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Filosofia della condivisione/orti urbani/appunti1

Orti urbani e sicurezza alimentare


di Andrea Braggio

I. Nel nostro sistema economico tendiamo generalmente ad andare al supermercato e acquistare ci di cui abbiamo bisogno per ottenere alimenti (1). Spesso non ci poniamo alcuna domanda sulla provenienza del cibo che acquistiamo, n come sia stato prodotto. Per tante famiglie un modello indubbiamente comodo, rapido, che non comporta grandi sforzi. Ingenti quantitativi di denaro sono stati spesi per far s che il supermercato smistasse pi prodotti nel minor tempo possibile, in un esercizio di complesso equilibrismo. La disposizione spaziale deve permettere il veloce rifornimento degli scaffali e linventario in tempo reale, ma anche offrire un ambiente che ci aiuti a dimenticare che stiamo facendo la spesa in quello che in fondo un deposito pi illuminato della media (2). Non sorprende affatto che oggigiorno il supermercato, lagrobusiness pi nuovo e potente, rappresenti il massimo tempio del moderno sistema alimentare (3). 1

Dietro quelle merci sugli scaffali esistono per tante realt che non immaginiamo, fatte di lavoratori, processi produttivi, trasporti e distribuzione. Trascuriamo per esempio il venir meno di ogni rapporto personale e di fiducia con i produttori del cibo che acquistiamo: grazie a una manipolazione studiata dello spazio, della topografia e dei diritti despressione dei dipendenti, lunico possibile punto di contatto tra la persona che mangia un alimento e la persona che lha prodotto diventata letichetta sulla confezione (4). evidente che solo uneconomia locale pu trasformare latto del consumo impersonale, sprecone, mai realmente soddisfacente in una scelta attiva, grazie alla quale il consumatore diventa coproduttore. La vicinanza (fisica o virtuale) con gli uomini e i luoghi della produzione aiuta a sentirsi partecipi del processo che porta il cibo sulla nostra tavola, favorisce la circolazione delle informazioni e insegna ad apprezzare un cibo diverso rispetto a quello che ci arriva attraverso i canali del sistema mondiale dellindustria agro-alimentare (5). un cibo, questultimo, di cui ci mancano molte informazioni a causa della tendenza dellindustria a mantenere sotto segreto aziendale caratteristiche e metodi di trasformazione delle materie prime.

Riguardo questa dimensione locale-sociale che favorisce il passaggio del consumatore a coproduttore, riporto quanto gi detto da Carlo Petrini in Terra Madre. Come non farci mangiare dal cibo (2009): Se so come lavora e che faccia ha lagricoltore che produce il mio cibo, avr modo di controllare direttamente la qualit e la salubrit dei prodotti, di chiedere migliorie o informazioni, di sapere con chi lamentarmi se il caso. La conoscenza diretta la migliore garanzia di una produzione di alto livello qualitativo e pu essere foriera, perch no, di rapporti umani molto significativi. Il contadino sicuramente si sentir meno isolato e avr anche una concezione pi chiara dellutilit sociale del suo lavoro; il co-produttore potr sentirsi parte attiva, sar pi sicuro del suo cibo e avr inoltre la possibilit di educarsi ed educare i suoi figli alla conoscenza dellagricoltura e, in generale, della vita in campagna (6). Quando facciamo la spesa dimentichiamo poi lesistenza di una lunghissima filiera di cui il ripiano del supermercato non che lultimo di numerosi stadi. Il movimento di merci alimentari consuma 2

ogni giorno unenorme quantitativo di combustibili fossili per spostamenti che hanno davvero dellassurdo (7). E non detto che tra qualche anno tale sistema le cui vulnerabilit strutturali sono assai sottovalutate non entri irrimediabilmente in crisi trovandoci impreparati (8). Gli anni a venire fanno prevedere sconvolgimenti di grave portata che costringeranno le persone tanto nel Nord come nel Sud del mondo a mettere in discussione il sistema globale del cibo agro-industriale, dove si assiste a una totale mercificazione del cibo, privato di valori culturali, sociali e ambientali. Oltre ad autoprodurre il cibo che mangiamo, possibile porre un freno a questi movimenti scegliendo di acquistare solo cibi di stagione prodotti a livello locale (9). Ci consente di eliminare una parte del trasporto di merci con gran risparmio di energia e risorse per la refrigerazione e riduzione di emissioni (10). Questo localismo permette la riduzione dellintermediazione speculativa, perch se il prodotto deve fare meno strada quasi ovvio che passer attraverso un numero minore di mani e dunque di ricarichi sul prezzo finale. Favorisce inoltre i produttori della zona piuttosto che qualche oscura filiera produttiva nella quale, il pi delle volte, a guadagnare sono solo le grandi multinazionali: grandi societ le cui decisioni non tengono conto dellinteresse dei produttori di cibo, dei contadini e dei braccianti (11). Mangiare cibo sano, fresco, prodotto localmente rende pi facile sapere come, dove e perch le cose sono cresciute in un certo modo. una maniera di mangiare trasparente e inserita nel sociale come non potr mai succedere con il cibo industriale (12). Conoscere le persone che producono il nostro cibo significa creare un legame umano che va oltre la semplice transazione e riconosce certe forme di collettivit, certi tipi di sottomissione, che lotta, combatte per abrogare le ineguaglianze sistemiche nel potere, le disparit che forgiano il modo in cui oggi vivono i ricchi e i poveri (13). Il concetto di chilometro zero, cio la riduzione dei trasporti connessi alla distribuzione degli alimenti nasce per esempio allinterno delle reti dei Gas (Gruppi dacquisto solidali), dove gruppi di cittadini hanno creato delle reti alternative di distribuzione, rifiutando quelle di supermercati e grandi catene, per stabilire un rapporto diretto e di fiducia con i produttori. I Gas sono nati con le iniziative di boicottaggio dei prodotti alimentari delle multinazionali, criticate negli anni Ottanta per le loro politiche di monopolio, di forzato consumo e di sfruttamento dei lavoratori (14). Questo non toglie che la motivazione che spinge a creare uno di questi gruppi sia il pi delle volte economica: comperare direttamente dai produttori anzich nei supermercati significa risparmiare sui prezzi (15). Il cibo diventa strumento di relazione tra i produttori locali e coloro che lo acquistano, in una dimensione continua di scambio e confronto che al tempo stesso piccola, locale e solidale: piccolo per contrapporsi al grande ipermercato; locale perch viene riconosciuta la propria responsabilit rispetto allambiente e al territorio in cui si abita; solidale per favorire la relazione tra le persone che fanno parte del gruppo, e che condividono in modo paritario tutti i compiti, dalla contabilit alla consegna, fino al controllo delle merci (16). Una delle pi importanti capacit che abbiamo perso nel passaggio dalleconomia dellautosufficienza alla societ basata sul consumo di massa stata quella di produrre cibo autonomamente. Coscienti o meno di questo processo, siamo diventati tutti consumatori, abituati ad acquistare cibo nei supermercati, perdendo ogni capacit agricola (17). Recuperare un controllo maggiore sul cibo che mangiamo significa riconoscere che il modo in cui mangiamo oggi il risultato di forze che ci sono nascoste e a cui non prestiamo molta attenzione, visto che i loro effetti 3

