive

candidam

Pi

sotto,

il

Carducci ha
e

ire

Commise

del potente Eschilo al canto,

che ricorda un passo oraziano, gi innanzi citato


commissi calores
Aeoliae fidibus puellae.

E, adesso, all'altro

frammento Dante. Dice

il

Carducci,

metaforicamente

e crollar truce la

morte

Le immani

torri.

Orazio, con la stessa metafora

Phthius Achilles

Dardanas turres quateret tremenda


Cuspide
;

il

qual passo oraziano imit, o tradusse, anche

il

Cerretti

neir ode

Giovanni Ansanti


E
le torri di

67

scotea
1'

Dardano
Truce co

asta.

strano che tanto

il

Cerretti,

quanto
d'

il

Carducci, resero

con r aggettivo truce, il tremenda Pi sotto, ha il Carducci


:
.

Orazio.

infamati
:

sassi

ermi

al tirreno,

che ricorda V oraziano


Infames

scopiilos Acroceraunia.

Veniamo, finalmente,
intonazione
odi di Orazio

all'

solenne e profetica

ode

AgV
si
il

Italiani, che

per

accosta molto alle due

Ad Romanos.

Scrive

Carducci:

Quando virtude con fuggenti piume


Sprezza
i

la terra e chiede altro sentiero,

quali versi son tradotti fedelmente da questi d' Orazio


Virtus
.
.

Spernit

humum

negata tentat iter via fugiente penna.

Qui bench fuori del proposito del presente scritto non posso non osservare (giacch T osservazione cade appunto nei versi raffrontati ad Orazio) che piume non rima con alluma. Non si pu credere che piume sia errore di stampa perch anche fuggenti in plurale perch la bella edizione Barbra non ha neppur un solo errore di stampa; e perch quest' errore di rima trovasi anche nell' ultima edizione definitiva dello Zanichelli. D'altra parte, non parmi verosimile che il Carducci, oculatissi-

mo

e accuratissimo in tutte queste minuzie, abbia lasciato

trascorrere inavvertentemente cotal errore. Crederei piuttosto che il Caj-ducci avesse scritto da principio con fuggente piuma, tenendosi pi strettamente fedele al fugiente penna d' Orazio ma che, in progresso, sentendo che questo singolare, nella nostra lingua, era un po' aspro, e
;

parte non potendo mutar la rima senza sacrificare qualche bella immagine o pensiero, impazientito, lasciasse correre con fuggenti piume. E chi vuol gridare.
d' altra

forse


gridi pure
!
-

68

Anche

il

Tasso imit

versi soprascritti d' 0(st.

razio, nel canto V. della

Gerusalemme
i

62)

piacer
ciel

frali

Sprezza, e sen poggia al

per via romita.

Seguita, poi,

il

Carducci, descrivendo l'educazione

vi-

rile del giovinetto italiano nei nostri

tempi migliori

Durar nel
Vegliar

ferro

il

giovin corpo altero,

le notti gelide, ecc.

Anche
giovinetto

Orazio, alludendo

alla

educazione

virile

del
:

romano

nei tempi migliori della Repubblica

Robustus acri militia puer Vitam sub dio et trepidis agat


In rebus.

Del rimanente, questa e le due strofe precedenti dell'ode


carducciana, riproducono, mutatis mutandis, ci che dice
Orazio, in pi luoghi, della forte e virile educazione del
giovinetto
odi, l'ode

romano
2.* e 5.*

(vedi,
).

Il

segnatamente, nel libro III delle carducciano: a morte libera devoti,

traduzione dell' orazione

Scrive, inoltre,

il

Devota morti pectore liberae. Carducci


:

Alle pie mogli dissero le dure

Fortune delle pugne,

ecc.

Questo du7^e fortune bellissima traduzione del dura ! Orazio, l dove parla d' Alceo narrante le dure fortune delle guerre da lui guerreggiate (II )

mala

Sonantem plectro dura Dura fugae mala, dura

navis,
belli.

Continua

il

Carducci

E
Sogni su
'1

le

paure

Delle regie consorti e gli anelanti


fato del signor.

Ci
lissima,

riproduce

fedelmente,

alcune

splendide

e in una scena uguaimmagini del divino Orazio.

69

Infatti,
efftti

il

poeta latino, parlando,

come

il

Carducci, degli

di quella virile
:

educazione sul giovinetto, erompe

cantando

illiim ex moeiiibus hosticis Matrona belantis tyi-aniii

Prospicieiis et adulta virgo,

Eheu, ne rudis agminum Sponsus lacessat regiiis asperum Tactu leonem, quem cruenta Per medias rapit ira caedes.
Suspret
:

A questi splendidi
che pi
di

versi ebbe certo l'occhio

il

Carducci an-

sotto, allorch,

seguitando descrivere l'impeto


:

quel giovinetto in mezzo alla battaglia, erompe in un


Chi
fia

che tenti quel rovel Mone?,

traduzione fedelissima del

ne sponsus lacessat regius

asperum tactu leonem


Ma, dalla
virt dei
patri,

contemplazione
torna
il

della

austera

fulgida

Carducci a mirare e piangere la corruzione e vilt presente. E comincia, come Orazio, dalla corruzione del sesso debole, e, specialmente, delle
giovinette:
Vile ed infame chi annebbi
il

pudico

Fior de' tuoi sensi nei frementi balli,


giovinetta, e stimol de' falli
Il

g-erme antico

Cos Orazio:
Motus doceri gaudet ionicos Matura virgo, et fingitur artubus lam nunc, et incestos amores

De
Continua

tenero meditatur ungui.

il

Carducci:
e air

alma ed

alla

mente

Galliche fole di peccar mezzane

Esca porgete.


E
Orazio:

70

Et peccare docentes Fallax historias monet.

Subito dopo, con fiera ironia,

il

Carducci

proceda 1' erudita e bella Vostra Lucrezia agi' itali mariti, Puri accrescendo ai sacri rami aviti

Fronda novella
cio,

aggiungendo nuove corna

alle

corna gi fabbricate
1'

dalla

madre

e dall' ava, o dalla suocera, ai proprj mariti.

educazione corruttrice della giovinetta, dice che, andando poi a marito,

Similmente Orazio, dopo aver descritto

Mox

iuniores quaerit adulteros


ecc.

Inter mariti vina,

Dopo

ci,

il

Carducci scatta improvvisamente gridando:


di tal vasello uscia
1'

Ma non
Premea

antico

Guerrier, che, a sciolte redini, feroce


dell' asta

intensa e della voce

Te, Federico

(S'intende, Federico Barbarossa). Similmente Orazio erompe, gridando


:

Non

his iuventus orta parentibus

aequor sanguine punico, Pyrrhumque, et ingentem cecidit Antiocum, Hannibalemque dirum


Infecit

Da

questo confronto degli eroici

fatti

della

virt

immortale dei padri, con la corruzione e vilt presente, sorge improvviso al Carducci un disperato consiglio: - partire tutti, lasciar tutti per sempre questo suolo glorioso di cui siamo indegni, lasciarlo tutti in una solenne e divina solitudine
:

di cor

peregrina e di favella
a'

E E

di vesti e di vizi, o in odio

numi

agli avi

ed alla patria, or che presumi,


Stirpe rubella?

Sgombra

di te la

sacra terra,

ecc.

71

Tutto ci tolto da Orazio; il quale, dopo aver pianto, Romani a fremendo, la spenta virt degli avi, consiglia partire tutti, a fuggire tutti in altre terre, errando per gl'infiniti oceani; e, prima di partire, a giurare di non tornar mai pi alle sponde latine (Epod.) :
i

Eamiis omnis execrata civitas Nos manet oceanus circumvagiis,


:

ecc.

Da

questo passo

d'

Orazio

tolse

anche
:

il

Leopardi

la

solenne chiusa della seconda Canzone

Guasto legnagg-io,

Che

stai ?

Levati e parti.

si conviene a s corrotta usanza Questa d' animi eccelsi altrice e scola Se di codardi stanza, Meglio r rimaner vedova e sola
!

Non

Da

ultimo,

il

Carducci, con supremo furor


su
d' oltre

lirico,

chiude:

Rompa

mare

e d' oltre

monte
!

Barbarie nova Frughi n degli avi nelle tombe sante Con le spade ne' figli insanguinate, E calpestin le sacre al vento date

Ossa

di

Dante

Tutto ci parimente tolto di peso da Orazio

il

quale, nella
:

stessa ode sopra menzionata, seguita gridando forsennato


Barbarus, heu, cineres insistei Victor, et urbem Eques sonante verberabit ungula Quaeque carent ventis et solibus ossa Quirini (Nefas videre !) dissipabit insolens
!

72

NOTE
(1^

ziane che
il

In questo studio, io ho rilevato solamente le reminiscenze orasi trovano nei Levia Gravia e nei luvenilia. Tuttavia, come
d'

Carducci seguit a rammentarsi


cos

poesie,
fronti,

non sar male far tra Orazio e che mi vengono ora a memoria.
Per
L'

Orazio anche nelle posteriori lui alcuni pochi raf-

Neil' ode

anniversario della fondazione di


il

Roma, che

tro-

vasi nelle Odi barbare, scrive

Carducci

Se

al

Campidoglio non pi
il

la

vergine

tacita sale dietro


i

pontefice,
di

quali due versi sono


:

una dotta traduzione

un luogo

d'

Orazio

(III; 30)

dum Capitolium Scandet cum tacita virgine pontifex.


Neil' ode Alla

barbare, scrive

il

mensa dell' amico, che trovasi fra Carducci verso la fine


:

le

Nuove Odi

sole,

o Bromio, date che integri

Non senza amore, non


Scendiamo a
la
le

senza celer

placide ombre...;

qual preghiera ricorda una


S." del libro I:

similissima con cui chiude Orazio

V ode

Latoe, dones... precor integra

Cum mente nec turpem senectam Degere nec cithara carentem.


Anche
il

Cerretti, rivolto
:

ad Apollo, chiude con ugual preghiera

la

sua ode Al Manfredini

me dona, gran nume,

agii vecchiezza,

N senza

cetra.

il

Neir ode In una chiesa gotica, parlando della sua amante Lidia, Carducci esclama
:

vederti, o Lidia,

Vorrei fra un candido coro di vergini Danzando cingere 1' ara di Apolline.

73

(II, 12)
;

Orazio, parlando della sua amante (Lieinnia)

Quam

nec ferre

pedem dedecuit

ehoris,

nec dare bracchia,

Lndentem

nitidis virginibus sacro

Dianne
(il

Celebris die
il

candido coro di vergini del Carducci traduce assai bene


Neil' ode

nitidis

virginibus d' Orazio).

Per
il

le

nozze di Cesare Parenzo, che trovasi nei Decen:

nalia, scrive

Carducci

Oh, divisi dal mondo Sussurri degli amanti, Che r aura pia diffonde

Tra r ombre e

tra le fronde.

Orazio

(I,

9)

Lenesque sub noctem sussurri Composita repetantur bora.

anche Omero accenna, in uno o due luoghi, alla sudei sussurri. E Ovidio, maestro in tutti i gaudj pi squisiti d' amore, ne parla pi volte con delizioso fremito. Neil' ode All' Aurora, il Carducci scrive
Del
resto,

prema dolcezza

Vigile dai tuguri


e di

risponde la forza dei cani


tutta la

gagliardi

mugghi

vaUe

Siona,

dove

la locuzione la forza dei cani


:

propriamente greca e omerica.


parl
il

Cos, in vece di dire

Allora sorse

Tidide,
-

Omero

dice

Allora sorse

parl la forza del Tidide.

Ma

qui

e per esser appli-

cata questa locuzione propriamente ai cani, e per l' immagine contenuta nel pentametro - vien preferibilmente a memoria un luogo
dell'

Epodo VI

d'

Orazio

nel quale

il
i

poeta, dopo aver paragonato

Cassio Severo a

un cane (chiamando
vie pastoribus,

cani forza amica ai pastori),

Nam
soggiunge

qualis aut Molossus aut fulvus Laco,

Amica
:

Tu, cura timenda voce conplesti nemus,

etc.

Neir ode Alle fonti

del Clitunno, scrive

il

Carducci

e la forte

Etruria crebbe,

dove quel bellissimo


latini
;

crebbe,

nel

senso di prosper,
:

derivato dai

e,

specialmente, da Orazio (IV, 15)

Per quas Latinum nomen


Crevere vires.

et Italiae

14:

il

Pi sotto, nella stessa ode, dice

Carducci

minacele

gl'itali penali

Annibal

diro.

L' Annibal diro ricorda subito Orazio,

che

aggiunge quasi sempre


II:

epiteto di

diro ad Ainibale. Per esempio, nell'ode 12." del libro

Nec dirom Hannibalem, nec Siculum mare,


e neir ode
6**.

del libro III

Antiochum Hannibalemque dirum ingentem cecidi t.


Del rimanente, qualche altro riscontro tra le Odi Barbare e Orahan gi veduto i lettori nel primo capitolo di questi miei studj. Tronco, dunque, questi raffronti, che sono fuori del proposito mio.
zio

REMINISCENZE
(Aggiunta alle mie
L.

CLASSICHE

DI

GIOSU CARDUCCI

SPIGOLATURE CLASSICHE LEOPARDIANE

pubblicate da

Battei di

Parma, nel 1889).

Carducci, luvenilia. Libro

I.

(Ediz. Zanichelli).

voi, se fia

che l'imminente possa,


le

Deprechiate e del fato empio

guerre
:

imitazione questa di un luogo dei Sepolcri

indarno, ahi, deprecando

Da'

lor mariti

l'

imminente

fato.

Nel luogo qui sopra citato, il verbo deprecare adoperato dal Carducci er idoneamente : infatti, egli V usa nel senso di ottene^e che si allontani o si ritardi >.

Ma

deprecare non ha,


:

esso significa

7ntardi

>.
!

non pu avere, questo senso < pregare che si alloitani o si soltanto tra pregare e ottenere corre una bella
e
:

differenza

luvenilia. Libro IL

Dove

il

tuo spendesi tempo migliore,

copiato dal Leopardi (A Silvia):

Ove

il

di

me

tempo mio primo si spendea la miglior


* * *

parte.

Incestan d' ampia strage

il

sentiero.

L'uso del verbo

incestare

imitato dal Leopardi

(Inno ai Patriarchi)

76

ecco di sangue
Gli avari colti e di fraterno scempio

Furor novello

incesta.

* * *
. . .
.

raccogliendo
:

il

molle crine.

Imitazione del Foscolo


e
il

crin che

gronda

Rattien fuori dell' onda.


*

Non

io

prorompo a invadere
petto.

col

brando

Cognato

Imitazione del Leopardi {Bruto minore)


Cognati petti
il

vincitor calpesta.

* *

Se da noi Prego o lamento.

t'

arriva

Anche

il

Leopardi (Pel monumento di Dante):


Se di costei Qualche novella
ai vostri lidi arriva.

**

Ora

eh' arton caligine


i

Preme

laureti d' Arno,

ricordano molto da vicino un luogo del


del Leopardi
:

Bruto mino^e

dalle selve ignude Cui l'Orsa algida preme.

* *

Ogni studio pi degno

di

mano

e d' ingegno,

copia del Petrarca (Canz." Italia mia):


In qualche atto pi degno
di

mano

o d' ingegno.

, .

77

dice

Del resto, anche nel libro terzo dei il Carducci


:

luvenilia

>

a quale animo altero

d'

ingegno o

di

mano
* * *

il

pregio agogna.

Infesto Orione per

'1

ciel distende.

Anche Orazio ebbe a

dire pi volte
* * *

Infestus Orion

Guardate, o ninfe, il core E tutto in armi, anche se nudo, Amore.


:

Si
dell'
d'

confrontino questi versi del Carducci con


fuggitivo e ^V

alcuni

Amor

Aminta
Il

del Tasso, e con alcuni

Anacreonte, del Quarini ecc.

secondo verso special-

mente parmi copiato a

dirittura.

* * *

pur compiesi
Il

dolce e

fier desio.

