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Università degli Studi di Milano

Laboratorio di Filosofia della Musica

La voce e lo spazio

Responsabile Carlo Serra

Periodo II semestre

Durata 20 ore

Inizio: 7 marzo

Sede Via Noto, 8 · aula K 23

Ore 14,30
La voce e lo spazio. Per un’estetica della vocalità

Il Laboratorio, aperto agli studenti di Filosofia e di Musicologia, avrà come oggetto i rapporti narrativi
che legano il concetto di voce a quello di spazialità. Il tema della voce, infatti, si caratterizza, fin dalle
origini della teoria musicale, come un concetto modellato attorno all’intersecarsi di momenti espressivi,
articolazioni spaziali in grado di determinare delle corrette modalità timbriche d’emissione del suono.
Vorremmo tracciare la storia del concetto di voce, attraverso un percorso che prende origine nella
storia della teoria musicale greca, e mediante la lettura di alcuni testi filosofici mettendo a fuoco, grazie
all’analisi degli esempi musicali, le forme drammaturgiche della voce, le modalità di articolazione
spaziale del suono vocale, il rapporto che stringe questi concetti al concetto di tempo e rumore. La voce
si fa così contenitore di immagini e di suggestioni narratologiche, che aprono il tema del rapporto che
lega il suono alle sue possibili valorizzazioni immaginative, secondo un’articolazione fenomenologica
che porti ad evidenza le implicite valenze teoriche che quel concetto nasconde, prendendo le mosse dal
mito vocale di Eco e Narciso, che fa da sfondo al quadro di Poussin, che proponiamo come immagine -
guida della nostra ricerca, che è andata condensandosi in un libro.

Ma in che modo la voce interpreta le morfologie spaziali che la circondano? Il campo giocato dalla
voce che risuona è dinamico, una spazialità che si coglie sempre in movimento. Forse potremmo
spingerci a dire che, fin da adesso, la voce è una rappresentazione dinamica dello spazio, della sua
direzionalità, che persino quando è ferma, la voce che risuona si sostiene, resistendo a qualcosa. In
questa direzione, le occorrenze del termine latino trapassano quasi naturalmente in un altro contesto
metaforico: vox è nel rimbombo degli elementi, nel rumore, nello strepito. Avremo così la voce del
fulmine, o il mugghiare del mare. La voce richiama immediatamente una rappresentazione della natura:
gli elementi hanno voci ora morbide, ora terrificanti e si lasciano contemplare nel preannunciarsi
sonoro della loro azione. La voce dell’elemento è rumore, oggettualità non modulabile, che esplode
all’improvviso come il tuono, o ci accompagna in una situazione di crepitante continuità, come il canto
degli uccelli che si dispiega fra i suoni che ci circondano, in un intreccio di fonti puntiformi o continue,
nella passeggiata per il bosco: attraverso la voce, abbiamo l’impressione di poter almeno sfiorare un
vasto campo di indeclinabili. Fra soffio e detrito, essa può l’una e l’altra cosa, secondo il crescere o del
decrescere della propria intensità, come accade per il gonfiarsi del soffio di vento. Il movimento della
voce sembra assumere sfumature semantiche che riportano alla natura intima delle trasformazioni
dell’elemento: il gonfiarsi del vento o il suo passar placido come brezza hanno naturalmente un
significato metaforico, ma si muovono su un piano intermedio, che si colloca fra l’opacità del suono e la
trasparenza del segnale.

Il nucleo del problema è di tipo espressivo: l’elemento urla o canta in trasposizione metaforica, rivolto a
qualcuno. Il senso del rumore è il manifestarsi di un appello, di una minaccia, del simbolismo connesso
ad una personalizzazione dell’idea di natura che parla senza parole, trasformando in fenomeno
psicologico, ed espressivo, il sonoro con cui ci sollecita o ci opprime. Nella metafora la voce
dell’elemento prelude alla sua interpretazione in termini mitici, e, come accade nella vita pratica
l’alterarsi della voce ci segnala un mutamento di condizione, una trasformazione. Nell’incrociarsi dei
riferimenti ad una natura intima, interiore dell’elemento ed alla sua fuggevolezza, intravediamo,
sublimato il tema della corporeità. Nella sua indeterminatezza, la nozione rimanda ora alla dimensione
logica del discorso, ora alla dimensione opaca del sonoro, non immediatamente sigillato in direzione
della funzione-segnale, ma tenuto libero nella ricchezza delle sue direzioni semantiche, nello stratificarsi
di rimandi con cui l’esperienza dell’ascolto prende forma.