sono diventati normali (18). Teniamo poi presente che il processo di diffusione di etiche individualistiche e basate sul consumo materiale degli ultimi decenni, oltre ad aver avuto un forte impatto in termini di degrado ambientale e di esaurimento delle risorse, ha sicuramente modificato il tessuto sociale in cui tale processo ha avuto luogo, tranciando per esempio ogni legame comunitario: le multinazionali, con la complicit della grande distribuzione, di centri commerciali e ipermercati, vogliono un mondo di consumatori senza comunit (19). Da qui la necessit di ricostruire dei legami con i luoghi nei quali si vive, come dare vita a progetti legati alla diffusione di tecniche e conoscenze agricole, allo scambio di prodotti alimentari e semi, alla riconversione a orti urbani di giardini e terreni abbandonati. Deindustrializzare il cibo significa dunque restituirlo nelle mani di chi lo coltiva e di chi lo mangia in maniera responsabile, dando vita a vere e proprie alternative che abbiano origine dal costituirsi di reti locali su base sostenibile. E gli orti urbani sembrano al momento uno degli strumenti migliori per ricostruire questo grado minimo di sussistenza un po ovunque nel mondo, a tutte le latitudini e in tutti i contesti possibili (20). Nel libro Food Rebellions! La crisi e la fame di giustizia di Eric Holt-Gimnez e Raj Patel con Annie Shattuck (2010) leggiamo: La consapevolezza crescente dellimpatto sociale, ambientale e sanitario negativo del sistema alimentare industriale impone una riforma dal basso. Gli ultimi anni hanno assistito a unenorme rinascita di interesse per lorticoltura urbana su piccola scala come modo diretto di riprendersi il controllo sul diritto fondamentale a un cibo sano e accessibile. Se comprare cibi biologici e di provenienza locale un progresso rispetto al fast food e agli alimenti pesantemente trattati, difficile anche per il cittadino pi attento evitare del tutto di contribuire ai sistemi ingiusti ed ecologicamente devastanti che oggi ci nutrono. Coltivare da s il cibo forse il modo pi diretto e trasparente per creare un sistema di distribuzione alimentare basato sulle necessit umane anzich sul profitto delle aziende. Anche pochi pomodori in vaso su un balcone rappresentano un atto di resistenza al complesso agroalimentare industriale. Inoltre, gli orti comunitari e i programmi di agricoltura urbana uniscono i quartieri, offrono i tanto necessari spazi verdi e opportunit di uneducazione diretta basata sulla terra. Lagricoltura urbana non solo comincia a dare un contributo concreto alla disponibilit locale di cibo, ma diventata anche unarena della giustizia sociale, rinvigorendo le comunit e stabilendo un nesso pi profondo con la terra e i processi naturali da cui dipendiamo (21). Oltre a rappresentare un legame concreto e diretto tra realt urbana e cultura contadina, gli orti urbani consentono di stabilire un rapporto con il cibo non mediato dallindustria e di svincolarsi dal grande ipermercato, sul cui futuro sarebbe meglio non fare troppo affidamento. Gli orti urbani possono diventare degli importanti spazi di condivisione dove ci si nutre con maggiore consapevolezza, sia alimentare che politica. Laggregazione sociale, limpiego costruttivo del tempo libero e la divulgazione delle conoscenze e delle tradizioni del passato possono avere luogo in queste realt che stanno guadagnando sempre pi attenzione (22). Nellopera Lorto e lanima. Dal giardino dellEden agli orti urbani, Paola Violani ne racconta la storia mostrando che essi non vanno considerati esclusivamente come fonte di sostentamento. Ogni orto infatti da sempre un punto di incontro di conoscenze scientifiche e fatiche fisiche, di

raccoglimento spirituale ed esigenze materiali, di solitudine e aggregazione umana, di umilt e autostima. Insomma, un crocevia di molte strade che portano in direzioni diverse (23). Oggi, con un minimo di organizzazione, vengono coltivati verdure, cereali, fiori e alberi, in unarmonia che mancava negli orti individuali. E man mano che i progetti prendono forma, si scopre che lorticoltura pu giocare un ruolo importante per risolvere problemi ambientali e anche socio-economici (24).

In Lorto diffuso. Dai balconi ai giardini comunitari, come cambiare la citt coltivandola (2012), Mariella Bussolati spiega che il successo dellagricoltura urbana e periurbana segna lemergere di una nuova sensibilit, presente in tutte le fasce di reddito, sempre pi colpite dalla crisi e dal pensiero che il modello di societ capitalista a cui siamo sottoposti possa non funzionare. Non a caso a desiderare lorto sono tantissimi giovani (25). Giovani forse pi sensibili allidea che il cibo industriale, omologato, seriale, globale e poco naturale non fa che inquinare la Terra, dal campo ai loro stomaci, in tutto il suo percorso. Come rivela lautrice di questo testo, lorto diffuso innanzitutto unesperienza educativa, che trasforma piccoli e grandi, a partire da un contatto pi diretto con il territorio e un modo diverso dintendere la produzione, la trasformazione, la distribuzione e il consumo del cibo. Pu davvero rappresentare in questo momento una delle risorse pi preziose che abbiamo per dare vita a una cultura di pace e di condivisione, a reti sociali in cui generazioni diverse si incontrano, si confrontano, si mettono alla prova e condividono saperi, esperienze e idee innovative, dove le competenze di ciascuno possono diventare un patrimonio comune (26). Nel paragrafo intitolato Una rete che sostiene, Mariella Bussolati descrive un interessante connubio fra tecniche di coltivazione e moderne tecnologie: Possiamo immaginare gli appassionati dellorto come persone che passano tutto il loro tempo tra fiori e verdure, appena possibile prendono la zappa in mano, leggono libri di botanica nel loro tempo libero, consultano i cataloghi dei vivaisti e guardano con orrore chiunque usi lo smartphone per twittare. uno stereotipo che va smantellato una volta per tutte: lorto diffuso per essere realizzato deve raggiungere unampia 5

variet di persone, e non limitato ai patiti dellagricoltura o del sapore genuino. Mailing list, blog e social network sono dunque strumenti che servono al pari di vanghe e rastrelli. Su internet possibile trovare unenorme quantit di informazioni per coltivare sia i terrazzi che gli orti in terra. Ma gli altri strumenti hanno un ruolo molto pi prezioso: servono infatti a creare la rete. Un successo cos generalizzato non si potrebbe spiegare senza considerare laiuto fornito dagli strumenti informatici, che hanno consentito a molte persone di collegarsi anche quando non era possibile incontrarsi, continuando a scambiare informazioni e idee. Evidentemente gli appassionati dellorto diffuso amano mettersi in rete, proprio perch ne riconoscono limportanza per la creazione di una comunit che rinsalda se stessa. Per questo sono nate contemporaneamente centinaia di comunit virtuali, siti, blog, mappe interattive, gruppi, pagine e identit sui social network, che tra laltro permettono di avere relazioni anche con realt simili sparse in tutto il mondo. Si scambiano cos iniziative, si copiano eventi, si affrontano problemi e si trovano soluzioni comuni (27). Lorto diffuso dunque una comunit virtuale e fisica, un network grazie al quale viene messa in gioco la capacit della gente di fare sistema, di riuscire a tessere relazioni con piuttosto che contro gli altri. Gli orti urbani rendono possibile una diversa progettazione degli spazi cittadini allinsegna della socializzazione e della promozione di iniziative di educazione ambientale rivolte a tutti. Possono stimolare lintegrazione degli immigrati o il recupero di certi quartieri soggetti a degrado, favorendo lemergere di uneconomia locale che parte dal basso. Dobbiamo iniziare a familiarizzare di pi con lidea che il nostro sistema alimentare futuro dipender dalla riuscita di produzioni di cibo su piccola scala, sostenibile e di qualit (28).

Qualcuno potr anche sorridere della cosa, ma in questa fase di crisi alimentare e finanziaria globale, qualora il sistema alimentare industriale entrasse in crisi, lunico modo per garantire a ogni cittadino laccesso diretto a un cibo sano dipender da progetti ben organizzati di agricoltura urbana in grado di convertire ogni area verde in orti, una produzione che parte dai balconi per raggiungere ogni spazio coltivabile. Come verrebbero sfamati gli abitanti di una citt se a un certo punto le industrie alimentari, le multinazionali dellagrobusiness e i grandi distributori che decidono i prezzi (senza tenere in nessun conto gli interessi tanto dei contadini quanto dei co-produttori) venissero pesantemente colpiti dallattuale crisi in corso smettendo cos di funzionare come prima? Come verrebbero sfamati gli abitanti di una citt se ipermercati e supermercati non riuscissero a rifornirsi in tempo e tanti generi alimentari venissero a mancare dagli scaffali? Non sarebbe meglio cominciare da subito a convertire in orti tutti i giardini e i terreni coltivabili cos da generare nuovi posti di lavoro, favorire le economie locali, fare formazione e garantire a ogni residente laccesso a cibo sano?