Chiamare
pensato,
il

fier

desio l'amore, non avrebbe

osato,
il

Carducci: copi la frase dal Leopardi,


d'

quale

pur favellando

amore, scrisse

Brama

raccorsi in porto

Dinnanzi al fier desio Che gi rugghiando intorno intorno oscura.


*

Gemeva
Frasi trite e
ritrite

egli le vigili

Piume stancando
!

in vano.
:

Il

Savioli

Stanca

le

piume incommode.

Un

traduttore, poi, dei


Stanco
le

Frammenti
piume invan.

di Saffo

anche

il

Leopardi

io doloroso, in veglia,

Premea

le

piume.

78

vivi tu ? n giunseti Del vecchio Omero il verso

?,

ricorda questo luogo del Leopardi (Alla Primavera).


Vivi, tu, vivi,

santa

Natura,

ecc.

* * *
Zefiro senza

mutamento

spira.

Verso imitato da Dante.


* * *
e cortesia fioriva

Le tosche

terre.

Quest' uso del verbo fiorire in senso transitivo

attivo,

con r accusativo espresso, imitato da un luogo del Monti (La Feroniade).


* * *
Poi te beata salutar le genti,

ricorda

il

seguente luogo del Manzoni

nell'

Inno a Maria

tutte le genti

Mi chiameran beata.
*

Odio e furore

torvi animi

avvampa

verso che ricorda un luogo del Leopardi {Per


della sorella Paolina):
e libertade

le

nozze

avvampa

Gli obliviosi petti.

* * *
d'

grave
Il

obbrobrio

nome

italo mira.
:

il

Leopardi {Pel monumento di Dante)

onde si tristo e basso Obbrobrio laver nostro paese.

79
*

* *
pioggie si versano Malinconicamente Sovra il piano squallente.

Imitazione questa del Leopardi:


Com' quando a
distesa
i

Malinconicamente e

Olimpo piove campi lava.

* * *

Ed
secondo
il

al cantor lesbaco Spavento de' tiranni.

Il

di

questi

due versi copiato


:

tal

quale

dal

Fan toni,

quale dice

Alceo dai lunghi affanni Spavento dei tiranni.

luvenilia.

Libro IV.

battea l'estremo
Irrevocabil palpito d' amore.

Imitazione, o copia, del Leopardi (Consalvo):


gli ultimi

battea

Palpiti della

morte e
* * *

dell'

amore.

Amore, addio, supremo inganno

addio

Anche questa

roba leopardiana

(Ad Angelo Mai)


Amore,

Amor,

di nostra vita

ultimo inganno^

T' abbandonava.

* * *
cara a
Sarai

me ne

gli

anni

memoria ed onorata,

ricordano due versi di Virgilio (Aen. V,

49 50)

lamque dies (ni fallorj adest, quem semper acerbum, Semper honoratum (sic D voluistis) habebo
;

80
e questi altri delle

Ricordanze
e

del Leopardi
fia

compagna
di tutti

D'ogni mio vago immaginar,


I

miei teneri sensi, i tristi e cari Moti del cor, la rimembranza acerba.

* * *

su

'1

toscano pelago viaggia.

Il verbo viaggiare, appropriato alla Luna, ricorda un verso del Leopardi {Canto notturno di un pastore errante dell' Asia) :

Seguirmi viaggiando a mano a mano.


* *
Della clade che ancora ulta non fu.

il

Questo latinismo di clade per strage tolto dal Leopardi quale, credo almeno, per il primo, os introdurlo nella lingua italiana poetica {Per un vincitore nel pallone):
;

e la

matura

Clade non torce dalle abbiette genti. * * *

Su
Sparga
le

'1

corpo mio Gliceria

care chiome.
le

Imitazione del Leopardi (Per

nozze di Paolina)

Su

'1

Spargea le nere chiome corpo esangue e nudo.

e presente

Annunzi
Per

il

nume un

fremito diffuso

la selva odorata,

offrono qualche somiglianza con un luogo dei Sepolcri:

non sento
Spirar l'ambrosia, indizio del tuo nume,
YvB.

queste piante

e pi ancora somigliano a un luogo di Virgilio (Aen.,

l.

/),

gi da

me

ricordato.

81

* * *

dolce un canto gli apparava: un dolce


ecc.

Canto che ripetuto,

Qui abbiamo un bellissimo sproposito di grammatica. e, per, bisoSaffo era una femmina, non un maschio gnava dire le apparava, non gli apparava. Del resto, questi versi ricordano un luogo dei Sepolcri:
; :

Venne

e all'ombre cant
i

E guidava

nepoti, e

1'

carme amoroso, amoroso

Apprendeva lamento
*

ai giovinetti.

Qui

la virile et

1'

ardir prepari.

La

frase sottolineata roba del Foscolo,


:

che, in

una

di

quelle due stupende Odi, scrive

E
il

le cavalle

ed

il

furor prepara;

qual verso, del resto, traduzione di un luogo di Orazio


l.

(Od.,

1,

15):
.... lam galeam Pallas et aegida Currusque et rabiem parai.

* * *

E
Il

sonar alto da l'egea marina fragor de la persica mina.

Immagini

e locuzioni tolte

da Orazio

(II,

1)

auditumque Medis
Hesperiae sonitum ruinae;

onde anche

il

Leopardi:
Poi che divelta nella tracia polve Giacque, mina immensa,
L' italica virtute, ecc.

Del mio novello

Tempo

il

vigile tedio atre angosciose

L' ore misura,

82
ricordano da vicino un luogo del Leopardi {Per
citore
,

un

vin-

ecc.)

e delle putr e lente

Ore

il

danno misura e
* * *

il

flutto ascolta.

Spesso

il

Carducci,

a^

imitazione

del

Leopardi,

chiama

matrigna

la natura. Per esempio:

Di

lei eh'

al gener nostro

empia madrigna.

il

Leopardi

Tu madre

in parto ed in voler

madrigna.

La canzone Ad Enrico Passi


imitazione della canzone leopardiana
di

tutta

quanta
volo
al

una

Per
di

il

monumento
qualche

Dante.

Io

mi star pago

di

notar
Il

riscontro di locuzioni e immagini.


italico
:

poeta dice

sangue

tu

ti

volga o guati
il

le glorie

che son sovra

tuo passo.

il

Leopardi

Volgiti indietro e guarda, o patria mia,

Quella schiera infinita d'immortali.

in cui s'

aduna

Quantunque

del

buon seme
:

a'

tempi nostri.

Imitazione questa di Dante

in te s'

aduna

Quantunque

in creatura di bontate.

Al Passi, che stava scolpendo Carducci


:

il

busto dell'Alfieri, dice

il

E
Il

te

a la bella schiera

fortissimo

amor

fece consorte
s

Che oprando

hai mostro per

nove guise.

Si eh' eguale al subbietto


Tua
virt si lev.

83

D'amor, d'iroso

Amor vampo su 1' alta impresa il core. Come cred' io che al ciglio lacrimoso, E a r occhio ardente ed a 1' ansar del petto
Si

parebbe

il

magnanimo

furore

caro, a cui possente

Spir piet di questa madre antica

E
Tutto

a r opra degna carit suase,

ecc.

ci tolto e con

scolasticamente,

con rozzezza da

mani da villano, alla sopra detta canzone del Leopardi; dove il poeta, volgendosi agli artisti che attendevano a lavorare il monumento, dice:
campanaio
Beli'

opra hai tolta, e di che amor ti rende. Schiera prode e cortese. Qualunque petto amor d' Italia accende.

Amor Amor
Voi Chi Del Chi Chi

d'Italia, o cari,
di

questa misera
1'

vi sproni, ecc.

spirer
dir
1'

altissimo subbietto.
il

onda e

turbo

furor vostro e dell'

immenso

affetto ?

pinger l'attonito sembiante? degli occhi il baleno ? ecc.


dell'

....

ingegno e della man daranno


eterno vanto.
ecc.

1 sensi e le virtudi

Oprate e mostre nella dolce impresa,


*

Davanti

al busto

deW Alfieri,

il

Carducci grida:
!,

Lunge, lunge

di qua, spiriti lenti

scimmiottando

il

Leopardi, che, davanti al


:

monumento

di

Dante, avea gridato

lunge, lunge,

Alma profana
*

e lui, reudente

Della materia a le viceidc eterne L'immane salma,

parmi imitazione

di

un luogo

dei Sepolcri.

84

* * *
per lo gran deserto
Dilaceravo
i

lupi.
:

Quel dilaceraro

tolto dal

Leopardi
;

Dilacerar le belve

il

quale, a sua volta, lo tolse da Orazio {Epod. 5)


.
.
.

insepulta

membra

differeiit lupi.

Il

diff'erre corrisponde

interamente
*
* *
e a
/
'

al

dilacerare.

esultante

Per

li

templi de

1'

etra ira de' nembi.


:

Altra imitazione del Leopardi


e

Per r aere

il

quando esulta nembo.

* * *

un tremor gelido Per l'ossa ime gli corse.


E'

traduzione
:

di

un verso

di

Virgilio,

che parmi

fini-

sca cos

et

tremor ossa cucurrit.


dell'

[Confronta anche con questo verso


st.

Ariosto

(e. 18."^

151):

Un

timor freddo tutto

il

sangue oppresse

e con questo di Virgilio (Aen. Ili, 29-30):


frigidus

horror

Membra

quatit.]

Ma
Si
Il

pi, seduto a lungo in verde zolla compiacea delle virginee stelle.

primo

di questi

due versi copiato dal Leopardi


zolla.

Che, tacito, seduto in verde

85

Del resto, anche il concetto espresso dal distico carducciano identico a quello espresso dal Leopardi nel luogo citato delle Ricordanze.
*

Muto correa
Il

sole

almo e
infinito

la luce
"

Per r
1j'

oceano, e del

mondo

ignota solitudine tacea.

Questa descrizione della terra, nei primordj del genere umano, quando una solitudine immensa esplorava il sole nel suo muto viaggio, assai simile a una descrizione che il Leopardi fa della stessa epoca neir Inno a' Patinar chi
:

Quando

le rupi e le deserte valli

Precipite V alpina onda feria

D' inudito fragor; quando

gli

ameni

Futuri seggi di lodate genti

di cittadi

romorose, ignota

Pace regnava, e gV inarati colli Solo e muto ascendea l'aprico raggio Di Febo
*

Quando

voi nel sonante etra....


il

Imitazione del Leopardi e dei Greci. Dice


L'etra donante e l'alma terra.
* * *
e quei che forti

Leopardi

Furo e

co' forti

combatteano...

Questi versi son traduzione letterale di un luogo di

Omero, nel L

libro dell' Iliade

Eran

forti e

combattean
* *

co' forti.

e regni

V invernai Dodona.
-

Quest' uso del verbo regnare, in senso transitivo

attivo,
;

con r accusativo espresso, un uso elegante dei poeti e, specialmente, dei lirici. Il Foscolo
:

86

Citer

Cipro ove perpetua

Odora primavera Regn beata.


(emistichio, quest'ultimo, tradotto

da Orazio:

regnante

beati

).

il

Leopardi

quando

gli

ameni

Futuri seggi di lodate genti

di cittadi

romorose, ignota

Pace regnava.
*

infuriano nel sangue

I corridor fumanti.

Emistichio del Manzoni {coro d'

Ermengarda)

dietro a lui la furia

De' corridor fumanti.

***

al

lungo odio

civil

pregando

fine.

Verso copiato dal Petrarca (Canzone


Del lungo odio
civil
ti

Spirto gentil ):

pregan

fine.

* * *

E
gentil
*).

tutto quel eh'

una ruina

involve.

Verso copiato letteralmente dal Petrarca (Canzone

Spirto

* *
Clie

ad una ad una interroga le tombe Nel deserto, e le abbraccia ad una ad una.


^

Imitazione del Foscolo {Sepolcri):


e abbracciar
1'

urne

interrogarle.

Alma Italia novella, Una d' armi, di leggi

di favella.
:

Imitazione di due versi del Manzoni

87

Una

d'armi, di lingua, d'altare,


di

Di memorie,

sangue, di cor.
* * *

Poi che

il

sacro verso

tutto

r universo
.

Descrisse fondo

Parafrasi, o copia, di un verso di Dante:


Descriver fondo a tutto l'universo.

* * e
'1

buon sofo gentile


a le secrete cose.

Te mise dentro

Copia

di

un

altro verso di

Dante

Mi mise dentro a

le secrete cose.

* *

Nomarla a me lingua mortai non

lice.

Verso assai Leopardi


:

simile a questi

due versi

della Silvia

del

Lingua mortai non dice


Quel eh'
io sentiva in seno.

Morte de

la

sua vista esce e paura.

Verso imitato da Dante (Inferno):


Con
la

paura eh' uscia

di

sua vista.

Il

Carducci, al proprio fratello, deliberato

di

uccidersi, e
:

neir atto di uccidersi, mette in bocca questi versi


Pur Pur
se'

gioconda a rimirare, o terra


tu
!
.

bello, o sol, sei

Ugualmente
mette
in

il

Leopardi, a Saffo, deliberata


:

d' uccidersi,

bocca
Bello

il

tuo manto, o divo cielo, e bella


!

Sei tu rorida terra

88

* *
tinto e bianco

Del futuro destino.

Bellissima immagine, derivata da parecchi luoghi di Virgilio e di Ovidio.

Ricordo questo emistichio


et pallida

morte futura.
* *

giorni ricusare ignavi e mesti.


il

Questa

frase, usata a significare


:

desiderio

d'uccidersi,

tolta dal Leopardi

Quando

gl'infausti giorni

Virile

alma
* * *

ricusa.

....

che pi sereno aer tu miri,

ricorda,

anche nel suono,


:

un

emistichio

del

Leopardi

(Alla sua Donna)


....

e pi

benigno etere
* * *

spiri.

Ode a Giulio
estranee

Minacce ed impeto di re fiaccarono.

Reminiscenza del seguente verso d' Orazio (IV, Quod regum tumidas contuderit niinas.
* * *

3)

Levia Gravia.

Alla

memoHa
Orazio

di D. C.

Nella deliberata anima forte.

Reminiscenza del seguente verso

d'

(i,

37)

Deliberata morte ferocior.

[Confronta anche

il

verso del Leopardi


di morir, ecc.]

Fermo gi

89

Decennalia (Ediz. Barbra).


Rigando
i

volti arguti
il

Di lacrimette ed

perch non sanno.

L' emistichio sottolineato tolto da Dante. Vedi la descri-

zione delle pecorelle

quello che fa l'una, e


il

1'

altre

fanno

semplici e quete, ed
*

perch non smino.

Parenzo
Il

og-g-i

alla

onesta

Tua legge

affida, o

amore,
'1

prode ingegno e

core.

La

frase

il

prode

ingegno

tolta

dal

Leopardi

{Ultimo canto di Saffo):


e il

Han

la tenaria

prode ingegno diva

l'altra notte e la silente riva.

* *

Carducci.

/ Poeti di
esilio

Parte Bianca,
le dolci soglie

e Congedo.

Con r

mutar

Della magion de' padri suoi.


Il

primo

di questi

due versi traduzione


II,

letterale di

un

verso di Virgilio {Georg.

511.):

Exilioqne demos et dulcia limina mutant.

* *
S' inchin
il

poeta,

tristi,

disse, fian le rime, quali


le

Nostra fortuna

richiede

7 tempo.

Confronta con questi versi

di Tibullo, o di

Properzio

Nec tantum ingenio quantum servire dolori Cogor et aetatis tempora dura quaeri.

Del resto, anche la dedica al TrissinOj che il Leopardi prepose alla sua canzone Al Mai, non altro che una parae, forse, il Carducci ebbe frasi di questi versi di Tibullo
;

principalmente l'occhio alla suddetta dedica leopardiana.

90

* *

fede

Non

tieii

la

lingua

all'

abbondante core.

Ex Traduzione del motto biblico abundantia cordis OS loquitur ; se non che il Carducci nega quel che la
:

Bibbia afferma.
*
E'
1

caro tempo giovenil fuggiva.


