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Poetica dell’ineffabile Seminario Milano, 20 marzo 2017 Lezione 1 Dolore, paura e angoscia

Virgilio Eneide, canto II Enea e i suoi profughi navigano alla ricerca della terra promessa, dove
Enea dovrà fondare una nuova patria. Sono passati sette anni dalla guerra di Troia. Le dee
escluse dal giudizio, Atena e Giunone, di Paride perseguitano i Troiani, per cui Enea, benché
pio, subisce l’ira di Giunone che fa naufragare la sua nave che approda a Cartagine. Qui c’è
Didone che sta costruendo Troia. Enea racconta la sua vicenda che ha tratti in comune con il
destino toccato in sorte ? alla regina, che lo accoglie, lo aiuta a riparare le navi, sfama i suoi
profughi. Durante un banchetto, Didone chiede ad Enea di raccontare la caduta di Troia e il
viaggio che lo ha condotto a Cartagine. Qui Enea se ne esce con questa famosa dichiarazione
“infandum regina iubes renovare dolorem” = raccontare un dolore, quel dolore che ha
provato quando ha visto distruggere la sua città e quando l’ha dovuta abbondonare senza
tentare una difesa, perché l’ombra di Ettore gli ha intimato di prendere i Penati e di fuggire.
Dante Inferno XXXIII, conte Ugolino Nono cerchio è diviso in quattro zone; è il cerchio dove
vengono puniti i traditori. Il conte Ugolino si trova nell’Antenora (Antenore era un antico
troiano che aveva tradito i Troiani), che costituisce la seconda zona, dove sono puniti coloro
che hanno tradito la loro patria. Dante ci presenta il conte in una scena raccapricciante:
intento a mangiare il cranio del suo nemico: l’arcivescovo Ruggeri degli Ubaldini. Ugolino
prova un odio feroce, quasi bestiale nei confronti di chi gli ha causato una fine tanto dolorosa.
Il conte Ugolino era un nobile pisano che aveva avuto il comando della flotta pisana nella
guerra contro Genova. Pisa fu sconfitta nella battaglia della Meloria (1284). Ugolino, divenuto
podestà, per dividere la coalizione tra Genova, Firenze e Lucca aveva ceduto a Lucca alcuni
castelli, altri a Firenze mette in atto il “divide et impera”, ovvero fa concessioni all’una e all’altra
città. Questo atto era stato interpretato come un tradimento da parte dei notabili contro la
città. L’arcivescovo Ruggeri aveva organizzato una insurrezione contro di lui; per suo ordine
Ugolino era stato catturato con l’inganno e rinchiuso nella torre a morire di fame con i figli e i
nipoti, che scompaiono nell’episodio di Dante. Dante per rendere più drammatico il tutto
parla solo dei figli. Alla domanda di Dante, che vuole sapere la storia, Ugolino risponde
citando Virgilio (maestro di Dante per il suo stile): “Tu vuo’ ch’io rinovelli disperato dolor”
infandum regina iubes renovare dolorem. È un dolore che non si può raccontare. A Ugolino
viene annunciato da un “mal sonno” la realtà terribile di morire di fame: non gli viene più
portato il cibo. Questa realtà annunciata a Ugolino da un “mal sonno” = un sogno rivelatore di
quanto sta accadendo. Tutti fanno lo stesso sogno per cui al mattino ognuno legge negli occhi
dell’altro paura e angoscia. L’orrore rimane inespresso da parte di questo padre che con il
silenzio 1 cerca di proteggere i figli da questa realtà così terribile. L’afasia è il risultato di un
annichilimento, della presa di coscienza della realtà che aspetta e l’orrore è per i figli, che
cerca con il silenzio di proteggere, ma nei suoi occhi i figli leggono il dolore che non vuole e
non può esprimere. Ugolino non parla, cerca anche di non piangere per non angosciare
ulteriormente i figli; anche di fronte alle richieste disperate di aiuto da parte dei figli Ugolino
non ha parole per rispondere perchè non ci sono parole, non c’è un aiuto che lui possa dare.
Alla fine Ugolino parlerà solo per rispondere alla richiesta di Dante. Parla ora che è
nell’Inferno e le sue parole sono per far cadere sul suo nemico l’infamia che ha perpetrato,
quindi la parola viene recuperata solo in odio di questo nemico che gli ha causato questo
dolore. Ma durante la vicenda non ha parole per spiegare ai suoi figli la situazione o aiutarli.
Inferno I Difficoltà che incontra la sua poesia a narrare quanto Dante ha vissuto e visto
nell’Inferno, in modo particolare lo smarrimento nella selva. “Dura” può riferirsi sia alla
difficoltà di trovare parole per esprimere il paesaggio e le sensazioni, sia al fatto che al solo
ricordare si rinnova il sentimento di angoscia, provato quando aveva vissuto questa
esperienza. Foscolo Alla sera Sonetto in cui ci parla di una sua ricerca di un momento di
quiete, di calma, che lui ricerca sprofondandosi nella meditazione. La sera gli è cara perché è
l’immagine della morte e per un materialista come lui la morte è un remedium vitae, perciò
non ha un’idea negativa di essa, che considera invece un farmaco contro i mali della vita.
