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Tomei Giacomo

LA GEODESIA

LA GEODESIA

1.1

PREMESSA

La geodesia una scienza che studia la forma, le dimensioni della terra e il suo campo
gravitazionale.
La geodesia si pu dividere in:
1. geodesia teorica che studia la forma e la dimensione della terra, compreso il campo
gravitazionale;
2. geodesia operativa che mette in pratica la teoria con dei procedimenti per risolvere i
problemi relativi alla superficie terrestre.
La topografia un parte della geodesia operativa che si occupa soprattutto del rilievo.
Rilevare una superficie terrestre significa determinare la posizione di un numero sufficiente di punti
appartenenti a questa superficie terrestre.
2.1

IL SISTEMA DI RIFERIMENTO, LE SUPERFICI DI RIFERIMENTO, I


SISTEMI DI COORDINATE

Per definire la posizione dei punti, occorre


definire un sistema di riferimento e anche
una superficie di riferimento che possa
approssimare la superficie della terra e che
possa permettere di svolgere i calcoli in modo
semplice.
Pu essere anche necessario definire un
sistema di coordinate, cio un modo che
permetta di collocare in modo corretto i punti
del rilievo nel sistema di riferimento e nella
superficie di riferimento.
2.1.1

I SISTEMI DI RIFERIMENTO

Per sistema di riferimento si intende una terna cartesiana che bisogna saper collocare nel modo
migliore nello spazio.
I sistemi di riferimento si possono dividere in:
1. sistemi di riferimento globali;
2. sistemi di riferimento locali.
2.1.1.1

I SISTEMI DI RIFERIMENTO GLOBALI

Sono definiti da della convenzioni e sono volti a collocare il risultato del rilievo sulla terra.
Un sistema di riferimento globale deve essere realizzato considerando diversi parametri tra cui:
1. la forma irregolare della terra;
2. i moti di rotazione e rivoluzione.
Solitamente un sistema globale comune il sistema geocentrico che si presenta come una terna
cartesiana con lorigine nel centro della massa terrestre e lasse z coincidente con lasse di
rotazione terrestre.

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

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2.1.1.2

I SISTEMI DI RIFERIMENTO LOCALI

I sistemi di riferimento locali vengono scelti di volta in volta dal soggetto che svolge il rilievo,
inoltre lo stesso soggetto ha la possibilit di scegliere lorigine della terna cartesiana.
2.1.2

LE SUPERFICI DI RIFERIMENTO

Una superficie di riferimento la superficie su cui viene sviluppato il rilievo della superficie fisica
reale e deve avere due caratteristiche:
1. la superficie deve essere definita da unespressione analitica, la pi semplice possibile (cio in
forma canonica), in modo da darle una geometria;
2. la forma e la dimensione della superficie devono approssimare al meglio la superficie reale del
nostro pianeta.
2.1.2.1

LE SUPERFICI EQUIPOTENZIALI

Si sa che il campo gravitazionale ammette un


potenziale, quindi esisteranno delle superfici
equipotenziali del campo gravitazionale.
Nella superficie di riferimento si possono definire:
1. un verticale n, cio il versore ortogonale alla
superficie equipotenziale (cio al geoide) in un
punto;
2. un normale n, cio il versore ortogonale ad una superficie di riferimento (cio
allellissoide).
Se consideriamo il geoide, cio la superficie equipotenziale passante per il livello medio dei mari,
allora si pu pensare che questa sia la superficie equipotenziale pi adatta per essere considerata
come superficie di riferimento terrestre; questa superficie risulta per troppo complessa per
poter essere espressa in forma analitica. Si quindi passati dal geoide ad una superficie
approssimata di esso, ovvero un ellissoide di rotazione.
Se vero che al geoide verr corrisposto
un unico ellissoide, il quale costituir la
migliore approssimazione in termini globali,
altrettanto vero che, considerando solo
parti del geoide, sar possibile determinare
superfici approssimative (cio ellissoidi) che
approssimeranno meglio il geoide in quella
determinata area; si pu parlare quindi
anche di superfici di riferimento approssimate locali e globali.
x2 + y2 z2
Lequazione dellellissoide
+ 2 = 1.
a2
b
2.1.2.2

IL GEOIDE

Si sa per che le acque marine non sono in equilibrio dinamico, infatti sono perturbate dai
movimenti dovuti ai venti, dalle differenze di concentrazioni saline, dalle correnti e dalle maree, le
quali dipendono principalmente dallazione attrattiva del sole e della luna.
Osservando i livelli della superficie del mare si nota che essi raggiungono variazioni anche
dellordine di 20 m in un giorno.

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Tuttavia possibile determinare, in base ad un lungo periodo di osservazione, il livello medio del
mare in ogni punto grazie a degli strumenti fissi detti mareografi che, automaticamente,
descrivono le oscillazioni dellacqua al variare del tempo.
Se consideriamo un punto P di massa unitaria legato alla terra, esso risente di due forze, cio della
dm
forza gravitazionale F = G
e della forza centrifuga f = m 2 p , dove
2
terra
r

p = x2 + y2

1
2

. La risultante di queste due forze la forza di gravit g.

Entrambi i vettori ammettono un potenziale che per la forza gravitazionale V = G


r

la

forza

centrifuga

V1 =

(x

+ y2 ;

quindi

il

potenziale

1
dm e per
r

totale

sar

1
2
W = V + V1 = G dm +
x2 + y2 .
r
2
r
Cercando il luogo dei punti che presentano lo stesso valore di W si ottengono le superfici
equipotenziali.
Le superfici equipotenziali sono pi ravvicinate dove laccelerazione di gravit maggiore, quindi in
prossimit dei poli; inoltre le superfici equipotenziali non sono parallele tra loro, lo sarebbero se
laccelerazione di gravit fosse costante.

Superfici equipotenziali terrestri, rappresentazione della verticale come ortogonale alla superficie equipotenziale o
tangente alla linea di forza in quel punto.

Per ogni punto P della terra passa una sola superficie equipotenziale ed una sola linea verticale
detta verticale locale.
Lellissoide unapprossimazione del geoide e quindi il geoide un ellissoide al quale, punto per
punto, verr aggiunta una correzione.
Lo scostamento tra ellissoide e geoide viene chiamato ondulazione del geoide e prende il nome
di N.
2.1.2.3

GLI ELLISSOIDI DI RIFERIMENTO

Definita una opportuna terna cartesiana si pu rappresentare


lellissoide; questa superficie ottenuta da una rotazione di un ellissi di
semiassi a e b attorno allasse z; lintersezione della superficie con
lasse z positivo prende il nome di Polo Nord Geografico, mentre
laltra intersezione prende il nome di Polo Sud Geografico.
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Lequazione di una superficie


in coordinate cartesiane
z = f (x, y) mostra come,
definite due coordinate, la
terza derivi direttamente dalla
funzione che descrive la
superficie, quindi, per definire
la posizione di un punto sulla
superficie, saranno sufficienti
due parametri, cio due
coordinate.
Ora consideriamo un punto A
qualsiasi sullellissoide e sia n il versore (cio il vettore di dimensione unitaria) normale alla
superficie di riferimento in quel punto.
I due angoli riferiti al versore rispetto al sistema di
riferimento prendono il nome di latitudine
ellissoidica e longitudine ellissoidica di quel
punto, le quali costituiscono le cosiddette
coordinate geografiche del punto.
Si definiscono i piani meridiani ed i meridiani in
base ai quali si definisce la longitudine: il piano
meridiano un qualsiasi piano contente lasse z,
mentre il meridiano lintersezione tra lellissoide
e il piano meridiano; i meridiani sono ellissi tutte
della stessa dimensione. Per definire la longitudine
ellissoidica consideriamo un piano meridiano di
riferimento passante per lasse x ed un piano meridiano contenente un punto A; langolo
orizzontale formato dai due piani meridiani costituisce la longitudine del punto A; la longitudine si
misura in gradi e si misura in gradi da 0 a +180 procedendo verso ovest e da 0 a 180
procedendo verso est.
Si definiscono i paralleli in base ai quali si definisce la latitudine: il parallelo il luogo dei punti che
hanno la stessa latitudine; lintersezione tra lellissoide e un piano qualsiasi parallelo al piano xy; i
paralleli sono cerchi concentrici e il cerchio con raggio massimo chiamato equatore;
Per definire la latitudine ellissoidica consideriamo un punto A sullellissoide e la proiezione del
punto A sul piano xy A; considerando la normale allellissoide passante per A (cio la linea obliqua
che parte da A e arriva a toccare in un punto non determinato lasse OA), si definisce la latitudine
ellissoidica del punto A langolo che la normale dello stesso punto A forma con la retta orizzontale
OA; la latitudine si misura in gradi da 0 a +90 verso il Polo Nord e da 0 a 90 verso il Polo Sud
(quindi la latitudine positiva per lemisfero Nord e negativa per lemisfero Sud).
I meridiani e i paralleli presentano la propriet di essere tra loro ortogonali.
Azimut o anomalia (theta):
sia P un punto sullellissoide e
supponiamo che per quel punto
passi una linea generica s
appartenente alla superficie (cio
allellissoide); definiamo azimut
della linea in quel punto langolo
formato dalla tangente x alla linea
s e il meridiano passante per lo
stesso punto.
Sezione normale: consideriamo
un punto A sulla superficie ellissoidica e consideriamo il fascio di piani che contengono la retta
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ortogonale alla superficie passante per A; lintersezione tra uno qualsiasi dei piani e la superficie
ellissoidica prende il nome di sezione normale passante per A.

possibile scrivere la relazione matematica di un ellissoide di rotazione, la quale

r2 z2
+
=1
a2 b2

a2 b2
.
a2
Con alcuni passaggi algebrici possibile definire il raggio di curvatura del parallelo che
a cos
da cui possibile definire le coordinate cartesiane di un punto sulla
r=
1 e 2 sen 2
superficie ellissoidica in funzione della latitudine e della longitudine tramite le seguenti relazioni:
a cos cos
a cos cos
a sen (1 e 2 )
x = r cos =
y = r sen =
z
=
1 e 2 sen 2
1 e 2 sen 2
1 e 2 sen 2
Consideriamo ora un punto P nuovamente sulla superficie ellissoidica e per la definizione di
sezione normale possiamo affermare che per quel punto passano infinite sezioni normali.
Tali curve presenteranno un proprio raggio di curvatura che sar in funzione della posizione del
punto P sullellissoide e della direzione della sezione normale considerata.
Possiamo definire le sezioni normali principali le due sezioni che avranno raggi di curvatura
massimi N e minimi .
Una propriet di queste sezioni normali che sono tra loro sempre ortogonali e, se la superficie
di riferimento lellissoide di rotazione, allora una di queste due sezioni coincide con il meridiano

con r 2 = x 2 + y 2 . possibile anche definire leccentricit che e 2 =

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e il raggio di curvatura del meridiano =

(1 e

a 1 e2

3
2

; laltra sezione principale

sen
prende il nome di Gran Normale N e si ottiene dallintersezione tra lellissoide e il piano
tangente al parallelo in quel punto. Il raggio di curvatura della Gran Normale
r
a
. Definito N possiamo riscrivere in forma semplificata le equazioni
N=
=
2
cos
1 e sen 2
delle coordinate geocentriche rispetto alle coordinate geografiche:
x = N cos cos y = N cos sen z = N sen 1 e 2
Essendo i punti riferiti sulla superficie terrestre e non sulla superficie di riferimento, risulta chiaro
che le relazioni precedenti hanno dei limiti. Dobbiamo quindi considerare laltezza h e perci
possiamo definire la posizione del punto in coordinate geocentriche rispetto alle coordinate
geografiche e h mediante queste relazioni:
x = ( N + h ) cos cos y = ( N + h ) cos sen z = N 1 e 2 + h sen
Grazie al teorema di Eulero possibile definire anche il raggio di curvatura di una sezione
1
cos 2 a sen 2 a
e per finire
normale qualunque che forma con il meridiano che
=
+
R

[ (

) ]

a 1 e2
possiamo definire il raggio di curvatura medio m = N =
.
1 e 2 sen 2
Definita in generale la geometria dellellissoide di rotazione, diventa quindi importante poter
applicare queste formule allellissoide pi prossimo alla superficie terrestre.
Fino ad oggi sono state eseguite una ventina di prove per determinare i parametri ellissoidici,
come quello stabilito nel 1984:

Nome ellissoide
a
e2

WGS84 (1984) 6'378'137 m 1:298,3 6,673321103


Con il passare del tempo c stata una ricerca sempre pi raffinata per determinare quale fosse il
migliore ellissoide che rappresentasse la forma della terra.
Anche se lapprossimazione della terra un ellissoide, facendo un confronto pi specifico ci si
rende conto come anche lultima determinazione dellellissoide WGS84 aderisca bene in alcune
aree del pianeta, mentre in altre aree laderenza non corretta benissimo.
Per applicazioni o rilievi in scala globale lellissoide WGS84 il migliore supporto, ma per le aree
pi circoscritte, come i Continenti, gli Stati o le Regioni, possono esistere ellissoidi (probabilmente
orientati anche in modo diverso) che aderiscono meglio al geoide locale e che quindi costituiscono
una superficie di riferimento pi adatta.
Questo ragionamento porta alla possibilit di avere, per unarea, pi ellissoidi possibili, cio uno
globale, uno continentale e uno nazionale, ciascuno orientato in modo diverso dallaltro.
possibile perci definire il Datum geodetico, cio linsieme dei parametri volti a definire le
dimensioni e lorientamento dellellissoide rispetto al geoide.
Si sceglie un punto nel quale si impone che la normale allellissoide (cio il versore ortogonale ad
una superficie di riferimento, cio allellissoide) coincida con la verticale (cio il versore ortogonale
alla superficie equipotenziale, cio al geoide, in un punto); in pratica si assume nulla la deviazione
della verticale in quel punto, intesa come langolo tra normale e verticale in quel punto.
Si definisce prima la direzione della normale in un punto; lellissoide non fissato nello spazio,
quindi, per bloccare la posizione dellellissoide rispetto al geoide, occorre definire anche il valore
di una direzione, dal punto origine ad un altro punto vicino, definendo il valore dellazimut
ellissoidico della direzione.

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Litalia ha definito nel 1940 il Sistema Geodetico Nazionale, scegliendo come ellissoide di
riferimento quello di Hayford:
Nome ellissoide
a
e2

Hayford (1909) 6'378'388 m 1:297,0 6,722670103


Nel Sistema Nazionale le longitudini sono contate a partire dal meridiano fondamentale di Roma
Monte Mario, con indicazione del verso (est e ovest) per evitare segni negativi.
Se per il territorio vasto, lorientamento dellellissoide di riferimento su di un punto pu
determinare degli elevati scostamenti in altre parti del territorio.
Per ridurre lentit dello scostamento tra le due superfici, lorientamento dellellissoide pu essere
effettuato considerando pi punti del territorio, facendo si che in quei punti siano minime le
deviazioni della verticale (ad esempio secondo il criterio dei minimi quadrati). In questo modo si ha
una migliore distribuzione tra il geoide e lellissoide.
Si sceglie poi un punto di riferimento sul quale si definisce la direzione della normale, definendo
una deviazione nota e non pi nulla come nel caso dellorientamento su un singolo punto; un
orientamento medio di questo tipo stato utilizzato per definire il Sistema Geodetico
Europeo per la necessit di avere una cartografia unificata per i paesi europei.
Il punto di emanazione della rete europea, avente deviazione della verticale non nulla ma nota,
un vertice in Germania.
Con lo sviluppo dei sistemi satellitari, il rilievo viene inteso in senso tridimensionale e questi
sistemi globali sono detti sistemi globali geocentrici, in quanto lorigine della terna cartesiana
con gli assi dellellissoide viene fatta coincidere con il baricentro terrestre.
I parametri della terna cartesiana per il Sistema Geodetico sono:
1. lorigine nel baricentro terrestre;
2. lasse z lungo lasse di rotazione;
3. il piano xz coincidente con un piano meridiano di riferimento.
Chi esegue un nuovo rilievo, quindi chi deve inserire nuovi punti, si deve basare sulle coordinate
dei punti gi noti nel Sistema Geodetico per ricavare le coordinate dei punti di nuova istituzione, i
quali, di conseguenza, vengono inseriti nel Sistema stesso.
In Italia lente preposto alla realizzazione e alla manutenzione migliorativa della rete trigonometrica
lIstituto Geografico Militare IGM.
2.1.2.4

LE GEODETICHE: LE MISURE DI ANGOLI E LE DISTANZE SULLA


SUPERFICIE DI RIFERIMENTO

Abbiamo detto che lellissoide


di rotazione costituisce la
superficie approssimata che
consente un adattamento al
geoide. Su questa superficie
possibile
introdurre
le
coordinate geografiche (in
relazione
poi
con
le
coordinate cartesiane) e si
definita la geometria definendo
anche elementi come le
sezioni normali.
Un qualsiasi punto sulla
superficie
terrestre
sar
posizionato sulla superficie di
riferimento, quindi su questa
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superficie deve essere possibile eseguire le


operazioni di rilievo come la misurazione degli
angoli e delle distanze tra punti relativi al rilievo.
Bisogna introdurre quindi il concetto di distanza
e di angolo.
Tra tutte le linee possibili che uniscono due punti
A e B, appartenenti alla superficie di riferimento,
indichiamo con distanza la linea pi corta; questa
linea prende il nome di linea geodetica.
Le sue propriet principali sono che la linea
geodetica sia gobba e che si possano individuare le
normali. Nella figura della pagina precedente si
possono notare:
1. la sezione normale di A passante per B;
2. la sezione normale di B passante per A;
Curva sulla superficie rappresentata dal sistema di
3. la geodetica tra A e B.
equazioni in funzione di s.
Sia F = ( x, y, z ) = 0 lequazione di una
superficie qualsiasi e consideriamo una curva
sulla superficie.
Consideriamo poi una curva sulla superficie che
si pu rappresentare dal sistema di equazioni
parametriche x = x (s), y = y (s) e z = z (s). Il
parametro s in questo caso rappresenta la
lunghezza della linea a partire da unorigine
scelta.
Considerando la relazione F ( x, y, z , C1 , C 2 ) = 0
possibile notare che ci sono due costanti.
Occorre quindi definire le condizioni al
contorno per ottenere lequazione della
geodetica.
Teorema di Clairaut: in ogni punto di una geodetica su una superficie di rotazione costante il
prodotto del raggio del parallelo per il seno dellazimut nel punto considerato, quindi
r sen = C1 .
2.1.2.4.1

GLI SCOSTAMENTI TRA LE SEZIONI NORMALI E LE GEODETICHE

Solitamente le operazioni di misura di angoli e distanze


avvengono considerando (obbligatoriamente) le sezioni
normali, mentre invece dovrebbero considerare le
linee geodetiche.
Se vero che solitamente, considerando una superficie
qualunque, sezioni normali e geodetiche tra due punti
non coincidono, quanto valgono gli scostamenti tra
queste grandezze? Possono essere trascurati?
Consideriamo quindi le seguenti grandezze:
1. azimut di sezioni normali d di geodetiche;
2. lunghezze di archi di sezioni normali e di geodetiche
Prima per necessario introdurre la formula matematica che definisce lequazione di una
geodetica.

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Per semplicit di calcolo ci poniamo in un sistema di riferimento definito come terna euleriana.
Tale terna costituita dallorigine nel punto O, lasse z ortogonale alla superficie in O e con verso
positivo entrante, lasse x tangente al meridiano e lasse y tangente al parallelo per O (tutti gli assi
sono ortogonali tra loro).
Consideriamo quindi la geodetica di cui si vuole definire lespressione che si pu rappresentare dal
sistema di equazioni parametriche x = x(s) , y = y (s ) e z = z (s) , dove il parametro s, anche in
questo caso, rappresenta la lunghezza della linea a partire da unorigine scelta.
Sviluppando le equazioni si arriva alla seguente espressione:
s 3 cos a
s 3 sena
s2
+ ... y = s sen
+ ... z =
+ ...
x = s cos
6 R
6 NR
2 R
dove ed N sono rispettivamente il raggio del meridiano e il raggio della Gran Normale nel punto
di origine della geodetica, R il raggio di curvatura della geodetica uscente dallorigine con
azimut , s lunghezza della geodetica a partire dallorigine.
Tali equazioni prendono il nome di Sviluppi di PuiseuxWeingarten.
Si pu trattare in modo pi completo gli
scostamenti tra geodetiche e sezioni normali.
Poniamoci quindi sempre in una terna euleriana
e consideriamo due punti O e P sullellissoide,
dove e s sono rispettivamente lazimut e la
lunghezza della linea geodetica che unisce O a P,
mentre A e sono rispettivamente lazimut e la
lunghezza della sezione normale di O che
contiene P.
Risulta semplice quindi intuire come le coordinate di P a partire da O, conoscendo lazimut e la
lunghezza della geodetica, siano calcolabili utilizzando gli Sviluppi di PuiseuxWeingarten.
y
Langolo A invece derivabile dalle formule di trigonometria e cio tan A = P sostituendo a yP e
xP
xP gli Sviluppi di PuiseuxWeingarten.
Questa relazione mette gi in luce la differenza tra lazimut della geodetica e quello della sezione
normale.
Nella teoria esiste una differenza sostanziale tra angoli ottenuti tra sezioni normali e angoli tra
geodetiche, ma in realt nelle applicazioni pratiche queste differenze si confondono con gli errori
di misura e quindi sono del tutto trascurabili.
2.1.2.5

I TEOREMI DELLA GEODESIA OPERATIVA

Vengono definiti i teoremi della geodesia operativa:


1. fino a lunghezze di archi di una geodetica dellordine di 100 km; gli angoli misurati tra le sezioni
normali dellellissoide possono essere considerati uguali agli angoli misurati tra le
corrispondenti geodetiche;
2. la differenza di lunghezza tra un arco di una sezione normale e il corrispondente arco di una
geodetica sempre trascurabile per qualsiasi valore della lunghezza dellarco.
2.1.2.5.1

LE QUOTE E LE DIFFERENZE DI QUOTA

Fino ad ora si sempre considerato il problema di riferire la posizione di un punto sulla superficie
terrestre alla superficie di riferimento (cio al geoide, allellissoide, ecc); in realt con questa
operazione non si da la totalit delle caratteristiche geometriche del punto sulla superficie fisica,
ma soltanto le caratteristiche planimetriche (sul piano della superficie di riferimento).

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Esiste infatti una terza grandezza (oltre alla latitudine e la longitudine) che completa la posizione
del punto, tale grandezza prende il nome di quota.
ovvio il concetto di quota, ossia ovvio indicare se un punto pi o meno alto di un altro
punto.
Per capire meglio questo concetto consideriamo un piano che unisce un punto A e un punto B ad
una quota diversa rispetto al punto A; lasciamo cadere su questo piano inclinato alcune gocce
dacqua a met tra A e B; se non c movimento delle gocce dacqua (e quindi le gocce rimangono
nella posizione dove era state versate) allora A e B sono alla stessa quota; bisogna poi considerare
che la fisica ci dice che un fluido posto in un campo gravitazionale (cio un fluido che ammette un
potenziale) tende a muoversi verso le zone a potenziale maggiore, cio verso le zone pi basse; si
pu affermare quindi che:
1. se A e B hanno lo stesso potenziale (ossia sono appartenenti alla stessa superficie
equipotenziale) sono alla stessa quota;
2. se A si trova ad un potenziale maggiore di B, allora A pi in basso di B.
Dato che la quota legata quindi al potenziale,
Quota ortometrica, geoide e superfici equipotenziali.
si pu definire il numero geopotenziale che
esprime la quota geopotenziale.
Il potenziale di riferimento quello del geoide,
cio la superficie equipotenziale del geoide la
superficie di riferimento per la quota.
Nasce cos il concetto di concetto di quota
ortometrica (o geoidica) H, definita come la distanza del punto dalla superficie geoidica.
Come per il concetto della quota ortometrica si pu definire anche la quota ellissoidica h, solo
che in questo caso la superficie di riferimento lellissoide.
Dato che lellissoide una forma approssimata
Quota ellissoidica.
del geoide, allora possiamo anche pensare di
passare dalla quote ellissoidiche alle quote
ortometriche mediante londulazione del geoide
N.
La relazione che lega le quote ortometriche alle
quote ellissoidiche h = H + N .
2.1.2.5.2

LE SUPERFICI DI RIFERIMENTO APPROSSIMATE

Lutilizzo dellellissoide di riferimento come superficie di riferimento sempre necessaria o in


alcuni casi possibile utilizzare superfici di riferimento approssimate per sviluppare i calcoli di un
rilievo?
Attualmente esistono due superfici pi semplici dellellissoide di riferimento: il piano e la sfera, o
meglio il campo piano (o campo topografico) e il campo sferico (o campo geodetico).
IL CAMPO PIANO (O CAMPO TOPOGRAFICO)
Consideriamo un piano xy tangente allellissoide
in un punto ad esempio O, lorigine.
Sia la curva OP la geodetica sullellissoide e
invece OP1 un segmento sul piano xy di
lunghezza s come la geodetica.
Il punto P1 avr coordinate x P1 = s cos ,

y P1 = s sin e z = 0 .
Dagli Sviluppi di PuiseuxWeingarten, una
geodetica uscente dallorigine con azimut e
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LA GEODESIA

lunghezza s avr altre coordinate che indicheremo con x, y e z e la differenza tra le coordinate sar
indicata con x, y e z.
Nella tabella seguente possiamo vedere come cambia x al variare della lunghezza della geodetica:
s km
1
10
15
30
50
0,004
4
14
112
519
x mm
x/s 0,004106 0,4106 0,9106 3,7106 10,4106
in cui si possono vedere i valori differenti a seconda che io utilizzi la superficie ellissoidica o la
superficie approssimata piana per fare i rilievi planimetrici.
Dalla tabella si pu osservare come fino a distanze di 15 km dallorigine la differenza tra le
coordinate xp e yp del punto P1 sul piano tangente e quelle x e y del punto P sullellissoide
inferiore al valore di 106.
La porzione dellellissoide entro il quale questa approssimazione lecita si indica con il nome di
campo piano o campo topografico.
Questa approssimazione non va bene per per la quota; si pu riportare infatti una tabella analoga
alla precedente per la componente z ottenendo:
s km 0,1 0,5 1
10
15
z mm 0,8 20 79 7892 17757
in cui si possono vedere i valori differenti a seconda che io utilizzi la superficie ellissoidica o la
superficie approssimata piana per fare i rilievi altimetrici.
Quindi possibile approssimare nel campo piano (o topografico) fino a 15 km per la planimetria e
fino a 100 m per la quota.
IL CAMPO SFERICO (O CAMPO GEODETICO)
Esiste anche una superficie non cos semplice
come il piano, ma sempre pi semplice
dellellissoide e cio la sfera.
Consideriamo quindi una sfera di un certo raggio,
tangente allellissoide nel punto di origine O; ad
un certo azimut fissiamo un punto P1 sulla
superficie della sfera formando con O larco OP1
che ha lunghezza s come quella dellarco della
geodetica OP.
Proiettiamo il punto P1 sul piano xy e sullasse z,
ottenendo le due proiezioni P1 e P1; possiamo
scrivere quindi:

x s = OP1 ' cos y s = OP1 ' sin z s = P1 P1 ' = OP1 ' ' = CO CP1 ' '
e la differenza tra le coordinate sar indicata con x, y e z.
Come per il campo piano (o topografico) anche in questo caso analizziamo separatamente la
planimetria e laltimetria:
s km
50
100
150
200
3,47
27,74
93,62
224,35
x mm
x/s 0,07106 0,28106 0,62106 1,13106
in cui si possono vedere i valori differenti a seconda che io utilizzi la superficie ellissoidica o la
superficie approssimata sferica per fare i rilievi planimetrici.
s km
1
10
20
50
100
z mm 0,3 26,6 106,3 664,3 2'657,2
in cui si possono vedere i valori differenti a seconda che io utilizzi la superficie ellissoidica o la
superficie approssimata sferica per fare i rilievi altimetrici.

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LA GEODESIA

Come si pu notare dalla tabella ancora precedente, a distanza di 100 km gli scostamenti sono
minimi, mentre, per quanto riguarda laspetto altimetrico in base ai valori ottenuti, ragionevole
fissare i limiti di validit a 20 km di distanza dal punto di origine.
Detto ci possibile fare la seguente considerazione: se per comodit sono stati riportati alcuni
limiti di validit riguardanti laspetto planimetrico e altimetrico (come i valori delle tabelle), ci non
toglie alloperatore la possibilit di individuare e scegliere quale, tra le superfici di riferimento
approssimate, sia quella migliore.
Si pu concludere definendo come campo topografico una superficie piana e come campo
geodetico una superficie sferica, entrambi tangenti allellissoide nel punto di origine del rilievo;
possiamo affermare che, per laspetto planimetrico entro un raggio di 15 km, possibile
approssimare lellissoide con un piano, utilizzando quindi il campo topografico; rimanendo
nellambito planimetrico possiamo affermare che, quando larea del rilievo superiore ai 15 km e
inferiore ai 100 km, il campo geodetico la superficie di riferimento approssimata pi adatta.
Se invece ci riferiamo allaspetto altimetrico, allora i limiti di validit sono di 100 m per il campo
topografico e 20 km per il campo geodetico.
Riportiamo i valori in una tabella:
Rilievo planimetrico Rilievo altimetrico
Campo topografico
Raggio 15 km
< 100 km
Campo geodetico
15 km < Area < 100 km 100 m < x < 20 km
Ellissoide di riferimento
> 100 km
> 20 km
2.1.2.6

I SISTEMI DI COORDINATE

importante anche definire il sistema di coordinate di un punto considerato e considerare


come due cose ben distinte il sistema di riferimento e il sistema di coordinate (sullo stesso sistema
di riferimento cartesiano ortogonale, la posizione di un punto pu essere espressa sia con la
coppia ordinata x e y, sia con la coppia r e in coordinate polari).
Una distinzione che esiste quella delle coordinate che stanno sulla superficie (coordinate
curvilinee).
I sistemi di coordinate curvilinee sono:
1. i sistemi generali che considerano la posizione del punto sulla superficie di riferimento i quali
vengono utilizzati per rilievi di grandi dimensioni;
2. i sistemi locali che si riferiscono a delle zone pi ristrette. I sistemi locali pi usati sono:
1. coordinate geodetiche polari;
2. coordinate geodetiche ortogonali.
2.1.2.6.1

LE COORDINATE GEODETICHE POLARI

Come si pu vedere dalla figura, le coordinate del punto P


vengono definite da due parametri s e , dove s la lunghezza
del geodetica tra O e P e lazimut della geodetica rispetto al
meridiano. Questo sistema di coordinate per non consente di
individuare la posizione assoluta dei punti sullellissoide.
2.1.2.6.2

LE COORDINATE GEODETICHE ORTOGONALI

Come si pu vedere dalla figura, le coordinate del punto P


vengono definite da due parametri x e y, dove x larco del
meridiano OP e y la lunghezza della geodetica tra P e il
meridiano passante per O.