:

Verso copiato letteralmente dalle Ricordanze del Leopardi E intanto vola


Il

caro tempo giovenil.

L'

anima che more


angela pia.
:

Nelle tue

man commetto,

Ricorda, o parafrasa, o traduce, la nota prece


tuas,

In

manus

domine,

commendo

spiritum
* *

meum

>

Come ha

gi da vicin

1'

ultime strida.

Verso copiato letteralmente dal Petrarca {Canzone alla Vergine. Vergine bella che di sol vestila ).*

Ed ho omai da

vicin l'ultime strida...

* * *

Quanto mutato, oh Dio, da quel

di pria

Traduzione

di

un verso

di Virgilio (Ae7i L):


ilio!

Heu, quantum mutatus ab


* * *

Che

se durasse

il

mio

vitale inganno,

Altro lo spirto mio non chiederla.

Versi copiati dal Petrarca (Canz.:


di

Di pensier in

peisier^

monte

in moite*):

Che

se

1'

error durasse, altr' io

non chieggio.

91

Come da
Verso molto Leopardi
:

ignoti elisi aura di cetra.

simile

un luogo

dell'

Aspasia

del

musicali accordi,
elisi

Ch' alto mistero d' ignorati Paion sovente rivelar.


*

Tu, mio

fratel, in, eterno


e

Mio
Versi assai simili

sospiro

dolor, cadesti!

a questo luogo delle Ricordanze del


Ahi tu

Leopardi

passasti, eterno
!

Sospiro mio, passasti

*
e tu lenta languisti

Dall' acre ver consunta.

Ricordano un luogo della Silvia del Leopardi


Air apparir del vero

Tu misera
* * *

cadesti.

la costa

verde

A
Anche
di Virgilio gi

cui la

muta con

l'esilio e perde.
il

questi versi ricordano, e in parte traducono,

verso

innanzi citato

Exilioque domos et dulcia limina mutant.

primi inganni
al

M' abbandonaro inerme

tempo e

al vero.

Versi imitati, o copiati, dal


Quest' ultimo dice
:

Petrarca

e dal

Leopardi.

Del giovenile error che m' abbandona.

92
*

Perdesi l' inno mio nel vuoto, quale Per gli silenzi della notte arcana Canto di peregrin che s' allontana.

Versi

imitati dalla

fine

del canto

leopardiano

La sera

del d) di festaed alla tarda natte

Un

canto che s' udia per li sentieri Lontanando morire a poco a poco.
*
in su le fronti

De'

g-uerrieri abbronzate.
:

Ricorda

il

verso del Monti {Bastnlliana)

D' abbronzato guerriero in su la guancia.

Musa,

il

diviu tuo riso a

me

che vale?

La

che vale imitata, o copiata, dal Leopardi (Canto di un pastore errante) :


frase:

me

Dimmi,
Al pastor

luna

a che vale

la sua vita?

di

questa

Italia,

Vedova

trista, eh'

ognor pi dimagra

di buoni e di ben.

Versi imitati da Dante (Inferno):


Firenze pria di neri
si

dimagra.

* * *

pi alto sperar n' era argomento.


I)
:

Verso imitato da Dante (Inf

Bench a bene sperar m' era cagione.

93

* * *

Vista divenni alfr'

E nom da

nella bella

quel eh'

io

sono.

Verso imitato, o copiato, da un luogo


fenio.
* * *

di

Dante

nell'

In

Degli occhi suoi levar mi fece dono.

rio,

Verso tolto da un luogo di Dante. (Vedi, nel Purgatoil canto dove parla di Matelda,
che
si

gi

Cantando ed iscegliendo

fior

da

fiore).

COMMENTO STORICO-LETTERARIO AL
di

"

"

(A

IRA

GIOSU CARDUCCI

Ai giovanetti

italiani, perch,

ispirandosi al grande esempio


della Rivoluzione Francese, pensino^ imitino, imparino.

Giosu Carducci dava fuori, in elegante edizione, coi tipi del Sommaruga, un libretto che sul frontespizio, portava e, conteneva dodici sonetti questo titolo: Qa ira. Settembre 1792 . Ai dodici sonetti andava innanzi un' epigrafe in lingua tedesca, che suona cosi ... Diesma sagte ich: Von hier und heute geht cine neue Epoche de Weltgeschichte aus, und ihr hnnt sa gen, ihr seyd da bei gewesen . Queste parole sono di Wolfango Goethe, il quale si trov presente al cos detto cannoneggiamento di Valmij il 20 settembre del 1792; e, la sera stessa, dopo la battaglia, le ripet ad alcuni suoi commilitoni (1). 11 Goethe aveva ragione: una nuova ra si dischiudeva per la Francia: la Repubblica nasceva in quel momento^ e gi poteva dirsi incrollabile. Ma, disgraziatamente, certi scrittori confondono una cosa con l' altra fanno, cio, tutt' uno dei Francesi che si battono contro gli eserciti confederati d' Europa, e di quelli che, entro le mura di Parigi, appiccano i fornaj ai lampioni, sgozzando i prigionieri senza
Nell'anno
1883,
; ;

difesa.

Giosu Carducci tra questi. In una nota, posta in libro, cosi scrive: Oggi vezzo, non saprei se teorico, voler abbassare e rimpiccolire la rivoluzione francese: con tutto ci, il settembre del 1792 resta pur sempre il momnto pi epico della storia moderna. Impossibile mettere in versi quella storia, se non a brevi
fine del
tratti:

perci

si

elesse la

forma del sonetto, che

ne' secoli

XII e

XIV

fu

anche

strofe

(1)

Eccone

la traduzione letterale

luogo, e in questo giorno, comincia

Ora io vi dico una nuova epoca


:

da questo

nella storia
.
7

della umanit; e voi potrete dire di esservici trovati

98

Anzi
scrittore

tutto,

me

lo

consenta V illustre
e

Uomo, nessuno
d'

di

buon senso, ha mai cercato


;

abbassare, o
gli

rimpicciolire, la Rivoluzione francese

tutti

storici

appartenenti alle diverse frazioni della gran parte liberale,

han salutato
m,
il

e salutano nella

medesima V aurora
Il

del proVilliauil

gresso, della libert, dell' uguaglianza.

Mignet,

il

Thiers,
il

Luigi

Blanc,

il
i

Q,uinet,

Martin, l'Hamel, tra


il

Buchez, il Francesi:

Michelet,
il

Carlyle,

il

De
ri,

Sybel,

Papi,

il

Tivaroni,

il

Cappelletti, fra gli stranie-

del 1789 stato

han riconosciuto che il grande movimento politico-sociale non solamente una ineluttabile necessit, ma una giusta rivendicazione dei diritti popolari, concul-

cati dai privilegi di casta.

Carducci pubblic il {Ja Ira, il Cappelletti francamente e liberamente il parer loro: un anno dopo, cio nel 1884, il Carducci, mettendo fuori la terza serie delle sue Confessioni e Battaglie, in una monografia, scritta col solito magico stile, rispondeva a coloro che avevano criticato il suo (Ja Ira, In alcuni punti le risposte dell' illustre Poeta furono
il

Quando

e altri dissero

vittoriose;
il

ma, in molti altri, lasciarono, come suol dirsi, tempo che aveano trovato. La difesa eh' egli volle fare

del sonetto Vili, in cui descrive V eccidio della Principessa

Lamballe, non convinse nessuno: si vide troppo chiaro - valoroso maneggiatore cos della prosa come del cercava di sorvolare sulla questione, ricorrendo verso
di

eh' egli
-

a citazioni storiche, letterarie, e


sioni
;

anche a

dilettevoli digresil

senza per riuscire a trasfondere in altri

proprio

convincimento.
Il

Carducci diede
parigina,

ai suoi

dodici sonetti
alle

il

titolo di

Qa

Ika; di quel canto, cio, cinico e demagogico, che intonava


la canaglia
stragi.

prima volta, non conteneva gli strani versi aggiunti dopo. Per esempio, quelli che dicono: Les aristocrates on les landra, Les aristocrates la lanterne^ non si leggevano nella edizione del 1790; che vi furono incastrati soltanto nel 1792. Anzi, nella canzone del '90, erano alcuni versi in

vero che,

quando correva quando il {'a Ira

rapine e alle

fu scritto la

onore del La Fayette

99

Par le prudeut La Fayette Tout troiible s' apaisera.


E, pi sotto, nell'ultima strofe:

La Fayette dit Le patriotisme

Vienne qui voiidra


rpondra,
etc.

lui

Ma,

nel '92,

quando
il

dalla Francia, e

suo

La Fayette era gi fuggito il nome sonava abominazione nella

bocca dei Giacobini, i versi sopra detti furon soppressi, e ne vennero sostituiti altri, che, significando odio alle classi privilegiate, erano, per conseguenza, una eccitazione alle rapine e al sangue.

Carducci che i vincitori di Valmy il ^a Ira come inno di guerra? Neanche per sogno! I soldati francesi, che combattevano contro gli Austriaci e i Prussiani, cantavano la Marsigliese. Il Qa Ira era cantato invece 'dagli uomini del 10 agosto, e del 2, 3 e4 settembre; sicch l'Inno di guerra di Ruget de V Isle non va confuso con la ribalda canzone, che preludeva allo sgozzamento di uomini inermi, di donne
Crede, sul serio,
il

e di

Jemmapes

cantassero

e di fanciulli.
*

Il

commento da me

fatto ai dodici sonetti dell' illustre

Poeta toscano, , pi che altro, un commento storico, per uso della giovent; la quale - diciamo francamente - conosce pochissimo, per non dir niente affatto, la storia della grande rivoluzione di Francia. Questo periodo memorando,

che incomincia col 5 maggio del 1789, comprende

in s

r origine della moderna civilt, non soltanto rispetto alla


Francia,

ma

anche rispetto
gli
effetti

al

mondo

intiero.

Guardiamolo

nel suo complesso, e non fermiamoci a notomizzarlo. Paghi

d'affermarne

miracolosi, non occupiamoci delle

cause terribili che li produssero. Lo storico coscienzioso e imparziale narra, com' suo stretto dovere, il bene e il

male; ma le conclusioni, ch'egli trae dalla sua narrazione, devono essere in armonia con i risultati che V odierna civilt ha ottenuto mediante questo maraviglioso rivolgi-

mento

politico -sociale.


Noi ammiriamo
la

100

Francese, perch
le

Rivoluzione

andiamo

debitori della libert della quale

godiamo

oggid.

una buona ragione perch si deva giustificare certi atti d' aberrazione che accompagnarono quel solenne avvenimento. Ripeter qui ci che ho detto
questa, per,

Non

sopra:

benefici frutti recati dalla Rivoluzione

sono pi

'

che veri; ma i mezzi, con i quali si ottenero, non tutti degni di ammirazione e di encomio. Un illustre scrittore francese non si nascondeva le difficolt, che si affacciano allo storico, il quale voglia raccontare l' origine e le vicende della Rivoluzione dell' 89. La Revolution - egli dice - user autant d' historiens, qu' elle a dvor de politiques (1). E, di vero, non ostante il lungo spazio di circa un secolo, essa ancora cosi vicina a noi, cosi vivente, che diffidi cosa portare, sopra di essa, un giudizio compiuto, imparziale. Questo movimento cosi ricco e maraviglioso, da nascondere tutti gli elementi del mondo moderno, stato esplorato da cima a fondo. Ma si tratta, pi che altro, di sforzi individuali, rimangono sparsi qua e l, senza legame e senza i quali coesione alcuna. La sintesi della Rivoluzione non stata
ancora definitivamente fatta. Forse, per questa principale ragione, pochissimi, specialmente in Italia, conoscono a fondo la storia della non Rivoluzione Francese. Eppure, tutti ne discorrono dicendo, e esclusi i ragazzi che fischiano i professori stampando nei giornali, spropositi a josa. Quando, nell' 83, venner fuori i dodici sonetti del Carducci, non furono molti quelli che li capirono; perch la maggior parte, digiuna affatto di studj storici, ignorava le brevi allusioni che il Poeta faceva agli avvenimenti del secolo passato,

e anche a quelli

altri.

Per conseguenza, non saranno del


questa
far

tutto inutili le note


-

storiche apposte ai sonetti carducciani; perch

ripeto

pubblicazione soltanto per la giovent. Se, poi,


adulto, tanto meglio!

comodo anche a qualche


Lanfby, Essai sur
pag.
3.

(1)

la Revolution Frangaise..

Charpcntior,

1870

101

* * *
Il

Qa Ira ha

rivelato

sempre pi
:

la valentia del Car-

ducci nello scriver sonetti


tengono, senza dubbio,

valentia, ond' egli

aveva gi
i

dato irrefragibili prove nelle poesie riunite, dove


il

sonetti

com'ebbe fa noi siamo anni varj ammiratori critico suo a dire un sinceri di alcune tra le Odi barbare di Enotrie Romano, non tutte ci dilettano o ci commuovono; forse, perch quei
posto.

primo

Sebbene

metri asclepiadei e alcaici, quei pentametri ed esametri, sembrano creati solamente per la poesia greca e per la
latina.

Nel nostro idioma, questi metri non arriveranno mai a uguagliare la bellezza della lirica greca e romana. La rima figlia primogenita dell'italica poesia; e lo stesso Enotrie, proprio nel momento in cui st^iva per abbandonarla, la

salutava cosi:
Ave,
felice

bella

imperatrice,

Del

latin

metro reina
ti

Un

ribelle

saluta

Combattuta,

E
Ma,
spesso e

a te libero

s'

inchina.

volentieri,

il

nostro Poeta tornato

salutare la sua bella

espressamente di lei giare alla Rivoluzione

Abbandonata. Volle, anzi, giovarsi e fu ardimento felice - per innegdi

Francia.

102

Lieto su

colli

di

Borgogna splende
le

E
Il

in vai di

Marna a

vendemmie

il

sole:

riposato suol piccardo attende

che V inviti a nuova prole. Y uve iroso scende Come una scure, e par che sangue cle: Nel rosso vespro 1' arator protende L' occhio vago a le terre inculte e sole, Ed. il pungolo vibra in su i mugghianti Quasi che 1' asta palleggiasse, e afferra
L' aratro

Ma

il

falcetto su

La

stiva urlando:

Avanti, Francia,

avanti!

Stride l'aratro in solchi aspri: la terra

Fuma:

1'

aria oscurata di montanti


la

Fantasimi che cercano

guerra

(1).

(1)

Il

Poeta, in questo bellissimo sonetto,


il

ci

mostra

il

contadino

francese,

quale, nel settembre del 1792, mentre le Potenze Confe-

madido

avvicinavano alla Francia per invaderla e manometterla, lavorando nei campi e nei vigneti di BorgogMia e di Piccardia, pensava alla sua patria minacciata dallo straniero; e gi meditava, in cuor suo, di posare gli arnesi rurali, di brandire
derate
si

di sudore,

una

un fucile. - Si noti la evidenza maradue ultime terzine. I montanti fantasimi che cercano la guerra sono - come dice lo stesso Carducci nelle Confessioni e Battaglie (Serie III, pag-. 209) sciabola o d' imbracciare
vigliosa delle

quei valorosi generali venuti su dal 1792


nostro Poeta d

E, su questo proposito,

critico, il quale avea frainteso, ricordandogli quel brano dell' Eneide (lib. VI., vv. 756 e segg.) in cui Anchise, prenunziando, accenna ad Enea le anime che saranno cittadini e capitani gloriosi di Roma . La narrazione del padre Anchise comincia cosi
il

una brava lezioncina

un suo

lo

Or qui ti mostrer Quanta sar ne'

secoli futuri
;

La Da

quanti e quai nepoti gloria nostra la Dardania prole a nascer hanno,

E quante del mio sangue anime illustri Sorgeranno in Italia. Indi, a te conte Le tue fortune e i tuoi fati saranno.
{Trad. di Annibal Caro)

103

Prima di por termine a questa nota, ci sia concesso manifestare una nostra opinione, la quale, del rimanente, avvalorata da tutti gli storici della Rivoluzione. Noi non crediamo, come crede il Carducci, che
eserciti
i

della

contadini francesi corressero tutti ad arruolarsi neg'li Repubblica. Anche dopo la pubblicazione della stu-

penda prosa sul CJa Ira, continuiamo a trovarci d' accordo col sig. M. T., il quale ebbe a dir giustamente: I villani, tormentati nel oro campo dagli spiriti eroici, non erano, o ben radi, fra g-li azzurri
:

correvano altrove a formare le falangi de' bianchi e sono gi molti anni che la storia ha cancellato le leggende dell'entusiastico accor;

rere

dei campagnoli sotto

il

vessillo tricolore

104

II.

