Infinità di Dio, infinità della natura
Continuità e fratture nella filosofia inglese da
Giordano Bruno a Isaac Newton
Filippo Marchetti
Università di Pisa
E-mail: [Link]@[Link]
Storia della Filosofia
11 ottobre 2024
Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere, Università di Pisa
Effectus causae Infinitae caussae et
adequatus dicitur in quo principio nihil potest
causa vires suas omnes esse magnum, immo
expressit […]. Omne nequidem aliquid, nisi
infinitum: si ergo se
agens agit secundum rebus corporeis
modum suae naturae, communicat […],
infinitus ergo Deus si objectum pro captu ejus
infinita solummodo essentiae simulacrum,
haec mole, virtute, et atque potentiae
essentia produxerit, vestigium, infinitum
nullatenus se expressit. magnitudine et absque
numero subjiciat oportet.
Hill, Philosophia Epicurea [1601], Bruno, De immenso [1591], [Link]
§§ 176, 123 (Philosophia, pp. 112, (OLC, I/1, 241).
100).
Divina essentia est infinita. Divina essentia est infinita. II.
Modum essendi modus Modum essendi modus
possendi sequitur […]. Deus possendi sequitur. III. Modum
est simplicissima essentia in possendi consequitur operandi
modus. IV. Deus est
qua nulla diversitas. In simplicissima essentia, in qua
simplici eodem idem est posse nulla compositio potest esse,
agere. Divinus actus primus, vel diversitas intrinsece. V.
et non frustrabilis, alia Consequenter in eodem idem
necessitas incoactus. In est esse, posse, agere, velle,
simplici essentia non potest essentia, potentia, actus,
esse aut inequalitas aut voluntas […]. IX. Necessitas
contrarietas. Necessitas, et et libertas sunt unum, unde
non est formidandum quod,
libertas sunt unum in primo cum [Deus] agat necessitate
agente […]. naturae, non libere agat […].
Hill, Philosophia Epicurea [1601], § Bruno, De immenso [1591], [Link]
363 (Philosophia, p. 148). (OLC, I/1, 242-243).
Potentia infinita non est X. Potentia infinita non
nisi respectu infiniti est, nisi sit possibile
possibilis. […]. Melius infinitum […]. XIV.
esse quam non esse, Melius est esse, quam
facere quam non facere. non esse, dignius est
[…]. Infinitae potentiae facere quod est bonum,
frustratio absurdissima. quam non facere. XV.
Potentia et voluntas
Hill, Philosophia Epicurea [1601] §
363, (Philosophia, pp. 148).
naturalis frustrari non
debet […].
Bruno, De immenso [1591], [Link]
(OLC, I/1, 243).
Nessuna grandezza o dimensione possono convenire all’infinita causa e
al principio se non l’infinito: se esso si comunica alle cose corporee […]
è necessario che si manifesti in un oggetto infinito, senza dimensione e
numero, a testimonianza della sua immagine e delle vestigia della sua
potenza.
1) La divina essenza è infinita. 2) Il potere segue l’essere. 3) L’operare
segue il potere. 4) Dio è essenza semplicissima, in cui non possono
sussistere né composizione né diversità, intrinsecamente. 5) Di
conseguenza, in Lui sono la medesima cosa essere, potere, fare, volere,
essenza, potenza, atto, volontà […]. 9) La necessità e la libertà si
identificano, per cui non bisogna temere che, agendo secondo la
necessità naturale, Dio non agisca liberamente […]. 10) Non potrebbe
essere infinita la potenza, se non fosse possibile l’infinito […]. 14)
Migliore è l’essere che il non essere, più degno è il fare ciò che è bene
che il non farlo. 15) La potenza e la volontà della natura non si devono
frustrare […].
Bruno, De Immenso [1591], [Link] (Opere latine, 453-455).