12

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

LA TEORIA DELLA COMPENSAZIONE

LA TEORIA DELLA COMPENSAZIONE

2.1

IL TRATTAMENTO DELLE MISURE

Se devo calcolare quanto vale F = m a conoscendo sia m che a, allora avr un valore di F
assoluto; se invece m ed a li devo misurare usando una bilancia di grande precisione avr, ogni
volta che faccio la misura, dei valori diversi.
In questo caso si parla di fenomeni aleatori, dal risultato casuale e quindi non esattamente
prevedibile.
possibile per fare delle considerazioni sui fenomeni aleatori: se lancio un dado si sa a priori che
il risultato sar un numero tra 1 e 6, senza privilegiare nessuno dei 6 possibili risultati; quindi anche
i fenomeni aleatori possono essere trattati matematicamente e la disciplina che se ne occupa la
statistica.
2.1.1

GLI ERRORI DI MISURA

Quando si effettua una misura ci si aspetta di osservare una quantit l risultante dalla combinazione
del valore vero L e di un errore e dovuto alloperazione di misura e cio l = L + e .
Gli errori possono essere divisi in:
1. errori grossolani: sono quegli errori che stravolgono completamente il risultato; sono
dovuti a veri e propri sbagli delloperatore o da disfunzioni dello strumento;
2. errori sistematici: si hanno quando si sposta sempre in una certa direzione il valore della
misura; per esempio la misura di una lunghezza con un metro starato, diviso in 100 parti, ma
lungo in realt 99 cm, dar sempre misure pi grandi del reale;
3. errori casuali: sono dovuti ad una serie di cause incontrollabili (ad esempio gli effetti
dellambiente) che influiscono sulla misura introducendo un errore non eliminabile e non
valutabile. Questi valori sono sempre presenti in tutte le misure.
2.2

LA COMPENSAZIONE DELLE MISURE

Si considera un insieme di punti da rilevare contemporaneamente come ad esempio una rete.


possibile che vengano per fatti degli errori e lesecuzione di un numero sovrabbondante di misure
ha essenzialmente lo scopo di:
1. ridurre leffetto degli errori in quanto pi numerose sono le osservazioni pi gli errori
tendono a compensarsi a vicenda;
2. consentire di controllare le misure fatte che permette di individuare lerrore;
3. permettere di valutare la precisione raggiunta nella determinazione delle coordinate.
Si consideri una rete semplice costituita da tre punti dei quali due, A e B, sono noti in un certo
sistema di riferimento e si pone il problema della determinazione della posizione del terzo punto P
rispetto ad essi. Il rilievo pu essere eseguito facendo stazione sui punti A e B e misurando i due
soli angoli e : queste misure sono strettamente sufficienti a determinare le due coordinate
piane del punto P. Se si volesse ad esempio misurare tutti e tre
gli angoli , e , la stessa misura non risulter pari ad un
angolo piatto per la presenza di inevitabili errori di misura. La
quantit di cui la somma degli angoli si discosta dal valore
teorico, w = + + , detta errore di chiusura del
triangolo. Le incognite del problema sono due, cio x e y del
punto P e sono sufficienti due misure per calcolarle: si possono
utilizzare i due angoli e o gli angoli e (intersezione
laterale) o le due distanze (intersezione in avanti con le distanze) o un angolo e una distanza e b
oppure a e (rilievo per polari).
17363 - ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

13

LA TEORIA DELLA COMPENSAZIONE

Le coordinate calcolate con i diversi metodi ed elementi risulteranno ovviamente diverse tra loro
a causa degli errori di misura.
Si pone quindi il problema di decidere quali sono i valori pi plausibili delle coordinate sulla base di
tutte le misure effettuate. Interessa quindi un procedimento di calcolo che consenta di utilizzare
contemporaneamente tutte le misure e questo procedimento prende il nome di compensazione
delle osservazioni.
Compensare significa determinare le correzioni da dare alle misure; con questa procedura si passa
~
~
dal valore misurato l della grandezza osservata L, al valore compensato l = l + v che la stima
del valore della grandezza misurata.
Quindi ai valori misurati devono essere apportate le correzioni v , v , v , v a , v b , tali che la somma
dei valori compensati degli angoli risulti e che contemporaneamente siano tali che v , v , v a , v b
~
(a~ + v a )
(b + v b )
soddisfino anche il teorema dei seni, cio
.
=
~
sin(~ + v ) sin( + v )
a

14

17363 - ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

IL RILIEVO

IL RILIEVO

Per determinare una zona di terreno occorre determinare la posizione di un numero sufficiente di
punti opportunamente distribuiti nella zona stessa, in modo che tali punti possano dare una
rappresentazione adeguata ai fini che il rilievo si prefigge.
In generale il rilievo viene diviso in due parti, cio il rilievo planimetrico e il rilievo
altimetrico.
Questi due tipi di rilievo implicano diversi procedimenti e modi delle misure e pertanto si possono
trattare separatamente.
Questa impostazione classica non pi valida nel rilievo con ricevitori GPS che determinano le
relazioni di posizione in uno spazio tridimensionale.
3.1

IL RILIEVO PLANIMETRICO

3.1.1

LE RETI TRIGONOMETRICHE

La superficie di riferimento, se il rilievo contenuto nellambito del cosiddetto campo topografico


(o campo piano), cio in una zona di circa 15 km di raggio, pu essere fornita dal piano tangente
allellissoide nel punto centrale della zona da rilevare.
Se invece siamo nel campo geodetico (o campo sferico), cio in una zona approssimativamente di
100 km di raggio, lipotesi piana non pi adeguata ai limiti di precisione che vogliamo conseguire
e allora dovremo assumere come superficie di riferimento la sfera locale, cio quella sfera che ha
come raggio di curvatura il raggio medio e cio la radice del prodotto dei due raggi di curvatura
principali dellellissoide calcolati nel punto centrale della zona, quindi R = N .
Per rilievi di maggiore estensione la superficie di riferimento evidentemente lellissoide
internazionale.
Vediamo come si procede per eseguire un rilievo planimetrico.
Innanzitutto si segue il criterio di passare dal generale al
particolare. In altre parole si stabilisce la posizione di un numero
di punti e questi punti, detti punti del I ordine, servono di
appoggio per la determinazione di altri punti, i quali, per il fatto di
essere appoggiati ad altri punti gi addetti da un certo errore,
avranno gi un errore superiore, quindi sono chiamati punti del
II ordine. Successivamente ci si appoggia a questi punti per
determinare una serie di punti del III ordine e cos via, fino ad
avere una certa densit di punti sufficiente perch ci si possa appoggiare direttamente ad essi per
effettuare finalmente il rilievo di dettaglio.
Generalmente quasi tutti i rilievi hanno come fine ultima la redazione di una carta e la precisione
dei punti di dettaglio del rilievo deve essere sempre proporzionata alla scala della carta.
In Italia sono due i documenti cartografici ufficiali, cio la carta dellIstituto Geografico
Militare IGM, la cui scala massima 1:25'000, e le mappe catastali, generalmente in scala
1:2'000.
Vediamo dunque con quale procedimento si determinano i punti di I ordine ai quali appoggiare
successivamente tutti gli altri punti. Tale procedimento detto triangolazione: esso determina la
posizione di un certo numero di punti, deve essere nota la lunghezza di almeno un lato della rete e
deve essere effettuata la misura di un numero sufficiente di angoli.
Si ricorre allo schema della triangolazione perch con esso si riesce ad evitare il pi possibile la
misura di distanze, mentre si sviluppano al massimo le misure angolari; le misure angolari, infatti,
richiedono un impegno di lavoro molto minore rispetto alle misure di distanza, le quali poi
diventano praticamente impossibili quando le distanze in gioco sono elevate, specialmente se il

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

15

IL RILIEVO

terreno accidentato; tutto questo vero se ci si riferisce agli apparati in uso allepoca
dellesecuzione della rete trigonometrica italiana.
Oggi il discorso va modificato radicalmente, essendo ormai diventati di uso comune gli apparati
elettronici per la misura delle distanze che permettono misure notevolmente rapide e precise
anche a grandi distanze; la trilaterazione pu quindi vantaggiosamente sostituire la
triangolazione. Meglio ancora sono le reti miste, in cui si misurano sia angoli che distanze.
Ora comunque consideriamo le triangolazioni.
La triangolazione, come la trilaterazione, non serve solo per disegnare le carte, ma anche per il
tracciamento di gallerie e strade, il controllo degli spostamenti elastici delle dighe e dei porti.
Facciamo ora riferimento allo schema adottato dallIGM solo per comodit.
Tale ente ha stabilito una rete di triangoli di 4 ordini:
quelli del I ordine hanno vertici posti ad una distanza
media di 50 60 km luno dallaltro. Successivamente
stata infittita la rete di triangolazione del I ordine
costituendo una di II ordine mediante lindividuazione di
altri vertici posti prossimamente nel baricentro dei
triangoli della rete di I ordine e collegati sia ai tre vertici
del rispettivo triangolo sia ai vertici contigui del II ordine.
Infine si sono ottenuti raffittimenti della rete mediante
vertici del III ordine e del IV ordine (appoggiati ai vertici
del I e del II ordine.
Alla fine di queste operazioni, lIGM ha avuto a
disposizione un numero di vertici con una densit tale per cui le distanze reciproche tra vertici di
qualsiasi ordine sono prossimamente dellordine di 5 km e tale densit sufficiente per una scala
1:25'000.
Il Catasto, per fare le mappe a 1:2'000, ha bisogno di una densit maggiore di punti di appoggio e di
una precisione maggiore di questi.
Quindi il Catasto ha ignorato i vertici del IV ordine dellIGM e si appoggiato soltanto ai vertici
del I, II e III ordine della triangolazione dellIGM e li ha raffittiti ulteriormente con precisione
opportuna, fino ad arrivare ad una distanza media dei vertici di 2 km.
Le fasi successive della triangolazione sono:
1. il progetto della rete;
2. lindividuazione e la scelta dei vertici;
3. la segnalizzazione dei vertici;
4. lesecuzione delle misure lineari e angolari;
5. il calcolo e la compensazione della rete.
3.1.1.1

IL PROGETTO DELLA RETE

Per quanto riguarda il primo punto, c un criterio che nasce


dalla teoria degli errori e che ci consente di ottimizzare il
problema, cio di individuare la conformazione geometrica che
rende minimo lerrore sulle grandezza da determinare.
Supponiamo ad esempio di avere un triangolo di cui abbiamo
misurato il lato c ed i tre angoli , e . Vogliamo ricavare
attraverso questi dati il valore del lato a. Per il teorema dei seni avremo
c
a
c sin
=
a=
. Proponiamoci di determinare la propagazione dellerrore
sin sin
sin
commesso nelle misure angolari, supponendo c privo di errore. Lerrore su a sar quindi dovuto
solo agli errori di misura di e . Applicando la legge di propagazione degli errori avremo

16

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

IL RILIEVO
2

c sin

c cos 2
+
=
cos 2 ,
2
sin
sin

lo

sin cos
cos 2
= a
+ a
sin
sin sin
stesso
valore
e
cio

ma

se

c
a
=
sin sin

allora

si

ha

che

2
e semplificando supponendo che e abbiano

che
tutte
e
due
valgano
,
avremo

cos 2 cos 2
2
2
2 a = (a cot ) 2 + (a cot ) 2
a = a
+ a
sin
sin
2 a = a 2 cot 2 2 + a 2 cot 2 2 2 a = a 2 2 cot 2 + cot 2
e analogamente
2

a = a 2 2 cot 2 + cot 2 a = a cot 2 + cot 2


per il lato b b = b cot 2 + cot 2 .
Dalle relazioni precedenti risulta subito che lerrore su un lato proporzionale alla lunghezza del
lato stesso e dipende dagli errori sugli angoli, ma soprattutto interessante rilevare che esso
dipende dalla cotangente dei due angoli e o e , e noi sappiamo che la cotangente di un
angolo piccolo molto grande e se langolo che tendo a 0 essa tende all.
Quindi se vogliamo che linfluenza degli errori commessi negli angoli sia piccola, dobbiamo fare si
che i triangoli non presentino degli angoli troppo piccoli; in definitiva la conformazione dei triangoli
pi adatta a limitare gli errori quella del triangolo equilatero.
Una volta definita lubicazione dei vertici e scelti gli strumenti di misura da impiegare, occorre
redigere un progetto esecutivo delle misure da compiere.
3.1.1.2

LINDIVIDUAZIONE E LA SCELTA DEI VERTICI

Per quanto riguarda il secondo punto, cio la scelta dei vertici della rete di triangolazione,
dobbiamo attenerci ad alcuni criteri, ad esempio i vertici devono essere visibili e quindi situati in
punti elevati naturalmente, se siamo in zone di pianura.
La scelta di manufatti sopraelevati (torri, campanili) necessaria, ma presenta degli inconvenienti,
quali il pericolo che questi vadano perduti per avvenimenti di carattere eccezionale come guerre o
terremoti.
3.1.1.3

LA SEGNALIZZAZIONE DEI VERTICI

Il terzo punto consiste nel segnalizzare i vertici scelti nella fase precedente, cio renderli
concretamente visibili e ritrovabili in qualunque momento.
Se ad esempio il vertice non cade su un manufatto, ma sul terreno, occorre lasciare un certo
testimone del nostro vertice.
Si deve inoltre prevedere la possibilit di un facile ripristino del vertice stesso nel caso che questo
vada distrutto. Per fare questo in genere si procede in questo modo:
1. si fa uno scavo nel terreno e si getta una fondazione in calcestruzzo nella quale si annega in
cilindretto metallico sulla cui faccia circolare superiore sono riportate due tracce ortogonali, il
cui punto di incontro individua il vertice trigonometrico; questo il segnale di fondo;
2. ora sul getto di fondazione si mette uno strato di ghiaia sul quale si getta una nuova soletta di
fondazione in calcestruzzo con un piastrino, nel quale si annega un secondo cilindretto fatto
come il precedente sulla verticale passante per il centro del
primo cilindretto; questo individua il vero vertice
trigonometrico alla superficie del terreno.
Il ripristino di tali punti del I e del II ordine, nel caso che essi
cadano distrutti, assicurato dal segnale di fondo che difficilmente
viene rimosso.
17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

17

IL RILIEVO

Se comunque andasse perduto anche il segnale di fondo, per i vertici del I e del II ordine, lIGM ha
sistemato nei pressi di questi vertici dei segnali ausiliari legati al principale da misure dirette di
distanza che permettono il ripristino di tale vertice.
Se il vertice costituito da un manufatto, il segnale sar costituito da una linea verticale bene
individuabile appartenente al manufatto stesso.
Qualora invece il vertice sia posto sul terreno, evidente che il piastrino non assolutamente
collimabile da lunghe distanze e quindi occorre mettere su di esso una mira di forma opportuna
che consenta una facile collimazione da lunghe distanze. Esistono quindi mire fisse e mire
mobili.
Le mire fisse usate dallIGM consistono in tralicci metallici alla cui sommit sono fissate lamiere
dipinte in bianco e nero e disposte a croce di S. Andrea.
Dove non siano predisposte mire fisse si pu ricorrere a una mira mobile costituita da una
piramide a base quadrata, verniciata in bianco e nero, che deve essere posta in opera con lasse
verticale e passante per il vertice. Questo tipo di mira per caratterizzato da un notevole errore
dovuto alla differente illuminazione delle facce.
Tornando allo schema della triangolazione evidente che non sono sufficienti le sole misure
angolari, ma occorre anche misurare di almeno un lato della rete per poterne determinare le
dimensioni.
Con gli strumenti attualmente disponibili possibile in una rete misurare sia gli angoli che le
distanze. Tuttavia rimane ancora problematica la misura delle distanze con apparati elettronici
quando le distanze in gioco sono dellordine di 50 60 km. Quindi in definitiva avremo delle reti
miste, cio di triangolazioni e trilaterazioni, nelle quali si misureranno il maggior numero possibile
di angoli e di lati.
3.1.2

LA MISURA DEGLI ANGOLI

Passiamo ora ad esaminare i problemi relativi alla misura degli angoli in una triangolazione.
A questo scopo osserviamo che gli errori accidentali nella misura degli angoli orizzontali sono
sostanzialmente:
1. errori accidentali di natura strumentale (errori di collimazione ed errore di lettura dei
cerchi);
2. errori accidentali di centramento (dello strumento sul punto di stazione).
Linfluenza degli errori di natura strumentale non dipende evidentemente dalla distanza, mentre
quella degli errori di centramento inversamente proporzionale alla distanza di collimazione.
Per renderci conto di questo fatto supponiamo per esempio di commettere un errore accidentale
di centramento di eccentricit e = 5 mm nella direzione pi sfavorevole, cio normale
(perpendicolare) alla linea di collimazione. Lerrore nella misura di un qualsiasi angolo orizzontale
dalla linea di collimazione vale, ponendo tg , = e / D.
Ad esempio se D = 50 m si ottiene = 20, mentre se D = 5 km
risulta = 0.2.
Nel primo caso sarebbe inutile usare un teodolite al secondo
perch lerrore dovuto alleccentricit del segnale superiore allapprossimazione dello strumento,
nel senso che non c bisogno di usare uno strumento di cos alta precisione per effettuare la
misurazione.
Nel secondo caso invece, in cui le distanze sono sempre dellordine dei km, evidente la necessit
di utilizzare un teodolite, cio uno strumento che assicuri unelevata precisione nella lettura ai
cerchi dellordine almeno del secondo.
LIGM ha fissato delle norme precise per la triangolazione fondamentale italiana. Queste norme
stabiliscono che, per i vertici del I e del II ordine, si impieghino dei teodoliti della categoria del
Wild T3. Con questo si vuol dire che si devono utilizzare degli strumenti che abbiano le
caratteristiche e che forniscano precisioni paragonabili a quelle del Wild modello T3, cio con
micrometro ottico e con dispositivi/sistemi ottici per riportare le due zone diametralmente
18

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

IL RILIEVO

opposte del cerchio graduato in coincidenza luna con laltra. Sempre lIGM prescrive che, per i
vertici di III e IV ordine, si debba impiegare un teodolite che presenti le caratteristiche di
precisione del tipo Wild T2, che un teodolite immediatamente inferiore come categoria al Wild
T3 nella scala dei goniometri di precisione.
Dovremo eseguire le letture agli indici opposti per eliminare linfluenza delleccentricit
dellalidada; questo negli strumenti moderni si realizza automaticamente perch sono dotati di
sistemi ottici che riportano le due osservazioni diametralmente opposte del cerchio graduato.
Le letture non vengono fatte in una sola posizione del cerchio orizzontale, ma reiterate volte in
varie posizioni sulla semicirconferenza per attenuare linfluenza, sulla misura dellangolo, degli
errori di graduazione del cerchio. Se facessimo una misura dellangolo in varie posizione del
cerchio e assumessimo come valore dellangolo stesso la media dei valori reiterati, questa media
risentirebbe meno degli errori di graduazione e tanto meno ne risentirebbe quanto pi elevato il
numero di reiterazioni che noi facciamo.
Le norme dellIGM stabiliscono il numero di reiterazioni in questo modo:
1. per i vertici della rete di sviluppo 36 reiterazioni: questo significa che sono necessarie 36
letture con il cerchio verticale a destra e 36 letture con il cerchio verticale a sinistra per ogni
direzione;
2. per i vertici del I ordine 24 reiterazioni;
3. per i vertici del II ordine 12 reiterazioni;
4. per i vertici del III ordine 9 reiterazioni;
5. per i vertici del IV ordine 3 reiterazioni.
Esaminiamo ora altre due cause che possono indurre ad errori sistematici 1 nella misura di un
angolo e che sono di carattere ambientale. Questi due errori si indicano generalmente con il nome
di errore di fase ed errore di rifrazione laterale.
Consideriamo ora lerrore di fase. Immaginiamo di collimare ad un
segnale reale che potr essere un traliccio, un campanile, ecc. Se ci
riferiamo al campanile, la collimazione si fa portando il filo verticale
del reticolo del nostro strumento a coincidere con lasse di simmetria
del campanile. Perch la collimazione avvenga nelle migliori condizioni
occorre che il segnale sia illuminato uniformemente; nel caso contrario
loperatore, istintivamente, tende a dare un peso maggiore alla parte
illuminata rispetto alla parte in ombra e quindi tende a spostare la
collimazione verso la parte illuminata. evidente quindi che eseguendo
le misure ad una determinata ora, ed in particolari condizioni di
illuminazione, si ha un errore sistematico sulla misura dellangolo.
Il secondo errore di cui bisogna tener conto nelle misure angolari di alta precisione la rifrazione
laterale. La linea di mira che va da un punto A ad un punto B non coincide con il segmento di retta
AB a causa della rifrazione atmosferica. La linea di collimazione attraversa strati daria a diversa
densit e quindi a diverso indice di rifrazione, e di conseguenza subisce una serie di rifrazioni
successive. Si forma perci una linea curva che non coincide affatto con la congiungente rettilinea
dei due punti.
Per eliminare o almeno ridurre al minimo linfluenza della rifrazione laterale, che provoca un
errore sistematico nella misura dellangolo, si dovr cercare di eseguire le misure in condizioni di
cielo coperto, in cui leffetto di rifrazione laterale sar senzaltro minore.

Si hanno quando si sposta sempre in una certa direzione il valore della misura; per esempio la misura di una
lunghezza con un metro starato, diviso in 100 parti, ma lungo in realt 99 cm, dar sempre misure pi grandi del reale.

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

19

IL RILIEVO

3.1.2.1

IL METODO OPERATIVO PER LA MISURA DI ANGOLI: IL METODO A


STRATI

Facendo stazione in S, si collima al primo punto P1 e si legge;


poi si collimano successivamente tutti i punti del giro
dorizzonte P2, P3, , Pr e si eseguono le relative letture.
Terminata la lettura sullultimo punto Pr, si inverte il
cannocchiale, si ruota di 180, si ricollima a Pr e si legge; si
torna quindi indietro, ricollimando tutti i punti precedenti
fino a P1. A questo punto abbiamo esaurito il primo strato.
Se si vuole reiterare n volte, si eseguono con le stesse
modalit n strati e si ottengono n valori delle direzioni
relative ai vertici del giro dorizzonte. Questo metodo pi
rapido dei precedenti per meno preciso perch
ovviamente, durante tutto uno strato, non si pu intervenire
per correggere lassetto dello strumento per cui, se questo va fuori rettifica (e succede abbastanza
facilmente perch per terminare uno strato occorre molto tempo se le direzioni sono molte) si
deve interrompere e ricominciare da capo.
In conclusione i primi due metodi saranno usati per i vertici di I e II ordine, mentre il metodo
degli strati sar riservato ai vertici di III e IV ordine, soprattutto quando non troppo elevato il
numero dei punti del giro dorizzonte.
C anche da osservare che, con il metodo degli strati, i vertici devono essere sempre tutti visibili
da S e questo sarebbe comunque problematico per i vertici delle reti di I e II ordine, mentre lo
assai meno per quelli delle reti inferiori, dove le distanze in gioco sono sensibilmente pi corte.
3.1.3

LE TRIANGOLAZIONI DI CARATTERE TECNICO

Finora si parlato delle triangolazioni con particolare riferimento alle reti dellIGM e del Catasto,
cio a grandi reti di triangolazioni che coprono praticamente tutto il territorio nazionale.
Quando si alle prese con una zona di terreno non cos vasta, ma comunque abbastanza estesa
perch non possa essere rilevata mediante una poligonale, occorre senzaltro fare una
triangolazione di appoggio. Infatti una poligonale non pu svilupparsi con sufficiente precisione
per distanze superiori ai 2 km. In queste triangolazioni di carattere tecnico valgono i criteri
che abbiamo gi visto per lesecuzione delle reti nazionali di triangolazioni.
molto importante ricordare che ci che condiziona la precisione dei punti di appoggio la scala
della carta. Tanto pi la scala della carta che si vuol costruire grande, tanto maggiore deve essere
la precisione dei punti di appoggio.
Si era detto che leccentricit accidentale dello strumento sul punto di stazione e del segnale sul
punto a cui si collima avevano scarsa influenza sugli errori angolari quando si consideravano molto
grandi le distanze di collimazione2; nel caso di piccole reti di triangolazione per scopi speciali in cui
i lati abbiano una lunghezza dellordine del km il discorso evidentemente non vale pi. In tal caso ci
dobbiamo quindi preoccupare di un preciso centramento dello strumento sul punto di stazione e
del segnale sul punto a cui si collima.
Al fine di realizzare un preciso centramento dei segnali e dello strumento sui punti non si pu pi
ricorrere ai metodi tradizionali di centramento (ad esempio il filo a piombo), ma bisogna
ricorrere ai sistemi di centramento forzato. Questi sistemi sono numerosi, ma ne ricordiamo
uno: consiste in un cilindro cavo che viene annegato nel piastrino che materializza il vertice; tale
cilindro destinato ad accogliere una sfera calibrata con cui terminano sia lasse generale dello
strumento sia lasse dei segnali. In questo modo abbiamo la possibilit di un centramento dello
2

Linfluenza degli errori di natura strumentale non dipende evidentemente dalla distanza, mentre quella degli errori di
centramento inversamente proporzionale alla distanza di collimazione.
20

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

IL RILIEVO

strumento sui punti di stazione e dei segnali sui punti a cui si collima con un errore dellordine di
qualche centesimo di mm: tale errore non produce alcun effetto sensibile sulla misura degli angoli
orizzontali, anche a piccole distanze di collimazione.
3.1.4

I METODI DI RIATTACCO

Prima di parlare in maniera dettagliata dei metodi di riattacco, conviene richiamare la successione
delle operazioni che si devono compiere per un rilievo planimetrico.
Consideriamo una certa rete di triangolazione che sia gi stata calcolata; di tutti i vertici della rete
conosciamo le coordinate (geografiche e gaussiane nel caso di vertici dellIGM, geodetiche
ortogonali e gaussiane nel caso di vertici del Catasto).
Procediamo ora al rilievo di dettaglio della zona che ci interessa. Gi stato detto che la densit
dei punti di appoggio e la loro precisione sono funzione della scala della carta; in altre parole le
triangolazioni del I, II, III e IV ordine dellIGM hanno la precisione e la densit sufficiente perch si
possa fare il rilievo di dettaglio della scala 1:25'000. Se invece il nostro scopo quello di effettuare
un rilievo in scala maggiore, evidentemente aumenta la densit dei punti di appoggio necessari e la
loro precisione. Occorre quindi procedere ad un raffittimento dei vertici della rete e questo
raffittimento si attua mediante i metodi di riattacco: partendo dalla posizione considerata priva
di errore dei vertici della triangolazione, si determina (con i procedimenti dellintersezione in
avanti, laterale e indietro) la posizione di altri punti che costituiscono un primo raffittimento
della nostra triangolazione. Un raffittimento di questo genere pu essere sufficiente per costituire
lappoggio per il rilievo di dettaglio relativo alla costruzione di una carta in scala 1:10'000; se invece
lo scopo quello di redigere delle carte a scala maggiore si ricorre ad un altro metodo: tra i
vertici si fanno correre delle poligonali.
Passiamo ora ad esaminare i metodi di riattacco. Tutte le volte che dobbiamo determinare la
posizione di un punto rispetto ad altri noti dobbiamo procurarci le coordinate dei punti di
appoggio attraverso le monografie dellIGM o del Catasto.
Nelle operazioni di riattacco opportuno lavorare con le coordinate cartesiane piane. Se abbiamo
come punti dappoggio dei vertici del Catasto, di questi abbiamo le coordinate geodetiche
ortogonali, che possiamo considerare come coordinate cartesiane piane se la zona contenuta nel
campo topografico. Se invece i punti di appoggio sono vertici dellIGM abbiamo a disposizione le
coordinate geografiche; allora facciamo una trasformazione di coordinate dalle geografiche alle
geodetiche ortogonali con le formule di trasformazione viste allinizio; le geodetiche ortogonali
possono poi essere considerate come cartesiane piane. Poich i vertici sia dellIGM che del
Catasto sono individuati anche dalle coordinate gaussiane, possibile utilizzare anche queste
coordinate che sono cartesiane piane.
Per quanto riguarda la scelta tra i vari metodi di riattacco (intersezione in avanti, laterale, ecc),
questa dipende dalle condizioni morfologiche del terreno, dalla facilit di accesso o di stazione sui
vertici. Vediamo dunque questi vari metodi, supponendo di lavorare con le coordinate gaussiane.
3.1.4.1

LINTERSEZIONE IN AVANTI

Facendo stazione con il teodolite sui punti noti A (xA, yA) e B (xB, yB)
e si vuole determinare la posizione del punto incognito P (xp, yp)
x P = x A + b sin AP e y P = y A + b cos AP per mezzo delle
misure degli angoli e .
Si deve impiegare un teodolite e non un tacheometro perch
le distanze sono sempre dellordine dei km. La distanza c
nota perch pu essere determinata per mezzo delle
coordinate note dei punti A e B grazie al teorema di
Pitagora c = ( x B x A ) 2 + ( y B y A ) 2 , oppure secondo la
17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

21

IL RILIEVO

x xA
Cateto opposto a AB
,
oppure
secondo
la
formula
c= B
sin AB
sin AB
y yA
Cateto adiacente a AB
.
c=
c= B
cos AB
cos AB
Le due misure sono in numero strettamente sufficiente a determinare le incognite e non abbiamo
quindi misure sovrabbondanti.
Una volta eseguite le misure abbiamo a disposizione gli elementi per risolvere il nostro problema,
il quale un problema di trigonometria piana perch lavoriamo sul piano della rappresentazione di
b
c
b
c
c sin
=

=
b=
Gauss. Avremo perci
e sapendo che
sin sin[180 ( + )]
sin sin
sin
AP = AB possiamo calcolare le coordinate di P x P = x A + b sin AP e y P = y A + b cos AP .
Lo stesso calcolo pu essere fatto usando il lato a invece del lato b e il risultato deve essere
uguale; se i risultati sono differenti significa che abbiamo
commesso degli errori di calcolo ed quindi utile eseguire il
calcolo seguendo le due vie, ma solamente per mettere in luce
eventuali errori di calcolo.
Per finire dobbiamo fare un importante osservazione.
Se, come abbiamo detto, supponiamo di lavorare con le
coordinate gaussiane, dobbiamo tenere presente che:
1. gli angoli misurati sulla superficie fisica sono angoli tra
sezioni normali;
2. questi angoli possono essere considerati come angoli tra
geodetiche;
3. questi angoli a loro volta, essendo la proiezione di Gauss, sono uguali agli angoli tra le
trasformate piane delle geodetiche.
In altre parole gli angoli misurati e appartengono ad un
triangolo piano a lati curvilinei. Quindi per la risoluzione si
procede in questo modo:
1. si risolve in prima approssimazione il triangolo delle
corde, considerando gli angoli misurati come angoli tra
le corde (si calcolano cio, nel modo gi visto, le
coordinate xp e yp che sono da considerarsi come
coordinate di prima approssimazione);
2. possiamo quindi calcolare le riduzioni alle corde AP,
AB, BA e BP in funzione delle coordinate note di A e B e
delle coordinate approssimate di P ed infine apportare
queste riduzioni agli angoli e misurati, ottenendo gli
effettivi angoli relativi al triangolo delle corde;
3. risolviamo in seconda approssimazione il triangolo delle corde, sempre sul piano, ed otteniamo
le coordinate gaussiane definitive del punto P.
Lutilizzo delle coordinate gaussiane per la risoluzione di questi problemi ci consente di
prescindere da qualsiasi considerazione sullestensione della zona da rilevare; cio non ci sono
ipotesi da formulare intorno al campo topografico o al campo geodetico, ma c da fare
semplicemente un calcolo in prima e in seconda approssimazione; lutilizzo delle coordinate
gaussiane quindi vantaggiosa nei confronti delle geodetiche ortogonali che possono essere
considerate come cartesiane piane solo allinterno del campo topografico, per cui se il problema di
riattacco eccede da tale campo dobbiamo risolvere i triangoli sulla sfera.

formula

22

c=

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

IL RILIEVO

3.1.4.2

LINTERSEZIONE LATERALE

Il problema sostanzialmente identico al precedente; lunica differenza


che, invece di fare stazione sui due punti noti A e B, si fa stazione su
un punto noto, per esempio A, e sul punto incognito P e il problema si
risolve in maniera del tutto analoga al precedente.

