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STORICI ARABI DELLE CROCIATE a cura di Francesco Gabrieli.

Copyright 1963 Giulio Einaudi editore s. p. a., Torino.

Indice.

Introduzione di Francesco Gabrieli. Nota bibliografica. Gli autori e le opere.

PARTE PRIMA "Da Goffredo a Saladino".

1.

Franchi si impadroniscono di Antiochia. Marcia dei Musulmani contro i Franchi, e quel che ne seguì. Franchi si impadroniscono di Ma'arrat an-Nu'màn. Franchi si impadroniscono di Gerusalemme. Cattura di Boemondo di Antiochia. Morte di Goffredo, e ulteriori conquiste franche. Saint-Gilles il Franco assedia Tripoli. Liberazione di Boemondo. Rotta di re Baldovino a Ramla. Franchi si impadroniscono di Giubail e di Acri.

2.

Spedizione di Suqmàn e Cekermìsh contro i Franchi. Baldovino di Edessa e Tancredi di Antiochia.

3.

Caduta di Tripoli. Caduta di Beirùt. Caduta di Sidone. Ripercussioni a Baghdàd dei fatti di Siria. Assedio di Tiro.

4.

Disfatta e morte di Ruggero d'Antiochia a Balàt. Morte e caratteristica di Baldovino Secondo.

5.

Zinki, uomo della Provvidenza per l'Islàm di Siria. Zinki conquista la rocca di Ba'rìn. Rotta dei Franchi. Alleanza franco-damascena contro Zinki.

6.

Zinki conquista Edessa. Morte ed elogio di Zinki.

7.

Seconda Crociata. Assedio di Damasco.

8.

Vittorie di Norandino e suo trionfo a Damasco. Morte di Norandino.

Scene e costumi franchi. Cavalleria franca. Pirateria franca. Medicina franca.

I Franchi e la gelosia maritale. Franchi orientalizzati.

I Templari a Gerusalemme.

Riscatto di prigionieri. Proposta di mandare un figlio in Europa. Il falcone di Acri. Pietà cristiana e pietà musulmana.

PARTE SECONDA "Saladino e la Terza Crociata".

1.

Ritratto morale del Saladino. Sua giustizia. Qualche saggio della sua generosità. Suo coraggio e fermezza. Suo zelo nella guerra santa. Sua pazienza e sforzo per guadagnarsi merito presso Dio. Saggi della sua umanità e indulgenza. Sua assidua pratica della virtù.

2.

Gli antefatti di Hittìn. Discordia dei Franchi di Siria, e passaggio del Conte di Tripoli a Saladino. Il tradimento del principe Arnàt. Saladino assedia al-Karak. Incursione sul territorio d'Acri. Saladino torna al suo esercito e invade la terra dei Franchi.

Battaglia di Hittìn. Il Sultano Saladino entra con l'esercito nel territorio dei Franchi. Presa di Tiberiade. Cattura della Gran Croce il giorno della battaglia. Conquista della rocca di Tiberiade. Trattamento inflitto da Saladino a Templari e Ospitalieri troncando loro il capo e rallegrando tutti col loro sterminio.

Riconquista di Gerusalemme. La Chiesa della Resurrezione. Descrizione di Gerusalemme. Il giorno della conquista, diciassette di ragiab. Stato dei Franchi alla loro uscita da Gerusalemme. Opere buone che il Sultano compì in Gerusalemme, e opere cattive che cancellò. Descrizione della venerata Roccia, che Iddio la tenga fiorente! Dell'Oratorio di Davide, e altri nobili santuari. Soppressione delle chiese, e i stituzione delle màdrase.

3.

Corrado di Monferrato a Tiro; vano assedio di Saladino.

4.

Marcia dei Franchi su Acri, e suo assedio. Altra battaglia, e battaglia degli Arabi. La battaglia campale sotto Acri. Saladino si allontana dai Franchi, che possono riprendere il blocco di Acri. Arrivo dell'esercito d'Egitto e della flotta egiziana per mare.

Incendio delle torri d'assedio.

Episodi vari dell'assedio. Una nave di Beirut penetra con uno stratagemma in Acri. Storia del nuotatore Isa. Un'imboscata. Umanità di Saladino. Donne di piacere e di guerra tra i Franchi.

5.

Corrado di Monferrato e la Terza Crociata. Crociata di Federico Barbarossa e sua morte. Arrivo dei re di Francia e d'Inghilterra. Un appello di Saladino all'Anticrociata.

Estremo attacco e resa di Acri. Acri, ridotta agli estremi, entra in trattative coi Franchi. Giungono lettere dalla città. Pace conclusa dalla guarnigione con sicurtà della vita. Il nemico si impadronisce di Acri. Massacro dei prigionieri musulmani.

6.

Trattative di pace e sua conclusione.

7.

Assassinio di Corrado di Monferrato.

8.

Malattia e morte del Saladino.

PARTE TERZA "Gli Ayyubiti e gli attacchi all'Egitto".

1.

La Quinta Crociata.

Concentrazione dei Franchi in Siria, loro marcia sull'Egitto e conquista di Dami ata, e suo ritorno ai Musulmani. Assedio e conquista di Damiata da parte dei Franchi.

I Musulmani riconquistano Damiata ai Franchi. Altri particolari della resa franca.

2.

Venuta ad Acri dell'imperatore Federico, re dei Franchi. Consegna di Gerusalemme ai Franchi. Cordoglio musulmano a Damasco. Federico a Gerusalemme. Ulteriori rapporti svevo-ayyubiti. Gli ultimi Svevi. Due lettere arabe di Federico.

3.

La Crociata di San Luigi. Arrivo dei Franchi in Egitto e loro occupazione di Damiata. Il Malik as-Salih si trasferisce e accampa a Mansura.

I Franchi avanzano e prendono posizione di fronte ai Musulmani.

Attacco di sorpresa ai Musulmani a Mansura, uccisione dell'emiro Fakhr ad-din Yu suf.

e susseguente vittoria dei Musulmani sui Franchi.

Attacco della flotta musulmana alle navi dei Franchi, e indebolimento di questi ultimi.

Rotta totale dei Franchi, e cattura del re di Francia. Assassinio del Malik al-Mu'azzam Turanshàh. Accordo di far re la principessa Shagiar ad-durr, madre di Khalìl, con 'Izz ad-din il Turcomanno come comandante dell'esercito. Riconquista di Damiata. Prologo ed epilogo della Crociata di san Luigi. San Luigi a Tunisi.

PARTE QUARTA "I Mamelucchi e la liquidazione delle Crociate".

1.

Baibars contro Tripoli e Antiochia. Sua lettera a Boemondo Sesto. Trattative con Ugo Terzo, re di Cipro e Gerusalemme. Espugnazione di Hisn al-Akràd. Fallito attacco a Cipro.

2.

Trattato di Qalawùn coi Templari di Tortosa. Trattato con Acri. Formula del giuramento prestato dal Sultano per questa tregua. Formula del giuramento dei Franchi. Caduta di al-Marqab. Caduta di Maraqiyya. Caduta di Tripoli.

3.

Caduta di Acri.

INTRODUZIONE.

Questo libro vuole aiutare il lettore occidentale a vedere il periodo delle Croc iate "dall'altra parte", cioè con l'occhio e con l'animo dell'avversario di allora

. L'operazione, sempre interessante e istruttiva, lo è più che mai in questo caso, d ell'urto medievale tra Cristianesimo e Islamismo: due civiltà non radicalmente div erse in quel tempo - ché, come è stato giustamente osservato, si fondavano entrambe su un atteggiamento spirituale e su categorie mentali sostanzialmente uguali -, ma che una diversa esperienza religiosa dall'aspirazione ugualmente universalist ica sospingeva l'una contro l'altra, irrigidendole nei momenti di crisi fino al fanatismo. Oggi, quel fanatismo almeno da noi è caduto, trasferendosi ad altri e i

n

fondo altrettanto religiosi contrasti; non si agitano più apologetici "pugnali"

e

"martelli" della fede, ed è anzi divenuto quasi di moda, da parte cristiana e ca

ttolica, un atteggiamento comprensivo e conciliante verso l'Islàm, forse dall'altr

a

parte non altrettanto ricambiato. Ma l'asprezza dell'antico antagonismo risorg

e

violenta se apriamo le pagine dei cronisti, dei polemisti medievali; e, sulla

scia di quell'antico odio teologico e di razza, che altre successive lotte appro fondirono e inasprirono, noi siam sempre portati, nel seguire la vicenda delle C rociate, a vedere "il nemico" al di là: nel campo di Solimano ed Argante, da cui s olo la poesia trasse Clorinda a venire a morire di qua, pacificata con la nostra fede. Per una superiore visione storica che cerchi abbracciare insieme il di qu

a e il di là, può essere utile il conoscere più da vicino, nei più genuini sembianti, la mentalità, gli ideali, i modi di vita e di guerra degli avversari delle Crociate, quali appaiono nelle pagine dei loro storici e cronisti, non certo inferiori pe

r quantità e qualità a quelli occidentali. Vi si vedrà naturalmente rovesciata la tavo la dei valori, ai "cani saracini" sostituiti i "porci cristiani", all'anelito pe

r il Santo Sepolcro contrapposto quello per la Santa Roccia ove poggiò il piede il Profeta nella miracolosa ascensione notturna, al pio Goffredo il pio Saladino.

Le conclusioni di ordine morale e religioso esulano da questa sede; allo storico

e appassionato di storia si vuol solo offrire un saggio dell'altra campana, un complemento al quadro che ci è solitamente offerto dalle fonti occidentali.

L'attacco delle Crociate colpì l'Islàm in un momento critico della sua storia, quand

o l'ondata araba era da tempo arrestata, o rifluiva sulla difensiva, e quella tu

rca si andava ancor affermando e sistemando in seno ai territori musulmani e di confine, prima di trapassare all'offensiva in grande stile contro il mondo crist iano. Precedenti ritorni controffensivi da parte cristiana l'Islàm aveva ben conos ciuti nelle croniche guerre contro i Bizantini, particolarmente vivaci nel corso del secolo decimo: ma l'attacco in forze dall'Occidente latino, e con scopi di

guerra prevalentemente e ostentatamente religiosi, colse di sorpresa una società m usulmana politicamente divisa, inetta a una rapida ed efficiente parata. La sche matica formula del Grousset - iniziale anarchia musulmana contro monarchia franc

a - ben rende la situazione tra la fine del secolo undicesimo e i primi decenni

del dodicesimo in Siria: il territorio frazionato tra emirati turchi rivali, di

ufficiali dei Selgiuchidi (atabek) e loro minori vassalli, con un malfermo domin

io dell'Egitto fatimida sulla Palestina. A Baghdàd, un califfo abbàside sotto tutela

del sultano turco, ombra ormai di quel che era stata la somma dignità islamica ai

giorni di al-Mansùr e al-Ma'mùn. I principotti della Siria settentrionale, i luogot enenti fatimidi di Gerusalemme e delle città del litorale resisterono come poteron

o,

cioè male; la Crociata si allargò come una macchia d'olio, e l'Anticrociata, inva

no

attesa e sollecitata da Baghdàd, si mostrò sulle prime impotente. Poi, a partire

dal terzo e quarto decennio del secolo dodicesimo, la resistenza musulmana si ir

rigidisce, ad opera degli Artuqidi di Mardìn, di Tughtikìn di Damasco, e soprattutto degli atabek di Mossul, Zinki e Norandino, che, liquidata l'avanzata Contea di Edessa, puntano sulla Siria col duplice scopo di unificarla sotto la loro signor

ia

e respingere i Franchi al mare. L'Arabismo come forza politica è ormai passato

in

seconda linea, e son tutte dinastie turche che conducono la lotta, in un ambi

ente culturalmente arabo ma già socialmente e militarmente turchizzato. L'avvento

al potere di Saladino in parte interrompe, in parte continua questo processo di

turchizzazione: curdo di stirpe, turco-arabo di lingua e di educazione, profonda mente e ortodossamente musulmano di fede e di costume, il grande Ayyubita fa cen

tro della sua potenza l'Egitto da lui reso all'ortodossia, e ridà all'Arabismo nuo

vo prestigio. Le due monarchie si affrontano, e sul piano di Hittìn cade nella pol

vere la corona latina di Gerusalemme. Ma la Terza Crociata arriva ad arginare l'

offensiva musulmana, e a puntellare i vacillanti stati cristiani del Litorale. G

li Ayyubiti con al-'Adil e al-Kamil, con la diplomazia e con le armi, mantengono

per mezzo secolo quella situazione d'equilibrio: respingono la Quinta Crociata, tengono a bada Federico Secondo, ma non riescono a riportare una efficace contr offensiva contro i residui stati cristiani del Litorale. Questa sarà l'opera dei s ultani Mamelucchi, gli schiavi turchi oriundi della Russia meridionale e del Cau caso, che alla metà del secolo tredicesimo si sostituiscono in Egitto agli ultimi fiacchi Ayyubiti. A questi rozzi soldati, che perfezionano all'interno la strutt ura del feudalesimo militare già introdotto dai Selgiuchidi e mantenuto dagli Ayyu

biti, l'Islàm deve a un tempo la difesa dall'invasione mongola (vittoria di 'Ain G ialùt, 1260, che salva la Siria), e la liquidazione delle Crociate. L'Occidente no

n sostenne più efficacemente le sue artificiali creazioni d'Oltremare: il papato,

che aveva deviato l'alto impulso religioso delle prime Crociate a fini di domini

o e predominio europeo, e abbassata la croce a segnacolo in vessillo contro batt

ezzati (crociata contro gli Albigesi, lotta contro gli Hohenstaufen), dové assiste

re impotente all'agonia di Antiochia, di Tripoli e d'Acri, che nella seconda metà

del secolo tredicesimo segnano le tre tappe della definitiva riconquista musulma

na del Litorale. E l'ultima difesa dei Templari in Terrasanta fu insieme l'incon

scia vigilia della loro tragedia in Occidente. Questi due secoli densi di storia, interessante del pari le sorti della Cristian ità latina e greco-orientale (quest'ultima, passiva innocente vittima di colpe ed errori latini), e dell'Islamismo su territori che da cinque secoli esso consider ava suoi, si riflettono adeguatamente nella storiografia musulmana di quel perio

do e dei secoli immediatamente seguenti. Storiografia musulmana abbiam detto, an

ziché araba, per riguardo all'origine talora non-araba dei suoi autori, ma che ara

ba si può senz'altro chiamare per la lingua usata (nulla praticamente conferiscono alla storia delle Crociate la storiografia in persiano, e quella appena nascent

e in turco), e arabo-musulmana per la confessione e l'"animus" che la ispira, be

nché non manchi qualche secondario apporto anche di cronisti arabo-cristiani d'Egi tto. Le invasioni dei "Frang" (e col nome di Franchi i Musulmani indicarono semp

re i Cristiani d'Occidente, a differenza dei "Rum" bizantini), le rovine e strag

i da loro causate, i danni inferti all'Islàm, e la resistenza di questo, finalment

e vittoriosa, non furono in verità mai un argomento isolatamente, monograficamente trattato dalla storiografia musulmana medievale: per quanto di somma importanza anche dal suo punto di vista, il fenomeno fu sempre da essa inquadrato nelle fo rme letterarie a lei consuete di concezione ed esposizione, e quindi o disperso

in cronache annalistiche generali, o condensato in trattazioni il cui filo condu

ttore non è ovviamente l'azione del nemico, bensì quella di un personaggio o di una dinastia musulmana, erettasi a campione della fede. Un'unitaria e organica Stori

a delle guerre contro i Franchi, che abbia in tale esclusivo argomento il suo ce

ntro, si cercherebbe invano nella storiografia musulmana. Noi la possiamo idealmente ricomporre dalla giustapposizione, il confronto e la fusione dei materiali contenuti nei vari tipi di opere storiografiche su questo periodo. Sono esse storie generali del mondo musulmano, come quella classica di

Ibn al-Athìr e le meno note di Sibt Ibn al-Giawzi e Ibn al-Furàt, per non parlare di compilazioni più tarde; o cronache cittadine e regionali come quelle di Ibn al-Qa lànisi e di Kamàl ad-din, riguardanti la Siria del nord e la Mesopotamia; o storie a schema regionale-dinastico, come quelle di Ibn Wasil e Maqrizi, o puramente din astico come la compilazione di Abu Shama; o infine scritti di carattere essenzia lmente biografico, o comunque incentrati attorno alle gesta di un protagonista,

e saranno le opere degli storici di Saladino, Bahà' ad-din e 'Imàd ad-din, e del bio grafo ufficiale dei primi sultani mamelucchi, Ibn 'Abd az-Zahir. Un "unicum", pr ezioso letterariamente ma come vedremo anche storicamente, è la brillante autobiog rafia di Usama. Diverse tra loro per la forma, ora secca e negletta ora stilisti camente elaborata e magari gonfia dei turgori della prosa rimata ("sag'"), per i

l tipo storiografico, per la intelligenza e accuratezza o per la superficialità an

odina e la passività compilatoria dei loro vari autori, tutte queste opere hanno i

n comune, come era da aspettarsi, l'atteggiamento ostile e sprezzante verso lo s

traniero infedele venuto a invadere per un atto di empio fanatismo (ognuno vede

il

fanatismo degli altri) il territorio dell'Islàm. Rare le discussioni e le anali

si

dei concreti "scopi di guerra" del nemico, che affiorano polemicamente solo n

elle trattative di pace della Terza Crociata. La presenza dell'infedele in armi

sul territorio musulmano è un dato di fatto a cui non si possono opporre che le ar mi, che il buon Musulmano avrebbe già il teorico diritto e dovere di portare egli stesso nei paesi dei miscredenti, fino al loro sterminio o alla loro conversione

o sottomissione alla vera fede. Perciò con i Franchi, come con gli infedeli in ge

nere, non si può mai a rigore parlare di pace ("sulh"), ma solo di temporanea treg

ua ("hudna"), quando opportunità o necessità vi costringa; e fortemente contrastata

nel campo stesso musulmano fu la più celebre pace o tregua del 1192, fra Riccardo

e Saladino. Questo, in teoria. In pratica, i duecento anni delle Crociate non po

terono passare in perpetua guerra; e così non solo si ebbero i periodi di tregua,

ma

persino, specie nel secolo dodicesimo, casi di "empia alleanza" tra Musulmani

e

Cristiani contro correligionari degli uni o degli altri, che il momento rende

va

nemici comuni (Ibn al-Qalànisi ci ha francamente ragguagliati sulla più scandalos

a

di queste alleanze, dei suoi Damasceni con i Franchi contro l'invadenza di Zin

ki

nel 1140).

Ma

le opere della pace non sono preferito oggetto della storiografia musulmana,

e forse di nessuna storiografia: e così la storia musulmana delle Crociate non è che un continuo cozzo d'arme, una continua e spesso monotona sequela di battaglie,

di scaramucce, di assedi, di incursioni. I verbi "ammazzare", "predare" e "devas

tare" sono i più frequentemente coniugati nel racconto della reciproca Guerra Sant

a. Mutano solo le parti, e come via via gli storici più antichi ci mostrano le cit

tà musulmane del Litorale siro soccombere all'assedio dei Franchi, nella strage la

rapina e l'incendio, così all'opposta curva della parabola le stesse scene a part

i invertite, e talora con le stesse parole, segnano le tappe della Riconquista m usulmana. ""Qui gladio ferit, gladio perit"", ferma sempre restando l'ammirazion

e per il valore e il sacrifizio, che non fecero certo difetto da entrambe le par

ti. Al colmo della parabola, nella Terza Crociata, dove si affrontarono le perso

nalità da ambe le parti di più alto rilievo, e le azioni di guerra ebbero più vasto e drammatico sviluppo (Hittìn, l'assedio d'Acri), la monotona cronaca militare si al larga in più ampio respiro, e si hanno le descrizioni della giornata campale di Ti beriade, dei furibondi scontri sotto Acri, delle marce e contromarce di Saladino

, su cui passa talvolta un soffio di religiosa epopea. Interessante del pari, ma stancante nella minuzia dei confusi e spesso contraddittori particolari, la cro

naca delle lunghe trattative per quella pace; peccato non ce ne sia stato serbat

o il testo originale, come i testi delle paci o delle tregue, serbatici per l'età

più tarda dagli storici dei Mamelucchi (trattati di Qalawùn). Teorica guerra perpetua, dunque, intramezzata da precarie tregue: tale l'imposta

zione dei rapporti ufficiali, nei due secoli di convivenza dell'Islàm con la Crist ianità in Terrasanta. E tale impostazione si riflette nella sua storiografia, e ne limita e rende monotono l'orizzonte. Nessun interesse in questi cronisti musulm ani per la organizzazione degli stati franchi, la loro vita economica e sociale,

la loro cultura. Solo di quando in quando la registrazione, non sai se più compia

ciuta o sprezzante, dei casi in cui la superiore cultura e il costume musulmano

avevano essi fatto presa sul nemico, come in quel principe di Shaqìf Arnùn di cui na rrano gli storici di Saladino, che parlava arabo e si interessava di letteratura araba e di legge islamica, salvo a usare di queste cognizioni per tentare di ab bindolare l'avversario (e il generoso Saladino si limitò a metterlo in prigione). Qualche barlume di un interesse per la vita, i costumi, le idee del nemico non l

o troviamo nei gravi storici, ma nello spregiudicato Usama, e non abbiam mancato

di darne qui saggi. Quando poi i Musulmani parlano del Cristianesimo, del dogma

e del culto cristiano, ne vien fuori una immagine deformata come una mascherata (si leggano le pagine di 'Imàd ad-din sulla fine di Gerusalemme cristiana), a ris

contro della quale si può solo mettere quella che del dogma e culto islamico dà la n ostra apologetica medievale. Tutto sommato, le due parti si ripagarono su questo punto di uguale moneta, e le Crociate non son certo valse a far conoscere e app rezzare di più a Cristiani e Musulmani i lati più nobili delle rispettive fedi. Ma, per tornare a quel tanto di compenetrazione materiale e spirituale che certo vi fu, le fonti musulmane mostrano minima la parte che l'Islàm seppe e volle prendere dai Franchi, senza confronto inferiore a quello che i Franchi presero dagli Ori entali. Un Guglielmo di Tiro, che impara l'arabo e da fonti arabe scrive la sua perduta storia d'Oriente, è un fenomeno che non ha riscontro nell'opposto campo. M

a gli storici arabi delle Crociate non si occupano solo del nemico, bensì in primo luogo della resistenza musulmana, dei suoi attori e protagonisti. E qui natural mente troveremo il più interessante complemento alla storiografia occidentale. Gli Arabi stessi lucidamente additarono nella loro iniziale divisione il motivo dei

successi della Prima Crociata (v'è un amaro passo di Kamàl ad-din ove è detto che gli emiri rivali di Siria gradivano e sfruttavano essi stessi, per il loro cieco pa rticolarismo, la penetrazione franca); e videro poi con sollievo, non senza qual che contrasto per i diversi legittimismi cui si ispiravano, il sorgere in Tughti kìn, Zinki, Norandino, Saladino, dei grandi campioni unificatori della Anticrociat a. La bella resistenza di Damasco all'assedio del 1148 fu il più onorevole episodi

o della resistenza in ordine sparso, locale e municipale, all'invasione latina.

Subito dopo, e già in parte anche prima, Zenghidi Ayyubiti e Mamelucchi assumono s uccessivamente quella direzione unitaria della difesa che teoricamente sarebbe t

occata al Califfato di Baghdàd. Ma questo, ridotto a una mera parvenza, sparì poi in gloriosamente nel corso stesso delle Crociate, senza avere esercitato altro infl usso che di pie esortazioni e omelie, e messaggi di compiacimento ai vittoriosi campioni della fede ortodossa. I fasti della Anticrociata sono quelli di più o men

o lunghe dinastie musulmane come le già ricordate e altre minori, che ressero per

fede e ragion politica il peso della guerra santa, consacrandovi talora con tota le dedizione la intera vita. E si comprende come la pietà, la riconoscenza e l'aul ica devozione dei loro cronisti non abbia lesinato a quei sovrani i lauri trionf

ali. Alta su tutti, sì da imporsi all'ammirazione dello stesso nemico, si leva la figura del Saladino: da oscure origini, attraverso una carriera non scevra agli

inizi di ambiguità e di violenza, egli ebbe la ventura di incarnare poi, nella buo

na e nella men buona fortuna, la forza, il prestigio e sì anche l'umanità e la caval

leria della civiltà medievale d'Oriente, della cui fede fu a un tempo inflessibile

ortodosso assertore. Il suo ritratto quale ci han lasciato Bahà' ad-din e 'Imàd ad- din è evidentemente quello dell'"optimus princeps" musulmano; ricco di sfumature p

pietistiche che cavalleresche, esso forse non arriva a renderci piena ragione d

el

fascino che esercitò quell'uomo sui contemporanei e sui posteri, nel proprio e

nell'avverso campo. Ma la leggenda che gli dette luogo nel Limbo dantesco e in t

anta versificazione e narrativa d'Occidente restò muta su di lui nella sua terra,

e celebrò piuttosto le gesta del tanto umanamente inferiore Baibars. Dell'uno e de

ll'altro di questi grandi campioni della controffensiva islamica, le fonti arabe storiche han serbato vivida memoria, così come di Zinki, di Norandino, di al-Kami

l e degli altri avversari maggiori delle Crociate. Anzi nella fedeltà e felicità pro sopografica si può riconoscere uno dei maggiori pregi di questa storiografia, este ndentesi con opposti sentimenti anche a brevi ma interessanti caratteristiche ne

l campo nemico. L'accortezza di Baldovino Secondo, la prodezza del Cuor di Leone

, l'energia indomabile di Corrado di Monferrato, l'abilità diplomatica e l'ironia

scettica di Federico Secondo, hanno trovato negli storici musulmani osservazione e conferma; meno saremo disposti a sottoscrivere ad altri giudizi, come quello

di

"furbo matricolato" affibbiato al santo re Luigi Nono (eppure come lo ritrae

al

vivo, con la sua dignitosa affabilità nella prigionia di Mansura, il colloquio

col plenipotenziario egiziano serbatoci da Ibn Wasil!); furbo matricolato lui, c

he andò a chiudere una vita di austera fede e donchisciottesco idealismo nella bal

orda spedizione di Tunisi nel cuor dell'estate!

Per la ricchezza dei materiali, l'abbondanza dei dati cronologici (pur non sempr

e coerenti fra loro, né sempre coincidenti con quelli delle fonti occidentali), la felice caratterizzazione prosopografica, la storiografia araba delle Crociate p

uò sostenere vantaggiosamente il paragone con quella cristiana coeva. Non le chied

eremo, d'altra parte, né imparzialità e serenità verso il nemico, né originalità e profond ità di vedute, che restano quelle generali di tutta la storiografia musulmana medi evale, oscillante fra il pragmatismo e una meccanica e fideistica teologia. Fors

e

una sola personalità di vero storico emerge fra tanti più o meno diligenti cronist

i,

ed è quella di Ibn al-Athìr; il quale d'altra parte non ha avuto di recente una t

roppo buona stampa nel campo orientalistico come storico delle Crociate, per il libero e tendenzioso uso fatto delle sue fonti, ciò che se riduce la sua attendibi lità documentaria ne conferma la originalità dello storico ingegno, fra tanta passiv ità di compilatori. Manca insomma da parte araba, per questo periodo, una figura d egna di Guglielmo di Tiro; ma ove si tolga questa personalità di eccezione, il liv ello medio degli storici arabi delle Crociate può dirsi superiore a quello dei cro nisti cristiani, cui li contrappone anche, nella più parte dei casi, una maggior e sperienza di mestiere, quella che potremmo dire una più esperta coscienza professi onale. Giacché, come abbiam detto, la storiografia araba delle Crociate non è di sol ito che un frammento di una più vasta esperienza e trattazione storica.

Il tentativo di far vedere la storia delle Crociate "dall'altra parte" non è nuovo

in Occidente. Già più di un secolo fa, a conclusione della "Bibliothèque des Croisade

s" del Michaud, il dottissimo Reinaud, maestro di Michele Amari, aveva messo ins

ieme un volume di "Chroniques arabes" (Paris 1829), conglomerando in un testo co

ntinuato versioni e parafrasi da vari storici arabi di quel periodo, allora quas

i tutti inediti nei manoscritti della "Bibliothèque du Roi". Ma quel lavoro di pio

niere, che rende ancor oggi utili servigi agli storici non arabisti, mirava piut tosto a dare un'unica narrazione da fonti orientali delle Crociate anziché a prese ntare quelle fonti nella loro distinta fisionomia. Ciò si propose invece, nel seco ndo Ottocento, la sezione "Historiens orientaux" del grande "Recueil des Histori ens des Croisades", edito sotto gli auspici della Académie des Inscriptions et Bel les Lettres; sezione orientale curata in gran parte dal Barbier de Meynard, e co mprendente nei cinque volumi editi (Paris 1872-19o6) estratti in testo e version

e di vari storici come Ibn al-Athìr, Bahà' ad-din, Abu Shama, Abu l-Fidà eccetera. Il lavoro imponente, ma poco pratico e inadatto per il formato in-folio a una conti nuata lettura, è stato anche criticato per la scelta non sempre felice e fedele de

i testi, e per errori di interpretazione; esso resta a ogni modo uno strumento d

i consultazione e di studio per orientalisti e medievalisti del pari.

Questa nostra scelta, ben modesta in confronto alle opere ora menzionate, si è val

sa

naturalmente di entrambe, ma soprattutto dell'accesso diretto ai testi singol

i,

in buona parte ormai pubblicati, e in parte consultabili nella collezione fot

ografica di manoscritti storici presso la "Fondazione Caetani per gli studi musu

lmani" in Roma. I saggi che diamo sono da diciassette autori, che non esauriscon

o certo tutte le fonti storiografiche musulmane sulle Crociate, ma comprendono t

utte le più importanti, e cercano offrire un quadro abbastanza completo dei vari t ipi e indirizzi storiografici e letterari, rapidamente da noi sopra delineati. L

e versioni sono e non potevano non essere alquanto libere, sì da dare dignità e scio ltezza italiana allo stile, che sarebbe stato intollerabile a una lettura contin uata in una traduzione letterale; ma i precisi rinvii ai testi permetteranno agl

i arabisti la verifica, da cui, accanto al nostro debito ai precedenti traduttor

i dove c'erano, e ad eventuali nostri errori da cui non ci riteniamo infallibili

, apparirà speriamo anche la miglior interpretazione di singoli passi, talvolta fo ndata su emendamenti al testo facilmente ricostruibili dallo specialista. I crit

eri della scelta sono stati, come era ovvio, da un lato l'importanza storica deg

li argomenti, dall'altro la ricerca al possibile di ciò che fosse più umanamente e l

etterariamente vivo e caratteristico nella generale monotonia delle fonti: del p

articolare plastico e pittoresco, che storicamente può contar poco ma si imprime c

on

facilità e vivezza nel ricordo, e cui molti degli storici orientali, e, confess

o,

anche il loro odierno antologista, sono anche troppo sensibili. Nell'economia

generale della scelta, la seconda sezione, dedicata a Saladino e la Terza Croci

ata, si è presa la parte del leone, e ciò proprio per il più e il meno giusto dei due criteri ora accennati. Ma spero che nel complesso emerga abbastanza da queste pa gine la visione d'insieme e nei particolari che i Musulmani ci hanno trasmessa d

i quel periodo, le tendenze, dove han luogo, dei singoli autori, le loro caratte

ristiche di stile. Dopo aver trascorso molti mesi in compagnia di questi storici musulmani delle Cr

ociate, e averne riascoltato le voci di durezza e ostilità fanatica verso la fede dei nostri padri, ma anche di religioso zelo ed amore alla loro tradizione avita

, di affetto alle loro memorie, di ammirazione per i campioni e i martiri che si consacrarono alla loro difesa, sia permessa al raccoglitore di queste pagine un

a confessione. Una confessione di reverenza e di etimologica "simpatia" per una

civiltà per tanti anni da lui studiata forse con troppo poca intima comprensione e adesione, ma che forse mai prima d'ora gli aveva rivelato intera, accanto a def

icienze e negatività su cui è superfluo ora insistere, la sua forza ispiratrice di p azienza, di dedizione di sé, di sacrifizio, la sua mirabile elasticità e potenza di recupero nell'avversa fortuna, la sua granitica fede in un ordine assoluto e sup remo. Tutte queste qualità siamo abituati a formulare, quando vengono "dall'altra parte", in termini dei difetti o vizi correlativi. Che una volta tanto, senza ri nnegamenti ma senza pavidi scrupoli, siano chiamate col loro proprio nome.

