Virgilio
Virgilio
Le informazioni sulla vita del poeta derivano dalle sue opere, dagli scritti di autori contemporanei come
Orazio e da biografie posteriori, tra cui quella del grammatico Elio Donato. Quest'ultimo, nel IV secolo d.C.,
inserì una "Vita di Virgilio" come introduzione al suo commento alle opere del poeta, attingendo a una fonte
autorevole: Svetonio, autore del De poetis, una sezione dedicata ai poeti latini inclusa nella sua raccolta di
biografie De viris illustribus.
Virgilio nacque il 15 ottobre del 70 a.C. ad Andes, un villaggio nei pressi di Mantova identificato nel
Medioevo con l'attuale Piètole. Era figlio di un piccolo proprietario terriero e ricevette un'istruzione
approfondita, spostandosi tra Cremona, Milano e Roma. Nella capitale frequentò la scuola di retorica, ma
successivamente si trasferì a Napoli, dove si dedicò allo studio della filosofia sotto la guida dell'epicureo
Sirone. Virgilio ricorderà con affetto Napoli nel finale delle Georgiche, descrivendola come "dolce
Partenope". Anche in età adulta continuò a preferire la Campania e, secondo alcune fonti, anche la Sicilia, pur
possedendo una casa a Roma sull'Esquilino, vicino alla residenza del suo amico e mecenate Mecenate.
La sua vita fu caratterizzata da una salute cagionevole, da uno stile di vita sobrio e da un temperamento timido
e schivo. Secondo Donato, Virgilio era così riservato che a Roma, se veniva riconosciuto da un ammiratore,
cercava rifugio nella casa più vicina. Non era un grande oratore e aveva una voce esile. Visse una vita
tranquilla e ritirata, circondato dall'affetto di pochi amici intimi e dedicandosi completamente agli studi e alla
composizione delle sue opere.
La sua prima opera importante fu la raccolta di carmi intitolata Bucoliche o Egloghe, composta tra il 42 e il
39 a.C.. In questi componimenti, Virgilio esprime gratitudine verso i suoi protettori Asinio Pollione e Alfeno
Varo, coinvolti nelle vicende delle confische e delle redistribuzioni di terre seguite alla battaglia di Filippi del
42 a.C.. L'opera esalta anche l’amico Cornelio Gallo, poeta e politico originario della Gallia Cisalpina.
La seconda opera, le Georgiche, è dedicata a Mecenate e fu scritta tra il 38 e il 30 a.C.. Il poema, che tratta di
agricoltura, riflette il perfezionismo di Virgilio, noto per rielaborare instancabilmente i suoi versi.
Dopo aver completato le Georgiche nell’estate del 29 a.C., Virgilio iniziò a dedicarsi completamente alla
stesura dell’Eneide, un poema epico cui dedicò gli ultimi undici anni della sua vita (dal 30 al 19 a.C.). Il
poema, che avrebbe celebrato le origini mitiche di Roma e la grandezza dell’impero augusteo, suscitava
grande attesa e ammirazione tra i contemporanei, come testimonia l’elegia del poeta Properzio.
Virgilio, durante la stesura, recitò alcuni libri del poema in letture pubbliche, tra cui il II, il IV e il VI, e
continuò a lavorare intensamente alla sua rifinitura. Tuttavia, il testo rimase incompiuto a causa della morte
improvvisa del poeta. Durante un viaggio in Grecia e Asia Minore, Virgilio si ammalò gravemente e decise
di tornare in Italia. Arrivato a Brindisi, morì il 21 settembre del 19 a.C. a soli 51 anni. Fu sepolto a Napoli,
città che egli amava profondamente, e sulla sua tomba, secondo la tradizione, furono incisi versi che
sintetizzano la sua vicenda biografica e poetica.
Prima di morire, Virgilio aveva espresso il desiderio che l’Eneide, se fosse rimasta incompiuta, venisse
distrutta. Aveva affidato il manoscritto a due amici, Vario e Tucca, con l’ordine di non pubblicarla. Tuttavia,
per volere dell’imperatore Augusto, il poema fu pubblicato postumo, nonostante le imperfezioni. L’Eneide è
oggi considerata uno dei capolavori della letteratura mondiale, nonostante Virgilio stesso non la ritenesse
degna di essere divulgata.
La poesia di Virgilio: famiglia, educazione epicurea, spirito augusteo
Il testo approfondisce la formazione culturale e artistica di Virgilio, ponendo l'accento sui fattori che hanno
influenzato il suo pensiero e la sua poetica, in relazione con il contesto storico e culturale in cui visse. Si
sottolinea l'importanza delle sue origini familiari: Virgilio nacque in un villaggio della Gallia Cisalpina,
caratterizzato da una vita semplice e contadina. Questo ambiente lasciò un'impronta profonda nei suoi scritti,
evidente nella varietà di voci e immagini agresti presenti nelle Bucoliche e nelle Georgiche.
