Sei sulla pagina 1di 416

O P E R E

DI

L U CI ANO
VOI .TA T K IN I T A L I A N O

H A
m j k

s i:T T i.n itiiiK i.

V O L U M I!

S F.C O M IO .

FI RENZE.
F E L IC E LE M ONN IE R .
1862.

OPERE DI LUCIANO.

XIX.
1>I U N O S B A G L I O I N U N S A L U T O . 1

difficile a chi u o mo sfuggire la violenza d un d io : e molto pi difficile tro v ar parole p e r iscusare un o sbaglio im pensato ed a cui t h a spinto un dio. L un a cosa e 1 altra ora accaduta a m e, che venuto a salutarti di m a ttin o , invece d i dirti godi, c ome s u sa , bellone e sm em orato di m e, ti dissi sta sano; che anche una parola di buon a u g u rio , m a non o pp or t u n a , n d a m attina. Come la mi scapp mi vennero i su d o ri, a rro ssii, e mi confusi: gli astanti dovettero c rederm i chi a m m attito , chi im barbogito dall e t , chi che non avevo smaltito an co ra il vino della sera : bench tu la pigliasti in b uona p a r te , e neppure con un leggiero sorriso notasti le r rore della lingua. Onde io voglio scrivere u n a consolatoria per me stesso, p e r non affliggermi troppo di questo sbaglio, e non d arm i a credere che io poi ho e rrato tanto, se vecchio come-sono ho detto u n a sconvenienza innanzi a tante persone: u n a difesa non bisogna, p erch non m sfuggita dalla lingua u n a parola cattiva. Com inciando a scrivere mi pareva d essermi abb attu to in un problem a insolubile; m a procedendo innanzi ho trovato
' Questo scritto diffcile a tradursi b e n e , perch si aggira sul signi ficato delle parole usate dai Greci nei s a l u t i , e che non rispondono bene alle italiane. Mi scusi dunque lantichit, se fior la lingua abborre. Ho tr a dotto Xa tPe t >Yla'lve i s^a sfm0 i TrpaTTetv, prospera.
L UCIANO. 2 . 1

DI UNO SBAGLIO IN UN SALU T O.

m olte cose a dire. Nondim eno voglio prim a dire alcune cosette necessarie intorno al godi, al prospera, allo sta sano. 11 godi 1 antico saluto, non pure m a t t u ti n o , e del primo incontro, m a usato anche tr a quelli che non si eran o prim a veduti: c o m e ,
Godi, o signor della T iriutia tet ra.

E dopo cena discorrendo tra il b e r e ,


G o di, Achil le, di simili vivande Non abbiamo bisogn o,

dice Ulisse quando gli espone l am basciata. E nel dipartirsi da u n o ,co m e,


G o d e te , un im morta le io soo per v o i ,
N od pi uomo mortale .

Questo saluto non si dava in nessun tempo p a rtic ola re, come ora la sola m attin a: anzi si usava an cora nei cattivi augurii e nelle a bbom inazioni, come il Polinice d E u rip id e , lasciando la vita, dice :
G o d e t e , gi la Dotte m i r ic o p r e . 9

E non solo era questa u n a formola di benevolenza, m a di nim icizia, e di non volersi pi tra tta re : ch d ire ad un o u n lungo godi significa non c urarlo pi. Dicesi che primo Filippide il c o rrie re, annun zian d o la vit toria di Maratona agli arconti che aspettavano ansiosi l esito della b a tta glia , disse: Godete, vincem m o, e dicendo la novella m or, e spir col godete in bocca. Cleone condottiero degli Ate niesi nel cominciare la lettera che scrisse dalla Sfatteria, pose il Godete, annun zian d o la vittoria quivi rip o rta ta, e la rotta degli Spartani. E dopo di lui Nicia scrivendo dalla Sicilia tenne lo stesso modo antico, cominciando anche cosi. Sla il buon P la to n e , a cui si deve credere perch ei fa legge in queste cose, d un bel godi a quel godi, lo scarta co Verso che mettono in bocca ad Empedocle quando si gett nell'Etna. nel primo libro degli epigrammi greci. * Il vuleant omnia de Latini : Valete silvie f di Virgilio.

Di UNO SBAGLIO I N UN SALU T O.

me meschino e senza g a rb o , ed invece in trod u ce prospera, come formola conveniente al corpo ed all anim o. E d ei sc ri vendo a Dionisio, lo garrisce che nell inno a d Apollo disse godi al dio , parola che non p u re agl iddi m a agli uom ini gen tili non si conviene. E d il divino P itag ora , bench non ci volle lasciare scritto niente del s u o , pure p e r q u an to si raccoglie d a Ocello L u c a no, d a A r c h ita , e d a altri discepoli s u o i, scrivendo non co minci mai n da godi, n d a prospera, m a com inciava d a sta ' sano. T utti i pitagorici nelle loro lettere q u a n do scrivevano di qualcosa grave, com inciavano dallo sta 'sa n o , com e dicevo lissimo all anim a ed al c o r p o , e complessivo di tutti i beni dell uomo. E quel loro triplice triangolo, quel p e n ta g ram m a di cui usavano come sim bolo t r a quei della loro setta, e ra d a essi chiam ato salute. Insom m a credev ano che lo star sano con tenesse il prosperare e il godere; m a n il godere, n il prospe rare contenesse Io star sano. E la tetrade, che il loro massimo giuram ento ed il nu m ero perfetto per' lo ro , c ha alcuni che la chiam avano principio della saltile, e t r a questi Filolao. Ma a che ti parlo io degli a n tic h i, q u a n d o a n che E p ic u ro , che e ra godentissim o del godere, e p oneva il p iacere in nan zi tu tt o , nelle sue pi gravi lettere (che son poche), ed in quelle ai suoi intimi specialmente, incom incia dallo sta sano? Nelle tragedie e nell antica comm edia trovi spessissimo lo sta'sano detto cos in prim a. Quello sta' sano e godi a s s a i 1 c h ia ra m e n te m tte in nanzi al godere lo star sano. E d Alessi : *
la d r o o , sta s a n o ; se veiiuto ta rdi

ed A c h e o :
Vengo dopo av er fatta una r o v i n a , Ma sta sano anche tu .

e Fiem one:
Chiedo salute p r i a , poi cose prospere ,

T erzo g o d e r e , infin non aver debiti. 1 ilo m ., Odyssea, 2. 1 Alessi e Kilemone , poeti comici : Acheo poeta tragico.

DI UNO SUAG LIO IN UN SALUTO.

E lo scrittore della canzone convivale, di cyi fa menzione a n che P la to n e ,c h e dice? Prim o dei beni lo sta r sa n o , secondo T esse r bello, terzo la rric chire ; e del godere non p a rla affatto. P e r non dirti ancora quel detto che nelle bocche di tutti : 0 S a lu te , la p i antica de'beati, possa io abitar teco il restante della v ita. Onde se la Salute la pi a n t i c a , lo star sano, che o pera s u a , deve a n d a re innanzi agli altri beni. Mille altri esempi di poeti, di storici e di filosofi ti po trei recare, c h e l a dan vinta allo sta sano, ma li tralascio, ch empirei lo scritto d inezie da r a g a z z o , e forse caverei il chiodo col chiodo. Voglio contarti cosi come mi vengono alcune an tiche istorie che si adattano a questo caso. Quando Alessandro stava pe r d a re la b attaglia d Isso, come n a r r a E um ene Cardiano nella lettera ad A n tip atro , la m attina nella sua tenda entrand o Efestione, sia sm e m o ra to , sia intronato come ero io, sia p erch u n dio lo spinse a d ir cosi, disse com e m e: S ta ' sano, o re: tempo d uscire a battaglia. T urbandosi gli altri per questo insolito saluto, e rimasto Efestione quasi m orto p e r la v ergogna, Alessandro disse: Accetto V augurio ; m i promette che tornerem salvi dalla pugna. Antioco il Salvatore q u a n d o era p e r azzuffarsi coi G alati, credette di vedere in sogno Alessan dro che gli disse di d a re p rim a della b attaglia per contrasse gno ai soldati sta sano; e con questo contrassegno ei rip ort quella m aravigliosa vittoria. Tolomeo di Lago, scrivendo a Sel e u c o , rovesci interam ente 1' o rdine, e in principio della let tera scrisse sta sano, e infine godi; come riferisce Dionisodoro che ne raccolse le lettere. Va ricordato a n co ra un detto di Pirro l E pirota, che dopo Alessandro fu il pi gran c ap itan o , e soffer mille capricci di fortuna. Egli sem pre che faceva agl iddii p re g hie re, offerte, sacrifizi, non chiedeva mai n vit to ria , n regno m aggiore, n glo ria, n ricchezze assai, m a li pregava d una sola cosa, di sla r sano: ch avendo q u e sto , il resto viene facilmente. E la pensava b e n e, c re d i o , stim and o che tutti i beni del m ondo non giovano a niente, finch m an ca quel solo, lo slar sano. S i, d ir talu n o, ma ora l uso assegna a ciascuna parola di queste il suo tempo; e tu avendole scam b iate, bench non hai detto niente di diverso, p u r e , parlan d o a rig ore, hai sba

DI UNO SBAGLIO IN UN SALUTO.

gliato, hai fatto come se uno si mettesse l elmo in g a m b a , e le gam biere in cap. Ma, caro m io , risponder io a c o stu i, tu diresti bene se ci fosse un tem po che la b u o na salute non bisogna: m a e la m a ttin a , e il m ezzogiorno, e la n o tte , e sem pre necessario lo sta r sa no , specialmente a chi regge e governa le fac c ende, che qu ante pi sono, pi bisogno del corpo. E di pi chi ti dice godi, com incia con una b u o n a p a r o la , la qu ale pure un desiderio; ma chi ti dice sta'sano fa anche u n a cosa utile, ti rico rda di ci che conferisce a star sano ; e non p u re un desiderio, m a anche un avvertim ento. E c h e ? nel libro de gli ordini che ricevete dall im peratore non vi si dice per p r i m a: C urate la vostra salute . 1 E ragionevolm ente: ch senza di questa non sareste buoni a niente. Ma voi stessi, se io in tendo un po la lingua r o m a n a , q u a n do rispondete a chi vi sa luta, gli d i te : sta sano? o p u r e , sei s a n o ? 2 Dico tutte queste cose non p erch a sciente ho lasciato il g o d i , e d invece ho voluto dire sta sano, m a perch m venuto detto cosi: se no sarei stato ridicolo a voler d ire una parola a spro posito e m utare i tempi dei saluti. P u re io ringrazio gli Dei che il mio sbaglio si cangi in u n b u on augurio e per caso dissi meglio : e forse avvenne per influenza della Dea S a lute o di Esculapio che ti promise la sanit per b occa m ia; p erch come mai senza T opera di u n Dio mi sa re b be avve nuto questo, se in v ita m ia non mi sono mai cosi t u r b a to ? Ma se debbo trovare al fatto una scusa u m a n a , non stra n o che io volendoti mostrare gentilezza, per il troppo desiderio mi sono confuso, e sono caduto in rozzezza; m a ognuno forse si sareb b e sm arrito in quella folla di soldati, che u rtavano, e confondevano l o rdine del salutare. T u poi, q u a n tu n q u e gli altri a bbiano at trib u ita la cosa a b alord ag g in e, a zo tich ezza,N a stra v a g a n z a , p ure io so bene che tu l ' hai cred u ta un segno di anim o pudico e sem plice, senza sacciutezza d avvocato e senza artifizio; ch
* Libro degli ordini, libellu* mandalorum , le tte ra , istruzioni sc r itte , che l im perato re mandava ai governatori delle province: e cominciava: Valetudinem vestram curate. ' * Salve Ccesar, Vale Fulvi. Il Vale usavasi da Latini a n ch e nel primo incontro; e dimandavano: Ut vaks?
V

DI UNO SBAGLIO DI UN SALUT O.

il viso duro in questi casi indizio d audacia e d impudenza. Vorrei non isbagliar cosi giam m ai; m a se vi cad o , che lo s b a glio riesca in buon augurio. Un fatto simile si n a r r a del primo Augusto. Aveva egli g iudicata dirittam ente u n a causa, ed assoluto da una grande accusa un uomo malvagiam ente calunniato; il quale r in g ra ziandolo ad alta voce, gli disse: Ti rin g raz io , o im perato re, che hai male ed ingiustam ente giudicato. Sdegnaronsi gli astanti, e volevano farlo a pezzi, m a A ugusto, Chetatevi, disse loro: non bisogna rig u ard a re alla lingua di c o s t u i , m a all in tenzione: cosi egli. E tu se riguardi alla m ia intenzio ne, la tr o verai tutta ben ign a; se alla lingua, ella h a detto u n buon a u gurio. ' Ma a questo punto parmi che io d eb b a temere u n altra c o s a , che alcuni non c redano che io ab b ia sbagliato a posta p e r iscrivere questa difesa. Deh fa, o carissim o Esculapio, che p a ia non avere io scritto una difesa, m a colta u n occasione p e r isciorinare una d i c e r i a . 1
1 Q uest ultimo perodo fa c redere agl' interpetri che tu tto questo di scorso sia una declamazione fatta per esercizio, e che questo Esculapio sia un amico a cui lo scritto indirizzato. A me non pare n V una cosa n la l t r a , se bene, intendo le parole , e se vedo il legame d e ll'u ltim o concetto coi concetti precedenti. un desiderio, una preghiera al dio Esculapio: Fa che questa non paia una difesa cio che io non abbia sbagliato, che l augurio si effettui, che egli risani; e cosi questo scritto non sar che una diceria. Potrei dire ancora che se Esculapio fosse stato un am ico, Luciano non ne avrebbe gettato il nome cos in u ltim o, e in luogo dove non vedesi necessit ; gli avrebbe fin da prim a indirizzato un KaX $tXs, o un pA n c rrs, un $iXttis ec:, come egli suol fare: e potrei dire anche qualche altra cosa: ma pensomi che il gi detto persuada chi sa il greco , ed ha un p* di buona critica.

XX. Eltm O TIIH O ,

DELLE SE TT E.

L ic in o e d E r m o t i m o . Licino. 0 E rm o tim o , al libro ed alla fretta che hai pare che co rri dal maestro. Certam ente pensavi a q u alch e cosa m en tre c am m in a v i; e agitavi le l a b b r a , b o rb o tta v i, dim enavi la m ano qua e l, come se recitassi fra te u n discorso su qualche quislione sottile, o considerassi q ualche p un to difficile di filo sofia. O h , n ep p ur c am m inan do p e r v ia sei d iso c c u p a to , m a studii sem pre qualche bella c o sa , e profitti anche della va per im p a ra re. Erm otim o. S i, o L ic in o , quasi t apponi. R u m in a v o la le zione di i e r i , e mi ripetevo nella m em oria tu tto ci che egli ci disse. Ei non deve p e rd e r briciola di tem po chi sa com e vero il detto del medico di C oo, che breve la rifa , e l'a rte lunga. Bench egli lo disse della m e d ic in a , che s im p a ra pi facilmente : m a la filosofia anche in lungo tem po non sapprende se un o non' ist sem pre con gli occhi aperti e non istudia con tinuam ente. E non si tratta di poca cosa : o esser misero, e a n d a r p e rd u to nel volgo degli sciocchi ; o d iven ir filosofo, e beato. Licino. u n prem io inestim abile, o E rm o tim o , il dive nire bealo. E credo che tu non ne sei lontano, se debbo a rgo m entare dal tem po che ti sei dato alla filosofia, e d alle tante e sm isurate fatiche che vi hai spese. Se ben mi rico rd a son quasi vent anni che non t ho veduto far altro che c o rrer p e m aestri, e spesso star cu rv o sovra un o scartafaccio, e scriver

EltMOTIMO.

i ricordi delle lezioni, sem pre pallido e macilento per il gran p e n s a r e : e credo che tu non d ebb a neppure d o rm ire , tanto ti sprofondi nello studio. E per mi p are che tra b reve tu giun gerai alla b e atitud ine; se p ure non vi sei g iu n to , e non vuoi farcelo sapere. Erm otim o. Come g iu n to , o L icin o, se ora entro in questa v i a ? L a casa della Virt sta lontano assai, come dice Esiodo; e la via che m ena ad essa l u n g a , e r ta , fatico sa, e fa molto sud are chi vi cam m ina. Licino. E non basta quanto tu hai sudato e cam m in a to ? E rm otim o. Oh, no. Io sarei beatissimo se fossi sulla cim a: m a , o Licino m i o , io sono ancora in principio. Licino. Ma il p r in c ip ia la met di tutto, dice lo stesso Esiodo; onde se dicessim o che tu gi sei a mezza sa lita , non direm m o poi uno sproposito. Erm otim o. T u tt altro ! se cosi fosse avrei fatto moltis simo. Licino. D unque a che punto della v ia direm o che sei? Erm otim o. Appi del m o n te , o Licino: test ho presa la sa lita , che sdrucciolevole ed a s p r a , ed ho bisogno di chi mi stenda una mano. . Licino. Cotesto pu fartelo il tuo maestro : il quale dalla vetta, come il Giove d O m ero, calandoti la catena d oro d e suoi d is c o r s i, ti tr a r r e ti lever a s ed alla Virt , su q u e ll altezza dove ei da tanto tem po salito. Ermotimo. E questo il p u n to , o L icino: se stesse a lui, m a v ria gi tratto s u , ed io ci sarei ; m a m jn c a ancora p e r me. Licino. Oh, devi confidare e star di buon a n im o , consi d e ran d o il term ine della v ia, la felicit che lass, e special mente che hai lui per maestro e duca. Ma che speranze ti d ? vi salirai u n a volta ? Forse l ann o venturo sarai in cim a, dopo gli altri m iste ri, o dopo le P a n a te n e e? Erm otim o. Troppo presto, o Licino. Licino. Alla vegnente olimpiade ? E rm otim o. Anche presto : si tratta di e se rc ita r la virt, e di possedere la felicit. Lwino. V ia , dopo due o lim p iad i, al pi. Voi fate cader

EltMOTIM O .

le braccia con cotesta lentezza, se non potete giungervi in tanto tempo,- in qu anto si p o tria a n d a re e to rn are tre volte dalle colonne d E rcole all in d ia c o n tu tta c o m o d it, e vi sitando in tutti i paesi che sono di mezzo. Ma q u an to do bbiam m ettere che sia alla e rip id a cotesta rcca sov ra cui sta di casa la vostra v irt , cotesto A o rn o , 1 che pure Alessandro in pochi giorni espugn ? E rm otim o. Non v paragone, o L ic in o : la n on c o sa , come tu c red i, che si faccia in poco tempo : la non rcca che si e sp u g n i, anche se l assalissero mille Alessandri : ch molti vi m onterebbero. Ora non pochi p rendono a salire ga g lia rd a m e n te, e m o n ta n o chi pi chi m e n o : m a a mezza via trovandosi sm arriti ed im p a c cia ti, si sta n ca n o, a lle n a n o , e si rivoltano trafelati e rotti d alla fatica. Quelli che d u ra n o sino alla f i n e , quelli pervengono su la cim a : e d a quel punto diventano beati, vivendo la rim anen te vita in u n a felicit inestim ab ile, e g u a rdan do d a quellaltezza gli altri gi come formiche. Licino. B ene, o E rm otim o! ci fai p ro p rio p i c c i n i , e neppur q uan to i P i g m e i , m a ci schiacci in teram ente a te rra . Hai ragione: ti sei levato tanto su , e pensi alto: e noi povero volgo, che strisciam su la t e r r a , dopo li D e i , veneriam o voi altri che state su le n u v o l e , dove siete gi saliti com e v o levate. E rm otim o. Se fossi salito , o Licino ! m a m i rim ane molto. Licino. E p pu re non m hai detto q u a n to tem po ci vuole. Erm otim o. N ep pu r io lo so bene : m a pensomi che non pi di un vent a n n i , e poi sarem certam en te su la cima. Licino. P e r E rcole ! troppo. E rm otim o. Ma g ra n d e la cosa per cui ci affatichiamo. Licino. F orse : m a chi ti ha assicurato che ci vivrai oltre cotesti v e n t anni ? forse il m a e s t r o , che filosofo strolo g o ? o qualche in d o v in o ? o quei che sanno larte d e Caldei, e fanno di queste p r e d iz io n i? A te non c on v ien e; nelliucertezza se ci vivrai tanto d a perven ire alla v i r t , d i sopportare tante fatiche, di affannarti di e n o tte , senza sa p e re se m en tre
' Aorno, rocca alta e precipitosa dell India. Vedi Q. C uriio.

10

ERMOTIMO.

sei presso alla cim a e nel bello delle s p e r a n z e , la m orte, af ferrandoti per un piede, non ti tragga gi , e tu rim anga sciocco. E rm otim o. V ia, non farmi il cattivo a u g u r io , o Licino. Potess io vivere tanto d a g ustar pure un solo giorno di feli cit, divenuto filosofo. _ Licino. E ti basta p e r tante fatiche un giorno solo? E rm otim o. A me anche u n m om ento mi basteria. Licino. Ma d i : che lass vi sia la felicit, e che ella sia si grand e che conviene sopportare ogni cosa per acquistarla , donde lo sai? tu non vi se mai salito. E rm otim o. Credo al m aestro che lo dice : ed ei lo sa bene, c h Sta in c im a d a tanto tempo. Licino. Deh, p e r gli D e i, contam ene qualche cosa, come fatta la felicit di lass ? vi r i c c h e z z a , vi g l o r ia , vi piaceri ineffabili ? E rm otim o. T a c i , o amico ; niente di questo ha che fare con la v ita della virt . Licino. E se non qu esti, quali b e n i , egli dice che a v r colui che giunge al fine di tanti studi ? ' E rm otim o. La sapienza, la costanza, il bello, il giu sto , la conoscenza di tu jte le cose e del com e esse stanno: le ric chezze poi, gli o n o ri, i piac e ri, e q u a n ti altri sono i beni del c o r p o , tutti lasciargli gi , e spogliandosene salire com e Ercolo che si bruci sull Oeta, e farsi Dio. E siccome q u e g l i , deposto quanto di um ano ebbe da sua m a d re , e portando pura ed intatta la parte d i v in a , vol tra gli dei bene affinato dal fuoco; cosi coloro che dalla filosofia, come da un fuoco, sono purificati e spogliati di tutti questi che paiono beni m irabili agli sciocchi, giunti su la c im a , d iventano f e li c i , e neppure rico rd a n o di ricchezze, di gloria, di piaceri, anzi ridono di chi cred e tali cose trovarsi lass. ' Licino. P e r Ercole su l O eta, tu me li d ipingf, o E rm o ti m o , in u n a felicit inestimabile 1 Ma dimm i u n altra cosa : possono talvolta discendere di quella cim a a piacer l o r o , per godere di ci che hanno lasciato quaggi; o necessit che saliti u n a volta vi rim a n g a n o , e si stieno con la v ir t , rid en dosi delle ricchezze; della gloria, dei piaceri?

ERMOTIMO.

11

Erm otim o. Non pure questo , o L icino : m a chi fosse perfetto nella virt non saria soggetto n ad i r a , n a tim o re , n a desiderio : non sentirebbe pi alcun dolore, alcuna passione. Licino. E ppure se non avessi un r i g u a r d o , se potessi d irla schietta.... ma convien tacere , e forse u n empiet e n trare nei fatti dei filosofi. E rm otim o. Niente affatto : p a r la , d i quel che vuoi. Licino. V e d i , o am ico, ho un certo rigu ardo . E rm otim o. Qui non c r ig u ard i: tu parli a m e solo.' Licino. E b b e n e , o E rm o tim o : io tho passato e t ho c re duto tutto ci che m hai contato di c ostoro, che diventano s a p i e n t i , e f o r t i , e g iu s ti, e d u n a ltra pasta , c o me vuoi tu : m a q u ando m hai detto che sprezzano le ric c h e z z e , gli onori, i p i a c e r i , che non si sdegnano, n si addolorano , questo poi no (sia detto fra noi d uo); perch mi rico rd a quel che vidi fare.... vuoi che ti dica d a c h i? o l intendi, senza c h io lo nomini ? E rm otim o. No: m a dimm i chi . Licino. Il tuo m ae stro , e sso , quel rispettabilissim o vec chione. E rm otim o. E che ha fatto egli ? Licino. Conosci quel forestiero d E raclea , che im p a ra v a filosofia da lui, quel rosso , che appicca sem p re questioni ? ' E rm otim o. Conoscolo : ha nome Dione. Licino. A ppunto. P e r la paga forse che non gli diede a tem po , egli ultim am ente lo m enava innanzi 1 a r c o n t e , e tenendolo pel mantello al c o llo , g rid av a e tem p e stav a : e se alcuni amici entrati in mezzo non gli avesser cavato il giovane dalle m a n i , ei gli si era a v v en ta to , e gli a v ria strap pato il naso con u n morso: tanto e ra infuriato il vecchio. Ermotimo. E ra u n a trista lana c o l u i , e restio al pagare. Con gli a ltri, ai quali egli p r e s t a , e sono ta n ti, non fece mai di tali cose : perch tutti p untualm ente gli portavano i f r u t t i . 1 Licino. E se anche non glieli avessero p o rtati, doveva cu1 Gli stoici dicevano che solo il sapiente pu prestare ad u sura , e che insegnare un p re stare; e riceversi la paga dagli scolari come ricevere i frutti d un capitale. Vedi il dialogo: Una vendita di vite all'incanto.

12

ERMOTIll O .

rarscn e egli che gi levato in alto d alla filosofia, e non ha pi bisogno di ci che ha lasciato sull Oeta? E rm otim o. E credi tu che egli b adav a a questo per s? Ila certi suoi figliuoletti, e deve pensare che non vivano nella miseria. Licino. Dovria condurseli seco sul m onte della v ir t , per farli godere la felicit con lui, spregiando la ricchezza. Erm otim o. Io non ho tem p o , o L icino, di cianciar teco di queste cose. Ora men vo dal m aestro, p e r non giungere tard i. Licino. Non ti d a r questa pena: oggi vacanza: ti accerto io che puoi risparm iarti quest altri passi. E rm otim o. E com e? Licinq. Ora non lo potresti v e d ere , se si dee cred ere al cartello appiccalo su la p o r ta , nel quale scritto a lettere di speziale, oggi non si fa scuola. SI han detto che ieri avendo ce nato in casa E u c r a t e , quel ricco che festeggi la nascita della figliuola, ei si sbracci a filosofare d u ra n te il b a n che tto , e venne alle b rutte con E utidem o il p e ripatetico , per le so lite quistioni che sono tr a stoici e peripatetici. P e r le molte grida ebbe grande m al di c a p o , e sud a ss a i, essendo d u ra ta sino a mezza notte la cena. Sia forse anche ha bevuto pi del convenevole pe brindisi che si sogliono fare, ed h a m ang iato pi che non pu un vecchio. Onde tornato a casa ha vom i tato ogni c o sa , come m han detto: poi avendo annoverati ad uno ad u no i pezzi di carne dati al servo che gli stava dietro du ran te la c e n a , e da lui segnati a c c u r a ta m e n te , si messo a dorm ire ed h a detto che non vuol ricevere nessuno. Questo l ho udito dire dal suo servo Mida, che lo contava ad alcuni discepoli, i quali se ne sono to rnati tutti. Ermotimo. E chi ha vinta la contesa, il maestro o E u ti de m o ? l ha detto jtfida? Licino. In p rim a , dice, la pugna fu p a r i , m a infine la vit toria fu vo stra, e il vecchio vinse la puntaglia. Dice che E u ti demo si ritir non senza sangue, anzi con u n a g ran ferita nel capo. E r a un arrogante, che convinceva, e non voleva farsi convincere, e ribatteva ogni argom ento: onde il tuo bravo maestro afferra u n a tazza grande q u an to quella di Nestore, gliela scaglia nel capo, e cosi vince.

ERMOTIMO.

13

Erm otim o. Bravo! Non si doveva altrimenti: con chi non vuol cedere ai maggiori di lui. Licino. Cotesto, o E rm o tim o , ragionevolissimo. P e r qual ragione E utidem o stuzzicava un vecchio cosi m ansueto, cosi b u o n o , e con u n a s gran tazza in m a n o ? Ma giacch sia mo scioperati, perch non mi conti all amico tuo in che modo cominciasti a filosofare, affinch a n ch io, se an cora possibi l e , mi metta sulla stessa via con esso v o i , com inciando da questo m omento? Voi siete a m i c i , e non pii scaccerete c erta mente. E rm otim o. Se vuoi d av v ero , o L icino, vedrai in breve quanto sarai d a pi degli altri: ti p a r r a n tutti fanciulli a petto a te: tanto ne saprai di pi. Licino. A m e basta se dopo vent anni diventer come se tu ora. . E rm otim o. Non d u b ita rn e : an ch io dell et tu a cominciai a filosofare, di c irca q u a ra n t anni, quanti n hai tu ora, credo. Licino. T a n ti, o Erm otim o. Onde da ora mettim i dentro ai vostri segreti. Ma giusto che tu p rim a m en te mi dica u n a co sa : Concedete voi ai discepoli di fare qualche difficolt se non si persuadono, o noi concedete affatto ai novelli? E rm otim o. Niente affatto: ma tu fa le d im an de e le diffi colt che vuoi: ch cosi im parerai pi facilmente. Licino. A m arav iglia, il mio E rm o tim o , per quell E rm ete o nde hai il nome. Ma d im m i: u n a la via che m ena alla filo sofia, quella di voi altri stoici; o m han detto bene che ce no sono molte altre? Erm otim o. Moltissime v ie: quella de p e rip a te tic i, quella degli epicurei, quella dei platonici, quella de seguaci d i Dio gene e di Antistene, quella de p ita go rici, ed altre ancora. Licino. D unque vero che sono molte. E tutti cotestoro, o E rm otim o, dicono le stesse cose, o differenti ? E rm otim o. Differentissime. Licino. Ma effettivamente forse dicono u n a cosa, e non son o 'in tutto differenti. Erm otim o. In tutto. Licino. E d ora rispondimi, o amico m io: Quando la prim a v o lta ti mettesti a filosofare,^ ti stavano innanzi molte porte
LUCI ANO. 2. 2

14

ERMOTIMO.

a p e r t e , come ti deliberasti tu di trap assar le altre ed en tra re in quella degli stoici, e giudicasti che questa sola era la v era, ti m enava alla v irt , ti Imetteva su la via d i r it t a , e che le al tro t avrieno fatto sm a rrir nelle tenebre? A che l argomentasti allora? Non pensare col senno che hai adesso, che sei mezzo o tutto filosofo, e puoi discernere il meglio pi che parecchi di n oi: m a rispondimi come avresti fatto a llo r a , che eri igno ra n te come ora sono io. Ermotimo. Io non com prendo che vuol d ir q u esto , o Li cino. Licino. E p pu re la non u n a sottigliezza. Essendoci molti filosofi, come Platone, Aristotele, Antistene, ed i vostri p ro genitori Crisippo e Zenone, e q uanti altri mai ce ne sono, co me tu ti d e lib e ra s ti, lasciando tutti gli altri, di sceglierne uno, e secondo lui filosofare? forse Apollo Pitio ti m and dagli stoi ci, come fece a C h e refo n te,1 dicendoti che essi sono i migliori tra tu tti? Egli suole d are di tali consigli, ed indicare u n a pi che u n altra forma di filosofia, secondo conosce affarsi a cia scuno. E rm otim o. Niente di questo, o Licino: n di questa cosa d im a n d a i il dio. ' Licino. E se la non ti p arve degna d u n consiglio divino, ti tenesti tu sufficiente a scegliere d a t e il meglio, senza laiuto del dio? E rm otim o. Mi tenni sufficiente. Licino. Dunque ed insegnerai anche a me questo prim a m ente, come si discerne subito ed a p rim a vista quale la filosofia migliore, e la v e r a , e d a scegliere, lasciando le altre? E rm otim o. Dirottelo. Vedendo che moltissimi seguivano q u e sta, credetti che ella fosse la m igliore. Licino. E cotesti moltissimi q uanti sono pi degli epicu r e i, dei platonici, dei peripatetici? Certamente gli annovera s ti, come si usa nei suffragi. E rm otim o. Annoverai no; m a congetturai. Licino. Cosi tu non vuoi insegnarm i m a canzonarmi : q u a n d o mi dici che di una si gran cosa hai giudicato per con gettura e dalla folla, tu sfuggi di dirmi il vero.
1 V. Pla tone, nell/1/>o/oyHi di Socrate.

ERMOTIMO .

13

Ermotimo. Non pure per q uesto , o Licino, ma perch io udivo d ire a tutti che gli Epicurei sono molli e voluttuosi, i Peripatetici cercano ricchezze e co n tese, i Platonici sono tutti fumo e b o ria: degli Stoici era una voce, che sono uom ini for t i , sanno tu tt o , e chi va p e r la loro via egli solo r e , egli solo ricc o , egli solo sapiente, egli tutto. Licino. Cotesto te lo dicevano gli altri certam ente, non essi : ch tu non avresti prestato fede ad essi se si fosser lodati cosi. E rm otim o. No: lo dicevano gli altri. Licino. N aturalm ente non lo dicevano i loro avversari. Ermotimo. No. Licino. Lo dicevano d u nque gl ignoranti? E rm otim o. Si. Licino. Ve', c he torni a c an z o n arm i, e no n mi dici il ve ro , m a credi di parlare con un Margite, il quale possa inghiot tirsi che E rm otim o, uomo di senno e di q u a r a n t anni allora, nel giudicare della filosofia e dei filosofi, sia stato alla opinione della gente ig n oran te, e secondo le costoro voci a b b ia fatta la sua scelta, e giudicato di tanti valenti u o m in i? Va, non ti credo q uando dici questo. Erm otim o. Ma sap pi, o L icino, che io non istavo p u re al giudizio a ltru i, m a al mio. Perch li vedevo con a n d a r deco roso , vestire m odesto, facce sem pre pensierose e m aschie, fon d uti , senza nissuna m ollezza, e senza cad ere nella trascuratezza b a lo rd a e sordida dei c in ic i, m a sta rsi in quel mezzo che d a tutti si dice ottimo. Licino. E non li vedevi fare ci che test ti dicevo che io ho veduto fare dal tuo m aestro , o E rm o tim o ? come a dire pre stare ed esigere usure sc a n n ate, an d are accattan d o brighe, far sem pre i rin g hio si, e tutte le altre belle v irt che m ostrano? 0 questo pe r te nulla verso il vestito g r a v e , la b a r b a f o l ta , la zucca rasa? P e r l avvenire adu nq u e avrem questa regola e questa b ilancia esatta, che E rm otim o d ice; che d all a n d a r e , dal v e s tir e , e dal zuccone dovrem conoscere gli ottim i? e chi non ha queste cose, chi non h a u n che di torbido e di acci gliato nel viso sar d a scartare e sputarlo? Tu vuoi la baia del fatto m i o , o E rm otim o ; e vuoi provare se m accorgo che mi canzoni.

16

ERMOTIMO.

Erm otim o. Ma perch dici questo? Licino. P e rc h , o caro m io , delle statue si giudica cosi dall aspetto. Pi esse sono di bell aspetto e di ornate vestim enta, pi da credere che sono fatte o da Fidia, o d a Alcamene, o d a Mirone che le fecero della forma pi bella. Se da quel che tu disi dovesse formare il giudizio, come faria un cieco che volesse filosofare? Come distinguere e scegliere il meglio, se egli non pu vedere n il vestire n l a n d are ? Erm otim o. Ma io non parlo pe ciechi, o Licino; n mi brigo di essi. Licino. E ppure u n a cosa si gran de e generalmente si utile d ovrebbe avere un segno riconoscibile a tutti. Ma, se cosi vuoi, rim angano fuori della filosofia i ciechi, perch non vedono ( bench essi specialmente avrian bisogno di filosofare p e r con fortarsi nella loro sventu ra); m a quelli che h an no la vista a n che acutissima che potrebbero vedere dell a nim a da cotesta apparenza esterna? quel che io voglio dire questo: non ti avvicinasti tu a questi uomini perch ne am m iravi la m ente, o credevi di re n d er migliore la mente t u a ? Erm otim o. Certamente. Licino. E come potevi da quei segni che hai detti discer nere se uno filosofava bene o m ale? L a m ente non trasparisce cosi,, m a sta chiusa e segreta, e m ostrasi nel p a rla re, nel c onversare, nell op e rare , e p ure tard i ed ap pena. Hai udito forse contare che rim provero Momo fece a Vulcano: se n o , te lo conter io. Dice la favola che M in erv a, Nettuno e Vulcano vennero a contesa chi era pi valente nell arte s u a , e che Net tuno form un cavallo, Minerva disegn una c a s a , e Vulcano fece l uomo. Andati da Momo, che avevano scelto ad arbitro, questi sguard l opera di ciascuno, e trovatevi certe maccatelle che non occorre d ir e , biasim questo difetto nell uomo, e riprese Vulcano di non avergli fatta una finestrella nel petto, affinch aprendola potessero tutti conoscere quello che ei vuole e p e n sa , e se ei dice il vero o il falso. Ma Momo aveva la v i sta corta, e per giudicava cosi degli uomini : tu che 1 hai pi acuta di Linceo, vedi anche a traverso il petto ci che v d e n tro : per te tutto aperto, e conosci non p ure ci che c i a scuno vuole e pensa, ma chi migliore o peggiore.

ERMOTIMO.

17

Ermotimo. Tu scherzi, o Licino. Con l aiut o d un dio ho scelto b e n e , e non mi pento della mia scelta: questo basta per me. Licino. Ma non dirai che basti a me. E d avrai cuore di vedermi confuso nel volgo degli sciocchi? Erm otim o. P e r ch a te non q u a d ra nulla di ci che io dico. Licino. N o, caro: se tu che non vuoi dir nulla c he mi quadri. Ma giacch tu mi fai lo scem o, per un po d invidia c he io non diventi filosofo come te, tenter io, come posso, di trovare un m odo d a giudicare esattamente di queste cose, e scegliere sicurissimam ente una setta. Odi anche t u , se vuoi. E rm otim o. Ben voglio, o Licino: che forse dirai tu q u a l che bella cosa. Licino. Oh, non ridere se io piglier qualche granchio fa cendo questa ricer c a , da uomo ignorante ohe io sono: io non posso altram ente: n hai colpa t u , che sai il buono e non vuoi dirmelo. Sia dunque la virt come una citt che ab b ia i felici suoi abitatori (come diria il tuo m ae stro, che ci v enu to di l) tutti cim o di sapienti, costanti, giu sti, p r u d e n ti, e poco meno che D ei.L e ribalderie che sono fra no i, ra p ire , opprim ere, in g a n n are , in quella citt neppure per sogno: m a ci si vive in pace ed in concordia grande. E natu ralm en te: p e r c h , pensom i, le cagioni che nelle altre citt fan nas c ere lo discordie e le sedizioni, e per le quali la gente si m angiano vivi l un la l tr o , quivi non sono affatto: non c pi n oro, n piaceri, n on ori, n distinzioni: anzi queste cose son tutte sban dite dalla citt, e non sono cred u te necessarie a stare con loro. Onde ei vivono u n a vita tranquilla e felicissima, con giustizia, con eq u it , con libert, e con tutte le altre consolazioni. E rm otim o. E c h e, o Licino? Non dovrien tutti desiderare di divenir cittadini di cotesta c itt , senza p e rd o n are alle fati che della via, senza stancarsi p e r lunghezza di te m p o , se si giunger ad esservi a nnoverato, e partecipare di quella c itta dinanza? Licino. Si, o Erm otim o: tutti dovrieno attendere solo a questo, e non brigarsi di altro : non far molto conto della p a tria che qui ci tira ; non lasciarsi svolgere da lagrime e pre ghiere di figliuoli o di genitori, ma esortarli a battere a n ch essi

18

EltMOTIM O .

la stessa v ia; e, se non vogliono, o non possono, lasciarli, e c o rrer difilati a quella citt felicissima; e gettar anche il m an tello, se ce l afferrano per impedirci la n d ata ; perch non v paura che ne sarai escluso se vi giungerai nudo. Una volta un vecchio a quando a quando mi contava di questa citt come fatta, e mi esortava ad a n d a rv i, prom ettendo mi co n du r rebbe egli stesso, e che giuntovi mi faria scrivere cittadino e nella stessa sua tr ib , e cosi sarei felice con tutti gli altri: ma io non m i persuadevo, ch allora ero un farfallino sciocco di quindici anni; e forse gi ero allora nei sobborghi e presso alle porte. Intorno a quella citt il vecchio, se ben mi ricorda, fra tante cose inestim abili, mi diceva questa: che gli abitatori vi son tutti venuti di fuori ed ospiti, e nessuno indigeno: vi sono m olti, e b a r b a r i, e servi, e b r u tti, e piccoli, e poveri; insom m a vi cittadino chi vuole. P e r legge essi non sono de scritti secondo ricchezze, o v estim enta, o gran d ezza, o bel lezza, o sc h iatta, o splendore d antenati: tutto questo non fa caso per loro: basta p e r divenir cittadino lintelligenza, lamore del bello, la fatica, la perseveranza, e non infiacchirsi ed a c casciare p e r le difficolt che s incontrano per via: onde chi si mostra valente in questo, e giunge sino alla citt, tosto ei divien cittadino, chiunque egli s i a , ed eguale a tutti gli a ltri: ch l non v n maggiori n m in o ri, n n o bili, n ignobili, n servi, n liberi, anzi n ep p ur se ne fiata. Ermotimo. Vedi, o L icino, che non invano n per piccola cosa io m affatico, desiderando di divenire anch io cittadino di cos beliate beata citt? Licino. E d anch io, o E rm o tim o , ti dir-lo stesso, e non bram erei altro pi di questo. E se la citt fosse vicina, e visi bile a tutti, oh sappi che io non avrei in d u g ia to , gi vi sarei, e l abiterei d a un pezzo: m a giacch, come dite voi (cio tu ed il poeta Esiodo), la sta lontano assai, bisogna cercare la via che m ena ad essa, ed u n ottima guida. Non credi tu necessa rio di fare cos? Ermotimo. E come vi si potria an d are altram ente? Licino. Guide che ti promettono e dicono di conoscer la via ne trovi a bizzeffe. Molti t is i parano in n anzi, e dicono che sono nati in quel paese. La via poi non pare una n la stessa,

ERMOTIMO .

10

m a molte e diverse, e niente simili t r a lo ro : perch pare che una meni a levante, u n altra a p o n e n te , u n a a settentrione, u n altra a mezzogiorno : questa c orre lunghesso i p r a t i , o m breggiata d a alberi, inaffiata, piacevole, senza intoppi o diffi colt; quest altra petrosa e sc a bra sta sotto la fersa del sole, ed a rid a e faticosa. E p pu re tutte odi a d ire che m enano alla citt, che u n a , ed esse mettono capo a p un ti oppostissimi. Ora qui sta tutto il mio dubbio. P erch a qualunque via io mi faccia, in sull e ntrata di ciascuna mi si presenta u n uomo degno di riverenza in v is ta , che mi stende la m a n o , e mi esorta ad entra re in e s s a , dicendo che egli solo conosce la di ritta v ia , che gli altri vanno e r r a t i , non sono andati mai in quella citt, n possono condurvi chi li segue. M avvicino ad un a ltro , ed ei mi fa le stesse promesse della via su a , e sfata gli altri: cos un terzo; cosi l un dopo 1 altro tutti. Queste vie adunque che sono tante e dissimili t r a loro mi confondono e mi mettono in mille d u b b i: e specialmente le g u ide, che mi tirano chi di q u a chi di l, e ciascuno loda la via sua. O nd io non so dove rivolgerm i, e chi seguire p e r giungere alla citt. ' Ermotimo. Ti scioglier io del dubbio. Affidati in coloro che ti hanno p re ce d u to, e non isbaglierai, o Licino. Licino. Ma chi? e p receduto per qual v i a ? e dietro a qual guida? Ecco lo stesso dubbio sotto altra forma: dalle c o se sia m trapassati alle persone. Erm otim o. E come? Licino. P erch chi si messo su la via di Platone e s ac compagna con l u i , loder quella via certam ente: chi su quella d E picuro, loder quella: altri a ltr a , e tu la vostra. Non forse cosi, o E rm otim o? E rm otim o. Cos. Licino. Dunque tu non mi ha sciolto del d u b b io , ed io non so ancora quali compagni io debbo scegliere: perch io vedo che ciascuno di essi e la stessa loro guida h a tentata u n a sola v ia, e quella loda, e dice che quella la sola che meni alla citt: m a io non posso chiarirm i se ei dice il vero. Che meni ad un term ine e ad una citt, lo conceder p u re: ma che sia quella citt a ppunto, quella di cui tu ed io desideriam o d essere Cittadini; o p ure che dovendosi and are a Corinto, si

20

ERMO TIM O .

giunga a Babilonia, e si creda di vedere C orin to, questo non mi chiaro ancora. Non ogni citt che si vede C orinto, se pure non ci h a molti Corinti. Quello che pi m imbroglia questo: io so che la verace via non pu essere che una, e Co rin to una, e tutte le altre vie menano altr o ve che a Corinto: se pure non ci sia uno tanto pazzo da c red e re, che la via onde si v a agl Iperborei o agli Indiani meni anche a Corinto. Ermotimo. Come possibile cotesto, o Licino? altra via m ena altrove. Licino. E per, o mio buono E rm otim o , bisogna non p o co accorgim ento su la scelta delle vie e delle g u i d e , e non dire : andiam o dove ci portano i p ied i, perch sbaglieremo cosi, cre derem o d a n d a re a Corinto, e saremo a Babilonia o a Battro. E neppure sta bene di confidarsi nel caso e credere di aver forse tro v ata la via ottim a, se senza considerazione ci siamo gettati in u n a via qualun q ue: egli possibile questo caso, ma avve nuto forse un a volta in tanto tempo. Noi in cose si grandi non dobbiam o avventurarci tem erariam ente, n mettere le nostre sp e ra n ze , come dice il p rov e rb io, in u n cesto per tragittare l Egeo o l Ionio. Ei non ragionevole di biasim ar la fortuna, se tirando con 1 arco non si d nel segno vero, il quale uno, tra mille falsi, qu ando neppure l arciero d Omero riusci ad im b e rc ia re, mir nella colom ba, e col dard o tagli la fune: ei fu T eu c ro , c red o .1 I l a egli molto pi ragionevole atten dersi di cogliere in tutt altro se g no , che in quell uno propo sto. E che il pericolo non sia piccolo, se invece di a n d ar per la via d i r itta , ci troviamo sm arriti in u n a di queste vie strane, sperando che fortuna scelga meglio di noi, vo m ostrartelo con u n esempio. Chi si affidato al vento ed ha sciolto dal lido non pu pi torn are indietro e salvarsi facilmente, ma per neces sit trabalzato dal m a r e , e sente gran nau sea, e tim ore, e g ravezza di testa. Doveva egli p rim a di mettersi in m are salir sopra u n altura, ed osservare se il vento favorevole a chi vuol navigare a C o rinto , e , per Giove, provvedersi di un ot timo pilota, e di nave con buoni fianchi d a reggere all urto dei flutti. Erm otim o. Questo il partito migliore, o Licino. Ma io so
1 Iliade, lib, XXIII in fine*

ERMOTIMO .

21

che tra quanti ce ne h a , non troveresti guide migliori e piloti pi pratici degli stoici : e se vuoi giungere a C o rin to, segui essi, va su le orme di Crisippo e di Zenone : diversam ente impos sibile. Licino. Ma cotesto che tu mi di, o E rm o tim o , non lo di cono tutti ? Lo stesso mi d ireb be u n discepolo di Platon e, un seguace di Epicuro, e ciascun a ltro ,c h e io non anderei a Corinto se non con lui. Onde si deve o credere a tu tti, il che cosa ridicolissima; o non credere a nessuno; e questo il partito pi sicuro, finch non troverem o il vero promesso. Ma pognam o che io , quale mi sono o ra , ignorante di chi dica il vero fra ta n ti, scegliessi voi a ltri, e mi abbandonassi a te che mi sei amico, m a conosci i soli stoici ed hai cam m inato per la sola via loro; e che un iddio facesse risuscitar P la to n e , P itag o ra, Aristotele, e gli altri; questi ne v o rre b b on ragione da m e, mi m enerebbero a un trib u n a le , mi accuserebbero d averli in g iu r i a t i , e direbbono: P e r qual c agio ne , o galantuom o, e per c o n siglio di c h i, hai anteposto Crisippo e Z en on e, nati ieri o ieri l a ltro , a noi che siamo molto pi v e cc h i, e non ci hai oonceduto p a r la r e , e non ti sei affatto informato di ci che noi abbiam o d e t t o ? Se mi dicessero questo, che risponderei loro? Mi basterebbe allegare che mi son confidato nel mio amico E rm o tim o ? Essi mi risp o n d e re b b e ro : Noi non cono sciamo chi sia cotesto E rm otim o, n egli conosce noi, onde tu non dovevi riprovarci tutti e condannarci in contum acia, affi dandoti ad u n uomo che in filosofia conosce una sola stra d a, forse n eppur bene. I leggifattori com andano ai giudici di non. fare a cotesto m od, u dire u n a pa rte sola, e non perm ettere all altra di dire quel che crede in su a difesa; ma di ascoltare l u n a e 1 a lt r a , affinch bilanciando le ra g io n i, trovino pi facilmente il vero ed il falso: e se non si fa cosi, la legge c o n cede il diritto di appellare ad altro tribunale. Cosi d irebbero ragionevolmente: e forse qualche filosofo di quelli mi si volte r e b b e , dicendom i: Dimmi un po, o Licino, se un Etiope che non ha mai veduti altri u o m in i, come siamo n o i, p e r non e s sere mai uscito del suo paese, in u n a d u nan z a di Etiopi affer masse che in nessuna p a rte della terra ci sono uom ini bianchi o biondi, ma tutti son n e ri, saria egli credulo dai suoi? Forse

22

ERMOTI MO .

qualche vecchio etiope gli rispo n deria: E tu donde il sa i, o presu ntu oso , se non cacciasti mai il capo fuori del guscio, n sai che c negli altri p a e s i? Dovrei d ire io che il vecchio h a ragione? T u che mi consigli, o E rm otim o? E rm otim o. Si, mi pare che abbia tu tta la ragione del mondo. Licino. E p are anche a me. Ma quel che yiene appresso non so se ti p a rr cos: a m e p a re, a me. E rm otim o. E qual ? Licino. Quel filosofo certam ente continuer a p a r la r e , e mi dir: Nello stesso conto a d unque tenuto da noi, o Lici no, chi, conoscendo solamente gli stoici, come cotesto tuo amico E rm otim o, non h a viaggiato mai, non stato n da Platone, n da E p ic u r o , n da alcun altro. Or qu ando egli dice che nelle al tre stte non v tanto di bello e di vero quanto ve n nella Stoa e nelle sue d o ttrin e , non p are anche a te che egli sia un p rosuntuoso, che vuol sentenziare di tutte le cose, non cono scendone che u n a sola, non avendo mai messo un piede fuori dell E tiopia? Che potrei rispondere io? La pura verit: cio che noi abbiam o bene apprese le dottrine degli stoici per una c erta voglia di filosofare secondo essi: e che nondim eno non ignoriam o le dottrine degli a lt r i ,p e r c h il maestro anche c e l e espone, e spiegandole le confuta. E credi che cos a vr tu rata la bocca a P la to n e , a Pitagora, ad E p icuro , e agli a ltri? Mi ride ran no in faccia, e mi d iran n o : Che fa, o Licino, il tuo amico E rm otim o? Vuole stare alla fe d e/lei nostri avversari,,nel giudi c ar di n o i, e crede che le nostre dottrine sono quali le dicono essi, che o non le conoscono o nascondono il v e ro ? Dunque se egli vede qualche atleta prim a di entra re in lizza esercitarsi cos a scagliare sgambetti e m enare di gran pugni all a ria , come se desse veram ente ad un av versario, egli, che l agonoteta, lo far tosto b a n d ir vincitore : o cred er che questa u n a pruova sicura e fanciullesca senza nessuno a fronte; e che allora egli potr giudicar della vittoria, quando l atleta a vr atterrato e stancato il suo avversario; altrimente no? Non si pensi E rm o tim o , per qul giuoco di schermaglia che i suoi maestri fanno con le om bre n o s tr e , non si pensi che essi c i- a b b a tta n o , o che le nostre dottrine sicno agevoli a confutare, perch cosi essi

ERMOTIMO.

"2.

fanno come i fanciulli che costruiscono le casucce che mal si reggono e tosto le abbattono; o p u re fan come coloro che s a d destrano a tirare con l a rco , i q u a li, legato un fascio di paglia ad un palo, e allontanati un po, tirano in quel bersaglio: e se vi danno e trapassan la paglia, tosto g rid an o , come se avesser fatto un g ran colpo a trap assar di saetta fuor fuora un fan toccio. Non fanno cos gli arcieri Persiani e Sciti; i quali ca valcando saettano, ed in segno che si mova e tra s c o rra , e non istia saldo ad aspettare il d a rd o , m a c o rra velocissimo; onde spesso saettan lo fiere, e taluni im berciano anche gli uccelli. E q uando vogliono pro vare come il colpo e n tr i , mettono per bersaglio un legno, o un o scudo coperto di cuoi freschi, e c o r ren do tirano in esso, e cosi si a ddestrano a fare di simili colpi qu ando sono in guerra. O r d i d a parto nostra ad E rm o tim o che i suoi maestri saettano in fantocci di pa g lia , e dicono di avoro atterrati uomini a rm a ti: dipingono le nostre im m agin i, e con quelle lottano: da bravi le v in co no , e si pensano di v in cer noi. Ma ciascuno di noi d ir a costoro le parole ch disse Achille di E ttore :
Dell1 elmo mio non guar dera n la fronte.

E questo lo dicono tutti insiem e, e ciascuno in particolare. E p armi che Platone conter un o di quei fatterelli avvenuti in S ic ilia , e dei quali egli pieno. fama che a Gelone S ira cusano p utiva il fiato, ed egli non se n ' e r a a c c o r to , perch nessuno s attentava di d ire questo difetto ad un tira n n o , fin ch una donnetta forestiera che si giacque con lui ebbe la r d ire di dirglielo schiettam ente. Egli and dalla m oglie, e la rim prover perch non gli avesse detto mai di quel p u t o re , che specialmente ella aveva dovuto sentire. Ed ella lo preg che le p e r d o n a s s e , perch la non aveva mai conosciuto n avvicinato altro u o m o , ed aveva creduto che a tutti gli uo m ini sentisse cos la bocca. Cos E rm otim o essendo stato coi soli stoici (d iria P la to n e , ve) ragionevolmente non sa come son fatto le bocche degli a l t r i . Simili cose mi d ireb b e Cri sippo , e forse anche pi di queste, se io lo piantassi senza s e n t ir l e sue ragioni, e mi mettessi a seguir P la to n e , afldan-

24

ERMOTIMO.

domi in chi ha conosciuto-il solo Platone. Insom m a io dico che fintantoch non chiaro quale setta in filosofia la vera, non se ne debba scegliere nessuna : perch questo un far torto alle altre. E rm otim o. D e h , per V esta, o Licino, lasciamo sta r Pla to n e , Aristotele, E p ic u ro , e tutti gli a ltri, che io non sono da tener fronte a costoro.N oi d u e , tu ed io , discorriam o cosi tra noi se questa faccenda della filosofia come io dico. Che b i sognava far venire nel nostro discorso gli E tio p i, e fin da Siracusa la moglie di Gelone? Licino. E b b en e , se ne vadano subito se tu credi che sono soverchi nel nostro discorso. P arla tu ora che mi parevi di voler dire una gran cosa. E rm otim o. A me p a r e , o Licino, poter bene essere che uno am m aestrato nella sola d ottrin a degli stoici, conosca il vero d a q u e sta, ancorch non vad a im p a ra n d o le dottrine degli altri. E vedi un po : se uno ti dice che due e due fan q u a ttro , hai tu bisogno di a n d a r dim andando da tutti gli a rit metici se c chi dica che fan c inq u e , o -sette; o p ure vedi subito che ei dice il vero ? Licino. Lo vedo s u b i t o , o Erm otim o. E rm otim o. Come mai adu n qu e ti p are impossibile che uno scontratosi nei soli s t o i c i , che dicono il vero , si p ersuad a e li segua, senza aver bisogno di ascoltar gli altri, sapendo che q uattro non saria mai c in q u e , neppure se lo dicessero mille Platoni e Pitagori ? Licino. Non il caso cotesto, o Erm otim o: e . tu pigli il controverso pel c o n ce d u to , che sono ben diversi t r a loro. Dici tu che non ti sei m ai avvenuto in uno che afferma che due e due fanno sette, o undici. Ermotimo. Io no: e chi dicesse che non fan quattro saria pazzo. Licino. Com e? T imbattesti mai (per le Grazie, dimmi il vero) in uno stoico ed in un ep icu reo, che non discordano tra loro nel principio o nel fine? E rm otim o. Non mai. Licino. Bada d unque di non ingarbugliar con parole il tuo amico. Noi ricerchiam o chi dice il vero in filosofia; tu hai

ERMOTIMO.

25

preso questo v ero , e l hai dato in m ano agli stoici, dicendo che essi son quelli che dicono che due e due fan q u a ttro : il che incerto se sia cosi. Dappoich gli epicurei ed i plato nici direb b e ro che il mal conto lo fate voi, dite voi che fanno sette o cinque. E non ti p are che sia cos q u a n d o voi tenete 1 onesto p e r il sommo b e n e , e g l i epicurei il p ia c e re ; voi dite che tutte le cose son c orp i, e Platone crede che negli enti sia qualche cosa d in co rp o re o ? T u , come io dicevo, con un po di malizia hai presa la cosa controversa e l hai co n c ed u ta agli stoici, c ome se fosse in d u b itatam en te ro ba loro : m entre gli altri dicono di n o , ed affermano che loro : o r qui sta il p un to, si dee giu dicar di chi sia. Se fosse chiarito, che i soli stoici dicono che due e due fan q u a ttr o , gli altri si dovrian tacere : m a finch di questo appunto si c o n te n d e , ei b i sogna ascoltar lu tti, o riconoscere che giudichiam o con p a r zialit; Erm otim o. Non mi p a r e , o L icino , che l hai com presa come io voglio dirla. Licino. D unque spigati m eglio, se intendi d ire altro. E rm otim o. Ora ti spiegher che voglio dire. Pognam o che due persone sieno e ntrate nel tempio di Esculapio o in quello di Bacco ; e che si sia p e rd u ta u n a delle coppe sacre. C onverr c e rtam e n te ricercare addosso ad am bedue, p e r trovare c hi dei due h a la coppa in seno. Licino. Bene. Erm otim o. L un dei due l h a certam ente. Licino. Come n o , s ella p e r d u ta ? Erm otim o. D unque se la troverai al primo, non pi ricer c herai il secondo, p erch chiaro che ei non l ha. Licino. chiaro. Ermotimo. E se non la troverem o in seno al p r i m o , il secondo l a v r c e r ta m e n te , e neppure sar bisogno r ic e r c a r gli le vesti. Licino. L avr. Erm otim o. Noi d u n qu e se troverem o che gli stoici hanno la c oppa , non dovremo rice rca r gli altri. Gi abbiam o c i c h e cercavam o: perch pren d erci altra p e n a ? Licino. Ei non bisogna; se voi la tro v ate , e trovatala r i c o r
tV C iA K O . 2 . 3

20

EHJIOTIMO.

noscetc che la perduta, o se v ben noto che essa fu offerta iirv o to . Ma p rim a m en te , o amico m i o , non sono due quelli che entraron nel tempio per modo che luno di essi necessaria mente d ebb a avere la cosa r u b a ta ; m a son m olti. Dipoi non si sa bene che cosa s p e r d u t a , se u n a coppa , o u n a t a z z a , o una corona. I sacerdoti, chi dice questo, chi dice qu e llo : e neppur della m ateria si a c c o r d a n o , che chi la dice d oro, chi d argento, chi di bronzo. necessit d un q ue dispogliare tutti quelli che sono e n t r a t i l e vuoi trovare ci che s perduto. E se subito trovasi al primo una coppa d o r o , dovresti anche dispogliare gli altri. E rm olim o. E p e rc h , o L ic in o ? Licino. Perch non certo se la pe rd u ta e ra coppa. E se tutti s accordano a dir coppa, non tutti dicono che d oro : e se anche fosse certo essersi p e rd u ta u n a coppa d oro , e tu la ritrovassi al primo, non per dovresti non ricercar gli altri: p erch non certo se dessa la coppa del Dio. Notici h a forse di molte coppe d o r o ? ' E rm otim o. Certam ente. Licino. Converr d un q ue ricercar le vesti a tutti q u a n t i , e le cose che trovi addosso a ciascuno porle in m e z z o , e cosi fare un giudizio quale di esse pu appartenere al Dio. Ma lim broglio maggiore che ciascuno di c o lo r o , che tu sp o glierai, ha u n a cosa a d d o s s o , chi u n a ta z z a , chi u n a c o p p a , chi una co ro n a, e chi l h a di b r o n z o , chi d oro , chi d a rg en to: ora quale sia la cosa s a c r a , non si sa. Per si deve d u b ita re e n on d a r del sacrilego a nessuno , perch se anche tutti aves sero cose sim ili, non per certo chi abbia ru b a ta la coppa del Dio : ch uno pu averne una sua propria. La cagione di questa incertezza, pensom i, u n a , non v essere u n a scritta su l coppa p erduta (pognam o che un a coppa sia p e r d u ta ) , ch se vi fosse scritto il nom e del dio o dell o b l a t o r e , non ci affanneremmo ta n to , e trovata quella con la scritta cesse remmo di ricercare e noiare gli altri. Io credo che tu, o E rm otim o , hai veduti i giuochi molte volte. Erm otim o. Ben sai che si : molte volte e in molti luoghi. Licino. E ti sei mai seduto vicino a coloro che vi pre siedono ?

EltMOTIMO;

27

Ermotimo. S i , toste negli Olim pici, sedei a sinistra degli a r b itr i, dove E van d rid e d Elea mi fe trovare un posto fra i suoi c o m p a t r i o t i . Io avevo g ran voglia di g u a r d a r da vicino ci che fanno gli a rb itri. Licino. E ti ricordi il m odo che tengono nel so r tir e ed accoppiare i lottatori e i pancraziasti ? E rm otim o. Me ne ricordo bene. Licino. T u d unque puoi dirlo meglio di m e , che l hai veduto da vicino. Erm otim o. A nticam ente, q u a n d o E rcole stabili i guochi, le frondi dell alloro...... Licino. Lascia le anticaglie, o E rm o tim o : e dim m i quel che hai veduto d a vicino. E rm otim o. Unu rn a d argento sacra al Dio sta in m ezzo; in essa si pongono le so rti, che sono piccole come favucce, e scritte. Due di queste h ann o scritta un A , due un B , due un C , e cosi in seguito, e sono tan te q uanti sono gli atleti, e sem pre due sorti p ortano scritta u n a m edesim a lettera. Ciascuno degli atleti si a v v ic ina, e , fatta una p re g hie ra a G io v e , pone la m an o nell u r n a , e ne tra e fuori una so rto , e dopo lui un altro : e vicino a ciascuno un sorgente gli tiene la m an o chiusa, e non gli permette di leggere la lettera che ha tratta. Q uando tutti han no in m ano le sorti loro fanno cerchio , e l a litarc a, o u no degli a rbitri (che non pi me ne rico rd o ), va into rn o g uardan d o i due che h an n o l A , e li accoppia p e r la lotta o pel pa ncra zio , poi unisce il B al B , e cos gli altri che h a n n o la medesima lettera. A questo m odo si fa se gli atleti sono di num ero p a r i , come o t t o , q u a t t r o , d o d ici; se sono d i s p a r i , come c in q u e , sette, nove, u n a lettera dispari e senza c o rri spondente si scrive so v ra una sola s o r t e , che si pone nel1 u rn a con le altre : chi trae questa lettera rim a n e seduto ad aspettare finch gli altri a b b ian o com b attu to, p erch non v controlettera. E questo non piccolo vantaggio per un atleta venir fresco alle prese coi gi stanchi. . . Licino. F e r m a t i : di costui avevo b iso gn o , che noi c h ia m iamo l efedro. Sieno d u n q u e nove : ciascuno ha tratta la sua sorte,e la ti e ne in m ano. Or tu (ivoglio farti a rb itro ,in v e ce di sp e tta to re), a nd and o attorno , g ua rd era i le lettore, e , pen-

28

ERMOT IMO .

s o m i , no saprai chi sar l efedra , se prima non le avrai tutte vedute ed accoppiate. E rm otim o. Come dici questo, o Licino? Licino. impossibile trov are subito la lettera che indichi l 'e fe d ra ; e se p ure la trovi, non sai se q u e l l a , perch non detto innanzi se il C , o 1 M , o 1 I , sa r la lettera del 1 'efed.ro. Ma come avrai trovata l A , cercherai chi tiene l al 't r a A , e li accoppierai: poi troverai il B , e ce r c h e r a i l altro B, che gli risponde : e cosi di m ano in m ano finch r im a r r colui che tiene la lettera sola senza la corrispondente. Erm otim o. E se questa lettera la troverai al prim o tratto o al s e c o n d o , che farai? Licino. Niente; m a vo sapere che farai tu che sei arbitro, se dirai su b ito , questi l efedro; o dovrai a n d ar g iran do a t torno pe r vedere se v u n a lettera sim ile? Sicch se non avrai osservate tu tte le so rti, non potrai conoscere lefedro. Erm otim o. E p p u re , o L icino, io lo conoscerei facilmente. Son nove: se trovo l E al prim o o al secondo, chi l ha l efedro. Licino. E come, o E rm otim o? Erm olim o. Ecco come. Due h ann o l A, due il B, e son q u attro : altri due han tratto il C, ed altri due il D : e sono otto atleti e q uattro lettere. chiaro che resta dispari la se guente lettera E: e chi l h a tirata l efedro. Licino. B ravo! tu hai molto a cu m e , o E rm otim o: ma vuoi che io ti dica come io la credo? Erm olim o. Di, per Giove: io non saprei che potresti ri spondere ragionevolmente a questo. Licino. T u hai prese le lettere nellordine che stanno, prim a lA, poi il B, e cos per o rdine, finch in u n a di esse ti compia il num ero degli atleti: ti concedo che cosi si faccia in Olimpia. M a, e se prenderem o cinque lettere a caso, come 1 X , il Z , 1 S, il C , ed il T ; se scriverem o quattro lettere , ciascuna due v o lte ,s o p r a le otto so rti, e il solo Z su la nona, la quale indi cher l efedro, che farai tu trov an do il Z in p rim a ? Deciderai che chi l h a l e fedro, senza p rim a g u a rd a r tutti ed accer tarti che non v lettera corrispondente? In questo caso l o r dine delle lettere non ti giova.

ERMOTIMO.

E rm otim o. difficile rispondere a questa dim anda. Licino. R iguarda o ra la cosa da un altro verso. Che saria se non scrivessimo lettere su le sorti, ma quei segni e quelle figure, di che usano gli Egiziani invece delle lettere, come uomini con teste di cane o di leone? Ma lasciamo le cose stra n e: dipingiamovi figure sem plici, come due u o mini su due so rti, due cavalli s o vra due altre, e poi due c an i, due galli, e su la nona sia l immagine d un leone. Se in prim a t avvieni in chi ha questa sorte del leone, come potrai d ire: questi sar P e f e d r o , senza a n d a r rig u ard a n d o fra tutti se v un altro che ab bia anche il leone? Erm otim o. Non ho che risp on d e rti, o Licino. Licino. E s i , ch non potresti dirm i n ie n te 'd i probabile. Onde se noi vogliamo trov are chi h a la coppa sa c ra, chi sar l efedro, chi ci pu essere la migliore guida per quella citt di Corinto, necessario che ci avviciniam o a tutti, ricerchiam o, tentiam o, dispogliam o, osserviamo attentam ente: ed anche cos a ppena saprem o il vero. Se io debbo cred ere a chi mi consi glia di filosofare secondo una c erta filosofia, creder solo a chi le conosce tutte: gli altri non hanno conoscenze perfette, ed io non mi affiderei a loro, ancorch ne ignorassero solamente u n a , la quale p otrebb esser dessa l ottima. Pognam o che uno ci presenti un bell u om o, e ci d ica: questi il bellissimo fra tutti gli uomini: noi certam ente non gli c re d ia m o , se non sap piamo che egli ha veduti tutti gli uom ini: forse questo bello, m a se sia bellissimo fra t u t t i , non pu conoscerlo se non chi h a veduto tutti. E noi non ab biam o bisogno di tro var pure il b ello, m a vogliamo il bellissimo: e finch non avrem o trovato questo, ci pa rr di non aver fatto nulla. Non ci contentiamo di qualunque bellezza ci venga i n n a n z i , m a cerchiam o quella bellezza perfetta che di necessit una. E rm o/im o. vero. Licino. Or d i : puoi tu a d ditarm i uno che sia pratico di tutte le vie in filosofia, e che avendo conosciuto tutto ci che han detto e P la to n e , e Pitag ora, ed Aristotele, e C ris ip p o ,e d E p ic u r o ,a b b ia scelta la via migliore fra tutte, provatala vera, e veduto p e r esperienza che essa sola m ena diritto alla felicit?. Se troverem o un tale u o m o , non ci darem o pi alcuna briga.

50
tale.

EKMOTIMO.

E rm otim o. Non facile, o L icino, rin ven ire un u o mo Licino. E che farem d u n q u e , o E rm otim o? Non d obbiam rim anercene per m anco di u n a tal guida al presente. Non saria questo il partito migliore e pi sicu ro, ciascuno mettersi da s a p ercorrere tlte le s t te , e considerare attentam ente quello che tutte dicono? E rm otim o. Saria il m igliore: m a a cotesto s oppone ci che tu dicevi poco fa, che chi s avviato ed ha spiegato le vele non torna indietro si facilmente. Come possibile pe rco r rere tutte le vie chi, com e tu d i, ravviluppato nella p rim a? Licino. Te lo dir io. Im iterem o quel che fece T eseo, e tenendo in m ano il filo d A ria n n a, come dice la trag edia, e n trerem o in ciascun laberinto: e cosi aggomitolandolo, uscirem facilmente, Ermotimo. E chi sar per noi A ria n n a ? e donde avrem o il filo? Licino. Stadi buon anim o, o am ico: ch io credo d aver trovato a cui atten en d o ci uscire. E rm olim o. E che ? Licino. Quel detto , non mio, m a di uno de sapienti : S ii cauto, e ricordati di non credere. Se alle cose che udiam o non aggiusterem fede cos in p r im a , ma a ragion v e d u ta , e ser bandoci a discorrerne di poi, forse facilmente uscirem dei laberinti. Ermotimo. Ben dici : e cos facciamo. Licino. Sia. Or da chi anderem o p r im a ? Ma non imporla: cominciamo da chicchessia,da Pitag ora, cos a caso. Q uau tanni vogliamo ad im p a ra r tu tt a la d ottrina di Pitag ora? Non togliere i cinque anni del silenzio, ma con quei cinque, bastano trenta, c r e d o ; se n o, almeno venti. ' E rm olim o. Pognam o venti. Licino. Appresso dobbiam p orre altrettanti per Platone , e non m e n o 'p e r Aristotele. E rm otim o. Non meno. Licino. P e r Crisippo non dir quanti: tu tesso m hai detto che appena bastano q uaranta. E rm olim o. Cos .

ERMOTIMO.

51

Licino. Poi per E p ic u ro , poi per gli altri. E che io non ponga le partite troppo g ro ss e , puoi vederlo se consideri q uanti stoici, epicurei e platonici ci sono , che vecchi d ottan t anni confessano di non sapere cosi a fondo le dottrine della setta loro , che non rim an ga loro q u a lfh e cosa a sapere. E se n o , lo d iran n o C r is ip p o , ed A ristotele, e P la to n e , e prim a di essi Socrate che non d a m eno di c o s t o r o , e che g rid ava a tutti non gi che egli sapeva ogni co sa, m a che ei non sapeva nien te, o sapeva solo di non sapere. Rifacciam d u n qu e il c o n to : ab b iam o venti per P ita g o r a , venti p e r Pla tone, altrettanti per ciascuno degli altri : o ra che so m m a d anni avremo se pognamo solo dieci sette in filosofia? E rm otim o. Sopra d u g e n to , o Licino. Licino. Ne vogliam togliere il q u a r to , e farli r im a n e re c e n c in q u a n ta ? o la m et ? E rm otim o. Come ti p are : io vedo q u e s t o , che cosi po chissimi le perco rre reb b e ro tu tte , ancorch cominciassero da che nascono. Licino. Ma che ci vuoi f a re , o E rm o tim o , se la cosa cos s t a ? R itratterem o forse il nostro convenuto, che uno non pu scegliere t r a molte cose la m ig l i o r e , se non ha esperienza di tu tte ? e che senza questa esperienza si v a p i p e r divinazione che per giudizio alla ricerca del v e r o ? Non dicevamo q u e sto noi? Erm otim o. S. Licino. D unque tanto dobbiam o v iv ere , se vogliamo sce gliere b e n e , avendo fatta esperienza di tutte le sette , e dopo la scelta filosofare, e filosofando diven ire beati. P rim a di far cosi, noi balleremo al b u i o , come si dice, u rtere m o di q u a e di l, e q u a lu n qu e cosa ci v e r r alle mani c red erem o sia quella che noi c e r c h ia m o , perch non conosciamo la vera. E se per buona fortuna c im battiam o in e ssa , non siamo certi che dessa quella che andiam o cercando : perch ce ne ha molte simili fra l o r o , e ciascuno dice che la sua la veris sima. E rm otim o. 0 L icin o , tu mi dici belle ra g io n i, m a ( a d i r tela sch ietta), tu mhai sconturbato a s s a i , infilzandomene tante, e s sottili, senza una necessit. Vedo bene che io non sono

ERMOTIMO.

uscito di casa col buon augurio sla m a n e , che uscendo ho scon trato te, il q u ale, m entre io e ra gi per toccare la mia spe r a n z a , mi hai gettato in mille d u b b i, mostrandomi impossibile il ritrovam ento della v e rit , se non ci si vive tanti anni. Licino. Dovresti, o amico m io, pigliartela con tuo padre Menecrate, o con tu a m adre (come si chiam a e lla , ch non ne so il n o m e ) , o con la n a tu r a , che non li hanno data la vita lunga di Titone , ma t han fatto uomo, ed assegnato di vivere cento anni al pi. Io non ho fatto altro che discutendo t e c o , tro v are la conseguenza del nostro discorso. Erm otim o. N o : tu s sem pre m o rd ac e, e non so p erch sfati la filosofia, e trafiggi i filosofanti. Licino. 0 E rm otim o, quale la verit potete meglio dirlo voi filosofi , cio tu ed il tuo maestro. Io p e r me so questo , che ella non piace molto a u d i r e , e non le si fa buon viso come alla menzogna, la quale ha pi bello aspetto, e per pi piace. L a v e rit , che si sente pura di ogni m ondiglia, parla schietta agli u o m i n i , che per le vonno male. Ecco q u i, tu ora ti sde gni con m e , perch io , cercando teco la verit, ti mostravo che quello che tu ed io desideriam o non si facile a conse guire. Questo come se tu ti fossi innam oralo d una s ta tu a , e ne attendessi p ro le , credendola esser donna; ed io vedendo che pietra o bronzo, t ho avvertito a fine di bene che tu de sideri l impossibile : ora il cattivo son io che t invidio di avere un figliuolo, perch ti voglio togliere di quest inganno e di queste strane speranze. Erm otim o. D unque tu d ic i, o L icino, che non dobbiam o filosofare, m a darci all ozio, e vivere nell ig n oran z a? Licino. E quando m hai udito d ir questo? Io non dico che non si d ebba filosofare; m a, giacch si deve filosofare, e ci son molte vie che si dicono m enare alla filosofia ed alla virt, e non si sa quale tra queste sia la v e r a , dico che si faccia u n attenta disamina. Ci si chiarito impossibile sciegliere tra molte stte la m igliore, se non si h a conoscenza di tutte quante : abbiam veduto che tem po ci vuole per questa conoscenza; ora tu come ti persuadi (voglio torn are a dirtelo) di seguire il p ri mo che incontri, e che egli t insegner filosofia, e te ne far dottore ?

ERMOTI MO.

33

E rm otim o. E che potrei pi r i s p o n d e r ti , q u a n do tu dici che non pu giudicare di u n a setta se non chi h a gli anni della Fenice, e le ha percorse e studiate tutte q u a n te ; e non ti d e gni di credere a molti che l h an no prim a stu diata , e la lodano, e te ne fan fede ? Licino. Ma chi sono cotesti molti? L h an n o essi conosciute e studiate tutte? Se s i , m e ne b asta u n o , e non mestieri di m olti: se no, so mi parli di quelli che non le conoscono, il num ero non m in d u rr a p re star loro fede, finch essi o igno randole tu tte , o conoscendone u n a so la , vonno d a r sentenza di tutte. Erm otim o. D unque solo tu discerni il ve r o , e tutti gli altri che filosofeggiano sono sciocchi ?. Licino. T u mi calu n n ii, o E rm otim o , dicendo che io mi tengo d a pi degli a ltri, o mi pongo tra i saputi : e non r i cordi che t ho detto come io non mi vanto di conoscere il vero pi degli a l t r i , ma confesso di non saperlo con tutti gli altri. E rm otim o. 0 L icino, in quanto al dovere a n d are in tutte le scuole, ed informarsi bene d i ciascuna do ttrin a, e non po tere altrim enti che cos scegliere la m igliore,forse hai rag io no : m a spendere tanti anni per c i a s c u n a , questa si cosa ridicola, come se d a poche parti non si potesse conoscere il tutto. Per me questo p are ben f a c i l e , e d a non ci bisognar dispute. D i cono che' uno scultore, credo F id ia, vedendo p u r 1 unghia d u n leone, d a essa reput qu anto doveva esser gran de tutto il leone, e lo rifece a proporzione di quell unghia. E tu stesso, se uno ti mostrasse solo u n a m ano d u n uom o e te ne celasse il rim anen te del c o rpo , tu subito conosceresti che ti si celato un u o m o , ancorch tu non vedessi tutto il corpo. E cosi i sommi capi di ciascuna d ottrin a si pu im pararli tra poche ore in u n giorno : e lo studio grand e e le lunghe ricerche non sono punto necessari per isceglierela setta m ig lio re, p erch si pu fare un giudizio anche d a quei sommi capi. Licino. B ravo, o E rm o tim o : o ra s che l hai s fo d e ra ta ; dicendo che dalle parti si conosco il tutto. Io mi rico rd o di aver u d ito il c o n tr a r io , che chi conosce il tutto pu conoscer le parti, non chi le parti il tutto. .Ma dimm i un p o ': Fidio,

5i

ERMOT IMO.

quando vide 1 u n g h ia, a v ria riconosciuto che la era di leone, s o non avesse visto mai u n leone in tero ? e t u , vedendo una m an o , potresti dire che la m ano d u o m o , se non avessi p ri ma veduto e conosciuto un uomo ? T u taci? o vuoi che risponda io p e r te, che non hai che d i r e ? Sicch F idia corre pericolo di rim anersi, e di non rifare il leone, perch dice ed assicura che non ne h a veduto m ai. Cotesto tuo esempio non calza. P e r ch Fidia e tu non per altra cagione riconoscete le p a r t i , se non perch conoscevate il t u t t o , cio luomo ed il leone: ma nella filosofia, per esempio nella stoica, come tu d a una parte conosceresti le r i m a n e n ti? come potresti d ire che sono b e lle ? T u non conosci il tu tto , di cui quelle sono parti. Dici poi che in poche ore d un giorno si pu apprend ere i sommi capi di ciascuna filosofia : si, i principii di ciascuna, e i fini, e che cosa crede sieno gli D e i, che cosa l anim a; chi dice che tutto *corpo, e chi tiene che vi sieno cose incorporee ; chi pone il sommo ben e e la felicit nel p iacere, chi nell onesto, ed altrettali cose. Im para n do cosi facile, niente spac c are u n a sentenza : m a conoscere quello che ciascun filosofo v eram ente dice, o h , la non im presa di poche ore in un g io rn o , m a di molti giorni. E perch mai quei valentuomini scrissero le centinaia e le m igliaia di libri, se non p e r persua dere altrui che sono vere quelle piccole cose che a te paiono s piane ed agevoli ad im p a ra re? Ma via, un indovino forse p o tr toglierti l impaccio di questa scelta, e la pen a di c er care e di studiare per conoscere ciascuna pa rte ed"il tutto: anzi questa saria la pi c orta senza giri e p r e a m b o l i , m an da r per l indovino, farlo recitare tutti quei sommi c a p i, su cia scuno fare un sacrifizio, e u n Dio ti to rr queste mille b ri g h e , mostrandoti nel fegato della vittim a la setta Qhe devi scegliere* E se v u o i , ti proporr un altro partito pi facile, per non sacrificar tante vittim e e non p agare una grossa mercede al sacerdote che chiam erai pel sacrifizio : poni in u n urn a al-* q uanti b re v i, ciascuno scrillo del nome di un filosofo, fa venire un fanciullo che ab b ia padre e m a d re , metta la m ano nell u r n a , tiri un b re v e , e , chiunque s o rtir , secondo quello filosoferai. E rm otim o. Queste son cose d a ciarlatano, o L ic in o , non da le. Ma d i m m i , hai tu mai comperato vino?

ERMOTIMO.

55

Licino. Si, molte volte. E rm otim o. E sei and ato pe r lutti i, vinai della citt, assag g ia n d o , p arag o n a n d o , e giudicando i vini ? Licino. No. E rm olim o. Credo che come hai tro v ato il b uono e che faceva per te, te l hai preso. Licino. S certam ente. Erm otim o. E da quel picciol saggio potevi d ire come era tu tto il vin o ? Licino. Potevo. Erm otim o. Ora se tu andassi dai v in a i, e dicessi: Io vo com perare un faschetto di v i n o , datemi b ere di tu tta l a b o t t ciascun di v o i, acciocch io la provi tu tta , e veda chi h a il vino m ig lio re, e d a chi c om perarlo. Se tu dicessi cos, non ti rid ere b b o n o in faccia, e, se poco li noiassi, nou ti risciac q u e reb be ro il c a p o ? Licino. Lo c red o ; e lo meriterei. E rm o tim o . Cosi anche nella filosofia: che bisogno b ere la b o t t e , q u a n do da un picciol saggio J>uoi conoscere come tutto il v in o ? Licino. Come mi sdruccioli, o E rm o tim o , come mi sfuggi delle m ani ! Ma meglio cos: credevi sg u izzartela, e sei dat proprio nella nassa. Erm otim o. E c o m e ? Licino. T u mi p rendi una cosa comune e conosciuta a tu tti, che il v in o, e me la paragoni ad una cosa dissim ilissi m a ed oscura , e di cui tutti contendono. Io non saprei d i r e , come te , che la filosoGa sia simile al v ino , se non in qusto solo che i filosofi ne smaltiscono i precetti alla guisa di vinai, con m i s t u r a , im postura, e cattiva m isura. Ma v ia, conside riam o un po ci che tu dici. T u dici che tutto il vino della botte simile a tutta la filo sofia: benissimo; e che se uno ne spilla e ne assaggia un centellino, conoscer tosto com tutta la botte ; e che p e r conseguenza tu m hai tu ra ta la bocca. Ma dimmi un altra cosa, che p u re una conseguenza : la filosofia ed i filosofi, pognamo il tuo m aestro, ragiona ogni giorno d un a e medesim a cosa, o pure ora di u n a ; ora di u n a ltra ? Certamente di molte ; se n o , t u , o amico m io , non saresti fi-

.0

ERMOT IMO.

maso vent anni con lui, scorrendo e sb attend o , qu a e l come Ulisse : se diceva la stessa cosa ti bastava udirlo una volta sola. E rm otim o. O h, corno n o ? Licino. E come al p rim o gusto non avresti conosciuto tutto ? Egli non diceva la medesim a c o sa , ma sem pre di nuove e di varie : non e ra sem pre lo stesso vino. O n d e , o amico mio, se non bevi tutta la b o t te , ti ubbriachi in d a r n o ; perch pare che un Dio abbia nascosto il buono della filosofia al fondo della botte, e proprio sotto la feccia: per conviene votarla e sgoc ciolarla tu tt a , o non troveresti mai quel sorso di nttare del quale mi sem bri assetato da tanto tem po. T u ti se flato a cre d ere che se ne gusti e ne sorsi p u re un centellino, tosto diven terai sapientissimo; come la profetessa in Delfo poi che beve dell onda s a c r a , subito invasata dal D io, e rende oracoli. Ma p are che non sia cosi ; tu hai bevuto quasi mezza la botte, e dicevi che sei anco ra in principio. Ora vedi se io trovo m i glior paragone alla filosofia. R im a n g a quel tuo v i n a i o , e la b o tte , piena non di vino m a di ogni m an ie ra di sem enti, per m odo che sopra vi sia grano , sotto fave, pi sotto orzo, poi lenti, poi ceci, ed altri legumi. Tu vai per com p erar sem enti, e quegli pigliando u n a b ra n c a ta del gran o che sta sopra, te ne presenta una mostra : o r tu r ig u ard a n d o il .grano sapresti dire se i ceci son b u o ni, le lenti c o tto ie , le fave non b a ca te? E rm otim o. No. Licino. E neppure la filosofia, d a una parte che uno te ne dicesse per m o stra, tu potresti im p a ra rla tu tta q u an ta :e lla non una come il v in o , cui tu la p a r a g o n a v i , come se fosse una cosa d a bere : m a tu tt altra cosa, e vuole non poca attenzio ne. Dappoich se comperi un vino cattivo, il rischio di gettar due oboli ; m a a n d a r confuso nel volgo degli sciocchi, come tu dicevi, non un piccol male. E poi chi per com perare un fiasco di v in o , col saggia e risaggia, beesse tutta la botte, faria dannaggio al vinaio: ma la filosofia non affatto cosi, anzi bevihe quanto v u o i , la botte non isminuisce , n il vinaio ne ha d a n n o : pi ne v e r s i, pi sc orre, come dice il proverbio.Rovescio Iella botte delle D a n a id i, dove quel che versavi se ne sc o r r e v a : di questa pi JtQgli, pi cresce quel,che rim ane. Ma su

ERMOTI MO.

37

questo tuo saggiare voglio farti un altro paragone della filo sofia; e non credere che io lo dica per istrazio, se io la p ara gono ad u n velen o, come alla c i c u t a , all a c o n i t o , o ad altro. Questi farmachi bench sono m ortiferi, p ure non uccid e re b bero chi ne prendesse solo un gocciolo in punta all u n g h ia, e lo g ustasse; anzi s e ,n o n se ne prende la quantit necessaria, con tale regola, e in tal m o do , non si muore. E tu credevi che u n tantino basti a farti acquistare perfetta conoscenza del tutto. ' E rm otim o. B e n e , sia come vuoi tu , o Licino. D unque c en t anni do b b iam v i v e r e , e tan te fatiche sostenere ; a ltri menti non diventerem o filosofi? Licino. N o , o E rm otim o: e in questo non c m ale , se p ure tu dicevi il vero test, che la vita breve, e lunga larte: e non so perch ti sdegni che oggi stesso p rim a che cada il sole tu non ci diventi un Crisippo, un Platone, u n Pitagora. E rm otim o. T u mi ab bin d o li, o L icin o, e mi metti alle strette non p e r male che io t ab b ia f a t t o , m a per u n po d in vidia che io m avanzava nella s c i e n z a , e tu di cotesta et ti rim anev i indietro. Licino. Sai d u n q u e che devi f a r e ? Io sono u n m atto : tu non b a d a r m i, lasciami m atteggiare. T u segui la tua v ia , e , Coi precetti a v u t i , perco rrila tutta. ' E rm otim o. Ma tu sei u n soverchiatore, e non vuoi che io ne scelga u n a se non ho tentate tu tte q u a n te le altre. Licino. O h , sappi che io non ti dir pi niente. C hiam an domi soverchiatore , tu incolpi u n incolpabile, come dice il p oe ta , uno che gi veniva con te, finch u n altra ragione non mi h a soverchiato ed allontanato da te. E soverchie cose ti vorria d ire questa ragione : m a tu la s fu g g i, e poi incolpi me. E rm otim o. Quali co se ? Mi m araviglio se s lasciato nulla d a dire. 1 Licino. Non b a sta, essa d ic e , conoscere e percorrere tutte le stte p e r iscegliere la m ig lio re, m a bisogna u n a ltra cosa grandissima. Erm olim o. E qual ? Licino. Bisogna esser provveduto di certa critica, di me todo, d i m ente a c u t a , di giudizio sodo ed im parziale pe r giuLUCIAKO. 2 . 4

58

ERMOTIMO.

dicare di cose si g r a v i: se n o , tu tte lo conoscenze acquistate sono indarn o. E per questo, dice la ragione, ci vuol tem po non breve ; e qu ando ogni cosa p r o n t o , e si in su lo scegliere, allora and are adagio, considerare, e torn are a considerare; n a ver rispetto all e t , all a u to r i t , o alla fama dei filosofi; ma im itare gli areopagiti, che giudicano di notte e al b u io , pe r r ig u a rd a re alle parole non al p arlatore : ed allora potrai, dopo sicura s c e lta , filosofare. E rm otim o. Si,d o po morte. Cos a nessun uomo b asterebb e tanto la vita d a en tra re in tutte le scuole,e conoscerne ciascu na a fondo, e conosciutele, giudicarne, e giudicatele scegliere, e sceltane una, filosofare. Ch solamente cosi tu dici che si trova il v e r o , altrim enti no. Licino. M incresce di d i r t i , o E r m o t i m o , che n ep p ur qu e sto bastante ; e che mi pa re che noi inganniam o noi s te s s i , credendo di aver trovato il sodo, e non ab biam o trovato nulla: come talo ra i pescatori che gettate le reti e sentendole pesanti, si affaticano a t i r a r l e , speran d o vedervi guizzare moltissimi p e sc i; m a t ir a , t i r a , e vedono com parire o una pietra o un tegolo coperto d arena. Bada che non abbiam tirato anche noi qualche cosa simile. Erm otim o. Non intendo che vuoi d ire con coteste reti : certo mi ci vuoi impigliare. Licino. D unque tenter d istrigartene; ch con laiuto d un Dio tu sai n uotare q uan to altri. Io credo che , q u a n d o pure noi anderem o da tutti i filosofi, e faremo puntualm ente tutte le ricerche che ho dette, noi non saprem o m ai di certo se al cun d essi h a quella cosa che noi cerchiam o , o s e tutti egual mente l ignorano. Erm otim o. Che dici ora ? che nessun d essi l h a ? Licino. Dico che incerto. 0 p u re a te p are impossibile che tutti dicano il falso, e che il vero sia tutt a ltra cosa da quello che essi dicono ? E rm otim o. Come pu esser questo ? Licino. Ecco come. Pognam o che la verit sia il num ero venti ; e che uno p r e n d e n d o , p e r e se m p io , venti fave e tenen dole chiuse in u n a m a n o , dimandi a dieci persone q u a n te fave egli tiene in m ano ; quelli dicono a caso chi s e t t e , chi cinque,

ERMOTIM O .

59

chi tren ta , chi d i e c i , chi q u in d ic i, e chi tu tt altro num ero. Pu essere che uno p e r fortun a dica il vero nu m ero : non cosi? Ermotimo. S. Licino. E pu an ch essere che tutti d ican o altri e diversi n u m e ri, e nessuno dica che ha venti fave in m a n o : che ne d ic i? E rm olim o. P u ben essere. Licino. Cos d unque tutti i filosofi cercano che cosa la felicit : ognuno dice che ella u n a cosa diversa ; chi il pia c e r e , chi l onest, chi altro. prob abile che ella sia u n a di queste cose ; ma non im probabile che sia u n a ltra cosa d i versa d a tutte queste. E fo rse , m a senza forse, noi p rim a di trov are il p r i n c i p i o , dovevam o esser, sicuri del fin e: conve n iva p rim a chiarirci che la verit conosciuta, e che uno d e flosofi la possiede in d u b ita ta m e n te , e dipoi an d are cercando chi sia costui, al quale dobbiam o affidarci. E rm otim o. Sicch , o L icino, tu dici q u e sto , che neppure q u a n d o avrem o percorsa tu tta la filosofia, n ep pu re allora tr o verem o la v e rit ? Licino. Non dim an d arlo a m e , o amico m io , m a alla r a gione ste ssa , la quale forse ti risp o n d e r : Non m a i , finch sa r incerto se ella sia u n a delle cose che costoro dicono. E rm otim o. Non m ai d u n q u e , pe r quel che tu d i , noi la tro v ere m o , n filosoferemo; m a ci c o n verr vivere da igno r a n ti senza darci un pensiero di filosofia. Questa la conse g uenza del tuo ra g io n a m e n to , ch il filosofare cosa impossi b i le , cosa no n conseguibile da chi uom o ; p erch tu stimi che chi vuol mettersi a filosofare deve p rim a scegliere la filo sofia migliore ; che non pu scegliere la migliore senza p rim a aver p erco rse tutte le stte ; e calcolando q u a n t anni bastano p e r c ia sc un a, hai conchiuso che ci vogliono molte generazioni, e che la v ita d u n uomo troppo breve. E allo strin g er del sacco dici, che anche questo conto potria sb a g lia re , perch incerto se presso i filosofi si trovi la verit , o non si trovi. ' Licino. Ma t u , o E rm o tim o , potresti giu rarm i che la si trova presso di lo ro ? E rm otim o. Io noi giurerei.

40

ERMOTI MO.

Licino. E ppure quante altre cose h o voluto tralasciare, che vo rrebbero lunghe ricerche 1 E rm otim o. E quali son o ? Licino. Non hai u d ito , che tra coloro che dicono di essere o stoici, o epicurei, o platonici, alcuni conoscono la propria d o ttrin a , alcuni no, che per tu tt altro m eritano ogni fede? E rm otim o. vero questo. Licino. D unque discernere i conoscenti, e separarli dai non conoscenti che si spacciano p e r s a p u ti, non ti p are opera molto faticosa ? Erm olim o. Certamente. Licino. P e r conoscere a du n qu e il m igliore fra gli stoici , ti converr a n d a re , se non da tu tti, d a parecchi di essi, e farti is tr u ir e , e rim anertene col m aestro m igliore, ma dopo di es serti esercitato ed avere acquistato la facolt di giudicare bene di costoro , affinch non iscambi il migliore pel peggiore. Ora vedi tu stesso q u an to tem po necessario a c i , e h io non ho voluto dirtelo per non isbigottirti: eppure ci che pi monta ed pi necessario in cotali cose, dico nelle cose oscure e d u b b ie, solo il tem po, a c red e r mio. E la sola fedele e salda speranza che hai per ritrovare la verit questa e nessunal t r a , la facolt di g iudicare e di discernere il vero dal falso, la quale ti sar come il paragone ai s a g g ia to r i, con cui provano qual oro fine e corrente, e qual falsato. Se acquisterai questa facolt e quest a rte , potrai venire alla disam ina delle dottrine ; se n o , persuaditi che ciascuno ti tire r pel naso , o seguirai 1 erba a guisa di pecoro : o pure sarai come acqua sovra u n d e s c o , che con la pu n ta del dito la conduci dove v u o i , o come canna su la riv a d un fiume, che piegasi d ogni vento, muovesi e trem ola ad ogni fiato. Che se poi troverai un m aestro il quale conosca qualche arte per dim o s tra re e sciogliere le quistioni difficili, e te la voglia insegnare, non ti d a rai pi tante b righe; perch l ottimo subito ti appa r ir , il vero ti v e rr innanzi sotto quest arte d im ostra tiv a , il falso si accuser da s : e tu, dopo u n a scelta, e un giudizio sicuro, filosoferai ; e fatto acquisto della desiderata felicit, vi vrai b e a to , avendo di tutti i beni a bizzeffe. E rm otim o. Ora s hai parlato bene, o L icino, che mi di

ERMOTIMO.

41

un p o -di speranza. Dunque d ov re m cercare un t a l e uomo il quale ci faccia conoscitori, disfinitori di q u i s t i o n i , e , quel che pi , dimostratori ; e poi tu tt altro sa r facile , o non ci v o rr molto studio. Oh , ti ringrazio che hai trovala questa scorciatoia, per m etterci su la m iglior via. Licino. Non devi rin graziarm i a nco ra : p erch io non tho detto d aver trovato niente da farti sp e ra re che ti sei avvici nato ; anzi siamo assai pi lontani di p r i m a , e , come si dice , dopo tanto affati c are siam da capo a cominciare. Ermotimo. Che mi dici ora? Come mi tronchi a mezzo tutte le speranze! Licino. Perch , o amico m i o , se anche noi troverem o uno che prom ette di conoscere le d i m o s tr a z io n i, e d i n s e g nare agli altri, non per parm i che gli dovrem o cred ere cos in p rim a: m a cercare un altro che possa giudicare se egli dice il v e ro : e se anche troverem o q u e st a r b ilr o , neppure saremo cerli se egli sa discernere che quegli giudica ben e o male : e per ci bisogner un terzo che giudichi il giudice: perch noi come saprem m o discerner da noi chi giudica meglio ? Vedi cos dove si a n d ere bb e a p a ra re , e lungheria che non a v reb b e mai term in e? Inoltre le dimostrazioni stesse non h anno niente di c e rto , e , trovane qu a n te v u o i , ci avrai sem p re le c o n tr a r ie : e molte di esse si sforzano di ch iarirci d una cosa incerta a rrecandocene u n altra incerta ; ed altre ad una cosa conosciuta accozzano cose sconosciutissim e e che non ci han punto che fare: e queste ghiottonerie sono chiam ate dim ostrazioni, come u n a . quella : Gli Dei esistono, perch ne vediamo gli altari. L ao nd e, o E rm o tim o , io non so come, gira e r ig ir a , ci troviam sem pre d a capo n e gli stessi d u b b i , nello stesso sm arrim ento. E rm otim o. Che mi hai fatto, o Licino! mi hai m ostrato c arbone invece d un tesoro: e , come p a r e , ho p erduti tanti anni e tante fatiche! Licino. I l a , o E r m o tim o , tu ti attristerai molto m eno se ripenserai che non sei solo a rim a n e r senza i beni sperati ; m a che t u tti, p e r dir come si d ico, contendono p e r 1 o m bra dell asino i filosofanti. Chi mai p otrebbe p e rco rre re tutte le stte? l hai detto tu stesso che impossibile. Ora mi pa re che

42

ERMO TIMO.

tu faccia come chi piangesse ed accusasse la fortuna perch ei non pu salire al cielo, non pu a n d a r d alla Sicilia a Cipro c am m in a n do sul m a r e , non pu levarsi a volo e an d are in un di d a Grecia in I n d ia : o t affanni perch forse 1 hai spe ra to q u e s to , o l hai sog n ato , o vi hai fatto un castello senza prim a considerare se desideravi cose p o ss ib ili, e secondo la n a tu ra um ana. E s , o amico m io , m entre tu facevi u n g rande e m irabile s o g n o , la ragione ti h a s c o s s o , e ti ha risv e gliato; onde tu sei stizzito con essa, ed avendo gli occhi anco r mezzo a p erti, non vorresti lasciare quel sogno nel q uale vedevi tante dolcezze. Cos interviene a certuni che in m ente loro si fabbricano u n a vana felicit: se m en tre sfog giano r i c c h e z z e , e trovano tesori , e sono r e , e sguazzano in tutte le delizie (come le forma quel D io, che si chiam a De sid erio , facile e g ra n d o n a to r e , che non sa negar niente a nessuno, ancorch uno volesse d iven ta re u ccello, o grande q u a n to il co lo sso , o fare oro di tu tto quello che tocca ) ; se m en tre Sono in queste im m a g in a z io n i, viene un servo a d i m an d arli d u n a faccenda, come a dire di che com p erare il pane , o che risp o nd ere al pad ro n e di casa che aspetta e fa ressa p e r esser p a g a t o , si sdegnano contro il servo im p o r tuno, come se questi avesse lo r tolte d avvero tutte quelle fe licit , e p e r poco non gli strapp an o il naso con u n morso. I o , o amico m io , non ti sarei im p o rtu n o , ti lascerei cavar tesori , e volare p e r 1 a r i a , e c o rrer dietro alle pi strane imm aginazioni, alle speranze pi lo n ta n e ; m a mi sei amico, e non posso patire che tu passi tu tta la vita in un so g n o , forse dolce si, m a sogno : e per ti consiglio di s v e g lia r ti, l e v a r t i , b a d are al necessario, e p e r quel tempo che ti rim ane a vivere p ensare a casi tu o i , a quello che pensano tutti gli altri ; perch le cose che tu o ra facevi e pensavi non sono pu n to dissimili dagl ip p o centau ri, dalle c h im e r e , dalle gor goni, dai sogni, e dalle libere invenzioni dei poeti e dei pit tori , le quali non furono mai , n possono essere. Il volgo crede a queste in v e n z i o n i , e le ad o ra q uando le vede o le ode, appunto perch sono strane e nuove. E t u , se un o di questi cantafavole ti dice che v u n a d o nn a di tanta so v ran naturale bellezza che vince le Grazie e Venere c e le s te , tu

ERMOTIMO.

43

senza cer c a r prim a se egli dice il v e r o , e in qual p a r te della t e rra sia questa donna , tosto te ne i n n a m o r i , com e Medea in sogno s innam or di Giasone. Ma la cagione che h a fatto in n a m o r a r te e tutti gli a ltr i, quanti sono gli spasim ati del tuo i d o l o , a creder mio, questa : l a ver d a p rim a creduto e tenuto p e r vero ci che colui dice della d o n n a , vi sforza a credere il re sto : voi rig u ard a te soltanto in quel prim o dire, e con quello ei vi tir a pel n a s o , giacch gli avete d a ta la p rim a p re sa , e vi m ena alla v o stra a m a ta per la via e h ei chiam a d iritta. Il resto poi va d a s , e nessuno di voi .ri volgendosi in su l e n tr a ta , co nsidera se la via v e r a , se n on s s b a g l ia t o , se doveva e n tra rsi in a l t r a , m a andate dietro le pedate di chi vi p r e c e d e , come le pecore dietro la guidaiuola; q u ando che in su l e n tra ta e d a p rim a doveva considerarsi se en tra rv i o no. Ma ci che dico farottelo com p r e n d e r meglio con un paragone. Se uno di questi audaci poeti dicesse, c h e u n a volta c e ra un uom o con tre teste e con sei m ani ; e se tu inghiottissi questo p rim o boccone senza m a s ti c a r l o , senza con sid erare un po se la cosa p o ss ib ile , egli p e r conseguenza ti sforzeria ad inghiottire il r e s t o ; che quegli aveva sei occhi e sei orecchie, m an d av a tre voci in siem e, m angiava pe r t r e b o c ch e , aveva tre n ta d ita , non come noi che ne ab b iam o dieci in tu tt o e due le mani ; e che q u and o com batteva, tre mani p re n d ev a n o quale u no sc u d o , quale u n a rotella , qu ale uu brocchiero , e le altre tre quale u n a s c u r e , quale u n a lancia,' quale u n a spada. Chi po trebb e non credergli p i , dicendo egli queste co se ? Le sono conseguenze di quel principio , al quale in p rim a si doveva por m e n te , e v ed ere se e r a ' d a concedere ed a m m e t tere : se concedi il p rin cip io , le conseguenze scendono da s stesse, e non si a rresta n o , e non facile sfu g g irle,p erc h ne cessarie e consonanti all amm esso p rincipio. E questo a p punto il caso vostro : l am ore o il desiderio non vi lasciano fare un p o di considerazione su la via che p r e n d e t e , m a vi e n trate tirati dagli a lt r i , non pensando che dopo un prim o passo falso tutti gli altri sono falsi. Se uno ti dice che due via cinque fan s e t t e , e tu glielo consenti senza averti fatto bene il c o n to , ei ti sforzer a dire che q ua ttro v ia cinque

Ai

ERMOTIMO.

fan q u a tto rd ic i, e quanti altri svarioni grossi ei vorr. Cosi fa la m aravigliosa g e o m e tr ia , la qu ale ponendo per p rinci pio alcuni strani p o s t u l a t i , e credendo che le sieno concedute cose che non possono stare a ffatto , come a dire punti senza parti e linee senza larg hezza, su queste putride fondamenta ella fabbrica , e crede di dire il vero nella dimostrazione q uando pa rtita da principii falsi. E cos anche voi,concedendo i principii di ciascuna setta, ne accettate le c o n se g u en z e , e credete che sia indizio della verit dei principii u n a d im o s tr a zipne tira ta a filo, la quale falsa. E cosi alcuni tra voi m uo iono in mezzo alle loro sp e ra n ze , p rim a di vedere il v e r o , e di conoscere che si sono ingannati : m a a l t r i , ancorch si accorgano dell i n g a n n o , p u r e , perch gi vecchi, non han cuore di rifarsi da cap o , e si vergognano di dover confessare in quell et che si sono occupati d inezie da fanciulli : onde p e r vergogna si rimangono nell e rr o re , lo lo d an o , cercano di carrucolarvi quanti pi possono, p e r non essere essi soli gli sciocchi, ed avere u n conforto che molti altri patiscano quello che h ann o patito essi. E d anche perch vedono che se dices sero il vero non p arrebb ero v e n era n d i, come paiono , e dappi degli a l t r i , e non sarebb ero rispettati : e per non lo d ire b bero m ai, perch sanno d a quale altezza c a d e r e b b e r o , e che sarebbero ragguagliati a tutti gli altri. Ben pochi troverai c os m agnanimi da dire che ei sono caduti nell e rro re , e avvertire gli altri che non vi cadano. Se mai t avvieni in uno di questi pochi , chiam alo amico della verit, ed uomo d a b b e n e , e giusto, e , se v u o i , filosofo ; ch a costui solo non negherei tal nome : gli altri o niente conoscono il vero, e c re dono di conoscerlo ; o lo conoscono, e lo nascondono p e r tim o r e , p e r vergogna, per non iscapitar di riputazione. M a, p e r Minerva, lasciamo stare tutte le cose che ho dette, le rico pra un o bblio, come fosser di quelle state p rim a dellar conte E u c l i d e : 1 pognamo che la retta filosofia sia quella degli stoici e nessuna ltr a , e vediam o se ella c o n se g u ib ile , se possibile, o se invano si affaticano quelli che la seguono. Odo
1 Sotto l arconte Euclide si fece in Atene la famosa legge d 'a m n islia, cio di oblivione di tutto il p assato, la quale and in proverbio, Vedi la nota ad un passo simile nel dialogo 11 Tragitto, o il Tiranno.

ERMOTIMO.

45

promesse magnifiche , quanta b e atitud ine go d eran no coloro che pervengono suso alla cim a: essi soli a v rann o tutti i beni che si possono avere. Ma poi tu sai meglio di m e se mai ti sei potuto scontrare in qualche stoico, anche cim a di stoico, il quale non senta dolore, non si lasci vincere dal piacere, non si sd e gni, spregi invidia e ricchezze , e sia in tutto e per tutto beato, come d e v essere chi regola ed esempio della vita virtuosa : ch se gli m an ca un pu n to solo, ei non perfetto, ancorch ne ab b ia moltissimi ; e se non perfetto non beato. Ermotimo. Tale non ho veduto nessuno. Licino. Bravo , o E rm otim o: ora mi dici la verit. In chi d u nq u e rigu ardan do filosoferai, q u a n d o n il tuo m ae stro , n il m aestro del tuo m ae stro , n quello innanzi a c o s t u i , n se torni inditro alla decim a gen era zio n e , trovi nessuno perfetta m ente s a g g io , e per nessuno felice ? N potresti d ire che basta di farsi p u r dappresso alla felicit : saria niente : perch stan n o egualmente nella stra d a e allo scoperto chi sta presso la p o rta e chi pi in l : con questa differenza che pi si duole chi pi da vicino vede di che privato. E p e r farti pi dap p resso alla felicit (voglio concederti questo) tu t affatichi e t affanni tanto ; ed hai scorso tanto spazio di vita in ingrate f a ti c h e , in veglie e studi ; e t affacchinerai p e r altri vent anni almeno, come tu d ic i, affinch divenuto ottagenario (come se q ualcuno te 1 avesse prop rio assicurato che ci vivrai t a n t o ) , tu sii forse tra quelli che non sono ancora b e ati? Se p ure non credi c he tu solo giungerai a q u e llo , a cui m oltissim i, e migliori, e pi veloci di te non g i u n s e r o , n il conseguirono. Ma conse guilo, via: e tienilo tutto p e r te : or d i, che cosa m ai cotesto b e n e , che ti sem bra m eritare tan te fatiche? E poi, che tempo ti rim a r r a g o d e rn e, essendo gi v e c c h io , svogliato d ogni piacere, e con un pi nella fossa? F orse ti p re p ari p e r u n al t r a vita, affinch qu ando vi s a r a i, te la passerai m eglio, cono scendo in che m odo bisogna vivere : cos fai come un uomo che mettesse si lungo tem po in app arecch iare ed i m b a n d i r e , pr d e sin ar meglio, che infine senza avvedersene si morisse di fame. Ma u n altra cosa tu non hai mai considerato che la virt co n siste nelle o pe re, nel fare opere giuste, p ru d e n ti, forti. Voi (e q u a n d o dico voi, io parlo delle cim e dei filosofi), voi lasciando

46

ERMOTIMO .

di cercare e di fare questo, vi occupate di m agre paroluzze, di sillogismi, di garbugli ; ed in queste inezie spendete la maggior parto della v ita , e chi riesce pi valente in esse, vi p are un c apoccia: e per queste forse lodate a cielo cotesto tuo maestro, gi vecchio nell arte di far p erdere la testa ai poveri s c o l a r i , e che sa come si deve p a r la re , filosofare, trap p o la re, e ingar bugliare. Voi lasciando scioccamente il frutto ( che quel delle o p e r e ) , vi occupate della corteccia : e nei vostri discorsi non a b b ran c ate altro che foglie. F a te altro che questo, o Ermotimo, tutti voi d a m ane a se ra ? E rm otim o. Non altro che questo. Licino. Dunque d iria bene taluno che voi seguite lom bra e lasciate il c orpo; lasciate il s e r p e , e iie c ercate lo scoglio; o piuttosto fate come ch i, versata 1 acqua in u n m o rta io , la pestasse con un pestello di b r o n z o , credendo di fare una gran cosa utile e necessaria ; senza sapere che anche a rom persi le braccia p estan do , l acqua rim ane sem pre acqua. Qui permettimi che io ti faccia u n a d im a n d a : Vorresti!, pognam da b and a il s a p e r e , vorresti per tu tt altro esser simile al tuo m a e s t r o , cosi stizzoso, cosi c av illo s o , cos a cc attabri g h e , e cosi ghiotto di piaceri, s i, bench a molti ei paia un santo ? Non risp o n d i, o Erm otim o ? Vuoi e h io ti racconti quel che test ho udito d ire intorno alla filosofa da u n vecchione, m aestro di sapienza a moltissimi giovani ? R ichiedendo costui la paga d a uno de suoi discepoli, tutto s a r ro v e lla v a , e gli d iceva villania, perch da sedici giorni colui doveva gi averlo pagato alla fine del m ese, come erano stati i patti. Essendo cos sdegnato, venne a lui u n zio del g i o v a n e , villano e grosso di cervello, secondo voi; il quale gli disse : Adagio , o uomo d a b bene : non a n d are in tan ta collera, che non ancora t abbiam o pagato i q ua ttrin i per le chiacchiere che abbiam comperate da te. L a m ercatanzia che ci hai venduta l hai ancora tu : gli insegnam enti tuoi sono tu o i, e non isminuiti di nulla. E poi la cosa che io tanto d e s id e r a v o , e per la quale mi consigliai a p o rre il giovane nlle mani tu e, tu non 1 hai f a t t a , egli non d iv en uto m igliore: anzi ha rapita la figliuola del mio vicino E ch e cra te, e lha sverginata; e saria capitato male in giudizio, se io con un talento non avessi turato la bocca ad Echecrate

ERMOTIMO.

47

che un povero uomo : poco fa ha dato uno schiaffo alla m a d re ; la quale lo colse che si p ortava sotto la veste u n barletto, che e ra forse il suo scotto p e r u n a gozzoviglia. Di superbia p o i, d i r a , di sfacciataggine, di pretenzione, di bugie ne aveva m eno l anno passato che uguanno. E p p u re io avrei desiderato che di questo tu gli avessi m edicato la te s ta , anzi che r ie m pirgliela di cose che a noi non im p ortan o nulla, e che egli ogni giorno ci ripete quando siamo a tavola: come a dire che un coc codrillo avendo rapito un fanciullo, prom etteva di re n d erlo al p adre se gli avesse risposte non so che storie : o pure che q ua nd o giorno necessario che non sia notte. Talvolta il galantuomo ci fa nascer le c o r n a , non so come ravvolgendo e raggom ito lando il disc o rso : noi ne ridiam o ; e m assim e q u a n d egli tu randosi le orecchie , va strolagando tutto solo, e ripetendo certi stran i nom i, abito, facolt, com prcnsivit, fa n ta s ia , ed altrettali. L udim m o dire an co ra che Dio non in cielo, m a sparso p e r tu tt o , nei legni, nelle p ietre , negli anim ali, e per sino nelle cose imm onde. E dicendogli la m ad re che queste sono pa zz ie, egli d e rid e n d ola, rispose : D a.queste pazzie im p a ro che io solo son ricc o , io solo sou r e , e tutti gli altri sono omiciattoli e spazzature a petto a m e . Cosi disse quelluomo : odi o r a , o E rm o tim o , che risposta diede quel vecchio senno di filosofo : Se egli non fosse venuto -da me, disse, non pensi tu c h egli avrebbe fatte rovine pi g r a n d i n e ci sa ria capitato in m an o al b o ia? La filosofia gli ha messo un freno, e u n po di rossore in visp; e per pi te m p e r a to , e s o p p o r ta b ile , perch si vergogna a m ostrarsi indegno della veste e del nome che gli stanno addosso; e che col tem po ve lo r e n d era n n o un a coppa d oro. Onde io m erito , a ncorch non gli avessi inse gnato il m eglio, di aver la paga d a v o i, alm eno p e r le cose che ei non h a fatte, avendo rispetto alla filosofia. Anche le m am m e e le balie dicono cosi q ua nd o m an d a n o i b im b i alla scuola: Se non vi possono im p a ra r niente di b u o n o , alm eno no n faran niente d i m ale stan do col. Ma a m e p are di av ere adem piuto allobbligo m io : e tu prendi teco u n uomo che sap pia di filosofia, vieni d im an i d a m e, e vedrai come il giovane d im a n d a , com e risponde, q uan te cose ha im parate, q u a n ti libri h a letto intorno ai sillogismi, agli assiomi, alla comprensivit,

48

ERMOTIMO'.

al decoro , e a tante altre bolle cose. Se poi ha b attuta la m a d r e , e rapita una fa n ciu lla , che vi posso fare io ? voi non m avete fatto suo pedagogo. Questo disse il vecchio intorno alla filosofia. Dirai anche tu , o E rm o tim o , che dobbiam o star contenti a filosofare col solo fine di non far niente di gran male? o pure con altre speranze ci m ettem m o a filoso fare, non per p o rtare addosso un po di v ern ice che ci distinguesse dal volgo ignorante? Neppure a questo mi rispondi ? E rm otim o. E che ti posso r i s p o n d e r e t e no n che quasi mi vengon le lagrim e? tanto mi ha toccato la verit del tuo d i scorso! e mi duole, misero a m e, di quanto tempo ho p e rd u to , e d e gran danari che ho gittati con tante fatiche .vane. O ra si, come risvegliato da tinubbriachezza, vedo d i c h e m in n a m o ra i, e pe r che tanto mi affaticai. Licino. Ma che p r il p ia n to , o amico mio? Esopo cont u n a bella favola. Un uomo seduto sul lido dove frangeva il m a r e , annoverava le on d e : ed avendo sbagliato il conto, se ne stava tutto mesto senza saper che si fare: finch gli si ac cost u n a donnoletta, e dissegli: Perch t affanni? comincia ad a n noverar da q u esta, e lascia le passate. Anche tu d u n q u e , se cosi ti p a r e , farai meglio per lavvenire a vivere come tutti gli altri uom ini, non perderti dietro vane e strane spe r a n z e , e non vergognarti, giacch hai fatto senno, c h e , es sendo gi vecchio, m uti studi e via p e r an dare al meglio. T utte queste cose non c red e re, o amico m io , che io ho voluto dir tele per male che io voglia alla S to a , o per qualche privata nimicizia contro gli stoici: io ho parlato in generale: e tavrei detto lo stesso se tu fossi stato della setta di Platone o di Ari stotele, e avessi condannati gli altri in contum acia: m a per ch tu volesti essere sto ic o , il ragionam ento entrato un popi nella Stoa: m a io non l ho affatto con essa. Erm otim o. Ben dici. Da questo momento io vo a m utare veste ed aspetto. T ra b re v e non mi vedrai pi con questa b a r b a ispida e lunga; non pi far vita rigida e m alinconica, m a lieta e libera: tosto mi rivestir di p o r p o r a , affinch tutti veggano che io non mi c uro pi u n fico di queste baie. Ed oh potessi vomitare tutto quello che mi han fatto ingozzare? mi p a r rebbe dolce a bere anche l elleboro per il contrario di quello

ERMOTIMO.