F. G.

Roma, settembre 1957.

In

questa terza edizione sono state rettificate alcune sviste, e introdotti alcu

ni

aggiornamenti bibliografici.

F.

G.

Agosto 1969.

Nota bibliografica.

Le

moderne storie generali delle Crociate, scritte da non orientalisti che si so

n

valsi però del Reinaud e del "Recueil" (per cui confer qui sopra), sono R. GROUS

SET, "Histoire des Croisades et du royaume franc de Jérusalem", Paris 1934-36, ST. RUNCIMAN, "A History of the Crusades", Cambridge 1951-54, entrambe in tre volum

i con vasta bibliografia (un sintetico disegno divulgativo ha dato lo stesso R.

GROUSSET, "L'épopée des Croisades", Paris 1939, trad. it., Milano 1968), A. WAAS, "G eschichte der Kreuzzüge", Freiburg 1956, 2 vol., F. COGNASSO, "Storia delle Crocia te", Milano 1967, Z. OLDENBOURG, "Histoire des Croisades", Paris 1967. D'una gra nde "History of the Crusades", a opera di più collaboratori, diretta da La Monte e Setton, sono usciti sinora due volumi, "The first hundred years" e "The later C rusades", 1189-1311, Philadelphia 1955 e 1962. Un'opera d'insieme sulla storiogr afia musulmana e le sue varie forme è F. ROSENTHAL, "A History of Muslim Historiog raphy", 2a ed., Leiden 1968; ma una rassegna e valutazione fondamentale degli st orici arabi delle Crociate va cercata in CL. CAHEN, "La Syrie du Nord à l'époque des Croisades et la principauté franque d'Antioche", Paris 1940, pagine 33-93 (Les so urces arabes), trattazione aggiornata dallo stesso Cahen nell'articolo "Croisade

s" in "Encyclopédie de l'Islam", seconda ed. (1961), pagine 64-67. Si veda anche i

l nostro capitolo "Historiography of the Crusades" nel volume "Historians of the Middle East", Oxford 1962, pagine 98-107 e in italiano nel volume "L'Islam nell

a storia", Bari 1966, pagine 195-209. Crediamo inutile come troppo specialistica una bibliografia sui singoli autori e argomenti: menzioniamo solo i tre importa

nti studi di H. A. R. GIBB, "Notes on the arabic materials for the history of th

e early Crusades", in "Bulletin of the School of Oriental Studies", VII (1935),

pagine 739-754, "The arabic sources for the life of Saladin", in "Speculum", XXV (1950), pagine 58-72, e "The achievement of Saladin", in "Bulletin of the John Rylands Library", XXXV (1952), pagine 44-60 (sul Saladino si può anche vedere il n

ostro profilo nel volume "Storia e civiltà musulmana", Napoli 1947, e a parte Fire nze 1948); inoltre J. KRAEMER, "Der Sturz des Königreiches Jerusalem (583-1187) in der Darstellung des 'Imad ad-din al-Katib al-Isfahani", Wiesbaden 1952; B. LEWI

S, "The sources for the history of the Syrian Assassins", in "Speculum", XXVII (

1952), pagine 475-89 e il volume "The Assassins", London 1967; F. GABRIELI, "Gli Ospitalieri di San Giovanni negli storici musulmani delle Crociate, in "Annuari

o della R. Scuola Archeologica di Atene", VIII-IX (1929), pagine 345-56.

Nella trascrizione dei nomi propri arabi si è dovuto per semplificazione tipografi

ca

rinunziare ai segni delle vocali lunghe e delle quattro enfatiche, accentuand

o,

come guida alla retta pronunzia, le parole non piane. I titoli dei singoli br

ani sono talora degli originali, e talora nostri: non si è creduto di complicare l

a composizione per distinguerli.

Gli autori e le opere.

IBN AL-QALANISI (1).

Abu Ya'la Hamza ibn Asad at-Tamimi, detto Ibn al-Qalànisi (Damasco, circa 465/1073 -555/1160). E' il più antico storico arabo che tratti delle Crociate, nella sua cr onaca nota come "Dhail ta'rìkh Dimashq" ("Seguito della Storia di Damasco", con ri

ferimento a una cronaca di tal titolo di Hilàl as-Sabi). Quest'opera, giuntaci ace fala in un unico manoscritto, va per la parte conservataci dall'anno 363/974 al 555/1160, l'anno stesso della morte dell'autore, e registra eventi della storia

di Mesopotamia ma soprattutto di Siria e di Damasco, ove Ibn al-Qalànisi ebbe cari

che amministrative e municipali. Vi son quindi trattate, su esperienze di prima mano, la Prima e Seconda Crociata, sino all'entrata di Norandino a Damasco. La n arrazione è circostanziata e fedele, con qualche parzialità per gli emiri damasceni della dinastia di Tughtikìn; e in stile secco e obbiettivo, salvo alcuni capitoli ove è introdotta la prosa ornata. La generale obbiettività, la contemporaneità agli ev enti narrati, e la inclusione di documenti, rendono la cronaca di Ibn al-Qalànisi

una fonte primaria per il più antico periodo delle Crociate.

TESTO: ed. Amedroz, Leiden í9o8. VERSIONI alle pagine 26-37, 40-42, 46-51, 57-60, 64-68.

IBN AL-ATHIR.

'Izz ad-din Ibn al-Athìr (Giazirat Ibn 'Omar, 555/1160 - Mossul 630/1233) è il più cel ebre di tre fratelli d'una famiglia mesopotamica, tutti illustratisi nella cultu ra arabo-musulmana. La sua opera principale è il "Kamil at-tawarìkh" ("Storia perfet ta" o anche "Somma delle storie"), vastissima storia di tutto il mondo islamico, dalla leggenda e storia arabo-ebraica antecedente alla predicazione di Maometto

, fino all'anno 628/1231. Mentre per la parte più antica (sino agli inizi del seco lo decimo dopo Cristo) essa ricalca nel complesso la grande raccolta storica di at-Tàbari, per gli ultimi tre secoli e soprattutto per l'età contemporanea dell'auto re è fonte importantissima, per larghezza ed equilibrio di impostazione, ricchezza

di materiali raccolti, e, "last not least", robustezza e personalità di visione s

torica, che han fatto considerare Ibn al-Athìr "il solo vero storico" arabo di que sto periodo. Da questa spiccata individualità nascono anche i difetti dell'autore, talora tendenzioso in favore della dinastia zenghide di Mesopotamia (Zinki, Nor andino ed epigoni), inesatto nella cronologia, rimanipolatore non sempre scrupol oso delle sue fonti. Ma pur con queste riserve resta ammirabile l'organicità dell' opera che abbraccia nella sua interezza il mondo musulmano dalla Transoxiana all 'estremo Maghrib e alla Spagna, persegue i nessi causali dei fatti, e sa raggrup parli, nonostante lo schema annalistico, in chiara ed efficace esposizione. Per la storia delle Crociate, Ibn al-Athìr fu testimone oculare benché non sempre benevo

lo delle gesta di Saladino, e utilizzò come fonti Ibn al-Qalànisi, Bahà' ad-din e 'Imàd ad-din (per i quali confer oltre). La chiarezza e semplicità del suo stile, alieno

da arcaismi e fronzoli e mirante all'essenziale dei fatti, ha contribuito anch'

essa alla sua fortuna, di storico principe del basso Medioevo musulmano.

TESTO: ed. Tornberg, voll. X, XI, XII, Leiden 1853-64. VERSIONI alle pagine 5-25, 43-45, 52-56, 60-62, 68-72, 114-24, 138-42, 172-87, 1 93-95, 204-7, 236-37, 251-60.

KAMAL AD-DIN.

Kamàl ad-din Ibn al-'Adìm (Aleppo 588/1192 - Cairo 660/1262) fu lo storico della sua città natale: anzitutto in un'enorme opera su schema prosopografico ("Bughyat at- talab"), conservata solo in parte ed inedita; poi, di sugli stessi materiali ivi raccolti, in una storia cittadina ("Zubdat al-halab fi ta'rìkh Halab" "La crema d el latte nella storia d'Aleppo"), che giunge fino al 641/1243, ed è per Aleppo nei secoli dodicesimo-tredicesimo ciò che è per Damasco nel dodicesimo la cronaca di Ib

n al-Qalànisi. Nella storia delle Crociate, vale soprattutto come testimonianza ar aba sulle vicende della Siria settentrionale.

TESTO: ed. Sami Dahhàn, II, Damasco 1954. VERSIONE alle pagine 38-40.

USAMA.

Usama ibn Munqidh, emiro di Shaizar (Shaizar, 488/1095 - Damasco 584/1188) è una d elle più interessanti figure dell'Arabismo siriano nell'epoca delle Crociate. Uomo

di faccenda e di penna, cavaliere e cacciatore, letterato e cortigiano, politic

o intrigante e senza scrupoli, passò la lunga vita in rapporti coi Franchi, gli em

iri di Siria e i califfi fatimidi d'Egitto, morendo poi oscuramente nel pieno de

ro dell'ammaestramento con gli esempi"), giuntaci incompleta in un manoscritto d

ell'Escuriale; sincero ritratto un po' tartarinesco di se stesso, e tesoro di no tizie aneddotiche sui suoi contemporanei musulmani e franchi. Solo in parte cons ervato è il resto della sua ricca produzione letteraria, fra cui un "Kitàb al-'asa" ("Libro del bastone"), raccolta alla maniera araba di aneddoti, versi, motti, pr overbi sui bastoni, da cui è desunto l'ultimo dei nostri estratti.

TESTO: ed. Derenbourg, Paris 1886 (e per l'ultimo passo, H. DERENBOURG, "Ousama ibn Mounkidh. Un émir syrien au premier siècle des Croisades", I, Paris 1893, pagine

528-29).

VERSIONE alle pagine 73-84.

BAHA' AD-DIN.

Bahà' ad-din Ibn Shaddàd (Mossul 539/1145 - Aleppo 632/ 1234) entrò nel 1188 al serviz

io del Saladino, che lo nominò cadi dell'esercito, e cui fu fedele familiare fino

alla morte. Sotto i suoi primi successori, fu gran cadi di Aleppo. La sua biogra fia del Sultano ("an-Nawadir as-sultaniyya wa l-mahasin al-yusufiyya", "Gli aned

doti sultaniali e le virtù giuseppine", ché Yusuf era il nome personale del Saladino ) è ottima fonte storica e prosopografica: dettata da sincera devozione e ammirazi one senza cortigiano servilismo, fondata per la sua maggior parte su un'esperien

za

diretta, redatta in stile piano e scevro di vezzi letterari, ci dà il più compiut

o

ritratto dell'eroe da parte musulmana, e una vivida cronaca della Terza Crocia

ta.

TESTO: in "Recued des Historiens des Croisades, Historiens Orientaux", III, Pari

s 1884.

VERSIONI alle pagine 87-113, 187-93, 196-99, 203-4, 207-9, 210-19, 220-26, 241-4

7.

'IMAD AD-DIN.

'Imàd ad-din al-Isfahani (Isfahàn 519/1125 - Damasco 597/ 1201) fu segretario di Nor andino e poi di Saladino, di cui, in sottordine al cadi al-Fadil, diresse la can celleria. Letterato e retore delle midolla, redasse, oltre a una preziosa antolo gia dei poeti arabi del secolo dodicesimo, svariate opere storiche, tutte da cap

o a fondo composte nel più artificioso stile ornato che l'arabo conosca, in prosa

ritmata e rimata, con ininterrotta sequela di allitterazioni, metafore e giochi

di parole. Questa difficile e stucchevole forma mosse già di buon'ora dei compilat

ori come Abu Shama (confer oltre) a spremere il succo dei fatti dall'ornato invo lucro dell'originale, a cui peraltro bisogna far ricorso per elementi storicamen

te importanti non tutti utilizzati in quelle riduzioni. Conservata ed edita inte

gralmente è la sua storia della conquista di Gerusalemme, continuata fino alla mor

te del Saladino ("al-Fath al-qussi fi l-fath al-qudsi", che si può rendere con "L'

eloquenza ciceroniana sulla conquista della Città Santa": i giochi di parola comin ciano come si vede fin dal titolo); parzialmente giuntoci, ma ancor inedito, il "Barq ash-shami" ("Lampo di Siria"), che riprende la vita e le gesta di Saladino dal 1175. In queste due opere l'indagine moderna tende a vedere, sotto l'insopp ortabile forma, una fonte capitale per la biografia del grande Ayyubita e gli ev enti in Siria e Mesopotamia di cui egli fu protagonista, e 'Imàd ad-din relatore b ene informato, esatto e fedele. Resta pur sempre il fatto, come si vedrà dai saggi addotti, che i dati concreti sono diluiti in uno spaventoso mare di chiacchiere

.

TESTO: ed. Landberg, Leiden 1888. VERSIONI alle pagine 125-38, 144-71, 199-202, 229-32, 233-35.

ABU SHAMA.

Shihàb ad-din Abu l-Qasim Abu Shama (Damasco 599/ 1203 - 665/1267), filologo e pro fessore, fu un compilatore da tavolino, che giustappose nel "Kitàb ar-rawdatain" ( "Il Libro dei due giardini", sulle due dinastie di Norandino e Saladino) pregevo

li materiali storici per buona parte a noi noti nelle fonti originali: così egli r

iproduce con citazione della fonte estratti da Ibn al-Qalànisi, 'Imàd ad-din (ridott

o in più sobria e tollerabile forma), Bahà' ad-din, Ibn al-Athìr eccetera. Più important

i per noi sono le citazioni dal perduto storico sciita di Aleppo, Ibn Abi t-Tayy

, autore fra l'altro di una biografia di Saladino. I "Due giardini" conservano i noltre numerosi documenti della cancelleria del Sultano, dovuti in buona parte a

l suo Segretario capo, il cadi al-Fadil, di cui esistono anche speciali raccolte

di epistole.

TESTO: ed. Cairo 1287/1870. VERSIONE alle pagine 209-10.

"Manaqib Rashid ad-din".

Indichiamo sotto questo titolo un singolare scritto proveniente dalla setta eret

ica degli Ismaeliti di Siria (Assassini). Le "Virtù di nostro Signore Rashid ad-di n", come suona tradotto il titolo intero, sono una raccolta di ricordi e aneddot

i sul Gran Maestro Rashid ad-din Sinàn, contemporaneo di Saladino e quindi capo de

lla setta in Siria nel periodo della sua più temuta potenza. Questi ricordi, in cu

i la parte edificante e miracolosa soverchia di molto quella storicamente utiliz

zabile, furono raccolti nel 1324 da un oscuro adepto della setta, lo sheikh Abu

Firàs di Màinaqa, allorché la potenza ismaelita era da un pezzo tramontata. Nel passo tradotto, sotto colori leggendari, sembra riflettersi il ricordo dell'assassinio

di Corrado di Monferrato.

TESTO: in "Journal Asiatique", serie VII, IX (1877), pagine 324-489 (S. GUYARD, "Un grand Maître des Assassins au temps de Saladin"). VERSIONE alle pagine 237-40.

IBN WASIL.

Giamàl ad-din Ibn Wasil (Hamàt 604/1207 - 697/1298) ebbe vari uffici sotto gli ultim

i

Ayyubiti e i primi Mamelucchi, andò nel 1261 ambasciatore di Baibars a Manfredi,

 

e

finì gran cadi della città natale. La sua opera maggiore, "Mufarrig al-kurùb fi akh

bàr Bani Ayyùb" ("Il dissipatore delle angustie circa la storia degli Ayyubiti") fa centro sulla storia della dinastia di Saladino, ma tratta anche, prima di essa, quella zenghide, e, dopo, quella mamelucca fino al 680/1282. E' quindi una delle migliori fonti per la storia delle Crociate nel secolo tredicesimo (Quinta Croc iata, viaggio di Federico Secondo, Crociata di San Luigi), da cui hanno attinto

i

più tardi compilatori. Rimasta a lungo immeritatamente inedita, solo di recente

se

ne è iniziata la pubblicazione (2).

TESTO: ms. Paris Ar. 1702 (fotocopia Caetani). VERSIONI alle pagine 260-69, 271-76, 279-95.

SIBT IBN AL-GIAWZI.

Nipote ("Sibt") di un precedente cronista Ibn al-Giawzi, fu reputato predicatore

e visse a lungo a Damasco nell'intimità di principi ayyubiti (Baghdàd 582/1186 - Da

masco 654/1256). La sua enorme e prolissa storia universale ("Mir'àt az-zamàn", "Lo specchio del tempo"), giuntaci in due redazioni, è soprattutto importante per l'età dell'autore e per gli avvenimenti di Siria: ad essa per esempio dobbiamo i più int

eressanti particolari della visita di Federico a Gerusalemme, così come, per il se colo precedente, qualche pittoresco particolare sull'assedio della Seconda Croci ata a Damasco.

TESTO: ed. Parziale Jewett, Chicago 1907 (anni èg. 495-654). Il testo sull'assedio

di Damasco, in nota a Ibn Qalànisi, ed. Amedroz.

VERSIONI alle pagine 62-63, 269-71.

"Ta'rìkh Mansuri".

Cronaca, giungente fino all'anno 631/1233, di un oscuro funzionario e cortigiano dei principi ayyubiti di Siria, tale Abu l-Fada'il di Hamàt, dedicata a un Malik al-Mansùr emiro di Hims (donde il titolo, che equivale a "Storia mansurica"). E' i mportante per notizie su Federico Secondo in Terrasanta, col testo delle sue let tere in arabo appena tornato in Italia, e per notizie sulle ultime vicende dei M usulmani di Sicilia, portate in Oriente da emissari e profughi arabo-siciliani. Questi preziosi estratti, dall'unico manoscritto del Museo Asiatico di Pietrobur go, furono pubblicati dall'Amari.

TESTO: in "Biblioteca Arabo-Sicula", Seconda Appendice, Leipzig 1887. VERSIONE alle pagine 276-78

IBN 'ABD AZ-ZAHIR.

Muhyi ad-din Ibn 'Abd az-Zahir (Cairo 620/1233 - 692/ 1293) fu segretario dei su ltani mamelucchi Baibars e Qalawùn, redattore di atti ufficiali della loro cancell eria, e poi loro biografo, sui materiali così da lui adunati. Della biografia di B aibars ("Sirat al-Malik az-Zahir") ci restano parti dell'originale, e il compend io curatone dal nipote dell'autore, Shafi' al-'Asqalani. Una larga parte di quel la di Qalawùn si identifica nell'anonimo "Tashrìf al-ayyàm wa l-'usùr bi-sirat as-Sultàn a l-Malik al-Mansur" ("Onore dei giorni e delle età, con la vita del sultano al-M. a l-M."). Anche del figlio di Qalawùn, al-Ashraf, il conquistatore di Acri, Ibn 'Abd az-Zahir scrisse la vita, di cui è pubblicato un frammento. Inedito è tuttora il re sto dell'opera di questo autore, assai importante come diretto testimone degli e venti narrati, e trasmissore di preziosi documenti ufficiali (lettere, trattati, eccetera), benché naturalmente il suo atteggiamento e tono panegiristico verso i suoi sovrani obblighino a cautela nell'utilizzarlo storicamente.

TESTO: Compendio di Shafi' della Vita di Baibars, ms. Paris Ar. 1707, e "Tashrìf" (Vita di Qalawùn), ms. Paris Ar. 1704 (fotocopie Caetani). VERSIONI alle pagine 301-6, 308-9, 316-23, 325-33.

"Tashrìf" (Confer Ibn 'Abd az-Zahir).

MAQRIZI.

Taqi ad-din al-Magrizi (Cairo 766/1364 - 845/1442), grande erudito e antiquario, raccoglitore di materiali preziosi sulla topografia storica d'Egitto, interessa

il nostro periodo per una delle sue opere storiche che è quasi esclusivamente una

compilazione (da Ibn Wasil, Sibt Ibn al-Giawzi, Ibn 'Abd az-Zahir e altre fonti meno note), ma, allo stato attuale delle nostre conoscenze, indispensabile: il "Kitàb as-sulùk fi mà'rifa ta'rìkh al-mulrìk" ("Libro del procedimento alla conoscenza del la storia dei re"), comprendente la storia degli Ayyubiti e Mamelucchi dal 577/1 181 all'840/1436. E' perciò importante per le due spedizioni crociate in Egitto, e per le conquiste finali dei Mamelucchi in Siria.

TESTO: ed. M. Ziyade, I, Cairo 1934. VERSIONI alle pagine 295-99, 334-35.

IBN AL-FURAT.

Nasir ad-din Ibn al-Furàt (Cairo 735/1334 - 807/1405) è come Maqrizi e quasi tutti i suoi contemporanei un gran compilatore, il cui valore dipende da quello delle f

onti da lui trascritte. Il suo grande "Ta'rìkh ad-duwal wa l-mulùk" ("Storia delle d inastie e dei re"), giuntoci parzialmente e ancora in gran parte inedito, arriva fino al secolo quattordicesimo, e serba interessanti materiali per l'epoca dei primi Mamelucchi. Un altro pregio di Ibn al-Furàt, da tempo riconosciuto, sono com

e in Abu Shama le citazioni dal perduto Ibn Abi t-Tayy per l'epoca di Saladino.

TESTO: ms. Wien Ar. 814 A. F., voll. VI, VII (fotocopia Caetani). VERSIONI alle pagine 306-8, 340-13, 329-25.

'AINI.

Badr ad-din al-'Aini ('Aintàb 762/1360 - Cairo 855/1451), funzionario e cortigiano dei Mamelucchi, filologo e studioso di tradizioni canoniche, compose anche una

storia generale ("'Iqd al-giumàn fi ta'rìkh ahl az-zamàn", "Il vezzo di perle sulla st oria della gente dell'epoca"), utilizzata al solito in grazia delle sue fonti no

n ancor riconosciute o direttamente accessibili.

TESTO: in "Recueil des Historiens des Croisades, Historiens Orientaux", II, Pari

s 1887.

VERSIONE alle pagine 313-15.

ABU L-FIDA.

Abu l-Fidà' 'Imàd ad-din Isma'ìl Ibn 'Ali al-Ayyubi, l'"Abulfeda" dell'arabistica sett

e e ottocentesca (Damasco 672/1273 - Hamàt 732/1331), è una simpatica figura di emir

o letterato, che ricorda un po' Usama. Membro della casa ayyubita, quando essa a veva ormai perduto ogni autonomo potere, soppiantata in Egitto e in Siria dai Ma

melucchi, riuscì a farsi riconoscere sotto la loro alta sovranità la signoria avita

di

Hamàt, dove regnò col titolo di Malik al-Mu'ayyad fino alla morte. Le sue due ope

re

principali di scrittore, la storia ("Mukhtasar ta'rìkh al-bashar" "Compendio di

storia del genere umano") e la geografia ("Taqwìm ad-buldàn", "Determinazione in lo ngitudine dei paesi"), ebbero la ventura di essere tra le prime opere della lett eratura araba conosciute e parzialmente pubblicate in Europa fin dagli inizi del l'arabistica moderna. Da ciò una iniziale sopravvalutazione di entrambe quelle com pilazioni, che lo schiudersi di opere più antiche e originali ha poi quasi del tut

to soppiantato. Della storia serba durevole interesse la parte contemporanea all

'autore, che militò da giovane nelle campagne mamelucche contro Tripoli e Acri, e

fu quindi testimone oculare del tragico epilogo delle Crociate.

TESTO: in "Recueil des Historiens des Croisades, Historiens Orientaux", I, Paris

1872.

VERSIONI alle pagine 333-34, 336-39.

ABU L-MAHASIN.

Abu l-Mahasin Ibn Taghribirdi (Cairo 813/1411 - 874/ 1469) fa parte anch'egli de lla famiglia dei poliistori ed eruditi dell'età mamelucca. La sua grande storia d' Egitto ("an-Nugiùm az-zàhira fi mulùk Misr wa l-Qàhira", "Le stelle fulgenti, sui re d'E

gitto e del Cairo") costituisce la più ampia cronaca generale del suo paese, dalla conquista araba all'857/1453; ma è anch'essa opera di pura compilazione. Accanto

a quella di Abu l-Fidà', la sua relazione dell'assedio ed eccidio d'Acri sotto al-

Ashraf (riposante certo su una fonte coeva) è il più interessante testo musulmano a noi noto su quell'evento, di cui manca la trattazione nel frammento edito della biografia di Ibn 'Abd az-Zahir su quel sultano.

TESTO: ms. Paris Ar. 1873 (fotocopia Caetani) (3). VERSIONE alle pagine 339-42.

Note "Gli autori e le opere". Nota 1 L'ordine di questi cenni, che, salvo il primo, è quello con cui gli autori compaiono nel libro, corrisponde solo all'ingrosso con quello cronologico. Nota 2. Ne sono usciti sinora tre volumi (Cairo 1954-62) a cura di M. Shayyàl. Nota 3. Il periodo relativo non è compreso nelle due edizioni occidentali dei "Nug iùm", di Juynboll e Matthes e di Popper. Mi è rimasta inaccessibile l'edizione cairi na.

STORICI ARABI DELLE CROCIATE.

PARTE PRIMA. "Da Goffredo a Saladino".

1.

Le nostre principali fonti per la Prima Crociata sono Ibn al-Qalànisi e Ibn al-Athìr

: ma, mentre il cronista damasceno si limita alla notazione cronachistica dei fa

tti, Ibn al-Athìr ricollega il fenomeno delle Crociate con tutto il movimento di r iscossa cristiana contro l'Islàm (progressi della "Reconquista" in Spagna e conqui sta normanna della Sicilia). La caduta di Antiochia e Gerusalemme in mano ai Cro ciati, il loro affermarsi in Terra Santa e i primi tentativi di reazione musulma na hanno nello storico mesopotamico il più completo ed efficace, se non il più diret to relatore.

I FRANCHI SI IMPADRONISCONO DI ANTIOCHIA.

(IBN AL-ATHIR, X, 185-88).

Il primo apparire della potenza dei Franchi e la prima loro aggressione al terri torio dell'Islàm, di parte del quale si impadronirono, fu nell'anno 478 (1085-86 d

opo Cristo), quando conquistarono la città di Toledo e altre terre di Andalusia, c ome abbiamo già riferito. Poi nel 484 (1091) attaccarono e conquistarono l'isola d

i Sicilia (1), ciò che abbiamo anche narrato, e rivolsero le loro mire alle coste

dell'Africa ove fecero qualche conquista, che fu loro ritolta; e altra ancora ne fecero, come poi si vedrà. Nel 490 (1097) mossero contro la Siria. La cosa cominc

iò così: il loro re Baldovino (2), parente di Ruggero il Franco che aveva conquistat

a la Sicilia, fece una grande adunata di Franchi, e mandò a dire a Ruggero: "Ho fa

tta una grande adunata di gente, e vengo ora da te, per andare a conquistare, pa rtendo dalle tue basi, la costa d'Africa, e diventare colà tuo vicino". Ruggero ad

unò i suoi compagni, e si consigliò con loro su tale proposta. "Per il Vangelo, - fe cero quelli, - ecco una cosa buona per noi e per loro; così quei paesi diventerann

o cristiani!" Al che Ruggero, levata una gamba, fece una gran pernacchia, dicend

o: "Affè mia, questa vale più di codesto vostro discorso" (3). "E perché?" "Perché se ve

ngono qui da me, quegli avrà bisogno di un grande apparecchio, e di navi che li tr asportino in Africa, e di truppe anche da parte mia. Poi se conquistano il paese quello sarà loro, e l'approvvigionamento dovranno averlo dalla Sicilia, venendo i

o a perderci il denaro che frutta qui ogni anno il prezzo del raccolto; e se inv ece non riescono, faranno ritorno qui al mio paese e mi daranno degli imbarazzi,

e Tamìm (4) dirà che l'ho tradito e ho violato il patto con lui, e si interromperan

no i rapporti e le comunicazioni fra noi. Ma l'Africa è sempre lì per noi, e noi qua ndo avremo la forza la prenderemo". Chiamato quindi il messo di Baldovino, gli d

isse: "Se avete deciso di far la guerra ai Musulmani, la cosa migliore è di conqui stare Gerusalemme, che libererete dalle loro mani e di cui avrete il vanto. Ma p

er l'Africa, ci sono giuramenti e patti che mi legano con quelli di là". E così quel

li si apparecchiarono e mossero contro la Siria. Secondo un'altra voce, furono i Fatimidi d'Egitto che, quando videro la forza dell'impero dei Selgiuchidi impia

ntarsi e impadronirsi della Siria fino a Gaza, senza che più alcuna provincia si i nterponesse fra essi e l'Egitto, e Atsiz (5) invase e oppugnò l'Egitto stesso, imp auriti mandarono a invitare i Franchi a muovere contro la Siria per impadronirse

ne e far da cuscinetto fra loro e i Musulmani (6). Dio poi ne sa di più.

Deciso che ebbero i Franchi di muovere contro la Siria, marciarono su Costantino poli per passare lo Stretto e avanzare per la via di terra, come più facile, nei p

aesi dei Musulmani. Ma giunti che furono colà, l'Imperatore d'Oriente negò loro il p assaggio per il suo territorio, dicendo: "Non vi permetterò di passare in terra d' Islàm se prima non mi giurate di consegnarmi Antiochia"; e intendeva in realtà eccit arli ad attaccare il territorio musulmano, nella convinzione che i Turchi, di cu

i aveva visto la saldezza e il dominio sul paese (d'Asia Minore), li avrebbero f

ino all'ultimo sterminati. Quelli accettarono le sue condizioni, e passarono il Bosforo presso Costantinopoli nel 490 (1097) entrando nello stato di Qilig Arslàn

ibn Sulaimàn ibn Qutlumìsh, cioè Iconio e altre terre. Ivi giunti, furono affrontati d

a

Qilig Arslàn con le sue truppe che sbarrò loro il cammino, ma essi lo combatterono

e

ruppero (7) nel mese di ragiab del 490 (luglio 1097), e passarono dal suo pae

se

per la Cilicia (8) che traversarono, sboccando infine ad Antiochia che cinser

o

d'assedio.

