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Svevo e Verga

Il documento tratta di vari argomenti relativi alla società e cultura italiana nel periodo post-risorgimentale. In particolare descrive il conflitto tra intellettuali e società borghese, il movimento degli Scapigliati e l'avvento del naturalismo e del verismo in letteratura, con riferimenti a importanti autori come Verga e Zola.

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Svevo e Verga

Il documento tratta di vari argomenti relativi alla società e cultura italiana nel periodo post-risorgimentale. In particolare descrive il conflitto tra intellettuali e società borghese, il movimento degli Scapigliati e l'avvento del naturalismo e del verismo in letteratura, con riferimenti a importanti autori come Verga e Zola.

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Società e cultura.

Con la fine del periodo risorgimentale , gli intellettuali perdono il ruolo centrale di guida ideologica.
Si affaccia così anche in Italia un conflitto tra intellettuali e società , iniziano a comparire
atteggiamenti di rivolta e di rifiuto dei valori borghesi . Inizia il fenomeno degli scapigliati , i quali
conducevano stili di vita maledetti . Un contegno simile si riscontra anche in verga e in Carducci . Il
letterato si sente spinto ai margini dai nuovi processi produttivi e mostra un timore nei confronti
della tecnica . Lui stessa ha paura dello spirito affaristico e della razionalità che hanno trasformato
l’arte in merce per il mercato . Avvento del mercato della produzione letteraria divide gli scrittori :
• 1. Chi rifiuta il meccanismo , ossia preserva a proseguire i suoi obbiettivi artistici — verga
• 2. Chi accetta , e si adatta a scrivere in pubblico — D’Annunzio
L'affacciarsi del conflitto tra artisti e società segna la cessazione dell’impegno politico e gli scrittori
si chiudono in un puro esercizio letterario fine a se stesso . In Italia lo scrittore non è ancora in
grado di vivere con i proventi delle sue opere e sono rari i casi di intellettuali di origine aristocratica
che vivono di rendita . La maggior parte sono obbligati ad accettare un impiego pubblico. Nasce
l’intellettuale specialista , si affacciano cioè figure come il sociologo, il giurista , l’economista . Di
fronte a questo pero l'intellettuale umanista non si arrende ma reagisce rivendicato la sua funzione
di guida morale , culturale e civile.
Scapigliatura.
La scapigliatura è un gruppo di scrittori che operano negli anni 60/70 dell’800 a Milano, Torino e
Genova, essi si accomunano da una insofferenza per le convenzioni della letteratura
contemporanea e per i principi della società borghese. Il termine scapigliatura(bohème) è stato
coniato da Gli Arrighi che erano il gruppo di spostati e ribelli contro la loro classe di provenienza,
quindi erano scrittori anticonformisti. Inizia un conflitto con questo nuovo movimento degli
scapigliati dove l’artista è contro la società perché viene emarginato dalla modernità del tempo,
quindi avevano preso posizioni ribelli e antiborghesi . hanno un atteggiamento bivalente: all’inizio
sono repulsivi e inorriditi dalla società( vogliono il ritorno al passato) ma subito dopo sono
disincantati e delusi( non ci sarà ritorno al passato) per rappresentare il Vero. essi hanno un
atteggiamento di dualismo, si sentono divisi tra: ideale e vero, virtù e vizio, bene e male e bello e
orrendo. Le loro opere è una continua incertezza e perplessità. La scapigliatura riprende temi
romantici stranieri: esplorazione dell’irrazionale, il fantastico, il sogno, il macabro, il satanismo e
culto mistico della bellezza. I modelli romantici a cui si ispirano sono i romantici tedeschi, Boudlair
con i suoi testi aveva riportato l’angoscia nelle metropoli e Poe con i suoi racconti fantastici e
orrorosi. gli scapigliati grazie al loro culto sul vero e tutto ciò che è orrido portano in Italia il
naturalismo e la loro ricerca di ciò che è misterioso e inesplicabile anticipano la letteratura
decadente, anche il culto per la bellezza e la forma e la fusione dei diversi linguaggi artisti
anticipano l’estetismo decadente. Purtroppo, il gruppo d’avanguardia della scapigliatura non potrà
realizzare le sue ambizioni perché non hanno una visione chiara generale, mancano di coraggio,
profondità di pensiero ed elaborazione culturale, inoltre il decadentismo europeo non ha neppure
elaborato una lingua poetica in grado di affermare l’intento degli scapigliati.
Naturalismo francese.
Gli scrittori veristi, come Verga, prendono spunto dal movimento naturalista nato in Francia grazie
al movimento Positivista della nuova organizzazione industriale, della ricerca scientifica e delle
applicazioni tecnologiche, quindi il vero si basa su leggi meccaniche spiegabili scientificamente.
Taine era il padre del naturalismo, infatti la sua idea era basata sul determinismo materialistici, i
fenomeni spirituali sono prodotti dalla fisiologia umana e dall’ambiente in cui l’uomo vive; la
letteratura assume il compito di un’analisi della realtà, influenza della razza, dell’ambiente e del
momento storico. I massimi esponenti sono: Balzac con la commedia umana, Flaubert con la sua
tecnica dell’impersonalità nell’opera Madame Bovary e i fratelli Goncourt con la loro
documentazione minuziosa e diretta degli ambienti sociali.
T3, un manifesto del naturalismo.
Germinie Lacerteux” è un romanzo dei fratelli Jules ed Edmond de Goncourt in cui si narra la vita
segreta di una donna di servizio di una casa nobile. La Prefazione, datata ottobre 1864, è uno dei
primi e più significativi “manifesti” del Naturalismo francese. Il romanzo, uscito nel 1865 fu ispirato
ad un caso vero, quello di una domestica dei due fratelli. Nel ricostruire la vicenda, essi si fondano
su una rigorosa documentazione: si tratta dunque di un “documento umano”, una formula che avrà
poi molta fortuna nel naturalismo. Gli autori nella prefazione definiscono il testo severo e puro e
con lo scopo di accrescere la curiosità dei lettori si scusano preventivamente col pubblico ma lo
fanno sancendo una
dualità poiché il pubblico è abituato a romanzi definiti dai de Goncourt “falsi” i quali si oppongono
al loro tipo di romanzo “vero”.
L’assommoir.
Il romanzo narra una storia di alcolismo di miseria e di degradazione umana. É anche un
esperimento stilistico poiché Zola vuole riprodurre il carattere generico dell’ambiente
[Link] significa propriamente mattatoio: la bettola è così chiamata perché l’acqua
vite porta rapidamente all’imbrunire ti mento e alla morte gli operai che contraggono il vizio del
[Link] venuta da Parigi con l’amante Lantier, e da qui si è abbandonata con due figli piccoli
e vive strettamente strettamente facendo la [Link] coupeau e lo [Link] famiglia
prospera fino a che il marito cade dal tetto dove lavora ad una [Link] l’incidente trascura il
lavoro dal bere, la famiglia sopravvive grazie ad un lavoro di Gervaise . ritorna lantier e riallaccia la
relazione con Gervaise e mentre coupeau si degrada sempre di più.la figlia Anna comincia a
corrompersi nell’ambiente sordido dei sobborghi [Link] a Gervaise cade preda
dell’alcolismo e muore in conseguenza di esso.
La poetica di Zola.
Aveva l’obbiettivo di trasformare il romanzo in uno strumento scientifico che rappresentasse la
realtà in tutte le sue forme, compone il romanzo sperimentale del 1880 è un resoconto di
un’esperienza scientifica esposta al pubblico. La scienza secondo Zola non ha trovato le leggi che
regolano la vita passionale e intellettuale dell’uomo ma due principi: l’ereditarietà biologica e
l’influsso dell’ambiente esterno. Il fine ultimo di Zola è di far diventare l’uomo padrone dei
fenomeni e dei meccanismi psicologici per poi poterli dirigere, d’altro canto il romanziere ha il fine
di aiutare le scienze politiche ed economiche nel regolare la società ed eliminare le sue malvagità.
In conclusione, si può definire questa concezione come un progresso della società e un impegno
sociale e politico preciso.
Il Verismo.
In Italia, specialmente negli ambienti culturali di Milano, grazie a Zola si diffuse l’immagine del
poeta scienziato e dello scrittore sociale che è contro le piaghe della società in nome del progresso
e dell’umanità; purtroppo l’intento della sinistra milanese non fu un successo per colpa delle sue
aspirazioni confuse e la loro poetica approssimativa e generica. Due importanti poeti naturalisti
che seguivano l’idea di Zola erano Verga e Capuana. Capuana era un critico letterario del “corriere
della sera”, volle diffondere le opere di Zola in Italia con delle recensioni, nonostante ciò vi sono
comunque delle critiche, infatti egli respinge la subordinazione della letteratura a scopi scientifici,
l’impegno politico e sociale. Verga concorda con Capua non in modo diretto ma attraverso le sue
opere come i Malavoglia. Secondo Capua l’unica scienza che deve considerare lo scrittore è quella
della forma artistica, cioè il modo di: rappresentare la realtà, le figure e organizzare i materiali
espressivi. Tutto ciò si può esprimere con il principio dell’impersonalità dove il narratore non
interviene più nell’opera, non giudica e non commenta. Il “Verismo” è un’etichetta generica che
viene attribuita al movimento, perché non esiste effettivamente una scuola o un pensiero comune,
infatti tutti gli scrittori di questo periodo hanno poco di simile fra di loro ed hanno esperienze di
vita diverse. Cito alcuni nomi: Serano, Valera, Fucini, Pratesi e D’Annunzio.
Giovanni Verga.
La vita
Verga nasce a Catania nel 1840 da una famiglia di proprietari terrieri. Compie i suoi primi studi da
maestri privati in particolare da Antonino Abate, da cui assorbì il suo fervente patriottismo e il
gusto letterario romantico. Scrive a 16 anni Amore e patria, rimarrà un romanzo inedito.
Si iscrive a 18 anni alla facoltà di legge a Catania, non termina i suoi corsi e preferisce dedicarsi al
lavoro letterario e al giornalismo politico, pubblica nel 1861-1862 I carbonari della Montagna. Il
suo andamento incostante scolastico segna la sua carriera da scrittore, Verga infatti si discosta
dalla tradizione letteraria italiana, profondamente umanista e ricca di autori "letteratissimi".
Contrariamente, Verga, si ispira agli scrittori francesi moderni come Dumas e Feuillet. Si ispira
anche ai romanzi storici italiani, Guerazzi. V pubblica Sulle lagune nel 1863. nel 1865 V si reca a
Firenze per poi tornarci nel 1869, consapevole del dover lasciare la sua provincia natale per entrare
in contatto con la "vera" società letteraria italiana. Nel 1872 si trasferisce a Milano, qui entra in
contatto con gli ambienti della Scapigliatura. In questo periodo scrive 3 romanzi Eva (1872) e nello
stesso anno (1875) Tigre reale ed Eros. Nel 1878, con la pubblicazione di Rosso Malpelo, si avrà la
svolta capitale verso il Verismo. Scriverà poi: nel 1880 le novelle di Vita dei campi, nel 81 il primo
romanzo del ciclo dei Vinti (I Malavoglia), nel 83 le Novelle Rusticane e Per le vie, nel 84 il dramma
Cavalleria rusticana, nel 87 le novelle di Vagabondaggio, nel 89 il secondo romanzo del ciclo dei
Vinti (Mastro-don Gesualdo). Proverà a portare a termine il 3 romanzo del ciclo, La duchessa de
Leyra, con scarsi risultati. Nel 1893 torna a vivere definitivamente a Catania e, nel 1903 (anno di
pubblicazione del suo ultimo dramma "Dal tuo al mio") si chiude in un silenzio totale. Verga
dedicherà la sua vita alla cura delle sue proprietà terriere e all'ossessione delle preoccupazioni
economiche. Le sue posizioni politiche si fanno sempre più chiuse e conservatrici e , allo scoppio
della prima guerra mondiale diventa un fervente interventista. Nel dopoguerra assume le posizioni
dei Nazionalisti e, nel 1922 (anno della marcia su Roma) muore.
I romanzi preveristi.
La sua produzione significativa inizia con i romanzi scritti prima a Firenze e poi a Milano. A Catania
pubblica il romanzo La peccatrice (1866), racconta la storia di un intellettuale borghese siciliano
che conquista il successo ma allo stesso tempo vede inaridirsi l'amore per la donna amata, ciò
causa il suicidio dell'intellettuale. A Firenze termina Storia di una capinera (1871), romanzo
sentimentale che narra di un amore impossibile e di una monacazione forzata. A Milano finisce il
romanzo Eva, storia di un giovane pittore siciliano che, a Firenze, brucia i suoi ideali artistici
nell'amore per una ballerina, simbolo della corruzzione che caratterizza la società materialista,
protesa verso i piaceri. A questo romanzo, profondamente critico nei confronti della società
capitalista e materialista seguono romanzi che analizzano le passioni mondane: Eros, storia di un
giovane aristocratico e del suo progressivo inaridirsi, causato da una società vuota, Tigre reale, che
segue l'innamoramento di un giovane di una donna "fatale e, allo stesso tempo, della sua
redenzione segnata dal ritorno alla famiglia. Questi 2 romanzi (1875) sono chiari esempi di
realismo, si avvicinano a un clima tardoromantico e sono scritti in un linguaggio enfatico ed
emotivo.