49

che vuole Crisippo, per non ricordarm i pi di quanto m han detto. A te poi io rendo infinite grazie, o Licino, che m entre io ero traportato da torbida e veloce fium ana, e m ero abban d on ato alla c o rren te, tu-me n hai tratto fuore, sopraggiungendo come u n dio in u n a tragedia a scioglierne il nodo. Io credo che far bene a ra d erm i il capo come gli scampati d a n aufragio, ed a botarm i oggi stesso, che u n a si fitta caligine mi si tolta d i nanzi dagli occhi. P e r l avvenire se incontrer u n filosofo, anche a caso per via, volter le spalle, e fuggir come dai cani a rrabb iati.

LUCIANO. 2 .

50

XXI.

ERODOTO,
O AEZ IO N E.

Im itare i pregi di Erodoto, non dico tutti (ch saria toc care il cielo col dito), m a qualcuno dei tanti che ei n h a , co me o la venust del d ir e , o l a sua arm o n ia, o la schietta e na tiva soavit gio n ic a , o la ricchezza dei pensieri, o altra delle mille bellezze che egli h a tu tte , saria sperare anche troppo: m a ci che egli fece con la sua sto ria, e come in breve d i venne chiaro in ogni p arte t r a i G r e i, ed io , e tu , ed altri possiamo imitare. Navigando dalla Caria suo paese natio verso la Grecia, pensava tra s come al pi presto e pi spedita mente divenire illustre e celebrato egli e la sua storia. A ndare attorno e leggerla ora agli Ateniesi, ora ai Corintii, poi agli A rgivi, poi ai Lacedemoni gli parve fatica lunga, e da spen dervi molto tempo. Pens d u n q u e di non ispargersi, di non and are racim olando e raggruzzolando qua e l un po di fama; m a se gli venisse fatto di cogliere tutti i Greci uniti insieme. S avvicinano i grandi giuochi olimpici; ed Erodoto stimando venirgli P occasione d a lui desid erata, aspetta l ad unanza pie n a; e poi che d ogni parte vi si fu raccolto il fiore dei G reci, presentasi dietro il tempio non come spettatore m a come com battitore nei giuochi; e recitando le sue istorie enppi di tanto diletto gli ascoltatori che i suoi nove libri furono chiam ati le nove Muse. Cos d unque ei fu conosciuto da tutti *pi che gli stessi vincitori dei giuochi: non v era persona che non avesse udito il nome d Erodoto: chi aveva udito lui in Olimpia, chi ne aveva udito p arlare dai venuti di l: e se egli p u r com p a riv a , era mostrato a dito, e dicevano: Questi quell Ero-

ERODOTO.

51

doto che scrisse la guerra persiana in gionio, quegli cho cant le nostre vittorie. Tale frutto egli ottenne della sua sto ria : in una sola adu n anza ebbe il com une suffragio della G re cia , e fu gridato non da un banditore solo , m a da q uanti 1 udirono, e poi lo buccinarono ciascuno nella sua citt. Appresso si co nobbe che questa era una via breve p e r venire in fama; ed Ippia il sofista di Elide, e Prodico di Ceo, ed Anassim ene di Ch io, e Polo d Agrigento, ed altri parecchi recitarono sem pre le loro opere in quell ad u n an z a, e cos tosto d iventarono ce lebri. Ma a che vi parlo io di quei vecchi sofisti, e storici, e r e to ri, qu ando ultim am ente il pittore A e z io n e , avend o dipinto le nozze di Rossane e di Alessandro, port il q u a d ro in Olim pia per farlo vedere; e questo piacque tanto a Prossenide, al lora sovraintendeute de giuochi; che si f genero Aezione? E che v e ra di s m irabile in quella p ittu ra , d im a nd e r talu no , che spinse Prossenide a da r la figliuola in moglie ad Aezione, che p u r non e ra del suo paese? Il q u ad ro in Ita lia , io l ho ved uto , ond o posso anche parlarvene. dipinto un talamo bellissim o, ed u n letto nuziale: Rossane se d u ta , venustis simo fiore verginale, con gli occhi a te r r a , e vergognosa d Ales sandro che l dinanzi. Ridenti amorini le sono d in to r n o : uno di dietro le scopre il capo dal velo, e l addita allo spos: un a ltro , come gentil valletto, le toglie una scarpetta d un piede, ch ella gi per corcarsi: u n altro am orino preso Alessandro alla clam ide, lo trae verso R ossane, e si ve d e lo sforzo che ei fa nel tirare. Il re porge u n a corona alla fanciul la. Compagno e pronubo Efestione gli sta vicino, tenendo in mano u n a face accesa, ed appoggiandosi ad u n bellissimo gar zonetto, che forse Imeneo. In un altro piano del qu a d ro al tri amorini scherzano con le arm i di A lessan dro , du e p ortano la sua lan c ia, imitando i facchini q uando portano una trave pesante: due a ltri, messosi uno a se d e re 1su lo scudo in atto da r e , lo trascin an o , tira n d o lo scudo p e r lo corregge: ed un altro ficcatosi nella corazza che giace per terra, pare vi si sia a p piattato per fare un bau ed una paura a quelli che trascinano lo scudo q u a n d o gli ve rran n o vicino. Non li dipinse pe r ischerzo n per capriccio Aezione, m a volle indicare 1 am ore

ERO DOTO.

di Alessandro p e r la g u e rra, e come, mentre ama Rossane, non si dim entica delle arm i. E questo fu un q u ad ro veramente nu ziale, perch conchiuse il maritaggio fra Aezione e la figliuola di Prossenide; le nozze del pittore furono un fuordopera di quelle d Alessandro. Il re gli fece d a paraninfo; e premio delle nozze dipinte furono le nozze vere. Erodoto adu n qu e (per rito rn a re a lui) credette bastare l adu n anza d Olimpia a fare a m m irare dai Greci uno storico, che n arrasse, come egli fece, le greche vittorie. Ed io, deh! per Giove protettore dell amicizia, non mi tenete per pazzo, n che io voglia parag o nare lo mie baie con gli scritti di quel valente u o m o , io vi dico che a me incontrato un caso si mile al suo. Quando la prim a volta arrivai in M acedonia, pen savo tra m e che cosa dovessi fare; ed avevo lo stesso deside rio di farmi conoscere, e d a r saggio di me a moltissimi dei Macedoni. Viaggiare un ann o , e trattenerm i alquanto in cia scuna citt non mi parve cosa facile : m a se aspettassi questa vostra ad u n an z a, e mi presentassi a leggervi un mio discorso, i potrei cos venire a capo del mio disegno. Ora eccovi qni raccolti q uanti siete il fiore d ogni citt ed il senno di tutti i Macedoni, ed in un a citt nobilissim a, altro che Pisa con quelle viuzze strette, quelle te n d e , quelle b aracche, e quel caldo che ti soffo ca. Qui non convenuta u n accozzaglia di gente d ogni rism a, vaga soltanto dello spettacolo degli atleti, e che ascolta Erodoto p e r non avere che fare; m a re to ri, sto r ic i, sofisti specchiatissimi: onde la condizione m ia non mi p are molto inferiore a quella degli Olimpionici. Se voi vorrete paragonar me ad u n Polidamante, ad un Glauco, ad un Milone, certam ente mi terrete un audace tem erario: m a se dim enti candovi affatto di quelli, riguarderete me solo come io son fatto, forse non vi parr di m eritare le frustate, perch mi son messo a questo gran cim ento: ed io non voglio altro.

53

XXII.
Z E V S I ,
0 A NTI OC O.

Giorni fa poi ch io vi diedi quel saggio d e lo q u e n z a, e m e ne tornavo a c as a, mi si accostarono parecchi che mi ave vano udito (oh! credo che posso liberam ente p a r la r di questo con voi che gi mi siete amici), mi si acco staro n o, e presomi p e r m ano si congratulavano m e c o , e se ne m ostravano m a r a vigliati. Accompagnandom i pe r molto tempo, chi di qua chi di l, esclam avano e mi lodavano, sino a farmi arrossire di quelle lodi che erano tro p p e, ed io non le m eritavo. L a pi g ra n cosa p e r loro, ed alla quale tutti a p p lau div ano , e ra u n a , la m a niera di scrivere tutta nuova e bizzarra. Anzi voglio ripetervi proprio le loro parole: Che n o v it ! Per Ercole, che mirabile diceria! Che facile inventore! Chi patria dire cose p i b izza r re ! E molte altre simiglianti ne dicev an o , secondo che c ia scuno e ra stato-colpito nell ascoltare : ch quale altra cagione avriano avuto di m en tire, e di a du la r cosi un forestiere, che pe r loro non uri uomo di gran conto in tu tt altro? Ma io, a dirvi il vero, sentivo non poco dispetto a quelle lodi; e poi che in fine se n andarono ed io rimasi solo, pensavo tra m e : D unque questo solo di bello nelle cose m ie , che non sono ciarpe vecchie, che non rob a u sa ta? e di parole acconce e collocate secondo la regola degli a n tic h i, e di acutezza di pensieri, e di certo fine accorg im en to, e di grazie attich e , e di a rm o n ia , e di ogni altro artifizio non ce n nulla affatto? sesno, costoro non a v rebb ero tralasciato questo, e lodata la m an ie ra nuova e b izzarra. I o , sciocco me! credevo che quando si sbracciavano a lodarmi erano stati dilettati appunto

54

ZEUSI.

da questo : credevo che vero, si, il detto d Omero che Can zone nuova piace sempre, m a sino ad un certo p u n to: che non si deve attrib u ire molto n tutto alla novit, la quale non al tro che un p o di frangia che p ure ad orn a; m a che le cose lo date ed applaudito dagli ascoltatori eran o quelle che di cevo: onde m ero tutto ringalluzzito, ed ebbi la tentazione di credere alle loro parole, che io sono l unico e solo scrit tore tra i G reci, e cotali altre ciance. Ma, come dice il pro v erbio, il mio tesoro stato carbo n i: e per poco non mi hanno lodato come si loda un cerretano. A questo proposito voglio contarvi ci che avvenne al pittore Zeusi. Quel principe dei pittori non dipingeva subbietti comuni e volgari, o alm eno pochissim i, m a e ro i, d e i, b a tta glie: sem pre tentava di far cose nuove, e q u an d o aveva for mato qualche nuovo e peregrino concetto, lin ca rn av a con tutta la cura e la perfezione dell arte. F r a le altre sue ardite inven zioni Zeusi dipinse u n a centaura che latta due centaurefti ge melli. Una copia di questo q u a d ro in Atene, ed ritratta con esattissima diligenza: l originale si dice che d a Siila ge nerale rom ano fu m andato con altre opere d arte in Italia; e che presso la Malea la b a rc a affond, si perdette ogni cosa, ed anche quel quad ro. Io ho veduto l imm agine di quella im m ag in e , e ve la voglio descrivere come posso: non gi che m intenda di pittu ra io , ma avendola di fresco v e d u ta nello studio d un pittore in A tene, 1 ho anco ra innanzi agli occhi: e la g ra n maraviglia che mi fece allora quell opera d a rte , forse o ra m aiuta a descriverla meglio. Sovra u n bel prato v erde sta la centaura con tutta la parte di cavalla giacente a t e r r a , e i pi di dietro distesi : la p arte di d on n a si solleva e si appoggia sul gom ito: i pi d avanti non sono anche distesi, come sarieno se ella giacesse sovra un fianco, m a l uno di scorcio, ed essendo piegato il ginocchio, m ostra 1 unghia di sotto; 1 altro sta teso e ponta su la terra , come fanno i cavalli q u a n d o si rialzano. Dei d u e piccini tiene u no fra le b ra c c ia , e lo latta a m odo um ano porgendogli la m am m ella di do nn a: tiene laltro alla poppa di cavalla al m o do dei p uledri. Nella pa rte superiore del q u a d r o , come da una v e detta, u n c en ta u ro , che certam ente il m arito di colei

ZEUSI.

55

che latta quei due g em elli, s affaccia so rrid e n te : non co m p a ri sce tutto, m a sino alia met del cavallo: e tenendo nella m ano destra un lioncellolo leva in alto , come p e r ischerzo ad ispaurire i piccini. Le altre parti di questa p ittu r a , che a noi igno ranti dell arte non compariscono affatto , e che pure ne for m ano tutto il pregio, come a dire la correzione delle l i n e e , la mescolanza de colori, quei tocchi m aestri che d a n n o il ri liev o , l o m b ra re .conveniente, la proporzione, la sim m etria delle p a r ti , l arm onia del tu tto , sieno lodate dai p itto r i, che d ebbono intendersi di queste cose. P e r m e , i o lodai special m ente questo in Zeusi, che in un solo subbietto sfoggi gra n d e e svariata ricchezza d arte : fece il m arito assai terribile e 6ero , con la chiom a rabbuffata, tutto peloso non pure la p a rte del cavallo m a quella d uomo a n co ra , le spallacce la rg h e , e un v olto , bench rid en te , tutto feroce salvatico e crudele. Cosi il maschio. La femmina poi ha u n a met del corpo di u n a bellissima p uled ra di T essaglia, di quelle non an co ra dom ate ed in tatte; e l altra met di bellissima d o n n a , tran n e le o rec chie, che sono come quelle dei satiri: m a lunione e il mesco lam ento dei due corp i, dove la d o n n a si congiunge e si confonde con la cavalla, cosi dolce ed insensibile, e cosi 1 una si t r a m u ta nella ltr a , che locchio non si accorge del trapasso. E quei centauretti,che q u a n tu n q u e piccini pure sonosalvatici, q u a n tu n que tenerelli p ure hanno gi del terrib ile , mi parvero m irabili: che m en tre bam binescam ente rig u ard a n o al lioncino, ciascuno si tiene ab b ran c ato alla m am m ella s u a , e si stringe alla m ad re . Messo a d un q ue in m ostra questo q u a dro , Zeusi si pensava di fare g ran colpo negli spettatori con un tale m iracolo d arte. E veram ente subito levarono u n grido. E come n o , so e ra un o spettacolo bellissimo? Ma tutti lodavano, come test facevano anche a m e , l invenzione p e r e g r in a , e la m aniera tutta nuova e sconosciuta agli antichi. Onde Zeusi vedendo che bad avan o solamente alla n o v it , e non all a rte , ed alla squisitezza del lavoro: Via, o Miccione, disso al discepolo, ricopri il q u a d ro : pigliatelo e porttelo a casa; perch costoro lodano soltanto la creta dell arte nostra: delle vere bellezze dell a rte non ten gono conto, e stim ano pi novit che bont. Cosi Zeusi: e forse gli mont troppo la stizza.

56

z e u s i.

Ad Antioco, cognominato il S alvatore, dicesi che avvenne un fatto simile nella battaglia contro i Galati. Se volete, vi n a rrer anche questo come fu. Sapendo Antioco che i Galati erano valorosi, e vedendoli in grandissim o n u m er o , e la fa lange ben com patta, con in fronte gli scud ati e loricati di r a m e , e profonda ven tiqu attro uo m ini, alle due ali ventimila c av a lli, e nel mezzo postati per iscagliarsi ottanta carri falca t i, e du e tante bighe; vedendo tutto questo apparato disperava del fatto s u o , e li teneva per invincibili. G iacch egli, raccolto in fretta un esercito, senza i p reparam enti necessari a si gran g u e rra, con'duceva pochissime genti, la pi pa rte a rm a ti di ta r g h e , e fanti leggieri; anzi pi che mezzo l esercito era di que sti, fanti mezzo n u d i; ond ei gi pensava di venire a p a tti, e tro vare un modo di uscir della guerra o noratam ente. Ma essen do con lui Teodoto di R o d i , uomo prode e pratico di guerre, gli diede anim o e consiglio. Antioco aveva sedici elefanti : Teodoto com and di tenerli nascosti quanto era possibile, si che il nemi co non li vedesse soprastare allesercito; che qu ando si darebbe negl istrum enti e si verrebbe alle m an i, e la cavalleria nem ica si lancerebbe a ll'a ssa lto , e la falange dei Galati s ap rirebb e p e r lasciar passare i carri falcati, allora q ua ttro elefanti e q u at tro a nderebbero contro la cavalleria alle due a li, ed otto con tro i carri e le bighe. Se questo sa r eseguito a p u n to , ei di c e v a , i cavalli si s p a u rira n n o , e fuggendo si rovesceranno su i Galati. E cosi avvenne. Ch non avendo mai veduto elefanti n i Galati n i loro cavalli, tanto atterriro no a quella nuova vi s ta , che ancora da lungi udendoli b a r r ir e , e vedendo quei neri bestioni coi denti d ig rign a ti, venir con le proboscidi levate p e r p e rcuo tere , p rim a di s c a g lia rei d a r d i , ripiegandosi disor dinatam en te fuggirono. I fanti si ferivano t r a loro m ede sim i, ed erano calpestati dai cavalli c h e a furia gl investi vano: i carri rivolti anch essi e trapo rtati in dietro m e navano non poca stra g e, e come dice Omero, facevano gran fragore e rovina: ch i cavalli sviati e spauriti dagli elefanti, gittati gi i c o c c h ie ri, andavano q u a e l sbattendo i vuoti cocchi, i quali tagliavano e stracciavano con le falci quanti deloro incontravano; e in quello scompiglio ci capitarono mol ti. Inseguivano gli elefanti c alp estan do , afferrando gli uomini

ZEUSI.

57

con le proboscidi e lanciandoli in a lto , lacerandoli coi denti: insom ma essi con quel che fecero diedero la vitto ria ad An tioco. La strage fu g rande: e dei Galati molti m oriron o , alcuni furono p re si, pochi scam parono con la fuga nelle m ontagne. I Macedoni di Antioco cantarono v ittoria, ed affollandosi in torno al re gli offerivano c o ro n e, e lo gridavano gran capitano. Ma egli con le lagrime agli occhi disse loro: V ergognam oci, o com m ilitoni, che dobbiam o la nostra salvezza a queste sedici belve. Se i nemici non si fossero atterriti del nuovo spettacolo, che eravam noi per loro? E volle che sul trofeo si scolpisse non altro che un solo elefante. Ora io considero che il caso mio simile a quello d A n tioco: p e r vincere la battaglia non ci vuole altro che pochi elefanti, spauracchi stra n i, g ettar polvere negli occhi: le cose in cui io fidavo non sono tenute in nessun conto. u n a centaura dipinta: questo solo fa colpo, questo pare, come , una novit, una maraviglia. E tu tt altro a d un q ue fatica persa p e r Zeusi? Persa n o : cli voi siete pitto ri, avete l occhio dell a r te, e niente vi sfugge. O h , fossero le cose mie p u r degne d es sere recitate in teatro.

58

XXIII.

A R TUO N I DE.

Arm onide il flautista dim and u n a volta a Timoteo suo m aestro: Dim m i, o Tim oteo, per qual modo io potrei divenir glorioso nell arte? e che dovrei fare per essere conosciuto da tutti i Greci? Tu mi hai insegnate molte cose, ed io te ne so grado : tenere il flauto acconciam ente, soffiar nella linguetta con certa dolcezza e m odulazione, m uover le d ita con garbo nello spesso levarle ed a b b assarle, and are a battu ta, accor darsi coi canti del c o r o , e se rb a re la propriet di ciascun m o d o , la forza del frigio, il furore del lidio, la gravit del dori co , la gentilezza del gionico. T utto questo io lho im parato da te , m a la cosa maggiore, e p e r la quale io m invogliai della r t e , io non vedo an co ra come potr conseguirla, il divenire illustre fra m o lti, lessere celebrato nel popolo, l essere mo strato a dito, e quando io comparisco tutti volgersi a m e , e dire: Questi quell Arm onide, quel bravo fla u tista : come in tervenne a te, o T im oteo, q uando venuto fresco di Beozia, tua p a tria , imitasti il canto del rosignolo nella P a n d i o n id e ; 1 e fosti dichiarato vincitore nell Aiace furioso, per aver saputo esprim ere il furore col su o n o .2 Oh, allora tutti seppero il no-

1 La Pandionide. Credo un dramma nel quale si rappresenta va il caso di Filomela e di Progne figliuole di Pandione. 1 Questo passo ha molte lezioni ed interpetrazioni: io leggo: jag>- . vfxov ai 7roi-r)<7avTos t jasXos, avendo tu fatta la melodia omonima., la melodia dello stesso nome, cio anche furiosa. Propongo questa lezione, perch la comune mi pare non abbia senso : Avendo il tuo omonimo fatta la melodia, cio un uomo del tuo nome fece la musica, e tu vincesti. In due codici della Laurenziana ho trovato scritto cosi : toO ofxojvOp.ov uot TrorftravTos t ps'Xoc. Questa lezione pi oscura: onde io sto saldo alla mia proposta , che spero p arr ragionevole e sar accettata.

ARMONIDE.

59

me di Timoteo di Tebe : ed anche ora, dovunque ti mostri, tutti c orrono a t e , come gli uccelli alla civetta. Questa la cosa per la quale io desiderai di divenir flautista, e sostenni tante fati che: ch io non vorrei essere perfettissimo nell a rte , senza gloria e senza fama, neppure se dovessi essere u n Marsia o un Olimpo ignoto. Ch non utile a niente m usica che non si sen te, dice il proverbio. Ora tu insegnami anche questo, che cosa debbo aggiungere all arte pe r venire in fama: e cosi ti sar doppiamente obbligato, e pe r l arte che mi hai d a ta , e pi pe r la gloria che n avr. ' E Timoteo gli rispose : 0 Armonide, tu sei vago di non piccola cosa, di lode, di gloria, di essere celebrato e cono sciuto da moltissimi. Ma se vuoi ottener questo presentan doti cosi alla moltitudine, e m ostrando pruove del tuo valore, tieni u n a via lunga, e neppure cos sarai conosciuto d a tutti : ch dove si troveria teatro o circo s grande da potervi sonare innanzi a tutti i G reci? Acciocch dunque tu venga in fama ed a capo d e tuoi desiderii, ti dar io un consiglio. Suona pure nei teatri talvolta, ma curati poco degli applausi del volgo. La v ia pi breve e facile alla gloria questa. Scegli pochi tra iG re c i, m a i m igliori, i p rim i, i pi specchiati, nel cui giudi zio, favorevole o disfa vorevole che s i a , puoi c onfidare, ed innanzi ad essi fa pru o v a di s o n a r e : se essi ti l o d e r a n n o , tieni per fermo che brevem ente sarai conosciuto a tutti i Greci. E d ecco come. Se costoro, che sono conosciuti ed a m m irati da tu tti, conosceranno che tu sei un valente flautista, che biso gno hai della moltitudine che segue sem pre chi h a miglior giudizio? L a moltitudine non sa di finezze, son quasi tutti ar tigiani ; e quando vedono uno lodato dai g r a n d i , credono che sia lodato non senza ragion e, onde a nch essi lo lodano. Anche nei giuochi molti spettatori sanno quando applaudire o fischia re; m a quelli che giudicano son sette, o otto, o poco pi. 11 povero Armonido non pot valersi di questo consiglio, perch, si d i c e , sonando la prim a volta a g a r a , e sforzandosi di troppo pe r non essere sgarato, spir col flauto in m an o , e senza corona si mori su la scena : e quella fu la prim a e lul tim a volta che ei son nelle Dionisiache. Intanto il consiglio di Tim oteo a m e pare che fu dato non ai soli flautisti n al solo

co

ARMONIDE.

A rm onide, ma a quanti desiderano gloria, e dando qualche pubblico saggio dellarte loro, vogliono la lode popolare. Ed io, q ua ndo anch io ebbi questo pe nsiero, e cercai come subito acquistar f a m a , andavo considerando, secondo il consiglio di Tim oteo, chi fosse il migliore di questa citt, in cui tutti con fidassero , e che mi valesse pe r tutti. E costui dovevi essere tu pe r tutte le r a g io n i , ch sei specchio di ogni virt, e regola agli altri 'in queste cose. Pensavo se io mostrassi a te le cose m ie , e tu le lodassi (ed oh! potessero parerti lodabili! ) non avrei pi che desiderare , otterrei tutti i suffragi in uno solo. E chi altro io poteva preferire a t e , e non esser tenuto pazzo? A dire che mi confidavo in un solo uomo pareva c ome m et termi ad uno sbaraglio: m a in verit poi e ra come un recitare i miei discorsi innanzi a tutto il m ondo, perch tu solo mi valevi pi di ciascuno e pi di tutti insieme. I r e di Sparta danno ciascuno due suffragi, quando ogni altro ne d u n o : tu di ancora quello degli efori e degli anziani : insomma tu nella dottrina puoi dare pi suffragi di tutti gli a l t r i , special mente perch getti nell urna sempre la palla bianca e salva tric e , il che mi d anim o in questa ard ita im p r e s a , che mi fa giustam ente temere. E m inanimisce ancora il pensiero che io sono di tale citt che t u , q u a n d eri privato, beneficasti, ed ora che sei in uffzio, sguiti a beneficare con t u t t a l a nazione. Onde se ora m entre io parlo i voti inclinano al peggio, se le palle bianche sono pi poch e, tu aggiungivi il voto di Miner v a , compi il numero m ancante, ed anche in questo sii un ve race correttore. A me non basta che gi molti mi amm irarono, che ho gi qualche fama, che i miei discorsi sono lodati da chi li ascolta: son tutti sogni che vanno col vento, sono om bre di lodi quelle. L a v erit sa r chiarita adesso : questo sar il gran punto per m e; e non si potr pi dubitare se io , per tuo giu dizio, dovr esser tenuto ottimo in do ttrin a , o di t u tti.............. m a non voglio dir parole m alagurose, cim entandomi in questa gara. Deh, fate, o D ei, che io paia degno di c o n to , e confer mate la lode che altri m h a data ; acciocch per lavvenire io con fiducia mi presenti in pubblico : ch nessuno stadio fa pi paura a chi ha vinto nei gran giuochi olimpici.

IL PROTE T T OR D E L FO R E STIER E.

Non fu Anacarsi il primo che venne di Scizia in Atene pe r desiderio della gentilezza greca; m a p rim a di lui fu Tos sari , savio uomo e vago di conoscere le belle cose, e le buone istituzioni ; non di stirpe reale, n di nobili in c a p p e lla ti,1 m a popolano scita, e di quelli che sono chiamati ottopi, cio p adrone di due buoi e d un solo carro. Questo Tossari non torn pi in Scizia, m a si m ori in Atene: e non guari dopo gli Ateniesi lo tennero come e roe, ed ora offrono sacrifizi al Medico forestiero: c h , divenuto eroe, s acquist quest altro titolo. P erch lo chiam arono cosi, perch lo annoverarono tra gli eroi e tra i figliuoli di E sculapio, forse non soverchio raccontare; affinch sappiate che non solo gli Sciti a casa loro usano d im m ortalare gli uomini e m andarli dal loro Z am olchi, m a anche gli Ateniesi possono indiare gli Sciti in Grecia. Al tempo della peste gra n d e la moglie di Architele l areopagita sogn che le compari questo Scita, e le comand di dire agli Ateniesi che per far cessare la peste dovevano spruzzar molto vino pe r le vie della citt. Fatto questo molte volte (gli Atniesi che udiron la cosa non la trascurarono), non ci fu peste p i : sia perch l odore del vino purific la ria infetta, sia per altra cagione conosciuta d a Tossari, che come dottore in m edicina prescrisse quel rimedio. Oggi ei riceve ancra il prem io di quella guarigione , gli sacrificato u n cavallo bianco sul m onum ento, dove Demeneta addit che egli, e ra uscito e le aveva fatta quella prescrizione del vino. Fu tro1 11 p o r t a r c a p p e ll o e r a s e g n o di n o b il t Tra gli Sciti.
l U C l AK O .

2.

62

LO SCITA .

vato che quivi e ra sepolto T o s s a r i , e fu riconosciuto ad una iscrizione che p u r non appariva tutta intera; e pi perch su la colonna era scolpito uno Scita che nella destra m ano teneva u n arco teso, e nella sinistra una cosa, come un libro. Anche oggi se ne vede pi che m ezzo, tutto l a r c o , ed il libro ; ma la parte superiore della colonna e la faccia ro tta e guasta dal tempo. Sta non lungi dal D ipilo, a sinistra q ua ndo si va all A cadem ia u n tumolo non molto g r a n d e , e la colonna rovesciata , m a sempre coronata di fiori : e dicono che egli h a risanati molti dalla febbre, ed io lo credo bene perch egli un a volta risan la citt tuttaquanta. Ora questo Tossari viveva ancora quando Anacarsi sba r cato di fresco, saliva dal P i r e o , e come forestiero e ba rbaro tutto turbato alla nuova vista , ed intronato a tanti r u m o r i , non sapeva che si fare. S accorgeva che la gente che lo g ua r dava lo deridevano pe r le vesti che ei p ortava, non trovava uno c he conoscesse la sua l i n g u a , onde e ra pentito di aver fatto quel v ia g g io , e s e ra determ inato di p u r vedere Atene, e subito t o r n a r s i , rim b a rc a r si, e rifar vela pel Bosforo, donde non gli era lungo il cammino per casa sua tra gli Sciti. Stando cosi A n a c a r s i , gli viene incontro, proprio c ome un buon ge n io , Tossari appunto nel Ceramico. Egli riconobbe la veste del suo paese; ed anche poteva conoscere facilmente Anacarsi, che e ra di nobilissimo legnaggio, e dei prim i t ra gli S c iti:m a Anacarsi come avria potuto riconoscer lui vestito alla greca, con la b a r b a rasa, senza scim itarra a c in t o l a , che al parlare ed alle m aniere pa rev a nato nell A ttic a ? T anto egli e ra m u tato dal tempo. Tossari a dunque parlandogli scita: Non sei tu, disse , Anacarsi di Deuceto? Pianse di gioia Anacarsi a tro vare uno che parlava la sua lingua, e conosceva chi egli e ra t r a gli Sciti; onde rispose : E tu come mi c o n o sc i, o forestier ? E quegli : Sono anch io del tuo paese , e mi c hiam o Tos sari : non son nobile, per forse non mi puoi conoscere. O h, se tu quel Tossari del quale ho udito p arlare; come un Tos sari per amore della G re cia , lasciando la moglie in Scizia e i figliuoletti, se n and in Atene, e quivi ora vive onorato dai pi valenti uomini ? Son io , rispose; se tra voi si parla ancora di m e . O r sappi, disse Anacarsi, che io sono tuo d i

LO SCITA.

63

scepolo, e tuo rivale nell amore che t innam or di vedere la Grecia. Questo il negozio che m ha fatto p a r t i r e , e ve nir q u i , e sostener mille fatiche fra tante genti. P u re se non mi fossi scontrato iri te, ero gi deciso, p rim a di cadere il sole, di rim b a rc arm i : tanto m ero turbato vedendom i in un m ondo tutto nuovo e sconosciuto. Ma d e h , per la Sc im itarra e per Zamolchi nostri iddii, siimi tu g u id a , o T ossari, e m ostram i quanto di bello in Atene p rim a , e poi in tutta G re c ia , le migliori leggi, gli uom ini pi v a l e n t i , i c ostum i, le solennit, la vita che qui si m ena, il governo, e tutte le altre cose , pe r le quali t u , ed io dopo di te, facemmo tan ta v ia; e non volere che io me ne torni senza averle vedute. Cotesto non p a r lare da in n am o ra to , rispose T ossari: ve nir sino alla porta , e tornarsene indietro. Ma facuore : tu non te ne a n d e r a i , come dicevi, n questa citt le ne farebbe a n d a r facilmente : ella ha tante altrattive pei forestieri da non farti rico rd a r pi n di m o glie n di figliuoli, se n hai. O ra pe r ve d er subito tutta Atene, anzi tutta Grecia ed il fior fiore dei G r e c i , ti suggerir io un mezzo. qui un sapiente u o m o , paesano s i, m a che ha viag giato assai in Asia ed in E gitto, e conosciuto molti savi uo mini : ei non ric c o , anzi poverissimo: v edrai un vecchio cosi vestito alla b u o n a , m a pe r la sapienza e le altre virt sue lo teng o n o 'in s grande o n ore , che lo hanno fatto legislatore ed ordinatore della c it t , e vivono secondo le sue leggi. Se costui ti acquisterai p e r am ic o, e conoscerai che uomo egli , faconto che in lui tu avrai tutta la G re c ia , e saprai il meglio che qui pu sapersi. O nde io non potrei farti un dono m ag gior o che presentarti a lui. D unque non indugia m o, o Tos s a ri, rispose A n a c a rsi; conducimi a lui. Ma io temo che egli sia di difficile accesso, e tenga poco conto della tua racc o m a n dazione pe r me. Oh a ltro , disse quegli : io so di fargli un gran dono a porgergli l occasione di beneficare un forestiero. Vieni con m e, e vedrai quanto rispetto egli h a pe fo re stie r i, q ua nta cortesia-e bont. Ma eccolo : un buon genio lo m en a a noi : quegli che va pensoso e parlando tr a s. Ed avvici nandosi a Solone gli disse : Vengo a farti u n dono grandissi mo , a condurti questo forestiero che h a bisogno di amicizia. Egli sc ita , e della nostra prim a nobilt : eppure lasciando

64

LO SCITA.

li ogni cosa venuto per istarsene con voi, e vedere ci che v di pi bello in Grecia. Io gli ho trovata una scorciatoia pe r im parar tutto facilmente ed esser conosciuto dai migliori; e questa di presentarlo a te. Se io dunque ben conosco So lone, tu lo farai tuo ospite , e vero cittadino greco. E tu , o A n a c arsi, come ti dicevo test , hai veduto gi ogni cosa ve dendo Solone : questi A t e n e , questi la Grecia: tu non sei pi forestiero : ora tutti ti sa nno, tu,tti ti amano. T anto vale questo vecchio 1 Conversando con lui ti sm enticherai di tutto ci che in Scizia. Hai gi il premio del tuo v ia g g io , il fine del tuo amore. Eccoti lesempio della G re cia , lo specchio della filosofia ateniese. Tienti a d unque beatissimo che converserai con Solone , e lo avrai pe r amico. Saria lungo a dire quanto Solone si rallegr del dono , che parole rispose, e come da allora in poi vissero sempre insiem e, Solone amm aestrandolo ed insegnandogli cose bellis sim e, facendolo amico a t u t t i , presentandolo ai pi ragguar devoli t r a i Greci, e studiandosi con ogni modo di rendergli piacevole la dim ora in Grecia; ed Anacarsi am m irando la sa pienza di Solone, e non volendo mai scostare il piede da lui. Come gli aveva promesso Tossari, per un solo uomo, pel solo Solone, ei con obbe tutto in un m o m e n to , fu conosciuto da tutti e fu onorato pe r lui : ch la lode di Solone non e ra di poco peso : gli ubbidivano anche in questo come a legislatore, e quelli che erano lodati d a lui erano amati d a t u t t i , e tenuti egregi uomini. Infine il solo Anacarsi fra i b a rb a ri fu iniziato, e fatto cittad in o , se si deve credere a Teosseno, che scrisse questo intorno a lui: e forse non saria pi tornato in Sc izia , se non fosse morto Solone. Volete ora sapere dove va a pa rare questa lunga filastrocca che v ho contata ? Ed io vi voglio d ir la cagione per la quale Anacarsi e Tossari sono venuti dalla Scizia in M acedonia, e ci han menato anche il vecchio Solone da Atene. A m e d u n que intervenne come ad Anacarsi. Ma deh, pe r le Grazie, non mi fate il viso dell a rm e per questo paragone, che io mi metta a pari con uno di sangue reale: e ra b a rb a ro anch egli come m e, e voi non potete dire che noi Siri siamo da m eno degli Sciti: n io me gli paragono per nobilt, ma per tutt altro.

LO SCITA.

Quando la prim a volta io entrai nella vostra citt, restai sor preso riguardandone la grandezza e la bellezza , la folla dei c i t t a d i n i , e la ric c hezza, e la magnificenza : o n d io era pieno di s t u p o r e , ed era fuori di me per la m araviglia, come avvenne a quel giovanetto isolano nella casa di Menelao. E cosi na tu ralm ente dovevo sentire nell anim o m io , vedendo lina citt alzata a tanta a lte z z a , e c h e ,'c o m e dice il poeta,
Fioria di lutti i beni oode fiorisce
Un a c it t a d e . .

Stando io cos, consideravo che mi dovessi fare : e da prim a pensai di darvi qualche saggio di eloquenza; ch e dove altro F avrei potuto d are , se fossi rimasto muto in tale c it t ? C er cai ( non vo' nascondere il vero) di sapere chi fossero i princi pali cittadini, ai quali a v v ic in a n d o m i, farmeli protettori ed aiutatori. E qui non un so lo , come ad A n a c a r s i , n u n b a r b a r o , qual e ra Tossari, m a moltissimi, anzi tutti, mi dissero le stesse cose con diverse parole : 0 forestiere , molti e molti buoni e bravi uomini sono nella citt nostra, n in altra ne troveresti tanti : m a gli ottimi son d u e , i quali per nobilt di lignaggio e per a u t orit vanno innanzi a tutti gli a l t r i , e p e r dottrina ed eloquenza stanno a pari con la decade ateniese.* Il favore che essi hanno dal popolo vero am ore: onde si fa ci che essi vogliono ; ed essi vogliono ci che il meglio per la citt. L a loro c o rte s i a , 1 amorevolezza che hanno pe fore stie ri, l essere in tanta grandezza non invidiati affatto, il farsi con tanto amore rispettare da tutti, lessere cos benigni a tutti ed affabili, son cose che tu stesso vedrai tra poco, e conterai ad altri. E ci che pi ti far maraviglia che sono della stessa c asa, padre e figliuolo : quello figurati di vedere un So lone, un Pericle, un A ristid e: il figliuolo, se lo v e d i, t inna m ora : alto della pe rsona , e bello d una certa virile formosit: se p u r ti parla, ti lega pe r gli orecchi, e ti m ena dove ei vuole: tanta grazia ha sulla lingua il giovanetto. La citt lo ascolta a bocca aperta quando ei presentasi a p arlam entare, come si dice che interveniva agli Ateniesi pel figliuolo di Clinia : se I dieci pi celebri oratori di
Atene .

66

LO SCITA .

non che dopo non molto tempo gli Ateniesi si pentirono di aver tanto amato Alcibiade ; e la citt n o s t r a , non solo ama questo g io v a n e , m a gi lo crede degno di reverenza : insomma il solo amore del popolo , il gran presidio di tutti questo gio vane. Se egli e suo padre ti a cc oglie ranno, e ti faranno loro a m ico, tu avrai tutta la citt : ti facciano un cenno con mano, un cenno basta, e non d u b ita r pi dei fatti tuoi. Tutti mi dicevano c o si, tutti, giuro a G io v e , se pure sta bene giurare in un discorso. E d ora che n ho le p r u o v e , quanto meno del vero vedo che mi dicevano I Convien dunque spoltrirsi e levarsi, come dice il poeta di C e o , 1 muovere tutte le s a r t e , fare e dire ogni cosa pe r acquistarci tali amici. E se questo ci v e rr f a tt o , il cielo sar s e r e n o , il vento fav o revole, il m are leggermente increspato, il porto vicino.
' Bacchillide.

67

XXV. D EL MODO D I S C R IV E R E U ST O R IA .

Si conta, o mio F ilo n e, che quei di A bdera, al tempo del re Lisim aco, furon presi d a u n a nuova m alattia. A tutti veniva u n a febbre gagliardissima fin dal cominciare e c ontinua; poi verso il settimo giorno, a chi scorreva molto sangue dal naso, a chi com pariva largo su d o re , e la febbre scioglieyasi. Ma il male travolgeva le loro menti in modo r i d i c o l o , tutti davan di volta per la tragedia, e recitavano versi giam bi, e gridavano, e specialmente declamavano ciascuno tra s V A n dromeda di E urip id e , e i versi del soliloquio di P e r s e o : sic ch tutta la citt era piena di gialli e m agri declamatori settim anali che a gran voci b e la v a n o :
T u , de; Numi e degli uomini t i r a n n o , 0 A more,

e quel che segue. La cosa dur un pezzo : finch venuto li n verno e un freddo grande li risan di quella pazzia. Della quale, io credo fu cagione A rc h ela o , famoso tragedo di quel tem po, che in mezzo a grandi bollori della state, rappresent loro l A ndrom eda in tal modo che molti nello stesso teatro furono assaliti dalla febbro , e poi che si le v a r o n o , si d ie dero a recitar tragedie, essendo rim asta fitta nella loro mente l 'A ndrom eda, e credendo ciascuno di vedersi ancora innanzi agli occhi Perseo e Medusa. Ora il caso lo stesso : l a m a lattia degli Abderiti ora venuta a molti l e t t e r a t i; .n o n di declam are tragedie (ch saria m inor male farci u d ire bei versi a ltrui), m a dacch sono cominciati questi avvenim enti, la guerra contro i b a r b a r i , la rotta in A r m e n ia , e le conti-

68

DEL MODO DI SCRIVERE LA STO RIA.

nue v i tt o r i e , 1 non ci uno che non iscriva una storia ; anzi tutti son divenuti T u c i d i d i , E r o d o t i , e Senofonti. Onde proprio vero che la guerra madre di ogni cosa, se ci h a par torito a una volta questo formicaio di storici. Ora io a ve dere e udire costoro, o amico m i o , mi sono ricordato di un tratto di Diogene. Quando si sparse la voce che Filippo ve niva ad assalire Corinto, tutti i cittadini sbigottiti si diedero nn gran fare , chi p reparava a rm i, chi portava p i e t r e , chi rifaceva le m u ra , chi rafforzava i b a s t io n i , e chi faceva una c o s a , chi u n altra. Diogene vedendo questo , e non avendo niente da fare (perch nessuno lo adoperava a niente), succiritasi la tunica, si messe con grande studio a rotolar su e gi pel Crano la botte nella quale abitava. E dimandandogli un suo conoscente: Perch fai questo, o Diogene? Rotolo anch io la bo tte , rispose, per non se m brare io solo sciope rato fra tanti affaccendati. A n c h 'io dunque , o mio F ilo n e , p e r d ir qualche parole in un tempo di tanti p a r o l a i , e non rim aner muto come le comparse nella comm edia, ho creduto bene di fare il mio potere, di rotolare la botte m ia ; ma non di scrivere u n a storia, n di raccontar fatti, ch non sono tan to a rdito, non aver questa pa ura di me. Io so bene che pe ricolo a rotolar su le pietre, specialmente questo mio botticello, che di creta e non molto fo rte , e se intoppa in qualche ciottolo, ei si rom pe, e ne dovr raccoglierei cocci. Ci che io mi son proposto, come pigliar parte nella guerra standomene al sicuro fuori la m ischia, ora te lo dir. Da questo fum o, da questonda, e da tutti i pensieri che vanno con lo scrivere, io mi terr lontano prudentem ente: io voglio dare qualche avvertimento e pochi precetti agli scrittori, pe r aiutarli nella fabbrica, e non pretendo che su l edifzio si scriva il mio nome, perch io appena con la punta delle
1 I I so lo Giulio Capito li n o n a r r a n d o i fatti di M. Aurelio e di L. V er o, p a r l a b r e v e m e n t e di q u e s t a g u e r r a c o n t r o O sr o e re d e ' P a r t i . S e v e r i a n o g e n e r a l e r o m a n o , di n az io n e C e l ta , fu v i n t o , uc c is o, e d is tr u t t o g l i l ' e s e r c i to in A r m en ia da O tr ia d e g e n e r a le de' P ar ti . Dipoi Stazio Prisco , A vi d io Cassio, e M arci o V e ro v i n s e r o i P a r ti in un a gran b atta glia pres so Eur o p o , c itt d e l la M e d ia , v e n d i c a r o n o la scon Gtta d A r m e n i a , p r e s e r o A r t a s s a t a , e p e r v e n n e r o sin o a Babi lonia. V ed i Capitolino.

DE L MODO DI SCRIVERE LA STORIA.

69

dita tocco la creta. Bench molti credano che non han bi sogno di precetti pe r questo, come non h a n bisogno di arte p e r cam m inare o g u a rd a re , o m angiare, e che scrivere una storia sia cosa a tutti facile ed agevole, purch uno sappia esprimere ci che gli viene in m ente: pure tu sa i, o amico m io, che questa non di quelle im prese che si pigliano pe r niente e si conducono con agevolezza, m a pi che gli altri componimenti vuole moltissima c u ra, s e , come dice Tucidide, si vuol fare un m onumento per l eternit. So bene che non p ersuader a m olti, anzi parr molesto ad a lc u n i, special mente a quelli che hanno gi compiuta e pubblicata la loro storia. Se essi furono lodati da chi li ascolt, saria pazzia ora a sperare che mutassero e correggessero ci che una volta fu approvato, e riposto come in aule reali. P u re anche ad essi potr giovare : se m ai avverr qualche altra guerra, o dei Celti contro i G e ti, o degl indi contro i Battri (contro noi nessuno leverebbe il c a p o , che tutti stanno cheti ed obbedienti), essi potranno m eglio comporre u n a s to r ia , applicandovi questa re gola, se loro p a rr che sia diritta : se no, seguiteran p ure a m i surare con la stessa m is u ra , il medico non si c u re r un fico che tutti gli Abderiti vorra n n o declam are l Andromeda. Un consiglio deve avere due p a r ti , deve insegnare ci che da seguire, e ci che d a fuggire; diciamo prim am ente da quali cose deve fuggire chi scrive una storia, da quali specialmente tenersi pu ro e m ondo; e dipoi che deve egli fare per non fallire la via diritta e pi b re v e , come incom incia r e , come ordinare i fatti, che m isura da re a ciascuno di essi, quali tac e re , quali esporre lungam ente, quali meglio accen n a r e , come narrarli ed u n irli; ed altrettali cose che direm o dipoi. Per ora parliamo dei vizi che stanno coi cattivi scrittori. Degli errori che sono comuni ad ogni specie di s c rittu ra , nella lingua, nell arm onia , nelle sentenze, ed ogni altra m a n canza d a rte , saria lungo a disc orrere , e non entrano nel mio argomento. Gli errori poi che si commettono nelle s t o r i e , li troverai facilmente, se avrai la pazienza che ho avuta io di prestar le orecchie ad ascoltarle tutte. Nondim eno non sar fuor di proposito ricorda rne alcuni, per dare un esempio di questa m aniera di scritture.

70

DEL MODO DI SCRIVERE L A STORIA.

E prim am ente consideriamo che gra n d e e rro re fanno molti di questi sc ritto ri, i quali invece di n a rra re i fatti a v v e n u t a s i spaziano a lodare principi e capitani, levando a cielo i nostri, gettando a terra sconvenevolmente i nemici : senza sapere che la storia distinta e separata dall encom io, vi sta un m uro di m ezzo, s o no lontani, come dicono i m usici, due ottave l una dall altro. Chi scrive un encomio h a il solo scopo di lo d are e compiacere per, qualunque modo il lodato; e se anche con la bugia vi riesce, non se ne cura: m a se una bugia anche pic cola cade nella sto ria, ella non la sopporta, come quella che i medici chiamano Pasperarteria, non sopporta qualunque bricioletta vada gi pe r essa. E pa re ancora che costoro non sappiano come altri propositi e regole ha la p oesia, ed altri la storia. Li piena l ib e r t , ed u n a sola legge, ci che piace al poeta : il qu a le invasato ed inspirato dalle Muse, ancorch voglia aggio ga te cavalli alati ad un cocchio, e faccia correre alcuni su le acque o sulle punte delle spighe, non gli si pu d ir nulla: e quando il loro Giove con u n a catena solleva e tiene sospesa la terra e d il m are , essi non temono che la si ro m p a , e l u n i verso v a d a gi in conquasso. Anzi se vogliono lodare A ga mennone non puoi impedirli che lo facciano simigliante pel capo e per gli occhi a Giove, pel petto a N ettuno, pel cinto a Marte; ch dev essere un composto di tutti gli Dei il figliuolo d Atreo e. d Aeropa, e non basta il solo Giove, o N ettuno, o Marte a dargli compiuta bellezza. Se la storia accoglie siffatte adulazioni, che altro ella diventa se non u n a poesia pedestre, priva di poetica m agniloquenza, e che senza v e rsi, per senza bellezza, racconta tante bugie? G ra n d e , anzi stra grande quest o e rrore di non distinguere ci che conviene alla storia, e c i che alla poesia, ed in tro d u rre nella storia i vezzi e gli ornamenti poetici, la favola, l e ncom io, e le altre pompose esagerazioni: come se ad u n atleta robusto, e di quelli che paion proprio q u e rc e , uno mettesse indosso una gonnella di porpora ed altri ornamenti di cortigiana, e gli dipingesse ed imbellettasse la faccia. P e r Ercole 1 come lo rend ere b b e ridi colo, come lo brutte re bbe con quello adornam ento! Non dico io gi che non si de b b a lodare nella storia talvolta, m a si deve lodare a tempo opportuno, e con certa m isura, e da non dispia

DE L MODO DI SCRIVERE LA STORIA.

71

cere agli avvenire che leggeranno, perocch in questo bisogna av er molto riguardo alla p o sterit, come dir fra poco. Coloro poi i quali credono che la storia contenga due p a r t i , il dilet tevole e l utile, e per v introducono l encomio, come quello che diletta e rallegra i leggitori, vanno assai lungi dal vero. Questa distinzione falsa perch uno il fine della sto ria,lutile, che si ottiene dal solo vero. Se vi si a g g iu n g e il dilettevole, m eglio, come la bellezza allatleta: s e n o , Nicostrato d Isidoto sa r sem pre tenuto un altro E rcole, prch prode e pi forte di due lottatori, bench sia bruttissim o d aspetto: e il bello Alceo di Mileto lotter con lu i, e d iv e rr , come dicono, innam orato di N icostrato.' Cosi la storia se avr pe r giunta un podi dilet tevole attirer pi innam orati; m a finch ella a vr la p ro p ria perfezione, cio la esposizione del v ero, si c urer poco della bellezza. E d ancora da notare u n altra c o sa , che nella storia non dilettevole ci che interam ente favoloso, e le lodi s p e rti cate sono pe r ogni verso pericolose, se pensi che non ti ascolta il volgo e la gente m in u ta , ma uomini che stanno li pe r giu d ic a rti, per a ppuntarti di t u tt o , che non si lascerebbono sfug gire u n e t t e , che hanno occhi pi acuti di quelli di Argo e in tutto il corpo, che osservano ad u n a ad u n a le cose che dici, come i cam biatori le monete, che rigettano subito le fal se , e ricevono le correnti e di buon conio. A questi si deve avre riguardo quando si scrive, e non darsi pensiero degli altri, ancorch scoppino in applausi. Se non avrai riguardo a questi, se condirai la storia con favole, con l o d i , e con altre blandizie, tu la renderai simile ad Ercole in Lidia. Certo h a i . veduto in qualche parte dipinto Ercole divenuto servo di Onfale, vestito stranissimam ente: lei con la pelle del lione in dosso e con la clava in m ano, come u n a vera Ercolessa; lui in gonnella di croco e di p o rp o ra , in att o di scardassar lana, ed avere d a Onfale la sculacciata col sandalo. Sozzo spettacolo vedere il corpo mezzo scoverto della veste, ed un dio s virile
1 I n q u e s t o p e r i o d o si p assa tr o p p o r a p i d a m e n te d a l la 6toria al1 a t l e t a : ci v o r r e b b e q u a l c o s a n ella for ma c h e t e m p e r a s s e q u e s t a r a p id it : e fo rs e n el te st o s t a t o tr a la s c i a to q u a l c h e c o n c e tt o . Ad ogni m f d o l ' i d e a i c h i a r a , e d io n o n vi m u t o null a.

72

DEL MODO DI SCRIVE RE LA STORIA,

divenuto una femrainetta. Il volgo forse ti loder; ma i pochi savi, ai quali tu non pensi, assai piacevolmente ne rideranno, vedendo la stranezza, la sconvenienza, la ripugnanza della cosa: perch il proprio di ciascuna cosa bello; m a se poi to gli il proprio al b ru tto , lo.fai bruttissim o. Lascio di dire che 10 lodi, forse piacevoli al lodato, sono spiacevoli agli a ltri, specialmente se troppo esagerate : come le fanno m olti, che p e r cattivarsi la benevolenza dei lodati, riescono nella pi spiattellata adulazione:-ch non sanno farlo con arte, non ve lano le c a re z z e , m a si gettano a s p a rp a g lia re .u n m ondo di menzogne incredibili e sbardellate. Onde neppure conseguono 11 fine che essi desiderano: perch i lodati, massime se^sono uomini di se nno, se ne stom acano, e li sfatano come a dula tori. Cosi intervenne ad A ristobulo, il quale avendo descritto il duello tr a Alessandro e Poro, e leggendo al r e , m entre naviga vano sul fiume Idaspe, proprio quel passo nel quale per acqui starsi la grazia d Alessandro gli attribuisce certe gran p r o dezze ed inventa fatti maggiori del v ero, questi gli strapp il libro di m an o , e lo gett nell a c q u a , dicendo: Dovresti an darvi anche t u , o Aristobulo, che m i fai combattere cotesti duelli, ed uccidere elefanti d 'u n sol giavellotto. E ben se ne doveva sdegnare Alessandro, il quale non aveva sofferto n e p pure un ardito architetto, che prom etteva di fargli del monte Ato una statua, e trasform ar quella m ontagna nella sembianza del re : m a conosciutolo adulatore, non volle pi adoperarlo in altra cosa. Che diletto pu avere u n o , salvo se non sia vera mente stolto, ad aver tali lodi che sono subito sbugiardate? Cosi fanno gli uomini brutti e specialmente le donne che rac comandano ai pittori di dipingerle quanto pi belle possono : e credono che avranno miglior viso se il pittore accresca e mescoli pi incarnato e pi biacca.-Cosiffatti sono molti scrit tori , i quali badano solamente al tempo d oggi, ed alla p r i vata utilit che sperano cavar dalla storia. Costoro convien disprezzare, perch al presente sono sfacciati e sguaiati a d u latori; e nell avvenire rendono sospetta la storia con tante menzogne. Se poi qualcuno crede che p u r si debba mescolare il dilettevole nella storia, vel metta p u re , m a senza offendere la v e r it , e come uno degli altri ornamenti del discorso: di

DEL MODO DI SCRIVERE LA STORIA.

73

che molti si curano poco, e vi m ettono ogni sconvenevo lezza.1 Or io ti conter le nuove cose che mi rico rd a di aver udito test in I o n ia , ed in Acaia a n c o ra , d a,alcuni storici che n a rran o a ppunto questa guerra. E per le Grazie nessuno ne ghi di c rede re a ci che d ir , perch son cose v e r e , ed io vi giurerei s o p r a , se fosse buona creanza giurare in u n a scrittura. Uno di costoro cominciava dalle M use, invocandole a reggergli la m ano a scrivere. Vedi bel com inciam ento, come calza bene alla storia, come conviene a questa m aniera di scritture ! Poco appresso paragonava il nostro capitano ad A chille, ed il re dei Persi a T ers ite , senza pensare che il suo Achille era pi prode se vinceva un E ttore piuttosto che un T ersite; se innanzi a lui fuggiva un valoroso, Ed ei rrjolto pi prode lo seguiva. Dipoi faceva una lode a s stesso, e come egli e ra degno di scrivere fatti cosi splendidi. Pi gi lodava la sua patria Mileto, soggiungendo che egli faceva questo con pi senno di O m ero, il quale non ricord mai la su a patria. E nella fine del proemio diceva chiaro e tondo che egli innal zerebbe i nostri, e farebbe g u e rra contro i b a rb a r i a n ch egli secondo il suo potere: e com inciava cosi la sto r ia , prendendo a n a rra re le cagioni della g u e rra : Lo scelleratissimo Vologeso

e degnissimo di morte, cominci la guerra per questa cagione.


Cosi costui. Un a ltro , valente im itator di T u c i d i d e , e proprio un T u cidide s p u ta to , comincia a n c h egli col suo nom e, e fa il pi grazioso di tutti i p ro e m ii, che sp ira odore di timo attico. Odilo. Crepcreio Calpurniano, Pompeiopolitano, scrisse la

guerra.dei Parli e dei Romani, come guerriarono tra loro, cominciando da che ella nacque. Dopo tale cominciam ento che
potrei dire del resto? quale diceria fa sciorinare in A rm enia, togliendola dalla bocca dell ora tor di Corcira? o qual peste m anda ai Nisibeni, che non avevano aiutato i Rom ani, toglien done di peso la descrizione d a T ucidide, t r a n n e il solo Pelasgico e ie lunghe m ura, dove allora gli appestati a b ita v an o ? La fece a n ch egli venire dall Etiopia, discendere in Egitto, spandersi
1 L u o g o g u a s t o o s o s p e t t a n e ! t e s t o : n ho c a v a t o a lla m e g lio q u e s t o s e n ti m e n t o . LUCIANO. 2. 7

74

DEL MODO DI SCRIVERE LA STORIA.

in m olli paesi soggetti al gran Re, e quivi, buon p e r noi, la


fe rim anere. Io d u n q u e lasciandolo che seppelliva in Nisibi gli A teniesi' me ne a ndai, sapendo benissimo ci che egli era pe r dire. Perocch oggi comunem ente si crede che per im i ta r T ucidide si debba dire le stesse cose che dice e g li, un cotal poco m utandole, ed anche copiarne quelle sue frasi : Come di

resti anche tu, Non per per Giove, E questo per poco non tra lasciai. E questo stesso scrittore scrive molti nomi di armi e di m a c c h in e , come li chiam ano i R o m a n i; dice fosso, ponte,
ed altri simili. Pensa tu che dignit di storia, e come con veniente a T ucidide, fra le parole attiche mescolar queste ita lia ne , come fossero ornam enti alla p o r p o r a , c he le d n n o de c oro, e fanno bell a rm onia. Un altro scrisse u n nudo com m entario di fatti, cos pede stre ed u m ile , come lo scriverebbe giorno pe r giorno un sol d a to , o un fa b b ro , o un saccardo che segue l esercito: pure egli m odestam ente confessava la sua ignoranz a, e diceva che s era affaticato per far pr a qualche uomo dotto e che potesse m etter m ano ad u na storia. Solamente io lo biasimai del fastoso titolo messo in fronte a s povera sc rittu ra : Istorie Partiche di Collimorfo, medico della sesta centuria degli Astati. Ad ogni giorno metteva la data. E nel proemio disse una gran freddura argom entando cosi: proprio del medico scrivere la storia, perch Esculapio figliuolo d Apollo, ed Apollo principe delle Muse, e signore di tutte le scienze. E d anche cominci a scrivere in dialetto gionio, e poi non so perch trapass nel c o m une: serbava del gionio alcune parolette, e il resto era tutta roba di popolazzo e d a trivio. Ti parler ora di un filosofo, di cui ti tacer il nome, ma ti dir che fior di senno e ra nella sua storia, la quale ho udito test in Corinto. Costui galoppa innanzi a tutti: comincia il primo periodo del proemio con una in terrogazione, p e r isfod e ra r subito la sapientissima sentenza che al solo sapiente con viene scrivere la storia: poi segue un sillogismo, ed u n altro,
1 l r a n R o m a n ie li c h i a m a A teniesi p e r d a r la bai a al lo sciocco i m ita t o r e di T u c i d i d e : il q u a l e fa c e v a p a r l a r e l ' a r m e n o c o m e il c o r c i r e s e , d e s c r i s s e la p e s t e di N isibi c o m e q u e l la d A t e n e , fac eva m o r i r e f Rom ani c o m e gli A ten iesi.

bEL MODO DI SCRIVERE tA STORIA.

ed un altro; ed tutto u n intronata d interrogazioni il proe mio: adulazioni a bizzeffe, lodi sperticate e proprio da buffone; m a tirate a filo di sillogismo, strette e compatte. Ma quel che mi parve u n arroganza sconveniente ad u n filosofo co capelli bianchi ed u n a gran b a rba, fu il dire nel proemio che il nostro

capitano aveva una particolar fortuna che i filosofi narrano le sue geste. Il c h e , se e ra vero, dovevam dirlo noi, non egli.
Non posso dim enticarm i di u n altro che c om inciava cosi:

Vengo a dire de Romani e de Persi: poco appresso: Perch ai Persiani dovea avvenire un malanno: e poi: Osroe che i Greci addimandano Ossiroe: ed altri di questi pettegolezzi. Onde vedi
che questi voleva fare l E rodoto, come quegli il Tucidide. Un certo altro celebrato p e r forza di e loquenza, emulo a n ch egli di T u c id id e , o quasi m ag g io re , descriveva tutte le c itt, e i m o n ti, e i c a m p i, e i fiumi m in a ta m e n te , e quando e ntrava nel robusto diceva un venga in capo ai nemici questa maladizione: freddure pi fredde della neve caspia e del g h ia c cio celtico. Appena gli basta un intero libro per descrivere lo scudo dell im p e ra to re , nel cui mezzo sorgeva la G orgone, che h a gli occhi cerulei e bianchi e n e r i, e pe r capelli groppi di serpenti attortigliati; e il cinto del colore dell iride. Le b ra chesse di Volageso, e il freno del cavallo oh in quante migliaia di parole sono descrittel e come e ra la chiom a di Osroe quando passava a nuoto il Tigri ; ed in quale a ntro si rifuggi, om breg giato d a u n e d era , da un m irto , da un tauro che v erano co m e nati a posta. Vedi cose necessarie alla storia senza le quali non s intenderebbe niente dei fatti! Non potendo d ir cose utili,e non sapendo affatto che dire, rico rro n o a queste descrizioni di paesi e di grotte: e q ua ndo si trovano in mezzo ai grandi avvenim enti sono simili al servo arricchito di fresco pe r ere dit del padrone, che non sa come si dqve m etter la veste in d o ss o , n come desin are , m a tutto s im paccia, e m entre gli stanno innanzi piatti di u ccellam e, di cinghiale e di lepre, si riempie di polenta e di salum e fino a creparne. Costui a d u n q u e , di cui ti pa rla v o , contava ancora di ferite incredibili, di morti strane: come uno ferito nel dito grosso d un piede su bito si m o ri; e come ad un solo grido del generale P risc o ven tisette nemici basirono. Nel noverare i morti bugie pi che

76

DEL MODO DI SCRIVERE LA STORIA.

non ne dicono le lettere dei generali : che ad Europo m orirono trecento settntam ila dugento e sei nemici; e dei Romani due m orti, e nove feriti. Questa si se la beva chi pu. Ma questaltra anche nuova. P e r esser tutto attico e stringato purista, h a voluto grecizzare anche i nomi r o m a n i , ' e dire Cronio in vece di Saturnino, Frontino invece di Frontone, Titanio invece di Titiano, ed altre maggiori ridicolezze. E della m orte di Severiano scrive che tutti s ingannarono a dire che mori di spa d a , egli afferma che mori d inedia, perch questa gli pare una morte dolcissim a: senza sapere che Severiano stette forse tre giorni a m o r ir e , e quei che muoion di fame d u ra n o alcuni Dno al se ttim o: salvo se non si voglia supporre che Osroe stette ad aspettare che Severiano morisse di fam e, e per sette giorni non l assali. E quelli che usano nella storia parole e frasi poetiche, dove li m etti, o mio F ilo n e ? Dicono : all'arietar della macchina il muro rumando rimbomb : ed in u n altra pa rte della bella istoria : Edessa aveva intorno grande strepito d' armi, e tutto era rumori e clamori : e d , il capitano venia tra s divisando come avvicinarsi alle m ura: e tra queste gonfiezze sono get tate molte sguaiataggini di parole volgari : Con un biglietto il capo del campo fece assapere al Signore, e i soldati si comperavano il necessario , e lavatisi andarono a trovarli , e cotali altre scempiezze : si che ti pare proprio di vedere un tragedo con un piede in u n alto c o t u r n o , e con u n 'a lt r o in u n a pianella. ' Vedrai alcuni altri che scrivendo proemii splendidi, sfog g i a t i , lunghissim i, e d a farti sperare che appresso udirai di gran cose m ir a b i l i , ti presentano poi un corpicciuolo m e schino di storia : onde ti pa r di vedere il quadro di Amore che pe r ischerzo si mette il mascherone d Ercole " o d ' u n Titano. Gli ascoltatori d ira n subito : O h , partorisce la mon tagna. Non conviene fare cosi, a c rede r mio ; ma tutte le parti debbono esser simili e d u n colore, ed il resto del corpo cor rispondente al capo; acciocch non sia l elmo d o r o , e la corazza di cenci o di cuoio rattoppato, Io scudo di v im in i, e gli schinieri di pelle di porco. Molti di quelli scrittori m et tono la testa del colosso di R odi sul corpo d un nano ; ed

DEL MODO DI SCRIVERE LA STORIA.

77

altri pe r contrario ti presentano corpi senza testa, e senzaltro proemio cominciano la n a rraz io n e dei fatti, im itando Seno fonte, il quale incomincia : Dario e Parisatide avevano due figliuoli, e qualche altro degli antichi. Non sanno che certi modi contengono in s nascosta la forza del p r o e m i o , come altrove dim ostrer. ' E ppure tutti questi ed altri erro ri in esprim e re e d o r d i nare i fatti sarieno da passare ; m a t ra s p o rre i luoghi non solo di parasanghe ma di giornate intere, che altra galante ria questa ? Uno era cosi male informato delle c o s e , che senza dim a nda re a qualche s i r o , senza affacciarsi a d u n a bottega di b a rb ie re dove si suol cianciare di queste c o se , parlando di Europo dice : Europa sita nella Mcsopotamia , due giornate lungi dall Eufrate , ed colonia di Edessa. E non contento di questo il valentuomo nello stesso libro piglia la patria mia Samosala con tutte le m u ra e la c i t t a d e l l a , e la trasporta nella Mesopotamia , la c hiude fra i due fiumi, ve li fa scorrere vicino , e quasi toccarne le m u ra . S aria veram ente n u o v a , o mio Filone, se io mi dovessi difendere, e dim ostrare che io non sono P a rto , n di M e so p o ta m ia , dove questo m irabile scrittore h a tra s p o rta ta la casa mia. Il quale dice di Severiano u n altra cosa c red ib iliss im a , giu ra n d o di averla udita d a uno che si salv da quella rotta. Che non volle m orire n di s p a d a , n di veleno, n di lac cio , ma pens di fare una morte tragica e stra n am e n te a r dita. Avendo due grandissimi e bellissimi vasi di v e tro , poi che si fu deliberato di m orire , ru p p e l a tazza pi g r a n d e , e con un pezzo di vetro si tagli la gola : non trov un p u gnale , un lanciotto per m o rir d a uom o e da prode ! Dipoi perch T ucidide fece 1 orazione funebre ai p rim i che m ori rono nella g u e rra del Pelo p o n n eso , anche costui credette di doverla fare a Severiano. T utti qua nti se la pigliano col po vero T ucidide che non ha colpa affatto alle disgrazie di A r m enia I Fatto a d u n q u e u n gran m ortorio a S e v e ria n o , fa m ontare presso al sepolcro un Afranio S ilo n e , c e n t u r i o n e , emulo di Pe ricle , che dice tali e tante cose con m irabile re tt o ric a , che, pe r le G ra zie , mi fece piangere delle r i s a : spe cialmente q ua ndo 1 oratore Afranio in fine del suo discorso,
7*

78

DEL . MODO'01 SCHIVERE LA STORIA.

piangendo e gridando affannosamente, ricord le grandi scor pacciate e le larghe bevute che avevano fatte insieme. Poi lo fa finir come A ia ce : ch sfoderata la s p a d a , da generoso, da vero A franio, al cospetto di t u t t i , si uccide sul sepolcro ; de gnissim o, pe r M arte, di m orire molto p rim a di sparpagliar tanta rettorica. E questo fa tto, ei d i c e , lo videro tutti ^ i - pre senti , che a m m iraro n o , e. lodarono a cielo Afranio. P e r me p o i, fra le altre cose che i biasim avo di.A fra nio, che si r i cord solamente delle salse e dei m a n ic a re tti, e pianse alla m em oria dei p a s t ic c i , io pi lo biasim avo perch doveva prim a ficcare la spada in corpo allo scrittore ed a utore di quella com m e d ia , e poi m orire. Molti altri sim ili a costoro io potrei a n n o v era rti, o amico mio ; m a bastino quelli che ho ricorda ti : trapasso ora alla seconda p a r t e , che ho p r o m e s s a , al m odo come si deve scri vere bene. Vi h a alcuni che tralasciano o leggerm ente toccano i grandi fatti e degni di m em oria; e p e r isciocchezza, per inet tezza, pe r non sapere che d ire e che ta c e re , si affaticano a n a rrare m inutam ente le m inim e inezie. Com e.se uno non ve desse quale e quanta la bellezza del Giove Olim pio, non la lodasse , non la descrivesse a chi non lha v e d u to , m a a m m i rasse il piedistallo sq u a d ra to e polito, e la base proporzionata, e di questo solo parlasse a ccuratam ente. Io udii uno che in m eno di sette parole si spacciava della battaglia d E uropo e pi di venti volte fe voltare 1 oriuolo ad a cq u a pe r u n a fredda n a rraz ione che non im portava proprio niente: come un cava liere m a u ro , di nome M ausaca, assetato erran d o su per le m o n ta g n e , s avvenne in certi contadini s i r i , che avevano a p p arecchiato da m angia re, e che al p rim o vederlo si spaurirono, m a poi conosciuto c h e 'e r a de nostri, lo accolsero e lo fecero m angiare con loro; e che p er caso uno di essi era stato anchegli in M auritania dove s u o 'fra tello 'era soldato. E qui favole e r ac conti lunghissimi : che in Mauritania egli era stato a caccia , e aveva veduto pascere le truppe di elefanti ; che manc per poco che un leone non lo sb r a n ; e che comper bei pesci in Cesarea. E il bravo scrittole, lasciando tan ta gente che s am mazzava ad E u r o p o , e gli assalti, e i necessari armistizi, e le guardie e le c o n tra g u a rd ie , se ne stette fino a sera a ve deroil

DEL MODO DI SCRIVERE LA STORI A.

19

siro Malchione che com perava a buon prezzo grandissimi scari in Cesarea : e se non fosse venuta la nolte forse avria ancora cenato con lui, essendo gli scari g i 'c o t t i e pre para ti. T utte queste belle cose se non fossero state sc ritte puntualm ente nella s to ria , noi avrem m o ignorato ' i l m eglio; ed i Romani av reb bero avuto un gran d a nnaggio,.se Mausaca il Mauro assetato non avesse trovato d a b e re, e se ne fosse tornato digiuno agli alloggiamenti. E ppure q ua nte altre cose m o l t o , p i belle di queste io tralascio ! che a loro sopraggiunse u n a sonatrice d un paesello vicino; che si scam biarono doni fra loro, che il Mauro diede a Malchione una lan c ia, e questi diede a Musaca un fbbiaglio; e cotali altri r a cc o n ti, che sono il tutto della b a tta glia d E uropo. O nde si potria dire che questi scrittori non veg gono la ro sa , e riguarda no a ttentam ente alle spine a pi del rosaio. Non meno ridicolo, o mio F ilo n e ,u n altro, che non ha messo mai un piede fuori Corinto, che non stato m ai sino a C enere , 1 che non h a ;veduto n Siria n A rm e n ia , com incia c os; ine ne ricorda proprio le p a ro le : Le orecchie sono meno fedeli degli occhi: scrivo adunque'ci che vidi, non ci che udii. E vide cosi bene che d i c e i dragoni dei P arti (che sono insegne di schiere, ed ogni schiera di forse mille ha un dragone) sono drgoni vivi e grandissimi che nascono in Prsia' poco s o p ra 1! Ib e ria , che si portano legati sovra alte p e rtic h e , e di lontano f a n 'p a u r a a v e d e rli; che nelle battaglie e q u a n d o si viene alle m ani li sciolg o no, e li scagliano contro i nemici : 'e a ltro l che molti de nostri furon cosi d iv o ra ti, ed altri avvinghiati da essi fu rono soffocati e s trito la ti: che l i. h a veduti egli proprio d a .v i cino , ch slava al sicuro sovr u n alto albero a far la vedetta. E fece bene a non com battere egli con quell o be stie , ch ora non avrem m o "si m irabile scrittore ; che p ur fece tante pro dezze, di m ano in quella g u e rra , e si messe a troppi p e r ic o l i , e fu ferito presso S u ra , cio q u a n d o andava passeggiando dal Craneo a L e r n a . s E tutte queste pappolate egli le recitava ai Corinti , i ' q u a l i sapevano che egli non aveva v e d u to g u e rra
1 Cenere, p o r t o d e C o n n t i i . 1 C ran eo , g in n a si o in C o r in t o . L e r n a , f o n ta n a p r e s s o C o r in t o , ,,

80

DEL MODO DI SCRIVERE L A STORIA.

neppure dipinta sul m uro. Non conosceva n le arm i n le macchine come sono fatte, confondeva i nomi delle centurie e dei m a n i p o l i , scam biava falange d iritta e falange obliqua, e diceva di fianco u n movim ento di fronte. Un altro valentuomo raccolse dal principio alla fine tutti i fatti avvenuti in A rm e n ia , in S i r i a , in Mesopotamia, sul T ig ri, in M edia, li strinse in n e p p u r cin quecento v e r s i , efatto questo, diceva di a vere scritta una storia. Alla quale pose un titolo quasi pi lungo del libro : Degli ultimi fatti dei Ro mani in A rm enia, in Mesopotamia, in M edia , narrazione di Antiochiano, vincitore nei sacri giuochi di Apollo: forse aveva vinta qualche corsa q u a n d e ra fanciullo. Ma io ne ho udito un altro che scrisse u n a storia di fatti che debbono avvenire , la presa di Vologeso, la,morte d Osroe, che sa r gettato ai leoni, ed infine il nostro splendido trionfo: e cos profetando condusse a term ine il suo scritto. Anzi fab bric in Mesopotamia u n a citt per grandezza grandissima , e per bellezza bellissima : m a stava pensando an co ra e riflet tendo come c h ia m a r l a , se la Vittoriosa, o la Concorde, o la Pacata : e non a ncora deciso : onde non ha nome pe r noi quella bella citt popolata d un gran popolo di fantasie e di pazzie. S messo gi a scrivere le cose che avverra n n o nel l In d ia, e nel navigare pe r quel m are. Non sola promessa , m a gi composto il proemio della storia in d ia n a : e gi la terza legione, ed u n a piccola m ano di Celti e di Mauri capi tanati d a Cassio han tragittato il fiume Indo : quali imprese col f a r a n n o , come sosterranno l assalto degli elefanti, il bravo scrittore subito ce lo far sapere per lettera dal paese dei Mazuri e degli Ossidraghi. Tali e tante sciocchezze dicono costoro pe r ig n o ran z a , perch non vedono ci che da vedere, n, se anche il vedessero, sa prebbero esporlo convenevolmente, per inventano tali s t r a n z z e ,e dicono ci che vien loro su la lingua. Sul num ero dei l i b r i , e su i titoli stanno a tt e n ti s s im i , e fanno rid ere davvero. Delle Vittorie Partiche tanti libri del tale : e con un vezzo ateniese: Della Partide primo, secondo. Un altro, l ho letto i o , molto pi grazioso: D i Demetrio Sagalasseo le Partgiane. O h, questo io non lo dico per far r i d e r e , n per istrazio di storie si W l e ; m a p e r un fine di utile: perch

DEL MODO DI SCRIVE R E LA STORIA.

81

chiunque si tien lontano da queste e da altrettali sciocchezze ha gi molte parti per iscriver bene ed ha bisogno di poche altre ; se vero ci che dice la dialettica, che dei contrari chi toglie l uno amm ette l altro. E d o r a , direbbe alcuno , che il luogo spazzato, e tagliate le spine che v e r a n o , e sgom bre le rovine a ltru i, e tutto a p p ia n a to , fabbrica ora tu, per m ostrarti valente non p ure a disfare le opere a l t r u i , m a a farne tu u n a bella , alla quale nessuno, e neppur Momo avr che appuntare. Io dico che lot tim o storico deve avere due cose p rin c ip a liss im e , prude nza civile e facolt di d i re : quella dono di n a tu ra e non s i m p a r a ; questa col molto esercizio, la continua fatica, e limitazion degli antichi si pu acquistare. P e r queste due cose dunque non bisogno d a r t e , n di consigli miei. Questo mio libro non dice che pu da r senno e discernim ento a chi non ne ha pe r n a t u r a , ch ei sarebbe un prezioso, anzi un unico libro se po tesse m utare e trasformare il piombo in o r o , o lo stagno in argento, o far di un Conone un T itorm o, o di un Leotrofido un Milone.1 S: ed allora l a rte ed i tuoi consigli a che giovano? Non a c rea re in te fac o lt n uove , m a a farti usare convenevolmente quelle che devi avere. Cosi a ppunto Icco , E rodic o, T eo n e , e tutti gli altri maestri di ginnastica n o n ti prom ettono di pigliare un Perdicca (se p u r costui divent tisico p e r a m or della m a trig n a , e non Antioco di Seleuco che sinna m or di Stratonica), e fartene u n vincitore d Olimpia, emulo di Teagene Tasio o di Polidam ante Scotusseo; m a dato loro uno che abbia naturale disposizione alla g in n a s tic a , essi te lo rendono migliore con la loro arte. Io non mi do lo sciocco vanto di aver trovato u n' arte in cosa s gra n d e e difficile; non dico che ti piglio u no, e ne fo uno storico : m a a chi di buono intelletto ed bene esercitato nel dire io addito alcune vie diritte (se pu r paiono diritte), battendo le quali pi presto e pi facilmente si pu giungere allo scopo. E non mi dire che u n uomo d intelletto non ha bisogno di arte e di precetti pe r
Conone e L eotrofido, d e l q u a l e p a r l a A r is to f an e neg li Uccelli, furo no u o m i n i d i c o m p le s s io n e d e b o l is s i m a : T i t o r n o e M ilo ne f o r z u t is si m i at le t i.

82

DEL MODO DI SCRIVERE LA STORIA.

a pprendere ci che non sa: perch se cosi fosse ei sonerebbe la cetera senza averlo im parato, sonerebbe i flauti, e s aprebbe ogni cosa. No : senza averlo im parato egli non potr m uover le m ani; ma se qualcuno gli dir , fa cosi e cosi, egli le m uover facilmente, e soner. Datemi d unque uno non povero d intelligenza e d eloquenza, m a accorto ed a cuto, capace di maneggiar civili negozi se vi si m ettes se , che conosca le cose della guerra e della politica, a bbia la pratica di u n capi tano e sia stato talvolta in cam po, a bbia veduto soldati esercitarsi ed ordinarsi, veduto armi e m acchine, e movimenti di fianco e di f r o n t e , e manipoli e t o r m e , e come si muovono, come a s s a l ta n o , come girano ; insom m a non sia u n o di quelli che si stanno rim bucati in c as a, e credono alle novelle che vanno attorno. Ma specialmente e innanzi l u t t o , sia d animo l i b e r o , non tema nessuno, non isperi niente : se no, sar simile ai giudici malvagi che nel d ir la sentenza favoriscono o disfa voriscono pe r prezzo. Non abbia alcun riguardo a Filippo, che ebbe un occhio cavato in Olinto dall a r d e r Aster di Amfip o l i , m a lo dipinga quale egli e ra: non risparm i Alessandro p e r la m orte che diede a Clito nel ba nche tto, ma scriva il fatto come fu: non si spaurisca di Cleone, potente agitatore del popolo e signore della trib u n a , ma dica che egli era un uomo pernicioso e pazzo : n tutti quanti gli Ateniesi Io svolgano dal n a r r a r e come fu la rotta di Sicilia, la presa di D em ostene, la m orte di Nicia,che sete avevano i soldati, che acqua bevvero, e come molti furono uccisi beendo.1 Egli sar persuaso che nes s u n uom o di senno im puter a lui le sventure o le sciocchezze, se egli le n arra come sono avvenute : perch egli non inven tore m a indicatore dei fatti. Onde in una battaglia se si sono p e rdute n a v i , non l ha affondate egli ; se si fuggito, non ha perseguitato egli : fuorch non si d ic a , che si doveva augurare il be ne, ed ei non 1 ha fatto. E p p u re se col tacere quelle sven ture, o col dire il contrario, si fosse potuto raddirizzare i fatti, Tucidide con un sol tratto di penna avria rase le m u ra del1 E p ip o l i , affondate le trire m i di E rm o c ra te , spacciato quel

1 L u c ia n o h a in n a n z i agli occh i T u c i d i d e , e q u i a c c e n n a a q u e l lo c h e il g r a n d e s to ric o n a r r a n e l VII li b r o d a l ca p . 82 in poi.

DEL MODO DI SCRIVERE LA STORI A.

83

m aladetto Gilippo che m u rav a e circonvallava tutte le vie; ed infine gettati tutti i Siracusani nelle l a to m ie , e menati gli A te -' niesi intorno la Sicilia e l Italia con le prim e speranze d Al cibiade. Ma il fatto fatto, e neppure le P a rc h e potrebbero m utarlo. Uffizio dello scrittore u n o , d ire i fatti come sono avve nuti. E questo non pu adem piere chi teme A rta se rs e, del quale m edico, o chi spera di avere un robone di po rp o ra , una collana doro, o u n cavallo Niseo in prem io delle lodi che ha scritte. Non far cosi Senofonte, im parziale storico, n T ucidide; m a se avr odii privati, li p o rr da b a n d a per il pubblico be ne, e far pi conto della verit che delle sue nimicizie; e se avr colpevoli amici non li rispa rm ie r. Chi scrive storie alla sola verit dee riguarda re, a questa sola dea sacrificare, e di tutt altro dim enticarsi; u n a sola m is u ra , una so ia regola a vere, pensare non a chi ti ascolta o ra , m a ai po steri che leggeranno i tuoi scritti: se carezzi i presenti, tosto ti metti indosso la veste degli a d u la to ri, la quale la storia ha rib u tta to , come la ginnastica il belletto. E d a questo pro p o sito si conta un altro detto di A lessandro, il quale diceva ad Onesicrito: Quanto vorrei tornare per poco a vivere dopo la

mia morte, per sapere come gli uomini allora giudicheranno leg gendo le mie geste. Se ora le lodarne le celebrano, non maravi gliarti: credono cos di allettarmi, ed acquistare la mia benevo lenza. Omero bench scrisse molte favole intorno ad Achille,
pure creduto da m o lt i , pe quali questo solo argomento g rande indizio della sua v eracit, che ei non scrisse di u n vivo: ch non trovano la cagione per la quale avria dovuto mentire. Sia d u n q u e il mio storico im p a v id o , inco rro tto , libero, schietto amico del v e ro , chiam ante, come dice il comico, i fichi fichi, il pane pa n e: senz odio n am ic iz ia, senza rispa rm ia re a lcuno, senza im pietosire, o v ergognare, o sm agarsi; giudice g iu sto , benevolo a t u tti, m a neppur d un tantino propenso pi ad uno che ad u n a ltro , straniero nei suoi lib r i, senza am ore di p a tr ia , senza paura di r e , senza pensare di piacere a questo o a quello, m a ci che dire. T ucidide la pose questa legge, e distinse i pregi ed i vizi della sto ria , vedendo E r o doto tanto am m irato , che i suoi libri ebbero i nomi delle Mu~

84

DEL MODO DI SCRIVERE LA STORIA.

se: dice che egli scrive un monumento per l eternit, non un pas

satempo per i presenti: che non pregia favole, ma lascia la verit dei fatti agli avvenire: e aggiunge che l utile d e v essere il fine
chq ogni uomo di senno dovrebbe proporre alla sua storia,

affinch se mai si rinnovellano simiglianli avvenimenti, si possa, riguardando nei gi scritti, ben regolare i presenti. Di siffatto
anim o sia il mio storico. In quanto poi alla lingua ed allo stile, ei non si armi di aspre zz a, di veemenza, di continuo periodare, di stringato a rgom entare, e di altre ciarpe r e tto rich e , m a si disponga pi r iposatam ente, e si metta a scrivere. Il pensiero sia ordinato e pieno, la dizione c h ia r a e polita, e che scolpisca il subietto. Perocch come alla mente dello scrittore proponem m o due sco p i , la libert e la ve rit ; cos al suo stile proponiam o un solo scopo,il d ir chiaro, il n a rr a re con lucentezza, usando parole non viete o disusate, n di m ercato o di ta v e rn a , m a tali che sieno intese dal popolo, e lodate dalla gente colta. Lornam ento delle figure a bbia certa m odestia, e specialmente certa naturalezza: se n o , il discorso sar come cibo non c ondito, m a insalato. L a m ente tocchi alcun che del poetico quando si solleva a ra cc onta r di grandi avvenim enti, specialmente battaglie ter restri e n avali, ch allora un cotal vento poetico deve gonfiar le vele e far volare la nave su 1 a cqua. Ma la dizione vada p er terra: si sollevi si con la bellezza e la grandazza delle cose che n a rra , m a rim anga sem pre eguale a s stessa, non imbizzarisca, non gonfi inopportunam ente, perch allora v g ra n dissimo pericolo che non aggiri il capo, e non si cada nel fu rore poetico : onde bisogna u bbidire al f r e n o , e stare in c er vello, ch il vincer la m ano brutto fallo anche nello scri vere. meglio ch la mente stia a cavallo, e la elocuzione a piedi le si tenga alla sella, pe r non essere lasciata indietro nel corso. . Nella composizione de periodi bisogna usare un tem pera mento mezzano: non distaccar le p a ro le .d i troppo e farle ri m anere appese; n unirle con quasi un ritm o poetico, come molti fanno: ch 1 u n a cosa rozzezza, laltra svenevolezza. I fatti poi non si deve raccoglierli cosi a caso, ma con ogni diligenza e fatica riflettervi sopra, e scrivere specialmente

DEL MODO DI SCRIVERE LA STORIA.

85.

quelli a cui sei stato presente ed hai veduti: se n o , startene alla fede di coloro che li n a rrano pi ve rac em e nte , e paiono non volere n per favore n pe r odio aggiungervi o togliervi niente. E qui mestieri accorgim ento ed acum e pe r congettu ra re il pi probabile. Raccolti tutti i fatti o parec ch i, se ne tessa un c om m e nta rio, se ne faccia un corpo senza bellezza e senza m em b ra : dipoi m ettendoli in ordine, vi si dia certa bel lezza, vi si sparga il colorito dell elocuzione, si arric ch isc a , si adorni d armonia. E allora lo storico sia simile al Giove d .Om ero, che ora gu a rd a su la T rac ia altrice di cavalli, ora su la Misia: cos anche egli guardi ci che fanno i R o m a n i , e ce lo dipinga come ei lo vede da quell altezza, o ra ci che fanno i P e rsia n i; poi e gli uni e gli altri, se vengono a b a tta glia: e nelle schiere non riguardi a d u n a sola p a r te , n ad un solo cavaliere o fante, salvo se non sia un B rasida che assal t i , o un Demostene che re spinga: a bbia l occhio prim a m ente ai capitani, oda i loro o rd in i, e consideri c o m e , p e rc h , con qual disegno mossero le schiere. Q uando si viene allo m ani riguardi a tu tti, e pesi come in una bilancia i fatti che avven gono: ed accompagni chi perseguita e chi fugge. In tutte q u e ste cose usi una c erta m is u ra, senza saz ie t, senza sconvenien za, senza fanciullaggini, m a narri con c erta d isin v o ltu ra ; e m enato un fatto ad un certo p u n t o , passi ad u n altro pi im portan te ,e sb rig ato q uesto ,rito rn i al prim o, che lo rich ia m a :b a d i a tutto, vada con lo r d in e dei tempi, quanto possibile: trasvoli dall Arm enia nella Media, e di l ad un tratto in Iberia, e poi in I t a l i a , affinch abbracci tutto a u n tempo. La sua mente sia simile ad uno specchio p u ro , lucente, p ian o : come riceve l im m agino, cos la presenti ; senza riv o lg e re , scolorare , tra sfigurar niente. Lo storico non scrive come il r e to re , m a ci che deve dire ei 1 h a , perch gi fatto ; ei deve ordinarlo ed e s p o rlo : onde non gli bisogna c e rc are ci che deve d ir e , ma come deve dirlo. Ip so m m a lo storico com e Fidia o P r a s sitele, o Alcamene, o altro scultore, i quali non fecero essi loro, l'argento, lavorio, a lt r a m ateria, m a l ebbero dagli E lei, dagli Ateniesi, dagli A rgivi; ed essi solamente le diedero forma, se garono l a v o rio , lo polirono, l incollarono , l inca stra rono, l infiorarono d o r o : e questa e ra l arte loro, convene volm e nte

L UCIAMO.

2.

86

D E L MODO DI S CRIV E RE LA STORIA. -V

disporre la m ate ria .. T ale a d u n q u e anche la rte dello storico, disporre bellamente i fatti, e n a rrarli lucidissimamente. E quando chi ascolta crede dopo tutto questo di vedere quel che si n a r r a , e poi lo l o d a , allora, solamente a llo r a , l opera ben lavorata, e chi la fece m erita di esser lodato come il F i dia della storia. P reparato ogni cosa, anche senza proemio talvolta si co m incer , quando non v stretta necessit di d ichiarare alcuna cosa innanzi : allora terr luogo di proemio u n esposizione chiara delle cose che vanno dette. Q uando poi si far il proemio, si comincer non da tre cose, come fanno gli oratori, m a da due, e lasciando stare la benevolenza, si cercher c attivare la tten zione e la docilit degli ascoltatori. I quali sa ra nno attenti se loro prometterai di p arlare di cose g ra n d i, im portanti, rig u ar danti la p a tria ed il bene com une : e s in v o g le r a n n o ad ascol tarti se di m ano in m ano esporrai chiaram ente le cagioni, e farai breve som m ario dei fatti. Di siffatti proemii usarono i grandi storici. Erodoto dice : affinch col tempo non sieno di

menticati quei grandi e mirabili avvenimenti, le vittorie degli Elleni e le sconfitte dei barbari. E T ucidide : che la guerra che egli preride a descrivere, grande, degnissima di memoria, maggiore di quante altre furono innanzi, e piena di vari e grandi accidenti. Dopo il p roe m io, o lungo o b re ve, secondo
i fatti che si n a rrer , il trapasso alla narrazione sia accon cio ed agevole. La narrazione quasi tutto il rim anente corpo della1 storia : ' onde sia o rnata di tutte le virt proprie della n a rra z io n e , proceda facile e p ia n a , sem pre eguale, senza b a l z i , senza appiccagnoli, senza vuoti : sia chiara ed evidente s pe r la dizione, come ho de tto , si pe r la convessit de fatti. I quali debbono essere spiccati e c om piuti, e finito il prim o si passi all altro congiunto a quello e come per u n a catena legato; p e r modo che non vi sia inte rruz ione , non sieno m olte e scucite narrazioni appiccate in s i e m e , ma unite fra l o r o , c o n tin u e , e come fuse ai due capi dove si uniscono. La bre v it sopra tutto utile, massime se si h a molto a d i r e : e dev essere non tanto nelle parole e nelle frasi, quanto nelle cose : cio se trascorri su le cose piccole e poco necessa rio) e ti distendi convenevolmente su le g r a n d i: anzi c e n e ha

DEL MODO DI SCRIVERE LA STORIA.

87

dimolte che vanno lasciate affatto. Cosi se conviti a banchetto gli amici, ed hai tutto apparecchiato su la m e n s a , in mezzo ai c onfetti, all uccellam e, ai tanti piatti di l e p r i , di cinghiale , di ventresche, tu non metti salume o polenta, che anche pre parato, m a tu non ti curi affatto di quei cibi grossolani. Special mente devi b a d a re nelle descrizioni di m o n ti, di c a s te lla , di fiumi a non isfoggiar troppo in parole per far bella com parila tu , tralasciando la storia : m a leggermente to cc a re , pe r ragione di utilit e c h ia re z z a , e passare oltre, non invischiandoti in cotali frasche. Vedi come fa quel g ra n senno d O m e r o , i l quale, bench p o e ta , in due tocchi ti dipinge Tantalo, Ission e , Tizio, e gli altri. Se P a rten io , o E uforione, o Callimaco avesser dovuto dipingerli, quante parole avriano adoperate pe r portar 1 acqua sino al labbro di T anta lo, e q u a n t altre p e r m ettere Jssione su la r u o ta ! Anzi vedi T ucidide stesso come sobrio nelle sue descrizioni, come subito tocca e passa, se descrive una m acchina o u n assedio, quando ve n utilit e necessit, o p ure la forma dell E p ip o l i , o il porto di S ira cusa. Q uando descrive la peste, pare lungo, m a riguarda alle cose e vedrai come egli b re v e , e come fuggendo egli a b b ra c cia tanti fatti. Se mai si dovr in tro d u rre q ualcuno a p arlare, parli cse convenienti alla sua p e r s o n a , intrinseche al s u b i e t t o , ed in modo chiarissimo: ed allora si potr sfoggiar r ettorica e forza di eloquenza. L a lode o il biasim o sieno date parcam ente, con circospezione, senza c a lu n n ia , dopo i f a tt i , in brevi p a ro le , a tem p o ; se n o , son cose d a trib u n a le , ed avrai la colpa di Teopompo che per astio se la piglia con molti , e si piace a venire a tu per t u , e fa u n accusa pi che u n a storia. Se ac cade m entova r qualche fa v o la , bisogna pu r d irla , senza asse v e ranz a; n leva, n poni: chi legge pensi ci che gli p ia c e , tu staitene al s ic u ro , n pel s i , n pel no. Insom m a ricordati di ci che t ho detto , e ti ripeto, scrivi, non riguard a n d o solo al presente per aver lode ed onore dagli uomini d o g g i , m a a bbi in m ira tutti i secoli, scrivi pei posteri , e d a essi aspetta il premio delle tue fatiche,affin ch si dica di te : Quegli era veramente un uomo libero , un

franco scrittore: non adul, non serv m ai nessuno, non disse

88

DEL MODO DI SCRI VERE L A STORIA.

altro che il vero. Questa lode ad un uomo di senno sar pi cara di tutte le speranze di questa v ita , che sono s corte. Vedi tu come fece l architetto di Cnido'? Avendo f abbricata sul Faro quella t o r r e , che una delle pi grandi e belle opere del m ondo, p e r da re col fuoco un segnale ai naviganti in alto m a r e , acciocch non venissero a d a r di posta nei pericolosis simi ed inestricabili scogli della Paretonia : fabbricata a d u n que la to rr e , su la pietra scrisse il suo n o m e, m a lo nascose con un intonaco, sul quale scrisse il nom e del re d allora : essendo certo di ci che in fatti a v v e n n e , che dopo a lcun tempo caderebbe l intonaco con la s c r i tt a , e com parirebbero quelle parole : Sostrato di Lessifane, di Cnido, agli Dei salvatori, a pr dei naviganti. Non rigu ard egli al suo tempo , n alla sua b r e v e . v i t a , ma a questo tempo nostro, ed alla e te r n i t , per quanto star quella torre, e r im a rr lopera della sua arte. Cosi conviene scrivere la storia, sperando lode alla ve rit dai poste r i , non all adulazione dai presenti. Eccoti il regolo e la livella della b u o n a storia. Se ci sa ra nno alcuni che v orranno livel larla c o s , sta bene , ed io avr scritto una cosa utile ; se no, avr rotolata la botte nel Crano.

89

XXVI.

D I VVA S T O R I A

VERA.

LIBR O PR IM O.

Come gli atleti e coloro che a ttendono agli esercizi del corpo ba dano a rendersi gagliardi non pure con la f a t i c a , m a anche ogni tanto col r i p o s o , c h e c reduto parte grandissim a della g in n as tic a; cos ancora quelli che attendono agli studi pensom i che d e bbano dopo le gravi letture riposare la mente, per averla dipoi pi fresca al lavoro. E d av ran n o conveniente riposo se si occuperanno in tali l e ttu re , che sienQ piacevoli s pe r certa grazia ed u r b a n it , e s p e r am m aestram enti non privi di leggiadria, come io spero sa r tenuto questo mio scritto. 11 quale non solam ente pe r la b izz a rria del so g g e tto , e per la gaiezza d e pensieri do v r piacere, e pe r avervi messe dentro molte finzioni che paiono probabili e verosimili ; m a perch ciascuna delle baie c h e 'i o c o n to , u n a ridicola allu sione a certi antichi poeti e storici e filosofi che scrissero tante favole e m araviglie ; i quali ti nom inerei se tu stesso leggendo non li riconoscessi. Ctesia figliuolo di Ctesioco di Cnido , scrisse intorno all India cse che egli non v i d e , e non ud dire da nessuno. Scrisse Ia m bulo molte m araviglie che si trovano nel gran m are ; e bench finse bugie d a tutti ric o n o s c i u te , pu r compose opera non dispiacevole. Molti altri fecero anche c o s i , e scrivendo com e certi loro viaggi e p e reg rin a zioni lontane n a rran o di fiere grandissim e, di uom ini crudeli, di costumi strani. Duca di costoro e m aestro di rtalc cia rlata neria fu 1 Ulisse d Omero , che nella corte d Alcinoo cont della cattivit d e v e n ti, di uomini bestioni e salvatici con un solo occhio in fronte, di belve con molte teste , d e compagni 8*

90

DI UNA STORIA VERA.

tram utati pe r in c a n te s im i, e di tante altre bugie , che ei scio rin innanzi a quei poveri sciocchi dei Feaci. Abbattendom i in tutti costoro io non li biasim avo troppo delle bugie chedicono, vedendo che gi sogliono di rie anche i filosofi, ma facevo le m era viglie di loro che credono di darcele a bere c om e verit. Onde a nchea me essendo venuto il prurito di lasciar qualche cosetta ai posteri, per non essere io solo privo della libert di novellare; e giacch non. ho a contar niente di vero (perch non m avvenuto niente che meriti di esser n a r r a t o ) , mi sno rivolto ad una bugia, che molto pi ragionevole delle altre ch almeno dir questa sola v e rit , che io dir la bugia. Cosi forse sfug gir il biasim o che hanno gli a ltri, confessando io stesso che non dico affatto la verit. Scrivo a dunque di cose che non ho v e d u te , n ho sapute da a ltri, che non s o n o , e non potreb bero mai essere : e per i lettori non ne d e bbono credere niente. Sciogliendo una volta dalle colonne d E rco le , ed entrato nell oceano occidentale facevo vela con buon vento. Mi messi a viaggiare pe r curiosit di m e n te , per desiderio di veder cose n u o v e , pe r vglia di conoscere il fine dell oceano, e quali uom ini abitano su quegli altri lidi. P e r questo effetto avevo fatto grandi provvisioni di vettovaglie , e di ba stante acqua ; scelti c inqua nta 'giovani della m ia in te n s io n e ; m ero provveduto d u n a buona quantit di armi ; avevo prso un pilota con b uo nissim a paga , ed una nave (era u n a b u o n a caravella) da poter d u ra r e a lunga e forte navigazione. Un giorno a dunque ed una notte con vento favorevole na vigando, vedevam o ancor la terra di lontano , e a ndava m o oltre senza troppa violenza : ma l altro giorno col levare del sole il vento rinforz, il mare go n fio ssi, si scur l a r ia , e non fu possibile pi di am m ai na re la vela. Messici alla balia del ve nto, fum mo battuti da u n a tem pesta per settantanove g io rn i: nell ottantesimo c om parso a un tratto il sole , vedem m o non lontano u n isola alta e selvosa, intorno alla quale non frangeva molto il m a r e ,p e r ch il forte della tem pesta era passato. Approdam m o a d u n q u e , e sb a rc a ti, ci gettammo a terra stanchi di si lungo trav a g lio , e cosi stemmo lungo tempo. Poi surti in p i , scegliemmo trenta

DI UNA STO RIA VERA.

91

compagni che rim asero a g u a r d ia della na ve, e venti vennero con me pe r iscoprire c om e ra fatta l isola. Non c eravam dilungati un tre stadii dal m are pe r la selva, e vediamo u n a colonna di bronzo scritta di lettere greche appena leggibili .e rse, c he.dic e vano , Fino qui giunsero Ercole e Bacco. Verano ancora l vicino due orme di piedi sovra una p ie tra , la prim a d un j u g r o , 1' altra meno : e credetti questa di Bacco, laltra di Ercole. Noi ado ram m o , e proseguim m o. E andati non molto i n n a n z i , giungem m o sopra un fiume c he scorreva vino.sim i lissimo a quel di Chio. Il fiume era largo e p i e n o , e in q u a l che luogo da potersi navigare. Tanto pi c inducem m o a c re dere alla sc ritta della c o lo n n a , vedendo i segni dell a r r iv o 'd i Bacco. Venutami vaghezza di conoscere onde nasceva il fiume, m ontam m o tenendoci sem pre alla riva; e non trovam m o alcuna fonte, m a molte e grosse viti piene di grappoli : ed alla radice di ciascuna stillavano gocciole di vino p u ro , donde formavasi il fiume. Nel quale erano ancora molti pesci, che avevano il color o ed il sapore del v in o , e noi avendone pescati a lq u a n ti, e m a n g ia tili, c im bria ca m m o : anzi q u a n d o li a p r i m m o , li trovam m o pieni di feccia e di vinacciuoli. Dipoi pensam m o mescolarli con altri pesci d a c q u a , e cos venne non troppo forte un m anicaretto di vino. Valicato il fiume dove e ra il g ua do, trovam m o un nuovo m iracolo di viti. L a parte di gi c h e 'u s c ia della t e r r a e ra tronco verde e gro ss o : in su eranfem m ine, che dai fianchi in sopra avevano tutte le m em b ra f e m m inili, come si dipinge Dafne nell atto che Apollo sta per abbrac cia rla ed ella tram utasi in albero. Dalle p unte delle dita nascevano i t r a l c i , che erano pieni di grappoli: e le chiome d e loro capi erano viticci, e p a m p i n i , e grappoli. Come noi ci avvicinavam o elle ci salutavano graziosamente quale p a r lando lid io , quale i n d i a n o , 'o molte g r e c o ; e con le bocche ci scoccavano b a ci, e chi e ra b aciato subito sentiva per u b r i a chezza aggirarglisi il capo. Non permettevano si cogliesse del loro fru tto , e si dolevano e gridavano q ua ndo era colto. Al cune volevano mescolarsi con noi : o due compagni che si con-* giunsero con esse, non se no sciolsero p i , e vi rimasero attaccati pe1genitali : vi si a p p ic c a r o n o , s abb arb ica ro n o , gi le d ita divennero tralc i, gi vi s impigliarono coi v itic c i, e

92

DI UNA STOMA VERA.

quasi quasi stavano pe r pro durre a n ch essi il frutto. Noi lascia tili cosi, fuggimmo alla nave, dove contam m o ai rimasti ogni c osa, e come i compagni nel loro congiungim ento erano dive nuti viti. Prendem m o alcune anfore, e fatto acqua insieme e fatto vino dal fiume, passammo la notte li vicino sul lido: e la m attina essendo il vento non troppo gagliardo, salpammo. Verso il m e z z o d i , d isparita l i s o l a , un improvviso tu r bine rote la n a v e , e la sollev quasi trem ila stadii in alto, n pi la depose sul m a re : m a cosi sospesa in aria, un vento, che gonfiava tutto le vele, ne la portava. Sette giorni ed altrettante notti correm m o per laria: nellottavo vedem m o u n a gran te rr a nell a e r e , a guisa d u n isola, lucente, sferica, e di grande splendore. Avvicinatici ed approdati scendem m o : e r iguardando il paese, Io troviamo abitato e,coItivato. Di giorno non yedemmo niente di l; m a di notte ci apparv e ro altre isole vicine , quali pi g ra n d i, quali pi piccole, del colore del fuoco, e u n al tra t e r ra g i , che aveva c itt , e fiumi, e m ari, e selve, e monti: e pensamm o fosse questa che noi abitiamo. Avendo voluto ad dentrarci nel paese.fummo scontrati e presi daglTppogrifi, come col si chiam ano. Questi Ippogrifi son uomini che vanno sovra grandi grifi, come su cavalli alati : i grifi sono g r a n d i, e la pi parte -a tre teste: e se volete sapere qu a n to son grandi im maginate che hanno le penne pi lunghe e pi massicce d un albero d un galeone. Questi Ippogrifi a dunque ha nno ordine di an d are scorrazzando intorno la t e r r a , e se scontrano fore stie ri, di m enarli dal r e : onde ci prendono e ci m enano a lui. Il quale vedendoci e giudicandone ai pa nni, disse: E b b e n e , o forestieri, siete voi G re ci? E rispondendo noi di s, E come, ci d im a nd, siete qui giunti, valicato tanto spazio d a ria? Noi gli contammo pe r filo ogni cosa; ed egli ci n arr ancora d e fatti suoi, come egli era uomo, a nome E n d im io n e, e come una volta m en tre ei dorm iva fu rapito dalla nostra t e r r a , e venne q u iv i, e fu re del paese. Qusta, diss egli, quella te r r a che voi vedete di laggi e c h ia m a te la Luna. S tale di buon an im o , e non sospet tate di nessun pericolo, ch non m ancherete di tutte le cose necessarie. Se c ondurr a buon fine la guerra che ora fo agli abitanti del Sole, voi viverete appresso di me u n a vita felicis s i m a . Noi gli dim andam m o chi erano quei suoi nem ici, e

DI UNA STORIA VERA.

93

che cagione di guerra ci a veva; ed egli: F e t o n te , il re degli abitanti del Sole (ch anche il Sole a b ita to , come la L una), che ci fa g ue rra da molto tem po: e la cagione questa. Una volta io ra gunata certa poveraglia del mio re a m e , pensai di m an d a re u n a colonia in E sp e r , che u n isola d eserta e non ab ita ta da nessuno. Fetonte per invidia imped questa colonia, assaltandoci a m ezza via con u n a sua schiera di Cavaiformiche. Allora fummo v in ti, perch colti alla s p r o v v e d u ta , e - c i riti r a m m o ; m a ora voglio io portargli la g u e r r a , e p ia n ta r la colo nia a suo m arcio dispetto. Se voi volete esser meco a questa im p re s a , io vi dar un grifo reale p e r u n o , ed ogni altra a rm a t u r a : noi d im ani partirem o. Sia come a te p iace, io rispsi. Cosi rim anem m o a cenare con lui ; m a il giorno appresso levatici di buon m attino ci disponem m o in is c h ie r e , perch le vedette segnalarono esser vicini i nemici. L esercito e ra di centomila g u e r rie ri, senza i b a g a g lio n i, i m acchinisti, i fa nti, e gli aiuti forestieri: cio erano o ttantam ila ippogrifl, e ventim ila caval cavano su gli Erbalati, uccelli grandissim i, che invece di penne sono ricoperti di foglie, ed hanno le ali sim ilissime a foglie di lattughe. Vicino a questi v erano schiere di Scagliamiglio, e di Aglipugnanti. E ran venuti anche aiuti dall O r s a , trentam ila P u lc ia rc eri, e cinquantam ila Corri venti. I P ulciarceri sono cosi chiamati perch cavalcano pulci g r a n d is s i m i , ognuno grande quanto dodici elefanti: i Corri venti son fantaccini, che volano senzale, a questo m odo: si stringono alla cin tu ra certe lunghe gonnelle, e facendole gonfiare dal vento come vele, vanno a guisa di navicelle, questi nelle battaglie forniscono Puffizio di truppe leggiere. Si diceva ancora che d a c erte stelle che influiscono su la Cappadocia dovevano venire settantam ila Struz zipinconi, e cinquem ila C avaigrue; ma io non li vidi, per ch non vennero, onde non mi ardisco di descrivere come e r a no fatti : ma se ne contavano cose grandi ed incredibili-. E queste e ran o le forze di Endim ione. Le arm i erano le stesse per tutti: elmi di baccelli di fave, ch le fave col nascono grossissime e d u rissim e; corazze a sq u a m m e , fatte di gusci di lupini cuciti insieme, ch l il guscio del lupino im penetrabile come il corno: scudi e spade come 1 usano i Greci. G iunta lora della battaglia le schiere furono ordinate cos: nel corno destro sta

94

DI UNA STORIA VERA.

vano glippogrifi con E ndim ione circondato dai suoi pi p r o d i , e tra questi anche noi; nel sinistro gli c rb alati; nel mezzo gli a i u t i , ciascuno nella schiera sua. I fanti poi che erano un ses santa milioni furono collocati a questo modo. Col sono molti e grandi ra gnateli, ciascuno dei quali maggiore di u n isola delle Cicladi: ora questi ebbero com ando di stendere le loro tele nell aere che tra la L una ed E sper: eseguita subito lope ra, e fatto il c am po, quivi furono schierate le fanterie: delle quali era capitano N otturno figliuolo di re Sereno con due luogotenen ti. Dei nemici poi nellala sinistra stavano i Cavaiform iche, tra i quali F etonte: sono questi bestie gra ndissim e , ala te, simili alle nostre form iche, tran n e per la g ra n d ez za , che giungono ad esser grandi anche due j u g e ri: com battevano non solo quelli che li cavalcavano, m a essi a n co ra , e specialmente con le c orna: e si diceva che erano intorno a c inquantam ila. Nella destra e rano disposti gli Aerotafani, anche un cin q u a n tam ila , tutti arcieri, che cavalcavano tafani stragrandi : dopo questi stavano gli A e ro rid d a n ti, fanti spediti e b a tta g lie ri, che con le frombole scagliavano ravanelli grossissimi, e chi colpivano era subito spacciato, moriva pel puzzo che uscia della ferita: e si diceva che quei terribili proiettili eran o unti di veleno di malva. Se guiva la schiera dei Torsifunghi, di grave a r m a t u r a , che com battevano piantati, ed e ra n o diecim ila, si chiam ano Torsifunghi p erch per scudi avevano funghi, e per lancia torsi di asparagi. Vicino a costoro stavano i Canipinchi, m andati dagli abitatori d i Sirio: erano cinque m ila , con teste di c an e , e combattenti sovra pincbj alati. Correva voce che m ancavano alcuni aiuti; i frombolatori dovevan venire dalla via lattea, ed i N ubicentauri. Ma costoro, q ua ndo gi la battaglia e ra vinta pe r noi, giunsero, e non fossero mai giunti! i frombolieri non c om parirono affatto, onde dicono che dipi Fetonte sdegnato mise a ferro e fuoco il loro paese. E con questo app ara to s avanzava Fetonte. Poich si levarono i v e ssilli,'e ragliarono gli a s in i, che lass fanno da trom betti, appiccata la battaglia, si combatteva. L ala sinistra dei Solani subito fugg non aspettando di venire alle m ani coi postri bravi ippogrifi; e noi a d inseguire, e far c arne: m a la loro destra super la nostra sinistra, e gli aerotafani ci cacciarono fino alle nostre fanterie: m a queste tennero testa,

DI UNA STORIA VERA.

