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R.Galetto A.

Spalla - Lezioni di Topografia



Indice - pagina I
CAPITOLO I - TEORIA DEGLI ERRORI
1 Trattamento delle misure dirette.
1.1 Considerazioni generali.
1.2 Grandezze e quantit di grandezza.
1.2.1 Prima definizione di grandezza.
1.2.2 Seconda definizione di grandezza.
1.2.3 Classi di grandezze.
1.2.4 Classi di grandezze di divisibilit.
1.2.5 Definizione di misura di una grandezza.
1.2.6 La misura delle grandezze di divisibilit.
1.2.7 Classi di grandezza la cui misura riconducibile alla misura di una grandezza di
divisibilit.
1.2.8 Descrizione operazionale della misura di una grandezza di tipo quantitativo.
1.3 Le misure e l'ambiente reale.
1.4 Origine della dispersione delle misure.
1.4.1 Sensibilit e precisione degli strumenti di misura.
1.4.2 Influenza dell'ambiente.
1.4.3 Definizione di errore accidentale
1.4.4 Lo sviluppo teorico della teoria degli errori.
1.5 Variabili statistiche e variabili casuali.
1.5.1 Variabile statistica.
1.5.2 Variabile casuale discontinua.
1.6 Determinazione della misura diretta di una quantit di grandezza.
1.6.1 Analisi statistica dei risultati di n misure ripetute.
1.6.2 Le popolazioni di misure possibili come variabili casuali normali.
1.6.3 Determinazione dei valori approssimati dei parametri X e di una popolazione
di misure possibili.
1.6.4 Caso in cui l'e.q.m. noto a priori.
1.6.5 Differenza tra errore quadratico medio e tolleranza.
1.6.6 Media ponderata.
2. Trattamento delle misure indirette.
3. Metodo delle osservazioni indirette.
3.1 Impostazione del metodo.
3.2 Linearizzazione delle equazioni generatrici.
3.3 Applicazione del principio dei minimi quadrati.
3.4 Iterazione dei calcoli.
3.5 Valutazione della precisione dei risultati.
3.6 Il problema dell'attribuzione dei pesi.

CAPITOLO II - STRUMENTI TOPOGRAFICI
1 Le grandezze che sono oggetto delle misure.
1.2 Dislivelli.
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Indice - pagina II
1.3 Distanze.
1.4 Strumenti con cui si effettuano le misure
2 La materializzazione dei punti.
3
3 Il treppiede.
3.1 Struttura.
3.2 Modo d'impiego.
3.3 Possibilit di posizione eccentrica del vitone.
4 Il cannocchiale topografico.
4.1 Struttura.
4.2 Funzionamento.
4.2.1 Funzione del reticolo.
4.2.2 Funzione della lente interna.
4.2.3 Funzioni della lente oculare.
4.2.4 Semplificazioni introdotte nelle spiegazioni date in questo paragrafo.
4.2.5 Posizione del primo fuoco nel cannocchiale topografico.
5 La basetta.
5.1 Struttura.
5.2 Uso delle viti calanti per rendere verticale un asse.
5.3 Intercambiabilit tra teodolite e segnale.
5.4 Piombino ottico.
6. Le livelle e il loro impiego.
6.1. La livella torica.
6.2 Sensibilit della livella torica.
6.3 Funzione della livella torica negli strumenti topografici.
6.3.1 Livella torica usata per rendere orizzontale un'asse.
6.3.2 Livella torica usata per rendere verticale un asse.
6.3.3 Uso combinato di due livelle toriche.
6.3.4 Livella torica a coincidenza.
7 La livella sferica.
7.1 Struttura.
7.2 Uso della livella sferica per rendere verticale un asse.
8 La funzione della basetta.
8.1 La basetta munita di livella sferica.
8.2 La basetta usata come supporto di uno strumento topografico.
8.3 La basetta usata come supporto di un segnale.
8.4 Intercambiabilit tra strumento topografico e segnale.
9 Il teodolite.
9.1 Premessa.
9.2 Descrizione dello strumento.
9.3 Misura degli angoli azimutali.
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Indice - pagina III
9.4 Misura degli angoli zenitali.
9.5 Condizioni di rettifica del teodolite.
9.6 Errori che influenzano la determinazione degli angoli azimutali.
9.6.1 Errore di eccentricit dell'alidada.
9.6.2 Errori causati da srettifiche di costruzione.
9.6.3 Errore di verticalit dell'asse primario.
9.7 Errori che influenzano la determinazione degli angoli zenitali.


9.7.1 Srettifica dovuta alla presenza dello zenit strumentale (Z).
9.7.2 Errore dovuto all'eccentricit del cerchio verticale.
9.7.3 Errore residuo di verticalit.
10 Misura diretta delle distanze mediante distanziometri elettronici
10.1 Richiami sulle onde elettromagnetiche.
10.1.1 Periodo, frequenza, intensit istantanea
10.1.2 Fase.
10.1.3 Modulazione in ampiezza,
10.2 Schema di un distanziometro elettronico topografico.
10.3 Funzionamento del distanziometro.
10.4 Alcune considerazioni aggiuntive sui distanziometri.
10.5 Strumenti che misurano angoli e distanze.
11 Misura indiretta di distanze mediante tacheometro.
11.1 Il metodo
11.2 Analisi della precisione del metodo.

CAPITOLO III - IL SISTEMA CARTOGRAFICO NAZIONALE
1 Il problema cartografico.
1.1 Impostazione generale
1.2 La Terra, il geoide, lo sferoide, lellissoide
1.2.1 La Terra
1.2.2 Il geoide
1.2.3 Lo sferoide
1.2.4 Lellissoide
1.3 Quota ortometrica e quota ellissoidica
1.4 Legame tra coordinate ellissoidiche geografiche e coordinate geocentriche
1.5 Ellissoide geocentrico ed ellissoide nazionale
1.6 La sfera locale
1.7 Ricapitolazione sulla posizione del problema cartografico.
2 Rete di inquadramento planimetrica.
2.1 Determinazione delle coordinate ellissoidiche dei vertici trigonometrici.
2.1.1 Premessa
2.1.2 Coordinate geografiche terrestri.
2.1.3 Collegamento tra ellissoide e superficie fisica della Terra in un punto arbitrario.
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2.1.4 Scelta dei vertici trigonometrici.
2.1.6 Calcoli eseguiti per la determinazione delle coordinate ellissoidiche.
2.1.7 Suddivisione della porzione di ellissoide che riguarda lItalia in due fusi
2.1.8 Punto della situazione.
2.2 La carta di Gauss.
2.2.1 Criteri sui quali basata la carta di Gauss.
2.2.2 Motivo per il quale sono stati introdotti i due fusi ellissoidici.
2.2.3 Introduzione del cilindro secante.
2.2.4 Modulo di deformazione per elementi finiti.
2.2.5 La propriet della conservazione degli angoli e le sue implicazioni pratiche
2.2.6 Trasformata, tangente e corda di un arco ellissoidico nella carta di Gauss
2.2.7 Inserimento rigoroso di un angolo azimutale nella carta di Gauss
2.2.8 Inserimento semplificato di un angolo azimutale nella carta di Gauss
2.3 Inserimento delle distanze misurate sul terreno nel sistema cartografico nazionale.
2.3.1 Definizione di distanza topografica.
2.3.2 Semplificazione del problema mediante l'introduzione della sfera locale e di uno
schema geometrico di comodo
2.3.3 Passaggio dalla distanza reale misurata alla distanza topografica.
2.3.4 Introduzione diretta delle misure di angoli e distanze nella proiezione di Gauss.

CAPITOLO IV - LA CARTOGRAFIA TRADIZIONALE DISEGNATA
1 Generalit.
2 Le funzioni della cartografia
3 Il rapporto di scala della cartografia.
4 Esempi di cartografia alle diverse scale.

CAPITOLO V - RILIEVO TOPOGRAFICO CLASSICO
1 Descrizione schematica della costruzione di una carta.
1.1 Impostazione concettuale della costruzione della planimetria.
1.2 Impostazione concettuale della costruzione dellaltimetria.
2 Funzione della rete di inquadramento.
3 Rilievo planimetrico.
3.1 Triangolazioni.
3.1.1 Rete di inquadramento
3.1.2 Calcolo della rete.
3.2 Applicazione del metodo delle osservazioni indirette a problemi topografici.
3.2.1 Sviluppo del procedimento completo su un esempio.
3.2.2 Generalizzazione del problema
3.3 Intersezioni.
3.3.1 Intersezione in avanti.
3.3.2 Intersezione inversa.
3.3.3 Osservazione importante sulla questione rete di base punti di infittimento.
3.4 Poligonali.
3.4.1 Poligonale ordinaria
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Indice - pagina V
3.4.2 Poligonale di precisione.
3.5 Celerimensura.
4 Rilievo altimetrico.
4.1 Livellazione geometrica.
4.1.1 Premessa.
4.1.2 Principio del metodo.
4.1.3 Descrizione del livello.
4.1.4 Livelli ordinari e livelli di precisione: precisioni conseguibili
4.1.5 Come valutare la precisione conseguibile nelle operazioni di livellazione
geometrica
4.1.6 Livellazione geometrica di precisione.
4.1.7 Determinazione delle coordinate altimetriche nel rilievo topografico a grande e
media scala mediante livellazione geometrica.
4.1.8 Compensazione globale di un sistema a pi poligonali mediante il metodo delle
osservazioni indirette
4.2 La livellazione trigonometrica ( L. T. ).
4.2.1 Premessa.
4.2.3 Schematizzazione del problema.
4.2.4 Schematizzazione dell'operazione.
4.2.5 Influenza della rifrazione atmosferica.
4.2.6 Precisione del metodo.
4.2.7 Impiego della livellazione trigonometrica.
4.3 Livellazione tacheometrica.


CAPITOLO VI- LA TECNICA TOPOGRAFICA NEI COLLAUDI E CONTROLLI
DI GRANDI STRUTTURE
1 Considerazioni preliminari.
1.1 Spostamenti assoluti e spostamenti relativi.
1.2 Il metodo di misura variometrico e quello per differenza di posizione.
1.3 Classificazione dei casi trattati.
2 Determinazione di spostamenti verticali.
2.1 Impiego della livellazione geometrica.
2.1.1 Metodologia classica
2.1.2 Uso di stadiette di vetro
2.1.3 Precisione conseguibile nella determinazione degli spostamenti verticali
2.2 Impiego della livellazione trigonometrica.
2.3 Impiego della livellazione idrostatica di precisione.
2.4 Clinometro
3 Determinazione degli spostamenti orizzontali.
3.1 Impiego della triangolazione.
3.2 Uso del collimatore
3.3 Uso dei distanziometri elettroottici
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Indice - pagina VI
3.3.1 Indicazioni di un metodo per l'eliminazione dell'errore dovuto alla precisione
intrinseca dello strumento e applicazione del metodo per il controllo delle
deformazioni di una diga con criterio variometrico.
3.3.2 Indicazione di un metodo per l'eliminazione dell'errore dovuto alla non perfetta
conoscenza delle condizioni atmosferiche.

CAPITOLO VII - IL SISTEMA GPS
1. La Geodesia classica e la Geodesia spaziale.
2. Struttura del sistema GPS.
3. La determinazione delle coordinate di un punto.
3.1 Il principio di base.
3.2. Dalle coordinate geocentriche alle coordinate ellissoidiche
4. La prassi operativa.
4.1 La tecnica differenziale
4.2 Un uso riduttivo del sistema GPS: il GPS come distanziometro
4.3 Luso cinematico del GPS
4.3.1 Utilizzazione nella tecnica fotogrammetrica
4.3.2 Applicazioni in campo civile
5. La rete dei vertici trigonometrici GPS dellIGMI

CAPITOLO VIII - FOTOGRAMMETRIA
1 Concetti generali.
1.1 Semplificazione del problema della rappresentazione cartografica del territorio.
1.2 Il concetto di base della fotogrammetria.
1.3 Fotogrammetria analogica, analitica e digitale.
1.3.1 Premessa: il fenomeno fisiologico della vista
1.3.2 La fotogrammetria analogica.
1.3.3 La fotogrammetria analitica
1.3.4 La fotogrammetria digitale.
1.3.5 Fotogrammetria aerea e fotogrammetria terrestre
1.4 Lacquisizione del dato primario: i fotogrammi.
1.4.1 Le fotografie aeree in uso nella fotogrammetria.
1.4.2 La camera fotogrammetrica.
1.4.3 I fotogrammi prodotti da una camera fotogrammetrica.
1.4.4 Le onde elettromagnetiche dello spettro della luce visibile, dell'infrarosso vicino e
dell'infrarosso termico.
1.4.5 Le pellicole fotografiche.
1.5 Schema di ripresa fotogrammetrica.
1.6 Le condizioni meteorologiche e le riprese da aereo.
2. Fotogrammetria analitica.
2.1 Il sistema di riferimento interno della camera da presa.
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Indice - pagina VII
2.2 Lo strumento restitutore analitico.
2.3 La procedura di orientamento interno di un fotogramma.
Dalle coordinate strumentali alle coordinate lastra
2.3.1 La procedura semplice.
2.3.2 La procedura che tiene conto della deformazione della pellicola
2.4 Lequazione di collinearit
2.4.1 Impostazione dellequazione di collinearit
2.4.2 La matrice di rotazione tra il sistema (X,Y,Z) e il sistema (x,y,z)
2.4.3 Forma definitiva delle equazioni di collinearit per due raggi omologhi.
2.5 Sulla possibilit di utilizzare in diversi modi le equazioni di collinearit.
2.6 Lorientamento relativo di due fotogrammi.
2.6.1 Il concetto generale
2.6.2 Scelta del sistema di riferimento arbitrario
2.6.3 Lequazione di condizione per lorientamento relativo
2.6.4 Calcolo delle coordinate dei punti del modello nel sistema arbitrario
2.7 Lorientamento assoluto del modello stereoscopico
2.8 La determinazione dei punti di appoggio con metodo topografico
2.9 La fase di restituzione
2.10 Rilievo fotogrammetrico e rilievo topografico
2.11 La triangolazione aerea a modelli indipendenti
2.11.1 Struttura del blocco, punti nadirali, di legame e di appoggio
2.11.2 Le operazioni di misura
2.11.3 Il programma di calcolo
2.11.4 Valutazione della precisione del calcolo del blocco
2.11.5 Uso dei risultati della triangolazione aerea
2.12 La triangolazione aerea a stelle proiettive con punti di appoggio e quella
integrata da dati GPS
2.12.1 La triangolazione aerea a stelle proiettive con punti di appoggio
2.12.2 La triangolazione aerea a stelle proiettive con dati GPS
3. Iter per la realizzazione di un rilievo con metodo fotogrammetrico.
3.1 Progettazione ed allestimento del materiale necessario per la costruzione di una
carta.
3.2 Restituzione fotogrammetrica.
3.3 La revisione sul terreno.
3.4.1 Editing cartografico
3.4.2 Il prodotto finale numerico
3.4.3 Il prodotto finale grafico
3.5 Schemi delle fasi di realizzazione di cartografia con metodo fotogrammetrico

CAPITOLO IX - CARTOGRAFIA NUMERICA
1 Caratteristiche della cartografia numerica
1.1 Schema concettuale
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Indice - pagina VIII
1.1.1 Cartografia tradizionale e cartografia numerica: analogia dei rispettivi schemi
concettuali
1.1.2 Definizione della cartografia numerica
1.1.3 Tipologia della cartografia numerica
1.2 Scala nominale
1.3 Caratteristiche del contenuto planimetrico e altimetrico della cartografia
numerica
1.3.1 Il contenuto planimetrico
1.3.2 Contenuto altimetrico della cartografia.
1.4 Funzione del sistema di codifica
2 Metodi di produzione
2.1 Metodo fotogrammetrico numerico diretto
2.2 Digitalizzazione di cartografia esistente
3 Intervento sui dati
3.1 Editing cartografico
3.2 Stazioni grafiche interattive
3.2.1 Funzionalit
3.2.2 Generalit sulle configurazioni hardware
3.3 Differenze di esigenze fra sistemi per la produzione e sistemi per l'utilizzo della
cartografia numerica
4 Aggiornamento della cartografia numerica
5 Organizzazione dei dati e loro trasferimento
5.1 Struttura dei dati
5.2 Formato di trasferimento della cartografia numerica
6 La cartografia numerica e i sistemi informativi territoriali (SIT)

APPENDICI
1. Sistemi di misura degli angoli.
2. Angoli di direzione.
2.1 Definizioni e convenzioni
2.2 Langolo di direzione nel calcolo delle coordinate di un punto
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Capitolo I - Teoria degli errori
pagina 1
CAPITOLO I

TEORIA DEGLI ERRORI


1 Trattamento delle misure dirette.

1.1 Considerazioni generali.

Lo studio degli errori di osservazione riveste una importanza fondamentale in tutte le scienze
sperimentali, quando cio si devono effettuare delle misure e si vogliono stabilire i criteri pi
opportuni per raggiungere una certa approssimazione, valutare le entit degli errori che si sono
commessi o determinare i valori numerici da assumere per le grandezze misurate o per altre ad
esse collegate da relazioni analitiche.
Presenta un interesse notevole lo studio degli errori nelle misure topografiche, dal momento
che la loro precisione deve essere spinta talvolta a limiti molto elevati che solo una scelta
accurata di strumenti e di metodi, unita a particolari accorgimenti di osservazione, pu
consentire di ottenere.
E' comunque il caso di sottolineare subito che la teoria degli errori non costituisce una guida
indispensabile soltanto nelle misure di grande precisione, bens in tutte le misure, in quanto
occorre, caso per caso, scegliere i procedimenti pi opportuni per raggiungere il risultato
voluto con la massima economia di tempo e di mezzi e bisogna, inoltre, sapere che quel
risultato stato ottenuto cio che si raggiunta la desiderata approssimazione.


1.2 Grandezze e quantit di grandezza.

1.2.1 Prima definizione di grandezza.

Una grandezza una caratteristica che viene riconosciuta come comune in singole
concretizzazioni di concetti che nascono dallosservazione della realt.
Esempio. Sollevando oggetti diversi ne riportiamo una differente sensazione di sforzo;
da questa osservazione nasce il concetto di peso; il peso una caratteristica che
riconosciamo come comune in singole concretizzazioni; il peso una grandezza.


1.2.2 Seconda definizione di grandezza.

Bertrand Russel cos definisce una grandezza:
Esiste una certa coppia di relazioni indefinibili, maggiore o minore; queste relazioni sono
simmetriche e transitive e sono incompatibili luna con laltra. Ognuna inversa dellaltra nel
senso che ogni volta che una valida tra A e B e laltra valida tra B ed A. I termini che
risultano suscettibili di queste relazioni sono grandezze.
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Capitolo I - Teoria degli errori
pagina 2
Ogni grandezza ha una certa relazione particolare con qualche concetto, espressa dicendo che
essa una grandezza di quel concetto.
Due grandezze che hanno questa relazione col medesimo concetto si dicono dello stesso
genere; essere dello stesso genere la condizione necessaria e sufficiente per la relazione di
maggiore e minore


1.2.3 Classi di grandezze.

Una classe di grandezze linsieme delle grandezze di uno stesso genere.
Un chilometro, un metro, un millimetro sono concretizzazioni di un medesimo concetto, cio
del concetto di lunghezza, sono quindi grandezze di uno stesso genere; le grandezze di uno
stesso genere formano una classe di grandezze.


1.2.4 Classi di grandezze di divisibilit.

Consideriamo un tutto formato da un numero di parti semplici che lo compongono. Chiamiamo
divisibilit il numero di parti che compongono il tutto. La divisibilit una grandezza; infatti la
divisibilit di un tutto sar maggiore o minore a seconda del numero di parti che lo
compongono.
Tutti i fenomeni fisici che sono assimilabili ad un tutto scomponibile in parti semplici
possiedono la grandezza di divisibilit. La divisibilit costituisce una classe di grandezze.
Esempio
Il numero di pezzi di cui costituita una locomotiva la divisibilit della locomotiva; il
numero di pezzi di cui costituita una penna a sfera la divisibilit della penna a sfera.
Se il numero di pezzi di cui composta la locomotiva maggiore di quello di cui
composta la penna a sfera si dir che la grandezza di divisibilit della locomotiva
maggiore della grandezza di divisibilit della penna a sfera.


1.2.5 Definizione di misura di una grandezza.

Definizione generale di misura di una grandezza secondo Russel.
Dicesi misura di una grandezza, nel senso pi generale, qualsiasi metodo con cui si stabilisca
una corrispondenza univoca e reciproca tra una grandezza di un determinato genere e un
numero intero.


1.2.6 La misura delle grandezze di divisibilit.

La definizione di misura di una grandezza data da Russel valida per grandezze di qualsiasi
classe, ma si adatta particolarmente bene alla classe di grandezze di divisibilit.
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Capitolo I - Teoria degli errori
pagina 3
Infatti la misura di una grandezza di divisibilit si effettua semplicemente contando le parti che
compongono il tutto ed associando tale numero alla quantit di grandezza.
Inoltre quando due grandezze sono delle divisibilit, non soltanto possiamo misurarle con due
numeri, ma la somma dei due numeri che le misurano dar direttamente la misura della
grandezza che la somma delle due grandezze di divisibilit.


1.2.7 Classi di grandezza la cui misura riconducibile alla misura di una grandezza di
divisibilit.

Vi sono delle classi di grandezza chiamate di tipo quantitativo.
Per una grandezza che appartiene a questa classe il valore zero della sua misura ha significato
di non esistenza, mentre un valore non nullo della misura, che sempre espresso da un
numero positivo, ha significato di entit della grandezza, nel senso che tanto pi grande il
numero che rappresenta la misura, tanto maggiore lentit della grandezza.
La misura delle grandezze di tipo quantitativo, pu essere ricondotta alla misura di una
grandezza di divisibilit.


1.2.8 Descrizione operazionale della misura di una grandezza di tipo quantitativo.

Oggetto di unoperazione di misura diretta una quantit di grandezza, cio un oggetto che
concretizza nella realt un concetto di grandezza.
Stabilito ad esempio che la lunghezza una grandezza, che le quantit di tale grandezza sono
misurabili poich tra esse ha senso il concetto di maggiore e minore, vediamo come viene
eseguita la misura diretta della lunghezza di una quantit di lunghezza.
Supponiamo si voglia misurare la lunghezza di un barra metallica L.
Lo schema logico di esecuzione di una misura diretta il seguente:
si stabilisce ununit di misura U
si sommano tante unit di misura U fino a formare una quantit di grandezza G di paragone
che giudichiamo uguale a L
si contano quante unit di misura U si sono sommate per formare G, cio si misura la
numerosit di G;
si assume come misura di L la numerosit di G.
Molte volte non ci accorgiamo di applicare questa procedura, ma in realt la misura diretta di
una quantit di grandezza avviene sempre in questo modo.
Esempio
Quando misuriamo con una riga millimetrata lunga un metro la lunghezza di un
oggetto, non ci rendiamo conto che parte delloperazione di misura gi stata fatta da
chi ha costruito il metro; e cio: stata scelta lunit di misura millimetro e la si
sommata mille volte; quando noi effettuiamo la misura di un oggetto accostiamo lo zero
della riga ad unestremit delloggetto e guardiamo il punto in cui cade, sulla riga,
laltra estremit delloggetto; cos facendo creiamo sulla riga una quantit di grandezza
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Capitolo I - Teoria degli errori
pagina 4
di paragone la cui lunghezza stimiamo uguale a quella delloggetto che vogliamo
misurare; dopodich leggiamo il valore della misura sulla riga, il che equivale a contare
quanti millimetri lunga la quantit di paragone; infine assumiamo come misura
delloggetto il valore letto sulla riga, il quale corrisponde appunto alla numerosit della
grandezza di paragone che abbiamo creato sulla riga.
Lunica differenza tra lesempio fatto e lo schema concettuale sopra esposto rispecchia il fatto
che, molte volte, gli strumenti di misura offrono gi una somma di unit di misura che permette
di misurare quantit di grandezza che vanno da zero a un certo valore massimo; nellesempio
fatto questo valore massimo appunto una lunghezza di un metro.
La massima quantit di grandezza misurabile con uno strumento di misura un parametro
molto importante che, come vedremo tra poco, serve a definire la precisione dello strumento.
Le misure delle grandezze di tipo quantitativo effettuate secondo lo schema descritto si dicono
misure dirette.
In realt lunica vera misura diretta il conteggio, operazione nella quale consiste la misura
delle grandezze di divisibilit. Tuttavia, per il fatto di adottare uno schema operazionale che
riconduce la misura delle grandezze di tipo quantitativo alla misura di una grandezza di
divisibilit, si dice appunto che le misure di grandezze di tipo quantitativo, effettuate secondo lo
schema sopra descritto, sono misure dirette.


1.3 Le misure e l'ambiente reale.

Quando si effettua la misura di una quantit di grandezza lo scopo delloperazione quello di
associare in modo univoco un numero alla quantit di grandezza sottoposta all'operazione di
misura.
Quantit di grandezza e misure devono corrispondersi univocamente.
Ad ogni quantit di grandezza deve cio corrispondere una ed una sola misura e ad un numero
deve corrispondere, nell'ambito della stessa classe di grandezza, una ed una sola quantit di
grandezza.
Si constata invece che, ripetendo pi volte la misura di una stessa quantit di grandezza,
variano i risultati che si ottengono.
Diventa a questo punto necessario, per ridurre ad un unico valore la molteplicit di numeri che
si riferiscono ad una stessa quantit di grandezza, cercare le cause che generano questa
variabilit di risultati della misura ripetuta e definire delle modalit per ricavare un unico valore
dalla molteplicit dei valori ottenuti mediante le operazioni di misura ripetute.
Tali cause vengono individuate in due possibili categorie, una legata pi propriamente ai limiti
imposti dagli strumenti con cui le operazioni di misura vengono effettuate, l'altra legata
all'ambiente in cui tali operazioni hanno luogo.




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Capitolo I - Teoria degli errori
pagina 5


1.4 Origine della dispersione delle misure.

1.4.1 Sensibilit e precisione degli strumenti di misura.

Si definisce sensibilit di uno strumento la pi piccola quantit di grandezza misurabile
univocamente con esso.
Esempi:
per un righello millimetrato la sensibilit 1 mm;
per una bilancia con scala graduata in grammi la sensibilit 1 grammo.
Si definisce precisione di uno strumento il rapporto tra la sensibilit dello strumento e la
massima quantit di grandezza che lo strumento pu misurare. La precisione quindi un
numero adimensionale; si dice che la precisione di uno strumento tanto maggiore quanto
minore il numero che la esprime.
Esempi:
una riga di 1 metro con suddivisione in millimetri ha una precisione di
1
1000
10
3
mm
mm
=


una bilancia che pu pesare una massa di entit massima di 10 kg e avente una
graduazione in grammi ha un precisione di
1
10000
10
4
g
g
=


Per il fatto di essere adimensionale, la precisione ci permette di confrontare l'accuratezza di
misure di diverso tipo che intervengono nella determinazione di una grandezza misurata
indirettamente.
Una delle cause che crea la mancanza di univocit sui valori ottenuti nel ripetere la misura di
una stessa quantit di grandezza, risiede nel fatto che generalmente noi usiamo gli strumenti
pretendendo di aumentare con operazioni di stima la sensibilit, oppure con operazioni
ripetitive la precisione.
Ad esempio misuriamo una lunghezza con un righello millimetrato e stimiamo i decimi di
millimetro se la lunghezza non risulta uguale ad un numero finito di millimetri.
Oppure misuriamo una lunghezza di decine di metri riportando pi volte una riga di un metro,
commettendo delle imprecisioni.
Questi due fatti, cio
usare uno strumento al di fuori del suo campo di precisione,
pretendere di aumentarne la sensibilit con un'operazione di stima,
introducono nell'operazione di misura dei fattori soggettivi, cio dipendenti dal modo di
eseguire la misura da parte dell'operatore; questi fattori non si mantengono costanti al ripetersi
dell'operazione di misura.
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Capitolo I - Teoria degli errori
pagina 6
Questo causa una dispersione dei valori numerici che rappresentano il risultato delle misure.


1.4.2 Influenza dell'ambiente.

Un altro elemento che genera la dispersione dei valori numerici ottenuti ripetendo le misure di
una stessa quantit di grandezza, dovuto all'influenza dell'ambiente nell'operazione di misura.
L'ambiente in cui avviene la misura infatti caratterizzato da parametri (temperatura, umidit,
pressione atmosferica ecc.) che non hanno un valore costante, ma oscillano in un certo campo.
Possiamo vedere quindi il numero X che rappresenta la misura eseguita in un certo istante
come un particolare valore di una funzione f che dipende:
dalla quantit di grandezza G che si misura;
dall'unit di misura U che si adotta;
da parametri u, v, w,....t che caratterizzano l'ambiente;
X = f (G/U, u, v, w,...t)
Se durante un intervallo di tempo ripetiamo la misura, i valori dei parametri ambientali
varieranno da misura a misura, e quindi si avranno diversi valori di X; pertanto nell'accingerci
ad effettuare un'operazione di misura non dobbiamo pensare ad un solo risultato possibile, ma
ad una molteplicit di risultati possibili.
Poich non vi univocit nel valore della misura, il primo quesito a cui di deve dare risposta :
quale , tra tutti i possibili valori che si potrebbero registrare, quello che potremmo assumere
come misura vera della quantit di grandezza G?
Si conviene di assumere come misura vera Xdella quantit di grandezza G, il valore di X che
si avrebbe se effettuassimo la misura quando tutti i parametri ambientali assumono il loro
valore medio:
X= f (G/U, u
m
, v
m
, w
m
,...t
m
)
Si definisce inoltre come errore di una generica misura la differenza tra il valore X che
corrisponde a quella misura e il valore X :
= X - X= f(G/U, u, v, w,...t) - f (G/U, u
m
, v
m
, w
m
,...t
m
) (2)


1.4.3 Definizione di errore accidentale

Riprendiamo la (1) ed eseguiamo lo sviluppo in serie di Taylor della generica misura
nellintorno du, dv, dt, dw, ecc. dei valori medi dei parametri ambientali.
Si avr:
= X - X=
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pagina 7
f(G/U,u
m
,v
m
,w
m
,...t
m
)+


u
u
f
d


v
v
f
d


w
w
f
d

+..+


t
t
f
d

+R -f(G/U,u
m
,v
m
,w
m
,...t
m
)
e quindi:
=


u
u
f
d


v
v
f
d


w
w
f
d

+..+


t
t
f
d

+R
Si dir che la misura affetta da soli errori accidentali se le variazioni du, dv, dt, dw, ecc. dei
parametri ambientali nellintorno dei valori medi sar sufficientemente piccola che se ne
possano trascurare le potenze superiori alla prima; in tal caso il resto R trascurabile e lerrore
sar una combinazione lineare delle variazioni dei parametri ambientali.
=


u
u
f
d


v
v
f
d


w
w
f
d

+..+


t
t
f
d


La dizione sufficientemente piccola che se ne possano trascurare le potenze superiori alla
prima significa questo: il resto R deve essere di entit numerica tale che andrebbe a modificare
cifre non significative della misura. Ad esempio: se si sta misurando una lunghezza e si
registrano i valori di misura fino ai millimetri, il resto R non deve superare come valore
numerico qualche decimo di millimetro.


1.4.4 Lo sviluppo teorico della teoria degli errori.

Partendo dallimpostazione esposta e utilizzando elementi molto avanzati di calcolo delle
probabilit si pu arrivare a dimostrare che gli errori di misura hanno un comportamento ben
definito e quindi si possono determinare formule che, dalla molteplicit delle misure possibili,
ci riconducono a un valore univoco da attribuire alla quantit di grandezza misurata e al modo
di valutarne laccuratezza.
Poich gli elementi molto avanzati di calcolo della probabilit necessari a questa trattazione
non fanno parte del bagaglio culturale di chi segue questo corso, noi affronteremo il problema
in modo un po diverso, che potremmo definire empirico; tale metodo ha il vantaggio di
richiedere nozioni di statistica e di calcolo delle probabilit molto pi limitate e inoltre,
rifacendosi a ipotetici risultati di misura ottenuti in sede sperimentale, pi aderente a quella
che stata levoluzione del pensiero scientifico in questo settore.


1.5 Variabili statistiche e variabili casuali.

1.5.1 Variabile statistica.

Si definisce:
a) popolazione l'insieme di N individui (persone, cose, ecc.) che possiedono tutti una stessa
caratteristica che si presenta in quantit differenti;
b) attributo la caratteristica suddetta;
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Capitolo I - Teoria degli errori
pagina 8
c) valori argomentali i differenti valori dell'attributo che possono presentarsi negli individui
della popolazione;
d) frequenza assoluta il numero degli individui che hanno lo stesso valore argomentale;
e) frequenza relativa il rapporto tra la frequenza assoluta ed il numero totale degli individui
della popolazione.
Esaminando una popolazione di N individui si pu costruire una variabile statistica; essa risulta
formata da due serie di numeri:
1. i valori argomentali X
1
, X
2
, ...X
i
,

X
m
presenti nella popolazione (dove m generalmente
minore di N, perch pi individui possono avere lo stesso valore argomentale);
2. le frequenze f
1
, f
2
, ...f
i
,

f
m
dei suddetti valori argomentali, con f
i
= N;
dai valori delle frequenze possiamo definire quelli delle frequenze relative f
1
/N, f
2
/N, ...f
i
/N,

f
m
/N, con f
i
/N=1
Il tutto si schematizza come segue:
X
1
, X
2
, ...X
i
,

X
m

X con f
i
= N (2)
f
1
, f
2
, . ..f
i
,

f
m

o anche
X
1
, X
2
, ...X
i
,

X
m

X con f
i
/N=1 (3)
f
1
/N, f
2
/N, ...f
i
/N,

f
m
/N
Per comodit, dopo aver eseguito l'esame di tutti i valori X
i
presenti nelle popolazioni, i valori
X
i
vengono ordinati nelle (2) e (3) in valore crescente (X
1
<X
2
< ..<.X
i
,

<X
m
).
Per esprimere, in maniera sintetica, una variabile statistica si usano due parametri: la media e lo
scarto quadratico medio (s.q.m.) che vengono cos calcolati:

M X
X i
1
m
f
N
i
=


(4)
( ) s. q. m. x M
f
N
i X
2
i
1
m
=


La media indica appunto il valore medio dell'attributo nella popolazione,
lo s.q.m. indica se i valori argomentali sono pi o meno dispersi intorno alla media.
Una variabile statistica pu essere rappresentata graficamente mediante l'istogramma.
Per costruire un istogramma
si prendono in considerazione i valori argomentali della variabile statistica, che come
abbiamo detto sono gi ordinati in serie crescente,
si riportano su un asse delle ascisse il valore minimo X
1
ed il valore massimo X
m
;
si suddivide tale intervallo in k intervalli parziali x di uguale ampiezza; il numero k
arbitrario; in genere tanto maggiore quanto pi numerosi sono i valori argomentali;
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Capitolo I - Teoria degli errori
pagina 9
si considera poi il valore X
1
= X
1
+x e si sommano le frequenze relative di tutti i valori
argomentali compresi tra X
1
e X
1
;
si costruisce quindi nel grafico sul primo x ,cio su x
1
in figura, un rettangolo la cui area
proporzionale alla somma delle frequenze relative dei valori argomentali compresi tra X
1
e
X
1
;
si considera poi il valore X
2
= X
1
+x e si procede analogamente; e cos via sino
all'intervallo k.
Poich le diverse areole che insistono sui vari intervalli sono proporzionali alla frequenza
relativa, l'area totale dell'istogramma, nella scala di rappresentazione, risulter sempre uguale
ad 1.

X' X' X' . . X'i . . . X'm
1 2
3
f
i
/N


figura 1




1.5.2 Variabile casuale discontinua.

Consideriamo ancora una popolazione di individui e supponiamo che di essa sia possibile
esaminare solo un individuo alla volta.
Ogni individuo inoltre deve essere di volta in volta enucleato dalla popolazione mediante
un'operazione di estrazione a caso, un'operazione cio che non ha nessun criterio di scelta.
Infine ogni individuo, dopo essere stato esaminato, deve essere reinserito nella popolazione
prima di procedere ad una nuova estrazione.
Esempio: in un sacchetto ci sono dei dischetti contrassegnati da numeri; si estrae un
dischetto, se ne esamina il numero, lo si reinserisce quindi nel sacchetto prima di
procedere ad un'altra estrazione.
Questo tipo di operazione su una popolazione fa s che ad essa possa considerarsi associata
una variabile casuale; la variabile casuale costituita da una doppia serie di numeri, che sono i
valori argomentali e le probabilit ad essi associate.
X
1
, X
2
, ...X
i
,

X
m

X
(5)
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pagina 10
p
1
, p
2
, ...p
i
,

p
m

La probabilit p
i
che si presenti un valore argomentale prestabilito X
i
data dal rapporto:
p
numero dei casi favorevoli all' evento
numeri dei casi possibili
i
=
Ogni singola probabilit p
i
sar compresa tra i valori limiti 0 ed 1 (rispettivamente assenza dei
casi favorevoli e cio il valore X
i
non compare nella popolazione; certezza del risultato, nella
popolazione esiste cio il solo valore X
i
).
Non esistono possibilit negative.
La somma di tutti i casi favorevoli uguale al numero dei casi possibili, quindi
p
i
= 1
Esempio: il classico dado da gioco pu essere visto come una variabile casuale cos
composta:
1 2 3 4 5 6
X
1/6 1/6 1/6 1/6 1/6 1/6
Lanciando il dado si esegue un'estrazione a caso; il reinserimento nella popolazione
dell'individuo estratto, e cio, nel caso del dado, la faccia rivolta verso l'alto, in questo
caso automatica.
La probabilit di ogni numero 1/6.
Anche in una variabile casuale si possono definire la media e lo scarto quadratico medio.
media X X p
i
1
m
i
=


(6)
scarto quadratico medio =
=

(X M) p
i
2
i
i 1
m



1.5.3 Variabile casuale continua.

Una variabile casuale anzich essere composta da una serie discreta di valori argomentali e
dalle rispettive probabilit, pu essere definita con continuit in un intervallo a - b.
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pagina 11
a b
figura 2
a
x x+dx
b
figura 3

Esempio: il punto di arresto di una pallina che scivoli sul piano (vedi figura 2)
In questo caso in tutto l'intervallo a - b esister una funzione f(x) in grado di definire la
probabilit che un'estrazione a caso porti ad un valore compreso in un intervallo
x - (x+dx) interno ad a - b. (vedi figura 3)
Non potr essere invece definita la probabilit che l'evento porti ad uno specifico valore x
perch nell'intervallo a - b esistono infiniti valori e quindi la probabilit (intesa come rapporto
tra casi favorevoli e casi possibili) risulta nulla.
Per una variabile continua sar:
p
a,b
= f(x) dx
a
b

= 1
(7)
X
a
b
=

f(x)x dx
(8)
= (x - X) f(x) dx
2
a
b


(9)


1.6 Determinazione della misura diretta di una quantit di grandezza.

1.6.1 Analisi statistica dei risultati di n misure ripetute.

Supponiamo di ripetere la misura di una certa quantit di grandezza per un numero elevato di
volte; siano:
n il numero delle misure effettuate,
X
1
, X
2
, ...X
i
,

X
m
i valori numerici ottenuti,
M la media aritmetica delle misure,
a - b l'intervallo di dispersione delle misure.
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pagina 12
Le misure effettuate possono essere considerate come una variabile statistica; di esse si pu
costruire l'istogramma che risulta avere un andamento del tipo di quello riportato in figura 4.
Facendo variare le quantit di grandezza sottoposte a misura e ripetendo, per ciascuna di esse,
un certo numero di volte l'operazione di misura, si ottengono tante variabili statistiche ciascuna
di media M
i
, e di intervallo di dispersione a
i
- b
i
.
Si verifica per che gli istogrammi costruiti con i risultati delle diverse misure hanno tutti lo
stesso andamento, cio sono del tipo di quelli rappresentati in figura 4.
a
1
b
1
a
2
b
2
a
3
b
3 1

X

X

X
2 3


figura 4

Tali istogrammi vengono costruiti riportando in ordinata le frequenze relative ed hanno quindi
tutta la stessa area totale uguale ad 1; in ogni istogramma l'area totale rappresenta il 100%
delle misure effettuate, mentre l'area di un generico rettangolino rappresenta la percentuale
delle misure comprese nell'intervallo che ne costituisce la base.
Quanto maggiore quindi l'intervallo a
i
- b
i
di dispersione delle misure, tanto pi schiacciato
risulta l'istogramma; viceversa tanto pi si restringe l'intervallo, tanto pi ripido risulta
l'istogramma.
Ripetendo diverse serie di n misure su una stessa quantit di grandezza, si avr che l'intervallo
a - b di dispersione di valori numerici associati alle misure, sar tanto minore quanto maggiore
l'accuratezza con cui si sono eseguite le operazioni di misura; di conseguenza un istogramma
molto ripido, con una forte percentuale di misure raccolte nell'intorno del punto centrale
dell'intervallo di dispersione, indica che le misure sono state fatte bene; e viceversa.
Se prendiamo in considerazione un altro tipo di grandezza e sottoponiamo a misure ripetute
varie quantit di essa, notiamo che l'andamento dei diversi istogrammi rimane ancora dello
stesso tipo dei precedenti.
Dall'esame quindi di tutti gli istogrammi cos ottenuti, si possono ricavare le seguenti
considerazioni.
I. I risultati delle misure possono essere riguardati come estrazione a caso da una
popolazione di misure possibili, rappresentabili mediante una variabile casuale.
II. Pi si aumenta il numero delle misure, pi aumentano i valori argomentali che si verificano;
l'intervallo a - b dell'asse delle ascisse sul quale si riportano i valori delle misure risulta
sempre pi fittamente popolato; ci rende lecito introdurre l'ipotesi che la variabile
casuale che costituisce la popolazione delle misure possibili sia di tipo continuo.
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Capitolo I - Teoria degli errori
pagina 13
III.L'andamento degli istogrammi costruiti su serie di misure ripetute rimane lo stesso,
indipendentemente dalla grandezza considerata, dalla quantit di grandezza che si misura,
dallo strumento di misura, dall'ambiente ecc.; si constata cio che
vi un intervallo pi o meno ampio in cui i valori sono compresi;
la frequenza dei valori argomentali maggiore per i valori argomentali situati nella zona
centrale dell'intervallo e diventa via via minore mano mano che ci si avvicina agli estremi
dell'intervallo di dispersione;
l'istogramma approssimativamente simmetrico rispetto al valore medio M delle misure
effettuate.
Vi quindi una costante di comportamento nella popolazione delle misure possibili che ci
permette di affermare che tutte le popolazioni di misure possibili sono pensabili come variabili
casuali, in cui la distribuzione delle probabilit definita da un unico tipo di funzione.


1.6.2 Le popolazioni di misure possibili come variabili casuali normali.

In seguito alle constatazioni esposte nel precedente paragrafo risulta lecito porsi il quesito di
trovare un tipo di funzione f(x) che interpoli bene gli istogrammi e che possa essere considerata
come la funzione della distribuzione delle probabilit della variabile causale di media X e
varianza associabile ad una qualsiasi popolazione di misure possibili.
La funzione f(x) che risulta pi idonea a questo scopo, la curva di Gauss, che ha la seguente
espressione:

( )
f x e
x X
( ) =

1
2
1
2
2

(10)
dove X e sono rispettivamente la media e la varianza della variabile casuale.
La funzione (10) rappresenta una curva avente la forma di una campana pi o meno
schiacciata, simmetrica rispetto al punto X in cui l'ordinata delle funzioni di distribuzione della
probabilit massima (vedi figura 5).
Affinch la (10) possa essere considerata l'espressione di una distribuzione di probabilit
occorre che il suo integrale esteso ai limiti dell'intervallo di definizione della variabile casuale sia
uguale ad 1; ci si verifica per la (10) quando i limiti di tale intervallo si estendono a - e a +
.
Possiamo pertanto concludere che:
dati una certa quantit di grandezza da misurare, lo strumento di misura e l'ambiente in cui si
opera, si genera una popolazione di misure possibili;
questa popolazione di misure rappresentabile con una variabile casuale continua, definita
tra - e + , che ha una media X, uno scarto quadratico medio ed una distribuzione di
probabilit definita dalla (10).

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Capitolo I - Teoria degli errori
pagina 14
- +
X

figura 5

L'essere giunti a questo risultato importante.
I. Siamo riusciti a stabilire una legge fisica che descrive bene il fenomeno delle misure
ripetute.
II. L'esistenza di un valore X rispetto al quale si ha uguale percentuale di misure ad esso
inferiori o superiori, ci consente di assumere tale valore come il pi rappresentativo della
popolazione di misure e di dire pertanto che il valore che noi vorremmo associare alla
quantit di grandezza misurata (in modo da avere univocit tra quantit di grandezza e
numero che ne rappresenta la misura) appunto X ; X pertanto considerato il valore
giusto della misura ed ogni altro valore x
i
X, appartenente alla popolazione delle misure
possibili, considerato affetto da errore essendo = x
i
- X l'errore.
III.Degli unici due parametri X e che compaiono nella (10) possibile (vedremo poi come)
ricavare una media empirica (cio un valore approssimato) in base ad un numero limitato di
misure ripetute.
IV.Possiamo dare un preciso significato al valore della varianza e cio:
consideriamo una variabile casuale a distribuzione normale di
media X e varianza , la probabilit che un'estrazione a caso
su questa variabile porti ad un risultato compreso tra due
estremi a e b data dalla relazione

p e dx
a b
x X
a
b
,
=

1
2
1
2
2

(11)
Volendo calcolare la probabilit che un'estrazione a caso porti ad un risultato compreso tra -
e + la (11) diventa

p e dx
x X
+

+
=


,
1
2
1
2
2
(12)
Osservando la (12) sembrerebbe che il risultato numerico dell'integrale dipenda dalla variabile
casuale in esame poich nell'espressione dell'integrale compaiono Xe , che sono valori
numerici propri della variabile casuale in esame. Possiamo invece dimostrare che il risultato
numerico della (12) indipendente dalla variabile casuale considerata.
Infatti ponendo z
x X
=

risulta dz
dx
=

.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo I - Teoria degli errori
pagina 15
Inoltre assumendo:
per a x = X + risulta z = 1
(13)
per b x = X - risulta z =-1
Sostituendo la nuova variabile indipendente z nella (12) si avr

p e dz
z
+

+
= =

,
. .
1
2
0683 068
2
1
1
2
(14)
Si ottiene cio un risultato numerico indipendente dai valori X e della variabile casuale in
esame, perch nell'integrale compare solo la variabile indipendente z e le costanti e e .
Se operiamo questo cambiamento di variabile su una qualsiasi variabile casuale a distribuzione
normale otteniamo sempre il risultato numerico della (14) perch appunto essa indipendente
dai parametri propri della variabile casuale a distribuzione normale.
Questo risultato pu essere cos espresso:
in ogni variabile a distribuzione normale l'area sottesa dalla
gaussiana nell'intervallo - e + costante e vale circa 0.68;
ci significa che in ogni popolazione di misure possibili il 68%
circa delle misure stesse compreso in un intervallo - e +
nell'intorno di X
o anche:
in ogni popolazione di misure possibili un'estrazione a caso ha il
68% di probabilit di fornire un valore che differisce al massimo
di dal valore X
Consideriamo nuovamente la (11) e supponiamo che i limiti di integrazione a e b siano ora -
2 +2 e -3 +3 .
Effettuando sempre il cambiamento di variabile in z ed assumendo analogamente
per a x = X + 2 risulta z = 2
per b x = X - 2 risulta z =-2
per a x = X + 3 risulta z = 3
per b x = X - 3 risulta z =-3

Risolvendo gli integrali relativi si avr:

p e dz
z
+

+
= =

2 2
2
2
2
1
2
0 954 095
2

,
. .


p e dz
z
+

+
= =

3 3
2
3
3
1
2
0 997 099
2

,
. .

il che appunto significa
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo I - Teoria degli errori
pagina 16
che il 95% delle misure possibili compreso in un intervallo -2 +2 intorno ad X
e che il 99% abbondante delle misure possibili compreso in un intervallo -3 +3 intorno
ad X.

+ 2 +2 3 +3

figura 6
Quindi anche se in teoria la variabile casuale normale definita nell'intervallo - + si
vede che, in pratica, il semi-intervallo di dispersione di una popolazione di misure
possibili uguale a tre volte la varianza della popolazione stessa.
1.6.3 Determinazione dei valori approssimati dei parametri X e di una popolazione
di misure possibili.

Si visto precedentemente che quando eseguiamo un'operazione di misura su una certa
quantit di grandezza non ci troviamo di fronte ad un unico risultato possibile, ma davanti ad
una popolazione di misure possibili; tale popolazione, come si visto, si distribuisce
simmetricamente rispetto ad un valore X in un intervallo di ampiezza -3 +3.
Trovandoci di fronte a tale molteplicit di valori, si convenuto di privilegiare il valore X,
punto centrale dell'intervallo di dispersione, assumendolo come il valore pi significativo da
associare alla quantit di grandezza sottoposta all'operazione di misura.

3 +3

figura 7
Per conoscere X dovremmo per eseguire infinite misure e quindi farne la media; poich
questo non possibile dovremo accontentarci di trovare un valore approssimato di X.
Il problema che dobbiamo risolvere pertanto:
come ricavare un valore empirico di X
come valutare il suo grado di approssimazione.

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo I - Teoria degli errori
pagina 17
Cominciamo con il fare le seguenti constatazioni:
se eseguissimo una sola operazione di misura su una quantit di grandezza, otterremmo un
valore X* che sarebbe gi di per s un valore approssimato di X.
questo unico valore non ci consentirebbe per di fare una valutazione empirica della
varianza e quindi non potremmo avere neppure una vaga idea di quanto questo valore X*
approssimi il valore X;
non potremmo inoltre accorgerci n se la misura fatta errata grossolanamente, n se essa
sia o no affetta da errori sistematici.
La popolazione di misure possibili segue infatti la legge di distribuzione della variabile casuale
gaussiana solo se gli errori di misura sono accidentali.
Quindi, solo esaminando l'istogramma costruito su numerose misure ripetute, il verificare che
esso sia interpolabile da una gaussiana ci consente di escludere che le misure siano affette da
errori sistematici.
Per arrivare alla soluzione del problema che abbiamo enunciato imposteremo una trattazione
empirica, in base alla quale risulter giustificata la procedura che si segue per ricavare un
valore di X e di partendo da un certo numero di misure ripetute.
Supponiamo di operare sulla stessa quantit di grandezza e di eseguire diverse serie di misure
ciascuna composta da n misure.
Indichiamo con x
1
' , x
2
' ,... x
n
' la prima serie di misure e calcoliamo la media aritmetica
M
x
n
i
'
'
=


da una seconda serie x
1
" , x
2
" ,... x
n
" ricaviamo
M
x
n
i
"
"
=


Procediamo analogamente per tutti i diversi gruppi di n misure.
I valori delle medie cos calcolate varieranno al variare dei gruppi di n misure, perch, essendo
la popolazione delle misure possibili composta da infiniti valori, la probabilit che i gruppi siano
composti dagli stessi valori di misura praticamente nulla. Di conseguenza gli istogrammi
relativi alle diverse serie di misure saranno fra loro simili, ma non coincidenti.
Supponiamo di aver eseguito un numero r molto elevato di questi gruppi di n misure e di aver
calcolato r volte le medie empiriche corrispondenti: se costruiamo l'istogramma delle r medie
empiriche e lo sovrapponiamo a ciascuno degli r istogrammi relativi alle varie serie di misure
notiamo quanto segue.
M M .. . . . . .
X

figura 8
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I. Anche l'istogramma costruito con i valori delle medie empiriche interpolabile con una
gaussiana; possiamo quindi supporre che esista una popolazione delle medie empiriche alla
quale sia associabile una variabile casuale continua con distribuzione gaussiana.
II. Il punto di simmetria dell'istogramma della media sempre molto prossimo al punto di
simmetria di ciascuno degli istogrammi delle serie di misure; pertanto possiamo ritenere che,
come la popolazione di misure possibili distribuita normalmente intorno ad un valore X,
cos pure, intorno allo stesso valore X distribuita normalmente la popolazione delle
medie empiriche.
III.L'intervallo di dispersione delle medie empiriche pi ristretto di quello delle varie serie di
misure che hanno originato le medie empiriche stesse, e la gaussiana interpolante
l'istogramma delle medie ha un andamento pi ripido della gaussiana interpolante gli
istogrammi delle misure.
ab
n
a b


figura 9

Queste constatazioni empiriche sono in accordo con la schematizzazione che del fenomeno d
la teoria degli errori in base alla quale possibile dimostrare matematicamente che:
data una variabile casuale normale, di media X e scarto
quadratico medio , operando su di essa e facendone la media
M, si ottiene un valore che pu considerarsi estratto a caso da
una variabile casuale normale, avente come valore centrale
dell'intervallo di dispersione lo stesso X della variabile casuale
di partenza e come s.q.m. quello della variabile casuale di
partenza diviso per n e cio:


M
n
=
Quanto precedentemente esposto giustifica il comportamento abituale per il quale, volendo
eseguire una misura con particolare accuratezza e ripetendola quindi pi volte, sar possibile
assumere la media quale valore pi significativo, che risulter essere, con maggior probabilit,
quello pi prossimo ad X
Si noti che, riferendosi al valore, si affermato quello pi prossimo ad X e non quello pi
vicino ad X; non si pu, infatti, escludere che uno o pi degli n generici valori x
i
della serie di
misure di cui si calcolata la media sia pi vicino ad X della media empirica M.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo I - Teoria degli errori
pagina 19
Poich l'intervallo di dispersione delle medie empiriche n volte pi ristretto di quello della
popolazione delle misure possibili, si ritiene che la media empirica M abbia maggior probabilit
di trovarsi pi prossima ad Xdi quante ne abbia una generica misura x
i
.
La media empirica quindi un parametro di stima di X e avr probabilit tanto maggiori di
essere pi prossima ad X, quanto maggiore sar il numero n delle misure eseguite, poich
come abbiamo detto l'intervallo in cui essa pu cadere n volte minore di quello della
popolazione delle misure possibili.
Il valore di n tuttavia non potr essere portato al di sopra di un certo limite perch il vantaggio
che si ricaverebbe dalla diminuzione dell'intervallo di dispersione non giustificherebbe il suo
costo in quanto l'intervallo di dispersione della media si restringe in funzione di n e non di n.
A questo punto abbiamo risolto la prima met del problema che ci eravamo posti, e cio
abbiamo visto come si ricava un valore approssimato di X; ora vogliamo vedere come si pu
stimare il grado di approssimazione conseguito.
Diremo allora, senza darne la dimostrazione, che, cos come la media empirica M d una stima
di X, si ottiene una stima empirica di calcolando, in funzione delle n misure effettuate x
i
e
della loro media M, il seguente valore m, che prende il nome di errore quadratico medio della
serie delle n misure:


( )
m
x M
n
i
i
n
=

2
1
1
(15)
Mediante questo valore possibile valutare empiricamente anche l'e.q.m. della media M;
introducendo, infatti, la stima di , m, nella relazione


M
n
=
si ha m
m
n
M
= (16)
Il risultato di n misure di una stessa quantit di grandezza sar pertanto sintetizzato da due
valori:
la media M delle n misure,
il suo e.q.m. m
M
.
Essi verranno scritti cos: M m
M
.
Esempio: ho eseguito una serie di n misure di una quantit di lunghezza da cui ho
ricavato i seguenti valori:
valore della media delle n misure M = 153.531 m;
valore dell'e.q.m. della media 2 mm .
Il risultato si scrive cos 153.531 m 2 mm. Il suo significato il seguente: il valore
"giusto" della quantit di lunghezza un certo valore che non mi noto; per il valore
153.531 che ho ricavato dalle n misure ne una stima empirica; inoltre so che il valore
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Capitolo I - Teoria degli errori
pagina 20
153.531 ha il 68% di probabilit di differire da X di non pi di 2 mm, ha il 95% di
probabilit di differire daX di non pi di 4 mm e al massimo ne differir di 6 mm.


1.6.4 Caso in cui l'e.q.m. noto a priori.

Associare ad una misura un e.q.m. pu evidenziare due diverse situazioni.
I Pu essere che siano state eseguite un certo numero di misure e le si siano trattate come
stato precedentemente descritto.
II Pu per anche essere che si sia operato con uno strumento tale da consentire di valutare
l'e.q.m. delle misure di una quantit di grandezza, anche se si eseguita una sola misura.
Se infatti operiamo diverse serie di misure sulla stessa quantit di grandezza con uno stesso
strumento e, in condizioni ambientali medie, ne costruiamo le curve di distribuzione relative, se
esse si disperdono in un intervallo costante, possiamo dire che utilizzando lo strumento in una
situazione ambientale media, noto lo scarto quadratico medio della popolazione di misure.
Anche effettuando quindi un'unica misura saremo in grado di stabilirne l'accuratezza,
semplicemente basandoci sul valore dell'e.q.m. fornito per lo strumento dalla casa costruttrice.
Quanto detto vale tuttavia solo in condizioni ambientali medie di laboratorio e perde di
significativit quando si opera, come accade al topografo, sulla realt fisica del Territorio dove
quindi risultano quanto mai variabili le condizioni ambientali, cosicch l'e.q.m. caratteristico
dello strumento da ritenersi solo indicativo, mentre il vero e.q.m. sar determinabile
operando una serie di misure e trattandole secondo la metodologia descritta in questo
capitolo.


1.6.5 Differenza tra errore quadratico medio e tolleranza.

Nei capitolati d'appalto per la costruzione delle carte vengono fissati dei limiti di precisione che
devono venire rispettati dalle Ditte che eseguono i lavori.
La precisione alla quale deve soddisfare il lavoro viene stabilita assegnando l'e.q.m. (errore
quadratico medio) con il quale devono essere eseguite le misure, oppure assegnando un limite
massimo d'errore che non deve essere superato e che viene indicato con il nome di
tolleranza.
In quale rapporto stanno tra di loro l'e.q.m. e la tolleranza?
O meglio, che significa dire che una misura pu essere affetta da un errore massimo
prefissato?
Per chiarire questo punto, bisogna ricordare che per errore di una misura si intende lo
scostamento della misura dal valore M che il valore centrale dell'intervallo di dispersione
delle misure.
Pertanto fissare una tolleranza significa fissare la massima quantit in cui una misura pu
discostarsi dal valore M; in pratica significa fissare l'ampiezza dell'intervallo di dispersione
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo I - Teoria degli errori
pagina 21
delle misure. Poich sappiamo che l'intervallo di dispersione contiene sei volte m (l'e.q.m.),
possiamo dire che l'e.q.m. e la tolleranza stanno nel rapporto 1 a 3 (quello che interessa
infatti il semi-intervallo a sinistra o a destra di M).
Se pertanto viene richiesto di determinare una quota di un punto con la tolleranza di 2 cm ,
questo significa che si dovr operare con una metodologia tale per cui la popolazione di misure
possibili sia tutta contenuta entro un intervallo che va da -2 cm a +2 cm nell'intorno del valore
M, che possiamo chiamare quota esatta del punto in questione.
Ma, per ottenere questo risultato, le operazioni dovranno essere effettuate con un metodo che
consenta il conseguimento di un e.q.m. di un terzo di 2 cm.
Generalmente di un metodo di misura o di uno strumento si d l'e.q.m. a priori. Si dice ad
esempio: con questo teodolite si possono misurare gli angoli con 2" di errore, intendendo
con questo che si pu sbagliare nella determinazione dell'angolo anche di 6".
Imporre l'e.q.m. significa imporre anche le condizioni di accidentalit degli errori e della loro
distribuzione gaussiana.
Viceversa se si impone la tolleranza si deve accettare un lavoro anche se si constata che gli
errori in esso presenti, pure essendo tutti inferiori alle tolleranze, sono tutti dello stesso segno
e, come valore assoluto, tutti poco al di sotto della tolleranza.


1.6.6 Media ponderata.

Quando stato affrontato il problema delle misure dirette si detto che ogni misura risulta
funzione della quantit di grandezza dell'unit di misura e dei parametri ambientali e pu quindi
essere considerata un'estrazione a caso dalla popolazione di misure possibili relativa alle
condizioni di esecuzione dell'operazione di misura.
Il concetto di popolazione di misure possibili nasce infatti nel preciso istante in cui si
stabilisce di procedere ad un'operazione di misura con particolari strumenti ed in precise
condizioni ambientali.
Se si considera quindi una stessa quantit di grandezza, misurata con strumenti diversi in
ambienti diversi, si avranno valori estratti da popolazioni di misure possibili diverse.
Supponiamo di avere a disposizione m serie di valori ottenuti per la stessa quantit di
grandezza in m ambienti diversi.
Ciascuna serie dovr essere considerata appartenente ad una particolare popolazione che si
distribuisce intorno ad un valore centrale in un intervallo di dispersione che sar diverso per
ciascuna popolazione.
Il valore centrale sar invece comune a tutte le popolazioni di misure possibili dal momento che
esso rappresenta il valore della quantit di grandezza ricercato in ogni serie di misure.
Per ogni serie di valori che si ricava dalle diverse popolazioni di misure possibili, si
determinano la media empirica e l'e.q.m. della media secondo le relazioni
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo I - Teoria degli errori
pagina 22
M
x
n
i
j
i
=


m
m
n n
x M
n
M
i
i i
j i
i
i
= =

1
1
2
( )

con j=1,2...n
i
i=1,2,...m
Se le operazioni di misura sono state svolte in presenza di soli errori accidentali, gli e.q.m.
avranno valori dello stesso ordine di grandezza.
Si pone a questo punto il problema di stabilire tra le m medie empiriche, quale possa essere
quella che pi si avvicina al valore centrale Xricercato.
Una possibile soluzione potrebbe essere quella di privilegiare la media caratterizzata da un
e.q.m. minore.

popolazione di misure n-esima
popolazione di misure n. 2
popolazione di misure n. 1
popolazione di misure m-esima


Tuttavia questa scelta ci indica solo che tale valore ha maggior probabilit degli altri di essere il
valore ricercato e non che lo sia necessariamente; inoltre porta a trascurare le informazioni che
sul valore X possono darci le altre serie di misure.
Occorre quindi definire un criterio rigoroso che permetta di omogeneizzare i valori di cui si in
possesso, perch possano essere utilizzati tutti. Si procede in modo tale da porsi nella
situazione in cui le diverse serie di misure insistano su uno stesso intervallo di dispersione, siano
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo I - Teoria degli errori
pagina 23
cio tutte caratterizzate dallo stesso e.q.m. k; potranno essere cos considerate tutte
appartenenti alla stessa popolazione di misure possibili.
Si impone a tale scopo che siano verificate le relazioni:
k = m p m p
M
M
1 2
2
1
2
2
= = .... = m p m p
Mi i M m
i m
2 2
= (17)
dove i coefficienti p
i
dei quadrati degli e.q.m. delle medie sono detti pesi e hanno appunto la
funzione di ridurre uguali tra loro gli e.q.m. . Perch la (17) sia verificata basta porre:
p
m
i
M
i
=
1
2

In questo modo avranno peso maggiore le medie empiriche con e.q.m. minore.
Verr quindi considerata una popolazione di misure i cui valori argomentali sono M
i
p
i
e il cui
e.q.m. uguale a k.
Come valore rappresentativo di tale popolazione, si assume una media detta ponderata, cos
definita:
M
M p M p M p M p
p p p p
P
i i m m
i m
=
+ + + + +
+ + + +
1 1 2 2 1
1 2
..... .....
..... ....

dove i singoli valori M
i
sono le medie empiriche delle m serie di n
i
misure.
L'errore quadratico medio della media ponderata (omettiamo la dimostrazione):
m
m
p
P
i
i
m
2 0
2
1
=
=


dove :
( )
m
p M M
m
i i p
i
m
0
2
2
1
1
=


e cio:
( )
( )
m
p M M
m p
p
i i p
i
m
i
i
m
=

=
=

1
2
1
1

Il risultato da associare alla quantit di grandezza in esame sar:
M
p
m
p

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Capitolo I - Teoria degli errori
pagina 24
2. Trattamento delle misure indirette.

Una misura si definisce indiretta allorch viene ottenuta attraverso la misura diretta di altre
grandezze legate da relazioni analitiche alla grandezza della quale ricerchiamo la misura.
Risulta cio:
z = f(X
1
, X
2
, ... X
n
) (18)
dove:
z la misura indiretta;
X
1
, X
2
, ... X
n
sono le grandezze misurabili.
Se sono a distribuzione normale le n popolazioni di misure possibili che si generano quando si
sottopongono ad operazione di misura un certo gruppo di quantit di grandezza X
1
, X
2
, ... X
n

, allora anche la popolazione dei possibili valori di z ha le caratteristiche di una variabile
casuale a distribuzione normale.

Z


Si assume come valore pi rappresentativo della grandezza z il valore medio teorico Z che
quello che si otterrebbe inserendo nella (18) i valori X
1
, X
2
,.... X
n
che rappresentano i
valori centrali dell'intervallo di dispersione delle popolazioni associate alle quantit di grandezza
X
1
, X
2
, ... X
n

Z =f ( X
1
, X
2
,.... X
n
)
Tuttavia bisogna osservare che nella pratica non si conoscono tali valori, bens soltanto i valori
medi empirici.
Introducendo questi ultimi si perviene ad un valore Z che potremo chiamare valore empirico
della misura indiretta, cioe:
Z=f (X
1
, X
2
, ... X
n
)

e che quello con maggior probabilit pi vicino a Z .
La dispersione della popolazione dei valori possibili di Z sar ancora data dall'indice m
z
,
uguale ad 1/6 dell'intervallo di dispersione della variabile casuale associata alla popolazione di
misure possibili.
Al variare dei valori medi empirici , varia il valore empirico della misura indiretta; cio i valori
Z
i
oscillano intorno al valore medio teorico Z nell'intervallo -3 m
z

__
+3 m
z
.
Si pu dimostrare che un valore empirico di m si ottiene dalla seguente formula:
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Capitolo I - Teoria degli errori
pagina 25
m
z
Z
X
m
X
n
Z
X
m
X
Z
X
n
m
X
n
=

+ +


1
2
2
2
2
2
2
2
2
.... (19)
Da quanto ora scritto risulta che gli e.q.m. delle misure dirette concorrono in modo diverso alla
individuazione del valore m .
E cio il valore di m
Z
funzione non solo degli e.q.m. delle X
1
, X
2
, ... X
n
, , ma risulta anche
funzione, attraverso le derivate parziali X
1
,

X
2
,
..
X
n
, che compaiono nella formula (19), del
ruolo che ogni grandezza gioca nella funzione Z che definisce la misura indiretta.
Ci consente di valutare l'influenza dell'errore delle singole misure dirette sul valore finale di m
e quindi di stabilire a priori dei criteri di scelta sulle misure dirette da eseguire.
Esempio: supponiamo di dover determinare l'area S di un triangolo mediante la formula
S a b =
1
2
. .sen
B
C
A
b
a

L'errore quadratico medio di S in funzione degli e.q.m. di a, b, e vale:
m b m a m ab m
S a b
=

+
1
2
1
2
1
2
2
2
2
2
2
2
sen sen cos


La formula, oltre a permettere il calcolo dell'e.q.m. di S in funzione degli e.q.m. di a, b e
, mostra che se la misura affetta da un e.q.m. maggiore quella dell'angolo, conviene
misurare l'angolo pi prossimo a /2; se invece le misure affette da e.q.m. maggiori
sono quelle dei lati conviene misurare quei lati che comprendono l'angolo pi piccolo.


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Capitolo I - Teoria degli errori
pagina 26
3. Metodo delle osservazioni indirette.

3.1 Impostazione del metodo.

Il metodo delle osservazioni indirette un algoritmo matematico che verr trattato con
particolare attenzione perch servir da supporto alla risoluzione della quasi totalit dei
problemi topografici che verranno proposti in questo corso.
Le diverse operazioni topografiche si differenzieranno nelle metodologie di acquisizione dei
dati, ma tali dati saranno tuttavia sempre inseriti nella stessa schematizzazione di calcolo,
basata appunto sul metodo delle osservazioni indirette.
Supponiamo di avere una funzione f che leghi dei parametri incogniti X
1
,X
2
,... X
m
a delle
grandezze misurabili P
1
, P
2
,... P
s
f (X
1
,X
2
,... X
m
; P
1
, P
2
,...P
s
) = 0 (20)
l'equazione (20) viene soddisfatta quando, rimanendo costanti i valori X
1
,X
2
,... X
m
, variano,
congruentemente fra loro, i valori delle grandezze P
1
, P
2
,... P
s
.

Esempio: l'equazione di una retta y + mx + c = 0 pu essere riguardata come una
funzione
f (m,c; x,y) = 0 (21)
che lega i parametri m e c, costanti, alle grandezze x e y, variabili; esistono cio infinite
coppie di valori (x,y) che soddisfano la (21) e che rappresentano tutti i punti della retta.
Il problema che ci poniamo quello di determinare i valori dei parametri incogniti disponendo
di un certo numero di gruppi di misure delle grandezze P
1
, P
2
,... P
s
.
Avendo cio n gruppi di valori noti
P P . . .P
1
i
2
i
s
i
, , con i = 1, 2, ... n
potremo scrivere n volte l'equazione (20) e cio
f
i
(X
1
,X
2
,... X
m
; P P . . .P
1
i
2
i
s
i
, , ) = 0 (22)
Come abbiamo gi detto i valori dei parametri X
1
,X
2
,... X
m
delle (22) rimangono costanti al
variare dei gruppi di misure delle grandezze P P . . .P
1
i
2
i
s
i
, ,
Le equazioni (22) costituiscono cio un sistema di n equazioni nelle m incognite X
j
(con j =
1,m).
Se viene eseguito un numero strettamente necessario di gruppi di misure delle P P . . .P
1
i
2
i
s
i
, ,
cio se m uguale ad n, il sistema risulta s risolvibile, per, nella determinazione dei valori dei
parametri incogniti, non si in grado:
di mediare, l'effetto degli errori accidentali di cui sono affette le misure,
di valutare l'e.q.m. con il quale vengono determinati i valori di X
1
,X
2
,... X
m
,
di verificare o meno la presenza di errori grossolani nelle misure effettuate.
Si deve quindi eseguire un numero sovrabbondante di gruppi di misure.
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Capitolo I - Teoria degli errori
pagina 27
Considerando per m degli n gruppi di misure e risolvendo il sistema di di m equazioni in m
incognite, i valori ricavati per le incognite non saranno tali da annullare le restanti (n - m)
equazioni.
La (20) infatti, che prende il nome di equazione generatrice, schematizza un fenomeno in
linea teorica; quando invece sottoponiamo a misura un gruppo di quantit di grandezza P
1
, P
2

,... P
s
siamo calati in una realt fisica che implica due conseguenze:
la schematizzazione rappresentata dalla (20) non ha riscontro esatto nella realt;
i valori numerici che vengono inseriti nella (20) al posto delle grandezze P
1
, P
2
,... P
s
, sono
dei valori ottenuti misurando delle quantit di grandezza e, come sappiamo, le misure sono
sempre affette da errori (accidentali).
Per i due motivi suddetti, e cio per il fatto che le quantit misurabili sono affette da errori di
misura e per il fatto che operiamo su un ambiente fisico reale nel quale i parametri incogniti non
possono corrispondere alla loro schematizzazione ideale, non lecito pensare una m-pla di
valori X
1
,X
2
,... X
m
, che soddisfi rigorosamente le n equazioni.
Le equazioni del sistema (22) vanno pertanto riscritte nella seguente forma:
f
i
(X*
1
,X*
2
,... X*
m
; P P . . .P
1
i
2
i
s
i
, , ) = v
i
(23)
dove abbiamo introdotto, per ciascuna equazione, lo scarto che deve essere aggiunto affinch
l'espressione matematica traduca con fedelt il fatto fisico che vuole esprimere.
Pi precisamente, gli scarti presentati dalle (23) saranno tanto maggiori, quanto meno sar
aderente alla realt fisica del fenomeno la schematizzazione scelta e quanto maggiori saranno
gli errori di misura.
Abbiamo inoltre introdotto le notazioni X*
1
,X*
2
,... X*
m
per sottolineare il fatto che la m-pla
ricavata di tipo empirico e non potr soddisfare rigorosamente tutte le n equazioni.
Naturalmente, con l'introduzione degli scarti v
i
, il sistema (23) da impossibile diventa
indeterminato, perch gli n scarti, oltre alle m incognite X*
i
, sono incogniti: abbiamo cio un
sistema di n equazioni in (n + m) incognite.
Il sistema viene reso determinato imponendo che la sua soluzione conduca alla determinazione
di un valore delle incognite, tale per cui risulti minima la sommatoria degli scarti v
i
elevati al
quadrato (principio dei minimi quadrati).
La condizione che viene imposta la seguente:
v
i
2
= min i = 1,n (24)
Tale condizione traduce il fatto che i valori finali delle incognite saranno quelli che renderanno,
in massimo grado, tra loro compatibili le misure eseguite.
Essa indica cio che si preferisce una soluzione che, oltre a produrre scarti mediamente
piccoli, li dia anche tra loro omogenei, al fine di non privilegiare serie di misure rispetto ad
altre, se non in base a criteri che saranno esposti in seguito.
Prima di vedere come si pervenga alla determinazione delle incognite associando al sistema
(23) la condizione (24) dobbiamo constatare che le equazioni generatrici, nei problemi
topografici, sono generalmente di tipo trascendente.
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Capitolo I - Teoria degli errori
pagina 28
Nell'algoritmo delle osservazioni indirette si formula invece l'ipotesi di trattare equazioni lineari:
sar perci necessario procedere alla linearizzazione delle equazioni (23).