Virgilio mostrò una conoscenza approfondita della tradizione letteraria greca e romana. Le Bucoliche, in
particolare, rivelano uno stile raffinato e frutto di un lungo percorso di studio. La sua opera è influenzata da
autori come Catullo, Cinna e Valerio Catone, anch'essi provenienti dalla Gallia Cisalpina. Temi centrali della
sua poetica sono l’introspezione psicologica, l’esaltazione della bellezza della natura e la narrazione di
elementi non comuni, che emergono soprattutto nelle sue opere più tarde, come l’Eneide.
Un’altra influenza fondamentale nella formazione di Virgilio fu l’epicureismo, studiato a Napoli sotto la guida
del filosofo Sirone. La filosofia epicurea esercitò una forte attrazione su di lui, in particolare per i concetti di
rinunciaall’ambizione, liberazione delle passioni e ricerca di una vita improntata alla pace interiore. Questi
principi offrirono risposte agli animi sensibili dell’epoca, turbati dalle violente guerre civili. Le opere di
Virgilio, come le Georgiche, mostrano l’influenza del poema De rerum natura di Lucrezio, sia nei temi che
nello stile.
Pur accettando l'idea di una vita dedicata alla tranquillità e alla riflessione, Virgilio non rinuncia a un profondo
senso di impegno civile e al tema della storia. Questo emerge chiaramente nei suoi poemi maggiori, le
Georgiche e l’Eneide, dove il poeta celebra il mondo romano e il progetto politico e culturale di Augusto.
Un aspetto centrale è il confronto con la crisi della Repubblica e il passaggio al principato augusteo. Virgilio
riflette il drammatico impatto delle guerre civili e il desiderio di stabilizzazione e ordine rappresentato
dall'ideologia augustea. Nelle sue opere si percepisce la tensione tra la celebrazione delle virtù eroiche e il
valore della pace. L'Eneide, in particolare, diventa il poema simbolo di questa nuova visione, dove le imprese
eroiche sono narrate con l'intento di legittimare il potere imperiale e di costruire un'identità culturale e politica
condivisa.
Infine, il testo sottolinea il ruolo di Virgilio come poeta ufficiale del regime augusteo, legato a figure chiave
come Mecenate e Ottaviano. Tuttavia, la sua opera non è solo propaganda: attraverso il filtro dell'epica,
Virgilio esprime anche una profonda umanità e un senso di devozione familiare, che costituiscono valori
fondanti della società romana.
Le Bucoliche di Virgilio rappresentano l'introduzione del genere pastorale nel mondo romano. Questo genere
era stato precedentemente sviluppato nella tradizione alessandrina da poeti come Teocrito di Siracusa, che
visse nella prima metà del III secolo a.C.. La poesia bucolica (dal greco bucólos, che significa "mandriano",
"bovaro", "pastore") si concentra sulla vita dei pastori, descrivendo in modo realistico ma stilizzato la vita
campestre, ma soprattutto proiettando nei suoi paesaggi un'idea ideale di natura primitiva e incontaminata. I
poeti greci successivi a Teocrito, come Mosco di Siracusa e Bione di Smirne, continuarono questa tradizione,
ma fu solo con Virgilio che la poesia pastorale trovò una vera e propria diffusione nel mondo romano.
Nel mondo latino, il genere bucolico emerge principalmente nell'ambito della poesia epigrammatica di autori
del circolo intorno a Lutazio Catulo verso la fine del II secolo a.C.. Virgilio, pur conoscendo e raccogliendo le
influenze di questa tradizione, saprà trasformare la poesia pastorale in un linguaggio distintivo della sua opera.
Il contributo virgiliano al genere bucolico
Virgilio, consapevole della tradizione anteriore, compone le sue Bucoliche con un linguaggio raffinato e le
intitola con il termine "Bucoliche", che significa appunto "canti di pastori" (dal latino Bucolica, una
trascrizione del greco bucoliká). A questo titolo si affianca quello di Ecloghe (dal greco ekloghé, che significa
"scegliere", "isolare"), che designa un poemetto scelto. Le Bucoliche sono costituite da dieci carmi in esametri,
scritti tra il 42 e il 39 a.C., durante un periodo di guerre civili a Roma, e sono caratterizzate dalla creazione di
un mondo idealizzato e idilliaco, lontano dalle difficoltà della realtà.
Il paesaggio descritto nelle Bucoliche di Virgilio è quello del locus amoenus, un ambiente campestre sereno, in
cui la vita dei pastori-poeti scorre tranquilla, in armonia con la natura. Virgilio, come Teocrito, trasforma la
campagna in una sorta di paradiso. I riferimenti geografici spaziano dalla Sicilia (terra di Teocrito), alla
Pianura Padana, che rappresenta la terra natale di Virgilio, fino all'Arcadia (un'antica regione greca, patria del
dio Pan), che diventerà il simbolo universale della poesia pastorale anche nei poeti successivi a Virgilio.