3.1.4.3

LINTERSEZIONE INDIETRO

Si realizza facendo stazione con il teodolite nel punto


incognito P di cui si vuole determinare
x P = x A + d sin AP e y P = y A + d cos AP e
misurando i due angoli e definiti dalle tre
direzioni che dal punto P vanno ai tre vertici noti A, B
e C.
Questo metodo presenta dei vantaggi rispetto ai
due precedenti: innanzitutto si fa stazione su un
solo punto; in secondo luogo si fa stazione sul
punto incognito che un punto generalmente
scelto da noi e non sui punti noti (campanile, ecc)
sui quali molto spesso difficile fare stazione.
Come inconveniente vi solo la necessit di
avere tre punti noti invece di due, ma questo non
rappresenta un problema.
Prima di vedere come si risolve questa intersezione opportuno
mettere in evidenza un caso particolare in cui il problema risulta
indeterminato: se la posizione del punto P rispetto ai tre punti noti
deve essere individuata dai due angoli e , necessario che il punto P
non appartenga alla circonferenza definita dai tre punti noti, perch in
tal caso qualsiasi punto P appartenente alla circonferenza vedrebbe i tre
punti noti sotto gli stessi angoli e ; bisogna evitare anche
conformazioni prossime a quella indeterminata.
Innanzitutto conoscendo AB e BC si pu ricavare = 180 AB + BC .
x x B yC y B
x xA yB y A
Inoltre a = B
e b= C
=
.
=
sin AB
cos AB
sin AB
cos AB
A questo punto necessario determinare gli angoli e ,
quindi dobbiamo scrivere due equazioni nelle due incognite
e . La prima + + + + = 360 e la seconda
equazione si ottiene ricavando, con il teorema dei seni, il
c
a
a sin
lato c dai due triangoli
=
c=
e
sin sin
sin
c
b
b sin
=
c=
. Uguagliando le due espressioni ottengo la seconda equazione
sin sin
sin
sin b sin
a sin b sin
=

=
= K , dove K una quantit nota.
sin
sin
sin a sin

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

23

IL RILIEVO

Per risolvere il sistema scriviamo la prima equazione in questa forma


+ + + + 360 + + +
+ + + + = 360
=

+
= 180
2
2
2
2
+
+ +
+

= 180
=M
=M
2
2
2
Applichiamo alla seconda equazione la regola del comporre e dello scomporre
sin sin K 1
e con la seconda formula di Prostaferesi si ottiene
=
sin + sin K + 1
+

+


+
sin
sin
sin
cos
sin
2 cos

K
K
K
1
1
1
2
2 =
2
2 =
2
2 =

+
K + 1
+
K + 1
K + 1
+
cos
cos
cos
sin
cos
2 sin
2
2
2
2
2
2
K 1
+
K 1

K 1

tan
=
tan
tan
=
tan M
= arctan
tan M = N
2
2
2
2
K +1
K +1
K +1

=N
2
Quindi il nostro sistema si riduce a
+
= 2 M
/
2 = M
/
/

2M
2 M 2

=N

=N
M = N
= N M

= N

2
2
2
2
= 2 M (M N ) = 2 M M + N
= M + N

= M N
= M N
= M N
Determinati e , possiamo ricavare il lato d
d
a
d
a
a sin
=

=
d =
sin (180 ) sin
sin sin
sin
e langolo di direzione AP = AB .
Per cui le coordinate di P sono x P = x A + d sin AP e
y P = y A + d cos AP .

3.1.4.4

LIRRADIAMENTO

Consiste nel far stazione su di un punto noto, orientarsi su un altro punto anchesso noto ed eseguire la
misura dellangolo per determinare le coordinate del punto
P x P = x A + d sin AP e y P = y A + d cos AP .
Il metodo di rilievo per irradiamento diventato molto
pratico con la diffusione dei distanziometri ad onde.
permette di eseguire una sola stazione ed quindi
operativamente pi economico delle intersezioni in
avanti e laterali.
x xA
e AP = AB + 2 .
AB = arctan B
yB y A
24

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

IL RILIEVO

Le misure sono in numero strettamente sufficienti a determinare le incognite e non consente


quindi di alcun controllo.
3.1.4.5

LA STAZIONE FUORI CENTRO

Spesso c difficolt nel fare stazione sui vertici trigonometrici e


lintersezione indietro preferibile allintersezione in avanti o laterale
proprio perch si evita di fare stazione sui vertici noti.
Quando non possibile fare una stazione sul vertice bisogna fare una
stazione fuori centro, cio su un punto prossimo. Invece di fare stazione
sul vertice S facciamo stazione sul punti S1, per cui, invece di misurare
langolo , misuriamo langolo 1. Si ha quindi che = 1 + + ' .
Determiniamo e in maniera del tutto analoga si potr determinare
anche . Dobbiamo risolvere il triangolo SS1P, per questo abbiamo
bisogno di conoscere leccentricit r del punto S1 che si misura, langolo
si
misura
e
la
distanza
D
si
ottiene
facendo
D
tan =
D = SS1 tan . Applicando il teorema dei seni, ponendo
SS1
r sin
sin
sen = , ho =
. Il problema cos risolto. Quando possibile, per, le
=
r
D
D
stazioni fuori centro sono da evitare, soprattutto quando le distanze sono piccole perch in tal
caso risulta estremamente difficile determinare leccentricit r con la precisione necessaria.
3.1.4.6

LE POLIGONALI

Quando occorre avere una serie di punti ben distribuiti e a piccola distanza in tutta la zona da
rilevare, occorre fare una poligonale, cio delle spezzate i cui vertici saranno i punti che ci
serviranno per il successivo rilievo di dettaglio. Tali poligonali vengono rilevate misurando le
lunghezze dei lati e gli angoli che i lati formano fra loro.
Si possono distinguere in poligonali aperte e poligonali chiuse. Quelle aperte si usano per il
suddetto raffittimento dei vertici della triangolazione e quindi in generale per un rilievo da inserire
in un sistema di riferimento preesistente; come vedremo devono essere appoggiate ad un certo
numero di vertici di coordinate note, sia per il calcolo che per il controllo e la compensazione
delle misure. Le poligonali chiuse invece servono per rilievi fini a se stessi; hanno in se stesse gli
elementi per il controllo e la compensazione delle misure e non sono riferite ad un rilievo
preesistente.
3.1.4.6.1

LA POLIGONALE APERTA

La poligonale deve essere generalmente inquadrata in un pi largo rilievo preesistente ed i suoi


vertici devono quindi essere collegati a un sistema di punti di coordinate note.
Per il calcolo della poligonale sono
necessari e sufficienti due punti noti,
ma in generale, per avere elementi di
controllo e di compensazione delle
misure, ci si collega a quattro punti di
coordinate note. I lati si aggirano sui
100 200 m e la poligonale si sviluppa
per un massimo di 2 3 km.
Sia A1 un punto di coordinate note
assunto come punto di partenza della
17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

25

IL RILIEVO

poligonale e da esso si possa collimare ad un altro punto S


pure di coordinate note; siano inoltre A2, A3, , An1 i vertici
della poligonale di cui si devono determinare le coordinate,
come ad esempio le coordinate del punto A2 che sono
x2 = x1 + 112 sin 12 e y2 = y1 + 112 cos 12 ; il punto di arrivo
della poligonale sia il punto An di coordinate note e da esso
si possa collimare ad un altro punto T pure di coordinate
note.
Stabilito il senso di percorrenza A1 An si misurano gli
angoli che ciascun lato deve compiere in senso orario per
sovrapporsi al successivo. Il primo angolo che si misura quello tra la direzione A1S e il primo lato
della poligonale e cio 12, lultimo quello tra lultimo lato e la direzione AnT. Indicheremo tali
angoli con 1, 2, , n e le lunghezze dei lati con 112, 123, , 14n.
Esaurite le misure si passa al calcolo della poligonale, cio
alla determinazione delle coordinate dei vertici A2, A3, ,
An1. Evidentemente per tale calcolo occorre conoscere
langolo di direzione dei successivi lati, cio langolo che
tali lati formano con la parallela allasse y. Dalle coordinante
note di A1 ed S si ricava immediatamente
x x1
e quindi langolo di direzione del primo
tan 1S = S
y S y1
lato 12 = 1S + 1 . Si ricavano poi gli angoli di direzione di
tutti i lati 23 = 12 + 2 180 , 34 = 23 + 3 180 ,
Lultimo angolo di direzione che si calcola in questo modo nT , ma di questo si pu ottenere un
valore anche dalle coordinate note di An e di T e tale valore, che consideriamo privo di errore, ci
serve come controllo delle misure angolari. Sia infatti nT il valore trovato attraverso il calcolo
x xn
successivo degli angoli di direzione e nT quello ottenuto da tan nt = t
. La differenza
yt y n

= nt nt si chiama errore di chiusura angolare e dipende evidentemente dagli errori


commessi nelle misure degli angoli. Dovremo dapprima stabilire se tale errore accettabile, cio
se rientra nei limiti di tolleranza, nel qual caso si potr passare alla fase successiva della
compensazione delle misure angolari e del calcolo delle coordinate, altrimenti si dovranno rifiutare
le misure fatte e ripeterle.
Per determinare tale tolleranza ricordiamo che nt funzione di n angoli misurati e quindi, se
chiamiamo con lerrore di un angolo , per la legge di propagazione degli errori lerrore
dellangolo nt risulta = n . Si assume come tolleranza il doppio dellerrore medio
perch esiste una probabilit molto piccola di superare il doppio dellerrore medio e quindi, se si
supera, molto probabile che siano intervenuti, nella misura degli angoli, degli errori grossolani o
sistematici, per cui le misure sono da rifare.
Constatato che lerrore sia accettabile passiamo alla compensazione angolare della poligonale.
Possiamo seguire due vie: o compensare gli e cio distribuire lerrore in parti uguali

sugli
n
angoli misurati (essendo imputabile in ugual misura a tutti gli ) e ricalcolare poi tutti i ,
oppure pi semplicemente compensare direttamente i . La correzione da apportare ai vari angoli
di direzione si determina immediatamente se consideriamo che il primo dipende da un solo
angolo ( 12 = 1S + 1 ), il secondo da due angoli ( 23 = 12 + 2 180 = 1S + 1 + 2 180 ), il

26

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

IL RILIEVO

terzo da tre angoli ( 34 = 23 + 3 180 = 1S + 1 + 2 + 3 360 ) e cos via, per cui


1
2
correggeremo il primo di , il secondo di , e lultimo di .
n
n
Compensati cos gli angoli, si passa al calcolo delle coordinate dei vertici.
x 2 = x1 + 112 sin 12

y 2 = y1 + 112 cos 12
x3 = x 2 + 123 sin 23 = x1 + 112 sin 12 + 123 sin 23

y 3 = y 2 + 123 cos 23 = y1 + 112 cos 12 + 123 cos 23

...
Possiamo cos calcolare anche le coordinate
dellultimo vertice An: dette x n , y n le coordinate cos
calcolate e xn e yn quelle note, da considerarsi prive di errore, ci sar certamente una differenza tra
le coordinate a causa degli errori nelle misure, si trover cio x = xn xn e y = yn yn . La
quantit = x 2 + y 2 prende il nome di errore di chiusura lineare. Anche qui, come per gli
angoli, occorre verificare se tale errore accettabile, cio stabilire una tolleranza.
Se le misure sono accettabili passiamo alla compensazione lineare della poligonale. A tale scopo
adottiamo un metodo empirico, ma sufficientemente valido, per determinare le correzioni da
apportare alle coordinate parziali in modo che la somma delle correzioni parziali porti alla fine a
far coincidere x n e y n con xn e yn. Indicando con L = l la lunghezza totale della
poligonale, le correzioni delle coordinate parziali saranno ( xi xi 1 ) =

( yi yi 1 ) =

1i 1,i
L

x e

1i 1,i

y .
L
Se vogliamo invece determinare le correzioni da apportare alle coordinate totali xn e y n ,

essendo queste la somma delle precedenti coordinate parziali, cio x n = x1 + x 2 + ... + x n 1 e


y n = y1 + y 2 + ... + y n 1 , le correzioni delle coordinate totali saranno la somma delle
correzioni delle coordinate parziali e cio
1 + 1 + ...1n 1,n
112 + 123 + ...1n 1,n
x n = 12 23
x e y n =
y .
L
L
3.1.4.6.2

LA POLIGONALE CHIUSA

Le poligonali chiuse non hanno niente di diverso da quelle aperte, se non il fatto che sono
autocompensabili, cio non presuppongono la conoscenza di nessun vertice trigonometrico noto.
Si usano quando il rilievo fine a se stesso, cio non deve essere inserito in un rilievo
preesistente. Si pu quindi assumere un sistema di riferimento arbitrario: in generale si fa un
orientamento sullultimo lato, cio si sceglie come asse
delle y la direzione dellultimo lato.
La prima compensazione sar quella angolare, cio la
somma degli dovr essere uguale a
180 (n 2). A
causa degli errori di misura ci sar una certa discordanza
tra il valore teorico e quello misurato: questa differenza
dovr rientrare nei limiti di tolleranza gi fissati per la
poligonale aperta. Per la compensazione si potranno
correggere direttamente gli angoli misurati , ad ognuno

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

27

IL RILIEVO

1
dellerrore di chiusura = n n .
n
Compensati cos gli angoli si passa a calcolare gli angoli , per cui possibile notare che il primo
coincide con il primo , quindi 12 = 1 . Per gli altri si procede come per la poligonale aperta,
quindi 23 = 12 + 2 180 = 1 + 2 180 , 34 = 23 + 3 + 180 = 1 + 2 + 3 , Lultimo
angolo di direzione n1 dovr risultare uguale a 180, essendo gi stati compensati gli angoli .
Calcolati i , si calcolano le coordinate dei vertici con le solite formule tenendo presente che, per
il sistema di riferimento assunto, risulta x1 = 0 e y1 = 0 . Si otterr per i vari vertici
x 2 = 112 sin 12

y 2 = 112 cos 12
dei quali sar da apportare una correzione pari a

x3 = x 2 + 123 sin 23 = 112 sin n12 + 123 sin 23

y 3 = y 2 + 123 cos 23 = 112 cos 12 + 123 cos 23


...
Chiudendo il giro, arriviamo a calcolare le coordinate del
punto A1 che, a causa degli errori di misura, non
risulteranno uguali a 0 come dovrebbe essere, ma a certe
quantit x e y diverse da 0. Lerrore di chiusura lineare
= x 2 + y 2 dovr essere inferiore ai limiti di tolleranza gi fissati per la poligonale aperta.
Anche la compensazione lineare si esegue con il metodo empirico gi visto per la poligonale
aperta.
3.1.4.6.3

GLI SCHEMI MODERNI DI RILIEVO

Fino ad ora abbiamo sostanzialmente esposto i metodi tradizionali di rilievo, abbiamo per
osservato che, con lintroduzione degli apparati elettronici per la misura delle distanze, tali metodi
sono stati profondamente modificati.
Abbiamo visto come la triangolazione possa essere sostituita dalla trilaterazioni, ma pu anche
essere sostituita dalle cosiddette poligonali geodetiche, che hanno lati di parecchi km e uno
sviluppo che pu superare qualche centinaio di km; queste poligonali possono quindi costituire reti
trigonometriche di qualsiasi ordine. I lati delle poligonali geodetiche si misurano con distanziometri
a onde di lunga portata e gli angoli con teodoliti di alta precisione.
Le poligonali topografiche invece hanno lati compresi tra qualche centinaio di m e un paio di
km, con uno sviluppo di qualche decina di km. Si rilevano misurando i lati con distanziometri a
onde di portata ridotta e gli angoli con teodoliti al secondo. Le poligonali topografiche possono
costituire reti trigonometriche di ordine inferiore; da queste poligonali si pu passare
direttamente al rilievo di dettaglio che dovr essere attuato con distanziometro elettronico e
teodolite, essendo in gioco distanze dellordine del km.
Le poligonali destinate a costituire le reti di appoggio per il rilievo di dettaglio tradizionale, ossia
quelle che abbiamo esaminato nelle pagine precedenti, con i lati dellordine di 100 200 m con
distanziometri ad onde, possono essere indicate come poligonali geodimetriche.
Le poligonali ordinarie di precisione hanno lati di 50 60 m e limitata lunghezza; si usano per
piccoli rilievi a grande scala (1:500) o per rilievi particolari in cui sia richiesta unelevata precisione.
A causa delle piccole distanze, sono fortemente da temere le eccentricit; poich non si pu
pensare di costruire piastrini per questo scopo, allora si adottano particolari strumentazioni a
centramento forzati, centrate sul punto a terra per mezzo di piombino ottico.
Qualunque sia lo schema (trilaterazione, poligonale geodimetrica o riattacco) in cui si eseguono
misure a distanza, bisogna tenere presente che:
1. le distanze misurate sulla superficie fisica devono essere ridotte alla superficie di riferimento
(eventualmente con formule semplificative) ed quindi necessaria la conoscenza delle quote
28

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

IL RILIEVO

(che possono essere determinate con il metodo della livellazione trigonometrica di cui
parleremo pi avanti);
2. se le figure sono risolte sul piano della rappresentazione di Gauss, le distanze misurate e
ridotte alla superficie di riferimento (geodetiche) devono essere moltiplicate per il modulo di
deformazione lineare per ottenere le lunghezze delle trasformate piane e quindi anche
delle corde che hanno praticamente uguale lunghezza sul piano di Gauss (cos come per gli
angoli dobbiamo tenere conto delle riduzioni alle corde); la deformazione lineare potr essere
trascurata per piccole distanze.
Vediamo pi in particolare il problema della riduzione alla superficie di riferimento.
Un geodimetro misura la lunghezza del percorso compiuto dallonda elettromagnetica emessa
che stata riflessa dal prisma retroriflettente e rientra nello strumento. Tale percorso, per
effetto della rifrazione, un arco, ma su pu dimostrare che la sua lunghezza uguale a quella
della propria corda per distanze inferiori ai 20 km circa, entro i limiti della massima precisione
dello strumento. Il valore indicato dal geodimetro la misura del segmento che congiunge il
centro del distanziometro ed il centro del prisma.
La distanza tra due punti A e B invece, in geodesia, la lunghezza dellarco di geodetica che
congiunge le proiezioni A0 e B0 dei punti sulla superficie di riferimento. Occorre quindi tenere
conto tanto dellinclinazione della linea di mira quanto della quota alla quale si trovano i punti
collegati e passare dal valore della lunghezza del segmento ottenuta con il geodimetro, alla distanza
vera e propria da utilizzare nei calcoli planoaltimetrici. Lelemento che dobbiamo trovare S0 che
dato dalla formula S 0 = R , di cui bisogna quindi determinare langolo considerando
tan = .

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

29

IL RILIEVO

tan =

d i sin AB
tan =
R + Q A + hstr + d i cos AB

d i sin AB

Q A + hstr + d i cos AB
R 1 +

d sin AB Q A + hstr + d i cos AB


Q A + hstr + d i cos AB
S0 R i
1

R
R
R

Q + hstr + d i cos AB
quindi S 0 d i sin AB 1 A
. Bisogno per considerare anche leffetto della
R

S
S
rifrazione : AB = Z AB + , =
e se S = r = , quindi =
. Se per so che
2
r
2r
K di
R
R
K S
K = r = , allora =
. Considerando S d i si ottiene che =
.
r
K
2R
2R

3.2

d i sin AB
R

IL RILIEVO ALTIMETRICO

Per altezza o quota di un punto della superficie


fisica sul geoide, si intende il segmento di linea del
campo della gravit passante per tale punto e
compreso tra esso e il geoide; per la piccola
curvatura della linea di forza, si pu anche dire che
la quota rappresentata dalla distanza del punto
dal geoide, misurata secondo la verticale per il
punto stesso. Il complesso di operazioni volto alla
determinazione delle quote dei punti, o pi spesso
della differenza di quota tra i punto, prende il nome di livellazione. Prima di esaminare in
dettaglio i vari tipi di livellazione, opportuno fare un cenno a come si possa determinare un
punto a quota zero, appartenente cio al geoide, da assumere come riferimento per tutte le quote.
Diciamo subito che tale problema molto complicato e che non esiste una unificazione generale
dei punto di riferimento, tanto che praticamente ogni Stato assume un suo punto di derivazione
delle quote. Tale punto, per i paesi che si affacciano sul mare, normalmente un punto del mare
medio.
Gli strumenti che servono a determinare il livello medio del
mare sono i mareografi. Schematicamente un mareografo
costituito da una penna scrivente collegata ad un
galleggiante, che pesca in un pozzetto verticale in
comunicazione con il mare attraverso un condotto
orizzontale. La penna scrivente collegata al galleggiante
traccer quindi su una striscia di carta un diagramma che
descriver le variazioni del livello del mare.
La quota mareografica poi riferita ad un caposaldo, detto
caposaldo fondamentale, da cui prendono origine le linee
di livellazione. Per lItalia il caposaldo fondamentale quello
collegato al mareografo di Genova. Detto in questi termini il problema di determinare un punto di
quota zero sembra abbastanza semplice, invece nella realt praticamente impossibile. In primo
luogo perch i mari non hanno tutti lo stesso livello medio.
Per chiarire meglio il problema, ricordiamo che il geoide pu essere definito come la superficie
equipotenziale del campo della gravit che meglio approssima il mare medio. In pratica, per la
difficolt di realizzare tale definizione, si definisce geoide la superficie equipotenziale passante per
un determinato punto del mare medio (cio coincidente con il mare medio in un determinato

30

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

IL RILIEVO

luogo). evidente allora che il mare medio,


allinfuori di quel punto, non coincide con il geoide,
se non in maniera approssimata (gli scostamenti
possono anche superare il metro).
Il fatto tuttavia che i mari non hanno tutti lo stesso
livello medio non rappresenta un grosso problema,
perch a noi basta fissare un punto e poi riferiamo a questo tutte le quote. La determinazione della
quota assoluta di un punto cosa praticamente impossibile; tutto quello che si pu fare
assumere, come origine delle quote, il livello medio del mare in un determinato punto e in un
determinato istante.
Se quasi impossibile determinare la quota assoluta di un punto, invece abbastanza semplice
determinare la quota relativa, cio la differenza di quota tra due punti, con precisione anche
elevata.
Loperazione che serve a misurare le differenze di quota, o le quote assolute dei punti, come
abbiamo detto la livellazione. Esistono vari tipi di livellazione che differiscono per gli strumenti
usati, per le modalit operative, per le grandezze che si misurano e per la precisione che si pu
conseguire. I principali tipi sono la livellazione trigonometrica e la livellazione geometrica
(normale e di precisione).
3.2.1
3.2.1.1

LA LIVELLAZIONE TRIGONOMETRICA
LA LIVELLAZIONE TRIGONOMETRICA CON MISURA DELLE
DISTANZE ZENITALI RECIPROCHE

La differenza di quota tra due punti A e B


reciprocamente visibile, di cui nota anche la distanza
S, si pu ricavare indirettamente dalla misura delle
distanze zenitali reciproche ZA e ZB. Naturalmente
si pu eseguire una livellazione trigonometrica anche
quando la distanza nota per altra via, per esempio
misurata con un distanziometro a onde.
Poich la distanza tra A e B non supera in genere una
decina di chilometri, le formule che permettono di
dedurre il dislivello (note le distanze zenitali ZA e ZB e
la distanza S) possono essere ricavate assumendo
come superficie di riferimento la sfera locale di raggio
R = N . Con riferimento alla figura, supponendo
per il momento che le traiettorie luminose siano
rettilinee (per cui facendo stazione con un teodolite nei punti A e B si possono ottenere le vere
distanze zenitali ZA e ZB) e applicando successivamente il teorema dei seni, la propriet del
comporre e dello scomporre e le formule di prostaferesi, si deduce che
R + H B sin ( Z A ) sin Z A
sin Z A
sin sin Z A 0 sin Z A sin Z A
=
=
=
=
1.
, dove
deriva da
;
R + H A sin ( Z B ) sin Z B
sin Z B
sin sin Z B 0 sin Z b sin Z B
R + H B R H A sin Z A sin Z B
=
2.
, in cui il numeratore del primo membro si ottenuto da
R + H B + R + H A sin Z A sin Z B
R + H B (R + H A ) = R + H B R H A
e
semplificando
si
ha
che
HB + HA
sin Z A sin Z B
sin Z A sin Z B
=
H B + H A = (2 R + H B + H A )
;
2 R + H B + H A sin Z A sin Z B
sin Z A sin Z B

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

31

IL RILIEVO

ZA ZB
Z + ZB
cos A
2
2

H B H A = (2 R + H A + H B )
ZA + ZB
ZA ZB
cos
2 sin
3.
2
2
Z ZB
Z + ZB
H + HB
cot A
H B H A = 2 R 1 + A
tan A
2R
2
2

Osservando
dalla
figura
che
Z A + ZB = +
,
si
pu
scrivere
che
Z + ZB
+


= cot
= cot + = tan
usando le formule per la trasformazione della
cot A
2
2
2
2 2
tangente e della cotangente (in questo caso useremo la formula per trasformare la cotangente in
tangente):
1
1

cot + =
= tan = tan ( ) e tan =
= cot = cot ( ) .
2
tan +
2
tan

Essendo un angolo molto piccolo possiamo confondere la tangente con langolo, quindi
Z + ZB
S

S
tan = . Ricordando che S 0 = R = , allora cot A
.
= tan = =
2
2
2
2R
2
2
R
Indicando con Hm la quota
media dei due punti e ricordando che
tan x = tan ( x ) tan Z A Z B = tan Z B Z A , lespressione del dislivello in funzione delle due
distanze zenitali reciproche diventa
Z ZA S
H + HB
H B H A = 2 R 1 + A
tan B

2R
2

2R
Z ZA
H + HB
H B H A = 1 + A
tan B
( S )
2R
2

2 sin

Z ZA
H
H B H A = S 1 + m tan B
[1]
2
R

HA + HB
. Per determinare Hm si pu fare un calcolo in prima e seconda
2
approssimazione, cio porre prima Hm = HA, calcolare un valore approssimato di HB quindi
H + HB
Hm = A
. Infatti lapprossimazione richiesta per Hm molto scarsa, perch Hm / R una
2
quantit molto piccola rispetto allunit.
dove H m =

3.2.1.2

LA LIVELLAZIONE TRIGONOMETRICA CON MISURA DI UNA SOLA


DISTANZA ZENITALE

frequente il caso in cui la livellazione si esegue misurando una sola distanza zenitale. Ricordando
S
che Z A + Z B = + Z B = + Z A e S = R = , la
R
Z ZA
H
H B H A = S 1 + m tan B
[1] diventa:
2
R

H
H
2Z A
( + Z A ) Z A
H B H A = S 1 + m tan
H B H A = S 1 + m tan +

R
2
R
2
2 2

H B H A = S 1 + m tan + Z A
R
2 2

32

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

IL RILIEVO

e sapendo che per la formula della trasformazione dalla tangente alla cotangente si ha

1

= cot , allora si ha che
tan + =
2
2 2 tan

2
H
H

H B H A = S 1 + m cot Z A H B H A = S 1 + m cot + Z A
R
R

H
H B H A = S 1 + m cot
+ Z A [2]
R
2R

che fornisce il dislivello in funzione della sola distanza zenitale misurata in A.