3.2 Linearizzazione delle equazioni generatrici.

Per operare la linearizzazione delle equazioni generatrici, si rende necessario conoscere il
valore assunto dalla funzione f almeno in un punto: ci occorre cio una m-pla di valori
approssimati delle incognite che si ricava o analiticamente, considerando m delle n equazioni e
risolvendole nelle m incognite, o con costruzione grafica, quando la risoluzione analitica del
sistema risulta eccessivamente gravosa.
Consideriamo X X .. , X
1
0
2
0
m
0
, , valori approssimati di X X .. , X
1
*
2
*
m
*
, ,
Avendo introdotto dei valori approssimati delle incognite, dobbiamo ridefinire le incognite
stesse; dora in poi le incognite sono x
1
, x
2
,... x
m
, che rappresentano le correzioni da
apportare ai valori approssimati per ottenere la m-pla ricercata.
X X x
1
*
1
0
1
= +
X X x
2
*
2
0
2
= +
.
.
X X x
m
*
m
0
m
= +
Sviluppiamo ora in serie di Taylor la generica funzione i-esima del sistema (23), nell'intorno x
1

, x
2
,... x
m
dei valori approssimati X X .. , X
1
0
2
0
m
0
, , avremo:
f
i
( X X .. , X
1
*
2
*
m
*
, , ; P P . . .P
1
i
2
i
s
i
, , ) = f
i
( X X .. , X
1
0
2
0
m
0
, , ; P P . . .P
1
i
2
i
s
i
, , ) +


X
x

X
x

X
x
f f f
R
i i
m
i
m
1
0
1
2
0
2
0

+ ...
dove nel resto R sono compresi tutti i termini dello sviluppo in serie in cui gli incrementi (le
differenze cio fra il punto in cui viene eseguito lo sviluppo e un generico punto) sono superiori
alla prima potenza.
Si fa a questo punto la seguente ipotesi: che i valori x
1
, x
2
,... x
m
siano sufficientemente
piccoli da rendere il valore del resto R inferiore di un ordine di grandezza agli errori di
misura e quindi trascurabile.
Questa ipotesi equivale a dire che i valori approssimati X X .. , X
1
0
2
0
m
0
, , sono cos vicini ad
X X .. , X
1
*
2
*
m
*
, , che le correzioni x
1
, x
2
,... x
m
sono dello stesso ordine di grandezza degli
errori di misura.
L'ipotesi fatta semplificativa e generalmente non risulta mai verificata, ma rappresenta l'unico
modo per realizzare la linearizzazione delle equazioni generatrici.
Si vedr successivamente come, nello svolgimento dell'algoritmo stesso, in effetti poi si ovvii
alla arbitrariet dell'ipotesi.
Ponendo a questo punto:
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Capitolo I - Teoria degli errori
pagina 29
l
i
= f
i
( X X .. , X
1
0
2
0
m
0
, , ; P P . . .P
1
i
2
i
s
i
, , )
a
i
=


X
x
f
i
1
0
1

b
i
=


X
x
f
i
2
0
2

m
i
=


X
x
f
m
i
m

0

il sistema (23) potr essere scritto nella forma pi semplice
a
i
x
1
+ b
i
x
2
+....+ m
i
x
m
+

l
i
= v
i
(25)
i = 1, 2, ... n
dove i coefficienti a
i
, b
i
, .., m
i
ed il termine noto l
i
sono calcolati in funzione dei valori
approssimati X X .. , X
1
0
2
0
m
0
, , e delle misure P P . . .P
1
i
2
i
s
i
, , .
Le equazioni (25) scritte in forma lineare prendono il nome di equazioni generate.
Prima di procedere all'applicazione del principio dei minimi quadrati, premettiamo due
generalizzazioni del metodo.
I. Per la costruzione del sistema di equazioni generate potranno essere utilizzati
contemporaneamente pi tipi di funzioni che leghino per le stesse incognite alle stesse
quantit di grandezza.
Infatti se consideriamo il sistema (25) delle n equazioni generate, vediamo che in esse le
funzioni generatrici compaiono solo in forma di derivate calcolate con i valori delle misure e
dei valori approssimati e cio come coefficienti numerici. Trovandoci quindi ad esaminare il
sistema (25) non siamo in grado di stabilire da che tipo di funzione sia generata ciascuna
equazione perch, a sviluppo di Taylor avvenuto, le equazioni sono tutte nella stessa forma,
e cio lineari nelle incognite.
II. Nelle equazioni generatrici non devono necessariamente comparire sempre tutte le
incognite x
1
, x
2
,... x
m
e tutte le quantit misurabili P
1
, P
2
,... P
s
.


3.3 Applicazione del principio dei minimi quadrati.

Affinch la funzione v sia minima deve essere nullo il suo differenziale totale; deve cio
risultare:
v
i

.
dv
i
= 0 i = 1, n (26)
Ma poich lo scarto v
i
pu essere riguardato come una funzione delle x
1
, x
2
,... x
m
risulta:
dv
i
=a
i
dx
1
+ b
i
dx
2
+....+ m
i
dx
m

e quindi la (26) diventa:
v
i

.
(a
i
dx
1
+ b
i
dx
2
+....+ m
i
dx
m)
)= 0 i = 1, n (27)
Sviluppando i prodotti e applicando le ai vari prodotti si ha:
v
i

.
a
i
dx
1
+v
i

.
b
i
dx
2
+....+ v
i

.
m
i
dx
m
= 0 (28)
Affinch la (28) sia identicamente nulla per qualsiasi valore degli incrementi occorre che tutti i
coefficienti degli incrementi infinitesimi dx
1
, dx
2
,dx
m
siano nulli, e quindi la (28) si trasforma in
un sistema di m equazioni:
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo I - Teoria degli errori
pagina 30
v
i

.
a
i
=0 v
i

.
b
i
=0 ... v
i

.
m
i
=0 (29)
Sostituendo a v
i
l'espressione data dalla (25) si ha:
(a
i
x
1
+ b
i
x
2
+....+ m
i
x
m
+ l
i
)
.
a
i
= 0
(a
i
x
1
+ b
i
x
2
+....+ m
i
x
m
+ l
i
)
.
b
i
= 0
. (30)
.
.
(a
i
x
1
+ b
i
x
2
+....+ m
i
x
m
+ l
i
)
.
m
i
= 0 i = 1, n
Sviluppando i prodotti:
a
i
a
i
x
1
+ a
i
b
i
x
2
+....+ a
i
m
i
x
m
+ a
i
l
i
= 0
a
i
b
i
x
1
+ b
i
b
i
x
2
+....+ b
i
m
i
x
m
+ b
i
l
i
= 0
. i=1,n (31)
.
a
i
m
i
x
1
+m
i
b
i
x
2
+....+ m
i
m
i
x
m
+ m
i
l
i
= 0
Il sistema (31) un sistema di m equazioni nelle m incognite x
1
, x
2
,... x
m
e si definisce
sistema normale.
Riepilogando quindi le diverse fasi del metodo, diciamo che dal sistema iniziale di n equazioni
generatrici siamo passati, linearizzando le funzioni, ad un sistema di n equazioni generate: in
entrambi i sistemi per il numero delle equazioni inferiore a quello delle incognite ed essi
risultano indeterminati.
Associando quindi al sistema delle equazioni generate la condizione dei minimi quadrati si
arriva alla definizione del sistema normale di m equazioni nelle m incognite x
1
, x
2
,... x
m

Una volta ricavati i valori degli incrementi x
1
, x
2
,... x
m
, risaliamo alla m-pla X X .. ,X
1
*
2
*
m
*
, ,
ricercata.
X X x
1
*
1
0
1
= +
X X x
2
*
2
0
2
= +
... (32)
X X x
m
*
m
0
m
= +


3.4 Iterazione dei calcoli.

I valori dati dalle (32) non devono per in generale venire assunti come valori definitivi delle
incognite. Infatti nell'operare la linearizzazione dalle equazioni generatrici (23) per ottenere le
equazioni generate (25) abbiamo trascurato tutti i termini dello sviluppo in serie di Taylor
contenenti le correzioni x
1
, x
2
,... x
m
elevate al quadrato, al cubo e cos via.
Questo fatto non avrebbe alcuna conseguenza pratica se i valori x
1
, x
2
,... x
m
, (cio le
differenze tra i valori approssimati X X .. , X
1
0
2
0
m
0
, , , ed i valori finali X X .. , X
1
*
2
*
m
*
, , ), fossero
dello stesso ordine di grandezza degli errori di misura delle quantit misurate (omettiamo la
dimostrazione di quanto appena asserito).
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo I - Teoria degli errori
pagina 31
Viceversa molte volte, specialmente quando i valori approssimati sono ottenuti per via grafica,
i valori approssimati X X .. , X
1
0
2
0
m
0
, , differiscono dai valori X X .. , X
1
*
2
*
m
*
, , di quantit ben
superiori, come ordine di grandezza, agli errori di misura delle quantit misurate.
Ne consegue che, per giungere alla determinazione della m-pla incognita X X .. , X
1
*
2
*
m
*
, , ,
bisogna iterare pi volte la soluzione del sistema (28) nel seguente modo.
Si inizia con risolvere il sistema una prima volta; indichiamo con x
1
, x
2
,... x
m
le correzioni
determinate .
Calcoliamo i valori:
X X x
1
'
1
0
1
'
= +
X X x
2
'
2
0
2
'
= +
...
X X x
m
'
m
0
m
'
= +
Sostituiamo questi valori nelle equazioni (25) e ricaviamo in ogni equazione lo scarto v
i
; con i
v
i
calcoliamo la v
i
2
che indichiamo con (v
i
2
)
Poi, anzich ritenere i valori X X .., X
1
'
2
'
m
'
, , come definitivi, li consideriamo come nuovi valori
approssimati.
Ricalcoliamo quindi i coefficienti a
i
,b
i
, m
i
e i termini noti l
i
con i nuovi valori X X .., X
1
'
2
'
m
'
, ,
Risolvendo nuovamente il sistema (31) otteniamo una nuova serie di correzioni x
1
, x
2
,... x
m

.
Mediante questi valori otteniamo:
X X x
1
"
1
'
1
= +
X X x
2
"
2
'
2
= +
...
X X x
m
"
m
'
m
= +
Reintroduciamo questi valori nella (25) e ricalcoliamo i nuovi scarti v
i
e la (v
i
2
)".
Ora confrontiamo (v
i
2
)" con (v
i
2
)' .
Se (v
i
2
)" molto diminuita rispetto a (v
i
2
)' vuol dire che non abbiamo ancora raggiunto la
condizione di minimo della v
i
2
, e che quindi dobbiamo procedere ad un'altra iterazione.
numero iterazioni
v
i
2
. . . .
fine delle iterazioni
| 2 | 3 | 1

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Capitolo I - Teoria degli errori
pagina 32
Praticamente interrompiamo le iterazioni quando vediamo che la v
i
2
relativa all'ultima
iterazione non diminuisce pi in modo apprezzabile da quella relativa alla penultima.
Sottolineiamo il fatto che se le espressioni generatrici (23) fossero di forma lineare, la prima
soluzione sarebbe gi quella definitiva, cio gi la prima soluzione del sistema (31) porterebbe
alla condizione v
i
2
= min.


3.5. Valutazione della precisione dei risultati.

Abbiamo detto che uno dei vantaggi che ci offre l'applicazione del metodo delle osservazioni
indirette quello di permetterci una valutazione rigorosa della precisione conseguita nella
determinazione delle incognite.
Omettiamo la dimostrazione delle formule che diamo qui di seguito perch appesantirebbe il
discorso.
Per calcolare l'errore quadratico medio delle incognite si procede nel modo seguente.
1. Si calcola un primo coefficiente che funzione degli scarti finali delle equazioni generatrici.
Sostituendo cio i valori finali delle incognite nelle equazioni (25) si calcolano gli scarti v
i
; in
funzione di questi scarti si calcola un errore quadratico medio delle equazioni:
m
v
n - m
0
2 i
2
=

(33)
Esso risulta tanto pi piccolo quanto pi precise sono le misure effettuate e quanto
maggiore il numero delle misure esuberanti.
2. Si calcolano gli elementi diagonali della matrice inversa della matrice costituita dai
coefficienti delle incognite del sistema (31).
Ricordiamo che data una matrice
A
a a a
a a a
a a a
=
11 12
21 22 2
.
.
. . . .
.
1m
m
1m 2m mm


La matrice inversa A
-1
si ottiene sostituendo a un generico elemento a
i,k
, il minore A
i,k
del
termine a
i,k
diviso per il valore A della matrice:
A
A
A
A
A
A
A
A
A
A
A
A
A
A
A
A
A
A
A

=
1
11 12
21 22 2
.
.
. . . .
.
1m
m
1m 2m mm

Per i nostri calcoli interessano solo i termini della diagonale principale:
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo I - Teoria degli errori
pagina 33
A
A
A
A
A
A
A

=
1
11
22
. . .
. . .
. . . .
. . .
mm

Calcolati gli elementi
A
A
11
,
A
A
22
,
A
A
mm
si ottengono gli errori quadratici medi delle
incognite dalle relazioni:
m m
X* 0 1
=
A
A
11

m m
X* 0 2
=
A
A
22

.
.
m m
X* 0
mm
m
=
A
A



3.6. Il problema dell'attribuzione dei pesi.

Lo scarto v
i
che introduciamo nell'equazione generata (25) dovuto, come si detto, al fatto
che le misure P P . . .P
1
i
2
i
s
i
, , delle quantit di grandezza P
1
, P
2
,

P
s
sono affette da errore.
L'influenza degli errori di misura sulle equazioni generate assume un valore significativo solo nel
termine noto dell'equazione generata; infatti l'effetto di tali errori nei restanti termini della (25)
pu ritenersi trascurabile, poich i coefficienti a
i
,b
i
.,.. m
i
, in cui gli errori sono presenti, sono
moltiplicati per le correzioni dei valori approssimati x
1
, x
2
,..x
m
che sono quantit piccole.
Questo fatto si sintetizza dicendo che gli scarti v
i
, delle equazioni generate sono dovuti
all'influenza degli errori di misure nei termini noti l
i
.
I termini noti l
i
possono essere riguardati come funzione delle misure P P . . .P
1
i
2
i
s
i
, , , e quindi
si pu calcolare il loro e.q.m. in funzione dell'e.q.m. delle misure dirette P P . . .P
1
i
2
i
s
i
, , che in
essi compaiono, applicando ad essi la formula dell'e.q.m. delle misure indirette. Sar cio,
indicando con m
li
l'e.q.m. del generico termine noto l
i
:
m

P
m

P
m

P
m
li
i
1
P1
2 i
2
P2
2 i
m
Pm
2
=

+ +

f f f
0
2
0
2
0
2
... (34)
dove l'indice( )
0
sta a significare che nelle derivate compaiono i valori approssimati delle
incognite, e m , m , ....m
P1
2
P2
2
Pm
2
sono gli errori quadratici delle misure dirette.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo I - Teoria degli errori
pagina 34
Applicando la (34) alle n equazioni generate dal sistema della (25), si possono ricavare gli n
e.q.m. degli n termini noti l
i
.
Essi risulteranno in generale differenti tra di loro.
In seguito a questa constatazione ci poniamo allora il problema di come fare per far s che le
equazioni, il cui termine noto ha e.q.m. minore, abbiano pi importanza nella determinazione di
x
1
, x
2
,..x
m
, di quanta ne abbiano quelle con termine noto avente e.q.m. maggiore.
Si segue il criterio gi visto per la media ponderata e cio si impone che gli e.q.m. di tutti i
termini noti diventino uguali tra di loro con l'applicazione di un coefficiente moltiplicativo, detto
peso; si impone cio la seguente condizione:
m m ... = m
l1
2
l2
2
lm
2
m
= = p p p
1 2
(35)
dove i valori p
1
,p
2
, ...p
s
verranno calcolati con la relazione:
p
i
li
2
m
=
1
(36)
essendo gli m
li
2
calcolati mediante la (34).
L'introduzione dei pesi viene fatta perch si vuol realizzare il seguente scopo: il principio dei
minimi quadrati deve minimizzare gli scarti delle equazioni generate, privilegiando gli
scarti delle equazioni che hanno e.q.m. del termine noto minori.
Cio anzich applicare il principio:
v
i
2
= min i = 1,n (24)
si applica il principio v
i
2

.
p
i
= min i = 1,n (37)
Per realizzare la (37), anzich la (24), sufficiente moltiplicare ogni equazione del sistema (25)
per la radice quadrata del peso del suo termine noto:
p
i
a
i
x
1
+ p
i
b
i
x
2
+....+ p
i
m
i
x
m
+

p
i
l
i
= p
i
v
i

i = 1, 2, ... n

(38)
Si procede quindi come indicato al precedente paragrafo.
Con l'introduzione dei pesi la (33) diventa:
m
v
n - m
0
2 i i
2
=
p
(39)
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 35

CAPITOLO II

STRUMENTI TOPOGRAFICI


1 Le grandezze che sono oggetto delle misure.

Gli strumenti topografici si dividono fondamentalmente in tre categorie: teodoliti, livelli,
distanziometri elettronici. In ciascuna categoria esistono moltissimi tipi di strumenti che si
differenziano per:
principio di funzionamento;
struttura;
livello tecnologico;
grado di precisione;
campo di applicazione.
ovviamente impossibile fare, in questo Corso, una casistica completa degli strumenti
topografici; ci limiteremo pertanto a prendere in considerazione, per ciascuna categoria, il tipo
di strumento pi diffuso, o meglio quello che fa pi capire le funzioni che con esso vengono
svolte.
Le operazioni topografiche hanno come scopo la misura di:
angoli;
dislivelli;
distanze.


1.1 Angoli.

Gli angoli possono essere: azimutali o zenitali.

Angoli azimutali.
Consideriamo tre punti sul terreno A, B e C (vedi figura 1)

C
C B
A

figura 1
V la verticale passante per A;
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 36

B
il piano definito dalla verticale V e dalla congiungente AB;

C
il piano definito dalla verticale V e dalla congiungente AC;
chiamiamo angolo azimutale l'angolo diedro definito dai due piani
B
e
C
e che ha per
spigolo la verticale V .

Angoli zenitali.
Dato un punto A ed un punto B, l'angolo zenitale l'angolo formato dalla verticale per il
punto A e dalla congiungente i punti A e B (vedi figura 2).


figura 2


1.2 Dislivelli.

Come vedremo in seguito in modo pi approfondito, definiamo quota di un punto la sua
distanza da una superficie di riferimento misurata sulla verticale per il punto stesso; la superficie
di riferimento sar il geoide che pu essere approssimato alla superficie del mare in quiete,
supposta estesa anche al di sotto delle terre emerse (vedi figura 3).
v
B
vA
mare
B
q
q
A
B
A

figura 3
Considerando il punto A, di quota q
A
ed il punto B a quota q
B
, il problema sar quello di
stabilire la differenza di quota, o dislivello, fra i punti, cio la differenza q
A
- q
B
.
In particolare, le verticali passanti per due punti, distanti fra loro meno di 100 metri, possono
essere considerate parallele e la superficie del geoide pu essere approssimata da un piano ad
essa tangente; il dislivello pu allora essere cos schematizzato (vedi figura 4).
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 37

A
q
q
A
B
B


figura 4

1.3 Distanze.

In Topografia sono oggetto di misura le distanze reali intese come segmenti congiungenti in
linea retta i punti in esame (vedi figura 5).
A
B
d*

figura 5

Per convenzione vengono indicate con d*; con la sola dizione distanza (d) si indica invece la
distanza topografica, che verr pi avanti definita.


1.4 Strumenti con cui si effettuano le misure

Tutte le operazioni topografiche hanno come scopo la misura delle classi di grandezze che
abbiamo appena esaminato.
Gli strumenti adottati per queste operazioni saranno:
il teodolite, per la misura di angoli azimutali e zenitali;
il livello, per la misura delle differenze di quota;
il distanziometro elettronico, per la misura diretta delle distanze.
Il teodolite ed il livello potranno essere inoltre usati anche per la misura indiretta di distanze
brevi (< 100 m) che debbano essere determinate con scarsa precisione (10
-3
).





R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 38

2 La materializzazione dei punti.

Nel definire le grandezze che sono oggetto di misure da parte del topografo, abbiamo fatto
riferimento, in modo generico, a punti A, B, C .... del terreno; occorre chiarire come questi
punti, l considerati come astrazioni geometriche, siano materializzati nella realt.
Prendiamo in considerazione, a questo scopo, la misura di un angolo azimutale; la misura verr
eseguita mettendosi con uno strumento, il teodolite, sul punto A e osservando, mediante il
cannocchiale topografico, che fa parte del teodolite, gli altri due punti B e C. Il punto A sul
quale ci si mette con lo strumento, si chiama punto di stazione, mentre i punti B e C sono i
punti collimati. Il punto di stazione pu essere costituito da una borchia metallica infissa nella
pavimentazione stradale (vedi figura 6-1), da un cilindretto di metallo cementato in una piccola
gettata di calcestruzzo (vedi figura 6-2.), dall'incrocio di due tratti disegnati sulla testa di un
picchetto (vedi figura 6-3.), da una borchia cementata in un piccolo pilastrino di cemento
armato (vedi figura 6-4.), da un punto non materializzato di proposito ma ben individuabile,
come ad esempio l'incrocio di due assi stradali (vedi figura 6-5.).
I punti collimati possono essere materializzati in due modi:
punti di strutture artificiali esistenti (punta di un campanile, spigolo di una casa, un punto
caratteristico di un edificio, ecc.);
punti del tipo di quelli su cui si fa stazione e che vengono resi visibili da lontano con
opportuni segnali (vedi paragrafo 8.3.).
Per fare un esempio, una traduzione in termini reali dello schema in figura 1 potrebbe
essere la seguente (figura 7.): il punto A materializzato da una borchia infissa in un
pilastrino; il punto B la punta di un campanile ed il punto C un picchetto in legno sul
quale stato posto un segnale.
P

figura 6-1


P


figura 6-2
P

figura 6-3

P

figura 6-4

P
Via Tosi

figura 6-5
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 36

B
C
A

figura 7


3 Il treppiede.

3.1 Struttura.

Come vedremo in seguito, per misurare angoli e distanze occorre mettersi con lo strumento di
misura su uno dei punti che definiscono l'angolo o la distanza; cos pure occorrer mettere un
segnale per rendere visibile da lontano gli altri punti, qualora questi non lo siano gi; ad
esempio, nel caso della figura 7, il punto B visibile di per s, mentre sul punto C occorrer
mettere un segnale, ossia un qualcosa che lo renda visibile da lontano (le caratteristiche del
segnale saranno descritte al paragrafo 8.3.).


figura 8

Per sostenere lo strumento di misura ed i segnali si usa il treppiede (vedi figura 8); esso
formato da tre gambe allungabili che sono incernierate ad una piastra che chiameremo piastra
di appoggio; vista dall'alto la piastra ha una forma di triangolo ad angoli smussati (figura 9)
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 37

con foro centrale; nella figura le tre forme oblunghe tratteggiate indicano l'attacco a cerniera
delle tre gambe del treppiede. Nel foro centrale passa una grossa vite, detta vitone; mediante
il vitone si fissa al treppiede un dispositivo intermedio tra il treppiede stesso e lo strumento (o il
segnale), che si chiama basetta.

figura 9


3.2 Modo d'impiego.

Quando si vuole effettuare una misura, la prima operazione da fare quella di mettere il
treppiede in stazione sul punto; il che vuol dire posizionare il treppiede in modo che il centro
del foro della piastra di appoggio sia approssimativamente sulla verticale passante per il punto
e la piastra sia approssimativamente orizzontale; questa operazione sebbene sembri facile, in
realt non lo , perch quando si lavora in campagna su terreno accidentato, e non su strada
asfaltata e piana, le irregolarit del terreno stesso e la presenza di vegetazione richiedono alle
gambe del treppiede lunghezze diverse e posizioni strane (figura 10).

figura 10
Per raggiungere lo scopo bisogna pertanto sfruttare il fatto che le gambe del treppiede sono a
lunghezza variabile, indipendenti l'una dall'altra; per verificare che la posizione della piastra
d'appoggio sia abbastanza centrata sul punto si potr usare un filo a piombo (figura 11) mentre
per mettere approssimativamente orizzontale la piastra d'appoggio si potr usare una comune
livella da muratore (figura 12).
P

figura 11 figura12
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 38

3.3 Possibilit di posizione eccentrica del vitone.

Il vitone non fisso al centro della piastra d'appoggio, ma pu scorrere in una specie di collare
oblungo fatto come illustrato in figura 13, il quale incernierato ad una estremit sotto la
piastra di appoggio.
Facendo ruotare il collare (freccette a, b della figura 13) e facendo traslare il vitone nel collare
(freccette c, d della figura 13) si pu portare il vitone qualsiasi punto del foro centrale della
piastra (vedi figura 14).
a d
b
c


figura 13 figura 14

Questo speciale attacco del vitone alla piastra di appoggio del treppiede, permette di
posizionare la basetta sulla piastra d'appoggio in modo che il centro C della basetta stia sul
punto di stazione anche se il centro K della piastra di appoggio non esattamente nel punto di
stazione (figura 15).
C
P
K


figura 15

Quanto detto in questo paragrafo pu essere per ora un po' oscuro, quindi si consiglia di
ritornare su questo punto dopo aver visto la parte che segue sino al punto 5.4. compreso.
E' importante aver capito che non possibile posizionare il treppiede sul punto di stazione P in
modo che:
il centro del foro della piastra d'appoggio sia esattamente sulla verticale per P;
la piastra d'appoggio sia perfettamente orizzontale.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 39


4 Il cannocchiale topografico.

4.1 Struttura.

Abbiamo visto che, nel definire gli angoli (azimutali e zenitali) e le distanze, abbiamo preso in
considerazione la retta che congiunge dei punti del terreno; le operazioni di misura delle
grandezze esaminate al punto 1 implicano, come vedremo in seguito, che la retta che
congiunge idealmente i punti venga opportunamente materializzata.

R
M
cm. 20
l
o
l
N
L
C
L
k
a.c. a.o.
p
t
L
3
2
2
1

figura 16

Questa funzione viene svolta dal cannocchiale di cui tutti gli strumenti topografici sono dotati.
Il cannocchiale topografico composto (vedi figura 16):
da un corpo metallico tubolare;
da una lente obiettiva L
1
, che in genere una lente convergente;
da una lente interna L
2
, che in genere una lente divergente;
da un reticolo R che una lastrina di vetro con sopra incisa una crocetta;
da una lente oculare L
3
, che in genere una lente convergente.
Le lenti L
1
e L
2
sono delimitate da superfici sferiche i cui centri C
i
devono essere tutti allineati
su una retta (figura 17).
C
C
asse ottico
C C
3 4 2 1

figura 17
Questa retta si chiama asse ottico del cannocchiale.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 40

La condizione suddetta deve essere realizzata in sede di montaggio delle lenti nel cannocchiale.
Si chiama invece asse di collimazione la retta che congiunge il centro della lente obiettiva, con
il centro del reticolo (figura 18).

asse
di collimazione

figura 18

Nel cannocchiale l'asse ottico e l'asse di collimazione devono essere coincidenti; questa
condizione viene realizzata nel momento del montaggio del reticolo nel cannocchiale.
La distanza l
0
tra la lente L
1
ed il reticolo fissa; invece la distanza tra la lente L
1
e la lente L
2

variabile perch la lente L
2
pu essere traslata lungo l'asse ottico ruotando il bottone M
esterno al cannocchiale.
Ruotando il bottone M si fa ruotare il pignoncino p, il quale fa traslare la cremagliera t, che
un unico pezzo con il collare K in cui inserita la lente L
2
.
La meccanica interna del cannocchiale, cio l'insieme manopola M-pignoncino p-collare K-
cremagliera t, deve essere molto curata poich bisogna che, al traslare della lente L
2
, l'asse di
collimazione resti coincidente con l'asse ottico.
D'ora in avanti, quando parleremo degli strumenti topografici, supporremo che sia sempre
verificata la condizione di coincidenza tra asse ottico del cannocchiale e asse di collimazione
per qualsiasi posizione della lente L
2
.


4.2 Funzionamento.

4.2.1 Funzione del reticolo.

Collimare un punto P con il cannocchiale significa puntare il cannocchiale sul punto P in modo
che esso si trovi sull'asse ottico del cannocchiale (figura 19).
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 41

P

figura 19

Poich l'asse ottico coincide con l'asse di collimazione, la condizione di cui sopra verificata
quando il puntamento viene effettuato in modo che l'immagine del punto P si formi sul reticolo,
proprio in coincidenza dell'incrocio dei due tratti che formano il reticolo stesso (figura 20).



figura 20

Per poter collimare un punto P occorre quindi fare una prima operazione che consiste nel far
formare l'immagine del punto sul piano del reticolo (figura 21) e poi posizionare il cannocchiale
in modo che il punto P risulti coincidente con l'incrocio del reticolo stesso.



figura 21


R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 42

4.2.2 Funzione della lente interna.

Se ci fosse solo la lente L
1
(figura 22) di focale f
1
, l'immagine di un punto P, alla distanza D
dalla lente, si formerebbe nello spazio immagine ad una distanza d dalla lente data dalla
relazione:
d
f D
D f
=

1
1
4.2.2.(1)
D
R
P
L
f
d
l
1
1
1
0


figura 22
In generale d risulterebbe diversa da l
0
e quindi l'immagine di P non si formerebbe sul reticolo
R.
La funzione della lente L
2
proprio quella di ottenere questo risultato, cio di far formare
l'immagine di P sul piano del reticolo; infatti l'insieme delle due lenti L
1
ed L
2
costituisce un
sistema ottico la cui focale risultante data dalla relazione:
f
f f
f f l
=
+
1 2
1 2
4.2.2.(2)
essendo f
2
la focale di L
2
ed l la distanza tra le due lenti (figura 16); variando la distanza l si
pu quindi variare il valore di f.
Pertanto, considerando l'insieme delle due lenti L
1
ed L
2
, pu essere resa uguale a l
0
la
distanza d, dalla prima lente L
1
dell'immagine di un punto P posto alla distanza D.
Ci avviene facendo variare opportunamente la distanza l tra le due lenti sino a che si realizza
la condizione:
d l
f f
f f l
D
D
f f
f f l
= =
+

+
0
1 2
1 2
1 2
1 2
4.2.2.(3)
La relazione 4.2.2.(3) stata ottenuta introducendo la 4.2.2.(2) nella 4.2.2.(1).

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 43

4.2.3 Funzioni della lente oculare.

La lente oculare (L
3
in figura 16) serve come lente d'ingrandimento, per vedere ingranditi sia
l'immagine che si forma sul reticolo, sia il reticolo stesso, in modo da poter fare la collimazione
con la necessaria accuratezza.
Se la lente L
3
divergente, oltre ad ingrandire l'immagine, la capovolge; poich l'insieme delle
due lenti L
1
ed L
2
d sul piano del reticolo un'immagine capovolta, osservando quest'ultima
attraverso l'oculare, che la capovolge a sua volta, la si vede diritta.
La lente L
3
pu essere leggermente avvicinata (allontanata) al reticolo mediante avvitamento (o
svitamento), in modo da sopperire ad eventuali difetti di vista dell'operatore; il movimento della
lente oculare non critico, come quello della lente interna L
2
, perch la lente L
3
non viene
coinvolta nel procedimento di formazione dell'immagine sul reticolo; essa inoltre non concorre
a definire n l'asse ottico, n l'asse di collimazione e non pu pertanto influenzare il
posizionamento dell'immagine di un punto, rispetto ad essi.


4.2.4 Semplificazioni introdotte nelle spiegazioni date in questo paragrafo.

In realt nei cannocchiali topografici non esistono solo le lenti L
1
, L
2
e L
3,
, ma ciascuna di esse
formata da un pacchetto di lenti al fine di correggere le aberrazioni.
Inoltre il raddrizzamento dell'immagine viene generalmente realizzato con un sistema di prismi
posto tra la lente L
2
ed il reticolo.


4.2.5 Posizione del primo fuoco nel cannocchiale topografico.

Quando consideriamo una lente semplice, i due fuochi della lente stanno dalle parti opposte di
essa; uno nello spazio oggetto e uno nello spazio immagine (figura 23).
F F
1 2


figura 23

Nel cannocchiale topografico invece il sistema ottico costituito dalle lenti L
1
ed L
2
viene
progettato in modo che il primo fuoco F
1
del sistema cada all'interno del cannocchiale stesso
(figura 24).
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 44

K K
1 2
F
1
spazio
oggetto
l

figura 24
Poich la focale f del sistema varia con la distanza l tra le due lenti, anche la posizione del
primo fuoco non costante, ma varier in un intervallo K
1
K
2
la cui ampiezza dell'ordine di
1 2 mm.
Vedremo in seguito che, per poter dare al cannocchiale delle rotazioni azimutali e zenitali, nei
tre tipi di strumenti topografici che prendiamo in considerazione (teodoliti, livelli,
distanziometri), esso sar montato su un asse rotante m (vedi figura 25), sostenuto da un
supporto U che a sua volta sorretto da un basamento B; il supporto U pu ruotare intorno
ad un asse r.
r
B
U
C
r
m
m

figura 25
L'asse di rotazione r detto asse primario; l'asse m detto asse secondario.
L'asse m e l'asse r dovranno essere complanari ed ortogonali; il cannocchiale dovr essere
montato nello strumento in modo che l'asse di collimazione passi per un punto C, intersezione
dei due assi m ed r, che viene detto centro dello strumento.
Il sistema di lenti L
1
ed L
2
viene progettato in modo che l'intervallo K
1
K
2
in cui pu cadere
il suo primo fuoco F sia centrato sul punto C, intersezione dei tre assi.


R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 45

5 La basetta.

5.1 Struttura.

Come abbiamo gi detto la basetta un dispositivo che deve essere interposto tra il treppiede
e lo strumento (o il segnale); essa si compone di tre parti (vedi figura 26):
una piastra di base b;
una piastra basculante b';
tre viti calanti, che uniscono la piastra basculante alla piastra di base.
La piastra di base viene fissata per mezzo del vitone alla piastra di appoggio del treppiede
come si vede in figura 5.1.-1 che rappresenta la sezione frontale della figura 27.
Le viti calanti hanno la funzione di permettere il basculamento rispetto alla piastra di base.
La piastra basculante ha la funzione di fare da supporto o allo strumento di misura, o al
segnale.
Nella piastra basculante ci sono tre fori (vedi figura 28) nei quali vanno ad infilarsi i tre piedini
di cui sono muniti gli strumenti di misura ed i segnali. Si chiama centro della basetta il centro
del cerchio ideale passante per i centri dei tre alloggiamenti.
Nella figura 29 si vede, in sezione, come sono fatte le viti calanti e come funzionano; si vede
cio che la testa della vite prigioniera nella piastra di base.
Quando si ruota la vite mediante l'apposito anello zigrinato, si provoca (a seconda del senso di
rotazione) l'allontanamento o l'avvicinamento della parte della piastra basculante che contiene
la testa filettata, dalla parte della piastra di base che contiene la testa.


V
c
b
v

figura 26


figura 27


figura 28



b
v
b a

figura 29

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 46
5.2 Uso delle viti calanti per rendere verticale un asse.

Per capire come vengono usate le viti calanti schematizziamo la basetta come in figura 30.
2
1
2
3
B
A
1 2
3
r
1
1
2 3
r
1
1=2 3
r
2
3
1=2
r
2
1
3 1
3
2
r
r
c
2
2
r
r
1
1
c

vista da A vista da B
figura 30
Nella figura si vede come ruotando le viti 1 e 2 in senso contrario, si pu far ruotare la piastra
basculante intorno ad un asse ideale r
1
che congiunge il centro della basetta con la vite 3;
mentre ruotando la vite 3 in un senso e le viti 1 e 2 nello stesso senso si pu far ruotare la
piastra basculante intorno ad un asse ideale r
2
che ortogonale al precedente e passa per il
centro della basetta.
Supponiamo ora che sulla piastra basculante sia stata innestata una piastra circolare munita di
piedini (vedi figura 31) alla quale sia stata saldata ortogonalmente un'asta. Supponiamo che
inizialmente questa asta sia verticale. Ripetendo il ragionamento appena fatto si vede che, con
la rotazione in senso opposto delle viti 1 e 2, l'asta R pu essere fatta ruotare nel piano
2
di
un generico angolo v
2
(vedi figura 32);
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 47
figura 31
V
V
1
2

1
2
figura 32

quindi con la rotazione della vite 3 si pu far ruotare l'asta nel piano
1
di un generico angolo
v
1
.
A questo punto l'asta non sar pi verticale, ma former con la verticale un generico angolo v .
Facciamo ora il ragionamento inverso: se con le viti calanti posso rimuovere l'asta dalla sua
posizione di verticalit, con le viti calanti posso anche riportare l'asta nella posizione di
verticalit quando essa non verticale. Ed proprio per questo che noi, come vedremo,
useremo le viti calanti; sar per necessario disporre anche dell'ausilio di una livella torica o
sferica, come vedremo al punto 6.


5.3 Intercambiabilit tra teodolite e segnale.

Abbiamo gi detto che nella piastra basculante ci sono tre alloggiamenti, cio tre fori, nei quali
si infilano e rimangono prigionieri per mezzo di un apposito dispositivo, comandato da una
levetta, i tre piedini del teodolite (o del segnale).
Il teodolite ed il segnale sono fatti in modo che possano essere fissati al treppiede con lo
stesso tipo di basetta; ossia si possono mettere sulla stessa basetta dapprima il teodolite,
successivamente, dopo aver rimosso lo strumento, il segnale. Al punto 8.4. riprenderemo in
esame questo argomento che per le operazioni topografiche di precisione molto importante.


5.4 Piombino ottico.

Nella basetta, e precisamente nella piastra basculante, esiste un dispositivo, che si chiama
piombino ottico, che serve per centrare la basetta sul punto di stazione (figura 33). Il piombino
ottico formato da un piccolo cannocchiale, costituito da una lente obiettiva, da un reticolo e
da un oculare; il cannocchiale a fuoco fisso, cio la distanza tra la lente obiettiva ed il
reticolo invariabile; non c' bisogno di lente interna perch la distanza del terreno dalla
basetta all'incirca sempre uguale (1.20-1.30 m) e quindi la distanza alla quale va posto il
reticolo dalla lente pu essere fissata una volta per tutte. L'oculare, come nel cannocchiale
topografico, serve a vedere ingrandita l'immagine sul reticolo.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 48
m 1,20 - 1,30



figura 33
Davanti alla lente obiettiva c' un prisma che rimanda in senso orizzontale le immagini che
provengono dal basso verso l'alto lungo la verticale.
Il piombino ottico montato e tarato in modo tale che quando il centro C della basetta si trova
sulla verticale passante per il punto P, il punto P risulta collimato sul reticolo, ossia l'immagine
P' di P si trova in corrispondenza dell'incrocio dei tratti del reticolo.
A questo punto risulta chiaro perch al paragrafo 3 abbiamo detto che il vitone che fissa la
basetta al treppiede deve essere cavo; attraverso ad esso deve esserci la visuale libera per
centrare, con il piombino ottico, la basetta sul punto di stazione.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 49
6. Le livelle e il loro impiego.

6.1. La livella torica.

La livella torica costituita da una fiala cilindrica di vetro la cui parte superiore internamente
lavorata a forma di superficie torica. una superficie torica quella generata dalla rotazione di
un cerchio C intorno ad un centro O (figura 34).

R
O
C

figura 34

V
1
V
2
V
1
V
2


figura 35
La fiala inserita in una custodia metallica che viene fissata agli strumenti mediante due viti V
1

e V
2
(vedi figura 35). Sulla parte superiore della fiala incisa una graduazione a tratti,
distanziati di 2 mm, simmetrica rispetto ad uno zero centrale. La tangente t al punto centrale
della graduazione si chiama tangente centrale della livella (t.c.).
La fiala contiene un liquido abbastanza volatile (ad esempio alcool) che in parte allo stato
gassoso e quindi forma una bolla.
Consideriamo la sezione mediana della livella (figura 36): la risultante F delle forze f
i
che
agiscono sulla superficie di separazione tra la parte liquida e quella gassosa diretta secondo
la verticale passante per k, punto intermedio tra gli estremi A e B della bolla.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 49
t t
f
i f
i f
i
f
i
f
i
f
i
f
i
f
i
K
A B

figura 36
La tangente t alla sezione circolare nel punto k ortogonale alla direzione della forza F
quindi orizzontale.
Pertanto quando si vuole disporre orizzontale la tangente centrale (t.c.) di una livella, occorre
posizionare la livella stessa in modo che la bolla si disponga con le estremit equidistanti dal
punto zero della graduazione (figura 37).
3
2,5
2 1,5
1
0,5
3
2,5
2 1,5
1
0,5 0 t.c.

figura 37


6.2 Sensibilit della livella torica.

Si chiama sensibilit di una livella l'angolo, espresso in secondi sessagesimali, che sottende un
tratto di graduazione (figura 38); la sensibilit si esprime pertanto come secondi/millimetri.
Una livella consente una maggior accuratezza nel disporre gli assi verticali ed orizzontali,
quanto pi sensibile. Una livella torica molto buona, che si usa cio in strumenti di elevata
precisione, deve avere una sensibilit variabile tra 10"/2 mm e 20"/2 mm.
Si noti che nella figura 38 il raggio R della sezione meridiana della livella puramente
indicativo; infatti in una livella con sensibilit di 10"/mm il raggio R vale 40 metri.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 50
0 1 2 3 3 2 1
R


figura 38
Per avere un'idea di cosa significhi costruire una livella da 10"/2 mm calcoliamo quale lo
scostamento della tangente centrale della sezione circolare della superficie torica dopo 10 tratti
di graduazione; se = 10", l'angolo corrispondente a 10 tratti vale 100" (vedi figura 39);
l'angolo varr:
=/2 = 50"
d sar quindi dato da: d = 50" . 20 mm =
50
200 000
20 000
"
.
. = 5 m
t.c. 5 10
15
5 10
15
d
0
10" =


figura 39

6.3 Funzione della livella torica negli strumenti topografici.

La livella torica pu essere usata per rendere orizzontale o verticale un asse.

6.3.1 Livella torica usata per rendere orizzontale un'asse.

Consideriamo il dispositivo D della figura 40.
Esso consiste in una piastra P sulla quale fissata la sbarretta S che porta una linea di
traguardo materializzata dalle due crocettine C
1
e C
2
.
V
CR
S
P
C
1
C
2
O

o

figura 40 figura 41

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 51

O

O
l.t.
t.c.

figura 42 figura 43

La sbarretta S vincolata alla piastra P da una vite calante V e da una cerniera CR; ruotando
la vite calante, la sbarretta S ruota attorno al centro O della cerniera CR.
Si vuole poter disporre la linea di traguardo secondo l'orizzontale anche quando la piastra P
appoggiata su un piano non orizzontale (vedi figura 41).
Si procede cos: si prende il dispositivo D e si fa in modo di rendere orizzontale la linea di
traguardo; ad esempio traguardando, attraverso i centri C
1
e C
2
delle crocette, il pelo libero di
un liquido in due vasi comunicanti (vedi figura 42).
A questo punto si prende una livella torica e, senza muovere il dispositivo, la si avvita sulla
sbarretta S in modo che la bolla risulti centrata; ossia con la t.c. orizzontale (vedi figura 43).
Ora, tutte le volte che vorremo rendere orizzontale la linea di traguardo, non dovremo far altro
che centrare la livella mediante la vite calante; per la linea di traguardo sar orizzontale
soltanto se si sar mantenuta la condizione di parallelismo tra la t.c. della livella e la linea di
traguardo, cio la linea ideale che unisce i centri dei due crocicchi.


6.3.2 Livella torica usata per rendere verticale un asse.

Si consideri quanto rappresentato in figura 44 . Vediamo una basetta fissata sulla piastra di un
treppiede; nella figura la piastra di appoggio del treppiede stata disegnata volutamente non
orizzontale.
B
T

r
1
P
1
P
1

figura 44 figura 45
Prendiamo ora in considerazione il pezzo cilindrico P
1
munito di piedini (figura 46) che si pu
incastrare nella basetta; il pezzo P
1
ha una cavit cilindrica di diametro
1
che pu ricevere un
perno cilindrico.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 52
s
2
s
1
s
1 s
1
s
2
P
2
P
2
P
2
r
2
r
2
r
2

figura 46
Consideriamo il pezzo P
2
(figura 46) costituito da una piastra a disco che inferiormente
dotata di un perno cilindrico di diametro
2
e superiormente di due supporti verticali (questi
ultimi non interessano ai fini del discorso che stiamo facendo; spiegheremo nella nota 1, in
fondo al paragrafo, perch li prendiamo in considerazione).
Inseriamo il pezzo P
1
nella basetta ed il pezzo P
2
nel pezzo P
1
(figura 47).
Ora facciamo la seguente ipotesi: che
1
differisca cos poco da
2
che si possano considerare
i due pezzi privi di gioco, pur potendo il pezzo P
2
ruotare in P
1
; potremo allora considerare i
due assi r
1
e r
2
coincidenti in un unico asse r.
Si vuole rendere verticale l'asse r tutte le volte che necessario, indipendentemente dall'assetto
della piastra di appoggio del treppiede.
Per far questo si prende il pezzo P
2
e si va in officina; qui lo si dispone con l'asse r
2
verticale;
ci pu essere fatto, ad esempio, verificando che i punti su una stessa generatrice del perno
siano equidistanti da un filo verticale ed eseguendo questa operazione in due piani ortogonali
(figura 48).
r r r
1 2
__
_
__
_

figura 47




t.c. t.c.
r

figura 49
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 1

r
filo a piombo
c
d
d
d
d
figura 48
1 2
3
basetta
P
P
1
2
1 2
3
P
P
2
1
(fisso)
(ruotato di /2)

figura 50 figura 51
A questo punto, senza ovviamente muovere il pezzo, che deve essere bloccato in questa
posizione, si fissa sulla faccia superiore del disco una livella torica e la si avvita in modo che la
tangente centrale della livella risulti orizzontale, e cio in modo che la bolla sia centrata (vedi
figura 49).
In questo modo abbiamo realizzato la seguente condizione di rettifica: la tangente centrale
della livella ortogonale all'asse r
2
del perno cilindrico del pezzo P
2
.
Ora possiamo rinfilare il pezzo P
2
nel pezzo P
1
e agire come detto al paragrafo 5.2.:
ruoteremo cio P
2
in P
1
sino a che la livella sar parallela a due viti calanti, ad esempio la 1
e la 2 in figura 50;
ruotando le due viti calanti in senso contrario centreremo la livella, portando cos l'asse r a
giacere in un piano verticale passante per la terza vite;
ruotiamo allora il pezzo P
2
in P
1
sino a che la livella si disponga lungo la congiungente il
centro della basetta con la vite 3 (vedi figura 51); notiamo che con questa ultima
operazione non spostiamo l'asse r, poich ruotiamo il pezzo P
2
intorno ad r che sta fermo;
a questo punto ricentriamo la livella con la vite 3; abbiamo cos reso verticale l'asse r,
scomponendo idealmente la sua deviazione v dalla verticale in due componenti v
1
e v
2
su
due piani tra loro ortogonali ed eliminando v
1
con la rotazione delle viti 1 e 2 e v
2
con la
rotazione della vite 3.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 53
1
2
v
v
v

figura 52
nota 1: i pezzi P
1
e P
2
sono simili, anche se molto semplificati, a due pezzi
fondamentali del teodolite la cui struttura gi stata introdotta al punto 4.2.5.
(figura 25); il pezzo P
1
rappresenta cio il basamento B e il pezzo P
2
rappresenta
la parte ruotante U che sostiene l'asse di rotazione m del cannocchiale: il pezzo
P
2
, che nel teodolite si chiama alidada, stato preso con la forma che ha,
proprio per evidenziare che sui due supporti S
1
ed S
2
si appogger il perno di
rotazione del cannocchiale (figura 53).
m
r
a.c.
C

figura 53
I tre assi r, m e a.c. si incontrano in un punto C detto centro dello strumento.
Allora quale la finalit vera del discorso che abbiamo fatto in questo paragrafo ?
La finalit la seguente: per mezzo della livella torica posta sull'alidada,
possibile rendere verticale l'asse del basamento sul quale l'alidada ruota e
quindi anche l'asse di rotazione dell'alidada stessa; l'asse r viene fatto
coincidere cio con la verticale v passante per il punto di stazione e
materializza lo spigolo degli angoli azimutali, oppure la direzione di
riferimento, nella misura degli angoli zenitali (figura 4).

nota 2: errore residuo di verticalit.
Si detto che, con l'uso della livella torica e delle viti calanti, possibile rendere
verticale un asse. In realt questa affermazione non esatta. Infatti non si riesce
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 54
mai a rendere perfettamente verticale un asse a causa degli inevitabili giochi
meccanici degli strumenti e del fatto che, anche usando livelle molto sensibili, non
si riesce ad agire sulle viti calanti con un'abilit manuale che sfrutti in pieno la
sensibilit della livella.
Vi sempre quindi, quando si mette verticale un asse con la prassi illustrata, un
errore residuo di verticalit la cui influenza sui risultati della misura dovr essere
minimizzata con opportuni accorgimenti.

6.3.3 Uso combinato di due livelle toriche.

Abbiamo visto che per rendere verticale un asse con la livella torica occorre (figura 54):
disporre la livella torica parallelamente a due viti calanti e centrarla;
ruotare l'elemento ruotante di /2 disponendo la livella torica in posizione ortogonale alla
precedente;
ricentrare la livella torica.
2
1
3
2
1
3
basetta
elemento mobile

figura 54
Non occorrerebbe ruotare l'elemento mobile se su di esso ci fossero due livelle toriche tra loro
ortogonali, anzich una sola (vedi figura 55); in tal caso sarebbe infatti sufficiente disporre una
livella parallela a due viti calanti; l'altra livella sarebbe automaticamente disposta secondo una
parallela alla congiungente la terza vite con il centro del perno ruotante. Sarebbe allora
sufficiente centrare la livella a con le rotazioni delle viti 1 e 2, e, senza ruotare nulla, centrare la
livella b con la rotazione della vite 3.
1
2
3
a
b

figura 55

Abbiamo accennato a questo possibile uso delle due livelle toriche non perch sia importante
in s, ma per questi motivi:
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 55
per cercare di dare un ulteriore chiarimento sull'impiego della livella torica usata per rendere
verticale un asse;
perch, quando nel successivo paragrafo parleremo della livella sferica, se ne comprender
meglio il funzionamento immaginandola come l'insieme di due livelle toriche ortogonali;
perch in effetti su alcuni strumenti si trovano ancora due livelle toriche; negli strumenti
moderni tuttavia c' un'unica livella torica.


6.3.4 Livella torica a coincidenza.

Abbiamo visto che per centrare la bolla nella livella torica a graduazione, occorre far
assumere alle due estremit della bolla una posizione simmetrica rispetto allo zero centrale
della graduazione; poich nella generalit dei casi la bolla non ha lunghezza uguale ad un
numero intero e pari di unit di graduazione, il centramento viene effettuato stimando che i due
tratti siano uguali (vedi figura 56). Per evitare questa operazione di stima, stato realizzato un
tipo di livella per la quale il centramento avviene in modo completamente diverso.
A
B

A B

figura 56
Innanzitutto la livella non ha graduazione; sopra di essa vi un telaietto (vedi figura 57) che
porta alle due estremit due prismi; i due prismi sono messi in modo da raccogliere solo la
met dell'immagine delle due estremit della bolla; le due immagini delle due met della bolla
vengono portate ad un oculare nel quale le si vedono accostate. Facendo scorrere il telaietto
avanti ed indietro lungo la direzione indicata dalla doppia freccia, si pu trovare una posizione
in cui si vedono le due estremit della bolla coincidenti, come se si trattasse di un'unica
estremit della bolla. L'operazione di giudicare che le due estremit sono in coincidenza viene
fatta con precisione molto superiore all'operazione di stima di uguaglianza dei tratti.
A
B
A
B

figura 57
Per tarare una livella a coincidenza in modo che con essa si possa disporre orizzontale un asse,
si procede come segue. Prendiamo in considerazione il caso relativo al dispositivo illustrato in
figura 58; come l spiegato si dispone orizzontale l'asse di collimazione, poi si prende la livella
a coincidenza e la si fissa sullo strumento; quindi si fa scorrere il telaietto con i due prismi sino
a che, nell'apposito oculare, le due estremit appaiono coincidenti; a questo punto si fissa
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 56
rigidamente il telaietto sulla livella; cos facendo si realizza questa condizione: che l'asse di
collimazione dello strumento orizzontale e le due estremit della bolla sono
coincidenti.

figura 58
Allora ogni volta che si vorr disporre orizzontale l'asse di collimazione sar sufficiente
posizionare lo strumento in modo che le due estremit della bolla risultino coincidenti.
Gli strumenti che richiedono la miglior precisione possibile nel disporre orizzontalmente l'asse
di collimazione sono i livelli, pertanto, in essi, viene usata la livella a coincidenza.
Nota: nella livella torica a coincidenza risulta diversa la definizione di tangente
centrale della livella; in quella a graduazione si era detto infatti che la tangente
centrale della livella la tangente al punto centrale della graduazione; nella livella a
coincidenza la graduazione non c', quindi la definizione di tangente centrale
diventa la seguente: la tangente centrale delle livelle a coincidenza la
tangente al punto di mezzo della bolla quando le due estremit della bolla
compaiono coincidenti nel dispositivo di osservazione.


7 La livella sferica.

7.1 Struttura.

La livella sferica costituita da un piccolo tronco di cilindro di vetro del diametro di circa 2 cm
con la faccia inferiore piana e quella superiore a forma di calotta sferica (vedi figura 59); sulla
calottina sferica inciso un cerchietto.
La livella sferica, come quella torica, piena, ma non completamente, di un liquido volatile; c'
quindi anche qui una bolla costituita da parte del liquido volatilizzato. La bolla di dimensioni
tali che pu essere inscritta nel cerchietto inciso sulla calottina sferica.

figura 59

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 57
La sensibilit della livella sferica molto inferiore a quella delle livelle toriche; essa in genere
compresa tra 4'/2 mm e 8'/2 mm, ed quindi 40-50 volte meno sensibile di una livella torica.
Essa viene quindi impiegata quando si possono tollerare errori residui di verticalit dell'ordine
di 10'.
Diciamo che una livella sferica centrata quando la bolla inscritta nel cerchietto inciso sulla
calottina sferica; in questa condizione il piano tangente alla calotta sferica nel punto centrale O
del cerchietto orizzontale e la normale n in O al piano tangente verticale (vedi figura 60).
n = v

figura 60


7.2 Uso della livella sferica per rendere verticale un asse.

Prendiamo in considerazione una basetta ed una livella torica; appoggiamo la livella torica sulla
basetta come indicato in figura 61.
1 2
3
1 2
3
+
=
1 2
3


figura 61 figura 62
Ruotando in senso opposto le viti 1 e 2 possiamo far spostare la bolla nella livella; ma se
ruotiamo la vite 3 non possiamo provocare nessuno spostamento della bolla. E viceversa se
poniamo la livella sulla basetta come in figura 62 potremo far spostare la bolla nella livella
torica solo con rotazioni della vite 3, e con rotazioni congiunte della 1 e della 2.
Immaginiamo invece ora di appoggiare sulla basetta una livella sferica C (vedi figura 63);
supponiamo che essa risulti centrata. Noi vediamo che ruotando la vite 3 possiamo far
spostare la bolla nel senso di avvicinarla o allontanarla dalla vite stessa (vedi figura 64) a
seconda del senso in cui ruotiamo la vite calante.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 58
1 2
3
1 2
3
+
=
1 2
3
1 2
3

figura 63 figura 64
Se invece ruotiamo le viti 1 e 2 possiamo portare la bolla o verso sinistra o verso destra
(facendo riferimento al disegno di figura 65).
Combinando la rotazione della vite 3 con le rotazioni delle viti 1 e 2 possiamo portare la bolla
in una qualsiasi posizione (vedi figura 66).
1 2
3
1 2
3
A B
1 2
3

figura 65 figura 66
Facciamo allora il ragionamento inverso e cio: se, partendo con la livella centrata, possibile
portare la bolla in una qualsiasi posizione mediante la rotazione della vite 3 e delle viti 1 e 2,
ci vuol dire che quando la livella non centrata, cio la bolla in una posizione generica,
possiamo centrare la livella, ossia portare la bolla ad essere inscritta nel cerchietto, ruotando
opportunamente la vite 3 e le viti 1 e 2.
Vediamo ora cosa vuol dire l' opportunamente inserito nella frase precedente.
1 2
3
1 2
3
A B
1 2
3


figura 67 figura 68
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 59
1 2
3

figura 69
Quando la bolla si trova in una posizione generica (vedi figura 67), per centrarla bisogna
operare come se ci fossero sulla basetta due livelle toriche ortogonali tra di loro, e cio: con la
rotazione combinata delle due viti 1 e 2 si porta la bolla in una posizione per la quale si trovi
allineata con il centro del cerchietto inciso sulla calottina sferica (posizione a o b di figura 68).
Poi, con la rotazione della vite 3, si porta la bolla nel centro della calotta (vedi figura 69).
Notiamo che per centrare la livella non occorre ruotare la basetta, cosa che sarebbe inoltre
impossibile fare perch la basetta fissata con il vitone al treppiede.






8 La funzione della basetta.

8.1 La basetta munita di livella sferica.

Per quanto viene esposto e trattato in queste dispense, possiamo dire che la livella sferica
viene utilizzata in due applicazioni, e cio:
unita alla basetta;
unita alle stadie;
(per ora non sappiamo ancora cosa siano le stadie; vedremo quindi pi avanti questa seconda
applicazione).
Prima di prendere in considerazione la prima applicazione facciamo un riepilogo su come
fatta la basetta; completando quello che stato detto al punto 5.1. la basetta composta da
(vedi figura 70):
una piastra di base;
una piastra basculante;
tre viti calanti;
una livella sferica;
un piombino ottico.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 60
V V
P.O.
p. di base
p. basculante
1 2
V
L.S. P.O.
L
3
1
V
1 V
2

figura 70
Ci detto, vediamo la funzione della livella sferica della basetta in due casi: quando sulla
basetta si mette uno strumento topografico e quando ci si mette un segnale.


8.2 La basetta usata come supporto di uno strumento topografico.

Quando la basetta usata come supporto di uno strumento topografico, la funzione della
livella sferica quella di dare un assetto alla piastra basculante della basetta tale per cui,
quando si mette lo strumento topografico su di essa, l'asse primario di rotazione (vedi figure 25
e 52) si trovi in posizione prossima alla verticale.
Pertanto, per montare in maniera corretta la livella sferica nella basetta, bisogna seguire un
procedimento del tipo di quello descritto al punto 6.3.2.: e cio una volta che stato reso
verticale l'asse r dell'insieme dei due pezzi P
1
e P
2
, si unisce la livella sferica alla basetta in
modo che la bolla sia nel centro del cerchietto inciso sulla sommit della calottina sferica della
livella (vedi figura 71). L'operatore topografico, dopo aver fissato la basetta al treppiede,
centrer la livella sferica della basetta; in tal modo quando innester su di essa lo strumento
topografico, questo risulter avere l'asse di rotazione primario r, molto prossimo alla verticale;
con la livella torica posta sull'alidada, seguendo il procedimento descritto in 6.3.2., l'operatore
migliorer quindi l'assetto di verticalit dell'asse r, sino a lasciare solo l'inevitabile errore
residuo di verticalit (vedi nota 2 al punto 6.3.2.).
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 61

figura 71
L'ordine di grandezza dell'accuratezza che si pu conseguire nel mettere verticale l'asse r il
seguente:
con la livella sferica della basetta: circa 5';
con la livella torica sull'alidada dello strumento: circa 5" - 10".


8.3 La basetta usata come supporto di un segnale.

Occorre innanzitutto spiegare come formato un segnale, del quale abbiamo gi ricordato la
funzione al paragrafo 2.
Il segnale costituito da una piastra metallica sottile di forma rettangolare o quadrata ben
collimabile, avente un asse di simmetria s; ad esempio un segnale come quello riprodotto in
figura 72 soddisfa al requisito detto perch il centro O del segnale si collima agevolmente
mettendo il tratto orizzontale del reticolo in corrispondenza dei vertici dei due triangoli piccoli,
ed il filo verticale in corrispondenza del vertice del triangolo grande (vedi figura 73).



figura 72




figura 74




R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 63


figura 73



figura 75

Sul lato inferiore del segnale saldato un alloggiamento cilindrico che permette di infilare il
segnale su un supporto del tipo di quello rappresentato in figura 74; questo supporto ha tre
piedini mediante i quali pu essere inscritto in una basetta e termina, nella parte superiore, con
un perno cilindrico sul quale viene inserito il segnale mediante l'apposito alloggiamento
cilindrico saldato al suo lato inferiore (vedi figura 75).
Quando il segnale montato sul supporto, l'asse di simmetria s del segnale coincide con l'asse
t del perno cilindrico terminale del supporto; inserendo quindi il supporto con il segnale sulla
basetta, possibile rendere verticale l'asse di simmetria del segnale mediante le viti calanti e la
livella sferica della basetta (vedi figura 75).






8.4 Intercambiabilit tra strumento topografico e segnale.

Il fatto che il segnale sia realizzato come stato descritto al precedente punto 8.3., permette di
sostituire il segnale a uno strumento topografico messo in stazione su un punto, con una
approssimazione elevata, cio con un errore inferiore al decimo di millimetro.
P
r
d
c

P
s
d
o

figura 76 figura 77
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 64
L'operatore, infatti, dopo aver messo in stazione lo strumento topografico su un punto P ed
aver eseguito le misure necessarie (vedi figura 76), pu togliere lo strumento dalla basetta ed
inserire su di essa un segnale; l'asse di simmetria s del segnale passer anch'esso sulla verticale
passante per il punto P; inoltre il topografo usa strumenti topografici e segnali costruiti da una
stessa Casa Costruttrice di strumenti, la quale ha cura di dimensionare il supporto del segnale
stesso, in modo che la distanza d dal punto O del segnale dal piano d'appoggio della piastra
basculante della basetta (vedi figura 77), sia uguale a quella del centro dello strumento C
sempre dal piano di appoggio della basetta.
(Per la definizione di centro dello strumento si veda al punto 4.2.5. ed alla nota 1 del punto
6.3.2.).
Questa intercambiabilit tra strumento e segnale viene indicata con l'espressione centramento
forzato, che significa appunto la possibilit di centrarsi su un punto alternativamente con
strumento e segnale, con elevata precisione.
Vedremo in seguito le operazioni topografiche che devono venire eseguite applicando il
centramento forzato.

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Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 65
9 Il teodolite.

9.1 Premessa.

Con il teodolite pu venire effettuata la misura diretta di angoli azimutali e zenitali.
Consideriamo la figura 78:
A
C
B

C
B

figura 78

l'angolo azimutale individuato dalle congiungenti A-B, A-C;
l'angolo zenitale
B
individuato dalla verticale v
A
e dalla congiungente A-B;
l'angolo zenitale
C
individuato dalla verticale v
A
e dalla congiungente A-C.
La misura di tali angoli possibile con uno strumento che possieda
organi che consentano la materializzazione degli angoli stessi, materializzando le rette che li
definiscono,
e organi di misura degli angoli materializzati.
Vedremo nei paragrafi successivi attraverso quali organi avvenga nel teodolite la
materializzazione e la misura degli angoli azimutali e zenitali.


9.2 Descrizione dello strumento.

Il teodolite, nella sua struttura visibile alla figura 80. Esso presenta inferiormente un
basamento munito di tre piedini che vanno ad inserirsi in una basetta solidale al terreno
mediante un treppiede (vedi figura 79).

figura 79
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 66
Il basamento presenta internamente una cavit cilindrica detta collare; l'asse del collare viene
detto asse primario del teodolite.
Nel collare si innesta il perno dell' alidada, dispositivo a due bracci che ruota intorno all'asse
primario. I due bracci dell'alidada portano le sedi di un perno che sostiene un cannocchiale
topografico del tipo descritto al capitolo 4. La congiungente le due sedi, che materializza l'asse
intorno al quale ruota il cannocchiale, l' asse secondario del teodolite. Sull'alidada montata
una livella torica che viene usata per rendere verticale l'asse primario.
Quando infatti si dispone lo strumento in stazione sul punto A, collimandolo con il piombino
ottico (vedi paragrafo 5.4.), l'asse primario viene a trovarsi in una posizione del tutto generica;
agendo sulle viti calanti secondo la prassi operativa descritta al paragrafo 6.3.2. sar possibile
correggere la deviazione della verticale dell'asse primario che potr quindi essere considerato
la materializzazione della retta v
A
(vedi figura 78).

figura 80
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 67
r
B
U
C
r
m
m

figura 81
Lo strumento pu dunque essere schematizzato come in figura secondo tre assi:
r asse primario, reso verticale, intorno al quale ruota l'alidada;
m asse secondario, perpendicolare ad r, orizzontale, intorno al quale ruota il cannocchiale.
Lasse primario e lasse secondario sono di tipo meccanico.
a.o. asse terziario, di tipo ottico. E' l'asse del cannocchiale stesso, solidale con le
rotazioni degli altri due assi e pu avere rotazioni indipendenti nel piano verticale.
Sono stati esaminati a questo punto gli organi che consentono la materializzazione degli angoli
azimutali e zenitali.
Abbiamo visto infatti come si possa far coincidere l'asse primario dello strumento con la
verticale per il punto di stazione A e come le rette congiungenti A-B e A-C siano, ad ogni
collimazione, coincidenti con l'asse terziario.
Occorre ora descrivere quali organi del teodolite consentano la misura degli angoli
materializzati.


9.3 Misura degli angoli azimutali.

Come si vede in figura 80, calettato sul collare del basamento c' un cerchio graduato; in fase
di lettura un indice montato sull'alidada segner un valore del cerchio. Supponendo quindi di
aver collimato il punto B, ad asse primario perfettamente verticale, l'indice di lettura, solidale
con l'alidada, definir, sul cerchio graduato, un certo valore l
1
; collimiamo ora il punto C
mediante rotazioni dell'alidada intorno all'asse primario e del cannocchiale intorno al
secondario: leggeremo sul cerchio l
2
.
L'angolo azimutale sar allora:
= l
2
- l
1

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 68
Questo vale per solo in condizioni di rettifica dello strumento, quando cio gli assi sono fra
loro ortogonali e il centro della graduazione del cerchio coincide con la traccia dell'asse
primario sul piano di rotazione dell'alidada.


9.4 Misura degli angoli zenitali.

Innestato sullo stesso perno che porta il cannocchiale e solidale ad esso, c' un secondo
cerchio graduato il cui centro coincide con la traccia dell'asse secondario; l'indice di lettura
solidale con l'alidada. Se realizzata la condizione che, a cannocchiale perfettamente verticale
l'indice segni zero, in fase di collimazione, quando cio ruoteremo il cannocchiale per mirare il
punto B, potremo leggere sul cerchio l'angolo di cui il cannocchiale dovuto ruotare per
portarsi dalla verticale per A sulla congiungente A-B, che appunto l'angolo zenitale.


9.5 Condizioni di rettifica del teodolite.

Esaminiamo ora le condizioni che devono essere verificate perch si possa realizzare con il
teodolite lo schema di misura di angoli azimutali e zenitali precedentemente esaminato.

Condizioni intrinseche dello strumento.
Le condizioni di rettifica intrinseche dello strumento sono le seguenti
1. Si ipotizza che l'asse del perno dell'alidada coincida con il centro del collare (asse
primario).
2. L'asse primario, intorno al quale ruota il perno dell'alidada deve essere ortogonale all'asse
secondario, intorno al quale ruota il cannocchiale.
3. L'asse di collimazione del cannocchiale (asse terziario) deve a sua volta essere ortogonale
all'asse secondario.
4. I tre assi strumentali devono intersecarsi in uno stesso punto che viene definito centro dello
strumento.
5. Il centro della graduazione del cerchio orizzontale deve coincidere con la traccia dell'asse
primario sul piano che contiene il cerchio stesso, cos come il centro della graduazione del
cerchio verticale deve coincidere con la traccia dell'asse secondario sul suo piano.
6. Quando il cannocchiale disposto con l'asse di collimazione coincidente con l'asse
primario, si deve leggere zero al cerchio verticale.

Condizione in fase di misura.
Ponendo lo strumento in stazione su un punto, l'asse primario deve coincidere con la verticale
passante per quel punto.

Nota. Dobbiamo chiarire che tutte le condizioni sopra elencate non sono mai
rigorosamente verificate perch lo strumento viene realizzato con dispositivi
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 69
meccanici che sono s caratterizzati da precisioni molto elevate (dell'ordine del
m) ma, proprio perch meccanici, devono presentare particolari giochi.
Per poter seguire la schematizzazione di misura descritta, dovremo pertanto
adottare opportune metodologie operative che consentano di rendere trascurabile
l'influenza delle srettifiche sulle misure.


9.6 Errori che influenzano la determinazione degli angoli azimutali.

9.6.1 Errore di eccentricit dell'alidada.

Perch l'alidada abbia la possibilit di ruotare nel collare indispensabile che ci sia un certo
gioco che determina la non coincidenza fra il centro del cerchio graduato e la traccia dell'asse
primario sul piano del cerchio.

B
D
L
A
C
L

'
1
0

figura 82
Vediamo come l'eccentricit dell'alidada influenza le misure.
Supponiamo di collimare il punto B; l'indice di lettura solidale con l'alidada sia nella direzione
dell'eccentricit: avremo L
0
.
Collimando ora il punto D e leggendo L
1
determineremo, per differenza, un angolo:
= L
1
- L
0

che differisce dal valore effettivo dell'angolo di =
e
r

Se il raggio del cerchio graduato di 6 cm (60.000 m ) e l'eccentricit di 6 m :
= =
6
60 000
1
10 000 . .
radianti = =
1
10000
200 000 20
.
. " secondi
E' necessario a questo punto operare una distinzione fra i diversi tipi di teodolite in base alla
precisione con essi conseguibile.
Si definiscono
tacheometri gli strumenti che consentono di eseguire misure con e.q.m. di 20"
teodoliti gli strumenti che consentono di eseguire misure con e.q.m. di 1".
In base a questa distinzione, poich nei tacheometri l'errore dovuto all'eccentricit dello
stesso ordine di grandezza della precisione che si vuol conseguire nella misura, in tale tipo di
strumenti l'errore di eccentricit potr essere trascurato.
Ci non sar invece possibile nei teodoliti.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 70
Nella parte ottica dei teodoliti, infatti, si riesce ad ottenere una precisione anche di 0,5" : un
errore quindi di 20" non assolutamente tollerabile.
D'altra parte, il gioco non pu essere eliminato senza bloccare la rotazione dell'alidada attorno
al perno; si cercher di ridurne l'entit con opportuni accorgimenti costruttivi, ad esempio con
cuscinetti a sfera che mantengono stabile il perno nel collare.
Tuttavia l'influenza dell'errore dovuto all'eccentricit dell'alidada si elimina completamente
soltanto con il procedimento di lettura simultanea alle parti opposte del cerchio.
Come si vede infatti in figura, siano L
1
ed L
2
i valori letti alle parti opposte del cerchio quando
si collima il punto A. Tali valori saranno l'uno maggiore, l'altro minore rispetto ai valori che si
avrebbero in condizioni ideali di centramento (L e L + ): assumendo pertanto la media dei
valori L
1
ed L
2
si elimina l'influenza del decentramento.
e
L
L
L
L
0 1
2
.
.
.
1
2
+

figura 83
I teodoliti si distinguono quindi dai tacheometri perch, mentre nei
teodoliti esistono due indici di lettura, esiste cio la possibilit di eseguire la
lettura simultanea alle parti opposte del cerchio, nei tacheometri si pu fare
una sola lettura che risulta quindi affetta dall'errore di eccentricit.


9.6.2 Errori causati da srettifiche di costruzione.

Per ovviare agli errori causati:
dalla non ortogonalit fra asse primario e secondario,
dalla non ortogonalit fra asse secondario e terziario,
dalla non coincidenza dei centri dei cerchi di graduazione orizzontale e verticale con le
tracce degli assi rispettivamente primario e secondario sui piani relativi,
si segue la prassi operativa della regola di Bessel che cos schematizzabile:
1. si collima il punto in esame (supponiamo che durante questa operazione il cerchio verticale
dello strumento sia sulla destra dell'operatore)
2. si esegue la lettura simultanea alle parti opposte del cerchio, descritta al paragrafo
precedente, e si ottiene un valore L
D
;
3. si ruota quindi l' alidada e si ricollima il punto (il cerchio verticale sar ora sulla sinistra
dell'operatore),
4. si riesegue la lettura simultanea alle parti opposte del cerchio e si ottiene un valore L
S

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 71
Se si assume come valore della misura la media di L
D
ed L
S
, si elimina l'influenza che sulla
lettura hanno tutte le srettifiche intrinseche dello strumento.
Tali srettifiche, infatti, causano, nelle due diverse condizioni di cerchio verticale a sinistra e
cerchio verticale a destra, errori di segno opposto che sommati si elidono.


9.6.3 Errore di verticalit dell'asse primario.

La condizione che viene richiesta, in fase di misura, la coincidenza dell'asse primario dello
strumento con la verticale passante per il punto di stazione.
I dispositivi che consentono, in fase operativa, di avvicinarci il pi possibile a questa
condizione ideale sono le livelle (vedi paragrafo 6.3.2.).
Ricordiamo che, in fase di costruzione, si realizza la condizione che ad asse primario
reso verticale la livella sia centrata.
Perch ci si verifichi, si parte dal presupposto che sia possibile rendere verticale l'asse
primario, in laboratorio, con particolari metodi e dispositivi diversi dalle livelle. Viene
successivamente montata l'alidada che porta una livella torica. Agendo sulle viti di rettifica della
livella se ne centra la bolla in modo che risulti simmetrica rispetto alla graduazione: si realizza
cos la condizione essenziale richiesta che ad asse primario verticale la livella sia centrata.
In fase operativa pertanto tutte le volte che verr centrata la livella si realizzer
conseguentemente la verticalit dell'asse primario.
Naturalmente la perfetta verticalit non pu venire realizzata: l'errore di verticalit sar infatti
strettamente connesso coi limiti di precisione della livella, n si potr pensare di montare su un
teodolite una livella la cui sensibilit sia superiore a 10", perch in fase di misura anche minime
vibrazioni del terreno, trasmesse allo strumento attraverso il treppiede, impedirebbero di
mantenere la bolla ferma in posizione centrata per il tempo necessario alla misura (vedi anche
nota 2 paragrafo 6.3.2.).
Oltre alle srettifiche intrinseche dello strumento, ci sar quindi questa ulteriore srettifica che
influenzer le misure.
Mentre per gli errori dovuti alle srettifiche di costruzione si possono eliminare seguendo la
metodologia di Bessel, perch generano errori il cui segno varia nel caso di lettura con il
cerchio a sinistra o con il cerchio a destra, non c' nessuna possibilit di eliminare l'errore
residuo di verticalit con letture coniugate.
Consideriamo infatti i punti A e B e la retta verticale v della figura 84; sar l'angolo
azimutale.
Se ora consideriamo l'asse di rotazione v' deviato di un certo errore di verticalit rispetto a v,
l'angolo azimutale relativo agli stessi punti A e B sar maggiore di
Anche ruotando l'alidada di , poich la rotazione avviene intorno a v', l'errore non cambier
di segno.
Bisogna per anche considerare che, nella determinazione dell'angolo azimutale AB, nella
condizione della figura 85, la non verticalit dell'asse primario porta a leggere un valore minore
del valore reale.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 72
A
A
B
B

'

'


figura 84 figura 85
L'errore residuo di verticalit pu dunque influire positivamente o negativamente sulla misura
dell'angolo azimutale a seconda che ci si trovi nelle condizioni di figura 84 o di figura 85:
ripetendo quindi molte volte la misura dell'angolo, ogni volta scentrando e rimettendo in bolla
lo strumento, si opereranno misure nelle due diverse situazioni e si render accidentale
l'influenza dell'errore di verticalit.


9.7 Errori che influenzano la determinazione degli angoli zenitali.

Abbiamo visto sinora come eliminare l'influenza delle diverse srettifiche sulla misura degli angoli
azimutali.
Vediamo ora quali srettifiche influiscono sulla determinazione degli angoli zenitali.
Le ipotesi di rettifica strumentale dalle quali si parte nella schematizzazione della misura degli
angoli zenitali sono tre, due intrinseche allo strumento ed una, la condizione di verticalit, da
realizzare in fase operativa.
1) Quando si posiziona l'asse del cannocchiale coincidente con l'asse primario, si deve leggere
zero sulla graduazione del cerchio verticale,
2) il centro della graduazione del cerchio verticale deve coincidere con la traccia dell'asse
secondario sul piano del cerchio,
3) l'asse primario deve coincidere con la verticale per il punto di stazione.
Il fatto che non si verifichi la condizione 1) in fase di costruzione dello strumento, fa s che,
quando si posiziona l'asse di collimazione secondo l'asse di rotazione primario, si legga un
valore angolare che sar definito come zenit strumentale. Sulle misure degli angoli zenitali
incide poi anche l'errore residuo di verticalit dovuto al fatto che non si realizzi l'ipotesi 3).
Per spiegare come venga eliminata dalle misure l'influenza dello zenit strumentale e dell'errore
residuo di verticalit, si considerano separatamente i due errori che, essendo piccoli, possono
essere trattati indipendentemente.