La svolta verista.
Dopo un silenzio di 3 anni, nel 1878, Verga pubblica Rosso Malpelo, la storia di un minatore che
vive in un ambiente duro e disumano, narrato con un linguaggio nudo e scabro. Rm è la prima
opera di stampo Verista, ispirata ad una rigorosa impersonalità. Già nel 74, Verga aveva pubblicato
un bozzetto di ambiente siciliano, Nedda, che descriveva la misera vita di una bracciante. Questo
romanzo però non può essere considerato il precursore della svolta verista poichè, mutati gli
ambienti narrativi, permanevano i toni melodrammatici mondani e gli elementi romantici, lontani
dall'impersonalità verista. Il cambio di temi e di linguaggio inaugurato da Rosso Malpelo è stato
raffigurato come una vera e propria conversione di Verga. In realtà, l'autore, si era sempre
prefissato la rappresentazione del vero. Semplicemente, prima di raggiungere la sua adulta età
letteraria, Verga non disponeva ancora dei mezzi necessari per raggiungere il suo obbiettivo. Non si
può quindi identificare il verismo Verghiano come una vera e propria svolta nella sua attività
letteraria, bensì come una chiarificazione progressiva di idee già radicate nell'autore: la concezione
materialistica delle cose e l'impersonalità. Con la conquista del metodo verista, Verga non vuole
abbandonare gli ambienti dell'alta società per quelli popolari, bensì si propone di tornare a
studiarli. Le bassi sfere sociali non sono altro che l'inizio del suo studio dei meccanismi della
società.
Poetica e tecnica narrativa del Verga verista.
Alla base del nuovo metodo narrativo di Verga c'è il concetto di impersonalità. Secondo la sua
visione il lettore deve essere faccia a faccia con il "nudo" e lo "schietto" dei suoi romanzi, senza
essere "contaminato" dalle riflessioni dell'autore. Ecco perchè, secondo Verga, l'autore deve
"eclissarsi", e non comparire nel narrato con le sue opinioni soggettive. L'autore, semmai, deve
immedesimarsi nei personaggi ed esprimere le cose con le loro parole, vedendole attraverso i loro
occhi, l'opera deve quasi sembrare che si sia autoscritta. Un'altra tecnica utilizzata da Verga nei
suoi romanzi veristi è l'introduzione del lettore al libro senza nessun tipo di prefazione,
catapultandolo direttamente nell'azione del racconto. La conoscenza dei personaggi deve essere
conferita dai personaggi stessi, con le loro parole, al lettore. Solo quindi eliminando l'autore e ogni
tipo di introduzione nel racconto si può eliminare qualsiasi tipo di artificiosità letteraria. Nei
romanzi di Verga, quindi, colui che racconta le vicende non è più il tradizionale narratore
onniscente, bensì una figura che si eclissa completamente alla storia e si immedesima nei suoi
personaggi. Il punto di vista dello scrittore non si avverte mai e la narrazzione, essendo l'autore
completamente immedesimato nei suoi personaggi è affidato a un anonimo presente nella storia.
Un esempio chiaro è quello di Rosso Malpelo le cui vicende vengono raccontate non dallo scrittore,
colto e borghese, bensì da uno qualunque dei minatori della storia. L'anonimo narratore Verghiano
poi non informa nè sul carattere nè sulla storia dei personaggi nè tantomeno sul luogo dove si
svolgono le vicende. Il lettore capisce il contesto e i caratteri del racconto attraverso le parole dei
personaggi. La voce narrante che commenta i fatti, poi, non lo fa attraverso la visione sapiente
dell'autore, bensì lo fa attraverso la visione elementare e rozza del popolo. Il linguaggio, infine, si
presenta come spoglio e povero, pieno di modi di dire, proverbi e imprecazioni.
Impersonalità e "regressione".
È l'unico testo teorico che Verga abbia mai pubblicato. Tutto il resto della sua riflessione letteraria è
affidata a lettere private o a ricostruzioni delle sue interviste. V voleva parlare attraverso la
concretezza delle sue opere, senza esporsi pubblicamente con delle teorie. In questo testo sono
presenti 2 punti chiave della letteratura verghiana: impersonalità e regressione. L'I viene intesa
come "l'eclisse" dell'autore nell'opera. Esso non deve filtrare i fatti attraverso la sua visione del
mondo e deve mettere il lettore davanti alla verità più assoluta, nuda e cruda. Con la R, invece, il
narratore tradizionale scompare e deve essere sostituito da una voce narrante anonima che ha la
visione del mondo e il modo di esprimersi dei personaggi dell'opera. Con l'eclissi dell'autore
vengono eliminate le analisi psicologiche della narrativa romantica. Secondo verga la psicologia dei
personaggi deve essere recuperata dai loro comportamenti.
L'ideologia verghiana. 1)
Alla base della visione di Verga ci sono posizioni radicalmente pessimistiche, la società è dominata
dal meccanismo della lotta per la vita dove i più forti schiacciano i più deboli. Gli uomini, secondo
Verga, sono mossi dal mero interesse economico e dalla volontà di sopraffare gli altri, non dai loro
ideali. Questa, sempre secondo Verga, è una legge di natura, universale e immodificabile, che
domina non solo le società umane, ma anche il regno animale. Essendo una legge impermutabile,
Verga ritiene che non si possano dare alternative alla realtà esistente, nè con un nuovo ordine
sociale più giusto nè con il ripristino di organizzazioni sociali passate. Verga, inoltre, ha una visione
materialistica e atea, in tal senso esclude qualsiasi tipo di consolazione religiosa. Quindi se per V la
realtà è immodificabile, allora qualsiasi tipo di giudizio su di essa è inutile. Tutto ciò che rimane allo
scrittore è la fiducia nella possibilità di una nuova realtà. L'autore deve rappresentare la realtà così
com'è, priva di giudizi e correzzioni. La letteratura non può modificare la realtà ma, secondo Verga,
può solo rappresentarla fedelmente, per come appare.
L'ideologia verghiana. 2)
Verga, grazie al suo pessimismo, sviluppa posizioni fortementi conservatrici. V rifiuta
esplicitamente le ideologie progressiste contemporanee, democratiche e socialiste. Questo
pessimismo però non implica un accettazzione acritica della realtà, bensì aiuta l'autore a una
rappresentazione concreta e priva di giudizi degli aspetti negativi della società, Verga rappresenta
perfettamente la concretezza e la oggettività delle cose. Il pessimismo, dunque, non è una
limitazione della rappresentazione verghiana, bensì è la condizione del suo valore conoscitivo e
critico. Il P inoltre assicura a V l'immunità ai miti che caratterizzavano la sua letteratura
contemporanea: il mito del progresso e il mito del popolo.
Le opere veriste di Verga, pur avendo in gran parte la vita del popolo come loro soggetto
principale, non presentano l'atteggiamento populistico che caratterizzava la maggior parte delle
opere dell'800. Il mondo della campagna nelle opere di Verga non è dipinto come un'alternativa al
mondo mondano, bensì, anch'esso viene protratto come una realtà governata dall'interesse
economico, dall'egoismo e dalla sopraffazzione=>viene quindi da V, eliminato dalle sue opere, il
populismo romantico.
Verga e Zola a confronto (mappa).

Verga.
• Realtà arretrata e statica del meridione d'Italia.
• La società è regolata da rapporti di sopraffazione immutabili.
• La letteratura ha una funzione conoscitiva, ma non può modificare la realtà.
• Impersonalità intesa come eclisse del narratore, che non esprime giudizi e non da
spiegazioni.

Zola.
• Realtà dinamica della Francia, dove si registra un forte sviluppo economico.
• La società è regolata da leggi spiegabili scientificamente.
• La letteratura ha funzione conoscitiva e la conoscenza può migliorare la società.
• Impersonalità come distacco scientifico dalla materia analizzata; il narratore commenta le
vicende.
Vita dei campi.
Sul nuovo metodo narrativo di Verga ebbe grande influenza la lettura di Zola, soprattutto
l'Assommoir. Quest'opera giocò un ruolo fondamentale in Verga nello sviluppo della tecnica della
regressione. Un'altro autore fondamentale per V fu Capuana che, con le sue recensioni, fece
conoscere al "pubblico" le tecniche di Zola. Le nuove teorie Veriste, affermate da Verga con la
pubblicazione di Rosso Malpelo nel 1878, continuarono con una serie di racconti rilasciati su varie
riviste tra il 1879 e il 1880, raccolti poi nel volume Vita dei campi. In queste storie spiccano figure
caratteristiche della vita contadina siciliana e viene applicata la tecnica dell'impersonalità. In
queste novelle si trova ancora traccia di un atteggiamento romantico, nostalgico per i tempi passati
, idilliaci e per la cultura arcaica. In queste novelle è presente anche il conflitto fra l'individuo,
diverso, e la società che lo rifiuta (Rosso Malpelo). In verga, in questo periodo, è ancora in atto una
contraddizione tra le tendenze romantiche della sua formazione e le nuove tendenze veristiche,
pessimistiche e materialistiche.
Fantasticheria, racconto forma lettere che il narratore scrive a un’amica appartenente agli
ambienti aristocratici e borghesi. Una volta, mentre il treno passa vicino ad Aci-Trezza, la donna,
vedendo quel paesino, ne rimane affascinata ed esprime il desiderio di trascorrervi un mese di
vacanze. Vi fanno ritorno qualche tempo dopo, ma dopo appena quarantotto ore lei è già stanca di
quel posto. In due giorni hanno visto tutto quello che c’è da vedere e la donna dice di non capire
come si faccia a passare tutta la vita in un luogo del genere. Il narratore cerca di spiegare alla
donna le difficoltà della vita di Aci Trezza. È un popolo di umili pescatori, per comprendere i quali,
bisogna capire il loro punto di vista e i sentimenti che accompagnano la loro esistenza. La loro vita
è fatta di stenti, miseria e molte sventure, così lontana dagli ambienti che la donna è abituata a
frequentare, che sembra vivere in un eterno carnevale, fatto di feste, fiori, viaggi, lusso e
adulazioni. Eppure, nonostante tutto, il desiderio più grande di quei pescatori è proprio quello di
morire laddove sono nati. Ricorda il vecchietto che stava al timone della barca, che adesso è morto
in città in un letto d’ospedale. L’avevano portato in una corsia tutta bianca, fra lenzuola bianche,
dove mangiava pane bianco, servito dalle mani bianche delle suore di carità. Ma l’unico suo
desiderio era quello di morire nel suo cantuccio, vicino al focolare, sotto le sue tegole, e quando
l’hanno portato via piangeva perché non voleva allontanarsi da casa. È un atteggiamento che
l’autore definisce “l’ideale dell’ostrica”, la quale rimane saldamente attaccata al proprio scoglio per
non soccombere ai pericoli del mare. Proprio come le ostriche, i pescatori del paesino vivono
protetti dall’ambiente dove sono nati: finché rispettano i valori in cui credono, anche se poveri,
sono al sicuro, difesi dai loro compaesani e dalla famiglia. Chi invece prova il desiderio del
cambiamento, di migliorare la propria esistenza, di partire in cerca di fortuna, verrà ingoiato dal
mare della vita.
Rosso Malpelo.
Pubblicato nel 1878 nella rivista Fanfulla poi nella vita dei campi nel 1880, questo è il primo testo
verista di Verga. Il testo è ambientato in Sicilia, usa la tecnica del narratore popolare e la
regressione (Verga si immedesima nei personaggi). Malpelo è un ragazzo con i capelli rossi
(simbolo) perché era malizioso e cattivo (capro espiatorio a cui la gente rivolgeva i loro sbagli e
colpe), lavora in una cava a Monserrato nella quale tempo fa lavorava il padre, purtroppo un girono
quest’ultimo morì in un incidente. Malpelo, chiamato così per la sua brutta condotta, dovette
lavorare per portare del cibo a lui e alla sorella Nunzia. Nel racconto noi non conosciamo né il
nome del personaggio né le motivazioni per le quali Malpelo si comporta in quel modo, possiamo
solamente fare delle supposizioni, nonostante ciò possiamo vedere che egli ha in realtà un animo
buono (amicizia con Ranocchio) pur dimostrandolo attraverso i suoi metodi grotteschi (picchia e
maltratta Ranocchio per insegnarli come si vive, legge del più forte). Nonostante l’ambiente della
cava, nella quale schivavano e pregiudicavano Malpelo come se fosse il diavolo, Il rosso ha
mantenuto alcuni valori umani come: la pietà, la giustizia, l’amicizia e la solidarietà, il linguaggio del
narratore porta allo straniamento della vicenda, quindi le persone oramai ignorano i valori
tradizionali e vivono solo per interesse personale (meccanicismo/pessimismo Verghiano, il più
forte domina sugli altri). Allo stesso tempo questo straniamento portato dal narratone interno è
rovesciato, perché l’insensibilità dei valori tradizionali e l’ambiente disumano in cui vivono risulta
quasi normale descritto da Malpelo, invece di essere sbagliato e inconcepibile. Il Rosso è visto
nella prima parte del testo dall’esterno, dal punto di vista ottuso e malevolo del suo ambiente e i
suoi atti sono incomprensibili al lettore, successivamente emerge la figura di un ragazzo indurito
dalla disumanità del luogo in cui si trova e condizionato dalla lotta per la vita che lo fa apparire in
quel modo. Il modo in cui viene rappresentata la negatività e il pessimismo di Verga trasforma
Rosso Malpelo in un’ analisi dura e impietosa delle leggi sociali.