La pratica di aumentare la sicurezza alimentare valorizzando il potenziale della produzione alimentare urbana comincia a essere promossa pi seriamente (29). In India, per evitare la malnutrizione, un rischio ancora presente nel paese, sono state incentivate forme di microagricoltura che potevano trovare spazio anche in aree urbane, scegliendo piante molto nutrienti e produttive, adattate a piccoli spazi, con apparati radicali non troppo esigenti. Vengono coltivati riso, frutta, fiori da vendere per incrementare il reddito familiare, palma di cocco, banana. [] Un programma di orticoltura urbana stato realizzato dalla Fao nelle cinque citt principali della Repubblica Democratica del Congo, e ha avuto un grosso impatto sui livelli di malnutrizione cronica della citt. Il risultato stato notevole: sono stati prodotti 28,6 chili di ortaggi per abitante lanno, che hanno aiutato a ridurre la denutrizione urbana, particolarmente alta tra i bambini e le donne in fase di allattamento. Oltre il cibo, il programma riuscito a fornire occupazione diretta e reddito a circa 16mila orticultori su piccola scala, e ad altre 60mila persone se si considera lintera filiera (30). Negli orti, insomma, non crescono solo rape e fagiolini, ma anche autonomia economica e alimentare, cultura e natura. Gli orti permettono di rintracciare le proprie radici e di mettere alla prova le proprie abilit, e di sentirsi parte di una rete pi grande. Tornare alla terra da cittadini, o comunque non da contadini produttori, inevitabilmente parte di una ribellione: il desiderio di

riconoscere la propria parte biologica e culturale, rifiutando il modello del consumatore passivo, incapace e artefatto, che stato imposto negli ultimi trentanni (31).

II. Localizzare lattivit economica nelle mani di tante piccole e medie imprese e favorire la nascita di economie di piccola scala, con comunit autosufficienti e sostenibili rappresenta il primo passo per riscoprire i valori comunitari, adattandosi allambiente e alle necessit locali (32). Questo non significa affatto eliminare il mercato, o linnovazione o la spinta che laccompagnano di solito, ma semplicemente tenere sotto controllo il mercato invece di esserne controllati (33). Nei prossimi anni ogni citt sar chiamata a dare vita a economie locali autonome in termini energetici dove le persone si conoscono, si scambiano prodotti e tempo, si fidano luna dellaltra e sono disposte a collaborare per progetti comuni da cui lintera comunit possa trarre beneficio. Quella terza rivoluzione industriale preannunciata da Jeremy Rifkin partir dai villaggi, dalle piccole e medie imprese, dalle campagne e da tutte quelle aree urbane convertite in orti, luoghi di incontro e sperimentazione per unagricoltura pulita e sostenibile. Al centro di tale rivoluzione vi sar unassunzione di responsabilit comune e una condivisione di valori che porteranno a rivalutare il cibo sano, frutto di unagricoltura emancipata dallindustrializzazione, dalla meccanizzazione, dalla monocoltura e dalla capitalizzazione intensiva. Questa rivoluzione gi in atto e trova espressione in tutte quelle scelte concrete a favore di uno stile di vita pi semplice, attento a consumare meno e che ha pi riguardo dei bisogni individuali e collettivi (34). Un modo di vivere pi consapevole, pi rispettoso dellambiente, pi attento agli acquisti e agli sprechi, pi critico nei confronti di unagricoltura decostruita e ricostruita dalle industrie, imprigionata sugli scaffali dei negozi in pacchetti molto colorati ed ermeticamente sigillati, la cui etichetta annuncia che pu contenere (35). Un sistema nel quale non possiamo fare a meno dei contadini, non possiamo fare a meno delle comunit produttrici. su questo senso di comunit, di destino e in quanto appartenenza alla specie umana, che dobbiamo rifondare il sistema. A partire da loro, dalle comunit produttrici, necessario costruire una rete mondiale in grado di opporsi al sistema imperante. Rimettere al centro luomo, rimettere al centro la terra, rimettere al centro il cibo: una rete del cibo umana, che, in armonia con la natura e nel rispetto di ogni diversit, promuova la qualit: il buono, il pulito e il giusto (36). Questa rivoluzione commestibile sta gi facendo i conti con lurgente questione di come nutrire lintera popolazione mondiale nei prossimi anni a partire dal necessario abbandono dellattuale sistema di agricoltura industriale, il quale non consente di valutare adeguatamente le risorse naturali. In futuro non avremo le enormi quantit di acqua o di fertilizzanti richieste dallagricoltura industriale capitalista, e il clima sar molto pi variabile di adesso. In questa storia, contadini e braccianti sono sia vittime sia salvatori. Essendo pi poveri, i contadini sono i pi vulnerabili agli shock del cambiamento climatico, sebbene le piccole fattorie siano ecologicamente meno esposte al rischio; inoltre, stando ai dati di uno degli studi pi antichi sulle dimensioni delle aziende agricole, le pratiche di coltivazione biologica e sostenibile potrebbero assorbire fino al 40 per cento delle attuali emissioni di CO 2 (37). 9

Per evitare possibili conflitti per le risorse, si dovranno mettere in atto nuovi metodi di pianificazione e gestione collettiva delle risorse decentralizzati e adattati alle esigenze locali. In pratica, questo significa introdurre pratiche democratiche a diversi livelli istituzionali: le decisioni relative alla condivisione delle risorse idriche dovranno essere condotte a livello dellarea geografica interessata da un bacino idrografico; le decisioni sulla coltivazione e la distribuzione dei generi alimentari dovranno avvenire in contesti geografici differenti, possibilmente a livello municipale. Il modo in cui queste decisioni interagiscono con il cambiamento climatico dovr essere coordinato globalmente. Per risolvere il problema della fame globale, i pi illustri scienziati del mondo hanno proposto gli stessi rimedi gi ideati dalle persone pi povere della Terra: soluzioni sensibili allambiente che rispettano i saperi, la democrazia e lautonomia delle popolazioni locali (38). La trasformazione dei nostri sistemi alimentari gi in corso, lobiettivo al quale stanno lavorando da tempo persone di ogni parte del mondo desiderose di affermare il diritto umano al cibo. Sono uomini e donne coraggiosi che stanno combattendo assieme per proteggere i diritti sulla terra dei piccoli agricoltori di fronte allaccaparramento della terra e allespansione degli agrocarburanti (39); il mezzo miliardo di lavoratori agricoli del mondo comprese donne e bambini dagli abusi del lavoro industriale; i produttori e i consumatori dalla speculazione finanziaria nei mercati globali delle materie prime. Hanno capito che altri sistemi alimentari sono possibili e che in unepoca politicamente sfiduciata come la nostra, segnata da profonde insicurezze e un forte senso di smarrimento, la tesi secondo cui nessuna alternativa migliore dello stato attuale quanto mai inverosimile. vero che permangono molti dubbi su quale sia la strada da seguire per creare un ordine postcapitalistico vitale, libero e umano. Ma non si deve dimenticare che nella storia ogni progresso a un certo punto ha dovuto superare lidea che il fatto di rappresentare una novit rendesse il compito impossibile (40). Un enorme potenziale di trasformazione sta per essere liberato dallumanit, una grande forza si solidariet, compassione, creativit e capacit di organizzarsi e mobilitarsi per cambiare: a mano a mano che cresce il numero di coloro che vedono alternative lavorando sul campo e cresce il numero di coloro che sentono altri chiedere e ottenere trasparenza, responsabilit, equit e sostenibilit, la speranza e lazione vinceranno la paura la causa di fondo del fatalismo, del cinismo e dellapatia (41).