R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 73
9.7.1 Srettifica dovuta alla presenza dello zenit strumentale (Z).

gi stata data la definizione di zenit strumentale come di quel valore angolare Z che si
leggerebbe, invece del valore zero, qualora si riuscisse a posizionare l'asse di collimazione
perfettamente verticale (vedi figura 86 dove l'indice di lettura stato disegnato esternamente
per semplicit).

I II
III
IV
I indice
0
z
300
200
100
0
300
200
100

figura 86
I lindice di lettura.
la graduazione, espressa in gradi centesimali, cresce ruotando il cannocchiale in senso
antiorario.
Per vedere come la presenza di Z influisce sulla misura degli angoli zenitali, supponiamo di
dover collimare un punto A e di dover determinare l'angolo z che la retta CA forma con la
verticale A (angolo zenitale).
Eseguiamo l'operazione mantenendo il cerchio verticale sulla nostra sinistra (vedi figura 87)
A
I
z
Z+z
Z
0
300
200
100

figura 87

Partendo dalla posizione di figura 87 e ruotando il cannocchiale dell'angolo z, anche il cerchio
verticale, che solidale con il cannocchiale, ruoter di z.
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Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 74
Poich per a cannocchiale verticale la lettura che si esegue non S = 0, ma bens S = Z,
all'indice I si legger ora il valore:
S = Z + z (1)
Per quantificare il valore Z e per eliminarne l'influenza sulle misure, si segue il metodo delle
letture coniugate.
Dopo aver eseguito la lettura con il cerchio a sinistra si ruota l'alidada di 200
g
portando il
cerchio verticale a destra (vedi figura 88).
2z
z
Z
Z+z
100
200
300
0
I

figura 88
La graduazione cresce ora ruotando il cannocchiale in senso orario.
Il cannocchiale viene a trovarsi rispetto alla verticale in posizione simmetrica alla congiungente
AC; n il cannocchiale, n il cerchio graduato, solidale con esso, subiscono rotazioni nel piano
verticale; all'indice I si legge ancora il valore S. Sempre dalla figura 88 si nota che per
ricollimare il punto A occorre ruotare il cannocchiale in senso antiorario di un angolo 2z.
Supponiamo di poter dare questa rotazione in due tempi: ruotiamo cio il cannocchiale in un
primo tempo solo dell'angolo z. Il cannocchiale si trover in posizione verticale, il cerchio
graduato sar ruotato anch'esso in senso antiorario di z (vedi figura 89).
All'indice I si legger: D = Z
A
z
2 z
I
0
Z
300
200
100

figura 89
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Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 75
Collimiamo ora il punto A ruotando il cannocchiale sempre in senso antiorario di z (vedi figura
90). Il cerchio graduato ruoter anch'esso di z e l'indice di lettura segner un valore che sar:
D = - (z - Z) (2)
0
300
200
100
z
z
z-Z
Z

figura 90

Nella espressione (2), il segno " - " esprime il fatto che la lettura viene eseguita nel senso
decrescente della graduazione; per ovviare a questo fatto occorrer riscrivere la (2) come

D = 400
g
- (z - Z) = 400
g
- z + Z (3)

Il valore dell'angolo zenitale esente dalla srettifica provocata dallo zenit strumentale si ottiene
sottraendo alla (1) la (3):

S - D = z + Z - 400
g
+ z - Z
z
S D
g
=
+ 400
2
(4)
Il valore dello zenit strumentale si ottiene sommando la (1) e la (3) e cio:

S + D = Z + z +400
g
- z + Z

Z
S D 400
2
g
=
+
(5)

Si visto dunque come la presenza di uno zenit strumentale non influisca sulla determinazione
degli angoli zenitali se si segue la prassi operativa delle letture coniugate: Z presente sia in S
che in D con lo stesso segno e viene quindi eliminato per differenza.
Sempre allo scopo di rendere trascurabile l'influenza dello zenit strumentale, anche possibile,
quando si eseguono misure speditive di scarsa precisione, eseguire la prima misura di un
angolo zenitale con il metodo delle letture coniugate e determinare Z con la (5).
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Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 76
Per le successive misure baster poi eseguire una sola lettura e corregerne il valore dello zenit
strumentale calcolato.


9.7.2 Errore dovuto all'eccentricit del cerchio verticale.

Le stesse considerazioni che sono state fatte al paragrafo 9.6.1. sull'eccentricit dell'alidada,
valgono anche per l'eccentricit del cerchio verticale.
L'influenza di tale srettifica sulle misure pu venire completamente eliminata, negli strumenti di
precisione e cio in quegli strumenti forniti di due indici di lettura anche al cerchio verticale,
eseguendo la lettura simultanea agli indici opposti e prendendone la media. Si effettuano cio,
in posizione di cerchio a sinistra, due letture simultanee ai due indici , se ne fa la media che
fornir il valore S. In posizione di cerchio a destra la media delle letture simultanee fornir il
valore D. I valori S e D inseriti nella (4) consentiranno di determinare il valore dellangolo
zenitale esente dall'influenza dell'eccentricit del cerchio verticale.


9.7.3 Errore residuo di verticalit.

L'errore residuo di verticalit, l'errore cio dovuto al fatto che non sia possibile rendere l'asse
primario perfettamente coincidente con la verticale, si corregge con dispositivi compensatori
automatici il cui principio di funzionamento pu essere schematizzato come segue.
0

A z
z
0
I

figura 91

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pagina 77
L'indice di lettura al cerchio verticale non sia pi solidale all'alidada, ma sia montato su essa
con un dispositivo a pendolo.
Collimando il punto A in condizioni ideali di assenza di errore residuo di verticalit, si legge
all'indice il valore z dell'angolo zenitale (vedi figura 91).
Supponiamo ora di essere in presenza di un errore residuo di verticalit v. L'angolo che l'asse
di collimazione forma con l'asse primario , come si vede in figura 92, z + v.
z
v
z+v

figura 9 2
Ad un indice solidale con l'alidada, il valore di lettura sarebbe proprio z + v.
Adottando invece un dispositivo pendolare, l'indice si dispone sempre parallelamente alla
verticale passante per il centro dello strumento, e come si vede in figura 93, il valore angolare
che esso segna sul cerchio graduato proprio l'angolo zenitale esente da errore residuo di
verticalit.
z
v
z+v

figura 93
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Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 78
10 Misura diretta delle distanze mediante distanziometri elettronici

Analizzando in seguito i vari tipi di operazioni topografiche, vedremo che alcune di esse
richiedono misure di distanza.
In alcune operazioni le distanze da misurare hanno entit variabile tra pochi metri sino a
50100 m con un grado di approssimazione di 10 cm circa (precisione 10
-3
).
Altre operazioni richiedono invece che vengano misurate distanze di entit variabile da qualche
decina di metri a 12 Km o pi; il grado di approssimazione richiesto di circa 12 cm
(precisione 10
-5
).
Per le distanze del primo tipo (brevi e richiedenti precisioni non elevate) viene impiegato il
metodo basato sull'uso del tacheometro e della stadia; per le seconde si usano i distanziometri
elettronici.
I distanziometri elettronici sono strumenti di recente introduzione; contrariamente al teodolite,
al tacheometro o al livello, che sono in uso da secoli, i distanziometri elettronici hanno fatto la
loro comparsa da circa 2030 anni.
Essi, proprio perch basati sull'elettronica, hanno subito un'evoluzione rapidissima e hanno
dato luogo ad una vasta diversificazione di modelli.
I diversi modelli si basano su principi diversi, specialmente in funzione dell'entit delle distanze
che essi sono in grado di misurare.
Date le non poche cognizioni di elettronica richieste per la comprensione del loro
funzionamento, ci limiteremo a prendere in considerazione i distanziometri elettronici che si
impiegano nelle misure topografiche cio quelli aventi una portata massima di 12 Km. Prima
di affrontare la descrizione della struttura e del funzionamento di un distanziometro richiamiamo
per comodit alcune nozioni sulle onde elettromagnetiche.


10.1 Richiami sulle onde elettromagnetiche.

10.1.1 Periodo, frequenza, intensit istantanea

Un'onda elettromagnetica caratterizzata dai seguenti parametri:
T (sec) periodo dell'onda, ossia intervallo di tempo nel quale l'intensit dell'onda
compie un ciclo completo;
f (1/sec) frequenza, numero di cicli al secondo;
I intensit istantanea: I I sen(2
t
T
)
0
=
La rappresentazione del valore istantaneo dell'intensit dell'onda la seguente:
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Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 79
= 2
t
T


La frequenza f si misura in Herzt; se cio un'onda impiega 1 secondo a compiere un ciclo la
sua frequenza 1 Hz; se impiega 1/1000 di secondo la sua frequenza 1000 Hz ( 1 KHz, 1
chiloerz); se impiega 1/1.000.000 di secondo la sua frequenza 1.000.000 di Hz (1 MHz, 1
megaerz).

Si indica inoltre con la lunghezza dell'onda, cio lo spazio percorso dall'onda nel propagarsi,
corrispondente ad un periodo T; legata alla frequenza T dalla relazione:
=cT=
c
f

essendo c la velocit della luce nel vuoto.
Esempi. La luce visibile ha una lunghezza d'onda variabile tra 0,4 m e 0,7
m con frequenza variante tra 75 . 10 MHz e 45 . 10 MHz.
Le onde elettromagnetiche che seguono immediatamente nello spettro quelle
della luce visibile sono dette onde infrarosse e hanno lunghezza d'onda
variabile tra 0,7 m e 1,1 m.


10.1.2 Fase.

Indichiamo con (fase) l'argomento del seno dell'intensit di un'onda:
I I sen(2
t
T
) = I sen
0 0
=
Quando t = 0 lo spazio di propagazione dell'onda zero; quando t = T lo spazio di
propagazione ; per un tempo t compreso tra 0 e T lo spazio d percorso dall'onda sar
legata a dalla relazione:
d =

2

Questo significa che ad una certa intensit dell'onda I corrisponde una fase , e da questa
possiamo ricavare la distanza d percorsa dall'onda dall'istante t = 0 all'istante t.
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Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 80
I'
I"

'

"

Pi in generale dal confronto di due intensit I' e I" possiamo risalire ai valori di fase ' e "
che ad esse corrispondono e quindi alla distanza d di propagazione dell'onda tra il verificarsi
dei due valori di intensit.
La differenza di fase tra ' e " si chiama sfasamento.
Succede per che uno stesso valore di sfasamento si presenta ciclicamente ad ogni periodo T.

"

+ 4

+ 2
" '
I

Quindi se emettiamo un'onda da un emettitore ed in un certo momento misuriamo l'intensit I' e
l'intensit I" registrata da un ricevitore che riceve l'onda riflessa da un prisma, non siamo in
grado di determinare la distanza di propagazione dell'onda dallo sfasamento corrispondente ai
valori I' e I".
D
I'
I"
prisma
ricevitore
emettitore

Possiamo solo dire che la distanza 2D (andata e ritorno) uguale alla distanza di propagazione
corrispondente allo sfasamento, pi un numero indeterminato k di lunghezze d'onda:
2D=


2
+ k


10.1.3 Modulazione in ampiezza,

Un'onda pu essere modulata in ampiezza (se ne fa cio aumentare e diminuire ciclicamente
l'ampiezza massima), per ottenere da essa un'onda di lunghezza d'onda maggiore. La prima
onda si chiama onda portante o onda modulata; la seconda onda modulante.
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Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 81
L'onda modulante data dall'inviluppo dei massimi dell'onda modulata.
Con l'operazione di modulazione si possono ottenere onde di lunghezza d'onda lunghissime,
modulando onde di lunghezza d'onda molto corta.
Ad esempio, un'onda elettromagnetica infrarossa di 1 m di lunghezza d'onda pu essere
modulata in modo da ottenere onde con = 20 m o = 2000 m.


=4
'




Per esemplificare riportiamo un grafico da cui si pu comprendere come da un'onda se possa
ottenere un'altra di lunghezza d'onda 4 volte superiore.


10.2 Schema di un distanziometro elettronico topografico.

Un distanziometro elettronico si compone delle seguenti parti.
a) Un generatore di corrente continua (batteria).
b) Un generatore di frequenza (quarzo piezoelettrico).
c) Un diodo (all'arseniuro di Gallio) che percorso da corrente emette luce infrarossa con
intensit proporzionale alla corrente che lo attraversa.
Mediante questi tre primi componenti, il distanziometro pu emettere luce infrarossa modulata;
si ottiene questo effetto, applicando ai capi del diodo una tensione variabile, direttamente
ricavata dal circuito del quale fa parte l'oscillatore a quarzo (il quarzo piezoelettrico).
La frequenza del quarzo piezoelettrico detta frequenza fondamentale del distanziometro.
Questa frequenza in genere di 15 MHz ; ne consegue che la luce infrarossa emersa dal
distanziometro modulata e genera un'onda modulante di lunghezza d'onda:

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 82
'
. / sec
. . / sec
= =
300 000
15000 000
20
m
periodi
m
Il distanziometro si completa con i seguenti altri componenti.
d) Nel circuito possibile inserire un divisore elettronico di frequenza, cio un componente
che pu dividere per cento la frequenza del quarzo piezoelettrico; quando il divisore
elettronico inserito nel circuito, la frequenza dell'onda modulante diventa cento volte pi
piccola della frequenza fondamentale, cio diviene, nel caso fatto, di 150 KHz . A questa
frequenza, detta frequenza secondaria, corrisponde una lunghezza d'onda dell'onda
modulante:
"
. / sec
. / sec
= =
300000
150000
2000
m
periodi
m
e) Un apparato ricevente, in grado di captare l'onda emessa dal distanziometro e riflessa
verso di esso da un prisma posto a distanza.
f) Un misuratore di fase che un dispositivo in grado di misurare lo sfasamento
corrispondente a due diversi valori di intensit dell'onda, e di risalire alla distanza di
propagazione corrispondente a tale valore. Il misuratore di fase ha una precisione di 10
-3
,
cio misura la distanza d di propagazione corrispondente allo sfasamento, con e.q.m.
uguale a:

d
1000



10.3 Funzionamento del distanziometro.

Le caratteristiche principali di un distanziometro sono due: la portata, cio la massima
distanza misurabile, e l' e.q.m. con il quale tale distanza viene misurata.
La portata (e vedremo il perch) inferiore alla met della lunghezza d'onda modulante,
ottenuta modulando la portante con la frequenza secondaria. La precisione invece uguale a
1/1000 della lunghezza dell'onda modulante ottenuta modulando la portante con la frequenza
fondamentale (vedremo il perch).
A B D

Sia da misurare la distanza D tra i punti A e B.
Si mette in stazione il distanziometro sul punto A e si mette un prisma riflettente su B. Si emette
dal distanziometro la luce infrarossa modulata con la frequenza secondaria e ad uno stesso
istante t viene effettuata sul distanziometro la misura dell'intensit I' dell'onda modulante
emessa e l'intensit I" dell'onda modulante ricevuta. Se lo strumento usato correttamente,
cio se la distanza D non superiore alla portata dello strumento, la differenza di fase
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Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 83
corrispondente ai due valori I' ed I" calcolata dal misuratore di fase, ci fornisce la distanza D in
modo univoco:
2
2
D =

" e cio D =
1
2 2

" (6)
Poich per lo sfasamento misurato con precisione di 10
-3
, ne segue che il valore di D
cos ricavato ha un e.q.m. di 1/1000 di D; vi cio proporzionalit diretta tra l'errore in e
quello in D; infatti, applicando la formula dell'e.q.m. delle misure indirette si ha:
m m
D
2
2
2
2
1
16
=


"

(7)
ricavando
2
dalla (6):

"
2
2 2
2
16
=
D


sostituendo nella (7)
m m
D
2
2
D
16
=
16
2
2
2
2


e cio
m m
D
2
D
2
2
2
=


Il che significa che quando un distanziometro ha portata 1 Km, e quindi occorre che sia
uguale a 2 Km, l'e.q.m. di D, misurato con lo sfasamento dell'onda ottenuta con la frequenza
secondaria, 1 m. Infatti la precisione di 10
-3
nella misura dello sfasamento di = 2000 m,
porta ad un errore di 2 m nella misura di 2D e quindi ad un errore di 1 m nella misura di
D.
Precisione naturalmente insufficiente.
Abbiamo per la possibilit di usare l'onda modulante corrispondente alla frequenza
fondamentale . Inviando allora il fascio di luce infrarossa modulata con la frequenza
fondamentale , misuriamo nuovamente a un tempo t lo sfasamento tra l'intensit dell'onda
modulante emessa e quella dell'onda ricevuta per riflessione dal prisma. La misura della
distanza D in funzione di :
D = +
1
2 2

' ' k
con k incognito. A noi per non interessa la quantit k, poich sappiamo gi quanto
approssimativamente vale D; ci interessa solo il valore:
2D=


2
'
Poich di 20 m e poich il valore di 2D viene ricavato con un e.q.m. di 1/1000 , e cio
2 cm, D ha un e.q.m. di + 1 cm.
Ci significa che la prima misura ci fornisce la distanza sino alle decine di metri; ad es.:
D = 84.... m
e la seconda misura permette di completarne il valore sino ai centimetri:
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Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 84
D = 847,15 m
In pratica, le due misure non vengono eseguite in successione dall'operatore, ma tutto il
procedimento eseguito automaticamente dallo strumento che fornisce in pochi secondi il
risultato definitivo completo su un visore digitale.


10.4 Alcune considerazioni aggiuntive sui distanziometri.

1) L'impiego della luce infrarossa giustificato dai seguenti motivi:
il diodo che la genera richiede un'alimentazione limitata; quindi la batteria non
appesantisce molto lo strumento;
il diodo (che emette la luce infrarossa) si presta ad una modulazione diretta molto
semplice;
il sensore che riceve la luce infrarossa rimandata dal prisma essendo sensibile solo
all'infrarosso non risente della luce diurna; non vi cio rumore di fondo nella ricezione
del segnale;
la luce infrarossa penetra la foschia (quella leggera); ne risulta che il distanziometro
usabile anche in condizioni atmosferiche non ideali.
2) Oltre ai distanziometri elettronici topografici, (cio del tipo di quello che abbiamo
esaminato) che hanno una portata variabile tra 500 metri e 23 Km e misurano le distanze
con un'approssimazione di 0,5 - 1 cm, vi sono altri distanziometri atti a misurare
distanze sino a 50 Km, con precisione dell'ordine di 10
-6
.
Vi sono poi altri distanziometri con portata dello stesso ordine di grandezza di quelli
topografici, ma aventi precisione pi elevata e cio di 10
-6
, che vengono impiegati per i
controlli di grandi strutture (dighe) o per rilevamenti topografici di grande precisione.
3) Per quanto riguarda le cause di errore nella misura con i distanziometri, accenniamo di
sfuggita al fatto che, solo per quelli di precisione dell'ordine di 10
-6
, possono avere una
certa influenza le condizioni ambientali. Infatti la velocit di propagazione delle onde
elettromagnetiche nell'aria dipende dalle condizioni atmosferiche (pressione, temperatura); e
quindi su distanze lunghe e con strumenti di elevata precisione intrinseca, si deve tener
conto di questo per evitare errori che possano portare ad una precisione di 10
-5
nella
misura della distanza (anzich di 10
-6
come la precisione intrinseca dello strumento
permette).


10.5 Strumenti che misurano angoli e distanze.

Da quanto esposto nei paragrafi precedenti risulta che un distanziometro elettronico
essenzialmente un misuratore di distanze. Tuttavia, poich, come vedremo, le operazioni
topografiche principali si basano sulla misura di angoli e distanze, si trovato opportuno
realizzare degli strumenti che fossero allo stesso tempo misuratori di angoli e di distanze.
Questi strumenti vengono realizzati seguendo due principi:
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Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 85
il primo quello di realizzare dei distanziometri che siano accoppiabili a teodoliti; e cio una
Casa che costruisce strumenti topografici e che ha gi in produzione i teodoliti, studia e
realizza un distanziometro in modo che si possa unire al teodolite;
il secondo quello di costruire ex-novo degli strumenti integrati nei quali il teodolite ed il
distanziometro sono inscindibili e per cos dire si fondono in un unico strumento (total
station).
La prima soluzione generalmente adottata per i distanziometri topografici. La seconda fu
adottata inizialmente solo per gli strumenti pi precisi e di portata maggiore; ora per viene
utilizzata sempre pi frequentemente anche per la costruzione di strumenti ordinari.
Quando si usa un distanziometro unito ad un teodolite, il segnale di collimazione deve essere
costituito da due parti; ossia dal prisma che riflette il raggio inviato dal distanziometro e da un
segnale (mira) collimabile esattamente mediante il reticolo per la misura degli angoli.
d
d*
B
A
v
v
A
B

0

Notiamo che con un distanziometro unito ad un teodolite possiamo misurare la distanza reale
d* e l'angolo zenitale , e possiamo ricavare quindi immediatamente la distanza d
0
, cio la
proiezione di d* sul piano orizzontale passante per il punto di stazione del distanziometro:
d
0
= d*.sen
Gli strumenti total station sono particolarmente agevoli da utilizzare perch evitano i lavori di
lettura e di trascrizione dei risultati delle misure, che sono spesso fonte di errori grossolani.
Infatti i risultati delle misure vengono memorizzati direttamente sulle memorie di massa presenti
negli strumenti stessi, in forma poi elaborabile da software dedicati, residenti su comuni
personal computer.
In questi strumenti anche le misure degli angoli, oltre che le misure delle distanze, vengono
eseguite automaticamente.
I cerchi orizzontale e verticale hanno qui graduazioni codificate; opportune le elettroniche di
conteggio sanno interpretare le codifiche, cos da eseguire automaticamente le misure.
La funzione che, negli strumenti classici, svolgevano gli indici svolta da sensori che
scandiscono i cerchi codificati.
I problemi connessi con le srettifiche strumentali degli strumenti classici sono attuali anche in
questi strumenti.
Ad esempio allerrore, che leccentricit dellalidada induce nella misura degli angoli azimutali,
si ovvia sempre con la lettura simultanea ai lembi opposti del cerchio, solo che, in questi
strumenti, la lettura viene eseguita anzich dalloperatore che legge ai due indici sul cerchio
graduato, dal firmware di conteggio dello strumento, sulla base degli input che gli provengono
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Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 86
da due sensori posti alle parti opposte del cerchio codificato. La presenza dei due sensori sar
anche in questo caso garanzia delle migliori prestazioni dello strumento, cos come la presenza
dei due indici lo era negli strumenti tradizionali.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 87
11 Misura indiretta di distanze mediante tacheometro.

11.1 Il metodo
Con il tacheometro possono essere realizzate, oltre che operazioni di misura diretta di angoli,
anche misure indirette di distanze.
Ci reso possibile dalla presenza sul reticolo di collimazione di due tratti detti
distanziometrici.
h

Consideriamo la figura:
h
F H
f d'
L
L
1
2

Sebbene il primo fuoco del sistema obiettivo sia, come sappiamo, interno allo strumento e
coincidente con l'intersezione degli assi strumentali, lo consideriamo per semplicit di
descrizione esterno.
Consideriamo quel particolare raggio che nello spazio immagine passa per uno dei tratti
distanziometrici, interseca parallelamente all'asse di collimazione il sistema obiettivo e,
passando per il primo fuoco interseca nello spazio oggetto la stadia in L
1
. Il raggio passante
per l'altro tratto distanziometrico intersecher la stadia in L
2
.
Se indichiamo con H la lunghezza del tratto L
1
-L
2
, con f la focale del sistema obiettivo, con d'
la distanza della stadia dal primo fuoco, con h la distanza fra i tratti distanziometrici, per la
similitudine dei triangoli, potremo scrivere:
f
h
d'
H
=
Se possibile quindi realizzare tra due punti una linea di collimazione e disporre la stadia
verticale, possiamo determinare la distanza d' tra i due punti come:
d'
h
H =
f

C =
f
h
si definisce costante distanziometrica e viene generalmente assunta uguale a 100 (il
che implica, ad esempio, che se un obiettivo ha una focale di 30 cm i tratti
distanziometrici siano a 3 mm).
Per estendere la schematizzazione semplificativa della figura precedente al caso pi generale,
dovremo tener presente che:
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Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 88
la focale di un cannocchiale a lunghezza costante data da:
f
f f
f f
=
+
1 2
1 2
D

che non richiesta la distanza della stadia dal 1 fuoco, ma dal centro dello strumento;
che non generalmente possibile realizzare una linea di collimazione orizzontale.
Il fatto che f non sia rigorosamente costante implica che la relazione d' = C .H sia valida solo
per quella distanza d per cui C = 100; quando vengono collimati punti a distanze diverse da d
si generano quindi degli errori. Essi sono per trascurabili perch essendo dell'ordine dei 23
cm su battute di 100 m, sono inferiori, come vedremo, all'errore del procedimento stesso.
Per quanto riguarda il secondo punto, ricordiamo che nei cannocchiali a lunghezza costante il
1 fuoco portato, per costruzione, a coincidere con il centro strumentale per cui la distanza
calcolata gi la distanza richiesta. Se la visuale non orizzontale occorre modificare la
formula d = C .H in modo d'avere la proiezione sull'orizzontale della distanza misurata; ci si
ottiene moltiplicando il prodotto C . H per cos
2
, essendo il complemento dell'angolo
zenitale.
d
d*

L
L
1
2
L
1
- L

2
= H

H* H cos

Il motivo, per il quale si moltiplica per cos
2
, il seguente:
si moltiplica una prima volta per cos per ottenere il valore H* (in prima approssimazione);
la relazione d = C .H precedentemente vista vale infatti quando la stadia ortogonale
all'asse di collimazione; questo primo prodotto C . H . cos ci d la distanza d*,
per ridurre d* a d occorre moltiplicarlo un'altra volta per cos.
In definitiva si ha quindi:
d = C . H . cos
2

Questo metodo di misura consente di misurare distanze comprese tra 2100 m con un e.q.m.
variabile tra 15 cm.







R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 89
11.2 Analisi della precisione del metodo.

Volendo determinare a priori il grado di approssimazione che si consegue, occorrer applicare
la relazione (19) del capitolo I
*)
alla relazione:
d = C . H . cos
2

si avr cio:
m
d
H
m
d
a
m
d H
2
=

2 2
2

poich d in funzione di H e , non di C, che una costante strumentale e non una quantit
misurata.
Le derivate parziali valgono:

d
H
= Ccos
2



d

CH d = = 2 2 sen cos tg
La seconda derivata si ottiene nella forma 2 d . tg, moltiplicando e dividendo per cos
l'espressione 2 C . H . sen.cos e ricordando che d = C . H . cos
2
.
Per valutare numericamente m
d
, dobbiamo attribuire ad e a d dei valori; possiamo per gi
notare che il coefficiente di m
H
max per = 0, mentre il coefficiente di m

nullo per = 0
ed tanto maggiore quanto pi grande l'angolo .
Per un'esauriente analisi della precisione di d in funzione dell'e.q.m. di misura di H e di
valutiamo prima separatamente quale dei due errori maggiore.
Dobbiamo innanzitutto conoscere m
H
e m

; poich H viene letto su una stadia graduata in


centimetri, nella migliore delle ipotesi il suo e.q.m. 1 mm (cio nell'ipotesi che chi fa la
misura abbia l'accortezza di far coincidere un tratto distanziometrico con il bordo di uno
scacco della stadia, e poi abbia l'abilit di stimare con l'approssimazione del millimetro la
porzione di scacco sul quale cade il secondo tratto distanziometrico). Infine, poich si usa un
tacheometro, si avr m

= + 30".
Per valutare numericamente l'espressione

d

m occorre per inserire m

in radianti;
ricordando che:
1" =
1
200 000 .


*)
Z=f(X
1
, X
2
, ... X
n
)


m
z
Z
X
m
X
n
Z
X
m
X
Z
X
n
m
X
n
=

+ +







1
2
2
2
2
2
2
2
2
....


R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo II - Strumenti topografici
pagina 90
si ha m

=30"
1
200 000 .
= 15 . 10
-5

Valutiamo allora dapprima separatamente i due termini:

d
H
m
H

d

m
Si avr per il primo termine

d
H
m C m
H H
= cos
2

e, ponendo = 0 per massimizzarlo, si ha
( )

d
H
m
H
= 100 1 1mm
Per il secondo termine si avr:


d

d m tg m = 2
ponendo per massimizzarlo d = 100 m e = 45 , cio tg = 1, si avr:
( ) ( )

d

100m m = =

2 1 15 10 30mm
5

Si vede che l'errore in H pi nocivo di quello in
Volendo ora valutare globalmente m
d
in funzione dei valori massimi trattati, dobbiamo
applicare la formula rigorosa e combinare i quadrati dei valori trovati:
( ) ( ) m

= + = = 100 30 104 10
2 2
mm mm mm cm
Naturalmente questo l'e.q.m. con il quale si misura d nel 68% dei casi; per un certo numero
di misure (il 27%) si potr avere anche un errore doppio; e, come sappiamo, solo nel 5% delle
misure un errore triplo.


R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo III - Realizzazione del Sistema Cartografico Nazionale
pagina 90
CAPITOLO III

IL SISTEMA CARTOGRAFICO NAZIONALE


1 Il problema cartografico.

1.1 Impostazione generale

Il problema cartografico consiste nel dare una rappresentazione in un unico sistema di
riferimento, di tutta la superficie del territorio nazionale.
Esso stato risolto dividendolo in due parti e cio dando una rappresentazione del territorio
suddivisa in planimetria e altimetria.
Per la rappresentazione planimetrica, la soluzione stata quella di mettere in relazione i
punti della superficie fisica della Terra con i punti di un sistema cartesiano piano, detto
proiezione cartografica di Gauss-Boaga; il passaggio tra superficie fisica della Terra e
proiezione cartografica Gauss-Boaga non diretto, ma, come vedremo si avvale di una
superficie matematica intermedia di passaggio che lellissoide.
Limpostazione della rappresentazione altimetrica stata quella di attribuire ad ogni
generico punto P della superficie fisica della Terra una quota, che la sua distanza, lungo la
verticale v passante per esso, da una superficie di riferimento detta geoide.


1.2 La Terra, il geoide, lo sferoide, lellissoide

1.2.1 La Terra

La superficie esterna della Terra di forma irregolare, non rappresentabile da una superficie
matematica; inoltre la densit della massa allinterno di tale superficie non omogenea.
Per mettere in corrispondenza mediante relazioni analitiche i punti della superficie fisica della
Terra con quelli di un sistema cartesiano piano i geodeti dovettero affrontare il problema di
definire una superficie matematica della Terra, cio di una superficie non coincidente con la
superficie fisica, ma ad essa prossima ed esprimibile in termini matematici.
Come sistema di riferimento rispetto al quale riferire le coordinate di questa superficie
matematica fu scelta una terna cartesiana ortogonale (X,Y,Z) definita come segue:
origine della terna nel baricentro della massa terrestre,
asse Z coincidente con lasse di rotazione terrestre,
asse X giacente nel piano contenente lasse di rotazione e un punto arbitrario della
superficie terrestre (Greenwich).
Il sistema di riferimento cos definito prende il nome di sistema geocentrico.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo III - Realizzazione del Sistema Cartografico Nazionale
pagina 91
Dato un punto P sulla superficie fisica della Terra, si definisce piano del meridiano terrestre
passante per P il piano contenente lasse di rotazione terrestre ed il punto P.
P
X
Y
Z
superficie fisica
della terra
v

G
P
X
Z
Y
GREENWICH
P
P
P
sistema geocentrico
latitudine e longitudine terrestri



figura 1

Ogni punto P della superficie terrestre individuabile in doppio modo e cio:
in funzione delle sue coordinate X,Y,Z nel sistema geocentrico,
in funzione di una coppia di coordinate geografiche terrestri che sono la latitudine
terrestre e la longitudine terrestre.
La latitudine terrestre langolo che la verticale passante per il punto P forma con un
generico piano ortogonale allasse di rotazione terrestre, in particolare col piano
equatoriale; la longitudine terrestre langolo che il piano
P
contenente il punto P e lasse
di rotazione terrestre forma con un piano di riferimento della longitudine
G
, che quello
definito dallasse di rotazione terrestre e dal piano contenente lasse X, ovverosia il piano
meridiano passante per Greenwich.


1.2.2 Il geoide

I geodeti definirono lespressione matematica della Terra prendendo come dato di partenza il
suo campo gravitazionale. In ogni punto della Terra esiste la forza di gravit, che la
risultante della forza di attrazione Newtoniana e della forza centrifuga.
Stante la non omogeneit della densit della massa terrestre e lirregolarit della sua forma, le
linee di forza del campo della gravit sono linee gobbe; esse prendono il nome di linee
verticali. La tangente in un punto P a una linea verticale prende il nome di verticale.
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Capitolo III - Realizzazione del Sistema Cartografico Nazionale
pagina 92
I geodeti assunsero come superficie matematica della Terra una superficie che sempre
perpendicolare alle linee di forza del campo gravitazionale; poich di queste ne esistono
infinite, la resero univoca imponendo che fosse quella passante per un determinato punto
fisico della Terra, costituito dal livello medio del mare in un ben preciso punto del porto di
Genova.
Questa superficie si chiama geoide.
Con grossolana approssimazione possiamo dire che il geoide la superficie che si otterrebbe
prolungando al di sotto delle terre emerse la superficie del mare in quiete passante per il punto
di riferimento di cui sopra.
mare
geoide
P'
P
q

P

figura 2

Il geoide quindi una superficie che ha un riscontro nella realt fisica; inoltre possibile
determinare le quote dei punti della superficie fisica della Terra partendo appunto dal livello del
mare (vedremo come); per questi motivi il geoide fu assunto come superficie di riferimento per
laltimetria.
Questa superficie, che presenta questi vantaggi ed suscettibile di una definizione molto
rigorosa in termini fisica, ha per lo svantaggio di non essere rappresentabile da unequazione
matematica operativa.
L'equazione del geoide si ottiene infatti come integrale del vettore forza di gravit esteso a
tutta la massa terrestre. Per risolvere tale integrale occorrerebbe per conoscere con esattezza
la densit della massa della Terra in ogni suo punto.
Poich tale dato noto solo con una certa approssimazione, lintegrale del vettore forza di
gravit non pu essere calcolato e quindi in definitiva l'equazione del geoide non operativa.
Il geoide non pu quindi essere preso come superficie di passaggio tra la superficie fisica della
Terra e il piano della proiezione cartografica, poich, anche se fossimo in grado di mettere in
corrispondenza i punti della superficie fisica della Terra con quelli del geoide, non saremmo poi
in grado di mettere in corrispondenza i punti del geoide con quelli di un sistema cartesiano
piano.
Per chiarire come si proceduto per arrivare alla soluzione del problema, procediamo ora con
una esemplificazione molto elementare di alcuni concetti che sarebbe difficile trattare in modo
matematico rigoroso.
Stante la definizione data, il geoide una superficie che, sezionata con piani contenenti lasse
di rotazione, genera linee chiuse di andamento irregolare, non riconducibili a entit geometriche
semplici come cerchi o ellissi, e tutte diverse tra loro (v. fig. 3); lo stesso accade per le linee
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo III - Realizzazione del Sistema Cartografico Nazionale
pagina 93
che si ottengono con sezioni ortogonali allasse di rotazione. Nella figura queste irregolarit
sono state esagerate allennesima potenza per tradurre questo concetto.

X
Y
Z
Geoide
b
a
X
Y
Z
Sferoide


figura 3


1.2.3 Lo sferoide

Per cominciare a semplificare il problema, i geodeti supposero, ipotesi poi confermata in tempi
recenti dalla geodesia spaziale, che la massa interna della Terra fosse distribuita mediamente in
modo simmetrico rispetto allasse di rotazione Z; questa semplificazione port alla
trasformazione del geoide in uno sferoide, cio in un solido di rotazione (vedi figura 3).
Per lo sferoide succede questo: se lo sezioniamo con un qualsiasi piano contenente lasse di
rotazione otteniamo ancora una linea chiusa irregolare, che per resta la stessa per qualsiasi
piano del fascio che ha per sostegno lasse Z; di conseguenza se lo sezioniamo con piani
ortogonali allasse Z otteniamo dei cerchi.
Nello sferoide possiamo quindi definire un raggio a del cerchio che giace nel piano equatoriale,
e un valore b della distanza tra il piano equatoriale e i poli.


1.2.4 Lellissoide

Anche lo sferoide non aveva per unequazione operativa.
I geodeti introdussero quindi unultima semplificazione, assumendo, come superficie di
passaggio tra la superficie fisica della Terra e la sua rappresentazione cartografica, lellissoide
che la superficie generata dalla rotazione di unellisse di semiassi a e b uguali a quelli dello
sferoide, intorno allasse Z.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo III - Realizzazione del Sistema Cartografico Nazionale
pagina 94

P
X
Y
Z
b
a
meridiano per P
piano meridiano per P


figura 4


Dato un punto P sulla superficie dellellissoide, si definisce piano meridiano di P il piano
contenente lasse di rotazione Z ed il Punto P; si definisce meridiano di P lintersezione di
detto piano con la superficie dellellissoide.
Vedremo tra poco che l'ellissoide ha un'espressione matematica semplice e quindi si presta
bene alla soluzione del problema di mettere in corrispondenza i suoi punti con quelli di un
sistema di coordinate cartesiane piane.
Pi complesso il problema di mettere in corrispondenza i punti della superficie fisica della
Terra con quelli dellellissoide; infatti, essendo l'ellissoide una superficie teorica, non
semplice stabilirne la posizione rispetto alla superficie fisica della Terra.
Vedremo pi avanti come il problema stato risolto dai geodeti.
Con riferimento al sistema geocentrico (X,Y,Z) precedentemente definito, lequazione
dellellissoide la seguente:
X Y
a
Z
b
2 2
2
2
2
+
+ = 1 (1)
dove:
semiasse equatoriale dell'ellissoide a = 6378388 m
semiasse polare dell'ellissoide b = 6356912 m
eccentricit dellellissoide e
a b
a
2
2 2
2
=

=0.006722...
Si definisce inoltre schiacciamento s il rapporto tra la differenza di lunghezza dei due assi e la
lunghezza dellasse maggiore:
s =
a b
a

=
1
297
= 0.003367......
La determinazione dei valori a e b dello sferoide, che vengono poi assunti come semiassi
dellellissoide, implica misure accuratissime astronomiche e di gravit, ed stato un compito
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Capitolo III - Realizzazione del Sistema Cartografico Nazionale
pagina 95
molto arduo affrontato pi volte dai geodeti nel corso del tempo. A mano a mano che
progredivano le tecniche di misura e di calcolo si perveniva a nuovi e pi precisi valori.
I valori di a e di b sopra riportati sono quelli determinati dal geodeta Hayford nel 1909;
lellissoide con tali semiassi prende il nome di ellissoide internazionale.
Tale ellissoide stato assunto di riferimento di geodeti italiani per il calcolo delle coordinate
geografiche e dei vertici trigonometrici.
Vedremo che il sistema GPS (Global Positioning System), di cui parleremo pi avanti, e che
costituisce il pi moderno metodo per lesecuzione di misure geodetiche basato sulluso di
satelliti , utilizzer invece dei nuovi parametri ellissoidici denominati WGS84 (World
Geodetic System 1984) che sono i seguenti:
a = 6378137 m
b = 6356752.314 m
e
a b
a
2
2 2
2
=

= 0.000669.....
s =
a b
a

=
1
298.25722....
= 0.00335281........
La posizione di un punto P sull'ellissoide pu essere definita in doppio modo e cio:
in funzione delle sue coordinate nel sistema geocentrico
in funzione di una coppia di coordinate ellissoidiche, che sono la latitudine ellissoidica e la
longitudine ellissoidica .


n
P
Y
X
Z
Z
X
Y
P
P
P
b
a

= 0


figura 5

La latitudine di un punto P l'angolo che la normale n all'ellissoide in P forma con il piano
equatoriale dell'ellissoide o con qualsiasi altro piano perpendicolare all'asse Z.
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Capitolo III - Realizzazione del Sistema Cartografico Nazionale
pagina 96
La longitudine l'angolo, in senso antiorario, che il piano (XZ), piano meridiano di
Greenwich, forma con il piano meridiano di P.
La latitudine un valore assoluto, mentre la longitudine un valore relativo, perch
dipende dalla scelta del piano meridiano di riferimento.
Se cio per definire il sistema geocentrico si scegliesse un punto diverso da Greenwich per
definire il piano (XZ), cambierebbe il piano di riferimento della longitudine e quindi
cambierebbe il valore della longitudine per ogni generico punto P.
Abbiamo introdotto precedentemente al punto 1.2.1 la latitudine terrestre e la longitudine
terrestre; dora in avanti quando vorremo fare riferimento ad esse useremo sempre laggettivo
terrestre; mentre quando vorremo riferirci alla latitudine ellissoidica e alla longitudine
ellissoidica ometteremo, in generale, laggettivo ellissoidica.


1.3 Quota ortometrica e quota ellissoidica

Abbiamo precedentemente detto che la quota ortometrica (o semplicemente la quota) q
P
di
un punto P della superficie fisica della Terra la distanza di P dal geoide misurata lungo la
verticale passante per esso (segmento PP in figura).
Possiamo analogamente definire, per un generico punto P della superficie terrestre, una quota
ellissoidica h
P
( e in questo caso laggettivo ellissoidica di rigore) che la distanza del
punto P dallellissoide misurata lungo la normale allellissoide passante per P (segmento PP
in figura).

v
n
P
P'
ellissoide
geoide
superficie fisica
del terreno
h
q
P
P
P"
PP' = q quota ortometrica
PP" = q quota ellissoidica
P
P

figura 6

Facciamo notare che i geodeti erano in grado di determinare la quota ortometrica di un punto,
ma non la quota ellissoidica, e proprio per questo avevano scelto il geoide come riferimento
delle quote.
Vedremo in seguito come sia possibile ricavare le quote ortometriche in funzione di quelle
ellissoidiche.


R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo III - Realizzazione del Sistema Cartografico Nazionale
pagina 97
1.4 Legame tra coordinate ellissoidiche geografiche e coordinate geocentriche

Esistono delle relazioni che mettono in corrispondenza un punto di coordinate geografiche ,
e quota ellissoidica h, con le coordinate X,Y,Z che tale punto ha nel sistema cartesiano
geocentrico (X,Y,Z)
X
a
e
h =

1
2 2
sen
cos cos


Y
a
e
h =

1
2 2
sen
cos sen


(2)
( )
Z a e h = + 1
2 2
sen sen
E, viceversa, esistono le relazioni inverse che consentono di determinare le coordinate , e
la quota ellissoidica h di un punto P avente coordinate ellissocentriche X,Y,Z.
Stante la natura trascendente delle relazioni soprascritte non vi sono per relazione dirette che
danno , ed h di un punto P in funzione delle sue coordinate X,Y,Z. Esse comunque
possono essere ricavate mediante un procedimento iterativo.
Come vedremo questo passaggio da X,Y,Z a , ed h sar molto utile per la determinazione
delle coordinate dei punti mediante il GPS.


1.5 Ellissoide geocentrico ed ellissoide nazionale

Abbiamo gi fatto cenno al fatto, e torneremo sullargomento al punto 2 che segue, che
lellissoide la superficie di passaggio tra la superficie fisica della Terra e la sua proiezione
cartografica.
Lellissoide che abbiamo sopra descritto, e che chiameremo geocentrico, ha, come si visto,
lasse di rotazione che lo genera, coincidente con lasse di rotazione terrestre e quindi
coincidente con lasse Z del sistema di coordinate cartesiane geocentriche, e il piano in cui
giace il cerchio generato dalla rotazione del semiasse maggiore a coincidente col piano (X,Y)
della terna geocentrica (piano equatoriale).
Inoltre attribuendo allellissoide i semiassi a e b, si ottiene una specie di condizione di
tangenza, ai poli e allequatore, tra ellissoide e geoide.
Questultimo fatto minimizza lo scostamento tra ellissoide e geoide ai poli e allequatore, ma lo
rende invece massimo proprio alle latitudini europee, ed in particolare alla latitudine media
italiana.
Poich nei tempi passati non era neppure immaginabile una visione globale mondiale del
problema geodetico del tipo ora possibile in virt del GPS, i geodeti delle varie nazioni, per
minimizzare le deformazioni che si introducono nel proiettare la superficie fisica della Terra
sullellissoide, decisero di adottare non lellissoide geocentrico, ma un ellissoide nazionale di
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo III - Realizzazione del Sistema Cartografico Nazionale
pagina 98
uguale dimensione e forma di quello geocentrico, ma leggermene ruotato e traslato rispetto al
sistema geocentrico, in modo da realizzare la condizione di tangenza al geoide in un punto
baricentrico del territorio nazionale.
Per lItalia, i geodeti italiani scelsero di realizzare questa coincidenza tra ellissoide nazionale e
geoide in corrispondenza dellOsservatorio di Monte Mario a Roma.
Noi per nel seguito non parleremo di ellissoide nazionale, e, allo scopo di rendere pi
semplice la trattazione che seguir e soprattutto per non complicare ancor pi le figure,
noi considereremo nel seguito che lellissoide utilizzato dai geodeti sia quello
geocentrico.
Questa ipotesi non ha infatti nessuna grave conseguenza concettuale da un punto di vista
didattico e evita invece di complicare il discorso, soprattutto quando poi si parler del GPS.
Lipotesi che facciamo resa lecita dal fatto che esistono relazioni che mettono in
corrispondenza le coordinate geografiche di un ellissoide nazionale con quelle dellellissoide
geocentrico e pertanto, da un punto di vista pratico, riferirsi alle une o alle altre del tutto
indifferente.
Nel seguito non faremo pi differenza tra i due ellissoidi, quello geocentrico e quello nazionale,
e considereremo di aver sempre a che fare con quello geocentrico, che chiameremo quindi
nel seguito solo ellissoide, omettendo laggettivo geocentrico.


1.6 La sfera locale

Abbiamo visto che lo schiacciamento, ha per lellissoide terrestre, un valore molto contenuto
(per questo, a volte, per descrivere la forma della Terra, si usa lespressione semplificata di
sfera leggermente schiacciata ai poli); da questo fato deriva che, per estensioni che
rientrano in certi limiti, la forma della la superficie dell'ellissoide uguale a quella di una sfera.
E precisamente si pu dimostrare che, preso un generico punto P dellellissoide di latitudine ,
la calotta ellissoidica di 100 km di raggio nell'intorno di P, che prende il nome di campo
geodetico, coincide, come forma, a meno di quantit trascurabili, con quella di una sfera
avente come raggio R il valore:
R
a e
e
=

1
1
2
2 2
sen
(3)
essendo appunto latitudine del punto considerato, a il valore del semiasse equatoriale ed e
2

leccentricit.
La sfera di raggio R si chiama sfera locale in P. L'aggettivo locale significa appunto che il suo
raggio varia a seconda della latitudine del punto considerato.
Anche la forma del geoide, nellambito del campo geodetico, pu essere considerata
coincidente con quella della sfera locale, a meno di anomalie locali, dovute a forti variazione di
densit della massa terrestre.
Quando si prendono in considerazione zona della superficie fisica della Terra che hanno
unestensione pari a quella di una calotta sferica di 100 km di diametro, si ha pertanto questa
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo III - Realizzazione del Sistema Cartografico Nazionale
pagina 99
notevolissima semplificazione: la forma delle superfici del geoide e dellellissoide possono
essere ritenute coincidenti tra di loro ed entrambi coincidenti con quelle della sfera
locale.
Questa semplificazione fu particolarmente utile per i geodeti, che per eseguire i calcoli per la
determinazione delle distanze tra i vertici trigonometrici, poterono usare formule di
trigonometria sferica anzich ellissoidica.
Per quanto riguarda gli argomenti che verranno trattati in queste dispense utilizzeremo pi volte
il concetto di sfera locale; in particolare nel problema della riduzione delle distanze misurate a
distanze topografiche (punto 2.3 di questo capitolo), e nel problema della livellazione
trigonometrica (punto 4.2 del capitolo V). In tale formule potr essere inserito un valore
approssimato del raggio della sfera locale; in funzione del valore della latitudine della zona in
cui si opera si potr cio assumere il valore medio di R riportato nella tabella che segue:

Raggio della sfera media locale alle latitudini italiane (in km)

36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47
R 6371.7 6372.4 6373.2 6373.9 6374.6 6375.4 6376.1 6376.9 6377.6 6378.4 6379.1 6379.9


1.7 Ricapitolazione sulla posizione del problema cartografico.

In base a quanto esposto ai punti precedenti possiamo concludere con quanto segue.
La Geodesia (che una scienza che sta a monte della Topografia) stabilisce in che modo
mettere in corrispondenza biunivoca i punti della superficie fisica della Terra con quelli
dell'ellissoide. E cio di come far corrispondere ad ogni punto P del terreno un punto P'
sull'ellissoide, individuato attraverso due coordinate ellissoidiche, che sono la latitudine e la
longitudine .

P'
P
Punto P sul terreno
Punto P' sull'ellissoide
(,)
Ellissoide


figura 7 - Geodesia: da P a P

La Cartografia stabilisce invece in che modo mettere in corrispondenza biunivoca un
generico punto P della superficie ellissoidica, dato in termine di coordinate geografiche e ,
con un punto P di coordinate N,E nel sistema della proiezione cartografica Gauss-Boaga.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo III - Realizzazione del Sistema Cartografico Nazionale
pagina 100
Y
X
Z

P'

(,)
N = f
P"
E = g
P"
(,)
E
N
P"
E
N
P"
P"


figura 8 - Cartografia: da P a P

In definitiva il problema della rappresentazione cartografica della superficie terrestre stato
risolto con unimpostazione rigorosa, che nel seguito chiameremo procedimento canonico,
che prevederebbe che per ogni punto da riportare in cartografia si operasse nel seguente
modo:
a) Costruzione della planimetria

Mediante operazioni di misura e di calcolo molto complesse, cio di tipo geodetico, ad
ogni punto P della superficie fisica della Terra, se ne fa corrispondere uno P' sull'ellissoide
di coordinate geografiche e (rispettivamente latitudine e longitudine).
Le coordinate e del punto P dell'ellissoide vengono trasformate, vedremo come, in
una coppia di coordinate cartesiane piane N,E nel sistema cartografico Gauss-Boaga.
b) Costruzione dell'altimetria

A partire da un punto che materializza la superficie del geoide, costituita dalla superficie del
mare in quiete in un punto ben preciso nel porto di Genova, si determina la sua quota
ortometrica (o semplicemente quota), che la sua distanza dal geoide misurata lungo la
verticale.
Sarebbe per impensabile, perch implicherebbe tempi interminabili e costi impossibili da
affrontare, costruire una cartografia applicando questo procedimento ad ogni punto della
superficie fisica del terreno che deve essere riportato in cartografia, come elemento della
planimetria o dellaltimetria.
In realt il procedimento canonico stato applicato dai geodeti solo per riportare, nella
proiezione cartografica Gauss-Boaga, una serie di punti planimetrici (i vertici trigonometrici)
e di punti altimetrici (caposaldi di livellazione) che inquadrano tutto il territorio nazionale.
Vedremo come appoggiandosi ai vertici trigonometrici e ai caposaldi di livellazione i topografi
e i fotogrammetri possono costruire le cartografie del territorio con procedure molto pi
semplici.



R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo III - Realizzazione del Sistema Cartografico Nazionale
pagina 101
2 Rete di inquadramento planimetrica.

2.1 Determinazione delle coordinate ellissoidiche dei vertici trigonometrici.

2.1.1 Premessa

Come gi abbiamo accennato in precedenza, linquadramento cartografico nazionale
planimetrico stato realizzato dai geodeti e dai cartografi costruendo una rete di punti, detti
vertici trigonometrici, materializzati da punti fisici del territorio, e calcolandone la posizione
prima sullellissoide e quindi nella proiezione cartografica di Gauss-Boaga.
In questo paragrafo diamo pertanto un breve cenno, senza scendere nei particolari, su come
furono determinate, con la geodesia classica, le coordinate ellissoidiche dei vertici
trigonometrici; in quello seguente vedremo come di essi ne furono calcolate le coordinate nella
proiezione cartografica nazionale.


2.1.2 Coordinate geografiche terrestri.

Abbiamo visto in precedenza (vedi punto 1.2.1 di questo Capitolo) che per ogni generico
punto P della superficie fisica della Terra possibile determinare, mediante misure
astronomiche, una coppia di coordinate geografiche terrestri che sono simili a quelle
geografiche ellissoidiche.
Esse sono dette latitudine terrestre e longitudine terrestre, proprio per indicare che si
riferiscono a un punto fisico della superficie terrestre e che vengono misurate con riferimento
alla verticale passante per il punto stesso.


2.1.3 Collegamento tra ellissoide e superficie fisica della Terra in un punto arbitrario.

Per mettere in corrispondenza biunivoca i punti della superficie terrestre e quelli dell'ellissoide
stato necessario innanzitutto far corrispondere arbitrariamente un punto della superficie fisica
della Terra a un punto dellellissoide; ci stato fatto nel seguente modo:
si scelto come punto arbitrario della superficie terrestre un punto P* dellOsservatorio di
Monte Mario a Roma
di tale punto P* stata misurata la latitudine geografica terrestre;
si imposto che il corrispondente di P* sullellissoide fosse un punto P avente come valore
di latitudine ellissoidica lo stesso valore di latitudine geografica terrestre di P* e avesse
valore di longitudine =0.
Questa operazione corrisponde al fatto, descritto al punto precedente, di aver sostituito
allellissoide geocentrico un ellissoide nazionale.
Con questa operazione si stabilito un punto di partenza, o di origine, per calcolare le
posizioni sull'ellissoide di tutti i vertici trigonometrici.
Indicheremo nel seguito con
0
, e
0
le coordinate ellissoidiche di questo punto P di partenza
situato a Monte Mario a Roma, ricordando che
0
=0.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
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pagina 102
2.1.4 Scelta dei vertici trigonometrici.

La seconda operazione, come schema logico e non temporale, stata quella di scegliere su
tutto il territorio nazionale i punti fisici che avrebbero materializzato i vertici trigonometrici.
I vertici trigonometrici si suddividono in quattro ordini di importanza.
Quelli del primo ordine sono i pi importanti e sono stati scelti in modo tale che congiungendoli
con dei segmenti ideali si ottiene su tutto il territorio nazionale una rete di triangoli equilateri di
circa 30 km di lato (vedi figura 9).

figura 9
Triangolazione italiana del 1 ordine (per gentile concessione IGMI)
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo III - Realizzazione del Sistema Cartografico Nazionale
pagina 103
I vertici trigonometrici del primo ordine sono materializzati da punti fisici della superficie terrestre che
offrono elevate garanzie di indistruttibilit (ad es. un punto della Madonnina del Duomo di Milano,
campanili di chiese, ecc.). Dove non esistono punti che offrono questa garanzia, ad esempio in
montagna, i vertici trigonometrici sono materializzati da appositi pilastrini di cemento armato, con
plinto di fondazione.
Oltre ai vertici trigonometrici del primo ordine vi sono quelli di secondo, terzo e quarto ordine. I
vertici di secondo ordine formano dei triangoli all'interno di ciascun triangolo di vertici del primo
ordine. Quelli di terzo ordine formano triangoli all'interno dei triangoli aventi per vertici i punti del
secondo ordine. I vertici di quarto ordine infittiscono ulteriormente la rete cos creata.
La suddivisione sui vari ordini stata fatta per diversi motivi; citiamo i pi importanti:
la costruzione della rete di vertici trigonometrici stata realizzata quando ancora non esistevano i
calcolatori elettronici, e risultava quindi impossibile elaborare tutte le misure relative ai vertici dei
quattro ordini nel loro insieme;
operando sui quattro ordini separatamente si potuto differenziare la precisione delle misure da
eseguire.
Le misure geoidiche sono consistite principalmente in misura di angoli; cio facendo stazione su ogni
vertice trigonometrico venivano collimati tutti i vertici trigonometrici adiacenti (si pensi alla difficolt di
collimare punti a 30 km di distanza con errori di misura di pochi secondi!). Non esistendo
ovviamente negli anni in cui fu costruita la rete (seconda met dellottocento) i distanziometri
elettronici, non si procedette alla misura di distanza tra i vertici trigonometrici, ma furono misurate
solo otto basi, lunghe ognuna circa una decina di km, distribuite su tutto il territorio nazionale.
I calcoli basati sulle misure angolari tra i vertici e su quelle delle basi, portarono alla determinazione
di tutte le distanze tra i vertici trigonometrici e dellazimut di ogni direzione collegante due qualsiasi
vertici trigonometrici contigui.
Lazimut di un arco ellissoidico s congiungente due punti P e Q langolo, misurato in senso orario,
che va dal meridiano passante per P, allarco s.
P

meridiano per P
Q
s
figura 10

Indicheremo nel seguito un generico valore di distanza tra due vertici trigonometrici con s e con il
suo azimut.
E' per lesecuzione di questi calcoli che i geodeti si servirono del concetto di sfera locale; poich
infatti ogni singolo triangolo formato da tre vertici trigonometrici era compreso nel campo geodetico,
per calcolarne i lati i geodeti poterono usare formule di trigonometria sferica, anzich ricorrere alla
trigonometria ellissoidica.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo III - Realizzazione del Sistema Cartografico Nazionale
pagina 104
2.1.6 Calcoli eseguiti per la determinazione delle coordinate ellissoidiche.

La terza operazione stata quella di calcolare le coordinate ellissoidiche dei vertici
trigonometrici.
Per far questo sono state introdotte delle formule di trigonometria ellissoidica.
Queste formule consentono di calcolare le coordinate ellissoidiche
k
e
k
di un punto k
dellellissoide in funzione:
delle coordinate
i
,
i
, di un altro punto i
dellarco s di ellissoide che congiunge i due punti
dellazimut della direzione che congiunge il vertice i al vertice k.
Risulta chiaro ora perch al punto precedente si detto che i calcoli eseguiti dai geodeti
portarono alla determinazione di tutti gli archi s e degli azimut di tutte le direzioni.
Le formule usate sono dette di trasporto delle coordinate, proprio a sottolineare il fatto che
le coordinate e di un generico punto sono ricavate in funzione delle coordinate e di un
altro in precedenza determinate e ad esso adiacente; per adiacente si intende che i due vertici
siano collegati da un unico arco s.
Indichiamo con F e G le due relazioni (che sono in realt molto complesse), che forniscono
rispettivamente i valori di e di un punto.
Per un generico vertice trigonometrico i, immediatamente adiacente al vertice origine di Monte
Mario, le coordinate
i
e
i
sono date dalle funzioni F e G in cui, come coordinate del punto
precedentemente determinato, si inseriscono quelle
0
e
0
del vertice origine di Monte
Mario:

i
= F(
0
,
0
, a, b, , s)

i
= G(
0
,
0
, a, b, , s)
essendo a e b i semiassi dellellissoide, ed ed s i valori dellazimut e dellarco che congiunge
i due punti.
Per un generico vertice k non adiacente al vertice origine si avr:

k
= F(
i
,
i
, a, b, , s)

k
= G(
i
,
i
, a, b, , s)
essendo
i
e
i
le coordinate precedentemente determinate di un vertice i adiacente a al
vertice k, ed ed s i valori dellazimut e dellarco che congiunge i due punti.


2.1.7 Suddivisione della porzione di ellissoide che riguarda lItalia in due fusi

La zona di ellissoide su cui erano sparsi i vertici trigonometrici del territorio italiano aveva
unampiezza di circa 12
0
di longitudine; tenendo conto che, come meridiano origine di valore
=0, era stato assunto quello passante per Monte Mario, le longitudini dei vertici
trigonometrici, calcolati mediante le formule di cui al precedente punto, variavano
approssimativamente tra =-6
0
e =+6
0
.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo III - Realizzazione del Sistema Cartografico Nazionale
pagina 105
Vedremo pi avanti che, usando la proiezione di Gauss, la deformazione lineare di un arco s di
ellissoide proiettato sul piano, tanto pi grande quanto maggiore la sua distanza dal
meridiano che stato assunto come origine delle longitudini.
Per contenere lentit di tali deformazioni, i geodeti decisero allora di suddividere la zona di
ellissoide in cui cadevano i vertici trigonometrici in due parti, in modo da non avere un unico
meridiano origine e valori di longitudine varianti tra =-6
0
e =+6
0
, ma due meridiani origine
e valori di longitudine varianti tra =-3
0
e =+3
0
.
Le due parti di ellissoide in cui fu divisa la calotta ellissoidica che comprendeva tutti i vertici
furono detti fusi; ciascun fuso risult quindi avere 6
0
di ampiezza.
Tenuto conto che il meridiano passante per Monte Mario era approssimativamente situato a
una longitudine di =12
0
a Est di Greenwich, i meridiani centrali dei due fusi furono scelti
come segue.
Al fuso a Ovest di Monte Mario, detto fuso Ovest, fu dato come meridiano origine il
meridiano situato a 9 Est di Greenwich; a tale meridiano fu dato il valore convenzionale di
longitudine =0.
Al fuso a Est di Monte Mario, detto fuso Est, fu dato come meridiano origine il meridiano
situato a 15 Est di Greenwich; anche a tale meridiano fu dato il valore convenzionale di
longitudine =0.
Con questa impostazione le longitudini dei vertici trigonometrici variano, in entrambi i fusi, tra i
valori di =-3
0
e =+3
0
rispetto al valore =0 dei rispettivi meridiani centrali.
La trasformazione delle longitudini dei vertici trigonometrici dai valori calcolati con le
precedenti formule nei nuovi valori, fu ottenuta semplicemente sommando alla longitudine dei
vertici che cadevano a Ovest di Monte Mario il valore +3
0
e a quelli che cadevano a Est di
Monte Mario il valore -3
0
.
Sia il meridiano centrale del fuso Ovest che quello del fuso Est verranno nel seguito indicati
entrambi col nome di meridiano centrale.


ellissoide
meridiano di Monte Mario
meridiano di Greenwich
= 12 27 09,40 Est di Greenwich
figura 11
meridiano centrale del fuso Est
15 EG
meridiano centrale del fuso Ovest
9 EG
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
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pagina 106

figura 12
materializzazione di un vertice del 1 ordine della rete geodetica italiana



figura 13
Scheda di identificazione di un vertice trigonometrico del IV ordine della rete geodetica
italiana. Si noti che sono riportate le coordinate ellissoidiche (con la longitudine riferita a Monte
Mario) e le coordinate della proiezione di Gauss-Boaga
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pagina 107
2.1.8 Punto della situazione.

Con le operazioni descritte ai precedenti paragrafi si conseguito il risultato di far
corrispondere ai vertici trigonometrici, che appartengono alla superficie terrestre, che una
superficie irregolare e non matematicamente rappresentabile, dei punti appartenenti
all'ellissoide, cio a una superficie esprimibile matematicamente in forma semplice.
E' necessario, a questo punto, per portare a termine il problema, che ricordiamo era quello di
mettere in corrispondenza i punti dell'ellissoide con quelli di un sistema di coordinate cartesiane
piane, stabilire delle formule di corrispondenza tra punti sull'ellissoide e punti su un sistema di
coordinate cartesiane piane.
La soluzione di questa ultima parte del problema viene descritta nel paragrafo che segue. Il
paragrafo intitolato La Carta di Gauss poich, delle infinite formule che si possono adottare
per mettere in corrispondenza i punti dell'ellissoide con quelli di un piano, sono state scelte
delle relazioni introdotte dal matematico Gauss.
La proiezione viene anche detta Gauss-Boaga poich negli anni 50 il Prof. Giovanni Boaga,
fu il promotore di un nuovo calcolo delle coordinate dei vertici trigonometrici nella proiezione
di Gauss. I nuovi valori calcolati sono quelli ora ufficiali per i vertici trigonometrici.

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
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pagina 108
2.2 La carta di Gauss.

2.2.1 Criteri sui quali basata la carta di Gauss.

Quando parliamo di Carta di Gauss intendiamo un sistema di coordinate cartesiane piane N
ed E e due funzioni f e g che mettono in relazione un generico punto P dell'ellissoide, dato in
coordinate ellissoidiche e , e il punto corrispondente P' del sistema cartesiano.
E
N
P'
E=g
N=f
( ) ,
( ) ,
ellissoide
equatore
meridiano
origine

P
Q


figura 14

Le formule di trasformazione f e g
**)
per passare dal sistema ellissoidico , ad un sistema piano
N, E sono state ricavate da Gauss imponendo le seguenti condizioni:
1. il meridiano ellissoidico assunto come origine delle longitudini deve trasformarsi nell'asse
delle ordinate N;
2. l'equatore ellissoidico deve trasformarsi nell'asse delle ascisse E;
3. un arco di lunghezza m sul meridiano origine deve trasformarsi in un segmento di uguale
lunghezza sull'asse delle ordinate N;
4. l'angolo formato da due direzioni uscenti da un punto sull'ellissoide deve mantenersi
uguale a quello delle corrispondenti direzioni riportate nella carta;
5. il coefficiente di deformazione, pur variando da punto a punto, deve essere uguale in tutte le
direzioni uscenti da un punto.

**)
Le formule di corrispondenza tra ellissoide e piano di rappresentazione, che per semplicit abbiamo
chiamato f e g, sono le seguenti
( )
( )
( )
( )
Nord
t t t
Est t
t t t
= + + +
+ + + + + +
= + + + +
+ + + + +
B +
Nsen cos
2
Nsen cos
24

Nsen cos
720
coordinata convenzionale del fuso + Ncos se
Ncos
6
+
Ncos
120
3
5
5
5


sen sen
sen ....
sen
sen ....
2 2 2 4 4 4
2 4 2 2 2 6 6
2 2 2 3 3
2 4 2 2 2 5 5
5 9 4
61 58 270 330
1
5 18 14 58
dove
N il valore della gran normale alla latitudine ,
B rappresenta la lunghezza dellarco di meridiano centrale del fuso dallequatore alla latitudine ,
rappresenta la differenza di longitudine tra il meridiano del punto considerato e il meridiano centrale del
fuso espressa in radianti,
t=tg =
e
e
2
2
1
cos , essendo e leccentricit dellellissoide.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo III - Realizzazione del Sistema Cartografico Nazionale
pagina 109
Da queste condizioni analitiche si hanno funzioni f e g che applicate alle coordinate , generano
una proiezione analoga a quella che si otterrebbe proiettando i punti dell'ellissoide, dal centro
dell'ellissoide, su un cilindro tangente all'ellissoide lungo il meridiano origine delle longitudini;
cio su un cilindro orizzontale avente per direttrici ellissi di semiassi a e b, uguali ai semiassi
ellissoidici. Ricordiamo che proiettare i punti dell'ellissoide su un cilindro equivale a proiettarli
su un piano, in quanto il cilindro una superficie che pu svolgere su un piano.

E
N
R*
Q*
R
Q
m'
m
O
S
a
b
__equatore
direttrice
del cilindro
tra ellissoide e cilindro
meridiano di tangenza
=0

s
s
s s s
s'
s'
s'
s'
s'
1
1
2
3
2
3
4 5
4
5
P b
S
E
N
P
Q*
R*

figura 15

Dalla figura 15 si vede infatti che proiettando i punti dell'ellissoide dal centro O sul cilindro si
ottiene che:
1. i punti giacenti sul meridiano origine rimangono coincidenti con la direttrice di tangenza, la
quale, sviluppando il cilindro sul piano, si trasforma nell'asse delle ordinate N;
2. i punti dell'equatore vengono proiettati sulla generatrice tangente all'equatore, la quale
sviluppando il cilindro sul piano, si trasforma nell'asse delle ascisse E;
3. un generico arco m di meridiano, giacente sul meridiano origine, mantiene la sua lunghezza
sull'asse N delle ordinate;
4. un arco meridiano m su un meridiano di longitudine si deforma assumendo sul cilindro il
valore m'; lo stesso avviene per qualsiasi generico arco di sezione normale congiungente
due punti avente longitudine diversa da zero;
5. la deformazione della carta cresce con l'aumentare della longitudine, come si vede
confrontando gli archi di equatore s
1
,s
2
..., s
5
con le loro proiezioni sull'asse E, s
1
,s
2
, ...s
5
.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo III - Realizzazione del Sistema Cartografico Nazionale
pagina 110
Dalle funzioni di corrispondenza tra le coordinate ellissoidiche e , e quelle N, E del piano
della Carta, si ricava l'espressione del coefficiente di deformazione della carta. Questo
coefficiente tale che dato un elemento infinitesimo dm di arco di sezione normale
sull'ellissoide si ottiene la sua lunghezza dm' sulla carta dal prodotto:
dm' = . dm
Abbiamo parlato di elemento infinitesimo dm, poich, come stato detto, il coefficiente di
deformazione varia con continuit da punto a punto in funzione delle coordinate e del
punto considerato.
E' per stata data anche un'espressione di da applicarsi a lunghezze finite. Inoltre, questa
espressione di funzione, come vedremo, non di coordinate ellissoidiche ma di coordinate
N, E le quali vengono chiamate coordinate Gauss.
Prima per di prendere in considerazione la formula di per elementi finiti dobbiamo fare
alcune considerazioni.


2.2.2 Motivo per il quale sono stati introdotti i due fusi ellissoidici.

Abbiamo detto precedentemente che le longitudini dei vertici trigonometrici sono state riferite a
due meridiani origine in modo che ogni vertice trigonometrico abbia una longitudine che in
valore assoluto, non superi i 3.
Diamo ora la spiegazione di questo fatto.
Osserviamo ancora la figura 15 e prendiamo in considerazione gli archi di equatore s
1
, s
2
..., s
5

; notiamo che i segmenti sull'asse E corrispondenti a tali archi si deformano (in particolare
aumentano) a mano a mano che ci si allontana dal meridiano origine. Questo avviene
ovviamente non solo per gli archi di equatore, ma per qualsiasi arco s dell'ellissoide; e cio la
proiezione s' di un arco s situato vicino al meridiano origine meno deformata di quella di un
arco pi lontano.
Al fine dunque di limitare le deformazioni della carta, si ritenuto opportuno proiettare i vertici
trigonometrici su due cilindri tangenti: uno tangente al meridiano centrale del fuso Ovest, e uno
tangente al meridiano centrale del fuso Est.
Le proiezioni dei vertici trigonometrici dell'ellissoide sul piano hanno quindi luogo in due sistemi
cartesiani; entrambi questi sistemi hanno, come asse delle ascisse E, l'equatore. L'asse N delle
ordinate invece il meridiano a 9 E.G. per il fuso Ovest e a 15 E.G. per il fuso Est.
In entrambi i sistemi i punti situati sull'asse N dovrebbero avere coordinata E = 0; ci deriva
dal fatto che introducendo il valore = 0 nella funzione g si ottiene E = 0. Ugualmente
introducendo valori negativi di si ottengono valori negativi di E.
Per evitare di avere a che fare con coordinate E negative, si sommato un valore costante alle
coordinate E dei due fusi
Alle coordinate del fuso Ovest stato sommato il valore 1500 km. A quelle del fuso Est il
valore 2520 km.
In tal modo i meridiani origine hanno rispettivamente coordinate 1500 km e 2520 km.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo III - Realizzazione del Sistema Cartografico Nazionale
pagina 111
2.2.3 Introduzione del cilindro secante.

Prendiamo nuovamente in considerazione nella figura 15 gli archi s
1
,s
2
..., s
5
sull'equatore;
abbiamo gi detto che la deformazione dei corrispondenti tratti sull'asse E cresce
allontanandosi dal meridiano origine. Per comodit di esposizione consideriamo la figura
2.2.3-1 dove il piano del disegno coincide con quello equatoriale.
Vediamo che, le deformazioni sono sempre dello stesso segno, cio sempre positive, ma
grandi per archi lontani del meridiano origine e piccole per quelli vicini. Come concetto
generale meglio invece avere deformazioni positive e negative (anzich solo positive) e pi
contenute in valore assoluto.

O
centro dell'ellissoide
equatore
generatrice equatoriale
s' s' s' s' s'
s s
s
s
s
s
1
1
2
2
3
3
4
4
5
5
6
6 s'
del cilindro



figura 16 - Sezione nel piano equatoriale della figura 15

Per conseguire questo scopo i due fusi sono stati proiettati anzich su due cilindri tangenti ai
meridiani origine, su due cilindri secanti l'ellissoide. Cio su due cilindri aventi come direttrici
un'ellisse di semiassi a e b' minori di quelli dell'ellissoide.
Ci si ottenuto molto semplicemente. Infatti nelle formule f e g che trasformano le coordinate
e , in coordinate N , E, compaiono i valori dei semiassi a e b dell'ellissoide. Per ottenere la
proiezione sui cilindri secanti stato sufficiente introdurre nelle espressioni f e g i valori ridotti
a' e b' al posto dei valori a e b.
I semiassi a' e b' sono stati ridotti dello 0,4 /

(0,4 per mille) rispetto ai semiassi ellissoidici;


essi valgono cio:
a' = a . 0,9996
b' = b . 0,9996
meridiano origine, l'asse N la sua
m"
m'
l"
l'
a'
b'
m, m sono i meridiani limite del fuso
l,l sono i luoghi di deformazione nulla
figura 17
sistema ellissocentrico
trasformata nel sistema Gauss-Boaga

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo III - Realizzazione del Sistema Cartografico Nazionale
pagina 112
Pertanto con questa variazione non pi verificata la prima condizione imposta per ottenere le
funzioni f e g, e cio che gli archi di meridiani origine vengono riprodotti in vera grandezza sugli
assi delle ordinate; o, che lo stesso, che per gli archi giacenti sul meridiano origine la
deformazione nulla.
Succede invece che, per ogni fuso, la deformazione nulla lungo due linee di intersezione del
cilindro con l'ellissoide; gli archi di ellissoide giacenti sulla parte dell'ellissoide compresa tra
queste due linee, e quindi esterna al cilindro, risultano contratti nella loro posizione sul cilindro
(deformazione negativa); mentre gli archi di ellissoide compresi tra le due linee di intersezione e
i margini del fuso risultano dilatati nella loro proiezione sul cilindro (deformazione positiva).
Per chiarire, riprendiamo in esame quanto accade sul piano equatoriale con l'adozione dei
cilindri secanti; come si vede nella figura 18, la generatrice del cilindro, la quale giace sul piano
equatoriale, non pi tangente all'equatore, ma lo interseca in due punti; gli archi di equatore
s
1
,s
2
, s
3
risultano contratti nella loro proiezione sulla generatrice del cilindro; mentre l'arco s
4

risulta dilatato (e cos pure s
5
e s
6
).


cilindro secante
equatore
- - - + + +
centro dell'ellissoide
+ - -
centro dell'ellissoide
cilindro secante
asse del cilindro
asse del cilindro

figura 18
- contrazione per < 1 + dilatazione per > 1

Riprendiamo ora il discorso sul modulo di deformazione per elementi finiti, ricordando che
d'ora in avanti considereremo sempre la proiezione di Gauss sui cilindri secanti.