Vorremmo modulare il discorso attraverso quattro grandi immagini, quattro illustrazioni che raccontino
il percorso di costituzione del senso della spazialità della voce: per poter dar consistenza a questi temi,
vorremmo partire dal piano delle cosiddette musiche native. Scavando in questi contesti, infatti,
incontriamo tutti quei temi che fanno da sottofondo alle teoria della spazialità musicale, in genere, e di
quella della voce in particolare. Spazio, Materia, Tempo e Relazione sono le strutture filosofiche che
giacciono dietro all’elaborazione concettuale di tali forme musicali. La prima immagine (Spazio) su cui
declinare il rapporto fra voce e spazio è affidata all’analisi di un gruppo di versi da caccia, attraverso cui
i cacciatori africani ritualizzano e mettono sotto presa simbolica il percorso che porta dal qui, il centro
del villaggio, luogo di riconoscimento di una comunità al là, lo spazio remoto, lontano, dove si
muovono le prede. Il canto si fa melodia continuamente interrotta. Il richiamo diventa così indice
spaziale ed affettivo, come accade, in parte, per la ricerca timbrica su cui si costituiscono le forme
diplofoniche della tradizione mongola o le forme di inibizione del continuum sonoro nella tradizione
greca, (Materia) con un ponte che porta fino allo Stockhausen di Stimmung. Il pensiero sulla materia
sonora passa così attraverso le tecniche vocali, e, da lì, si muovono verso la trasposizione simbolica del
paesaggio e della spazialità in forme dell’abitare. Infine, Tempo e Relazione (spazio - temporale,
secondo il modello fenomenologico utilizzato per ripensare la categoria di contiguità) verranno
analizzati, attraverso l’analisi delle regole musicali che guidano le forme improvvisative tipiche interne
alla cultura Inuit, o ai canti per pensare di origine centroafricana. Il terreno teorico verrà quindi, di
volta in volta riguadagnato, per fissare i caratteri essenziali dei problemi che una teoria della musica
affronta, spesso in modo silente e sublimato.

La rinuncia al mondo del madrigale, dell’opera lirica, della liederistica o all’ambito della sperimentazione
novecentesca è un prezzo che paghiamo volentieri, rispetto alla possibilità di tentare di trovare un luogo
da cui poter tracciare il profilo del problema del declinarsi delle relazioni reciproche fra voce e
movimento o voce e luogo. D’altra parte, anche gli esempi etnomusicologici proposti, fra i molti
possibili, sono pochi, ma sufficienti, per accennare alle articolazioni principali del nostro tema, che
potremmo ridurre all’intreccio dei tre concetti spazio, materia e relazione. Le modalità attraverso cui la
voce occupa lo spazio, e lo fa proprio, ci porteranno sull’orlo più rarefatto del problema, la modalità
della rappresentazione del tempo da parte della voce, nel costituirsi del legame che unisce il gioco al
linguaggio. Il ponte che il libro stende nei confronti della tematica della voce in ambito novecentesco è
piuttosto ricco, ma non esplicitato sino in fondo: l’aspetto sorprendente, semmai, sta nel fatto che
un’estetica della vocalità che prenda come oggetto le forme primitive e arcaiche connesse all’uso della
voce, incontra immediatamente le tematiche vocali che hanno segnato il novecento. Il lavoro di
fibrillazione sulla materia vocale, l’analisi fonematica, il rapporto fra spazialità e suono, il lavoro sulla
dinamica come nostalgia utopica: chiunque conosca il lavoro sulla vocalità con cui Schoenberg,
Janáček, Stravinsky, Debussy, Bartók Nono, Ligeti, Berio hanno riaperto la via del vocale nel secolo
scorso, ritrova in questi esempi la radice di atteggiamenti compositivi, sorprendentemente lontani da
quei contesti. Ed il motivo, in realtà, è molto semplice: il lavoro sul materiale musicale, e sulle
grammatiche che ne organizzano l’articolazione, trova nella forma vocale un luogo di sperimentazione,
in costante dialogo con lo spazio delle sue risonanze, esterne e interne.