Il ciclo dei vinti.
È un ciclo di romanzi che riprende il modello di Rougon Macquarat di Zola, questo modello è già
stato anticipato nella lettera di Verga all’amico Verdura nella quale dice di avere una
“fantasmagoria della lotta per la vita”. Infatti Verga a differenza di Zola vuole tracciare un quadro
generale della società quindi non ci sono più intenti scientifici ma di analizzare tutte le classi sociali,
il criterio con cui scrive è il principio della lotta per la sopravvivenza ( prende spunto da Darwin) nel
quale la società è dominata da conflitti di interesse dove il più forte domina sugli altri, per questo
Verga si sofferma sulla figura dei Vinti non dei vincitori. In questo circolo vengono scritti 5 romanzi
e una prefazione per far intendere al lettore le intenzioni del poeta. Il 1 è i Malavoglia nel quale
viene descritta una semplice lotta sociale tra classi sociali più basse per i beni materiali, resa
apposta più semplice per capirne appieno il significato; nei romanzi successivi invece viene
analizzata “la ricerca del meglio”(avidità di ricchezza, vanità e ambizione) tra: la borghesia( Mastro-
don Gesualdo), aristocrazia (La duchessa di Leyra), politica (l’onorevole Scipioni) e arte (l’uomo di
lusso). Il linguaggio che ricorre in questi testi è abbinato a ogni classe sociale e al suo ambiente.
I Vinti e la Fiumana del progresso.
È la prefazione dei Malavoglia e dell’intero ciclo dei vinti 1880. Il primo paragrafo dedicato ai
Malavoglia e il tema dell’opera( rottura del mondo tradizionale e provare a entrare nella modernità
del progresso), di pari passo parla della nuova condizione economica e il cambiamento dell’Italia
dopo l’unità; la necessità materiale e l’arricchimento personale sono i nuovi obbiettivi e gli ideali
della società. Verga è pro al progresso e lo ammira, ma rappresenta solo i lati negativi del
progresso per la modernità, infatti riprende il tema della lotta per la sopravvivenza e per la vita che
le persone devono fare per poter permettersi di vivere meglio( più si sale si classe sociale più i
bisogni diventano capricci e bisogni immediati). Verga inoltre afferma che le opere devono seguire
una norma importante, la forma del testo deve esser strettamente connessa al soggetto per essere
più veritiera ed essere rappresentata dagli occhi di chi sta vivendo quella situazione ( i Vinti).
I Malavoglia.
Sono l primo romanzo del ciclo dei Vinti è la storia di una famiglia di pescatori siciliani, i laboriosi e
onesti Toscano, chiamati “Malavoglia”: nell’uso popolare era solito dare soprannomi che erano il
contrario delle qualità di chi li porta. Vivono in un paesino a Aci Trezza dove si trova la loro dimora
(la casa del nespolo) e una barca (la Provvidenza) e conducono una vita tranquilla e relativamente
felice. Nel 1863 il giovane ‘Ntoni , figlio di Bastianazzo e nipote di Padron’Ntoni deve partire per il
servizio militare, quindi la famiglia deve assumere una lavorante al suo posto. Mena, la figlia più
grande, deve sposarsi per questo ha bisogno di soldi, perciò Padron’Ntoni inizia una piccola
commercio, Bastianazzo doveva portare un carico di Lupini a un porto vicino, purtroppo muore in
una tempesta e il carico è perduto. Dopodiché comincia una serie di sventure: la casa viene
pignorata, Luca il secondogenito muore in battaglia, Maruzza muore di colera ed infine la nave
dopo essere stata riparata naufraga ancora. Il Giovane ‘Ntoi frequenta brutti giri ed osterie delle
grandi città, per questo finisce per accoltellare una guardia doganale, la figlia minore Lia ormai
disonorata finisce in una casa di malaffare in città, Mena non si può più sposare., Padron’Ntoni
muore di malattia in ospedale. L’unico è Alessi che riscatta la casa e continua il lavoro del Nonno. I
Malavoglia rappresentano il mondo Rurale arcaico, chiuso in ritmi tradizionali che si modellano sul
ritorno ciclico delle stagioni. Il tempo è circolare in continuo cambiamento, infatti la storia inizia
con l’Unità nel 1863, il villaggio della storia è mutato dall’esterno per colpa della trasformazione
della civiltà italiana ( tasse e crisi della pesca). Questo mondo del villaggio può sembrare immobile,
a causa della tecnica dell’eclisse dell’autore( conosciamo i personaggi grazie alle vicende interne) e
la regressione, il punto di vista dei personaggi stesso fa apparire la vicenda come statica, ma in
realtà la loro visione deforma e tradisce la realtà. Il personaggio di ‘Ntoni è l’emblema della
distruzione della modernità, infatti lui è uscito dalla vita monotona del suo villaggio andando in
contro al volere e alle tradizioni della famiglia. La coltellata alla guardia è l’ultimo atto di un
processo di degradazione, inoltre ‘Ntoni non solo aveva dato il via a tutte le disgrazie della famiglia
ma , alla fine, abbandona completamente il suo luogo di nascita e va verso il progresso delle grandi
città. Il finale è emblematico ed aperto perché non conosciamo la fine del destino di ‘Ntoni. I
Malavoglia sono stati rappresentati come la celebrazione di un mondo primordiale e dei suoi valori
, il romanzo rappresenta invece la disgregazione di quel mondo e dei suoi valori impossibilitati.
Inoltre, la legge della lotta per la vita che descrive sempre Verga regola ogni società ed a ogni
livello di classe sociale, i Malavoglia sono il superamento delle prime tendenze( nostalgia
romantica) di Verga nei romanzi. Il romanzo ha una tendenza bipolare. Si tratta infatti di un
romanzo corale, popolato da molti personaggi diversi tra loro e senza un protagonista vero e
proprio. Questo Coro si divide in due da una parte ci sono i Malvoglia con la loro fedeltà ai valori
uri e dall’altra la comunità del paese che è cinica pettegola e mossa solo dall’ interesse economico;
la società infatti ha il ruolo di straniare i valori ideali seguiti dai Malavoglia ( onestà, altruismo
ecc…). il romanzo ha una costruzione estremamente problematica con una doppia visione, la prima
è l’idealizzazione romantica della realtà arcaica e la seconda è il verismo pessimistico della società.
Il mondo arcaico e l’irruzione della storia.
Subito viene rappresentata la nuova impostazione poetica di Verga, il narratore proviene
direttamente dall’interno del mondo rappresentato e si colloca al livello culturale dei personaggi
(narratore popolare). Verga mette in contrasto il tema della modernità (crede solo nel progresso) e
l’arcaico (i Malavoglia e i loro valori antichi legati alla famiglia), la contrapposizione tra i Malavoglia
ed i loro valori nobili con il villaggio con la sua avidità ed il suo egoismo. I Malavoglia rimasti nobili
(poi caduti nella sfortuna e nella mala vita-> giovane N’toni) sono quelli della famiglia di Padron
N’toni.
La conclusione del romanzo.
Ntoni era stato in carcere perché aveva accoltellato una guardia doganale , in ritorno il nonno
muore all’ospedale , il nipote più giovane Alessi riesce a ricomprare la casa al nespolo e si era
spostato lannunziata . Mena non si era risposata . Aspettava i figli del figlio per fare la zia . Il fratello
fece molto figli del quale si occupò anche la zia . Compare Mosca — carrietterie di cui si era
innamorata mena Lei non poteva sposarsi per il problema del fratello in carcere e per la sorella Lia
che aveva iniziato a fare la prostituita in Sicilia . Vv 56 a 137 = Quanto ntoni torna in paese suo
fratello lo accoglie e lo invita a rimanere con loro nella loro casa , lui però poi parte all’alba quando
i pescatori tornavano da lavorare. La storia sembra avere un lieto fine , ma non è così . Una sorella
e prostituta e un fratello era in guerra . Lupe fini sostiene che l’addio di ntoni dal paese ( è come se
lui si avventurasse dentro la storia, verso la modernità ) e anche l’addio di verga al tempo
ciclico( tutto poi ti torna ,dalle feste al ciclo delle stagioni ) , al mondo immobile e arcaico . Il
protagonista ( mastro gesuaio) del romanzo successivo , sarà quasi come una successiva figura di
ntoni.
Le novelle rusticane.
Raccolta che fa emergere una logica economica, soffocante , che non da spazio ad altri ambiti .
Sempre un mondo fatto di classi subalterne . Escono nel 1883 intitolate novelle Rusticane e
ripropongono personaggi e ambienti della campagna siciliana in una prospettiva più amara e
pessimistica che porta in primo piano il dominio esclusivo dei moventi economici nell’agire umano
T11, La roba.
Protagonista - mazzarò , figura dell'arrampicatore sociale , cioè dal nulla è diventato qualcuno di
molto ricco . In realtà era un bracciante che con fatica e impegno è diventato ricchissimo . All’inizio
il viandante sta attraversando delle strade — frequente uso di iperbole , come ad intendere un
personaggio sopra ogni limite — eccezionalità del personaggio , vv 8.
Vv30 - giudizio positivo da parte della società , della comunità anche se lo consideravano
piccolino . Prima era trattato male adesso il contrario.
Vv 37 - si sottolinea il fatto che portasse ancora il berretto da contadino ma fatto di seta nera -
unica differenza.
Vv44 — non aveva vizi , ne donna , ne cattive abitudini , viene considerato un eroe della roba
perché a differenza degli altri sa cosa vuol dire lavorare molto durante il giorno.
Vv 71 - mazzaro vendeva vino e grano , si faceva pagare solo con monete , le altre cose le
considerava carta straccia.
Vv 128 — emerge anche la sua astuzia , il suo cinismo , punto di vista del narratore coincide con
quello di mazzarò.
Il finale è tragicomico. non c’è più spazio per i valori arcaici , il tempo non è più ciclico ma è quello
dell’ascesa sociale . Il narratore è interno al mondo rappresentato ma a differenza di rosso malpelo
vi è uno straniamento esterno — I cavatori maltrattavano rosso malpelo perché non lo capivano , il
punto di vista del narratore era popolare e giudica sempre in modo negativo e deformando i suoi
valori . Qua invece il narratore è in sintonia e il personaggio viene celebrato .
Temi : Celebrazione dell’accumulo , ascesa di mazzarò .
Vi è uno straniamento rovesciato(adottare un punto di vista inusuale ) : nei malavoglia. Rosso
malpelo , ciò che per noi appare normale viene interpretato come strano , qua invece il contrario
ossia ciò che è strano viene visto come normale. Quando sulla scena ci sono protagonisti con valori
come il narratore ; avidità , interesse , il comportamento crudele non appare come tale ma appare
come qualcosa di normale .
T12 libertà
A Bronte la popolazione gridava nella piazza più grande la parola "Libertà" e alcuni sventolavano un
fazzoletto rosso dal campanile. Durante il tumulto, Don Antonio fu ucciso mentre cercava di fuggire
e, mentre passava a miglior vita, si chiedeva perché lo avessero ferito a morte. Anche il reverendo
supplicava di non essere ucciso. Don Paolo fu ucciso davanti alla propria casa, proprio davanti alla
moglie che aspettava il marito per dar da mangiare ai figli. Il figlio del notaio Neddu, un ragazzo di
undici anni, fu ammazzato mentre chiedeva ancora di essere risparmiato, dopo aver visto il padre
morire. Era già ferito quando supplicava i garibaldini di non ucciderlo ma un boscaiolo, finendolo, si
giustificava dicendo: "Tanto sarebbe stato un notaio, succhiasangue anche lui!" I rivoltosi
ammazzavano chiunque fosse ricco, perciò la baronessa aveva fatto fortificare la sua abitazione e i
suoi servi. Dall'abitazione sparavano contro la folla che comunque riusciva a sfondare il cancello
per cercare la baronessa. Una volta trovata fu ammazzata, insieme ai tre figli. La rivolta cominciò a
sedarsi solo verso la sera. Per rispetto alle vittime, la domenica successiva non fu celebrata messa
e si pensò a come dividere le terre dei ricchi che erano stati uccisi. Tutti si guardavano
minacciosamente perché non sapevano come fare: tra di loro non c'erano periti per misurare la
grandezza dei lotti di terreno o notai per registrarne la proprietà. Il giorno successivo si apprese
inoltre che il generale Nino Bixio sarebbe arrivato a Bronte per cercare [Link] appena arrivò
iniziò infatti a fucilare i colpevoli che non erano riusciti a fuggire. Successivamente a Bronte
arrivarono i giudici che interrogarono i colpevoli e li portarono in città per il processo. Le cose in
paese tornarono come prima, infatti ai ricchi vennero restituite le loro terre e ai poveri non restò
che ritornare ai loro lavori nei campi dei benestanti. Il processo ai colpevoli durò a lungo, fino a
quando tutti gli imputati furono ascoltati da una giuria composta dai ricchi e dai nobili, i quali ogni
volta si rallegravano di non essere nati e vissuti a Bronte in quegli anni. Fu infine pronunciata la
sentenza e un carbonaro, a cui erano state rimesse le manette, rimase sbigottito perché non aveva
assaporato la libertà di cui avevano tanto parlato.