2.2.4 Modulo di deformazione per elementi finiti.

Abbiamo detto che le funzioni di trasformazione f e g sono tali per cui il coefficiente di
deformazione varia da punto a punto; ci del resto chiaro se si considera l'equivalente
geometrico della proiezione dell'ellissoide sul cilindro.
E cio (considerando ancora per semplicit di illustrazione quanto avviene sul piano
equatoriale) dividendo in elementi infinitesimi ds ogni arco s precedentemente preso in
considerazione, si vede che, nelle proiezioni sul cilindro, la deformazione diversa per ogni
elemento infinitesimo. Tuttavia, proprio per il particolare tipo di proiezione prescelta, il
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo III - Realizzazione del Sistema Cartografico Nazionale
pagina 113
coefficiente di deformazione varia molto lentamente, con l'aumentare della longitudine,
cosicch possibile dare un coefficiente di deformazione medio per elementi finiti.
La formula di questo coefficiente di deformazione data in funzione delle coordinate N, E dei
vertici trigonometrici.
Questo significa che, quando il topografo si trova ad operare in una data zona, in funzione
delle coordinate di due vertici trigonometrici esistenti in quella zona (o nelle sue vicinanze) pu
calcolare un coefficiente di deformazione medio da applicare alle distanze misurate (o
calcolate) per inserire tali valori direttamente sulla carta (chiariremo meglio con un esempio nel
prossimo paragrafo questo concetto).
equatore
generatrice equatoriale
del cilindro secante
centro dell'ellissoide
proiezioni ds'
archetti infinitesimi ds
i
L
L"
s
1
i
figura 19

La formula del coefficiente di deformazione medio in una zona della carta data in funzione
delle coordinate di due vertici trigonometrici in essa compresi o ad essi vicini ed la seguente:
( )
= + 0 9996 1 . F E *
m
2

dove, se N
1
, E
1
e N
2
, E
2
sono le coordinate dei vertici trigonometrici, si calcola:
a) E
1
* = E
1
- coord. convenzionale E del meridiano origine
E
2
* = E
2
- idem
E* = 1/2.( E
1
* + E
2
* ) . 10
-6
(E* cio la coordinata media dei due punti riferita al
meridiano centrale)
b) N* = 1/2.( N
1
* + N
2
* )
c) per F si prende il valore corrispondente all'N pi vicino a N*, nella tabella riportata nel
seguito.
Notiamo alcune cose:
nella formula compaiono le coordinate E* dei vertici cio le coordinate depennate del
valore convenzionale attribuito al meridiano centrale; solo cos infatti si tiene conto della
vera posizione dei punti rispetto al meridiano centrale;
il fatto che il coefficiente F sia tabellato ogni 100 km indica che il coefficiente di
deformazione varia poco per il variare della latitudine, mentre pi influenzato dalla
posizione dei punti rispetto al meridiano origine, infatti il valore E* compare al quadrato;
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pagina 114
se i due punti giacciono sul meridiano centrale, si ha E*=0 e quindi = 0,9996; cio il
coefficiente assume il valore minimo (e cio massima contrazione delle distanze da riportare
sulla carta);
quando invece i punti giacciono in prossimit della linea di intersezione ellissoide-cilindro il
valore F.E* si avvicina a 0,0004 e quindi tende a 1 (deformazione nulla);
quando i punti sono all'esterno del fuso, F.E* si avvicina a 0,0008 e quindi tende al
valore 1,0004 (e cio massima dilatazione delle misure reali da rispettare nella carta).

N N
15
1500 km
9
2520 km
E E


figura 20 - I due fusi ellissoidici della proiezione di Gauss



2.2.5 La propriet della conservazione degli angoli e le sue implicazioni pratiche

Si indica con il nome di trasformata di un arco di ellissoide sulla carta di Gauss, la linea che si
otterrebbe sulla carta applicando, a tutti gli infiniti punti dell'arco di ellissoide, le formule di
trasformazione f e g . La trasformata di un arco di ellissoide una linea curva e non cio il
segmento che congiunge i due punti sulla carta.
E
N
A
B
A'
B'
figura 21
ellissoide

Quando abbiamo elencato, tra le condizioni poste per ricavare le formule f e g, la condizione
che la carta di Gauss mantiene luguaglianza degli angoli, intendevamo quanto segue.

tabella per il calcolo
di
N(km) F
4.000 0,012325
4.100 0,012323
4.200 0,012320
4.300 0,012318
4.400 0,012315
3.(1) 0,012312
4.600 0,012310
4.700 0,012307
4.800 0,012305
4.900 0,012302
5.000 0,012299
5.100 0,012297
5.200 0,012294
5.300 0,012292
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo III - Realizzazione del Sistema Cartografico Nazionale
pagina 115
A
B
C

A
B
C
N

E
a) b)

figura 22

Consideriamo tre punti sull'ellissoide (A, B, C in figura 22a ) e i corrispondenti tre punti nella carta di
Gauss; la propriet di conservazione degli angoli fa s che: langolo formato tra le tangenti
agli archi ellissoidici AB, AC rimanga uguale allangolo formato tra le tangenti alle
trasformate nella proiezione cartografica.
Uno dei motivi che hanno portato alla scelta della proiezione di Gauss come proiezione cartografica
nazionale, consiste proprio nel fatto che tale proiezione ha questa propriet.
Infatti fino a tempi molto recenti, i topografi misuravano prevalentemente angoli, ed era quindi utile
usare una proiezione cartografica che avesse tra le sue propriet quella di consentire di poterli
inserire nella cartografia senza doverli modificare.
Con riferimento alla figura 22 b dobbiamo per notare che questa propriet vale tra langolo
formato tra gli archi ellissoidici e le corrispondenti trasformate; ma il topografo non misura
langolo formato tra gli archi ellissoidici, bens langolo azimutale BAC tra i tre punti che, sul terreno,
corrispondono agli estremi degli archi ellissoidici (vedi figura 23 a).
Questa propriet non avrebbe quindi alcun valore pratico se non si verificasse questo fatto molto
importante: che l'angolo azimutale BAC misurato sul terreno facendo stazione in A e collimando due
punti B e C, uguale (entro i limiti di errore delle misure topografiche di precisione) all'angolo
formato dalle tangenti agli archi di ellissoide che congiungono le proiezioni dei punti sull'ellissoide.
A'
B'
C'
A
B
C
(BAC)
v
A

b)
a)
figura 23

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo III - Realizzazione del Sistema Cartografico Nazionale
pagina 116
In conseguenza di ci possiamo pertanto dire che la propriet di conservazione degli angoli
pu considerarsi valida anche tra gli angoli azimutali tra due direzioni sul terreno e
langolo formato dalle tangenti alle trasformate di tali direzioni nella carta di Gauss.


2.2.6 Trasformata, tangente e corda di un arco ellissoidico nella carta di Gauss

Come evidenziato dalla figura 24, un arco ellissoidico tra due punti A e B d luogo, nella
proiezione cartografica, a tre diverse entit: la sua trasformata, la tangente alla trasformata e la
corda, ovvero la congiungente i due punti nella proiezione cartografica.
A
E
N

(AB)
B
t


figura 24

Esiste una formula che permette di calcolare l'angolo tra la corda e la tangente di una
trasformata.
Questa formula serve per ricavare langolo di direzione della tangente alla trasformata in
funzione dellangolo di direzione della corda, o viceversa.
Ad esempio: se abbiamo due punti A e B di coordinate N,E note e vogliamo ricavare langolo
di direzione della tangente alla trasformata che li unisce, dobbiamo calcolare langolo di
direzione (AB) in funzione delle coordinate N,E dei due punti e langolo e quindi possiamo
ricavare langolo di direzione della tangente alla trasformata come (AB)+ .


2.2.7 Inserimento rigoroso di un angolo azimutale nella carta di Gauss

Tenendo conto della validit del principio di conservazione degli angoli anche per angoli
azimutali tra due direzioni sul terreno e angoli tra le corrispondenti trasformate, affrontiamo il
seguente problema:
siano note le coordinate N,E di due punti A e B
si sia misurato sul terreno langolo azimutale tra la direzione AB e la direzione AC
si voglia calcolare langolo di direzione AC nella proiezione cartografica.
Per ricavare l'angolo di direzione relativo al punto C si deve (vedi figura 25)
calcolare l'angolo di direzione (AC) in funzione delle coordinate N,E di A e di B;
calcolare le differenze ed tra corde e tangenti alle trasformate
calcolare l'angolo di direzione (AC) come somma di (AB) + + -
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo III - Realizzazione del Sistema Cartografico Nazionale
pagina 117
trasformate
corde
tangenti alle trasformate
E
N
A
B
C (AC)
(AB)

'
"


figura 25

Il calcolo delle correzioni ed per abbastanza complicata e vanificherebbe, per il
topografo, il vantaggio di non dover correggere gli angoli misurati per inserirli nei calcoli relativi
alla costruzione della cartografia. Vediamo al punto che segue che in realt per il topografo
questa complicazione pu essere evitata.


2.2.8 Inserimento semplificato di un angolo azimutale nella carta di Gauss

Si pu dimostrare che per archi di ellissoide lunghi sino a 5 km l'angolo formato tra la
trasformata e la corda (cio il segmento congiungente i punti sulla carta) < 1", e quindi
inferiore alle.q.m. con cui vengono normalmente misurati gli angoli azimutali anche nelle
operazioni topografiche pi accurate.
Pertanto ai fini delle operazioni topografiche in cui si misurano distanze lunghe sino a 5 km,
possiamo considerare che le trasformate degli archi di ellissoide coincidano con le corde, cio
con le congiungenti dei punti sulla carta.
Questo fa s che il problema posto al punto precedente si risolva sommando direttamente
allangolo di direzione (AB) l'angolo azimutale misurato :
(AC) = (AB) +
E
N
A
B
C
(AC)
(AB)



figura 26

Possiamo generalizzare il concetto esposto dicendo che:
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo III - Realizzazione del Sistema Cartografico Nazionale
pagina 118
la trasformata di un arco ellissoidico che congiunge due punti A e B distanti sul terreno
meno di 5 km coincide, a meno di quantit trascurabili, con il segmento (corda) che
congiunge i due A e B

nella proiezione di Gauss
se le distanze AB e AC tra i punti che definiscono sul terreno langolo azimutale
= BAC

, sono entrambe inferiori a 5 km, langolo pu essere ritenuto uguale, a meno


di quantit trascurabili, con la differenza (AC)-(AB) tra i due angoli di direzione individuati
dai tre punti A
*
, B
*
, C
*
nella proiezione cartografica.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo III - Realizzazione del Sistema Cartografico Nazionale
pagina 119
2.3 Inserimento delle distanze misurate sul terreno nel sistema cartografico
nazionale.

2.3.1 Definizione di distanza topografica.

Da quanto detto precedentemente, e cio che l'ellissoide la superficie di riferimento per la
planimetria, discende anche il fatto che tale superficie usata per definire in modo rigoroso ed
univoco la distanza tra due punti.
E precisamente si chiama distanza topografica tra due punti A e B della superficie fisica della
Terra, l'arco di ellissoide che congiunge le proiezioni A' e B' dei due punti sull'ellissoide. In
pratica in Topografia quando si parla di distanza si intende sempre la distanza topografica e
quindi l'aggettivo topografico viene omesso. Si aggiunge invece un aggettivo quando si indica
una distanza che non quella topografica; ad esempio distanza reale d
*
la distanza in linea
d'aria tra i due punti.
Mentre la distanza ridotta all'orizzontale d
0
la distanza reale, moltiplicata per il seno
dell'angolo zenitale tra i due punti.
q
A*
A
ellissoide
geoide
B*
B'
B
d*
d
d
A'
A"
A

v
v
A
B
B
q
figura 27

Si noti che la figura mette in evidenza una cosa molto importante, e cio che la proiezione A' di
A sullellissoide non data dall'intersezione della verticale passante per A con l'ellissoide;
sappiamo infatti che le coordinate , di A' vengono determinate con il procedimento
canonico illustrato ai precedenti capitoli; e altrettanto dicasi per B e B'. Nel disegno si
volutamente esagerata la distanza tra A", intersezione della verticale per A con l'ellissoide, e
A', posizione di A sull'ellissoide determinata per procedimento canonico, proprio per
evidenziare questo fatto. Nella figura vi sono inoltre rappresentate le quote di A e B, che sono
i segmenti di verticale tra i punti e il geoide.

2.3.2 Semplificazione del problema mediante l'introduzione della sfera locale e di uno
schema geometrico di comodo

Si detto in uno dei precedenti paragrafi, che si pu dimostrare che: per ogni punto P della
superficie terrestre, per una calotta di 100 km centrata su di esso, detta campo geodetico,
lellissoide ed il geoide coincidono, come forma, con quella della sfera locale.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo III - Realizzazione del Sistema Cartografico Nazionale
pagina 120
Al solo scopo di poterci riferire ad uno schema geometrico che ci consenta di ricavare agevolmente
alcune formule operative, potremo prendere in considerazione una situazione fittizia, ma lecita per lo
scopo dichiarato, in cui, con riferimento alla figura 27, facciamo passare per il punto A
*
, non solo la
sfera locale, ma anche lellissoide.
Ipotizzando questa coincidenza, non solo come forma, ma anche come posizione, tra ellissoide e
geoide (che, ripetiamo non vera, ma non inficia il discorso per la quale la supponiamo) si avr che
(figura 28):
la distanza tra A e A
*
resta la quota q
A
del punto A
la distanza tra B e la sua proiezione B
*
sulla sfera locale sar uguale alla quota q
B
di B
l'arco di circonferenza A
*
B
*
sar uguale allarco di sezione normale ellissoidico A'B', cio alla
distanza topografica
le verticali per A e B coincideranno con le normali alla sfera locale e si incontreranno quindi nel
suo centro O.
A
B
R
d
d*
B'
A'
q
b
A
v n v n

O
A*
B*
B
figura 28

Se da un punto A, di quota q
A
nota e di coordinate N
A
, E
A
note, vogliamo determinare la quota q
B

di un punto B e la sua distanza topografica da A, con riferimento a questo schema geometrico di
comodo, possiamo procedere nel seguente modo:
misuriamo l'angolo zenitale tra A e B (con un teodolite);
misuriamo la distanza reale d* tra A e B (con un distanziometro);
calcoliamo il valore del raggio R della sfera locale in A;
calcoliamo (vedremo come tra poco) la lunghezza dell'arco di cerchio d
s
, che potr essere
assunta rigorosamente uguale alla distanza topografica;
calcoliamo la lunghezza del segmento B-B*, che potr essere assunto rigorosamente come quota
q
B
del punto B, col metodo della livellazione trigonometrica ( punto 4.2 del capitolo V).
Utilizzando questo schema geometrico di comodo, possiamo quindi ricavare agevolmente la distanza
topografica tra A e B e la quota q
B
, ma non possiamo determinare la posizione B' sull'ellissoide in
termini di coordinate ellissoidiche , .
Questo per non rilevante.
Infatti, supponendo che A sia un punto di coordinate N,E note, in funzione della distanza
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo III - Realizzazione del Sistema Cartografico Nazionale
pagina 121
topografica A-B, il topografo sar in grado, come vedremo, di determinare le coordinate N,E
del punto B nella proiezione di Gauss, senza dover conoscere le coordinate ellissoidiche ,
di B.


2.3.3 Passaggio dalla distanza reale misurata alla distanza topografica.

a) Formula rigorosa

Con riferimento alla precedente figura 27 vediamo che il problema del passaggio dalla distanza
reale misurata alla distanza topografica pu essere posto in questo modo:

avendo misurato d* e e nota la quota q


A

determinare la distanza topografica d tra A e B.



Una volta determinata d, vedremo come inserirla direttamente nella carta di Gauss.
Il problema di immediata soluzione; infatti, noti d* e , applicando il teorema di Carnot al
triangolo ABO si ricava:
( ) ( ) ( ) OB d * R q 2 d * R q cos
2
A A
2
A A
= + + +
e quindi:
( )
OB d
sen sen
*

=
da cui
( )


=

arcsen
sen d *
OB

ed infine:
d R
A
=
essendo R
A
il raggio della sfera locale in A.
Vi per un grave inconveniente da un punto di vista operativo, e cio: per ottenere una
sufficiente precisione nel calcolo di d, il valore di R
A
non pu essere un valore approssimato,
quale quello desumibile ad esempio dalla tabella riportata al punto 1.6, ma deve essere
ricavato con la formula rigorosa, che implica la conoscenza della latitudine del punto e la
conoscenza dei parametri ellissoidici (coi quali molti topografi non hanno dimestichezza);
inoltre i calcoli devono essere obbligatoriamente fatti in doppia precisione (16 cifre
significative) e non con normali calcolatrici portatili.
quindi opportuno dare una formula pi operativa, valida per distanze inferiori a 5 km, che
sono poi quelle che interessano il topografo.


b) Il campo topografico

Dimostriamo innanzitutto che, per distanze inferiori a 5 km, la distanza d pu essere sostituita
da d.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo III - Realizzazione del Sistema Cartografico Nazionale
pagina 122
A
B
R
d*

O
d'

f
d
q
A
figura 29


Si ha :
d = R.tg e d = R.
Sottraendo membro a membro si ha:
d - d = R.( tg - )
Sostituendo a tg i primi due termini del suo sviluppo in serie di Taylor si ha:
d - d = R.( +
3
/3

- ) = R.
3
/3
Ponendo d = 5 km e assumendo per R un valore medio di 6.300 km si ha =
5
6300
e quindi
d - d = R

3
3
0.001 m
valore inferiore allerrore di misura che si commette nelle misure di tipo topografico, e quindi
trascurabile.
Quando la distanza tra due punti A e B inferiore a 5 km possiamo pertanto assumere come
loro distanza topografica il valore d anzich d.
Considerando un generico punto P su cui il topografo fa stazione, si chiama campo
topografico la zona di terreno compresa in un cerchio di raggio pari a 5 km con centro in P;
nel campo topografico le distanze topografiche coincidono, a meno di quantit trascurabili, con
la loro proiezione sul piano tangente alla sfera locale in P.

c) Formula semplificata

Supponendo di operare nel campo topografico si avr quindi (figura 29):
( ) d' d d * q d * tg
A
= = + sen cos
Poich, per d<5 km, inferiore a 1/1000 di radiante, e poich inoltre tg si trova in un
termine correttivo che, sempre per d<5 km, non supera (come vedremo pi avanti) qualche
decimetro, possiamo sostituire nella relazione precedente a tg; si avr quindi:
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo III - Realizzazione del Sistema Cartografico Nazionale
pagina 123
( ) d' d d * q d *
A
= = + sen cos
Sempre in virt del fatto che entra nella determinazione di un fattore correttivo di piccola
entit possiamo calcolarlo in funzione di d
0
e di un valore approssimato di R
A
0
quale possiamo
ricavare dalla gi citata tabella riportata la punto 1.6:
=
d
R
A
0

In definitiva si ha:
( ) d d d * q d *
d *
R
A
A
0
= = +

' sen cos


sen



Questa formula sembra a prima vista pi complicata di quella rigorosa precedentemente
trovata, ma in realt pi semplice dal punto di vista operativo poich non richiede di eseguire
calcoli in doppia precisione e consente di usare un valore approssimato del raggio della sfera
locale, quale quello ricavabile dalla tabella riportata al punto 1.6.

d) Ordine di grandezza del fattore correttivo

Abbiamo detto pi volte che un fattore correttivo di d
0
di modesta entit; non ci si deve
infatti far trarre in inganno dalla figura 29 in cui sembra avere un valore comparabile a d
0
; in
realt vale al massimo qualche decina di centimetri.
Ad esempio: supponendo di effettuare una misura di distanza di 3 km da un punto di quota q
A

pari a 200 m, collimando un punto B a quota 500 m (situazione abbastanza eccezionale per
misure topografiche eseguite dal topografo per scopi cartografici), il valore di risulta di 24
cm.
Se invece supponiamo di operare in terreni pianeggianti, a quote medie intorno ai 100 m,
anche per distanze fino a 5 km, resta sempre inferiore ai 10 cm.
Infine, per distanze brevi dellordine dei 100 m, misurate con metodi tacheometrici, si pu
trascurare del tutto il termine correttivo e calcolare la distanza topografica con al formula:
d = d = d*
.
sen

2.3.4 Introduzione diretta delle misure di angoli e distanze nella proiezione di Gauss.

Siano dati due punti A e B di coordinate note; e un punto C di coordinate incognite.
Supponiamo di aver misurato l'angolo azimutale = BAC, l'angolo zenitale e la distanza
reale d* tra A e C.
Supponiamo che sia d*5 km e quindi che ci si trovi nel campo topografico.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo III - Realizzazione del Sistema Cartografico Nazionale
pagina 124
A
B
C
d*


E
N
A
B
(AB)
E E
N
N
B
B A
A


figura 30
Situazione di partenza
A e B sono punti di coordinate note nella proiezione di Gauss-Boaga.

Ci proponiamo di calcolare le coordinate di C nella proiezione di Gauss-Boaga .
Poich l'angolo azimutale misurato sul terreno tra due direzioni si mantiene uguale (entro
l'approssimazione dell'ordine di quella delle misure topografiche) a quello formato dalle
direzioni congiungenti i punti sulla carta, possiamo subito determinare l'angolo di direzione
incognito (AC).

E
N
A
B
C
(AB)
(AC)




Risulter infatti:
(AC) = (AB) + =arctg
E
B

E
N N
A
B A
+
Dobbiamo innanzitutto passare dalla distanza reale d* alla distanza d ridotta all'orizzontale:
d = d*
.
sen
Da questa passiamo alla distanza d' (sul piano tangente) attraverso la relazione seguente, valida
per il campo topografico.
( ) d' d d f q d *
d
R
A
= = = +

d cos
Dobbiamo ora applicare a d' il coefficiente di deformazione della carta che compete alla zona
in cui si trovano i vertici trigonometrici A e B .
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo III - Realizzazione del Sistema Cartografico Nazionale
pagina 125
Ricordiamo che la formula del modulo di deformazione :
( )
= + 0.9996 1 F E *
m
2

dove
E *
E* E *
m
A B
=
+

2
10
6
E*
A
= E
A
-E E*
B
= E
B
-E
essendo E
A
ed E
B
le coordinate Est di A e di B ed E la coordinata convenzionale del
meridiano centrale del fuso; ricordiamo che E vale 1500 km per il fuso Est e 2520 km per il
fuso Ovest.
Il valore di F si determina invece, mediante la tabella riportata al paragrafo 2.2.4, in funzione
del valore N*
N N
2
A B
=
+
.
In pratica si entra nella tabella col valore N pi prossimo a N* e si determina il valore di F da
prendere in considerazione.
Determinando F ed E* si calcola e quindi il valore d
c
della distanza d riportata nella carta di
Gauss.
d
c
= . d'
A questo punto possiamo calcolare le coordinate del punto B nella carta di Gauss mediante le
relazioni:
N
C
= N
A
+ d
c
cos (AC)
E
C
= E
A
+ d
c
sen (AC)
Abbiamo conseguito questo importantissimo risultato:
siamo passati dalle misure sul terreno d*, , ,direttamente alle coordinate carta di C, senza
doverne determinare con misure e calcoli geodetici le coordinate ellissoidiche , e calcolare in
funzione di queste le coordinate carta applicando le formule della carta di Gauss.



R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo IV - Descrizione del materiale cartografico esistente in Italia.
pagina 126
CAPITOLO IV

CARTOGRAFIE PER LA PIANIFICAZIONE E LA PROGETTAZIONE
TERRITORIALE


1 Esigenze di cartografie tecniche di base

Negli ultimi anni si assistito ad un notevole aumento di richiesta di cartografia tecnica e
tematica da parte di Enti pubblici con competenze territoriali.
Questo accresciuto interesse dovuto al fatto che le carte tecniche e tematiche rappresentano
un mezzo efficace per rappresentare, in forma sintetica, i dati di conoscenza territoriale
necessari ai diversi enti per adempiere, ai diversi livelli, ai compiti istituzionali specifici.
Per dare un'idea dell'importanza che ha il disporre di dati in forma sintetica per la pianificazione
ai diversi livelli, consideriamo lesempio della pianificazione urbanistica.
Fino a non pochi anni fa la pianificazione urbanistica avveniva a livello quasi esclusivamente
comunale. Chi esercitava scelte di governo del territorio aveva, nella maggior parte dei casi,
conoscenza diretta degli argomenti su cui deliberava.
Da quando la pianificazione urbanistica viene regolata a livello regionale, chi delibera non ha
conoscenza, in prima persona, dei problemi su cui e chiamato a prendere decisioni, ma deve
acquisire questa conoscenza esaminando dei dati. Ma i dati, solo in quanto tali, possono non
servire, se non sono aggregati cos da costituire delle informazioni.
Perch le decisioni di governo possano essere prese in maniera corretta deve cio svolgersi il
processo:
acquisizione di dati,
sintesi dei dati in informazioni utili,
decisioni sulla base delle informazioni desunte.
Al pianificatore che chiamato a prendere decisioni nel campo dell'edilizia scolastica, ad
esempio, non serve poter disporre di tutte le schede personali dei singoli studenti, ma potr
essere per lui di utilit conoscere quanti studenti frequentano le medie inferiori; quanti i licei,
quanti gli istituti tecnici. Il pianificatore infatti non usa i dati cos come vengono acquisiti, ma si
avvale di sintesi di dati, di dati cio aggregati in informazioni.
I dati che sono necessari per una corretta pianificazione territoriale sono molteplici. Una delle
convenzioni pi usate porta a suddividere il territorio in quattro componenti: suolo,
popolazione, infrastrutture e attivit. Ciascuna delle quattro componenti pu essere osservata
in relazione ad un suo aspetto: ad esempio il suolo pu essere visto sotto gli aspetti geologico,
morfologico, pedologico, ecc.; la popolazione pu essere riguardata dal punto di vista della
composizione, del reddito, ecc..
La pianificazione e la gestione del territorio richiedono che tali aspetti vengano dapprima
rilevati e quindi analizzati, singolarmente o in modo incrociato, per conoscere i fenomeni che si
manifestano sul territorio e poterne cos studiare le correlazioni e le interazioni.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo IV - Descrizione del materiale cartografico esistente in Italia.
pagina 127
Il mezzo pi diffuso per il riporto e per la successiva analisi di questi dati costituito dalle carte
tematiche; nelle carte tematiche i vari aspetti del territorio sono trascritti mediante simboli
qualitativi e quantitativi su un fondo, o supporto, costituito da una carta topografica, pi o
meno semplificata. Le carte tematiche rappresentano un efficace mezzo di rappresentazione di
dati territoriali, infatti:
esse forniscono una sintesi visiva dei dati relativi ai vari aspetti del territorio,
in esse, ad ogni fenomeno che stato rilevato sul territorio viene data una precisa
collocazione spaziale.
Altre fonti di informazione territoriali, oltre alle cartografie tecniche, tematiche e catastali, sono
costituite da archivi, quali gli archivi anagrafici, gli archivi catastali, gli archivi delle Camere di
Commercio, ecc.
Tutti i dati conoscitivi che si riferiscono ad uno stesso territorio ne costituiscono il patrimonio
informativo. Quando alcuni o tutti i dati del patrimonio informativo di un territorio sono
organizzati sistematicamente in modo tale da essere facilmente accessibili e consultabili dagli
organi preposti alla gestione di quel territorio si parla di sistema informativo territoriale.
Un sistema informativo territoriale pu essere:
in forma cartacea, cio organizzato come insieme di archivi tradizionali;
in forma numerica, e cio organizzato come insieme di dati archiviati in forma numerica, su
supporti elaborabili mediante calcolatore.
E ormai invalso l'uso per , quando si parla di sistema informativo territoriale, SIT, di
considerare un sistema informativo in cui i dati siano memorizzati su memorie di massa e siano
gestibili mediante calcolatori elettronici.
In definitiva un Sistema Informativo Territoriale un insieme di dati e di procedure atte alla
loro elaborazione, di cui un Ente, avente giurisdizione territoriale, si fornisce per ottenere quelle
informazioni che gli sono necessarie per effettuare le scelte decisionali dalle quali dipende la
corretta realizzazione dei compiti istituzionali che gli sono propri.
E in particolare, mutuando la terminologia dal lessico anglosassone,
si parla di GIS (Geographical Information System) quando si considerano sistemi
informativi a supporto di decisioni con grado di dettaglio regionale
si parla di LIS (Land Information System) quando si considerano sistemi informativi
gestionali con elevato grado di dettaglio che gestiscono generalmente reti di distribuzione
dei servizi (acqua, gas, ecc.)
Perch un sistema informativo territoriale possa essere gestito in maniera ottimale da un suo
servizio di elaborazione dati deve presentare alcune caratteristiche peculiari.
I dati gestiti dai SIT devono essere organizzati in archivi (data base), e cio :
tutti i dati devono essere memorizzati in forma numerica su supporti elaborabili mediante
calcolatore elettronico
i dati devono essere organizzati in banche di dati, cio in archivi tra loro correlati e
correlabili.
II SIT deve avere una strutturazione dinamica e la sua potenzialit non consister tanto nel
disporre di grandi quantit di dati, ma nella possibilit di elaborare tali dati con tecniche pi o
meno sofisticate.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo IV - Descrizione del materiale cartografico esistente in Italia.
pagina 128
Il SIT deve garantire una sufficiente flessibilit e cio pur avendo una struttura dettata dalle
finalit cui deve assolvere, non deve essere chiuso, ma deve essere tale da consentire un suo
continuo sviluppo, sia per ampliamenti delle banche dati originarie, sia per linserimento di
nuove banche dati.
Il SIT deve offrire rapidit di risposta e cio deve fornire gli elementi necessari alle scelte
decisionali in modo che queste ultime non vengano condizionate dal tempo che intercorre tra la
richiesta dellinformazione e la sua disponibilit effettiva.
I risultati delle elaborazioni devono essere di facile interpretazione, devono essere presentati
in forme diagrammatiche o mediante carte tematiche, in forme cio che abbiano un forte
potere di sintesi e siano al tempo stesso di lettura facile e immediata.
I punti di accesso all'informazione devono essere il pi possibile decentrati, in modo da
consentire lutilizzazione dei dati del sistema ad un'utenza numerosa, per ottimizzare il rapporto
costo/beneficio del sistema.
Poich l'impianto e la gestione di sistemi informativi comportano sempre un considerevole
impegno di risorse, auspicabile che i SIT non nascano come iniziative isolate e a s stanti, ma
possano essere concepiti secondo quadri organici cos da non rendere impossibile il flusso dei
dati da archivi periferici ad archivi centrali.
Una condizione irrinunciabile perch questo flusso di dati possa verificarsi correttamente che
il sistema di riferimento spaziale sia univoco.
E indispensabile cio che il sistema di riferimento fornisca in maniera indiscutibile la
collocazione spaziale del dato perch solo a questa condizione i dati, pur provenendo da
archivi diversi, resi identificabili unicamente dall'univocit del sistema di riferimento, potranno
essere aggregati ed elaborati in maniera corretta.
Dalla considerazione che esistono pi livelli di governo del territorio, i quali implicano scelte
decisionali basate su informazioni pi o meno dettagliate e quindi su una conoscenza pi o
meno approfondita del territorio, discende lesigenza di dotare gli organi tecnici di ciascun
livello di una cartografia adeguata al grado di risoluzione delle indagini conoscitive che sono
alla base delle loro scelte tenendo conto, per ottimizzare il rapporto tra il costo della
cartografia e i benefici che derivano dal suo impiego, delle esigenze di cartografia proprie dei
vari livelli.
Oggi ormai invalso l'uso di non fare distinzioni che dipendono dalla scala o dalla tipologia
della carta e di indicare col termine cartografia di base tutte le carte che riguardano un certo
territorio, purch costruite con tecniche topografiche o fotogrammetriche secondo i principi
rigorosi della cartografia. In altre parole, volendo tentare una definizione, si pu dire che si pu
considerare come cartografia di base di un territorio ogni sua rappresentazione cartografica
realizzata con metodi topografici o fotogrammetrici rigorosi, inquadrata nel sistema di
riferimento planimetrico e altimetrico nazionale e che si presenta nella consueta forma di carta
disegnata classica o in forma di cartografia numerica.




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Capitolo IV - Descrizione del materiale cartografico esistente in Italia.
pagina 129
2 Le funzioni della cartografia di base

E spesso difficile, e talvolta anche fuorviante, inquadrare in uno schema troppo rigido un
problema che si presenta con contorni ampi e sfumati quale lelencare e definire le funzioni che
la cartografia di base svolge nel contesto del governo del territorio, in particolare quando esso
implica scelte decisionali guidate da informazioni prodotte da un sistema informativo che si
avvale di una gestione dei dati basata su tecniche informatiche. E tuttavia, poich i tipi di
prodotto che l'industria topografica e fotogrammetrica propone per soddisfare la domanda di
cartografia di base sono tra loro molto diversi e non equivalenti, occorre che coloro che hanno
la responsabilit della scelta abbiano ben chiare le operazioni che devono potersi compiere su
una cartografia di base e valutare quindi se tutte, o solo alcune di esse, potranno essere
effettuate sul prodotto che verr fornito. Si osserver quindi il problema delle funzioni della
cartografia di base nel governo del territorio in modo da formulare un numero limitato, ma
sufficiente, di paradigmi di comportamento nella scelta della scala e della tipologia di una carta
di base.
Ci premesso, le funzioni della cartografia di base sono fondamentalmente le seguenti:
fornire informazioni di tipo qualitativo; e cio consentire di ricavare sia una visione d'insieme
del territorio rappresentato sia lesistenza, la dimensione e la forma dei particolari naturali e
artificiali del terreno;
fornire informazioni di tipo metrico, e cio premettere di ricavare la distanza topografica e
la differenza di quota tra due qualsiasi punti su di essa rappresentati;
costituire, opportunamente semplificata, la base topografica per la formazione delle carte
tematiche;
fornire le coordinate di tutti gli elementi topografici che costituiscono lossatura portante del
sistema informativo; infatti proprio il riferimento spaziale 1'anello di saldatura tra i dati del
sistema informativo, i quali, in quanto relativi alle varie componenti del territorio, sono
disomogenei e perci, senza un riferimento topografico, non avrebbero quella pienezza di
significato che alla base dello studio delle interazioni e delle correlazioni dei vari fenomeni
che avvengono sul territorio;
consentire il riporto su di essa dei progetti che costituiscono il risultato della pianificazione e
della progettazione.
Per le prime due funzioni risulta determinante la giusta scelta del rapporto di scala, il quale,
come vedremo, condiziona in modo sostanziale il grado di dettaglio e la risoluzione di una
carta; esso dovr pertanto essere scelto in modo da realizzare un soddisfacente compromesso
tra la necessit di sintesi e quella d'analisi dell'utilizzatore.
Nei casi dubbi, cio quando laspetto tecnico lascer spazio a soluzioni differenti, converr
prendere in considerazione laspetto economico e quello dei tempi di realizzazione; i costi di
una carta di base, .e anche i suoi tempi di realizzazione, crescono infatti in progressione
geometrica con laumentare della scala della carta.
E importante tenere presente che linformazione, qualitativa e metrica, ricavata da una carta di
base non deve lasciare all'utente dubbi d'interpretazione; con ci si vuol dire che natura, forma
e posizione di un particolare naturale o artificiale del terreno riportato dalla carta devono
essere interpretati nello stesso modo da tutti i suoi utiIizzatori, e cos pure la misura delle
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pagina 130
distanze o della differenza di quota tra due qualsiasi punti rappresentati sulla carta deve portare
a un unico risultato, prescindendo da chi esegue la misura.
Il fatto che la cartografia di base debba potere essere presa come supporto delle carte
tematiche significa poi che si deve poter alleggerire il suo contenuto d'informazioni non
necessarie alla comprensione e all'utilizzazione della carta tematica, e che anzi ne renderebbe
difficoltoso lallestimento; questa contiene infatti altri tipi di informazioni, che consistono molto
spesso nell'individuazione del perimetro di aree omogenee rispetto a un determinato fenomeno
(es. una carta della destinazione d'uso del suolo agricolo con indicate le aree con lo stesso tipo
di coltura); levidenziazione in genere effettuata mediante la campitura con retini delle aree
omogenee e per facilitarne la lettura opportuno quindi eliminare dalla cartografia di base
quanto non utile all'utilizzatore della carta tematica, lasciando solo i particolari planimetrici e
altimetrici necessari per definire la posizione delle diverse aree.
L'utilizzazione della cartografia di base come supporto di tutte informazioni spaziali del sistema
informativo implica la trasformazione in forma numerica di parte le informazioni planimetriche e
altimetriche in essa contenute in forma grafica, per poterle elaborare mediante il calcolatore
elettronico: le caratteristiche della cartografia di base dovranno quindi essere tali da rendere
possibili le varie fasi di lavoro richieste dalla tecnica che si intende utilizzare per la
digitalizzazione della carta.
Infine sulla cartografia di base devono essere riportati gli studi quali servita; anche per questo
dovr quindi essere possibile sfoltire la carta di base di tutti i particolari d'ostacolo alla facile
comprensione dell'elaborato. Ad es. per la stesura d'un piano regolatore un centro urbano
potr convenire disporre di una cartografia di base in cui non siano campiti con retini gli edifici
rappresentati sulla carta.
Nello scegliere la scala e la tipologia di una carta di base occorre dunque tener presente i
diversi usi a cui destinata e verificare se la soluzione adottata quella ottimale. Naturalmente
in taluni casi non si potr prendere in considerazione esclusivamente laspetto tecnico del
problema, risultando pi vincolanti problemi di costo o di tempo di realizzazione; anche in
questa ipotesi tuttavia linevitabile compromesso tra carta ideale e carta realizzabile dovr
essere raggiunto tenendo conto di quanto detto.


3 Cartografia tradizionale

3.1 Influenza del rapporto di scala sulla precisione e sul grado di dettaglio di una
carta di base

Il contenuto d'informazioni di tipo qualitativo di una carta di base e la precisione delle misure
su di essa eseguibili dipendono dal suo rapporto di scala, cio dal rapporto di riduzione con il
quale vengono rappresentate le grandezze lineari; si dice che la scala di una carta e tanto pi
piccola quanto pi piccole sono, rispetto alla realt, le dimensioni di ci che essa rappresenta.
Le carte di base si possono suddividere, in funzione del loro rapporto di scala , come segue:
carte a grandissima scala 1:500, 1:200
carte a grande scala 1:2.000, 1:1.000
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carte a media scala 1:10.000, 1:5.000
carte a piccola scala 1:100.000, 50.000, 1:25.000.
Dalla scala della carta dipendono i due parametri che la caratterizzano dal punto di vista
metrico:
1. il suo grado di risoluzione, cio a dimensione lineare del particolare pi piccolo
rappresentabile sulla carta; dato dal minimo spessore del tratto grafico con cui la carta
viene disegnata e che viene assunto, per convenzione, uguale a 0,2 mm, moltiplicato per il
fattore di riduzione; ad esempio per una carta alla scala 1:10.000 il grado di risoluzione e di
2 m e cio non possibile rappresentare sulla carta particolari del terreno inferiori a tale
grandezza;
2. l'errore massimo che si commette nel rilevare da essa la posizione di un punto: si
conviene che esso debba essere inferiore al prodotto di 0,5 mm per il rapporto di riduzione
della carta; per una carta alla scala 1:10.000 ad es. lerrore massimo di posizionamento di
un punto vale 5 m.
I particolari artificiali e naturali del terreno che devono essere riportati su una carta perch ne
sia una rappresentazione valida (case, strade, fiumi, ecc.) hanno in generale una dimensione
che, se divisa per il rapporto di riduzione delle carte a grande e media scala, superiore a 0,2
mm e possono quindi essere rappresentati nel giusto rapporto in carte di grandezza di scala
opportuna. Ad esempio una strada larga 10 m pu venire rappresentata correttamente su una
carta alla scala 1:10.000 con due linee di 0,2 mm di spessore tra loro distanziate di 1 mm; chi
utilizza la carta misurando su di essa la larghezza di quella strada ne ricaver cio la larghezza
reale di 10 m moltiplicando la larghezza di 1 mm misurata sulla carta per il rapporto di
riduzione che 1:10.000; la stessa strada non pu venire invece rappresentata nel giusto
rapporto di riduzione su una carta alla scala 1:50.000, poich in questo caso dovrebbe avere
larghezza di 0,2 mm; essa viene pertanto rappresentata sulla carta con un segno
convenzionale, cio con un simbolismo che indica lesistenza, la posizione e il grado di
importanza ma che ne altera le dimensioni; ad es. la si rappresenta con due linee: una continua
e una a tratto, distanziate di 1 mm.
Ne consegue che, mentre da un punto di vista d'impostazione generale non vi differenza fra
le carte a media e a grande scala, esiste invece una diversit notevole tra le carte a grande e
media e quelle a piccola scala; nelle prime le dimensioni reali di quanto rappresentato possono
essere ricavate moltiplicando la misura presa sulla carta per il suo coefficiente di scala; nelle
seconde questo procedimento pu portare a errori notevoli perch, essendo il rapporto di
riduzione molto elevato, la realizzazione delle carte richiede che vengano impiegati in larga
misura segni convenzionali, cio una serie di simboli che non stanno nel giusto rapporto con le
dimensioni reali degli oggetti.
Al diminuire della scala della carta, cio con laumentare del rapporto di riduzione, si ha quindi
un minor contenuto d'informazione in termini qualitativi e metrici; d'altra parte per con il
diminuire della scala si produce sulla carta una specie di semplificazione, che cancella quanto
ne costituisce la tessitura minuta ed esalta i tratti pi importanti del territorio; inoltre aumenta, a
parit di dimensioni del foglio, la zona reale di territorio rappresentata. Pertanto, se vero che
le grandi scale consentono un grado di lettura molto fine del territorio, anche vero che quelle
a piccola scala permettono una visione di insieme che le prime non danno.
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In particolare riprendendo la suddivisione delle carte in carte a piccola, media, grande e
grandissima scala, i relativi ambiti di utilizzazione sono i seguenti.
Le carte a piccola scala (1:100.000, 50.000, 1:25.000), che dnno una visione di sintesi del
territorio che rappresentano, sono generalmente carte nazionali che vengono utilizzate come
base di progetti di programmazione di larga massima.
Le carte a media scala (1:10.000, 1:5.000) sono le carte regionali. Esse devono avere, per
contenuto qualitativo e metrico, il grado di dettaglio che consenta di ricavare tutti gli elementi
conoscitivi necessari per la pianificazione a livello regionale.
Le carte a grande scala (1:2.000, 1:1.000) descrivono il territorio con il grado di dettaglio
necessario ad una sua pianificazione a livello comunale. Infatti esse vengono utilizzate come
base per stendere i PRG, i PPA , ecc.
Le carte a grandissima scala (1:500, 1:200), stante il loro costo elevato, non vengono
generalmente realizzate per lintero territorio di un comune, ma per particolari zone, ad
esempio per centri storici, e vengono utilizzate come base di strumenti molto specifici come
piani di recupero, PEEP, ecc.


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3.2 Tipologia delle carte topografiche tradizionali

Per avere unidea del contenuto qualitativo delle cartografie alle diverse scale, si riportano
alcuni esempi di cartografie dello stesso territorio realizzate a scale differenti.










fig. 3. -1
Esempio di cartografia alla scala 1:25.000





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fig. 3. - 2
Esempio di cartografia alla scala 1:10.000












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fig. 3. - 3
Esempio di cartografia alla scala 1:2.000












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fig. 3. - 4
Esempio di cartografia alla scala 1:500
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3.2 Cartografie numeriche

La cartografia numerica un prodotto che pur mantenendo le funzioni della cartografia
tradizionale, ha caratteristiche molto peculiari.
Al successivo capitolo VIII queste caratteristiche vengono descritte diffusamente.
Si rimanda perci ad esso per le definizioni sulle differenti tipologie di cartografie numeriche
con differenti gradi di dettaglio.


4 Indicazioni sulle cartografie esistenti in italia

4.1 La cartografia dellIstituto geografico militare

4.1.1 Carte classiche

Di tutto il territorio nazionale esiste:
la carta alla scala 1:200.000
la carta alla scala 1:100.000
la carta alla scala 1:50.000(non completa)
la carta alla scala 1:25.000
Quella fondamentale pu ritenersi la carta alla scala 1:25.000 in quanto le altre scale sono per
lo pi da essa ricavate per riduzione. Tutta la cartografia su elencata stata prodotta
dall'I.G.M. (Istituto Geografico Militare) il quale con la costruzione della carta alla scala
1:25.000 non si prefiggeva di fornire un prodotto cartografico per la progettazione di
ingegneria civile, bens quello di dare una rappresentazione di tutto il territorio nazionale in un
tempo ragionevolmente breve (la costruzione di una cartografia nazionale prima dell'avvento
della fotogrammetria era impresa veramente impegnativa anche per un organismo istituito
apposta per realizzarla) e ad una scala che potesse servire, oltre che ad usi militari, anche ad
una gamma pi vasta possibile di usi civili.
E in effetti per molti problemi di progettazione, soprattutto in fase di progetto preliminare (di
strade, di urbanistica ecc.) ci si pu servire della carta 1:25.000; quando la si usa bisogna
per tener presente quanto segue:
alla scala 1:25.000 1 mm equivale a 25 m sul terreno; il tratto di stampa che delimita i
particolari del terreno e che ha la dimensione media di 0,2 mm equivale pertanto a 5 m; non
ha senso quindi pretendere di ricavare dalla carta alla scala 1:25.000 delle misure di
distanza con precisione superiore ad una decina di metri.
per quanto riguarda la determinazione dei dislivelli tra due punti del terreno, ricavati (i
dislivelli) mediante i dati riportati alla carta, si pu dire che non si pu ottenere una
precisione superiore a 2 m, e che se anzich da punti quotati i dislivelli si ricavano dalle
curve di livello si pu facilmente sbagliare anche di 5 o 10 m (specialmente in terreni a
forte pendenza).
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Oltre alle carte alle scale 1:200.000, 1:100.000, 1:50.000, e 1:25.000, l'I.G.M. ha eseguito
anche il rilievo alla scala 1:10.000 di alcune Regioni (Calabria, Sardegna). Queste ultime sono
gi delle vere carte tecniche


4.1.2 Prodotti non convenzionali: carte numeriche, spaziocarte.

Avvalendosi di tecnologie che si basano sulluso di immagini da satellite, IGM sta realizzando i
nuovi fogli alla scala 1:100.000 in forma di spaziocarte.
Le spaziocarte sono ricavate da immagini rilevate dal sensore Thematic Mapper (TM),
montato sui satelliti LANDSAT 5. Tali immagini sono georeferenziate, cio orientate
geometricamente, sul sistema cartografico UTM.
Su di esse sono riportate informazioni topografiche relative alla viabilit, alla toponomastica, ai
limiti amministrativi, ecc, al fine di facilitare la lettura e lutilizzazione.
LIGM fornisce dati cartografici numerici desunti, per digitalizzazione dalla cartografia
tradizionale, in particolare fornisce:
dati orografici: ottenuti dalla digitalizzazione delle curve di livello e dei punti quotati riportati
sulla cartografia alla scala 1:25.000, organizzati in file
dati idrografici: ottenuti dalla digitalizzazione dei particolari idrografici sempre riportati sulla
cartografia alla scala 1:25.000,
file dei limiti amministrativi desunti dalla cartografia alla scala 1:100.000.


4.2 La cartografia catastale.

Per tutto il territorio nazionale esiste la carta del Catasto alle scale 1:4.000 o 1:2.000.
Il carta catastale consta di circa 300.000 fogli.
Il Catasto ha affrontato e sta risolvendo il problema di trasporre questi fogli dalla forma
tradizionale alla forma numerica.
Sono infatti gi stati prodotti in forma numerica circa un terzo dei fogli esistenti.
Questo significa che per un terzo del territorio nazionale possibile ottenere copia dei fogli di
mappa oltre che sul consueto supporto cartaceo, anche su supporto magnetico, secondo
formati standard di trasferimento.
La trasposizione in forma numerica non si limita al solo aspetto cartografico, ma investe anche
la componente descrittiva degli archivi catastali.
E in atto quindi un imponente lavoro di informatizzazione che prevede anche lacquisizione
mediante il sistema satellitare GPS di vaste reti di punti fiduciali sui quali inquadrare la
cartografia trasposta.



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Capitolo IV - Descrizione del materiale cartografico esistente in Italia.
pagina 139
4.3 Carte tecniche regionali e provinciali.

Molti Comuni ed alcune Provincie, dovendo risolvere problemi connessi con la progettazione
urbanistica, stradale, delle fognature, ecc., hanno ritenuto indispensabile (come in effetti lo )
far costruire una nuova carta del territorio Comunale (o Provinciale) alla scala 1:2.000. La
scala 1:2.000 si ritiene infatti la pi idonea, e nello stesso tempo di costo sostenibile, per
risolvere i problemi di un ufficio tecnico provinciale o comunale. Generalmente poi dalla carta
si ricava per riduzione una carta alla scala 1:5.000 e una carta alla scala 1:10.000.
Naturalmente il procedimento di riduzione non consiste in un lavoro di pura riduzione
fotografica, ma implica un lavoro di semplificazione del disegno.
Dal 1971, in seguito alla creazione delle Regioni a statuto ordinario, molte altre Regioni hanno
dato inizio alla costruzione della Carta Tecnica Regionale; alcune Regioni hanno scelto di
costruirla alla scala 1:5.000 (ad es. Liguria, Emilia Romagna, Friuli-Venezia Giulia); altre alla
scala 1:10.000 (ad es. Lombardia, Marche, Toscana).


4.4 Cartografie a grande e grandissima scala

Generalmente lobiettivo che si intende raggiungere con la realizzazione di cartografie a grande
e grandissima scala avere una conoscenza puntuale delledificato da sfruttare a fini di
pianificazione urbanistica o di gestione dei servizi.
In particolare, le cartografie a grande e grandissima scala (1:2.000. 1:1.000, 1:500),
soprattutto se realizzate in forma numerica anzich nella consueta forma tradizione, soddisfano
le esigenze di pianificazione a livello comunale e sovracomunale e di gestione dei servizi
perch:
forniscono informazioni dettagliate sulledificato
dnno la possibilit di individuare linsieme di edifici afferenti ad uno stesso numero civico
sono lossatura spaziale di analisi specifiche sullo stato di degrado, sulla destinazione duso,
sulla tipologia edilizia degli edifici
sono la base su cui studiare e progettare interventi di recupero edilizio
sono di supporto nellautomatizzazione del rilascio delle concessioni edilizie,
sono un supporto cartografico aggiornato su cui riportare le planimetrie catastali,
sono lossatura dei sistemi informativi territoriali.
Queste cartografie che vengono prodotte dallIndustria Fotogrammetrica, hanno come
committenti i Comuni e le Aziende municipalizzate di distribuzione dei servizi.


***



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Capitolo IV - Descrizione del materiale cartografico esistente in Italia.
pagina 140
Considerando un territorio comunale, la condizione di dotazione cartografica ideale per
realizzare ogni tipo di intervento tecnico dovrebbe essere la seguente:
disporre di una C.T.R. (carta tecnica regionale) a media scala (1:5.000 1:10.000) per tutto
il territorio comunale
disporre di una cartografia alla scala 1:2.000, sempre per tutto il territorio comunale
disporre di cartografie a grandissima scala , 1:500, 1:200, per quelle zone di rilevante
interesse storico, su cui si rendono necessari interventi di ampio respiro.
Questo patrimonio cartografico, oltre ad essere di recente realizzazione, dovrebbe anche
essere in forma numerica per venire incontro alle esigenze pi diversificate dei tecnici.
In queste condizioni l'ingegnere civile avrebbe il supporto di base per stendere i suoi progetti ai
differenti livelli (da progetto di massima a progetto esecutivo).
Viceversa i Comuni che hanno provveduto a darsi una cartografia valida e recente sono pochi,
e quindi quando l'ingegnere di costruzioni stradali deve stendere un progetto di una strada ha
bisogno prima di tutto di far costruire una carta sulla quale stendere il progetto, e cos per
l'urbanista e per l'ingegnere idraulico che deve progettare una diga o un acquedotto.
Ecco dunque la necessit per l'ingegnere di sapere come si ordina la costruzione di una carta,
come ci si pu assicurare che la Ditta chiamata a costruirla sia veramente in grado di farlo ed
infine come si fa a controllarne la bont sia dal punto di vista metrico che qualitativo.

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Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 141
CAPITOLO V

RILIEVO TOPOGRAFICO CLASSICO


Premessa

La produzione della cartografia viene oggi di regola eseguita col metodo fotogrammetrico;
inoltre la maggior parte di essa non viene prodotta in forma grafica, cio come un disegno, ma
in forma numerica, come verr pi avanti illustrato.
Il rilievo topografico classico a scopo cartografico viene oggi impiegato solo per rilievi di
limitate estensioni (ad esempio frazionamenti catastali o rilievi per la rappresentazioni di zone
su cui devono essere realizzate grandi opere di ingegneria) oppure come integrazioni del lavoro
fotogrammetrico.
Le operazioni topografiche sono invece ancora molto usate per realizzare le reti di
inquadramento o di infittimento, in appoggio ai lavori di cartografia fotogrammetrica; anche in
questo settore la loro applicazione verr per presto ridotta dalluso sempre crescente del
GPS e, in futuro, probabilmente anche dai sistemi inerziali.
Quanto esposto ai punti 1 e 2 di questo Capitolo, che, come ripetiamo, si riferisce alla
produzione di cartografia tradizionale disegnata, realizzata col rilievo topografico classico, ha
lo scopo di illustrare, con un esempio banale e con una terminologia semplice, la complessa
filosofia che sta alla base della rappresentazione cartografica della superficie fisica della terra.


1 Descrizione schematica della costruzione di una carta.

1.1 Impostazione concettuale della costruzione della planimetria.

Tenendo presente:
che i geodeti hanno provveduto a coprire tutto il territorio nazionale con una rete di vertici
trigonometrici;
che dei vertici trigonometrici sono state calcolate le coordinate planimetriche nella
proiezione cartografica di Gauss, inquadrando cos una volta per tutte lintero territorio
nazionale in un unico sistema di riferimento di coordinate cartesiane piane;
che una distanza reale pu essere inserita direttamente sulla carta di Gauss una volta che sia
stata ridotta a distanza topografica e corretta del coefficiente di deformazione;
che gli angoli azimutali si introducono senza correzione nella carta di Gauss;
ne deriva che il topografo, per dare una rappresentazione cartografica planimetrica della
superficie fisica della terra, pu operare come se essa scorresse parallelamente al piano della
proiezione di Gauss (figura 1). Dicendo parallelamente si intende che, in questa finzione, i
punti della superficie fisica della terra assumono, rispetto al piano della rappresentazione di
Gauss, la quota che essi hanno rispetto al geoide.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 142
V
proiezione ortogonale

V
P
3
V
1
2
figura 1

Tenuto conto infine del fatto che lestensione del territorio interessato dalle misure che il
topografo esegue da una stazione di rilevamento limitata al campo topografico (vedi capitolo
III punto 2.3.3), per la costruzione della planimetria di una carta il topografo pu operare
come se, in ogni stazione di rilevamento, gli elementi caratteristici naturali ed artificiali della
superficie terrestre dovessero essere proiettati direttamente nel piano della proiezione di
Gauss, la quale viene idealmente fatta coincidere col piano tangente alla sfera locale nei vari
punti di stazione.
Supponiamo ad esempio che il territorio da rilevare sia quello rappresentato in figura 1 e che i
punti V
1
, V
2
, V
3
siano vertici trigonometrici (in realt in un territorio cos poco esteso non ce
ne sarebbero cos tanti). In questo nostro esempio questi vertici trigonometrici hanno la
funzione di costituire i punti della rete di inquadramento (e di infittimento) del rilievo; facendo
riferimento a questi punti si effettuano le operazioni topografiche che portano al rilevamento di
tutti i punti che sono necessari alla costruzione della carta; pi avanti vedremo che la rete di
inquadramento del rilievo sar realizzata creando tutta una serie di punti dei quali si
determinano le coordinate in funzione dei vertici trigonometrici esistenti nella zona da rilevare.
Per rilevare un generico punto che serve alla costruzione della planimetria, ad esempio il punto
P in figura, il topografo potr fare stazione ad esempio sul punto V
1
e assumendo come
direzione di riferimento quella al punto V
2
misurer langolo V
1
PV
2
, la distanza reale V
1
-P e
langolo zenitale della direzione V
1
-P; quindi in funzione di queste misure e delle coordinate
dei vertici V
1
e V
2
sar in grado di ricavare le coordinate di P nella proiezione di Gauss (vedi
lesempio al punto 2.3.3 del capitolo III).

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 143
V
x
y
z
1 2 VV
1
V
2
P
P

figura 2

Nota. Non prendiamo in considerazione tutta la problematica connessa alla reale
esecuzione delle misure, poich il discorso esula dai nostri fini didattici; ma, solo per
averne unidea, si consideri che quando diciamo che il topografo fa stazione sul vertice
V
1
ipotizziamo in realt una cosa impossibile, poich egli non pu piazzarsi col teodolite
sulla punta di un campanile!
Facendo stazione nei vari vertici trigonometrici e applicando il procedimento sopra descritto si
determinano e si inseriscono nella cartografia tutti i punti del terreno che servono a darne una
rappresentazione planimetrica.
Ad esempio, per riportare sulla carta un edificio si determina mediante misura di angoli e
distanze la posizione dei suoi spigoli rispetto ad uno o pi punti di inquadramento vicini; si
riportano sulla carta questi punti e li si congiungono con tratto continuo.
Naturalmente, oltre che la posizione planimetrica, si dovr determinare anche la posizione
altimetrica dei punti.
Alla fine si arriverebbe alla produzione di un elaborato del tipo di quello riportato nella figura
3.
Lesempio fatto dovrebbe ancora una volta chiarire il concetto gi esposto e cio che il lavoro
dei geodeti ha messo in grado i topografi di realizzare una rappresentazione del territorio
inserita nella proiezione nazionale Gauss-Boaga seguendo uno schema concettuale molto
semplice (altra cosa come detto sono le difficolt operative) e utilizzando semplici formule di
trigonometria piana. Ricordiamo ancora lutilit di alcune approssimazioni lecite nel campo
topografico, quali lapprossimazione della distanza topografica alla sua proiezione sul piano
tangente alla sfera locale e il poter assumere come coincidenti, nella proiezione di Gauss,
trasformata, corda e tangente congiungenti due punti aventi distanza inferiore a 5 km.

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 144
Comune di ....
Legenda
segni convenzionali +++
.....
'''''
scala 1:n
Ditta esecutrice .......
Data del rilievo .......

figura 3
Ci detto occorre subito chiarire che in realt il rilievo topografico non avviene passando
direttamente dai vertici trigonometrici alle misure che portano al disegno della carta, ma
richiede i seguenti passi:
reperimento dei vertici trigonometrici
costruzione della rete di inquadramento
costruzione della rete di infittimento
esecuzione di poligonali
esecuzione di livellazioni per linquadramento altimetrico
esecuzione del rilievo di dettaglio (rilievo celerimetrico).


1.2 Impostazione concettuale della costruzione dellaltimetria.

Nellelaborato stata rappresentata anche laltimetria che costituita dai punti quotati e
dalle curve di livello.
I punti quotati sono dei punti del terreno dei quali viene data la distanza rispetto ad una
superficie di riferimento, che come abbiamo visto, il geoide.
La quota dei punti quotati viene determinata con tre metodi (che verranno descritti pi avanti):
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 145
la livellazione geometrica - la procedura operativa di questo tipo di livellazione tiene
automaticamente conto della curvatura terrestre;
la livellazione trigonometrica - in questo metodo, usato su distanze abbastanza grandi, si
tiene conto della curvatura terrestre nella fase di calcolo ;
la livellazione tacheometrica - in questo metodo, usato nel rilievo di dettaglio, non si tiene
conto della curvatura terrestre poich il metodo di modesta precisione, e pertanto la
curvatura terrestre d un effetto che non apprezzabile.
Le curve di livello sono invece delle linee che indicano la posizione planimetrica dei punti aventi
tutti la stessa quota, cio la stessa distanza dalla superficie di riferimento (figura 4). Queste
linee vengono tracciate ad intervalli regolari e costanti di differenza di quota; l'intervallo
altimetrico tra le curve di livello viene chiamato equidistanza. In genere lequidistanza
corrisponde ad un numero di millimetri uguale al denominatore del rapporto di scala di una
carta; ad esempio: in una carta alla scala 1:2000 lequidistanza delle curve di livello pari a 2
metri (2000 millimetri).

Geoide
125
+ 131.2


figura 4

L'insieme della planimetria e della altimetria permettono allutente di cartografia di effettuare
analisi qualitative e metriche sul territorio cartografato.


2 Funzione della rete di inquadramento.

Se un solo punto fosse preso come origine delle misure per la costruzione della planimetria di
una carta e tutto il rilievo si sviluppasse a partire da esso, si avrebbero due gravi inconvenienti:
una sensibile perdita di precisione per un continuo accumularsi di piccoli errori,
la precisione di determinazione dei diversi particolari non sarebbe omogenea per tutti del
rilievo
Spieghiamo meglio il concetto.
Come illustrato al precedente punto 1.1 le operazioni topografiche di rilievo possono essere
sommariamente descritte come la determinazione plano-altimetrica dei punti rispetto ad altri
punti presi come riferimento; in queste operazioni di determinazione della posizione di punti
rispetto ad altri, che consistono in operazioni di misura, si commettono degli errori; non
consideriamo ovviamente gli errori grossolani (cio gli sbagli), ma gli errori accidentali dovuti
allinfluenza dellambiente sulle operazioni di misura e alle limitazioni di precisione intrinseche
dei metodi di misura usati.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 146
Se si partisse da un punto e da questo si procedesse per eseguire tutto il rilievo, ad ogni
determinazione di un nuovo punto, sulla posizione di esso graverebbero tutti gli errori
precedentemente commessi. Per contenere questo progressivo accumularsi di errori si
dovrebbero impiegare metodi di misura molto onerosi, senza tuttavia evitare il progressivo
decadimento della precisione.
Pertanto i punti di inquadramento di un rilievo, oltre a costituire una rete di punti di vincolo
che garantiscono una precisione uniforme al rilievo, evitano di dover operare, anche nella fase
del rilievo di dettaglio, con metodi di misura onerosi .
Per la funzione che devono assolvere e per il fatto di essere alquanto distanti tra di loro, le
misure che riguardano la determinazione della posizione dei punti di inquadramento vengono
eseguite con strumenti pi precisi di quelli che vengono usati per determinare la posizione di
tutti i punti che costituiscono la carta.
Come verr descritto al successivo punto 3, nella costruzione della rete di inquadramento la
funzione dei vertici trigonometrici fondamentale, poich essi assolvono a una duplice
funzione: inserire correttamente il rilevo cartografico nel contesto nazionale, consentire di
costruire la rete senza dover effettuare misure di distanza. Questa seconda funzione oggi
meno rilevante, ma quando non esistevano i distanziometri elettronici era di enorme aiuto per i
topografi.
E ancora molto importante invece la prima funzione, cio quella di inserire una cartografia nel
contesto nazionale.
Il compito di costruire carte a grande scala viene infatti generalmente assolto, a seconda dei
casi, da Comuni, Province, Consorzi od altri Enti pubblici o privati.
Quando uno di questi Enti costruisce la cartografia del territorio di sua competenza lo fa
appunto (per motivi economici, burocratici ecc.) limitatamente ad esso.
Ma quando poi i tecnici eseguono studi di pianificazione e progettazione sentono la necessit
di esaminare anche i territori che circondano il Comune; e pu darsi che alcuni o tutti i Comuni
limitrofi si siano anch'essi dati una cartografia.
Risulta allora molto pi agevole utilizzare queste cartografie, se sono tutte impostate su uno
stesso sistema di riferimento e quindi hanno una precisione omogenea (a parit di scala) e
presentano discrepanze nelle zone di contatto.

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 147
3 Rilievo planimetrico.

3.1 Triangolazioni.

Come abbiamo visto, il primo passo per un rilievo la costruzione della rete di inquadramento,
che si appoggia alla rete dei vertici trigonometrici esistenti.
Costruire la rete di inquadramento significa determinare le coordinate N, E e la quota di un
certo numero di punti del terreno.
Questo viene fatto in due tempi:
con operazioni di misura mediante le quali possibile ricavare la posizione reciproca dei
punti,
con operazioni di calcolo che ci forniscono le coordinate N , E in funzione delle misure
eseguite.
La costruzione della rete di inquadramento avviene mediante l'operazione topografica che
prende il nome di triangolazione tecnica.
Nella triangolazione tecnica possiamo distinguere due casi tipici: quello basato su sole misure
angolari e quello basato su misure di angoli e distanze. In quest'ultimo caso occorrer disporre
di strumenti atti alla misura delle distanze con distanziometri elettronici.

Nota: oggi (1997) si pu eseguire una triangolazione tecnica anche mediante il solo uso
del GPS (v. Cap. VII). Noi qui non prenderemo in considerazione tale metodo.


3.1.1 Rete di inquadramento

Prendiamo in considerazione lo schema di triangolazione tecnica riportato nella figura che
segue. Per inquadrare il territorio da cartografare si sono reperiti due vertici trigonometrici
(punti 1 e 5 in figura) e si sono scelti altri sei vertici di cui determinare le coordinate N,E.
E
N
1
2
3
4
5 6
7
8
9

eventualmente la quota), che vengono fornite dall'I.G.M.


punti trigonometrici esistenti dei quali possibile conoscere le coordinate
N, E (ed
vertici della triangolazione

figura 5
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 148
Il numero e la posizione dei vertici incogniti sono determinati da queste due esigenze:
ricoprire omogeneamente tutta la zona del rilievo
avere distanze tra i vertici non troppo grandi e cio tali che le operazioni di misura e di
calcolo eseguiti per collegarli possano usufruire delle semplificazioni ammesse per il campo
topografico.
Per i rilievi cartografici a grande scala la distanza media tra i vertici varier tra 1 o 2 km,
mentre per i rilievi a media scala essa potr arrivare anche a 4 o 5 km.
Con riferimento al fatto che nella rete sono inclusi dei vertici trigonometrici possono essere
eseguite solo misure angolari, esse verranno eseguite utilizzando un teodolite di buona
precisione, (con e.q.m. di lettura di una direzione pari a t1 ).
Nella figura 6 i segmenti che congiungono i vertici stanno ad indicare le direzioni osservate.
Ad esempio: dal vertice 8 si fatta stazione con il teodolite e si sono eseguite le letture al
cerchio orizzontale (comunque posizionato), collimando i vertici 1,2,9,7. Nel vertice 2 si
fatta stazione e si sono collimati i punti 1,8,9,3. Facendo la differenza tra le letture al cerchio si
ricavano gli angoli tra le congiungenti i vertici, ad esempio l'angolo sar dato dalla differenza
tra lettura al C.O. (cerchio orizzontale) eseguita collimando il punto 1 dal vertice 8, e quella
eseguita al C.O., sempre dal punto 8 collimando il vertice 2.
Se alcuni vertici della triangolazione sono dei trigonometrici, come nel nostro esempio, non
sarebbe necessario eseguire misure di distanza, perch il dimensionamento della rete, cio la
sua grandezza reale, ci viene fornita dalla distanza tra i trigonometrici, che nota (dal momento
che dei vertici trigonometrici sono note le coordinate)
Ci nonostante buona regola eseguire ugualmente delle misure di distanza, allo scopo di dare
una maggiore rigidit alla rete.
Supponiamo che, nel nostro esempio, si sia misurata con un distanziometro elettronico di
elevata precisione (10
-6
) la distanza tra i vertici 7 e 8.
Vediamo ora:
quale lo scopo della triangolazione;
quante sono le misure necessarie;
quali sono i calcoli da eseguire.
Lo scopo della triangolazione quello di fornire le coordinate N,E di tutti i vertici della
triangolazione, ad eccezione ovviamente dei vertici trigonometrici in essa inclusi; nel nostro
esempio dovranno quindi essere determinate le coordinate N, E dei punti 2, 3, 4, 6, 7, 8.
Se n il numero dei vertici dei quali si devono determinare le coordinate, le misure
necessarie sono 2n; con riferimento allesempio saranno quindi necessarie almeno 12 misure;
esse possono essere:
tutte misure angolari,
misure di distanza e misure angolari,
tutte misure di distanza.
Il numero delle misure eseguite deve tassativamente essere superiore a quello strettamente
necessario, in modo da poter verificare di non aver fatto errori grossolani, di compensare
linfluenza degli errori accidentali sulla determinazione delle coordinate incognite e di poter
valutare le.q.m. con cui esse sono state determinate.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 149
Non basta per che le misure siano in numero maggiore di quello strettamente necessario, ma
devono essere tra di loro indipendenti e comunque devono permettere di determinare tutte le
incognite.
Per chiarire il senso di quanto detto consideriamo che la nostra triangolazione consista
semplicemente di quattro vertici dei quali due di coordinate note: le misure necessarie per
determinare la rete sono 2 n= 4.
1
2
3
4

1
2
3
4

figura 6
Ma se si misurano gli angoli
1
,
2
,
3
,
4
segnati in figura 6 ovvio che, pur facendo quattro
misure, non si raggiunge lo scopo, perch si ha una misura sovrabbondante per determinare il
punto 4, ma risulta indeterminato il punto 2.
Il miglior modo per vedere se le misure sono sufficienti a determinare la rete, quello di
provare a costruirla graficamente; questo del resto necessario per proseguire al calcolo della
rete stessa, come viene in seguito spiegato.


3.1.2 Calcolo della rete.

Con una scala di disegno arbitraria si riportano nel sistema di assi N, E i vertici trigonometrici;
quindi, riferendosi ad essi e sfruttando alcune delle misure eseguite, si costruisce graficamente
la rete, cio si riportano sul disegno tutti i vertici di coordinate non note.
E
N
1
2
3
4'
4
5
6 7
8
9

1
5
6
7
8
4
3
10
12
11
9

2

figura 7

Indicando con la notazione L
i-j
la lettura al cerchio orizzontale fatta stando in i e collimando il
punto j si ha:
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 150

1
= L
1-9
- L
1-2

I) ' misure per la determinazione del punto 2

2
= L
9-2
- L
9-1


3
= L
9-2
- L
9-3

II) ' misure per la determinazione del punto 3

4
= L
2-3
- L
2-9


5
= L
1-9
- L
1-2

III) ' misure per la determinazione del punto 8

6
= L
9-1
- L
9-8


7
= L
8-9
- L
8-7

IV) ' misure per la determinazione del punto 7

8
= L
9-8
- L
9-7


9
= L
7-9
- L
7-6

V) ' misure per la determinazione del punto 6

10
= L
3-9
- L
3-6


11
= L
5-6
- L
5-4

VI) ' misure per la determinazione del punto 4

12
= L
3-6
- L
3-4


Come si vede sfruttando soltanto 12 delle misure eseguite si possono determinare le
coordinate dei 6 punti incogniti; naturalmente la costruzione grafica pu anche essere sostituita
da un calcolo analitico.
Se le misure fossero per nello stretto numero di 12 non ci potremmo accorgere di eventuali
errori grossolani: se ad esempio la lettura L
3-4
fosse errata di 10 , ricaveremmo l'angolo errato
di 10 e posizioneremmo il punto 4 in 4', senza peraltro accorgerci dell'errore.
La costruzione grafica della rete, o il suo calcolo analitico, eseguita in base al minimo numero
di misure, ci permette di controllare che la rete sia determinata e di ricavare dei valori
approssimati delle coordinate dei vertici le cui coordinate sono incognite. Si parla di
coordinate approssimate perch, per determinarle, non si sono sfruttate tutte le misure
eseguite.
Nel nostro esempio tali coordinate saranno quelle dei vertici 2,3,4,6,7,8 che indichiamo con
E ,N E , N E ,N
2
0
2
0
3
0
3
0
8
0
8
0
, ,.......
Si procede quindi per via analitica al calcolo di compensazione della rete; con la parola
compensazione si intende quell'operazione che permette di calcolare le correzioni da apportare
ai valori approssimati, in funzione di tutte le misure eseguite, cio anche di quelle che sono gi
state usate per la determinazione delle coordinate approssimate.
Il calcolo di compensazione si basa sul metodo delle osservazioni indirette e viene descritto
nel successivo paragrafo 3.2. .


3.2 Applicazione del metodo delle osservazioni indirette a problemi topografici.

L'applicazione del metodo delle osservazioni indirette consente una ampia generalizzazione dei
calcoli topografici.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 151
Nel paragrafo che segue tratteremo operazioni topografiche mediante le quali si costruisce la
planimetria di una carta; esse sono: la triangolazione tecnica, le intersezioni, le poligonali;
queste operazioni differiscono per gli strumenti impiegati nelle misure e nello schema di
attuazione, ma da un punto di vista generale servono tutte alla soluzione dello stesso tipo di
problema che pu essere cos enunciato:
dato un certo numero di punti di posizione nota, dei quali si
conoscono le coordinate in un certo sistema di riferimento, che
supponiamo sia quello della carta di Gauss, si devono
determinare le coordinate di altri punti di posizione non nota,
collegati ai precedenti da misure di angoli e distanze.
Come gi detto pi volte il numero di misure di angoli e distanze deve essere superiore a
quello strettamente necessario alla soluzione del problema.
Questo sia per ovviare al fatto che le schematizzazioni geometriche ideali non corrispondono
alla effettiva realt fisica, sia perch le misure stesse risultano affette da errori accidentali.
Il numero sovrabbondante di misure offre quindi la possibilit di mediare l'effetto degli errori
accidentali, di verificare la precisione di determinazione delle coordinate, di cautelarsi da
eventuali errori grossolani.
Note quindi le coordinate di alcuni punti ed i valori misurati di angoli e distanze, per
determinare i valori delle coordinate incognite con il metodo delle osservazioni indirette,
occorre individuare i tipi di equazioni generatrici che legano fra loro coordinate note,
coordinate incognite e misure effettuate.


3.2.1 Sviluppo del procedimento completo su un esempio.

Per fissare le idee consideriamo l'esempio molto semplice rappresentato in figura 8, n cui i
punti C, D, di coordinate incognite, sono stati collegati ai punti A e B, di coordinate note,
mediante la misura di angoli e distanze.

