Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
34 visualizzazioni7 pagine

Virgilio

Virgilio, nato nel 70 a.C. a Mantova, è un importante poeta romano noto per opere come le Bucoliche, le Georgiche e l'Eneide. Le Bucoliche, la sua prima opera, esplora temi bucolici ispirati a Teocrito, mentre le Georgiche, scritte sotto la protezione di Mecenate, trattano la vita agricola e la natura. L'Eneide, pubblicata postuma, è considerata un poema epico fondamentale della letteratura romana.

Caricato da

ele.lapelle
Copyright
© © All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato PDF, TXT o leggi online su Scribd
Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
34 visualizzazioni7 pagine

Virgilio

Virgilio, nato nel 70 a.C. a Mantova, è un importante poeta romano noto per opere come le Bucoliche, le Georgiche e l'Eneide. Le Bucoliche, la sua prima opera, esplora temi bucolici ispirati a Teocrito, mentre le Georgiche, scritte sotto la protezione di Mecenate, trattano la vita agricola e la natura. L'Eneide, pubblicata postuma, è considerata un poema epico fondamentale della letteratura romana.

Caricato da

ele.lapelle
Copyright
© © All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato PDF, TXT o leggi online su Scribd

Virgilio

- Biografia
Virgilio nacque presso Mantova (forse ad Andes) il 15 ottobre del 70 a.C. da una famiglia di piccoli proprietari terrieri. I
luoghi della sua educazione devono essere stati Roma e Napoli. La cronologia del periodo giovanile è discussa. Il
poeta avrebbe frequentato la scuola del filosofo epicureo Sirone, a Napoli. É molto probabile che Virgilio abbia avuto in
gioventù contatti con la filosofia epicurea, di cui è possibile individuare chiare tracce nella sua prima opera certa, le
Bucoliche.

Virgilio esordisce sulla scena letteraria di Roma con un'opera conosciuta con il doppio titolo di Bucoliche o Egloghe,
risalenti sicuramente agli anni tra 42 e 39 a.C.; nell'opera allude più volte ai gravi avvenimenti del 41, quando nelle
campagne del Mantovano ci furono confische di terreni, destinate a ricompensare i veterani della battaglia di Filippi.
Virgilio stesso aveva perso nelle confische il podere di famiglia, e l'aveva poi riacquistato. Le Bucoliche non recano
alcuna traccia di quello che sarà il grande amico e protettore di Virgilio, Mecenate, mentre vi ha notevole rilievo la
figura di Pollione, subito dopo la pubblicazione delle Bucoliche, però, Virgilio entra nella cerchia degli intimi di
Mecenate e quindi anche di Ottaviano (38 a.C.), e Pollione sparisce del tutto dalla sua opera.

Virgilio si dedica alla sua seconda opera, il poema didascalico Georgiche. In questa fase della sua produzione, lavora a
stretto contatto con Mecenate e gli altri intellettuali suoi amici e protetti, con cui mostra di essere in piena sintonia: le
Georgiche, infatti, aderiscono pienamente al programma culturale promosso da Mecenate e Ottaviano stesso. Virgilio,
tuttavia, non sembra aver amato particolarmente Roma; la chiusa delle Georgiche parla di Napoli come luogo
d'elezione, dove trovare la tranquillità e il raccoglimento necessari alla scrittura.

Dal 29 a.C., il poeta fu tutto assorbito dalla scrittura dell’Eneide, il grande poema epico destinato a diventare opera
nazionale romana e a consacrare Virgilio tra i massimi autori della letteratura d'ogni tempo. L'Eneide fu pubblicata
postuma per volere di Augusto, che ne affidò l'ultima revisione al poeta Vario Rufo.

Virgilio, infatti, morì il 21 settembre del 19 a.C. a Brindisi, di ritorno da un viaggio in Grecia, e fu sepolto a Napoli.

- Le Bucoliche
La prima opera di Virgilio è una raccolta di dieci componimenti poetici, Bucoliche (dal latino bucolica) significa «canti
dei bovari»: il titolo rievoca uno sfondo in cui i pastori stessi sono autori di poesie. È riconosciuto anche con il nome di
Egloghe, «poemetti scelti».