SoN de la terra faticosa i Che armati Saigon le


Che
dal suolo plebeo

figli

ideali cime,

Gii azzurri cavalier bianchi e


la Patria

vermigli

esprime

(1).

tu

Kleber da gli arruffati cigli, Leon ruggente ne le linee prime

(2);

Desaix che elegge a s

sublime (3). dovere e dona Altrui la gloria (4), e V onda procellosa Di Murat che s' abbatte a una corona (5); Marceau che a la morte radiosa
il

E tu via sfolgorante in fra Lampo di giovinezza, Hoche

perigli

Puro

suoi ventisette anni

abbandona
(6).

Come

le

braccia

d'

arridente sposa

(1) Durante la famosa campagna del 1792-93 venner fuori oscuri uomini del popolo, semplici soldati, che 1' amore di patria seppe estrarre (esprimere, come dice poeticamente il Carducci) dall' umile condizione nella quale erano nati. (2) Giovan Battista Klber nacque a Strasburgo nel 1753. Era figlio di un povero muratore. Prima, si diede a studiare 1' architettura e, poi, abbracci il mestiere delle armi. Entr al servizio della Casa d' Austria ma, disperando andar avanti nei gradi, torn in Francia nel 1783. Per campare la vita, chiese e ottenne un umile posto d' Ispettore dei fabbricati a Belfort. Nel 1792, si arrol in un battaglione di volontarj. In breve volger di tempo, sal ai pi alti gradi della milizia. Innanzi tutto, ,si segnal nell' assedio di Magonza, e, poi, in Vandea, dove, con 4000 uomini, tenne testa a 20.000 Vandeani, e decise la vittoria di Cholet. Nel 1794, nominato generale di divisione, contribu grandemente alla vittoria di Fleurus. Si segnal eziandio nelle campagne del 1795 e del 1796. Bonaparte lo condusse con s in Egitto e, quando torn in Francia, lasci a Klber il comando supremo dell' esercito. Il 19 marzo del 1800 sconfisse a Eliopoli un esercito turco quattro volte maggiore del suo, e sottomise di nuovo 1' Egitto, che si era quasi interamente ribellato. Occupavasi di consolidar una tale conquista, quando fu assassinato al Cairo, da un Turco fanatico. (3) Allorch scoppi la rivoluzione (1789), trovavasi nelle guardie francesi un giovine serg-ente di circa 22 anni, a nome Lazzaro Hoche. Era nato a Versailles il 1768. La sua intelligenza e la sua
; ; ;


bravura
In
fatti,

105

di generale.
il

gli fecero

guadag-nare rapidamente le spalline aveva appena 25 anni quando gli fu affidato

comando
;
;

supremo dell' esercito della Mosella. Attacc subito gli Austriaci e, non ostante una prima sconfitta, li batt sotto Wissemburgo s' impadroni di Germesheim, Spira e Worms, e cacci i nemici da tutta r Alsazia (1793-94). Neil' agosto del '94, fu inviato con un esercito nella Vandea. Guerriero intrepido - scrive un suo biografo ma al tempo stesso uomo di cuore, seppe conciliare il dovere con r umanit il 21 luglio del '95 batt gli Emigrati nlla penisola disfece poscia gli eserciti dei due capi Vandeani, di Quiberon ristabil da per tutto la tranquillit, e merit Stofflet e Charrette Vandea . Si segnal eziandio il titolo glorioso di pacificatore delia ma, sul pi nelle campagne del '96 e del '97 contro gii Austriaci
:

bello

delle sue vittorie, mori, per breve e fiera malattia d' intestini,

nel settembre del 1797.

Su questa morte immatura corsero voci di avvelenamento: non se n'ebbe, per, mai la prova. (4) In poche parole il Carducci scolpisce mirabilmente il carettere nobile e disinteressato del Desaix. Questi era nato nel 1768,

gii Stati Generali,

neir Auvergne, da una nobile famiglia. Quando Luigi XVI convoc il Desaix era luogotenente nel reggimento di Brettagna. Abbracci
di
i

principj della Rivoluzione; fu

nominato ajutante

campo del generale De Brogiie, si segnal nei combattimenti di Wissemburgo e di Lauenburgo, e fu promosso generale di divisione,
mentre avea appena 26 anni. Nel 1796, s fece notare nell'esercito del Reno, e difese con raro coraggio il forte di Kehl. Nel '98, accompagn Bonaparte in Egitto si rese padrone dell' Alto Egitto, e vi esercit il potere militare con tanta moderazione, che i Mussulmani stessi lo chiamarono il Sultano giusto. Tornato in Francia, contribu potentemente nel 18()0, fu inviato all' esercito d' Italia alla vittoria di Marengo, ma vi perdette la vita. Senza il Desaix, che, con la sua riserva, ristabiliva il combattimento, la battaglia sarebbe stata perduta. Napoleone essendo chiamato, per antonomasia, il vincitore di Marengo, il Carducci, alludendo a ci, disse che il De elegge a s il dovere e dona altrui la gloria . saix era figlio di un albergatore, (5). Gioacchino Murat (1771-1815)
; :

che abitava vicino a Cahors. Si segnal in tutte le guerre della Rivoluzione. Pel suo coraggio fu chiamato l' Achille della Francia. Spos Carolina Bonaparte, sorella di Napoleone il quale, divenuto e, due imperatore, lo cre granduca di Berg e di Clves (1803) anni dopo, re di Napoli. Prese parte alla campagna di Russia, dove comand la cavalleria, e si segnal nella battaglia della Moscova.
;

Dopo

la battaglia di Lipsia,

prevedendo

la sorte di

Napoleone

(1814),

entr in negoziati con le potenze alleate, le quali gii promisero di


lasciarlo sul trono,

ciare contro

purch desse un contingente di truppe per marEgli annu, e si mosse per andar a combattere in Italia il principe Eugenio Beauharnais. Ma avendo saputo che Napoleone era fuggito dall' Elba e rientrava trionfante in Parigi,
la Francia.

106

si

dichiar in suo favore


esercito e
e,

invase
Si

1'

alta e la

media
nel

Italia, e assal

gli Austriaci.

Battuto a Tolentino (2 maggio


il

1815,

perde in un

istante

l'

trono.

rifugi,

Francia,

poi, in Corsica: di l,

mezzod della nell'ottobre seguente, tent uno


allora,

sbarco in Calabria allo scopo di riconquistare il regno. Arrestato dalle guardie urbane di re Ferdinando, fu consegnato a una Commissione
militare, che lo

condann a morte. Venne

fucilato nel Castello del

Pizzo

il

13 ottobre 1815. Sostenne V estremo supplizio con ammira-

bile intrepidezza.

prode Marceau, nato a Chartres nel 1769, fu nominato, a raccomandazione del Klber, generale in capo delnella sanguinosa batl' esercito dell' Ovest, e sconfisse i Vandeani taglia del Mans (12 dicembre 1793). Nel 1794, fece parte dell'esercito della Sambra e Mosa, e contribu potentemente alla vittoria di Fleurus. Nel '96, protesse la ritirata dell' esercito del Jourdan. Aveva gi respinto parecchie volte il nemico, allorch fu ferito mortalmente nelle vicinanze di Attenkirchen. Contava appena 27 anni. Gli Austriaci si unirono ai Francesi per rendergli gli estremi onori.
(6).

Il

24 anni, sulla

107

III.

Da

le

ree Taglieri di Caterina


inginocchiossi a

(1)
i

Ove Luigi

preti,

a'

cavalier bretanni la regina


(2),

Parta sorrisi e lacrime e segreti

Tra r afosa

caligin vespertina
atti

Sorge con

tristi

n
alta

lieti

Una forma, ed il E con la rcca attinge

fuso attorce e china,


i

pianeti.

fila

fila

fila.

Tutte sere

Al lume de la luna e de le stelle La vecchia fila, e non si stanca mai (3). Brunswick appressa, e in fronte a le^ sue schiere La forca (4); e ad impiccar questa ribelle Genia di Francia ci vuol corda assai (5).

(1)

Il

palazzo delle
-

Tuileries

divenuto, poi, residenza

dei so-

vrani di Francia
mog-lie di Enrico
1564.
Il

fu cominciato, per ordine di Caterina dei Medici,


li,

madre

di Carlo

IX

di

Enrico

III,

1'

anno

perch da questo castello partirono ordini di stragi e di supplizj contro g'ii amici della libert. - Il 24 maggio 1871, le Tuieries furono incendiate dagli ul-

Carducci d

alle Tuieries

V epiteto

di ree,

timi difensori della


(2)

Comune.

Nei tre ultimi versi di questa quartina, il Carducci allude a Luigi XVI, il quale si confessava e si comunicava segretamente dai cio, da quelli ciie non avevano voluto prestare il preti refrattarj giuramento civico e allude eziandio alla regina Maria Antonietta, la quale, nel famoso giorno della Federazione (14 luglio 1790), ricevendo alle Tuieries i Federati delle diverse provincie, fu amabile con tutti, e, specialmente, coi fedeli Bretoni. La regina - son parole di Louis Blanc - non cerc di dissimulare dinanzi ai nuovi venuti la tristezza da cui era invasa 1' anima sua; o facesse ci per
;
;

innata fierezza, o per disegno segreto di risvegliare intorno a s una cavalleresca piet . Un Confederato lorenese, il quale fu, in quel
d memorando, presentato al Re e alla Regina, scrisse queste parole, che servono meglio a spiegare i versi sopra detti ... Quelle poche parole della Regina, quello sguardo, che niun potr mai dimenticare, ci avevano tutti quanti commossi in modo tale che noi ci sentivamo pronti ad eseguire tutto ci che quei due sventurati (il Re e la Regina) ci avessero in quel momento ordinato
:

108

(3) Questa vecchia, che fila continuamente la notte, non , come ma si un fantasma che, nella qualcuno interpret, la Parca imma<>inazione del popolo di Parigi, e secondo una vecchia leggenda, mostravasi in qualche parte del palazzo delle Tuileries quando sventura o morte incombesse . (Cauducci, Confessioni e
;

Jiatlaf/lie, serie III,


(4)

pag. 246).

Carlo Guglielmo Ferdinando, duca di Brunswick-Lunebourg (1735-1805), fu uno dei pi illustri capitani del suo tempo. Egli
trovavasi al servizio della Prussia, quando fu scelto come generalissimo degli eserciti alleati contro la Francia (1792). Il 25 luglio di questo medesimo anno, pubblic un manifesto altero e insultante,
col quale
intiera.

minacciava Parigi, 1' Assemblea Legislativa e la Francia Questo manifesto, compilato da un certo marchese di Limon, e approvato dai principali capi dell'emigrazione, fu firmato a malincuore dal duca di Brunswick, il quale, sulle prime, voleva perfino stracciarlo. Ma, non osando resistere alla volont dell' Imperatore e del re di Prussia, lo firm. Esso ebbe per risultato la caduta della
monarchia.
Il

Carducci
il

In

fatti,

scrive che la forca precedeva le schiere di Brunswick. manifesto diceva, tra le altre cose: Che gli abitanti, i
difendersi,

quali

osassero

sarebbero

puniti

immediatamente come
il

ribelli, e le loro

case demolite o abbruciate: che, se

castello delle
i

Principi ne prenderebbero una vendetta esemplare e per sempre memorabile, abbandonando Parigi a una esecuzione militare, a un sovvertimeli to

Tuileries fosse forzato e la

famiglia reale

insultata,

totale .
(5) Questo s' ingannavano i Principi confederati e i caporioni dell'emigrazione francese! Gli eserciti della Rivoluzione dimostrarono loro, per mezzo di splendide vittorie, che non si pu, ne si deve, impunemente insultare una grande nazione e che, per impic;

care la genia ribelle di Francia


-

come argutanente

dice

il

Carducci

ci

voleva molta, ina inolia corda!

109

IV.
L'

mssi di sventura UN DOPO r altro Piovon come dal ciel. Longwy cadea. E 1 fuggitivi da la resa oscura
i

S' affollai!

polverosi a V Assemblea.

mura: pena ogni due pezzi un uomo s' avea Lavergne dispar ne la paura: L'armi fallan. Che pi far si*potea? risponde V Assemblea seduta. Morir Goccian per que' riarsi volti strane
dispersi in su le

Eravamo

Lacrime, e parton con

la fronte bassa.

Grande

in ciel V

ora del periglio passa,


le

Batte con l'ala a stormo

campane:
(1)

popolo di Francia, aiuta, aiuta!

avr la spiegazione di questo bellissimo sonetto Nella seconda met di agosto del che segue. 1792, la Francia si trovava quasi suU' orlo dell' abisso. La condizione delle cose era estremamente pericolosa dagli uomini di poca fede, si sarebbe detta del tutto disperata. La fortuna pubblica annientata una carta-moneta che, di giorno in giorno, minacciava di
(1) Il

lettore

nella narrazione

scomparire

la
:

guerra

al di fuori

la discordia al di

dentro

le fron-

quale stato si trovava la Francia dopo la caduta della monarchia. Giammai nazione alcuna - scrive il Blanc con una pi prodi(t. VII, p. 131) - si senti cosi vicina a morire,
tiere sguarnite

ecco in

giosa risoluzione di vivere


Il

26 agosto giunse a Parigi

la notizia

che

la piccola

citt di

Longwy, piazza

forte della frontiera, investita dal

duca

di

Brunswick

e dal generale austriaco Clairfayt, si era arresa con tutta la guarnigione di circa 1800 uomini. Questa sinistra novella, che sembrava presagirne delle pii triste ancora, suscit grande indignazione nell' Assemblea e nel popolo. Si grid al tradimento. In pari tempo, invasa da tetro entusiasmo, r Assemblea decret che ogni cittadino, il quale, in una piazza assediata, parlasse di arrendersi, sarebbe punito di morte. Quindi, vot una leva straordinaria di 39.000 uomini, presi nel dipartimento della Senna e nei dipartimenti vicini e pubblic un proclama, che, nel suo laconismo eloquente, diceva: Cittadini! La piazza di Longwy si arresa, o stata consegnata allo straniero. I nemici si avanzano. Forse si lusingano di trovar da per tutto dei vili o dei traditori essi s' ingannano... La patria vi chiama... Partite
;
:
!

no
porto

Nella seduta del 20 ag'osto, fu letto in piena Assemblea un rapdeg-li ufficiali, sottufficiali e soldati del terzo battaglione delle
in cui si

Ardenne,
i

esponevano

motivi, che ridussero

all'

Longwy. Questo rapporto terminava con intecrogazione: Che cosa dunque potevamo noi fare?
difensori di

la

impotenza seguente Parecchie

voci risposero spontaneamente:


Il

Morire

comandante
di

la

piazza di

Longwy

era

il

tenente-colonnello

Lavergne-Champleurier. Egli - secondo narrano alcuni storici - si arrese, senza aver prima esaurito tutti i mezzi di difesa. 11 Blanc (t. VII, p. 115) riproduce una lettera diretta al Lavergne da un certo Allebrade, nella quale questi consigliava di consegnare la piazza al nemico. Anche il Michelet (t. Ili, p. 320) crede al tradimento del colonnello Lavergne. Il De Sybel, invece, dice che il comandante Lavergne era stato costretto a capitolare dalla borghesia spaventata; o - secondo un rapporto presentato il 14 fiorile al Consiglio dei Cinquecenio - dall' opinione quasi unanime dei suoi ufficiali . Per un intiero anno, egli chiese invano di esser sottoposto a un Consiglio di guerra ma i suoi nemici preferirono condurlo dinanzi al tribunale rivoluzionario. Quantunque fosse gragravemente infermo, fu giudicato e condannato a morte 1' 11 germile, ann. II (31 marzo 1791). La sua giovine sposa volle morire con lui.
Luigi Francesco
;

Ili

V.