Quando il signore di Antiochia Yaghi Siyàn venne a sapere della loro marcia a quel

la

volta, temette dei Cristiani che ivi dimoravano: fece quindi uscire dalla cit

la sola popolazione musulmana, facendo loro scavare dei trinceramenti, e così il

giorno dopo i Cristiani, senza alcun Musulmano, per lo stesso lavoro. Essi lavor arono fino al pomeriggio, e quando vollero far ritorno in città egli ne li impedì, d icendo: "Antiochia è vostra, ma voi dovete lasciarla a me sinché io veda come si met tono le nostre cose coi Franchi". Gli dissero: "Chi proteggerà i nostri figli e le nostre donne?" Rispose: "Io mi occuperò di loro in vostro luogo"; ed essi, rasseg natisi, restarono nel campo dei Franchi, che assediarono la città per nove mesi. Yaghi Siyàn dispiegò un coraggio, un senno e fermezza e prudenza impareggiabili. La maggior parte dei Franchi perì, ché se fossero rimasti nel numero in cui eran mossi

avrebbero occupati tutti i paesi dell'Islàm. Yaghi Siyàn protesse le famiglie dei Cr istiani d'Antiochia da lui espulsi, e impedì che fosse loro torto un capello. Dopo lungo indugio sotto Antiochia, i Franchi entrarono in trattative con uno degli addetti alla difesa delle torri, un fabbricante di corazze a nome Rozbih (9), co

n larghe concessioni di denaro e di feudo: colui era addetto alla difesa di una

torre contigua al letto del fiume, costruita su una finestra che dava sulla vall e. Fermata che fu la cosa tra loro e quel maledetto fabbro di corazze, essi venn ero a quella finestra, l'aprirono e penetrarono di lì, e una gran massa di gente v enne su con le corde. Quando furono più di cinquecento, dettero fiato alle trombe sull'ora dell'alba, quando i difensori erano stanchi dalla gran veglia e la guar

dia. Yaghi Siyàn, destatosi, domandò di che si trattasse; gli fu risposto che il suo

n di tromba veniva dalla rocca, che certo era stata presa, mentre in realtà non ve

niva dalla rocca ma da quella torre. Preso dal panico, egli allora aprì la porta d

ella città, e uscì fuggendo all'impazzata con trenta paggi di scorta. Il suo luogote nente sopraggiunto domandò di lui, e dettogli che era fuggito si dette anch'egli a lla fuga da un'altra porta, ciò che fu di grande aiuto ai Franchi: se avesse tenut

o fermo un'ora, sarebbero stati annientati. Poi i Franchi entrarono nella terra

dalla porta, e la misero a sacco, e ammazzarono i Musulmani di dentro: ciò accadde

nel mese di giumada primo (491/aprile - maggio 1098) (10). Quanto a Yaghi Siyàn, al sorgere del giorno riprese il controllo di sé dopo che aveva perduto la testa,

e si accorse di aver percorso diverse "farsakh" (11) nella fuga. Chiesto ai suoi compagni dove fosse, gli fu detto: "a quattro "farsakh" da Antiochia", e si pen tì di essersi messo in salvo incolume e di non aver combattuto sì da cacciare il nem ico dalla terra o morire; prese quindi a sospirare e lacrimare per avere abbando nato la sua famiglia e i figli e i Musulmani, e per il violento cordoglio cadde da cavallo svenuto. I compagni volevano rimetterlo in sella, ma egli non si regg

eva più ritto, ed era ormai presso alla morte; perciò lo lasciarono e si allontanaro no. Gli passò accanto un taglialegna armeno mentre era all'ultimo fiato, e lo ucci se, e gli tagliò la testa, che portò ai Franchi in Antiochia. I quali Franchi avevan

o

scritto ai signori di Aleppo e Damasco, dicendo di non aver di mira altre terr

e

che quelle già appartenute ai Bizantini, e non altre; e ciò per inganno e perfidia

,

affinché quelli non andassero in aiuto del signore di Antiochia.

MARCIA DEI MUSULMANI CONTRO I FRANCHI, E QUEL CHE NE SEGUI'.

(IBN AL-ATHIR, X, 188-90).

Quando Qawàm ad-dawla Kerbuqà (12) sentì dei Franchi, e che si erano impadroniti di An tiochia, riunì le truppe e venne in Siria, accampandosi a Marg Dabiq; e con lui si riunirono le truppe di Siria, Turchi e Arabi, eccetto quelli di Aleppo. Si unir ono dunque a lui Duqàq ibn Tutùsh (13), l'atabek Tughtikìn, Gianàh ad-dawla signore di H

ims, Arslàn Tash signore di Singiàr, Sulaimàn ibn Artùq e altri emiri minori. Il che qua ndo udirono i Franchi, ne furono costernati e temettero per lo stato di debolezz

a e di scarse vettovaglie in cui si trovavano. I Musulmani avanzarono e vennero

a fronteggiarli sotto Antiochia; ma Kerbuqà si comportò male con i Musulmani che era

no con lui, li indispose e trattò superbamente, pensandosi che sarebbero rimasti c on lui in tali condizioni. Ciò li sdegnò, e fece loro concepire l'intimo disegno di tradirlo al momento della battaglia, e di abbandonarlo quando si fosse venuti al l'urto decisivo. I Franchi restarono in Antiochia per dodici giorni, dopo averla conquistata, senza avere di che mangiare: i grandi si nutrivano delle loro cava lcature, e i poveri delle carogne e di foglie d'albero. Ciò visto, mandarono a chi edere a Kerbuqà di poter uscire salvi dalla terra, ma egli non lo concesse, e diss e: "Non uscirete che con le armi". Tra i re che erano con loro c'era Baldovino, Saint-Gilles, Goffredo, il Conte (futuro) signore di Edessa (14), e Boemondo sig nore di Antiochia, capo di loro tutti; c'era anche un frate di grande autorità fra loro, furbo matricolato, il quale dichiarò loro che il Messia aveva una lancia se polta nel Qusyàn, un grande edificio di Antiochia (15), "e se la trovate vincerete

, e se no, avrete morte certa". Precedentemente, costui aveva sepolta una lancia in un dato luogo, e cancellatane ogni traccia; e ordinò loro digiuno e penitenza per tre giorni, e al quarto giorno li fece entrare tutti in quel posto, con i lo ro gregari e gli operai, che scavarono dappertutto e trovarono la lancia come qu egli aveva annunciato (16). Al che il frate proclamò: "Esultate per la sicura vitt oria". Così al quinto giorno uscirono dalla porta della città, divisi in gruppi di c inque o sei e simili. I Musulmani dissero a Kerbuqà: "Devi metterti sulla porta, e uccidere ognuno che esce: è facile spacciarli, ora che sono dispersi". Ma quegli rispose: "No, aspettate che siano tutti usciti, e allora li uccideremo", e non p ermise di coglierli d'un subito assalto, e quando dei Musulmani uccisero un grup po di quelli che uscivano andò lui di persona a proibirlo e impedirli. Usciti che furono tutti i Franchi senza che in Antiochia ne restasse più nessuno, appiccarono una gran battaglia, e i Musulmani si volsero senz'altro in fuga per colpa di Ke rbuqà, prima per lo spregio e disdegno con cui li aveva trattati, e poi per averli impediti dall'uccidere i Franchi. La loro rotta fu piena, senza che alcuno aves se dato un sol colpo di spada o di lancia, o tratto d'arco. Gli ultimi a fuggire furono Suqmàn ibn Artùq e Gianàh ad-dawla, che erano entrambi appostati all'agguato,

e Kerbuqà scappò via con loro. Il che visto, i Franchi credettero a un'insidia, non essendoci stato ancora combattimento da cui fuggire, e temettero di inseguirli. Solo un corpo di combattenti della guerra santa tenne fermo, e si batté per acquis

tar merito presso Dio e cercare il martirio. I Franchi ne uccisero a migliaia, e predarono i viveri e averi, arredi e cavalcature ed armi che erano nel campo, u scendone così ristorati e rinforzati.

I FRANCHI SI IMPADRONISCONO DI MA'ARRAT AN-NU'MAN.

(IBN AL-ATHIR, X, 190)

Sbrigatisi a questo modo dei Musulmani, i Franchi marciarono su Ma'arrat an-Nu'màn e la cinsero d'assedio, vigorosamente combattuti dagli abitanti. Vistili così fer

mi e gagliardi nella resistenza, così seriamente impegnati nella lotta, i Franchi

costruirono una torre di legno che giungeva all'altezza delle mura, e su essa si combatté senza che i Musulmani ne risentissero gran danno. Ma a notte alcuni dei Musulmani furono colti dal panico, e, scoraggiati e demoralizzati, credettero ch

e fortificandosi in alcuni degli edifizi maggiori vi si sarebbero potuti meglio

difendere: così scesero giù dalle mura, e sguarnirono il posto che difendevano; altr

i

videro e imitarono quest'esempio, e un altro punto di muro restò sguarnito; e co

un gruppo seguì l'altro nel venir giù dalle mura, tanto che queste restarono sgombr

e

di difensori. I Franchi salirono su con le scale, e quando furono su i Musulma

ni

si perdettero del tutto d'animo e si richiusero nelle loro case. Per tre gior

ni, i Franchi li passarono a fil di spada, uccidendo più di centomila persone e fa cendo gran prigionieri. Impadronitisi del luogo, vi si fermarono quaranta giorni . Andarono poi ad 'Arqa, e la tennero assediata per quattro mesi, aprendo molte brecce nelle mura, ma non riuscirono a espugnarla. Munqidh signore di Shaizar en trò con loro in trattative, e venne a un accordo con loro su di essa. Di qui passa

rono ad assediare Hims, su cui ugualmente patteggiò il suo signore Gianàh ad-dawla,

e per la via di an-Nawaqìr marciarono su Acri, ma non poterono impadronirsene.

I FRANCHI SI IMPADRONISCONO DI GERUSALEMME.

(IBN AL-ATHIR, X, 193-95).

Gerusalemme apparteneva a Tag ad-dawla Tutùsh (17), che l'aveva concessa in feudo

all'emiro Suqmàn ibn Artùq il Turcomanno. Ma, quando i Franchi vinsero i Turchi sott

o Antiochia e ne fecero strage, questi si indebolirono e dispersero e allora gli Egiziani, vista la debolezza dei Turchi, marciarono su Gerusalemme sotto il com ando di al-Afdal ibn Badr al-Giamali (18), e la assediarono. Erano nella città Suq

màn e Ilghazi figli di Artùq, il loro cugino Sunig e il loro nipote Yaquti. L'Egizia

no montò contro Gerusalemme più di quaranta macchine d'assedio, che demolirono vari

punti delle mura; gli abitanti si difesero, e la lotta e l'assedio durarono più di quaranta giorni. Alla fine, gli Egiziani si insignorirono della città per capitol

azione nello sha'bàn del 489 (agosto 1096) (19). Al-Afdal trattò generosamente Suqmàn, Ilghazi e i loro compagni, fece loro larghi donativi, e li lasciò andare; ed essi

si recarono a Damasco, e poi passarono l'Eufrate, e Suqmàn si fermò ad Edessa, ment

re Ilghazi se ne andò nell'Iràq. Gli Egiziani misero come luogotenente in Gerusalemm

e un certo Iftikhàr ad-dawla, che vi restò fino al momento di cui parliamo. Contro Gerusalemme mossero dunque i Franchi dopo il loro vano assedio di Acri, e giunti che furono la cinsero d'assedio per oltre quaranta giorni. Montarono con tro di essa due torri, l'una delle quali dalla parte di Sion, e i Musulmani la a bbruciarono uccidendo tutti quelli che c'eran dentro; ma l'avevano appena finita

di bruciare che arrivò un messo in cerca d'aiuto, con la notizia che la città era s

tata presa dall'altra parte: la presero infatti dalla parte di settentrione, il

mattino del venerdì ventidue sha'bàn (492/ 15 luglio 1099). La popolazione fu passat

a a fil di spada, e i Franchi stettero per una settimana nella terra menando str

age dei Musulmani. Uno stuolo di questi si chiuse a difesa nell'Oratorio di Davi

de (20), dove si asserragliarono e combatterono per più giorni; i Franchi concesse

ro loro la vita salva, ed essi si arresero, e, avendo i Franchi tenuto fede ai p

atti, uscirono di notte verso Ascalona, e lì si stanziarono. Nel Masgid al-Aqsa in

vece i Franchi ammazzarono più di settantamila persone (!?), tra cui una gran foll

a di "imàm" e dottori musulmani, devoti e asceti, di quelli che avevano lasciato i

l loro paese per venire a vivere in pio ritiro in quel Luogo Santo. Dalla Roccia (21) predarono più di quaranta candelabri d'argento, ognuno del peso di tremilase icento dramme, e un gran lampadario d'argento del peso di quaranta libbre sirian

e; e dei candelabri più piccoli centocinquanta d'argento e più di venti d'oro, con a ltre innumerevoli prede.

I profughi di Siria arrivarono a Baghdàd nel mese di ramadàn, col cadi Abu Sa'd al-Hàr awi, e tennero nella Cancelleria califfale un discorso che fece piangere gli occ hi e addolorò i cuori. Il venerdì vennero nella Moschea cattedrale, e chiesero aiuto

, piansero e fecero piangere, narrando quel che i Musulmani avevan sofferto in q

uella Città santa: uomini uccisi, donne e bambini prigionieri, averi predati. Per

i gravi disagi sofferti, arrivarono a rompere il digiuno.

I vari principi musulmani furono tra loro discordi, come diremo, e i Franchi pot

erono così rendersi padroni del paese. Su questo compose dei versi Abu l-Muzaffar al-Abiwardi (22), tra cui i seguenti:

Abbiam commisto il sangue alle scorrenti lacrime, e non è rimasto più campo in noi a lla pietà (?) La peggior arma dell'uomo è lo sparger lacrime, quando le spade attizzano il fuoco della guerra. Figli dell'Islàm, vi stanno addosso battaglie tali da far ruzzolare le teste (reci se) sui piedi. Osate sonnecchiare all'ombra di una beata sicurezza, in una vita molle come fior di verziere? Ma come può dormir l'occhio entro le palpebre, su sciagure tali da destare ogni do

rmiente?

Mentre i vostri fratelli di Siria son ridotti ad aver riposo sui dorsi dei destr ieri, o nei ventri degli avvoltoi?

I Rum li pascon d'ignominia, e voi traete lo strascico di una comoda vita, come

chi sta in pace? Quanto sangue è stato versato, quante vaghe fanciulle han dovuto per pudore nascon dere fra le mani il loro bel viso! Mentre le bianche spade han le punte arrossate di sangue, e le brune lance hanno insanguinato il ferro!

E si incrociano colpi di lancia e di spada, tali che i fanciulli ne hanno incanu tite le tempie.

Son guerre, queste, che chi ne schiva il gorgo per aver salva la vita digrignerà p oi i denti pentito. Guerre che in mano agli Infedeli han snudato spade, destinate a esser rinfoderat

e nei lor colli e nei crani.

A tali guerre, Colui che dorme nel sepolcro di Medina pare elevare alta la voce

nel grido: "O stirpe di Hashim! (23). Vedo il mio popolo che non drizza veloce le lance contro il nemico, vedo la fede poggiare su deboli sostegni.

Per timor della morte, i Musulmani evitano il fuoco della battaglia, e non credo no che il disonore inevitabilmente li colpisca".

I campioni degli Arabi si acconcian dunque a soffrire offesa, e chiudon gli occh

i sull'ignominia i prodi Persiani?

CATTURA DI BOEMONDO DI ANTIOCHIA.

(IBN AL-ATHIR, X, 203-4).

Nel dhu l-ga'da di quest'anno (493/settembre 1100), Kumushtikin ibn ad-Danishman

d Tailù, signore di Malatia, Siwàs e altre terre, si scontrò con Boemondo il Franco, u no dei capi dei Franchi, presso Malatia. Il (precedente) signore di questa città e ra entrato in trattative con lui e lo aveva chiamato a sé, ed egli era andato con cinquemila uomini. Ibn ad-Danishmand si scontrò con loro, e Boemondo fu battuto e

preso prigioniero. Arrivarono quindi dal mare sette Conti dei Franchi, che volle ro liberare Boemondo: vennero a una rocca a nome Ankuriyya, la presero e ucciser

o i Musulmani che vi eran dentro; passarono poi a un'altra rocca, in cui era Ism

a' ìl ibn ad-Danishmand, e la cinsero d'assedio. Ibn ad-Danishmand raccolse gran g ente e affrontò i Franchi, ponendo loro un'imboscata. Si attaccò battaglia, quelli d ell'imboscata usciron fuori contro il nemico, e nessuno dei Franchi, che erano t recentomila (!), si salvò, se non tremila che fuggirono di notte malconci. Ibn ad- Danishmand marciò su Malatia, se ne impadronì e fece prigioniero il suo signore. Poi uscì contro di lui l'esercito dei Franchi da Antiochia, ed egli li affrontò e batté. Tutti questi eventi ebbero luogo nel giro di pochi mesi.

MORTE DI GOFFREDO, E ULTERIORI CONQUISTE FRANCHE.

(IBN AL-ATHIR, X, 222).

In quest'anno (493/1100), Goffredo, re dei Franchi di Siria e signore di Gerusal

emme, marciò sulla città di Acri sul litorale, e la cinse d'assedio, ma fu colpito d

a una freccia e morì (24). Egli aveva precedentemente fortificato la città di Giaffa

, e l'aveva data in mano a un conte dei Franchi a nome Tancredi. Ucciso che fu G offredo, suo fratello Baldovino mosse verso Gerusalemme con cinquecento cavalier

i e fanti. Avutane notizia, il re Duqàq signore di Damasco marciò contro di lui con

le sue truppe, insieme all'emiro (di Hims) Gianàh ad-dawla, lo combatté e riportò vitt oria sui Franchi. In questo stesso anno i Franchi si impadronirono della città di Sarùg in Mesopotamia . Già prima essi si erano insignoriti della città di Edessa, per accordi con la sua popolazione formata in maggioranza di Armeni, con solo pochi Musulmani. A questo punto, Suqmàn raccolse in Sarùg un forte nerbo di Turcomanni e marciò contro i Franch i, ma questi lo affrontarono e batterono nel rabì' primo (gennaio-febbraio 1100); rotti così i Musulmani, i Franchi marciarono su Sarùg, l'assediarono e la presero, u ccidendo gran parte della popolazione, catturandone le donne e predando gli aver i: scampò solo chi riuscì a fuggir via. Ancora in quest'anno, i Franchi si impadronirono d'assalto di Caifa presso Acri sul litorale, e a patti di Arsùf, donde espulsero la popolazione. E nel ragiab (ma ggio), per forza d'armi di Cesarea, dove uccisero gli abitanti e misero a sacco la città.

SAINT-GILLES IL FRANCO ASSEDIA TRIPOLI.

(IBN AL-ATHIR, X, 236-37).

Saint-Gilles il Franco (25) (Dio lo maledica) si era scontrato con Qilig Arslàn ib

n

Sulaimàn ibn Qutlumìsh, signore di Iconio, avendo lui centomila uomini (26) e Qili

g

Arslàn solo un piccolo numero. Venuti a battaglia, i Franchi furono rotti, e ucc

isi e catturati un gran numero, dopo di che Qilig Arslàn tornò con la preda e l'inas pettata vittoria. Saint-Gilles, battuto, se ne venne con trecento uomini in Siri

a. Allora Fakhr al-mulk ibn 'Ammàr signore di Tripoli mandò a dire all'emiro Yakhùz, l

uogotenente di Gianàh ad-dawla su Hims, e al re (di Damasco) Duqàq ibn Tutùsh, dell'op portunità di andar subito addosso a Saint-Gilles che si trovava con così deboli forz

e. Così Yakhùz mosse in persona, e Duqàq mandò duemila uomini, cui si unirono rinforzi d

a Tripoli. Concentratisi alle porte di Tripoli, offriron battaglia colà a Saint-Gi lles: questi lanciò cento dei suoi contro i Tripolini, cento contro i Damasceni e cinquanta contro quelli di Hims, tenendo con sé gli altri cinquanta. Quei di Hims si volsero in fuga alla sola vista del nemico, seguiti dai Damasceni, mentre i T ripolini affrontarono i cento che avevano di fronte. Ciò visto, Saint-Gilles caricò con tutti gli altri duecento, e sconfissero quelli di Tripoli e ne uccisero sett emila. Indi Saint-Gilles investì e assediò Tripoli, coadiuvato nell'assedio da eleme nti indigeni della montagna e della campagna, per la maggior parte cristiani. Qu ei di dentro si difesero vigorosamente, e trecento Franchi furono uccisi. Poi Sa

int-Gilles fece tregua con loro per denari e cavalli, e mosse di lì sulla città di T

ortosa, in provincia di Tripoli, che assediò ed espugnò uccidendovi i Musulmani; e d

i qui alla rocca di at-Tubàn presso Rafaniyya, tenuta da un certo Ibn al-'Arìd. Atta

ccati, quei della rocca ebbero la meglio, e Ibn al-'Arìd fece prigioniero un caval iere dei loro più eminenti, per il cui riscatto Saint-Gilles offrì diecimila "dinàr" ( 27) e mille prigionieri, senza che Ibn al-'Arìd accettasse tale profferta.

LIBERAZIONE DI BOEMONDO. ROTTA DI RE BALDOVINO A RAMLA.

(IBN AL-ATHIR, X, 237-38).

In

quest'anno (495/1102), il Danishmand rimise in libertà Boemondo il Franco signo

re

di Antiochia, che aveva catturato come già dicemmo; e prese da lui centomila "d

inàr" di riscatto, e gli impose di liberare la figlia di Yaghi Siyàn, l'antico signo

re

di Antiochia, che quegli teneva prigioniera. Uscito di prigionia, Boemondo fe

ce

ritorno ad Antiochia, ridando così animo alla sua gente, e non stette molto che

mandò messi alla popolazione delle marche di Siria, Qinnasrìn e paesi vicini, esige ndo il tributo. Così i Musulmani ebbero un danno che cancellò l'effetto della gesta gloriosa del Danishmand.

Nello stesso anno Saint-Gilles marciò contro Hisn al-Akràd (28) assediandola. Gianàh a d-dawla raccolse le sue truppe per muovere contro di lui e piombargli addosso, m

a

fu assassinato da un Batinita (29) nella Moschea maggiore (di Hims), e si diss

e

che il suo congiunto re Ridwàn avesse armata la mano del sicario. Appena egli fu

ucciso, Saint-Gilles si presentò il mattino dopo davanti a Hims, la investì e cinse d'assedio, e si impadronì del suo territorio.

Il Conte nel giumada secondo (aprile 1102) strinse d'assedio Acri e fu quasi per

prenderla, rizzando contro di essa le macchine da guerra e le torri, mentre per mare aveva sedici galere. Accorsero i Musulmani da tutto il restante litorale,

e bruciarono macchine e torri del nemico, e le sue navi per giunta. Fu una merav igliosa vittoria, con cui Iddio avvilì gli Infedeli.

Il Conte franco signore di Edessa marciò contro Beirùt sul litorale, e la strinse fo

rtemente d'assedio, soffermandosi a lungo contro di essa; ma non vedendo modo di venirne a capo, si ritirò. Nel ragiab infine (maggio 1102) le truppe egiziane mossero su Ascalona, per impe dire ai Franchi di occupare gli ultimi resti dei possedimenti egiziani di Siria.

Ciò udito, Baldovino signore di Gerusalemme marciò contro di loro con settecento ca valieri, e li attaccò. Ma Dio dette la vittoria ai Musulmani, e i Franchi furon ro tti con grande strage: Baldovino fuggì e si nascose in un canneto, che fu dato all

e fiamme e il fuoco gli prese anche parte della persona; di lì, egli fuggì a Ramla,

inseguito e braccato dai Musulmani, finché travestito riuscì a riparare a Caifa, men tre molti dei suoi caddero uccisi e prigionieri.

I FRANCHI SI IMPADRONISCONO DI GIUBAIL E DI ACRI.

(IBN AL-ATHIR, X, 255).

In quest'anno (497/1103 - 1104) giunsero delle navi dai paesi dei Franchi alla c

ittà di Laodicea, cariche di mercanti, soldati, pellegrini, eccetera. Dell'aiuto d

i costoro si servì Saint-Gilles per l'assedio di Tripoli, ed essi la assediarono c

on lui per terra e per mare, e la strinsero ed oppugnarono per più giorni; ma, non venendone a capo, si ritirarono da essa su Giubail, e questa assediarono e comb

atterono vigorosamente. Quando gli abitanti si videro incapaci di resistere oltr

e ai Franchi, chiesero di capitolare e consegnarono loro la terra, ma i Franchi

non mantennero i patti della resa, e si impadronirono dei loro averi, estorcendo

li

con la tortura e vari tormenti. Finito l'affare di Giubail, marciarono su Acr

i,

ivi chiamati in aiuto da re Baldovino signore di Gerusalemme, e la investiron

o

e assediarono per terra e per mare. Governatore di questa città era un certo Ban

nà, noto col titolo di Zahr ad-dawla al-Giuyushi, così detto dal (visir fatimida) Ma lik al-Giuyùsh al-Afdal. Questi, dopo aver vigorosamente resistito e subito vari a ttacchi, non resse a un'ulteriore difesa della terra, e lasciò la piazza; e i Fran chi se ne impadronirono d'assalto, a viva forza, e si abbandonarono a vergognosi eccessi sulla popolazione. Quel governatore se ne andò a Damasco dove stette per un certo tempo, e poi fece ritorno in Egitto e si scusò con al-Afdal, che accettò le sue scuse.

2.

Le pagine che seguono, ancora da Ibn al-Athìr, sono importanti per la vittoriosa r eazione musulmana alla puntata franca su Harràn, avamposto mesopotamico in direzio

ne di Baghdàd; e ancor più per la situazione che ne consegue, di coalizioni franco-m usulmane combattentisi tra loro: il particolarismo musulmano che agevolò ai Crocia ti la conquista ha contagiato gli stessi vincitori, e Baldovino di Edessa e Tanc redi di Antiochia non esitano a entrare nelle opposte alleanze di emiri musulman

i rivali.

SPEDIZIONE DI SUQMAN E CEKERMÌSH CONTRO I FRANCHI.

(IBN AL-ATHIR, X, 256-57).

Allorché i Franchi - che Dio li mandi in malora! - si insediarono da padroni nelle

terre dell'Islàm da loro conquistate, ciò coincise col fatto che gli eserciti dell' Islàm e i suoi sovrani erano occupati a combattersi l'un l'altro, risultandone la discordia e disunione dei Musulmani, e la dispersione delle loro forze. La città d

i Harràn apparteneva a un mamelucco di Malikshàh a nome Qaragia, che l'anno preceden

te ne era partito lasciandovi a luogotenente un certo Muhammad al-Isfahani. Ques ti si ribellò a Qaragia col favore della popolazione locale, per l'ingiustizia di colui, mentre al-Isfahani era uomo energico e intelligente. Non era rimasto a Ha rràn dei partigiani di Qaragia che un paggio turco a nome Giavalì, che Isfahani nomi nò capo dell'esercito e con cui strinse amicizia; ma mentre un giorno s'intrattene va con lui a trincare, Giavalì, d'accordo con un suo servo, lo uccise mentre era u bbriaco. Fu a questo punto che i Franchi (di Edessa) marciarono su Harràn. Quando

Mu'ìn ad-dawla Suqmàn e Shams ad-dawla Cekermìsh (30) appresero ciò - ed essi erano in g uerra fra loro, volendo Suqmàn trar vendetta su Cekermìsh per l'uccisione di suo nip ote, che poi racconterò a Dio piacendo, ed entrambi si preparavano ad affrontarsi l'un l'altro - quando dunque seppero dell'accaduto, si rivolsero reciprocamente un appello a riunire le loro forze per salvare la situazione a Harràn, dicendo ogn uno di offrir se stesso a Dio, e cercar solo la Sua ricompensa. Ognuno accolse l 'invito dell'altro e messisi in marcia si congiunsero sul fiume Khabùr, strinsero alleanza e mossero insieme ad affrontare i Franchi, Suqmàn con settemila cavalieri turcomanni e Cekermìsh con tremila cavalieri turchi, arabi e curdi. Incontrarono il nemico sul fiume Balìkh, e li vennero con esso a battaglia (maggio 1104). I Mus ulmani fecero mostra di volgersi in rotta, inseguiti per circa due "farsakh" dai Franchi; poi, rivoltatisi, ne fecero strage a loro talento. Le mani dei Turcoma nni si riempirono di bottino, e giunsero a far preda di ingenti ricchezze, essen do lì vicino la campagna coltivata dai Franchi. Boemondo signore di Antiochia e Ta ncredi signore del litorale si erano staccati dal grosso e appostati dietro un m onte per attaccare alle spalle i Musulmani nel colmo della mischia; ma, quando v ennero fuori, videro i Franchi in fuga e la loro campagna messa a sacco. Aspetta rono quindi la notte e fuggiron via, inseguiti dai Musulmani che uccisero e catt urarono molti dei loro compagni, mentre loro si misero in salvo con sei cavalier i. Il conte Baldovino signore di Edessa era fuggito con un gruppo dei loro Conti

vollero guadare il Balìkh, ma i cavalli si impigliarono nel fango. Sopravvennero dei Turcomanni di Suqmàn, e li catturarono, portando Baldovino alle tende del lor

:

signore, che era frattanto con i suoi all'inseguimento di Boemondo. Gli uomini

o

di Cekermìsh videro che quelli di Suqmàn si erano impadroniti della roba dei Franch i, mentre loro tornavano senza vantaggio alcuno di preda, e dissero a Cekermìsh: " Che figura ci faremo presso la gente e i Turcomanni, se quelli si portano via il bottino e noi restiamo a mani vuote?", e lo persuasero a prendersi il Conte dal

le tende di Suqmàn, ciò che quegli mandò senz'altro ad effetto. Quando Suqmàn tornò, la co sa gli increbbe assai: i suoi compagni erano già in sella pronti a menar le mani, ma egli li rimandò indietro, dicendo: "La gioia dei Musulmani per questa spedizion

e sarebbe guastata dal cruccio per la nostra discordia, né io vorrei sfogare la mi

a collera col dar soddisfazione al nemico a spese dei Musulmani". E immediatamen

te partì, e, prese le armi e le bandiere dei Franchi, rivestì i suoi delle loro vest

i e li fece montare sui loro cavalli, dirigendosi verso le rocche di Shaihàn ove e

rano i Franchi. Questi uscirono credendosi che fossero i loro compagni vittorios i, e lui li uccideva e prendeva la rocca, il che ripeté con diverse fortezze. Quan to a Cekermìsh, egli marciò su Harràn e la occupò, lasciandovi a vicario un suo fido, e poi mosse verso Edessa che assediò per quindici giorni. Fece poi ritorno a Mossul, avendo con sé il Conte da lui catturato nelle tende di Suqmàn, e fissò il suo riscatt

o in trentacinque (mila) "dinàr" e centosessanta prigionieri musulmani. I morti Fr anchi furono circa dodicimila uomini.