Durante le ore notturne, Foscolo si abbandona alla meditazione. La sera è l’ora topica della
riflessione, della meditazione, in cui Foscolo può contemplare l’immagine del nulla eterno, di
quell’annientamento che la morte porta con sé; ma in questo annientamento c’è un senso di
sollievo perché finalmente troverà conforto dalle preoccupazioni che prova nella sua vita. Non
c’è niente di pauroso o angoscioso. Quale sarà il suo tempo? Parla di “reo tempo”. Che cosa lo
ha sconvolto fino a questo punto, da farlo parlare di “reo tempo”? 1799: trattato di
Campoformio. Napoleone scende in Italia proclamandosi liberatore e i patrioti italiani, tra cui
anche Foscolo, si accendono di entusiasmo. Tuttavia Napoleone decide di stipulare un
armistizio con gli austriaci, in base al quale la Lombardia viene presa da Napoleone e la
Serenissima perde la sua indipendenza, perché viene ceduta agli austriaci. Foscolo era
veneziano quindi deve lasciare Venezia. Si arruola comunque nell’esercito di Napoleone
perchè Napoleone è l’unico che sta combattendo contro gli austriaci. Lo “spirto guerrier” è lo
spirito combattivo di questo patriota che ha visto delusi tutti i suoi ideali. Il “reo tempo” non è
solo per le questioni politiche, ma anche perché è un tempo anche in cui il poeta vede
incompresi i grandi ideali di cui lui si fa portavoce tema, già romantico, del poeta incompreso
dal suo tempo, estraneo, si sente a disagio in una società, in un’epoca che sembra non
corrispondere i suoi ideali. In morte del fratello Giovanni 2 all’adolescenza, a questa età felice
in cui si rivede bambino, seduto nel prato antistante la casa ? e con lo sguardo rivolto al cielo
stellato, mentre arrivano dalla casa i rumori dei servi che stanno finendo le ultime occupazioni
della giornata e dalla campagna le voci della natura. In questa atmosfera di pace e serenità
Leopardi si abbandona alla contemplazione del cielo stellato e sogna; sono di nuovo i sogni, le
speranze di quel “vago avvenire” che ha condiviso con Silvia, ma che non possono essere
dette/i perché non solo si tratta di sogni ineffabili ma anche perché sono vaghi. Ha davanti a
sé molti progetti, non sa bene cosa voglia fare da grande; come tutti gli adolescenti sogna, e
sono sogni grandi che però la vita infrangerà. Leopardi maturo torna a vagheggiare questo
momento dell’adolescenza. Manzoni Promessi sposi, capitolo VIII, Addio monti Chiusa del
capitolo ottavo dei Promessi sposi. Pausa lirica dopo il capitolo molto concitato della notte
degli imbrogli. Gli imbrogli sono quelli di Don Rodrigo, che ha mandato i suoi bravi a rapire
Lucia, e di Agnese, che cerca di fare una sorpresa al sacerdote e di far sposare Renzo e Lucia.
Nel matrimonio il sacerdote è solo garante, testimone, quindi sfruttando il fatto che don
Abbondio sarebbe stato solo un testimone, vogliono fare un matrimonio a sorpresa senza
l’assenso del curato ma solo con la sua presenza alla celebrazione. Mentre i bravi penetrano
nella casa di Lucia, questa si trova nella canonica per cercare di mettere in atto il matrimonio
a sorpresa. Renzo riesce a dire la sua formula, ma la povera Lucia non fa in tempo perché il
don Abbondio gli tira il tappetto e corre alla finestra urlando. Viene dato l’allarme, don
Abbondio si pente di aver chiamato mezzo paese e impasticca una mezza scusa. Nel
frattempo i promessi scappano e tornano verso casa. Incontrano un cugino, a cui fra
Cristoforo aveva inviato l’ambasciata. È una scena molto concitata, descritta con i toni della
commedia degli equivoci; è tutta azione e movimento. Fra Cristoforo decide che Renzo e Lucia
devono andare via dal paese non più sicuro, quindi i due si separano. Per mantenere il tono
medio effonde questa pagina, l’addio ai monti, dove Lucia dà addio a tutti i sogni di fanciulla
in procinto di sposarsi. È una notte romantica, con un chiaro di luna virata sentimentale. Ci
sono un lago tranquillo e liscio, un chiaro di luna; si sentono solo i remi che battono
sull’acqua. Lucia può effondere i suoi sentimenti, ma è un monologo interiore, è un addio
pronunciato in silenzio, nel segreto del suo cuore. Sono emozioni troppo intime, personali,
delicate per poter essere espresse, per trovare parole, per cui rimangono chiuse nel segreto
della sua anima. Questo è un passo forse autobiografico; probabilmente parla di questi luoghi
che furono tanto amati da Manzoni. Intensità lirica è tanta che è difficile non scorgere un
riflesso dell’emotività propria dell’autore. Milano, 27 febbraio 2017 Lezione 2 Leopardi Le
ricordanze Primo dei canti che nascono dall’ultimo soggiorno di Leopardi a Recanati, dopo
l’intervallo di 16 mesi in cui sta a Pisa e in cui scrive A Silvia. Nella lettera all’amico Pietro
Colletta del 1829 parla di questo progetto, di questo dialogo interiore: la storia di un’anima.