3.2.1.2.1

LINFLUENZA DELLA RIFRAZIONE ATMOSFERICA

La densit dellaria diminuisce allaumentare della quota e di


conseguenza diminuisce lindice di rifrazione; i raggi luminosi
che si propagano in un mezzo avente un indice di rifrazione
variabile subiscono delle rifrazioni e le traiettorie si
incurvano. In condizioni normali, cio quando la densit
diminuisce allaumentare della quota, le traiettorie luminose
volgono la concavit verso il basso.
Per semplificare le cose si suppone che tali traiettorie siano
archi di circonferenza di raggio r, pertanto gli scostamenti
angolari tra traiettoria e corda in A e B sono uguali, quindi
A = B = .
Osserviamo subito che r mediamente circa 7 8 volte
maggiore di R, quindi un angolo molto piccolo. Per
valutare

che

risulta

espresso

da

dove

S
S
, si ottiene che =
e introducendo il
r
2r
R
R
K S
coefficiente di rifrazione, definito da K = r = , si ottiene =
.
r
K
2R
Z ZA
H
Ci premesso, vediamo come si modificano le formule H B H A = S 1 + m tan B
[1] e
2
R

H
H B H A = S 1 + m cot
+ Z A [2], tenendo conto che le vere distanze zenitali ZA e ZB si
R

2R

ottengono sommando alle distanze zenitali apparenti A e B (quelle effettivamente misurate)


langolo di rifrazione :
Z A = A + e Z B = B + . Per la [1] si ottiene subito
A
H
H B H A = S 1 + m tan B
[1]
R
2

A
Z ZA
+ ( A + )
+ A
A
dove tan B
data da tan B
= tan B
= tan B
= tan B
.
2
2
2
2
2
Questo procedimento il pi preciso perch non richiede la valutazione di , cio di K. Tuttavia
lapprossimazione risente ovviamente dellipotesi semplificativa A = B , ipotesi che cade
maggiormente in difetto quando le quote di A e B sono molto diverse e quando i punti sono molto
lontani.
S = r =

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

33

IL RILIEVO

H
Misurando una sola distanza zenitale, dalla H B H A = S 1 + m cot
+ Z A [2] si ha
R
2R

K S
S
H

H B H A = S 1 + m cot A +
, ottengo, raccogliendo S,
e quindi, essendo =
2R
2R
R

H
Hm

1
K S
S

H B H A = S 1 + m cot A +

cot A + S

H B H A = S 1 +
2R
2R
R
R
2 R 2 R

1 + K
H B H A = S 1 + m cot A + S

R
2 R

1 K
H

H B H A = S 1 + m cot A
S [2]
2R
R

1 K
Per brevi distanze la correzione angolare x =
S sufficientemente piccola per poterne
2R
trascurare i quadrati e le potenze superiori, per cui si pu assumere (sviluppo in serie di Taylor
x
1 K
1
= cot A +
arrestato al termine di primo ordine) cot ( A x ) = cot A +
S 2
.
2
2R
sin A
sin A
Di solito la distanza zenitale prossima a /2 per cui si pu porre sin 2 A = 1 . Trascurando poi
1 K

S . Introducendo langolo di
Hm/R rispetto allunit si ottiene H B H A = S cot A +
2R

inclinazione A, o semplicemente con la formula =

A , si pu ricavare A =

calcolare cos, nella formula precedente, cot A = cot = tan . Indicando con a e b
2

rispettivamente laltezza dello strumento sul punto di stazione e laltezza del segnale sul punto
collimato, si ottiene infine
1 K 2
H B H A = S tan +
S +ab
2R
S2 K S2
H B H A = S tan +

+ a b [2]
2R
2R
formula semplificativa valida per brevi
distanze (fino a 1 2 km) e dislivelli non
troppo elevati.
Osserviamo che il termine S tan
rappresenta il dislivello con superficie di
riferimento piana e assenza di rifrazione; il
S2
termine
tiene conto in misura
2R
approssimata della curvatura; il termine
K S2

tiene conto in misura approssimata


2R
dellinfluenza della rifrazione.

34

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

IL RILIEVO

3.2.1.2.2

LA DETERMINAZIONE DEL COEFFICIENTE DI RIFRAZIONE

Mediamente di giorno si ha che K 0,12 0,16; i valori di K ricavati dai grafici o dalle tabelle non
sono sufficientemente precisi quando le distanze sono elevate: per distanze superiori ai 4 5 km
opportuno determinare sperimentalmente il valore del coefficiente di rifrazione K.
Se noto il dislivello tra i punti A e B (per esempio per aver eseguito una livellazione geometrica
che vedremo nei prossimi paragrafi) e misurando la distanza zenitale A, dalla
1 K
H

H B H A = S 1 + m cot A
S [2] pu essere ricavato K.
2R
R

Se non noto il dislivello, si ricorre al metodo delle misure contemporanee di distanze zenitali
S
reciproche; abbiamo visto infatti che se Z A + Z B = + e S = R = , allora ottengo
R
S
K S
, allora posso andare
Z A + Z B = + ; se poi so anche che Z A = A + , Z B = B + e =
R
2R
a sostituire ottenendo
K S
K S
S
K S
S
S

R
A +
+ B +
= + 2/
= + A B K = + A B
R
R
R
2R
2R
2/ R

S
e
R
R
R
K = +1 A B
S
S
S
R
R
raccogliendo ottengo che K = 1 ( A + B ) .
S
S
Il valore di K cos determinato pu essere utilizzato per misurare anche dislivelli con una sola
distanza
zenitale,
quindi
K
pu
essere
utilizzato
nella
formula
1 K

H
H B H A = S 1 + m cot A
S [2].
2R
R

meglio per, quando le distanze sono elevate, ricorrere direttamente al metodo delle distanze
zenitali
reciproche
e
contemporanee,
cio

meglio
usare
la
formula
A
H
H B H A = S 1 + m tan B
[1].
R
2

3.2.1.2.3
Per

la

LA PRECISIONE DELLA LIVELLAZIONE TRIGONOMETRICA

valutazione

dellerrore possiamo fare riferimento alla formula semplificata


S2 K S2
S2 K S2
= H A H B = S tan +

derivante dalla H B H A = S tan +

+ab
2R
2R
2R
2R
[2]. Per distanze non troppo elevate (comunque inferiori a 2 3 km), il termine che tiene conto
S2 K S2

della curvatura della superficie di riferimento e della rifrazione, cio


, piccolo, quindi
2R
2R
piccolo anche il suo apporto allerrore sul dislivello. Con questa ipotesi possiamo limitarci a
considerare solo lerrore dovuto al primo termine e quindi a S tan . Per la legge di
S2
2
2
2
2
propagazione degli errori accidentali si ha = tan S +
. Lerrore assoluto
4
cos
sulla distanza S pu essere espresso in funzione dellerrore relativo r e cio S = r S ; si ha
quindi

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

35

IL RILIEVO

2 = tan 2 S 2 +

S2
S2
2
2
2
2
2
2
tan
S

r
4
4
cos
cos

= tan 2 r S 2 + S 2
2

1
1

2
2
2
= S 2 tan 2 r +

4
4
cos
cos

1
2

4
cos
Per r e S si possono assumere mediamente i valori r = 105 (cio 1 cm / km) e S = 2 = 105.
Vediamo che cosa si ottiene per alcuni valori di :
1
1
2
2
2
2
= 0 = S tan 2 r 2 +
= S 0 r + = S
4
1.
1
cos

= S tan 2 r 2 +

= S 10 5 S
2. = 10 = S 0,03 r + 1,06 1,04 10 5 S
2

3. = 20 = S 0,13 r + 1,28 1,19 10 5 S


2

4. = 30 = S 0,33 r + 1,78 1,45 10 5 S


Si pu osservare che la quantit sotto radice varia entro limiti abbastanza ristretti, per cui si pu
affermare che lerrore sul dislivello praticamente proporzionale alla distanza. Mediamente si pu
assumere = 1,2 105 S (cio 1,2 cm / km). Osservando poi i valori sotto radice, si vede che
linfluenza dellerrore su tanto pi quanto piccola linclinazione della linea di mira e quindi
evidente che la misura della distanza zenitale deve essere eseguita con un teodolite, possibilmente
di precisione.
Per distanze superiori a 2 3 km, occorre valutare anche lerrore dovuto al termine correttivo
S2 K S2

. Si pu verificare che gli errori che si possono commettere nella determinazione di S e


2R
2R
di R non influiscono in maniera apprezzabile sul dislivello. Resta quindi da verificare soltanto
linfluenza dellerrore su K e cio di K. Innanzitutto quanto pu valere K? Se K viene desunto da
grafici e tabelle, come conveniente fare per distanze inferiori a 4 5 km, si pu fissare K = 0,03;
se invece K viene determinato sperimentalmente, come opportuno fare per distanze superiori a
R
4 5 km dalla relazione K = 1 ( A + B ) considerando che A e B siano affetti da un
S
errore medio di 2, si ottiene per esempio K = 0,02 per S = 5 km e K = 0,01 per S = 10 km.
Poich le condizioni atmosferiche al momento della misura, bench simili, non saranno esattamente
le stesse di quando stata fatta la determinazione, conviene assumere in ogni caso K = 0,02.
In conclusione lerrore sul dislivello dovuto al termine correttivo K, che risulta espresso da
S2
=
K , assume per K = 0,02 i seguenti valori:
2R
per S = 1 km = 0,16 cm
per S = 3 km = 1,41 cm
per S = 10 km = 15,7 cm
per S = 30 km = 141 cm
Si vede che per S = 3 km linfluenza dellerrore su K non pi trascurabile e per S = 10 km diventa
predominante rispetto allinfluenza dellerrore su S tan, che per tale distanza risulta mediamente
uguale a 12 cm.
Si conclude quindi che per S > 10 km, lerrore sul dislivello non si pu pi ritenere proporzionale alla
distanza, ma proporzionale al quadrato della distanza (se fosse stato proporzionale alla distanza non
elevata al quadrato sarebbe venuto = 4,38 cm per S = 10 km, il che non vero perch deve
venire = 15,7 cm per S = 10 km) e raggiunge rapidamente valori dellordine del metro.
2

36

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

IL RILIEVO

A
H
Utilizzare la formula H B H A = S 1 + m tan B
[1] che non richiede la determinazione di
R
2

K, certamente preferibile, ma non migliora molto le cose perch lipotesi A = B deve essere
fatta comunque e comporta unapprossimazione non molto diversa da quella prima stimata per
effetto dellerrore su K. pertanto sconsigliabile effettuare misure di dislivelli tra punti distanti pi
di 10 km (tra laltro anche lipotesi sferica non pi tanto accettabile oltre tale distanza). Dovendo
collegare altimetricamente punti distanti pi di 10 km, conviene ottenere il dislivello totale come
somma di dislivelli parziali, per esempio, invece di collegare vertici di I ordine, si preferisce passare
attraverso misure di dislivelli tra vertici di ordine inferiore, posti a distanze molto minori.
3.2.2

LA LIVELLAZIONE GEOMETRICA

3.2.2.1

SCHEMA DEL METODO

Non prendiamo in considerazione la livellazione


da un estremo che, tra gli altri inconvenienti,
necessita della misura dellaltezza dello
strumento. Facciamo quindi riferimento soltanto
alla livellazione dal mezzo, che presenta diversi
vantaggi:
1. innanzitutto elimina linfluenza dellerrore
residuo di orizzontalit della linea di mira;
2. elimina il piccolo effetto della rifrazione
atmosferica, supposta simmetrica rispetto al punto di stazione;
3. consente di non fare alcuna ipotesi sulla superficie di riferimento, se non che sia simmetrica
rispetto al punto di stazione.
Vediamo dunque come si realizza lo schema della livellazione dal mezzo. Supponiamo di dover
misurare il dislivello tra due punti A e B distanti non pi di 100 m. Mettiamo in stazione un livello
(cio uno strumento in grado di darci una linea di mira orizzontale) a uguale distanza d dai due
punti e su questi mettiamo due stadie (rese verticali con lausilio delle livelle sferiche di cui
sono dotate). Dopo aver reso orizzontale lasse di collimazione, facciamo la lettura li (lettura
indietro) sulla stadia posta in A e la lettura la (lettura avanti) sulla stadia posta in B. La differenza
AB = li la fornisce evidentemente la differenza di quota tra i due punti rispetto alla superficie
equipotenziale (superficie di livello) del campo della gravit passante per il centro dello strumento, a
condizione che sia simmetrica rispetto a tale punto, per cui si possano considerare uguali i due
trattini a e b. evidente che a 50 m la dissimmetria, che pure certamente esiste, non tale da essere
apprezzata: infatti a 50 m i due trattini valgono circa 0,2 mm e quindi lerrore che si commette nella
misura del dislivello in presenza di una dissimmetria della superficie equipotenziale una piccolissima
frazione di tale quantit.
Si pu dunque concludere che, qualunque sia la forma delle superfici equipotenziali del campo della
gravit (forma sulla quale in questo caso non dobbiamo fare alcuna ipotesi) la differenza tra battuta
indietro e battuta avanti, operando con livellazione geometrica dal mezzo, fornisce la differenza
di quota tra i due punti rispetto alla superficie equipotenziale passante per il centro dello strumento.
Anche leffetto della rifrazione, che comunque piccolo perch vale circa 0,03 mm a 50 m, viene
completamente eliminato se la rifrazione simmetrica rispetto al punto di stazione, ed influisce per
una piccola frazione del suo valore globale;
quindi una quantit generalmente trascurabile
anche se la rifrazione non simmetrica.
Se la distanza tra i due punti A e B supera i 100
m, occorre suddividere la linea in tratti parziali
inferiori a 100 m, per ognuno dei quali vale
17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

37

IL RILIEVO

quanto detto in precedenza. Occorre per sottolineare che, affinch abbia un senso definire il
dislivello tra A e B in tale situazione, si deve fare lipotesi che le superfici equipotenziali siano tra loro
parallele (faremo pi avanti alcune importanti osservazioni al riguardo). Con tale ipotesi il dislivello
pu essere riferito ad una qualunque delle superfici equipotenziali passanti per i successivi centri
dello strumento.
evidente che il dislivello totale sar dato dalla somma dei dislivelli parziali e quindi AB = li la.
3.2.2.2

LA LIVELLAZIONE GEOMETRICA DI PRECISIONE

Operando secondo lo schema descritto possibile determinare il dislivello tra punti distanti anche
centinaia o migliaia di km, con precisione anche molto elevata (la massima possibile) qualora si
adottino particolari accorgimenti e si impieghino strumenti di precisione. La livellazione
geometrica di precisione viene pertanto impiegata per determinare le quote di punti
fondamentali distribuiti su un vasto territorio da rilevare. unoperazione con cui si collega
altimetricamente il punto di derivazione delle quote (mareografo fondamentale) a punti distribuiti
sul territorio.
Caposaldo orizzontale di ceramica in apposita fondazione,
Data lelevata precisione che caratterizza la
protetto da chiusino in ghisa (piano orizzontale di
livellazione geometrica, i punti tra i quali viene
riferimento definito da una superficie sferica).
misurato il dislivello non possono essere dei
punti naturali del terreno, i quali non danno in
generale garanzia di stabilit, n permettono di
individuare con precisione la posizione
altimetrica dei punti. Si devono pertanto
materializzare dei punti adatti allo scopo, detti
caposaldi, tra i quali si esegue la livellazione. I
caposaldi vengono materializzati vincolando a
una struttura preesistente (generalmente un
edificio) che dia garanzie di stabilit, oppure ad un apposito getto di fondazione, un manufatto di
forma opportuna, realizzato in ghisa, bronzo, acciaio inossidabile o ceramica, su cui definito con
esattezza il piano orizzontale di riferimento della quota. I caposaldi riportati in figura costituiscono
esempi di caposaldi orizzontali, che sono in sostanza i veri e propri caposaldi, sui quali viene
direttamente appoggiata la stadia.
La livellazione di ogni tronco tra due caposaldi successivi deve essere sempre fatta due volte, una
in andata e laltra in ritorno (possibilmente da operatori diversi, con strumenti diversi e in ore del
giorno diverse) per avere un controllo delle misure e poter calcolare lerrore medio
chilometrico della livellazione. La distanza tra due caposaldi successivi mediamente di 1 km,
questo soprattutto per scopi pratici, perch la distanza che mediamente si pu percorrere, in
andata e ritorno, in mezza giornata di lavoro. Nei punti intermedi, la stadia viene
appoggiata su una apposita piastra preventivamente battuta sul terreno; nel
passaggio da una stazione alla successiva, la stadia viene fatta ruotare
delicatamente su se stessa, in modo da evitare colpi alla piastra che ne
provocherebbero laffondamento, per cui si avrebbe un errore sistematico nella
successiva battuta.
Una livellazione si dice di precisione quando il suo errore medio chilometrico
inferiore al millimetro. Lo schema della livellazione sempre quello dal mezzo
(per le ragioni note) con distanze di battuta non troppo elevate (30 40 m).
Laltezza di battuta alla stadia non deve essere inferiore a 50 cm (in vicinanza
del suolo si possono avere delle sensibili variazioni della rifrazione) e non deve
essere nemmeno troppo elevata (per limitare linfluenza dellerrore di verticalit
della stadia). Lo strumento deve essere sempre tenuto in ombra a causa della grande influenza che
lirraggiamento solare e gli sbalzi di temperatura hanno sui livelli.
38

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

IL RILIEVO

3.2.2.2.1

LA DETERMINAZIONE DELLERRORE MEDIO A PRIORI

Se il dislivello pu essere determinato con una sola stazione di livellazione AB = li la, allora
lerrore sul dislivello sar dato da 2 = 2li + 2la; ma non c nessuna ragione per ritenere che gli
errori di li ed la siano diversi: queste infatti sono letture fatte a stadie poste a uguale distanza, con il
medesimo strumento, dal medesimo operatore e in tempi immediatamente successivi. Possiamo
quindi porre li + la = , e quindi 2 = 21 + 21 = 21 + 21 = 2 21

= 1 2 .
Se i punti A e B sono distanti pi di 100 m dobbiamo fare un certo numero n di stazioni e il dislivello
n

sar dato da AB = j (li la )l , quindi lerrore risulta essere = 1 2 n, questo nel caso che,
1

in tutte le letture, si possa assumere un uguale errore 1, ipotesi ragionevole se supponiamo che
le distanze di battuta siano tutte uguali a d (questo non sempre possibile, ma quando si pu
opportuno tenere le distanze di battuta circa uguali in tutte le stazioni). Indicando con D la
lunghezza complessiva del tratto AB, il numero n di stazioni che dobbiamo fare dato da
n = D / 2d e quindi, sostituendo questo valore nellespressione precedente, si ottiene

= 1 2

D
D
D
D
= 1 2
= 1 2
= 1

2d
2d
2 d
d

D
.
d
Se volessimo fare una valutazione numerica di 1 dovremmo effettuare un certo numero di
collimazioni e letture, calcolarne il valore medio e determinare lerrore di collimazione e lettura in
funzione degli scarti della media.

= 1

3.2.2.2.2

LE QUOTE ORTOMETRICHE, DINAMICHE E GEOPOTENZIALI

Abbiamo gi detto nella pagina precedente che, affinch il dislivello tra due punti A e B misurato
con livellazione geometrica possa essere definito da AB = li la, occorre fare lipotesi che le
superfici equipotenziali della gravit siano parallele. In realt le superfici equipotenziali non sono
parallele: questo dipende dal fatto che tali superfici non sono equigravitazionali,
cio
laccelerazione di gravit non costante sulle superfici equipotenziali.
Consideriamo infatti quella particolare superficie equipotenziale che il geoide (superficie
equipotenziale che meglio approssima il mare medio): laccelerazione di gravit sul geoide varia con
una legge molto complessa (non esprimibile con una espressione analitica chiusa) legata alla
distribuzione della densit; se ci limitiamo a considerare la parte principale della variazione, cio
ammettiamo che la variazione di gravit sia dovuta soltanto alla variazione di latitudine (la
cosiddetta gravit normale), si pu esprimere la variazione del modulo della gravit sul geoide
con la seguente formula
g p ge

sin 2 (1)
g = g e 1 +
ge

dove gp e ge rappresentano la gravit al polo e allequatore; la costante =


variazione relativa della gravit tra il polo e lequatore e vale circa 5 / 1'000.

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

g p ge
ge

rappresenta la

39

IL RILIEVO

Per un punto a latitudine e altezza h sul geoide si deve


g p ge

sin 2
aggiungere, al valore fornito dalla g = g e 1 +
ge

h
(1), il termine correttivo 2 g . Dal fatto che sulle
R
superfici equipotenziali la gravit non costante, si deduce che tali superfici non sono parallele.
Siano infatti P1 e P2 due punti su una superficie equipotenziale di potenziale W; se g1 e g2 sono i
valori della gravit in P1 e P2 e dh1 e dh2 sono gli archi infinitesimi delle linee di forza passanti per
questi punti, compresi tra la superficie equipotenziale di potenziale W e quella infinitamente vicina
di potenziale W dW, si ha che
dW = g1 dh1 = g 2 dh2 (2)
e quindi se g1 g2, allora sar anche dh1 dh2, cio le due superfici equipotenziali non sono
parallele. Dalla dW = g1 dh1 = g 2 dh2 (2) si pu anche dedurre che
dh2 dh1 g1 g 2
=
(3).
dh1
g2
La gravit aumenta dallequatore al polo, di conseguenza la distanza
delle superfici equipotenziali del campo della gravit normale
diminuisce dallequatore al polo. Per dare unidea dellentit della
variazione, si pu notare che la variazione relativa di gravit tra
dh dh1 g1 g 2
lequatore e il polo, che per la 2
=
(3) anche uguale
dh1
g2
alla variazione relativa di distanza tra due superfici equipotenziali,
espressa dal coefficiente 0,005; pertanto una superficie di livello a quota 1'000 m allequatore,
risulta a quota 995 m al polo. Per la penisola italiana, compresa allincirca tra le latitudini = 37 e

g p ge
= 47, si pu calcolare per mezzo della g = g e 1 +
sin 2 (1) la variazione relativa di
ge

g 47 g 37
0,001 ; pertanto una differenza di quota di 1'000 m tra due superfici di livello in
g 37
Sicilia diventa, tra le stesse superfici, di 999 m in Alto Adige. da notare per che queste
considerazioni hanno fondamentale importanza soltanto per le
grandi linee di livellazione. Per le grandi linee di livellazione il
problema per si pone e deve essere risolto. Vediamo in che
modo. Supponiamo di voler determinare la differenza di quota
tra P1 e P2; supponiamo inoltre che P1 sia il caposaldo
fondamentale (mareografo). In tal caso evidente che la
differenza di quota tra P1 e P2 non altro che la quota di P2;
questa, per definizione di quota, il segmento di linea di forza
compreso tra il punto P2 e il geoide, che nellipotesi fatta la
superficie equipotenziale passante per P1; quindi la quota P2 h2. Una quota (o differenza di quota)
cos definita viene indicata come quota (o differenza di quota) ortometrica.
Unoperazione di livellazione geometrica tra due punti non
d mai la differenza di quota ortometrica, inoltre il risultato
della misura dipende dal percorso seguito.
In pratica la livellazione seguir un percorso intermedio s e
si otterr un risultato intermedio tra h1 e h2, dipendente dal
cammino percorso. Pi in particolare lungo il percorso s
determineremo un certo numero di differenze di quota r
tra un caposaldo e il successivo. Indicando con gr il valore
gravit

40

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

IL RILIEVO

medio dellaccelerazione di gravit in corrispondenza del tratto resimo, si ha gr r = W1 W2.


Il problema di determinare un valore univoco che possa rappresentare il dislivello tra i punti P1 e P2
sarebbe quindi risolto accoppiando, alle operazioni di livellazione geometrica, delle misure di
gravit per mezzo di appositi strumenti detti gravimetri. Tuttavia W1 W2 una differenza di
potenziale, cio un lavoro (che dato dal vettore forza per il vettore spostamento, quindi
G G
L = F s ) su unit di massa, quindi per ridurlo alle dimensioni di una lunghezza, in quanto la
differenza di quota una lunghezza, bisogna dividerlo per una accelerazione. Il lavoro si misura in
2
[J ] = kg 2m = [N m] = [W s ] e dividendo il lavoro per lunit di massa ottengo che
s

m2
s2 2 2
kg m 2 1 m 2
= m s = [m] ,
;
dividendo
per
unaccelerazione,
ottengo
che

=

2
2
kg s
m s2 m
s
s 2
quindi ottengo lunit di misura per la quota. Per ottenere valori abbastanza prossimi ai valori delle
quote ortometriche, si divide la differenza di potenziale per un valore medio della gravit;
come valore medio della gravit si pu assumere la gravit normale a 45, la quale vale 980 gal; si
g r r . In congressi scientifici
ottengono in tal modo le cosiddette quote dinamiche
980 gal
internazionali si deciso per di dividere le differenze di potenziale per 1'000 gal, ottenendo le
gr r .
cosiddette quote geopotenziali
1'000 gal
Se volessimo determinare le quote ortometriche,
dovremmo fare delle ipotesi sulla variazione delle gravit
allinterno della terra: infatti la quota ortometrica di P2
g
h2 = r ed essendo gr r = gr r allora ' r = r r si
g 'r
g
pu scrivere h2 = ' r h2 = r r . Le grandezze
g 'r
che possiamo misurare sono gr e r; per gr possiamo fare soltanto delle ipotesi. In pratica
impossibile determinare con esattezza la quota ortometrica; si pu determinare soltanto un valore
approssimato, che dipende dalle ipotesi che si fanno sulla variazione della gravit allinterno della
terra.

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

41

GLI STRUMENTI TOPOGRAFICI

GLI STRUMENTI TOPOGRAFICI

Se per molti anni gli strumenti di rilievo topografico e geodetico erano costituiti da apparati
esclusivamente ottico meccanici, oggigiorno le tecnologie elettroniche sono massicciamente
impiegate anche in tali strumentazioni, rendendo il compito dell'operatore decisamente pi rapido
e semplice.
Gli strumenti attualmente pi produttivi ed economicamente convenienti sono quelli a pi forte
componente elettronica; restano per ancora molto diffusi gli strumenti ottico meccanici, per cui
anche questi vengono presentati nel seguito. Tutte le operazioni topografiche hanno come scopo
la misura di classi di grandezze. Gli strumenti adottati per queste operazioni sono:
1. i livelli per la misura delle differenze di quota;
2. i goniometri (teodolite o tacheometro) per la misura di angoli azimutali e zenitali;
3. i distanziometri elettronici per la misura diretta delle distanze.
Il teodolite e il livello potranno essere inoltre usati anche per la misura indiretta di distanze brevi
(< 100 m) che devono essere determinate con scarsa precisione (103).
Livello.

4.1

Tacheometro.

Teodolite.

Treppiedi.

I LIVELLI

I livelli sono strumenti topografici che individuano una direzione orizzontale (cio una direzione
normale alla linea di forza del campo gravitazionale passante per il centro ottico strumentale, o
tangente alla superficie equipotenziale passante per quel punto) mediante un asse visuale chiamato
anche linea di mira o asse di collimazione. Tali strumenti permettono di misurare differenze
di livello (o dislivelli) con il metodo della livellazione geometrica (normale o di precisione)
attraverso la lettura alla stadia. I livelli si dividono in:
1. autolivelli;
2. livelli digitali.
42

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

GLI STRUMENTI TOPOGRAFICI

Entrambi rendono la linea di mira orizzontale automaticamente. Gli elementi caratterizzanti gli
autolivelli sono sostanzialmente:
1. la livella;
2. il cannocchiale collimatore;
3. il compensatore;
4. il sistema di lettura.
4.1.1

LE LIVELLE

La livella in particolare pu:


1. rendere orizzontale un asse o un piano;
2. rendere verticale un asse;
3. misurare piccoli angoli di inclinazione di un asse;
4. misurare piccoli angoli zenitali di un asse.
La livella viene impiegata anche nei goniometri, nei teodoliti e in altri strumenti. In generale
formata da un recipiente chiuso, riempito nella quasi totalit di un liquido e si pu dividere in:
1. livella sferica;
2. livella torica.
In ogni caso, lo spazio non occupato dal liquido (per effetto della gravit che agisce su di esso) si
dispone nella parte pi alta del recipiente chiuso, e prende il nome di bolla o bolla d'aria.
4.1.1.1

LA LIVELLA TORICA

La livella torica costituita da una fiala di vetro, la cui parte interna


lavorata secondo una porzione di superficie torica. Sulla fiala incisa
una graduazione che normalmente ha un intervallo di 2 mm, la cui
origine pu trovarsi ad un estremo oppure nel centro. La tangente
alla circonferenza direttrice nel punto di mezzo della graduazione si
chiama linea di fede della livella; poich evidente che la tangente
alla direttrice nel punto di mezzo della bolla sia orizzontale,
altrettanto ovvio che, quando la bolla centrata, la linea di
fede orizzontale. Centrare la bolla significa appunto
ruotare la livella fino a che il punto centrale della bolla
coincida con il centro della graduazione, in modo che la linea
di fede risulti orizzontale. Visto che il punto centrale della
bolla non individuabile con precisione, pi corretto dire
che le due estremit della bolla devono essere simmetriche
rispetto al centro della graduazione. Negli strumenti
topografici si usano livelle aventi sensibilit compresa
generalmente a 1 e 1. Si pu
aumentare la precisione della livella
(senza aumentare la sensibilit)
rendendo pi preciso il centramento,
e a questo scopo stata ideata la livella a coincidenza: essa una
normale livella torica priva per di graduazione, in cui un opportuno sistema di prismi fa apparire
affiancate le semi immagini delle due estremit della bolla. La livella centrata quando le due semi
immagini si raccordano. Il sistema a coincidenza consente una precisione di centramento molto
maggiore di quella ottenibile con le livelle a graduazione.

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

43

GLI STRUMENTI TOPOGRAFICI

4.1.1.1.1

LA VERIFICA E LA RETTIFICA DELLA LIVELLA TORICA

La fiala racchiusa in un cilindro metallico, a sua volta vincolato ad un supporto con delle viti di
rettifica che consentono di far variare l'assetto della fiala rispetto alla retta d'appoggio. A tale
scopo bisogna realizzare il parallelismo tra la linea di fede e la retta di appoggio in modo che,
quando la bolla centrata, ossia quando la linea di fede orizzontale, anche la retta di appoggio
risulta orizzontale. La livella si dice appunto rettificata quando la linea di fede parallela alla retta
di appoggio. Riassumendo: si corregge lo spostamento della bolla met con le viti di rettifica della
livella, e met con le viti che muovono la retta di appoggio, ottenendo cos il duplice scopo di
rettificare la livella e di rendere orizzontale la retta di appoggio.
4.1.1.2

LA LIVELLA SFERICA

La livella sferica costituita da una fiala di vetro, riempita parzialmente del


solito liquido e avente la superficie interna a forma di calotta sferica.
evidente che il piano tangente alla sfera nel centro della bolla
orizzontale. Per piano di fede si intende il piano tangente alla sfera nel
centro di un circoletto inciso sulla fiala e quando la bolla centrata, allora
il piano di fede orizzontale. Anche la livella sferica collegata ad un
piano di appoggio tramite un supporto munito di viti di rettifica: la livella
rettificata quando il piano di fede parallelo al piano di appoggio.
La sensibilit delle livelle sferiche in genere molto bassa; sono per
molto usate negli strumenti topografici perch permettono orientamenti
rapidi, anche se poco precisi.
4.1.2

IL CANNOCCHIALE COLLIMATORE

Il mezzo migliore per realizzare un asse di collimazione un cannocchiale fornito di reticolo. Il


cannocchiale astronomico collimatore costituito da due lenti: l'obiettivo e l'oculare. Il reticolo
costituito da un vetrino con delle linee incise che individuano un punto centrale chiamato
centro del reticolo.

44

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

GLI STRUMENTI TOPOGRAFICI

Tutti gli strumenti topografici sono dotati di cannocchiale. Il cannocchiale composto da:
1. un corpo metallico tubolare;
2. una lente obiettiva L1, che in
genere una lente convergente;
3. una lente interna L2, che in
genere una lente divergente;
4. un reticolo R che una lastrina di
vetro con sopra incisa una crocetta;
5. una lente oculare L3, che in
genere una lente convergente.
Le lenti L1 e L2 sono delimitate da superfici
sferiche i cui centri Ci devono essere tutti
allineati su una retta. Questa retta si chiama asse ottico del cannocchiale. Si chiama invece asse
di collimazione la retta che congiunge il centro della lente obiettiva L1 con il centro del reticolo
R. Nel cannocchiale l'asse ottico e l'asse di collimazione devono essere coincidenti.
La distanza tra la lente L1 e la lente L2 variabile perch la lente L2 pu essere traslata lungo l'asse
ottico ruotando il bottone M
esterno al cannocchiale. Ruotando
il bottone M si fa ruotare il
pignoncino p, il quale fa traslare
la cremagliera t, il quale un
unico pezzo con il collare K in cui
inserita la lente L2. Il puntamento
viene effettuato in modo che l'immagine del punto P si formi sul reticolo, proprio in coincidenza
dell'incrocio dei due tratti che formano il reticolo stesso.