BALDOVINO DI EDESSA E TANCREDI DI ANTIOCHIA.

(IBN AL-ATHIR, X, 321-26).

Quando Giavalì (31) giunse a Makisìn, mise in libertà il Conte franco che era prigioni ero in Mossul e che egli aveva preso con sé: si chiamava costui Baldovino, ed era signore di Edessa, Sarùg e altri luoghi, ed era rimasto sinora (501/1108) in prigi onia, offrendo grosse somme senza ottenere la libertà. Ora Giavalì lo rilasciò e gli d onò delle vesti d'onore, dopo che era stato in carcere quasi cinque anni (32) e st abili con lui che egli si sarebbe riscattato per denaro, e avrebbe rilasciati i prigionieri musulmani che teneva in carcere, e dato aiuto a lui Giavalì quando ne lo avesse richiesto con la sua persona, le sue truppe e il suo denaro. Accordati si su ciò, Giavalì inviò il Conte alla rocca di Gia'bar, e lo consegnò al signore di que sta, Salim ibn Malik, fino a che venne da lui suo nipote Jocelin, un prode caval iere dei Franchi signore di Tell Bashir; il quale era stato catturato insieme al Conte in quella battaglia, ma si era riscattato per ventimila "dinàr". Venuto Joc elin a Gia'bar, stette lì in ostaggio in luogo del Conte, che fu messo in libertà e se ne andò ad Antiochia. Giavalì poi prese Jocelin dalla rocca di Gia'bar e lo rilas ciò, prendendo in cambio suo cognato e il cognato del Conte, e lui lo rimandò al Con te per rafforzarlo e stimolarlo a liberare i prigionieri, a pagare il denaro del riscatto, e assolvere ogni altro impegno. Jocelin, giunto a Manbig, la razziò e s accheggiò; alcuni uomini di Giavalì che erano con lui gliene fecero rimprovero, dich iarandolo un tradimento, ma egli rispose che quella città non era roba loro. Liberato dunque il Conte e venuto ad Antiochia, Tancredi signore di questa gli d ette trentamila "dinàr", cavalli armi e vesti. Questo Tancredi aveva preso Edessa agli uomini del Conte quando egli era stato fatto prigioniero; ora egli si rivol se a lui per riaverla, ma l'altro non ne fece nulla. Allora se ne andò a Tell Bash

ir, e quando arrivò da lui Jocelin rilasciato da Giavalì se ne allietò e rallegrò; Tancr edi intanto, signore di Antiochia, mosse contro di loro con le sue truppe per co mbatterli prima che si rafforzassero e riunissero un esercito, e si unisse Giava lì in loro aiuto. Costoro prima si combattevano tra loro, e dopo il combattimento si riunivano insieme, e banchettavano insieme e conversavano (33). Il Conte liberò centosessanta prigionieri musulmani, tutti del contado di Aleppo,

e li rivestì e licenziò. E Tancredi se ne tornò ad Antiochia senza che fosse stata ris

olta la questione di Edessa, mentre il Conte e Jocelin fecero incursioni sulle r ocche di Tancredi, e ricorsero per aiuto a Kawasìl, un Armeno signore di Ru'bàn, Kai

sùm e altre rocche a nord di Aleppo, che aveva con sé una quantità di rinnegati dall'I slàm e altra gente. Questi dette al Conte un aiuto di duemila cavalieri rinnegati

e duemila fanti. Tancredi mosse contro di loro, e nella contesa per Edessa fece

tra loro da mediatore il Patriarca, che è come il Califfo presso i Musulmani, da t

utti obbedito: un gruppo di Metropoliti e preti attestò che Boemondo, zio di Tancr edi, quando volle imbarcarsi e far ritorno al suo paese, aveva detto a Tancredi

di

restituire Edessa al Conte allorché fosse uscito di prigionia. Così Tancredi glie

la

restituì il nove safar (501/29 settembre 1108). Il Conte passò l'Eufrate per rime

ttere agli uomini di Giavalì il denaro e i prigionieri, e liberò per istrada una qua

ntità di prigionieri da Harràn e altri luoghi. A Sarùg c'erano trecento musulmani pove ri, per cui gli emissari di Giavalì riattarono le moschee. Il capo di Sarùg era un r innegato musulmano; gli uomini di Giavalì lo sentirono sparlare dell'Islàm, e lo pic chiarono; ne nacque una rissa tra loro, e la cosa fu riferita al Conte, che dich iarò: "Costui non serve né a noi né ai Musulmani", e lo fece ammazzare Nel safar poi di quest'anno (502/settembre 1109) ebbe luogo la battaglia fra Giavalì Saqau e Tancredi il Franco, signore di Antiochia. Origine della cosa fu c

he il re Ridwàn (signore di Aleppo) scrisse a Tancredi signore di Antiochia inform

andolo dell'insidia, tradimento e perfidia di Giavalì, mettendolo in guardia contr

o di lui e dandogli notizia che colui stava movendo su Aleppo, e che ove se ne f

osse impadronito i Franchi con lui non avrebbero potuto più mantenersi in Siria; p erciò gli chiedeva aiuto e accordo a respingerlo. Tancredi accolse tale richiesta

d'aiuto, e uscì da Antiochia, mentre Ridwàn gli inviava seicento cavalieri. Ciò udito, Giavalì mandò dal Conte signore di Edessa, chiamandolo a sua volta in aiuto, e gli condonò la restante somma del riscatto; quegli si mise in marcia alla sua volta, e si congiunse con lui a Manbig. Stando così Giavalì, gli venne notizia che l'esercit

o del Sultano (34) si era impadronito di Mossul, impossessandosi dei tesori e ri cchezze che lui Giavalì vi aveva. Fu questo per lui un grave colpo, e molti dei su

oi compagni lo abbandonarono, tra cui l'atabek Zinki ibn Aq Sunqùr e Bektàsh an-Naha

wandi: Giavalì rimase con mille cavalieri, insieme a una schiera di volontari unit

asi a lui. Egli si accampò a Tell Bashir, su cui marciò Tancredi con millecinquecent

o

cavalieri franchi, e seicento di re Ridwàn, oltre alla fanteria. Giavalì schierò all

a

sua ala dritta l'emiro Aqsiyàn e Altuntàsh al-Abarri, alla sinistra l'emiro Badràn i

bn

Sàdaqa, l'Ispahbàd Sabau e Sunqur Diràz, e al centro i due Franchi, il conte Baldov

ino e Jocelin. Si appiccò la battaglia: gli uomini di Antiochia caricarono il Cont

e di Edessa, e dopo violenta battaglia Tancredi ributtò il centro nemico. Ma la si

nistra di Giavalì caricò la fanteria antiochena, e ne uccise un gran numero, tanto c

he sembrava inevitabile la disfatta del signore di Antiochia. Fu allora che gli

uomini di Giavalì, buttatisi sui destrieri del Conte, di Jocelin e degli altri, li inforcarono e scapparono via. Giavalì corse loro dietro per riportarli alla batta glia, ma essi non tornarono indietro, avendo perduto ogni obbedienza verso di lu

i dacché Mossul gli era stata tolta. Visto che costoro non tornavano con lui, egli temette per sé di restare sul posto, e fuggì con tutto il resto del suo esercito. I spahbàd Sabau se ne andò verso la Siria, Badràn ibn Sàdaqa alla rocca di Gia'bar, Ibn Ce kermìsh a Giazirat ibn 'Omar, e Giavalì stesso a Rahba. Una gran quantità di Musulmani furono uccisi, e il signore di Antiochia ne predò le robe e i bagagli, mentre i F ranchi infierirono sui Musulmani. Il Conte di Edessa e Jocelin fuggirono a Tell Bashir, e un gran numero di Musulmani cercò rifugio presso di loro, che li trattar ono benignamente, curarono i feriti, rivestirono gli ignudi, e li avviarono al l oro paese.

3.

I

paragrafi seguenti, da Ibn al-Qalànisi, ci dànno vividi particolari di prima mano

sulla caduta delle città costiere di Siria (Tripoli, Beirùt, Sidone, e l'ancor vano assedio di Tiro), e sulle ripercussioni che il dilagare della invasione franca e bbe nella capitale morale dell'Islàm, Baghdàd. L'opinione pubblica musulmana, allarm ata dai profughi di Siria, reclama un'azione militare adeguata dalle autorità cent rali (il Califfo, e il Sultano Selgiuchide), che al solito "promettono di provve dere".

CADUTA DI TRIPOLI.

(IBN AL-QALANISI, 163-64).

Nello sha'bàn di quest'anno (502/marzo 1109), giunse per mare dal paese dei Franch

i Bertrando (35) figlio di Saint-Gilles che oppugnava Tripoli, con sessanta bast

imenti carichi di Franchi e di Genovesi, accampandosi sotto la città. Ne nacque un

a

contesa fra lui e il Conte di Cerdagne, nipote di Saint-Gilles, e sopraggiunse

ro

da un lato Tancredi signore di Antiochia in aiuto di quel di Cerdagne, dall'a

ltro re Baldovino signore di Gerusalemme con le sue truppe, il quale mise pace f

ra

loro. Quel di Cerdagne se ne tornò ad 'Arqa: trovò lì in un seminato un Franco, vol

le

colpirlo e il Franco colpì lui e lo uccise; e venutane la notizia a Bertrando f

iglio di Saint-Gilles, questi mandò chi prese in consegna 'Arqa dai compagni del m orto. Quindi i Franchi investirono Tripoli con tutte le loro forze, e cominciaro

no a combatterla e stringerne gli abitanti, dal primo di sha'bàn all'undici dhu l-

higgia di quest'anno (6 marzo - 12 luglio 1109), appoggiando le loro torri d'ass edio alle mura. Quando gli abitanti videro quello spiegamento di forze, rimasero sgomenti e certi della rovina, e si perdettero d'animo, disperati per il ritard

o a giungere della flotta egiziana, con vettovaglie e rinforzi. I rifornimenti d

ella flotta vennero a mancare e i venti contrari la tennero lontana, per volontà d

i Dio che il destino si compisse. I Franchi dunque spinsero a fondo l'assedio, e

presero la città d'assalto dai baluardi, conquistandola a viva forza il lunedì undi

ci dhu l-higgia (12 luglio 1109). La città fu messa a sacco, catturati gli uomini,

fatte schiave le donne e i bambini, e nelle mani dei vincitori cadde una innume revole e inestimabile preda di robe e preziosi, e codici della locale biblioteca (36), e oggetti di valore, e cimeli appartenenti ai notabili del luogo. Il gove rnatore della piazza e tutti i suoi soldati ebbero la vita salva: avevano infatt

i chiesto sicurtà prima dell'espugnazione, e quando la città cadde furon lasciati li beri e giunsero a Damasco pochi giorni dopo la conquista. Ma la popolazione fu m essa ai tormenti, furon loro sequestrati gli averi e scovati i tesori dai nascon

digli dove li avevano riposti, e li colpirono le più gravi prove e le più dolorose t orture. Franchi e Genovesi si accordarono nel senso che loro avessero un terzo d

el paese e del bottino, e i due terzi fossero di Bertrando figlio di Saint-Gille

s. Per re Baldovino, fu messo da parte dal mucchio quanto valse a soddisfarlo.

Nel frattempo Tancredi, non avendo ottenuto ciò che si prefiggeva con l'appoggio a quel di Cerdagne, era tornato indietro, e aveva investito e conquistato Baniyàs, patteggiando con gli abitanti, nello shawwàl di quest'anno (maggio 1109). Poi era mosso contro la terra di Giubail (37), dove stava (l'emiro di Tripoli) Fakhr al- mulk ibn 'Ammàr, ed era grande scarsezza di vettovaglie: egli mise alle strette lu

i e i suoi fino al venerdì ventidue dhu l-higgia (23 luglio 1109). Entrato con lui

in trattative, gli offrì sicurtà e quelli accettarono: così egli ricevette la resa a patti del luogo, e Fakhr al-mulk ne uscì con la vita salva, e promesse di riguardi e appannaggio.

E poco dopo arrivò la flotta egiziana, quale mai prima era salpata dai porti d'Egi tto, per nerbo d'uomini, numero di navi e apparecchi e derrate, in difesa e appr ovvigionamento di Tripoli, con uomini, viveri e denaro bastante per un anno, e i

n rifornimento delle restanti terre e popolazioni del litorale appartenenti al r

egno d'Egitto. Essa giunse a Tiro otto giorni dopo la presa di Tripoli, ormai co mpiutasi per il decreto divino che ne aveva colpito gli abitanti. Così la flotta s

i fermò qualche tempo sul litorale, e distribuì le sue derrate nelle varie contrade:

ciò servì a rafforzare gli abitanti di Tiro, Sidone e Beirùt, che si lagnarono delle loro condizioni e delle loro deboli forze dinanzi agli attacchi dei Franchi. Ma

la flotta non poté trattenersi oltre, e rifattosi propizio il vento fece vela per

l'Egitto.

CADUTA DI BEIRUT.

In quest'anno (503/1109-1110), Tancredi uscì da Antiochia con la sua gente della m

alora contro le terre confinarie di Siria, e si impadronì di Tarso e zone contigue

, cacciandone il governatore bizantino. Tornato poi ad Antiochia, ne riuscì contro Shaizar, cui impose un tributo di diecimila "dinàr", dopo aver dato il guasto all

a sua provincia; investì quindi Hisn al-Akràd e la ebbe in resa dalla guarnigione, e poi si diresse su 'Arqa. Intanto re Baldovino e il figlio di Saint-Gilles inves tivano per terra e per mare la terra di Beirùt, e mentre Tancredi tornava ad Antio

chia Jocelin signore di Tell Bashir veniva in quel di Beirùt a dar man forte ai Fr anchi invasori, e a chieder loro aiuto contro l'esercito dell'emiro Mawdùd che min acciava Edessa. I Franchi presero a fabbricare la torre d'assedio per rizzarla c ontro le mura di Beirùt, ma quando fu terminata e la misero in moto essa fu rotta

e

guasta dalle pietre delle catapulte. Si misero allora a fabbricarne un'altra,

e

il figlio di Saint-Gilles ne fabbricò una terza.

Arrivarono in quella per mare diciannove legni da guerra della flotta egiziana, che sopraffecero le navi dei Franchi impadronendosi di alcune, ed entrarono port ando rifornimenti di viveri a Beirùt, onde i difensori si rinfrancarono. Allora re Baldovino mandò a Suwaidiyya (38), chiamando in aiuto i Genovesi di lì con le loro

navi, e di lì giunsero infatti a Beirùt quaranta navi cariche di soldati. Così i Franc

hi mossero tutti insieme, per terra e per mare, all'assalto della città il venerdì v

entuno shawwàl (13 maggio 1110), e rizzarono due torri contro le mura, aspramente combattendo: cadde lì il comandante della flotta egiziana e un gran numero di Musu lmani, e i Franchi non ebbero mai, né prima né dopo, più aspra battaglia. Infine la ge nte della terra si perdette d'animo e si vide certa la morte: i Franchi dettero l'assalto decisivo alla sera di quel giorno, e si impadronirono della città a viva forza. Il governatore, fuggito con alcuni dei suoi, fu ricondotto innanzi ai Fr anchi e ucciso con i suoi compagni, e i vincitori predarono il denaro da lui por

tato con sé. La città fu messa a sacco, catturati e ridotti in cattività gli abitanti, confiscate le loro ricchezze e le loro robe. Poco dopo, arrivarono d'Egitto tre cento cavalieri in aiuto di Beirùt, i quali, giunti al Giordano, furono affrontati

da una piccola schiera di Franchi, e fuggirono su per i monti dove in parte per

irono. Finito l'affare di Beirùt, re Baldovino partì con i Franchi e investì la terra

di Sidone, intimandone agli abitanti la resa; questi impetrarono da lui una dila

zione a tempo determinato, ed egli acconsentì dopo aver loro fissato seimila "dinàr"

di tributo, da duemila che erano prima. Quindi se ne partì, e tornò a Gerusalemme p

er il pellegrinaggio.

CADUTA DI SIDONE. (IBN AL-QALANISI, 171).

In quest'anno (503/1109-1110) venne notizia dell'arrivo per mare di un re dei Fr

anchi (39), con più di sessanta navi cariche di gente, per il pellegrinaggio e la guerra in terra d'Islàm. Questi si diresse su Gerusalemme, e re Baldovino mosse a incontrarlo, concertando con lui l'azione contro il territorio musulmano: tornat

i infatti da Gerusalemme, investirono la terra di Sidone, il tre rabì' secondo del 504 (19 ottobre 1110), e la strinsero per terra e per mare. La flotta egiziana

era all'ancora davanti a Tiro, ma non poté venire in aiuto di Sidone. Gli assalito

ri costruirono la torre d'assedio, e mossero all'assalto con essa, rivestita di

sarmenti di vigna, tappeti e pelli fresche di bue, per ripararla dalle pietre e dal fuoco greco. Costruitala a questo modo, la trasportarono su ruote al disotto

montate, in più giorni. Il giorno della battaglia, accostatala alle mura, mossero all'assalto con essa, provvista d'acqua ed aceto per spegnere il fuoco, e appar ecchi di guerra.

A questo spettacolo, la gente di Sidone si perdette d'animo, e temette una sorte

simile a quella di Beirùt. Uscirono quindi, presentandosi ai Franchi, il cadi del

la città e un gruppo di anziani, e chiesero sicurtà a Baldovino, che la concesse a l

oro e alle milizie, per le persone e gli averi, garantendo di lasciare uscire da

lla città chi volesse andare a Damasco. Fattisi giurare questi patti, e assicurati

si

da lui, uscirono il governatore, l'intendente di finanza e tutti i soldati e

le

milizie, e una gran quantità di cittadini, e si diressero a Damasco il venti gi

umada (primo) del 504 (4 dicembre 1110), dopo quarantasette giorni d'assedio. Ba ldovino ordinò le cose nella città, vi pose un presidio e fece ritorno a Gerusalemme

; ma dopo un po' ritornò a Sidone e impose più di ventimila "dinàr" di contribuzione a

i Musulmani rimastivi, riducendoli in povertà, togliendo loro sin l'ultimo soldo, ed estorcendo il denaro a quanti seppe che fosse rimasto loro qualcosa.

RIPERCUSSIONI A BAGHDAD DEI FATTI DI SIRIA.

(IBN AL-QALANISI, 173).

In quest'anno (504/1110) il Sultano Ghiyàth ad-dunya wa d-din Muhammad ibn Malikshàh giunse da Hamadhàn a Baghdàd nel giumada secondo (novembre-dicembre). E giunsero a lui messaggeri e messaggi di Siria, riferendo sulla situazione, sull'attività dei Franchi dopo la loro ritirata dall'Eufrate, e sui fatti di Sidone, di Atharib, e della provincia di Aleppo. E il primo venerdì di sha'bàn, uno sceriffo (40) hashimi ta d'Aleppo con un gruppo di sufi, di mercanti e giureconsulti si presentarono a lla Moschea del Sultano a Baghdàd, e si misero a invocare aiuto: fecero scendere i

l predicatore dal pulpito e lo fracassarono, e gridarono e piansero per la sciag

ura che aveva colpito l'Islàm da parte dei Franchi, per l'uccisione degli uomini e

la riduzione in cattività di donne e bambini. Impedirono insomma alla gente di fa

r la preghiera canonica; mentre gli inservienti e i preposti, per calmarli, prom

ettevano loro da parte del Sultano che si sarebbero inviate truppe, e dato aiuto all'Islàm contro i Franchi e gli infedeli. Il venerdì seguente, essi tornarono a pr esentarsi alla Moschea del Califfo, e ripeterono gli stessi gran pianti e schiam azzi, e invocazioni d'aiuto e singhiozzi. Poco dopo, giunse a Baghdàd da Isfahàn la Principessa sorella del Sultano e moglie del Califfo, con indescrivibile e innum erevole pompa di gioie e ricchezze ed arredi, gualdrappe e cavalli, mobili e ves ti di gala, schiavi e paggi ed ancelle e servitori; e la coincidenza di quelle i nvocazioni di soccorso turbò la letizia e la gioia del suo arrivo. Il Califfo, Pri

ncipe dei Credenti al-Mustazhir bi-llàh, deplorò l'accaduto, e volle perseguirne i p romotori per punirli severamente; ma il Sultano si oppose, e scusò la gente per qu anto avevan fatto, e ordinò agli Emiri e ai Capi di tornare ai loro posti, e prepa rarsi a marciare per la guerra santa contro gli Infedeli nemici di Dio (41). Nel giumada secondo dello stesso anno (dicembre 1110 - gennaio 1111) giunse un a mbasciatore dell'Imperatore bizantino (42) con doni e cimeli e lettere contenent

i l'invito a muovere contro i Franchi e attaccarli, unendo le forze per cacciarl

i da questa terra (di Siria); a smettere su questo punto ogni fiacchezza, e racc

ogliere ogni energia per colpirli prima che il loro danno divenisse insanabile e

acquistasse troppo gravi proporzioni. Il sovrano bizantino diceva di averli già p er suo conto impediti dal passare nel territorio musulmano, e combattuti: ma che

se si fossero susseguiti i loro eserciti e rinforzi diretti ai paesi musulmani,

egli sarebbe stato di necessità costretto a patteggiar con loro e a permetter lor

o il passaggio, e ad aiutarli nei loro scopi e obbiettivi. Egli quindi eccitava ed esortava a tutt'uomo ad unirsi nel combatterli, ed estirparli da queste terre facendo causa comune contro di loro.

ASSEDIO DI TIRO.

(IBN AL-QALANISI, 178-81).

In quest'anno (505/1111-12), re Baldovino raccolse quanti più Franchi poté e si dire sse sulla terra di Tiro. Allora il suo governatore 'Izz al-mulk e la popolazione

si affrettarono a entrare in corrispondenza con l'atabek di Damasco Zahìr ad-din

(Tughtikìn), invocandolo in aiuto e profferendogli la consegna del paese: gli chie

sero perciò di affrettarsi a spedire un largo contingente di Turchi che arrivasser

o subito ad aiutarli e rafforzarli; che se l'aiuto avesse tardato, la necessità li avrebbe condotti a consegnar la terra ai Franchi, disperando di ricever l'aiuto

di al-Afdal signore d'Egitto (43). L'atabek si affrettò quindi a spedire un ampio

contingente di Turchi in pieno assetto di guerra, composto di più di duecento cav alieri e arcieri valenti, che giunsero a Tiro. A quei di Tiro arrivarono anche m

olti fanti volontari dal territorio di Tiro stessa e dal monte 'Amila, e così anch

e da Damasco, mentre l'atabek spediva altri rinforzi. Baldovino, per parte sua,

udita l'intesa fra l'atabek e quei di Tiro, si affrettò a investire la città con tut te le sue forze il venticinque giumada primo del 505 (29 novembre 1111): ordinò di tagliare gli alberi e i palmizi, costruì alloggi permanenti sotto le sue mura, e la prese invano più volte d'assalto, senza ottenere alcun risultato. Si disse che quei di Tiro, in un solo giorno dei combattimenti per la città, avessero saettato ventimila frecce.

Zahìr ad-din, saputo che i Franchi avevano investito Tiro, uscì da Damasco e si acca mpò a Baniyàs, irradiando le sue colonne volanti e i fanti razziatori per le provinc

e dei Franchi, con licenza di predare e ammazzare, saccheggiare e devastare e in

cendiare, per creare loro imbarazzi e indurli ad allontanarsi dalla città, mentre il secondo rinforzo sarebbe entrato in Tiro; ma questo non riuscì ad entrare. Zahìr ad-din andò ad attaccare al-Habìs nella Campagna, fortissima rocca, e dopo aspra lot ta la conquistò di forza uccidendone i difensori. Frattanto i Franchi presero a co struire due torri di legno per prender con esse d'assalto le mura di Tiro: più vol

te Zahìr ad-din si avanzò per impegnarli, sì da permettere alla guarnigione di Tiro un

a sortita onde incendiare le torri, ma i Franchi seppero di tale sua intenzione,

e si trincerarono da ogni lato, ponendo presidi armati a custodia del trinceram

ento e delle torri; né si curarono dei suoi movimenti, e delle incursioni e devast azioni che avvenivano nei loro territori. Venne avanti l'inverno, ma non arrecò da nno ai Franchi che si trovavano su terreno sabbioso e duro, mentre i Turchi al c ontrario ebbero gravemente a soffrire dalla loro posizione, pur non cessando mai di far razzie, e tagliare i viveri e i rifornimenti ai Franchi, e intercettarne

i convogli. Essi tagliarono il ponte da cui si passava a Sidone, per interrompe

re anche di lì i rifornimenti; e i Franchi si rivolsero allora a farli venire d'og

ni parte per via di mare. Zahìr ad-din, accortosi di ciò, si spostò con un corpo dell' esercito dalla parte di Sidone, scorrendone la zona extramurale: uccise parecchi marinai e incendiò circa venti navi sul lido, senza omettere al tempo stesso di m andar lettere a quei di Tiro per rinfrancarli ed eccitarli a perseverare nella r esistenza e nella lotta contro i Franchi. La costruzione delle due torri e degli arieti in esse contenuti fu condotta a te rmine in circa settantacinque giorni. Il 10 di sha'bàn (11 febbraio) si cominciò a m etterle in moto ed accostarle alle mura della città, e divampò attorno ad esse la ba ttaglia: la torre piccola era alta più di quaranta cubiti, la grande più di cinquant a. Il primo di ramadàn (2 marzo) quei di Tiro uscirono dai bastioni col fuoco grec o, legna e catrame e strumenti incendiari, ma non riuscirono a colpire in nessun punto i due obbiettivi. Buttarono però il fuoco vicino alla torre piccola dove i Franchi non poterono respingerlo, e soffiò un vento che lo apprese alla torre; così questa bruciò dopo una violenta lotta e difesa a lei d'intorno, e ne furono predat

e molte corazze e targhe e altra roba, e il fuoco passò anche alla torre maggiore.

I Musulmani riseppero che i Franchi avevano lasciato di combattere sotto le mur

a, occupati per l'incendio della torre, e si distolsero anch'essi dal combattime nto sui bastioni: allora i Franchi li attaccarono e respinsero dalla torre, spen sero il fuoco che vi si era appreso, e posero d'ogni parte ampi presidi di miliz ie scelte a guardia della torre e delle catapulte. Sino alla fine di ramadàn, essi perseverarono nei loro attacchi alla città: accostar ono la torre a uno dei bastioni, e colmarono i tre fossati ad esso prospicienti. Allora i Musulmani puntellarono il tratto di muro di fronte alla torre franca,

e vi appiccarono il fuoco: i puntelli bruciarono, e il muro crollò in faccia alla

torre, impedendo di accostarla alle mura e dar con essa l'assalto. Il punto da e ssi attaccato venne così ad avere più corto riparo, ma le torri delle mura lo domina vano, e la torre mobile non poté avanzare da quel lato. I Franchi rimossero le mac erie accumulate, e trascinarono la torre verso un altro bastione della città, acco standola alle mura e cominciando a batterle con gli arieti di cui l'ordigno era munito. Le mura furono squassate, parte delle pietre cadde, e quei di dentro fur ono sull'orlo della rovina. Allora un ufficiale di marina tripolino, esperto del l'arte, intelligente e buon conoscitore delle cose di guerra, pensò di fabbricare

degli arpioni di ferro che afferrassero l'ariete, quando batteva il muro, dalla

testa e di fianco a mezzo di corde manovrate da uomini, sicché la torre di legno s

i inclinava sotto quella forte trazione: e ora erano i Franchi stessi a rompere

l'ariete per paura che si rovesciasse la torre, ora l'ariete si inclinava e guas

tava, ora era fracassato da due macigni fissati insieme che gli venivano lanciat

i

dalle mura. I Franchi fabbricarono parecchi arieti, che furono così rotti uno do

po

l'altro, ognuno lungo sessanta cubiti, attaccati alla torre di legno con cord

e,

e aventi ognuno all'estremità un blocco di ferro del peso di più di venti libbre.

Quando gli arieti furono più volte rinnovati e la torre riaccostata alle mura, qu

el

marinaio di cui abbiam detto escogitò una lunga e possente trave grezza di croc

e

(44) legno che montò sul bastione di fronte alla torre franca; questa trave avev

a

fissato al sommo, a forma di, un altro legno lungo quaranta cubiti, che girava

su carrucole mosso da un argano, a piacere di colui che lo manovrava, come avvi

ene negli alberi delle navi; a un estremo della trave girevole era una freccia d

i ferro, all'altro estremo delle corde scorrevoli (su pulegge) a volontà di chi le azionava, con le quali si issavano recipienti di rifiuti e immondizie per disto gliere i Franchi, lanciando loro addosso questi proiettili nella torre, dalla ma

novra degli arieti. I serventi si trovarono così in imbarazzo, impediti dal manovr are. Il detto marinaio prese dei panieri d'uva e delle ceste, e li riempì d'olio, pece, legname, resina e scorza di canne; poi ci appiccò il fuoco e preso che ebbe

li issò nell'ordigno sopra descritto, portandoli al livello della torre franca. Il

fuoco si comunicò al sommo della torre, e quelli si affrettarono a spegnerlo con aceto e acqua, mentre il nostro si affrettava a mandarne dell'altro, buttando in sieme sulla torre olio bollente in piccoli recipienti, di modo che l'incendio di vampasse violento. Cresciuto e propagatosi il fuoco, sopraffece i due uomini add

etti al sommo della torre, e uno lo uccise, mentre l'altro scappò giù; diffusosi sul vertice, l'incendio passò al secondo piano, poi a quello di mezzo, e divorò il legn

o, e sopraffece tutti quelli che gli stavano intorno nei vari piani. Incapaci di

spegnerlo, tutti i Franchi che erano dentro e d'intorno fuggirono, e la gente d

i Tiro, fatta una sortita, predò tutto ciò che la torre conteneva, e fece indescrivi bile bottino d'armi, strumenti e materiali. Allora i Franchi, disperando di prendere la città, cominciarono a ritirarsi: bruci arono gli alloggi che avevano costruito come abitazione nel campo, e molte delle navi che avevano sul lido, e da cui avevano asportato gli alberi, i timoni, e g

li attrezzi per la costruzione delle torri: si trattava di circa duecento bastim

enti grandi e piccoli, di cui circa trenta da guerra. Caricarono in alcuni di es

si

i loro bagagli leggeri, e partirono il dieci di shawwàl di quest'anno (10 april

e

1112), essendo durato il loro assedio di Tiro per quattro mesi e mezzo; si dir

essero su Acri e si dispersero per le loro terre. Quei di Tiro uscirono e predar ono il frutto della vittoria, e i Turchi mandati in loro aiuto tornarono a Damas

co, dopo che ebbero perduto nella guerra una ventina d'uomini, e ricevettero lì (4 5) il loro soldo e ogni mensile spettanza. A nessuna torre mai dei Franchi, in t empo antico e recente, accadde come a questa di essere abbruciata da capo a pied

i: aiutò a ciò il fatto che le due torri (46) erano di uguale altezza, e se l'una fo

sse stata più alta dell'altra la più bassa sarebbe andata distrutta. Le perdite degl

i abitanti di Tiro furono di quattrocento uomini, e dei Franchi in battaglia, a

quanto narrò chi ne era bene informato, circa duemila. Quei di Tiro non mantennero

quanto avevan profferto all'atabek Zahìr ad-din, di consegnare a lui la città, ma e gli non fece loro su ciò rimostranza alcuna, e disse: "Ho fatto quel che ho fatto per amor di Dio e dei Musulmani, non per desiderio di denaro e di regno". Ebbe g randi benedizioni e ringraziamenti per tale nobile azione, e promise loro che se

li avesse colti un altro guaio simile si sarebbe affrettato ad aiutarli. Quindi

fece ritorno a Damasco, dopo aver duramente lavorato a combattere i Franchi sin

o a che Dio non ebbe liberato quei di Tiro dalla distretta. Ed essi intrapresero

il restauro delle loro mura sconquassate dai Franchi, ripristinarono i fossati

nello stato e tracciato precedente, dopo che erano stati colmati, e fortificaron

o la città, mentre i fanti ivi raccoltisi si scioglievano (47).