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Non aspettiamoci per una risposta entusiasta da parte di tutti (42). Ostilit e forti opposizioni alla sovranit alimentare e ad azioni collettive di ampia portata per ottenere modi diversi di mangiare ed essere (43) giungeranno certamente da potenti organizzazioni i cui profitti hanno sempre fatto leva sullignoranza di consumatori che non si sono mai posti seriamente delle domande sulla provenienza del cibo che mangiano n sulla loro relazione con esso (44). Data la vicina crisi petrolifera, linstabilit del clima e del sistema finanziario internazionale, quello di assicurare cibo sufficiente a tutti sar per uno dei problemi pi importanti che lumanit dovr affrontare anche nellOccidente industrializzato, dove vecchie strutture economiche, politiche e di pensiero stanno morendo per lasciare il posto a nuovi modelli di vita. Modelli che, nello svincolarsi dalle regole e dai dogmi del nostro mercato, riflettono sui benefici di un altro tipo di ricchezza, benessere e modo di lavorare. Ci stiamo avvicinando al superamento dellattuale paradigma economico-politico, noto anche come neoliberismo, grazie allimpegno di tante persone semplici nel diffondere uno stile di vita pi fondato su rapporti interpersonali e su una cultura della solidariet, dellaltruismo e della condivisione anzich dellefficientismo e della produttivit a qualunque prezzo (45). E queste persone non hanno che leducazione per aiutare altre persone a comprendere la necessit di cooperare di pi, di un approccio alla vita pi attento agli altri, a partire dalla capacit di reclamare la nostra sovranit, diventare qualcosa di pi che semplici consumatori ristrutturando il sistema alimentare e riscrivendo le relazioni di potere che sfruttano la gente sia quando coltiva sia quando mangia (46). Raj Patel ricorda che molti movimenti per il cibo negli Stati Uniti si stanno gi battendo per uneconomia che anteponga la compassione e la sollecitudine verso gli altri ai profitti immediati delle grandi societ. Non aspettano la soluzione delle grandi questioni per cominciare a riparare un sistema alimentare difettoso, che dovrebbe essere invece fonte di abbondanza, salute e giustizia per tutti (47). Sanno bene che la trasformazione del nostro sistema alimentare non frenata dalla mancanza di denaro, tecnologia e neppure buona volont, ma dalla mancanza di volont politica dei governi. Finch i leader globali affronteranno solo le cause prossime e non quelle di fondo della crisi, finch si affideranno a ripieghi tecnici per evitare cambiamenti strutturali e si piegheranno al 11

potere dei monopoli anzich al potere del popolo, rimarremo sempre pi indietro nella corsa a eliminare la fame (48). Il processo di industrializzazione che ha investito il mondo negli ultimi duecento anni ha dapprima sensibilmente migliorato la qualit della vita di milioni di persone quasi tutte residenti in quello che si definisce Nord del mondo generando il cosiddetto sviluppo. In molte aree del pianeta la malnutrizione o la difficolt di reperire il cibo sono diventati ricordi lontani; tutto questo sviluppo non ha per tardato a palesare enormi limiti, creando una serie di situazioni che in epoca di globalizzazione, ossia nel postindustriale, appaiono difficilmente tollerabili ancora a lungo dal sistema-mondo; in una parola, sono insostenibili (49). Insieme al processo di industrializzazione, in poco pi di un secolo, si progressivamente instaurata una sorta di dittatura tecnocratica, in cui il profitto prevale sulla politica, leconomia sulla cultura e la quantit il principale, se non lunico, metro di giudizio per le attivit umane (50). Il sistema economico capitalistico ha trasformato milioni di americani ed europei in consumatori schiavi dellindustria agroalimentare e dipendenti al 100% dal salario che devono procurarsi per riempire dispense e frigoriferi. [] I dirigenti occidentali o occidentalizzati, formattati dal capitalismo o dal comunismo, hanno una visione semplicistica e triste dello sviluppo delle societ. Giudicano il proprio tasso di progresso in rapporto alla percentuale di popolazione agricola. Pi questultima bassa, pi gli Stati sono considerati avanzati o sviluppati. Lavvenire dellumanit sembra trovarsi unicamente nelle fabbriche e negli uffici, nelle citt e nei supermercati. Il modo di vita contadino, frugale e autonomo, viene deriso. La semplicit confusa con la povert. E deve essere combattuta. Il consumo serve da metro di misura per giudicare la felicit e il benessere delle popolazioni (51). La crisi alimentare, economica e climatica sono conseguenze della produzione e del modello economico neoliberali e oggi obbligano a formulare nuovi modelli di societ e modi di sostentamento alternativi. Servono innanzitutto forme di agricoltura sostenibile in grado di preservare biodiversit, saperi e metodi antichi, appropriati alle specificit locali e su piccola scala. Questo non significa un ritorno al passato, ma piuttosto una ripartenza dal passato, consci degli errori commessi negli ultimi anni. Si tratta di salvaguardare, migliorare e diffondere quelle pratiche tradizionali che stanno dimostrando che altre vie produttive sono possibili. Vie produttive che devono ripartire dalle citt perch tra qualche anno pi del 50% degli abitanti del mondo vivr in aree urbane e il cibo sar una delle maggiori richieste delle citt. Stimolare lagricoltura urbana strategico per il futuro stesso delle citt, che in questo modo possono dipendere meno dal cibo proveniente da campagne coltivate in modo intensivo.

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Note
(1) Riporto per comodit la distinzione data da Monica Di Bari e Saverio Pipitone in Schiavi del Supermercato. La grande distribuzione organizzata in Italia e le Alternative concrete, Arianna Editrice, Bologna, Prima edizione gennaio 2007, p.87. Ipermercato: esercizio al dettaglio con superficie di vendita superiore a 2500 mq, suddiviso in reparti, alimentari e non alimentari. Supermercato: esercizio al dettaglio, operante nel settore alimentare, con superficie di vendita superiore a 400 mq. Superette: esercizio al dettaglio di vendita di prodotti alimentari su una superficie di 200-399 mq. Discount: esercizio di vendita al dettaglio con superficie medio-grande che offre una gamma limitata di prodotti non di marca a prezzi contenuti, grazie allabbattimento dei costi di impianto, gestione e servizio. Negozi tradizionali di vicinato: esercizio di vendita con superficie non superiore a 150 mq, nei comuni fino a 10.000 abitanti, e con superficie non superiore ai 250 mq, nei comuni oltre 10.000 abitanti. In Eric Holt-Gimnez e Raj Patel con Annie Shattuck, Food Rebellions! La crisi e la fame di giustizia, Slow Food Editore, Bra, 2010, p.300 viene riportata la seguente definizione di Ipermercato: grande venditore al dettaglio che unisce sotto un unico tetto il supermercato, il grande magazzino e il negozio di generi alimentari. Ipermercati come WalMart, Carrefour, Target, Kmart e Costo, che spesso coprono una superficie di 14 000 mq, sopravvivono grazie agli alti volumi di vendite con un margine esiguo, spesso estromettendo dal settore i dettaglianti locali. (2) Raj Patel, I padroni del cibo, (traduzione dallinglese di Giancarlo Carlotti), Feltrinelli, Prima edizione nellUniversale Economica SAGGI, Milano, febbraio 2011, p.168. Si veda anche: http://www.foreignpolicy.com/articles/2010/10/11/supermarkets e il file audio http://www.npr.org/player/v2/mediaPlayer.html?action=1&t=1&islist=false&id=130715314&m=130715299 (3) Ibidem, p.162. (4) Ibidem, p.166. (5) Carlo Petrini, Terra Madre. Come non farci mangiare dal cibo, Slow Food Editore Giunti Editore, Prima edizione: novembre 2009, p.142.