Bellini sottolinea come Le ricordanze si incaricano di raccontare ironicamente, con i modi di
un monologo interiore, un pacato ragionare dell’io con se stesso ? : monologo interiore,
parlare con l’io nell’intimità del proprio cuore. Una storia dell’anima narrata solo nell’intimo
del proprio cuore e non si potrebbe diversamente. Continuo andirivieni tra la 5 dimensione
del passato, il tempo del ricordo, della memoria e della felicità fanciullesca e dell’oggi, della
caduta delle speranze. Sono due dimensioni temporali distinte in altri momenti mentre qui c’è
la commistione tra passato e presente e l’amarezza del presente avvelena la dolcezza del
passato. C’è sempre questa punta di amarezza che viene dalla consapevolezza del vero,
quindi non è un passato dolce. Prima strofa: ci riporta alla dimensione temporale del passato,
al tempo dei sogni, delle speranze giovanili compatite nelle tiepide serene notte di Recanati,
quando Giacomo giovane viene cullato dalle voci delle attività della servitù di casa, che hanno
un che di rassicurante, e le voci della natura che vengono da lontano. In questa atmosfera si
abbandona a indefiniti e ineffabili sogni di futura felicità. “Fingere” non vuol dire inganno ma
rappresentarsi con l’immaginazione. Nell’Infinito dice “io nel pensier mi fingo”, quindi il
termine fingere indica l’immaginazione. Seconda strofa: l’oggi. Rimpianto della giovinezza, la
consapevolezza di questo inesorabile scorrere del tempo che la giovinezza se la porta via;
giovinezza non vissuta. Terza strofa: le due dimensioni temporali si compenetrano. Il ricordo
dell’antica fanciullezza e delle felicità di quei giorni sono avvelenati dalla raggiunta
consapevolezza del vero. Verità crudele quella scoperta che ha distrutto quelle ingenue
ingannevoli illusioni giovanili. Prima aveva parlato di un “possente errore”: il presente, il
disinganno, la caduta delle illusioni rendono meno dolci anche il passato. Poi l’oggi irrompe
prepotente e per questo c’è un grido disperato per le illusioni soffocate da cui il poeta non sa
separarsi. È incapace di rassegnarsi al destino di una vita che non ha frutto. “Caro immaginar”:
continua a cercare comunque conforto. Anche la consolazione che spera di trovare nella
morte non cancellerà il fatto che sarà amareggiato per non aver visto compiute le illusioni.
Idea del rimpianto che lo porta ad abbandonarsi di nuovo nel passato di ieri nella quinta
strofa poesia come unico conforto per il poeta. Sesta strofa: vagheggiamento della giovinezza
con gioie ardori, intemperanze. Settima strofa: l’oggi, il ricordo che non è più in grado di
consolare perché ormai la rimembranza è diventata acerba. Figura di Nerina, fanciulla da
qualcuno identificata con Teresa Fattorini che aveva dato vita al personaggio di Silvia, il cui
nome viene dall’Aminta di Tasso. Al di là delle ipotesi di identificazione, Nerina è simbolo della
giovinezza precocemente perduta. Immagine simbolo: come Nerina se ne sono andate le
illusioni, le speranze, la giovinezza del poeta e anche il ricordo dell’età giovanile in cui c’erano
speranze e le illusioni. È un ricordo ormai offuscato dalla consapevolezza del vero quindi il
ricordo non è più dolce ma acerbo. Tutto questo Leopardi lo dice a se stesso, è un colloquiare
con la sua anima, con l’io interiore non con un interlocutore esterno. Quindi la parola non
esce dall’anima dalla coscienza del poeta. Impossibilità di dare voce a ciò che abbiamo dentro.
Dante Inferno V, Paolo e Francesca Situazione in cui ci si trova a ricordare un momento
difficile in un momento di difficoltà, di solitudine. Entriamo nel pieno dell’Inferno e la prima
apparizione è quella di Minosse, connotato dall’afasia poiché non parla ma ringhia. È
rappresentato come un mostro degenerazione del grande re di Creta, famoso per la saggezza
con cui aveva dominato la sua isola. Diventa un mostro che orribilmente ringhia e usa la coda
per indicare ai dannati la loro posizione nell’Inferno. Parla solo quando viene provocato da
Dante e parla perché, per bocca sua, parlano le leggi dell’al di là, intese come manifestazione
di un volere divino per dire che Dante non può passare. Interviene Virgilio e quindi Dante con
il maestro possono seguire il loro cammino. Tempesta infernale contrappasso per coloro che
sono stati travolti dalla passione. Due anime attirano l’attenzione di Dante, ancora
abbracciate, avvinghiate. Dante è curioso di conoscere la loro storia e Virgilio gli suggerisce di
interpellarle, così Dante chiede loro con gentilezza di raccontare la loro storia. A parlare è
Francesca che ricorda come sia stata data sposa al signore di Rimini e di come invece si sia
innamorata del bellissimo fratello Paolo. Pare che lei fosse stata ingannata, con la promessa
di essere data in sposa a Paolo e invece viene data in sposa al 6 fratello. Essendosi lei
abbandonata a questo amore adulterino il marito, una volta scoperti, li ha uccisi entrambi.