Nelle Bucoliche Virgilio si ispira ai carmi del poeta greco Teocrito. Questi carmi furono noti fin dall'antichità come Idilli;
la raccolta di Teocrito presentava un repertorio relativamente ampio di temi, ambienti, situazioni, in cui poemetti di
materia bucolica figuravano accanto ad altri di ambientazione cittadina e persino insieme a componimenti encomiastici
Virgilio è dunque il primo autore della letteratura latina a dedicare un'intera opera al genere bucolico: il manifesto
poetico che rivendica l'originalità di tale scelta è l'inizio della VI egloga posto, non a caso, al centro del libro. Qui
Virgilio contrappone deliberatamente le Bucoliche alle grandi imprese dell'epica: «La mia Musa fu la prima a non
disdegnare il verso siracusano, e accettò di abitare nei boschi»
Virgilio prende Teocrito come modello, ma da una prospettiva molto selezionata: si concentra programmaticamente
sugli Idilli in cui il poeta siracusano offriva la ricostruzione, nostalgica e artefatta, di un mondo innocente di pastori, di
un'esistenza remota, lontana dall'ambiente cittadino. Teocrito, infatti, aveva creato la sua ambientazione pastorale
stilizzando i paesaggi del mondo siciliano da cui proveniva; su questo sfondo si muoveva un'umanità di pastori-poeti
intenti a comporre ed eseguire canti, spesso in competizione tra loro in agoni poetici. Il giovane poeta romano si
trasferisce, per così dire, all'interno del genere letterario bucolico, imparandone i codici espressivi e valorizzandoli. Le
Bucoliche sono il primo testo della letteratura augustea.
L'uso della stessa parola 'idillio' che, rispetto al suo generico significato iniziale di 'bozzetto', si specializzerà per
denotare uno scenario ben preciso, caratterizzato da un'atmosfera sentimentale, malinconica e contemplativa. Virgilio
trasforma Teocrito accentuando gli elementi di stilizzazione e idealizzazione nella resa del paesaggio, che presenta i
tipici tratti del locus amoenus :è proprio con le Bucoliche che prende a diffondersi il mito dell'Arcadia, la terra beata dei
pastori.
Il poeta e amico Gallo ritorna anche nella egloga X, l'ultima delle Bucoliche: Gallo cerca rifugio dai suoi turbamenti
nella poesia bucolica di Virgilio.

Virgilio crea una poesia bucolica nuova. Alcuni temi già teocritei come la vita cittadina o la politica contemporanea non
costituiscono mai l'argomento principale dei versi virgiliani, ma il poeta lascia che questi elementi compaiano
all'orizzonte: i pastori, con i loro occhi di uomini 'semplici', guardano alla Roma e agli eventi del tempo,
giudicandoli come qualcosa di grandioso e incomprensibile. Il libero riuso di spunti storici e autobiografici, tra l'altro
spesso drammatici, è il sostanzioso contributo di Virgilio alla tradizione bucolica.

Quando questi pastori osservano e interpretano gli eventi che avvengono attorno a loro, la spensieratezza del loro
canto lascia il posto a un'atmosfera malinconica e triste.

Alcuni dei pastori virgiliani, come il Melibeo della I egloga, sono ritratti mentre affrontano un dramma: per la costrizione
di soldati prepotenti, infatti, essi devono abbandonare le proprie terre. È importante cogliere l'originalità
dell'operazione virgiliana: la malinconia dei pastori e l'attesa di un imminente rinnovamento sono sentimenti ben
coerenti con il clima di smarrimento che si doveva vivere a Roma negli ultimi anni delle guerre civili, e con le attese per
un futuro di pace e rinnovata grandezza che la nascente età augustea già prometteva. Queste duciose attese in un
prossimo avvenire di speranza e rigenerazione sono espresse esplicitamente nell'egloga IV, in cui Virgilio annuncia di
volersi sollevare oltre la sfera pastorale per cantare un grande evento. Nell'egloga, infatti, si annuncia l'imminente
realizzazione di una profezia della Sibilla cumana: la nascita di un puer, un fanciullo che con il suo avvento riporterà l'età
dell'oro dopo la devastazione delle guerre civili. Chi sia questo puer, però, è argomento di un dibattito più che
millenario. L'identificazione tardoantica con Gesù Cristo è solo la più coraggiosa delle tante congetture avanzate nel
corso dei secoli. L'egloga è datata chiaramente al consolato di Asinio Pollione, nel 40 a.C. L'ipotesi migliore è che il
bambino dell'egloga fosse atteso in quell'anno ma non sia mai nato. Proprio nel 40, infatti, era stato concluso un patto
fra Ottaviano e Antonio: Antonio, di gran lunga l'uomo più potente del momento, prendeva in moglie Ottavia, sorella
di Ottaviano. Nel 39, dunque, stavano per nascere un figlio da questo matrimonio e anche uno dal matrimonio di
Ottaviano con Scribonia.
Entrambi i matrimoni, però, durarono poco, e non ci fu nessun figlio maschio, quel figlio a cui probabilmente alludeva
Virgilio. Senza saperlo, Virgilio apriva in tal modo la strada all'interpretazione cristiana della sua poesia.