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(6) Ivi, p.142. (7) Nel capitolo intitolato Lalternativa strategica del piccolo bello, Monica Di Bari e Saverio Pipitone illustrano il tema delle economie locali e limportanza di abbreviare la distanza tra produttore e consumatore: Tutti gli Stati delle economie industrializzate spendono continuamente denaro per costruire infrastrutture, reti di comunicazioni, autostrade, aeroporti, porti, treni ad alta velocit, con il solo obiettivo di uneconomia sempre pi centralizzata. Costruiscono processi produttivi complessi, artificiosi e apparentemente efficienti con le merci fatte viaggiare per chilometri e chilometri. Dal punto del vista del consumatore pu sembrare che le merci che provengono da lontano siano pi a buon prezzo, ma in realt acquistano alimenti conservati e a volte di scarsa qualit, prodotti con lo sfruttamento del lavoro e dellambiente. Questa logica il principio fondante delleconomia capitalista, ovvero del vantaggio comparato, secondo il quale sempre nellinteresse di un paese specializzare la produzione per lesportazione invece di promuovere una produzione diversificata per il bisogno locale (Schiavi del Supermercato. La grande distribuzione organizzata in Italia e le Alternative concrete, p.59). (8) Come qualsiasi rete logistica a collo di bottiglia, ha dei punti deboli sistemici e strutturali, vulnerabilit molto vicine alla superficie della nostra vita quotidiana. Per portarle allo scoperto basta un lieve scrollone al sistema. Tipo un blocco del petrolio (sottolineatura mia). Negli anni settanta, ai tempi della prima crisi petrolifera, lattivista e studiosa Laura Davis abitava a Londra in una casa occupata, e ne ricorda ancora gli effetti. Nei negozi cera unondata di acquisti da panico, e io mi chiedevo cosa sarebbe successo se il cibo fosse sparito del tutto. stato allora che ho pensato allagricoltura biologica. Ma cosa sarebbe successo se gli scaffali si fossero svuotati di generi alimentari? Allinizio del nuovo millennio sessanta milioni di persone stavano per scoprirlo. Nellanno 2000 in Gran Bretagna unondata di proteste nel settore autotrasporti ha bloccato laccesso a sei delle otto maggiori raffinerie del paese. Le stazioni di servizio sono state costrette a chiudere, e il traffico sulle autostrade calato del 40 per cento. Le operazioni logistiche e di trasporto merci si sono interrotte, e il paese rimasto a corto di cibo nel giro di poche ore. La precisione logistica just in time dei supermercati si aggiunta alla secolare dipendenza britannica dai generi alimentari prodotti allestero, e cos gli scaffali sono rimasti pressoch vuoti (R. Patel, I padroni del cibo, p.215). (9) Uscire dal sistema significa usare canali di distribuzione alternativi. In ogni citt ci sono mercati in cui si pu comprare direttamente dai contadini a prezzi vantaggiosi, e con una qualit migliore. poi fondamentale rispettare la stagionalit dei prodotti. In stagione, frutta e verdura costano meno (C. Petrini, Terra Madre. Come non farci mangiare dal cibo, p.94). La diffusione dei dati sulle food miles [= le miglia alimentari, ovvero le distanze che percorre il cibo prima di giungere alle nostre tavole] influenzerebbe di sicuro il comportamento dei consumatori e letichettatura dovrebbe fare un ulteriore passo in questa direzione. Oggi per frutta, verdura, pesce e carne obbligatorio indicare il luogo dorigine, ma in molti casi ancora troppo generico. Per molti prodotti trasformati, poi, praticamente impossibile rintracciare la provenienza delle materie prime. Se invece tutto fosse dichiarato in etichetta, e la sensibilit dei consumatori fosse istruita su quanto pu costarci far viaggiare il cibo, sono sicuro che una lenta rilocalizzazione dei sistemi produttivi non sarebbe molto lontana (C. Petrini, Buono, pulito e giusto. Princip di nuova gastronomia, p.124). (10) [] se il cibo non costretto a compiere viaggi intercontinentali, ma fa parte di un sistema che ne consente il consumo a breve distanza, avremo un grande risparmio energetico e di emissioni di anidride carbonica. Pensate a cosa si risparmia dal punto di vista ecologico senza trasporti lunghi, senza la refrigerazione, senza limballaggio che poi finisce tutto in spazzatura, senza limmagazzinamento, che toglie tempo, spazio, porzioni di natura, bellezza. Nella dimensione locale le energie e le risorse si ottimizzano, si

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evita lo spreco, che nella sola Italia vuole dire ogni giorno 4000 tonnellate di cibo edibile buttato via (Ibidem, pp.9-10). Proprio in riferimento agli incredibili quantitativi di cibo che viene buttato, segnalo Tristram Stuart Sprechi. Il cibo che buttiamo, che distruggiamo, che potremmo utilizzare, Mondadori, Milano, 2009; Andrea Segr e Luca Falasconi, Il libro nero dello spreco in Italia: il cibo, Edizione Ambiente, Milano, 2011. (11) Il mercato nel suo complesso oggi largamente controllato dalle grandi multinazionali, cio aziende molto grandi, oppure conglomerati di aziende, che non necessariamente si dedicano a una data attivit o a un dato prodotto. Peggio ancora, i governi pi potenti del mondo oggi dipendono da queste multinazionali. Negli Stati Uniti, nessun candidato presidenziale pu annusare il potere senza il loro appoggio finanziario. I governi pi potenti del mondo sono, in misura significativa, estensioni delle sale riunioni delle multinazionali. In E. Holt-Gimnez (a cura di), Food Movements Unite! Strategie per trasformare i nostri sistemi alimentari, Slow Food Editore, Bra, 2011, Xavier Montagut scrive: Oggi la produzione alimentare dominata da una manciata di multinazionali che decidono quello che mangiamo, com prodotto e chi lo produce. I risultati sono disastrosi. Pi di un miliardo di persone nel mondo soffre la fame e migliaia di agricoltori non sono in grado di produrre cibo. Il paradosso che l80% degli affamati appartengono al mondo rurale. Limpoverimento degli agricoltori un fenomeno globale. Negli ultimi 10 anni, in Spagna si persa una media di cinque agricoltori al giorno. Tra le conseguenze di un sistema agroalimentare industrializzato, non funzionale, possiamo segnalare la perdita di terreni fertili, linquinamento dellacqua e del suolo, limpoverimento della biodiversit, e limpatto dellagricoltura sul clima globale. Anche in termini della qualit del cibo i risultati sono terribili. Pi di 500 milioni di persone soffrono di obesit, e molte altre sono minacciate costantemente dalla malattia della mucca pazza, dallavvelenamento della diossina nei polli e da altre malattie causate da quello che mangiamo. Questo stato di crisi richiede che i cittadini assumano urgentemente il controllo del nostro sistema alimentare (p.241). In Eric Holt-Gimnez e Raj Patel con Annie Shattuck, Food Rebellions! La crisi e la fame di giustizia, Slow Food Editore, Bra, 2010, (pp. 38-39) si pu trovare un accenno ai monopoli che controllano i nostri sistemi alimentari e alcune fonti sullargomento. Si veda anche Jos Bov e Franois Dufour, Il mondo non in vendita. Agricoltori contro la globalizzazione alimentare, Feltrinelli, Milano, 2000; Luca Colombo, Fame. Produzione di cibo e sovranit alimentare, Jaca Book, Milano, 2002; Luca Colombo e Antonio Onorati, Diritti al cibo! Agricoltura sapiens e governance alimentare, Jaca Book, Milano, 2009. (12) Raj Patel, I padroni del cibo, p.207. (13) Ibidem, p.226. (14) Mariella Bussolati, Lorto diffuso. Dai balconi ai giardini comunitari, come cambiare la citt coltivandola, Orme Edizioni, Roma, Prima edizione: giugno 2012, p.24. Si veda anche http://ortodiffuso.noblogs.org (15) La motivazione economica non affatto da sottovalutare e per tanti rappresenta per esempio uno dei motivi per passare a unalimentazione priva di carne. In Cucina vegana, edito da Mondadori (2012), lo chef Simone Salvini si esprime in questi termini: una dieta vegana pi economica di una dieta onnivora. ovvio che nutrirsi con alimenti di origine vegetale, di stagione e raccolti nelle zone adiacenti alle aree in cui si abita pu comportare un risparmio di denaro di non poco conto. Frutta, verdura, legumi e cereali costano meno rispetto alla carne o al pesce perch minori sono i costi di produzione e le spese di trasporto.