95

ed essi ricacciati fuggirono a dirotta specialmente q ua ndo si accorsero che la loro ala destra e ra stata vinta. Allora la fuga fu generale: molti furono p re s i, molti uccisi, e gran sangue scorreva su le n u b i, che parevano tinte in rosso, come paiono quaggi q ua ndo tram onta il sole; e ne gocciol anche in terra : onde io credo che qualche altra b attaglia dovette anticam ente avvenire lass , e Omero credette che Giove piovve sangue per la m orte di Sarpedonte. Tornati dalla caccia che d e m m o , 'ri z zam m o due trofei, uno su le tele de ragni pe r la battaglia dei fanti, e l altro su le nuvole pe r quella com b a ttu ta nell aere. Ma subito dipoi le vedette annunziano che siamo assaliti dai N ub ic en ta u ri, gi aspettati d a Fetonte p rim a della battaglia. E d ecco avvicinarsi stra n a m e n te te rrib ili, sovra cavalli a la ti, uomini grandi quanto il colosso di Rodi dal mezzo in su, ed i cavalli quanto una grossa nave da carico. Non ne scrivo il n u m ero , che pa rrebbe in cre d ib ile , m a erano infiniti, ed ave vano pe r generale il Sagittario del Zodiaco. Come videro i loro amici sconfitti, m a n d a n o a dire a Fetonte di rifa r testa; ed essi stretti o serrati piom bano addosso ai L u n a ri , che erano disordinati e sparpagliati a cacciare il nemico e p r e d a r e : rove sciano lu tti, inseguono lo stesso re sino alla su a c itt , gli uc ci dono gran pa rte di g uerrieri a la ti, a bbattono i trofei, corrono per loro tutto il cam po dei ragnateli, e fanno prigione me e due altri compagni. Sovraggiunge anche Fetonte che fa rizzare altri trofei. Noi lo stesso giorno siamo condotti nel Sole con le m anidietro il dorso legate d a un filo di ragnatelo. Pensarono non di espugnare la citt; m a ritiratisi fecero un m uro nell aerefrapposto, sicch i raggi del sole non giungevano pi alla luna. Il m u ro e ra ben grosso e di nuvole: ohde ne venne u n a totale ecclissi della luna , che fu tutta ricoperta di una fitta oscurit. Sforzato cosi Endim ione m and am basciatori a pregare di to gliere quel m uro e non farli vivere cosi nelle tenebre; promise di pagare un t rib u to , di m anda re aiuti e di non far pi g u e rra : e pe r questo offer anche ostaggi. Fetonte due volte tenne consi glio coi suoi: nel prim o d non vollero udire a ccordi, tanto erano sdegnati: m a il giorno appresso fu deciso a ltrim e n ti, e fu fatta la pace con queste condizioni. Questi sono i patti della pace cho fecero i Solani e gli alleati loro coi L unari ed 1 loro

96

DI UNA STORIA VERA.

alleati: che i Solani diroccheranno il m uro, e non irro m p e ra n n o pi nella Luna; ren d era n n o i prigioni per le taglie che sa ra nno convenute: che i L unari lasceranno libere le altre stelle governarsi da s , non porteranno le armi contro i So la n i, ma li aiuteranno e co m batteranno con loro se qualcuno li assalir: ogni anno il re d e Lunari pagher un trib u to al re dei Solani in diecimila anfore di ru g ia d a , e per saran dati diecimila ostaggi ; la Colonia in Esper sar m an d a ta in com une, e potr a ndarvi c hiunque altro vorr. Questi patti saranno scritti sovra una colonna d elettro piantata nellaria ai confini dei due regni. Li giurarono d a p a rte dei Solani l Infocato, 1 A ccalorato, l infiam m ato; e da parte dei L u nari il N otturno, il Mensuale, il Rilucente. Cos fu fatta la p ace, demolito il m u ro , e noi con altri prigionieri renduti. Q uando tornam m o nella L u na ci v ennero incontro ad a b b ra c ciarci con molte lacrime i compagni e lo stesso E n d im io n e, il quale ci preg di rim anere con lui, e di far parte della Colonia, prom ettendom i in moglie il figliuol suo, perch l non sono d o n ne. Ma io non mi lasciai pe rsu a d ere , e lo pregai ci rimandasse gi nel m are. Come ei vide che e ra impossibile persuaderm i, ci convit per sette g iorni, e poi ci rim and. D urante la mia dim ora nella L u n a , io ci vidi cose nuove e m ira b ili, le quali voglio raccontare. Prim am e n te l non na scono di femmine m a di m aschi; fan le nozze t ra maschi; e di femmine non conoscono n eppure il nome. Fino a venticin que anni ciascuno moglie, dipoi m a r ito : ingravidano non nel v e n t r e , m a nei polpacci delle gam be : conceputo le m b r i o n e , la ga m b a ingrossa; e venuto il tempo vi fanno un taglio, e ne c avano come un m ortic ino, che espongono al vento con la bocca a p e rta , e cos lo fan vivo. E credo che di l' i Greci han tratto il nome di ventregamba, che danno al polpaccio, il quale li divien gravido invece del ventre. Ma conter una cosa pi mi rabile di questa. quivi u n a specie di uomini detti Arborei, che nascono a questo m odo. Tagliano il testicolo destro d un uo m o , e lo piantano in terra : fte nasce un albero grandissim o, c ar noso, a guisa d un fallo, con ram i e fronde, e per frutti ghiande della grossezza d un c ubito: q ua ndo queste sono m ature le r a c colgono, e ne cavano gli uomini. Hanno i genitali posticci ; al

DI UNA STORIA VERA.

97

cuni di avorio, i poveri di legno, e con questi si mescolano e si sollazzano coi loro garzoni. Quando 1 uomo invecchia non m u o re , ma come fumo vanisce nell aere. Il cibo pe r tutti lo stesso: accendono il fuoco, e su la brace arrostiscono ranocchi, dei quali ha nno una gran quantit che volano per a ria : e m entre cuoce l a rrosto, seduti a c erchio, come intorno ad una m ensa, leccano l odoroso fumo e scialano. E questo il cibo loro: pe r b ere poi spremono 1 aria in un calice, e ne fanno uscire certo liquore come rugiada. Non o rin a n o , n vanno di corpo, e non sono forati dove noi, m a nella piegatura del ginocchio sopra il polpaccio. tenuto bello fra loro chi calvo e senza chiom e: i chiomati vi sono a b b o r riti: pe r contrario nelle Co mete i chiomati son tenuti belli, come mi fu detto da alcuni che v erano stati. Hanno i peli un po sopra il ginocchio: non hanno unghie ai piedi, m a un solo dito tutti. Sul codrione a ciascuno nasce un cavoletto, a guisa di c o d a , sem pre fiorito, che, se anche uno cade sup ino, non rompesi. Q uando si sof fiano il naso cacciano un mele molto a g ro , e q u a n d o fanno qualche fatica o esercizio da tutto il corpo suda no la tte , dal quale fanno formaggio con poche gocciole di mele: dalle cipolle sprem ono un olio denso e fragrante, come unguento. Hanno m olte viti che producono a cqua : i grappoli ha nno gli acini come gra n d in i; ed io pensomi che q u a n d o qualche vent o scuote quelle viti, si spiccano quegli a c in i, e cade fra noi la grandine. La pancia loro come un c a rn iere , vi ripongono ogni cosa, l aprono e chiudono a p iacere, e non vi si vede n interiora n fegato, m a u n a cavit pelosa e vellosa, pe r m odo che i bim bi quando hanno freddo vi si appiattano dentro. Le vesti i ricchi le hanno di vetro mollissim o, i poveri di ra m e tessuto; ch nel paese molto r a m e , e lo la v o r a n o , spruzzandovi a c q u a , come la lana. Che spec ie di occhi hanno, ho un po di vergogna a d ir lo , perch temo di esser tenuto b u g ia rd o : m a pur lo dir. Hanno gli occhi levatoi, o chi vuole se li cava e se li serba q ua ndo non ha bisogno vedere: poi se li pone, e vede. Molti avendo perduti i loro so li fanno prestaro per vedere: e i ricchi ne hanno le provviste. Le orecchie poi sono frondi di platano : quei che sbocciano dalle ghiande le hanno di legno. E d un altra m eraviglia vidi nella reggia. Un grandissimo specchio
L U C I A NO .

2.

98

DI UNA STO RIA VERA.

sta sopra un pozzo noti molto profondo: chi scende nel pozzo ode tutte le parole che si dicono da noi sulla te rra ; e chi ri guarda n'ello specchio vede tutte le citt ed i p o p o li, come se li avesse innanzi: ed io ci vidi tutti i m iei, ed il mio paese: se essi videro me non saprei accertarlo. Chi non crede tutte queste cose, se mai m onter lass, sapr come io dico il vero. Preso adunque commiato dal re e dai s u o i , cinbarcam m o e partim m o. E ndim ione mi don due tuniche di vetro, cinque di r a m e , ed u n intera a rm a tu ra di lupini, che io lasciai tutte nella balena. Mand con noi mille ippogrifi pe r accompagnarci fino a cinquecento stadi. Nel navigare passammo vicino a molte te rr e , approdam m o ad Esper dove la colonia era giunta di fresco, e vi scendemmo pe r fare acqua. E ntrati nel Z odiaco, rasentam m o il Sole a sinistra, m a non vi sc e n d em m o , bench molti compagni desiderassero sc e ndervi: il vento non lo per m ise; p u r tuttavia vedem m o il paese coperto di v e r d u r a , e grasso e inaffiato, e pieno di molti beni. Come ci scorsero i nubicentauri, che erano assoldati da Fetonte, ci volarono alla n a ve, ma conosciuto che eravam o alleati, si ritirarono. Gi anche gl ippogrifi se n e rano t o r n a t i , e noi navigando tutta la notte e il giorno appresso con la prora sem pre g i , sul far della sera giungemmo a Lucernopoli, citt sita nell aere tra le Pleiadi e le Ja d i, ed pi basso del Zodiaco. Sbarcati non vi trovam m o uomini affatto, m a lucerne che andavano su e gi, e stavano in piazza e sul porto; alcune piccole, o per cosi dire povere, altre g randi, e magnatizie, molto chiare e splendenti. Ciascuna se ra fatta la sua c as a, cio il suo luce rniere , avevano nom i, come gli uom ini, e udimm o che parlavano: non ci fecero alcun male, anzi ci offerirono ospitalit; ma per pa ura nessuno di noi s attent di m angiare o di dorm irvi. Il palazzo della Signoria nel mezzo della c it t , e quivi il signore siede tutta notte , e chiama ciascuna a nom e: quale non ubbidisce alla chiam ata condannata a m orte come dise rtric er la morte lo spegnerla. Noi fummo presenti, vedem m o ci che si faceva, e udim m o alcune lucerne che facevano delle brave difese, ed allegavano le ragioni perch erano ritardate. Quivi riconobbi anche la lucefna di casa mia, e le dimandai novelle d e m iei, ed essa mi cont ogni cosa. P e r quella notte rim anem m o l: il

DI (INA STORIA VERA.

giorno appresso salpam m o, e navigando c avvicinam m o alle nuvole, dove vedemmo con grande m araviglia la citt di Nubicuculia, ma non vi scendem m o, ch il vento noi permise : pure sapemmo che ivi era la reina C orna cc hia, figliola di re Merlo. Allora io mi ricordai del poeta Aristofane, savio e verace sc rit tore, al quale certi saccentuzzi non vogliono prestar fede. Dopo tre giorni vedemmo chiaram ente l Oceano, la nostra terra n o, ina quelle che stanno nell a e re , le quali gi ci a pparivano co lor di fuoco e lucentissime. Il qua rto giorno verso il m ezzodi, cedendo a poco a poco e posando il ve nto, discendem mo sul m are. Come toccammo lacqua non so dire il piacere e l alle grezza nostra, facemmo banchetto di ci che a v ev a m o , e ci gettammo a n uoto, ch e ra bonaccia, ed il m are come u n a t a vola. Ma pare che spesso un m utam ento in bene sia principio di maggiori m ali: due soli giorni navigam mo con buon tempo, al comparire del terzo d alla parte che s p u n ta v a il sole a un tratto vediamo un grandissimo num ero di fiere diverse e di balene, ed una pi grande di tutte lunga ben millecinquecento stadi venire a noi con la bocca spa lanc ata , con larghissim o r i mescolamento di m are innanzi a s , o fra m olta s c h iu m a , mo strandoci denti pi lunghi de priapi di S i r i a , 1 acuti come spiedi, e bianchi come quelli d elefante. Ai vederla Siamo perduti di cemmo tutti q u a n ti, ed abbracciati insieme aspettavam o; ed eccola avvic inarsi, e tirando a s il fiato c inghiott con tutta la na v e: m a non ebbe tempo di strito la rci, ch fra gl'intervalli dei denti la nave sdrucciol gi. Come fummo dentro la b a le n a , d a pprim a v e ra b u io , e non vedevamo .niente: ma dipoi avendo essa aperta la bocca, vediamo u n immensa caverna larga ed alta per ogni verso, e capace d una citt di diecimila uomini. S tavano sparsi q u a e l pesci m in ri, molti altri animali stritolati, ed alberi di n a v i, ed ancore, ed ossa u m ane , e balla di m ercatanzie. Nel mezzo e ra u n a terra con colline, fo rm ata si, come io credo, dal limo inghiottito: sovr essa u n a selva con alberi d ogni m an ie ra, ed e rbe ed ortaggi, e pareva coltivata; volgeva intorno un du' V ed i il d i s c o r s o i n t o r n o la D ea S iria . N e l t e m p i o di q u e s t a Dea e r a n o p ria p i al ti t r e c e n t o c u b i ti. (Scolio greco.)

100

DI UNA STORIA VERA.

gerito quaranta stadii: e ci vedevamo ancora uccelli m a r i n i , come gabbiani ed alcioni, fare loro nidi su gli alberi. Allora venne a tutti un gran p ia n to , m a infine io diedi anim o ai com p a g n i, e fermammo la na v e: essi b attuta la selce col fucile ac cesero del fuoco, e cosi facemmo un po di cotto alla meglio: avevam o intorno a noi pesci d ogni m an ie ra, e ci rimaneva ancora acqua di Esper. Il giorno appresso levatici, quando la balena a p riv a la bocca, vedevam o ora terre e m ontagne, ora solamente cielo, e talora anche isole; e cosi ci accorgemmo che essa correva veloce per tutte le parti del m are. Poich ci fummo in certo modo adusati a vivere cosi, i presi sette com pagni e a ndai nella selva per iscoprire il paese. Non e ra andato cinque*stadii, e trovo un tempio sacro a Nettuno, come diceva la sc ritta , e poco pi in l molti sepolcri con colonne so p ra , ed u n a fonte d acqua ch ia ra, udimm o ancora il latrato d ' u n c ane , e vedemmo fumo lontano, e pensamm o vi fosse anche qualche villa. Affrettato il passo giungemmo ad un vecchio ed u n giovinetto, che con m olta cura lavoravano una porca in un orticello, e l inaffiavan'o con l acqua condotta dalla fonte. Compiaciuti insieme e spauriti ristem m o: ed essi, come si pu credere, commossi del pa ri, rim asero senza parlare. Dopo alcun tempo il vecchio disse: Chi siete voi, o forestieri? forse geni m a r in i, o uomini sfortunati come noi? ch n o c i a m o uom ini, nati e vissuti su la te rra , ed ora siamo m arini, e a ndiam nuo tando con questa belva che ci c h iu d e , e non sappiam o che cosa siam divenuti, ch ci pa r d esser m o rti, e p u r sappiam o di v iv e re . A queste parole io risposi: Anche noi, o p a d re , siamo uom ini, e test giungem m o, inghiottiti l altrieri con tutta la nave. Ci siamo inoltrati volendo conoscere come fatta la selva, che pareva molto grande e selvaggia. Qualche genio certamente ci guid per farci vedere t e , e sapere che non siam chiusi noi soli in questa belva. Ma contaci i casi tu o i: chi se' tu, e come qui e n tr a s t i . E quegli disse di non volerne n a rra re n di m andare alcuna cosa prim a di offerirci i doni ospitali che ei poteva : ci prese e ci men a casa su a , che egli stesso si aveva costruita, bastante per lui, con letti ed altre comodit; ci mosse innanzi alcuni ortaggi, e frutti, e pesci, e vers anche del vino. Poi che fummo sazi, ci dim and di nostra v e n tu ra , ed io gli

Di UNA STORIA VERA.

contai distesamente ogni cosa della te m p e s ta , dell isola, del viaggio per l a r ia , della gu e rra, fino alla discesa nella balena. Egli ne fece le maraviglie g r a n d i , e poi alla sua volta ci. n a rr i casi su o i, d ic e n d o : Io, o miei ospiti, sono di Cipro. Uscito p e r m ercatare della m ia p a tria con questo mio figliuolo che vedete, e con molti altri servi navigava per l Ita lia , portando u n carico di diverse m ercatanzie sopra u n a g ra n n a v e , che forse alla bocca della balena voi vedeste sfasciata. F ino alla Sicilia navigam m o prosperam ente, m a di l un vento gagliar dissimo dopo tre d ci traport nell Oceano, dove abbattutici nella balena, fummo uom ini e nave tranghiottiti; e m orti tutti gli a ltri, noi due soli scampam mo. Sepolti i com pagni, e rizzato un tempio a N e t t u n o , viviamo questa vita , coltivando q u e st o rto , e cibandoci di pesci e di frutti. La selva, come vedete, g ra n d e , ed ha molte v iti, dalle quali facciamo vino dolcis simo: h a una fonte, forse voi la vedeste, di c h iarissim a e fre schissima acqua. Di foglie ci facciamo i letti, b ru c ia m fuoco a b b o n d a n te , prendiam con le reti gli uccelli che volano, e pe schiamo vivi i pesci che e n tra n o ed escono p e r le b ra n ch ie della b a le n a : qui ci laviamo a n c o ra , q u a n d o ci p iace, ch v un lago non molto salato, di u n venti stadi di circ uito, pieno d ogni m an ie ra di pesci, dove e nuotiam o e andiam o in un burchiello che io stesso ho costruito. Son ventisette anni d a che siamo stati inghiottiti: e forse potrem m o sopportare ogni altra c o s a , m a troppo grave molestia abbiam o dai nostri v icini, che sono intrattabili e salvatici. E che? diss io: sono altri nella balena? Molti, rispose, e inospitali, e di stra n is simo aspetto. Nella parte occidentale della selva, cio verso la c o d a , a bitano glIn s a lu m a ti, gente con occhi d anguille e facce di g ranchi, pugnaci, a u d a c i , crudeli. Al lato destro sono i T ritonobecchi, simili agli uom ini all in s , e all ingi ai pesci spa da : questi sono m eno tristi degli a ltri: al lato sinistro i G ra n chim ani e i Capitonni, che ha nno fatta lega e comunella fra loro; nel mezzo abitano gli Sgranchiati e i Piedisogliole, gente g u erriera e velocissima: la pa rte orientale presso la bocca tutta d e s e r ta , perch b attuta dal m are. Io poi tengo questo luogo pagando ogni anno ai Piedisogliole un tributo di c inqua nta ostriche. Cosi fatto il p a e s e : e noi dobbiam o vedere come #

D I UNA STO RIA VEfiA.

poter com b a tte re con tante genti, e come v iv e rc i. Quanti sono tutti questi? diss io. P i di m ille , rispose. E che armi h a n n o ? Non altro che spine di pesci Bene io dissi, li com batterem o ; essi sono i n e r m i , noi a r m a ti, q ua ndo li avremo vinti non ci starem o pi con paura. E cosi sta b ilito , to r nam m o alla nave per prepararci. Cagione della g ue rra doveva esser il non pagare il t r ib u t o , che a ppunto stava per iscadere. Infatti essi m andarono a c hiederlo, e il vecchio superbam ente rispondendo scacci t messi: onde i Piedisogliole e gli S g r a n chiali accesi d ira contro S cintaro (che cosi si chiam ava) ven nero con gran fracasso ad assalirlo. N o i, che avevam preveduto questo a ssalto, arm a ti li aspettam m o a pi f e rm o , avendo di sposti in agguato venticinque uom ini, che come avesser veduto trapassare il nemico, dovessero leyarglisi alle spalle: e cosi fe cero. Usciti delle insidie li tagliano alle spalle ; e noi che e ra vam altri venticinque, perch Scintaro ed il figliuolo com battevan con .noi, li affrontiamo, con gran coraggio e b ra v u ra combattendo in mezzo a gravi pericoli. Infine li mettem m o in fuga, e li seguitam mo sino alle loro tane. P e rirono d e nemici centosettanta, d e nostri il solo pilota, trapassato nel tergo da una lisca di triglia. Quel giorno e la notte accam pam m o dove se ra c o m b a ttu to , e vi rizzam m o un trofeo piantando u n intera spina di un delfino morto. 11 giorno a p p re s s , saputo il fatto, com parvero anche gli altri : nell ala destra eran o glInsalumati guidati da capitan Pe lam ida, nella sinistra i C apitonni, nel centro i G ranchim ani. I Tritonobecchi se ne stettero cheti, e non tennero per, nessuno.. Noi andam m o ad assalirli presso al tempio di Nettuno e ci m escolamm o con altissime grida, si che la balena tutta ne r in tr o n a v a , come u n a spelonca. Rivolta in fuga quella n uda accozzaglia, gl inseguim m o sino alla selva, e c im padronim m o di tutto il rim anente del paese. Indi a poco m an d a ro n o trombetti a chiedere di seppellire i m o rti, e di fare amicizia con esso noi; m a noi non volemmo p a tti, e l altro giorno fummo lor sopra; e li sterm inam m o tutti qu a n ti, tranne i T ritonobecchi i quali veduto la mala p a ra ta , quatti quatti p e r le bra nchie della balena se la svignarono nel mare. E cos spazzato il paese, e nettatolo da ogni ne m ic o, l abitavam o senza p a u r a , esercitandoci nella ginnastic a, nella c ac cia , a col

DI UNA. STORIA VERA.

103

tivar la v ig n a, a cogliere i frutti dagli a lberi: insom m a stava mo come prigionieri che vivono in un grande e sicuro carcere senza catena e comodam ente. Un anno ed otto mesi passam mo in questa guisa. Nel nono mese, al quinto giorno, verso la seconda ap er tu ra della bocca { una volta 1 o ra la balena a priva la bocca , e cosi noi contavamo il tempo), verso d u n q u e la seconda apertura, a un tratto udissi un gran gridare e un fracasso come di voga a r ra n c a ta e di rematori. Sbigottiti ci a rram p ica m m o alla bocca della b a le n a , e stando in mezzo ai d e n ti , vedem m o il pi maraviglioso spettacolo di quanti mai io n a bbia v e d u ti, om ac cioni di mezzo stadio, che navigavano su grandi isole, come sovra trirem i. So che racconto cose che paiono in cre d ib ili, ma p u r e .l e dir. Le isole erano ben lunghe, non molto alte, ciascuna un cento stadi di circ uito; so v r esse navigavano un centoventi di quegli om accioni, dei quali alcuni seduti in ordine ai due lati dell isola vogavano tenendo in m ano gra ndi cipressi con tutti i rami e le fronde, come fossero re m i, dietro a poppa sovra un alto colle stava il piloto con in m ano il tim one lungo uno stadio, sulla prora una q u a r a n tin a di arm ati com b a tte v a n o , simiglianti ad u o m in i, tran n e la chiom a che era fuoco ed a r d e va, onde non avevano bisogno di elmo. Invece di vele c ia scuna aveva molta boscaglia, dove il vento colpiva, e portava l isola dove voleva il pilota. Vera il nostrom o che incura va la ciurm a ; eran o sparvierate a r e m i, come galere. Da p r im a nc vedemmo due o t r e , poi ne apparvero un seicento, che presero il largo ed a ppic c arono battaglia. Molte cozz ava no'c on le prore fra loro, e molto a quellu r to 'a ff o n d a v a n o : alcune sappiccavano strettam ente luna allaltra e combattevano, e non si volevano staccare. Quelli sc hierati sulle prore m ostravano un gran valo re , saltando d una in u n altra ed uccidendo, ch non si facevan prigioni. Invece di uncini e m ani di ferro get tavano g ra ndi polipi appiccati insieme, i quali a b b ran c av a n o gli alberi della boscaglia, e tenevano lisola. Si ferivano scaglian dosi ostriche ognuna quanto un c a rr o , e spugno di un mezzo iugero. Una flotta era capitanata d a Eolocentauro, u n altra da Bevim are: erano venute a battaglia per cagione di c erta p r e d a , come c red o ; perch Bevim are aveva r u b a te ad Eolocentauro

104

D I UNA STORIA VERA.

molte greggie di delfni: cos io potetti udire m entre c o m b a t tendo si oltraggiavano tra lo ro , e gridavano i nomi de loro re. Infine quei d Eolocentauro vinsero, affondarono un cencinqu a n la isole dei nem ici, tre ne presero; le rim anenti voltarono la prora e fuggirono. Essi le inseguirono per certo spazio, ma sopravvenuta la sera, tornarono dove s era com battuto, raccol sero molto bottino, e ripresero molte loro cose perdute, ch anchessi ebbero affondate non meno di ottanta isole. P er quella battaglia isolana posero u n trofeo, appesero al capo della b a lena u n a delle' isole nemiche. Quella notte fecero stazione in torno la ba le n a , alla quale legarono loro gomene: alcune isole stettero l vicino sullancore. Le ancore eran o g ra n d i, di vetro, saldissime. Il giorno a p p resso , fatto un sacrifizio sovra la b a lena, e sovr essa sepolti i loro m orti, sciolsero lie ti, e come cantando vittoria. E questa fu la battaglia dell isole.

LIBR O SE CO N D O .

Da allora in pof non potendo io sopportare di rim anere pi a lungo nella- b a le n a , andava m ulinando come uscirne. In prim a ci venne il pensiero di forare nella parete del fianco d e stro , e scappare. Ci mettemmo a cava re; ma c a v a , e cava quasi cinque stadi, era niente: onde sm e tte m m o , e pensamm o di b ru c ia re il bosco, e cos far m orire la balena. Riuscito questo, ci saria facile uscire. Cominciando a dunque dalle parti della coda vi mettemmo fuoco, e p e r sette giorni ed altrettante notti non sent b ruciarsi; nellottavo ci accorgem m o che si risentiva, ch pi lentamente a priva la b o c c a , e come lapriva la richiu deva. Nel decimo e nelP undecim o e ra quasi incadaverita, e gi puzzava. Nel dodicesimo a ppena noi pensamm o che se in u n a p e rtu ra di bocca non le fossero,puntellati i denti mascel lari da non farglieli pi c h iu d e re , noi correrem m o pericolo di m orir chiusi dentro la balena m orta : onde puntellata la bocca con grandi t r a v i , p re para m m o la na ve, vi riponem m o molta

DI UNA STORIA VERA.

105

provvisione d a cq u a , e destinam m o Scintaro a far d a pilota. Il giorno appresso era gi m orta : noi varam m o la n a v e , e ti ratala pe r lintervallo dei d e n t i , e ad essi sospesala dolcemente la calammo nel mare. Essendo usciti a questo m odo, salimmo sul dorso della b a le n a , e fatto u n sacrifizio a N ettuno, presso il trofeo, ivi rim anem m o tre di, ch era b o n a cc ia, e il qua rto ci mettemmo alla vela. P e r via scontram m o ed u rta m m o molti di quelli morti nella battaglia, e m isurandone quei corpacci ne facemmo le maraviglie. Por alquanti giorni navigam m o in un aere tem perato ; poi si messe un rovaio s violento, e venne un freddo s grande che tutto il m are gel, non nella sola superficie, m a sino a trecento braccia di profondit, onde noi scendem m o e ci mettemmo a c orrere sul ghiaccio. D urava il ve nto, non si poteva a n d a r e , facemmo u n a p ensata, che veram ente fu di Scintaro. Scavam m o nell acqua una spelonca g ra n d is sim a , e quivi stemmo trenta giorni, tenendo acceso u n buon fuoco, e m angiando i pesci che avevam trovati nello scavare. Ma come m ancavano le provvisioni, dem m o di piglio alla nave incagliata, la tiram m o su , ed aperte le vele, e rav m portati come se navigassimo facile e dolcem ente, sdrucciolando sul ghiaccio. Il quinto giorno venne il c a ld o , il gelo si sc iolse, e tutto torn acqua. Fatto un cam m ino di u n trecento sta d ii, a pprodam m o ad u n isoletta deserta, dove ci provvedem m o d a c q u a , che gi m ancava, saettammo due lori selvaggi, e partim m o. Questi tori avevano le corna non sopra la testa, m a sotto gli o c c h i , come voleva Momo. Indi a poco entriam o in u n m are non di a cqua , m a di latte: e in mezzo ad esso vedovasi b ianc he ggia re u n isola, piena di viti: l isola e ra un grandissimo formaggio, ben rassodato, come dipoi ce ne chiarim m o m angia n d o n e, e girava intorno venticinque stadii: le viti erano cariche di grappoli, dai quali non vino m a sprem em m o la tte , e bevemmo. Nel mezzo dell isola e ra fabbricato un tempio a Galatea (la Lattaia ) figliuola di Nereo, come diceva l iscrizione. Durante il tempo che quivi rim anem m o avemmo per pane e com pana tico la te rr a dell isola, e pe r bevanda il latte dei grappoli. R egina di quel paese dicevasi che e ra T iro (la Caciosa), la

io t i

DI WiA STORIA VERA.

figliuola di Salmoneo, la quale poi che fu lasciata da Nettuno ebbe quest onore.' Rimasti cinque giorni nell isola, nel sesto partim m o ac compagnati da un venticello che increspava leggermente il m are. Nell ottavo giorno navigando non pi nel latte m a nel l acqua salsa e c erulea, vediam o correre sul m are molti uomini simili a noi per le fattezze e la s t a tu r a , se non che avevano i pi di sovero, onde erano chiamati Soveripetli. E r a lina ma raviglia vedere come non affondavano, m a si tenevano sul la c q u a , e vi cam m inavano senza paura: si avvicinarono a noi, ci salutarono in lingua g reca, e ci dissero che andavano in Soveria loro patria. Per certo spazio ci accom pagnarono cor rendo presso la na ve; poi dovendo voltare s t r a d a , ci diedero il buon viaggio, e andaron via. Poco appresso ci apparirono molte isole : la pi vicina a sinistra era S overia, dove quelli a n d a v a n o , citt fabbricata sovra un grande e rotondo sovero: lontano e verso destra cin que grandissime ed altissime su le quali ardeva molto fuoco: dirim petto la p rora una larga e b a ssa , dalla quale eravamo lontani non.meno di cinquecento stadii. Avvicinandoci a que sta, maravigliati sentim mo spirarci intorno u n a ura soave e fragante, come quella che dice lo storico E rod o to , spira dal lA rabia felice. Qual lodore che viene da r o s e , d a narcisi, d a giacinti, da gigli, da viole, e dal m irto a n co ra , dal la u ro , e dal fior della v ite , tale e ra la soavit che a noi veniva. Di lettati da questo odore, e sperando un po di bene dopo si lun ghi travagli, pi e pi ci facemmo vicini all isola, dove scor gemmo pe r tutto parecchi porti tranquilli e capaci, fiumi di p u ra acqua che placidamente m ettevano in mare, e p ra ti, e selve, e uccelli che cantavano quali sul lido, quali su pei rami degli alberi. Un aere puro e vivo era diffuso su quel paese : aurette piacevoli spirando m ovevano leggermente il bosco: onde dai rami commossi uscia dilettosa e continua u n a m elodia, come suono di flauto in u n a parte deserta. E s udiva un indistinto di molte voci, non tumultuose, m a quali uscirebbero di un ba n -

' La fa vo la di T i r o , sforzata da N e t t u n o , c a n t a t a d a O m e r o n e l l' XI d e l l Odissea: e d a L u c ia n o m e s s a in ca n zo n e n e l 13 d e i Dialoghi m a r in i.

DI UNA STORIA VERA.

407

chetto, dove altri suona , altri c a n ta , altri applaude al suono del flauto e della cetera. T ra tutte queste dolcezze approdiam o in un porto , e f e r m a t a l a na ve, discendiam o, lasciando Scin taro e due altri com p a g n i.& v an z a n d o ci per un prato fiorito, scontram m o le g u a rd ie , le quali legatici con ghirlande di rose, che il legame pi duro per loro, ci menarono alla signoria: ed esse per via ci dissero che quella e r a l isola d e Beati, e n era signore il cretese R a dam anto. Condotti innanzi a costui, fummo giudicati dopo tre altre cause. La prim a causa fu d Aiace Telam onio, se egli d e b b a sta r con gli ero i, o no: lo accusa vano che e ra andato in furore e s e ra ucciso: infine essendosi molto parlato e pel si e pel n o , sentenzi R ad am a n to : Per ora beva P elleboro, e sia dato in m ano al medico Ippocrate di C o o ; dipoi qua ndo a v r rimesso s e n n o , a vr pa rte nel b a n chetto. La seconda fu una quistione amorosa tr a Teseo e Me nelao, che contendevano chi dei due dovesse tenersi Elena. E R adam anto decise che se la tenesse Menelao, il quale aveva sostenuto tante fatiche e tanti pericoli per lei: che Teseo aveva altre d onne , 1 Amazzone, e le figliuole di Minosse. La terza causa fu chi dovesse avere il luogo pi onorato, se Alessandro di Filippo o Annibaie cartaginese: fu deciso per A lessandro, e gli fu portato u n seggio accanto al vecchio Ciro persiano. In q uarto luogo fummo presentati n o i, ed egli ci d im a n d , per qual cagione essendo ancor vivi eravam o entrati in quel sacro paese? noi gli narram m o ogni cosa. Egli ci fa allontanare, e lungamente discute la nostra causa co suoi assessori: e fra gli altri e molti suoi assessori era Aristide il giusto, l ateniese. Sentenzi e dichiar: che della nostra curiosit e del nostro viaggio saremm o puniti dopo m orte, per ora rimanessimo un certo tempo nell isola in compagnia deBeati, e poi andassimo via. Stabili il term ine della dim ora non pi lungo di sette mesi. Allora ci caddero da s le ghirla n d e , e cosi sciolti fummo condotti nella citt al banchetto dei Beali. La citt tutta d oro, il muro che la cinge di smeraldi : ha sette p o r t e , ciascuna un pezzo di legno di cannella: il p a vimento della citt e la terra dentro le m ura d avorio: vi sono templi a tutti gli Dei e fabbricati di berillo: in essi are g randissim e, d' u na sola pietra , d am a tista , su le quali fanno

108

DI UNA STORIA VERA.

le ecatombe. Presso la citt scorre un fiume di bellissimo u n g uento, largo cento cubiti r e a l i , e profondo che vi si pu a n che nuotare. I loro bagni sono edifizi gra n d i, tutti di vetro; vi bruciano cannella e invece di acqua nelle stufe rugiada calda. P e r le vesti usano ragnateli sottilissimi porporini. Non ha nno co rp i, sono im palpabili, e senza c a r n e , non altro che figure ed idee.; e q u a n tu n q u e incorporei pure stanno , si muo vano, pensano, parlano: insom ma p are che lanim a n u d a vada intorno vestita d u n a certa imm agine di corpo: e se uno non li toccasse, non si c onvincerebbe che ci che ei vede non c orpo: sono om b re, m a ritte in p i , e non son nere. Nessuno v invecchia, m a in quell e t che ci viene rim ane. Quindi non n notte n giorno c h ia ro , m a u n b arlum e simile allalboro m attutino prim a che spunti il sole. Non conoscono stagioni, vi sempre prim a ve ra, e vi sp ira un solo vento, il zefiro. Il paese produce tutti i fior], tutti gli alberi domestici ed om brosi: la vite getta dodici volte 1 anno, fa il frutto ogni mese: il melo gra n ato , il melo, e gli altri alberi fruttiferi portano tredici volte, come mi dissero; ch in un m ese, chiamato di Minosse, fanno dup volte il frutto. Invece di frumento le spighe in cim a produc o n o cialdoni belli e fatti, come fossero funghi. Fontane in torno alla citt ce ne sono trecentosessantacinque di acqua, di mle a ltrettante, di unguento cinquecento ma pi piccole; sette fiumi di latte, ed otto di vino. Il banchetto si fa fuori la citt nel cam po detto Elisio: v un prato bellissimo, ed intorno ad osso un bosco sv a riato , frondoso, di piacevole o m bra a chi vi sta sd ra iato , e sotto un tappeto di fiori. Valletti e scalchi sono i v enti: non v bisogno coppieri, perch intorno al b a n chetto sono grandi alberi di lucentissimo ve tro , i quali per frutti producono tazze d ogni fa tta , e grandezza. Quando uno viene al banchetto coglie u n a o due di quelle tazze, e se le mette innanzi e quelle subito d a s medesime si riempiono di 'vino: cos bevono. Invece di ghirlande i rosignuoli e gli altri uccelli melodiosi dal vicino prato raccolgono i fiori nel becco, e ne spargono u n nembo sovr essi cantando e volando. Gli unguenti sono sparsi cosi : certe nuvolette dense tirano un guento dalle fonti e dal fiume, e librate sul banchetto, mosse leg germ ente dai v e n ti , piovono una spruzzaglia fina come rugiada.

DI UNA STORIA VERA.

109

Nel desinare usano musiche e c an ti: sono cantati specialm ente i versi d O m e ro, il quale l p resente, e banchetta coi B e ati, ed adagiato vicino ad Ulisse. Vi sono cori di fanciulli e di v e r g ini: li guidano e gli concertano E unom o di L o cri, Arione di Lesbo, e A na c re onte, e Stesicoro an co ra che vedem m o li gi r appattum ato con E le n a .1 Q uando cessano questi cori di c a n t a r e , ne vengono altri di c i g n i , di ro n d in i, d i -ru sig n o li, e q u a n d o hanno cantato anche q u e sti, a llora tutto il bosco risponde con un suono che p are di flauti, e i venti battono il tem po. Ma la m aggior consolazione questa: vi sono d u e fonti vicino al banchetto, una del r s o , u n altra del piacere: tutti qua nti p rim a di b anchettare tolgono u n a buona sorsata o delluna o dell a ltra , cosi banchettano piacevoleggiando e r i dendo. Ora voglio p arlare degl illustri che ci vidi. Tutti i se m i d e i, e quelli che guerreggiarono a T r o ia , tran n e Aiace di Locri, lui solo dicevano punito nel paese degli empi. Dei b a rb a ri v erano i due C i r i, lo scita A n a c a r s i , il trace Z am olchi, e N um a italiano: v era an co ra L icurgo lacedem one, Focione e Tallo ateniesi; ed i sa pienti, eccetto P e r i a n d r o . Vidi Socrate di Sofronisco, che chiacchierava con Nestore e Palam e de: e vi cino a lui erano Jacinto lacedom onio, il tespiese Narqiso, I l a , ed altri belli. A me parve innam ora to di J a c in to , e a molti segni si conosceva. Dicevano che R a d am a n to l aveva in uggia, e pi d una volta 1 aveva m inacciato di sbra tta rlo dall isola, se egli seguitasse le sue b a ie , e non lasciasse l ironia. II solo Pla tone non v e ra , ma dicevasi a bitare u n a citt che egli stesso aveva fatta, con quel governo e leggi che egli le aveva date. Aristippo ed E picuro cerano i p rim i, essendo piacevoloni e bravi compagnoni. V e ra anche Esopo frigio, che faceva da buffone. Ve r a Diogene tanto m utato da quel di p r i m a , da sposar L aide , spesso levarsi a b allare u b b r i a c o , e fare a l tre maltezze nel vino. Degli stoici poi non v e ra nessuno: si diceva che ancora salivano il loro alto m onte della vir t. Anzi u dim m o dire che Crisippo non poteva en tra re nel1 S te s ic o ro c a n t v e r s i in b ia sim o di E l e n a : C a s t o r e e P o l l u c e gli t o l s e r o la v is ta : c a n t i la p a l i n o d i a , o [-acquist 11 v e d e r e . T i r a n n o di C o r in t o .
L U CI AK O.

10

110

DI UNA STOHIA VE RA.

lisola se prim a non si fosse q u a ttro volte ben purgato con lel leboro. Dicevasi ancora che gli Academici vogliono venirci ; si, m a s astengono, e discutono, n giungono a capire se l isola esiste o no; m a credo io, perch tem ono il giudi zio di R a d a m a n to , come quelli che han* tolto via il criterio. Molti, come si diceva, si erano pure spinti a seguitare chi ci veniva, ma poi per pigrizia s erano rimasti in d ie tr o , per non capire affatto, e s erano tornati a mezza via. E questi fra tutti sono i pi degni di m em oria: in pi onore e ra tenuto Achille, e dopo di lui Teseo. Nei piaceri di Venere v gran larghezza : si mescolano allo scoperto, a vista di t u tti, con fe m m in ee con m a s c h i ,e non pa re loro affatto vergogna: solo Socrate giurava che ei non fa ceva un mal pensiero quando s accostava ai garzoni, ma tutti tenevano che egli spergiurasse ; ch spesso Jacinto e Narciso confessavano, ed ei sem pre no. Le femmine sono comuni a t u t t i , nessuno geloso di un a ltro, ed in questo sono platonicissimi: i fanciulli si prestano a chi vuole, senza ripugnanza. Non erano scorsi un d u e o tre giorni, ed io avvicinatom i al poeta O m e ro, essendo am bedue scioperati, chiacchierai di molte cosej e gli dim andai donde e r a , dicendogli che di q u e sto sino al giorno d oggi si fa un gran quistionare tra noi. E d ei risposemi che sapeva come alcuni lo fanno di Chio, altri di S m i r n e , e molti di Colofone, m a egli e ra di B a bilonia, e dai suoi cittadini non chiam ato O m e ro, ma T igra ne ; e che poi ve nuto in Grecia con altri ostaggi, qui chiam ali omeri, aveva cangiato il nome. Lo dimandai ancora di certi versi rip ro v a ti, se e ran o stati scritti d a lui : ed ei mi disse che tutti erano suoi; onde io m andai u n c anchero a Zenodoto ed Aristarco g ra m matici che cercano il pelo nell uovo. E questo verso? Si. E quest altro? Anche. O h , e perch cominciasti da quel Cantami l'ira? P erch cosi mi venne in capo : credi tu che vi pen s a v o ? E d v e ro , come dicono m o lti, che scrivesti l Odis sea prima dell Iliade? Costoro non sanno quel che si pescano. Che egli poi non era cieco, come dicono, me ne chiarii subito, perch lo guardai in fronte : onde non fu bisogno dimandarlo. E fli queste chiacchierate ne facevamo spesso: quando lo vedevo sfaccendato, me gli avvicinavo, e gli dom andavo qualche cosa:

DI UNA STORIA VERA.

MI

ed egli volentieri mi rispondeva a t u tt o , specialmente dopo che si sbrig d una c au s a, che ei vinse. Gli fu posta u n a que^ rela d ingiuria da T ersite, pe r quei mali bottoni che gli gitl nella su a poesia, ma Omero si prese Ulisse p e r avvocato, e riusci vincitore. In quel tempo appunto ci venne P itagora di S a m o , che al lora aveva finita la settima m u ta z io n e , vissuto le sette vite, compiuti i sette periodi dell a n im a , ed aveva d oro tutto il lato destro. F u deciso di am m etterlo con gli a l t r i , m a non si sapeva ancora se chiam arlo Pitagora o Euforbo. Ci venne a n che Empedocle col corpo tutto bruciato ed a r r o s t i t o , e non fu ric e v u to , bench egli pregasse e ripregasse. . Indi a poco venne il tempo dei giuochi, che essi chiam ano i Jllortuarii, ai quali presedettero Achille la q uinta volta, e Teseo la settima. Saria troppo lungo riferirne ogni cosa; dir le p ri n cipali. Nella lotta fu vincitore Caro l E r a c lid e , ed accopp Ulisse, che gli contendeva quella c o r o n a : nel pugilato furono pari Areo egiziano, che sepolto in C orinto, ed E p e o , venuti alle prese tra loro: pel pancrazio non vi sono premii l i : nella corsa non mi ricorda pi chi fu vincitore. Depoeti per. ve rit Omero super t u t t i , p u re Esiodo fu vincitore. Il p re m i o per tutti era una corona in tre c ciata di penne di pavone. Finiti allora i giuochi, si an n u n zia c he i c arcerati nel paese degli e m p i , rotte le catene e vinti i custodi, venivano ad assalir lisola, guidati da F a larid e d A grigento, d a Busirid o l egiziano, da Diomede il tr a c e , da Scirone a n c o r a , e dal Piegapirii. A questa novella R adam anlo s c h ie ra g li eroi sul lid o : l capitanavano Teseo, Achille ed Aiace Telamonio gi rinsavi to. Si venne a b a tt a g li a , e vinsero gli eroi pe r le gran valentie d Achille. Si port da bravo anche S o c ra te , che stava nellala d e s tr a , molto meglio che non combatt a Delio q u a n d o e ra v iv o ; ch all avvicinarsi dei nemici, non fugg, n volt fac c ia : e per gli fu dato di poi in premio del valore un bel giardino s u b u r b a n o , dove egli si raccoglieva con gli amici a ragionare, e lo chiam ava la Mortacademia. Presi a d u n q u e i vinti, e legati, furono rim andati a pene maggiori. Omero scrisse a n che questa b a tt a g li a , e q u a n d io me ne andai, ei mi diede il libro per portarlo Ira gli uomini ; ma poi con tante altre cose

n -2

DI UNA STORIA VERA.

io lo perdei ; p ure mi ricorda che il poema cominciava cosi :


Ed or cantam i, o Musa , la battaglia De morti eroi.

F u cotto un calderone di fave, come usano q u a n d o si celebra la vittoria d u n a batta glia , e si messero a sc iala re, e fare u n a gra n festa: solo non vi prese parte Pitagora, che se ne stette d i giuno e lontano, a bbom inando egli il m angiar fave. Essendo gi trascorsi sei mesi e met del settim o, avvenne nuovo caso. Ciniro figliuolo di Scin ta ro , bello e gra n d e della persona, d a un pezzo sera innam orato di E le n a , ed ella pareva proprio impazzita del giovane. Spesso a tavola si. facevano se gni tra l o r o , e b rin d is i, e si levavano e andavano soli a pas seggiare,nel hesco. P e r questo am o re , e non sapendo che fa re, Ciniro pens di rapire E l e n a , e fuggire : ed ella acconsenti di scapparsene in u n a delle isole vicine, nella S o v e ria , o nell Incaciata. Avevano gi tirato dalla loro tre d e miei c o m p a g n i , i pi a rris ic a ti: al padre ei non fece tra p e la r n ie n te , perch sapeva che lo a vrebbe impedito. Q uando lor parve il bello, in ca rn aro n o il loro disegno. V enuta la notte (io non vero , ch a cena m ero addorm entato), essi senza che nessuno li ve desse, pigliano E l e n a , e presto va nno via. Verso la mezzanotte svegliatosi Menelao, e trovato il letto vuoto e senza la moglie, getta un grido, va dal fratello, corrono alla reggia di R adam anto. Fa tto gio rn o , le vedette dicevano vedere la nave molto lonta n o : onde R adam anto fa m onta re c inqua nta eroi in una nave d asfodillo tutta u n p e zz o, e c om anda che glinseguano. F a nno gran forza di r e m i , e verso il m ezzogiorno li giungono che gi erano entra ti nel m are del latte presso all Incaciata : si poco m anc che gli am anti non se la svignassero. Legarono la nave con u n a catena di rose , e rim orc hiandola se ne torna rono. E lena piange va , e stava ve rgognosa, e si nascondeva la faccia; Ciniro e i c om pagni furono interrogati da Radam anto se erano accordati con altri, ed essi dissero di no. Ei li fe le gare pe genitali, e li m and nel paese degli e m p i, fattili p rim a ben flagellare con malve. F u decretato di cacciare anche noi dall isola, e datoci tempo a rim anervi solo il giorno appresso. Io m addolorai

DI UNA STORIA VER A .

e piansi di dover lasciare tanti beni e rim etterm i alla ventura: ma quelli mi consolavano dicendo d i e tr a pochi anni ritorne rei tra lo ro , e m additavano u n seggio e u n posto se rba to per me, vicino ai migliori. Andai d a R a d a m a n to , e molto lo pregai di dirm i il futuro, ed i casi che avrei pe r m are. E d egli mi rispose, che tornerei si in p atria, ma dopo molto vagare e m ol ti pericoli; e non mi volle d ire il tempo del rito rn o , m a a d ditandom i le isole vicine (ne com parivano c inque, ed u n a pi lo n ta n a ): Q ue ste , mi disse, sono le isole degli e m pi, questo v icine, su cui vedi b ru c ia re gran fuoco; la sesta la citt dei sogni, dopo viene lisola di Calipso, che non ti apparisce affatto. Q uando avrai oltrepassate queste isole giungerai sul gran con tinente che opposto a quello abitalo da voi: quivi dopo molti travagli, e viaggi pe r diverse genti, e tra uom ini intra tta bili, tornerai alla fine nella lt r a continente. Questo disse: e ste r pa ta di terra u n a radice di m a l v a , me la p o rse , ingiungen domi che nei pi gravi pericoli mi raccomandassi a quella. E mi diede questo avvertim ento: Q uando a rriv e rai in quella terra, non cavare il fuoco con la s p a d a , non m angiar lupini, non t'im pa cc iare con zanzeri che abbiano pi di diciotto anni. Abbi questo a m ente, e sii certo che tornerai in que stisola. Dopo di questo cominciai i preparativi per la p a rt n z a : m a , essendo gi 1 ora, andai a cenare con loro. Il giorno a p presso andai dal poeta O m ero, e lo pregai di farmi u n iscri zione: ei subito me la fece,.ed io la scrissi sovra una colonna di berillo, che rizzai sul porto. L iscrizione era q u e s ta :
Luciano c h c f a c a r o s i b e a li Numi del Cielo, esti beati lochi V id e, e lornossi n e ll a p a t r i a t e r r a .

Essendo rimasto per quel giorno, il dim ani p a rtii: gli eroi vennero ad accom pagnarm i: t r a i quali accostommisi Ulis se, che di nascosto di Penelope mi diede u n a lettera da por tare a Calipso nell' isola Ogigia. R adam anto m and meco per accom pagnarci il pilota N auplio, acciocch se fossimo portati a quelle isole, nessuno ci prendesse, ch noi navigavamo per altri affari nostri. Poich uscimm o di quell aere o d oroso, s u bito ne circond un gran puzzo come d asfalto, di zolfo, e di 10-

114

DI UNA STOMA VERA.

pece che ardono insiem e, ed un fumo stomachevole ed insop portabile, come quello che viene da cadaveri che b r u c ia n o : 1 aria e ra scura e caliginosa, e pioveva u n a rugiada di pegola: e s udiva rum ore di flagelli, e lamenti di molti uomini. Non ciavvicinamm o alle altre isole, m a quella su cui sm ontam m o era tutta intorno balze e dirupi n u d i , se nz a lberi, e se nz a c q u a : p u re arram picatici pe r quei precipizii, ci m ettemmo per un sentieruzzo pieno di spine e di stecchi, e c am m ina ndo tra grande squallore ed orrore venim m o alla carc ere , al luog o dei sup plizi, che era m irabile, e cos fatto. Il suolo per ogni parte e r a irlo di spade e di s p ie d i, e intorno vi scorrevano tre fiumi, uno di fango, uno di sangue, uno pi dentro di fuoco; e q u e sto grande ed invalicabile, c orreva come a c q u a , gonfiavasi come m a re , e aveva pesci quali come tizzoni, quali pi piccoli come carboni accesi, e chiamati lucernette. Una sola e stre tta l e n tra ta , e portinaio stavvi T im one ateniese. E n tra li i condotti d a N auplio, vedemmo i supplizi di molti r e , o di molti p riv ati, dei quali riconobbi a lcuno: vedem m o a n che Ciniro che stava ad affumicarsi appiccato pei genitali. Le guide ci contavano la vita di ciascuno, e le cagioni dei supplizi: e dicevano che le pene pi gravi sono date a chi dice la bugia q u i , specialmente agli storici che non iscrivono la verit, come Ctesia di Cnido, E rodoto, ed altri molti. O nd io vedendo costoro, tutto mi consolai per m e, ch io non so d aver detto mai bugia. T ornato subito alla n a v e , ch non potevo pi sostener quella vista, accomiatai N auplio, e partii. Indi a poco eccoci presso l isola dei sogni, che pareva e non p a re v a , proprio come un sogno, ch come noi ci avvicinam m o, essa ritraevasi, sfuggivaci, e pi e pi s allontanava. Infine l afferrammo, ed entrati nel porto detto del s o n n o , presso la porta d a v o rio , dov il tempio del G allo, a sera tardi sm ontam m o; ed entrati nella citt, vedem m o molti e varii sogni. Ma voglio p r im a dire della citt, ch nessuno ne ha scritto, ed Omero che il solo ne fa m enzione, non ne scrisse niente bene. Intorno le gira un a selva di alberi altissimi che sono papaveri e m a n d ra g o ri, su i quali sta un nugolo di pipistrelli, soli volatili che nascono nell isola: vicino le scorro un fiume chiam ato il Nottivago, e

DI UNA STORIA VERA.

J!5

presso le porle sono due fontane, dette Nonsisvcglia e T uttanotte. Le mura della citt sono alte, e variam ente colorate come l iride. Le porte non sono d u e , come disse O m e ro, m a q u a t tro : due guardano verso il cam po della p ig r iz ia , u n a di ferro, u n altra di m attoni, per le quali e ntra no ed escono i sogni terrib ili, m icidiali, c rudeli; d u e verso il porto ed il m a r e , luna d i corno, l a lt r a , onde noi p assam m o, d avorio. E n tra n d o nella citt si trova a destra il tempio della Notte: q u e sta , fra tutte le d iv in it , quivi a d o ra ta , ed il G allo, il cui tempio sta presso il porto. A sinistra sta la reggia del So n n o , il quale r e , ed h a due satrapi e v ic a rii, lo Sconturbato figliuolo di Nascivano, e l Arricchito figliuolo di Fantasio.. In mezzo la piazza una fontana d etta lAssopita, e vicino d u e templi del-: l inganno e della Verit; nei quali il sacrario e l oracolo, e per sacerdotessa che spiega i sogni la C ontraddizine, alla quale re Sonno ha dato que st onore. Il popolo d e sogni non e ra d una razza e d un aspetto, ma quali erano lunghi, dolci, belli, piacevoli; altri piccoli, d u r i , brutti; altri tutti oro e ric chi; altri poveri e meschini. V e n e r a n o a l a t i , e d i strane figure: e di quelli vestiti sfarzosam ente, alcuni da r e , alcuni d a dii, ed altri con altri ornam enti. Ne riconoscem mo p a re c c h i, che gi vedemmo nel nostro paese, i quali ci vennero incontro, ci s a l u ta r o n o , come suol farsi tra vecchi a m i c i , ci presero pe r m ano, ci vollero ospiti, e fattici a d d o rm e n ta r e , ci trattarono con grande sfarzo e splendidezza, e ci prom isero di farci re o satrapi. Alcuni ci condussero anche nelle nostre patrie, ci m o strarono i nostri, e lo stesso giorno ci ricondussero. T re n ta giorni ed altrettante notti rim anem m o tr a essi dorm en d o o scialando: dipoi all improvviso scoppio d un g ra n tuono sv e glia tic i, e levatici in pi facemmo provvisioni, e partim m o. Il terzo d giunti all isola Ogigia, dism ontam m o : io p ri m am ente sciolsi i legami della l e tte ra , e la lessi : diceva cos: Ulisse a Calipso salute. Devi sapere che io q uando mi partii da te su la zattera che io m avevo c o stru ita , feci na ufragio, e d a pena fui salvalo da Leucotoe nel paese dei F eaci: dai quali rim a nda to a casa m ia , vi trovai molti cicisbei di m ia m o glie, che sguazzavano su la roba m ia. Io li uccisi tutti quanti; ed infine Telegono, c h o mi nacque da Circo, uccis o me. E d

liti

DI UNA STORIA VERA.

ora sono nell isola dei Beati, pentito assai di aver lasciata * la bella vita che m enava con t e , e l im m ortalit che tu mi offerivi. Se dunque mi v e rr fatto, fuggirommene e sar da te. Questo e ra il senso della lettera : diceva ancora due parole di raccomandazione pe r noi. Essendomi dilungalo un po dal m are trovai la grotta della dea tale quale la descrive O m e ro, e lei che filava lana. Come ella prese la lettera e la lesse, pianse lungam ente, poi c invit alla mensa ospitale, ci tratt lau ta m e n te, e ci dim and di Ulisse e di Penelope, come ella era di volto, e se era c a s ta , come Ulisse gliela v a n ta v a : e noi le rispondem m o cose che ci pareva le dovessero piacere. Dipoi ce ne tornam m o alla na ve, e li vicino sul lido ci ad d o r m e n ta m m o : la m a ttin a , messosi un buon ve nto, salpammo. P e r due giorni avem m o b u rra sc a , il terzo scontram m o i Z u cc h ep ira ti, uom ini feroci, che dalle isole vicine assaltano e svaligiano chi naviga pe r quei m ari. Hanno grandi navigli, che sono zucche lunghe sessanta cubiti. Quando sono secche le vuotan o , ne cavano la m id o lla, e vi navigano arm andole con alberi di c anna e con vele fatte di foglie di zucche. Ci assaltano a d u n q u e con due di quelle loro fuste bene a rm a te, ci c om ba ttono, feriscono molti scagliandoci, invece di pietre, grossi semi di zucche. D ura va incerta la battaglia, quando verso mezzodi f e d i a m o dietro i Zucchepirati venire a vele gonfie i N ocinauti, loro sfidati nemici, siccome poi si vide. Come quelli si accrsero d essere assaliti, lasciarono noi, e si rivol sero a c om ba tte re, e noi levata la vela fuggimmo, lasciandoli che s accapigliavano t r a loro. Parveci che il vantaggio l aves sero i Nocinauti, perch avevano cinque navigli bene arm ati e pi forti : i navigli eran o mezzi gusci di noci, vuotati, ed ogni mezzo guscio aveva la lunghezza di quindici cubiti. Perdutili di vista, ci demmo a c u ra re i feriti : e da allora in poi stemmo sem pre su 1 a r m i , aspettandoci qualche altra insidia : e ci gio v. Ch non s era ancora corcato il sole, e d a u n isola deserta ci vengono sopra con g ra n furia u n a ve ntina d om ini cava l c an ti sopra delfini : eran questi anche ladri , e i delfini che li p ortavano galoppavano e nitrivano come cavalli. Avvicinatisi sparpagliansi chi di qua chi di l , e ci scagliano ossi di sep p ie, e d occhi di granchi : e noi con dardi e saette li respin

DI UNA STORIA VERA.

117

gia m o : sicch avuti parecchi feriti, fuggirono a rim bucarsi nell isola. Verso la m ezzanotte, essendo bona cc ia, urlam m o snza addarc ene in u n grandissimo nido d alcione, che aveva un sessanta stadii di c irc u ito : so v r esso stava l alcione che c o vava le u o v a , e non e ra m inore del suo n id o , pe r modo che qua ndo si lev per poco non fece affondare la nave col vento delle ali. Se ne fuggi m anda ndo un lugubre lam ento. Discesivi sul fare del giorno, vediamo il nido simile ad u n a gra n d e zat tera fatta di grossi alberi ; sopra vi stavano cinquecento u o v , ogni uovo pi capace d u n a botte di C hio; d e ntro ai quali-si vedevano i pulcini che pigolavano : con la sc ure aprim m o un uov o , e ne cavam m o un pulcino im p lu m e , pi grosso di d o dici avoltoi. . Passati uh dugento stadii oltre il n id o , ci avvennero grandi e mirabili prodigi : il paperin di p ro ra a un tratto starnazz l 'a l i e s t r ill ; il pilota Scin ta ro , che e ra c alvo, rim biondi ; e la pi nuova fu che l albero della nave germ ogli, mise i r a m i, ed in punta port frutti, fic hi ed uve g ra n d i, non ancora m ature. A questa vista noi naturalm ente sbigottiti pregam m o gl Iddi di a llontanar da noi la m aluria. Non. eravam o andati oltre un c inqua nta stadii e vediamo u n a selva grandissim a e folta di abeti e di cipressi. C redem m o fosse il c ontinente, ma era il m are senza fondo che aveva germ inati alberi senza r a dici ; gli alberi stavano s a ld i, ritti, e piantati su lacqua. F a t tici pi da presso, guarda e r i g u a r d a , non sapevam che fare: navigare per mezzo agli alberi folti e continui non e ra possi b i l e , tornare indietro non e ra facile. Io m a rram picai sovra l albero pi alto per iscoprire qualcosa al di l, e vidi che la selva c ontinuava cosi cinquanta stadii o poco p i , e dipoi vera altro mare. Pensam m o a d u n q u e di porre la nave sovra gli a l beri che eran foltissimi, e tragitta rla, se e ra possibile, nellal tro m a r e : e cosi facemmo. La legammo con un g ra n c an a p o , e m ontati su gli a lb e ri, a gran fatica la tiram mo su : e a dagia tala sovra i r a m i , spiegata la vela, andavam come sul m a re , pinti dal vento. Allora mi ricordai del poeta Antim aco, che in una p arte dice:
Veuiu per m a r selvoso navigando.

118

DI UNA STORIA VENA.

Valicata la selva giungemmo all a c q u a , e calata la nave allo stesso m odo, navigam mo su l acqua limpida e t ra s p a re n te : finch pervenimmo sopra una gran voragine che s apriva nel l a c q u a , come quelle che vediamo per trem uoto su la terra. La na ve, amm ainata subito la vela, a pena si ferm , e manc pe r poco che la non fosse travolta gi. Sporgem mo il c apo, e vedemmo una profondit di quasi mille sta d ii, terribile molto e maravigliosa : l a cqua rim aneva come spaccata. G ua rdando intorno vedemmo verso destra non molto lungi un ponte fatto di a cq u a , la quale u n iv a i due lembi dello spa c co, e dall un m are correva nell altro. Facendo forza di remi piegammo a quella pa rte , e con molta agonia tragittam m o il p onte, e non ce lo credevamo. Quindi ci accolse un m are tranquillo e u n isola non g ra n de , accessibile, a bitata d a uomini sa ivatichi, detti Bucefali, con teste di bue e c o rn a , come dipingesi il Minotauro. Disce si, c inoltramm o per fare a c q u a , ed anche un po di vettova glia, se era possibile, ch non ne avevam o pi. L acqua tr o vamm o li vicino; ma altro non appariva n i e n t e , se non che udivam o certi muggiti poco lontani. Credendo che fosse una m a n d ra di b u o i, prendiam quella v ia , e troviam o u o m in i, i quali al vederci ci danno addosso, e afferrano tre compagni : noi altri fuggiamo alla dirotta verso il m are. Ma dipoi armatici tutti quanti ( c h non volevamo lasciare i compagni invendi cati) piombiamo sopra i Bucefali che si spartivano le carni di quei poveri uccisi, li a tte rria m o , gl inseguiam o, ne uccidiamo una ven tin a , e presine due v i v i, ce ne torniam o coi prigioni, non avendo trovato vettovaglie affatto. I compagni consiglia vano di scannare i catturati ; m a io mi opposi, e li feci tenere legati e custoditi finch vennero araldi dai Bucefali con la ta glia per r is c a tta rli, ch d a certi segni e da flebili muggiti noi capimmo che essi ci pregavano di merc. Il riscatto fu molti caci, pesci secchi, cipolle, e quattro cervi a t r e piedi, i due di d ie tro , e quei d avanti appiccati in uno. Cos rendem m o i p ri gioni, e rimasti un sol giorno, partimmo. Gi cominciavano a c om parire pes c i, ed uccelli che ci vo lavano intorno, ed altri segni che il continente e ra vicino. Poco dopo vedem m o uom ihi che navigavano in una nuova ma

DI UNA STORIA VERA.

119

n iera ; erano marinai e navi in sie m e ; ed ora vi dico la m a niera. Si mettono a giacere supini su l a cqu a col coso ritto (o li hanno ben lunghi), al qu ale legano la v e la , e con le m ani tengono la scotta : il vento gonfia la v ela, e navigano. Altri seduti sopra sugheri sferzavano due aggiogati delfini, che cor re n d o tira va no i sugheri. Costoro non ci facevano alcun m ale, n ci fuggivano, m a senza paura e quieti ci venivano vicino, facevano le m araviglie della no stra nave, e la rig u a rd a v a n o pe r ogni verso. Sul c alar della sera approd am m o ad u n isoletta a bitata d a femmine, come credem m o, che parlavan o greco : esse ci vennero incontro, ci salutarono, ci abbracciarono; erano vestile ed a b b i gliale come cortig ian e, tutte belle e giovani, e trascinanti lun ghe vesti p e r terra. L isola chiamavasi la Cavallaro, e la citt Acquavittim a.'Le donne a d u n q u e ci presero, e ciascuna c o n du s se uno di noi a casa sua e 1 ospit. Io a n d an d o un poco a rilen to , perch il cuore non mi presagiva b e n e , e g u a rd an d o a tten tam ente intorno, vedo molte ossa e teschi um ani sparsi q u a e l : avrei voluto g rid a re , c h iam are i c o m p a g n i, c o rrere alla rm i, m a mi tenni; e cavata la sa nta malva, fervorosamente me lo ra c c o m a n d a i, che mi scampasse dai presenti pericoli. E d ecco poco appresso, m entre la m ia albergatrice s affaccendava per la c a s a , le vidi non gam be di femm ina ma unghie di asina. Sfodero la sp a d a , P afferro , la lego, le d im a n d o : Dim m i, che cotesto? Ella non voleva, m a p u re infine parl e disse che esse erano ninfe m a r in e , chiam ate G a m b ed a sin e, e m angiano i forestieri che quivi capitano. Li u b b riac h iam o , soggiunse, ci corchiam o con essi, e m en tre d o rm ono li accoppiamo. All udir q u e sto , la lascio qui leg ata, salgo sul te tto , e con un grido chiam o i c om p a g ni: e venuti racconto il fatto, a ddito le ossa, e li conduco a quella legata, la quale subito divent a cq u a , e s p a r i : m a io pe r un a p ruova messi la spad a nell a c q u a , che divent sangue. Tornati in fretta alla nave, andam m o via,
' L e g g o Ka(3aX).&D<7a, d a xat gXJ.ns, caballus clilellarius ; e d Y Sap x p r i a , d a Swp, a q u a , e d piapTi rx, p r c c u lu m , e d a n c h e v i d i m a p io peccalo. G l in t e r p r e t i ed a n n o t a t o r i n e d ic ono t a n t e : ta l u n i n e g a n o che sieno p a r o l e g r e c h e . A me p a r e c h e q u e s t i nom i s ie no di s t a m p o g r e c o , e sign ifi chino q u a l c h e co sa c h e si ac c o r d a co n ci che si n a r r a a p p r e s s o .

120

DI DNA STORIA VERA.

Al rom pere del giorno noi v edendo il continente c red e m m o fosse quello che opposto al nostro : onde ringraziati ed a d o rati gl id d i, consultammo sul d a fare. Alcuni proponevano d i scendere per poco, e subito torn are in d ie tro : altri lasciar la na ve l, ed e n trar dentro te r r a , e conoscere chi v abitava. Men tre facevam questi conti ci v ien e addosso u n a gran b u rra sc a , c he b atte la nave sul lid o , e la sfa sc ia: noi appena ci sal vam m o a nuoto, ciascuno con le sue arm i e con che altro pot afferrare. E questi sono i casi che m avvennero sino a che giunsi nell altra t e rra navigando per m a r e , e nelle isole, e nell a r ia , e dipoi nella b a len a, ed uscito di l nel paese degli e ro i, e dei sogni, ed infine tra i Bucefali e le G am bedasine : i casi poi cho m avvennero nell altra terra li racconter nei libri seguenti.*
1 K cco v i qu i u n a n o ta d eg l' i n t e r p e t r i c h e vi d ic o n o : o questi lib ri sono p e r d u ti, o Luciano no n li scrisse. D o v e te r i c o r d a r e c h e L u c i a n o v ha d e t t o c h e egli non is c r i v e v e r i t , e co s i v e d r e t e c h e q u e s t i li bri s o n o un* a l t r a b u g i a , con la q u a l e r iu s c i to a c a n z o n a r e a n c h e i s u o i i n t e r p e t r i , cho 1 h a n c r e d u t a d a s e n n o !

121

XXVII.

ili xmAsnviciDA.'

A R G O M E N T O. U n o m o n ta su la ro cc a p e r u c c i d e r e il t i r a n n o , no n lo tr o v a : i n v e c e u c c id e il figliuolo, e gli lasc ia la s p a d a n el c o r p o : v i e n e il t i r a n n o , e v e d u t o il figl iuolo gi m o r t o , co n la s te s s a s p a d a si u c c id e . Q u e g li c h e a n d ed u c c is e il figliuolo d e l t i r a n n o , d i m a n d a il p r e m i o co m e ti r a n n i c i d a .

Due tira n n i ho ucciso in un sol g i o r n o , o giu d ici, l uno gi pro v e tto , l altro nel fior degli anni e , succedendogli, pi pronto ad o p p rim e rc i, e pe r am bedue vengo a chiedervi un p r e m io ; ch io solo, tra q uanti m ai furono tira n n icid i, d un sol colpo ho spacciati due rib ald i ; ho ucciso il figliuolo di sp a d a , il pa d re di crepauore. Il tiran no h a avuto bastante pena di ci che ei fece : vivo ancora ha veduto il figliuolo m o r t o ; e sul m orire stato costretto m aravigliosam ente a divenire tirannicida di s stesso. Il figliuol su o , che peri di m ia m ano, m servito anche m orto, come stru m en to per uccidere un altro: vivo fu compagno delle ribalderie di p a d re ; m orto fece lultima che pot, divenne p a rric id a. Quegli a d un q ue che spense la ti rann id e son io , e la spada che tutto oper fu mia : solamente mutai lo rd in e , e trovai nuovo modo di finir quei malvagi : il pi forte, e che poteva far difesa, lo spensi io : il vecchio la sciai alla sola spada. Ed io che mi pensavo di a v e r n e maggior merito d a voi, di ricevere per due m orti due p r e m i, come co lui che vi ho liberati non pure dai mali p resenti, m a dal tim or dei fu tu ri, e v ho d ata salda libert, non facendo rim anere
1 11 T ir a n n ic id a , il Diredato, c i d u e F a la rid i, so no q u a t t r o d e c l a m a zioni s c o l a s t i c h e , p ie n e di lezi o sag gini, c o n c e t t i n i , l a m b i c c a t u r a di p e n s i e r i , s v e n e v o l e z z a di s til e . Le t r a d u c o s o lo p e r c h m i s o n o p r o p o s t o di t r a d u r r e t u t t e le o p e r e d i L u c i a n o , o a lui a t t r i b u i t e .
LVC1AHO. 2. 11

122

IL TIRANNICIDA.

erede della mala signoria, io intanto corro pericolo, dopo si bel fatto, di non avere alcun premio da vo i, di rim a n e re io solo senza compenso dalle leggi, che io salvai. Questo mio av v ersario adopera cosi non per am ore del pubblico b e n e, come egli d ice, ma p erch si addolora su gli uccisi, e v orria far vendetta di chi ne ba cagionato la morte. Ma perm ettete, o giudici, che io d iscorra alquanto con v o i, bench voi li sapp iate, di tutti i mali della tirannide ; ch cosi voi conoscerete la grandezza del mio benefizio, e pi vi rallegrerete ripensando donde scampaste. Noi non sostenem m o , come gi accadde ad a lt r i , una sola tira n n id e , un a sola s e r v i t , n sopportam m o i capricci d un solo padrone ; ma tra q uanti al mondo patirono tale sv e n tu ra, noi avevam sul collo due tiranni,- e da doppia m aniera di oltraggi e r a v a m s tra z ia ti. Molto pi m oderato era il v e c c h i o ,e pi placabile nell i r a , e pi mite nei castighi, e pi rimesso nei c ap ric c i, ch l et ne ratten eva la foga, e ne frenava gli appetiti d isordinati. Anzi dicevasi che cominci l oppressura spintovi dal figliuolo, non di sua voglia : ch d indole ei non e ra tir a n n o , ma cieco per quel figliuolo, lo am ava di tro p p o , come infatti dim ostr, lo secondava in tu tto , faceva il male che quei voleva, puniva coloro che quegli indicava, gli obbediva in ogni cosa: insom m a era tiranneggiato da lu i, e ub b id iv a a tutti i capricci del figliuolo. Il giovane poi p e r rispetto dell et gli cedeva in o n ore , e si asteneva dal solo nome di p r in c ip e ; m a egli era il tutto e l anim a della tira n n id e ; egli ne assod ed assicur la potenza ; ed egli solo godeva il frutto delle ingiustizie. Egli e ra quello che s accerchiava di satelliti, che co m andava le g u a rd ie , che vessava i s u d d iti, che spau riv a chi levasse il ca po : egli lo storpiatore dei g a rzo n i, l insultator delle nozze, il rap itor delle v ergin i: le uccisioni, i b a n d i, le confische, i tor m enti, gli oltraggi, tutto e ra opera sua. Il vecchio lo secondava, gli dava m ano, e non faceva che lodarne le scelleratezze. Sic ch lo stato nostro e ra d ivenuto insopportabile : ch q ua nd o mal volere s aggiunge a gran potere trapassa tutti i term ini delle ribalderie. Pi di tu tto ci cuoceva il sapere che la nostra servit sari stata lunga, anzi e te rn a ; che la citt saria come p e r successione passata da un padrone ad un altro peggiore,

IL TIRANNICIDA.

125

ed il popolo divenuto u n a roba e re d ita ria . P e r gli altri non piccola sp eran za il poter p e n sa re, e dire fra s : Ma (inir, ma p ur creper , e subito sarem liberi. P e r noi questa speranza non v e ra : anzi vedevam gi p ro n to il successore. Onde nessuno dei generosi, che come me frem evano, a rdiv a di te n ta r qual che fatto : la libert e ra sfidata, la tira n n id e pareva invincibile, contro due non potersi tentare. P e r m e , io non m a ttrrii; n, p ensata la difficolt dell im presa, mi scuorai ; n , veduto il pericolo, mi ritrassi per p a u ra ; ma solo, io solo contro si potente e salda tir a n n id e , anzi non solo, m a con la m ia b rava sp ada che fu anch essa tira n n ic id a , m avviai avendo innanzi agli occhi la m o r te , e pur deliberato di risc attare la com une libert col m io sangue. Scontrata la prim a g u a rd ia , e fugatala non senza sforzo, u ccidendo chi mi si para d in an z i, e rovesciando ogni ostacolo, giungo a chi faceva tutto il m ale , ed era la sola forza della tira n n id e , la sola cagione delle nostre miserie ; ne^ cuor della rocca lo assalto, e bench egli com b atta valorosam ente e resista, p u r con molte ferite l ' uccido. Allora fu d iftru tta la t ir a n n id e , compiuta la m ia i m p r e s a ; e da quel punto tutti fummo liberi. Rim aneva solo il v e cc h io, in erm e , senza guar d i e , senza il figliuolo che e ra il suo g ra n d e s g h e r r o , a b b an d o nato da t u tti, indegno di finire per una m ano generosa. E q u i , o g iu d ic i, io cosi pensavo tra m e : T u tto m riuscito felice m ente, tutto fatto, tutto va bene : in qual m odo sar punito l altro? Non m erita che l uccida io con qu esta m ano che ha operato quel fatto si bello, si splendido, si nobile; ei disonore re b b e quel fa tto : trovi un carnefice degno di lu i:.m a dopo la sua sven tu ra non ab bia neppure questa ventura. V eda, si stra z ii, ab bia la spada innanzi gli occhi : a questo affido il resto. Preso questo consiglio, partii : e la mia spada fece ci e h io avevo p re v ed u to , uccise il t ira n n o , pose fine alla mia impresa. Ecco d u nq u e che io reco al popolo la sua sig no ria, dico a tutti di sta r l ie t i , e vi do la b u on a novella della libert: go dete p ure dell opera m ia. In palazzo non c pi rib ald i: nes suno pi vi com anda ; la sola legge d gli uffizi, regola i g iu dizi, e le discussioni : e tutto questo l avete per m e , pel mio ardire, per la m orte di quel so lo, dopo il quale il padre non poteva pi, vivere. Per questo a d u n q u e io chiedo il premio che

1-24

IL T IRANNICIDA.

voi mi d o v e te : e noi chiedo per cupidigia o avarizia, o p e r ch mi mossi pe r m ercede a beneficare la p a tr ia , m a perch voglio che la m ia bella im p re sa 'a b b ia il suggello del prem io , non rim anga spregiata ed ingloriosa, non sia stim a ta incom piuta ed indegna di premio. ' E costui m e lo co n tra sta , c dice, che a torto voglio essere onorato e p rem iato; che non ho ucciso io il t ira n n o ; che non ho fatto secondo vuole la legge; ho m an c a to -in qualche co sa, e non posso chiedere il premio. Or io dim and o a costui : che altro vuoi da m e ? non ebbi c uore fo rse ? non salii lass? no n l uccisi? non vi liberai? forse qualcuno com anda anco r a ? qualcuno dispone? qualche p adrone vi m inaccia? qualcuno di quei ribaldi fuggito? Non pijoi dirlo. Per tutto to r n a ta la p a c e , le leggi valgono, la libert a ssicu rata, la signoria rito rn a al popolo, le nozze sono senza oltraggi, i garzoni senza p a u r a , le vergini sic u re, t u tti'i cittadini festeggiano la felicit com une. E chi cagione di tutto questo? chi vi ha dato tanto b e n e , e tolti tanti m ali? Se vi altri pi degno di m e , gli cedo il p re m io , rin u nzio alla rico m p ensa; m a se ho fatto io solo ogni cosa, io a r d ii, a rrisic ai, salii, u ccisi, p u n ii, con l uno mi vendicai d ell a ltr o : p erch tu calunnii questo bel fatto? perch, fai che il popolo mi sia ingrato? Non hai ucciso pro prio il tir a n n o , e la legge d premio a chi uccide il tirann o . I l a dim m i : che differenza v tra ucci d erlo , e dargli cagione di m orire? N e ss u n a , c re d io Il legisla to re rig u ard solamente gli effetti, la libert, la signoria del pop olo , la fine delle ingiustizie; e questi volle o no ra re, questi credette degni di p rem io : e di questi non puoi negare che la cagione son io. Se io uccisi chi fece u scir lui di v ita , spensi anche lu i: la 'm o rte fu opera m ia , la m an o fu sua. Non sotti lizzare su l' m aniera della m o rte, non cercare il m odo o n d egli m orto ; m a se egli non p i , e se p e r cagion m ia non pi. Cosi pare che tu voglia cercare u n altra cosa, e calu n niare chi ha fatto un benefizio, se egli non di sp a d a , m a d un sasso, d un b a stone, d un altro m o d o l avesse ucciso. Oh che? e se io avessi assediata la r o c ca , e sforzatolo a m o rir di fame, diresti che io dovevo ucciderlo di m ia m an o , e che non ho eseguito a p punto la legge, m entre quel ribaldo m orto di maggiore stra

IL T1UANMCI0A.

123

zio? Una cosa devi r i c e r c a r e , u n a cosa d im a n d a re , d una b r i garti : v rimasto qualcuno di quei malvagi ? v cagione di p a u ra ? v altro argomento di sventure? Se tutto pace e sicurezza, un calunniatore chi sottilizzando sul m odo del fatto vuol p ri v a re di ricom pensa le fatiche. Io mi rico rdo che sta scritto nella legge (se p u re la lunga servit non mi ha fatto dim en ticarne le parole) che sono egualmente colpevoli e chi uccide u n o , e chi non 1 uccide di sua m ano m a dell a ltru i; e l uno e l altro la legge punisce di egual pena. E giustamente ; perch non vuole che il fatto sia da meno del consiglio ; e non cerca .del modo. O r chi uccide per consiglio tu credi giusto che com e om icida d eb b a esser punito senza remissione ; e chi p e r lo stesso modo fece un bene alla citt non lo credi degno del prem io dovuto ai benefattori? N puoi dire che io l ho fatto a caso, che il bene che n venuto non era nella m ia inte n z io n e . E che potevo pi te m e r e , ucciso il pi forte? E perch gli lasciai la spada fitta nella gola, se non perch prevedevo ci che succsso? salvo se tu non dici q u esto, che no n e ra tira n n o il m o r to , che non aveva questo no m e, e che voi non volevate d a re pi d un p re m io , se ei fosse m orto. Questo non puoi dirlo. O ra , ucciso il t ira n n o , non d a rai tu premio a chi stato cagione della sua m o r te ? Oh quanti sc ru p o li! Godi la lib e rt, e ti curi del c o m e egli m orto? e chiedi qualche altra cosa da chi ha re sti tu ita al popolo la signoria? E pp u re la legge, come tu d ic i, rig u a rd a il fatto principale; i modi accessorii li lascia, non se ne cura. Forse chi scaccia u n tiranno non h a il premio come chi luccide? Si giustam ente, perch egli ha da ta la libe rt, e tolta la servit. Io non li ho scacciati, si che v ^ p aura che rito rni n o , m a li ho d istrutti in teram en te, ho spenta tutta la schiatta, ho sterpata dalle radici la m ala pianta. t Or d e h , considerate punto per punto ogni c o sa ,, se ho tralasciato nulla che la legge v u o le, se mi m anca nulla che si richiede in tirannicida. Prim am ente ei dev essere d animo genero so , am ante della p a tria , voglioso di mettersi a pericoli pel bene c o m u n e , non c u ran te di m orire per la salute del po polo. Ho tem uto io? mi sono scuorato? o pensando a pericoli mi son ritirato indietro? No. Ritieni questo solo pe r o r a , e ir

IL TIRANNICIDA.

credi che pel solo volere, pei solo consiglio, ancorch non no sia venuto effetto b u o n o , e pel saldo proponimento dell animo io voglia il premio dei benemeriti. Se io non avessi poluto: se altri dopo di m e avesse ucciso il tir a n n o , saria forse i r ragionevole ed assurdo il d a rm e lo ? specialmente se io dices si: 0 cittad in i, io lho m ed itato, l ho voluto, l ho ternato, io pel solo buon volere son degno d un prem io: che mi ri sponderesti allora! Ora io n on dico questo: m a , io sono salito, ho affrontato il pericolo, ho fatto mille p ruove prim a di uccidere il giovane. E non credete che sia cosa facile ed agevole su p e ra r la custodia, vincer le g ua rd ie , uno solo rove sciar tanti: anzi q u e s l a 1 opera maggiore e capitale nel tira n nicidio. Non difficile cogliere e spacciare un tira n n o , m a quelli che custodiscono e sostengono la tirannide: vinti qu esti, il meglio f a tt o , l altro n ie n te : ed io non poteva giun gere a lui se non atterrati i suoi cagnotti, e vinte tutte lo g uardie. Or questo mi b asta, a questo punto rimango: ho su perate le gu a rd ie , vinti i c u sto di, ridotto il tira n no senza d i fesa, in erm e , nudo. Ti pa re adesso che io m eriti o n o re , o vuoi anche u n uccisione? E se vuoi u n uccisio ne, eccotela: io son lordo di sang u e: n e 'h o fatta una g rande e forte; ho ucciso un giovane nel fior degli a n n i , terribile a t u t t i , pel quale il tiranno non temeva in sidie, nel quale solo confidava, il quale gli v a leva per mille guardie. Non son degno di premio an co ra ? dopo questo fatto debbo an d are inonorato? E c h e , se avessi ucciso u n cag no tto , un m in istro , un servo prediletto? Non saria stato u n g rande a rd ire m on tare in palazzo, ed in mezzo a tante a r m i, uccidere uno degli amici del tirann o ? Ma eccoti morto lui stesso. E ra figliuolo del t i r a n n o , anzi tira n n o pi fie r o , padrone pi a sp ro , punitore pi c ru dele, insultatore pi v iolento, e , quel che peggio, erede e successore che a vria potuto prolungare d assai le nostre m iserie. Vuoi tu che io abbia fatto solo questo ? che il tira n n o viva ancora e sia fuggito? E b b e n e , e per questo io chiedo il premio. Che d ite ? non me lo darete? Non a bborrivate anche colui? non e ra egli despoto? non e ra egli g rave? non insopportabile? Ma veniamo al punto principale. Ci che costui chiede da m e, io, secondo mio potere, 1 ho fatto benissimo: ho ucciso il tira n no

IL TIRANNICIDA.

127

con una nuova m an iera, non d u n colpo so lo, com e egli a v ria voluto dopo tante rib ald erie, m a con tutti gli strazi del dolo r e , m ostrandogli innanzi agli occhi l am or suo miseram ente trafitto, u n fior di-figliuolo, bench m alvag io, p ure simile al p a d r e , tutto sparso di sangue e di sanie. Li si ferisce un p a d r e : questa la spada d e veri t ir a n n i c i d i , questa m orte de gna di crudeli tir a n n i, pena conveniente a tan ti misfatti. Su bito m o rire , subito p erdere la conoscenza, senza v edere nes suno spettacolo come q u e sto , non pena per tiranno. Io non ig n o rav a , come nessun altro ign o rav a, quanto am ore egli por tava al figliuolo, e come n on gli saria sopravvissuto d un sol giorno. Tutti i padri sono cosi fatti verso i figliuoli, m a costui pi degli a ltri: ed a ra g ion e , perch questo figliuolo e ra il solo custode e difensore della tir a n n id e , presidio del p a d r e , soste gno della signoria. Onde se non per a m o re , io ero certo c h ei saria m orto per disperazion e , toltogli il sostegno del figliuolo. Con tutte queste punte io l ho trafitto , con 1 a m o r e , la dispe razio ne, il te rro re , lo spavento del futuro. Con queste arm i l ho trafitto, e spinto a quell ultimo passo. Eccovelo m orto senza figliuoli, dolente, piangente, straziato d a strazio breve s , m a bastante per un p a d re, e m orto di sua m an o, che m o rte m is e r r i m a , e pi a m ara che quella di m ano altrui. Dov la m ia spada? forse altri la riconosce per sua? forse a p parteneva ad alcun altro? chi la port in palazzo? chi l us innanzi al tiranno? chi gliela ficc nel corpo? 0 sp a d a , com p ag n a e co ntinuatrice delle mie im prese, dopo tanti pericoli, dopo tante m o rti, siamo spregiati e tenuti immeritevoli di pre mio. Se io solamente per qu esta vi chiedessi u n o n ore, e vi dicessi: 0 c ittad in i, volendo il tiran n o m orire e trovandosi in erm e , questa mia sp ad a lo servi, e fu lo stru m en to della co7 m u n e lib ert; non credereste voi degno di onore e di pre mio il padrone di uno stru m en to che ha fatto tanto bene al popolo? non la terreste come v ostra benefattrice? non appendereste questa spada in u n tem pio? no n l avreste come cosa sa c ra? , Im maginate con m e ci che dov fare e dov dire il ti ran no prim a di m orire. Poich il giovane fu d a m e tru cid ato trafitto di molte ferite nella faccia, affinch pi se ne dolesse

128

IL TIRANNICIDA.

il padre e se ne sconturbasse a vederlo ; lam entavasi m isera mente o chiamava il genitore, non suo aiuto e difesa (ch sapevalo gi vecchio e debole), m a spettatore delle domestiche sventure. Io che ero l autore di tu tta la tragedia mi r itir o , e lascio ad un altro attore il c a d a v e re , la sc e n a, la s p a d a , e il resto della rappresentazione. Sovraggiunge e g li, e' vedendo P unico figliuol suo gi d are i t r a t t i , tutto insanguinato e pieno di ferite e di squarci profondi e m o rta li, cosi dice: O him , figliuol m io, siam pe rd u ti, siam m o r ti, siamo uccisi come tiranni ! Dov luccisore? perch non uccide anche me? perch mi risparm ia, avendo ucciso te , figliuolo? F orse mi spregia come v e cc h io , e per maggiore tormento vuole allungarmi la m o r t e , ed ucciderm i a poc o a poco? Cos dicendo cercava un a spada; ch egli era d isarm ato , e confidava tutto nel figliuolo. E la spada non gli m anc: io gi laveva p r e p a r a ta , e lasciata a quest uso. E traendo dalla ferita la spada sangui nosa, dice: Poco fa mi uccidesti, ora ristoram i, e vieni, o spa d a , a consolare u n padre infelice, ad a iu tare la vecchia m ano : u c cid im i, e toglimi di questo dolore. Oh t avessi scontrata p rim a io ! oh non si fosse m utato l ordine del m orire! Fossi m o rto , da tiranno si, m a con isperanza di vendetta: no n cos senza figliuoli, senza n epp u r uno che mi u c c i d a ! Cosi dicendo s* affrett ad uccidersi, tre m a n d o , dibattendosi tra il desiderio e P im p o ten zaH i morire. Quante pene sono queste? quante ferite? qu ante morti? quanti tirannicidii ? e quailti premii mi dovreste d a re? Finalm ente voi tutti vedeste quel giovane terribile fatto c ad a v ere , e il vec chio abbracciato ad e sso , e misto il sangue d e n tr a m b i, li bazione grata alla libert v incitrice; vedeste la mia spada che tutto fece, e che stando in mezzo a tutti e due m ostrava come no n era stata indegna del suo p a d r o n e , e fedelmente mi aveva servito. Questo fatto mio solo e ra poca cosa: ora per la sua novit splendidissimo. Il distruttore di tutta la tirannide son io : ma le parti sono state divise come in un dram m a. La p r i m a ho rappresentata io, la seconda il figliuolo, la terza esso tira n n o ; la spada servi a tutti.

129

XXVIII.

Ili D IK E D A T O .

ARGOMENTO. U n o d i r e d a t o i m p a r m e d ic i n a . K ss en do im p a z z ito il p a d r e e sfidato da gl i a ltr i m e d i c i , egli d ato g li u n r im e d io , lo r i s a n a , e d r ia c c e t ta t o in fa* m iglia . Dipo i im p az z is ce la m a d r ig n a : gli i m p o s t o di r i s a n a r l a : egli d ic e c h e non p u , ed u n a l t r a v o l t a d ir e d a to .

Non nu o vo , o giudici, n strano questo che ora fa mio p adre, n o ra la prim a volta ei si sdegna cosi, m a sua usanza di aver ricorso a questa legge e di venire a questo tribunale. Bens nuova la m ia sv e n tu r a : ch io no n ho alc u n a colpa, e sto in pericolo d avere una pena per la rte m ia che non pu ubb i d ire a tutto ci che egli impone. E quale stranezza maggiore di q u e sta, m edicare p e r co m and o , non secondo il potere del l a r te , ma secondo il volere del p a d re ? Vorrei che la m edicina avesse tale un rim edio che potesse g u a rire non p ure i pazzi, m a anche quelli che si sdegnano senza giusta cag io n e, che cosi guarirei an co ra quest altra m alattia di mio padre. Adesso la pazzia gli p assata, e l ira gli c re s c iu ta : e quel che peggio, con tutti gli,altri sa v io , e con me solo che l ho c urato pazzo. E vedete qual m ercede io ricevo della mia c u ra , sono diredato u n a ltra volta da lui , nuovamente fatto stranio alla famiglia, sono stato raccettato per breve tem po quasi p e r essere rica c ciato con maggiore ignomi nia. Io nelle cose possibili non aspetto com ando : e te st senza chiam ata venni al soccorso : ma q u and o caso del tutto disperato, io non ci voglio n eppure m etter m ano. E con questa donna a ragione io non mi arrischierei ; p erch penso che mi farebbe mio p a d re, se io sbagliassi, q ua nd o io non ho n eppur cominciata la c u r a , ed ei mi ha d iredato. Mi dispiace

130

IL

DIREDATO.

ad u n q u e, o g iud ici, per la m ad rig n a g ravem ente am m a la ta, perch ella era una buona donna, e per mio padre che n af flitto ; m a specialmente per me che sem bro d isu b bid irg li, e non posso fare ci che egli m im p o n e , sia per la'gravezza del m a le , sia per la impotenza dell arte. Nondimeno credo che non sia cosa giusta d ired a re uno che q uando non pu fare un a cosa neppure te la promette. P er quali colpe a d u n q u e egli mi dired la prim a volta facilmente si vede da queste di che o ra mi accusa : a quelle io credo di avere a bastanza risposto con la vita che ho menato dipoi ; a queste risponder come posso dopo che v avr n a r rato alquanto de casi miei. Quel discolo e-disubbidiente di me che svergognavo il p a d re, e con le mie azioni disonestavo la famiglia, come egli allora a gran voci gridava e perfidiava, non volli rispondergli che poche parole. Uscito della casa pensai che un gran giudizio ed una verace sentenza sarebbe p e r me la vita che m enerei di poi, il m ostrare col fatto che io non ero q u a le -m i diceva mio p a d r e , l'a tte n d e r e a buoni s tu d i, il conversare con valenti uomini. Prevedevo anche q u al c he co sa , e gi sospettava che mio p adre non istava troppo in se n n o , p erch si sdegnava senza m o tiv o , e accum ulava false accuse contro un figlinolo: e ci erano alcuni i quali credevano essere un principio di pazzia quelle sue m inac ce, e gli altri sintomi del male che l assaliva, quell odio senza ragione,' quell invocare il rig or dlia legge; quelle ingiurie che mi diceva, quel triste giudizio, quelle g r i d a , quelle furie, insmma tutto quel tem pestare che ci fa ceva. Per mi parve che forse la m edicina mi potria qualche volta bisognare. Andandom i a d u n q u e pellegrino, e conver sando coi pi valenti medici in paesi stra n ie ri, con g ran de fa tica e assiduo studio im parai l arte. R ito rn a lo ,tro v o il padre del tutto pazzo e sfidato dai medi c i del paese, i quali non ve devano a d e n tro , n discernevano bene le malattie. Come era d ebito di buon figliuolo non ricordai che egli mi aveva d ire d ato, n aspettai d essere, chiam ato : non m e la pigliavo con lui, perch tutto quel -m ale'non m e l aveva fatto egli ma la m alattia. Andato a dunque senza c h ia m are , non lo medicai s u bito ; ch non nostra~usanza cosi f a r e , n l arte ci consiglia

IL D1REDATO.

151

questo, m a p rim a di tutto la-c insegna di considerare se risa nabile la m alattia, o se insanabile e tr a p a s s a i term ini del-, l arte. Allora se vi si pu m etter m a n o , ve la m ettiam o, ed adoperiam o ogni diligenza per salvar l am m alato : m a se ve diam o che i r male ha soverchiato e v in to , non lo tocchiam o affatto, se rbando u n antica legge dei m edici padri dell a r te , che dicono non doversi m etter m ano a casi disperati. Io a d u n - t que vedendo qualche sp eranza per mio p a d r e , e che il male non era m aggiore dell a rte , dopo di avere osservato e consi derato attentam ente ogni cosa, presi a m edic arlo , e con piena fiducia gli porsi il rim e d io , bench molti de presenti facessero tristi sospetti, sparlassero della c u r a , e si prep arassero a darm i u n accusa. V e ra presente anche la m adrigna sbigottitae.diflQd e n te , non perch m odiav a, m a temeva sapendo bene come egli stava male : ella sola conosceva tu tta la gravezza della m alat-. tia , perch gli stava sem pre vicino e l assisteva. Ma io niente sm agato, perch sapevo che i segni non m in g ann avan o e l a rte non mi t r a d i r e b b e , se g u ita i- la c u ra -in c o m in c ia ta . E p p ure parecchi amici mi consigliavano di non esser troppo ardito , p e rch , non riu sc n d o , lo male lingue pi si sfrenereb b e ro , che per vendicarm i avevo dato quel m edicam ento al pa dre,' ricordandom i dei m altrattam en ti sofferti. Fattost egli in breve fu sa lv , torn in s , riconobbe tu tto : i presenti ne m a ravigliavano, la m adrign a n era lietissima e corr tutti faceva gran festa p e r m e c h ero r iu sc ito , e per lui rinsavito. Egli (debbo rendergli questa testimonianza) senza indugio e senza consiglio a ltru i, poich seppe tutto da chi e ra stato presente, tolse v ia la diredazion e, mi fece figliuolo come p r im a , chia m andom i salvatore e benefattore, confessando di averne a v u t a allora esperienza c e r ta , e scusandosi del passato. Questo fatto rallegr molte persone da bb ene li presenti : seppe agro a quelli, c he volevano vedermi piuttosto dired ato che raccettato : ed io m accrsi ben e che non tutti c ebbero p i a c e re , m a vi fu al cuno che subito mut colore, e"si trasfigur negli occhi e nella faccia, come chi sente odio o invidia. Noi poi e ravam giusta mente lieti e consolati, essendoci l u n l altro riacquistati. Indi a poco la m ad rig n a cominci ad am m alare d un m ale, o giudici, grave e strano. Da che cominci la m alattia

132

I L DIKEDATO.

io ne osservai l a nd am en to : non era una specie di pazzia sem plice e superficiale, rtia u n male antico e profondo che si sca ten e rovesci fuori. Noi ab b iam o molti e diversi segni della pazzia in cu ra b ile ; m a in questa d o nn a ne osservai uno n u o v o : che innanzi agli altri ella quieta e tr a n q u illa , e allora la m alattia fa t r e g u a ; m a se ella vede il m e d ic o , o l ode p u r nom inare, va subito in furore : e q u e sto indizio d i m a lattia che non pu guarire. Vedendo questo io m affliggevo,e com pativo quella buona d on n a troppo sventurata.M a mio padre nella su a ignoranza (che non conosceva qual e r a T origine del ma le, e quale la cagione, e qu ale il grado) m ingiunse di c u r a r la, e darle lo stesso rim e d io , credendo egli esserci un a sola spe cie di pazzia, u n a sola m ala ttia, e la stessa infermit volere la stessa c ura. E q u a n do io gli dico la schietta v e rit , essere impossibile salvarsi la d o n n a , e lo assicuro che ella v inta dal m ale , egli sdegnasi ed in fu ria , e dice che l una m ia scusa p e r cavarm ene fuori ed a b b an d on a re quella poveretta ; ed in colpa me dell impotenza dell arte. Gli avvenne quel che suole agli afflitti, che si sdegnano con chi lor dice liberam ente la v erit. Or io, secondo mio potere, difender dalle sue accuse e m e stesso e l arte. E p rim am ente com incer d alla legge, in v irt della quale egli vuol d ireda rm i, affinch sappia che egli adesso non ha p i la potest di prim a. Non a tutti i p a d r i, o padre m io, il legislator concesse dired are tutti i figliuoli, e q u an te volte vogliono, e p e r ogni c ag ion e ; m a siccome lasci questo sfogo libero all ira dei p a d r i , cosi provvide che i figliuoli no n patis sero ingiustizia. E per volle che questa pena non fosse da ta cosi ad arbitrio e senza giudizio, m a d a un tr ib u n a le , e sta bili giudici che senz ira e senza prevenzioni giudicassero il giusto ; perch sapeva che molti padri spesse volte si sdegnano a t o r to , - e chi si fa persuadere da bugiarde suggestioni, chi presta fede ad u n se rv o , o ad u n a donna che ti vuol male. Volle a d unque che ci si faccia un giudizio, che non si con d an nino i figliuoli senza prim a u d irg li, che si d ia loro un term i n e , u n a difesa, e non si lasci niente senza esamina. E giacch s h a a d iscutere, ed il padre p adrone solamente d accusare, e vo i, o giudici, dovete sentenziare se l accusa ragionevole,

IL DIREDATO.

133

non considerate ancora il fatto che egli mi appone e pel quale sdegnato, m a esaminate questa quistione : se egli, avendo una volta diredato, ed usato della facolt che gli d la leg g e, e compiuto quest atto di pa tria potest, e poi riaccettato il figliuolo, ed annullata la d ireda zio n e , se egli pu pi d iredarlo. Io dico che questa sareb be una cosa ingiustissim a, che cosi le pene dei figliuoli sarebb ero senza fine, le co nd an ne m o lte , il tim ore perpetuo; che la legge ora seconderebbe lo sd e g n o 'd e l p a d r e , indi a poco la dolcezza, p e r to rn are subito al ri g o r e ; che insom ma a n d e re b b e sossopra il d iritto , e m ute re b b e secondo il capriccio dei p a d ri.,L a p rim a volta sta bene a p ren der parte allo sdegno del g e n ito re , e farlo padrone di p u n i r e ; m a se ha consum ato q u e st a tt o della su a potest, h a usato della legge, ha disfogata l i r a , e poi pentito e persuaso che il figliuolo buono, lo ha rich ia m a to; a questo bisogna ferm arsi, non pi r e tro c e d e re , n rim u ta re consiglio, n rifare giudizio. Quando nasce un figliuolo, non c alcun segno per d iscernere se riuscir buono o c attiv o ; per quandO'riesce inde gno della famiglia, il padre che lo h a allevato non sapendo che riu sc ita farebbe, lo pu scacciare. Ma q u a n d o non di necessit m a di spontanea v o lo n t , e dopo di averlo sp e rim e n tato , lo hai rip res o , come puoi pi r im u ta r ti, di qual a ltra legge: vuoi u sa re ? Il legislatore ti pu dire : Se costui era un m a lv a g io , e m eritevole d essere d ired a to , p erch l hai rich iam ato ? perch ricondotto in c a s a ? perch a nn u lla ta la legge? Eri lib ero , e p a d ro n e di n on far questo. Non ti lecito scapricciarti con le leggi, n stravolere dei giudizi, n ora cassare ed o ra far v a lere le leggi; e cosi tene re i giudici come testim on i, anzi come se rv ito ri, a cui dici p u n isc i, e quei puniscono; assolvi, e que gli assolvono, secondo che a te garba. U na volta sola l hai ge n e rato , una volta sola allevato, e per questo u n a volta sola puoi d ir e d a r l o ,'e q ua nd o n hai giusta c a g io n e ; ma quel farlo s e m p re , e c on tinu a m e n te, e p e r ogni inezia tu tt altro che p a tria potest. Deh, n on permettete a costui, o giudici, il quale mi ha spontaneam ente richiam ato, ed annullato il giudicato d un trib u n a le , e deposto lo sd e g n o , che mi dia di nuovo la stessa p e n a , e ric o rra alla patria potest, che orm ai fuori stagio n e, e non vale pi essendo sta ta con quel prim o atto consum ala e
LUCIANO.

2.

12

151

I L DIREDATO.

spodestata. Vedete come si fa negli altri giudizi : q u a n d o i giudici sono cavati a so rte, se uno crede ingiusta la loro se n ten z a , la legge s gli concede appellare ad u n altro trib u n a le: m a q u a n d o le parti scelgono gli a rbitri per averne il lodo, al lora no; perch da principio potevi volerli e non volerli; l'h ai scelti d t e ; ora forza sta r contento al loro giudicato. Cos anch e tu potevi non ra ccettare colui che credevi indegno della tu a famiglia : l hai cred u to b uono, e l hai racceltato : ora non puoi pi diredarlo. E che egli non m eriti di avere un altra volta questo affronto, tu stesso lo hai attcstalo , ed hai c o nfes sato che egli era buono. Irrctrattabile a du n qu e dev essere la raccettazione, salda r im a n e re la riconciliazione dopo u n tanto g i u d iz i o s e due trib u n a li, che l uno fu quel prim o dal quale ottenesti di scacciarm i, e laltro fu la tu a coscienza nella quale mutasti consiglio, e revocasti quel giudicato : avendo an n ul lato quel p rim o , aggiungi auto rit al p artito che hai preso di poi. R im anti d u n qu e a quest ltim o, e statti al giudizio tuo : Sii p a d re : tu cos v o l e s ti , cosi ti p e r s u a d e s ti, cosi sta b i listi. Se io non ti fossi figliuolo pe r natu ra, m a p e r adozione, e tu volessi d ire d a rm i, io c rede rei che nep pu re potresti : d a p poich ci che d a prim a si poteva non fa re, q u a n d o fatto ingiustizia disfarlo. Or chi ti figliuolo p e r n a tu r a , e tu p e r t u a scelta e tuo giudizio l^hai adottato, come sa re b b e mai ra gionevole d iscacciarlo, e privarlo pi volte dell unico diritto di famiglia? Se io fossi s e rv o , e tu da p rim a credendom i c at tiv o , mi legassi; d ip o i, persuadendoti che no n ho fatto male mi lasciassi libero, potresti, se ti saltasse la m osca, to rnarm i in s e r v it ? N o : ch la legg e vuole questi atti essere fermi e r a ti p e r sem pre. Adunque into rn o al potere che costui non ha pi di d i r e d a r m i , avendomi gi dired ato e poi spontaneam ente r a cc ettato , avrei molte altre cose a d ir e , p u re le lascio. Considerate ora chi son i o , cui egli direda. Non dico gi che allora ero ig n o ran te , ed o ra son m edico, ch in questo l arte non giova a n ie n te ; n che allora ero giovane, ed ora sono p ro v e tto , e nell e t ho la presunzione di non aver fatto m ale , ch forse a n ch e questo poco. Allora egli bench niente offeso da m e, come io sostengo, m a n ep pu re beneficato, mi scacci di casa; ed ora che io sono stato suo

IL DIREDAT O.

Id O

salvatore e benefattore (si pu d a re m aggiore ingratitu din e?), che salvato d a me, scam pato d a tale pericolo, darm i tosto q u e sto rica m b io; non avere in nessun conto quella cura, m a scor d arsene del tutto ; sb a n dire chi poteva ben ricordarsi che fu ingiustam ente scacciato, e non p u re non se ne r ic o r d , m a ti salv, e ti ridiede il se n n o ? Non piccolo, o giudici, n co m une il bene che io gli ho fatto, e del qu a le ora cosi mi r i m erita : m a se egli sconosce il passalo, tutti voi sapete che fa ceva egli, che pativa, e in quali term ini e r a q u a n d o io lo presi a m ed icare, gi sfidato dagli altri m ed ic i, sfuggito dai fami liari che no n a rdivano n e p p u r d acc ostarglisi, ed io l ho r e n d uto tale che pu an ch e accusare e cavillar di leggi. Ma piut to s to , o p a d re , gu a rd a questo esempio. T u poco fa eri nel m edesim o stato, che ora la d o n n a t u a , ed io ti ridussi al senno di p r i m a : onde non giusto che tu m e ne dia questo rica m b io, n che adoperi il senno con tro di me solo: e la tua stessa a ccu sa d im o stra che io t ho fatto non piccolo benefizio. Mi odii perch non risano tu a moglie che al pu n to estremo e sta male a ssa i: m a p erch piuttosto non mi am i di pi che ho liberato te d a u n sim ile m ale; e non ti senti a m e obbliga to , essendo sfuggito a s grave perico lo ? T u con b r u tta in g ra titu d in e com e racquisti il senno mi chiami, in giudizio, come se salvo mi punisci, e ritorni all odio an tic o , e mi reciti la stessa legge. Bella m ercede d avvero rend i all a r te , bel rica m b io dei rim edii; rivolgere contro al m edico la salute ra c q u ista ta l E v o i, o g iu d ic i, perm etterete a costui di castigare chi l ha beneficato, scacciare chi 1 ha salvato, o d iare chi gli ha dato il se n n o , p u nire c h i I ha r isu sc ita to ? N o : se voi fate il giusto. E p pu re se io ora avessi comm esso di g ra n peccati, egli mi aveva obbligo non piccolo, nel quale rig u a r d a n d o , e del qu ale ricordandosi, non dovria tener conto d e peccati presenti, ed esser p ro n to a p erd on arli, specialmente se il benefizio sia tanto e tale che sopravanzi ogni a ltra cosa comm essa di poi. E tale io cred o sia quello che io ho fatto a c o s t u i , i l quale io ho salvato; il quale mi debito re d ella v ita , al quale ho dato l essere, ed il se nn o , e l inten dim ento , e massime qu ando tutti gli altri non ci sp e ra v ano p i , e si confessavano vinti dal male. Ma ci che fa pi g rande, c re d io, il m io benefizio, che al

130

IL DIR E DATO.

lora io non e ra figliuolo, non avevo stretto obbligo di curarlo, in a e r o rim asto lib e ro , str a n io , sciolto dai legami di n a tu r a , e pure no n guardai a n u lla, m a volenteroso, senza c h ia m ata , d a me v e nn i, aiutai, assistei, m ed icai, risu sc ita i, mi salvai il p a d re mio, e cos della diredazione mi giustificai, con la b e nevolenza calmai lo sdegno, con la p iet ruppi la legge, con un g ra n benefatto comperai il ritorn o in famiglia, in cos dif ficile frangente mostrai fede a mio p a d r e , p e r mezzo dell arte entrai in c as a, e nel pericolo mi m ostrai legittimo figliuolo. Quai p e n e, quai fatiche cred ete voi che io ho soste n u to , stan dogli v icin o , servendolo, cogliendo il tem po, ora cedendo al m ale che e ra nel uo incre m en to , ora opponendogli l a rte q u a n d o si rim etteva u n poco? La cosa pi di tutte pericolosa in m edicina m edicar queste p e rso n e , avvicinarsi a tali am m alati, che spesso anche nei loro prossim ani sfogano la ra b b ia q uando il m ale infuria. E p pu re di niente m im pazientii, n m i scuo rai, m a affrontando e con ogni modo com batten d o la m alattia, in fine la vinsi col farmaco. E qui alcuno non mi stia a d ire: Oh, che gran fatica d a re un farm aco ? Im perocch molte cose p rim a di questa si deve fare, e p re p ara re la v ia al beveraggio, e d isp o rre .il corpo alla c u r a , e b a d are alla complessione ed alle abitudini nel p u rg a rlo , nell ind eb olirlo , nel n u trirlo c o n venevolm ente, farlo m uovere q uan to giovi, procurargli il so n n o , in g egn a rsi'd i trovargli u n p o di q u i e t e : nelle quali cose gli altri am m alati facilmente si lasciano g u id are ; m a i pazzi p e r la instabilit della m ente sono poco maneggevoli e frena bili : uno sdrucciolo pel m e d ic o , e la c u ra non sem pre r i e sce. Ch spesso dopo d aver fatto molto, m entre speriamo d essere gi presso alla fine, p e r un lieve sbaglio che com m et tiam o il male rin cru d isc e, si distrugge tutto il gi fatto, la c u ra va a m o n te , l arte fallisce. Chi a d un q ue a tutte queste cose bastato, con si difficil m orb o h a lottato, u n male che il pi ritroso di tutti i mali h a v i n to , darete voi a d ired arc a costui ? concederete a costui d inte rp e tra re come ei vuole le leggi contro il suo benefattore? perm etterete che egli faccia g ue rra alla n a tu r a ? Io alla n a tu ra ub b id en d o , salvo e mi con servo il p a d re , o giudici, ancorch egli mi oltraggi : e se egli alle leggi, com e ei d ice, u bb id en d o , scaccia e priva della fa

IL DIREDATO.

137

miglia u n figliuolo che lha beneficato, egli odialo r di figliuo lo , io am atore di p a d r e ; io seguo n a tu ra , egli tu tti ^ d i r i tt i di natura sprezza ed offende. 0 pa d re c h e ingiustam ente odii ! o figliulo che pi ingiustam ente ami ! Egli mi sforza a biasi m are me stesso, che odiato p u r l a m o : e l amo tanto che troppo. E ppure la n a tura c om an da che i p ad ri am ino i figliuoli pi che i figliuoli i p adri. Ma egli vo lon tariam en te sprezza le leggi, che non iscacciano dalla famiglia i figliuoli che n o n h a n n o malfatto ; sprezza la n a tu ra che tira tutti i generanti ad a m are con passione le loro c rea tu re ; e dovendo p e r molte cagioni am arm i assai, non p u re non mi a m a q uan to ei d o v re b b e , non. p u re non mi ricam b ia di tanto am ore qu a n to gliene porto io ; m a, ahi sv en tura ! io l a m o ed ei mi o d i a , io gli voglio bene ed ej mi scaccia, io lo benefico ed ei mi oltraggia, io labbraccio ed ei mi d ir e d a , e le leggi pro tettrici dei figliuoli, come se fossero ai figliuoli nem iche, co ntro m e rivolge. Oh qual co ntrasto tu poni, o p a d re, t r a le leggi e la n a tu ra ! Non co si, non cosi, come tu vuoi : m a le - in te r p e tr i, o p a d re , le leggi che sono fatte a fine di bene. Non p u gn a n o n a tu ra e leggi in fatto di a m o re, m a si a ccordano t r a lo ro , e si aiu tan o per togliere le offese. T u ingiurii il tuo ben efattore, offendi la n a tu r a : e non sai che con la n a tu ra offendi anche le leggi ? Le quali vogliono essere bu on e, giuste, benevole ai figliuoli, e tu non le vuoi cosi, e le rivolgi spesso contro 1 unico tuo figliuolo, come se ne avessi m olti, e le fai sem pre p u n ir e , m en tre esse vo gliono solo am ore tra figliuoli p a d ri, e n epp u re ci sono qu ando no n c peccato. Le leggi dan no il diritto di accusare d ing ra titu din e coloro che non rim eritano i benefattori : chi poi oltre al non rim e rita re , vuole anche p u n ire u no che gli h a fatto b e n e , considerate voi se v iniquit maggiore di questa. D u n que che costui no n possa pi d ire d a re , avendo gi usato u n a volta della patria potest e della facolt delle leggi; e che d al tra parte non sia giusto d ired are un cotanto benefattore e scac c iarlo di casa, credo di av ere a bastanza dim ostrato. Veniamo ora alla causa della dired a zion e , e consideriam o quale questa colpa. Bisogna d i nuovo rico rre re alla m ente del legislatore. Ti concediam o pe r poco che tu possa d ire d a r e qu an te volte v u o i, e ti diam o questa potest a nch e co n tro a 12*

138

IL DIUEDATO.

chi ti ha beneficato : m a non alla cieca e p e r tutte le cause tu puoi diradare. Il legislatore non dice : Per ogni cagione che ab bia il padre, diredi: basta che ei-.voglia solamente ed accusi. Al lo r a che bisogneria giudizio? Ma com anda che voi, o giudici, esaminiate se sono grandi e giusti, o p u r no, i motivi dello sde gno del padre. Questi adun q ue considerate. Comincer da dopo la pazzia imm ediatam ente. La p rim a cosa che fece il p a d re, riacquistata la conoscenza, fu annullare la d ireda zio ne : io salvatore, io .b e n efa tto re , allora io era tutto. In questo non ci poteva esser colpa, cred o. D ipoi, di quali cose egli mi accusa? Quale c u r a , qual sollecitudine filiale io non ho avuta p e r lui? Qual notte ho d orm ito fuori casa? Quai stravizzi e gozzovi glie egli mi rinfaccia? Quai lib id in i? Con qual ruffiano mi son b isticciato? Chi mi accusav a? Nessuno. Eppure queste sono le cause pe r le quali la legge perm ette il diredare. Ma com in ci ad amm alarsi la m adrigna. E che ? ci ho colpa io ? vuoi conto da me della m a la ttia ? No, d ie egli E d u n q u e ? Io ti h o 'c o m a n d a to di c u r a r l a , e tu non hai v o lu to , e per m eriti d esser diredato, avendo disubbidito a tuo p a d re '. Che io paia disubbidiente ad una specie di com ando, cui non potevo u b b i d i r e , ne discorrer tra poco . ora voglio semplice m ente dir q u e s t o , che la legge non concede a lui di co m an d a re ogni cosa, n obbliga me ad ubbidirgli in tutto. In fatto di c o m a n d i, alcune cose non v an n o soggette al voler tu o, al tre, s i , e puoi p e r esse sdegnarti e p u n ire ; se ti a m m a li, ed io non m e ne c u ro ; se mi com andi di bad are alle faccende di c a s a , ed io le a b b andono ; di aitendere alla c am p a g n a , ed io fo il sordo. Que.'te e simili altre sono cagioni ragio nevoli che un p a d re ti rip r e n d a : m a le altre cose stanno in p o tere, di noi altri figliuoli, e sono quelle che riguardano u n arte e il suo esercizio ; m assime se il p a d re non ne riceve alcuna offesa. Cosi se al pittore il padre comandasse : Dipingi cos, o figliuolo, e non cos; se al musico : Suona a questo modo, non a qusl altro: se al f a b b ro : Batti qua, e non l: chi potria sopportare che egli diredasse il figliuolo, perch costui non fa l arte come piace a lui? Nessuno, credo. La medicina poi quanto pi onorata e pi utile alla v ita , tanto pi dev esser lib era a chi l esercita; un certo privilegio deve avere que

IL DlfEDATO.