Il mastro don Gesualdo.
Nel 1889 esce il secondo romanzo del ciclo dei vinti intitolato il mastro Don Gesualdo. L’azione si
svolge nei primi decenni dell’ottocento in un’Italia preunitario e in una collocazione geografica
nella cittadina di [Link] Motta da semplice muratore è arrivato ad accumulare una
fortuna. quando il racconto inizia, la sua ascesa sociale dovrebbe essere coronata dal matrimonio
con Bianca Trao. Nei calcoli di Gesualdo il matrimonio può aprire le porte del mondo aristocratico.
in realtà Gesualdo resta escluso dalla società [Link] la moglie non lo ama, nasce una
bambina Isabella che però è frutto di una di una relazione di bianca con un cugino .Isabella
crescendo respinge talvolta il [Link] ha altre amarezze da parte del padre, che è geloso
della sua fortuna e dei [Link] il 1848 i nobili dirottano l’odio popolare contro Gesualdo
che si salva a stento dall’ira della folla.
Isabella crea un altro dolore innamorandosi di un cugino povero e fuggendo con [Link] riparare
Gesualdo la dà in moglie al duca di leyera. Tutte queste amarezze minano la salute di Gesualdo che
si ammala di cancro al piloro, la figlia non lo ama e Gesualdo trascorre i suoi ultimi giorni in
solitudine, morendo come tale.
Impianto narrativo.
Nel Gesualdo Verga resta fedele al principio dell’impersonalità per cui il narratore deve essere
interno al mondo rappresentato. Non si tratta più di un ambiente popolare ma di un ambiente
borghese aristocratico di conseguenza anche il livello del narratore si [Link] narratore del
Gesualdo riprende i suoi diritti e dà uno sguardo lucidamente critico. Il narratore del Gesualdo non
dà esaurienti informazioni sugli [Link] esempio la storia dell’ascesa sociale del protagonista
non è riportata dal narratore bensì dal personaggio stesso che in un momento di quiete serale si
abbandona ai ricordi e rievoca il suo passato. È questa una tecnica eminentemente drammatica.
ma un’altra particolarità dell’impianto narrativo distingue il Gesualdo. i malavoglia sono un
racconto corale che vede in scena una folla fittissima di personaggi. Di questi solo i componenti
della famiglia malavoglia sono visti dall’interno in modo tale che possano conoscere pensieri e
sentimenti. Se gli altri abitanti del villaggio non godono di questo privilegio sono visti sempre solo
dall’esterno. in Gesualdo a invece al centro una figura di protagonista che si stacca nettamente
dallo sfondo popolare di figure.è infatti la storia di un individuo eccezionale.a questa centralità
dell’eroe si adeguano i procedimenti narrativi per gran parte la narrazione è focalizzata sul
[Link] strumento per eccellenza di questa focalizzazione interna è il discorso indiretto
libero.
L’interiorizzarsi del conflitto valori – economicità.
Nel Gesualdo scompare la bipolarità tra personaggi [Link] conflitto tra i due poli qui si
interiorizza, passa all’interno di un unico personaggio [Link] conserva tutto sommato
in sé un bisogno di relazioni umane [Link] non arriva mai a praticare fino in fondo i valori
non è mai veramente un personaggio malavogliesco. gli impulsi generosi e i bisogni affettivi sono
sempre soverchiati dall’attenzione gelosa all’interesse economico. Ciò fa capire che in verga non vi
è più alcuna tentazione idealistica. Verga è approdato ad un verismo rigorosamente conseguente
ed il suo pessimismo è diventato assoluto.
La critica alla religione della roba.
Il frutto della scelta di Gesualdo in favore della logica della roba è una totale sconfitta
[Link] è amaramente deluso delle sue aspirazioni relazioni umane autentiche . dalla sua
lotta epica per la roba , dalla sua energia eroica e dalla sua scesi Gesualdo non ha ricevuto che odio
amarezza e dolore.è proprio perché conserva in sé un’esigenza di affetti autentici e di molti
generosi, può assumere coscienza di questo tale fallimento del suo ambizioso disegno e di tutta la
sua esistenza e trarre alla fine un desolato bilancio. Russo ha parlato di celebrazione di una nuova
religione al posto di quella della famiglia che era al centro dei malavoglia, la religione della roba.
Ma la critica attuale ha messo in luce come tale religione sia di Gesualdo non di Verga. Anche qui
Verga non ha un atteggiamento moralistico infatti egli riconosce quanto vi è di eroi con lo sforzo di
[Link] rappresenta soprattutto il rovescio negativo di tutto ciò, l’alienazione nella roba,
la durezza disumana, le sofferenze provocate , l’insensatezza di una fatica che attira solo odio
dolore e ha come unico sbocco la [Link] è un
vincitore materialmente ma è un vinto sul piano [Link] rappresenta nel Gesualdo proprio un
eroe tipico di quel progresso un Self made Men che si costruisce da sé il proprio destino.
T13, la tensione faustiana del self made man.
In questo capitolo viene descritta la solerzia di Gesualdo nello svolgere il proprio lavoro e nel
controllare quello altrui. Gesualdo non si ferma di fronte a nessuna difficoltà e lavora
strenuamente in ogni condizione climatica. Tutti i pasticci dei parenti ricadono sulle sue spalle, è lui
l'unico che fatica e mantiene tutti quanti. Gesualdo controlla costantemente le sue proprietà e che
i braccianti lavorino la terra, ma spesso e volentieri li trova oziosi, sdraiati al riposo dal sole.
Gesualdo abita con l'umile servetta Diodata, compiacente e servizievole, segretamente innamorata
dell'uomo. Si racconta come Gesualdo sia partito dal nulla e con alacrità sia riuscito a crearsi la sua
fortuna e ad accumulare la sua “roba”; egli infatti è un uomo che si è fatto da sé (Homo faber
fortunae suae). Si narrano poi i primi dissidi con il padre, quando per voler aiutare
economicamente la famiglia va a lavorare come manovale. Tutte le sue fatiche e i sacrifici vengono
ricompensati perché Gesualdo ha il cervello per gli affari e riesce perciò a diventare padrone lui
stesso di molteplici terreni. Un giorno Gesualdo comunica a Diodata che presto prenderà moglie;
ella è sconvolta dalla notizia anche perché teme per la sorte che avranno i figli avuti da lui e
abbandonati all'orfanotrofio.
T16, la lupa.
La lupa è ambientata in un piccolo paese in Sicilia. La protagonista è Gnà Pina, che viene
soprannominata dalla comunità “la Lupa” suo comportamento e del suo fisico molto sensuale. Le
altre donne del paese osservano la lupa con un misto di invidia e paura tanto che, quando la
vedono camminare da sola, arrivano a farsi il segno della croce. La figlia della Lupa, Maricchia, ha
invece un carattere dolce e sensibile e soffre di solitudine poiché, a causa del comportamento della
madre, è anche lei un'esclusa. Un giorno La Lupa si imbatte in un giovane appena tornato dal
servizio militare, Nanni. Il ragazzo lavora come bracciante nei campi vicino alla sua abitazione e, in
realtà, è innamorato della figlia della Lupa, Maricchia. Gnà Pina, follemente innamorata del
giovane, decide di dargli in sposa la figlia a una condizione: i ragazzi, dopo il matrimonio, si
sarebbero dovuti trasferire a vivere a casa della Lupa. Il piano diabolico della Lupa si compie e, una
volta trasferitisi a casa di Gnà Pina, questa proverà in tutti i modi a sedurre il marito della figlia,
Nanni. Maricchia denuncia la madre alle forze dell'ordine che chiamano Nanni per interrogarlo: il
ragazzo confessa l'adulterio e si giustifica dicendo che la donna era per lui come una tentazione
dell'inferno. Le forze dell'ordine chiedono alla Lupa di lasciare la casa che condivide con la figlia
Maricchia e Nanni ma questa non vuol sentire ragioni. Durante il lavoro Nanni viene ferito da un
mulo e rischia la morte. Il prete, chiamato a dare l'estrema unzione al ragazzo, si rifiuta di farlo
poiché Gnà Pina è ancora all'interno dell'abitazione. La Lupa decide così di allontanarsi per un
periodo ma, al suo ritorno a casa, continua a provare a sedurre Nanni che, disperato, la uccide con
un gesto brutale ed estremo che chiude rapidamente la novella di Giovanni Verga.
Testo scheda - la prefazione a Eva , l’arte e l’atmosfera di banche e di imprese industriali.
La Prefazione a Eva può essere considerata un vero e proprio manifesto poetico in cui Verga
esplicita la sua concezione dell’arte. L’autore si rivolge direttamente al pubblico, ai lettori, (Eccovi
una narrazione) annunciando che il suo romanzo racconta la realtà com’è o come potrebbe essere;
per questo è una narrazione vera e non ha importanza se i fatti narrati sono accaduti davvero
oppure no (sogno o storia poco importa). La vicenda della ballerina Eva e dell’artista Enrico Lanti
interessa direttamente i lettori (vi appartiene, è frutto delle vostre passioni) perché è ambientata
nella società borghese in cui anche loro vivono e a cui appartengono; una società ipocrita dove
durante le serate di gala, nei teatri illuminati a gas, le madri possono sfoggiare senza pudore abiti
indecenti e i padri hanno l’opportunità di guardare con cupidigia le ballerine, cercando così di
nascondere dietro un innocente svago le loro inconfessabili passioni. L’arte si limita a rispecchiare
la realtà – continua Verga – perciò è ingiusto avercela con lei. Nell’antichità i greci, che credevano
nell’amore, ci hanno lasciato immagini della dea Venere, che incarna questo sentimento; noi
lasceremo ai posteri lo sfrenato ballo del cancan riprodotto sulle scatole dei fiammiferi. Nei tempi
passati l’arte era ritenuta un’ espressione di civiltà, oggi è considerata una cosa del tutto inutile, un
lusso per persone che non hanno voglia di lavorare e vivono in modo disordinato (scioperati). Oggi
la civiltà, governata dalle Banche e dalle Imprese industriali, si identifica con il benessere materiale,
con il godimento che viene dal cibo e dal sesso (la tavola e la donna) e prova antipatia per tutto ciò
che non è concreto (positivo) e quindi per ogni forma d’arte. Perciò – conclude Verga – non si deve
accusare l’arte di raccontare cose che fanno gridare allo scandalo. L’arte non ha alcuna colpa
perché si limita a raccogliere le miserie e le ipocrisie della società borghese e a gettarle in faccia a
chi le ha prodotte.
Romanticismo e decadentismo.
Le tendenze del romanzo decadente.
Il più tipico romanzo decadente si può considerare Controcorrente che si offre come un vero
catalogo nei motivi del decadentismo. Esso è essenzialmente il ritratto di un esteta che si ritrae dal
[Link]’area decadente può essere ricondotto il cosiddetto romanzo psicologico di cui divenne
caposcuola Paul Bourget, che contiene, specie con il romanzo manifestoil discepoloche contieneun
implacabile requisitoria contro la cultura positivistica . Il romanzo psicologico si concentra in misura
quasi esclusiva sull’interiorità di un personaggio esplorando con minuzia tensione tutta la sua
labirintica complessità, indipendente da ogni determinazione [Link] narratore onnisciente che
caratterizzava il romanzo naturalista si sostituisce la forma narrativa che adotta l’ottica soggettiva e
ristretta di un unico personaggio. tutta incentrata sull’io e anche la trilogia di romanzi il culto dell’io
di maurice Barres , manifesta dunque un tipico aspetto decadente, la crisi della dimensione sociale
dell’individuo che lo spinge a rifiutare il mondo esterno. la polemica di barres contro la realtà della
Francia moderna si spingerà poi fino all’affermazione di ideologie nazionalistiche e ultra
reazionarie. In Italia il modello del romanzo psicologico è ripreso da D’Annunzio in cui la narrazione
si concentra quasi completamente sull’analisi dell’interiorità tormentata dei protagonisti e sfrutta
una complessa rete di immagini [Link] D’Annunzio caricherà i suoi romanzi di
messaggi ideologici affidando loro il compito di esaltare la figura del superuomo. al modello del
romanzo psicologico possono essere ricondotti anche i romanzi di Fogazzaro Dove abbiamo tesi a
sondare complessi problemi spirituali di una prospettiva [Link] stesso modello agisce nei
primi due romanzi di Svevo incentrati su figure di inetti ma per l’assenza di morbidi compiacimenti
e per l’atteggiamento lucidamente critico dello scrittore con essi siamo già sostanzialmente fuori
dal clima del decadentismo così come nei primi romanzi di Pirandello. l’Inghilterra fu la culla
dell’estetismo il maestro si può riconoscere in Walter [Link] delle sue idee fu anche Oscar
Wilde ma anche strettamente legato le tendenze francesi conobbe da vicino nei suoi soggiorni
[Link] con i principi dell’estetismo mirò a fondere Arte e vita ostentando
atteggiamenti raffinatamente stravaganti ma aldilà di queste pause aldilà dell’apparenza di
paradossale futilità delle sue affermazioni fu un critico lucido e profondo della realtà moderna.