- Le Georgiche
Virgilio ha ora un nuovo influente protettore, Mecenate, nel cui circolo, nel 38, entra anche il giovane Orazio. Proprio in
questo nuovo ambiente matura il nuovo impegno poetico di Virgilio, che darà alla luce le Georgiche. La composizione
delle Georgiche costò al poeta quasi dieci anni di lavoro, ebbe inizio nel 37 a.C. e proseguì fino al 29 a.C., anno in cui,
per quanto ne sappiamo, il poema era giunto a uno stadio definitivo. Le Georgiche presuppongono una straordinaria
ricchezza di letture: la grande poesia greca (Omero, i tragici, gli alessandrini) e romana (Lucrezio, Catullo), ma anche
varie fonti tecniche in prosa, e trattati filosofici di ogni tipo. Le Georgiche sono un poema didascalico, cioè mira a
impartire un ammaestramento o un contenuto tecnico utilizzando il mezzo espressivo della poesia. Il titolo latino
Georgica rimanda alla tradizione della poesia didascalica ellenistica. La materia 'tecnica' che le Georgiche si
propongono di affrontare in versi è la vita agreste: in quattro libri, ognuno dedicato a un particolare aspetto del lavoro
agricolo.
fi
L'ordine in cui le attività legate al mondo agricolo sono presentate nel poema traccia un percorso, in cui
l'attenzione si concentra sempre meno sulla fatica che il lavoro agreste richiede all'uomo, e sempre più sulle leggi
intrinseche della natura.

La struttura del poema sembra orientata dal grande al piccolo. Ma proprio il piccolo mondo delle api è quello che più
riavvicina la natura all'uomo, perché proprio nell'organizzazione dell'alveare si può individuare un modello per una
nuova società civile, cioè quella che il principato augusteo si propone di ricostruire, regolata dai buoni costumi
tradizionali e fondata sul lavoro.
L'opera è dunque impostata su una serie di libri dotati di chiara autonomia tematica e collegati da un piano
complessivo; ciascun libro introdotto da un proemio e dotato di sezioni digressive. Ogni libro presenta una
digressione conclusiva, di estensione piuttosto regolare: le guerre civili; la lode della vita agreste; la peste degli animali
nel Nórico; la storia di Aristeo e delle sue api. Hanno chiaro valore di cerniera i proemi: due volte lunghi ed esorbitanti
rispetto al tema georgico dei singoli libri (I, II); due volte brevi e strettamente introduttivi (Il e IV). Queste grandi polarità
fra temi di morte e temi di vita danno un senso all'architettura formale dell'opera: il lettore è coinvolto in un contrasto a
tinte forti tra toni cupi e sereni, che intende suscitare una riflessione sulla società contemporanea.
La lezione di Lucrezio è evidente: anche l'architettura del De rerum natura, è scandita dal succedersi dei proemi e dei
finali. Nella costruzione delle due opere, tuttavia, si possono cogliere due importanti differenze: da un lato, Virgilio
tende ad allentare le concatenazioni tra le riflessioni filosofiche proposte, ad alleggerire i nessi argomentativi e a
stemperare i collegamenti tra i vari temi trattati; dall'altro, però, l'architettura formale del poema si fa più regolata e
simmetrica rispetto a quella del De rerum natura. Le Georgiche, tuttavia, sono anche un'opera di contrasti e di
incertezze, in cui l'equilibrio formale non nasconde l'irrompere di inquietudini e conflitti.