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Seguendo unalimentazione pi sana ed equilibrata, con meno carne e pi verdura, possiamo inoltre ridurre limpatto sullambiente e contribuire alla salvaguardia del pianeta. A pagina 168 dellopera Il valore delle cose e le illusioni del capitalismo (2010), Raj Patel afferma: Sarebbe insensato sminuire le difficolt, sia personali sia politiche, che dovremmo affrontare per garantire a tutti cibo a sufficienza. In un mondo con nove miliardi di abitanti, bisogner ridurre il consumo individuale di carne. Se mai continueremo a seguire una dieta carnivora (e io non sono affatto sicuro che dovremmo), la razione individuale a livello globale dovr essere di 25 chilogrammi di carne e di 50 chilogrammi di latticini allanno: un solo grammo in pi, e il clima ne soffrir. Secondo Tara Garnett del Food Climate Research Network, questo equivale al massimo a due salsicce, una piccola porzione di pollo e una piccola braciola di maiale alla settimana, pi il latte per i cereali e il t. Soffocare la brama di carne tipica della dieta occidentale sar difficile significher sfidare ogni tipo di interesse costituito nellindustria della lavorazione degli alimenti e della grande distribuzione, nonch le nostre stesse abitudini ma dovremmo abituarci allidea di pagare i nostri hamburger duecento dollari, e fare in modo che tutti possano fare scelte di consumo simili. Orientarsi verso una dieta vegetariana e, per chi ne in grado, vegana, resta a mio avviso la scelta migliore per la propria salute. Una scelta di questo tipo ha di solito alla base ragioni di carattere etico e comunque motivazioni forti. Ecco perch chi abbraccia questo stile di vita condivide anche una filosofia di vita che prevede, come indispensabile corollario, limpegno a favore della grande causa dei diritti degli animali, che molto spesso vengono oggi violate in nome del consumismo e del profitto. (16) Mariella Bussolati, Lorto diffuso. Dai balconi ai giardini comunitari, come cambiare la citt coltivandola, p.25. Si veda anche http://www.retegas.org (17) Suggerisco di leggere Prepariamoci. Un piano per salvarci, di Luca Mercalli, edito da Chiarelettere (2011). un testo semplice, chiaro e istruttivo. Nella prima parte del libro vengono richiamati argomenti (sovrappopolazione, disponibilit di petrolio, cambiamento climatico, riduzione dei ghiacciai, inquinamento, biodiversit minacciata, ecc.) con riferimenti precisi, rimandi ad altra bibliografia. La seconda parte, invece, la testimonianza delle scelte compiute dallautore e dalla sua famiglia. Lo consiglio a quanti desiderano riflettere sulla possibilit di attuare un proprio piano personale di decrescita e semplificarsi la vita per essere pi felici. Concordo pienamente quando Mercalli scrive: Ogni bambino dovrebbe poter frequentare un orto e, se possibile, disporne per tutta la vita. Qualcuno ha cominciato a pensarci, come il progetto Orti di pace. Quindi se vivete in una villetta a schiera con uno stupido prato allinglese, non indugiate, ricavate subito spazio per le verdure. Se vivete in condominio in citt non scoraggiatevi, unitevi insieme ad altri cittadini e chiedete al vostro comune che vi assegni unarea da adibire ad orti pubblici. Ad Amsterdam ci sono zone verdi coltivate con centinaia di orti individuali, dove vengono condotti in visita i bambini delle scuole. Migliaia di bambini hanno addirittura a disposizione piccoli orti di dieci metri quadrati dove far crescere le proprie verdure e lorticoltura fa parte dei programmi scolastici della scuola di base fin dal 1930. In Italia gli orti domestici forse tra i pi belli e vari del mondo stanno scomparendo sempre pi rimpiazzati da sciocchi giardini in stile californiano ispirati dalle telenovele, dotati di plateali olivi centenari da seimila euro espiantati in Puglia e Croazia da trafficanti di organi vegetali. Chiaro esempio della spaventosa ignoranza di un paese che, salvo nobili e recenti eccezioni, non insegna a scuola il valore dellorto, ma anzi lo dipinge come elemento di arretratezza e lo relega a cultura residuale da pensionati nostalgici (pp.112-113). Anche Maria Bussolati tocca questo aspetto in Lorto diffuso: Un mito che va assolutamente sfatato quello secondo cui lorto unattivit molto faticosa e per vecchi pensionati. Due caratteristiche in apparente contraddizione. Lindagine di Coldiretti dimostra per esempio che si tratta di un hobby che oggi coinvolge allo stesso modo maschi e femmine e che piace ai giovani, considerato che tra chi lo pratica pi di uno su

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quattro ha unet compresa tra i venticinque e i trentaquattro anni, anche se linteresse aumenta con let e la met sono ultrasessantenni (p.21). http://www.ambienteterritorio.coldiretti.it/tematiche/Urbanistica-TerritorioPaesaggio/Pagine/Ortiurbanieguerrillagardening.aspx (18) Raj Patel, I padroni del cibo, p.190. (19) Monica Di Bari e Saverio Pipitone in Schiavi del Supermercato. La grande distribuzione organizzata in Italia e le Alternative concrete, p.60. (20) Carlo Petrini, Terra Madre. Come non farci mangiare dal cibo, p.107. (21) Eric Holt-Gimnez e Raj Patel con Annie Shattuck, Food Rebellions! La crisi e la fame di giustizia, Slow Food Editore, Bra, 2010, p.222-223. (22) Un altro libro molto interessante, che affronta il desiderio crescente di riappropriarsi della terra e dei suoi frutti seguendo modelli di produzione sostenibili, La rivoluzione della lattuga. Si pu riscrivere leconomia del cibo? di Franca Roiatti (Egea 2011). (23) Paola Violani, Lorto e lanima. Dal giardino dellEden agli orti urbani, Antonio Vallardi Editore, Milano, 2011, p.11. (24) Mariella Bussolati, Lorto diffuso. Dai balconi ai giardini comunitari, come cambiare la citt coltivandola, p.19. (25) Ibidem, p.7. (26) Ibidem, p.111. (27) Ibidem, p.55. (28) Il grave momento di crisi che stiamo vivendo ha portato molti studiosi a capire limportanza di riflettere con maggiore attenzione su una progettualit educativa che promuova in ambito intellettuale e non solo la costruzione di un pensiero previsionale. Si tratta di un pensiero capace di cogliere i nessi nella rete di relazioni complesse che caratterizzano la realt contemporanea, un pensiero esercitato a guardare lontano, oltre il presente, a immaginare il futuro e soprattutto a immaginare modi nuovi in cui la nostra specie potr continuare ad abitare il pianeta e contribuire a costruirne il futuro. Tale pensiero assolutamente fondamentale in questo momento critico a livello globale. Nessuna persona di buon senso pu mettere in discussione il fatto che oggi il mondo assediato da forze che impediscono uno sviluppo sereno nella direzione di un maggiore benessere: una crescente tendenza allo sfruttamento, allavidit e alla bramosia; unincessante manipolazione delle opinioni che rafforza i bisogni pi grossolani; movimenti miranti a riportare i diritti dei lavoratori a livelli ottocenteschi; un mercato privo di regole che non rende il mercato libero ma dominato da monopoli; unenfasi ridicola sul profitto economico, quasi fosse lunico obiettivo per cui vivere. Occorre pertanto che il progetto educativo che sta tanto a cuore alla filosofia della condivisione si impegni verso lacquisizione, da parte di ogni soggetto aperto agli altri e sensibile ai problemi della collettivit, di una vera e propria competenza nuova, che sa orientarsi nelle trasformazioni e immaginare altri possibili e