Dante vuol sapere da Francesca come era nato quel loro amore che li aveva portati alla
perdizione e risponde citando Virgilio. Francesca, sollecitata da Dante, acconsente a
risvegliare il dolore che le provoca il rievocare il ricordo felice, in questa condizione infelice.
Racconta di come leggevano degli amori di Ginevra e Lancillotto, di questa letteratura cortese
e il ricordo di come, arrivati al passo in cui Lancillotto bacia Ginevra, hanno chiuso il libro e
non hanno più letto. Dante sviene perché è preso dal senso di colpa, perché anche lui si
occupa dello stesso tipo di letteratura. Infatti tutta la poetica stilnovista, che aveva raccolto
l’eredità della letteratura cortese, sosteneva che un cuore predisposto all’amore non può che
innamorarsi di una persona degna “amor che a nullo amato amar perdona”. Idea
dell’ineluttabilità dell’amore: un cuore nobile non può non innamorarsi di una creatura degna.
Dante si sente coinvolto ? da una letteratura che è stata fuorviante perchè ha dato a questi
amanti la condizione per questo amore adulterino. Per il solo fatto che era un amore intenso
era legittimato, giustificato. Pietà mista a senso di rimorso provocano in Dante questa
reazione. L’unica a parlare è Francesca. Paolo piange ineffabilità di un groviglio di sentimento:
amore, dolore, rimpianto quindi Paolo non riesce a parlare. Ugolino neanche questo era
riuscito a fare perché il dolore lo aveva impietrito. Manzoni Cinque maggio È un’ode civile. Si
tratta di una delle due odi in versi settenari. Oggetto: requie in memora di Napoleone, spirato
a Sant’Elena dopo un lungo esilio. La notizia della morte di questo grande condottiero
comportò uno sconvolgimento generale. Manzoni rende omaggio a questo “uom fatale” ne
rievoca l’ascesa al potere, le due sconfitte, l’esilio, la solitudine e la sofferenza amara di quei
giorni. In quel desolato esilio coglie il vero trionfo di Napoleone: la conversione, portatrice
dell’unica vera gloria, quella del cielo. Strofa una e due: compianto sulla salma di Napoleone,
ormai priva di coscienza e di memoria, stesa immobile mentre tutta l’opinione pubblica è
incredula; si domanda quando verrà ancora un uomo così grande, che è stato arbitro
dell’Europa e a 56 anni è morto. Manzoni è un poeta non compromesso dalle adulazioni e
dalle bassezze. Si sente di dare un addio a questo personaggio che lo aveva colpito, che aveva
appassionato come appassionò molti altri intellettuali, ad esempio Foscolo all’inizio,
Beethoven nella terza sinfonia. Napoleone è stato osannato e odiato. Manzoni non ne ha mai
parlato. Solo ora si sente di dare il suo personale tributo a questo grande personaggio. “Lui
folgorante in solio vide il mio genio e tacque” = il mio genio poetico lo vide nel suo massimo
fulgore ma non pronunciò parola. Anche quando è caduto, risorto poi è caduto di nuovo
Manzoni è rimasto zitto. Solo ora che Napoleone è morto si sente di parlare. Terza strofa:
rievoca le campagne in Italia, in Egitto, in Spagna, in Russia, dal Reno dalle Alpi alla Sicilia.
Ricorda i toponimi geografici che indicano le campagne che lo hanno visto vittorioso. Ricorda
che le sue campagne sono state lampo perché è stato anche un grande stratega. “Fu vera
gloria? Ai posteri l’ardua sentenza” = di fronte a tutti questi successi si pone la domanda: è
stata vera gloria? Ai posteri la loro sentenza, anche se in realtà la risposta lui la dà alla fine.