Udite, udite, o cittadini. Ieri Verdun a l'inimico apri le porte: Le ignobili sue donne a i re stranieri Dan fiori, fanno ad Artois la corte,

propinando i vin bianchi e leggeri Ballano con gli ulani e con le scorte: Verdun, vile citt di confettieri. Dopo l'onta su te caschi la morte !(l)

Ma

Beaurepaire il vivere rifiuta Oltre r onore, e gitta ultima sfida , L' anima a i fati a 1' avvenire e a noi La raccolgon dal ciel gli antichi eroi, E la non nata ancor gente ci grida:
popolo
di

(2).

Francia, aiuta, aiuta!


1792,
la citt di

rinomata per fu occupata dai Prussiani, comandati dal duca di Brunswick. Questa occupazione fu agevolata da un forte partito monarchico, predominante nella citt. Quando gli stranieri vi entrarono, furono accolti con entusiasmo dalle signore realiste, le quali offrirono loro rinfreschi molte di esse ballarono con V ufficialit. Anche in Italia, del resto, dopo il '49, le signore ballarono con gli assassini di Ugo Bassi (2) Il comandante Beaurepaire, a cui era affidata la difesa di Verdun, quando vide che il Consiglio Municipale e il Comitato di difesa insistevano minacciosi presso di lui perch consegnasse la piazza ai Prussiani, disse loro: Signori, io ho giurato di non arrendermi che morto. Sopravvivete alla vostra vergogna, giacch lo potete: io, fedele ai miei giuramenti, muojo libero e onorato I Pochi minuti dopo, si bruci le cervella. Aveva 52 anni. Questo tratto d' eroismo veramente degno dell' antichit. L' Assemblea Nazionale^ nella seduta del 14 settembre, ordin che le sue ceneri fosser collocate nel Pantheon. (3) In quest' ultima terzina, si sente come uno squillo di epica tromba. E la tne del canto funebre per la morte dell' eroe
(1)
Il

2 settembre del

Verdun

le

sue fabbriche di liquori, di confetture e di droghe

112

VI.

Su r

ostel di citt stendardo nero

Indietro
il

dice al sole ed a V

amore

Romba

cannone, nel silenzio


in

fiero,

minuto ammonitore. Gruppo d' antiche statue severo Sotto i nunzi incalzantisi con Tore Sembra il popolo in tutti uno il pensiero Perch viva la Patria, oggi si muore. In conspetto a Danton, pallido enorme, Furie di donne sfilano, cacciando
:

Di minuto

Gli scalzi

figli

sol di

rabbia armati.

Marat vede ne V aria oscura torme D' uomini con pugnali erti passando, E piove sangue donde son passati. (1)
non parliamo della forma non ci mai Questo sonetto un inno alle stragi del settembre. Pu darsi, per, che noi ci s' inganni. Nel caso, poi, probabile, che noi non s' abbia ben capito, la colpa sar per met nostra, e per met del Poeta. Egli stesso, del resto, ha confessato lealmente - sul proposito del sonetto VII - che avendo voluto comprendere troppo in parole, ha nociuto alla chiarezza . Cominciamo, dunque, dai primi otto versi. Il cannone romba waWiv mattina del 2 settembre. Cet appel de guerre , dice il Blanc, les lamentations du tocsin, le bruit de la generale font tressaillir tout Paris. Chacun prend ou cherche une pe . Ma quali nemici si devono combattere? Essi non sono a Parigi: sono a Verdun. Vi son, per, quelli che han chiamato lo straniero in Francia, quelli che ci minacciano della sua vittoria, quelli di cui essa deve assicurare la vendetta e ristabilire la dominazione insolente. Ora, ci la(1)

piaciuto. Esso

sceremo noi questa gente alle spalle, perch, se noi moriamo, essi possano liberamente sgozzare le nostre mogli e i nostri figli? Uccidiamoli prima di partire: corriamo alle prigioni! - Cosi ragiona il buon popolo di Parigi. E lo stesso Blanc, lo storico giacobino, sebbene veda una certa spontaneit in questi propositi sanguinarj, feroci, non pu approvare che si parli un simile linguaggio nella
citt dei

nobili
.

pensieri,

nella

sede
si

delle

arti,

nel focolare dello

scibile

umano
il

Non
del

ostante

questi epiteti

sublimi, pi o

meno

meritati,
I

disonorer dinanzi alla storia. suoi cittadini armati sgozzeranno moltissime persone inermi nelle
cervello

mondo

113
prigioni del Carmine, della Forza, dell' Abbadia, della Conciergerie,
Il cannone ammonitore, che tuona di minuto in minuto, un segnale di strag-e. Oh, che stupenda epopea Nella seconda quartina, il Poeta dice che in tutti i Parigini uno il pensiero, cio di morire affinch viva la Patria . Questo

e via discorrendo.

ma non pu in nessun modo riferirsi agli sgozbene a coloro che, incorporati negli eserciti della Repubblica, combattono contro i nemici della Francia; i quali nemici son armati, disciplinati, numerosi e valenti. In vece gli eroi, che una ingiustificata ferocia spinge alla strage, scannano uomini, donne, confondendo i volgari malfattori con i prigionieri vecchi, fanciulli politici, i rei con g' innocenti. Vuol sapere il Carducci - se pure non sa molto meglio di me - quante persone furono barbaramente scannate dal 2 al 6 settembre? Glielo dico subito. Furono trucidate 172 persone all'Abbadia, 179 alla Forza, 223 al grande Chtelet, 328 alle Conciergerie, 73 ai Bernardini, 120 al Carmine, 73 a San Firmino, 170 a Bictre, 35 alla Salpetrire. Si uccisero 250 preti, un arcivescovo, due vescovi, parecchi ufficiali generali, diversi magistrati, un ex-ministro, una principessa del sangue d' altra parte, morirono anche assassinati uomini e donne del popolo, borsajoli, fu, in somma, una strage generale in forzati, vecchi mendicanti piena regola. Il pallido enorme Danton e il cittadino Marat, che vede nelr aria oscura torme d'uomini con pugnali erti passando , fecero,
pensiero altissimo;
zatori parigini
;

si

ciascuno,

il

pi'oprio dovere. Marat, a

nome

del cos detto

Comitato

di Sorveglianza^ scrisse

una

circolare destinata a
si

Francia nel lago sanguinoso in cui


stizia,

immergere tutta la dibatteva Parigi. Danton fece


incominciarono a

partire questa circolare sotto la protezione del Ministero della Giudel quale

era

il

capo.

subito gli eccidj

Lione, a Gisarz, a Meaux,


citt,

a Reims, a Versailles. In quest' ultima

scannati parecchi gentiluomini, i quali venivano da dovevano esser condotti a Parigi, per ordine espresso della Comune, eh' erasi messa d' accordo con Danton. Gli assassini erano partiti apposta da Parigi, per compiere questa hella^ questa

furono
e

Orlans,

nobile impresa. Tornati alla capitale, furono ringraziati dal Ministro

della Giustizia,

onorati dalla

Comune,
il

festeggiati e abbracciati

in

tutte le loro sezioni.

per questa razza di gente


?

Carducci ha

scritto

un

cosi bel

sonetto

Poveri versi sprecati

114

VII.

Una hieca
8u

druidica visione
cala e
d'

gli spiriti

gli

Da

le torri papali

tormenta: Avignone,

(1)

Turbine

di furor torbido venta.

passion degli Albigesi, o lenta

De
Il

gli

Ugonotti nobil passione,

vostro sangue bulica e fermenta


i

cuori inebria di perdizione

(3).

Ecco la pena e il tribunale orrendo Che d' ombra immane il secol novo impronta!
Oh, sei la Francia
tu,

(4).

bianca ragazza,

Che su

'1

tremulo padre alta sorgendo


il

espiare e salvar bevi con pronta

Mano
(1)

sangue de'

tuoi

da piena tazza?

(5)

Druidi erano

sacerdoti degli antichi Galli.


all'

Pretendevano
dell'

esser g' interpreti degli Dei. Credevano


e alla

immortalit

anima

metempsicosi. Le loro pratiche religiose erano tutte quante riempite di superstizione e di terrore sacrificavano perfino vittime
:

umane.
visione,

Il

Poeta

almeno

cosi credo
le
li

come quella che invadeva

sullo spirito dei Francesi del '92, e

immagina che una tetra menti dei Galli antichi, gravi spinga alla strage dei nemici
d'

della patria.
(2)

Nel

novembre

del

1791, la

citt

Avignone

fu

funestata

da, terribili

avvenimenti. Appunto in quel tempo, con tutto il contado Venesino, fu riunita alla Francia. Ma, certo, alle stragi del '91
il

non allude qui

Carducci. Egli vuole, in vece, significare che, dalla o di Caaa Mayoi\ attigua all' antico palagio dei Pontefici (in fondo alla quale trovasi la terribile Ghiacciaja d'infausta memoria), soffia un nero turbine di furore, vindice delle passate
torre di Tourrias,
ingiustizie.

Chi non ricorda la terrida Innocenzo III al principiare del XIII secolo? Quanto nobili vite non furono annientate dal furore religioso? Dopo pi di tre secoli, la Francia e 1' Europa inorridite assistettero all' eccidio degli Ugonotti, nella tremenda notte di San Bartolomeo. (4) I tribunali di sangue, istituiti dal feroce Maillard all' Abbadia, e nelle altre prigioni di Parigi, sarebbero forse - secondo il
(3)

Evocazione bellissima e dolorosa

bile crociata contro gli Albigesi, ordinata

Carducci

una giusta rappresaglia

della

crociata contro gli Albi-

gesi e della notte di San Bartolomeo?

115

la quale, se(5) Il Poeta allude alla signorina di Sombreuil condo una tradizione oggi riconosciuta falsissima, per salvare il proprio genitore dalla morte, bevve un bicchiere colmo di sangue aristocratico. Perci, il Carducci paragona la Francia che, per e, con la vita, la libert, beve il salvare la vita ai proprj tgli sangue dei suoi nemici - alla nobile donzella, la quale, piuttosto che veder morire 1' adorato genitore, beve il sangue dei nobili, trucidati nel vestibolo dell' Abbadia. Non dispiacer, ai miei giovani lettori se, in poche parole, nar.

rer loro questo

commovente episodio
settembre,
il

della Storia della Rivoluzione.

di

La mattina

del 3

vecchio generale di Sombreuil,


esser

gi governatore degV Invalidi,

stava per

trucidato dai

cos

detti sgozzatori, capitanati dal famigerato Maillard. Il giovine conte

Sombreuil combatteva nelle file degli emigrati e questa era una il povero vecchio. La bella signorina di Sombreuil avea voluto seguire suo padre in prigione e, quando egli fu chiamato dinanzi al feroce tribunale, la giovinetta gli si attacc al collo, fermamente risoluta di contrastarne il possesso ai carnefici, o di morire con lui. Il dolore di quella fanciulla, le sue lagrime, la sua bellezza, commossero il cuore di quei manigoldi. Vedendola quasi svenuta, uno di essi, preso da subitanea commozione, corse a oflFrirle un bicchier d' acqua, nel quale cadde, mentr' ella lo avvicinava alle labbra, una goccia di sangue proveniente dalle mani dello sgozzatore. Questa, 1' origine della favola - creduta, del resto, da alcuni storici della Rivoluzione - nella quale ci mostrata la signorina di Sombreuil costretta, come condizione della salvezza di suo padre, a bere un bicchiere pieno di sangue. (Veggasi Louis Blanc, Hist. de la Ru. Frane; tom. VII, pag. 185; e Fouknier, L'Esprit dans l'histoire; Paris, 1883, pagg. 397 98.).
;

circostanza aggravante per

116

Vili.

Gemono

rivi e

mormorano

venti

Freschi a la savoiarda alpe natia.

Signora

Qui suon^di ferro, e di furore accenti: di Lamballe, a l'Abbadia.


i

giacque, tra

capelli aurei fluenti,

Ignudo corpo in mezzo de la via; E un parrucchier le membra anco tepenti Con sanguinose mani allarga e spia. Come tenera e bianca e come fina! Un giglio il collo e tra mughetti pare Garofano la bocca piccolina. 8u, co' begli occhi del color del mare. Su, ricciutella, al Tempio! A la regina Il buon di della morte andiamo a dare! (1)
parve a taluno - e forse non a torto - befidea del Poeta era molto diversa dal modo tuttavia 1' impressione che se ne col quale egli volle manifestarla
(1)

Questo sonetto

fardo e crudele. Per,


riceve,
serie

l'

non

certo

gradita.

Il

Carducci (Confessioni

Battaglie^

III,

pag. 228 e

segg.) ha tentato di difendersi dalle

accuse

mossegli, su tale proposito, dal Bonghi, dal signor M. T., dal Can-

cogni e dal Cappelletti. Devo, per, confessare che il suo sistema di difesa non mi persuade. Il signor M. T. ha ragione - almeno per

chiamare questo sonetto il colmo dell'aberrazione... un muse; e dicendo muse - egli soggiunge - non intendo le mitiche figlie della Memoria, ma quanto vi ha di pi
me,
di

delitto contro tutte le

nobile e di pi gentile nell' anima

umana

Ma

lasciamo, per
il

un momento,
di

la critica in disparte, e illustriamo

storicamente

sonetto.

La principessa vedova

Lamballe (Maria Luigia Teresa

di Sa-

voja Carignano), gi soprintendente della Casa della Regina, aveva

43 anni nel 1792, allorch fu uccisa. Dopo il 10 agosto, quando Luigi XVI e la sua famiglia furon chiusi nella torre del Tempio, la

Lamballe volle dividere con


al 19 di detto

essi la prigionia;

ma, nella notte dal 18

mese, fu strappata dalle braccia della Regina, e condotta alla prigione della Forza. Ivi stette lino al 3 settembre; e, durante quel breve periodo di tempo, si trov in preda alle pi terribili
Il

angosce.
2 settembre cominciarono le stragi dei prigionieri nelle diverse

carceri di Parigi.

La mattina

del 3, verso le sette, la principessa di

117

Lainballe ricevette
fcarono che stava

la visita di

due g'uardie nazionali,

le quali le sig'ni-

per esser trasferita all' Abbadia. Sulle prime, ella rifiut di discendere, protestando che non aveva alcuna voglia di cambiar di prigione; ma, dopo le insistenze di un certo Truchon, il quale le disse che si trattava della vita, si vest alla meglio e discese. Quando la misera donna si trov in presenza di quei giudici di nuova specie, impallid e svenne. Appena tornata in s, cominci r interrogatorio. Dopo poche domande, alle (juali ella rispose con calma e dig*nit, il Presidente le disse: Giurate dunque di amare la libert e 1' uguaglianza, e di odiare il Re, la Regina e la monar Far il primo di questi due giuramenti - essa rispose chia . il secondo non posso farlo, perch non nel mio cuore . Giurate, o siete perduta , le sussurr all'orecchio il Truchon, il quale la sosteneva durante l' interrogatorio. Ma 1' infelice donna non udiva, non vedeva pi nulla. Il Presidente pronunzi la formula Sia messa al largo la signora . Ella usc, sempre sostenuta dal Truchon, il quale forse aveva in animo di salvarla. Un tale - che alcuni asseriscono fosse un parrucchiere - volle levarle la cuffia con la punta di una picca. Essendo costui mezzo briaco, la colp nella fronte; e il sangue cominci a colarle per il volto. Fu questo il segnale della strage. La atten-arono a colpi di sciabola il suo bel corpo fu dilaniato da quelle belve feroci, che lo oltreggiarono, de-

turparono, e se ne divisero
del cadavere di
lei,

brani.

La

testa,

il

cuore, le altre parti

infilzati sulle

punte delle picche, furono portati,

come

trofeo, per tutta

Parigi.