L’Epillio di Orfeo ed Euridice, che segue l'illustrazione della tecnica della bugonia, ovvero il metodo con cui gli Egizi
sapevano far rinascere dalla carcassa putrefatta di un bue uno sciame di api distrutto. Il mitico pastore Aristeo ha perso
le sue api a causa di una malattia. La madre, la ninfa Cirene, gli suggerisce di rivolgersi al dio marino Proteo, il quale
rivela ad Aristeo che egli è stato punito per aver involontariamente causato la morte di Euridice, sposa del mitico
cantore Orfeo: la donna, infatti, mentre cercava di sfuggire a un tentativo di seduzione di Aristeo, era stata morsa e
uccisa da un serpente velenoso. A questo punto Proteo narra che Orfeo, disperato, è sceso agli Inferi per recuperare
l'amata, e gli dèi, vinti dalla magia del suo canto, gli hanno concesso di ricondurla sulla terra. Il poeta innamorato, però,
ha infranto il patto che gli dèi gli hanno imposto - non volgere lo sguardo indietro, verso l'amata, prima di essere uscito
dall'Ade - perdendo così definitivamente Euridice e condannandosi a una irrimediabile infelicità. Sarà poi Cirene stessa,
madre di Aristeo, a indicare al figlio il modo di purificarsi dalla colpa e di recuperare, appunto con la bugonia, le sue
api. Il finale con la 'digressione' narrativa di Aristeo/Orfeo, come si vede, è profondamente legato al messaggio
complessivo dell'opera, di cui ripropone i temi e le opposizioni strutturali: la malattia, la morte, la generazione,
l'amore, il lavoro. Le vicende dei due personaggi sono allo stesso tempo parallele e contrastanti: entrambi subiscono
una perdita (api/Euridice) ed entrambi ottengono la possibilità di rimediare. Aristeo, però, ci riesce applicando le
prescrizioni divine (purificazione e bugonia): è un eroe che impara e la sua tenacia gli permette di contrastare con
successo la sventura, è quindi un prototipo mitico del modello di vita che Virgilio vorrebbe insegnare ai suoi
contemporanei. Orfeo, invece, nonostante la sua innocenza e la sua abilità di poeta, travolto dalla potenza dell'amore
(altro tema lucreziano), non rispetta le prescrizioni divine (divieto di voltarsi) e fallisce. L'uomo, sembra dire Virgilio, può
fare tesoro degli insegnamenti e trovare salvezza, ma ogni successo convive con la morte e porta con sé delle
vittime.

Le Georgiche si iscrivono nella tradizione dei poemi didascalici di età ellenistica, la sfida di questi autori è trasformare
scienza e tecnica in poesia: un'occasione per sfoggiare il loro virtuosismo. I poemi ellenistici sono sbilanciati: curatissimi
sul versante della forma, ma poco interessati a insegnare davvero. Lo sforzo di elaborazione artistica sostituisce quello
propriamente didascalico: l'insegnamento era un interesse primario in Esiodo (VII secolo a.C.), riconosciuto dagli stessi
poeti alessandrini come il fondatore del genere didascalico.

Il poeta romano imposta attentamente l'alternanza di cataloghi, descrizioni, digressioni narrative del suo poema. Virgilio
attinge anche a quella tradizione ben diversa, che fa capo a Lucrezio, oltre a quella contemporanea.
Lucrezio, infatti, preferisce rifarsi a un filone della grande poesia didascalica, ovvero a quella di Esiodo (Opere e giorni),
di Parmenide e di Empedocle (entrambi autori di poemi Sulla natura). Questi autori si propongono di trasmettere un
messaggio a una larga comunità; un messaggio orientato a ben precisi scopi di trasformazione della vita, di
liberazione, di rifondazione della saggezza, di salvazione attraverso il sapere.
Investita da questo slancio missionario, la poesia di Lucrezio supera le esigenze del gioco poetico. Più alessandrino (e
neoterico) di Lucrezio, Virgilio si sente comunque più vicino a Lucrezio che agli alessandrini dal punto di vista della
concreta funzione didascalica della propria poesia.
Il programma poetico delle Georgiche, del resto, è eloquentemente riassunto nell'espressione In tenui labor, «È esile il
tema della mia fatica»: qui, labor allude al concetto della poesia come travaglio formale, e tenue indica un genere di
poesia «sottile» che rifugge dai temi elevati.
Questa concezione della poesia deve molto alla poetica di Callimaco, particolarmente attenta alla cura formale e alla
«sottigliezza» della materia poetica, in greco leptòtes.
Quello che Virgilio propone è un nuovo messaggio di salvezza e di sapienza, il poeta mantovano vuole contribuire
alla ricostruzione morale e ideologica dell'Italia, rilanciando il prestigio delle tradizionali virtù contadine.