4.

Il primo grave colpo ai Franchi non venne da Baghdàd, ma dall'azione collegata del

l'emiro artuqide di Mardìn, Ilghazi, con l'atabek di Damasco Tughtikìn. Nel 1119 Ilg hazi sorprese a Balàt (o Sarmadà, a ovest di Aleppo) il principe normanno Ruggero d' Antiochia, e lo disfece e uccise in una rotta sanguinosa. Su questo episodio, di amo in primo luogo il racconto del cronista aleppino Kamàl ad-din, la più prossima e fedele eco della battaglia; e poi quello di Ibn al-Qalànisi, che accenna anche al

la mancata occasione per i Musulmani di riprendere Antiochia, rimasta in quel fr

angente indifesa.

DISFATTA E MORTE DI RUGGERO D'ANTIOCHIA A BALAT.

(KAMAL AD-DIN, II, 187-90).

Ilghazi si recò a Mardìn insieme all'atabek (Tughtikìn), e di lì mandarono messaggi alle truppe musulmane e ai Turcomanni vicini e lontani, raccogliendo un grande eserc ito. Nel 513 (1119), Ilghazi mosse con più di quarantamila uomini, e passò l'Eufrate al guado di Badayà, e il Sangia: le sue truppe si spiegarono per la terra di Tell Bashir, Tell Khalid e zone vicine, uccidendo e saccheggiando quanto più poterono. Qui arrivarono dei messi di Aleppo, esortando Ilghazi ad accorrere, ché si susseg uivano le razzie franche dalla parte di al-Atharib su Aleppo, i cui abitanti era

no ridotti alla disperazione. Allora Ilghazi marciò per Marg Dabiq e Maslamiyya e

Qinnasrìn, alla fine di safar del 513 (giugno 1119): le sue gualdane invasero i te rritori franchi e la zona di ar-Rug, uccidendo e catturando, e presero la rocca

di Qastùn nel territorio di ar-Rug. Sire Ruggero ("Sirgiàl"), signore di Antiochia,

raccolse i Franchi e gli Armeni, e uscì diretto al Ponte di Ferro (sull'Oronte); p

oi

partiti di là si accamparono a Balàt, tra due monti presso il passo di Sarmadà a no

rd

di Atharib, il venerdì nove rabì' primo (20 giugno 1119). Gli emiri (musulmani) s

i

stancarono del lungo indugio, mentre Ilghazi aspettava l'arrivo dell'atabek Tu

ghtikìn per concordare con lui il piano d'azione; perciò, riunitisi, spronarono Ilgh azi ad affrontar senz'altro il nemico. Ilghazi fece rinnovare i giuramenti agli emiri e ai generali di combattere da valorosi, tener fermo e non arretrare, e of frir la vita nella guerra santa; ed essi giurarono ciò di buon animo. I Musulmani,

incolonnati a scaglioni, lasciarono le loro tende a Qinnasrìn il venerdì sedici rabì' primo (27 giugno), e passarono la notte in prossimità dei Franchi, che avevano pr eso a costruire una rocca dominante Tell 'Afrìn, immaginandosi che i Musulmani ass ediassero Atharib o Zardanà. Quand'ecco videro al primo albore avanzare gli stenda rdi musulmani, che li circondarono d'ogni parte. Il cadi Abu l-Fadl ibn al-Khash shàb si fece innanzi, montato su una giumenta e con una lancia in mano, eccitando

i nostri alla battaglia. Qualcuno delle truppe, al vederlo, disse in tono sprezz

ante: "Siamo venuti dunque dal nostro paese per seguire questo inturbantato! (48 )"; ma quegli fattosi innanzi alle truppe e percorrendo le file tenne loro un'el oquente arringa eccitandone le energie e sollevandone al massimo il morale, tant

o che gli uomini piansero di commozione e lo ammirarono grandemente. Allora Tughàn

Arslàn ibn Dimlàg (49) aggirò il nemico e piombò sulle loro tende, seminando la morte e il saccheggio. Iddio dette la vittoria ai Musulmani: quelli dei Franchi che fug givano verso il campo furono ammazzati, i Turchi caricarono come un sol uomo da tutte le parti, battendosi da prodi, le frecce volavan fitte come le cavallette, e i Franchi sotto una pioggia di dardi che colpiva la cavalleria e il grosso si volsero in fuga. Sopraffatti i cavalieri, schiacciati i fanti, i famigli ed i s ervi, furono tutti fatti prigionieri. Sire Ruggero fu ucciso, mentre da parte mu sulmana caddero (solo) venti uomini, tra cui Sulaimàn ibn Mubarak ibn Shibl. Dei F ranchi, si salvarono del pari non più di venti uomini. Alcuni dei loro pezzi gross

i fuggirono, ma quasi quindicimila caddero in battaglia. Questa ebbe luogo il sa

bato (28 giugno), all'ora del mezzogiorno: e il messo della vittoria giunse ad A leppo che i Musulmani, tutti in file, compivano la preghiera del mezzodì nella Mos chea maggiore di Aleppo. Si sentiva allora un gran grido dalla parte dell'occide nte, ma nessuno dell'esercito arrivò in città se non verso l'ora della preghiera pom

eridiana.

I

contadini bruciarono i cadaveri dei Franchi, e nei resti carbonizzati di un so

l

cavaliere si trovarono infitti quaranta ferri di freccia. Ilghazi si insediò nel

la

tenda di Sire Ruggero: i Musulmani gli apportarono quanto avevan preso di bot

tino, ed egli non prese loro se non alcune armi da donare ai sovrani dell'Islàm, r endendo loro tutto il resto. Quando gli furon portati innanzi i prigionieri, c'e

ra tra essi uno di gran corporatura, famoso per la sua forza, che era stato catt

urato da un musulmano basso, mingherlino e male armato. Al suo apparire davanti

a Ilghazi, i Turcomanni gli dissero: "Non ti vergogni che ti abbia preso questo

piccolino, quando hai addosso un'armatura simile?"; e quegli rispose: "Per Dio, non costui mi ha catturato, né è lui il mio padrone: mi ha catturato un uomo grande, più grande e forte di me, e mi ha consegnato a costui: era vestito di una veste v erde, e montato su un cavallo verde!" (50).

(IBN AL-QALANISI, 200-1).

Quando l'atabek Zahìr ad-din (Tughtìkin) giunse ad Aleppo, per collaborare con Nagm ad-din (Ilghazi) nell'azione che avevan fissato di intraprendere insieme allo sp

irare del termine convenuto, trovò che i Turcomanni eran già affluiti presso di lui

da

ogni parte in grosso numero e in forze, come leoni che cercan la preda e falc

hi

che rotano su chi debbono dilaniare. E venne notizia che Ruggero signore di A

ntiochia era uscito dalla città con schiere di Franchi e di fanti armeni d'ogni pa rte raccolte, in numero di più di ventimila cavalieri e fanti oltre il seguito in gran numero, pienamente equipaggiati ed armati: e che si erano accampati nella l

ocalità di Sarmadà, detta anche Danith al-Baqal, tra Antiochia e Aleppo. Ciò appreso,

i

Musulmani volarono verso di loro con ali di falchi a protezione dei loro nidi:

e

in men d'un incrociarsi di sguardi, venute le due parti a contatto, i Musulma

ni

li caricarono e circondarono d'ogni lato, aggredendoli a colpi di spade e con

lancio di frecce. E Iddio - a Lui sia lode! - concesse alla parte dell'Islàm la v

ittoria sulla marmaglia ribelle: non passò un'ora del sabato (dicias) sette rabì pri

mo

del 513 (28 giugno 1119), che i Franchi erano tutti stesi in terra, cavalieri

e

fanti, coi cavalli e le armi, senza che uno solo ne scampasse a darne notizia

;

anche il loro capo Ruggero fu trovato giacente fra i morti. Raccontarono alcun

i

che assisterono a questo scontro di aver girato per il campo di battaglia per

contemplare lo splendido miracolo da Dio operato, e che avevan visto alcuni cava lli abbattuti, irti come ricci per i dardi in essi confitti. Questa fu una delle più belle vittorie, quale mai ne era capitata una simile all'Islàm nei tempi passat i. E Antiochia rimase scoperta, vuota dei suoi difensori, deserta dei suoi campi oni, preda offerta al primo che l'assalisse, occasione di chi sapesse coglierla:

ma non si pensò ad occuparla, per l'assenza dell'atabek Zahìr ad-din da questa batt aglia, essendovisi i Turcomanni impegnati precipitosamente senza previa preparaz ione, secondo la volontà e il decreto divino; ed essendo inoltre stati i nostri oc cupati ad assicurarsi il bottino, che fu tanto da riempire le mani, rafforzare g

li animi e allietare i cuori. Così "le loro dimore restarono desolate e deserte" (

51), ne sia lode a Dio signore dei mondi!

MORTE E CARATTERISTICA DI BALDOVINO SECONDO.

(IBN AL-QALANISI, 233).

In quest'anno (526/1131-32) giunse notizia dalla parte dei Franchi della morte d

i Baldovino "il piccolo Capo" ("ar-Ru'ayyis"), re dei Franchi e signore di Gerus

alemme: morte avvenuta in Acri il giovedì venticinque ramadàn di quest'anno (8 agost

o 1132) (52). Era costui un uomo anziano, ricco d'esperienza e rotto a ogni prov

a e durezza della vita. Caduto più volte prigioniero nelle mani dei Musulmani, in

guerra e in pace, se ne era sempre cavato con i suoi celebri stratagemmi e speri mentati inganni. Alla sua morte, non lasciò a succedergli tra i Franchi alcuno che avesse retto consiglio e buon governo: gli succedette infatti come re il nuovo

conte (Folto), conte d'Anjou, che era loro arrivato per mare dai loro paesi, uom

o non dotato di retto discernimento né di felice iniziativa. Così la perdita di Bald ovino fu causa di turbamento e discordia fra loro.

5.

Con l'entrata in scena dell'atabek turco di Mossul e Aleppo, Zinki (regnò 1129-46)

, si inizia la vera e propria controffensiva musulmana. Le gesta guerriere del p

adre di Norandino han trovato un entusiasta celebratore in Ibn al-Athìr, fedele fu nzionario e storiografo della breve dinastia zenghide di Mesopotamia e Siria: se condo la religiosa visione athiriana della storia, Zinki ha raccolto provvidenzi almente l'eredità di Tughtikìn di Damasco, il primo degno avversario dei Crociati, c he nel 1128 venne a morire. Ma le ambizioni del signore di Mossul, anche in funz ione della Anticrociata, si appuntavano su Damasco, ove regnavano gli eredi inca paci di Tughtikìn, sotto l'effettivo governo di Mu'ìn ad-din Unur: e questi per resi stere alla minaccia di Zinki non esitarono nel 1140 ad allearsi con i Franchi. N elle pagine che seguono, Ibn al-Athìr esalta la figura del suo eroe, mentre Ibn al -Qalànisi rappresenta l'opposto punto di vista: il patriottismo municipale damasce no e il suo lealismo alla locale dinastia di Tughtikìn.

ZINKI, UOMO DELLA PROVVIDENZA PER L'ISLAM DI SIRIA.

(IBN AL-ATHIR, X, 458).

Se Iddio altissimo non avesse fatto la grazia ai Musulmani che l'atabek (Zinki) conquistasse la Siria, i Franchi se ne sarebbero (totalmente) impadroniti. Giacc hé essi andavano stringendo d'assedio questo e quel paese di Siria, e (prima) appe na Zahìr ad-din Tughtikìn veniva a saperlo raccoglieva le sue truppe, marciava sui l oro territori e li assediava e razziava, obbligandoli a partirsi dall'azione int rapresa per ricacciarlo dalle loro terre. Ora Iddio volle che in quest'anno (522 /1128) Tughtikìn venisse a morire, e la Siria sarebbe rimasta loro aperta da ogni parte, priva di un uomo che provvedesse al soccorso dei suoi abitanti: ma Iddio nella sua benignità verso i Musulmani si compiacque di far venire ora al potere 'I màd ad-din (Zinki), il quale compì contro i Franchi le gesta che a Dio piacendo menz ioneremo.

ZINKI CONQUISTA LA ROCCA DI BA'RIN. ROTTA DEI FRANCHI.

(IBN AL-ATHIR, XI, 33-34).

Nello shawwàl di quest'anno (531/luglio 1137), Zinki partì da Hims e assediò la fortez

za di Ba'rìn (53), munitissima rocca appartenente ai Franchi, presso la città di Hamàt . Investitala, prese a combatterla e assaltarla; al che i Franchi, raccolti i lo ro cavalieri e fanti, marciarono tutti insieme, re conti e baroni, contro l'atab ek Zinki per indurlo a togliere l'assedio. Ma egli non si mosse affatto, li atte se a piè fermo, e giunti che furono li affrontò impegnando con loro asperrima zuffa. Dopo tenace resistenza dalle due parti, lo scontro si risolse nella rotta dei F ranchi, incalzati d'ogni parte dalle armi musulmane. I loro re (54) si chiusero

a difesa nella rocca di Ba'rìn che avevano vicina, dove furono bloccati dai Musulm

ani. L'atabek li tagliò fuori da ogni comunicazione, sin dalle notizie, di modo ch

e i bloccati colà non sapevano più nulla dei loro paesi, tanto severo era il control lo delle vie e il timore che Zinki incuteva ai suoi. Preti e monaci allora andarono per l'impero bizantino, la terra dei Franchi e i contigui stati cristiani, chiamando alle armi contro i Musulmani, e dichiarando che, se Zinki avesse preso la rocca di Ba'rìn e i Franchi ivi rinchiusi, si sarebb

e reso padrone in brevissimo tempo di tutti i loro territori, non essendoci ness

uno a difenderli, e che i Musulmani non pensavano ad altro che a marciare su Ger usalemme. Allora i Cristiani si raccolsero, e con ogni mezzo si diressero sulla Siria insieme all'Imperatore bizantino (55), come diremo. Zinki per parte sua se

guitò attivamente a combattere i Franchi, che tennero duro ma si trovarono a corto

di viveri e rifornimenti, essendo stati colti impreparati: essi non avevano cre

duto che alcuno ce la potesse contro di loro, anzi si aspettavano di impadronirs

i loro del resto della Siria. Venuti a corto di vettovaglie, mangiarono le loro

cavalcature e si piegarono a cedere la piazza, purché Zinki desse loro sicurtà e li lasciasse far ritorno ai loro domini. Dapprima egli non acconsentì a tali condizio ni, ma, quando udì che l'Imperatore si avvicinava alla Siria unito ai restanti Fra

nchi, concesse sicurtà a quelli della rocca e fissò con loro la resa e il versamento a lui di cinquantamila "dinàr". Ed essi accettarono, uscirono e resero la piazza; poi, quando si furon partiti da lui, ebbero notizia del gran raduno fattosi per causa loro, e troppo tardi si pentirono di essersi arresi, ciò che avevano fatto per esser rimasti totalmente privi di notizie. Nel tempo dell'assedio contro costoro, Zinki aveva anche preso ai Franchi Ma'arr

a

e Kafartàb: le popolazioni di questi centri e di tutte le altre province fra ess

e

e Aleppo e Hamàt, insieme a quei di Ba'rìn, eran ridotte nella più squallida miseria

, per esser quei luoghi continuo teatro di operazioni, e i saccheggi e le uccisi oni all'ordine del giorno. Quando Zinki se ne fu reso padrone, la gente respirò e il paese rifiorì, venendo a fruttare larghe entrate: fu una chiara vittoria, e chi

la vide sa la verità di quel che io dico.

Tra le più belle azioni fu quella fatta da Zinki a quei di Ma'arra: quando i Franc hi avevano conquistato il paese, si erano impadroniti dei loro beni, e ora che e gli l'ebbe riconquistato si presentò la popolazione superstite, e i discendenti de

i morti, richiedendo la restituzione di quei loro beni. Egli chiese loro i docum

enti di proprietà relativi, ma quelli risposero che i Franchi avevan tolto loro tu tto, e fra l'altro i documenti dei beni. Allora egli ordinò che si ricercassero i registri catastali di Aleppo, e a chiunque vi fosse risultato iscritto per l'imp osta fondiaria su un dato fondo, questo fosse reso. Così fu fatto, e così egli reint egrò la popolazione nel possesso dei loro beni; un atto bello e giusto quant'altro mai.

ALLEANZA FRANCO-DAMASCENA CONTRO ZINKI.

(IBN AL-QALANISI, 270-73).

In quest'anno (534/1139-40) giunse notizia che l'atabek 'Imàd ad-din (Zinki) aveva finito di sistemare Baalbek e la sua rocca, e riattarne le parti danneggiate, e che aveva cominciato i preparativi per muovere a investire Damasco. Poco dopo, giunse infatti la notizia che egli era partito di lì con le sue truppe e in rabì' pr imo (novembre 1139) si era accampato nell'al-Biqà' (56). Di qui, egli mandò un suo m

esso all'emiro Giamàl ad-din Muhammad ibn Tag al-Mulùk Buri ibn Atabek (57), chieden dogli di cedergli il paese in cambio di un altro di sua scelta e proposta. Quest

i

non aderì a tale richiesta, e Zinki partì allora dall'al-Biqà', e venne ad accampars

i

a Darayyà subito fuor di Damasco, il mercoledì tredici rabì' secondo (6 dicembre). A

l

suo arrivo a Darayyà ebbe luogo uno scontro di avamposti, e i nostri parte furon

o

sopraffatti e parte ripararono nella città. Quindi egli mosse in forze contro la

città dalla parte della Musalla (58), il venerdì ventotto del mese; e lì vinse un gro sso corpo di milizie cittadine e del contado, menandone strage: chi rimase uccis

o o prigioniero, e chi poté incolume o ferito rientrare in città. Quel giorno, la te

rra fu per andar perduta se non era la grazia di Dio. Zinki se ne tornò al suo cam po con i prigionieri, e per alcuni giorni si astenne da operazioni offensive. Se guitò invece a mandar messaggi e adoprarsi con le buone per la resa del paese, ric evendo (il nostro emiro) in cambio Baalbek e Hims e altri luoghi che insieme que gli proponeva. Giamàl ad-din Muhammad ibn Tag al-Mulùk avrebbe preferito accedere a questi negoziati, comportanti una soluzione pacifica, senza spargimento di sangu e, con prosperità del paese e tranquillità della massa; ma altri, consultato sul pro

getto, lo rifiutò. Zinki fece delle puntate offensive coi suoi in diversi giorni, senza impegnarsi a fondo né stringer troppo l'assedio, per evitare spargimento di sangue, come chi si modera animato da intenzioni pacifiche, e indugia a dar batt

aglia e far preda. In Giamàl ad-din Muhammad ibn Tag al-Mulùk si manifestarono nel g iumada primo i primi sintomi di una malattia che poi si impadronì di lui stabilmen te, ora migliorando ora aggravandosi, andando e venendo con alti e bassi, sino a

d aggravarsi al punto da ridurlo in condizioni disperate. Non ci fu medicina né ar

te magica che valesse, e così durò fino al compiersi del suo destino, passando al Cr eatore la notte del venerdì otto sha'bàn (29 marzo 1140), nell'ora stessa che era st

ato assassinato suo fratello (e predecessore) Shihàb ad-din Mahmùd ibn Tag al-Mulùk - che Dio abbia misericordia di entrambi! - La gente rimase stupita di questa coin cidenza di tempo e d'ora, e lodò e santificò Iddio: l'emiro fu accomodato e seppelli to nel monumento sepolcrale di sua nonna ad al-Faradìs (59). Dopo la sua morte, i capi militari e le autorità si accordarono a colmare il vuoto lasciato dalla sua p erdita col mettere in suo luogo il figlio, l'emiro 'Adab ad-daw-la Abu Sa'ìd Abaq ibn Giamàl ad-din Muhammad. Gli furono quindi prestati solenni giuramenti di fedel tà e obbedienza, di leale servizio e consiglio. Così le cose si accomodarono, il gov erno fu in efficienza, cessò ogni discordia, all'agitazione succedette la calma, e gli animi si tranquillizzarono dopo esser stati sconvolti. Quando l'atabek 'Imàd ad-din (Zinki) apprese questa faccenda, mosse con le sue truppe verso la città, ne lla speranza che alla morte del sovrano scoppiasse tra i capi militari qualche c onflitto grazie al quale egli potesse raggiungere qualcuno dei suoi obbiettivi. Ma la cosa andò al contrario di come egli aveva sperato, e all'opposto di come si era immaginato: non trovò infatti nelle milizie regolari e civiche damascene se no

n fermi propositi di lotta, e perseveranza nella resistenza e nel combattimento;

perciò se ne tornò al suo campo, disanimato e corrucciato. Fu allora stabilita una intesa coi Franchi, di appoggio ed aiuto, e di collaborazione a respingere lui ( Zinki) e impedirlo dal suo proposito. Il relativo accordo fu sancito da giuramen ti solenni, e garanzia di mantenere gli impegni assunti: per questo, i Franchi r ichiesero una data somma di denaro da versarsi loro come sussidio e rinforzo per le operazioni che avrebbero intraprese, e degli ostaggi per loro tranquillità. Ta le loro richiesta fu accolta, e fu loro consegnato il denaro e gli ostaggi, che furono parenti dei capi delle milizie. E allora essi iniziarono i preparativi pe

r venirci in aiuto, e si scambiarono tra loro messaggi, invitandosi a concentrar

si dalle altre roccheforti e terre per ricacciare l'atabek e impedirgli di venir

e a capo delle sue mire su Damasco, prima che, fattosi troppo potente e in forze

, egli potesse sopraffare le schiere dei Franchi e muovere contro i loro territo

ri. Accertatosi della situazione, di tale decisione e dei concentramenti franchi per muovergli contro insieme all'esercito damasceno, Zinki lasciò il suo campo di Darayyà la domenica cinque ramadàn, dirigendosi dalla parte del Hawràn per affrontare i Franchi se si fossero avvicinati a lui, o inseguirli se si fossero allontanat i. Seguì per un po' tale tattica, e poi tornò dalla parte della Ghuta (60) di Damasc

o, e si accampò ad 'Adhrà' il mercoledì ventiquattro shawwàl (12 giugno): bruciò alcuni vi llaggi del Mara e della Ghuta fino a Harastà at-Tin, e il sabato seguente partì vers

o il nord, quando ebbe certa notizia che i Franchi campeggiavano in forze ad al-

Madàn. Era stato pattuito con i Franchi che fra le concessioni loro fatte ci fosse il togliere la terra di Baniyàs di mano a Ibrahìm ibn Torghùt, e consegnarla a loro. Capitò che questo suo governatore Ibrahìm ibn Torghùt fosse andato coi suoi a fare inc ursione dalla parte di Tiro: si imbatté in lui Raimondo signore di Antiochia (61) mentre muoveva a dar man forte ai Franchi in aiuto dei Damasceni, e scontratisi Ibrahìm fu rotto e ucciso con un piccolo numero dei suoi. I rimanenti tornarono a Baniyàs e vi si afforzarono, raccogliendovi gente del Wadi t-Taim e altri quanti p iù poterono a difesa della fortezza. Allora l'emiro Mu'ìn ad-din' mosse contro di es sa con l'esercito di Damasco, la cinse d'assedio e prese a combatterla con le ca tapulte e a stringerla con vari modi di guerra, avendo con sé un ampio contingente franco, per tutto lo shawwàl (maggio-giugno 1140). E venne notizia che l'atabek ' Imàd ad-din, accampatosi a Baalbek, aveva mandato a chiamare i Turcomanni dai loro paesi nello shawwàl per muovere contro Baniyàs e ricacciarne gli assedianti. E così r imasero le cose fino alla fine del dhu l-higgia di quest'anno Così Baniyàs rimase assediata e stretta finché ebbe consumate le vettovaglie, e sc

arseggiarono i viveri per i combattenti. Si arrese quindi a Mu'ìn ad-din, mentre i

l suo governatore fu indennizzato con (altri) feudi e benefizi; e Mu'ìn ad-din la

consegnò ai Franchi mantenendo l'impegno assunto, e se ne tornò a Damasco vittorioso e con successo, alla fine di shawwàl.

La mattina del sabato sette dhu l-ga'da (22 giugno) l'atabek 'Imàd ad-din si ripre

sentò con le sue truppe fuor di Damasco: giunto alla Musalla, si accostò alle mura s enza che nessuno se ne accorgesse, essendo tutti immersi nell'ultimo sonno. Alle luci del mattino, risaputasi la cosa, si levarono alte grida e clamori, e tutti corsero all'armi sulle mura. Apertasi la porta, uscì la cavalleria e fanteria (ci ttadina): quegli aveva disperso i suoi uomini per il Hawràn, la Ghuta, il Marg e l

e

altre contrade a far scorreria, ed era rimasto con la sua guardia a fronteggia

re

le milizie damascene, impedendo loro di inseguire i suoi cavalieri che faceva

no

scorreria. Si appiccò la zuffa tra lui e i Damasceni, impegnandosi da ambe le p

arti un gran numero di combattenti; ma egli si ritrasse, occupato a coprire le s

ue colonne di razziatori. Questi si impadronirono di una quantità innumerevole di

cavalli al pascolo, montoni, agnelli, buoi e masserizie, avendo colto di sorpres

a con la loro azione. Quel giorno Zinki accampò a Marg Rahit, finché si raccolsero g

li uomini e le prede, e poi ripartì per la via del nord, menando enorme e infinito bottino.

6.

Deluso sotto Damasco, Zinki si rifece con la conquista di Edessa (1144), e la di struzione della locale contea, il primo a sparire dei quattro stati cristiani na

ti

dalla Prima Crociata. Diamo al riguardo le pagine di Ibn al-Qalànisi e poi di I

bn

al-Athìr, che allarga anche qui il suo sguardo, sia pure in forma aneddotica, d

all'episodio locale a tutto il teatro del conflitto tra l'Occidente e l'Islàm. Ma appena due anni dopo questo trionfo, il suo eroe cadeva assassinato, mentre comb atteva contro altri Musulmani, legando il suo programma politico-militare al fig lio Norandino, sultano di Aleppo. L'elogio di Ibn al-Athìr a Zinki, al di là di ogni riflesso sentimentale, rivela tratti storicamente validi di questa possente per sonalità.

ZINKI CONQUISTA EDESSA.

(IBN AL-QALANISI, 279-80).

In quest'anno (539/1144) giunsero le notizie dal nord che l'atabek 'Imàd ad-din av

eva conquistato d'assalto la città di Edessa, nonostante la sua saldezza e munitez

za a difesa da forze anche cospicue di assedianti. L'emiro atabek 'Imàd ad-din ne

aveva sempre bramato e agognato il possesso, e spiata l'occasione per realizzarl

o; sempre il pensiero di lei gli si era rivolto nell'animo, e gli aveva occupato

la mente ed il cuore, fino a che venne a sapere che il signore di Edessa Joceli

n (II) ne era uscito con la maggior parte dei suoi uomini, e il fior dei suoi pr

odi, per un affare e motivo che l'aveva chiamato lontano, così come volle il fissa

to destino di Dio. Accertatosi di ciò, Zinki si affrettò a muovere contro la città con buon nerbo di truppe, per investirla e stringerne d'assedio i difensori. Scriss

e ai Turcomanni chiamandoli a porgergli aiuto contro di essa, adempiendo al prec

etto della guerra santa; e gliene venne in aiuto una gran massa, coi quali la ci

ttà fu circondata d'ogni parte, e intercettatone ogni rifornimento e vettovaglia.

Si

sarebbe detto che gli uccelli stessi non osavano avvicinarsi a lei, tanti era

no

i rovesci di dardi degli assedianti e la vigilanza delle forze di blocco. Le

catapulte, rizzate contro le sue mura, la battevano di continuo, e la lotta cont

ro i suoi difensori era rovinosa e ininterrotta. Reparti speciali di zappatori k

horasanii e aleppini presero a scavare in più luoghi adatti e opportuni, e mandaro

no

innanzi lo scavo addentrandosi nelle viscere della terra sinché giunsero (con l

e

loro gallerie) sotto le fondamenta delle torri, puntellandole di legname e spe

ciali ordigni a ciò usati. Ciò fatto, non restava che appiccarvi il fuoco: ne chiese ro l'autorizzazione a Zinki, e la ebbero dopo che egli fu entrato nelle gallerie ed ebbe ispezionato e ammirato l'imponente lavoro. Messo il fuoco ai puntelli d elle gallerie, esso si diffuse e divorò il legname, il muro crollò, e i Musulmani co nquistarono d'assalto la terra, dopo che molti da ambo le parti morirono nel cro llo, e molti Franchi e Armeni furono uccisi e feriti, e costretti alla fuga. La città fu presa di forza il sabato ventisei giumada secondo (23 dicembre 1144), di primo mattino. Cominciarono i saccheggi e le stragi, le catture e prede, e le ma ni (dei vincitori) si riempirono di denari e arredi, cavalcature e bottino e pri gionieri tanti da allietare gli animi e far esultare i cuori. L'atabek 'Imàd ad-di n, dopo aver ordinata la cessazione della strage e del saccheggio, cominciò a rest aurare le mura crollate, e a riattarne le parti malconce; nominò chi gli parve ada tto a governare la città e difenderla e curarne gli interessi; rassicurò gli animi d egli abitanti con promesse di buon governo e universale giustizia; e partitosi d

i lì se ne andò a Sarùg, donde i Franchi erano fuggiti, e se ne rese padrone. Quindi, per ogni territorio e fortilizio di quella provincia per cui passava, ne ottenev

a la immediata resa.

(IBN AL-ATHIR, XI, 64-66).