4.1.3

IL COMPENSATORE

Gli elementi del compensatore sono:


1. il sistema di prismi per controllare il percorso ottico della linea di mira;
2. il sistema pendolare;
3. lo smorzatore di oscillazioni.
Il compensatore ha una sensibilit di 0,2 0,5 e un campo di applicazione di 15.
In un autolivello, l'orizzontalit dell'asse di collimazione viene realizzata automaticamente, senza
cio dover compiere alcuna manovra, questo non appena l'asse generale sia stato posto
sufficientemente prossimo alla verticale mediante l'uso delle tre viti calanti; ci possibile grazie al
compensatore.

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

45

GLI STRUMENTI TOPOGRAFICI

4.1.4

LE STADIE

Per le livellazioni di modesta precisione si usano generalmente comuni stadie di


legno lunghe 3 m, provviste di livella sferica e terminanti, all'estremit di
appoggio, con una piastra di acciaio. Per le stadie da cantiere di bassa
precisione, la graduazione costituita da tratti alternati bianchi e neri dello
spessore di 1 cm. La graduazione inoltre rovesciata perch generalmente i
piccoli livelli non hanno il raddrizzamento dell'immagine. Per le livellazioni di
alta precisione si devono invece impiegare speciali stadie, consistenti in
un'armatura di legno o metallica a cui opportunamente fissato un nastro di
invar: il fissaggio realizzato in modo tale che larmatura possa dilatarsi senza
interferire con il nastro di invar. Su queste stadie sono tracciate due
graduazioni con tratti di spessore non superiore a 1 mm; i tratti sono tracciati
con grande cura in modo che gli errori di graduazione siano inferiori a pochi
centesimi di millimetro. Le stadie di precisione devono essere naturalmente
provviste di livella sferica e spesso anche di zampe per il sostegno.
4.1.5

GLI ERRORI DI RETTIFICA

Un livello rettificato se l'asse di collimazione si dispone orizzontale quando il compensatore


libero di funzionare. L'errore residuo di rettifica di un livello l'angolo che lasse di
collimazione forma con l'orizzontale quando lo strumento nelle corrette condizioni operative,
ossia quando il compensatore libero di funzionare. Anche eseguendo con estrema accuratezza la
rettifica di un livello, un errore residuo di rettifica permane sempre.
L'errore residuo di rettifica un errore sistematico e quindi, facendo stazione dal mezzo, la sua
influenza viene eliminata: infatti l'errore di lettura che si commette sulle due stadie, pari a d tan ,
uguale in valore e segno, per cui la differenza delle letture lA lB uguale alla differenza lA lB
delle letture che si sarebbero fatte in assenza di errore di rettifica.
4.1.5.1

LA VERIFICA E LA RETTIFICA

La verifica la si pu effettuare con il metodo kukkamaki, il quale consiste nel:


1. posizionare le due stadie a circa 20 m (in A e in B);
2. fare la misura dalla stazione dal mezzo, ottenendo quindi il primo 1;
3. ripetere la lettura spostandosi dal mezzo e occupando la posizione S ad una distanza d da una
stadia e D dall'altra stadia, ottenendo quindi il secondo 2.
Se 1 = 2, allora il livello rettificato; se invece 1 2, allora si procede alla rettifica.
La procedura di rettifica consiste nellagire sulle viti di calibrazione fino a quando sulla stadia B non
si legge il valore lb = lb D.
46

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

GLI STRUMENTI TOPOGRAFICI

4.1.6

GLI AUTOLIVELLI

Le caratteristiche principali di un autolivello sono:


1. l'ingrandimento del cannocchiale;
2. il diametro dell'obiettivo;
3. la sensibilit del compensatore.
Tutti e tre questi elementi sono determinanti ai fini della
precisione di una battuta di livellazione. Dall'ingrandimento
del cannocchiale dipende la grandezza apparente
dell'immagine della graduazione della stadia, e quindi la
possibilit di misurare frazioni pi piccole degli intervalli.
Tuttavia, l'ingrandimento da solo non sufficiente per fare
delle letture precise se non congiunto dal diametro
dell'obiettivo. Nei pi modesti livelli da cantiere si hanno da
15 a 20 ingrandimenti con diametri dell'obiettivo di circa 20
mm; nei livelli di alta precisione invece si hanno da 40 a 60
ingrandimenti con diametri di obiettivo di 50 mm e oltre.

Le letture sulle stadie vengono effettuate con un sistema micrometrico; la precisione pu


raggiungere 0,1 mm. Il micrometro pi diffuso consiste in una lamina piano parallela posta davanti
all'obiettivo e girevole intorno ad un asse orizzontale, normale all'asse di collimazione. La
rotazione della lamina sposta, in un piano verticale, l'asse di collimazione di una quantit
praticamente proporzionale alla rotazione della lamina stessa; la lamina viene fatta ruotare fino a
collimare una divisione della stadia; in una scaletta visibile nel campo dell'oculare, si leggono le
frazioni di intervallo; l'unit dell'intervallo del micrometro vale di solito 0,1 mm.
4.1.7

I LIVELLI DIGITALI

Come in quasi tutti gli strumenti di misura, l'evoluzione tecnologica negli ultimi 10 anni si
tradotta nell'inserimento di componenti elettroniche decisamente meno onerose e allo stesso
tempo pi vantaggiose in termini di velocit di esecuzione delle misure. Si quindi passati
dallautolivello al cosiddetto livello digitale.
Sostanzialmente le modifiche sono avvenute sulla parte di lettura alla stadia e nella possibilit di
poter memorizzare le letture alla stadia su memorie rigide.
Nei livelli digitali, la stadia viene codificata con un codice a barre non interpretabile dall'operatore.

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

47

GLI STRUMENTI TOPOGRAFICI

4.2

I GONIOMETRI

4.2.1

LA DEFINIZIONE DI ANGOLO AZIMUTALE E DI ANGOLO ZENITALE

Consideriamo tre punti sul terreno A, B e C dove V la verticale passante per A; B il piano
definito dalla verticale V e dalla congiungente AB; C il piano definito dalla verticale V e dalla
congiungente AC; chiamiamo angolo azimutale l'angolo diedro definito dai due piani B e C e
che ha per spigolo la verticale V.
I cerchi azimutali hanno generalmente una graduazione centesimale o graduazione
sessagesimale che si sviluppa in senso orario.
La misura di un angolo AOB data dalla formula = L B -L A dove LB ed LA sono letture delle
direzioni OA e OB. Nel caso che le direzioni lette siano a cavallo dello zero si avr
= LB - (L A - 2) . Ad esempio = 5 - 355 - ( 2 200 ) = 5 - [355 - 400 ] = 5 - [-5] = 5+ 5 =10 .

Dato invece un punto A e un punto B, l'angolo zenitale l'angolo formato dalla verticale per il
punto A e la congiungente dei punti A e B. Genericamente uno strumento goniometrico atto a
misurare angoli azimutali e zenitali prende il nome di teodolite; tale nome, un tempo, era
riservato solo ai goniometri fini (cio con una lettura angolare al secondo), mentre per i
goniometri meno fini (cio con una lettura angolare a 30) si usava il nome di tacheometro.
4.2.2

GLI ASSI DEL GONIOMETRO

Per poter dare al cannocchiale delle rotazioni azimutali e zenitali, nei tre tipi di strumenti
topografici che prendiamo in considerazione (livelli, goniometri e distanziometri), esso sar
montato su un asse rotante m, sostenuto da un supporto U che a sua volta sorretto da un
basamento B; il supporto U pu ruotare intorno ad un asse r.

48

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

GLI STRUMENTI TOPOGRAFICI

L'asse di rotazione r detto asse primario, mentre l'asse m detto asse secondario. L'asse m e
l'asse r dovranno essere complanari ed ortogonali e il cannocchiale dovr essere montato nello
strumento in modo che l'asse di collimazione passi per il punto C, il quale d lintersezione dei due
assi m ed r, e viene detto centro dello strumento. Gli assi principali di un goniometro quindi
sono tre:
1. a1, cio lasse generale (intorno a cui ruota l'alidada);
2. a2, cio lasse di rotazione del cannocchiale;
3. a3, cio lasse di collimazione (che come gi detto definito come congiungente del centro
del reticolo con il centro ottico della lente obiettiva).
Ricapitolando, gli assi principali devono soddisfare le seguenti condizioni al momento della lettura:
1. l'asse generale a1 deve essere verticale;
2. l'asse di rotazione del cannocchiale a2 deve essere orizzontale;
3. l'asse di collimazione a3 deve essere normale all'asse di rotazione a2 del cannocchiale.
I tre assi a1, a2, e a3 si devono incontrare in un punto C detto centro dello strumento. Se ci non si
verifica, si hanno diversi errori nella misura sia degli angoli azimutali che degli angoli zenitali. In
particolare se l'asse di collimazione a3 non interseca l'asse generale a1 s ha la cosiddetta
eccentricit dell'asse di collimazione.
Per quanto riguarda l'eccentricit dell'asse di collimazione e leccentricit dell'alidada, si vedr pi
avanti che, con opportuni procedimenti operativi (come ad esempio le letture coniugate e le
letture agli indici opposti) si riesce ad eliminare la loro influenza nella misura degli angoli.
4.2.3

LE PARTI FONDAMENTALI DEL GONIOMETRO

Le parti fondamentali di un goniometro sono:


1. la base, solidale al terreno attraverso un treppiedi o un apposito pilastrino.
2. il
cerchio
orizzontale
(o azimutale), che porta incisa
una graduazione per la lettura
degli angoli orizzontali;
3. lalidada,
girevole
intorno
all'asse generale passante per
il centro del cerchio orizzontale
(lalidada serve di appoggio al
cannocchiale);
4. il cannocchiale imperniato
sullalidada;
5. il cerchio verticale (o zenitale), fissato sull'asse di rotazione del cannocchiale;
6. due livelle, di cui una di tipo torica fissata sullalidada, mentre l'altra di tipo sferica fissata alla
base;
7. il compensatore collegato all'indice del cerchio verticale.
4.2.4

IL FUNZIONAMENTO DEL GONIOMETRO

Le misure degli angoli vengono effettuate mediante la lettura sui cerchi graduati dopo aver posto in
stazione lo strumento, ossia dopo aver reso verticale l'asse generale a1. Ci si ottiene con l'ausilio
delle viti di base e della livella principale.
In tale condizione, il cerchio per la lettura degli angoli azimutali, il quale normale all'asse a1,
risulta orizzontale, mentre il cerchio per la misura degli angoli zenitali, il quale normale all'asse a2,
risulta verticale.
Il cerchio orizzontale resta solidale alla base durante la misura di un angolo, mentre l'indice di
lettura fissato sul alidada che ruota; il cerchio verticale invece di solito fissato sull'asse a2 e
ruota insieme al cannocchiale quando l'asse di collimazione si muove.
17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

49

GLI STRUMENTI TOPOGRAFICI

Ne deriva che, stazionando su O e dirigendo l'asse di collimazione prima verso il punto A e poi
verso il punto C, ed eseguendo sul cerchio orizzontale le rispettive letture lA ed lB, la differenza lB
lA uguale all'angolo azimutale AOC. Per misurare un
angolo zenitale invece si parte dallo zenit, si ruota l'asse di
collimazione a3 intorno all'asse a2 nel piano verticale
contenente il punto A fino ad incontrare il punto A stesso,
e si esegue sul cerchio verticale la lettura lA corrispondenza
alla distanza zenitale ZOA. A titolo orientativo, si pu dire
che i teodoliti hanno una precisione strumentale variabile
da 0,1 a 5 (generalmente 1). La precisione conseguibile
nelle misure inferiore rispetto alla precisione
strumentale, poich entrano in gioco cause di errore
estranee allo strumento, quali possono essere la rifrazione atmosferica, le condizioni di visibilit
dei segnali, ecc.
4.2.5

IL CANNOCCHIALE

Abbiamo gi parlato del cannocchiale collimatore a proposito dei livelli; ricordiamo che gli
elementi fondamentali che costituiscono un cannocchiale collimatore sono:
1. l'obiettivo;
2. l'oculare;
3. il reticolo;
4. la lenta anallattica.
4.2.6

I MEZZI E I SISTEMI DI LETTURA AI CERCHI

Bisogna poter disporre di appropriati mezzi di lettura per valutare con notevole precisione le
frazioni di intervallo.
I cerchi sono quasi sempre costruiti in vetro ottico: la graduazione (che finissima) viene
direttamente incisa con una macchina a dividere o riportata con procedimento fotografico. Si
tratta comunque di unoperazione delicatissima, perch nellincisione si deve raggiungere sempre
una precisione molto elevata, anche se il cerchio destinato ad uno strumento di precisione
modesta.
Nei teodoliti tradizionali, per eliminare l'errore di eccentricit dell'alidada, si devono eseguire le
cosiddette letture agli indici opposti, cio si deve leggere il cerchio in due posizioni
diametralmente opposte.
Nel teodolite si ottiene una media delle letture agli indici opposti con una sola lettura: ci
possibile perch tramite opportuni veicoli ottici, le due immagini diametralmente opposte del
cerchio vengono riportate entrambe nel campo del microscopio di lettura. Questo dispositivo, che
prende il nome di microscopio a coincidenza di immagini, elimina quindi l'effetto dell'errore
di eccentricit dell'alidada.
L'operatore quindi, dopo aver collimato il punto, deve spostarsi sulla finestra di lettura dove
compare la doppia gradazione (cio dove compaiono le due immagini diametralmente opposte del
cerchio di lettura) e una scala graduata con il relativo indice di lettura. Agendo su un'apposita vite,
muove una delle due immagini rispetto all'altra fino a far coincidere le due gradazioni.
I teodoliti si distinguono dai tacheometri perch, mentre nei teodoliti esistono due indici di lettura
(esiste cio la possibilit di eseguire la lettura simultanea alle parti opposte del cerchio). nei
tacheometri si pu fare una sola lettura che risulta quindi affetta dall'errore di eccentricit.

50

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

GLI STRUMENTI TOPOGRAFICI

4.2.7

I SEGNALI DI COLLIMAZIONE

Per collimare dei punti molto distanti, pu essere vantaggiosamente impiegato un elioscopio, cio
un dispositivo a specchi che permette di dirigere, stando sul punto da collimare, un fascio di raggi
solari verso l'osservatore, a cui il punto appare come una stella.
Molto spesso i punti da collimare devono a loro volta essere utilizzati come punti di stazione del
goniometro per collimare ad altri punti: occorre quindi che siano materializzati con dei centrini
adeguatamente cementati nel terreno o sulla testa di un pilastrino.
Per effettuare la collimazione, si dirige dapprima il cannocchiale sul punto mediante un mirino
ottico esterno. Con le viti di bloccaggio si fissano l'alidada alla base ed il cannocchiale all'alidada.
Dopo tale operazione il punto risulta collimato in modo grossolano, cio appare nel campo
dell'oculare, ma non nel centro delle reticolo. Per il puntamento fine si usano allora le viti di piccoli
movimenti, azimutale e zenitale.
4.2.8

LA MESSA IN STAZIONE DEL GONIOMETRO

La messa in stazione del goniometro


consiste nel rendere verticale l'asse
generale, facendolo passare al tempo
stesso per il punto di stazione che
sar materializzato da un centrino.
Analogamente ai segnali da collimare,
anche i punti di stazione devono essere
definiti con una precisione adeguata a
quella della misura. Il modo pi preciso
per realizzare il punto di stazione (che
pu anche diventare un punto da
collimare) consiste nel costruire un
pilastrino di cemento armato con una
piastra a centramento forzato; sotto la base del teodolite, esattamente centrato sull'asse generale,
deve essere montato un piccolo accessorio a forma sferica, che si centra nell'apposita sede
ricavata nella piastra. L'errore di centramento inferiore a 1/10 di millimetro, ma bene
osservare che una tale precisione ha importanza solo per i lati corti. Se il goniometro montato
su un treppiede, allora sorge il problema di centrare l'asse generale sul punto di stazione
materializzato sul terreno. A questo scopo il dispositivo usato il piombino ottico: esso
consiste in un cannocchialetto con asse di collimazione spezzato in modo che l'asse stesso possa
trovarsi sul prolungamento dell'asse generale del goniometro, e quindi si possa collimare al centro
sul terreno.
4.2.9

LE VERIFICHE E LE RETTIFICHE DI UN GONIOMETRO

Con il termine verifiche e rettifiche di un goniometro si intendono quelle operazioni che ci


permettono di verificare se gli assi principali del goniometro soddisfano le tre condizioni di
rettifica e, qualora ci non avvenga, ci permettono di rendere soddisfatte tali condizioni.
Ricapitolando, le tre condizioni da verificare ed eventualmente rettificare sono:
1. l'asse generale a1 verticale;
2. l'asse di rotazione a2 orizzontale;
3. l'asse di collimazione a3 perpendicolare all'asse di rotazione a2.

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

51

GLI STRUMENTI TOPOGRAFICI

4.2.9.1

L'ASSE GENERALE VERTICALE

Si dispone la livella torica parallela a due viti di base e, con una rotazione simultanea inversa delle
viti, si centra la bolla. Si ruota poi l'alidada di 180 in modo che la livella torica sia ancora parallela
alle stesse due viti di base; l'eventuale spostamento della bolla deve essere corretto met con le
viti di base e met con le viti di rettifica della livella. Si ruota infine l'alidada di 90 e l'eventuale
spostamento della bolla deve essere corretto tutto con la terza vite di base.
Con questa operazione, oltre a rendere verticale l'asse principale, si rettificata la livella torica.
Questi due risultati, cio la verticalizzazione dell'asse principale e la rettifica della livella torica,
riescono tanto pi precise quanto pi la posizione di partenza dell'asse prossima alla verticale.
4.2.9.2

L'ASSE DI COLLIMAZIONE

vantaggioso lavorare prima sullasse di collimazione che sullasse orizzontale. Non sapendo quindi
se l'asse di rotazione orizzontale, si pone orizzontale l'asse di collimazione collimando ad un
punto sull'orizzonte (tale orizzontalit non deve essere rigorosa e basta una valutazione ad
occhio). Geometricamente sia C il cerchio orizzontale, cc la proiezione dell'asse di collimazione
(diretto verso un certo punto P) ed RR la proiezione dell'asse di rotazione. Questi due assi
dovrebbero essere ortogonali.
Si supponga invece che formino un angolo di 90 + . Se ora si capovolge il cannocchiale, per
riportare la linea di collimazione nella direzione del punto P si dovr ruotare l'alidada di 180 + 2.
Allora in definitiva per la verifica si procede in questo modo: si collima al punto e si fa la lettura l1
al cerchio; si capovolge il cannocchiale, si ricollima al punto P e si fa una seconda lettura l2 al
cerchio; se l1 l2 = 180, allora gli assi sono ortogonali, se invece l1 l2 = 180 + 2, allora esiste
un errore di perpendicolarit pari a + .
Allora per la rettifica si opera in questo modo: si ruota l'alidada di imponendo la lettura l2 ; il
punto non sar pi collimato, anche se cadr nel campo del cannocchiale; quindi lo si ricollima
spostando il centro del reticolo con le viti di rettifica. In tal modo si avr il punto collimato e l'asse
di collimazione perpendicolare all'asse di rotazione.
4.2.9.3

L'ASSE DI ROTAZIONE ORIZZONTALE

Per questa verifica e rettifica si possono usare vari metodi; il pi intuitivo basato sul fatto che,
una volta accertato che esiste la perpendicolarit tra asse di rotazione e asse di collimazione,
quest'ultimo (cio lasse di collimazione) descriver un piano verticale quando l'asse di rotazione
sia orizzontale, altrimenti descriver un piano inclinato.
Allora per la verifica si pu agire cos: si collima prima un punto alto P e, abbassando poi il
cannocchiale fino all'orizzonte, si collima ad una stadia orizzontale facendo una lettura l(1); si
capovolge poi il cannocchiale, si ricollima a P e si abbassa di nuovo la linea di mira fino a fare sulla
stadia una lettura l(2); se l = l allora l'asse di rotazione orizzontale, altrimenti esiste un errore di
orizzontalit.
l' +l''
; il punto P non sar collimato e
Per la rettifica si ruota l'alidada fino a raggiungere sulla stadia
2
lo si porta quindi in collimazione alzando o abbassando uno degli appoggi del cannocchiale.
Si osservi che tutte queste verifiche e rettifiche vanno normalmente seguite in laboratorio secondo
l'ordine detto e all'inizio di ogni campagna di misure. In campagna invece ci si limita normalmente a
mettere in stazione lo strumento che significa, come gi detto, rendere verticale l'asse generale
facendolo contemporaneamente passare per il punto di stazione.

52

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

GLI STRUMENTI TOPOGRAFICI

4.2.10

GLI ERRORI RESIDUI

Nonostante la cura che si pone nelle rettifiche, le condizioni di verticalit dell'asse generale,
l'orizzontalit dell'asse di rotazione e la perpendicolarit tra asse di collimazione e asse di
rotazione, saranno sempre soddisfatte a meno degli errori che si commettono nelle rettifiche
stesse. Esisteranno quindi sempre degli errori, chiamati errori residui, che influiscono sulla
misura degli angoli e sono:
1. l'errore residuo di verticalit dell'asse generale v;
2. l'errore residuo di inclinazione dell'asse di rotazione i;
3. l'errore residuo di collimazione c.
Questi errori coesistono tutti e tre contemporaneamente. Supponendo per di aver posto
particolari cure alle rettifiche, si devono pensare come errori piccoli. Allora se indichiamo con L il
valore vero dell'angolo (ci riferiamo sempre ad angoli azimutali) e con L quello affetto da errori, si
pu dire che L L = f (v, i, c); risulta allora che l'errore sull'angolo una funzione lineare dei tre
errori e quindi possiamo studiare gli errori separatamente. Questo principio si chiama principio
di indipendenza dei piccoli errori. Ora bisogna vedere l'influenza di ogni errore sulla misura di
un angolo e se tale influenza pu essere eliminata.
4.2.11

GLI ERRORI STRUMENTALI

Sono errori di costruzione e i principali errori di questo tipo sono:


1. l'eccentricit del alidada;
2. l'eccentricit dell'asse di collimazione (o del cannocchiale).
Esiste anche un errore dovuto alla non ortogonalit dell'asse generale con il piano del cerchio
orizzontale, ma la sua influenza generalmente trascurabile.
Gli errori strumentali (dovuti alle srettifiche di costruzione) si possono eliminare seguendo la
metodologia di Bessel che cos schematizzabile:
1. si collima il punto in esame (supponiamo che durante questa operazione il cerchio verticale
dello strumento sia sulla destra dell'operatore);
2. si esegue la lettura simultanea alle parti opposte del cerchio e si ottiene un valore LD;
3. si ruota quindi l'alidada e si ricollima il punto (il cerchio verticale sar ora sulla sinistra
dell'operatore);
4. si riesegue la lettura simultanea alle parti opposte del cerchio e si ottiene un valore LS.
Se si assume come valore della misura la media di LD ed LS, allora si elimina l'influenza che sulla
lettura hanno tutte le srettifiche dello strumento. Tali srettifiche infatti causano, nelle due diverse
condizioni di cerchio verticale a sinistra e cerchio verticale a destra, degli errori di segno opposto
che sommati si eliminano.
4.2.11.1

L'ECCENTRICIT DELL'ALIDADA

Perch l'alidada abbia la possibilit di ruotare, indispensabile che ci sia un certo gioco che
determina la non coincidenza tra il centro del cerchio graduato e la traccia dell'asse verticale sul
piano del cerchio. Quando in un teodolite, o in un altro goniometro, l'asse generale intorno a cui
ruota l'alidada non passa esattamente per il centro C del cerchio graduato, ma per un punto C
leggermente spostato da C, si ha la cosiddetta eccentricit dell'alidada, la quale influisce nella
misura degli angoli azimutali. Quindi l'asse generale a1 deve essere normale al cerchio orizzontale e
deve passare per il centro del cerchio orizzontale, altrimenti si ha questo tipo di errore.

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

53

GLI STRUMENTI TOPOGRAFICI

Vediamo come l'eccentricit dell'alidada influenza le


misure. Supponiamo di collimare il punto B avendo L0.
Collimando ora il punto D e leggendo L1,
determineremo (per differenza) un angolo a = L1 L0
che differisce dal valore effettivo dell'angolo di = e / r,
dove e leccentricit, e cio il lato opposto allangolo
, mentre r il raggio del cerchio graduato. Se il raggio
del cerchio graduato di 6 cm (60.000 m) e
l'eccentricit di 6 m, allora avremo:
6
1
1
=
radianti =
200'000 = 20'' . necessario a questo punto operare una
=
60'000 10'000
10'000
distinzione tra i diversi tipi di teodolite in base alla precisione. Si definiscono quindi:
1. i teodoliti, cio gli strumenti che consentono di eseguire misure con e.q.m. di 1";
2. i tacheometri, cio gli strumenti che consentono di eseguire misure con e.q.m. di 20".
In base a questa distinzione, poich nei tacheometri l'errore
dovuto all'eccentricit dello stesso ordine di grandezza della
precisione che si vuol conseguire nella misura, in tale tipo di
strumenti l'errore di eccentricit potr essere trascurato. Ci
non sar invece possibile nei teodoliti. Nella parte ottica dei
teodoliti, infatti, si riesce ad ottenere una precisione anche di
0,5" e un errore quindi di 20" non assolutamente tollerabile.
Tuttavia l'influenza dell'errore dovuto all'eccentricit
dell'alidada si e fra elimina completamente soltanto con il
procedimento di lettura simultanea alle parti opposte del
cerchio. Come si vede infatti in figura, siano L1 ed L2 i valori
letti alle parti opposte del cerchio quando si collima il punto A.
Tali valori saranno l'uno maggiore, l'altro minore rispetto ai
valori che si avrebbero in condizioni ideali di centramento (cio L e L + ): assumendo pertanto la
media dei valori L1 ed L2, si elimina l'influenza del decentramento.
Come gi detto, i teodoliti si distinguono quindi dai tacheometri perch, mentre nei teodoliti
esistono due indici di lettura (esiste cio la possibilit di eseguire la lettura simultanea alle parti
opposte del cerchio), nei tacheometri si pu fare una sola lettura che risulta quindi affetta
dall'errore di eccentricit.
4.2.11.2

L'ECCENTRICIT DELL'ASSE DI COLLIMAZIONE

Se si collima a un punto P, si dovrebbe leggere un angolo ; se invece lo strumento non corretto,


si legger un angolo = + . Se ora si capovolge il cannocchiale e si ricollima a P dovremmo
' + '' -180
leggeremo un angolo = +180. Poich risulta che =
, si conclude che
2
l'influenza delleccentricit dell'asse di collimazione sulla misura di un angolo orizzontale si elimina
eseguendo le letture coniugate.
Ricapitolando, gli errori residui v, i, c e gli errori strumentali influiscono sulla misura di un angolo
orizzontale; tale influenza pu essere eliminata con:
1. la lettura agli indici opposti (eccentricit dell'alidada);
2. le letture coniugate (i, c, eccentricit dell'asse di collimazione).
Resta soltanto v (lerrore di verticalit); nelle operazioni di maggior importanza il suo apporto
piuttosto piccolo, date le grandi distanze in gioco.

54

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

GLI STRUMENTI TOPOGRAFICI

4.2.12

GLI ERRORI DI GRADUAZIONE

Tra gli errori strumentali possono essere compresi anche gli errori di graduazione, dovuti a
imperfette incisione dei cerchi graduati.
Come gi in precedenza osservato, l'incisione dei cerchi richiede una precisione molto elevata che
non facile da ottenere, e quindi ci saranno sempre degli errori di graduazione, nel in senso che le
suddivisioni del cerchio non risulteranno tutte equidistanti.
Vedremo in seguito che gli strumenti digitali eseguono automaticamente le letture, esplorando il
cerchio orizzontale in tutte le sue parti.
4.2.13

I TEODOLITI ELETTRONICI

Dai teodoliti ottico meccanici si passati agli attuali teodoliti elettronici. Questi strumenti
danno la misura degli angoli orizzontali e verticali su un display, senza bisogno di microscopi di
lettura. Le misure effettuate possono essere registrate e successivamente, attraverso l'uso di un
software di scarico dati di solito fornito con lo strumento, possono essere memorizzate su un
disco rigido di un computer.
Prima di effettuare le misure di angoli sia orizzontali che verticali, i cerchi devono essere
inizializzati, che significa azzerare su una direzione prestabilita i cerchi di lettura.
Essenzialmente le innovazioni realizzate mediante opportune componenti elettroniche riguardano:
1. la misura degli angoli di direzione;
2. La messa in stazione;
3. la registrazione di risultati delle misure;
4. l'inserimento di un microprocessore in modo da poter eseguire elaborazioni delle misure
anche durante il rilievo.
Il cannocchiale non ha subito sostanziali modifiche; la struttura di questi strumenti del tutto
simile a quella dei teodoliti tradizionali, costituita dal cannocchiale, dallalidada, dalla base e dalle
viti calanti.
4.2.13.1

LA MISURA ELETTRONICA DELLE DIREZIONI

La misura pu essere statica o dinamica: nel primo caso il cerchio fisso al basamento, invece
nel secondo caso il cerchio viene fatto ruotare mediante un motore elettrico.
In tutti e due i casi, la misura avviene per passi successivi:
1. mediante una lettura al cerchio si ottiene una misura grossolana dell'angolo, approssimata al
valore di gradazione al cerchio;
2. successivo affinamento della misura attraverso metodi di interpolazione.
Ricordiamo che nei teodoliti classici la metodologia di lettura e la stessa. La precisione di questi
strumenti va da qualche milligon a meno di 0,1 milligon.
4.2.13.1.1

LA MISURA ASSOLUTA

Il dispositivo di lettura deve interpretare un cerchio codificato; ad ogni traccia (cio ad ogni
intervallo di gradazione) associato un codice binario.
Esistono dispositivi di lettura di tipo meccanico di tipo ottico elettronico: nel dispositivo ottico
elettronico, il cerchio viene esplorato mediante un diodo luminescente e da un fotodiodo; essi
hanno un segnale ben preciso per ogni posizione del cerchio.