Virgilio, nel comporre le Bucoliche, si ispira profondamente a Teocrito, il suo modello greco, ma lo fa con una
grande libertà creativa. Sebbene riprenda l'ambientazione agreste tipica delle sue opere, Virgilio intreccia con
originalità i temi e i motivi di Teocrito, rielaborandoli in modo profondo. Questo approccio è in linea con la
teoria classica dell'imitazione, intesa come un atto di emulazione del modello, piuttosto che una semplice
copia. Inoltre, Virgilio integra nelle sue Bucoliche anche elementi presi da altri autori, sia greci che latini, in
particolare dai neóteroi e da Catullo. Questo arricchisce la sua poesia di riferimenti e influenze più ampie.
Un aspetto significativo della poetica virgiliana si trova all'inizio della sesta ecloga, dove il poeta espone la sua
concezione poetica. Virgilio dichiara che, nonostante inizialmente volesse dedicarsi a canti di re e battaglie (in
stile epico), è stato richiamato da Apollo a concentrarsi su una poesia più semplice e meno ambiziosa. In un
passaggio emblematico, Apollo gli dice: «Un pastore, Titiro, deve avere grasse le pecore, ma conciso il canto»
(Bucolica, VI, vv. 3-5). Qui Virgilio compie una recusatio, ovvero una rinuncia al genere sublime dell'epos
(poesia epica), preferendo invece un tipo di poesia raffinata, ma più tenue e leggera, tipica della tradizione
alessandrina. Questo sottolinea l'appartenenza delle Bucoliche all'estetica alessandrina, che prediligeva una
poesia sofisticata, giocata su un'accurata combinazione di citazioni e reminiscenze.
Virgilio, pur evitando di scrivere un lungo poema epico, opta per una poesia che, sebbene raffinata, non è
semplice. La sua scrittura è caratterizzata da un intreccio di citazioni, riferimenti e variazioni. Le Bucoliche
contengono frequenti allusioni ad altre opere, che presuppongono una conoscenza avanzata da parte del
pubblico, il quale doveva essere in grado di decodificare un messaggio ricco di sensi nascosti e riferimenti a
testi che non sono più conservati. Questo tipo di "arte allusiva", che proviene dalla tradizione alessandrina, è
una delle difficoltà principali per i lettori moderni, che spesso non comprendono appieno i riferimenti culturali e
letterari.
Un altro elemento complesso nella lettura delle Bucoliche è l'uso dell'allegoria, una tecnica narrativa in cui i
narratorimascherano sotto nomi e situazioni fittizie i riferimenti a fatti e personaggi contemporanei. Questo
rende la comprensione dei testi virgiliani ancora più difficile per i lettori di oggi, che non sempre riescono a
cogliere le allusioni politiche e sociali nascoste nelle sue opere.
Il testo descrive la struttura e i contenuti delle Bucoliche di Virgilio, evidenziando come l'autore abbia
organizzato i dieci carmi secondo un gioco di corrispondenze e contrapposizioni, rispondente al gusto di
un'arte raffinata e dotta. Le ecloghe dispari (1, 3, 5, 7, 9) sono in forma mimica, cioè riportano direttamente
dialoghi tra i pastori, mentre le ecloghe pari (2, 4, 6, 8, 10) hanno una forma narrativa. Tuttavia, nelle
ecloghe VI e X sono inseriti monologhi, e nell'VIII si introduce un tema ricorrente nelle Bucoliche: una gara di
canto tra pastori, già presente nelle ecloghe III e VII.
Le ecloghe I e IX sono particolarmente significative poiché collegano l'ambientazione bucolica con la realtà
storica romana. In queste due ecloghe, l'attualità romana minaccia la pace e la serenità del mondo bucolico. La
I ecloga è un dialogo tra due pastori, Melibeo e Titiro: Melibeo è costretto ad abbandonare i suoi campi a
causa delle discordie civilie delle distribuzioni di terre ai veterani, mentre Titiro conserva i suoi beni grazie
all'intervento di un giovane, che Melibeo esalta come un dio in terra. Questo giovane potrebbe essere
Ottaviano (futuro Augusto), che avrebbe restituito il possesso delle terre a Virgilio, o a lui simile. Il poeta,
quindi, si esprime attraverso entrambi i personaggi: Titiro rappresenta la gratitudine verso il benefattore,
mentre Melibeo esprime il disagio per le confische e le ingiustizie subite dai contadini.
L'interpretazione allegorica di questo carme è stata proposta fin dall'antichità: dietro il nome di Titiro potrebbe
celarsi Virgilio stesso, ma l'identificazione non è totale, poiché Titiro è un senex (anziano), mentre Virgilio nel
41 a.C. era ancora giovane. Virgilio, quindi, non si limita a esprimere un messaggio autobiografico, ma utilizza
entrambi i personaggi per rappresentare diverse prospettive della realtà storica e sociale dell'epoca.