Tuttavia, per darti in qualche modo soddisfazione, che è più
di quello che sono obbligato a fare, indicherò un motivo sia
per questo nome usurpato [i.e., Democritus Junior] che per il
titolo e l’argomento. E prima di tutto quello del nome di
Democrito; nel caso che qualcuno (come sarebbe accaduto a
me stesso) sia ingannato dalla motivazione e si aspetti una
pasquinata, una satira, qualche trattato ridicolo, una qualche
fantasiosa dottrina o paradosso sul moto della Terra, o sui
mondi infiniti, in infinito vacuo, ex fortuita atomorum
collisione, in un vuoto infinito, provocato dalla collisione
accidentale di pulviscolo nel sole, tutte cose che Democrito
sosteneva, Epicuro e il loro maestro Leucippo nell’antichità
affermavano e che sono di recente riportate in auge da
Copernico, Bruno e altri.
Burton, Al lettore [1621] (AM, p. 19)
Così difese l’immensità quello sfortunato Giordano
Bruno, e non la sostenne in modo vago, come se
non ne fosse del tutto certo, e anche Guglielmo
Gilbert, nel libro De Magnete, per il resto
eccellente, dimostrò un sentimento religioso così
forte da reputare che si potesse comprendere
l’infinita potenza di Dio nel modo migliore solo se il
sommo Dio avesse creato un mondo infinito. Ma
Bruno ha concepito il mondo infinito in modo tale
che quante sono le stelle fisse, tanti sono i mondi, e
questo nostro mondo diviene uno fra i mondi
innumerabili, perlopiù in nulla diverso dai rimanenti
che lo circondano.
Kepler, De stella nova in pede serpentarii [1606] (Immagini, 40-41).
E così non ci affaticheremo in alcun modo nelle
dispute sull’infinito. Infatti, certo, essendo finiti,
sarebbe assurdo da parte nostra determinare
qualcosa a riguardo dell’infinito, e sforzarci in tal
modo quasi di renderlo finito e di comprenderlo.
[…]. Per parte nostra, invece, tutte quelle cose in cui
non avremo potuto trovare, sotto questo o quel
punto di vista, confine alcuno, non oseremo asserire
che sono infinite, ma le considereremo come
indefinite. Così, giacché non possiamo immaginare
un’estensione che sia tanto grande da non intendere
che essa potrebbe essere ancora maggiore, diremo
che la grandezza delle cose possibili è indefinita.
Descartes, Principi della filosofia [1644], I.26 (B Op I, 1729, 1731).
Tutto ciò diremo dunque indefinito piuttosto che
infinito: sia per riservare il nome di infinito a Dio
solo, dato che solo in lui non soltanto non
riconosciamo limite alcuno sotto ogni aspetto, ma
anche intendiamo positivamente che non ve ne è
alcuno, sia anche perché non nello stesso modo
intendiamo positivamente che le altre cose mancano
di limiti sotto questo o quell’aspetto, ma
riconosciamo, soltanto negativamente, di non essere
in grado di trovare i loro limiti, quand’anche ne
abbiano.
Descartes, Principi della filosofia [1644], I.27 (B Op I, 1731).
Conosciamo inoltre che questo mondo, ossia la
totalità della sostanza corporea, non ha confine
alcuno alla sua estensione. Ovunque infatti fingiamo
che si trovino quei confini, sempre non soltanto ci
immaginiamo, oltre quelli, degli spazi
indefinitamente estesi, ma anche percepiamo che
essi sono immaginabili con verità, ossia sono reali; e
che, pertanto, in essi è contenuta anche una sostanza
corporea indefinitamente estesa. Questo perché,
come già ho mostrato diffusamente, l’idea della sua
estensione, che noi concepiamo in uno spazio
qualsiasi, è la stessa identica idea di sostanza
corporea.
Descartes, Principi della filosofia [1644], II.21 (B Op I, 1791).
Di qui si può anche facilmente inferire che la
materia del cielo non è diversa da quella della terra;
e che senz’altro, se i mondi fossero infiniti, non
potrebbero non essere costituiti che da una stessa
identica materia; e che pertanto non potrebbero
essere molteplici, ma un unico mondo soltanto:
intendiamo infatti in modo perspicuo che quella
materia, la cui natura consiste solo nel fatto di
essere una sostanza estesa, occupa già senz’altro
tutti gli spazi immaginabili nei quali dovrebbero
trovarsi codesti altri mondi; né troviamo in noi
l’idea di alcun’altra materia.