159

s t arte a potere essere esercitata : non forza alcuna, non co m ando : cosa sacra, insegnamento d iddii, studio di sapienti, non soggetta a legge, n a tim ore o pena di trib u n a le , n a capriccio, o m inaccia di p a d r e , o a sdegno di persona igno rante. Sicch se chiaro e tondo io ti dicessi cosi : Non voglio

curare, bench posso : per me solo e per mio padre so V arte : per gli altri voglio essere ignorante ; qual tiranno a v rebb e tanta
forza d a costringerm i mio m algrado ad esercitar l a r t e ? Que ste cose si ottengono con le suppliche e le p re g h ie re, non con le leggi, le ire e i tribunali. P ersuadere si deve al m edico, no n com andare ; egli deve v o lere , non tem ere ; venir volonte roso a c u r a r ti, non esservi tirato. Non p u p illa , non sog g etta a patria, potest l a rte , giacch i medici ricevono dlie citt pubblici o n ori, e seggi d istinti, e franchigie, e privilegi d ogni maniera. Tali cose io potrei dirti francam ente intorno all arte m ia , ancorch tu me l avessi insegnata, ed avessi speso pensieri e danari p e r farm ela a p p re n d e re , ed io ra mi ricusassi a questa sola c u r a , pognamo che la mi fosse possibi le. Ma pensa ancora a que.-to, che tu adoperi contro ogni r a gione a non lasciarmi usare liberam ente della r o b a mia. Que st arte io imparai che non ero pi tuo figliuolo, n soggetto all arb itrio tuo (eppure l im p a ra i-pe r t e , e tu p r im o 'n hai go duto), n mi ebbi da te alcun aiuto p e r im p ararla. Qual m ae stro hai p a g ato ? qual fornimento di farmachi hai c o m p ra to ? Nessuno. Io povero, e privo del necessario imparai per la ca rit dei maestri.,-La provvisione che io avvo da mio pa d re p e r lo studio e ra triste z za , a b b an d o n o , m iseria, odio di pa re n ti, avversione di congiunti. E pe r qusto pretendi adesso di usare dell arte m ia, e vui esser pad ro n e di ci che io acquistai q ua nd o tu non eri p a d r o n e ? Ti basti che tu p r im o , se nz obbligo m io, spontaneam ente avesti d a m e tanto b e n e, q uando non potevi richiederm i nien te , neppure ci che allora era grazia. La mia beneficenza non mi deve d iv en ta re u n ob bligazione p e r l avvenire ; l aver'fatto un bene di mia volont non deve stabilire una ragione p e r com andarm i contro m ia volont ; n si pu m ettere l usanza che chi ha curato u n in fermo, deve curare q u a n tf altri quell infermo v u o le : ch cos g l infermi sarebbero nostri p a d ro n i, e la m ercede che ne

140

IL DIREDATO.

avrem m o saria doverli servire e fare tutto ci che ci co m an dassero : il che saria nuovo davvero ! Perch ti ho risanato da u n a grave m alattia, per credi di potere abusare della rte mia? Questa risposta potrei fa rg li, ancorch egli mi comandasse u n a cosa possibile : in fatto poi io non sono uomo d a fare il volere altrui; neppure costretto da necessit. Considerate o ra quali sono i suoi comandi. Egli dice : Giacch hai risanato m e dalla pazzia, e m ia moglie anche pazza, e trovasi nella stessa condizione m ia (cosi crede egli), ed similmente sfidata ; tu che puoi far tu tto , come hai dimo stra to , risana anche lei, e guariscila d a questa malattia. A u d ir questo parlare cosi semplice p a rreb b e u n a cosa ragione v o le , massime ad u n ignorante e nuovo di medicina. Ma se ascolterete anche me che parlo in difesa dell a rte , saprete che noi non possiamo ogni co sa, che le n a tu re de m orbi non s assim igliano, che la loro cura non la stessa, che i farma chi stessi non producono lo stesso effetto in tutti ; e cosi sar chiaro q uan to il non volere differisce dal non potere. Conce detemi di filosofare un po intorno a q u e s to , e non credete che sia d isa d atto , fuor di proposito, stran o, o intempestivo il r a gionare di siffatte cose. Prim ieram en te i corpi -non hanno la stessa n a tu ra e lo stesso tem p eram ento , bench si tenga che sieno composti di elementi simili, m a in diversa p ro po rzio n e, di quale p i , di quale m eno. Parlo p e r ora dei soli corpi degli uomini, i quali essendo affatto dissimili e diversi fra loro p e r temperamento e p e r costituzione, diverse necessariam ente di grandezza e di specie hanno le m alattie : alcuni sono facili a risanare ed ar rendevoli alla c u r a ; altri difficili, e subito sono attaccati e vinti dalla violenza del male. Il cred e re che ogni febbre, ogni tisi, ogni p u lm on ia, ogni pazzia sia dello stesso e medesimo genere in tutti i c o r p i , non d a uomo sennato che abbia studi ed esperienza in queste cose : m a lo stesso male in uno risana facilmente, in un altro no. Come il grano seminato in diversi luoghi, di u n modo nasce in pian u ra grassa, inaffiata, assola t a , ventilata, e lavorata, dove viene-rigoglioso, pieno, fitto; di un altro modo in m ontagna e in ,te rre n o sassoso ; di un altro in luogo senza so le; di un altro alle falde di un m o n te ; in

I L DIR E DATO.

141

somma diversam ente nei diversi luoghi : cosi le m alattie, se condo le persone che 1 h an n o , vengono su dov fiere e v igo rose, dove leggiere. A tutto questo il p a d re pa ssando so p ra , e non volendo saperne b o c cic ata, c red e che tutte le pazzie sono simili in tutti i co rpi, e che vogliono la stessa c u ra. Oltre a queste cose che sono s g r a v i , facile anco ra a in te n d e re come i corpi delle donne sono diversi da quelli degli uom ini, sia .p e r qualit di malattie, sia p e r facilit o difficolt d i c ura. Quelli d e gli u.omini sono duri, n erb oru ti, esercitati a lavori, a m ovim enti, all aria aperta : quei delle donne sono delicati, m olli, c resciuti allo m b r a ,e bianchi p e r pochezza di sangue, m an c a n za di calore, sov rabbondanza d u m o r i: quindi pi cagionevoli di quelli de gli u om in i, pi esposti alle m ala ttie, pi ritrosi a m e d ic a r e , ed inchinev o li specialmente alla pazzia; dappoich essendo esse se nsitive , voltabili, i rrita b ili, ed a vendo poca forza di c o r p o , facilmente cadono in questa m alattia. Non giusto a d u n q u e pre te n d ere dai medici di c u rare allo stesso m odo gli uni e gli a l t r i , q u and o si sa che v gran differenza tr a loro, e pel modo di v iv e r e , e p e r le azioni e p e r le occupazioni d i verse. Q uando dici p a z z ia ,"aggiungi pazzia di donna; e non confondere tu tte queste coe raccogliendole sotto la parola p a zzia, credendo non vi sia altra p a ro la ; m a d istin g uile, come sono in n a tu r a , e considera ci che si pu fare in ciascuna. Noi altri, come dicevo nel principio di questo ra gio n a m en to, osserviamo innanzi tutto la n a tu r a del corpo dell in ferm o, e la sua complessione ; se di tem pe ram ento caldo o freddo, se giovane o prov etto , g ra n d e o p icc o lo , grasso o m a g r o , . e via d iscorrendo. E dopo che uno h a bene osservato tutte queste cose pu m eritar fede q u a n d o ei p ro n ostica, e o sfida, o p r o m ette la sanit. Inoltre la pazzia di mille specie, ha mollis sim e cagioni, ed anche nomi diversi. Non lo stesso d elirare e vaneggiare, e fu riare , e im p azzire, m a queste .sono parole indicanti il m aggior o m in o r grad o della m alattia. Le cagioni poi altre .sono negli uo m in i, altre nelle do n ne : tr a gli nom ini quelle dei giovani sono altre d a quelle dei vecchi : cosi p e r esempio nei giovani spesso u n a soverchianza di vita : nei vecchi una calunnia in a s p e tta ta , una s tra n a collera che si rovescia spesso su i fam iliari, da p rim a sc o n tu rb a l in te n di

H-2

IL DI RKDAT O.

m ento, e poi a poco a poco mena alla pazzia. Le donne poi molte cause le colpiscono, e facilmente le portano a questa in fe rm it : un grand e odio con tro q u a lc u n o , u n invidia contro un nemico fortunato, un d olore, una collera, u n a di queste p a s sioni cova lungam ente in lo ro, c resce, e la pazzia scoppia. C o si, o padre, avvenuto alla tua d o n n a , che forse a vr avuto qualche fresco dispiacere.E lla non voleva male a nessuno, m a ella am m ala ta , e di tal male che nessun medico pu risan arla ; e se al tri ti prom ette di s , se altri la risa n a , allora odiami puce che t ho offeso. E non ho difficolt di d ir ti, o p a d r e , u n altra cosa, c h e, se an che costei non fosse d isp e rata , m a desse qualche speranza di salvarsi, io non piglierei facilmente a m edicarla, non mi attenterei cosi subito a darle un frm aco : temerei una cattiva riu sc ita , e la infamia g ra n d e che me ne v e r re b b e . Non vedi come generale opinione che tutte le m a d rig n e , bench b uo n e , h an n o in odio i figliastri, e che questa com e lina femminile pazzia che tutte h a n n o ? Forse q u a lc u n o , se la m a lattia andasse al peggio, e i rimedii fossero inefficaci, sospet terebb e m alignit ed insidia nella cura. -La donna tua , o p a d r e , in questi term ini : ed io dopo m a tu r a osservazione ti dico, c h a ella non istar mai m eglio, anche bevendo diecimila m edicam enti : e per non si pu ten t a r n u l la , se p u r non vuoi assolutam ente che io ab bia e scacco ed infamial Lascia che io sia invidiato dai miei rivali nellarte. Se tu mi dired erai u n altra v o lta , io, bench abb an do n ato da t u t t i , non te ne vorr alcun male. Ma se, che Dio non voglia, la m alattia ti r i to r n a , che dovr fa r e ? O h, sappi che io ti c u re r anche allora, non abb an d o n e r mai quel posto che n a tura assegn ai figliuoli, non m ai mi dim enticher del san gu e m io. E se poi racq u iste ra i il sen no , e mi ra ccetterai u n altra v o l ta , ti dovr credere io ? Vfedi ? F acendo cosi tu richiam i la malat t ia , e la risusciti. Son pochi giorni che ti se ristab ilito di si firo m ale, ed ora fai questi sforzi, questi g r i d i, e , quel che peggio, ti adiri ta n to , e torni ad o d iarm i, e ad invocare le leggi. A h im , p a d re m io , cos cominci la tua prima pazzia.

1 i

XXIX. FA li ARIDE PRIMO.

Noi siamo in v ia ti, o D elfi, da F a larid e signor nostro a p re s e n tare questo toro al d i o , ed a dic h ia ra re a voi alcune cose into rn o a lui ed a questa offerta. Della n ostra venu ta questa" la cagione; e le cose che egli v i m a n d a a d ire son queste. Io , d ie eg li, o Delfi, pi di ogni altra cosa al m o n d o v o r r e i essere te n u t a da tutti i G reci qu ale io so n o , e non quale i miei nemici ed invidiosi mi ra pp rese ntan o a chi no n mi cono sce; sp ecialm en te da voi che siete uom ini sa n ti, sem pre vicini a d Apollo, e quasi abitate nel tem pio col dio. Perocch io cred o che se mi giustificher con v o i, e vi p ersuader che a torto son creduto c r u d e le , sar p e r mezzo v o stro con tutti gli altri giustificato. E chiam o a testim one di quello che io dir lo stesso Id d io , che non si fa in g an n a re e d a g gira r con bugie: gli uom ini forse facile gab b arli; m a ad u n dio , e special m ente a q uesto , impossibile n a sc o n derti. Io che n on ero del popolazzo d Agrigento, m a , q u a n to un a l t r o ,, ben n a to , .o li beram en te e d u ca to j ed am m aestrato nelle s c ie n z e , sem pre m ingegnavo di m ostrarm i p o po lare , e coi miei cittadini m o desto e benigno: so p e rc h ie ria , o sg a rb o , o ing iu ria, o c a priccio non si pu affatto a p p u n ta re a quella m ia prim a vita. Ma com e vidi che i cittadini della p a rte c o n tra ria (la cittA n o stra allora era divisa in p a rti) m i n v id i a v a n o , e cercav ano ad ogni modo d is tr u g g e r m i, trovai u n solo scam po e sicurezza p e r m e , che fu anche salvezza p e r la c it t , pigliarm i la signo r i a , e cosi reprim ere le insidie di c ostoro, e costring ere tutti a far senno. Avevo dalla p a rte mia parecchi uom ini m oderati ed amanti della p a tria , i quali conoscevano il mio disegno e la necessit d ell impresa; c c on l aiuto di questi l impresa

H i

FALARIDK PRIMO.

facilmente mi riusci. D allora in poi non fecero pi tumulti, m a obb ed iv an o : io reggevo, e la citt e ra senza parti. Ucci sio ni, b a n d i, confische io non ne feci: neppure contro quelli che m avevano voluto am m azzare, b e n c h sie n o necessarie queste co se , massime nel p rin cip iar signoria. Con l u m a n it , con la d o lc e z z a , col m ostrarm i civile con t u tti, speravo m irabilm ente di condurli ad u b b id ire . Subito mi rappattum ai e riconciliai coi miei n e m ic i, e presi molti di loro a consiglieri e com pa gni. Vedendo la citt scaduta pe r negligenza dei m agistrati, molti dei quali ru ba van o anzi sp erperavano il com une, rifeci a q u e d o U i, rizzai begli edilzi, afforzai la cerchia delle m u ra; le p ub b lich e en tra te, d andole in m an o ad onesti riscotitori, accrebbi di molto; educavo i g iovani, provvedevo ai v ecchi; al popolo davo spettacoli, d istrib u z io n i, feste, cuccagna: in sultare le donzelle, c orrom pere i g i o v a n i , ra p ire le don n e, m an d a re sg h e rri, m in acciar da p a d r o n e , e ran cose a bb o rrite d a m e anche a udirle. E gi m ero proposto di lasciar la si gnoria e sc a ric arm i del p o t e r e , e pensavo solamente come farlo con sicurezza; giacch il governare e fare tutto m era d i venuto g ra v e, e parev am i un a fatica che mi procacciava invi d ia: sicch cercavo di o rd in are le cose in m odo che la citt no n dovesse avere pi bisogno di siffatta m edicina. Mentre io nella m ia semplicit pensavo a questo, essi cospiravano contro di m e , speculavano u n -m odo p e r cogliermi e ribellarsi, uni vano co n g iu ra ti, raccoglievano a r m i , provvedevano d a n a ri, aizzavano le citt v ic in e , inviavano messi in Grecia ai Lace demoni ed agli Ateniesi. Quello che avevan decretato di m e, se m avessero p re so , le m inacce che facevano di sq u a rta rm i con le loro m a n i, e i torm enti che volevano d a r m i , li confes sarono essi stessi p ubblicam ente sotto la to rtu ra . Che io scam pai fu volont degl I d d i i, i quali mi scopersero quest insidia, e specialmente d Apollo che mi avverti con al c uni sogni, e mi m and chi mi riferiva ogni cosa. Ora io vi do m an d o che voi, o Delfi, vi m ettiate nel caso m io, e mi consigliate che do vevo allora io f a r e , q u a n d o p e r m ia dabbenaggine quasi colto al laccio, cercavo una salvezza in quel frangente? Col pen siero venite un po meco in A grigento, e veduti i loro p re p a ra tiv i, e udite le loro m in a c ce , d ite m i, che d ebb o io fare?

FALARI DE PRIMO,

145

Usare an co ra bont con lo ro , e perdo n are, e so p p o rta re, m en tre mi sovrasta 1 ultimo esterm inio? anzi p re se n ta r n u d a la g o la, e vederm i innanzi agli occhi u c c i d e r e i miei p i c a ri? o p u re questa essere cosa da sciocco; e un uomo che si sente uom o e d offeso doverci pigliare u n pa rtito forte e p r u d e n te , e p r e v e n ir li, ed assicurarm i p e r l a v v en ire? Q uesto, c red o io , voi m i consiglierete. E d io che feci d ipoi? Chiam ai i co lp e v o li, . li feci p a r la r e , mostrai loro le p ru o v e , li convinsi c h ia ram e n te di ogni c o s a , c perch n e p p u re seppero n e g a re , li p u n i i, con u n poco di sdegno di p i , non perch mi avev an o in s id ia to , m a p erch no n potevo pi p e r cagion loro rim a n e re in quel m io p rim o proposito. Da allora in poi sto se m p re in g u a rdia , e q u a n ti seguitano a tend erm i insidie li punisco. Gli uomini mi biasim ano di crudelt , n o n pensando qu ale delle d u e p a rti stata la p rim a origine di tutto questo; sc ordano ci che stato p r i m a , levano via la cagion della p e n a , e b iasim a n o la p e n a , che p a r loro crudele. F a n n o com e se uno v e d end o tra voi u n ladro p recip itato dalla ru p e , non pensan do a ci che costui fece, come di notte ntr nel tem p io , r u b i v o ti, e c o n tam in il sim u la c r o , vi accusasse di tro p pa fe ro cit, che voi essendo Greci ed in fama di s a n t i , sofferite che u n G r e c o , vi cino al tempio (ch non lungi dalla citt dicono stia la rupe) sia m enato a siffatta pena. Ma cred o che voi vi rid ere ste di chi vi dicesse q u esto, e tutti gli altri loderanno la v o stra c r u d elt con tro u n empio. Insom m a i popoli n o n c o nsidera n d o chi colui che li re g g e, se giusto o in g iu s to , a b b o n is c o n o p ro p rio il nome della t ir a n n id e ; ed il tir a n n o , sia anche u n Etico, u n Minosse, u n R a d a m a n to , cercano ad ogni m odo di stru g g e re: avend o sem pre inn anzi agli occhi i tira n n i c attiv i, i b u o n i , p e r c h _hann o lo stesso n o m e , te li mettono nello stesso fascio, e li odiano dello stesso odio. E p p u re io ho udito che fra voi altri Greci molti tira n n i sono stati sa p ienti, i quali sotto un nom e che p a re si b ru tto m ostrarono u n indole buona e-placida; e che certi brevi detti di alcuni di essi stanno scritti e riposti nel vostro tem p io , com e fferte e voti a d Apol lo. Vedete come a n ch e i legislatori b a d an o m oltissim o alla sem bian za della p e n a , p e rch nessu n altra cosa g io v a, se non c il tim ore e l aspettazion del castigo. Questo molto pi
Ll'ClAttO.

2.

13

FA LA RI DE l'IUMO.

necessario a noi altri tir a n n i che com andiam o per forza, e vi viam o tr a nemici ed i n s id ia to r i, coi quali non giovano sp au r acch i, m a si ha a fare com e con lidra della favola.Che quanto pi scavezziam o, tanto pi rinascono occasioni di p u n ire. Ci bisogna pazienza: la rin as ce , e tu tag li, e b r u c i, come faceva Jole, se tu vuoi regnare. Chi una volta si messo su questa via per necessit, deve b a tte rla ; o se p e r d o n a , m uore. Infine qual uomo credete voi si feroce ed in um a n o che si piaccia di udire gli altri essere flagellati e lam e n ta rsi, e di vederli uccidere, se no n abb ia una g ra n cagione di p u n ire? Q uante volte ho p ianto m entre alcuni e ran o flagellati; qu an te volte sono co str e tto a deplorare la mia fo rtu n a, m entre io soffro una pena maggiore e pi lunga della loro! Ad u n uomo che p e r n a tu ra b u o n o , e p e r necessit c ru d e le , pi d u ro il p u n ire che l essere punito. Ma a dirvela sch ietta, se uno mi proponesse quale delle du e cose io voglio, p u n ire altri ingiustam ente, o m orire io , oh sappiate che io no n indugerei a scegliere p i u t tosto m o rire che p u n ire chi non ha peccato. Ma se uno d i cesse: V uoi, o F a larid e , m o rire tu ingiustam ente, o p u n ire giustam ente i tuoi insid iato ri? vorrei essi. Consigliatemi v o i, o Delfi, anche su questo p u n to : quale meglio m orire ingiu stam en te, o salvare ingiustam ente chi t in sid ia? Non credo ci sia uom o tanto sciocco che non iscelga piuttosto v i v e r e , che p e r salvare i suoi nemici m orire. E p p ure q uanti di quei miei insid iato ri, e chiariti r e i , io salvai, come questo A can t o , e T im ocrate, e Leogora costui fratello , rico rdan do m i d e l1 antica amicizia che ebbi c o n 'e s si? Ma q u a n d o volete con o scere il fatto mio, d im a n d a te i forestieri che mi capitano in A grig en to , chi sono io verso di loro , se tratto con benignit quanti ci a rrivano. Ho vedette nei porti p e r esp lorare chi sono e d o nd e a p p rod an o, acciocch io possa convenevolm ente o no rarli e rim and arli. Alcuni an cora vengono a posta d a m e , e sono sapientissimi G re ci, e non fuggono il conversare con m e: come poco fa ci v en n e P itag ora, che aveva di me u n opinione c o n tr a r ia , m a poi che vide e tocc con m ano i fatti, se ne parti lodando la m ia g iu stizia, e com m iserando la necessaria crudelt. E credete voi c he un uomo benigno con gli s tr a n i, sia cosi oltraggioso verso i suo i, se non stato soverchiam ente

FALAItlDE PRIMO.

147

oltraggiato? Queste cose vi dicevo p e r mia giustificazione, che sono vere e giuste, e pi degne di l o d e , come io mi p e r s u a d o , che di biasim o. Intorn o poi all offerta, udite ora com e son divenuto p a d ro n e di questo to ro, che io n on commessi io allo scultore: no n sarei stato si pazzo da aver capriccio di un tale acquisto. E ra nel n ostro paese un P e r i la o ,b u o n artefice, m a cattivo u o m o, il qu ale ingannatosi assai nel giud icare dell anim o m io , cred farmi cosa grata ad escogitare u n a nuova p e n a , come se io non desiderassi altro che p u n ire. E d a vendo fatto questo to ro , me lo p o rt , bellissimo a vedere, e n a tu ra lissim o, che gli m ancava solo il moto ed il m uggito per pa rer vivo. A ve d e rlo , io subito esclam ai: L cosa degna d Apollo: il loro si dee m an da re a d Apollo. E Perilao che mi e ra p re se n te , disse: Vuoi conoscere ancora la v irt che in esso , e l uso cui pu se rv ire ? E d a p rend o il toro presso al d orso, soggiunse: Se vuoi p u n ire q u a lc u n o , m ettilo in questa m a c c h in a , e chiudila, poi farai a d attare questi flauti cos alle narici del toro, e sotto esso accen dere fuoco: quegli d e n tro pianger e g rider p e r lo strazio immenso che ei se n te, e il suo grido u scendo p e r i flauti ti far un suono arm o n io so , soner la sua n e n ia , m u g gir flebilmente: sicch m en tre quegli p un ito, tu sei dilettato dal suono dei flauti. A u d ire questo ebbi o rro re del malvagio disegno di q ue ll uom o, detestai quella su a m acchina scellera tam e n te ingegnosa, e gli diedi il castigo che si m eritava. Via s u , dissi, o P erilao, se la tua prom essa n on v a n a , mostraci la p ru o va dell arte t u a , entravi tu stesso, ed im ita la voce d e to rm e n tati, acciocch vediam o se pei flauti esce quel suono che tu dici. Ubbidisce P e rila o , o com e egli d e n tr o , io lo fo c h iu d e re , e mettervi fuoco so tto , dicendo: Ricevi il degno p rem io della tu a m irab ile a rte ; tu hai inventata questa musi c a , e tu p rim o la sonerai. E se lo m erit q u e ll ingegnoso r i baldo. Lo feci cavare an co r vivo e bo cch egg iante, acciocch no n contam inasse l opera m orendovi d e n tro , e comandai che senza seppellirlo lo precipitassero d a u n a rupe. Purificato il to ro , 1 ho m and ato a voi p e r offerirlo al d io , e vi ho fatto scol pire tutto il racconto del fatto, il nom e mio che l ho offerto e dell artefice P erilao , la sua in v enzion e, la mia giustizia, la

148

FALARIDE PRIMO.

pena a d a tta , il canto dell ingegnoso fa b b ro , la prim a pruova della m usica. Voi, o Delfi, farete u n a cosa giusta se coi miei legati farete un sacrifizio p e r m e , ed allogherete il toro in un bel luogo nel te m p io , acciocch tutti veggano chi sono io verso i m a lv a g i, e come punisco la loro soverchia diligenza al male. Questo solo basta a m o strar l anim o m io: Perilao p u n ito , il toro offerto, no n serbato per to rm e n tare a ltri, non a vendo muggito che dei soli muggiti del fabbro : in lui solo feci la p ruova del1 a r te , e no n volli che si udisse mai pi quel b rutto e feroce suono. E d ora questa l offerta che io presento al dio: gliene far a ltre spesso, se mi conceder di non dover pi p unire. Queste cose, o Delfi, vi m an d a a d ire Falaride, t.utte ve r e , e a p punto come avven nero. Noi cred iam o di m eritar fede d a voi, perch siamo testimoni di cose che conosciam o, ed o ra non abbiam o alc u n a cagione di m entire. E se anche n e cessario pregarvi per un uomo a 'torto tenuto m alvagio e c o stretto contro sua voglia a p u n ir e , vi preghiam o noi Agrigen tini, che siam Greci e per antica origine Doriesi, di accogliere l am icizia di quest uomo che vuole esservi amico , ed ha in anim o di fare molto bene alla citt vostra ed a ciascuno di voi in particolare. Accettate a d un q ue il to ro , e sa g ra te lo , e p reg ate per Agrigento e per esso Falaride: non ci fate p artire senza questa grazia, non fate a lui questa offesa, no n private il Dio di un dono che u n capolavoro d a rte e un m onumento di giustizia.

14'J XXX.

FA IiA K ID E SECONDO. 1

lo non sono, o cittadini di Delfo, n ospite pu b blico d e gli A grigentini, n ospite p rivato di F a la r id e , n h o a ltra ca gione particolare pe r volergli b e n e , o sp e ra n za di essergli am ico ; ma avendo u d ito gli ambasciatori d a lui m andati p a r la r ragionevole e m o d e ra ta m e n te , e vedendo che si tratta "di cosa pia insieme e profittevole al c o m u n e , e particolarm ente convenevole ai Delfi, mi sono levato p e r confortarvi di non fare questo oltraggio ad un princip e religioso, non rifiutare un voto promesso a questo d io , e che sa r u n eterna m em oria di tre cose g ra nd issim e , di u n arte eccellente, di u n pensiero pessim o, di una pen a giusla. 11 d u b ita r che voi fate ed il m et tere a p artito se si dee ricevere l offerta, o r i m a n d a r la , io credo che sia un irreligiosit, anzi giunga ad u n empiet m as sim a : questo non altro che un sa c rile g io , t a n t o pi gravo degli a lt r i , quanto il d issu ad ere chi vuole offerire cosa pi e m p ia che r u b a re le offerte, lo vi p r e g o , essendo di Delfo a n c h io, e partecipe della pu b blica buona fama, se c e l a m a n te rre m o , o del biasim o che potr venirci d a questo affare, di non allontanare dal tempio le persone religiose, n discredi ta re innanzi al m ondo la citt n o stra , come quella che cavilla su i doni m andati al d i o , e d esam ina con giudizio e trib un ale i donatori. Nessuno pi si a tten ter di p o rtare u n offerta, sa p endo che il dio no n accetter ci che p rim a non sa r piaciuto ai Delfi. E pp u re Apollo ha m ostrato chiara la su a volont in torno a questo d o n o : ch se egli odiava F a la rid e , ed a b b o r riva il d o n o , gli era facile affondarlo in mezzo al Jonio con tutta la nave che l h a p o rta to ; ina per con trario egli h a dato lo ro , come d ico n o , un bel tem po nella trav e rsa ta , e sb a rc ar
' Un S a c e r d o te v u o l p e r s u a d e r e q u e i di Delfo di r i c e v e r e il d o n o di F alride.

13

150

FALAHIDE SECONDO.

salvi in Cirra. Onde manifesto che egli gradisce la piet di questo m on arc a : e voi dovete volere ci che egli vuole, ed ag giungere questo toro agli altri ornam enti del te m p io : perch sareb be la cosa pi a ssurd a del m o n d o , che chi m anda un si magnifico dono al dio , ricevesse dal tempio una c o n d a n n a , e p e r premio della sua p iet fosse giudicato indegno anche di fare u n offerta. Il mio avv ersario , come ei fosse o r ora sb a r cato d A grigento, h a fatto un g ra n dire delle uccisioni, delle vio lenze, delle ra p in e , delle incarcerazioni del tirann o ; e per poco non ci ha detto che le h a vedute egli con gli occhi suoi, m en tre sappiam o che egli non andato neppure sino alla nave. Cotali cose no n bisogna del tutto crederle neppure a quelli che d ic ono di averle patite, p erch incerto se dicono il vero ; molto m eno conviene a no i, che non le conosciam o, farne u n accusa. Ma se a n ch e qualcosa di queste a vvenuta in Si c ilia , non ce ne dob b iam b rig are noi in Delfo, se non vogliamo invece dei sacerdoti f a r e i giudici,invece di sacrificare e ufficiare il Dio e raccogliere le offerte che si m an d a n o , stare a d isc u tere se oltre il Jonio ci h a tirann i giusti o ingiusti. Gli affari degli altri vadano a m odo loro : no i, credo io, do b biam o b a d a r e ai n o s t r i , che come andaro no per lo passato, cosi vadano al presenta, o fare il nostro meglio per l avvenire. Che noi abitiam fra le r u p i, e coltiviam o le pietre non dobbiam o aspet ta r e che ce lo dica O m e ro, m a lo v e d ia m o ; e se fosse per le nostre te r r e , potrem m o m o rir di fame. Il t e m p i o , Apollo, l'o r a colo, i sacrifizi, i d iv o ti, questi sono i cam pi di Delfo, questi l e n tr a t a , di qui l a b b o n d an z a, di qui-il n ostro sostentam ento (siamo tr a noi, e bisogna dire il vero), e come dicono i poeti, senza arare e senza sem inare ci nascono tutti i beni; il nostro Iddio coltiva i nostri cam p i, e c i d non pure i beni che n a scono tra gli altri G re ci, m a se ve n t r a i F r ig i, i L id ii, i Persi, gli Assirii,i F e n icii, gl ita lio ti, glip erbo rei stessi, tutto viene in Delfo. Dopo il Dio siamo onorati noi da tutto il mondo, n on ci m an c a n ien te, siamo beati d ogni cosa. Cosi ab an tico , cosi fin o r a ; seguitiamo a vivere cosi. Nessuno rico rd a che d a noi si fatto mai u n giudizio sopra u n offerta, n si vietato ad alcuno di sacrificare ed offerire; e cosi, a c re d e r m io , il tem pio tanto cresciuto e straricchito in offerte. Non bisogna

FALARIDE SECONDO.

15)

a d un q ue in no v ar n u lla , n co n tro l uso d e nostri maggiori m ettere la legge di giudicare rigorosam ente le offerte, e cerc ar la geneologia di ci che si m a n d a , e d o n de v ien e , e d a ch i, e che : m a riceverlo, e senz a ltra b rig a consagrarlo ; e cosi farem servigio al Dio ed ai divoti. A me p a r e , o D elfi, che voi p renderete u n ottimo partilo in questo affare, se p rim a ripense rete di q uanti e quali cose si tratta. Si tra tta p rim am en te del Dio, del tem p io, dei sacrifizi, delle offerte, dei vecchi costu m i, delle a ntiche leggi ^ della gloria dell oracolo ; dipoi di tu tta la citt, del ben e pubblico in generale, e del particolare di ciascuno ; e so p ra tutto della bu o na o della caltivii fama tra gli uomini. Di queste cose io non s o , se voi che avete sen no , ne conoscete alcuna pi gran d e e pi necessaria. Ecco d u n q u e di che d eliberiam o , non del solo F a larid e ti r a n n o , n di questo t o r o , n di solo b ro nz o, m a di tutti i re e di tutti i potenti che o ra usano del tem p io, di o r o , di a r g e n t o , e di altri doni preziosi che spesso sarann o offerti al Dio : e noi p rim a d ogni altra cosa do bb iam b a d a re all onore del Dio. Perch d u n q u e non facciamo come si fa ceva a n tic a m e n te , come si fatto sem pre into rno alle of ferte? che male vi troviam o d a m u ta re i costumi a n ti c h i? e ci che mai n on avvenuto tr a noi da che abitiam o la citt, e Apollo o racoleggia, e il tripode p a r la , e la sacerdotessa inspirata, farem o o ra , stabilirem o ora di esam inare e g iud ic a r gli obla t o ri? P e r q uell antico costume di p e rm ettere a tutti indistin tam en te di p o rta re d o n i , vedete di qu a n te ricchezze pieno il tem pio : tutti h a n n o offerto, ed alcuni han no fatto doni al Dio maggiori delle loro forze. Se voi vi m etterete ad esami n a r e e giu d icare le offerte, temo che no n avrem o pi m ateria d a g iu d ic a re; ch nessuno pi o r r p resentarsi come reo, e, avendoci speso e pagato del su o , farsi g iud icare, e mettersi a pericolo del capo. E che si far della vita chi giudicato i n degno di offerire u n d o n o ?

-lo-2

XXXI.
ALESSANDRO, 0
IL FALSO PROFETA.

T u forse, o carissim o Celso, credi che mi h ai comm essa u n a piccola im presa e liev e, di scriverti la vita di quell im postore di Alessandro d A bonotechia, e m an d a rti raccolte in un libro le sue furfanterie, r ib a ld e rie , e c iu rm e rie : m a a vo lerle n a r r a r tutte esattam ente saria non m inore im presa che scrivere le geste di Alessandro di Filippo : ch luno fu g ran de in m alvagit, quanto l altro in v alo re. P u re se vorrai leggere con in du lg e n z a, ed im m ag in are le cose che m an can o da quelle c h e io n a r r o , io prender per am or tuo questa fatica, e tenter di spazzare questa stalla d A u g ia , non interam ente ma per q u anto io posso ; e d a pochi cofani che n e tr a r r fuori tu po trai pensare che sm isu ra ta quantit di letame trem ila bovi han po tu to farvi in molti anni. Sii viene vergogna pe r e n tra m b i, e p e r te e per me:, pe r te che credi degno di esser rico rdato e n a rra to agli avvenire un uomo scelleratissim o ; per m e che gitto il tem po a scrivere qu esta fastidiosa isto ria d un u om o, che a v ria m eritato non di esser letto dalle persone colte, m a in un grandissim o tea tro essere di spettacolo al popolazzo, s b ra n a to d a scimm ie e d a volpi. Che se q u alcuno ce ne v orr b ia s im a re , noi ci scuserem o con un esempio. A rria n o disce polo di E pitteto , assai rip u ta to tra i R o m an i, e vissuto di studi quasi tu tta su a v ita , fece u n opera simile a q u e sta, e scusa a n che noi. Ei non isdegn di scrivere la vita di Tilliboro la d r o n e : e noi di pi crudel ladro ne farem m em oria ; il qual no n nei boschi e n e i m o n ti, m a nelle citt 'ladroneggiava ; non and c orrendo la sola Misia e lid a, n depred poche contrade

ALESSANDRO.

abb an do n ate dellAsia, m a quasi tutto l im pero ro m an o riem p di sue ladro nerie. Prim am ente voglio fartene il r itr a tto , q u a n to posso al n a t u r a le , bench io non sia troppo b u o n d ipintore. Della persona (per ritr a r te n e anche le fattezze) e ra gran de e bello, e v e r a m ente d iv in o ; bianca la pelle, poco folta la b a r b a , la chiom a mescolata di capelli posticci similissimi che nessuno avria p o tu to d isting u ere, gli occhi lucenti e splendenti, la voce d o l cissima insieme e so n o ra , insom m a bellissim o, e senza u n a m enda. In siffatto corpo e ra u n a n i m a ,e d u n indole.... o E r cole scacciam ali, o Giove p ro tettore, o Dioscuri salvatori, meglio venire a mano di nemici ed avversarli che d u n uomo t a le l D intelligenza, di sagacia, d astuzia e r a singolarissim o: avido di sa p e re, pro n to ad im p a r a r e , m em o ria m aravigliosa, g ra n dispostezza alle sc ien z e, in ogni facolt su pe rlativ o , m a ne usava a l peggio ; ed essendo pa d ro n e di questi nobili istru m e n ti, tosto super i pi famosi m alv a g i, e i C ercopi, ed E u r ib a t e , e F r i n o n d a , e A risto d em o , e Sostrato. Egli u n a volta scrivendo a R utiliano suo g e n ero , e p a rla n d o di s m o d estam en te, si parago n av a a Pitagora. O h, mi perdo n i quel sap ien te , quella divina intelligenza di P ita g o r a ; m a se egli ci fosse vissuto ora, certam e n te saria sem b rato un fanciullo a petto a costui. D eh, per le G r a z ie , non credere che io parli di Pitag o ra per istrazio, n che io lo paragoni a lui per le loro opere somiglianti. Ma se uno raccogliesse tutte le pi brutto calunnie sparse intorno a P ita g o ra , alle quali io non aggiusto pun to di fede perch son false, p u re ei non giungerebbe alla m et delle rib ald erie di Alessandro. Insom m a escogita ed im m agina una singolare n a tu ra d uom o v a riam en te mista di bugie, di in g an n i, di sp e r g iu r i, di falsit ; facile, a u d ac e, tem e rario , paziente nell eseguire u n p ro p osito , p e rsua siv o, di m aniere auto rev o li, m aschera d o n e s t , se m b ran te il rovescio di ci che e ra dentro. Onde c h iu nq u e lo accostava la p rim a v o lta , ne p a r tiva con u n concetto di lu i, come del pi b u o n o , del pi m o desto, del pi sincero, del pi semplice di tutti gli uom ini. E d oltre a tutto questo stava sem pre sul g ra n d e, rivolgeva in m ente grandi p en sieri, faceva vastissimi disegni. Essendo an co r garzonetto e molto leggiadro, com e dalla

154

ALESSANDHO.

paglia si conosce il g r a n o , o come ho udito a d i r e , fece copia di s sfa c ciata m e nte , e davasi p e r prezzo a chi lo voleva. T r a gli altri am atori se lo prese u n c iu rm a to re , uno di quelli che spacciano magie e d incantesimi m ira b ili, legare e slegare in n a m o r a ti, fare sprofondar n e m ic i, tro v ar tesori, avere e re dit. Questi, scorta l indole del fanciullo, che prontissim o lo serviva, ed am ava tanto quelle trapp o le rie , qu a n to egli am av a in lui la leggiadria, prese ad e d u ca rlo , e l ebbe sem pre come discepolo ed aiutatore. Costui pubb licam ente faceva il m edico, m a sapeva come la moglie dellegiziano Toone
M e sce re m o l t i f a r m a c i s a l u b r i , E m o rtiferi m olti :

e d ei ne fu erede e successore in tutto. Questo suo m aestro ed am atore e ra T ian eo , parente del famoso Apollonio T ian eo, del quale conosceva tu tta la m aravigliosa im postura. Or vedi in che scuola fu allevato Alessandro. Il quale come messe ba rb a, m orto quel Tianeo, essendo c a d uto in povert, e sfioritagli la leggiadria, donde poteva tr a r r e so s te nta m ento , cominci a m u linare di grandi cose: e fatta co m unella con un Bizantino compositore di balli e balle rin o , assai pi m alvagio di lu i, a nome Cocconate, a n d av a n o attorno strolagando, trap p o la n d o , e tond en do i grassi, come nel loro gergo magico essi c hiam ano il volgo. E tra gli altri,avvenutisi in u n a ricca donna di M a ced o nia, che bench vecchia sentiva anco ra il pizzico r d a m o r e , si fecero fare le spese da lei, e l accom pagnarono d alla Bitinia nella Macedonia. E ra costei di F e lla , t e rra un d fiorente sotto i re M acedoni, ed o ra piccola villa con pochi e miseri a bita to ri. Quivi v edendo certi serpenti grandissim i, m a innocui e m an su eti, p e r form a che sono alle vati dalle donn e, dorm ono coi fanciulli, calpestati e stretti non fanno alc u n m ale, e succhiano il latte dalla poppa come i bam bini (e forse d a questi che ab b o n d an o nel paese nacque la fa vola di Olimpia che q u and o e ra grav ida di Alessandro si gia ceva con uno di questi serpenti], ne com perano uno bellissimo p e r pochi oboli. E di qui comincia la guerra, come dice T u cidide. Come questo paio di rib ald i, audacissimi e prontissimi ad ogni m al fare, si ac c ozzarono fra loro, facilmente c o m p re

ALESSANDRO.

155

sero che la vila degli uomini tiran n eg g iata da due grandi cose, dalla speranza e dal tim o re , e che chi op p ortun am en te pu usare di una di q u e s te , tosto d iv en ta r ic c o : che ed a chi tem e ed a chi spera necessarissim a e desideratissim a la co noscenza d ell incerto avvenire ; che cosi Delfo a r r ic c h , cosi s illustrarono Deio, C laro, ed i B r a n c h i d i , affollandosi in quei templi gli uo m ini, signoreggiati d a quei due tira n n i della spe ra n z a e del tim o re , e p e r bisogno di conoscere l a v v e n ire , vi sacrificavano le e ca to m b e , e vi a ppendevano mattoni d oro. R ipen san d o insieme a queste cose, e m ulinandovi s o p r a , d e te r m ina ro n o di stabilire un tempio ed un oracolo. S pe ra ro n o che, se questo fosse loro riuscito bene, tosto sarieno ricchi e felici : e riusc meglio di quello che s aspettavano e speravano. Indi presero a co n sid erare p rim a in qual luogo s ta b ilirlo , poi il m odo del com inciam ento. Cocconate opinava che Calcedonia fosse il caso loro, citt di gran traffico, sita fra la T racia e la B itinia, non lungi dall Asia m ino re, dalla G a laz ia, e da tutti gli altri popoli pi in l : m a Alessandro preferiva il suo pae se , d ice nd o , come e ra v e r o , che queste imprese deb bo n o es sere cominciate e condotte tra genti grosso e so re , quali egli diceva che sono i Paflagoni di l d A bonotechia, tutti su p e r stiziosi e sciocchi, per m odo che se pur veggono uno che m e nandosi d ietro u n sonatore di flauto, di tim pano o di ta m b u rello , pred ica la v e n tu ra con u n criv e llo , come suol d i r s i , tosto tutti gli si affollano in to rn o a b o cca a p e r ta , e lo rig u ard a n o come uno degl im m ortali. F a tte alcu ne batoste tra loro, p u r la spunt Alessandro : ed a n d ati in Calcedonia (che questa citt p arve loro fosse p u r b u on a a qualcosa) nel tem pio di A pollo, che antichissim o tra i Calcedonesi, n a scondono sotterra al c u n o tavole di b ro n z o , su le quali e ra scri.tto, che tra breve E sculapio con suo p a d re Apollo saria nel P o nto , ed a b it e r ia i n quel di A bonotechia. T rovate o p p ortun am en te queste tavole, subito ne fecero spargere la fama in tutta la Bitinia, nel P o n t o , e specialmente in A b o no tech ia, dove quei gonzi sub ito risol vettero di rizzare un tem p io , e si messero a cavarne le fon d a m enta. In questo mezzo Cocconate rim asto in Calcedonia p e r iscrivere certe d u b b ie , voltabili ed oblique risposte dell o r a colo, b revem ente si m o ri, c red o , per m orso d una vipera.

ALESSANDRO.

Alessandro fa la sua en tra ta pom po sam en te, con una gran zazzera a ricc i, tunica listata di bianco e di p o r p o r a , mantello tutto b ian c o , ed una falce in m a n o , per im itare Perseo, del qu ale si diceva discendente pe r m ad re : e quei lasagnoni d e P a flagoni che ne conoscevano il pa d re e la m a d re , poveri entram bi c d o scu ri, credevano a ll'o ra c o lo che diceva:
P r o g e n i e d i P e r s o , c a r o a d A po l l o , Ecc o il d iv o A l e s s a n d r o , p u r o s a n g n e C h e us c ili P o d a l ir io d a i l o m b i .

E questo Podalirio fu un lascivo ed im pazzato femm iniere che venne da T r i c c a 1 sino in Paflagonia p e r giacersi con la m a d re d Alessandro! S e ra anch e sparso u n altro oracolo della S ib illa , che profetava cosi:
S ul lid o dell* E n s s i n , p r e s s o a S i n n p c , S o t o l i m p e r o d e ll e g e nt i a u s o n ie N a s c e r g r a n p r o f e t a i n u n a v i ll a . Un u n o , u n t r e o t a , o n c i n q u e , ed u n s e s s a n t a 2 F o r m a n o u n c e rc h i o in cui s ta c h iu s o il n o m e D un uom che far bene a m o lte genti.

E ntra to a dunque Alessandro con questa pom pa dopo molto tem po nella sua p a tr ia , e ra assai rig u ard a to e tenuto in gran c o n to, fingendo egli talvolta di essere agitalo da furore divino, e m an dan do schium a dalla bocca : il che gli veniva fatto fa cilm ente m asticando radice di strutto, e rb a usata per tingere, e la sch ium a p areva a quegli sciocchi u n a cosa d iv in a , e ne spiritav ano . E ra gi slato fatto dalla b ra v a coppia e p rep arato u n ingegno rapp resen tante una testa di se rp e n te , in certo modo simile ad una faccia u m a n a , d ip in ta molto al n a tu ra le , e che m ediante certi crini di cavallo apriva e se rrava la b o c ca , donde usciva una lin g u a .d i serpente n e r a , biforcuta, anche mossa p e r crini. Aveva egli anche il serpente di P e lla , il quale n u trito in casa n ascostam ente, doveva a suo tempo c om parir su la sc e n a, e rapp resen tare u n a p a r te , anzi la prim a parte del d ram m a. Dovendo a d u n q u e incom inciare, m acchin questa r i 1 T r icca , c i t t d e l la T e ss ag lia . * Uno A, t r e n t a X, c i n q u e s , s e s s a n t a , le q u a l i ci fre s o n o a n c h e l e t t e r e , e f o rm a n o le d u e p r i m e s i l l a b e d e l la p a r o l a AXt% -vSpog, A le s sandro.

ALESSANDRO.

15 7

b a lderia. Di notte scende nele fondam enta del tempio test c avate, dove e ra rim asta u n acqua scolatavi dai d in to rn i o pio v utav i, e quivi depone un novo d 'o c a v u o t a t o ,c o n dentro un serpentello nato di fresco ; lo n asco nd e'sotto la b elletta, e to sto ritirasi. La m attina appresso c orre in p iaz z a, tutto n u d o , salvo il p udore copertogli d a un cinto d o ra to , e p o rtan d o la su a falce in m a n o , e scuotendo le chiom e s p a r s e , com e quegl in vasati che celebrano i misteri di Cibele, m onta sov ra u n a ra che quivi e r a , e parla al popolo, d icen d o beata la citt che tr a poco ricev ereb b e e ved reb b e u n dio. L a gente che v e r a , e vi corse quasi tu tta la c itt , e femm ine, e v e c c h i , e f a n c iu lli, al l i b i r o n o , e si messero a p reg are ed adorare. E d egli profferendo p a ro le ignote, forse eb raich e o fenicie, sto rd iva quei poveretti che non intendevano ci che ei d ic e v a , se non che spess o vi tram escolava i nomi di Apollo e di Esculapio. A un tratto c o rre al futuro tem p io , e venuto alla fossa che doveva essere la fonte dell oracolo, discende nell a c q u a , c antand o a g ran voce inni ad Apollo e ad E sc ula pio , e c h iam and o il dio a venire felice m en te nella c it t : poi chiede una c o p p a , ed a v u ta l a , in essa p r e n d e facilmente con l acq u a e con la belletta quell u o v o , nel quale egli aveva chiuso il d io , tu raton e il foro con cera e con biacca ; e preso in m ano l uov o, d ice : E cco Esculapio. La gente g uardavano fisi, e si m aravigliavano com e egli avesse trov alo u n uovo "in u n a p ozzanghera. Ma q ua nd o egli lo ruppe, e nel cavo della m an o m ostr quel se rp e n te llo , tutti che lo vedevano m uovere ed avvolgerglisi in to rn o le d ita , misero u n g r id o , salutarono il dio, dissero b e ata la c itt , e ciascuno a bocca aperta p re gav a , e gli chiedevano tesori, ric c h e z z e ,s a n i t , e tutti gli altri beni. Difilato egli si ritrasse a c a s a , p o r tand o sco 1 Esculapiuccio due volte p a rto rito , non u n a com e gli a ltri, e nato non d a C oronide n d a una c o r n a c c h i a , 1 m a d a u n o c a : tutto il popolo lo seguivano invasati e pazzi di speranze. P e r alquanti giorni si stette in c as a, s p e ra n d o , come av v e n n e , che alla fama tr a r r e b b e r o tutti i Paflagoni. E poi che la citt si fu piena di g enti, che avevano perdu to ogni cono1 Qui u n g iu o c o di p a r o l e . C o r o n i d e e r a la m a d r e di E s c u la p io : e l a c o r n a c c h ia d ic e s i in g r e c o xopvin.
LUCIANO. 2,

\i

ALESSANDRO.

scenza e se n tim e n to , non ritenendo di uomini m angiapane altro che le fattezze, e nel rim an ente essendo peco re; egli mostrasi in lina c a m e re tta , seduto sov ra un letto , in magnifici p a ra m e n ti, o tenendosi in seno qtoelP Esculapio di Pella grandissimo e bellissimo. Il quale essendo lu n go , egli se lo aveva avvolto in torno al co llo , u n a pa rte gliene stava in n an z i nel seno, e la co da strascicava per terra : e nascostasi sotto 1 ascella la testa del serp en te pazientissim o, sporgevagli da un lato della b a rb a quell a ltra tsta fatta di tela , e che p arev a fosse veram ente la testa del serpe. Im m agina u n a cam eretta non lieta, n bene illu m in ata, ed una m oltitudine di u o m in i sco n v o lti, tu r b a li, stu p id iti, stimolati da speranze ; i quali en tra n d o vedono la gran m araviglia di quel serpentello d ivenuto in pochi di un cos gran d ra g o , e con faccia u m an a , e m ansueto. E rano poi costretti ad uscire sub ito : e p rim a di v e d e r e . b e n e , erano sp inti ed incalzati da altri che entravan o continuam ente. Dirim petto la porta era stata a perta u n u s c i ta , come fecero i Mace d o n i in B abilonia, q u an d o sparsasi l a . v o c e c h e Alessandro stav a am m alato , stava p e r m o rire , tutti vollero vederlo e d i r gli l ultim a parola. E questa mostra non la fece u n a sola volta quel f u r b o , m a m o lte , e massime se gli capitava qualche ricco nu ovo pesce. Intan to , o mio Celso, se si dee dire il v e r o , bisogna com p atire a quegli uomini grossi ed ignoranti di Paflagonia e di P onto, se s ingannavano toccando il serpente, che Alessandro faceva toccare a c hiunque il volesse, e rim ira n d o a un po di b arlu m e quella testa che a p riv a e chiudeva la b oc ca , con tale u n ingegno che cj a vria voluto un D em ocrito, un E p ic u ro , u n Metrodoro, o un altro con la ragione ben salda contro que ste e simili c ia rlatan e rie, da non vi p re star fed e, ed odo rar c i che e ra ; e se non indo v inav a il m o d o, alm eno essere fer m am ente persuaso di non conoscere il m eccanism o, m a tutto essere u n im postura, e non possibile ad avvenire. In b reve vi accorsero genti di B itinia, di G alazia, di T ra c ia , e tutti to r nando dicevano di aver veduto con gli occhi loro nascere il d io , e crescere in ism isurato d r a g o , e di averlo toccato con le m a n i, e che ayeva la faccia come un uomo : dippiu se ne fe cero p ittu r e , s c u ltu re , immagini in b ronzo ed in a rg en to , e

ALESSANDRO.

159

fu messo anche un nome al dio. Si chiam ava G licone, come p e r divino com ando in due versi aveva detto Alessandro :
So n G llco n e, nipote di G io v e,

E de gli u o m in i s o n o la l u c e .

Come fu g iu n to il tempo di d a re i responsi e di fare i p ro n o s t i c i , per il che egli aveva messi in op era tanti in g egn i, tolse a d im itare ci che fece Anfiloco in Cilicia ; il quale dopo che suo padre Anfarao mori e scom parve in T e b e , fuggendo dalla p a tria e v enu to 'in Cilicia, vi fece buoni guadagni p re dic end o il fu tu r o , e vendendo le risposte due oboli l una. Tenendosi a d u n q u e Alessandro a questo esempio, a n nunzi a tutti quelli che erano accorsi com e il dio d a reb b e suoi responsi il tal d , e lo determ in. Comand che ciascuno scrivesse ci che voleva sapere in un a c a r ta , cucita in u n a pezzuola e suggellata con c era , c reta, o altra simile m a te ria : che egli poi p r e n d ere b b e le polizze suggellate, ed e n trato nel sa n tuario (gi e ra innalzato il tempio e la scena preparata) farebbe ch iam are ad uno a d u no per un b a nd itore e u n sacerdote quelli che gliele avevan d a te : e u d ita ogni cosa dal d i o , re stitu irebb e le polizze su g gellate come erano con le risposte scritte sotto le d im an d e. Q uest astuzia ad un uom o com e te, e posso anch e d i r come m e , c h ia ra : m a quei poveri mocciconi non ne e ran o c ap a ci, e la tenevano un prodigio. Conoscendo egli varie m an ie re di dissuggellare, leggeva le d i m a n d e , vi rispondeva ci che gli p a re v a , rin vo lg e v a , risuggellava, e rid ava le p o liz z e: e quei m aravigliavano e dicevan tra loro: Donde avria saputo ci che io ho scritto nella polizza si ben sigillata, con sigilli inim i tabili , se egli non fosse v eram en te un dio che conosce ogni c o s a ? Ma qilali sono queste m a n ie r e ? forse tu mi dirai. D irot t e le , affinch tu possa sm asch erare di tali im posture. La p rim a q u e sta , o carissim o Celso. Con un ago rovente liquefaceva quella parte di cera che era sotto il suggello, che egli spiccava i n t e r o : leggeva, e poi con Jo stesso ago riscaldando la cera che e ra su la pezzuola e quella che Serbava il suggello, facil m ente le rappiccava. Il secondo modo si fa con quel che dicesi collirio, che una prep arazio ne di pece B rezia, di asfalto, di una p ietra diafana polv erizzata, di cera, e di m astice. F a tto

160

ALESSANDRO.

cos il collirio, e riscaldatolo al fuoco, lo poneva sul suggello che era unto di sp u to , e ne p re n d ev a l im pronta. Rassodato il c o llirio, sciolta facilmente e letta la polizza, vi riponeva a ltra c era , e con esso la suggellava come con lanello. Il terzo modo questo: gittava gesso nella colla con cui s incollano i libri, e formatane una specie di pasta, la m etteva cos um ida sul suggello, e poi togliendola (che presto secca, e diventa pi d u r a del corno e del ferro) se ne serviva p e r tipo. Vi sono a n c ora molte altre m an ie re, che non voglio rico rd a rle tutte pe r non sem brare fastidioso, massime a t e , che contro i maghi hai scritto un libro bellissimo, utile ed istru ttiv o , nel quale hai esposte tante cose e maggiori di queste. Oracoleggiava a d u nq u e e profetava con fine accorgim ento tenendosi alto su i generali, toccando solo i p ro b a b ili, dando risposte ora oblique e d u b b ie, ed ora del tutto oscure pe r farle parere pi divine : consigliava e sconsigliava secondo gli pareva m eglio: p rescriveva rim edi e c u re, conoscendo, come ho gi detto, molti ed utili f a rm a c i: raccom andava special m ente le citmidi, che cosi chiam ava u n a composizione risto ra n te fatta di grasso di capra. Le sp eranze di guadagni e di ered it ei differiva sem pre al p o i, e diceva: questo sa r q uando io v o rr , e qu ando Alessandro mio profeta m avr dim andato e p regato per voi. Aveva stabilito pe r prezzo d ogni risposta u n a d ra m m a e due oboli. E non c r e d e r e , o amico m io , che cosi ei facesse-magri guadagni, ch ogni anno ei raccoglieva d a settanta in o ttantam ila d im a n d e , perch ciascuno non si con tentava di u n a , ma gliene faceva dieci e quindici. E deg u a d agni non usava egli solo, n se li r ip o n e v a , m a aveva intorno molti c oo p era tori, se rv ito ri, esp lo rato ri, compositori di ora coli, facitori di suggelli, se g re ta ri, in te rp e tri, con tutti i quali spartiv a secondo il merito di ciascuno. Aveva anche spediti al cuni in paesi forestieri, a sp arg er fama dell oracolo, e contare come egli fafceva tro vare schiavi fuggitivi, scoprire la d r i, r i n v e nir tesori nascosti, san ava amm alati, ed aveva anche re su scitati alcuni morti. Onde le genti piovevano a lui da ogni p a r te , p o rtando sacriGzi e voti, e doppio prezzo al profeta e discepolo del dio. P erocch s e r a sparso questo verso del l oracolo:

ALESSANDRO.
I! mio minis tro e in tcr pet re onorate. Ch e non mi stanno m olto a cu ore i d o n i; Ma il inio ministro e in ter p etr e fedele.

161

Ma gi molti uomini di se n n o , com e risvegliati d a p r o fonda u b briac h ez z a, si levavano co n tro di l u i, m assime i se guaci di E p ic u ro , che e ran molti ; e nelle citt a poco a poco s e ra scoperta 1 astuzia e l a pp arato del suo d ra m m a : ondo egli se ne sdegnava fieramente e diceva, che il P o n to e ra pieno di Atei e di C ristiani, i quali ard iv a n o di b estem m iare b r u t ta m ente contro di lui, e c o m and ava li lapidassero se si voleva far cosa g rata al dio. In torn o a d E p icu ro rispose co n questo o ra c o lo : dim andandogli u n o che fa E p ic u ro nell in fern o , disse :
T ra cateoe di piombo sta nel fango.

E ti maravigli che 1 oracolo si lev a tanta altezza, vedendo che sennate ed aggiustate dim and e gli eran o fatte? Ma ad E p i c uro ei faceva g ue rra implacabile a m orte : e con ragion. Con chi pi doveva pigliarsela un im po sto re, amico d e p r o d ig i, e nimicissim o della v erit, che con E picuro severo osservatore della n a tu r a delle cose, e solo conoscitore della v erit che in e ss e ? I seguaci di P la ton e , di Crisippo e di P itag o ra gli e ran o a m ic i, e stava in pace con loro; m a l inflessibile E picuro (come ei lo chiamava) era suo nemico sfidato, com e quello che piglia a riso e giuoco tutto queste cose. E p er odiava Amastri fra le citt del Ponto, p erch sapeva che v eran o molti della scuola di Lepido ed altri epicurei : e non diede mai oracoli a nessuno A m astriano. U na volta che a rd i di d are un oracolo ad u n fratello d un se n a to re , rim ase sc o rn a to , non trovando com e c o m p o rre da s u n a risposta c o nv en ien te, n avendo a pu nto chi gliene suggerisse. Quegli si lagnava di u n male di stom aco, ed ei volendo prescrivergli di m angiare u n piede di porco cotto con m alv e , disse cosi :
Malva di porco cuoci in socra pento la.

Spesse volt o , come ho detto, faceva v ed ere il se rp e n te a chi ne lo p re g a v a , non t u t t o , m a specialm ente la coda e la p a r te inferiore del corpo : la testa se la n ascondeva nel *eno.
14'

102

A LESSANDRO.

E volendo f a r pi m arav ig liare la m oltitudine, promise che lo stesso dio p arlereb b e e d a reb b e gli oracoli senza interpelre. Un facilmente alcu ne aspcrarterie di g ru e , ed acconciamente appiccatele per un capo a quella fnta testa, por l altro un uom o da dietro m an d a v a la voce, e rispondeva alle d im an de, e la parola usciva da quell Esculapio di tela. Questi oracoli eran o detti autofo ni, cio di p ro p ria voce, e non si davano a t u tt i , n alla rinfu sa, ma ai soli nobili e ricc h i, e che p o rta vano di gran doni. L oracolo dato a Severiano, che dimand se doveva e n tra re in A rm e n ia , fu anche autofono. Esortandolo a d invadere il paese, diceva cos :
. Po i c h e i P a r t e gli A r m e n i a v r a i d o m a t i S o tto V acuta la n c ia , to rn erai A R o m a cri a l l e c h i a r e o n d e d e l T e b r o Con r a g g i a n t e c o r o n a s u ll e t e m p i e .

E q u a n d o persuaso quel semplice del C e lta ' la in v ase, e fu v in to, fattogli a pezzi l esercito d a Otriacle, egli tolse q u e l l'o ra c o lo dai suoi c om e n tari, ed invece posevi q u e s to :
L; os te in A r m e n i a n o n m e n a r , c b t a l e Di q u e g li u o m in i in g o n n a , s a e t t a n d o M o r t e dall* a r c o , ti t o r r la l u c e .

E d escogit questo bellissimo espediente: q u a n d o profetava u n a cosa che riusc iv a m a le , egli la m edicava con u n altra profezia dopo il fatto. Spesso prom etteva la sanit agli amm alati gra v e m e n te , quei m o riv a n o , e pro nto u n altro oracolo rican tav a il c on trario:
P i s c a m p o n o n c e r c a r dal c r u d o m o r b o : M o r t e t s o p r a , n p o t r a i s f u g g i r la .

S apendo che gli oracoli di C laro , di D id im o , e di Mallo erano i n grande ripu tazio n e, li carezzava p e r farseli a m ic i, e loro inviava molti che venivano ad in terro garlo. Ad uno diceva :
Va t o s t o i n C l a r o a d a s c o l t a r m i o p a d r e ;

ad u n altro :
Ai p e n e t r a l i d e i B r a n c h i d i a p p r e s s a t i , E odi la Toce d e i d iv in i o ra co li ;

e ad un altro :
Va in M a l l o , d o v e orac ole gg ia AnGloco.

Severiano. Ma perch C elta?

ALESSANDRO .

1G5

Queste cose avvenivano tra i confini della Jo n ia, della Cilicia, della Paflagonia e della Galazia : m a come la fama dell oracolo giunse in Italia e si sparse in R o m a, vi n acq u e u n a g a ra; chi v a n d a v a , chi vi m a n d a v a , specialm ente i p i potenti e di m aggior grado nella citt. T r a i quali p rim o e principalissim o fu R u tilian o , uomo bello e buono 1 in tu tt a lt r o , e in molti uffizi stimato dai R o m an i, m a si p e rd u to di superstizioni e cred u lo di miracoli, che se vedeva p ure una pietra u n ta d olio 0 Coronata di fiori, subito s inginocchiava, a d o rav a , vi stava innanzi molto tem po, le chiedeva g ra zie, le faceva o razioni. Come costui udi le cose che si dicevano dell oracolo, poco m anc che no n lasci l uffizio e gli affari che aveva p e r m an o, e n o n corse in Abonotechia. Vi m and co rrieri sovra c o r r ie r i, 1 q u a li, come i g n o r a n ti, e ran o facilmente ingannati ; e tornati, contavano ci che avevano ved u to, e ci che avevano udito come se l avessero v e d u to , aggiungendovi q u alch e a ltra cosa del loro p e r pi piacere al sig n o re : cosicch rinfocolarono quel povero v ecchio, e Io fecero in tutto uscire del senno. Ed egli essendo amico di moltissimi e d e pi potenti c ittad in i,-a n d av a stro m b ettan d o con t u t t i , sciorinava ci che gli avevano detto i suoi messi, magnificava, v aggiungeva del suo : pe r m odo che ne riemp tu tta la c itt , la mise sosso p ra , ed invogli molti cortigiani, che tosto vennero all oracolo pe r d im a n d a r loro v e n tura . Alessandro li accoglieva assai c ortesem en te, e con doni ospitali e magnifici se li re n d e v a affezionati : e quelli al loro ritorno non p u re n a rrav a n o le loro d im a n d e , m a rica n ta vano le Iodi del d io , m araviglie dell oracolo e del profeta, ed u n m onte di bugie. Quel g ra n pezzo di rib ald o usav a u n altra astu zia, non isciocca, n di m ariuolo d a d o z z in a : ch scio gliendo le polizze m andategli e leggendole, se vi tro v av a qual
1 Bello i buono u n n a p o l i t a n l s m o , m a io ho v o l u t o u s a r lo p e r c h t r a d u z i o n e l e t t e r a l e d el x a X i x i f a ; d e l te s t o , e p e r c h n o n ho s a p u t o t r o v a r e u n o o d u e a g g e t t i v i n eila li n g u a c o m u n e , c h e d ic e s s e r o p r o p r io q u e l c h e d ic e il g r ec o . H o u s a to m olti a l t r i n a p o l i t a n i s m i , e 1' ho fatto c o n s i g l i a t a m e n t e . S i n t e n d o n o , c o r r i s p o n d o n o al g r e c o , n o n g u a s t a n o la n a t u r a d e l l a li n g u a , anz i l a r r i c c h i s c o n o ; p e r c h n o n a r d i r e i d i p r o p o r li a l l ' u s o c o m u n e ? S p es so m i v ie n fat to di t r a d u r r e m e g lio n e l d i a l e t t o n a p o l i t a n o , e d a q u e s t o n e l l a li n g u a c o m u n e , p e r c h n el d i a l e t t o n o s t r o c m olta aria greca.

1G4

ALESSANDRO-

che sdrucciolo e pericolo nelle d im an d e, ei non rispondeva n le rim a n d a v a , per tenere soggetti e quasi servi quelli che gliele avevano m and ate, e c h e tem evano ric o rd a n d o le dim ande fatte. T u com prendi quali cose potevano d im a n d a re i ricchi ed i po tenti. E per egli riceveva g ra n doni d a co sto ro , che si sen tivano presi nelle sue reti. Ora voglio dirti alcuni degli oracoli che egli diede a R u tiliano. Gli d im a n da va costui into rno a un suo figliuolo avuto d alla p rim a moglie e gi in e t da s t u d i , chi dovria dargli p e r m aestro ; ed ei rispose :
P i t a g o r a , e il g r a n V a t e d e ll e p u g n e .

Indi a pochi d i il fanciullo m orissi, ed egli sm arrito non sa peva che dirsi essendo cosi subito sbu g iardato dal fatto: m a il buon Rutiliano lo soccorse, difese l oracolo, e disse che il dio aveva p a rla to c h ia ro , additandogli non un m aestro vivo, ma Pitag o ra ed Omero, morti d a tanto tem p o , e coi q u ali.o ra quel suo figliuoletto si stava nell Orco. E perch biasim ar tanto A lessand ro, se gli capitavano om icciattoli di si buona p a sta? Dim andandogli costui u n a ltra vo lta, l a n im a di chi egli aveva r ice v u ta, rispose cosi :
P r i m a fosti il P e l i d e , poi M e n a n d r o ; O r sei q u a l s e m b r i : u n d i s a r a i de l sole C d r a g g i o : ci v i v ra i c e n t o t t a n t a u o i .

F atto st che mori a settanta anni di a tra bile, e non aspett la prom essa fattagli dal dio e di p ropria voce. Un altra volta saltatogli il grillo di p re n d er moglie, ne dim and 1 oracolo, che rispose apertam ente :
T o g l i p u r e la figliuola D A l e s s a n d r o e d e ll a L u o a .

Il furbo aveva gi sparso che la sua figliuola gli era n ata d alla L u n a : che la L una e ra p e rd u ta d am ore p e r l u i, avendolo veduto una volta d o r m ir e , come ella suole innam orarsi di tutti i bei garzoni che dorm ono. E quel gran senno di Rutiliano senza por tempo in mezzo m and per la fan ciulla, conchiuse il m atrim onio, divenne sposo a sessant a n n i, e consum il m a trim o n io , offerendo intere ecatom be alla suocera L u n a , e cre dendosi divenuto an ch egli uno dei celesti.

ALESSANDRO.

IGS

Come egli si assicur delle cose d Italia, lev l anim o a maggiori p en sieri, e m and suoi messi per tutto l im pero r o m ano a spargere suoi oracoli, predicendo alle citt pestilenze, in ce n d i, terre m o ti, e pro m ettend o l aiuto s u o , che salverebbe da tutti questi mali. In u n a pestilenza che afflisse tutte le genti, egli sparse questo oracolo autofono, che e r a u n verso e di ceva :
L intonso Febo pestilenza sgombr a.

E ra a vedere queste parole d o vu n qu e scritte su le p o r te , com e u n rim edio contro la peste : ma per parecchi furono il c on tra rio ; ch per a v ven tura a p punto le case con la sc ritta furono vuotate e deserte. Non dico io gi che la gente p e riv a p e r quella s c r itta , ma avveniva cos pe r caso. E forse molti confi dandosi trppo in quel v e rso , spensierati stra v iz z av a n o , e non davano un po d aiuto all oracolo p e r iscacciare il m a le , te nendosi bastantem ente protetti da quelle s illa b e , e d allintonso F e b o , saettatore della peste. Inoltre aveva stabiliti in R o m a stessa molti suoi esp loratori, i quali lo inform avano dell indole di ciascuno di quei g r a n d i, delle d im a nd e che gli farebbero de loro d e sid eri!, affinch egli fosse p r o n to alle risposte p rim a di giungere i messi. E qu esta e ra u n a g ra n tela di furberie e h egli aveva ordita in Italia. Stabili a n co ra alcuni m isteri con processioni e faci, e altro c e r im o n ie ,c h e d u rav a n o tre giorni.Nel prim o se ne faceva U b a n do ,com e in A te n e , con qu este parole: Se un ateo, u n c ristia n o , u n epicureo viene a spiare i m is te ri, fugga v i a : i credenti nel nostro dio li celebrino col buono augurio. Dipoi com inciava la processi o ne. Egli andava innanzi e diceva : F uori i Cristiani! e la m oltitudine rispondeva: fuori gli E picurei. Poi si r a p p r e sen tava il parto di L ato n a , la nascita di Apollo, le sue nozze con C oronide, dalla quale nasceva Esculapio. Nel seco n do giorno si celebrava l apparizione di Glicone nel m ondo, e la nascita del Dio. Nel terzo giojrno lo nozze di Podalirio e della m adre di A lessan dro , la quale chiam avasi T e d a , ed in suo onore si bruciavano tede : infine gli amori di Alessandro e della L u n a , e la nascita della moglie di R utiliano. P o rta v a la t e d a , e faceva d a ierofante l E ndim ione Alessandro. E vera-

106

ALESSANDRO.

niente si coricava in mezzo al tem pio in atto di d o r m ir e , e a lui scendeva dalla v o lta, come dal cielo, Invece della Luna u n a certa Rutilia bellissima d o n n a , moglie di uno dei p ro c u ra to ri di Cesare, che veram ente am a v a Alessandro e n era riam a ta ; e innanzi .agli occhi di quel p ecorone del m arito si b aciavano p u b blic a m e nte e si tenevano ab b racciati ; e se non ci fossero state tante faci avrian fatto di sotto qualche altra cosa. Dopo un poco e n tra va di nuovo Alessandro in p a ram enti di ierofante in g ra n silenzio, poi a un tratto g r i d a v a : Viva Gliconei E dietro gli ven ivan o invece di Eumolpidi e di araldi certi Paflagoni, che con le suola allacciate ai p ied i, e r u tt a n d o agli, r isp o n d e v an o : Viva Alessandro! Spesso nella processiono con le tede, e tra i mistici b a lli, m ostrava ad a rte una coscia che p arev a d o ro , rico perta forse d una pelle d o ra ta , che al lum e delle faci splendeva. Per n acqu e u n a d isp uta t r a due sciocchi che pizzicavano di saputi, se egli con la coscia avesse a v u ta anche l a n im a di P ita g o ra , o p u re una simile a quella: e p o rtata la quistione allo stesso A le ssa n d ro , il Re Glicone in u n oracolo sciolse il dubbio.
D P i t a g o r a l a l m a o r m a n c a o r c re s c e . E figlia p r o fe z i a d e ll a d i v in a I n t e l l i g e n z a , e la m a n d a v a il p a d r e A c o n f o r t o d e b u o n i in s u la t e r r a . E d ella a Giove u n d i f a r r i t o r n o , P e r c o s s a d a l l a f o lg o r e di Giove.

Predicando a tutti di asfenersi dall am or dei fanciulli, come d a cosa e m p ia , odi arte che usava quest uom o dabbene. Alle citt del Ponto e della Paflagonia aveva ingiunto di m a n dargli ogni tre anni dei giovanetti che con lu cantassero le lodi del D io, e dovevano essere scelti i pi no bili, i pi te n e r i, i pi belli : li teneva chiusi', e li trattav a come schiavi venduti a prezzo, giacendosi con essi, e disonorandoli. Ed aveva fatta u n a legge che nessuno che avesse pi di diciotto anni gli si appressasse alla bocca, e lo salutasse col bacio : a tutti porgeva la m ano a b a c ia re ; ai bei giovani la bocca: onde quelli chiusi con lui si chiam avano gli ammessi al bacio. E cosi egli insultava a quei poveri sciocchi, svergognandone le donne, corrom pen do n e i figliuoli. E quei tenevano a gran v e n tu ra , se

ALESSANDRO.

107

egli gettava p u re un o sguardo alla moglie di alcuno ; e se poi la degnava di un suo b acio, c redevano che tutti i beni del m ondo p ioverebbero in casa loro : molte si van tav ano di esser gravide di lui, e d i m ariti affermavano che elle dicevano il vero. Ora voglio raccontarti un dialogo tra Glicone ed u n uomo di T i o 1 a nom e S a c e rd o te : e dalle d im a n d e vedrai senno. Io 1 ho letto io stesso scritto in lettere d oro nella casa di S a c er dote in Tio. D im m i, o potente G lico n e , chi se tu ? Io sono il nuovo Esculapio. Altro d all antico, o desso ? A te non lice saperlo. Q u ant anni rim a rra i fra noi a da re o r a c o li ? Mille e tre. E poi dove a nd era i ? In B a ttro , e nelle vicine co ntrade : anche i b a rb ari debbono godere della mia pre senza. Gli altri oracoli in D id im o , in C laro, in Delfo sono di Apollo tu o a v o, o son falsi i responsi c h e vengono di l? Non c erc a r di sapere c o t e s t o , ch non lice. Ed io che sar dopo questa v i t a ? Cam ello , poi c a v a llo , poi s a p ien te , poi profeta non m inore d Alessandro.r E questo fu il dialogo tra Glicone e Sacerdote. Infine sapendolo amico di L e p id o , dissegli quest oracolo in versi.
L e p i d o n o n s e g u i r , clie m in a c c ia l o

Da miscrabil fato.

Ei tem eva molto questo e p ic u r e o , come u n emulo che poteva sm a sc hera rn e le imposturo. Un altro epicureo che ardi di convincerlo bu g iard o innanzi a molte perso ne, corse un gravissim o pericolo. Costui gli si par in n a n z i, e ad alta voce gli disse: T u , o A lessandro, per suadesti al tale Paflagone di d a re in m ano al go vernatpre della Galazia i suoi servi com e rei di m orte , per avere ucciso il suo figliuolo che stu d iav a in A lessandria : m a il giovane v ive, ed q torn ato vivo dopo la m orte dei se r v i, dati a sb r a n a re alle fiere p e r tuo consiglio. Il fatto fu cosi. Il giovane r im o n ta n d o il Nilo in n a v e, e giunto sino a C lism a, ebb e vaghezza di a n d a re in I n d ia;' dove dim orando molto tem p o , gli sven turati servi c re dendolo o affogato nel Nilo, o ucciso dai p i r a t i , che allora ve n eran o m olti, se ne to rnaro no riferendo come il giovane e ra sp arito. Quindi 1 oracolo, e la c o n d a n n a ; e poi il rito rn o del
1 C it t J i Paf la g o n la .

108

ALESSANDRO.

giovane c he raccont il suo viaggio. Di questo fatto parlav a colui. Alessandro scornato e sdegnato, non sostenendo la v e rit del rim p ro v e ro, disse a quelli che aveva intorno : L apida telo , o anche voi siete e m p i, e vi chiam er epicurei. Gi co m inciavano a volar le p ietre , m a u u D em ostrato tra i primi del P o n to , trovandosi quivi a caso, si strinse tra le braccia l epicu reo , e Io salv dalla morte. La scam p di un p e lo , m a gli saria stata bene : che bisognava a lui di fare egli solo il savio fra tanti p azzi, per cogliere questo bel frutto dalla stol tezza d e Paflagoni? E cosi fu il caso di costui. Quando si faceva lappello dei venuti a consultare loracolo (che si faceva il giorno inn anzi di d are le risposte), e q uan do il b a n d ito re d im an dav a al profeta: Vuoi rispondere a costui? se si sentiva da dentro ri spo n dere: ai corvi, poveretto colui! non tro v ava tetto che il rico p risse , nessuno che gli desse acqua n fuoco, doveva a n d are e r r a n d o di paese in paese, come un em pio, un ateo, un epicureo, che era la pi g ra n d e ingiuria. E q u e st altra ridicolezza fece Alessandro : che avendo trovate le massime di E p ic u ro , libro bellissim o, che in breve n e contiene tutte le d ottrin e filosofi c h e , lo port in mezzo la piazza , e lo bru ci con legne di fico, com e se avesse bru ciato pro prio E p ic u ro, ne gitt la cenere in m a r e , e proffer an cora q u e s t oracolo :
Del cieco vec ch io l e s e n te n z e a l fu o co .

Non sapeva lo sciagurato quanti benefzi fa quel libro a chi lo legge: q u a n ta pace, costanza, e libert mette nellan im a : come la libera dai t im o r i , dai vani f a n ta sm i, dalle sciocchezze dei p rodigi, dalle vane sp e ra n ze , dai desiderii soverchi; e vi pone la v erit ed il senno ; e come purifica la m ente non con teda e con scilla,1 e con altre inezie, ma con la ra g io n e , la verit ed il franco parlare. Ma fra tante altre, odi questa che fu la pi a rd ita furfan teria di questo sozzo ribaldo. Avendo non piccola introduzione presso l im peratore e In palazzo, pel gran favore che vi go deva R u tilian o , vi m and un oracolo m entre ardev a la guerra di G e rm an ia, e il divo Marco Aurelio era gi venuto alle mani
1 1 c i u r m a t o r i s o le v a n o fa re le pur ifi ca zi oni b r u c i a n d o la scilla, o c i p o ll a, s o v r a la te d a.

ALESSANDRO.

169

coi Quadi o coi Marcomanni. C om andava 1 * oracolo di gettare nell Istro due leoni vivi con molti a r o m a ti, e di fare magnifici sacrifici, o diceva cos :
Nei vorti ci d e l l I s t r o , d i v o fiu m o , Si g it t in o d u e se rv di C i b c le , D u e liooi m o n t a n i ; e a p p r e s s o q u a n t i F i or i ed e r b e o d o r o s e I n d i a p r o d u c e . Cosi tosto s a r c h i a r a v i tt o r i a y E d o n o r g r a n d e , e la b r a m a t a p a c e .

F a tta ogni cosa appunto come egli aveva o rd in ato ,- i leoni nuotando uscirono all a ltra r i v a , dove i b a r b a r i con bastoni li accopparono credendoli nuovi lu p i: m a indi a poco i nostri toccaro no u n a g rande r o t ta , in cui m o riro n o intorn o a v e nti m ila ; e poi segui il fatto d A q u ileia , la quale per poco no n fu d istrutta. Ed egli per questo avvenim ento addusse per iscusarsi la fredda risposta di Delfo a Creso, che il dio aveva pred etta la v ittoria s , m a non dich iarato se d e Rom ani o dei b a rb a ri. Crescendo sem pre pi la folla delle genti che a lui c o rre v a n o , e la citt non potendo c ontenere la gran m oltitudine che veniva a consultare l oracolo, e m a n c a n d o delle cose n e cessarie, egli escogit gli oracoli detti n o t tu r n i..P r e n d e n d o le polizze, vi dorm iva s o p ra , come ei diceva ; e come il dio gli p a rla v a in sogno, ei risp o n d e v a, non c h ia r a m e n te , m a infru s c a to , intricato, confuso; m assim e se v ed eva qualche polizza sigillata acc u rata m e n te; ch senza p e rita rsi, ci che gli veniva in mente vi scrivev a, c redendo che ogni stra n ez za saria sem p re oracolo. E p e r questo v e ran o alcuni disfinitori, che face vano i pi grassi guadagni sciogliendo e in te rpe tra nd o gli o ra coli. Questo ufficio si c o m p e ra v a , e ciascun disfinitore dava ad Alessandro un talento attico. T alvolta senza essere d im a n d a to , senza che nessuno glii avesse m an d ato a ch ie d e re , ei profetava cos a c a s o , p e r pa re re pi m irabile a quei baccelloni : ed u n a volta disse cos :
T u vuoi s a p e r chi C a l li g e n ia t u a S o p r a il t u o l e t t o a s c o s a m e o te i o c a sa C ontam in? Protogene tuo s e r v o , Cui t u fidavi ogni s e c r e t a cosa.

T u |u i d i s o o o r a s l i , c d ei t u a m o g li e \

170

ALESSANDRO.
E c on 1 o l tr a g g io v e n d ic 1 o l tr a g g io . Ora e n tra m b i t a p p re sta n o un veleno, Si c he d e l l o r o o p r a r t u n a t accorgi : M a s ott o il l e t t o t r o v e r a i la tazza Vicino al m u r o d o v e poggi il c a p o ; G V a n c e ll a C a lip s o nel s e g r e t o .

Qual Democrito non si saria tu rb a to ud endo indicare persone e luoghi si precisam ente, sebbene subito dipoi ne avria riso scoprendo perch eran o cosi indicati? A n c h e 'ai b a rb a ri talvolta dava responsi nella stessa lingua che d o m an da va no , com e in Siriaco o in Celtico, trovando facilmente alcuni di quei paesi ond erano coloro che lo in te r rogavano. E per egli metteva molto tem po tr a la dim an da e la risp o sta , p e r av ere spazio di sciogliere le polizze a c c u ra ta m e n te , e trovare chi sapesse leggerle. Siffatto fu l oracolo dato a d uno Scita.
M orfi crbaju lis t i tchien chnencherac tip si fa o t. 1

U n altra volta non essendovi alcuno che il dim andasse, usci, a u n tratto con queste parole in p r o s a : R ito rna in d ie tr o : chi ti m and stato ucciso oggi dal suo vicino Diocle, e dai ladri M agno, Celere e B ub alo, che gi son presi e im pri gionati. Odi o ra alcuni oracoli dati a me. Avendogli io d im an d ato : calvo A le ssa nd ro? e sigillata la polizza accuratissim am ente, ci vi scrisse su quest oracolo n otturno : Malac figliuolo di Sa bardalac era un altro Ati. In due altre polizze diverse scrissi quest altra d i m a n d a : Qual . la patria del poeta Omero? e gliele feci d a re d a altri sotto altro nome. E g l i / i n g a n n a t o dal m io se rv ito re , c h e, d im a n d a to , aveva detto com e io ero ve nuto per cercare un rim edio p e r u n dolore di fianchi, scrisse so vra u n a :
t i n g i col t im o e s c h i u m a di d e s t r i e r o .

1 Q u e s te p a r o l e o s o n o s c it e , e n o n si c o m p r e n d o n o pi, o s o n o g u a s te , e n e p p u r e s c o m p r e n d o n o . L e p a r o l e schieri.... lipsi fuos et ; rjy.'f.v E'.yi: (pio?, s o n o g r e c h e , e p o s so n o signific ar e n e ll'c m b r a lascer la lu c e i forse s o n o la t r a d u z io n e d e l l e s c it e .

ALESSANDRO.

171

e sull a ltra ,.a v e n d o udito che chi 1 aveva m an d a ta voleva sa p ere se to rn are in Italia pe r t e rra o pe r m a r e , sc risse , senza d i r m otto di Omero:
Non n a v ig ar, fa tu o viaggi a piedi.

Di tali tranelli io gliene tesi parecch i: ed un altro fu que sto. In una polizza scrissi u n a s o la d i m a n d a , e sopra vi scrissi, come soleva farsi : otto dim an d e del ta le , e foggiai un n o m e : e gli m an d a i otto dram m e e il r e s t o . 1 Egli si lasci in g ann are ai d a n ari ed alla so p ra sc ritta : e rispose a quella sola d im a n d a , la quale e r a : Quando sar punito questo furfante dAlessandro? con otto o raco li, c h e , come suol d ir s i, non toccavano n cielo n t e r r a , ed e ran o tutti sciocchi e stra n i. Le riseppe dipoi queste cose, e 'co m e io svolgevo Rutiliano dalle n o z z e ,. e dal fidar troppo nelle speranze che gli dava l oracolo : onde me ne volle un g ran m ale, e mi tenne per suo nimicissimo. E d u n a volta che Rutiliano lo dim an d di m e, ei rispose:
Cerea no ttu rn i am ori e im p u ri letti.

N io gli volevo g ran bene. Come egli intese che io e ro a r r i v a to nella c itt , e seppe che ero L u c ia n o , e che avevo meco due so lda ti, u n astato ed un picchiere, d atim i dal g ov ern atore della C appadocia mio am ico , p e r isco rtarm i sino al m are , tosto m and ad invitarm i con molta cortesia. A ndatovi, lo tro v ai accerchiato d a molta gente : p e r buona fortuna avevo meco i due soldati. Egli mi porse la m an o destra a b a c ia re , com e soleva fare a tutti ; ed io attaccandovi le la b b r a come p e r b a c ia rla, con un bu o n m orso poco m anc che non gliela storpiai. Quella gente voleva strangolarm i ed ucciderm i come sacrilego ; e gi d a p rim a s erano scandalezzati che io lo avevo chiam ato Alessandro, e non profeta ; m a egli generosam ente si tenn e l offesa, si r a b b o n i, e promise loro che subito m avria fatto dolce e persuaso , m ostrandom i la potenza di G lico n e , il quale si fa amici anche i pi acerbi. E fatti a llo ntan a re tu tti, si g iu stificava con m e , dicendo : Io ben ti conosco, e so quai consi gli hai dato a R u tilia n o : o h , p erch mi fai q u e sto , q u a n d io
1 11 r e s to s e d i c i o b o li , p e r c h , c o m e d ic e i n n a n z i , p e r ogni di m a n d a sT p a g a v a u n a d r a m m a e d u e oboli.

.172

ALESSANDRO.

posso giovarti appo di l u i ? Io feci sem b ian te di compia cerm i di questo segno di benevolenza, vedendo a che pericolo m ero m e s so : e tosto mostrai che gli tornavo amico. E gli astanti fecero gran di m araviglie, vedendom i si subitam ente mutato. . Dipoi essendomi d e te rm in a to a p a r tir m i, ei m andom m i di molti doni ospitali (dovevo p a rtire io solo con Senofonte, avendo gi m andato mio padre ed i miei in A m astri), e ci profferse di darci egli una nave e rem atori per m enarci v ia: ed 10 me lo tenni a buona e sin cera cortesia : m a come fummo in alto m a r e , vedendo il pilota piangere e contendere di non so che coi m a r in a i, venni in fieri sospetti. Alessandro aveva loro commesso di prnderci e gittarci in m a r e : il che se fosse sta to , egli a vria fatta g ran vendetta di me. Ma quegli con molte lagrim e persuase ai m arin a i di no n farci alcun m a le , e voltosi a me disse : P e r se ssant anni son vissuto sem pre puro e senza u n a m a c c h ia , ed ora non vorrei a questa mia e t , avendo moglie e figliuoli, lord arm i le m ani con un delitto. E qui mi scopr perch ci aveva im b a rc ati, e la comm issione av uta da Alessandro. Ci fe sm ontare in E gialo, di cui rico rd a 11 buon O m ero , e tornossene indietro. Quivi avvenutom i a caso in alcuni am basciatori bosforani, che andavano al re E upatore in Bitinia a portare l ann u o tr ib u to , n a rra i loro il pericolo che avevam o corso, ed accolto cortesem ente nella loro n a v e,'g iu n g o salvo in A m astri, dopo di essere stato si vicino a m orire. D al lora in poi an ch io me gli a rm a i contro e il com battei di tutte le mie forze, pe r desiderio di ven d icarm i. G i p rim a di que sta insidia io l odiav o, e l a b b o rriv o pe suoi costumi scelle r a t i : onde mi deliberai di a cc u sa rlo, avendo molti che mi a iu ta v a n o , massime i discepoli del filosofo T im ocrate d E ra clea. Ma il governatore del P on to e della Bitinia m i r a tte n n e , quasi pregandom i e supplicando a rim a n e rm e n e : dappoich per am ore di R u tilia n o , egli non avria potuto p u n ir lo , ancor ch chiarito colpevole. Cos mi furono rotti i p a s s i, e ristetti ; ch ogni a rd ire saria stato infruttuoso con un giudice si pre venuto. E tra le altre tem erit di Alessandro non fu gran de quella di chiedere all im p e ra to re di m utare il nome di Abonotechia,

ALESSANDRO.

175

e di c h iam arla Ionopoli; e di coniare u n a nuova m edaglia che in una faccia avesse l im m agine di G licone, e nel rovescio quella di Alessandro con in capo le b e n d e dell avo Esculapio, e in m ano la falce di Perseo, dal quale si v an tava di d iscen d ere p e r m adre ? Aveva profetato di s che gli e ra destinato di vivere c en to cin qu a n ta a n n i, e che poi m o rreb b e di fu lm in e ; m a con m iserabile fine m o ri di se tta n t a n n i , come degno figliuolo di Po d a lirio , pe r c ancrena che da u n piede gli salse all i n g u in e , e tu tto roso d a verm in i. E d allora si scopr che egli era calvo, q u a n d o i medici gli b ag n avan o la testa per i dolori che vi aveva : il che non potevano fare se non tolta la p arrucca. Tale fu il fine della tragedia di A lessand ro, e la catastrofe di tutto il d ram m a : la quale p arve a v v enu ta per provvidenza, e fu caso. Ma bisognava an cora che il SJJO funerale fosse degno della sua vita, e che per succedergli nascesse un c on tra sto tra i principali ribaldi e c iu rm ad o ri che lo avevano accerchiato: i quali a nd aro n o da Rutiliano e lo fecero a rb itr o di scegliere tr a loro chi dovesse avere l o ra colo , ed essere coronato con le b en d e di ierofante e di profeta. T r a costoro e ra un certo P e to , medico di professione e vecch io, il quale fece cose sc o n v e n e voli allarte ed alla su a canizie. Ma l a rb itro R utiliano li m and via, e non volle c oro nare n e ssu n o , se rb a n d o ad A lessandro il d iritto di profetare anche dopo la morte. Questi pochi fatti ho voluto scriv ere come u n saggio di molti a ltr i, si per far cosa g ra ta a te , che mi sei caro amico e c o m p a g no , e che io am m iro gran d em en te pel sapere che h a i, per l am ore che porti alla verit, per i tuoi dolci costumi, per la tu a m o d era zio n e , p e r la tran q uillit della vita, e p e r l a cortesia che usi con chi teco conversa ; e s a n c o ra , il che certo ti p ia c e r , per v en dicare E p ic u ro , divino sacerdote della v e r it , della quale egli solo ha conosciuta e rivelata la bellez z a , e liberatore di coloro che n e seguitano le dottrine. E penso che anche ai leggitori qu e sto libro p a r r b uono a qualche cosa, p erch e sm asch era u n im p o s tu ra , e conferma le opinioni d e gli uom ini di senno.

171 XXXII.

DEL

BALLO.

I.ic in o c t r i li o n e .

Licino. Giacch d u n q u e , o Oratone, questa terrib ile ac c u s a , che credo avevi in petto da molto tem p o , 1 hai p ur sfo d e ra ta contro il ballo e la m im ic a , e con tro noi an cora che siamo vaghi di tale spettacolo, come di cosa vile e d a donna, di cui facciamo grandissim o caso; ascolta q u a n to vai lunji dal vero e come t inganni a biasim are il maggior bene di questa vita. P u re io ti sc uso , ch tu adusato a d u n a vita a u s te r a , e tenendo per bene soltanto la d u r e z z a , hai creduto degne di biasim o cose che n o n conosci. Oratone. Ma qual uomo che u om o, caro m i o , ed e d u cato agli stu d i, e m ediocrem ente versato in filosofia, lascian d o , o L icino, di attend ere a cose migliori e conversar con gli a n tic h i, sta se'duto a u d ir su on are i flauti, e vedere un uomo effeminato, che in molli vesti e in lascivi canti si vezzeggia, e ra pp rese n ta u n a donnetta in nam orata, u n a di quelle antiche im pudicissim e, le F ed re, le P a rten o p i, le R odope; e tutto qu e sto a cad e n ze , a gorgheg gi, a b attu ta di n a cch ere coi piedi? O h , 1 cosa veram ente rid ic o la, e affatto sconvenevole ad un uom o lib e ro , ad un tuo pari 1 E d i o , avendo saputo che tu spendi il tempo a questo spettacolo, non pure mi sono vergo-: guato p e r t e , ma mi son dispiaciuto che tu,' dim entico di Pla to n e , di Crisippo e di Aristotele, ti stai com e a farti solleticar le orecchie con u n a pen n a; m en tre ci h a tante altre cose one ste a u d ire e v e d e r e , se uno ne h a bisogno, i flautisti am b u lan ti, e i cantatori che cantano arie su la c e tra , e specialmente la grave trag e d ia, e l allegrissima c o m m e d ia ,c h e fanno parte anche dei giuochi. Ti bisogner d u nq u e una lunga difesa in nanzi alle persone co lte , se non vuoi essere del tutto scartato

DEL BALLO.

175

e scacciato dalla schiera degli studiosi. 11 meglio sareb be, a c r e d e r m io , m edicar tutto col n e g a re , e non confessare affatto che hai commesso questo scandalo. P e r 1 av ven ire poi b a d a c h e, senza nostra sa p uta, .da uomo che eri u n a volta, non di venti una femmina L ida o u n a Baccante : il che sa ria u n a v e r gogna non solo per t e , ma anche per n oi, che no n ti abbiam o, come fece Ulisse, strappato dal loto e r i c o n d otto ai co nsu eti studi p rim a che fossi del tutto preso dalle Sirene nel teatro . E p p u re quelle, insidiavano alle sole orecch ie, per c o n un p o di cera si passava innanzi a loro; m a tu p are che ci abbi in vischiati anche gli occhi. Licino. B rav o , o O rato ne, con che furia m hai sguinza gliato il tuo cane addosso! Ma lesempio dei Lotofagi e il parag on delle Sirene non calza pun to al fatto m io : ch chi gu stava il loto e udiva le Sirene ne aveva in p re m io la m orte ; ed io ne ho u n piacere assai d o lce , ed infine m e ne viene b en e; ch io non mi sono ridotto a dim enticarm i la casa m ia , e a non riconoscere pi m e stesso; a n zi, se debbo dirla fra n cam e n te , molto pi savio esco del t e a tr o , e pi perspicace nelle faccende della vita. E si pu b e n d ire con O m ero, che chi vede questo spettacolo:
Ritorna tocco di dolcezza il c o r e , E di bello s a p e r ricca la mente.

Cratone. P e r E rc o le , o L icino, tu s e ito ! e non p u re non ti vergogni di q u e sto , m a te ne v anti. E il peggio , che non ci dai speranza di ris a n a r e , o sa n do di lo d a re cose si tu rpi e vituperevoli. Licino. D im m i, o C ra to n e , tu biasim i cosi il ballo e ci che si fa in te a tr o , p erch l hai ved uto molte volte; o pure non avendo m ai veduto questo sp ettaco lo, lo credi tu rp e e vi tuperevole, com e tu d ici? Se 1 hai v e d u to , diventasti anche tu come m e; se n o , b a d a che non sia d uom o irragionevole o presuntuoso b iasim ar quello che non conosci. Cratone. Questo mi m a n c a v a , con si g ra n b a rb a e coi ca pelli bianchi seder in mezzo alle d o n n o e fra quei pazzi sp e t tato ri, e b a tt e r le m ani a n c o r a , e sconciam ente a p p la u dire ad u n birb o ne che fa sozze m oine.

176

DEL BALLO.

Licino. Ti com patisco, o C ratone: m a se tu volessi fare una volta a modo m io , e cosi per prova vederlo u n a volta, ti so d ire che ci apriresti gli occhi, e 'co rre res ti prim a degli al tri ad occupare un p o s t o , donde v edere benissimo e u dire ogni cosa. Oratone. Mi caschino gli o cchi, se mai consentir a queT sto, finch avr le gambe pelose e la b a r b a irsuta : ora ho piet di te che se davvero impazzato. Licino . u o i d u n q u e , o amico m io , lasciando queste in g iu rie , ascoltarmi un p o ? Io ti p a r le r del b a llo , e dei pregi che ha, e come non pure dilettevole m a utile agli spettatori, e q u a n te cose in se g n a, e di qu a n te a m m a e s tra , e come a rm o nizza l a n im a , avvezzandola a vedere spettacoli bellissimi, ed o ccupandola a udire cose o ttim e, e ti presenta un a bellezza di a n im o e di corpo insieme. Che pe r fare questo si aiuti della m u sica e del r i tm o , ci non gli to rn a a biasim o, m a p iu tto sto a lode. Cratone. Io veram ente non ho tempo di u d ire un pazzo, che mi loda la su a pazzia : m a se tu vuoi cianciare un poco con m e, ed io son pronto a re n d ere un servigio ad un am ico, a prestarti le o re cc h ie , che senza cera possono udire ogni sciocchezza. Sicch io mi star z itto , e tu di ci che vuoi, come non ti udisse nessuno. Licino. B ene, o C ra to n e : a ppunto questo io volevo. Ve d ra i tra poco se ti p a rran n o sciocchezze quelle che ti dir. E p rim am en te tu mi se m b ri d ignorare affatt o che quest eserci zio del ballo non n u o v o , n cominciato ieri o l a ltrieri, co m e a d ire al tem po d e nostri nonni o bisnonni: ma quelli che ra cc o nta no la verissima origine del b a llo , ti d ireb bero che nel p rim o nascere dell u niverso nacque anche il Ballo, ed appari compagno dellantico A m ore. Infatti la carola degli a stri, la congiunzione dei pianeti e delle stelle fisse, la loro esatta c o r risp o n d e n za , e l ord in ata a rm o n ia , sono le prim e orm e del primogenito Ballo. Il quale crescendo a poco a poco, e sem pre m e g lio r a n d o , ora pare giunto alla m aggior perfezione, e d i venuto bellissimo p e r v ariet ed arm onia che molte delle Muse gli dan no . fama che p rim a R ea si piacque di q u e st arte, ed insegn ballare i Coribanti in Frigia ed i Cureti in Creta;

DEL BALLO.

177

e questi poi le ren dettero un gran servigio, che m en an d o i loro balli le salvarono Giove; il quale ad essi deve essere o b bligato della v ita , perch m ediante il loro ballo ei sfuggi ai denti del padre. Armati b a lla v an o , e con le sp a d e battevano su gli s c u d i, e saltavano im itando il furore della battaglia. Di poi i pi prodi Cretesi, attendendo operosamente a questo eser c izio, diventarono valenti d a n z a to ri, e non solo quei del p o p o lo , m a i pi nobili e di sangue reale. Infatti Omero volendo fare non onta, ma onore a M e r io n e , lo chiam danzatore: tanto e ra illustre e noto a tutti pel ballo, che non p u re i Greci co noscevano questa sua v i r t , m a anche i T r o ia n i, b e n ch ne mici. I q u a li , c re d i o , nelle battaglie vedevano la sua legge re zz a e sv eltezza, che si aveva acquistato pel ballo. I versi dicono cosi :
O Merion , bench sei dan zatore , La mia lancia t ' a r r i a ( e r m e 'l e g a m b e ....

E non gliele ferm le g am be, cfi egli usato al ballo facilmente schiv il colpo. Potrei n o m ina rti molti altri e ro i, che si p iacquero di questo e s e r c iz io , e lo ten n ero come u n arie; m a mi basti N eottolem o, figliuolo d A chille, e d an zato re ec cellentissim o, che trov un a nuova bellissima d a n z a , dal suo nome detta P irrica . Ed Achille u d e n d o q u e sta invenzione del figliuolo, cred o , se ne com piacque pi che della bellezza e fortezza di lui. E cosi Ilio, fino allora rim asto inv itto , da questo danzatore fu preso e spianato. I L a c e d e m o n i, che sono tenuti i pi valorosi dei G r e c i, appresero d a Castore e Polluce la C ariatica, che una specie di d a n za che im p a ra n o in C a rio , borgo di L acon ia: in tu tto quello che fanno non si sc ordano m ai delle M use, sino a com battere a suon di flauto, a cad e n za , a passi m isurati : ed il segnale della battaglia dato ai Lacedem oni dal flauto. E cosi vinsero tu tti, guidandoli la m usica e la m isura. Ed anche al presente si pu v edere i loro giovani che im p aran o non m eno a d an zare che a sch erm ire: ch q u a n d o , dopo di esse r venuti alle mani e d ate e rice vute picchiate, -c e s sa n o , l esercizio finisce col ballo. Un flautista sta in m ezzo , e sonando batte il tem po col piede: essi in fila l un dopo l a ltro , e cam m inando a b a ttu ta , fanno

178

DEL BALLO.

atteggiam enti d ogni m an ie ra, ora di b a tta g lia , ora di b a llo , che piacciono a Bacco ed a Venere. E la canzone, che c an tan o m en tre ballano, u n invito a Venere ed agli Amori di r i d d a re e trip u d ia re con loro. Un a ltra canzone {ch ne cantano due) insegna il modo come si dee ba lla re: S u via, o giovani, la dice, levale il pi, riddate meglio, cio ballate meglio. F a n no anche cos qu ando ballano la collana. L a collana un ballo di garzoni e di fanciulle insieme intrecciate e formanti come un a collana. A pre la d anza un garzone che balla a mo de giovani, e fa tutti gli atteggiamenti che s usano in b a tta g lia , poi segue u n a fanciulla com postam ente, che insegna al suo sesso balla r e ; per m odo che la collana intrecciata di m odestia e di for tezza. Hanno ancora u n altra d anza di fanciulli n u d i, da essi d etta ginnopedia. I versi che Omero, descrivendo lo scudo di Achille, fece intorno a d A ria n n a , ed al coro che Dedalo lo lavor, li hai letti, ed jo li tralascio: e quei due d anzatori che quivi il poeta chiam a cavriolatori, che guidavano il c oro : e.nella stessa descrizione quei Giovani che rotavan cavriolando, dice che e ran o il pi bel lavoro che Vulcano aveva fatto nello scudo. I Feaci p o i naturalm ente dovevano a m are il ba llo , essendo molli, e vivendo tra quelle m orbidezze e delicatezze: infatti Omero questo fa in essi a m m irare d a Ulisse, che rig u a r d a i lampi dei piedi. In Tessaglia venne in tan ta voga il ba llo , che i capi e condottieri chiam avansi Mastri del ballo come dicono le iscrizioni delle statue rizzate ai loro maggiorenti. Una d ice: La citt lo elesse mastro del ballo; ed u n altra : A d Elatione, che ben ball la battaglia, questa statua il popolo. T ralascio di dire che non si trovano misteri antichi senza ba llo ; che Orfeo, Museo e gli altri ottimi danzatori di quella et, i quali l isti tu iro n o, posero questa come u n a bellissima legge, doversi ini ziare col suono e col ballo. E cosi si fa; m a non conviene sve lare le sacre orgie ai profani ; e tutti sanno che quelli che svelano i misteri, si dice volgarm ente c he escono del ballo. In Deio non ci aveva sacrifizi senza ballo ; m a si facevano col ballo e con la m u sica. Cori di fanciulli carolavano a suono di flauto e di cetera, ed alcuni di essi cantavano dan za n d o . E le canzoni scritte per questi cori si ch iam avano ballate, e n ' piena la lirica. E che ti parlo dei G re ci, se anche gl i n d i , q u a n d o la m attin a si le

DEL BALLO.

179

v a n o , ado rano il sole, non come n o i, che baciandoci la m ano crediam o di fare u n adorazione p erfetta, ma essi stando rivolti all oriente salutano il sole col b a llo , atteggiandosi in silenzio, ed im itand o la danza di questo Dio. E per gl Indi questo a d o raz io n e , e c o r i, e sacrifizi: e due volte a d o ran o il loro Dio cos, al nascere ed al cadere del giorno. Gli E tiopi anche la g u e rra fanno col ballo. Un etiope no n iscaglierebbe saetta, spiccandosela dal capo (ch il capo serve loro di f a r e tr a , le gandovi intorno le saette a guisa di raggi), se p rim a non h a ballato, non s atteggiato m ina c cio so, non h a 's p a u r i t o col ballo il nemico. Avendo discorso dell India e dell E tiopia, discendiam o anche nel vicino Egitto. Io .pensomi che la vec chia favola di Proteo egiziano non voglia significare altro che u n d a n z a to re , un gran m im o , che sapeva pigliar tutte le figure, e m u tarsi in ogni cosa ; sicch con la prestezza dei m ovim enti im itav a la liquidit dell a c q u a , la veem enza del fuoco, la fero cia del l e o n e , la furia del p a r d o , l agitarsi dell a lb e r o , in som m a tutto quel che voleva. Ma la favola, ritenendo il pi m irabile della sua n a tu r a , cont che egli diventava ci che im itava. Questo fanno anche i m odern i m im i; i quali bello vedere corno nello stesso tem po prestissim am ente si m u ta n o , cd agguagliano lo stesso Proteo. E si dee c red e re che l E m p u s a , che si trasfigurava in mille fo rm e , sia stato u n u o m o ,c o siffatto, raccontatoci d alla favola. Inoltre non va dim enticato il ballo dei R o m an i, che si fa d a nobilissimi cittadini e sacer doti chiam ati S a l ii , in onore di M arte il pi g uerriero deglid d i, ed un ballo assai grave e sacro. La favola dei Bitini non molto diversa dalle ita lic h e : che P ria p o , dio g uerriero (uno dei T ita n i, c r e d o , o dei Dattili Id ei), faceva qu e st arte d in segnare a tra tta r la r m i, e avendo avuto da G iun one a e d u c a r Marte an co ra fanciullo , m a d u ro e forzuto a ssai, non p ri m a g l insegn a tra tta r l a rm i che non l ebb e r e n d u to un p e r fetto danzatore. E per questo G iunone gliene diede un co m p e n so , di doversi p re n d ere sem pre la decim a parte del bottino che Marte fa in gu erra. Non a spetterai, c r e d o , di u d ire d a m e che le feste Dionisiache e le Bacchiche erano tutte ballo. Ch essendoci tre principali d a n ze ,la Cardaca, la Sicinnia, e 1' E m m elia, i Satiri m inistri di B a c c ,c h e le inventaro no, d iedero

ISO

DEL BALLO.

a c iascuna i loro nom i. E d usando di quest arte Bacco sog giog i T irre n i, gl i n d i, i Lidi; e u n a gente cosi guerriera col ballo ap p u n to , coi suoni e le feste allett. Onde b a d a , o uom o d a b b e n e , che non sia u n em piet biasim are un esercizio divino e mistico, piaciuto a cotali id d ii, che si fa in loro ono r e , e che d tanto diletto e tan ti utili am m aestram enti. Ma io mi m araviglio di una cosa: io so che tu sei molto inn am o ralo di Omero e di Esiodo (torno a p a rla rti dei poeti); or come puoi c o n trad d ire alle lodi che essi danno al ballo? Omero annove ran do le cose pi piacevoli e b elle, il so n n o , l a m o re , il can to , la d a n z a , solamente questa chiam incolpabile, ed aggiun g e, ei che ben se lo .sapeva, il dolce al c an to , m a e l u n a cosa e l a ltra nello spettacolo del ballo, e il dolce c anto , e l in colpabil dan za , che tu ora vuoi incolpare. E d in altro luogo del poem a:
Ad a l t r i d i e d e n o d i o 1 o p r e d g u e r r a , . Ad a lt r i il b a l l o , ed il s o a v e c a n to .

E veram ente soave il canto con la d a n za , e il pi bel dono fattoci da g l iddii. E pare che Omero avendo diviso tutte le occupazioni um ane i n due sp e c ie , la pace e la g u e r r a , a quelle della guerra contrappone solamente queste due come le pi belle. Esiodo poi non che l ud dire, m a vide egli stesso una m attina le Muse b a lla re , e nel principio del suo poem a can ta quei b e i,v e rs i in loro lode:
' P r e s s o la f o n t a o a a z z u r r a Coi de li c a ti pi d a n z a n d o , i n t o r n o L a r a d e l P a d r e m e n a v a n c a ro l e .

O r tu , o valentuom o, fai quasi u n sacrilegio a sparlare cos del ballo. Socrate, che fu sapientissim o (se si dee credere ad Apollo che lo dichiar tale), non p u re lodava l arte del ballo, m a credette doverla anche im p a ra re , facendo gran conto della garbatezza, della leg g ia d ria ,-d e lla grazia nei m ovim enti, e della sveltezza nel muoversi ; n , bench fosse vecchio, se ne vergognava, tenendo che questa sia cosa degnissima ad im pa rare. E ben dovette attendere seriam ente ad im p a ra re il ballo egli che volle app rend ere anche le m inim e cose, che frequen

DEL BALLO.

181

tava anche le scuole dei flautisti, g non isdegn di udire qual cosa di b uono anche da u n a c o rtig ian a , che fu Aspasia. E ppure egli vedeva l arte che allora c o m inciav a, e non pe r anco s era distinta e spiegata in tan ta bellezza. Ch se egli avesso visto costoro che l hanno l e v a t a s i alto, ti so dire che avria lasciato ogni altra cosa, avria atteso solamente a questo spet tacolo, e prim a di questo non av ria insegnato altro ai giovani. Q uando tu mi lodi la traged ia e la com m edia, mi sem bri di avere dim enticato che con ciascuna di esse va u n a specie di d a n z a , l emmelia con la tr a g e d ia , la cordaca con la c o m m ed ia, essendo alla terza specie di d r a m m i 1 talvolta u n ita la sicinnia. Ma giacch tu da principio preferivi al ballo anche la trag e d ia,la com m edia, e i flautisti di piazza e il c ita riz za ro , dicendo che sono cose oneste perch fanno pa rte dei g iu o c h i, su v ia parag o niam o un po il ballo con ciascuna di esse. P u r e tr ala sc ia m o , se ti pa re, il flauto e la c e tra , che prestano loro servigi al danzatore. Consideriam o un po la tragedia nella su a a p p a re n za. Che b ru tto e spaventoso spettacolo v edere un uom o cho si fa d u n a sconcia lunghezza, calza alti c o tu r n i, si mette alta su la testa u n a m aschera con tanto di bocca sp alan cata come si volesse ingoiare gli sp ettatori; non dico dello pettiere e delle panciere per fare un po di grossezza posticcia ed a rte fatta, so no cosi secco e lungo p a rre b b e pi sconcio : dipoi di sotto la m aschera b e la n d o , o ra levando, ora abbassan do la voc e, e ti ra n d o i giam bi a strascico, e quel che pi b r u t to , c an tan do le sventu re in m u sic a , non ci m ette del suo che la sola v o c e, e tutto il resto a ppartiene ai poeti che vissero tanto tem po fa. E finch egli u n A n d ro m a ca , o u n E c u b a , il canto pu pas sare ; m a q u an do viene E rc o le , e fa un canto a solo, d im e n ti candosi di s stesso, e non avendo un rispetto alla pelle del leone n alla clava che ei p o r ta , ogni uom o che h a u n oncia di senno d ir che l u n a sco ncordanza. Infine ci che tu b ia sim avi nel ballo , che gli uom ini vi fanno le parti dello do n n e , questo sa ria anche biasim o della tragedia e della com m e d ia , dove sono pi le donno che gli uom ini. La Com media tra le m aschere si vollo pre n d ere le ridicole per d ile tta re , come
' Cio con la s a tira , col dram m a satirico. Leggo Tpirri non Tf^rnsLUCI AN O. '2 . 1 (5

182

DEL BALLO.

sono quello do D av i, d e T ib ii, dei cuochi. Ma l aspetto del danzatore quanto ornato o de ce nto , no n d ebbo dirlo io : chi ha occhi il vede. La m aschera stessa bellissima e a datta al soggetto della rapp resentazione ; no n h a la bocca spalancata come le a ltre , m a c h iu sa, perch vi a ltri che can ta pel d a n zatore. Una volta uno stesso can tav a e b a ll a v a , m a poi che si vide che i m ovim enti affannavano e turb av ano il c a n t o , si fece che altri accom pagnassero i danzatori col canto. Gli argomenti sono c o m uni, quelli del ballo non differiscono affatto da quelli della trag e d ia, se non che sono pi sv a riati, pi is tru ttiv i, o con mille cangiam enti. E se il ballo non fa pa rte dei giuochi, 10 dico che la cagione q u e sta, che agli agonoteti p a re una cosa gra n d e e g ra v e , e d a non essere sottoposta ad esame. L a scio di d ire che in Italia u n a citt nobilissima, di origine calc id ica, lo aggiunge com e un ornam ento ai suoi giuochi . 1 E qui voglio essere teco giustificato di molte cose che non ti ho d etto, che non p e r igno ranza o im perizia. Io so bene che molti p rim a di noi scrivendo del ballo, 110 h anno trattato a lungo, descrivendo tu tte le diverse specie dei balli, dicendo 11 nom e di ciasc u n o , e come f a t t o ,e chi linv en t, credendo cos di sfoggiar d ottrina. E d io questo sfoggio a p punto credo che sia u n a bo ria sciocc a, e fuori p ro p o sito , e per lo lascio. E poi voglio farti riflettere e r ic o rd a re che io non mi sono proposto di scio rin arti tutta la genealogia del ballo, non mi sono prefisso lo scopo di a n nov era re i nom i dei b a lli, se non che ne ho ricordati solam ente poch i, q u a n d o ho discorso dei princip ali tra ossi. Ma con queste mie parole io non intendo altro che lodare il ballo come al presen te, e dim ostrare q u a n ta utilit e diletto c ontiene, non essendo com inciato cosi, m a venuto a tan ta bellezza specialmente al tempo d Augusto. Quei prim i balli eran o com e le radici ed il tronco di questo : il suo fiore ed il frutto giunto a perfezione adesso : 0 di questo io ti p a r lo , lasciando il ballo delle tanaglie, e della grue, ed a ltri gi smessi ed obbliati. E quella specie di ballo
' Crodcsi che voglia Intendere N a p o li, fabbricata dai C u m a n i, cho furono originari di Calcide. E Napoli fu sem pre l ieta di spettacoli s c e n ic i, e N e ro n e , come narra Tacito, la scelse per farvi mostra d sua v o c e , cauto ed arte di citarizzarp,

DEL BALLO.