E
N
A
B
C
D
d


1
2
4
3
d
d
1
2
3

figura 8

1
,
2
,
3
,
4
angoli misurati
d
1
, d
2
, d
3
distanze misurate

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 152
Per determinare le coordinate incognite E
C
, N
C
, E
D
, N
D
, verranno utilizzati due tipi di
equazioni dei quali
uno lega coordinate note, coordinate incognite e misure di angoli;
l'altro coordinate note, coordinate incognite e misure di distanze.
Il primo tipo di equazione generatrice deriva dalla definizione stessa di angolo di direzione
(vedi APPENDICE );
E
N
A
C
D

(AD)
(AC)
1

figura 9
se infatti consideriamo lo schema di figura 9 vediamo che possiamo legare le coordinate dei tre
punti all'angolo misurato tra le due direzioni AC e AD con la relazione :
(AD) - (AC) =
1
(1)
da cui l'equazione generatrice :
f = (AD) - (AC) -
1
= 0
Inserendo l'espressione dell'angolo di direzione in funzione delle coordinate dei punti si ottiene:
f = arctg
E E
N N
D A
D A

+ - arctg
E E
N N
C A
C A

-
1
= 0 (2)
(vedi APPENDICI )
Riscriviamo questa equazione secondo le notazioni viste nellesposizione del metodo delle
Osservazioni Indirette (Capitolo I )
f
1
(N
A
,E
A
,N
*
C
,E
*
C
,N
*
D
,E
*
D
;
1
)=arctg
E E
N N
D A
D
*
*
A

- arctg
E E
N N
C
C
*
A
*
A

-
1
= v
1
(3)
dove le notazioni asteriscate indicano che i valori calcolati per le coordinate incognite saranno
di tipo empirico e non soddisferanno rigorosamente l'equazione (3) nella quale sar presente
uno scarto v
1
.
Per seguire l'iter del metodo delle Osservazioni Indirette dovremo linearizzare l'equazione
generatrice (3) sviluppandola in serie di Taylor negli intorni dei valori approssimati delle
incognite.
I valori approssimati delle incognite vengono calcolati o analiticamente o con costruzione
grafica sfruttando, fra tutte le misure eseguite, solo quelle strettamente necessarie alla soluzione
del problema geometrico: i valori cos ottenuti, sono quelli che nella trattazione del paragrafo
3.2. del capitolo I abbiamo chiamato valori approssimati.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 153
Le incognite del problema sono pertanto, come sappiamo, le correzioni che a questi valori
approssimati devono essere apportate per trovare i valori finali che realizzano la condizione
v
i
2

= min.
Avremo quindi :
E E
C
*
C
0
C
+ e
N N
C
*
C
0
C
+ n
E E
D
*
D
0
D
+ e
N N
D
*
D
0
D
+ n
dove i valori caratterizzati dall'apice zero rappresentano i valori approssimati delle coordinate,
i valori asteriscati rappresentano i valori finali e i valori e
c
, n
c
, e
d
, n
d
le correzioni, incognite, da
apportare ai valori approssimati per ottenere i valori finali.
L'equazione generata risulta:
f
1
(N
A
,E
A
,N
*
C
,E
*
C
,N
*
D
,E
*
D
;
1
) = arctg
E E
N N
D A
D
0
D
0
D A
+
+
e
n
-arctg
E E
N N
C
C
0
C A
0
C A
+
+
e
n
-
1
= v
1
(4)
Occorre a questo punto determinare i coefficenti delle incognite, che sono dati dalle derivate
della funzione f
1
rispetto alle relative incognite.
( ) ( ) ( )



-
1
1+
E E
N N
N N
N N
N N E E
N N
d C
C
0
A
C
0
A
C
0
A
C
0
A
C
0
A C
0
A
C
0
A
AC
0
2
f
e
1
0
2 2 2
1 |
.

`
,

|
.

`
,



+



Il denominatore della relazione soprascritta rappresenta la distanza fra i punti A e C calcolata
per i valori approssimati delle coordinate.
( )




N N
d
a
C
C
0
A
AC
0
2
1
f
e
1
0
|
.

`
,



( )
( ) ( ) ( ) ( )



-
1
1+
E E
N N
E E
N N
E E
N N E E
=
E E
d
= b
C
C
0
A
C
0
A
C
0
A
C
0
A
C
0
A
C
0
A C
0
A
C
0
A
AC
0
2 1
f
n
1
0
2 2 2 2
|
.

`
,

|
.

`
,

Gli altri coefficienti delle incognite per l'equazione generata si ricavano analogamente e
saranno:
( )




N N
d
c
D
D
0
A
AD
0
2
1
f
e
1
0
|
.

`
,



( )




E E
d
= d
D
D
0
A
AD
0
2 1
f
n
1
0
|
.

`
,



R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 154
Il termine noto l
1
sar dato dal valore che l'espressione generatrice (2) assume per i valori
approssimati delle incognite e cio :
l
1
= arctg
E E
N N
D A
D
0
0
A

-arctg
E E
N N
C
C
0
A
0
A

-
1
(5)

L'equazione generata data dalla (4) sviluppata in serie diventa pertanto :
a
1
e
C
+ b
1
n
C
+ c
1
e
D
+ d
1
n
D
+ l
1
= v
1
(6)
dove l'indice
l
indica che l'equazione angolare appena scritta che congiunge i punti A, C, D,
una delle quattro equazioni di questo tipo che si possono scrivere. Le altre tre saranno scritte
per gli angoli

2
,
3
,
4
(vedi figura 8)
Per quanto riguarda gli angoli, avremo perci queste quattro equazioni generate :
a
1
e
C
+ b
1
n
C
+ c
1
e
D
+ d
1
n
D
+ l
1
= v
1
a
2
e
C
+ b
2
n
C
+ 0 e
D
+ 0 n
D
+ l
2
= v
2
a
3
e
C
+ b
3
n
C
+ c
3
e
D
+ d
3
n
D
+ l
3
= v
3
(7)

a
4
e
C
+ b
4
n
C
+ 0 e
D
+ 0 n
D
+ l
4
= v
4
I coefficienti c
2
,d
2
e c
4
,d
4
delle incognite e
D
, n
D
sono nulli perch nella seconda e nella quarta
equazione generatrice il punto D non coinvolto.
Consideriamo ora le equazioni che si possono scrivere sfruttando le misure di distanze.
La funzione che lega le coordinate dei punti alle distanze misurate molto semplice, si basa sul
Teorema di Pitagora
E
N
D
C


figura 10

L'equazione generatrice sar pertanto :
( ) ( ) N N E E d
C D C D C, D
+
2 2
0
Da cui si ricava l'equazione generata :

( ) ( )
N N E E d v
C D C D
* * * *
C, D
+
2 2
5
(8)
dove N
c
*
, E
c
*
, N
d
*
, E
d
*
sono le coordinate incognite dei due punti C e D e d
C,D
la loro
distanza misurata.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 155
Anche in questo caso considereremo incognite le correzioni da dare ai valori approssimati per
ottenere i valori finali; avremo cio :
E E
C
*
C
0
C
+ e
N N
C
*
C
0
C
+ n
E E
D
*
D
0
D
+ e
N N
D
*
D
0
D
+ n
Introducendo i valori approssimati nella (8) l'equazione generata diventa :
g
5
(N
*
C
,E
*
C
,N
*
D
,E
*
D
; d
C,D
) =
( ) ( )
N N E E
C
0
D
0
C
0
D
0
+ + + + + n n e e
C D C D
2 2
- d
C,D
= v
5

(9)
Le derivate della funzione g sono :
( )




E E
d
a
C
C
0
D
CD
0
5
g
e
5
0
|
.

`
,



( )




N N
d
b
C
C
0
D
CD
0
5
g
n
5
0
|
.

`
,




( )



-
E E
d
c
D
C
0
D
CD
0
5
g
e
5
0
|
.

`
,


(10)
( )



-
N N
d
d
D
C
0
D
CD
0
5
g
n
5
0
|
.

`
,



Ricordiamo che le distanze che compaiono nelle (8), (9) e (10) sono distanze topografiche,
riferite cio alla proiezione cartografica sul piano (N,E) e che si ottengono da quelle misurate
con la metodologia indicata al capitolo III.
L'equazione generata (9) diventa quindi
E
d
C,D
0
e
C
+
N
d
C,D
0
n
C
+
E
d
C,D
0
e
D
+
N
d
C,D
0

n
D
+ ( d d
C,D
0
C, D
) = v
5

o anche con la solita notazione :
a
5
e
C
+ b
5
n
C
+ c
5
e
D
+ d
5
n
D
+ l
5
= v
5
(11)
Ci serviremo a questo punto delle altre due distanze misurate (d
BC
e d
AC
) per costruire altre
due equazioni dello stesso tipo della (11) seguendo lo stesso procedimento.
Alle quattro equazioni angolari (7) se ne aggiungono pertanto le seguenti tre ricavate dalle
misure di distanze

a
5
e
C
+ b
5
n
C
+ c
5
e
D
+ d
5
n
D
+ l
5
= v
5
a
6
e
C
+ b
6
n
C
+ 0 e
D
+ 0 n
D
+ l
6
= v
6
(12)

a
7
e
C
+ b
7
n
C
+ 0 e
D
+ 0 n
D
+ l
7
= v
7
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 156

A questo punto le (7) e le (12) vengono a costituire il sistema delle equazioni generate; da esso
si ricava il sistema normale (come indicato al paragrafo 3.3. del capitolo I)
a
i
a
i
e
C
+ a
i
b
i
n
C
+a
i
c
i
e
C
+ a
i
d
i
n
C
+ a
i
l
i
= 0
a
i
b
i
e
C
+ b
i
b
i
n
C
+b
i
c
i
e
C
+ b
i
d
i
n
C
+ b
i
l
i
= 0
a
i
c
i
e
C
+ b
i
c
i
n
C
+c
i
c
i
e
C
+ c
i
d
i
n
C
+ c
i
l
i
= 0
a
i
d
i
e
C
+ b
i
d
i
n
C
+c
i
d
i
e
C
+ d
i
d
i
n
C
+ a
i
l
i
= 0
la cui soluzione fornisce i valori incogniti.
In realt, come abbiamo visto al paragrafo 3.4 del cap. I, occorrer seguire un procedimento
iterativo.
Resta ora da considerare il problema dell'attribuzione dei pesi alle (7) e alle (12).
Consideriamo dapprima le equazioni (7) e calcoliamo l' espressione dell'e.q.m. del termine noto
di una generica di esse
*
.
m


m m
l1
1
1
2
t
|
.

`
,
t



f
1
0
2
1
essendo




1
f
1
1
Analogamente per le equazioni relative alle misure
2
,
3
,
4
si ricava :
m m
l1
t
1
m m
l2
t
2
m m
l3
t
3

Poich l'e.q.m. con cui si misurano gli angoli non varia da un angolo all'altro in quanto tutti
vengono misurati con lo stesso strumento e nelle stesse condizioni ambientali risulta
m m m m
1 2 3 4

e quindi per applicare la 37del capitolo I, sufficiente porre
p
1
= p
2
= p
3
= p
4
= 1
il che vuol dire che non si applica alcun peso alle equazioni perch sono gi ridotte allo stesso
peso.
Questo risultato pu essere generalizzato dicendo che quando nel termine noto compare una
sola quantit misurata, non inserita in alcun tipo di funzione e con coefficiente unitario, le
equazioni sono automaticamente ridotte allo stesso peso, a patto che rimanga costante per
tutte le misure l'e.q.m. .
Per brevit, diremo che la misura compare in forma bruta nell'equazione generatrice, quando
appunto compare in essa non inserita in alcun tipo di funzione e con coefficiente uguale a + 1 o
a - 1.
Consideriamo ora l'equazione (12). Anche nelle equazioni generatrici relative alle misure di
distanze, il termine noto costituito dalla misura della distanza in forma bruta. Non possiamo

*
) Si utilizza questa espressione illustrata nel capitolo I, al paragrafo 3.6
m
P
m
P
m
P
m
li
i
1
P1
2 i
2
P2
2 i
m
Pm
2
t
|
.

`
,
+
|
.

`
,
+ +
|
.

`
,

f f f
0
2
0
2
0
2
...
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Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 157
per considerare tutte le equazioni di questo tipo automaticamente ridotte allo stesso peso
perch gli e.q.m. di misure di distanze effettuate con il distanziometro elettronico, non possono
essere considerate sempre costanti. Nel caso generale infatti l'e.q.m. di una distanza misurata
con distanziometro elettronico dato dalla relazione
m
d
= t (k
1
+ k
2
d ) (13)
in cui il primo addendo fisso e l'altro invece proporzionale alla distanza misurata secondo
un coefficiente k
2
che dell'ordine di 10
-6
.
Tuttavia la (13) vale per distanziometri che hanno portata geodetica; a noi invece interessano
distanziometri con portata topografica cio che sono in grado di misurare direttamente distanze
di 3 km al massimo. Per tali distanziometri l'e.q.m. della misura pu essere invece espresso
dalla relazione :
m
d
= t k
1

dove k
1
per la maggior parte degli strumenti compreso fra mezzo centimetro e un centimetro.
Possiamo pertanto dire che anche le equazioni (12) sono gi automaticamente ridotte alla
stesso peso.
Questa asserzione potrebbe eventualmente non essere vera solo se le distanze misurate
fossero di entit molto diversa fra di loro, perch allora bisognerebbe tenere conto del fatto
che le distanze pi lunghe danno un maggior contributo di stabilit geometrica alla
triangolazione; ad esempio se osserviamo la figura 11 in cui si suppone si siano misurate le
distanze d
1
, d
2
, d
3
si pu intuire che ai fini del dimensionamento della rete la misura d
3
ha
minor importanza delle misure d
1
e d
2
,
E
N
d
1
d
3
d
2

figura 11

Questo caso per del tutto eccezionale e non lo prendiamo in considerazione perch ci
obbligherebbe a fare un ulteriore discorso sulla metodologia di attribuzione dei pesi.


3.2.2 Generalizzazione del problema

L'esempio fatto si riferisce ad un caso molto semplice; volendo invece porre il caso generale
occorrer considerare il problema in questi termini .
Si abbiano: m
1
punti di coordinate note
m
2
punti di coordinate incognite
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pagina 158
Si siano effettuate: n
1
misure di angoli
n
2
misure di distanze
Innanzitutto dovr essere: n
1
+n
2
> 2 m
2

affinch si possano avere pi equazioni che incognite nel sistema di equazioni generatrici.
Le n
1
misure angolari consentiranno descrivere n
1
equazioni del tipo (5); in questo tipo di
equazioni potremo avere 2, 4 o 6 incognite a seconda che le due direzioni che definiscono
l'angolo misurato colleghino rispettivamente :
un punto incognito e due noti
due punti incogniti e uno noto
tre punti incogniti
Le n
2
misure di distanze consentiranno di scrivere n
2
equazioni di tipo (8); in questo tipo di
equazione potremo avere 2 o 4 incognite a seconda che la distanza sia stata misurata fra :
un punto noto ed uno incognito
due punti incogniti.
Il procedimento sopra descritto viene eseguito di regola mediante un apposito programma di
calcolo elaborato su calcolatore elettronico.
Esistono in commercio vari programmi che possono servire allo scopo; in genere possiamo
dire che essi utilizzano come dati di input i seguenti:
Dati generali e cio :
il numero dei punti incogniti,
il numero dei punti noti,
il numero delle equazioni che consentono al programma stesso di dimensionare il
problema e liberare lo spazio di memoria necessario;
dati relativi ai vertici e cio :
il numero di identificazione di ciascun punto e le relative coordinate,
l'indicazione se il punto sia noto (e quindi le sue coordinate non debbano essere
compensate) oppure incognito (e quindi con coordinate approssimate da
compensare in fase di calcolo);
dati relativi alle misure angolari e cio :
il numero di identificazione dei tre punti che definiscono ciascun angolo misurato
(punto di stazione e punti collimati)
le misure angolari relative;
dati relativi alle misure di distanze e cio :
il numero di identificazione dei punti fra i quali sono state misurate le distanze
le distanze relative.
In base a questa serie di dati il programma determina i valori delle coordinate compensate e i
relativi scarti quadratici medi sfruttando il principio dei minimi quadrati, che stato descritto
precedentemente.


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pagina 159
3.3 Intersezioni.

Le operazioni mediante le quali si infittisce la rete dei punti noti della triangolazione di base
sono l'intersezione in avanti multipla e l'intersezione inversa multipla.


3.3.1 Intersezione in avanti.

Spieghiamo prima che cos' l'intersezione in avanti semplice.
E
N
d
A
B
P

b
(AP)
(AB)


figura 12
Da due punti A e B di coordinate note si eseguono le letture al cerchio orizzontale del
teodolite, in particolare
dal punto A si effettuano le letture L
AP
e L
AB

dal punto B si effettuano le letture L
BA
e L
BP

Si ricavano: = L
AB
-L
AP
= L
BA
-L
BP

La distanza d tra i due punti nota: ( ) ( ) d E E N N
B A B A
+
2 2
, quindi possibile
ricavare b:
b d
sen
sen

essendo = - -
Noto b si avr:
N N b
P A P
+ cos essendo
P
=
AB
-
E E bsen
P A P
+ e
AB
=

arctg
E E
N N
B A
B A

Il metodo esposto quello classico dell'intersezione in avanti semplice.
Per se commettiamo un errore nelle letture al cerchio e quindi un errore in o in , non
abbiamo modo di accorgercene.
Dal momento, invece, che i nostri punti di appoggio devono essere degni del migliore
affidamento, dovremo ricorrere sempre all'intersezione in avanti multipla:
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
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pagina 160
E
N
P
A
1
A
2

3
A
3

4
A
4

1


figura 13

Lo schema scolastico di questa operazione rappresentato dalla figura precedente e cio: da
n punti di coordinate note, si collima tante volte il punto P in modo da avere misure
sovrabbondanti.
Per ritornare allo schema di calcolo della triangolazione occorre procedere in questo modo: si
ricavano graficamente, sfruttando due sole misure (ad esempio
1
,
2
) le coordinate
approssimate del punto P.
Si possono quindi scrivere equazioni generate del tipo (7) e calcolare i valori finali delle
coordinate di P seguendo l'algoritmo delle osservazioni indirette come descritto al paragrafo
3.2.
E' chiaro che l'intersezione multipla in avanti richiede di fare stazione in pi punti noti, dai quali
si collima il punto incognito.


3.3.2 Intersezione inversa.

Lo schema dell'intersezione inversa quello riportato nella figura seguente.

E
N
P
A
A
A

1
1
2
2
3


figura 14

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
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pagina 161
Dal punto P incognito si collimano almeno tre punti noti; ci sarebbe un metodo di calcolo per
ricavare le coordinate di P,in funzione delle coordinate di A
1
, A
2
, A
3
e degli angoli
1
,
2
,
ma a noi non interessa perch anche l'intersezione inversa deve essere multipla per controllare
la precisione delle coordinate di P; quindi il nostro schema sar sempre quello della figura
seguente.

E
N
P
A
A
A

1
1
2
2
3

A
An
s


figura 15

Per il calcolo si deve procedere in questo modo.
a) Si determinano per via grafica delle coordinate di P sfruttando tre letture, con il metodo
della carta trasparente.
Questo metodo consiste nel riportare tre semirette uscenti da un punto O su un foglietto di
carta trasparente; quindi si sovrappone tale foglietto al foglio parametrato sul quale sono
riportati i punti A
1
, A
2
.... A
n
e si fa in modo che le semirette si sovrappongano ad A
1
, A
2

, A
3
; quando si riusciti nell'impresa (piuttosto agevole), la posizione del punto O va
riportata sul foglio parametrato e fornisce le coordinate approssimate di P.
O


1
2

b) Si procede con il calcolo analitico come per l'intersezione multipla in avanti (par. 3.3.1.).
L'intersezione inversa pi economica di quella in avanti perch si fa stazione solo sul
punto incognito anzich su tutti i punti noti; il punto P scelto in posizione comoda per farvi
stazione, mentre i punti noti potrebbero presentare la riguardo delle difficolt.
L'intersezione in avanti da, per, risultati migliori, cio pi rigida, a parit di precisione
nelle misure.
Di solito le ditte che fanno rilievi preferiscono eseguire intersezioni inverse; bisogna allora che
esse siano appoggiate su tanti punti (almeno cinque) in modo che sia bene valutabile l'errore
con cui vengono determinate le coordinate di P.

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pagina 162
3.3.3 Osservazione importante sulla questione rete di base punti di infittimento.

Ci si potrebbe chiedere: perch se il tipo di misure e il metodo di calcolo della rete di base e
quello dei punti di infittimento lo stesso, non si considerano anche i punti di infittimento come
vertici della triangolazione di base e non si calcola tutto insieme?
I motivi di tenere separate le due operazioni sono i seguenti:
se la rete troppo complessa, nel caso si sia commesso qualche errore di misura difficile
andarlo ad individuare, perch l'effetto di tale errore viene ripartito su pi vertici e quindi
meno evidente il punto che incriminato;
la precisione delle due categorie di punti diversa e quindi anche dando un peso diverso
alle equazioni relative ai vertici di base ed a quelle relative ai punti di infittimento difficile
ottenere un risultato ottimo, nel senso che il calcolo per minimizzare gli scarti nei punti di
infittimento, fa introdurre degli errori nei punti della rete di inquadramento.
i vertici della triangolazione di base devono essere materializzati meglio dei punti di
infittimento perch devono rimanere nel tempo e consentire quindi eventuali il riferimento
per rilievi successivi; i punti di infittimento hanno invece un carattere pi provvisorio.


3.4 Poligonali.

Al termine del rilievo svolto per mezzo delle triangolazioni e delle intersezioni, possibile dare
una rappresentazione dei punti rilevati. Ad esempio, mediante un plotter o su un video grafico,
possiamo vedere la posizione di tali punti.

Comune di .....
E
N

vertici trigonometrici
punti di infittimento


figura 16
Nel caso di una cartografia a grande scala la distanza media tra tali punti sar,come gi detto
di circa 1 o 2 km.
Per eseguire il rilievo di dettaglio occorre invece disporre di un reticolato di punti noti la cui
distanza media sia di circa 100 m.

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 163
M
E
N
N
G
H
L
S
R
A
F
P

figura 17
Le metodologie del rilievo di dettaglio consentono infatti elevata rapidit ed economia di
esecuzione delle misure e sufficiente precisione, soltanto se si opera in un raggio di 100 metri
dal punto di stazione dello strumento. Operando quindi dai soli punti della rete di
inquadramento non si potrebbe rilevare tutto il territorio oggetto della cartografia. Perch sia
invece possibile il rilievo di dettaglio, cio la determinazione di ciascun punto comunque
collocato sul terreno, occorrer provvedere ad infittire la rete dei punti di appoggio, in modo
cio che la distanza fra essi diventi tale che i cerchi tracciati nel modo visto prima (e che
esemplificano il campo d'azione del tacheometro) coprano tutto il territorio da rilevare.
Per raggiungere questo scopo si scelgono opportunamente sul terreno dei nuovi punti e se ne
determinano le coordinate con un'operazione topografica che si chiama poligonale.


3.4.1 Poligonale semplice.

Col termine di poligonale semplice intendiamo quelloperazione topografica mediante la quale
si determinano le coordinate dei punti intermedi di una spezzata formata da n lati e il cui primo
e ultimo punto coincidono con due punti della rete di infittimento.
Lo schema operativo della poligonale semplice consiste nel determinare le coordinate dei suoi
vertici intermedi mediante la misura delle loro distanze reciproche e degli angoli formati dai
segmenti che li congiungono.
Per fare una poligonale tra due punti M e N della rete di inquadramento occorre pertanto, in
primo luogo, scegliere sul terreno e materializzare i punti A, B, C, D, E, F che ne
costituiscono i vertici.
E' bene osservare che, poich questi punti devono rimanere solo per il tempo della
realizzazione del rilievo, la loro materializzazione avverr:
in territorio urbano, infiggendo degli speciali chiodi nel manto stradale o in altri manufatti
in territorio extraurbano (campagna), con semplici picchetti in legno infissi nel terreno.
Materializzati i vertici , si procede alla misura degli angoli e delle distanze.
La poligonale semplice pu essere ordinaria se le misure angolari vengono eseguite con il
tacheometro e la lunghezza dei lati viene determinata con metodo tacheometrico; in questo
caso si pone in stazione lo strumento su ciascun vertice, mentre sui due adiacenti si collocano
delle stadie.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 164
Si eseguono le letture alla stadia e quelle ai cerchi orizzontale e verticale, e si ricavano:
gli angoli azimutali dalla differenza delle letture al cerchio orizzontale
le distanze con il metodo della misura indiretta (v. Cap. II punto 11.1)
i dislivelli mediante la formula della livellazione tacheometrica (v. Cap. V, punto 4.3).
La poligonale semplice sar invece di precisione se le misure angolari vengono eseguite con il
teodolite e le misure di distanza vengono fatte mediante distanziometro elettronico. Ad
esempio, utilizzando una stazione totale, al posto delle stadie si collocheranno dei prismi
riflettenti. Per ogni lato della poligonale la distanza reali sar misurate in modo diretto e da
questa, in funzione dellangolo zenitale, si ricaver la distanza topografica tra i due punti che
costituiscono gli estremi del lato e, mediante la formula semplificata della livellazione
trigonometrica (v. Cap. V punto 4.2.4 formula (9)), il dislivello tra i due punti.

M
N
A
B
C
D
E
F
L
E
N
(ML)
(MA)

(AB)

a
b

figura 18
Il calcolo della poligonale viene eseguito partendo dal punto iniziale di coordinate note e
applicando semplici formule di trigonometria piana.
Con riferimento alla figura 19, si operer come segue:
N
A
= N
M
+ a . cos (MA) essendo (MA) = (ML) +
E
A
= E
M
+ a . sen (MA)
Allo stesso modo
N
B
= N
A
+ b . cos (AB) dove (AB) = (MA) + + - 2
E
B
= E
A
+ b . sen (AB)

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 165
E
E
N
N
M
A
L
M
A
B
a
b

(MA)
(ML)
(AB)
figura 19

Proseguendo in tal modo si completa l'operazione di rilievo, giungendo a trovare le coordinate
dell'ultimo vertice N.
Esse, per, sono gi note per il fatto che N , a sua volta, un punto della rete di
inquadramento.
Il confronto delle coordinate di N, calcolate mediante le coordinate di M e le misure fatte
nell'esecuzione della poligonale, con quelle gi note, permette di giudicare la bont delle misure
effettuate e garantisce che la posizione dei punti A, B, C, ecc. (cio dei vertici della poligonale)
sia stata ben determinata.
Consideriamo la figura 20 che segue, nella quale si indicata la posizione vera dei vertici con
A, B, ecc. e con A, B, ecc. quella che risulta in funzione delle misure eseguite.
M
A
B
C
D
E
F
N
L
E
N
A'
B'
C'
D'
E'
F'
N*


figura 20

Supponiamo che il punto N sia finito, una volta risolta la poligonale, nella posizione N* (figura
20). Per valutare se la differenza di posizione S tra N e N*, che prende il nome di errore di
chiusura laterale, sia accettabile, ci si basa su un criterio empirico, e cio: si valuta quale sia
le.q.m. di determinazione di un vertice della poligonale rispetto al precedente preso come
riferimento in funzione della precisione con cui si misurano gli angoli e le distanze; detto m
p

tale e.q.m. lerrore di chiusura laterale dovr risultare:
S < 3 . m
p
n
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 166
dove n il numero dei lati della poligonale.
Ad esempio: se le.q.m. nella determinazione di un punto di t.2 cm e la poligonale
composta da 16 vertici (escludendo quello iniziale e includendo quello finale) lerrore di
chiusura laterale dovr risultare inferiore a 24 cm.
Se lerrore di chiusura laterale risulta accettabile si provvede ad una compensazione
empirica della poligonale, che consiste nel ripartire lerrore di chiusura in modo proporzionale
su tutti i vertici.
Sia n il numero dei lati della poligonale, e quindi anche quello dei vertici successivi a quello di
partenza; siano E
i
*
e N
i
*
le coordinate del vertice i-esimo non compensate; siano inoltre:
S E E
S N N
E N
*
N
N N
*
N



le componenti sui due assi E e N dellerrore di chiusura laterale S; sia ancora l
i
la lunghezza
del lato i-esimo della poligonale.
Le coordinate compensate E
i
e N
i
del vertice i-esimo saranno date dalle relazioni:
E E l
S
l
i
*
i
E
i
i 1
n
i

N N l
S
l
i
*
i
N
i
i 1
n
i


Esiste anche il modo di valutare lerrore di chiusura angolare di una poligonale, che qui non
prendiamo in considerazione.
Sono sconsigliabile poligonali costituite da un numero elevato di lati (superiore a dieci, per
intenderci) dal momento che sarebbe da temere una sensibile propagazione degli errori di
misura, dovuto al fatto che un errore commesso su un lato o su un angolo si ripercuote su tutti i
lati successivi.


3.4.2 Rete di poligonali.

Oltre allo schema della poligonale semplice si pu avere lo schema della rete di poligonali;
questo caso si verifica quando una o pi poligonali semplici hanno punti intermedi in comune,
come indicato nella figura che segue.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 167
Nella figura con A, B, C, D si
sono indicati i punti della rete di
inquadramento, e con P
1
e P
2
i
punti in comune tra le poligonali.
In pratica, nellesempio riportato in
figura, possiamo considerare di
avere tre poligonali semplici: una
che va da A a B, una che va da B
a P
1
, ed una che va da D a P
2
. Nel
loro complesso le tre poligonali
formano una rete di poligonali in
cui P
1
e P
2
sono i punti comuni.
Quando si ha il caso della rete di
poligonali occorre effettuare un calcolo approssimato delle poligonali, scomponendo la rete in
poligonali semplici e risolvendole in un qualsiasi ordine di priorit; quindi si deve procedere ad
una compensazione rigorosa utilizzando lo stesso programma di calcolo usato per la
compensazione delle reti di inquadramento.
Ad esempio, con riferimento alla figura precedente, si pu prima procedere la calcolo della
poligonale A-C; quindi assumendo come dato noto le coordinate di P1 e di P2 ricavate dal
calcolo della poligonale A-C si calcolano le poligonali B-P
1
e D-P
2
; quindi si compensa la
rete assumendo come coordinate approssimate dei vertici delle poligonali quelle
precedentemente calcolate; anche le coordinate precedentemente calcolate per P
1
e per P
2
vengono considerate coordinate approssimate.


3.5 Celerimensura.

Costituisce l'ultima fase del procedimento di rilievo, in quanto, con essa, si individuano i punti
di dettaglio.
Come si appena visto, il foglio su cui viene tracciata la carta presenta ormai punti di
coordinate note distanti non pi di 100 - 200 metri; si tratta appunto dei vertici di poligonale
che vengono a costituire la rete di appoggio del rilievo di dettaglio o celerimetrico.
Facendo stazione sui vertici delle poligonali si rilevano per coordinate polari tutti i punti da
riportare in cartografia:
Come nel caso delle poligonali, le misure potranno essere eseguite con tacheometro e stadia o
con stazioni totali e prismi riflettenti, a seconda della precisione che si vuole ottenere e anche in
funzione della rapidit ed efficienza che si vuole conseguire. Non dimentichiamo infatti che
luso della stazione totale o di strumenti analoghi consente la misura automatica di angoli e
distanze e la loro registrazione su supporti elaborabili direttamente da personal computer.
Quindi luso di strumenti moderni pu essere consigliabile non solo per conseguire pi elevate
precisioni, ma anche per rendere il rilievo di dettaglio pi economico.
Supponendo allora di avere come rete di appoggio la poligonale rilevata precedentemente,
poniamoci con il tacheometro sul punto C (vertice di poligonale).
A
B
C
D
P
P
1
2


figura 21

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 168
B
C
D
d
d
d
d
d

1
2
3
4
5
1
2
3
4
5
2
3
4
5
1

figura 22
Supponendo di dover effettuare il rilievo dell'edificio tratteggiato in figura, si misurano gli angoli
azimutali
1
,
2
,
3
,
4
,
5
per la misura dei quali si considerata come direzione di
riferimento il lato di poligonale precedente CB, si misurano le distanze d
1
, d
2
, d
3
, d
4
, d
5
e i
dislivelli
C1
,
C2,.........

In base a tali misure e alle coordinate dei vertici B e C della poligonale, si determineranno le
coordinate dei punti 1, 2, 3, 4, e 5.
Per quanto riguarda laltimetria, dove il terreno presenta un cambiamento di pendenza, si
determina la quota di un punto al suolo; linsieme di questi punti, per i centri urbani, costituisce
laltimetria della carta. In territorio extraurbano, specialmente se collinare o montuoso, i punti
quotati rilevati dovranno consentire di tracciare le curve di livello.
Nell'eseguire il rilievo di dettaglio bisogna avere cura di scegliere convenientemente i punti da
riportare poi sulla carta, in modo che essi diano, sia come numero, sia soprattutto, come
accorta distribuzione, un'idea efficace e convincente dell'effettivo andamento planimetrico e
altimetrico del terreno.


3.6 Considerazioni sul rilievo cartografico col metodo topografico.

E importante sottolineare, a conclusione di questo argomento, quanto sia onerosa la
costruzione di una cartografia con il metodo topografico. Consideriamo a titolo di esempio una
delle possibili procedure operative.
In genere una squadra che effettua il rilievo si compone di un caposquadra, di un operatore
allo strumento di misura e di un secondo operatore che posiziona la stadia o il prisma sui punti
da collimare. Mentre loperatore allo strumento mette in stazione lo strumento sul vertice di
poligonale, il caposquadra traccia rapidamente uno schizzo della parte di territorio da rilevare
da quel vertice; quindi, quando loperatore che effettua le misure pronto, manda loperatore
con la stadia (o il prisma) su un punto da rilevare, viene fatta la misura, e cos via fino a che
sono stati rilevati tutti i punti da collimare da quel vertice di poligonale:
Quindi si cambia vertice di poligonale e cos via.
Naturalmente ci devono essere buone condizioni atmosferiche. Inoltre se si in citt si
ostacolati dal traffico; se si in campagna si ostacolati dalle accidentalit del terreno nello
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 169
spostarsi e dalla vegetazione che impedisce la collimazione della stadia o del prisma dal punto
di stazione. E cos via.
Quanto sopra per far vagamente comprendere che i problemi del rilievo topografico non
stanno nellesecuzione dei calcoli, che peraltro sono anchessi lunghi e laboriosi, ma
soprattutto nella fase di esecuzione delle misure.
Si deve inoltre considerare che una Ditta che lavora in questo settore dovr inviare i suoi
operatori a lavorare in localit distanti dalla sua sede; questo implica costi di albergo e di
trasferta per gli operatori e quindi costi rilevanti per lo svolgimento del lavoro. Questo
ovviamente un discorso che nulla ha a che fare con gli aspetti tecnici e scientifici
dellargomento, ma bisogna invece tener presente che nel mondo del lavoro molte volte gli
aspetti economici determinano le scelte tecniche.
E a causa di questi elevati costi (e lunghi tempi) di esecuzione che i rilievi cartografici vengono
oggi di regola eseguiti col metodo fotogrammetrico, mentre il rilievo topografico viene usato
solo per scopi particolari, come indicato allinizio del Capitolo.

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 170
4 Rilievo altimetrico.

4.1 Livellazione geometrica.

4.1.1 Premessa.

La livellazione geometrica un'operazione che consente di misurare la differenza di quota, o
dislivello, fra i punti della superficie fisica della terra.
La livellazione geometrica pu essere ordinaria o di precisione.
I casi tipici in cui si utilizza la livellazione ordinaria sono:
a) determinazione delle quote dei punti di inquadramento altimetrico di rilievi a grande scala
effettuati sia con metodo topografico sia fotogrammetrico;
b) integrazione altimetrica di rilievi fotogrammetrici a grande e media scala di carattere
speciale;
c) rilevamento di tracciati di opere di ingegneria (strade, ferrovie, canalizzazioni, ecc.).
Si adotta invece generalmente la livellazione di precisione:
a) per la determinazione delle quote dei caposaldi di livellazione della rete generale di
inquadramento altimetrico;
b) per valutare assestamenti del suolo che coinvolgono aree molto estese (decine o centinaia
di km);
c) per il controllo di grandi strutture;
d) per il controllo dell'orizzontalit dei grossi impianti industriali.


4.1.2 Principio del metodo.

Per determinare il dislivello fra due punti A e B mediante livellazione geometrica, si ricorre al
livello che, come vedremo al paragrafo successivo, deve soddisfare essenzialmente la sola
condizione di poter disporre orizzontale l'asse di collimazione del cannocchiale in qualsiasi
direzione si effettui il puntamento.
Lo schema della livellazione geometrica il seguente:
A
B
s
q
q

A
AB
B

figura 4.1.2.-1
Si considerano due punti A e B distanti circa 100 m. A tale distanza le verticali passanti per i
due punti possono essere considerate parallele e la superficie di riferimento delle quote
perci assimilabile ad un piano orizzontale perpendicolare alle verticali stesse (vedi cap. III).
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 171
Il dislivello fra i punti A e B sar la differenza fra le distanze dei punti A e B della superficie di
riferimento s .
Per misurare il dislivello si procede nel seguente modo:
1) Si dispone una stadia graduata su ciascuno dei punti A e B.
Le pi comuni stadie verticali sono stecche di legno lunghe 3 m e larghe circa 10 cm .
Recano generalmente una graduazione in cm la cui origine il punto di appoggio sul
terreno. Collimando la stadia e facendo la lettura ad un tratto orizzontale del reticolo si
leggono i dm, si contano i cm e si stimano i millimetri (vedi figura 4.1.2.-2).
Le stadie vengono disposte secondo la verticale con l'ausilio di una livella sferica montata
su ciascuna di esse dalla parte opposta rispetto alla graduazione.
9
1
2
0
8

figura 4.1.2.-2
2) Si rendono verticali le stadie centrandole con le livelle sferiche montate su di esse;
3) si fa stazione con il livello su un punto O equidistante da A e B, ma non necessariamente
allineato con essi;
A
B
O
AO=OB

figura 4.1.2.-3

4) si collima dapprima la stadia posta in A, avendo resa orizzontale la linea di mira del livello
con l'ausilio della livella di precisione posta sul livello stesso (vedi paragrafo successivo) e si
esegue la lettura L
A
; si ruota quindi il cannocchiale sino a collimare la stadia posta in B, si
ricentra la livella e si esegue la lettura L
B
.
Il dislivello sar allora:

AB
= L
B
- L
A

perch le visuali realizzate collimando le stadie in A ed in B sono orizzontali e perci parallele
alla superficie di riferimento.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 172
Quando si deve misurare il dislivello fra punti la cui distanza sia superiore ai 100 m o fra punti
non visibili fra loro si eseguono pi battute di livellazione.
Si divide cio la loro distanza in tratti per ciascuno dei quali si esegue una battuta dal mezzo.
A
B

AB

3
2
4
5
1
superficie di riferimento delle quote


figura 4.1.2.-4
La misura del dislivello risulta:

=
1
+
2
+ ......
n
4.1.2.(1)


4.1.3 Descrizione del livello.

Il livello costituito da una piastra di base che parte dello strumento stesso.
Nella base sono prigioniere le tre viti calanti che sono collegate superiormente ad un collare su
cui si innesta un'alidada ridotta libera di ruotare intorno all'asse del collare stesso.
All'alidada collegato un cannocchiale mediante un sistema costituito da una cerniera e da una
speciale vite calante (vite di elevazione).
Questo tipo di collegamento consente al cannocchiale di ruotare di angoli molto piccoli nel
piano verticale.
Sul cannocchiale poi montata una livella torica a coincidenza.
La condizione di rettifica richiesta per il livello che la tangente centrale sia parallela all'asse di
collimazione del cannocchiale.
In fase costruttiva si centra l'asse di collimazione con particolari dispositivi ottici (i collimatori);
viene poi centrata, sempre in laboratorio, la livella agendo sulle sue viti di rettifica.
Si realizza cos la condizione che ad asse di collimazione orizzontale sia orizzontale anche la
tangente centrale della livella.
In fase operativa allora, tutte le volte che verr centrata la livella, sar garantita l'orizzontalit
dell'asse di collimazione.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 173
oculare di osservazione della
livella a coincidenza
vite di elevazione
viti calanti
L
L
R
L 1
2
3
lente di messa a fuoco
lente oculare
reticolo
lente obbiettiva
L
L
L
1
2
3
R
R


L
1
R
3
L
2
L

figura 4.1.3-1
Dovendo quindi determinare con lettura dal mezzo il dislivello fra due punti, si mette in stazione
lo strumento dapprima con la livella sferica (anch'essa montata sul livello ) che consente di
arrivare a disporre l'asse di collimazione con una deviazione dall'orizzontale tale da rientrare
nel campo di sensibilit della livella torica; si centra quindi la livella torica con la vite di
elevazione e si procede finalmente alla lettura delle stadie.
Naturalmente per il livello, come per il teodolite, le condizioni ideali di rettifica non possono
essere realizzate costruttivamente, soprattutto non si mantengono indefinitamente con l'uso
dello strumento e quindi la tangente centrale non sar generalmente parallela all'asse di
collimazione in maniera assoluta.
Questa srettifica comporta l'insorgere di errori di misura.
A
B
L
L
AB
1

0

figura 4.1.3.-2
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 174
Nella determinazione del dislivello

infatti, se collimiamo la stadia in B avendo posizionato


lo strumento in A (vedi figura 4.1.3-2) si nota che l'errore di srettifica fa s che si legga il valore
L
1
invece del valore L
0
.
Se ci poniamo per con lo strumento ad eguale distanza dai due punti ed eseguiamo la lettura
dal mezzo, poich l'errore di srettifica pu essere ritenuto costante nel breve arco di tempo
necessario per eseguire le misure e poich le distanze fra punto e stadie sono uguali, l'errore di
lettura sar uguale per ambedue le stadie.
A
B


Nel calcolare il dislivello per differenza tale errore sar quindi eliminato.
La metodologia operativa della lettura dal mezzo consente dunque di correggere piccoli errori
di srettifica.
Ogni volta che si deve eseguire una lunga livellazione o comunque una livellazione che deve
essere accurata, bisogna verificare l'effettivo stato di rettifica dello strumento. Si effettua allora
una prova consistente nel misurare il dislivello fra due punti A e B mediante una battuta dal
mezzo e una battuta eccentrica (figura 4.1.3-3).
A
B


figura 4.1.3.-3

Se i valori del dislivello misurati con le due diverse metodologie coincidono, o differiscono
della stessa entit della precisione intrinseca dello strumento, allora lo strumento pu
considerarsi rettificato; se la differenza fra i valori determinati notevole si pu valutare, in
base ad essa, l'entit della srettifica strumentale ed eventualmente correggerla, se si capaci, o
comunque portare lo strumento in officina a farlo rettificare.


4.1.4 Livelli ordinari e livelli di precisione: precisioni conseguibili

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Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 175
Nell'errore di determinazione di un dislivello concorrono errori dovuti a cause diverse
(meccanica dello strumento, precisione della livella, ecc.); tuttavia la causa fondamentale
l'errore di stima che si commette, dal momento che possibile leggere direttamente sulle stadie
solo il cm.
Poich l'errore di stima generalmente del decimo dell'intervallo di suddivisione, ogni lettura
sar affetta da un e.q.m. di t 1 mm.
Ci comporta che, su una battuta di 100 m, con letture affette da t 1 mm di errore, l'e.q.m. di
determinazione del dislivello risulti t 1 2 .
Tale errore preponderante rispetto a quelli generati dalle srettifiche strumentali. Occorrer
quindi studiare la possibilit di eliminare l'operazione di stima.
Notiamo che non si pu procedere semplicemente effettuando una suddivisione pi fine delle
stadie perch, alla distanza a cui esse sono generalmente poste, tale suddivisione non sarebbe
pi possibile, se non con cannocchiali molto potenti e, anche in questo caso, il filo del reticolo,
ingrandito notevolmente, coprirebbe comunque alcuni tratti di suddivisione.
Si procede invece aggiungendo al livello il dispositivo di lastra pianparallela che costituito
da una lastra a facce parallele che ha la possibilit di ruotare intorno ad un asse orizzontale
perpendicolare all'asse di collimazione.





figura 4.1.4.-1

Supponiamo che l'asse di collimazione segni sulla stadia una posizione intermedia fra due
tacche. La rotazione della lastra pianparallela offre la possibilit di deviare, come in figura
4.1.4.-1, il percorso ottico; ruotando cio la lastra si vede l'immagine della tacca sulla stadia
scendere ( o salire ) sino a portarsi sul filo medio del reticolo. Lo spostamento sul piano
verticale proporzionale alla rotazione della lastra.
La rotazione della lastra pianparallela viene realizzata nel seguente modo (vedi figura 4.1.4.-2).
Si ruota una manopola alle cui estremit fissato un ingranaggio che innestato in una
cremagliera incisa su un'asticella; la rotazione dell'ingranaggio provoca la traslazione
dell'asticella; questa asticella incernierata, ad una estremit, ad un dispositivo che trasforma il
suo movimento di traslazione in un movimento rotatorio della lastra pianparallela; inoltre
all'altra estremit porta una scaletta in vetro con una graduazione che va da 0 a 100.

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 176

figura 4.1.4.-2
L'immagine della scaletta viene portata da un dispositivo a prisma su un vetrino con un
traguardo di lettura, osservabile da apposito oculare.
Il dispositivo quindi provoca contemporaneamente la traslazione dell'immagine della
graduazione sul vetrino e la rotazione della lastra pianparallela; a sua volta la rotazione della
lastra pianparallela provoca la traslazione dell'immagine della stadia sul reticolo del
cannocchiale vero e proprio del livello.
Il tutto costruito e tarato in modo che, quando il movimento dell'asticella fa scorrere
l'immagine della graduazione da 0 a 100 sul vetrino, la rotazione della lastra pianparallela
provoca la traslazione di 1 cm di graduazione alla stadia sul reticolo del cannocchiale.
Potremo pertanto leggere il cm sulla stadia e le sue frazioni sul micrometro della lastra
pianparallela. L'e.q.m. di lettura sar pertanto t
1
100
del tratto graduato.
Naturalmente quando si adotta un livello cos preciso da essere corredato dal dispositivo di
lastra pianparallela, sar indispensabile prevedere l'uso di stadie particolari indeformabili, nelle
quali la graduazione incisa su un nastro di invar; le comuni stadie di legno sarebbero infatti
facilmente soggette alle deformazioni causate da variazioni di temperatura, umidit, ecc. .
Lo schema delle stadie di precisione il seguente: il nastro di invar che porta una graduazione
al mezzo centimetro saldamente vincolato solo alla parte inferiore del supporto esterno ed
montato superiormente con un dispositivo a molla in modo tale da rimanere comunque in
posizione fissa anche per avvenute deformazioni del supporto.




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Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 177
4.1.5 Come valutare la precisione conseguibile nelle operazioni di livellazione
geometrica

Consideriamo la relazione
AB
= L
B
- L
A

L'e.q.m. del dislivello per ogni battuta si ricava sfruttando la relazione gi descritta al cap. I
1

m

L
m

L
m
AB
A
LA
2 AB
B
LB
2


t
|
.

`
,
+
|
.

`
,

2 2

Le letture L
A
ed L
B
sono eseguite con la stessa accuratezza e perci
m
LA
= m
LB
= m
L

m 2 m m
L
2
L
t t 2
Con m
L
viene indicato il generico e.q.m. di stima della lettura alla stadia; il suo valore t
1
10

dell'intervallo di suddivisione della graduazione; se la stadia graduata al cm
m
L
= t 1 mm
m m 1 mm
L
t t 2 2 1,4
Se per la misura del dislivello fra due punti sono necessarie n battute di livellazione, l'e.q.m. del
dislivello sar
m m m ...+m
DAB
2
n
+ +
1
2
2
2 2

Poich le battute vengono assunte di lunghezza uguale
m n m m n m
AB
2
AB
t
2

Se consideriamo ad esempio una livellazione ordinaria di 10 battute, si ha un e.q.m.
m 10 mm = 4,47 mm mm
AB
t t 1 4 5 ,4 ,
Se consideriamo di operare con stadie di 3 m, il massimo dislivello misurabile ad ogni battuta
sar di circa 2..50 m e quindi il dislivello massimo misurabile con 10 battute sar di circa 25
m.
A
B

3.00 metri
2.50 metri
3.00 metri


1
Si utilizza questa espressione illustrata nel capitolo I, al paragrafo 3.6
m

P
m

P
m

P
m
li
i
1
P1
2 i
2
P2
2 i
m
Pm
2
t
|
.

`
,
+
|
.

`
,
+ +
|
.

`
,

f f f
0
2
0
2
0
2
...
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 178
La precisione del metodo, intesa come rapporto fra sensibilit e massima quantit misurabile
sar allora:
t


4 5
1 8 10
3
,
,
mm
25 m

Quanto detto indica come la livellazione geometrica sia un'operazione veloce che consente il
conseguimento di precisioni notevoli con uno strumento, il livello, relativamente facile da usare
anche da operatori non altamente specializzati.


4.1.6 Livellazione geometrica di precisione.

Qualora occorrano precisioni di determinazione delle quote maggiori di quelle conseguibili con
il metodo della livellazione ordinaria, e cio volendo definire il piano del ferro di una ferrovia o
volendo controllare i cedimenti di una struttura in condizioni di carico ecc. , si adotta la
livellazione geometrica di precisione, per la quale si utilizza il livello di precisione
precedentemente descritto.
Con la livellazione geometrica di precisione si ottiene un e.q.m. nelle misure del dislivello di t 1
mm / km.
Poich l'e.q.m. di determinazione del dislivello di una livellazione geometrica ordinaria dovuto
essenzialmente all'errore di stima nella lettura alla stadia, in fase di livellazione geometrica di
precisione si adotteranno accorgimenti per rendere tale errore di ordine inferiore.
Il livello di precisione avr allora una meccanica pi precisa, un cannocchiale con possibilit di
maggiori ingrandimenti e soprattutto sar dotato del gi descritto dispositivo di lastra
pianparallela.
Sulla graduazione portata dal bottone che comanda il dispositivo di lastra pianparallela si legge
il centesimo della graduazione della stadia.
Le stadie adottate per la livellazione geometrica di precisione sono di tipo indeformabile a
nastro di invar recanti generalmente una graduazione al mezzo centimetro.
L'e.q.m. di ogni battuta sar quindi
m 2 mm = 0,07 mm

t t 0,05
Riferendoci, come per la livellazione geometrica ordinaria, al dislivello massimo misurabile con
10 battute, che dell'ordine dei 25 m, la precisione conseguibile con la livellazione geometrica
di precisione risulta
10
0

,07 mm
25 m
8,8 10
- 6








R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 179
4.1.7 Determinazione delle coordinate altimetriche nel rilievo topografico a grande e
media scala mediante livellazione geometrica.

Si consideri la figura 4.1.7.-1 nella quale si sono indicati con i caposaldi della livellazione
nazionale e l con i punti di cui si vogliono determinare le quote; questi punti potrebbero, ad
esempio, essere i vertici delle poligonali impostate per la costruzione della planimetria.
l
l
l
l
l
l
l

figura 4.1.7.-1
Per determinare le coordinate altimetriche dei punti si procede ad operazioni di livellazione
geometrica ripetendo l'andamento della poligonale e misurandone i dislivelli fra i vertici. Le
livellazioni potranno andare da un punto di quota nota ad un altro di quota nota, oppure
richiudersi ad anello.
Il controllo delle livellazioni che congiungono punti di quota nota (livellazione A-B in figura)
immediato, baster infatti verificare che la somma dei dislivelli parziali delle battute tra A e B
sia uguale alla differenza tra le due quote note Q
A
e Q
B
e cio

i
= Q
B
- Q
A
4.1.7.(1)
Un altro modo di controllare la bont dell'esecuzione di partire da un punto e richiudere ad
anello la livellazione su esso (livellazione B-B vedi figura 4.1.7.-1). Si controlla che la somma
dei dislivelli sia nulla e cio

i
= 0 4.1.7.(2)
Sia la 4.1.7.(1) sia la 4.1.7.(2) non saranno in genere soddisfatte ma presenteranno uno scarto
v detto errore di chiusura.
La valutazione dell'errore di chiusura permette di stabilire se l'operazione di livellazione sia
stata eseguita con l'accuratezza necessaria.
Viene infatti stabilito un errore di chiusura massimo ammissibile, tolleranza, dove m


le.q.m. di battuta del metodo di livellazione impiegato.
t =t m

. n . 3
Se dobbiamo eseguire una livellazione geometrica ordinaria di 20 battute, sapendo che m

% t
1,4 mm, possiamo avere una tolleranza pari a
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 180
t =t m

. 20 . 3 =t 1,4 mm . 20 . 3 = =t 18,79 mm
Se l'errore di chiusura supera tale valore limite, significa che l'operazione di livellazione non
stata svolta correttamente, cio affetta da errori grossolani. In tal caso occorre rieseguire la
livellazione.
Se invece l'errore di chiusura rientra nei limiti imposti dalla tolleranza si procede ad una
compensazione empirica distribuendo l'errore di chiusura sui dislivelli parziali.


4.1.8 Compensazione globale di un sistema a pi poligonali mediante il metodo delle
osservazioni indirette

Il metodo di compensazione empirica descritto risulta valido quando ci si trova nella
condizione di dover compensare un'unica poligonale od un unico anello di livellazione.
Quando invece si debba eseguire un rilievo in cui le livellazioni siano numerose e collegate fra
loro da punti comuni, il problema della compensazione non pu essere risolto semplicemente
compensando ciascuna poligonale separatamente secondo il metodo visto al precedente
paragrafo; infatti si introdurrebbe in questo caso come fattore del tutto arbitrario la priorit di
compensazione sulle diverse poligonali, il che comporterebbe l'impossibilit di compensare le
quote dei punti comuni gi compensate come appartenenti ad una poligonale, in base all'errore
di chiusura di un'altra.
Occorre quindi prendere in esame un metodo pi rigoroso per eseguire una compensazione
globale delle livellazioni che tenga conto di tutte le misure.
Verr applicato anche i n questo caso il metodo delle osservazioni indirette. Le incognite
saranno le coordinate altimetriche di quei punti su cui convergono pi anelli di livellazione; i
loro valori approssimati saranno anche in questo caso determinati sfruttando il numero di
misure strettamente necessario.
L'equazione generatrice che lega le incognite Q
i
alle quantit misurate
i

Q
i
- Q
i+1
-
i
= 0
Indicando con Q
i
i valori approssimati delle incognite e con q
i
le correzioni da apportare ad
essi per ottenere i valori finali, l'equazione generata risulta:
Q
i
+ q
i
- Q
i+1
- q
i+1
-
i
= v
i
4.1.7.(3)
o anche
q
i
- q
i+1
+(Q
i
-Q
i+1
-
i
)= v
i

che si presenta gi in forma lineare.
Nell'applicazione del metodo delle osservazioni indirette alla compensazione di pi poligonali,
occorre prestare particolare attenzione all'attribuzione di pesi diversi a equazioni relative a
poligonali diverse.
Consideriamo infatti lo schema in figura:
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 181
B
C
D
A

figura 4.1.7.-2
si sono eseguite livellazioni che hanno portato alla determinazione dei dislivelli:

AB
,
AC
,
D
,
BC
,
BD
,
CD

fra i punti A, B, C, D
In base a tali dislivelli devono essere determinate e compensate le quote dei punti suddetti.
Il sistema di equazioni generate per j=1,3, i=j+1,4 k=1,6
Q
i
- Q
i
-
ij
=v
k

q
i
- q
j
+(Q
i
-Q
j
-
ij
)= v
k
4.1.7.(4)
L'e.q.m. di un'equazione dipende essenzialmente dall'e.q.m. del termine noto: esaminiamo
dunque il termine noto della 4.1.7.(4).
In esso presente il dislivello
ij
che risulta dalla somma dei dislivelli parziali relativi alle
diverse battute che congiungono i punti i e j.
Ora, proprio perch i dislivelli fra i diversi punti vengono determinati con livellazioni
geometriche composte nelle quali di volta in volta diverso il numero di battute, poich l'errore
di determinazione del dislivello funzione della radice quadrata del numero di battute, ne
consegue che i dislivelli vengono determinati con precisioni diverse.
Esempio
Nellesempio di figura 4.1.7- 2
m m
AB
t 4

m m
BC
t 3

( m

l'e.q.m. di ogni singola battuta).


Il peso delle 4.1.7.(4) diverso.
Per omogeneizzarle realizzando la condizione che gli e.q.m. di ciascuna equazione
risultino uguali fra loro, si attribuisce un peso p
i
ad ognuna di esse.
In tal modo il risultato da conseguire non pi la minimizzazione della somma degli
scarti al quadrato v
i
2
=min, ma v
k
2
p
k
=min
Ciascun termine delle 4.1.7.(4) viene moltiplicato per il coefficiente p
k
che viene assunto
come
p
k
=
1
n
i, j

dove n
i, j
il numero di battute della livellazione composta operata fra i punti i e j.
Una volta attribuiti i pesi delle equazioni generatrici relative ai diversi punti la
soluzione dell'algoritmo delle Osservazioni Indirette si presenta semplificata rispetto al
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 182
caso generale perch le equazioni generatrici sono per questo tipo di problema gi in
forma lineare.
Il sistema normale si costruisce quindi in base alle 4.1.7.(3) e la sua soluzione fornisce le
correzioni da apportare ai valori approssimati delle incognite per ottenerne i valori
finali senza che occorra iterare il procedimento.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 183
4.2 La livellazione trigonometrica ( L. T. ).

4.2.1 Premessa.

Abbiamo gi detto alcune volte, e qui lo ripetiamo, che in queste dispense prendiamo in
considerazione le operazioni topografiche che vengono eseguite dai topografi per la
costruzione di carte topografiche a grande e media scala e sappiamo che le operazioni che a
tal fine un topografo esegue richiedono che egli debba collegare, in ogni singola operazione di
misura, punti la cui distanza reciproca non supera in genere i 5 km.
Anche nel trattare la livellazione trigonometrica (L.T.) ci metteremo in questa ipotesi, e
pertanto nell'esporre questo tipo di operazione potremo sostituire il geoide con la sfera locale.


4.2.2 Definizione di L. T.

La L.T. un'operazione topografica che permette di determinare la differenza di quota fra due
punti A e B mediante misure angolari eseguite con il teodolite; l'operazione richiede che sia
nota la distanza topografica tra i punti.
Purch la visuale tra i due punti sia libera, essi possono essere anche molto distanti fra loro
(qualche chilometro) e tra di essi pu esservi anche un forte dislivello (centinaia o anche
migliaia di metri).
Se eseguita con cura, questa operazione pu avere una discreta sensibilit e permette di
raggiungere un'elevata precisione (vedremo in seguito di quantificare queste espressioni).


4.2.3 Schematizzazione del problema.

Consideriamo la figura 4.2.3.-1. In essa sono rappresentati due punti:
A di quota nota q
A
, B di quota non nota q
B

q
v
C
A
A
T

CS
q
B
v
B

A R
d
fig. 4.2.3.-1

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 184
Per l'ipotesi fatta sulla distanza topografica d fra i due punti, che consideriamo inferiore od
uguale a 5 km, possiamo sostituire alla superficie di riferimento delle quote, che il geoide, la
sfera locale di raggio R
A
; ne segue che possiamo supporre le due verticali v
A
e v
B
, passanti
per A e per B rispettivamente complanari ed intersecantesi nel centro O della sfera locale.
Abbiamo detto inoltre che la visuale tra i due punti A e B deve essere libera, il che significa
che facendo stazione in A con un teodolite si deve poter osservare un segnale posizionato sul
punto B (nella figura il teodolite ed il segnale sono ovviamente rappresentati in una scala molto
maggiore di tutto il resto del disegno).
Con l'operazione di L.T. si determina in realt il dislivello tra il centro C
T
del teodolite posto in
stazione in A e il centro C
S
del segnale posto in stazione in B; poich per nota sia l'altezza
strumentale h (distanza fra C
T
ed A) sia l'altezza del segnale (distanza fra C
S
e B), determinare
il dislivello fra C
T
e C
S
equivale a determinare il dislivello fra i due punti A e B. Pertanto nelle
figure che seguiranno si considerer che l'asse di collimazione del cannocchiale del teodolite
coincida con la distanza AB.


4.2.4 Schematizzazione dell'operazione.

Ponendosi in stazione con il teodolite sul punto A si misura l'angolo zenitale Z
A
; sono noti
come gi detto la quota q
A
e la distanza topografica (vedi figura 4.2.4.-1).
O
A
B
d
R
q
q
A
A
B


figura 4.2.4.-1
E' importante conoscere la distanza d perch, come vedremo, per la determinazione di q
B

occorre sia noto l'angolo ; essendo noto il valore di d e potendosi calcolare il valore R
A
2
,
si
ricava immediatamente
=
d
R
4.2.4.(1)

2
R
A
A

a e
e
1
1
2
2 2
sen

Questa relazione e il significato dei suoi termini sono esposti al paragrafo 1.2 del capitolo II
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 185
Per ricavare la formula che ci d il valore di q
B
, disponendo di Z
A
e q
A
, occorre richiamare il
teorema di Nepero che mette in relazione due lati di un triangolo con i due angoli opposti (vedi
figura 4.2.4.-2).

( )
( )
b a
b a

+
tg
tg
1
2
1
2


4.2.4.(2)

C
B
A
a
b
c


figura 4.2.4.-2
Confrontando le figure 4.2.4.-1 e 4.2.4.-2 si vede che:
= - Z
A
4.2.4.(3)
= -[(- Z
A
) + ] = Z
A
-
Sostituendo le 4.2.4.(3) nelle 4.2.4.(2) si ricava:
- = - Z
A
- Z
A
+ = -2 Z
A
+ =
+ = -
e quindi:
( ) ( ) tg
1
2
tg
1
2
Z Z
tg
2
tg Z
tg
2
tg Z
A A
A
A




+
|
.

`
,

|
.

`
,



|
.

`
,

+
|
.

`
,

2
2 2
2
1
2
tg

|
.

`
,

+
|
.

`
,

|
.

`
,


|
.

`
,

1
2
1
2
1
2
2
tg Z
tg
2
tg
2
tg Z tg Z
cotg Z
A
A A
A

4.2.4.(4)
Analogamente:
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 186
( ) ( )
1 1
tg
1
2
tg
1
2
.....=
1
1
tg
2
tg
2

4.2.4.(5)
E quindi tenendo conto che:
b = q
B
+ R
a = q
A
+ R
la 4.2.4.(2) diventa:
q R q R
q R q R
tg Z tg
B A
B A
A
+
+ + +

|
.

`
,
co

2 2

da cui q q q q R)cotg Z tg
B A B A A
+ +
|
.

`
,
( 2
2 2


e quindi
q q q q R)cotg Z tg
B A B A A
+ + +
|
.

`
,
( 2
2 2

4.2.4.(6)
Naturalmente la 4.2.4.(6) sembra non risolvere il problema perch anche a destra dell'uguale
compare q
B
; si deve notare per che q
B
comunque una quantit piccola rispetto a 2R; il che
permette di ricavare q
B
in questo modo:
si calcola un primo valore di q
B
mettendo al posto della quota q
B
che compare a destra
dell'uguale un valore q
B
, approssimato (anche stimato ad occhio in maniera grossolana):
q q q q R)cotg Z tg
B B
'
A
0
A A
+ + +
|
.

`
,
( 2
2 2


si calcola quindi il valore di q
B
definitivo mettendo, al posto di q
B
a destra dell'uguale, il
valore q'
B
ricavato:
q q q q R)cotg Z tg
B
'
B
A
'
A A
+ + +
|
.

`
,
( 2
2 2

4.2.4.(7)
Questa formula non per quella definitiva.
Innanzitutto possiamo sostituire nelle 4.2.4.(7) tg

2
con

2
; infatti sviluppando in serie tg

2
si
ha: tg

2
=

2
1
12
2
+ +
|
.

`
,
........
Per d = 5 km, assumendo R = 6378 km, risulta:

2 2
2
8
12
5
12 6378
510



d
12 R
2
2
.
quantit trascurabile rispetto all'unit e quindi possiamo considerare tg

2

Sostituendo tg

2
con

2
nelle 4.2.4.(7) si ha:
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 187
q q q q R)cotg Z
d
2R
d
2R
B A
'
A A
A A
B
+ + +
|
.

`
,
( 2
e quindi
q q
q q
2R
1)cotg Z
d
2R
d
B A
'
A
A
A
A
B
+
+
+
|
.

`
,
( 4.2.4.(8)


Introduzione di un valore medio di R.

Nelle 4.2.4.(8) compare il valore R
A
,raggio della sfera locale nel punto A; sembrerebbe
pertanto necessario calcolare per ogni battuta di livellazione trigonometrica il valore del raggio
della sfera locale mediante la relazione esposta al paragrafo 1.2 del capitolo II, il che implica
tra l'altro la conoscenza della latitudine del punto di stazione.
In realt nella 4.2.4.(8), si pu utilizzare sempre un valore R* costante per tutta l'Italia,
calcolato per la latitudine media italiana che
m
= 41 . Il valore di R* vale :
R* = 6.375.000 m
Il valore esatto del raggio della sfera locale varia in Italia in funzione della latitudine massima e
minima che possiamo assumere rispettivamente uguali a 46 e 37 ; a tali valori corrispondono
i due raggi delle sfere locali R
min
e R
max
che valgono
R
max
= 6.378.871 per = 46
R
min
= 6.372.228 per = 37
Assumendo pertanto sempre il valore R* = 6.375.000 si commette un errore che vale al
massimo
R = 3800 m
Introducendo nella 4.2.4.(8) R* anzich il valore esatto di R si commette un errore
percentuale del termine
q q
2R
B A

che vale
R
R *
t

3800
6 375000
6 10
4
.
. .

Poich il termine (q'
B
+ q
A
) vale al massimo 10.000 m (valore che si ottiene quando sia il
punto A sia il punto B si trovano in alta montagna), la quantit (q'
B
+ q
A
)/2R* varr al
massimo:
q q
2R
B A



10 000
2 6 375000
7 8 10
4
.
. .
.
Applicando a tale valore l'errore percentuale
R
R *
precedentemente calcolato si ha un errore
assoluto nella quantit (q'
B
+ q
A
)/2R* che vale:
= t (6.10
-4
) . (7.8 . 10
-4
) = t 4.7 .10
-7

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 188
Ne deriva che, anche ipotizzando che il dislivello incognito
AB
= q
B
- q
A
che deve essere
determinato, abbia un valore molto elevato, ad esempio 2000 m, commettendo un errore di t
4.7 .10
-7
nel calcolo di (q'
B
+ q
A
)/2R* si commette un errore nel dislivello pari a :
= t
AB
4.7 .10
-7
mm
che pu essere considerato trascurabile, data la precisione del metodo (vedi successivo
paragrafo 4.2.6.).
Vediamo ora se anche nel rapporto
d
2R
che compare come argomento della cotangente, si
pu introdurre sempre il valore R* al posto del valore R

relativo alla latitudine

del punto A
di stazione.
Per fare questo calcoliamo il valore =
d
2R
per i valori R
min
e R
max
; sempre prendendo in
considerazione la distanza massima di 5 km; si ha rispettivamente:

min
=
d
2R
min


5000
2 6372 229
206264 80
.
. .
. ",92

max
=
d
2R
min


5000
2 6 378871
206 264 80 83
.
. .
. " ,
Come si vede la differenza del valore calcolata per i punti di latitudine minima e massima di
= 0",09 e quindi del tutto trascurabile in quanto Z viene misurato, nella migliore delle ipotesi,
con un e.q.m. = t 5" .
Pertanto anche nel termine
d
2R
si pu assumere sempre
R = R* = 6375 km .
La 4.2.4.(8) diventa pertanto:
q q
q q
2R
1)cotg Z
d
2R
d
B A
'
A
A
B
* *
+
+
+
|
.

`
,

( 4.2.4.(9)
La 4.2.4.(8) non ancora la formula definitiva perch in essa occorre introdurre una
correzione del valore Z dovuta alla influenza della rifrazione atmosferica.


4.2.5 Influenza della rifrazione atmosferica.

Poich la densit dell'aria diminuisce con l'aumentare della quota, i raggi luminosi che si
originano da un punto si propagano nell'atmosfera secondo delle traiettorie curve e non
secondo delle semirette.
Questo fenomeno non avvertibile per distanze brevi, ma diventa sensibile su distanze di
centinaia di metri o di chilometri. In particolare nello schema delle L.T. questo fenomeno fa s
che quando si collima da A il punto B l'asse di collimazione (a.c. in figura 4.2.5.-1) si dispone
non secondo la congiungente A - B, ma secondo la tangente della traiettoria del raggio ottico
che da B arriva in A.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 189
Ne consegue che langolo zenitale Z'
A
che viene letta al cerchio verticale deve venire corretta
dell'angolo tra tangente e corda.
I geodeti hanno dimostrato teoricamente e poi verificato sperimentalmente che l'angolo
proporzionale alla distanza secondo la relazione
k
d
2r
4.2.5.(1)
dove k detto coefficiente di rifrazione.
Il valore di k varia in funzione del luogo e dell'ora del giorno; i geodeti, in base a
sperimentazioni condotte nell'arco di decine di anni, hanno determinato il valore di k per tutto il
territorio italiano, ed in particolare i valori che k assume durante le varie ore della giornata, per
ogni giorno dell'anno.
Inoltre i geodeti hanno anche determinato diverse formule per il calcolo di k in funzione della
temperatura, della pressione atmosferica ecc. .
Per la precisione che si vuole conseguire nelle operazioni topografiche, si pu per evitare di
fare ogni volta il calcolo di k ed assumere per esso un valore medio k*=0.13; pertanto la
4.2.4.(9) assume la seguente espressione:
q q
q q
2R
1)cotg Z k
d
2R
d
2R
d
B A
'
A
A
B
* * *
+
+
+ +
|
.

`
,

( * 4.2.5.(2)
e introducendo k*=0.13 ed R*=6.375.000 si ha in definitiva :
q q
q q
12.750.000
1 cotg Z
0,87
12.750.000
d
B A
'
A
A
B
+
+
+
|
.

`
,


|
.

`
,

4.2.5.(3)
N.B. : d, q
A
. q'
B
vengono introdotti in metri.
v
v

asse collimazione


figura 4.2.5.-1
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 190
4.2.6 Precisione del metodo.

Diamo per verificate le tre condizioni che seguono:
I. Per eseguire la L.T. bisogna usare un teodolite di buona precisione, cio del tipo WILD
T2, che ha una precisione intrinseca di t 1". Utilizzando un teodolite di questo tipo si pu
pensare di misurare l'angolo Z con un e.q.m. di + 5"; la differenza fra questo e.q.m. e quello
nominale di + 1" dovuta come sappiamo, all'influenza dell'ambiente reale sull'operazione
di misura.
II. La distanza d sia ricavata da misure con distanziometro elettronico oppure ricavata dalle
coordinate note dei punti A e B; in ogni caso essa sia affetta da e.q.m. di t 20 cm al
massimo.
III.Utilizzando per k il valore k* = 0.13 si commette un e.q.m. in k pari ad m
k
= + 0.016;
questo dato deriva da verifiche sperimentali eseguite dai geodeti.
Dati dunque per verificati questi tre assunti, deriva che l'e.q.m. nella determinazione di q
B
vale:
m
qB
= t 1 cm per d = 500 m
m
qB
= t 2 cm per d = 1000 m
m
qB
= t 8 cm per d = 5000 m
Il calcolo di questi e.q.m. viene effettuato applicando alla 4.2.5.(2) la 2.(2) del capitolo I ed
assumendo
m
ZA
= t 5" m
K
= t 0.018 m
Aq
= t 0.20 cm
Con un tale procedimento si pu calcolare l'e.q.m. di q
B
per qualsiasi distanza d .


4.2.7 Impiego della livellazione trigonometrica.

La livellazione trigonometrica viene usata per determinare le quote dei punti delle reti di
inquadramento nei rilievi sia topografici sia fotogrammetrici.
Per poter applicare la L.T. occorre che le visuali tra i punti che si vogliono collegare siano
libere; quindi la L.T. si applica male in pianura ed in particolare nei territori urbani.
Si usa molto invece quando il territorio da rilevare molto esteso, i punti della rete di
inquadramento sono molto distanti tra di loro (qualche chilometro) ed il terreno un po'
mosso, in modo che presenti punti dominanti su cui posizionare i punti di inquadramento.
Non conviene fare tuttavia battute pi lunghe di 5 km altrimenti la precisione del metodo
decade notevolmente; questo anche se la rete di inquadramento potrebbe in teoria essere
costituita da punti collocati a distanza maggiore; in tal caso bene infittire i punti in modo da
non dover superare mai, con una sola battuta di L.T., la distanza di 5 km.
La L.T. viene inoltre impiegata, come vedremo, per il controllo di grandi strutture; in tal caso le
battute sono molto brevi, dell'ordine delle decine o di poche centinaia di metri, e i dislivelli
vengono determinati con e.q.m. rispettivamente di pochi decimi di millimetro o di pochi
millimetri.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 191
4.3 Livellazione tacheometrica.

Si esegue impiegando il tacheometro e consente di determinare il dislivello tra due punti distanti
all'incirca 100 metri.
La distanza fra i punti (che pure deve essere nota) viene determinata indirettamente con il
cannocchiale distanziometrico e la stadia (paragrafo 11 del capitolo II)
Lo schema si pu evincere dalla figura 4.3-1.
h
B
A
l
d

AB


figura 4.3-1
Con semplici considerazioni geometriche si ricava per il dislivello tra i due punti la formula:

AB
= d . cotg + h - l
dove : d distanza topografica tra i due punti;
lettura al cerchio verticale del tacheometro;
h altezza strumentale;
H lettura alla stadia in corrispondenza al filo medio del reticolo.
Siccome d = CHsen
2
la formula precedente diviene:

AB
= CHsen
2
. cotg + h - l = CHsen+ h - l
Su una distanza appunto dell'ordine dei t100 metri la precisione risulta di + 1020 cm.
Valutiamo ora la precisione del metodo.
m

h
m

d
m


m

l
m
h
2
d
2 2
l
2


t
|
.

`
,

+
|
.

`
,

+
|
.

`
,

+
|
.

`
,

2 2
2
2

Essendo m
h
= m
l
= t 10
-3
m e le relative derivate di valore unitario, possiamo trascurare
l'errore dovuto alla misura dell'altezza strumentale e alla misura della stadia.
1. Errore dovuto alla misura della distanza.
a

d
m m
d d

cot g
dove m
d
= t 0,15 m nel caso di misura della distanza con il metodo tacheometrico e m
d
=
t 0,01 m con l'uso del distanziometro.

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo V - Rilievo topografico classico
pagina 192
Valutiamo questo errore per diversi valori dell'angolo zenitale.
=100 =90 =70 =60 =50
per m
d
= t 0,15 m a = cotg . m
d
0 2,4 7,6 11 15
per m
d
= t 0,01 m a = cotg . m
d
0 0,15 0,5 0,7 1

tabella 1 - analisi dellerrore dovuto alla misura della distanza; i valori di a sono espressi in
cm


2. Errore dovuto alla misura dell'angolo zenitale.
b


m
d
m

sen
2

Supponiamo m

= 50 e d = 100 m, abbiamo:

=100 =90 =70 =60 =50
b 1,5 1,5 1,9 2,8 3

Essendo m

= t + a b
2 2
si ottiene nei due casi:
=100 =90 =70 =60 =50

m

= t + a b
2 2

per m
d
= t 0,15 m 1,5 2,8 7,8 11,3 15,3

m

= t + a b
2 2

per m
d
= t 0,01 m 1,5 1,5 2 2,8 3,3

Si possono notare i due ordini di precisione da utilizzare in relazione alla scala della carta. Si
tenga anche presente che gli errori con il metodo distanziometrico, dipendendo essenzialmente
dalle misure dell'angolo zenitale, si possono ridurre notevolmente con un teodolite da 1" . In
questo caso, praticamente, rimane solo l'errore dovuto alla misura della distanza.

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VI - La tecnica topografica nei collaudi e controlli di grandi strutture
pagina 193

CAPITOLO VI

LA TECNICA TOPOGRAFICA
NEI COLLAUDI E CONTROLLI DI GRANDI STRUTTURE


1 Considerazioni preliminari.

1.1 Spostamenti assoluti e spostamenti relativi.

Il problema del collaudo e del controllo delle grandi strutture viene sottoposto al topografo
sotto l'aspetto della determinazione di spostamenti, deformazioni o inclinazioni della struttura.
Spostamento, deformazione, inclinazione sono parole che fanno parte della terminologia
corrente: riteniamo per che prima di accingersi ad impostare le operazioni di misura, il
topografo debba tradurre queste espressioni in termini di spostamenti assoluti e di
spostamenti relativi, siano essi verticali che orizzontali.
Prima di definire che cosa intendiamo per spostamento assoluto e spostamento relativo di un
punto e di mettere in relazione queste espressioni e quelle di uso pi corrente di spostamento,
deformazione e inclinazione, occorre introdurre il concetto di spostamento reale di un punto,
dove per reale si intende effettivamente avvenuto.