Il piacere e la crisi dell’estetismo.
Ben presto d’Annunzio si rende conto dell’intima debolezza di questa figura: l’esteta non ha la forza
di opporsi realmente alla borghesia in ascesa. Egli avverte la fragilità dell’esteta in un mondo
lacerato da forze e conflitti così brutali: il suo isolamento sdegnoso, non può che divenire sterilità
ed impotenza,il culto della bellezza si trasforma [Link] piacerene è la testimonianza più
esplicita. Al centro del romanzo si pone la figura di esteta, Andrea Sperelli(un giovane
aristocratico), in cui D’Ann. obiettiva la sua crisi e la sua insoddisfazione. Il principio in un uomo
dalla volontà debolissima, diviene una forza distruttrice.
L’eroe è diviso tra due immagini femminili, Elena Muti,donna fatale, Maria Ferres,donna pura.
L’esteta mente a se stesso: la figura della donna angelo è solo oggetto di un gioco erotico più sottile
e perverso, fungendo dda sostituto di Elena che Andrea continua sempre a desiderare e che lo
rifiuta. Andrea finisce per tradire la sua menzogna con Maria, ed è abbandonato da lei. D’Annunzio
ostenta un atteggiamento impietosamente critico. Il romanzo è percorso da un evidente ambiguità,
poiché Andrea non cessa di esercitare un sottile fascino sullo scrittore. Nel suo impianto narrativo
risente del realismo ottocentesco e del Verismo. Sono evidenti le ambizioni a costruire un quadro
sociale, di costume. D’Annunzio mira a creare un romanzo psicologico, in cui contano i processi
interiori del personaggio, indagati con sottile indugio analitico.
Italo Svevo.
La vita.
Aron Hector Schmitz nasce il 19 dicembre 1861 a Trieste , da un'agiata famiglia borghese. La
madre, Allegra Moravia, e il padre, Francesco, commerciante di vetrami erano entrambi di origine
ebraica. Gli studi del ragazzo furono indirizzati dal padre verso la carriera commerciale. Fu mandato
in collegio in Germania con i suoi fratelli per studiare e, allo stesso tempo, imparò perfettamente il
tedesco. Si dedica contemporaneamente alla lettura degli autori tedeschi: Goethe, Schiller, Heine
ecc.. nel 1878, torna a Trieste e si iscrive all'istituto superiore per il commercio "Pasquale
Rivoltella". A causa della sua aspirazione nel diventare scrittore inizia a comporre testi drammatici.
Dal 1880 collabora con il giornale "L'indipendente", di posizioni liberal-nazionali e irredentista.
Pubblica i suoi articoli su questo giornale con lo pseudonimo di [Link]. Nel 1880, in seguito ad
un investimento sbagliato il padre fallisce e Svevo, prima facente parte della borghesia, si trova
costretto a lavorare, subendo il processo della declassazione. Si impiega presso la filiale triestina
della Banca Union di Vienna, presso cui rimane per 19 anni. Trovava il lavoro opprimente e arido,
perciò cercava un'evasione nella letteratura. Nel 1895 muore sua madre e , nello stesso anno ,
incontra una cugina Livia Veneziani, di cui si innamora perdutamente e, dopo appena un anno, nel
1896 si sposano. L'anno successivo nascerà la figlia Letizia. Muta così, nuovamente, con il
matrimonio la condizione sociale dell'autore che entrerà a far parte dell'alta borghesia, diventando
un dirigente di industria e abbandonando quel lavoro di impiegato che tanto riteneva restrittivo. Il
suo lavoro aprì a svevo nuove prospettive internazionali, Viaggiò più volte in Francia e in Inghilterra
dove si trasferì per motivi di lavoro. Svevo, divenuto un'uomo di affari e dirigente industriale, lasciò
l'attività letteraria, ritenuta compromettente per la sua nuova vita, attiva e produttiva. In
quest'epoca è presente il senso di colpa dell'intellettuale, che si sente superfluo nell'età dello
sviluppo industriale. Svevo compie il passo decisivo e lascia, almeno per ora, la letteratura.
La vita.
Il proposito di abbandonare la scrittura letteraria non fu da Svevo osservato rigorosamente. Il
bisogno di scrivere riaffiora in S con il fine di "capirsi meglio". Tra l'ingresso nell'attività industriale
di svevo e lo scoppio della prima guerra mondiale si verificarono 2 eventi fondamentali per
l'autore: l'incontro con james joyce e l'incontro con la psicoanalisi che avvenne verso il 1910. Joyce,
esule dall'Irlanda, insegnava a Trieste presto la Berlitz school. S prese da lui lezioni di inglese, lesse i
suoi romanzi e a sua volta fece leggere a J le sue opere. S entrò in contatto con la psicoanalisi
quando il cognato sostenne una terapia con Freud a Vienna. Durante la 1 guerra mondiale, la
fabbrica di vernici di cui era dirigente Svevo venne sequestrata dalle autorità austriache così,
l'autore, sì trovo libero da qualsiasi tipo di incombenza pratice e potè riprendere la sua attività
intellettuale. Nel 1919 iniziò a scrivere La coscienza di Zeno e , solo nel 1923, venne pubbliacata.
Come altri suoi romanzi non ottenne la riconoscenza sperata. Esasperato , svevo, inviò il romanzo a
Parigi dal suo amico Joyce che, riconosciutone immediatamente il valore, si adoperò per imporlo
all'attenzione degli intellettuali francesi. Benjamin Crémieux e Valery Larbaud nè promossero una
traduzione francese, La coscienza 1926, e dedicarono un numero interamente dedicato a Svevo
nella rivista "Le Navire d'Argent". Ormai conquistata un'enorme fama in Francia, e in Europa in
generale, solo in Italia a Svevo rimase un'aura di diffidenza e di disinteresse attorno. Solo un
giovane Eugenio Montale riconobbe il suo valore, dedicandogli un saggio sulla rivista l'Esame nel
1925. nel 1928 la fama europea di svevo fù consacrata e, negli anni successivi progettò un nuovo
romanzo, sempre con protagonista Zeno; inoltre stese una serie di racconti e alcuni testi teatrali.
Sfortunatamente, Italo Svevo, muore l'11 settembre del 1928 da delle gravi ferite riportate a causa
di un incidente stradale avvenuto 2 giorni prima.
La lingua.
La lingua principalmente utilizzata dall'autore non era l'italiano, bensì il dialetto triestino. Svevo
inoltre conosceva perfettamente il tedesco, dati i suoi studi in Germania. A causa di ciò si trovano
tracce di costrutti della lingua tedesca nella sua scrittura. La prosa di Svevo è efficace nel rendere le
tortuosità labirintiche della psiche, in cui si addentrava la sua ricerca. La scrittura sveviana, inoltre,
tende a riprodurre il modo di esprimersi dei personagg. in Una Vita e Senilità il metodo di
narrazione è la terza persona, e prevale il discorso indiretto libero. Nella Coscienza di Zeno, invece,
la narrazione è in prima persona, colui che narra è Zeno stesso. Nei romanzi di Svevo viene
riprodotto il tipico linguaggio di un borghese triestino che usa l'italiano, le imperfezioni stilistiche
quindi sono volute dall'autore: si tratta di una ricerca stilistica estremamente sofisticata.
Le suggestioni culturali dell'opera di Svevo.
Svevo, nel suo corso della sua carriera da scrittore, e nel corso della sua formazione, ricevette
diverse influenze di vario tipo: filosofiche, scientifiche e letterarie. In ambito filosofico, da Marx e
da Nietzsche apprende il condizionamento delle classi sociali sui comportamenti popolari e non, da
questo pensiero, svevo svilupperà la critica alla società borghese. Sempre nel solito ambito,
Schopenhauer, con il suo pessimismo radicale, instaurò il pensiero della NON libertà di scelta
dell'uomo nei confronti della vita, e della rinuncia alla voluntas come unica salvezza. In ambito
scientifico Darwin e Freud sarranno pilastri fondamentali per la cultura di Schmitz. Dal primo
apprese che il comportamento umano è il prodotto di condizioni indipendenti della volontà. Dal
secondo invece sviluppò (anche da Dostoevskij e Paul Bourget a livello letterario) l'interesse per
l'analisi della psicologia umana, la psico-analisi. In letteratura , Italo, ebbe varie influenze: da Zola
(Naturalismo francese) la minuziosa descrizione degli ambienti, da Swift, Sterne, Dickens,
Thackeray (Romanzo inglese) l'atteggiamento ironico e umoristico, da Flaubert (Realismo francese)
il rapporto organico tra l'individuo e il contesto sociale e, da Turgheniev (Romanzo russo) i
personaggi "inetti", molto ricorrenti nelle sue opere.
Il primo romanzo: Una Vita.
Svevo iniziò il suo primo romanzo nel 1888 e lo pubblicò a sue spese nel 1892 presso un piccolo
editore triestino (Vram), dopo il rifiuto del più prestigioso (Treves). S avrebbe voluto intitolare il
romanzo Un Inetto ma, consigliatogli dall'editore di non dare questo nome alla sua opera, lo
denominò Una Vita. Il romanzo ottenne una scarsissima attenzione pubblica e della critica.
L'opera è la storia di un giovane, Alfonso Nitti , che abbandona il paese e la madre per andare a
lavorare a Trieste, dopo che la morte del padre, medico condotto, ha lasciato la famiglia in crisi. Si
impiega verso la Banca Miller, ma il lavoro gli appare arido e mortificante. Il giovane è imbevuto di
letteratura, orgoglioso della sua cultura umanistica evade costruendosi così sogni da megalomane
(gloria letteraria). L’occasione per un riscatto della sua vita vuota, riempita solo dalle avide letture
letterarie in biblioteca, gli è offerta da un invito a casa del padrone di una banca, Maller. Alfonso
conosce cosi Macario, un giovane brillante e sicuro di se e stringe con lui una forte amicizia. La
figlia di Maller, Annetta, ha ambizioni letterarie e sceglie Alfonso come collaboratore nella stesura
di un romanzo. Alfonso, pur non amando Annetta, la seduce e la possiede. Ora, il nostro eroe,
avrebbe la possibilità di trasformare radicalmente la propria vita, sposando la ricca ereditiera.
Viene spinto a questa decisione anche dalla signorina Francesca, istitutrice in casa Maller e sua
amante. Alfonso invece, preso da una paura, fugge da Annetta e da Trieste e si rifugia dalla madre
gravemente malata. Dopo la sua morte torna di nuovo a Trieste, deciso a rinunciare alla crudele
lotta per la vita. Inoltre credeva di aver superato le passioni, invece all’apprendere che Annetta ,
sdegnata da lui, si è fidanzata con Macario, è invaso da una dolorosa gelosia e si sente ferito dal
disprezzo e dall'odio che lo circonda nella banca al suo ritorno. Trasferito ad un compito di minor
importanza, affronta indignato il signor Maller, ma, nell'emozione, pronuncia parole che vengono
prese come ricatti. Prova a scrivere ad Annetta per riparare ai suoi errori ma vengono nuovamente
presi come gesti ricattatori. Chiede ad Annetta un appuntamento per una definitiva spiegazione e
si presenta il fratello di lei che, istantaneamente, lo sfida a duello. Alla fine Alfonso sentendosi
incapace alla vita, decide di cercare nella morte una via di scampo, il mezzo per divenire superiore
agli odi, distruggendo la sua fonte di infelicita, il suo corpo, il suo organismo.
I modelli letterari.
Nel romanzo svevo rivela i legami con i modelli più industri del romanzo moderno, da una parte il
romanzo della "scalata sociale", Alfonso, giovane provinciale, ambisce al successo nella società
cittadina. D'altra parte, s, presenta il romanzo di "formazione" che segue il processo di un giovane
e della sua formazione nella vita. È evidente anche l'influenza di Zola e della scuola naturalista,
nella volontà di costruire un determinato riquadro sociale. Riprende, s, molti aspetti dei romanzi
zoliani come, ad esempio, la volontà di fornire un immagine precisa dei vari settori di attività in una
società moderna: lavoro in banca di Alfonso. Al centro della narrazione si colloca l'analisi della
coscienza del protagonista.