Proprio la figura dell'agricola permette di individuare una chiara analogia tra le Georgiche e il poema lucreziano. Il
contadino virgiliano, infatti, possiede una saggezza che gli permette di mediare tra la fatica del lavoro e la spontanea
generosità della terra, riuscendo così a raggiungere un'autosuf cienza che è materiale ma anche spirituale. In modo
analogo, il De rerum natura proponeva come ideale la figura di un sapiens, un «saggio», in grado di liberarsi dalle
pressioni della storia e, al contempo, dalle paure della superstizione.
Proprio nella sfera religiosa si possono individuare le differenze maggiori tra Virgilio e Lucrezio. Il mondo georgico è
permeato di quella religiosità tradizionale messa al bando nel De rerum natura. La liberazione dall'angoscia della vita,
per Virgilio, consiste in una forma di saggezza più semplice, ancorata al ritmo della vita quotidiana.

Le Georgiche rappresentano un mondo agricolo appartato e lontano dalle turbolenze della vita politica romana. A
proteggere questo mondo è Ottaviano, proposto come l'ultimo baluardo contro la guerra civile . In altri passi, appare
già come vincitore e portatore di pace: la sua figura divina vigila sul mondo e protegge la vita dei campi, respinge i
popoli orientali e si apre la strada verso l'Olimpo. Per questo tipo di cornice ideologica, le Georgiche si possono
considerare il primo vero documento della letteratura latina nell'età del principato. Il primo proemio ne è un chiaro
esempio: vi compare la figura del principe regnante quale sovrano divinizzato, un tema che era presente nella
tradizione dei regni ellenistici, ma che era estranea a quella romana. Il principe Ottaviano, e accanto a lui il suo
consigliere Mecenate, sono accolti nell'opera come illustri dedicatari, e anche come veri e propri 'ispiratori'. Il ruolo di
destinatario 'reale' della comunicazione didattica, richiesto dal genere di-dascalico, è assegnato invece all'agricola, il
contadino, che conosce la vita delle città e le sue crisi. Rivolto formalmente alla vita dei campi, il poema finisce per
affrontare di scorcio anche i problemi della vita urbana e i più generali problemi del vivere.
L'eroe del poema, è il piccolo proprietario agricolo; Virgilio fa al massimo pallidi accenni alle grandi trasformazioni in
corso: l'estensione del latifondo, lo spopolamento delle campagne, le assegnazioni di terre ai veterani, il trasferimento
di alcune produzioni agricole dall'Italia alle province. Più notevole ancora è la mancanza di qualsiasi riferimento al
lavoro schiavile. Si può parlare di precise convergenze tra Virgilio e la propaganda diffusa in quegli anni da
Ottaviano. Per esempio, l'esaltazione delle tradizioni dell'Italia contadina e guerriera ha come sfondo il clima della
guerra contro Antonio. Si tratta della formulazione più memorabile del motivo, ricorrente nella letteratura latina, della
Laus Italiae, la «lode dell'Italia».

- L’ Eneide
Negli ultimi anni della composizione delle Georgiche (attorno al 30 a.C.), il contesto storico e sociale di Roma stava
mutandoin modo profondo: Augusto andava consolidando il proprio potere, la pace era tornata in Italia e su tutte le
provincie, e il ricordo delle guerre civili sembrava già essersi allontanato. In questo clima cominciò presto a diffondersi
l'attesa per un'opera 'nazionale' che celebrasse le imprese del principe. Il poeta assolse al suo compito con l'Eneide,
Virgilio mise mano a un'opera di argomento mitologico, cantando le avventure di un eroe del ciclo troiano. Questo
eroe era Enea, figlio di Venere e del troiano Anchise, che secondo un'antica leggenda - in parte già nota a Roma - era
scampato alla distruzione della sua città per raggiungere il Lazio, e dar vita al popolo che avrebbe fondato e reso
grande l'Urbe.