Descartes, Principi della filosofia [1644], II.22 (B Op I, 1793).
Ora, anche quel sublime e sottile meccanico,
Descartes, per quanto sembri oscuro, deve sostenere
l’infinità dei mondi, o per quanto sia sgradevole,
uno infinito. Perchè che cos’è il suo mondo
indefinitamente esteso se non un esteso
infinitamente?
More, Democritus Platonissans [1647], To the Reader (Poems, 90).
Se infatti ogni spazio restasse privo di atomi, [it will
hazard] la dissipazione dell’intera compagine della
natura in polvere sparsa, come può essere provato
dai principi della sua stessa filosofia. E che ci sia
uno spazio ovunque sia Dio, o qualunque essere
attuale e autosussistente, non mi sembra più difficile
da capire rispetto a una delle loro nozioni comuni.
More, Democritus Platonissans [1647], To the Reader (Poems, 90).
Quindi, chi giudicherà dei limiti del mondo
da ciò che cade sotto la nostra debole vista
si appella al senso e precipita la ragione
a capofitto fuori dal suo trono per vertiginosa volgare potenza.
Ma qui i vili sensi dettano quello che vogliono
sotto lo specioso titolo di filosofia
e veementemente affermano che la loro causa è giusta.
Dai marci rotoli dell’antichità scolastica,
che costantemente nega l’infinità corporea.
More, Democritus Platonissans [1647], stanza 9 (Poems, 92).
Io non dirò che il nostro mondo è infinito,
ma che c’è un’infinità di mondi;
il centro del nostro mondo è la vivace luce
del caldo sole, la divinità visible
di questo tempio esterno.
More, Democritus Platonissans [1647], stanza 21 (Poems, 93).
Questi, con i loro soli, chiamo mondi,
il cui numero ritengo infinito:
altrimenti vi sarebbe un’infinita oscurità in questa
[grande sala
dell’infinito universo; perché nulla di finito
può mettere in fuga quell’immensa ombra.
Ma se ammettiamo quell’infinità di soli,
allora secondo ragione vi saranno infiniti mondi,
perché è conveninte a ogni sole l’avere dei pianeti,
e avere un bersaglio da colpire con i suoi raggi
[scintillanti.
More, Democritus Platonissans [1647], stanza 26 (Poems, 93).
In primo luogo, stabilite una definizione di materia, ossia di
corpo, che è molto più ampia di quanto convenga. Dio,
infatti, mi sembra essere una cosa estesa, ed anche l’angelo,
e, anzi, ogni cosa per sé sussistente, così che l’estensione mi
sembra essere racchiusa nei confini stessi e nell’essenza
assoluta delle cose, la quale, tuttavia, può variare in
corrispondenza della varietà delle essenze stesse. E certo,
che Dio, a suo modo, si estenda, ritengo risulti apertamente
dal fatto che è onnipresente ed occupa intimamente tutta la
macchina del mondo e, una ad una, tutte le sue parti. […].
Egli, tuttavia, non è quel corpo, o materia, tanto abilmente
tornito in globuli ed in parti scanalate da quell’artefice
ingegnoso che è la vostra mente. Quindi, la cosa estesa è più
ampia del corpo.
More a Descartes, 11 dicembre 1648 (B Let, 2597).
In quarto luogo, non intendo la vostra indefinita
estensione del mondo. Infatti, quell’estensione
indefinita è infinita o in senso assoluto o soltanto in
rapporto a noi. Se intendete l’estensione infinita in
senso assoluto, perché velate il vostro pensiero con
parole troppo sommesse e modeste? Se, invece, è
infinita solo in rapporto a noi, essa sarà, in realtà,
finita, perché la nostra mente non è misura né delle
cose, né della verità; e allora, poiché esiste
comunque un’altra espansione che è infinita in
senso assoluto, vale a dire quella dell’essenza
divina, la materia dei vostri vortici si allontanerebbe
dai rispettivi centri e tutta la macchina del mondo si
dissolverebbe in atomi sparsi e pulviscoli vaganti.
More a Descartes, 11 dicembre 1648 (B Let, 2599).