L'inetto e i suoi antagonisti.
Alfonso inaugura un nuovo tipo di personaggio che, nei romanzi di Svevo, sarà piuttosto
ricorrente:l'inetto. L'inettitudine è la debolezza, un'insicurezza psicologica che rende il protagonista
"incapace alla vita". Svevo, nella rappresentazione dell'inetto, non si limita a delinearne la figura,
bensì individua le radici sociali che fanno nascere l'inettitudine e le debolezze=> Alfonso, piccolo
borghese, declassato da una condizione originariamente più elevata,è un intellettuale ancora
legato a una cultura umanistica. Questi due fattori sociali lo rendono un "diverso" nella solida
società borghese triestina, i cui unici valori riconosciuti sono il profitto, la produttività e l'energia
nella realizzazione pratica. Alfonso, a causa della sua diversità, viene afflitto e, la sua impotenza
sociale si trasforma in impontenza psicologica. Alfonso, a causa della sua cultura e della sua
condizione sociale, non riesce più a coincidere con l'immagine virile e sicura imposta dalla società
borghese che delinea, invece, un individuo energico e dominatore. Alfonso però, pur sentendo la
sua inferiorità, crea una realtà compensatoria e, attraverso i suoi sogni da megalomane si
costruisce una maschera fittizia, una immagine di sé consolatoria. L'evasione nei sogni è un aspetto
fondamentale nella figura dell'inetto sveviana. Se Alfonso non riesce più ad identificarsi in una
figura virile e forte, davanti a lui si ergono degli antagonisti che , al suo contrario, hanno le
caratteristiche che a lui mancano (forza e virilità)=> figura del padre, signor maller. Accanto alla
figura patrigna appare una nuova maschera, ricca di quelle qualità che all'inetto mancano, il Rivale,
identificato in Macario. La lotta tra "Rivale" e "inetto" e l'appoggio dell'inetto sul "Padre", odio et
amore, saranno schemi ricorrenti anche negli altri 2 Romanzi di Svevo.
L'impostazione narrativa.
La narrazione è condotta da una voce "fuori campo", che si riferisce ai personaggi in 3 persona. Il
narratore è vicino al codice dell'impersonalità seguendo il modulo proposto da Madame Bouvary
di Flaubert. Sempre secondo questo modulo, nel romanzo predomina la focalizzazione interna al
protagonista: il punto di vista secondo cui sono presentati gli eventi narrativi è collocato nella sua
coscienza, tutto passa attraversd il filtro della sua soggettività, il lettore quindi "vede" e legge ciò a
cui assiste Alfonso. La soggettivazione del racconto delinea il passaggio tra il romanzo realistico e
naturalistico a quello psicologico. Rispetto però al romanzo psicologico francese (Bourget) e
Italiano (D'annunzio), il primo romanzo di Svevo è molto differente. Se i due autori antecedenti,
nella rappresentazione e nella analisi della psiche di un personaggio seguivano comunque un certo
filo logico, in una Vita di Svevo la coscienza diviene un labirinto di tortuosità inestricabili. Spesso, i
legami logici delle riflessioni di Alfonso su se stesso sono così intricati da lasciare smarriti. Non si
assiste alla sola analisi di una coscienza, bensì all'analisi di più piani, contradditori, di una psiche.
Frequentemente, nella narrazione del romanzo, si inserisce il narratore che, pur non essendo
onniscente, interviene in alcuni momenti chiave della storia, giudicando un azione, correggiendo
un affermazione o smentendo autoinganni e alibi costuiti dall"eroe". Questa correzione del
narratore nel romanzo, durante la storia, è talmente determinata da quasi risultare un "processo
alle menzogne e alle costruzioni fittizie" del protagonista. Nel romanzo è presente un
atteggiamento critico dell'autore rispetto al suo personaggio.
T1, le ali del gabbiano.
Il brano offre la prima raffigurazione di una fondamentale struttura che regge l’opera sveviana,
ovvero il confronto/scontro tra il protagonista (l’inetto) e l’antagonista (colui che è adatto a vivere):
è proprio la lotta contro il rivale a nutrire l’immaginario dei protagonisti dei tre romanzi di Svevo
(Alfonso contro Macario in Una vita, Emilio contro Stefano Balli in Senilità, Zeno contro Guido nella
Coscienza di Zeno). Nel testo risalta l’inettitudine di Alfonso, paragonata alle doti di Macario,
l’individuo perfettamente adeguato alle esigenze della vita. Il confronto si svolge durante una gita
in barca a vela, un ambito adatto a far emergere i tratti peculiari dei contrapposti caratteri. La gita
dimostra all’impacciato passeggero, Alfonso, la sicurezza e abilità del velista, Macario. Quest’ultimo
appare perfettamente conscio delle sue possibilità e della sua abilità nel governare il cutter; invece
Alfonso è completamente passivo, in balia degli altri e delle onde. Il rapporto che s’instaura fra i
personaggi è molto complesso. I due sembrano infatti dipendere l’uno dall’altro, sia pure per
motivi opposti:
• Alfonso ammira Macario perché è sicuro di sé, perché lo vede debole e spaventato:
Alfonso, quindi, gli risulta indispensabile per far emergere la propria superiorità.
• Il senso del brano viene riassunto, nel finale, in una similitudine: una sorta di parabola,
che raffigura la lotta tra gabbiani e pesci. Macario fa osservare ad Alfonso la grande
efficacia del volo dei gabbiani, capaci di gettarsi nel modo più rapido e infallibile sulla
preda: come se il piccolo cervello di quegli uccelli fosse progettato solo a quello scopo.
Alfonso (come la gita in barca a vela ha appena dimostrato) possiede invece le qualità
opposte a quelle dei gabbiani: il suo cervello, nutrito di studi e letture, gli è d’impaccio,
anziché d’utilità, nella lotta per la vita. I soli voli a cui è adatto, come ironicamente
commenta Macario, sono quelli poetici, voli, cioè, del tutto inutili.
Senilità.
Il secondo romanzo di Svevo, Senilità, esce nel 1898, a spese dell'autore e, rispetto al precedente,
una vita, riscuote ancora meno successo. Il protagonista Emilio Brentani vive di un modesto
impiego presso una società di assicurazioni triestina e gode di una certa reputazione per un
romanzo pubblicato anni prima. Egli ha attraversato la vita con prudenza, evitando pericoli e
piaceri, appoggiandosi alla sorella Amelia con cui vive e che lo accudisce, e con l’amico Stefano
Balli, scultore , uomo dalla personalità forte che compensa i suoi insuccessi artistici con la fortuna
con le donne=>stefano figura paterna per emilio. L’insoddisfazione per la propria esistenza, vuota e
mediocre, spinge Emilio a cercare il godimento nell’avventura, con una ragazza del popolo,
Angiolina. Emilio voleva solo divertirsi ma alla fine si innamora perdutamente della ragazza,
idealizzandola e trasformandola nella sua fantasia in una creatura angelica. La scoperta della vera
natura di Angiolina che ha numerosi amanti e si rivela essere cinica e mentitrice scatena la gelosia
di Emilio che, velocemente, assume caratteri ossessivi. Egli non riesce a staccarsi dalla ragazza: un
tentativo di separazione lo getta in uno stato di prostrazione profonda, perdendo quindi l'energia
vitale che aveva trovato nel rapporto con lei=> chiamata da emilio "gioventù". Di conseguenza,
Emilio riallaccia la relazione e, arrivato al possesso fisico del corpo della donna rimane
insoddisfatto perchè ha tastato con mano la donna fatta di carne, di ossa che tanto odia. Emilio è
sempre più disgustato da Angiolina, la quale, oltre a mentirgli spessissimo, si rivela rozza e volgare.
L’amico di Emilio, Balli, poi si interessa anche lui ad angiolina prendendola come modella per una
sua statua, e la ragazza si innamora perdutamente di lui. La gelosia di Emilio si concentra ora tutta
su Stefano. Nel frattempo la sorella si innamora anche lei di Stefano ed Emilio accorgendosene
allontana l’amico da casa sua, distruggendo cosi la vita della sorella che, cercando l'oblio nell'etere,
cade a causa di una polmonite. Emilio, lasciando la sorella Amalia ormai morente, si reca
all'appuntamento con Angiolina per darle l'addio definitivo, questo però non avviene con la
dolcezza e la tranquillità sperata. Emilio, scoperto l'ennesimo tradimento di Angiolina, si lascia
trasportare dall'ira, insultandola violentemene. Dopo la morte della sorella, il nostro "eroe" torna a
rinchiudersi nel guscio della sua senilità, guardando alla sua avventura come un vecchio. Nei suoi
sogni fonde le 2 figure femminili principali della sua vita, Amalia e Angiolina, in una caricatura
pensosa e intellettuale che diverrà poi simbolo dell'utopia socialista. Il primo titolo pensato da
Svevo era Il carnevale di Emilio, riferitosi al tempo in cui si svolge la vicenda, ovvero il periodo di
carnevale.
La struttura psicologica del protagonista.
Il nuovo romanzo, a differenza del primo che si impegnava nel descrivere un riquadro sociale
completo, si concentra principalmente sui 4 personaggi centrali, le cui vicende si compongono in
una struttura essenziale, di geometrico rigore. Inoltre, rispetto a Una vita, i problemi di natura
sociale non sono più affrontati direttamente e hanno sicuramente meno valore rispetto alla
dimensione psicologica, prima preoccupazione dell'autore nel romanzo. La maggior parte della
narrazione riguarda l'analisi del protagonista, che rimane al centro dell'attenzione per quasi tutta
l'opera. Emilio è da una parte un piccolo borghese (anch'esso ha subito il processo di
declassazione) e allo stesso tempo è un intellettuale, scrittore di un romanzo. Dal punto di vista
psicologico, E, è un inetto, un debole che, juve merda, per protteggersi dalla realtà, ha condotto
una vita cauta, calma e sicura, rifiutando però così il godimento. La sorella Amalia è per il
protagonista una figura materna, simbolo di protezione. Nonostante Emilio si rifugi in questo
sistema di rinuncie, nasce in lui un'inquietudine data dal desiderio di provare piacere. La vita e il
godimento assumono, per E, il valore di Angiolina che diventa simbolo di salute, di pienezza vitale.
Con la donna, Emilio viene per la prima volta a contatto con il mondo esterno, uscendo dal nido di
protezione. Attraverso Angiolina , Emilio, si rapporta con la realtà. La relazione con la donna fa
venire alla luce l'inettitudine di E ad affrontare il vero del mondo. L'inettitudine di E è soprattutto
immaturità psicologica. E ha paura della donna e del sesso, per questo riduce Angiolina a una
figura Angelica,Pura, equivalente alla madre. Nel rapporto con lei, E rivela infatti un bisogno di
dolcezza materna. Difatti il possesso fisico lo lascia insoddisfatto e turbato poichè ormai
contaminata la donna ideale, Angiolina.
L'impostazione narrativa.
Verso il suo eroe svevo ha un atteggiamento critico. Senilità , come Una vita, è un romanzo
focalizzato quasi interamente sul protagonista. I fatti della vicenda vengono filtrati dalla sua
coscienza e sono presentati come li vede lui (il protagonista). Emilio però, essendo portatore di una
falsa coscienza (alibi, autoinganni ecc..), ha una prospettiva della realtà deformata e, il suo punto di
vista è inattendibile. Questa inattendibilità viene denunciata da Svevo attraverso 3 procedimenti
narrativi. Innanzitutto la voce del narratore interviene in certi punti della storia, e, con commenti e
giudizi, smentisce e corregge la prospettiva del protagonista, smascherando così i suoi autoinganni.
Nel romanzo quindi si trovano 2 prospettive, quella del narratore e quella di Emilio. A volte i giudizi
che il narratore dà vengono presentati come minime sfumature ironiche=>uso di aggettivi e
avverbi. Questi interventi espliciti del narratore sono ciò che ci fanno capire la critica di Svevo
rispetto al suo personaggio, all'inetto. Spesso però, dinanzi alle menzogne del protagonista, la voce
narrante tace, senza criticare o correggiere l'eroe dell'opera=>mistificazioni del protagonista in
contrasto con la realtà oggettiva evidenti, il narratore non ha bisogno di correggere nulla poichè
evidente che Emilio stia mentendo. Si può parlare di ironia oggettiva o implicita. Il 3 procedimento
utilizzato da svevo per denunciare le falsità del personaggio è la registrazione del suo linguaggio. Il
linguaggio di Emilio è stereotipato come le idee che esprime, veicola, pieno di espressioni
enfatiche e melodrammatiche. Svevo scrivendo questa opera non solo crea un romanzo
psicologico, fornisce anche una critica alla mentalità e alla cultura di un dato momento storico.
Il ritratto dell'inetto.