Dopo aver ricordato come ha dato persino il nome ha un’epoca, dopo aver detto che è stato
l’arbitro della politica europea a cavallo tra due secoli, che è stato imperatore, che ha
conosciuto anche la sconfitta, dopo aver rievocato questa intensa e tumultuosa vita ecco che
afferma “e sparve” verso brutale, che ci dice cosa deve aver rappresentato per Napoleone
l’uscita di scena. Sparisce e finisce relegato in un’isola con gli odiati inglesi, che lo avevano
sconfitto e imprigionato, come un’unica compagnia. Nella desolazione dell’esilio si abbandona
ai ricordi opprimenti da cui si sente quasi sopraffatto. Similitudine del naufrago con ritmo
pesante, con una sintassi involuta che cerca di restituirci l’idea dell’onda dei ricordi dei
pensieri che lo travolge. Napoleone vuole scrivere le sue memorie ma non ce la fa
impossibilità di dire. Raccontare è tanto opprimente. Il peso dei ricordi è tanto grave se
paragonato al presente e quindi resta in silenzio. Napoleone non può far altro che ricordare
ma ricordare con se stesso. Queste immagini dei giorni tumultuosi in cui governava gli eserciti
n 7 intesa come parola-rivelazione, capace di esprimere la verità. Così anche alla vita
inimitabile dei poeti del passato, soprattutto dei poeti romantici e decadenti, nel segno
dell’eccezionalità, di una sensibilità superiore a questo marchio di eccezionalità del poeta,
Corazzini contrappone la sua inettitudine esistenziale, la rassegnazione alla morte, la sua
mediocrità e riduce la sua poesia a una preghiera laica con tono lamentoso. Nel testo
riscontriamo: - l’impossibilità della Parola, della parola come era stata in passato - la
quotidianità, la realtà monotona, grigia che sostituisce l’eccezionalità - l’autocompiacimento
del dolore e della sofferenza - la malattia intesa non solo come malattia fisica che
effettivamente coglie il poeta (muore di tisi), ma è anche da intendersi anche come il segno di
distinzione, quasi come una stigmate dell’eroe negativo, sconfitto e vinto dal destino. È la
malattia esistenziale dell’incomunicabilità, della solitudine dell’impossibilità di dare
un’interpretazione certa della realtà e di se stessi, che contagia tutta la contemporaneità
novecentesca. La psicanalisi fa capire che gran parte del nostro Io ci rimane ignota. L’uomo ha
perso tutte le certezze anche riguardo a se stesso. crisi della fiducia conoscitiva della ragione.
Questa crisi, iniziata con il Decadentismo, era seguita per diversi decenni. È il male di vivere
esistenziale di cui, con grande lucidità di analisi, aveva già parlato Leopardi. Montale Tema del
male di vivere. La sua prima raccolta Gli ossi di seppia è nata negli anni difficili del primo
dopoguerra, che seguono la crisi espressa dalle avanguardie di primo Novecento, tra cui
anche il crepuscolarismo e il futurismo. La raccolta vuole rifondare la funzione comunicativa
della poesia. Montale va alla ricerca di una poesia che sia capace di legare ancora i poeti alla
folla, alla massa, alla gente. Si tratta di una parola nuova, che non ci hanno dato i poeti
dell’ultima illustre triade: Carducci, Pascoli e D’Annunzio “malati di furori giacobini, di
superomismo, di messianesimo e altre bacature” quindi di manierismo anche. Bisogna
ritrovare una parola che non venga più da un poeta mago come diceva Pascoli, ma da uno
disincantato, savio e avveduto poeta. Un’idea di poesia che abbia una sua origine, un
desiderio di conoscenza. Una conoscenza sentita come necessità di comprendere e
interpretare la realtà, per decifrare più a fondo il mondo in cui viviamo. Non è una poesia
fatta per evadere in un mondo ideale come accadeva per il Romanticismo o una poesia che
crei un mondo artificiale come per il Decadentismo, ma una poesia capace di un onesto
realismo, con espressioni nette, precise ma anche caricate di valori simbolici. Montale fa
poesia del quotidiano. La difficoltà sta nel capire la valenza di cui carica la parola. Si è parlato
a proposito di questo autore di poetica degli oggetti: lui vuole reificare i concetti astratti.
Reificare viene dal latino res = cosa rendere cosa, rendere concreti i concetti astratti. Gli ossi
di seppia sono una raccolta in cui la visione di Montale è pessimistica, il leitmotiv è il male di
vivere inteso con la necessità del dolore, inevitabilmente connaturato all’uomo. La via di
salvezza è solo l’attesa di un elemento salvifico che per Montale non è il miracolo in senso
cristiano. Parla di miracolo ma inteso come un evento che rompe questa catena di necessità
dalla quale l’uomo è legato. È il varco nel muro, la smagliatura della rete. Nel momento in cui
questa attesa viene suggerita, viene svelato il fallimento, l’impossibilità di questo miracolo.