185

frigio, che nel vino e nelle gozzoviglie si faceva dai villani ubb riach i a suono di (lauto trin c ian d o capriole e g a m bate, come s usa an co ra in villa, io non l ho tralasciato p e r igno r a n z a , m a p erch queste cose non han pu n to che fare col ballo m oderno. Anche Platone nelle Leggi alcune specie di ballo lo d a , altre b ia s im a , distinguendo i balli in dilettevoli ed in u ti l i , e sc a rta n d o gl in decenti, pregia ed a m m ira gli altri. E questo basti del ballo : ch d ir tutto sa re b b e u n a lu n gaggine e u n a seccaggine. O ra voglio d isco rrere delle v irt che deve avere un m im o, com e d e v essere e se rcitato , che avere im p a ra to , in che esser forte, acciocch tu vegga non esser qu esta u n arte lieve e che ognuno pu fa re, m a stare in cim a a tutte le d isc ip lin e, non p u re alla m usica, ma all arte ritm ica od alla m e tric a , ed alla tua filosofia specialm en te, sia fisica, sia e tic a, ch la dialettica l inutile. N si rim a n e ind ietro all o ra to ria , anzi se ne giova, in q u a n to che d im o stra i co stum i e le passioni, come gli oratori d e sid era n o tanto d i fare. E n ep pure si lascia v incere dalla p ittu ra e dalla sc u ltu r a , m a si m o stra di sa p e r cos bne im itare la convenevolezza di que ste a r t i , che n F id ia n Apelle p are ne sappiano p i di lei. P rim a di tutto il m im o si p ro pon e di avere am ica Mnemosine e la figliuola P o lim n ia , e te n ta - d i ric o rd a re ogni c o s a ; ch e g li, come il Calcante d O m ero, deve conoscere quel che , quel che sar, quello chefue; niente deve sfuggirgli, tutto stargli schierato innanzi la m em oria. Insom m a qu esta u n a scienza im ita tiv a , d im o stra tiv a , espressiva dei p e n sie ri, d ichia rativ a dell intim o senso. E quel che diceva T ucid ide a lode di P e ri cle sarebbe il m aggior pregio del m im o, nelle cose intendere il necessario, e spiegarlo, spiegarlo dico ed esprim erlo con l at teggiare. T utto l a pparato che ci v u o l e 'p e r q u e sto l antica isto ria , come ho detto, che si deve p ron tam e nte ric o rd a re , e convenevolm ente ra p p rese n tare . Ondo com inciando dal caos, e dal p rim o nascim ento del m o n d o , bisogna conoscere tutti gli a v venim en ti, sino a Cleopatra egiziana. Questi sono per noi i confini del sapere del m im o , ed in questa gran cerchia ei sa p pia il taglio d U ra n o , la n ascita di V enere, la pugna dei Ti t a n i , il natale di G iove, l inganno di R e a , lo scam bio della p ie tr a , Saturno in catenato, l e red it d ivisa fra i tro fratelli.

184

DEL BALLO.

Dipoi la rivolta dei G ig a nti, il furto del fuoc o , la formazion e degli u om ini, il castigo di P ro m e te o , e la potenza di tutti e due gli Amori : appresso a questo , Deio galleggiante, L atona coi dolori del p a rto , Pitone ucciso , l insidia di T izio , e il mezzo della terra trovato col volo delle aquile. Q uindi D eucalione, e quel gran diluvio che al suo tem po inond il m o n d o , e l arca sola serbatrice d una re liquia del genere u m ano, e gli uomini rinati dalle p i e tr e : ed ancora Jacco s b r a n a to , 1 l inganno di G iu n o n e , Semele b ru ciata, e Bacco nato due v ol te; e q u anto si n a rr a di M inerva, di V u lcano, di E ritto n io , e della contesa pe r l A t t i c a , ed A lirro tio , 2 e il p rim o giudizio che si fece nell A reo pago, ed in som m a tu tta l attica mitolo gia. Specialm ente poi il vagare di C e rere , il ritrovam en to della figliuola, lospitalit che le diede Celeo, T rittolem o agricoltore, Icario che coltiva la v ig n a , il caso di E rig o n e , e ci che si racconta di B orea, di O r itia , di T eseo, di Egeo. Innoltre le accoglienze di Medea, e la seconda fuga in P e r s ia , le figliuole di E retteo , e quelle di P and ion e, con tu tto ci che in T racia fecero e patirono : dipoi A ca m a nte, e F illi, e il prim o ratto di E le n a , e i Dioscuri che vanno ad oste contro la c itt , e la sv e n tu ra d Ippo lito , e d il ritorno degli Eraclidi : ch anche questi argom enti s: possono consid erare com e attici. T ho ac cennato cosi per u n esempio queste poche favole ateniesi, la sciandone molte altre. P o i viene M egara, e N iso, e Scilla, e il riccio p u rp ureo, e Minosse che p a rte si, ingrato a tan to b e nefizio. Appresso a questi il C iteron e, e i casi di T ebe e dei L ab dacid i, e l 'a r r i v o di C adm o, l inginocchiarsi del b u e , i denti del serpente se m in a ti, e gli Sparti che ne n asc o n o , e poi la trasformazione di Cadmo in dragone, ed Anfione che a suon di lira fabbric le m u r a , e poi pe rd il senno, e la s u perbia della moglie N io b e , ed il costei silenzio pel gran dolo r e ; e i casi di Pe n teo , e di A tteo n e , e di E d ip o , ed Ercole con tutte e dodici le sue fatiche, ed i figliuoli uccisi. Corinto a nch essa piena di favole, ed h a G lauca e C reo nte, e p rim a
' Jacco fanciullo, sbranato dai T i ta n i, e sepolto sul Parnaso presso 11 tripode. 1 Alirrotio, figliulo di Nettuno, fu ucciso da Marte ; e questa fu la prim a c ausa che si tratt n ell Areopago.

DEL BALLO.

185

di questi Bellorofonte e S tcno bea, e la p ug na del Sole e di N ettuno, e dipoi il furore di A ta m a nte, e l aerea fuga de figliuoli di Nefele sul m on tone, ed Ino e Melicerta raccolti nel m are. Dipoi i casi dei Pelopidi, e Micene, e ci che quivi accadde, e p rim a di essi Inaco, ed Io, e il suo custode Argo, ed A tre o , e Tieste, ed A erope, e l ariete d o r o , ' e le nozze di Pelopea, e l uccisione di Agam ennone, e la pena di Clitennestra : ed altri fatti a nteriori a questi, la gu e rra dei sette a Tebe, e A drasto che ospita i profughi generi,* e l oracolo intorno ai fratelli, e come m orirono e furono lasciati insepolti, e qu in d i la m orte di A n tigone e di Meneceo. Quel che fu in N em ea, ed Issipile, ed A chem oro, deve un mimo necessariam ente rico rd a re. E pria di questo s a p r , come la ve rginit di Danae era c u sto d ita , come da lei nacque P e r s e o , a cui fu im posta la fatica di spegner le Gorgoni : coi quali fatti v a unito il racconto etiopico di Cas siope a, e di A n d ro m e d a, e di Cefeo, dalla cred ula posterit annov erati tra gli astri. Sap r an co ra lantica istoria d Egitto e di Danao, e delle nozze insidiose. Sp a rta an co ra gli d m olta m a teria, Giacinto, e Zefiro rivale d A pollo, e il giovanetto m orto per u n colpo di disco, e dal suo sangue nato un fiore che porta la pietosa scritta , e T in d a ro risu sc ita to , e Giove che se ne sdegna con E sc u la p io : inoltre P a rid e osp itato , ed E lena ra p ita , dopo il giudizio del p o m o ., Con la sto ria sp a rtan a va congiunta la storia tro ia n a , che si v a ria ed ab b rac cia tante persone. Ciascuno di coloro c h e 'q u iv i c ad d e ro argom ento di d ra m m a ; on de conviene ricordarsi sem pre di ci che ciascuno fece dal ratto sino al r i to r n o ; e degli errori di E n e a , e degli am ori d i Didone : e da a ltra b a n d a le azioni d i O reste, e la r d ire di questo eroe in Scizia. E con queste si legano molto altre cose avvenute p r im a , ed attenenti ai fatti di T ro ia , Achille tra le damigelle in S ciro , la pazzia d Ulisse, l a b b a n dono di Filo ttete, e poi i viaggi d i Ulisse, e C irce, e Telegon o , ed Eolo r e dei v e n ti, ed il resto fino al castigo dei P ro c i: e molto p rim a l insidia fatta a P a lam e d e, e lo sdegno di N aup lio , ed u n Aiace pazzo, un altro naufragato. L E lide a n ch essa
1 T ieste av ev a un ariete d o r o , come si c redeva , perch egli spieg agli Argivi che cosa e ra l'Ariete nel Zodiaco. Vedi l'Astrologia di Luciano. * Polinice e T ideo, generi di Adrasto.

16*

186

D E L BALLO.

d molti argomenti ai m im i a r a p p re se n ta re , E no m a o , Mir tillo, S a tu rn o , G iove, p rim i atleti fra i celesti. E molto favolo d A rcadia; la fuga di Dafne, Calisto m u ta ta in fiora, l'ebbrezza dei C e n ta u ri, la nascita di Pa n e , l amoro di Alfco e il suo viaggio sotto l onde del maro. E se a n d e r con la m ente in C r e ta , il m im o quivi tro v er moltissimo da c av arn e profitto, E u ro p a, Pasifao, i due to ri , 1 il Laberinto, A ria n n a, F e d r a , A ndrogeo, D edalo, I c a r o , Glauco, e la profezia di P o lidio , 2 e Talo di bronzo che va cam m inando per Creta. E passando in Etolia, vi trover anche molto la m im ica, Altea, Meleagro, A talanta, il tizz o ne, la lotta del fiume e d i E rco le , la nas c ita delle S ire ne, le E ch inadi sorte dal m a re , ed Alcmeone che dopo la pazzia stabilisce la sua casa ; poi N esso, e la gelosia di Deianira, onde la pira di E rco le sull Oeta. L a T racia an cora h a molte cose necessarie al m im o , Orfeo, il suo Strazio, la sua testa parlan te e galleggiante presso la lira, l E m o , il R o d o p e , la pena di Licurgo. E d anche di pi ne ha la Tessa g lia , Polia, Giasone, A lceste, la spedizione dei cin q u a n ta gio v a n i, e la n a v e Argo con la carena parlante : e q uel che av venne in L enn o, A eta, il sogno d i Medea, come ella sbran A b s irto , e quel che fece nella fuga ; dipoi Protesilao e L aodamia. E torn an do in A sia , .quivi molta m ateria di dram m i. S am o , e il caso d i P olicrate, e il vagare della sua figliuola sino in P e rsia : e pi antichi fatti, la ga rrulit di T a n ta lo , 3 il convito che egli fece agli Iddii, le cotte carn i di Pelope, e l omero rifattogli d avorio. In Ita lia , l E rid a n o , F e to n te , e le sue so relle che pel gran piangere diventano pioppi d a cui gemo l a m b ra . Conoscer egli ancora le E s p e rid i, e il dragone cu stode dei pomi d o ro, e la fatica d A tlante, e G e rio n e, e i bu o i m enati d a E r itia . 4 Egli non igno rer tutte lo favolose trasformazioni in p iante, in fiere, in uccelli, e q uante donne di ventarono u o m in i, come Ceneo, T ire sia , ed altri. In Fenicia
' 1 1 due tori. L uno di Europa, che fu Giove m utato in toro ; l altro di Pasifae, che fu li Minotauro. Profet che G lauco , figliuolo di M ino sse, sarebbe morto in .una botte di mele. * Tanta l o rivel 'agii uomini 1 segreti degli Dei, ed ebbe la pena che tutti sanno. 1 I buoi che Ercole tolse a Gerione. E r itia , oggi Cadice.

DEL BALLO.

187

poi M irra, e 'A d o n e pianto a v icend a e : festeggiato ; ed altri fatti pi recenti, e posteriori all im pero dei Macedoni, gli cono scer, e quanto ardi fare n tip atro , e qu anto Seleuco per am ore di Stratonica. Le favole egizie che sono p i !m isteriose egli sa p r si ', m a rappresenter* sim bolicam ente con segni, dico E p afo , ed O siride, e le trasfo rm a zio n i-d eg l'id d i in ani mali. Ma inn an zi tutto i loro am o ri, specialm ente di G iove, e in' q u a n te figure si mut. S ap r tu tti i terrib ili racconti' dell-Orco, e i castig hi, ed i delitti di ciascuno, e Teseo e Pirito o sino all Orco amici. E p e r d i r tutto in u n a v o lta , ei non deve igno rare niente di ci c h stato detto da O m ero, d a E sio d o , e da i migliori poeti, massime dai tragici. Q ueste ben poche cose t r a le molte, anzi tra le infinite, ho tr a s c e lte e pu re a cc en n a te , lasciando le altre ai poeti a c a n ta re , a r m i m i stessi a rapp rese n tare , ed a te a ritro v a rle sim ili a qu este che t ho dette : delle quali tutte qu ante il m im o deve avere u n a bu ona e gran dovizia sem pre pronta. E giacch egli im ita to re , e vuole con gli atteggiam enti m ostrare i fatti c a n ta ti dai p oeti, gli n ecessario, come agli o ra to ri, stu d iar la c h ia re z z a , per modo che ciascun a tto , ciascun m ovim ento d e lla r su a r a p p r e sentazione sia evidente e non voglia in te rp e tre ; m a , come dice 1 oracolo d A p o llo , chi vede il m im o deve 'intendere il m uto lo , e u d ire u no che non parla. E cosi dicesi avvenne a 'D e m e trio il cinico. Sprezzava egli, come fai t u ? la rte del b a llo , di cendo che il mimo u n appendice del flauto, delle sirin g h e , e delle nacchere, che ei non conferisce niente alla ra p p re se n tazione con q u e i suoi m ovim enti irrag ion e voli jo v a n i 1 , e nei qua li non c nessun pensiero ; che gli sp ettatri sono affasci nati d a tu tt altro , dalla veste s e r i c a , ' dalla bella m aschera, dal flauto, dai gorgheggi, dal bell acc o rd o .delle voci ; e c h o tu tte questo cose son quelle fan piacer la m im ica , che pe r s nulla. Trovossi in quel tem po , che fu sotto N e ro n e , u n m im o assai rip u ta lo , c h e , come dicono, n o n e ra sciocco, m a aveva a m ente molte istorie, e le gestiva benissim o : questi preg D e m etrio di cosa che p a rm i g iustissim a, di vederlo a tte g g ia r e ,'e poi biasim arlo ; e si offer d i m ostrarglisi senza flauto e senza canto : e cos fece. Im posto silenzio alle n acchere, ai flauti, e d al c oro stesso , c i d a s solo atteggi l trsca di 'V enere e d i 1

188

D E L BALLO.

M arte; il Sole che fa la sp ia , Vulcano che sta in agguato, e te li acchiappa tutti e due nella r e te , ciascuno degli altri Dei che sopraggiungono, Venere tu tta vergognosa, Marte alquanto timoroso che prega, e tutto il resto di quell istoria ; e il fece p e r m odo che Demetrio dilettatone a ssai, diede una gra n d is sim a lode al m im o, gridando a gran v o c e : Io l odo quel che tu fa i, non lo vedo solam ente, e mi p a re che tu parli con coteste m ani. E giacch siamo a p a rla r di N eron e, voglio d irti un fatto che-avvenne ad u n b a rb aro con questo stesso m im o, e che sar una grandissim a lode della mim ica. Un b a rb a r o di sangue reale essendo venuto dal Ponto a Nerone p e r certo affa re , stava con gli altri sp ettatori a rig u a rd a re quel m im o, il quale cos bene e chiaro gesteggiava, che eg li, quantu n q u e non intendesse il c a n to , perch egli e ra mezzo greco, pure com prendeva ogni cosa. Q uando fu per torn arsene a casa, a b b ra c c iandolo Nerone e confortandolo a chiedere se cosa gli piacesse, che ei gliela d a re b b e , quei rispose: Se mi darai quel mimo m i farai un p iacere gran de. E dim andandogli N erone: Che ne vuoi fare nel tuo p a ese? Io ci h o , risp o se , certi vicini b a r b a r i c i lingua diversa dalla n o s tr a , e non posso trovarci buoni interp etri. Se d unque io avr bisogno di qualcosa, costui mi far intendere tutto coi gesti. T anto lo colpi la im itazione del .m i m o , la quale gli pa rv e c hia ra ed evidente. Il m aggiore s t u dio e lo scopo della m im ica l im itaz io n e, come ho detto: alla quale attendono nel modo stesso anche gli o ra to ri, specialmente quelli che fanno le cosi dette declamazioni. Infatti in queste molto lodata q uando conveniente al personaggio che si pi glia, q uando le parole non discordano dalla condizione dei valorosi, dei tira n n ic id i, dei p o v e r i, degli agricoltori che s introducono a p a rla re , m a dim ostrano ci che p ro prio e particolare a ciascuno di essi. E voglio dirti un motto di un al tro b a r b a r o su questo proposito. Vedendo cinque maschere prep arate pe r un m im o (che tan te p a rti aveva l azione) e ve dendo u n solo m im o, dim and d o v eran o gli altri mimi che dovevano rap presentare gli a ltri personaggi? E saputo che uno li rappresentava tu tti, non sap evo , disse, che tu , o v a le n tu o m o, hai un corpo solo e molte anim e. Cos il b a rb a ro . E g l 'i t a liani non im propriam ente chiam ano il danzatore pantomimo,

D EL BALLO.

189

quasi d a quello che ei fa, che im ita ogni cosa. E quel bello e poetico consiglio necessario anche al m im o :
F o r m a l a m e n t e c o m e ! p o l p o h a il c u o io Dei c o lo r d e ll o s c og li o a c u i s a t t a c c a , poi p e r le c it t v a t t e n e , o figlio. 5

ed egli deve attaccarsi alle cose, ed invasarsi di ci che egli fa. Insom m a il ballo ti vuole m ostrare e rapp rese n tare costumi e passio ni, m ettendoti innanzi ora un in n a m o ra to , o ra uno sd e g n a to , ora un furioso, ora u n afflitto, e tutto questo fra certi term ini. Ma il pi maraviglioso che nello stesso giorno tu vedi ora Atam ante furioso, ora Ino a tte r rita : u n a volta A tre o , poco appresso T ieste, poi Egisto, o A e ro p e; e tutti questi u n uom o solo. Gli a ltri spettacoli ti p re se n ta n o a vedere o ud ire ciascuno u n a cosa sola, che o flauto, o c eter a , o voce melodiosa, o rap presentazion e d un fatto tr a g ic o , o piacevolezza com ica : m a questo del ballo te le presenta tu tte , nella sua suppellettile e n tra ogni so rta di r o b a , flauto, siringa, n acch ere, strepito di c em b a lo , bella voce d a tto re , concento di cantanti. Le altre opere dell uom o sono o de ll a n im a , o del corpo : il ballo di tu tte d u e , perch ci si vede e finezza di di scernim ento, e pieghevolezza di corpo : m a il pi la sapienza delle a zion i, e non v essere niente fuor di ragione. L esbonatte di Mitilene, savio e d a b b en u om o, ch ia m av a i m im i-m ani-sa pienti, e a n d av a a v e d e r li, per to rn arsen e m igliore dal teatro. E T im ocrate suo m a e stro , vedendo la p rim a volta cosi a caso un mimo ra p p re se n ta re , disse : Di quale spettacolo m i h a p ri vato u n rispetto alla filosofia 1 Se vero ci che P latone dico dell anim a, che ha tre p a rti, il m im o le ra p p rese n ta bellam ente tutte e t r e ; la irascibile, q u and o fa lo sde g n a to ; la concupisci bile, q u ando im ita l in n am o ra to ; lintellig ibile, q u a n d o regge ed infrena le varie passioni : b e nch qu e st u ltim a sp a rsa in tutte le parti del ballo, come il tatto nei sensi. E q u a n d o egli
1 I lo voluto tra d u rre tutti e tre questi v e r s i , che si trovano nei frammenti di Pindaro. Luciano li cita in parte , e li confonde con altri di Teognide, nei quali lo stesso concetto. Vedi il dialogo marino tra Proteo e M enelao, dove si paria di questa credenza degli antichi intorno al polpo.

190

DEL BALLO.

b a d a alla bellezza e formosit negli a tte g g ia m en ti, che altro egli fa che d a r ragione a d A ristotele, il quale loda la bellez z a , e ne fa il terzo elem ento del b e n e ? Ho udito ancora un cervel balzano dire che quel silenzio delle m aschere dei mimi d c erta aria di u n a d o ttrin a di P itagora. Delle altre o c c u pazioni quale ti d il d iletto, quale l utile : il solo ballo con tiene 1 un o o l altro : e l utile giova di p i , pe rch viene col diletto. Quanto pi piacevole v eder q ue sto, che i giovani fare alle pusjna, e g ro n d a r sangue, o lottare avvoltolandosi nella polvere , i quali nel ballo com pariscono senza sto rp iarsi, e pi belli, e pi leggiadri. Infatti il continuo m ovim ento del b a llo , i rivolg im enti, gli a g g ira m en ti, i sa lti, i rovescioni rie scono piacevoli a chi li vede, e salutarissim i a chi li fa. Il pi bello insiem e e il pi acconcio di tutti gli esercizi io direi che sia q ue sto, che scioglie la p e rso n a , la rende agile, leggiera, snella ad ogni m ov im ento, e le d non poca forza. E non sar d u n q u e un a cosa per ogni verso bellissim a il b a llo , che aguzza lin g eg n o , a d d estra il c o rp o , diletta chi lo v e d e , insegna molti fatti a n tic h i, con flauti, c e m b a li, e vaghezza di m elodie, allet tand o gli occhi e F u d ito ? Se cerchi perfezione di voce, dove altro la troverai ? qual accordo di voci pi pieno e pi a rm o nio s o ? se dolcezza di flauto o di sirin g a, anche di questa puoi godere come vuoi nel ballo. Lascio di dire che frequentando questo spettacolo diventi migliore nel costum e, q u a n d o vedi il teatro a b b o rrire il male che si fa, p iangere su gli oppressi, g overnare in som m a i sentim enti degli spettato ri. Ma u n altra g ra n lode dei mimi voglio d ir e , ed , che attendere ad acq ui sta r forza insieme e pieghevolezza di m em b ra mi pa re tanto m irab il cosa, quanto se uno nello stesso tem po m ostrasse la vigoria di Ercole e la delicatezza di Venere. Voglio ora descriverti quale d e v essere l ottim o m im o e di anim o e di corpo. Bench dell anim o ti ho gi detto assai, pure dico che ei dev essere di buo na m em o ria, ingegnoso, in telligente, acuto nel p e n sa re, e specialm ente pronto a cogliere F occasione : di pi saper ben giudicare di poesie e di c a n t i , discernere le m usiche migliori, sc a rta re le mal fatte. Della persona poi te lo voglio form are secondo la regola di Policlet o : non sia troppo alto e sm isuratam ente lun g o , n basso e

DEL BALLO.

191

n a n o , m a di giusta sta tu ra : non trop po g ra sso , ch cosi spia c e , n troppo secco, che p a ia uno scheletro e un m orto. E d a questo proposito voglio r a cc o n ta rti certi motti d un popolo che in queste cose buo n giudice. Quei di A n tio ch ia , citt inge gnosissim a e assai intendente di b a llo , vi hanno s fine gusto che non si lasciano sfuggire pa ro la o atto che sia. Presentatosi un m im o bassetto, ed atteggiando E tto r e , tutti qu a n ti a u n a voce g ridaron o : Questi Astianatte : Ettore dov ? Un a ltra v olta che uno molto lungo ra p p rese n tan d o Capaneo si a vven tav a alle m u ra di T e b e , Scavalca il m uro, gli d isse ro ; non ci hai bisogno di scale. Ad un mimo grosso e grasso che sq u a r ciava gran salti. Deh, non isfondare il palco, dissero. E p e r c on tra rio ad un m ingherlino g rid a ro n o : F a di star sano, come se ei fosse amm alato. Questo ti ho detto non pe r r i d e r e , m a per farti vedere che anche le citt in te re ponevano gran de studio nel ballo, s che potevano d a r regola del bello e del b ru tto in esso. Dipoi egli sia affatto a g ile , a b b ia il corpo svelto insiem e e nervoso, d a p ieg a rsi, e rim a n e r saldo q u a n d o biso g n a : p erch egli talvolta im ita il gesto che s usa nei giuo ch i, e la bella scherm aglia di M ercu rio, di Polluce e di E rcolo nei certam i atletici. Erodoto vuole che gli occhi facciano pi fedo degli orecchi : e nel ballo diletto d orecchi e d occhi. T anto consola il b a llo , che se u n in n am o ra to e n tra in te a tr o , rin sa visce vedendo quanti mali cagiona am ore : e se un o afflitto, esce lieto del teatro , com e se avesse bevuto u n farmaco ob bliv io s o , e, come dico il p o e ta , che scaccia il lutto e la malinconia. Che poi gli spettatori s interessino a quel che si fa , e che cia scuno di loro inte n d a bene ci che si r a p p re se n ta , lo dim ostra il piangere che essi fanno q u an do talvolta vedono qu alche caso m iserabile e pietoso. 11 ballo b a cc h ico , tanto in voga nella Ionia o nel P o n to , u n ballo s a tir ic o ; epp ure ne sono tanto spasim ati quegli uom ini li, cho tutti q u a nti a un c erto tem p o , scordando si d ogni a ltra cosa, sta n n o le intere giornate a ve de r T ita n i, C o rib a n ti, S atiri e bifolchi: e questo ballo lo fanno i pi nobili c itta d in i, e princip ali di c iascun a c it t ; n p a r loro verg ogn a, m a se no onorano pi che di n o b ilt , di uffici, e di dignit av ute d a loro m aggiori. T i ho detto le v irt del m im o ; odino ora anche i vizi : e

192

DEL BALLO.

giacch ti ho m ostrato i vizi del corp o , puoi osservare quelli della m ente a questo modo. Molti mimi per ignoranza (non si pu fare che tutti sieno intendenti) pigliano d e grossi granchi a secco nel ballo ; alcuni si movono a caso, e non vanno n a tempo n a tuo n o , ch altro fa il p ied e , ed altro dice la m u sica : ed a ltri vanno a m isu ra s i, m a confondono cose antiche e m oderne. Cosi mi r ic o rd a di aver veduto uno che rapp resen tando la nascita di G iove, e Satu rno che divora i figliuoli, usc a rap p rese n tare il fatto di T ieste, indottovi da certa sim iglianza : ed u n altro ra p p rese n tan d o Semele percossa dal ful m ine, l assomigli a G l a u c a , 1 che fu molto tem po dopo. Ma per cotai m im i non si dev e, c r e d io, biasim are la m im ic a , ed ab b o rrire ci che ella fa ; m a tener essi p e r ig n o ran ti, quali so n o , e lodare quelli che fanno bene e convenevolm ente l arte loro. Insom m a il m im o dev essere pe r ogni parte perfetto ; tutto in lui sia g a r b o , leggiadria, sim m e tria , con v en ie n za ; senza m acchia, senza difetto, compitissim o, tem perato e misto di ottime q u a lit, d acuto ingegno, di profonda e ru d iz io n e, e specialmente di sentim ento um ano. Ch allora gli spettatori gli d a ran n o lode piena, q u and o riconosceranno s stessi in lui, q uando ciascuno ve d r nel m im o, come in uno specchio, ci che egli suole sentire e fare. Allora gli uom ini non si possono contenere pel diletto, e rom pono in g ra n di a p p la u si, vedendo ciascuno in lui u n im m agine dell a n im a s u a , e riconoscendo s stessi. P e r questo spettacolo acquistano veram ente quel co nosci le stesso dell oracolo di Delfo ; escono del teatro am m o niti di che d a seguire e che d a fuggire, ed am m aestrati di ci che p rim a ignoravano. Ma com e nell arte del d ire , cos nel ballo c quella che com unem ente chiam asi affettazione, quando alcuni trapassano la m isura dell im itazione, si sforzano oltre il c o nv en ien te; .se debbono m ostrare una cosa g rande te la dim ostrano grandissi m a, se delicata la fanno effem inatissim a, se virile la portano sino al salvatico ed al feroce. Cos u n a volta mi rico rd a di a ver veduto fare un m im o, che p rim a e ra b r a v o , giudizioso, e veram en te degno di a m m iraz io n e, poi, non so c o m e , per
1 Glauca fa moglie di G ia so n e , e mor abbruciata nel peplo incan tato , che le mand Medea nel giorno delle nozze.

DEL BALLO.

193

voler troppo im itare, era caduto nello strano. R appresentand o una volta Aiace, che vinto nella g a ra im pazzisce, trasm od tanto che parve a talu n o , non gi di ra p p rese n tare u n a pazzia,' m a d im pazzire egli proprio. Ch ad uno di quelli che battono le nacchere col piede ei lacer la veste ; a d uno de flautisti che l accom pagnavano, strapp di m ano il flauto; e spacc il capo ad Ulisse, che gli stava vicino tutto gonfio e pettoruto pe r la vittoria : e se non fosse stato il cappello che gli par alquanto la b o tta , il povero Ulisse sareb be m orto sotto i colpi d un m im o uscito d e gangheri. Intanto tutto il teatro e ra impazzito con Aiace, battevano i piedi, gridavano, si stracciavano le vesti; non pu re il popolazzo, che ig norante, e non intende di con v enien za, n distingue il meglio dal peggio, credeva che quella fosse u n a imitazione p erfettissim a della passione ; m a la gente colta che capivano la bru tte z za della cosa, e ne sentivan vergo gna, ep p u re non la disapprov av ano tac e n d o , m a coi loro a p plausi a n c h essi nascondevano la stoltezza dello spettacolo, b e n ch vedessero benissim o che la non e ra la pazzia d A iace m a del m im o. Il quale non contento di tu tto q u e s t o , ne fece u n a pi grossa : scese in mezzo d o v il se n a to , e si assise tr a due con solari, i qu a li eb bero una gran pau ra, che ei piglian do qualcu no di loro p e r m ontone non lo frustasse ben bene : al che alcuni m aravigliavano, altri ridevano, a ltri tem evano che la im itazione non andasse a finire in una spiacvole verit. E dicesi che egli poi tornato in s , si penti ed accor tan to di ci che aveva fatto, che ne am m al, avendo riconosciuto che e ra stato pazzo davvero. E d egli stesso d ich ia r questo apertam e n te , q u and o richiesto dai suoi partegian i di ra p p rese n tare u n a ltra volta 1 Aiace, egli fatto uscire l atto re inn an z i la s c e n a , disse al teatro : Basta u n a volta im pazzire. Specialm ente gli seppe duro che un suo avversario ed em ulo nell a r t o , essendogli assegnata la stessa p a rte di A ia ce , cosi decentem ente e tem p eratam en te ne rappresent la p a zz ia, che fu lodato per essere rim asto nei term ini della m im ica, o non trascorso in follie. Queste poche tra le molto cose intorno alle opere ed agli studi del ballo ti ho esposte, affinch tu non mi biasim i troppo dell am ore che io porto a questo spettacolo. E se tu volessi Venir meco a ve.derlOj ti so dire che no saresti p r e s o , e and*
tU C IA K O . 2 .

194

DEL CALLO.

resti pazzo del ballo. Onde non avr bisogno di dirti quelle parole di Circe :
M e ra vig li a m i fa , c o m e b e v e n d o La m ag ic a b e v a n d a , a m m a l i a t o N on r i m a n e s t i .

p erch si ne rim a rrai a m m a lia to , e p e r mia f non avrai n capo d a sin o , n cu or di m aiale; m a la mente ti si far pi sa ld a, e p e r il p iacere d a ra i bere ad altri non poco di questo beveraggio. Quello che dice Om ero dell au rea verga di Mer c u r io , che am m alia gli occhi degli u o m in i, e
A s a o v olere i sonnacchiosi s v e g lia ,

questo appu nto fa il b a llo , che am m alia gli o c c h i , e li fa v e glia re , e tien desta l intelligenza a ci che si rappresenta. Cratone. Hai ra gione , o L ic ino, ed io gi ho le orecchie e gli occhi spalancati. E rico rd a ti, o a m ic o , q uando anderai a tea tro di p rendervi anche pe r m e un luogo vicino al tu o, acciocch tu non ne rito rn i pi savio di me.

19 5

XXXIII.

l iE S S I F A a r E. 1

L icin o c L e s site n e .

Licino. Il caro Lessifane con u n lib ro ? Lessifane. Gnaffe, o Licino : u n de miei scritti d ug uan n o , proprio il da sezzo. ' ' Licino. O h, tu ci scrivi qualcosa di sozzo? Lessifane. M ain, non dissi so z z o , ma sezzo : cosi si chiam a uno scritto fresco fatto : tu se m b ri av ere le orecchie stoppate di cerum e.

Licino. Perdona, amico mio : sezzo su ona qu a si com e soz?. j . Ma dim m i che contiene lo sc ritto ? . Lessifane. Un Convito che sgara quello del figliuol d A ristone.

Licino. Ci h a molti A r is to n i; m a tu m enzionando un Con


vito p a rm i che intendi Platone. Lessifane. Ben t apponesti : m a altri non vi a v re b b e im berciato.

Licino. D unque leggimi qualcosa del lib ro , per non la sciarm i del tutto fuori la festa. E credo m e lo m escerai un centellino di nttare.
1 Lessifune significa sfoggia-parole. Questo dialogo , da alcuni tenuto una satira contro Polluce, che nel suo Onomastico raccolse tante vecchie quisquiglie) e da altri creduto contro A teneo, che fu anche un leccato e lezioso s c r itto re , c ertam ente una fina satira contro coloro che cercano lu peregrinit nel p a r la r e , sia disseppellendo parole gi morte e s e p o lt e , sia foggiandone nuove con grave storpio della lingua e danno della chia rezza. impossibile tradurr in altra lingua gli aggraziati spropositi , i giuochi, gli equivoci, le malizio, e tu tta quella che oggi chiamasi cari c atura , onde piena la parte di Lessifane. Ilo tradotto anche questo dia' logo perch ho tempo e pazienza a macca. Se b e n e , non s o : so che ho. fatto il mio poterei

196

LESS1FANE.

. Lessifane. Pon gi il seme dellironia, sturati le orecchie, ed ascolta : non ci sia cerum e che le stoppi. Licino. D i p u re , e no n tem ere n di stoppa, n di canapo, n di corda. Lessifane. Bada intanto, o Licino, come conduco il discorso, se proemieggiato b e n e , sfoggiato di bello stile ,e b e n f r a s a to , e bendettato. Licino. Cosi dev essere, se egli tuo. Ma via, comincia. Lessifane [legge). Dipoi cenerem o, disse C a llid e : quinci a vespro spass c ggerem nel Liceo : ora che siam su la cal da n a tem po d i u g n e r e i , e vap o rarc i al s o le , e dopo il ba gno m anu care. Via su avviam oci. E tu, o ragazzo, la streg ghia, la pelle, la lin g e ria, il sapo ne, c arreg giam i tutto nel b a g n o , e portaci la m ercede al bagnaiuolo, ch ci h a in fondo al forziere d u oboli. E tu che fa ra i, o L essifane, v e r r a i , o sosterai q u ir itta ? E d io : Ab an tiquo ih ho voglia di lav arm i : ch non ist c a m m in a b ile , 1 ed ho male alla forcata, ch ho cavalcato in b a r d e lla , e il cavalcaturaio stimolava forte, bench egli se guitasse zoppicon zoppiconi. In villa poi non mi sono scio perato : ho trovato i lavoratori che sfringuellavano la canzon della sta te , e alcun i p re p ara vano il sepolcro a mio p a dre: ho intom bato a n ch io con essi, e ho dato loro u n p o di mano a fare u n argine ; e li ho lasciati tra pel freddo e pe r le scot ta tu re : sai che il freddo fa le scottature. Messomi a g irar pei v a n g a ti, ho trovato gli agli c res ciu ti, e avendo sterpato a lcuni c h io v id ite rra , * e coltami u n a m in e stra ta d e rb e , e m ietuto c iv a ie , e non essendo ancora i prati od orati per pia cerm i di cam m inar fantaccino, son rim ontato in b a rd ella, e mi sono scuoiato il perineo : ed o ra cam m ino sopra d o lo r i, ed ho continu i s u d o r i , ed il corpo i n f r a n to , e proprio un bisogno di farm i u n a gra n nuotata nell acqu a : mi ricreo dopo la fatica a lavarm i. Vo d u n que a sco ntrare il ragazzo
1 Camminabile. Questo ed altri sono spropositi, che io scrivo con* sigliatamente per ritra rre al possibile il testo ; n tutti gli foggio io di mio capo, ma ne ho uditi tanti e tanti pi grossi da certi valentuomini che patiscono il male di Lessifane. Per il lettore stia avvertito di questo. * Chiovi di terra, cos chiama i radicchi.

L E S S IF A N E .

197

che doveva aspettarm i presso la pa tto n a ia , o il c e n c iaio : bench gli avevo d etto mi fosse venuto incontro alle taverne. Ma to , eccolo che v ie n e , ed ha c o m perato, a qu a n to vedo, pan di forno, e succenericcio, e p o r r i , e tr ip p a , e il callo del collo, e la giogaia, e la centopelle, e le busecchie. Bravo A tticoccio, m hai sco rciata m ezza la via. E d egli : Io m i sono scerpellato, o padrone, sg u a ra g u ar dando di q u a e di l p e r trovarti. Dove cenasti iersera? forse da O nom acrito? . E d io : Gnaffe no ; m a sono andato in villa e b e n difi lato, ch sai come son villano i o ; e voi a ltri credevate che io stessi giocare a sc a r ic a b a r ili ? 1 Via s u , r in c a sa ti, c o n feltami coteste rob e ed a ltr e , e netta ben e la m a d i a , per im pa sta rm i quattro frittelle . 2 Io vo ad ugn erm i p rim a del bagno. E F ilin o : Anche n o i, cio io ed O n om arco, e questo Ellanico q u i ti seguirem o, ch gi lo g nom one adom bra mezzo q u a d r a n te , e -v p a u ra non ci laverem in a cqu a lorda die tro i C a r im a n ti , 3 rim p inz ati tra la feccia del popolazzo. E d E llanico disse : Anche io ho u n m alvedere : che la p upilla mi si o tte n e b rata, e am m icco se m p re, e son la i> grim oso, e gli occhi vogliono u n m edicam ento, ed ho biso gno d u n Esculapiuccio dotto rd o c c h i, che m escendo e a d a t tandovi un collirio, m i levi il rossore e le c a c c o le , e qu esta ne b b ia che m i sta in n an z i la vista. . F ra cotali ed altrettali discorsi ci avviam m o tutti insem bre. G iunti nel ginnasio e svestitici, chi lottava a sto rc im a n i, chi a rovesciatesta, chi a l o t t a r i t t a / a l t r i p i e n o d 'u n t u m o s i
1 II testo d ic e : X o t x a r s v x o t t |3o u s , gocciolare i collabi. Il cottabo era una specie di giuoco che si faceva tra i Greci da chi voleva sapere se e ra amato dal zanzero. In una conca di ram e si faceva gocciolare li vino da una c o p p a , e secondo il rum ore, argomenta vano del si, o del no : talvolta nella conca mettevano acqua con piccoli v asetti a galla : chi nel gocciolare affondava pi vasi o il tal v a s o , l'a v e v a p e r buono augurio. Onomacrito dunque doveva essere un zanzero. 11 testo dice : piS axiva s, lattughe: i lessici dicono: sorta di pane: io credo frittella a forma di lattughe , o con entro gazzuolo di lattuga. 1 Forse 1 servi. 1 Specie di lo tte , che consistevano o nel torcere le braccia d ell a v 17

198

LE SSIFA N E .

o
# li

stiracchiava, altri sbatacchiava il sa c co dellaren a , 1 ed a ltri le grosse palle del piombo fragorosam ente lanciava. A m m acca tici ben bene, portatici lun laltro a cavalluccio, e fatto molto scherzo al ginnasio, io e Filino, c h e c erav am o stufati , 5 uscim mo ; gli a ltri, che erano infrascati, c apitom bolavano come del fini, nuotando sott acqua m irabilm ente. T ornati su ognuno facevamo una cosa : io in m utande, mi forbiva il capo con un forbitoio dentato, ch non ero raso in zucca, m a tond uto a cupo lo tto ,'a v en d o m i d a no n molto schiom ata la b a r b a e il ciuffo; a ltri rosicchiava lu p in i, a ltri scaricava la v e n tra ia , a ltri facendo cucchiaio d u n ravanello attigneva b ro d a di pesce, altri m angiava frutte m ezze, a ltri sorbiva orzate. a Quando fu ora ci ad agiam m o a cenare sovra seggiole e scanni : la cena era a scotto. E ran o p re p a ra ti molti e vari c am a n g ia ri, piedi di p o rc o , p ro sc iu tti, m am m elle d i scrofa, m atrice con tutto il porcelletto d r e n to , e fegato in tegam e, e agliate, e p o r r a te , e cotali a ltri a m m orsellati, e schiaccia t u n te , e invoglie in p a m p in i, e dolciu m i, e m e l a te : degli a bitatori delle acque molti cartilag ino si, e q u a n ti hanno i g u sc i, e le sportelle di c onchiglie, ed anguille di C o p a i 3 e gallina di stia, e gallo senza c a n t o , 4 e pesce di peschiera. E ci avem m o un pecoro intero infornato, e un coscione di b ue,sd e n tato . P a n buffetto no n c attivo, ce n era fatto dal novilunio, un po stantio per la festa : c erano erbe di sotterra e sopratterra : il v ino era non vecchio, m a degli otri, non m osto, m a non cotto ancora. Tazze poi d ogni m aniera sta vano su la ,c re d e n z a , e ciotola na scondifronte, e boccale di

v e rs arlo , o rovesciarlo con la testa in dietro, o accoppar l o senza farlo cadere. 1 II sacco d e ll'a re n a era appeso con fu n i, e vi si afferravano con le m a n i , e con esso si dondolavano : e ra un esercizio de non troppo gagliardi. , ' Stufa li, in te n d i, entrati nella s tu fa : come infrescati, entrati nel l acqua fresca. 1 1 Non quelle di B olsena, ma di C o p a i, palude di Beozia, dove non e rano anguille ric ercate dai ghiotti. 1 Senza c a nto, e pi sotto bue sdentato, non si aa se per troppa gio vinezza o vecchiezza. Forse per gallo te n ta canto v o rr intendere il cappone.

L E S S IF A N E .

199

'
, #

Mentore con comodo m an ic o , e b o m b o le ,e g u a stad e , molte di nobile c r e t a , come le faceva T ericle, la rg h e , bene im boccate; quali di F o cid e, quali di C n id o , tu tte leggerissim e, ta n te p iu m e al vento. I bicch ieri e ran calici e coppe sc ritte , e ce n e ra a m onzicchio sul b ic c h iera io . 1 Intanto il laveggio sul c am m ino bollicando a ricorsoio ci rovesci i c arb o n i in c a p o , noi tr in c a re a garganella, che ile eravam f r a d ic i; e poi ci ungem m o d unguento di bacc are . Uno ci carrucol u n a piedipicchia e d una trig o n istria . 2 Poi chi si a rram pica v a sul tavolato p e r c h ia p p a r frutte, chi ballonzolava gcoppiettand o con le dita al suono, chi si teneva i fianchi per le risa. In questo mezzo v enn ero dopo il bagno senz esserci chiam ati a gozzovigliare con noi Megalonimo l 1 accattapiati, e Cherea il Fa c ilo ro, che ha il tergo r ic a m a to , ed Eudem o lo s b a t t i u o v a . 3 Io dim and ai loro perch e ra n venuti s ta r di. E Cherea risp o se : Io rassettav a u n vezzo per m ia figlia, un paio di orecchini e. di m an ig lie , e per ci son venuto dopo c en a. E Megalonimo : Io facevo tu tt altro. Oggi d feriato, come sape te , e non c ragione : essendoci a dun que tie n ilin g u a , non avevo a chi v e n d e r p a ro le , n c c ra chi com perarle. Ma sapendo che il c apitano visibile, piglio u n a ' veste non fru sta , fine tessu ta, e sc a rpe nu o v e , e m i porto fuori. E d ecco che mi ab b atto nel portafiaccole, nel ierofant e , e negli a ltri segretisti che in frotta strascinano Dinia in trib u n a le, dandogli l accusa che li aveva n om inati p e r no m e, m en tre sapeva egli bene c he, d a che sono stati consa c r a ti, ei sono an o n im i, e non pi n om inativ i, avendo avuto un nom e sacro. Egli d u n q u e chiam il nom e mio. Non c onosco, diss io , questo Dinia che tu d i c i . E d egli : tra i biscaiuoli un m angiacipolle, u n di quei che si portano l utello sotto la c a p p a , o s im pastano la farina d a s, va

* KuXixiov, in te n d i, il desco do v erano 1 bicchieri. , Piedipicchia, ballerina ; trigonistria, suonatrlc e di triangolo d ac ciaio , usato anche oggi. ' S e si deve leggere oxotToJt? sbattiluova , cio cuoco; se o t o x t o ^ i s mozzorecchi, ma questa seconda lezione si accorda meno con l ' ufficio di questo Eudemo.

200

L E S S IF A N E .

sem pre rabuffato, calzato in zoccoli o in pantofole, e con la tu n ic a m anicata. E d io: Be, e l h a pagata in qualche m odo, o h a saltato il fosso? E d egli : Altro che saltato! perch ha mal cantato ora fermato : ch il capitano, bench egli volesse sgtiicciolarsela, te l ha fatto m ettere in ceppi e m an e tte : onde essendo legato faceva vesce per la p a u ra , e si squacque r a v a , e voleva d a r tutto il suo per liberarsi. Qui Eudem o : P e r me stam ane di b u o n ora mi ha m an dato a chiam are D am asia, quei che fu gi un brav o atleta, o un gran v in cito re, ed ora invalido pe r vecchiaia. Lo sai, quello che ha la statua di bronzo in piazza. E mi ha ordi nato di fare certi lessi, e certi a r r o s t i : 1 ch oggi doveva accasar la figliuola, e p a rav a e scopava : ma gli soprav venuto un accidente che h a guastata la festa. Il suo figliuolo Dione non so per qual m alinconia o per qual ira divina s impiccato per la gola. E avete assapere che saria m orto se sovraggiunto io non lo avessi spiccato, e scioltogli il laccio, e non mi fossi inginocchiato vicino a lui solleticandolo, cul li land e scam panando acciocch gli si slargasse la gola. E quel che pi approd fu che tenendolo con tutte e due le mani gli ho calcato il rilevato. E d i o : Qual Dione tu di? Forse 1 1 quel bagascione, con tanto di coglie, quel fregnone, quel # ragazzaccio m asticalentischio , 2 che va palpando e segando chi ha la ve n tu ra pi grossa? quel che ch iappa e poppa? Ed Eudem o: Ma la Dea fece il m iracolo, ch h anno un a Diana in mezzo al cortile, ed statua di Scopa : le si gettarono apo pi Dam asia e la m o glie, due vecchi col capo tutto bianco, # e la pregarono che avesse piet di loro. Ella subito accenn, ed egli si salv, ed o ra lo chiam ano D iodato, anzi Diano dato. Alla dea poi h a n botate tante cose, e frecce, ed arco, perch queste cose le piacciono, ed a r c ie r a , e lun gi-saet tan te, e lung i-p u g n a n te Diana. 1 1 Beviamo o ra , disse Megalonim o; ch vho portato qu e ll sto fiasco del vecchio, e cacio fresco, e ulive calterite (che le serbo chiuse a sette suggelli), ed altre ulive in a cq u a , e queste tazze di b uo na c reta e largo fondo per b e rc i, e uria
1 E cco p e rc h p referisco sb a ttiu o va .

9 Masticava!! bacche di lentischio per imbianchire

denti.

L E SSIFA N E .

201

schiacciatu nta con m inugia m inuzzate. E h i, ragazzo, m e scimi pi d a c q u a , se no com incio a ba le na re , e debbo chia m ar m astro impicca p e r darti la castigatoia : Voi sapete che -h o i d o lo ri, e ho il capo in capperucciato. Dopo il bere fad rem o chiccheri c h iacchere, chente la no stra costuma ; ch vino e chiacchiera son fratello e sirocch ia. L ap pro vo, diss io , ch d a noi si coglie il pi bel fior dell atticismo. E C a llid e : E h , dici bene : in b u o n a b rig ata la lingua s a rro ta . . E d E udem o : Io p e r m e , giacch fa fre dd o, vorrei m e glio spesseggiar col pi pretto. Son m orto fre ddo , e con pi p iac e re , se fossi ac c a ld a to , udirei questi m a n i-sa v i, il flau tista cio e il ch ita rrista . E d io : Che d i c i , o E u dem o? C imponi m u tolezza, come se fossimo sboccati e sc ilin g u a ti? Ma p e r m e gi la lingua m i balla in bo c ca , e io gi pigliava l a b r iv o p e r parlam en tarv i in istile a n tic o , e co prirv i tutti con un nevischio di p a role. Ma tu mi hai fatto come c h i soprattenesse uno stam becco andante di golfo lanciato, con le vele accoppate, veloce, e sfiorant- o n d e , gettando tenesmi a due p u n t e , ami fe rra ti, e ince p p a n av i, e cos accapigliandolo ne fermasse la foga del corso, non volendo farlo a n d a r sparvierato. E d e g li: D u n q u e , se t a g g r a d a , n a v ig a , n u o ta , co rri sul fiotto: ch io di te rra , b e v e n d o , intanto come il Giove d Omero so pra una n u d a v e tta o dalla rocca del cielo, mi star a vedere come tu se stra p o rta to , e com e la nave vadia p in ta a calci in p oppa dal vento. Licino. Basta, o Lessifane, ba sta del convito e d ella lettura. Io gi sono u b b r i a c o , e m i sento m uovere lo sto m a c o , e se tosto non vomito tutta questa ro b a che m hai r e c i t a t a , o h i io credo che uscir pazz o , intro na to c ome sono dalle parole che m hai scaricate addosso. E p p u re d a p rim a mi veniva a rid e r ne : m a n hai dette tanto, e tutte d un m odo, che m venuto piet di te , vedendoti impigliato in u n laberinto inestricabile, caduto in u n a g ra n m ala ttia, o piuttosto impazzito. Onde io dim and o a m e stesso, d onde diam ine hai raccolte tante r ib a l d e rie , pe r quanto tem po e dove hai tenuto nascosto questo

202

L ESSIFA N E .

formicaio di strano e storte parole, p a rte foggiato da t e , parte disseppellite di so tterra? Come dice il giam bo:
Fos si a m m a z z a t o ! t a t t i li hai r ac c o lti I m a l a n n i de gli u o m in i .

Hai amm assato tanto fango, e m e l hai- rovesciato in cap o , senza che io t abb ia fatto alcun male. Io cred o che tu non ti sei scontrato mai in un am ico , un fam igliare, un affezio n a to , u n uom o lib ero , che p a rla n d o ti schietto ti avesse m ed i cato di cotesto male : ch tu sei idropico, sta per iscoppiarti la p a n c ia ; e a te p are d i sta r bene in c a r n e , e che la m alattia sia salute : e per fai m araviglia agli scio cchi, che non con o scono il m al che p a tis c i, e fai p iet ai savi. Ma io vedo il buon Sopoli, il medico che si avvicina : v i a , ti m etterem o in m ano a lu i, parlerem della m a la ttia , e ci tro verem qualche rim edio. Egli u n uomo savio, ed ha avuto pe r m ano m o lti, com e te mezzi pazzi, e con altri c a ta rri di testa, e li ha risa n ati. Buon di, S o p o li, gu ariscim i questo L essifane, c h e , com e sa i, mio am ico , ed h a una m alattia nu o v a , il farnetico della lin g u a , e v pericolo che lo perdiam o : tro v a tu un mezzo p e r salvarlo. Lessifane. Non m e, n o , o Sopo li, m a esso Licino : egli vero m az z am arro n e , e tiene gli uom ini cordali p e r b alocchi, e come se fosse il Sam io figliuol di Mnesarco c im pone zitto e frenalingua. Ma p e r la vergognosa M in e rv a ,e pe r Ercole gran vincifiere, noi non lo c uriam o una frulla n una g h iara b ald a n a. Malannaggia che mi sono p u re ab b attu to in lui : mi sento la muffa al naso udendolo farm i il satrapo addosso. Ma gi vom m ene dal mio sozio C linia, p e r ch so che d a tempo ha la moglie che im p u ra , ed am m a la ta perch non i s c o r re ; onde ei pi no n la m o n ta , m a sm ontato e scavalcato. . Sopoli. Che m ala ttia, o L ic in o , ha Lessifane? Licino. Questa a p p u n to , o S o p o li: non odi come p a r la ? Lascia n o i.a ltr i che viviam o con lu i, e p a rla come si parla v a m ill a n n i f a , storpian do la lin gua, com ponendo quelle stran ez z e, e ponendoci .una g ra n c u r a , come se fosse un gran che a da re u n altro stam po alle p a r o le , c h e sn monete di valore sta bilito e co rrente. Sopoli. Davvero che cotesta una, m alattia g r a v e , o L i-

L E SSIFA N E .

205

cino. Bisogna con ogni mezzo a iu ta r questo poveruom o. O r vedi fortuna! avevo p reparato questa pozione p e r u n pazzo m alinconico, e a ndavo a p o rtarg liela , acciocch bevendola vom itasse. V ia , bevine p rim a t u , o L essifane: cosi to rn era i sano e m o n d o , e purgato d i cotesto feccium e di parole. U bb i d isc i, b e v i, e starai meglio. Lessifane. Io non so che mi volete o p e r a r e , o Sopoli, e tu o Licino,. porgendom i b ere questa pozione. Tem o che il beve raggio non mi anneghi il linguaggio. Licino. Bevi, fa p re sto , acciocch ci parli e p ensi da uomo. Lessifane. Ecco, u b b id is c o , e bevo. P u h ! che questo! Che borboglio di visceri! mi pa re d a ver b evuto u n dem one ventriloquo. Sopoli. Com incia a vom itare. Bravo ! P rim a il gnaffe, e poi uscito V avvegnacch: dopo di questi il caro tu , il maisl, il chente, il conciossiacch, e quel c o n tin u o , ed io, e tu, ed egli. Sforzati p u r e , e cacciati le d ita in gola. N o n ancora hai vo m itato l orc o dell osso, il sono di credere, l'arroge, il rim pin zare. 1 Molla altra ro b a an d ata gi, e n ha i pieno il v e n tre : m a meglio se n esca pe r la via di basso. E la ghiarabaldana far certo un gra n frullo a sc a p p arse n e .d i sotto. Ma gi costui purgato : se non che gli rim asto qualcosa nel basso ventre. O ra lo do in m ano a te , o Licino ; rimettigli tu un po di c er vello, e gl insegna com e si h a a p a rla re. . Licino. Cos faremo, o Sopoli, giacch tu n ha i sp ian ata la via. Non m i rim a n e altro che a d a rti u n consiglio, o Lessi fane. Se vupi davvero essere un lodato p a rla to re ed applaudito dal po pplo, fuggi e 4 ab bom ina tutto coteste parole viete e m a niere strano. In p r i l l a cpm incia a leggere i migliori poeti con la gujdg di u n m a e s tr o ; dipoi gli o ra to ri, o q u a n d o ti sarai pudrjfjo pelltf loro ling ua , 3 tem po opp orlun p passa a Tucidide e P)fifpnc, pna (iopp che avrai ben e studiato polla piacevole
1 fio trajjptto quest? parple come hp pptuto : alc une non ho tra d o tte , ma scambiate j 1 affettazione 4 atticismo non pu sem pre rendersi con l affettazione del fiorentinism o. Molto di qu e ste parole , come si vede , non son state usate da Lessifana in qu esto scritto. Io m attengo sem pre al testo ; me ne pllantanopgr sola necessit,

204

L ESSIFA N E .

com m edia e nella grave tragedia. Se d a questi sfiorerai tutto il m eglio, sarai qualcosa nellelo quenza, ch al presente, senza che tu lo sa p p i, tu sei sim ile ad uno di quei fantocci che i fantocciai vendono in piazza ; di fuori sei dipinto di rosso e d azzurro , di sotto sei c reta fragile. Se farai c o s , se ti ra s segnerai ad essere igno rante p e r poco t e m p o , e non ti vergo gnerai di d isim p arar l im parato m ale , ti presen terai con altro anim o al popolo, non sarai deriso com e sei o ra , n a n d e ra iin canzone sulle bocche della gente, che ti chiam ano il greco, e l attico, m entre non m eriti di essere a nnoverato nem m eno tra i b a rb a r i pi chiari. Ma innanzi tutto rico rdati di que sto, di non im itare la falsissima m an iera dei sofisti m o d e rn i, n di a n d a r rosicchiando le ;loro po rc h erie, m a b u tta li, e seguita gli antichi e se m p i: non lasciarti p re n d ere al solletico delle p arole ventose, m a il tuo cibo consueto sia s o lid o , come quello degli a tle ti.E specialm ente sacrifica alle G raz ie ed alla chiarezza che o ra sono molto lontane da t e ; e sm etti l a 'b o r i a , la sac c e n te ria , il mal vezzo di m ugolare e di belare quando reciti, e il beffarti degli a l t r i , e il cred e re che tu sarai il p rim o se disprezzi tutti qu a nti. Un altro e rro re non p ic c o lo , anzi gran dissim o, tu fai, che non p re p a ri p rim a il concetto e poi lo ad orni di frasi e di parole, n o ; m a se ti capita tr a piedi una p arola s p e r d u t a , o p u re la formi tu e ti p a re b e ll a , a questa c erc hi di accom odare u n c o n c e tto , e ti p are gran peccato se non la ficchi in qu alche p a r te , ancorch la non c entri e non q u a d ri al discorso : come poco fa gittasti quello stizzone, senza sap ere che significa, e se l calzava. T u tti gl ig n oranti t am m iraro no colpiti d alla n o v it ; m a i savi risero di te , e di essi che ti lodavano. Ma il pi ridicolo che tu tenendoti p e r at ticissim o, e studioso delle antiche eleganze della lin g u a , m e scoli nel tuo discorso parecchie anzi moltissime parole nuove e s t r a n e , e pigli svarion i che neppu re un fanciullo che com incia a d an d are a scuola. C redim i p u r e , che io volevo essere sotterra q uando tu sfoggiando la tua e lo quenza, dicesti che un uomo a nd av a vestito di zendado, e seguito d a ancelli : ep pur chi non sa che zendado vesta di d o n n a , e le ancelle son femmine non m aschi? e ne sciorinasti molte altre pi grosse di q u e ste, cho non ci sta n n o neppure a pigione nella lingua degli Ateniesi.

L E S S IF A N E .

205

Io per me non lodo neppure i poeti che scrivono poesie con parole viete che han bisogno di chiose. Gli scritti tuo i, pe r paragonar la prosa alla poesia, sono come V Ara di Dosiade, o la Alessandra di L icrofone, e se v a ltra sc rittu ra pi scia gu ra ta pe r lin g u a . 1 Se d u n q u e seguirai il mio consiglio, e d i sim parerai coteste ghiottonerie, buon per te , e te ne tro verai contento ; m a se v i sdrucciolerai u n a ltra v olta, io p e r m e ho fatto il mio dovere ad a v v e rtirti, tu dovrai incolpare te stesso quando ti accorgerai d essere mal capitato.
1 V Ara di Dosiade, uno degli opuscoli di Simmia di Rodi, e d oscurissimo. V Alessandra d Licofrone un poema pi comunemente conosciuto per la sua oscurit. Il tempo ha dis trutto ta nte opere prege voli, e non ha scopato queste spazzature, che sono giunte sino a noi.

IS

20.6
XXXIV.

li Eusruc.

Panfilo. D onde, o L ic in o , e perch ne vieni r id e n d o ? Tu se sem pre allegro, m a o ra pi del solito, mi p a r e ; ch non puoi tener le risa. Licino. Vengo dal foro, o Panfilo: far ridere anche te, se saprai a che sorta di piato ho assistito, di filosofi accapi gliati tra loro. Panfilo. O h , questa ve ram ente ridico la, filosofi litigare tra loro: d o v re b b e ro , ^ancorch fosse una cosa g r a n d e , com po rre in pace tra loro stessi le contese. Licino. Che p a c e , caro m io! venuti alle prese si h anno . scaricate le c arrette di villanie l u n contro l a lt r o , grid an do e tem pestando. Panfilo. Fo rse d isp u tav a n o , o L ic in o , di loro d o ttrin e , come sogliono fa re, essendo di diverse sette? Licino. Niente affatto: tu tt altro. E ran o della stessa setta, e delle stesse dottrine. E p p u re ci nata u n a lite; e i giudici che dovevano da rn e sentenza e ran o il fiore dei c itta d in i, i pi vecchi e i pi savi; innanzi ai quali uno si vergogneria di m ettere u n a parola in fallo, non che di scendere a quelle vergogne. Panfilo. E perch non mi dici la cagione della l i t e , ac ciocch sappia a n ch io che cosa ti h a mosso tanto a ri
dere? .

Licino. Sai bene, o Panfilo, che l ' im p e r a to r e 1 stabili una


bu ona provvisione ai filosofi, pe r ciascuna scu o la, agli stoici, ai platonici, agli e p ic u re i, ai peripatetici a ncora , eguale per
1 Marco A urelio, secondo Dione, libro LXXI,

L EUNUCO.

207

tutti. Ora sendo m orto u n di lo ro , doveva supplirlo un a ltro , approvato dal suffragio degli ottim ati. E il prem io non era una bovina pelle, come dice il p oeta, n u n a vitiim a, .m a un migliaretto ogni a n n o , con 1 obbligo d insegnare ai giovani. Panfilo. So questo; ed uno di essi dicesi che m orto poco f a , 1 un o dei p erip a tetici, credo. ,q Licino. E q u e s ta , o Panfilo, e ra l E l e n a j p e r la quale duellavan fra loro. E fin qui non c e ra altro di ridicolo in es si, che spacciandosi di esser filosofi e spregiar le ricchezze, dipoi p e r queste, come se fosse pe r la patria in pericolo, pe r i patrii tem pli, e pei sepolcri degli avi, venire a contesa. Panfilo. E p p u re d ottrina questa dei peripatetici, non sp re giar troppo le ricc h ez z e , ma tenere che esse siauo un terzo bene. Licino. Hai ragione: cosi dicono; e secondo le patrie dot trine sono venuti a g ue rra. O r odi appresso. Molti a ltri ancora com battevan o nei giuochi funebri di quel m o rto , m a l a pugna batteva specialmente fra d u e , D iocle, quel vecchio rissoso che tu conosci, e Bagoa, che creduto eunuco. L a pruov a del loro sapere e ra gi finita, ciascuno aveva m ostrata la perizia sua nelle d o ttrin e , e come si tenea stretto alla scuola ed alle m assime d A risto tele, e , pe r G io v e , l uno non era m igliore dell altro. Infine la lite riuscita a questo : che Diocle lasciando di m o strar suo v a lo re , se l h a pigliata con Bagoa, e tentava di a ccusarlo della vita passata; e Bagoa allo stesso m odo lo rim beccava e gli rinfacciava il passato. Panfilo. B ene, o Licino: e di quest o a v reb b e ro dovuto p arlare di pi. Ch se io fossi giudice, vorrei specialm ente e sa m in a re, chi migliore nei costumi anzi che nelle d o ttrin e , e lo terrei degno di poter vincere. . Licino. Dici bone, ed a n ch io son del tuo parere. Poi che si caricarono di villanie e di a c c u se , finalmente Diocle disse che innanzi tutto Bagoa non poteva introm ettersi di filosofa e pre te n d ere provvisione essendo egli e unuco: e voleva che questi cosiffatti fossero scacciati non pu re dagli stud i, m a dai sacrifizi, dalle lu straz io n i, dal comuno consorzio degli u om ini; d im o strand o che u n m alaugurio, un o spettacolo sinistro q u a n d uno uscendo di casa la m attina vede uno di costoro. E di questo chiacch ier u n p e z z o , dicendo che l cuiiupo non n maschio

208

L EUNUCO.

n femm ina, ma un com posto, un m isto , u n m ostro fuori della n a tu ra um ana. Panfilo. Nuova specie d accusa tu mi d ici, o Licino, e gi mi viene a rid ere udendo q uanto strana. E l altro? si stava zitto? o ebbe anim o di dire qu alche a ltra cosa a lui? Licino. D apprim a per la vergogna e la v ilt , che tutta propria loro, tacque per molto tem po, e tutto rosso in v iso , p arev a sud a re ; infine rispose con u n a voce di do n n a , che Diocle e ra ingiusto a volere scacciare un eunuco dalla filosofia, he amm ette anche le d onn e: e qui nom inav a A spasia, Dioti ma, e Targelia come sue avvocatesse, ed u n accadem ico e u n u c o , di nazione c elta, che poco prim a de tempi nostri ebbe gran fama tra i G re ci . 1 Ma Diocle rispondeva che anche c o stu i, se ci vivesse c avesse quella pretension e, egli lo esclude re b b e senza rigu ardo alla sua gran fama: anzi ricordava parecchi motti che alcuni stoici e cinici gli lanciarono su quel difetto del corpo. In tanto fra i giudici si discuteva, e si propose questa quistion e: se d a a pp rov are un eunuco che s infram ette nella filosofia, e se da confidargli il governo dei giovani. L un o diceva che per un filosofo ci vuol laspetto e lin tegrit della p e rso n a , e specialm ente u n a g ra n b a rb a che gli dia autorit presso quelli che v anno d a lui per im p a ra re , e sia degna di quel m igliaio chfe ei riceve dall im peratore; che la condizione delleunu co peggiore di quella dei Galli di C ibele: perch questi u n a volta h anno av uta v irilit , m a esso come nasce c astra to , ed un anim ai d u b bio , come le m ulac chie che non sono anno verate n tra i corbi n tra le colombe. L altro poi rispondeva: che l non si giudicava del co rp o, ma della forza dell an im o , e che si doveva esam inare la intelli genza e la scienza delle do ttrine : e invocava l a utorit di Ari stotele, che ebbe in grande am m irazione l eunuco E rm e a , il tirann o d A ta rn e , fino ad offrirgli sacrifizi come si fa agl id di. E Bagoa ebbe a rd ire di aggiungere u n altra cosa: che p i acconcio m aestro ai giovani un eu n u co , p erch non gli si pu appiccar c alunnia addosso, n d are l accusa di So crate, che ei corrom pe la giovent. Ed essendo stato m otteggiato p e r ch egli e ra im b e rb e , scapp a dir questa che a lui parve u n a
1 Questi Favorino, del quale si parla nella Vita di Demonalte.

EUNUCO.

209

piacevolezza: Se dalla b a rb a lunga si dee g iudicar dei filosofi, un caprone dovr andare innanzi a tutti. In questo e n tra in mezzo un terz o , di cui taccio il n o m e , e dice: E p p u r e , o giu dici, qu esta guancia liscia, qu esta vocerellina di fem m in a, questi che p are un e u n u co , se gli calate le b ra c h e lo troverete ben m aschio: e se non m entisce chi lo d ic e , u n a volta ei fu colto anche in adulte rio , e p ro prio in fatto flagrante, come dice la legge. Allora egli si finse e u n u c o , e tro vata questa sc a p p a to ia , la scam p; non c reden do quei giudici all acc u sa , ch non risp ond eva all asp etto: ora pa re che voglia d ire tutto l opposto p e r beccarsi egli tutta la provvisione. A queste p a role scoppi un riso gen erale, come puoi im m aginare. Bagoa pi sm a rrito , si faceva di mille co lo ri, e sud ava fre d d o : dire .di si p e r l accusa dell a du lterio, non is t a v a b e n e ; dire di n o , si p riv av a di non lieve appoggio alla su a causa. Panfilo. O h , la ridicola d a v v e r o , o L ic in o , e ci avete dovuto avere uno spasso g rande. Ma infine che a v v en ne, e co m e i giudici la decisero? Licino. Non e ran tutti d un p a re r e : m a chi voleva che lo sp ogliassero, come si fa agli schiavi, e gli osservassero i testi coli, se e ran buoni a filosofare: a ltri proponeva u n a cosa pi nu o v a , m a n d a re per qu alche b a ld r a c c a , farlo stare con essa, ed u n giudice il pi vecchio e p i degno di fede assiste re, e v e d ere , se ei sa filosofare. Infine p erch tutti si sbellicavano dalle r is a , e non c e ra nessuno cui non dolesse il ventre sb a t t u to , fu risoluto di sospendere e rim a n d a re in Italia il giudi zio. Ed o ra si dice che l un cam pione si esercita p e r isfoggiar sua e lo q u e n z a , e si apparecchia ed aggiusta l a c c u s a , e tocca l im putazione dell adu lte rio, senza accorgersi che questa co n tra ria a l u i , che ei si d della su a scure sulle g a m b e , e che dan do questa im putazione all a vversario lo a n n overa tr a gli uom ini. Bagoa poi dicono che inteso a tu tt a ltro , fa spesso l u om o, ed h a sem pre in m ano il negozio, e sp e ra di vin cer la puntaglia se dim o strer che ei non l h a men grosso di que gli asini che m ontano le cavalle. Q uesto, o am ico m io , pare che sia u n ottimo c riterio filosofico, ed u n a dim ostrazione ir repugnabile. Onde al figliuoletto cho m nato d a p oc o , io non desidero n m ente n lin g u a , m a buoni genitali p e rfilo so fare.

n'

210 XXXV.

D E L I A S T R O L O G IA

Into rn o al cielo, intorno agli astri questo scritto: non pro p rio intorno agli a stri, n proprio intorno al cielo, ma alla divinazione ed alla verit che d a essi viene nel mondo. Con questo discorso io non voglio d a re p recetti, n spacciare inse g n a m e n ti, come si possa v enire in fama p e r questa d ivinazio n e , m a biasim o coloro, che essendo sapienti, tutt altro stu d ia n o , di tu tt altro ragionano con t u tti, e la sola astrologia n pregiano n studiano . E p p u re questa antica sapienza, n venne d a poco fra n o i , m a opera di antichi r e cari agli id dii. I m oderni pe r ig n o ra n z a , pe r dappocaggine,- e p e r infin gardaggine ancora tengono opinione co ntra ria a quelli ;e qu ando s a bb atton o ih indovini b u g i a r d i , accusano gli a s t r i , sprezzano P astrologia, e la credono u n a sciocchezza, u n im p o s tu ra , un vento di parole vane. L a quale opinione a me non pare giusta : non p erch il falegname sb a g lia , d irai che l a rte sua non va g lia ; non perch il flautista sto n a , la m usica non buona; m a l artefice ign orante , e l arte per s stessa sapiente. Prim i gli Etiopi in stituirono questa d o ttrin a t r a gli uo m in i, sia p erch sono u n a gente ingegnosa, e in molte cose ne sanno pi degli altri gli E tio p i, sia perch abitano in paese felice, dove il cielo sem pre sereno e tr a n q u illo , non ci diversit di sta gion i, m a sem pre la stessa tem perie. Vedendo a d u n q u e la luna n on a p p arir sem pre la stessa, m a va ria re aspetto , e p rend ere o ra u n a forma o ra u n a ltr a , p a rv e loro u n a cosa dgna di m arav iglia e di considerazione. E messisi a ric e rc a re , ne trov arono la c ag ion e , che la sua luce non p ro p ria della lu n a , m a le viene dal sole. T ro varo no an co ra il m oto degli altri a s t r i , che noi chiam iam o pianeti perch essi

D E L L A STR O LO G IA .

211

soli tra gli astri si m uo von o, e la loro n a tu r a , e po tenza, e le opere che ciascuno di essi compie. Ed anche posero loro de n o m i, non nomi a caso, come p a rev a n o , m a sim bolici. E questo gli Etiopi osservarono nel cielo: e poi agli Egiziani loro vicini died ero imperfetta questarte. Gli E giziani ricevu ta d a essi mezza fatta la d iv in a z io n e , l ing ran d iro n o di p i , m isu ra ro n o e segnarono il molo di ciascun a stro , ed o rd inaro no il num ero degli a n n i, 'd e i m esi, delle ore. Misura del mese fu p e r essi la lu n a e il suo rin n o v am e n to ; dell anno il sole, ed il giro del sole. Un altra cosa an co ra im m aginarono molto m ag giore di questa. Di tutto l aere e degli altri astri che non si muovono e sono fssi, tagliarono dodici parti pe r i p ia n e ti,' e a ciascuna di esse parti assegnarono un a n im a le , che figura ro no di div ersa specie, dove furon p e s c i , dove uo m in i, dove belv e, dove volatili, dove gium enti. O nde anche la religione giziana h a diverse specie di riti : ch non tutti gli Egiziani da tutte e dodici le parti facevano loro p ro n o stic i, m a chi usava di u n a e chi di u n a ltr a : a d o ran o l ariete quelli che r ig u a r davano nell a r i e t e , non m angiano pesci quelli che sim boleg giarono nei p e s c i,n o n uccidono il capro quelli che onoraron o il Capricorno; e ciascuno a suo m odo secondo la sua divozione. A d orano anche il toro in onore del toro celeste; e d Api u n a cosa santissim a per essi, va pascolando p e r il p a e s e , e gli h a n n o rizzato un tempio dov u n ora colo, seguo della divi nazione del toro celeste. Dopo non g u a ri anche i' Libii ven nero a quest a rte : e il libio oracolo d A m m one fu a n ch esso trovato ad im itazione del cielo e della sapienza celeste, in q u a n to che fanno Am m one con la faccia di ariete. T u tte q u e ste coso furono conosciute dai B abilonesi, ed essi d i c o n o , p r i m a degli altri : m a a m e pa re che molto di poi giunse quest arte a loro. I G reci n dagli Etiopi n dagli Egizi ap presero- 1 astro logia: m a Orfeo di E agro e di Calliope fu il prim o che ragion loro di queste cose, non apertam ente, n divulg q uest a r te , m a la chiuse negl incantesim i e nella religio ne, come era suo um ore. A vendo composta la l ir a , celebrava orgio, e cantava
' T agliarono dodici parti per 1 pianeti: Sono i segni del zodiaco nel quale si muovono i pianoti.

212

D E L L A STR O LO G IA .

inni sa c ri: o la lira essendo di sette corde sim boleggiava lar m onia dei sette pianeti. Queste cose investigando O rfe o , ed a queste ripensando, tutto d ile tta v a , tutto vinceva. Non guardava egli alla lira che aveva in m a n o , n si cu rava d altra musica, m a la gra n lira d Orfeo e ra questa. E d i Greci per questa ca gione o nora n d o la , le assegnarono un posto in cielo, ed un gruppo di stelle si chiam an o la lira di Orfeo. Se mai dunque vedrai in mosaico o in p ittu ra rapp resentato Orfeo, che siede in atto di cantare tenendo, in m ano la lir a , e in to rn o a lui stare animali m oltissim i, tra i quali lu o m o, il to ro , il lione, ed a ltri; quando vedrai q ue sto, ricordati che vuol d ire quel canto e quella lira , e che toro e che lione stanno ad ascoltare Orfeo. Se tu conoscessi i principii che io d ico , anche tu v e d r e sti nel cielo ciascuna cosa di queste. Contano che T iresia di Beozia, che ebbe gran fama d indovino, diceva tra i Greci che dei pianeti alcuni sono m aschi, alcuni fem m ine, e non producono gli stessi effetti : e per favoleggiano che egli ebbe due nature, e visse due v ite , ed u n a volta fu fem m in a , una volta maschio. Q uando A treo e Tieste conten devano pel regno pa te rno , gi i G reci attendevano p u b blicam ente all astrologia ed alla scienza celeste: e gli A r givi in parlam ento decretarono che sarebbe re chi de due vincesse l altro di scienza. Qui Tieste disegnando 1 ariete che n e i cielo, a d essi lo spieg: onde nacque la favola che Tie ste aveva u n ariete d oro: m a A treo parl del sole e del suo vario le v a rsi, e come non si muovono nello stesso verso il sole ed il m o n d o , m a tengono un corso contrario tra lo ro , e quello che p a re sia l occidente del m ondo l oriente del sole. E cosi dicendo fu fatto re dagli A rgiv i, ed acquist fama di grande sapienza. E d io anche di Bellerofonte penso cos. Che egli a b bia avuto un cavallo alato non m e ne persu a d o : m a credo che egli questi studi coltivando, a sublim i cose pensando, e con gli astri c onversando, in cielo sal non col cavallo m a con la mente. E cos dico ancora di Frisso figliuolo d A tam ante, che fu p o rtato per a ria sopra un ariete d o ro , come si favoleggia. Anche Dedalo ateniese, dir cosa s tra n a , pensomi non fu alieno dall astrologia, anzi vi attese m o lto , e la insegn al figliuol o - Icaro poi giovane e .te m e r a rio , ricercand o ci che

D E L L A ST R O L O G IA .

213

non era perm esso, e sollevandosi con la m ente al cielo, cadde dalla v e rit , usc della via della ra g io ne , e precipit in un pe lago infinito di cose. I G reci ne contano a ltrim e n te, e d a lui chiam ano Icario un seno in questo m are. Fo rse ancora Pasifae, avendo udito Dedalo p a rla r del toro che risplende tr a gli a s t r i , s innam or dell astrologia; onde credono che Dedalo le foce d a mezzano col toro. . Ci ha ancora di quelli, che divisero in p arti qu e sta scien z a , e ciascuno di loro ne studi q u a lc u n a : chi raccolse os servazioni intorno alla L u n a , chi in to rn o a G iove, chi in to rn o al Sole, al loro co rso , al loro m ovim ento, alla loro potenza. E ndim ione ordin le osservazioni fatte su la L u n a : F eto nte se gn il corso del Sole, m a non e sa tta m e n te, e lasciando im p e r fetta la sua opera, si m ori. G lignoranti di queste cose credono Fetonte figliuolo del Sole, e contano di lui una favola in cre d ib ile ; che and dal Sole suo p a d re e gli chiese di gu idare il carro della lu ce ; che quei glielo d iede, e gl insegn il modo di guidare i cavalli: m a F etonte come m ont sul c a r r o , gio vane e s o r o , ora scendeva presso la t e r r a , ora si alzava ai ce-, lesti: onde gli uom ini pe r il freddo e pe r il caldo insoppor tabile m o rivano. Infine Giove sdegnato con un gran fulmine percosse F e to n te , che c a d d e , e le sorelle gli furono in to rn o , e piansero con molto d o lo re, finch m u ta ro n o form a, ed ora sono pioppi che piangono sop ra lui lagrim e di a m b ra . Non fu niente di tutto q u e sto , n se ne deve c red ere n ien te : n il sole ebbe mai figliuoli, n figliuolo gli m or. Contano i Greci altre favole a ssai, alle quali io no n do troppa fede. Ch come si pu credere mai che E nea n a cqu e di V enere, Minosse di G io v e , kscalafo di M arte, Autolico di M ercurio? Ciascuno di questi lu caro a u n d i o , s i, e chi nacque sotto linfluenza di Venere, chi di G io v e , chi di Marte. Ch il pianeta dom inante nella g e n era zio n e , quello, come fanno i g e n ito ri, re n d e gli uomini a s sim iglianti nel colore, nella sp etto, nelle opere, nellani mo. F u r e Minosse perch dom inava Giove, bello E nea perch cosi volle V e n e re , lad ro Antolico perch il ladroneccio gli venne da Mercurio. E cosi Giove non leg S a tu rn o , n lo cac ci nel T a r ta ro , n si brig di tutte quelle cose che gli uomini credono. Ma S aturno gira nellu ltim a o rbita e pi lontana d a

214

D E L L A STR O LO G IA .

n o i, h a un moto le n to ,o n on si vede facilmente dagli uomini, per dicono che egli non pu m uoversi, e sta come incatenato. E poi la gran profondit del cielo chiam asi T a rta ro . Special mente in Om ero p oe ta , e nei versi di Esiodo si pu vedere antichi risco ntri con lastrologia: cosi q u and o ei pa rla della c a tena di G io ve , 1 dei buoi del Sole, che io credo sieno i gior n i, e della citt che Vulcano fece nello scu d o , e del co ro, e della vigna. E ci che ei dice di V e nere, o delladulterio di M arte, senza dub bio non l h a preso altro nde che da questa scienza: ch lo scontro del pian eta di Venere con Marte fece nascere la poetica invenzione d Omero. Il quale poi in a ltri versi di stingue le opere dellu n a e della ltro : di Venere dice
Tu le soavi (ratti opre d a m ore,

c le opere della guerra


Stanno al celere Marte e a Palla in cuore.

Il che vedendo gli antichi usavano molto delle divinazio n i, e no n tenevano in poco conto l a strologia; m a non fabbri c avano c itt , ii laccerchiavano di m u r a , non facevano gu e r ra , n on-toglievano moglie p rim a di con su ltarne glindovini. N gli oracoli erano pe r loro senza astrologia. In Delfo profe teggia u n a v e rg in e , sim bolo della vergine celeste: u n dragone di sotto al tripo de risp o n d e , giacch t r a gli astri risplende a nche il d rag one: e l oracolo d Apollo Gemello mi p are detto cosi dai celesti Gemelli. Cosi sac ra cosa parve loro la divina zione! E d Ulisse q u an do fu stanco del suo lungo e r r a r e , e volendo sapere q ualche certezza dei fatti su o i, discese nel l orco no n p e r vedere
La gente morta e la region del pianto,

m a p e r desiderio di rag io nare con Tiresia. E poi che venne al luogo che Circe gli aveva d ise g n ato , ed ebbe cavata la fos s a , e sgozzate le pecore, essendovi accorse molte o m bre desi derose di b ere il sa ngu e , fra le q uali quella di sua m a d r e , non perm ise a n essun a, n e p p u re a su a m a d r e , p rim a che non ne
1 La catena d 'o r o niente altro essere che il sole O mero dice e dimo stra. Platone nel Teileto. '

D E L L A STR O L O G IA .

avesse gustato T iresia, ed egli non lo avesse costretto a dirgli l'oracolo: e sostenne di vedere assetata anche l o m b ra di sua m adre. Ai Lacedem oni Licurgo ordin la repu bblica secondo la scienza celeste: e fece loro u n a legge d i non uscire a d oste innanzi il plenilunio: p erch credeva non avesse eguale po tenza la luna crescente e la m an c a n te , e che ogni cosa fosse gov ernata d alla luna. I soli A rcadi non accettarono que sto, e spregiarono lastrologia, dicendo nella loro stoltezza ed igno ra n z a che essi son nati prim a della luna. T anto i nostri antichi e ran o am anti della divinazione I I m odern i al c o n tra rio , alcuni dicono essere impossibile agli uom ini tro v are certezza nella d ivina z ion e , p e rch essa non n credibile n v e ra ; che Giove e Marte no n si muovono in cielo pe r n o i, che non si d ann o un m inim o pensiero dei fatti degli u o m in i, che non ci h an no che fare e che mescolare con n o i , m a per i fatti loro , e pe r loro necessit si volgono nei loro giri. Altri dicono lastrologia b u g ia rd a n o , in utile s, perch non si m uta per divinazione il destinato delle P arche. Agli uni ed agli a ltri io posso rispo ndere cos. Gli astri nel cielo girano p e r loro v i a , m a accidentalm ente nel loro m oto h a n n o u n po tere su le cose nostre. Vuoi, tu q u a n d o un cavallo c o rre, q u an do uccelli o uom ini si m uov o n o , che le pietre si scuotano, che le paglie sieno agitate dal vento cagionato dal c o r s o , e non vuoi che il g irare degli astri produca alcuno effetto? Da ogni focherello viene in noi u n influenza, e p u re il fuoco non b ru c ia p e r no i, e non si c u ra di noi se a b b ia m c aldo: e dagli astri non riceviam noi alcuna influenza? vero che l Astrologia non pu far bene ci che m ale, n m u ta rn e le conseguenze che ne deriv a n o : ma chi lusa, si ha questa utilit; che conoscendo il bene futuro ne gode molto p r im a , e sop po rta pi agevolmente il m a le , il quale non venendo allin sa p u ta , m a p reveduto ed a sp ettato, pa re pi facile e lieve. E questa la m ia opinione intorno all'astrologia.

216 XXXVI.

V IT A D I DEM OIVATXE.

E neppure l et no stra doveva interam ente m anc a re di uom ini degni di fama e di m em o ria, m a m ostrare al m ondo u n a so prann aturale virt di c o rp o , ed un g rande intelletto di filosofo ; dico di Sostrato il Beoto, chiam ato e reputato Ercole dai G reci, e del filosofo Dem onatte ; i quali conobbi ed am m irai e n tra m b i, e con D em onatte vissi lungo tem po. Di So strato ho scritto in u n altro lib ro , e ne ho detto la grandezza della p e rso n a , la forza sm isu ra ta , la vita che m enava allo scoperto sul P a rn a so , il corcarsi sul lavoro quando stancavasi, il m ang iar i cibi salvatici, le opere corrispondenti al nome datogli, e q uanto ei fece o cacciando la d r i, o a prendo stra d e, o gettando ponti su i passi difficili. Di Dem onatte ora debbo p a rla re p e r due r a g io n i, affinch eg li, p e r q u anto i n ' m e , sia ricordato d ai buoni ; ed affinch i giovani d a bb en e, che si danno a stu d iar filosofia, non a b biano nei soli antichi gli esempi d a im ita r e , m a nell et no stra a n c o r a , e voglian seguire le orm e di questo filosofo, ottim o tra qu a n ti ne ho.conosciuti. E r a egli di C ip r o , e di famiglia non oscura p e r dignit c iv ile, e pe r ricchezza. Ma non superbendo di questo, e te nendosi nato a cose m aggiori, si diede tutto alla filosofia, per sua inclinazione e non p e r consigli di A g atobulo, di Dem etrio e d E p itteto , coi quali tutti si ebbe dim estichezza, ed anche con T im ocrate l E racleota, filosofo ornato di eloquenza e di sapienza grande. Dem onatte non confortato d a nessuno di questi, come ho d e tto , m a spinto d a u n certo suo senso pel bello, e da un ingenito am ore che sin d a fanciullo ebbe alla filosofia, spregi tutti i beni u m a n i, non volle altro mai che esser libero e liberam ente p a rla re , e serbando u n a vita re tta ,

V IT A D I D E M O N A T T E .

217

pu ra , irrep re n sib ile , fu bell esempio a chi lo vide e l ud pel suo intelletto e per la verit nel filosofare. N si mise in questi studi senza lavarsi i p ied i, com e si d i c e , m a si n utr nelle opere dei poeti, im par a mente moltissime poe sie, si esercit a ben p a r l a r e , conobbe le stte filosofiche non legger m ente n p e r averle tastate p u r con la pun ta delle d ita , come suol dirsi ; esercit il co rp o, e lo in d u r con la fatica; in som m a in ogni cosa si studi di non aver bisogno di nessuno. Onde come si fu accorto che non poteva pi ba stare a s stesso, volontariam ente usc di v i ta , lasciando tr a i migliori dei Greci durevole memoria, di s. Non si restrinse ad un a sola forma di filosofia, ma ne mescol di molto, e non m ostr affatto di quale pi si piacesse. P areva avvicinarsi pi a So crate, bench pel vestito e p e r la sem plicit della vita sem brasse im itare Diogene ; m a n o n falsava suoi costum i e m a niere p e r essere am m irato e rig u ard a to , viveva come tutti gli altri, senza su p e rb ia, facile con tutti in privato ed in pubblico. Non aveva l ironia di S o c ra te , m a e ra pieno di grazie attiche nel conversare ; per m odo che dopo di aver rag io n a to con lu i, d ip arte n d o ti, non lo spregiavi come igno bile, non lo fuggivi pe r acerbit di rim p ro v e ro , m a ti sentivi rifatto , pi capace di virt e pi lie to , e con pi belle speranze. E non fu mai veduto g rid are, c o ntend ere, a d ira rs i, .neppure se doveva sgri dare q u a lc u n o : ripren dev a i vizi, ma perdo nava ai viziosi, e diceva doversi im itare i medici che c u ran o le m ala ttie, e non si sdegnano con gli am m alati. Perocch credeva che e rr a re degli u o m in i: m a sollevare chi caduto nell e rro re di un D io, o d un uom o simile ad un Dio. Serbando questo tenore di v i t a , pe r s non aveva bisogno di alcuno , pe r gli amici si a d opera v a facilmente : a quelli che parevano felici ricordava che non si gonfiassero pe r fuggevole fortuna ; quelli che si lam entavano della p o v e rt , dell esilio, della vecchiaia, d u n m alore, confortavali so r r id e n d o : non vedete che fra breve i dolori cesseranno, i beni ed i mali si sc o rd e ra n n o , o tutti sarem o liberi per se m p re? C ercava di ra p p attu m a re i fratelli d iscord i, di m etter pace tra le mogli ed i m ariti, e talvolta nelle dissenzioni del popolo parl ac conciam ente, e persuase alla m oltitudine di fare il bene della
LUCIANO. 2 . 'l'J

218

V ITA D I D E M O N A T T E .

patria. Di questa natu ra era la sua filosofia, d o lc e , am abile, allegra. Solamente lo addolorava la m ala ttia o la m orte di un am ico, perch stim ava l amicizia il m aggior bene degli uo m in i: e per egli era amico a tu tti, e teneva per prossimo chiun que era nomo. Con alcuni p i , con alcuni meno si pia ceva di conversare ; abbando nav a quei soli che gli parevano m arci nei vizi e senza speranza di poterli guarire. E tutte queste cose con tan ta grazia e con tanta leggiadria ei faceva e diceva,' che se m p re, come dice il Com ico, la Persuasione gli sedeva su le labbra. Laonde tutto il popolo ateniese ed i m agi strati l am m irav ano g ra ndem en te , e lo stim avano come uno do pi ragguardevoli c ittadini. E p pure da' p rim a egli offese m o lti, e si tir addosso l odio della m oltitudine pel suo libero e franco p a rla re , e gli sursero contro parecchi Aniti e Meliti con quella vecchia accusa, che egli non fu veduto mai fare uri sacrifizio, e che egli solo fra tutti non era iniziato nei mi steri eleusini. P e r il che egli con g ran de a n im o , coronato di fiori, e vestilo di bianca veste venne nel parlam ento del p o polo, e si difese con efficacia, anzi con acerbezza insolita in lui. P e r rib attere l accusa di non aver mai sacrificato a Mi nerva, ei disse: Non vi m ara vig lia te , o Ateniesi, se io finora non ho falto sacrifizi alla dea : perch io non credevo che ella avesse bisogno dei sacrifizi miei. E p e r l a ltra dei m isteri disse : La cagione che io non mi son fatto iniziare nei vostri misteri questa : se ei sono c a ttiv i, io non potrei tenerm i di pa rla rn e ai non in iz iati, e svolgerli dall e n tra re in' queste orgie ; se ei son b u o n i ,' io ne parlerei a tutti per am ore dell u m anit. O nde gli A te n ie si, che gi avevan dato di m ano ai sassi p e r lap id a rlo , a un tratto si ra b b o n i ron o, e gli diedero favore ; e d a allora in poi com inciarono a stim a rlo , ad ono rarlo, ed infine ad am m irarlo. E pp ure le prim e parole della sua difesa erano state molto acerbe ; ch egli aveva cominciato cosi : 0 A ten iesi, eccomi coronato come v ittim a, sacrificate anche m e ; ch da molto tempo non avete fatto u n bel sacrifizio.'' Voglio ora riferire alcuni d e suoi detti a rguti e leggiadri, e comincer da certe risposte che ei diede a Favorino. F n vorin o avend o saputo da un tale c h e i suoi discorsi

V I T A DI D E M O X A T T t .

219

e rano derisi da D e m o n a tte , specialm ente p erch ei vi m etteva


di molti versi che li rendevano b assi, molli ed indegni della filosofia, and da Demonatte, e dissegli : Chi se tu che biasim i le cose m ie ? Dn uomo, ei rispose, che non si lascia pigliar per gli orecchi. Noiandolo il sofista, e d im a n d a n d o g li: Di che eri provv isto,o Demonatte, che giovanetto e ntrasti nella filosofia? Delle coglie, rispose. Un altra volta lo stesso F a v o rin o venn e a lu i, e gli dom and quale setta egli pi am ava in filosofia. Chi ti h a detto che io sono filosofo? ei rispose ; ed a ndandosene r i deva assai piacevolm ente. Quei gli dim and perch ridesse ; ed e g li; Perch mi p a re cosa ridicola che tu vogli dalla ba rb a distinguere i filosofi, tu che non ha i barb a. Il sofista Sidonio che aveva gran nom e in A te n e , u n di sparpagliando in u n a diceria le pi gran lodi di s , come ei sapeva la filosofia tu tta q u a n ta , e dicendo queste form ate p a role sciocche : Se Aristotele mi chiam a nel L iceo, lo seguir ; se Platone nell A c cadem ia, vi a n d er ; se Zenone nel Pecile, ragioner con lu i: se mi c h ia m e r Pitagora, mi t a c e r ; De m onatte surse tra gli ascoltatori, e disse : o Sidonio, ti c h ia m a Pitagora. ' : i Un certo Pitone di Mace onia nobile giovane e leggiadro, gli proponeva u n a dim and a sofistica, diceva c h e non saprebbe rispondere ad un suo sillogismo, e prop rio l aveva fra d ic io ; o n d ei d is s e : Bel giovane, so solo che hai uu gran fondo. Sdegnatosi quegli del motto e q u iv o c o , e m in a c cia n d o lo : Ti m ostrer ben io l uom o. Egli ridendo gli dim a n d : Hai anche l uom o? Un atleta deriso da lui perch essendo stato vincitore in Olimpia po rtava una veste tu tta d ipinta a fiori, percosselo d un sasso nel cap o , e della ferita usci sangue. Gli spettatori sdeg n a ro n si, e ciascuno, come se fosse stato egli ferito, gridava : Va dal proconsole. N o , buo na g e n te , rispose, non dal procon sole, ma dal medico. Un di cam m inan do p e r via trov un anello d oro : messe u n cartello in piazza, che c h iu n q u e fosse il padrone dellanello andasse d a lu i, e dicendogliene il peso, la p ietra , e il t ip o , lo riavrebbe. V 'a n d u n bel giovane, che d i s s e d averlo egli pe r d u t o ; m a confondendosi, e non sapendo d a r n e i contrassegni,

220

V I T A DI D E M O N A T T E .

ei disse : Va, o giovanetto, e serbati bene l anello; ch questo non l hai perduto tu. Un senatore rom ano presentandogli in Alene un suo figliuolo molto leg g ia d ro , m a tutto cascante e tenero come una fem m inetta, gli disse : Questo mio figliuolo ti saluta. E Demo natte rispose : Bello, e degno di t e , e sim ile a sua m adre. Ad un filosofo cinico che aveva indosso u n a pelle d orso, e si chiam ava O n o ra to , che vuol dire Vedilasino, ei diceva s a ria meglio chiam arlo A rctesilao, cio Scorticalorso. Uno gli d o m an d in che riponeva egli la felicit? rispose : Solo l uomo libero felice. E q ue g li: Ci ha tanti liberi! Ed e i: P e r me libero chi non tem e n spera nulla. E colui : Ma come ci pu essere costui, se tutti siam o servi di queste due passioni? E d egli: Se consideri le cose u m a n e , troverai che p e r esse non si dee n sperare n te m e r e , p e rch passano tutte e le spiacevoli e le piacevoli. Pere g rin o , detto il P ro te o , lo rim pro ve rava come ei ri desse sem pre e scherzasse sugli u o m in i, e d ice v a : 0 D em o natte , tu non fai mai il cane. E tu non m ai l u o m o , o P e re grino; rispose. Mentre un certo fisico pa rla v a degli a n tip o d i,e g li si lev, lo m en presso a un pozzo, e additandogli nell a cq u a la sua o m b r a , gli d o m a n d : Questi dici tu che sono gli antipodi? Ad uno che spacciava di esser mago ed avere un incante simo col quale si faceva ob bed ire d a tutti e dare ci che vole v a , ei d isse : Non m araviglia cotesto, e lo so fare anch io. Vieni con me da u n a fo rn a ia , e vedrai c h io con due parole e un certo incantesim o mi far ubb id ire e d arm i del pane. Al ludeva alla m oneta che h a potere d un incanto. Il famoso E rode piangeva il suo Polluce m orto _nel fiore degli a n n i, e p e r lui faceva tenere un cocchio aggiogato, e i cavalli p r o n t i , come se quegli dovesse m o n ta r v i, ed una mensa im bandita. Va Dem onatte e gli d ic e : Ti porto u n a lettera di Polluce. Quei si ra lle g r a , e credendol venuto con gli altri se condo l uso a condolersi con l u i, gli d ic e : Che vuol d u nq ue Polluce? E D em onatte risponde : Si duole di te , che non an cora sei andato a trovarlo. c Lo stesso E ro de piangeya la m orte d u n suo figliuolo, e

VITA D I D E M O N A T TE .

221

s era chiuso in casa al buio. D em onatte and d a lui, e dissegli che per arte m agica p otrebbe fargli venire innanzi l om bra del figliuolo, purch ei gli nom inasse tre uom ini che non han no mai pianto nessuno. Quegli stava peritoso, e non sapeva che r isp o n d e re, e credo non av ria potuto nominarne, alcuno. Allora eg li, 0 sciocco, disse, a credere che tu solo soffri mali in so p portabili : e p u r vedi che nessuno senza dolori. Soleva ridersi di coloro che nel p arlare usano parole troppo ' viete e forestiere. Avendo dim andato u n tale di una cosa, e que sti, avendogli risposto con certo vecchium e di parole atti c he : 0 amico, diss egli, io t ho dim andato oggi, e tu mi rispondi come si usava al tem po di A gam ennone. Un am ico un di gli d ic e v a : A n d ia m o , o Dem onatte, nel tempio a pregare Esculapio pel figliuol mio. Ed ei : T u fai ben sordo Esculapio se non pu u d ire anche d a qui la nostra p r e ghiera. . Vedendo u n di due filosofi scioccam ente contendere in u n a questione, u no far dim and e s tr a n e , l altro rispondere a spro po sito, d isse : Non vi p a re , o a m ic i, che, di questi due u n o m unge u n c a p ro n e , e 1 altro gli tiene un crivello sotto? ( Agatocle il peripatetico si vantava d essere il solo ed il prim o de dialettici : 0 Agatocle, ei disse, se sei p rim o , non sei solo ; se sei so lo , non sei prim o. Cetego, uomo consolare, q u and o pass per la G recia a n d ando in Asia legato a suo p a d re , fece e disse le pi pazze . cose del m ondo. Uno disse che costui era u n a gra n bestia.-Dem onatte rispose : Bestia s i , g ran de no. Vedendo un a volta Apollonio il filosofo che procedeva con un g ra n codazzo di discepoli dietro (gi stava pe r p a r t i r e , chia m ato dall im p e ra to re , che voleva conoscerne la d ottrina), ei disse : Viene Apollonio ed i suoi A rgonauti. Uno gli do m andava se l a nim a imm ortale. im m ortale, come ogni a ltra cosa, ei rispose. Diceva che E rode gli faceva c re d e r vero ci che afferma P latone, che noi non abbiam o u n a sola a nim a : ch non la stessa anim a che fa conviti a Begilla e Polluce come fosser v iv i, e compone si belle declamazioni. I Una volta ard di d om andare pubblicam ente agli Ateniesi,
19'

222

VI TA D I D E M O N A T TE .

avendo udito il b a n d o , pe r q ual cagione escludevano barb ari dai; m is te r i , quando Eumolpo che li aveva stabiliti era b arb aro e trace? Doveva navigare, era inverno,' un amico dicevagli : E non temi di rom pere in m a re , e d essere divorato dai pesci? R i spose : Sarei un ingrato a dispiacermi che i pesci mangiassero me, che ho mangiati tanti di essi. o | Ad u n reto re che declam ava malissimo ei consigliava di attendervi bene e di esercitarsi. "E dicendo quegli : Io declamo se m pre.qu an do son so lo ; risp o se ^ A ragione declami m ale , ch hai u n ascoltatore sciocco. Vedendo un indovino in piazza che per danari prediceva la ven tu ra, Io non so , disse, p erch tu cerchi d a n a r i : se tu potessi cam b iare i d estinati, un m onte d oro ti saria poco; ma se sa r tutto come gli Di h ann o sta b ilito , che indovini tu con cotest arte tu a ? j Un rom ano vecchio e corpacciuto gli m ostrava u n a sua m irabile schermaglia contro u n p a lo , e gli dim and ava: Che ti p are di questi colpi, o D e m o natte? Benissim o, ei rispose, fin ch avrai per avversario u n legno: Alle dim ande difficili egli aveva pron ta u n a risposta inge gnosa. Uno gli dom and pe r beffa : 0 D em onatte, se brucio mille mine di legne, quanto c i's a r di fu m o ? Pesa la c en e re, rispo se, e tutto il re sto .sa r di fum. Un tal Polibio uomo ignorante che p arlava assai m ale, dicevagli che' l Im peratore lo aveva onorato della cittad in anza ro m ana ; O h, t avesse fatto g re c , rispo se, invece di rom ano 1 Vedendo un nobile che pavoneggiavasi in u n gran robone di p o rp o ra , gli si fec all o recch io , e prendendogli la veste e m ostrandogliela, disse: Questa p rim a di te la p o rta v a 'u n m on tone, ed e ra un m ontone. Andato al bagno',r e trovta l acqua troppo c a ld a , si peri tava di en trarv i ; uno gli disse che ei dava segno di p a u ra , ed ei rispose: Dimmi, forse pe r am or della p a tria debbo scottarmi ? Dimandgli alcuno : Che cosa credi tu ci sia nell inferno? Attendi che io vi sia, rispose', e di l te ne scriver. Un poetuzzo sciocco a nom e Adm eto dicevagli che si aveva fatto un epitaffio d un sol verso, e che aveva disposto nel

VITA D I D E M O N A T T E .

225

testamento glielo scrivessero su la to m b a '.lL epitaffio d ic e v a :

D'Admeto il frale in terra, F alma in cielo :


Risposegli ridendo : si bello, o A dm e to , che io v orrei fosse gi scritto. Vedendoglim no le gambe con le 'v a c c h e , com e sogliono averle i vecchi, gli dom and: Che codesto, o Dem onatte? E d ei sorridendo : Sono m orsi di Carnte. Avvenutosi in uno sp a rtan o che batteva u n suo .servo, dissegli : Non trattare il servo cotpe tuo eguale, i U na c erta Danae aveva un piato con u n suo fratello ; ei dissele: Va in giudizio, ch tu non sei D anae la-figliuola d A crisio, cio dell ingiudicabile. E ra nemico sfidato di quelli che-cianciano di filosofia p e r vanit non p e r am or della verit. Vedendo un cinico che aveva il m antello, la b isa cc ia, e , invece del b a sto n e, u n p e stello ,1e che schiam azzava, e si diceva discepolo di A ntisten e, d i.C ra te e di D iogene: T u m en ti, d is s e : tu sei discepolo d I p e r id e . 1 Vedendo molti atleti com battere scnvenevolm ente; e con tro ,la lgge del giuoco invece di fare alle pugna, m ordersi tr a lo ro , disse: Non senza ragione gli atleti dei nostri di son chia mati leoni dai loro spasim ati. Assai piacevole e pungente fu il m otto che ei gitt a d uri proconsole, il quale usava di farsi dipelare le gam be e tutto il corpo. Un cinico in piazza m ontato su di u n ! sasso sp a rlav a di questo f a tto ,.e diceva un vitupero pi b rutto ; onde sdgnto il proconsole fece prendere il cinico,e stava pe r fargli d a r e u n a b a t titu r a , o m an darlo in esilio. Trovatosi a caso Dm onatte presso di lu i, pregavalo che dovesse p e rd o n are a quell a rd ito ,p a rla re che proprio dei cinici. 11 proconsole i rispose : P e r a m or tuo ora gli perdono :. m a se avr quest a r d ire u n altra volta che dovr fargli ? E D em onatte : A llora farai dipelare anche lui. Un altro proconsole, a cui l im peratore aveva affidato un esercito ed u n a gran de provincia, gli d im a n d a v a c o m e .e i po treb b e ben governare. E d ei. rispose : Non ti ^sdegnare m a i, pa rla p o c o , ascolta assai. 1 Iperide era il nome di un antica oratore: e significa ancora figliuola dii pestello. Questi frizzi non possono travasarsi da una lingua in un' altra.

224

VITA D I DEM O N A T TE .

Uno gli disse : Piaccionti i dolci ? E d egli : Credi tu che le api fanno il mele p e r.g li scio cchi? Vide nel Pecile u n a sta tua m utilata d una m an o, e disse: Oh,,finalm ente gli Ateniesi h ann o rizzata una sta tua di bronzo a Cinegira 1 Rufino di C ip ro , lo zoppo, il peripatetico, soleva tratte nersi sem pre nel Perip ato. Egli un di lo v id e, e disse : Non c cosa pi sconveniente d u n Peripatetico che zoppica. Epitteto u n a volta quasi riprendendolo lo consigliava a trre moglie, e.far figliuoli, p erch ben conviene ad un filosofo lasciar prole,di s. E d egli rim beccandolo : D am m i d u n q u e , o E pitteto, u n a delle tue figliuole. degno di ricord a rsi ci che disse ad Erminio.' E ra co stui una cim a di r ib a ld o , c he.av e ndo fatto mille scelleratezze, aveva sem pre su la bocca Aristotele e le sue dieci categorie : 0 E rm in io , e g lid is s e ; ti starebbero veram ente bene dieci cate g orie, cio. accuse. Deliberando gli Ateniesi di sta b ilire , ad esempio dei Cor i n ti i , uno spettacolo di g ladiato ri, ei venne in p a rla m e n to , e d is s e : 0 Ateniesi, n o n .m e tte te questo affare ai suffragi, se p rim a .n o n distruggete l altare della compassione. U na volta che egli and in O lim pia, gli Elei posero il p a r tito di rizzargli u n a sta tua d i.b ro n z o : Noi fate, o E lei, disse; se ino, p a re che biasimate: i vostri m aggiori che non rizzarono statue n a Socrate n a Diogene. li o Io stesso un d l udii d ire ,ad u n giurisperito come le leggi spesso sono inutili ai buon i d ai m alvagi, perch quelli non h a n punto bisogno di leggi, e questi non diventano punto migliori pe r leggi/ Dei versi d Omero r ip e te r spesso quello :
Muore e chi nulla fece, e chi f molto.

L odava anche T ersite, e diceva che e r a un bravo oratore cinico. D im andato Una volta quale'filosofo egli stimasse di pi , rispose : T utti sono m irabili ; m a io rispetto S ocrate, a m m ir o Diogene, amo Aristippo. . . Visse intorno a cent anni senza m alo ri, senza d olori, non

VITA DI D E M O N A T T E .

2 25

im portunando alcuno, n chiedendo n u lla , utile agli am ici, senza aver mai un nemico. T anto am ore avevano pe r lui gli Ateniesi e tutti i G r e c i , che q u ando ei passava, i m agistrati si rizzavano in p ied i, e tutti si tacevano. Essendo assai innanzi negli anni spesso gl interveniva d e n tra re a caso in u n a bita zione, ed ivi m angiava e dorm iva ; e la gente di quella casa credevano che fosse loro com parso un dio, e che fosse entrato un buon genio in casa loro. Quando passava per via, le fornaie 10 tiravano di q u a e di l , ciascuna voleva che egli prendesse 1 1 pane d a lei, e quale di esse poteva darglielo, credeva di avere la b uo na ventura. I fanciulli gli portavan o frutti," e lo chiam avano babbo. Essendo n a ta in Atene una sedizione, egli e ntr nel p a r la m e n to , e col solo m ostrarsi fece tacere tutti : accortosi che il popolo era t o rnato in s stesso, senza far motto se n usci. Come senti che ei non poteva pi ba stare a s stesso, recitando a q uei che stavano presenti i versi che il b a nditore dice dopo i guochi :
Finito il gioco, dispensatore De pi bei premi al vincitore. Il tempo chiama, non indugiamo; . 4

ed astenendosi d a ogni c i b o , usci di vita sereno e lieto come tutti l avevan sem pre veduto. Poco prim a della sua m orte uno gli dim and : P e r la sepoltura che d isp o n i? Non v e ne curate, rispo se; mi seppellir il puzzo. E ripeten do c o lu i: Ma c h e ? non saria vergogna lasciar p e r c ibo agli uccelli ed ai cani il corpo di un tanto u o m o ? Ed e g li: E pp ure non saria stra n o , se anche dopo morto potessi essere utile a cotesti anim ali. Non dim eno gli Ateniesi a spese pubbliche gli fecero il m ortorio g r a n d e , lo piansero per molto tem po, rispettaron o quel sedile di pietra sul quale q u a n d egli era stanco soleva rip o sa rsi, e v appendevano corone pe r on o ra re la sua m em oria, credendo che fosse sacra anche la pietra su la quale egli si era seduto. Alle sue esequie and tu tta la c itta d in a n z a , massime i filosofi che su le spalle lo po rtarono al sepolcro. Queste poche cose tr a molte io n ho ricordate : e d a q u e ste chi legger potr p ensare che uomo egli era.

226
XXXVII.

Olii A M O R I .

L ic in o c T e o m n e s t o .

Licino. Con queste tue novelle d a m o re , o mio caro Teom nesto, da stam attina mi hai ricre ate le orecchie stanche dellattenzione continua ; ero proprio assetato di questo po di sollievo, che mi venuto opportuno dai tuoi piacevoli ragiona menti. L animo non pu d u r a r sem pre leso ai nobili' stud i, ma vuole scaricarsi un po de pensieri g ra v i, e rinfrescarsi nei piaceri. Da che spuntato il giorno, con la grazia e la festivit dei tuoi racconti tu mi hai rallegrato ; e quasi mi pareva di essere Aristide sollucherato dalle favole che gli contavano i M ilesii; e mi dispiace, te lo giuro pe tuoi am ori cui fosti un largo bersaglio, che tu hai finito di ra c c o n ta re ..T i prego per Venere, e non dire ch e io ne voglia di trop po, se hai avuta qualche altra passioncella per garzone o fanciulla, di richia m artela a mente. Oggi poi giorno di festa, e si fa sacrifizi ad E r c o le ; e tu sai bene questo dio quanto e ra vivo per Ve nere ; per credo che questi discorsi gli sa ra n n o graditissim i come un sacrifizio. ' Teomnesto. Piuttosto, o Licino m io , potresti annoverare T o n d e del m a re , o i fiocchi della neve di cielo, che i miei .amori. Io credo che essi h ann o votata tutta la faretra con m e , e se vogliono volare co ntro un a ltro , sono d isa rm a ti, e ci r i mangono sciocchi. Da che saltai la granata ho covato sem pre una nidiata d a m o ri, che nascono gli uni dopo gli a lt r i , e in nanzi che i primi m ettano l a li, i secondi picchiano al guscio: sono pi delle teste rinascenti dell idra di L e r n a , e non ci vale aiuto di Iolao, ch fuoco no n spegno fuoco. Mi sta negli

GLI A M O R I.

227

occhi uno spiritello cosi lascivo , che ghiotto di ogni bellezza, e non sazio mai. Onde io spesso vo rip en san d o , che pu essere questo sdegno di Venere con me : io non sono della schiatta del S o l e , 1 non l ho offesa come le donne di L e n n o ,8 non ho l accigliata salvatichezza d Ippolito ; p erch la dea ha que st ira implacabile contro di m e ? Licino. Lasciala cotesta finzione d incre sc im e n to , che qui non ci c a p e , o Teomnesto. Ti spiace che fortuna ti dia tanto b e n e , ti p are duro a startene tra belle donne e fioriti g arzon i? S i, ti ci vorr un sacrifizio pe r m ondarti di si increscevole m alattia, ch il patire gran de. Smetti coleste b a ie , e tienti felice che un dio non ti ha destinato a vivere nella squalli dezza come l agricoltore, o vagante come il m e rc a ta n te , o tra l armi come il soldato, m a pensi solamente ad ungerti nelle p alestre, a p o rtar veste allegra che scende per gala sino ai piedi, e la zazzera ben pettinata e spartita. E poi in am ore anche il torm ento p i a c e , e il dente del desio m orde dolce : tenti e sp e ri, ottieni e godi; egualm ente piacevole il presente ed il futuro. E tu poco fa recitandom i da principio il catalogo de tuoi am o ri, lungo come quello d E s io d o , ti brillavano gli occhi im b a m b olati, e , com e la figliuola di L icam be, rammor bidendo la vociolina,4 m ostravi nell aspetto di a m a re a n co ra , e di com piacerti a rico rd a rn e. D unque se Venere ti ha m anda ta qualche altra ventura in questo m are che hai c o rso , non ce larm i n ulla, ed offri ad E rcole u n sacrifizio perfetto. Teomnesto. Questi u n dio c arn iv o ro , o Licino, e,' come si dice, non vuol fumo senz arrosto. Ma giacch celebriam o la sua festa con u n ragio nam en to, i miei racconti che d u ra n o da stam ane riescono sazievoli : per la tu a m usa uscendo fuori il
Il Sole fece la spia a V enere ed a Marte. Inde ira . ! Le donne di Lenno una volta uccisero I loro mariti. Lo Scoliaste qui dico che Venere sdegnata con loro fece Ior putire il fiato, si che gli uomini non volevano avvicinarle. 1 Snida tra le opere di Esiodo annovera un Catalogo di donne in cinque libri Tuvaixv xaTaifos v (ifXioi? i. Vedi ancora li dialogo di Lu ciano intitolato Una chiacchierata con Esiodo. 1 La figliuola di Licambe fu Neobuie, amata dal poeta Archiloco. E qui mi pare probabile che le parole (jov^v Xetctv ^mSOvov che lo ho tradotte rammorhiilmdo la vociolina, sieno un verso di Archiloco(

228

GL I A M O R I .

tuono consueto degli studi, finisca lietam ente la giornata in onore del d i o : e siimi tu giusto giudice, giacch io vedo che tu non pendi n all u n a passione (n all a ltr a , e dim m i quali credi tu migliori, quelli che am ano i garzoni, o quelli che si con tentano delle donne? Io che provai l uno am ore e l a ltro , se li peso esattamente nelle coppe della m ia b ila n c ia , li trovo egua li : m a tu che non ne sei tocco, con la tua ragione che giu dice incorrotto, sceglierai qual migliore. Togli di mezzo,amico m io , ogni dissim ulazione, e quel parere che ti d etta il tuo giu dizio intorno ai miei a m o ri, quello dam m i. Licino. E credi questa u n a cosa da giuoco e da b u rla , o T eom n esto? La pi seria che tu non pensi. Io poco fa ho avuto per mano questa quistion e , e so che non a farsene ga b b o , da che ho udito due che vi si accapigliavano, e me ne ricorda an co ra, e li ho ancora negli orecchi. E ran o diversi di opinione e di passione, non come te che facile e pronto fai due servigi e buschi due pa g h e,
Pasci giovenchi, e guidi bianche agnello;

m a l uno si piaceva moltissimo dei ga rzon i, credendo che le femmine.sono u n nabisso, laltro era m ondo d amori maschili, ed impazziva per le donne. Essendo io a rb itro della contesa fra le due passioni, non ti so d ire il diletto che ne presi. E le cose che dissero mi sono rim aste cos sigillate nella m en te, come se le avessi udite ieri. Onde senza pigliarla pi per le lunghe, ci che dissero l uno e 1 altro ti sporr puntualm ente. . Teomnesto. E d io levandomi di q u i , mi ti seder d irim petto ,
Dalle labbra pendendo del Pelide Finch finisca il canto.

e tu l antica gloria dell am orosa disp uta dinne col canto. Licino. Essendomi risoluto di navigar pe r Italia, m ebbi una nave sp arvierata, di queste birem i usate specialmente dai L ib u rn i, gente che abita sul golfo Jonio. E quando fu pronta, io raccom andatom i a tutti gl iddii del mio paese, ed invocato Giove ospitale ad assistermi in quel viaggio lontano, dalla c itt 1
|

, 1 Qual questa citt? Dalle cose che dice appresso a me pare che po* tre b b essere Antiochia.