La fisionomia del protagonista nel testo si evince subito, sia dalle sue parole sia dal narratore. Il
dato essenziale di Emilio sono le sue menzogne. 2 sono i tipi di menzogne: mente ad Angiolina,
nascondendo la sua intenzione con lei che, a detta di Emilio non potrà essere altro che un
giocattolo (Angiolina), non potrà essere un legame serio, dati i doveri a cui esso è legato, famiglia e
carriera. La famiglia e la carriera a cui fa riferimento Emilio in realtà non esistono. la prima non è
costituita nè da moglie nè da figli, ma dalla sola sorella. Mentre la carriera, anch'essa, è
inesistente; Emilio ha solo un modesto impieguccio e una piccola reputazione ricavata da un
romanzo scritto anni prima. Si manifesta così il tratto primario della personalità del protagonista:
Emilio, con la sua falsa coscienza, tende a costruirsi maschere a lui congeniali e gratificanti per non
vedere, realmente, la sua triste condizione. Si vede da subito nel testo la senilità di Emilio difatti
esso, pensando la vita come piena di pericoli, preferisce rinunciare a vivere, rinunciare al piacere e,
di conseguenza, chiudersi nel guscio familiare. Più che una condizione senile di E si può pensare a
una immaturità infantile. Questa condizione di vita, la senilità, è però piena di insoddisfazione, la
rinuncia dei piaceri si fa troppo pesante. L'occasione per uscire da questa condizione è Angiolina,
che si carica di vari simboli quali la vita, la giovinezza e della salute. Il valore simbolico di Angiolina,
nel racconto, non appartiene però all'oggettività del narrato, bensì è una trasfigurazione di Emilio.
È l'uomo che vede Angiolina come quasi una donna angelo. Emilio figura la donna a un antidoto
per la sua condizione senile. Il protagonista idealizzando la sua amata, percepisce la donna come
una sorta di angelo, di musa, di fonte ispiratrice per la letteratura. Cade quindi un'altra maschera di
Emilio, quella del libertino che vuole vivere una avventura, una botta e via. Il protagonista si rivela
un romantico idealista=>oggetti di critica da parte di Italo.
Il narratore, nella prima pagina del romanzo, non si eclissa, anzi, interviene frequentemente a
commentare, smascherare e giudicare sia gli alibi costruiti dal protagonista, sia il protagonist-daje
roma stesso.
La Coscienza di Zeno.
Il terzo romanzo di Svevo apparso nel 1923 è un memoriale o una confessione autobiografica di
Zeno Cosini che scrive le sue esperienze e la usa vita, il memoriale gli è stato commissionato dal
Dottore S a scopo terapeutico. In esso Zeno inserisce una sorta di suo diario dove spiega
l’abbandono della terapia e si dichiara guarito. Il testo una struttura ben diversa dai precedenti, c’è
una evoluzione interiore dello scrittore e parla della trasformazione radicale nell’assetto materiale
della società Europea con le sue nuove correnti letterarie, artistiche e filosofiche dopo la 1 guerra
mondiale. I temi di Svevo si arricchirono grazie all’attenzione che mise nello studio della
psicoanalisi e della teoria della relatività, Svevo abbandona completamente il modello dell’800
parlando e approfondendo i sentimenti dell’animo umano. Il tempo nell’opera è misto, il tempo è
posto in ordine cronologico casuale ma allo stesso tempo è soggettivo, cioè mescola piani e
distanze facendo riaffiorare flashback del passato intrecciandosi con il presente. I capitoli sono
intitolati dai temi fondamentali trattati da Zeno come il fumo, la morte del padre, il matrimonio, il
rapporto cono la moglie, l’amante e la Psico-Analisi dove sfoga il suo rancore contro lo
psicoanalista; il tempo della narrazione va avanti e indietro perché Zeno si sforza di ricostruire il
suo passato. Il protagonista-narratore è chiamato l’Inetto che appartiene alla ricca borghesia
commerciale, conduce una vita oziosa e scioperata senza combinare mai nulla di buono
procurando delusioni e amarezze al padre; il vizio del fumo è cominciato quando il padre lasciò un
sigaro sul tavolino acceso ed al vizio contribuisce tutti i sensi di colpa e l’ostilità verso il padre che
nel momento della sua morte gli lascia cadere uno schiaffo lasciando Zeno dubbioso del gesto. La
nuova figura paterna a cui si appoggia è Giovanni Malfenti anche se Zeno non riesce a coincidere
con i suoi ideali trasformandosi da figura paterna ad antagonista. Zeno sposerà una delle sue figlie
più brutte (Augusta) dopo essere stato rifiutato dalle due sorelle; questa donna è l’antitesi di Zeno
perché rappresenta la sanità borghese, Zeno si ammala di nevrosi nella quale proietta la sua
inettitudine e il vizio del fumo, solo liberandosi di quest’ultimo arriverà alla salute. Zeno ha
un’amante di nome Carla, il loro rapporto è ambiguo perché l’Inetto si sente in colpa verso i
sentimenti della moglie, poco dopo Carla lo abbandonerà. Zeno vuole entrare nella normalità
borghese e si propone come collaboratore esterno della compagnia commerciale del cognato
Guido che rappresenta il ruolo del rivale perché l’antitesi di come è Zeno. Ormai anziano fa la cura
dallo psicoanalista e inizia la stesura del memoriale, Zeno si ribellerà alla terapia diventando un
uomo d’affari cambiando totalmente e dichiarandosi guarito. Il romanzo termina con una
riflessione di Zeno sull’uomo costruttore di ordigni, che finiranno per portare a una catastrofe
cosmica. Zeno nell’opera è un narratore inattendibile già anticipato nella prefazione dal dottor S ,
l’inetto vuole autogiustificarsi di ogni colpa ed errore commesso nei confronti di tutti anche se
traspare nelle sue parole un odio profondo e impulsi ostili. Le menzogne che dice non sono
intenzionali ma sono autoinganni determinati da processi profondi ed inconsapevoli per reprimere
i sensi di colpa dando un sacco di motivazioni ambigue sempre diverse con una ironia oggettiva,
Zeno ha una coscienza falsa e cattiva infatti il romanzo piuttosto si doveva chiamare l’incoscienza di
Zeno. Svevo a differenza di senilità, scrive il romanzo della coscienza di Zeno in modo
completamente differente perché la visione del mondo del poeta è mutata. Il romanzo non è solo
oggetto di critica ma anche soggetto, cioè la visione distorta di Zeno del mondo e la sua malattia
che lo strania dai sani e normali. Rispetto ai sani però Zeno nella sua imperfezione di inetto riesce a
essere inquieto e disponibile al mutamento ed è l’unico antidoto alla sua malattia. In lui c’è un
disperato bisogno di normalità, ma non riesce a coincidere nella forma compiuta e definitiva di
uomo. Zeno scopre che la salute atroce degli altri è la vera malattia (la figura della moglie) , mette
in dubbio e in crisi le gerarchie del più forte e del più debole fa diventare tutto ambiguo
convertendo salute in malattia. In Zeno si fonde la cecità e la chiaroveggenza, alternando anche
menzogna e acutezza critica rendendo tutto incapace di essere decifrato e capire i meccanismi del
suo agire: però essendo inetto, malato e diverso, porta alla chiarezza la realtà degli altri, quindi è
un personaggio che ha da una parte un atteggiamento problematico e ha una falsa coscienza
borghese dall’altra parte è oggetto di straniamento e di coscienza. L’inetto appare come una figura
in progresso e non è più considerato inferiore, inoltre è disponibile a ogni forma di sviluppo che
può considerare positiva prendendo un atteggiamento aperto e problematico e contrasterà
mettendosi in opposizione con i borghesi che lo circondano. Rispetto ai romanzi precedenti
l’autore nella coscienza di Zeno non interviene, cosa che negli altri romanzi di Senilità e Una Vita
doveva fare per tradurre il giudizio critico dello scrittore sui suoi eroi negativi. Nella coscienza
Zeno( il narratore è auto diegetico: coincide con il protagonista) ha il privilegio di essere mobile e
disponibile, in opposizione ad un mondo immobile ed irrigidito, perciò portatore di una visione
straniante. Tutto ciò che dice Zeno nel suo racconto può essere verità o bugia o tutte e due le cose
insieme, e nessuno potrà smentirlo nemmeno Svevo dato che non è presente; a questo punto si
vede l’evoluzione dei personaggi di Svevo che nelle prime opere erano ottocenteschi quindi con
una visione chiusa, diventare personaggi con una visione aperta e straniante tipica del Novecento.
Il fumo.
l capitolo terzo della Coscienza di Zeno riguarda il vizio del fumo del protagonista, una dipendenza
sviluppata fin da ragazzino e sempre combattuta senza successo. Zeno ricorda la sua prima
sigaretta fumata, dopo essere stato scoperto, fumando i suoi sigari avanzati. A vent’anni Zeno si
accorge di odiare il fumo e si ammala, ma nonostante la malattia decide di fumare un’ultima
sigaretta; ed è qui che si evidenzia per la prima volta la vera malattia psicoanalitica del
protagonista. Inizialmente il fumo è per Zeno una reazione al rapporto con il padre, poi si allarga a
forma di difesa verso la realtà circostante e il mondo intero. In tal senso, ogni tentativo di smettere
di fumare non è che uno stimolo ulteriore al desiderio. Le giornate di Zeno finiscono "coll’essere
piene di sigarette e di propositi di non fumare più”. La vicenda del fumo viene affrontata sempre
con una prospettiva ironica e demistificante, raggiungendo i migliori esiti nel momento in cui viene
presentata la sigla "u.s. (ultima sigaretta)". Questa sigla e la data vengono apposte su libri, diari,
agende, muri e qualsiasi cosa passi sottomano al protagonista. Ma la malattia del fumo si rivela
essere in realtà un'altra "malattia della volontà", cioè l’incapacità di Zeno di perseguire un fine, e
riflette il senso di vuoto nella sua vita, scaturito dalla impossibilità di affrontare l’esistenza e il
mondo. la malattia del protagonista è comune in realtà a tutti gli uomini che vivono nella società
contemporanea, alienante e contraddittoria. Il solo modo possibile per affrontarla è mantenere un
distacco ironico, che faccia emergere la comicità dell’esistenza stessa. Ed è proprio l’ironia la risorsa
conoscitiva centrale nel capitolo sul fumo. Lo si vede bene nell’episodio del ricovero di Zeno in
clinica per smettere di fumare. Zeno si fa rinchiudere volontariamente ma, una volta in clinica,
decide di scappare, corrompendo l’infermiera Giovanna con una bottiglia di cognac e una
promessa di rapporto sessuale. L’intera vicenda viene narrata con intenti comici, ma rileva le
dipendenze e le ossessioni dell’uomo moderno, caratterizzato da un profondo senso di solitudine
di fronte a un mondo malato, egoista e contraddittorio.
La morte del padre, la coscienza di Zeno (Trama)
La vicenda inizia “una sera di fine Marzo”, quando Zeno si reca a cena dal padre e viene avvicinato
da una cameriera che lo informa che il genitore ha il respiro affannoso e balbetta. Zeno non si
accorge subito della gravità della situazione e sembra invece omettere parti della storia e cercare
delle motivazioni per il proprio comportamento, contrapponendo l’incomprensione di quel
momento con una consapevolezza tardiva, ripetendo spesso l’espressione: “Capisco ora”. La
giustificazione a posteriori del proprio comportamento, tipica del resoconto memoriale che Zeno
consegna al dottor S., è così duplice indizio sia della insincerità del protagonista (che non a caso
altera alcuni dati del rapporto con la figura opprimente del padre) che della sua incapacità di
adeguarsi alla morale vigente, cosa che lo cotringe, di fatto, a simulare una commozione che non
prova. Il giorno seguente, dopo cena, la scena si ripete: Zeno,forza acquilotti, viene svegliato dalla
cameriera Maria poiché il genitore si lamenta ancora. Il protagonista accorre nella stanza
dell’uomo, trovandolo sofferente e impotente. Questa vista spaventa Zeno, il cui dolore viene
accompagnato da lacrime che hanno funzione autoassolutoria, perché, come afferma il narratore,
“il pianto offusca le proprie colpe e permette di accusare, senz’obbiezioni, il destino”. Questo
pianto suona poi ambiguo con le parole successive: “Piangevo perché perdevo il padre per cui ero
sempre vissuto”. All’arrivo del medico, il dottore Coprosich, Zeno racconta ciò che era accaduto,
omettendo alcuni parti della cena del giorno [Link] medico spiega che il padre ha subito un
edema cerebrale e non c’è nessuna speranza che sopravviva, ma che potrà riprendere conoscenza.