Ci che fu perpetrato sul

non posso ripetere

il

rispetto

corpo della infelice Principessa io dovuto ai miei lettori me lo vieta.


(del

Dir soltanto che un individuo

quale non

si
il

saputo mai

il

cuore della principessa di Lamballe, e morderlo di quando in quando. Bisogna gridavano quei cannibali - far vedere la testa della Lamballe alla sua amica ! E corsero furibondi verso il Tempio, per dare il buon
d della

nome)

fu veduto, nella via Sant' Antonio, tener

tali

morte alla Regina . nefandezze .son degne

di

epopea? No, per Dio, non credo!

18

'

IX.

Oh! non mai


Tale

re di Francia al suo levare

di salutanti

ebbe un drappello!
(1).

La
Ivi su

fosca torre in quel tumulto pare

Sperso nel mezzod notturno uccello


'1

medio evo
1'

il

secolare
il

Braccio discese di Filippo


Ivi

Bello,

ultimo Templare scende de Su r ultimo Capete oggi 1' appello Ecco mugge l'orribile corteo:

(2).

La

fiera testa in su la picca ondeggia,

E Da

batte a le finestre

(3).

Ed

il

re prono

le finestre

de la

trista reggia

Guarda

il

popolo, e

a Dio chiede
(4).

perdono

De
(1)

la notte di

San Bartolommeo

Questo sonetto una continuazione del precedente.


sotto le

Il

Poeta

paragona la folla, che grida, schiamazza, ingiuria della Torre del Tempio, dov' rinchiusa la Famiglia
dei cortigiani, che, nei bei

finestre

reale, allo sciame tempi della monarchia, inondava la ca-

mera
Il

reale al

lever du roi Tempio era un vasto edifizio,

fabbricato, per cura dell'ordine

dei Templari, nei primi anni del secolo

XIIL Lo circondavano

alte

muraglie, guarnite di merli. Nel bel mezzo, si elevava una groSvSa fortezza, composta di una torre quadrata, di altre quattro torri rotonde, di un grosso muro sormontato da due sui lati e, verso il nord,
;

formava una specie di un leggiero pergolato ornato di fiori rampicanti. Dall' esterno, si giungev^a all' edificio per mezzo di una porta assai grande, che si apriva sopra una corte spaziosa. A destra, lungo un muro altissimo, contro il quale addossavasi la fortezza, era un piccolo giardino. (Vedi Georges Duval, Souvenirs de
torricelle. Il

tramezzo

di

queste torricelle
'92,

terrazza, in cui

vedevasi, nel

la Terreur, toni. II, pag. 362; e

Blanc,

Hist. de la JRv.

Frane;

tom. VII, pag. 105). (2) L' ordine dei Templari fu distrutto da Filippo
Francia,
il

il

Bello, re di

quale voleva appropriarsi le loro immense ricchezze. I Templari furono accusati di rinnegare la divinit di G. C, di adorare, in sua vece, un idolo, e di darsi in preda ad abominevoli
dissoluttezze.

Ma

vate. Il 13 ottobre del

queste accuse non furono mai luminosamente pro1307, tutti i Templari, che si trovavano in

119

Dopo un simulacro di processo, sottoposti maggior parte di essi per tra le fiamme. Finalmente, Papa Clemente V, dominato da Filippo il Bello, soppresse 1' ordine
Francia, furono arrestati.
alla tortura, la

nell'anno 1312. L' ultimo Templare cosi il Poeta chiama 1' ultimo dei Capetingi. E qui io trovo davvero quella Nemesi storica, che, con buona pace del Carducci, non son riuscito a trovare nei due ultimi versi del sonetto. Cercher di spiegarmi con la maggMor brevit e chiarezza possibili. Un antenato di Luigi XVI mise la mano sui Templari, li tortur, li distrusse. Cinque secoli dopo, lo stesso Luigi XVI fu chiuso nella torre di quel grandioso palazzo, phe, un tempo, fu reggia dei Templari. Ivi egli pure fu torturato, e, poi, condotto al supplizio. Ecco la Nemesi storica, che per simili reazioni vendica il pervertimento provocato dall'alto in basso . Ma Luigi XVI, che chiede perdono a Dio de la notte di San Bartolommeo , non mi persuade in nessun modo. L'illustre Professore - il quale, in.fatto di storia, pu esser a noi tutti maestro e donno, sa benissimo che il minor colpevole, nella strage degli Ugonotti, fu appunto Carlo IX. Il Duruy, nella sua Histoire de France (tom. II, pag. 35 e segg.), narra gli sforzi del duca d' Angi, del Guisa, di Tavannes e di tutti gli
:

altri signori cattolici, coadjuvati possentemente dalla regina madre, per indurre il giovine monarca, che non voleva affatto saperne, ad acconsentire all' eccidio dei protestanti. Ci volle del buono e del bello per estorcergli questo consenso. Caterina dei Medici giunse perfino al punto di accusare suo figlio di vilt. Ella aveva gi calcolato r effetto di questa parola sopra un uomo di carattere violento,

qual era
miraglio
ucciderli

il

re.

Questi, infatti, rispose:

di

Coligny e

tutti,

Poich volete uccidere 1' amfate per in modo di affinch ninno ne resti per farmene dopo rimpro

gli altri

protestanti,

vero

Si noti ancora che

avvenne nella notte dal 23 al 24 agosto del 1572. l' opera di sangue di quella notte - come ben osserva il sig. M. T. - fu compiuta in bonissimo accordo col popolo di Parigi, che era, nel secolo XVI, cattolico furioso e veramente ultra quindi, sarebbe asssurdo che questo buon popolo ne facesse
.

la strage

nei suoi discendenti

giustizia suU' evede del fiacco e crudele

re-

poeta
(3)

Verso

le

due pomeridiane

racconta
finestre

nelle

Clry, cameriere di Luigi


lati

XVI

il

popolaccio, recante
del

sue Memorie il i resti muti-

Tempio, mandando posta in cima a una picca, fu alzata sino alla finestra del primo piano, dove il Clry e conjugi Tison, carcerieri del Tempio, stavano pranzando. Il Clry, inorridito, corse subito all' appartamento, dove trovavasi
della

Lamballe, and

sotto le

grida e imprecazioni.

La

testa della povera Signora,

la famiglia reale. Il Re, nel vederlo cos pallido, gliene chiese la ca-

gione,

il Clry rispose che sentivasi alquanto indisposto. In questo mentre, entr un municipale, seguito da quattro uomini d' aspetto


sinistro, deputati

120

reale
si

del

popolo,

per assicurarsi se la Famiglia


di essi insisteva

fosse tuttora nella torre.

Uno
i
:

perch

prigionieri

mostrassero alla finestra:

municipali

si

opposero.

Allora,

quel-

Vi vogliono nascondere la testa alla Regina della Lamballe. Io vi consiglio in vece di mostrarvi al balcone, se non volete che il popolo salga qui . A questa minaccia, la Regina svenne. (4) Il Re non si affacci mai alla finestra per godere quel soave e delizioso spettacolo Questa inesattezza storica, del resto, consentita al Poeta, giusta il detto oraziano
!

r uomo disse

poetis

Quidlibet audendi semper fuit

aequa potestas.

121

X.

Al calpesto

de' barbari cavalli

Ne r avel si svegli dunque Baiardo? E su le dolci orleanesi valli La Pulcella rileva il suo stendardo?

Da

r Alta Sona e dal ventoso Gardo Chi vien cantando a i mal costrutti valli
Sbarrati di tronchi alberi? il gagliardo Vercingetorix co' suoi rossi Galli? (1)

No: Dumouriez,
Il

cuor riscuote genio di Cond (2): sopra la carta Militare uno sguardo acceso lancia,
la spia, nel
fila

Ed una

di colline ignote

Additando Ecco Le felici Termopile


Nel
presente

di

dice, o

nuova Sparta,
(3).

Francia

(1)

dir seriamente e giustamente

pochi versi

le
il

pur sempre

il Poeta pu Questa vera epopea Io canto in g-lorie della Francia nel settembre del 1792, che resta momento pi epico della storia moderna . Non sono
:

sonetto, e nei due susseguenti,

pi gli assassini, gli sgozzatori, i cannibali, ai quali il Carducci consacra i suoi splendidi versi; bens i prodi soldati, che, anche soffrendo la fame, il freddo, i pi crudeli stenti, vedono ritirarsi
dinanzi a loro
le

falangi

teutoniche, interamente battute nelle me-

morande giornate di Valmy e di Jemmapes. Ben a proposito, il Poeta evoca i ricotdi della vecchia Francia: da Vercingetorige a Giovanna d' Arco, e da questa al cavai ier Bajardo
!

(2)

Lasciamo andare se
:

la

parola spia
1'

sia o

no appropriata a

Dumouriez

meglio, a ogni modo, gli sta

epiteto di traditore. Nel

settembre del '92, egli non aveva ancora tradito il proprio paese, e per il Carducci lo paragona giustamente al vincitore di Rocroi.

In quel tempo, stava per riunirsi la nuova Assemblea della Francia,


cio la Convenzioie Nazionale.

Contemporaneamente,
loro

gli eserciti della

Rivoluzione conseguivano
dice r

primi

felici

successi,

come
le

se

Hamel

avessero voluto che la Convenzione aprisse


.

sue

sedute sotto prosperi auspicj


tutti, in

quei supremi momenti, fcero


forte e agguerrito, gli
:

Girondini, giacobini, costituzionali, il proprio dovere. Dinanzi a

un nemico
nioni, e d'

incantesimo

odj di parte cessarono come per dimenticarono le gare personali, le diversit d'opialtro non si ricordarono se non d' esser Francesi.
tutti

122

(3) Questi ultimi cinque versi sono una sintesi mirabile di quanto narrano, in lung-he loquenti pagine, i maggiori storici della Rivoluzione. Le riassumer qui in poche parole. Dumouriez trovavasi a Sedan. Egli non intendeva seguire il timido consiglio, che al(

cuni gli avevano dato, di ripassare la Marna; e, con l'indice sulla carta, diceva ai suoi ufficiali: Vedete voi questa foresta? Qui sono

Termopoli della Francia . Era la foresta dell' Argonne e, chiamandola in quel modo, diceva il vero. Que:?ta foresta si prolunga una ramificazione delle Ardenne, tra Sedan e Sainte-Menehould la quale si estende in una lunghezza di tredici leghe sopra una larghezza iiiuguale. Tagliata da montagne, da riviere, da stagni e da paludi, la foresta dell' Argonne non presenta d' accessibile al pasquelli saggio di un esercito che cinque aperture, o meglio, radori
le
;
: :

della Croix-au-Bois, del Chne-Popileux, del Grani-Fr, della Cha-

lade e delle

Isleffes.

Col,

Dumouriez

si

determin ad arrestare

il

123

XI.

Su

colli

de

le

Argonne alza

il

mattino

"

Sta,

Bramoso, accidioso e lutolento. Il tricolor bagnato in su '1 mulino Di Valmy chiede in vano il sole e il vento. sta, bianco mugnaio. Oggi il destino Per r avvenire macina V evento,

E r esercito scalzo D co sangue a


'1

cittadino
la ruota
il

movimento

(1).

Viva

la patria

Kellermann, levata
i

La spada
La marsigliese

in tra

cannoni, urla, serrate


(2).

De' sanculotti V epiche colonne


tra la

cannonata

Sorvola, arcangel de la nova etate.

Le profonde

foreste de le

Argonne

(3).

Queste son davvero due quartine meravigliose. La mat20 settembre 1792, i Prussiani assalirono la divisione comandata dal generale Kellermann, che avea preso posizione sulle a ture di Yalmy. In mezzo a una nebbia foltissima, il Kellermann fece subito mettere in batteria i propri cannoni. Egli non ne aveva nemici ne possedevano il doppio. Da una che quaranta, mentre parte e dall' altra cominci un cannoneggiare furioso. Verso le uni dici, essendosi dissipata la nebbia, i due eserciti si scoprirono Prussiani s' erano formati in colonne d' attacco. Era la famosa fan(1)

tina del

teria del
cesi, si

gran Federigo. Sotto il fuoco vinolento degli artiglieri franavanzavano con quell'ordine, onde vanno rinomate le truppe prussiane. Era - come disse un ufficiale russo - uno spettacolo suIl
i

blime e grandioso.
verso

ET esercito

scalzo cittadino

dipinge
-

egregiamente
per
le infor-

soldati della Francia. In fatH, gli alleati credevano

mazioni avute dagli emigrati - che le truppe francesi, composte di ciabattini, di sarti, di falegnami si sarebbero sbandate al primo colpo di cannone. Era, vero, la prima volta che i soldati francesi si trovavano in una seria mischia, in un campo di battaglia, fra tante mig-liaja di uomini e sul punto d'incrociare lebajonette! Non conoscevano ancora se medesimi e il nemico: si guardavano con inquietudine. Ma il Kellermann entra subito nelle trincee: dispone i suoi soldati per colonne di un battag-lone di fronte; ordina loro, appena avranno i Prussiani a una certa distanza, di non rimanere

124

ad

aspettarli,

ma
!

di correr loro addosso, assalendoli alla bajonetta

(Thiers, Histoire de la Revolution Francaise, toin. I, lib. Vili). Il prode generale Kellermann, messo il suo cap(2) Veritssimo

adorno della coccaida tricolore, sulla punta della spada, grid: Viva la Nazione! Questo grido, ripetuto da un capo all' altro delle linee francesi, rese stupefatti i Prussiani, i quali aveano gi - come scrisse il Goethe, che trovavasi presente - ammirato le truppe franpello,

cesi

schierate in anfiteatro,

in

quillit

imperturbabili

(Goethe,

una specie di riposo e di tranCampagne in Frankreich, nel

delle sue Opere). Quest'ultima terzina una delle pi belle chiuse di sonetti, Tra il cannoneggiamento, odesi, a interche io abbia mai letto valli, il canto patriottico della Marsigliese, la quale, annunziando un' et novella, sorvola le profonde foreste dell' Argonne . I FranIl duca di Brunswick, arrivato sul campo di batcesi hanno vinto taglia, giudic V operazione mancata, e fece retrocedere i suoi battaglioni alquanto scossi. Solo il cannoneggiare continu fino a sera. i Francesi, circa I Prussiani perdettero appena duecento uomini trecento.- La giornata, per, fu favorevole a questi ultimi; e il suc(3)
!

tomo

XXX

ebbe conseguenze gravissime

cannoneggiamento di Valmy, forza morale alle truppe francesi e produssse sulla pubblica opinione di Francia 1' effetto della pi compiuta vittoria. Sul proposito di questo sonetto, il signor Cancogni, critico del Chi non vede attragiornale La lAhert, scriveva queste parole verso le ruote del mulino di Valmy, in quel sangue cittadino che d a queste il movimento, la speranza onde il Carducci incorag gi il bianco mugnaio, la speranza, dico, di un vvenire dema gogico? Io", con buona pace del signor Cancogni, non vedo tutta quella roba che vede lui. Egli confonde una cosa con l'altra: il sangue delle persone scannate nelle prigioni, col sangue versato sui campi di battaglia in servizio delle patria. Fra una cosa e l'altra, c' di mezzo un abisso. Ma sentiamo come, argutamente, gli risponde Si risponde... o meglio, al signor Cancogni, che vede il Carducci: un avvenire demagogico nella liberazione del territorio della patria dall' invasione straniera e nel trionfo della Rivoluzione Francese,
cesso, quasi insignificante del cosi detto
:

diede una

<<

cio dell'eguaglianza civile, della libert del pensiero, del progresi rimanda alle dimento economico, alla fine non si risponde decime dell' abbate, al servizio del marchese, si rimanda al Sant' Uffizio e al bastone austriaco, o meglio si raccomanda a un nietodo igienico e dietetico che conferisca allo svolgimento del fosforo .
:

125

XII.

Marciate, o de la patria incliti figli, De i. cannoni e de' canti a T armonia:


li

giorno de la gloria oggi


e la

vermigli

Vanni Ingombra

'1

danza de '1 valore apria (1). di paura e di scompigli re di Prussia de 1 tornar la via
gli
il

(2);

Ricaccia

emigrati a

vili esigli
(3).