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personali modi di essere. Una competenza che include il coraggio di sperimentare percorsi di indagine previsionale che consentono al pensiero di invadere il futuro, prevedendone componenti, aspetti e problemi. Fra i tanti, quello alimentare ora il problema pi urgente, che richiede (e richieder) nuovi modi di intendere la produzione, la trasformazione, la distribuzione e il consumo del cibo. Questo significher per esempio costruire da subito rapporti in grado di eliminare ogni ingiustizia perpetrata dal Nord globale ai danni degli abitanti delle campagne del Sud globale. Ne I padroni del cibo, Patel propone alla fine del testo una serie di azioni per favorire un cambiamento individuale e globale utili per il presente, ma fortemente proiettate in avanti. Studiando con attenzione questa parte conclusiva ci si accorge di quanto il suo pensiero non rinunci mai a guardare lontano: Il debito del Nord nei confronti del Sud dovr essere ripagato per molti anni a venire. Come risultato delle attivit industriali del Nord, i cambiamenti climatici sconvolgeranno il pianeta, e la pi colpita sar lagricoltura del Sud globale. Inoltre le condizioni di vita dei contadini del Sud globale sono nettamente pi dure a causa della manipolazione politica del sistema alimentare, con le eccedenze nel Nord globale scaricate sotto il costo di produzione nelle economie del Sud globale. Anche questo deve finire. Perch la sovranit alimentare esige che i diritti dei popoli del Sud globale siano rispettati non meno di quelli del Nord, che quelli dei poveri siano rispettati non meno di quelli dei ricchi, la gente di colore non meno dei bianchi, le donne non meno degli uomini (p.229). In Food Rebellions! La crisi e la fame di giustizia, troviamo un altro passaggio importante dove evidente la componente previsionale accennata prima: LAfrica centrale per qualunque soluzione duratura della fame sul pianeta. Quando si elimineranno la povert e la fame in Africa, tutti i poveri del mondo staranno meglio. Tutto ci che avviene o non avviene in Africa avr ripercussioni profonde sui sistemi alimentari del mondo. Ci che si sta facendo in Africa per risolvere la crisi alimentare emblematico per molti versi degli eventi globali. I successi e gli insuccessi in questo continente riflettono la capacit o i limiti dei sistemi alimentari globali di soddisfare gli interessi delle maggioranze povere del mondo. Se il sistema non funziona in Africa, non funziona da nessunaltra parte. In questo senso mettere fine alla fame in Africa non semplicemente una sfida globale per i governi del mondo: la crisi alimentare una sfida al sistema alimentare globale che non funziona cos come il persistere della povert in Africa una sfida al sistema economico globale. La posta in gioco nel continente alta in termini umani, ambientali e geopolitici (p.179). (29) Riporto queste due definizioni tratte da Eric Holt-Gimnez e Raj Patel con Annie Shattuck, Food Rebellions! La crisi e la fame di giustizia (p.302). Secondo la Fao, si ha la sicurezza alimentare quando tutte le persone hanno in ogni momento accesso materiale ed economico a cibo sufficiente, sicuro e nutriente per soddisfare il loro fabbisogno dietetico e le loro preferenze alimentari per una vita attiva e sana (si veda anche www.fao.org/spfs/en/). Per sicurezza alimentare della comunit si intende la condizione per cui tutti i residenti di una comunit dispongono di una dieta sicura, culturalmente accettabile e adeguata sul piano nutrizionale grazie a un sistema alimentare sostenibile che massimizza lautonomia della comunit e la giustizia sociale (si veda la definizione di M. Hamm e A. Bellow, www.foodsecurity.org). (30) Mariella Bussolati, Lorto diffuso. Dai balconi ai giardini comunitari, come cambiare la citt coltivandola, p.32. Qua il riferimento allIndia e alla Repubblica Democratica del Congo. In altri paesi come Senegal, Gabon, Mozambico, Botswana, Sud Africa, Namibia, Egitto, Mali, Colombia sono gi stati lanciati programmi di microagricoltura cittadina che sostengono un gran numero di piccoli orti adattati ai particolari vincoli di ciascuna situazione urbana. Ma i problemi legati alla crisi alimentare, ai quali si aggiunge ora la crisi economica, li troviamo anche negli Usa: Pochi pensano agli Stati Uniti quando si parla di crisi alimentare. Tuttavia, sfugge allattenzione internazionale il fatto che, ancora prima della crisi alimentare globale, pi di 35 milioni di americani il 12% della popolazione soffrivano la fame. Con la crisi a loro si sono aggiunte le persone che vivevano appena al di sopra della soglia di povert, per un totale di 50 milioni di individui

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vittime dellinsicurezza alimentare nel paese pi ricco del mondo. In una terra scarsamente popolata di immensa ricchezza, suoli fertili, acqua abbondante e tecnologia davanguardia, queste cifre costituiscono una sfida diretta alle tesi secondo cui la fame dovuta alla sovrappopolazione, al sottosviluppo o alla scarsit di risorse. La crisi alimentare colpisce gli Stati Uniti e con la crisi economica diventer presto un problema politico nazionale (Eric Holt-Gimnez e Raj Patel con Annie Shattuck, Food Rebellions! La crisi e la fame di giustizia, p.93 Si veda anche il paragrafo Riparare il sistema alimentare degli Stati Uniti del capitolo 8). Si veda anche http://www.horticity.it/wordpress (31) Ibidem, p.6-7. (32) Monica Di Bari e Saverio Pipitone in Schiavi del Supermercato. La grande distribuzione organizzata in Italia e le Alternative concrete, p.61. (33) Raj Patel, I padroni del cibo, p.185. (34) Dopo il crollo dellattuale sistema economico, il primo ambito che dovr essere ristrutturato sar leconomia alimentare e i necessari cambiamenti a livello di produzione, distribuzione e consumo. Allagricoltura familiare, che rimane il modello principale di produzione agricola, dovranno essere affiancati nuovi progetti in grado di ispirarsi grosso modo a quei sei princpi di un paradigma agricolo alternativo che Annette Aurlie Desmarais riporta in La Va Campesina: Decentramento; Indipendenza; Comunit; Armonia con la natura; Diversit; Controllo (pp.95-96).
Paradigma agricolo alternativo Decentramento Maggior grado di produzione, trasformazione, commercializzazione locali e regionali Produzione dispersa (pi aziende e pi agricoltori), controllo della terra, delle risorse e del capitale Indipendenza Produzione inferiore e con meno input, minore dipendenza da fonti esterne in quanto a conoscenze, energia e credito Maggiore autosufficienza personale e comunitaria Maggiore importanza ai valori, alle conoscenze e alle competenze delle persone Comunit Pi cooperazione Coltivazione della terra come modo di vita e fonte di reddito Enfasi su un approccio produttivo olistico, ottimizzando tutte le parti degli agrosistemi Enfasi sulla tecnologia appropriata alla scala della produzione Impegno in favore dellagricoltura familiare tradizionale e della comunit rurale come scelte di vita caratterizzanti Armonia con la natura Gli umani partecipano e dipendono dalla natura La natura offre risorse ma ha anche un valore intrinseco Utilizzare nutrienti e cicli di energia naturali Lavorare con un approccio ecologico di ciclo chiuso sviluppo di un sistema diversificato ed equilibrato Incorporare pi prodotti e processi naturali Utilizzare metodi colturali che restituiscano salute al suolo Diversit Ampia base genetica Policolture, rotazioni Integrazione fra agricoltura e allevamento Eterogeneit di sistemi colturali Approccio interdisciplinare (scienze naturali e sociali), partecipativo (inclusione degli agricoltori), sistemico

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Controllo Calcolo di tutti i costi Risultati nel lungo periodo importanti quanto quelli nel breve periodo Maggior uso di risorse rinnovabili, preservazione delle risorse non rinnovabili Consumo sostenibile, stili di vita pi semplici Accesso in condizioni di equit ai bisogni fondamentali Riconoscimento e inclusione di altri saperi e pratiche, una base di conoscenza pi eterogenea