Spostamento reale
Quando si sottopone la struttura ad un controllo o ad un collaudo, si vuole in pratica
determinare il comportamento rispetto ad una certa zona di terreno che la circonda.

Sia i punti della struttura sia i punti del terreno di questa parte di Terra che avvolge la struttura,
hanno una certa posizione che potrebbe essere univocamente definita mediante un opportuno
sistema di riferimento.
Si dir che un punto della struttura o del terreno che la circonda, subisce uno spostamento
reale, quando, a causa di un certo stato di sollecitazione, il punto cambia di posizione
rispetto all'insieme di tutti gli altri.

Spostamento assoluto
Si dir che si determina lo spostamento assoluto di un punto A di una struttura, quando se ne
determina il cambiamento di posizione riferendosi ad uno o pi punti di essa che abbiano la
caratteristica di non subire spostamenti reali della stessa natura e dello stesso ordine di
Lezioni di Topografia
Capitolo VI - La tecnica topografica nei collaudi e controlli di grandi strutture
pagina 194
grandezza di quelli sui quali stiamo indagando riguardo la struttura in esame. I punti rispetto ai
quali si determinano gli spostamenti assoluti e che hanno caratteristica
suddetta, prendono il nome di caposaldi. Pertanto quando le operazioni di misura portano alla
determinazione dello spostamento assoluto di un punto, ci significa che esso ha subito uno
spostamento reale. La richiesta della determinazione di spostamenti assoluti deve essere
validamente motivata dal collaudatore o da chi preposto al controllo della struttura, perch
pu essere fonte di gravi difficolt per il topografo reperire il caposaldo o i caposaldi
necessari.
Quanto al numero dei caposaldi, esso deve essere sempre in numero maggiore a quello
strettamente necessario; occorre infatti che delle opportune operazioni di misura, anche non
necessarie ai fini del collaudo o del controllo, confermino l'ipotesi fatta in sede
dell'organizzazione delle misure, e cio che i punti rispetto ai quali si determinano gli
spostamenti assoluti siano effettivamente dei caposaldi.

Spostamento relativo
Si dir che si determina lo spostamento relativo di un punto A di una struttura, quando se ne
determina il cambiamento di posizione rispetto ad uno o pi punti che possono anch'essi
subire un cambiamento di posizione rispetto alla totalit degli altri punti che costituiscono
il mondo esterno alla struttura. Spostamento relativo quindi sinonimo di differenza di
spostamenti reali.
La determinazione dello spostamento relativo di un punto A di una struttura, rispetto ad un
punto B pu infatti essere dovuto ad uno dei seguenti casi:
il punto A ha subito uno spostamento reale ed il punto B non si mosso;
il punto B ha subito uno spostamento reale ed il punto A non si mosso;
entrambi i punti hanno subito uno spostamento reale.
La causa di questa indeterminazione risiede nel fatto che il punto B non un caposaldo, e
naturalmente questa indeterminazione rispetto a B dovrebbe essere data per scontata. Accade
per a volte che, eseguite le misure, si cerchi di ricavare dai risultati delle informazioni che non
possibile avere.
bene perci chiarire sempre, in fase di impostazione, i limiti di una operazione di misura
intesa a determinare degli spostamenti relativi ed in particolare opportuno ricordare che un
punto che denunci uno spostamento relativo pu anche non aver subito alcun spostamento
reale.
Possiamo ora prendere in esame il problema della corrispondenza tra terminologia corrente e
quella ora introdotta, premettendo che essa non ha ovviamente nessun carattere di ufficialit,
ma viene suggerita dalla personale esperienza, acquisita nel campo dei collaudi e controlli di
grandi strutture.
Possiamo dire nella maggior parte dei casi:
quando la richiesta riguarda la determinazione di spostamenti, si intende la misura di
spostamenti assoluti;
Lezioni di Topografia
Capitolo VI - La tecnica topografica nei collaudi e controlli di grandi strutture
pagina 195
quando la richiesta riguarda la determinazione di deformazioni della struttura si intende la
misura di spostamenti relativi e generalmente le misure dello spostamento di alcuni punti
della struttura rispetto ad uno o pi punti della struttura stessa;
quando la richiesta riguarda la determinazione di inclinazione si intende la misura di
eventuali rotazioni in un piano verticale intorno ad un asse orizzontale non
determinato; queste rotazioni vengono messe in evidenza misurando lo spostamento
relativo, orizzontale o verticale, tra due punti della struttura, posti approssimativamente su
uno stesso piano orizzontale o su una stessa linea verticale.
La misura di inclinazioni rientra pertanto nel problema della determinazione di spostamenti
relativi. Ed del resto significativo che il committente, anche quando dice che desidera
conoscere le inclinazioni di una struttura, non chiede che il risultato gli venga dato sotto forma
di una quantit angolare, ma come misura dello spostamento della verticale o come variazione
altimetrica, di due punti appartenenti alla struttura.
In seguito a queste considerazioni i metodi topografici usati per il collaudo ed il controllo delle
grandi strutture, che saranno in seguito prese in considerazione, verranno divisi in due
categorie:
strumenti e metodologie atti alla determinazione di spostamenti verticali,
strumenti e metodologie atti alla determinazione di spostamenti orizzontali.
Tali spostamenti saranno assoluti o relativi a seconda che i punti rispetto ai quali verranno
determinati, saranno o no caposaldi.


1.2 Il metodo di misura variometrico e quello per differenza di posizione.

Nei problemi del collaudo e del controllo delle grandi strutture il topografo si trova a dover
risolvere un problema di misura in cui non necessario determinare la posizione assoluta della
struttura, ma semplicemente la variazione di forma o di posizione rispetto ad una posizione
iniziale. Questa considerazione ha la conseguenza che, non appena sia possibile, il topografo, il
quale nelle operazioni di collaudo ha appunto il compito di misurare gli spostamenti di quei
punti della struttura che permettono di determinarne lo stato di deformazione, l'inclinazione o il
cambiamento di posizione, deve ricorrere a sistemi di misura basati sul metodo variometrico.
I problemi di collaudo e di controllo richiedono infatti che le misure siano eseguite con grande
precisione; tali precisioni sono praticamente raggiungibili solo se il campo della misura
limitato, come appunto avviene se si imposta il problema sul criterio della misura diretta dello
spostamento dei punti sotto controllo, e non come determinazione degli spostamenti come
differenza di due operazioni di misura che ne determinano la posizione.
Lezioni di Topografia
Capitolo VI - La tecnica topografica nei collaudi e controlli di grandi strutture
pagina 196
A
M

Distingueremo pertanto i metodi per la determinazione degli spostamenti in due categorie:
metodi variometrici e metodi per differenza di posizione.
Per chiarire la differenza tra i due metodi prendiamo in considerazione il seguente esempio: si
voglia determinare lo spostamento verticale assoluto del punto A della struttura M sotto
l'effetto del carico Q.
Supponiamo che, in prossimit della struttura M, si disponga di una piattaforma sulla quale
appoggiare un livello e che tale base d'appoggio non subisca variazioni di quota, sia cio un
caposaldo. Supponiamo inoltre, che l'operazione di caricamento della struttura avvenga in
tempo molto breve, in modo cio che durante tale intervallo di tempo l'assetto dell'asse di
collimazione del livello non cambi.
Per la determinazione dello spostamento del punto A si potr allora operare come segue:
si dispone il livello in stazione sulla piattaforma e si pone una stadia in A; si esegue quindi la
lettura alla stadia;
si procede al caricamento della struttura e si esegue la nuova lettura alla stadia;
la differenza delle due letture ci fornisce lo spostamento verticale del punto A.
Se viceversa la piattaforma lontana dal manufatto occorrer eseguire una vera e propria
livellazione tra un punto B della piattaforma ed il punto A e ricavare lo spostamento verticale
del punto A come differenza della sua quota rispetto a B prima e dopo l'applicazione del
carico Q.
Il primo metodo di misura un metodo variometrico, il secondo un metodo per differenza di
posizione.
Dall'esempio fatto traiamo le seguenti conclusioni:
nel metodo variometrico non necessario fissare un sistema di riferimento nel quale
determinare la posizione del punto controllato (nell'esempio fatto il punto B) essendo il
riferimento costituito dalla posizione originaria, non nota, del punto da controllare;
nel metodo variometrico si misura direttamente lo spostamento verticale di A, mentre con il
secondo metodo esso viene determinato come differenza tra i due dislivelli;
nel metodo variometrico sono tollerabili errori di tipo sistematico, purch restino costanti;
ad esempio nel primo caso un errore di srettifica del livello non ha alcuna influenza negativa
sulla determinazione dello spostamento del punto A;
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Capitolo VI - La tecnica topografica nei collaudi e controlli di grandi strutture
pagina 197
nell'esempio fatto si ottiene una maggiore precisione con il primo metodo di misura che con
il secondo, ed in genere questo avviene quasi sempre quando si impostano le misure su
metodi variometrici anzich su metodi per differenza di posizione.


1.3 Classificazione dei casi trattati.

In questa nota vengono prese in considerazione le operazioni topografiche che vengono pi
comunemente usate nei collaudi e controlli delle grandi strutture, considerandone l'applicazione
pi corrente.
Nella trattazione verr dato pi spazio a quegli argomenti che trattano strumenti e metodologie
che vengono usati da studi professionali o ditte che eseguono lavori topografici in genere; degli
strumenti e dei metodi che, pur avendo importanza nei problemi di collaudo e di controllo, non
rientrano tra quelli abitualmente impiegati dal topografo, faremo solo breve cenno.
Bisogna tenere presente del resto che alcuni problemi, come ad esempio il problema delle
dighe, richiederebbe gi di per s, una trattazione molto pi lunga e complessa.
Diamo qui di seguito l'elenco delle operazioni topografiche che verranno prese in
considerazione, suddivise nei due differenti tipi di problemi:
a) determinazione di spostamenti verticali:
livellazione geometrica;
livellazione trigonometrica;
livellazione idrostatica;
clinometro.
b) determinazione di spostamenti orizzontali:
triangolazione;
collimatore;
distanziometri elettroottici.


2 Determinazione di spostamenti verticali.

2.1 Impiego della livellazione geometrica.

2.1.1 Metodologia classica

L'impiego pi frequente della livellazione geometrica lo si ha per i collaudi dei ponti, quando
per l'impraticabilit dello spazio sottostante il ponte (corsi d'acqua, strade che non possono
essere chiuse al traffico, ecc.), non possibile l'impiego dei flessimetri.

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Capitolo VI - La tecnica topografica nei collaudi e controlli di grandi strutture
pagina 198
Vista
Pianta
battute di livellazione
punti controllati
caposaldi


figura 3 - schema di livellazione geometrica per il collaudo di un ponte a travate

Consideriamo il ponte a travata della figura 3; il collaudatore pu richiedere che le misure gli
permettano di conoscere le deformazioni della travi e cio la freccia sotto carico; oppure pu
richiedere che si determini anche l'abbassamento delle spalle dell'appoggio delle travi.
Consideriamo questo secondo caso, che, anche se non molto frequente, ci permette di
richiamare l'attenzione su alcuni accorgimenti che devono essere tenuti presenti al fine di non
incorrere in errori di interpretazione delle misure.
Le operazioni si svolgono generalmente attraverso i seguenti passi.
a) Si effettua un sopralluogo con il collaudatore durante il quale si stabilisce il numero e la
posizione dei punti in esame per la ricostruzione della deformata delle travi.
Si deve fare attenzione essenzialmente a due cose:
che i punti siano accessibili, cio ci si possa appoggiare la stadia, anche nella situazione pi
gravosa di carico, ossia quando sul ponte vengono immessi i camion o i compressori;
in secondo luogo bisogna accertarsi che la materializzazione dei punti in esame avvenga con
chiodi di opportuna fattura (consigliabili degli spezzoni prismatici a testa sferica di ottone) i
quali devono essere ancorati nella struttura portante, e quindi se, come generalmente
accade, il ponte gi stato asfaltato, occorre far predisporre dei pozzetti fino a raggiungere
la struttura in cemento armato. La dimensione dei pozzetti deve essere sufficiente a
permettere l'appoggio delle stadie sui chiodi.
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Capitolo VI - La tecnica topografica nei collaudi e controlli di grandi strutture
pagina 199

figura 4 - Ancoraggio del chiodo alla struttura
Per la determinazione dell'abbassamento delle spalle i chiodi vanno fissati all'esterno delle travi;
infatti l'abbassamento del bordo della trave che appoggia sulla spalla potrebbe essere
dovuto allo schiacciamento dei cuscinetti d'appoggio e non ad un reale cedimento delle
spalle. Inoltre dovranno essere predisposti dei caposaldi in numero minimo di due, in modo
da consentire un loro reciproco controllo; si avr cura di ubicarli non solo in una zona non
immediatamente prospiciente il ponte, ma anche lontani dalla zona in cui potrebbero
trovarsi a manovrare i veicoli impiegati per il controllo del ponte.
b) Le operazioni di collaudo richiedono che vengano eseguiti come minimo tre cicli di misure:
uno iniziale a vuoto, uno a carico ed uno finale a vuoto per accertare il ritorno della struttura
alla forma originale.
Le precauzioni da adottare sono le seguenti (oltre naturalmente a tutte quelle solite inerenti
all'operazione di livellazione di precisione).
occorre eseguire con la massima cura soprattutto la prima misura, ossia quella iniziale a
vuoto (a ponte scarico), ripetendo tre volte le letture anzich le solite due; infatti se i
risultati che si ottengono nella situazione di ponte carico destano qualche
preoccupazione occorre essere in grado di garantire nel modo pi assoluto la bont
delle misure; ma mentre le misure in condizioni di carico sono sempre ripetibili, la misura
per conoscere l'assetto originario della struttura ovviamente irripetibile.
Un'altra precauzione da tenere presente quella di lasciar passare un po' di tempo tra il
caricamento della struttura e l'inizio delle operazioni di misura in modo che la struttura
abbia il tempo di subire completamente la deformazione dovuta ai carichi; la stessa
precauzione bisogna avere prima di eseguire l'ultima livellazione per controllare il ritorno
della struttura.
c) Lo schema della livellazione per la determinazione della deformazione della struttura ha di
solito la forma di anello semplice; nel caso per che il ponte sia di larghezza ragguardevole
ed il collaudatore voglia conoscerne le deformazioni anche in una o pi sezioni trasversali, la
livellazione assumer forme pi complesse. Quando necessario ricorrere a metodi di
compensazione rigorosi, i calcoli richiedono tempo e calma, quindi in sede di collaudo si
provveder ad accertarsi della bont delle misure solo mediante l'esame degli errori di
chiusura dei singoli anelli.
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Capitolo VI - La tecnica topografica nei collaudi e controlli di grandi strutture
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Per la determinazione dell'abbassamento delle spalle d'appoggio si potr seguire lo schema
di livellazione indicato alla figura 3, controllando che ad ogni livellazione la quota relativa dei
due caposaldi rimanga costante, o che le sue variazioni siano di ordine di grandezza
inferiore a quelle che si devono determinare per il controllo della struttura.


2.1.2 Uso di stadiette di vetro

Nel caso che si debba tenere sotto controllo un edificio che richieda il ripetersi periodico di
operazioni di livellazione, consigliabile utilizzare stadiette in vetro, anzich normali stadie di
invar da 3 m, che risultano spesso di impiego difficoltoso in ambienti chiusi. I punti da
controllare vengono materializzati da apposite squadrette d'acciaio che vengono fissate alla
struttura o mediante collanti o con zanche; a queste squadrette, vengono applicate stadiette,
del tipo rappresentato in figura 5, che aderiscono ad esse mediante una testina magnetica o
con altri metodi.

figura 5 - una stadietta di vetro per livellazione di precisione
Tali stadiette possono essere vantaggiosamente impiegate solo quando i punti da controllare si
trovano tutti pressappoco alla medesima quota; il loro uso presenta molti vantaggi in quanto
sono maneggevoli e non richiedono canneggiatori esperti (al limite pu essere lo stesso
operatore che sistema le stadiette e poi esegue le misure); inoltre pi facile materializzare i
punti da controllare e pu essere conseguite una maggior precisione


2.1.2 Precisione conseguibile nella determinazione degli spostamenti verticali

La precisione che si pu raggiungere nella determinazione del dislivello tra due punti mediante
una singola battuta di livellazione dipende da molti fattori; comunque si pu dire che oscilla da
un errore medio di 0,05 mm per battute in ambiente chiuso e con stadiette in vetro del tipo a
cui si accennato, a 0,07 mm all'aperto con stadie invar di 3 m e per battute abbastanza
lunghe. In base a questi dati possibile valutare a priori la precisione con la quale si pu
determinare lo spostamento verticale di un punto inserito in una linea di livellazione. Il metodo
che esponiamo qui di seguito porta ad una valutazione grossolana e prudenziale dell'errore
quadratico medio con il quale si eseguono le misure; la reale precisione raggiunta potr essere
ricavata solo a posteriori applicando metodi di calcolo rigorosi. Prendiamo ad esempio la
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Capitolo VI - La tecnica topografica nei collaudi e controlli di grandi strutture
pagina 201
livellazione della fig.3; supponiamo che il calcolo delle quote dei sei punti controllati sul ponte,
parta dal punto 1, al quale viene data una quota arbitraria.
Supponiamo inoltre che la ripartizione dell'errore di chiusura non modifichi sostanzialmente
l'errore medio del dislivello misurato tra due punti; l'errore medio della quota di un generico
punto sar dato dall'errore medio di una battuta, moltiplicato per la radice quadrata del minimo
numero di battute che lo separano dal punto di partenza; nel caso della figura 3, il punto pi
lontano da quello di partenza il n.3; pertanto l'errore medio m
q,3
, nella determinazione della
sua quota vale:
m
q,3
= 0,07 mm 3
avendo assunto pari a + 0,07 mm l'errore quadratico medio di una singola battuta. Ricordiamo
per che lo spostamento verticale lo si ottiene come differenza tra due quote determinate con
due successive operazioni di livellazione; pertanto l'errore medio m
s,3
nella determinazione
dello spostamento verticale del punto pi lontano vale:
m
s,3
= m
s,3
. 2 = 0,07 . 3 2 mm = 0,17 mm
In base a questo semplice calcolo pertanto possibile farsi un'idea della precisione che si pu
ottenere. Sar inoltre opportuno che anche nel consegnare gli elaborati di calcolo, non
vengano forniti dei risultati di misura con delle cifre decimali che hanno scarso significato, o
non ne hanno per niente.


2.2 Impiego della livellazione trigonometrica.

Sui viadotti delle autostrade vengono talvolta eseguiti dei controlli aventi lo scopo di accertare
che non ci siano variazioni di quota tra i plinti di fondazione. I plinti di fondazione si trovano
per molto spesso in posizione ravvicinata, ma a quote molto diverse e pertanto l'impiego della
livellazione geometrica non risulta conveniente sia per ragioni economiche che di precisione,
poich si dovrebbero seguire itinerari lunghi e tortuosi per congiungere i punti interessati al
controllo.

figura 6 - schema del controllo delle variazioni di quota mediante livellazione trigonometrica
E' preferibile ricorrere allora alla livellazione trigonometrica; infatti la piccola distanza tra i plinti
fa s che non intervengano gli errori dovuti alla rifrazione atmosferica, che sono quelli che pi
compromettono la precisione di questo metodo; le distanze tra il punto di stazione ed i punti da
controllare potranno essere misurate con un distanziometro elettroottico (a s stante o
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Capitolo VI - La tecnica topografica nei collaudi e controlli di grandi strutture
pagina 202
integrato al teodolite). Ricordiamo inoltre che un piccolo errore nella misura della distanza ha
influenza sulla determinazione dei dislivelli, ma non sulla loro variazione.
Applicando questo metodo, se le distanze tra i punti sono dell'ordine di qualche decina di
metri, si possono determinare le variazioni di dislivello tra i punti con una approssimazione di
qualche decimo di millimetro.


2.3 Impiego della livellazione idrostatica di precisione.

Qualora si debba tenere sotto controllo una struttura per un periodo di tempo molto lungo (da
qualche anno sino a tutto il periodo di esistenza della struttura) pu essere conveniente
l'impiego della livellazione idrostatica. I vantaggi dell'impiego della livellazione idrostatica sono i
seguenti:
possibilit di far eseguire le misure da personale non necessariamente esperto in operazioni
di misure di precisione;
possibilit di far eseguire le misure in breve tempo (a paragone di quello richiesto dalla
livellazione geometrica) e quindi di poter ripetere le operazioni di misura ad intervalli brevi
di tempo;
possibilit di collegare tra di loro punti che non sarebbe possibile collegare con i metodi di
livellazione;
possibilit di determinare quasi simultaneamente il dislivello tra pi punti;
possibilit di rendere automatiche e registrabili a distanza le misure;
aumento della sensibilit delle misure.
D'altra parte l'impiego della livellazione idrostatica ha lo svantaggio di richiedere la costruzione
di un impianto fisso per il collegamento degli strumenti che vengono vincolati ai punti da
controllare; ed inoltre anche il costo degli strumenti di misura, che devono consentire la lettura
del livello del liquido in appositi bicchieri con la precisione del centesimo di millimetro, non
indifferente.
Pertanto possiamo dire che l'impiego della livellazione idrostatica consigliabile per il controllo
di strutture di grande importanza, che necessitino di continui ed accurati controlli; in tal caso,
sia per la natura della struttura sotto controllo, sia perch la ripetizione di livellazioni
geometriche da parte di personale specializzato pur sempre onerosa, risulta giustificata la
spesa per l'impianto e per l'acquisto degli strumenti.
Il metodo della livellazione idrostatica stato applicato negli anni 70 per il controllo della
statica di parte del Duomo di Milano; per tale impianto stato anche realizzato un sistema
automatico di lettura degli strumenti e di trasmissione dei dati a distanza.
Una realizzazione di questo tipo risulta di grande utilit per il controllo degli assestamenti delle
dighe, in cui la possibilit di avere un sistema centralizzato di controllo riveste particolare
carattere di importanza.



Lezioni di Topografia
Capitolo VI - La tecnica topografica nei collaudi e controlli di grandi strutture
pagina 203
2.4 Clinometro

I tipi di clinometro comunemente usati per il controllo ed il collaudo delle grandi strutture, sono
costruiti sullo schema riportato in figura 7 in base al quale la rotazione di una struttura viene
determinata in funzione dello spostamento verticale relativo di due suoi punti: ad un supporto
munito di due (o tre) piedini fissato a cerniera un braccio orizzontale sul quale montata una
livella torica di grande sensibilit; il braccio orizzontale incernierato ad un estremo e pu
venire fatto ruotare nel piano verticale per mezzo di un dispositivo a vite micrometrica che
vincolato all'altro estremo; disponendo di un clinometro sulla struttura per mezzo di una
apposita base di appoggio possibile centrare la livella torica facendo ruotare il braccio
orizzontale per mezzo della vite. Alla vite collegato un tamburo graduato; la rotazione della
vite pu tradurre su tale tamburo o la quantit angolare della quale ruota il braccio orizzontale
o lo spostamento verticale dell'estremo del braccio orizzontale vincolato alla vite.

figura 7 - schema del clinometro
Il clinometro viene usato nel seguente modo:
si appoggia il clinometro sulla base d'appoggio e si centra la livella torica con la vite V;
si esegue la lettura iniziale al tamburo;
ad ogni ciclo successivo di misure si dispone nuovamente il clinometro sulla base di
appoggio e si centra la livella torica; se la parte di struttura alla quale vincolata la base di
appoggio ha subito una rotazione, la posizione dell'estremit del braccio orizzontale sulla
vite sar diversa e al tamburo si far una lettura differente da quella originaria;
la differenza delle letture eseguite al tamburo pu fornire l'angolo di rotazione del braccio
orizzontale o la differenza degli spostamenti verticali s dei punti di appoggio, a seconda del
tipo di graduazione incisa sul tamburo.
Alcuni tipi di clinometro consentono la misura diretta degli spostamenti verticali relativi di due
punti posti alla distanza di un metro con la precisione di 0,01 mm.
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figura 7 bis - impiego del clinometro con base di prolunga per il controllo delle dighe
Il clinometro viene generalmente impiegato per determinare le rotazioni di strutture
particolarmente rigide; solo in questo caso infatti lo spostamento verticale relativo di due punti
della struttura pu essere interpretato come dovuto ad una rotazione di tutta la struttura e non
ad un fatto locale, limitato cio alla zona alla quale ancorata la base di appoggio del
clinometro. Esso trova largo impiego nel controllo delle dighe (vedi figura 7 bis), nel controllo
dei plinti di fondazione, nel controllo di ciminiere o strutture simili; inoltre nei collaudi di
strutture in cemento armato viene impiegato per la determinazione della rotazione di sezioni di
travi o dell'estremit di mensole.


3 Determinazione degli spostamenti orizzontali.

3.1 Impiego della triangolazione.

Premettiamo che daremo qui solo alcuni cenni sull'impiego della triangolazione per i collaudi
delle grandi strutture, principalmente per due motivi: in primo luogo la trattazione del metodo
dovrebbe vertere soprattutto sulle metodologie riguardanti le operazioni che concernono le
triangolazioni di elevata precisione per cui si rimanda al capitolo V; inoltre i metodi di collaudo
e di controllo sono oggi orientati verso metodologie che consentono di ottenere risultati in
tempi brevi, in modo da essere ripetibili anche ad intervalli brevi di tempo, che consentano
l'automatizzazione dei procedimenti di misura e che non necessitino di personale specializzato
in operazioni topografiche cos delicate e complesse quali sono quelle riguardanti le
triangolazioni di alta precisione.
Possiamo dire che in generale l'uso della triangolazione per la determinazione degli spostamenti
orizzontali applicato principalmente per il controllo delle dighe.
Il metodo basato sulla determinazione della posizione di un certo numero di vertici dei quali
alcuni sono caposaldi al di fuori della struttura ed altri sono i punti che si vogliono tenere sotto
controllo (punti sul coronamento della diga o sul paramento di valle). Ripetendo le operazioni
di misura si determina lo spostamento dei punti controllati come variazione di posizione dei
punti stessi. Il metodo rientra pertanto nei metodi di misura per differenza di posizione .
Lezioni di Topografia
Capitolo VI - La tecnica topografica nei collaudi e controlli di grandi strutture
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E' necessario che le operazioni di misura siano effettuate con la maggior precisione possibile,
avendo cura di rendere costanti gli eventuali errori di tipo sistematico, e che gi in fase di
impostazione dei lavori si abbia la precauzione di realizzare degli schemi geometrici ottimali.
pilastro di osservazione di riferimento
base di triangolazione

figura 8 - schemi di triangolazione a valle di una diga
In generale lo schema di triangolazione a valle della diga fatto in modo che i vertici della
triangolazione si trovino in zone che non subiscano le sollecitazioni del carico idrostatico. La
conformazione della rete deve prevedere una distribuzione dei vertici in modo che risulti
composta da triangoli approssimativamente equilateri, che si inseriscano in uno schema a
quadrilateri. Il dimensionamento della rete avverr attraverso la misura di una o pi basi; in
genere le basi vengono misurate con precisione geodetica, o mediante i classici dispositivi a fili
o nastri di invar, o mediante i distanziometri elettroottici di precisione Conviene sottolineare il
fatto che una elevata precisione nella misura delle basi non sarebbe di per s necessaria per la
determinazione degli spostamenti, risulta infatti affetta dallo stesso errore relativo di quello
commesso nella misura della base, e quindi un errore di qualche centimetro nella misura di
quest'ultima non ha praticamente influenza sulla precisione nella determinazione degli
spostamenti. La precisione nella misura delle basi ha invece la funzione di garantire la stabilit
dei vertici. Qualora la stabilit dei vertici venga controllata con altri metodi (fili a piombo
rovesci, telemisuratori ecc.) si pu pertanto procedere alla misura delle basi con minor
precisione. I calcoli della triangolazione vanno eseguiti con metodi di compensazione rigorosi in
modo da poter ricavare ogni volta l'errore quadratico medio delle coordinate dei vertici.
L'errore medio nella determinazione degli spostamenti risulta, nella maggior parte dei casi, di
circa 1 mm.


3.2 Uso del collimatore

Il principio del metodo, basato sull'uso del collimatore, consiste nella realizzazione di una linea
di mira fissa ed invariabile mediante un collimatore ed un apposito segnale posto su due
caposaldi alle estremit opposte della diga.
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figura 9 - collimatore su diga a gravit e su diga ad arco (Fondelli,1991)
Ai punti che devono essere tenuti sotto controllo vengono collegati dei segnali che hanno la
caratteristica di poter subire delle piccole traslazioni orizzontali rispetto al supporto che li
vincola alla struttura. All'inizio delle operazioni di controllo, i centri dei segnali vengono portati
in corrispondenza della linea di mira fissa e se ne legge la posizione rispetto al supporto su una
scaletta graduata al millimetro, con nonio al decimo di millimetro. Ripetendo l'operazione di
allineamento dei segnali con la linea di mira in tempi successivi, si determinano gli spostamenti
dei punti controllati come differenza di letture alle scalette graduate. Se il segnale costruito in
maniera opportuna possibile determinare anche gli spostamenti verticali dei punti controllati.
a)

b)

figura 10 - segnale e collimatore (Galetto,1971)
Il metodo di misura degli spostamenti basato sull'uso del collimatore pertanto un metodo
variometrico che ha il vantaggio di fornire direttamente gli spostamenti cercati e che si basa su
uno schema di misura estremamente semplice; tuttavia perch sia garantita la buona riuscita
delle operazioni di controllo, occorre che siano verificate le ipotesi di partenza e cio che la
linea di mira fissa resti effettivamente invariata nel tempo.
Questo implica che i pilastrini sui quali vengono fissati il collimatore ed il segnale di riferimento
devono essere dei caposaldi; inoltre le misure di allineamento devono essere fatte seguendo
una procedura ben determinata e bisogna accertarsi della stabilit dei pilastrini.
L'uso del collimatore generalmente adottato nel controllo delle dighe in terra o pi in generale
a gravit, in dighe cio ad andamento prevalentemente rettilineo e nelle quali il carico
idrostatico che grava sulla diga viene trasmesso all'imposta in quantit trascurabile; pertanto
collimatore e segnale di riferimento possono essere ubicati in prossimit del coronamento
senza pregiudizio per la loro stabilit.
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mire di riferimento
punto controllato
collimatore

figura 11
Il metodo del collimatore per usato anche per il controllo delle dighe ad arco, quando la
sezione di imposta della diga d sufficienti garanzie di stabilit; per il controllo degli
spostamenti di alcuni punti del coronamento di una diga ad arco, necessario predisporre pi
di una linea di mira fissa di riferimento (vedi figura 11), secondo delle direzioni tangenti al
coronamento. Quando una delle spalle d'appoggio non offre garanzie di stabilit, si pu
seguire, in via eccezionale, lo schema d'impianto che prevede l'installazione del collimatore e
del segnale di riferimento da uno stesso estremo della diga; in questo modo si ha infatti un
decadimento della precisione e pertanto si deve ricorrere ad esso solo in caso di estrema
necessit.


3.3 Uso dei distanziometri elettroottici

Oltre che per la misura delle basi di triangolazione nel controllo delle dighe, i distanziometri
possono essere impiegati secondo schemi nuovi, che sfruttino cio la loro possibilit di
determinare degli spostamenti come variazione di distanze, secondo metodi variometrici.
Sia nell'uno che nell'altro caso per, per rimanere nei limiti di errore indicati occorre apportare,
alla misura eseguita, delle correzioni che sono funzioni delle condizioni atmosferiche; da un
punto di vista rigoroso bisognerebbe conoscere il valore della temperatura e della pressione
lungo tutto il percorso del raggio ottico. L'impossibilit di conoscere con esattezza questi dati
fa s che l'errore globale dal quale risulta affetta la misura, possa essere maggiore di quello
prevedibile.
Per raggiungere veramente delle elevate precisioni dobbiamo pertanto risolvere questi
problemi:
eliminazione dell'influenza sulle misure dell'errore dovuto alla struttura interna dello
strumento (per gli strumenti nei quali esso superiore al millimetro);
eliminazione dell'errore dovuto alla non perfetta conoscenza delle condizioni atmosferiche
(per entrambi i tipi di strumenti).

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pagina 208
3.3.1 Indicazioni di un metodo per l'eliminazione dell'errore dovuto alla precisione
intrinseca dello strumento e applicazione del metodo per il controllo delle
deformazioni di una diga con criterio variometrico.

Per comprendere correttamente il principio del metodo conviene ricordare che, impiegando un
distanziometro, la distanza da misurare equivale ad un certo numero intero di lunghezze
d'onda, pi una certa frazione di lunghezze d'onda; nei distanziometri elettronici la parte
equivalente alla frazione di lunghezza donda viene ricavata convertendo in termini metrici la
differenza tra due letture: una funzione del raggio riflesso da un riflettore interno. E' proprio
questa operazione di confronto tra le due letture e la traduzione in equivalente metrico della
loro differenza, la causa principale della parte costante dell'errore nella misura della distanza.
A B' B
C

figura 12
Il metodo proposto da A.L. Allan per la misura di una certa base (circa 300 m) con elevata
precisione mediante l'impiego del distanziometro Geodimetro, evita il confronto delle letture al
riflettore interno ed esterno. Il metodo il seguente: si voglia misurare la base AB, procedendo
come segue:
si dispone il Geodimetro in C (vedi fig.12), un riflettore in A ed uno in B;
si esegue a lettura al riflettore posto in A;
si collima al riflettore posto in B e lo si sposta sino a dare la stessa lettura che si ottenuta
collimando al riflettore posto in A; il riflettore posto in B passer quindi nella posizione di
B';
si ottiene la misura della distanza AB' mediante una relazione in cui le letture ai riflettori
posti in A ed in B' entrano come differenza, e poich esse sono state prese uguali si
annullano e non devono essere convertite nei rispettivi equivalenti metrici.
Se invece di spostare il riflettore posto in B, quest'ultimo ed il Geodimetro vengono fissati su
due caposaldi, applicando il principio esposto si possono determinare gli spostamenti di un
punto a cui venga collegato il riflettore A; il collegamento del riflettore al punto da controllare
dovr essere realizzato in modo da permettere delle piccole traslazioni, misurabili con
precisione, lungo l'allineamento AC (ad esempio ruotando il riflettore su un dispositivo a slitta).
Da confronti tra i risultati ottenuti mediante il metodo tradizionale della triangolazione con quelli
ottenuti applicando il Geodimetro ed il metodo variometrico esposto, si visto che i risultati
sono stati coincidenti su tutti i punti controllati e la precisione dei due metodi uguale, pari a 1
mm; ma il tempo richiesto per le operazioni di misura e l'esecuzione dei calcoli risultato con il
metodo geodimetrico di quindici volte pi breve.


Lezioni di Topografia
Capitolo VI - La tecnica topografica nei collaudi e controlli di grandi strutture
pagina 209
3.3.2 Indicazione di un metodo per l'eliminazione dell'errore dovuto alla non perfetta
conoscenza delle condizioni atmosferiche.

Supponiamo ora di disporre di uno strumento di elevata sensibilit, in cui l'errore dovuto al
metodo di misura dello sfasamento sia contenuto nei limiti di un millimetro, e vediamo come si
possono evitare, per la misura degli spostamenti di punti di grossi manufatti, gli errori dovuti
alla non perfetta conoscenza delle condizioni atmosferiche. Esponiamo qui di seguito il
principio su cui si basa un interessante metodo realizzato per la determinazione delle
deformazioni di una diga.
Supponiamo di dover controllare gli spostamenti di una serie di punti di una struttura e di
disporre di due caposaldi uno dei quali ubicato in prossimit dei punti da controllare (vedi
fig.13); supponiamo inoltre che le condizioni atmosferiche, pur potendo variare nel tempo,
siano abbastanza omogenee nell'area in cui sono compresi i caposaldi e la struttura sotto
controllo.

figura 13
In tal caso si pu fare l'ipotesi che le condizioni ambientali influenzino allo stesso modo la
misura delle distanze tra il punto di stazione del distanziometro, posto su un caposaldo, ed i
punti sotto controllo, e la misura della distanza tra il punto di stazione del distanziometro ed il
secondo caposaldo (quello posto in prossimit dei punti da controllare). Ogni volta che viene
effettuata la misura della distanza dei punti sotto controllo, si esegue anche la misura della
distanza tra i due caposaldi; poich in realt tale distanza rimane invariata (non si trascurer
per di accertarsene con i soliti dispositivi), la differenza che pu registrarsi in tempi successivi
da imputarsi al cambiamento delle condizioni atmosferiche. In funzione della variazione della
misura di questa distanza, vengono corrette le misure delle distanze dei punti sotto controllo.
In questo modo si evita di dover conoscere, sia al ciclo iniziale delle misure che ai successivi,
la distanza tra il caposaldo su cui posto il distanziometro ed i punti sotto controllo, con la
stessa precisione con la quale devono essere determinati gli spostamenti. Infatti in ogni ciclo di
misure le condizioni atmosferiche influenzano in modo diverso le distanze rilevate; ma queste
ultime, mediante la ripetizione della misura della distanza al caposaldo di riferimento, verranno
riportate al valore che si sarebbe determinato in condizioni atmosferiche uguali a quelle che si
avevano quando stato effettuato il primo ciclo di misure; e pertanto gli spostamenti dei punti
vengono ricavati come differenze di distanze affette da un errore costante, in quanto misurate
in un ambiente stabile nel tempo.

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VII - Il Sistema GPS
pagina 210

CAPITOLO VII

IL SISTEMA GPS


1. La Geodesia classica e la Geodesia spaziale.

Al Capitolo III abbiamo visto come i Geodeti abbiano dovuto trovare una soluzione alquanto
complessa al problema di mettere in relazione spaziale i punti della superficie fisica della Terra,
al fine di darne poi una rappresentazione cartografica.
La loro situazione era in un certo senso simile a quella di una formichina che, posta su una
mongolfiera, ne avesse dovuto determinare la forma assumendo un sistema di riferimento in
qualche modo materializzato dalla mongolfiera stessa, senza avere la possibilit di collegarsi ad
un sistema di riferimento esterno.
Essi introdussero una superficie matematica di riferimento, lellissoide, poich avevano
individuato la possibilit di mettere in corrispondenza i punti della superficie fisica della Terra
con i punti dellellissoide e di mettere poi in corrispondenza i punti dellellissoide con quelli
della proiezione cartografica di Gauss.
Anche se non ci siamo soffermati molto sulla descrizione delle operazioni geodetiche mediante
le quali si passava dalla superficie fisica della Terra allellissoide, ne abbiamo messo in
evidenza la grande complessit e soprattutto la necessit di eseguire misure di angoli e
distanze con grande precisione.
Proprio per evitare ai topografi la necessit di eseguire misure di natura geodetica e calcoli
complessi, i geodeti si presero cura di creare la rete dei vertici trigonometrici, che consente ai
topografi, riferendosi ad essi, di determinare la posizione dei punti della superficie fisica della
Terra nella proiezione di Gauss, senza determinare la loro posizione sullellissoide.
Poich lellissoide una superficie matematica riferita al sistema geocentrico cartesiano
(X,Y,Z), possibile ricavare le coordinate X,Y,Z di un punto P della superficie fisica della
Terra in tale sistema, in funzione delle sue coordinate geografiche ellissoidiche , e della sua
quota ellissoidica h (non di quella ortometrica riferita al geoide!) (formule (2) al Capitolo III).
Un procedimento di calcolo inverso consente di ricavare le coordinate , e la quota
ellissoidica h di un punto, in funzione delle sue coordinate X,Y,Z.
Ma questo procedimento di calcolo inverso non mai stato di grande interesse pratico per i
geodeti, poich, non esistendo un modo di ricavare in maniera diretta le coordinate
geocentriche X,Y,Z dei punti della superficie fisica della Terra, non era possibile ricavare le
coordinate geografiche , e la quota ellissoidica h di un punto, in funzione delle sue
coordinate X,Y,Z.
Lavvento e levoluzione della tecnologia satellitare ha permesso finalmente di invertire i termini
del problema; col sistema GPS (Global Positioning System , cio Sistema di Posizionamento
Globale) infatti possibile ricavare direttamente le coordinate X,Y,Z dei punti della superficie
fisica della Terra nel sistema geocentrico e di passare quindi alle loro coordinate , , h
mediante il procedimento di calcolo inverso a cui si prima accennato.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VII - Il Sistema GPS
pagina 211

Il vantaggio di aver invertito i termini del problema sta nel fatto che la fase di misura
consistente nella determinazione delle coordinate X,Y,Z di un punto mediante la tecnica GPS
molto semplice, ed il passaggio dalle coordinate X,Y,Z alle corrispondenti , , h e quindi
alle coordinate N,E e q nella proiezione di Gauss viene eseguita da programmi di calcolo senza
alcun intervento di rilievo da parte delloperatore; di conseguenza sono diventate alla portata
di ogni topografo operazioni che, prima dellavvento del GPS, erano possibili solo per i
geodeti e per i pi esperti topografi.
Sbaglieremmo per se considerassimo il sistema GPS solo da questo punto di vista; il metodo
infatti non consente solo di conseguire pi agevolmente e con una nuova impostazioni risultati
che erano comunque gi ottenibili con le operazioni geodetiche e topografiche classiche, ma
offre soluzioni prima impensabili per la determinazione della posizione spaziale dei punti, quale
ad esempio la determinazione della posizione spaziale di punti in movimento.
Lavvento del GPS segna quindi il passaggio dalla geodesia e dalla topografia classica, basata
su misure di angoli di distanze eseguite a Terra con teodoliti e distanziometri, alla geodesia e
alla topografia spaziale, nelle quali le operazioni di misura consistono essenzialmente nella
determinazione del tempo impiegato da un segnale emesso da un satellite per giungere a
unantenna di ricezione terrestre.


2. Struttura del sistema GPS.

Le componenti fondamentali del sistema GPS sono:
24 satelliti che ruotano su orbite fisse attorno alla Terra ad una quota di circa 20.000 km
5 stazioni di controllo a terra
un sistema di trasmissione di segnali da parte dei satelliti
gli strumenti di ricezione di tali segnali (antenne di ricezione).


figura 1
Lorbita di ogni satellite nota, in quanto calcolata matematicamente prima del lancio del
satellite stesso.
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Capitolo VII - Il Sistema GPS
pagina 212

Poich per un satellite pu avere delle piccole deviazioni dalla sua orbita nominale, vi sono
cinque stazioni di monitoraggio a terra (vedi figura 2) che rilevano con continuit la posizione
dei satelliti e sono in grado di determinarne lorbita reale.


Hawaii Ascencion Diego Garcia Kwajalein
Colorado Springs



figura 2

Possiamo pertanto dire che, per ogni satellite, nota in ogni istante la posizione in termini di
coordinate geocentriche X
*
,Y
*
,Z
*
(vedi figura 3).


Y
X
Z satellite
Z*
Y*
X*

figura 3

La posizione delle orbite dei satelliti e il periodo di rotazione intorno alla Terra di ogni satellite,
sono stati studiati in modo tale che da un generico punto della superficie fisica della Terra siano
quasi sempre visibili pi di tre satelliti.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VII - Il Sistema GPS
pagina 213

Su ogni satellite esiste un orologio di altissima
precisione; tutti gli orologi sono sincronizzati sulla
stessa ora.
I satelliti emettono con continuit dei segnali, in forma
di onde elettromagnetiche; ogni segnale trasporta delle
informazioni; una di esse listante di emissione del
segnale.
Questi segnali possono essere ricevuti da un apposito
apparato di ricezione, che si compone di un antenna,
in grado di ricevere i segnali dai satelliti, di una
componentistica elettronica in grado di elaborare i
segnali e di programmi di supporto allesecuzione
delle misure.
Lo strumento ricevente contiene anche un orologio di
precisione, sincronizzato con quelli ubicati sui satelliti.

La figura 4 mostra uno strumento di ricezione montato
su un treppiede messo in stazione sul punto di cui si
vogliono determinare le coordinate.
Esistono vari tipi di strumenti di ricezione che si
differenziano tra di loro per la capacit di ricevere tutti o in parte i segnali emessi dai satelliti e
per la capacit di elaborarli.


3. La determinazione delle coordinate di un punto.

3.1 Il principio di base.

Volendo determinare la posizione di un punto P mediante il sistema GPS, si mette in stazione
un treppiede con lantenna ricevente, sul punto P; dal punto P devono essere visibili
*
almeno
tre satelliti.
Durante una sessione di misure, che dura mediamente da mezzora a unora, lo strumento
registra i segnali provenienti dai tre satelliti.
Lo strumento ricevente determina, per ogni satellite S
i
, lo sfasamento T
i
tra lora che risulta
dallorologio interno dello strumento e lora che viaggia col segnale ricevuto dal satellite S
i
.
Poich lorologio di ogni satellite in sincronia con quello dello strumento ricevente,
moltiplicando la velocit V di propagazione delle onde elettromagnetiche per lo sfasamento

*
Con il termine visibili non si intende che i satelliti siano visibili nel senso ottico della parola; si intende
che essi abbiano unaltezza sullorizzonte di almeno 15, in modo che le onde elettromagnetiche
possano essere captate dallantenna. Occorre inoltre che lantenna non si trovi circondata da
ostruzioni che ostacolino il ricevimento delle onde elettromagnetiche.
antenna
GPS


figura 4

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Capitolo VII - Il Sistema GPS
pagina 214

T
i
dellora di emissione e quella di ricezione del segnale, si ricava la distanza D
i
tra il satellite
S
i
e lantenna ricevente.
Avendo determinato le tre distanze D
i
si pu scrivere un sistema di tre equazioni

del tipo

D (X X ) (Y Y ) (Z Z )
i P i
* 2
P i
* 2
P i
* 2
= + +

nelle quali sono incognite le coordinate X
P
,Y
P
,Z
P
del punto P e sono note le distanze D
i
e le
coordinate X
*
i
, Y
*
i
, Z
*
i
, dei satelliti.
P
X
Y
Z
D
1
D
D
2
3

figura 5
Risolvendo il sistema si ricavano le coordinate X
P
,Y
P
,Z
P
del punto P.
Come per ogni altra operazione topografica, per opportuno non effettuare un numero di
misure strettamente necessario alla determinazione delle incognite, al fine di mediare leffetto di
errori accidentali sul risultato finale. Ci significa che opportuno utilizzare pi di tre satelliti
per determinare la posizione di un punto.
Appositi programmi, che vengono venduti insieme agli strumenti riceventi, consentono di
conoscere, fissata la localit nella quale si intende operare e il giorno nel quale si vogliono
effettuare le misure, la configurazione della costellazione dei satelliti e cio quanti satelliti
saranno visibili e quale sar la loro altezza sullorizzonte, nellarco delle 24 ore.
E pertanto possibile progettare la sessione delle operazioni di misura in modo da operare
quando sono visibili pi di tre satelliti.
Se si opera correttamente si pu arrivare a determinare le coordinate dei punti con e.q.m. di
pochi centimetri.
Per raggiungere queste precisioni occorre per completare le elaborazioni dei segnali che
vengono fatte al momento della misura, con altri calcoli che tengono conto anche delle
informazioni, fornite dalle stazioni di monitoraggio a terra, riguardanti le deviazioni dei satelliti
dalle orbite teoriche nel periodo di tempo in cui le misure sono state eseguite.
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Capitolo VII - Il Sistema GPS
pagina 215

3.2 Dalle coordinate geocentriche alle coordinate ellissoidiche

Abbiamo detto precedentemente che esiste una procedura di calcolo che consente di ricavare
dalle coordinate geocentriche X
P
,Y
P
,Z
P
di un punto P le use coordinate geografiche
ellissoidiche , e la quota ellissoidica h. Dalle coordinate ellissoidiche , si possono
ricavare direttamente le coordinate N,E nella proiezione di Gauss, e quindi il problema
planimetrico pu considerarsi risolto
*
.
Vi invece un problema da risolvere per
quanto riguarda laltimetria.
Al punto 1.3 del capitolo III abbiamo
infatti visto (vedi figura 6) che quella che
viene detta quota di un punto P, e che
viene in genere indicata con la lettera
minuscola q, la sua distanza, lungo la
verticale v, dal geoide; questa quota
detta anche quota ortometrica.
La quota ellissoidica di un punto P, che viene generalmente indicata con la lettera minuscola h,
invece la sua distanza dallellissoide, lungo la normale allellissoide.
Vi quindi il problema di trasformare la quota ellissoidica in quota ortometrica.
Sempre al capitolo III abbiamo detto che, nellambito del campo geodetico
**
, lellissoide
coincide, come forma, con quella della sfera locale; e abbiamo detto che anche il geoide, a
meno di irregolarit dovute a variazione di densit della massa terrestre, coincide con la sfera
locale, sempre come forma e non come posizione, e quindi con lellissoide.
Se dunque non ci fossero irregolarit di distribuzione della densit della massa terrestre nella
zona in cui si opera, che supponiamo compresa nel campo geodetico, sarebbe sufficiente
conoscere la quota ortometrica di un punto, misurare col metodo GPS la quota ellissoidica del
medesimo punto e quindi ricavare la costante che ci permette di passare dalle quote
ellissoidiche alle quote ortometriche.
In realt il geoide non ha quasi mai un andamento regolare, ma presenta delle ondulazioni,
dovute appunto alla non uniforme densit della massa terrestre, che genera irregolarit nel
campo gravitazionale e quindi nel geoide che, ricordiamo la superficie sempre ortogonale alle
linee di forza di tale campo.


*
In realt il problema un po pi complicato, poich il sistema GPS fornisce le coordinate geografiche ,
riferite allellissoide geocentrico WGS84, e quindi, prima di passare alla trasformazione da , a N,E
bisogna trasformare le coordinate , a quelle che sono le loro corrispondenti sullellissoide nazionale
(vedi capitolo III), tutto questo viene per fatto automaticamente da programmi di calcolo in dotazione
con lo strumento ricevente e quindi non crea problemi alloperatore.

**
Ricordiamo che si intende per campo geodetico nellintorno di un punto P una zona circolare della
superficie terrestre con centro in P di diametro di 100 km.
v
n
P
P'
P"
ellissoide
geoide
superficie fisica
del terreno
h
q
P
P
figura 6

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Capitolo VII - Il Sistema GPS
pagina 216

Nella figura 7 abbiamo messo in
evidenza, esagerandole di moltissimo,
tali ondulazioni.
Le ondulazioni del geoide sono invece
molto morbide; per cui misurando la
quota ellissoidica mediante il GPS su un
certo numero di punti di quota
ortometrica nota, distribuiti nella zona
da rilevare con una densit di uno ogni
510 kmq, si possono determinare i parametri per passare dalle quote ellissoidiche alle quote
ortometriche per tutti gli altri punti rilevati col GPS.
In varie Nazioni, tra cui lItalia, per una certa parte del territorio nazionale, stato determinato,
mediante misure geodetiche speciali (astronomiche e di gravit), lo scostamento del geoide
dallellissoide; in tal caso non occorre avere il doppio valore di quota su un certo numero di
punti campione, ma si pu passare direttamente dalle quote ellissoidiche alle quote
ortometriche.
Si pu ipotizzare che in un futuro molto prossimo landamento del geoide, e cio il suo
scostamento dallellissoide, sar noto con sufficiente precisione per tutto il territorio nazionale.


4. La prassi operativa.

Nei paragrafi precedenti abbiamo dato una descrizione molto semplificata del sistema GPS; ci
siamo cio limitati ad esporre i concetti di base del metodo, senza prendere in considerazione
tutti gli aspetti che concernono le modalit di trasmissione dei segnali dai satelliti alle antenne
riceventi, le cause di errore da cui possono essere affette le misure e i vari modi con cui si pu
operare per la determinazione delle coordinate dei punti.
Non entreremo in tutti questi dettagli poich lo spazio che possiamo dedicare allargomento,
nelleconomia del corso, non lo consente. Chi volesse approfondire largomento potr
consultare, per quanto riguarda gli aspetti teorici, i molti articoli apparsi in questi ultimi anni
sulla rivista della SIFET (Societ Italiana di Fotogrammetria e Topografia) e per quanto
riguarda i metodi operativi, i manuali delle case costruttrici degli strumenti.
Tuttavia daremo sinteticamente almeno qualche nozione su quella che la prassi operativa, e
cio il modo di utilizzare il GPS che viene generalmente seguito nella pratica.


4.1 La tecnica differenziale

Leffetto di molte cause derrore del sistema GPS (imperfetta conoscenza delle orbite reali dei
satelliti, errori nella misura del tempo da parte degli orologi sui satelliti, imperfetta conoscenza
della velocit di trasmissione delle onde elettromagnetiche a causa della variabilit della densit
dellatmosfera, ecc.) pu essere eliminato applicando la tecnica della misura differenziale.
ellissoide
geoide
superficie fisica
del terreno
figura 7

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VII - Il Sistema GPS
pagina 217

Essa consiste in questo.
Dovendo determinare la posizione di un certo numero di punti, ad esempio per costruire la
rete di inquadramento di un rilievo cartografico, non si opera con un solo strumento ricevente
determinando la posizione di un punto alla volta; si usano invece simultaneamente due
strumenti riceventi, uno posizionato su un punto di riferimento, detto punto principale, e uno su
uno degli altri punti. Si effettuano quindi le misure facendo stazione su questi due punti di cui si
determinano le coordinate. Ci fatto si procede posizionando di volta in volta i due ricevitori
uno su un nuovo punto da determinare e uno su un punto di cui gi si sono determinate le
coordinate; e cos via fino a determinare le coordinate di tutti i punti della rete.
Realizzare una triangolazione col metodo GPS quindi molto pi facile che realizzarla con i
metodi topografici classici, basati sulluso di misure angolari effettuate col teodolite e di misure
di distanza effettuate con distanziometri elettronici.
Loperatore che usa un ricevitore GPS non deve infatti possedere una particolare capacit
operativa, ma deve solo attenersi a quelle che sono le prescrizioni duso, e cio effettuare le
misure con una corretta situazione della costellazione dei satelliti, evitare di fare stazione in
zone in cui esistono ostruzioni al ricevimento delle onde elettromagnetiche e cos via.
E anche vero per che per ottenere buoni risultati occorre saper predisporre un buon
progetto della campagna di misure e sapersi destreggiare nelluso di programmi di calcolo che
richiedono per lo meno una buona capacit nel saper valutare criticamente i risultati ottenuti.
Non proprio semplice, tenuto conto che il GPS ricava i dati nel sistema WGS84, arrivare
alle coordinate nel nostro sistema nazionale Gauss-Boaga.
Operando correttamente si arriva a ricavare le coordinate dei punti con un e.q.m di pochi
centimetri.


4.2 Un uso riduttivo del sistema GPS: il GPS come distanziometro

Il sistema GPS stato concepito per determinare le coordinate di punti; tuttavia esso pu
essere usato anche in maniera pi riduttiva, come semplice misuratore di distanze.
Quando si fa stazione su due punti con la tecnica differenziale il dato che si ottiene
direttamente, che non ha cio bisogno di calcoli particolari per essere reso disponibile, la
distanza reale tra i due punti su cui si fatta stazione.
Si pu pertanto riguardare linsieme delle due antenne riceventi come un distanziometro
elettronico di grande potenzialit. Rispetto ad un distanziometro elettronico tradizionale luso
delle due antenne GPS con tecnica differenziale consente di misurare distanze molto maggiori
(1020 km), ma soprattutto non richiede che i due punti siano tra loro visibili. Il distanziometro
elettronico tradizionale richiede infatti di collimare, dal punto di stazione dello strumento, un
prisma riflettente posto sullaltro punto che determina la distanza da misurare.
Usando il GPS i due punti possono invece essere anche dalle parti opposte di una collina;
lunica condizione che abbiano la visibilit dei satelliti (visibilit nel senso che abbiamo
prima definito).

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VII - Il Sistema GPS
pagina 218

4.3 Luso cinematico del GPS

Una delle applicazioni pi interessanti della tecnica GPS quella che riguarda la
determinazione di punti in movimento.

4.3.1 Utilizzazione nella tecnica fotogrammetrica

In questo senso lapplicazione pi interessante che riguarda il nostro settore disciplinare luso
del GPS per determinare le coordinate del centro dellobbiettivo di una macchina fotografica
montata su un aeroplano, nellistante in cui viene scattata una fotografia del territorio sorvolato.
Vedremo infatti che la fotogrammetria la tecnica che consente di ricostruire un modello della
superficie fisica del terreno, quando di esso se ne hanno due immagini prese da due diverse
posizioni dello spazio. Da questo modello (che non un modello fisico, ma costituito da un
numero di punti di cui sono note le coordinate in un sistema di riferimento arbitrario) si ricava
poi la cartografia del territorio. Ma per giungere a questo risultato la fotogrammetria necessita
del supporto della topografia, per conoscere le coordinate di un certo numero di punti del
modello, che servono per completare le informazioni che si ricavano dalle immagini
fotografiche.
Vedremo che la possibilit di determinare quelli che, nella terminologia fotogrammetrica,
vengono detti punti di presa dei fotogrammi, riduce praticamente a zero la necessit di
eseguire queste operazioni topografiche di supporto.


4.3.2 Applicazioni in campo civile

Le applicazioni del GPS sono per numerosissime anche in altri settori, anche senza
considerare quello militare e tutti i campi della navigazione per i quali il GPS stato
esplicitamente progettato e realizzato, come si evince dallacronimo completo del sistema che
NAVSTAR GPS, ossia: NAVigation Satellite Timing And Ranging Global Positioning
System).
Citiamo due applicazioni che riguardano la determinazione di veicoli in movimento.
Una riguarda la realizzazione di un sistema di controllo in tempo reale della posizione degli
autobus del servizio di trasporto urbano; collocando cio su ogni autobus unantenna GPS si
pu determinare la loro posizione in ogni istante e controllarne il corretto svolgimento del
servizio da una postazione centralizzata.
Unaltra applicazione riguarda la possibilit di conoscere la posizione di grossi mezzi di
trasporto (ad es. TIR) che siano soggetti a furti; unantenna GPS collocata sul mezzo rileva
con continuit la sua posizione, e la trasmette via radio a una centrale di controllo; in caso di
furto del mezzo quindi possibile vedere dove esso viene portato e recuperarlo.
Queste applicazioni sono rese possibili dal fatto che le antenne riceventi sono abbastanza
costose quando devono consentire precisioni centimetriche nella determinazione dei punti, ma
hanno costi assai pi modesti quando sufficiente determinare la posizione dei punti con
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VII - Il Sistema GPS
pagina 219

qualche decina di metri di approssimazione.
Inoltre quando non occorrono precisioni centimetriche nella determinazione dei punti, si pu
operare senza applicare la tecnica di misura differenziale e si pu elaborare solo una parte del
segnale che viene inviato dai satelliti senza procedere alla fase di calcolo pi raffinata che tiene
conto della correzione da apportare allorbita teorica dei satelliti.


5. La rete dei vertici trigonometrici GPS dellIGMI

LIGMI (Istituto Geografico Militare Italiano) ha utilizzato il sistema GPS per realizzare una
nuova rete di vertici trigonometrici.
La nuova rete dei vertici trigonometrici realizzata col sistema GPS costituisce in pratica una
nuova rete di vertici trigonometrici paragonabile, come importanza e funzioni, alla vecchia rete
dei vertici trigonometrici del primo ordine.

La nuova rete di vertici
trigonometrici stata
denominata IGM95.
Mentre la vecchia rete del primo
ordine di vertici trigonometrici si
componeva di circa 360 punti, la
nuova rete IGM95 si compone
di 1150 vertici, con una densit
media sul territorio italiano di
circa un vertice ogni 10 kmq
(vedi figura 8).
Ci significa che la nuova rete
IGM95 non solo si sostituisce
alla vecchia rete del primo
ordine, ma rimpiazza
automaticamente anche le reti di
ordine inferiore.

Applicando infatti la tecnica differenziale cui si prima fatto cenno, assumendo come stazione
di riferimento un vertice IGM95, facile realizzare reti di inquadramento in qualsiasi zona del
territorio italiano e ottenere le coordinate dei punti nel sistema di riferimento nazionale.
Dal punto di vista operativo vi inoltre il vantaggio che i nuovi vertici sono stazionabili, al
contrario dei vecchi vertici trigonometrici, i quali, per essere collimabili da lontano, erano
materializzati da particolari fisici non stazionabili (cime di campanili, ecc.).


figura 8 - La rete IGM95
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 220

CAPITOLO VIII

FOTOGRAMMETRIA


1 Concetti generali.

1.1 Semplificazione del problema della rappresentazione cartografica del territorio.

Trattando il problema della riduzione delle distanze misurate a distanze topografiche, abbiamo
visto che la distanza topografica d tra due punti A e B della superficie fisica della terra, tra i
quali vi una distanza reale in linea daria d* inferiore 5 km, pu essere ritenuta uguale, a
meno di quantit trascurabili, alla sua proiezione d sul piano tangente alla sfera locale.
A
B
R
d*

O
d'
d
q
A
B

q
B

figura 1
Abbiamo visto inoltre che, sempre per valori di d* inferiori a 5 km, la differenza tra la
distanza topografica d e la distanza reale proiettata sullorizzontale d
o
, vale al massimo una
ventina di centimetri, anche quando si hanno valori di q
A
e della differenza q
B
-q
A
che tendono
a massimizzare .
La differenza tra la quota q
B
di B ed il segmento che va da B a B
o
,

intersezione della
verticale per B col piano tangente, di pochi centimetri, per d* inferiore ad 1 km, ma
aumenta pi sensibilmente allaumentare di d* .
Vedremo per nel seguito che la fotogrammetria realizza la cartografia di un territorio
comunque vasto, scomponendolo in tanti tasselli rettangolari di dimensioni limitate, il cui lato
maggiore, nel caso della cartografia a grande scala, non supera i 2 km, e operando
separatamente su ciascuno di essi.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 221

Vedremo tra poco che ognuno di questi tasselli sar costituito da un modello stereoscopico,
cio da una stessa zona di superficie di terreno riprodotta su due fotografie prese da due punti
diversi dello spazio.
Vedremo poi che, anche per la cartografia a grande scala, il metodo fotogrammetrico non
consente di determinare le coordinate plano-altimetriche di un punto con un errore quadratico
medio inferiore a 1520 cm.
Se quindi consideriamo entrambi i fatti e cio: il fatto di cartografare il territorio
scomponendolo in tasselli di limitata estensione e la precisione conseguibile col metodo
fotogrammetrico, possiamo ritenere trascurabili, nellambito di un modello stereoscopico sia
che .
Ne consegue che, quando parliamo di realizzazione di cartografia col metodo fotogrammetrico
e prendiamo in considerazione unestensione di territorio compresa in un modello
stereoscopico, possiamo dare una definizione semplificata di cosa intendiamo per
rappresentazione cartografica della superficie fisica del terreno, che la seguente:
considerando di realizzare una cartografia fotogrammetrica con la precisione
mediamente conseguibile nel campo della produzione commerciale e operando
nellambito di un modello stereoscopico, la rappresentazione planimetrica della
superficie fisica del terreno pu essere assimilata alla sua proiezione ortogonale sul
piano tangente alla sfera locale nel punto approssimativamente baricentrico del
modello stereoscopico e la quota dei punti assimilabile alla loro distanza da detto
piano.

A
B
C
q
A
q
B
q
C
piano tangente
sfera locale
rappresentazione cartografica semplificata
A' B' C'
figura 2



1.2 Il concetto di base della fotogrammetria.

La fotogrammetria quella tecnica che consente la ricostruzione della forma e delle dimensioni
di un oggetto quando si hanno di esso due immagini fotografiche riprese da due punti diversi.
In particolare, se l'oggetto il terreno e se le fotografie sono state riprese da un aereo,
secondo particolari accorgimenti che saranno definiti nel seguito, la fotogrammetria consente:
di ricostruire la forma e le dimensioni della porzione di terreno ripresa, di formare cio il
modello del terreno;
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 222

di passare, attraverso la proiezione ortogonale del modello, alla sua rappresentazione
cartografica.
Per chiarire il perch servano due fotografie di una stessa zona del terreno per realizzarne la
rappresentazione cartografica e non ne basti invece una, si considerino le figure seguenti.
C B A
A
B
C
O

figura 3
La fotografia aerea (vedi figura 3) fornisce un'immagine del terreno che geometricamente si
definisce una proiezione centrale, poich i raggi che generano sulla fotografia le immagini del
terreno passano tutti per uno stesso punto che il centro dell'obbiettivo (pi avanti sar data
spiegazione del concetto di centro dellobbiettivo).
Ne consegue che, se riproiettassimo limmagine, dal punto dello spazio O da cui stata
ripresa, sul piano tangente alla sfera locale passante per il punto centrale della zona fotografata
(vedi figura 4), otterremmo una rappresentazione della superficie del terreno che ci d
un'immagine deformata, e che quindi non pu essere utilizzata come una carta topografica, la
quale deve essere, come abbiamo visto in premessa, la proiezione ortogonale della superficie
del terreno piano tangente alla sfera locale.
C B A
A
B
C
A' A" B' B" C' C"
P
sfera locale
O

figura 4

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Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 223

Quando invece si hanno due fotografie che riprendono una stessa zona del terreno (vedi figura
5), il generico punto A della superficie comune ripresa, genera la sua immagine A' sulla
fotografia 1 e la sua immagine A" sulla fotografia 2; i raggi r
1
ed r
2
che generano dal punto A i
punti A' e A" sulle lastre 1 e 2 si definiscono raggi omologhi.

A"
A
r'
r"
A'


figura 5

Supponendo che la superficie fisica del terreno scompaia (il fatto espresso dallaver
disegnata tratteggiata nella figura 6 la superficie del terreno) e che le fotografie rimanessero
posizionate nello spazio cos come al momento della presa, risulterebbe possibile, ricostruendo
con percorso inverso i raggi omologhi, individuare ciascun punto del terreno come intersezione
dei raggi omologhi ad esso relativi (vedi figura 4).

raggi
omologhi
a' a"
b' b"
c' c"
a'
b'
a"
c'
c"
b"
A B
C
sfera locale

figura 6

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Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 224

La proiezione delle intersezioni dei raggi omologhi sul piano tangente alla sfera locale
fornirebbe la rappresentazione cartografica planimetrica del terreno; inoltre la distanza dei
punti dal piano tangente fornirebbe la quota dei punti.
In questo pertanto consiste il concetto di base della fotogrammetria; nel poter riprodurre la
forma di un oggetto attraverso due sue immagini riprese da punti diversi dello spazio.
Lapplicazione pratica del concetto di base implica che vengano risolti tre tipi di problemi:
1. la ripresa delle immagini aeree;
2. la ricostruzione, per intersezione dei raggi omologhi, del modello del terreno;
3. lindividuazione delle intersezioni dei raggi omologhi di un generico punto P e il desumere
dalla posizione spaziale di detta intersezione la rappresentazione cartografica di P.
Le operazioni di cui al punto 1 riguardano il momento dellacquisizione delle immagini, cio il
momento della presa; lo strumento base di questa fase operativa la camera da presa
fotogrammetrica.
Le operazioni di cui ai punti 2 e 3 riguardano la fase di restituzione; con questo termine
(restituzione) si intende linsieme delle operazioni che portano alla ricostruzione di un modello
(analogico o analitico del terreno) e delle operazioni di misura che portano alla determinazione
delle coordinate dei punti del modello e quindi alla rappresentazione cartografica del terreno.
Lo strumento di base in questa fase operativa lo strumento restitutore fotogrammetrico, detto
semplicemente restitutore.


1.3 Fotogrammetria analogica, analitica e digitale.

1.3.1 Premessa: il fenomeno fisiologico della vista

Vale la pena di ricordare di sfuggita, senza entrare in particolari, che in pratica la
fotogrammetria riproduce qualcosa di molto simile al meccanismo fisiologico della vista umana.
Tale meccanismo basato sul fatto che quando guardiamo una scena, di questa scena se ne
formano sulle nostre retine due immagini, che sono un po diverse luna dallaltra, poich i
punti di osservazione di ciascuna di esse, costituiti dal centro del cristallino (centri di presa),
sono situati in due punti diversi dello spazio. Le immagini sulle retine sono il dato di partenza
con cui poi il nostro cervello ricostruisce il modello tridimensionale della scena; il corretto
posizionamento nello spazio di ogni singolo punto della scena viene calcolato dal cervello in
funzione della differente posizione sulle due retine delle due immagini di ogni punto. Possiamo
dire che il cervello misura la posizione dei due punti immagine riferite ad uno stesso punto
oggetto sulle due retine, e quindi calcola la posizione del punto oggetto nello spazio. La
posizione del punto nello spazio viene ricavata quindi con un procedimento di calcolo del
cervello e non come intersezione di due raggi che, partendo dalle immagini delle retine e
passando per il centro dei cristallini, vadano a creare un punto di intersezione nello spazio
coincidente con la posizione del punto oggetto. Possiamo dire quindi che la parte concreta del
fenomeno della vista fisiologica si ha solo nella ricezione delle immagini, cio per usare un
termine fotogrammetrico, solo nella presa delle immagini, mentre il fenomeno della
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 225

ricostruzione dellimmagine, la restituzione con termine fotogrammetrico, solo un fatto
mentale.
La fotogrammetria analogica e quella analitica non si differenziano per la fase di presa, che la
stessa per entrambe, ma per la fase di restituzione.

1.3.2 La fotogrammetria analogica.

La fotogrammetria analogica, a partire dalle due fotografie aeree, per ogni punto di cui vuole
determinare la posizione nello spazio, ricostruisce con dei dispositivi fisici i raggi che proiettano
nello spazio i due punti immagine relativi a quel punto, e determina la posizione spaziale del
punto con unoperazione di misura su tale punto di intersezione; loperazione di misura, nella
fotogrammetria analogica, avviene quindi, sul modello del terreno costituito dallinsieme
dellintersezione di tutti i raggi omologhi.
Gli strumenti restitutori analogici ripetono fisicamente allinverso, con dispositivi ottici o
meccanici, il fenomeno della presa: la ricostruzione dei raggi omologhi ha cio in essi un
riscontro fisico che analogo al fenomeno della presa. Lindividuazione dellintersezione dei
raggi omologhi avviene mediante dispositivi ottici o meccanici e la determinazione della loro
posizione rispetto ad un sistema di riferimento strumentale avviene con dispositivi meccanici.
Loperazione di misura avviene cio in uno spazio oggetto, fisicamente compreso nellambito
dello strumento, dove si forma idealmente un modello della superficie del terreno e tale
operazione consiste appunto nel determinare le coordinate dei punti di intersezione dei raggi
omologhi rispetto a un sistema di riferimento strumentale.
dispositivo
tracciante
piano di restituzione
carta da disegno
raggi
omologhi
a' a"
b' b"
c' c"
a'
b'
a"
c'
c"
b"
A B
C
proiettori

figura 7

Ad esempio uno dei primi di tipi di strumenti analogici, che lavoravano sul principio di
ricostruire lanalogia del fenomeno della presa con metodo ottico, era essenzialmente costituito
da due proiettori in cui si inseriva la coppia di diapositive, e da un piano su cui si appoggiava la
carta da disegno e che simulava la posizione del piano tangente alla sfera locale al momento
della presa; un particolare dispositivo (non facile da spiegare sinteticamente e di cui perci
tralasciamo la descrizione) consentiva di individuare lintersezione dei raggi omologhi e di
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Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 226

proiettarne lintersezione sulla carta da disegno (che diventava poi la cartografia del terreno
ripreso); la distanza dellintersezione dei raggi omologhi dal piano del disegno, eventualmente
corretta dalleffetto della curvatura terrestre, forniva la quota dei punti (vedi figura 7).
figura 7.bis

Si noti questo fatto molto importante: come indicato nella figura 7, nello strumento analogico le
due camere di restituzione erano poste a una distanza molto ravvicinata rispetto a quelle che
esse avevano al momento della presa; del resto non sarebbe stato certo possibile costruire
strumenti delle dimensioni di centinaia di metri! Ma in effetti si davano due fortunate
coincidenze:
avvicinando le due camere da presa luna allaltra lungo la base di presa mediante una
traslazione pura (figura 7.bis) i raggi omologhi continuano ad intersecarsi; ci significa che
tale traslazione non distrugge il modello del terreno, ma ne crea uno di dimensioni ridotte;
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Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 227

il cartografo non vuole rappresentare il terreno nella scala 1:1, ma in scala ridotta, quindi
doveva appunto realizzare un modello del terreno in scala ridotta per poi proiettarlo sul
piano dello strumento.
Questi due fatti congiunti rendevano possibile la restituzione fotogrammetrica analogica; se ad
esempio si voleva realizzare una carta alla scala 1:5000 si effettuavano le riprese aeree in
modo che la base di presa (distanza media tra i punti di presa di due fotogrammi
consecutivi), divisa per 5000, fosse orientativamente uguale alla base di restituzione, cio
alla distanza delle due camere di restituzione nello strumento che poi si intendeva usare nella
fase di restituzione; la base di restituzione poteva subire nello strumento restitutore modeste
variazioni di grandezza per compensare le inevitabili irregolarit della base di presa in modo da
realizzare il modello stereoscopico nella esatta scala voluta .
Il tipo pi diffuso di strumento analogico, ancor oggi utilizzato nellindustria fotogrammetrica, si
basa invece su unanalogia meccanica; in pratica le coppie dei raggi omologhi vengono di volta
in volta materializzate da due bacchette metalliche che sono incernierate con due snodi sferici
nei due punti che corrispondono ai centri di proiezione dello strumento ottico sopra descritto.
Le altre due parti terminali delle due bacchette, opposte a quelle incernierata nella posizione
assimilabile a quella dei centri di proiezione, sono unite tra di loro in un punto mediante un altro
snodo sferico, il quale rappresenta il punto di intersezione dei raggi omologhi quando le due
bacchette coincidono con due raggi omologhi. Non entriamo qui nel dettaglio di come
loperatore potesse giudicare che le due bacchette coincidessero con due raggi omologhi.
Anche se gli strumenti analogici a proiezione meccanica vengono ancora talvolta usati nella
produzione della cartografia, noi non prenderemo in considerazione la fotogrammetria
analogica, che appunto sulluso di tali strumenti si basa, poich tali strumenti possono oggi
(anno 1996) considerarsi in via di estinzione.


1.3.3 La fotogrammetria analitica

La fotogrammetria analitica opera invece misurando direttamente sulle due fotografie la
differente posizione delle due immagini di uno stesso punto e, con sole operazioni di calcolo
(donde il nome di analitica), calcola la posizione spaziale del punto; il procedimento quindi
molto simile, in linea di principio, a quello della vista fisiologica, poich anche nella
fotogrammetria analitica il fenomeno concreto solo nella fase di acquisizione, mentre consiste
solo in una fase di calcolo in quello della restituzione.
Lo strumento restitutore usato nella fase di restituzione nella fotogrammetria analitica lo
strumento restitutore analitico. Una sua parte integrante e fondamentale il calcolatore
elettronico (tipo Personal Computer) dedicato allesecuzione dei calcoli. E anche dovuto alla
necessit di disporre di una potenza di calcolo notevole inclusa nello strumento restitutore che
fa s che la fotogrammetria analitica divenga operativa solo a partire dalla met degli 70;
Non ci dilunghiamo oltre sulla fotogrammetria analitica poich essa costituisce appunto
largomento principale del corso, che verr trattato diffusamente pi avanti.