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

55

GLI STRUMENTI TOPOGRAFICI

4.2.13.2

LA MESSA IN STAZIONE

Ricordiamo che la messa in stazione consiste nel rendere verticale l'asse generale dello strumento,
provvedendo a farlo passare per il punto materializzato a terra.
Questa operazione si effettua con le stesse modalit dei teodoliti classici. La novit la presenza di
un sistema biassiale costituito da due livelle toriche ortogonali, che permette di determinare le
componenti dell'errore di verticalit. In questi strumenti quindi si pu eliminare l'influenza
dell'errore di verticalit v.
4.2.13.3

LA MODALIT OPERATIVA PER LEFFETTUAZIONE DELLA MISURA

I teodoliti elettronici, come quelli tradizionali, prima di una campagna di misura, devono essere
rettificati. Gli errori residui di rettifica vanno eliminati con le stesse procedure operative gi vista
per gli strumenti classici (cio con il metodo delle letture coniugate).
4.3

I DISTANZIOMETRI

Gli strumenti dedicati alla misura delle distanze prendono il nome di distanziometri e
generalmente si suddividono in due categorie:
1. i distanziometri ad onde;
2. i distanziometri a impulsi.
4.3.1

I DISTANZIOMETRI AD ONDE

Nei distanziometri ad onde, la misura della


distanza si effettua usando un distanziometro
accoppiato ad un prisma retroriflettente. La
distanza misurata tra il centro dello
strumento e il centro del prisma, e quindi in
generale risulta inclinata; lo strumento esegue
una misura di fase tra il segnale in uscita e il
segnale in arrivo. Oggigiorno comunque
esistono anche distanziometri che non hanno
bisogno del prisma, in questo caso l'onda viene riflessa dall'oggetto colpito, e la misura della
distanza non altro che una misura di tempo (differenza tra istante in arrivo e istante d'uscita
dell'onda stessa).
4.3.1.1

IL PRINCIPIO DI FUNZIONAMENTO

La distanza si calcola con la

formula D = n +L , dove n sar


2

il numero intero di lunghezze


d'onda contenute nella distanza
da misurare, mentre L sar la
frazione di lunghezza d'onda
rimanente. Quindi la misura della
distanza nota se si misurano n
ed L.

56

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

GLI STRUMENTI TOPOGRAFICI

4.3.1.2

LA MISURA DI L

La misura di L si traduce come misura del tempo, e dipende dalla lunghezza d'onda usata; i
distanziometri con misuratori di tempo sono molto costosi, essendo piccolissimi gli intervalli di
tempo intercorso (gli strumenti misuratori di tempo sono ad esempio i distanziometri senza
prisma riflettente).
4.3.1.3

LA STIMA DI N

opportuno puntualizzare che la misura del tempo impiegato dalla onde in andata e ritorno,
permette solo di valutare quella porzione di L di distanza che eccede il numero intero; invece il
numero intero n lo si pu valutare con modalit diverse. La precisione della misura dipende dalla
precisione con cui si misura l'eccedenza L e dalla precisione con cui si realizza la lunghezza d'onda
.
4.3.1.4

I RIFLETTORI

I prismi retroriflettenti sono costituiti da pi prismi trirettangoli; il percorso della luce


all'interno del prisma, fa s che la distanza misurata sia generalmente maggiore di quella effettiva.
Possiamo dire che globalmente la precisione di un distanziometro caratterizzata da una struttura
lineare, cio D = a + b D, dove possiamo dire che la prima costante a tiene conto della capacit
del discriminatore di fase, mentre la seconda parte b D dipendente dalla distanza, dovuta
all'incertezza della lunghezza d'onda.
4.3.2

I DISTANZIOMETRI A IMPULSI

Se vero che i distanziometri ad


onde sono probabilmente gli
strumenti pi diffusi, anche vero
che tali strumenti necessitano di
un prisma o pi in generale di una
mira.
Esistono
particolari
applicazioni che per non consentono la collocazione di prismi nell'area da rilevare. Per tali
applicazioni si possono utilizzare distanziometri detti distanziometri ad impulsi. Il principio di
funzionamento di tali strumenti consiste nella misura del tempo che impiega un impulso a
percorrere il percorso di andata e di ritorno che si vuole misurare. La precisione del metodo
quindi dipendente dalla capacit, da parte dello strumento, di rilevare in modo efficace il tempo di
ritorno. La distanza (nell'ipotesi che non vi siano effetti di ritardo dovuti a effetti atmosferici) si
vt
ricava semplicemente dalla relazione D =
, dove con v si intende la velocit di propagazione
2
dell'impulso, e con t il tempo di andata e ritorno. Per ottenere distanze con precisione del
millimetro, necessario misurare il tempo con una precisione di 1012 secondi. Gli impulsi utilizzati
vengono emessi da un diodo laser, e il tempo impiegato dall'impulso ottenuto dal numero di
periodi interi trascorsi e dei tempi residui compresi tra lo start, lo stop e la prima oscillazione di
riferimento immediatamente successiva, arrivando cos ad avere Tm = NT + ta tb, dove ta e tb
prendono il nome di tempi residui.

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

57

IL GPS

IL GPS

Il sistema GPS in grado di fornire il posizionamento tridimensionale in tempo reali di oggetti


anche in rapido movimento, ed basato sulla ricezione a terra di segnali radio emessi da satelliti
artificiali posti su orbite quasi circolari con raggio di circa 26'500 km (i satelliti sono inoltre a circa
10'200 km di altezza rispetto alla superficie terrestre). I satelliti GPS non sono geostazionari e la
loro posizione, rispetto ad un punto solidale sulla terra, cambia nel tempo.
La trasmissione dei segnali da parte dei satelliti in sola andata, con una strategia di modulazione
di codici binari simile a quella adottata nelle trasmissioni dati nei programmi radiotelevisivi
(televideo e canali digitali), pertanto il numero dei ricevitori GPS, e quindi degli utilizzatori, pu
essere teoricamente illimitato.
Il GPS ha portato ad una vera e propria rivoluzione anche nel campo del rilievo geodetico e
topografico ed ha trovato impiego anche in Italia, prima allinterno di enti di ricerca, poi
gradualmente presso i professionisti.
Le principali applicazioni GPS in topografia riguardano il rilievo di reti geodetiche aventi finalit
molto diversi, come ad esempio linquadramento cartografico, il controllo delle deformazioni,
lappoggio fotogrammetrico ecc; ora, grazie alle modalit di osservazione cinematiche in tempo
reale RTK (Real Time Kinematic), il GPS si presta anche per le operazioni di tracciamento (ad
esempio di opere viarie) con precisioni che possono arrivare a pochi centimetri.
5.1

GLI ELEMENTI DEL SISTEMA GPS

Il sistema GPS viene comunemente suddiviso in tre segmenti: spaziale, di controllo e di


utilizzo.

58

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

IL GPS

5.1.1

IL SEGMENTO SPAZIALE

Il segmento spaziale costituito dalla costellazione satellitare che, nella sua configurazione
finale, presenta 24 satelliti posti su sei piani orbitali. Essi sono distanti dalla superficie terrestre
circa 20'200 km e il loro periodo di rivoluzione di 11 ore e 58 minuti.
Ogni satellite trasmette segnali di navigazione modulati in fasi su due portanti chiamate L1 e L2,
entrambe multiple della frequenza fondamentale f0 = 10,23 MHz degli oscillatori atomici di
bordo. I satelliti GPS sono divisi in cinque gruppi chiamati rispettivamente Blocco I, Blocco II,
Blocco IIAAdvanced, Blocco IIRReplacement, Blocco IIFFollow on.
5.1.2

IL SEGMENTO DI CONTROLLO

Il segmento di controllo attualmente costituito da cinque stazioni: Hawaii, Colorado Springs,


Ascension, Diego Garcia e Kwajalen e sono disposte in una fascia equatoriale.
Le stazioni di controllo effettuano un monitoraggio continuo della costellazione GPS. I dati raccolti
nella settimana dalle stazioni di controllo vengono elaborati in modo da effettuare una prima stima
delle cosiddette effemeridi di riferimento aventi una scarsa precisione (dellordine dei 100 m);
poi, attraverso una procedura basata sulle osservazioni delle ultime 12 24 h, si determinano delle
correzioni da applicare agli elementi orbitali e agli orologi. Vengono in questo modo ottenute le
effemeridi predette (o Broadcast).
5.1.3

IL SEGMENTO DI UTILIZZO

Tale segmento costituito da tutti gli utenti che, equipaggiati di un ricevitore GPS, possono
acquisire i segnali provenienti dai satelliti.
Il posizionamento ottenuto con misure GPS riconducibile alla posizione del centro di fase
dellantenna del ricevitore che deve essere considerato, in termini topografici, lequivalente del
centro strumentale (la posizione del centro di fase inoltre varia in base alla frequenza delle
portanti L1 e L2).
Dovr essere fatta quindi molta attenzione nelle procedure di rilevamento GPS per fini topografici,
perci dovr essere fatta molta attenzione nella misurazione dellaltezza strumentale (cio laltezza
tra il riferimento altimetrico dellantenna e il centrino materializzato al suolo).
5.2

I SISTEMI DI RIFERIMENTO

Come detto in precedenza, il sistema GPS in grado di fornire la posizione del centro di fase
dellantenna ricevente e tale posizione riferita rispetto ad una terna cartesiana geocentrica.
Vediamo quindi quali sono i sistemi di riferimento da considerare nelle applicazioni GPS.
Innanzitutto si deve distinguere tra sistemi di riferimento spaziali solidali, cio con le
cosiddette stelle fisse, e i sistemi terrestri solidali, cio a punti appartenenti alla superficie
della terra. Si deve inoltre tenere conto delloscillazione dellasse di rotazione terrestre,
indotta principalmente dalla forza gravitazionale generata dal sole e dalla luna.
Loscillazione dellasse di rotazione rispetto al sistema terrestre si definisce come il moto del
polo. Il moto del polo pu essere sommariamente descritto attraverso due componenti: la prima
(di Chandler) avente un periodo di 430 giorni e caratterizzata da una escursione di circa di 12 m,
la seconda avente una oscillazione giornaliera con delle variazioni dellordine del metro.
Fissando la posizione media delloscillazione dellasse polare Z in una origine convenzionale O e
lasse X in direzione del meridiano di Greenwich, si viene a definire un sistema di riferimento di
tipo terrestre denominato TRF (Terrestial Reference Frame).

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

59

IL GPS

Uno di questi sistemi il WGS84 (World


Geodetic System 1984) e si tratta di un
sistema di riferimento geocentrico. La
precisione massima raggiungibile nella
posizione assoluta di un punto, utilizzando
tale sistema di riferimento, dellordine di
1 2 m. Le effemeridi dei satelliti GPS sono
riferite al WGS84. Loperatore per pu
decidere di visualizzare i dati di navigazione in
altri sistemi, nazionali o locali, utilizzando
parametri speditivi di trasformazione. La
necessit di utilizzo di differenti sistemi di
riferimento rispetto al WGS84 dettata dal
fatto che tale sistema non in grado di
garantire elevate precisioni. I sistemi ITRF
possono essere considerati coincidenti con il WGS84 solo in prima approssimazione e hanno in
realt caratteristiche proprie, che devono essere considerate qualora il rilievo sia caratterizzato da
unelevata precisione (nel seguito vengono pertanto descritti alcuni dei sistemi di riferimento pi
frequentemente utilizzati nelle operazioni di rilevamento GPS aventi finalit geodetiche).
Il sistema di riferimento ITRF non statico, ma viene rideterminato periodicamente. Per tale
motivo alla sigla ITRF seguono due o quattro cifre, in modo da identificare in modo univoco il
riferimento adottato (ad esempio ITRF97). Attualmente viene utilizzato lITRF2000.
LITRF caratterizzato da una precisione centimetrica nella determinazione della posizione delle
stazioni di riferimento e pertanto pu garantire lelevato grado di affidabilit necessario per le
osservazioni geodetiche di precisione. possibile riferire le misure GPS allITRF.
Tra il sistema WGS84 e ITRF esistono differenti parametri e una delle differenze pi significative
quella relativa alla costante gravitazionale, molto importante nella determinazione delle orbite
dei satelliti, cio du = uWGS uITRF = 0.582.108 [m3 / s2]. Al fine di ridurre tale differenza, che poteva
portare ad una notevole confusione tra le coordinate fornite dai diversi enti, la DMA ha
cambiato, nel 1994, il valore di u caratteristico del WGS84. In tale operazione di aggiornamento
del WGS84 sono state determinate con maggiore precisione anche le coordinate delle stazioni
fisse di riferimento. Questo aggiornamento ha portato ad un nuovo e pi preciso sistema di
riferimento globale denominato WGS84G730; inoltre possibile passare anche da ITRF a
WGS84.
La massima precisione raggiungibile per le coordinate assolute definite (o da definirsi) nel WGS84
G730 dellordine del decimetro.
Unulteriore breve considerazione deve essere fatta circa i riferimenti altimetrici. Come noto
per quota ortometrica si intende la distanza lungo la linea di forza del campo gravitazionale tra il
punto considerato e la superficie geoidica. Vista la modesta curvatura di tale congiungente in prima
approssimazione, si considera come quota ortometrica la congiungente tra il punto considerato e
il geoide, calcolata secondo la verticale passante per il punto. La componente altimetrica misurata
attraverso osservazioni GPS risulta vincolata
Superficie di riferimento per laltimetria.
non pi dalla superficie geoidica, ma a quella
puramente geometrica definita dallellissoide di
riferimento. Considerando H la quota
ortometrica e h laltezza ellissoidica, i due valori
saranno legati tra loro dalla relazione
h = H + N,
nella quale N rappresenta
londulazione geoidica (cio lo scostamento
tra geoide ed ellissoide di riferimento nel punto
considerato).
60

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

IL GPS

5.3

IL SEGNALE GPS

Ogni satellite trasmette un segnale abbastanza complesso costituito da diverse componenti, ma


generate tutte dalla stessa frequenza
fondamentale f0 = 10,23 MHz. Le diverse
componenti del segnale sono:
1. due portanti L1 e L2: sono due onde
con frequenza rispettivamente di 154 e
120 volte f0 e lunghezza donda
rispettivamente di 19 e 24 cm;
2. codici, C/A, P, W e Y: sono sequenze
binarie che si ripetono dopo un certo
intervallo di tempo;
3. messaggio D: attraverso questo
messaggio si informa lutente sullo stato di salute dei satelliti; in pratica qualche satellite, pur
essendo attivo, potrebbe non essere utilizzabile, ad esempio perch impegnato in correzione
dorbita o in una calibrazione degli strumenti, ecc; vengono inoltre spedite, sempre attraverso
questo messaggio con una trasmissione organizzata in pagine successive, anche le derive degli
orologi di boro, le effemeridi dei satelliti, ecc.
Nella tabella seguente sono riportati le componenti principali del segnale GPS:
Componenti
Frequenza MHz
Frequenza fondamentale
f0 = 10,23
Frequenza portante L1
154 f0 = 1575,42 ( = 19,0 cm)
Frequenza portante L2
120 f0 = 1227,60 ( = 24,4 cm)
Codice P
f0 = 10,23
Codice C/A
0,1 f0 = 1,023
Codice W
0,2 f0 = 0,5115
Messaggio di navigazione D(t)
f0 / 204'600 = 50 106
In pratica il segnale GPS risulta contenere pi
informazioni che vengono modulate sulle portanti
come indicato nella figura. Risulta che per poter
accedere ad esempio alla misura della fase della
portante (cio losservabile utilizzato per le
applicazioni che necessitano di precisione
centimetriche), dovranno essere demodulate dal
segnale ricevuto tutte le altre componenti.
5.4

LUTILIZZO DELLE OSSERVABILI GPS

Il segnale radio emesso dal satellite viene captato dallantenna GPS del ricevitore; il ricevitore poi
identifica il segnale trasmesso dai vari satelliti. Per le sue caratteristiche, un ricevitore GPS
geodetico in grado di effettuare due tipi diversi di misura su di una o su entrambe le portanti:
1. le misure di codice o pseudorange;
2. le misure di fase (delle portanti).
5.4.1

LE MISURE PSEUDORANGE (MISURE DI CODICE)

Allinterno del ricevitore possibile effettuare un confronto tra il segnale di codice ricevuto dal
satellite ed una replica dello stesso generata dal ricevitore. Qualora gli orologi posti a bordo del
satellite e quello contenuto allinterno del ricevitore fossero perfettamente sincronizzati, dalla
17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

61

IL GPS

misura del disallineamento dei codici si otterrebbe lintervallo di tempo impiegato dal segnale per
raggiungere il ricevitore. Il ricevitore misura in pratica lo sfasamento temporale tra il codice
ricevuto e quello generato e lo moltiplica per la velocit della luce, ottenendo in questo modo una
pseudodistanza satellitericevitore rij (approssimata a causa
della mancata sincronizzazione temporale ricevitoresatellite
e per effetto degli errori indotti dalla propagazione del
segnale in un mezzo diverso dal vuoto). possibile
esprimere lequazione di osservazione, denominata
come pseudorange, pi o meno nel seguente modo:
G G
2
2
2
ri j = R = X j X i + Y j Yi + Z j Z i + t i j

) (

) (

dove:
G G
1. R la distanza geometrica dal satellite al ricevitore;
2. Xj, Yj e Zj sono le coordinate geocentriche del satellite j allistante della misura;
3. Xi, Yi e Zi sono le coordinate geocentriche del centro di fase dellantenna ricevente;
4. ti j lerrore di sincronizzazione tra gli orologi.
Quindi considerando note le coordinate dei satelliti attraverso le effemeridi, le incognite da
risolvere restano quattro e cio Xi, Yi, Zi e ti j .
Teoricamente per poter risolvere il seguente sistema occorrono quattro equazioni di
osservazione, cio per poter effettuare il posizionamento in tempo reale occorre la
contemporanea visibilit di almeno quattro satelliti. Nel caso in cui siano visibili
contemporaneamente pi di quattro satelliti possibile migliorare la precisione effettuando una
compensazione ai minimi quadrati.
5.4.2

LE MISURE DI FASE (DELLE PORTANTI)

Losservazione di fase ottenuta misurando lo sfasamento tra il segnale della portante


proveniente dal satellite, demodulata dagli altri segnali sovrapposti, e la replica della stessa generata
dal ricevitore.
Considerando il satellite j e il ricevitore i, losservabile fase ij definita come la differenza tra la
fase del segnale del ricevitore i allistante t, e la fase del segnale del satellite j allistante di
partenza.
Allinterno del ricevitore si ottiene una misura frazionaria della differenza di fase, pi una parte
intera (o delle parti intere) relativa al numero di lunghezza donda; resta quindi incognito il numero
di lunghezze donda intere relativo al momento di inizio delle osservazioni chiamato ambiguit
iniziale di fase Nij (diverso per ogni portante di ogni satellite). La portante assoluta del punto
per non pu essere ottenuta direttamente a causa delle ambiguit iniziali di fase che sono
incognite e possono essere risolte, allo stato attuale di precisione dei codici, solo attraverso
lelaborazione di osservazioni simultanee da parte di pi ricevitori (come si vedr nel prossimo
1
j
j
j j
paragrafo). Praticamente losservabile di fase dato da j =
+ f t - f t + N dove:
i
i
i
i
i
j
i
1
j
1.
la distanza satellitericevitore diviso la frequenza;
i
j

i
2. f jt j lerrore dellorologio del satellite;
3. fi t i lerrore dellorologio del ricevitore;
4. N j lambiguit.
i

62

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

IL GPS

Comunque, nonostante la complicazione indotta dalle ambiguit iniziali, le misure di fase sono
molto pi accurate delle misure di pseudorange; inoltre sono losservabile GPS maggiormente
utilizzato nellambito della geodesia.
5.5

LE COMBINAZIONI DI OSSERVABILI

La metodologia maggiormente usata per lelaborazione delle osservazioni simultanee di pi


ricevitori, si basa sulla differenziazione delle omologhe osservazioni di fase, cio le differenze
singole, doppie e triple, e sulla combinazione lineare di portanti differenti L1 e L2 (che non
tratteremo), cio widelane, narrowlane e ionofree.
5.5.1

LE EQUAZIONI ALLE DIFFERENZE SINGOLE


Differenza singola.

Dati due ricevitori e un satellite, per un qualsiasi istante di osservazione, si ha la differenza di due
1
equazioni relative al ricevitore 1 e 2 e al satellite j, cio 1j (t ) = 1j (t ) + ft j ft1 + N 1j e

2j (t ) =

2j (t ) + ft j ft 2 + N 2j . Facendo la differenza tra le due equazioni si ottiene:

1
1
2j ( t ) - 1j ( t ) = 2j ( t ) + ft j - ft 2 + N 2j - 1j ( t ) + ft j - ft1 + N1j

j
j
1 j
1
( t ) + ft - ft 2 + N j - j ( t ) - ft + ft1 - N j
j (t) - j (t) =
2
1
2 1
1
2
1 j
j (t) - j (t) =
- j - ft 2 + ft1 + N j - N j

2
1
1
2
1
2
Come si pu osservare scompare il termine relativo agli errori dellorologio del satellite.
Sinteticamente losservabile differenza singola di fase viene scritta nel seguente modo:
1
DS = 12j (t ) = 12j (t ) ft12 + N12j [1]

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

63

IL GPS

5.5.2

LE DIFFERENZE DOPPIE
Differenza doppia.

Dati due ricevitori 1 e 2 e due satelliti j e k, per ogni epoca di osservazione si possono scrivere
due equazioni alle differenze singole, una per il satellite j e laltra per il satellite k e cio, partendo
1
1
dalla DS = 12j (t ) = 12j (t ) ft12 + N12j [1], si ottengono 12j (t ) = 12j (t ) ft12 + N 12j e

12k (t ) =

12k (t ) ft12 + N12k . Facendo la differenza si ottiene:


1

k (t ) j (t ) = k (t ) f t + N k j (t ) f t + N j
12
12
12
12 1
12
12
12
j
k (t ) j (t ) = 1 k (t ) f t
k 1 j (t ) + f t
12
+ N12
N12
12
12
12
12
1
k (t ) j (t ) = 1 k (t ) j (t ) + N k N j
12
12
12
1
12

12
e come si pu vedere, in questo caso si elimina anche lerrore degli orologi dei ricevitori.
Losservabile differenza doppia solitamente indicato nella forma seguente:
1
DD = 12jk (t ) = 12jk (t ) + N 12jk [2]

64

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

IL GPS

5.5.3

LE DIFFERENZE TRIPLE
Differenza tripla.

Dati due ricevitori 1 e 2, due satelliti j e k e due epoche di misura successive t1 e t2 possibile
scrivere per le due epoche le seguenti differenze doppie e cio, partendo dalla
1
1
1
DD = 12jk (t ) = 12jk (t ) + N 12jk [2], si ottengono 12jk (t1 ) = 12jk (t1 ) + N12jk e 12jk (t 2 ) = 12jk (t 2 ) + N12jk

ed effettuandone la differenza si ottiene:


jk t jk t = 1 jk t + N jk 1 jk t + N jk
12
12 2
2
12 1
12 12 1
12
jk t jk t = 1 jk t + N jk 1 jk t N jk
12
2
12 1
12
12
12 2
12 1
jk t jk t = 1 jk t jk t
12
2
12 1
12 1
12 2
dove si elimina il termine relativo allambiguit. Losservabile differenza tripla pu essere
scritta nel seguente modo:
1
DT = 12jk (t12 ) = 12jk (t12 ) [3]

( )

( )
( )

( )

( )
( )

( )

( )

( )
( )

( )

( )

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

65

CENNI DI TEORIA DELLA PROBABILIT

CENNI DI TEORIA DELLA PROBABILIT

6.1

LA MEDIA ARITMETICA COME VALORE DI SINTESI DI UNA SERIE DI N


MISURE

Fatte n misure di una quantit di grandezza che abbiano prodotto i valori O1, O2, ,Oi,On, il
valore da assumere come valore finale della serie di misure dato dalla media aritmetica M dei
valori ottenuti e cio:
O + O2 + ... + Oi + ... + On
[1]
M= 1
n
Una delle propriet della media aritmetica quella di rendere nulla la somma delle differenze tra
gli n valori Oi e la media stessa: si ricava dalla [1] che O1 + O2 + ... + Oi + ... + On = nM ottenendo

O1 + O2 + ... + Oi + ... + On - nM = 0 , quindi si ha ( O1 -M ) + ( O2 -M ) + ... + ( Oi -M ) + ... + ( On -M ) = 0 e


indicando il generico scarto con vi = Oi M si ha v1 + v2 + + vi + + vn = 0.
Se una persona esegue n misure di una quantit di grandezza e ne fa la media, ottiene un certo
valore; se unaltra persona ripete le misure n volte ne ottiene, con molta probabilit, un altro
valore. Quindi siamo ancora in presenza di valori non univoci.
La risposta che d la teoria delle misure questa: se si vuole che una serie di misure dia un valore
univoco (cio uguale) indipendentemente da chi la esegue, occorre fare infinite misure. Il valore
che si otterrebbe facendo infinite misure quello che la teoria delle misure definisce valore vero
della misura.
Poich nessuno in grado di fare infinite misure di una quantit di grandezza, chiaro che il valore
vero della misura di una quantit di grandezza non sar mai noto. Loperazione di misura di una
quantit di grandezza ci porter quindi a conoscere solo una stima empirica del valore vero; in
altre parole sia una generica misura di una serie di n misure, sia la media aritmetica della serie di
misure, sono delle stime empiriche della misura vera.
La media aritmetica viene assunta come valore pi rappresentativo della misura vera (ricavabile
dalla serie di misure fatte) perch essa ha la maggior probabilit di essere pi vicina al valore vero
di quella che ha una generica misura della serie.
La differenza tra un generico valore di misura di una quantit di grandezza e il valore vero si
chiama errore.
Da quanto detto, e cio che il valore vero non lo conosceremo mai, ne deriva che non
conosceremo mai neanche lerrore di una misura; sappiamo solo che lerrore c!
Vedremo tra poco come valutare un valore medio di questo errore.
6.2

LA VALUTAZIONE DELLERRORE QUADRATICO MEDIO DI UNA SERIE


DI N MISURE

Abbiamo detto che se facciamo una serie di n misure di una quantit di grandezza, ciascuna misura
sar affetta da un errore che per non ci possibile conoscere perch non conosciamo il valore
della misura vera.
Se vero che non potremo mai in alcun modo conoscere lerrore di una misura, la teoria degli
errori ci insegna come fare (quando abbiamo fatto n misure di una quantit di grandezza) a
calcolare un parametro che ci dice quanto ciascuna delle n misure si discosta mediamente dal
valore vero. Questo parametro si chiama errore quadratico medio e.q.m della serie di misure,
il quale dato dalla radice quadrata della somma degli scarti al quadrato divisa per n 1:

( O1 -M) + ( O2 - M)
2

m=
o, pi sinteticamente:
66

+ ... + ( Oi -M ) + ... + ( On -M )
2

n -1

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

CENNI DI TEORIA DELLA PROBABILIT

m=

2
i

n -1
Se i valori numerici di una serie di misure di una stessa quantit di grandezza sono molto simili, ci
indice di misure fatte bene, mentre valori molto dispersi sono un indice di misure fatte meno
bene.
Ora: pi i valori sono dispersi e pi grandi saranno le differenze tra i valori di misura e la loro
media, cio maggiori saranno gli scarti delle misure; quindi c proporzionalit tra errore medio e
scarti.
Il fatto che nella formula ci sia al denominatore n 1 anzich n, deriva dallo sviluppo rigoroso della
teoria degli errori, ma pu essere giustificato in maniera logica dicendo che se si fa una sola misura
di una quantit di grandezza, allora il suo e.q.m infinito, poich non possiamo neanche accorgerci
di aver fatto, ad esempio, un clamoroso errore grossolano, in quanto non abbiamo alcun altro
valore di confronto.
Il significato delle.q.m molto importante: la teoria degli errori dimostra infatti che una generica
misura della serie di misure da cui le.q.m deriva, ha il 67% di probabilit di differire al massimo del
valore delle.q.m dal valore vero.
Con un linguaggio molto grossolano potremmo dire che le.q.m rende meglio lidea della
precisione di una misura.