(35) Annette Aurlie Desmarais, La Va Campesina. La globalizzazione e il potere dei contadini, Jaca Book, Milano, 2009, p.63. (36) Carlo Petrini, Buono, pulito e giusto. Princip di nuova gastronomia, Einaudi, Torino, 2005, pp.136. (37) Raj Patel, Il valore delle cose e le illusioni del capitalismo, Feltrinelli, Milano, prima edizione in Serie Bianca marzo 2010, pp.167-168. In Diritti al cibo! Agricoltura sapiens e governance alimentare (Jaca Book 2009) di Luca Colombo e Antonio Onorati, leggiamo: Le piccole aziende non sono un residuo del passato o una zavorra: esse sono portatrici di molteplici esperienze tecniche e sociali divenute oggi pratiche correnti, rendono lagricoltura pi autonoma, pi economa in energia e consumi, pi capace di integrarsi in circuiti corti di trasformazione e commercializzazione alla portata dei contadini e pi vicina ai consumatori. Non si tratta, quindi, di elaborare interventi di politica sociale per aiutare questi tipi di azienda a sparire lentamente senza sommosse, ma, al contrario, di elaborare politiche agricole capaci di riconoscere e promuovere questi produttori perch necessari domani, in particolare per garantire la sovranit alimentare in uneconomia di prossimit capace di affrontare con strumenti validi ed efficaci limpatto dei cambiamenti climatici in corso (p.27). (38) Ibidem, p.168. (39) In Eric Holt-Gimnez e Raj Patel con Annie Shattuck, Food Rebellions! La crisi e la fame di giustizia, Slow Food Editore, Bra, 2010, p.297 viene riportata la seguente definizione di Agrocarburanti: carburanti di origine biologica prodotti su scala industriale centralizzata, utilizzati in prevalenza come carburanti liquidi per veicoli. Gli agrocarburanti si possono ricavare da granturco, soia, canna da zucchero, canola, jatropha, olio di palma o da cosiddette colture di seconda generazione come panico verga, Miscathus (canaria), alberi e foraggi. Il termine talvolta contrapposto a biocarburante, che si riferisce a produzioni di natura simile ma locali, decentralizzate, di propriet degli agricoltori e di piccole dimensioni. Dello stesso testo si veda anche il capitolo 4 Gli agrocarburanti: una cattiva idea nel momento peggiore possibile (pp.101-115). (40) Oggi non sono molti coloro che si stanno rendendo conto del ruolo strategico del settore agroalimentare rispetto ad altri settori. A causa dellimpazzimento dei prezzi alimentari, degli sconvolgimenti della dieta del pianeta, dei cambiamenti climatici, della fame dei poveri e della sete delle auto, lalimentazione rientra a far parte a pieno titolo delle priorit internazionali. Leconomia futura vedr il rilancio del settore primario, rimetter al centro il cibo: non quello senza origine e girovago, oggetto di speculazione finanziaria, materia prima emblema di unagricoltura industriale proiettata su consumi di massa su scala planetaria; ma un cibo strutturalmente legato al territorio, ancorato a mercati di prossimit e alla sapienza dei produttori, volto a garantire il diritto allalimentazione e soprattutto funzionalmente legato alla sopravvivenza sociale, economica e culturale dei soggetti impegnati nella produzione e messa a disposizione degli alimenti. Questa rinnovata attenzione al settore primario rientra nella forte presa di coscienza di chi ha capito che il mondo sta cambiando e che il settore agroalimentare il quale sta riappropriandosi di un ruolo profondamente innovativo tuttaltro che una forma primitiva di economia.

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Questa rinnovata attenzione per la qualit del nostro cibo e delle nostre vite punta inoltre al rilancio di valori solidali che non sono semplice esercizio di buonismo, ma rappresentano il tentativo sincero di lavorare per il bene comune, che la fonte principale da cui attingere il proprio benessere e quello delle future generazioni. Proprio a tale scopo attualmente in preparazione Generation Food, un nuovo documentario, libro e progetto multimediale grazie al quale Steve James, Raj Patel e quattordici ricercatori condivideranno e diffonderanno le storie di comunit e organizzazioni che stanno gi inventando modi migliori per mangiare oggi in modo che tutti possano mangiare bene in avvenire: http://generationfoodproject.org (41) Eric Holt-Gimnez e Raj Patel con Annie Shattuck, Food Rebellions! La crisi e la fame di giustizia, p.241. (42) Le sempre pi scarse riserve di carburanti fossili, la fertilit del suolo e lacqua sono le fondamenta pericolanti dellodierno sistema alimentare, eppure i contestatori che cercano di ricordarlo vengono immediatamente imbavagliati. Christine Dann, unattivista del Partito verde neozelandese, ha vissuto unesperienza del genere quando i suoi appelli al cibo sostenibile hanno incontrato orecchie da mercante durante le riunioni con i ministri, nonostante una sfilza di prove incontestabili. questo che combattiamo, il re nudo ma a noi non permesso gridare che non ha i vestiti addosso. I Verdi della Nuova Zelanda sono impegnati da cinque anni in una campagna alimentare per il cibo sicuro, Safe, un acronimo che sta per sostenibile quanto a produzione, accuratezza nelletichetta, libero (free) da sostanze chimiche, malattie e contaminazioni ed etico nella sua commercializzazione. I cittadini comuni hanno una visione del cibo pi olistica del governo. Vogliono sapere da dove viene la roba, com stata coltivata e lavorata e che cosa contiene esattamente. Ma quando la libert di scelta del consumatore collide con linteresse aziendale sotto forma di libero scambio, cio commercio libero da considerazioni etiche, sanitarie e ambientali, allora il governo neozelandese si schiera costantemente dalla parte delle multinazionali, sostiene Dann (R. Patel, I padroni del cibo, pp.216-217). (43) Ibidem, p.231. (44) Per diventare sovrani alimentari non possiamo permettere che siano le filastrocche e le favolette a dominare le nostre idee in tema di cibo, n possiamo basarci su qualche motivazione viscerale per spiegare la fame e lobesit. Un impegno per la sovranit alimentare esige che rimaniamo curiosi sul sistema alimentare, sui semi e sul contesto in cui prodotto il cibo, chiedendoci se stato geneticamente modificato, chi possedeva i terreni, come sono trattati i lavoratori. Possiamo mettere in discussione le risorse che hanno reso possibile la sua produzione: da dove veniva, come ci arrivato, quanta acqua c voluta per coltivarlo, quanto carburante fossile stato usato per crescerlo e trasportarlo? Per possiamo indagare anche la capacit di accedere al cibo che vorremmo: quanto tempo ci resta per mangiare in famiglia, cucinare, quanta parte del reddito vorremmo spendere in cibo, quali alimenti vorremmo mangiare per ci proibito? Possiamo porre domande sul contesto internazionale: quali sono le condizioni nei paesi in cui prodotto il nostro cibo, che debito illegittimo devono rifondere, quanto sono liberi i locali di vivere la propria vita, quanti diritti hanno, come possono aiutarli o danneggiarli i consumatori? Sono domande da porci ogni volta che sentiamo un notiziario, quando sfidiamo i nostri rappresentanti eletti, quando costruiamo la nostra democrazia (Ibidem, p.230). (45) La dedizione, la fiducia, il rispetto, la gratitudine tornano allattenzione di un pubblico sempre pi interessato a riscoprire la dimensione relazionale e cooperativa delluomo. un interesse che tocca anche la famiglia, il primo e pi importante ambiente in cui luomo viene al mondo e si sviluppa. Anche se economicamente florido, il futuro della societ, senza la famiglia, appare davvero fragile. Perch il mercato non il tutto di una societ; solo uno degli elementi che la costituiscono. Per secoli non stato la

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componente pi importante e nelle condizioni odierne pu subire rapide mutazioni che nessun governo, per quanto stabile e forte, in grado di contrastare. Quelle sopraelencate sono virt che hanno un valore costitutivo per il legame interpersonale, perch mirano a instaurare o a ristabilire relazioni con gli altri che abbiano valenza costruttiva. La fiducia stessa in questi rapporti non per acquisizione pacifica di certezze; un cammino, un itinerario che conosce la fatica della ricerca e dellincomprensione, ma anche la gioia della scoperta; e mantiene con pazienza e perseveranza lobiettivo della cooperazione. Non da escludere che questo modo di pensare e di dare un senso alle proprie relazioni possa richiedere prassi educative pi efficaci nel modificare atteggiamenti sclerotizzati, nellannullare pregiudizi e immagini stereotipate, potenziando un pensiero flessibile e meglio capace di cogliere i diversi aspetti in cui si declina ogni situazione. Occorrono senzaltro metodi educativi nuovi, in grado di potenziare quelle capacit empatiche che permettono ai singoli e ai gruppi di sperimentare sentimenti di altre persone, di fare propri i loro pensieri e di tenerne conto. (46) Raj Patel, I padroni del cibo, p.21. (47) Per un approfondimento rimando a Eric Holt-Gimnez e Raj Patel con Annie Shattuck, Food Rebellions! La crisi e la fame di giustizia, Slow Food Editore, Bra, 2010; Eric Holt-Gimnez, The World Food Crisis Whats Behind It and What We Can Do About it, in Food First Policy Brief, 16, Institute for Food and Development Policy, Oakland 2008.

(48) Ibidem, p.241.


(49) Carlo Petrini, Buono, pulito e giusto. Princip di nuova gastronomia, pp.14-15. (50) Ibidem p.15. (51) Annette Aurlie Desmarais, La Va Campesina. La globalizzazione e il potere dei contadini, p.14.

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