Non vedo, però, come chi riconosca Dio
positivamente infinito (ossia esistente ovunque), ciò
che voi fate a ragione, esiti ad ammettere, se ciò è
concesso alla libera ragione, che egli non è mai
ozioso in nessun luogo ed ha prodotto materia
ovunque, con la stessa autorità e con la stessa
facilità con cui ha prodotto la nostra.
More a Descartes, 5 marzo 1649 (B Let, 2647).
Nel 1646 vide la luce il mio Democritus Platonissans,
ossia un poema sull’infinità dei mondi, […]. Il
Democritus Platonissans fu scritto per questa ragione:
nella Psychathanasia (l. III, cant. 4) l’immortalità
dell’anima era provata dall’immensa bontà di Dio, era
misura delle sue opere e della sua provvidenza. E tra le
molte altre obiezioni contro questo argomento mi ero
ostinato su questa, che il mondo non era infinito per
estensione né eterno per durata […]. In seguito,
cambiata opinione e preso da non so quale furore
poetico, ho scritto il suddetto poema. […]. Infatti, questi
nuovi argomenti che in seguito pensai esaminando a
fondo la cosa e che ho riportato nell’Enchiridium
Metaphysicum, mi si erano presentati a quel tempo.
More, Praefatio generalissima [1679] (OO, II/1, ix).
Da quanto si è detto è abbastanza chiaro che, dal
momento che l’essere in quanto essere con tutte le
sue proprietà e divisioni è oggetto della dialettica,
solo le sostanze incorporee sono il legittimo oggetto
della metafisica. Infatti, dato che vi sono alcuni
uomini di ingegno così duro e terreno da non
riconoscere come esistente nulla a parte la materia e
il corpo, e da non poter concepire qualcosa che sia
materiale e incorporeo, non ci resta che provare a
spiegare la sua natura il più chiaramente possibile.
More, Enchiridium Metaphysicum [1671], VI.1 (OO, II/1, 158).
Che vi possa essere un’estensione reale diversa dalla
materia è chiaro dal fatto che ci sono dei modi reali
della materia che sono estesi ma che non sono
comunque materiali, come il moto e la quiete.
More, Enchiridium Metaphysicum [1671], VIII.1 (OO, II/1, 165-166).
Certamente, non può essere che il moto, la durezza
o qualunque altro modo di questo tipo di materia sia
esteso non per la propria estensione ma per quella
della materia, dato che ogni ente, in quanto tale, ha
la propria estensione […]. Quindi, il moto non può
essere esteso per un’altra estensione più di quanto il
moto possa esistere per un’altra essenza. Perciò il
moto non è più moto per l’essenza della materia di
quanto la materia non sia tale per l’essenza del
moto, ma entrambe hanno una differente natura e,
quindi, differenti estensioni.
More, Enchiridium Metaphysicum [1671], VIII.2 (OO, II/1, 166).
L’altro argomento è che qualcosa che è un attributo
reale di un soggetto reale non può trovarsi se non
nello stesso posto in cui vi è un soggetto reale. E,
inoltre, l’estensione è un attributo reale di un
soggetto reale (i.e., la materia), che si trova ovunque
e indipendentemente dalla nostra immaginazione.
Inoltre, non possiamo non concepire un’estensione
immobile che pervade ogni cosa sia mai esistita
dall’eternità e che esisterà per l’eternità […] ed è
realmente distinta dalla materia mobile.
More, Enchiridium Metaphysicum [1671], VIII.6 (OO, II/1, 167).
Ora, questa estensione infinita e immobile sarà
considerata non solo come qualcosa di
semplicemente reale […], ma divina, dopo che
avremo considerato quei nomi divini o titoli che vi
si adattano perfettamente.
More, Enchiridium Metaphysicum [1671], VIII.8 (OO, II/1, 167).
È vero che Dio è esteso quanto il vuoto, ma,
essendo uno spirito e penetrando tutta la materia,
non può essere di ostacolo al moto della materia,
come se non ci fosse nulla lungo la sua [i.e., del
moto] traiettoria.
Newton, Of motion [1664/1665], (CPQ, 409).