6.3

LA VALUTAZIONE DELLERRORE QUADRATICO MEDIO DELLA MEDIA


DI UNA SERIE DI N MISURE

Al paragrafo precedente abbiamo visto come si calcola lattendibilit di una misura che faccia parte
di una serie di n misure.
Il valore che per noi assumiamo come valore finale per la serie delle n misure la sua media
aritmetica, cio un valore di sintesi che tiene conto di tutte le misure fatte; il grado di attendibilit
della media aritmetica quindi pi alto di quello di una misura singolarmente presa.
La teoria degli errori dimostra infatti che lerrore quadratico medio della media di n misure dato
dallerrore quadratico medio della serie delle misure diviso la radice quadrata del numero delle
misure fatte e cio:
m
mM =
n
quindi le.q.m della media diminuisce non proporzionalmente al numero delle misure fatte, bens
proporzionalmente alla radice quadrata delle misure fatte; questo significa che laumento
dellaffidabilit lo paghiamo caro. In altre parole, e facendo un esempio: se con una serie di n
misure otteniamo un risultato che ha un e.q.m. di 1 cm e vogliamo invece avere un risultato che
abbia un e.q.m di 1 mm, dobbiamo fare una serie di r misure con r = n 100.
Analogamente a quanto detto per le.q.m di una generica misura di una serie n di misure, la teoria
degli errori dimostra che la media M di una serie di n misure ha il 67% di probabilit di differire al
massimo del valore delle.q.m dal valore vero.
6.4

LA RAPPRESENTAZIONE SINTETICA DI UNA SERIE DI N MISURE

In base a quanto esposto ai precedenti punti ci chiediamo: una volta che si siano fatte n misure di
una quantit di grandezza, come si esprime il risultato finale?
La risposta : il risultato finale e sintetico della serie delle n misure dato dalla media aritmetica
pi o meno le.q.m della medesima e cio:
M mM
Anche se il valore della media potrebbe differire anche di tre volte il suo e.q.m dal valore vero, si
ritiene che sia pi corretto associare (come parametro di affidabilit) al valore della media
aritmetica M il suo e.q.m, poich la media M ha il 67% di probabilit di differire al massimo del
17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

67

CENNI DI TEORIA DELLA PROBABILIT

valore delle.q.m dal valore vero. Sarebbe troppo severo infatti associare alla media M (come
grado di affidabilit) il valore massimo di differenza dal valore vero che dato da tre volte le.q.m,
poich c solo il 33% di probabilit che il valore della media differisca, dal valore vero, di una
quantit comprese tra le.q.m e il triplo delle.q.m.
6.5

UN ESEMPIO PRATICO

Supponiamo che io debba misurare la larghezza di una cornice nella quale inserire un vetro (tutto
quello che diremo per la larghezza varr anche per laltezza, della quale non ci occuperemo).
Supponiamo che io abbia a disposizione per effettuare la misura una riga graduata in centimetri. Lo
strumento di misura avr quindi la sensibilit del centimetro e la precisione di 102 (cio 1
centimetro diviso 100 centimetri). Quindi uno strumento di precisione molto bassa.
Misuro con questo metro per sei volte la larghezza della cornice in cui devo inserire il vetro e
ottengo questi sei valori espressi in cm:
47,1
47,1
47,8
47,6
47,2
47,9
I valori decimali rappresentano i millimetri che ho di volta in volta stimato nelle sei operazioni di
misura.
In base a quanto detto assumer come valore finale della serie di misure la loro media aritmetica,
che
M = 47,5 cm
Per valutare il grado di affidabilit con il quale ho fatto le misure calcolo lerrore quadratico medio
delle serie delle misure con la formula

( O1 - M) + ( O2 -M)
2

m=

+ ... + ( Oi -M ) + ... + ( On - M )
2

m=

2
i

n -1
Calcolo gli scarti:
v1 = 47,4 47,5 = 0,1

n -1

v2 = 47,1 47,5 = 0,4

v3 = 47,8 47,5 = +0,3

v4 = 47,6 47,5 = +0,1

v5 = 47,2 47,5 = 0,3

v6 = 47,9 47,5 = +0,4

Calcolo la somma degli scarti al quadrato: vi2 = 0,01 + 0,16 + 0,09 + 0,01 + 0,09 + 0,16 = 0,52.
Divido per n 1, cio per 5, e ottengo 0,104. Infine estraggo la radice quadrata e ottengo:
m = 0,32 cm
Dire che una qualsiasi delle misure che ho fatto ha un errore quadratico medio di 0,32 cm,
significa che una qualsiasi delle sei misure ha il 67% di probabilit di differire al massimo dal valore
vero della larghezza della cornice di 0,32 cm.
La media dei sei valori ha invece un errore quadratico medio di:
0,32
= 0,13 cm
mM =
6
Quindi il risultato finale della misura lo esprimo cos:
47,5 cm 0,13 cm
Questo risultato significa che con il 67% di probabilit, il valore vero della larghezza della cornice
compreso tra 47.5 0,13 e 47,5 + 0,13 e cio tra 47,37 cm e 47,63 cm.
Per c un residuo 33% di probabilit che il valore vero della larghezza della cornice sia compreso
in un intervallo di pi o meno tre volte le.q.m nellintorno della media M e cio tra 47,5 0,39 e
47,5 + 0,39 e quindi tra 47,11 cm e 47,89 cm.
Quindi (supponendo che il vetraio tagli il vetro con una larghezza esattamente uguale a quella che
gli chiedo) se io voglio essere certo che il vetro che ordino entri poi in larghezza nella cornice
devo dire al vetraio di tagliarlo con una larghezza di 47,11 cm, cio in pratica di 47 cm.
Naturalmente ordinando il vetro di larghezza di 47 cm, il vetro potrebbe poi risultare pi stretto
di 89 mm rispetto alla cornice, poich la larghezza della cornice potrebbe anche avere il valore
estremo positivo di 47,89 cm. Per potrebbe anche capitare che la cornice sia, in realt, larga solo
68

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

CENNI DI TEORIA DELLA PROBABILIT

47,11 cm come si spera e in questo caso il vetro entrer nella cornice lasciando solo un spazio di
0,11 cm, cio ci entrer per pochissimo.
Se non sono soddisfatto di queste possibili eventualit devo migliorare laffidabilit della misura.
Posso ottenere questo miglioramento in due modi: o procurandomi uno strumento di misura di
maggiore sensibilit e precisione o aumentando il numero delle misure.
Se ad esempio mi potessi procurare un metro graduato in millimetri anzich in centimetri, cio
uno strumento di precisione di 103, dovrei stimare non i millimetri, ma eventualmente solo il
mezzo millimetro, e quindi otterrei una misura con un e.q.m. molto inferiore.
Se non mi possibile procurarmi uno strumento di misura migliore, posso ripetere le misure un
maggior numero di volte. Abbiamo detto infatti detto che, se m le.q.m di una serie di misure,
le.q.m della loro media M (e cio mM) di n volte pi piccolo. Quindi supponendo che le.q.m
delle misure che faccio rimanga di m = 0,32 cm, ma che io esegua non sei ma ad esempio 15
misure, le.q.m mM della media M delle 15 misure sar uguale a mM = 0,32 15 , cio uguale a
0,08 cm.
6.6

LA PROPAGAZIONE DELLA VARIANZA

6.6.1

FUNZIONI DI UNA SOLA VARIABILE CASUALE

La formula da utilizzare in questo caso :


2

dg
2
x
dx

y 2

Questa espressione quella che si considera per la propagazione della varianza per funzioni non
lineari di una variabile casuale.
6.6.1.1

ESERCIZIO

Assegnata la latitudine geografica di un punto della superficie fisica della terra e sapendo che essa
caratterizzata da un errore quadratico medio pari a , calcolare lerrore quadratico medio associato al
a cos
raggio di curvatura del parallelo r =
passante per tale punto (si assumano a ed e costanti
1 e2 sin2
nel calcolo).
2
a cos
f
dg
La formula da utilizzare y 2 x 2 . Posso scrivere r =
= , per cui si possono
2
2
dx

1 e sin g

ricavare le derivate
1.

df
dg
e
:
d
d

df
= 0 cos + a sin = a sin con la formula del prodotto f '( x ) g ( x ) + f ( x ) g '( x ) ;
d
1
2

2. la funzione g pu anche essere scritta come g = 1 e sin = (1 e sin ) , quindi


2

dg 1
= 1 e2 sin2
d 2

1
2

) ( e

2 sin cos =

formula delle derivate n f ( x )

n 1

2 e 2 sin cos
2 1 e 2 sin2

e 2 sin cos
1 e2 sin2

usando

la

f '( x ) .

Ora si pu calcolare la derivata di r rispetto a con la formula delle derivate

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

f '( x ) g ( x ) f ( x ) g '( x )
g( x )

69

CENNI DI TEORIA DELLA PROBABILIT

e 2 sin cos

a sin 1 e 2 sin2 a cos


2
2

1
sin
dr

=
2
2
d
1 e sin
a cos2 e2 sin
a sin 1 e 2 sin2 +
1 e 2 sin2
dr
=
d
1 e 2 sin2
dr a sin 1 e 2 sin2
a cos2 e 2 sin
=
+
d
1 e2 sin2
1 e2 sin2 1 e2 sin2

1
2

1
2

) (1 e sin ) + a cos
dr
=
d
(1 e sin ) (1 e sin )
dr a sin (1 e sin ) + a cos e sin
=
d
(1 e sin )
a ( e 1) sin
dr
=
d
(1 e sin )
a sin 1 e2 sin2

1
2

e2 sin

3
2

dr
2

d

r2 =

3
2

2
a e 1 sin
=
3
1 e 2 sin2 2

2
a2 e 2 1 sin2

2
2
2
r =
3
2
2
1 e sin

r =

6.6.2

a2 e 2 1 sin2

(1 e

sin
2

FUNZIONI CON PI DI UNA VARIABILE CASUALE

La formula da utilizzare in questo caso :


Y

n
g 2
g g

i +


i =1 x i
i , j =1 x1 x j
n

i j

La parte costituita da

ij

g g
ij da usare solo quando si stabiliranno delle particolari

1
j
i , j =1
n

x x
i j

condizioni riguardanti le variabili; se non ci sono particolari condizioni si usa la formula:


Y

g 2

i
i =1 x i
n

Questa espressione considera, come si pu vedere dalla simbologia usata nella formula, le derivate
parziali.

70

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

CENNI DI TEORIA DELLA PROBABILIT

6.6.2.1

ESERCIZIO

La nostra funzione non pi r come prima ma y = a2 cos2 + b2 sin2 .


y y y
y
,
,
e
per poi
Quindi ho a, , b, e , da cui devo ricavare le quattro derivate parziali
a b

utilizzare la formula Y

g 2

i .
i =1 x i
n

y
1
2 a cos2
a cos2
=
2a cos2 =
=
.
a 2 a2 cos2 + b2 sin2
2 a2 cos2 + b2 sin2
a 2 cos2 + b2 sin2
y
1
a2 2 sin cos
a2 sin cos
=
a 2 ( 2 sin cos ) =
=
2 a2 cos2 + b2 sin2
a 2 cos2 + b 2 sin2
2 a 2 cos2 + b 2 sin2

y
1
2 b sin2
b sin2
=
2b sin2 =
=
b 2 a2 cos2 + b2 sin2
2 a2 cos2 + b 2 sin2
a2 cos2 + b2 sin2
b2 sin cos
y
1
2 b2 sin cos
=
b 2 2 sin cos =
=
2 a2 cos2 + b2 sin2
a2 cos2 + b 2 sin2
2 a2 cos2 + b2 sin2
2

2
a cos2
y =
2
a a cos2 + b2 sin2

a2 cos 4
= 2

a cos2 + b2 sin2

2
a2 sin cos
y =

2
a cos2 + b2 sin2

a 4 sin2 cos2
= 2

a cos2 + b2 sin2

2
b sin2
y =
2
b a cos2 + b2 sin2

b2 sin4
= 2

a cos2 + b2 sin2

2
y
b 2 sin cos

a2 cos2 + b2 sin2

b 4 sin2 cos2
= 2

a cos2 + b2 sin2

g 2 y 2 2 y 2 2 y 2 2 y
2

i = a +
+ b +

x
a
b

i
i =1
n

a 4 sin2 cos2

b 4 sin2 cos2

a2 cos 4
b2 sin4
a2 + 2
2 + 2
b2 + 2
2
2
2
2
2
2
2
2
2
2
2
2
2
a
cos

b
sin

a
cos

b
sin

a
cos

b
sin

a
cos

b
sin

Y 2 =

a 4 sin2 cos2

b 4 sin2 cos2

a2 cos4
b2 sin4
a2 + 2
2 + 2
b2 + 2
2
2
2
2
2
2
2
2
2
2
2
2
2

a
cos

b
sin

a
cos

b
sin

a
cos

b
sin

a
cos

b
sin

Y =

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

71

LA CARTOGRAFIA

LA CARTOGRAFIA

7.1

LA RAPPRESENTAZIONE DELLELLISSOIDE SUL PIANO

Si considera sulla superficie di un cilindro un triangolo ABC i cui lati a, b e c siano archi di
geodetiche; i corrispondenti angoli , e saranno gli angoli formati dalle tangenti alle geodetiche.

Se ora tagliamo il cilindro secondo una generatrice (cio la linea tratteggiata verticale sulla
superficie del cilindro) e lo distendiamo sul piano, noteremo che il triangolo geodetico si
deforma, nel senso che da figura spaziale diviene piana; i lati per, anche trasformandosi da archi di
geodetiche a segmenti di retta (segmento chiamato geodetica del piano), mantengono la stessa
lunghezza e lanalogo discorso vale anche per gli angoli che mantengono inalterato il loro valore.
Lellissoide invece (o nel caso pi semplice la sfera) non una superficie sviluppabile sul piano, nel
senso che non possibile distenderla sul piano senza che gli angoli e i lati subiscano delle
deformazioni. Di conseguenza qualsiasi rappresentazione dellellissoide sul piano, cio una carta,
risulta deformata.
Le deformazioni che devono essere apportate allellissoide per estenderlo su di un piano variano in
infiniti modi e quindi si possono ottenere varie rappresentazioni in funzione degli stiramenti o
contrazioni che saranno applicati; inoltre queste deformazioni non risulteranno uguali per tutta la
superficie, nel senso che una figura ellissoidica identica, ma posta in due posizioni diverse, risulter
diversamente deformata sulla carta.
Per poter disegnare su una carta la rappresentazione dellellissoide, dovremo opportunamente
rimpicciolire le lunghezze di un coefficiente n, il cui inverso 1 / n viene indicato come scala della
carta.
Per definire le deformazioni in un punto della rappresentazione si prendono in considerazione
separatamente tre tipi di deformazioni: lineare, areale e angolare.
7.1.1

IL MODULO DI DEFORMAZIONE LINEARE

Se indichiamo con dse un archetto


infinitesimo di geodetica sullellissoide
e con dsr il corrispondente nella
rappresentazione nella figura, il
ds
rapporto m1 = r dicesi modulo di
dse
deformazione lineare.

72

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

LA CARTOGRAFIA

7.1.2

IL MODULO DI DEFORMAZIONE SUPERFICIALE

Se indichiamo con de un elemento di


area infinitesimo sullellissoide e con
dr il corrispondente elemento sulla
rappresentazione, si dice modulo di
deformazione
superficiale
il
d
rapporto m = r .
d e
7.1.3

LA DEFORMAZIONE ANGOLARE

Se consideriamo un meridiano
sullellissoide e la linea che gli
corrisponde nella rappresentazione
(linea chiamata trasformata del
meridiano) e consideriamo inoltre
lazimut della corrispondente linea
sulla rappresentazione, la differenza
= si chiama deformazione
angolare.
7.1.4

I DIVERSI TIPI DI RAPPRESENTAZIONI

La rappresentazione piana dellellissoide comporta sempre delle deformazioni definite dai tre
parametri descritti prima. La teoria delle carte studia diversi sistemi per la formazione di
rappresentazioni che approssimino il meglio possibile la planimetria del terreno sullellissoide.
Tra tutte queste rappresentazioni, se ne possono definire alcune chiamate isogone o conformi
che mantengono luguaglianza tra gli angoli, nelle quali cio la deformazione angolare nulla
( = 0).
Analogamente si possono definire rappresentazioni che risultino equivalenti, cio mantengano
inalterato il rapporto tra elementi areolari corrispondenti; in tali rappresentazioni il modulo di
deformazione areale risulta uguale allunit (m = 1).
Non si possono avere invece rappresentazioni equidistanti, cio con modulo di deformazione
lineare uguale allunit, in quanto ci implicherebbe la realizzazione di rappresentazioni senza
deformazioni.
Le rappresentazioni che invece presentano tutte le deformazioni, ognuna delle quali per
mantenuta nel limite pi ristretto possibile, si indicano con il nome di afilattiche.
Tutti questi tipi di rappresentazioni presentano ciascuna dei vantaggi per specifici usi: per esempio
una rappresentazione conforme particolarmente utile per la navigazione, una rappresentazione
equivalente per gli usi catastali, ecc.
7.1.5

LA DEFINIZIONE ANALITICA DI UNA RAPPRESENTAZIONE

Per stabilire la rappresentazione dellellissoide sul piano quindi necessario definire:


1. le due funzioni che esprimono la corrispondenza biunivoca tra la posizione di un punto
P sullellissoide (data dalle coordinate geografiche ed ) e la posizione del corrispondente
punto P sul piano (data dalle coordinate piane ortogonali N ed E; nel sistema cartografico si
usa indicare con N lasse delle ordinate e con E lasse delle ascisse, ossia con le iniziali dei punti
cardinali Nord ed Est cui sono orientati i versi positivi di tali assi rispettivamente) dette
equazioni della carta o equazioni di corrispondenza, cio
17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

73

LA CARTOGRAFIA

N = N ( , )
E=E(,)
e le relative funzioni inverse
= (N, E)
= (N, E)
2. i moduli di deformazione in funzione di e , o meglio in funzione di N ed E;
3. il reticolato geografico, ovvero la determinazione delle linee che sulla rappresentazione
indicano le trasformate dei meridiani e dei paralleli.
7.2

I SISTEMI DI RAPPRESENTAZIONE CARTOGRAFICA

Il termine rappresentazione viene usato in cartografia per indicare corrispondenze per via analitica,
in alternativa a corrisponde ottenute per via puramente geometrica.
7.2.1

LA RAPPRESENTAZIONE CONFORME DI GAUSS

Una rappresentazione attualmente molto usata dovuta a Gauss, formulata nel 1820 con lassunto
che fossero rispettate le seguenti condizioni:
1. la carta doveva essere conforme;
2. le immagini di un meridiano, detto meridiano centrale, e dellequatore fossero rette (assi N
ed E della rappresentazione);
3. la rappresentazione fosse equidistante sul meridiano centrale.
Le trasformate dei meridiani e dei paralleli sono curve alquanto complesse; le prima volgono la
concavit verso il meridiano centrale e sono simmetriche rispetto allo stesso; le seconde sono
molto prossime ad archi di parabola con la convessit verso lequatore ed anchesse simmetriche
rispetto ad esso.

Nella figura sopra riportato il reticolato geografico relativo al semiellissoide compreso tra le
longitudini 90 e +90, considerando come meridiano centrale quello di Greenwich dove si
possono notare le notevoli deformazioni che subiscono i meridiani e i paralleli allontanandosi dal
meridiano centrale e dallequatore; si noti che i meridiani alle latitudini 90 e +90 si scindono in
due semirette parallele allasse E.
74

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

LA CARTOGRAFIA

Per rappresentare vaste zone si avranno pi fusi, per ognuno dei quali si assume un diverso
meridiano di riferimento.
7.3

LE NOZIONI DI BASE SULLE CARTE

Una carta una rappresentazione sul piano della crosta terrestre secondo norme e segni
convenzionali assegnati; per tutti gli usi cui destinata ogni carta deve contenere la possibilit di
misurare, entro tolleranze stabilite, distanze, angoli e dislivelli tra due punti qualunque in essa
rappresentati.
Una carta pu essere formata da un unico elemento (cio da un unico foglio) o pi elementi;
ovvio che ci dipende dalla scala che si adotta per rappresentare la superficie terrestre: una scala
piccolissima permette la rappresentazione di tutta la terra in un unico foglio, mentre scale grandi
necessitano di molto fogli per rappresentare tutto il territorio.
7.3.1

LALLESTIMENTO DELLE CARTE

Lallestimento di una carta deriva da una serie di rilevamenti in campagna eseguiti nel passato dal
topografo, oggi pi speditamente con metodi fotogrammetrici; tali rilevamenti hanno lo scopo di
dare una rappresentazione del terreno sia planimetrica che altimetrica che porter alla costruzione
di una carta topografica ad una determinata scala.
In tale procedimento implicito il problema che la precisione del rilievo direttamente
dipendente dalla scala della carta che si vuole ottenere: in una scala grande si dovranno rilevare
molto pi particolari e con pi elevata precisione rispetto ad una scala molto piccola.
Tutti gli elementi osservati e rilevati sul terreno saranno riportati in carta secondo segni
convenzionali in genere indicati su ogni foglio, ampiamente assistiti da toponimi e quote scritti per
esteso. Le carte cos ottenute prendono il nome di carte rilevate. Da tali carte si possono
ottenere, riducendo opportunamente la scala e spogliandole di molti particolari, carte a scala pi
piccola dette carte derivate. In generale le carte si distinguono in due grandi categorie:
1. carte generali che hanno lo scopo di dare una rappresentazione del terreno completa di
tutti i particolari di interesse generale per tutti i possibili utilizzatori delle carte: quindi
orografia, morfologia, idrografia, gli elementi antropici, vegetazione, ecc;
2. carte tematiche che sono allestite per particolari scopi: in linea di massima sono ottenute
dalle carte generali, opportunamente spogliate di particolari non necessari, in cui vengono
introdotti i tematismi che interessano rilevati sul terreno; si hanno cos carte geologiche,
magnetiche, podologiche, statistiche, amministrative, stradali, forestali, archeologiche,
turistiche, ecc.
7.3.2

LA DENOMINAZIONE DELLE CARTE

In termini generali le carte assumono nomi specifici in funzione della scala; si hanno cos:
1. carte geografiche per scale da 1:1'000'000 in gi;
2. carte corografiche per scale da 1:1'000'000 fino a scale minori di 1:100'000;
3. carte topografiche distinte in carte a piccola scala (da 1:50'000 a 1:100'000), a media scala
(da 1:10'000 a 1:25'000) e a grande scala (da 1:5'000 a 1:10'000);
4. mappe per scale da 1:5'000 fino a scale minori di 1:1'000;
5. piani per scale maggiori di 1:1'000.

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

75

LA CARTOGRAFIA

7.3.3

LE CARTE REGOLARI, LA PRECISIONE DI UNA CARTA E LERRORE DI


GRAFICISMO

Una carte si dice carta regolare quando contiene:


1. tutti i particolari del terreno che la scala consente di inserire;
2. il reticolato geografico e/o la quadrettatura del sistema di coordinate piane adottato;
3. quando rispetta geometricamente delle tolleranze assegnate.
Per indicare la precisione di una carta in generale ci si riferisce a due coefficienti, cio mp detto
errore medio planimetrico ed ma detto errore medio altimetrico, i quali indicano gli errori
medi nella posizione di un punto della carta ricavato da una copia stampata della stessa.; tali errori
medi vengono stabiliti dagli enti che sovrintendono alle cartografie dei vari Stati o dai capitolati di
particolari rilevamenti e sono ovviamente dipendenti dalla scala della carta.
In linea generale lerrore medio planimetrico mp viene stabilito in un valore compreso tra
0,2 0,4 mm alla scala della carta: per esempio in una carta in scala 1:25'000 risulterebbe
5,0 10 m, mentre in una carta in scala 1:1'000 si avrebbe 0,2 0,4 m (cio se ho una
scala 1:25'000 devo fare 25 20% = 500 / 100 = 5,0 m, mentre se ho una scala a 1:1'000 devo fare
1 20% = 20 / 100 = 0,2 m); ci significa che qualunque punto tracciato dal disegnatore sulla carta
non sar mai nella sua posizione vera, ma sar contenuto in un cerchio del diametro di 0,4 mm.
Lerrore medio altimetrico ma viene fissato in un valore compreso tra 0,02 0,2 mm alla scala
della carta per le quote numeriche scritte per esteso sulla carta rilevata in corrispondenza di
particolari del terreno (cio alla scala 1:25'000 si ha 0,5 5,0 m, mentre alla scala 1:1'000 si ha
0,02 0,2 m); per le quote ricavate dalle curve di livello invece viene fissato un valore
compreso tra 0,1 0,5 mm sempre alla scala della carta (alla scala 1:25'000 si ha
2,5 12,5 m, mentre alla scala 1:1'000 si ha 0,1 0,5 m).
Stabiliti gli errori medi si individuano le tolleranze delle carte tramite le seguenti relazioni:
1. tp = 2 mp, cio la tolleranza planimetrica;
2. ta = 2 ma, cio la tolleranza altimetrica.
Le tolleranze indicano i valori che non devono mai essere superati.
7.4

LA CARTOGRAFIA UFFICIALE ITALIANA

7.4.1

LA PRIMA CARTOGRAFIA: LA PROIEZIONE DI SANSONFLAMSTEED

La prima cartografia ufficiale dello Stato italiano, affidata per legge nel 1878 allIGM, stata
elaborata utilizzando la proiezione (proiezione sarebbe un termine improprio) di Sanson
Flamsteed. Si tratta di una carta ottenuta per via analitica imponendo lequidistanza sia lungo un
meridiano scelto al centro della zona da rappresentare che lungo tutti i paralleli; essa risulta quindi
praticamente equivalente.

76

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

LA CARTOGRAFIA

La sua genesi la dovrebbe porre tra le rappresentazioni, ma viene comunemente indicata con il
nome di proiezione in quanto pu ritenersi ottenuta con il seguente procedimento:
1. si inscrive lellissoide in un poliedro le cui facce, a forma di trapezio isoscele, gli sono tangenti
in punti distribuiti ad intervalli regolari di latitudine e longitudine;
2. si proiettano i punti dellellissoide su tali facce dal suo centro (questa proiezione si chiama
proiezione centrografica).
Ogni faccia rappresenta quindi una carta a se stante con un proprio centro C (chiamato punto di
tangenza) diverso da quello delle altre carte del sistema e per tale motivo la proiezione viene
detta proiezione policentrica.
Lasse N corrisponde al meridiano centrale e lasse
E al parallelo per C.
I pregi di questa proiezione derivano dal fatto che
essa, oltre che equivalente, risulta anche
praticamente equidistante e quindi anche
praticamente conforme nellambito di ogni carta.
Linconveniente principale consiste nel fatto che i
sistemi di coordinate piane N ed E sono diversi da
carta a carta, pertanto se si vuol calcolare la
distanza tra due punti appartenenti a carte diverse,
anche contigue, bisogna ricorrere alle loro
coordinate geografiche. Per la cartografia italiana
gli intervalli di longitudine e latitudine sono stati
fissati in 30 e 20 rispettivamente; in tal modo si
sono ottenuti i 284 fogli che coprono tutto il
territorio italiano. I fogli poi sono divisi in quattro parti denominate quadranti e i quadranti a
loro volta sono divisi in quattro parti denominate tavolette.
Lorigine delle longitudini, che determina il taglio geografico delle carte, il meridiano astronomico
di Roma Monte Mario, mentre lorigine delle latitudini stato assunto dallequatore.
Come ellissoide di riferimento fu assunto lellissoide di Bessel orientato in un punto situato
presso losservatorio di Genova.
7.4.2

LA CARTOGRAFIA UNIVERSALE UTM E UPS

Durante lultima guerra mondiale si decise di


istituire una cartografia di base per tutta la
terra adottando la rappresentazione conforme
di Gauss tra 80 e +80 di latitudine e la
proiezione stereografica polare per le calotte
polari e adottando come ellissoide di
riferimento lellissoide di Hayford, da allora
indicato come ellissoide internazionale.
I sistemi cartografici ottenuti vengono
denominati rispettivamente UTM (Universal
Transverse Mercator) e UPS (Universal Polar
Stereografic).

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

77

LA CARTOGRAFIA

Nel sistema UTM la terra divisa in 60 fusi di 6 di longitudine, numerati da 1 a 60 procedendo da


ovest verso est in senso antiorario e dando il numero 01 al fuso compreso tra 180 e 174 ovest
da Greenwich; con tale numerazione il fuso 31 compreso tra 0 e 6 est di Greenwich, il 32 tra
6 e 12 e il 33 tra 12 e 18 (questi due ultimi sono quelli interessanti lItalia). Per identificare in
modo rapido un punto sulla superficie terrestre si seguita la seguente procedura:
1. ogni fuso stato suddiviso in 20 zone di 8 di latitudine ciascuna, individuabile da una lettera
maiuscola (lItalia fa parte delle zone S e T tratteggiate in figura);
2. ciascuna zona stata suddivisa in quadranti di 100 km di lato con rette parallele agli assi N ed
E individuati da due lettere maiuscole.
Un punto viene identificato dal numero del fuso, dalla lettera della zona, dalla coppia di lettere del
quadrato ed infine dalle sue coordinate piane.

78

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

LA CARTOGRAFIA

Ricordiamo che nella rappresentazione di Gauss le


coordinate piane di un punto sono individuate con
riferimento ai due assi N ed E in cui lasse N
individuato dal meridiano centrale di ciascun fuso,
mentre lasse E individuato dallequatore. Nella
cartografia UTM la coordinata N ha origine
dallequatore, mentre alla coordinata E si aggiunge
sempre la quantit di 500 km esatti per renderla positiva
comunque; in pratica ci equivale a far corrispondere al
meridiano centrale la coordinata E0 = 500 km o, come si
dice, ad avere un falso est pari a 500 km (500'000 m).
Nella rappresentazione di Gauss, il modulo di
deformazione lineare uguale ad 1 sul meridiano
centrale e cresce rapidamente con lallontanarsi dallasse
N; per limitare le fortissime deformazioni si limita la zona da cartografare ad un fuso di ampiezza
pari a 6.
Con tale limitazione, alle nostre latitudini (cio alle latitudini italiane) si ottiene una
deformazione massima (quindi una dilatazione) delle distanze ai bordi del fuso pari a
80 cm / km (lo 0,8 per mille); ricordando che le tolleranze grafiche ammissibili su una tavoletta in
scala 1:25'000 sono pari a 5 m e che su tale carta, per lItalia, si possono misurare distanze
massime di 14 km, si pu notare che la deformazione massima, pari a circa 11 m (infatti
80 cm : 1 km = x : 14 km quindi x = 1120 cm = 11,2 m 11 m), notevolmente superiore alla
tolleranza.
Per ridurre tale problema, nella cartografia UTM viene applicata una contrazione a tutto il piano
della rappresentazione, ottenuta moltiplicando tutte le coordinate per la costante 0,9996, detta
coefficiente di contrazione; in tal modo le deformazioni lineari, invece di essere sempre
dilatazioni comprese tra 0 sul meridiano centrale e lo 0,8 per mille al margine del fuso, risultano
sempre comprese tra 0,4 per mille (contrazione massima sul meridiano centrale) e +0,4 per mille
(dilatazione massima al margine del fuso) e quindi sempre assorbite dal graficismo (la deformazione
massima risulta di 5,6 m su una tavoletta).
Con tale artifizio, il modulo di deformazione lineare (compreso tra i limiti 0,9996 e 1,0004
allinterno di un fuso) allinterno di ogni tavoletta ha delle variazioni talmente piccole da poterle
considerare nulle e quindi tale da poter considerare la carta, allinterno di ogni tavoletta,
praticamente equidistante.
Unaltra caratteristica fondamentale della cartografia UTM la presenza su ogni carta di un
reticolo a maglie quadrate di 1 km di lato sul terreno (detto reticolato chilometrico); le rette
che formano questo reticolato sono tracciate parallelamente agli assi N ed E.
Ricordando come si deformano i meridiani e i paralleli nella rappresentazione di Gauss rispetto al
meridiano di tangenza (vedi in figura), ne risulta che il reticolato chilometrico disorientato
rispetto al reticolato geografico e tale disorientamento tende ad aumentare allontanandosi dal
meridiano centrale (nella figura stato indicato solo in parte il reticolato chilometrico sovrapposto
al reticolato geografico e lo schema ha solo una funzione didattica per chiarire landamento dei due
reticolati). Il reticolato chilometrico consente di ricavare le coordinate N ed E di ogni punto
misurando semplicemente lascissa e lordinata allinterno del quadrato in cui si trova il punto e
sommando, o sottraendo, questi valori (dopo averli moltiplicati per la scala della carta) alle
coordinate chilometriche del reticolato (vedremo nella prossima pagina il calcolo da effettuare).