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Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 228

1.3.4 La fotogrammetria digitale.

Ultima arrivata sulla scena la fotogrammetria digitale, divenuta operativa solo a partire dei
primi anni 90.
La fotogrammetria digitale si caratterizza fondamentalmente per due aspetti:
uso di immagini digitali (donde il nome); anzich usare come immagini del terreno le
diapositive in forma di pellicola usa delle immagini digitali ottenute sottoponendo a
scansione le pellicole; queste vengono trasformate in matrici numeriche. La fotografia viene
cio idealmente suddivisa in un grigliato di piccoli quadratini (pixel); ogni quadratino viene
messo in corrispondenza con un elemento di una matrice; il valore numerico di un generico
elemento della matrice corrisponde allintensit di grigio (se la pellicola in bianco e nero)
o al colore (se la pellicola a colori) che presente nel quadratino che gli corrisponde.
eliminazione dello strumento restitutore fotogrammetrico, che viene sostituito dal
computer.
A parte queste due caratteristiche, dal punto di vista concettuale la fotogrammetria digitale
simile alla fotogrammetria analitica, poich anchessa adotta il principio di effettuare
loperazione di misura sulle immagini e di ricavare per via analitica le coordinate dei punti
oggetto.
Attualmente (anno 1996) la fotogrammetria digitale stata adottata da alcuni importanti centri
europei di produzione cartografica; in Italia, per ora, non trova ancora impiego nel mondo
della produzione. Si pu prevedere per che in un futuro molto prossimo (dieci anni?) col
progredire della tecnologia del computer che render disponibili memorie di massa sempre
pi a buon mercato per memorizzare le immagini digitali e maggior potenza di calcolo per
elaborarle, la fotogrammetria digitale soppianter ogni altro tipo di fotogrammetria.
Riteniamo quindi essenziale dare qualche cenno anche di questa nuova tecnica (paragrafo 4 di
questo stesso capitolo)


1.3.5 Fotogrammetria aerea e fotogrammetria terrestre

Per illustrare largomento abbiamo finora supposto che le immagini fotografiche da cui origina
il processo fotogrammetrico fossero riprese da una camera fotografica (in realt
fotogrammetrica come vedremo tra poco) situata a bordo di un aereo. In questo caso, di
prese effettuate da aereo, dovremmo per specificare che siamo nel campo della
fotogrammetria aerea; infatti esiste anche una fotogrammetria terrestre, che quella che si ha
quando le prese vengono fatte da terra con apparati fotografici simili a quelli con cui si fa della
fotografia amatoriale.
La fotogrammetria terrestre trova largo impiego in tanti settori, dal rilevamento architetturale, al
rilevamento di pezzi nel settore meccanico (largo impiego nel settore automobilistico), al
settore, al settore medico, ecc. ecc..
Nella trattazione che segue, quando parleremo di fotogrammetria, intenderemo la
fotogrammetria aerea, anche se molti dei concetti, delle apparecchiature e delle metodologie di
lavoro, possono intendersi riferite anche alla fotogrammetria terrestre.
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Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 229


1.4 Lacquisizione del dato primario: i fotogrammi.

1.4.1 Le fotografie aeree in uso nella fotogrammetria.

Le fotografie aeree che vengono utilizzate per la produzione di cartografia devono presentare
requisiti ben precisi che dipendono:
dalle caratteristiche geometriche delle camere di presa;
dai metodi di attuazione delle riprese;
dalle emulsioni fotografiche adottate.
Le fotografie che hanno queste particolari caratteristiche, che saranno definite in dettaglio nel
seguito, si definiscono fotogrammi e vengono utilizzate tanto in strumenti di tipo analogico
come per fotogrammetria analitica.


1.4.2 La camera fotogrammetrica.

Una camera fotogrammetrica una camera fotografica molto complessa e di notevoli
dimensioni e peso.
Le sue caratteristiche pi salienti sono:
il formato dell'immagine, di forma quadrata, ha il lato di 230 mm e quindi la sua area
sessanta volte maggiore di quella del negativo che si ottiene con una comune macchina
fotografica amatoriale di formato (24 x 36) mmq;
la macchina dotata di un grande magazzino porta pellicola, che pu contenere pellicole
lunghe sino a 250 piedi (circa 80 m), e di dispositivi che consentono un'elevata
automazione delle operazioni di ripresa;
le immagini che da essa si ottengono sono metricamente corrette perch la distorsione
dell'obbiettivo praticamente nulla;
la camera possiede dei riferimenti geometrici intrinseci alla sua struttura che materializzano
un sistema di riferimento rispetto al quale possibile definire la posizione dei punti immagine
in termine di coordinate cartesiane;
poich la quota di volo di un aereo che esegue riprese fotogrammetriche , come minimo,
di alcune centinaia di metri, il terreno sempre molto lontano dalla camera da presa (a
distanza iperfocale); essa quindi a fuoco fisso e la sua focale , in generale, di 150 mm;
solo da pochi anni, e limitatamente a rilevamenti speciali, vengono impiegate anche camere
con focali maggiori (220 e 300 mm).

a) Schematizzazione della camera da presa

Lottica di una camera fotogrammetrica molto complessa e viene definita in funzione di
diversi parametri; per non appesantire la trattazione verr qui usata una schematizzazione
semplificata della geometria interna della camera da presa, che, oltre ad essere sufficiente alla
comprensione della trattazione che segue, non si discosta molto dalla realt.
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Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 230

marche fiduciali
pellicola
piano focale
telaio conico
corpo esterno
della camera
distanza focale
P'
spazio
immagine
spazio oggetto

'
asse ottico
P
A
O
che sostiene l'obbiettivo
f


figura 8

Adottando questa schematizzazione semplificata possiamo dire(vedi figura 8) che:
esiste un centro dellobbiettivo O, che assumeremo come punto di simmetria tra stella di
raggi oggetto (cio quelli che vengono riflessi dal terreno e colpiscono lobbiettivo) e stella
di raggi immagine (cio quelli che, dopo aver attraversato lobbiettivo, vanno a
impressionare la pellicola);
esiste un asse ottico dellobbiettivo che costituito dalla retta su cui giacciono i centri di
tutte le calotte sferiche che delimitano la forma di tutte le lenti semplici da cui lobbiettivo
formato;
lasse ottico dellobbiettivo ortogonale al piano su cui giace la pellicola da impressionare,
piano che a sua volta coincide con il piano focale della camera da presa;
lobbiettivo ha una focale f che assumiamo essere la distanza del centro dellobbiettivo dal
piano focale;
la distanza p del piano della pellicola dal centro dellobbiettivo detta distanza principale;
poich la camera da presa a fuoco fisso, la distanza principale ha un valore costante,
coincidente con quello della distanza focale f;
langolo formato tra un raggio che proviene da un punto P dello spazio oggetto e lasse
ottico, uguale a quello formato dal raggio immagine e dallasse ottico, il che significa
che assumeremo lobiettivo come esente da qualsiasi tipo di distorsione.
Allinterno della base quadrata del tronco di cono che sostiene lobbiettivo, si trova una
cornice, che serve dappoggio alla pellicola; su tale cornice vi trovano quattro forellini; al
momento della presa della fotografia la luce passa attraverso i quattro forellini, che quindi
appariranno come quattro piccoli puntini bianchi su fondo nero, sulla diapositiva ottenuta
sviluppando il negativo. Il diametro dei puntini di qualche decimo di millimetro. Questi
forellini (e anche le loro immagini sui fotogrammi) sono detti marche fiduciali e servono a
materializzare un sistema di riferimento interno della camera da presa.
Sempre adottando una visione semplificata della geometria interna della camera da presa
possiamo dire che:
lasse ottico dellobbiettivo interseca il piano focale in un punto A, detto punto principale,
che coincide con lintersezione dei due segmenti ideali che congiungono le due coppie di
marche fiduciali.
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Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 231

Nelle camere da presa le marche possono trovarsi in posizione mediana dei quattro lati del
telaio su cui si appoggia la pellicola, oppure in corrispondenza degli angoli del telaio, o in
entrambi le posizioni contemporaneamente, e in tal caso se ne avranno otto.

A
A
A


figura 9

Nel seguito si supporr di trovarsi nel primo caso, per il semplice fatto che sar pi evidente la
funzione delle marche come elemento fisico che materializza il sistema di riferimento interno
della camera da presa.


b) Parti che costituiscono la camera da presa.

Le parti delle quali costituita una camera per effettuare riprese aeree fotogrammetriche, sono
indicate nella figura 10

figura 10
la camera propriamente detta o cono (1) costituita possibilmente in monoblocco ed avente
il compito di collegare nel modo pi rigido possibile l'obbiettivo (2), al quadro (3) della
camera, cio al piano della prospettiva, sul quale sono fissati i quattro indici che servono a
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Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 232

definire il punto principale e che, illuminati dalla luce che attraversa l'obbiettivo nel momento
dell'esposizione, verranno registrati sulla superficie sensibile. Fanno inoltre parte del cono
l'otturatore, i l diaframma e gli strumenti di registrazione (4), cio l'orologio, la livella,
l'altimetro ed il contafotogrammi, che vengono riprodotti sul bordo del fotogramma ad ogni
esposizione: l'utilizzatore potr quindi conoscere l'assetto della camera mediante l'immagine
della livella sferica, l'ora in cui avvenuta l'esposizione, la quota di volo assoluta ed il
numero progressivo di ogni fotogramma.
Il dispositivo di sospensione (7), mediante il quale la camera fissata elasticamente al
pavimento (8) del veicolo, con tamponi di gomma (9), sopra la botola (10). Il quadro
interno della sospensione pu essere livellato secondo due direzioni perpendicolari fra di
loro agendo su due manopole di comando.
Il magazzino del film (11), che viene collegato rigidamente al cono nella sua parte superiore,
la scatola del magazzino contiene il rocchetto di alimentazione (12), sul quale avvolto il
film vergine, il rocchetto ricevitore (13) ed il piatto di spianamento (14) del film con il
dispositivo depressore. Il trascinamento del film avviene mediante un motore (15), che ad
ogni impulso elettrico proveniente da una scatola di comando, mette in rotazione il
rocchetto ricevitore e trascina quindi una porzione di film pari al formato del quadro sul
quale si adagia.
In un istante successivo il piatto di spianamento, sollevato durante il movimento di
trascinamento, si abbassa sul dorso del film e fa s che il lato emulsionato venga a diretto
contatto con il quadro del cono. La superficie del piatto a contatto con il dorso del film
provvista di scanalature o di fori, attraverso i quali, con un dispositivo a pompa (16), si
crea una depressione che mantiene il film aderente al piatto stesso sino a che non
avvenuta l'esposizione.
L'ottica di osservazione (17). Rigidamente collegato al telaio della camera vi di solito un
cannocchiale, mediante il quale il fotografo osserva sulla verticale il terreno durante la
ripresa e controlla, con un traguardo appositamente dimensionato contenuto nel campo
visivo, che la zona fotografata corrisponda a quella stabilita in sede di progetto del volo.
L'intervallometro (18). Per ottenere una copertura fotografica regolare che riproduca
omogeneamente tutta la regione in studio secondo le necessit fotogrammetriche, bisogna
imporre alla camera una cadenza di esecuzione dei fotogrammi. Mediante l'intervallometro,
senza bisogno di misurare tempi o eseguire calcoli, l'osservatore impone la cadenza di
ripresa desiderata.
Il pannello di comando della camera (19). L'azionamento della camera viene effettuato
agendo su manopole appartenenti ad un pannello di comando che pu far parte della
camera ma che in diversi casi separato da essa. I comandi principali servono per la messa
in azione e l'arresto della camera (20), per l'esecuzione di fotogrammi singoli o di
fotogrammi in serie con diverse cadenze (21), per la regolazione della cadenza di scatto
(22).


1.4.3 I fotogrammi prodotti da una camera fotogrammetrica.

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Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 233

L'immagine fotografica ottenuta mediante una camera fotogrammetrica si definisce
fotogramma. Un fotogramma dal punto di vista geometrico una proiezione centrale.
L'immagine del terreno ripresa ha una scala media che dipende dalla distanza principale della
camera da presa e dalla quota di volo; detta Q la quota di volo assoluta e q la quota media del
terreno, entrambe espresse in metri, e assunta pari a 0,150 m la focale della camera da presa,
la scala media del fotogramma risulta dalla relazione:
1

f m
0.150
Q q
=


Si parla di scala media di un fotogramma e non semplicemente di scala poich la scala alla
quale il terreno rappresentato pu variare all'interno di un unico fotogramma. Si consideri
infatti il caso in cui la porzione di terreno fotografata comprenda una valle incassata tra due
pareti; il fondo valle sar la zona di terreno pi lontana dalla macchina da presa, e quindi la sua
immagine sar a scala pi piccola delle creste dei monti che delimitano la valle, le quali,
trovandosi a quota maggiore, saranno pi vicine alla camera da presa e saranno pertanto a
scala maggiore. Se, ad esempio, la quota di volo assoluta Q di 2500 metri, il fondovalle a
quota 500 metri e le creste dei monti che delimitano la valle sono a 1300 metri, si avr per il
fondovalle la seguente scala:
1
2500 500
1
13000
f
0.150
=

=
mentre per le creste dei monti si avr:
1
2500 1300
1
8000
f
0.150
=

=
Al momento dello scatto dell'otturatore, oltre alle quattro marche fiduciali, vengono
impressionati su fotogramma, lungo uno dei suoi lati:
un numero progressivo di contatore, utile per ricostruire la sequenzialit dei fotogrammi;
infatti mentre il negativo viene conservato in rotolo, le diapositive, o le stampe su carta,
vengono stampate singolarmente nel formato 240 x 240 mm (230 x 230 mm utili);
l'immagine di un altimetro indicante con un margine di errore di 100 m, la quota assoluta
di volo dell'aereo; dal lato dell'altimetro, nota la quota media del terreno ripreso, si pu
ricavare una buona stima della scala media del fotogramma;
un datario, cio una finestrella con la data in cui il fotogramma stato ripreso; compito
del fotografo di bordo scrivere al momento dell'inizio delle riprese, la data del giorno nel
datario, in modo che la sua immagine risulti sui fotogrammi. La presenza della data sul
fotogramma permette di controllare che le riprese siano state fatte nell'intervallo di tempo
previsto dal contratto; consente inoltre di conoscere quando le foto sono state scattate nel
caso di impiego in tempi successivi da persone che non ne conoscono con esattezza
l'origine. importante per che la data presente sul bordo del fotogramma risulti anche sul
negativo del fotogramma e non solo sulla diapositiva o sulla stampa su carta, il che
indicherebbe che la data stata stampata sulla diapositiva o sulla stampa su carta
successivamente alla ripresa aerea e che quindi scarsamente attendibile;
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Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 234

l'immagine di un orologio indicante l'ora in cui il fotogramma stato ripreso; l'ora sempre
quella solare, anche quando si in regime di ora legale. Anche questa indicazione
importante perch le ore utili per le riprese aeree vengono fissate nel capitolato;
l'immagine di una livella sferica, che permette di giudicare se l'aereo al momento della
ripresa del fotogramma avesse un assetto regolare di volo;
il valore della distanza principale della camera fotogrammetrica.

1.4.4 Le onde elettromagnetiche dello spettro della luce visibile, dell'infrarosso vicino e
dell'infrarosso termico.

Un'onda elettromagnetica un flusso di energia che viene originato da una sorgente e si
propaga nello spazio. Il sole una sorgente di onde elettromagnetiche che producono l'effetto
fisiologico chiamato luce. Quando la luce del sole ci giunge direttamente, essa non ha alcun
colore particolare (si dice che luce bianca); l'insieme di tutte le onde elettromagnetiche che
compongono la luce bianca si chiama spettro della luce visibile, o anche semplicemente
spettro; le onde elettromagnetiche dello spettro hanno una lunghezza d'onda variabile.
La luce solare nel suo complesso assimilabile al suono che proviene da un'orchestra, nella
quale coesistono toni acuti, medi e bassi; come con appositi dispositivi possibile assorbire
parte del suono e mettere in evidenza i vari toni, cos con opportuni filtri ottici si pu filtrare la
luce solare e osservare separatamente parti limitate dello spettro; queste si differenziano
perch sono composte da onde elettromagnetiche che hanno diversa lunghezza d'onda e
assumono varie tonalit di colore (dal blu, al verde, al rosso ) mano a mano che aumenta la
lunghezza d'onda delle onde che compongono la parte di spettro considerata.
Quando la luce solare cade su un oggetto, questo agisce come un filtro; parte della luce viene
assorbita dall'oggetto stesso e parte viene riflessa; poich per gli oggetti assorbono la luce
solare in quantit differenti e in parti diverse dello spettro, la luce che riflettono non bianca
ma colorata; per questo noi diciamo che gli oggetti hanno un colore; in realt il loro colore
quello della parte dello spettro della luce bianca che essi non assorbono. In particolare un
oggetto ci appare bianco quando riflette tutte le onde dello spettro e nero quando le assorbe
tutte.
Come nel campo delle onde acustiche esistono gli ultrasuoni, cio onde che hanno le stesse
caratteristiche di quelle sonore, ma che non sono percepibili dall'orecchio umano, cos
abbiamo onde elettromagnetiche che hanno caratteristiche simili a quelle dello spettro della
luce solare, sono emesse dal sole e sono in parte assorbite e in parte riflesse dalle superfici
sulle quali incidono, ma non sono visibili dall'occhio umano; esse sono dette dell' infrarosso
vicino; la parola infrarosso deriva dal fatto che tali onde elettromagnetiche hanno lunghezza
d'onda un po' pi grande di quella parte dello spettro della luce visibile che, singolarmente
presa, assume colorazione rossa; la parola vicino indica che esse, come lunghezza d'onda,
vengono subito dopo quelle dello spettro visibile.
Le onde dell'infrarosso vengono pi o meno riflesse dalle superfici sulle quali incidono a
seconda della natura di queste ultime.
In particolare interessante il comportamento della vegetazione nel riflettere tali onde:
l'intensit di riflessione delle onde infrarosse da parte delle foglie di una pianta o dell'erba o di
una coltivazione agricola in genere , infatti, funzione non solo del tipo di vegetale, ma anche
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Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 235

del suo livello di crescita, dello stato di salute, della composizione litologica del suolo sul quale
si trova, dello stato di umidit del suolo e di altri fattori.
Valutando quindi su una fotografia, mediante un opportuno codice cromatico, la quantit di
onde infrarosse riflesse dalla vegetazione, possibile ottenere una quantit di informazioni utili
non solo agli agronomi o ai forestali, ma anche ai geologi, agli idrologi ed in generale ai tecnici
preposti alla sistemazione del suolo ed alla salvaguardia dell'ambiente.
Un terzo gruppo interessante quello delle onde elettromagnetiche dell'infrarosso termico. A
differenza di quelle dei primi due gruppi, le onde dell'infrarosso termico non provengono dal
sole e non vengono riflesse dagli oggetti, ma vengono emesse dagli oggetti stessi in funzione
della loro temperatura (da qui l'aggettivo termico).
Anch'esse hanno lunghezza d'onda superiore alle onde dello spettro della luce visibile che
danno la sensazione del rosso, e perci vengono dette dell'infrarosso. La loro lunghezza
d'onda superiore anche a quella delle onde dell'infrarosso vicino e come queste ultime non
sono visibili all'occhio umano; inoltre, a differenza delle onde dell'infrarosso vicino, non sono
neppure in grado di impressionare le emulsioni fotografiche (esistono tuttavia opportuni
strumenti in grado di rilevarle e metodi per visualizzarle).
Poter visualizzare le onde dell'infrarosso termico utile tutte le volte che si vuol rilevare un
fenomeno che si evidenzia soltanto dal suo stato termico; si pensi, ad esempio, al problema
dell'individuazione di sorgenti di acqua dolce in mare lungo una costa: l'affioramento dell'acqua
della sorgente nell'acqua marina non rilevabile visivamente, per provoca localmente una
variazione di temperatura. Poter rilevare rapidamente, da un mezzo aereo, vaste superfici di
mare con uno strumento in grado di captare le onde dell'infrarosso termico permette quindi
d'accertare la presenza delle sorgenti.
Indicheremo nel seguito con la sigla IR le onde elettromagnetiche dell'infrarosso vicino e con
quella IRT quelle dell'infrarosso termico; abbrevvieremo inoltre in OE il termine onde
elettromagnetiche ed in LdO quello lunghezza d'onda.


1.4.5 Le pellicole fotografiche.

Le pellicole attualmente disponibili per le riprese aeree sono le seguenti: bianco e nero
negativo; colore negativo; colore invertibile; infrarosso bianco e nero negativo; infrarosso falso
colore invertibile.
Le pellicole negative sono quelle che, sviluppate, si presentano in forma di negativo, dalle quali
si ottiene poi, con un secondo passaggio di stampa su altra pellicola o su carta, il positivo.
Le pellicole invertibili sono invece quelle che, una volta sviluppate, si presentano in forma di
diapositiva; per ottenere da queste altre copie si deve effettuare una stampa o su pellicola
invertibile o su carta invertibile. Generalmente quando la ripresa aerea effettuata per ricavare
i fotogrammi per la costruzione di una cartografia, si utilizza la pellicola bianco e nero negativa,
dalla quale si ottengono poi alcune serie di stampe in bianco e nero ed una serie di diapositive
per la restituzione fotogrammetrica. Quando invece la ripresa aerea effettuata per
fotointerpretare particolari aspetti del territorio, si utilizza la pellicola a colori (negativa o
invertibile).
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 236

Dal punto di vista della qualit, la pellicola invertibile a colori superiore a quella negativa;
quest'ultima per consente la produzione di stampe a colori con minor costo. Pertanto se si
prevede di dover effettuare una distribuzione in pi copie delle foto aeree, meglio scegliere la
pellicola a colori negativa, mentre se l'impiego delle fotografie limitato alla restituzione
fotogrammetrica o ad uno studio di fotointerpretazione da parte di un solo ente, meglio
utilizzare quella invertibile.
Le pellicole all'infrarosso bianco e nero ed all'infrarosso falso colore vengono impiegate per
scopi speciali, quando cio si deve effettuare un'indagine fotointerpretativa per studiare
fenomeni connessi alla vegetazione, all'idrologia, ecc..

Pellicola in bianco e nero (b&n)
E' costituita da uno strato di emulsione steso su un supporto di base, sensibile a tutte le onde
elettromagnetiche dello spettro, ma non a quelle dell'IR.
0,4 0,5 0,6 0,7 0,8 0,9
LdO in micron
sensibilit

figura 11.a - curva sensitometrica di una pellicola in b&n

Pellicola all'infrarosso in b&n
L'emulsione sensibile a tutte le OE dello spettro ed anche alle OE dell'IR vicino; la curva
sensitometrica rappresentata in figura 11.b.
0,4 0,5 0,6 0,7 0,8 0,9
LdO in micron
sensibilit

figura 11.b - curva sensitometrica di una pellicola allinfrarosso b&n

Pellicola a colori
Ha tre strati di emulsione: uno sensibile alle OE comprese tra 0,4 - 0,5 micron, uno sensibile
alle OE di LdO comprese tra 0,5 - 0,6 micron ed uno alle OE di LdO comprese tra 0,6 - 0,7
micron.
Poich le OE comprese in questi tre campi danno rispettivamente la sensazione di luce blu,
verde, rossa, si dice che nella pellicola a colori vi uno strato sensibile al blu, uno al verde ed
uno al rosso. La curva sensitometrica pertanto composta da tre curve, una per ogni strato
(vedi figura 11.c).
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 237


0,4 0,5 0,6 0,7 0,8 0,9
LdO in micron
sensibilit
strato sensibile al verde
strato sensibile al rosso
strato sensibile al blu

figura 11.c - curva sensitometrica di una pellicola a colori
Il meccanismo mediante il quale avviene la riproduzione a colori di una immagine mediante
l'uso delle pellicole a colori abbastanza complesso ed esula dai nostri interessi; brevemente si
pu dire che la luce riflessa da un oggetto sensibilizza in modo diverso i tre strati della pellicola;
questa, una volta sviluppata, quando viene illuminata da luce bianca, assorbe parte di questa
luce in modo che il colore dell'immagine dell'oggetto riprodotto sulla fotografia sia uguale a
quella dell'oggetto che l'ha generata.
L'impiego principale delle pellicole a colori si ha nella fotointerpretazione.
Pellicola all'infrarosso falso colore (Irfc)
Ha tre strati di emulsione
uno sensibile alle OE 0,5 - 0,6 micron (verde)
uno alle OE 0,6 -0,7 micron (rosso)
uno alle OE 0,7 - 0,9 micron (IR);
tutti gli strati sono inoltre sensibili alle OE 0,4 - 0,5 micron (blu), che vengono eliminate
anteponendo all'obbiettivo all'atto della presa un filtro giallo: ci che ha colore blu appare
quindi nero su una pellicola all'IRfc.
La curva sensitometrica della pellicola rappresentata nella figura 11.d

0,4 0,5 0,6 0,7 0,8 0,9
LdO in micron
sensibilit
strato sensibile al rosso
strato sensibile all'infrarosso
strato sensibile al verde

figura 11.d - curva sensitometrica di una pellicola allinfrarosso falso colore
Durante lo sviluppo, la colorazione dei tre strati viene ottenuta in modo che l'intensit di
riflessione dell'IR si manifesti con il colore rosso perch l'occhio umano distingue le sue
sfumature meglio di quelle del blu o del verde, di conseguenza, essendo questa pellicola
impiegata per indagini sulla vegetazione, si ritenuto opportuno utilizzare lo strato di emulsione
che si trasforma in colore rosso per registrare le OE dell'IR. La composizione chimica della
pellicola , inoltre, fatta in modo che gli oggetti rossi compaiono di colore verde, e quelli verdi
di colore blu.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 238

Come gi detto, questa pellicola particolarmente adatta alla fotointerpretazione, in
particolare per indagini che riguardano la vegetazione (classificazione di colture, esame del loro
stato di sviluppo per previsione di produzione; rilevamento tempestivo di casi di infestazione,
ecc.).
1.5 Schema di ripresa fotogrammetrica.




l
f
H
R
L
0,4 L 0,6 L
L



figura 12.a

L'aereo sorvola il terreno ad una quota relativa H; vengono riprese delle fotografie del terreno
in modo che ogni punto del terreno compaia su due fotografie; ci si ottiene facendo s che
ogni fotografia ricopra al 60% la parte di terreno che compare sulla precedente. Nelle figure L
il lato della zona di terreno (all'incirca quadrata) ripresa sul fotogramma; R il ricoprimento
longitudinale che uguale al 60% di L; l il lato del fotogramma (230 mm); f la focale della
camera di ripresa (in genere 150 mm).
L'aereo sorvola il terreno eseguendo delle strisciate di fotogrammi secondo lo schema
illustrato alle successive figure 12.b e 13. L'interasse i tra due strisciate viene scelto in modo
che le strisciate si ricoprano per il 20%(r = ricoprimento trasversale) questo sempre per
garantire la totale copertura fotografica del terreno da cartografare.

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Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 239

L
i
i
L
0,4L
r

figura 12.b.

Supponiamo che la zona da rilevare sia l'area contornata in figura dalla linea tratteggiata; il
percorso dell'aereo sar quello indicato dalla linea continua; i tratti rettilinei all'interno della
zona da rilevare costituiscono gli assi delle strisciate.



figura 13.a - schema di volo

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Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 240



figura 13.b - copertura fotogrammetrica

A causa del ricoprimento longitudinale del 60% e di quello trasversale del 20%, il numero di
fotogrammi di una copertura fotogrammetrica molto superiore a quello che sarebbe
necessario per una semplice copertura fotografica.


1.6 Le condizioni meteorologiche e le riprese da aereo.

In un intero anno solare il numero di giornate utili a riprese fotografiche aeree per la
costruzione di cartografia di base limitato dalle condizioni meteorologiche e dai periodi
stagionali.
Per l'esecuzione di una ripresa aerofotogrammetrica necessaria infatti:
l'assenza di nubi, che creano zone cieche se al di sotto della quota di volo, oppure di ombra
se al di sopra;
l'assenza di foschia, che impedisce la navigazione a vista e provoca un decadimento non
tollerabile nella qualit dell'immagine fotografica;
l'assenza di vento forte, che non permette di mantenere l'aereo in assetto di volo regolare;
un'inclinazione sull'orizzonte dei raggi del sole non inferiore ai 30 ; un'inclinazione inferiore
provoca ombre troppo lunghe e troppo intense che ostacolano la corretta interpretazione
dei fotogrammi.
Oltre a queste condizioni meteorologiche occorre poi scartare per le zone in pianura il periodo
estivo, nel quale la vegetazione molto sviluppata e copre molti particolari del terreno, e, per
quelle di montagna, il periodo dell'innevamento.
Per rendere l'idea di quali sarebbero le condizioni ideali per una ripresa aerea
fotogrammetrica, potremmo dire che il tempo ideale si avrebbe nelle ore a cavallo del
mezzogiorno di una serena giornata di giugno, con l'aria tersa come in una ventosa giornata di
marzo, ma senza il vento che c' generalmente in questo mese; inoltre lo stato di sviluppo della
vegetazione dovrebbe essere quello di febbraio. Da questo paradossale esempio si pu
ricavare che le giornate utili per le riprese fotogrammetriche sono poche nell'arco di un intero
anno solare. In Italia non sono mai state fatte statistiche al riguardo, ma si pu ipotizzare, in
base all'esperienza che, presa a caso una zona sul territorio nazionale, non si registrano per
essa pi di 30 giornate utili per la sua ripresa aerofotogrammetrica.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 241

Questo elemento vincolante, non generalmente noto ai committenti, che pensano quindi di
poter realizzare lavori di cartografia di base nell'arco di qualche mese mentre nella maggior
parte dei casi passano gi alcuni mesi dal momento in cui viene stipulato il contratto d'appalto
a quello in cui si verificano le condizioni idonee alla ripresa aerea.
Vi sono invece pi giornate utili per i voli quando le riprese aeree fotografiche vengono
eseguite per la costruzione di cartografia tematica. Infatti, pur rimanendo validi tutti gli altri
vincoli, cade quello riguardante il limitato sviluppo della vegetazione; anzi, per una delle
indagini pi frequentemente richieste per la pianificazione del territorio, quella sulla destinazione
d'uso del suolo e la classificazione delle colture, pu convenire che la coltura sia in avanzato
stato di sviluppo. Risulta quindi utile, ai fini delle riprese aeree, anche tutto il periodo estivo, il
pi favorevole sotto il profilo meteorologico.

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 242

2. Fotogrammetria analitica.

Come detto precedentemente la fotogrammetria analitica basata sul principio di determinare
la posizione spaziale di un punto di cui se ne abbiamo le immagini su due fotogrammi,
direttamente in termini di coordinate, attraverso operazioni di calcolo che hanno, come dati di
input fondamentale, le coordinate delle due immagini del punto espresse in un sistema di
riferimento materializzato nella camera da presa e che quindi rimane costante per tutti i
fotogrammi.


2.1 Il sistema di riferimento interno della camera da presa.

La fotogrammetria analitica richiede che la posizione dei punti immagine sui fotogrammi venga
espressa in termini di coordinate cartesiane tridimensionali rispetto ad un sistema di riferimento
materializzato da elementi fisici della camera da presa stessa, che chiameremo nel seguito
sistema di riferimento interno.
Con riferimento alla schematizzazione semplificata della camera da presa che stata data al
punto 1.41 di questo capitolo, il sistema di riferimento interno cos definito:
origine del sistema coincidente con il centro dellobbiettivo;
asse z coincidente con lasse ottico dellobbiettivo;
assi x ed y paralleli alle congiungenti delle marche fiduciali; viene assunto come asse x
quello che congiunge le marche che si trovano sui due lati del fotogramma che sono
approssimativamente paralleli alla direzione di volo.
Poich la pellicola giace nel piano focale, detta f la focale dellobbiettivo, la coordinata z di un
generico punto immagine uguale ad f se si considera limmagine negativa e pari a -f se si
considera limmagine positiva.
Nel seguito si considerer sempre limmagine positiva del fotogramma, poich in effetti sono
le diapositive ottenute dal negativo che vengono utilizzate negli strumenti restitutori; pertanto il
valore z dei punti immagine sar sempre assunto pari a -f.

z asse ottico dell'obbiettivo
y
x
-f
O
P
P

figura 14

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 243

Notiamo infine che nel seguito si commetter spesso unimprecisione, per motivi di praticit; e
cio in alcuni grafici di supporto alla trattazione si disegneranno gli assi x ed y del sistema di
riferimento interno, come giacenti nel piano dellimmagine positiva, come appunto indicato in
figura 15.a); mentre per lesattezza in tale piano gli assi dovrebbero essere indicati con la
simbologia //x e //y come in figura 15.b), per evidenziare che in tale piano non giacciono gli
assi x ed y del sistema di orientamento interno, ma degli assi ad essi paralleli.

x
-f
O
y
// x
-f
O
// y
a) b)

figura 15

2.2 Lo strumento restitutore analitico.

Lo strumento restitutore analitico si compone:
di una struttura ottico-meccanica finalizzata alla misura delle coordinate x,y dei punti
immagine su una coppia di fotogrammi
di un calcolatore elettronico, sul quale risiedono i programmi che costituiscono il software
di gestione dello strumento, e che esegue i calcoli previsti da tali programmi; il calcolatore,
di tipo personal computer, dotato di monitor che serve come interfaccia strumento-
operatore e per la visualizzazione della cartografia che viene prodotta nella fase di
restituzione fotogrammetrica
di un plotter che traccia su carta il risultato della restituzione; questa periferica per ormai
raramente inclusa nelle componenti del restitutore poich la produzione su carta avviene
fuori linea (cio dopo la fase di restituzione) dopo che il risultato della restituzione ha subito
delle elaborazioni che sono il risultato della fase di ricognizione e di editing (il significato di
questi due termini verr spiegato pi avanti).
La parte ottico-mecanica dello strumento costituita da due strutture gemelle, ciascuna delle
quali composta come illustrata nella figura 16.
Vi sono due guide fisse vincolate alla struttura esterna dello strumento, esse sono indicate in
figura con le lettere A
1
e A
2
; su queste due guide fisse appoggiato un primo carrello C
1
che
pu traslare lungo di esse; su questo carrello si trovano due guide, indicate in figura con le
lettere B
1
e B
2
; su queste due guide trasla un secondo carrello C
2
, detto carrello portalastra,
poich su di esso si appoggia una delle due diapositive (le diapositive vengono a volte
impropriamente chiamate lastre poich una volta dal negativo si ricavavano le diapositive su
vetro, non disponendosi di supporti indeformabili per la stampa delle diapositive).
Due motori, comandati tramite pulsanti dalloperatore, consentono di far traslare i due carrelli
C
1
e C
2
sulle rispettive coppie di guide.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 244


A
C
B
A
B
C
L
V
L
U
1 2
1
1
2
2
P


figura 16

Fissa al telaio dello strumento vi una graduazione elettronica L
V
su cui scorre un sensore di
lettura automatica della graduazione solidale al carrello C
1
; solidale al carrello C
2
vi una
seconda guida elettronica su cui scorre un sensore di lettura automatica della graduazione L
U
.
Queste due guide materializzano il sistema di riferimento strumentale (U,V) per la lettura delle
coordinate della diapositiva di sinistra
*
.
Sopra a questi dispositivi, in posizione mediana rispetto al campo di escursione dei due carrelli
(figure 17.a e 17.b) vi un traguardo di lettura fisso, costituito da una lente con un puntino
nero inciso su di essa, detto marca di collimazione o semplicemente marca, di circa un
decimo di millimetro di diametro (non si confonda la marca stereoscopica con le marche
fiduciali della camera da presa!).


*
Nella trattazione useremo la terminologia fotogramma di sinistra e fotogramma di
destra; deve essere chiaro che questa terminologia strettamente funzionale alla
spiegazione della materia. In realt una ripresa fotogrammetrica si compone di decine o
centinaia di fotogrammi, ripresi secondo lo schema a strisciate indicato al punto 1.3.5 di
questo Capitolo. Quindi sarebbe pi corretto ogni volta dire: consideriamo due qualsiasi
fotogrammi consecutivi di una strisciata e indichiamoli con i ed i+1, ecc. ecc. Per
brevit di esposizione li chiamiamo invece fotogramma di sinistra e fotogramma di destra
e differenziamo i parametri ad essi relativi con i pedici
1
e
2
anzich
i
e
1+1
.

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 245

a) b) c)
0
max
L
U
L
V
0
0
max
L
V
L
U
0
0
max
V
P
U
P
L
V
L
U
0


figura 17

Facendo traslare la diapositiva, mediante il movimento dei due carrelli C
1
e C
2
, sotto la marca
nelle due direzioni U,V, possibile portare in corrispondenza della marca stereoscopica
qualsiasi punto della diapositiva.
Il sistema calibrato in modo che, in ogni istante, vengano attribuite al punto che si trova in
corrispondenza della marca, le coordinate U
P
, V
P
che vengono lette dai due sensori sulle
graduazioni elettroniche L
U
ed L
V
. (figura 17.c)
Nella figura 17 si sono indicate tre posizioni dei carrelli che portano sotto la marca di
collimazione tre diversi punti del fotogramma.
Il dispositivo descritto viene detto a ottica fissa e lastra mobile, poich appunto lottica di
osservazione sta ferma e si muove la lastra mediante i carrelli C
1
e C
2
. Da un punto di vista
concettuale potrebbe sembrare pi semplice realizzare un dispositivo a lastra fissa e a ottica
mobile in cui la diapositiva sta ferma e la marca stereoscopica si muove sopra di essa. In
realt non cos; infatti la parte di diapositiva che cade sotto la lente su cui incisa la marca
deve venir portata allocchio delloperatore attraverso un complicato sistema di lenti e di
prismi; nel sistema a ottica mobile questo sistema ottico in movimento sarebbe molto costoso
da realizzare e da tenere rettificato; meno costoso invece realizzare la parte meccanica che fa
muovere la lastra (i carrelli) e tenerla rettificata.
Tra poco vedremo come, dalle coordinate strumentali U
P
,V
P
di un generico punto P della
diapositiva. sia possibile passare alla determinazione delle sue coordinate lastra x
P
,y
P
nel
sistema interno della camera da presa
Nello strumento restitutore analitico vi sono due apparati come quello appena descritto,
affiancati luno allaltro; su uno viene posto il fotogramma di sinistra e sullaltro quello di
destra.
Questi due apparati ottico meccanici, costituiscono la parte di misura dello strumento
fotogrammetrico analitico.
Le coordinate strumentali di un generico punto P del terreno che appare sulla diapositiva di
sinistra e sulla diapositiva verranno indicate rispettivamente con la seguente notazione:
(U
P
,V
P
)
S
e (U
P
,V
P
)
D
.

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 246

diapositiva 2
L
V
V
P
L
U
U
P
COMPUTER
PLOTTER
ARCHIVIO
DATA-BASE
x,y P'
x,y P"
RESTITUTORE ANALITICO
L
V
L
U
V
P
U
P
diapositiva 1


figura 18

Per ognuno dei due apparati, un sistema ottico trasporta limmagine della marca, e della
porzione di diapositiva che cade sotto la lente su cui la marca incisa, ad uno degli occhi
delloperatore; in pratica loperatore appoggia gli occhi ad una specie di binocolo che gli
consente di vedere la diapositiva di sinistra con il solo occhio sinistro e la diapositiva di destra
col solo occhio destro. Per mezzo di questo artificio, loperatore non ha la sensazione di
osservare due distinte immagini del terreno, ma vede unimmagine tridimensionale del
terreno; infatti il nostro apparato fisiologico visivo rimane ingannato dallartificio e ricrea nel
nostro cervello unimmagine tridimensionale del terreno come se guardassimo il territorio
dallalto e si formassero sulle due retine due diverse immagini di esso. Senza entrare troppo nel
particolare, sottolineiamo il fatto che leffetto di tridimensionalit con cui loperatore vede il
modello dl terreno, molto esasperato rispetto a una visione diretta dallalto. Ci dovuto al
fatto che la distanza tra i punti di presa dei due fotogrammi dello stesso odine di grandezza
della distanza delloggetto (il terreno) che viene fotografato; poich la distanza tra i punti di
presa assimilabile alla distanza interpupillare nella visione fisiologica, laumento di effetto
stereoscopico paragonabile a quello che si avrebbe nella visione diretta se guardassimo la
realt che ci circonda con una distanza interpupillare di qualche metro!
Inoltre (e anche di questo fatto tralasciamo la spiegazione perch troppo complicata e
ininfluente sulla trattazione che segue) quando di uno stesso punto P del terreno, limmagine P
sul fotogramma di sinistra si trova sotto la marca di sinistra e limmagine P sul fotogramma di
destra si trova sotto la marca di destra, loperatore vede la marca come un unico puntino nero
appoggiato sul punto P del modello stereoscopico del terreno.

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 247


figura 19 - un operatore allo strumento.

Da ci ne consegue che: quando loperatore vuole collimare un punto, il che significa portare
le due immagini P e P in corrispondenza delle marche di sinistra e di destra rispettivamente,
egli deve muovere i due carrelli portalastra mediante gli appositi dispositivi di comando, fino a
che la marca gli appare come un puntino nero appoggiato sul punto P del modello del terreno.
Questo procedimento detto collimazione stereoscopica; la collimazione stereoscopica il
metodo pi veloce e preciso per effettuare la collimazione di un punto.
La collimazione stereoscopica di due punti omologhi non lunica possibile; si potrebbe fare
anche una collimazione monoscopica di due punti omologhi portando separatamente ciascuno
di essi a sovrapporsi alla sua marca, e giudicando, per ciascuno di essi, la coincidenza tra
punto e marca con una semplice operazione di traguardo.
Ad esempio durante le esercitazioni del corso di fotogrammetria, poich gli studenti non sono
esperti nella collimazione stereoscopica, li si invita a procedere come segue:
1. chiuda locchio destro e, muovendo con gli appositi comandi solo il carrello
portalastra di sinistra, porti la marca di sinistra su un punto del fotogramma di
sinistra (ad esempio lo spigolo di una casa); a rigor di termini si dovrebbe dire porti
un punto sotto la marca, perch chi si muove il fotogramma; ma poich leffetto visivo
che si ha quando si sposta il carrello portalastra quello di veder scorrere la marca sul
fotogramma, si usa la dizione precedente ; ci fatto:
2. chiuda locchio di sinistra e, muovendo con gli appositi comandi solo il carrello
portalastra di destra, porti la marca di destra sullo stesso punto sul fotogramma di
destra;
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 248

3. apra entrambi gli occhi e dica cosa vede;
4. la risposta : vedo la marca sullo spigolo della casa.
Lo studente ha cio eseguito due collimazioni monoculari anzich una sola collimazione
stereoscopica; entrambi i metodi sono validi; vedremo infatti che anche loperatore user la
collimazione monoculare per una certa operazione in cui non ne pu fare a meno; solo che,
come detto, la collimazione stereoscopica pi precisa e pi rapida.
Pi precisa significa che, nella collimazione stereoscopica, le due marche vengono
sovrapposte ai due punti omologhi con maggior precisione di quanto venga fatto nella
collimazione monoculare; poich collimare un punto significa prelevare le sue coordinate
(U
P
,V
P
)
S
e (U
P
,V
P
)
D
dalle graduazione elettroniche quando giudichiamo che le immagini P e
P di tale punto stiano sotto le due marche, chiaro che quanto pi accurata loperazione
di sovrapposizione delle marche sui punti omologhi, tanto maggiore la precisione con cui si
determinano le coordinate strumentali (U
P
,V
P
)
S
e (U
P
,V
P
)
D
dei medesimi.
La qualit di uno strumento restitutore analitico dipende principalmente dalla qualit del suo
sistema ottico meccanico (che ne la componente di costo maggiore); altri fattori che ne
determinano la qualit sono il software di assistenza alla restituzione e la disponibilit di altri
dispositivi, tra i quali specialmente quello che consente la superimposizione (vedremo pi
avanti in cosa consiste).
Nei migliori strumenti basati sul sistema ottico-meccanico descritto, e usando la collimazione
stereoscopica, possibile determinare le coordinate strumentali U
P
e V
P
di un punto con un
e.q.m di +/- 2 micron su ciascuna coordinata.
Per concludere la descrizione del restitutore veniamo ora la PC (personal computer) ad esso
associato; su di esso risiede il software che gestisce lo strumento e che elabora i dati.
Attraverso il monitor, che fa da interfaccia, guida loperatore nellesecuzione delle varie
operazioni, gestisce i dati che vengono prelevati dalle graduazioni elettroniche, esegue calcoli e
visualizza sul monitor il disegno della cartografia ottenuta dai dati numerici . Le sue funzioni
verranno chiarite pi avanti a mano a mano che descriveremo i vari passi attraverso i quali si
arriva alla costruzione della cartografia.


2.3 La procedura di orientamento interno di un fotogramma.
Dalle coordinate strumentali alle coordinate lastra

2.3.1 La procedura semplice.

Eseguire la procedura di orientamento interno di un fotogramma significa eseguire una serie di
operazioni che portano alla determinazione dei parametri che sono necessari per passare dalle
coordinate strumentali U
P
,V
P
di un punto immagine, alle sue coordinate x
P
,y
P
nel sistema di
riferimento interno della camera da presa.
Nella trattazione indicheremo le coordinate strumentali con U
P
,V
P
e le coordinate lastra con
x
P
,y
P
senza usare il pedice S o D, poich la trattazione la medesima per ciascuno dei due
fotogrammi.
Considerando che il fotogramma viene appoggiato sul carrello portalastra in una posizione
casuale, con i lati solo approssimativamente paralleli agli assi U,V materializzati dalle
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 249

graduazioni elettroniche L
U
ed L
V
, possiamo dire che la relazione che lega le coordinate di un
punto immagine P nel sistema strumentale (U,V) alle coordinate del medesimo punto nel
sistema di riferimento interno (x,y) sono le seguenti:

x
P
= x
0
+ U
P
cos + V
P
sen
(1)
y
P
= y
0
- U
P
sen + V
P
cos

dove x
0
e y
0
sono le coordinate dell'origine del sistema (U,V) nel sistema (x,y), l'angolo
che si origina dal fatto che il fotogramma posizionato solo approssimativamente con i lati
paralleli al sistema (U,V), cio langolo formato dallasse x con lasse U, positivo in senso
antiorario.
Come stato al precedente punto 1, quando una Ditta che produce cartografia ordina
lesecuzione delle riprese aeree a una Ditta specializzata in questa attivit, riceve, con i
fotogrammi, anche copia del certificato di taratura della camera da presa, sul quale sono
riportate le coordinate delle quattro marche fiduciali nel sistema interno x,y che esse stesse
materializzano. Sono quindi note le coordinate x
i
, y
i
delle quattro marche fiduciali della camera
da presa con la quale sono stati ripresi i fotogrammi; sul certificato di taratura anche riportata
la distanza focale f che verr usata per successivi calcoli.
Ci premesso, quando loperatore deve eseguire la procedura di orientamento interno, lancia
tale procedura con comandi dalla tastiera del PC, dopo di che il software di gestione che lo
guida nei passi successivi. Seguendo la procedura prevista dal software di gestione,
loperatore collima monocularmente una dopo laltra le quattro marche fiduciali impresse sul
fotogramma allatto della presa; ad ogni collimazione il software di gestione preleva le
coordinate strumentali U
i
, V
i
e le memorizza.
A questo punto loperatore lancia una procedura di calcolo che, utilizzando le (1) per le
quattro coppie di valori misurati U
i
, V
i
, e delle quattro coppie di valori noti x
i
, y
i

precedentemente inserite da tastiera nel PC, genera un sistema di 8 equazioni nelle 3 incognite
x
0
, y
0
,.
La procedura di calcolo, risolvendo il sistema delle 8 equazioni con il metodo delle
osservazioni indirette, determina i valori delle 3 incognite x
0
, y
0
, e li memorizza per applicarli
nelle procedure che seguono.
Ricordiamo che la procedura viene eseguita per il fotogramma di sinistra e poi per quello di
destra, e quindi al termine della procedura si avranno i tre valori x
0
, y
0
, per il fotogramma di
sinistra e i tre valori x
0
, y
0
, per il fotogramma di destra.
A questo punto, dopo aver cio eseguito quanto sopra per i due fotogrammi, loperatore
chiude la procedura dellorientamento interno. Il software di gestione ne prende atto e da
questo momento in poi, ogni volta che loperatore collimer un punto P sul modello
stereoscopico (il che equivale a dire collima due punti omologhi sui due fotogrammi), il
software di gestione utilizzando le 1, e le due triplette di valori x
0
, y
0
, precedentemente
memorizzate, trasformer le due coppie di coordinate strumentali (U
P
,V
P
)
S
e (U
P
,V
P
)
D
nelle
due coppie di coordinate (x
P
,y
P
)
S
e (x
P
,y
P
)
D
.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 250

La procedura di orientamento interno deve essere eseguita, come prima operazione, ogni volta
che si mette un fotogramma sul carrello portalastra; infatti tutti i successivi calcoli prevedono di
operare sulle coordinate dei punti immagine espresse nel sistema interno della camera da presa
(anche dette coordinate lastra); ed appunto la procedura dellorientamento interno che
consente il passaggio tra i due sistemi: quello strumentale e quello interno della camera da
presa.
Ricordiamo che, parlando della struttura della camera da presa, abbiamo detto che esistono
anche camere da presa con otto marche fiduciali; in questo caso loperatore potr collimarle
tutte otto e avere una miglior determinazione dei parametri di rototraslazione.
In realt per il vero motivo per cui utile avere otto marche anzich quattro sar pi chiaro
dopo aver letto quanto riportato al punto che segue.


2.3.2 La procedura che tiene conto della deformazione della pellicola

Dobbiamo aprire a questo punto una parentesi per evidenziare questo fatto: limmagine
riprodotta sul fotogramma non mai esattamente quella che stata generata, come immagine
latente, allatto della presa. Ricordiamo che limmagine latente quella che si forma nella
pellicola a seguito dellesposizione; essa formata dagli alogenuri dargento sensibilizzati che
durante il procedimento di sviluppo si trasformeranno in toni di grigi o in colore, a seconda del
tipo di pellicola.
Noi supponiamo che limmagine latente sia unimmagine del terreno geometricamente
corretta perch abbiamo supposto nulla la distorsione dellobbiettivo (e non consideriamo
eventuali effetti di distorsione dovuti alla rifrazione atmosferica); ma non dobbiamo dimenticare
che, dopo la presa, la pellicola negativa subisce un trattamento chimico di sviluppo, durante il
quale pu deformarsi. Ad esempio: per effetto dellazione di trazione che i rulli di
trascinamento esercitano sulla pellicola nel farla passare da un bagno chimico allaltro, si pu
avere un effetto di allungamento della pellicola stessa nella direzione della sua lunghezza e un
effetto di restringimento in senso trasversale alla lunghezza medesima. Successivamente si ha la
stampa del negativo sulla pellicola diapositiva, la quale a sua volta in fase di sviluppo pu
subire ulteriori deformazioni.
Bisogna subito precisare che queste deformazioni sono sempre piccole, se rapportate alle
dimensioni del fotogramma; in generale su una diapositiva la distanza tra due marche fiduciali
opposte differisce dal valore nominale riportato sul certificato di taratura di quantit inferiori al
decimo di millimetro. Inoltre queste deformazioni, o almeno la parte apprezzabile di esse,
variano linearmente dal centro del fotogramma verso il bordo, sia nella direzione x che nella
direzione y del sistema di riferimento interno.
Ipotizzando allora che leffetto di queste deformazioni sia correggibile con una deformazione
affine dei fotogrammi, nella procedura dellorientamento interno si utilizza una espressione
modificata delle formule (1), e precisamente si inseriscono in esse due coefficienti di correzione

x
e
y
che

devono correggere leffetto della deformazione della pellicola; le (1) diventano:

x
P
= x
0
+
x
.U
P
cos +
y.
V
P
sen
(2)
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 251

y
P
= y
0
-
x
.U
P
sen +
y .
V
P
cos

La procedura dellorientamento interno dovr allora determinare 5 incognite per ciascun
fotogramma anzich 3; ci possibile disponendo delle solite quattro marche fiduciali, ma nel
caso se ne abbiano 8, e cio 4 in posizione mediana dei lati e 4 negli angoli, si ha una maggior
probabilit di correggere meglio la deformazione della pellicola.
Ovviamente, in questo caso, saranno le (2) ad essere utilizzate, dopo la procedura
dellorientamento interno, per trasformare le coordinate strumentali dei punti omologhi in
coordinate lastra.


2.4 Lequazione di collinearit

2.4.1 Impostazione dellequazione di collinearit

Come stato detto precedentemente, nella fotogrammetria analitica la ricostruzione dei raggi
che proiettano i punti omologhi avviene in modo analitico; infatti abbiamo visto che nello
strumento restitutore non vi alcun dispositivo, n ottico n meccanico che riproduca
fisicamente i raggi ottici che hanno generato le immagini dei punti del terreno sui fotogrammi,
ma vi sono solo dei dispositivi per misurare le coordinata lastra dei punti omologhi sui due
fotogrammi di una coppia stereoscopica.
Un generico raggio ottico che, al momento della presa, partendo da un punto P del terreno e
passando attraverso il centro O dellobbiettivo abbia generato il punto immagine P su un
fotogramma, viene ricostruito nella fase di restituzione, con una retta che esprime questa
condizione: al momento della presa il punto P del terreno, il centro O dellobiettivo e
limmagine latente del punto immagine P di P sul negativo, erano allineati su una
stessa retta.
Lespressione di questa retta prende di equazione di collinearit.
Scrivendo lequazione delle due rette che esprimono il concetto della collinearit per due raggi
omologhi e determinandone il punto di intersezione, si ricava la posizione del punto oggetto
che ha generato i due punti omologhi che ne costituiscono la sue immagine sui due fotogrammi.
Il problema che ci si pone quello di scegliere il sistema di riferimento nel quale scrivere
lequazione di collinearit.
Adottando il concetto semplificato di rappresentazione cartografica esposto al punto 1.1 di
questo capitolo, il sistema di riferimento assoluto nel quale attribuire le coordinate ai punti del
terreno per una zona di territorio compresa nellambito di un modello stereoscopico pu
essere cos definito:
gli assi N,E della proiezione di Gauss, supposti giacere nel piano tangente alla sfera locale
in un punto baricentrico R della zona
un asse Q ortogonale al piano tangente parallelo alla direzione della verticale nel punto R.
In tale sistema (N,E,Q) ad ogni punto del terreno associabile una terna di coordinate del
tipo di quelle che esso avrebbe in una terna tridimensionale ortogonale (X,Y,Z); le coordinate
cartografiche N,E sono assimilabili alle coordinate X,Y, mentre la quota Q assimilabile al
valore Z.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 252



E
Q
N
piano tangente
sfera locale
P



figura 20

Sembrerebbe pertanto logico assumere il sistema (N,E,Q), come sistema di riferimento nel
quale scrivere le due equazioni di collinearit.
Tale sistema, che quello che viene adottato nella pratica operativa, dove le approssimazioni,
purch ininfluenti sulle qualit del prodotto, vengono sempre accettate, o per meglio dire
ignorate, non per idoneo ad esser preso come sistema di riferimento per impostare un
discorso rigoroso di geometria analitica.
Sceglieremo quindi, per scrivere lequazione di collinearit, un ideale sistema cartesiano
tridimensionale ortogonale (X,Y,Z) cos definito:
asse X parallelo alla direzione media di volo della strisciata
piano (X,Y) coincidente con il piano tangente alla sfera locale in un punto
approssimativamente baricentrico alla zona di terreno ripresa su entrambi i fotogrammi


R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 253

X
Z
Y
piano tangente
P



figura 21


Tale sistema (X,Y,Z) sar dunque il sistema di riferimento rispetto al quale verr ricavata
lequazione di collinearit.
La figura 22 riproduce in termini di geometria analitica lo schema a cui ci riferiamo per
determinare le equazioni di collinearit di due raggi omologhi.
Nella figura il sistema di riferimento esterno(X,Y,Z) nel quale verranno scritte le equazioni
quello appena definito; non si disegnata la camera da presa nelle due posizioni di presa, ma
solo il suo sistema di riferimento interno (x,y,z) allatto dei due istanti di presa; dei due
fotogrammi si riportata limmagine positiva.
I due sistemi di riferimento sono stati disegnati con gli assi (x,y,z) non paralleli agli assi della
terna (X,Y,Z); cos pure i due punti di presa O
1
e O
2
non hanno valore Y e Z uguali; ci sta a
significare che durante la ripresa dei fotogrammi, tra un fotogramma ed il successivo si ha un
diverso assetto angolare dellaereo e una traiettoria non perfettamente rettilinea e a quota non
costante ( per motivi di turbolenza atmosferica ed altri).

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 254

Z
O
O
P
x
x
y
y
z
z
P'
P"
x'
y'
y"
x"
1
2
P
X
Y
Z
Y
P
X
P

figura 22


Nelle due posizioni O
1
e O
2
le due terne non avranno gli assi paralleli agli (X,Y,Z), n saranno
paralleli tra di loro. Inoltre lorigine della terna del sistema di riferimento interno avr
coordinate X , Y , Z
1
0
1
0
1
0
al momento della presa del fotogramma di sinistra e coordinate X
0
2,

Y
0
2,
Z
0
2
al momento della presa del fotogramma di destra.
Si tenga presente che nella figura 22 gli assetti angolari delle due terne e le variazioni in Y e Z
dei due punti di presa sono stati enfatizzati rispetto ai valori che si hanno nella realt per
esigenze di chiarezza della spiegazione.
Si noti infine che nella figura presente unimprecisione, alla quale abbiamo gi fato cenno in
precedenza, e che consiste nellaver rappresentato gli assi x,y del sistema di riferimento interno
nel piano delle diapositive, anzich in un piano ad esse parallelo e passante per il punto di resa
O.
Affrontiamo ora il problema di scrivere lequazione di collinearit per il raggio omologo che si
riferisce al punto immagine sul fotogramma di sinistra.
Con riferimento a quanto detto indicheremo con:
X , Y , Z
1
0
1
0
1
0
le coordinate del punto di presa O
1
nel sistema (X,Y,Z)
X
P
, Y
P
, Z
P
le coordinate di un generico punto P del terreno nel sistema (X,Y,Z)
x', y', z' le coordinate di P, immagine di P sul fotogramma 1 nel sistema (x,y,z)
X', Y', Z' le coordinate di P' nel sistema (X,Y,Z)

Lequazione di collinearit deve esprimere, come gi detto, il fatto che i tre punti P,P ed O
1

siano allineati su una retta. Dobbiamo quindi scrivere lequazione della retta r passante per i
punti P,P,O
1
.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 255

Consideriamo la proiezione della retta r sui due piani (XZ) ed (YZ) (vedi figura 23).


Z'
X'
Z
X
Z
1
X
1
Z
P
X
P
P
Y'
Z
Y
O
1
r
xz
O
1
Y
1
Y
P
P
r
yz
Z
1
Z'
Z
P

figura 23

Dalle due proiezione r
XZ
e r
YZ
si ricavano immediatamente le relazioni analitiche che
esprimono la collinearit fra i punti O
1
, P' e P:
X X
Z Z
X' X
Z' Z
P 1
0
P 1
0
1
0
1
0


Y Y
Z Z
Y' Y
Z' Z
P 1
0
P 1
0
1
0
1
0


(3)
Per analogia possiamo ricavare immediatamente le equazioni che esprimono la collinearit per
il raggio omologo relativo al punto immagine del fotogramma di destra:
X X
Z Z
X' X
Z' Z
P 2
0
P 2
0
2
0
2
0


Y Y
Z Z
Y' Y
Z' Z
P 2
0
P 2
0
2
0
2
0


Possiamo notare che nelle equazioni di collinearit che abbiamo appena ricavato, compaiono
le coordinate dei punto immagine X,Y,Z e X,Y,Z nel sistema di riferimento esterno
X,Y,Z; a noi interessa invece che le coordinate dei punti immagine, nellequazione di
collinearit, siano le loro coordinate lastra, che siamo appunto in grado di misurare mediante lo
strumento restitutore analitico.
Dobbiamo allora cercare di esprimere le coordinate X,Y,Z e X,Y,Z in funzione delle
corrispondenti coordinate lastra x,y e x,y.


2.4.2 La matrice di rotazione tra il sistema (X,Y,Z) e il sistema (x,y,z)

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 256

Chiamiamo [M] la matrice di rotazione che trasforma le coordinate lastra di un punto immagine
espresse nel sistema interno (x,y,z) nel sistema esterno (X,Y,Z) precedentemente definito.
La matrice [M] avr ovviamente la stessa espressione sia per il fotogramma di destra [M
1
]
che per il fotogramma di sinistra [M
2
]. Noi la ricaveremo quindi in una forma generica e
vedremo dopo come specificare quando essa si riferisce al fotogramma di sinistra e quando si
riferisce al fotogramma di destra.
Indicando con X,Y,Z le coordinate di un punto immagine P della lastra nel sistema
(X,Y,Z), con X
0
1
,Y
0
1
,Z
0
1
le coordinate del punto di presa del fotogramma di sinistra e con
x,y,z le coordinate del punto immagine P nel sistema di riferimento interno (x,y,z), [M
1
]
dovr soddisfare la relazione:
[ ]
X' X
Y' Y
Z' Z
x'
y'
z'
1
0
1
0
1
0

= M
1

(4)
Mentre indicando con X,Y,Z le coordinate di un punto immagine P della lastra nel
sistema (X,Y,Z), con X
0
2
,Y
0
2
,Z
0
2
le coordinate del punto di presa del fotogramma di destra e
con x,y,z le coordinate del punto immagine P nel sistema di riferimento interno (x,y,z),
[M
2
]. dovr soddisfare la relazione:
[ ]
X" X
Y" Y
Z" Z
x"
y"
z"
2
0
2
0
2
0

= M
2

(5)
La matrice [M] , scritta in funzione dei coseni direttori tra le due terne (X,Y,Z) e (x,y,z) ha la
seguente espressione:

[ ]
M
xX yX zX
xY yY zY
xZ yZ zZ
=
cos( ) cos( ) cos( )
cos( ) cos( ) cos( )
cos( ) cos( ) cos( )

I nove coseni direttori possono essere espressi in funzione di tre sole rotazioni indipendenti.
Per fissare queste tre rotazione assumiamo che la terna (x,y,z) abbia inizialmente gli assi
paralleli a quelli della terna (X,Y,Z) e imponiamo che essa assuma la sua generica posizione
nello spazio (X,Y,Z) che ha al momento della presa del fotogramma, mediante le seguenti tre
successive rotazioni:
, positiva in senso antiorario, intorno allasse x
, positiva in senso antiorario, intorno allasse y dopo che la terna ha subito la rotazione
omega
, positiva in senso antiorario, intorno allasse z dopo che la terna ha subito le due
precedenti rotazioni.

Per ricavare [M] in funzione delle tre rotazioni , , si scrivono le tre matrici che esprimono
le tre rotazioni della terna (x,y,z) intorno ad x, y e z e se ne esegue il prodotto:
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII Fotogrammetria
pagina 257

[M] = [M

] . [M

] .[M

]
Rotazione primaria (intorno a x)

z
y
y
z




[ ]
M



=
1 0 0
0
0
cos sen
sen cos

Rotazione secondaria , (intorno a y

, dove si portato lasse y a seguito della rotazione


primaria )
y
x
X
z
z



[ ]
M

cos sen
sen cos
0
0 1 0
0


Rotazione terziaria (intorno a z

, dove si portato lasse z a seguito delle due
rotazioni e ;

lasse z

, avendo subito due rotazioni coincide
gi con Z)
Y=y
x

Z=z

X=x









[ ]
M
k
=
cos sen
sen cos


0
0
0 0 1


R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII - Fotogrammetria
pagina 258
Dal prodotto delle tre matrici, relative alle tre rotazioni, ricaviamo quindi la matrice [M]:

[M

] x [M

]=
cos cos sen cos sen
sen cos
sen cos sen sen cos


0

[M]=
1 0 0
0
0
cos sen
sen cos


x
cos cos sen cos sen
sen cos
sen cos sen sen cos


0

e infine:

[M]=
cos cos sen cos sen
cos sen sen sen cos cos cos sen sen sen sen cos
sen sen sen cos cos sen cos cos sen sen cos cos


+
+
(6)

Quando nella (6) i valori di si riferiscono al fotogramma di sinistra li indicheremo con

1

1

1
; quando invece saranno riferiti al fotogramma di destra li indicheremo con
2

2

2
.


Nel seguito della trattazione, quando la matrice [M] conterr i valori
1

1

1
del fotogramma
di sinistra

la indicheremo con [M
1
] e indicheremo i suoi elementi con a
ij
; quando invece la
matrice [M] conterr i valori
2

2

2
del fotogramma di destra la indicheremo con [M
2
] e
indicheremo i suoi elementi con b
ij
.
[M
1
] =
a a a
a a a
a a a
11 21 31
12 22 23
13 23 33
[M
2
]=
b b b
b b b
b b b
11 21 31
12 22 23
13 23 33

(7)
Sostituendo le (7) nelle (4) e nelle (5) si ottiene:
X = X
0
1
+ a
11
x + a
12
y + a
13
z
Y = Y
0
1
+ a
21
x + a
22
y + a
23
z
Z = Z
0
1
+ a
31
x + a
32
y + a
33
z
(8)
X = X
0
2
+ b
11
x + b
12
y + b
13
z
Y = Y
0
2
+ b
21
x + b
22
y + b
23
z
Z = Z
0
2
+ b
31
x + b
32
y + b
33
z



R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII - Fotogrammetria
pagina 259
2.4.3 Forma definitiva delle equazioni di collinearit per due raggi omologhi

Sostituendo le (8) nelle (3) si ottiene:
X X
Z Z
(X x y z X
(Z x y z Z
P 1
0
P 1
0
1
0
1
0
1
0
1
0

=
+ + +
+ + +
a a a
a a a
11 12 13
31 32 33
' ' ' )
' ' ' )

Y Y
Z Z
(Y x y z Y
(Z x y z Z
P 1
0
P 1
0
1
0
1
0
1
0
1
0

=
+ + +
+ + +
a a a
a a a
21 22 23
31 32 33
' ' ' )
' ' ' )

X X
Z Z
(X x" y z X
(Z x y z Z
P 2
0
P 2
0
2
0
2
0
2
0
2
0

=
+ + +
+ + +
b b b
b b b
11 12 13
31 32 33
" ")
" " ")

Y Y
Z Z
(Y x y z Y
(Z x y z Z
P 2
0
P 2
0
2
0
2
0
2
0
2
0

=
+ + +
+ + +
b b b
b b b
21 22 23
31 32 33
" " ")
' ' ' )

E semplificando:

X X
Z Z
x y z
x y z
P 1
0
P 1
0

=
+ +
+ +
a a a
a a a
11 12 13
31 32 33
' ' '
' ' '

Y Y
Z Z
x y z
x y z
P 1
0
P 1
0

=
+ +
+ +
a a a
a a a
21 22 23
31 32 33
' ' '
' ' '

(9)
X X
Z Z
x" y" z"
x" y" z"
P 2
0
P 2
0

=
+
+ +
b b b
b b b
11 12 13
31 32 33

Y Y
Z Z
x" y" z"
x" y" z"
P 2
0
P 2
0

=
+ +
+ +
b b b
b b b
21 22 23
31 32 33


Le (9) esprimono la condizione di collinearit fra un punto P del terreno e le sue due immagini
P e P sui fotogrammi di sinistra e di destra.
Le (9) esprime quindi il legame fra:
le coordinate di un generico punto P nel sistema (X,Y,Z);
i parametri che definiscono le posizioni delle terne O
1
(x,y,z) e O
2
(x,y,z) nel sistema
(X,Y,Z); tali parametri sono le coordinate X
0
1,
Y
0
1,
Z
0
1
e

X
0
2,
Y
0
2,
Z
0
2
delle origini delle
terne O
1
e O
2
ed i loro valori angolari d'assetto (
1

1

1
) e (

2

2

2
)

contenuti negli
elementi aij e bij rispettivamente;
le coordinate x,y e x,y dei punti P' e P", immagini di P sui fotogrammi 1 e 2.


2.5 Sulla possibilit di utilizzare in diversi modi le equazioni di collinearit.

Ora che abbiamo determinato la relazione analitica fondamentale sulla quale si regge tutta
la fotogrammetria analitica, e cio lequazione di collinearit, potremmo procedere in vari
modi per arrivare alla soluzione che ci interessa, che quella di dare una rappresentazione
cartografica del terreno, ricavando le coordinate N,E,Q dei punti del modello stereoscopico in
funzione delle coordinate dei punti immagine.
Tenuto conto tuttavia della necessit di contenere largomento entro i limiti imposti dalle
esigenze del corso, prenderemo in considerazione solo la soluzione classica, che ancor oggi
viene in genere seguita da tutte le Ditte fotogrammetriche che producono cartografia con
strumenti analitici.
Questa soluzione tradotta nella realt operativa da un programma, che risiede sul PC che fa
parte del restitutore, e che guida loperatore ad eseguire le varie fasi del lavoro.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII - Fotogrammetria
pagina 260
Abbiamo infatti precedentemente visto che loperatore, dopo aver appoggiato sui due carrelli
portalastre le due diapositive che formano un modello stereoscopico, lancia dalla tastiera del
PC il programma di orientamento interno e seguendo i comandi che appaiono sul monitor
esegue le varie operazioni da esso previste.
La soluzione classica prevede che, dopo che lorientamento interno terminato, loperatore
lanci una seconda procedura, che si compone di due parti: lorientamento relativo e
lorientamento assoluto.
Loperazione di orientamento relativo ha lo scopo di determinare la posizione reciproca che i
due fotogrammi avevano al momento della presa, senza prendersi cura di determinare quale
fosse la posizione dei fotogrammi rispetto al sistema di riferimento assoluto N,E,Q.
Vedremo che sar sufficiente conoscere la posizione reciproca dei due fotogrammi in un
sistema arbitrario per calcolare i punti di intersezione dei raggi omologhi, il che equivale a
dire a formare il modello stereoscopico del terreno.
Successivamente, dopo aver creato il modello del terreno con lorientamento relativo, con
lorientamento assoluto lo si metter in scala, lo si ruoter e lo si trasler in modo che le
coordinate dei punti di intersezione dei raggi omologhi, calcolate nel sistema di riferimento
arbitrario, si trasformino in coordinate terreno N,E,Q.


2.6 Lorientamento relativo di due fotogrammi.

2.6.1 Il concetto generale

Richiamiamo il concetto di base dellorientamento relativo: eseguire lorientamento relativo di
due fotogrammi significa saperne determinare, in un sistema di riferimento arbitrario, la
posizione che uno aveva rispetto allaltro al momento della presa.
Poich al momento della presa le due immagini P e P di un punto P si originano da uno
stesso punto P del terreno, se noi rimettiamo (analiticamente) i due fotogrammi nella stessa
posizione reciproca che essi avevano al momento della presa, anche se essi hanno
nellinsieme una posizione qualsiasi nello spazio, i due raggi omologhi che proiettano
(analiticamente) P e P dai punti di presa O
1
e da O
2
rispettivamente, si incontreranno
nuovamente in un punto che corrisponde a P.
Noi non sappiamo quale fosse lassetto dei due fotogrammi nel loro insieme rispetto al sistema
assoluto al momento della presa (e, come si detto, in questo momento non ci importa di
saperlo) e quindi, li posizioneremo luno rispetto allaltro nella stessa posizione reciproca che
avevano al momento della presa, ma, nel loro insieme, in una posizione qualsiasi nello
spazio; il che significa che la terna di riferimento (X,Y,Z) che sceglieremo per esprimere i
parametri che ne determinano la posizione reciproca delluno rispetto allaltro sar una terna
arbitraria.
Di conseguenza, una volta determinati i parametri dellorientamento relativo, le coordinate di P
(e di ogni altro punto del modello stereoscopico) le ricaveremo in questa terna arbitraria; in un
secondo tempo, come gi detto, le trasformeremo in N,E,Q con loperazione di
orientamento assoluto.

