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IL VIOLINO DI AUSCHWITZ

La pioggia batteva sui vetri, le ultime note si spegnevano nel silenzio ed io


restavo in piedi al centro della stanza, le mani ricadute lungo i fianchi,
leggermente tremanti, il buio aveva invaso la stanza. Novembre rubava presto
ogni colore al giorno e lasciava solo un umido grigiore intorno. Larchetto
sfiorava i miei piedi ad ogni lieve singulto. Esorcizzare! Dovevo esorcizzare i
ricordi, il passato, il dolore, il rimorso! Dio comera difficile! Perch non potevo
semplicemente dimenticare? Perch non potevo liberarmi? Sol, do, fa, mi, re
le note, insieme ai ricordi, non mi davano tregua. Le mie mani risalivano, il
violino poggiato sulla spalla, larchetto pronto a vibrare e danzare sulle corde.
Sonata in sol minore di Giuseppe Tartini.
Il trillo del diavolo.
Niente di pi appropriato.
Niente di pi evocativo.
LEI adorava il violino. LEI adorava il mio violino. Adorava il modo in cui suonavo.
Loro adoravano sentirmi suonare. Adoravano schernirmi mentre suonavo. Il
trillo del diavolo. Non ne sapevano il nome ma gli piaceva. Era la mia ribellione.
Lunica che potessi permettermi. Glielo dedicavo e dentro bruciavo di rabbia.
Immaginavo una danza della morte, la musica che scorreva veloce ed io che
passavo vorticando in mezzo a loro, uccidendoli, mutilandoli, smembrandoli.
Facendo giustizia.
Ma erano solo sogni ed io restavo impotente col mio violino in mano a suonare
per il loro diletto.
Quanti anni erano passati? Tanti, troppi per essere contati e ricordati uno ad
uno. Restavano solo ricordi, tristi e dolorosi, devastanti. Cicatrici e numeri.
Restavo solo io. Il mio violino. La mia musica. La mia solitudine.
Come avevo fatto a sopravvivere cos tanto tempo? Cosa mi aveva dato la
forza di andare avanti? Perch io? La risposta era facile: il violino. Era lui che mi
teneva in vita. Lui che era lamore di LEI. LEI che troppo presto mi era stata
strappata.
Larchetto danzava sulle corde.
I ricordi danzavano nella mia mente.
Era uno scricciolo. Una ragazzina tutto pepe e voglia di vivere. Fino allultimo la
sua volont laveva sostenuta, il suo ultimo rantolo era rabbioso non dolente.
Non voleva arrendersi. Voleva continuare a vivere. Voleva sognare ancora. Ed i
suoi sogni li aveva lasciati a me. La sua volont era diventata la mia.
La mia storia era nota a tutti. Io il giovane violinista scampato alla furia nazista
grazie alle mie note. Loro, gli aguzzini che mi tenevano in vita per dileggiarmi,
per sfruttarmi durante le loro cene di gala. Erano tutti morti. Solo i ricordi, solo i

giornali ormai testimoniavano quel periodo. Ed i numeri. Quei maledetti


numeri. Incancellabili.
Il violino di Auschwitz. Cos mi chiamavano. Ancora adesso ero solo uno
strumento. Auschwitz mi aveva tolto la possibilit di essere considerato una
persona. Non un artista, non un miracolato. Una persona.
La musica riempiva la sala. Il buio era ormai sceso del tutto.
I ricordi affollavano la mia mente.
Il suo volto affiorava da essi. Il suo sorriso. I suoi occhi. La sua determinazione
che si mostrava sui suoi lineamenti. Lacrime che solcavano le mie guance.
I loro volti anonimi. La crudelt. La rabbia riempiva le mie dita che pizzicavano
violentemente le corde.
Adagio, veloce, adagio, sostenuto.
Note e ricordi che si rincorrevano. Battiti che acceleravano e fiato che si
rompeva.
Il suo fiato, il suo respiro. Il suo rantolo. Lultimo e la determinazione che
scivolava via dai suoi occhi lasciando il posto al nulla.
Comera morta? Morta quanto pesava quella parola sul mio cuore. Non ero
stato in grado di proteggerla. Ma come potevo? La febbre laveva colta al
campo di lavoro, quel campo sul quale io non ero mai andato. Io ero troppo
importante per loro. Io dovevo suonare. E lei lavorava. La febbre me laveva
portata via. Ero rimasto solo. Non lo ero mai stato fino ad allora. I miei primi 16
anni li avevo divisi con lei. 16 anni e 9 mesi. Laltra met del mio essere. Da
uno eravamo diventati due. Ed ora ero solo. Solo con la musica. Lei non
avrebbe voluto.
La vita va avanti! me lo diceva sempre ed io le rispondevo che la nostra non
era vita. lunica che abbiamo e non dobbiamo sprecarla! ma io lavevo
fatto. Avevo fatto di me un mero strumento e non avevo permesso a nessuno di
avvicinarmi. Mi ero spersonalizzato. Li avevo fatti vincere. Loro, gli aguzzini di
Auschwitz avevano vinto. Mi avevano tolto la mia identit, con lei non erano
riusciti a farlo. Fino allultimo aveva ribadito il suo nome! Lei non era un
numero! Lei era lei!
Musica. Dolente. Rabbiosa.
Miriam!
Quante volte avevo gridato il suo nome quella notte. Quante volte lo avevo
gridato nel mio cuore. Avevo solo te ed ora non ho pi nessuno. Non sono
nessuno!
Cos un uomo quando gli tolgono la motivazione per vivere? Niente. Un morto
che cammina. Io ero un morto che suonava.
Miriam!

Ho bisogno di te! Ho sempre avuto bisogno di te!


88 anni di cui 72 da solo. Una lunga, lunghissima vita.
La musica rallentava. Le dita erano stanche. Io ero stanco.
Un involucro di carne e note.
Il buio era soffocante.
Il respiro era affaticato.
Miriam!
Auschwitz!
Il suo volto. I suoi cancelli.
Il dolore.
Il dolore fisico.
Il cuore.
Il silenzio.

IL MESSAGGERO.
Trovato morto stamattina nella sua abitazione Davide Astori, il
violino di Auschwitz.
Il violinista, reduce della Seconda Guerra Mondiale e sopravvissuto al campo di
concentramento di Auschwitz, stato trovato morto nella sua casa di Roma
dalla governante. Aveva 88 anni ed una vita di musica e solitudine. Entrato
allet di 15 anni nel campo di concentramento insieme alla sorella gemella
Miriam ne uscito praticamente indenne, grazie al suo talento per il violino. Gli
ufficiali tedeschi lo hanno lasciato in vita, seppur portandolo allo stremo, grazie
al suo talento per la musica: Astori, infatti, allietava le loro serate con il suo
violino.
Lesperienza di Auschwitz, tuttavia, ha lasciato ferite indelebili e profonde nel
suo cuore, la morte della sorella Miriam per una polmonite lo ha segnato
ineluttabilmente, condannandolo ad una vita di auto punizioni e solitudine.
La morte, riferisce la governante, avvenuta per un collasso cardio-circolatorio
mentre suonava: aveva ancora tra le mani il suo violino e larchetto. Astori
morto come vissuto: di musica. Unico compagno e testimone quel violino che
lo ha accompagnato per tutta la vita, dal quartiere natio di Roma ad Auschwitz
ai palchi di tutto il mondo.
Si spento cos uno degli ultimi testimoni delle atrocit naziste.
Si spenta la voce del violino di Auschwitz.
Requiem.