Inatteso fu anche il modello a cui Virgilio scelse di guardare. Comporre un poema epico di argomento storico, a Roma,
significava porsi nel solco degli Annales di Ennio; l'Eneide, invece, offrì al pubblico romano qualcosa di completamente
inatteso, infatti, Virgilio mirava a 'sostituire' Ennio confrontandosi direttamente con il comune modello: Omero.
L'Eneide sarebbe animata dal duplice intento proprio di imitare Omero e lodare Augusto «partendo dai suoi
antenati». Si tratta di celebrare la grandezza di Enea nobilitando le origini di Roma, in cui si potevano già intravvedere
le ragioni della presente grandezza della città, e la missione a cui l'intero popolo romano era chiamato per il futuro. Era
stato il fato a stabilire che Enea desse vita alla stirpe dei Romani; nata sotto questi auspici, Roma poteva
legittimamente aspirare a porsi come capitale e guida di tutto il mondo conosciuto.

Il poema virgiliano, in dodici libri è concepito come una risposta a entrambi i poemi omerici (Iliade e Odissea), che
insieme contengono quarantotto canti.
fi
I primi sei libri (esade) dell'Eneide raccontano il travagliato viaggio dell'eroe troiano Enea, che, sopravvissuto per volere
divino alla distruzione della sua città. La flotta di Enea giunge quindi a Cartagine: qui, una lunga retrospettiva (nei libri
II-III) ricostruisce le vicende che avevano portato l'eroe da Troia a Cartagine. Nonostante la regina di Cartagine, Didone,
si innamori di Enea e tenti di trattenerlo con sé (libro IV), egli non può sottrarsi al suo destino, e pertanto fa vela da
Cartagine verso il Lazio (libri V-VI). La seconda esade del poema, vede i Troiani ormai giunti alla foce del Tevere, luogo
assegnato dal destino, e comincia qui la narrazione di una guerra che si concluderà solo con la morte di Turno, re dei
Rutuli ostili all'insediamento dei Troiani nel Lazio, all'ultimo verso del libro XII. Per questa bipartizione tematica si usa
parlare di una metà 'odissiaca' dell'Eneide (libri I-VI) e di una metà 'iliadica' (libri VII-XII). L'Iliade narra le vicende che
portano alla distruzione di una città; l'Odissea narra il ritorno a casa di uno dei distruttori. Queste due storie epiche si
ripresentano in Virgilio in sequenza rovesciata: prima i viaggi, poi la guerra; ma questo comporta anche un inversione
dei contenuti. Il viaggio di Enea non è un ritorno a casa, ma un viaggio verso l'ignoto. La guerra di Enea non serve a
distruggere una città, ma a costruire una città nuova (che sarà l'antenata di Roma). Il lavoro di contaminazione,
rielaborazione e di trasformazione dei modelli compiuta da Virgilio è qualcosa di davvero nuovo.