G LI A M ORI.

229

con u n a m uta di mule discesi al m are. E quivi a bbracciati gli amici che ini avevano accom pagnato (ci venne quasi tutta la scuola, ch trovandoci sem pre insieme ci dispiaceva di sepa r a rc i), e m ontato su la b a r c a , mi allogai vicino al padrone. P e r forza di remi in breve ci dilungam m o d alla te rra ; e d es sendosi messo buon vento a p o p p a , rizzam m o lalbero nel mezzo, ed alla gabbia attaccam m o l a n te n n a ; poi a p e r t a l a vela a m m a in a ta, fu tosto gonfiata, e si v olava come u n a saetta, e lon da m uggiva intorno la p r o r a che la sq uarciava. Gli acci denti seri o piacevoli che occorsero in quella navigazione sa r ia lungo a dire. T rapassata la m arin a di Cilicia, entriam o nel golfo di P anfilia, su perate non senza fatica le Chelidonie, che in tem pi felici furono i confini della ntica G r e c i a ; 1 toccam m o ciascuna delle citt di L ic ia, dilettandoci soltanto delle favole che vi si contan o, perch in esse non si vede alcu na reliq uia della ntica fortun a: infine approd am m o a R o d i, isola del sole, dove risolvem m o di fare u n po di sosta alla c ontinua naviga zione. I m arinai a d unq ue tira ta la nave a t e r r a , fecero la loro . ba rac ca li vicino ; io p o i, essendo p e r m e 'p r e p a ra ta u n osteria dirim petto il tempio di B acco, non avendo che fare m e ne a n dai vagand o con mio grandissim o diletto; ch la v eram ente la citt del sole, bella come quel dio. G ira n d o p e portici del tem pio di Bacco andavo rig u ard a n d o ciascuna di quelle dip in tu r e , e m entre dilettavo la v is ta , mi ricordav o delle favole eroiche. Tosto mi v e n n ero intorno d u e o t r e , che pe r pochi quattrinelli mi spiegavano tu tte quelle isto rie; delle quali molte avevo gi intese da me. Sazio di rim ir a r e , e pensand o di r i to rn arm ene a c asa, ebbi u n p iacere dolcissimo in paese fore stie ro , d incontrarm i in d u e antichi a m ic i, che anche tu devi conoscere ed averli veduti spesso venire d a m e , C a r i c le di Co rin to , giovane non b r u t to , sem pre lindo ed attillato per pavo neggiarsi con le d o n n e , ed insiem e con Ini Callicratide ate niese, di m aniere sem plici, che prim eggiava specialmente nel l eloquenza politica e nello rato ria del f o r o ,c d era anche vago
Allude al trattato che I Greci fecero coi Persiani, del quale parla Diodoro Siculo, e Plutarco nella vita di Clmone. P e r questo tra tta to i Persiani non potevano con navi da guerra passare oltre le lsolette Chelido nie nel m are di Panfilia.
L UCI A N O.

2.

20

20

G LI A M ORI.

degli esercizi del c o r p o , e non p e r allra cagione, a creder m i o , bazzicava nelle palestre, che pe r a m or dei garzoni: di questi egli a n dava pazzo , e p o r dio alle femmine bestem m iava Prometeo. Come d u n q u e e n tra m b i mi videro d a l u n g i , lieti ed allegri mi corsero incon tro : ci a b b racciam m o, come si sule, e ciascuno voleva m enarm i a casa sua':' ed io v eden doli contendere alla d u r a : 0 Callicratide, d issi, o Caricle, am ici: m iei, oggi meglio venir voi tutte du e da m e, a c ciocch finisca la contesa:' nei giorni seguenti (ch son riso luto di rim anerci altri due' o tre ) mi conviterete a vicen da, e la sorte decider chi sa r il primo. Cosi ci accordam m o. In quel di feci i 'il c on vito, nel seguente C allicratide, poi Cari cle. E q u a n d io desinai da loro vidi m anifesti'segni dellumore di ciascuno. L 'ateniese era fornito di le g g ia d ri'd o n z e lli, tutti i sub srvi erano g iovanotti, che rim a n e v an o con lui sino a che avevano la faccia o m b rata della prim a lan u g in e , e quando pi i pli s addensavano su le gote, ei te li m andava pe r ca staidie fattori nei suoi poderi in A ttica. Caricle per contrario aveva intorno a s un coro di ballerine e di sonatrici, e tu tta l c a s a ; cme nelle feste d C e rere , era piena di dorine, e non e ra mica d u o m o , se non qualche b a m b in o , e qualche v ec chio cuiniere,- che p e r l et non desso sospetto di gelosia. Queste a d un que e ran o chiare p ru o v e , come ho detto , del lindole delluno e dellaltra. Spesso erano surte fra loro al cune b r e v i' s c a r a m u c c e , che non avevano ancor decisa la quistione. O ra essendo venuto il tm po di p a r tire , essi si deliberarono d im barcarsi con m e; perch gi avevano l in te n z io n e 'd i venire in I ta lia , dov io a ndavo . E venutaci v a ghezza di a p pro dare a Cnido p e r vedere il tem pio di V enere, tanto celebrato per la sta tua v e nu stissim a, capolavoro di P ra sSitele, dolcemente ci accostammo alla t e r r a , la stessa d e a , cred io, in piena bonaccia sospingendo il naviglio. Quivi la ciurm a si diede alle sue solite faccende, ed io messomi in rnezzo a quel paio d innam orati m e ne 'andai girando pe r C nido, non senza riso rim ira n d o lascive figurine di c reta, come si conviene in un a citt di Venere. Avendo girato pel portico di Sostrato, e per altri luoghi che potevano dilet ta rc i, ci avviammo al tempio di Venere, noi d u e , Caricle ed

GLI A M O R I .

231

10 assai v olentieri, Callicratide di male g am b e, perch a n dava a vedere una fem m ina ; e pensom i che a v ria sc a m b ia ta 'la Ve n e re di Cnido per lA m ore di T es p e .1 E d ecco verso noi dal sacro ricinto sp irare au re lascive; ch latrio non era un suolo sterile lastricato di pietre lisce, m a secondo luogo sacro a Ve ne re, e ra fertile dogni m aniera d alberi fruttiferi, che sp a n dendo i fronzuti ram i coprivano quellaere come con u n a volta di verzural Specialmente verdeggiava pieno d i coccole il m ir to, che presso la sua regina cresceva rigoglioso e su p e rb o , e ciascuno degli altri alberi che hanno vanto di bellezza, i quali p e r vecchiaia non sec ca n o , m a m ettono nu ovi ram polli, e son sem pre giovani. Misti a questi v erano altri alberi infruttiferi, m a che h ann o vaghezza invece di fru tto , come cipressi, e pla tani con le aeree cim e , e lalbero di Dafne gi fuggitiva di Venere e tanto schiva. Ad ogni albero sag grap pav a e aggra ticciava l edera am orosa: e le pam pinose viti pendevano cari che di grappoli ; ch pi dilettosa Venere insieme con Bacco, la loro dolcezza m is ta , e se li dividi piacciono m eno. Sotto l o m b ra pi fitta del boschetto sono lieti sedili pe r chi vuole b a n c h e tta re , dove ra ram en te va qu alche persona, c iv ile, ma 11 popolo vi corre a folla nelle feste, e vi fa ogni sacrifizio a Venere. Pigliato assai diletto di quelle piante* e n tra m m o nel tem pio. Nel mezzo sta la sta tu a della dea di m arm o p a rio , bellissim a, splen didissim a, e con la bocca mezzo a perta ad un sorriso. T utta la s u a bellezza sc op e rta , non ha veste intorno, n u d a , se non che con 1 una m ano cerca rico p rire i l pudore. T anto pot lo scultore con la sua a rte , che la pietra cosi r i p u gnante e d u ra p a re m orbidissim e carni. Sicch Caricle,..cpme uscito fuori di s, ad alta voce grid : 0 Marte felicissimo fra gl id d ii, che fosti legato p e r costei ! E cosi slanciandosi con le la b b ra stre tte , ed allungando qu anto poteva il collo, la b a ci. Callicratide rim as o tac ito , e in sua m ente ne m aravigliava. Il tempio h a un altro uscio p e r chi vuole vedere la d e a anche dalle spalle, acciocch sia a m m i r a t a t u tta q u an ta ; e facilmente si pu e n tra re pe r l a ltra p o rta , ed osservare la formosit
1 In Tespe di Beozia ra una bellissima statua d A m ore, opera dello stesso Prassitele, il quale la diede in dono a Glicera cortigia na , che la of fer nel tem pio, (Scolio greco.)

252

G L I A M OR I .

delle p arti posteriori. Noi d u nq ue volendo vedere tu tta la dea, giram m o dietro il tem pietto ; ed apertaci la p orta d a u n a d onna che ne serbava le c h ia v i, rim anem m o subito abbagliati a quella bellezza. P e r modo che lateniese che test aveva rim i ra to in silenzio, come ebbe fissati gli occhi su quelle parti della de a, subito, pi di Caricle im pazzand o, g rid : Oh! che bellezza di schienal come quei fianchi pieni t em p ireb bon le m ani ad abbracciarli! come ben si rilevano e tondeggiano le m ele , non molto scarse ed attaccate allossa, n troppo grosse e carnose! e quelle fossette nellu n a e la ltra anca sono una grazia che non si pu d i r e ; e quella coscia e quella gam ba cosi b e n tirata sino al piede sono di eccellenti proporzioni. Cosi fatto Ganim ede che m escendo a Giove in cielo gli rendo pi dolce il n tta r e : ch quella E b e , oh non vorrei io che ella m i porgesse bere. Mentre come u n invasato Callicratide cosi g ridav a , Caricle, per lo grand e stupore rim ase imm obile, e gli si im bam bolarono gli occhi p e r la passione. Ma poi che cess la p rim a m ara v ig lia , vedem m o in una delle cosce una chiazza, come m acchia in veste; che pareva pi b ru tta p e r la c an d i dezza del m arm o. Ip feci una ragionevole c o n g ettu ra, che la pietra fosse na tura lm e nte cosi : ch anche in queste cose pu la v e n tu ra : u n opera p o tre b b essere di bellezza p e rfetta , e for tu n a ci m ette una teccola. Credendo a d u nqu e che quel nero fosse un naturai ne o, pi io am m irava Prassitele che seppe nascodere la difformit della p ietra dove meno si pu biasim are. Ma la tem piera che ne stava vicino, ci n a rr u n a nuova ed in credibile storia. Disse a d u n q u e che ci fu un giovane di non ignobile famiglia (per quel che fece, se n perduto il n o m e), il quale venendo spesso in questo sacro ricinto, p e r sua m ala ve n tu ra s innam or della dea; e passando le g iornate intere nel tem p io, d a p rim a fu creduto tim orato e divto. La m attina si levava con la lb a , e veniva qui, e la sera m alvolentieri se ne tornava a c a s a ; e tutto il giorno seduto dirim petto la de a, teneva fissi gli occhi in lei. Faceva u n continuo pissi pissi, e con certe mezze parole si lagnava sem pre d amore. Q uando poi voleva per poco ingann are la sua passione, diceva un m otto, pigliava una tav o la , vi annoverava so pra quattro dadi di d am m a libica, e provava la sua speranza: trae v a, e guar

GLI A M O RI.

233

d a v a : se il tiro era b u o n o , se era quello di V enere, ed ogni dado presentava una faccia diversa, egli scoccava b a ci, e lieto credeva otte rre bb e il suo intento; m a se , come suole avvenire, traeva male su la tavola, e i dadi facevano il peggior p u n to , se la pigliava con tutta C n id o , come se avesse una terribile e insa nabile c ala m it : indi a poco ripigliava i d a d i, e con un altro tratto rim ediav a alla prim a sventura. Crescendogli sem pre pi qu esta fre n esia , sovra ogni m uro, so vra ogni scorza di tenero arboscello scolpiva il nom e della bella Venere; Prassitele p e r lui era un altro Giove ; e quanti- begli a rredi e masserizie aveva in casa tutto offeriva alla dea. Infine la soverchia passione gli tolse il se n n o , e con la rd ire sfog il suo desiderio. Un di al cader del so le, senza farsi veder d a n e s s u n o , si ficc dietro la porta, e quivi rin cantu cciatosi, stette senza m uover fiato: le tem piere secondo il solito si tira ro n o la porta di fu o ri, e rim ase dentro il novello Anchise. Ci che avvenne in quella nefanda notte come io o altri potrebbe n a rrarv e lo ? Degli amorosi a b b r a c ciam enti questi segni ap parv ero la m a ttin a , e la dea ha quella m acchia, per m ostra delloltraggio che le fu fatto. Il giovane p o i, come n a rra la voce del popo lo, o che si gett d a u n a ru p e , o che si anneg in m a r e , scom parve, e non se ne seppe mai pi novella. ' Mentre la tem piera cosi raccon tava, Caricle in te rro m p en dole il discorso g rid a v a : D unque la fem m ina, anche di p ietra, am ata : or che saria a vedere a nim ata tan ta bellezza? E quella' sola notte non valse lo scettro di Giove? E Callicratide so rri d e n d o , non sappiam o a n c o r a , o Caricle, rispo se , se di questi racconti ne udirem o molti altri qu ando sarem o in Tespe. E d o ra questa Venere stessa che tu am m iri mi d una ch iara pru o v a . Q uale? d im and Caricle. E Callicratide mi parve che rispose a proposito : Il giovane inn am ora to avendo u n intera notte di tem po p e r poter saziare tutto il suo desid erio , si con giunse con la statua come si fa co ga rzon i, sapendo che n eppur nella femm ina migliore la p arte femminile. E qui facendo essi molte in discrete ed im prudenti parole, io p e r ac chetarli dissi : Amici miei, serbate m oderazione nella dispu ta, come vuole la scienza e la b u o n a creanza. Lasciate la contesa disordinata che non riesce a nulla, e ciascuno alla sua volta 20

234

GL I A M O R I .

.provi l a ^ u a opinione. Non tem po ancora di tornarsene alla n a v e; sprechiam o quest ozio allegram ente in occupazione che col diletto ci pu anche giovare. Usciamo d u n q u e del tempio, dove gi s affollano i d i v o ti , e adagiamoci sovra uno di quei sedili d a banchetto, acciocch soletti possiamo dire ed ascoltare ci che ne piace. Ma ricordatevi che. chi oggi sa r vinto, non torni pi su questo punto a rom perci il capo. t Parve buono il mio d etto, ed appro vatolo, uscim m o, io lieto p erch dentro scarico d ogni c u r a , essi pensosi e sossop ra cl cervello p e r le gran cose che dovevan d i r e , come se contendessero a chi guidare la processione in Platea. Giunti d u nq ue ad un,sedile sotto u n a bello m b ra , ch era di sta te , io dissi: Piacevole questo luo go, dove le stridu le cicale ci c an tano sovra il c a p o , e mi sedetti in mezzo a" loro severo ed ac cigliato come un giudice crim inale. Proposi loro di tirare a sorte chi parlare il p rim o , e toccato a Caricle, ordinai com in ciasse subito a ragion are. E d egli passandosi la m ano destra su la faccia, e stato un poco so vra di s , com incia a questo modo : . , . Te, o Venere signora, io che difendo la causa tu a, te io prego e chiamo in aiuto. Ogni o pe ra, cui tu istilli una gocciola della tua p e rsuasione, perfettissim a: gli amorosi parlari hanno specialmente bisogno di te , ch tu sei lor m ad re verace. Vieni du n q u e avvocata alle d o n n e , tu che sei fe m m in a, e fa che gli uomini rim an gan o m asch i, come son nati. E d io en tra n d o a ragionare invoco a testimone della mia o pin io ne, la p rim a m a d re , la p rim a radice di ogni g e nerazio ne, la sacra Natura uni versa le , che componendo i prim i elem enti del m ond o, te rra , a e re , fuoco, acq u a , e tem p e ran d o li.fra lo ro , pa rtor ogni es sere anim ato. S apendo ella che noi siamo fattura di m ateria m o rta le , e che b re v e tem po di yita ci de stin a to , fece si che la corruzione delluno sia generazione della ltro ; quei che m uoiono compens con quei che n ascono, e cosi gli uni agli altri succedendoci viviam o in e terno. Non essendoci m odo di nascere d a .u n o solo, ella distinse i due sessi, assegnando al maschio di lanciare il suo se m e , e rendendo la femmina quasi u n ricettacolo della generazione. E d avendo mescolato in entram b i uno scambievole desiderio, li accoppi t r a loro, pre

GL I A M O R I .

255

scrivendo una legge necessaria e. sa n ta, che.ciascu uo rim a n ga nella pro pria n a tu ra ; n femm ina mascoleggi, n maschio in femminisca sconvenevolmerite. Cosi i congiungim enti degli uo m ini con le donne fino a questo giorno serbano con im m ortale successione il genere um ano. Nessun uom o si v a n ta nato d a uom o: m a due sono i nomi pi augusti e pi v enerati; come il padre ad orata la m ad re. Nei prim i tempi a d u n q u e gli uo m ini pensavano e vivevano secondo il costume eroic o, risp et tavano Ja v irt vicina agl id d ii, u b b idivano alle leggi che na tu ra aveva stabilito, e in et conveniente accoppiandosi alle donne e ra n padri di generosi figliuoli. A poco.a poco il m ondo scadde da quella gran dezza, e precipitato nel b a ratro del p iac e re , si apr nuove e strane vie di g o dim enti: la lussu ria che tutto ardisce, viol la stessa n a tu ra . Colui che il prim o guard il maschio con gli stessi occhi c he la. fem m in a, fu o un tiranno violento, o u n sedu ttore scellerato: un sol letto ac colse un solo sesso: luno vedendo s stesso nellaltro, n o n ,si vergognarono di ci che facevano e p a tiv a n o ; m a sem inando fra sterili sassi, corno si d ice , pe r picciol piacere scam biavano grand e infam ia. E tanto creb b e in costoro lo sfrenato e tira n nico a rd im ento, che sin col ferro violarono n a tu r a ; e togliendo ai maschi la parte m aschile, trov arono u n a certa giunta al pia cere. E quei miseri e s v e n tu ra ti, per essere lungam ente fan ciulli non rim angono pi u o m in i, m a scu ro enim m a di due s e ss i, non serbandosi m aschi come n a c q u e ro , non divenendo femmine. Quel fiore che in giovanezza d u r un poco, savviz zisce in anticipata v ecchiezza; m entre sono annoverati tra i fanciulli, sono gi vecchi, senza essere stati mai uomini. Cos la sozza lussuria m aestra d ogni' m a le , escogitando pia ceri disonesti l uno dopo della ltr o , giunse sino a quel vizio che non si pu n eppure nom in are onestam ente; e cos nessuna sporcizia fu sconosciuta. Se ciascuno si stesse nei term ini che la P rovvidenza ci h a assegnati, ci basterebbe lusare con d o n n e , e il m ondo sarebbe puro di tutto queste vergogne. Infatti tra gli an im a li, che non possono col mal volere guastar alcuna c osa , la legge natu rale serbasi in con tam inata: il leone non s innam ora del leone, ma quando va in frega appetisce la leo nessa: il to ro , re della m a n d ria , m onta le vacche; ed il m o n

256

G L I A M O H I.

tone feconda tutta la greggia. E i cinghiali non cercano le tane delle scrofe? i lupi non si mescolano con le lupe? Insom m a tra gli uccelli che volano p e r a r i a , tra i pesci che abitano nelle a cq u e , tra quanti anim ali sono su la t e r r a , il m aschio non appetisce il maschio, e rim angono saldi i decreti della Pro vvi denza. E voi, che a torto siete tenuti ragionevoli, vere bestie m alvag e, voi, o uom ini, pe r qual novella frenesia violando ogni legge, vi oltraggiate cosi tra voi? che cecit v ingom bra la m ente, che fuggite ci che dovreste seguire, e seguite ci che dovreste.fuggire? E se tutti qu anti volessero tener questo modo sareb be finito il m ondo. Ma qui vengono in mezzo i socratici con loro speciosi ragion am enti, che possono infinocchiare i fanciulli cui m anca il giudizio in te ro , non persu adere chi ha senno d uom m aturo. Fingono u n am ore di a n im a , e vergo gnandosi di a m are la leggiadria del corpo , dicono che sono am atori di virt. Onde spesso mi viene a riderne. E come d u n q u e , o venerandi filosofi, u n a virt che ha dato pruova di s per lunghi a n ni, e che attestata dalla canizie e dalla vec c hiezza, vi tro va tanto freddi, m entre tutto il vostro am ore sa piente s accende pe r un fanciullo, che non h a ancora giudizio p e r discernere a che deve applicarsi? 0 forse legge, che ogni bruttezza devessere giudicata m alvagit, ed ogni leggiadria bo n t? E p p u re , secondo O m ero gran m aestro di v e r it ,
All aspetto uno pare un uom meschino, Ma un dio l orn di le i parlare : tutti Con diletto lo mirano , meotr egli , Sicuro parlamenta con soave Placidezza e grandezza q adunanza. Se per le vie della citt cammina, T u tti, come io un do, guardano in lui.

e d in altro luogo ei dice :


Ma tu come P aspetto il cuor non hai.

E pi del bel Nirco lodato il saggio Ulisse. Come adunq ue la p ru d e n za , la giustizia, e le altre virt che sogliono trovarsi in uom m atu ro , non destano in voi alcun am ore; e poi la leg g iad ria nei fanciulli vi fa tanta passione? D unq ue , o P la tone, si doveva a m a r F edro perch tradi L isia? conveniva

GLI AM ORI.

237

a m are Alcibiade per le statue degli dei c h e egli m util, pe r i misteri d Eieusi che ei svert nella gozzoviglia? O h , chi non am er uno che tradisce Atene, m unisce Decelia, m ira alla ti r a n n id e ? F in c h , dice il divino P la to n e , ei non messe b a r b a , era amato da tu tti, m a poi che di garzone divent u o m o , nel let in cui la ragione acquist pieno discernim ento, e ra da tutti odiato. Che voglio conchiudere? Che questi am atori di garzoni pi che di sapien z a, dando a t u rp i affetti onesti nomi, chiam ano v irt di anim a la form osit del corpo. E basti que sto di loro, acciocch non paia che io pe r mal anim o parli di uom ini s celebrati. Or d a queste serie considerazioni discen d en do un po al vostro p iac e re , o C allicratide, io ti dim ostrer che P usare con donne molto migliore che l usa r con g a r zoni. E prim am ente io credo che ogni godim ento pi dolce, se pi d u re v o le ; ch piacere acuto appena tocca,e prim a c h e te ne accorgi, pa ssa : il diletto m aggiore se pi prolungato. E d ohi se l av ara Pa rc a ci avesse destinato pi lungo spazio a vive re, e questo in continua b u o n a salute, e senza quegli affanni che rodono l a n im a , la vita saria p e r noi u n a fe sta , u n a con ten tezza. Ma giacch m aligna fortuna c invidi m aggiori b e n i, di quelli che abbiam o i pi dolci sono i pi durevoli. Or la d onn a d a che tenera verginetta sino allet m ezzana, p rim a che non le vengano le ultime rug he della vecchiezza, degna de gli ab bracciam enti dell uomo; e bench ab b ia pe rd u ta su a fre sch ezza, pure
V et dell5 esperienza Dir qualcosa un po meglio dei giovani.

Ma se u no tenta un giovanotto di venta n n i , p arm i che ei cer chi piuttosto di esser picchiato egli. Che a quell et le m em b r a sono gi d u re e fatte, le gote non pi m orbide m a aspre e folte di b a r b a r l e cosce vigorose sono ispide e b ru tte di peli, le altre parti nascose le lascio a voi che le conoscete. Nella do nna p e r contrario splende sem pre u n a grazia di colore: ric ciuti c ap e lli, rilucenti come bel fiore di g iacinto, quali le ca scano vezzosamente su le spalle, quali intorno le orecchie e i e tem pie a guisa di ciocche d appio p ratense: tutto il resto del corpo senza u n pelo splende pi lucido dell a m b r a o del c ri

258

GLI AM O RI .

stallo di Sidone. E perch non si h a a c ercare il piacere scam bievole^ quando egualm ente ne gode lu n a parte e laltra? Noi non a m odo delle bestie irragionevoli am iam o la vita solitaria, m a essendo congiunti in amichevole com unanza, pi dolce cre diam o il bene insieme con gli a lt r i , e il male diviso con gli altri pi lieve. Cosi fu tro vata la m ensa com un e, ed im b a n dendo la m ensa conciliatrice dellam icizia, noi diam o al ven tre quel piacere che gli spetta, non bevendo soli noi il vino di T aso, non empiendoci ciascuno priv atam ente di squisite vi v a n d e , m a ognuno crede che la dolcezza d e b b a essere divisa con a l t r i , ed accum u nando i piaceri, p i ne godiamo. I congiun gimenti con donne recano scam bievole ed eguale p iac e re , tanto n h a i, tanto ne d a i, se p u re non vuoi stare al giudizio di T iresia, che la fem m ina ga b b a il m aschio d u n a b u o n a m et. b ello, c re d io, non essere avaro nel g odim en to, non pigliarti tutto il piacere p e r te solo, senza c u ra rti di a lt r i , m a dividere il piacere che h a i, e fare che altri lo senta egualm ente. Ora dire che sia cosi nellam ore d e fanciulli sa re b b e u n a pazzia: perch lam atore si piglia quello che egli stim a piacere squi sito , e vassene; l offeso da p rim a rim a n e dolente e piangente, e se dopo alquanto tem po,il dolore gli cessa, e come d ico n o , non ci h a pi m olestia, ei non ci h a neppure nessunissimo piacere. se va detto uno sproposito (che ei ci va nel recinto di Venere) puoi goder della d o n n a , o C allicratide, anche come dei fa n ciu lli, ch ella ti porge diletto per due v i e , e il maschio non ti porge quello della femmina. Onde se anche a voi altri randagi pu piacere cosi l donna, sia ; noi rispettiam oci tr a noi. Ma se sta bene che i m aschi si congiungano ai m a s c h i, da ora innanzi ,si am ino tra loro anche le donn e. V ia s , novello se colo, legislatore 'di strane v olutt, e che trovasti novelle vie di libidine nel m aschio, concedi p u re la stessa facolt alle do nne; si congiungano tra lo ro , come fanno gli u o m in i; ed accoppiandosi con l artifizio di lascivo s tru m e n to , sterile e sozzo enim m a, la d o n n a si corchi con la d o n n a , come l uomo con 1 uomos ;.e quellosceno nom e, che ra ram en te ci viene al l orecchio (m ic vergogno anche a dirlo), quel sozzo nom e di trib a d e , trionfi sfacciatam ente: in ogni cam era di d o nna ci sia u n a Filenid a che senza vergogna usi erm afroditi amori. E pp ur

GLI AMORI.

239

quanto m in o r male che la d o nna infurii di m aschile lussu r i a , che luo'mo caggia di sua nobilt e d infem m in isca ? 1 Dette queste cose con molta comm ozine di an im o , Cari cle c e s s , e rim aso intorato ci faceva l occhio del p o rc o , e parevam i come se volesse forbirsi di quella sozzura degli amori fanciulleschi: Io placidam ente s o r rid e n d o , voltomi all ate n iese. dissi: Io m a tte nd ev a , o C allicratide, di d over giudi care in causa di scherzo e di r iso , c, non so come Caricle e ntra to nel grave, e lha fatta seria. Quasi contendesse innanzi lAreopago p e r causa d om icidio, d incendio, d avvelenam ento, si tutto commosso. O ra d u nqu e pi che m ai ci .'vuole la tua A tene; e leloquenza di P e ric le , e le lingue de dieci oratori arm ati contro i Macedoni o ra devi sfoderarle in u n disc orso, clie ci ricordi qualcuna delle aringhe d parlam en to. E Calli c ratid e stato alquanto so pra di s (ch all aspetto sem brom m i a n ch egli pensoso di quella dispu ta), cosi alla sua volta in c o m incia. Se le d onne avessero a d u n a n z e , tribunali e m aneggi di pubblici affari, t e , . o C aricle, sceglierebbero loro capitano o d u c a , e a te nelle piazze rizz ere b b e ro statue di bronzo.^Im pe rocch n eppure quelle che tra loro sono celebrate per sapien z a, se m ai avessero facolt di p a rla re j p a rle rebbo no in loro difesa con tanta caldezza ; non quella Telesilla a rm a ta contro gli S p a r t a n i ,' e pe r la quale Marte in Argo a nnoverato fra gl iddii delle donne ; non la m elata Saffo, gloria di Lesbo ; n la figliuola della pitagorica sa p ien z a, T e a n o ; e forse neppur Pericle cos difese Aspasia. Ma giacch p u r conviene che i m a schi parlino per le do n n e , parlino gli uom ini pe r gli uom ini. E tu siimi p rop izia, o V e n e re ; ch anche noi onoriam o il tuo amore. Io d u nqu e credevo cho la nostra allegra contesa do vesse rim a n e r nello scherzo ; m a giacch costui h a voluto en t r a r e in filosofia pe r difender le d o n n e , io volentieri piglio questa occasione ; e dico che il solo am ore m aschile opera di v irt insiem e e di piacere. E d oh ! qu anto v orrei, se fosse pos s ib ile , che quel p la ta n o , che u n a volta u d i i discorsi di So
' T e le s il la , li b e r a t r i c e di A rgo, fu p o e te s sa . Gio. C r is ti a n W o l f io n ei f r a m m e n t i d e l l e o t t o p o e te s se g r e c h e , p u b b li c a n c o r a alcu n i v e r s i di co ste i.

240

GLI AMORI.

c r a t e , il pi fortunato albero dell Academ ia c del Liceo, stesse qui vicino a noi p ian ta to , dove F e d ro soleva adagiarsi, come disse quel sacro uomo che con tanta grazia lo descrive : ch forse esso, come il faggio di D od ona, m andando dai ram i la sac ra voce, loderebbe l a m o r dei fa nciulli, rico rd a n d o a n cora del bel Fedro. Ma giacch questo non si pu ,
c h in m ez zo vi s o n m o lt e M o n ta g n e o m b r o s e , e il r i s o n a n t e m a r e ;

e siamo forestieri in te r ra s t r a n a , e Cnido d il vantaggio a C a ric le; non per trad irem o la v e r it , cedendo per ignavia. Solamente t u , o genio celeste, ora m assisti, sacro in terprete dei m isteri dell am icizia, o A m o re , non cattivo fanciullo, quale ti dipingono i pitto ri, m a generato dal prim o principio genera to re , e perfetto sin dal tuo nascimento. T u dall oscura ed informe confusione formasti 1 universo : e togliendo il caos, che come un immenso sepolcro inviluppava tutto il m on do, lo cacciasti negli ultimi abissi del t a r t a r o , dove sono veram ente
G ferre e p o r t e , e lim ita r di b r o n z o ;

acciocch stretto in c arcere in su p e rab ile, non ritorn i mai pi. T u con la splendida luce squ arciand o la cieca n o t t e , di tutte le cose inanim ate ed anim ate fosti il facitore; ed avendo in fuso negli uomini una speciale concordia di s e n tim e n ti, con giungesti i santi affetti d am icizia, affinch la benevolenza ed ucand o l an im a sem plicetta e tenerella, la conducesse sino alla m a tu ra virilit. Le nozze a d un que furono trovate come rim edio alla pe r petuazione del genere um ano : 1 am ore m aschile u n a bella condizione imposta alle sole anim e filosofiche. Tutte le cose che si .fanno come u n di pi pe r abbellim ento sono in pi onore di quelle che si fanno pe r necessit : il bello pi pre giato del necessario. F in ch il m ondo era pignorante, e senza agio di fare esperienza del m eglio, se ne stava contento al p u ro necessario : ch il ben vivere per la pochezza del tempo non veniva ancora fuori. Ma poi che gli stringenti bisogni cessa ro n o ,'g l ingegni che Vennero ap presso , liberati dalla ne cessit, e bbero agio di pensare a qualcosa di m eglio: e cosi

GLI A MO RI.

241

in breve crebb ero le scienze, e possiam pensare che crebbero le arti pi perfette. Appena i prim i uom ini nacqu ero che cer carono u n rim edio alla fame qu otidiana ; e sforzati dal pre sente biso gno , ch necessit non lasciava scegliere il meglio, si nu trivano dell e rb a che tro v a v a n o , e cavando molli radici, e p e r lo pi cibandosi di ghiande. Ma col tem po queste furono lasciate agli anim ali irragionevoli, q u ando gli attenti agricol tori v idero la semenza del grano e dell orzo, e tro v aro n o che ogni anno si riproduce. O ra qual pazzo d ir ia che la g hian da m igliore della s p ig a ? Quando com inciava il m o n d o , gli u o m ini p e r bisogno di r ic o p rirsi, non si vestirono forse di pelli di bestie ? e non pensarono di difendersi dal freddo nelle spe lonche dei m o n ti, e nelle asciutte cavit dei vecchi tronchi e delle piante ? Im itand o questi p rim i trovati e sem pre pi m eg lio ra n d o li, si tessettero to n ac h e , e si fabbricaro no c a s e ; e passo passo avendo in queste arti a m aestro il tem po , invece d e rozzi tessuti, ne fecero di fini e di v a r ia ti, invece di ca panne fabbricarono alti palagi o rnati di marmi, preziosi, e la b r u tta n u d it delle m u ra ricopriro no di lieti colori. Ma cia scuna di queste arti e delle scienze, stata m u ta , e rico p e rta di profondo oblio, come dopo lungo tram onto a poco a poco r i sorse nel suo sp le n d o re ; 1 perch chi trov qualcosa la insegn a chi venne d o p o ; e cos di m ano in m ano aggiungendosi sem pre a quel che si era im p a ra to , si giunse alla perfezione. Non si ricerchi a d u nqu e l am ore dei m aschi nel tempo antico: ch allora e ra necessario congiungersi con d o n n e , acciocch non perisse la nostra specie per m ancanza di prole. I diversi ritr o v a ti, e questo virtuoso d e siderio della bellezza, ap pena in questa nostra et che non lascia n ulla in te n tato , dovevano ve nire in lu ce , acciocch con la divina filosofia fiorisse anche l am ore pei fanciulli. E p p e r , o C aricle, ci che non fu tro vato da p r im a , non di re p u ta r cattivo perch fu inventato di poi, n l am ore de'fanciulli p erch non antico quanto il m e scolarsi con d o n n e , devi crederlo di m inor pregio. Le antiche discipline reputiam ole necessarie : quelle poi che gli uomini ritrovarono con l ingegno sono d a o no rare come migliori delle 1 Qui si a l lu d e a lla d o t t r i n a d i P la t o n e c h e im p a r a re i ricord are; e p e r co n s e g u e n z a ignorare dim enticar. L U C I A N O 2. 9t

242

G L I AMORI.

altre. Poco fa mi veniva quasi a rid e re , quando Caricle lodava i m uti an im a li, o i solitarii Sciti; e tanto si d ibatteva che quasi si dispiaceva d esser nato greco. Non come chi dice il c o n tra rio di quello che v orria d ire , n bassando la voce nascondeva le p a ro le , n o , m a a voce a lta , e con qu anto ne aveva in gola, diceva : I leoni, gli o rsi, i cinghiali non am ano il m aschio, m a l istinto li spinge solamente alla loro femm ina. E che m ara v i g lia ? Ci che l uom o fa p e r b u o n a ra g io n e , essi che sono irragionevoli non possono farlo. Se P rom eteo o qualche altro iddio avesse loro appiccato il giudizio u m ano , non vivrebbero solitarii su pei m onti, non si divorerebbero l u n l a ltro , ma come noi fabbricherebbon te m p li, avrebbe ciascuno il suo fo c ola re, stareb bero con leggi com u ni nelle citt. Che m ara v i glia a d u n q u e se gli a n im a li, che pe r legge di loro n a tu ra nes su n bene che si acquista p e r ragione possono otten er dalla pro v v id en z a, sono priv i fra tante altre cose anche del desid r io del m aschio? N on am ano i leoni; e n e p p u re filosofeggiano; non am ano gli o rsi; e n eppure conoscono la bellezza dellam i cizia. Non voler d u n q u e , o C aricle, raccogliendo lascivi ra c conti da c o rtigian e, con n u d e parole insultare alla g ravit n o s tr a , n confondere l A m ore celeste col fanciullo ritroso. E sa p p i, sebbene a cotesta et l im p a ri ta r d i, m a meglio tardi che m a i, ch due sono gli A m o ri, e non ci vengono p e r la stessa v i a , n d un m edesim o spirito accendono i nostri petti: m a l uno un fanciullo b izzarro e cap riccioso, cui ragione non pu g u id ar pe r le falde n farlo stare a segno, che alberga negli anim i degli sciocchi : esso specialmente adizza il deside rio della d o n n a ; ed esso an co ra il compagno di quell ingiu ria p asseggiera, spingendo con im peto inconsiderato a ci che si appetisce. L altro A m ore, p a d r e dei tem pi Ogigii, d aspetto maestoso e sa n tis sim o , dispensatore di savi affetti, spira dol cissimo nella mente : e q u ando ab biam o il favore di questo D io, abbracciam o il piacere misto alla virt . Infatti dice il tragico : Con due spirti spira Amore : e d u n solo nom e ad affetti dissimili tra loro. E pure anche il P ud ore un equivoco dio, che utile e dannoso insieme.
P u d o r e e gio va a l l 7 u o m o , e n u o c e assa i, N l a c o n te s a d ' u n a s pecie ; d u e

GLI AMORI.
Co ne so n s u la f e r r a : V u o m d i s e n n o L o d e r 1 u n a , d a r b i a s m o a ll a l t r a . E n t r a m b e ci t e n z o n a n o n e l p e t t o .

245

Non d u n q u e cosa stra na se u n a passione ebbe lo stesso nom e d u n a v ir t , p e r m odo che fu chiam ato am ore si il lascivo piacere, che la savia benevolenza. E le nozze d u n q u e , d ir ta lu n o , son n ie n te ? Scacci le femm ine dal m o n d o , e come ci d urerem o noi u o m in i? S a ria u n a bella cosa s e , come dice il savissimo E u rip id e , senza m escolarci con d o n n e , a n dando nei templi e nei luoghi sacri con oro e con a rgento ci c o m pe rassim o figliuoli pe r aver successori : l m a la necessit ponen doci un grave giogo sul collo ci sforza ad u b b id ire ai suoi co m andi. Scegliamo a d u n q u e il bello con la rag io ne, e l utile obbedisca alla necessit. Per far figliuoli, e h , ci stieno p u r le d o n n e ; m a pe r a ltr o , no ; il cielo me ne scampi I Qual uomo di senno p otrebbe so ppo rtare u n a d o n n a , che dal m attino s abbellisce e rim biondisce con tanti artifizi? il vero cara tte re di lei la b ru tte z za , e gli o rnam enti posticci nascon don o la sconvenienza della n a tu ra . Se vedi le d on ne la m attin a q uando si levan di letto ti paiono pi b r u tte di quelle bestie che la m attina m alagurio nom inare. E per si tengono chiuse in casa, e non si lascian vedere d a nessun uom o : m a alcune vecchie e u n a turba di ancelle conform i alla p a d ro n a stando intorno a lei, le c o n cia n o , im b ia cc a n o , strebb iano la povera faccia. Non si risciacquan la faccia con a cq u a p u r a q u a n d o si risvegliano, e poi subito attendono a qualche onesta faccenda, n o , m a con u n intonaco di polveri e di paste ralleg rano lo spiacevole colore della fa cc ia : e come si fa nelle processioni, ogni ancella tiene u n a cosa in m ano, catinelle d a rg e n to , e m escirobe, e specch i, e b o sso le tti, ed alberelli quanti n h a lo speziale, e vaselli pieni di tante c h ia p p o le rie , e scatoline c o n tenenti due tesoretti, la v ir t di forbire i d e n ti, e l a rte di a n n era re le sopracciglia. Ma il pi del tem po e dello studio si spende intorno all accon ciatura dei capelli. Alcune con tin tu re clic h anno virt di far d oro i capelli al solo di m ezzodi, a
' Ippolito in Euripide se la piglia con Giovo che Fece nascer gli uo mini dalle donne, e gli dice : A chi viene a d o fferirti oro ed argento n e i tem
p li n o n potevi vendere sem enza d i figliuoli?

244

GLI A MO RI.

guisa di bioccoli di la n a , li ritingono d 1 un biondo fiorito, scontente del color naturale. Altre poi che si contentano d aver la c hiom a n e ra , vi spendono la ricchezza dei loro m a r iti, e spiran o dalle trecce tu tti i profumi d A rab ia : con istrum enti di ferro riscaldati a leggier foco s increspano ed inanellano i capelli, che quali scendendo in m inuti ricciolini sino alle so p ra cc ig lia, lasciano breve spazio alla fro nte, e quali in grandi anella cascano e ondeggiano su le spalle. Dipoi le fiorate pianelline stringono tanto i piedi che la carn e n esce fuori ; e l a , veste di tenuissim o tessuto pe r u n v e d ere , per non parere di a n d a r nude ; ma sotto di essa ogni pa rte si scorge meglio della faccia, salvo le m ammelle b ru tta m en te c asca n ti, che p ortano sem pre fasciate. Che dir poi degli altri loro capricci che co stano anche di p i ? alle orecchie perle di molti talenti ; ai polsi ed alle braccia serpenti d o r o , che d o vre bbero esser vivi e non d oro : intorno al capo una corona tem pestata di gemme d In d ia ; preziose collane scendono dal collo: e gi sino ai piedi discende il povero oro , u n arm illa stringe q u a n ta pa rte della caviglia resta nuda. O h, li ci vorreb be u n a catena di ferro che stringesse la gamba. E poich tutta la p e rso n a , come p e r arte d 'in c a n te s im o , abbellita di falsa ed ingannevole leggiadria, im bellettano quelle guance che sono senza ro ssore, p e r met tere u n po d incarnato su la pelle scialba e floscia. E q uando si sono cosi parate, quale la loro occupazione ? Escono tosto di casa ; ed ogni id d ia , di cui si celebra la festa, u n a m ala dizione pe m ariti : i poveri uom ini non ne conoscono neppure i n o m i, le Coliadi, per esem pio, le G enetillidi, e. la d e a F ri gia , e l amoroso tribolo sul p a s t o r e ; 1 feste arca n e, sospetti m isteri senza u o m in i, e (perch bisogna nascondere qualche cosa) corruzione dell anim a. Q uando si sono sbrig ate dalla fe sta , in casa pronto il bagno che d u r a u n pezzo, e poi la m ensa riccam ente fornita ; m a innanzi agli uom ini s hanno a fare mille smorfie. Dopo che tr a loro si h a n riem pito il sacco
* Coliadi e Genetillidi s o n o nom i d i V e n e r e . La d e a F r ig ia og n u n o s a che C i b e l e , o R ea . N el te sto : n a t t v S v a p u r a xwfiov ercl t$> iroi|xvt, c h e tr a d o tto a l la l e t t e r a : e la processione d ' infelice am ore sul pastore. Io c r e d o c h e si vogli a p a r l a r e d e l la fe sta d A d o n e, e p e r ho t r a d o t t o 1 * amo roso tribolo. Il lu ogo d e l te s t o s o s p e t t o , g l in t e r p e t r i d is co rd i.

GLI AM O R I .

245

di ghiottornie, e nel gozzo non vi cape pi b ricio la, fanno le schive, appena toccano con la pu n ta delle dita le vivande e le gustano, dicendo che la notte non d o rm o n o , che han no b ru tti sogni, e tro vano il letto pieno di spine. N o, pieno di sozzure, o chi n esce ha bisogno subito d un lavacro. E questa la vita bella che menano. Se poi uno volesse e n tra r pi a d d e n tro e nei p a rtic o la ri, vedria cose pi b ru tte , e ve ram en te m a n d e reb b e a Prom eteo il c an c h ero , come dice M enandro :
E poi mi sta nn o a dire cbe Prometeo Non meritava d essere inchiodato A quelle rupi ? Egli ci diede il f u o c o , Ma nieute altro di buono. Fece u n m a l e , Pel q ti a l, cre d i o , ta tti gli Del V ab bo rro no , L e femmine form . Numi b e a ti, Che b r u tta raz zai O ra am m ogliati, ammoglia. T utti i vizi con lei t en tran o in ca sa ; Il ganzo tre sca pi di te nel letto ; Hai a te m er v e l e n i, ed il pi grave Di tu tti i m a l i , invidia , che nasce , E c r e s c e , e p a s c e , e m u o re con la donna.

Chi pu cerc are questi beni ? a chi pu piacere u n a v ita cos infelice? Mettiamo ora a fronte di queste sm ancerie,fem m in ili la m aschia educazione d e fanciulli. Levatosi la m attin a il g a r zonetto del suo letticello, con acq ua c h ia ra snebbiatisi gli occhi dal sonno che vi r im a n e , ed affibbiatasi la sac ra clam ide su l o m ero , esce della casa patern a col capo c h in o , senza r i g u a rd a r nessuno di quei che scon tra pe r v ia . Lo segue una m odesta sc hiera di famigli e di pagg i, con in m ano onesti istrum enti di v irt ; non pettini pe r rassettare la c h io m a , non ispecchi per m ir a r v is i, m a borse piene di q u a d e r n i, e libri contenenti le opere della v irt e del sapere antico ; e , se si va dal m aestro di m usica, con l arm oniosa lira. T utte le dottrino onde la filosofia ad orna l anim o ei va p e rc o rre n d o , e q u an do la mente sazia di questi stu d i, affatica il corpo in liberali esercizi. Maneggia tessali c avalli, e d egli come puledro scoz zon an dosi, nella pace si add estra alla g u e rr a , tira saette con l a rc o , scaglia lanciotti a m ano. Dipoi s unge n ella p a le stra , dove sotto la fersa del sole impolvera ed in d u ra il c o rp o , lot t a n d o , strapazzandosi, gocciolando s u d o r i ; qu in d i lavacro si-

240

GLI AMOIU.

spedito) o 'pasto sobrio pe r rim e tte rsi subito al lavoro. E d eccolo di nuovo con m ae stri, e con u n b reve ed accurato sommario d antichi fatti, in cui detto quali furono gli eroi pi forti, quali diedero m aggiori pruove di p r u d e n z a , quali seguitarono giustizia e tem peranza. Con tali v irt quasi inaffiando l anim a a ncor te n e r a , allor che la sera d term ine all occupazione, preso q u a n to cibo richiede lo stom aco, dorm e dolci so n n i, dopo le fatiche del giorno riposan do pi sap oritam ente. O r chi non diverrbbe innam orato d un tal garzonetto? chi p o tre b b essere cosi cieco degli.occhi e corto della m e n te ? Come non am arlo, se egli M ercurio nella palestra, Apollo quando suona la lira, Castore q u an do cava lca , e spiega divine v irt in corpo m or ta le ? O h , pe r me io non vi chiedo a ltro , o Dei celesti, che vivere sem pre cosi, seder dirim petto all amico m io , da vicino udirlo dolcem ente p a r la r e , uscire con lu i, accom pagnarlo sem p r e , n spiccarm egli mai dal fianco. Un am ad ore v o rria che il suo am ato m enando u n a vita senza inciam pi e senza m alanni pervenisse tranquillam ente alla vecchiezza senza p ro v a r colpo d invidiosa fortuna. E d io , se , come legge della n a tu ra u m a n a , lo p re n d er u n a m ala ttia, io mi amm aler con lui ; se and e r per tem pestoso m a re , io navigher con lui; se u n tiranno lo m etter in c ate ne, io mi m etter negli stessi ferri con lu i; chiunq ue odier lui sa r nem ico m io, ed amer quelli che gli v o rra n n o b e n e ; se vedr lad ro ni o nemici assalirlo, io lo d i fender di tutte mie forze; e se egli m o rr , io non vorr vi v e r e , ed a quelli che dopo di lui mi s ra n cari io dar gli ultim i comandi di rizz are u n tum ulo p e r tutti e d u e , alle sue ossa mescolare le mie ossa, e le m ute ceneri non separare. E non sarei io il prim o a far q uesto pe r uno degno dell amor mio ; m a gli eroi che p e r senno sono vicini agli Dei ne d ie dero l esempio, nei quali questo am ore d amicizia spir con la m orte. E ran o an co ra fanciulli q u an do Focide accoppi O re ste e P ila d e , che p re n d en d o u n dio a m ediatore del loro affetto scam bievole, come so v ra la stessa b a r c a navigarono il m ar della vita : e n tra m b i uccisero C litenn estra, come se fossero figliuoli d A gam ennon, e n tra m b i E gisto: qu ando le furie agi tavano O reste, Pilade n era p i stra z ia to , e nel giudizio corse lo stesso pericolo. Questa loro am orosa am icizia non si stette

GLI A MO RI.

247

nei confini della G re c ia , m a navig con loro sino agli ultiiiy t e rm ini della Scizia, dove giunsero l uno a m m a la to , l altro che lo curava. Dismontati in T a u r id e , tosto la furia del m a tricidio si fece loro incontro ; e m entre i b a rb a ri li acc erc h ia va n o , e Oreste pel consueto furore giaceva cadu to a te r ra , Pilade :
La chioma gli te r g e v a , la persona Gli d ife n d ea, gli ricopria col peplo Di compatto tessuto

m ostrando affetto non pure d am ante m a di p ad re. E q u ando fu deciso che l uno de due doveva rim a n e re per essere ucciso, e l altro to rnare in Micene a p ortare la lettera , ciascuno d e due vuol rim a n e re , ciascuno crede di vivere nell altro che rim an vivo. Rifiuta la lettera O reste, dice che meglio consegnarla a P ilade, e d a am ato quasi diventa am adore :
Cho costui m o r a , . a h n o , tro ppo tu grave. P o rtar solo d e b b io questa sventu ra .

o poco appresso dice :


A costui d il fog li o, Vada egli ia A r g o , cosi f ar tu devi* Me poi chi vuol m uccida.

E cos veram ente : q u a n d o u n am ore onesto n u trito sin dalla fanciullezza viene all et della ra gion e , l am ato ria m a egual m e n te ; onde difficile disc erne re chi dei due l a m a d o re , ch come in uno specchio l affetto dell am adore rifletto la sua im m agine n e ll affetto dell amato. Perch d u n q u e tu rim prov eri all et n o stra , come strana lu ssu ria , questa cosa che definita p e r leggi divine venuta fra noi e per successione? R icevia m ola volentieri, e serbiam ola con casta intenzione. E veram ente b e a to , come dicono i sa p ien ti, l
chi ha gioyaui donzelli E cavalli di sa!d) unghia.

e
Passa M orbid am ente sua vecchiezza il vecchio A mato dai garzoni.

Le d o ttrin e di Soc ra te , e quella sua scuola che si splendida

218

GLI A MO RI.

m ente giudic della virt, furono o n o ra t o dal tripode di Delfo. V erace oracolo fu il responso d Apollo. Socrate fra i mortali sapientissimo, il quale fra tan te belle cose che insegn al m on d o , aggiunse come cosa utilissim a l am or dei fanciulli. Ma bisogna am are i ga rzon i, come Socrate am Alcibiade, il quale dorm i con lui sotto la stessa clam id e, come suole figliuolo con padre. Ed io infine del mio discorso vo ripetere quel consiglio che Callimaco d a tutti.
V o i c h e a i f a n c i u ll i nvote gli oc chi g h i o t t i , S e li a m a s t e cos c o m e vi dice L E r c h i o d a m a r l i , la c it t di p r o d i E v a le n t i g a r z o n i f i o r i r e b b e . 1

Con questa intenzione, o -g io v a n i, accostatevi m odestam ente ai buoni fanciulli, e non b a r a tta n d o p e r un bre v e diletto una lunga benevolenza, sino alla virilit non nascondete libidini sotto falsa amicizia ; m a a d o rando l A m ore celeste, serbate dalla fanciullezza sino alla vecchiaia puri e saldi i vostri affetti. Quelli che am ano cosi m enano piacevolissim amente il tempo della vita loro, di nessuna disonest la coscienza li r im o r d e , e dopo la m orte v a n n o celebrati nel m ondo. E se si deve cre dere ai filosofi, quelli che vivono cos a m a n d o , dalla terra vo lano nell e tere; ed in una vita m igliore, poi che sono usciti di q u e sta, h an no il premio della v irt , 1 im m ortalit. Poi che Callicratide disse queste cose con certa giovanile bald a n z a, Caricle voleva replicare, m a io lo te n n i, ch gi lora 'e ra t a r d a , e,do v e v am to rn are alla nave. Mi p regaron o che io dovessi m anifestare il mio p a r e r e , ed io bilanciato un po l un discorso e l a ltr o , dissi : I vostri discorsi, o amici m iei, non mi paiono im provvisi e a caso ; m a vedo chiaro che furono lungam ente pensati e profondam ente m editati ; perch di quanto ci si p otria d ire non avete lasciato niente ; ed avete m ostrata molta conoscenza dell argom ento, e maggiore efficacia di r a gionare. Onde io vorrei e s s e re , se fosse possibile, quel T era m ene che fu detto il C o tu rn o , per d a r ragione e vittoria a tutti
1 C r e d e s ch e q u e s to E rch io s a S en o fo n te c h e fu d e l b org o d e t t o r ebi o. E S en o fo n te n e i M em orabili n a r r a in q u a l m a n i e r a S o c r a t e s v o ls e Crizia d a l l i m p u r o a m o r e di E u tid e m o .

GLI AMORI.

249

e due : 1 m a perch voi non ve n acchetereste, ed io q u a n d o sarem per m are non voglio p i im pacciarm i di queste faccen d e , vi dir al presente ci che mi p are giusto. Le nozze sono u n a cosa utilissim a alla vita u m a n a , ed u n a b e a titu d in e q u and o riescono felici : l am or dei fanciulli, q u and o stretto dalle caste leggi dell am icizia, io tengo sia opera della sola filosofia. Onde le nozze sieno per tutti ; 1 am or de fanciulli sia pe soli filosofi; che nelle donne non esiste v irt perfetta. E t u , o Caricle , non avere a m ale se Atene ha sgarato Corinto. Cos per un po di vergogna in q u a ttro parole spippolata questa sen ten z a, mi rizzai. C aricle afflittissimo allung il viso, e pareva come io lavessi con dannato a m orte ; lateniese lieto e raggiante in v olto, c am m in a v a trio n fa n te, come se avesse vinto i P e rsia n i a Salam ina. E c ebbi il mio com penso p e r questa sentenza; ch egli ci diede un magnifico desinare pe r c e le b ra r la sua vittoria essendo egli molto splendido. Io intanto a bassa voce davo un p o di conforto a C a ric le, lo dandone la bella facondia, e dicendogli sem pre che egli soste nendo la parte pi difficile s era portato assai brav o. La nostra d im o ra in C nido, e i discorsi fatti nel sacro ric in to , che furono s piacevoli ed istru ttiv i, ebbero qu esta conchiusione. E t u , o T eom nesto, che mi hai ridestate queste antiche m em o rie , se allora eri giudice t u , com e avresti sen ten z iato ? ' Teomnesto. E mi tieni si sciocco e s m in c h io n e, giuro agli D ei, che io voglia opporm i al tuo giusto giudicato ? Con tanto diletto ho udito quei ra g io na ri c he mi pa rev a d es sere in Cnido, e quasi credevo che qu esta casetta fosse quel tempio. N ondim eno (giacch si pu d ire ogni sproposito in giorno di fe sta , e la piacevolezza accresce l allegrezza) quel discorso dell am ado re d e 'fanc iulli m p aruto troppo se v e ro ; ne ho a m m ira ta la g ra v it , s i , m a non cred o che sia u n a cosa troppo piacevole, stare gl interi giorni con u n bel gio vanotto, e patire le pene di T antalo ; e m en tre la bellezza tin ond a per
1 Q u e s to T e r a m e n e fu u n b in d o lo c h e m u t a v a s i s e c o n d o i te m p i. Q uei di Chio e q u e i di C i e r a n o in g u e r r a fra lo r o ; e d ei c o n q u e i di C h io s i d ic e v a di C h io , e con q u e i di Ci si d ic e v a di C i . i n fatto e r a di Ci . F u c o g n o m in a t o il Coturno, p e r c h c o m e il c o t u r n o , c h e si c a l z a a l pi d e s tr o c s i n i s t r o , egli si a d a t t a v a a tu t ti. ( Scolio greco.)

250

GLI

A MORI.

gli occhi, poter b e re , e patir la sete. Non basta vedere lam ato garzone, n sedergli dirim petto e udirlo pa rla re : m a Am ore va per u n a scala, di cui il p rim o gradino la v ista, e vuol vedere ; e poi che ha rim irato , vuol avvicinarsi e toccare ; e se anche tocca con le sole pun te delle d ita , scorre il piacere per tutto il corpo. O ttenuto questo agevolm ente, segue la terza pruov a del bacio, non di botto m a a poco a poco avvicinando le l a b b r a alle la b b ra , appena toccarle e r i t r a r s i , pe r non la sciarvi orm a di sospetto. Dipoi acconciandosi a ced e re, col continuo abb rac cia re si am m ollisce, e talvolta an co ra rivolge leggerm ente la b o c c a : intanto le m ani non is tie n o i n o z i o , ch anche il tastare sopra le vesti fa venire il piacere : ed insensi bilm ente ficcagli la m ano de stra nel seno, prem i le m ammelle che subito oltre il na tu ra le si gonfiano ; e per tu tta lampiezza del riton detto ven tre p e rco rri leggerm ente con le dita ; di poi il fiore della p rim a lanugine.
Ma a ch e riand quelle arcane cose?

Q uando s giunto a questo , am ore arroventa i ferri, come dice il com ico, e m artella su l incudine. Cosi vorrei am ar garzoni io. Quei dottori sputasenno e quei filosofi che h anno le sopracciglia inarcate al diso p ra delle t e m p i e , contino agli sciocchi le loro frasche e i loro paroioni ; ch Socrate era un am a d o re, come ogni a ltr o ; ed Alcibiade che si corc con lui sotto la stessa c o ltre , non se la pass cosi netta. Non m arav i g lia : ch neppure P atroclo e r a am ato d a Achille p e r sedergli soltanto d i r im p e tt o , "
Dalle la b b r a peodeodo del Fetide Finch finisse il canto,

m a in mezzo alla loro am icizia c e ra quel piacere. Infatti Achille gemendo p e r la m orte di P a troclo , e non sapendo celare l affetto, usc a dire la v e rit : '
' E quell uso di sta re san ta men te F r a le tu e cosce io piango.

E quei m attin a to che i Greci chiam ano Cornasti, io credo che sieno am adori d i professione. O h, qui d ir alcuno, queste son

GLI AMOUI.

251

p o r c herie e non si debbono d ire : si, m a sono anche v e rit , p e r la V enere di Cnido. Licino. Basta q u i , o caro T eom nesto : io non voglio che tu trovi un appicco p e r fare tu un terzo discorso. Le son cose coteste che si ponno u dire solam ente in u n giorno di festa: e poi sieno sem pre lontano dalle orecchie mie. Ma tronchiam o ogni indu gio, e usciam o in piazza : gi l o ra che si accende la p ir a in onore di Ercole in com m em orazione di ci che avvenne sul m onte O e t a , ed uno spettacolo piacevole a rig u ard a re.

252

XXXVIII.

LE

IM M A G IN I.1

Lic i no c P o lis tra to . Licino. Cos forse avveniva a quei che vedevan la Gorgo n e , come dianzi avveniva a m e; o P o listrato , che vedevo u n a bellissim a donna. Poco m anc, come dic la favola, che di .uom o non ti divenni sasso, si gelai dello stupore. Polistrato. Oh 1 la d e v essere u n nuovo m iracolo di bel lezza se un a d o nna colpisce Licino : ch piuttosto i garzoni fanno in te questo effetto ; e sa ria p i facile sm uovere m onte S ip ilo , che spiccar te dai leggiadri d o n z elli, innanzi ai quali ti rim ani a bocca a p e rta , con gli occhi fissi e spesso im b am bolati, che pari proprio la figliuola di T a n t a lo . Ma d im m i, chi cotesta Medusa che im pietrisce? e di qual p aese? ch vorrei v ederla anch io. Non a v rai in v id ia ; c r e d o , che io la vegga, n t ingelosirai se voglio aneli io gelare rigu ardando la d a vicino. Licino. Ed io ti so dire che se p u r di lontano tu la vedessi, ti c adrebb e il fiato, e resteresti pi im m oto d 1 una statua. E forse non saria si grave e s m ortale la fe rita , se tu vedessi lei; m a se ella riguardasse t e , c o m e jn a i potresti pi spiccarti da l e i ? T allaccerebbe, ti tire re b b e dov ella vuole, eome la cala m ita il ferro, Polistrato. V ia , o L ic ino , non tante m irabilia di cotesta be lle zz a; e dim m i chi la donna.
1 Q u e s to dialo go e d il s e g u e n t e c o n t e n g o n o lodi s tr a b o c c h e v o li e p r e s u n t u o s e d u n a d o n n a di S m ir n e , d e t t a P a n t e a , am ic a d i L u c i o V e ro i m p e r a t o r e , o, co m e a l t r i v u o l e , m o g l ie di A vid io C assio , c a p ita n o rom a n o. . * N iob e figliuola d i T a n ta l o , fu m u t a t a n el Sipilo, m o n t e p r e s s o Smir n e , d a l q u a l e g e m e v a n o m o l t e a c q u e , c h e p a r v e r o l e la g r im e di Niobe:

LE IMMAGINI.

253

Licino. Tu credi che io esageri, ed io temo che tu v eden


dola dirai che te n ho detto poco : tan to ella ti p a rr m aggiore d ogni lode. Chi ella sia non ti saprei dire : m a aveva u n gran tren o , vestim enta sfoggiate, e un uchi ed ancelle m o lte , e insom m a pareva di condizione m aggiore che p rivata. , Polistrato. E non t inform asti del nom e, come si c h ia m av a ? Licino. No: solamente so che di Jonia. P e rc h m e n trella p a ssa v a , uno dei tanti che la rig u ard a v an o voltossi ad un vi c in o , e disse : Eccoti la bellezza di S m irn e : e non m arav i glia se la bellissima delle citt jon iche produsse questa bellis sim a donn a. Mi parve anche di S m irne colui che parla v a, tanto si gloriava di lei. Polistrato. E tu 1 hai fatta pro p rio d a una pietra a non m uoverti affatto, a non an d arle a p p resso , a non d im a n d a r quello sm irn ese, chi ella era. Alm eno fam m ene una p ittu ra , come puoi, con le parole ; ch forse cos la riconoscer. Licino. Pensi tu che cosa mi d im a n d i? A ltro che parole ci vogliono, e poi le m ie, p e r ritr a r re u n im m agine cosi m ira b ile , che appena o Apelle, o Zeusi, o P arrasio p a rre b b o n d a .t a n t o , o pu re se- uno fosse F id ia o Alcam ene. Io guaster l originalo p e r m anco di arte. Polistrato. P u r e , o L ic ino, dim m i che viso ella aveva. Ch non u n a r d ir e pericoloso, se ad u n am ico ne ritra i l im m a g in e, com un que vada il disegno. Licino. E bb en e per m etterm i al sicuro voglio ch ia m are al l opera alcuni degli antichi artefici, affinch mi ra p p rese n tino essi questa donna. Polistrato. Che vuoi d ire o ra ? o com e ti aiu te ran n o e ssi, che son m orti d a tanti a n n i? Licino. Facilm ente ; se non ti gra v a di risp o n d e rm i u n po. Polistrato. D im anda pure. Licino. Sei stato m a i, o Polistrato, nella citt dei C nidii?/ Polistrato. O h , s. Licino. D unque hai certam ente veduto la loro V e n e re ? 1 Polistrato. S , per Giove! la pi bella delle opere di P r a s sitele . 1
' N egli A m o r i d e s c r i tto il te m p io c la s t a t u a , e d n a r r a t a la favoLUCIANO. 2. 22

L E IMMAGINI.

Licino. E udisti anche la favola che n a rran o i cittadini-in to rno a l e i , come un o s innam or della sta tu a , e nascosamente rim astosi nel tem pio , si Congiunse, come pot, con quella sta tua. Ma di ci ti conter u n altra volta: t u , giacch dici di a v e r v edu ta qu e sta, rispo ndim i u n a ltra cosa. E quella degli Orti in A ten e, la Venere d A lcam ene, la vedesti m ai? Polis/rato. Oh, sarei il pi trascu rato del m ond o, se non avessi vista la pi bella sta tu a di Alcam ene. Licing. Non ti d im a n d e r , o P o listra to , se tu m ontando spesso su la cittad e lla , rim irasti la S o san d ra di Calamide. Polistrato. Anche questa ho m ira ta spesse volte. Licino. E queste bastano. Ma e delle opere di F idia quale pi ti p iacq ue? . Polistrato. Q uale? la L ennia ; 1 vi scrisse anche il suo no m e F id ia ; e l Am azzone appoggiata all asta. Licino. Le pi belle, o amico mio. Sicch non c bisgno di altri artefici. Or io ti m o strer , come p o ss o , u n im m agine com posta d i.tu tte queste, e che ab b ia il meglio di ciascuna. Polistrato. E d in qual modo pu farsi cotesto? Licino. Non difficile, o Polistrato, s e o r a m e t t i a m qulle im m agini in m ano all E lo quenza, e le diam facolt di o rna re in altro m odo, e c o m p o rre , e arm onizzare il pi acconciamente che p u, serb and o u nit insieme e variet. Polistrato. Bene : se le p ig li, e faccia ella. Voglio vedere come ne u s e r , e come di tan te com ponendo u n a sola, non la far sconcia. Licino. Or vedi come ella fa l im m agine, cosi com po nen dola. Da quella di Cnido piglia il solo c a p o ; ch il resto del c o r p o , che n u d o , non bisogna : la ch io m a , la fro n te , e le ben delineate sopracciglia diam ogliele come le fece Prassitele; ne gli occhi mettile quella lang uid ezza, q u e l , r i s o , quella g ra zia che Prassitele mise in q uelli; le gote e tutto il dinanzi del viso le dia Alcam ene da quella degli Orti ; ed anche la svella. A ten e o d ic e c h e P r a s s i t e l e n e l fare q u e l l a s t a t u a e b b e a m o d e llo F r in e s u a a m ic a , e b ellis s im a . , 1 N e ll a c i tta d e ll a d ' A ten e e r a la s t a t u a di M in e r v a , d e t t a L ennia, o da q u e i di Lfcnno c h e l a d e d i c a r o n o , o d a u n lu ogo in e s s a c i tta d e ll a , chia m a t o Aip.vfiu

LE

I MMAGINI.

233'

tezza delle m a n i, la proporzion dello p a lm e , e la mollezza delle d ita sottili in p u n ta d a quella degli Orti. F id ia le d a r il con to rno di tutta la faccia, la schiettezza delle g u ance, la sim m e tria del naso della sua L e n n ia ; e la compostezza della bocca, ed il collo dell Amazzone. C alam ide l a d o rn e r della verecon dia della su a S o sandra, e di quello stesso sorriso dignitoso e lieve: e le d a r l acconcezza e decenza delle vesti a nche della S o s a n d ra , se non che ella av r scoperto il capo. E che sta tu ra le d a rem o ? Quella della V enere di*Cnido : ce ne d a r la m i su ra anche Prassitele. Che ti p a re , o Polistrato? s a r bella lim m agine? Polistrato. E specialmente q u and o sa r com piuta al punto. Ch a n c o ja m a n c a , o amico m io, u n a bellezza alla tua s ta tu a , nella quale le hai adu nate tutte. , Licino. E q u a le ? Polistrato. Non la pi p icc ola, o amico ; se pu re non credi che conferisca poco alla formosit il colorito conveniente' a ciascuna delle parti del c o rp o , s che le nere sieno d Un bel n e r o , e cosi le b ia n c h e , e quelle che debbo no essere rifiorite di vermiglio. P er forge m anca a n co ra il meglio. Licino. E queto donde lo piglierem o? ch iam erem f o rse 'i pitto ri, specialm ente i pi b ra vi nel tem p e rare i colori, e d a re il colorito? S i, chiam iam Poiignoto, e d E u fran o re , ed Apelle, ed Aezione^ Ma si spartiscano il lavoro : E ufranore colorisca la Chioma, come quella che dipinse a G i u n o n e ; Poiignoto le dia l bellezza delle so pracciglia, e l incarnato delle gote, che diede a C assandra nella stanza del c o n v e r s a r e 1 in Delfo : e le faccia a n ch egli la veste di sottilissimo lav o ro , dove assettata, dove fluttuante. Tutto il resto della "persona lo dip in ga A pelle, come specialm ente dipinse P a n c asta * non troppo b ia n c a , m a d un leggiero in carnato : e le lab b ra le faccia A eziono, come quelle di Rossane. Ma lasciamo E ufranore gd Apelle, e pigliamo
' Il G e s n e r o u q u e s t o lu ogo c i ta il pas s o di P a u s a n la [Phoc. p a g . C57.) che p u tr a d u r s i cosi. V ' u n a s ta n z a p i t t u r a t a * d a P o iig n o to p e r vo to f atto d a q u e i di G uid o, la q u a l e I Delti c h i a m a n o L e s c u e ( s t a n z a d e lco n vtrsare); p e r c h q u iv i neg li a n t ic h i te m p i 6i r a g u n a v a n o p e r c o n v e r s a r e di g rav i c o s e e di a n tic h i miti. Dipoi P a u s a n ia d e s c r i v e l u n g a m e n t e le p i t t u r e di P o iig n o to , e d a n c h e la C a s s a n d r a , c h e e r a n o in q u e l l a s tan z a. 1 P an c asta , m e g lio d e t t o c h e Pacala, fu c o n c u b i n a d i A le s s a n d r o ; '

256

L E IMMAGINI.

Om ero che principe dei pittori. Di quel colore che egli rico mpri l anca di Menelao, assomigliandola ad avorio tinto di por po ra , di quello sia tutta la carnagione. Egli faccia il disegno degli occhi grandi e bovini : m a il tebano poeta lo aiuti a c o lo rir le palpebre screziandole di viola. Omero ancora le dia il facile sorriso, le candide braccia, le rosee dita, e alla u re a Venere assomigli costei pi giustam ente c he la figliuola di Briseo. E questa sa r l opera degli s c u lto r i,. d e d ip in to ri, dei poeti. Ma la grazia che d vita a tutto q u e s t o , anzi le grazie tutte e gli am ori che le svolazzano in to rn o , chi potrebbe mai r i tr a r teli? Polistrato. T u mi parli di cosa d iv in a , o Licino : costei p e f fermo discesa da G iove, e nata in cielo. E che faceva ella quando- la vedesti? Licino. T en e v a in m ano un libro spiegato, e pareva d av ern e gi letta u n a p a rte . M entre cam m inav a ragion ava con uno di quelli che l accom pagnavano di' non so c h e,co sa, perch non s udiva p a rla re m a sorrid end o m ostrava certi denti.... che posso d ir ti, o P o listrato , come eran o b ia n c h i, ed e gu ali, e commessi fra loro? Se mai vedesti bellissim a collana di lucentissim e p e rle , e d u n a medesim a g ran dezza, cosi erano in due filze, e pir spiccavano pel verm iglio delle la b b ra : den tro le quali p a rev a n o , come dice O m ero, d avorio segato : non g r a n d i; non isporgenti, non larghi come l h a n n o a lc u n e , m a tu tti uguali ,-d un colore, d u n a g ra n d e z z a , d una distanza fra lo r o : m irabilissim a coa a v e dersi, eccedevano ogni um ana bellezza. Polistrato. Sta cheto. O ra capisco bene chi costei : la riconosco a ci che m e ne dici, ed alla p a tria . M hai .detto che aveva u n seguito di e unuchi. Licino. Si, e di soldati ancora. Polistrato. D u n q u e , am ico m io , tu p arli della d o n n a del l im peratore : la ta n to famosa ! Licino. E come*si c h ia m a ? Polistrato. Anche il n o m e, .o^Licino, dolce ed amabile. Ha lo stesso nome della bella moglie di A b r a d a te . 1 Ti ricorda, 1 S enofonte n ella Ciropedia d ic e che"la m o g l ie di A b r a d a t e ch ia m a v a s i P a n t e a : o n d e a n c h e c o s te i ha q u e s to " n o m e .

LE

IMMAGINI.

251

tu che tante volte hai letto Senofonte, come egli loda u n a sag gia e bella d o n n a ? Licino. S : e mi fa tan ta im pressione quel luogo quando 10 lo rile g g o , che mi pare quasi di vederla e di u d irla dire quelle parole, e come arm il m arito , e con quale anim o lo accom pagn alla battaglia.Polistrato. E ppure tu l hai veduta u n a volta sola passare come u n lam p o, ed hai lodato ci che ti venuto agli o cchi, 11 corpo e le sue forme : m a tu non ne vedesti le doti dellani m o , e non sai che ella h a in s u n a bellezza molto maggiore e pi divina di quella del corpo. Lo so i o , che sono suo com pa triotto e fam igliare, e le ho parlato tan te volte. Ed io pi della bellezza lodo, come fai anche tu , la b o n t , l um an it, la m agnanim it, la m odestia, l istruzione le quali son pi pregevoli del corpo : e il dire il co ntrario sarebb cos ridicolo come se uno pi della persona am m irasse il vestito. L a perfetta bellezza, a crede r m io , q u and o si uniscono insieme virt di anim o e formosit di persona. E v eram ente io 'ti potrei ad d ita r m olte d o n n e , che hanno forme belle, m a le disabbelliscono pe r altr co se : non appena p a rla n o , e quella bellezza sfiorisce, e perdesi, d e g rad a ta , e sfigurata, e serva d u n a malvagia padrona, d u n a n im a trista cui immerit,amente u nita. Queste tali a me paiono simili ai templi e g iz ia n i, bellissimi e grandissim i edi lzi, lavorati di pietre preziose, ornati di oro e di' p itture , ma se d entro vi cerchi il d i o , una scim ia, o un i b i , o u n becco, o una gatta. E di queste se ne vedono tante! Non b a sta a d u n que la bellezza se non orn a ta dei veri o rn a m e n ti, non di ve sti di p orp ora e di collane, m a di quelle virt che test dice vo , di m odestia, di m an suetudine, di u m an it, e di altre sim ili a queste.

Licino. E b b e n e , o Polistrato, parole p e r parole, com pen sam i con la stessa m is u ra , come si d ic e , anzi con m igliore, ch ben lo puoi : e dipingim i l im m agine dell anim o di costei, acciocch io non l am m iri a mezzo. Polistrato. Amico m io , tu non mi metti a piccola g a r a : ch non la stessa cosa lodare ci che apparisce a tutti e d i c h ia rare con parole ci che non , manifest. E credo che per fare l im m agine avr bisogno anch io d aiuto, non pure degli
C)G)

258

L E IMMAGINI.

scultori e dei pittori, m a dei filosofi a ncora , perch il ritratto corrisponda alle loro regole, e sia perfetto secondo l arte a n tica. Ora via facciamolo. E p rim am ente u n pa rla r c hiaro, a r m onioso, e pi dolce del mele scorre dal labb ro di costei pi che del vecchio di P ilo , come direbbe Om ero. Il tuono della voce m orbidissim o, non grave che si accosti al virile, n troppo sottile che paia del tutto femineo e languido, m a come sa ria q u e llo d un fanciullo non ancora p u b e re, soave e carez zevole, entra dolcemente nell orecchio, per modo che anche' quando la parola cessa, rim an e la voce e s aggira nell orec chio, come u n eco che prolunga l u dito, e lascia nell anim a le orme delle parole piene di dolcezza e di persuasione, E q u an do con quella bella voce ella c a n ta , specialmente su la c etra, allora si, allora debbono tacere gli alcioni, le cicale, e i c ig n i, che a petto a lei non sanno cantare ; e se mi nomini la figliuola di P an d io n e, a n ch ella rozza e senz a rte , bench m andi voce si melodiosa. Orfeo'ed Anfione che tanto alletta vano chi li udiva, e tiravano col c anto anche le cose in a n im a to ,. se udissero costei, fors lascerebbono la c e tr a , e rim a rreb b e ro taciti ad ascoltarla. Ch veram ente quel se rb a re arm o nia p e r fettissim a, d a non uscir punto del ritm o , m a opportunam ente coi tuoni acuti e coi bassi v ariare il c anto, quell accordo del canto alla cetra ; q uell a n d a re ad un tempo la ling ua , ed il p l e t t r o ; 1 quella facilit di d ita ; quella pieghevolezza: di m em b r a , come mai poteva averlo quel trac e, e quell altro che m entre pasceva i buoi sul Citerone si spassava a sonare la c etra ? Onde se m a i , o Licino, tu lu dirai canta re , sentirai non p u re 1 effetto che fanno le G orgoni, di uomo divenendo p ie tra , m a conoscerai ancora quello che facevano le S ire ne, rim a rrai come inca ntato , dimentico della p a tria e della famiglia : e se turerai con cera le orecchie, anche per la cera passer il can to. Ti pa re di udire una T ersic o re, una Melpomene, o la stessa Calliope che con la sua arte ti d infiniti e vari diletti. In una parola imm-agina di u d ire un tal c an to , quale si conviene che esca di quei labbri e di quei denti. T u l hai veduta : ora im m agina ancora di averla udita. Il suo favellare terso, e schiet1 Plettro , p e r c h i'n o i sa e r a u n is t r u m e n t o con cu i s i to c c a v a n o le cor* d e d ella c e tr a : e d a n c h e 1 a r c h e tt o d e l violino.

L E IMMAGINI.

259

tam ente giono , la sua piacevolezza nel c o n v e rs a re , i molti e le grazie attiche 1 di cui ricca non debbono far m araviglia : perch l cosa che le vien dalla pa tria e dai suoi m a g g io ri,' essendo ella di colonia ateniese . 1 N mi m araviglio se ella molto vaga e p ratica di poesie, essendo c ittadina d Omero. E cco ti, o L icin o, u n a sola imm agine della bella voce e del canto di c o stei, corrie io ho saputo ritra rte la alla meglio. Or m ira anche le altre im m a gini; ch io non voglio, come t e , comporne u n a di molte (ch questa non gran cosa anche in p ittu ra , di molte e varie bellezze form are una so la, multiforme e diversa); m a tutte le v irt dell anim a sa ra n n o dipinte cia scuna in una im m agine.che ritra g g a 1 . originale. Licino. T u m inviti a festa ed a nozze, o P olistrato, e mi p a re che davvero mi vuoi d a r m isu ra colma p e r rasa. Colmala a d u n q u e , ch non mi potresti far cosa pi grata.Polistrato. D unque giacch, innanzi a tu tti i begli studi debbono andare le lettere, specialmente quelle che esercitano la m em oria e l intelligenza, formiamo questa imm agine v a ria e multiforme, per dipingere un po ahche secondo la tua m a n iera. Sia d u nq ue cosi d ipinta che ab b ia tu tti i beni di Elicona, che sappia n o,n come Clio, o P o lin n ia, o C alliope, o le altre m use, ciascuna delle quali sa tjna sola a r te , m a tu tte , e quelle a n co ra di Mercurio e di Apollo. Ch q uan to i poeti dissero o rn a ta m ente in versi, o gli oratori in m aschie prose, q u a n to gli storici n a rra ro n o , e i filosofi consigliarono, t u t t o 'a d o r n i questa ifnmagine ; e la colorisca non pure di f u o ri, m a la p e n e tri a d e n tr o , si che sia im b evu ta e sazia di color. E q u i m i scusi il non potere m ostrare nessun antico modello di- q u e sta pittura : p erch non v m em oria di tante lettere fra gli a n ti chi. Ma, se c re d i, riponiam o questa im m ag in e, che non d i spregevole , come a m e pare.

Licino. Bellissima, o P o listra to , e di perfetto disegno. Polistrato. Dopo di questa a dipingere lim m agine della
sapienza e del senno. E qui i n i ci vo rr di molti m odelli, spe cialmente a n tic h i, ed un o di Jonia stessa. Pittori ed artefici di questa imm agine saranno Eschiue socratico, * e Socrate stesso, 1 A lcu n i d is s e r o S m irn e co lo n ia a t e n ie s e , e f a b b r i c a ta d a T es eo . 1 S e c o n d o D io g ene L a erzio e d A te n e o q u e s t o E s c h in e s o c r a tic o s c r is s e

260

LE IMMAGINI.

valentissimi fra lutti i ritra ttisti, perch dipingevano anche con amore. Quell Aspasia di Mileto, che fu am ica dell Olimpio , 1 anch egli m irabilissim o, poniam o a perfette* modello di senno; e q uanta perizia, quanto acume nelle faccende politiche, ed accorgim ento, e sagacit ella a v ev a , tutto va copiato esatta mente nella nostra d ipintu ra : se- non che quella im m agine era dip inta sopra una tavoletta, e questa di grandezza colossale. Licino. Come dici questo? Polistrato. P e rc h , o L ic in o , io dico che queste imm agini sono simili s , eguali n o ; come non eguale,, anzi neppur s avvicina, la* repubblica ateniese d allora al presente im pero rom ano. Onde bench p e r sim iglianza questa la stssa di q uella, pe r grandezza molto m aggiore, p erch dipinta sovra u n a larghissim a tavola. Il secondo ed il terzo modello sieno T ean o, e la potessa di L esbo, ed oltre a queste Dioti m a. Lalta intelligenza' le dia T e a n o , Saffo lo squisito g usto, e Diotim a non pure le dia la scienza, che in lei am m ir Socra t e ,1 m a la p ru den za ancora ed il consiglio. E cosi fa tta , o Li cino, riponiam o questaltra imm agine. Licino. S i, o P olistrato; ed ella m irbile. Dipingi le altre. Polistrato. Dipinger quella 8 della sua bo nt ed um anit, la quale faccia vedere lindole sua dolce e pietosa dei miseri. Rassomigli ella- adunque a quella Teano che fu moglie di A nte no re, e ad A rete, e alla costei figliuola N ausicaa, e a q uante donne in alto stato usarono saggiam ente della fortuna. Dopo di questa si dipinga l imm agine della sua modestia, e del lamore che porta al suo com pagno, e sia simile alla figliuola d ic a rio , a Penelope modesta e saggia, dipinta da O m ero; o alla moglie di A b ra d a te , che ebbe lo stesso nom e, e cui test ho ricordato. *Licino . E -q u e s ta ltra b ellissim a, o Licino. Forse gi
u n li b r o in t o r n o ad Asp asia. Si d ic e a n c o r a c h e eg li d ie d e p e r suoi i dia lo ghi d i S ocrate : e p a r e c h e q u i L u c ian o lo c r e d a a n c h egli. V ed i il Parassito. \ P ric le fu d e t to O li m pio p e r la s u a elo q u en za. S oc r a te im p a r d a D io ti m a la s c ie n z a il a m o r e . P l a t o n e n e l S im posio. * Credo ch e d ebba d ir
t

>i V ,

e n o n r a s quella, non quelle.

LE IMMAGINI.

201

sono finito le im m agini, ch hai spiegata tutta l n i m a , lodan done ciascuna parte. Polistrato. Non tu tta : ch. an co ra m anca la lode pi g ra n de, cio che .essendo ella in tan ta altezza, non si veste di su p e r b ia , non si leva sopra l um an a condizione fidando nella for tuna., m a sem pre eguale a s stessa; non mai u n a scortesia o. u n o -sg a rb o , conversa alla civile ed alla p a ri, fa accoglienze e saluti gentili; cose cho tanto pi p iaccion o, in q u a n to ven gono da personai pi g ra n d e, e che non vi' m ette alcu na bria. E cosi quelli ch usano della potenza non per- d ispregiare m a p e r beneficare gli a ltri, paiono degnissimi dei tieni ohe hanno d a fortuna. Questi soli sfuggono m eritam ente l in v id ia : p e r ch nessuno invidia ad u n g r a n d e , che se rb a m o d era n za nella su a g ra n d e z z a , e non c am m in a , come lAte d Om ero, so p ra le teste degli u o m in i, n calpesta chi sta sotto. Questo fanno gli u o m ini di piccola levatura non avvezzi alla fortun a; quali, qu ando la fortuna inaspettatam en te subito gl inalza sovra il suo alato e su blim e cocchio, non rim angono pi quelli che e ra n o , non rig u ard a n o in gi,' m a si sforzano sem pre di m ontare fii alto. O n d e , come I c a r o , sq uag liata subito la c e r a , e c ad u te le pen n e , fanno u n ridicolo apitom bolo nellonde del m are . Ma quei che come Dedalo usano della le , e non si le v a n o ,tro p p o , sa pendo che son fatte di c e r a , e volano a modo pi u m a n o ,-c o n tentandosi di a n d a r pu re a fior d a c q u a , e di. spruzzarsene ta l -1 volta le ali senza esporle continuam ente al sole, quelli sicu ra m ente e m odestam ente trasvolano. E questa la locfe p rin ci pale d ; costei. Onde ella ne ha questo fr u tto , che tutti deside r a n o che a lei rim angano sem pre le a li, e le sov rab b o n d in o tu tt i b eni.Licino. Sia, o P o listrato , cosi : ella ne d egn a, che non p u re di persona bella come E le n a , m a sotto tali bellezze co pre u n a n im a pi bella e gi am abile. E ben s conveniva che u n im peratore s b uono e Benigno, fra tariti beni avesse anche qu e sta felicit, che sotto il suo im pero fosse n a ta cotal d o n n a , l quale a lui si unisse e lo amasse. Ch non piccola felicit avere u n a d o n n a , di cui si pu d ire com e O m e ro , che a ll'a u rea Venere contende il vanto della bellezza, e nellopre agguaglia Minerva. Insoiiima nessu na delle dorine si paragoni a le i, non

2G2

LE IMMAGINI.

per formose membra, come dic o O m ero , n per cuor, n per mente, ri per opre. Polistrato. Dici il ve ro , o Licino. O nde, se vuoi, mesco
liam o tutte queste im m agini! quella del corpo che tu hai fatta in rilie v o , e quelle della n im o -c h e io ho dipinte ; e di tutte com ponendo una, sola, poniam ola in un lib ro , e presentiamola allam m irazione di tu tti i presenti e degli avvenire. Infatti la sar pi durabile di quelle di Apelle, di Par'rasio, di Poiignoto, e molto pi p iac e n te , perch non fatta di legno, n di cera, n di colori; m a form ata ei sacri ingegni' delle M use, e sar u n im m ag in e.perfetta, come quella che ritra e la bellezza del corpo a l a virt dellnimo..

263 XXXIX. gO PK A LG I lf I M I G I I I .

F o l i s l r a f o e L ic in o .

Polistrato. E lla dice cosi: Io in te , o L icino', h o sc o rta molta benevolenza verso di m e , e desiderio d i o n o ra rm i,c o l tuo scritto: p erch non si danno, si gra n lodi se non si sc riv e con benevolenza. Ma sappi che' io, sono cosi" fatta i o , che gli adulatori^non mi p ia c c io n o , anzi mi se m b ra n o i m p o s to r i, e di non lib e ro 'a n im o : e q u a n d u n o 'm i.d Iodi tro p p o g ra n d i e sm isu ra te , io arro ssisco , e quasi mi tu fo le o re c c h ie ,e mi tengo piuttosto beffata che lodata. Fino a d u n certo punto si pu co m portare la lode,-fino a che il lodato riconosca di avere in s le cose che. gli son dette: al di l d i-questo sconveniente o manifesta adulazione. E p p u re io conosco m o lti, ella die, a cui piace e uno lodand oli, appicchi loro in paro le le q ualit che non h a n n o , p e r'e s e m p io , vanti di freschezza i ve cc hi, o ai de formi dia la bellezza-di N ireo e di F a n e . C re don o che" p e r lodi m utano form a e 'rin g io v a n is c o n o , come credeva Pelia. M a ' non cos: e sarebb e assai preziosa, la l o d e / s e fn fatti qual-, cosa potesse rim a n e rci della sua< esagerazione. P a rm i, d i e ella, che a costoro avvenga come ad u n uom o b r u tto che si m et tesse u n a m asch era b e lla , e andasse su p e rb o di' tale b ellezza, che ognuno gli p tria stra p p a re e s tra c c ia re , ed allora ei fa re b b e p i ridicolo, veduto con la faccia s u a , che ei n asco n deva: o com a a d un uom o piccoletto, che calzato i c o tu rn i, contendesse di sta tu ra con chi stando di terra lo sorpassa di tutto u n cubito. R ico rda v a e l l a - u n fatto, e diceva che un donna di nobile s tir p e , e p e r tu tta ltro -b e lla ed o r n a ta , m a assai piccoltta della p e rso n a , e ra lodata da un p o e ta , il quale in una canzne fra lo altre cose lo can ta v a che ella era bella

204

SO l'R A L E IMMAGINI.

e g ra n d e, e come un pioppo gJta e .d i r it t a : e d ella ringalluz ziva alle lodi, come se i versi la facessero crgscere, e agitava la m ano. Il poeta vedendo che le piaceva la lode, gliela rica n tav a 'sp e sso , fintantoch uno gli si fece allorecchio, e dissegli: Cessa, o c a r o ; se n o , la farai anche levare in pi. Sim ile a costei, anzi pi ridicola, fu Stratonica moglie di Selen c o , la qu a le propose a certi poeti -il prem io d un tale n to , a chi di lo r o jo d a s s e meglio la sua chiom a, bench ella fosse c a lv a , e . non avesse in testa neanche un capello de suoi : epp ure avendo il capo cos, e sapendo tutti 1 che una lunga malattia, l aveva rendu ta a quel m o d o , ella udiv a quei m aledetti poeti che di cevano come ella aveva i capelli b io n d i, e li a rricciavano a ci'cche, e li p a r a g o n a v a n o a llappio ; ed ella non ne aveva uno. Di tutti costoro a d unq ue ch si lasciano-dar la soia dagli a d u latori ella si rid ev a: ed aggiungeva ancora che parecchi altri non. p u r e nellessere lo d a ti, m a nel fa rsi-d ip in g e re vogliono l adulazione e .l inganno. A m an o, diceva e lla /q u e i pittori speT e ialm nte che li d ip in g o n o 'p i belli: anzi alcuni impongono a llartefice di acconciare un po il naso, d f colorire gli occhi p i . n e r i , qualche altra cosa c h e 'v o r r e b b e r o av ere ; e cosi sen za a vvedersene'abbelliscono u n altra im m a g in e , che n o n rassomiglia a loro. Q u e ste e sim iglianti cose ella dice v a , lo d an do per tu tt altro la tu a sc ritt ra ; m a non poteva tollerare ch e tu 1 hai paragonata alle dee V enere e Giunone. Questo troppo per me', diceva, anzi troppo pe r la n a tu ra um ana. Io non tj passo neppure di averm i paragonata a_ quelle e ro in e , a Pen elop e, ad A re te,Ja T e a n o , molto m eno alle maggiori tra le d e e; ch gli~dei, diceva ella,.io l i v enero a ssa i-e li rispetto. T em o a d unq ue che non mi a ccada come a Cassiopea, se ac cett questa lode.: bench e lla's agguagliava soltanto alle Nereidr, e rispettava G iunone e V e n e re ^O n d e, o Licino, ella co-, m and a che tu c a s si,q u e l t r a t t o , se' no ella se ne scagioner con le dee che-.tu l ha i scritto suo m algrado ; e vuole che tu sappia ome a lei dispiace che il- libro vada intorno co si, come o r a ' s t a , senza rispetto e tim or delle dee: perch, crede che p a rr.ella unempia, e sar su a Ja colpa a perm ettere di essere paragonata alla Venere di Cnido, ed a quella d e g li O r t i . R icor dati le parole che in fine del libro hai d ette di l e i , % com^ ella

SO TUA L E IMMAGINI:

2G5

m odesta, senza su p e rb ia, non si leva-su la condizione u m a na , ma vola te rr a terra : o dopo quelle parole la prti in cielo, e lagguagli alle dee? Voleva che tu n o n le dessi m anco senno di A lessandro, il quale, q u a n d o un architetto gli offer di' t r a - , sform are il monte Ato, e di figurarlo a somiglianza di. esso A lessandro, pe r modo che tutta la m ontagna diventasse una sta tua del re., tenente due.citt nelle m a n i, non accett quella offerta-prodigiosa; ma stim ando che era un a rd ire maggiore d e lle ,su e fo rz e, acchet quella rc h ite tto r e -d i poco probabili colossi, e comand che m onte Ato restasse al.posto suo, e non fosse rappicciolito rassom igliando a un corpiciattolo. L odava la m agnanim it di A lessandro, e diceva che egli s era fatta, u n a statu a maggiore di monte Ato nelle menti di coloro che ricorderan sem pre di l,ui : non essendo indizio di piccolo ani m o lo spregiare s stra o rdina rio onore. Ella a d u nqu e loda a n c h ella il tuo com ponim ento, e quella invenzione delle im m agin i, ma non ne riconosce la somiglianza; perch non d e gna di tanto ella n eppur d a lontan o, e n^ssunalfra che donna. Per lascia a te quell o n o ra n za , e ad o ra quei tuoi mo-., delli: tu loda c i 'c h e ella ha di u m a n o ; e non farmi," tl" dice ; la scarpa m aggiore del p ied e , acciocch non mi rom pa il muso cam m inando- E m impose dirti u n altra cosa.'M olti mi h a n detto che in Olimpia (se vero, voi altri uomini il sapete ) 1 non si permette ai vincitori di avere rizzate statue m aggioridella loro persona; che i.soprintendenti stanno.attentissim i che non si trapassi il v e to , e che lesam ipa dlle.statue si fa .c o n pi c ura che il ricevim ento degli atleti. Or b a d a , dicella, che non siamo trovati b ugiardi nella m is u ra , e i Soprintendenti non ci scartino l immagine. Queste cose ella mi ha detto. Vedi d u n q u e , o L icino, di racconciare il libro, di toglierne quella par te, di non offendere i n u m i, perch ella se ne scandalezz as_s a i, e raccapricciavasi lggendo, e si raccom andava alle d o cile non gliene volessero m ale : e la va com patita, se sentiva come donna. Q uantu n q u e, a dirti il vero, anche a me parve da dirci qualcosa. In p rim a, come io udii leggere lo scritto , non ci vidi peccato; ma poi che ella me lo h a in d ic a to , comincio ad
' Le d o n n e n o n in t e r v e n i v a n o ai giuochi o li m pic i.
LUCI ANO. 2 . 23

2G 0

S O P I U ' L E IMMAGINI.

avere aneli io .qu esta opinione: e mi a vvenut o come quando vediamo u n oggetto troppo da presso e sotto gli occhi, che noi non lo discerniamo ben e, ma se l'allontaniam o a g iu s ta .d i stanza, ci comparisce tutto nelle sue parti buone e. cattive. P a ragonare una c reatura um an a a G iunone e a V enere, che altro se non m enom are quelle" dee? .In questo caso non tanto il piccolo'ingrandisce col p a rag o n e , quanto il grande impiccoli sce essendo sforzato ad abbassarsi. Cos se cam m inassero in sieme u n uomo alto ed uno di bassa s ta tu ra , e dovessero p a r e re'e g u ali, quest uguaglianza non ci sarebbe mai ancorch il basstto si stendesse e cam m inasse su le punte dei pi; ma, se debbono pa rere e g u a l i forza che l alto si chini e paia basso. Allo stesso m odo in coteste im m agini non tanto l uomo si fa g ra n d e 's e paragonato ad u n D io, quanto la divinit deve abbassarsi e piegarsi alla fralezza um ana. E p pure se per manco, di paragoni terrestri uno pigliasse i celesti, la necessit 'd im in u ir e b b e il pccato: m a tu avendo tante belle d o n n e , a r disti di- paragonarla, a "Giunone e a Venere senza u n a neces sit. Onde questo tro ppo , e fa m a le , e toglilo, o Li c ino; p e r t i nn secondo tua n a tu r a , che u n a volta non eri tanto facile e corrivo a da r lo d i,-e d o r a .n o n so come m esci fuor del m an ico , e d avaro che n e r i, ne se diventato prodigo, e-ne - sb o rri tante. N ti vergognare di correggere lo scritto gi p u b b lic a to , ch anche F idia si dice aver fatto cosi q uando la vor il Giove per gli Elei. S tando dietro la p o r ta , che egli apri qu ando la p rim a volta m ostr la-sua o p e ra, ud iv a la gente che ripren dev a qualcosa o lodava:, c h i,d ic e v a il naso troppo grosso , chi la faccia alquanto lun g a, e chi u n a cosa e chi u n altra. Poi che tutti furono p artiti, F id ia si r i n c h i u s e l e cor resse e racconci la statua secondo il parere della gente : per ch-credeva non fosse, da dispregiare il consiglio di tanto p o pol, e che di necessit veggono m eglio;m olti che u n o , e sia anche un F idia. Queste cose,ti dico d a pa rte di lei, e -te ne prego anch io, che ti sono amico e ti voglio bene. Licino. Sei un o r a to r .s valente, o Polistrato, ed io noi sapevo ! Si lunga d iceria, e tale u n accusa hai sfoderata con tro il mio scritto , che non m h a i lasciata neppure la speranza di difenderlo: ma una cosa avete fatta contro l a 'le g g e , spe-

S O P R A L E IM MAGIN I.

207

cialmente tu , a c o n d a n n a re il lib ro in c o n tu m a c ia , non p re sente il suo avvocato.'Chi corre solo vince il p alio, dice il pro verbio: onde non m araviglia se io ho persa la lite, non assegnatimi te rm in i, non concedutam i difesa. E d il pi nuovo che voi siete accusatori e giudici. Che vuoi d u n q u e che io faccia? accettar la sentenza e cag liare? o come il poeta d Im e ra scrivere u n a pa linodia? o pure mi concederete, di difendermi in appello? Polistrato. Oh, se hai ragioni a d ir e , d i;ch non t r a av v e rsa ri, come l intendi t u , m'a tr a amici si far tua difesa. Ed" io stesso Son. pronto d a iu ta rti irf questa causa. Licino. U na cosa mi dispiace, o Polistrato , che ella non prsente al mio discorso, ch sa ria meglio, per m e se'fo sse q u i : Ora 'dbbo fare u n a difesa p e r m andato. Ma se tu riferi rai lei le mie pa role , come a me hai riferite l e 's u e ;.io m a rrischier su questo, dado. Polistrato. P e r questo non d u b ita r e , o Licino. Io non le rapp resenter male la tua difesa, se tu ia farai brev e! p e r r i c ordarm ela meglio. Licino. E ppur ci vorria discorso lungo .contro u n accusa s grave. Ma io lo stringer, per cagion t u a .A dun que d a parte m ia riferiscile queste cose. Polistrato. Non cos, o"Licino: ma recita il discorso come se ella fosse qui p resente: io poi limiter innarizi-a lei. Licino. D unque giacch cosi v uoi, o f o l is t r a t o / p o n i a m o che lla sia qui p resente, e che ab bia detto ci che tu mi hai riferito: tocca ora a m e rispondere. B ench, d ebbo dirti quel ch sen to, io non so come tu m hai messo in un g ra n d e im p a cc io , come v e di, sono tutto sudato q s m a rrito , e mi pare proprio' di ved erla, e sono tutto sossopra. P u re comincer, perch gi sono innanzi a l e i , e non posso pi ritira rm i.

Polistrato. S : ed ella ti si m ostra tu tta b enigna in viso: vedila .come lieta e graziosa! Onde incofai iicia pure franco ed a rd ito . Licino. 0 la migliore delle d onn e, le lodi che ti ho date, e che tu dici troppo, granili e sm isura te , io non vedo che sono
. S tes ic o ro d I m e r a s c ris s e v i t u p e r i ! . d i E I e n a , e n e fu p u n i t o con U p e r d i t a d egli o c c h i : n e r ic a n t l a p a lin odib , e r iv id e lu m e.

268

SO P llA L E IMMAGINI.

tanto grandi quanto lelogio che tu stessa hai fatto di te, m o stran doti cos tim orata degli Dei. Questa virt maggiore' di quasi tutte le altre che ho dette di t ; e tu d i.p erd o n a rm i se io non te ne-ho dipinta lim m agine, sfuggitami per ignoranza, e che avrei dovuto dipingere innanzi -tutte le altre. Onde pe r questa parte non mi pare di a v er trasm odato nelle lodi, m a di aver detto assai" meno del tuo m en to. Vedi infatti che gran cosa ho tralasciata, .quanto ella im porta a dim ostrare la bont dei.costum i o la rettitu din e dell anim o, che i pi r i spettosi con gli Dei sono i migliori verso gli uomini. Orid'e-se p u r bisognasse correggere lo s c r i t t o l e ritoccare il ritratto, io non ardirei togliervi n iente, m a si aggiungervi questo come capo e cim a di tu tta 1 opera. P e r u n a ltr a cagione " a n c o r a l o ti's o grado assai perch aveild,o. io" lodata la m oderzione'del-, la n im o 'tu o , e che laltezza in cui sei n o n 'ti fa st/perbir n gonfiare', tu rip ren d e n d o questa p arte dellq scritto, confermasti la yerjt della lode. Il non pigliarsi queste lodi, ma vergo g narsi, e d ire che le s o n troppe per t, indizio d i'an im o modesto e civile. Ma di q u a n to tu sei pi schiva d essere lo d a ta , di tanto p i d ^ g n a ti-m ostri di maggiori lodi". Questo' il-caso del detto di D iogene,,il quale d im a n d a to : come uno pu div en ir glorioso? rispose: se disprzza la' gloria.. E se uno dimrtdasse a m e: chi sono i pi d e g n r d i lode? risponderei: quelli che non vogliono essere lodati.' Ma questo forse non c elitra, e ifti' dilunga dalla quistjone; Il punto s u f quale io dbbo difendermi , che io figurando le. tue form, ti ho parago- nata, alla Venere di Crwdo, a quella degli Orti, a G iunone, a.Mfnerv,a. Questo t p ruto eccessivo e sm isu rato: e di questo ap punto io parler. Antico il .detto che non danno malleveria n<pqeti.n p itto ri; molto m eno i lodato ri, credo io , ancorch tengano u n liriguaggi b a sso 'e pedestre come il.n o stro , e non siji)nlzino su i versi. P e r c h la.lo d e cosa libera; nessuna legge ne .assegna la-g ra n d ez z a o la brevit; ella non m ira ad' altro c h ^ a fare am m irare ed im itare il*lodato. Ma io non vo glio 'seguitar, questa via, acciocch tu non cred a che-io, per non a\;er cle'.dire , m appigli .alle funi del cielo. E dico che tu devi sapfere com n o i,tra f l i .altri luoghi di questi discorsi laudativi a bbiam o'c h e il lodatore d e v e'u s are d irilmagini e di

S O PH A L E IM MAGIN I.

209

paragoni. Il forte sta nel p a rag o n a re b e n e , e questo bene si discerne specialmente cosi : non se accozzi fra loro cose simili, ^non se fai u n paragone con una cosa inferio re, m a se innalzi, q uanto c onviene, ad una cosa superiore quella che tu lodi. Cosi, se un o lodando un c a n e , lo dicesse m aggiore d u n a volpe o d u na g a tta , diresti tu che costui .sappia lodare? Certo che no. E se lo dicesse eguale ad un lupo neppu r gli d a reb b e gran lode. Dove d u n q u e sta la perfezion della lode? Se si dicesse che il cane agguaglia il leone per grandezza e pe r forza, come il poeta lodando il cane d Orione lo disse domaleone; questa sare b b e la perfetta lode d un cane. Cosi ancora se uno volesse lodare Milone c ro to n ia te , o Glauco di C a ris to , 1 o P olidam a nte , e dicesse che ciascuno di questi fu pi forte d una d o n n a , non sa ria egli ridicolo per si sciocca lo d e ? e se lo dicesse pi gagliardo d u n altro u o m o, neppur b a stereb be questo a lodarl o . Ma come il gran poeta lod G lau co ? dicen do: Neppure la forza

di Polluce gli protenderebbe le m ani contro, n il ferreo figliuolo d'Alcmena. Vedi a quali iddi lo parag o n , anzi lo m ostr-su
periore? N Glauco si.scandalezz d i e sse r lodato pi deglid di.p rotettori degli a tle ti, n quegl iddi si v en dicaro no con G lauco, O'COI po e ta , che l aveva em piam ente lodato; m a tutti e du e v en nero in fama ed o n oranza f r a 5 G re ci, Glauco p e r la fo rz a, ed il poeta per. altre sue c an z oni, e per questa a n co ra. Non ti m aravigliare a d u n q u e se a n ch io volendo fare un p a rag o n e , che era necessario p e r lod are mi sono servilo, d un esempio u n p o alto, che l a ragione stessa mi suggeriva. Ma" giacch toccasti della dulazio ne, e .c h e aborrisci gli adulatori, io t lodo" n-potrei a ltra m e n te : m a ti voglio distinguere e definire lopera del lod atore, e la diso rbitanza delladu latore. La d ula tore a d u n q u e , essendoch loda pe r utile p ro prio e si c u ra poco della v e rit , crede d over soprallodare ogni cosa, spacciando bugie e aggiungendo molto del su o ; sicch sa- pro n to a d ire che T ersite e ra pi bello d Achille; e Nestore il 1 Q u e s to G la uco, di C a r i s t o , citt? di N e g r o p o n te , e r a un c o n t a d in o d i si d u r e fo rze c h e u n d i, uscito g li d eH a r a to io il v o m e r o , v e l conficc co n u n p u g n o . Il p a d r e , v e d e n d o t a n ta g a g l ia rd i a , lo fec e a m m a e s t r a r e n ella lo tta e n e l c e s t o ; e lo m e n in O lim p ia , d o v e a b b a tt tu tti gli a v v e r s a r i , e riu s c n n te r r i b i l e a t l e t a . P i n d a r o n e c a n t in u n 'o d e c h q e a n d a ta p e r d u t a , e d a l la q u a l e si a c c e n n a o p pre sso.
53'

S O P R A LE

I MM A G INI.

pi giovane di quanti com batterono a T roia: g iurer ancora che il figliuolo di Creso aveva.ludito pi fine dv M elam po, e F in e o la vista pi acuta di L inceo, se sp e re r di g uad ag nar p u re qualcosa con questa bugia. Il lodatore loda s, m a non m entisce m ai, non inventer di suo capo cose che non sono affatto, ma tro vando qualit n a tu ralm en te bu one, ancorch non molto g ra n d i, egli le accrescer e le far parere pi gra n di. E d a rd ir d ir e , volendo lodare un c a v a llo , anim ale cho tutti, sappiam o .naturalm ente leggero e c o rrid o re , che
C o r r e a s a p e r le c i m e d e ll e a r i s t e Se n z a p i e g a r le ;

o non av r scrupolo a d ire: il procelloso corso'de' cavalli. E se loda' una bella casa e ben c o stru tta , dice
'

T a le p e r f e r m o dell* o l im p io Giove
D e u t r o il p a la g io .

Ma l adulatore dir ques to 'v e r s o anche "al tugurio d un por caio, purch speri di acchiapp ar qualche cosa dal porcaio : come CinetO, ladulatore di Dem etrio Poliorcete, avendo v o tato tutto il sacco delle a dulazioni, m e n tre 'D e m e trio e r a mo lestato dalla tosse., ei'lodavalo. che' a rm o n io sa m e n te 'sp u rg a v a . Ma non pu re questo il -carattere degli uni e degli altri., ch gli adulatori sono pronti a m entire per ingraziarsi coi l o d a t i , ed i lodatori tentano p u r di rialzare le qualit buone che al tri possiede; m a v ancora u n a ltra differenza non piccola; ch gli adulatori usano delle iperboli quanto pi possono; e i loda to ri, se lu s a n o , sono sobrii, e si rim ango no fra certi term ini. A questi pochi segni tra i molti puoi riconoscere ladulazione o la lode v e ra , acciocch non sospetti di tutti quei che lo dano,- ma sappi distinguere e m isu rare ciascuno con la m isu ra sua. Quegte sono due s q u a d r e , con le quali puoi sq u a d ra re le cose che io ho dette, e vedere se si a dattano a questa o a quella. Se io avessi detto d una b r u tta che la simile alla s ta tu a di C nido, e h , v i a , sarei a ragione un im postore, u n ad u lator- pi feccioso .di Cineto; m a d i. una che tutti sanno chi , non stato poi un a rd ire si sm isurato. Forse mi d ira i, anzi mi hai gi detto: b e n e , loda pure la bellzza, m a senza

SO PK A L E IMMAGINI.

271

quella lode scandalosa di assom igliare alle dee u n a donna. Ma io, la verit vuole esser d e tta , io non alle, dee ti ho assomi gliata, o leggiadrissim a d o n n a , m a alle opere di' valenti a rte fici, fatte di p ie tra , di b r o n z o , d avorio. Non parm i em piet pa rag ona re uomini a cose fatte d a uom ini : salvo se tu non' istimi che sia Fallarle la fattu ra di F id ia , o sia Venere celeste la sta tua che Prassitele fece in Cnido non h a molti a nni. Ma b a d a che non sia unirreverenza avere questo concetto degli d d i i , le cui vere imm agini jo credo che ingegno um ano non possa r itr a r re . Se poi io ti ho agguagliata a quelle d e e , non colpa m ia sola, se v colp, n io prim o ho tenuto questa v ia , ma molti e b ravi poeti, e m assim am ente il tuo cittadino O m ero, il quale or a io c hiam er p e r mio a vvo cato, o pure d o v r a n ch egli essere c o n d an n a to con me. D im ander d u n que a lu i, o pi che a lu i, a t e , c h e s bene ricordi tutti i suoi v e rsi.p i belli: che ti p a re q u a n d o gli d ice'della cattiva B riseide, che simile all aurea Venere piangeva Patroclo? E poco appresso, come se fosse stato poco l averla assom igliata a Ve nere , soggiunge :
S d i c e a l a g r i m a n d o l a d o n z e ll a P a t i a ll e d iv e.

Q u and o egli dice cos, forse a bbo rrisci anche Ju i, e getti il li b ro J o gli concedi di spaziarsi libero nella lode? E se anche non glielo concedi "tu, gliel h anno conceduto tante e t , nelle quali non si trovalo uno che lab bia incolpato di qu e sto , n e p p u re colui che os flagellarne la sta tu a , n colui che ne p o still i versi b a sta rd i . 1 E d a lui sar permesso di paragonare all . a u re a V enere una d o n n a b a rb a ra che p ian g e , ed io (non dir della tu a bellezza, ch non vuoi u d irn e) io non potr pa ra g o n are a statue d iddii una d o n n a di lieto volto e di facile s o rr is o , cose che gli u om ini h a n n o simili agli Dei? Nel figu ra re Agam ennone vedi q u a n to risparm i gli Dei, e come ne d istrib u le im m agini con sim m e tria , dicendolo negli occhi e

nel capo simile a. Giove, nel cinto a Marte, nel petto a Nettuno,
d ando a ciascun m em b ro dell uom o u n im m agine d un gran 1 11 p r i m o Tu Zoilo, o , c o m e v u o l e lo s c o li a s te , Z e n o d o t o : il s e c o n d o A r is ta r c o .

272

S OP R A L E IMMAGINI.

dio. E pi appresso lo dice simile all omicida Marte, ed asso miglia altri ad' a ltri d e i: il frigio P riam o ha Vaspetto d un dio; pari ad un dio il Pelide. Ma ritorniam o agli esempi fem minili ; ed eccoti che egli d ice:
Somigliante a D i a n a , o all? au re a Venere. Quale Diana va pei monti.

E non pu re gli uom ini ei p a ragon a agli Dei, m a anche la chiom a di E afo rb o , bench lorda di san gue, paragon a quella delle Grazie. Insom m a questi esempi s o n d a n t i che non c parte di quel poem a che non sia orn a ta di sim ilitudini agli Dei: onde o bisogna cancellarli t u t t i , o concedere anche a m e di potere lo stesso. E tanto non c peccato in queste imm agini e sim ili tudini che Omero, lodando le stesse dee, non dubit di usare di paragoni bassi. P aragon gli occhi di G iunone a quelli.del bove. Un altro poeta' disse che Venere h a le palpebre screziate di color di viola. E la ditirosata chi non la conosce, anche essendo poco pratico d O m ero? E p p u r e non gran cosa se si dice che u n o allasp etto.rassom iglia ad un dio; m a q u a n ti c i sono che h an no i nomi stessi deglid d i, e chiam ansi e Dionis i i , ed E festio n i, e Z en o n i, e P o sid o n ii, ed E rm e ti ? 1 Ci fu una do nna detta L aton , moglie di E vagora r a d i Cipro; e p u r la dea non se ne sdegn, e a v ria potuto trasm u ta rla ' in sasso, come Niobe. Non parlo pi degli Egiziani che sono tim o ra tis sim i,.e fanno un abuso de"nom i degli d e i, e d ann o a quasi tutte le cose loro nomi celesti. O nde lascia' stare tanto sc a n dalo pe r q u e sta lode : se nello scritto qualche peccato contro la d iv in it, tu non ci hai colpa affatto, salvo se non ti credi in colpa p e r averlo u d ito; gli Dei. castighino m e,-com e p rim a di me castigarono Om ero e gli altri poeti. Ma essi non hanno an co ra castigato il principe d e filosofi che dice l uomo essere im m agine di Dio. Avrei molte altre cose a d i r ti , m a finisco per cagion*e di .questo P o listrato , acciocch possa ricordarsi di quelle che ho dette: Polistrato. Non so se posso, o L icino, ch hai parlato a

1Da Bacco, Vulcano, Giove, Nettuno, Mercurio.

S O P R A L E IM MAGIN I.

275

lungo, e pi del tem po che tassegnava la m pollina; p u r te n ter di rico rd a rm i. Ed ecco che. m en vo difilato da lei, e con le orecchie t u r a te , affinch qualche accidente per via-n on mi sconfonda lordine d e lle .c o s e , e 'p o i non m accada di esser fischiato dagli spettatori. Licino. Questo to cc a .a te, o Licino, come rap presentar bene la parte tua: i o 'p e r me t ho dato i l d ra m m a , e subito mi ritiro : quando il b anditore pub blicher il voto dei giudici, allora mi pVesenter' anch io per vedere quale sar il fine di questa contesa.