Il sei (63) di giumada secondo di quest'anno, l'atabek'Imàd ad-din Zinki ibn Aq Su

nqùr conquistò ai Franchi la città di Edessa, e altre rocche della Giazira (64). Il da nno dei Franchi si era ormai esteso a tutti i territori di questa provincia, le loro incursioni avevano raggiunto ogni suo punto lontano e vicino, fino ad Amid

e Nusaibìn, Ras al-'Ain e ar-Raqqa. Il loro dominio in questa zona andava da press

o Mardìn all'Eufrate, comprendendo Edessa, Sarùg, al-Bira, Sinn ibn 'Utair, Giamlìn, a l-Mu'azzar, Quradi e altre terre. Tutti questi e altri territori a occidente del l'Eufrate appartenevano a Jocelin, l'uomo più ascoltato dei Franchi e il comandant

e delle loro truppe, per il suo valore e furberia guerriera. L'atabek sapeva che se fosse mosso (direttamente) ad assediare Edessa, i Franchi vi si sarebbero co ncentrati a difesa, e, munita com'era, difficilmente avrebbe potuto impadronirse ne: si trattenne quindi nel Diyàr Bekr, per dare a intendere ai Franchi di essere

ad altro occupato, sì da non poter muovere contro i loro paesi. Quando i Franchi l

o credettero impossibilitato a lasciar la guerra degli Artuqidi e di altri princ

ipi del Diyàr Bekr contro cui combatteva, si tennero sicuri da lui, e Jocelin si p artì da Edessa passando l'Eufrate diretto verso occidente. Informato dalle sue spi e, Zinki dette ordine di marciare al suo esercito per l'indomani, e che nessuno restasse indietro dalla marcia su Edessa. Convocati gli emiri al suo cospetto, o rdinò di servire il cibo, dichiarando: "Non mangerà con me a questa mia tavola, se n

on chi domani vibrerà con me la lancia alla porta di Edessa"; e nessuno osò farsi in nanzi fuorché un unico emiro, e un giovanetto oscuro, giacché tutti ben conoscevano la sua audacia e prodezza, e che nessuno riusciva a stargli a paro in guerra. Di sse l'emiro a quel giovanetto: "Che stai a fare tu qui?", ma l'atabek intervenne

: "Lascialo, ché vedo in lui un viso che non mi resterà indietro in battaglia". Così p artì con le sue truppe, e giunse sotto Edessa. Egli fu il primo a caricare i Franc hi, e quel giovanetto caricò con lui. Un cavaliere franco si lanciò sull'atabek di f ianco, ma quell'emiro lo affrontò e lo trafisse (65), e Zinki fu salvo. Investita la terra, la combatté per ventotto giorni, prendendola più volte d'assalto, mandando gli zappatori a scavare sotto le mura, e spingendo a fondo la lotta per il timo re che i Franchi si concentrassero e marciassero contro di lui, disimpegnando la rocca. La cortina minata dagli zappatori crollò, e Zinki prese la città di forza, e poi anche dopo assedio la cittadella: persone e cose furono predate, la prole r idotta in prigionia, gli uomini uccisi. Ma quando l'atabek vide la terra, gli pi acque, e capì che il ridurne una simile in rovina non sarebbe stata buona politica

: ordinò quindi si proclamasse alle truppe di restituire alle loro case tutti gli

uomini, le donne e i bambini catturati, con gli oggetti e robe predate; ed essi resero tutto fino all'ultimo, e non vennero a mancare se non pochissimi, i cui c atturatori si erano già allontanati dal campo. Così la città tornò nel suo pristino stat o, e Zinki vi pose un presidio a difesa. Ricevé poi la resa della città di Sarùg e deg

li

altri luoghi che erano in mano ai Franchi a oriente dell'Eufrate, eccetto al-

Bira, luogo forte e difeso in riva all'Eufrate (66): egli marciò alla sua volta e

l'assediò, ma, essendo essa stata fortemente vettovagliata e presidiata, levò dopo q ualche tempo l'assedio, come a Dio piacendo diremo.

Si narra che un dotto esperto di genealogia e di cronache così raccontò: il re di Si

cilia aveva inviato per mare una spedizione contro Tripoli d'Occidente e il suo territorio, e quelli predarono e uccisero. Or c'era in Sicilia un dottore musulm ano, uomo dabbene che il re di Sicilia onorava e riveriva, e stava al suo consig

lio, e lo anteponeva ai suoi preti e monaci, tanto che i suoi sudditi dicevano p

er ciò che il re era musulmano. Un giorno il re se ne stava in una loggia che dava

sul mare, quando ecco avanzarsi un legnetto il cui equipaggio lo informò che il s

uo esercito era entrato nel territorio dell'Islàm, e aveva fatto prede e uccisioni

, e riportato vittoria. Il Musulmano era al fianco del re, e sonnecchiava. Il re gli disse: "O tu, senti cosa dicono?" "No". "Informano di questo e questo. Dove stava allora Maometto, per quel paese e i suoi abitanti?" "Era assente da loro, - rispose colui; - era alla presa di Edessa, che ora i Musulmani han conquistat

o". I Franchi presenti ne risero, ma il re disse: "Non ridete, perdio, ché costui non dice mai altro che il vero". E pochi giorni dopo venne la notizia, dai Franc

hi di Siria, della presa di Edessa (67). E alcuni uomini religiosi e dabbene mi

han raccontato che un pio uomo vide in sogno il defunto Zinki, e gli chiese: "Co

me ti ha trattato Iddio?" e quegli rispose: "Mi ha perdonato, in grazia della pr esa di Edessa".

MORTE ED ELOGIO DI ZINKI.

(IBN AL-ATHIR, XI, 72-74).

In quest'anno (541) ai cinque di rabì' secondo (14 settembre 1246) fu ucciso l'ata

bek martire per la fede (68) 'Imàd ad-din Zinki ibn Aq Sunqùr, signore di Mossul e d

i Siria, mentre assediava, come dicemmo, la rocca di Gia'bar. Lo uccise di notte

, proditoriamente, un gruppo dei suoi paggi, e fuggirono alla rocca, i cui abita

nti gridarono la notizia al campo (assediante), e manifestarono gioia. I suoi fa miliari entrarono allora da lui, e lo trovarono ancor con un fiato di vita. Mi r

accontò mio padre, da uno degli intimi di Zinki: Entrai subito da lui, che era anc

or vivo, e quando mi vide si pensò che volessi finirlo, e mi fece cenno col dito c

hiedendo pietà. Io per la soggezione caddi in terra, e dissi: "Signor mio, chi ha commesso questo?", ma egli non poté rispondere e rese l'anima, Dio ne abbia miseri cordia. Era Zinki di bell'aspetto, bruno di carnagione, con begli occhi, ma già br

izzolato. Aveva passato i sessant'anni, giacché quando fu ucciso suo padre (69) er

a ancor bambino, come dicemmo; allorché fu ucciso, fu sepolto a Raqqa. Si faceva a ssai temere dal suo esercito e dai sudditi, e sotto il suo severo governo il for

te

non osava far torto al debole: prima infatti del suo dominio, il paese era un

a

rovina per l'ingiustizia imperante, l'instabilità dei reggitori, la vicinanza de

i

Franchi, ed egli lo fece rifiorire e rese florido e popolato. Mi raccontava mi

o

padre di aver visto Mossul per la maggior parte in rovina, al punto che uno, p

onendosi presso il quartiere dei fabbricanti di cembali, vedeva di lì la Gran Mosc hea vecchia, la spianata e il Palazzo Sultaniale, per non esserci nell'intervall

o alcuna fabbrica; e uno non poteva andare fino alla Gran Moschea vecchia senza

qualcuno che lo scortasse, tanto essa era distante dall'abitato, mentre ora essa

è al centro dell'abitato, e in tutte queste terre ora nominate non ce n'è una che s

ia nudo suolo deserto. E mi raccontò anche che Zinki arrivò in Giazira d'inverno, e

che l'emiro 'Izz ad-din ad-Dubaisi, uno dei maggiori emiri, che aveva tra l'altr

o in feudo la città di Daquqà, andò a insediarsi in casa a un Ebreo. Questi ricorse al l'atabek, e gli espose il suo caso: Zinki dette un'occhiata al Dubaisi, e quegli si tirò indietro. Il Sultano stesso entrò poi nella terra, e ne fece uscire i suoi bagagli e le sue tende; ho visto io stesso, diceva mio padre, i suoi paggi a dri zzargli le tende nel fango, spargendo per terra della paglia che li preservasse dalla melma; e lì uscì e prese stanza. A tal punto arrivava il suo severo governo (7 0). Mossul era una delle terre più povere di frutta, e ai suoi giorni e dopo diven

ne uno dei paesi più ricchi di frutta e piante odorose e simili. Era inoltre Zinki assai sollecito dell'onor delle donne, specialmente delle mogli dei soldati, e soleva dire che se le mogli dei soldati non fossero state ben custodite si sareb bero corrotte, per le grandi assenze dei mariti nelle loro campagne. Era l'uomo più coraggioso del mondo: del periodo prima di venire al potere, basti dire che co

n l'emiro Mawdùd signore di Mossul venne sotto Tiberiade che apparteneva ai Franch

i, e vibrò nella porta della terra un colpo di lancia che vi lasciò l'impronta; e co

sì anche attaccò la rocca humaidita di 'Aqar, sita su un'alta montagna, e il colpo d

i lancia da lui vibrato arrivò sino alle mura, e simili prodezze. Quanto poi al pe

riodo della sua signoria, i nemici attorniavano d'ogni parte i suoi dominii, e l

i attaccavano e volevano prenderli; ed egli non contento di difenderli non passa

va anno che non conquistasse lui qualcosa delle terre del nemico. Dalla parte di Takrìt, era suo confinante il califfo al-Mustarshid bi-llah, che mosse contro Mos sul e l'assediò; dalla limitrofa parte di Shahruzùr, c'era il sultano Mas'ùd, poi Ibn Suqmàn signore di Khilàt, poi Dawùd ibn Suqmàn signore di Hisn Kaifà, poi il signore di Am id e Mardìn, poi i Franchi dai confini di Mardìn a Damasco, poi i signori di Damasco stessa. Tutti questi stati si compenetravano col suo d'ogni parte, e lui ora at taccava questo ora quello, da questo prendeva e con quello patteggiava, fino a c he si insignorì di qualche fetta di territorio a spese di tutti i suoi confinanti. Noi ne abbiamo dato notizia nel libro che tratta del suo regno e di quello dei suoi figli (71), e li se ne faccia ricerca.

7.

Della inconcludente Seconda Crociata, sorta sotto l'impressione della caduta di Edessa, episodio saliente fu il breve e vano assedio di Damasco (1148). Il racco nto del testimone oculare Ibn al-Qalànisi e quello di Ibn Al-Athìr si confermano e c ompletano tra loro, con l'aggiunta di qualche pittoresco particolare tratto dal più tardo Sibt Ibn al-Giawzi. L'eroica morte per la fede e la patria del vecchio " faqìh" al-Findalawi par quasi simboleggiare la resistenza musulmana nei suoi aspet ti più nobili e austeri.

SECONDA CROCIATA. ASSEDIO DI DAMASCO.

(IBN AL-QALANISI, 297-300).

Al principio del 543 (1148) si susseguirono le notizie d'ogni parte sull'arrivo

delle navi dei Franchi sul litorale, e il loro sbarco nei porti litoranei di Tir

o e Acri, congiungendosi coi Franchi ivi già residenti. Si dice che essi, dopo le

perdite sofferte in guerra, malattia e fame, fossero in numero di circa centomil

a

uomini; compiuto a Gerusalemme il pellegrinaggio loro prescritto, e tornati ch

e

furono alcuni per mare ai loro paesi, restarono col re d'Alemagna (72), il mag

giore dei loro re, e altri minori, incerti su quale assalire delle terre musulma ne di Siria. Decisero alla fine di andare ad assediare la città di Damasco, di cui malvagiamente si illudevano di impadronirsi, e di cui si investirono l'un l'alt ro le terre e contrade. Giunte di ciò replicate notizie, l'emiro Mu'ìn ad-din Unur, che aveva il governo della città, prese a munirsi e prepararsi a combatterli, fort ificando i punti più esposti, ordinando gli uomini sui camminamenti e le feritoie, tagliando i rifornimenti alle basi nemiche, colmando i pozzi e sopprimendo le f onti. Quelli intanto, in corpo e armi, marciarono su Damasco in gran numero di c irca cinquantamila fanti e cavalli, con gran quantità di cammelli e buoi; avvicina tisi alla terra, si diressero alla località nota col nome di "Campi militari" ("Ma nazil al-'Asakir"), ma vi trovarono l'acqua mancante e tagliata. Allora si dires sero su al-Mizza e vi si accamparono, per esservi vicina l'acqua, investendo la città con i lor fanti e cavalli. I Musulmani li fronteggiarono, il sabato sei rabì' primo del 543 (24 luglio 1148), e la battaglia si appiccò dalle due parti. Ai Dama sceni si unirono una gran quantità di soldati, Turchi scelti d'assalto, milizie ci

ttadine, volontari, combattenti per la fede: ma dopo aspra lotta, i Franchi sopr

affecero i Musulmani per superiorità di numero e armamento, si impadronirono dell' acqua, si sparsero per i giardini e vi si accamparono: accostatisi alla città, vi occuparono delle posizioni che nessun esercito, in tempi antichi o recenti, avev

a mai occupato. In questa giornata cadde martire per la fede il giureconsulto ma

likita imàm Yusuf al-Findalawi - Dio ne abbia misericordia - nel sobborgo di ar-Ra bwa presso l'acqua, facendo fronte al nemico e non avendo voluto ritirarsi, in o bbedienza ai precetti di Dio Altissimo nel nobile Suo libro (73); e così del pari l'asceta 'Abd ar-Rahmàn al-Halhuli ebbe analoga sorte.

I Franchi si misero a tagliare gli alberi usandoli per fortificarsi, e a demolir

e i ponti; e così passarono quella notte. La popolazione, sgomenta per gli spettac oli cui aveva assistito, era scorata e costernata; ma al primo mattino della seg

uente domenica fu fatta una sortita, si attaccò battaglia, e i Musulmani sopraffec ero i Franchi, uccidendone e ferendone un gran numero. L'emiro Mu'ìn ad-din fece p rodigi di valore in questa zuffa, e spiegò un coraggio, una tenacia e prodezza sen za pari, instancabile nel ricacciare e combattere il nemico. La battaglia infuriò

a lungo: la cavalleria degli Infedeli indugiò a fare la sua famosa carica sino a c

he non si presentasse un'occasione favorevole, e così si arrivò al tramonto. Sopravv enne la notte, e, bisognosi di riposo, tutti tornarono sulle loro posizioni. I r egolari passarono la notte di fronte al nemico, e la popolazione sulle mura, per montar la guardia e per misura di sicurezza, vedendo il nemico così dappresso. Erano state frattanto spedite lettere ai governatori delle province chiamandoli in aiuto; e fu un ininterrotto arrivo di cavalleria turcomanna e fanteria provin ciale. Al mattino, i Musulmani tornarono ad affrontare il nemico rinfrancati e s enza più paura: tennero fermo, e coprirono i Franchi di un nugolo di frecce e dard

i di balestre, che piovevano ininterrotte nel loro campo su fanti e cavalieri, c avalli e cammelli.

Arrivò quel giorno dall'al-Biqà' e altre zone un buon nerbo di fanti arcieri, che ac crebbero il numero e raddoppiarono l'apparecchio dei difensori. Ambe le parti so starono separatamente per quel giorno sulle loro posizioni: il giorno seguente, martedì, i nostri attaccarono il nemico come i falchi calano sulle pernici di mont agna, e gli sparvieri sul nido delle quaglie; li circondarono nel loro campo, do ve si erano asserragliati con i tronchi d'albero dei giardini, e dettero il guas to a quegli sbarramenti con tiro di frecce e lancio di pietre. I Franchi non osa rono venir fuori, impauriti e disanimati; non comparendo di loro alcuno, si pensò che tramassero qualche insidia e stratagemma: comparvero solo pattuglie di caval leria e fanteria per avvisaglie e scaramucce, non osando prendere l'offensiva si no a che non trovassero campo a una carica, o una scappatoia per fuggire. Chiunq ue di loro osasse avvicinarsi, era abbattuto da un proiettile o da un colpo di l ancia. Molti fanti della milizia damascena e del contado si misero a far loro la posta per i sentieri, mentre quelli si credevano sicuri, e ammazzavano quelli c he coglievano, e ne portavano le teste per reclamarne il premio: così si formò un gr an numero delle loro teste. Giungendo loro notizie in copia dell'accorrere degli eserciti musulmani a combat terli ed estirparli, si sentirono certi della estrema rovina: tennero così consigl io fra loro, e non videro altra salvezza dalla trappola in cui eran capitati e d all'abisso in cui si eran precipitati, se non di sloggiare: partirono così all'alb

a del mercoledì seguente, fuggendo disfatti e in malora. Il che vedendo i Musulman

i, e scorgendo le tracce della loro ritirata, uscirono dietro di loro al mattino di quel giorno, e si affrettarono sulle loro orme bersagliandoli di frecce: ucc isero così nella loro retroguardia molti uomini, cavalli e salmerie. E nei resti d ei loro bivacchi e camminamenti furono ritrovati innumerevoli cadaveri di uccisi (74), coi loro splendidi cavalli, le cui carcasse puzzavan sì da far quasi cadere gli uccelli per l'aria. Quella notte stessa, avevano dato alle fiamme ar-Rabwa

e al-Qubba al-Mamduda. Tutti si allietarono di quella grazia largita loro da Dio, e a Lui Altissimo res ero grazie per aver esaudito le loro preghiere a Lui di continuo innalzate nei g iorni di questa distretta. Sia di ciò lodato e ringraziato Iddio!

(IBN AL-ATHIR, XI, 85-86).

In

quest'anno (543/1148) il re d'Alemagna si partì dal suo paese con gran nerbo de

i

Franchi per muovere contro i paesi dell'Islàm, che non dubitava di conquistare c

on

minima lotta per le sue gran forze di uomini, denari e apparecchi. Giunto che

fu in Siria, i Franchi del luogo gli si presentarono e gli resero obbedienza, p onendosi ai suoi ordini: ed egli ordinò loro di muover con lui contro Damasco per assediarla e impadronirsene, come lui si credeva. Marciarono quindi con lui, e i nvestirono e assediarono la città.

Era signore di Damasco Mugìr ad-din Abaq ibn Muhammad ibn Buri ibn Tughtikìn, che no

n aveva però alcun effettivo potere; chi comandava nel paese era Mu'ìn ad-din Unur,

mamelucco di suo nonno Tughtikìn. Era stato costui a far salire al trono Mugìr ad-di

n,

ed era un uomo sennato e giusto, buono e di retta vita: egli raccolse le trup

pe

e difese la città. I Franchi la cinsero per qualche tempo d'assedio, e poi il s

ei di rabì' primo (24 luglio) mossero con fanti e cavalli all'assalto. I Damasceni e le truppe uscirono ad affrontarli, e li combatterono ostinatamente. Tra quell

i che uscirono a combattere c'era il giureconsulto Huggiat ad-din Yusuf ibn Dibàs

al-Findalawi il Maghrebino, vecchio in tarda età ed integro giureconsulto. Quando

Mu'ìn ad-din lo vide, che marciava appiedato, gli si fece avanti, lo salutò e gli di sse: "O vecchio, tu sei dispensato per la tua età avanzata! Pensiamo noi a difende

re

i Musulmani!", e lo pregò di tornare indietro. Ma quegli ricusò, e disse: "Ho fat

ta

la mia vendita, ed Egli ha comprato da me. Perdio, non ho né data né chiesta resc

issione di questo contratto!", riferendosi così alle parole di Dio Altissimo: "Idd

io ha comprato dai credenti le loro persone e i loro averi, dando loro in cambio

il Paradiso" (75). E andò innanzi, e combatté i Franchi fino a che fu ucciso presso an-Nairab, a mezza "farsakh" da Damasco.

I Franchi si rafforzarono, e i Musulmani si indebolirono: il re d'Alemagna avanzò fino al Maidàn al-akhdar (La Piazza Verde), e tutti furon certi che si sarebbe imp adronito della terra. Mu'ìn ad-din aveva frattanto mandato un messaggio a Saif ad- din Ghazi figlio dell'atabek Zinki (signore di Mossul) chiamandolo in aiuto dei

Musulmani, e a respinger da loro il nemico. Egli riunì le sue truppe e marciò sulla Siria, prendendo con sé da Aleppo suo fratello Nur ad-din Mahmùd (76). Essi vennero

a Hims, e Saif ad-din mandò a dire a Mu'ìn ad-din: "Son venuto con tutti quelli del mio paese capaci di portare le armi. Chiedo che ci siano dei miei rappresentanti in Damasco, perché io possa venire e affrontare i Franchi. Se sono sconfitto, ent

rerò io e il mio esercito in città, e lì ci difenderemo: se vinciamo, la città è vostra, né

io starò a contendervela"; e mandò ai Franchi un messaggio di minacce se non si foss

ero ritirati dalla città. I Franchi smisero di combattere, impressionati per i mol

ti feriti e con la prospettiva di dover combattere anche Saif ad-din. Vollero qu

indi risparmiarsi, mentre i Damasceni si rinfrancarono nella difesa e rifiataron

o

dall'assiduo combattimento. Mu'ìn ad-din mandò frattanto a dire ai Franchi venuti

di

fuori: "E' arrivato il re dell'Oriente; se non vi ritirate, consegnerò a lui la

città e allora ve ne pentirete"; e ai Franchi di Siria: "Con che senno aiutate co storo contro di noi, quando sapete bene che se si impadroniscono di Damasco vi p iglieranno le terre da voi possedute sul litorale? Quanto a me, se vedo di non f

arcela a difendere la città, la consegnerò a Saif ad-din, e voi sapete bene che se e gli diventa signore di Damasco voi non vi potrete più mantenere con lui in Siria". Al che quelli acconsentirono a staccarsi dal re d'Alemagna mentre Mu'ìn ad-din co ncedeva loro la consegna della rocca di Baniyàs: quindi quelli del Litorale, ristr ettisi col re d'Alemagna, lo intimorirono parlandogli di Saif ad-din e di tutte

le sue truppe, e dei continui rinforzi che riceveva, e della probabilità che quegl

i prendesse Damasco senza che loro fossero in grado di resistergli. E tanto fece

ro che il re si partì da Damasco, e loro si presero la rocca di Baniyàs, e i Franchi d'Alemagna se ne tornarono al loro paese, che sta di traverso sopra Costantinop oli, e Dio liberò i credenti dal loro malanno. Abu l-Qasim ibn 'Asakir, nella sua Storia di Damasco, narra che un dottore della Legge disse d'aver veduto in sogno al-Findalawi, e d'avergli chiesto: "Come ti ha trattato Iddio, e dove sei?", e avuto in risposta: "Dio mi ha perdonato. Sono nei giardini dell'Eden, (fra i bea ti) sdraiati su letti affrontati" (77).

(SIBT IBN AL-GIAWZI, 300).

Era il tempo delle frutta. I Franchi, scesi nella valle, ne mangiarono una g ran quantità, ciò che dette loro la dissenteria; molti ne morirono, e gli altri ne f urono ammalati. I Damasceni, ridotti alle strette, fecero pie elemosine coi loro averi in proporzione delle loro condizioni. Tutta la popolazione, uomini donne

e bambini, si raccolse nella Gran Moschea: spiegarono il Corano di Othmàn (78), sp arsero cenere sul capo, piansero e supplicarono, e Iddio esaudì la loro preghiera. C'era coi Franchi un gran Prete dalla lunga barba, di cui seguivan l'esempio: q uesti, al decimo giorno dal loro arrivo a Damasco, inforcò il suo asino, si mise u na croce al collo, prese in mano altre due croci, un'altra ne appese al collo de ll'asino, e raccolse a sé dinanzi i vangeli e le croci e le sacre scritture, e cav

alieri e fanti, sì che nessuno dei Franchi rimase indietro, fuorché quelli a custodi

a delle tende. Il Prete disse: "Il Messia mi ha promesso che oggi espugnerò la cit

tà". A questo punto i Musulmani spalancarono le porte, e affrontarono la morte car icando come un sol uomo in nome dell'Islàm. Fu una giornata quale non ne fu mai vi sta una simile, nel tempo pagano e dell'Islamismo. Uno della milizia di Damasco

arrivò al Prete, che combatteva in prima fila, e gli spiccò la testa dal busto, amma zzando anche il suo asino. Tutti gli altri fecero impeto, e i Franchi si volsero

in

fuga: ne uccisero diecimila, bruciarono croci e cavalieri col fuoco greco, e

li

inseguirono fin nelle tende. La notte li separò. Al mattino, eran partiti e no

n

ne restava più traccia.

7.

Nel 1154, sei anni dopo la vittoriosa resistenza di Damasco ai Crociati, Norandi no figlio di Zinki realizzava il vecchio sogno paterno, rendendosi padrone senza colpo ferire della metropoli sira. E di qui e dall'avita base di Aleppo organiz zava con nuove forze la lotta contro i Crociati, che con alterna fortuna si prot rasse per un ventennio, fino alla sua morte (1174): ma quand'egli moriva era da tempo ormai spuntato e brillava di piena luce in Egitto l'astro di Saladino, già s uo oscuro ufficiale, destinato a coronare un secolo di sforzi nella lotta dell'I slàm contro gli invasori cristiani. Anche di Norandino, come già del padre, Ibn al-A thìr traccia un ritratto ideale, cui noi possiamo aggiungere, in contrasto con Zin ki, il pregio di una maggior finezza spirituale e di una maggiore umanità.

VITTORIE DI NORANDINO E SUO TRIONFO A DAMASCO.

(IBN AL-QALANISI, 340-42).

Norandino giunse alla Città ben guardata (79) il giovedì ventisette rabì' primo (552/9 maggio 1157), per provvedere ad apprestare gli strumenti bellici e spedirli all

e truppe, intendendo egli trattenersi pochi giorni e poi subito muovere dove era no raccolte le sue forze, Turcomanni e Arabi, per la guerra santa contro i nemic

i Infedeli; e Iddio, volendo, può bene agevolare la loro sconfitta e affrettare lo ro la rovina. Appena giunto, egli pose mano ad assolvere il compito per cui era venuto, e ordi

nò di apprestare le macchine d'assedio e le armi di cui il suo esercito vittorioso aveva bisogno, e di fare appello nella Città ben guardata ai campioni e combatten ti della guerra santa, e alle milizie volontarie, di giovani cittadini e foresti eri, che si equipaggiassero e preparassero a combattere i Franchi politeisti e m iscredenti. Si mise quindi subito in marcia verso il suo esercito vittorioso, af frettandosi senza sosta ed indugio il sabato ultimo di rabì' primo, seguito da gra

n numero e fittissima schiera di miliziani, volontari, giureconsulti, sufi (80)

e uomini pii. Iddio altissimo vorrà coronare i suoi consigli e le sue decisioni di fulgida vittoria e successo, mandando in rovina gli Infedeli a Lui ribelli, e a ffrettando loro la morte e distruzione totale, sì da non restarne traccia e person

a alcuna: né ciò è difficile per Iddio onnipossente e dominatore.

Il sabato seguente a questo, sette di rabì' secondo (18 maggio), poco dopo che il

Re Giusto Norandino ebbe investito Baniyàs col vittorioso suo esercito, e l'ebbe s tretta di macchine d'assedio e combattuta, arrivò (a Damasco) un piccione viaggiat ore (81) dall'esercito vittorioso accampato fuor di Baniyàs, con un messaggio che comunicava come fosse giunta la lieta novella, dal campo di Asad ad-din (82) dal le parti di Hunìn con Turcomanni e Arabi, che i Franchi - Dio li mandi in malora!

- avevano spedita una colonna, di più di cento loro capi e cavalieri oltre al segu

ito, per piombare sulle suddette forze di Asad ad-din, credendole di poca entità, senza sapere che si trattava invece di migliaia di uomini. Quando coloro si furo no ad essi avvicinati, i nostri eran saltati loro addosso come leoni sulla selva ggina, facendone generale strage, e catturando e predando, onde non ne eran scam

pati che pochi. Arrivarono infatti a Damasco il lunedì seguente i prigionieri e le teste degli uccisi coi loro equipaggiamenti, scelti destrieri e targhe ed aste, che furon portati in giro per la città, con gioia degli animi a un tale spettacol o, e ringraziamenti a Dio per tal grazia agevolmente concessa dopo la prima. E i

n Dio si spera perché affretti la loro rovina e distruzione, cosa non difficile a

Lui. A questo rinnovato dono divino seguì poi la discesa di un altro piccione dal campo ben guardato di Baniyàs, il martedì seguente, che informava della avvenuta esp

ugnazione a viva forza della città di Baniyàs, a quattro ore del martedì suddetto, dop

o che furono finite di scavare le gallerie e messovi il fuoco col conseguente cr

ollo della torre minata, da cui i nostri avevano fatta irruzione trucidandone i difensori e predando quanto conteneva. Gli scampati eran rifuggiti alla cittadel la e vi si eran rinchiusi: né la loro cattura, Iddio permettendolo, sarebbe molto tardata, con l'aiuto e il favore divino. Il destino volle invece che dopo ciò i Franchi si raccogliessero dai loro vari for tilizi, per sbloccare Honfroi (83) signore di Baniyàs e i suoi compagni Franchi as sediati in quella rocca. Questi, ridotti agli estremi, chiesero istantemente sic

urtà a nostro signore Norandino, offrendogli di render la rocca con tutto ciò che co nteneva, e aver salva la vita; ma egli aveva respinto queste loro richieste. Qua ndo poi sopravvenne il re dei Franchi (84) con tutte le sue forze di fanti e cav alieri dalla parte della Montagna, cogliendo di sorpresa le forze che assediavan

o Baniyàs e quelle stazionanti sulla via per intercettare i soccorsi, fu saggia pr udenza ritirarsi, permettendo a coloro di giunger sul posto e recuperarne i dife nsori. Ma quando videro la rovina generale delle mura e delle case d'abitazione,

disperarono di poter più rimettere in efficienza la piazza; e ciò fu nell'ultima de cade di rabì' secondo (primi di giugno 1157). Il mercoledì nove giumada primo (19 giugno) arrivarono altri piccioni viaggiatori, con lettere dal campo ben guardato di Norandino, comunicanti che il Re Giusto N orandino, saputo che il campo dei Franchi infedeli era a Mallaha tra Tiberiade e Baniyàs, si era messo in marcia col suo vittorioso esercito di Turchi ed Arabi. S puntato su di loro di sorpresa, essi avevan visto le sue bandiere già proiettare s

u

di loro la loro ombra; corsi alle armi e ai cavalli, si eran divisi in quattro schiere, e avevano attaccato i Musulmani: allora Norandino e i suoi prodi aveva

n

messo piede a terra, e avevano schiacciato il nemico sotto i dardi e i ferri d

elle lance. In men che non si dica, coloro si eran sentiti mancare il terreno so tto i piedi ed erano stati spacciati. Iddio eccelso e vittorioso aveva fatto sce ndere la vittoria sui pii suoi amici e mandato in malora i ribelli infedeli. Ci

impadronimmo dei loro cavalieri uccidendoli e catturandoli, e la fanteria in gra

n

numero fu passata a fil di spada, tanto che non ne scamparono, a quanto riferì u

n

veridico in grado di saperlo, che dieci persone, risparmiate per allora dalla

morte, e smarrite di paura. Chi disse che il loro re era fra questi, chi invece che fosse tra gli uccisi; certo non se ne ebbe più notizia, e fu attivamente ricer

cato - Dio aiuterà a debellarlo! - Dell'esercito dell'Islàm, non si ebbe altra perdi ta che due uomini: uno dei valorosi sopraddetti, che uccise quattro campioni inf edeli, e, venuta la sua ora e spirato il suo termine, fu ucciso; e un altro, un forestiero sconosciuto; entrambi morirono da martiri della fede, e rimeritati de

l premio celeste, che Dio ne abbia misericordia. I nostri soldati si riempirono

le mani di lor destrieri ed arnesi, animali e robe infinite. La loro chiesa con

i

suoi famosi arredi venne in mano di re Norandino. Fu una gran vittoria e uno s

plendido successo da parte di Dio onnipotente e dator di vittoria, con cui Egli esaltò l'Islàm e i suoi fedeli, e avvilì il Politeismo e la sua fazione.