Anche nell'ecloga IX il tema della realtà storica è centrale. Questa ecloga è un dialogo tra due pastori-poeti,
Licida e Mèride, che parlano del loro amico Menalca. Mèride racconta come Menalca abbia perso i suoi beni a
causa delle confische e come abbia rischiato la vita nella disputa con un straniero che ha preso il suo podere.
Le allusioni storichein questa ecloga sono esplicite: Virgilio menziona Mantova, la sua città natale, come
troppo vicina a Cremona, che è stata duramente colpita dalle confische. Questo inserimento di riferimenti
storici concreti rende l'opera più legata alla realtà sociale e politica del suo tempo.
Il testo discute la cronologia e il tema delle ecloghe di Virgilio, focalizzandosi su alcuni carmi particolari e
sugli spunti tematici che li caratterizzano.
La questione dibattutissima riguarda l'ordine di composizione dell'ecloga IX rispetto alla I. L'ipotesi più
probabile è che la cronologia corrisponda all'ordine in cui i carmi sono disposti nella raccolta: dopo aver sperato
di conservare le sue terre grazie ad Ottaviano, Virgilio avrebbe visto di nuovo minacciati i suoi beni, e quindi
avrebbe espresso la sua delusionenell'ecloga IX.
Due ecloghe che trattano il tema amoroso sono la II e la X, posizionate rispettivamente all'inizio e alla fine
della raccolta. La II è un canto d'amore di Coridone, un pastore che si innamora di Alessi, un giovinetto che
non ricambia il suo sentimento. In questa ecloga appare per la prima volta il tema virgiliano dell'amore come
follia, una forza irrazionale e incontrollabile che travolge l'uomo con sofferenza.
L'ecloga X, che chiude la raccolta, è un canto d'amore infelice dedicato all'amico Cornelio Gallo. In questa
ecloga, l'amore di Gallo per Licoride (un amante infedele) viene trasferito nel contesto bucolico attraverso la
figura di Dafni, un pastore che preferisce morire piuttosto che cedere alla passione amorosa. Gallo, un poeta
elegante, è rappresentato nel mondo pastorale come un personaggio che, attraverso un monologo, esprime la
volontà di abbandonare la poesia elegiacaper dedicarsi alla poesia pastorale. Tuttavia, l'evasione nell'Arcadia
si rivela vana, e Gallo si arrende al potere dell'amore con il celebre verso: "Omnia vincit Amor; et nos
cedamus Amori" ("Tutto vince l'Amore; anche noi cediamo all'Amore!").
Tre ecloghe (III, VII e VIII) presentano il tópos della gara poetica tra pastori. Nell'ecloga III, i due pastori si
esibiscono in un canto amebèo (scambievole), alternandosi in due versi per volta e trattando temi come l'amore,
la poesia e la vita pastorale. La VII segue lo stesso schema, ma con strofe alterne di quattro versi. Nell'ecloga
VIII, la gara poetica assume una forma diversa, con i pastori che cantano una sola volta ciascuno, introducendo
ritornelli ripetuti. In quest'ecloga, il tema dell'amore infelice è trattato attraverso due pastori: uno esprime il
dolore per la sua amata che sposerà un altro, mentre l'altro descrive riti magici per riportare a sé l'amato che l'ha
lasciata.
Il canto amebèo appare anche nell'ecloga V, che trattando della morte e trasfigurazione di Dafni, un eroe
pastorale, esplora temi di lutto e apoteosi. Nel carme, il pastore Mopso piange Dafni, celebrato come
benefattore della natura e del mondo bucolico, mentre Menalca narra della sua ascesa al cielo e dell'istituzione
dei riti in suo onore.
In generale, le Bucoliche di Virgilio esplorano una vasta gamma di temi, tra cui l'amore, la poesia, la politica e
la morte, mescolando la realtà storica con il mondo ideale e immaginario della natura e dei pastori.
Nell'ecloga V, il personaggio di Dafni è stato interpretato allegoricamente dagli antichi: alcuni hanno suggerito
che Dafnifosse un fratello di Virgilio, morto prematuramente, o addirittura Giulio Cesare, che, dopo la sua
morte, fu divinizzatoper iniziativa di Ottaviano nel 42 a.C. Tuttavia, il testo non rimanda necessariamente a
figure storiche specifiche. Dafni è già un simbolo della poesia pastorale in Teocrito e rappresenta un modello
di poeta-pastore. Pertanto, non è essenziale vedere in lui un riferimento a fatti storici, ma piuttosto come
simbolo di un eroe poetico.