La fame
Guizza
il

freddo e la dissenteria

Livido su quel gran lago di fango


tramonto,
i

colli d'

un modesto
(4).

Riso di sole attingono la gloria

da un gruppo d' oscuri esce Volfango Goethe dicendo: A '1 mondo oggi da questo

Luogo incomincia
In questa

la novella storia

(5).

(1)

bellissima quartina,
la

il

Poeta

si

rivolge al
il

vinci-

tore di

Valmy. Fu
il

prima

vittoria della rivoluzione, e

preludio

di tante altre

pi importanti e pi grandi, le quali dovevano ren-

dere attonito
(2)
11

mondo.
;

e,

giorno dopo Valmy, la Convenzione Nazionale si riuniva abolendo per sempre la monarchia in Francia, proclamava la Re-

il re di Prussia, sollecitato dal duca Brunswick, addiveniva a pi pacifici sentimenti. Il gran Capitano rappresent vivamente a Federigo Guglielmo quanto fosse dannoso penetrare nel cuor della Francia, lasciando dietro un esercito cos

pubblica. Contemporaneamente,

di

numeroso e valente. La miglior via da seguire,


quella dei negoziati
;

era,

secondo

lui,

e,

in fatti, riusci a farla

prevalere. Nella se-

duta del 26 settembre, il ministro Lebrun annunzi alla Convenzione la proposta del re di Prussia di entrar in trattative con la Francia, e la risposta datagli dal Consiglio esecutivo provvisorio. La risposta era la seguente, degna - come ben dice il Duruy dell' antico Senato di Roma La Repubblica Francese non pu intendere alcuna proposta, prima che le truppe prussiane abbiano totalmente evacuato il territorio francese . La sera del 30 settembre, i Prussiani eseguirono la ritirata. Le truppe francesi rientrarono in Verdun e in Longwy e il nemico, dopo aver traversato
:

le

Ardenne
(3)

il

Lussemburgo, verso
due
versi

la fine d'ottobre, ripass

il

Reno

a Coblenza.
Questi
emigrati. Essi avevano non

son troppo crudeli all' indirizzo degli pochi torti ma non si deve dimenti;

126
Rivoluzione avea incendiato

care

che

la

loro castelli,

distrutti

loro privilegi, perseg'uitati ingiustamente

aveano sinceramente abbracciata la g-uerra civile in Vandea, parecchi gentiluomini soffrirono il freddo e la fame, combatterono valorosamente e caddero da forti sul campo di battaglia. Anche se una causa cattiva, non bisogna mai disprezzare coloro, i quali danno, per essa, tutto quel che posseggono, non esclusa la vita. E l'illustre Poeta non ignora che, durante il periodo
sul patibolo

anche quei nobili, i quali causa della libert. Durante la

rivoluzionario, moltissimi nobili afiTermarono eroicamente la loro fede e mirarono, con occhio impassibile, tanto la mannaja
;

del carnefice, quanto


(4;

i moschetti dei soldati repubblicani Terzina di una bellezza inarrivabile! In poche parole, il Carducci fa una descrizione degna del pennello di Tiziano. quest' ultima terzina la seguente. La (5) La spiegazione di sera del 20 settembre 1792, Wolfango Goethe, il quale, come ognun sa, aveva accompagnato il duca di Weimar, suo signore, nella guerra
!

contro la Francia, stando seduto vicino al fuoco del bivacco, disse In questo ai suoi compagni d' arme le seguenti memorabili parole
:

luogo, e in questo giorno, comincia


della

una nuova epoca nella


io

storia
fui!
.

Umanit;

e voi avrete

il

vanto di dire:
alla storia

pure

vi

In
il

fatti, la

battaglia di

Valmy diede
il

un nuovo indirizzo:
del secolo XVIII.

20 settembre 1792 fu

giorno pi

memorando

UN GIUDIZIO SUL MIO

"

COMMENTO

AL

"

CA-IRA

Il ch.mo prof. Camillo Antona-Traversi ha pubblicato un importante e utilissimo opuscolo di circa 60 pagine. un commento storico-letterario dei dodici sonetti che Giosu Carducci dava alla luce, il 1887, inneggiando alla Repubblica Francese; e che intitolava Qa, Ira , da quel canto civico e demagogico che intonava la canaglia parigina quando correva alle rapine e alle stragi. In tale lavoro V egregio commentatore, con sobriet di note, con seriet di studj storici e chiarezza maravigliosa, dichiara il contenuto di ciascun sonetto storicamente, non omettendo di tanto in tanto qualche osservazione letteraria ed estetica, sebbene con troppa parsimonia. Il pregio del commento, secondo me, sta nel non essersi perduto T Antona-Traversi in lunghe chiose, in facile erudizione, in pararelli insulsi, in accademiche escla-

mazioni.
Egli, fiso r occhio allo scopo pel quale scrisse quelle

va diritto, con sicurt e coscienza, dichiarando non pure il singolo contenuto di ciascun sonetto, ma sintetizzando e restaurando quei quadri, o episodj, nel gran fatto
note,

della Rivoluzione francese.

per questo

lato, e

per

la bella
il

e felice idea di dichiarare quei 12 sonetti, e per

modo

come
solo,

lo fece,

il

prof.

Antona-Traversi non pu che meridegli


studj
serj,

tare le pi sincere lodi dagli onesti cultori dell' arte non

ma

dai

cultori
la

e in

special

modo

della

giovent per

quale scrisse quel commento, cui

volle alla stessa

dedicato.


Anche
il

128

colto
;

senatore Carducci pu andar contento di aver


intelligentissimo e

trovato neir Antona-Traversi un

amoroso interprete dei suoi sonetti i quali, a dir il vero, passavano un po' trascurati per le non poche oscurit che
s'incontrano in
poetica, e per
sodj,
essi,
il

a causa della troppo ricercata sintesi


rilievo, nella

voler troppo particolareggiare certi epidi

veramente

non molto

grande epopea

rivoluzionaria

dell' 89.

Ideo D. M. C.
(dal giornale

Ferruccio

).

LETTERE EDITE E INEDITE

DI

GIOSU CARDUCCI

A ME DIRETTE

Articolo di

ETTORE IANNI

vanno adunando delle lettere di Giosu Carducci quanto pu essere pubblicato a questi giorni sien grazie per la cura che si danno e per la complessa fatica che durano e per il dono che discreti, ma non lievi, non ci offrono e pei rimproveri sgradevoli che non sono personali, non perci meno

Sien grazie ai valentuomini che

ci

loro mancati.
S'

intende che vi siano critici pronti a parlar di trascu-

rabili quisquilie

quando

si

occupano

d'

un glorioso morto,
d' insignificante

paginette minori, talvolta o anche spesso

valor letterario; prontissimi a ripetere V usata obbiezione:

Che aggiunge questo

alla

fama

dello scrittore?
il

cos utile, nella


dizj,

monotonia del vivere,

dissenso dei giu-

che non giusto far colpa a codesti critici delle loro d' aborrimento quando vengono alla luce le lettere con cui uno scrittore ringrazia per un dono di beccaccini, o i versucoli con cui un poeta si fece una sera estemporanee beffe d' un amico o d'un nemico. Ma perch ci giusto, non pu esser ingiusto sostenere che per altri o, meglio, siffatte raccolte postume abbiano diverso valore rispondano a un diverso desiderio e a una curiosit non
dichiarazioni
;

puramente

letteraria.

Parliamo,

in

particolare,

di

quelle lettere

del

Car-

non verso il poeta anche qualche i raccoglitori naturalmente, ma verso che hanno esse a vecritico maestro di garbate ironie dere con le Odi barbare, coi Saggi e coi Discorsi di letteratura ? Nulla, senza dubbio o ben poco. Ma questa conclusione non basta a condannare V opera e V intenzione dei raccoglitori. Essi non intendono aggiungere alla fama
ducci, per le quali stato

severo


del Carducci,
l'

132

maggiore conoscenza
del-

ma

servire alla

uomo, che sempre cercato


di

oltre lo scrittore, e pi

sentimento di simpatia, il che lega di l dalla morte, e pi anzi dopo la morte, il maestro ai discepoli lontani, r interprete agli spiriti che si sentirono in lui. E gran povera cosa sarebbe in verit la nostra opinione, come il nostro sentimento, sul!' opera e sulla vita d' un grande
cercato quanto pi profondo
quasi

devota

amicizia,

scrittore, se

le

lettere in cui

egli

uomo

quotidiano,

con bisogni, debolezze, errori, scatti di quotidiana tenuit, dovessero turbare quel sentimento e raggiungere V altezza e scuotere la solidit di quella opinione formata su molti e nobili volumi. L'ode Alle fonti del Clitumno non tema pericoli di questa sorta. Ma come d' un luogo cui desiderammo giungere e che ci divenne domestico e che
ra

appartiene ora alla storia della nostra vita intima (1' oped' un poeta caro non sopra tutto una nostra indimen-

ticabile avventura?),

amiamo frugare ogni luogo

e sapere

ogni particolare, e non possiamo tenerci soltanto alla grande quercia tra le cui fronde suol cantare un usignuolo, e al belvedere da cui si discopre pi di paese e si gode pi grazia di orizzonte cos dell' anima d' uno scrittore
;

che

amammo
le

amiamo con

le
i

sue virt e co' suoi


ci

difetti,

anzi con

sue virt e per

suoi stessi difetti,

piace

conoscere quanti episodii sia possibile trovare fra le sue pagine minime. vero che un maligno contraddittore potrebbe credere opportuno ricordarci: Non v'ha granMa noi gli risponderemo d' uomo per il suo cameriere
!

che occorrono, per


ticar

ci,

anime

di

camerieri.

d' altra

parte, noi siamo cos

leggiadramente delicati da dimen-

pure un istante che il grand' uomo ha toccato le vette della poesia, sol perch ce lo vediamo dinanzi in pantofole, o con l' occhio un po' acceso dal convito, o
stizzito e

prorompente

alla involontaria ingiustizia .

(dal

Corriere della Sera

di Milano^ 13 dicembre 1913).

Quattro lettere inedite di Giosu Carducci

(dalla

Tribuna

di

Roma,

1"

gennajo del 1911).

Ecco un mazzetto

di lettere

ancora inedite

di

Giosu
signifi-

Carducci, dirette a Camillo Antona-Traversi.

Lasciando senza commento quelle che hanno


richiamare Y attenzione dei nostri

cato transitorio e solo importanza personale, ci permettiamo


lettori sulla quarta, del

tempo

iniziale della

vexata quaestio della cosi detta con-

versione monarchica del poeta.

A
tiva.

diradare

il

questa questione, essa porta una luce,

denso equivoco che tuttora ingombra ci sembra, defini-

Giacch opinione diffusa che nell' evoluzione del Carducci verso la monarchia, entrasse come elemento preponderante la sua simpatia cavalleresca per una regina

buona

e bella, intendente di lettere e

amante

delle arti

che, in altre parole, quella sua adesione politica non fosse

che r estensione di un gentile scuotimento, degno di un romantico trovatore provenzale, ma inconcepibile, specie assunto a tanta importanza, in un uomo della quadrata
onest politica del Carducci.

Fu
Il

invece,

come

la nostra lettera

ben dimostra, qual-

cosa di assai pi meditato e profondo.


fatto storico dell'
di

indipendenza italiana che, nel suo


di

entusiasmo

poeta classico e

repubblicano, egli aveva

interpretato nei discorsi e nei

canti

come

schietta

ema-

nazione della volont popolare sollevatasi in una grande

rinnovamento, alla sua analisi riposata e alla riprova dei successivi avvenimenti, si scomponeva nei suoi fattori veri, che non furono di natura democratica,
aspirazione
di

n principalmente repubblicana.

134
Nella tranquillit della impresa attuata, egli non
senti intorno

si

che
i

il

freddo e sordo traffico di coloro che

sfruttavano nomi di repubblica e di democrazia per arrivare. E,

come
si

migliori della

sua fede e

della
vilt

sua ge-

prima e poi i disastri lo persuasero che la democrazia italiana non era affatto rinata a quella sicura grandezza ch'egli sognava, sulle tracce delle antiche glorie delle democrazie greche e del popolo di Roma. Come egli ebbe a dire, in una famosa lettera ad Alnerazione,

trov profondamente solo;

Le

berto Mario,

si

sent

ciurmato nei suoi ideali

politici; si

senti violentemente

contraddetto nella sua fede artistica

e letteraria.

Voleva un popolo di forti, una aristocrazia di popolo, aveva invece attorno il fango che sale . In questa

condizione di cose, egli reput suo dovere cercare la base storica e politica della sua operosit nella Monarchia, e

n il tempo, che ha messo fuor di valore la tradizione repubblicana e ha mostrato la perniciosit del confusionismo socialista, ha dato torto al suo discernimento. In poche righe, la nostra lettera traccia questo profondo dramma della sua fede. Siamo certi che i nostri lettori ci saranno grati di
cosi fece
;

aver loro dato modo

di conoscerla.

I.

Bologna, 14 marzo 1881.


(1)

<?

Pregiatissimi Signori,

sito di

il coraggio di dir no anche a loro. Feci il proponon concorrere pi a simili pubblicazioni, che io non approvo e non posso venir meno al mio proposito. Sono di loro, con perfetta stima

Ho

Giosu Carducci

(1)

Sul proposito di un

Nninoro unico

da pubblicarsi a Na-

poli in occasione del terremoto di Casamicciola.

135

IL

Bologna, 20 aprile 82.

Mio caro Signore,


ringrazio del dono pregiato, che Ella, dopo tanti

La

altri

fatti,

intelligente e

pi nobili

mi annunzia futuro. La lodo della operosit animosa che Ella spende intorno alle cose della vita (poich non e' una repubblica
fa assai

sana): gli studi e le lettere.

Ella,

mio caro Signore,

bene, con

molto

amore, con erudizione e dottrina; e

fa utilmente.

Non

voglia prendersi di certe opposizioni, che non


fiorentini e

sono poi maligne.

Questo contrasto fra

il

suo pi di

fantasia che d' altro. Lasci dire e taccia.

Suo Giosu Carducci

IIL

Bologna, 1 gennaio 1891.

Caro

sig.

Camillo,

La
le

ringrazio della
di

e la prego

buona memoria che tiene di me serbarmela anche per questo nuovo anno
e felice.

che

auguro fausto

Suo Giosu Carducci


IV.

*.

Madesimo su
sig.

lo

Spinga, 15 settembre 1897.

Caro

Camillo,

Seppi con dolore delle sue disgrazie, e credei e credo eh' Ella sia stata vittima dell' altrui nequit. Ma

Ella,

mi perdoni, non pu scusarsi del

difetto d'

abban-

donarsi

inconscio a impeti di ondate troppo subitanee

e diverse. E, alla sua volta, Ella perdoni a


delle osservazioni e delle metafore.

me

la libert

136

Conosco da un pezzo, e ho
Lei, le

tutte,

gran parte per dono


delle

di

pubblicazioni

sue

leopardiane,

quali

che avr da scrivere del Leopardi, e certamente ricorder grato e giusto ci che si deve a Lei. Creda bene Ella, e lo dica a quei signori francesi, che nel ritorno mio alla Monarchia italiana della quale non dissi mai male, la Regina pu averci avuto la parte bella ed esteriore della bont, ma la ragione fu che la
faccio

gran

conto per ci

piccola fazione repubblicana, mal

accordo e senza pi come rovinerebbe e guasterebbe, volentieri, aiutandosi pur dei socialisti che la odiano e disprezzano, la unit, che fu ed V amore, la fede e la religione della mia vita. Mi scusi, scrivo in gran fretta, su '1 partire.
d'

ingegno,

menava a

rovinare, guastava,

La

saluto cordialmente.

Suo

Giosu Carducci

Altre lettere inedite

Boi. 1

maggio 1881.