I prigionieri e le teste degli uccisi arrivarono a Damasco la domenica seguente

alla vittoria. Su ogni cammello, erano stati collocati due dei loro cavalieri, e spiegato uno dei loro stendardi con un certo numero di cotenne delle loro teste

,

con tutta la capigliatura. I loro capi, castellani e governatori di terre, era

no

montati ciascuno su un cavallo, in cotta d'armi e casco, con in mano uno sten

dardo. I fanti, sergenti e turcòpuli (85), andavano legati per tre, o per quattro, o più o meno, a un'unica corda. Una folla innumerevole di cittadini, vecchi giova

ni

donne bambini, uscì a contemplare questa fulgida vittoria concessa da Dio a tut

ti

i Musulmani, e levarono gran lodi e santificarono Iddio che aveva concesso la

vittoria ai suoi amici, dando loro possibilità di sconfiggere i suoi nemici; e al zarono di continuo sinceri voti al Re Giusto Norandino, loro difensore e campion

e, lodandone le magnanime virtù e celebrandone le alte doti. Furono anche composti dei versi su tale argomento, che dicono:

Così avvenne il giorno dei Franchi, quando li sommerse l'onta della cattura, della sciagura e sventura. Furori condotti in processione sui cammelli con le loro bandiere, in avvilimento

, angoscia e pena,

dopo esser stati superbi, riveriti e famosi, nelle battaglie e nel combattimento

.

Così, così periscono i nemici, quando su di loro si scatena la razzia.

Disgraziati, presi come greggi al pascolo, avvolti da una calamità di sera e matti

na.

Stolti, ruppero la tregua pacifica, dopo che era stata lealmente fermata.

E

colsero il frutto della loro perfidia, con la conseguente rovina e ostilità che

li

avviluppò.

Non difenda Iddio la loro congregata caterva, assalita da spade quant'altre mai

penetranti!

Retribuzione dell'ingrato è morte e prigionia, retribuzione del riconoscente è il pr emio migliore. Sia lode dunque e riconoscenza perpetua al Signore degli uomini, così come perpetu

a duri la sua grazia!

MORTE DI NORANDINO.

(IBN AL-ATHIR, XI, 264-67).

In quest'anno (569/1174) morì Nur ad-din Mahmùd ibn Zinki ibn Aq Sunqùr, signore di Si

ria, dei territori mesopotamici e d'Egitto, il mercoledì undici shawwàl (15 maggio) per malattia di angina. Fu sepolto nella cittadella di Damasco, e di lì poi trasla

to alla Màdrasa (86) da lui fondata in Damasco presso il Mercato dei lavoratori di

vimini. Una combinazione stupefacente è il fatto che il due di shawwàl egli cavalca

va avendo a fianco un pio emiro, e questi gli disse: "Lode a Colui che sa se ci

incontreremo ancora qui l'anno venturo, o no"; e Norandino rispose: "Non dire co sì, ma piuttosto: lode a Chi sa se ci incontreremo di qui a un mese, o no". E Nora

ndino, Dio ne abbia misericordia, morì in capo a undici giorni, e quell'emiro prim

a dell'anno, onde ognuno dei due fu colto dalla morte secondo quarto aveva detto

. Norandino aveva cominciato a prepararsi per invadere l'Egitto e toglierlo a Sa

ladino (87), in cui aveva visto una certa tepidezza nel combattere i Franchi dal

la sua parte; egli sapeva che ciò che impediva Saladino dal far loro guerra era la

paura di lui Norandino, e di venirsi a trovare con lui a diretto contatto, ragi

on per cui preferiva che ci fossero di mezzo i Franchi per servirsene di difesa

contro Norandino. Questi mandò dunque messaggi a Mossul, nella Giazira, e nel Diyàr Bekr, mobilitando le truppe per la guerra. Era sua intenzione di lasciarle con s

uo nipote Saif ad-din Ghazi signore di Mossul e di Siria, e marciare lui col suo

esercito sull'Egitto; ma mentre si preparava a questo, gli giunse l'ordine di D

io

a cui non si può replicare.

Mi

raccontò un medico dei più valenti, che era al servizio di Norandino: Norandino m

i mandò a chiamare insieme ad altri medici, nella malattia di cui morì. Entrammo da lui, che stava in una stanzetta nella cittadella di Damasco, in preda a un attac

co di angina e ormai in punto di morte, tanto che non si riusciva a udir la sua

voce. Ivi egli soleva appartarsi per fare orazione, e lì lo aveva colto il male, né era stato di lì trasportato altrove. Quando entrammo, e vidi lo stato in cui era, dissi: "Non avresti dovuto aspettare a chiamarci che il male ti si aggravasse co

me è ora, e devi affrettarti a trasferirti di qui in luogo largo e luminoso; ciò inf luisce in una tal malattia". Ci accingemmo a curarlo, e suggerimmo di salassarlo

, ma egli disse: "Non si salassa un sessantenne", e si rifiutò al salasso. Lo cura

mmo allora con altri mezzi, ma le medicine non gli giovarono, la malattia si agg ravò, ed egli morì, che Dio ne abbia misericordia e si compiaccia di lui. Era Norandino bruno di carnagione, alto di statura, senza barba fuorché sul mento, di fronte larga, di bell'aspetto, con due begli occhi dolci. Il suo regno si di stese assai, e la sua sovranità fu riconosciuta alla Mecca e Medina e nello Yemen,

quando vi entrò Shams ad-dawla ibn Ayyùb e se ne rese signore (88). Era nato nel 51 1 (1117), e la fama della sua probità e giustizia s'era diffusa per tutta la terra . Ho letto le vite degli antichi re, e non vi ho trovato, dopo Califfi ben guida

ti e 'Omar ibn 'Abd al-'Azìz (89), persona più proba di lui e che più si proponesse la giustizia. Molto abbiamo esposto di ciò nel nostro libro di storia della loro din

astia (90), e qui ne daremo solo un saggio, nella speranza che lo legga qualche potente della terra, e lo prenda a modello.

Tra le sue virtù c'era l'austera pietà e conoscenza religiosa: egli non mangiava né ve stiva né faceva alcuna privata spesa se non col reddito di una proprietà acquistata con la sua quota legale del bottino, e delle somme stanziate per gli interessi c omuni dei Musulmani. Sua moglie si era con lui lagnata di ristrettezze, ed egli

le

assegnò tre botteghe in Hims, di sua privata proprietà, che gli rendevano all'ann

o

una ventina di "dinàr"; e avendole lei trovato poco, egli disse: "Non ho altro.

Di

tutto ciò di cui dispongo, io sono solo il tesoriere dei Musulmani, e non inten

do

tradirli in questo, né cacciarmi nel fuoco d'inferno per causa tua". Molto face

va

orazione la notte, con lodevoli veglie e preghiere; era come dice il verso:

Unì la prodezza in guerra alla devozione al suo Signore: che bello spettacolo il guerriero in preghiera nel Tempio!

Ed era buon conoscitore del diritto musulmano ("fiqh") secondo la scuola di Abu

Hanifa, ma senza fanatismo, aveva ascoltato la trasmissione di tradizioni canoni che ("hadìth") e le aveva egli stesso trasmesse, quale opera meritoria presso Dio. Quanto alla sua giustizia, non lasciò sussistere in tutta l'estensione dei suoi d omini alcun dazio né decima illegale, ma tutte le abolì, in Egitto, Siria, Giazira e Mossul. Teneva in gran conto la Legge sacra e ne applicava le norme: un uomo lo

citò in tribunale, ed egli vi si presentò insieme all'avversario, e mandò a dire al c adi Kamàl ad-din ibn ash-Shahruzuri: "Sono venuto a contendere in tribunale. Tu pr ocedi con me come procedi con tutti i (comuni) litiganti". Risultò che aveva ragio

ne lui, ma egli donò la cosa contestata all'uomo che l'aveva citato, dicendo: "Vol

evo già donargli l'oggetto da lui rivendicato, ma ho temuto che il motivo che mi s

pingeva a ciò fosse l'orgoglio e il disdegno dal comparire in tribunale. Perciò sono comparso, e ora gli dono quanto egli rivendica". Istituì nelle sue terre la "Casa della giustizia", e lì egli sedeva col cadi rendendo giustizia all'offeso, foss'a nche stato un Ebreo, contro l'offensore, fosse anche stato suo figlio o il maggi ore dei suoi emiri. Nel valore guerriero, era insuperabile: in guerra, prendeva due archi e due turcassi per usarli in combattimento. Il giureconsulto Qutb ad-d

in

an-Nasawi gli disse: "In nome di Dio, non mettere a repentaglio la tua person

a

e l'Islàm intero! Se fossi colpito in battaglia, non resterebbe più un Musulmano c

he

non fosse passato a fil di spada"; e Norandino rispose: "E chi è mai Mahmùd (91),

perché gli si parli così? Ancor prima di me c'è stato chi ha difeso questa terra e l' Islàm; e questi è Iddio, fuor del quale non c'è altro dio!" Quanto alle sue opere di p ubblico interesse, egli costruì le mura di tutte le città e rocche di Siria, tra cui Damasco, Hims, Hamàt, Aleppo, Shaizar, Baalbek e altre ancora; costruì numerose Màdra

se per Hanafiti e Shafi'iti (92), la Gran Moschea di Norandino a Mossul, gli osp

edali e i caravanserragli per le strade, i conventi dei dervisci in tutti i paes

i,

e legò a tutti abbondanti legati pii, tanto che ho sentito che il reddito mensi

le

delle sue pie fondazioni era di novemila "dinàr" di Tiro. Onorava e teneva in g

ran conto i dottori e gli uomini di religione, si alzava in loro cospetto e li f aceva sedere accanto a sé, si mostrava con loro affabile e non ribatteva mai alle loro parole, e teneva con loro corrispondenza di suo pugno. Era di aspetto grave

e maestoso, con tutta la sua umiltà. Molte sono le sue virtù, e copiosi i suoi preg

i,

che questo libro non comporta di registrar tutti qui.

9.

Le

pagine che seguono, e si potrebbero intitolare "Scene e costumi franchi, vist

i

da un Musulmano", sono tutte meno una tolte dalla celebre "Autobiografia" di U

sama ibn Munqidh, il cavalleresco e colto emiro di Shaizar che visse quasi inter

o questo primo secolo delle Crociate. Nelle sue arruffate "Memorie", ricche di g

hiotti aneddoti e riferimenti storici, abbondano gli episodi dei suoi contatti c

oi Franchi, in guerra e in pace, in alterni atteggiamenti di ostilità, curiosità e s

impatia. Queste scenette, talora deliziosamente paradossali, intermezzano con op portuno contrasto il fragor d'armi, a lungo andare monotono, che prevale nelle p agine degli storici professionali.

CAVALLERIA FRANCA.

(USAMA, 48).

Presso i Franchi - Dio li mandi in malora! - non c'è virtù umana che apprezzino fuor del valore guerriero, e nessuno ha preminenza e alto grado fuor dei cavalieri,

le uniche persone che valgano presso di loro. Sono questi a dar consiglio, a giu

dicare e comandare. Una volta ebbi a contendere in giudizio con loro per certi a

rmenti presi in un bosco dal signore di Baniyàs, in un periodo che eravamo con lor

o in pace, e io stavo allora a Damasco. Dissi allora al re Folco figlio di Folco

(93): "Costui ci ha aggredito e ci ha presi i nostri animali: questo è il tempo c

he figliano gli armenti; han figliato, i piccoli son morti, e lui ci ha rese le

bestie dopo averle rovinate". Allora il re disse a sei o sette cavalieri: "Su, p ronunciate una sentenza sul suo caso". Essi uscirono dalla sua sala di udienza,

si appartarono e consigliarono sino a fermarsi tutti su un unico parere. Fecero

poi ritorno alla sala del re, e dissero: "Abbiam deciso che il signore di Baniyàs debba pagare l'ammenda per i vostri armenti rovinati". Il re ordinò che l'ammenda

fosse pagata, e colui mi pregò e officiò al punto che finii con l'accettar da lui qu attrocento "dinàr". Una volta che i cavalieri hanno stabilita la sentenza, né il re

alcun altro loro capo può mutarla né disfarla; tanto gran cosa è il cavaliere presso

di

loro. Il re mi disse (in quell'occasione): "O tu, per il mio valore, mi sono

ieri grandemente rallegrato!" "Dio rallegri vostra Maestà, - risposi io, - per che cosa ti sei rallegrato?" "Mi han detto che tu sei un gran cavaliere, e io non c redevo che tu fossi cavaliere". "Maestà, risposi, sono un cavaliere della mia razz

a e della mia gente" (94). Quando il cavaliere è alto e slanciato, più essi lo ammir ano.

PIRATERIA FRANCA.

(USAMA, 25-26).

Mi misi al servizio del Re Giusto Norandino - Dio ne abbia misericordia! - i

l quale scrisse al Malik as-Salih (95) perché facesse partire la mia famiglia e i

miei figli rimasti in Egitto, e da lui beneficati. Egli rimandò indietro il messag gero scusandosi col dire che temeva per loro da parte dei Franchi, e scrisse a m

e invitandomi a tornare io in Egitto (96) "Tu sai, - diceva, - i rapporti d'amic

izia che sono tra noi; se avessi a temere da quelli di Palazzo, potresti andare alla Mecca, e io ti manderei là la nomina a governatore di Aswàn, fornendoti i mezzi

adeguati per combattere gli Abissini. Aswàn è una marca di frontiera musulmana. Là ti manderei la tua famiglia e i tuoi figli". Io ne parlai a Norandino, e ne sollec itai il parere: "O tu, - diss'egli, - non vorrai certo, una volta salvatoti dall 'Egitto e dai suoi torbidi, far ritorno laggiù. La vita è troppo corta per questo! M anderò io piuttosto a prendere un salvacondotto per la tua famiglia dal re dei Fra nchi, e spedirò chi te li conduca qui". E mandò infatti - Dio ne abbia misericordia

a prendere il salvacondotto del re con la sua croce, che dava sicurtà per terra

-

per mare. Io spedii il salvacondotto con un mio giovane schiavo, insieme a una lettera di Norandino e a una mia al Malik as-Salih, e questi fece partire i mie

e

familiari per Damiata, su una imbarcazione del servizio privato, raccomandati

i

e

forniti di ogni spesa e provvista occorrente.

Essi salparono poi da Damiata su una nave franca, ma quando furono nei pressi di Acri, dove stava quel re (97) - Dio non ne abbia misericordia -, quegli spacciò i

n un legnetto della gente che sfasciò con le scuri la nave, sotto gli occhi dei mi

ei compagni; e lui se ne venne a cavallo sul lido, e predò tutto ciò che ivi era. Un mio giovane schiavo uscì a nuoto verso di lui col salvacondotto, dicendogli: "Mes sere il Re, non è questo il tuo salvacondotto?" "Certo, - rispose lui, - ma questo è appunto l'uso dei Musulmani, che quando un loro bastimento fa naufragio presso una terra, la gente di questa terra lo depreda". "E tu vuoi ridurci in cattività?" "Niente affatto", rispose; fece entrare i miei in una casa, e perquisì le donne, prendendo loro tutto quel che avevano: c'erano nella nave monili depostivi dalle donne, vesti, gemme, spade, armi, oro e argento del valore di circa trentamila "dinàr". Si prese tutto, e fece consegnar loro cinquecento "dinàr" dicendo: "Con que sto, arrangiatevi ad arrivare al vostro paese"; e tra uomini e donne, erano cinq uanta persone! Io mi trovavo allora con Norandino nei territori di re Mas'ùd (98)

a Ru'bàn e Kaisùn; e la salvezza dei figli miei e di mio fratello, e delle nostre do nne, mi rese lieve la perdita della roba, fuorché quella dei miei libri: si tratta va di quattromila magnifici volumi, la cui perdita mi è rimasta come una ferita al cuore per tutta la vita.

MEDICINA FRANCA.

(USAMA, 97-98).

Il signore di Munàitira (99) scrisse a mio zio chiedendogli di mandare un medico p er curare certi suoi compagni malati; e quegli mandò un medico cristiano a nome Th abit. Questi dopo nemmeno dieci giorni fu di ritorno; noi gli dicemmo: "Hai fatt

o presto a curare quei malati!" ed egli raccontò: "Mi presentarono un cavaliere ch

e aveva un ascesso alla gamba, e una donna, afflitta da una consunzione. Feci un empiastro al cavaliere, e l'ascesso si aprì e migliorò, prescrissi una dieta alla d onna, rinfrescandone il temperamento. Quand'ecco arrivare un medico franco, che disse: 'Costui non sa affatto curarli!', e rivolto al cavaliere gli domandò: 'Cosa preferisci, vivere con una gamba sola, o morire con due gambe?', e avendo quell

o risposto che preferiva vivere con una sola gamba, ordinò: 'Conducetemi un cavali

ere gagliardo, e un'ascia tagliente'. Vennero cavaliere ed ascia, stando io lì pre sente. Colui adagiò la gamba su un ceppo di legno, e disse al cavaliere: 'Dàgli giù un gran colpo di ascia, che la tronchi netto!' E quegli, sotto i miei occhi, la co lpì d'un primo colpo, e, non essendosi troncata, d'un secondo colpo; il midollo de lla gamba schizzò via, e il paziente morì all'istante. Esaminata quindi la donna, di sse. 'Costei ha un demonio nel capo, che si è innamorato di lei. Tagliatele i cape lli!' Glieli tagliarono, e quella tornò a mangiare dei loro cibi, aglio e senape,

onde la consunzione le aumentò. 'Il diavolo è entrato nella sua testa' sentenziò colui

, e preso il rasoio le aprì la testa a croce, asportandone il cervello sino a fare

apparire l'osso del capo, che colui strofinò col sale

;

e la donna all'istante

morì. A questo punto io domandai: 'Avete più bisogno di me?' Risposero di no, e io m

e ne venni via, dopo aver imparato della loro medicina quel che prima ignoravo"

(100).

I FRANCHI E LA GELOSIA MARITALE.

(USAMA, 100-1).

Presso i Franchi non c'è ombra di senso dell'onore e di gelosia. Se uno di loro va per la strada con sua moglie, e un altro lo incontra, questi prende per mano la donna e si tira in disparte con lei a parlarle, mentre il marito se ne sta da u

n

lato aspettando che lei abbia finito di conversare; e se la fa troppo lunga, l

a

lascia col suo interlocutore e se ne va. Una mia diretta esperienza in proposi

to

è questa: quando venni a Nabulus, stavo in casa di un certo Mu'izz, la cui casa

serviva da albergo per i Musulmani, con finestre che si aprivano sulla strada. Dall'altra parte della via, c'era la casa di un Franco che vendeva il vino per c onto dei mercanti: egli prendeva una bottiglia di vino, e gli faceva pubblicità, a nnunciando: "Il tal mercante ha aperto una botte di questo vino; chi ne volesse

acquistare, si trova nel sito tal dei tali, e io gli darò la primizia del vino che

è in questa bottiglia".

Ora costui, venuto un giorno a casa sua, trovò un uomo con sua moglie nel letto. G

li domandò: "Cos'è che ti ha fatto venir qui da mia moglie?" "Ero stanco, - rispose

colui, - e sono entrato qui a riposarmi". "E come sei entrato nel mio letto?" "H

o

trovato un letto fatto, e mi ci son messo a dormire". "E questa donna dorme co

n

te?" "Il letto, - rispose, - è suo. Potevo io impedirle di entrare nel suo letto

?"

"Affè mia, - concluse il primo, - se lo fai un'altra volta, litigheremo!"; e qu

esta fu tutta la sua reazione, e il massimo sfogo della sua gelosia

Un altro caso consimile è questo, narratoci da un bagnino di Ma'arra a nome Salim,

che stava in un bagno di mio padre: apersi un bagno a Ma'arra, disse costui, pe

r guadagnarmici la vita. Entrò nel locale un cavaliere dei Franchi, ai quali non p

iace cingersi un panno alla vita nel bagno: costui quindi allungò la mano, e mi st

rappò dai fianchi e gettò via il perizoma. Così mi vide, che da poco mi ero rasa la zo

na del pube. "Salim!" esclamò; mi avvicinai a lui, ed egli, stesa la mano al mio p

ube, "Salim, - disse, - magnifico! Affè mia, fai anche a me questo servizio!"; e s

i

distese supino sul dorso. Aveva in quel posto un vello lungo come la sua barba

.

Lo rasi, ed egli, passatavi su la mano, lo trovò bello liscio, e riprese: "Salim

,

affè mia, fai lo stesso alla Dama", e "dama" nella loro lingua vuol dire signora

,

cioè sua moglie. Ordinò quindi a un suo valletto: "Va' a dire alla Dama che venga"

. Il valletto andò e tornò con lei, e la introdusse; essa si distese sul dorso, ed e gli disse: "Falle come hai fatto a me". Io le rasi il vello, e suo marito stava

lì a guardarmi; e poi mi ringraziò e regalò secondo il mio servizio.

Guardate un po' che contraddizione! Non hanno gelosia né senso d'onore, e al tempo stesso hanno tanto coraggio, che non nasce (di solito) se non dal senso dell'on ore e dal disdegno per ogni cosa malfatta.

FRANCHI ORIENTALIZZATI.

(USAMA, 103-4).

Ci sono dei Franchi alcuni che, stabilitisi nel paese, han preso a vivere famili

armente coi Musulmani, e costoro son migliori di quelli che sono ancor freschi d

ei loro luoghi d'origine; ma quei primi sono un'eccezione, che non può far regola.

A questo proposito, mandai una volta un amico per una faccenda ad Antiochia, il

cui capo era Todros ibn as-Safi (101), mio amico, che aveva laggiù autorità. Questi disse un giorno all'amico mio: "Mi ha invitato un mio amico Franco; tu vieni co

n me, per vedere il loro costume". Andai con lui, raccontava l'amico, e venimmo alla casa di un cavaliere di quelli antichi, venuti con la prima spedizione dei Franchi. Costui, ritiratosi dall'ufficio e dal servizio, aveva in Antiochia una proprietà del cui reddito viveva. Fece venire una bella tavola, con cibi quanto ma

i

buon animo, ché io non mangio del cibo dei Franchi, ma ho delle cuoche egiziane,

e mangio solo di quel che cucinano loro: carne di maiale in casa mia non ne ent

ra!" (102). Mangiai, pur stando in guardia, e ce ne andammo. Passavo più tardi dal mercato, quando una donna franca mi si attaccò profferendo in lor barbara lingua parole per me incomprensibili. Si raccolse attorno a noi una folla di Franchi, e io mi ritenni spacciato: quand'ecco venire innanzi quel cavaliere, che vistomi si avvicinò e disse a quella donna: "Che ci hai con questo Musulmano?" "Questo, - rispose colei, - ha ucciso mio fratello Urso", il quale Urso era un cavaliere di Apamea, che era stato ucciso da un soldato di Hamàt. Ed egli le gridò: "Questo è un b

orghese, cioè un mercante, che non fa la guerra, né sta là dove la fanno". Gridò poi all

a gente adunatasi, e quelli si dispersero, e mi prese per mano: così quell'aver ma ngiato alla sua tavola ebbe per effetto di salvarmi la vita.

I TEMPLARI A GERUSALEMME.

(USAMA, 99).

Un tratto della rozzezza dei Franchi - Dio li confonda! - è questo. Quando visitai Gerusalemme io solevo entrare nella Moschea al-Aqsa, al cui fianco c'è un piccolo oratorio, di cui i Franchi avevan fatto una chiesa. Quando dunque entravo nella Moschea al-Aqsa, dove erano insediati i miei amici Templari, essi mi mettevano

a disposizione quel piccolo oratorio per compiervi le mie preghiere. Un giorno e ntrai, dissi la formula "Allàh akbar" (103) e ristetti per iniziar la preghiera, q

uando un Franco mi si precipitò addosso, mi afferrò e volse il viso verso oriente, d icendo: "Così si prega". Subito intervennero alcuni Templari, che lo presero e all ontanarono da me, mentre io tornavo a compiere la preghiera. Ma colui, colto un momento che non badavano, mi si ributtò addosso rivolgendomi la faccia ad oriente,

e ripetendo: "Così si prega". E di nuovo - i Templari intervennero, lo allontanar

ono, e si scusarono con me dicendo: "E' un forestiero, arrivato in questi giorni dal paese dei Franchi, e non ha mai visto nessuno a pregare fuorché col viso rivo lto a oriente". "Ho pregato abbastanza", risposi; ed uscii, stupefatto per quel demonio, che tanto si era alterato e agitato al veder pregare in direzione della Qibla! (104). Vidi poi io stesso uno di loro presentarsi all'emiro Mu'ìn ad-din - che Dio ne abb ia misericordia - mentre si trovava alla Moschea della Roccia, e dirgli: "Vuoi v edere Iddio bambino?" "Sì", rispose, e quegli ci precedette fino a mostrarci l'imm agine di Maria col Messia piccolo in grembo. "Questo, - disse, - è Iddio bambino". Ben più in alto è Iddio altissimo da ciò che gli Infedeli sostengono! (105).

RISCATTO DI PRIGIONIERI.

(USAMA, 6o-62).

Ebbi ripetuta occasione di recarmi dal re dei Franchi, per stipular la pace fra lui e Giamàl ad-din Muhammad ibn Tag al-Mulùk - Dio ne abbia misericordia (106) -; e ciò in grazia di un favore fatto a suo tempo dal defunto mio padre a re Baldovino

, padre della regina moglie del re Folco (107). I Franchi mi conducevano i loro prigionieri perché li riscattassi, e io riscattavo quelli cui Dio agevolava la sal

vezza. Un demonio dei loro, a nome Guglielmo Gibà, uscì a far la guerra di corsa con un suo bastimento, e prese una nave con quasi quattrocento pellegrini maghrebin i, uomini e donne. Alcuni mi furono condotti con i loro padroni, e io ne riscatt ai quanti potei riscattare. C'era tra essi un giovane che salutava e restava sed uto senza far parola: domandai chi fosse, e mi fu detto che era un devoto, appar tenente a un conciapelli. "A quanto mi vendi questo qui?" chiesi al padrone. "Pe

r la mia fede, - rispose, - non lo vendo se non insieme a questo vecchio, così com

e insieme li ho comprati, per quarantatré "dinàr"". E io li riscattai entrambi, e ne ricomprai un certo numero per me, e un altro gruppo per l'emiro Mu'ìn ad-din (108 ) - Dio ne abbia misericordia - per centoventi "dinàr". Pagai in contanti quanto a

vevo addosso, mi feci garante del resto, e me ne venni a Damasco, ove dissi all' emiro Mu'ìn ad-din: "Ho ricomprato per te in particolare dei prigionieri, di cui n on avevo con me il prezzo. Ora che son tornato a casa mia, se li vuoi ne puoi pa gare il prezzo, e se no lo pago io". "No, - diss'egli, - son io per Allàh che pagh

erò il loro prezzo, io che più d'ogni altro desidero acquistarmene il merito presso Dio". Era infatti - Dio ne abbia misericordia - l'uomo più pronto a far del bene,

e a guadagnarsi il compenso celeste. Così egli pagò il loro prezzo, e io tornai poch

i giorni dopo ad Acri: lì a Guglielmo Gibà erano rimasti trentotto prigionieri, tra cui la moglie di uno di quelli che Dio aveva salvato per mano mia. Io la ricompr ai da lui, senza ancor versarne il prezzo, e cavalcai alla sua casa - Dio lo mal edica - dove gli dissi: "Vendimi dieci di questi". "Affè mia, - rispose, - non ven do che tutto il blocco". "Non ho con me il prezzo per tutti, - replicai io; - ne

comprerò ora alcuni, e la volta prossima comprerò il resto". "Non te li vendo se no

n tutti insieme", insisté quello, e io me ne andai. Volle Iddio che quella stessa notte fuggissero tutti quanti, e gli abitanti del contado di Acri, tutti Musulma ni, quando un prigioniero arrivava da loro lo nascondevano e lo facevano giunger

e nel territorio musulmano. Quel maledetto li ricercò, ma non riuscì a riprenderne n

emmeno uno, ché Dio li salvò felicemente; allora cominciò a reclamare da me il prezzo della donna che io avevo comprata senza versarne la somma relativa, e che era fu ggita con gli altri. Io dissi: "Consegnamela, e ricevine il prezzo". "Il suo pre zzo, - disse colui, - mi spettava già da ieri, prima che fuggisse", e mi costrinse a pagarlo, ciò che fu ben lieve cosa per me davanti alla gioia per la salvezza di quei poveretti.

PROPOSTA DI MANDARE UN FIGLIO IN EUROPA.

(USAMA, 97).

Nel campo del re Folco figlio di Folco c'era un cavaliere franco di alto affare, che era venuto dal loro paese in pellegrinaggio e tornava poi indietro. Prese f amiliarità con me, e divenne mio assiduo amico, chiamandomi fratello e coltivando affetto e amicizia tra noi. Quando volle imbarcarsi per tornare al suo paese, mi disse: "Fratel mio, io vado al mio paese, e vorrei che tu mandassi con me tuo f

iglio (il quale era lì con me, un ragazzo di quattordici anni), che conosca i cava lieri, e impari il senno e la cavalleria, di modo che al suo ritorno sarebbe com

e un uomo di senno". Venni così a udire un discorso che non poteva davvero uscire

dalla bocca di un uomo di senno; giacché se mio figlio fosse caduto prigioniero, l

a prigionia non sarebbe stata per lui peggiore dell'andarsene al paese dei Franc

hi. Risposi quindi a quel tale: "Per la vita tua, questo appunto sarebbe stato i

l mio desiderio; ma me ne ha impedito il fatto che sua nonna, cioè mia madre, gli è

affezionata, e non lo ha lasciato venir via con me se prima non le ho giurato ch

e glielo avrei ricondotto". "Vive ancora tua madre?" domandò l'altro. "Sì". "Allora non la contrariare" (109).

IL FALCONE DI ACRI.

(USAMA, 142-43).

Ero andato con l'emiro Mu'ìn ad-din - Dio ne abbia misericordia - ad Acri, dal re dei Franchi Folco figlio di Folco (110). Vedemmo lì un Genovese, giunto dal paese dei Franchi, con un gran falcone sul logoro, usato per la caccia alle gru insiem

e a una cagnetta. Quando l'uccello era lanciato contro le gru, quella gli correv

a dietro, e allorché esso aveva preso e abbattuto una gru essa la addentava e quel

la non aveva più scampo. Ci disse quel Genovese che da loro quando il falcone avev

a tredici penne alla coda cacciava le gru; e noi contammo le penne alla coda di

quel falco, ed era proprio così. L'emiro Mu'ìn ad-din lo chiese in dono al re, e que gli lo prese a quel Genovese, insieme alla cagna, e lo donò all'emiro. Venne così co

n noi, e lo vidi per la strada avventarsi sulle gazzelle come sulla carne (del s

uo pasto); lo portammo a Damasco, ma non visse colà a lungo, né fece caccia, e morì.