Zeno è spaventato dal fatto che l’uomo possa riacquistare coscienza, e che, risvegliandosi, possa
accusarlo di aver voluto la sua morte. il protagonista domanda al dottore se non si può farlo morire
in pace e privo di coscienza, ma l’uomo a quella richiesta si infuria, ampliando il senso di colpa di
Zeno. La scena finale della "morte del padre" rientra perfettamente in questa casistica, e indica
ancor meglio l'inaffidabilità di Zeno quale narratore, e la finzione che sta dietro il suo rimorso e il
suo senso di colpa. Il padre, ormai agonizzante, riesce ad alzarsi e a schiaffeggiare il figlio. Zeno
cerca di imputare la colpa al medico, che voleva obbligare il genitore a stare sdraiato, ma poi si
contraddice affermando che “era una bugia”. Ma il senso di colpa viene placato al funerale, quando
il protagonista si convince che lo schiaffo non era voluto e che lui era innocente. Zeno si
riappacifica, infine, con il padre solo nel momento in cui egli non può più controbattere e
spaventare il figlio. Svevo - che prende sempre accuratamente le distanze rispetto al suo
personaggi d'invenzione - fa così capire al lettore che per Zeno è possibile accettare la presenza del
padre solo quando questi non gli può più nuocere. Esplicita in tal senso la giustificazione,
proiettata nel ricordo infantile, di un padre "debole e buono".
La morte del padre, la coscienza di Zeno (Analisi).
Nella sua confusione mentale, il padre di Zeno, ha la sensazione che il figlio li voglia togliere l'aria:
inconsciamente avverte cioè la corrente d'odio che c'è in lui e, lo schiaffo ne è la coerente
conseguenza. Il fatto scaturisce in Zeno fortissimi sensi di colpa e, dinanzi a questa terribile
immagine paterna regredisce alla condizione di "bambino punito" e si affanna ad affermare la
propria innocenza, disperandosi perchè la morte del padre non gli permette di dimostrarla. La
figura del padre morto è una perfetta condizione del senso di colpa di Zeno attore che vive i fatti.
Lo dimostra l'insistenza sugli attributi paterni (la chioma bianca, il corpo superbo e minaccioso, le
mani grandi) che sono i sensi di colpa dell'osservatore che caricano la figura del morto di questi
connotati di immagine paterna terrificante. Subito dopo, in Zeno, scattano i meccanismi di
rimozione e innocentizzazione: la coscienza, per eliminare la figura terrificante, erge una caricatura
rappresentante un padre buono e consolante, successivamente Zeno, per radiare la sua
aggressività, si adatta al ruolo del debole nei confronti del padre, in modo tale da rassicurarsi e
sentirsi buono.
La Salute Malata di Augusta, in questo brano all’inizio del capitolo VI La moglie e l’amante Zeno
scopre che Augusta è “la salute personificata. Questa è la salute, la sicurezza dell’immobilità delle
cose e del tempo, la certezza di essere al sicuro, protetti da qualche autorità in cielo e sulla terra, il
presente come “una verità tangibile in cui si poteva segregarsi e starci caldi”. Lo Zeno vecchio
racconta dello stupore dello Zeno giovane che nei giorni del viaggio di nozze e qualche settimana
dopo il ritorno a casa si crede “avviato alla salute e alla felicità” grazie ad Augusta e al loro amore.
Un dubbio si insinua nello Zeno vecchio che ricorda e racconta, a vederla ora quella salute gli
sembra malata e bisognosa di cure, anche se con ironia e in forma dubitativa. Zeno ammira la
salute della moglie e spera che il matrimonio possa integrarlo nella società, infatti il matrimonio
aiuterà Zeno per una prima parte perché vede in Augusta una figura materna e dolce che non ha
mai avuto nella sua vita, anche se tutte le sue debolezze permangono ugualmente lasciando il
lettore dubbioso dell’attendibilità delle sue affermazioni.
Vv 1-3 Zeno sembra quasi contento da sposato.
Vv 14 - la salute personificata di Augusta - intesa come la capacità di aderire alla realtà , per questo
accettarla in ogni suo scorcio.
Vv 33 - Zeno considera la sua salute perfetta.
Vv 40-41 accenno alla realtà borghese.
Vv 51 concezione nevrotica.
Vv 60-63 tema della salute / malattia , quella che era la salute diventa malattia che non doveva
essere curata , la malattia non avrà più valore negativo ma positivo — se la salute è come quella di
Augusta allora meglio essere malati.
Un affare commerciale disastroso, Il settimo capitolo della Coscienza di Zeno inizia con una
riflessione del protagonista riguardo all’attività commerciale di Guido. Zeno infatti desidera aiutare
l’amico, ormai marito di Ada, nel suo lavoro, sia per tenersi occupato e migliorare nell’arte del
commercio, sia per dimostrare il suo totale disinteresse per Ada. Così Zeno inizia a collaborare e a
lavorare per Guido . I due anni di lavoro non portano però nessun successo commerciale, e Zeno
resta fedele al suo “capo” solo per un’insana amicizia; ed è qui che si palesa la divergenza tra Zeno
e l'autore reale: Zeno è convinto di essere amico di Guido, ma Svevo è abile nel comunicare al
lettore che il suo è un altro dei tanti autoinganni con cui Zeno mette in atto la sua ipocrita
innocentizzazione.
La resistenza alla terapia e la "guarigione" di Zeno (Trama).
Zeno ora ha terminato la psico-analisi, durata un anno. Non ritenendo efficace il metodo
psicoanalitico, mostra tutto il suo risentimento verso la presunzione del Dottor S., che lo dichiara
guarito quando in realtà ha aggravato la sua malattia. Zeno si propone di scrivere. Il 15 maggio
1915 registra con soddisfazione di non essere guarito, infatti ha ancora un sintomo grave che lo
affligge: desidera ogni donna che incontra. Il 26 giugno 1915, da Trieste, Zeno oltrepassa il confine,
ma si imbatte in una pattuglia austriaca che gli impedisce di tornare a Lucinico, il suo paese.
Durante la notte scoppia la prima guerra mondiale. Il 24 marzo 1916, Zeno racconta di sentirsi
pienamente guarito, grazie ai suoi successi commerciali raggiunti e la constatazione che la malattia
è condizione di ogni uomo. Guardando ciò che accade intorno a lui, considera che il progresso
dell’uomo determina sì una crescita ma anche una debolezza, che cresce in proporzione al numero
degli ordigni posseduti dall’uomo. Zeno ipotizza che, per mezzo di una grandissima esplosione, la
terra tornerà priva di malattie.
La resistenza alla terapia e la "guarigione" di Zeno (Analisi).
Dalle parole di Zeno si può ricavare la sfiducia di Svevo sulla psico-analisi: il medico, con la sua
presunzione, è convinto di aver curato Zeno che, al contrario è ancora malato. L'autore trova la
psico-analisi come una terapia insufficiente, ineficcace e dannosa. Se però la cura psicoanalitica
presenta dei limiti, d'altro lato la reazione di Zeno sulla diagnosi non è sicuramente delle migliori: Il
protagonista scredita il medico, è aggressivo nei suoi confronti e quasi rovescia la sua malattia su di
lui. Questo atteggiamento rappresenta la tipica resistenza del paziente sulla terapia. Tutte le
proteste di Zeno dinanzi alla diagnosi del dottore sono avvolte dall'ironia dell'autore , che
attribuisce al personaggio delle difese ridicole a essa. Egualmente pieno di ironia è il trionfale
entusiasmo di Zeno con cui proclama la sua vittoria sulla malattia. In realtà, questa presunta
guarigione non è altro che un'illusione. Zeno infatti, nel testo, si smentisce affermando di soffrire
ancora dei suoi dolori psicosomatici. E, alla fine del testo, affermando che la stessa vita è una
malattia, rismentirà ciò detto poco prima:"la vita non è malattia perchè duole".
La profezia di un'apocalisse cosmica.
L'ultima pagina del diario, del libro, contiene le riflessioni di Zeno, e di Svevo, sulla condizione
dell'uomo. La malattia, secondo Zeno si estende a tutta l'umanità perchè essa dipende dalla
malattia congenita legata alla civiltà del falso progresso. Il tema conduttore di questa fase finale è
la malattia. Essa è la vita stessa, in particolare la vita attuale che è inquinata alle radici. L'uomo con
l'espansione nelle città, occupando gli spazi che erano della natura inquinandoli. Zeno prospetta un
futuro in cui la crescità dell'umanità arriverà ad occupare tutto lo spazio disponibile. La salute è
prerogativa delle sole bestie, degli animali, la malattia è invece intrinseca nell'uomo. Il discorso di
Zeno si fonda sui principi Darwiniani. L'evoluzione funziona perfettamente con gli animali che,
secondo le necessità ambientali, modificano il loro fisico. L'uomo non conosce questo tipo di
evoluzione e compensa la sua mancanza creando ordigni e macchine. Non facendo evolvere il suo
corpo, ma creando solo macchine, l'uomo, in futuro, riceverà organismi, corpi, sempre più deboli.
Le macchine hanno cancellato le leggi della selezione naturale, non sopravviverà più il più forte,
bensì il più fornito di ordigni, di tecnologie e così, la razza umana, con il suo indebolimento,
permetterà a malattie e animali di moltiplicarsi. Nella prospettiva pessimistica , Zeno non dà
alternative a questa degenerazione. L'unico modo per fermare questa situazione sarebbe, secondo
Zeno, un'apocalisse distruttiva, purificatrice del mondo dalle malattie (Svevo visionario). Con la
corsa agli ordigni, alle macchine, agli armamenti, si riuscirà a creare un esplosivo fuori dal comune
che, a causa di qualche uomo "più ammalato degli altri" provocherà un livello di distruzione
immane. Solo così, la terra priva di vita umana sarà finalmente libera dalle malattie. =>visione
apocalittica suggestionata dallo sviluppo delle civiltà e delle macchine del primo 900. la
conclusione del romanzo assume un'inquietante valenza profetica e presenta forti tratti di
attualità: Hiroshima, Nagasaki, Fukushima e Chernobyl.
Testo scheda - la prefazione al dottor S.
Lo psicanalista a cui Zeno Cosini si è rivolto per curare la propria malattia, indispettito perché il suo
paziente ha deciso improvvisamente di interrompere la cura, decide di pubblicare per vendetta le
sue memorie sperando che “gli dispiaccia”. Un ribaltamento del rapporto medico-paziente,
evidente anche nell’intenzione di dividere il ricavato a condizione che il paziente riprenda la
terapia. Il dottor S. è convinto che la sua scelta terapeutica sia stata in fondo valida, benché possa
apparire poco ortodossa agli esperti di psicoanalisi. I risultati ottenuti, secondo il dottore, sono
stati incoraggianti, e sarebbero stati ancora migliori se il paziente non si fosse sottratto alla cura.
Nelle sue memorie, avverte, sono contenute verità e bugie che meriterebbero un’attenta analisi.
I romanzi di Svevo a confronto.
Una vita, Senilità:
• Narratore, Esterno
• Focalizzazzione, Generalmente interna (inattendibilità dei protagonisti), con interventi del
narratore.
• Forme del discorso, i pensieri e le parole dei personaggi sono espressi attraverso le forme
tradizionali del discorso diretto, indiretto e indiretto libero.
• Tempo, lineare: l'intreccio corrisponde per lo più alla Fabula.
• Ambiente sociale (Una vita), descrizione minuziosa dell'ambiente arido e frustrante della
banca.
• Ambiente sociale (Senilità), l'ambiente sociale fa da sfondo, ma non è descritto
direttamente.
Sistema dei personaggi Una vita (V) eSenilità(S):
• Protagonista,(V) Alfonso Nitti, piccolo borghese con aspirazioni letterarie;(S)Emilio Bretani,
piccolo borghese con un trascorso da romanziere.
• Oggetto del desiderio,(V) Annetta Maller, figlia del padrone di banca in cui A lavora;
(S)Angiolina, ragazza del popolo leggera e rozza.
• Antagonista-rivale,(V) Macario, giovane sicuro di se e vincente;(S)Stefano Balli, artista
affascinante e personalità dominante.
• Antagonista padre,(V) il banchiere Maller, uomo di successo e datore di lavoro di Alfonso.
La Coscienza di Zeno:
• Narratore, autodiegetico (coincidente con il protagonista)
• Focalizzazione, Interna, coincide con il punto di vista inattendibile di Zeno personaggio (ma
con interventi di Zeno narratore)
• Forme del discorso, Monologo del protagonista narratore, che utilizza a sua volta le forme
discorsive tradizionali.
• Tempo, misto, l'intreccio è organizzato in nuclei tematici che non corrispondono alla
sequenza degli eventi.
• Ambiente sociale, l'ambiente sociale è presentato dal punto di vista ambiguo del
protagonista, che aspira alla normalità borghese, ma nello stesso tempo ne mette in dubbio
le certezze
Sistema dei personaggi:
• Protagonista, Zeno Cosini, rampollo immaturo e incostante dell'alta borghesia.
• Oggetto del desiderio, Principalmente Ada, Alberta e Augusta, figlie dell'uomo d'affari
Giovanni Malfenti.
• Antagonista-rivale, Guido Speier, marito di Ada, disinvolto e sicuro di sé; muore suicida per
un dissesto finanziario
• Antagonista-padre, Giovanni Malfenti, uomo d'affari solido e affermato; il padre di Zeno,
facoltoso commerciante; il dottor S, psicoanalista di Zeno.

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