Caro signore,

Da una sua lettera, che ricevo questa mattina, vedo che Ella ebbe il gentil pensiero di mandarmi una copia

Ne La

Landa e da lei tradotta. pur troppo non ebbi, certo per un de' soliti danni postali, il libro. Ebbi il foglio NapoliCasamicciola, e anche ne La ringrazio.
della Vita del Boccaccio del

ringrazio,

ma

Giosu Carducci
Al
sig.

>.-

Camillo Antona-Traversi

Posilipo, villa Antona-Traversi

NAPOLI

Boi.

29 apr. 86

Gentilissimo signor C. A. T.,


ringrazio del

La

foscoliani
dietro.

che Ella

si

volume metastasiano; e anche dei compiacque mandarmi tempo a

tutti

Per ora mi manca il tempo e V agio a vederli bene ma prima o poi spero giovarmene per qualche stu;

dio speciale.

Dev. suo

Giosu Carducci
Al
sig.

prof. Camillo Antona-Traversi

ROMA

138

Boi. 26 aprile 1887

Mio caro signore,


della benevolenza sua e delle espansio-

La ringrazio
lo

(1) la cui bizza non mi tange. Vedr con piacere ci che Ella vorr scrivere su il Consalvo: circa il quale Ella potr aver ragione su tutto; dubito possa averne, quando non movesse da documenti, su '1 tempo in che il Consalvo fu scritto. Mi furono carissime che a me aple Rime dell' adolescenza di Ugo Foscolo paiono delle pi importanti come testimonianza di studi

ni

contro

zoppo,

d'

arte e anche di vita.

La

saluto cordialmente.

Suo Giosu Carducci


Al signor
prof. Camillo Antona- Traversi

ROMA
(1)

Ugiiaua, ConsalTO e Riidello


il

Ieri,

professore Lignana,

dinanzi

ai

suoi

discepoli e ad

alcuni studiosi del Leopardi, parl del

Consalvo e della lettura che il Carducci tenne ultimamente alla Palombella su GiaufrRudel. 10 credevo, e speravo, di assistere a una lezione - pi o meno meno originale - sul Consalvo leopardiano e le sue fonti. dotta, pi

Era la prima volta che mi auguravo non poco Pur troppo, provai mai occorse. Non avevo dinanzi

udivo parlare

il

Lignana dalla

cattedra, e

dal suo ingegno e dalla sua cultura.

una

delle pi

amare delusioni che mi siano

a me un dotto orientalista, ma un volgare declamatare contro certi pretesi strafalcioni del Carducci. Non ho mai udito un professore parlare di un suo collega con tal mancanza di misura come questa volta; e, confesso, ne uscii nauseato. Quanto al merito intrinseco della conferenza del professore di sanscrito, ecco il modesto avviso mio. assai meglio a non aprir bocca in 11 Lignana avrebbe fatto
questione.

Egli ha sostenuto che

non

il

Mestica,

granchio.

Ha

Consalvo non fu scritto nel 1821 (come ha preso un grosso sostenuto, invece, la data del 30-33, e con argomenil

ma

il

Pieretti mostr nell' 80', e

tazione davvero puerile.


Il

canati,

Leopardi - a sentir lui non avrebbe invocato

se avesse

scritto

il

straniera

man

Consalvo a Ileper chiudergli gli

139

* * *

Le espansioni contro
chetto, e delle quali
il

zoppo, pubblicate nel FolCarducci mi ringrazi, mi procaclo

ciarono

le

seguenti due lettere del Lignana, che onorano

chi le scrisse e chi le

ha ricevute:

Uoma, 26

aprile 1888.

Chiarissimo signor Professore,

Il prof. Cortese, che invece di rispondermi scrivendo ha preferito di venirmi a vedere questa mattina in casa, mi ha detto che Ella V autore dell' articolo, che, per eufemismo, dir poco benevolo al prof. Lignana per la conferenza sul Consalvo di Leopardi. Io non voglio tener conto delle ingiurie, ma mi

preme sopra
estetica o

tutto

di

studiare per
sia.

amore

della verit

morale che

Ora,

il

prof. Cortese

mi ha

occhi;

si

bene

la

mano paterna

o materna.

Come

se ogni allievo di
in

terza liceale

non sapesse oramai che Giacoigo Leopardi viveva

con i suoi genitori. Ha, poi, cercato di provare che il Leopardi ha dovuto ispirarsi, al concetto, anzich a un poeta medioevale, alla fonte classicfl, cio, che i greci e i latini avevano di quelle due cose non dissociabili che sono Amore e Morte. Senza pensare che un passo di Longo Sofista - dal Leopardi ben conosciuto - ci d la fonte genuina del Consalvo. Inoltre, con acre e mordente parola, ha biasimato il Carducci di aver visto nel canto leopardiano ?m certo luccichio di romanticismo senza accorgersi che, se non al romanticismo medievale, a quello moderno certo il Leopardi ha dovuto - non ostante la fonte
lotta disperata, continua, accanita
; ;

classica

ispirarsi

un

po'.

contro il giudizio estetico che Carducci ha dato del Consalvo, giudizio sempre tale da accogliere con amore e studio; e ci dopo d'aver detto che il Carducci, per la nessuna conoscenza che ha del tedesco e del provenzale, e per gli spropositi in cui cadde traducendo V Uhland, meriterebbe di non sedere pi nel Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione.
il

Da

ultimo, ha finito gridando

questo semplicemente grottesco


(dal

Folchetto

di

Roma).

140
detto pure che Ella studi!

con particolare diligenza

il

Leopardi, anzi abbia pubblicato uno scritto sull'insigne

ed incomparabile poeta.
Io la pregherei di volermi indicare il titolo della sua pubblicazione per potermela procurare e studiare senza alcun risentimento per ci che Ella ha detto di me.

Desidero sopra tutto di imparare. Ho conosciuto a Torino e per molti anni il padre di Lei, e mi ricordo ancora dei nostri colloquii quotidiani, e sarei molto fortunato di conoscere il figliuolo professore che studia e scrive di Leopardi. Essendo io, ora sono alcuni anni, al Consiglio Superiore ho avuto occasione di esaminare una sua
,

traduzione del Landau sul Boccaccio, e in quella occasione, se

ben mi ricordo,

il

non

contro

me ne pento anche di me nel Folchetto.

mio giudicio fu favorevole, dopo le ingiurie pubblicate

Mi creda

dev.mo suo

Giacomo Lignana

Roma^ 28

aprile 1888,

Illustre signor Professore,

...

Ma

voglio rispondere

subito a

un appunto. Io

sono amico del prof. Carducci e sono stato suo collega per tre anni al Consiglio Superiore, e a un dipresso

abbiamo sempre
ga,

difeso le stesse idee didattiche. Aggiun-

come ho

detto

nella

conferenza, che

siamo due

anticlericali convinti.

me

Posso adunque essere stato vivo in qualche punto ne rincresce; ma fu piuttosto scherzando, se ben

mi
il

ricordo.

Ad

ogni modo, la caratteristica morale che


fatto

Carducci ha
di

del

Leopardi non persuade certo.

Ma

questo e d'altro in seguito. Ma,


tutto per

come

si

dice,

il

male non vien


nata per

nuocere, e da un equivoco

me

la

fortunata

occasione di conoscere

un

dotto professore e

guadagnarmi un ottimo amico. Il suo Giacomo Lignana *.

141

* * *

Bologna^ 20 marzo 1888.

Caro signore,
ringrazio delle pubblicazioni leopardiane, che
si

La

compiacque mandarmi in questi ultimi mesi, e che io vedo con molto piacere. Che dice Ella dell'assegnare che fa il Mestica al 1821 il Consalvo? Vorrebbe accertarmi se il Consalvo nella edizione fiorentina 1831 dei Canti, che non posso ritrovare? Del rispondermi presto

Le sar molto

obbligato.

Suo Giosu Carducci

vero che

il

Torraca pubblic

essere stato inspirato del ricordo di

Consalvo potere Jaufr Rudel? Dove?


il

Al signor professore Camillo Aiitona- Traversi

ROMA

Boi.

26 marzo 1888.

Caro signore,
ringrazio delle notizie precise e sollecite. Quanto
di

La

al

composizione del ConsalvOj io inclino a credere fosse poco dopo il 1830. Ma presto vedr l'opinione
saluto cordialmente.

tempo

mia pubblicata. La

Suo Giosu Carducci


All' egr.
sig.

prof. Camillo

Antona-Traversi
Militare
-

nel

Collegio

ROMA

Boi. 11 aprile 1889.

Caro professore,
ringrazio delle pubblicazioni

La

mandatemi

in dono,

conoscevo gran parte; ma pi sono usabili cos riunite. Se non che, troppo Leopardi. Tutte quelle rimerie di Monaldo! A cui Dio perdoni, che io non posso. Suo Giosu Carducci .
delle quali gi

Al

eh. sig.

prof Camillo Antona-Traversi

ROMA

142

Boi. 22

marzo 1892.

Caro signore,

Oggi, di ritorno, trovo la sua lettera.


i

Avran veduto

Ella e
il

suoi amici che oggimai la lettura fissata per

27.

Mi rallegro
(1).

della

buona

riuscita

della

Commedia

sua

Aff.

Giosu Carducci

All' illustre sig. prof, Camillo Antona-Traversi

ROMA

(1)

Le

Rozeno

UNA PAGINA INEDITA

DI

GIOSU CARDUCCI SOPRA

GIUSEPPE GARIBALDI

Nell'anno di grazia 1879, Giuseppe Garibaldi and a

Roma
crazia

per inaugurarvi la cos


*.

detta

Lega

della

Demo-

Giosu Carducci che, in quei giorni, aveva visitato una sera, calda ancora V impressione di quella r Eroe nel Caff' Morteo - sopra un foglio di carta, visita, scrisse le scultorie parole che tutti potranno leggere qui riprodotte. Fra i presenti era Attilio Sarfatti, il compianto raffinato poeta della Laguna: a lui, e alla grande cortesia di mio fratello Giannino, che s' ebbe dal Sarfatti V improvvisato scritto del Carducci, io vado debitore di poter offrire al Risveglio Italiano una delle pi belle pagine, ancora inedite, dell' autore dell' Inno a Satana sull' Eroe dei
;

due Mondi.
Parigi, 1 luglio 1907.

Garibaldi, trent' anni or sono, svegliava l'Europa:

oggi, inaugura la Libert.


<

Questo vecchio, con


Il

le

mani

rattratte

dall' artrite,

portato sur una sedia a braccia, mirabilmente bello.

leone,

quando
:

si

posa,

una imagine
il

inferiore.

l'

Nella voce di Garibaldi rumoreggia


nell'

editto consolare

lampeggiano le nella fronte, che sorride


acceso,

tuono delocchio, che vibra fisso, acuto ed tempeste delle terre selvagge
;

di

calma olimpica,

la serenit

della tradizione civile della razza latina.


E' ancora lui, quale lo
fuori

vedemmo premere
aureliane;

in fuga

gli stranieri

delle

mura

ancora lui,

quale
lo

144

nelle tregende di Aspro-

vedemmo

passar liberatore armato per l'Italia;

ancora lui, quale lo

vedemmo

monte
nire
bello

e di Mentana, vittima gloriosa e sicura dell' avvepatria;

della

ancora lui, mite glorioso, leonino,


l'

come un Dio!
Gli occhi
si

riempiono di lagrime davanti

ideale

lo

ma non si vuol piangere davanti Garibaldi: guardiamo, lo amiamo, lo ammiriamo con la nuova, con r antica, con 1' eterna affezione di Italiani e di uomini. Noi non ci vergogniamo d' inginocchiarci davanti quest' uomo; per che quest' uomo ci rappresenti l' ideale pi bello della nazione italiana. In LUI la grandezza della storia di Livio; in lui la gentilezza epica degli eroi di Virgilio lo slancio avvenvivo e vero;
;

turiero dei paladini di Ariosto

la fede dei

cavalieri del

Tasso; in lui tutta la storia del nostro risorgimento.

Egli fece r unit della Patria,

egli

inaugura oggi

la libert .

Giosu Carducci.

(Dal Risveglio Italiano di Parig-i (an. VIII, luglio 1907).

CARDUCCI

LA

FRANCIA

Parigi

5,

gennajo 1918.

un bellissimo articolo di Pietro de conservatore del Castello di Versagiia Nolhac nel quale si rende piena giustizia a quegli Italiani, che, vent' anni fa, prepararono, merc sforzi e lotte troppo dimenticate, il rinnovamento onde noi, oggi, ammiriamo
sottocchio

Ho

r opera molteplice.
L' insigne studioso del Petrarca,
il

di un Carducci, di a differenza del pi piccolo scriba un Comparetti pressoch ignorato nelle Universit frangermanico cesi, ne fa ricadere la colpa suU' Italia, la quale si germanizz prima ancora della Francia. Dei molti scrittori italiani, forse, soltanto il Carducci nei suoi poemi, nei suoi discorsi, secondo il de Nolhac nei suoi lavori storici e critici, .s' ispir al pi puro fonte

nome

dopo aver notato che un Villari, di un D' Ancona,

di

della latinit

e la fedelt di lui alla cultura francese

ri-

mase

intatta.
di

Tutta la sua vita


testimonianza.
Basta, infatti,
il

poeta e

di erudito

ne fa luminosa

rileggere le memorabili pagine in cui


dell'

idea informatrice di tutta V opera Carducci parla sua, per veder fino a qual segno egli si era penetrato della letteratura e della storia della Francia, e come si com-

piacque arricchirne

il

proprio genio.

Senza dubbio,

le

sue opinioni rivoluzionarie

gli

contradi-

sentirono di accogliere solamente una parte della

zione francese, quella del XVIII secolo filosofico; senza dubbio, da buon repubblicano, condannava in blocco 1' an-

tica

146

monarchia francese, sulla fede ingenua del Michelet senza dubbio, vedeva fatti e gli uomini della grande Rivoluzione a traverso il mistico velo del Quinet e del Lamartine. Ma come sapeva amar fortemente tutto quello che in Francia gli pareva degno di esser amato; e come
i

sapeva rimproverare
della

ai

pedanti e

ai

politicanti

di

esal-

tare, a spese della Francia,

l'ammirazione e l'imitazione

Germania

Nel 1872, quando si scatenarono in Italia assalti furibondi contro i Francesi, il Carducci non esit a combattere anche uomini come il Mazzini, e ad annunziare arditamente che la Francia sarebbe risorta.
E, pi
tardi, al

tempo

della

crisi

Tunisina

egli

continu a parlar della Francia con la stessa generosit


e chiaroveggenza.

Che Dante
lo

diceva

detestasse
io

Francesi, o

meglio
di

la famiglia reale di

Francia,

intendo: un nipote

San Luigi
li li

aveva disturbato

nel

suo nido. Che Ma-

chiavelli
Alfieri

disprezzasse e invidiasse, capisco. Che Vittorio

odiasse, capisco
si

anche meglio;

ma

che

noialtri,

dopo

il

1859,

deva

far del
i

misogallismo

una

distin-

zione nazionale, perch

Francesi occuparono improvvisa-

mente un

territorio

che

ci fu offerto e

che noi non abbiamo


fatto di capire

voluto, ecco quello che

non mi vien
i

Poco dopo, vero,

suoi

sentimenti per la grande

nazione sorella subirono una depressione passeggera. Alcune campagne della stampa parigina contro l' Italia lo aveano vivamente sdegnato. Moveva rimprovero ai Francesi di

non pi interessarsi

alla

letteratura

antica e redegli

cente

d' Italia.

Avrebbe voluto veder rinnovata

la tradizione

Italianizzanti

d'altra volta; dei Fauriel e degli

Ozanam,

che avean guidato le sue prime ricerche sopra Dante. Ma non cess per questo di sperare, di credere, nella unione intellettuale e politica dei due popoli. E, certo, il vecchio Poeta, sarebbe stalo oggi felice di assistere a una fratellanza d' armi pari a quella da lui sognata nella sua balda giovinezza.
(Dall'Om
di

Palermo, 24 gennajo 1918).

University of Toronto

Library

DO NOT REMOVE THE CARD FROM


THIS

POCKET
Acme Library Card
Pocket

Under Pat "Ref. Index Ffle"

Made by LIBRARY BUREAU