PIETÀ CRISTIANA E PIETÀ MUSULMANA.

(USAMA, Kitàb al-'asa, 528-29).

Visitai la tomba di Giovanni figlio di Zaccaria - sia su entrambi la salute! (11

1) - nel villaggio di Sebastea in provincia di Nabulus. Fatta la preghiera, usci

i in uno spiazzo cintato di fronte al luogo dove è la tomba. C'era una porta socch

iusa; l'apersi ed entrai in una chiesa, dove erano una decina di vecchi, col cap

o

scoperto e canuto come cotone cardato. Rivolti verso oriente (112), avevano su

l

petto (cuciti?) dei bastoni terminanti con sbarre trasversali e ritorti come l

a

parte anteriore della sella; su questi essi giurano, e presso di loro si ricev

e

ospitalità (113). Vidi uno spettacolo (di pietà) tale da intenerire i cuori, ma ch

e

insieme mi spiacque e attristò, non avendo mai veduto tra i Musulmani nessuno di

così devoto zelo. Passò qualche tempo su tale fatto, e un giorno Mu'ìn ad-din Unur, m entre andavamo io e lui presso la Casa dei Pavoni ("Dar at-tawawìs") (114), mi dis se: "Voglio smontare a visitare i Vecchi (asceti)". "Senz'altro" risposi, e smon tammo ed andammo a un lungo edilizio trasversale. Entrammo e, mentre credevo che non ci fosse nessuno, vedemmo un centinaio di tappeti per la preghiera, e su og nuno un sufi, in atto manifesto di pace serena e devota umiltà. Quello spettacolo

mi rallegrò, e lodai Iddio altissimo, vedendo tra i Musulmani uomini di zelo ancor

più devoto di quei preti cristiani. Prima d'allora non avevo mai visto i sufi nei loro conventi, né avevo conosciuto i loro riti.

NOTE PARTE PRIMA.

Nota 1. La data si riferisce evidentemente alla conclusione della conquista norm anna. Nota 2. Questo Baldovino ("Bardawìl") è una persona di fantasia, sorta per analogia

coi vari Baldovini di Fiandra e di Gerusalemme; o il primo Baldovino è già immaginat

o per errore re in Occidente.

Nota 3. Rincresce trovare proprio alle soglie di queste pagine il gran Conte in

atto di Barbariccia: ma il passo è caratteristico sia per l'atteggiamento di spreg

io grossolano con cui questi Musulmani parlano di solito dei loro nemici, sia pe

rché anche nell'episodio di fantasia è ritratta con sostanziale fedeltà la politica ac cortezza di Ruggero. Nota 4. Il sovrano zirita di Tunisia, Tamìm ibn Mu'izz (io6r-1107). Nota 5. Generale del sultano selgiuchide Malikshàh, che nel 1076 attaccò dalla Pales tina l'Egitto. Nota 6. Musulmani erano naturalmente anche i Fatimidi, ma eretici, e qui contrap posti al resto dell'Islàm sunnita. Nota 7. A Dorileo. Nota 8. Lett. "il paese del figlio dell'Armeno", come gli autori arabi chiamano

la Piccola Armenia dei Rupenidi di Cilicia.

Nota 9. Il nome è letto anche "Firùz". Nota 10. Secondo le fonti occidentali, il 3 giugno. Nota 11. Una "farsakh" (parasanga) equivale a circa sei chilometri. Nota 12. L'emiro turco di Mossul. Nota 13. Signore selgiuchide di Damasco, cui succedé ben presto il suo generale at abek Tughtikìn, subito appresso nominato, che sarà fra i più attivi e tenaci avversari dei Crociati in questa prima fase della conquista. Nota 14. Baudoin du Bourg, che sarà poi re Baldovino Secondo. Nota 15. La chiesa antiochena di San Pietro, detta nelle fonti bizantine "Kassia nós" e nelle arabe Qusyàn, dal nome di un personaggio di cui san Pietro avrebbe risu scitato il figlio. Nota 16. E' l'invenzione della sacra lancia ad opera di Pietre Barthélemy, vista c

on occhi di razionalismo musulmano. Nota 17. Selgiuchide di Siria, fratello del sultano Malikshàh. Nota 18. Visir fatimita. Nota 19. Cadrebbe così il rapporto suaccennato con la rotta turca sotto Antiochia;

ma in realtà è l'anno qui che è sbagliato, e Gerusalemme fu presa dagli Egiziani nell 'agosto del 1098. Nota 20. "Mihràb Dawùd", che le fonti occidentali chiamano la Torre di Davide, nella cittadella di Gerusalemme; non va confuso con un piccolo santuario omonimo nell

a zona sacra del Tempio. Nota 21. E' la roccia da cui secondo la credenza musulmana Maometto ascese al ci elo. E su di essa sorge la cosiddetta "Moschea d'Omar", il più insigne monumento i slamico di Gerusalemme, ove i vincitori fecero queste prede. Vicina, ma distinta da essa, è la "Moschea estrema" ("al-Masgid al-Agsa"), ove più infierirono le armi pietose, secondo questo racconto di Ibn Al-Athìr. Nei riferimenti dalle fonti orie ntali e occidentali v'è talora qualche confusione tra questi due santuari. Nota 22. Poeta iraqeno dell'undicesimo-dodicesimo secolo. Nota 23. E' il Profeta che dalla tomba leva la voce rampognando i suoi discenden ti (la stirpe di Hashim), cioè gli ignavi Califfi che non si impegnano a fondo nel l'Anticrociata. Nota 24. Tutte le fonti musulmane dicono Goffredo morto per azione di guerra. Nota 25. Raymond de Saint-Gilles, conte di Tolosa, il fondatore della dinastia t ripolina. Nota 26. Occorre appena far rilevare la fantastica esagerazione di queste cifre, che è fenomeno corrente nella storiografia musulmana dell'epoca. Nota 27. Il ""dinàr"" è la moneta d'oro corrente in vari tipi nel Medioevo musulmano

; il peso del tipo "legale" era di grammi 4,25 d'oro fino.

Nota 28. Il "Krak des Chevaliers", la fortissima rocca a nord-est di Tripoli, ch

e tanta parte avrà nelle guerre delle Crociate.

Nota 29. Adepto della setta esoterica dei Batiniti o Ismailiti o Assassini: il l oro terrorismo, di cui vedremo frequenti esempi, fu l'incubo sia dei Franchi sia dei Musulmani ortodossi nel periodo delle Crociate.

Nota 30. Il primo, già altra volta nominato, era l'emiro artuqide di Hisn Kaifà nel Diyarbekir, il secondo era emiro di Mossul. Nota 31. Emiro turco, che si era impadronito di Mossul, togliendola a Cekermìsh pr esso cui abbiam visto prigioniero Baldovino di Edessa. Nota 32. Dal 1104, come abbiam visto sopra. Nota 33. Bontà dei cavalieri antichi, che ha colpito qui lo storico musulmano. Nota 34. Il sultano selgiuchide Muhammad ibn Malikshàh (1104-17), alto signore feu dale di tutti questi emiri. Nota 35. Il testo dice qui e più innanzi "Raimondo", per confusione col nome del p adre, Raymond de Saint-Gilles; il quale era morto nel 1105, senza esser riuscito a prendere l'agognata Tripoli, e gli era succeduto il figlio di una cugina, Gui llaume Jourdain conte di Cerdagne (che le fonti arabe chiamano as-Sardani), finc hé Bertrando non giunse a contendergli l'eredità. Nota 36. "Dar al-'ilm", lett. "Casa della Scienza", biblioteca insieme e collegi

o scientifico, che era un vanto dell'emirato tripolino dei Banu 'Ammàr.

Nota 37. Giubail, l'antica Byblos ("Gibelet" dei Crociati), era in realtà già stata presa da Saint-Gilles nel 1104 (confer sopra); qui deve trattarsi invece di Giàbal

a ("Zibel" dei Crociati), a nord di Tripoli e a sud di Laodicea.

Nota 38. Il porto di Antiochia. Nota 39. Il re di Norvegia Sigurd. Nota 40. Cioè un vero o presunto discendente di Maometto, classe privilegiata e go dente di gran prestigio fra i Musulmani. Nota 41. A Baghdàd c'era allora una diarchia, tra il Califfo abbaside, nominale so

vrano e capo di tutto l'Islàm ortodosso: e il Sultano selgiuchide, sovrano di fatt

o in Persia ed Iràq con le propaggini feudali di Siria. L'armonia fra i due poteri

, uniti talora anche da vincoli matrimoniali, non era sempre perfetta; e nel con

trasto che traspare da questa e altre pagine coeve, par di vedere il re e il duc

e del ventennio fascista.

Nota 42. Alessio Commeno (1081-1110).

Nota 43. Il già ricordato visir fatimida, che avrebbe dovuto per primo soccorrere questi porti del litorale, di nominale possesso egiziano. Nota 44. Croce a t (T), come appare dal contesto.

Nota 45. Non è chiaro se quel "lì" significhi in Damasco, al loro ritorno, o "durant

e la guerra", cioè a Tiro stessa durante l'assedio.

Nota 46. Cioè la torre mobile e il prospiciente bastione: ambedue sono designati q ui con la stessa parola, ciò che talvolta nuoce alla chiarezza. Nota 47. Dopo questa valida difesa, Tiro fu ancor altre volte soccorsa e presidi ata da Tughtikìn, ma dové finalmente cedere ai Crociati nel 1124. Nota 48. Il turbante era portato dagli uomini di legge e di religione; da parte cristiana si sarebbe detto con analogo tono "questo incappucciato". Nota 49. Emiro di Arzan nella Giazira, vassallo di Ilghazi. Nota 50. Il paradisiaco color verde non lascia dubbio che qui s'intende il Profe ta, o altro messo del cielo, intervenuto a dar la vittoria ai Musulmani. Nota 51. E' una frase coranica (Corano, XXVII, 93), applicata qui ai nemici vint

i. Tutto il brano è di quelli in cui l'autore, per l'altezza dell'argomento, fa us

o di prosa rimata e altri artifizi retorici.

Nota 52. La data va anticipata di un anno: Baldovino Secondo morì in realtà a Gerusa lemme il 21 agosto 1131. che corrisponde appunto al venticinque ramadàn 525. Nota 53. E' il "Mont Ferrand" dei Crociati, fra Tortosa e Hamàt. Nota 54. Re Folco di Gerusalemme, con i suoi baroni. Nota 55. Giovanni Secondo Comneno (1118-43). Nota 56. L'antica Celesiria, fra il Libano e l'Antilibano. Nota 57. Nipote, e quarto successore di Tughtikìn nell'emirato di Damasco. Nota 58. La spianata della pubblica preghiera. Nota 59. Bab al-Faradìs, una porta di Damasco. Nota 60. La "Ghuta" è la fertile cintura di orti e giardini che si stende attorno

a Damasco: e tutti i toponimi seguenti sono di località della Damascene. Nota 61. Raimondo di Poitiers.

Nota 62. Mu'ìn ad-din Unur (l'"Aynard" delle fonti franche), vecchio generale turc o, che fu di fatto il capo dell'emirato di Damasco in questi anni, per il giovan

e emiro Abaq.

Nota 63. Deve essere caduto un "venti": la data esatta è quella precedente di Ibn al-Qalànisi. Nota 64. L'alta Mesopotamia. Nota 65. Ma può anche intendersi "cadde da lui trafitto". Nota 66. E' l'attuale turca Biregik. Nota 67. L'imperfetto sincronismo è con la spedizione siciliana del 1142, o piutto

sto quella vittoriosa del 1146, contro Tripoli: e l'aneddoto è un'altra conferma d el tollerante filo-islamismo di Ruggero Secondo. Quel suo Musulmano sonnecchiant

e potrebbe anche essere Edrisi.

Nota 68. Benché Zinki sia morto combattendo contro altri Musulmani (il signore 'Uq ailide di Gia'bar), il fedele Ibn al-Athìr lo decora qui e altrove del titolo di " martire per la fede" ("shahìd), per la sua diuturna lotta contro i Franchi.

Nota 69. L'emiro Aq Sunqùr, ribelle nel 1094 al sultano d'Aleppo Tutùsh e da lui ucc iso. Nota 70. E' unanime la lode dei cronisti a Zinki per questa sua cura e difesa de

i sudditi dalle prepotenze e ruberie dei soldati. Secondo lo storico d'Aleppo Ka

màl ad-din, quando egli usciva con le sue truppe dalla città, i soldati "parevano ma rciare fra due cordoni" tanta era l'attenzione di ognuno a non mettere il piede nei seminati, ben sapendo che con l'atabek non si scherzava. Nota 71. E' la "Storia degli Atab k di Mossul", ove Ibn Al-Athìr ha dato pieno sfo go al suo patriottismo e lealismo per la dinastia di Zinki. Nota 72. L'imperatore Corrado Terzo. Assai minor rilievo ha nelle fonti musulman

e la partecipazione di Luigi Settimo di Francia.

Nota 73. I precetti coranici sulla guerra santa, anche senza riferimento qui ad alcun versetto particolare. Nota 74. Tra cui forse, "disviluppato dal mondo fallace", giaceva Cacciaguida. Nota 75. Corano, IX, 112. Nota 76. Il "Norandino" dei Crociati, futuro campione dell'Islàm prima di Saladino

.

Nota 77. Corano, XXXVII, 42-43 Nota 78. Un esemplare prezioso del Libro Sacro risalente all'epoca della prima r

accolta del testo, sotto il califfo Othmàn (644-56): sarebbe anzi stato l'esemplar

e stesso che leggeva quel Califfo quando fu ucciso.

Nota 79. Damasco. Nota 80. I mistici dell'Islàm, membri di confraternite religiose. Nota 81. Norandino aveva per primo organizzato un regolare servizio di informazi oni coi piccioni viaggiatori. Nota 82. Asad ad-dìn Shirkùh, fido generale curdo di Norandino e zio di Saladino. Nota 83. Honfroi de Toron. Nota 84. Baldovino Terzo.

Nota 85. Turcòpuli (a figli di Turchi") erano milizie ausiliarie indigene negli es erciti Crociati. Nota 86. Scuola superiore di scienze religiose musulmane. Nota 87. Saladino, andato in Egitto come ufficiale di Norandino, vi aveva soppre sso il Califfato fatimida e si era reso di fatto padrone del paese, ma non aveva ancor osato sciogliersi formalmente dal vincolo di sudditanza a Norandino. Perc

iò questi è stato detto sopra "signore di Egitto", dove in realtà la sua autorità dirett

a non fu mai esercitata.

Nota 88. Anche qui, la sovranità di Norandino sul Higiàz ("i due luoghi santi", Mecc

a e Medina) e sullo Yemen, conquistato dal fratello di Saladino, fu puramente no

minale, e questi territori fecero in realtà parte dei domini ayyubiti. Nota 89. I Califfi "ben guidati" o ortodossi sono i primi quattro successori di Maometto, Abn Bekr 'Omar, Othmàn, 'Ali. Insieme al califfo Omayyade 'Omar ibn 'Abd

al-'Azìz ('Omar II, 717-I9), sono nella tradizione ortodossa dell'Islàm i sovrani i deali, il costante modello del buon governo. Nota 90. La già ricordata "Storia degli Atabek di Mossul". Nota 91. Il nome personale del Sultano, di cui Nur ad-din (Luce della religione) era solo il soprannome onorifico. Nota 92. Due delle quattro principali scuole o sistemi giuridici dell'Islàm: gli a ltri due sono il Malikita e il Hanbalita. Nota 93. Re Folco di Gerusalemme (1131-43), per i cui rapporti con Usama, confer i paragrafi seguenti. Nota 94. Sotto queste battute, e in tutto il paragrafo, c'è l'oscillazione dei due sensi di "cavalier" e "chevalier", per cui l'arabo come l'italiano ha un termin

e solo. Nota 95. Nonostante questo titolo (che significa "Il Re buono") non si tratta di un sovrano, ma del visir fatimita Tala'i' ibn Ruzzìk, onnipotente in Egitto sotto il califfo al-Fa'iz, e morto nel 1161. Nota 96. Nella cui politica interna, di intrighi e sanguinose rivolte, Usama era stato largamente implicato; donde l'accenno che segue al suo timore "di quelli

di Palazzo".

Nota 97. Era allora Baldovino Terzo (1143-62).

Nota 98. Sultano selgiuchide d'Iconio. Le due fortezze qui menzionate sono nella regione di Samosata, e i fatti ora esposti cadono intorno al 1155. Nota 99. La "Moinestre" dei Crociati, nel Libano a quindici chilometri a est di

Giubail.

Nota 100. I medici franchi non saranno tutti stati dei macellai, come l'energume

no qui descritto; ma è ben giustificato il senso di ironica superiorità, che qui si esprime, della grande tradizione medica orientale sulla occidentale del tempo.

Nota 101. Teodoro Sofiano, un greco, capo ("raìs") della municipalità antiochena. Nota 102. Questo impuro cibo era l'incubo del timorato commensale musulmano, che

, anche rassicurato, mangia "stando in guardia".

Nota 103. Con cui si inizia la preghiera canonica musulmana. Nota 104. L'orante musulmano deve avere il viso rivolto alla Qibla, cioè alla dire zione della Mecca. Presso i Cristiani del Medioevo era invece diffuso l'uso di p regare col viso rivolto a Oriente. Nota 105. Formula coranica, applicata qui con particolare rilievo nel riportare un'asserzione per un Musulmano blasfema.

Nota 106. E' l'alleanza franco-damascena del 1140 (confer sopra), alle cui tratt ative, secondo questo passo, avrebbe avuto parte il nostro autore. Nota 107. Baldovino Secondo, in una delle sue prigionie, era stato ospite degli emiri di Shaizar, come ci informa altrove Usama stesso. Nota 108. Il già conosciuto reggente di Damasco. Nota 109. E' caratteristico della famiglia musulmana medievale che Usama, anche

nell'inventare la scusa, metta in campo la nonna e non già la madre di suo figlio. Peccato che la proposta non sia stata accolta: il figlio del nostro memorialist

a,

visitando l'Occidente cristiano, avrebbe potuto lasciarcene un ben interessan

te

ragguaglio!

Nota 110. Confer sopra. Nota 111. Sia il Battista che Zaccaria sono considerati Profeti, e come tali ven erati dai Musulmani. Nota 112. Secondo l'uso già visto della preghiera cristiana. Nota 113. Testo e senso incerto in queste ultime frasi: le croci sopradescritte, in forma di bastoni, sono, sembra, cucite sulla tonaca di questi monaci, del ca pitolo di San Giovanni. Nota 114. Dove era, a Damasco, il convento ("Khanqàh") dei sufi, o mistici, di una qualche confraternita musulmana.

PARTE SECONDA. Saladino e la Terza Crociata.

1.

Le

fonti musulmane sulla persona e l'opera di Saladino sono in primo luogo i suo

i

funzionari e familiari 'Imàd ad-din e Bahà' ad-din: il primo con la sua storia del

la conquista di Gerusalemme (arrivante in realtà fino alla morte del Sultano), ove l'estrema artificiosità dello stile ricopre una relazione di testimone oculare, d

i cui si va sempre più apprezzando il valore; il secondo, autore di una biografia

dell'eroe, redatta in stile piano, e con un simpatico calore e devozione che non trapassano quasi mai in smaccata apologia. La terza fonte che si suol spesso ci tare su Saladino, la parte a lui relativa nel "Libro dei due giardini" di Abu Sh

ama, è in realtà una compilazione che giustappone estratti da 'Imàd ad-din (spogliato dei fiori di stile), Bahà' ad-din, Ibn al-Athìr, e ha solo qualche valore per framme nti salvatici di altre fonti perdute (Ibn Abi t-Tayy) e per atti e documenti inc lusi della cancelleria sultaniale. L'opera di Ibn al-Athìr, benché alquanto prevenut

o

per motivi di legittimismo locale contro Saladino, serba sempre il suo valore

di

limpida e informata esposizione, utilizzante con indipendenza le fonti primar

ie.

Il

miglior ritratto d'insieme del gran campione dell'Islàm è quello che apre la biog

rafia di Bahà' ad-din, e che qui integralmente riproduciamo.

Ritratto morale del Saladino.

(BAHA' AD-DIN, 7-41).

Fra le autentiche tradizioni canoniche (1) ci sono queste parole del Profeta: "L

'Islàm poggia su cinque fondamenti: l'attestazione che non vi è altro dio fuorché Iddi

o,

il compimento della preghiera, il pagamento della decima legale, il digiuno d

el

ramadàn, e il pellegrinaggio alla Santa Casa di Dio (alla Mecca)". Ora, Saladin

o

era di retta fede, e spesso aveva il nome di Dio sulle labbra: egli aveva atti

nto la sua fede dalle prove debitamente esaminate nella compagnia dei più autorevo

li

dottori e dei maggiori giureconsulti, acquistandone la necessaria competenza

al

punto da potere opportunamente interloquire quando se ne discorreva in sua pr

esenza, sia pur non usando il linguaggio tecnico dei dottori. Ciò ebbe per consegu enza l'integrità della sua fede da ogni macchia di eterodossia, senza far trapassa

re la speculazione ad alcun errore teologico ed eresia; la sua fede era retta, c

onforme alle sane regole speculative, e approvata dai massimi dottori. L'imàm Qutb ad-din an-Nisaburi aveva compilato per lui un catechismo con tutti gli essenzia

li elementi dogmatici, e tanto egli lo aveva caro che lo insegnava ai suoi figli

uoli bambini, perché si imprimesse nelle loro menti fin dalla fanciullezza; l'ho v isto io stesso insegnarglielo, e loro ripeterlo a memoria davanti a lui. Quanto alla preghiera canonica, egli vi adempiva con grande assiduità nella forma dell'orazione in comune, tanto che un giorno disse che da anni non l'aveva compi

uta che in quella forma: quando era ammalato, faceva venire il solo imàm, e si imp oneva di levarsi e far la preghiera in comune con lui. Praticava assiduamente le normali orazioni extracanoniche, e se si destava di notte faceva una preghiera

di due "raka'àt" (2), o se no le eseguiva prima della preghiera del mattino. Mai e

gli tralasciò la preghiera canonica finché fu padrone di sé: lo vidi pregare ritto in piedi nella malattia stessa di cui morì, e la omise solo nei tre giorni in cui per dette coscienza. E se l'ora della preghiera lo coglieva mentre era in viaggio, s montava da cavallo e pregava. Quanto all'elemosina legale, egli morì senza aver presso di sé una somma tale da ess ere ad essa sottoposta, ché le sue elemosine extracanoniche avevano consumato ogni suo avere; con tutto quello di cui fu padrone, morì senza lasciare nel suo tesoro di oro ed argento altro che quarantasette dramme nasirite (3), e un solo pezzo

d'oro di Tiro; né lasciò beni immobili né case né fondi né giardini né villaggi né seminati, altro avere alcuno. Quanto al digiuno di ramadàn, ci furono dei ramadàn che egli doveva rimettere, per c ausa di malattie susseguitesi in diversi tempi. Il cadi al-Fadil (3) teneva il c onto preciso di quei giorni, che Saladino aveva cominciato a rimettere a Gerusal emme l'anno in cui morì, perseverando nel digiuno per più del mese prescritto. Egli doveva ancor rimettere le omissioni di due ramadàn che le malattie e l'impegno nel

la

guerra santa gli avevano impedito di osservare: il digiuno non si confaceva c

ol

suo temperamento, e Iddio lo ispirò a digiunare quell'anno per rimettere quelle

omissioni: in assenza del cadi, tenevo io il conto di quei giorni in cui digiun

ava: il medico ne lo rimproverava, ma egli non voleva sentir nulla, e diceva: "C

hi sa mai cosa può accadere

nza; e tanto digiunò da soddisfare a quella rimanenza a suo carico. Quanto al pellegrinaggio, aveva sempre desiderato e avuto l'intenzione di compie

rlo, specialmente l'anno in cui morì. Aveva allora ribadito la sua decisione in pr oposito, e ordinato di fare i preparativi: noi facemmo le provviste di viaggio,

quasi ispirato ad assolvere quel debito di coscie

",

e

non restava che mettersi in marcia, quando ne fu impedito dalla ristrettezza d

el

tempo e mancanza dei mezzi che si addicono a un suo pari. Egli lo differì allor

a

all'anno seguente, ma Iddio decise altrimenti; e questa è cosa a conoscenza di t

utti, grandi e piccoli. Egli amava ascoltare la recitazione del nobile Corano: faceva perciò un esame all'

imàm a ciò addetto, ed esigeva che fosse dotto nelle scienze coraniche e perfetto co noscitore a memoria del Testo sacro. Di notte, quando se ne stava nel suo gabine tto, chiedeva a chi lo vegliava la recitazione di due, tre o quattro sezioni del Corano, ed egli stava a sentire; nelle udienze generali, chiedeva alla persona

a ciò addetta la recitazione di una ventina e più di versetti. Passò una volta accanto a un bambino che recitava il Corano dinanzi al padre, e siccome la sua recitazi one gli piacque, se lo fece avvicinare, e gli assegnò una parte del suo vitto part icolare, e legò a lui e a suo padre una parte di un podere. Umile e sensibile di c uore, pronto alle lacrime, soleva commuoversi e piangere il più delle volte a sent

ir recitare il Corano. Era assai desideroso di ascoltare la trasmissione delle t

radizioni canoniche quando le udiva da qualche maestro di alta tradizione e vast

a dottrina. Se questi frequentava la sua corte, lo faceva venire e ne ascoltava

l'insegnamento, facendolo anche ascoltare ai suoi figliuoli e ai mamelucchi di s ervizio ivi presenti, e ordinando a tutti di mettersi a sedere nell'ascoltarlo,

in

segno di rispetto. Se poi quel maestro non era di quelli che battono alle por

te

dei Sultani, ed evitano piuttosto di presentarsi alle loro udienze, andava eg

ndria, e trasmise da lui numerose tradizioni canoniche. Queste egli amava legger

le personalmente e mi faceva venire quando era solo, faceva portare dei libri di tradizioni, e le leggeva lui stesso; e quando capitava a una tradizione contene nte un edificante esempio, si inteneriva e gli venivano le lacrime agli occhi. Venerava altamente le regole della fede, credendo nella resurrezione dei corpi, nella retribuzione dei buoni col paradiso e dei malvagi con l'inferno, assentend

o a cuore aperto a tutto ciò che la Santa Legge insegna, e detestando i filosofi,

gli eretici e i materialisti, e tutti quelli che avversano la Legge. Ordinò per qu esto a suo figlio al-Malik az-Zahir signore di Aleppo di far giustiziare un giov ane a nome as-Suhrawardi (6), che si diceva nemico della Legge ed eretico. Quel principe suo figliuolo l'aveva fatto arrestare per quanto ne aveva udito, e ne i

nformò il Sultano, che ordinò di ucciderlo: e così lo uccise, e lo tenne per più giorni sulla croce. Aveva piena fiducia e confidenza in Dio, e a Lui ricorreva. Racconterò in proposit

o un episodio di cui son stato testimone: i Franchi - Dio li mandi in malora - e

ran venuti ad accamparsi a Bait Nuba, un luogo vicino a poche giornate di viaggi

o da Gerusalemme. Qui stava il Sultano, che aveva appostato elementi avanzati a

stretto contatto col nemico, e vi aveva spedito le spie e gli informatori. Si su ccedettero così le notizie della ferma decisione nemica di venir su ad assediare G erusalemme e darvi battaglia, con gran timore dei Musulmani. Saladino convocò gli emiri, e li mise al corrente della situazione critica che aveva colto i Musulman i, consultandoli sull'opportunità di restare a Gerusalemme. Quelli cominciarono a far complimenti, ma con reali intenzioni del tutto opposte, asserendo tutti che non v'era alcun interesse a che restasse lui personalmente in città, che sarebbe s

tato un esporre al pericolo l'Islàm intero: loro, dissero, sarebbero rimasti, e lu

i sarebbe uscito con una parte dell'esercito, accerchiando il nemico come era ac

caduto ad Acri; lui avrebbe avuto il compito di tagliare i rifornimenti al nemic

o e metterlo alle strette, e loro quello di difendere la città. Il Consiglio si sc

iolse su quella decisione, ma Saladino era fermo nell'idea di restare in città di persona, ben sapendo che se non fosse rimasto lui non sarebbe rimasto nessuno. A ndatisene gli emiri a casa loro, venne uno da parte loro a comunicare che essi n on sarebbero rimasti se non fosse rimasto il fratello del Saladino, al-Malik al- 'Adil, o uno dei suoi figliuoli, a comandarli e a cui loro obbedissero. Saladino

capì che con ciò volevan dire che non sarebbero rimasti, e ne restò angustiato e perp lesso. Quella notte, che fu la notte di un venerdì, io fui di servizio accanto a l ui dal cader della sera fin presso l'alba; era d'inverno, non c'era altri in ter zo con noi che Iddio; prendemmo a discutere questo e quel progetto, esaminando q uanto ogni singolo progetto implicava, fino al punto che egli mi fece pietà, e com inciai a temere per la sua salute, vedendolo sopraffatto dalla disperazione. Lo pregai di distendersi sul letto, nella speranza che potesse dormire un po', ed e gli mi rispose: "Forse hai sonno tu stesso", e si levò. Appena fui io rientrato ne

l mio alloggio, ed ebbi posto mano a una mia faccenda, che spuntò il mattino e ris

onò l'appello del muèzzin alla preghiera. Facevo quasi sempre con lui la preghiera m attutina, e perciò entrai da lui che stava facendo le sue abluzioni: "Non ho chius

o occhio", mi disse. "Lo sapevo", risposi. "Come lo sapevi?" "Io stesso non ho d

ormito, né c'era più tempo per dormire". Facemmo la preghiera, e riprendemmo a disco rrere del solito problema. "M'è venuta un'idea, - gli dissi, - che credo sarà utile, a Dio piacendo". "E sarebbe?" "Rivolgersi a Dio altissimo, a Lui ricorrere e in Lui confidare per risolvere questa situazione angosciosa". "E come dovremmo far e?" "Oggi, - dissi, - è venerdì. Vostra Maestà faccia l'abluzione nell'andare alla pre ghiera pubblica del venerdì, e compia come al solito la preghiera nella Moschea al -Aqsa, al luogo donde partì pel viaggio celeste il Profeta; offra qualche segreta elemosina per mano di persona di sua fiducia, e faccia poi una preghiera di due "raka'àt" tra il primo e il secondo appello del muèzzin, invocando nel prosternarsi Iddio altissimo - c'è in proposito una autentica tradizione del Profeta - e dica:

'Dio mio, è venuto meno ogni mio mezzo terreno per dar vittoria alla tua fede, e n on mi è rimasto che rivolgermi a Te, al tuo ausilio appoggiarmi, e nella tua bontà c onfidare. Tu mi basti, tu ottimo curatore!' Iddio è troppo generoso per fare andar delusa la tua preghiera". Saladino fece tutto secondo il mio consiglio: io preg ai al solito al suo fianco, lui fece le due "raka'àt" tra il primo e il secondo ap