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

79

LA CARTOGRAFIA

La distanza D tra due punti P1 e


P2 della carta pu calcolarsi
dalle loro coordinate N1, E1, N2
ed E2. Naturalmente la distanza
cos ottenuta non rappresenta
la distanza effettiva sul terreno:
per ottenerla si dovr dividere
tale valore per il modulo di
deformazione lineare medio
tra i moduli nei due punti. Il
risultato ovviamente sempre
e comunque affetto dallerrore
dovuto alla determinazione
grafica dei due punti. Nella
figura riportata una tavoletta
in
scala
1:25'000
della
cartografia italiana dove si
notano:
1. il reticolato geografico
indicato solo sui bordi con
tratti bianche e neri
dellampiezza di 1;
2. il reticolato chilometrico tracciato per esteso con indicata la coordinata corrispondente a
ciascun tratto in chilometri; si noti a tale proposito che la coordinata riportata solo con le
ultime due cifre significative, mentre le altre cifre sono solo indicate saltuariamente per non
appesantire la carta.
Nellesempio evidenziato chiaramente il disorientamento tra il reticolo chilometrico e quello
geografico rappresentato dai bordi della carta che, ricordiamo, tagliata secondo i meridiani e
paralleli.
Volendo determinare le coordinate del punto P indicato, si misurano le distanze dai pi vicini tratti
del reticolo; si trasformano poi tali distanze in metriterreno tramite la scala della carta e si
aggiungono o sottraggono alle coordinate di ciascun tratto. Nellesempio della figura, essendo la
tavoletta in scala 1:25'000, si avr:
N = 4'299'000 (1,2 250) = 4'298'700 m
E = 603'000 (1,7 250) = 602'575 m
7.4.3

LA CARTOGRAFIA ITALIANA IN PROIEZIONE DI GAUSS

Nel 1942, in concomitanza con ladozione dellellissoide internazione e della rappresentazione di


Gauss, anche in Italia si decise di abbandonare la proiezione policentrica e lellissoide di Bessel per
adeguarsi alla nuova realt. La cartografia prodotta stata impostata secondo i seguenti criteri:
1. il taglio rimasto identico a quello in vigore, cio secondo meridiani e paralleli intervallati
rispettivamente di 30 e 20 denominati fogli, a loro volta suddivisi in quadranti e suddivisi
ancora in tavolette;
2. lorigine delle longitudini si conservata sul meridiano di Monte Mario (Roma) la cui
longitudine da Greenwich stata fissata in 12 27 08,40;
3. per la rappresentazione si sono adottati due fusi, detti fuso ovest o primo fuso e fuso est o
secondo fuso, corrispondente con in fusi 32 e 33 dellUTM: lampiezza del primo fuso stata
incrementata di 30 passando da 6 a 6 30 per creare una zona di sovrapposizione con il
secondo fuso e ridurre in parte linconveniente derivante dal passaggio tra i sistemi di
coordinate dei due fusi (nelle zone cartografate ricadenti nella zona di sovrapposizione
vengono inseriti sulle carte entrambi i reticolati). Lampiezza del secondo fuso stata
80

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

LA CARTOGRAFIA

4.

5.

6.
7.
8.

anchessa incrementata di 30 per includervi la penisola salentina che altrimenti cadrebbe nel
fuso 34;
ai meridiani centrali dei due fusi (ogni meridiano centrale ha come asse lasse N) sono state
attribuite rispettivamente le coordinate E di 1'500 km e 2'520 km (anzich 500 km come
nellUTM): in tal modo la prima cifra esprime inequivocabilmente lappartenenza del punto al
primo fuso o al secondo fuso e la cifra delle decine evita possibili errori grossolani dovuti a
scambi delle coordinate E di uno stesso punto nella zona di sovrapposizione;
il reticolato chilometrico relativo alla cartografia italiana (adesso reticolato GaussBoaga) non
mai tracciato per esteso, ma solo indicato sui bordi con dei simboli diversi per i due fusi; per
utilizzarlo si rende necessario il suo tracciamento congiungendo con una riga i riferimenti
corrispondenti destrasinistra e altobasso. Le coordinate di ciascun riferimento, espresse in
un numero interno di km, vengono ricavate consultando le coordinate chilometriche dei
quattro vertici della carta indicate in uno specchietto posto fuori margine o in alto a destra o
in basso a sinistra ed espresse in metri;
come ellissoide di riferimento stato assunto lellissoide internazionale (cio lellissoide di
Hayford) orientato a Monte Mario;
a tutto il piano della rappresentazione stata applicata la contrazione ottenuta moltiplicando
le coordinate di tutti i punto per la costante 0,9996 come nellUTM;
la carta rilevata (la tavoletta) viene prodotta con lutilizzo di cinque colori secondo il seguente
utilizzo:
1. il verde per la vegetazione;
2. il nero per tutti i manufatti;
3. lazzurro per lidrografia;
4. il seppia per laltimetria (curve di livello);
5. il rosso per la viabilit statale.

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

81

LA CARTOGRAFIA

7.4.4

GLI ESEMPI DI TAVOLETTE

Nella figura riportato un esempio di tavoletta edita dallIGM in cui sono stati evidenziati:
1. il reticolato dellUTM in colore viola tracciato per esteso;
2. il reticolato GaussBoaga indicato solo sui bordi con il segno
convenzionale relativo al fuso ovest
Quindi se si vogliono determinare le coordinate GauusBoaga di un
punto P necessario, tramite un righello, tracciare il relativo
reticolato e misurare le distanze del punto dalle linee pi prossime; tali distanze, moltiplicate per la
scala della carta, vanno poi sommate, o sottratte, alle coordinate dei contrassegni presenti sui
bordi. Nella tavoletta in figura, in corrispondenza del vertice NE possiamo leggere nella tabella le
seguenti coordinate:
E = 1453880 m
N = 4529730 m

82

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

LA CARTOGRAFIA

per cui il primo contrassegno Gaussboaga che incontriamo nella direzione delle E avr coordinata
1'453 km e dister quindi dal vertice 730 m. Tutti gli altri contrassegni si determineranno per
conseguenza sapendo che distano tra di loro 1 km.
Si noti che i due contrassegni del reticolato GaussBoaga hanno le stesse coordinate chilometriche
dei contrassegni del reticolato UTM immediatamente vicini (ovviamente per la E ci vale a meno di
1'000 km in quanto allorigine stata data una coordinata di 1'500 km contro i 500 km dellUTM).
Lo sfasamento esistente tra i due reticolati deriva, come gi detto, dal diverso orientamento
dellellissoide e quindi la stessa coordinata descrive punti diversi.
Sui vertici sono indicate per esteso le relative coordinate geografiche: la latitudine a partire
dallequatore, la longitudine da Monte Mario.

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

83

LA CARTOGRAFIA

7.4.5

LA RAPPRESENTAZIONE DELLALTIMETRIA

Un esempio di rappresentazione dellaltimetria quello in figura, in cui sono state evidenziate tre
giaciture di curve fondamentali che sono poste ogni 25 m di dislivello, due giaciture di curve
direttrici poste ogni 10 m di dislivello e due giaciture di curve ausiliarie poste ogni 5 m di
dislivello.

Si noti che nelle tavolette non mai indicata la quota relativa a ciascuna curva di livello, mentre
sono indicate le quote di una serie di punti particolari del terreno (cime di montagne, incroci, zone
caratteristiche, ecc); tali punti, denominati punti quotati (PQ in sintesi), sempre distribuiti con
notevole densit, sono di ausilio per determinare le quote delle curve di livello: per esempio la
curva fondamentale evidenziata a sinistra nella figura, posta sopra il toponimo Serra de Mesu,
avr quota di 75 m in quanto rappresenta il multiplo di 25 pi prossimo a 93 che rappresenta la
quota della cima della collinetta.
7.4.6

LULTIMA CARTOGRAFIA PRODOTTA DALLIGMI

La nuova cartografia dellItalia prodotta dallIGMI, lunica oggi in commercio, ha introdotto notevoli
variazioni rispetto alla cartografia descritta nei paragrafi precedenti che, per chi si trova ad
operare con entrambe le edizioni, pu ingenerare sostanziali errori interpretativi.
7.4.6.1

IL TAGLIO DELLE CARTE

Il taglio viene sempre effettuato secondo il reticolato geografico, meridiani e paralleli, per
dellUTM, vale a dire che non si usano pi le coordinate geografiche di GaussBoaga con origine
delle longitudini a Monte Mario (orientamento dellellissoide Roma40), ma le coordinate UTM
(orientamento dellellissoide ED50) con origine delle longitudini a Greenwich: ci signfica che un
punto rilevato nelle vecchie tavolette in coordinate geografiche (GaussBoaga) non corrisponde ad
un punto sulle nuove che abbia le stesse coordinate geografiche.
7.4.6.2

LA SUDDIVISIONE E LA SCALA DELLE CARTE PRODOTTE

Si abbandonata la suddivisione dei fogli in 30 di longitudine e 20 di latitudine, cartografati in


scala 1:100'000, e si adottata la suddivisione in 20 di longitudine e 12 di latitudine con
produzione di una carta che ha sempre mantenuto la denominazione di foglio, ma in scala 1:50'000,
84

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

LA CARTOGRAFIA

sempre indicato con un numero arabo ed anche con il toponimo della localit pi rappresentativa
della zona.
La suddivisione del foglio in quattro parti da luogo alle sezioni indicate con un numero romano a
partire dallorientamento NE e con il toponimo pi caratteristico della zona; le sezioni coprono un
intervallo di longitudine di 10 e di latitudine di 6 e sono prodotte in scala 1:25'000.
Il reticolato GaussBoaga viene mantenuto sui bordi con la stessa simbologia delle vecchie carte e
la relativa tabella sul lato destro con indicate le coordinate dei vertici espresse in metri.
Si notino che le coordinate di Roma Monte Mario riportate, per essere riferite allorientamento
medio europeo (ED50), differiscono dalle precedenti riportate nelle vecchie tavolette, in
particolare la longitudine risulta di 12 27 10,93 diversa da quella indicata precedentemente e
pari a 12 27 08,40.

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

85

CENNI DI TRIGONOMETRIA

CENNI DI TRIGONOMETRIA

1. c = ( x B x A ) 2 + ( y B y A ) 2 (teorema di Pitagora);
x xA
Cateto opposto a AB
;
c= B
sin AB
sin AB
y yA
Cateto adiacente a AB
;
c=
c= B
cos AB
cos AB
x B x A = Ipotenusa sin AB = c sin AB ;
y B y A = Ipotenusa cos AB = c cos AB ;
b
c
b
c
c sin
=

=
b=
sin sin[180 ( + )]
sin sin
sin
(teorema dei seni);
x P = x A + b sin AP e y P = y A + b cos AP (coordinate di P);
Cateto opposto a i
x xA
x xA
;
tan i =
tan AB = B
AB = arctan B
Cateto adiacente a i
yB y A
yB y A

2. c =
3.
4.
5.
6.
7.
8.

9. = 13958 ' 40 '' = 139 +

58
40
+
= 139 + 0, 967 + 0, 011 = 139, 978 .
60 3600

8.1
1.
3.

LE FORMULE DI PROSTAFERESI

sin + sin = 2 sin

cos

2
2
+
-
cos
cos + cos = 2 cos
2
2

8.1.1

sin sin = 2 cos

2.

sin

2
2
+
-
sin
cos - cos = -2 sin
2
2

4.

DIMOSTRAZIONE DELLA SECONDA FORMULA

sin sin = 2 cos

+
2

sin

+
+
+
+
La formula di partenza pu essere riscritta come sin
sin
, da
2
2
2
2
cui, utilizzando la formula di addizione per il seno sin ( + ) = sin cos + cos sin , si
ottiene

+
+

+

+
cos
+ cos
sin
cos
+ cos
sin
sin
sin

2
2
2
2
2
2
2
2

da cui, utilizzando le relazioni che legano le funzioni trigonometriche di angoli opposti, si ottiene
+
-
+
-
+
-
+
-

cos
sin
cos
sin
+ cos
- cos
sin
- sin
2
2
2
2
2
2
2
2

e semplificando e raccogliendo si ottiene

+
-
+
-
+
-
+
-
+ cos
cos
sin
sin
cos
+ cos
sin

2
2
2
2
2
2
2
2
+
-
2 cos
sin
2
2
sin

86

17363 - ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

CENNI DI TEORIA DELLA PROBABILIT

QUESITI DESAME

9.1

ESAME 1

9.1.1

QUESITO 1

stata eseguita una poligonale chiusa di nove lati l1, l2, l3, , l9. Gli angoli misurati sono i
seguenti:
1 = 140 00 00 2 = 140 00 30 3 = 139 58 40 4 = 141 00 00
5 = 139 01 00 6 = 140 00 10 7 = 139 59 30 8 = 140 00 30
9 = 140 00 30
1. Quale lerrore di chiusura angolare e quanto valgono gli angoli da utilizzare nel calcolo?
2. Quali sono le formule che consentono il calcolo delle coordinate dei punti?
3. Se lo strumento presenta una precisione dellangolo azimutale di = 10, quanto vale lerrore
quadratico medio sullultima anomalia 9,0?
4. Fissato un intervallo di confidenza pari al 90% (z = 1,645), lerrore di chiusura angolare
ripartibile sugli angoli azimutali?
9.1.2

QUESITO 2

Cosa intendo per quota ortometrica e quota ellissoidica?


9.1.3

QUESITO 3

Nei sistemi GPS con posizionamento in pseudorange, quale il numero minimo di satelliti
che devono essere visibili contemporaneamente ad ogni epoca?
9.1.4

QUESITO 4

Nei distanziometri ad onde, lerrore quadratico medio segue la legge:


a. d = K;
b. d = a distanza;
c. d = a + b distanza;
d. d = a + b distanza 2.
1. Perch?
2. Quale precisione ragionevole per un distanziometro di buona qualit?
9.1.5

QUESITO 5

Rispetto a quale sistema di riferimento si esprimono gli sviluppi di PoiseuxWeingarten:


a. sistema geocentrico;
b. sistema cartografico UTM;
c. sistema geodetico locale;
d. terna euleriana.
1. Cosa esprimono esattamente?
2. Perch sono importanti?

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

87

CENNI DI TEORIA DELLA PROBABILIT

9.1.6

QUESITO 6

N = 4'750'255 m
Si assegnano le seguenti coordinate cartografiche piane in GaussBoaga P :
.
E = 2'318'000 m
1. Indicare in quale fuso collocato il punto P e giustificarne la risposta.
2. Determinare la distanza del punto P dalla trasformata piana del meridiano centrale del fuso ed
indicare se il punto in questione si trova ad est o ad ovest rispetto al meridiano centrale del
fuso.
9.2

ESAME 2 COMPITO B

9.1.1

QUESITO 1

1. Quali sono i limiti di validit delle superfici di riferimento approssimate.


2. Quale procedimento si sceglie per giustificare tali limiti. Spiegare in termini discorsivi ed
eventualmente in termini matematici.
3. Questi limiti sono gli stessi per tutti i punti della superficie terrestre oppure hanno una
variabilit? (Giustificare la risposta data)
9.1.2

QUESITO 2

Indicare con quali strumenti topografici si opera una livellazione trigonometria reciproca tra due
estremi:
a. un accoppiamento tra autolivello di elevata precisione e stadie poste sui punti tra i quali si
determina il dislivello.
b. un accoppiamento tra GPS posto nel mezzo tra i due punti e stadie.
c. con una total station e prismi collocati su tre piedi posti in corrispondenza di punti.
1. Quali sono le ipotesi che necessario formulare per procedere al calcolo del dislivello con un
tale approccio?
9.1.3

QUESITO 3

Nel rilievo di una poligonale quali sono le osservabili che occorre misurare in ogni punto di
stazione:
a. dislivelli;
b. inclinazioni;
c. angoli zenitali e angoli azimutali;
d. angoli zenitali e distanze inclinate;
e. angoli zenitali, angoli azimutali e dislivelli;
f. angoli zenitali, angoli azimutali e distanze inclinate;
g. altro.
1. Perch? Ossia, come utilizziamo le varie misure?
9.1.4

QUESITO 4

In quali sistemi geodetici possibile determinare le coordinate su una tavoletta 1: 25.000 della
serie (25 V).

88

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

CENNI DI TEORIA DELLA PROBABILIT

9.1.5

QUESITO 5

Assegnata la latitudine geografica di un punto sulla superficie fisica della terra e sapendo che essa
caratterizzata da un errore quadratico medio pari a rispettivamente , calcolare l'errore
quadratico medio associato al raggio di curvatura del parallelo r passante per tale punto (si
assumano ed e costanti nel calcolo).
a cos
r=
1 e 2 sin2

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

89

ALLEGATO 1

ALLEGATO 1
LORIENTAMENTO DELL'ELLISSOIDE
La superficie terrestre viene rappresentata tramite una superficie matematica (ellissoide di
rotazione) che meglio approssima il geoide. Le due superfici (cio il geoide e lellissoide) vengono
rese tangenti in un punto; i limiti da non superare per restare all'interno delle precisioni delle
misure non devono superare un raggio di 500 600 km dal punto di tangenza.
Nella costruzione della cartografia UTM per rappresentare tutta l'Europa stato scelto un
orientamento medio posto nelle vicinanze di Bonn in Germania; in tale punto l'ellissoide viene
orientato sul geoide, cio si fanno coincidere la verticale (cio la normale al geoide) e la normale
all'ellissoide ed un azimut su una direzione prefissata. A tale punto sono collegate le coordinate di
tutti i punti di inquadramento delle varie reti locali (quella italiana inclusa).
Tale orientamento noto con la sigla E.D.50 (European datum 1950), reso valido per tutta
l'Europa, supera di molto i limiti suddetti in particolare per tutta l'Italia meridionale (la zona
estrema della Sicilia dista da Bonn circa 1700 km), per cui l'Italia, nell'eseguire la sua cartografia, ha
preferito orientare l'ellissoide a M. Mario (Roma) ed a tale punto ha collegato tutti i vertici di
inquadramento del primo ordine: l'orientamento a M. Mario noto con la sigla Roma40.
Da tale differenziazione nell'orientamento dell'ellissoide, ne deriva che il reticolato chilometrico
dell'UTM risulta sfalsato rispetto a quello italiano o, a dir meglio, che uno stesso punto della rete
italiana ha coordinate diverse nei due sistemi, pur se derivanti dalla stessa rappresentazione; e ci
vale sia per le coordinate N ed E che per le coordinate geografiche latitudine e longitudine.
In sintesi si pu dire che uno stesso punto del terreno indicato da coppie di coordinate diverse
nei due sistemi o che le stesse coordinate indicano punti diversi.

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

ALLEGATO 2

ALLEGATO 2
LA VARIANZA RELATIVA ALLA LIVELLAZIONE TRIGONOMETRICA CON
MISURA DELLE DISTANZE ZENITALE RECIPROCHE
Dalla teoria so che:
Z A + ZB = +
Quindi:

S = R

S = R ( Z A + ZB )
S = R Z A + R ZB R

= Z A + ZB
Devo considerare la formula:

S
S
S
=
+
Z A Z B

per determinare:

2
S 2
2
S
2
2
S =
ZA +
ZB Z
Z A

Z B
Quindi calcolo le derivate parziali:
S
S
=R
=R
Z B
Z A
Supponendo Z A = Z B = Z e andando a sostituire i valori ricavati ottengo:
2

S2 = R2 Z 2 + R2 Z 2
S 2 = 2R 2 Z 2
Sapendo che R = 6 ' 400 km e Z = 2 '' ottengo:
S = 6 ' 400 2 '' 2

S = 2R 2 Z 2
S = R Z 2

In conclusione, volendo calcolare larco di circonferenza compreso dallangolo 2, faccio la


seguente proporzione per trovare larco di circonferenza x:
2 R : 360 = x : 2 ''
x

2"

360

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

INDICE

1
1.1
2.1
2.1.1
2.1.1.1
2.1.1.2
2.1.2
2.1.2.1
2.1.2.2
2.1.2.3
2.1.2.4
2.1.2.4.1
2.1.2.5
2.1.2.5.1
2.1.2.5.2
2.1.2.6
2.1.2.6.1
2.1.2.6.2
2
2.1
2.1.1
2.2
3
3.1
3.1.1
3.1.1.1
3.1.1.2
3.1.1.3
3.1.2
3.1.2.1
3.1.3
3.1.4
3.1.4.1
3.1.4.2
3.1.4.3
3.1.4.4
3.1.4.5
3.1.4.6
3.1.4.6.1
3.1.4.6.2
3.1.4.6.3
3.2
3.2.1
3.2.1.1
3.2.1.2

LA GEODESIA
PREMESSA
IL SISTEMA DI RIFERIMENTO, LE SUPERFICI DI RIFERIMENTO, I SISTEMI DI
COORDINATE
I SISTEMI DI RIFERIMENTO
I SISTEMI DI RIFERIMENTO GLOBALI
I SISTEMI DI RIFERIMENTO LOCALI
LE SUPERFICI DI RIFERIMENTO
LE SUPERFICI EQUIPOTENZIALI
IL GEOIDE
GLI ELLISSOIDI DI RIFERIMENTO
LE GEODETICHE: LE MISURE DI ANGOLI E LE DISTANZE SULLA
SUPERFICIE DI RIFERIMENTO
GLI SCOSTAMENTI TRA LE SEZIONI NORMALI E LE GEODETICHE
I TEOREMI DELLA GEODESIA OPERATIVA
LE QUOTE E LE DIFFERENZE DI QUOTA
LE SUPERFICI DI RIFERIMENTO APPROSSIMATE
I SISTEMI DI COORDINATE
LE COORDINATE GEODETICHE POLARI
LE COORDINATE GEODETICHE ORTOGONALI
LA TEORIA DELLA COMPENSAZIONE
IL TRATTAMENTO DELLE MISURE
GLI ERRORI DI MISURA
LA COMPENSAZIONE DELLE MISURE
IL RILIEVO
IL RILIEVO PLANIMETRICO
LE RETI TRIGONOMETRICHE
IL PROGETTO DELLA RETE
LINDIVIDUAZIONE E LA SCELTA DEI VERTICI
LA SEGNALIZZAZIONE DEI VERTICI
LA MISURA DEGLI ANGOLI
IL METODO OPERATIVO PER LA MISURA DI ANGOLI: IL METODO A
STRATI
LE TRIANGOLAZIONI DI CARATTERE TECNICO
I METODI DI RIATTACCO
LINTERSEZIONE IN AVANTI
LINTERSEZIONE LATERALE
LINTERSEZIONE INDIETRO
LIRRADIAMENTO
LA STAZIONE FUORI CENTRO
LE POLIGONALI
LA POLIGONALE APERTA
LA POLIGONALE CHIUSA
GLI SCHEMI MODERNI DI RILIEVO
IL RILIEVO ALTIMETRICO
LA LIVELLAZIONE TRIGONOMETRICA
LA LIVELLAZIONE TRIGONOMETRICA CON MISURA DELLE DISTANZE
ZENITALI RECIPROCHE
LA LIVELLAZIONE TRIGONOMETRICA CON MISURA DI UNA SOLA
DISTANZA ZENITALE

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

1
1
1
1
1
2
2
2
2
3
7
8
9
9
10
12
12
12
13
13
13
13
15
15
15
16
17
17
18
20
20
21
21
23
23
24
25
25
25
27
28
30
31
31
32

INDICE

3.2.1.2.1
3.2.1.2.2
3.2.1.2.3
3.2.2
3.2.2.1
3.2.2.2
3.2.2.2.1
3.2.2.2.2
4
4.1
4.1.1
4.1.1.1
4.1.1.1.1
4.1.1.2
4.1.2
4.1.3
4.1.4
4.1.5
4.1.5.1
4.1.6
4.1.7
4.2
4.2.1
4.2.2
4.2.3
4.2.4
4.2.5
4.2.6
4.2.7
4.2.8
4.2.9
4.2.9.1
4.2.9.2
4.2.9.3
4.2.10
4.2.11
4.2.11.1
4.2.11.2
4.2.12
4.2.13
4.2.13.1
4.2.13.1.1
4.2.13.2
4.2.13.3
4.3
4.3.1
4.3.1.1
4.3.1.2
4.3.1.3
4.3.1.4

LINFLUENZA DELLA RIFRAZIONE ATMOSFERICA


LA DETERMINAZIONE DEL COEFFICIENTE DI RIFRAZIONE
LA PRECISIONE DELLA LIVELLAZIONE TRIGONOMETRICA
LA LIVELLAZIONE GEOMETRICA
SCHEMA DEL METODO
LA LIVELLAZIONE GEOMETRICA DI PRECISIONE
LA DETERMINAZIONE DELLERRORE MEDIO A PRIORI
LE QUOTE ORTOMETRICHE, DINAMICHE E GEOPOTENZIALI
GLI STRUMENTI TOPOGRAFICI
I LIVELLI
LE LIVELLE
LA LIVELLA TORICA
LA VERIFICA E LA RETTIFICA DELLA LIVELLA TORICA
LA LIVELLA SFERICA
IL CANNOCCHIALE COLLIMATORE
IL COMPENSATORE
LE STADIE
GLI ERRORI DI RETTIFICA
LA VERIFICA E LA RETTIFICA
GLI AUTOLIVELLI
I LIVELLI DIGITALI
I GONIOMETRI
LA DEFINIZIONE DI ANGOLO AZIMUTALE E DI ANGOLO ZENITALE
GLI ASSI DEL GONIOMETRO
LE PARTI FONDAMENTALI DEL GONIOMETRO
IL FUNZIONAMENTO DEL GONIOMETRO
IL CANNOCCHIALE
I MEZZI E I SISTEMI DI LETTURA AI CERCHI
I SEGNALI DI COLLIMAZIONE
LA MESSA IN STAZIONE DEL GONIOMETRO
LE VERIFICHE E LE RETTIFICHE DI UN GONIOMETRO
L'ASSE GENERALE VERTICALE
L'ASSE DI COLLIMAZIONE
L'ASSE DI ROTAZIONE ORIZZONTALE
GLI ERRORI RESIDUI
GLI ERRORI STRUMENTALI
L'ECCENTRICIT DELL'ALIDADA
L'ECCENTRICIT DELL'ASSE DI COLLIMAZIONE
GLI ERRORI DI GRADUAZIONE
I TEODOLITI ELETTRONICI
LA MISURA ELETTRONICA DELLE DIREZIONI
LA MISURA ASSOLUTA
LA MESSA IN STAZIONE
LA MODALIT OPERATIVA PER LEFFETTUAZIONE DELLA MISURA
I DISTANZIOMETRI
I DISTANZIOMETRI AD ONDE
IL PRINCIPIO DI FUNZIONAMENTO
LA MISURA DI L
LA STIMA DI N
I RIFLETTORI

33
35
35
37
37
38
39
39
42
42
43
43
44
44
44
45
46
46
46
47
47
48
48
48
49
49
50
50
51
51
51
52
52
52
53
53
53
54
55
55
55
55
56
56
56
56
56
57
57
57

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

INDICE

4.3.2
5
5.1
5.1.1
5.1.2
5.1.3
5.2
5.3
5.4
5.4.1
5.4.2
5.5
5.5.1
5.5.2
5.5.3
6
6.1
6.2
6.3
6.4
6.5
6.6
6.6.1
6.6.1.1
6.6.2
6.6.2.1
7
7.1
7.1.1
7.1.2
7.1.3
7.1.4
7.1.5
7.2
7.2.1
7.3
7.3.1
7.3.2
7.3.3
7.4
7.4.1
7.4.2
7.4.3
7.4.4
7.4.5
7.4.6

I DISTANZIOMETRI A IMPULSI
IL GPS
GLI ELEMENTI DEL SISTEMA GPS
IL SEGMENTO SPAZIALE
IL SEGMENTO DI CONTROLLO
IL SEGMENTO DI UTILIZZO
I SISTEMI DI RIFERIMENTO
IL SEGNALE GPS
LUTILIZZO DELLE OSSERVABILI GPS
LE MISURE PSEUDORANGE (MISURE DI CODICE)
LE MISURE DI FASE (DELLE PORTANTI)
LE COMBINAZIONI DI OSSERVABILI
LE EQUAZIONI ALLE DIFFERENZE SINGOLE
LE DIFFERENZE DOPPIE
LE DIFFERENZE TRIPLE
CENNI DI TEORIA DELLA PROBABILIT
LA MEDIA ARITMETICA COME VALORE DI SINTESI DI UNA SERIE DI N
MISURE
LA VALUTAZIONE DELLERRORE QUADRATICO MEDIO DI UNA SERIE
DI N MISURE
LA VALUTAZIONE DELLERRORE QUADRATICO MEDIO DELLA MEDIA
DI UNA SERIE DI N MISURE
LA RAPPRESENTAZIONE SINTETICA DI UNA SERIE DI N MISURE
UN ESEMPIO PRATICO
LA PROPAGAZIONE DELLA VARIANZA
FUNZIONI DI UNA SOLA VARIABILE CASUALE
ESERCIZIO
FUNZIONI CON PI DI UNA VARIABILE CASUALE
ESERCIZIO
LA CARTOGRAFIA
LA RAPPRESENTAZIONE DELLELLISSOIDE SUL PIANO
IL MODULO DI DEFORMAZIONE LINEARE
IL MODULO DI DEFORMAZIONE SUPERFICIALE
LA DEFORMAZIONE ANGOLARE
I DIVERSI TIPI DI RAPPRESENTAZIONI
LA DEFINIZIONE ANALITICA DI UNA RAPPRESENTAZIONE
I SISTEMI DI RAPPRESENTAZIONE CARTOGRAFICA
LA RAPPRESENTAZIONE CONFORME DI GAUSS
LE NOZIONI DI BASE SULLE CARTE
LALLESTIMENTO DELLE CARTE
LA DENOMINAZIONE DELLE CARTE
LE CARTE REGOLARI, LA PRECISIONE DI UNA CARTA E LERRORE DI
GRAFICISMO
LA CARTOGRAFIA UFFICIALE ITALIANA
LA PRIMA CARTOGRAFIA: LA PROIEZIONE DI SANSONFLAMSTEED
LA CARTOGRAFIA UNIVERSALE UTM E UPS
LA CARTOGRAFIA ITALIANA IN PROIEZIONE DI GAUSS
GLI ESEMPI DI TAVOLETTE
LA RAPPRESENTAZIONE DELLALTIMETRIA
LULTIMA CARTOGRAFIA PRODOTTA DALLIGMI

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L

57
58
58
59
59
59
59
61
61
61
62
63
63
64
65
66
66
66
67
67
68
69
69
69
70
71
72
72
72
73
73
73
73
74
74
75
75
75
76
76
76
77
80
82
84
84

INDICE

7.4.6.1
7.4.6.2
8
9
9.1
9.1.1
9.1.2
9.1.3
9.1.4
9.1.5
9.1.6
9.2
9.1.1
9.1.2
9.1.3
9.1.4
9.1.5

IL TAGLIO DELLE CARTE


LA SUDDIVISIONE E LA SCALA DELLE CARTE PRODOTTE
CENNI DI TRIGONOMETRIA
QUESITI DESAME
ESAME 1
QUESITO 1
QUESITO 2
QUESITO 3
QUESITO 4
QUESITO 5
QUESITO 6
ESAME 2 COMPITO B
QUESITO 1
QUESITO 2
QUESITO 3
QUESITO 4
QUESITO 5

84
84
86
87
87
87
87
87
87
87
88
88
88
88
88
88
89

17363 ELEMENTI DI TOPOGRAFIA L