Con la seconda raccolta, intitolata Le occasioni, avremo una visione più serena. Qui invece
ogni possibilità di scampo sembra negata. Spesso il male di vivere ho incontrato Due strofe
che ruotano attorno a due poli: la prima strofa ruota attorno al polo negativo, mentre la
seconda ruota attorno al polo positivo. Nella prima strofa c’è il male di vivere che Montale cala
in immagini di concretezza assoluta: il “rivo strozzato” = vita che procede faticosa tra le
difficoltà, “l’incartocciarsi della foglia” = inaridirsi della vita e il “cavallo stramazzato” = morte
che tronca la vita, la vita è fatica, aridità e anche il suo limite ultimo, che è la morte. Qual è il
rimedio per sconfiggere il male di vivere, che non si può eliminare? Come lo si esorcizza visto
che non c’è scampo? Lo spiega nella seconda strofa che costituisce il polo positivo. Il segreto è
il distacco emotivo dalla vita. Anche questo concetto lo reifica, cioè lo incarna, in immagini
molto concrete: la “statua nella 10 sonnolenza del meriggio” con l’idea dell’immobilità ma
anche del non affannarsi troppo, del non farsi travolgere dalle contingenze della vita, in
definitiva la capacità di prendere le distanze. La “nuvola” è un’immagine sottile, leggera,
evanescente, che sta in alto, quindi ci dice di un prendere le distanze e di un atteggiamento di
leggerezza senza prendersi troppo sul serio. La fine di Uno, nessuno e centomila di Pirandello
è un po’ questa: gli altri hanno di sé un’immagine che non corrisponde a quella che lui ha di se
stesso. In questa molteplicità di forme che il protagonista va assumendo, è diventato
centomila, quindi non è più nessuno. Questo comporta la scelta radicale di rinunciare ad
avere una forma fissa, per cui di giorno in giorno decide quale forma vuole essere. L’ultima
immagine che Montale che ci propone in riferimento al distacco emotivo dalla vita è quella del
“falco alto levato” con appunto l’idea del distacco dalla vita. Il male di vivere assume anche
l’aspetto della impossibilità di comunicare con gli altri. L’incomunicabilità è sentita e sofferta
dai poeti di quel periodo storico particolare. Anche Montale deve registrare che il poeta non è
più il poeta vate di D’Annunzio, né il poeta faber di Carducci. Non ha definizioni in cui
circoscrivere la realtà, non ha una fede in cui circoscrivere la vita quindi non ha più il ruolo di
prima. La poesia non è più in grado di dare un’interpretazione univoca, unica della realtà, non
ha più certezze da offrire. “Informe” = anche la nostra esistenza è diventata oscura. Quindi
l’unica parola che si può concepire è la parola negativa, una parola che comunica in negativo.
Montale si rivolge all’uomo comune, sicuro nelle sue piccole certezze che non si accorge
dell’“ombra che la canicola stampa sul muro” reificazione quindi l’ombra può simboleggiare la
morte e il mistero della vita dell’uomo che incombe sulla vita di ciascuno. Questo “scalcinato
muro”, su cui si proietta l’ombra e il mistero della morte, ricorda il muro di “meriggiare al
pallido assorto” che rappresenta il limite oltre il quale non si riesce ad andare per vedere
oltre, l’incomunicabilità. Allora resta che i poeti non sanno più dire cosa la realtà è, quale è il
destino dell’uomo. L’unica rivelazione che la parola ha da dare è in negativo: ciò che non
siamo e ciò che non vogliamo. Cosa resta della tradizione conclusa con D’Annunzio? Resta
solo qualche “foglia secca” ancora l’idea di aridità, dell’inaridirsi della poesia, che non può è
più capace di nutrirsi delle grandi certezze e dei valori che l’avevano caratterizzata fino
almeno a D’Annunzio (poi inizia la decadenza con il crepuscolo, con Borgese e con il
futurismo. I futuristi però avevano cercato di fare della poesia la musa della nuova civiltà
tecnologica, ma in realtà avevano rappresentato la stessa anima primo novecentesca dando
voce alla stessa crisi a cui ha dato voce il crepuscolarismo.) Afasia: impossibilità del poeta di
poter comunicare. Nel momento in cui Montale cerca la parola che torni a parlare alla gente e
una poesia che si cali nella realtà, si rende conto che la gente non si lascia raggiungere dalla
nuova poesia perché ha paura di perdere le sue certezze, perché preferisce costruirsi
un’immagine più rassicurante della realtà. Forse un mattino … Folgorazione, illuminazione. Un
giorno qualunque, andando in una limpida mattina di aria tersa e chiara, il poeta ha una
rivelazione: per un attimo si gira e vede il vuoto, il nulla dietro la consueta immagine della
realtà. Per un momento la realtà scompare e il poeta ha una visione del nulla che ci sta dietro.
Un attimo gli basta per provare un “terrore da ubriaco” = sbarella. “Schermo”: ci fa venire in
mente una proiezione finzione: è questa la realtà. Parla di un inganno consueto. Però il
problema è che questa sconvolgente rivelazione non è frutto di una ricerca scientifica, ma è
un’intuizione. Questa verità è il frutto di una folgorazione, di un’intuizione; gli è arrivata in
questo modo arazionale, alogico, non la si può comunicare agli altri. Il poeta si porta dietro un
segreto. Non può comunicarlo. Non per arroganza o per superbia, ma perché sono gli altri
che non lo vogliono sapere; sono gli uomini comuni che non si voltano, che questa realtà non
la vogliono scoprire. L’afasia di Montale esprime una crisi non solo esistenziale e personale
dell’uomo, ma è anche una crisi profonda, storica che viene da una parte dal venir meno dei
punti di riferimento del passato e dall’altra da una difficile condizione storica dell’Italia. Siamo
nel pieno ventennio fascista quindi c’è la difficoltà che i poeti e gli intellettuali sentono a
trovare 11 una collocazione all’interno della società italiana. C’è la censura, c’è il regime.