274

XL.
T O S S A II I ,
o
L AM I C I Z IA .

M nesippo c T o ssa ri. Mnesippo. Che dici, o T ossari? voi Sciti sacrificate ad Oreste e P ilad e , e c red e te che sono dei? Tossari. Sacrifichiamo, o M nesippo, sacrifichiam o, e non crediam o che sono d i, m a uomini prodi. Mnesippo. uso forse tra voi di sacrificare anche ai prodi uomini defun ti, come fossero d e i? Tossari. S i , e li onoriam o ancora con feste e pubbliche laudazioni. Mnesippo. E -che n aspettate? Certo non isperate b e n e v o lenza da essi, che son m orti. Tossari. P u re non s a n a m ale che finche i morti ci fossero benevoli: m a noi crediam o di far pr ai viv i'rico rdand o e ono ran do i prodi che son m o rti; perch stim iam o che cosi molti fra noi vorranno div en ir simili a quelli. Mnesippo. P e r questo pensate bene. Ma che co sa am m i rate voi in Oreste e P ilad e , che avete indiati due forestieri, e , quel che pi , vostri nem ici? I quali'gettati da una tem pe sta su i vostri lidi',, fatti prigioni dagli Sciti d allora che li volevano sacrificare a D ia n a , assaltano i- cu stodi, sbaragliano le g u a rd ie , uccidono il r e , e presa la sa cerdotessa, anzi r a p ita la stessa D iana, sciolgono la nave e partono, ridendosi di tutti gli Sciti. Se per questo fatto voi li o n o r a te , faret venire a molti la voglia d im itarli: e ' d a l l esempio antico considerate un po se bello p e r voi che molti Oresti e Piladi vi arriv ino in

T O S SA R I.

Scizia. Per me, mi pa re che cosi voi tosto resterete senza culto e s e n z a 'd e i , perch quelli che vi rim angono vi saranno r u bati via allo stesso modo dai forestieri: ma credo poi che: ve li rifarete v a nuovo tutti gli 'd e i, in dierete quelli che son ve nuti ru b a r v e li, ed offerirete sacrifizi a chi v h a sp ogliati.i templi. Se non per questo voi onorate Oreste e P ila d e , dim m i, o Tossari, qual altro benefizio v hanno f a tto ,p e l quale voi^che p rim a neppure vi sognavate che fossero d e i, ora per contrario, onorandoli di sacrifizi, li a n nov era te fra gli d e i, ed offerite vittim e ad uomini che poco m anc non fu r o n o . essi v ittim e ? Questa parm i u n a cosa rid ic o la, e c o n tra ria alle vostre usanze antiche.

Tossari. E pp ure questa che tn hai c o n ta ta , o M ne sip p q , fu u n a gran prodezza di quegli um ini. E sser due ed a rd ire un a.cosi a rd ita im presa; partirsi dalla pa tria tan to lo n ta n a , valicare il Po n to , dove nessun Greco s era mai a ttentato di e n tr a r e , eccetto quelli che sulla nave Argo p ortaron o g u e rr a a.Coleo; non aver p a u ra n de terrori che si contano di quel m a r e , n del nme d inospitale che h a p e r le genti feroci che ne abitano le sponde; e poi che furono prigioni, non p u re l i b e ra rsi con tan ta b r a v u r a , m a vendicarsi dell 1 o l tr a g g i o , 'Ucci dere il r e ,r a p ir e D ia n a,e p a rtirsi; non son cose m irabili queste e degne di divini onori per tutti quelli che h a n n o in pregio la v ir t ? Ma non per questa p ro d e zz a, che noi am m iriam o in Oreste e P ilade, noi l i teniam o come eroi. Mnesipp. E dimm i d u n que che altro fecero di grande e di divino. Se navigare e p e reg rin are , io ti nom iner m olti m er c a ta n ti, che sarieno pi divini di loro,specialm ente i F enici, i quali non pure valicarono il Po n to , e giunsero sino al Bosforo ed alla Meotide, ma navigano p e r tu tti i m ari greci e b a r b a r i , va n per cosi dire frugando tutte le spiagge e tutti i lidi ogni .anno, e 's u l l o scorcio dell autunn o si ritiran o. Questi pe r la stessa ragione li terra i come D ei, b ench molti.'sieno vinai e salum ai. Tossari. O d im i, o c a r o , e vedi quanto meglio;di vi noi altri b a r b a r i giudichiam o degli, uomini valenti. In A rgo e d .i n Micenp .non si vede neppure im a tom ba onorata di Oreste e di P ila d e , o fra noi si addita un tem pio consacrato a tutti e duo

2'G

T OSSARI.

in m em oria della loro am icizia, si offeriscono sacrifizi,'si .ren dono onori di.ogni m aniera; e senza rig u ard a re che erano fo restieri e 'noti S c iti, noi li giudicam m o uomini egcellenti. Dappoich noi non ricerchiam o di qual paese sono gli uomini eccellenti e prodi; n abbiam o invidia se quelli che non ci sono amici fanno belle a z io n i,. ma li lodiam o, e per le loro belle azioni ce li facciamo amici e cittadini. Noi dm m iriam ' gran d em en te e lodiamo quegli uomini p erch ci pare che essi sieno stati amici perfettissim i,- che insegnino agli altri come si deve accujnunare ogni fortuna con gli a m ic i, ^e come si possa essere pregiato dai migliori fra gli Sciti. La storia delle loro sv e n tu r e , e ci che l uno fece per l a ltro , tutto i nostri maggiori scrissero sovra u n a colorina di bronzo, e la rizzarono nel tempio d Oreste: e fecero u n a legge che il primo insegna m e n to , la prim a istruzione d e loro figliuQli fosse questo , d im p a ra re a mente lo Scritto della colonna. E 'per un fanciullo, dim nticheria piuttsto il nome del p a d r e , che non sapere ci che.fecero Oreste e Pilade". E nel tem pio su le pareti ra p presentato in antiche p ittu re quanto dice la colonna: Oreste che naviga con l am ic o , p o i , rotta, la nave alli scogli, preso, e parato di bende pel sacrifizio, e gi Ifigenia si dispone a ferire le vittim e: su la prete d irim p e tto .sta dipinto che ha rotti i legam i, uccide T o a n te e molti altri Sciti'; infine salpa no m e n a n d o seco Ifigenia e la Dea. Gli Sciti assaltano la nave gi messa alla vela, appendendosi ai tim o n i, e sforzandosi di m on tarvi, m a ributtati per tutto., alcuni fe riti; altri spauriti to rnano nuotando a riva. E qui specialmente uno vedria la prova del bene grande che si 'voglion tr a loro, in questa zuffa con gli Sciti. Ch il dipintore h a rappresentato ciascuno dei due non curante i nemici che vengono addosso a lui, r i b u tta r quelli che assaltano l altro, tentare 'di pararsi egli i n nanzi ai d a rd i, aver per nien te'il m orire purch salvi 4 amic,j e i colpi scagliati all u n o -p ig lia rse li l altro nel suo crpo. Questo affetto si g r a n d e , questa .comunione nei pericoli, que sta fede d am jcizia, questo verace e, saldo amore scam bievole, ci parvero cose" non u m an e , m a di qualche divina intelligenza, superiore mlti di_ questi uomini,' i quali finch si naviga con .buon tempo si sdegnano con gli amici se' non

TO SSA RI.

277

h a n parte ai p i a c e r i , m a .q u a n d o s p i r a 'a n c h e un fiato]contra rio , fuggono e ti.lasciano Solo nei pericoli. Or sappi che nietite gli Sciti p r e g a n o 'p i deH a m ip iz ia ,,e ,d i niente pi si glrierebbe u no S cita, che di avere affrontata ogni fatica per .un am ico , e di aver con lui divisi i pen co li? come n ie n te 'tr a noi pi vergognoso che div ep ir trad ito re dell amicizia. Per noi o noriam o Oreste e P ilad e , tanto prodi e tan to grandi nella m i c iz ia , che ' il maggior bene che abb iano gli Sciti,: per noi li chiam iam o Corachi, che in lin g u a nostra significa conrtechidicesse: ig e n i amici. Mnesippo. () T ossa ri, non pure s o n 'b u o n i"s a e tta t ri gli Sciti p ro d i'g u e rrie ri, m a molto bellissimi p a rla t ri.(Io avevo altra opinione; m a ora m i p a re che voi fate bene ad o n o ra re cosi Oreste e Pilade. Io non sapevo, o valente u o m o ,'c h e tu , sei anche buon pittore: m e l hai fatte (pro p rio ^vedere le dipin ture. del tempio d Oreste; ed il conflitto, e le ferite ch e l u n o si piglia per l altro. E p p u re non credevo che l amicizia fosse in tanto pregio tra gli S c iti, come quelli ch essendo inospi tali e feroci s ta n n o sm pre fra nimicizie. ed ire e sde gn i, O non sentono amicizia nemm eno pe pi stretti p a r e n t i : ' cre d e v o cosi per molte cose che n ho u d ito 'a d i r e , e 'c h e si m an giano i padri .poi che son m orti. . . . Tossari. .Oh, se noi pi di Greci siamo, rispettsi e pii ve rso 'i nostri g e n it o r i ,non voglio;*ora contendere con te: m a ' mi facile .dimostrarti che'gli Sciti sono amici molto pi fe deli dei G r e ci, e che pi si p r e g i a l a noi l amicizia che tra voi. E per gli Dei della G re cia , noti avere.a,m ale se io ti dico il concetto che m h o formato di voi, tra i qu ali-sto d a mollo tempo. Io credo che nessuno meglio di voi sapria p arlare del l am icizia, ma l op erare nn corrispQnde al p a rla re : vi basta lo d a rla , e 'm o s tr a r e che ella u n :g ra n ben e; 'pia nl bisogno rim anete bugiardi,' e se si deve farne i fatti,'fuggite. Q u a rid o l vostri poti tragici vi rap presentan o su la Scena l grandi am i cizie, v o i- a p p la u d ite , b a t t e t e 'l e m a n i, vi mettete'-in quegli ste ssi'p e ric o li, piangete; m a 1? belle.azioni che voi applaudite n o n ard ite di farle pe r gli amici vostri; anzi s ad un am ico viene qualche s v e n tu ra , .subito come sogni se .ne vaiano via qucl|o- tragedie, e Voi rim anete c o m e le m aschero'vgote con
LUCIANO. 2. 24

.278

T O SSAR I.

u n a gran bocca ap erta senza profferire una parola. Noi pei* co ntrario quantp vi cediamo in far paro le dell am icizia, tanto vi superiam o nel fartie i fatti. Ora se v u o i , 'facciamo cosi: la sciam o dji b and a gli amii a n tichi, ch e voi e noi ne possiamoco ntare ; e voi ci accoppereste / r e c a n d o in mezzo i veraci testi moni dei poeti che in bllissimi Versljselebrarono lam icizia d Achille o di Patroclo,, di T eseo'e di P iritoo, e di altri : in a . prendiam one pochi dpi* nostri tem pi, e raccontiam o ci che h an no fatto, io gli S c iti f tu i G reci: chi di noi a v r raccon tate pi belle'.azioni, e m ostrati pi generosi a m ic i, sar: v in c i to r e , e da r la vit.ipria-alla su a p a tria , dopo aver com bat tuto in questo bellissimo e nobilissimo agone. Io1 p e r m e, se fossi vinto ip questo du ello, vorrei a v er troncata la m ano de s t r a , che. g rande infam ia tra gli Sciti, anzi che esser tenuto in am icizia da meno d i.u n a ltro , e j o i d un Greco, io che sono Scita. Mngsippo. 0 T ossa ri, non im presa da pigliare-a gabbo duellare con un g u erriero come te , ,ben arm ato dell acuta ed infallibile a rm a della p arola: pu r io non 'sar si vile da tr a d ir la causa della G reci^, e ritira rm i. Sa ria vina gran vergo g n a , qui, d u e vincere tanti .S c iti, quanti ne dicono le vostretradizioni e 'ie aatiche pitture ch.test m hai descritte; e tutti i Greci ,di tante gnti e di tante c itt, non avere un campione per istarti a frnte.. Se questo 'f o sse,' ip vorre i.'av e r ta'gliata non l m ano d e s tra , come s usa ti*a voi, m a l a li n g u a . Ma bi sogna stabilir il num ero di questi bei fatti d am ic iz ia, o chi pi 'ne dir .sar tenuto vincitore? . ; Tossari: No: anzi .si . f stabilisca che non ist nel num ero la ,Qro. forza; m a - s e i tuoi p arran no migliori e pi p e netran ti de m ie i, d ice n d o n e ,tan ti.tu .q u a n ti io, certam ente le arm i tue mi' faranno ferite pi mortali', ed io mi ti dar pe r Vnto.. , Mnesippo. B ene: e stabiliam o qu anti pe r fino. A me pare che cinque bastino. ' Tossarjl. E pare anche a me. Comincia t u , ma p rim a giura di non dir altro che iLver'o. Perch foggiar di'questi fatti .non saria difficile; e la pru ova non se ne potria fare. Ma se giuri,' debbo c red e rti.' Mnesippo. -Giuriam o, se tu c redi.ne c essario il giuram ento.

TO S S A R I .

270

Ma per qual vuoi de' nostri' Dei.,-..- ti basta pel - protettore del l am icizia? Tossari. Si* ed io giurer p e r quello del mio paese qu ando toccher a me a parlare?Mncsippo. 'Mi sia testimone Giove p ro tetto re,d ell am icizia che quanto io ti dico o lo so p e r mia p ro p ria conoscenza, o ne ho avute informazioni esatte quanto m era possibile ; b che non v f aggiungo nulla del mio. O ra ti conter p rim a il fatto' di Agatocle e di Diriia, la cui amicizia in g ra n yoc fra i G ioni. Questo Agatocle di S a m o 4 ch e poco fa viveva a n c r a , f a un-uom o rarissimo nell am icizia, come ne di p ru o v a , bench npn avanzasse gli altri Samii n j j e r nobilt n pe r ricchezze. F i n dalla fartciullezza egli era amico di D in ia, figliuolo di L i stne, di Efeso. Dinia e ra 'o ltr e m o d o ricchissim o, e," come'. us degli arricchiti di fresco,' si avtva.intorno molti compa gnoni pronti a b ere e sollazzarsi con lu i, m i c h e - n o n gli eran o amici affatto. Per. alcun tempo anche Agatocle era de.lla b rig a ta , in te rv e u iv a al bere ed*ai s o l l a z z i/ m a - d i assai mala-voglia;. e Dinia nn io teneva da pi d i quei lusinghieri: m a dipoi"Co minci a non poterlo"patire, p erch quegli lo se rm onegg iav a, gli rico rdava i suoi m ag g io r), -lo am m oniva di conservare ci ch e,su o pa d re con tante fatiche a v ev a acq uistato' p r , l u i , " e lasciatogli! ondp ei ristucco non lo invit pi agli sp a ssi, anzisi spassava-con gli altri studiandosi di no n farne- sa p e r nulla ari Agatocl. O ra avvenne,che quello sc iag u ra to 'fu persuaso, dagli adulatori che s era' jn n am o ra ta di lui una. Cari elea-; m o glie di Demon atte, uom o ragguardevole .e dei prim r m agistrati di Efeso. Cominci u n an d are e venire di le tte rin e amorose d a p a rte della'do rm a, e corone di'fiori m ezzo a p p a s s iti, e pom a assannate1 , ed altre Ruffianerie, onde queste scaltre apcalappiano i giovani, e gl innam orano a.p oco a poco, e granfiarti-; m ano dando loro a c re d e re che, non hanrio mai am ato nessun altro.. Non c ^ cosa che pi tir a specialmente q u e i'v a n i-ch e si tengono, belli; che infine senza accorgersene si trovano impania-*;, ti. C a ric lea era u n a donnetta leggiadra, ih au tfa cortigiana finita; e chiun que l v o le v a , e per qualu nqu e prezzo, e se p u r la sg u a r dava p e r v ia ,e lla subito accennava'; non ve ra p a u ra c h e dicesso mai no Criclea. U n jistuta' p o i , che sa p e v a 'p i di .qualunque

.280

TO SSA RI.

cortigiana l arte di a lle tta re'u n innam ora to, e, se lo trovava r e s t io , d 'in c a p e stra rlo , d sprona rlo, di accenderlo ora con finti sdegni, ora con c a r e z z e ,. o r a con fare la contegnosa, ora col m ostrarsi spasim ata d un "altro e ra m aestra di tutti gli scaltrim enti, aveva lacciuoli assai pe r p rend ere gl innam orati. Alle m ani di costei venne il povero D in ia, carrucolatovi d a suoi a d u la to ri, indentati con lei. E costei c h e .aveva fatto rom pere il collo a tanti gio vani,, s era sparsa-in mille a m o ri, e-aveva rovinate case ricchissim e, questa, m alvagia femm ina spertiss im d i tutte le m a liz ie , come ebbe a m an o questo, giovane sem plice e so ro, non- se lo lasci pi fuggire, gli .poe gli unghioni addosso, glieli ficc .bene add en tro ; m a nel meglio che lo teneva p e r suo, ella m ori su; la p re d a, e precipit.il povero Dinia in un m are di guai. Cominci d u n que a spiccargli quelle lette r i n e , e m andargli continuam ente a dire per, una su a fante, che ella piangeva-,'che'ella non av^va pi p a ce , e che infine la di sgraziata si uc cid e re b b e con le m ani sue per. non patire, que sta passione: finch il povero m erlotto si persus d essere un bel giovane, ed il vago di tutte Le dorine di Efesov Si f molto p re g a re , infine s arrese: e d quel p u n t , facilm ente, com era natu rale, egli fu,preso .perdu tam entp d una donna b e lla , che sapeva.dolcem ente p a r la r e , u s a r e .a tem po le lagrim ette, a ll o parole mescere i so s p iri, trattenerlo q u a n d e gli'uS civ a, a n dargli incontro .quando e n tra v a , abbigliarsi-pbr pi piacergli, e talvolta cantare e sonare la cetera. T utte le adoper que stuarti contro il povero D inia; -e cme s accorse ch egli e ra gi cotto e fradicio d a m o re , e non vedev a.p i, pens-una no vlla rib ald e ria p e r finirlo. F in se esser gravida di lui (e non ci vuol altro p r.fa re a n d are in bro detto un baggino); e non and pi a tro v arlo , dicendo che il m arito aveva sfcoperto il Ipr a m o re ,'e ia spiava: ed egli che non poteva stare pi senza vederja, sm aniava, p iangeva, le m andava'1! suoi a d u la to ri, chiam ava^ad-filte g r i d a r l a sua Garicla; n e ' abbracciava la - s t a tu a che n e .a v e v a fatto: fare di bianco m a rm o , strid e v a ; si . voltolava per terra', ed pa propri preso d u na'.rabbia. I doni che gli aveva fatto a lei *erano altro che poma e corone di fiori, ma casamenti in te ri; e po de ri, e sch iave, e vesti ricam a te , ed oro quanto' n aveva voluto, C he-pi? La casa di Li-

TO SSA H I.

281

sione rinom atissim a in tu tta la Ionia,- in b re v e -fu spoglia e vuota. E come ella lo vide rico tto al verde, lo p ia n t , e torn 'a civettare con un giovane c retese, assai, ricc.o, al quale ella gi voleva b e n e , . o glieio faceva credere. Pia n ta to a d unq ue Dinia non solo da Cariclea , m a dagli adulatori che serario iti anche essi intorno al c retese, vassene d a A gatocle, che gi sa peva di q u e lla -d is g ra z ia , e prim a p e r 'u n .jio di vergogna gli a ccenn , poi gli n a rr ogni co sa , il suo a m o re , la m i s e r i a ,! dispregi de.lla d o n n a , il rivale c re te s e , ed infine disse"che.egli m o rreb b e s non avesse Cariclea. Agatocle. pensando yhe non e ra 'q u e llo il- tempo di ricorda rg li com egli solo amico *era stato scacciato e. posposto agli a d u la to ri, non avendo altro che la.'casa p a te rn a in S a m o ,.la v n d ette, e gliene .prto il prezzo 'di tre talenti. Con questi danari Dinia ricom parve"^ Camelea, e tor/i bello d am abile: tosto venne la fante, le letterine, e u n rim p ro vero perch da tanto tempo rifin v -era andato? e ac c orsero gli adulato ri pe r isp ig p la re ; vedendo che D inia aveva an co ra da rodere. Come gli fu 'd a ta la posta p e r a n d a re da^leij v and su l ora .del prim o, sonno, ed essendo d e n tro , Deijionatte il m arito di C a ric lea ,.s ia per sospetti, . s i a per accordo con la do nna (che si dice l u n a cosa e T a ltr ), esce d aggua to', com anda di ch iu d e re l a trio , e di p re n d ere .Dinia, e m inacciando fuoco e b a ttitu re con la sp a d a in m ano va sopra l adultero. Quegli vedendosi ih m al p u n to , afferra .'un palo che pe r caso gli vien e a m a n o , con "osso uccide Demoriatte conun - colpo in u n a tem pia;- poi in viperito corre" su Cariclea, le da e le rid con quel p a io , e c o n .la sp ada di Dem onatte la finisce. I servi _che da p rim a e ran o rimasti' (nuti. ed allibbiti a tan to a r d ir e , come si m o sse ro 'p e r p re n d erlo e-videro che egli li..assaliva infuriato con la sp ada in m an o ,fu g g iro n o ;'e D n ia se . n e u s g f d o p o di a v e r fattsi, q u e s t a r o v i n a . S in 'a l m attino stette in casa di A gatocle, p arlando-insiem e dell, a v v e n u to , e di c; che ne p otreb be seguire: ed. ecco all alba i'so ld ati (gi s era fatto u n / u m o r gra n d e), i qualP arrgstario Dinia che non nega di' a v er commesso q ucll'uccisione, e lo'm e n a n o al governatre che allora governava TA sia: qusti lo spedi-alJm peratore; e poco appresso Dinia t o r n , confinato p e r,se m p re all isol^ di G ia ro ,c h e u n a dette Cicladi. Agatocle fu sem pre con lui, con lui

28-2

T O S SA R I .

s im barc pe r l Ita lia , con lui com parve innanzi al trib unale ' egli S 9 I 0 di tanti a m ic i, n mai gli.vehn m en o /'E ,p o i che Di nia fu c o n finato,'n epp ure allora "egli abbandon- 1 am ico; ma. si condnn da s i confine di G ia ro : dove essendo ridotti ad estrem o b iso g n o , egli si pose a g io r n a ta -c o i pescatori di p o r p o ra , faceva il m arango ne, e qon ci che gu adagn ava sosteneva D inia;'lo*cur in una lu nga m ala ttia , e poi che.quegli fu m or to, non vplle pi tornare in p a tr i a , m a rim a se in quellisola, avendo a vergogna di lasciar l a m ic o 'a n c h e morto. Eccoti che fece un am ico g re co ,* e non stato da m olto- te m p o ;-c h e npn so se sono, ancfira cinque anni che Agatocle m orto in Giar. ( - Tossari'.' Quanto v o rre i, 0 M nesippo, che tu non avessi giurato per-potere non cred e re cotesto l'acconto. Questo Aga tocle. proprio un amico Scita; e temo che non potrai dirm ene u n altro simile a.lu i. < Sl^esippo. Eccotenc,'u n altV ojo Tossari'; E utidico di C a lcide.'lWe n cont, il fatto padron Similb di -Megara, g iu ra n domi che l aveva veduto con gli occhi .suoi. Dicevami che egli navigava d Italia >er Atene, verso il cader delle P teiadi, e "portava alcuni passeggieri, tra i quali .Eutidico e Dam one suo am ico, anche di C alcide, e n tra m b i d u n a e t , ma Eutidico ro busto e forte, e t) a m n e pa llido, d e b o le , e a llo ra , come pare v a, uscito .d una lunga m alattia. Fino alla Sicilia navigarono felic em en te , diceva S i m i l o r m a valicato lo stre tto ,ed allarga-, tisi nel jonio',. li sorprese .una g ran de tem pesta. Chi t \ diria de cavalloni, d e v o r t i c i , della g ra n d in e , e di q u a n te altre cose vengono con u n a b u r r a s c a ? Erario presso a, Z acinto, a n davano con l yea a m m a in a ta, e trascin a n d o molte sarte get-r ,'tate per ro m pere l impeto dei. m a r o s i, qu'and verso la 'm e z zanotte, p e r quel gran tem pellamento, Damone mareggiandosi, e piegandosi ad u.na sponda per" vom itare in mare," la nave per u n o ndata pi forte pieg d a quella b a n d a ed ei cadde a .capo' gi nel m a re : e per m aggior disgrazia era v e stito , non po teva ben nuotare.' Con uno strido disse : m affogo ! e appena si teneva al galla..Come 1 udi E utfdico, che a caso e r a 'n u d o in letto , gettasiTn m a re , e p re n d e n d o .D a m o n e 'c u i gi v e n iv a n m e n o ,le forze, T aiu ta v a .a .n u o ta re e'sollevarsi. Dalla nave si

TOSSARI.

285

vedeva ogni cosa, c h e sple n deva ' Ia lunaS volevano a iutare quei due d isg raziati, ne avevano p iet ,'tn a'a o A ip o tev a n o nul l a , ch il vento spingeva gagliardo : p u re presero questo espe d ie n te , gettaron loro molti sugheri 'e a lq u a n t e ' funi, affinch con questi ^'a iu ta ss e ro a nuo tare se a. caso n afferrassero, e'd infine anche la scala Che non era piccola. ra pensa tu quale altra m aggiore dim ostrazione d afftto si pu d a re ad un amico caduto di notte in m are cosi in fu ria to , che voler m o rire con lu i ? Mettiti inna'nzi agli.occhi l altezza de cav a llo n i, il frem ito del m are che si ro m p e , la spum a che bolle, l a 'n o t t e , la d i sperazione, poi q u e ll o c h e gi affoga, che appena l e v a l a t s t a , e tende le m ani all amico ; e costui che subito gli si la n - . eia appresso, e l aiuta n u o ta r e ,.e non .te m e'a ltro s non che Dam one m uoia p rim a di lui. Cos Vedrai c h e non- n amico comurie questo E u tid ico , che t hOj narrato. Tossari. Deli, perirono essi1 , o M n e s i p p o ,'q u e s t i - g i o v a n i o e bbero q u a lc h e . soccorso in a s p e tta to ? lo tem o -asai ' petloro. ' Mnesippo. R ssicurati; o T ossari: si salvarono', ed ora.sno e ntram bi in A tene; e stu d ian o filosofia. Similo pot d irm i-so l qtiestV, che egli vide quella notte : l uno cadere-; l' altro lan ciarsi appresso, am bedue nuotare: per quanto si poteva ved re di n o t te : 'm a .il restq mi fu raccontato dagli a m ic id i'E u tid ic o . In prim a scontrati r sugheri si sostennero sdvra egsi, e r u o t a rono a pena : e poi yedendo l scala al' fare del giorno', n u o tand o .-l afferrarono,- e m ontatici , fcilmente a rriv a ro n o a Zacinto. Dopo questi d u e e sem p i, c h j i o n .c r e d o spregevoli, odineun terzo che non m no. bello. E u d a m id a di Corinto a v e v a ' d u e amici,VAreteo di C o r in to - e .Carisseno di Sicioii', che. erano ricchi', ed egli'poVerissimo. Quando' m o ri laci u n tes ta m ento ch agli altri forse p a r r rid ic o lo,' m a 'n o n c t-e d o -a'te clie sei u n pro de u o m o, onori l am icizia, e contendi per averne il prim ato. Nel 'testam ento era scritto cosi * 'Lascio ad' Areteo la m ad re m ia,'acciocch ci la nu trisca ed a b b ia 'c u ra della-po vera v e c c h ia : e a Carisseno la-m ia figliuola, affinch eila m a r iti'c o n - la (Jote m agg io re 'ch e pu darle (aveva egli u n a 'm a d r e v ecchia.e u n a figliuolett,gi da m arito): se uno dei

284

TO S S A R I .

due avr qualche d i s g r a z i a ,! uno a b b ia il lascio dellaltro. Letto .questo testam ento, quelli che conoscevano la povert di E u d am id a, ma n on l amicizia che egli aveva con quei due; presero la cosa a scherzo, e non finivano di r i d e r e , dicendo : Bella eredit avranno Areteo e Carisseno ! beati loro se faranno onore ad Eudamid^.! un m orto sar erede di due vivi 1 Ma .quegli eredi come' seppero d e lasci a v u ti, tosto corsero ed eseguirono il testamento. Cariss e no sopravvisse soli cinque giorn i, e m ori ed Areteo divenuto erede u n iv ersale , e d ac cettando anche il lascio fa tto 'a costui, n u tri.la m a d re di E u d am id a , d indi a poco m arit la do nzella: e d cinque talenti1 che aveva, ne diede due ad una figliuola^ s u a , e 'd u e alla figliuola dell] am ico, volle, che e n tram be elebrassero le nozze^nello stesso giorn. Che ti p a re , o T o s s a r j ,d i questo A feteo? .u n ese m pio comune d amicizia accettare' u n a , siffatta'"eredit, ed eseguire a r p u n t il testam nto dli amico,? o ra ro come il suffragio pieno, che se n e tro v a uno frg. cin que? Tossari. A nche'questi fu u n uom generoso:-m a io am m iro molto pi E ud am id della: confidnza che ebbe negli amici. Mostr che,;egli ayrebbe fatto-lo stesso per lo ro ; e che s t a n c h e n o n fosse stato scritto e red e ,-sare b b e andato da s a p r n d ere u n 1tal lascio. ;Mnesippo. Ben dici. E d o r a 'in q u a rto luogo ti racconter di Zenterqi di Carmolao', marsigliese!.Mi .fu additato in Italia, dove io ero am basciatore della m ia patria., u n bell uom o, alto della persona, e ricco a qu anto pareva / gli sedeva affianco sul cocchio-ila m o g lie -b ru ttissim a ,-ra ttra tta in tu tto il destro <ltoi, cqn l u n occhio scerpellato; u n a laidezza da sp irita rn e : Poi,che i o kmi. m aravigliai che u n si bell uomo e prosperoso sijavesse a lato u n a ^iffatta.'d o n n a, c o lu i,c h e me lo addit, contommi c o m e ( era .avvenuto" questo -m atrim onio, sapendo benef tutto il fatto, p e rch .e ra marsigliese n ch gli. Mi disse adunque che Menecrate., p a d re ili- quetfa sconciatura, era amico di, Zenotemi, e. ricco ed onorato al pari di lui. O ra avvenne che* Menecrate fu d a u n a cond an na spogliato delle sue.sostanze e dichiarato infame dai Seicento, per aver m ostrato pensieri c on trari allo Stato. Co noi p u n iam o , dicevam i, gli accusati di Stato. Si doleva Menecrate e di questa co n d an n a , e delles-=

TOSSARI.

285

sere in breve di ricco divenuto p o v e ro , di onorato disonorato; m a pi si accorava pe r lgi figliuola, gi d a m arito , e 'd i d i c i tto . a n n i, la quale neppure con tutte le ricchezze che suo padre aveva p rjm a della c o n d a n n a ,-n e ss u n uomo ignobile e povero 1 avr;ia'voluta in m o g lie ; tanto e ra b ru tta la s v e n tu r a ta ; e .d i cevasi a n c o r a c h pativa di mal caduco. Di qu esta sv e n tu ra egli lam e n ta ta s i con Zenotem j, i l 'q u a l e 'g l i _disse : .C onsolati, o M enecrate: n tu m ancherai del n e ce ssario , e la tua figliuola tro ver uno sposo degn del suo casato.. Cosi-dicendo* presolo p e r m a n o , se lo men a c a s a , e tutte le' sue g ra n d i ricchezza divise con lui : dipi fatto a p parecchiare u n banchetto,- fcon. vit'm o lti a m ic i, e M enecra t ,fa c en d o leviste di avere indotti? u n o a spo sar la donzella. Ma sul finir del c o nvito , e fatte te libazioni agli D e i ' egli e m piu ta u n a -ta z z a , la porge a Mener. c r a t e t e gli dice : Prendi", fa un b rin disi a tuo genero: ggi q lorr la^tua figliuola C id im a c h e : la d ote gi l ebbi di venti cin q u e tale n ti..E m en tre .q u e i d ic e v a : N p ; o Zenotemi * n o s io non sono si pazzo da 'p e rm e tte re che uno gi o vane bello, come te si unisca a d -u n a fanciulla si b ru tta .e spiacente : egli* lo la sci d i r e ;- p re s e /la sp o s a, la m e n - n e l ta la m o , ed indi a poco ricom parve con le i gi fa tta 'su a .m o g lie . D a 'a llo r a in'-poi' glf l h a sem pre vicino, J a m a 'a s s a i, e , c o m e ,tf e d i, la cortduce sec,in ogni parte. E non p u re non si v e r g o g n a c i qusto tn-.. trim o iiio , m a so-ne o n o ra ,-m o stra n d o a tutti come egli no il. c u ra n la bellezza del c.orpo, ne la b ru ttezza, n la ricchezza, n i a fama., m a rig u a rd a n e l.s u o 'a m ic o * Menecrate^verso' il quale la sua am icizia' non d im inu p u n to pel suffragio dei S e i-, cento. E .d i.q u e s ta azione la fortuna^ lo '.h a c om pe n sa to : un bellissim o bam b ino gli n a cq ue di s bruttissim a d o n n a .,P o c o fa lo prese il padre e lo.'copduSSe in ^ S e n a to , coronato d oli vo , e vestito di nero per destare pi piet a"pr dell avolo. La c re a tu ra feun rigolino i se n a to ri, e -batt le ipani, il*Senato commosso a quella in n o c e n z a , assolvette dalla cond an na Me necrate, che gi A tg rn ato nell a n tic o ,s ta to p e r ita le interces sore. Q u e sto , mi disse il marsigliese,-fece Zenotemi pe r lamico suo. E non piccola cosa ,, come h a i ' v e d u t o , 1n la fariano molti Sciti i quali si dice che anche le concubine si seJgario bellissime. .

280

T OSS AKI.

Mi r e s t a l i quinto fatto : e nn- voglio 'ra cc onta rti altro ohe que llo 'd i Demetrio di S u n io ,.c h e m e ra uscito di mente'. Dem etrio s] im barc per 1 Egitto con Antifilo d Alopeca suo am ico, col.quale'da, fanciulli s 'e r a n o cresciuti ed educati- i n sieme : ed egli studiava la filosofia* cinica s o tto ' il sofista di R o d i , 1 e Antifilo la medicina. Demetrio andava in Egitto per vaghezza di veder le piram idi e (la statua-di Mennone, avendo udito a dire che le piram idi cos alte come sono* non danno om b ra , e ,c h e 'l a statua di Mennone m n d a ' n suono quando nasce il sole..A vendo-adunque Demetrio u n grn desiderio di vedr-le pirm idi e di udire" Mennone; rimont-.il Nilo nel se sto mese ; lasciando Antifilo,' che p e r la n o ia del viaggio e del. caldo Si rim ase. Qr questi cadde i n una sve n tu ra nella quale,, a v ria av u t 'g ra n bisogno)d!un amico generoso.'Un suo servo Siro di nofiie e di .patria, fatta com unella con certi la d r i, entr con essi nel.tem po'ri Anubi* e spogliata-la statua del D io ,p re se ro du c o p p e -d -oro, un caduceo anche, d oro, alcuni cinocefali d a rgn to,2 e altrettali! cose: deposero t u t t o - d a Siro. 'Dipoi, coltv'sul vendere certi a r r e d i , presi e c o lla ti,, sventarono, e m enati in casa di A ntifilo, cavarono anche il furto -nascosto sptto un-letto i n 'u h luogo oscuro. Siro fu . le g a t o ; s u b i t o , , ed anch il suo -padrone A ntifilo, il quale stava in iscuola a u dire il m aestro, e ne fu- tratto furi. Nessuno dei compagni lo aiut, a n zi'lo fuggirono Cme ladro d e l tempio d A u u b i, e te n n e ro 'a grafo peccato che.qualche v o l t a ' avevan o bevuto e ,m a n g ia to con lui. Gli rimanevaijo cfue.altT,servi che gU.spazzarono-ben bene la casa,.e.fuggircfn.'G em eva nei ceppi da- molto tem po il'p o v e ro Antifilo, tenuto pel pi ribaldo di quanti malfattori, e ra n o i n c a r c r e : 'e d il c u sto d e ; che e ra un -egiziano supersti zioso, si credeva di fare.il piacere e- la vendetta ,del d io, k torm en tare Antifild. E se egl\ voleva difend ersi, e diceva di nn saper nulla del fatt,iera-tenuto-uno'sfacciato, e gliene ve niva-pi male. Gi se ra a m m alato, ed il m ale.pi gli cresceva giacendo g li,a .te r ra , e non potendo la notte n epp ure d istenV N on si sa c h i s ia q u s t o s o f is ta di R o d i , c h e in s e g n a v a filosofia cinica. , * S ta t u a d vA n u b i , che e r a rapp resentato * cinocefalo., cio co n te s t a di-can&.

T O S S A R I.

287

* . S * ' * * dere le gam be serrategli nei ceppi : ch il gio rn o a v ev a.u n catena al collo ed u n a m ano legata, m a la notte doveva ssere legato tutto.' E poi il puzzo del c a rc e re , .l afa, l m oltitudine de . 'prigionieri quivi stivati s,che appena*'si r e s p i r a v a / i l r'u- m ore de ferri,' il pco so n n o , tu tte quste cose*insieme" eran o gravi ed insopportabili ad un uomo n o n ysato a csi d u ra vi-1 ta. Gi gli venivamo meno le forz e, n p p u r cib voleva" p re n d e r e ,.q u a n d o giuqse'DemtrTo', che nient s p v 'd e l ca so. Inform atosi d ogni cosa, tosto corse al c a r c e r e ,; m a per allora non e n tr , perch l ora era t a r d a , ed il ustode, se r r a ta " la p o r t a , s 'e r a andato a d o rm ire , avendo commesso . a i . s u o i . famigli di far benq la gu a rdia . Il,d irq an i' e n tra dp o.'m o lte preghiere ;.s aggira molto tem p o, rice rca n d o Antifilo che rasfigurat d a i'p a tim e n ti, e va rim ira n d o e s q u a d ra n d o ciascun . prigion ie ro , come fanno quelli che alquanti 'giorni dtfpo.unar b attaglia cercano i loro m orti. E se non 1 avesse"chiamato per nom e: A ntffjlo.drD inom eno, d o v e .se i? no n llaV ria mai rigo-' nosciuto : tanto era^routato p e r.i dolQri. R iconoscendo la voce; rispose con un grido, o m ntre quegli savvicinava, egli sp a rten d osi e ritraendosi dalla f a c c i ^ i caplli lordi ed ingrom m a ti, s i . sc o p r.th i'e ra : e subito -ambedue Caddero svenuti a'quella yjsta inaspettata. Dopo u n pezzo Dem etrio, richia m a ti glt sp iriti a se e ad Antifilo, e'dim and.atagli c om era an d ata per punt ogni c o sa , lo sort a'confidare-: poi diyise. in -d u e il s o 'm a n te jlo , d .una* , m et s ne ricopri egli, 1!altra la diede a l u i ' strappatigli quei sozzi cenci che aveva.indoss. Da allora in poi con o g n i 's u o ' potere loassiste v a , lo c onfortava,.lo ristorava. S acconci Co'n certi m ercatanti sul p o rto , lavorava dal m attino sino a f mez~ zod', d aveva u n a buo na p a g a : dopo il lavor .veniya", dava u n a b uona m ancia al custode acci avesse u poco pi di .ca rit ad Antifilo,^e col rsto sostentava l am ico.suo e s Stesso.E cos stavasi il resto dej giorno viciiio ad Antffilo e J o conso lava j l n otte poi avendosi fattp u n p' di letticciolo di paglia . pressd'alla-po rtaxlel c a rc e re , .quivi si. riposava. Cosi passarono alquanto tem po, D em etrio entran do senza im pe dim e nto , ed ' ntifil sop portando con pazienza l a sua sv entura. Sfa' dipoi per u n lad ro che'-mor nel c a rc e re , io.'si credette di vleqo', l guardia divenne rig or sa , e 'nessuno, pi entr nel carcere.

288

TOSSARI.

P e r .la. qual cosa Demetrio s m a r r ito ;'a d d o lo ra to ,, non t r o vando altro modo per essere con -l amico su o , .Vassene d a l governatore ? e si accusa di a v er,av ut parte an ch -egli al furto di A nubi.,C om e dfsse questo, tosto fu menato^ in carcere'; messo''vicino ad Antifilo'(e questo a p p e lla -e con molte pre ghiere l ottenne dal,custod e, 45 sta r vicino ad Antifilo e legali a d , un collare), quivi m o str 'l affetto che g li'p o rta v a , non cu ra n d o dolori suoi q u a ntun que fosse*'anch eg li'am m alatd , m a pensando solo'all am ic o , a farlo''dorm ire un p o ," e meno p a tir e : e cQS.uniti'sopportavano piu,facilmente la loro sventura. .Dopo alquanto tmpo avyenne un caso che pose fine* alle Toro disg ra fie .'U n prig io niero , pon so cpme procacciatasi un a iima," '6 fatto accord.con m olti; seg la 'c a te n a che li legava l un d o p o . l altro passando pel collare di ciascuno," e li, sciolse tu tti,: cos'uccisero facilmente le poche guardie .che v g ra n o , e uscirono tutti Insiem e : poi'ch i qua chi l sparpagliatisi* ne furono rip resi mlti. Demetr;o d Antifilo rim asero af loro p o sto , . traltenpero anche gir che s ne volev.a a nd are.' Come fu giorno, il governatore d Egitto info-mato dell avvenuto, spedi a 'd a r la .cacciai fuggitivi fatti v e n ire inn anz i.a s Defaetrio ed.i compagni.,-li sciolse dalle d a te n e , e li 'lo d che essi Soli non?erarip fuggiti. Ma essi non si* contentarono -di essere .rim andati csi-.'e D em etrio g rid a v a -e s arrov ellav a di cendo che. e r a ' un a gran de "ingiuria per loro e s s e r tenuti p e r m alfattori,"ed avffre la libert', per c o m p a ss io n e 'e per p rem io di non esser fuggiti: infine sforzarono il giudice^ad e sam inar bene la loro causa. E .questi, p o i'ch e li-ebbe chiariti innocenti, lodatili, ed am m irato spcialm ente-D em etrio, li lib e r ; e per fjsto rarli della pepa ingiustam ente p a tita , don ad e ntram bi d i.su o , diecim ila dra m m e ad Antifilo, e due tanti a Demetrio. Antifilo ancora ip Egitto : Dem etrio lasciategli anche le sueventim ila d ra m m e se n vand in Indi^-fra i B ra m a n i, dicendo ad.Antifilo : J^on t in cresca s e j o ti lascio ; ch n io h o 'b iso gno di ricchezze b astandom i il p oco 'ch e h o ,,n tu hai pi bi sogno "di u n am ico, pro sp erand o b n e j e cos .tue: * * C os'i,G reci, o Tossari, sono am ici.-E setu non ci avessi appuntato che m ttiam trppa boVia'nelle parole, io ti avrei contato l'tdnte beilo cose, che disse Deijnetrio innanzi al tri-

T OS S A TI I,

28'J

b u n a le , p e r difendere non so, m a il suo Antifilo ; e corno p ia n geva o pre g av a , e s accollava egli tutta la colpa: finch Siro flagellato li discolp tutti e due. F r a tanti fatti t ho, contati questi po chi, che primi mi son venuti a m en te , e sono di buoni e di costanti amici. O ra io lasciando il d isc o rso , cedo a te la p a r o la : tu ba d a che devi m o strarm i gli Sciti non inferiori a c ostoro neHam ir iz ia , m a migliori assai, se p u re non t im po rta di avere tagliata la m ano destra. S u , m ostrati p r o d e : ch saria bru tto p e r te, che se stato ingegnoso lodatore, di Oreste e P ilade, pa rere fiacco oratore a difesa della Scizia.. Tossari. B ravo, o Mnesippo: tu mi d ai queste s p r o n a t e , come se non ti curassi che la puoi tu aver tagliata la lingua se sei vinto al p a rla re. Or io c o m in cer, e senza il bel discorso che hai fatto t u : che' questo no n d a S cita, massime q u a n d o i fatti parlano meglio delle parole. Non a spettarti che io ti c onti cose simili a quelle che tu mi sevenuto lo d an d o , he uno sposi donna b r u tta e senza d o ta, che u n altro m ariti la figliuola, dellamico dotandola di due tale n ti, e cho un-altro si lasci im p ri gionare nella certezza d essere poco appresso sprigionato : ch queste sono im prese facili, e non v . niente di g ra n d e e di forte. Io ti conter molte stra g i, e g uerre, e m orti sostenute p e r * gli amici : e cosi vedrai che le opere vostre son giuochi di fan c iulli verso quelle degli Sciti. P u re avete u n a ragione a lodare quel poco che voi p o te te :'v i m ancano le occasioni grandi p e r ' dim ostrare am icizia, perch vivete in profon da p a c e : non si vede in b on accia il bu on pilota, m a ci vuole la .b u rra s c a pe r conoscerlo. T ra noi continue g u e rre , assalti, ritira te , sco rre rie per p r e d a r e , zuffe pe.p ascoli, dove c g ra n bisogno di amici p ro d i: e per noi strin g ia m o saldissim am ente le am ici z ie , stim andole come le sole arm i invincibili e form idabili. Ma prim a voglio dirti in qual m odo noi ci facciamo gli am ici: non nei c onviti, come usate v oi, n tr a i giovani allevati in sieme o vicini di casa; m a q u and o vediamo u n uom prode e capace di g ra nd i im p re se , tutti gli and iam o a ttorno: e come voi cercate le, nozze d una fan ciulla, noi cerchiam o lamicizia s u a , e facciamo ogni nostro potere p e r m e ritarla ed acqui starla. E poi che un o stato s c e lto .p e r am ico, si strin ge fra tutti e due un patto con un g ra n giuram ento di vivere insic-

L U C I AN O.

2.

25

290

T OS S A U I .

m e, e di m orire, so b isogna, luno p e r laltro: e facciamo cosi. C-incidiam insieme le d i ta , ne stilliamo il sangue in un cali c e , v intingiam o lo punte delle sp a d e , poi insieme lo beviam o: o niente al m ondo ci scioglie pi. Questo patto si pu fare al pi in t r e ; e chi avesse pi di due amici saria pe r noi simile alle dnne pubbliche ed a d u lte re ; p erch crediam o che lami* cizia perde sua forza se divisa tra molti. O ra comincer dal fatto d tD a n d a m id e 'a v v e n u to poco fa. Dendam ide in un com battim ento contro i S a rm a ti; che avevan fatto prigione Amizoco suo amico.... Ma prim a debbo giu rarti il giuram ento n o stro , come tst abbiam o stabilito. G iuro al Vento ed alla Sci m ita rra che io , o Mnesippo, non ti dir bugia intorno agli amici Sciti.

Mnesippo. Per me non volevo che tu giurassi: ed hai fatto b e n e a' non giu rare p e r alcun dio. T o s s a r i Che d i c i ' t u ? Il Vento e la S c im itarra non ti paiono d ei? Cosi d u n q u e ignori che tra gli uom ini non v cosa maggiore della vita e della m rte? Q uando noi giuriam o pel Vento e per la S cim itarra, p e r questo giuriam o : il Vento
cagione di v ita , la Scim itarra fa m orire. Mnesippo. Q uando cosi voi dovreste avere molti altri iddii come la 'S c im ita r r a ; ch il d a rd o , la lancia, la c icu ta, il laccio anche fanno m o rire . L a Morte un dio di tante facce, e ci si va' per tante vie ! ' Tossari. Vedi come vai trovand o il pelo nell uovo per interrom perm i, e confonderm i il discorsp? Io mi sono stato zitto m entre parlavi t u . ; 1 Mnesippo. Non io far u n altra v o lta , o T ossari: hai r a gione a sgridarm i : m a di pu re : io tacer come se non ci fossi. Tossari. E ra il terzo d i c h e D and am ide ed Amizoco seran giurata amicizia ed avevan bevuto insiem e i l loro sangue, q u an do vennero sul nostro paese i S a rm a ti, che 'eran dieci mila cavalli, e i fanti si disse che furono tre volte- tanti. Piom batici addosso allim provviso, rovesciano tu tti, uccidono quelli che c o m b a tto n o , fanno molti p rig io n i, e appena alcuno scamp passando a nuoto al di l 'd e l fiume, do v era la met del nostro esercito ed u n a parto dei c a rri: ch non so per qual

T O S SA R I.

291

consiglio dei nostri c ondottieri eravam o cos accam pati su le due rive del T anai. Subito m en an via i b e stia m i, raccolgono p rigioni, saccheggiano le ten d e , pigliano i c arri con tutte le donne c he vi sono d e n t r o , e innanzi agli o c c h in o stri ci oltrag giano le concubine e le mogli; e a noi n e scoppiava il cuore. Amizoco tratto prig io ne, legato, e m altrattato , ch iam ava a nom e lamico a, g ra n v o c i, e gli ric o rd a v a il calice ed il sangue. L ud D a n d a m id e ,.e tosto, a vista di t u tt i , gettasi a n u o to , e passa ai nem ici: e gi i Sarm ati incoccavano le frecce e 's t a vano pe r trafiggerlo, ma ei grid : Z iri. Chi dice questa p a ro la non p i ucciso, d a e ssi, m a accolto come chi viene p e r una taglia. Menato innanzi al loro c a p o , richiede l amico, e quei chiede la taglia; e , so non g ro ssa, noi re n d er . Disse D a n d a m id e : Ci che io a v e v o , tutto mi stato ra pito -da voi: se cos nudo come m avete rid o tto , io son buono a q u a lc o sa , eccomi pronto ai vostri v o le ri, c o m a n d a m i: se v u o i , prendi me invece di lu i, e fa di me ci che ti piace. E d il S a r m a ta :. N o , disse, non possiamo ritenerti tutto q u a n to ,-p e rc h tu 's e i vnuto con Ziri.: m a lasciaci una p a r te di t e , e conduciti l amico. D andam ide d o m an d : Q uale.v olete? Quei c h ie se gli occhi. E d egli subito: E ccom i, cavatem eli. E .p oich gli furono., c a v a t i , ed i Sarm ati ebbero la taglia v o l u ta , egli p re n den do A m izo co, se ne to rn , appoggiandosi a l u i , ed insiem e riv ali cato il fiume, si saldarono tra .noi. Di qu esto fatto si consola rono tutti gli Sciti, e non pi si credettero v i n t i , vedendo che il pi gra n d e d e i.n o stri b eni non ce lo avevano tolto i n e m ic i, e c h o avevam o ancora lanim o invitto e la fede negli am ici. E iS a rm ati stessi non poco si sp a u r iro n o , consid erand o quali uo m ini sa re b b ero stati cost o ro p re p ara ti a b a tt a g li a , se colti alla sp rovvista avvan m ostrato tanto a n im o : onde so pra v ve nu ta la n o t te , lasciato molto b e stia m e , e b ru c ia ti i c a r r i , si ritira rono fuggendo. In tan to A m izoco, non sostenne che egli avesse il vedere e D endam id fosse cie c o: onde a n ch egli si acciec: ed en tram bi ora stanno sotto la protezione di tutti gli Sciti > nutriti a pub bliche spese con ogni specie d onore. Un fatto come q u e s t u o M nesippo, voi altri potreste d irm e lo , ancorch, ti fosse dato co ntarm ene a ltri dieci oltre i c in q u e , ed a ncorch senza g iu ra re , potessi foggiarteli a tu a voglia? E p p u re io te lho

292

T O S SA RI.

raccontato, csi alla sem plice: se lo dicevi tu vi avresti messo di molta c ia r p a , che preghiere fece D and a m id e , come fu acce cato', c h e -d iss e , come to rn , con quali lodi lo accolsero gli Spitij e tu tta quellarto che voi adoperate pe r farvi ascoltare. ' Odi ora u n altro fatto egualm ente bello, di Belitto cugino di questo Amizoco. Essndo a caccia' con l amico suo Baste, e vedendo costui rovesciato di cavallo sotto u n lione, e il lione che abbrancatolo gli sta v a,su la gola e con l unghie lo sb ra nava,* sm onta a n ch e g li, percuote la belva di d ie tro , la tira aizzandola e sviandola contro di s , e , non potendo a ltro , le m ette le dita tra i denti pe r difendere Baste d ai m orsi. Finch il leone lasciando quello m ezzo m o rto , si volta a B elitto, la b b r a n c a , e l uccide; m a egli m orendo si v end ic, c acciando la sc im itarra nel petto del le o n e ..T u tti e tre m o riro n o , e noi li seppellim m o in due sepolcri vicini; in uno i due am ici, nellal tro rim petto il lione. s T erz a ti narrer la sto ria di tre a m ic i, M a c enta , Loncte, e d Arsacom a. Questo A rsacom a s innam or di Mazea, figliuola di L e c an o re , re del Bosforo, q u and o egli an^ am basciatore pel tributo che i Bosforani ci avevan sem pre p a g ato, e allra d a tre mesi .indugiavano. I n .u n convito egli vide Maze.a,. che e ra u n a g ran de e-'bella gio v an e , e se ne innam or perd uta m ente: F in ito laffare del tribu to, il r e gli d o n , e p rim a dir d a rgli'c m m iat lo.convit, a d .u n banchtto. u sa n z a nel Bo sforo che gli. amatri nel .convito dim a n d a n o le fanciulle, e dicono chi essi so n o , quai m eriti h anno per. ottenerle in m o gli. A questo convito vennero allora molti am atori, re , e figliuoli di r e , v e ra T igrapate principe de L az i, e d A dim arco signore d i.M a c lu i, e molti altri. Ogni am atore deve p rim a d ire che egli . v e n u to per' d im a n d a re le no z ze , e sedere tr a gli a ltri, co nvivantiiin sil n z io ;.m a term inato il c onv ito, prendere una coppa, fare u n a libazione su la tav o la , e dim a nd a re la fan c iu lla, v a n tando la su a n o b ilt , le su ricchezze, e la potenza che egli h a. Secondo q uest uso molti fecero la libazione e ladim a n d a , ciascuno a nn overando signorie e ricchezze: ultim o A rsacom a prese la to p p a, e non fe.libazione (ch noi non u sia mo di v ersare il v in o , e crediam o c h e .q u es to sia un o ltra gr g i a m e i l D io); m a bev u ta la d u n .fia to , disse: Dammi, o r e , la

T O S S A R I.

293

tu a figliuola Mazea in isposa: io ne son degno pi di tu tti, ch possiedo ricchezze pi grandi assai. Meravigliato L euc-' n o r e , che sapeva come Arsacom a era povero anche tra gli S c iti, gli dom an d : Quanti arm enti e quanti carri h a i, o A rsacom a? ch queste sono le ricchezze vstre. Io non ho c a r r i , risp o se , n g r e g g i, ma ho due buoni e b ra v i amici che non li ha nessun altro -S cita. A questo scoppi u n gra n riso , e d egli fu' sp re z za to , e tenuto ub briaco. L altro d essendo stato scelto fra tutti A d im arc o , si dispose a m enare la sposa nella Meotide fra i Maclui. A rsacom a, tornato in paese, riferisce agli am ici come stato sprezzato dal r e , e deriso nel convito, perch cred u to povero. E p p u r e , ei d ic e , io gli ho detto quanto g ra n d e la m ia ricchezza, che siete v o i , o L oncate e M acenta, e che l a m o r vostro cosa pi preziosa e pi sa lda "di tu tta la potenza dei Bosforani. Ma m entre io diceva q u e s to , egli ci de r i d e v a , e ci sp re z za v a, ed h a da ta la fig liuola'in isposa ad A dim arco M a d u o , p erch questi diceva di avere dieci coppe d o ro, ottan ta carri e q u a ttro l e t t i , e pecore e' buoi assai. Cosi egli ha stimato pi di uom ini prodi molto b e stia m e , taz2e in u tili, e carretto ni pesanti. I o , o amici m ie i, mi dolgo e delluna cosa e della lt r a : ch ed amo .Mazea, e mi cuoce a s s a i T o f fesa fatta ad uom ini come v o i , 'e credo ch e anche voi siete stati offpsi. Ciascuno di voi h a la terza parte di questa offesa, so pu re vero che da q u ando siam o uniti ni viviam o come un solo u o m o , ed abb iam o com uni i dolori ed i p ia c e ri. Non u n a p a r te ; rispose L o n c a te , m a ciascuno di noi la sente tu tta q u a n ta l in g iu ria fatta a te. E che p artito p renderem o o ra ? disse Macenta. Dividiam o il da fa re, rispose L o n ca te; io prom etto ad Arsacom a di p o rta rg li.la testa di L eu c an o re , tu devi condurgli la sposa.' Cos sia; quei disse. T u intanto, o A rsacom a (che dopo di ci d o v re m o 'a v re un esercito e far g u e rra), rim a nti q u i , e raccogli e p re p a ra a r m i , c av a lli, e q u a n ta pi gente puoi. Facilm ente r a d u n e ra i molti guerrieri che tu se p r o d e , e noi abbiam o non pochi c o n g iu n ti, Special m ente se-tu sederai sul cuoio del bue. Stabilito csi, L on c ate p a rt pel B osforo, M acenta pei M a c lu i, entram bi a ca v a llo ; ed A rsacom a rim asto in paese parl coi giovani della su a e t , arm buon nerbo di c o n g iu n ti, cd infine si sedetto
25'

TOSSARI .

sul cuoio del b u e.. Questa nostra usanza del cuoio ecco qual . Q uando uno offeso da un altro vuol vendicarsi, e vede che non basta ei solo a c o m b a tte rlo , sacrifica un b u e , ne taglia e lessa le c arn i, ne stende il cuoio a t e r r a , e sovresso si.pone a sedere con le m ani d ietro come coloro che sono legati pei go m iti : questo pe r noi il pi efficace m odo di pregare. Stando atto rn o a lui esposte le carni del b u e , si accostano i congiunti. < 5 chiunq ue altro vuole, e ciascuno p ren dendo ne u n pezzo, e stando col pi diritto sul cuoio, prom ette secondo suo potere chi cinque cavalieri nutriti e p a g a ti'a sue spese, chi d i e c i , chi p i , chi fanti a r m a t i, chi non a r m a ti, quan ti ne .pu, ed il pi povero offerisce s stesso. Si r a d u n a sul cuoio gran gente talvolta; e loste fatta cosi saldissima e form idabile ai' ne m ic i , p erch g iu rata : e quel m ettere il pi sul cuoio giu ram ento. Cosi d u n q u e stavasi A rsacom a, e cosi radun un c in quem ila c a v a lie r i, e u n ventim ila tra fanti leggieri e grav e m ente arm a ti. Intanto Loncate giunto sconosciuto al Bosforo presentasi al re o c cupato in certo'affare di re gno , e gli dice che >egli viene non p u re come pub blico .am basciatore degli S c i t i , m a ancra per inform arlo privatam ente di cosa assai grave. 11 re gli com and p a rla re , d egli disse: Gli Sciti per co m u n b e n e rifanno la solita d o m a n d a , che i v o stri pastori non discendano nella p i a n u r a , m a che si stiano a pascere su i m onti: dicono che i ladri che vanno scorrazzando pel vo stro paese non sono m an d a ti, dal consiglio pu bblico, m a r u bano per privati g u a d ag n i: q u a n ti ne cogli, sei padrone di punirli.-Q uesto ti m a n d a n o a dire essi. Io poi ti avverto che vi v e rr addosso un grand e assalt da A rsacom a figliuolo di M ariante, che test fu qui am basciatore,' perch avendoti chie sta la tu a figliuola, e no n avendola d a te o tten uta, sta pieno di sd e g n o , d a sette giorni siede sul cuoio, ed ha raccolta u n oste g r a n d e . ^ - Sapevo, risp o se -L eu c an o re , che si levano truppe sul cuo io , m a non sapevo che sono contro di n o i, e che A rsacom a le conduce. C ontro di te ^ d is s e L o ncate, quell a p parato. Arsacom a m io n e m ic o , e m. o d ia perch io pi di lui sono o n o ra to dagli a n zia n i, e t e n u t o p i valente in tu tto: m a se tu- mi prometti laltra tu a figliuola Barcete (ed io sono ben degno d im parentarm i con voi), io tra brevS verr a portarti

TOSSARI .

295

il capo di A rsac o m a. T e l a p ro m e tto , rispose il re, tu tto sp a u rito ch conosceva com e A rsacom a era sdegnato pel negato m a ritaggio, e poi aveva teirfto sem pre -degli Sciti. Giura, disse Loncate, che m an te rrai i p a tti, e non li ritra tte rai. Allora il re volgendosi al cilo voleva giu rare, m a Loncate : Non q u i , -disse, perch chi ci vede potria sospettare di che giuriam o : m a en tria mo in questo tem pio di M arte, e a p o rte'c h iu se g iu ria m o , che nessuno ci oda." Se A rsacom a ne avesse se n to re , tem o che nri sacrificherebbe p rim a della g u e r ra , avendo gi in to rn o u n a bu ona m ano di gente. E n tria m o , disse il r e : voi altri state d a lu n g i, e nessuno venga nel tempio senza m ia c h ia m a t a . Poich furono e n tra ti, e ritira te le g u a rd ie , Loncate cavando, la sc im ita rra e m ettendogli la ltra m a n o .a lla bocca pe r non farlo g r id a r e , lo ferisce alla m am m ella; poi troncatogli il capo, e tenendolo sotto la c la m id e , esce facendo le viste di p arlare an co ra al r e , e d irg li: v a d o , v a d o , q torner subito. E cosi pervenuto al luogo dove av ev a , lasciato il cavallo legato, vi m onta, e sp ro n a pe r la Scizia. Non fu seg uitato, perch i Bosforani per molto tem po non seppero il'fa tto , e q u a n d o so n accorsero si le v a r o n o .a - r u m o r e pe r iscegliere novello' re. Questo foce L oncate, m a n te n n e 'la sua p ro m e s sa , e diede ad Arsacom a il capo d i L eucanore. Macenta poi avendo ud ito p e r via laccaduto nel Bosforo, g iu n to tr a i M aclui, fu il prim o ad an n u n z ia re .la m orte del r e , e disSe: L a c itt , o A d im a rc o , ti chiam a al re g n o , come genero d e l 'r e : ond e corri ad insigno rirtene m ostrandoti in .mezzo a quello scom piglio. A ppresso a. te sovra i carri venga la g iovane, ch cosi pi facilmente molti Bosforani saran no dalla t u a , vedendo la figliuola di L eucanore. Io sono A lano, e p a r e n t e a questa donzella p e r parte di m a d re , p e rch Mastira sposata da L eucanore e ra d e lla ' nostra fa m iglia: ed ora a te m inviano i fratelli di M astira, -cho sno in A la n ia ,"e ti m an d a n o a d ire di correre subito al Bosforo, acciocch il regno non venga a m ano d e l b a stard o .E u b io to , fratello di L eucano re, che fu sem pre am ico agli S c iti, e n i m n cissimo agir Alani. Cosi disso M acenta, vestito e parlanto come gli A la n i, i quali in questo sono simili agli Sciti : so non che gli Alani non p ortan o i capelli tanto lunghi q u anto gli Sciti; c M a c cnta'av eva raccorciati i suoi convencvolmcntc p e r

290

T O S S A ltl.

meglio parere Alano: ondo fu creduto essere p arente di Mastira e di, Mazea. E d o r a , 'e i se gu it, io son p ro n to , o A dim a rc o , a venir teco al Bosforo, se vuoi; o rim a n e re , se biso g n a , pe r accom pagnare la giovane. Vorrei piuttosto questo, rispose A d im a rc o , che tu essendo del sangue suo accom pa gnassi Mazea. Se vieni m eco al Bosforo, sa ra i.u n cavaliere di pi; se mi conduci la d o n n a , tu mi va rrai p e r molti. E cosi fu fatto. A dim arco p a rti, affidando a Macenta di accom pagnar M azea,' che era a n co r vergine. E questi il giorno accom pagnolla sul c a rr o , m a com e fu notte la pose sul suo cavallo, tenutogli da un altro c a v a lie re che lo aveva seguito, e m on tato in g roppa a n ch egli, spron non pi pe r l Meotide, m a voltata la briglia e cacciatosi pei cam p i, pren dendo a d estra le m ontagne dei M itrei, e ferm andosi solam ente p e r da re un po di riposo alla giovane, il terzo di giunse tra gli Sciti. Il cavallo poi che cess dalla c o rsa , stette u n poco e gli c re p ._ Macenta consegnando M azea ad Arsacom a: E cc o ti, gli disse, anche la prom essa mia. Ed egli a quella vista inaspettata era tutto com m osso, e lo ringraziava. Cessa, disse M acenta, di crederm i diverso d a te stesso. R ingraziarm i di questo che ho fatto come se la m ano sinistra ringraziasse la destra che la m edica di u n a .fe rita e la cu ra am orevolm ente. Cos farem m o u n a cosa ridicola anche noi, che gi da molto tem po siamo un solo uom o, a c red ere che sia servigio grand e se un m em bro di noi fa un bene a tutto il co rp o, perch fa bene a s stesso il m em bro che fa bene a tutto il corpo. Cos rispose Macenta ai ringraziam enti di Arsacom a. Intanto A d im arco, come saccorse-di aver dato nel lac c io , non andp pi al Bosforo (dove gi Eubioto era stato grid ato r e , chiam ato dal paese dei Sar mati dove viveva), m a tornato nel suo paesen e raccolto un grande esercito, pe r la via d e monti en tr nella S c iz ia ;-e d indi a poco anche Eubioto ne assali, m enando seco sessantamila tra G re ci, A lani e Sarm ati: e riu n iti i d u e eserciti di A dim arco e di Eubioto furono in tutto nvantam ila, d e quali u n terzo di arcieri a cavallo. Noi (anch io ebbi pa rte in quella spedizione, e aveva offerti sul cuoio cento cavalieri a m ie spese) con poco m eno di trentam ila, compresivi i cavalieri, sostenemmo questa gran piena. A rsacom a n e r a capitano. Poi-

T OS S A Ill .

297

ch li vedem m o avv icinare, an d am m o a s c o n t r a r l i , m an d a n d o innanzi i cavalli. D ura ndo lungam ente ostinata la b a tta g lia , gi i nostri pieg a n o , la falange r m p e s i, e tu tta l oste scita sfondata e divsa in due p a rti, delle quali lu n a indietreggia non veram ente sconftta m a corn o ritir a n te s i, e per gli Alani non a rd iro n o d in v estrla; la ltra pi debolo fu pre sa in mezzo dagli Alani e dai M aclui, che d a ogni p a r te la tagliavano a p ezzi, lanciand o u n nugolo di dardi e di g iavello tti, ondo era tu tta sg o m in ata , e gi molti gettavano le a rm i. In qu esta si tro v av a n o L oncate e M acenta, am b o feriti g ra v e m ente, L on cato di u n a clava che gli aveva fracassata u n a g a m b a , e Ma c en ta di u n a sc u re nel c a p o , o di u n a lanciata in u n a s p a lli. A ccortosi di questo A rs a c o m a , che e r a tr a noi a lt r i , vergo g n and o di lascaro cos gli amici s u o i , d di sproni al cavallo, o con terribile grido ed mpito assalta i nem ici b ra n d e n d o la s c im ita rra ; o n d e i'M a c lu i non sostenendo q u e lla furia si ap er sero e gli diedero la via. Ei soccorso gli a m ic i, e ra n n o d a ti o rattestati m o lti, scagliasi sopra A d im a rc o , e percossolo con la s c im itarra , presso al collo, lo spacc sino alla c in tu ra . Caduto l u i , i Maclui v an no in r p tta , poco dopo gli A la m i infine i Greci : o noi vincitori li a vrem m o tutti sterm inati se non fosse sopraggiunta- la notte. 11 giorno appresso v enn ero messi d a p a rte dei nem ici p e r fare la p a c e : i Bosforani p ro m isero di p a g a r c i doppio tr ib u to ; i Maclui di da rci ostaggi; e gli A la n i, in com penso dei dan ni fattici, di rito rn a r e al nostro gjogo i S in d ia n i, che d a molto tem po lavevano scosso. Accettam m o queste profferte, a p pro vat primji d a A rsacom a e d a L oncate. F u fatta la pa ce , ed essi ne regolarono tutti i patti. Q u e sto , o M nesippo, ardiscon di fare gli Sciti p e r gli amici loro. Mnesippo. O h i - q u e s t a u n a tr a g e d ia , o T o ssa ri, anzi p a re u n a favola. E col perm esso del Yonto e della S c im itarra d a te g iu r a ti, se u n o non la credesse forse n o n sa ria tro p p o da -b ia sim are . Tossari. B ada che cotesta tu a incredu lit non sia invidia. N on mi sgom enti se tu non c r e d i, n mi svolgi d a l , n a r r a r t i altri fatti che io so degli Sciti. Mnesippo. P u rc h non sierto tanto lu n g h i, o .caro,' n ti dilarghi in tan te parole: che ora sei a n d ato c rrendo s u e gi

298

T O SSA R I .

nella Scizia e nella M acliana, sei andato e tornalo nel Bosforo, ed hai proprio abusato del mio silenzio. Tossari. U b b id ir , ch ora fai tu la legge, e m r sbrigher in pocho p arole, pe r non affaticarti ad ascoltarmi e venir meco di qua e di l. Odi ci che fece per me un mio a m i c o /a nome Sisinne. Quando di casa io partii per Atene, msso da vaghezza di conoscere la civilt gre ca , approdai in A m astri del Pon to, dove si fa scala q u a n d o si viene di Scizia, e la citt non lungi da Coraojba. E ra meco Sisinne amico mio sin da fan ciullo. Noi d unque, v edu to un albergo sul porto, e fattevi dalla nave trasportare le nostro bagaglie, ce ne uscimmo in piazza, senza sospettare d alcun male: intanto alcuni ladri sconficcata la porta, si pigliarono ogni cosa senza lasciarci neppure il n e cessario per- quel di. T ornati a casa, e veduto il fatto, non ci parve convenevole d a r querela ai vicini ed alloste, p e r ti m ore di esser presi p e r calunniatori dicendo che c i f r a n o stati r u b a ti quattrocento darici, molte vesti, e tap p e ti, e quanto altro avevamo.-In quel tristo frangente pensavam o: che faremo noi elio siam forestieri, senza conoscenti, e spogliati di ogni cosa? io mero risoluto in quella disperazione di cacciarm i la scim itarra in un fianco e uscite di vita prim a che la fame o la sete mi sforzasse a qualfche vergogna; m a Sisinne mi confor t a v a t e pregavami di non far questo, e diceva di aver trovato egli un mezzo onde av rem m o d a nutrirc i: .e and trasp o rta r le g n e # sl p o r t o , e torn portando certo m angiare comperato col suo guadagno. Laltro di stando egli in piazza vide, come ei dice va, una frotta di belli ed aitanti giovani, che per m ercede serano scritti per com battere d a corpo a corpo nei giuochi d a cele brarsi il terzo d i: ed informatosi di ognijcosa intorno ad essi, venne da m e , e disse: Non d ire pi che sei povero, o T ossari: fra tre di ti far ricco. Cosi disse egli, ed intanto passammo quei tre giorni assai m alam ente: e venuto il di dello spettacolo andam m o anche noi a ved ere: el conducendom i come ad;i}n piacevole e nuovo spettacolo greco, mi men nel teatro. E se duti rigu ardam m o prim am en te le bestie saettate, o persegui tate dai m astini, o aizzate contro certi uom ini legati, che ci parvero malfattori. Ma poi che en tra ro n o i duellanti, un b a n ditore, precedendo un giovane d aspetto assai gagliard o, grid:

TOSSAHI.

299

Chi vuol due lla re con c o stu i, esca in m ezz o , e a v r diecimila dra m m e p e r prezzo del duello. Levasi ratto S isin n e , salta g i , si presenta a c o m b a tte re, e c hiede le arm i. E prese le diecimila d r a m m e , m e le p o r t a , m e le pone in m a n o , e d ice: Se vin c er, o T o s s a r i ,c e n a n d e r e m o in s ie m e , e n avrem o bastanto : se c a d r , seppelliscim i, e tornati nella Scizia. A queste paro le io pian gev o; m a egli p r e n d e ndo le a r m i , se ne veste, e non si pone elm o , e col capo scoverto si p re se n ta a c o m battere. In p rim a fu ferito egli, la cu rv a sc im itarra gli tagli il g a rre tto , onde molto sangue gli sc o rre v a , ed io mi sentivo m orire pel ii'm ore: m a dipoi egli spiando l a v v ers ario , che molto sicuro lassale, gli d u n co lp o nel petto, lo t r a p a s s a ,e Sei b a tte m orto ai piedi. Ma anch egli spossato d alla ferita, si sed s u l m rto, e p e r poco non spir lanim a. Io co rsi, lo riz z a i, lo consolai; e poi che fu d ich ia rato v in citore, m e lo p re s i, e m e lo portai a casa. Dopo lunga c u r a ris a n , ed o ra in Scizia, ed ha spo sata u n a mia so re lla : m a rim asto zoppo della ferita. Questo fatto, o M nesippo, non avvenuto tra i Maclui o in A lan ia, che si possa non cred e rlo p e r m ancanza di testimorti: m a qui sono molti A m a stria n i, che rico rd a n o dell a b b a ttim e n to -d i S isin n o . P e r quinto ti conter il fa tto 'd i A b a u c a , e d avr finito. A nd u n a volta questo A ba uc a nella citt dei B oristeniti, me n and o seco la moglie da lui molto a m a ta , un b a m b in o pop p a n te , ed u n a fanciulletta di sette anni. Viaggiava con fui l'a m ic o suo G in d a n o , il quale e ra am m alato d u n a ferita toc c a ta nel viaggio da certi ladri che li avevano assaliti, ed egli c om ba tte n do con essi ebb e trafitta u n a cosc ia , sicch per il dolore no n poteva reg gersi in piedi. U na notte do rm n d o essi in u n a soffitta, scoppi u n g r a n d e incendio che chiuse ogni varco , e le fiamme circond av ano tu tta la casa. Svegliatosi A b a u c a , lascia i b a m b in i d i e strid o n o , sviluppasi dalla moglie che lo teneva a ffe rra to , e dicendole di sa lv arsi, p re n d e in b raccio l a m i c o , scende o salta fuori per u n varco non a n c o ra preso dal fuoco. La d o n n a col b a m b in o in collo lo se g u iv a, o si trae va d ietro la fanciulla : m a essendo mezzo b ru c ia ta si la sci cadere dalle b ra cc ia il bam bino, e a p ena trapass le fiamme con la figliuoletta o h e p e r poco non m ori aneli essa. Q uando

500

T O SSAMI.

d ip o i, uno rim prover A b a u c a, perch lasciati i figliuoli e la moglie avesse preso G uidan e, egli rispose; Figliuoli posso farne facilmente, e pure non so se sa ra n buoni ; m a per molto tem po non p o t r e i . trov are un altro amico come G in d a n e, che m ha dato tante pruove d affetto. Ho d etto, o Mnesippo, tra molti questi cinque fatti venu tim i a m ano. O ra si dee decidere chi di noi du e do vr aver tagliata o la lingua o la destra. Chi d u nq ue giudich er? Mnesippo. Nessuno: ch non abbiam o stabilito un giudice del nostro discorso. Ma sai che farem o? Giacch o ra abbiam o saettato senza bersaglio, u n a ltra volta pren derem o u n a r b i t r o , e gli conterem o di altri am ici: e poi chi sar vinto av r ta gliata o io la lin g u a , o tu la m ano. Ma no: saria u n a stoltezza. Giacch tu hai in g ra n pregio l am icizia, ed io la tengo come la cosa pi bella e pi preziosa che gli uom ini possano posse d e re ; perch anche noi non facciamo un patio di essere amici d a questo pu nto, e di am arci per s e m p r e ? Cosi en tram bi v i n c e re m o , ed avrem o grandi pre m i, che invece di una lingua e di u n a destra ciascuno di noi ne av r d u e , e avr q u a ttr oc c h i, e qu a ttro piedi , e in tutto sar doppio. Due o tre amici uniti sono come il G erione, che i dipintori rapp resentan o con sei m ani e tre teste, perch io credo che questa sia una figura di tre am ici che fanno ogni cosa insiem e concordem ente. 'T ossanV B en dici: e facciamo cosi. Mnesippo. Ma no n ci bisogno, o T ossaci, n di sangue n di sc im itarra p e r assodare la no stra am icizia. Il presente ra g io na m en to, e la sim iglianza d e se ntim e nti, ci legheranno pi che quel calice i n cui voi bevete: perch io credo, che in questo bisogna sentim ento non giuram ento. Tossari'. Approvo questo: or siamo amici ed ospiti: tu ospite mio qui in G re cia , iotuo se m ai ve rrai nella Scizia. Mnesippo. O h, sappi che io non dubiterei di a n d are anche pi lontano, se dovessi trovarvi u n a m ic o ,q u a l t u , o Tossari, mi ti s c i m ostrato in questo ragionam ento. .

301

X L I.
L U C I O ,
0
L ASINO.

Una volta andai in T e ssa g lia , dove a v o vo u n affare di q u a t trin i pe r conto di m io p a d re con un uom o del paese. Un cavallo p o rtav a mo e le b isa cc e, e mi seguiva un servo. C am m inand o pe r la via b a tt u t a , a caso sc o n tram m o alcuni a ltri che a n d a va n o in I p a ta , citt d i T essaglia, ed erano Ipatesi ; e con essi ci accom pagnam m o alla b uo n a . C ontin uan do cos quella noiosa v i a , q u a n d o fum m o presso alla c itt, io d im a n d a i i T essa li, se conoscevano uno che a b ita va in I p a ta , o aveva nom e Ip p a r co. Io gli po rtavo u n a lettera per alloggiare in casa sua. Risposero conoscere questo Ip p a rc o , e dove sta di c a s a , e cheh a d a n ari a ssai, m a nu trisce una servicella e la moglie sole, pe rch u n avaraccio. E p o i cho p i ci a vvicinam m o alla c it t , mi add ita n o un orto e u n a m ed iocre casetta dove a bita v a Ip p a rco : mi sa lu ta n o , e v ann o via. Io mi fo alla p orta e batto: ci volle u n pezzo, e u n a d o n n a ud e venne ad a p rire . Io d i m andai : dentro Ip p a rc o ? C , rispo se; m a.tu chi sei, e che v u o i ? Gli p o rto , d issi, u n a lettera del sofista D ecriano di P a trasso. E d e ll a : Aspettam i qui :-e se rra ta la p o rta torn d e n t r o : infine riv ie n e , e ci fa e n tra re . E n tra to io saluto Ip p a rc o , e gli-consegno la lettera. Stava egli p e r.c o m in c ia re la c e n a , ad ag iato sovra u n ltticello s tr e tto , la moglie a liatogli, e su la m ensa niente an co ra a p parecchiato . L etta la lettera, egli disse: Oli, il mio carissim o D e c ria n o , quel fior dei G re c i, fa bene a m an d a re in confidenza da mo gli amici suoi. Tu vedi la mia
LUCI ANO. 2.

502

LUCI O.

casella, o L ucio, la piccola s i , m a pu alloggiare u n altra persona, o tu la farai una casa g ra n d e , se li ci a d attera i alla meglio. E voltosi alla fante: 0 P alestra, d una stanza a que sto amico ; piglia e riponi il bagaglio, se ne h a ; poi conducilo al bag no, ch egli h a fatto non poca via. Detto q u e sto , la fanlicella Palestra mi m ena in u n a bellissima stan zetta, e dice : T u ti corcherai su questo letto: pel tuo servo poi preparer qui uno stram azzo, e vi porr anche un cuscino. Dopo tali parole andam m o a lavarci, ed io diedi a lei il prezzo dell orzo pel c a v a llo : ella port ogni cosa d e n tr o , e rassett. Noi dopo il bagno tornam m o alla c a m e re tta , e poi subito dove e ra I p p a rco il q uale, presom i per m ano, mi fece a dagiare accanto a lui. L a cena non fu sca rsa : il vino era dolce e vecchio. Dopo cena si continu a b e re e c h ia c ch iera re , com e si fa a tavola con forestieri, e cosi fino a t a r d i , e finalmente ce ne and am m o a coricare. L altro girno Ipparco mi dim and che viaggio f a r e i, e se rim a rrei li pe r molti g iorni . 1 Iq vo a L a riss a , rispo si, m a conio di rim a n e r qui un tre giorni o cinque. D'issi cosi per un d i r e , m a io avevo u n a gra n voglia di rim an erci p e r tro v ar qualche d onna che sapesse fare incantesim i, e. pe r vedere qualche m ara v ig lia , come un uom o volare o d iven ir pietra. Essendom i ftto in questo pensiero, a ndavo ronzan do p e r la c itt, e i e n c h non sapessi come v enirne a cap o , pu re andavo qu a e l ronzando. E d ecco vedo venirm i incontro u n a donna, ncor giovane, facoltosa a q u anto pareva al po rtam e n to , per ch aveva la veste a fiori, un codazzo d r s e r v i , e molti o r n a menti d oro. Cme io mi fo pi v ic in o , la d o n n a mi s a lu ta : io le rispondo ; ed ella mi dice: Io sono A b re a , lam ica di tu a m ad re, se mi hai ud ito mai n o m in a re : e voi a ltr i figliuoli suoi 10 v amo come se foste i miei : perch d unque nOn alloggi da m e , o figliuol m io ? Ti ringrazio a ssai, le risposi ; m a mi pare b r u tto , non avendo a lagnarm i d un a m ic o , fuggirgli di casa : pu re con l a nim o m io , o carissim a , albergher con te. E dove alb e rg h i? mi disse. Da Ipparco. Da quell avaro
* Il te sto d ice : 7ra<rais toi? fifitpats, per, tutti i giorni. N o n p arp ii c h e 11 s e n s o c o r ra : p e r leggo TzWmi, molti. lfo r s p o tr e b b e an c h e le g g e r e TtsTstiS, quanti, che h a p o tu t o fa c ilm e u tc e s s e r e ca n g ia to in i r i u a t s .

LUCIO.

503

n e ? Non d ir q u e sto , o m ad re ."egli stalo splendido e sfar zoso con m e , e potria piuttosto ess e re biasim ato di l u s s o . Ed ella so rrid e n d o mi prend e p e r iiiano, mi tra e rn d is p a r te , e mi dice : G u rd ati attentam ente dalla moglie d Ipparco,; ch la u n a fattucchiera t e r r ib ile , u n a m ala fem m in a, che m ette l occhio addosso a tutti i giovani ; e chi n on la co m p iace, ella si vendica con u n a fa ttu ra , e molti ne h a cangiati in a n im a li, ed altri ne h a fatti m o rire. T u sei giovano, o figliuolo, sei b ello, tosto le piacerai : e coi forestieri no n si g u a rd a tanto pel sottile, Come io seppi elio ci che cercavo d a tanto tem po io l avevo in c a s a , non le diedi pi retta; e spiccatom i da lei, presi la volta di c a s a , parland o p e r via tra m e stesso: Su v ia , tu che se tanto vago di vedere questi spettacoli m a ra vigliosi, sc u o titi, e trovaci qualche m a n ie ra , q ualch e sc a ltrim ento per conseguire il tuo desiderio : tenta la serva Palestra (la moglie dell ospite ed am ico , no): e se le fai un po di ru o ta in to rn o , e qualche c a re z z e , e la pieghi alle tuo voglie, o h , tu conoscerai facilmente ogni cosa : c h i servi sanno il bene ed il male dei p a droni. Cos dicen do fra m e , e n tr a i in casa. E in casa non trovai Ip p a rc o , e n e p p u re la m oglie, ma P a lestra che assisteva al focolare e ci a p p are cc h iav a la cena.. E d io subito cogliendo l occasione: Con che g r a z ia , le d issi, o bella Palestra, m escolando nella pignatta, torci e dim eni la g ro p p a : a m e si m uove il lom bo anche cosi pe r il solletico. Oh beato Chi pu inlignere in-colfista p e n to l a . E d ella-che e r a u n a fanciulla molto a r d ita ed a g g raz ia ta: F u g g i, d isse , o r a g a z z o , se hai g iudizio e t c a ra la v ita , ch vi gran fuoco e fumo. Se p u r vi to cc h e ra i, tu sarai sc o tta to , e sta rai sem p re yicino a m e , e n e p p u re u n ' dio ti p o tr sa n a re , ch la m edicina l h o io.sola che t ho sco ttato , e d s m ira bile cho ti a ccrescer il d o lo r e , m a u n dolore cos d olce, che n ep pure se ti p i g le r a n n o a sa ssate , fuggirai^quel dolore dolco. T u r i d i ? o h , io sono u n a cuoca fe ro ce , i o , 'e non so conciare solam ente questo po di m a n g i a r e ,.m a u n a ltra gran bella co s a , l u o m o , e lo so sgozzare, sc o rtic a re , t r in c i a r e , e farne le viscere ed il cuore in guazzetto. S, dici bene, risposi ; ch da lontano e senza accostarm iti affatto m hai non p u re scottato, m a a b b ru ciato tu tto q u a n to : tu- mi hai scagliato negli occhi un

504

LUCIO.

foco invisibile, che mi sccso nei visceri, e me li strugge, senza c h io t ab b ia fatto alcun male. D e h , per gli Dei, risa nami con quella tua m edicina am ara e d o lce ; io gi son m or to , pigliami e sc o rtic a , come vuoi tu. A questo ella si fece u n a grande e piacevolissima risa ta , e fu mia: convenim m o phc dopo di aver messo a d o rm ire i p a d ro n i, verrebb e a cor carsi con me. Quando finalmente torn Ip p a rc o , ci lavam m o, e poi a cena : i bicchieri spesseggiano nel d is c o r s o , ond io fingendo d aver son no, mi levo e vo nella cam eretta assegnatam i. Quivi tutto e ra bene a pparecchiato: lo stra p u n tin o pel servo fuori. Vi cino al lelto e ra u n desco con tazze : v era ancora del vino , e prep arata acqua fresca e calda. Questo era tutto apparecchio di Palestra. Sul copertoio erano sparse molte rose, quali in te re , quali sfogliate, quali intrecciate in corone. Io trovata que st altra m ensa im ban dita aspettavo il commensale. E d ella poi che corc la p a d ro n a, puntualm ente se ne venne d a me. E fu il nostro banchetto di vino e di baci che ci dem m o scambievol m ente. E poi che col b e re ci fummo ben prep arati per la n ot te, Palestra mi disse : S en ti, g iov anotto: ricordati bene che hai sco ntrata u n a P a le s tra ,-p e r devi m ostrare se tu sei un palestrita vigoroso, o se hai im p a ra to molte specie di lo tte. Lo vedrai alle p ru o v e , risp o si: spogliati o ra , e lottiamo. La p ru o v a , disse lla , la voglio cos: io, a guisa di m aestro di sc h e rm a , chiam er le lotte che mi v erran no in c a p o , e tu s u bito ubbidisci e d eseguile a p u n t in o . C o m an da, risp o si, e ved rai destrez za , sveltezza, e gagliardia di lotte. Ella spo gliatasi la .veste, e sta ndo m i innanzi tu tta n u d a , cominci a com andare: Giovanotto, spogliati, ungiti di questo u n g u e n to , e a b branca lavversario. Piglialo alle anche, e gettalo sup in o ; caccialo sotto, entragli fra le co sce, levagli e tienigli le gambe in s u , e tu p fe g a t^ s t r in g iti, attaccati a lui ; a ppu nta il piuol o , batti e ribattilo tu tto , finch ti b a stan le forze e i lombi : poi cavalo f u o r i , fallo guizzare un po, e rificcalo nel m u ro , e picchia. Quando vedi lassezza, e tu m o n ta , avvinghia i fianchi, stringi, e bada di non affrettarti, m a tieni un po finch ti r i scontri al cozzo. r basta. Poich feci tutto a v erso, e finim mo quelle lotte, io dico a Palestra sorrid e n d o : Vedi, o m e-

LUCIO.

505

s t r o , con che destrezza e Obbedienza h lo tta to , ma tu ' ne chiam i trop pe a u n a volta, e 1 una non aspetta laltra. E d ella dandom i u n a guanciata, d ice: Che scolare ciancione m ho tro v ato l A tte n to ,v e , c h avrai altre busse, se non ta c i, e non fai come dico io. E cosi d ice n d o , si lev a , e rip u lita s ia sog giunge: O ra m ostrerai se sei un giovane e robu sto lottatore, se sai lottare e fare in ginocchio. E inginocchiatasi sul letto: Su v i a , o lo tta to re , piglia lavversario alla v ita ; e v ib ran d o laguto, ficcalo e affondalo b e n e ; vedi che egli ti sta nu do in n a n z i, cogli questo vantaggio. P r i m a , com e u so , annodalo con le bra cc ia : poi ripiegalo, in c h io d a , e batti senza allentare. Se ei si sta n c a , e tu subito rilevandolo ripiegati su di te-, e batti di sotto, e bada di non ischiodare se non sei c o m a n d a t o : ripiegalo u n a ltra v o lta , e rilevalo; all ultim o la botta m ae s t r a , dagli lo sgam betto. Lascialo; c a d u to , tutto su d o re il tuo avversario. Io rid en d o sa poritam ento: Voglio a n ch io ,, d issi, o m aestro, c om and are u n po, e chia m ar la lotta. A tten z ione: levati, o c o rc a ti: m ani g i: fo rb isc iti, a b b ra c c ia m i, pe r E r c o le , e dorm i. In queste piacevoli e scherzevoli lotte no tturn o c i p o rtam m o da b ravi tutti e d u e ; ed io ci e bb i tanto diletto che mi sco rd ai in teram ente del viaggio p e r L arissa. Infine mi venne a mento d im a n d a rle ci che io tanto agognava di conoscere, e le dico: D eh , cara P a le s tra , fammi v edere u n inca n tesim o , o u n a trasform azione della tu a p a d ro n a ; ch io ho d a g ra n tem po il desiderio di v edere una m araviglia di queste. 0 piu t to sto , se tu sai f a rn e , fa tu q ualche m a g ia , appariscim i or d una or d u n altra figura. Io credo che tu la dei conoscere q u e st arte : e ci non me l h a d e tto n e s s u n o , m a lo so da me ; p erch io , che u n a volta ero di d ia m a n te , com e mi dicevan le d o n n e , che non ho m ai fissato q uest occhi in viso a nessuna d on na p e r a m o r e , ora sono stato preso damiti con q ue st a rte , e tu mi tieni prig io ne, e m hai legata lan im a nella g u e rra amorosa. Lascia gli sch erzi, rispose P a le s tra : qual incanto pu incan ta r e A m ore, che signore della rte ? Io , o am ore mio, non ne co nosco affatto: lo giuro per la vita tu a , e p e r questo beato letto: p erch io non so di lettera, e la p a d ro n a . gelosa dell arte sua. Ma se mi v e rr u n occasione, tenter d i farti vedere la pa d ro n a

so-

306

LlJC10-

q u a n d c lla si tra s fo rm a . E dopo queste parole ci ad dorm en tam m o. Indi a non molti giorni Palestra mi avvisa che la p a d ro n a devo trasformarsi in uccello p e r volarsene dal ganzo. E d io lo dissi: Ora il tem p o ,o P alestra, di farmi il piacere di c h e t i pregai, di contentarm i di quellantico d esiderio. Sta di buon a n im o , ella rispose: e poi che fu s e ra , mi piglia e mi mena alla porta della c am era da letto della p a d ro n a, mi fa avvici nare a un bucolino della p o rta , e spiare che v dentro. Ed ecco vedo la d on na spogliarsi ; e rim a sta n u d a prende due grani d incenso, o li m ette sul fuo co della lu c e rn a , e stando cos diceva molte parole alla luce rn a: dipoi a perta u n a buona cassetta contenente molti bossoli, ne sceglie e ne cava u n o , che conteneva non so c he, m a allaspetto parev a olio. Di q u e s t o r i unge tu tta q u a n ta , com inciando dall o ugne dei piedi; e a un tratto le nascono lo p e n n e, il naso le si allunga in becco adunqo, piglia ogni qualit ed aspetto d uccello, diventa pro prio un corvo no tturno. E come si vide coperta di p e n n e , con quel b ru tto crocciare che fanno i c o rv i, si lev e volossene p e r la finestra. Parend om i u n sogno quello che vedevo, mi tofccavo con le dita le p a lp e b re, non cred end o agli occhi miei che vedevano ed e ran o svegliati. Dopo un pezzo essendomi accertato che non d o rm iv o , pregai Palestra che facesse nascere le penne a nche a m e , m ungesse di quell olio, e mi facesse volare: ch io volevo provare se trasformato in uccello si r i tiene la conoscenza d uomo. Ella apre la c am e ra , e piglia un bossolo: io subitam ente mi svesto, e mi ungo tu tto , e non di vento uccello, m a, m isero m e! m esce u n a coda dietro, le dita se n e ntrano non s o 'd o v e , le cinque ugne diventano u n unghia sola, le m ani e i piedi q u a ttro pi d u n gium ento, le orecchie lunghe, l faccia g ran de: mi guardo in to rn o , e mi vedo divenuto un asfcio. Voce d uom per lagnarm i con Pale stra non aveva p i ; m a sporgendo il labbro inferiore, e sguar dandola a guisa d asino , io la rim proveravo come poteva, che ella invece di uccello n>i aveva fatto asino. Ed ella con ambo le mani p e r d e n d o s i la faccia: Meschina m e! diceva, ho fatto un gra n taale; per la fretta ho scam biato i bossoli, he ho preso un altro sim ile, non quello che fa nascere le penne. Ma non

LUCI O.

507

t a ffannare, cuo r m io : c il rim ed io facil. P u rc h mangi rose subito ti spoglierai del g iu m e n to , e mi tornerai il mio dam o. M a, bellino m io, statti asino per questa notte sola: di mani per tempo co rrer a p ortarti le roso, tu le m a n g e r a i, e s a n e r a i . E cosi Uicendo mi carezzav a le orecchie, e mi p a l pava pe r tutta la pelle. Io, sebbene fossi asino in tutto il resto, p u re nell a nim o e nella conoscenza rim asi u om o, desso Lucio, tra n n e la voce. P e r fra m e stesso m an d a n d o il c an c h e ro a Pa lestra c he aveva sbagliato , e m o rd en dom i il la b b r o , m e no andai dove sapevo che stavano il mio cav allo , ed u n altro vero asino d Ipparco. I quali sentendom i e n t r a r e , e tem endo non fossi venuto p e r div id e re il fieno con lo ro, rizz aro n gli orec c h i, e si p re para rono a v en dicare il ve n tre coi p ied i: io me no a c c o rs i, e tenendom i lungi d alla m an g ia to ia , m e no r id ev o , ed il mio riso era raglio. Intanto io pensavo tra m e : O h i c u riosit intem pestival E se ora qui en trasse un lu po, o qualche altra b e lv a ? C orrerei pericolo , senz a v er fatto n ulla, d essere sb ra n a to I Cosi p ensav o, o n o n sa p e v o , m isero ipe, il malo d i o mi era sopra. Q uando la notte e ra a lta , il silenzio g ra n d e , e pi dolco il sonn o, odo un ru m o ro da fuori nel m u r o , come se ei fosse fo rato, ed era forato, e vi fu fatto un buco da -capirvi un u o m o , e tosto v e n tra u n u o m o , e poi un a lt r o , o molti son d e n tr o , tutti con le coltella. L egano nelle stanze Ip parco, P a le s tr a , ed il m io s e r v o ,e senza tim ore svaligiano la c a s a , p ortan do v ia d a n a r i , vesti menta, m asserizie. Avendo scopato ogni c o s a , pigliano me, l altro asino, e d il c av a llo, ci m ettono i b a s ti, ci caricano addosso tutta la ro b a p re sa , e sotto quella gran som a a furia di mazzate ci cacciano verso la m o n ta g n a , c erc an do di fug gire pe r la v ia m eno b attuta. Che patissero gli a ltr i giumenti non so d ir ; so che io , scalzo, non avvezzo, c a m m in a h d o su p ietre taglien ti, p o rtan d o tan ta ro b a a d dosso, mi sentivo mo r i r e : spesso in ciam pav o, e non m e ra permesso nep pure di c a d e r e , che tosto uno di d ietro mi tem pestava lo groppe con u n a mazza. Spesso volli esclam are oh Cesare, e non feci altro che ra g g h ia re: usciva u n Oh g ra n d e e so n o ro , m a Cesare non veniva. Ma anche per. questo mi picchiavano, perch io li sco privo col rag g h io : ond e accorgendom i a che mi riusciva il

308

LUCIO.

lam entarm i p e nsai di cam m inare in silenzio per risparm iare alm en le picchiate. Intanto gi era g io rn o , e noi.avevam vali c ate molte m ontagne: ci avevano legalo il muso con la cavezza pe r non farci pascere per via e p erd er tem po: onde per allora mi rim asi asino. A mezzogiorno facemmo alto in una villa di certunf, che e ran o loro p ratiche, come parve a quel che fece r o : che si sa lu ta ro n o , si baciarono tra loro, gl invitarono a riposa r nella villa, diedero lor d e sin a re , e lorzo a noi altri giumenti. I miei compagni se lo sg reto la ro n o ,'io p o v e r e t t o r i masi digiuno ed affamato, ch non avevo m angiato mai orzo crudo. E m entre pensavo che m a n g ia re , vedo dietro la casa u n orto con molti e belli e rb ag g i, e sopra questi com parivano alcune rose: onde io qu atto quatto m entre tutti attendevano a d e sin a re , m en vo all o rto, si pe r torm i una satolla di quegli ortaggi c r u d i, e s i 'p e r le ro se : e pensavo, come m anger di quei Bori torner uom o. E n tra to nellorto mi fo u n a scorpac ciata di lattug he, di rav an elli, di se d a n i, e di altre e rb e che T uom o m angia c ru d e ; m a quelle rose non erano rose v e re, erano fiori di lauro selvaggio, che gli uomini chiam ano l a u r o ro sa , cibo nocivo ad ogni asino ed a cavalli, e si dice che, se ne mangiano, subito muoiono. In questa se n accorge l ortola n o , piglia un randello ed entra nellorto; e veduto il nemico e la ro v in a degli ortaggi, come sbirro che coglie un m ariuolo, mi afferra e mi d tan te randellate pei fianchi e per la groppa, e g mi spezz le orecchie, e mi amm acc la faccia, che io non potendone pi trassi u n a coppia di calci, e Io distesi supino sull e rb a ; e ratto m e-la svignai verso la m ontagna. Come egli mi vide c o rrere e sc a p p a re , -grid mi sciogliessero i cani a p presso: i cani erano molti e g ra n d i, e avriano.com battu to con gli orsi. Pensai: se mi afferrano, mi s b r a n a n o : o n d e , fatto un un po di g iro , g iu d ic a i, come si dice, meglio tornata che ma landata. T ornai a dun que in d ie tro , e rientrai nella stalla. Essi, richiam ati e legati i cani che mi eran o corsi d ie tro , mi d ie dero tante bastonate, e non mi lasciarono se p rim a non mi fecerQ per il dolore cacciare di gi tutti gli ortaggi. Fattasi lo ra di rim etterci in v ia , mi caricano della soma pi pesante e pi grossa, e cos di l ci partiamo. Io non ne potevo proprio pi: b attu to, so praccaricato , con lunghie rotte

Lucio.

509

dal c am m in o , m cro risoluto di gettarm i pe r t e r r a , e q u a n d anche m uccidessero di m azzate, non levarm i p i : mi feci il conto che questa risoluzione mi riu sc ire b b e a ben e: si s ta c c h eran no in fine, sp a rtira n n o la m ia som a tra il cavallo e lasi n o , e me mi lasceranno qui ai lupi'. Ma u n d em one invidioso, in dov in and o il mio p ensiero, rovesci il ra n n o sopra, di me. L a ltro asino che forse s aveva fatto lo stesso co nto, cadde in mezzo la via. Quelli d a p rim a con le m azzate e gli a rri cer cano di far rizz are la povera b e stia ; e come la non se ntiv a la m a z z a , lo pigliano chi p e r le orecch ie, chi pe r la c o d a , e ten ta n o di sollevarlo: m a era n ien te , stava com e una pietra in mezzo la v i a , sfinito ed im m oto. F a n n o consiglio tra loro di non isprecar tem po e fatica con un asino m orto; tutto lo robe cho" esso portava lo divid ono tr a me ed il cavallo; e quel mi se ro com pagno di schiavit e di som a te lo pigliano , gli ta gliano gli stin ch i, ed ancora palp itante lo spingono pe r un pre cipizio: e quello ru zzoland o e saltando m ori p rim a di giungere gi. Io vedendo nel com pagno a che sare b b e riuscito il mio p e nsiero, mi delib erai di sop p o rta r con coraggio e cam m in a re di forza, con la sp e ra n za che avrei pu re a tro v a r r o s e , e con esse riac q u istar la salute. E udivo dire a n co ra al ladri c h e non c e ra molto di c a m m in o , e che alla' fe rm a ta ci scarichereb b e ro : onde, be nch cosi c arico, tro tta v o , e verso se ra giun gem mo a casa. D entro stava sed uta u n a v e cc h ia, e u n gra n fuoco a rd ev a . Essi tutte quelle ro b e che noi avevam o portate rip o n gono d e n tro : poi voltisi, alla vecc h ia: P erch ti stai li s e d u t a , d isse ro , e non ci app arecch i da c e n a ? T u tto p ro n to , ella risp ose, m olti p a n i, caratelli di vino v ecchio, e v ho p re p a rato carn e di salvaggium e. B ra v a la v e c c h i a , d issero; e spogliatisi si ungevano vicino a l fuoco: ed essendovi a cq u a cald a in un caldaio, ne cavav an o e se ne v ersavano sopra, specie di b a gno molto sbrigativo. Indi a poco ven nero molti giovanotti p o r tan ti assai r o b e ,. o r i, a rg e n ti, vestim n ta ,-m o lti o rn am enti d a d o n n a , e da uom o. Questi facevano com unella con gli altri ; e poi che rip o se ro ogni cosa , si lavarono allo stesso m odo. Appresso a questo v e n n e la cena che fu a b b o n d a n te , e i d i scorsi molti in sul b e re di quegli assassini. L a vecchia diede lorzo a mo ed al cav allo , il quale se lo sg ra n a v a in fretta te-

510

LUCIO.

mondo naturalm ente il compagno alla m angiatoia; m a io corno vedevo la vecchia u scire, m angiavo dei pani che erano li r i posti. Il giorno dopo rim asta la vecchia, ed un solo giovanot to', gli altri tutti quanti uscirono ad opera. Io poi mi struggevo per la mia mala s o r te , e pe r la g uardia che era attenta. La vecchia era niente p e r m e , potevo bene fuggirle dagli occhi ; m a il giovane e ra g a glia rd o, e con una g u a rd a tu ra b iec a , e portava sem pre la daga a fianco, e serrav a sem pre la porta. Dopo tre di quasi su la mezza notte to rnano i ladri por tando non o ro , n a rg en to , n a ltro , m a u n a donzelletta assai b e lla , piangente, con la veste lacera e i capelli scarmigliati. Postala dentro sovra u n giaciglio, la e sortano a sta r di buon anim o, e com andano alla vecchia d i s t a r l e vicino a gu ard arla. La fanciulla non voleva niente m an giare n b e re , m a sem pre piangeva e si s tr a p p a v a i capelli : onde io che stavo l presso in nanzi la m angiatoia piangevo an ch io con quella bella b a m b in a . Intanto i ladri fuori nel cortile cenavano. Sul fare del giorno vigno u n a lo ro v e le tta e d ic e c h e s u lla s tr a d a sta pe r passare un forestiere che porta molte ricchezze. Essi cosi .come si tro v an o , si leva n o , si a rm a n o , mettono il basto a me ed al cav allo , e tocca. Io poveretto che sapevo di a n d are a g u e rra e b a tta g lia -c a m m inavo len to , e quei che avevano fretta m i.picchiavano. Come giungemmo su la s tra d a dove e ra p e r passare il forestiero, gli assassini si gettano su le c a rro z ze , uccidono lui ed i se r v i, scelgono il meglio e lo c a r i a n o sul cavallo e su m e, e le altre^robe nascondono nel. bosco li vicino. Mentre ritorn avam o cos c a ric h i, sp ig n i, t ir a , picchia, io urto con l un g h ia ad u n a pietra a cu ta , e mi fo u n a dolorosa fe rita , sicch zoppicai pel resto della via. E quei dicevano tra loro: Insom m a dobbiam o da r m angiare a quest asino, che ogni poco inciam pica? G e t tiamolo in u n vallone questo m alagurio. Si, gettiam olo, disse un a l t r o , o sar in espiazione de peccati della.n ostra banda. E me lo volevano fare lo scherzo; m a io che gli u d ii, mi messi a trottar su la fe rita , come se la fosse d un a ltro ; ch il tim or della morte non mi faceva pi sentire il dolore. E n tra ti nellalloggiamento, ci scaricano delle r o b e , le ripo ngo no, e si mettono a desinare quando poi fu notte andarono a pigliare le altre robe rimaste. Questo povero asino, disse uno di loro, a elio

LUCIO.

511

10 m eniam o, se inutile p e r l u ngh ia? Le robe p orterem o parto noi, p a rte il cavallo. Cosi se na n d a ro n o , m en a n d o solam ente 11 cavallo. .E r a un bel ch ia ro di lu n a , od io dicevo tra m e: S ventu r a to , a cho rim a n i pi q u i? Ti m angeranno i corvi e i loro c orbicini. Non hai u dito il disegno fatto su di te? Vuoi tu -b a l zare in un precipizio? n o tte , splende la lu n a , essi sono l o n tani: fuggi, salvati d a questi padroni om icidi. Cosi pensan do fra m e , vedo che n on ero legato a nessuna p a rte , e che la c a vezza onde mi tira v a n o , stava penzolone: questo spocialmento ini spinse a f u g g i r e t e uscendo a corsa m e na ndavo. L a vec chia- come mi vide disposto a sc a p p a re , mi afferr pe r la coda, o mi teneva. Io stim ando che m erita d essere precipitato c m a lam ente am m azzato chi si lascia p re n d ere d a una vecchia, la tirava: ella g rid av a e chia m ava d e n tro la fanciulla p rig io nie ra; la quale u sc i, e vedendo la v e c c h ia , novella D irce atta cc ata a u n asino, con u n generoso a rd ir e e degno d u n garzone d is p e r a to , mi salta a d dosso, cav a lca , e tocca. E d io p e r desiderio di fuggire, e spronato dalla do n z ella; tro tta v o com e u n caval lo; la vecchia rim ase indietro. L a fanciulla pregava gliddii che la salvassero con quella fuga; e a me diceva: Se tu mi porti dal b a b b o , o asino m io, io ti affrancher di ogni fatica, e avrai un m edin no d orzo al giorno. Ed. io cho fuggivo dai miei carnefici, e speravo di av er a iuto e carezze se salvava la do nz ella, co rrevo senza c u rarm i della ferita. Ma q u an do g iu n gem m o dove la s tr a d a fa u n b iv io , i nemici che rito rn a v a n o ci sorprendono', e d a lontan o al lume della luna avendo su bito riconosciuti i miseri prig io n ie ri, c o r r o n o , m afferrano p e r 1a cav e zz a , e dicon o: Bella g io v an e , dove vai ad ora si t a r d a ? U h , p o v e retta, e non hai p a u r a degli s p i r i ti ? V ia, vieni con n o i: ti restitu irem o noi a casa tua. Cosi le dicevano con riso i sard onico : mi v o lta ro n o , e m i tira v a n o d ietro. Io sentendo al lora la ferita al piede zoppicavo; e quei: O ra se zoppo, clic se stato preso: q u a n d o volevi sc a p p are , eri sano allora, e pi veloce d u n c ava llo, c volavi. E dopo queste paro le veniva la m azza: e gi io aveva un guidalesco alla groppa pe r tali a v vertim enti. * T o rn ati nuovam ente a casa, Irovam m o la vecchia appesa

512

LITIO .

alla rupo per una. funicella; ch ella tem endo d e padroni per la fuga della donzella, s era stretta u n a corda al collo ed im piccata. Essi a m m iran do la fedelt della vecchia, la sciolsero, e la fecero a n d a re a precipizio con tu tta la fune: legarono la giovane d e n tro , e poi si m essero a m angiare e b e re a dilungo. E sul b ere ragionavano tr a loro della donzella. Diceva u no: E che faremo della fuggitiva? Che ne vuoi fare? rispondeva u n altro: la gitterem o appresso alla vecchia. Non m ancato per lei di toglierci quante ricchezze abb iam o, e sco prire tutto il traffico che noi facciamo. E sappiate, o com pagni, che se ella fosse giunta a casa su a , neppure uno di noi saria rim asto v ivo , sarem m o stati acchiappati tutti q u a n ti; i nemici ci sarieno piombati addosso. O nde vendichiam oci di questa nem ica, m a non m uoia cosi su b ito , d iru p a ta : troviam o la m orte pi do lo ro sa , e pi l u n g a , che ella senta lungo tem po il to rm e n to , e poi muoia. Si m essero a c ercare questa m o rte ; ed uno disse: Sentite come io lho a rch ite tta ta , ch .vi piacer. -Dobbiamo perderci la sino, che un poltrone, ed ora mi fa anche lo zopp o, e nella fuga della giovane ci ha avuta tutta la p a rte sua. Dimani d u n que dopo che l av rem o scan n ato , s p a r a to , e cavategli tutte le in te rio ra, m etterem o questa b u o n a giovane dentro lasino , col solo capo di fuori, acciocch non si soffo c h i, e tutto il corpo nascosto dentro. Messa c o s, la cucirem o ben be n e, e la getterem o agli avvoltoi, i quali ci faranno un pasto saporito. Pensate un po, o c o m p a g n i, alla terribilit del torm ento: im prim a lo stare chiusa in un asino m orto : poi lo stare in tem po di state e sotto la fersa del sole a cuocersi nel g iu m e n to , e m o rir di fame a poco a poco ; e non potersi nep pure uccidere. Gli altri p a tim e n ti, il puzzo dell asino im putri d ito , i vermi c h e T assaliranno , non ve li dico. Infine gli av voltoi profondando i becchi nellasino , anche lei, e forse viva v iv a , stra cc era n n o . T utti gridarono come fosse u n a cosa bel lissima questo mostruoso trovato. Io mi ra n cu ra v a che doveva essere sc a n n a to , e neppure m orto giacere in p a c e , m a c hiu dere dentro di m e la povera giovane, ed essere la t a u t o 1 di
1 A ta u lo vo ce s p a g n u o la , alando. II G ia m b u lla ri l ' u s a n e l q u a r t o lib r o d ella s u a S to r ia , d o v e d ic e che il c o n t e F e r n a n d o di C as tig lia u c c is e di s u a m a n o il c o n t e di T o l o s a : Il c h e f a tto , c o m a n d c h e e' fussc r iv e -

LUCI O.

513

quella innocente. Ma non era a n co ra l a lb a , ed eccoti all im provviso u n a m an o di so ldati, che piom ba su quei rib a ld i, li lega, e li m en a al gov ernatore d e lla c o n tra d a. Si trov che a n ch e lo sposo della donzella e r a venuto coi so ld a ti, ed egli era stato quello che aveva scoperto questo covo di ladroni. Pigliata a d u n q u e la d onz ella, e fattala sedere sov ra di m e, cosi se la m en a casa. I paesani come ci videro ancor di lo nta no, capirono cho l im presa e r a r iu sc ita , p e r c h io ne li avvisai con allegro r a g g h io , e venendoci in c o n tro , ci fecero festa, e ci c ondussero a casa. L a donzella ebbo m olta c u ra di m e , e ragion evo lm ente; insieme erav a m o stati p rig io ni , insiem e fuggiti, insiem e dovevam faro quella m o r te : e i mici pad ro ni per farmi scialare mi d a vano un m ed in n o d orz o al g iorn o, e tanto fieno che ba stav a anche ad un cam m ello. Ma io allora m an dav a pi grosso il c an c h e ro a P a le s tra , la qualo mi trasform in asino e no n in c a n e ; p erch io vedevo i cani traforarsi in cucin a e tran g u g ia r molti o bei b o c co n i, che si fanno q u a n d o c nozze di ricchi sposi. Pochi giorni dopo le no z zo , la p adrona disso al pa d re c he ella mi e ra o b b lig a ta , o che voleva rim e r ita r m i; ed il padro co m an d cho mi lascias sero a n d a r libero p e r la p e r t o , e pascer con Io cavallo della ^u a r a z z a , e disse: Cosi sa r lib e ro , v iv r piacevo lm en te, e m onter lo cavalle. E questa p a rev a allora u n a rico m pen sa giustissim a, so un asino ne doveva giu dicare. Chiam ato a d u n que u n o dei b u tte ri, a lui mi ra c c o m a n d a , ed io fui tutto lieto che non doveva p o rtare pi som a. Poi che giungem m o al p o de re il m an d ria n o mi mescol tra le c av a lle , e ci cacci a pa sce re. ' Ma anche q u i, com e avvenne a C a n d au lo , d oveva a n ch e a mo av venire il peggio . 1 Ch il b u tte ro mi lasciava in casa a
s t i l o o n o r a t a m e n t e di d r a p p i m o r e s c h i , e rip o s t o in a t a n t o s o n tu o s is s im o . 1 N a p o li ta n i h a n n o la u to , c h e non n bara , n feretro, n cata letto , m a c is s a m o r tu a r ia . Io s a r e i t e n t a t o a d ir p iu t t o s t o lauto p a r o l a gi m o d if ic a ta i t a l i a n a m e n t e d a u n p o p o lo i t a l i a n o , c h e a lauto u s a ta u n a so la v o l t a d a l G i a m b u l l a r i , il q u a l e la co p i d a q u a l c h e s t o r i c o s p a g n u o lo . 1 I I peggio v e l ho m e s s o lo p e r c h i a r i r e u n po il s e n s o d e l t e s t o , c h e o s c u r is s im o , fi n o t a la fa v o la d i G ige p a s t o r e c h e t r o v u n a n e l l o c h e lo r e n d e v a i n v i s i b i l e : c o n 1 a i u t o d e l q u a l e u c c is e C a n d a u l o r e d i Lidia , no s p o s l a m o g l i e , e d i v e n t r e . F o r s e q u i si v u o l d ir e : l i p a reva J i
t i ciA K o 2 . 27

511

LUCI O.

sua moglio Mogalopola, o d ella mi aggiogava alla m ola per m acinarle grano od orzo. Ei non era un gran male per un asino riconoscente m ac inar pe suo pad ro n i; ma la buona donila anche agli altri di quei p o d e ri, ed erano m olti, affit tava il mio povero collo, pigliandosi- la m ulenda in fa r in a : anzi l orzo assegnato a mo por profenda ella tostavalo, lo fa ceva m acinare anche a m e, ne faceva belle focacce, e-se le m angiava; e a me crusca. Se talvolta il m and ria n o mi m enava con le cavalle a pasc ere , i m aschi a calci ed a morsi mi ucci d e v an o ; ch sospettando sem pre che io volessi m ontare le loro cavalle, mi p e rseg uitav an o, sparavano calci a coppia; onde io non potevo sopportare quella gelosia cavallina. Sicch in poco tempo divenni m acilento e b r u tto ; in casa alla m ola non go devo , in cam pagna al pascolo non pasceva p e r la gu e rra che avevo dai cavalli. ' Spesso ancora mi m and avano alla m o ntagn a; e -portavo legno a dd osso : e.questo fu il m aggi o re de miei mali. P rim a m ente dovevo salire u n alto m onte pe r u n a via ripidissim a;ed io ero scalzo, o la 'm o n ta g n a aspra di sassi: poi m and avano con m e un asinaio che era un ragazzaccio scellerato, il quale ogni volta mi assassinava. Mi batteva ancora ch io corressi, e non con u n a mazza schietta m a piena di nocchi e di p u n t e l e batteva sem pre ad u n a parto della coscia, sicch quivi mi si a p r una piaga; ed ei dava sem pre su l ferita. Mi pneva a d dossa un carico che non lav ria portato un elefante: e di lass la discesa era precipitosa, ed egli anche allora mi batteva. Se vedeva che la salm a poteva cadere e piegava da u n a b a n d a , invece di toglier legne di qua e m etterle di l dov era pi leg g iera, per agguagliare il peso, che faceva? pigliava grosse pietre e le metteva alla b a n d a leggiera dove la salma tentennava, c cosi io meschino scendevo dalla m ontagna carico di legne e di pie tre inutili. La Strada e ra attra v ersa ta da un ruscello, e noi doveavere a v u ta la fo r tu n a d i Gige , ed ebbi qualla di C a n ia u l : c r e d e v o tr o v a r meglio, ed ebbi peggio. E ' q u e l n o m e di M eg alop ola , io n o n c r e d o che d e b b a e s s e r e n o m e di d o n n a . E che b is o g n o c qu i di d i r e il n om e d e l la d o n n a ? Ben ci saria , bis ogno d ir e u n a s u a m a la q u a l i t : p e r io c r e d o c h e vi si d o v r ia l e g g e r e {isya/oTravnpa > c io j m u g r a n ribalda. C o m e a n c h e fu u n a r ib a ld a la d o n n a di C a n d a u lo .' ; -

l.UCIO.