L'ecloga IV si distacca dai temi pastorali tradizionali e introduce un tono profetico. All'inizio del carme,
Virgilioannuncia di voler innalzare il suo canto per renderlo degno del console Pollione. In questo carme,
Virgilio profetizza la fine di un ciclo cosmico e l'inizio di uno nuovo, che sarà segnato dal ritorno della mitica
età dell'oro. Questo rinnovamento sarà legato alla nascita di un bambino (puer), la cui crescita segnerà la
realizzazione di un mondo nuovo, di pace e giustizia.
L'identificazione del puer è stata una questione dibattuta dalla critica. Alcuni hanno suggerito che fosse un
figlio di Pollione, altri hanno visto in lui Ottaviano, mentre altri ancora hanno interpretato il puer come un
simbolo di una generazione aurea, non legata a un bambino specifico ma rappresentante un ideale di rinascita.
Virgilio lascia volutamente l'interpretazione oscura, ma il significato generale del componimento è chiaro:
esprime una speranza nella fine delle lotte civili e nell'arrivo di un'era di pace e prosperità.
Questa speranza di rigenerazione è così potente che, nel corso dei secoli, il carme è stato interpretato come un
preannuncio della nascita di Gesù Cristo, contribuendo a creare l'immagine di Virgilio come mago e profeta.
L'ecloga VI, posta al centro della raccolta, esplora in modo originale il tema del valore della poesia. Due
pastori trovano Sileno, il compagno di Bacco, ubriaco e addormentato, e lo legano per costringerlo a cantare.
Sileno, divertito dallo scherzo, intona un canto che affascina le fiere e le querce. In questo canto, Virgilio
inserisce una serie di temi mitici, a partire dal caos primordiale. Al centro del canto c'è un omaggio a Cornelio
Gallo, poeta contemporaneo di Virgilio, celebrato dalle Muse. A Gallo viene consegnata la zampogna, simbolo
della poesia e del suo potere magico e fascinatore.
L'ecloga si inserisce nel gusto ellenistico e neoterico, dove la poesia è vista come una forza misteriosa e
potente. Silenoesprime l'idea che la poesia possieda un potere magico e affascinante, capace di incantare sia
gli esseri umani che la natura. Questo carme conferma il tema della poesia come un mezzo di trasformazione e
regenerazione.
In sintesi, Virgilio nelle sue ecloghe esplora temi universali come l'amore, la poesia, la rinascita e la pace,
utilizzando simboli, allegorie e profezie per esprimere le sue visioni e speranze.
I temi
Il testo esplora i principali temi delle Bucoliche di Virgilio, evidenziando i motivi ricorrenti e le contraddizioni
che animano l'opera.
1. La natura ideale e la vita agreste: Virgilio descrive una natura di limpida e serena bellezza che fa da
sfondo a un mondo idilliaco. La natura è rappresentata in modo raffinato, con una cura ricercata dei
particolari, come ad esempio nel passo in cui Coridone invita il puer amato a condividere con lui la
vita dei campi. Il linguaggio è caratterizzato da una grazia un po' manierata e una sensibilità
coloristica delicata che riflette il gusto alessandrino, un tipo di estetica che esalta la bellezza naturale in
maniera quasi pittorica. Un altro esempio di questa stilizzazione della natura è il passo in cui Virgilio
descrive la primavera dai colori vivi e i fiori che decorano i fiumi e le grotticelle.
2. La centralità della poesia: La poesia è vista come un valore supremo, capace di offrire piacere,
conforto e di risolvere le difficoltà della vita. In particolare, il canto di Virgilio è descritto come una
sorta di balsamo che conforta e lenisce, simile a un sonno ristoratore per chi è stanco o a un fresco
ruscello che disseta chi è assetato. Questo tema si ritrova in più passaggi, come nell'ecloga V, dove il
poeta è lodato come colui che con il suo canto porta sollievo.
Tuttavia, accanto a questi temi idilliaci, appaiono elementi che minacciano l'armonia del mondo pastorale:
1. L'infelicità amorosa: L'amore è spesso descritto come una pazzia, come si vede nel lamento di
Coridonenell'ecloga II, dove si chiede quale follia lo abbia preso. Anche nell'ecloga VI, l'amore di
Pasifae per il toro sacro è condannato come un amore infelice, simbolo di una passione che disturba
l'equilibrio interiore di chi ne è preda.
2. Gli amari riflessi della realtà storica: Le conseguenze della politica e della guerra sono presenti
nelle ecloghe, pur non essendo trattate direttamente. Le tensioni politiche e le guerre sono percepite
come forze perturbatrici che rischiano di sconvolgere l'armonia dell'Arcadia, un mondo simbolico di
pace e serenità. Nelle ecloghe I e IX, Virgilio allude alle difficoltà sociali e politiche del suo tempo, ma
sempre attraverso le conseguenze che minacciano la vita bucolica dei pastori.