L'Eneide è una particolare contaminazione dei due poemi omerici e c'è anche una continuazione di Omero. Infatti, le
imprese di Enea fanno seguito all'Iliade e si riallacciano all'Odissea. Virgilio riprende l'esperienza dell'epos ciclico, la
catena di narrazioni epiche che 'integravano' la poesia omerica in una sorta di racconto continuo. Ed infine, l'Eneide
racchiude in sé una sorta di ripetizione di Omero. Per esempio, la guerra nel Lazio è spesso vista come una ripetizione
della guerra di Troia. Ma non si tratta di un rispecchiamento passivo. La guerra, pur attraverso lutti e sofferenze,
porterà alla costruzione di una nuova unità. Enea riassume in sé l'immagine di Achille vincitore e, soprattutto, quella
di Odisseo che dopo tante prove conquista la patria restaurando la pace.
Proprio questa immagine di Enea, vincitore di una guerra sfiancante e portatore di pace per volere del fato, permette a
Virgilio di perseguire il suo secondo obiettivo: «lodare Augusto partendo dai suoi antenati».
Consente a Virgilio di collocarsi in una posizione privilegiata: gli permette cioè di guardare il mondo di Augusto da
lontano; un po' come nelle Bucoliche, in cui lo spostamento verso il mondo senza storia della campagna consentiva al
poeta una prospettiva più ampia e distaccata. L'Eneide è costellata da scorci profetici che prospettano gli eventi
dell'epoca contemporanca, conferendo alla vicenda narrata un orientamento celebrativo del periodo augusteo.
Così, nell'Iliade Zeus profetizza il destino degli eroi e la distruzione di Troia; nell'Eneide Giove prevede non solo il
destino di Enca ma anche la futura grandezza di Augusto. Nell'Odissea Odisseo scende nell'Ade e ottiene così un'anti-
cipazione sul suo destino; nell'Eneide Enea conosce dal regno dei morti non solo il suo personale futuro, ma anche i
grandi momenti della storia di Roma.
Nell'Iliade la descrizione dello scudo di Achille introduce una sorta di visione cosmica; nell'Eneide la descrizione dello
scudo di Enea riporta i momenti salienti della storia di Roma. In questo intreccio tra ispirazioni omeriche e sguardi sul
presente augusteo, Virgilio trova un difficile equilibrio fra la tradizione dell'epos eroico e il bisogno di un'epica storico-
celebrativa.
L'Italia antica conosceva una serie di 'leggende di fondazione' collegate alla guerra di Troia. Eroi di parte greca e di
parte troiana, sbandati o esuli, sarebbero stati, infatti, i fondatori di località italiche. Fra queste storie fra il IV e il Il
secolo a.C., acquistò particolare peso la leggenda di Enea.
Egli era in Omero un eroe troiano importante, ma non centrale: la sua casata sembra destinata a regnare su Troia solo
dopo l'estinzione della stirpe di Priamo. In seguito invece divenne popolare, anche nell'arte figurativa, la fuga di Enea
da Troia in fiamme, con il padre Anchise sulle spalle. Tra il Il e il I secolo a.C. la sua figura acquistò crescente fortuna. Le
motivazioni sono politiche. Il più nobile eroe troiano, scampato alla catastrofe, sarebbe stato connesso, per via
gencalogica, a Romolo, il fondatore della città. Questo permetteva alla cultura romana di rivendicare una sorta di
parità con i Greci, proprio nel tempo in cui Roma acquisiva l'egemonia sul Mediterraneo greco. I Troiani erano
consacrati dal mito omerico come grandi antagonisti dei Greci: da Roma sarebbe nata la loro rivincita. Roma
legittimava il suo nuovo potere ricostruendo efficacemente le proprie origini remote. Un secondo fattore della
popolarità di Enea nell'epoca più vicina a Virgilio dipende da una circostanza di politica interna. Attraverso la figura del
figlio di Enea, Ascanio/Iulo, una nobile casata romana, la gens lulia, rivendicava per sé nobilissime origini.
Il conflitto è rappresentato da Virgilio come scontro fra Troiani e Latini; questi ultimi sono coalizzati con numerosi popoli
italici, che non a caso vantano spesso ascendenza greca, mentre i Troiani sono alleati con gli Etruschi e con una piccola
popolazione greca stanziata sul suolo della futura Roma.
Nello sforzo di creare una vera epica nazionale romana, Virgilio muove nello spazio delle origini tutte le grandi forze da
cui nascerà l'Italia a lui contemporanea. L'Eneide è perciò un'opera di denso signi cato storico e politico; non è però
un poema storico. Nel narrare le peripezie di Enca, Virgilio si fa garante e portavoce di un progetto che non è umano,
ma divino. L'intera vicenda di Enca, a partire dalla notte in cui l'eroe sopravvive alla distruzione di Troia fino alla sua
vittoria contro Turno, costituisce una missione voluta dal fato. E questa missione viene accettata e portata a termine in
forza della pietas, la caratteristica distintiva dell'eroe, intesa come «devozione», «obbedienza» alle leggi della famiglia e
degli dèi.
fi

Potrebbero piacerti anche