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII - Fotogrammetria
pagina 261



2.6.2 Scelta del sistema di riferimento arbitrario

Per comprendere quale sia il sistema di riferimento arbitrario (X,Y,Z) nel quale determineremo
i parametri di orientamento relativo dei due fotogrammi, consideriamo come abbiamo costruito
il disegno riportato in figura 24:
in un punto arbitrario dello spazio posizioniamo lorigine O del sistema di riferimento
arbitrario (X,Y,Z);
facciamo coincidere con O lorigine O
1
della terna del sistema interno di riferimento (x,y,z)
nella posizione di presa del fotogramma di sinistra, indicandone gli assi con x,y,z;
abbiamo scelto il piano del disegno in modo che esso contenga lasse z; gli altri due assi
x e y, in generale, non giaceranno nel piano del disegno;
scegliamo lasse X del nostro sistema di riferimento arbitrario in modo che passi per il
secondo punto di presa O
2
e disegniamolo nel piano del disegno; il punto di presa O
2
si
trover dunque sullasse X ed avr un valore di ascissa X
0
2
pari alla base di presa b; tale
valore in realt incognito, ma noi lo supponiamo per il momento noto; vedremo che esso
verr determinato nella fase di orientamento assoluto;
disegniamo quindi, con la notazione x,y,z, la terna di riferimento interna (x,y,z) con
lorigine in O
2
, e supponiamo che essa abbia, rispetto alla terna x,y,z, la stessa posizione
angolare che essa aveva al momento della presa; questo significa che il disegno rappresenta
i due fotogrammi correttamente orientati in senso relativo luno rispetto allaltro;
disegniamo poi due generici raggi omologhi, che proiettano due punti omologhi P e P;
poich abbiamo supposto che le due terne siano correttamente orientate luna rispetto
allaltra come al momento della presa, i due raggi omologhi si incontrano in un punto P che
lequivalente del punto terreno che ha generato i punti omologhi P e P;
nel disegno abbiamo quindi evidenziato con linea a trattini le proiezioni dei due raggi
omologhi nei piani (X,Z) e (Y,Z);
i due raggi omologhi nel piano (X,Z) escono dai punti O
1
e O
2
che giacciono nel piano
(X,Z) si incontrano nel punto di ascissa X* e di ordinata Z*;
i due raggi omologhi nel piano (Y,Z) risulteranno invece sovrapposti, poich devono
entrambi passare per il punto di coordinate Y*,Z* e per le proiezioni di O
1
e O
2
sul piano
(Y,Z), proiezioni che coincidono entrambe con lorigine O della terna (X,Y,Z).
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII - Fotogrammetria
pagina 262
Y
y'
z'
O
1
y'
x'
b
z"
O
2
y"
x"
y"
x"
P"
Y
P'
Z
P
Z*
Y*
X*
X
x' X
r
1
r
2

figura 24


2.6.3 Lequazione di condizione per lorientamento relativo

Riprendiamo ora le equazioni di collinearit e per semplicit di notazione poniamo:
T
x y z
x y z
x
1
=
+ +
+ +
a a a
a a a
11 12 13
31 32 33
' ' '
' ' '
T
x" y" z"
x" y" z"
x
2
=
+
+ +
b b b
b b b
11 12 13
31 32 33

(10)
T
x y z
x y z
y
1
=
+ +
+ +
a a a
a a a
21 22 23
31 32 33
' ' '
' ' '
T
x" y" z"
x" y" z"
y
2
=
+ +
+ +
b b b
b b b
21 22 23
31 32 33

Le equazioni dei raggi omologhi risultano rispettivamente:
X X
Z Z
T
P 1
0
P 1
0 x
1

= 0
X X
Z Z
T
P 2
0
P 2
0 x
2

= 0
(11)
Y Y
Z Z
T
P 1
0
P 1
0 y
1

= 0
Y Y
Z Z
T
P 2
0
P 2
0 y
2

= 0
Supponiamo ora di scrivere le equazioni assumendo come riferimento la terna (X,Y,Z) che
abbiamo definito al punto 2.6.2 precedente; nelle (11) possiamo porre:
X Y Z
Y Z
X
1
0
1
0
1
0
2
0
2
0
2
0
= = =
= =

0
0
0

Inoltre sostituiamo X
*
,Y
*
,Z
*
alle generiche coordinate del punto P.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII - Fotogrammetria
pagina 263
Le equazioni di collinearit assumono allora la seguente espressione:
X
Z
T
*
* x
1
=
Y
Z
T
*
* y
1
=
(12)
X X
Z
T
*
2
0
* x
2

=
Y
Z
T
*
* y
2
=
(13)
Come gi si evince dalla figura precedente, nelle (12) i primi termini delluguaglianza, e cio i
rapporti
Y
Z
*
*
sono uguali e quindi devono essere uguali anche i rispettivi secondi termini delle
due uguaglianze, e cio: Ty
2
=Ty
1
;

da cui si ricava:

Ty
2
-Ty
1
=0 (14)

che lequazione che deve essere soddisfatta per ogni coppia di punti omologhi quando i
due fotogrammi sono correttamente orientati relativamente.
Riscriviamo la relazione (14) esplicitando le coordinate lastra dei punti omologhi e gli elementi
a
ij
e b
ij
delle due matrici di orientamento:
b b b
b b b
a a a
a a a
21 22 23
31 32 33
21 22 23
31 32 33
0
x" y" z"
x" y" z"
x y z
x y z
+ +
+ +

+ +
+ +
=
' ' '
' ' '
(15)
dove i termini della matrice [M
1
] = [a
i,j
] sono funzione dei valori di assetto angolare
1
,
1
,
1
del sistema O
1
(x,y,z) rispetto al sistema (X,Y,Z) ed i termini della matrice [M
2
] = [b
i,j
] sono
funzione dei valori d'assetto angolare
2
,
2
,
2
del sistema O
2
(x,y,z) sempre rispetto al
sistema arbitrario (X,Y,Z).
Determinare i parametri dellorientamento angolare dei due fotogrammi significa determinare i
valori angolari
1

1

1
,, e

2
,
2

2
, che sono contenuti negli elemento a
ij
e b
ij
.
Per far questo bisogna scrivere un sufficiente numero di equazioni di tipo 14, misurando
sufficiente numero di coordinate x,y e x,y di coppie di punti omologhi e risolverle
rispetto alle incognite
1

1

1
,, e

2
,
2

2
.
Da quanto detto sembrerebbe che i parametri dellorientamento relativo fossero 6, cio
appunto i sei valori angolari
1

1

1
, e

2
,
2

2
. Invece vediamo subito che essi sono solo
5. E questo un conseguenza del fatto di aver scelto lasse X della terna di riferimento
(X,Y,Z) complanare allasse z della terna di riferimento interna nella posizione O
1
; scelta di
cui non si era finora data ragione.
Ricordiamoci infatti che quando abbiamo definito la matrice di rotazione [M
1
] tra il sistema
interno (x,y,z) e quello (X,Y,Z) avevamo fissato i tre angoli
1

1

1
, come primario,
secondario e terziario, assumendo che la terna (x,y,z) avesse originariamente gli assi paralleli
alla terna (X,Y,Z) e che le tre rotazioni, applicate in successione, la portassero nella posizione
generica.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII - Fotogrammetria
pagina 264
O
Z
Y
X
O
x"
y"
z"
x
y
z
1
2
vettori n ortogonali al piano del foglio n contenuti in esso
vettori contenuti nel piano del foglio
vettori ortogonali al piano del foglio


Facciamo ora il ragionamento inverso e cio riportiamo la terna (x,y,z) dalla posizione generica
ad avere gli assi paralleli alla terna (X,Y,Z). Dovremo allora applicare allinverso la sequenza
di rotazioni
1
,
1
,
1
;.procediamo come segue:
consideriamo la terna (x,y,z) nella posizione O
1
cio riferita al primo fotogramma;
diamo una rotazione

1
alla terna (x,y,z) intorno allasse z fino a portare il suo asse x nel
piano del disegno e quindi a giacere nel piano (X,Y) della terna (X,Y,Z);
O
Z
Y
X
O
x
z
1
2
y

1

a questo punto sia il piano (x,z) che il piano (X,Z) giacciono nel piano del foglio, e quindi
gli assi y e Y saranno entrambi ortogonali al piano del foglio e quindi coincidenti;
diamo adesso la rotazione
1
intorno allasse y fino a portare lasse z coincidente con Z e
conseguentemente x coincidente con X;
O
Z
Y
X
O
1
2
y
x
z

1

a questo punto le due terne coincidono senza che ci sia bisogno di dare alcuna rotazione

1
;.cio, assumendo come sistema di riferimento per determinare i parametri
dellorientamento relativo quello sopra descritto, possiamo porre sempre nelle (14)

1
=0 e quindi le incognite dellorientamento relativo sono in effetti solo le seguenti
5:

1
,
1
,
2
,
2
,
2

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII - Fotogrammetria
pagina 265
Per realizzare l'orientamento relativo sarebbe pertanto sufficiente, in teoria, scrivere l'equazione (15)
cinque volte, considerando 5 coppie di raggi omologhi proiettanti 5 coppie di punti omologhi sulle
due lastre.
In realt quando loperatore deve eseguire loperazione di orientamento relativo non si accontenta di
collimare 5 coppie di punti omologhi, ma ne collima molte di pi, almeno 12. Questo dovuto a due
fatti. Uno comune ad ogni problema di determinazione di incognite per mezzo di operazioni di
misura, e, come abbiamo visto nella trattazione delle osservazioni indirette, riguarda lesigenza di
ridurre linfluenza degli errori di misura sulla determinazione delle incognite.
Ma in questo caso specifico vi unaltra esigenza, che quella di mediare, sulla determinazione delle
incognite, gli effetti dovuti a eventuali residui di deformazione della pellicola, non corretti in fase di
orientamento interno, in quanto non correggibili dalla trasformazione affine ivi applicata.
Scegliendo quindi un numero sovrabbondante di punti omologhi , opportunamente distribuiti nel
modello, si ha una migliore determinazione delle incognite.
Dobbiamo infatti ragionare in questo modo: per quanto accuratamente si esegua loperazione, dopo
lorientamento relativo non si avr comunque mai una perfetta intersezione dei raggi omologhi per le
n coppie di punti omologhi osservate; il che, matematicamente parlando, significa che la quintupletta
di valori determinati
1
,
1
,
2
,
2
,
2
non sar in grado di annullare tutte le n equazioni in base alle
quali sono stati determinati (metodo delle osservazioni indirette docet!). E vero per che,
utilizzando appunto un numero sovrabbondante di coppie di punti omologhi per determinare i
parametri incogniti, la distanza tra due generici raggi omologhi, in corrispondenza del loro punto
ideale di intersezione, sar ridotta mediamente a una quantit molto piccola, cio dellordine
dellerrore di misura delle coordinate lastra dei punti omologhi, cio di pochi micron.
Dobbiamo infine notare a questo proposito, che aumentare il numero n di coppie di punti omologhi
per migliorare lorientamento relativo, e cio eseguire lorientamento relativo con 12 o con 20 coppie
di punti, anzich le 5 strettamente necessarie, irrilevante sul piano economico. Ci infatti comporta
unicamente che loperatore impieghi 4 o 5 minuti di tempo in pi per scegliere nel modello un po di
coppie ben collimabili e che le collimi; il tempo di calcolo poi, stante lapposito programma di
calcolo sul PC, trascurabile.
Questo il motivo fondamentale (cio quello economico) per cui nella prassi ordinaria, per ricavare
le coordinate N,E,Q dalle x,y e x,y, si spezzato il procedimento in due parti:
lorientamento relativo, in cui opportuno usare tanti punti per formare bene il modello
stereoscopico e questo pu essere fatto perch intanto i punti in pi costano poco
lorientamento assoluto, in cui invece i punti che occorrono costano molto (o almeno una volta era
cos, ora, anno 1996, un po meno) ma possono essere contenuti nel numero.

2.6.4 Calcolo delle coordinate dei punti del modello nel sistema arbitrario

Dopo aver completato la fase di collimazione dei punti omologhi, loperatore lo segnala al PC
tramite tastiera, e il software procede allora a calcolare i parametri di orientamento di relativo

1
,

1
,
2
,

2
,
2
,

col metodo delle osservazioni indirette.
Da questo punto in poi ogni volta che loperatore collimer sui due fotogrammi le due immagini
P
i
e P
i
di un punto P
i
, la procedura residente sul PC eseguir automaticamente le seguenti
operazioni:
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII - Fotogrammetria
pagina 266
le due coppie di coordinate strumentali (U
i
,V
i
)
1
e (U
i
,V
i
)
2
vengono trasformate in (x'
i
,y'
i
)
1
e
(x"
i
,y"
i
)
2
dalla routine dell'orientamento interno;
dalle due coppie di coordinate (x'
i
,y'
i
) e (x"
i
,y"
i
) si passa alle coordinate (X
i
,Y
i
,Z
i
) nel
sistema di riferimento arbitrario mediante la routine di orientamento relativo.
I calcoli di cui ai due punti precedenti avvengono naturalmente in una frazione di secondo; e
cio in minor tempo di quello che l'operatore impiega a passare da un punto collimato al
successivo.
Il calcolo delle coordinate di ogni coppia di punti omologhi nello spazio arbitrario (X,Y,Z)
viene eseguito con le formule che seguono.
Riesaminiamo lespressione semplificata delle equazioni di collinearit (13)
X
Z
T
x
1
*
*
=
Y
Z
T
*
* y
1
= equazione del raggio omologo r
1
(13.a)
X X
Z
T
*
2
0
* x
2

=
Y
Z
T
*
* y
2
= equazione del raggio omologo r
2
(13.b)
Dalla prima delle prime due si ricava X T Z
x
1
* *
= (16.a)
Dalla prima delle altre due si ricava Z
X X
T
*
*
2
0
x
2
=

(16.b)
Sostituendo nella 16.a il valore di Z
*
ricavato nella 16.b, si ottiene
X T
X X
T
*
x
*
2
0
x
1
2
=

da cui
X X
T
T
X
T
T
* *
x
x
2
0
x
x
1
2
1
2
= da cui X
T
T
X
T
T
*
x
x
2
0
x
x
1
2
1
2
1

=
X
T - T
T
X
T
T
*
x x
x
2
0
x
x
2 1
2
1
2

= da cui X X
T
T - T
*
2
0
x
x x
1
2 1
=

Sostituendo X
*
nella (16.b) si ricava Z
*

( ) ( )
Z
X
T
T - T
X
T
X T
1
T - T T
T
X
T
T T - T
T - T T
X
T - T
*
2
0
x
x x
2
0
x
2
0
x
x x x
x
2
0
x
x x x
x x x
2
0
x x
1
2 1
2
1
2 1 1
2 2
1 2 1
2 1 1 2 1
=

=
+

=
+

=
1

Per ricavare Y
*
si pu usare la seconda equazione delle 13.a o della 13.b ; ne calcoliamo
quindi il valore definitivo come media dei due valori possibili:
( )
( )
Y
Z T Z T
Z
T T
X
T T
T T
*
*
y
*
y
*
y y
2
0
y y
x x
1 2 1 2 1 2
1
=
+
=
+
=
+

2 2 2
2

Come gi detto prima a X
2
0

possiamo dare un qualsiasi valore arbitrario, ad esempio 1m
Il fatto di dare un valore arbitrario ad X
2
0
si traduce nel fatto di costruire, con lorientamento
relativo, non solo un modello riferito ad un sistema di riferimento arbitrario, ma anche in un
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII - Fotogrammetria
pagina 267
rapporto di scala arbitrario; ci non ci deve preoccupare, poich anche il fattore di scala
verr messo a posto nella fase di orientamento assoluto.
Dopo aver eseguito lorientamento relativo, prima di passare alla fase di orientamento
assoluto, loperatore collima i punti che gli serviranno per lorientamento assoluto del modello.
Loperatore ha infatti davanti a se una copia a stampa su carta di uno dei due fotogrammi che
formano la coppia stereoscopica e su questa stampa vi sono segnati i punti che dovranno
essere utilizzati nellorientamento assoluto; di essi ne riparleremo tra poco. Per ora ci basti
sapere che loperatore li collima e quindi, come gi detto, la procedura ne calcola le
coordinate nel sistema (X,Y,Z) e le memorizza per utilizzarle nella fase di orientamento
assoluto.


2.7 Lorientamento assoluto del modello stereoscopico

L'orientamento assoluto quell'operazione mediante la quale il modello stereoscopico, viene
portato ad una scala fissata ed orientato in un sistema di riferimento assoluto.
Come abbiamo visto al punto 1 del capitolo V il sistema di riferimento assoluto al quale si
deve ricondurre il modello stereoscopico, definito in planimetria dal sistema cartografico
Gauss-Boaga ed in altimetria dal geoide.
Immaginiamo di vedere la porzione di terreno relativa al modello stereoscopico inserita nel
sistema di riferimento assoluto (vedi figura 25) ne abbiamo tracciato il perimetro con linea a
tratti per indicare che in realt la sua rappresentazione non labbiamo e la dobbiamo ottenere
in funzione del modello stereoscopico ottenuto dai fotogrammi.
Nello stesso disegno appare anche il modello stereoscopico nel suo sistema di riferimento
arbitrario e in una scala arbitraria; nel disegno questi due concetti sono rappresentati dal fatto
che il modello stereoscopico, pi piccolo rispetto alle dimensioni reali del terreno e vincolato al
sistema arbitrario (X,Y,Z) svolazza in un punto generico del sistema di riferimento assoluto.
Abbiamo inoltre evidenziato nel disegno 5 punti del terreno, detti punti di appoggio del
modello stereoscopico, che hanno coordinate note N,E,Q; per ore supponiamo che tali
coordinate siano state determinate con un rilievo topografico a terra a partire dai vertici
trigonometrici e dai caposaldi di livellazione. I punti di appoggio sono quelli che vengono
utilizzati per eseguire lorientamento assoluto e dei quali, come si detto al paragrafo
precedente, loperatore ha determinato le coordinate nel sistema arbitrario (X,Y,Z,).
Eseguire l'orientamento assoluto significa dare un fattore di scala al modello
stereoscopico, dargli tre rotazioni ,, e tre traslazioni N
0
, E
0
, Q
0
in modo che i cinque
punti che appartengono ad esso e corrispondono ai 5 punti di orientamento assoluto, vadano a
coincidere con i corrispondenti cinque punti di coordinate note nel sistema assoluto.
Per determinare i parametri dellorientamento assoluto sufficiente scrivere le formule di
rototraslazione e di messa in scala, che sono le seguenti:
( )
( )
( )
E E Xcos(XE) Ycos(YE) Zcos(ZE)
N N Xcos(XN) Ycos(YN) Zcos(ZN)
Q Q Xcos(XQ) Ycos(YQ) Zcos(ZQ)
0
0
0
= + + +
= + + +
= + + +

(16)
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII - Fotogrammetria
pagina 268
X
Y
Z
Z
Y
X
P
P
2
P
P
E
N
Q
P
Q
N
E
O
1
O
P
P

figura 25

Per ognuno dei cinque punti di appoggio si potranno scrivere le tre equazioni precedenti,
ottenendo cos un sistema di quindici equazioni nelle sette incognite N
0
, E
0
, Q
0
, , , e ,
la cui determinazione viene eseguita dal software del sistema applicando il solito algoritmo
delle osservazioni indirette.
In realt per eseguire lorientamento assoluto sarebbe sufficiente conoscere le coordinate
N,E,Q di due punti di appoggio e la quota Q di un terzo.
Infatti il modello stereoscopico pu essere visto come un corpo rigido nello spazio del quale
dobbiamo vincolare sei gradi di libert (tre traslazioni e tre rotazioni indipendenti)e a cui
dobbiamo attribuire un fattore di scala. Pertanto:
conoscendo le coordinate (N,E,Q) di due punti e le relative coordinate nel sistema
arbitrario (X,Y,Z) possibile calcolare la distanza d tra i due punti nel sistema (X,Y,Z) e la
distanza D nel sistema (N,E,Q); il rapporto =
D
d
(coefficiente di scala) rappresenta il
coefficiente di cui deve essere variata la dimensione del modello, affinch esso venga
rappresentato nel sistema (N,E,Q);
imponendo che i due punti modello in esame assumano le corrispondenti coordinate
(N,E,Q) vengono vincolate le tre traslazioni del corpo rigido (cio del modello) nonch due
rotazioni; l'ultima labilit del corpo rigido costituita dalla possibile rotazione intorno alla
congiungente i punti scelti;
tale rotazione viene bloccata imponendo che un terzo punto, non allineato con i precedenti,
abbia una quota fissata Q.
La scelta di utilizzare 5 punti di appoggio invece dei tre strettamente necessari dovuta, come
gi abbiamo detto, allesigenza di ridurre linfluenza degli errori di misura sulla determinazione
dei parametri di orientamento assoluto. Tali errori sono sia quelli dovuti alle precedenti misure
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII - Fotogrammetria
pagina 269
eseguite allo strumento, sia allerrore con cui sono state determinate le coordinate N,E,Q dei
punti di appoggio.
E importante osservare che in questa fase si molto pi parchi, rispetto alla fase
dellorientamento relativo, nellaumentare il numero dei punti esuberanti, perch in questa fase
aumentare il numero dei punti non vuol dire semplicemente aumentare le collimazioni alo
strumento, che non sarebbe niente, ma aumentare le operazioni di misura topografiche a
terra per determinare pi punti!!! Operazioni molto costose! Per valutare correttamente
questo fatto si pensi che, prima dellavvento della triangolazione aerea (operazione che
entrata nella prassi operativa delle Ditte verso la fine degli anni 80 e di cui parleremo nel
seguito e che serve appunto a determinare con metodo fotogrammetrico e non topografico i
punti di appoggio dei modelli stereoscopici) il solo lavoro topografico per determinare i punti
di appoggio era pari al 25% del costo totale di un rilievo cartografico fotogrammetrico!
Questo spiega quindi perch limpostazione originariamente data dai fotogrammetri stata
quella di tenere separata loperazione di orientamento relativo da quella dellorientamento
assoluto; nellorientamento relativo, che una fase molto delicata, perch quella in cui si
ricostruisce la forma del terreno, si pu operare con grande sovrabbondanza di punti, poich
non occorre conoscerne le coordinate assolute, ma basta collimarli allo strumento; una volta
formato il modello, nella fase di orientamento assoluto, in cui bisogna preventivamente
determinare le coordinate N,E,Q dei punti di appoggio, si pu operare con un numero meno
consistente di punti esuberanti.
In nota sono riportate le funzioni che realizzano gli orientamenti interno, relativo ed assoluto,
secondo le notazioni esposte nella trattazione teorica del metodo delle Osservazioni Indirette
*




Applicazione dell'algoritmo delle Osservazioni Indirette.

Orientamento interno:
x
i
- x
0
+(U
i
cos+V
i
sen)= v
1i
f
1i
(x
0
*,*,*;U
i
,V
i
) = v
1i

y
i
- y
0
+(U
i
sen+V
i
cos)= v
2i
f
2i
(y
0
*,*,*;U
i
,V
i
) = v
2i

le equazioni generatrici sono 2, le incognite sono 4 (x
0
*,y
0
*,*,*); i deve essere > di 2.
Orientamento relativo:
Assumendo le semplificazioni introdotte nella definizione dell'equazione della parallasse

2 2
2 2
1
1
x " y " z "
x " y " z "
x y
x z
i i i
i i i
i i
i i
i
+
+ +

+
+
=
' '
' '
v
f
i
(
1
*
,
1
*
,
2
*
,
2
*
,
2
*
;x
i
,y
i
,z
i
, x
i
,y
i
,z
i
,) = v
1i

l'equazione generatrice una, le incognite sono 5
1
*
,
1
*
,
2
*
,
2
*
,
2
*
. i deve essere > di 5.
Orientamento assoluto:
( )
( )
( )
E E Xcos(XE) Ycos(YE) Zcos(ZE)
N N Xcos(XN) Ycos(YN) Zcos(ZN)
Q Q Xcos(XQ) Ycos(YQ) Zcos(ZQ)
0
0
0
= + + +
= + + +
= + + +


ricordando che ai 9 coseni direttori corrispondono 3 sole rotazioni indipendenti, che chiamiamo ,,
risulta:
f
1i
(E
0
*,*,*,*,*;X
i
,Y
i
,Z
i
) = v
1i

f
2i
(N
0
* ,*,*,*,*;X
i
,Y
i
,Z
i
) = v
2i

f
3i
(Q
0
*,*,*,*,*;X
i
,Y
i
,Z
i
) = v
3i

le equazioni generatrici sono 3, le incognite sono 7 (E
0
*,N
0
*,Q
0
*,*,*,*,*); i deve essere > di 3.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII - Fotogrammetria
pagina 270

2.8 La determinazione dei punti di appoggio con metodo topografico

Nel trattare largomento dellorientamento assoluto abbiamo visto che occorrono mediamente
5 punti di appoggio (cio di coordinate N,E,Q note) per poter orientare il modello
stereoscopico, e abbiamo anche detto che provvedere alla determinazione delle coordinate di
questi punti incide non poco nelleconomia generale del rilievo fotogrammetrico.
Distratti dalle formule che abbiamo via via sciorinato nel corso del Capitolo, non dobbiamo
infatti pensare che un rilievo fotogrammetrico si componga di due fotogrammi, ma come
abbiamo visto al punto 1.3.5 di questo steso Capitolo e come vedremo al successivo punto
3, una copertura fotografica per un rilievo pu essere composta da centinaia di fotogrammi e
quindi da centinaia di modelli stereoscopici.
Non dobbiamo per pensare che se n sono i modelli stereoscopici i punti di appoggio da
determinare siano nx5. Il numero effettivo dei punti di appoggio, pur elevato, sar per molto
inferiore a questo valore teorico. Infatti poich i modelli stereoscopici si ricoprono tra di loro in
senso longitudinale alla direzione di volo di circa il 10% e le strisciate si ricoprono,
trasversalmente alla direzione di volo, del 10-20%, scegliendo opportunamente buona parte
dei punti di appoggio in queste zone di ricoprimento si ha una notevole riduzione dei punti di
appoggio rispetto al valore teorico. Tanto per dare unidea possiamo dire che i punti di
appoggio siano nx3 anzich nx5 (ricordiamo che entrambi questi valori sono orientativi).
Resta il fatto che un rilievo cartografico di una citt di medie dimensioni richiede centinaia di
punti di appoggio.
Prima dellavvento della tecnica della triangolazione aerea, che descriveremo tra poco, il
rilievo topografico dei punti di appoggio consisteva in una serie di fasi di lavoro molto simili a
quelle che, nel rilievo topografico classico (vedi capitolo V), precedono il rilevo di dettaglio; e
cio, una volta eseguito il volo ed essendo disponibili le fotografie aeree, si sceglievano su di
esse i punti di appoggio e quindi si partiva per le operazioni topografiche in campagna che si
svolgevano come segue:
mediante triangolazione topografica tecnica si creava una rete di inquadramento del rilievo
appoggiata ai vertici trigonometrici esistenti nella zona del rilevo;
tale rete veniva ulteriormente infittita mediante operazioni di intersezioni multiple in avanti ed
inverse;
analogamente a partire dai caposaldi di livellazione si creava una rete di inquadramento e di
infittimento altimetrica;
mediante poligonali, appoggiate ai punti delle reti di inquadramento e di infittimento
planimetriche ed altimetriche, si determinavano le coordinate dei punti d'appoggio necessari
per l'orientamento assoluto di ciascun modello.
Possiamo dire che questo metodo, completamente topografico, per la determinazione delle
coordinate dei punti di appoggio, ormai usato molto raramente, poich tutte le Ditte
fotogrammetriche ricorrono alla triangolazione aerea (che descritta al successivo punto
2.11).




R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII - Fotogrammetria
pagina 271

2.9 La fase di restituzione

Riprenderemo al successivo punto 3 largomento della restituzione fotogrammetrica; solo per
concludere la trattazione matematica del problema, sar sufficiente dire per ora che:
una volta eseguita la procedura dellorientamento assoluto per il modello stereoscopico, il
programma memorizza i parametri di orientamento N
0
, E
0
, Q
0
, , , e che sono
appunto stati determinati in questa fase;
ogni volta che loperatore collima un punto sul modello stereoscopico la catena di calcoli
descritta al punto 2.6.4 si allunga di una passo, e cio:
le coordinate X
i
,Y
i
,Z
i
nel sistema arbitrario del generico punto P
i
di cui si sono collimati i
punti omologhi sui fotogrammi, vengono trasformate mediante le 2.5.(1) in coordinate
assolute N
i
, E
i
, Q
i
.
Dopo lorientamento assoluto inizia quindi la fase vera e propria della restituzione
fotogrammetrica, durante la quale loperatore interpreta il modello del terreno che osserva
stereoscopicamente nel restitutore, scegliendo quali punti restituire, per dare una
rappresentazione planimetrica e altimetrica del terreno che sia congruente alla scala della carta
che deve produrre.

2.10 Rilievo fotogrammetrico e rilievo topografico

Sulla fase di restituzione si torner pi avanti; merita per fare subito una riflessione sul motivo
per cui la fotogrammetria ha, in pratica, soppiantato la topografia come metodo di costruzione
della cartografia.
A chiusura della descrizione della costruzione della cartografia col metodo topografico (v.
Cap. V) abbiamo sottolineato lonerosit di tale metodo, che implica che squadre di operatori
si rechino sul terreno da rilevare e rilevino ogni singolo punto ponendo preventivamente su di
esso una stadia o un prisma riflettente; abbiamo inoltre sottolineato come il lavoro del
topografo sia condizionato dagli eventi atmosferici, dalle asperit della natura o
dallinterferenza del traffico, e infine come sia costoso implicando la trasferta di operatori in
luoghi lontani dalla sede della Ditta.
Con la fotogrammetria invece lunico collo di bottiglia rappresentato dalla ripresa aerea e
dalla determinazione dei punti di appoggio (ma vedremo tra poco che questa fase viene oggi
molto sveltita dalluso della triangolazione aerea); per il resto si tratta essenzialmente di
svolgere un lavoro dufficio davanti al restitutore e senza allontanarsi dalla sede della Ditta.
Nel rilievo topografico ogni punto rilevato in campagna aveva un costo enormemente
superiore a quello di un punto ottenuto per collimazione sul modello stereoscopico; il
topografo doveva quindi limitare al massimo il numero di punti da rilevare sul terreno per stare
in limiti di costi accettabili; loperatore al restitutore non ha questo problema e pu quindi
abbondare nel restituire punti e quindi produrre con facilit una carta pi dettagliata.
Vi poi un altro fatto: nel rilievo topografico la fase delle misure sul terreno per acquisire gli
elementi per costruire la carta e quella della costruzione della carta vera e propria, erano due
momenti separati: il topografo doveva infatti rilevare i punti sul terreno e quindi, dopo esser
rientrato in sede dalla zona delle operazioni di campagna (luna dallaltra potevano distare
anche centinaia di km), procedeva allesecuzione dei calcoli e al disegno della carta; se nella
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII - Fotogrammetria
pagina 272
fase di disegno qualcosa non tornava, non vi era la possibilit di effettuare un controllo sul
terreno, perch ci avrebbe implicato un viaggio aggiuntivo sul luogo del rilievo, e quindi si
cercava, con lesperienza, di sanare la lacuna. Il restitutista pu invece controllare
continuamente la corrispondenza della carta che via via produce, col modello del terreno che
ha sempre sottocchio e questo va a vantaggio di una maggior completezza e di una miglior
qualit della carta.
Questi sono solo alcuni dei motivi che rendono il rilievo cartografico fotogrammetrico pi
rapido, pi economico e pi completo del rilievo topografico classico, e che quindi hanno
portato la fotogrammetria a soppiantare la topografia nel rilievo cartografico.
C da dire per che, per i rilievi a grandissima scala, il rilievo topografico sopravvive
ancora, perch in grado di dare precisioni metriche superiori a quelle che la fotogrammetria
pu dare. Inoltre lesistenza degli strumenti topografici total station con la registrazione
automatica delle misure, limmissione automatica dei dati di misura nel PC, luso del PC per
lesecuzione dei calcoli delle coordinate dei punti e, a partire da queste, il tracciamento
automatico della carta mediante plotter, ha reso la produzione di cartografia mediante il rilievo
topografico molto pi rapida ed economica di quello che fosse qualche decina danni addietro.


2.11 La triangolazione aerea a modelli indipendenti

La triangolazione aerea una tecnica fotogrammetrica che ha lo scopo di fornire le coordinate
dei punti di appoggio per i modelli stereoscopici di un rilievo fotogrammetrico.
La triangolazione aerea ha origini antiche, nel senso che gi nei primi anni 50, quando ancora
esisteva solo la fotogrammetria analogica, gi esistevano metodi per realizzare la
triangolazione aerea con gli strumenti analogici, tanto era fin dallora linteresse a ridurre il
costo delle operazioni topografiche a terra.
Dalla triangolazione aerea analogica si pass poi a quella semianalitica a met degli anni
sessanta, e da questa si originato il metodo di triangolazione aerea analitica che, tra tutti quelli
realizzati, stato quello pi usato fino ad oggi (1996) e che va sotto il nome di triangolazione
aerea a modelli indipendenti.


2.11.1 Struttura del blocco, punti nadirali, di legame e di appoggio

Prima di procedere alla descrizione della triangolazione aerea a modelli indipendenti
ricordiamo (vedi punto 1.5 di questo Capitolo, figure . 12.a e 12.b) che ogni fotogramma si
sovrappone col precedente e col seguente di almeno il 60%; pertanto un generico modello
stereoscopico ha una striscia di sovrapposizione del 10% a sinistra col modello precedente e
una striscia di sovrapposizione del 10% a destra col modello seguente. Inoltre poich le
strisciate si sovrappongono tra di loro di un 15-20% ogni modello stereoscopico ha anche una
striscia di sovrapposizione in alto e una striscia di sovrapposizione in basso con i modelli
delle due strisciate contigue a quella a cui appartiene. (Abbiamo messo in corsivo le dizioni a
sinistra, a destra, in alto e in basso poich esse si riferiscono a come viene disegnato il
modello stereoscopico nella trattazione che andiamo facendo).
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII - Fotogrammetria
pagina 273
I punti del terreno che si trovano in tali zone di sovrapposizione sono collimabili in pi di un
modello stereoscopico.

Si dicono punti nadirali di sinistra tre punti del
modello stereoscopico i che si trovano nella
striscia di sovrapposizione col modello i-1; tali
punti sono indicati con S1, S2 e S3 nella figura
26 si dicono punti nadirali di destra tre punti
del modello i che si trovano nella striscia di
sovrapposizione col modello 1+1; tali punti sono
indicati con D1, D2 ,D3 nella figura 26.

Ovviamente, poich i punti nadirali di sinistra stanno nella zona di sovrapposizione col modello
i-1, essi saranno collimabili dalloperatore non solo quando esso sta osservando il modello i,
ma anche quando nello strumento vi saranno i fotogrammi che formano il modello i-1; e
ugualmente poich i punti nadirali di destra stanno nella zona di sovrapposizione col modello
i+1, essi saranno collimabili dalloperatore non solo quando esso sta osservando il modello i,
ma anche quando nello strumento vi saranno i fotogrammi che formano il modello i+1.
Indichiamo poi col termine di punti di legame i punti che
si trovano nelle zone di sovrapposizione tra due modelli di
strisciate diverse (vedi figura 27) cio nelle zone di
sovrapposizione del modello che abbiamo definito alta e
bassa; anche questi punti potranno essere collimati pi
volte, e cio tante volte quanti sono i modelli stereoscopici
in cui cadono.
Vi sono infine nel territorio da rilevare, cio quello
ricoperto dalle strisciate di fotogrammi, dei punti di
coordinate note; la triangolazione aerea fa infatti diminuire
il numero di punti a terra dei quali determinare le
coordinate, ma, almeno nella triangolazione aerea a
modelli indipendenti, non li pu eliminare del tutto.
Lesperienza (basata su innumerevoli studi di ricerca
nazionali e internazionali) ha dimostrato che occorre
determinare almeno un punto in planimetria e in altimetria
nel primo e nellultimo modello stereoscopico di ogni strisciata, e poi delle file di punti, noti
anche solo in altimetria , posti nelle zone di ricoprimento trasversale tra le strisciate; tali file di
punti debbono avere andamento ortogonale alla direzione delle strisciate e devono cadere
ogni quattro o cinque modelli (vedi figura 27) . Linsieme di questi punti costituiscono i punti di
appoggio del blocco di strisciate o, pi semplicemente, del blocco.



2.11.2 Le operazioni di misura

i-1 i i+1
S
1
D
2
S
3
D
1
S
2
D
3
1
2
3
4

figura 26
L
A
B
L


figura 27
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII - Fotogrammetria
pagina 274
Le operazioni di misura necessarie allesecuzione della triangolazione aerea a modelli
indipendenti di un blocco di strisciate sono le seguenti:
si esegue lorientamento relativo di tutti i modelli stereoscopici di tutte le strisciate, cio di
tutti i modelli che compongono il rilievo;
per ogni generico modello stereoscopico i , loperatore, dopo aver formato il modello,
memorizza:
le coordinate dei punti di presa,
le coordinate dei tre punti nadirali di sinistra,
le coordinate dei tre punti nadirali di destra,
le coordinate dei punti di legame
le coordinate dei punti di appoggio del blocco (ovviamente solo per i modelli in cui ce
ne sono!).
Il metodo si chiama a modelli indipendenti proprio perch, nella fase di lavoro che riguarda
ciascun modello, le coordinate dei punti sopra elencati vengono determinate nel sistema di
coordinate arbitrario di ciascun modello!.
Tutte le misure effettuate vengono memorizzate in modo tale che siano elaborabili da un
programma di calcolo.
Sottolineiamo che le operazioni di misura per effettuare la triangolazione aerea non hanno nulla
che fare con quelle che si eseguono in fase di restituzione, in quanto vengono effettuate in una
fase precedente del lavoro; anzi sar opportuno ricordare che nelle Ditte fotogrammetriche
molte volte la triangolazione aerea viene fatta su uno strumento analitico pi preciso di quelli
che poi vengono usati per la fase di restituzione vere e propria.

punti planoaltimetrici
punti altimetrici

figura 28
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII - Fotogrammetria
pagina 275
Cio lorganizzazione del lavoro nelle Ditte, almeno i quelle di una certa dimensione, quella di
avere uno strumento analitico sul quale viene fatta la triangolazione aerea per determinare i
punti di appoggio di diversi blocchi, la cui restituzione avviene su diversi altri strumenti.


2.11.3 Il programma di calcolo

Dopo aver eseguito questa fase di misure si esegue il calcolo del blocco, mediante un apposito
programma di calcolo (ne esistono diversi, tutti basati sullo stesso concetto di base).
Il programma si basa su questo concetto: bisogna determinare per ogni modello una
rototraslazione e una variazione di scala in modo che siano soddisfatte queste due condizioni:
applicando alle coordinate (X,Y,Z) di un generico punto di appoggio osservato nel
modello i i parametri di rototraslazione e variazione di scala determinati dal programma per
tale modello, si devono ottenere le coordinate N,E,Q del punto di appoggio nel sistema di
riferimento assoluto;
un generico punto nadirale o di legame, comune a due modelli i e j, dovr avere le stesse
coordinate assolute, sia che esse siano ottenute applicando alle coordinate arbitrarie X,Y,Z
del punto nel modello i i parametri di rototraslazione e di variazione di scala del modello i,
sia che esse siano ottenute applicando alle coordinate arbitrarie X,Y,Z del punto nel
modello j i parametri di rototraslazione e di variazione di scala del modello j.
La prima condizione si realizza applicando per tutti i punti di appoggio la seguente relazione:
E
i
= A
k
+
k
(a
11
X
i,k
+ a
12
Y
i,k
+ a
13
Z
i,k
)
N
i
= B
k
+
k
(a
21
X
i,k
+ a
22
Y
i,k
+ a
23
Z
i,k
) (17)
Q
i
= C
k
+
k
(a
31
X
i,k
+ a
32
Y
i,k
+ a
33
Z
i,k
)
nella quale:
E
i
,N
i
,Q
i
sono le coordinate note del punto di appoggio i nel sistema assoluto
X
i,k,
Y
i,k,
Z
i,k,
sono le coordinate del punto determinate nel sistema arbitrario di
riferimento del modello k
le traslazioni A
k
,B
k
,C
k
, gli elementi a
ij
della matrice di rotazione (che contengono le
rotazioni ,, ) e il coefficiente di scala
k
, sono quelli del modello k nel quale sono
state osservate le coordinate X
i,k,
Y
i,k,
Z
i,k,
del punto di appoggio i.
Se il punto di appoggio i fosse stato osservato anche nel modello m, perch situato in una zona
di sovrapposizione tra il modello i ed il modello m, le (17) dovrebbero essere anche per il
modello m; in pratica nelle (17) al pedice k si dovrebbe sostituire il pedice m.
Notiamo inoltre che se il punto di appoggio fosse noto solo in planimetria, per esso si
dovrebbero scrivere solo le prime due delle (17); mentre se di esso fosse nota solo la quota si
dovrebbe scrivere solo la terza.
Per i punti nadirali o di legame le equazioni da scrivere sono le seguenti (dove con i si
indicato un generico punto nadirale o di legame situato in una zona di sovrapposizione tra due
modelli e k e j ):
A
k
+
k
(a
11k
X
i,k
+ a
12k
Y
i,k
+ a
13k
Z
i,k
) = A
j
+
j
(a
11j
X
i,j
+ a
12j
Y
i,j
+ a
13j
Z
i,j
)
B
k
+
k
(a
21k
X
i,k
+ a
22k
Y
i,k
+ a
23k
Z
i,k
) = B
j
+
j
(a
21j
X
i,j
+ a
22j
Y
i,j
+ a
23j
Z
i,j
) (18)
C
k
+
k
(a
31k
X
i,k
+ a
32k
Y
i,k
+ a
33k
Z
i,k
) = Cj

+ j (a
31j
X
i,j
+ a
32j
Y
i,j
+ a
33j
Z
i,j
)
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII - Fotogrammetria
pagina 276
Nelle (18) le espressioni a sinistra delluguale rappresentano le coordinate del punto i rilevate
nella fase di orientamento relativo del modello k, trasformate nel sistema assoluto in funzione
degli elementi di rototraslazione e variazione di scala del modello j. Le espressioni a destra
delluguale rappresentano le coordinate del medesimo punto i rilevate nella fase di
orientamento relativo del modello j, trasformate nel sistema assoluto in funzione degli elementi
di rototraslazione e variazione di scala del modello j.
Al pedice del generico elemento delle matrici a
ij
si aggiunto un k o un j per

indicare che,
nelle equazioni a sinistra delluguale esse contengono le rotazioni ,, del modello k e, nelle
equazioni a destra delluguale contengono le rotazioni ,, del modello j.
Un stesso punto nadirale o di legame pu generare anche pi di una tripletta di equazioni (18);
si consideri ad esempio il caso (vedi figura 29) in cui un punto venga usato come punto
nadirale alto in due modelli di una strisciata, e venga usato come punto nadirale basso in due
modelli della strisciata adiacente; esso dar luogo addirittura a quattro triplette di equazioni
(18).
E detta molteplicit di un punto nel blocco il numero di
modelli in cui cade quel punto. In genere i punti nadirali
hanno molteplicit due o tre; ma possono avere anche
molteplicit maggiore.
Nel caso appena fatto, ad esempio, il punto ha molteplicit
4.
Sulla base dei concetti esposti sono stati sviluppati diversi
programmi di calcolo dei blocchi di strisciate; tutti sono in
pratica basati sulla determinazione delle incognite col metodo
delle osservazioni indirette.
Ci che li differenzia il modo di gestire i dati di input. Si
tenga presente infatti che i problemi difficili da risolvere in un
programma di questo genere non sono certo il calcolare le
derivate parziali delle (17) o delle (18), o impostare una volta
per tutte i coefficienti del sistema normale; la difficolt studiare il modo di numerare i modelli
e i punti nei modelli in modo che siano riconoscibili in modo univoco; e ancora: individuare in
quanti modelli cade uno stesso punto, e cos via.
Altra difficolt risiede nel risolvere il sistema normale, che molto spesso ha dimensioni
ragguardevoli. Infatti se n sono i modelli del blocco, le incognite saranno 7.n e quindi le
dimensioni della matrice del sistema normale saranno (7.n)
2
. Ad esempio in un blocco di
trecento modelli (dimensione abituale e non tra le maggiori di un blocco) le dimensioni della
matrice sarebbero di 2100
2
.
Al termine delle elaborazioni il programma determina quindi i 7 parametri incogniti per ciascun
modello; in funzione di essi, applicando le (17), possibile ricavare le coordinate dei punti
nadirali e dei punti di legame nel sistema assoluto.
Poich tutti i punti hanno almeno molteplicit due, essi possono essere calcolati con i parametri
di almeno due modelli; se ne calcola perci le coordinate nei vari modelli e se prende come
valore definitivo la media.


P
h h+1
i i+1


figura 29
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII - Fotogrammetria
pagina 277
2.11.4 Valutazione della precisione del calcolo del blocco

La precisione del calcolo del blocco pu venir valutata in modi pi o meno raffinati, sui quali
qui non entriamo nel merito.
Ricordiamo solo, a titolo desempio, che uno dei modi pi semplici, ma anche pi significativi,
per valutare la precisione del calcolo del blocco quello di calcolare gli scarti residui dopo la
determinazione delle incognite delle (17) e delle (18). Gli scarti delle (17) rappresentano la
differenza tra le coordinate note dei punti di appoggio e quelle che si ricavano applicando alle
loro coordinate modello i rispettivi parametri determinati dal programma; Gli scarti delle (18)
rappresentano le discrepanze tra le coordinate di uno stesso punto nadirale , o di legame,
quando vengono calcolate con i parametri di due diversi modelli.


2.11.5 Uso dei risultati della triangolazione aerea

Il risultato delloperazione della triangolazione aerea quello di aver calcolato, in funzione dei
pochi punti di appoggio del blocco, le coordinate dei punti nadirali e di legame di tutti i modelli
del blocco di strisciate nel sistema di riferimento assoluto N,E,Q.
Cio, a seguito della triangolazione aerea , si hanno sei punti, almeno, di coordinate note per
eseguire lorientamento assoluto dei modelli stereoscopici.
Pertanto, dopo lesecuzione della triangolazione aerea , inizier la fase di restituzione vera e
propria; e cio ogni coppia di fotogrammi verr rimessa nello strumento restitutore, verr
rieseguito lorientamento interno, quello relativo e infine quello assoluto basato appunto sui
punti nadirali di sinistra e di destra del modello, le cui coordinate, lo ripetiamo ancora, sono
state appunto determinate mediante la triangolazione aerea . Dopo aver eseguito queste
operazioni loperatore procede alla fase di restituzione.


2.12 La triangolazione aerea a stelle proiettive con punti di appoggio e quella
integrata da dati GPS

Abbiamo descritto al precedente punto 2.11 la triangolazione aerea a modelli indipendenti,
che come abbiamo detto ancor oggi (anno 1996) il metodo di triangolazione aerea pi
usato.
Il progredire degli studi nel campo della triangolazione aerea e i risultati del progresso
tecnologico stanno per portando allattenzione delle Ditte fotogrammetriche altri modi di
effettuare la triangolazione aerea, che probabilmente costituiranno in futuro delle valide
alternative alla triangolazione aerea a modelli indipendenti.
Descriviamo qui brevemente il metodo a stelle proiettive in due sue versioni e cio quello
basato sui tradizionali punti di appoggio e quello basato sui dati GPS.


2.12.1 La triangolazione aerea a stelle proiettive con punti di appoggio

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII - Fotogrammetria
pagina 278
Questo metodo di triangolazione aerea cos chiamato perch prende in considerazione
come elemento del blocco non il modello stereoscopico, ma il singolo fotogramma, o meglio il
fascio di raggi che, dal punto di presa, proiettano i punti immagine del fotogramma.; appunto
questo ideale fascio di raggi, inteso come stella di direzioni proiettanti i punti che d origine
al nome di questo tipo triangolazione aerea .
La base teorica del metodo della triangolazione aerea a stelle proiettive semplice; basta
considerare lequazione di collinearit per un generico punto P
i
di un generico fotogramma j
del blocco:
X X
Z Z
i j
0
i j
0

=
+ +
+ +
a x a y a z
a x a y a z
j ij j ij j ij
j ij j ij j ij
11 12 13
31 32 33

Y Y
Z Z
i j
0
i j
0

=
+ +
+ +
a x a y a z
a x a y a z
j ij j ij j ij
j ij j ij j ij
21 22 23
31 32 33

vediamo che essa contiene:
le coordinate X
i
,Y
i
,Z
i
del punto P nel sistema assoluto; queste coordinate saranno per la
maggior parte dei punti non note; saranno note solo per i punti di appoggio del blocco
le coordinate lastra x
i,j
,y
i,j
del punto immagine di P
i
sul fotogramma j
i parametri di orientamento del fotogramma X
j
0
, Y
j
0
, Z
j
0
,
j
,

j
,
j

Consideriamo ora la situazione generica di un blocco di strisciate quale labbiamo descritta nel
metodo di triangolazione aerea a modelli indipendenti; ci riferiamo cio al fatto di avere punti
del terreno che danno la loro immagine su pi fotogrammi, e di avere punti noti che servono
per appoggiare il blocco nel suo complesso.
Per tutti questi punti possiamo scrivere lequazione di collinearit riferita ; otterremo un grande
sistema di equazioni di collinearit nel quale:
in tutte le equazioni saranno note le coordinate x
i,j
,y
i,
del punto immagine
in ogni equazione saranno incogniti i parametri di orientamento del fotogramma X
j
0
, Y
j
0
,
Z
j
0
,
j
,

j
,
j

nella maggior parte delle equazioni saranno incognite anche le coordinate assolute dei punti
X
i
,Y
i
,Z
i
; esse saranno note solo per i punti di appoggio del blocco.
Anche se in questo metodo di triangolazione aerea prendiamo in considerazione i fotogrammi
e non i modelli stereoscopici, possiamo ancora ricorrere al concetto di molteplicit di un
punto; diremo cio che un punto ha molteplicit due se la sua immagine esiste su due
fotogrammi del blocco, ha molteplicit tre se esiste su tre fotogrammi e in genere avr
molteplicit n se compre su n fotogrammi.
Per ogni punto, concettualmente corrispondente a quello che era un punto o nadirale o di
legame della triangolazione aerea a modelli indipendenti, che ha molteplicit n, potremo
scrivere n equazioni di collinearit, dove saranno sempre le stesse, anche se incognite, le
coordinate X
i
,Y
i
,Z
i
assolute del punto.
Anche per un generico punto di appoggio del blocco, se n la sua molteplicit, potremo
scrivere n equazioni di collinearit, dove saranno per note le coordinate assolute X
i
,Y
i
,Z
i
del
punto.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII - Fotogrammetria
pagina 279
Scrivendo dunque tutte queste possibili equazioni, si ottiene un sistema in cui si hanno
simultaneamente come incognite i parametri di orientamento X
j
0
, Y
j
0
, Z
j
0
,
j
,

j
,
j
di ogni
fotogramma e le coordinate assolute X
i
,Y
i
,Z
i
di ogni punto nadirale o di legame.
Con riferimento alla figura 30 si vede come, ad esempio, il punto P abbia molteplicit 5, in
quanto la sua immagine compare sui fotogrammi 2,3,4,6 e 7, dando luogo a 5 equazioni di
collinearit.
P
P
P
P
P
2
3
4
6
7
P
2
5
7
4
8
6
3
1

figura 30

Nel sistema le equazioni relative ai punti del tipo nadirali o di legame, hanno esclusivamente la
funzione di ricreare lorientamento relativo dei fotogrammi, mentre le equazioni relative ai punti
di appoggio posizionano correttamente il blocco di fotogrammi nel sistema assoluto.
La soluzione del sistema porta alla determinazione delle coordinate dei punti nadirali e di
legame e quindi danno la possibilit di procedere allorientamento assoluto dei modelli, come
avveniva con la triangolazione aerea a modelli indipendenti.
La differenza tra il metodo a stelle proiettive e quello a modelli indipendenti, consiste pi che
altro in un diverso approccio concettuale al problema, ma dal punto di vista pratico non vi
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII - Fotogrammetria
pagina 280
gran differenza in quanto entrambi richiedono la determinazione di un certo numero di punti di
appoggio del blocco.


2.12.2 La triangolazione aerea a stelle proiettive con dati GPS

Abbiamo visto al capitolo VII che con la tecnologia GPS possibile determinare anche la
posizione di punti in movimento ed in particolare la posizione della camera da presa al
momento della presa di un fotogramma, o per meglio dire le coordinate assolute dellorigine
della terna del sistema di riferimento interna della camera da presa.
Consideriamo allora di aver eseguito le riprese di un blocco di fotogrammi ed aver
determinato, mediante il metodo del GPS cinematico, le coordinate dei punti di presa X
j
0
, Y
j
0
,
Z
j
0
, di tutti i fotogrammi.
Impostando nuovamente la soluzione del blocco con la metodologia delle stelle proiettive
avremmo la sostanziale differenza di conoscere per ogni fotogramma le coordinate assolute
dellorigine della terna del sistema di riferimento interno per ogni fotogramma. Nelle equazioni
di collinearit, come parametri incogniti di orientamento di ogni fotogramma, rimarranno solo i
parametri angolari
j
,

j
,
j
.
I punti di presa saranno quindi gi posizionati in maniera corretta nel sistema di riferimento
assoluto, sostituendosi, nel calcolo del blocco, alla funzione svolta dai punti di appoggio,
mentre il sistema delle equazioni di collinearit porter alla determinazione dellorientamento
relativo dei fotogrammi e alla determinazione delle coordinate dei punti nadirali e di legame.
Linnovazione introdotta da questo metodo quindi quello di eliminare la necessit di
determinare punti di appoggio a terra. In realt, per controllo, si usano ancora quattro soli
punti di appoggio a terra situati nei quattro spigolo del blocco.
Volendo ridimensionare la portata innovativa di questo metodo si possono fare delle
considerazioni e cio:
che la tecnica del GPS cinematico tecnologicamente molto avanzata e richiede particolari
capacit operative
che la determinazione dei punti di appoggio a terra anchessa molto pi agevole da
quando le operazioni topografiche classiche possono essere integrate, o addirittura
sostituite, dalluso del GPS per la determinazione delle coordinate dei punti del terreno
che esistono comunque nella nostra realt italiana, e potremmo dire europea, molti punti a
terra di coordinate note, e quindi un peccato non usarli.
In effetti queste considerazioni hanno la loro validit.
Possiamo allora concludere dicendo che il metodo di triangolazione aerea a stelle proiettive
integrato dalluso del GPS cinematico trova la sua massima validit di impiego proprio quando
si deve operare in territori dove non esistono, o sono diventate obsolete, le reti nazionali di
vertici trigonometrici, o dove le operazioni sul terreno sono rese molto complesse per la
natura del territorio. Si pensi ad esempio al caso di dover rilevare vaste zone di nazioni
africane mai inquadrate in sistemi cartografici nazionali e coperte da fitta vegetazione che
ostacola i movimenti sul terreno.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII - Fotogrammetria
pagina 281
3. Iter per la realizzazione di un rilievo con metodo fotogrammetrico.


3.1 Progettazione ed allestimento del materiale necessario per la costruzione di
una carta.

Si suppone di dover eseguire il rilievo fotogrammetrico alla scala 1 : n di una certa zona.
Poich esistono tabelle che danno l'altezza relativa ottimale di volo in funzione del fattore di
scala della carta che si vuole costruire, noto il fattore 1 :n anche definito il valore H.
Dal valore di H si risale alla scala media del fotogramma tramite la relazione:
1

f
0.150
H
=
essendo 0.150 il valore, espresso in metri, della distanza principale.
Tenuto conto che il formato standard dei fotogrammi per fotogrammetria aerea 0.23 m x
0.23 m, una volta imposto
f,
si calcola la dimensione reale L del lato di ciascun fotogramma
L = 0.23 .
f
(in metri)
Ci si procura a questo punto della cartografia ufficiale, ad esempio della cartografia IGM alla
scala 1:100.000, sulla quale si riporta il contorno della zona da rilevare.
Si calcola il valore che il lato del fotogramma ha alla scala 1:100.000
L' = L / 100000

I


figura 31

Avendo scelto di riprendere tale zona con strisciate ad andamento Est-Ovest, si traccia il
bordo superiore della prima strisciata; esso dovr ovviamente essere tracciato esternamente al
limite della zona da cartografare almeno del 20% della dimensione del lato L'. Si traccia l'asse
della prima strisciata distanziato di L'/2 dal bordo tracciato.
Si calcola quindi il valore dellinterasse I fra le strisciate
I = 0.8 . L'
dove il fattore 0.8 tiene conto del fatto che le strisciate, ciascuna di dimensione trasversale L',
devono sovrapporsi del 20%.
Si riportano quindi gli assi di tutte le strisciate parallelamente al primo e distanziati di I.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII - Fotogrammetria
pagina 282
Accanto a ciascun asse si scrive la quota effettiva di volo alla quale la strisciata dovr essere
ripresa. La quota effettiva di volo si ottiene sommando ad H la quota media del terreno.
L'elaborato cos costruito si definisce piano di volo .
Il piano di volo viene consegnato alla Ditta esecutrice dei voli, che, non appena si verificano le
condizioni meteorologiche favorevoli, pu effettuare, sulla base di esso, le riprese aeree e
fornire i fotogrammi relativi alla zona richiesta, alla scala media stabilita.
Nel frattempo la sezione topografica della Ditta cui affidata la costruzione della carta,
procede alle operazioni di costruzione della rete di inquadramento del rilievo, reperendo i
vertici trigonometrici esistenti nella zona, infittendoli mediante triangolazione tecnica, infittendoli
ulteriormente mediante intersezioni in avanti ed inverse.
Eseguite le riprese aeree sulla base dei fotogrammi possibile realizzare il quadro d'unione di
essi; il quadro d'unione si ottiene riportando sulla cartografia alla scala 1:100.000 l'effettivo
contorno dei fotogrammi.
Definito il quadro d'unione, si scelgono sui fotogrammi i punti d'appoggio necessari per la
determinazione dell'orientamento assoluto di ciascun modello; questi punti devono essere ben
visibili sui fotogrammi e ben disposti nel modello.
La sezione topografica della Ditta, cui affidata la costruzione della carta, completa il suo
lavoro reperendo i punti fotografici sul terreno, collegando tali punti, mediante poligonali, ai
punti della rete precedentemente realizzata e determinando le coordinate (N,E,Q) di questi
punti fotografici che serviranno per l'appoggio dei modelli.


3.2 Restituzione fotogrammetrica.

Perch si possa procedere alla fase di restituzione fotogrammetrica deve essere disponibile il
seguente materiale:
copia diapositiva su materiale indeformabile trasparente (generalmente poliestere) dei
fotogrammi;
copia a stampa su carta dei fotogrammi sui quali sono stati evidenziati i punti di appoggio
scelti;
tabulati sui quali sono riportate le coordinate (N,E,Q) dei punti d'appoggio.
Nel diagramma a blocchi n.2 vengono riepilogate sinteticamente le operazioni che si effettuano
nella fase di restituzione fotogrammetrica, quando si costruisce cartografia mediante
fotogrammetria analitica.
Le operazioni che vengono eseguite per la restituzione fotogrammetrica sono le seguenti:
1. inserimento dei due fotogrammi adiacenti nello strumento restitutore;
2. determinazione dei parametri dell'orientamento interno:
l'operatore esegue la collimazione delle quattro marche di ciascun fotogramma; cos in
possesso di quattro coppie di coordinate strumentali per ciascun fotogramma U'
i
,V'
i
e
U"
i
,V"
i
; il calcolatore connesso allo stereorestitutore mediante la routine dell'orientamento
interno, note le U'
i
,V'
i
e U"
i
,V"
i
delle marche sui due fotogrammi e note le coordinate
nominali delle marche per la camera da presa (che sono riportate sul certificato di taratura
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII - Fotogrammetria
pagina 283
della camera stessa), determina i valori dei parametri di passaggio dai sistemi (U',V') e
(U",V") ai sistemi (x',y'), (x",y");
3. determinazione dei parametri dell'orientamento relativo:
l'operatore esegue la collimazione stereoscopica di un certo numero di n punti omologhi, (n
= 10-12). Il calcolatore, mediante la routine dell'orientamento relativo, note le coordinate
x'
i
,y'
i
e x"
i
,y"
i
dei punti collimati determina i parametri dell'orientamento relativo e cio
1
,

1
,
2
,
2
,
2
;
4. determinazione dei parametri dell'orientamento assoluto:
l'operatore esegue la collimazione stereoscopica di quei punti fotografici d'appoggio dei
quali sono note le coordinate Gauss-Boaga; il calcolatore, mediante la routine
dell'orientamento assoluto, determina appunto i parametri dell'orientamento assoluto , ,
, N
0
, E
0
, Q
0
, di passaggio fra il sistema arbitrario dellorientamento relativo e il sistema
Gauss-Boaga;
5. restituzione di tutti i punti che devono essere riportati in cartografia:
l'operatore collima le coppie di punti omologhi, dei quali automaticamente vengono
acquisite dal calcolatore le coordinate U'
i
,V'
i
e U"
i
,V"
i
; le coppie di coordinate U'
i
,V'
i
e
U"
i
,V"
i
vengono inserite nelle formule di rototraslazione dove compaiono i parametri
dell'orientamento interno x'
0
, y'
0
, ', ' e x"
0
, y"
0
, ", " determinati nella fase 2; si
ottengono le coppie di coordinate x'
i
, y'
i
e x"
i
,y"
i
;
le coppie x'
i
, y'
i
e x"
i
,y"
i
vengono inserite nelle formule dove compaiono i parametri
dell'orientamento relativo
1
,
1
,
2
,
2
,
2
determinati nella fase 3; si ottengono le
coordinate X
i
, Y
i
, Z
i
del modello stereoscopico;
le coordinate X
i
, Y
i
, Z
i
vengono introdotte nelle formule di rototraslazione dove
compaiono i parametri dell'orientamento assoluto , , , N
0
, E
0
, Q
0
, determinati
nella fase 4; si ottengono le coordinate E
i
, N
i
, Q
i
;
i punti di coordinate E
i
, N
i
, Q
i
; vengono memorizzati sulle memorie di massa del
calcolatore che gestisce le operazioni di restituzione; la loro rappresentazione viene
eseguita automaticamente o mediante plotter, su carta da disegno oppure su video
grafico.
Si deve notare che la sequenza delle operazioni di applicazione dei parametri di orientamento
interno, relativo ed assoluto (fase 5) molto veloce (perch eseguita da elaboratore
elettronico); essa avviene in un lasso di tempo minore di quello impiegato dall'operatore per
spostarsi da un punto al successivo.
I dati memorizzati a seguito di queste operazioni trovano collocazione nei file di restituzione.
L'elaborato grafico prodotto a partire da tali dati si chiama minuta di restituzione.


3.3 La revisione sul terreno.

Con l'operazione di restituzione l'operatore riporta sulla minuta di restituzione tutti i particolari
naturali ed artificiali del terreno che sono visibili sulle fotografie e che devono essere riprodotti
in conformit alla scala della carta. Pu capitare, tuttavia, che alcuni particolari che devono
essere riportati sulla carta non siano ben visibili, perch coperti dalle chiome degli alberi, o
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII - Fotogrammetria
pagina 284
perch defilati alla vista dall'effetto prospettico delle fotografie; oppure pu capitare che
l'operatore non riesca a distinguere la natura di un elemento del terreno (ad esempio non riesce
a distinguere se un certo "oggetto" un muro o una siepe). In questi casi il restitutista, cio
l'operatore che effettua la restituzione, indica sulla minuta di restituzione che quel particolare
deve essere rivisto a terra.
Pertanto, dopo le operazioni di restituzione, deve essere effettuata una ricognizione sul terreno
in modo da completare la restituzione stessa, risolvendo i punti dubbi ed integrando la carta
con quelle informazioni che non sono visibili dalle fotografie (ad esempio linee interrate di
oleodotti o metanodotti).
Con la revisione sul terreno l'originale di restituzione viene completato e con questa fase si
conclude l'operazione di costruzione della cartografia per quello che riguarda il suo contenuto
qualitativo e quantitativo.
Come ultima operazione la carta viene completata con i toponimi, cio con tutte quelle scritte
che consentono l'individuazione delle localit, dei fiumi, dei torrenti e, se richiesta,
l'individuazione di ogni via o piazza delle zone urbanizzate.


3.4 L'elaborato finale.

3.4.1 Editing cartografico

Con il termine di editing si intende quella fase del lavoro di realizzazione della cartografia
fotogrammetrica numerica diretta durante la quale si interviene sull'archivio di dati che
costituisce la cartografia numerica, se ne visualizza il contenuto su video grafico e si procede
ad eventuali correzioni e aggiornamenti dell'archivio.
Idealmente, nella fase di editing deve essere possibile la realizzazione di tutti quei tipi di
intervento che nella restituzione fotogrammetrica tradizionale vengono attuati sulla minuta di
restituzione e nella fase di ridisegno finale della carta.
Si interviene sui dati memorizzati:
per integrare o correggere la codifica dei particolari restituiti,
per riportare le integrazioni, le correzioni e gli aggiornamenti individuati grazie alle
operazioni di ricognizione sul terreno o per acquisizione di dati da altra fonte
per ricostruire le congruenze geometriche, ove necessario,
per introdurre la toponomastica.
Si controlla che spezzate che definiscono entit campibili siano poligoni chiusi.
Vengono inoltre effettuate tutte le operazioni di intervento atte a migliorare l'aspetto estetico
delle visualizzazioni nella cartografia numerica, quali ad esempio eventuali ricollocazioni delle
scritte indicanti la quota dei punti quotati e delle di gronda, realizzazione di ortogonalizzazioni e
parallelismi in strutture artificiali, ecc.
Sempre in questa fase si procede alla ricostruzione delle congruenze geometriche che consiste
in interventi volti ad attribuire coordinate identiche a punti memorizzati che si riferiscono ad uno
stesso punto fisico, ma che in fase di restituzione sono stati acquisiti pi volte come afferenti ad
entit diverse.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII - Fotogrammetria
pagina 285
Le operazioni di editing non vengono eseguite quando le nuove coordinate che dovrebbero
assumere i vertici delle spezzate originarie per costituire spezzate soddisfacenti le condizioni di
ortogonalizzazione, parallelismo e/o allineamento causerebbero spostamenti dei vertici dalla
posizione originaria alla posizione finale superiori alla tolleranza planimetrica della carta.
Sempre nella fase di editing viene realizzato il riporto della integrazioni numeriche derivanti
dalle operazioni di ricognizione.
Tali integrazioni potranno essere inserite nell'archivio dei dati:
introducendo direttamente le coordinate plano-altimetriche del particolare rappresentato,
integrando con il disegno tradizionale il disegno ottenuto al plotter dal file di restituzione, e
trasformando i dati integrativi in forma numerica mediante digitalizzazione; al dato
planimetrico acquisito per digitalizzazione, dovr essere associata la quota relativa.


3.4.2 Il prodotto finale numerico

Una volta realizzata la pulizia e il completamento dei dati mediante la fase di editing, la
cartografia fotogrammetrica numerica pu essere considerata compiuta e deve quindi essere
consegnata al Committente.
Nei capitolati che regolano la produzione di lavori di questo tipo sono generalmente descritti i
formati in cui i dati devono essere scritti e i supporti magnetici su cui devono essere
memorizzati.
Di solito si mantiene, anche per quanto riguarda gli archivi numerici, la stessa suddivisione per
fogli da sempre utilizzata per la cartografia tradizionale.
Daltra parte poich comunque viene sempre anche effettuata la consegna di un prodotto
grafico, organizzato in fogli, comodo anche la banca dati strutturata in pseudofogli.
Gli elaborati numerici vengono dunque consegnati per blocchi di file, ciascun blocco relativo
ad uno pseudofoglio numerico.
Ogni pseudofoglio numerico si riferisce ad uno dei fogli grafici, ma il suo perimetro, di
andamento irregolare, non coincide con il perimetro, rettangolare, del foglio grafico a cui si
riferisce.
Il perimetro degli pseudofogli numerici viene stabilito in modo da non dividere entit con
sviluppo superficiale che si trovano a cavallo di due fogli.


3.4.3 Il prodotto finale grafico

A partire dai dati memorizzati nella cartografia numerica vengono prodotti automaticamente gli
elaborati grafici mediante plotter elettrostatici e termici.
Sempre nei capitolati che regolano la realizzazione di questo genere di lavori, sono descritte
dettagliatamente le norme di rappresentazione dei differenti contenuti per i quali previsto il
rilievo (repertorio dei contenuti e delle codifiche)
Nel prodotto grafico vengono rappresentate con grafia opportuna tutte le entit memorizzate e
differenziate per codice nella cartografia numerica. (Vedi anche capitolo IX)
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII - Fotogrammetria
pagina 286
L'elaborato grafico viene generalmente realizzato in doppia copia (con e senza campitura degli
edifici).
La quota in gronda degli edifici viene riportata solamente sulla copia senza campitura.
Il formato dei fogli, le legende, le titolazioni e i cartigli vengono concordati con la Committenza
e la Direzione Lavori.


3.5 Schemi delle fasi di realizzazione di cartografia con metodo fotogrammetrico

Sono nel seguito riportati due schemi a blocchi; lo schema 1 descrive sinteticamente tutte le
fasi di costruzione di una carta fotogrammetrica; lo schema 2 riepiloga tutte le operazioni
relative alla sola fase della restituzione fotogrammetrica.

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII - Fotogrammetria
pagina 287

schema 1

PRODUZIONE DI CARTOGRAFIA MEDIANTE FOTOGRAMMETRIA




Acquisizione cartografia esistente (IGM,
CTR, altro) con le seguenti funzioni :
1. individuazione della zona da rilevare
2. reperimento vertici trigonometrici e
caposaldi livellazione
3. progetto rete di inquadra mento
4. progetto piano di volo

Determinazione con metodi topografici
(GPS;triangolazioni, intersezioni) delle
coordinate dei punti della rete di
inquadramento a partire dai vertici
trigonometrici e dai caposaldi di livellazione



Esecuzione del volo
Produzione dei fotogrammi



Copia su poliestere dei fotogrammi
(diapositiva)


Copia a stampa dei
fotogrammi

Determinazione coordinate dei punti
d'appoggio dei modelli stereoscopici
mediante metodi topografici (livellazioni,
poligonali) e/o mediante triangolazione
aerea



Produzione della carta
mediante strumento restitutore
( vedi schema 2 )

Minuta di restituzione

Ricognizione sul terreno

Minuta di restituzione corretta

Editing fotogrammetrico

Produzione di elaborati grafici nelle forme
richieste

Traduzione dei dati cartografici secondo i formati
standard di trasferimento

Consegna degli elaborati grafici e numerici

R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia

Capitolo VIII - Fotogrammetria
pagina 288


schema 2

RESTITUZIONE FOTOGRAMMETRICA MEDIANTE RESTITUTORE
ANALITICO















Collimazione di n punti (n>5) sul modello
Determinazione dei parametri di orientamento
relativo **)

Introduzione nel calcolatore delle coordinate
terreno di m punti di appoggio (m>5)

Determinazione dei parametri di orientamento
assoluto del modello
***)


per ogni punto da riportare in cartografia

Si collima stereoscopicamente il punto e si imposta la codifica del punto stesso, vengono
automaticamente misurate le coordinate strumentali sui fotogrammi
Il calcolatore opera le seguenti trasformazioni:
a) da coordinate strumentali a coordinate lastra mediante i parametri
dell'orientamento interno *)
b) da coordinate lastra a coordinate modello mediante i parametri
dell'orientamento relativo **)
c) da coordinate modello a coordinate terreno mediante i parametri
dell'orientamento assoluto ***)
Si visualizza il punto restituito sul dispositivo grafico associato al restitutore analitico,
(video grafico o plotter).
Si procede alla memorizzazione della codifica e delle coordinate del punto.
Introduzione nel calcolatore associato
al restitutore delle coordinate delle 4
marche della camera da presa e del
valore della distanza principale
Introduzione di una coppia di
fotogrammi nello strumento restitutore
analitico
Collimazione delle marche sui due fotogrammi determinazione
dei parametri per passare
dal sistema di riferimento del restitutore
al sistema di riferimento materializzato alle marche fiduciali
*)
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo IX - Cartografia numerica
pagina 289
CAPITOLO IX

CARTOGRAFIA NUMERICA


1 Caratteristiche della cartografia numerica

1.1 Schema concettuale

1.1.1 Cartografia tradizionale e cartografia numerica: analogia dei rispettivi schemi
concettuali

Consideriamo una generica carta tecnica tradizionale a grande scala (nel seguito indicata
col semplice termine di carta tradizionale) e vediamo di delinearne le caratteristiche
qualitative e metriche. Possiamo dire che essa costituita da un disegno del territorio che
vuole rappresentare e che tale disegno, suddiviso in tavole e completato con opportune cornici
e parametratura, viene realizzato in un sistema di coordinate cartesiane piane i cui punti sono in
corrispondenza biunivoca, in funzione di precise relazioni di tipo geometrico e/o matematico,
con quelli della superficie fisica del territorio rappresentato; aggiungiamo poi che la rap-
presentazione viene realizzata secondo uno schema che prevede due categorie di informazioni:
la planimetria e l'altimetria; la prima costituita dalla proiezione nel piano del disegno dei
particolari naturali e artificiali del terreno e la seconda dai punti quotati e dalle curve di livello;
la planimetria sempre presente, mentre l'altimetria pu non esserci e in questo caso la carta
solo planimetrica.
Altri elementi caratteristici che fanno del disegno una carta sono il rapporto di scala 1:n,
essendo n il numero di volte di cui risulta ridotta sulla carta la distanza topografica tra due
punti, e la legenda, che fornisce la chiave di lettura della carta in funzione di tipi di linee,
retinature, simboli, segni convenzionali, ecc..
Infine il contenuto metrico dovr essere conforme a delle tolleranze, che stabiliscono i
massimi scostamenti che si possono verificare tra le distanze e i dislivelli ricavabili dalla carta e
i corrispondenti nella realt. L'elemento pi caratterizzante della carta senza dubbio il
rapporto di scala; esso infatti determina, per convenzione ormai consolidata, il grado di
dettaglio della carta, la sua precisione, l'equidistanza delle curve di livello e il grado di impiego
di segni convenzionali.
Le funzioni base che questo disegno assolve, vale a dire gli scopi principali per cui esso viene
realizzato e impiegato sono:
fornire una conoscenza del territorio basata sia sull'osservazione puntuale di ogni singolo
oggetto, sia come visione generale di insieme paragonabile a quella che si avrebbe
osservando il territorio in direzione nadirale da conveniente altezza;
consentire di sviluppare processi logici di tipo deduttivo e induttivo in funzione di relazioni di
concomitanza, di vicinanza, di frequenza, ecc. ecc.;
costituire il supporto di base, anche in senso fisico, per i lavori di classificazione, di
pianificazione, di progettazione e di gestione del territorio.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo IX - Cartografia numerica
pagina 290
Tutte le caratteristiche qualitative e metriche che sono state elencate indicano a quali aspetti
formali un disegno del territorio debba soddisfare e quali contenuti debba avere, affinch
corrisponda in termini tecnici ad una carta.
Ma affinch questo disegno sia, come in effetti vuol essere, un elemento di conoscenza del
territorio, oltre a qualificarsi come il prodotto di applicazioni tecniche che si richiamano a
discipline scientifiche quali la Geodesia, la Cartografia, la Topografia e la Fotogrammetria,
esso deve avere dei requisiti generali che sono quelli che gli conferiscono la sua impronta
genetica di strumento di Informazione. Questi requisiti generali sono:
la congruenza, in base alla quale una qualsiasi informazione contenuta nella carta non
deve essere in contraddizione con alcuna delle altre;
la leggibilit, che deve garantire l'univocit di interpretazione, la quale deriva oltre che
dalla similitudine fra la realt e il disegno, anche dagli elementi di autocertificazione
della carta stessa (rapporto di scala, cornice, legenda, ecc.);
la veridicit, cio la corrispondenza al vero dell'informazione qualitativa, che costituisce
un vincolo anche pi severo delle stesse tolleranze metriche.
Mentre gli aspetti formali, i contenuti e le funzioni base della cartografia, hanno subito delle
evoluzioni nel corso dei tempi, questi requisiti generali, anche se sottintesi, hanno sempre
permeato la sua intima essenza.
Lo schema concettuale della cartografia tradizionale si basa quindi su:
requisiti generali
aspetti formali
contenuti
funzioni base.
Da esso emerge chiaramente cosa sia una carta tradizionale senza che si sia detta una
parola su come essa venga prodotta. La tipologia della carta deriva dai suoi aspetti formali,
dai suoi contenuti o dalle particolari funzioni che essa deve assolvere.
Il modo con cui la carta deve venire realizzata sar invece oggetto di norme di Capitolato, le
quali hanno lo scopo di fornire alla Committenza degli elementi di garanzia aprioristici sul
prodotto che essa vuole ottenere; di creare i presupposti necessari perch si possa effettuare
l'affidamento dei lavori secondo determinate procedure di Legge; di creare, come di fatto
avvenuto, degli standard di produzione che semplificano il rapporto domanda-offerta.
Per definire le caratteristiche qualitative e metriche della cartografia numerica ci atterremo allo
schema concettuale sopra esposto, poich non ci sono, allo stato attuale, motivi e ragioni per
introdurne uno diverso


1.1.2 Definizione della cartografia numerica

Seguendo la stessa impostazione metodologica con la quale stata definita al precedente
paragrafo la cartografia tradizionale, e cio tenendo conto dei requisiti principali, degli aspetti
formali, dei contenuti e delle funzioni base, elenchiamo gli elementi distintivi fondamentali
che nel loro insieme costituiscono la definizione di cartografia numerica.
R.Galetto A.Spalla - Lezioni di Topografia
Capitolo IX - Cartografia numerica
pagina 291
La cartografia numerica fornisce le informazioni qualitative e metriche proprie di una
cartografia sotto due aspetti: in forma di dati numerici (coordinate che descrivono la
geometria degli oggetti cartografati e codifiche che ne indicano la tipologia), memorizzati
su supporto magnetico elaborabile da calcolatore elettronico, e in forma di
visualizzazioni su video-grafico o su supporto cartaceo mediante plotter, simili
nell'aspetto alla cartografia tradizionale; la cartografia numerica costituisce pertanto
un'immagine speculare della cartografia tradizionale, in quanto quest'ultima un
prodotto cartografico in forma di disegno che contiene in forma implicita gli stessi dati
sotto forma di coordinate; mentre la cartografia numerica costituita da un archivio di
coordinate che contiene in forma implicita la sua visualizzazione sotto