Se l’estensione fosse solo indefinita in grandezza e
non infinita, allora un punto sarebbe indefinitamente
piccolo. Dire che l’estensione è indefinita (intendo
l’estensione che esiste e non tanto solo quella che
possiamo immaginare) perché non possiamo
percepire i suoi limiti, è dire che Dio è solo
indefinitamente perfetto perché non possiamo
intendere la sua intera perfezione.
Newton, Of quantity [1664], (CPQ, 453).
Questa elegantissima compagine del Sole, dei
pianeti e delle comete non poté nascere senza il
disegno e il dominio di un essere intelligente e
potente. E se le stelle fisse sono i centri di sistemi
analoghi, tutti questi, essendo costruiti con un simile
disegno, saranno soggetti al dominio dell’Uno.
Newton, Scolio generale [1713], (Principi, 93).
Egli regge tutte le cose, non come anima del mondo,
ma come signore dell’universo. E a causa del suo
dominio egli è chiamato Signore Dio, Pantokrátor.
Dio infatti è un termine relativo e si riferisce ai
servi; e la divinità è la signoria di Dio, non sul
proprio corpo, come viene supposto da quelli per cui
Dio è l’anima del mondo, ma sui servi.
Newton, Scolio generale [1713], (Principi, 93).
E dalla vera Signoria segue che il vero Dio è vivo,
intelligente e potente; dalle altre perfezioni che è
supremo o sommamente perfetto. È eterno e
infinito, onnipotente e onnisciente, dura cioè
dall’eternità all’eterno ed è presente dall’infinito
nell’infinito; regge tutte le cose e conosce tutte le
cose che accadono e possono accadere. Non è
l’eternità e l’infinità, ma è eterno e infinito; non è la
durata e lo spazio, ma dura ed è presente. Dura
sempre ed è presente ovunque, ed esistendo sempre
e ovunque costituisce la durata e lo spazio.
Newton, Scolio generale [1713], (Principi, 93-94).
È onnipresente non soltanto virtualmente, ma anche
sostanzialmente: l’azione, infatti, non può sussistere
senza la sostanza. In lui tutte le cose sono contenute
e mosse, ma senza passione reciproca. Dio non
patisce nulla dal moto dei corpi; e i corpi non
subiscono alcuna resistenza dall’onnipresenza di
Dio.
Newton, Scolio generale [1713], (Principi, 94).
Lo adoriamo infatti come servi e Dio, senza
dominio, provvidenza e cause finali, non è altro che
Fato e Natura. Da una cieca necessità metafisica,
che è senz’altro identica sempre e ovunque, non
nasce alcuna varietà di cose. L’intera diversità delle
cose, ordinata secondo i luoghi e i tempi, poté
nascere soltanto dalle idee e dalla volontà di un Ente
necessariamente esistente.
Newton, Scolio generale [1713], (Principi, 94-95).
Bassi S. (a cura di), Immagini di Giordano Bruno (1600-1725), Napoli 1996.
Bruno G., Opera Latine Conscripta, 3 voll. in 8 tt., recensebat F. Fiorentino [V.
Imbriani, C.M. Tallarigo, F. Tocco, H. Vitelli], Napoli-Firenze 1879-1891.
Bruno G., Opere latine, a cura di C. Monti, Torino 1980.
Burton R., Anatomia della melanconia, 2 voll., a cura di S. D’Agata
D’Ottaviani, Torino 2023.
Descartes R., Opere, 1637-1649, a cura di G. Belgioioso, Milano 2009.
Descartes R., Tutte le lettere, 1619-1650, a cura di G. Belgioioso, Milano
2005.
Hill N., Philosophia Epicurea Democritiana Theophrastica, a cura di S.
Plastina, Pisa-Roma 2007.
More H., Opera Omnia, 2 voll. in 3 tt., London 1675-1679.
More H., The Complete Poems, ed. by A.B. Grosart, Edinburgh 1878.
Newton I., Certain Philosophical Questions. Newton’s Trinity Notebook, ed. by
J.E. McGuire and M. Tamny, Cambridge 1983.
Newton I., Principi matematici della filosofia naturale, a cura di F. Giudice,
Torino 2018.