Infine, i temi delle Bucoliche ricompariranno nelle opere successive di Virgilio, come nell'Eneide, pur
trasformandosi in base ai diversi generi letterari. Virgilio manterrà l'amore per la natura, la sua concezione
tragica dell'eros, la sua aspirazione alla pace e la sua deplorazione della guerra. Inoltre, la sua opera
continuerà a riflettere la sua profonda partecipazione alle sofferenze degli altri, esprimendo solidarietà e affetto
per chi soffre.
Le georgiche
La struttura
Il testo descrive Le Georgiche di Virgilio, un poema epico-didascalico in quattro libri, scritto in esametri, che
tratta della coltivazione dei campi e dell'allevamento del bestiame. Il titolo, Georgiche, deriva dal greco
"georghikós", che significa "relativo alla cura dei campi". Virgilio sintetizza i temi dei quattro libri nei primi
versi, che elencano i principali argomenti trattati nell'opera, come la fertilità delle messi, i tempi giusti per
arare la terra, l'arte di coltivare la vite, la cura degli animali e delle api. Il poeta affronta anche, quindi, sia
aspetti pratici che teorici della vita agricola.
Mecenate è il destinatario dell'opera, e il suo nome appare all'inizio di ogni libro. Il suo ruolo è importante,
soprattutto nel proemio del libro III, dove Virgilio afferma che, mentre intende celebrare in futuro Cesare
Ottaviano in una poesia di tono "alto" (riferimento all'Eneide), per il momento si concentra su quest'opera
agrestre, in risposta agli "haud mollia iussa" di Mecenate, che sono interpretati in modi diversi dalla critica.
Alcuni studiosi vedono l'espressione "haud mollia iussa" come un riferimento alle sollecitazioni pressanti di
Mecenate, che spingono Virgilio a completare il suo lavoro, dato che era un poeta perfezionista. Altri, invece,
suggeriscono che questa espressione possa indicare che l'argomento delle Georgiche sia stato scelto da Virgilio
su indicazione di Mecenate per motivi "politici", legati ai programmi di Ottaviano. In particolare, un'opera
che trattasse della vita agricola avrebbe potuto contribuire ai progetti di riassestamento e risanamento
dell'economia agricola, devastata dalle guerre civili.
Le Georgiche sono un poema letterario, che si inserisce nella tradizione del genere epico-didascalico, e si
ispira a poeti come Esiodo (Le opere e i giorni) e i poeti ellenistici come Arato di Soli e Nicandro di Colofone.
Virgilio si confronta anche con il precedente lucreziano, e nel finale del libro II rende omaggio a Lucrezio, pur
non nominando esplicitamente il suo nome. Virgilio ammette di non sentirsi all’altezza della poesia filosofica di
Lucrezio, ma afferma la propria scelta di trattare argomenti agresti come comunque validi e importanti.
Virgilio vuole trasmettere un messaggio morale, in cui invita i suoi concittadini a riscoprire i valori
tradizionali della civiltà contadina e della piccola proprietà italiana, come la laboriosità, la frugalità, la
religiosità, e il rispetto per famiglia e patria. Questi valori, a cui Virgilio aderiva personalmente, erano anche al
centro del programma di restaurazione promosso da Ottaviano dopo la battaglia di Azio (31 a.C.), e ci fu una
convergenza tra gli intenti politici di Ottaviano e le aspirazioni del poeta.
Nel poema, la figura di Ottaviano è celebrata in diversi passi, come nel proemio del libro I, dove Virgilio
invoca la protezione delle divinità agresti e del princeps, e nel finale del libro I, dove Virgilio rievoca la morte
di Giulio Cesare e affida ogni speranza di salvezza a Ottaviano. In particolare, nel proemio del libro III,
Virgilio celebra il trionfo di Ottaviano dopo la vittoria su Marco Antonio ad Azio (29 a.C.).
Virgilio si confronta con la difficoltà di trattare argomenti tecnici e specialistici in modo poetico e raffinato. La
tecnica compositiva del poeta evita la monotonia e l'aridità, comuni nei poemi didascalici ellenistici, alternando
brani descrittivio narrativi a quelli più espositivi e precettistici. Questo meccanismo di alternanza, noto come
variatio, arricchisce l'opera e ne aumenta il valore estetico, permettendo al poeta di affrontare con maggiore
sensibilità e attenzione anche i temi più complessi, come evidenziato nel passo del libro III, in cui Virgilio si
sofferma sull'importanza di non perdere tempo e dedicarsi con amore alla materia trattata.
I contenuti
Il testo descrive alcune delle dinamiche compositive e dei temi presenti nel poema delle Georgiche di Virgilio.