Disagio esistenziale e intellettuale, di intellettuali che non vogliono assecondare il regime e
quindi diventa difficile trovare una collocazione. Romano Bilenchi frequentava gli stessi
ambienti di Montale ed era molto vicino a tutto questo mondo di intellettuali. Durante il
ventennio scrive due racconti: Miseria e Siccità. La Siccità oltre che essere il fenomeno
atmosferico della carenza di acqua, è la metafora della difficile situazione in cui si trovano gli
intellettuali è l’aridità di cui ci parla Montale. Moravia La disubbidienza Romanzo breve del
1948. Storia di un giovane adolescente che vive in maniera drammatica la crisi adolescenziale.
Uno dei suoi problemi è che, tra tutto quello che gli sta capitando, non riesce a parlare con
nessuno, rimane chiuso dentro di sé. L’incapacità di comunicare e chiedere aiuto rende così
drammatica la situazione che il protagonista vive. Moravia dimostra una notevole capacità di
analizzare le dinamiche psicologiche dell’adolescenza e addirittura il meccanismo subdolo e
pericoloso che può innescare l’anoressia. L’Adolescenza è la “sgraziata età”. Luca, il
protagonista, si trova nella fase di crescita incompiuta. È una sorta di crisalide prima della
farfalla. Tutto sta cambiando in lui e tutti i cambiamenti sono difficili, se non impossibili, da
accettare. Un corpo disarmonico che lo fa sentire goffo e sgraziato, un’emotività incontrollata,
non ancora sottomessa alla guida della ragione, un istinto alla ribellione e una guerra contro il
mondo, sentito come nemico dell’io che vuole affermarsi. Un mondo preesistente a lui, che
esiste indipendentemente da lui, in cui lo hanno buttato i suoi genitori senza chiedergli il
permesso. Senso profondo di solitudine e di abbandono che egli impediscono di comunicare
con le figure prime, ovvero con i genitori, per cercare aiuto. Questo perché spesso i genitori
sono il primo rifiuto, l’oggetto della ribellione degli adolescenti. Il malessere di cui soffre è
anche fisico perchè si sente assonnato, debilitato, spossato ed è perennemente arrabbiato,
ma la sua rabbia verso tutto e tutti è incontenibile e inutile perché si deve scontrare con
circostanze inevitabili. Passa dalla ribellione all’abdicazione, che costituisce una forma più
sottile di ribellione. Infatti viene meno alle responsabilità che la vita gli impone, cominciando
dalla scuola. Disimpegno scolastico; il sonno come forma di sciopero che arriva addirittura a
indursi persino a scuola con tecniche psicologiche; poi si disfa di tutte le cose a cui tiene di più
quindi aliena i suoi beni, gli oggetti collezionati con cura come la collezione di marionette, la
collezione di francobolli, i soldi risparmiati dalle paghette, i suoi libri l’abdicazione è il primo
passo di diserzione dalla vita. Soffre del complesso di Peter Pan, ovvero rigurgita di crescere
perché si sente caricato da una serie di aspettative e richieste a cui forse lui non è ancora
pronto a rispondere. I genitori lo vogliono più maturo, gli insegnanti lo vogliono più diligente e
lui non volendo lasciare il mondo felice dalla sua fanciullezza decide di disubbidire alla vita, di
disertarla. L’ultimo atto è la morte mediante privazione di cibo per cui decide di non mangiare
più. Più i genitori insistono nell’imporgli il mangiare, più Luca lo rifiuta quindi si innesca il
meccanismo dell’anoressia. Luca non riesce a parlare, a trovare qualcuno. I genitori sono non
le creature perfette che si era immaginato, ma persone normali con limiti e difetti e questo
non riesce ad accettarlo. Per cui non sono le persone a cui possa rivolgersi o parlare o
confidarsi. Nemmeno gli amici vanno bene perché i suoi amici il passaggio dall’infanzia a una
fase nuova della vita, con curiosità e intraprendenza, con la sua voglia di autonomia, lo hanno
fatto. Luca non è riuscito a farlo; ha dentro di sé solo questo istinto di ribellione che lo
sopraffà e siccome non ha la possibilità di opporsi con la forza, trasforma la sua forza nella
disubbidienza, nel non fare quello che la vita gli richiede. Arriva una governante che
accompagna dei suoi cugini, una donna adulta prematuramente sfiorita, sgraziata, piuttosto
sfatta ma con un che di ambiguo e interessante. Infatti Luca comincia a provare i primi
turbamenti erotici suscitati dalla governante che sorprende a giocare alla cavallina con i
cugini. La governante gli provoca questo oscuro e sconosciuto piacere. La governante si
accorge di 12 piena comunione con il tutto. Panismo: immersione totale nella natura, per
D’annunzio esperienza purificatrice e rivitalizzate riservata a pochi eletti. Si abbandona a una