315

vamo passarlo se m p re; cd egli p e r risparm iarsi le sc a rp e, mi sal ta v a in groppa dietro l e legne, e trag itta v a il ruscello. Se talvolta per la stanchezza e lo sconvenevole peso io cad e v o , allora s il male e ra inso pportabile. Ch non a dire che ei sce n d ev a , mi d a v a u n a m a n o , m aiutava a levarm i di t e r r a , mi toglieva a nche la salm a bisog nan do; egli n sc e n d ev a , n mi dava una m a n o , m a standom i so p ra e c o m in c ia n d o , d alla testa e dalle orecchie mi dava con q ue lla m az z a, finch le m azzate mi fa cevano alzare. E d ei mi faceva a n co ra u n b ru tto scherzo. R a c coglieva u n fascio di spine acu tissim e, lo legava, o m e lo a p p e nd ev a alla c o d a: le s p in e , come io c am m inavo, spenzolando mi pungevano e ferivano tutte le p a rti di d ie tro ; ed io non potevo c an sarm en e , ch lo sta v an o appese a m e , e mi feriva no. Se io andavo piano p e r tim ore che.le spine e n tra ss ero , m o riva sotto le m azzate; se fuggivo d alla m a z z a , m e n tra v a quellacuta faccenda di d ietro . Irisomma q uellasinaio aveva ftto il chiodo di a m m azzarm i. Dacch u n a volta sola pei molti s t r a pazzi perdei pazienza e p u r mossi un pi p e r tira rg li un calcio, ebbe sem pre a m ente quel calcio. U na volta gli fu c om andato di tra s p o rta re stopp a d a un p o d e re ad u n a ltro : ei piglia m e, 'a u n gra n fascio di sto p p a , mo lo pone add o sso , e con u n a forte fune lega b e n b e n e m e e la s a lm a , app are cc h ian d o m i un gran m alanno. S tan do p e r a v v ia r c i, ei piglia di soppiatto uh tizzone a n c o ra acceso d al foc o la re , e q u a n d o siam d ilungati dal p o d e r e , lo ficca nella stoppa. Cho poteva fare la sto p p a ? Subito sa cc ese, e io non portavo altro che un fuoco im m enso. Vedendo com e sta v o l l p e r a r r o s t i r m i , e sc o n tra ta nella via u n a profonda p o z zang hera, mi vi getto in m ez z o , e voltandovi a riv oltand ovi m e e l a sto p p a , sm o rzai con la belletta qu e ll'a rd e n te ed a ce rb a so m a : e cos con m eno pericoli seguitai il r im a n e n te della via. N il ragazzo p oteva pi riaccend erm i la sto p p a , ch la e ra tu tta rpolle di m ota. E p p u re quello sfacciato ra g az za c cio , q u and o s g iu n se , con u n a bugia diede la colpa a m e , dicendo che io m era s p i n t o l a m e presso al focolare. Allora uscii di quella sto p p a , e non m e lo cred evo : m a quellim piccato mi o r d un tranello assai p i cattivo. Mi m ena alla m o n ta g n a , mi c arica d un g ra n fascio di legne, e se lo v e n d o ad un villano che a b ita v a in qu ella vicinanza : poi r i

51G

LUCIO.

condottomi a casa scarico o senza legno, dico contro di m e al padrone u n a c alunnia nefanda: Quest asino, o p a d r o n e , non so perch lo nutria m o , pigro e poltrone com : ed ora mi cac cia u n altra v ir t , o r a : quando vede u n a d o n n a , sia pu re u n a bolla zittella, o u n giovanotto, spara calci, e savventa sopra, e va in amore come fosse un uomo p e r u n a d o n n a , e d morsi per b aci, e pe r forza vuol m ontare. Questo ti far aver liti ed im pacci: tutti sono insu lta ti, tutti sono gettati a terra . E poco fa esso portando le legn h a v ed uto u n a donna p e r la cam pa gn a , e gettate le legne pe r t e r r a , si h a messo quella d on na sotto in mezzo la via e voleva c o prirla: noi chi di qua chi di l siamo accorsi, ed abbiam o aiutato quella poverella, pe r non farla sfracellare sotto questo innam oratin e . 11 padrone udendo questo, rispose: Giacch non vuole cam m inare n p o rta r la so m a , e q uando vede donne o ragazzi v a in fregola, uccide telo: le in teriora d ate ai c ani, e serbate la carn e ai lavoratori. E se si d im anda, come m orto? c subito la scusa del lupo. Quello sporco ragazzaccio dell asinaio tutto allegro voleva al lora allora scann arm i; m a p e r sorte si trov li presente un contadino di quei d in to r n i, che mi scamp dalla m orte con u n espediente brutto assai. N o , diss egli, non uccidere u n asino buono alla m acin a ed alla soma. Non ci vuol niente. Giacch qu ando vede donne va in a m o r e , p ig lia lo , e castralo. Cosi gli passer la foia', si far quieto e grasso, e po rter som a gran de e senza fatica. Se tu non sai fare questa m e d ic in a , to r ner io fra due o tr e giorni q u i , e col taglio te lo far pi manso d un pecoro. Tutti quan ti di casa lodarono-il consiglio: Dice ben e, dice bene. Io piangevo perch tosto dovevo p erdere nellasino quel delluom o, e dicevo tra m e di no n volere pi v iv e re se diventavo e u n u co : onde mi deliberai di non m an giare pi affatto, o precipitarm i dalla m o n ta g n a , e m o rir d i ru pa to, si, m a col corpo sano e senza tagli. Ma q uando fu notte avanzata venne u n messo dal paese nella cam pagna e nella villa a dire che quella giovane di fresco sposata, quella che era stata in m an dei la d r i, e lo sposo, tuttedue v e r s o l a sera passeggiando soletti sul lido , erano stati presi d a un gran cavallone, ed rano sp a riti, e cosi e ran o m orti i disgraziati. A questa novella, come se m orti i giovani non ci fosse pi

LUCIO.

517

padrone in casa, risolvono di non p i rim an ere in se rv it , e scopato q u a n to v era d e n tr o , spulezzano. Il b utte ro prese me, e fatto fardello di quanto pQt arraffare, ne carica, me e lo giu m ente. Io affannava sotto quel carico d un vero a sin o; m a non mi dispiacque l accidente che mi liber d a quello sconcio taglio. C am m inam m o tutta la notte p e r vie difficili, co ntinu am m o il viaggio per altri tre g i o r n i , e infine venim m o in u n a citt della M acedonia, d etta B erea, g rande o popolosa. Quivi i no stri condottieri stabiliron o di allogar s e noi. Noi a ltri g iu m enti fummo messi allincanto: e il b a n d ito re col suo vocione ci b an diva in mezzo la piazza. La gente si avvicina o vuol ve d e r e , e ci a p riv a n o la b o c ca , e dai denti riconoscevano gli a n n i: e chi com per q u e sto , e chi quello : io rim a si; e il b a n ditore disse: R im enate questo alla sta lla : vedete che non. tro v a p a d ro n e ? Ma la m ia m ala fo rtuna che m aveva strabalzato e straziato in tanti m o d i , 'f e cap itare anche a m e tal p a d ro n e , che non avrei mai v o lu to : era u n bag ascio n e, h n vecchio, un di quei che po rtan o la Dea S iria p e r i paesi e per le v ille , e la fanno a n d a r c ercando la 'lim o s in a . A costui sono vend uto p e r u n prezzo b u o n o , p e r tre n ta d r a m m e , e molto di malo gam bo seguo il mio nuovo padro ne. Q uando venim m o .dove abitava Filebo (cosi aveva nom e il mio compratore)^ innanzi la porta grid a g ra n voce: Ecco q u i , o z itellucce, vi ho com pe rato un bello sc h iav o , ben g a g lia rd o , e di quei di C appado cia. E ran o queste zitellucce u n b ra n co d i b a rd assi che face vano lo stesso m estiere di F ile b o : e tutti qu a n ti a quella voce risp o n d o n o , bravo! b ra v o ! creden do davvero che aveva com perato un uom o; m a come v id e ro che lo schiavo e ra u n asino, d a v an la ba ia a F ile b o : Non schiavo questo, m a lo sposo che ti hai m enato a casa p e r te. Col buo n pr farai questo belle nozze, e subito ci p a rto rirai d e bei p oltracchin i. E s e la rid e vano . Il giorno dopo si m essero al m e s tie re , com' essi dicevano: ed allestita la d e a , m e la posero a ddo sso; e usciti della citt ci demm o a girare per le c am p a g n e. Q uando ci avvicin av am o a d un villaggio, io ch e po rtavo il b a ld a c ch in o .d e lla d e a m i ferm av o; ed e ssi, q uali con lo trom b e sonavano u n a furiosa

518

LUCIO.

strom bazzata, c quali, gettate .via le m itre , col capo basso to r cendo il collo, con coltelli s intaccavano le braccia; e cia scuno cavava tanto di lingua fuor d e d e n ti, ed anche se la in taccavano: onde in bre v e ogni cosa era pieno di sangue. Ed io vedendo questo m e ne stavo tutto trem a n te , che forse la dea non avesse bisogno anche di sangue d asino. E come s erano conciati a questo modo, d alla gente che s affollava a vederli raccoglievano oboli e d ram m e, e chi dava fichi secchi, chi cacio, e fiaschi di v in o , chi un m edinno di gra n o, e orzo p e r l asino. E cos essi c am pav an o, e servivano la dea eh io portava addosso. Una volta essendo entrati in uno di quei paeselli, ti adescano un giovanotto di quei villani ben ro busto , lo tirano dentro doverano alloggiati, e da lui si fanno fare ci che sogliono .e d amano questi sporchi bagascioni. Io oltrem odo sdegnato che pe r la m ia trasformazione dovessi tollerare anche quella in d e g n it , volli g rid a re : Oh Giove, che tanto Sostieni! m a non mi usc del gorgozzule la voce m ia , si quella dellasino, e feci un gran ragghio. Alcuni villan i, che a caso avevano perduto un a sin o , e lo andavano cerc an d o , udito il mio vocione, entrano den tro senza dir niente a nessu no , credendo che io fossi l asino loro, e colgono i bagascioni in atto delle loro nefandigie. Le r is a loro nellentra re furon g ra n di; ed usciti, p e r tutto il villaggio fanno u n gran dire e gran pa rla re della sporcizia dei sacerdoti. I quali cos b ru tta mente svergognati, la notte appresso quatti q uatti se la svi gnarono: e giunti in u n a via solitaria si sdegnano e si arro vel lano contro di m e, che avevo divulgato i loro misteri. Finch p a rla ro n o , non m e ne c u r a i, m a il m ale venne d o p o , e mi dolse; ch togliendomi la dea dal dosso la posero a te r r a , e strappatem i tutte le coverte, e cosi nudo mi legano ad un g ra n d a lb e ro; e poi con quella scuriada che h a gli ossicini in punta, m e ne diedero tante che quasi mi finirono; ripetendom i : P orta la de a, e statti zitto. E dopo la disciplina avevan fatto consiglio di scannarm i perch io li aveva cos svergognati, e costretti a sb ra tta re il paese senza potere esercitare il mestie r e ; m a non mi uccisero pe r un rispetto alla dea che stava l a te r r a , o non aveva come viaggiare. E cosi dopo le staffirate ripiglio la pa d ro n a, e cammino. Verso sera abbiam o alloggia

LUCIO.

319

mento in u n a villa di un ricco u o m o , il quale e r a d e n tr o , e volentieri accolse in casa la d e a , e le offer sacrifizi. Quivi mi ricordo che io corsi un gran pericolo. Il padron della villa aveva avuto in dono da un amico u n a coscia d asino salvati c o , la quale il c uoco doveva p r e p a r a r e , e p e r sua negligenza so la fece r u b a re da alcuni cani entrati di soppiatto in cuci n a : o n d ei tem endo le b a ttitu re ed il torm en to per la pe rdita di quella coscia, si voleva im piccare. Ma la moglie s u a , che fu il m alanno m io , gli disse: No, caro m i o , non pensare a m o rire , n disperarti cos. Odi m e, e farai tu tto bene. Piglia lasino di questi effem m inati, m enalo fuori in d isp a rte , e t a gliatagli quella p a r te , quella coscia po rtala q u i , p r e p a r a la , e m ettila innanzi al p a d ro n e : il resto dellasino gettalo d a una rupe. Si c re d e r che si sia fuggito, e diru pato. Vedi come sta bene in c a rn e , che molto m igliore del salvatico? Il cupco lodando il consiglio della moglie: Ottim a p e n sa ta , o d nn a m ia , disse: solo cos posso fuggir lo sferzate; e cosi f a r . Questo m io scellerato cuoco sta n d o vicino a m e , teneva q u e sto consiglio con la moglie. Ma io vedendo la m ala p a r a ta , pensai bene di salvarm i dal trin c ia n te : o spezzata la cavezza o sp a ra n d o calci, en tro c o rren d o nella sala dove i bagascioni c enavano col p a d ro n e della villa. E quivi e n tra to a furia rove scio ogni cosa coi calci, il c a n d e lab ro , e lo m ense. Credevo di a v er trovato u n bellespediente p e r s a lv a rm i, e che il p a d ro n della villa m av ria fatto sub ito s e rra re e custod ire a tten tam ente come asino bizzarro e feroce, m a lespediento per poco non fu la m ia ro vina. P e rc h creden do che io fossi a r ra b b ia to, diedero di m ano a sp a d e , lan c e , p e rtic h e, e stavano pe r ucciderm i : m a io v edu ta la tem pesta g ra n d e me ne scappo nella sta n z a , dove d ovevano d o rm ire i miei p a d ro n i, i quali vedendo q u e s to , chiusero bene la p o rta di fuori. Q uando fu g iorno, levata la d ea u n a ltra volta, vado con quei paltonieri, e giungiam o in u n a ltra terra grossa e popolosa, nella quale tante ne im pastocchiano quei furbi che persuadono a quella gente non dovere la d ea rim a n e re in casa d un uom o, m a es sere ospitata nel tem pio di u n altra dea che qu ivi e ra in grand e venerazione; e i terrazzani volentieri ricevono la Dea forestie r a , alloggiandola con la dea loro; e a noi assegnano u n a casa

520

LUCIO.

di certi poveri uom ini. Quivi dim orarono parecchi giorni quelle gioie d e 'm ie i padroni ; e q u an do vollero andarsene in un a terra vicina, richiesero dai terrazzani la d e a: ed essi stessi entrati nel tem pio, se la pigliarono, me la posero addosso, e and aron via. Ma i ribaldi en trati in quel tempio avevano r u b a ta una coppa d oro offerta in vo to, e lavevano nascosta sotto le ve sti della dea. Come i terrazzani s accorsero di questo, su bito ci corsero appresso, e quando ci furono so p ra , sm ontano dai c avalli, te li acchiappano in mezzo la via. A h , ladroni sc e lle r a ti,d o v ' il voto che avete r u b a to ? R o v ista n o ogni cosa, e trovano la coppa in seno alla dea. Legano a dunque quegli effeminati, e li m enano in d ie tro : li m ettono in carcere, la dea che portavo io pigliano e allogano in u n altro tempio, resti tuiscono la coppa d oro alla dea del paese. Il giorno appresso stabiliscono di vendere tutte le r o b e , e me ancora. ' 'E .m i vendono ad u n forestiero d u n a terricciuola vicina, il quale faceva larte del panattiere. Questi mi prese, e com perati dieci m edinni di g ra n o , mi carica del g ra n o , e mi m ena a casa sua per u n a via faticosa. Come giungiam o mi conduce dentro il m ulino, dove vedo u n gran num ero di giu m e n ti, i quali servivano a girare molte m acine che l stavano, ed erano lutti pieni di farina. Io che allora era servo novello, e avevo portato u n peso gravissim o, ed ero venuto per u n a via fati cosa fui lasciato riposare l d e n tro: m a laltro giorno mi m et tono u n a benda agli o c c h i, mi attaccano al tim one della m a c in a , e tocca. Io sapevo come si deve m a c in a re , ch lavevo im parato pi volte; m a fingevo di non sa p e re, e mi riusc corta. Ch pigliate le m az z e,m o lti m ugnai mi c irc o n d an o , e m entre m eno me laspettavo perch non ci vedevo, le mazzate fioccano, e mi fanno subito girar come u n a trottola. E cos imparai a pruova che il servo nel fare il d o v e re non deve aspet tare la m an del padrone. , Essendomi per fatto m agro e sp a ru to , il padrone deli ber di v en derm i, e mi vendette ad un ortolano, il quale aveva preso un orto a coltivare: e la fatica che facevamo e ra questa. L a m attina il p a d ro n e mi caricava di ortaggi, li p ortava al m ercato , li consegnava ai trecconi, e mi rim enava n ell'orto. Poi egli zappava, e p ia n ta v a , ed inaffiava le p iant; ed io me

LUCIO.

521

no stavo ozioso. Ma io ci stavo di m ala voglia.; perch p rim a mente era gi in v e rn o , ed egli no n aveva d a com perarsi u n pagliericcio p e r s , non che p e r m e; poi ero s fe rra to , e andavo ora per fangacci, ora sul ghiaccio d u ro ed a c u to ; e tutti e due non m angiavam o altro cho lattughe am are e d u re . U na volta essendo usciti dell o r t o , scontram m o un om accione in veste m ilitare , elio parl in lingua ita lia n a , e d im a n d allo r t o la n o : Dove m eni q u e stasino? Quei c h e , p e n so m i, n o n inte n d e v a la lin g u a , non gli rispose. Il soldato l eb be corno a d isp re zz o , e con u n a frusta b atte l'o rto la n o : il qu ale l a b b r a n c a , e datogli uno sg a m b etto , lo a t t e r r a , se lo caccia so tto , o lo am m acca" con p u g n i, con c alc i, coi sassi della stra d a . Quegli d a p rim a re siste , e m inaccia che se si leva lo uc cid e r con la spada. L o rto la n o , u dito da lui stesso ci che doveva fare, stra p pa la sp a d a e gitta lo n ta n o , e c ontinua a tarta ssa rlo . Ei vedendosi a mal partito fingo il m o rto : laltro im p aurito di c i , lo lascia qu ivi disteso pe r m o rto ; o pigliata la s p a d a , salta su di m e; e a corsa verso la citt. Come vi g iu n g em m o , egli affid il suo orto ad u n com pagno per coltivarlo, e tem endo poi fatto d ella via , si nascondo insiem e con m e in casa d un suo confidento nella citt. Laltro g io rn o , tenuto c o n sig lio , fanno cosi: n a scondono il p a d ro n e in u n a r m a d io , e m e pigliano p e piedi o mi p o rtan o sopra p e r u n a scala in u n a sta n zu c cia su la soffltt a , e lass mi rinch iu d o n o . Il soldato levatosi di m ezzo la via col capo in tro n a to , com e si d is s e , e tutto a m m a cc ato , viene in c itt , e scontrato si nei suoi com m ilitoni, ra cc o n ta il fatto dell audace ortolano. Questi si accozzano a l u i , girano , sp ia n o , vengono a sapere dove e rav a m o nascosti, e c hia m ano in a iuto i m agistrati della citt. I qu a li m a n d a n o d e n tro alcuni loro sergenti ; e fanno uscire q u a n ti sono in c a s a : tutti escono, e l o rtolano non com parisce. I soldati dicevano che de n tro stava lo r to la n o , e lasino suo che e ra io; e i sergenti rispondevano c he non v era rim asto n e ssu n o , n uom o n asino. Facendosi molto ru m o re e schiam azzo nel c hiassuolo, io che sono stato sem pre risicoso e curioso di t u tt o , volendo vedere chi e ra n o quelli che sch iam a zz av a n o , di lass fo capolino dalla fine strella. Mi vid ero i soldati e su bito g rid aro n o : i sergenti fu ron o trovati b u g iard i : i m agistrati e n tra n o essi, e rovistato

LUCIO.

per tutto , trovano il mio p adrone accovacciato nellarm a d io , e lo pigliano o m enano in carcere a re n d e r conto del fatto suo: 10 fui portato gi, o dato in m ano ai soldati. La gente non finiva di ridere dellasino che aveva fatto la spia dalla soffitta, o tradito il p a d ro n e: ed allora da me nacque il detto com une: 1 1 capolin dellasino. Il giorno seguente che avvenne dellor tolano mio padrone io non lo so: il soldato pens di v ender mi , c mi vendette pe r venticinque d ra m m e attiche. Quei che mi com per e ra un servo d un gran ricco di Tossalonica, la m aggiore citt di Macedonia. Costui faceva il cuoco,' apparecchiava le vivande al p a d ro n e , ed aveva un fra tello suo conservo che sapeva fare il pane e le paste dolci. Questi fratelli stavano sem pre in siem e , abitavano nella stessa casuccia, dove avevano insiem e gli attrezzi delle loro a rti, e dove allogarono anche me. Dopo la cena del pad ron e, a m b e due portarono dentro m olti rilie v i, uno di carn i e di p e sc i, l altro di pani e di focacce: chiusomi dentro con tutto quel b e n e , o lasciatomi a fare una dolcissima g u a rd ia , se ne usci ro no per lavarsi. Io lasciando staro lorzo dove stava, mi getto sop ra lo m anifatture ed i guadagni de miei p a d ro n i, e final m ente ropo'tanto tem po mi fo u n a satolla dei cibi che m a n giano gli uom ini. T ornati a casa non saccorsero della roba m a n g ia ta , perch ce n e ra a ssa i, ed io m avevo ru b a to il m an giare con certo tim ore e m oderazione. Ma come io , sprezzando la loro sciocchezza, mi pap pava i migliori .bocconi, ed i pi grossi, saccorsero finalmente del d a n n o ; e luno sospett d e l l altro, e chiam ava lad ro la ltro , ch r u b a v a la ro b a comune ed era uno svergognato; e ciascuno stava attento al su o , e a n noverava i pezzi. Io intanto scialava nel b e n e , e sguazzava: il corpo pel cibo consueto mi era tornato bello , il pelo rifioriva, la pollo luceva. Quegli uom ini d a bbene vedendo che io mi fo grosso e grasso , e lorzo non tocco rim a n e sem pre q u a n te r a , vengono in sospetto del fatto m io: ed u s c iti, come pe r a n d are al b a g n o , serrano la p o r ta , e messi gli occhi per u n a fessura, vedono ogni cosa den tro . E d io allora non sapendo delli n ganno mi avvicinai a pranzare. Quei da prim a ridon o v e dendo il nuovo p ra n z o : chiam ano gli altri servi a v e d erm i, e lo risa furono pi g ra n d i: onde anche il p adrone udi le risate

LUCIO.

o lo schiam azzo che facevano , e dim and perch si ridova cosi li fuori. Dettogli il p e r c h , levasi di tav o la , e messo l occhio d e n tro , vede m e che mi pappava un bel tocco di cignale: o messosi a n c h egli a rid e re , e n tra de n tro. Colto sul fatto da l p a d ro n e io m i dispiacqui assai di p a re re o la d ro o ghiotto: m a egli aveva molto sollazzo a v e d e r m i, e mi f c o n d u rre nella s u a sala a m an g ia re, e quivi a p p are cc h iare u n a m e n s a , o n sopravi molte cose cho u n altro asino non av ria potuto m a n g ia re , c a r n i , o strich e , b ro d i, pesci sia m arin ati e sottolio , sia con salsa di senape. E d io vedend o che fortuna mi sorrideva benigna, ed accortom i che solo questo scherzo mi p o treb b e sa lv a re , bench fossi gi sa z io , p u re p ranzav o stand o innanzi la m ensa. T u tta la sala rison ava di r isa te : ed u n o d isse : Que st asino beve anche v in o , se u no gliene d : il p adro ne m e ne fece m escere, ed io ne bevvi quanto m e ne fu presentato. Come egli vide che io e ro u n nuovo m iracolo d a s in o , co m a n d a al suo m aggiordom o di sb o rsare il doppio del prezzo a colui che mi aveva c o m p e ra to , e mi affida ad un giovane su o lib e rto , a cui ingiunse d insognarm i a fare q u a n ti scherzi potessero sol lazzarlo. A costui fu facile ogni cosa, ch io u b b id iv o ed ese guivo subito ogni cosa che egli m insognava. In p rim a mi fece a d ag ia r o sul letto p e r cen a re a guisa d u o m o , poggiato sul g o m ito ; poi lottare con lu i, e d anche b a lla re rizzato su due pi, od a cc ennare di si e di no a quello che si diceva: ed io facevo tutto quel che potev o, a n ch e sen za che egli m e lo insegnasse. Per si spargo la fama g ra n d e che l asino del p a d ro n e beveva v in o , lo tta v a, b a lla v a , e che (la m araviglia m aggiore e ra questa) alle parole accennava di s e di no molto a proposito. Ma anche q u a n d o volevo b e re , io m ovendo gli occhi no chie devo il coppiere. Quei ne ]m eravigliavano com e d un m iracolo, non sapendo che nellasino stava lu om o ; e qu e sto loro non sapere cagionava il m io godere. Im p arai an co ra a p o rta re il padro ne sul d o r s o , ad a n d a re di a m b io , e di un bel trotto c o modissim o a chi mi cavalcava. Le mie coverte e ran o di g ra n pre gio, ero covertato di g u a ld ra p p a di p o rp o r a , im boccavo un freno ornato d argento e d o r o , e portavo legate al collo c a m panelle arm oniosissim e. Menecle il nostro p a d ro n e, come ho d e tto , da Tessalonica

321

LUCIO.

era venuto l pe r questa cagione.' Egli aveva promesso uno spettacolo di gladiatori alla su a p a tr ia , e questi erano gi p ro n ti, e venne la partenza. C incam m inam m o dunque di buon m attin o , ed io po rtav a il padrone dove cera di mali passi, ed era difficile an d arv i le carrozze. Come scendem m o a Tessalonica non ci fu uno che non corse a v ederm i, essendosi d a molto tempo sparsa la fama che io sapevo far tante cose, e ballava, o lottava come un uomo. II.padrone ai principali cit tadini mi mostr in u n convito; e rallegr la cena con quei m i rabili giuochi che io faceva. Ma il mio m aestro aveva trovato pe r mezzo mio u n e n trata di molte dra m m e : ch chiusomi den tro m i teneva custodito: e quei che volevano vedere le m irabili opere mie p a g av ano , ed egli ap riv a la p orta. E chi mi p ortava u n a cosa da m angia r e , e chi u n a ltra , specialmente di quelle che paiono nemiche allo stomaco della sino: ed io m angiava. Sicch in pochi giorni p ranza col p a d ro n e , p ra n za coi c uriosi, divenni grosso e g ra s so. E d u n a volta una d onna forestiera molto ricca e non b ru t t a , entrata per vederm i d e sin are , s innam ora pazzam ente di m e , sia che vide il bella sino, sia che p e r le m irabili cose che io faceva le venne il capriccio di giacersi con me. Parla col mio m ae stro , gli prom ette u n a buona m ercede se le concede di coricarsi con m e la n otte: e quegli senza p ensare se ella a vrebb e il suo piacere da me, e non lav rebbe, si piglia il dan aro. Poi che fu s e r a , ed il p a d r o n e c i licenzi dal suo convito, tornati al nostro alloggio troviam o la donn a che da un pezzo e ra venuta alla m ia stanza. Aveva fatto portare molli guanciali e coperte, e stendere a te r r a un bel letto: e i suoi servi si coricarono in nanzi la cam era li vicino. Dentro ella accese u n a gran luce rn a, che] m andava m olta luce: poi spogliatasi tutta n u d a innanzi la lucerna, e versando un unguento da. un vasello d alab astro, se ne unge ella, e ne unge anche me, e me n empie specialmente lo
1 C redo che q u i sia m a n c a n z a n e l te s t o . E mi p a r e c h e vi m a n c h in o d u e c o n c e t t i : il p r i m o , c h e il li b e rto m e n l as ino in villa o in a l tr o luo go lo n tano d a T e ss alo nica : il s e c o n d o , c h e il p a d r o n e , c h i a m a to Men e c le , a n d a n d o s p e s so a v e d e r le m a r a v ig l ie d e l l a s in o , p e n s di d a r n e s p e tt a c o l o ai T e ss alo n ice si. Se no n q u e s t o , q u a l c o s a vi m a n c a c e r t a m e n te .

LUCIO.

325

froge: indi m i b a c ia , e mi dice parole d a m o re , come fossi un u om o , e pigliatomi p e r la cavezza mi tira sul letto. Io che a questo non volevo duo in v iti, ed e ro brillo di vino ve cc h io, o stimolato dalla fragran za dellu ng uen to, vedendo la gio vano tu tta b e lla , mi corico: m a l im broglio m io e ra che non sapevo come m o n ta r la d on n a . Da q u and o ero div enuto asino io non avevo n e p p u r tocco il piacere che sogliono gli al tri a sin i, n u sato m ai con a sin a: ed aveva an co ra u n a g ra n p a u ra che la d onn a non ric e v e re b b e , e la s q u a r c e r e i , e poi sa rei punito come om icida. E non sapevo che questa p a u ra e ra vana. Ch la don na con m olti baci e saporitissim i invitandom i, q u a n d o vide che io non potevo pi te n e rm i, come a tta c c a n d o s i, ad u n uomo, mi ab brac cia , o so l o riceve de n tro tutto. E d io sciocco t e m evo an co ra , e mi tiravo in d ie tro ; ed ella mi si attac cav a ai lombi si che non potevo retrocedere, e seguiva ella quel che fuggiva. Ma.come mi accertai bene cho m ancava an c o ra p e r m e a d a r piacere e diletto alla d o n n a , la servii del resto: pen sando che infine io facevo quel che l adu ltero di Pasifae. La d o n n a e ra tanto ghiotta ed insaziabile di quei piacere che tutta notte m acinam m o senza posa. Q uando giorno levasi, e vasse n c , accordatasi col m io m aestro di dargli a ltrettanto p e r la notte seguente. Quegli che si e ra a rric ch ito con le fatiche mie, volendo m ostrare al padron o u n a ltra m ia v a le n teria, mi chiude u n a ltra volta con la d o n n a , la q u a le mi f ben tro tta re e stancare. In tan to egli v a a co n ta re la cosa al p a d r o n e , come s o m e l avesso insegnata egli, ed io non sapessi fare; e la sera m enato il p a d ro n e alla nostra sta n z a , per un buco della porta, m e gli m ostra corcato con la g iovane. Il p a d ro n e si piacquo di quella v ista, e che gli venne in cap o? di farmi fare quella cosa in pubblico. Non ne fiatare con alc u n o , dissegli; ch nel gio rn o dello spettacolo p resen terem o l asino in teatro con u n a donna c o n d a n n a ta , e gliela faremo co prire in pu bblico. Infatti c o n d ucono d a m e u n a d o n n a di quelle co ndann ate alle fiere, e le impongono d i starm i vicino e di carezzarm i. F ina l m ente venuto il giorno in cui il pa d ro n e d a v a lo spetta c olo, stabilirono d i n tro d u rm i nel tea tro : e v e n tra i cosi. V e ra u n gra n le tto , fatto di u n a testuggine in d ia n a ; sovra esso mi c o rc a n o , e a lato a m e l d o nna. E cos, messici
LUCIANO. 2 .
SS *

52G

LUCIO.

sovra u n a m acchina, c i trasportano nel teatro, e ci pongono in m ezzo; m entre gli spettatori levano alte g rid a, e mi battono lo mani. V era p re p ara ta u n a m ensa im bandita di tutte le delicature o squisitezze: e intorno a noi stavano bei garzoni che ci m escevano vino-in tazze d oro. Il m aestro che mi stava di dietro mi comand di desinare: m a io avevo vergogna a gia cer cos in un te a tro , ed aveva anche pa u ra che qualche orso o leone non mi saltasse addosso. In questa trapassava un o che portava fiori, e tra gli altri fiori vedo foglie di rose fresche: e senza pi io balzo dal letto e mi vi lancio. Credevano che io mi fossi levato per b a lla re ; ma io a nnasando i fiori ad uno ad un o , scelgo le ro se, e me le m angio. E m entre tutti stavano ancora am m irati p e r qu e sto , mi cade laspetto di gium ento, sparisc o l asino, e rim an go nudo q uel Lucio che ero dentro. A tale m araviglia, a tale spettacolo che nessuno s aspettava, stupefatti gli spettatori orrib ilm ente rom oreggiarono: e cerano due parti; chi d ic e v a : uno streg one, un m aliardo che m uta aspetto, gettatelo nel fuoco, bruciatelo qui stesso. Ed altri : No, n o , udiam o che d i r , e poi lo condannerem o. E d io correndo innanzi al governatore della provincia, che si tro vav a allo spettacolo, stando da gi gli d ico, come u n a donna tessala, serva di u n a d o nna tessala, ungendomi con unguento in ca n ta to , mi aveva fatto asino; e lo prego che mi difenda e m i custodis c a egli finch io non lo p ersu a d a che cosi stato il fatto, ed io non m entisco. E d il governatore: D inne, rispose, il tuo nome e quello d e tuoi g e n ito ri, e di altri tuoi con g iu n ti, se n ha i, e della p a tria . E d io: Mio pad re, dissi ....1 io ho nome Lucio, e mio fratello Caio; il cognome o il soprannom e abbiam o comuni : io sono scrittore di storie e di novelle, egli di elegie, ed buon poeta: e la p a tria nostra Patrasso di Acaia. Il gover natore come u d qu e sto , disse: O h , tu se figliuolo di miei c a rissimi amici ed ospiti, che mi accolsero in casa loro e m i fe cero onorati do n i; e so di certo che tu non m entisci, essendo loro figliuolo. E disceso del suo seggio mi a b b r a c c ia , mi d molti baci, e mi m ena a casa sua. In questo mezzo venne anche mio fratello, che mi port danari molte altre cose: ed
' M ancano I nomi. E fors e l a u t o r e n o n li s c r is s e , e cos v o lle d a re u n a p p a re n z a di v e r i th alla s u a favola.

LUCIO.

527

intanto il go vernato re, innanzi a tutto il popolo m i liber. Noi discesi al m aro ci acconciam m o d u n a nave, e vi ponem mo le bagaglio. Ma io pensai ben e di v isita r quella d o nna che sera innam orata di m e q u a n d ero asino, dicendo fra m e: debbo p arerle p i bello ora che son uomo. Ella mi accolse lietamente, c o m p ia ciu ta, c r e d io, della novit della cosa, e m invit a cn a re o d o rm ir seco. Io accettai : parendom i che farei u n a b ru tta scortesia, se io che fui am ato a sin o , o ra to rn ato uom o r ib u t tassi e sprezzassi lin nam orata. Onde ceno con lei, e mi spargo di molto u n guento, o m inghirlan do di quelle carissim o roso cho m avevano rifatto uom o. E r a g i.n o tte a v a n z a ta , e dove vam o coricarci: io mi lev o, e c rde n do d i fare u n a bella cosa, mi spoglio, e rim an go tutto n u d o , com e so le dovessi piacere certam ente d i pi in parag one dellasino. M a-ella come vide che io aveva tu tte le m em b ra d u o m o , mi sp ut , o disse: P u h l o non t e 'n e vai a m alo ra da m o e dalla casa m ia ? o non te ne vai a d o rm ire lungi di q u a ? E d im andando le io: Ma che offcsait ho fatto? E lla rispo se: Io n on d i to, m a di quollasinino tuo m inn am o rai a llo ra , o non con t e , ma con quello mi coricai. E credevo che t u l avessi alm eno conservato quel grosso e bellarnese della s in o , e che anche ora lo po rtassi: o tu invece di quel bello ed utile a n im ale mi vieni in n an z i m u tato in u n bertuccino. Su bito chiam a i servi, e co m a n d a di pigliarm i di p e s o ,e po rtarm i fuori la casa. Sicch io scacciato fuori la c as a, n u d o , .t u t t o in g h irla n d a to , e profum ato d u n gu enti, mi a bb raccio la n u d a terra , e con questa dorm o. Al m over delltilba, essendo n u d o , co rro alla n a v e , e r a c conto a mio fratello il caso a v v en u to m i, e n facemmo u n a risata. Dipoi essendosi messo u n buon v e n to , p a rtim m o della c itt, e in pochi giorni giunsi nella m ia p a tria . Quivi feci u n sacriCzio agl iddi sa lv ato ri, cd appesi un v o to ; ch in fede m ia non e ro uscito del culo d un cane (com e dice il pro v e r b io ) , m a d u n asino , e dopo tante e si lunghe faticho a pena ero tornato salvo a c a s a .

S28

XLlI.

oiovi: coai'UXATO.

U n C in ic o c Giove*

11 Cinico. Io, o G iove, non ti annoier a chied erti ric chezze, o ro , g ran dezze; cose tanto desiderate da m olti, o che a te non facile il- d a r l e , perch vedo che spesso fai sem biante di non u d ire chi te le chiede. Una cosa, che t facilissima, io vorrei d a te. Giove. E qual , o Cinico? Io non ti scontenter, se la tua dim and a m oderata, come tu dici. Il Cinico. Scioglimi una certa difficolt.Giove. O h, l poca cosa c otesta che chiedi, e posso con tentarti. D im andam i quello che vuoi. Il Cinico. Ecco q u i; o Giove. Hai letto certam ente anche tu i poemi d Omero e di Esiodo: dim m i se vero quello che essi can taro no del F a to e delle P a rc h e, e che inevitabile la sorte che queste filano a ciascuno che nasce. . Giove. verissimo. Niente , che le P arche non hanno ordinato: tu tte le cose che avvengono sono filate dal loro fuso: e come esse h an no da prim a destinato, cosi succede; o non pu essere a ltram ente 1 Il Cinico. D unque qu ando Om ero in uno d e suoi poemi
dice:
P erch contro il volere del la Parca T u non discenda alla magion di P l u t o ,

ed altro; direm o c h egli dice u n a sciocchezza? Giove.-Si; perch nessuna cosa p otria mai avvenire c o n tro la legge, contro il fil delle P arche. I poeti poi q u an do cantano ispirati dalle Muse dicono il vero; ma qu ando sono ab bandonati da queste de e, e fanno d a s , allora sbagliano, e

GIOVE CONFUTATO.

dicono il c o n tra rio di quello che h a n detto innanzi. P overetti, son u o m in i, non sanno il v e ro , e allora non pi in essi la divinit che li muove al canto. Il Cinico. Be: pognamo che sia cosi. Ma dim m i u n altra cosa. Non sono tre lo P a rc h e, Cloto, Lachesi ed A tropo? Giove. Son tre. Il Cinico. E il F a to , e la F o r t u n a , d e quali tanto si p a r la , che sono m a i? che potenza h a n n o ? ug u a le , o m aggiore dello P arch e? Io odo dire a tutti che niente pi potente della F o r tu n a e del Fato. Giove. A h , non perm esso di sa p e r t u tto , o Cinico. Ma perch m hai fatta questa d im a n d a intorno alle P a rc h e? I l Cinico. Dimmi p rim a q u e sta ltra cosa, o G iov e, se esso com andano anche a v o i, e se anche voi dovete p e n d ere dal loro filo. Giove. S i , d o b b ia m o , o Cinico. Ma perch s o rrid i? Il Cinico. P e rc h mi rico rd a di quei versi d O m ero, nei quali egli ti fa a rin g a re in u n a d u n an z a degli D e i, e m inac ciarli di sospendere il m ondo ad u n a catona d 'o r o ; e ti fa d ire che se tu calassi quella caten a dal cielo, e tutti gli Dei l affer rassero e si sforzassero a tra rti g i , non ti sm uovcr c b b e ro ; m a c he t u , vo lendo , facilmente solleveresti
E s s i, e tutta la t e r r a , a tu tto il m a ra.

A llora io ti cred etti di u n a forza m aravigliosa, ed a quei versi io raccapricciai di p a u r a ; m a ora io ti vedo con tutta la c a tena e le m inacce sospeso (e tu 1 hai detto) a un sottile filato. P a r m i'c h e pi giustam ente si dovria v a n ta r Cloto, che tiene te sospeso al fuso, com e i pescatori tengono alla c ann a i pe sciolini. Giove. l non so che vuoi c onchiudere con tante dim an de. Il Cinico. Questo, o Giove. Ma p e r le P a rc h e e p e r i i Fato, d e h , non farti a sp ro , non incollerirti che io ti dico schietto la verit. Se egli cosi, so le P arch e sono signore di tu tti, e se nessuno m ai potria m u ta re niente ai loro d e stin a ti, perch noi uom ini facciamo sacrifizi a voi, vi offeriamo e catom b e, e vi preghiam o di da rci i b eni che desideriam o? Io non vedo che frutto noi caviamo d a questo culto , so per preghiere non pos

550

CI O VE CONFUT ATO.

siamo n sto rn are il m ale , n ottenere il ben e d a qualche iddio. Giove. Vedo dondo hai apprese queste astute d im ande, da quegli scellerati sofisti, i quali dicono che noi non provve diam o affatto agli uomini. Ch quegli empi le sanno queste gi ran dole, e persuadono agli altri di non farci n sagrifizi n p regh iere, corno sieno inutili; p erch noi non c i prendiam o u n pensiero di ci che si fa tra v o i , n abbiam o alcun potere su le cose della terra. Ma avran no a pentirsi di questi parlari. Il Cinico. No, o G io v e , giuro al fuso di Cloto, non me l hanno insegnate essi queste d im a n d e : m a non so come mi son venute da s stesse nel discorso che facciamo. Perm ettim i ch io ti faccia qualche altra interrogazioncella: non t incresca di rispon derm i, e rispondim i p i sodo. Giove. D im anda p u r e , giacch hai tem po d a pe rd ere in queste inezie. Il Cinico. Dici tu che tutte le cose avvengono secondo il volere delle Parche? Giove. S. -

Il Cinico. E potete voi m u ta rle , e filarle in altro modo? Giove. Non mai. Il Cinico. Vuoi che la conseguenza la cavi io , o ti
c h ia r a , senza che te la dica? Giove. chiara. Ma chi ci offre sacrifizi, non ce li offre per necessit, p e r r im u n e ra rc i, p e r c om p erar d a noi i beni che desidera, m a p e r o n orare leccellenza della nostra n a tu ra . Il Cinico. Sii ba sta questo, che tu stesso dici che p e r nes su na utilit si fanno i sagrificii, m a per u n a certa bonariet degli u o m in i, che onorano la vo stra eccellenza. E p p u re se fosse qui uno di quei sofisti ti d im a n d e reb b e , in che tu dici pi eccellenti gli Dei, i quali p u r sono servi come gli uomini, e soggetti alle stesse p ad ron e che sono le P arche. Non ti gio ve r allegare che paiono migliori perch sono im m ortali: ch questa im m ortalit appunto peggio pe r loro. Gli uomini almeno muoiono e diventano liberi: m a pe r voi il giuoco d u ra sem pre, la servit e te rn a , il filo lungo e non si spezza mai.

Giove. Bla questa infinita lunghezza, o Cinico, questa eter

GIOVE CONFUTATO.

351,

nit felicit p e r n o i , che viviam o sem pre fra tutti i piaceri. I l Cinico. Non tu tti, o G iove: anche tr a voi c qualche distinzione, ed u n a b r u tta ineguaglianza. T u sei felice, tu , p e r ch sei r e , e puoi sollevare la te rra ed il m are con la fune del pozzo. Ma Vulcano u n povero z o p p o , u n fa b b r o , a b b ru s to lato sem pre innanzi al fuoco: Prom eteo u n a volta fu crocifisso. Cho dir di tuo p a d re, ancora incatenato nel T a rta ro ? Dicono cho anche voi v in n a m o ra te , che toccate qualche ferita tal v olta, e che divenite a nche servi degli uom ini, corno tuo fra tello che fu servo di L aom edonte, ed Apollo di Adm eto. Non mi p a re u n a bella felicit cotcsta, che alcuni di voi pare che se la godano pi favoriti delle P a r c h e , ed altri no. Lascio stare che voi siete ru b a ti , corno n o i, e spogliati dai sacrileghi, e di ricchissim i diventate a u n tratto p overissim i: m a molti di voi, essendo d oro o d a rgen to, siete stati squagliati nel crogiuolo, p e r volere del Fato certam ente. Giove. Vocome c in su lti, o Cinico linguacciuto? m a te no pe ntirai.

Il Cinico. S m e tti, o G iov e, dallo m inacce: tu sai cho non mi puoi far n u lla , che la P a rc a non la b b ia stabilito p rim a di te. E poi io vedo che no n puoi p u n ire neppu re i s a c rile g h i, m oltissim i dei q uali se la sc a p p an o , p e rch , cred o , il F a to non vuole che sien presi. Giove. Non lo dicevo io che tu se uno di quelli che negano la P rovvidenza? Il Cinico. T u hai u n a m atta p a u ra di coloro, o G io v e , o io non so perch. T utto quello che ti dico io , sospetti che l ho im p arato d a loro. l ti d im a n d o , perch d a chi meglio che da te , potrei sap ere il v e r o ? O r d im m i u n a ltr a c o s e tta . Cho cosa
la P rovv ide n za ? u n a delle P a rc h e ? o u n a dea superiore ad esse e p i potente? Giove. Io te l ho d etto d a p r i m a , a te non lice saper tutto. Ma tu hai com inciato a dire di volerm i fare u n a sola dim anda, ed o ra non cessi dal noiarm i con tan te stiticaggini e sotti gliezze. Lo vedo quel cho vuoi d i r e , dim ostrare che noi non ci c uriam o affatto delle cose um ane.

Il Cinico. Non lo dico io cotesto: m a poco fa tu stesso hai dello che le P arch e sono quelle che regolano tu tto: salvo se

o52

g io v e

Co n f u t a t o .

non ti penti di a v er detto u n farfallone, e vuoi ritr a tta r ti; e togliere al Fato il governo del mondo e sbandirlo. Giove. Niente affatto. La P a rc a per mezzo nostro fa tutte le coso.

Il Cinico. A h , capisco. Voi dite che siete servi e ministri delle Parche. Cosi esse p rovv ederebbero , e voi siete come i loro s t r u m e n t i , i loro ferri. Giove. Come d ici? I l Cinico. Cho voi siete, credo, come lascia e il succhio in m an del fa bb ro, i ferri della sua arte. E siccome nissuno direbbe che i ferri sono il fa bb ro, n che la nave fatta dal lascia o dal succhio, m a si dal fa b b ro ; cosi il Fato il fabbro di questa gran nave del m ondo, e voi siete i succhielli e le asce sue. L aonde parm i che gli uom ini d ovreb bero sacrificare al Fato, e da esso cercare i b e n i, invece di rivolgersi a voi ed onorarvi con processioni e sagrifizi. Ma far preghiere e onori al F a to , come fare u n buco nella c q u a : perch io so che impossibile alle stesse P arche di m u ta re punto e di rivolgere quel che d a principio destinato a ciascuno. Lim m utabile Atropo non soffrirebbe che si rivolgesse il fuso, e si guastasse il lavorio di Cloto. Giove. Tu g i, o Cinico, credi che n eppure le P arche d e b bano essere onorate dagli u o m in i, e sei di quelli che fanno d ogni e rb a fascio. Ma noi, se non p e r a ltro , perch profetia m o e prediciam o i decreti delle P a r c h e , m eriterem m o p u r qualche onore. Il Cinico. Egli del tutto in u tile, o Giove, conoscere il futuro che impossibile evitare: salvo che tu non dica que sto, che chi sapesse dover m o rire d juna punta di fe rro , po trebbe sfuggire la m orte guardandosi con ogni c ura. Ma im possibile : la P a rc a lo sp ing e r, lo far an dare a caccia, lo m ener incontro a quella p u n ta , e A drasto scaglier il giavel lotto contro il cinghiale, m a lo sfallir, ed uccider il figliuolo di Creso, perch linevitabile com ando delle P arche portava il dardo contro il giovanetto. E loracolo di Laio non egli ridicolo?
Non sem inar figliuoli : ai Numi spiace: Se prole a v r a i , li uccider (uo figlio.

GIOVE CONFUTATO.

333

E ra soverchio lavv ertim e n to , mi p a r e , q u a n d o la cosa doveva essere necessariam ente. In fatto con tutto questo oracolo egli sem in, ed il figliuolo luccise. E per io non vedo come p re tendete di farvi p a g ar le profezie. Non dico poi che solete in g a n n are i gonzi con certe risposte in fru sc ate, che dicono il si 0 il no , o non spiegano netto se chi valicher lAli distru gger il regno suo o quello di C i r o : 1 ch questo oracolo pu avero l uno e la ltro senso. Giove. Apollo a v ev a u n certo sdegno contro di C reso , il quale lo aveva offeso, facendo bollire insieme carn i di m on tone e di testuggine. Il Cinico. Non doveva sdegnarsi egli che u n Dio. Ma io credo piuttosto c he il Fato aveva fatato che il Lidio a vreb be dovuto essere ingannato d a u n oracolo, o che non a v ria saputo in te rp e tra rlo . E per a nche la profezia op e ra s u a , e no n vo stra. Giove. T u non lasci niente a noi. E che Dei siam o noi so non provvediam o alle cose del m o n d o , se non m eritiam o sacrifizii, so siamo asce e succhielli? T u vuoi la b a ia del fatto m io , p e rc h io con qu esta folgore che ho in m ano ti lascio diro tante insolenze co ntro di noi. I l Cinico. Scag liala, o G iove, se pe r m e fatale m o rir di folgore: io non ne v o rr m ale a t e , m a a Cloto cho p e r to m a v r ferito: e non m e la piglierei nem m eno con la folgore che mi percuotereb be. Ma io d im a n d e r u n a ltra cosa a te ed al F ato , pel quale ti prego di risp o n d e rm i; la tua m in a c cia m e n ha fatto rico rd a re. P e rc h m ai voi lasciate stare i sacrileghi, 1 l a d r i , e tanti sc e lle rati, sp e rg iu ri, violenti, e spesso fulmi nate u n a que rcia, u n a p ie tr a , l albero d u n a nav e che non h a fatto m ale a n essuno, e talvolta u n pover uom o d a b bene cho si trova in v iaggio? N on mi risp o n d i, o G io v e ? forse n e p p u r questo mi lice sa p e re? Giove. N o, o Cinico. Ma tu ti pigli troppi im p a c c i, e non so donde sei venuto a sfoderarm i tante dim ande.

I l Cinic o . Bene, n e p p u r questo io d im a nde r d a voi, d a te,


' N e l Giove tra g ed o , M o m o fac endo si beffe d e g li o ra c o li , r if e r is c e finche q u e s t o , e d ic e : C h i p a sser V A l i distrugger u n grande im p e r o ; m a n o n s i d k e se V im p ero p ro p rio o quello, nem icof

GIOVE CONFUTATO.

334

dalla Provvidenza o dal F a to , perch mai il buon Focione mori in tanta povert o tanto stremo del necessario; ed A ristide p ri m a di lui: c perch furon tanto ricchi Callia ed Alcibiade gio v in a s tri scapigliati, e linsolente M id ia, e quel b ardassa di Carope di E gina che fece m orir di fame la m a d r e ? P erch Socratc fu dato agli U ndici, e non Melito? P erch Sardanapalo fu re, eh ora un b a rd as sa ; e tan ti b ravi ed onesti Persiani fu ron fatti da lui crocifiggere, perch non potevano patire quelle vergogne? E pe r non venire ai tem pi n o s tr i, e nom inar le persone, perch i m alvagi e i furfanti sguazzano fra tutte le felicit, e gli uom ini d a bb en e sono sb attuti q u a e l , afflitti d a povert, d a m alattie, e da mille a ltri m ali? Giove. T u non ric o rd i, o Cinico, quali pene attendono i malvagi dopo la m o rte , e di q u a n ta felicit godono i buoni. Il Cinico. Ah dell Orco mi p a rli, e dei T izii, e d e T an tali. Io sapr che v! di netto in questa faccenda dopo che sar morto. P e r ora v orrei viver bene quel tempo che mi re sta , e dopo m orte a v er il fegato straziato d a sedici avvoltoi: e non patire la sete q u i, come T antalo, p e r poi bere con gli eroi nelle isole dei b e a ti, sdraiato su i p ra ti dell Eliso. Giove. Che d ici? Non credi che vi sono p e n e , e pre m ii, e u n tribun ale dove ciascuno re n d e conto della vita sua? Il Cinico. Ho udito che u n Minosse di Creta fa il giudice laggi. Dim mi qualche cosa di lu i: ei t figliuolo, dicono. Giove. Che vuoi sapore di lu i, o Cinico? Il Cinico. E chi punisce specialmente egli?. Giove. I malvagi certam e n te , com e gli omicidi ed i sacri leghi. Il Cinico. E chi m an d a egli nel soggiorno degli eroi? Giove. I b u o n i, i giusti, che sono vissuti secondo virt. Il Cinico. E p e rc h , o Giove? Giove. P e rc h gli uni m eritano p re m io , e gli altri pena. Il Cinico. E se uno operasse il male invo lontariam ente, lo punirebbe egli il giudice? Giove. Niente affatto. Il Cinico. E n e p p u re se un o -fa ce sse u n a bu ona azione senza volerla, egli non lo p re m ie reb b e : non vero? Giove. Neppure.

GIOVE CONFUTATO.

555

Il Cinico. D u n q u e , o G io v e , egli non devo n p rem iare n p u n ire nessuno. Giove. Come nessuno? Il Cinico. P e rc h noi uomini non facciam o niente d a noi, m a siam o soggetti ad u n a necessit inevitabile, se egli vero quello di che test siamo co nv en u ti, che la P a rc a cagione di ogni cosa. Per se uno uccide, ella luc-ciditrice: se uno fa sacri legio, fa quello che ella gli aveva com andato. Onde se Minosse volesse giudicare diritto d ov ria p u n ire il Fato invece di Sisifo, e la Parca invece di T an talo. P erch che male h a n fatto co storo che h anno ub b id ito a d un c om and o? Giove. T u non m eriti c h io pi risp o n d a a cotali do m an d e , tu sei u n tem e rario ed u n sofista: io me ne v a d o , e t i lascio. Il Cinico. E p p u re io aveva bisogno di d im a n d a rti qualche a ltra cosetta: dove sta n n o le P a rc h e? elle son t r e , e come b a stano a tante e s m inu te faccende? Le disgraziate debbono fare u n a m ala vita a vendo a m ano tante fatiche e tante noie: o son nate prop rio con u n cattivo fato a n c h esse. P e r m e , se m i fosse dato lo scegliere tra la v ita loro e la m ia , torrei di v iver pi povero che n o n sono , anzi che starm i a sedere sem p re facendo g irare u n fuso di tanti fili aggrov ig liati, ed aver sem pre tanto d occhi aperti su tu tte le cose. Se a te , o Giove, non facile risp o n d e re a queste cose, io star contento a quelle che mi hai risp o sto , e cho mi bastano a chia rirm i del Fato o della Provvidenza. Che io ne sap pia dipi forse non lo vuole il Fato.

530

XLIII.

C<!IVE TlMGliDO.'

Mercurio.

0 Giove, a che solo o pensoso vai Strolagando fra te , si giallo in grinta, E in cera di filosofo passeggi? F idati in m e: che affanni hai tu ? d u n servo Non dispregiar lallegra barzelletta. Minerva. S i, p a d re no stro, S a tu rn id e , sommo D eregi im p e ra d o r, le tue ginocchia A b bracciand o ti prego, ti prego io Lo cchiazzurrina Tritogenia t u a : P a r la , non chiudere il p ensiero; dinno Che che s ti m orde e petto ed a l m a , Che si tangoscia, e ti fa giallo in viso. Giove. Non v m ale, per d irv i, non sc iag ura , Non v caso s trag ico , che addosso A noi num i imm ortali non c a d r . Minerva. O h im !'c o n quale esordio cominci 1 Giove. O h, scellerati savi della te rra ! O h, che m ale , o P ro m e te o , mi facesti! Minerva. Ma che ? dillo ad un coro di tuoi fidi. Giove. 0 terrib ile folgore e non strid i? Minerva. A m m orza lira: la com m edia cos non pu d u r a r e ; e noi non ci abbiam o ingozzato tutto E u ripid e pe r r i sponderti a tuono.
' U n o scoli o grec o d r a g i o n e di q u e s to ti to lo. La tr a g e d ia p ie n a di s v e n t u r e , e p e r c h G io ve al p r e s e n t e in u n a s v e n t u r a , rag io n ev o l m e n t e si finge c h e eg li fac cia il tr a g e d o : p e r gli p a r l a n o in g ia m b i t r a gici G iuno ne e M i n e r v a , e d egli r is p o n d e lo ro in g ia m b i. (Scoito greco.) 1 v e r s i so no tu t t i pa r o d ie di p o e ti t r a g i c i , s p e c i a lm e n te d i E u ri p id e .

GIOVE TRAGEDO.

337

Giunone. E c redi che noi non sappiam o la cagiono del tuo


dolore qual ?

Giove. Se la sapessi p iangeresti assai. Giunone. La s o , che qualche am ore: io non ne piang o,
ch gi ho fatto il callo a tante e tan te in giurie che ho avute d a te. F orse hai trov ata qualche a ltra D a n a e , o S em ele, o E u r o p a , e te ne stru ggi, e vai m u lina nd o di divenire to ro , o sa tiro , o oro, e piovere d alla soffitta in seno alla ganza. Cotesti so sp iri, coteste lag rim e, cotesto giallore sono segni certi che sei inn am o rato . Giove. Beata te , che credi cho io a b b ia il capo a d am ore, o a cotali altre fa n ciu lla g g in i.' Giunone. E che a ltro se non questo pu addo lo rar te, cho sei G iove?

Giove. S ia m o , o G iu n o n e , all ultim o c im e n to ; stiam o , com e si d ice , sul taglio d un ra so io ; se dobb iam o a n cora aver culto ed on oranze su la t e r r a , o essero del tutto
spregiati e tenuti niente. Giunone. Ma c h e ? F o rs e la te rra gener a ltri g ig an ti? o i T i t a n i , rotto le catene o v in ta la c u sto d ia , levano di nuovo larm i c o n tro di n o i? ' ' Giove. Sta c e r ta , cho laggi tutto sicuro.* Giunone. D un q u e che altro m ale ci pu e ssere? Q uando non ti duoli di c i , io n o n vedo p e rch ci fai il Polo e l A ri stodem o , invece d essere G io v e .5 Giove. Tim ocle lo stoico , e Dam ide l e p ic u reo , ieri non so com e appiccarono u n a disputa intorno alla P ro v v id e n z a , e in na n zi m olte persone d a b b e n e , il che pi mi dolse. Dam ide di cev a che gli Dei non esisto no, e non g u a rd an o affatto, n c u ra n o le cose del m o ndo : il bu on T im ocle sforza vasi di pi gliare le pa rti no stre: m a so p rag giu nta m olta folla non si venne a nessuna conclusione. Si s e p a ra ro n o , e si diedero la posta a co n tin u a re la dispu ta u n a ltra volta: ed o r a 'tu t t i stann o in
* F o rse questi sono anche v ersi. * 11 v e r s o d E u r i p i d e n e l l e Fenicie p u t r a d u r s i c o s : S ta certo, la citt d entro s icu ra . P o lo e d A r i s t o d e m o , fam osi t r a g e d i a n t i , v is s u ti al t e m p o d t De* m ostene.
L UCIANO. 2. 89

558

C10VE TRAGEDO.

grando aspettativa di udirli, per vedere chi dei due vincer o d ir il vero. Vedete in qual pericolo, e in quali strette ci h a messi un solo uomo? Una delle due: o sarem o sprezzati e cre duti nomi v a n i, o sarem o onorati come p rim a , se Timoclo vincer la disputa. Giunone. Questo male d a v v ero ; e avevi ragion e, o Gio v e , di lam entartene in tragico. Giove. E tu credevi chio pensassi a qualche Danae, o Antiope, quando ho questi cancheri pel cap o? Intanto, o Mer cu rio, G iun one, e M inerva, che farem o? Vedete anche voi di trovarci un partito. Mercurio. Io per m e dico che se ne d ebb a consultare in c om une , e convocar parlam ento. ' Giunone. Io sono dello stesso avviso. Minerva. E d io avviso il c o n tra rio , o p a d re: non m ettere sossopra il cielo, non m ostrare che se tu rb ato per questa fac cen d a : puoi sb rig a rla d a te solo, fare che Timocle riesca v in citore nella d isp u ta , e Damide se ne vad a scornacchiato. Mercurio. Ma la non faccenda che pu rim a n e r nasco s t a , o G iove, ch la contesa dei filosofi sar pub blica: e tu parrai tira n n o , se pigli sopra di te un affare s g ra v e, che tocca tutti.

Giove. D unque fa la g rid a, e ci vengano tu tti; ch dici


bene.

Mercurio. Ecco. Venite a p a rla m e n to , o Dei: non tardate, radunatevi tu tti, v e n ite , si ha a p arlare di cose g randi. Giove. Che raz?a di g rida mi fai, o M ercurio, cos me schina e pedestre, convocandoli per cosa si grave? Mercurio. E come la vuoi, o Giove? Giove. Come la voglio? D ev e ssere in istile magnifico, in versi, u n a g rid a poetica, acciocch si radu ni pi gente. Mercurio. Si: m a questa, o Giove, saria cosa da cantatori e da rapsodi: io non sono affatto poeta, e guaster la g rid a, accozzandoladi versi troppo lunghi e troppo c o rti, e ci avr la baia. Io vedo che anche ad Apollo danno la b aia per alcuni ora coli, bench loracolo nasconda molte m agagne con la sua oscurit, e chi lode non va cercando la m isura dei versi. Giove. Almeno, o M ercurio, mscolavi parole d O m ero,

GIOVE TRAGEDO.

559

di quella sua g rid a q u a n d egli ci convocava. Te ne devi r i cordare.

Mercurio. Non l ho bene a m ente; m a puro tenter.


Nessuna dello iddio, nessuno idd io , . E nessun fiume figlio dell OceanQ Lungi si s tia , nessuna delle ninfe; Ma venite di Giove al parlam ento Voi tutti che alle sp lendide ecatom bo L a vostra p a rte vi godete, e voi Che o piccoli, o m ez z an i, o senza nome Presso le affumicate are sedete. Giove. B ra v o , o M ercurio : cotesta grida come v a ; ed eccoli che accorrono. F a 'c h e seggano secondo su a dign it cia sc u n o , secondo la m ate ria o l arte ondo fatto; nei prim i po sti quelli d o ro , poi quelli di a rg e n to , e di m ano in m ano quelli d avorio, di b ro n z o , di m a rm o ; o tra questi qu a n ti sono fatti d a F id ia , d a A lc am c n e, da M irone, d a E ufran o re , o d a cotalo altro artefice, sieno preferiti: la m in utaglia poi, poveri o malfatti, sieno tu tti stivati in qualche c a n to , che ei debbono tacere e far folla solam ente. Mercurio. Sarai u b b id ito : ognuno a v r il seggio che gli spetta. Ma toglimi un d u b b io : uno di quelli d o r o , che pesi molti tale n ti, m a sia fatto senza r te , senza nessun g a rb o , e senza p ropo rzion e, d o v r sedere inn an zi a quelli di bronzo fatti d a Mirone e da P olicleto, o di m arm o fatti d a F id ia e d A lcam eno? o p u re si devo p re g ia re pi la rte ? Giove. Si d o v r i a ,c o m e tu d i : m a pu re l oro pi d a p r e giare.

Mercurio. Capisco: vuoi cho seggano secondo ricchezza, no n secondo nobilt; p re zz o , non arte. Pigliate d u n q u e i prim i posti voi altri d oro. P a r e , o G iov e, che i b a r b a r i occupe r a n n o essi soli i prim i seggi: ch i G reci v e come so n o , g ra ziosi, di bell aspetto , di fina arte, m a di m arm o tutti e di b ro n z o , o i p i ricchi d a v o rio , con u n po di sfoglia d oro
q uanto p u r li rico p ra e li faccia risplende re: di de n tro poi sono di legno , ed h a n n o le nidiate di topi. Ma vedi questa B endi, e questo A n u b i, e vicino a lui A tte , e M itra , e L u n o , sono tutti d oro m assiccio e di valore inestim abile.

540

CIOVE TRAGEDO.

Nettuno. E sta b e n e , o M ercurio, che questo faccia di cane segga innanzi a m e , questo Egiziano a m e che sono N ettuno ? Mercurio. S , o S c u o tite rra, perch Lisippo ti fece di bronzo e p o v e r o , non avendo oro allora i Corintii : e questo il pi ricco di tutti i m etalli. Devi d u nqu e cagliare se sei s c a rta to , e non a n d a re in collera se uno con tanto di muso d oro h a pi onore di te. Venere. D u n q u e , o M ercurio, fammi sedere me in q u a l cuno dei prim i se g g i, ch io son a u re a io. Mercurio. Non a q uanto io ti v e d o , o V enere: e se io non ho le traveggole, tu sei u n pezzo di m arm o bianco di Pentele ; poi, perch cos volle Prassitele, diventasti V e n ere, e fosti da ta a quei di Cnido. Venere. E d io ti dar un testimone degno di fede, Omero, c ho in tutto il suo poem a da capo a fondo dice e h io sono laurea Venere. , Mercurio. O h , egli dice ancora che Apollo h a molto oro ed ricco : ed o r ora vedrai anche costui sedere nella terza classe, ch i ladri gli h a n r u b a ta la corona e sino i bischeri della cetra. Onde contentati di non a n d are proprio nella q u a rta classe dei proletarii.1 Il Colosso d i Rodi. E con m e chi a rd ire b b e c o n tendere, c on m e che sono il Sole e di tan ta g randezza? Se i Rodiani non avessero voluto farmi cosi stra g ran d e e sm isu ra to , c on. eguale' spesa a v reb bero potuto fare sedici iddii d oro : o nd e , pe r ragion di p ro porzione, io d ebbo essere pregiato di pi. E poi non m i m an ca arte e finitezza di lavoro in tanta gran dezza. Mercurio. Che bisogna fa re , o Giove? P e r m e sono im
1 S o la n e d i v i s e i c i t t a d i n i a t e n ie s i in q u a t t r o cl assi s e c o n d o lo ro fa c o lt: 1 i it5VTaxoff!o|iE5t(jivo!| c h e a v e v a n o l a r e n d i t a d i c i n q u e c e n t o m i s u r e d i aridi e di l i q u id i, e p a g a v a n o a l lo s t a t o u n t a l e n t o ; 2 gl'iTt-e!?, e q u e s t r i , n u tr i v a n o u n c a v a ll o p e r Io s t a t o , a v e v a n o t r e c e n t o m i s u r e , p ag a v a n o m e zzo t a le n t o ; 3* i ^EuyvTai, iu garii, d u e di q u e s ti a v e v a n o e p a g a v a n o q u a n t o u n o d e l la s e c o n d a c la s se ; 4a I ^ t i t s s , m e r c e n a r i , capile censi, p r o le ta r i , n o n p o s s e d e v a n o , non a v e v a n o d ir i t t o a d uffizi p u b b l i c i , a v e v a n o il so lo d ir i tto d el suf fr agio. V edi P l u t a r c o , Solone. L u c ia n o a p p i c c a f a c e ta m e n t e agli D ei q u e s t a d is ti n z io n e d e l le clas si in A tene .

GIOVE TRAGEDO.

341

pacciato. S e guardo la m a te ria , b ro n z o : se fo il conto di qu a n ti talenti ci h a voluto per fa b b r ic a r lo , egli passa i ricchi di cinquecento m edinni. Giove. Ci voleva a venire anche costui per m o strare la piccolezza degli a ltri e d inq uietarci p e r u n seggio. 0 il m i glior dei R o d ian i, bench tu m eriti pi onore di quelli d oro, come p otresti stare nei p rim i posti, senza far levare tutti gli a lt r i , e sedere tu solo, che con u n a na tic a occuperesti tutt il com izio? O nde meglio che tu rim a n g a in p i, e faccia come u n om brella al consesso. Mercurio. E questo un altro imbroglio. T u tti e duo di b r o n z o , e dello stesso artifizio, tutti e due lavori di L isip po, e, quel cho pi m o n ta , della stessa n o b ilt , e n tra m b i figliuoli di G iove, Bacco ed E rcole. Chi dei d u e a v r la p re fere n za ? Gi si b isticcian o, corno vedi. Giove. Noi p erdiam o tem p o , o M ercurio ; e gi dovreb bo essere aperto il p arlam ento . Seggano ora dove d iam ine v o gliono alla rinfusa: dipoi consulterem o di q ue sto, e d allora io vedr che ordino o luogo sp etta a ciascuno. Mercurio. Cappita 1 che fracasso 1 come gridano tutti i n sieme secondo fanno ogni g io rn o : Distribuziono! d o v i l n ttare ? finita l am b ro sia . Dove sono l e ca to m b e , e i sacrifizi c o m u n i?

Giove. Im poni silenzio, o M ercurio, acciocch sappiano p erch sono r a d u n a ti, e non p ensino a questo inezie, i ghiotti. Mercurio. Non tu tti, o G io v e , intendono il greco : ed io non so tante lingue da farm i capire dai P e rs ia n i, dagli S c iti, d ai T ra c i, dai Celti. Credo sia meglio a ccen nar c on m a n o , ed im p orro di tacer. Giove. F a puro cosi. Mercurio. B ene: eccoteli pi m uti dei filsofi. P a rla ora. Yo como tutti rig u a rd a n o in t e , e d a spettano che dirai. Giove. E p p u re m interviene u n a c o sa , che no n ho ver gogna di confessare a te, che mi sei figliuolo. Ti r ic o rd a che sicurezza, e ch e gra n voce io ho avuto sem pre in p a rla m ento? Mercurio. Mi ri c o r d a , ed io trem av o a u d irti p a rla m e n tare , specialm ente allora che m inacciasti di sc h ian ta r dalle fon20'

GIOVE TRAGEDO.

(lamenta la te rr a cd il m ar e con tutti gli d e i, calando quella catena d oro. Giove. E d o r a , o figliuolo, non so so p e r la grandezza dei mali clic ci so v ra sta n o , o per la m oltitudine che m dinanzi (ch l'a d u n a n z a pienissim a, come vedi), io mi sono sm ar rito , trem o , sento la lingua come legata; m a quel che pi nuovo, ho dim enticato il proemio dell orazione che aveva preparato por e n tra re a parlare con u n vistosissimo com inciam ento. Mercurio. O h , 1 hai fatta g ro ss a, o Giove. Questi sospet tano del tuo ta c e re ; e qualche gra n m ale aspettano di u d ire , giacch tu indugi tanto. Giove. Vuoi che io ricanti loro quel proemio di O m ero ? Mercurio. Q u a le ? . Giove. A sco ltate m i, o iddii tutti ed iddie. Mercurio. Bah! Ti bastino i versi che poco fa hai decla m ato a noi. Ma lasciali alla m alora questi v e rsi, e piglia quale vuoi delle orazioni di Demostene contro F ilip p o : v e d i, ra c cozza, ra b b erc ia un po : cosi fanno molti oratori.

Giove. Ben dici: questo un brev e espediente o ra to rio , un mezzo facile q u and o non si h a che dire. Mercurio. E com incia u n a volta. Giove. Io credo che voi, o c ittadini id d ii, pi dareste tutte le ricchezze del m ondo p e r sapere che g ra n cosa mai qu e sta, p e r la quale siete ora ragun ati : e se egli c o s i, con viene attentam ente ascoltare le m ie parole. L a presente con dizion e, o D ei, quasi ne p a rla e d ic e , che ora da pre n d ere un gagliardo p artito; e noi parm i ce ne c uriam o poco. Ma ora voglio (giacch mi vien m eno Dem ostene) dirvi spiattellato qual la cosa che mi tu r b a , e m i h a fatto c h ia m ar parlam en to. Ie ri, come sapete, pgdron Mnositeo c i offer u n sacrifizio per avergli salvata la nave che stava pe r p erdersi presso capo C afareo; e quan ti di noi Mnesiteo chiam al sacrifizio, a n damm o a quel banchetto nel Pireo. Dopo le libazioni ognuno di voi altri se ne and pei fatti suoi: io (p e rch non e ra a n cora ta rd i) me ne salii in c itt , p e r passeggiare in sul vespro, nel Ceramico; e andavo ripensand o alla spilorceria d i Mnesile o , il quale, chiam ati a convito sedici d ei, ci sacrific un sol

CIOVE TRAGEDO.

543

gallo gi vecchio c con la p ip ita , $ q u a ttro grani d incenso tutto muffato, che subito si spense sul c a rb o n e , c non diede neppu r tanto fumo che giungesse al naso: ep p u re egli aveva promesso le ecatom bi q u and o la nave a n d av a a ro m p ere ad u n o scoglio, ed e ra gi d a ta in secco. T r a questi pensieri giungo al P e e ile , e vedo una gran fitta di g ente, chi sotto il por tico, chi allo sc o p e rto , e alcun i che g r id av a n o e c o ntend evano seduti su quei poggiuoli. Sup po n e n d o , com e e r a , elio fossero di questi filosofi accattab rig he, mi venne voglia di udir d a vicino ci che dicevano; e giacch mi trov av o chiuso in u n a densa n u b e , presi aspetto simile al lo ro , mi sciorinai sul petto la b a r b a , e d ivenn i u n filosofo sp u ta to : e d a n d o gom itato di q u a e di l , mi ficco tra la folla, sen za essere con osciuto chi ero. T rovo quello scellerato e picureo di D a m id e , e quel d a b ben uom o di Timoclo lo stoico accapigliati in u n a disputa. Tim ocle e ra tutto su d a to e ra u co pel tro ppo g ridaro; e Dam ide con un suo risolino sa rd o n ico pi lo stizziva. E la d isp u ta era intorno a noi. Quel rib ald o di D am ide diceva che noi no n ci b rig h ia m o pu nto degli u o m in i, non rig u ard ia m o a ci cho essi fanno , o diceva insom m a che noi n o n esistiam o affatto. Q ue sta e ra la sostanza del suo disc orso: e v e ra n o quelli che lo lodavano. T im o c le , che stava dalla parto nostra, co m ba tte va a tutta o ltra n z a , s a rro v e lla v a , e con tutti i m odi si sforzava di lodare la n ostra p ro v v id e n z a , o d im o stra re con q u a n to ordino e convenienza noi reggiam o o g o v e rn ia m o tu tte lo cose del m ondo. A veva a n c h egli i suoi lo d a to ri, s i ; m a era gi a rro c a to , e p a rla v a m a le , e la gente g u a rd a v a n o D am ide. Io ve dendo il pericolo, co m an dai alla notte di sc e n d ere e sciogliere la brigata. Se n a n d a ro n o a d u n q u e , datisi la posta di finir d i m ani questa q u istio n e : e d io confusomi tra la folla , udivo la gento che m en tre se ne torn av ano a casa, lodavano fra di loro gli argom enti di D a m id o , e il m aggior nu m ero teneva p e r lui. Ma ci eran o a nche a lcuni che non volevano c o n d a n n a re a n ti cipatam ente la parto c o n tra ria , m a asp ettare che altro d ir Tim ocle dim ani. Eccovi d u n q u e p erch vi h o convocati : non si tratta di piccola c o s a , o D ei, so c onsiderate che tutto lon o r e , la g lo ria , le n tra ta no stra sono gli uom ini. So questi si persuadon o che noi non ci siamo affatto, o che ci siam o e non

544

GIOVE TtlAGEDO.

ci curiam punto di lo ro , non avrem o pi n sacrifizi, n doni, n onori in te r r a , co no rim a rrem o in cielo a m orir di fame, sarem o privi di quelle loro feste, delle solennit, dei sacrifici, delle processioni. In cosa di si grave m omento io dico che tutti q u a n ti dobbiam o o ra pensare a qualche espediente che ci salvi, e col quale Timocle possa v in ce re, e dire cose che paiano pi vere; e Dam ide sia deriso dagli ascoltatori: ch 10 per me non mi fido tanto in Timocle che v in ce r d a s, so noi non gli darem o qualche aiuto. F a o ra, o M ercurio, il b a n d o , come uso , acciocch si levino a dire il loro parere. Mercurio. Z itto, u d ite , non fate chiasso. Chi degli Dei vuol p a rla m e n ta re , che ha l et giusta ed il d i r it t o ? Che ? Nessuno si leva? e tacete sbigottiti al grand e e terrib ile a n nunzio? Momo. Vah, diventate tutti ed a cq u a e creta, io, se mi si concede p a rla r liberam ente, io , o Giove, avrei molte cose a dire. ' Giove. P a r l a , o M om o, senza p a u ra : ch tu certo sarai franco p e r comune utilit. Momo. D unque u d ite m i, o Dei: io vi parlo col cuo re in mano. Da un pezzo m aspettavo che sarem m o venuti a questo im broglio, e che ci sa re b b ero sbocciati molti di questi sofisti, i quali d a noi stessi piglierebbero l occasione di tan to ardire. P e r T em i, noi non dobbiam o sdegnarci con E p ic u ro , n coi discepoli e s e g u a c i delle sue dottrine, se hanno questo concetto di noi: perch che volete voi che essi pensino quando vedono 11 gran guazzabuglio del m o n d o , gli uom ini dabb en e m arcire in povert, in m ala ttie, in servit; i malvagi e scellerati ono r a ti , stra ric ch i, sul collo ai b uon i? i sacrileghi non pure im p u n iti, m a scono sciuti, crocifisso e flagellato talvolta chi non ha fatto alcun male? Hanno ragione d un que, vedendo queste cose, a pensare cos di noi, come se non esistessimo affatto. Spe cialmente q u a n d odono u n oracolo che dice: Chipasser lAli, roviner grande impero; m a non indica qua le , se il su o , o il nemico. E d un altro: 0 diva Salam ina, tu perderai i figliuoli delle donne. I Persiani, credo io, erano figliuoli delle donne q uanto i Greci. E q u a n d odono i poeti cantare che noi fac ciam o la m o re , buschiam o ferite, andiam p rig io n i, diventiam

GI OVE TRAGEDO.

345

se rv i, siam o cani e gatti t r a n o i, ed abb iam o mille noie e m a la n n i, noi c he ci teniam o beati ed im m o rtali, che altro pos sono che g iustam ente d e r id e r c i , ed averci in conto di niente? Noi ci sdegniam o che alcuni uom ini non in tu tto sciocchi ci d an no biasim o p e r queste cose, e rib u tta n o la n ostra pro vvi de n za ; ep p u re do vre m m o sta r contenti che ci h a an co ra chi ci offre sacrifizi, dopo tante corbellerie che noi facciamo. Ma d im m i, o Giove (giacch siamo so li, n in qu esta a d u n a n z a alcun u o m o , s o non E rc o le , B acco, G a n im e d e ed E scu lapio , gi arrolati tra noi ), d im m i la v e r it , se m ai ti se tan to cu rato della t e r r a , d a rice rca rv i qu a li sono i tris ti, e quali i b u o n i: n o n puoi dirm elo. Se Teseo a n d an do d a T rezene in Atene non si fosso a b b attu to a distru ggere quei m alfatto ri, q uan to a te ed alla tua pro vvidenza v iv re b b e ro a n c o ra e sc a n n ere b b ero i passeggieri e S c iro n e, e il P ie gapini, e Cerciono e gli a ltri. E se E u riste o , uom o giusto e p r o v v e d u to , non si fosse intenerito a ud ire sv e n tu re in tan ti luoghi, e no n vi avesse m an d a to q u e sto su o servitore forzuto e pron to alle fatiche; t u , o G io ve, ti saresti cu rato poco dell i d r a , degli uccelli Stin falid i, dei ca valli d i T r a c ia , e degli sfraceli dei C entauri u b b ria c h i. N o i, se si h a a d ire la v e r it , noi ce ne stiam o in pan ciolle, e attendiam solam ente se u n o ci fa sacrifizio, se i n ostri altari fumano.: il resto corno v a va. P e r o ra ci tocca q u e sto , e ci toccher di p i , q u a n d o gli u o m in i, levando u n popi il capo, sacco rgeranno che sacrifizi e processioni non fanno loro al c un pr. E t r a poco v e d rai gli E p ic u r i, i M e tro d o ri, i Dam idi beffarci, ed i nostri avvocati scornacch iati e rido tti a tu ra rs i la bocca. Sta in voi a d u n q u e p o rre u n term in e ed u n rim ed io a questi m a l i , ch voi li avete fatti crescere tanto . P e r Momo non v pericolo che egli non av r pi o n o ri: ch gi d a molto tem po non tie h o , m en tre voi godete e scialate di sacrifizi. Giove. L asciam o, o D ei, g ra cc h ia re c ostui, stato sem pre u n asp ro censore. Dice il gra n D em ostene, la ccusare, il biasi m are , il cen su rare cosa facile, e c h iu n q u e pu farla; m a tro v a re u n espediente u tile , q u i p a re il sonno di chi consiglia. E d io so bene che voi il tro v e re te , e farete anche tac e r costui. Nettuno. Sebbene io m i sto sotta c q u a , come sape te , e me ne vivo in fondo al m a r e , secondo mio potere sa lv a n d o i na

GIOVE TRAGEDO.

v ig an ti, guidando i n a v ig li, o governando i v enti; p u r o , p e r ch le cose di qui mi sono anche a c u a r e , io dico che bisogna toglier di mezzo questo Dam ide p rim a che venga a disputare, o col fulm ino, o con altro m od o, acciocch non vinca p a rla n d o ; ch t u , o G iove, lo d ic i uomo e n tra n te e p e rsu a siv o .E noi mo strerem o ancora come sappiam o p un ire chi sparla cosi di noi. Giove. T u sch erzi, o N ettuno; o p u r e ti se d im e n tic a to , c h o noi non a b bia m o questo po tere , noi, m a le P a rc h e, le quali filano a ciascuno la sorte sua; chi deve m o rir di fulmine, chi di sp a d a , chi di feb b re, chi di tisi? Se fosse stato in poter m io , credi tu che non avrei scagliato u n a saetta a quei lad ri che test in Pisa mi tagliarono due ricci, pesanti sei m ine lu n o , e se n and aron o; e tu avresti v edu to in Gerasto quel pesca tore d Orco ru b a rti il trid e n te ? E poi p a rr che noi ci acco riam o troppo di questa cosa, e che ci spauriam o degli a rg o menti di D a m id e ,e che per ci sbrighiam o di lui senza aspet tare di cim entarlo con Timocle. E infine sai che s d ir ? che vogliam vincere la causa in contum acia. Nettuno. E p p u re io credevo d avere trovata u n a scorcia toia p e r vincere. Giove. V a , l pen sata d un tonno cotesta; l proprio grossa, o N e ttuno, togliere di mezzo la vv ersario, acciocch m uoia non v in to , e lasci sospesa ed indecisa la disputa. Nettuno. E b b e n e , pensatene voi u n a pi so ttile, giacch la m ia vi pare tanto grossa. ; ' Ajollo. Se a noi altri giovani e ancora sb a rb a ti la leggo permettesse p a rla re , forse direi cosa utile alla nostra que stione. Momo. L a questione, o A pollo, si grave che non si ba d a ad e t , ed a tutti lecito parlare. Saria bella! corriam o tanto pericolo, e stiam o a stirac c hia re le leggi. E poi tu "hai let da parlare, ch gi da u n pezzo uscisti di garzone, e sei scritto t r a i dodici Maggiorenti, o quasi quasi sci del consiglio di Saturno. Onde non farci il fanciullo, e d i il tuo parere, senza v e rgognarti che sei sb a rb a to e p a rli, avendo p e r figliuolo Escu lapio che porta tanto di b a rb a . E poi ti conviene specialm ente adesso sfoderar la tua sapienza, se no stai per scherzo sul lE licona a filosofar con le Muse.

GIO VE TRAGEDO .

347

Apollo. Non sp etta a te , o Momo, d a r questo perm esso; m a a Giove. E se egli v o rr , dir tal cosa onde ved rai che sanno fare lo Muse ed Elicona. Giove. P a r l a , o figliuolo: te Io perm etto. Apollo. Questo Tim ocle u n uom o d a b b e n e , e tim o ra to , e gran do ttore nella d ottrina stoica ; onde insegna filosofia a p a recchi g io v an i, o ne busca bei d a n a r i , essendo u n g ra n ra g io n a to re q u and o ragion a in privato con gli scolari: m a a p a rla re in p ubblico tim idissim o, ha un linguaggio plebeo e mezzo b a r b a r o , e per nello ad unanze fa rid e re : non pro n u n z ia c h ia ro , m a tarta g lia e rappallottola le parole, specialm ente q u a n d o vuol fare laggraziato. A c om p ren dere a cu tissim o , o v a nel sottile, come dicono quelli che meglio sanno nella stoi c a: m a a p a rla re e spiegarsi gu asta il pe n siero, lo c o nfond e, noii c h iarisce ci che vuol dire, m a lo involge in enim m i, e alle dim ande sim broglia e risponde pi s c u rp : sicch quelli che. non lo inten don o, lo deridono. Si devo p a rla r c h ia ro , c r e d io, e ba d arc i attentam ente., acciocch chi ascolta capisca. Momo. Dici b e n e , o A pollo, cho si d ee p a r la r c h i a r o , m a tu non fai cosi nei tuoi re sp o n si, c h e sono scu ri ed en im m atic i, e tu per p ru d e n za li getti sem p re in a r i a , ondo ci vuole un altro Apollo per ispicgarli. Ma v i a , o r a cho c on sig li? che rim ed io proponi pe r questo T im ocle che non pu p a r la r e ? Apollo. Dargli, o Momo, u n a v v o ca to , se possiam m etter gli a fianco uno di questi v alenti p a r la to r i, che dica convene volm ente ci che Tim oclo pensa e gli suggerisce. Momo. L hai d etta veram ente da sb a rb a te llo , che vu o le ancora il podagago! in u n a disputa di filosofi m ettere u n tu r c im a n n o , che spieghi al pubblico il pensiero di Tim ocle! D u nqu e Dam ide p a rle r da s, e con la b occa s u a , ed egli si se rv ir del tu r c im a n n o , cui d ir nellorecchio il suo pensiero, e quegli esp o rr con b ella rettorica ci che h a udito e forse n epp ure capito. O h , come no rid e re b b e la m oltitu dine 1 Via, scartiam ola questa p e r u n a ltra volta. Ma tu che ti dici p r o feta, o con questarte hai gu adagn ato a ssa i, e sino i m attoni d o ro , p e rch o ra non ci m ostri u n a pruova di cotesta rte , e non ne predici chi dei d u e sofisti vincer la disputa? Quel che a v v err lo s a i , perch s c i profeta. .

348

GIOVE TRAGEDO.

Apollo. Come possibile far questo, o Momo, se non ho qui il trip ode, n i suffumigi, n la fonte fatidica, come la Castalia?

Momo. O h, vedi? Trovi subito la scappatoia quando sei


messo allo strette. ' Giove. V ia, o figliuolo, d i pu re ; e non dare a questo m al dicente occasione di calu n n iare e deridere larte t u a , che la posta nel tr ip o d e , nell.aequa e nell incenso, si che se non hai questo cose non sai far niente.' Apllo. E r a m eg lio , o p a d re , far qusta faccenda in Delfo 0 Colofone, dove h o tutto loccorrente. Ma p u re , sebbene cosi senza nulla, e all im prov viso, tenter di pre d ire di chi sa r la vittoria. P e rd o n a te , se i versi non saran di b u o n a m isura. Momo. D i p u re , m a c h ia ro , ve, o Apollo; e che non ci voglia poi il tu rcim anno o l in terpetr : ch ora non si lessano insieme carni d agnello e di testuggine in L idia; m a sai di che si tratta. Giove. Che d ir a i, o figliuolo? O h ,c o m e p rim a dell oracolo ei diventa terribile! si t r a s c o lo r a ,r o ta gli o cch i, gli si rizzano 1 capelli 1 che m ovim enti furiosi 1 tutto invasato d i mistico orrore. Apollo. Udite il verbo del profeta Apollo Su lasp ra lite , a cui vennero due G ra n g r id a to ri, di parole arm ati. Di q u a , di l molto tu m u lto , e molto G racchiar confuso; di te rro r percosse Le alte vette del cielo in di s a r a n n o .1 Ma q u a n d o l avoltoio con gli artigli

1 Ta p $os a x p a xpupi|3a xaTOttcWiffffBffiv exeTtac A p a ro l a s u o n a c o s i : Della densit, le atte vette sbigottiranno delta stiv a . C h e dia m in e significa q u e s t o ? A pollo p a r l a s c u r o e p e r e n i m m i , s , m a q u i m a n ca a n c h e l ' e s t e r n o le g a m e d e l le p a r o l e , no n c h e il c o n c e tt o c h e n o n v affatto. poi n o n p a r m i c h e s ta n d o s i a n c o r a sui g e n e r a li , s u lla d e s c r i z io ne d e l l a d is p u t a , s ia n e c e s s a r i o il p a r l a r e e n m m a t i c o : il q u a l e c o n v i e n e , e c , q u a n d o si p r e d i c e d i chi s a r la v it to r ia . O n d e lo c r e d o c h e d e b b a e s s erv i e r r o r e di c o p i s t a , e p rop ong o la s e g u e n t e c o r r e z i o n e : T a p p io ? c a p a xopvfjLpa exe&ev. Terrore a lta cacum ina lu p eb u n t inde* Chi h a s e n n o e c o n o s c e n z a d i g r e c o p u giudicare*

GIOVE TRAGEDO.

349

Ciuffer i g rilli, allora le cornacchie


Di piova a pportatrici m a n d e ran n o Un ultim o era era. Vittoria ai m uli: L asino cozza i suoi vispi puledri. Giove. Com e? tu ti sganasci dalle risa , o Momo? Ti p a r d a rid ere o ra ? S m e tti, sciagurato: tu crep erai p e r le risa. Momo. E come n o n r id e re , o G io ve, p e r questo oracolo si ch iaro e m anifesto?

Giove. D unque ci spiegherai ci che. dice. Momo. ch iarissim o, e non vuole u n T em istocle p e r interpetrarlo . L oracolo dice spiattellato che costui un im po sto re , e noi siam o asini col b a sto , anzi siam muli che prestiam fode a lui, o non ab biam o di cervello n eppu re q u a n to i grilli. Ercole. Io pe r m e , o p a d r e , bench q ui ci stia a pigione io, p u re vo dire il mio p a rere . Q uando sa ra n n o sul disputare, se Tim ocle avr la m eglio, lo lasceremo proseguire a v a n taggio nostro; se a n d e r di so tto , allora io, se voi volete, scroller il portico e lo far cad e re in capo a D a m ide , affinch il rib ald o non ci oltraggi pi.

Giove. P e r Ercole! o E rcole, lhai d e tta proprio da villano, e proprio d a Beoto; p e r un m alvagio solo, distruggere tanta gento, e di pi il portico con M aratona, Milziade e Cinegira. E caduto tutto que sto, come gli oratori rifioriranno pi le loro o ra zio n i, m ancand o di questo gra n d e argom ento a p a rla re ? E poi q u a n d eri vivo potevi forse fare u n a tal cosa; m a dacch sei divenuto i d d io , hai dovuto im p a ra re , c r e d o , che le sole P a rc h e h anno tanto p o tere , noi no. Ercole. D unque anche quando io uccideva il leone e lidra, le P arch e l uccidevano pe r mezzo m io? Giove. Certam ente. Ercole. E d o ra se un o m o ltra g g ia , e mi spoglia il tem -' pio, o mi rovescia la sta tu a , io , se le P a rc h e non l hanno gi stabilito, non posso far polvere di lui, io? Giove. Niente affatto. Ercole. D un q u e o d im i, o G io v e , ch io ti parlo schietto. Come dice il Comico: d a villan che io so n o , dico pane il pane. Se cos si sta qui d a v o i, io vi pianto con tutti gli o n o r i , i fumi, e il sangue delle v ittim e, e m e ne scendo all inferno: dove*
LUCIANO . 2 . 30

550

GIOVE TRAGEDO.

so ho solamente l a r c o , sar alm eno tem uto dallom bre delle bestie d a me uccise. Giove. O h, ecco u n testim one dom estico, come si dice. Veramente n hai salvato, suggerendo questo altro a D am ide, acciocch lo dica ! Ma chi che vien frettoloso? quel bel gio vane di bron zo, ben disegnato, ben p u lito , col ciuffo alla n ti ca? tuo fratello, o Mercurio, quel di piazza, che sta presso al Pecile: pieno di pece, p erch ogni giorno serve di forma agli statuarii. Perch tanta fre tta , o figliuolo? Ci rechi novelle dalla te r ra ? 11 Mercurio di piazza. G ran dissim e, o p a d r e , e im po rtan tissime. Giove. D i p u re , se surto qualche altro imbroglio sfug gito alla mia attenzione?

Il Mercurio di piazza.
Stavo test con la pazienza solita A farmi impegolar d a statuarii Il petto e il dorso: im piastricciata aveanmi Intorno al corpo corazza ridicola Allacciata strettissim o, per togliere Ben lim pronta del bronzo: ec co g ra n popolo, E in mezzo due figuri gialli stridere, E accapigliarsi con sofismi; D am ide e.... Giove. Bastino gli sdruccioli, o c a r o , ch so di chi parli. Dimmi un po: h a n cominciato d a molto la zuffa? Il Mercurio di piazza. No : stavano ancora sc aram uccian do: si scagliavano m ale parole come sassi. Giove. Che altro d u n q u e ci resta a fare., o D ei, se non affacciarci ed ascoltarli? Le Ore tolgano i catenacci, e aperte le n u b i , spalanchino le porte del cielo. Cappita! che folla s ra d u n ata! Ma Timocle h a u n viso che non mi piace, sbigot tito e confuso. Costui ci far b ru tto giuoco oggi. Si vede chiaro che non potr tener fronte a Damide. Ma tu tto 'q u e llo che noi possiamo far voti p e r l u i , Muti en tro n o i , che Dam ide non oda.

Timocle. Che d ici, o empio D am ide? non esistono gli Dei, n si curano degli uom ini?

CIOVE TKAGEDO.

551

Damide. No: m a risp ond im i p rim a t u ; p e r quali ragioni


ti persuadi che essi esistono? Timocle. N o, n o , rispondim i t u , sozzo c an vituperato. Damide. N o : tu. Giove. F in o ra il cam pion nostro v a molto m eg lio , e strilla pi forte. B ra v o , o T im o c le , accoppalo con lo m ale p a ro le ; ch in queste tu vali u n castello: nel resto ei ti re n d e r m uto

c ome u n pesce. . Timocle. Io, giuro a M inerva, non ti risponder il prim o io. Damide. D u n q u e , o T im o c le , d im and a: hai v in ta q u e sta ,
perch hai giurato. Ma senza villanie, so ti pare. Timocle. Ben dici. Dim mi d u n q u e , non c r e d i, o scelle ra to , nella p rovvidenza degli Dei? Damide. Niente affatto. Timocle. Come? nel m ondo non c p ro v v id en z a? Damide. Non c . Timocle. E n e s s u n dio si c u ra di o rd in a r l universo? Damide. Nessuno. Timocle. D un q u e il m on do v a d a s alla cieca? Damide. Si. Timocle. 0 uom ini che l u d ite , o lo sopp ortato? e non la pidato questo e m pio? Damide. P e rc h aizzi gli uom ini con tro m e , o T im ocle? o chi sei tu cho ti sdegni p e r gli D e i, q u a n d o essi stessi non si sdegnano? Essi no n m hanno fatto alcun m a l e , e m odono da tanto tem p o, se pure odono. Timocle. O don o, o D a m id e , o d o n o , ed alla fine si v e n d i ch era n n o di te. Damide. E q u a n d o a v reb b e ro tem po di b a d a re a m e , es se n d o , com e tu d ic i, im pacciati in tan te facc en d e , e a gover n a re le cose del m o n d o che sono infinite? Perci n on si sono vendicati anche dei tuoi co ntinui s p e r g iu r i, e delle altre tue.... m a non voglio d ire io le v illa n ie , e ro m p ere i patti. E p p u re io non vedo qual m igliore pru ova della loro provv idenza p o tre b b e ro d a r e , che sp e rd e re u n tristo com e te. Ma si vedo proprio cho sono a n dati di l d a llo c e a n o , forse t r a glincolpabili E tio p i, dove essi sogliono spesso a n d a re a b a n c h e tta r e , c non invitati talvolta.

352
Dam id e ?

GIOVE TltACfetiO.

Timocle. E cho posso io dire a tanta sfacciataggine, 0 Damide. Quello appunto chio desideravo ud ire d a te, corno ti sop ersuaso a credere nella provvidenza degli Dei. Timocle. Mi persuade prim am ente lordine del c r e a to , il sole che tiene sem pre la stessa v i a , e la lu n a che fa anche il suo corso, e le stagioni che rito rn a n o , e le piante che nascono, o gli anim ali che si g eneran o, e gli uo m ini formati con si mi rabile artifizio che possono e n u t r i r s i , e m uo versi, e pensare, e c am m in are, e fa b b ric a re , e vestirsi, e c alzarsi, e tante altre cose. Queste non ti paiono opere d u n a provvidenza? Damide. Tu pigli pe r conceduto ci che controverso. Ei non dim ostrato che tutte queste cose sono effetto d u na prov videnza. Che esse sono c osi, lo dico anchio; m a non segue necessariam ente che esse sono cos p e r u n a preveggenza. Co m inciate in u n m odo o in u n a ltro , debbono seguitare in quel m odo: e tu chiami ordine la loro necessit. E cos certam ente ti sdegnerai con chi non segue la tua o p in io n e , ch tu a n n o verando e lodando tutte le cose che sono nel m o n d o , credi di fare cosi u n a dim ostrazione che ciascuna di esse o rd in ata da u n a provvidenza. Ma, come dice il Comico,
Con ques ta bai fatto Casco, dinne u n altr a.

Timocle. lo non so qual altra dim ostrazione ci vuole in questo; m a pure ti dim and er. Dim mi: tieni Omero p e r un ottim o poeta? Damide. Si certam ente. . Timocle. E b b e n e , io credo a lui che dim ostra chiaro la provvidenza degli Dei. Damide. Ma, o uom o m ira b ile , che Omero sia u n buon po e ta , tutti ne convengono teco: che faccia fede in queste cose; no, n egli n nessun altro poeta. P erch questi non si c urano di verit e di n o n v e rit , m a di allettare gli ascoltatori; e per questa cagione cantano v e rsi, raccontan o favole, ed usano ogni arte pe r dilettare. P u re io vorrei proprio sapere da te quali delle cose d ette d a Omero ti persuadono pi: forse quelle che ei dice di Giove; come il fratello, la moglie, e la figliuola congiurarono di legarlo? e se la buona e pietosa Teti

GIOVE TRAGEDO .

333

non avesse chiam ato B riareo, forse ti av reb b e ro afferrato e legato lottimo Giove. 11 quale ricordando si di questa b u o n a azione di T eti, ingann Agam ennone, m andando gli u n sogno b u g ia r d o , per far m o rire molti Achei. V edi? egli non p o tev a , con tutto che sc a glia-folgori, sfolgorare A g a m en n o n e , senza pa re re un bindolo. 0 pu re ti sentisti sforzato a c red e re q u an do udisti che Diomede fer Venere e poi M arte stesso, pe r istigazion di M inerva? ed indi a poco che tutti gli Dei si abbatuffo lano nella ba tta glia m aschi e femmine in due llo , o M inerva accoppa Marte mezzo sciancato per la ferita che tocc d a Dio m ed e ,
E a L at ona a oppose il salv a-case Giovatore M ercurio.

0 forse ti pare credib ile ci che dico di D ia n a , come accesa di sdegno perch non fu convitata al b an ch etto d i O ineo , gli m and uno sm isurato e terribilissim o cinghiale a desolare il paese. Forse c o ntandoti queste coso Om ero ti persu ase? Giove. Poffare 1 con che grid a la m oltitudine applaudisco a Dam ide 1 11 nostro c am pione, o D ei, p a re sm a rrito : egli h a p a u r a , e tr e m a , e paro voglia gittare lo scu d o , e si g u a rd a intorno come pe r svignarsela. Timocle. E n ep pure E u rip id e ti pare che dica vero, qu an do pone su la scena gli D e i, e fa che salvino quegli eroi che sono b u o n i , ed ab b attan o i m alvagi e gli empi come te? Damide. 0 valentissim o filosofo T im o c le , se facendo que sto i tragedi ti p e rsu a se ro , u n a delle d u e , o devi c redere che P olo, A risto dem o, e Satiro in quel punto sono D ei; o che gli Dei h a n n o quellasp etto, quei c o tu rn i, quei v e sto n i, quelle c la m idi, quei g u a n ti, quei p a n ze ro n i, quei corpetti, e tutti que gli altri p a ra m e n ti, coi quali accresciuta la m aest della tra g e d ia : il che anche p a rm i ridicolissim o. Ma quando E u rip id e , senza che sia spinto d alla necessit del d ra m m a , dice ci cho ei p e n s a , odilo allora com e p a rla c h ia ro :
G u arda quest alto , ques t e tere im m e n s o , . Che abbraccia la te r r a m o llem en te ? Credi che questi G i o i e , questi D io ,

30'

354
ed u n altra v olta:

GIOVE TRAGEDO.

Giovo, chiunque questo Giove s ia; Ch io non lo s o , I ho udito solo a d ir e ,

c simili.

Timocle. D un qu e tutti gli uom ini e le nazioni singannano a credere che gli Dei esisto n o , e celebrar feste in loro onore? Damide. Bene, o T im ocle, che mi fai ricord a re delle di verse credenze dei popoli; dalle quali si vede che nessun co strutto si pu cavare delle cose che si dicono degli Dei. V u n a confusione g ra n d e, ed ogni gente ha sua credenza e culto. Gli Sciti ado rano la S c im ita rra , i T raci Zam olchi un fuggi tivo di Samo che si ripar tra essi, i Frigi la L u n a , gli Etiopi il giorno, i Cillenii F a n e te , gli Assirii u n a colom ba, i Persiani il fuoco, gli Egiziani lacqua. Bench per tutti-gli Egiziani sia dio la cq u a , pei Menfiti particolarm ente un bue dio, pei Pelusioti u n a cipolla, p e r altri u n ibi o u n coccodrillo, p e r altri u n capodicane, un gatto, u n a scim m ia: nelle cam pagne poi un a villa tiene p e r dio l omero destro; u n a ltra villa d irim petto, l om ero sinistro; dove adorano u n a mezza testa, dove u n a ciotola di c reta, dove u n piattello. E tutto questo come non ti fa ri d e r e , o Timocle mio bellone e rugiadoso? Momo. Non ve lo dicevo io, o D ei, che tutte queste cose verrebb ero a lu ce , e che vi sareb bero riveduti i conti? Giove. Lo dicevi, o Momo, e avevi ragione di riprend e rci: ed io m ingegner di aggiustarle, se scam perem o d a queste botte. Timocle. Ma, o nemico degli Dei, e gli oracoli e le pre di zioni del futuro di chi sono opera? non degli Dei e della loro provvidenza? Damide. O h , degli oracoli no n p a rla re , o uomo d abbene: ch io ti d im ander, di quale vuoi tu rico rd a rti? Di quello che Apollo diede al Lido; e che era equivoco e a due facce, come sono quei Mercurii che n hanno u n a d in an z i, laltra di dietro simili? Creso passer lA li, e roviner u n im pero: m a il su o , o quel di Ciro? E p p u re quello sciagurato del Sardiano com per per molti talenti questa risposta a due capi. Momo. Ah! egli tocca quel tasto che io pi tem evo, o Dei.

GIOVE TRAGEDO.

355

Ed ora do v il nostro bel chitarrista? Va, sc e n d i, e difenditi da costui. . Giove. T u ci a m m a zz i, o Momo, con questi rim proveri inoppo rtu ni. Timocle. Bada a quel che fai, o scellerato Dam ide: con cotesti discorsi quasi abbatti i templi degli D e i, ed i loro altari.

Damide. T utti gli altari n o , o Tim ocle (ch qu a l m ale essi fanno se ard o n o incenso e p ro fu m i? ); m a quei d i D i a n a i n T a u ride io vedrei con p iac e re rovesciati e disfatti, su i quali quella verginella piacesi di quei tali sagrifizi. Giove. Donde uscito costui che con u n a lingu a a rro ta ta non risparm ia nessun Dio? ei sfringuella dalla c a r r e t t a , 1 e Piglia in fascio chi ha c o lp e , e chi non n ha.' JUomo. Ben pochi t r a n o i, o G iov e, troverai sen za colpa. E se and er oltre costui lappiccher anche a qualcuno che si tiene capoccia. Timocle. E non odi n e p p u r Giove che t u o n a , o nemico
degli Dei?

Damide. Come non u d ire il tu o n o , o T im ocle? Ma se egli Giove che tu o n a , te lo sai meglio tu , che forse scendi di lass dagli Dei. Quei cho vengon di Creta c on tano che li han veduto u n a to m b a , o sop ravi u n a colonna con u n a sc ritta che dice che Giove non t u o na p i , perch m orto d a u n pezzo. Momo. L aspettavo questa bo lzonata. Che , o Giove, ti sefatto p a llid o , e a rro ti i d e n ti, e trem i? V ia , n u lla : disprez zali, q u esti om iciattoli. Giove. Che d ic i, o Momo, disprezzarli? Non vedi qu a n ta gente ascolta costui, e come sono gi persuasi c o n tro d i n o i, o com e Dam ide li tira legati p e r gli orecchi. ' Momo. E t u , o G iov e, q u ando v u o i, calando u n a caten a d o ro , tutti qu a n ti essi T ir a su con la te r ra e il m ar sospeso. Timocle. D im m i, o rib a ld o , hai navigato m ai? Damide. Molte v o lle , o Timocle.
1 P r o v e r b i o a t e n i e s e . N e l l e fes te di Bac co q u e l l i c h e a n d a v a n o s u lle c a r r e t t e l a n c ia v a n o m o t ti, frizzi, in g i u r ie a q u a n t i s c o n t r a v a n o p e r v ia .

35G

GIOVE TRAGEDO.

Timocle. Voi andavate p e r forza di vento che pingeva e gonCava le vele, e di rem atori, m a non c era uno che stava al tim one, e governava la n ave? Damide. Cera. Timocle. L a nave dunque non navigava senza u n piloto, e questo universo credi tu che possa andare senza uno che lo governi ? Giove. B ravo, o Timocle: questo u n paragon come va. Damide. Ma, o favorito degli Dei Tim ocle, quel pilota lo . vedevi pensare sem pre a cose u tili, o preparare innanzi tempo, ed ordinarle ai m arinai : e la nave n o n aveva niente di sover chio e d irragionevole, m a tutto serviva ed era necessario alla navigazione. Ma cotesto pilota tu o , che tu credi governare questa gra n nave del m o n d o , ed i suoi compagni m arinai, non ord ina nulla secondo ragione e convenienza; il canapo di pro ra legato a po ppa, quello d orza a poggia, e quel di poggia ad orza; lancore talvolta d o ro , e il p aperino a p ro ra di piombo; la carena d ip in ta , e i bo rd i greggi. E vedi tr a i m arin a i il pol tro n e, l ig norante, il codardo av ere due e tre porzioni, il forte m arangone poi, che sale spedito su lant e nna, che sa bne la rte , messo a vu otar la sentina. Lo stesso tr a passeggieri: un servo frustato sta nel prim o posto, presso al piloto, sdraia to , servito; u n b a rd assa, u n pa rric id a, un sacrilego preferito e sulla coverta: molti uom ini onesti stivati in se n tin a , e cal.pestati d a chi d a meno di loro. R ipensa un po come naviga rono Socrate, A ristide e F ocione, che non e bbero neppure il necessario per m an g ia re, n potettero stendere i piedi sul nudo tavolato nella sentina: e poi Callia, Mida e Sardanapalo ga vazzavano in tutti i beni, e sputavano chi avevano sotto. Q ue sto c nella tu a n av e, o sapientissimo Tim ocle: e per fa mille naufragi. Se ci fosse u n pilota che vedesse e regolasse ogni cosa, primam ente non ignorerebbe chi buono e chi cattivo tra quelli che navigano; dipoi a ciascuno darebbe l ufficio che gli conviene; il m iglior posto ai migliori s u , ai peggiori gi: sce glierebbe tr a i buoni i suoi commensali e consiglieri ; il m ari naio avvolontato m etterlo a guard ia di p ro ra , o farlo nostro m o , o dargli altro ufficio; il trascurato e scansafatiche conciarlo ben bene con uno staffile cinque volte il d. Onde questo tuo

cittV TlttDOi

357

paragone della n a v e , o valente u o m o , c pericolo cho sia rovesciato, pe r avere av uto u n cattivo pilota. Momo. Dam ide ha buon v e n to , e v a a piene vele verso la vittoria.

Giove. Ilai ra g io n e , o Momo. Tim ocle non tro v a un argo m ento che v a g lia , ne scio rina di fritti o rifritti ogni g io rno , o
cho si confutano facilmente. . ' Timocle. D u nqu e giacch il paragon della navo non ti sem b rato ben p o deroso, odi Vncora sacra, corno d ic o n o ; o non la spezzerai questa. Giove. Che m ai d ir ? Timocle. Vedi so questo sillogismo tirato a filo, e se tu puoi abb atterlo. Se vi sono a ltari, vi sono anche dei; ma vi sono altari, dunque vi sono dei. Che dici a questo? Damide. Lasciam i p rim a finire di rid e re , e ti risponder. Timocle. Sia p a re che non cesserai dal rider. Alm eno dim m i in cho ti p a rv e ridicolo ci ch e h o detto. Damide. P erch no n t accorgi che ad un debil filo hai so spesa la tu a n c o ra , ed la sacra. A vendo legato lesistenza dogli Dei allesistenza degli a lt a r i, erodi di a v er fatta u n a c o rd a saldissim a. I l a giacch non hai altro di pi sacro a dire, andiam eeno. Timocle. D u n q u e ti d ai pe r v in to , che to ne vai p rim a ? Damide. S i, o T im ocle. T u come i pe rse g u ita ti, ti sei ri fuggito agli a lta ri. E d io, per cotestan co ra s a c r a , voglio far teco u n sa c ram ento su i tuoi alta ri, che non contenderem o m ai pi di questo. Timocle. T u mi c anz o ni, schium a di scellerato, sozzo cane frustato , feccia, s p u , sp u l Non si sa chi e ra tuo p a d r e , m a tu a m ad re era u n a t r o i a ,' e tu scannasti tuo fratello, e sei a d u lt e r o , e corrom p i i g io v a n i, pezzo di ghiottone svergo gnato. A sp etta, che te ne voglio m a n d a re col capo ro tto , ti voglio fare schizzar le cervella con questo coccio , infam e che sei.

Giove. Quei r id e , o D e i, e gli volta le spallo; e questi lo seguita dicendogli v illa n ie , e non pu sop portare il disprezzo di D a m id e , o p a re che si gli voglia fiaccare il capo con un m attone. E noi che farpmo o ra?

558

GIOVE TKAGEDO.

mercurio. Credo che disse bene il Comico:


Se poco te ne cu ri , il m ale nie nte. .

Che gran disgrazia se pochi uom ini ne vanno con qu e sta opinione? ce ne h a tanti altri che non pensano cosi, assai greci, e molto popolo, e la m in uta g lia , e tutti i b a rb a ri. Giove. E p p u re , o M ercurio, saria bello il poter dire ci che Dario disse di Zopiro: ed a n ch 'io vorrei piuttosto avere un solo Dam ide p e r cam pione, che esser signore di mille Ba bilonie.

559

XL1V.

Ili s o c s ,
o
IL GALLO.

M ic illo , il ClnlIO) S im o n e ,

Ificillo. Ti colga u n a saetta di G io v e , o gallo m ala d etto , eli o m in vidii u n poco di b e n e , ed hai cosi strid u la voce, lo ero ric c o , io facevo u n sogno dolcissim o, io n u o tav a in un m are di c o n te n tez za ,o tu con un acutissim o strillo m hai sve gliato. A h i n e p p u r la notte posso fuggire questa mia povert pi scellerata di te. Ma a qu anto io m a c c o rg o , tutto gran silenzio a n c o ra , e d io no n se n to , come al solito, quel b riv id o m a t tu tin o , che p e r m e sicu ro segno dell avv icinarsi del g io r n o : a p pena m ez z an o tte; e costui sta v igilante come se guardasse il vello d oro : e come il sole an d ato gi s messo
a schiam azzare. Ma non d u b ita r o : com e sa r d i, ti concer io con u n bastone. O ra mi sfuggiresti svolazzando all oscuro. Il gallo. 0 Micillo p a d ro n e m io , io credevo farti un piacere a p re v en ire il tem po q u a n to potev o , p e r farti levare pi presto o sb rig a re molto lavoro. Potresti p rim a della levata del sole a v er finita u n a sc a rp e tta , e avanzato fatica e g uadagno d u n a g io rn ata . Se poi ti piace pi di d o r m ir e , i mi star z itto , e sa r pi m ulo de pesci. Ma b a d a che tu non ab b i ricchezze in sog no, e fame in veglia. Micillo. 0 Giove prodigioso! 0 E rcole scacciam ali 1 che nuovo m ale q ue sto ? 11 gallo h a parlalo come un uomo. Il gallo. E ti pa re u n prodigio che io parlo come voi? Micillo. Come no n pro d ig io ? 0 D e i, a llontanate d a me ogni pericolo. Il gallo. T u mi s e m b r i, o Micillo, che se pro prio u n igno

CO

IL SOGNO.

r a n te , e non hai letto i poemi d O m ero, nei quali X a n to , il cavallo d Achille, d o po di aver fat