In particolare, Virgilio usa una struttura narrativa in cui alterna finali "lieti" (nei libri pari) e finali "cupi" (nei
libri dispari). Ad esempio, al fosco quadro delle guerre civili (finale del libro I) si contrappone l'idillica pace
agreste (finale del libro II); al trionfo della morte (finale del libro III), segue la risurrezione miracolosa delle
api, simbolo della vittoria della vita (finale del libro IV).
Nel libro I (vv. 121-146), Virgilio introduce una riflessione di tipo provvidenzialistico (cioè, una visione che
giustifica il male come parte di un piano divino), che gli studiosi chiamano la "teodicèa del lavoro". Secondo
questa visione, Gioveha voluto che l'umanità uscisse dal torpore primitivo dell’età dell’oro, quando la terra
dava spontaneamente i suoi frutti. L'umanità ha dovuto affrontare ostacoli e difficoltà affinché progredisse,
perfezionando le tecniche e le arti. Questo cambiamento non è visto come una punizione divina (come
raccontato da Esiodo), ma come una decisione di una divinità benefica per favorire il progresso dell'umanità.
Nel libro I, Virgilio dedica anche una digressione alla descrizione dei presagi che preannunciano il tempo
(buono o cattivo) e ai pronostici derivati dall'aspetto della luna e del sole. Virgilio descrive i foschi presagi
che hanno accompagnato l'uccisione di Cesare e invoca la protezione divina su Ottaviano, che rappresenta
l'unica speranza di salvezza per una generazione sconvolta dalle guerre civili.
Il libro II è dedicato alla coltivazione delle piante e include diverse digressioni. Le principali sono due elogi:
uno della vita agreste e l'altro dell'Italia. Le laudes Italiae (lodi all'Italia) nascono dal confronto tra l'Italia e
altre terre, specialmente quelle orientali. Virgilio celebra l'Italia come una regione privilegiata, superiore per
fertilità, abbondanza di vegetali e animali, acque, risorse minerarie, assenza di flagelli (come mostri, bestie
feroci, piante e serpenti velenosi) e per un clima mite. Inoltre, l'Italia è celebrata per le opere superbe
realizzate dall'uomo e per le sue stirpi gloriose di popoli e eroi. L'ultimo eroe di questa stirpe è Cesare
Ottaviano, che ha vinto l'Oriente. Qui si riflette la propaganda di Ottaviano, che contrapponeva la virtù
italica agli eccessi dell’Oriente barbarico e corrotto.
Nel finale del libro I, Virgilio esprime un elogio della vita contadina, considerata come il luogo ideale di pace,
giustiziae virtù, in contrasto con la corruzione morale e le discordie civili che derivano dall'ambizione di
potere e dall'avidità di ricchezze. L'esclamazione "O fortunatos nimium, sua si bona norint, agricolas!" (vv.
458-459) celebra l'agricolturacome una condizione ideale, piena di serenità e benedetta dalla natura, se gli
agricoltori riuscissero a comprenderne i benefici.
Il libro III, che tratta dell'allevamento del bestiame, inizia con una nota grave e dolente. Virgilio esprime la
sua profonda sensibilità riguardo alla sofferenza degli animali, riconoscendo che entrare nel loro mondo
significa anche entrare nel mondo della sofferenza. Virgilio descrive in modo malinconico il declino fisico e la
morte, che colpiscono sia gli esseri umani che gli animali. La riflessione sulla morte è riassunta nei versi:
"I giorni migliori sfuggono per primi ai miseri mortali; subentrano le malattie e la triste vecchiaia e i travagli,
e li rapisce l'inclemenza della morte crudele" (Georgiche, III, vv. 66-68).
Una digressione importante riguarda l'amore, che Virgilio presenta come una forza devastante, che travolge e
distrugge sia uomini che animali, causando rovina e morte. Questo tema della morte si sviluppa ulteriormente
nella parte finale del libro III, con la descrizione di una terribile pestilenza che colpisce i bovini nel Nórico
(oggi Austria). Qui, Virgilio riprende il tema della peste, ma mentre Lucrezio nel De rerum natura si concentra
sulle cause e sintomi della malattia, Virgilio si concentra sulla partecipazione dolorosa e sulla compassione
per le vittime di tanta sofferenza. La descrizione di un toro che muore sotto l'aratro e il dolore del contadino che
lascia l'aratro incompiuto sono immagini cupe che esprimono l'inutilità del lavoro di fronte alla morte: "A che
giovano il lavoro e i meriti?" (Georgiche, III, vv. 525-526).
In contrasto con la cupezza del libro III, il libro IV, dedicato all'apicoltura, è più sereno e ottimista. Questo
libro sorprende perché l'apicoltura è un'attività marginale nell'economia romana, ma Virgilio la sceglie per le
sue implicazioni filosofiche e politiche. Descrive la società delle api come una comunità ideale, perfettamente
organizzata, dove regna la comunione dei beni, la suddivisione armoniosa dei compiti, la subordinazione del
singolo alla collettività e la fedeltà assoluta al re. Virgilio descrive anche la peculiarità delle api, che non sono
soggette alla riproduzione sessualecome gli altri animali. Le api, infatti, non si accoppiano né partoriscono, ma
"con la bocca raccolgono i piccoli dalle foglie" (IV, vv. 200-201). In questo modo, Virgilio presenta l'eros come
una forza negativa che corrompe, mentre le api, grazie a un beneficio divino, sono esenti da questa condizione.