assoluta libertà metrica, le strofe e i versi di varia lunghezza che gli permette di ottenere la
musicalità, creando una sinfonia suonata da alberi e da voci animali per percepire la quale è
necessario il silenzio infatti dice alla sua donna “taci”, non c’è più spazio per le parole umane,
“ascolta”, “odi” : climax prima il silenzio che favorisce l’ascolto non ancora sufficiente, si può
ascoltare senza sentire, ma odi è ascoltare ma anche sentire quindi il silenzio per trovare in
esso la disposizione all’ascolto e quindi udire le voci della natura che come colonna sonora
accompagnano questo processo di trasformazione dei due che diventano creature arboree,
quindi attingono a una nuova dimensione, annullarsi che è una squisita piacevole sensazione
non diversa da quella di Leopardi. Anche in Ungaretti c’è un naufragio: morire per rinascere:
dopo questo viaggio interiore può riprendere il suo viaggio di uomo aperto alla dimensione
della disponibilità agli altri perché nella guerra l’ha scoperta e ha scoperto dio e può anche
riprendere il suo viaggio come poeta perché ha scoperto il valore e le potenzialità della parola
Rebora Nasce a Milano nel 1885, da madre e padre genovese: linea Genova-Lombardia.
Insegnante nelle scuole tecniche serali, si laurea in lettere, gli arriva la chiamata alla Grande
guerra dopo il conflitto riprende collabora con riviste fra cui la voce. Nel 1929 conversione.
Nel 1931 si ritira nel collegio Rosmin di ? e nel 36? Scrive raccolte poetiche: Canti anonimi,
Poesie 47, Curriculm vitae, Gesù infedele 56. La sua poesia anche arma? della conversione
testimonia l’intensità della ricerca della volontà di esprimere l’indicibile l’assoluto il
trascendente sforzo che lo ha portato a uno stile personale che scardina i modelli formali
della poesia tradizionale con una parola che si carica di importanza e che assume spesso
violenza espressiva. Contini lo definisce il massimo esponente dell’espressionismo vociano,
costante stilistica che si traduce in linguaggio aspro, dissonante, a volte difficoltoso che
testimonia la poetica dell’ineffabile, la difficoltà di dire ciò che è inesprimibile 1928: ha 43 anni
è ancora agnostico ma assetato di Verità e tiene un corso di storia delle religioni a Lyceum di
Milano e gli viene chiesto di proseguire con questo ciclo di lezioni e proseguire con il
Cristianesimo quindi durante l’estate studiando il commento dell’argomento scelto:
commento agli atti scillitani. A ottobre riprendono le lezioni e mentre legge il commento viene
travolto da ondata di emozioni, riesce a stento trattiene i sentimenti e rimane in silenzio per
parecchi minuti in mezzo allo sbigottimento generale, poichè era noto per la sua eloquenza.
Alla fine si riprende come folgorato e tutti rimangono colpiti e l’episodio viene attribuito alla
stanchezza sarà poi il poeta a spiegarci nel Curriculum vitae questo episodio e a darci una
chiave di lettura. Cardinale Martini commenta: il silenzio se in principio c’era la parola; è
chiaro che da parte nostra ci deve essere il silenzio che accoglie e che si lascia animare, alla
parola che si manifesta dovranno corrispondere le parole di gratitudine ma prima c’è il
silenzio. Riferimento a Luca, 1, 22. Silenzio interiore nella quale il poeta può sentire risuonare
la parola di dio, parola rivelatrice quindi è silenzio che si riempie di una Presenza, non è il
vuoto, il nulla. Notte dell’innominato che percepisce la voce di dio non nelle prediche ma nel
silenzio del proprio cuore: notte dall’angoscia, parola che gli era stata preannunciata da quelle
di Lucia “dio perdona molte cose…” Tema dell’ineffabile legata all’esperienza che questi poeti
fanno di una realtà che diventa ineffabile in quanto è una realtà trascendente che va oltre
l’esperienza quotidiana che in Leopardi rimane intuizione dell’eterno e assoluto che ha
cercato per tutta la vita, nonostante il suo dichiarato materialismo, diventa Presenza in
Ungaretti e Rebora i quali però devono fare l’esperienza del silenzi anche come poeti perché
dopo la conversione c’è una lunga pausa per Rebora prima di iniziare di nuovo a scrivere, anni
di silenzio anche di silenzio poetico e anche per Ungaretti il poeta prima di ricominciare a fare
poesia deve comunque ritrovare un valore della parola, una sua capacità di comunicazione
che non può se non attinge a una profonda esperienza interiore che viene fatta nel suo caso
negli anni della guerra, occasione avrebbe detto Montale, per accostare. 15 16

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