Infine, Virgilio descrive la "bugonia", un fenomeno miracoloso in cui uno sciame di api nasce dalla carcassa di
un vitelloucciso, un'antica teoria della generazione spontanea, che Virgilio usa per rappresentare la
rigenerazione e il rinnovamento della vita.
Il testo descrive il finale del libro IV delle Georgiche di Virgilio, dove si racconta un prodigio miracoloso che
riguarda la rigenerazione delle api. Per spiegare questo fenomeno straordinario, Virgilio inserisce un racconto
mitico in uno stile che riflette il gusto alessandrino e neoterico, ovvero un tipo di poesia raffinata e colta che fa
ampio uso di riferimenti mitologici.
Il racconto riguarda il pastore Aristeo, che, dopo aver perso i suoi alveari, scopre di essere stato punito da
Giove per aver causato la morte della ninfa Euridice. Euridice era la moglie di Orfeo, il leggendario poeta e
musicista, che con il suo canto cercò di riportare in vita la sua amata, ma fallì tragicamente, perdendola
irrimediabilmente. Questo episodio, narrato con toni patetici, aggiunge un aspetto tragico alla storia.
Successivamente, Virgilio riprende la vicenda di Aristeo, che per placare le ninfe offese, compie dei riti di
purificazione, sacrificando quattro tori. Questo atto ha lo scopo di riparare al danno che Aristeo ha causato,
cercando di riconciliarsi con la natura.
Il cuore della storia riguarda il prodigio che segue: le api, miracolosamente, nascono dalle carcasse dei bovini
uccisi, un fenomeno chiamato "bugonia". Virgilio descrive questo miracolo con vivide immagini: "attraverso le
carni putrefatte dei buoi ronzano per tutto il ventre le api, e brulicano dalle costole rotte" (vv. 554-558). Le api,
che emergono dalle carni dei tori morti, si riuniscono e si posano su un albero, pendendo dai rami come
grappoli d'uva. Questo prodigio simboleggia la rigenerazione e il ciclo continuo della vita che nasce dalla
morte.
In questa parte, Virgilio torna alla bugonia, che aveva introdotto all'inizio del libro, creando una struttura
circolare nel poema. Questo ritorno al tema della generazione spontanea delle api rappresenta un simbolo di
rinascita e ciclo naturale.
I temi
Il testo analizza come le Georgiche di Virgilio sviluppano e approfondiscono alcuni temi già presenti nelle sue
opere precedenti, come le Bucoliche. Tra questi temi ci sono:
● La vita agreste come un ambiente ideale in cui l'uomo può realizzare una perfetta armonia con la
natura. In questo contesto, il lavoro agricolo e il contatto con la terra rappresentano valori positivi e in
sintonia con l’ordine naturale.
● Il tema dell'éros, che, come nelle Bucoliche, è presente come forza che muove le azioni degli esseri
umani e degli dèi, ma assume un aspetto anche tragico, come nella storia di Orfeo nel libro IV.
● Le guerre civili, che appaiono anche nelle Bucoliche, ma nelle Georgiche vengono trattate con
maggiore urgenza, specialmente alla fine del libro III, dove Virgilio si sofferma sull’impossibilità di
sfuggire al dolore e alla morte.
Inoltre, nelle Georgiche emerge un tema nuovo e molto importante, che riguarda la morte. Questo tema non è
solo trattato come un evento naturale, ma assume un carattere drammatico, anticipando quello che sarà un
tema centrale nell'Eneide, dove la morte e il destino sono forze inevitabili.
Rispetto alle Bucoliche, le Georgiche sono più impegnate dal punto di vista morale e religioso. Virgilio
enfatizza il lavoro umano come fondamentale per la società, ma anche come una lotta contro le difficoltà
imposte da una natura che, sebbene inizialmente amica e generosa, spesso si rivela ostile. Il lavoro diventa così
non solo un mezzo per ottenere i frutti della terra, ma anche una lotta per superare le difficoltà della vita.
Il messaggio religioso è molto presente: il contrasto tra Aristeo e Orfeo mette in evidenza l'importanza di
seguire la volontà degli dei. Aristeo, che si attiene scrupolosamente alle prescrizioni divine, riesce a superare gli
ostacoli e a completare il suo compito, mentre Orfeo, pur avendo il potere magico della poesia, è impotente di
fronte all'inesorabilitàdelle leggi divine, che aveva trasgredito per il suo amore folle.